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febbraio 28 2007
MAGGIORITARIO FULCRO DEL PARTITO DEMOCRATICO
Pubblichiamo un articolo di Claudio Croci sul nuovo sistema elettorale
MAGGIORITARIO FULCRO DEL PARTITO DEMOCRATICO
Nel manifesto del Partito Democratico purtroppo è assente ogni riferimento al sistema elettorale , ma questo non esime i costituenti ad integrare questa mancanza. L’Ulivo nacque sulla base di un riconoscimento agli elettori di una effettiva capacità di “ governo “. Con la svolta del 1992 l’elettore volle riappropriarsi di un diritto costituzionale riconosciuto : la sovranità. Molti politici bravi a citare ad ogni passo la bellezza della nostra carta si fermano là dove si cita questa semplice chiara inequivocabile formula : la sovranità appartiene al popolo , non ai partiti , non ai gruppi , ma al popolo . Un altro articolo cita il loro diritto ad organizzarsi liberamente in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale. Il Prof. Guzzetta ispiratore dei referendum elettorali ha sempre ribadito il concetto di volere spostare l’equilibrio decisionale dai partiti agli elettori , non perché i partiti , come da Costituzione , non hanno diritto di esistenza ,anzi lo hanno eccome ,solo lo devono esercitare in maniera consona al dettato costituzionale e cioè al servizio dei cittadini e non sopra i cittadini . La sintesi politica non è solo del “ politico “ ma è diritto di tutti noi elettori in quanto noi siamo i possessori dell’equilibrio politico nazionale e non altri .
La scelta del maggioritario fu appunto voluta da ampia fascia di elettorato proprio per riappropriarsi delle scelte . I partiti , nei collegi , presentino le loro proposte ed i cittadini scelgano tra una , due , tre proposte alternative al massimo , come nelle aule parlamentari . Questo concetto di restituzione alla base delle scelte politiche e quindi del ruolo di servizio dei partiti è alla base del maggioritario , come sistema di scelta della classe politica che in occidente vede USA, Francia , Gran Brettagna su questa falsariga. Alcuni , anzi molti politici nostrani continuano a considerare che un sistema è tanto più democratico quanto più rappresentativo di una vasta scelta di posizioni. Ma queste posizioni sono reali o fittizie ? Cioè l’accanirsi a distinguere un proprio specifico punto di vista serve all’elettore oppure serve a quel partito a mantenersi in vita ? E di più ,visto che oggi i partiti di governo sono undici , che senso hanno le posizioni di tali Turigliatto e Rossi che votano contro le volontà dei propri partiti a che serve questo pluralismo che non copre tutto ? Perché stranamente le correnti interne minoritarie all’Ulivo chiedono il ritorno al proporzionale ? La risposta è che vogliono perpetrare una loro visibilità scippandola agli elettori . Tu elettore mi dai un mandato , a me partito , un mandato che io mi ritaglio su misura , e di misure ce ne sono tante dieci , quindici, venti , poi tu elettore stai buono per cinque anni e mi lasci lavorare.
Questa è la logica dietro al proporzionale nostrano . Il sistema tedesco che è un proporzionale quasi puro è però bilanciato da quattro fattori fondamentali : la legittimazione dei partiti attraverso la Corte Costituzionale , il Cancellierato , lo sbarramento del 5 %, la quasi genetica avversione dei tedeschi a parcellizzare le proprie opinioni , tant’è che il secondo partito in Germania ha più del 30 % dei consensi, quindi una situazione completamente diversa dal sistema politico e parlamentare italiano. Ma la formula più subdola di scippamento della sovranità ai cittadini sta dietro la formula “ Garantire l’alternaza “. Cioè un bipolarismo tipo comuni , in cui si scegli il premier e poi le coalizioni vengono proporzionate alla forza dei rispettivi partiti . In altre parole eleggiamo il nostro Sindaco e poi i partiti della coalizione vincente vengono proporzionati alla loro forza. In questa maniera si pensa di conservare solidità all’esecutivo e rappresentanza ai partiti. A parte il fatto che il Premier diviene al limite un vero dittatore poiché ha una maggioranza assicurata per cinque anni senza un reale vero controllo . A parte che le logiche dei partiti porteranno la maggioranza a dividersi a sua volta in una maggioranza–maggioranza ed una maggioranza- minoranza, quale valore resterà al voto dei cittadini una volta scelto il nome del Capo . Inoltre gli equilibri legislativo – esecutivo fondamentali per una democrazia costituzionale da chi saranno garantiti se per cinque anni premier e legislativo saranno per forza dello stesso segno ?
L’Ulivo nacque in corrispondenza del passaggio al maggioritario come elemento non solo di cartello elettorale dato dal sistema elettorale , ma come rivoluzione culturale politica che voleva trovare una nuova sintesi alle idee degli elettori una sintesi condivisa e partecipe ad un livello di coinvolgimento istituzionale , in cui le ragioni dello stare insieme venivano mediate più dalla cultura e mentalità dell’elettore che da quella dei partiti . Questa logica sta alla base del futuro Partito Democratico . Se non viene recepita , credo , che il P.D. rischia di diventare un grande soggetto della vecchia politica, un partitone anciene regime . La cultura del maggioritario è nel P.D. come la bandiera rossa era nel P.C.I. e D’Alema , uomo intelligente , credo che lo capisca per cui lasci , come sta ottimamente facendo in politica estera, le scorciatoie e comprenda la via maestra verso il nuovo sistema politico in cui il P.D. ha senso solo se il sistema politico parlamentare e costituzionale sarà basato sul maggioritario.
Claudio Croci, Redazione Margherita Municipio Roma XIII
http://www.e-margherita.it/index.php?pagina=articolo&idarticolo=5029
Operazione sopravvivenza
Massimo Giannini
la Repubblica
TIRARE le cuoia. O tirare a campare. Per uscire da quello che il Wall Street Journal aveva chiamato «il pasticciaccio italiano» Romano Prodi non aveva alternative. Il discorso che il presidente del Consiglio ha tenuto ieri al Senato è il riflesso del perenne «stato di necessità» in cui l´incompiuta transizione italiana costringe da 50 anni i governi della Repubblica. Non è stato entusiasmante, non è stato deludente. È stato quello che poteva e doveva essere. Un´analisi modesta ed onesta, che riconosce «la natura politica della crisi». Ma che oggettivamente non getta le basi di un nuovo inizio. Molto più banalmente, per il momento cerca solo di evitare una fine prematura.
Il Professore avrebbe potuto presentarsi all´aula con la faccia feroce del leader ferito che oltraggia e galleggia al di sopra dei partiti, come aveva fatto giovedì scorso, quando aveva presentato agli alleati il suo «dodecalogo» e lo aveva accompagnato a un ultimatum: o lo approvate, o me ne vado. Quello che è accaduto nella coalizione in questi ultimi tre giorni, dall´ennesimo incidente sulle pensioni agli incurabili mal di pancia sull´Afghanistan, lo hanno evidentemente costretto a più miti consigli. I 12 punti programmatici sono quasi scomparsi. Ne resta qualche flebile traccia, qua e là. Dalla politica estera che non cambia (resteremo a Kabul ma insistendo sulla conferenza di pace) alla Tav che si farà (ma ascoltando e negoziando con le popolazioni locali). Dal risanamento della finanza pubblica (che resta un impegno da onorare con la Ue) all´intervento sulla previdenza (benché la priorità sembra ormai diventata l´aumento delle pensioni minime più che il superamento di quelle d´anzianità). Ma nel complesso, le parole del premier tracciano una piattaforma minima, e volutamente generica, che affida alla logica arcana dell´aritmetica quello che non può ottenere con la sfida aperta della politica. L´unico obiettivo, palese, è quello di intercettare, qui ed ora, i voti necessari alla sopravvivenza. Il Professore, in questa chiave, ha un pensiero per tutti. Dai dissidenti del centrosinistra (utili sul piano pratico a tenere insieme la maggioranza ipotetica che ha retto fino a una settimana fa) ai dissidenti del centrodestra (utili in linea teorica a sperimentare una fase di maggioranza a geometrie variabili). Il richiamo solenne all´articolo 11 della Costituzione, insieme alla «battaglia di civiltà» sulla pena di morte e all´impegno indefesso della nostra diplomazia nel Medioriente nel corno d´Africa e perfino in Darfur, servono a tranquillizzare la sinistra pacifista e antagonista. La «centralità della questione ambientale» serve ad ammansire i Verdi. I piani di «sostegno alla natalità» servono a rassicurare Follini. Il tributo alla comunità degli italiani all´estero serve a onorare il «voto di scambio» con Pallaro. Il rilancio del federalismo fiscale serve a lanciare un segnale a una Lega in pieno movimento. Perfino il sorprendente annuncio sulla riduzione dell´Ici per le famiglie numerose serve a intercettare qualche eventuale centrista in libera uscita dall´Udc, oltre che a tentare un improbabile recupero in vista delle difficili elezioni amministrative del prossimo giugno.
È probabile che oggi l´operazione sarà coronata dal successo. Salvo sorprese dell´ultima ora, l´aula di Palazzo Madama dovrebbe rinnovare la fiducia al governo dell´Unione. Se va bene, come aveva chiesto il Capo dello Stato, Prodi otterrà addirittura una «maggioranza politica» autosufficiente: due voti oltre il quorum, al netto dei consensi dei senatori a vita. Ma è inutile negarlo. Non saranno «due voti più del necessario», come amava dire il compiaciuto Winston Churchill, quando regnava sulla Gran Bretagna con la forza cogente del maggioritario modello Westminster. Saranno invece i due fragili piloni di un ponte, tipicamente italiano, che resta affacciato sull´ignoto. È quello che un «grande vecchio» della Prima Repubblica come Ciriaco De Mita chiama «il governo possibile»: può anche durare altri quattro anni perché non ce n´è uno migliore, ma difficilmente può produrre cambiamenti significativi per il Paese.
Eppure, paradossalmente, è proprio sul ciglio del baratro di questa crisi annunciata (che ha posto tutti i protagonisti di fronte all´impossibilità di una scelta diversa, a partire dallo stesso Napolitano) che Prodi tenta la scommessa insieme più rischiosa, ma anche più promettente. La riforma della legge elettorale. Almeno su questo, l´intervento del presidente del Consiglio ha un suo valore. Anche in questo caso, Prodi non ha potuto investire troppo sul «merito», esprimendo una preferenza per il proporzionale alla tedesca, per il doppio turno alla francese o per la soluzione intermedia spagnola. Di nuovo: se l´avesse fatto, oggi al Senato perderebbe il voto di parecchi «cespugli» fioriti intorno all´Ulivo. Ma il premier ha avuto l´intelligenza politica di riaprire almeno il gioco sul «metodo». Il governo non dà indicazioni, su una materia che spetta al Parlamento. Ma la riforma del sistema elettorale, insieme a quello istituzionale, torna ad essere finalmente «una priorità assoluta». E quello che più conta, implica anche una pregiudiziale assoluta: «l´ampia convergenza» dei due poli. Almeno questa, pur essendo l´ennesima «necessità», è comunque una novità da non sottovalutare. Nei confronti degli alleati di centrosinistra, la rinuncia di Prodi ad esercitare con orgoglio ed asprezza la sua leadership incontrastata di «dittatore democratico» (secondo la felice metafora di Eugenio Scalfari) può suscitare qualche perplessità. Nei confronti degli avversari di centrodestra, la rinuncia di Prodi a presentarsi come il comandante in armi di una maggioranza sistematicamente asserragliata nel suo bunker (secondo l´efficace definizione di Giovanni Sartori) dovrebbe invece suscitare molta attenzione. Il premier fa adesso quello che avrebbe dovuto fare subito dopo le elezioni del 9 aprile, vinte per una manciata di voti. Cercare il dialogo con l´opposizione, o per lo meno con la sua parte più ragionevole. Cercare le larghe intese, non per fare un altro governo, ma per fare un´altra Italia.
Può darsi che ormai sia troppo tardi. E può darsi che lo strumento della legge elettorale sia ormai inservibile, visto che le divisioni su questo o quel modello tagliano trasversalmente e drammaticamente i due schieramenti. Ma siamo ancora una volta al cuore del problema: anche in questo caso, non c´è alternativa. Dalle consultazioni al Quirinale, e probabilmente dallo stesso voto di questa sera a Palazzo Madama, sono usciti e usciranno tutti più deboli: non solo Prodi, ma anche Berlusconi. Non solo il futuro Partito democratico, ma anche la futura Casa dei moderati.
Il tentativo di trovare uno sbocco al nostro «bipolarismo bloccato» dovrebbe essere più forte della tentazione di assestare un´altra «spallata», o di azzardare un altro «inciucio». La fiducia di oggi ha un senso solo se contiene questa responsabile consapevolezza. In caso contrario, sarà solo l´atto finale di una legislatura già virtualmente conclusa.
Allarme di Parisi: "Attacco al Pd"
di Goffredo De Marchis, la Repubblica -
ROMA - «Siamo alle solite. Il suo obiettivo è sempre il centro-sinistra, quello con il trattino». Arturo Parisi è di nuovo sul piede di guerra. Guarda con sospetto alle manovre di Massimo D´Alema che ha fatto un´apertura al modello tedesco.
Per il ministro della Difesa corrisponde a una frenata sostanziale sul Partito democratico. «Dopo aver regalato una rendita di posizione all´Udc - attacca Parisi nelle conversazioni con i suoi fedelissimi - non si capisce perché i democristiani della Margherita dovrebbero preferire i Ds a Casini».
In gioco c´è un doppio fronte: il fragile, fragilissimo bipolarismo italiano e il nuovo soggetto politico così caro a Prodi e allo stesso Parisi. Il premier non può permettersi, dopo la crisi del governo, di giocare soltanto dentro la sua coalizione la partita della riforma elettorale.
«L´ideale - è il ragionamento del Professore - sarebbe un doppio tavolo, da una parte il governo dall´altra il confronto parlamentare sulle regole. So che è una strada difficile, ma è l´unica che si può battere senza mettere a rischio l´esecutivo».
Eppure non ci può essere solo il governo nell´orizzonte di Prodi. È lui l´ispiratore del Pd, il protagonista della democrazia partecipata simboleggiata dalle primarie. D´Alema e Fassino garantiscono, in queste ore, che il dialogo sul sistema di voto non rallenta la corsa del Partito democratico.
Lo ha spiegato bene il segretario dei Ds ieri: «È proprio la crisi a rendere necessaria una grande forza democratica». Roberto Gualtieri, dalemiano doc e estensore del manifesto del Pd, è però un tifoso del modello tedesco.
«Che non ferma affatto il nuovo partito, anzi. Le difficoltà al Senato per esempio non dipendono dalla pessima legge elettorale ma dal fatto che Ds e Margherita lì si sono presentanti divisi. L´Ulivo ormai è nella testa della nostra gente», spiega Gualtieri.
Sarà. Ma dev´esserci un motivo se nella mozione due del congresso diessino, quella contro il Partito democratico, quella che prefigura la scissione, c´è un passaggio dedicato proprio al modello tedesco.
«In questo schema io vedo due poli - dice con soddisfazione Cesare Salvi - . In uno ci sono An, Forza Italia, Lega e Udc. Nell´altro la socialdemocrazia, la sinistra radicale e il centro cattolico». Manca come si vede il nuovo soggetto Ds-Dl.
«E pongo un problema - attacca Salvi - . Cosa ci fanno Parisi e il portavoce unico del governo Sircana nel comitato per il referendum?». L´altra variabile è quella referendum abrogativo del "porcellum".
L´8 marzo torna a riunirsi il comitato nazionale. Parisi sembra pronto a spingere su questo acceleratore. «Diffido dei modelli stranieri - avverte -. Serve una legge per governare, non una legge per la rappresentanza».
Ma D´Alema è convinto che si debbano fare i conti con la realtà. Il modello tedesco piace all´Udc, alla Lega e anche a Rifondazione comunista come ha detto ieri Pietro Folena. Certo, dispiace agli iperulivisti.
«A meno che non usi il proporzionale tatticamente, per far campare il governo grazie alla sponda Udc, stavolta il buon D´Alema sbaglia tutto», dice Stefano Ceccanti. E il prodiano Mario Barbi taglia corto: «Diciamo la verità: con il sistema tedesco i governi si fanno nel Palazzo e non nelle urne».
Dopo la caduta da sinistra, quindi, l´esecutivo rischia di andare a sbattere sulla legge elettorale per colpa dell´asse riformista. Perciò Francesco Rutelli mette in guardia gli alleati: «È fondamentale ed urgente che tutto l´Ulivo si presenti con una proposta chiara e condivisa».
La Pecora Dolly di Almirante ha ruggito Per Fini i senatori a vita vanno messi nel ghetto
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
Cara Europa, nei telegiornali della sera, l’eterno aspirante alla successione Giancarlo Fini, tuonava che, per superare la crisi, il governo Prodi deve dimostrare di avere una “maggioranza politica”, cioè senza l’apporto eventuale di senatori a vita o di diritto. Mi domando come questo figlio della provetta almirantiana, ora a balia di Berlusconi, possa dire cose senza senso, visto che per sessant’anni quei senatori hanno votato fiducia e sfiducia, leggi ordinarie, hanno concorso con tutti gli altri senatori a formare o seppellire maggioranze. Secondo il fascistello di Bologna, sarebbe più “politico” il voto di De Gregorio che quello di Cossiga o Andreotti?
Nello Golfari, Reggio Emilia
Caro Golfari, riproporrei in altra forma la sua ultima domanda alla malriuscita pecora Dolly di Almirante, e cioè questa: il voto del senatore di diritto Cossiga contro il governo è politicamente e istituzionalmente diverso dal voto del senatore di diritto Ciampi a favore del governo? Perché mai il voto di Ciampi nel computo della maggioranza dovrebbe valere meno di quanto vale il voto di Cossiga nel computo dell’opposizione? Naturalmente non chiediamo a Fini, che si occupa di pallone, di invecchiare sulle migliaia di pagine che raccolgono la storia istituzionale del paese, dalla relazione Ruini, presidente della Commissione dei 75, alla Costituente, alle relazioni delle varie bicamerali succedutesi nei decenni per riformare la Costituzione. Troverebbe non solo cose già note: e cioè che la Costituente volle conservare, attraverso i 5 senatori a vita più gli ex capi dello stato che sono senatori di diritto, un simulacro del glorioso (quando fu glorioso) Senato del Regno, dove sedevano, nominati dal governo, alcuni tra i migliori ingegni della nazione, a parte la pletora di generali, prefetti e magistrati che avevano servito lo Stato. Troverebbe, dicevo, anche cose ignote a quasi tutti: per esempio, nelle varie bicamerali, magari con incoerenza aritmetica, si propose contemporaneamente di ridurre il numero dei parlamentari ma di aumentare quello dei senatori a vita. Una di queste proposte era contenuta nella riformulazione dell’articolo 57 (che assorbiva anche il 59), da parte della Bicamerale Bozzi: «È senatore di diritto e a vita, salvo rinuncia, chi è stato presidente della Repubblica, ovvero presidente di una delle due Camere per una legislatura o presidente della Corte Costituzionale per almeno tre anni». Inoltre si proponeva di elevare da 5 a 8 il numero dei senatori di nomina presidenziale, per altissimi meriti sociali, scientifici, artistici o letterari.
Se un tale articolo fosse passato, oggi avremmo un senato con una trentina di membri di diritto. Idea balzana, si dirà, ma di fronte al fininvestismo, al velinismo e al giovanil- attivismo che la destra ha immesso in parlamento (ricordate la Pivetti?) forse una cura di Elia, Casavola, Mancino, Violante, Ingrao, Baldassarre, Scognamiglio, Vassalli, Conso, per citare i primi che mi vengono a mente, non nuocerebbe alla scartabellata rappresentanza del popolo italiano.
Del resto, la qualità è stata sempre cercata come correttivo della quantità, perciò l’accanimento occasionale contro i senatori a vita denuncia solo la mentalità squadrista-pubblicitaria della destra. Di quel che essa dice oggi, nulla disse quando il primo governo Berlusconi nacque col voto determinante di Andreotti, Agnelli e Leone, senatori a vita, e l’uscita dall’aula dei senatori popolari Cecchi Gori, Cusumano, Grillo e Zanoletti. Come nulla di quel che dice oggi contro Follini ebbe da dire quando dopo le elezioni del ’94 si affrettò a imgaggiare i segnani Grillo al Senato e Tremonti alla Camera.
Napolitano però farebbe bene a non farsi troppo suggestionare dalle demivierge della destra. http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
Primarie a Carrara
Tra sinistra, Guazzaloca, Cacciari, mal di pancia e astensionismo
Vincono politica, democrazia, partecipazione, centrosinistra. Perdono Ds, Rifondazione, centrodestra. Tutte sbagliate le previsioni
di M.P.
Le primarie sono state vere primarie. Tutti quelli che avevano detto, a destra e a sinistra, che i giochi erano stati fatti, che le cariche locali erano state già spartite, e che queste elezioni erano solo una liturgia senza contenuti, sono stati smentiti. Tutti quelli che oggi dicono che l´avevano detto, che loro sì che avevano avvertito nella popolazione la voglia di cambiamento, mentono. Nessuno aveva previsto e nessuno si attendeva questo risultato, che rappresenta una novità e una svolta nella vita politica della città. Le forze politiche del centrosinistra si sono messe in gioco - gliene va dato atto - in questa prova democratica, e gli elettori hanno deciso, diversamente dalle loro aspettative, compreso probabilmente il vincitore. Il candidato che doveva vincere e che era sostenuto da una coalizione, sulla carta, imbattibile, è stato battuto senza appello. Ma il centrosinistra ne esce complessivamente rafforzato e con rapporti di forza ampiamente modificati al suo interno. Facendo un bilancio di chi ha vinto e di chi ha perso, ha vinto, prima di tutti, la politica contro l´antipolitica e il qualunquismo. Nel centrosinistra, la base ha ripreso a riunirsi, a fare assemblee, a mobilitarsi, a riscoprire a voglia di discutere di politica, di partecipare, di sentirsi protagonista, di militare, di litigare, di decidere, di coltivare passioni civili, di volere cambiamenti, invece di restare passivamente seduta e rassegnata di fronte agli insulsi e stupidi salottini televisivi.
Ha vinto la democrazia partecipata che ha dimostrato di avere un suo progetto politico di massima e non si muove solo reattivamente per dire di no o per assecondare le burocrazie politiche e le lobby. La mobilitazione degli elettori è stata ampia. 10.000 cittadini, un quarto circa dell´elettorato, che partecipano e decidono per la prima volta alle primarie locali, precedute da una campagna elettorale molto intensa, sono già di per sé una grande garanzia democratica.
Una mobilitazione che, al di là dei risultati, rappresenta in sé l´attivazione, la galvanizzazione e il rafforzamento dell´elettorato di centrosinistra. Chi sperava in una frana verso destra di delusi e scontenti, smetta di illudersi, gli elettori del centrosinistra restano nel centrosinistra, ma hanno scelto di intervenire sul cambiamento e lo hanno determinato, interrompendo una lunga serie di sindaci diessini e buttando a gambe all´aria gli equilibri e gli equilibrismi locali della stessa loro area politica di riferimento. Lo scontento, enorme che c´era in città dopo 5 anni di aministrazione Conti inconsistente e incapace di comunicare, è stato riassorbito, ma è stato eroso anche lo scontento di destra, notevole, per l´inconsistenza parolaia dell´opposizione e lo smodato arrivismo e la personalizzazione totale delle elezioni di Caffaz, anche se poco considerato nelle analisi politiche, e oggi alcune forze politiche organizzate come i socialisti e i repubblicani che stano nella Casa delle libertà, si sono pronunciati a favore di Zubbani.
La sfida tra Nardi, Zubbani e Beisso, è stata la prova che il centrosinistra ha, al suo interno, lettori, se non vertici, decisi a cambiare le cose, senza consegnare il paese e la città all´immobilismo e alla reazione. La Nazione può cercare, tentando di tirare ancora la volata elettorale a Caffaz e al centrodestra, di enfatizzare le manifestazioni immediate di scontento di questo o quel politico di mezza tacca, ma la base del centrosinistra ha scelto democraticamente il proprio candidato e Zubbani, a maggio, diventerà, con ogni probabilità, sindaco, grazie al voto di tutte le forze politiche che hanno partecipato a queste primarie e a quei voti che dal centrodestra sono emigrati nel centrosinistra per sostenerlo. Tra i vincitori, insomma, di queste primarie c´è proprio il centrosinistra perché si è rafforzato elettoralmente, conquistando voti al centrodestra e perchè le primarie, in quanto prova democratica (che le destre non hanno avuto il coraggio di fare), gli hanno ridato credibilità e prestigio, ma anche un volto nuovo, modificando radicalmente, al suo interno, i rapporti di forza consolidati da anni.
E´ inevitabile che in una sfida a tre, se c´è un vincitore, qualcuno debba rimanerci male. Ma questi erano i patti all´interno - va ricordato- della coalizione di centrosinistra: ognuno correva per vincere, ma i perdenti si erano impegnati ad accettare i risultati e a collaborare per la sfida successiva contro la destra. L´errore e l´ipocrisia è stato pensare che le primarie fossero solo un rituale già scontato, con il finale già scritto. Non è stato così. E gli illusi, gli sconfitti che non se l´aspettavano, soprattutto i Ds - perchè quello che doveva vincere lo avevano designato loro e apparteneva al loro partito - , non potranno più fare come se niente fosse successo; dovranno rendersi conto che l´arroganza e la supponenza non pagano più, che le segreterie dei partiti non sono più le sole a decidere e che la loro conoscenza delle esigenze e degli umori dei loro più fedeli elettori e dei cittadini di questa città, quantomeno erano molto scarsi. E´ sperabile perciò che avvengano rendimenti di conti interni ai partiti, radicali, che rinnovino le classi dirigenti attuali sedute e superate, le stesse che, per tre legislature, hanno imposto sindaci che poi hanno sconfessato e licenziato.
Tutti si affannano, oggi, da destra e da sinistra, singolarmente convergenti, anche se con finalità differenti, a dire che non è cambiato niente e che c´è continuità tra Zubbani e Conti, non c´è da credergli: questa candidatura, anche forse contro le stesse intenzioni e percezioni del candidato, ha rotto equilibri di potere di lunga data che ora vanno per forza rinnovati e ridefiniti. Dopo venti anni i socialisti di Carrara tornano al centro della politica locale e si prospetta concretamente, per loro, la possibilità di ricostituire un partito unitario socialdemocratico che abbia un peso elettorale e una rappresentanza significativi. E, con loro, riemergono i repubblicani.
Zubbani è un politico di lungo corso, con molteplici esperienze amministrative, conosciuto, abile, scafato, spregiudicato, misurato, disponibile, non arrogante e capace di ascoltare. E non è un leader in senso amerikano, come qualcuno ha detto dopo la sua vittoria, da politica spettacolo, gridata, aggressiva, polemica, populistica e qualunquista. Al contrario, l´immagine che è passata di lui nell´opinione pubblica è quella di un uomo tranquillo, equilibrato e rassicurante, tollerante, aperto e di esperienza, non invadente, e, cosa che non guasta, né troppo giovane né vecchio. Gli elettori sono stanchi di sindaci chiacchierati, a torto o a ragione non fa differenza, come Conti; non sono più disponibili a farsi imporre arrogantemente, come è stato tentato, in un primo momento, con Nardi, candidati ufficiali dalle segreterie dei partiti, sulla base di accordi spartitori provinciali o regionali. Ma non sopportano più neanche i politici, confusi, urloni, scandalistici, esagitati, esibizionistici, presenzialistici, dilettanteschi, contraddittori e furbeschi alla Caffaz che sono di destra, ma vorrebbero giocare su più tavoli e, assieme a qualche opportunista, confuso e qualunquista transfuga di sinistra, come spalla e copertura, pretenderebbero di interpretare la parte di Guazzaloca di Carrara. Perciò tra gli sconfitti che avranno bisogno di ridefinire i propri equilibri al loro interno c´è anche il centrodestra. Forza Italia regionale lo aveva già capito da tempo, ma quella locale con le sue propaggini di Carrara Libera, per ora, nella sua provvedutezza, canta, non si sa perchè, vittoria. Caffaz aveva dato per sicuro, da mago Otelma della politica, che lo scontro si sarebbe svolto tra lui e Nardi e su questo, sullo sputtanamento del segretario dei Ds, ha iniziato sette mesi fa la sua campagna elettorale da autocandidato in pectore (perchè ancora oggi non è stato designato dai vertici del suo partito che hanno invece tentato di sostituirlo con Giulio Andreani o qualche altro autorevole professionista o imprenditore di Forza Italia). Di fronte alle primarie, dando per scontate le sue predizioni, il centrodestra ha insistito a sparlare di Nardi e a promuovere la candidatura di Zubbani, non per farlo passare, ma per indebolire il candidato diessino. Il progetto di fondo del centro destra, da circa due anni, dalla nascita di Carrara libera e dello Svegliarino era quello, mistificatorio, equivoco e attardato, di arrivare a formare, a Carrara, un´amministrazione sedicente "trasversale" alla Guazzaloca, guidata da Caffaz e fondata sui voti di centrodestra e degli scontenti di centrosinistra. La candidatura di Zubbani, anche grazie al tifo strumentale della destra per lui ("Destra e sinistra: coro di consensi per Angelo Zubbani" titolava maliziosa la Nazione del 25 gennaio, per indebolire Nardi) è stato accreditato come candidato di mediazione e di centro e le ha tolto la possibilità di svolgerlo lei questo ruolo. Zubbani si è così trovato ad occupare, anche senza programmarlo, il centro del sistema politico elettorale, in modo completo, pur restando radicato nel centrosinistra. E nel suo ruolo di medietà rassicurante ed equilibrata, ha catturato il consenso anche dei destri moderati, entrati da tempo in rotta di collisione con la banda scandalistica, vociante, avventata, superficiale e parolaia di Caffaz- Forza Italia e ha offerto un approdo più convincente e coerente a ex sinistri disorientati e passati al centrodestra per protesta, ma imbarazzati da questa collocazione politica. Nardi, che non è stato mai comunista e che, politicamente, era poco distinguibile da Zubbani, ha finito col pagare lo scotto di una designazione arrogante da parte dei Ds, dell´appoggio, egualmente arrogante, dei tre maggiori partiti della coalizione e di apparire "comunista".
I Nuovi Socialisti, Giromella, Gianfranco Andreani, Barani, la Pinelli, consigliera provinciale di Forza Italia, ecc. rappresentano un bel pacchetto di voti che abbandona il centrodestra, grazie a Zubbani e alla volontà comune di ricompattare i socialisti in un unico partito di centrosinistra. Anche perché, la coalizione di centrodestra e Forza Italia in particolare, li avevano, in modo suicida, espulsi o costretti all´abbandono, quasi tutti, grazie alla litigiosità imprevidente e ottusa, per la conquista della leadership interna, di Caffaz e Laquidara. Oggi i centrodestri possono anche illudersi che si tratti di singoli "traditori" e spacciare per successo l´ingresso della Lega Cisalpina e della Pugnana nella corte di Caffaz, o passare sotto imbarazzato silenzio la rottura finale con Mazzucchelli e quella con il Pri, ma, di fatto, sono anche loro in crisi, dopo la vittoria di Zubbani. Perchè Zubbani ha tagliato sotto i piedi di Caffaz, perfino quel programma balzano della trasversalità, portandosi a casa, senza tanti storie, un bel pezzo del centrodestra. I sintomi c´erano già tutti, prima, ma, i riti frenetici e ossessivi dei loro forum e blog, i loro deliri di onnipotenza da goliardi e il loro culto della personalità del nuovo condottiero, gli avevano impedito anche solo di sospettarli. La diminuzione, alle politiche, dei voti di Forza Italia locale, percentualmente più alta della media nazionale, doveva pur significare qualcosa. La prepotente autocandidatura di Caffaz e del suo piccolo gruppo, rifiutata fino ad oggi da An, mai ratificata da Forza Italia regionale e avvertita come un colpo di mano autoritario che scavalcava le dirigenze dei partiti, avrebbero richiesto riflessioni che non ci sono state. Anche il tentativo recentissimo di Forza Italia regionale, ben consapevole dell´inconsistenza politico-amministrativa del personaggio, di sostituirlo con un candidato più autorevole e affidabile è un dato oggettivo, anche se si è tentato di negarlo. Perchè è oggettivo. al di là dei compiacenti resoconti delle cronache locali, che a Giulio Andreani, convocato a Firenze, dai dirigenti regionali di Forza Italia, prima dei risultati delle primarie, è stato chiesto con insistenza, di accettare la candidatura al posto di Caffaz, o di indicare chi avrebbe potuto rappresentare onorevolmente la Casa delle Libertà in questa tornata elettorale (Cenderelli, Zuccarino o Mazzi?). Caffaz, grazie al suo esagitato presenzialismo e al suo arrivismo, alle sue ridicole parole d´ordine sulla rivoluzione arancione e trasversale e alla sua spregiudicatezza goliardica, è dato per sicuramente perdente e non gode della stima e delle simpatie dell´establishment forzaitalico e di destra. Anche a Firenze sono in grado di leggere i forum dello Svegliarino e i blog di Lazzari e soci vari e di preoccuparsene e vergognarsene. E al folcloristico gruppetto trasversale, in caso di sua scissione e di presentazione di una lista autonoma, attribuiscono, sondaggi alla mano, appena il 2 % circa dei voti. La ridicola presunzione di Caffaz che corre ai ripari contro l´ipotesi di candidatura Andreani, offrendogli un posto da gregario, è il segno ultimo e più evidente che hanno perso il senso dei loro limiti, della realtà e del ridicolo. Oggi che il candidato designato dalle primarie appare molto più forte e autorevole di Nardi ed è in grado di strappare voti al centrodestra, le chances di vittoria di Caffaz, già scarse, sono molto diminuite. Non pagano le rivoluzioni vere, figuriamoci quelle fasulle colorate di arancione, che non si sa neanche cosa significhi!
Nello scontro tra Nardi e Caffaz, i due potevano essere messi a confronto e risultare equivalenti: tutti e due giovani, tutti e due espressione di partiti e poteri forti, tutti e due professionisti della politica, tutti e due alle prime armi come amministratori, ma tra Caffaz e Zubbani, a cominciare dall´età, dall´esperienza, dalla popolarità e dall´autorevolezza, non c´è gioco. Se Forza Italia deciderà di confermare Caffaz è perchè si sarà convinta che le possibilità di battere Zubbani sono ormai inesistenti, anche con un candidato più autorevole di Caffaz e allora tanto vale mandare lui allo sbaraglio e levarselo di torno, magari assicurandogli poi un posticino a Retequattro.
E´ stato il candidato con il più lungo curriculum politico e la più lunga militanza partitica, iniziata sotto la prima repubblica, l´assessore dell´attuale giunta Conti, che ha ricoperto molti altri importanti incarichi istituzionali, a impersonare, agli occhi degli elettori, la discontinuità e il rinnovamento (ma anche l´affidabilità e competenza amministrativa), grazie al profilo moderato, non polemico e non esibizionistico, mantenuto nella sua attività di assessore e al fatto che, a differenza di Nardi, non era il candidato ufficiale dei maggiori partiti del centrosinistra. Ma è un paradosso solo apparente. Quello che, ad esempio, Martina Nardi, segretaria di Rifondazione non sa mettere a fuoco, non riuscendo a capacitarsi di essersi impegnata, per niente, in una causa persa, mettendosi contro mezzo partito. Perchè Nardi (Gian Maria) non è di sinistra e nuovo più di quanto non lo sia Zubbani e nessuno aveva paura, dopo anni di amministrazioni Ds con assessori di Rifondazione che l´alleanza tra Ds e Prc avrebbe determinato chissà quali sconquassi nella futura giunta. Non è neanche vero che gli elettori di "destra" che hanno sostenuto Zubbani e che sono noti uno per uno, perchè si sono pubblicamente dichiarati a suo favore, rappresentino dei poteri forti. Rappresentano piuttosto la piccola e media borghesia, post-socialista, post-craxiana e repubblicana che aspira a contare di nuovo a Carrara e a riformare un partito socialista e un partito repubblicano unitari, che abbiano un peso elettorale. In altre parole si stanno ricompattando gli esponenti di partiti che sono stati sempre laici e di centro-sinistra e che si erano divisi con Berlusconi. La novità che la candidatura imprevista di Zubbani ha determinato, non riguarda tanto la qualità e quantità di progressismo della prossima giunta, ma solo chi materialmente dovrà gestirla. Dopo venti anni almeno, socialisti, repubblicani, laici tornano ad essere, grazie a un´investitura popolare, l´ago della bilancia della politica di un comune importante come Carrara e a determinare nuovi equilibri di potere a livello provinciale.
Si illudono le destre se sperano che i sostenitori di Nardi e della Beisso si asterranno dal votare per Zubbani, perchè chi ha partecipato alle primarie è sostanzialmente un militante che, anche se con qualche mal di pancia, sosterrà la sua parte, comunque, pur di non far vincere il centrodestra. Un rischio che nessuno vuol correre e che certamente le segreterie e gli iscritti dei partiti non correranno. Anche la sollevazione di due sezioni di Rifondazione di Avenza, molto strumentali per forzare la mano alla segreteria e cambiare rapidamente la dirigenza del partito, sarà riassorbita in poco tempo. Lo garantiscono la debolezza e pretestuosità delle argomentazioni utilizzate per prendere le distanze da Zubbani: la sua dichiarazione di continuità con la giunta Conti, come se anche Nardi non l´avesse fatta; l´appoggio datogli da "settori di destra" e moderati, come se l´ingresso dei Nuovi ed ex socialisti nel centrosinistra, non sia già avvenuto o stia avvenendo, da per tutto, in Italia (Bobo Craxi non è sottosegretario di un governo in cui siedono ministri del Prc?) o se la capacità di ritrasferire voti da destra a sinistra non dovesse essere uno degli scopi di tutti i partiti democratici oggi che, nel comune, Forza Italia è, elettoralmente, il partito maggiore e, in Italia, il divario in voti, tra destra e sinistra è di poche decine di migliaia. Rifondazione avrebbe potuto e dovuto, prima, rinunciare a partecipare alle primarie per presentarsi alle amministrative con un proprio candidato e una propria lista che ne marcasse la differenza rispetto al centrosinistra. Non lo ha fatto, e oggi non può permettersi un candidato proprio per le amministrative di maggio, sganciato e in concorrenza col centrosinistra e quindi con Zubbani. Dimostrerebbe di essere democraticamente inaffidabile ("Sto ai patti sottoscritti, solo se vinco") e perderebbe voti e faccia (specie se favorisse, in questo modo l´elezione di un sindaco di centrodestra). Le stesse considerazioni possono valere anche per i Ds e la Margherita, molti mugugni iniziali, il taglio "esemplare" della testa di qualche capro espiatorio, all´interno dei singoli partiti, ma la candidatura di Zubbani non può essere rimessa in discussione e va sostenuta, a meno di non voler correre il pericolo che il comune passi alle destre. Un pericolo diventato abbastanza remoto oggi, perchè Zubbani non è solo un po´ Guazzaloca, ma anche un po´ Cacciari; è lui che fa la differenza e attrae voti. E se Ds, Margherita e Prc non dovessero impegnarsi fortemente nella campagna elettorale, per raccogliere voti per lui, ma anche per se stessi, rischierebbero di trovarsi con una rappresentanza in consiglio molto inferire a quella dei socialisti e dei repubblicani, che non hanno dubbi nel sostenerlo.
Un rischio astensionismo, a sinistra, comunque esiste, molto forte, ma c´era già prima delle primarie e non ha a che fare con la candidatura di Zubbani (Cfr, in questo numero il comunicato a l´articolo sul Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana). Viene da quanti, impegnati in politica, cani sciolti e delusi della sinistra, militanti o meno di movimenti, non hanno partecipato alle primarie e restano disinteressati ai loro risultati, perchè, tra Nardi, Zubbani e Beisso, non riescono, a torto o a ragione, a cogliere differenze. I loro metri di misurazione della politica sono di altro genere, spesso fortemente ideologici, prescindono dal locale e guardano ai grandi principi e alle scelte politiche generali e di fondo: il mancato ritiro delle truppe italiane dall´Afghanistan; i cpt ancora in attività; la Bossi-Fini che non è stata cancellata; i pacs di là da venire; le politiche repressive nel mantenimento dell´ordine pubblico; il precariato che si espande rigoglioso grazie alla sopravvivenza della legge 30; il moltiplicarsi delle privatizzazioni; la finanziaria che taglia servizi e aumenta i bilanci delle forze armate; l´assalto alle pensioni, ecc. E´ l´area magmatica della dissidenza ideologica, dei movimenti politico- sociali, dei disubbidienti, ma anche di quanti protestano e si organizzano dal basso su questioni vitali immediate e concrete (Anti-Gaia, Sos Carrara, ecc.) che usano l´astensionismo attivo come forma di pressione sull´establishment, qualunque esso sia. Nessuna di queste forze si sposterà a destra, anche se Forza Italia, Caffaz e soci si sono illusi di potersele annettere, ma se a maggio scorso sono andati, quasi tutti a votare, con molte difficoltà e resistenze, per il centrosinistra, non lo faranno sicuramente per queste amministrative.
http://www.ecoapuano.it/aggiornamenti/Primarie.htm
Il Palazzo di Ceauşescu, ingombrante eredità
Il Parlamento rumeno ha sede nel secondo edificio più grande al mondo. Il dittatore Nicolae Ceauşescu fece costruire la Casa del Popolo nel pieno centro di Bucarest.
Il Museo d'Arte Moderna nel Palazzo del Parlamento (Foto Martin Zickendraht/ Flickr)
Sorin Vasilescu, dal salotto di casa sua, in centro a Bucarest, osserva “il mostro”. È così che lo chiama l’architetto. Si tratta del palazzo del Parlamento costruito per ordine di Nicolae Ceaucescu come centro di potere. Vasilescu poteva ammirare il panorama di una Bucarest diversa: nel centro città si diramavano molti vicoli, c’erano case risalenti ai primi anni del Ventesimo secolo, restaurate poi negli anni Settanta, a causa di un terremoto. «Un restauro è come un’operazione chirurgica, bisogna utilizzare un bisturi», spiega Vasilescu, deluso. «E invece Ceaucescu è arrivato con un’ascia».
Architettura di lusso negli anni della fame
“Mostro” è la parola esatta. La superficie del palazzo è di 65.000 metri quadri. Potrebbe contenere 5 volte il Reichstag tedesco. Se qualcuno volesse dedicare almeno un minuto alla visita di ciascuna delle 5.100 stanze del palazzo, impiegherebbe almeno 3 giorni e mezzo per vederlo tutto. I turisti possono vedere il palazzo con una visita guidata di mezz'ora. Costruito a metà degli anni Ottanta, ci sono voluti 20.000 operai e 400 architetti per costruire quest’edificio, con l’utilizzo di materiali rigorosamente rumeni.
Non una parola è stata spesa per i traslochi forzati dal centro di Bucarest a causa dell’abbattimento di monumenti e di edifici di grande valore, né per le privazioni disumane: e così, mentre in campagna mancavano generi alimentari, energia e materiali edili, nasceva a Bucarest una costruzione di lusso.
Dalla sede del dittatore alla casa della democrazia
Dopo la caduta del regime di Ceauşescu si è discusso molto riguardo al mostruoso palazzo. Il miliardario americano Donald Trump voleva trasformarlo in un casinò. Il palazzo è rimasto tuttavia invenduto. Dalla metà degli anni Novanta, la Casa del Popolo è sede del Parlamento, più tardi sono stati traslocati lì anche la Corte Costituzionale e alcuni reparti dei servizi segreti.
Ceauşescu aveva progettato il Palazzo come una centrale del potere. Nella Casa del Popolo, oltre alla coppia di dittatori, si trovava lì anche la sede del partito e la polizia segreta, la ”Securitate". Sconcertante, secondo alcuni, la somiglianza tra la sua funzione attuale e quella del passato. «La maggior parte dei parlamentari ammira la propria sede. L’unica cosa difficile è orientarsi in questo immenso palazzo» afferma un deputato. Anche i commenti nel libro degli ospiti la pensano allo stesso modo: “Un capolavoro per cui è valsa la pena soffrire la fame”.
Competizione a livello internazionale
Il Palazzo del Parlamento rumeno è citato anche nel libro dei guinness dei primati. Per dimensioni è secondo solo al Pentagono. «I rumeni amano il palazzo proprio per la sua grandezza», spiega Hermann Fabini, responsabile della tutela dei monumenti. «Finalmente possono competere a livello internazionale». Da ex parlamentare conosce le sale del palazzo, «nelle quali sembra essere stata destituita completamente la rappresentanza popolare». Queste stanze, di marmo e legno pregiato, sono alte diversi metri e hanno soffitti completamente dorati da cui pendono lampadari di cristallo. «Il lusso di questo palazzo non sfigurerebbe a Dubai", continua Fabini. «Inoltre si tratta di un vero e proprio labirinto con i suoi dodici piani, infatti si percorrono diversi chilometri tra gli uffici e le sale conferenze. Questo non ha nulla a che vedere con un'autorità moderna ed efficiente» dice Fabini.
L’amministrazione del palazzo è fiera della costruzione: «È un orgoglio per il popolo rumeno», afferma Georgeta Ionescu, Segretaria Generale del Parlamento. Perché distruggere una struttura che è sopravvissuta nel tempo? In futuro, Ionescu ha manifestato l’intenzione di trasformare la sede del Parlamento in un edificio accogliente per i turisti, anche se al momento sembra essere una fortezza inespugnabile. Inoltre dovrebbe ricordare l'epoca della dittatura di Ceauşescu e le sue vittime. A causa di una scarsa disponibilità economica, questo progetto è stato per lungo tempo accantonato. «Abbiamo il secondo palazzo più grande del mondo, ma senza budget adeguato», spiega Ionescu.
Mihai Oroveanu, direttore del museo di arte contemporanea, definisce il palazzo «kitsch pomposo, quello che il dittatore ha sempre desiderato». In mancanza di altre alternative, il museo ha dovuto traslocare in un'ala del palazzo. «Siamo gli unici affittuari che hanno avuto il coraggio di modificare il sontuoso edificio di Ceauşescu». Nelle sale d'esposizione sono stati inseriti dei soffitti intermedi, perché le sale non degradino nel kitsch. In questo modo il museo risparmia in costi riscaldamento, anche se la redditività è poco richiesta nel palazzo. I costi di manutenzione e i costi accessori comprendono annualmente circa 8 milioni di euro. «I rumeni considerano il palazzo del potere in modo così ingenuo» sostiene Mihai Oroveanu, «che nessuno si meraviglierebbe se noi qui ci riscaldassimo con i diamanti».
Dal 1° Gennaio 2007 Romania e Bulgaria sono membri dell'Unione Europea. È per questo che cafebabel.com presenta una carrellata di articoli e reportage per conoscere meglio i nostri vicini.
Questi articoli su Paesi dell'Est europeo sono firmati dagli autori della rete n-ost, nata nel dicembre 2005 a Berlino, che organizza il lavoro dei giornalisti di 20 Paesi, cercando di avvicinare le visioni dell'Europa Occidentale a quella Orientale. E sono animati dalla voglia di democrazia, libertà di stampa e da una costruzione europea che viene dal basso.
“Le diaspore non sono ghetti, sono ponti che uniscono”
[ EN ]Vartan Gregorian, presidente della Carnegie Corporation, con Daniele Castellani Perelli
“Sono un armeno per nascita, un americano per cittadinanza, e dal punto di vista culturale mi definirei come prevalentemente influenzato dalla letteratura armeno-asiatica, da quella russa, da quella francese e inglese, e infine dalle traduzioni italiane. Sento di esser io stesso minoranza, nel senso che do molta importanza alle minoranze, e come appartenente alla minoranza cristiana in Medio Oriente non mi sento a disagio. E’ una cosa che rafforza la tua identità, che tu lo voglia o no”. E’ vero che Vartan Gregorian, presidente della Carnegie Corporation di New York dal 1997 e autore di ‘Mosaico Islam’ (Marsilio, I Libri di Reset, 2006), è un perfetto cittadino del mondo, ma non ha mai dimenticato le sue origini armene.
“Qualunque sia la lingua che cominci a leggere, quella lingua ti domina consciamente o inconsciamente. Ho letto in armeno la letteratura asiatica, armena e russa”, ci spiega in questa intervista, e aggiunge che essere armeno ancora influenza i suoi valori, che sono “sopravvivenza, i valori trascendentali della religione, del linguaggio e della consapevolezza”. Vartan Gregorian è stato rettore della Brown University. È membro di numerosi consigli direttivi e ha ricevuto molte onorificenze tra cui la National Humanities Medal (1998) e la Medal of Freedom (2004). E’ anche membro del comitato scientifico di Reset DoC.
Lei ha vissuto e lavorato in Iran, Libano, Afghanistan, Stati Uniti, ovunque. Come si definirebbe? Armeno, armeno-americano, irano-armeno-americano?
Mi sento un cittadino del mondo. Ho lasciato la mia terra a quattordici anni. Ero già meticcio allora, perché dovetti frequentare una scuola russo-armena, poi una turca, poi ancora una iraniana fino ai quattordici-quindici anni. Infine me ne andai in Libano, in una scuola francese. L’identità appartiene a ciò a cui vuoi appartenere tu. E così io sono un armeno per nascita, un americano per cittadinanza, e dal punto di vista culturale mi definirei come prevalentemente influenzato dalla letteratura armeno-asiatica, da quella russa, da quella francese e inglese, e infine dalle traduzioni italiane. Le spiego perché: il monastero di San Lazzaro del XVII secolo, a Venezia, vanta le traduzioni armene dei più grandi classici italiani, francesi, tedeschi e inglesi, e così molti dei classici li lessi in armeno, pubblicati a Venezia. Può vedere quanto sia complessa la mia vita.
Cosa la fa sentire ancora armeno, dopo così tanti anni che ha lasciato la sua terra?
Sento di esser io stesso minoranza, nel senso che do molta importanza alle minoranze, e come appartenente alla minoranza cristiana in Medio Oriente non mi sento a disagio: è una cosa che rafforza la tua identità, che tu lo voglia o no. Se vieni trattato come un armeno, e cioè non come un membro della maggioranza, allora il tuo ruolo è quello di una minoranza. Inoltre, qualunque sia la lingua che cominci a leggere, quella lingua ti domina consciamente o inconsciamente. Ho letto in armeno la letteratura asiatica, armena e russa.
Lei associa anche a dei valori, a un certo modo di pensare, l’essere armeni?
Assolutamente sì. A questi valori: sopravvivenza, i valori trascendentali della religione, del linguaggio e della consapevolezza. La religione classica armena è officiata in tutte le chiese sin dal lontano quinto secolo. Gli armeni accolsero il Cristianesimo come prima religione di Stato undici anni prima dell’Editto di Milano dell’Imperatore Costantino. Poi c’è l’alfabeto. Prima del 102 inventarono un loro proprio alfabeto, che è ancora usato. Nel 412 tradussero la Bibbia in armeno. Quindi la religione è parte della loro nazionalità, e, sebbene non abbia delle credenze teologiche, anch’io sono influenzato in vario modo da questa specie di contesto spirituale.
C’è una grande differenza, o persino una rivalità, tra gli armeni turchi, quelli iraniani e quelli che risiedono in Armenia?
No, è la stessa cosa che succedeva una volta tra gli ebrei. Gli ebrei dell’Europa dell’Est sono ortodossi, e siccome non parlavano bene il tedesco venivano guardati in modo diverso dagli ebrei dell’Europa occidentale. Quando non hai un paese, come succedeva agli armeni, ogni regione ti impone le sue proprie regole. Quando arrivai in America nel 1956 inizialmente non capivo l’armeno parlato dagli armeno-americani, perché avevano 40-50 dialetti. I dialetti vanno bene, ma quando ne hai così tanti allora la parola scritta diventa fondamentale.
Ho letto una sua bella intervista, in cui descrive la sua affascinante biografia. Ha detto: “Le diaspore non sono ghetti, sono ponti che uniscono comunità più ampie”.
E’ così, soprattutto in America, dove la mobilità è sia all’interno delle classi sia all’esterno, nelle terre, nella cultura, attraverso le religioni. Anche se non parli l’inglese puoi andare tranquillamente al Queens o a Brooklyn, perché saprai comunque come comprarti qualcosa da mangiare, dove trovare una sinagoga, un cimitero o la casa di un funerale. E’ possibile anche vivere in un ghetto, ma le diaspore americane hanno portato 400 giornali solo a New York, 400 pubblicazioni in vietnamita, cinese, russo, francese, italiano, ungherese, ceco e così via. Sono cose che collegano non solo gli ebrei, gli italiani, gli armeni di New York, ma anche tutti gli altri frammenti delle diaspore armene, ebraiche, italiane, ceche, polacche, ucraine e russe degli interi Stati Uniti, e attraverso loro collegano anche la Russia, Israele, l’Armenia. Per questo le diaspore sono comunità molto dinamiche, non chiuse in sé. Grazie alle opportunità che offre l’America non ti permette di rinchiuderti in un ghetto.
Crede che, da questo punto di vista, l’Europa sia diversa?
L’Europa è molto diversa. Ho sempre pensato che tutto ciò di cui si aveva bisogno in Francia, per sentirsi parte di quella comunità, fosse la lingua francese. Il francese era il passaporto per l’essere francese, l’inglese era il passaporto per l’essere britannico, ma evidentemente non è più sufficiente, perché la religione, la classe e i tabù culturali stanno emergendo come fattori essenziali. In America, invece, grazie al dinamismo della società, c’è la mobilità geografica, e su tutto domina il concetto delle opportunità individuali. In Europa è tutto più complicato, perché questa mobilità non esiste. La cultura si muove, i prodotti si muovono, ma non credo, per fare un esempio, che centinaia di migliaia di persone di spostino dalla Francia alla Germania o dall’Italia alla Tunisia.
Torniamo all’identità armena. Lei userebbe la parola “genocidio” per le uccisioni di massa perpetrate dall’Impero Ottomano ai danni della popolazione armena?
Sì, lo userei. La parola “genocidio” è stata coniata da Raphael Lemkin proprio per descrivere l’esperienza armena, in quanto in vario modo rappresentava un prototipo per tutti i successivi genocidi. Nel genocidio prima si separano uomini e donne, e poi si selezionano gli uomini più forti, affinché non possano lottare. Poi si confiscano loro le proprietà, e li si costringe a una marcia nel deserto. Tutto ciò mentre c’è la guerra, senza cibo, acqua, medicine. Ricordiamoci, per la storia europea, le atrocità commesse dai tedeschi nei confronti dei belgi, le deportazioni durante la prima guerra mondiale (e il Belgio non era l’Impero Ottomano). Io lo considero un genocidio. Non so perché la Turchia di oggi si rifiuti ancora di riconoscere qualcosa che ha avuto luogo durante l’Impero Ottomano. La responsabilità non fu della Turchia moderna, ma dell’Impero Ottomano.
Cosa pensa della legge francese che vorrebbe punire chi nega il genocidio armeno?
Come armeno sono favorevole, ma come cittadino del mondo sono contrario, perché mi piace la libera discussione, e mi piacerebbe anche vedere una libera discussione in Turchia. Ma se eliminiamo il reato di negazionismo, allora vale anche per chi nega il genocidio, ed è un problema che la Germania, ad esempio, sta affrontando: se elimini il reato di negazionismo puoi finire con il favorire il ritorno dell’estrema destra neonazista. E’ un tema delicato. Come intellettuale che crede fermamente nella libertà di pensiero e di espressione non credo nelle limitazioni, e non ho problemi ad immaginare il giorno in cui il reato di negazionismo non sia più necessario. Gli intellettuali dovrebbero discutere liberamente, purché non si alteri la realtà. Le dirò una cosa di cui in genere si parla poco. Tanti anni fa ho tenuto un discorso sul genocidio armeno alla Cattedrale di St. Patrick, saranno stati 20-25 anni fa. Inizialmente dissi che il genocidio non era mai esistito, e feci arrabbiare un bel po’ il mio pubblico. Dissi che gli ebrei non potevano essere creduti, gli americani e i britannici non potevano essere creduti perché in pieno conflitto non potevano che ricorrere alla propaganda. Continuai con la lista: gli italiani non potevano essere creduti, i francesi nemmeno, e così tutte le fonti che venivano dai paesi che avevano combattuto contro l’Impero Ottomano, ad eccezione degli americani. Facciamo che si sbagliavano tutti. Ma ditemi: perché i ministri, i comandanti e i generali tedeschi e austro-ungarici (che erano alleati dell’Impero Ottomano) inviavano dispacci al Cancelliere tedesco e austriaco in cui raccontavano questi assassinii?
Crede che lo Stato turco, che aveva condannato il giornalista turco-armeno Hrant Dink per offesa alla “turchità”, sia in qualche modo corresponsabile del suo omicidio?
Credo sia pericoloso creare un clima in cui il nazionalismo abbia la meglio sul liberalismo. La Turchia ha una grande tradizione umanistica, ma ai nazionalisti è concesso di dominare tutto, creando così un’atmosfera che a mio parere è completamente non necessaria. Non mi pare che ci siano paesi che nel mondo abbiano leggi che impediscono la critica della russità o dell’italianità. Non succedeva nemmeno nell’Unione Sovietica, dove non si poteva criticare il partito. Non so neanche cosa significhino quelle espressioni, sinceramente.
Recentemente il governatore di Isfahan Morteza Bakhtiari ha affermato: “La pacifica coesistenza di musulmani e armeno-cristiani nella città di Isfahan, fondata su tutto ciò che le loro religioni hanno in comune, può rappresentare un esempio per il mondo”. E’ d’accordo?
Iraniani e armeni si conoscono a fondo, visto che convivono da più di duemiladuecento anni. Non siamo certo estranei gli uni agli altri. Sin dal 17esimo secolo in Iran, sotto l’impero safavide, gli armeni sono cittadini modello (ne ho scritto nel mio saggio sugli armeni di Isfahan). Contribuirono al fiorire del commercio e allo stesso tempo fornirono classi di professionisti per l’Iran. Sebbene non fossero uguali ai musulmani, erano una minoranza protetta, e l’Iran ha permesso loro di conservare la propria lingua e la propria religione. Ricordiamoci anche che le genti di Isfahan furono prese da Julfa, vicino al confine tra Armenia e Iran settentrionale, e poi deportate fino a Isfahan perché il nuovo signore, Shah Abbas, aveva distrutto tutta la loro città affinché nessuno vi facesse più ritorno. Per questo motivo, in qualche modo non c’era una casa a cui tornare ma allo stesso tempo fecero di Isfahan la propria casa. Sappiamo come cristiani e musulmani possano coesistere. Non abbiamo mai mangiato pubblicamente durante il Ramadan, ci siamo sempre rispettati tra di noi, ma è anche vero che ci sono stati tempi in cui gli armeni erano discriminati. Agli armeni è permesso praticare la propria religione, ma tuttavia siamo solo un’insignificante minoranza. Saremo anche un modello, ma siamo solo un’insignificante minoranza.
Secondo dei siti armeni, l’amministrazione Bush avrebbe in mente una drastica riduzione negli aiuti regolari verso gli armeni, e ciò avrebbe provocato le forti critiche delle lobby e delle organizzazioni armeno-americane. Ci sono ragioni geopolitiche dietro questa scelta?
Sinceramente non ho letto di questa proposta. Gli Stati Uniti sono stati molto generosi verso gli armeni, e oggi l’Armenia è in una posizione molto difficile. I suoi confini sono stati chiusi dalla Turchia e non sono stati riconosciuti de jure. I due paesi non hanno relazioni diplomatiche. Anche i suoi confini con l’Azerbaijan sono bloccati e la pipeline del Caspio è stata deliberatamente progettata per bypassare l’Armenia, che non ha combustibili. L’Armenia deve affidarsi a reattori nucleari di scarsa qualità, secondo me pericolosi, perché si trovano in zone sismiche e andrebbero quindi tolti di mezzo. Inoltre per i combustibili deve affidarsi alla Russia e all’Iran, e su tutto ciò che viene dalla Georgia, il che, visti i rapporti tra Russia e Georgia, le crea molti problemi. E’ un paese in qualche modo alla mercè di tutti,e l’aiuto americano e quello di altri paesi servirebbe a stabilizzare la regione. Al Congresso americano ci sono oggi 170 parlamentari che hanno sponsorizzato la risoluzione sul genocidio, e la presidente della Camera Nancy Pelosi ha annunciato che la farà votare. Forse quella proposta, di cui non ho però letto, serve a tranquillizzare la Turchia che gli Stati Uniti sono dalla parte dell’Armenia, o forse serve a correggere un errore aritmetico nel bilancio per l’Iraq.http://www.resetdoc.org/IT/Gregorian-intervista.php
La geopolitica fra i quattro giganti della terra -
di Giulietto Chiesa - Megachip, da Galatea
Se dessimo un'occhiata un po' più attenta a questo mondo sempre più ballerino sull'orlo del baratro, vedremmo che la situazione si può descrivere con la regola del “3 contro uno”. E, forse, potremmo ricavarne qualche suggerimento per l'immediato futuro, prima che la nuova guerra di turno cominci, verso il grande scontro dell'Occidente con la Cina.
Cos'è questa regola? I giganti del pianeta, al momento attuale, sono quattro (dico al momento attuale, perché le cose camminano in fretta, e presto i giganti diventeranno almeno cinque). L'accelerazione è simile all'andamento di un corso d'acqua, che accelera il suo movimento nelle vicinanze di un precipizio. Appunto.
I quattro giganti sono, lo sappiamo tutti, l'America, la Russia, la Cina, l'Europa.
Ma non molto diversi tra loro. Tre di loro sono armati, e li metto nell'ordine della loro potenza tecnologico-militare: America, Russia, Cina. Il quarto è l'Europa, che non ha armi strategiche (il fatto che ce le abbiano la Francia e la Gran Bretagna non influisce in modo sostanziale sul ragionamento, perché l'Europa, in quanto tale, non è armata strategicamente).
Tre contro uno. Non c'è alcun equilibrio possibile nelle attuali condizioni.
Guardiamo i quattro giganti dal punto di vista energetico. Di nuovo tre contro uno. Perché solo uno dei quattro giganti ha grandi riserve di energia sul proprio territorio e non ha nessun bisogno, al momento, di procurarsene altre, con il denaro o con la forza. Al contrario, le vende. E questo paese è la Russia. Gli altri tre, America, Cina, Europa, in maggiore o minore misura, non hanno rilevanti fonti energetiche proprie. Il che significa che devono procurarsele: o comprandole, o prendendosele con la forza. Sappiamo dove, per il momento.
Di nuovo non c'è alcun equilibrio in questa equazione.
Guardiamo infine i quattro giganti dal punto di vista finanziario. Tre sono paesi creditori (Cina, Russia, Europa), il quarto è un paese – gli Stati Uniti d'America - mostruosamente indebitato, specie con i primi due, che hanno fatto incetta di certificati di credito del tesoro americano e sono oggi in condizioni di ricattare l'America con una cospicua massa di centinaia di miliardi del suo eccesso di consumo. L'Europa, per ora, regge la borsa e aiuta l'America, ma non sarà per sempre.
Altro, inquietante, motivo di disequilibrio strategico. Ancora tre contro uno.
Il tutto, affinché non ce lo dimentichiamo, in presenza di due fattori completamente nuovi sulla scena mondiale: il primo è l'avvicinarsi del triplo picco delle energie diciamo così tradizionali: quello del petrolio, quello del gas, quello dell'uranio. Detto in termini semplici: con gli attuali ritmi di crescita, da qui al 2030 la domanda di idrocarburi sarà quasi raddoppiata e, tenuto conto che la Cina (con il suo miliardo e 300 milioni di persone) sta passando da un consumo annuale pro capite di una tonnellata di petrolio, a tre tonnellate annue, e che gli Stati Uniti intendono fermamente restare sui propri livelli di consumo (8 tonnellate annue pro capite), come l'Europa del resto (3 tonnellate pro capite), se ne deduce che, essendo le risorse in idrocarburi definite, e all'incirca calcolabili le capacità complessive di estrazione, si arriverà attorno a quella data a un serissimo problema di reperimento delle risorse energetiche tradizionali. Di carbone ce n'è un po' di più, ma la sua trasportabilità è problematica e, in ogni caso, quando diminuiranno petrolio e gas e tutti si getteranno con il carbone, il problema sarà ripetuto anche in quella direzione.
Ecco perché tutti (specie quelli che, dopo Cernobyl, l'avevano abbandonata) si vanno affrettando verso l'energia atomica. Russia, Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Brasile, Iran, Giappone, ecc. La Russia, per esempio, che pure ha grandi riserve di petrolio, gas e carbone, ha già avviato un programma di costruzione di 21 nuove centrali nucleari.
Ma l'atomo non ci salverà. Può solo fornirci un po' più di respiro. Con questi ritmi di sviluppo dell'energia atomica le risorse del combustibile si avvicineranno al picco, per poi decrescere, attorno alla metà del secolo, o poco oltre. Ma i costi materiali della “dismissione” delle centrali obsolete sono vertiginosi. E non si deve dimenticare che la nostra civiltà non ha ancora risolto il problema di dove mettere gli scarti radioattivi della produzione di energia atomica, che non sono riciclabili, e dureranno quanto tutte le prossime 5000 generazioni umane. Cioè non ci sono risposte sicure all'interrogativo se i nostri figli o nipoti potranno sopravvivere a un tale, multiplo rischio di inquinamento radioattivo della terra, dell'acqua e dell'aria.
E qui emerge l'altro immenso problema: questo sviluppo è ormai ecologicamente “insostenibile”. A questa conclusione sono giunti ormai tutti i più importanti centri di ricerca del mondo. Restano, a negare l'evidenza, i public relation men (inclusi i professori universitari a pagamento) delle grandi multinazionali, delle corporations che dirigono il mercato del consumo mondiale. Ma il termine “insostenibile” ha ormai fatto breccia perfino nei documenti ufficiali della Commissione Europea.
Dire che tutto ciò è insostenibile significa – scusate la tautologia , ma è il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz a insistervi – che “non è possibile sostenerlo”. In altri termini significa che, se continuiamo a consumare tutto, energia e ogni tipo di risorse, ai ritmi attuali, noi altereremo irrimediabilmente i contorni dell'ambiente in cui viviamo. Cioè metteremo a repentaglio la esistenza di milioni, anzi miliardi, di persone. Come ha detto il generale Gareev, presidente dall'Accademia Militare Russa (illustrando recentemente i lineamenti della nuova dottrina militare russa), tra non molto “si porrà il problema della sopravvivenza per interi popoli e nazioni”. E, per quelli che hanno risorse energetiche nelle viscere dei propri territori, l'alternativa sarà “tra resistere (all'aggressione dall'esterno) o perire”.
Solo alla luce di queste considerazioni si può dare un'interpretazione complessiva e unificante a fatti in apparenza diversi. Ecco perché la Russia annuncia un drastico cambiamento nella dottrina della propria sicurezza nazionale. E, in questa ottica, il durissimo discorso che Valdimir Putin ha pronunciato a Monaco contro tutto l'Occidente (evidente errore, perché non tiene conto della regola del “tre contro uno”) trova una sua spiegazione. E' nella stessa ottica che l'agenzia Nuova Cina fa sapere al mondo intero che un suo missile spaziale ha colpito e distrutto sperimentalmente un satellite meteorologico in disuso: un balzo in avanti della tecnologia militare di Pechino. Ci si lancia avvertimenti sempre più espliciti, messe in guardia, minacce.
Ecco perché Bush manda la terza squadra navale all'imboccatura del Golfo Persico (due ci sono già), trasferisce i bombardieri B-52 negli aeroporti europei e turchi, distribuisce missili Patriot nei paesi del Golfo, progetta di installare missili di media gittata, antimissile, in Polonia, per fare fronte alla minaccia russa. L'attacco contro l'Iran, che avrà conseguenze devastanti su tutti gli equilibri mondiali (altro errore, questa volta americano, che non tiene conto della regola del “tre contro uno”), è in preparazione a ritmi accelerati.
I dementi che lo stanno preparando hanno in testa una sola idea: mettere le mani sui tesori nascosti nelle viscere del Medio Oriente, per prepararsi a fronteggiare i tempi in cui dovranno informare i loro cittadini che, per le note ragioni della deficienza energetica, bisognerà spegnere la luce e non usare l'ascensore dalle ore 17 a mezzanotte.
Per fortuna negli Stati Uniti non tutti sono dementi. Lo prova il fatto che Zbignew Brzezinski è andato alla Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti (il 2 febbraio 2007) per dichiarare , urbi et orbi , che qualcuno, ai vertici del suo paese, potrebbe spingersi fino al punto di organizzare un atto terroristico interno sul territorio americano, per darne immediatamente la colpa a Ahmadinejad e scatenare un'azione militare “difensiva” contro l'Iran. Brzezinski, che non è l'ultimo sprovveduto, ha detto di considerare questo uno “scenario plausibile”. E così veniamo a sapere da uno dei più sagaci organizzatori di provocazioni, che all'interno dell'élite politica americana vi sono, in posti chiave, dei terroristi (ovviamente niente affatto islamici), capaci di uccidere a migliaia i propri concittadini per avere un pretesto per attaccare un paese terzo (in questo caso pieno di petrolio).
Non so cosa ne pensi chi legge queste righe (che difficilmente è stato possibile leggere sui media europei, dato che nessuno le ha pubblicate), ma a chi scrive ricordano molto lo scenario dell'11 settembre. I piani di attacco, anche allora, erano già pronti sul tavolo di George Bush Junior, ma occorreva un pretesto per attaccare Kabul e poi Baghdad. Il pretesto arrivò proprio l'11 settembre. Chissà quale pretesto utilizzerà Bush per la prossima guerra contro l'Iran.
da Galatea
Riuniti a porte chiuse in un’esclusiva isola affacciata sull’Atlantico, i leader delle potenti organizzazioni della destra cristiana americana hanno provato a dare le pagelle ai candidati alla Casa Bianca e ne sono usciti scoraggiati. I conservatori evangelici, pronti a restare orfani del presidente che hanno contribuito ad eleggere, George W.Bush, sono alla disperata ricerca di qualcuno che sollevi la loro bandiera nel 2008. […]
I candidati di punta repubblicani, da John McCain a Rudy Giuliani e Mitt Romney, sono visti tutti con sospetto nel mondo dei conservatori ‘duri’. Altri aspiranti presidenti che si muovono alle spalle dei favoriti, sono ritenuti troppo deboli per poter ambire a conquistare la nomination repubblicana e sfidare l’odiata Hillary Clinton o chiunque sia il candidato dei democratici. ‘’C'e’ molta ansia, non c’e’ un conservatore di rilievo in campo e tutti lo stanno cercando'’, ha detto al New York Times uno dei leader, Paul Weyrich, presidente della Free Congress Foundation.
Il quotidiano newyorchese, spesso ossessionato da scenari di presunte trame della destra evangelica per conquistare il potere a Washington, ha usato una serie di fonti anonime per cercare di ricostruire il clima di una riunione del Council for National Policy, un club molto riservato che mette insieme esponenti del mondo evangelico e conservatori fiscali. Il gruppo, assai influente negli anni di Bush - che nel 1999 ando’ a cercarne l’ appoggio non appena decisa la propria scalata alla Casa Bianca - si e’ riunito in un hotel di lusso ad Amelia Island, un’isola della Florida adatta per incontri lontani da occhi indiscreti.
Un paio di candidati presidenti, l’ex governatore dell’ Arkansas Mike Huckabee e il deputato della California Duncan Hunter, hanno parlato al club dei conservatori, mentre un altro beniamino del gruppo, il senatore del Kansas Sam Brownback, li aveva incontrati nei mesi scorsi. Nessuno di loro sembra aver entusiasmato personaggi come James Dobson (presidente di Focus on the Family), il reverendo Jerry Falwell o il nemico della spesa pubblica Grover Norquist.
McCain sta cercando di raccogliere consensi in questo mondo, ma per ora continua a venir visto come troppo liberal per poter essere sostenuto dalla base evangelica. Giuliani, con le sue idee ‘aperte’ su aborto e unioni gay e i suoi tre matrimoni alle spalle, e’ una pillola difficilissima da inghiottire. E anche Romney ha i suoi problemi ad apparire credibile, dopo aver cambiato posizione su aborto, ricerca sulle staminali embrionali e diritti per gli omosessuali (per non parlare della fede mormone, malvista nel mondo cristiano evangelico).
Secondo il New York Times, la riunione di Amelia Island ha mostrato un tale livello di preoccupazione che un gruppo di leader conservatori ha cercato di convincere sul posto il governatore della South Carolina Mark Sanford, venuto a portare un saluto, a candidarsi presidente: una richiesta che Sanford ha respinto fermamente.
Il timore della destra cristiana e’ ora quello di trovarsi in una situazione simile a quella del 1996, quando i conservatori si trovarono a dover scegliere tra un candidato repubblicano che non amavano, Bob Dole, e un democratico che li inorridiva, Bill Clinton. Dobson ha rivelato tempo dopo di non essere riuscito a votare per Dole e di aver sprecato il voto per un candidato indipendente.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/02/27/2008-i-conservatori-alla-ricerca-di-un-portabandiera/#more-252
| Sotto processo la tortura psicologica Usa |
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di Naomi Klein (The Guardian)
I legali del detenuto José Padilla – arrestato nel maggio del 2002 all’aeroporto di Chicago-O'Hare e classificato come “combattente nemico” – hanno dichiarato che il loro assitito non è in grado di sostenere alcun processo, in quanto il governo Usa l’avrebbe fatto letteralmente uscire di testa. I crudeli metodi cui gli interrogatori negli Usa hanno fatto ricorso dall’11 settembre per "ammorbidire" i prigionieri finalmente stanno per essere sottoposti a processo
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Qualcosa di sorprendente sta accadendo in un’aula di tribunale di Miami. I crudeli metodi cui gli interrogatori negli Usa hanno fatto ricorso dall’11 settembre per "ammorbidire" i prigionieri finalmente stanno per essere sottoposti a processo.
È stato un imprevisto. Il piano dell’amministrazione Bush, infatti, era processare il detenuto José Padilla per aver presumibilmente preso parte ad una rete legata al terrorismo internazionale. Ma i legali di Padilla hanno dichiarato che il loro assitito non è in grado di sostenere alcun processo, in quanto il governo Usa l’avrebbe fatto letteralmente uscire di testa.
Arrestato nel maggio del 2002 all’aeroporto di Chicago-O'Hare, Padilla, nato a Brooklyn ed ex membro di una banda criminale, è stato classificato come “combattente nemico” e condotto in una prigione della marina militare Usa a Charleston, Carolina del Sud. È stato rinchiuso in una cella di tre metri per due, senza luce naturale, e sprovvista di orologio e calendario. Ogni volta che lasciava la sua stanzetta, il detenuto Padilla veniva ammanettato, e gli venivano fatti indossare pesanti occhiali neri di protezione e cuffie isolanti. È stato tenuto in queste condizioni per 1.307 giorni. Gli è stato proibito qualsiasi contatto se non con i suoi interrogatori, i quali non hanno lesinato la predisposizione di un’estrema deprivazione sensoriale per mezzo di luci accecanti e suoni martellanti. Padilla sostiene anche di esser stato sottoposto a iniezioni di un "siero della verità”, sostanza che i suoi avvocati ritengono essere LSD o PCP (quest’ultima, chiamata anche “polvere d’angelo”, è una droga molto potente, con effetti allucinogeni – NdT).
Secondo i legali di Padilla e due medici psichiatri che l’hanno visitato, l’uomo è stato maltrattato a tal punto, sia fisicamente sia mentalmente, da non riuscire a presenziare in sua stessa difesa. Padilla è convinto che i suoi avvocati facciano "parte di un programma di interrogatorio continuo”, e considera i suoi carcerieri dei protettori. Per dimostrare “la gravità delle torture inflitte a Padilla”, i suoi legali vogliono raccontare alla corte quanto accaduto nel corso degli anni trascorsi al carcere militare. L’accusa si oppone strenuamente, sostenendo la piena lucidità mentale di Padilla e l’irrilevanza del trattamento inflittogli.
Il giudice distrettuale Marcia Cooke non sembra essere d’accordo. “Non è che Padilla vivesse rinchiuso in uno scatolone. Si trovava in un luogo nel quale gli sono successe determinate cose”. Il giudice Cook ha ordinato a diversi membri del personale carcerario di testimoniare sullo stato mentale di Padilla alle udienze, iniziate giovedì 22 febbraio. Verrà chiesto loro com’è possibile che un uomo accusato di aver partecipato ad elaborate cospirazioni anti-governative ora si comporti, secondo le parole di chi lavora nel carcere, “come un soprammobile”.
È difficile non dare il giusto peso a queste udienze. Le tecniche impiegate per soggiogare Padilla fanno parte della procedura standard impiegata a Guantánamo Bay sin dall’arrivo dei primi prigionieri cinque anni fa. Questi erano costretti a indossare occhiali di protezione oscurati e cuffie isolanti; venivano tenuti in isolamento prolungato, interrotto da luci intermittenti e musica heavy metal. Queste stesse pratiche sono state documentate in decine di casi di “consegne straordinarie” ("extraordinary rendition") portate a termine dalla CIA, come hanno dimostrato i casi delle prigioni in Iraq ed Afghanistan.
Numerosi prigionieri hanno accusato gli stessi sintomi di Padilla. Secondo James Yee, ex cappellano militare musulmano presso la base di Guantánamo, esiste un’intera ala del carcere chiamato Delta Block dove vengono rinchiusi i detenuti colpiti da problemi psichici. “Di solito mi rispondevano in tono bambinesco, parlando di cose insensate. Molti di loro cantavano a voce alta canzoni per bambini, ripetendole in continuazione”. Tutti i detenuti del Delta Block sono stati sotto stretta sorveglianza 24 ore al giorno per impedire che commettessero atti di suicidio (“suicide watch”).
Human Rights Watch ha denunciato l’esistenza di un centro di detenzione gestito dagli Stati Uniti nei pressi di Kabul conosciuto come la “prigione dell’oscurità” – costituita da celle minuscole completamente buie, in cui si sentono strani suoni assordanti. “Molti prigionieri sono impazziti”, ha ricordato un ex detenuto. “Sentivo la gente sbattere la testa contro i muri e contro le porte”.
Queste sistematiche tecniche di “controllo mentale” non sono mai state esaminate scrupolosamente in un tribunale americano perché i prigionieri nelle carceri sono stranieri e sono stati privati del diritto di habeas corpus – un provvedimento che è stato appoggiato solo da una corte d’appello federale a Washington DC. C’è solo un’unica ragione che differenzia il caso di Padilla da questi: egli è cittadino americano. Inizialmente, l’amministrazione americana non aveva intenzione di processarlo, ma, quando la condizione di combattente nemico del detenuto è stata respinta dalla Corte Suprema, ha bruscamente invertito la rotta, accusando Padilla e trasferendolo sotto custodia civile. Questo rende il caso di Padilla unico – è l’unica vittima dell’oltretomba legale post-11 settembre ad affrontare un processo ordinario Usa.
Ora che la salute mentale di Padilla sembra essere il fulcro della questione, le accuse del governo devono fronteggiare un ostacolo. La CIA e l’esercito Usa sanno, sin dagli inizi degli anni sessanta, che estrema privazione e sovraccarico sensoriali causano distruzione della personalità – è questo è il punto. “La privazione di stimoli provoca regressione, privando la mente del soggetto di contatti con il mondo esterno e imponendola, così, a se stessa. Al contempo, il fornire stimoli in maniera ponderata durante l’interrogatorio tende a far sì che il soggetto regredito veda l’interrogatore come una figura paterna”. La fonte è il Kubark Counterintelligence Interrogation, un manuale "desecretato" della CIA del 1963 sulle tecniche di interrogatorio “pesanti” nei confronti di “fonti resistenti”.
Il manuale si basa sulle rivelazioni del famoso progetto MK-ULTRA1, che negli anni cinquanta versò circa 25 milioni di dollari nelle tasche di un gruppo di scienziati per portare avanti una ricerca su cosiddette “tecniche inusuali di interrogatorio”. Uno degli psichiatri destinatari dei fondi CIA è stato l’ignobile Ewen Cameron, dell’Università McGill di Montreal. Cameron ha sottoposto centinaia di pazienti psichiatrici a pesanti sedute di elettroshock e totale isolamento sensoriale, e li ha drogati con LSD e PCP. Nel 1960, Cameron ha tenuto una conferenza presso la base dell’Air Force di Brooks, in Texas, in occasione della quale dichiarò che la deprivazione sensoriale “produce i sintomi primitivi della schizofrenia".
Non c’è bisogno di tornare così indietro nel tempo per dimostrare come i militari Usa sapessero di essere sul punto di condurre Padilla alla follia. Il manuale di settore dell’esercito, ristampato proprio lo scorso anno, afferma: “La privazione sensoriale può comportare ansia estrema, allucinazioni, ragionamenti bizzarri, depressione e atteggiamento antisociale” – nonché “angoscia psicologica significativa”.
Se queste pratiche hanno letteralmente mandato fuori di testa Padilla, significa che il governo Usa ha deliberatamente fatto impazzire centinaia, se non migliaia, di prigionieri in tutto il mondo. Ciò che è sotto processo in Florida non è lo stato mentale di un uomo, ma l’intero sistema di tortura psicologica degli Stati Uniti d’America.
1. Il progetto MKULTRA (conosciuto anche come MK-ULTRA) si riferisce ad una serie di attività svolte dalla CIA tra gli anni Cinquanta e Sessanta che aveva come scopo quello di influenzare e controllare il comportamento di determinate persone (cosiddetto controllo mentale). Tali esperimenti prevedevano la somministrazione dell'ipnosi, sieri della verità, messaggi subliminali, LSD e altri tipi di violenze psicologiche su cavie umane (NdT).
Fonte: The Guardian
Traduzione a cura di Arianna Ghetti per Nuovi Mondi Media
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Fondamentalismo virtuale
Tanya Mangalakova
Tre bulgari di religione islamica arrestati dalle forze speciali di polizia. L'accusa è di diffondere l'ideologia wahhabita per sovvertire l'ordine costituzionale bulgaro. Le persone arrestate hanno negato ogni legame con strutture dell’Islam fondamentalista. Il dibattito in Bulgaria
Due ragazze in Bulgaria (dal web)
Tre cittadini bulgari di religione islamica, Ali Hairaddin, Aniola Dimova e Mustafa Redzhep, sono stati arrestati lo scorso 20 febbraio dagli agenti delle forze speciali della polizia bulgara. I tre sono stati accusati (insieme a una quarta persona, Milena Genkova), di diffondere attraverso internet l’ideologia dello wahhabismo e dello jihadismo, con l’obiettivo di sovvertire l’ordine sociale e costituzionale dello stato bulgaro e di creare un nuovo califfato basato sulla Sharia, la legge islamica. Hairaddin, Redzhep e la Dimova fanno parte dell’Unione dei Musulmani di Bulgaria, un’ Ong creata nel 2006 e diretta proprio da Ali Hairaddin, 51 anni, laureato in teologia islamica ed ex mufti della moschea di Sofia. Due siti internet, www.islam-bg.net e www.islam.qa.com sono stati al tempo stesso soppressi su indicazione delle forze dell’ordine. Gli accusati sono stati poi rilasciati il 22 febbraio dopo aver pagato una cauzione di 1000 leva (500 euro).
La maggior parte degli organi di stampa in Bulgaria ha definito i siti come “terroristi”, o “jihadisti”, e legati ai Fratelli Musulmani e ad Al-Qaida. “Jihad virtuale su web-sites bulgari” ha titolato il 22 febbraio Sega. “Emissari reclutano gente dei Rodopi per il Jihad” e “alcuni membri dell’Unione dei Musulmani di Bulgaria gridano “I Rodopi, prossima Cecenia”, ha scritto invece Monitor. “I fondamentalisti arabi pagano 200 leva (100 euro) perché le donne musulmane in Bulgaria portino il velo” ha scritto ancora Standart, accusando Ali Hairaddin di introdurre nel paese un Islam di matrice araba. Secondo i media locali, Hairaddin è riuscito a convertire all’Islam e all’idea della “guerra santa” almeno trenta cristiani.
Alcuni esperti di Islam, come Mohd Abuasi, direttore del Centro per gli Studi Mediorientali, ritengono però che in questo caso le forze di polizia bulgare abbiano fatto una grossa gaffe. Secondo Abuasi, infatti, è piuttosto strano che gli ufficiali di vari servizi abbiano parlato dello smantellamento di una presunta struttura legata ad Al-Qaida, quando nessun riferimento a tale struttura è stata formulata nelle accuse ufficiali. “Non c’è nessuna struttura di Al-Qaida, né alcun tipo di terrorismo islamico in Bulgaria” ha dichiarato Abuasi ad Osservatorio.
Non siamo terroristi
“L’Unione dei Musulmani di Bulgaria, è una Ong volta all’integrazione della comunità islamica di Bulgaria all’interno dei valori umani pan-europei”, ha dichiarato durante una conferenza stampa tenuta il 25 febbraio Salih Arshinski, segretario dell’organizzazione. Nella stessa occasione Ali Hairaddin ha sottolineato che “ideologia wahhabita e jihadista sono termini privi di reale significato” e ha dichiarato che l’esistenza di un nucleo terrorista islamico in Bulgaria è pura fantasia. I rappresentati dell’Ong, inoltre, hanno negato che l’organizzazione sia finanziata dall’estero. “Qualcuno non vuole che i musulmani di Bulgaria possano presentare alla società le proprie priorità ed il proprio punto di vista, e che a farlo siano solamente strutture addomesticate e sotto controllo”, ha dichiarato ancora Salih Arshinski.
I poligami
Gli organi di informazione bulgari hanno messo in risalto il fatto che l’ex mufti di Sofia è bigamo e che Aniola Dimova, una delle persone arrestate, è in realtà la sua seconda moglie. I membri dell’ Unione dei Musulmani di Bulgaria sono favorevoli alla poligamia. Mumun Ismail, vice direttore dell’Ong, ha spiegato ai giornalisti che secondo la legge islamica un uomo può avere fino a quattro mogli. Hairiddin ha dichiarato che Aniola, secondo il Corano, è una sua moglie legale a tutti gli effetti. Hairiddin vive tra il suo villaggio nativo di Avramovo, nella regione di Yakoruda, dove possiede una piccola fattoria e dove vive la sua prima moglie, e Sofia, dove si trovano la sede principale dell’Unione e la sua seconda moglie.
Gulgun: questo è il volere di Allah
Per capire meglio l’attuale posizione della donna nell’attuale comunità islamica di Bulgaria, ho deciso di parlare direttamente con una di loro. Gulgun Gajdanova, 34 anni, nativa del villaggio di Valkosel, nel distretto di Gotze Delchev, adesso vive stabilmente nella città di Haskovo. Si è laureata prima all’Università di Blagoevgrad, e poi in teologia islamica in Giordania. Gulgun è una donna profondamente religiosa, e indossa sempre il suo “hidjab”, il velo islamico, perché come mi dice, “questo è il volere di Allah. Indossandolo, io mi sento molto più a mio agio, più sicura e tranquilla. Questo non ha niente a che vedere con il denaro”. La sua famiglia non era particolarmente religiosa, e quando Gulgun ha deciso di indossare lo “hidjab” sia sua madre che sua nonna erano piuttosto critiche. Adesso però le donne anziane della famiglia, ma anche sua sorella, hanno iniziato ad indossarlo regolarmente. Gulgun vorrebbe indossare il velo anche per le foto che corredano i suoi documenti di identità. Secondo lei l’Islam in Bulgaria è diverso da quello giordano, molto più popolare, perché mescolato a tradizioni sia cristiane che risalenti al paganesimo. In Bulgaria, secondo Gulgun, dovrebbero essere creati spazi appositi per la preghiera nelle istituzioni pubbliche, come università, biblioteche e stazioni. Riguardo ai siti web che sono stati censurati, dice, l’opinione pubblica dovrebbe prima leggere i loro contenuti, e poi esprimere un giudizio. Gulgun ha un sogno. Dopo aver ottenuto il suo master diventerà insegnate, e spera di poter lavorare all’interno delle istituzioni statali come esperta di Islam.
Secondo Mohd Abuasi, le donne che in Bulgaria indossano lo “hidjab” sono al massimo trecento. “La società non dovrebbe essere spaventata da questo fenomeno. C’è una rinascita dell’Islam in Bulgaria soprattutto tra i giovani delle comunità musulmane, un fenomeno che si inserisce all’interno di un trend mondiale. Se veniamo agli arresti di gruppi fondamentalisti condotti in Europa occidentale, questi sono basati su prove e fatti concreti, e non soltanto su idee espresse su internet. I siti internet possono essere chiusi senza ricorrere alla galera”.
Le persone arrestate hanno negato ogni legame con strutture dell’Islam fondamentalista, e di essere finanziate da fondazioni islamiche dei paesi arabi. Hanno inoltre annunciato che creeranno presto un nuovo sito di carattere educativo. Alla domanda “esiste un dibattito sulla riforma dell’Islam in Bulgaria?”, fatta da Osservatorio ai membri dell’Unione dei Musulmani di Bulgaria, la risposta è stata che tale processo non è mai iniziato, visto che non è considerato come necessario. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6830/1/51/
GUJARAT: CINQUE ANNI DOPO MASSACRO, SULLA VIA DELLA RICONCILIAZIONE
http://www.misna.org/
Incontri di preghiera e la diffusione di messaggi di riconciliazione hanno caratterizzato il quinto anniversario dell’incendio divampato sul treno espresso ‘Sabarmati’ alla stazione Godhra, nel distretto di Panchmahal dello stato occidentale di Gujarat, che scatenò un pogrom antimusulmano. Tra il 27 febbraio e il marzo 2002 gruppi di fondamentalisti indù provocarono oltre 2000 vittime (fino a 2500 secondo alcune stime) distruggendo città, villaggi e moschee nella zona e costringendo circa 150.000 persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Il pretesto era stata la morte di 58 fondamentalisti indù nell’incendio addossato subito alla minoranza musulmana successivamente scagionata dall’inchiesta di una Commissione federale. Istituzioni musulmane hanno ricordato le 58 vittime dell’incendio, mentre alcune organizzazioni non governative (ong) hanno organizzato una settimana di rappresentazioni teatrali e presentazioni per ricordare le circa 2000 vittime musulmane. Secondo Dwarikanath Rath del ‘Movimento per la democrazia secolare’, “le relazioni tra le due comunità verranno rafforzate se sarà fatta giustizia e se le persone colpite in entrambe le parti verranno pienamente riabilitate”, mentre per l’attivista per la non violenza Chunibhai Vaidya gli ultimi cinque anni nello stato di Gujarat – patria di Mohatma Gandhi, un’icona globale di pace e non violenza – sono stati pacifici, ad esclusione delle violenze avvenute lo scorso maggio a Vadodara. “La maggioranza, le minoranze e il partito nazionalista locale ‘Bharatiya Janata’, che guida il governo locale, sono giunti alla conclusione che la politica dell’odio non è la strada giusta. Noto in entrambe le comunità la consapevolezza crescente che nessuno ha da guadagnare dalla violenza. Sta tornando un senso di coesistenza” ha osservato Vaidya citato dall’agenzia di stampa indiana ‘Press Trust of India’. Ha poi accusato il governo del primo ministro Narendra Modi – paragonato dalla Corte suprema indiana all’imperatore romano Nerone che suonava la lira mentre Roma bruciava – di non avere perseguito i responsabili e di non essersi occupato delle migliaia di sfollati.
Il 27 febbraio del 1989 una grande protesta popolare contro le misure neoliberali del governo di Carlos Andres Perez terminò con un bagno di sangue: il Caracazo.
Oggi 27 febbraio è l'anniversario di uno dei peggiori eccidi nella storia recente mondiale: il Caracazo, con migliai di morti, uomini, donne, bambini, vittime della brutale repressione poliziesca. I morti furono migliaia, forse addirittura più di diecimila. Tra i vari responsabili anche un italo-venezuelano, Italo del Valle, all'epoca ministro della difesa del governo venezuelano. Una persona indegna che ha macchiato di vergogna l'intero popolo italiano. I crimini contro l'umanità non hanno confini, non hanno prescrizione. Qualunque giudice del mondo può chiederne l'incriminazione. Alla giustizia italiana chiediamo di giudicare questo criminale di cittadinanza italiana.
Per un approfondimento sul "el Caracazo" si consiglia la visione di questo film e di questi link:
- El Caracazo, un film di Roman Chalbaud premiato al festival internazionale del cinema latinoamericano di Trieste nel 2006;
- La Patria Grande: link con video, documentari e film su questo tragico giorno per il Venezuela;
- El Caracazo: 18 anni dal massacro, di Annalisa Melandri;
- "Sed de justicia", un articolo di TeleSUR
Bosnia Erzegovina - L'ambigua condanna della Serbia
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Editoriale
QuadrantEuropa
Quattordici anni dopo la richiesta bosniaca al tribunale internazionale dell'Aja, il tribunale dell'Onu non ha voluto mettere alla sbarra Belgrado. La sentenza rileva la difficoltà di giudicare un genocidio.
La massima autorità di giustizia dell’Onu ha di fatto respinto la richiesta, fatta dallo stato bosniaco nel 1993 alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, di addossare alla Serbia tutte le responsabilità per i genocidi commessi in Bosnia durante le guerre balcaniche che negli anni ’90 del secolo scorso hanno accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia.
Con tale mossa presidenza di Sarajevo, dominata dai bosniacchi, musulmani, cercava allora di scuotere un mondo occidentale apparentemente sprofondato in letargo e insensibile a massacri che stavano insanguinando gran parte dei Balcani. Nel 1993 la Bosnia era in guerra.
Ora, quattordici anni dopo, il più alto tribunale dell’Onu accusa la Serbia di non aver impedito il genocidio di Srebrenica e, venendo meno ai suoi impegni internazionali, di non aver ancora consegnato i principali responsabili di quella strage agli organi della giustizia internazionale. La vecchia dirigenza serba non viene però accusata direttamente del genocidio.
Il tribunale non ha dunque, come i bosniacchi speravano, messo alla sbarra l’intero Stato serbo per i massacri commessi in Bosnia. Anche la richiesta del risarcimento finanziario dei danni, è stata respinta.
Con la valutazione che a Srebrenica, e non solo li, è stato commesso un genocidio, il tribunale internazione ha dimostrato di condividere il punto di vista del tribunale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Anche questo aveva giudicato un genocidio il massacro di Srebrenica e, così facendo, lo aveva valutato in maniera differente dagli altri atti di sterminio commessi durante la guerra nella Bosnia Erzegovina.
La sentenza l’alto tribunale dell’Onu per i crimini di guerra, dimostra però non solo la difficoltà di provare il delitto di genocidio per una singola persona e, a maggior ragione, per uno Stato intero ma anche l’impossibilità pratica di tracciare una demarcazione netta tra “pulizia etnica” e genocidio. Finora non una delle persone accusate di genocidio è stato condannata.
Nel caso del generale serbo-bosniaco Radislav Krstic il procedimento di appello ha rivisto la sentenza di condanna. Le motivazioni del nuovo giudizio stanno appunto nel fatto che non è stato possibile provare che l’imputato aveva l’intenzione di sterminare un intero gruppo etnico. Il giudizio di ultima istanza ha riguardato la sola complicità verso il crimine di genocidio.
Nel processo contro Momcilo Krajisnik, un ex membro della leadership serbo-bosniaca, l’accusa di genocidio è stata semplicemente fatta cadere. La questione della possibilità o meno della condanna di Milosevic per tale crimine, è stata spazzata via dalla morte in carcere dell’ex presidente della Jugoslavia. Il pubblico ministero del tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, era comunque convinta di aver raccolto prove sufficiente per veder confermata l’accusa.
A differenza dei bosniacchi, la Serbia può dirsi soddisfatta da questo giudizio. Il massacro di Srebrenica è stato certamente giudicato un genocidio, cosa che finora Belgrado aveva messo in discussione. È anche vero che la leadership serba di allora è stata ritenuta corresponsabile delle stragi.
La pretesa di Belgrado di non aver preso parte in nessun modo al massacro, viene dunque definitivamente smontata. Fino ad oggi lo sterminio di Srebrenica non è stato ufficialmente condannato dallo Stato serbo.
L’alto tribunale ha però lasciato irrisolta la questione della responsabilità del conflitto e non ha nemmeno condannato le responsabilità dello Stato serbo per i crimini di guerra commessi dai serbo-bosniaci. Colpevoli sono le singole persone, e solo queste verranno perseguite penalmente.
BRASILE:
La responsabilità sociale, una scommessa sicura per le imprese
Mario Osava, IPS/Tierramerica
RIO DE JANEIRO, (IPS) - A 62 anni, l’ingegner Oded Grejew, nato in Israele ma naturalizzato brasiliano, è diventato un’icona del settore imprenditoriale progressista, rivoluzionando l'atteggiamento dei suoi colleghi imprenditori.
Grejew dirige il consiglio deliberativo dell’Istituto Ethos per la responsabilità sociale e d’impresa, da lui fondato nel 1998 e i cui “strumenti gestionali” - indicatori e linee guida - servono un network di altre 18 organizzazioni affini in America Latina.
Ex socio di una fabbrica di giocattoli, ha guidato sin dagli anni ’80 diverse iniziative nazionali, come il PNBE (Pensiero nazionale delle basi imprenditoriali); la Fondazione Abrinq per i diritti di bambini e adolescenti, inizialmente legata all’Associazione dei fabbricanti di giocattoli (Abrinq); l’Associazione di imprenditori per la cittadinanza, e l’Istituto Ethos. È anche tra i fondatori del Forum Sociale Mondiale (FSM).
Tierramérica ha parlato al telefono con Grajew, che al momento dell’intervista si trovava a San Paolo.
TIERRAMÉRICA: La responsabilità sociale è solo una tattica delle imprese per avere maggiori profitti?
GRAJEW: No, è necessario conformarsi completamente per ottenere dei benefici. Se un’impresa promuove un cattivo prodotto, in breve tempo perde credibilità e la dedizione dei suoi impiegati. La responsabilità sociale è entrata nella logica delle imprese e nel mercato a seguito delle pressioni della società, delle organizzazioni non governative (Ong) e dei sindacati. Le statistiche mostrano la correlazione tra responsabilità sociale e profitti. Inoltre, diventa più impegnativo nascondere una mala gestione e i rischi relativi. E se si viene scoperti, è disastroso. Guardiamo ad esempio cosa è successo alla Enron negli Stati Uniti, o alla Parmalat in Brasile.
TIERRAMÉRICA: Pensa che la globalizzazione entri in conflitto con la responsabilità sociale, incoraggiando la concorrenza estrema e riducendo costi, posti di lavoro e diritti dei lavoratori?
GRAJEW: La globalizzazione aumenta queste pressioni, ma ogni cosa si sta globalizzando, non solo l’economia: l’informazione, i diritti umani, le reti sociali. Sono emblematici i casi come la Nike, e la scoperta che i suoi fornitori in Asia sfruttavano il lavoro minorile. La notizia ha fatto il giro del mondo, c’è stato un rifiuto generale delle scarpe della Nike, e i prezzi sul mercato azionario sono crollati. La globalizzazione ha favorito la reazione della gente. Anche limitare i diritti provoca delle reazioni, e vengono posti dei paletti. La Danone in Francia e la Ford in Brasile hanno dovuto revocare i massicci licenziamenti previsti, dopo il boicottaggio dei loro prodotti. Ed è la stessa cosa per sindacati, Ong e partiti politici.
TIERRAMÉRICA: E cosa dire della responsabilità sociale delle imprese nel caso del riscaldamento globale?
GRAJEW: Il cambiamento climatico esige che ogni cosa venga verificata, e molte cose devono essere ripensate con urgenza: la matrice energetica, i limiti del consumo, l’ineguaglianza, le abitudini di vita. La responsabilità sociale prende anche in considerazione l’impatto sulle generazioni future.
TIERRAMÉRICA: Sarebbe possibile, ad esempio, fare qualcosa per il cambiamento climatico sul modello della campagna da lei promossa in Brasile contro il lavoro minorile, per la quale le imprese devono garantire di non acquistare da chi non si impegna per ridurre le emissioni di gas serra, o da chi è responsabile della deforestazione in Amazzonia?
GRAJEW: Certo. Per esempio, Ethos, Greenpeace e i grandi gruppi europei di consumatori, hanno fatto pressioni sulla catena di fast-food McDonald, e hanno convinto l’impresa e i suoi fornitori - le multinazionali Cargill e Bunge - a promettere di non utilizzare soia prodotta dalla deforestazione illegale dell’Amazzonia. Oggi, in alcune città brasiliane, la legislazione proibisce l’acquisto di legname non certificato (non sostenibile) da usare negli appalti pubblici.
TIERRAMÉRICA: Gli standard ambientali ostacolano le imprese, o rappresentano delle opportunità aziendali?
GRAJEW: Lo sviluppo sostenibile ha lo scopo di garantire una vita migliore alle generazioni future. Non ha senso dire che gli standard ambientali sono d’intralcio alla crescita economica; dipende dal tipo di crescita che si desidera. Il Brasile è cresciuto moltissimo nel XX secolo, ma creando una società estremamente disuguale. Lo sviluppo non sostenibile espande l’infrastruttura fisica ma esaurisce l’ambiente. Invece, lo sviluppo sostenibile genera nuove imprese e nuovi posti di lavoro, come nel caso dell’energia solare ed eolica e dei biofuel.
TIERRAMÉRICA: Cosa si aspetta dal secondo mandato del Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva?
GRAJEW: Che consolidi le istituzioni in grado di garantire una società più giusta senza dover dipendere dalla buona volontà del governo. Il primo mandato di Lula ha beneficiato i poveri; ha generato occupazione formale e partecipazione sociale, ma è istituzionalmente fragile. Il suo successore potrebbe invertire questo percorso. È essenziale fare delle riforme per recuperare la credibilità della politica, ridurre l’influenza del potere economico nelle elezioni e combattere la corruzione. E serve una riforma fiscale per creare un sistema più giusto, nel quale i poveri paghino meno tasse.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=863
| Un conflitto dimenticato |
| Il ferimento dell'ambasciatore italiano ci ricorda che la guerra continua |
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L'ambasciatore italiano a Colombo, Pio Mariani, è rimasto ferito leggermente martedì mattina in un attacco dei ribelli delle Tigri Tamil. Il diplomatico, insieme all'ambasciatore statunitense Robert Blake e a quello tedesco Jurgen Weerth, stavano scendendo da un elicottero militare nella base aerea di Batticaloa, nel nordest dell'isola, quando sono stati feriti da alcuni proiettili di mortaio caduti sulla pista di atterraggio. Le Tigri Tamil hanno fatto poi sapere di essere "profondamente dispiaciute" per il ferimento dei diplomatici, e hanno accusato le autorità di Colombo di aver messo a repentaglio la loro vita portandoli in una zona di guerra. In risposta a questo attacco, l''aviazione cingalese ha poi bombardato le postazioni dei ribelli Tamil a Batticaloa, dove non si ha ancora notizia di eventuali vittime. Era da tempo che lo Sri Lanka non meritava gli onori delle cronache nazionali e, forse, il ferimento dell'ambasciatore italiano potrà riaccendere i riflettori su un conflitto dimenticato, che dall'inizio del 2007 ha già causato almeno 680 vittime. La guerra tra gli governo di Colombo e i ribelli delle Tigri per la liberazione della patri Tamil (Ltte), che chiedono l'indipendenza di quella parte del paese abitata in maggioranza dalla popolazione tamil, prosegue da oltre vent'anni e non conosce tregua, nonostante il cessate il fuoco del 2002 che ormai è carta straccia. Ma come finanziano la loro ventennale guerriglia le Tigri Tamil? Un’inchiesta del quotidiano britannico Sunday Times ha recentemente ipotizzato che l'Ltte, per sostenersi, estorcerebbe denaro ai migranti tamil. Abbiamo rivolto le stesse domande alla comunità tamil che vive in Italia: ecco le loro risposte.
Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
 “Possono usare il termine terroristi, ma per noi coloro che combattono nell’Ltte sono i nostri difensori”. I tamil da anni in Italia rompono il muro del silenzio e decidono di farlo anche per difendersi, dicono, dalla falsa propaganda che “ci sta accerchiando”. Delusi, sottolineano, dalle organizzazioni internazionali, Onu compresa, da quelle per i diritti umani, dalla stampa che non darebbe spazio a chi, a causa di una guerra che dura ormai da decenni, vive in condizioni di disagio estremo, perennemente in pericolo. Squarciano il silenzio cercando una sponda in uno dei Paesi, l’Italia, dove da tempo è in atto una vera e propria diaspora per sfuggire alla fame e alla guerra. I gruppi più numerosi sono a Reggio Emilia, Genova, Bologna, Napoli, Palermo. Ma la loro posizione, vogliono sottolineare, è comune a quella dei circa 800mila tamil sparsi in ogni parte del mondo, con un’altissima percentuale in Canada.
"L'Ltte è il nostro governo". La comunità che abbiamo incontrato ha parenti sparsi in Canada, in Germania, Inghilterra, Svizzera. Famiglie divise, ma che ogni giorno si mettono in contatto telefonico o via internet per comunicarsi notizie, impressioni e, soprattutto per sostenersi… Sostegno morale, certo, ma anche economico. “Sì – ammette Adavan, da vent’anni in Italia – inviamo soldi ai nostri parenti o amici che sono rimasti nello Sri Lanka e inviamo quindi soldi all’Ltte (Liberation Tigers of Tamil Eelam). Le tigri hanno lo scopo di liberare il popolo tamil, sono i nostri rappresentanti politici, non terroristi. Dall’inizio della guerra nelle nostre aree sono morte circa 70mila persone, senza di loro ne sarebbero morti 700mila”. Ma appena facciamo notare che quei soldi servono per portare avanti la lotta armata, chiarisce: “I nostri soldi aiutano la popolazione civile e quello che nelle nostre aree è un governo di fatto, anche se la comunità internazionale non lo riconosce. Abbiamo una nostra polizia, un tribunale, sono state costruite strade e realizzati servizi, per tutto questo occorre denaro”. Il discorso è chiaro: l’Ltte e i Tamil sono una cosa sola.
Sostegno economico. “Loro combattono per noi, per la nostra indipendenza, io guadagno circa 1.200 euro al mese e lavoro 16 ore al giorno – continua Adavan, che gestisce un negozio di alimentari, frutta e verdura – ma non potrei non fornire il mio contributo per la causa”. Si dice, gli facciamo notare, che siate in realtà costretti a pagare una sorta di pizzo ai vostri connazionali che combattono nelle fila dell’Ltte. “Le posso assicurare – risponde assolutamente tranquillo – che il nostro contributo è volontario, tra noi c’è piena solidarietà e ognuno dà quel che può. Il 90 percento di noi tamil sparsi per il mondo contribuisce di sua iniziativa al sostegno di chi è rimasto in patria”. E chi non lo fa? “Cerchiamo di fargli capire cosa realmente succede lì, ma senza coercizioni” ci assicura. “I nostri soldi – si inserisce Nandan – non sono utilizzati solo per la guerra, ma vanno alle vedove, ai bambini mutilati a causa del conflitto. L’Ltte non fa soltanto la guerra, ci amministra”. E domanda: “Voi italiani, con le vostre tasse, non contribuite anche all’invio delle truppe in Afghanistan o in altre zone calde?”.
Opposte ragioni. Molti di loro raccontano di abusi da parte dei governativi, di fermi senza motivo all’aeroporto quando tornano in patria (“poi paghi 100 o 200 euro e ti lasciano andare via”), di continui soprusi. Ma le motivazioni dei tamil si scontrano con le ragioni della comunità cingalese che da tempo ha costruito una rete di contatti in tutto il mondo, e soprattutto in Europa con la Castis (Campagna contro il terrorismo separatista in Sri Lanka). A Ginevra e in altre capitali europee, tra cui Roma, l’associazione ha organizzato manifestazioni sollecitando l’intervento della comunità internazionale per fermare il conflitto. “Non basta – dice Vijith Deekiri, coordinatore della Castis con sede a Brescia– aver dichiarato l’Ltte un gruppo terroristico, bisogna fare di più per stroncare il canale di finanziamenti”. “Se si parla di armi, il nostro unico fornitore – dice Koby, giovane studente universitario tamil che ora in Italia lavora come artigiano – è il governo cingalese: sappiamo dove sono i loro arsenali e le loro basi, è lì che le rubiamo”. Dall’altro lato i cingalesi e il governo ritengono che i tamil svolgano attività illecite per il finanziamento della guerra e che anche dietro la Tro (Organizzazione umanitaria per la riabilitazione dei tamil) e le loro iniziative di solidarietà si nasconda la raccolta di fondi. “Propaganda diffamatoria – controbattono i tamil – perché non dovremmo aiutarci tra noi?”
"Chi vuole questa guerra?". La Castis ha già consegnato una raccolta di firme all’Onu, nel dicembre 2006, per denunciare l’utilizzo di bambini soldato nella guerra: “Secondo l’Unicef – dice il rappresentante dell’organizzazione – ce ne sono 1.347 ancora nelle mani dell’Ltte”. Qualche settimana fa un’altra raccolta firme è stata presentata all’Ambasciata norvegese a Roma: “E’ stato appurato – spiega ancora Vijith Deekiri – che fondi inviati dalla Norvegia per aiuti umanitari sono stati invece utilizzati dai terroristi. Del resto poco tempo fa, nella loro roccaforte di Vakarai, ora tornata sotto il controllo dell’esercito cingalese, sono state trovate forniture provenienti da Ong come cibo, tende, generatori elettrici”. Nella vicenda cominciano a inserirsi contrasti diplomatici. La Norvegia, che aveva fatto da mediatore nel 2002 per la firma del cessate il fuoco (poi non rispettato), viene accusata dai cingalesi di “legittimare le aspirazioni separatiste dei terroristi”, come si legge in una nota ufficiale della Castis. “Sono state scoperte risorse di petrolio e di gas naturale nelle zone controllate dall’Ltte – dice Deekiri – e noi cominciamo a pensare che questa guerra si stia facendo per soddisfare interessi di altri”.
"Non siamo terroristi". Ma nessuno tra i tamil vuole vedere associato il suo nome al termine terrorista. “Possono inserirci nell’elenco dei gruppi terroristi continua Adavan – ma non lo siamo, azioni terroristiche sono quelle dell’11 settembre 2001, noi invece lottiamo per la nostra indipendenza. Anche il partito di Nelson Mandela era stato considerato terrorista perché lottava contro l’apartheid, e di Saddam si era detto che aveva armi di distruzioni di massa...”. Ma non si possono costringere anche i bambini a imbracciare le armi, lo provochiamo. Parecchie sono state infatti le condanne da parte dell’Unicef sull’utilizzo dei bambini soldato da parte delle Tigri Tamil. E’ Sara, un bambino in braccio che dorme e un’altra bimba seduta al suo fianco, a intervenire: “Molti ragazzi lasciano di loro iniziativa le case e vanno a combattere e molte madri mandano i loro figli con l’Ltte. Per molti di loro è più sicuro stare con i guerriglieri che aspettare di essere rapiti dai governativi o peggio. Giorni fa studenti hanno manifestato a Jaffna contro la sparizione di alcuni loro compagni. La polizia li ha fermati e ha stracciato i loro documenti. Dove pensate che siano adesso quei ragazzi?”
"Pronti all'indipendenza". “Nel 2006 – incalza Sundara – sono sparite circa 4mila persone. Che fine hanno fatto, perché questo non interessa nessuno, perché nessuno va a controllare quello che succede?” In Italia, come negli altri paesi dove tamil e cingalesi sono espatriati, la vita tra le due comunità si è sempre regolata secondo canoni di rispetto reciproco e con una tacita regola: non parlare di politica e della guerra. “Ma – ci racconta Saman, ormai da vent’anni in Italia e da poche settimane in possesso della cittadinanza del nostro Paese – tutti i tamil continuano a sognare l’indipendenza e tutti i cingalesi non la vogliono. Se poi dovessero pretenderla anche i musulmani che vivono nello Sri Lanka?” “Noi all’indipendenza siamo pronti da tempo – conclude Adavan a nome di tutti – se viene indetto un referendum o se ci riconoscono e sediamo a un tavolo di trattative, la otterremo senza spargimento di sangue. Altrimenti… si va avanti così”.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7415
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Genocidio di Srebrenica e Serbia : cosa ha detto la Corte de L'Aja
di Gabriella Mira Marq
Quello di Srebrenica fu genocidio, ma la Serbia non può essere ritenuta responsabile di averlo promosso o guidato, ne' puo' esserle imputata la guerra in Bosnia. Tuttavia la Serbia ha infranto i suoi obblighi sotto la Convenzione sulla prevenzione e sulla sanzione del crimine di Genocidio non impedendo il genocidio di Srebrenica e non consegnando i criminali al Tribunale per l'ex Jugoslavia. E' in estrema sintesi la sentenza con cui la Corte di Giustizia internazionale, a maggioranza, ha concluso il caso dell'applicazione della Convenzione alla vertenza Bosnia - Herzegovina versus Serbia - Montenegro.
Il procuratore del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia Carla Del Ponte aveva proprio pochi giorni fa parlato della necessita' di far luce sulla verita' come missione del Tribunale. E secondo alcuni la verita' non e' emersa dal processo de L'Aja conclusosi ieri, anzi, esso ha affossato per sempre la ricerca di tale verita'. Infatti il giudizio della Corte e' senza appello, ma va tenuto conto che essa delibera riguardo agli Stati, mentre restano in piedi i processi contro gli individui presso il Tribunale per la ex Jugoslavia, che e' una apposita sezione del tribunale ONU, il cui mandato cessera' pero' nel 2010. Fra gli incriminati da quest'ultimo tribunale, Slobodan Milosevic e' morto e Radovan Karadzic e Ratko Mladic sono ancora latitanti. Il segretario dell'ONU Ban Ki-moon ha chiesto al Consiglio di sicurezza di porre in essere le misure atte a costringere gli Stati interessati a consegnare i ricercati.
Vediamo percio' come ha ragionato la Corte e quali sono state in dettaglio le sue conclusioni, ponendo particolare attenzione ai quesiti cui essa era chiamata a rispondere, cioe' verificare i profili inerenti alla Convenzione sulla prevenzione e sulla punizione del crimine di Genocidio - crimine che ha caratteri giuridici ben definiti e non e' da confondersi con altri crimini di guerra o contro l'umanita' di cui sono accusati molti imputati del Tribunale per la ex Jugoslavia - in particolare riguardo al fatto che ne fosse responsabile uno Stato specifico o che questi non avesse operato per evitarlo.
Il processo era stato intentato contro la Repubblica federale di Iugoslavia, che allora consisteva nelle due Repubbliche distinte di Serbia e Montenegro. Poiché il Montenegro e' divenuto indipendente il 3 giugno 2006, la Corte ha concluso che l'unico "imputato" formale dovesse essere la Serbia. La Corte de L'Aja ha rifiutato per dieci voti a cinque le obiezioni sul fatto di non avere giurisdizione per giudicare sulla disputa sollevata al suo cospetto il 20 marzo 1993 dalla Repubblica di Bosnia e Herzegovina, affermando invece che essa le e' garantita in base all'articolo IX della Convenzione sulla prevenzione e sulla punizione del crimine di Genocidio.
La Corte ha osservato che, secondo la Convenzione, uno Stato puo' essere giudicato responsabile di genocidio o complicita' in genocidio, anche se nessun individuo e' stato condannato per il crimine da un tribunale competente, ma che si puo' qualificare genocidio solo un insieme di atti accompagnati dall'intenzione di distruggere un gruppo protetto, in tutto o in parte, in quanto tale. Essa ha sottolineato la differenza fra genocidio e "pulizia etnica„, che puo' essere effettuata con lo spostamento forzato di un gruppo di persone da una zona specifica. La corte ha ricordato che il gruppo designato deve essere definito da caratteristiche positive particolari - nazionali, etniche, razziali o religiose - e non dalla loro mancanza, quindi ha rifiutato la definizione negativa proposta come "popolazione non serba" ed ha concluso che, per gli scopi del caso, il gruppo deve essere definito come "i Musulmani bosniaci". Ecco perche' quello dell'enclave di Srebrenica e' genocidio.
A maggioranza, il tribunale ha stabilito che la Serbia non ha commesso il genocidio attraverso i suoi organi o persone i cui atti ne avrebbero coinvolto la responsabilita' secondo il diritto internazionale, ne' ha cospirato per commettere il genocidio, ne' ha incitato alla commissione del genocidio, in violazione ai suoi obblighi sotto la Convenzione. Con dodici voti a tre, la Corte ha pero' stabilito che la Serbia ha violato l'obbligo di impedire il genocidio, sotto la stessa convenzione, co riguardo al genocidio di Srebrenica del luglio 1995, mentre per 14 voti a 1 ha trovato che la Serbia ha violato i suoi obblighi non trasferendo Ratko Mladic - incriminato per genocidio e complicità in genocidio - perche' fosse giudicato presso il tribunale criminale internazionale per la ex Iugoslavia.
Inoltre con tredici voti a due, il tribunale internazionale ha ritenuto che la Serbia abbia violato il suo obbligo di aderire alle misure provvisorie ordinate l'8 aprile e il 13 settembre 1993 dalla Corte, poiche' non e' riuscita ad approntare tutte le misure in suo potere per impedire il genocidio in Srebrenica nel luglio 1995. Quasi all'unanimita', il Tribunale ha deciso che la Serbia dovra' prendere subito misure efficaci per adeguarsi completamente al suo obbligo di punire gli atti del genocidio come definito dalla convenzione, fornendo gli atti e cooperando completamente con il tribunale competente. Secondo la Corte, qualora la Serbia ottemperasse a tali prescrizioni avra' pagato il suo debito con la giustizia e non dovra' pagare una compensazione, ma dovra' anche dare assicurazioni e garanzie che tutto cio' non si ripetera'.
Per quanto riguarda le prove, la corte richiede che le accuse di crimine di genocidio o gli atti riferiti enumerati nell'articolo III della convenzione siano dimostrati da prove conclusive. La Corte si e' basata per le sue valutazioni su diversi documenti, fra cui quelli raccolti dal Tribunale per l'ex Jugoslavia e il rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite intitolato “la caduta di Srebrenica„. La corte ha esaminato i collegamenti fra il governo della Repubblica federale di Iugoslavia e le autorità del Republika Srpska (che era “la Repubblica auto-affermata della gente serba della Bosnia e dell'Herzegovina„), concludendo che quest'ultima non era autonoma nelle azioni.
Il Tribunale de L'Aja ha quindi analizzato i fatti dichiarati dalla Bosnia - Herzegovina per decidere: se le atrocità presunte sono accadute e, se, in tal caso, i fatti stabiliscono l'esistenza di un'intenzione, da parte dei perpetratori, di distruggere per intero o in parte il gruppo dei Musulmani bosniaci. La Corte ha detto che ci sono prove schiaccianti delle uccisioni massicce durante guerra in Bosnia ed Herzegovina, ma ha dichiarato di non essere convinta che quelle uccisioni siano state accompagnate dall'intenzione specifica da parte dei perpetratori di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo dei musulmani bosniaci. Quindi le uccisioni potrebbero ricadere sotto le figure giuridiche di crimini di guerra ed i crimini contro l'umanita', ma essa non ha giurisdizione per determinare se sia cosi'.
Riguardo al massacro di Srebrenica del luglio 1995 la corte conclude che i membri dell'esercito della Republika Srpska hanno avuto l'intenzione specifica necessaria di distruggere in parte il gruppo dei musulmani bosniaci (specificamente i musulmani bosniaci di Srebrenica) e che si tratta di conseguenza di genocidio, in base all'articolo che parla di "danno fisico o mentale grave ai membri del gruppo protetto" ed ha trovato che altrove i Musulmani bosniaci erano sistematicamente vittime di maltrattamento, di battiture, di violenza di massa e di tortura durante il conflitto, ma che l'intenzione specifica di distruggere il gruppo protetto non si puo' stabilire.
Alla luce delle informazioni disponibili, poi, la Corte ha trovato che gli atti di coloro che commisero il genocidio a Srebrenica non possono essere attribuiti allo Stato secondo le regole di diritto internazionale che stabiliscono le responsabilita', dato che gli atti di genocidio possono essere attribuiti allo Stato solo qualora fossero commessi da persone o istituzioni di quello Stato o in base ad istruzioni o sotto la guida di tali autorita' (come avvenuto invece ad es. con Hitler). La corte ha detto di non aver trovato le prove che le autorita' di Belgrado fossero al corrente del fatto che il genocidio era imminente, tuttavia ha sottolineato che la Serbia non ha dimostrato di aver messo in atto ogni iniziativa per impedire cio' che e' accaduto, quindi non ha fatto niente per impedire i massacri di Srebrenica ed ha violato così il suo obbligo di impedire il genocidio.
www.osservatoriosullalegalita.org
febbraio 27 2007
Perchè può funzionare un Esecutivo di minoranza
di Piero Ignazi
Gli elettori che hanno votato per l'Unione sapevano perfettamente di sostenere una coalizione eterogenea che andava da Mastella a Bertinotti. Ma pensavano che le divergenze sarebbero state superate dall'autorevolezza del leader. A Romano Prodi era affidata la capacità taumaturgica di elaborare e rappresentare la sintesi della coalizione. Scoprire ora che nel centrosinistra alberga una componente radicale e irriducibile è come scoprire l'acqua calda. Il problema è un altro: la fragilissima maggioranza al Senato. La legge elettorale approvata dal centrodestra sul finire della scorsa legislatura ha prodotto il suo frutto avvelenato: l'impossibilità di una maggioranza sicura (impossibilità che tale rimarrebbe anche con risultati elettorali diversi come ha spiegato bene Roberto D'Alimonte sul Sole24 Ore di venerdì 23 febbraio).
Cosa ha fatto il centrosinistra per mettere in sicurezza il governo dalla sua fragilità numerica e dalla irrequietezza delle sue ali estreme?Meno di nulla. In questi nove mesi il governo non è riuscito a mantenere serrati i propri ranghi e ha subito perso un senatore dell'Italia dei Valori (De Gregorio) e un senatore indipendente eletto all'estero (Pallaro); non ha attratto nessuno dalle composite file dell'opposizione; non ha preparato una modifica del regolamento del Senato dove permane quella incomprensibile norma per cui chi si astiene in realtà vota contro; non ha insistito sul carattere sottodimensionato del Senato rispetto alla Camera per via del maggior corpo elettorale di quest'ultima. Soprattutto, non ha capito che il Senato è diventato una arena decisiva di confronto incui non c'è più ombra del fair play di un tempo e,grazie anche all'abbassamento dell'età media, è diventato un campo di battaglia. Gli insulti irripetibili gridati dagli spalti del centrodestra ai senatori a vita quando votavano a favore del governo (e ci si chiede come mai non siano stati sanzionati adeguatamente), le scene da "curva sud" all'esito del voto sulla mozione sulla politica estera nonché l'aggressione al senatore della Margherita Zanone e il sequestro del senatore Pininfarina,sono solo alcuni degli episodi che indicano il livello indecoroso con cui si conduce la lotta politica in Senato.
In un ambiente come questo la ridottissima maggioranza a favore del governo è sempre in bilico: e lo rimarrà se il sostegno portato da Marco Follini rimarrà isolato. Ma per un governo forte delle proprie convinzioni, del proprio progetto, della propria "mission", questo handicap sarebbe superabile. Con due strategie.Innanzitutto con l'insistere nella navetta dei progetti di legge tra le due camere fino a trovare il pertugio anche al Senato tenendo presente che ogni voto contrario al Senato può essere rovesciato da un voto favorevole alla Camera (dove la maggioranza di centrosinistra è larga)e sottolineando la maggiore rilevanza della volontà della Camera in quanto espressione di un corpo elettorale che comprende quattro milioni di elettori in più rispetto al Senato. In secondo luogo con il ricordare — soprattutto a se stesso — che nelle democrazie mature i governi di minoranza sotto tutt'altro che una anomalia. Il dettagliatissimo studio condotto da Wolfgang Müller e Kaare Strom sui governi dell'Europa occidentale dal dopoguerra al 2000 dimostra che i governi di minoranza rappresentano il 37% del totale. Nelle democrazie scandinave, poi, sono la norma con percentuali dell'87% in Danimarca, del 73% in Svezia e del 65% in Norvegia. E non si tratta di paesi mal governati.... Questo significa che una volta ottenuta la fiducia la maggioranza numerica non deve essere un cruccio costante, soprattutto in un sistema bicamerale come il nostro dove in una camera c'è una maggioranza sicura.
In sostanza, finché non ricevono un esplicito voto di sfiducia i governi delle democrazie parlamentari non hanno l'obbligo di dimettersi. Detto questo è però altrettanto vero che per navigare in queste acque agitate ci vogliono capitani ed equipaggi coraggiosi, convinti della preziosità del loro carico: cioè,una coalizione e un governo convinti della loro missione. La vera debolezza del centro sinistra non sta nei numeri ma nel progetto, anzi nell'"animus". I dodici punti di Romano Prodi sono un tentativo di indicare delle priorità. Solo se i dirigenti del centrosinistra e l'opinione pubblica li identificheranno come la ragione esistenziale del governo, allora, forse, potrà uscire dalla sua autoimposta minorità. http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/02/esecutivo-minoranza-analisi-ignazi.shtml?uuid=e47363ca-c635-11db-8261-00000e251029&DocRulesView=Libero
Geronzi contro Arpe: De senectute Capitalia
di ALBERTO STATERA
Eviteremo accuratamente di addentrarci nella diatriba che ha opposto per mesi Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, al suo amministratore delegato Matteo Arpe, che peraltro ci suscita qualche sbadiglio. Non vogliamo sapere stavolta di alleanze, di Opa, di olandesi, spagnoli, senesi, strategie "stand alone" e quant'altro, né se sulle scelte del gruppo bancario, che li ha opposti, ha ragione il giovane rampante o il vecchio inossidabile. Ci interessa piuttosto, per una volta, un discorso diciamo anagrafico. Cesare Geronzi, trent'anni fa capo cambista della Banca d'Italia, poi banchiere sul campo, è nato a Marino, Castelli Romani, il 15 febbraio 1935. Matteo Arpe, laureatosi nel 1987 alla Bocconi e assunto nell'area Finanza di Mediobanca, vide i natali a Milano il 3 novembre del 1964. Ben ventinove anni, una generazione intera, separa i due uomini. Uno potrebbe essere il padre, l'altro il figlio. Di Geronzi sappiamo quasi tutto, visto che è sulla piazza da mezzo secolo, di Arpe ignoriamo molto e soprattutto se le accuse di infedeltà fatte filtrare dal suo presidente durante la propria, recente sospensione dalla carica, siano fondate o se si tratti di una delle consuete battaglie di potere che si consumano nelle aziende.
Ma il punto non è questo, vogliamo piuttosto discutere "de senectute", come suggerisce un magnifico intervento di Giuseppe De Rita, pubblicato sul "Sole24Ore", nel quale si sostiene che, se un tempo la terza età si combinava con il prestigio delle azioni passate, ora viene rimossa dalla dittatura del presente e condannata alla solitudine.
Verissimo. Ma non per tutti. Non per Geronzi, né per tanti altri che, "over 65", conservano e anzi accrescono il loro potere nella società, come documenta uno studio ("Élite e classi dirigenti in Italia") del sociologo Carlo Carboni.
Nel 1990, infatti, l'età media delle élite italiane era di 56,8 anni, adesso supera i 61. Negli ultimi tre lustri gli "anziani" si sono dimostrati il gruppo in ascesa più potente, passando da un quarto a un terzo della classe dirigente, mentre i 3650enni sono scesi da un quarto a un quinto. Si può presumere che questo capiti perché gli over sessantenni di cui per correttezza confessiamo di essere sul punto di far parte, pur privi di qualsivoglia potere fanno barriera per non abbandonare i posti di comando.
Fermo restando che giovane non è sinonimo di fuoriclasse, le statistiche del professor Carboni, com'è ovvio, tagliano le punte, che vanno ben al di là del sessantacinquesimo anno di età, non solo nella politica, ma anche nel mondo delle imprese e della finanza. Lo prova, per l'appunto, tra gli altri, il settantaduenne Geronzi, che, se vogliamo, è un giovanotto rispetto a un altro protagonista dei periclitanti assetti del capitalismo italiano. Antoine Bernheim, presidente delle Generali, cui parte del cosiddetto risiko è alfine votata, è nato il 4 settembre 1924, per cui nel segno della Vergine compirà 83 anni. Il caso di Bernheim è di scuola, come si dice, perché molte battaglie di potere all'interno del Leone di Trieste ma oggi pochi lo ricordano si combatterono proprio sui limiti di età. Come quella del 1975, quando il presidente Cesare Merzagora, volendo rimuovere i due amministratori delegati, Franco Mannozzi e Fabio Padoa, padre dell'attuale ministro dell'Economia, per far posto ai suoi fedeli Randone, Coppola e Desiata, concordò con Enrico Cuccia la fissazione del limite di età a 65 anni per i dirigenti. Mal gliene incolse, perché Cuccia, prendendo la palla al balzo, pretese un limite di 80 anni anche per i consiglieri d'amministrazione, di fatto ponendo una scadenza allo stesso Merzagora, che vi era prossimo, ma non per sé.
Prendano nota De Rita e Carboni, come per Capitalia, alle Generali più che l'ottantatreenne francese, sono a rischio, semmai, i due amministratori delegati: Giovanni Perissinotto, nato il 6 dicembre del 1953, e Sergio Balbinot, nato l'8 settembre 1958. Maledetta gioventù.
a.statera@repubblica.it
Il coraggio di scegliere
Francesco Giavazzi
Corriere della Sera
Oggi il presidente del Consiglio espone al Senato il suo nuovo programma, costruito sulla base dei dodici punti che egli ha definito «non negoziabili». L'altro ieri il ministro Santagata — che sarà il responsabile dell'attuazione di questo programma — ha aggiunto che rispetto a quei punti vi sarà qualche novità. La debolezza numerica del governo e la grande diversità di opinioni che esiste tra i partiti della maggioranza richiedono che Prodi eviti le affermazioni di principio e che le sue dichiarazioni siano le più specifiche possibile. Se qualcuno nella maggioranza non condivide un determinato provvedimento, meglio saperlo subito: ritornare fra tre o quattro mesi al punto in cui ci siamo trovati la scorsa settimana non aiuta, né mi pare sia questo lo spirito con il quale il presidente della Repubblica ha chiesto al governo di ripresentarsi in Parlamento.
Per essere concreti: in tema di pensioni non basta dire, come è scritto in uno di quei punti: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani». L'aliquota di equilibrio, cioè il contributo che ciascuno di noi dovrebbe pagare per azzerare il deficit dell'Inps, è oggi vicina al 45 per cento. (Vedi Brugiavini e Boeri lavoce.info)
Come si può chiedere a un giovane di trasferire quasi la metà del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 anni di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione — in rapporto all'ultimo salario — del 20-30 per cento inferiore a quella di chi oggi beneficia dei suoi contributi? La riforma aggiornerà i «coefficienti di trasformazione» per tenere conto della accresciuta longevità? (Su questo intervento la Cisl, ieri, ha espresso il suo veto). Introdurrà riduzioni attuariali per chi va in pensione prima dei 65 anni? Estenderà a tutti il regime contributivo
pro rata, che al momento si applica solo per la parte di contributi versati dopo il 1996 e comunque solo per i lavoratori che in quell'anno avevano meno di 18 anni di contributi?
Il settimo dei punti elencati da Prodi prevede «Azioni concrete e immediate per la riduzione significativa della spesa pubblica». Siamo alla vigilia del rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Negli ultimi cinque anni le retribuzioni pubbliche sono aumentate, complessivamente, di quasi il 15 per cento più di quelle del settore privato. «Gli aumenti maggiori — ricorda su lavoce.info Carlo dell'Aringa, ex presidente dell'Aran, l'agenzia che negozia questi contratti — sono stati ottenuti attraverso la contrattazione integrativa a livello di singola amministrazione e sono stati concessi prevalentemente sotto forma di promozioni dei dipendenti. Promozioni tutte contrattate col sindacato e decise, tranne rare eccezioni, con criteri basati poco sulla valutazione dei singoli e molto sulla semplice anzianità di servizio». Pietro Ichino ha proposto la creazione di un'Autorità indipendente con il compito di misurare l'efficienza della pubblica amministrazione al fine di premiare i comportamenti virtuosi e punire i casi di negligenza. Arrivando, se necessario, al licenziamento o al trasferimento dei dirigenti e dei dipendenti per responsabilità oggettive. L'Agenzia fa parte del nuovo programma di governo?
«Impegno forte per scuola, università, ricerca, innovazione», si legge al punto 2. Che cosa significa in concreto?
Legge elettorale: Parisi, serve per governare, non per rappresentanza
Asca - 26 Febbraio 2007 |
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Roma - 'Quando, facendo riferimento alla legge elettorale, ci riferiamo a quelle di altri Paesi assumendole a modello non sarebbe male ricordare che esse non possono essere separate dai sistemi partitici che sono alle loro spalle, ne' dai sistemi istituzionali nel cui quadro sono state pensate. Se la legge tedesca si deve leggere in tedesco, quella francese in francese, e quella spagnola in spagnolo, bisogna rendersi conto che della legge italiana si deve parlare in italiano. Per questo motivo diffido dei riferimenti ai modelli stranieri, come capita oggi per il modello tedesco. O, meglio, temo che questi riferimenti finiscano per essere letti come messaggi strumentali di carattere politico piuttosto che come soluzioni istituzionali'. E' quanto dichiara in una nota il ministro della Difesa, Arturo Parisi.
'Invece di disputare in modo strumentale sugli strumenti conviene quindi procedere in modo ordinato e cominciare dai fini - aggiunge l'esponente della Margherita -. E qui la distinzione principale resta tra chi mette al centro la necessita' di dare finalmente al Paese una democrazia che governa e attraverso processi regolati consente ai cittadini di partecipare alla scelta del governo, e chi invece continua a mettere al centro la preoccupazione per la rappresentanza e rimette ai rappresentanti il compito di governare su delega dei cittadini'.
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Legge elettorale: Guzzetta (Referendari), grave minaccia a bipolarismo
Asca - 26 Febbraio 2007 |
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Roma- 'Siamo di fronte a un bivio: da un lato c'e' il consolidamento del bipolarismo, della democrazia dell'alternanza e della governabilita', uno scenario che favorirebbe la nascita di un partito democratico e di un partito dei moderati, dall'altra il ritorno alla politica della prima repubblica, un assetto in cui le forze politiche sono legittimate a fare e disfare i governi in Parlamento indipendentemente dalle indicazioni del corpo elettorale'.
C'e' questa scelta secondo Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore dei referendum elettorali, al fondo del dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sulla modifica della legge elettorale.
Scrivendo ai membri del Comitato, di cui fanno parte parlamentari di entrambi gli schieramenti, come Antonio Martino e Arturo Parisi, Nicola Rossi, Marco Filippeschi, Mario Barbi, Marco Boato e Stefania Prestigiacomo, ma anche presidenti di Regione, come Illy e Bassolino, o amministratori locali di importanti citta', come Chiamparino, Cacciari e Adriana Poli Bortone, Guzzetta sottolinea che 'la soluzione tirata in ballo da alcuni in queste ore, ovvero il sistema proporzionale tedesco, avrebbe nel nostro Paese l'effetto di dare un colpo durissimo al bipolarismo e di aprire la strada verso soluzioni neocentriste, travolgendo la prospettiva di due grandi partiti a destra e a sinistra'.
'Di fronte a questi rischi - si legge nella lettera - si deve fare piu' forte il nostro impegno a difesa delle ragioni che ci hanno spinto a promuovere il referendum. Sono stati i cittadini, all'inizio degli anni '90, ad imporre, letteralmente, il bipolarismo ad una classe politica boccheggiante e sorda al cambiamento. Chi propone oggi di ritornare ai giochi consociativi di venti anni fa si assume una grave responsabilita' politica di fronte al paese'.
'Chi coltiva nostalgie neocentriste e rimpiange l'epoca del debito pubblico galoppante abbia il coraggio di esporsi al giudizio degli elettori e chiedere un mandato in questa direzione - sotolinea Guzzetta - nessuno ha la legittimazione politica a buttare in mare le conquiste di questi anni'.
Proprio 'per scongiurare simili esiti, che appaiono peraltro piuttosto velleitari', dice Guzzetta, si moltiplicano in queste settimane le iniziative dei comitati locali per promuovere il referendum e partire il 24 aprile con la raccolta delle firme. E' previsto per il 6 marzo, a Milano, un incontro pubblico su 'Referendum elettorale e riforma della politica', a cui parteciperanno, tra gli altri, Filippo Berselli, Massimo Cacciari, Daniele Capezzone, Gad Lerner, Filippo Penati.
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Finalmente il popolo delle primarie esce dal coma.
Peccato che lo faccia dopo che i buoi sono scappati dalla stalla.
Ho letto tutte le mail di questi giorni e chi più chi meno dite che:
non
vogliamo Berlusconi.
AZZZZ! Come cemento della nostra politica non c'è che dire, direi
di una
durezza inscalfibile.
Sono d'accordo con la condanna ai coglioni sedicenti comunisti, ma
come la
vedete la posizione di Parisi che secondo lui dobbiamo rimanere in
Afghanistan fino al tremiladodici, se le acque si calmano, altrimenti
diverrà provincia autonoma della repubblica italiana tanto mandiamo già
una
caterva di soldi ai mafiosi ne possiamo pur spendere altrettanti per i
talebani? E risparmiamoci le amenità di Mastella Mussi Pallaro (fa rima
con
cazzaro o no?) e sofferenza cantando.
Noi ci siamo silenziati sin'ora perché siamo stati delusi dal fatto
che non
ci ascoltava nessuno.
Oggi siamo solo un pò più incazzatini.
Per me la questione è semplice ed irresolvibile.
Noi abbiamo votato i nostri perché l'Unione ci traghettasse nel
futuro, con
un programma sia pure largamente di mediazione ma pur sempre un
programma di
riforme strutturali atte a proiettare il paese nel futuro.
I nostri hanno dimostrato ampiamente di non esserne capaci ( e mi
dispiace
sinceramente per il professore), se si fossero lette le nostre umili
mail in
questo sito avrebbero agito centomilavolte meglio di come hanno fatto.
Oggi io punto solo ad una legge elettorale che ripristini i collegi
uninominali, per il resto la facciano come gli pare, la prossima volta
voglio dare il voto a uno che se mi fa incazzare lo vado a trovare in
ufficio e glielo dico direttamente cosa voglio.
O così o non voto più, per il programma speriamo nel PD perché come si
dice
a Roma: trotto d'asino poco dura!
un saluto... franco
laz-volontari@perlulivo.it
Creatività, il deficit dell’Italia
intervista a Irene Tinagli di Paolo Bracalini
da Ideazione
Scandinavia, terra di creativi. E chi l’avrebbe mai detto che tra i fiordi le idee fioccassero molto più che nel “bel paese là dove ’l sì sona”. Il paese della Ferrari e Pininfarina, di Gucci, Armani e Prada, del design e dell’artigianato, dei poeti e degli inventori, il popolo genio e sregolatezza, da Michelangelo a Roberto Baggio, il paese dall’intuito inefficiente e un po’ ciarlatano ma creativo, come i suoi treni dall’orario variabile o il codice della strada a Napoli, contro la rigidità nordica, si fa bagnare il naso dal resto d’Europa. La classifica è di quelle in cui ti aspetteresti di trovare proprio l’Italia al primo posto, o almeno sul podio. E invece no, peggio di noi, solo Grecia e Portogallo. Classifica di cosa? Creatività. Lontanissimi da Norvegia, Svezia, Danimarca, imbattibili soprattutto nei brevetti tecnologici, sotto la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, molto dietro la Spagna, l’Olanda, la Finlandia, niente a che vedere nemmeno con l’Irlanda, il Belgio. E anni luce dall’America. Tredicesimi su quindici. Ma che fine ha fatto la creatività italiana? Poche idee?
Non sembrerebbe questo il problema. La creatività c’è ancora, ma non ha le spalle coperte da una borghesia capace e illuminata, da un’industria dinamica che scommette sul nuovo, che ha il coraggio di mettere in gioco l’oggi per il domani. Quella che Richard Florida, guru delle strategie competitive (insegna Teoria dello sviluppo alla Carnegie-Mellon University di Pittsburgh) chiama “la nuova classe creativa”, in Italia ha il fiatone ancora prima di nascere. Altrove questa categoria comanda, e tiene le redini dell’economia. Una nuova classe sociale che si distingue dalle altre per la capacità di offrire innovazione, portare idee e contenuti dirompenti nelle tradizionali organizzazioni produttive. E per questo sta diventando sempre più una risorsa fondamentale per le imprese che vogliono sopravvivere e vincere la competizione economica globalizzata, e che sempre di più tendono a spostarsi nei centri dove la classe creativa si concentra e prospera.
Nel suo L’ascesa della nuova classe creativa (Mondadori, 2003) Florida descrive questa tendenza, un fenomeno che “sta ridisegnando il nostro futuro”, dice. La sezione iniziale è dedicata all’Italia nell’era creativa. L’indagine è stata curata da Irene Tinagli, ricercatrice nella stessa Università di Pittsburgh, passata prima dalla sua Toscana a Milano per laurearsi e completare un master alla Bocconi, e poi da Milano agli States. Un esempio in carne e ossa delle teorie che studia e degli scenari che illustra con grafici e tabelle. Un cervello in fuga, lei, che dice “io non tornerei mai in Italia”. Altro che paese dei creativi. Sia secondo le loro misure, basate sulla spesa in ricerca e sviluppo, sul numero di brevetti e sulle innovazioni tecnologiche, sia secondo l’indice di innovazione di Michael Porter (Harvard University), l’Italia è sempre in una pessima posizione per quanto riguarda la creatività. I risultati sono tutt’altro che incoraggianti.
Irene Tinagli, perché andiamo così male?
Uno dei fattori che più conta riguarda la quota di investimento in ricerca e sviluppo, una delle più basse in Europa. Bisogna poi sottolineare che quel poco di ricerca che si fa in Italia è più che altro pubblica, sotto forma di programmi di formazione, e non ricerca vera e propria, cioè ricerca applicata. Colpa dell’industria, che in Italia non investe niente nella ricerca scientifica. Anche il settore pubblico investe poco rispetto ad altri paesi, ma l’industria è particolarmente bassa. Questo è il dato più preoccupante. Senz’altro, si spiega anche con la particolare struttura dell’industria italiana, fatta di imprese medio-piccole, incentrate su produzioni tradizionali. Per le piccole imprese, spesso a conduzione familiare, è più difficile anche culturalmente puntare sulla ricerca e sull’innovazione. Questo però non significa certo che vada bene così. Quando mi capita di parlare con imprenditori o politici italiani la risposta è sempre la stessa: “l’Italia è fatta così”, ma che vuol dire? Si può anche cercare di farla crescere.
Poca ricerca, e pochissimo interesse per la ricerca da parte del mondo produttivo, dell’industria. L’opposto di quel che succede negli Usa, dove la ricerca è pagata a suon di dollari dalle industrie che nella creatività vedono la migliore arma per vincere la competizione industriale e commerciale. Lei di questo modello ha un’esperienza diretta.
Sì, negli Stati Uniti c’è una cultura completamente diversa rispetto a quella italiana. Ci sono molti investimenti dello Stato federale, c’è la “National Science Foundation” per esempio, che distribuisce moltissimi fondi per la ricerca, erogati in maniera mirata, per progetti specifici. Quindi ci sono anche dei criteri di distribuzione trasparenti, una selezione dei progetti e una chiara idea su come investire. La risorse sono un aspetto fondamentale della crisi o dell’ascesa della classe creativa. Ma prima di tutto servono i talenti.
Appunto. Pensa che in Italia non ci siano più talenti?
Mi lasci partire da una considerazione metodologica. Nell’elaborare le nostre classifiche abbiamo raccolto informazioni su tre parametri principali: la tecnologia, il talento e la tolleranza. Sulla tecnologia abbiamo riscontrato, rispetto agli altri paesi, questo enorme ritardo a investire in innovazione tecnologica, nel pubblico ma soprattutto nel privato. Ma ci sono forti carenze anche negli altri due indicatori. Sul talento, l’impressione che ho è che ci sia una creatività, specialmente legata al design, alla qualità, al lusso, ma è stata forte in periodi in cui bastava l’intuito, la creatività a livello artigianale. Oggi purtroppo la creatività va accompagnata ad una altissima professionalità, a un bagaglio di conoscenze forti. Sia in campo tecnologico e scientifico, sia nel marketing che nell’organizzazione aziendale. E quindi c’è bisogno di preparazione e professionalità, cosa che a noi manca. L’Italia ha una percentuale molto bassa di laureati rispetto agli altri paesi europei. Non voglio dire che chi ha tanti laureati abbia necessariamente più spinta economica. Però è indicativo di una situazione di ritardo culturale del paese che si riflette pesantemente anche sull’economia. Per esempio, i nostri imprenditori hanno un livello di istruzione mediamente molto basso, per cui anche culturalmente, oltreché dal punto di vista manageriale, per la nostra classe imprenditoriale è più difficile tenere il passo con le innovazioni tecnologiche che si fanno all’estero. Perché c’è più diffidenza, paura e meno conoscenza. Questo è un freno. C’è una creatività, ma manca il salto di qualità, manca una professionalità creativa. Basta osservare un semplice indicatore occupazionale, per vedere quante persone in Italia svolgono lavori “creativi”, quindi manager, avvocati, artisti, scienziati, architetti, ricercatori, persone pagate per pensare e creare soluzioni. Ecco, questi profili professionali, che nel resto dell’Europa rappresentano il 25-30 per cento dell’occupazione, in Italia rappresentano solo il 12 per cento. Questo dipende da molti fattori. Anche dalle particolarità del mercato del lavoro italiano, per cui abbiamo degli ingegneri che fanno il lavoro degli impiegati. Insomma, c’è poco spazio per la creatività.
Siamo anche il paese della burocrazia, che privilegia chi esegue invece di chi crea e rompe le regole. E’ d’accordo?
Non abbiamo fatto uno studio specifico sulla burocrazia, ma qualcosa su questo emerge passando dal talento alla tolleranza. Nei sondaggi dell’Eurobarometro è emerso che gli italiani hanno un buon punteggio nella tolleranza delle minoranze. L’Italia è poco tollerante da un altro punto di vista. Bisogna fare riferimento agli indicatori presi in considerazione da un rapporto dell’Università del Michigan: l’attaccamento a valori tradizionali, ma in una accezione negativa del termine, cioè come chiusura verso la novità, e poi il valore dato da un paese alla self expression, cioè all’estro individuale, alla capacità di esprimere giudizi critici e indipendenti, di staccarsi un po’ dal gruppo. è in questo che andiamo male.
Il paese con la borghesia più ottusa e conformista, come pensava Orson Welles dell’Italia?
Beh, diciamo che è un paese in cui si fatica molto a valorizzare l’espressione individuale, a vederla come un valore positivo, ad apprezzare la dialettica e la differenza di opinioni. Si apprezza molto di più l’ubbidienza a certe regole, che non la capacità di fare qualcosa di diverso e di distinguersi. In questi due valori siamo molto bassi. Probabilmente nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta c’era più dinamismo, più voglia di fare e di crescere, anche nelle cose creative, nell’arte, nel cinema, più apertura verso il nuovo. Nell’Italia di oggi invece c’è più paura, più prudenza. è così negli uffici, nelle aziende e nelle università.
Le università italiane, appunto. Dove si forma la nuova classe dirigente, la cultura è burocratizzata, lo studio una pratica da impiegati. Come potrebbe mai uscire una classe creativa da una università di questo tipo?
Credo che l’università sia un nodo cardine dei moderni sistemi economici. Avere una università che funziona bene, che funga da traino per l’innovazione sarebbe veramente fondamentale. Il ruolo centrale dell’università è emerso moltissimo per esempio negli Stati Uniti. E’ ovvio che non è l’unico fattore, l’università deve poi incontrare una società dinamica, un mondo industriale e produttivo che sia ricettivo all’innovazione e alle idee che escono dai centri di ricerca. Ma un’università che produca davvero conoscenza è un elemento indispensabile per creare davvero le condizioni di una società creativa, e quindi produttiva anche dal punto di vista industriale. Le due cose sono collegate in modo strettissimo. Credo che in Italia ci siano due tipi di ostacoli a questo. Uno è un funzionamento interno altamente disfunzionale e quasi patologico, l’altro è il problema delle poche risorse. Rispetto al primo punto, abbiamo l’illusione del “megaconcorso” pubblico nazionale, ma è solo un’illusione. Perché poi si sa che ci sono dei meccanismi per cui passano solo certi tipi di candidati, quelli interni sponsorizzati da un professore.
Negli Stati Uniti?
Anche in America i professori si scelgono chi vogliono, non è questo il problema. E’ normale che i professori indichino le persone con cui vorrebbero lavorare, i migliori secondo loro. Ma questo in Italia viene fatto con criteri del tutto arbitrari. Negli Usa invece la cosa è diversa perché quando una università cerca un professore mette un annuncio, tutte le persone che sono interessate fanno domanda, mandano il loro curriculum, e il dipartimento seleziona quelli che ritiene più interessanti. Anche sulla base delle raccomandazioni, nel senso che se uno studente ha lavorato con un professore molto famoso e stimato e questo professore scrive una lettera di presentazione, questa raccomandazione pesa. Poi i candidati vengono chiamati e viene scelto quello più bravo. Ma perché questo sistema funziona splendidamente? Perché le università hanno un fortissimo incentivo ad assumere i migliori.
Ma anche qui dovrebbe essere così. O no?
Sì, dovrebbe, ma non è affatto così. Perché lì i ricercatori, o i professori associati, non hanno un posto a vita, che mantengono anche se vivacchiano su quello che hanno già fatto o se addirittura non fanno quasi più nulla. Ogni tre anni, i professori hanno una review, un esame, che valuta il lavoro fatto. E il posto viene riconfermato solo a chi ha svolto un buon lavoro, ha prodotto. E naturalmente questo dipende anche dalle persone con cui si lavora. Se hai aiutato ad assumere quelli bravi è più probabile che tu riesca. Tutto questo incide poi sull’altro aspetto, quello delle risorse. Quando le università fanno domanda per ottenere dei grant, cioè dei fondi per la ricerca, se hanno un buon prestigio, un buon nome e un corpo docenti con dei bei profili, aumentano moltissimo le possibilità di ricevere i soldi. Quindi, le università americane hanno tutto l’interesse a promuovere la qualità invece che il nepotismo. E infatti i risultati si vedono.
I ricercatori italiani, invece, aspettano il concorso che li regolarizzi e li metta a posto per il resto della vita. C’è insomma, in Italia, poca voglia di rischiare da parte della classe creativa, e molta voglia di assistenzialismo e di Stato. E’ così?
Sicuramente. Se posso ancora fare l’esempio degli Stati Uniti, lì moltissimi ricercatori vengono invece assorbiti dall’industria, e non aspettano l’assunzione dall’università. E l’industria, grazie al loro apporto, produce moltissima innovazione negli Stati Uniti, soprattutto tecnologica. Da noi questo manca completamente, abbiamo poche aziende che fanno ricerca. C’è qualcosa alla Fiat, all’Eni. Ma sono poche quelle che investono in ricerca e assorbono i creativi. L’università non può certo assorbirli tutti. Il problema dell’università italiana è un problema di regole interne, di governance interna, oltre che di risorse come dicevamo. Non è immaginabile che un ricercatore prenda seicento euro al mese. Io non tornerei mai in Italia, anche se cambiassero le regole. E non sono certo l’unica a pensarla così. Secondo una statistica dell’Ocse, il nostro paese risulta una delle mete meno preferite da studenti e studiosi stranieri. Se si crede che le persone creative, persone che hanno investito tutta una vita in istruzione e crescita, siano importanti per la società, bisogna dare loro anche una dignità. Certo, bisogna fare in modo che siano selezionati, ma poi anche pagarli di conseguenza.
Nel libro descrive come, negli altri paesi, la classe creativa non solo non sia sottopagata e male utilizzata, ma addirittura guidi l’economia.
Negli altri paesi c’è maggior spazio per questa professionalità, che quindi ha un peso di molto maggiore. Il nostro è un paese fortemente caratterizzato da un tipo di economia tradizionale e da figure professionali tradizionali. Se si vanno a vedere le classifiche occupazionali dell’Italia, si vede che è un paese prevalentemente di piccoli commercianti, impiegati e imprese a dimensione familiare che non danno spazio a figure professionali creative, sia per problemi economici che culturali. Da noi anche le imprese che potrebbero dal punto di vista economico ingrandirsi e professionalizzarsi fanno fatica a superare la cultura del familismo. Anche alla Parmalat c’erano figli e cugini. Sono poche le imprese italiane che si aprono e chiamano manager stranieri, da fuori, cercando di modernizzarsi da un punto di vista di profili professionali creativi.
In molti casi, per modernizzarsi, occorre un piccolo viaggio. Quello che porta le imprese dalla provincia alla città. E’ così?
Sì, anche in Italia si assiste sempre di più a questo fenomeno, quello di imprese operanti nel settore della moda, del design o di Internet che nascono in provincia ma che in seguito decidono di spostare i loro uffici e i loro showroom in città come Milano, per esempio, dove possono essere in contatto con le ultime tendenze e avere la possibilità di attirare più facilmente designer, finanziatori e manager di alto livello. Queste imprese hanno bisogno di centri vivi, dove ci sia forte fermento di idee e di talenti, per poter mantenere alti i livelli di innovazione e competitività. Altrove questo fenomeno si riscontra in maniera più marcata, ma anche da noi c’è questa tendenza. C’è un forte bisogno – latente – di dare più spazio alla classe creativa, far circolare più liberamente le nuove idee. Cose che da sempre si trovano più nelle città che in provincia. E’ fondamentale il ruolo delle città di creare ambienti sociali, culturali, economici e produttivi che siano stimolanti e interessanti, ricchi anche di diversità. Perché l’impresa esposta a tutto quello che può essere nuovo, non solo nel suo settore ma anche in campi affini, nella comunicazione o nel marketing, o in nuove tendenze complessive, certamente ha dei vantaggi. Ci sono aziende italiane che si muovono bene, in maniera dinamica. Ma sono poche. E’ necessario capire che bisogna uscire dal provincialismo e aprirsi al mondo.
Ma non c’è il rischio di perdere l’autenticità del made in Italy, da sempre legato a realtà produttive e aziendali di tipo familistico? Non crede ci sia anche un aspetto positivo nel restare legati alla tradizione, e in un certo senso anche al provincialismo (quello di Maranello, per esempio)?
La Ferrari è certamente legata alla tradizione, ma non mi sembra affatto provinciale. Credo che l’autenticità si possa anche mantenere nel rinnovamento continuo, nell’innovazione. Le idee, nate nel seno di una tradizione radicata in un territorio, poi si possono espandere con dei metodi più moderni. Se si crea l’immagine della qualità, del paese del lusso e del design, non è necessario che sia il design artigianale tipo il primo abito di Valentino, si può evolvere lasciando integro il nocciolo legato al design e alla qualità. Quello che prima poteva essere l’osteria o la cantinetta sporca di paese: magari il prodotto rimane lo stesso, improntato agli stessi criteri di tipicità, però si accompagna ad un cambiamento della mentalità, del modo in cui si presenta il prodotto, lo si commercializza magari fuori dall’Italia, del modo in cui si crea anche un’immagine. Oggi è così, bisogna aprirsi verso l’esterno.
A proposito di mentalità. Lei sottolinea la presenza di un atteggiamento assistenzialista verso le imprese. Non si aiutano cioè le aziende che vanno bene, ma quelle che vanno male, per salvare i posti di lavoro. Non è anche questa una cultura che penalizza la creatività?
Sicuramente. C’è spesso la tendenza in Italia a difendere e giustificare quello che c’è, e un’incapacità ad immaginare quello che potrebbe esserci. Capisco sia importante, soprattutto in momenti come questo, anche la difesa dei posti di lavoro tradizionali. Però non ci si rende conto che certe volte i tentativi esasperati di difendere le cose che funzionano male, preclude la possibilità di dare spazio a quelle che magari potrebbero funzionare bene, e quindi in prospettiva potrebbero creare molto più benessere e posti di lavoro di quelle vecchie aziende che continuiamo a difendere. Mi riferisco a situazioni generali. Con la contrazione della domanda molte piccole aziende fanno fatica, tutti si preoccupano di come salvarle dal tracollo. Ma quando ci sono scosse nell’economia globale, crisi così grosse e prolungate, è difficile pensare di salvare imprese di questo tipo. Se sono in difficoltà è perché non sono riuscite a essere competitive. Ma se si avesse la capacità e il coraggio di guardare più in là delle specifiche aziende, alle potenzialità di un territorio, di una città o di un paese nel suo complesso, si capirebbe che magari non si riesce a salvare queste vecchie realtà, ma si può creare qualcosa di nuovo, che forse ci tirerà avanti nei prossimi anni. Ecco, a volte manca anche una creatività politica. Perché è molto più comodo cedere alle pressioni di oggi, che avere il coraggio di fare qualcosa che si avvererà solo domani.http://www.ideazione.com/quotidiano/6.altro/2005/2005-05-14_rivista_creativita_bracalini.htm
Erevan, Ankara, Bruxelles: un dialogo necessario
Francesco Anghelone
La Turchia ha la necessità e l’interesse politico ed economico a far sì che la questione del genocidio armeno sia, una volta per tutte, consegnata alla storia. La esigenza di normalizzare i rapporti con l’Armenia deriva anche dall’importanza che l’Europa assegna alla regione caucasica. Il problema principale che coinvolge il governo di Erevan sul piano internazionale è invece il contenzioso per il Nagorno-Karabakh con l’Azerbaigian. Ankara, assieme all’Ue, potrebbe svolgere un ruolo importante per giungere a una soluzione della crisi, ma per il momento tiene ancora chiuse le frontiere con l’Armenia, arrecandole gravi danni economici.
Il 24 settembre del 2005 presso l’Università Bilgi di Istanbul si è svolta, per la prima volta in Turchia, una conferenza sulla questione dei massacri della popolazione armena che, nel corso della prima guerra mondiale, risiedeva all’interno dell’Impero ottomano. L’incontro, inizialmente previsto per il maggio precedente e poi cancellato a seguito di una decisione di un tribunale amministrativo di Istanbul, ha rappresentato, nonostante il clima di altissima tensione in cui si è svolto, un momento di riflessione importante all’interno della società turca. Nonostante le forte critiche di cui sono stati oggetto, gli organizzatori hanno per la prima volta avuto il coraggio di portare al centro del dibattito pubblico del paese un tema che, dopo quasi un secolo, rappresenta ancora un vero e proprio tabù per la società turca e un freno nel processo di adesione di Ankara nell’Unione Europea. Ciò è apparso evidente allorché il Parlamento Europeo, a pochi giorni dall’apertura ufficiale dei negoziati per l’adesione della Turchia nell’UE, ha votato sì a favore dell’apertura dei negoziati con Ankara (con 365 voti favorevoli, 181 contrari e 125 astenuti), ma ha inserito, quale condizione necessaria, il riconoscimento del genocidio degli armeni.
Nonostante nell’ottobre del 2005 il Consiglio d’Europa abbia avviato i negoziati anche in assenza di un riconoscimento da parte turca del genocidio armeno, l’opposizione di principio presente in alcuni paesi europei all’ingresso di Ankara nell’UE non ha mancato di condizionare il processo negoziale. Particolarmente forte è stata la decisione dell’Assemblea nazionale francese di approvare, il 10 ottobre del 2006, grazie anche alla decisa azione della lobby armena presente nel paese, un progetto di legge che prevede la condanna per chiunque neghi il genocidio. Occorre dunque rilevare come, al di là del valore storico o morale che si vuole attribuire all’eventuale riconoscimento del fatto che i massacri degli armeni nel corso della prima guerra mondiale possano rientrare in una politica di genocidio, Ankara abbia la necessità e l’interesse politico ed economico a far sì che la questione sia, una volta per tutte, consegnata alla storia.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, infatti, la Turchia è tornata a svolgere un ruolo di grande rilievo nel Caucaso, regione che riveste un’importanza fondamentale per gli interessi turchi, soprattutto in termini economici – per il petrolio che giunge da queste zone e per le opportunità offerte dai nuovi mercati. A partire già dai primi anni Novanta la Turchia ha mantenuto stretti rapporti con la Repubblica dell’Azerbaigian e con la Georgia, a dimostrazione di come essa abbia compreso a fondo l’importanza dell’area per le nuove pipelines per il trasporto del petrolio e del gas. Al contrario, negli anni Novanta, Ankara non ha mantenuto relazioni diplomatiche con l’Armenia, sia per ragioni storiche, sia per il conflitto che ha visto contrapposta quest’ultima all’Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabach.
La necessità di normalizzare i rapporti con Erevan, per la Turchia, deriva anche dall’importanza che l’Europa assegna alla regione. Attraverso i cosiddetti Action Plans, ovvero documenti programmatici che stabiliscono gli obiettivi e le linee di cooperazione tra l’Ue e i paesi che rientrano nell’ambito della Politica di Vicinato, l’Unione intende rafforzare le relazioni con tre Repubbliche del Caucaso meridionale. Nel 2003 il Parlamento europeo ha nominato un proprio rappresentante speciale per il Caucaso meridionale con il compito di fornire assistenza ad Armenia, Azerbaigian e Georgia nel processo di attuazione delle riforme politiche ed economiche necessarie, e di operare al fine di ridurre i conflitti nell’area. L’obiettivo era quello di accrescere il ruolo dell’Unione nella regione e di dare visibilità all’azione che stava mettendo in atto.
Il 2003 è stato dunque un anno di svolta per la politica dell’Ue nel Caucaso meridionale. L’Unione Europea ha chiesto ai tre paesi della regione di impegnarsi nel miglioramento delle proprie strutture democratiche e nel rispetto dei diritti umani per potere godere pienamente dei piani di azione che essa aveva intenzione di mettere in atto. Si è deciso, dunque, di applicare il principio della condizionalità che di fatto lega la collaborazione ai meriti che ogni paese acquisisce nel processo di riforma in settori come il dialogo politico, lo sviluppo economico e sociale, la giustizia e il settore energetico. Nel 2004 è stato, inoltre, stabilito che i Paesi della regione potranno beneficiare anche di altri strumenti oltre agli Action Plans, ovvero procedure di finanziamento che rientrano all’interno dello Strumento europeo di prossimità che dal 2007 porterà a un notevole incremento degli attuali programmi Tacis e Meda.
Attraverso un’attenta attività di monitoraggio, esposta nei Country Reports annuali, l’Ue ha seguito e segue con grande attenzione l’evoluzione politica e istituzionale nell’area. Nel caso dell’Armenia la base per la cooperazione con l’Unione Europea e per il suo rafforzamento è rappresentata dall’EU-Armenia Partnership and Cooperation Agreement (Pca), firmato nel 1996 ed entrato in vigore nel corso del 1999. Il governo armeno ha approvato nell’aprile del 2004 un decreto che ha reso esecutivo l’accordo di cooperazione con l’Ue. Il Paese ha dunque dato prova di perseguire una politica di collaborazione con l’Unione e tuttavia non sono mancati problemi che hanno complicato il processo di partenariato. L’Armenia, infatti, è stata più volte richiamata per il mancato rispetto dei diritti umani e per il mancato sviluppo di un sistema autenticamente democratico sia dal Consiglio d’Europa che dall’Osce, istituzioni di cui peraltro è membro. In particolar modo è stato rilevato come siano state frequenti le irregolarità nel corso delle elezioni politiche e come la libertà di stampa sia ancora lontana dall’essere un elemento acquisito stabilmente per il Paese. Anche sul piano economico non sono mancate critiche, tanto che la corruzione resta un fattore di grande debolezza per l’economia del Paese e per la società nel suo complesso. Il problema principale che coinvolge l’Armenia sul piano internazionale è però il contenzioso per il Nagorno-Karabakh con l’Azerbaigian. Per l’Ue la soluzione di questo contrasto è un elemento essenziale per lo sviluppo del partenariato con l’Armenia e con l’Azerbaigian e tuttavia allo stato attuale una soluzione appare ancora lontana. Appare evidente che la Turchia, assieme all’Unione Europea, potrebbe svolgere un ruolo importante per giungere a una soluzione della crisi.
Tuttavia il Progress Report 2006 della Commissione Europea sulla Turchia ha rilevato come quest’ultima, nell’ambito della politica commerciale comunitaria, ancora escluda l’Armenia dal Sistema Generale di Preferenze. Allo stesso modo nel rapporto è stato sottolineato il fatto che Ankara ancora tenga chiuse le frontiere con Erevan, arrecando gravi danni economici all’Armenia. Anche sul piano interno il rapporto ha registrato forti battute di arresto nel processo di riforma, come dimostrato dalla condanna del giornalista armeno Hrant Dink a sei mesi di reclusione, poi sospesi, sulla base dell’articolo 301 del nuovo Codice penale, con l’accusa di aver insultato la nazione turca in una serie di articoli sull’identità armena. L’uccisione dello stesso giornalista all’inizio del 2007, ha di nuovo preoccupato la comunità internazionale sulla capacità della Turchia di completare il processo verso una piena e definitiva democratizzazione.
Sia la Turchia che l’Armenia hanno oggi la necessità di avviare un processo di ricomposizione di una frattura che, seppur profonda, merita oggi di essere consegnata definitivamente all’analisi degli storici. Senza una tale ricomposizione entrambi i paesi corrono il serio rischio di compromettere il proprio futuro sviluppo democratico, politico ed economico.http://www.resetdoc.org/IT/Erevan-Ankara.php
La triplice sconfitta di Berisha
26.02.2007 scrive Indrit Maraku
Non sono ancora arrivati tutti i risultati definitivi della tornata per le amministrative albanesi, tenutesi il 18 febbraio scorso, tuttavia i dati a disposizione confermano la vittoria dell’opposizione in 9 dei 12 capoluoghi di provincia
Edi Rama
La maggioranza di centro destra del premier Sali Berisha ha perso alle elezioni amministrative svolte lo scorso 18 febbraio in Albania, definite come “deludenti” dalla comunità internazionale per quel che riguarda gli standard necessari per un processo democratico. L’opposizione di sinistra, invece, guidata dal leader socialista Edi Rama, è riuscita a vincere in 9 dei 12 capoluoghi di provincia in cui è ripartito il Paese, compresa la capitale. Berisha non è riuscito a vincere nemmeno la sfida dello svolgimento di elezioni libere e democratiche: in un rapporto preliminare degli osservatori internazionali dell’Osce si parla di “un’occasione perduta”. Così, il leader democratico si appresta a far fronte a quella che molti analisti hanno già definito la triplice sconfitta di Berisha.
Deficit democratici
Le ultime elezioni in Albania, secondo gli osservatori, sono state “un’occasione persa per votare in linea con gli standard internazionali”. Uno schiaffo per l’intera classe politica, ma specialmente per il premier che diverse volte aveva definito come più importante dell’esito del voto il raggiungimento degli standard richiesti dalla comunità internazionale. Nel rapporto dell’Osce viene sottolineato il fatto che i partiti politici hanno deciso di approvare il nuovo codice elettorale solo a poche settimane dal voto, mentre lo potevano fare sin dal luglio del 2005. “Ci sono alcuni standard da rispettare come quello che proibisce di modificare le regole elettorali nei sei mesi precedenti il voto”, ha detto Jurgen Grunet, capo della missione.
Ma se “le elezioni del 3 luglio 2005 vennero definite le migliori mai svolte in Albania, questa volta non si può dire altrettanto”, ha aggiunto Grunet. Tra le irregolarità riscontrate compaiono casi di voto di gruppo, problemi nell’identificazione degli elettori, mancanza di un registro nazionale sullo stato civile, difficoltà di accesso ai seggi e un clima generale di tensione.
Il commissario Ue all’Allargamento, Olli Rehn, ha parlato di “deficit democratici nella fase di preparazione e di svolgimento delle elezioni” che hanno dimostrato la “necessità per il Paese di approfondire la cooperazione tra i partiti per rispondere agli impegni sottoscritti dall’Albania con la comunità internazionale”.
L’eurodeputata tedesca Doris Pack, che ha seguito il voto da vicino, ha detto che non può più essere tollerato lo svolgimento di simili elezioni nel Paese, avvertendo perciò l’opposizione di stare alla larga dal richiedere lo svolgimento di elezioni anticipate.
La seconda sconfitta
Sali Berisha
È dovuta passare quasi una settimana dal voto perché la Commissione elettorale centrale pubblicasse la percentuale dell’affluenza alle urne, fermata al 48% degli aventi diritto: uno dei dati più bassi mai registrati. In alcune città, manca ancora il risultato finale, ma ormai è certa la vittoria della sinistra in 9 dei 12 capoluoghi di provincia che, in caso di elezioni politiche, sono quelle che regalano anche il maggior numero di deputati. E, vista la valenza politica data a queste amministrative da entrambi gli schieramenti, l’unico sconfitto di queste elezioni, secondo la maggioranza degli analisti, è il leader democratico Berisha.
Quest’ultimo aveva promesso di riconoscere qualsiasi risultato uscito dal voto, ma pochi giorni fa ha spiazzato tutti dichiarando davanti alle telecamere una “vittoria plebiscitaria” della sua maggioranza. Berisha fa riferimento al numero maggiore di comuni vinti in totale dalla coalizione del centro destra, ma la stragrande maggioranza di questi comuni sono piccoli o minuscoli e hanno lo stesso valore elettorale di un quartiere della capitale. “È solo una sensazione mediatica – ha detto – perché la nostra è stata in realtà una vittoria plebiscitaria”, come “la grande vittoria del 1992” che ha scacciato la dittatura comunista.
Sembra pensarla diversamente Bamir Topi, capogruppo del Partito democratico, che ha chiesto una ricomposizione del governo alla luce dei risultati delle urne. “Per il peso che ha, è indiscutibile che la vittoria (dell’opposizione, ndr) nelle grandi città va presa in considerazione – ha detto – Tuttavia, non tutti i mali vengono per nuocere, perché a volte è necessario recuperare le posizioni, rivedere i propri passi e gli sbagli commessi”. Topi ha sottolineato che “cambiamenti devono avvenire a tutti i livelli dell’amministrazione”.
Si cristallizza così l’esistenza di due correnti all’interno del Pd: quella conservatrice guidata da Berisha, il suo vice Rusmajli e la capo del Parlamento Topalli; e quella liberale guidata da Bamir Topi, spesso in contraddizione con il leader, e dall’avvocato e deputato Spartak Ngjela, tolto da ogni incarico di partito dopo alcuni conflitti con Berisha.
Un immediato rimpasto di governo è stato chiesto al premier anche dai suoi alleati, i democratici riformatori e i repubblicani. Il leader storico di quest’ultimi, Sabri Godo, in seguito alle affermazioni vittoriose di Berisha, lo ha classificato come “fuori dalla realtà delle cose”.
La dura battaglia di Tirana
Vincere assolutamente nella capitale era diventato l’obiettivo maggiore di entrambi gli schieramenti. Per togliere la poltrona del sindaco al leader socialista Edi Rama (che si candidava per un terzo mandato), Berisha aveva messo in campo il suo ministro degli Interni, Sokol Olldashi. Ma la figura di quest’ultimo durante la campagna elettorale è stata nettamente sovrastata da quella del leader democratico al punto da farla sembrare una gara tra Rama e Berisha stesso. L’esito ha regalato la vittoria al primo con il 56,27% dei voti, contro il 43,13% dei consensi raggiunti dallo sfidante Olldashi.
Berisha ha perso così anche la sua terza sfida, quella della capitale, nella quale non aveva risparmiato nemmeno l’uso dei colpi bassi. A pochi giorni dal voto, il quotidiano “Sot”, molto vicino alla maggioranza, ha pubblicato alcune foto di Rama nudo, risalenti a 12 anni fa, mentre era in vacanza in una spiaggia del sud della Francia. Quanto è bastato per essere definito dalla destra e da Berisha stesso come “pervertito”, “strano” oppure “essere socialmente pericoloso”.
D’atro canto, i media più vicino alla sinistra si sono messi ad indagare sul rivale di Rama. Così il quotidiano più diffuso, “Shekulli”, ha pubblicato a pochi giorni dal voto alcuni rapporti che dimostrerebbero i legami dell’ex ministro degli Interni Olldashi con la criminalità organizzata.
Secondo il quotidiano, questi materiali, che sarebbero già in possesso del Fbi, accuserebbero il candidato democratico di 17 crimini diversi. Nei giorni della pubblicazione, in diverse città risultava difficile trovare una coppia del giornale, cosa che ha fatto pensare ad una forma di censura legale: spesso, in Albania, quando un giornale pubblica qualcosa che non piace ad una forza politica, i suoi sostenitori comprano in blocco tutte le copie disponibili sul mercato. Adrian Thano, giornalista del “Shekulli”, ha detto all’Osservatorio sui Balcani che anche in questo caso si tratta di “un fenomeno che pure noi abbiamo notato in quei giorni e abbiamo mandato un equipe per indagare il mercato”.
Alleanza perdente
Se la seconda sconfitta di Berisha ha a che fare con il risultato del voto, specialmente a Tirana, la terza riguarda direttamente la strana coalizione che il leader democratico ha voluto fare durante la campagna elettorale con il suo nemico di sempre, l’ex capo dei socialisti Fatos Nano.
La nuova alleanza non è piaciuta all’elettorato democratico, abituato a vedere nella figura di Nano il simbolo del male, del crimine e della corruzione. Un patto con questo male, anche se ai danni di Rama, è sembrato agli occhi dei democratici come un atto immorale per chi, come Berisha, ha fatto della la moralità il suo cavallo di battaglia.
Ma questa strana alleanza non è piaciuta nemmeno agli elettori socialisti. In quelle poche città dove Nano è andato a propagandare a favore dei candidati di sinistra, quest’ultimi hanno puntualmente perso. Addirittura anche a Saranda, la città meridionale che ha regalato all’ex premier il mandato parlamentare.
Mimoza Dervishi, dalle pagine di “Shqip”, è tornata indietro alla vittoria del Pd nelle elezioni del 3 luglio 2005 dicendo che si era trattato di “un voto contro di Nano, non contro la sinistra o a favore di Berisha. Ora che Nano se ne è andato definitivamente, gli albanesi hanno deciso di dare l’addio anche a Berisha”. Per Lorenc Vangjeli, invece, insieme Berisha e Nano “devono calcolare che nel voto contrario degli albanesi [nei loro confronti], una percentuale considerevole è dovuta alla loro identificazione come parte dei problemi e non delle soluzioni dei problemi”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6826/1/51/
Per lo yen un futuro di debolezza
MARCELLO DE CECCO
Il rialzo di 25 punti base del tasso di riferimento da parte della Banca del Giappone è il ‘non evento’ che ci si aspettava. Innanzitutto perché la decisione è stata presa con il voto contrario del vice governatore Kazumasa Iwata, economista della Università di Tokyo, nominato alla Banca dal governo Koizumi, in cui è stato esperto della presidenza del Consiglio. Il suo voto contrario, che si era manifestato pure in occasione del precedente aumento, è stato accompagnato dalla dichiarazione dello stesso governatore secondo cui non ci si devono attendere nel prossimo futuro aumenti ulteriori. Tanto è bastato per scaricare l’evento di ogni significato restrittivo. Anzi, l’effetto sullo yen è stato negativo. Il problema della debolezza internazionale dello yen, soprattutto nei confronti dell’euro, è rimasto irrisolto. La sopravvalutazione dell’euro nei confronti dello yen ha superato il 40%, mentre essa è assai inferiore nei confronti del dollaro o della moneta cinese. In Asia, poi, la politica della Banca centrale giapponese confligge con quelle delle banche centrali austrialiana, neozelandese, cinese e coreana, che si sono tutte messe in posizione restrittiva, avendo da confrontarsi con pericolose bolle settoriali, specie nell’edilizia e nelle materie prime.
Il Giappone, se nella persistente ed efficace comunicazione governativa è fatto apparire come un paese in grande crescita, ormai da più anni di quanti ne durò il famoso boom Izanagi, che portò in un lustro il Giappone a essere la seconda potenza economica mondiale, in realtà si è solo ripreso da una depressione decennale profondissima e i tassi di crescita del PIL si misurano in cifre che oscillano attorno al 2%.
Dal 1965 al 1970, invece, il tasso annuo di crescita fu del 11.5 %, tale da far impallidire persino le cifre attuali della crescita cinese. Ora ci si attende addirittura una flessione, di cui sono segno tutti gli indicatori anticipatori più importanti, ormai messisi al negativo da qualche mese. E comunque, mentre il grande boom degli anni sessanta fu incentrato sullo sviluppo dei consumi durevoli all’interno del paese, che i giapponesi si potevano permettere per la prima volta (come era accaduto a italiani e tedeschi solo qualche anno prima), la crescita attuale è spinta invece dagli investimenti e dalle esportazioni, aiutate non poco dal tasso di cambio sottovalutato.
Gli investimenti hanno ripreso a crescere solo come risultato della cura da cavallo impressa dalla Banca centrale giapponese, ormai da un decennio, all’economia del paese. Caso più eclatante di politica economica keynesiana protratta non si è mai dato in precedenza. Il tasso di interesse è stato spinto verso lo zero e tenuto a quel livello, per controbattere prezzi che si ostinavano a declinare caparbiamente, anche questo un fenomeno mai registrato nel dopoguerra in una economia sviluppata. La discesa dei prezzi originava dalla precedente politica delle imprese giapponesi, che avevano continuato a investire e a tenere occupata tutta la forza lavoro, con un surplus crescente di prodotti che solo in parte potevano prendere la via dell’estero.
La decisione successiva delle imprese, di ristrutturare licenziando anche parte dei dipendenti ai quali era stato promesso il posto a vita, ha portato lo sgomento nelle famiglie giapponesi, e indotto una incertezza e una propensione per la liquidità che in certi momenti è stata quasi assoluta. A mali estremi, estremi rimedi. Onde la politica dei tassi di interesse a livello zero, mantenuta per anni interi.
La cura da cavallo ha funzionato, ma le sue ricadute esterne sono state pesanti. Le istituzioni finanziarie giapponesi hanno infatti cominciato a prestare ad arbitraggisti locali ed esteri, che hanno messo in funzione un gigantesco fenomeno di trasferimento di capitali verso luoghi dove rendono di più dell’assai basso prezzo di costo. Il fenomeno ha la caratteristica di auto perpetuarsi, perché determina continui surplus di bilancia commerciale, cui corrispondono grandiosi accumuli di riserve internazionali e ulteriori operazioni di arbitraggio.
Quando è sembrato che, finalmente, i prezzi al consumo in Giappone cominciassero di nuovo ad aumentare, la Banca del Giappone, anche per venire incontro alle richieste sempre più risentite specialmente dei paesi dell’Euro, ha ritenuto opportuno dar segno di inversione di rotta, aumentando il proprio tasso di riferimento. Ma l’operazione si svolge all’insegna di una timidezza e gradualità veramente impressionanti. Il primo rialzo, dello 0.25 %, ha visto ben tre voti contrari pur nella sua estrema moderazione. Il secondo ne ha visto uno solo, ma molto qualificato e pesante.
In verità, come si è detto, il fenomeno della ripresa non riguarda quasi i consumi interni, è spiegato dalle esportazioni e dagli investimenti fissi privati, mentre quelli pubblici sono in declino. Il governo giapponese si trova così di fronte ad un corposo dilemma: il deficit fiscale viaggia allegramente tra il 4 e il 5% del pil e una diminuzione del tasso di crescita porterebbe ad una diminuzione delle entrate fiscali e ad un peggioramento ulteriore dei conti pubblici, con aumento del debito pubblico, già arrivato a un sensazionale 160% del pil. Poiché il governo, inoltre, stima che il precario aumento dei prezzi che è riuscito finalmente a prevalere sia dovuto in buona misura al rincaro del petrolio, la previsione di diminuzione del greggio, se si escludono avventure militari ulteriori in Medio Oriente, porta a fargli ritenere che il segno dei prezzi al consumo può invertirsi di nuovo, riproducendo la condizione sperimentata per troppi anni, che si è tradotta in una rendita per il consumatore giapponese, ulteriormente dissuaso dall’aumentare i consumi avendo l’aspettativa di pagarli di meno in futuro.
Il governo del primo ministro Shinzo Abe era giunto al potere dichiarando la propria volontà di diminuire il debito pubblico, che considerava insostenibile a medio termine, e di volerlo fare riducendo la spesa pubblica, e non aumentando le imposte. Una seria restrizione monetaria mette in ovvia difficoltà queste intenzioni, perché infliggere una doppia dose di deflazione, fiscale e monetaria, ad una economia che si rifiuta di far crescere i consumi privati e che si regge sulle esportazioni, la spesa pubblica e, in qualche misura, gli investimenti privati, sarebbe veramente esiziale per le fortune di qualsiasi governo.
Italia, Giappone e Germania sembrano colpite da un fato comune, Sconfitte in una guerra che le vide alleate, hanno tutte "vinto la pace", sviluppandosi, nei primi trent’anni del dopoguerra con l’aiuto degli Stati Uniti, specie in funzione di diga antisovietica e anti cinese. E’ stato permesso loro di mantenere in vita lo speciale sistema di mobilitazione del risparmio bancario per accrescere la capacità produttiva, inaugurato per finanziare il riarmo e la guerra ai tempi dell’Asse. Quando è crollata l’Unione Sovietica, la ricreazione è finita e la potenza egemone ha iniziato a pretendere che i tre paesi iniziassero a liberalizzare veramente il loro sistema economico e finanziario, finendola con il corporativismo. Lo ha fatto l’Italia, che per rimediare al dissesto dei conti pubblici ha smantellato il proprio sistema delle partecipazioni statali e privatizzato il sistema bancario. Giappone e Germania lo hanno fatto molto meno.
I tre paesi sono ancora in testa alla classifica della quota di valore aggiunto generato nell’industria rispetto al pil. Sono tutti sopra il 20%, mentre da Francia a Stati Uniti, gli altri paesi sviluppati sono sotto tale soglia fatidica. Ma Giappone e Germania sono riusciti a tenere tale primato essenzialmente mediante grandiosi successi nelle esportazioni, che hanno aumentato del 50% nel nuovo millennio, cioè nel giro di sei anni, dal già elevato livello raggiunto in precedenza. Il collegamento tra sistema educativo e innovazione è riuscito loro in maniera egregia, rendendoli leader in tutti quei settori nei quali prevalgono il capitale umano e la tecnologia applicati non solo alle punte di diamante ma all’intera gamma della produzione. L’Italia, che già seguiva distaccata, non è riuscita in tale intento, anzi se l’è cavata sostituendo i paesi più sviluppati nei settori intensivi di manodopera e di design e moda. E, naturalmente, svalutando il cambio sistematicamente. Dall’avvento dell’euro è in difficoltà, onde l’aumento mediocre delle esportazioni.
Anche il Giappone ha goduto del basso livello tenuto dalla propria valuta nell’ultimo decennio. E causa al resto del mondo imbarazzi assai più seri di quelli che poteva causare la nostra economia. In particolare, la spada di Damocle delle attività di arbitraggio tra fondi in yen a buon mercato e destinazioni in monete forti, è sospesa sui mercati finanziari internazionali, e basterebbe probabilmente una diminuzione del flusso stesso a causare sconquassi gravi su tutti quei mercati che hanno visto la presenza massiccia di tali fondi sostenere e spingere in alto i prezzi e far precipitare la volatilità dei medesimi.
Non è solo colpa dei giapponesi. Molto fanno anche le politiche di investimento dei nuovi proprietari di grandi riserve in valuta, in primo luogo la Cina, ma anche gli altri paesi dell’Asia e quelli produttori di petrolio. Ma è il Giappone a mostrare maggiori difficoltà di equilibrio. Per il dissesto dei conti pubblici, per la politica monetaria dei tassi quasi zero, per il ristagno dei consumi, per la ostinata corsa verso il basso del tasso di cambio, per il livello monstre del debito pubblico.
I tre paesi del vecchio Asse hanno un’altra caratteristica comune: un tasso di natalità tra i più bassi del mondo. Che relazione ci sia tra questo e la sconfitta di sessant’anni fa non è materia da economisti. Ma è certo che ne deriva una scarsa dinamica dei consumi, una diffusa incertezza rispetto al futuro, una necessità imprescindibile di appoggiarsi ad esportazioni sempre maggiori, una marcata difficoltà di uscire veramente dall’età dell’industria e approdare stabilmente a quella dei servizi. Nel caso del Giappone, non sembra veramente possibile che la soluzione possa essere quella di rivivere il passato, come mostra di volere il presente governo, ricreando le forze armate e sostenendo la mala pianta del nazionalismo. Trent’anni fa sostenni che il futuro avrebbe visto un nuovo abbraccio della Russia con la Germania e del Giappone con la Cina, questa volta mutuo e pacifico e non in forma di aggressione. Questo non sembra potersi verificare, almeno nella forma benigna. Resta quella maligna, ma speriamo che il destino ce la risparmi, questa volta.
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2007/02/26/copertina/001kortpetto.html
STORIA DI ALI, DA 'CANCELLATO' A REIETTO D'EUROPA
Ali Berisha ancora non riesce a credere che la sua vita sia stata stravolta, 14 anni fa, da un colpo di penna con il quale il suo paese di residenza, la Slovenia, d’un tratto lo ha catapultato dalla normalità di cittadino alla precarietà dei senza-patria. Ali è uno dei 18.305 “cancellati” (izbrisani), che dal 1992 Lubiana ha privato di cittadinanza e diritti, trasformandoli in ‘fantasmi’. Un'odissea europea contemporanea, simbolo delle contraddizioni, dei paradossi e delle assurdità delle politiche dell’Unione in materia di immigrazione, asilo, diritti umani, cittadinanza, legalità. (Foto di Romano Martinis: la protesta a Bruxelles)
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Lucia Sgueglia
“Avere diritto ai miei diritti: sembra un paradosso, ma è tutto ciò che chiedo. Prima d'ora non ci avevo mai pensato, che si dovesse lottare per qualcosa che dovrebbe essere garantito a tutti. Ma adesso…”. Un sussurro che pare venire da lontanissimo, il timbro incerto di chi si sente braccato. Ali Berisha ancora non riesce a credere che la sua vita sia stata stravolta, 14 anni fa, da un editto burocratico nel quale è difficile rintracciare qualsiasi razionalità: un colpo di penna arbitrario con il quale il suo paese di residenza, la Slovenia, d’un tratto lo ha catapultato dalla normalità di cittadino alla precarietà dei senza-patria. Ali è uno dei 18.305 “cancellati” (izbrisani), che dal 1992 Lubiana, in quanto “non etnicamente sloveni”, ha privato di cittadinanza e diritti, trasformandoli in ‘fantasmi’. Ma quella di Ali, che del movimento auto-organizzato dei cancellati è stato un leader di rilievo, è anche una tipica odissea europea contemporanea, simbolo delle contraddizioni, dei paradossi e delle assurdità delle politiche dell’Unione in materia di immigrazione, asilo, diritti umani, cittadinanza, legalità.
Siamo riusciti a raggiungerlo al cellulare in Germania dove, nella cittadina di Aahlen nei pressi di Stuttgart, vive da qualche mese con la moglie Mahi e i 5 figli, dai 4 ai 10 anni. 4 nati in Germania dopo il 1997, uno in Slovenia nel 2006: tutti apolidi. Ma andiamo con ordine. Primo febbraio 2007, 6.30 di mattina: la polizia slovena bussa senza preavviso al centro di permanenza per immigrati illegali di Postojna, dove Ali e i suoi vivono dal 2005: è l’ultima tappa di un percorso legale ed esistenziale che rasenta l’assurdo. I sette vengono caricati a forza su un furgone privo di insegne, che li trasporta attraverso il confine austriaco fino in Germania, dove li attende la polizia tedesca. Una bizzarra forma di “deportazione a rovescio”, da un paese da poco divenuto europeo, con l’allargamento a est del 2004, verso un altro nel cuore della vecchia Europa. Come è potuto accadere?
Facciamo un passo indietro. Berisha è un ex cittadino jugoslavo, uno dei tanti cui le guerre degli anni novanta hanno scompaginato il destino: nato 38 anni fa a Pec, in Kosovo (repubblica di Serbia e Montenegro), nel 1984 si sposta all’interno di quello che all’epoca era un unico stato, la Federazione Socialista di Jugoslavia, per andare a lavorare in Slovenia. La mobilità interna allo spazio balcanico è ancora un diritto incontestabile: “Tito era morto da poco, ma la Jugoslavia ancora in piedi”. Le leggi della federazione prevedevano che ogni cittadino jugoslavo avesse anche una seconda cittadinanza, quella della repubblica in cui era nato, più un terzo documento che ne attestava la residenza in una delle sei repubbliche. Chi viveva e lavorava in Slovenia godeva degli stessi diritti dei cittadini sloveni. “Nel 1985 cominciai a lavorare in un’impresa di stato a Maribor – racconta Berisha – “lì sono rimasto 7 anni, con un regolare permesso di residenza. Ho fatto anche il servizio militare per la Slovenia: dall’89 al ‘90. Poi hanno deciso che non servivo più”.
Nel giugno 1991 infatti la Slovenia proclama l’indipendenza da Belgrado, mentre le altre repubbliche ‘sorelle’ scivolano nell’orrore del conflitto. E nel 1992, con un provvedimento segreto, il nuovo Stato decide di eliminare dal registro dei residenti tutti coloro che non si sono riapplicati per la cittadinanza entro sei mesi dall’indipendenza, senza aver mai informato in precedenza i cittadini della necessità di farlo. Tra le migliaia di “esclusi”, che spesso scopriranno per caso di essere stati radiati, ci sono soprattutto serbi, croati, bosniaci, rom, macedoni, ma anche sloveni nati oltreconfine o in Slovenia con cittadinanza jugoslava e documenti non regolarizzati. Come loro, Ali perde d’un colpo tutti i suoi diritti: assistenza sanitaria, lavoro, educazione, pensioni, e persino i benefici che spettano agli immigrati: “così divenni straniero nel mio paese”. Nel 1993, al ritorno dalle ferie, Ali viene arrestato dalla polizia slovena, che gli sottrae tutti i documenti e lo rinchiude in un “cpt” per illegali, per poi espellerlo in Albania, un paese con cui Berisha non ha mai avuto contatti: “Visto che mi chiamo Berisha, un tipico nome albanese, credevano fossi nato a Tirana. Seppi così all’improvviso che un anno prima ero stato cancellato”. Sono gli anni che seguono il crollo del regime di Enver Hoxa, quando il paese delle Aquile precipita nel caos economico e sociale. “In Slovenia avevo un lavoro, una casa, degli amici. In Albania non c’era niente per nessuno, a migliaia si imbarcavano sui gommoni per l’Italia”.
Tirana non sa che farsene di Ali: lo rispedisce in Slovenia, dove vivono i suoi parenti stretti, incluso il fratello Rahman che oggi è un cittadino sloveno. Ecco un altro dei paradossi della vicenda di Ali: Rahman è nato anche lui in Kosovo, vive in Slovenia dal 1978, fa il poliziotto, le sue figlie studiano a Oxford per un dottorato. Altri membri della famiglia di Ali vivono in paesi europei. Pura fortuna?
All’arrivo Berisha finisce di nuovo in prigione. La polizia gli fa notare che “lo Stato sloveno è concepito solo per gli sloveni”, e per questo sarà di nuovo espulso, verso un’altra destinazione. Ali non vuole conoscerla: salta dalla finestra, ma cade e si fa male. Alcuni amici lo aiutano a riparare all’estero: in Germania, dove all’epoca (siamo tra il 1993 e il 1994) centinaia di cancellati costretti a lasciare la Slovenia chiedono di essere accolti: invano. Per rimanere in Germania, l’unica strada è fingersi profughi da paesi ex jugoslavi, dove la guerra in quegli anni infuria. Berisha riesuma le proprie origini kosovare e ottiene una “Duldung”, forma di protezione temporanea. Finalmente in salvo? Per più di 10 anni sembra davvero così: Ali trova un lavoro e una sposa, Mahi, anche lei originaria del Kosovo e in possesso di Duldung, danno alla luce 4 figli. Ma nel 2005 il sogno di tranquillità familiare svanisce: le autorità tedesche gli revocano la protezione temporanea. Ali prova a inoltrare domanda d’asilo: respinta. Berlino ordina ai Berisha, bambini inclusi, di far ritorno…dove? Nella loro “patria d’origine”: il Kosovo. Un posto che Ali conosce a malapena, dove non torna da anni e non ha più parenti né proprietà, il padre ormai morto. Un posto dove un anno prima, nel marzo 2004, nuove violenze interetniche hanno portato alla fuga altre migliaia di membri delle minoranze locali: serbi in primis, ma anche rom, ashkali, egiziani. Anche Berisha è rom. L’ordine di “rimpatrio” arriva dallo stato tedesco nonostante chiare indicazioni della comunità internazionale sconsiglino fortemente i ritorni forzati delle minoranze a rischio nell apiccola regione, sempre più avviata verso l’indipendenza monoetnica. La Germania che nel 1999 aveva accolto tanti kosovari in fuga dalle bombe Nato, ora vuole rispedirli indietro. Là dove la contropulizia seguita al conflitto colpisce duramente proprio le comunità rom, accusate da Pristina di ‘filoserbismo’, anche perché spesso parlano la lingua di Belgrado.
I Berisha vengono accompagnati dalla polizia alla frontiera tedesca. Ma sulla via per Pristina saltano giù dal treno, fermandosi in Slovenia. È il settembre 2005: Ali è disperato, sull’orlo del suicidio. Viene mal consigliato da un avvocato, che gli suggerisce di far richiesta d’asilo: un errore giuridico grossolano, che dà inizio a infinite complicazioni legali per la famiglia. Nel frattempo, il 27 luglio 2005 Ali aveva anche inoltrato domanda per un permesso di residenza in Slovenia in quanto cancellato. Dal 1999 in poi, infatti, la Corte Costituzionale slovena ha più volte sancito l’illegalità e l’incostuzionalità della cancellazione, e nel 2003 con una delibera ha imposto al governo di restaurare cittadinanza e diritti degli interessati, anche in termini retroattivi, e corrispondergli eventuali compensazioni. Ma Lubiana fa orecchi da mercante: una questione in cui si mescola la battaglia politica interna al paese tra destra e sinistra.
In quel periodo inizia la mobilitazione internazionale a favore dei cancellati, e il caso di Ali finisce alla Commissione Europea. Nel 2005 il tribunale di Lubiana, confermato poi dalla Corte Suprema slovena, dichiara che l’espulsione dei Berisha è contro la legge. Ma il 30 ottobre 2006 il Ministero degli Interni tenta nuovamente di espellere la famiglia verso la Germania, dove rischierebbero la riespulsione in Kosovo. Nell’attesa li trasferisce dalla Casa per l’Asilo dove si trovano, al cpt di Postojna: insieme a cinesi, maghrebini, mediorientali che verso la fortezza UE tentano il salto a centinaia ogni giorno. Con Ali e Mahi c’è anche l’ultimo figlio, Valon, nato prematuro tre mesi prima e perciò con salute precaria. Nuova interrogazione di europarlamentari alla Commissione Ue, nuovo pronunciamento del tribunale di Lubiana a sfavore della deportazione. Ma stavolta la Corte suprema slovena scavalca tutti e conferma l’ordine di espulsione: è il 30 gennaio 2007. Eccoci tornati all’inizio della storia, al furgone che nella notte di febbraio infrange per l’ennesima volta le speranze di una vita normale per Ali.
La voce al cellulare si fa più decisa: “Eccoci di nuovo in Germania, senza conoscere il nostro destino. Abbiamo una nuova Duldung, ma presto scadrà, e ho paura che ci rimandino in Kosovo”. Le autorità tedesche stanno considerando la possibilità di concedere alla famiglia Berisha l’asilo politico, ma per Ali “è difficile avere fiducia in un paese che più volte mi ha negato protezione”. Come si spiega una tale persecuzione? Chiediamo. “Con la cancellazione – risponde - la Slovenia ha colpito specialmente gli ex cittadini jugoslavi: lo dimostra il fatto che italiani e ungheresi nella stessa situazione riuscirono a farsi restituire presto i propri diritti”. Volontà di disfarsi del passato jugoslavo e post-jugoslavo? “Credo che a questo punto sia più giusto parlare di razzismo. La discriminazione contro i rom, in particolare, è diffusissima in Slovenia, che ne ospita parecchi ma non concede loro rappresentanza politica. Essere rom significa già di per se essere un invisibile, qui come in altri paesi europei”.
Negli anni Novanta, mentre la famiglia Berisha vagabondava disperata per l’Europa, la Slovenia faceva passi da gigante verso Bruxelles. Il pil cresceva, i governi rassicuravano la Ue sulla capacità di vigilare sulle frontiere orientali, fino all'approdo con ottimi voti nell'Unione nel marzo 2004. Ma sul piano dei diritti umani il nuovo stato non fa progressi, e nonostante i richiami dell’Onu e di Amnesty International i governi che si succedono rifiutano di risolvere il dramma dei cancellati. “La Slovenia la sento come la mia patria” precisa Berisha: “là ho vissuto tutta la mia vita adulta, prima di perdere ogni cosa. E ho sempre lavorato duramente: a Maribor facevo turni di 16 ore al giorno…tanto che quando mia madre si ammalò avevo difficoltà a tornare a casa per assisterla. Nessuno dei vicini ci aiutò”, ricorda con amarezza. “Ora sono diventato un clandestino. Preoccupato soprattutto per il futuro dei miei figli: sono qui accanto a me, quasi sempre rinchiusi in una stanza, non possono andare a scuola né essere curati se si ammalano. Avrebbero bisogno di un clima tranquillo alla loro età”. Cosa significa l’Europa per Ali? “Sono cresciuto in un clima europeo, i cosiddetti Balcani da cui provengo sono per me solo un ricordo d'infanzia. Ma l’Europa mi ha trasformato in un nomade, che deve ogni giorno cercare un posto dove dormire. Non chiedo assistenzialismo: solo di poter lavorare e vivere là dove ho speso la mia vita, mi sono innamorato, ho formato una famiglia”.
Il manifesto
MIGLIAIA DI FAMIGLIE ARABE SI PREPARANO A LASCIARE KIRKUK
Sono 6.850 le famiglie arabe che hanno accettato di lasciare la città settentrionale di Kirkuk su sollecitazione delle autorità irachene in vista del referendum sul futuro della cittadina, previsto dalla costituzione approvata nel 2005. Nelle scorse settimane l’‘Alto comitato iracheno per la normalizzazione di Kirkuk’ ha offerto 20 milioni di dinari (12.000 euro) a ogni famiglia araba che giunse nella città nell’ambito del programma di ‘arabizzazione’ del regime di Saddam Hussein; a queste famiglie sono state inoltre offerte terre nelle loro zone di origine. Il programma è in attesa dell’approvazione formale del governo di Baghdad. Tra gli Anni ’80 e ’90 il partito Baath incoraggiò, con denaro e abitazioni certe, migliaia di famiglie sciite a trasferirsi a Kirkuk, abitata in prevalenza da curdi ma anche da turkmeni e assiro-caldei. Il prossimo 15 ottobre i cittadini - ad esclusione degli arabi ‘immigrati’ ai tempi di Saddam che non potranno votare - dovranno scegliere se unirsi alle tre regioni della provincia semiautonoma curda nel nordest dell’Iraq; secondo osservatori l’esito positivo è più che probabile. “Non vogliamo mettere in pericolo i nostri figli e le nostre donne” ha detto alla rete informativa dell’Onu, IrinNews, Qader Haqi Tawfiq che ha accettato di lasciare Kirkuk. “Speriamo che i nostri fratelli curdi non ci fraintendano e che capiscano che erano tempi difficili quelli in cui abbiano beneficiato dei privilegi offerti agli arabi beneficiavano”. Altri invece non accettano di allontanarsi da una città che oggi sentono anche loro. “Kirkuk è la mia casa, e loro (i curdi) non mi porteranno via la mia casa a meno che non mi uccidano” ha detto Jaber Farhjan Mohammed, proprietario di un supermercato dal 1983. Non è noto il numero di famiglie rabe che oggi vivono a Kirkuk, città tra l’altro sempre portata ad esempio di positiva convinceva tra gruppi diversi; gli ultimi dati disponibili risalgono a un censimento del 1957 in cui la popolazione era divisa tra 178.000 curdi, 48.000 turkmeni, 43.000 arabi e 10.000 assiro-caldei cristiani. http://www.misna.org/
CINEMA 1 - XX FESPACO: LA CERIMONIA INAUGURALE E NON SOLO… (da ‘Nigrizia Multimedia’)
(Il mensile comboniano ‘Nigrizia”, sul suo sito ‘Nigrizia.it’ sta mettendo a punto “Nimedia”, un settore multimediale realizzato con la trasformazione della casa di produzioni audiovisive Fatmo che partecipa al grande festival inaugurato sabato scorso a Ouagadougou. Per salutare l’iniziativa e la partecipazione della Fatmo al più grande evento africano di cinema - con due film non in competizione, Les filles de Joie e Pour un Veau dei registi ciadiani André Dionlar e di Noudjalbaye Ngardidono - la MISNA ha scelto alcuni stralci di presentazione e di cronaca dall’ultimo numero di ‘Nigrizia on-line’.)
Torna l’appuntamento più famoso nell’ambito del cinema africano: la ventesima edizione del FESPACO (Festival Panafricain du Cinéma et de la télévision de Ouagadougou), che si tiene in Burkina Faso, patria della cinematografia del continente. Il festival biennale - nato nel 1969, dopo le Journées Cinématographiques di Tunisi del 1966 - si svolge dal 24 febbraio al 3 marzo 2007. Il tema di questa edizione - Cinema africano e diversità culturale - indica una nuova voglia di apertura a linguaggi provenienti dal resto del mondo. Questo è anche un anno particolare in quanto ricorre il XX anniversario della morte di Thomas Sankara, leader carismatico e "scomodo" del Burkina Faso, assassinato il 15 ottobre 1987. A questo proposito vale la pena di segnalare che un documentario - L’homme Integre di Robin Shuffield, dedicato alla figura del ex-presidente - che doveva far parte della kermesse, sembrerebbe sparito dalla lista delle proiezioni, ufficiali e non. Ci saranno comunque registi, critici, giornalisti e più di 5000 persone che animeranno le vie della capitale burkinabé per un importante evento culturale (207 i film in programma) che è anche una grande festa africana… (intergrata dal Mica, Mercato internazionale di cinema e televisione africani.)
IRAQ:
Un altro attacco Usa contro i media
Dahr Jamail e Ali al-Fadhily
BAGHDAD, (IPS) - Ennesima incursione militare Usa contro i giornalisti iracheni. La settimana scorsa, soldati americani hanno attaccato e saccheggiato gli uffici del Sindacato iracheno dei giornalisti (ISJ) nel centro di Baghdad.
Dieci guardie armate sono state arrestate, 10 computer e 15 piccoli generatori elettrici destinati a famiglie di giornalisti uccisi sono stati sequestrati.
Non è il primo attacco delle truppe Usa contro i media in Iraq, ma stavolta il raid ha colpito il vero simbolo dell’informazione. Secondo molti iracheni, i soldati americani hanno fatto tutto il possibile per far passare il messaggio della loro leadership tra i giornalisti iracheni, cercando di fargli tenere la bocca chiusa su tutti gli sbagli dell’occupazione Usa.
”I messaggi degli americani sono stati molti, ma noi li abbiamo rifiutati tutti”, ha detto all’IPS Youssif al-Tamimi, dell’ISJ di Baghdad. “Hanno ucciso nostri colleghi, chiuso diversi giornali, arrestato centinaia di noi, e ora ci stanno sparando al cuore, attaccando i nostri quartier generali. Questa è la libertà di parola che abbiamo ricevuto”.
Alcuni giornalisti iracheni accusano il governo dell’Iraq.
”Quattro anni di occupazione, e gli americani commettono ancora errori così stupidi, seguendo il consiglio dei loro collaboratori iracheni”, ha detto all’IPS Ahmad Hassan, giornalista freelance di Bassora in visita a Baghdad. “Loro (i militari Usa) non hanno ancora imparato che i giornalisti iracheni alzeranno la voce contro queste azioni e manterranno la promessa fatta alla popolazione di cercare la verità e fargliela copcoscere, a qualunque costo”.
In Iraq cresce la convinzione che gli alleati Usa dell’attuale governo iracheno stanno spingendo i militari americani ad attaccare luoghi e persone che non appoggiano le direttive del Primo Ministro Nouri al-Maliki.
”Sono stati i nostri stessi colleghi iracheni a spingere gli americani in quel buco”, ha detto all’IPS Fadhil Abbas, produttore della televisione irachena. “Alcuni giornalisti che non sono riusciti a distorcere la verità, ora cercano di mettere a tacere chi la cerca, alterando le informazioni rivolte all’esercito Usa per trarre vantaggio della loro stupidità nella gestione dell’intera questione irachena”.
L’incidente è avvenuto appena due giorni dopo la consegna di un riconoscimento da parte del governo al Sindacato iracheno che protegge i giornalisti. Grazie al nuovo status, il sindacato aveva potuto accedere al suo conto bancario bloccato, e acquistare così nuovi computer e attrezzatura satellitare.
”Proprio quando il Sindacato ottiene un riconoscimento formale per il suo lavoro come associazione di professionisti indipendenti, i militari americani sferrano un attacco così brutale e gratuito”, dichiara Aidan White, segretario generale della Federazione internazionale dei giornalisti. “Oggi, chiunque lavori per i media e non sottoscriva la politica e le azioni Usa potrebbe essere a rischio”.
Il raid è stata una “scioccante violazione dei diritti del giornalisti”, ha detto White. “Negli ultimi tre anni più di 120 giornalisti iracheni, molti di loro membri del Sindacato, sono stati uccisi, e ora la loro aggregazione produce un atto di intimidazione arbitrario”.
”Gli americani e i loro sostenitori nel governo iracheno stanno distruggendo le attività sociali e le unioni civili, in modo che nessun gruppo si possa opporre ai loro crimini e piani”, ha detto all’IPS l’avvocato Hashim Jawad, 55 anni, del Sindacato degli avvocati iracheni a Baghdad. “La stampa è l’unico polmone rimasto per respirare la democrazia in questo paese, e lo hanno preso di mira”.
Anche la Press Emblem Campaign (PEC), associazione umanitaria indipendente con sede a Ginevra, che cerca di rafforzare la protezione e la sicurezza legale dei giornalisti nel mondo, ha duramente condannato il raid dei militari Usa.
L’organizzazione Reporter senza frontiere riferisce di almeno 148 giornalisti e operatori media uccisi in Iraq dall’inizio dell’invasione condotta dagli Usa nel marzo 2003.
Il gruppo compila ogni anno un Indice della libertà di stampa per tutti i paesi del mondo. Nel 2002, sotto il regime di Saddam Hussein, l’Iraq era al centotrentesimo posto. Nel 2006, l’Iraq è passato alla posizione 154.
Lo stesso indice aveva messo gli Usa al diciassettesimo posto nel 2002, per declassarlo alla posizione 56 nel 2006.
Il Tribunale di Bruxelles, gruppo di “intellettuali, artisti e attivisti che denunciano la ...guerra”, riporta nomi, date e circostanze nelle quali 191 professionisti dell’informazione di nazionalità irachena sono stati assassinati.
Il PEC e altri osservatori hanno chiesto al governo iracheno di istituire immediatamente un’indagine sull’attacco.
”Spero solo che l’amministrazione Usa e il nostro governo smettano di mentire sulla libertà in Iraq”, ha detto all’IPS Mansoor Salim, giornalista in pensione. “Che stupidi ad aver creduto alle loro dichiarazioni sulla libertà. Ammetto di essere stato anch’io uno di quegli stupidi”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=862
| Conto alla rovescia |
| Tutta lascia pensare che gli Usa si preparino ad attaccare l'Iran |
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scritto per noi da
Attilio de Castris
“Una circolare del governo avvisa che bisogna essere pronti a tutto. Sono arrivati dei fax dal ministero dell’Informazione che ci comunicano una specie di decalogo comportamentale su cosa dire e come dirlo. E alla fine, ma proprio alla fine, dobbiamo essere pronti a far sapere che il governo, per salvare l’interesse nazionale, sospende il programma nucleare. Solo che allora potrebbe essere troppo tardi”.
L’attesa. Questo è quello che racconta da Teheran, con la voce preoccupata, una fonte che lavora per il governo e che chiede di restare anonima. La tensione in Iran è alle stelle, e la popolazione vive con angoscia le ultime ore. Tutto, ma proprio tutto, sembra parlare di guerra. “Sembra di vivere gli anni della rivoluzione”, continua, “o peggio ancora della guerra con l’Iraq. La gente ha paura di tutto: di chi è pronto alla guerra per mostrare i muscoli e di chi è pronto a farla per i suoi interessi”. Oggi a Londra si riuniscono i ‘mediatori’ sul programma nucleare iraniano, ma il rapporto presentato venerdì dall’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) non lascia presagire nulla di buono. Il documento è il più duro possibile: l’Iran non ha rispettato la richiesta della comunità internazionale e, in barba alle sanzioni, non solo ha continuato sulla strada dello sviluppo del suo programma ma ha addirittura implementato l’installazione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Nessuna prova che il governo di Teheran stia costruendo ordigni atomici, per i quali comunque sarebbe necessario molto tempo ancora, ma l’Aiea sottolinea come non ci sia stata nessuna volontà di collaborare da parte del governo di Teheran. Sono lontani i tempi in cui l’Aiea definiva “ scandaloso” un documento dell’intelligence Usa che accusava Teheran di prepararsi alla costruzione della bomba atomica. Era il settembre 2006, adesso molte cose sono cambiate.
Agenzia per conto di chi? Al punto che la stampa indipendente iraniana ha rilanciato le dichiarazioni di Stephen G. Rademaker, fino al dicembre scorso segretario con delega al Trattato di non Profilerazione Nucleare del Dipartimento di Stato Usa, in un incontro ufficiale in India, nel quale il funzionario del governo di Washington affermava che il voto dell’India rispetto alle sanzioni all’Iran era stato praticamente estorto. Nonostante le pronte smentite, il cambio di atteggiamento della stessa Aiea verso l’Iran è parso evidente. Il governo di Teheran, da par suo, non fa nulla per far calare la tensione e anzi sembra fare il gioco ci chi, come il vice presidente Usa Dick Cheney, durante la sua visita ufficiale in Australia, “non esclude nessuna opzione sul tavolo”, quindi anche quella bellica. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non si fa pregare e dichiara che nulla potrà fermare il programma nucleare iraniano, anche la guerra, per la quale ritiene pronto il suo Paese. Nonostante la popolazione civile la pensi in modo diametralmente opposto, come dimostrato dalla batosta elettorale delle elezioni amministrative di dicembre scorso subita dallo schieramento del Presidente.
Stretta finale? La sensazione è che un meccanismo sia scattato da tempo, con una brutale accelerazione negli ultimi mesi. Il governo degli Stati Uniti, da gennaio a questa parte, ha sempre più stretto la morsa attorno all’Iran. Battendo sul tasto del coinvolgimento iraniano in Iraq, argomento noto dal 2003, ma che all’improvviso è diventato il principale fattore per spiegare il fallimento dell’avventura in Mesopotamia. Prima le accuse, poi l’arresto di alcuni diplomatici iraniani in Iraq e infine il ritrovamento di armi riconducibili a Teheran. Anche ieri, nel corso di un’operazione a Baquba, il comando militare Usa in Iraq ha fatto sapere di aver trovato componenti per la fabbricazione di ordigni micidiali, assieme a proiettili di mortaio di fabbricazione iraniana. Teheran ha smentito qualsiasi coinvolgimento, ma negli ultimi giorni le truppe Usa hanno arrestato anche il figlio di Abdul Aziz al-Hakim, leader dello Sciri, il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica in Iraq, principale partito sciita iracheno e filo-iraniano, che dal 2003 a oggi è sempre stato ritenuto una sorta di alleato degli Usa, almeno per i comuni interessi anti-Saddam.
Focolai a pagamento. Come se non bastasse l’affondo internazionale, con la condanna dell’Aiea e le sanzioni dell’Onu, e quello iracheno, con le accuse e la cattura di uomini vicini all’Iran in Iraq, sembra che la strategia Usa di accerchiamento a Teheran preveda anche un affondo sul fronte interno. Il 16 febbraio scorso, a Zahedan, capoluogo della provincia iraniana del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan, un’autobomba esplode al passaggio di un autobus carico di pasdaran uccidendone 11. I pasdaran, milizia religiosa di volontari, sono il simbolo stesso della rivoluzione islamica in Iran, ed è dalle loro fila che proviene lo stesso Ahmadinejad. Il governo, anche in base alla confessione di una persona catturata poco dopo, attribuisce l’attentato al gruppo sunnita Jundallah, ‘l’esercito di Dio’, che da tempo si oppone al governo centrale iraniano basando le sue rivendicazioni sullo strapotere della maggioranza sciita e persiana del potere. Il governo di Teheran, con un comunicato televisivo, si affretta a tranquillizzare la minoranza araba e sunnita in Iran, ma accusa gli Stati Uniti di finanziare il gruppo per destabilizzare il governo. E non solo gli arabi sunniti, ma anche i curdi.
Un elicottero militare iraniano è caduto due giorni fa vicino a Khoi, non lontano dalla frontiera con la Turchia, in combattimenti con separatisti curdi: sono morti 12 soldati e due generali. Lo ha reso noto il gruppo ribelle curdo Pejak, un'organizzazione vicina al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) turco. E da tempo i curdi sono alleati degli Usa, almeno in Iraq. Ma tutto il 2006 è stato caratterizzato da una serie di più o meno grandi incidenti che hanno visto protagoniste le minoranze in Iran: azeri, arabi, baluci e così via. La tattica del finanziamento delle minoranze per destabilizzare il regime degli ayatollah è la teoria riportata oggi in un articolo del settimanale britannico Sunday Telegraph, secondo cui la Cia finanzia a pioggia tutti i gruppi ostili al governo iraniano e, ancora secondo la stampa britannica, il governo di Londra è sempre più preoccupato dal fatto che gli Stati Uniti abbiano praticamente già deciso l’attacco all’Iran. Come dargli torto? Non sembra indicare nulla di diverso, per esempio, il fatto che che gli Usa hanno rinforzato la loro presenza militare nel Golfo Persico. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7403
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Liberia : tutta femminile l'unita' di polizia dell'ONU
di Carla Amato
E' tutto femminile il nuovo corpo di polizia inviato dall'ONU in Liberia. Sono 105 agenti donne con 20 uomini in qualita' di personale ausiliario.
Il capo della missione delle Nazioni Unite nel Paese ha accolto favorevolmente il contributo al mantenimento della pace, sottolineanso i contributi che soprattutto le donne possono dare alla realizzazione della stabilita' nel Paese. Il rappresentante speciale del segretario genarale dell'ONU Ban Ki-moon, Alan Doss ha detto che dall'esperienza della polizia nel mondo si sa che gli agenti donne "sono brave a gestire le situazioni potenzialmente violente".
Il Paese sta emergendo da una lunga e atroce guerra civile e l'UNMIL, la missione delle nazioni unite in Liberia, mira a controllare l'ordine pubblico senza ricorrere ogni volta ad una risposta militare.
Doss ha detto agli agenti donne di essere sicuro che con il loro aiuto si potra' realizzare un ambiente pacifico, stabile e libero dalla violenza ed ha sottolineato come UNMIL desideri aiutare la Liberia a sviluppare una efficace polizia nazionale, in modo che i problemi di ordine pubblico possano essere gestiti autonomamente senza violenza inutile e senza interventi dell'esercito.
Non e' dato sapere se la scelta di una unita' tutta femminile della polizia ONU sia anche un modo per scongiurare le accuse e i fatti di abusi sessuali da parte dei caschi blu gia' avvenuti nel Paese ed in altre missioni di pace.
www.osservatoriosullalegalita.org
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febbraio 26 2007
Jesus Prodi Superstar
Santo subito è troppo poco. Il nostro presidente uscente/entrante del Consiglio Romano Prodi ha battuto tutti i record precedentemente stabiliti nella storia delle religioni. Il blog Ilmondodigalatea ha deciso di dare un breve rendiconto (leggi: vangelo apocrifo) dei miracoli attualmente già accertati, al fine di poterli un giorno convalidare per una futura causa di beatificazione.
La moltiplicazione dei sottosegretari: non era ancora entrato in carica, che già, ritiratosi con i suoi più fidi seguaci, riusciva a sfamare la brama inesausta di careghe di decine e decine di partitini e partituzzi, moltiplicando non già i pesci, ma poltrone e incarichi. I soliti laici parlano di clonazione terapeutica, ma solo perché sono una manica di miscredenti.
La conversione dei Rifondaroli: San Francesco era riuscito ad ammansire il lupo di Gubbio, Prodi è riuscito ad ammansire Bertinotti ed i suoi lupetti di cashmire in un batter d’occhio. Invece di spiegare loro il Vangelo, è bastato dare a Bertinotti il regolamento della Camera dei Deputati e farlo eleggere Presidente della stessa. Bertinotti è diventato così istituzionalmente mansueto che non solo tiene in ordine perfetto la Camera, ma, quando serve, rassetta anche la cucina e lava i piatti dopo le riunioni di maggioranza.
La sopportazione quotidiana di Mastella: Vabbè, non sarà un miracolo, ma certo è un esercizio spirituale notevole.
La scoperta di un nuovo uomo della Provvidenza: si tratta della Rosy Bindi, ovviamente. È l’unico cattolico con le palle, e con un sano senso dello Stato, che quando il Vaticano ha sbraitato contro i suoi Dico con il “Non possumus” ha avuto il coraggio di rispondere: “Non parlo latino.” Cioè ciapa, incarta e porta a casa. Prodi è stato l’unico a mettere un laico convinto a capo di un ministero chiave come la famiglia. Okkei, non lo sapeva, ma può essere archiviato come miracolo involontario, perché eterogenesi dei fini suona troppo laico.
Il ritorno del figliol prodigo: cioè Follini, convintosi, pare, a votare per la maggioranza. Non si sa se per l’evento sarà sgozzato il vitello grasso, ma nel dubbio Ferrara ha già prudentemente deciso di tenersi lontano dal Parlamento.
Infine, l’ultimo miracolo, la Resurrezione del Governo. Dopo una passione in aula, con l’improvviso tradimento di non uno ma ben due degli apostoli, e il bacio (metaforico) di Andreotti, cui il ruolo di Giuda riesce sempre una meraviglia, il governo è stato dato per morto e sepolto in tutta fretta, ma dopo tre giorni è risorto, apparendo a Napoletano in tutto il suo splendore. Prodi, manifestatosi ad una riunione della maggioranza sotto forma di un roveto ardente, ha dettato i suoi dodici comandamenti. Comunisti Italiani e sinistra radicale sono usciti dalla stanza gridando: “Alleluia, alleluia, abbiamo visto la luce!” mentre D’Alema domandava dove fosse la via per Damasco, ma solo perché doveva andare di corsa ad un incontro sulla crisi del Medioriente.
E poi si chiedono perché Berlusconi rosica…http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
intanto te potrei dì che prima de parlà de Roma nostra dovresti sciacquatte la bocca. Ma però nun voglio esse così greve, anzi voglio aiutatte a capì quanto se vive bbene da 'ste parti.
Secondo te noi semo la Capitale della droga, dell'emergenza abitativa, degli scippi e delle stangate? Innanzi de tutto te devo da fa 'na premessa importante, perché me sembra che c'è 'n concetto che te sfugge. Noi qua a Roma semo 'na cifra. Semo come dieci città der nord tutte insieme, dentro ar Raccordo e se volemo tutti bbene, da Torpigna a Primavalle, dall'Eur a li Parioli, dar Quadraro ar Tufello, da Prati a Testaccio. Ogni rione fa storia a sé e c'avrebbe tanto da 'nsegnatte perché, a te, è proprio la saggezza popolare che te manca.
Ma mò annamo ar dunque. A robba da 'ste parti gira, e pure parecchio, mica stamo qui a negallo. Ma voi mette "che bello due amici, 'na chitarra e 'no spinello?" Fatte 'na passeggiata senza scorta a Piazza Trilussa 'na sera e vedi che sicuro trovi qualcuno che te li lascia du schioppi. Si poi cerchi la robba forte, quella pe' li ricchi, si fai un sarto a Montecitorio dall'amici tua, lì quarcosa dovresti da trovà. Chiedi de un certo Micciché, dije che te manna noantri.
La casa è 'nprobblema der popolo, e chi lo nega? Peccato che ce potevi pensà prima visto che sei stato pe' 5 anni ar governo e nun hai fatto gnente, anzi co le cartolarizzazioni hai fatto guadagnà solo li poteri forti a discapito de la pora ggente.
Li scippi ce stanno eccome, si vede però che ce stà ancora quarcuno che se more de fame. Fasse 'na borsetta o 'na catenina mica è no sport pe' passà er tempo. Si te beccano te ne vai dritto dritto ar gabbio, sempre che nun te sparano a le spalle prima. Però che dici, nun è più dignitoso de quelli che se sò rubbati li risparmi della ggente? Sì, parlo de quei zozzoni de la Parmalat.

Ah, poi dicevi de le stangate, è vero. Forse te riferisci a l'aumento delle tasse comunali? Apparte che quest'anno arcune sono leggermente diminuite ma te vorei da ricordà li fondi c'hai tajato a li Comuni in tutte le finanziarie che hai presentato. Eppoi, caro mio, hai sbagliato proprio obbiettivo. Perché Roma nostra è un modello e magari fossimo tutti come noi, dall'Alpi fino a Lampedusa. C'arzeremmo tutti con comodo, senza corre andremmo a lavorà, ce faremmo du grosse risate ar bar co l'amichi de tutti li giorni e si quarcosa pe' caso nun dovesse annà come dovrebbe, pazienza, che ce voi fà?
Ma 'sto spirito ribbelle e mai domato, caro nanetto, ha creato 'na città che è 'na bellezza: er turismo va da paura (+29%), l'economia idem (+9%) - giusto pe' ditte du numeri che te piaceno tanto - ma volemo parlà de li successi internazzionali? Oppure er cinema e la notte bianca so' solo propaganda? A nané embè? Proprio tu me parli male de la propaganda? Ma nun me fa ride va... Vabbè parlamo allora de le politiche abbitative, der centro storico che è 'na meraviglia, dell'integrazione co le comunità straniere, der Pille, sì, er Pil che è der 4,1%, robba che manco ner nordeste ahò, pensa che li sò pure esentasse. Certo che li probblemi ce stanno, ma Roma è città aperta e tutti sò li benvenuti. Però qui le tasse si che se pagheno che semo tutti ministeriali.
Vatte a ripone a nané, perché er sor Walter è uno forte e te stai solo che a rosicà che l'antenati tua nun sò Romolo e Remolo - come dici te - Anzi, chissà de chi sei fijo...http://noantri.splinder.com/post/11123098/Noi%2C+figli+di+Romolo+e+Remolo
Al tavolo con il ministro
Parisi |
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"Quel testone ce la farà"
di Pierangelo Sapegno, La StampaPuò darsi che la figura di Romano Prodi sia «una specie di ultima barriera che tiene in piedi l'assetto bipolare della politica italiana», come dice Edmondo Berselli, scrittore e direttore del Mulino. «Se salta lui, salta l'Unione e rientrano in gioco la prima Repubblica e le segreterie dei partiti, finiscono il centrodestra e il centrosinistra come li intendiamo adesso». E può anche darsi che quello della fiducia sia solo un passaggio, che «il nostro futuro lo leggeremo nei prossimi tre mesi», quando si decideranno i giochi sulla riforma elettorale e sul destino del presidente del Consiglio.
Però, a Bologna, a casa sua, fra le mura del Mulino, nel cuore e nella testa, dentro a quei circoli intellettuali che gli sono stati più vicini e che un po' lo hanno accompagnato pure a Roma riempiendo le stanze del potere («mi guardo intorno e ci sono decine di amici nel governo», dice Berselli, «una sensazione strana»), da queste parti lo conoscono così bene da pensare che alla fine lui possa farcela anche contro i pronostici, contro le avversità più difficili, contro tutto e contro tutti. E' che è fatto così, «è un testone». Al Mulino aspettano, cuore e testa. E Lorenzo Sassoli, direttore della Galleria d'Arte Moderna, industriale della Valsoia, amico del leader e suo compagno di jogging per i sentieri dei Giardini Margherita, ricorda bene la caratteristica principale di Prodi: «E' un maratoneta. Quando corriamo, lui rende molto di più sulle distanze lunghe, e non è solo un modo di dire. E' tenace e duro, è uno che non molla». Per questo, alla fine sono tutti convinti che adesso ce la farà.
Certo, il problema è il dopo, e anche un po' questo logorio «e questo gioco al massacro cominciato prima ancora che lui partisse», come ricorda Gabriella Berardi, azionista del Mulino e membro del Cda. «Io ne soffro, e assieme a me credo tanti altri. Lui in questo periodo non è molto disponibile con gli amici. Se ti scappa una battuta, ti potrebbe anche aggredire. Io che gli voglio bene, gli ho sempre augurato di non prendere questa gatta da pelare. Visto che l'ha presa, andrà avanti. Non dimentichiamo che Romano Prodi non è nato politico. Ci è stato cacciato in mezzo a calci negli stinchi da Nino Andreatta. Lui è uno di noi, un professore, uno studioso. Non sarà bravo nella comunicazione, e non sarà bravo a tessere le fila, ma ha altre qualità che lo rendono un leader affidabile». Poi, lui dà proprio il meglio nelle crisi, come dice il figlio di Nino Andreatta, uno dei soci fondatori del Mulino, Filippo, professore di relazioni internazionali: «E' un grande incassatore, e io in questa occasione l'ho visto agire con velocità e mantenere la sua proverbiale tranquillità. E questo secondo me è il segnale migliore». Andreatta era pessimista all'inizio della crisi. Adesso molto meno: «La caduta del governo ha spaventato il centrosinistra e lo ha disciplinato. Nel breve, mi sembra che ci sia questa disciplina dovuta al terrore. Nel lungo periodo, spero si associ una cultura di governo. Non è la prima volta che la sinistra si trova davanti a bivi di questo genere e normalmente li ha superati. Se l'adesione è sincera e regge, questo può significare un cambiamento genetico della sinistra, sotto il segno delle due battaglie che il Mulino ha sempre cercato di portare avanti: l'europeismo e il sistema bipolare». Perché tutto questo avvenga, è necessario comunque rafforzare questa maggioranza.
Intanto, forse non a caso, è entrato Follini, «che nelle sue esperienze giovanili era uno di noi, diventato collaboratore della nostra rivista grazie a Nicola Matteucci», come ricorda Giovanni Evangelisti, amministratore delegato del Mulino. «Per il resto, pure la sinistra radicale adesso si compatterà. Bisognerà vedere sul lungo periodo. Prodi è un buon assemblatore, ma chissà se basta». Il fatto è che magari ha ragione il sociologo Marzio Barbagli, che «nemmeno De Gaulle in una situazione del genere sarebbe riuscito a fare diversamente. Non si può affermare con certezza che Prodi sia un leader forte o no. Certo, non ha la forza di Berlusconi che ha un partito di cui è monarca, che ha fondato una coalizione con altri partiti che sanno benissimo che la loro forza dipende solo dall'essere con lui. Non c'è paragone fra i due: uno ha creato uno schieramento, l'altro è stato un'invenzione di D'Alema e Andreatta. Avevano bisogno di un uomo fuori dai partiti che potesse essere un leader, e lui era perfetto, con le sue capacità, la sua bonomia, persino con la sua faccia. Da una parte c'è un leader che ha fondato il partito. Dall'altra ci sono dei partiti che hanno scoperto un leader». Angelo Rovati, suo amico e consigliere, dice che è uno che avrà pure tanti difetti, ma il suo pregio migliore li vale tutti insieme: «Crede in quello che fa e lo fa sempre con determinazione e coraggio. E poi lui non è così solo come può sembrare. Ministri importanti gli sono solidali, e D'Alema gli è vicinissimo e si comporta molto lealmente. Romano sta vivendo questo periodo come al solito, con grande tenacia. E' fatto così. Lui me lo dice spesso: io dalla vita ho avuto tutto, ma se me lo lasciano fare, cambio questo Paese. Se cade, poi, non so. Non è vero che finisce il bipolarismo, come sostiene qualcuno, perché c'è ancora Berlusconi e finché c'è lui resiste». Può darsi che finisca al Partito democratico, come pensa Berselli, o che torni agli studi, come dice Berardi. Barbagli sostiene che lui «non è un politico. E' un uomo di governo». E quindi? «E quindi non può lavorare in un partito». Comunque vada, qui da qualche giorno hanno più fiducia. Filippo Andreatta ricorda quando suo padre l'aveva convinto: «Non s'era sbagliato. Aveva visto in lui grandi capacità e grande tenuta. E' così». E poi, forse ha ragione Sassoli: bastano quattro mesi. «Io sono un industriale e la ripresa la vedo con il mio lavoro: il settore alimentare è cresciuto nel 2006 per la prima volta dopo 5 anni. E' tornato il consumo, la gente spende di nuovo. Quando se ne accorgeranno tutti, cambieranno tante cose. E lui sarà più forte di adesso».
Il primo numero del "Mulino" è uscito a Bologna il 25 aprile 1951. In breve tempo il bimestrale si è affermato come una delle più interessanti sedi di riflessione e dibattito politico-culturale in Italia nell'area riformista. La Casa editrice Alla rivista si è affiancata ben presto un'attività editoriale, istituzionalizzata nel 1954 nella Società editrice "il Mulino". Pubblica libri riguardanti diverse aree disciplinari: storia, filosofia, linguistica, critica letteraria, antropologia, psicologia, sociologia, scienza politica, economia e diritto. Oltre 3900 testi rivolti in particolare agli studiosi, ma anche libri destinati ad un pubblico non specializzato. Nel 1964 le attività del Mulino furono riorganizzate sistematicamente e messe sotto il controllo dell'Associazione di cultura e di politica "il Mulino", un'associazione senza fini di lucro.
Il male italiano è un tasso troppo alto di ‘bigottismo’
di GIUSEPPE TURANI
A proposito del recente dibattito italiano su Pacs e Dico riceviamo un lungo contributo della nostra amica Irene Tinagli, che lavora alla Carnegie Mellon University Pittsburgh, nel quale si spiega perché tante cose in Italia non vanno come dovrebbero. Ne riporto qui poche righe della parte centrale, ma abbastanza agghiaccianti: "Cavalcare paure è più facile che affrontare dibattiti critici e aiuta a tenere buone le masse, perché asseconda le loro fobie. E' per questo che tante volte i leader politici e religiosi preferiscono costruire le loro campagne sui pregiudizi razziali, religiosi, sessuali piuttosto che su visioni moderne della società e informazioni corrette ed adeguate. Certamente questi fenomeni non si verificano solo in Italia, ma la situazione nel nostro paese appare forse più complessa e preoccupante che in altri paesi occidentali, come dimostra un recente studio in cui vengono elaborate delle misure di "Bigottismo" per una ventina di paesi occidentali. I risultati sono fin troppo chiari: l'Italia e' il paese con il più alto indice di Bigottismo (Bigotry Gap Ratio), seguita a ruota da Grecia e Irlanda del Nord. L'Indice, elaborato dai ricercatori Vani Borooahe (Universita' dell'Ulster) e da John Mangan (University of Queensland), è costruito sui dati raccolti dal Human Believes and Values Survey, un sondaggio condotto a livello internazionale, e si basa su domande che rilevano la disponibilità dei cittadini ad accettare come vicini di casa diverse categorie di persone: islamici, lavoratori immigrati, ebrei, omosessuali, o semplicemente persone di razza diversa". E l'essere bigotti non è che non costi nulla: impedisce infatti alla società di attirare nuovi talenti e di aprirsi alle nuove culture. E' un modo, insomma, per restare fermi invece di progredire.
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2007/02/26/primopiano/002kurani.html
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Era liberale e laico, merce rara in Italia
Paolo Flores D' Arcais
Il Tirreno
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Giovanni Ferrara era liberale. Giovanni Ferrara era laico. Due cose sempre più rare in questo paese. Due cose che, a pretenderle insieme, in Italia sono oggi pressoché introvabili. Giovanni Ferrara da sé pretendeva questo, e molto di più.
Perché per Giovanni Ferrara essere laico e liberale era in primo luogo una questione di moralità. Significava coerenza tra il dire e il fare, rigore e serietà rispetto ai valori affermati pubblicamente. Che erano poi sostanzialmente due: libertà e giustizia. Gli stessi di Piero Gobetti. Nella convinzione che senza un concreto rispetto delle libertà (al plurale) di ciascuno (cioè di tutti gli individui, singolarmente presi) ogni ideale di giustizia finisce nelle secche di nuove e forse peggiori oppressioni. Ma nella persuasione, altrettanto forte, che la libertà deve essere appunto di tutti, e per tutti egualmente rispettata ed egualmente concreta. Una libertà eguale.
Ecco perché Giovanni Ferrara era destinato a vivere in conflitto con le grandi chiese ideologiche (oltre che con le chiese tout court).
Ferrara, laico e liberale, era un uomo di cultura. Un intellettuale. La sua moralità era in qualche modo classica: stoico-epicurea, si potrebbe azzardare. Capace di guardare in viso la nostra irrimediabile finitezza, la nostra mortalità senza un domani di trascendenza, e di farlo nella lucidità che talvolta impone pessimismo. Ma solo talvolta: perché nella possibilità di una vita libera e solidale, nell’impegno per approssimare questa possibilità come bene comune, Ferrara sapeva, e insegnava, che la vita trovava un senso. E una gioia, un’allegria, anche.
Ecco perché lo studioso classico ha sempre considerato le “torri d’avorio” come una parodia della vita intellettuale. E ha scelto invece più volte di impegnarsi anche direttamente nella vita pubblica. Deputato per il partito repubblicano (quello di Ugo La Malfa), aveva continuato nell’impegno civile fino all’ultimo: il malore definitivo lo ha colpito mentre partecipava ad una iniziativa di “Libertà e Giustizia”), intransigente, da liberale, contro il regime di Berlusconi, nelle piazze dei girotondi, nei giornali, nelle riviste.
Laico e liberale, intransigente e gobettiano, un uomo di altri tempi, verrebbe da dire. Poiché questi, almeno in Italia, sembrano tempi oscuri, oltre che oscurantisti. Ma credo che Giovanni si ribellerebbe a tanto pessimismo, e lo considererebbe una sciocchezza. Convinto che i propri tempi, e il futuro prossimo, dipendano anche dalla moralità e dall’impegno di ciascuno.
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PER CHI HA LA MEMORIA CORTA
Dove sta scritto che Prodi dovrà per forza avere al Senato una maggioranza che sappia reggersi anche senza il voto determinante dei senatori a vita?
Vale allora far ricordare ancora una volta a tutti cosa successe nel primo Governo Berlusconi nel 1994.
Al momento del voto di fiducia i senatori erano 326 di cui 11 senatori a vita. Presenti in aula furono 315 di cui 314 i votanti. 158 voti era la maggioranza richiesta. Votarono si 159 senatori, mentre 153 furono i contrari e 2 gli astenuti, che al Senato valgono per voto contrario. Quindi Berlusconi ottenne la fiducia per un solo voto e a garantirgliela furono ben tre senatori a vita: Giovanni Agnelli, Giovanni Leone e Francesco Cossiga. Invece Prodi, finora, nei voti di fiducia al suo Governo, ha goduto sempre di maggioranze che prescindevano dal voto dei senatori a vita.
Mi chiedo quindi come mai NESSUN esponente dell'Unione ricorda ai media o a Napolitano questo precedete. Sircana come al solito dorme. La Comunicazione di questo Governo continua ancora a non funzionare.
Nonostante questo ci dobbiamo pure sorbire certe lezioni di dubbia moralità da parte di questo centrodestra, che definisce Follini "un traditore" e uno come De Gregorio "uomo di spessore". Quando è troppo è troppo.
Follini a differenza di De Gregorio sta attuando un percorso politico che porta avanti da 2 anni e che nel 2005 gli costò anche le dimissioni dalla segreteria del suo partito.
Quindi a destra abbiano almeno la decenza di tacere ogni tanto, anche se devo ammettere che la doppia morale è la loro caratteristica distintiva principale...http://valeriopieroni.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1380098
La morale della favola
Abbiamo avuto paura, eh? Ci siamo arrabbiati con i nostri per il timore che con questa sciagurata crisi avremmo riconsegnato il paese a Berlusconi. Ci siamo spaventati noi e si sono spaventati pure i nostri, al punto da firmare di corsa 12 punti, un quarto dei quali (3) riconsegna a Prodi quell'autorità che in quattro milioni e mezzo gli avevamo liberamente e democraticamente affidato un annetto e mezzo fa e che sempre i nostri hanno provveduto con scientifica pervicacia a colpire, indebolire e smantellare negli ultimi nove mesi.
Non basterà probabilmente a governare: la ristabilita autorità prodiana avrà serie difficoltà a resistere una volta che lo spauracchio Berlusconi sarà stato dimenticato. Una volta che le cose torneranno apparentemente a funzionare, una volta che una dozzina di provvedimenti saranno stati approvati con la collaborazione di Follini e Pallaro e ci sentirà nuovamente rilassati e in controllo, saranno disposti i nostri nel lungo periodo a rinunciare ai personalismi, alle rendite di posizione, al proprio particulare?
Il problema è che, per strada, nei blog, sui giornali, io ho sentito pochissime voci temere la caduta del governo perché questo avrebbe interrotto chessò io le riforme, la ripresa economica, il recupero della nostra competitività, il rinnovato impulso alla nostra ricerca, le liberalizzazioni o la buona politica estera di D'Alema. In fondo il livello di apprezzamento, anche tra gli elettori di centrosinistra, dell'attività di questo governo non è certamente mai stato straordinariamente elevato. Alla fine, nel momento del pericolo, tutti riconosciamo a questo governo soltanto un fondamentale elemento di merito: quello di non essere un governo Berlusconi.
Come non dare ragione a Ilvo Diamanti che oggi, su Repubblica, scrive: "La classe politica ... non nasce dal nulla. Rappresenta e - in una certa misura - rispecchia i cittadini che l'hanno eletta. Nel qual caso, gli elettori di centrosinistra devono avere commesso colpe assai gravi, in qualche precedente vita, per meritarsi tutto questo." http://www.ivanscalfarotto.info/b2evolution/blogs/index.php
Tre piccole riflessioni sullo stato dell’informazione in Italia (I)
Giuliano
Ero nella sala d’attesa del dentista e ho trovato un numero di Gente, giornale che non leggevo da un’infinità di tempo: l’ho riconosciuto solo dalla testata, per il resto non credevo ai miei occhi. «Meschino, cosa mai ti è successo? chi ti ridusse così?», mi è venuto da pensare. “Gente” era sì un giornale da vecchie zie, sempre con la foto del duce o dei Savoia nelle pagine centrali, sempre col servizio su Padre Pio o sul sensitivo Rol, ma era anche un giornalone di una certa consistenza, c’era sempre qualcosa da leggere ed era una presenza tutt’altro che sgradevole o secondaria. Aveva un odore speciale, particolare, e anche una sua consistenza che lo rendeva riconoscibile al tatto, forse il tipo di carta o l’inchiostro, chissà. Mi ricordo bene le sue copertine dorate (sempre dorate), di carta dura, robusta: “Gente” non si stropicciava mai, a differenza di altri giornali.
Ma adesso mi trovo davanti ad un giornalino smilzo, piccolo, inconsistente e leggero, a colori vivaci, identico a qualsiasi altro giornalino. Lo sfoglio, e constato con tristezza che il giorno prima avevo avuto tra le mani il catalogo dell’Ikea, e lo avevo letto con maggior interesse di questa povera cosa. Anche il giornalino del supermercato lo avevo trovato molto più interessante: c’erano delle belle foto di bambini che giocano con i cuccioli, e anche ricette di cucina molto invitanti e ben illustrate. Ma questo coso che ho fra le mani che cos’è?
Lo so da tempo che le vecchie zie oggi comperano “Chi” e “Visto”. Non ci trovano più le foto dei Savoia, a parte quello sciagurato di Vittorione e qualcosa di suo cugino quello bravo: ma qualcosa da leggere c’è, nonostante tutto. Questo qui invece è un giornale senza senso, e senza sale. Viene da chiedersi cosa è successo alla stampa settimanale italiana. Vent’anni fa in edicola c’erano tanti giornali: “L’Europeo”, “Epoca”, “La Domenica del Corriere”... Se ne è perfino persa la memoria, ma erano davvero tanti. Oggi siamo rimasti con L’Espresso e Panorama, e magari con Famiglia Cristiana, tre settimanali di discreto livello ma non tali da far fare salti di gioia al lettore che li prende in mano. Ci sono gli allegati dei quotidiani, è vero – ma non è la stessa cosa. In parte, questo declino era inevitabile: la tv e internet non perdonano. Ma allora avrebbe più senso chiudere il giornale, piuttosto che tenerlo in vita così.
Penso a quanti bei blog ci sono su internet, pieni di notizie e di commenti curiosi; penso anche a noi di Ulivo Selvatico, che scriviamo sì ma solo per nostro divertimento, e mi viene da dire che fare il redattore di un giornale oggi sia una cosa piuttosto casuale, quasi che si venga estratti a sorte per farlo e non si venga invece scelti con cura come accade in altri mestieri.
Alle volte ci vorrebbe poco per rendere interessante un giornale: penso alla rubrica “La settimana in rete” su www.arengario.net, sembra una cosa banale ma non la fa più nessuno. Eppure sarebbe interessante per il lettore: uno sta via una settimana, in malattia o in vacanza, non legge i giornali e non vede i notiziari, e poi sul settimanale trova un riassunto dei fatti della settimana che si è persa. So che per molti redattori queste cose sono considerate delle corvée intollerabili, quasi come pulire per terra nelle caserme; io invece lo farei con piacere, pensa un po’. Ma qui mi fermo, perché mi vengono in mente tanti altri pensieri e forse di cose antipatiche ne ho già dette troppe (i giornalisti sono permalosissimi, magari ce n’è qualcuno che mi legge, meglio fermarsi qui).http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
La sovversione arriva dal video
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di Antonio Ruggieri – Megachip
C'è un concorso in via di svolgimento che la dice lunga su com'è ridotto il sistema di rappresentanza democratica di questo Paese.
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Si può votare con un Sms il politico “più simpatico” ospite della trasmissione televisiva di Pingitore che va in onda ogni settimana e che con un'operazione di cinico disvelamento è stata intitolata “E io pago”.
Allude alla grande e nobilissima tradizione dell'avanspettacolo ma ne dissipa la struttura e il fascino proprio nella trasposizione sul piccolo schermo.
Il pubblico di riferimento non è quello pagante (e nemmeno poco) del capitolinoSalone Margherita nel quale è ambientato, ma l'altro virtuale, dello “share” al quale punta.
Chiamati da un presentatore che conduce la trama del programma, entrano a ripetizione imitatori dei politici più noti, intercalati da balletti con signorine vestite sommariamente.
I testi delle scenette sono accuratamente grossolani e non arrivano mai alla satira, mantenendosi nell'ambito di uno “sfottò” scurrile, servo e trasversale.
Il momento topico della trasmissione, quello che ridonda nelle altre reti amplificandone l'effetto promozionale, è l'incursione sul palcoscenico di due politici (uno di maggioranza e uno di opposizione rigorosamente), che si producono in attività affatto attinenti all'alta carica istituzionale che ricoprono.
Cantano, ballano, raccontano barzellette e arrivano a prendere addirittura torte in faccia ridanciani e accondiscendenti.
Nel “trailer” di questa settimana che promuove la trasmissione della prossima, ma che è stato naturalmente ripreso e rilanciato da “Blob” nell'esercizio quasi istituzionale della sua funzione, si esibiscono Gasparri e Vladimir Luxuria in un tango appassionato, in coppia (di fatto verrebbe da dire), rispettivamente con una girl e con un boy del corpo di ballo.
Siamo alla composizione nazional-popolare degli opposti estremismi; al cospetto di uno slittamento di piano dalla politica alla “turbopolitica” (direbbe Edoardo Novelli), che svilisce e mette a portata di mano (di qualsiasi mano) il potere e la sua rappresentazione.
La televisione diventa (è diventata) una sorta di camera di compensazione del parlamento, più accomodante e disponibile all'inciucio.
Dove le regole non sono più costituzionali e scritte, ma quelle scomposte e spregiudicate del divertimentificio.
E' come se l'infotainment avesse superato una sorta di “vanishing point” e percorresse in discesa, un itinerario rivolto al degrado, e senza ritorno.
Da Vespa al Bagaglino, nell'ambito della stessa scuola di pensiero, si compie un decisivo passo in questo senso.
Ed è qui che Berlusconi ha già vinto.
Senza proclami e punti programmatici; trasformando la lingua, la strategia e naturalmente il contenuto della politica.
E' a questo che si allude quando troppo acriticamente si parla del suo inarrivabile talento comunicativo.
Si è spostato il piano sul quale si colloca la questione fondamentale dell'organizzazione del consenso e Berlusconi è stato uno stratega e il principale beneficiario di questo rivoluzionario processo.
A capo degl'interessi di un “business party” che ha portato (non dimentichiamolo) Cesare Previti al dicastero della difesa nel ‘94, il suo consustanziale collegio di avvocati ma anche le soubrettes delle trasmissioni Mediaset più popolari in Parlamento, Berlusconi canta con Apicella e trasforma ogni sua esibizione pubblica in una sorta di televendita imbonitoria; sorrisi, lifting e barzellette comprese.
A questo volume di fuoco e inconsapevolmente sullo stesso piano, Fassino risponde incontrando compuntamente la sua tata, nel corso di una trasmissione della De Filippi.
Non c'è partita.
La sottovalutazione dell'avversario ne ha già decretato la vittoria, sostanziosa e post-ideologica.
Luxuria e Gasparri stanno a dimostrarlo in prima serata, impacciati e sorridenti nello stesso tempo.
Il potere s'è accompagnato da sempre con un'aura di sacralità.
Dai cortei di ricorrenza alle processioni religiose, una ritualità evocativa e cadenzata ha costituito il cerimoniale espressivo di chi rappresenta una comunità al livello più alto.
E' per questo banale ma plausibile motivo che a Montecitorio non si può entrare in maniche di camicia.
Fino ad ora.
Nell'epoca dell'”homo videns” soggiogato da una televisione “commerciale” che lo vende senza scrupoli al suo inserzionista pubblicitario, c'è da aspettarsi di tutto.
Anche che un rappresentante del popolo si mostri in mutande, se presagisce il vantaggio di popolarità che gliene può derivare.
Passata al tritacarne degli ascolti come tutte le "trasmissione", la democrazia subisce la strategia di mercato di qualsiasi altro prodotto: non è importante che se ne parli bene o male, purché se ne parli; magari sghignazzando.
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Reach, quanto mi costi
Il nuovo regolamento europeo sulle sostanze chimiche presenta il conto. Per l'industria e per gli animali. Ma la ricerca non ha detto l'ultima parola.
Immaginate 30.000 flaconi da analizzare (Foto G0DA/Flickr)
Bello ma caro. Così potrebbe essere definito Reach, il regolamento europeo sulle sostanze chimiche, approvato nel dicembre 2006 dall'Unione Europea. Del resto Reach – che sta per Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals – può vantare sin d'ora un record. Quello di essere il più ampio quadro normativo della storia comunitari. Ma Reach rappresenta anche, per quanto riguarda il settore chimico, la legislazione più progressista al mondo per impatto socio-economico, attenzione alla salute pubblica e tutela dell'ambiente. Questa legislazione ha però un prezzo economico.
«Più di due milioni di posti di lavoro in pericolo. Nella sola Germania»
L’industria chimica, infatti, con l'inversione dell'onere di prova, dovrà assumersi la responsabilità della certificazione di oltre 30.000 sostanze presenti sul mercato e di tutte quelle che saranno introdotte in futuro. Si capisce quindi come, sin dall'inizio dell'iter legislativo, gli industriali non abbiano nascosto le loro preoccupazioni. Nel 2002 un rapporto dello studio di consulenza Arthur D. Little – finanziato dalla Confederazione tedesca dell’industria Bdi – sosteneva che, nella sola Germania, l’introduzione di Reach avrebbe comportato, nel caso peggiore, la perdita di 2,35 milioni di posti di lavoro ( leggi il documento). Gli studi dell’Unione delle Industrie Chimiche francese si ponevano sulla stessa linea di pensiero, quantificando gli oneri che la Francia avrebbe sofferto come pari all’1,6% del prodotto interno lordo della nazione ( leggi il documento).
Nel 2003 fu poi la volta della Commissione Europea che, col suo studio, arrivava a conclusioni decisamente più moderate (e condivise). Il rapporto indicava che Reach non avrebbe avuto un impatto così nefasto sull’economia della chimica europea, tenendo anche conto delle numerose agevolazioni concesse per le piccole-medie imprese. I costi diretti a carico dell’industria europea per adempiere alle procedure di test e registrazione venivano stimati in 2,3 miliardi di euro nell’arco di 11 anni. Una cifra elevata ma pari allo 0,05% delle vendite con l'esclusione dei prodotti farmaceutici. Per contro, lo stesso rapporto europeo stimava in 50 miliardi di euro il beneficio economico, in trent’anni, in termini di salute pubblica: un rapporto di forze schiacciante che ha giocato un ruolo fondamentale nell’approvazione del testo definitivo con un'ampia maggioranza nell'Europarlamento. Del resto nel 2005, lo stesso Commissario europeo all'Industria, il tedesco Günther Verheugen, bollò come «esagerate» le cifre usate in passato dall’industria.
La ricerca sul genoma: un affare per tutti
Ma i costi restano. E oltre che dall’incremento delle pratiche burocratiche, la voce di spesa più forte sarà costituita dal moltiplicarsi del numero di test specifici richiesti per poter commercializzare una sostanza chimica. Secondo il National Toxicology Programme statunitense attualmente testare una sola sostanza costa tra i 2 e i 4 milioni di dollari e richiede un tempo medio di almeno tre anni. Non solo. La Lega Anti-Vivisezione denuncia che sarebbero necessari fino a 1700 animali per ogni singola sostanza: un argomento in più che ha spinto i legislatori europei a sostenere l’attività dell’ Ecvam, (European Center for the Validation of Alternative Methods) per contenere il numero di test e incentivare lo sviluppo di metodi alternativi.
Che i test sugli animali siano destinati a essere abbandonati non è del resto una novità: l’autorevole rivista scientifica americana Nature ha già emesso una condanna senza appello nel Novembre 2005 considerandoli “non in grado di fornire dati precisi sulla tossicità per l’uomo”.
E allora? Allora tutti gli occhi sono oggi puntati sulla tossicogenomica, che studia gli effetti delle sostanze chimiche sul genoma delle cellule umane. In un'intervista a Repubblica del Gennaio 2006, Claude Reiss, tossicologo molecolare che ha lavorato per anni al Cnrs (Consiglio nazionale per la ricerca francese), calcola che il costo effettivo «potrebbe raggiungere i 5000 euro a sostanza». Secondo Reiss, allestendo un centro dedicato alla tossicogenomica, si avrebbe la possibilità di testare centinaia di sostanze contemporaneamente, abbattendo ulteriormente i costi e posizionandosi a un costo tra lo 0,25 e il 5 per cento del costo attuale dei test. Un affare per l’industria, gli animali e la salute pubblica.
Foto nel testo: Mickpedia/Flickr
“Il genocidio? La verita' si fa strada, come una goccia nella pietra”
La scrittrice italiana Antonia Arslan con Mauro Buonocore
Potrà sembrare un paradosso, ma episodi tragici possono aprire uno spiraglio. Quando dice queste parole Atonia Arslan, italiana di origine armena, autrice di un romanzo di successo che racconta il genocidio, pensa all’assassinio di Hran Dink e alle centinaia di migliaia di turchi che, al funerale del giornalista ucciso perché voleva portare alla luce la verità del genocidio, gridavano in piazza: “Siamo tutti armeni”. E quando vede spiragli, la Arslan pensa anche a come la questione armena sia entrata nel Festival del cinema di Berlino con uno scossone. Dal suo romanzo La masseria delle allodole i fratelli Taviani hanno tratto un film presentato alla Berlinale.
Pochi giorni prima della proiezione si sollevavano timori per l’ordine pubblico, echeggiavano paure per le proteste che sarebbero arrivate dalla numerosa comunità turca. Poi il giorno della proiezione è arrivato, nelle sale il pubblico si è accalcato per questo film che racconta la storia della deportazione e dell’eccidio perpetrati ai danni del popolo armeno tra il 1915 e il ’17 dall’Impero Ottomano, ma l’ordine pubblico non si è mosso. Si è mossa la critica, invece. Tra chi ha appoggiato il film e chi invece lo ha attaccato, puntando soprattutto l’accento sul fatto che una storia così drammatica andava raccontata con maggiore attenzione al linguaggio dei fatti e dei documenti, e meno inclinazione alla fiction televisiva. “Ho visto il film e mi è piaciuto” ci ha detto la Arslan, “trovo il lavoro dei fratelli Taviani molto coerente, e credo che alcune accuse siano assurde. La verità storica del genocidio è accertata e accettata dalla quasi totalità degli storici di tutto il mondo; anzi, continuano a venir fuori documenti, testi, diari, testimonianze. Non vedo perché non possa essere il tema di un film, anche se il linguaggio cinematografico costringe gli autori a sacrificare e semplificare alcuni aspetti della storia”. Il suo libro ha venduto in Italia 100 mila copie, ha vinto numerosi premi letterari (tra cui il Campiello), e vanta traduzioni in diverse lingue, la più recente delle quali in giapponese.
Tra le critiche più ferme ci sono le parole di Ahmet Boyacioglu, rappresentante turco presso Euroimages (l'ente che assegna fondi al cinema europeo), il quale ha definito il film “razzista, a senso unico, il cui unico risultato sarà quello di alimentare polemiche”.
Non sono critiche nuove, questa stessa persona che lei cita ha dimostrato tutto il suo dissenso quando lo scorso anno il comitato di Euroimages ha approvato quasi all’unanimità il finanziamento per il film considerandolo utile al fine di divulgare una verità storica. Come vuole che commenti le parole seguite alla proiezione? Dovrei forse spiegare che nel film e nel libro non c’è nemmeno una parola di odio, che ci sono anche personaggi turchi positivi? Se il governo turco è attestato su posizioni negazioniste, questa persona non può certo dire nulla di diverso.
Mez Yeghèrn, il Grande Male con cui gli armeni definiscono la tragedia del loro popolo. La Shoa, le grandi discussioni sul negazionismo. Le posizioni di chi non vuole ammettere che questi grandi crimini siano stati commessi. Perché la memoria storica fa tanta fatica ad affermarsi?
L’affermazione della memoria dipende da come questa viene sostenuta e dalla volontà politica che la sorregge. A sostenere la memoria della Shoa, per fortuna, c’erano le nazioni uscite vincitrici dalla Seconda Guerra mondiale. Per quel che riguarda il genocidio armeno, dopo la fine della Prima Guerra mondiale ogni processo si esaurì in un nulla di fatto. Furono prodotti dei documenti pubblicati sulla gazzetta ufficiale turca fino all’aprile del 1919, furono eseguite alcune condanne. Tuttavia poi, sia per la colpevole negligenza della nazioni uscite vincitrici dalla guerra, sia per eventi interni alla storia turca, nel ’23 con il Trattato di Losanna si pose una pietra tombale su qualsiasi discorso che riguardasse questo povero piccolo popolo ormai scacciato dalle sue terre ancestrali, e per settant’anni nessuno ne ha parlato più. Ma non è l’unico caso al mondo di genocidio o di massacro di massa ben noto agli studiosi ma che purtroppo fatica ad affermarsi. Il Novecento, purtroppo, è pieno di questi fatti.
Ma come rompere il tabù, come trovare parole di dialogo che possano aprire uno spiraglio per l’affermazione di una verità storica verso la quale sono ancora molti coloro che rifiutano di aprire gli occhi?
Io credo purtroppo che non ci siano scorciatoie e a volte un episodio come l’assassinio di Dink improvvisamente apre uno spiraglio. Mi riferisco al fatto che oltre centomila turchi seguissero i funerali di un giornalista ucciso perché rivendica la verità per il popolo armeno. A quei funerali non c’erano molti armeni, erano turche quelle persone scese in piazza che gridavano “Siamo tutti Hram Dink, siamo tutti armeni”. Una scena del genere sarebbe stata inconcepibile dieci anni fa. Un progresso quindi c’è stato, ed è il frutto del lavoro di chi, come Dink, vuole parlare senza odio ma con precisione, di chi cerca lo spazio per un linguaggio comune, di chi continua a cercare parole che sono come gocce che poco alla volta scavano la pietra e aprono piccoli spiragli. Credo che così si possa arrivare alla progressiva accettazione di un fatto che molti turchi intellettuali oggi affermano come verità; come la scrittrice Elif Shafak, lo storico Taner Akçam e Kemal Yalçin, autore di un libro dal titolo Con te sorride il mio cuore (Edizioni Lavoro) di cui ho scritto recentemente la prefazione per l’edizione italiana, un’opera che racconta il viaggio dell’autore, turco, attraverso l’Anatolia alla ricerca degli armeni perduti. Il viaggio è proprio un tentativo di colmare un vuoto che i turchi avvertono nella propria storia, nella ricostruzione del proprio passato.
Vartan Gregorian ha detto: “Le diaspore non sono ghetti, ma ponti di comunicazione verso più ampie comunità”. C’è in queste parole una visione che consegna ai popoli segnati dalla diaspora il testimone del dialogo interculturale, di un’apertura, per quanto forzata, all’incontro con l’altro.
È una bellissima frase, e si addice molto alle comunità armene che sono molto ben inserite nelle realtà in cui vivono. Penso al caso francese, dove la comunità armena è molto ampia, ma possiamo guardare anche alla diaspora armena in Siria, o in Libano, dove è l’unica minoranza che non sia stata quasi toccata dalla guerra perché ha saputo avere contatti con entrambe le parti in conflitto. Ci sono anche paesi in cui minoranze armene vivono situazioni di disagio, ma in generale, per quel che io conosco, la diaspora armena ha prodotto comunità aperte a culture assai diverse.http://www.resetdoc.org/IT/Arslan-intervista.php
| Le quote non sono panacee |
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Catherine de Wenden
Con Luca Sebastiani
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L’immigrazione è forse uno dei problemi in cui la mancanza di una organica politica europea si avverte di più. È una questione globale, che chiama in causa la mobilità interna ai confini europei, ma che viene spesso affrontata ancora a livello nazionale. Sulla spinta dei paesi più esposti al fenomeno, alcuni passi sono stati però compiuti sulla strada di un approccio comune e, in prospettiva, ancora più vasto.
Ne abbiamo parlato con Catherine de Wenden, direttrice di ricerca al Cnrs e all’Istituto di studi politici di Parigi , consulente dell’Ocse, del Consiglio d’Europa e della Commissione europea che da vent’anni lavora sui differenti temi legati all’immigrazione.
Che tipo di migrazione si trova ad affrontare oggi l’Europa?
Da qualche anno ci troviamo di fronte a una situazione nuova rispetto a quella a cui eravamo abituati. Ora gli immigrati arrivano soprattutto dalla Cina, dalla Turchia per la questione aperta dei curdi, dal Medio Oriente, dall’Afghanistan, dall’Iraq e ovviamente dall’Africa subsahariana. La migrazione di vicinanza è molto meno importante rispetto al passato prossimo quando i paesi di partenza erano invece la Romania, la Bulgaria, la Moldavia, gli stati del Maghreb. Questi sono ora diventati paesi d’immigrazione o di transito, mentre i punti di partenza si sono spostati altrove.
Una conseguenza dell’allargamento dell’Unione europea?
Certamente l’allargamento ha contribuito a fare dei dieci nuovi paesi entrati nell’Ue nel 2004 nuovi spazi migratori. Paesi storicamente d’emigrazione, quelli dell’Europa Centrale e Orientale sono oggi terre in cui i migranti arrivano da paesi frontalieri come la Moldavia o l’Ucraina. Come dall’altra parte del Mediterraneo, fenomeno recente, è il Maghreb a divenire terra d’immigrazione.
Quali sono i punti su cui l’Ue ha concentrato le sue politiche?
L’Unione europea si è concentrata soprattutto sul controllo dei clandestini. Secondo l’Europol sono almeno 500mila gli immigrati che arrivano ogni anno irregolarmente. Se prendiamo il caso della Spagna si può capire quanto questa realtà possa spingere ad una risposta. Sulla Penisola Iberica sono arrivate oltre 200mila persone ogni anno negli ultimi cinque. Senza contare lo scandalo della morte di migliaia di persone che tentano disperatamente di arrivare in Europa.
Quali strumenti si sta dando l’Unione per far fronte al problema?
La prima cosa sono gli accordi con i paesi di transito come il Marocco o l’Africa subsahariana. Negli scorsi sei mesi ci sono state ben tre conferenze su questo tema. Quella di Rabat del luglio 2006, quella di Malta con cinque paesi della costa Nord del mediterraneo e cinque della costa Sud, e poi la conferenza di Tripoli in novembre in cui la Libia ha accettato di fare il guardia-frontiere dell’Europa. Poi ci sono gli accordi per il riaccompagnamento verso i paesi d’origine e il sistema Frontex, un sistema di cooperazione tra i paesi europei per i controlli alle frontiere esteriori.
Sono mezzi adeguati al fenomeno?
Certo non è abbastanza perché l’immigrazione clandestina continua, alimentata dalla disoccupazione, dall’urbanizzazione e dalla scolarizzazione nei paesi di partenza. Nella riva Sud del Mediterraneo il 50% della popolazione ha meno di 25 anni e la visione della tivù crea un desiderio d’Europa. I mezzi di controllo non bastano, la sfida adesso è di allargare il dibattito ai paesi di partenza e l’introduzione dell’idea di cooperazione allo sviluppo nelle politiche migratorie. È un’idea abbastanza recente. Allargare gli attori in gioco, come è stato fatto ad esempio alle conferenze che dicevamo prima, per costruire una specie di global menagement delle migrazioni. Tra sei mesi, in luglio, un incontro mondiale si terrà a Bruxelles, perché si è capito che le migrazioni non si possono gestire a livello nazionale o regionale. Bisogna creare una governance internazionale del fenomeno.
Cosa ne pensa delle quote?
Nel contesto della mondializzazione, di aspirazione alla mobilità, la scommessa consiste nel trovare un compromesso tra la soddisfazione dei bisogni di mano d’opera, le prospettive demografiche e il rispetto degli impegni internazionali. Le idee di quote professionali, di accordi bilaterali di mano d’opera, vanno nella direzione nel buon senso anche se non sono che panacee.
Spesso le quote si risolvono in “immigrazione scelta” accusata di rubare i cervelli ai paesi che ne avrebbero bisogno.
È difficile evitare il fenomeno del brain drain ma bisogna anche sfumarne gli inconvenienti. I paesi d’emigrazione infatti beneficiano del trasferimento di fondi degli emigrati. Un recente rapporto dell’Onu ha svelato gli effetti benefici delle migrazioni sui i paesi di partenza. Le rimesse sono state fondamentali affinché paesi come la Spagna e il Portogallo si sviluppassero. L’essenziale è sviluppare le cooperazioni tra paesi europei e paesi d’emigrazione per concepire una politica migratoria che sia benefica ad entrambi.
caffeeuropa.it
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Il rapporto tra l'informazione italiana e il Darfur
gabriele vecchione |
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Il conflitto (degenerato in pulizia etnica) in Darfur non c’è, non è mai esistito o, se è esistito, è terminato, e comunque non è degno di essere spiegato agli italiani, ed è meglio parlare delle beghe del cortile interno della politica nostrana, degli screzi tra Veronica e Silvio, della saga horror di Cogne, di Erba, dello straordinario successo dei ballerini sotto le stelle, di grandi fratelli, di isole dei famosi, dell’ultimo film di De Sica e della sua querelle con Massimo Boldi. Chi è deputato a fare approfondimento in Italia non è che un’appendice della classe politica che detta dunque al giornalista reggi – microfono invitati, scalette e controparti. Non ha tempo dunque di occuparsi di conflitti che sono lontani, che non interessano a nessuno, che sono tanto brutti “e che, mamma mia, non le voglio manco sentire queste cose”. Il problema di fondo è uno: che i giornalisti non fanno il proprio dovere.
Non informano, non approfondiscono, non formano l’opinione pubblica, ma una massa di cittadini amorfi e silenziosi inebetiti da un mare di bugie e distratti da una girandola di opinioni, false notizie ed eterne discussioni sull’aria fritta.
Opportunamente oggi qualche voce fuori dal coro del conformismo generale denuncia la “scomparsa dei fatti”, la scomparsa della verità (negata per interessi particolari) dalla vita pubblica, dall’informazione, dai giornali. Ma su alcuni fatti vige quella che il Presidente Napoletano, a proposito delle foibe, ha definito la “congiura del silenzio”.
L’Osservatorio di Pavia e “Medici senza frontiere” ci informano che i media italiani, in quattro anni di eccidi e crimini contro l’umanità, sono riusciti a parlare solo un’ora del conflitto in Darfur. Un’ora. Un record. In negativo, si capisce. Per dare l’idea: una trasmissione di Vespa, Floris o Mentana che sia dura due – tre ore. Se volessimo calcolare quanto in Italia si è parlato della sig.ra Franzoni, non basterebbero numeri a tre cifre.
I FATTI
La regione del Darfur è situata nell’ovest del Sudan, Africa centro – orientale. Il conflitto affonda le radici in vecchie lotte per il controllo delle risorse tra le comunità del Darfur e gli allevatori del resto del Sudan. Ad oggi il conflitto è tra ribelli darfuriani e milizie filo-governative Janjaweed. Il 21 luglio 2001 i gruppi ribelli si giurano sul Corano cooperazione e fedeltà. Di lì a poco cominciano ad attaccare stazioni di polizia e avamposti militari. Il governo risponde con massicci bombardamenti aerei, ma la furia ribelle non si placa: nel giugno del 2002 viene attaccata una stazione di polizia ed il 26 febbraio 2003 i ribelli rivendicano la paternità dell’attacco. E’ lo scoppio della guerra. L’esercito regolare è impegnato su altri fronti, le prime mosse dei ribelli sono vittoriose. Ma il governo non sta a guardare: ben presto un massiccio bombardamento devasta le fila dello schieramento ribelle. E’ l’inizio della fine. Il 25 aprile 2003 di buon mattino i ribelli attaccano la guarnigione governativa ancora addormentata. Uccidono 75 soldati, ne catturano 32, tra cui un generale. Tutto sembra volgersi bene ai ribelli: vincono 34 scontri su 38, uccidono altri 750 soldati e 300 vengono fatti prigionieri. Il nemico è umiliato. Si cambiano gli schieramenti: il governo affida la conduzione della guerra all’Intelligence militare, all’Aeronautica e soprattutto ai miliziani Janjaweed, fanatici islamici che preferiscono essere chiamati Mujahidin (guerrieri impegnati nel Jihad) e che hanno nei loro curricula violenze sessuali, minori venduti all’estero e prigionieri trasformati in schiavi. I miliziani volgono subito a loro favore la situazione. Nella primavera 2004 migliaia di persone vengono uccise e più di un milione cacciate dalle proprie case. Uccisioni di non combattenti e bambini fanno presagire un intento di pulizia etnica, mentre 350.000 persone soffrono la fame. Nel dicembre 2005 muoiono 300 ribelli. Il 5 maggio 2006 si arriva ad una pace che prevede il disarmo dei Janjaweed e lo smantellamento delle forze ribelli. L’accordo viene puntualmente violato, anche perché due gruppi ribelli minori non lo sottoscrivono. In estate riprendono i combattimenti. Il governo rifiuta l’invio di 17000 caschi blu e non partecipa al Consiglio di Sicurezza Onu che, tanto per salvare la forma, si tiene lo stesso. Intanto si viene a sapere che nelle ultime settimane sono state stuprate nei campi profughi centinaia di donne. Il 31 agosto, ancora, vengono rifiutati 20000 caschi blu. Il governo riprende una grande offensiva nel Darfur: 20 persone sonouccise e 1000 costrette a fuggire dai propri villaggi. L’8 settembre il Commissario Onu per i rifugiati parla di “catastrofe umanitaria”. Il 12 settembre un inviato dell’UE afferma che “l’esercito sudanese sta bombardando la popolazione civile in Darfur”. A 355.000 persone sono tagliati gli aiuti alimentari.
Assai difficile fare una stima precisa dei morti, anche perché il governo ha impedito ai giornalisti di raccontare la guerra. L’Onu parla di più di 450.000 vittime, 2 milioni di sfollati e 200.000 rifugiati. 10.000 morti al mese, escludendo le vittime dovute alla violenza etnica.
Il 26 febbraio 2007 sarà il quarto anniversario del conflitto. Un anniversario mesto, luttuoso, che si svolgerà nel più totale silenzio.
PERCHE' NON NE PARLIAMO
L’informazione dovrebbe essere un contropotere, dovrebbe far parte di quel sistema di check and balances che regola le democrazie liberali. Un contraltare che i politici dovrebbero temere: in una democrazia, appunto. Da noi è impensabile che i giornalisti chiedano conto di cosa hanno fatto i politici per il Darfur (nulla: ed in tal caso perché non abbiano fatto nulla. Si dirà di più: un parlamentare è riuscito a dire che il Darfur è “una moda non italiana che non dovrebbe arrivare in Italia, uno stile di vita veloce, le cose fatte in fretta, il mangiare in fretta”) o che li spingano ad agire. Ad esercitare pressioni sul governo sudanese per il cessate il fuoco o perché accetti sul territorio aiuti umanitari, per esempio. Noi invece compriamo il petrolio dal Sudan (ci possiamo onorare di essere i loro terzi clienti nel mondo) e, insieme a Gran Bretagna, Russia, Cina, Canada e Iran, gli vendiamo le armi e le tecnologie sensibili. Pur ammesso che un giornalista si documenti e non ceda alla comoda pigrizia delle infinite opinioni (lavorare stanca), un politico, l’editore di riferimento, gradirebbe l’argomento?
gabro.v@libero.it
http://www.centomovimenti.com/2007/febbraio/24_gv.htm
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| Bulb battle |

L'Australia, poi la California e Wal Mart decretano la morte annunciata della vecchia lampadina a incandescenza...
Dal 2012 si troveranno solo su E-Bay per i collezionisti...a meno di un colpo di coda della lobby...
Luci di bordo accese anche in Italia?
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www.caravita.biz
OLTRE 180 CANDIDATURE AL NOBEL PER LA PACE
Dall’ambientalista inuit Sheila Watt-Cloutier all’ex-vice presidente statunitense Al Gore, dall’attuale capo di Stato della Bolivia Evo Morales al monaco vietnamita Thich Quang Do, sono 181 le candidature per il premio Nobel per la pace ricevute quest’anno dalla Commissione norvegese per il Nobel. Secondo un funzionario dell’Istituto di Oslo, anche 46 organizzazioni figurano tra i 181 candidati, 10 in meno rispetto all’anno scorso e inferiori al record di 199 del 2005. I cinque membri della Commissione che decideranno il vincitore non possono rivelare i nomi dei candidati, ma alcuni sono già stati diffusi da quanti li hanno proposti. Sheila Watt-Cloutier e Al Gore sono ad esempio stati segnalati da due parlamentari norvegesi per attirare l’attenzione sui cambiamenti climatici e sul surriscaldamento. La Watt-Cloutier, 53 anni, dal 2002 al 2006 presidente della Conferenza circumpolare Inuit (Icc) del popolo nativo canadese, si è battuta contro l’emissione dei gas serra responsabili del surriscaldamento globale che sta minacciando l’Artico, mentre nel film ‘La scomoda verità’ l’ex-vice presidente statunitense, oltre ad aver partecipato ai negoziati sul protocollo di Kyoto, mette in guardia Stati Uniti e potenze mondiale avvertendo che restano appena 10 anni per contrastare l’effetto-serra. Tra gli altri candidati, figura anche la polacca Irene Sandler, 96 anni, che durante la seconda guerra mondiale salvò oltre 2500 bambini ebrei dal ghetto di Varsavia. Il vincitore del premio di 10 milioni di corone svedesi, poco più di un milione di euro, istituito dallo svedese inventore della dinamite Alfred Nobel, viene annunciato ogni anno in ottobre. Nel 2006 il Nobel per la Pace è stato assegnato Mohammad Yunus, economista del Bangladesh, e alla sua ‘Banca Grameen’ o ‘Banca dei poveri’ basata sui microcrediti. http://www.misna.org/
La rotta latinoamericana
Per

Tutte le foto di questo servizio sono opera del fotografo venezuelano Pedro Laya.
L'immagine di apertura, invece, è un Mural del quartiere popolare di Tepito in Città del Messico
“La verità, nonostante tutto, esiste.”
Victor Serge
Febbraio 2007
La grande tornata elettorale che nel 2006 ha coinvolto una dozzina di Paesi latinoamericani si è conclusa con risultati sorprendenti. Il partito delle privatizzazioni ad oltranza, che coincide con quello dell'ultraliberismo e della sottoscrizione dei Trattati di Libero Commercio (TLC) con gli Stati Uniti, non ne esce bene e vede ridotto il suo spazio di manovra continentale.
Non solo in quel subcontinente in cui si cerca di introdurre il diversivo delle “due sinisistre” -quella buona e quella cattiva- ma persino in Messico, Costarica e Nicaragua.
In Messico, la situazione si regge sul precario equilibrio garantito da un golpe elettorale a cui -nonostante tutto- è stato impossibile auto-attribuirsi un vantaggio superiore ad uno scarno “zero virgola qualcosa”. Il continuismo liberista, e l'apertura definitiva e fatale di quel che resta del mercato e della sovranità nazionale, è praticabile solo delegando alle forze armate un ruolo di primo piano.
Il neofalangista presidente “eletto”, infatti, di fronte ad una società lacerata e alla carenza di consensi, ha stretto un patto con i militari, che ora si apprestano ad un protagonismo che riporta alla memoria tempi lontani ed inquietanti.
Dopo 28 anni, il frullatore liberista lascia un saldo inequivocabile: una dilagante emigrazione che richiede la costruzione di un muro da parte degli Stati Uniti, e un'economia che vede al secondo posto l'apporto valutario degli emigranti. Nonostante i prezzi alle stelle, la compagnia petrolifera statale PEMEX è l'unica che l'anno scorso è riuscita a chiudere con una perdita di 7 miliardi di dollari. Per privatizzare, prima bisogna indebitarsi.
Si avvicinano scadenze importanti e tempi di grande passione sociale per il Messico. L'appuntamento decisivo sarà la privatizzazione dell'ultimo grande patrimonio nazionale, che è quello petrolifero, già seriamente ipotecato dalla Federal Reserve dopo il celebre “effetto Tequila”. Entreranno in collisione i due blocchi che si contrappongono nel Paese.
L'esito deciderà se il futuro sarà la definitiva sussunzione all'economia di Wall Street o se tornerà a far parte dell'America latina. Da questo, dipenderà la futura condizione delle classi subordinate, dei contadini e degli indigeni.

"Auto" di Pedro Laya
Nel “cortile blindato” centroamericano la sorpresa non è stata data solo dal ritorno sandinista al governo del Nicaragua. In Costarica, la risicata affermazione del fronte favorevole al TLC, marcata da un indicatore di “zero virgola qualcosa”, ha riportato alla presidenza il vecchio conservatore Arias. Costui, per ratificare ad ogni costo il TLC, sta ricorrendo alle manovre di prammatica dei politicanti di mestiere: imporlo con le astuzie parlamentari, l'asta delle cariche, senza nessun scrupolo a spaccare il Paese.
Il fatto, però, è che il tranquillo Costa Rica ha fatto dell'abbattimento delle frontiere commerciali a vantaggio di Washington e di Ottawa un tema nevralgico della campagna presidenziale. La difesa della società telefonica ed elettrica ha coalizzato la metà degli elettori. La privatizzazione, abbinata alla liberalizzazione della produzione agricola, sta provocando una crescente polarizzazione, e potrà imporsi solo con uno strappo doloroso che lascerà sequele.
Meno sorprendente è stato il ritorno di Daniel Ortega, alla testa di una ampia coalizione politica e sociale, benedetta persino dal cardinale Obando. L'avversario sconfitto dal FSLN era un giovane e rampante banchiere, uomo di quel ristretto settore legato al business internazionale e agli Stati Uniti. La Nicaragua disastrata dalle infinite “aperture”, perennemente al buio per i disservizi cronici del monopolio dell'energia elettrica privatizzata, dove è scomparsa persino la tradizionale coltivazione del coton, ha detto no. Vuole cambiare percorso.
In questo nuovo contesto -in cui si paga anche per studiare nelle scuole elementari- è di vitale importanza rinegoziare il debito con il FMI e negare l'avallo definitivo al TLC. Il nuovo governo, e la coalizione che lo sorregge, sostiene una politica di difesa degli interessi dell'economia nazionale, e in questa si identificano anche quei settori produttivi che scomparirebbero con l'inondazione di merci provenienti dal nord.

"Canierotre" di Pedro Laya
In Brasile, a dispetto degli sforzi dispiegati a pieni mani dalla borghesia di Sao Paulo, non c'è stata partita e Lula ha vinto senza nessun affanno. Nonostante il suo moderatismo e una politica di redistribuzione sociale abbastanza tiepida, persino i suoi critici più severi -messi alle strette- hanno ratificato il loro appoggio. Eppure non ha messo mano alla riforma agraria, e il latifondo e l'agro-esportazione della soya transgenica sono rimasti intatti. La meta delle 400000 famiglie beneficiate dalla riforma agraria è rimasta incompiuta.
In effetti, tra Lula e il rappresentante ultraliberista dei settori legati alla transnazionalizzata economia finanziaria, i dubbi svanirono (anche tappandosi il naso). La destra rimetteva in discussione persino il ruolo geopolitico del Brasile, con un riallineamento vorticoso con Washington, e una frenata brusca all'integrazione regionale. La destra vassalla, infatti, preferisce essere la coda dell'ingrigito leone, piuttosto che la testa del blocco del sud.
La continuità del nuovo corso venezuelano, avvenuta con ampio e comodo vantaggio il 3 di dicembre, è una maiuscola conferma anche della funzione di Paese-cerniera che unisce le Ande, i Caraibi, l'America centrale e la latitudine amazzonica.
La scintilla scoccata a Caracas otto anni fa, ormai ha scavalcato con agio le Ande, dove la recente svolta boliviana ed ecuadoriana, lascia in solitudine la Colombia e il Perù, prede del miraggio sempre più incerto del TLC. Da via di ripiego dell'abortita ALCA, attualmente corre addirittura il rischio di incagliarsi nel senato di Washington.
La riconferma di Alvaro Uribe alla guida della Colombia, ribadisce l'inalterata continuazione della repressione dei movimenti popolari con la mano militare del Plan Colombia, ma non avviene sotto una buona stella.
Dense nuvole scure si addensano sulla testa di Uribe. In pochi mesi sono scoppiate burrasche che anticipano imminenti cicloni. Le accuse di connivenza a vari alti esponenti politici e magistrati, coinvolti direttamente
con l'economia criminale dei “paramilitares”, ormai tocca molto da vicino vari ministri del governo, e la stessa famiglia del Presidente.
Alcuni settori sani dello Stato cominciano a reagire contro la collusione aperta tra “paramilitares”, forze armate e governo. L'opera di bonifica istituzionale è una lotta contro il tempo, che tende a concretizzare qualche risultato positivo prima che i “paramilitares” portino a termine il business della “pacificazione”.
Consegna delle armi a cambio della garanzia ad una pena massima di 8 anni di carcere per qualsiasi tipo di crimine, conservazione dei beni patrimoniali estorti, del potere politico locale e della loro rappresentanza parlamentare. Conserveranno, insomma, la leva del narcotraffico e la stasi dell'ordine feudale, in modo che l'unica via di ascesa sociale dovrà rimanere la mafia.
La Colombia rimane in bilico, sorretta dalle sovvenzioni con finalità militari del Pentagono (le terze, dopo Israele ed Egitto) che perpetuano la guerra civile, la narcoeconomia di grande scala e l'iniquità sociale. Le elites bogotane, refrattarie ad ogni evoluzione, opposte alla tendenza regionale, sono condannate a guardare solitarie unicamente verso il nord. E soffrire una dipendenza sempre più accentuata; d'altronde si tratta di una vocazione storica.
La strutturazione del caos permanente, però, consente agli Stati Uniti di mantenersi saldamente in una piattaforma militarizzata, con proiezione ad ampio raggio d'azione verso quel sud sempre più refrattario al verbo globalista, che procede più spedito alla formazione del blocco regionale.
In Bolivia ed Ecuador, cuore amerindio del subcontinente, il processo di cambio raggiunge il suo culmine, ed innesca l'inevitabile controffensiva dell'oligarchia. Restia ad accettare il verdetto elettorale, è disposta a giocarsi il potere sul terreno dello scontro diretto e violento. Nello Stato neocoloniale, l'accesso al potere politico non facilita nemmeno una decente alternanza o la depurazione istituzionale.
Non conferisce nessun potere di trasformazione e -senza il ricorso alla Costituente, alla riscrittura delle regole minime del gioco- condanna all'inerzia e alla perdita del consenso accumulato. Vale a dire al declino dell'appoggio dei movimenti contadini e indigeni, dei settori urbani in miseria e della classe media impoverita.
Basti solo pensare che i giacimenti di gas della Bolivia erano contabilizzati come proprietà della multinazionale Repsol e, come tali, quotati a Wall Street. Con 3 miliadi di dollari controllavano riserve gasifere stimate attorno ai 250 miliardi; in altri termini, le multinazionali recuperavano l'investimento in soli 4 anni, e rimanevano proprietarie di tutto il resto.

"Obreros informados" di Pedro Laya
Questa peculiare “dialettica” tra economie globalizzate e nazionali può anche prendere forma di leggi vincolanti. Come quella che obbliga i governi dell'Ecuador a dare la priorità al pagamento del debito al FMI, persino rispetto ai bilanci per l'istruzione pubblica e la sanità. Si arriva al tragico paradosso di uno Stato petrolifero, con le mani legate, costretto ad importare benzina e derivati a quelle stesse multinazionali che estraggono petrolio in Ecuador. Azzerrando in questo modo gli esigui benefici.
In questa fase, sia in Bolivia che in Ecuador, osserviamo che il ricorso alla Costituente viene osteggiato con furore, e il conflitto tra maggioranze sociali e le elites di Santa Cruz e Guayaquil, si sposta dal terreno elettorale a quello giuridico, ma si tratta in realtà di scontro di classe, perchè l'oligarchia non permette nessuna modificazione istituzionale. Il loro Stato è intoccabile.
Senza la mobilitazione permanente dei settori sociali da poco coinvolti nella partecipazione politica -che in Ecuador rifiutano di eleggere i deputati- le oligarchie e i loro compari internazionali avrebbero partita vinta ai primi rounds. I partiti politici, senza i movimenti, non sono in grado di far fronte ad una situazione di questo tipo. Sono i limiti invalicabili della democracia rappresentativa. Votare è indispensabile, però non è sufficiente per garantire alternanza o inversione di tendenza.
La Casa Bianca ha cercato di sbarrare la strada con i “golpes elettorali”, dove non vi riesce passa a destabilizzare i neo-governi che contano con un vasto e radicato sostegno popolare attivo. Alla fine, a questo si riduce quel “populismo” che attacano con tanto livore e timore.
Captano e muovono come massa d'urto le minoranze privilegiate tradizionali, con l'indotto di guardaspalle (mediatici, legulei, sicurezza) e manutengoli vari che -a cambio della depredazione delle materie prime e bio-diversità- coltivano l'illusione di ascendere al ruolo di borghesia trans-nazionale. In realtà, rimarranno funzionari neocoloniali subordinati o dirigenti di quarta fila delle multinazionali del nord.
Con le mega-elezioni del 2006, è entrata in crisi l'ideologia che codificava la possibilità dello sviluppo dei Paesi periferici solamente proibendo agli Stati ogni forma di intervento nell'economia, con un mercato spalancato e senza nessuna regola. Si sono ridotti gli spazi ottimali per l'accesso delle multinazionali alle materie prime. In tal senso, è stata pedagogica l'esecrazione e il grido di dolore levatosi nelle due sponde atlantiche contro la nazionalizzazione dei giacimenti di gas in Bolivia.
E più tardi, contro l'annuncio del Presidente Correa di riportare l'Ecuador nel seno dell'OPEP, di rinegoziare il debito con l'FMI e di non rinnovare la concessione della base militare di Manta agli Stati Uniti. Nel giro di una settimana, il Venezuela e l'Argentina hanno estromesso due compagnie nordamericane dalla distribuzione dell'elettricità.
Il governo di Caracas, con 730 milioni di dollari, ha ottenuto l'82% delle azioni della maggiore industria del Paese, tagliando fuori la multinazionale AES. Kirchner ha reagito con durezza alle pressioni dell'ambasciatore Earl Wayne, tendenti ad assegnare il controllo della metà della Transener al fondo di investimenti nordamericano Eton Park. “Non siamo una repubblichetta” ha ammonito il Presidente argentino, respingendo l'assalto di un fondo che ha come capitale dichiarato…3200 euro!

"Obrero agricola" di Pedro Laya
Gli elettori si sono pronunciati sui due modelli geopolitici di integrazione latinoamericana: autonoma o con gli Stati Uniti. Quest'ultimo fronte si è assottigliato, visto che Nicaragua ed Ecuador respingono il TLC, e la situazione messicana è assai incerta. Rimangono la Colombia, Perù, Cile e i rimanenti microStati centroamericani.
Sul versante opposto dell'integrazione senza Washington si sono compattati Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Cuba, Uruguay e Paraguay, con varie titubanze degli ultimi due. In sintesi, questo fronte si è allargato sia al di là delle Ande che in Centroamerica. E in Messico si sono riaperte le danze al suono di un ritmo che sembrava fuori moda.
Con questo rapporto di forze, e la solidità del legame tra i nuovi governi insediati e le rispettive basi sociali, è scontato che la destabilizzazione cercherà di fomentare il separatismo. Soprattutto in Bolivia e in Ecuador, dove cercheranno di staccare artificialmente la regione costiera di Guayaquil-industriale ed agroalimentare- e del suo vitale porto. E quella regione boliviana nelle cui viscere c'è il tesoro gasifero. Tenteranno di trasfigurare il conflitto sociale soffiando sul fuoco dell'etnicismo separatista delle minoranze privilegiate.
Questo, però, è di difficile applicazione in Venezuela, al fine di impossessarsi della ricca regione petrolifera del lago di Maracaibo. A parte la realtà catodica della propaganda, il Venezuela si basa su di un soddisfacente modello di integrazione, dove le tre componenti afro, indo ed euroamericane convivono in assenza di seri conflitti etnici, sociali, religiosi o culturali. E' difficile, pertanto, separare il Zulia per unirlo alla limitrofe regione petrolifera colombiana, in un enclave-degli-idrocarburi dato in gestione ai “paramilitares”, riciclati come separatisti.
Sul versante europeo, i cultori delle “due sinistre” sudamericane, non dovrebbero farsi soverchie illusioni. E riflettere sulle parole pronunciate da Lula nel conclave di Davos, dove ha difeso la legittimità del nuovo corso sudamericano, contro qualsiasi interferenza esterna. Inoltre, dovrebbero chiedersi perchè tutti i Paesi latinoamericani -salvo isolate eccezioni- abbiano intensificato le relazioni economiche e commerciali con Cuba. Esiste una convinta difesa delle sovranità nazionali e ferma opposizione alle interferenze esterne, siano “umanitarie” o di ordinaria “esportazione democratica”. Su questo terreno Bush è solo.
Il continente dove il neoliberimo è venuto alla luce grazie alla macabra levatrice Pinochet, non vede di buon occhio un'Europa succube che -oltre a mantenere blindata l'agricoltura- fa propria la filastrocca propagandistica dei neocons.
Il nazionalismo latinoamericano non è mai stato colonialista o espansionista (salvo il Cile), ma resistenza contro le aggressioni imperiali spagnole, francesi, portoghesi, inglesi, olandesi e statunitensi. E' superficiale e fuorviante, pertanto, proiettare sugli altri il peso del proprio passato. La difesa della sovranità nazionale, lungi dall'essere un anacronistico morbillo di ritorno nell'epoca globalista, è un binario su cui avanza l'integrazione. Dove la questione sociale è tornata d'attualità, ed è al centro del dibattito pubblico.
Di fronte alla rotta tracciata dall'elettorato, Bush sta programando in tutta fretta il suo primo tour continentale, e a fine marzo visiterà 5 Paesi: Brasile, Uruguay, Colombia, Guatemala e Messico. Il pathos di questa riscoperta tardiva dell'America latina non è certo quello trionfalista della brevissima stagione dell'ALCA.
Si limita a visitare 3 soci incondizionali e a cercare di portare a casa qualcosa di positivo a Brasilia (accordo sull'etanolo) e a Montevideo (qualche liberalizzazione commerciale). Sarà un viaggio emblematico che sancirà la nuova situazione: fine della dottrina Monroe, tramonto dell'egemonismo assoluto.
Il sogno di Bush -al di là dell'ovvio calcolo elettorale- si riduce a seminare insidie lungo il Rio de la Plata, scompigliare il MERCOSUR e rallentarne la marcia, ma non ha molte speranze. Nemmeno quella di trovare collaborazione per legare le mani a Chavez. Bush, in fondo, si presenta a mani vuote, mentre il Venezuela offre l'autonomia energetica come motore dell'unificazione regionale.
Tito Pulsinelli.
Analista continentale, ha pubblicato numerosi testi sulla geopolitica
latinoamericana per l'Osservatorio Indipendente Selvas.org.
E-mail : redazione@selvas.org
Selvas.org le analisi di Tito Pulsinelli
Mercenari per necessità
Ce ne ha messo di tempo, già che da almeno tre anni pubblico articoli sull’argomento, ma alla fine l’Onu ha denunciato formalmente la presenza di mercenari latinoamericani in Iraq. Le guardie di sicurezza privata, contrattate da aziende statunitensi, sono il secondo contingente più grande per entità dopo l’esercito degli Stati Uniti. Le 160 imprese danno lavoro ad almeno quarantamila persone, provenienti da quasi tutti i paesi poveri del mondo. Perù ed Ecuador sono in testa alla lista delle nazioni dell’America Latina, ma ci sono anche tanti cileni, honduregni, guatemaltechi e messicani.
Non è poi tanto difficile vedere sui giornali centroamericani gli annunci di società come la Triple Canopy (http://www.triplecanopy.com/triplecanopy/en/home/) o la Blackwater (http://www.blackwaterusa.com) che tramite i loro agenti compiono periodiche selezioni regionali.
Prima si richiedevano persone che avessero già avuto un addestramento militare; ora, le stesse imprese offrono un addestramento basico su come usare un M-16 e quindi vengono inviati in zona di guerra. Perchè si rivolgono all’America Latina? Per risparmiare costi, naturalmente. Una guardia privata europea o statunitense può guadagnare uno stipendio di 10.000 dollari. Una peruviana, diciamo, si accontenta pur correndo gli stessi rischi di 1.000 dollari al mese.
Non si tratta di una notizia nuova (qui un articolo dell’anno passato: http://www.antimilitaristas.org/article.php3?id_article=2613), eppure risalta la lentezza con cui vengono propagate queste informazioni.
Nei prossimi giorni starò viaggiando, per cui pubblicherò con meno frequenza.
Hasta pronto
El Colombiano ha iniziato questo fine settimana la pubblicazione di una serie di articoli sul ruolo dei fiumi nella vicenda - non interrotta - dei "desaparecidos" colombiani.
Il primo pezzo, di Catalina Montoya Piedrahíta, è un buon esempio di come si possa (debba) parlare del passato recente del paese: senza esagerare i toni, senza quei giudizi (e quei nomi) che ti possono costare la vita, ma dicendo sostanzialmente le cose come stanno.
Colpisce la storia delle pertiche: i comuni riveraschi si sono muniti di lunghe canne (fino a quattro metri) che vengono utilizzate ogni qualvolta un cadavere s'avvicina alla riva. Per evitare che s'incagli in territorio municipale - con l'apertura delle conseguenti indagini e pratiche burocratiche - solerti impiegati lo sospingono oltre, fino ai confini del prossimo comune (a sua volta ben dotato di pertiche scansamorto). Finisce che il cadavere diventa irriconoscibile e che si perde la possibilità di ricostruirne il decesso.
L'"Instituto Nacional de Medicina Legal" ha realizzato uno studio sul fiume Cauca, tra la zona industriale di Cali e l'occidente del dipartimento di Caldas: tra il 1990 y 1998 sono state 547 le autopsie a vittime d'omicidio recuperate dal fiume. Molte tagliate, sviscerate, riempite di pietre e ricucite alla meno peggio. La maggior parte, vittime dei paramilitari (o "autodefensas", come li chiamano i fan del politically correct ad ogni costo).
Buona lettura.http://bogotalia.blogspot.com/
| Il Malawi contro Edzi |
| La dura lotta delle donne malawiane contro le discriminazioni e l'Aids |
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scritto per noi da
Silvia Zaccaria*
Il “cuore caldo dell’Africa”: così le guide turistiche definiscono il Malawi, riferendosi alla cordialità con cui la sua popolazione accoglie il visitatore. Poco si sa di questo Paese, balzato agli onori della cronaca per la vicenda del piccolo David, adottato da Madonna con la promessa di corrispondere al governo 3 milioni di dollari.
 Lungo la strada che dalla capitale Lilongwe conduce a Blantyre, nel sud, si trova il bivio per Mangochi: mercati a destra e a sinistra, aperti giorno e notte, con le candele in mezzo a pomodori e zucche, e un fiume di gente a piedi o in bicicletta che viene e va. Giunti al bivio, da una parte troviamo la chiesa cattolica, dall’altra la moschea. Poi, appena entrati in paese, la fila di chiese pentecostali, l’ufficio del comune, l’ospedale, e i coffin shops (i negozi di bare, da non confondere con le caffetterie). Infine il ponte sul fiume Shire, che sfocia nel lago Malawi.
Qui, nei pressi del villaggio di Malindi, un complesso musicale improvvisato sotto un grande albero accoglie i msungu, i bianchi: alla batteria un bambino percuote i piatti - un tempo i cerchioni di una macchina - con tanta foga da spezzare le fragili bacchette di bambù. Troviamo anche Mac Growell, il rapper della zona. Il rap è il linguaggio musicale più efficace, soprattutto tra le nuove generazioni, per gridare contro la miseria, la fame e quella malattia, cachilombo matenda a edzi nella lingua chichewa, o Aids, che da queste parti colpisce tutti indistintamente.
Secondo i dati ufficiali, 900mila sarebbero i malati di Aids e 1 milione i bambini rimasti orfani. Gli sforzi per arginare la situazione sono affidati ad iniziative estemporanee di politici e popstar, o a piani nazionali e fondi globali i cui effetti sono però difficilmente misurabili. Dietro le strategie c’è invece chi la malattia la vive quotidianamente, e ad essa si oppone come può.
A Mangochi spopolano gli Youths Against Aids, decisamente più attrezzati della band di Malindi: il cantante, che intona il ritornello “My friend has got Aids, but he will be my friend forever” è accompagnato da una chitarra elettrica.
Le ragazze di etnia Nyanja e Chewa, appartenenti alle confessioni evangeliche insediatesi sul lago già ai tempi del mitico esploratore Livingstone, intonano più volentieri cori e gospel, il cui contenuto recita più o meno così: “Astieniti dal sesso! Se non ce la fai, usa il preservativo e sottoponiti al test".
Infine, a qualche chilometro di distanza, i giovani Yao (convertiti all’Islam tra il XVII e il XIX sec. e alleati degli arabi nel commercio degli schiavi), realizzano danze e performance teatrali tradizionali. Se un tempo queste rappresentazioni erano dedicate all’esaltazione della natura e delle virtù di re, ora sono strumenti indispensabili per veicolare le informazioni sull’Hiv, specie nelle comunità rurali dove la popolazione è analfabeta.
Allo stesso tempo, sono un mezzo efficace per scaricare le tensioni, dialogare con l’altro (spiriti e stranieri) nel tentativo di esorcizzare il male. In poche parole, si tratta di risposte culturali a fenomeni che sfuggono al controllo sociale: siccità ed inondazioni, raccolti perduti e un virus che dilaga incontrollato.
Recentemente, anche le Nazioni Unite hanno compreso che i programmi sull’Aids debbono tenere in considerazione le caratteristiche della cultura locale e far ricorso a canali comunicativi condivisi, capaci di rendere il messaggio decifrabile anche a una popolazione illetterata.
 Il District Commissioner di Mangochi, Mister Lovemore, porta al polso un orologio d’oro placcato e veste sempre in giacca e cravatta. Si reca spesso a Lilongwe per ricevere direttive per l’amministrazione di un distretto dimostratosi un po’ turbolento (nel 2003 vennero arrestati presunti membri di Al Qaida, sospettati di aver dato fuoco alla sede dell’organizzazione Save the Children).
Se il signor Lovemore rappresenta il governo centrale, il potere locale è nelle mani dell’autorità tradizionale e del consiglio dei capi. Sceicchi, guaritori tradizionali e circoncisori completano il quadro delle figure di spicco del villaggio: questi ultimi godono di particolare prestigio, in quanto sono loro a gestire i rituali di iniziazione.
Quello femminile prevede una segregazione collettiva al termine della quale l’inizianda è trasformata in “donna nuova”. Durante questo periodo, le ragazze si sottopongono ad interventi di modificazione genitale e alla deflorazione rituale, mentre le istruttrici impartiscono gli insegnamenti per un corretto comportamento sessuale. Alla fine, gli abitanti del villaggio organizzano una grande festa per celebrare la consacrazione alla nuova vita. I ragazzi, invece, diventano adulti dopo essersi sottoposti alla circoncisione, definita Jando, in riferimento alla capanna in cui sono rinchiusi per 3-4 settimane. Vari studi hanno individuato proprio in questi rituali la principale sfida per gli interventi di prevenzione e cura dell’Aids, in quanto le pratiche a questi collegate sarebbero particolarmente rischiose dal punto di vista sanitario.
Una di queste prescrive ai nuovi iniziati rapporti casuali tra loro e l’obbligo per le ragazze, dopo la prima mestruazione, di fare sesso con un uomo - il fisi - pagato per pulirle dalla “polvere” accumulata (sexual cleansing).
La ragazza sottoposta al sexual cleansing non potrà neanche scegliere il marito; verrà anzi data in sposa ad un uomo più anziano ( sugar daddy), poligamo, in cambio di una piccola somma alla famiglia. Come hanno sottolineato alcune rappresentanti della Campagna Stop Female Genital Mutilation, “è difficile parlare di rispetto per la cultura, se non si rispettano i diritti umani. Difficilmente questi verranno riconosciuti senza l’avvio di politiche democratiche”
Gli abusi sono legati a costumi e pratiche diffuse e accettate, come il property grabbing, per cui la donna vedova o divorziata è privata di ogni bene dai parenti del marito ed è costretta a prostituirsi. Inoltre, prima e dopo la sepoltura del marito, dovrà avere rapporti sessuali con il cognato, che prenderà in eredità tutti i beni del fratello. Alle donne sterili, invece, il sing’anga (medico tradizionale) richiederà una prestazione sessuale come parte del processo curativo.
Ciò spiega perché la percentuale di infezione da Hiv nelle donne in età riproduttiva è superiore a quella degli uomini. Nel caso scoprano la propria sieropositività, sono abbandonate dai partner e cacciate dal villaggio. Non sono rari i casi di persone che si sono tolte la vita dopo essere risultate positive al test, anche per timore del giudizio della comunità.
Il governo malawiano ha compiuto timidi sforzi per combattere gli abusi verso le donne. Nella maggior parte dei casi, queste dichiarano di aver contratto l’Hiv dai propri mariti che si rifiutano di utilizzare il preservativo, sostenendo che “non si può mangiare una caramella incartata”. Il suo uso è osteggiato dalle chiese e da una parte della popolazione che crede sia il preservativo a trasmettere l’Aids. Per le prostitute, questo significa che il compenso varia notevolmente per una prestazione con o senza preservativo. Di qui gli alti indici di contagio tra le professioniste del sesso e tra chi è costretta a vendere il proprio corpo in cambio di cibo.
 Oggi, però, le cose stanno cambiando e molte organizzazioni si aprono al dialogo con la realtà locale e i suoi rappresentanti. Il dottor Salange, un guaritore tradizionale molto rispettato nel distretto di Mangochi, sa bene che l’Aids non è stregoneria e che servono ben altro che erbe e infusi per trattarlo. Il gruppo più attivo in questo senso è rappresentato dalle Waga, le Donne contro l’Aids. La loro leader, Mai Mafuta, è una signora minuta che è facile incontrare alla farmacia dell’ospedale centrale di Mangochi carica delle poche medicine disponibili, che distribuirà porta a porta nei villaggi. In Malawi l’accesso ai farmaci è un lusso per pochi:ogni anno il Paese perde i membri più attivi della società e con essi le possibilità di sviluppo. Un circolo vizioso, perché i campi vengono abbandonati, la produzione agricola crolla e nella fame attecchisce il virus. L’aspettativa di vita nei paesi dell’Africa sub-sahariana arriva a 47 anni, che diventano 37 in Malawi.
In un contesto come questo, le pratiche culturali sono un’arma a doppio taglio: se da un lato rappresentano uno strumento di resistenza dal basso, dall’altro diventano letali in una situazione di degrado socio-ambientale, mantenuta e alimentata da un sistema corrotto http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7394
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Pena di morte : azione Ohio
di red
Dalla sua elezione in novembre, il governatore dell'Ohio Ted Strickland ha ricevuto 125 lettere o E-mail dagli avversari della pena di morte. Altre 27 lettere hanno invece invitato Strickland a mantenere la pena di morte nello Stato.
Il rapporto fra favorevoli e contrari alla pena di morte e' quindi di 5 a 1 circa, al netto di coloro che chiedono la grazia per un condannato in particolare e degli amici e parenti di una delle vittime che ovviamente chiedono la conferma della condanna per l'omicida. I contrari si sono espressi sulla inutilita' della pena di morte o su aspetti etici.
Il governatore, il primo democratico dopo vent'anni alla guida dell'Ohio, e' favorevole alla pena capitale, tuttavia poco dopo essere assurto al suo ruolo fece ritardare le esecuzioni di tre assassini condannati per rivedere i loro casi. Prima di lui Bob Taft aveva dato corso senza problemi a 24 esecuzioni. Sia i favorevoli che i contrari hano intepretato lo stop temporaneo di Strikland alle esecuzioni come il primo passo verso una moratoria e deve essere stato questo a spingerli a scrivere.
Non si sa quanto le lettere possano influire, ma Claudio Giusti, membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti, invita a scrivere al governatore per accrescere il numero dei pareri contro la pena capitale.
Egli precisa che nel compilare il modulo, occorre lasciare indicato Ohio (o scegliere un altro stato americano), perche' non sono previste opzioni dall'estero. Come zip code inserire 44111, sempre per il motivo di cui sopra. Si puo' indicare la propria citta' e nel corpo della lettera spiegare di essere italiani e vivere in Italia Diversamente si puo' inviare una mail, dato che sono elencati anche i contatti via posta elettronica.
www.osservatoriosullalegalita.org
febbraio 25 2007
Berlusconi dice cornuto all'asino!...(il fu asinello)
Quest' oggi Berlusconi ci ha regalato un'altra delle sue perle: “Siamo in momento oscuro della nostra storia democratica perché oggi la sinistra, attraverso il mercato dei voti in cui ballano i nomi di questo o quell'altro eletto nella Cdl, ha garantito al presidente della Repubblica di avere i numeri.”
Dalla mie parti si dice: “gongolina, gongolina chi l’ha fatta la sente prima”…(De Gregorio docet, come anche Tremonti nel 1994)
...A buon intenditor poche parole...
P.S. Però bisogna dargli atto che la prima parte di questo suo intervento corrisponde al vero: "Siamo in un momento oscuro della nostra storia democratica"...purtroppo da quando è sceso in campo lui, questa è una triste verità...http://findine.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1378995
Le rose di Turigliatto e il cane di Rossi
Con Paolo Roversi, Gino Petracco e un commento mio.
Paolo Roversi: Mi spiace ma non credo alla colpevolezza mediatica, oltreché numerica, dei due senatori dissidenti. Loro, e solo loro, hanno dato voce nelle istituzioni al popolo della Pace; altra cosa è considerare l'evidente "trappola" governativa neocentrista atta a marginalizzare le residuali politiche vagamente sociali di questo governo. Due ingenui, sinceri, sprovveduti incoscienti, quello sì ma ascoltare Prodi declamare, subito dopo la manifestazione di Vicenza:" La base si fa!"; ha chiarito ulteriormente l'indirizzo politico di questo governo dove a fronte della più alta spesa militare mai sostenuta dal dopoguerra a oggi massacra lo stato sociale in perfetta continuità con il governo precedente.
Gino Petracco: Non capisco perchè dici che "Turigliatto si è arrogato il diritto di scelta per 57 mln. di italiani". Turigliatto era un senatore eletto per le sue idee (si spera!!!) ed ha agito di conseguenza. Non capisco perchè si spendono fiumi di inchiostro per diffamare, giustamente, i parlamentari mafiosi, corrotti e venduti e poi si critica uno solo per essere stato coerente con le sue idee. Il problema sono glia altri di RC e PDCI che dicono di stare lì in difesa dei movimenti e del popolo e poi si vendono al primo venuto. Un governo di sinistra o fa le cose di sinistra o non ha ragione di esistere!
PS: Sono di RC ma non dell'area di Turigliatto.
Gennaro Carotenuto: I problemi sono due. Il primo problema è quello della meccanica istituzionale, e il secondo è quello politico. Dal punto di vista della meccanica istituzionale, Turigliatto e Rossi sono stati due francotiratori che hanno impallinato Prodi né più né meno come quei banditi di Di Gregorio o Pininfarina. Anzi, hanno tenuto il gioco di Di Gregorio, Pininfarina o della Binetti che, anche se ha votato a favore, dichiara senza vergogna di aver ringraziato dio per avere dato l'occasione di eliminare i Dico. Non è neanche detto che se Turigliatto e Rossi avessero accettato la disciplina di partito, il governo si sarebbe comunque dimesso. E anche se si fosse dimesso era per essere andato sotto di un voto e per colpa di Andreotti, Pininfarina e Di Gregorio. Altra sarebbe la storia e la sinistra avrebbe potuto perfino esigere invece di concedere.
Il fatto che Turigliatto e Rossi si scherniscano e dicano che il governo non è 'tecnicamente' caduto per loro, poi testimonia una sindrome molto grave: voglio fare di testa mia e se casca il governo né mi prendo né rivendico la responsabilità. E' un atteggiamento infantile e politicamente irresponsabile. Se voti contro il governo è per farlo cadere, non per lavarti la coscienza.
Mi ricordano Marcos in Messico, che non ha votato per Andrés Manuel, che poi ha perso per pochissimi voti. Marcos, invece di rivendicare (magari anche millantare) di aver fatto perdere il centrosinistra, si nasconde e ti dice che non possono essere stati loro perché calcolano di avere spostato meno voti. Turigliatto come Marcos rivendicano in pratica l'ininfluenza delle loro azioni! Tristissimo. Sarebbe stato più dignitoso per entrambi se al contrario avessero gonfiato il petto: io ho fatto cadere Prodi, io non ho fatto eleggere AMLO. Fanno una battaglia politica (o gli è scappato il ditino?), ottengono il risultato prefissato (votare contro per far cadere il governo e questo cade) e invece di rivendicare la loro indispensabilità (senza il nostro voto non andate da nessuna parte) danno la colpa alla CIA e al Vaticano?
In questo contesto Turigliatto e Rossi si sono presi un potere ed una responsabilità che non corrispondeva loro e non mi pare che in strada si vedano elettori di Rifondazione brindare insieme a gente di AN o di FI per la caduta di Prodi. Turigliatto e Rossi si sono fatti saltare in aria come kamikaze portandosi con loro Prodi (io non sono per nulla convinto che si arrivi alla fiducia adesso). E anche se ci si arrivasse, il risultato ottenuto sono i 12 punti, ovvero allineati e coperti su Vicenza, TAV, Afghanistan, DICO e quant'altro. Personalmente tra tutti questi punti ritengo quello afghano l'unico rilevante e ho già scritto che sui DICO aveva ragione Mastella e che quindi l'iter parlamentare è il luogo migliore per discuterne. Sull'Afghanistan l'unica strategia possibile è contrastare Parisi su lunghezza e termini della missione pretendendo che questa abbia obbiettivi chiari e progettualmente limitati. Realizzateli e si torna a casa, non stiamo lì per far calcolare a Condy Rice una bandierina in più.
Adesso il PRC e il PdCI sottoscrivono i 12 punti, accettando di mettere mano alle pensioni, per esempio. Il nebuloso programma dell'Ulivo possiamo mandarlo al macero e, se non ci piace, andiamo tutti a casa di Turigliatto a potare le rose. I comitati centrali (si chiamano ancora così?) dei partiti possono decidere se sottoscrivere o no i 12 punti. Ma i singoli parlamentari (soprattutto i senatori) scegliendo di decidere per tutti, si prendono una responsabilità grave molto più grande sia del mandato ricevuto (che è di deputato, non di kingmaker) sia di quella di un partito con milioni di voti che rompe una coalizione. Turigliatto, facendo cadere Prodi, sarebbe stato l'unico interprete del 'popolo della Pace'? E chi lo dice che il 'popolo della Pace' stia festeggiando la caduta di Prodi?
Mi dicono che a Vicenza sono sfilati 16 (sedici) partiti comunisti. Mi dicono che il senatore Rossi ne abbia testé fondato un altro, Officina Comunista, al quale probabilmente (come per Bush e l'Iraq) aderiranno "sua moglie Laura e il suo cane Barney".
Dal punto di vista politico le ragioni di insoddisfazione della sinistra sono grandi e motivate. Ma questo è il dramma del quadro politico attuale. Quel 15% di elettori di sinistra sono troppi e troppo pochi allo stesso tempo. La sinistra moderata non può prescindere da quella radicale ma l'egemonia resta dalla parte del centro, indipendentemente dal volontarismo di Turigliatto. Si può anche far cadere il governo ed è anche legittimo pensare che Prodi non sia meglio di Berlusconi e che, tanto peggio per tanto peggio, si abbiano le mani più libere se governa Berlusconi. Magari per andare a Vicenza la prossima volta con 32 partiti comunisti diversi. Si può fare tutto, ma eludere il dato storico che la sinistra, oggi come oggi, non ha alcuna egemonia, non si può. http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=971
Voto al Senato : lettera agli amici pacifisti
di Rita Guma
Cari Amici, in Italia vige la liberta' di espressione, e per giunta ogni parlamentare opera senza vincolo di mandato, quindi i parlamentari dissidenti sulla missione in Afghanistan per convinzione (i due di sinistra) avevano tutto il diritto di dire e fare cio' che hanno detto e fatto.
Pero' va anche detto che la reiterata affermazione di certa parte del popolo pacifista che la guerra sia incostituzionale e' falsa. Infatti essa si ottiene citando solo la prima parte dell'art. 11, "L'Italia ripudia la guerra", ma l'intero articolo recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Questo articolo e' quindi un divieto alle guerre di aggressione, ma non a guerre di difesa (v. anche art. 87, che parla del Capo dello Stato come vertice delle forze armate e del Consiglio di difesa). Vieta di brandire le armi per risolvere un litigio internazionale, ma non per salvare un altro Stato aggredito da altri che impugnino le armi. Si puo' essere convinti che occorra operare con nonviolenza assoluta, ma non si puo' dire che la Costituzione rispecchi questa convinzione. La Costituzione non e' nonviolenta alla Ghandi, e' legalitaria, cioe' ammette la guerra solo per difendere gli aggrediti. Ed e' un'altra cosa.
Qui interviene il discorso se la missione in Afghanistan sia allora efficace. E' chiaro che citando solo i fatti negativi (che poi per il 90% non sono effetto della missione, ma preesistenti ad essa e difficili da eradicare in pochi anni, come la giustizia tribale o il trattamento delle donne) la missione appare un fallimento. Ma citando quelli positivi (ad esempio la smilitarizzazione delle migliaia di bimbi soldato, la formazione giudiziaria nella quale l'Italia e' impegnata) si vede che qualcosa di buono ci stiamo a fare, anche se ogni missione armata e' sempre accompagnata da effetti negativi, dovuti in primo luogo alla natura umana ed alla diseducazione delle truppe, soprattutto quelle dei Paesi le cui regole d'ingaggio garantiscono l'immunita' ed i cui dirigenti vedono in ogni islamico un potenziale terrorista.
Pero', vogliamo anche chiederci cosa accadrebbe all'Afghanistan se le truppe se ne andassero? I signori della guerra che siedono in parlamento si dissolverebbero in un istante? I Talebani che oggi fanno attentati senza successo non li farebbero piu', e' vero, ma solo perche' avrebbero successo nel ridurre il Paese in loro potere. E con quali effetti per i diritti umani e i diritti delle donne in particolare? I Talebani hanno gia' governato e sotto il loro governo non mi pare che la giustizia tribale sia stata eradicata, anzi! Ne' le coltivazioni di oppio erano state eliminate, anzi mi risulta che siano proprio il mezzo di finanziamento dei terroristi.
Il popolo afghano non riuscirebbe quindi ad esprimere la propria autodeterminazione ove ce ne andassimo, anzi al contrario verrebbe risoggiogato (con la violenza) da chi aveva determinato la situazione preesistente alla guerra. Dire quindi che la popolazione e' insofferente alla nostra presenza non dice nulla, perche' la popolazione potrebbe essere molto piu' insofferente a dover subire altre dominazioni. Infatti gli Afghani potrebbero aver ragione dei Talebani e dei signori della guerra ed esprimere la loro autodeterminazione solo se imbracciassero il fucile, con buona pace dei non violenti (e cosi' come fecero alcuni ex partigiani che oggi troviamo fra le fila dei pacifisti).
Riflettendo, quindi, la soluzione da voi proposta e' lasciamoli scannare fra loro (se prendono il fucile) oppure lasciamoli a languire sotto una dittatura religiosa (se non lo fanno). Sarebbero d'accordo le potenziali vittime? E si tratterebbe di nonviolenza?
Ho ripulsa per le violazioni dei diritti, per le guerre di aggressione, per le strumentalizzazioni di situazioni locali a scopo di pompaggio di petrolio e per l'uso di leader marionette da parte di Stati che quando hanno in mano un fucile si sentono onnipotenti e immuni da ogni sanzione. Ed infatti denuncio queste situazioni e le combatto. Tuttavia non credo nella criminalizzazione tout court di queste missioni, ne' ritengo che gli Afghani vadano abbandonati.
Ci sono poliziotti cattivi, giudici cattivi e sindaci cattivi, ma non per questo eliminiamo le rispettive istituzioni. Cerchiamo piuttosto di mettere in atto quei meccnismi atti a prevenire o sanzionare i comportamenti poco etici o addirittura criminali. Ecco l'importaza della presenza di certe persone portatrici dei valori di pace nei luoghi del potere.
E qui una riflessione va fatta anche sul risultato ottenuto dai parlamentari dissidenti con il loro voto. Essi hanno diritto di dire la propria, e l'hanno detta. Ma con il loro voto cosa hanno ottenuto? Non certo di non fare la missione. La missione proseguira', con questa o con altra maggioranza. Tuttavia vi erano in gioco altri diritti che non avranno soddisfazione con eventuale altra maggioranza, dato che chi dovesse prendere il posto dei dissidenti per allargare il consenso al governo chiedera' il blocco di alcuni provvedimenti. Eppure anche le persone interessate (immigrati, gay) si identificavano spesso con questi parlamentari.
Insomma, diciamo che i dissidenti hanno buttato via ranno e sapone, ed in piu' saranno messi in condizione di 'non nuocere', ovvero di non poter svolgere ne' un'azione ducativa ne' un'azione di controllo (a fini di pace e di una migliore gestione delle missioni) nelle istituzioni nelle quali sono stati eletti.
Hanno conservato la loro coerenza (evviva!) ma non hanno ottenuto alcun risultato, ne' per loro ne' per noi. Non capisco come si possa essere fieri di questo.
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Déjà vu
Rowena,
La sera della caduta del primo governo Prodi, il 9 ottobre del 1998, ero in una sezione del PDS, a cui all’epoca ero ancora iscritta. Feci un accorato intervento in difesa del Governo, e soprattutto a favore dell’idea di Ulivo, quell’Ulivo che doveva essere il segno di un profondo rinnovamento della politica italiana, e il cui ramo qualcuno stava già segando. Il mio intervento piacque molto alla platea (i “compagni di base”, “la nostra gente”, ecc. ecc.) composta di molta gente più anziana di me e soltanto qualcuno di più giovane, che mi applaudì convintamente, e uno di quei vecchi comunisti si voltò verso di me che mi sedevo, arrossata per l’emozione e la fatica, e mi apostrofò in dialetto “Brava ragazza!”, facendomi sentire davvero molto giovane. Non ebbi nessun’altra risposta, tranne un intellettuale che, nel corso del suo lungo intervento, si dichiarò dispiaciuto della mia scarsa lungimiranza dacché, visto che ormai si stava costruendo la Cosa 2, che bisogno c’era dell’Ulivo? Il funzionario incaricato delle conclusioni, secondo lo stile del partito, non citò nemmeno di striscio il mio intervento, non citò nemmeno l’Ulivo se è per questo, ma parlò delle luminose sorti che aspettavano il partito (ops, il Partito), delle due gambe e di altre amenità. Il governo Prodi era ormai morto e sepolto, anche se ne ebbi la certezza solo dal televideo, una volta tornata a casa; e le luminose sorti del partito si tradussero nel governo D’Alema. Come è andata a finire lo sappiamo (e sto ancora aspettando l’occasione per rinfacciare a quel brocco di intellettuale la “sua” scarsa lungimiranza).
Questa volta è andata molto diversamente, anche se la sensazione di déjà vu è opprimente. Ma è un déjà vu del tutto superficiale, e riguarda la forma più che la sostanza; non c’era niente, in questo secondo governo Prodi della tensione ideale, delle aspettative, delle speranze che traboccavano dal primo. E la sua morte era nelle cose, come quando muore un lontano cugino malaticcio dalla nascita, che ci si spende giusto un pensiero, lo si sapeva che prima o poi sarebbe successo. Restava solo da sapere quando, e chi sarebbe stato, stavolta, il sicario. La cosa certa era che ci sarebbe entrato D’Alema, che da vent’anni c’è sempre quando c’è da sbagliare qualcosa, poiché è indubbio che da vent’anni è il miglior politico italiano.
A stento mi trattengo dal sibilare fra i denti un “io l’avevo detto”. Non ne vale la pena, e poi, chi mi ascolterebbe?http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm
Forza di lotta e di governo, la grande illusione
Tutto si può dire, fuorché questa crisi di governo non sia l'indizio di un malessere vero, profondo e autentico nel centrosinistra che abbraccia almeno tre questioni diverse, al di là della questione del Partito democratico che da ieri pomeriggio sembra più un rebus che non una realtà politica. La prima questione riguarda la composizione di un ceto politico e, ancora meglio, di un corpo parlamentare. Possiamo criticare la legge elettorale che ha prodotto questo parlamento, ma il dato incontrovertibile è che in conseguenza di quella legge chi siede oggi in questo parlamento è la scelta diretta delle segreterie dei partiti. Ovvero la classe parlamentare italiana è l'espressione di una scelta fatta originariamente dentro un sistema di accordi. Una classe parlamentare blindata, garantita da intese pre-elettorali. In questo patto di garanzia non sono ammesse crisi di coscienza. Chi accampa o pretende questa opzione, faceva il piacere di stare a casa sua fin da subito.
Ma gli effetti di questa legge elettorale, sono anche che essa ha di fatto sanzionato il congelamento di una classe politica.
Quando oggi si dice che l'Italia è un paese destinato ad essere governato dai settantenni e che non si danno ipotesi di ricambio, si fotografa una realtà, ma non la si spiega. Per spiegarla si dovrebbe dire che molti hanno lavorato perché un ricambio non avvenisse. Non è avvenuto negli anni del centro-destra al governo e sostanzialmente il centro-sinistra si è ripresentato con gli stessi uomini e donne già sperimentati nei governi Prodi, D'Alema e Amato tra il 1996 e il 2001 e, presumibilmente in caso di vittoria elettorale del centro-destra noi avremo un remake politico. In breve siamo riusciti con il sistema del bipolarismo e della teoria dell'alternanza a riproporre la stessa classe immobile della Prima Repubblica. La domanda vera alla data di oggi è se siamo mai realmente usciti dalla Prima Repubblica.
La seconda riguarda la definizione di un programma con cui una coalizione si candida a governare. Alla prova dei fatti quello del centro-sinistra pur carico di buone singole cose non sembra in grado di esprimere decisioni se non sofferte e continuamente effetto di estenuanti mediazioni. Il problema non è tanto la litigiosità di una coalizione, quanto il senso di priorità che si dà alle cose.
Qui si innesta la terza questione. Dopo anni, alla prova dei fatti, la politica italiana si è trovata nell'ultimo decennio a promuovere a classe politica dirigente e di governo una generazione che è cresciuta nelle esperienze di movimento o che ha vissuto la stagione dei movimenti dal '68 in poi come propria palestra culturale e politica.
Poteva avere la possibilità di maturare e di misurarsi con la responsabilità del governo. Non è vero che chi ha avuto una formazione politica radicale non è destinato ad esprimere una cultura di governo. L'ex ministro degli esteri tedesco, il Verde Joschka Fischer, è la dimostrazione più evidente che si può - avendo un itinerario politico molto radicale - maturare una visione della politica non ideologica, comprendere che la politica di governo implica uno sforzo costante tra una chiarezza culturale e una visione non settaria della realtà.
E' ciò che in Italia non è successo. E non è successo perché il programma di governo è diventato il surrogato dell'identità politica di una cultura politica e perché una volta preso atto che quel programma poteva essere mantenuto e realizzato solo parzialmente, per i rapporti numerici presenti in parlamento, si doveva ragionare su ciò che era possibile fare. Questo avrebbe fatto una classe di governo consapevole. Ma nessuno si è mosso in questa direzione. Qualcuno si è illuso che si poteva essere ancora “di lotta e di governo”, pensando che il paese reale fosse più avanti di una classe politica in parte incerta, in parte preoccupata a tenere insieme le pezze di un governo sempre meno dotato di mastice. Tre giorni dopo ci troviamo a dover fare i conti con un governo in crisi e la “piazza” che è solo smarrita. Il gioco si è rotto.
http://www.onemoreblog.it/archives/014541.html
«Responsabilità vado cercando
di Moni Ovadia
La fedeltà alle proprie idee è una qualità indiscutibile per ogni uomo che si rispetti, anche per un uomo politico. Ma le idee politiche non vivono in una dimensione platonica, esse devono presiedere ad un'azione che abbia conseguenze pratiche nel medio, nel breve e nel lungo termine. Ogni atto politico genera una lunga catena di conseguenze soprattutto in società complesse come la nostra e saperle valutare è un dovere di responsabilità a cui non è possibile sottrarsi. Ci siamo appena lasciati alle spalle un secolo che più volte ha messo in scena alternative ideologiche rigide. I risultati sono stati disastrosi. La lezione che ne abbiamo tratto è che non sempre le scorciatoie sono le vie più eque e più brevi per conquistare gli obiettivi giusti. La fermezza nei principi è un valore, la rigidità di principio no! Il primo governo Prodi è caduto per la seconda ragione, le conseguenze sono state devastanti per il paese, per i ceti sociali più deboli, per il clima culturale, per l'intera sinistra. Quella scelta non ha avuto una sola conseguenza positiva. L'irruzione trionfante del berlusconismo, ha causato danni al tessuto socio-economico dal quale il paese si potrà riprendere solo al prezzo di grandissimi sacrifici, ammesso che ci riesca. Il prestigio dell'Italia nel mondo è sceso ai suoi livelli storici minimi e la politica estera del Cavaliere ha fatto di noi i camerieri del cow boy che abita nel ranch della Casa Bianca. Inoltre, lo strapotere parlamentare conquistato dal centro-destra, ha consentito agli avventurieri della corte di Arcore, di varare una legge elettorale schifosa per inoculare il veleno dell'instabilità nel governo successivo. Gli effetti di quell'azione di killeraggio, li stiamo scontando adesso. L'atto di messa in minoranza del governo Prodi da parte di due sconsiderati «dissidenti» della maggioranza di governo, nel terreno cruciale della politica estera, è coscientemente o incoscientemente un servizio reso al berlusconismo (e speriamo che si tratti davvero di «nobile» incoscienza). La catena delle responsabilità non può tuttavia essere valutata solo nel suo ultimo anello. La disastrosa situazione del quadro politico in cui questo governo si è trovato ad operare, è il risultato di molti errori, primo dei quali il perdurante bizantinismo che ha impedito di mettere mano alla legge sul conflitto di interessi e sul riassetto in chiave autenticamente democratica dell'informazione televisiva. Non è pertanto saggio mettere in stato d'accusa l'intera sinistra dello schieramento dell'Unione. Con la sola eccezione di quei due «duri e puri», tutti i senatori dei Verdi, dei Comunisti italiani e di Rifondazione Comunista hanno rispettato gli impegni presi e hanno lealmente sostenuto l'esecutivo. Meritano per questo rispetto, in quanto votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan è stato per loro particolarmente doloroso. Soprattutto sarebbe vile umiliare gli elettori che si riconoscono in quei partiti. Essi fanno parte di quel popolo che, insieme alla parte migliore del mondo cattolico, tiene vivi i valori della pace, dell'uguaglianza, dei diritti, della giustizia sociale, della solidarietà, valori senza i quali la politica rischia di diventare solo contabilità dell'esistente. Quei valori sono condivisi anche da moltissimi che militano o si riconoscono nella sinistra riformista. Molti fra costoro ritengono che la guerra in Afghanistan si risolverà in un disastro, non meno di quella dell'Iraq. Che fare allora? In primo luogo, rendersi conto che, in certi momenti difficili e confusi, siamo chiamati a gestire contraddizioni non immediatamente risolvibili. Quello che stiamo vivendo è uno di questi momenti. Per questa ragione dobbiamo senza esitazioni sostenere il governo dell'Unione riconoscendo che nell'attuale contesto internazionale, la sua politica estera è la migliore che si possa esprimere in modo non velleitario. Al tempo stesso continuare a svolgere opera di informazione e di testimonianza per i valori della pace in collegamento con tutte le forze che nella Comunità Europea operano nella stessa direzione, al fine di contribuire a fare si che, nel medio e nel lungo termine, la politica estera dell'Europa cambi e faccia del nostro continente il primo continente che rifiuti gli interventi bellici, anche nella loro forma «umanitaria». In questo senso mi è parsa esemplare la dichiarazione di voto della senatrice Franca Rame.»www.unita.it
Il relatore di Reach: «Non solo Scandinavia. Coscienza verde in tutta Europa»
Guido Sacconi e la maratona per il regolamento sui prodotti chimici. «Ma ora dico agli industriali: basta propaganda».
Sacconi grida vittoria (Foto Parlamento Europeo/PNO)
«Ora potremo essere sicuri che la camicia che abbiamo indossato stamattina non rilascerà sostanze pericolose». Così l'eurodeputato Guido Sacconi spiega il primo effetto di “Reach”, il regolamento Ue, di cui è stato relatore al Parlamento Europeo, sulla registrazione di tutti i prodotti chimici. L'esponente dei Socialisti Europei è raggiante: «Reach metterà finalmente sotto controllo le 30.000 sostanze chimiche in circolazione in Europa nei tanti prodotti di consumo sul mercato e di cui solo di 300 si conoscono i reali rischi per la salute umana e l’ambiente. Saranno individuate quelle sostanze pericolose – si presume poche centinaia, forse duemila – che non conosciamo, e le si sottoporrà a quelle procedure e autorizzazioni che potrebbero portare a una loro eliminazione. È» spiega Sacconi «un'impresa ciclopica e avanguardista che non ha precedenti al mondo». Ma Reach non ha fatto solo contenti. Il provvedimento è stato al centro di una delle più intense campagne lobbistiche da parte dell’industria chimica europea. Nella quale l'eurodeputato italiano ha giocato un importante ruolo di mediazione.
Un esponente della Mavesz, la Federchimica ungherese, da noi raggiunto, pur d’accordo con gli obiettivi di fondo del provvedimento, ha affermato che per le piccole e medie imprese Reach comporterà costi altissimi.
Queste sono opinioni legittime. Noi comunque abbiamo molto lavorato in questi tre anni per trovare soluzioni concrete a vantaggio delle piccole imprese e so che ci saranno sacrifici. Ma gli industriali non devono farne un argomento di propaganda.
On. Sacconi, lei ha nella sua storia personale una significativa esperienza sindacale, nella FIOM-CGIL, in un periodo tra l’altro molto caldo della storia sindacale italiana. Che peso ha avuto questa esperienza di concertazione fra vari gruppi di interesse nelle trattative per il REACH?
Certo i contesti sono diversissimi, ma in ultima analisi in tutti i negoziati si ritrovano dinamiche comuni. L’importante è che alla fine si minimizzi il dissenso. Io comunque non mi aspettavo che l’associazione delle imprese europee ( BusinessEurope ndr) facesse i salti di gioia. Ma alla fine tutti, più o meno tacitamente, hanno accettato il compromesso raggiunto.
Nell'Ue sono solitamente i paesi nordici a guidare le battaglie “verdi”. Lei è italiano. È un segno, questo, di come evolvono le mentalità anche nel campo ecologico?
A me pare di sì. Il ruolo di avanguardia svolto da quei paesi è stato importante: gran parte della legislazione ambientale europea non faceva altro che allineare il resto d'Europa ai risultati già raggiunti dai nordici. Ora però sta crescendo un senso ambientale comune tra l’opinione pubblica europea e tra chi la rappresenta politicamente. In questo periodo stanno muovendosi i paesi mediterranei. Tra poco sarà la volta dei paesi dell'Europa centro-orientale.
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2364
“Cari Edgar e Vasken”. La storia di Bush e del genocidio armeno
Martina Toti
“Cari Edgar e Vasken, gli armeni vennero sottoposti a una campagna genocida che resiste a ogni comprensione e impone a tutte le persone oneste di ricordare e riconoscere i fatti e le lezioni di un crimine orribile. Se verrò eletto presidente, assicurerò che la nostra nazione riconosca adeguatamente la tragica sofferenza del popolo armeno”. Così parlò il governatore del Texas George W. Bush nel febbraio del 2000, durante la sua prima campagna presidenziale. George W. Bush è presidente da sette anni, ma gli Usa ancora non definiscono “genocidio” il massacro di inizio Novecento del popolo armeno. Ora una legge potrebbe finalmente riconoscere quel crimine. Ma la Turchia già dice che sarebbe una “seria minaccia” alle relazioni tra i due paesi.
C’era una volta un governatore del Texas candidato alle elezioni presidenziali. Aveva molti amici, due dei quali erano armeni, Edgar Hagopian e Vasken Setrakian, che aveva frequentato Harvard con lui. I due gli proposero di esaminare “questioni di interesse per gli armeno-americani” e il governatore, che era in campagna elettorale e voleva sconfiggere il senatore John McCain, suo rivale alla nomination repubblicana, rispose loro con una lettera appassionata: “Cari Edgar e Vasken, gli armeni vennero sottoposti a una campagna genocida che resiste a ogni comprensione e impone a tutte le persone oneste di ricordare e riconoscere i fatti e le lezioni di un crimine orribile in un secolo di sanguinosi crimini contro l’umanità”. Nella lettera si spinse fino al punto di affermare: “Se verrò eletto presidente, assicurerò che la nostra nazione riconosca adeguatamente la tragica sofferenza del popolo armeno.” Il nome del governatore era George W. Bush; la lettera era datata febbraio 2000 e firmata “Con sincerità”. Sette anni dopo, George W. Bush è uno dei presidenti degli Stati Uniti eletti due volte –venne nominato solo pochi mesi dopo quella missiva – ma gli Stati Uniti ancora non definiscono il massacro del popolo armeno un genocidio.
Al momento, il Congresso sta esaminando un progetto di legge presentato dal deputato californiano Adam Schiff il 30 gennaio. Il disegno intende commemorare le atrocità vissute dagli armeni nel genocidio del 1915-1924 di 1 milione e mezzo di persone, e gode del sostegno di più di 160 membri del Congresso. Molte voci si sono levate in tutta l’America, come quella del sindaco di Los Angeles, Antonio Villaraigosa: “Queste atrocità sono avvenute molto tempo fa, e stiamo ancora lottando per quella che è la prima condizione della giustizia: il riconoscimento della gravità del male commesso”. Il governo turco non ha apprezzato. Abdullah Gul, ministro degli esteri della Turchia, ha dichiarato apertamente che l’approvazione del disegno di legge potrebbe danneggiare le relazioni tra i due paesi. La risoluzione si dimostrerebbe “un fattore irritante” che deteriorerebbe la cooperazione turca su temi cruciali, come la stabilità politica in Iraq e la prevenzione della proliferazione nucleare. Da questo punto di vista, Gul la considera “una vera minaccia al nostro rapporto”. La crisi emersa tra Francia e Turchia lo scorso ottobre, quando la Francia propose una legge che faceva della negazione del genocidio armeno un crimine, mostra quanto seria può farsi la questione anche nel caso degli Stati Uniti.
L’amministrazione Bush lo sa. Lo sapeva fin dall’inizio. La Turchia, un paese secolare con una popolazione a maggioranza musulmana, è un alleato strategico nel mondo islamico. Non molto tempo dopo essere stato eletto per la prima volta, il Presidente Bush Jr. fece una dichiarazione ambigua in occasione della giornata di commemorazione del genocidio armeno riferendosi a esso come a “una delle grandi tragedie della storia”, “esilio forzato e distruzione”, “infami uccisioni”, “eventi terribili”, ma senza mai pronunciare la parola “genocidio”. L’Armenian National Committee of America, che aveva applaudito la lettera appassionata scritta da Bush in campagna elettorale agli amici armeni Hagopian e Setrakian, rimase assai delusa: “Il presidente, utilizzando una terminologia che non identifica accuratamente la natura genocida del crimine della Turchia contro il popolo armeno, ha commesso il grave errore di subordinare i principi fondamentali dell’America alle richieste del governo turco”.
È qualcosa più che un’opinione diffusa che l’amministrazione Bush cercherà di non far passare il disegno di legge. Secondo il ministro turco Abdullah Gul, e nonostante le sue promesse in qualità di governatore in corsa per la Casa Bianca, George W. Bush scriverà alla Camera esprimendo la sua disapprovazione. Altra lettera. Altro corso. In ogni caso, il Primo Ministro Erdogan teme che la maggioranza democratica del Congresso favorirà il varo della legge e ha minacciato: “Qualora approvato, il progetto di legge sul genocidio armeno getterà un’ombra sulla partnership strategica tra Turchia e America. Non abbiamo mai vissuto con una macchia in tutta la nostra storia e non vivremo con una macchia del genere”.http://www.resetdoc.org/IT/Bush-armeni.php
Ma la cittadinanza
non fa l’integrazione |
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Giovanna Zincone
con Martina Toti
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“Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese dalla testa ai piedi, o quasi. La gente tende a considerarmi uno strano tipo di inglese, magari di una nuova razza, dal momento che sono il prodotto di due culture. Io però me ne frego, sono inglese (non che me ne vanti)”. Quando le chiediamo di parlarci di integrazione e cittadinanza, a Giovanna Zincone, autrice del saggio Familismo legale. Come (non) diventare italiani (Laterza) e consigliere del Presidente della Repubblica per la coesione sociale, viene in mente Il Buddha delle periferie di Hanif Kureishi.
“Ho conosciuto un professore universitario di ingegneria che veniva dall’Iran e in Canada faceva il tassista”, spiega la Zincone. “Mi disse che era contentissimo comunque, anche se era stato declassato: sfuggito a un regime oppressivo, assaporava il piacere di vivere in una democrazia e i suoi figli potevano studiare liberamente. Forse, se i figli fossero stati discriminati non sarebbero stati altrettanto contenti”. Partiamo da qui allora, dai cittadini di origini migranti per affrontare il tema, quanto mai attuale, del diritto alla cittadinanza e delle leggi che lo regolano in Italia e in Europa.
Dagli attentati di Londra al fuoco delle banlieue, sembrerebbe che l’Europa abbia un problema di integrazione della seconda generazione di immigrati, di chi è cittadino ma ha origini migranti. Quali sono le possibili ragioni?
Ci sono diverse modalità per acquisire la cittadinanza. Non sempre l’acquisizione avviene a seguito di un atto volontario. A volte può essere attribuita in maniera quasi automatica, come nel caso dei paesi – in particolare in Francia, dove è stato inventato – che adottano l’istituto del doppio jus soli, laddove la nascita sia del genitore che del figlio sul territorio dà a quest’ultimo la cittadinanza. A volte sono i genitori, gli immigrati di prima generazione, a decidere per i figli, tuttavia se la scelta volontaria dei padri rende questi ultimi più disposti ad accettare eventuali discriminazioni, declassamenti o perdita di status – come era il caso del tassista iraniano in Canada – per la generazione dei figli è difficile accettare un sistema sociale discriminatorio che, nei fatti, limita loro l’accesso agli studi superiori o ai lavori più appetibili o li disprezza. Insomma, la cittadinanza non è una condizione né necessaria né sufficiente all’integrazione. È vero che un paese con una cittadinanza aperta presenta una maggiore offerta di integrazione. Tuttavia, un conto sono le politiche di integrazione sulla carta, che mettono a disposizione diritti – accesso alla scuola, alla sanità, al mercato del lavoro, alla cittadinanza – e un conto sono i comportamenti reali della società. Una serie di ricerche, tra cui anche una condotta da Fieri, il Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione che presiedo, ha evidenziato come a parità di conoscenza della lingua e titolo di studio, tra due persone in lizza per un impiego a essere sfavorita è quella che ha origini migranti.
Da questo punto di vista, lei ha sottolineato in diverse occasioni l’importanza e la responsabilità della comunicazione pubblica che comprende anche la stampa e i media. In molti casi, il discorso pubblico però è irresponsabile. È possibile e, soprattutto, è lecito intervenire per limitarne gli effetti?
Attualmente c’è una grande polemica sugli hate speeches, sulla liceità o meno di utilizzare espressioni di odio e disprezzo nei confronti delle minoranze. In America sono semplicemente vietati. Da noi, qualche settimana fa, si è discusso sull’opportunità di vietare il negazionismo. È una scelta difficile, soprattutto per un liberale, perché se da una parte c’è la tutela della dignità della persona, dall’altra c’è la libertà di espressione. Credo che gli strumenti di legge siano controversi. In realtà, dovrebbe esistere una sorta di autodisciplina derivante dal senso di responsabilità o, se si vuole, di buon gusto della retorica pubblica. Non vedo soluzioni diverse dall’avere una classe politica migliore. Purtroppo la grave mancanza italiana è proprio il fatto che chi ricopre incarichi pubblici o istituzionali e pronuncia espressioni sprezzanti nei confronti degli immigrati, spesso sa di parlare alla pancia dell’elettorato e tenta di fare presa sugli istinti più bassi.
Aldilà dei limiti della nostra comunicazione pubblica, non sembra che la legge italiana in materia di cittadinanza aiuti particolarmente l’immigrato.
In effetti, la legge in vigore presenta alcuni elementi di eccentricità rispetto alle realtà e agli andamenti prevalenti in Europa, sebbene le normative dei paesi europei siano molto diverse fra loro e poco omogenee. In Italia, e in poche altre nazioni come, ad esempio, l’Austria, si può fare domanda di cittadinanza dopo 10 anni di residenza regolare, un tempo lunghissimo. Non esistono sconti per chi è cresciuto in territorio italiano fin da piccolo – ovvero per la cosiddetta prima generazione e ½ o prima generazione e ¾. Sconti non ci sono neppure per chi in Italia è nato, anche se da genitori stranieri: il nostro jus soli si applica esclusivamente una volta raggiunta la maggiore età e a patto che il soggiorno sia stato regolare e continuativo. A creare problemi basta avere trascorso un periodo di studio o di vacanza nel paese d’origine. Al contrario, è abbastanza facile diventare cittadino attraverso il matrimonio e lo straniero di origine italiana può con estrema facilità rivendicare la propria cittadinanza, un diritto che è praticamente impossibile perdere per chi ha sangue italiano. È per questa ragione che parlo di “familismo legale” che, in ultima analisi, è la vera anomalia del caso italiano, un’anomalia doppia anche perché, da molto tempo ormai, l’Italia non è più un paese di emigrazione ma di immigrazione.
Un cambio di direzione che la legge pare abbia mancato di registrare. Non le sembra una stranezza?
La cosa strana è che la legge in vigore, la legge n. 91 del 1992, seguiva la Martelli del 1990 in cui pareva che la classe politica fosse abbastanza consapevole di questa trasformazione. Direi anzi che allora, a differenza di adesso, non c’era stata ancora una reazione di opposizione e timore nei confronti del flusso migratorio. Ma questa è un’altra stravagante caratteristica del sistema politico italiano: la grande instabilità dell’esecutivo fa sì che le leggi arrivino a compimento con un enorme ritardo rispetto alla loro ideazione. Peraltro spesso il processo decisionale è affetto da una sorta di schizofrenia e può capitare che la stessa maggioranza vari delle norme che vanno in direzioni completamente diverse, come se la legislazione non seguisse un piano coerente.
Sempre per colpa delle elezioni dietro l’angolo?
È un elemento che spiega questo zigzagare. Sicuramente a ridosso delle elezioni, si tende a correggere il tiro e i partiti cercano di avvicinarsi di più all’elettorato, mentre quando ci si allontana dal voto, essi rispondono maggiormente alle lobby. Ciò comporta che, in fondo, alle grandi differenze retoriche tra centrodestra e centrosinistra non corrispondano delle difformità particolarmente profonde nei fatti.
La scorsa estate si è molto parlato del disegno di legge Amato, che è in discussione in questi mesi in Parlamento. Qual è il suo giudizio?
Personalmente, credo che si inserisca molto in un quadro europeo, perché tanto è stato fatto per correggere quella eccentricità italiana di cui abbiamo già parlato. Mi sembra anche che sia un progetto equilibrato: da una parte facilita l’acquisizione della cittadinanza per jus soli, dall’altra rende più difficile l’acquisto per matrimonio, da un lato riduce i termini di residenza, dall’altro introduce il criterio della conoscenza linguistica e rafforza notevolmente l’elemento della condivisione dei valori nazionali.
Il testo unificato Bressa ha apportato delle modifiche a quel disegno. Cosa è cambiato?
Non mi sembra che le variazioni siano molto forti; piuttosto il testo Bressa ha specificato e definito alcuni requisiti come, ad esempio, quello della conoscenza linguistica stabilendo che l’acquisizione della cittadinanza è condizionata a una conoscenza della lingua italiana equivalente al livello del terzo anno della scuola primaria. Ha ribadito ed esplicitato il principio di accettazione della doppia cittadinanza e ha ulteriormente semplificato l’acquisizione per jus soli eliminando il requisito reddituale. Ha lasciato, poi, la possibilità di acquisire la cittadinanza dopo dieci anni in assenza del requisito linguistico, pensando soprattutto alle persone più anziane che possono avere difficoltà ad apprendere la nuova lingua. Un cambiamento che non mi sento di condividere è il passaggio della prerogativa della firma dei decreti di concessione della cittadinanza, nelle modalità più importanti, dalla Presidenza della Repubblica al Ministero dell’Interno. Il decreto che concede la cittadinanza sancisce l’ingresso a pieno titolo nella comunità politica oltre che civile, e il Presidente della Repubblica occupa una posizione super partes che garantisce una formalizzazione più alta: con la sua firma è l’intera comunità nazionale ad accettare il nuovo cittadino e non una data maggioranza o un dato governo.
Ha già detto che all’interno dell’Europa non vi è omogeneità in materia di leggi sulla cittadinanza. Qual è il quadro dell’Unione e quali sono le prospettive di convergenza nelle politiche future della Ue?
Né la cittadinanza né la regolazione dei flussi migratori rientrano nelle competenze dell’Unione Europea, nonostante le politiche in materia di immigrazione e di asilo siano passate dal terzo al primo pilastro dell’Unione e siano state comunitarizzate dal Trattato di Amsterdam. D’altro canto, la cittadinanza e l’accesso al territorio vengono percepiti come il nucleo della sovranità dello stato. È vero comunque che all’interno dell’Unione Europea c’è una certa comunicazione e una sorta di influenza indiretta tra gli stati membri, che danno vita a una naturale tendenza a convergere. Ad esempio, nei paesi di nuova accessione si è molto guardato alle normative degli altri stati europei. Ma va anche detto che le tradizioni e le eredità storiche sono assai diverse, pensiamo alla storia coloniale o alla storia del diritto. A livello logico, dato che la cittadinanza nazionale dà automaticamente accesso a quella europea, sarebbe preferibile oltre che necessaria una certa armonizzazione. Lo stesso vale per la regolazione dei flussi migratori. Si tratta, però, di una strada impraticabile perché non mi pare, in questo momento, che gli stati membri siano particolarmente disposti a cedere sovranità. Non ci resta che accettare un alto grado di irrazionalità, una certa incoerenza, nella normativa, sia che essa sia nazionale o sovranazionale.
caffeeuropa.it
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| Si tratta dell'indice di gradimento nei sondaggi, non delle condizioni in Iraq |
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di Jonathan Steele (The Guardian)
Senza insorti o al-Qaida nei paraggi, i soldati britannici avrebbero potuto lasciare il sud-est dell'Iraq nel 2005. Se avessero lasciato Bassora dopo le elezioni del gennaio 2005, avrebbero potuto rivendicare una "vittoria". Quando se ne andranno l'anno prossimo, lasciandosi dietro una guerra civile locale, la loro partenza sembrerà inevitabilmente una ritirata
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Tony Blair aveva sempre detto che non ci sarebbe stato nessun "calendario artificiale" per il ritiro delle truppe britanniche dall'Iraq. Esso sarebbe dipeso dalle condizioni. Il suo annuncio di ieri [mercoledì, NdT] di una riduzione limitata del numero di soldati quest'anno rivela quali sono queste condizioni: lo stato del suo indice di gradimento nei sondaggi e il grado di libertà che gli è consentito da George Bush.
Il Primo Ministro sta cercando disperatamente di avere un ultimo aumento di consensi da un pubblico britannico che da molto tempo è deluso dalla guerra, senza mettere in imbarazzo un presidente americano che sta crollando in patria proprio mentre sta facendo un balzo a Baghdad. Ritirare meno di un quarto del contingente britannico in Iraq è il tentativo di equilibrio da parte di Blair. Non soddisferà nessuno, meno di tutti le forze armate britanniche, che avrebbero voluto concludere tutta l'avventura di Bassora quest'anno o l'anno scorso. Ora spetterà a Gordon Brown mostrare se ha il coraggio o l'istinto di sopravvivenza, fra pochi mesi, di fare del 2008 l'anno del ritiro completo. Sconfiggere David Cameron potrebbe dipendere da questo.
Ieri [mercoledì, NdT] pomeriggio Tony Blair ha sottolineato che a Bassora non c'è nessuna rivolta sunnita, nessuna al-Qaida, e molta poca violenza di sciiti contro sunniti. L'ultimo punto è valido perché la comunità sunnita è troppo piccola per reagire agli attacchi, e fino a due terzi di coloro che la componevano sono stati costretti a fuggire. Anche i cristiani di Bassora stanno scappando finché possono farlo. Quindi, allora, chi è il nemico? Il Primo Ministro non è entrato nei dettagli nell'annuncio di ieri, anche se tutti sanno che esso è composto da un cocktail di diverse milizie islamiste sciite, tribù armate, e bande criminali. Occuparsi di loro non può essere il compito di un esercito, straniero o iracheno. E' un compito della polizia.
A Bassora il compito è reso più difficile dal fatto che le due principali milizie, la Badr Organization e l'Esercito del Mahdi, sono legate a diversi partiti politici islamisti che sono in competizione per il potere. Anche il governatore di Bassora e il presidente del consiglio provinciale hanno legami con una parte, e il capo della polizia con l'altra, mentre la forza di polizia che è sotto il suo comando è piena di uomini di entrambe. Essi sono impegnati in un tipo di guerra civile cittadina, una lotta locale per chi controlla i proventi, sia legali che illegali - il più remunerativo dei quali è l'appropriarsi del petrolio di Bassora.
Di questa banda micidiale nessuno ama i britannici, quindi non sorprende che le vittime britanniche negli ultimi quattro mesi siano triplicate mentre le truppe si occupano valorosamente dell' "Operazione Sinbad", un'azione il cui obiettivo è per lo più quello di "ripulire" alcune delle stazioni di polizia della città.
Il Ministero della Difesa non tiene alcun conteggio mensile degli attacchi contro le truppe britanniche, ma le cifre dei feriti che vengono portati negli ospedali da campo sono salite da un ritmo di 5 al mese tra febbraio e ottobre 2006 a 17 al mese da allora. Sotto l'aspetto positivo, il Ministero della Difesa sostiene che, per quanto riguarda la riduzione della corruzione, il 55% delle stazioni di polizia adesso sono considerate "accettabili", a confronto del solo 20% di quando è iniziata Sinbad.
Ma l'interrogativo più ampio rimane. Per quale motivo viene chiesto ai soldati britannici di fare questo, in particolare dato che è assai probabile che la lotta all'interno della polizia di Bassora continuerà molto dopo che i britannici se ne saranno andati? Prima che iniziasse Sinbad, ampie zone di Bassora erano off-limits per la polizia. Indubbiamente torneranno a esserlo.
E' abbastanza sciocco per l'amministrazione Bush pensare di poter utilizzare le truppe americane per porre fine alla guerra civile a Baghdad e nelle poche città miste rimaste in Iraq. E' anche più sciocco per Downing Street pensare di poter mettere fine a una guerra civile che sta infuriando all'interno di una forza di polizia. I comandanti militari britannici sono abbastanza pragmatici per saperlo, che è il motivo per cui sperano da molto tempo che arrivino ordini di andarsene. Non sono travolti da ingenuità ideologica o da idee inappropriate di una guerra contro il terrorismo che abbia le sue prime linee lungo lo Shatt al-Arab. Quello che vedono a Bassora è la Chicago attorno al 1927, non la Jihad Central del 2007.
L'approccio soft della Gran Bretagna, di lasciare per lo più in pace le milizie, almeno prima di Sinbad, ha funzionato un po' meglio di quello più duro degli americani, secondo Anthony Cordesman, un analista indipendente presso il "Centre for Strategic and International Studies" di Washington.
"I britannici non sono stati sconfitti in senso militare, ma hanno perso in senso politico, se 'vittoria' significa rendere sicuro il sud-est per il governo centrale e una qualche forma di unità nazionale", dice. "A Bassora è in corso una pulizia etnica soft da più di due anni, e il sud è stato teatro di una forma di guerra civile meno violenta per il controllo dello spazio politico ed economico, che è importante quanto le lotte più apertamente violente ad al Anbar e Baghdad".
Se Blair avesse creduto in un vero ritiro "basato sulle condizioni", avrebbe portato le truppe britanniche fuori dall'Iraq due anni fa. Nel gennaio 2005, le elezioni provinciali a Bassora portarono al potere gli attuali governanti. Gli elettori, lì e nelle altre tre province dell'Iraq sotto comando britannico, andarono alle urne senza che venisse quasi sparato un colpo di mortaio o lanciata una granata. Le macchine di propaganda dell'occupazione dipinsero un quadro di elettori coraggiosi "che sfidavano i terroristi" mentre davano il primo voto libero della loro vita per il governo locale e nazionale. Qualunque verità ci fosse in questa immagine invitante a Baghdad, essa non valeva per Bassora.
Nei seggi della città, le lunghe file che io ho visto erano certamente di grande effetto e toccanti. C'era un forte elemento di celebrazione collettiva - ma uno al quale partecipavano anche le milizie e i partiti ai quali esse erano legate. Perché lanciare bombe contro quelli che vanno a votare quando si hanno candidati in lizza e sono quasi certi di vincere?
Senza insorti o al-Qaida nei paraggi, i soldati britannici avrebbero potuto lasciare il sud-est dell'Iraq nel 2005 come avevano suggerito all'epoca Robin Cook, Douglas Hurd, e Menzies Campbell. Invece, la loro immagine di occupanti è diventata sempre più provocatoria proprio mentre i compiti loro assegnati erano diventati più inutili. Se avessero lasciato Bassora dopo le elezioni del gennaio 2005, avrebbero potuto rivendicare una "vittoria". Quando se ne andranno l'anno prossimo, lasciandosi dietro una guerra civile locale, la loro partenza sembrerà inevitabilmente una ritirata.
Sull'Iraq vedi Iraq Confidential – Intrighi e raggiri: la testimonianza del più famoso ispettore ONU (prefazione di Seymour Hersh, prefazione all'edizione italiana di Gino Strada), dell'ex ispettore ONU Scott Ritter.
Fonte: Osservatorio Iraq
Fonte originaria: The Guardian
Traduzione a cura di Ornella Sangiovanni
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I Sensitivi contro Osama bin Laden
Ma sì, perché non ricorrere a un team di sensitivi per trovare Osama bin Laden, l'uomo morto più ricercato del mondo? Il Ministero della Difesa britannico avrebbe speso 18.000 sterline per avviare il progetto, nel 2002. Nick Pope, che per 21 anni ha guidato il programma di ricerca sugli UFO del Ministero della Difesa, ha dichiarato: "È solo un'ipotesi, ma non si impiegano tempo e risorse per cercare gli spiccioli caduti nel divano. Probabilmente il programma riguardava bin Laden e le armi di distruzione di massa".
Così si cercarono dei volontari, li si portò in luoghi sicuri e li si mise alla prova chiedendo loro di indovinare il contenuto di buste chiuse. E cosa c'era, in quelle buste? Le immagini di un coltello, di Madre Teresa e di un "individuo asiatico". Sì. Ha ragione il signor Pope della ricerca sugli ufi: se si spendono 18.000 sterline in foto di Madre Teresa dev'esserci sotto almeno la lotta contro il Male.
La maggioranza dei volontari sbagliò.
Uno si addormentò nel disperato tentativo di concentrarsi.
Il progetto fu abbandonato.
In fondo, perché lavorare sui poteri psichici per trovare le armi di distruzione di massa quando bastava falsificare un dossier?
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Filed in: Uk alcaida
| DARFUR, PER CROCE ROSSA GOVERNO E RIBELLI COMPIONO VIOLAZIONI DIRITTI UMANI |
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Massicce violazioni dei diritti umani vengono continuamente commesse contro la popolazione del Darfur, non solo dal governo “che ha la responsabilità principale” ma anche da parte di gruppi armati ribelli: lo ha detto il presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) Jakob Kellenberger. Parlando da Ginevra al rientro da un viaggio di cinque giorni in Sudan con tappa nella tormentata regione occidentale dove dal 2003 è in corso un conflitto con una gravissima crisi umanitaria, ha denunciato “l’allargamento del solco tra i bisogni della gente e la possibilità di garantire assistenza”. La Croce rossa – ha detto il suo responsabile - è presente in Darfur con circa 1.800 operatori locali e 160 espatriati; un dipendente del Cicr è stato sequestrato e ucciso ad agosto 2006 nel nord Darfur. Kellenberger ha anche escluso che la Croce rossa internazionale possa testimoniare a eventuali processi per crimini di guerra in Darfur, per salvaguardare la sua storica neutralità (peraltro spesso criticata, soprattutto in relazione al ‘silenzio’ sull’Olocausto durante la Seconda Guerra mondiale). Nei giorni scorsi la procura della Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato per martedì prossimo la presentazione di “prove” relative a crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Darfur, dichiarando di aver identificato “coloro che potrebbero esserne i responsabili”. Il ministro della Difesa di Khartoum, Abdelrahim Mohamed Hussein, ha però già escluso la consegna da parte del suo governo di qualsiasi persona sospettata delle gravi violazioni di diritti umani in Darfur, ribadendo la capacità del sistema giudiziario del Sudan senza necessità della Corte dell’Aja, di cui peraltro il Sudan non riconosce la legittimità. Malgrado le forti critiche a livello internazionale contro Khartoum – alcune delle quali non del tutto genuine, come quelle degli Usa – il presidente sudanese Omer el-Bashir ha accusato ieri i mass-media occidentali di esagerare il bilancio di vittime e sfollati in Darfur, che secondo l’Onu ha raggiunto i 200.000 morti e 2,5 milioni di profughi. Il presidente sudanese – in videconferenza con i fedeli di una moschea di Detroit – ha ammesso l’esistenza di un “problema” in Darfur, addossando l’intera responsabilità della vicenda ai gruppi ribelli che non hanno firmato gli accordi di pace con Khartoum a maggio 2006 ad Abuja in Nigeria. Secondo Bashir, “molte organizzazioni e i mass-media americani riferiscono di un numero immaginario di 400.000 vittime, del tutto falso”. Il presidente ha ammesso che i morti provocati in quattro anni di violenze “si avvicinano a 9.000”. Ha anche smentito le campagne di “pulizia etnica” di cui è accusato contro le popolazioni nere del Darfur compiute da milizie arabe come i noti ‘Janjaweed’, sostenuti dallo stesso governo di Khartoum. http://www.misna.org/
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| Neuroeconomia |
| Stimoli, reazioni e libero arbitrio |
| di SYLVIE COYAUD |
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"Vuoi vedere che adesso parla delle scienze?" mi dicevo leggendo l'articolo di Gherardo Colombo. Tant'è in sintonia con il dibattito su intrusione e libertà che c'è nelle scienze evoluzioniste, cognitive, neurologiche della mente, sede della privacy, ma anche della curiosità per le proprie funzioni, dell'orgoglio di specie. Nel bene e nel male, collettivamente parlando, la nostra è più creativa, trasformativa, potente, lo sappiamo, ma fa sempre piacere averne conferma.
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Uistitì Callithryx jacchus
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Forse è unica, ma non originale. Coscienza e autocoscienza si scoprono in altre specie. E anche la morale (e anche la felicità, che sarà per un'altra puntata). Gli etologi osservano comportamenti altruistici, solidali, equi, eppure all'individuo costano risorse e fitness. Un gruppo di cebi adotta una minuscola uistitì e l'accudiscono così bene che rimane nel gruppo ben oltre l'età cui le sue simili l'abbandonano per cercarsi un compagno. Fra i macachi che hanno imparato a premere una leva in cambio di un premio, quello che riceve fette di zucchina s'incavola se il vicino riceve chicchi d'uva e tira le sue fette insipide contro il ricercatore che ha commesso l'ingiustizia. Non mancano nemmeno i comportamenti immorali, l'egoismo, il sopruso, l'inganno, e la loro punizione. Davanti a tante conoscenze, alla visione di noi stessi che danno, agli abusi che promettono, parecchi ricercatori si preoccupano, sperano nell'avvento di una morale universale. Come Michael Gazzaniga in Mente etica (Codice, 2006). Morale che forse già esiste e i meccanismi restano da scoprire, vedi Moral Minds, di Marc Hauser (Ecco-Harper Collins, 2006), Primates and Philosophers di Frans De Waal (Princeton University Press, 2006), The Altruism Equation di Lee Alan Dugatkin (idem).
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Macaca sylvana
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L'idea di comportamento morale/immorale ne contiene altre, innumerevoli e discusse da millenni in filosofia. Per esempio: intenzionalità, decisione, utilitarismo, reciprocità, libero arbitrio. Oltre ai concetti e preconcetti delle neuroscienze sul funzionamento del cervello o sul peso rispettivo di cultura e natura o di emozione e calcolo razionale. Sull'esistenza o meno di una grammatica generativa di espressioni morali come quella postulata da Chomsky per il linguaggio, in cui tutti, ovunque siamo cresciuti, reagiremmo alla stessa maniera davanti all'alternativa, per esempio, di uccidere per omissione o con un'azione. Le lascio perdere, altrimenti non arrivo più al dunque, all'intrusione delle neuroscienze, della neuroeconomia in particolare, nella nostra mente.
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Supermarket
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Adesso si sanno misurare le reazioni del cervello agli stimoli; a un ormone come l'ossitocina che incita alla fiducia verso il prossimo così come un profumo di pane fresco incita a soffermarsi nel supermercato. Su "Neuron" di gennaio, ricercatori dell'università Carnegie Mellon scrivevano che, con la risonanza magnetica funzionale, si può prevedere quali merci vorremmo comprare e quali invece compriamo se il prezzo ci sembra giusto e se paghiamo con carta di credito o in contanti. Se si monitora l'attività cerebrale durante giochi antagonistici o cooperativi, si possono anticipare le mosse dei giocatori. E si comincia a distinguere se dichiariamo il vero, il falso o il presunto vero, se evochiamo ricordi di esperienze vissute, vicarie o immaginarie. Lascio ai lettori immaginare le applicazioni già pronte e quelle allo studio.
Finora esperimenti ingegnosi e apparecchiature high-tech producono pochi risultati sorprendenti. Su "Science" del 26 gennaio, Nora Volkow - direttrice del centro statunitense per la ricerca sugli abusi di droghe – scriveva di pazienti che dopo una una lesione all'insula hanno smesso di fumare di colpo, senza sentirne la mancanza, mentre da sani ci avevano provato invano. L'insula, mi spiega un amico neuropsichiatra, è una struttura "cerniera" di molti tipi di memoria e la dipendenza è una memoria. Di solito, i risultati confermano cose risapute o rafforzano pregiudizi, perciò sembrano convincenti. Invece vanno presi con le pinze (quelli di Nora Volkow no, troppo brava), sono interpretazioni incerte, il cervello-mente è individuale, plasmabile, sempre diverso. Vorremmo saperne di più, e insieme sentiamo ogni rivelazione come un'intrusione nel nostro che ci sembra unico (lo è, infatti, per adesso un suo trapianto è da fantascienza, ma fra dieci anni?). Temiamo che altri sfruttino queste conoscenze per influenzarci a nostra insaputa, e insieme vorremmo usarle noi per migliorare i nostri stati di coscienza, le nostre prestazioni, senza fargli correre rischi. Gli attribuiamo la nostra identità, ci sembra sempre uguale, ma è mutevole: si appropria di mani trapiantate, persino di un volto, di credenze e illusioni.
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Hobbes, il compatibilista
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Gli attribuiamo anche la nostra volontà e libertà di decidere come stare al mondo, l'autodeterminazione di cui parla Gherardo Colombo. Il libero arbitrio di cui parla John Searle nell'ultimo libro che cito e raccomando: Freedom and Neurobiology (Columbia University Press, 2007). Provo a riassumere, maldestramente. Scegliamo in continuazione di fare una cosa o l'altra, anche un determinista puro e duro deve ammettere che il libero arbitrio è un elemento del pensiero cosciente, della decisione e dell'azione. Nella nostra esperienza sono tre attività discontinue, separate da intervalli (gaps) eppure sono dovute a processi neurobiologici privi di intervalli. Quindi il libero arbitrio è un'illusione, come l'arcobaleno che percepiamo come un oggetto distinto dal resto della luce, oppure la nostra esperienza riflette un'indeterminazione reale nei meccanismi cerebrali della coscienza. Ma l'unica indeterminazione che conosciamo è quella della fisica quantistica, secondo la quale "l'assenza di condizione sufficientemente causali produce casualità", e c'è una bella differenza tra casualità e libero arbitrio.
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John Searle, compatibilista?
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Allora è un'illusione? Difficile, risponde Searle, non si vede perché l'evoluzione avrebbe favorito un fenotipo che prende decisioni razionali e coscienti - con quel che costa in termini energetici alimentare il cervello ed educare i giovani a usarlo! - se le decisioni sono già fornite da processi neuronali deterministici. Se è un'illusione, è coerente con le nostre conoscenze sulla vita, ma non riusciamo ad accettarlo. Allora è reale? Ancora più difficile. Per dimostrarlo bisogna prima risolvere il mistero della coscienza e per di più utilizzando il mistero al centro della meccanica quantistica.
Ma non possiamo farne a meno, basta ascoltarci mentre parliamo. "Ne discutevo durante una conferenza – scrive Searle - e nel pubblico qualcuno mi ha chiesto: 'Se fosse dimostrato che il libero arbitrio è un'illusione, lei lo accetterebbe?'. Si noti la forma della domanda: se fosse dimostrato che non esiste alcun processo di decisione razionale e libero, liberamente, razionalmente, lei deciderebbe di accettare quella dimostrazione?"
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ttp://www.golemindispensabile.it/Puntata64/articolo.asp?id=2203&num=64&sez=718&tipo=&mpp=&ed=&as=
Oro assassino
L'attività mineraria non solo mette a rischio la salute delle persone che vivono nelle zone di sfruttamento ma anche le persone che, in qualche modo, cercano di mettere un freno alla contaminazione ambientale, sociale e umana prodotta dalla moderna febbre dell'oro.
Flaviano Bianchini
Nella Valle de Siria, In Honduras, la mortalità infantile è 12 volte la media nazionale. Quella dei lavoratori della miniera lo è 33 volte e arriva a superare l'80%. Sempre in Honduras, nella miniera di San Andrés i bambini di una scuola sono costretti a studiare a 70 metri dagli innaffiatoi che spruzzano cianuro (la stessa sostanza che Hitler usava per uccidere gli Ebrei) al ritmo di 30 quintali al giorno.
In Cile, a Pascua Lama non sono contenti dello scioglimento dei ghiacciai causato dal mutamento climatico. Per una compagnia mineraria canadese, della quale non menziono il nome per un semplice rispetto alla carta, il ghiacciaio Pascua Lama si scioglie troppo lentamente. Così lo stanno "muovendo" per poter estrarre l'oro che si trova sotto di esso.
In Perù la miniera di Yanacocha nel 2001 ha sparso 30 tonnellate di mercurio nei fiumi avvelenando 5000 persone che ancora oggi ne soffrono le conseguenze. E chi non ricorda poi la nostra vicina Romania? Nel 2000 a causa di una forte pioggia la diga di lisciviazione di una miniera d'oro nella regione di Baia Mare si è rotta ed ha riversato migliaia di tonnellate di cianuro nel fiume Tisa, e di lì al Danubio. Chi non ricorda le immagini del fiume più grande d'Europa totalmente morto? Il cianuro, e con lui la morte, sono arrivati fino al Mar Nero uccidendo tutto quello che incontravano per ben 2535 Km. E che fine avranno fatto i pescatori del Grande Fiume?
Nel suo secondo viaggio in America Colombo scoprì che le sirene esistevano ancora ed erano i Lamantini (mammiferi parenti al Dugongo mediterraneo da cui viene la leggenda). Oggi i Lamantini sono messi in pericolo dalla miniera de El Estor, che minaccia di utilizzare il Lago di Izabal (il luogo dove si sono rifugiate le ultime sirene) come una piattaforma per estrarre e processare metalli.
E poi c'è Sipakapa.
Sipakapa è un piccolo paesino di popolazione indigena Maya sipakapense. Sono solo 14.000 i sipakapensi e, secondo l'accademia Maya del Guatemala, sono tra le etnie a più alto rischio d'estinzione, ma anche questo non interessa alle compagnie minerarie che vogliono trasformare il loro territorio in una gruviera per estrarre ogni minima traccia di metallo prezioso che si possa trovare nella zona.
Molti si chiederanno: come può una miniera eliminare una etnia?
La risposta è semplice: eliminando il loro territorio. Cosa saremmo noi italiani senza l'Italia? Io sono fabrianese perchè Fabriano esiste. E perchè a Fabriano sono nato e lì ho vissuto molti anni. E se a Fabriano non ci fosse acqua? E se la poca acqua fosse inquinata? Probabilmente io non sarei nato. Sarei stato abortito o morto giovanissimo, come l'80% dei bambini di Nuova Palo Ralo, nel Valle de Siria. O forse i miei genitori sarebbero scappati dall'acqua avvelenata e io sarei nato in un altro posto. Ma allora non sarei fabrianese.
Lo stesso vale per i sipakapensi. Se l'acqua è scarsa e la poca acqua che resta è inquinata cosa possono fare i sipakapensi? Morire o scappare. Ma in entrambi i casi non sarebbero più sipakapensi.
Ed è esattamente quello che sta succedendo a Sipakapa. Una compagnia mineraria canadese (anche in questo caso preferisco rispettare la carta lasciandola anonima) è arrivata qui pochi anni fa per estrarre quell'inutile metallo giallo che fa venire la febbre. In un paio d'anni l'acqua ha iniziato a scarseggiare e quella poca che è rimasta è inquinata.
Tutti lo sanno che l'acqua è inquinata, e tutti lo dicono. Ma senza le prove nessuno ascolta. E così il corrotto ministero delle miniere e la compagnia sono andate avanti pacifiche e beate con le loro orecchie tappate.
Ma dopo un anno di studi finalmente gli abbiamo presentato quello che loro volevano: le prove. Uno studio tecnico da me eseguito lo dimostra chiaramente. L'acqua è inquinata. Mortalmente inquinata.
Avete voluto le prove? Eccole qui. Ve le diamo. Ecco uno studio.
Ma la compagnia oltre a dettare le regole del gioco non sa neanche giocare. O meglio non sa perdere. Le prove noi le abbiamo presentate e adesso aspettiamo le loro. Ma ormai è passato un mese esatto e le loro prove non si sono ancora viste, né intraviste.
Quelle che sì, si sono viste sono le minacce e le intimidazioni. Quelle sì.
Sono iniziate giusto il giorno dopo la presentazione dello studio. Il Viceministro delle minere ha dato la sua bella, pomposa e lussureggiante conferenza stampa e mi ha accusato di essere un falsario e che mi avrebbe denunciato. Ma non gli è bastato. Perché anche con questo ha perso. Le prove di cui tanto parlavano non le hanno. Parlano sempre di prove ma dove sono le loro?
Allora sono passati alla fase in cui le prove non gli servono più. Loro hanno imposto la prova come una regola fondamentale del gioco ma quando si sono accorti di aver perso hanno iniziato a giocare a un gioco dove non valgono le prove.
Nei 36 eterni anni di guerra che hanno straziato questo Paese non avrebbero avuto problemi. Un desaparecido in più o in meno su 50.000 non lo nota nessuno. Ma ormai The time are in changed, i tempi stanno cambiando e non è più così facile far sparire uno. Soprattutto se straniero.
Ma siccome non sanno perdere le loro tecniche non le hanno abbandonate, le hanno solo cambiate. Non posono farti sparire. Non c'è problema. Quello che fanno è farti impazzire.
Ogni giorno suona il telefono, numero segreto, voce lontana e avvisi più che espliciti. Sotto casa c'è sempre la stessa macchina con i vetri oscurati che se ne va appena entri o esci; la macchina ha un adesivo sul retro, per fartelo capire: siamo noi.
Semplice. Ti rendono la vita impossibile. Fino a quando non cedi e lasci perdere, e vai a fare il classico e normale naturalista da laboratorio che passa la sua vita a studiare la riproduzione asessuata dei protozoi uniflagellati.
Ma siccome non sanno giocare non conoscono neanche l'avversario. Né i suoi compagni. E non sanno che esiste Sipakapa, dove le loro regole non valgono. A Sipakapa le regole che valgono sono quelle dei Maya, quelle del rispetto dell'ambiente e della vita e neanche loro che non sanno giocare si azzardano a giocare con Sipakapa. E qui a Sipakapa non ci mettono piede. E non ce lo metteranno mai più.
Note:
Tenochtitlán, 1519 (Mexico)
"Gli indios sono incredibili - commentò un soldato spagnolo - non danno nessuna importanza all'oro! Per loro valgono di più i semi del cacao."
"Gli spagnoli sono incredibili - commentò per contro un vecchio sacerdote azteco - pensano che la vita sia tutto oro e argento!"
Black Hills, 1874 (USA)
La terra era nostra ma arrivò Pahuska (Capelli Lunghi, il Generale Custer) perché sulle montagne aveva trovato molto di quel metallo giallo che rende pazzi i Wasichu (uomini bianchi).
La nostra gente sapeva che c'erano pezzettini di metallo giallo lassù; ma non se ne curavano perché non serviva a nulla.
Alce Nero - Stregone Lakota http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_20493.html
| Troppi e cattivi |
| Nelle carceri britanniche esplode la violenza: in dieci anni aumentati del 600 per cento gli episodi criminali |
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Il sistema carcerario britannico è nuovamente sotto il fuoco delle polemiche. Dopo un recente rapporto del ministero dell'Interno, che ha denunciato l'esplosione demografica all'interno dei penitenziari (la popolazione carceraria è raddoppiata in 13 anni, toccando quota 80 mila), è di oggi la notizia che, negli ultimi 10 anni, la violenza nelle prigioni è aumentata del 600 per cento.
Violenza in gabbia. Juliet Lyon, direttrice del Prison Reform Trust, organizzazione che si occupa della riforma del sistema carcerario, ha lamentato che tale problema è conseguenza diretta del sovrappopolamento. Il numero delle violenze è salito dai 2.342 del '96 ai 13.771 del 2005, ha rivelato ieri il ministro dell'Interno britannico, John Reid. Quello di Reid non è stato un annuncio pubblico, bensì una risposta parlamentare a un'interrogazione presentata dal partito liberaldemocratico. Nella lettera, si spiega che l'aumento di episodi di violenza si è verificato sia tra carcerati che per mano di questi ai danni dei secondini. Quasi tremila membri del personale carcerario sono stati attaccati nel 2005, contro i 551 del 1996. Gli incidenti 'violenti' tra carcerati sono stati, sempre nel 2005, quasi 11 mila, a paragone dei 1.791 del 1996. L'amministrazione penitenziaria, nel tentativo di minimizzare l'ampiezza del problema, ha dichiarato che l'aumento potrebbe essere dovuto ad un miglioramento del sistema di classificazione e registrazione degli incidenti, ma la direttrice del Prison Reform Trust, organizzazione che si occupa del miglioramento del sitema carcerario, non ha dubbi: "Il numero dei prigionieri - ha detto juliet Lyon - ha subito un incremento rilevante, dai 61 mila del '97 agli oltre 80 mila attuali. Non c'è stato un aumento proporzionale nel numero dello staff carcerario, il periodo di formazione dei secondini è stato ridotto a otto settimane e i direttori delle carceri dopo due anni sono già altrove".
Incentivo a chi se ne va. Un j'accuse al quale è seguito quello di Menzies Campbell, leader dei liberaldemocratici: "Dieci anni di cattiva gestione delle carceri e del sistema giudiziario britannico hanno provocato una crisi profonda nelle nostre prigioni, esponendo la cittadinanza a numerosi rischi. Se si continua a stipare di persone una nave già affollata, la nave affonderà presto". Il sistema britannico è da tempo nell'occhio del ciclone per la riforma, annunciata nell'ottobre del 2006, cui verrà sottoposto a breve termine. Tra le misure più contestate rientra quella di 'incentivare' i detenuti stranieri. Secondo il progetto, i detenuti extracomunitari potrebbero ricevere dai 700 ai 2.500 euro, qualora decidessero di lasciare il Paese una volta terminata la condanna in carcere, senza pertanto attendere l'ordinanza di rimpatrio. Tre mesi fa, come misura-tampone contro l'affollamento, è stato concesso l'uso di 500 celle nei commissariati di polizia, in attesa della creazione, da qui al 2010, di 8 mila nuovi posti. Inoltre, allo studio del ministro Reid vi sarebbe anche l'eventualità di ospitare i detenuti maschi nelle celle di detenute femmine. Quelle lasciate vuote, ovviamente.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7255
Il Cafta: un pessimo affare
Lunedì si terrà qui a San José una manifestazione di protesta, l’ennesima, per dire no al Cafta. La Costa Rica è l’unico paese che non ha ancora ratificato il trattato e l’opposizione continua ad aumentare di giorno in giorno. Árias non si stanca di dire che l’accordo verrà infine firmato, ma ogni giorno che passa, meno la gente è convinta. La sensazione è ormai quella che il Cafta serva solamente per arricchire il gruppo dei pochi che comandano e che le conseguenze per l’economia locale saranno disastrose.
A nulla serve il lavaggio del cervello che tutti i giorni, attraverso la radio, i giornali e la televisione, viene finanziato da politici e uomini di affari con pubblicità e jingle. Ieri i giornali pubblicavano addirittura una pagina completa in cui si diceva che la venezuelana Alunasa veniva trasferita in Nicaragua perchè questo paese aveva già firmato il Cafta. Chávez amico dei gringos, insomma. Come forzatura non c’è male.
Il Cafta non piace ai ticos perchè è stato pensato in termini di dipendenza. Non è infatti un accordo che si basa sull’uguaglianza, ma sulle necessità di un gigante, gli Stati Uniti, per appropriarsi delle risorse di piccoli stati e fare valere le proprie leggi.Un esempio. Proprio ieri due sindacati della Costa Rica hanno denunciato la Phrma, la potentissima corporazione dei fabbricanti farmaceutici degli Usa. Secondo la Undeca e la Anep, i due sindacati, la Phrma sta chiedendo al governo di Washington che vengano adottate sanzioni commerciali per la Costa Rica per non voler accettare la legislazione del Cafta.
E qui sta proprio l’inghippo, perchè la legislazione del Cafta, risponde alle leggi di proprietà intellettuale in vigore negli Stati Uniti e non negli altri paesi centroamericani. Per le imprese farmaceutiche, sebbene la Costa Rica sia un mercato infimo, in termini monetari la non applicazione del Cafta implica una perdita annuale di 112 milioni di dollari. Chi pagherebbe questi soldi? I ticos, naturalmente, che per comprare le medicine dovranno pagare più caro.
Árias insiste, ma intanto domani il Paese scende in piazza. Un link: http://www.stopcafta.org/
Attentati Madrid e ETA : rinviati a giudizio periti polizia per falso
di Gabriella Mira Marq
Appartengono alla polizia, ma finiranno sul banco degli accusati con l'accusa di aver falsificato le prove per mettere in relazione gli attentatori dell'11 marzo 2004 a Madrid con l'ETA. Sono tre esperti della polizia scientifica del Comissariato generale madrileno.
Lo hanno confermato i magistrati della Corte provinciale di Madrid, precisando che i delitti contestati agli imputati sono falso documentale, falsa testimonianza e dissimulazione in relazione alla perizia che metteva in relazione uno degli accusati per l'attentato con l'organizzazione terrorista basca.
Come si ricordera', nelle prime ore dopo gli attentati del 2004 l'allora premier spagnolo Aznar attribui' pubblicamente la responsabilita' all'ETA, e il ministro degli interni Acebes lo confermo'. In seguito si verifico' che i terroristi erano islamici ed alcuni sospetti vennero arrestati, mentre altri si fevero saltare in aria all'arrivo della polizia.
I tre periti erano intervenuti nella coincidenza dell'acido borico trovato sia presso il domicilio di Hasan Haski, presunto ideatore degli attentati, che in un appartamento di Salamanca usato come base logistica dal comando dell'Eta nella capitale. Essi avevano scritto che, data la "poca frequenza con cui questa sostanza è stata sequestrata in relazione ad atti terroristici" esiste la "possibilita' che l'autore di questi fatti siano in collegamento fra loro".
Ma dopo le prime illazioni rimbalzate sulla stampa, proprio mentre Zapatero cercava un modo per risolvere il problema dell'ETA, si era verificato che le conclusioni erano infondate ed il loro operato era stato smentito dai loro stessi superiori.
Il Tribunale provinciale ha sostenuto la scorsa settimana in una nota che non e' possibile archiviare il procedimento, come richiesto sia dalla difesa che dal pubblico ministero, i quali parlavano di mancanza di rilevanza penale dei fatti, e dall'avvocatura di Stato. A giudizio dei magistrati esistono infatti "indizi solidi" di commissione di reati a carico dei tre.
www.osservatoriosullalegalita.org
febbraio 24 2007
rowena62
Chi dovrebbe rifare la legge elettorale? Quelli che hanno votato la legge porcata, o quelli che non sono d'accordo nemmeno con se stessi sul tipo di legge che vogliono (proporzionale, maggioritaria, con sbarramento, senza sbarramento, ecc. ecc.)?
Chi dovrebbe riformulare le regole interne dei partiti? Gli stessi che li usano come cisti di potere? Quelli che ci stanno benissimo perché gli garantiscono un ottimo tenore di vita, o quelli che li votano turandosi il naso (come, ahinoi, abbiamo fatto finora anche noi)?
Io non credo che la condizione della politica italiana sia riformabile.
L'unica, vera, possibile strada sarebbe di prendere tutto il tempo per far nascere e crescere una formazione davvero democratica e riformista, un progetto serio di rilancio della sinistra e dell'Italia, che prescinda dalla sinistra "rivoluzionaria", velleitaria e conservatrice. E di far crescere una nuova classe dirigente. Che sappia assumersi responsabilità e rispondere delle proprie decisioni davanti agli elettori. Quanti anni ci vorranno? Non lo so, forse molti. Meglio un serio periodo di ripensamento e di rifondazione che questo strazio.
E credo che, oltre ai politici, ognuno di noi debba assumersi le proprie responsabilità: abbiamo ceduto al ricatto "o così o Berlusconi", "senza la sinistra radicale non si vince" e abbiamo votato turandoci il naso, con una legge che faceva schifo, abbiamo mandato all'ingrasso in Parlamento un bel po' di incompetenti, di riciclati e di avanzi di galera. Adesso non possiamo lamentarci, se abbiamo la prova provata che "con la sinistra radicale non si governa". Sicuramente, con questa legge, con questi partiti, con questi dirigienti, io non voterò. Andrò al seggio e voterò scheda bianca, perché sia ben chiaro che non sono andata al mare, e non mi sono dimenticata di andare a votare...
lodes
“Votare scheda bianca, come dice Manuela?
Una soddisfazione che ci farebbe bene alla salute, ma non una soluzione.”
Non si tratta di soddisfazione ma del risultato di una analisi della realtà.
Che la democrazia italiana sia in crisi è talmente evidente che non merita ricordarne i motivi, però non possiamo prescindere da questo dato. Come non possiamo prescindere dalla crisi dei partiti che da quindici anni governano la politica italiana. La crisi del governo non è il risultato dell’azione di alcuni sfigati traditori è, viceversa, il frutto di errori politici, di incapacità, di mancato rinnovo della cultura politica (in particolare della sinistra). Ora l’atteggiamento prevalente, tra gli addetti ai lavori (e anche nella base) è di rispondere a questa crisi (annunciata) mettendo in campo un forte giudizio negativo verso i dissenzienti e la necessità di impedire di riconsegnare il paese a Berlusconi e soci. Rispetto a questo si sta tentando, attraverso uno spostamento al centro dell’asse politico del governo, una campagna acquisti di alcuni senatori che garantiscano la tenuta in Senato. Tutto bene dunque? Affatto. Rimangono inalterati tutti i motivi che hanno portato alla crisi. Anzi! Si aggiungono altri motivi per allontanare la politica dagli elettori. Infatti che idea di politica è quella che fa chiedere il voto agli elettori sulla base di una coalizione e di un programma e poi va alla ricerca di trasformisti pur di continuare ad esistere? Già ma questo “ci potrà salvare da cinque anni di Berlusconi”. Ecco, è proprio su questo che la “cultura politica” del centro sinistra mostra tutta la sua drammatica impotenza. Cioè l’incapacità di costruire un “progetto politico” sul quale chiedere il consenso degli elettori. Ma lavorare alla costruzione di un progetto politico significa riconoscere i propri errori, significa coltivare il valore della responsabilità e quindi cambiare gli uomini che devono portare avanti il progetto. Non è un caso che nei dodici punti che dovrebbero rilanciare il governo non sia presente la riforma elettorale. Non solo perché non c’è accordo tra i partiti dell’Unione ma anche perché il “bisogno proporzionalista” alberga in tutti i partiti. Il bisogno di proporzionale non nasce solo dalla necessità di assicurare rappresentanza politica, ma dal rifiuto di applicare il valore della responsabilità. Infatti nei sistemi proporzionali nessuno ha mai “colpe”, queste stanno sempre negli altri che non consentono di realizzare ciò che ogni protagonista dice di voler realizzare. Non è così in questa vicenda? C’è qualche protagonista che si assuma la responsabilità? C’è qualcuno che riconosce di aver sbagliato tattica e strategia? Tutti a prendersela con i traditori, ma chi lì ha messi in lista? Chi ha deciso le liste? Chi ha rifiutato l’utilizzo di procedure partecipate per la scelta dei candidati? Chi ha costretto Prodi ad una lottizzazione del governo con ben 102 sottosegretari? Chi ha gestito i cinque anni di opposizione solo all’insegna dell’antiberlusconismo? Chi ha impedito di arrivare all’appuntamento elettorale del 2006 con un Ulivo trasformato in un partito com’era nel progetto del ’96? Gli esempi potrebbero continuare, ma mi fermo qui. E noi elettori? Noi abbiamo fatto sentire la nostra voce. Il Palavobis, San Giovanni, le elezioni in cui sempre si è premiata l’unità e l’aggregazione, le indicazioni molteplici sul “maggioritario”, il gradimento dimostrato per le primarie, la voglia di contare e di dire il proprio parere e per contro cosa abbiamo avuto? I luoghi del dibattito politico preclusi, i movimenti visti con fastidio salvo quelli degli antagonisti che fanno “fico” e che si portano in Parlamento. L’impossibilità di incidere all’interno dei partiti dove i congressi sono la parodia della democrazia e infine l’impossibilità di scegliere almeno il proprio deputato. Malgrado tutto ciò alle elezioni del 2006 abbiamo votato per l’Unione, ancora una volta turandoci il naso perché “altrimenti torna Berlusconi”. Ebbene nove mesi dopo il governo entra in crisi per l’evidente irresponsabilità collettiva (per inciso a Vicenza a manifestare non c’era solo la sinistra radicale, c’erano anche dei DS e dei Margheritini). Insomma, come non capire che siamo di fronte al collasso della democrazia. Questo ceto politico non solo si costruisce il Parlamento come vuole attraverso la nomina dei parlamentari, ma decide in proprio quando farlo chiudere, sottraendo agli elettori anche il diritto di “giudicare” il governo al termine della legislatura. E ora, come dicevo prima, ci viene detto che dobbiamo scongiurare il pericolo di consegnare il paese a Berlusconi. No cari suezzini, non è così che funziona. Un sistema democratico non può funzionare a questo modo e alla lunga il paese verrà condotto in un baratro. Da cittadino voglio svolgere il mio ruolo di elettore, ma la democrazia vuole ed impone che i cittadini siano responsabili di chi mandano a rappresentarli nelle istituzioni. Si dice che a questo ceto politico non c’è alternativa e che esso è lo specchio del paese; c’è del vero in questo, ma credo anche che esista una responsabilità ed una coerenza individuale del cittadino e io non sono più disposto a subire il ricatto dell’”arriva Berlusconi”, perché è sbagliato in sé, e anche perché non voglio essere un elettore robot che a comando mette la croce. La fiducia glie l’ho data fino a ieri, ma continuare ad essere sbeffeggiati sarebbe da irresponsabili. L’unico strumento che ho per far sentire la mia voce è la scheda nell’urna, la metterò ma sarà bianca se non ci saranno quei cambiamenti che da anni invochiamo: sperare che qualcosa cambi per autogerminazione è semplicemente illusorio.
Enzo
p.s. boja d'un mon lader!
Massimo
Votare scheda bianca, come dice Manuela?
Una soddisfazione che ci farebbe bene alla salute, ma non una soluzione.
Intendiamoci, condivido in pieno la nausea per l' "eternismo" dei soliti noti; poi, però, mi pongo il problema dell'interesse generale.
E qui, vedo che confligge con il mio bisogno di soddisfazione.
Infatti, la tentazione sarebbe quella di dire: se è questo quello che offre la sinistra, Berlusconi ce lo troveremo come un mutuo da smaltire (forse) in comode rate per anni.
C'è una via d'uscita a questa catastrofe? Se la risposta è no, il ragionamento finisce qui e allora la scheda bianca di Manuela ci sta tutta.
Se è sì, bisogna azzeccare almeno un paio di mosse:
1) cogliere al volo l'occasione del PD per realizzare un soggetto politico dove la partecipazione sia vera, cioè organizzata con frequenti consultazioni degli elettori
2) selezione delle candidature - interne ed esterne - con le primarie
Certo, la misura è colma e forse io vedo ancora margini di cambiamento perché non mi sono "logorato" in anni di sezioni... anche se l'esperienza nei CpU qualche segno me l'ha lasciato.
Però, qualche segnale di cambiamento lo vedo nella Lista Civica nella qual sto lavorando, soprattutto nell'esercitarci nella cultura dell' interesse generale e della "complessità" dei risultati.
Tradotto:
- per il bene comune si possono fare delle rinunce di programma
- il raggiungimento dell'obiettivo è pieno di tornanti; se soffri le curve, vomiti.
http://suez.mastertopforum.com/viewtopic.php?t=199
Il teatro italiano dell’assurdo
Enrico Sabatino
La caduta del governo Prodi per la mancata approvazione al Senato della mozione sulla politica estera conferma per l’ennesima volta che viviamo in un Paese contraddistinto da una classe politica “assurdo-lisergica”. E mi spiego con un brevissimo riassunto degli ultimi avvenimenti.
Due settimane fa il governo aveva subito un’altra debacle al Senato quando la mozione in favore delle dichiarazioni di Parisi in merito alla base di Vicenza era stata votata dall’opposizione ma non dalla maggioranza che poi era corsa ai ripari preparando una contromozione in fretta e furia per cercare di salvare capre e cavoli dall’imboscata tesa da Calderoli... il che è tutto dire.
Sabato scorso poi c’è stata la manifestazione di Vicenza a cui hanno partecipato esponenti di tutti i partiti della maggioranza, e solo a causa di un severo richiamo di Prodi non hanno manifestato anche alcuni sottosegretari del governo.
E arriviamo infine al giorno fatale in cui si discute al Senato della politica estera del governo con la relazione del ministro degli esteri D’Alema. Seguono le dichiarazioni di voto e arriva poi il botto finale.
A prima vista si potrebbe dire che la mozione presentata dalla maggioranza non è passata perché la politica estera attuata dal governo non era piaciuta a un senatore di Rifondazione Comunista e a un altro che era stato eletto nelle fila del PDCI, ma che da tempo è iscritto al Senato nella lista dei Consumatori, in quanto troppo filoamericana - per il parere positivo del Governo all’ampliamento della base di Vicenza – troppo filoatlantica perché succube e supina alle decisioni della NATO, in vista anche di una sua futura offensiva in Afghanistan, e troppo filoisraeliana in quanto il governo non ha annullato l’accordo militare con Israele deciso dal precedente governo.
In sintesi, la politica estera non sarebbe stata approvata perché troppo guerrafondaia, serva degli USA e d’Israele; e con la questione della base di Vicenza che avrebbe dato il là per una spallata decisiva al governo da mettere in atto attraverso la manifestazione antigovernativa di sabato.
Invece il quadro non è così scontato e semplicistico; ecco infatti che entra in gioco l’assurdità tutta italiana derivante dal fatto che il governo è caduto perché la sua politica estera è stata messa in minoranza anche da chi l’ha invece ritenuta troppo antiamericana, anti-israeliana, filopalestinese, anti-NATO e troppo amica degli Hezbollah libanesi.
Anzi a ben vedere, i voti decisivi per far cadere la mozione della maggioranza sono stati proprio quelli di alcuni senatori a vita che o si sono astenuti - e al senato ciò equivale ad un voto contrario - o hanno votato contro proprio perché ritenevano la politica estera portata avanti da D’Alema eccessivamente antiamericana, filohezbollah e filopalestinese.
Perciò ci troviamo di fronte a un governo che è caduto per determinati motivi ma anche per i suoi esatti contrari. Ed ecco la situazione a dir poco delirante e assurda, soprattutto se vista con gli occhi di uno straniero che cerca di capire la politica italiana.
Teatro dell’assurdo che continua anche in queste ore con l’annuncio di Rifondazione Comunista per una mobilitazione in piazza dei suoi militanti a favore di Prodi e del suo governo. E questo ad una settimana dalla partecipazione dello stesso partito alla manifestazione di Vicenza, che era chiaramente basata sulla totale contrarietà ad una decisione del governo e quindi di manifestazione fondamentalmente antigovernativa si trattava.
Insomma, siamo di fronte ad una situazione alquanto complessa nella sua natura assurda e non è ancora chiaro che sbocchi potrà avere, se ci sarà cioè un Prodi-bis o un governo a termine di larghe intese che porti a nuove elezioni dopo aver prodotto una nuova legge elettorale.
Ma una cosa è chiara: con la spettacolare mossa di ieri dell’astensione decisa all’ultimo minuto da Andreotti e dall’UDC, che ha spiazzato anche il resto della stessa CDL, con il voto contrario di Cossiga, con i sottomovimenti tellurici degli ultimi giorni da parte delle alte sfere Vaticane contrarie ai DICO e con il probabile eventuale allargamento della maggioranza ad esponenti centristi di varia natura, possiamo affermare con una certa tranquillità che la Democrazia Cristiana è viva e lotta insieme a noi.
E il sipario si chiude. http://www.centomovimenti.com/2007/febbraio/23_es.htm
Crisi di governo: ecco i miei dubbi
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di Antonio Conte- Megachip
Possiamo forse negare che l'incidente sul voto al Senato rischia di farci ripiombare improvvisamente in un'era berlusconiana di cui le presenze mediatiche di Bondi, Schifani e Cicchitto ci hanno solo fornito un orrido assaggio?
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Possiamo forse negare che per rimediare a ciò si è proceduto a rinsaldare il governo di centro sinistra attraverso la definizione di un forte e blindato programma di destra?
Possiamo forse negare che se D'Alema, in un momento così delicato e nella consapevolezza di equilibri tanto instabili, si presenta al voto facendo lo “sborone” due sono le cose: o qui “gatta ci cova” oppure, una volta per tutte, dobbiamo ammettere che non siamo di fronte a quel grande statista che spesso ci viene magnificato attraverso la definizione “è uno dei pochi veri politici”?
Possiamo forse negare che se siamo arrivati a questo punto non è colpa di qualche senatore pazzariello o di Andreotti e Pininfarina che lasciano tutti a bocca aperta perché tradiscono i valori della Sinistra, ma che la responsabilità risiede all'origine in quelle forze che dopo cinque anni di sfaceli conclamati della Banda Berlusconi sono stati capaci di batterlo solo grazie al fotofinish?
Possiamo forse negare che in questo, buona parte di responsabilità ce l'ha anche la cosiddetta “Sinistra radicale”, che tale è diventata solo perché tutto il resto si è spostato repentineamente a destra, e che questa opinione diventa ancor più sostenibile dopo aver assistito alle recenti umilianti passerelle televisive di Giordano, di Luxuria e della Palermi?
Possiamo forse negare che un modo serio per contrastare una volta per tutte il ritorno del Cavaliere e dei suoi accoliti, non è quello di cominciare a tastare Follini e Lombardo per arrivare al petting finale con Casini, ma è quello di affrontare in maniera netta e decisiva la questione del conflitto di interessi e dei monopoli televisivi del Cavaliere, liberandoci finalmente dal sospetto di “inciucio”?
Possiamo forse negare che al contrario, in questi roventi giorni, si sono ascoltati esponenti autorevoli del centro sinistra, in primis Violante che sul conflitto di interessi dovrebbe darci dentro, sostenere che il problema è quello di procedere velocemente verso una riforma elettorale che dia finalmente forza al bipolarismo (pensando ovviamente in cuor loro al bipartitismo), costringendoci a recuperare il “gatta ci cova” di cui al dubbio 3.
Possiamo forse negare che se ci avvertono continuamente che criticare questo governo significa favorire il ritorno di Berlusconi, significa nei fatti che chi governa continua ad essere Berlusconi e che coloro che perseguono l'idea di un “premierato” forte necessitano di una sponda rappresentata dalla presenza di un “premier” forte, da tenere sempre e comunque in vita, garantendosi anche le simpatie di tutti coloro che sono ostili verso l'eutanasia?
Possiamo forse negare che, a distanza di una sola settimana, la pacifica e imponente manifestazione di Vicenza ha conseguito il risultato di mettere tutti d'accordo, Prc Pdc e Verdi compresi, che se si vuole andare uniti e massicci occorre allargare la base di Vicenza, rifinanziare la missione in Afghanistan e, tanto per evitare fastidi in seguito, lasciare che la Tav attraversi la Val di Susa?
No, non si può davvero negare nulla di tutto ciò.
Ma una cosa si può, al contrario affermare con assoluta certezza. O si rimettono immediatamente in moto i processi per promuovere ed organizzare una vera forza di sinistra, realmente unitaria e alternativa a quella che attualmente ci sta portando velocemente verso il baratro, liberandoci definitivamente di una classe dirigente che sta dimostrando sui teleschermi di essere ormai totalmente incapace di rappresentare le vere istanze dei cittadini che l'ha speranzosamente votata, oppure dovremo rassegnarci a continuare a fare ironia sui loro equivoci comportamenti.
Ma una risata ci seppellirà.
di Antonio Conte
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| Realismo |
Per una volta non concordo con Luca.
A me i 12 punti piacciono. Sono essenziali.
I tre punti che aggiunge Luca sono di per sè giusti, ma porterebbero di nuovo al crollo di questo governo.
- Abbiamo visto come Prodi abbia traballato sulle tlc a settembre;
- Quale gioco di ricatti si nasconda dietro la questione conflitto di interessi;
- Quali interessi inconfessabili si agitino, anche a sinistra, sulla legge elettorale;
A mio avviso è roba per una seconda legislatura, con un'Italia politica diversa.
Così è anche l'abolizione della Legge Biagi, che ora non fa più parte dei 12 punti.
E serve a far entrare i centristi. Mantenendo interventi sulla precarietà....
Capito concetto...? E' politica, ed è anche mal di pancia, purtroppo.
Piaccia o meno c'è una questione di priorità reali, che ben sappiamo.
E, caro Massimo, non vi è nulla di squallido nell'evitare all'Italia un autentico disastro.
(Che potrebbe essere storico e strutturale, come ben sai. Anche da questo blog).
E intanto costruire un quadro politico e programmatico di sopravvivenza e rilancio.

(altre due belle legislature di Berlusconi?) www.caravita.biz
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La caduta sul proclama D’Alema o, meglio, della strategia del mercato di riparazione
Fabrizio Tarantino, (L’equilibrio precario di un governo del doppio binario)
La forzatura dell’ “altrimenti tutti a casa” può essere vista come un azzardo del (ex?) ministro D’Alema in un gioco che sembra prediligere: quello del fare e disfare governi e maggioranze? E sulla capacità di sondare i numeri della propria coalizione, si può avere qualche sospetto di un gioco più o meno interno e, comunque, scellerato?
La sorpresina di D’Alema può essere vista come una colpa o un merito, a seconda dei punti di vista. Potrebbe cioè essere stata messa in atto dal “baffino” come strategia per aprire il mercato di riparazione ed eventualmente acquisire dissidenti, centristi, indipendentisti, al fine di garantire al governo qualche testa in più per il futuro, forse un diverso bilanciamento delle forze di coalizione. E’ un’ipotesi, quella della strategia dello schiaffo “a fin di bene” con l’ingresso di soccorritori esterni per alimentare la distanza nel governo con la sinistra critica.
Di ora in ora, tanti scenari si profilano: larghe intese, governo tecnico-istituzionale, dimissioni di tutti e sospensione del campionato, da riprendere secondo convenienza di maglia e numeri. Difficile che si arrivi a elezioni anticipate, almeno come prima soluzione. Le coalizioni sfilacciate e la cinica considerazione che il 20% circa dei parlamentari è soltanto alla prima legislatura dovrebbe essere un deterrente per tenere lontane le urne.
Ad ogni modo, scelta inevitabilmente la posizione da cui vogliamo osservare l’accadimento, il governo è andato al tappeto dopo 9 round (mesi) e cerca di risollevarsi cambiando, secondo Prodi, il meno possibile, per non ridare l’Italia nuovamente in pasto al Cavaliere.
Prodi, con pazienza e caricandosi di tutte le critiche possibili a scapito del consenso personale, stava provando eroicamente a tenere dritto il timone governativo.
Pur nel permanente stato di tensione numerica - pacco-bomba di Berlusconi quando era orami cosciente della sconfitta elettorale - i recenti dati sull’economia iniziavano ad essere promettenti ed il grado di fiducia dell’UE nel risanamento del bilancio statale era notevolmente aumentato, assegnando fianche una stima di crescita del PIL come mai dal 2000.
Nella caccia al colpevole, alcuni hanno indicato unicamente i due irriducibili, irresponsabili secondo i loro compagni di formazione politica. Si comprende bene però quanto il tiro al bersaglio contro la sinistra radicale sia soltanto un gioco strumentale e liberatorio, perchè altri sono i veri motivi della crisi.
Il tentativo di D’Alema d’illustrare una via comune percorribile, a cui qualcuno ha attribuito meriti di chiarezza, si è accompagnato alla dichiarazione del “tutti a casa altrimenti”, una forzatura di cui il castello di sabbia del governo proprio non necessitava. Non ha convinto i due dissidenti e non è stata apprezzata dal senatore a vita Andreotti, che l’ha ridotta ad una sola questione di discontinuità. Non si può non fare a meno di aggiungere un piccolo ingrediente alla pozione preparatoria: la sorprendente dichiarazione del Presidente Napolitano che asseriva che «per quanto legittimi e importanti siano anche i canali del conflitto sociale e delle manifestazioni di massa e di piazza, è fuorviante la tendenza a farne la forma suprema della partecipazione e, retoricamente, il sale della democrazia». Affermazione sconveniente che di certo non sarebbe risultata utile a convertire i riottosi. In parole schiette, se la poteva risparmiare. La memoria di tempi recenti mi suggerisce che ogni Capo di Stato si sia affannato ad edulcorare lo spirito della Presidenza della Repubblica esprimendo vicinanza al sentir comune popolare. Per la prima volta abbiamo dovuto ascoltare affermazioni contro la democrazia partecipativa, da un Capo di Stato di formazione comunista.
Pur nell’inevitabile critica verso i due recalcitranti parlamentari di sinistra, guidati da coerenza interna personale più che da uno spirito sacrificale di partito/coalizione, bisogna guardare al calcolo dei voti sulla mozione presentata da D’Alema. Astenuti (equivalenti al voto contrario) e senatore Di Gregorio a parte (eletto con l’Italia dei Valori e poi passato dall’altra parte, ora “indipendente” fino ad un’accezione spregiativa), è un’ innocente ingenuità che ha portato a ritenere che tra i senatori a vita Pininfarina e Andreotti avrebbero sostenuto la maggioranza? Due stampelle tutt’altro che affidabili, visto che Pininfarina era assente dai banchi da mesi e sembra “sia stato portato” in aula da qualche amico e Andreotti non dovrebbe e non doveva essere considerato di sicuro affidamento sulla politica del governo di centro-sinistra, nell’accenno dalemiano alla discontinuità. Ad avvalere il dubbio, l’ipotesi che il senatore Andreotti si sia fatto portatore delle rimostranze della Chiesa, in sete di rivalsa sulla questione dei Dico. Altro che dissidenti di sinistra quindi…
Certo, forse si sarebbe potuto evitare di fare lo scacco matto sull’esito di questo voto, costringendo il premier a dare le dimissioni non per obbligo costituzionale ma per etica politica susseguente a quella dichiarazione preventiva. A Prodi, apparentemente affossato dal suo alfiere-Ministro, tocca l’ardua missione di ricomporre e di continuare ad arbitrare il gioco del tiro alla fune tra i “riformisti” viaggianti verso il partito democratico e gli altri, quelli della sinistra critica che cominciano ad essere individuati come “Confederazione della Sinistra”.
Siamo alle avvisaglie di ciò che potrebbe scaturire a seguito del congresso dei Ds di aprile quando il fattore macro partitico comincerà a far valere la sua determinazione diventando così ulteriore elemento di implosione della sinistra unita per il governo.
Non bisogna, tuttavia, sottovalutare che questo colpo assestato da una regia centrista forse plurale, sostenuta dalla prospettiva di un partito democratico che sogna di poter governare in futuro senza le ali estreme, può provocare un effetto boomerang, ricompattando e rafforzando la coalizione anzichè produrne il definitivo sgretolamento. Come i fatti delle ultime ore sembrerebbero dimostrare. http://www.politicaonline.it/?p=487#more-487
il succo del discorso è:
se va bene, governo Prodi indebolito (ulteriormente...) e niente più DICO e molte più concessioni al Vaticano per imbarcare Follini, De Gregorio e co.
se va male, presto alle urne con la stessa legge elettorale e probabile vittoria del centrodestra con conseguenze facilmente immaginabili per il Paese, oppure altra situazione di quasi parità e nuova ingovernabilità (e a quel punto che facciamo, la fine della repubblica di Weimar?)
Chi semina vento raccoglie tempesta, era forse inevitabile che andasse a finire così dopo anni e anni di sbracamento totale verso variegati pacifismi, estremismi e antiamericanismi di maniera non era pensabile che bastasse a D'alema fare il duro da ministro degli esteri (pur ottimamente) per rimettere in riga chi è stato eletto per rappresentare una fascia di elettori distaccatasi dal mondo reale.
Ora, o si comincia subito una battaglia politica e culturale seria per spiegare ad un pezzo d'Italia (non solo a due senatori purtroppo) che siamo nel 2007 e non nel 1800, che le ideologie sono costruzioni illusorie per abbindolare i fessi e che il mondo reale richiede una politica estera, e che, udite udite, è di sinistra impegnarsi nel mondo per la democrazia e non è di sinistra non fare nulla se non manifestazioni oceaniche spesso equivoche, e in positivo si costruisce una cultura politica che sia in grado di tenere assieme idealità e attivismo internazionale, di essere diversa dalla destra di Bush ma non subalternamente ripiegata in illusioni veteromarxiste, oppure se così non si farà ci ritroveremo sempre nella stessa situazione, un periodo di governo debole del centrosinistra seguito da anni di Berlusconismo di ferro e contestuale autodistruzione della Repubblica.
Inutile aggiungere che se qualcuno ha ancora dubbi sull'opportunità e la necessità di fare il Partito Democratico... http://foglie.ilcannocchiale.it/
| Ma loro non stanno meglio |
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| di FEDERICO ORLANDO |
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Sul ring stanno due pugili suonati, il centrosinistra e il centrodestra, reduci entrambi dal mercoledì delle ceneri al senato, dove la relazione D’Alema sulla politica estera non ha raggiunto il quorum per due voti. Nell’aula, il centrosinistra non ha saputo tenere la sua risicatissima maggioranza. Ma il centrodestra s’è addirittura spaccato: da una parte i “no” di Forza Italia, Lega e An a D’Alema, dall’altro l’“astensione” dell’Udc.
Così la Cdl ha confermato che non esiste più il centrodestra delle elezioni 2006, che le opposizioni al governo ora sono due. Il centrosinistra è uscito battuto ma nello schieramento che aveva vinto le elezioni; il centrodestra ha affondato la relazione di D’Alema ma s’è spezzato in due. Se non si andrà alle elezioni, è anche perché il centrodestra è a pezzi. È nella stessa situazione di Annibale dopo la vittoria di Canne: invece di puntare alla conquista di Roma, va a farsi massaggiare a Capua.
Nelle illusioni del teatrino della politica, questo non si percepisce, perché, oltre ai due pugili suonati sul ring, c’è il pubblico, non meno stordito, che dopo nove mesi di risse nel governo Prodi vede solo la crisi del centrosinistra, sulla quale tutti i riflettori sono accesi. Non vede che in questi nove mesi la destra, di rissa in rissa, s’è ridotta a brandelli. E così non capisce perché mai il beniamino non chieda all’arbitro di mandare tutti a casa, anzi alle urne. Non lo chiede perché non ha certezza di vincere. Come nella torre di Babele, ognuno parla una sua lingua: Berlusconi dice che «il nostro popolo» chiede le elezioni e si autocandida a premier; Fini dice che non è realistico («Non confondiamo i desideri con la realtà»), Maroni corregge Calderoli e spiega che un governo “tecnico” è possibile se fa la nuova legge elettorale e poi le elezioni, Casini va Cortina ignaro se il partito lo seguirà nella secessione o se i D’Onofrio, i Baccini e i Cuffaro lo metteranno nella betoniera. Stile vecchia Dc. Ma c’è qualcuno, fra gli elettori di centrodestra che invocano le elezioni, che sappia come sono andate le cose fra i loro beniamini il mercoledì delle ceneri? Glie lo diciamo noi: non sono riusciti a mettersi d’accordo su uno straccio di documento da presentare al senato sulla relazione D’Alema. Calderoli ci aveva provato con la furbata di dichiarare approvabile quella relazione perché “in continuità” con la politica estera di Berlusconi. Sperava di farla passare contro la sinistra, che (per la seconda volta dopo il caso Parisi) si sarebbe messa in conflitto col suo ministro. Ma Casini ha stroncato la manovra, proclamando che l’Udc non votava il documento Calderoli. Poi D’Alema svolgeva la sua replica e prendeva, anche troppo, le distanze dalla presunta “continuità” con la politica estera di Berlusconi; e Calderoli stracciava il documento e ne scarabocchiava un altro che stavolta respingeva la relazione. Ma anche stavolta Casini lo mandava a quel paese, nel corso di una riunione fra capigruppo Fi, An, Lega e Udc che per poco non finiva a sediate in testa. A questo punto è dovuto intervenire Berlusconi a ordinare ai litiganti di non presentare alcun documento, per evitare che fosse evidenziata la spaccatura nella Cdl, l’incapacità anzi l’impossibilità per la Cdl di votare una mozione di politica estera. Come e più del centrosinistra, che con quei due “irriducibili” trozskysti si è castrato da solo, come Origene. Altro che Pacs.
La lacerazione fra le due opposizioni di centrodestra si è approfondita dopo il mercoledì delle ceneri. Al punto che gli ex quattro non hanno nemmeno provato ad incontrarsi un in “vertice”, come si chiamavano una volta. Infatti Casini non va; Bossi s’è messo in tasca il patto firmato lunedì ad Arcore con Berlusconi che riconosce la Padania come punto d’arrivo politico-istituzionale del processo federalistico; Fini è sotto doccia scozzese e un giorno si sente qualificare dal Cavaliere come “il meglio piazzato” per la successione a palazzo Chigi e il giorno dopo non più, e al poveretto non resta che la lampada al quarzo, per nascondere il rossore come le signore le rughe. Come coppia di fatto, anche Berlusconi- Fini non è granché.
E tuttavia la questione del premier è dirimente, perché la legge elettore obbliga le coalizioni e i partiti che vogliano concorrere al premio di maggioranza a indicare il loro candidato premier. Chi è il candidato premier della destra, oggi? Berlusconi dice io, Bossi lo appoggia, Casini dice neanche per sogno, Fini dice sceglieranno gli elettori (primarie anche a destra?). Dunque, Berlusconi imbroglia quando, correggendo Maroni, dice o finge di dire che alle elezioni si può andare subito anche con questa legge elettorale. Se non scelgono e non dichiarano il candidato premier, come vanno alle elezioni? E poi Berlusconi sa pure che la campagna elettorale sarebbe furibonda, e forse qualche problema ce l’ha pure lui, e forse è per questo che è meno sparato di Giuliano Ferrara sulle elezioni anticipate. Quel Ferrara che cinque anni fa, dopo appena pochi mesi dalla nascita del governo Berlusconi, lo definiva (settembre 2001), la banda dei Monty Python, banda di comici inglesi, mi par di ricordare. E a quel tempo non era ancora finita la guerra dei lunghi coltelli fra chi dovesse essere il consigliere numero uno di palazzo Chigi, se Baget Bozzo o Ferrara, appunto; e chi ministro degli esteri, se Ruggero o “uno di noi”; e chi ministro dell’interno dopo lo sfracello di Genova, se Scajola o Frattini o Pisanu. E via, fermi restando nei propri incarichi solo gli avvocati-deputati per gli affari di Casa. È così quei Monty Python si facevano la serenata all’alba, in un crescendo che sarebbe arrivato al diapason qualche anno dopo con la destituzione di Tremonti da superministro dell’economia, l’approdo di Fini agli esteri, le dimissioni di Follini da vice premier, l’incapacità del premier di esercitare in consiglio dei ministri quelle funzioni di responsabile unico dell’esecutivo, previste dalla Costituzione e dalla legge, e finalmente ora rivendicate, dopo tanto scempio, da Prodi: al punto 12 dei suoi 12 punti per l’eventuale governo bis.
Tutta questa giostra gira da sei e più anni sulla testa degli italiani, istupiditi dalla maggioranza di Berlusconi come oggi da quella di Prodi.
Anche questo è bipolarismo all’italiana, bipolarismo che ci richiamerebbe, se non fossimo persone educate …http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
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Business in Bulgaria, «processi lunghi e corruzione»
Parla Mitko Vassilev, amministratore della Camera di Commercio bulgaro-tedesca di Sofia. «Ma i tedeschi continuano ad investire»
Sempre più tedeschi investono in Bulgaria (Foto EPA/Robert Ghemen)
Signor Vassilev, quando parliamo di relazioni economiche bulgaro-tedesche, di che giro di affari si tratta?
È un volume d’affari di circa 2,9 milioni di euro: un vero record. Un risultato che supera anche i tempi d’oro del socialismo e di tutti i risultati positivi ottenuti dal 1990 ad oggi. Nel 2004 c’è stata una crescita del 22%, nel 2005 di un ulteriore 15%. E speriamo che anche questo record possa essere battuto.
Perché un investitore tedesco dovrebbe investire qui in Bulgaria?
La Germania è il partner economico e commerciale più importante per la Bulgaria. La Bulgaria offre diversi vantaggi per gli investitori: manodopera qualificata e meno costosa rispetto a quella di altri Paesi della Ue, buon materiale e capacità tecniche. Ma ovviamente ci sono anche dei problemi. Ogni anno facciamo un sondaggio d’opinione fra gli investitori e gli uomini d’affari tedeschi, che ci danno pareri positivi, ma anche negativi.
Parliamo proprio di questo sondaggio: cosa dicono gli imprenditori tedeschi sulla collaborazione con i bulgari a proposito dei lavori qui sul posto?
Si aspettano una progressione del fatturato più forte. Vogliono continuare ad investire, assumeranno nuovi collaboratori, ma mettono in evidenza anche gli elementi negativi, per esempio il sistema di giustizia, troppo lento, o l’amministrazione. Ci sono ostacoli al business, e la corruzione è uno di questi.
Un problema è costituito anche dalla manodopera. Da un lato è ben formata e conveniente, ma lentamente sta venendo a mancare. In alcuni settori specifici, come l’edilizia, c’è vero boom, ma la manodopera qualificata non è facile da trovare. E inoltre si calcola che, con l’ingresso della Bulgaria nell’Ue, i salari e gli stipendi saliranno. Con questo svaniscono i vantaggi dell’investire in Bulgaria.
Lei ha parlato di corruzione. Come vivono gli imprenditori tedeschi e bulgari questo problema?
Sorprendentemente molti parlano di corruzione, ma ci sono pochi casi in cui i sospetti di corruzione sono finiti dietro le sbarre. Quello della corruzione non è un fenomeno tipicamente bulgaro: esiste anche in altre parti del mondo. La differenza è che la Bulgaria è semplicemente posta sotto osservazione dall’Ue e che alcuni casi sono ora finiti in tribunale.
Ci faccia un esempio.
Un esempio è lo scandalo della società di riscaldamento urbano di Sofia, che è in parte proprietà del Comune di Sofia e in parte dello Stato. L’amministratore, un certo Dimitrov, è rimasto ai vertici per 10 anni. Attraverso l’Interpol sono stati trovati alcuni dei suoi conti in Svizzera ed è risultato che lì erano nascoste somme enormi, dalle quali venivano dispensati beni di lussi molto cari e costi di rappresentanza. Si tratta di uno scandalo da alcuni milioni. Ma Dimitrov non ha agito da solo in tutto questo: si parla di una vera e propria rete. Solo il tempo ci dirà fino a che punto la giustizia può intervenire per condannare i colpevoli.
Dalle sue parole emerge un certo scetticismo per quanto riguarda l’efficacia dell’intervento della giustizia.
È ovvio che sarà un processo molto lungo. All’inizio delle riforme, la Bulgaria è stata paragonata ad una macchina mangia-soldi: le imprese tedesche hanno perso molto denaro, perché abbiamo avuto un’inflazione altissima e, nel campo giudiziario, i processi duravano tantissimo, dai 2 ai 4 anni. Allora le imprese hanno pensato che non sarebbe valsa la pena di andare in tribunale per riavere indietro il denaro. Ma oggi la situazione è cambiata: abbiamo un sistema economico e bancario stabile, ma i processi continuano ad essere troppo lunghi. L’Ue ha criticato particolarmente questo aspetto.
Per quanto riguarda la l’emigrazione della manodopera qualificata, secondo Lei esiste un vero pericolo per la Bulgaria?
La Bulgaria ha già perso un milione di persone a causa di questo fenomeno. Soprattutto le persone più qualificate, dopo la caduta del comunismo, hanno lasciato il Paese e sono emigrate in Nord America, Europa Occidentale, Australia. Si trattava principalmente di ingegneri e chimici. Ma il problema non è nuovo. Queste persone oggi aiutano le loro famiglie che qui, come si sa, ricevono una pensione misera. La Bulgaria ottiene molti euro e dollari da questi bulgari che vivono all’estero. Noi speriamo che questi specialisti un giorno ritornino. Ma i salari e gli stipendi bassi rappresentano comunque un ostacolo.
Lei ha detto che molti emigrano. C’è allora forza lavoro che può riempire questo vuoto, ossia persone che immigrano grazie all’entrata nella Ue?
Sì. Molti macedoni fanno domanda per ottenere la cittadinanza bulgara. Persone della minoranza turca, emigrate in passato, ora vogliono tornare e riavere i loro immobili. Dalla Moldova e da altri Paesi arrivano molte persone per distinti progetti. E adesso, persino dalla Cina.
Lo strano caso
dell’arte contemporanea |
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Gianna Bentivenga
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Il concetto di Arte muta e si trasforma di pari passo agli sconvolgimenti sociali che negli anni si sono susseguiti, sino a divenire “uno strano caso” su cui ancora si indaga, e su cui domina l’inafferrabilità di un approdo assoluto e singolare che accomuni i molteplici punti di vista della critica.
In tale contesto si è venuto sempre più a confondere, e compromettere, il ruolo e la dimensione dell’artista nei confronti della realtà e del pubblico.
Gran parte dell’arte contemporanea è arrivata alla mediazione della realtà, incurante di una mediazione estetica, questo perché, come anticipò Artaud ( per quanto delirante possa sembrare tale affermazione): “La vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica (perché non l’uomo ma il mondo è diventato un anormale), di voluta disonestà ed esimia tartuferia, di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza”.
Società schizofrenica, dunque, che incurante della cultura, sta lasciando andare in rovina l’intero patrimonio naturale mirando più al potenziamento dei mezzi di comunicazione senza considerare l’effettivo contenuto delle informazioni.
Intorno a questa situazione girano le pagine di Jekill, Hyde e lo strano caso dell’arte contemporanea (Luca Sossella Editore), in cui Alessandro Masi sottolinea come è venuta sempre più sviluppandosi una schizofrenica ambiguità nella sensibilità dell’artista moderno che, alla stregua ora d’un Jekyll ora d’un Hyde, mantiene ancorate due facce di una stessa medaglia, due emisferi opposti: l’uno impersonificazione di una realtà banale, l’altro di una natura creativa.
Forse più Jekyll che Hyde, l’artista che ha attraversato diverse tappe di identità, dal Rinascimento quando passa dallo stato di semplice artigiano ad artista, al Romanticismo in cui afferma il suo estro di genio ribelle, fino ad approdare agli anni Sessanta che lo vedono trasformarsi in semplice capitale umano.
E qui ha inizio ha inizio la sua crisi interiore.
Da qui in poi l’arte non riveste più alcun valore ed il posto è sopraffatto dalla comunicazione e dalle istituzioni.
Il libro di Masi, dunque, è un invito a riflettere su cosa stia succedendo oggi nel vasto dominio dell’arte, e verso quale dove, se un dove mai possa intravedersi all’orizzonte, la mediazione puramente provocatoria ed anti-estetica dell’artista stia volgendo.
Tra le pagine del libro si intrecciano tematiche moderne e classiche nel cui a-cronologico spazio-tempo l’artista è al tempo stesso Jekyll e Perseo.
Perseo nei panni di Hyde, deluso da una realtà al cui cospetto rischia una pesante pietrificazione ma che continua a combattere contro la sua Medusa-Jekyll, che riesce, infine, a vincere e sconfiggere evitando di guardarla negli occhi.
Uno scritto, quello di Masi, in cui resta comunque il grande interrogativo di come comportarsi con questa labile realtà che ci circonda.
Il grande interrogativo di un caso non ancora risolto e, forse, difficilmente risolvibile.
Alessandro Masi,
Jekill, Hyde e lo strano
caso dell’arte
contemporanea,
Luca Sossella Editore
pagine 86, euro 12,00
caffeeuropa.it
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EGITTO
Ancora un colpo
alla libertà d’espressione
Aveva certamente usato espressioni forti contro l’università islamica di Al Azhar al Cairo, definendola «l’università del terrorismo» che «riempiva i cervelli degli studenti e li trasformava in bestie umane», e aveva usato espressioni altrettanto forti contro il governo del suo Paese definito un esempio di «dittatura» come ai tempi dei faraoni, così come aveva usato toni altrettanto accesi sul suo blog su cui aveva, tra l’altro attaccato una chiesa cristiana ad Alessandria. Opinioni scomode, ma pur sempre opinioni: semplici opinioni. Ma soprattutto, sempre sul suo blog, aveva criticato l’uso del velo nei Paesi islamici. Quanto basta per essere condannato, in una sorta di processo sommario (almeno nella durata, di cinque minuti!) per aver offeso il presidente e la religione islamica: quattro anni al giovane blogger Karim Amer. A nulla è valsa la pressione dell’opinione pubblica internazionale a fermare i giudici, come una petizione firmata da duemila persone o le richieste di due deputati americani al governo egiziano. Sarà forse banale sottolinearlo, ma una condanna per reati d’opinione è, sempre e comunque, sconcertante. Questo in linea di principio.
Ma c’è un altro aspetto che suscita uguale sconcerto. L’Egitto viene considerato, e anche a ragione, uno dei Paesi arabi cosiddetti moderati. Questa decisione, sotto questa ottica, rivela una doppia ambiguità: la prima e più grave, lo ripetiamo, riguarda il restringimento della libertà di espressione. Una tale decisione non può non avere un effetto quantomeno di inibizione nei confronti di tutti coloro che usano questi ed altri mezzi per esprimere le proprie opinioni (anche opposte rispetto a quelle di Karim). L’altra, altrettanto inquietante, è che episodi come questi rischiano di esacerbare gli animi delle frange estremiste, alimentando un circuito vizioso, e dando argomentazioni a un ben più grave estremismo politico. Insomma una decisione due volte sbagliata, che rischia di produrre un doppio danno. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=82472
34 anni a Jankovic per i crimini di Foca
La Camera bosniaca per i crimini di guerra ha emesso quella che è finora la sua sentenza più severa, nei confronti di Gojko Jankovic, principale accusato per i crimini commessi a Foca nel 1992. Nostra traduzione
Di Merdijana Sadovic*, Sarajevo, per IWPR, 19 febbraio 2007 (tit. orig. Foca Accused Gets 34 Years)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta
Gojko Jankovic
La Camera bosniaca per i crimini di guerra la settimana scorsa ha condannato l’ex funzionario della polizia militare serbo bosniaca Gojko Jankovic a 34 anni di reclusione per crimini contro l’umanità commessi ai danni di civili musulmani nella città di Foca, nella Bosnia orientale, nei primi anni ‘90.
È una condanna superiore di quattro anni rispetto alla richiesta presentata dall’accusa alla conclusione del dibattimento, nel dicembre 2006. Si tratta della condanna più severa finora comminata dalla Camera.
Jankovic, 53 anni, è stato riconosciuto colpevole di sette dei nove capi d’accusa imputatigli, compresi stupro, tortura e riduzione in schiavitù a scopi sessuali di donne e ragazze musulmane.
Jankovic era stato inquisito dal tribunale dell’Aja nel 1996, insieme ad altri sette - Radovan Stankovic, Dragan Zelenovic, Dragoljub Kunarac, Radomir Kovac, Zoran Vukovic, Dragan Gagovic e Janko Janjic – per presunti crimini commessi a Foca nel 1992.
Kunarac, Kovac e Vukovic furono catturati dal tribunale nel febbraio 2001 e condannati rispettivamente a 28, 20 e 12 anni. Gagovic e Janjic morirono nel corso di un tentativo di arresto condotto da militari della NATO.
Stankovic, il cui caso – come quello di Jankovic – è stato trasferito alla Camera bosniaca per i crimini di guerra, è stato condannato a 16 anni di prigione nel novembre dello scorso anno.
Zelenovic venne arrestato in Russia nel 2005, e fu estradato all’Aja nel giugno dello scorso anno. Il mese scorso si è dichiarato colpevole di alcune delle accuse mossegli, incluso lo stupro a Foca di donne e ragazze musulmane. Il tribunale dovrebbe emettere la sentenza per questo caso in questi giorni.
Jankovic si è consegnato al tribunale dell’Aja nel marzo 2005, ma pochi mesi dopo il suo caso è stato trasferito alla Camera bosniaca per i crimini di guerra. Il processo è iniziato a Sarajevo nell’aprile 2006.
Le accuse comprendevano molteplici violenze sessuali su donne e ragazze e l’espulsione e l’omicidio di civili di etnia non serba. Secondo le accuse, per un periodo di alcuni mesi Jankovic aveva tenuto imprigionate quattro ragazze bosniache violentandole ripetutamente. La più giovane aveva solo 12 anni, le altre 14, 16 e 25.
Jankovic si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse rivoltegli.
Durante nove mesi di udienze a Sarajevo, la corte ha raccolto le deposizioni di 53 testimoni. In aula sono state lette inoltre le dichiarazioni rese in precedenza ai procuratori dell’Aja da tre testimoni protetti.
Probabilmene la deposizione di maggior valore probatorio è venuta dalla testimone protetta n.186, che aveva solo 12 anni all’epoca dei presunti stupri subiti da Jankovic. Ha dichiarato che Jankovic l’aveva scelta come "sua schiava sessuale", e le aveva detto che egli in futuro sarebbe stato il solo ad avere il diritto di violentarla.
La testimone ha detto che sapeva che Jankovic aveva una moglie e tre bambini in Montenegro, tra cui una ragazza di 11 anni. Una volta gli ha chiesto come poteva violentare qualcuno che aveva quasi l’età di sua figlia, il che aveva apparentementemente fatto arrabbiare Jankovic.
La settimana scorsa Jankovic è stato ritenuto colpevole di aver violentato questa ragazza e di averla trattenuta per diversi mesi come sua schiava sessuale in varie località nei dintorni di Foca, tra il 1992 e il 1993. Egli è stato condannato inoltre per diversi altre violenze sessuali ai danni di altre ragazze, che erano imprigionate in un villaggio vicino a Foca.
I giudici hanno anche dichiarato Jankovic colpevole di aver guidato un gruppo di soldati serbi che attaccarono dei civili musulmani che nel 1992 si nascondevano nei boschi intorno a Foca. Stando alla sentenza, sette uomini e 30 tra donne e bambini furono catturati nell’operazione. Alcuni furono picchiati e brutalmente interrogati. E poco dopo, si legge, Jankovic e i suoi uomini giustiziarono i sette prigionieri maschi..
La presidentessa della Corte, giudice Zorica Gogala, ha detto che la camera di consiglio è rimasta soddisfatta delle prove presentate dai procuratori durante il dibattimento, trovate molto convincenti. L’unica circostanza attenuante nel caso di Jankovic, ha detto, era il suo essere padre di famiglia.
Mentre il giudice leggeva la sentenza in aula erano presenti anche membri delle associazioni delle vittime. La presidentessa dell’Associazione delle donne vittime della guerra, Bakira Hasecic, si è congratulata col capo procuratore Philip Alcock. Comunque, non era interamente soddisfatta.
"Benché questa sia la condanna più dura finora emessa dalla Camera bosniaca per i crimini di guerra, non posso dire che sia stata pienamente fatta giustizia", ha detto, aggiungendo che una condanna all’ergastolo sarebbe stata più appropriata.
*Merdijana Sadovic è programme manager di IWPR all’Aja.
VERSO UN TRATTATO PER IL BANDO ALLE CLUSTER? Si conlude a Oslo la Conferenza internazionale contro uso e produzione delle micidiali bombe a grappolo
Em. Gio.
Se anche le bombe a grappolo o cluster, uno tra i più odiosi ordigni prodotti dall'uomo, faranno la fine delle mine antiuomo, per scomparire, in futuro, dalla faccia della terra, lo si capirà oggi a Oslo, giornata conclusiva dell'ennesimo passo per un trattato di interdizione globale. Grazie all'alto numero di bombette inesplose sganciate dalla “bomba madre” e che diventano di fatto mine antiuomo, le bombe cluster sono di fatto parenti strette degli ordigni anti persona. Esiste dunque più di un motivo per l'incontro che, fino a oggi pomeriggio, vede riunte ad Oslo, le delegazioni ufficiali di circa 40 paesi e una cinquantina di organizzazioni della società civile provenienti da tutto il mondo. L'obiettivo è un trattato che, entro il 2008, metta al bando le bombe a grappolo. Quello minimo è l'aggiunta di un protocollo al trattato già esistente sulle armi convenzionali (Ccw). A premere è la Coalizione internazionale per la messa al bando delle cluster, figlia legittima di quella contro le mine antipersona, rappresentata per il nostro paese, dalla Campagna italiana. Ma la corsa è in salita.
Tanto per cominciare i maggiori produttori-utilizzatori di mine e cluster (Cina, Usa, Russia, Israele, Pakistan e India), che già non firmarono il Trattato contro le mine, non sono nemmeno venute. Secondo, non tutti i paesi che dieci anni fa firmarono il Trattato di Ottawa, tra cui l'Italia, sono favorevoli a un nuovo trattato e optano per il protocollo aggiuntivo (anche se Roma è tra gli aperturisti). I capofila della battaglia per il bando globale sono Norvegia e Belgio, cui ieri si è aggiunta l'Austria che si è dichiarata per una moratoria su uso e trasferimento dei micidiali ordigni il cui impiego più recente data alla guerra di Israele in Libano.
Eppure, sostiene Thomas Nash, coordinatore della Cluster Munition Coalition, la coalizione internazionale che spinge per il trattato, è convinto che “gli stati non devono farsi sfuggire questa occasione, dieci anni dopo dopo la storica messa al mando delle mine antipersona. I governi riuniti nella Conferenza – aggiunge - devono impegnarsi in un nuovo processo internazionale per mettere fine agli inaccettabili danni causati dalle cluster”. “In questi ultimi cinque anni i percorsi diplomatici sono purtroppo falliti - aggiunge Giuseppe Schiavello della Campagna italiana – e ciò in cui speriamo adesso è che la spinta della società civile faccia ripartire il percorso”. Il consenso attorno ad una moratoria tuttavia è cresciuto nel corso di quest'anno: il Belgio è stato il primo paese a mettere al bando le cluster, seguito dalla Norvegia, primo paese a introdurre una moratoria. E la novità interessante è la presenza di paesi come la Gran Bretagna, nonostante Londra abbia gli arsenali pieni delle micidiali bombe. Intanto il senatore Francesco Martone, che ha presentato un disegno di legge per farlo, ricorda che “l'Italia l’Italia non ha ancora ratificato il V protocollo della Convenzione sull’uso d’armi convenzionali (Ccw) che riguarda gli ordigni inesplosi e la bonifica dei siti contaminati”. Adottato il 28 novembre 2003 in occasione della riunione degli Stati partecipanti alla Convenzione sulle armi classiche, parte dalla constatazione che dopo la cessazione dei conflitti armati i residuati bellici esplosivi causano gravi problemi umanitari. Quanto alle cluster, nel novembre scorso, è stato presentato alla stampa il disegno di legge firmato da 37 senatori e 120 deputati per la messa al bando delle bombe a grappolo in Italia. Il ddl modifica la legge 374/97 (per la messa al bando delle mine antipersona) e ne estende gli effetti alle munizioni cluster. http://www.lettera22.it/showart.php?id=6771&rubrica=85
La pace scende in politica: il banchiere dei poveri corre in Bangladesh, l’amerindia in Guatemala. Intanto si forma anche un comitato internazionale per sostenere la candidatura al Nobel per la pace di Evo Morales.
Due Nobel per la pace entrano in politica. Muhammad Yunus, 66 anni, inventore del microcredito e Nobel per la pace 2006, si candida alle elezioni in Bangladesh, mentre la paladina dei diritti umani ed eroina terzemundista, Rigoberta Menchú, corre alle presidenziali in Guatemala. Il fondatore della Grameen Bank, la “banca dei poveri”, scende in campo con il movimento “Nagarik Shakti”, potere popolare. Con lo stesso motivo, perseguire la pace e dare voce alla parte di popolazione da sempre esclusa dalle decisioni importanti, la Menchú – Nobel per la pace nel 1992 ed icona della battaglia per i diritti delle popolazioni indigene in Sudamerica – si candida alle elezioni del 9 settembre in Guatemala.
Se sarà eletta, diventerà il primo capo di Stato donna del Paese, ed il primo di etnia Maya. Gli amerindi sono il 56% dei 13milioni di abitanti del Guatemala, ma da sempre vivono in condizioni di estrema povertà e non sono mai riusciti ad eleggere una forte rappresentanza politica.
La Menchú, 48 anni, è diventata un simbolo in tutto il mondo, grazie alla sua biografia, “Mi chiamo Rigoberta Menchú”, scritta da Elizabeth Burgos. Nel libro la protagonista racconta la guerra civile che ha travolto il Guatemala tra il 1960 ed il 1996 e che ha provocato oltre 250mila vittime, in gran parte indigeni. Meritatasi il Nobel "in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene", la Menchú, ora anche ambasciatrice Unescu, rappresenterà alle elezioni il partito di sinistra “Encuentro”, cercando di raggiungere la presidenza di un paese, precipitato quasi verso un punto di non ritorno, che ha un estremo bisogno di rinnovamento e di pace.
La Menchú, che attualmente secondo gli analisti locali godrebbe di un 30% delle intenzioni di voto, ha sottolineato che lo scopo per cui ha deciso di concorrere alle prossime elezioni presidenziali del suo paese è quello di dare una maggiore rappresentatività indigena nella vita politica, ammettendo però di essere consapevole della difficoltà di portare a termine tale compito. Innegabile comunque il fatto che in questo momento storico la situazione attuale dell’America Latina è propizia perché finalmente i gruppi indigeni occupino posti di governo e, come è accaduto in Bolivia, recuperino il potere delle nazioni che una volta erano loro.
Con la Menchú si punta quindi a quella rinascita indigena, inaugurata proprio da Evo Morales in Bolivia, lo stesso Evo Morales per cui si cominciano a formare comitati in tutto il mondo in appoggio alla sua candidatura come premio Nobel per la pace 2007. Per chi volesse approfondire ed appoggiare questa candidatura: http://www.evonobel2007.org/.
http://verosudamerica.blogspot.com/2007/02/i-nobel-yunus-e-mench-candidati.html
La strage? Un errore di persona
Pescati da una telecamera: così sono stati trovati gli assassini dei tre deputati del Parlacen uccisi in Guatemala. E la sorpresa per gli inquirenti è stata ben grande, già che i sei autori materiali sono tutti poliziotti. Una telecamera che vigila l’autostrada che unisce Guatemala ed El Salvador mostra il momento in cui il fuoristrada dei deputati viene intercettato dalla pattuglia della polizia. Successivamente, il Gps installato sul veicolo degli agenti ha dimostrato come questi abbiano seguito l’itinerario dei salvadoregni fino al luogo delle esecuzioni.
Tra i sei c’è Luis Arturo Herrera, comandante della Dinc (División de Investigación Policial), un poliziotto tutto d’un pezzo conosciuto per aver seguito i più eclatanti casi di narcotraffico in Guatemala. Perchè poi, dicono gli inquirenti, proprio di questo si tratta. Herrera ed i suoi lavorerebbero per un cartello del narcotraffico e la strage di martedì scorso non sarebbe altro che un tragico errore. Sul telefono di Herrera sono state trovate chiamate dal Salvador proprio la mattina della strage. Chiamate che avvisavano l’arrivo di un carico di droga: i poliziotti, però, avrebbero clamorosamente sbagliato auto. Quando si sono resi conto dell’errore hanno deciso di eliminare i deputati per evitare di essere smascherati.
Escluso il movente politico, quindi, già che uno degli uccisi era Eduardo d’Aubuisson, il figlio minore di Roberto d’Aubuisson, il leader dell’estrema destra salvadoregna, fondatore di Arena, il partito al potere e mandante dell’omicidio di monsignor Romero, che resta?. Tutto qui, quindi? Un errore di persona? Difficile da pensare.
Il presidente Saca, poi, continua a parlare di un messaggio chiaro ai partitari di Arena: http://www.laprensagrafica.com/nacion/723115.asp (qui l’audio). Una cosa è certa: siamo solo all’inizio di questo scandalo.http://luiro.blogspot.com/
CASO BETANCOURT A COMMISSIONE INTERAMERICANA DIRITTI UMANI
I familiari delle centinaia di ostaggi dei gruppi armati in Colombia, tra cui i parenti dell’ex-candidata alla presidente franco-colombiana Ingrid Betancourt, hanno espresso formalmente la loro contrarietà alle operazioni di riscatto militari dei sequestrati di fronte alla Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) a Washington. Lo ha riferito Santiago Cantón, segretario esecutivo del tribunale speciale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), annunciando che la Cidh esaminerà le querele presentate a partire da lunedì, quando inizierà il suo 127° ciclo di sessioni. È la prima volta, in particolare, che il caso della Betancourt, rapita il 23 febbraio 2002 dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), viene portato di fronte alla Cidh che a più riprese ha emesso negli ultimi anni condanne contro lo Stato colombiano per violazioni della Convenzione interamericana dei diritti umani. “i familiari degli ostaggi vogliono un accordo umanitario con i sequestratori. Una delle udienze del tribunale sarà interamente dedicata a questo tema” ha precisato Cantón, aggiungendo che su richiesta degli stessi parenti a Washington non sarà presente, per il momento, alcuna delegazione del governo di Bogotá. Parteciperà, tra gli altri, la madre di Betancourt, l’ex-deputata liberale Yolanda Pulecio. Mercoledì, alla vigilia del quinto anniversario del sequestro della dirigente dei Verdi, sequestrata con la sua segretaria Clara Rojas, il presidente Alvaro Uribe ha reiterato che le Farc “sono banditi e al governo non resta che rafforzare la sua offensiva”. http://www.misna.org/
| Il lato oscuro dell'impero irresistibile |
| Gli Stati Uniti nel nuovo millennio |
| di MARCO SIOLI |
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Ho partecipato, insieme a molte persone, alla presentazione del libro fresco di stampa della storica Victoria de Grazia – intitolato con acume L'impero irresistibile – che si è tenuta nei primi giorni di gennaio presso il museo di Storia contemporanea di Milano. Scoprire che anche il capoluogo lombardo ha un cuore che pulsa per i temi storici relativi alle Americhe mi ha piacevolmente sorpreso, anche se si è notata la mancanza di giovani e studenti che, seppur avvisati, continuano a disertare appuntamenti che non riguardano il loro tornaconto immediato, oppure esclusivamente il confronto politico legato all'attualità. Attratto dal tema, ma anche colpito positivamente dall'interesse del vasto pubblico, ho subito acquistato il volume della studiosa americana (1). De Grazia, che insegna alla Columbia University e ha al suo attivo numerosi studi sul fascismo italiano, è riuscita a comporre un mosaico complesso per tracciare le origini della cultura dei consumi che, a partire dal primo decennio del Novecento, è stata diffusa dagli Stati Uniti nel mondo occidentale seguendo il filo rosso di un impero commerciale privo di frontiere.
La presentazione del libro da parte di altrettanto autorevoli studiosi italiani ha concordato con la visione complessiva del volume, cercando di evidenziare l'evidente frattura tra gli Stati Uniti contemporanei impegnati in una sanguinosa guerra in Iraq e quelli del primo Novecento occupati invece – parafrasando le parole di un discorso pronunciato a Detroit dal presidente Woodrow Wilson nel luglio del 1916 – nella "conquista del mondo" (2). Una conquista effettuata non tanto manu militari, bensì con "mezzi pacifici", intendendo per pacifici dei mezzi che agiscono in un contesto di pace, ma non certamente meno aggressivi ed egemonizzanti di quelli militari. L'impero irresistibile non tratta tuttavia del mondo intero, bensì solo del confronto tra Stati Uniti ed Europa, come il sottotitolo in inglese – America's Advance through Twentieth-Century Europe – tiene a precisare: quindi una riflessione sull'anticipo della società americana rispetto all'Europa nel Novecento. Ma anticipo in che cosa, e soprattutto a vantaggio di chi?
L'impero della libertà
Se c'è stato un momento in cui gli Stati Uniti si sono mostrati in anticipo sui tempi, questo è avvenuto sicuramente all'epoca dei Padri Fondatori. La Dichiarazione di indipendenza approvata dal Congresso degli Stati Uniti il 4 luglio 1776 e redatta da Thomas Jefferson ha costituito una pietra miliare nel liberalismo occidentale con i suoi richiami a "certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità" (3). Viaggiatori europei come il lombardo Luigi Castiglioni si sono recati all'epoca in America per rendersi conto di questo evidente anticipo, scoprendo tuttavia che Jefferson non intendeva effettivamente "tutti gli uomini sono creati uguali", ma solo quelli bianchi (4). Nell'impero della libertà auspicato da Jefferson durante la sua presidenza e ideato per il ceto da lui prediletto – i piccoli coltivatori bianchi – gli afroamericani non avevano altro ruolo se non quello di schiavi, nonostante Jefferson avesse una plantation wife nera – Sally Hemings – e alcuni figli di colore impegnati nel lavoro servile nella sua Monticello (5).
Anche dal punto di vista politico le cose non andavano meglio e gli avversari venivano spazzati via dalle prime forme di spoil system, letteralmente le spoglie del nemico. Chi non faceva abiura della fede politica precedente veniva messo da parte senza incarichi e senza possibilità di sopravvivere nell'arena politica. Solo i sachem, che rappresentavano le nazioni indiane dell'Ovest, venivano ricevuti a Washington con grande rispetto e addirittura un'attenzione maggiore rispetto a quella riservata agli ambasciatori europei, e di questo il capo della diplomazia inglese negli Stati Uniti ebbe a lamentarsi (6).
Questo non significava che la nazione americana non dovesse espandersi verso Ovest a danno delle terre indiane, anche se all'epoca della presidenza di Jefferson l'esercito non contava che su poche migliaia di uomini. Sebbene aggressivo, come le spedizioni verso il Pacifico e nel Sudovest portate a termine tra il 1803 e il 1806 hanno testimoniato, l'impero della libertà di Jefferson non era militarista e i conflitti venivano risolti diplomaticamente. Ancora, anche se la fondazione dell'Accademia militare di West Point risaliva a quegli anni, alla sua direzione il presidente americano aveva posto un matematico, Jonathan Williams, che era anche a capo della Military Philosophical Society che Jefferson aveva affiancato all'accademia militare e per la quale aveva riadattato un motto latino "Scientia bellis, scientia pacis", riportato nel sigillo in inglese come "By science in war, peace is produced" (7).
L'egemonia delle armi e l'ossessione del controllo sociale
Come abbiamo evidenziato anche per la produzione delle scarpe nel numero scorso di golemindispensabile (link), è stata la Guerra civile americana, con la necessità imposta di fornire l'equipaggiamento a un grande numero di soldati, che ha portato le fabbriche del Nord a produrre con celerità centinaia di migliaia di armi, così come di uniformi e di calzature, razionalizzando la produzione e introducendo il sistema delle parti intercambiabili e la standardizzazione dei pezzi (8). Ma per continuare a produrre un numero elevato di armi anche dopo la fine della guerra, bisognava allargare il bacino d'utenza degli armamenti: non solo le altre nazioni in guerra nel mondo intero, ma anche la stessa società civile americana. Nel 1871 nasceva, ad opera di due ufficiali dell'esercito dell'Unione, la National Rifle Association (NRA), con il compito di mantenere la familiarità delle armi da parte dei cittadini americani anche in tempo di pace. L'anno successivo lo stato di New York contribuiva a sue spese a creare un poligono di tiro per i soci della NRA contribuendo con i denari pubblici ad avviare verso la china del successo un'associazione che sarebbe diventava una tra le più potenti organizzazioni americane in grado esercitare una pesante pressione lobbistica sul governo americano (9).
Questi erano infatti gli anni della presidenza di Ulysses Grant a cui si deve l'origine stessa dell'ampio uso del termine lobby. L'eroe della Guerra civile divenuto presidente nel 1869, perseguitato dallo spirito di Abraham Lincoln e osteggiato dall'onnipresente consorte per l'abitudine costante di fumare il sigaro che lo avrebbe portato a combattere questa volta con un cancro alla gola, era solito ricevere affaristi e politici nella lobby dell'Hotel Willard, nei pressi della Casa Bianca. L'atrio dell'albergo di Washington contribuì a creare e consolidare una parola che sarebbe entrata nel dizionario a significare un "gruppo di persone che sono in grado di influenzare a proprio vantaggio le decisioni governative". Nel lavoro sotterraneo per influenzare l'attività del governo americano, le fabbriche delle armi la facevano da padrone, influenzando le scelte politiche che avrebbero portato gli Stati Uniti a mantenere un ruolo di "nazione guerriera". Ma nella lunga fila dei lobbisti, che avevano elevato l'onnipotenza del profitto sull'etica sociale puritana, si potevano ritrovare i rappresentati di molte altre industrie che avrebbero contribuito all'affermazione degli Stati Uniti nel Novecento. Anche in questo caso possiamo evidenziare il lato oscuro di quello che si delineava come un "impero irresistibile": il controllo sociale esercitato – sia nel Sud, sia nel Nord degli Stati Uniti – da parte di gruppi nativisti che utilizzavano linciaggi e azioni violente per affermare il loro status sociale e imporre la legge dell'apartheid. Nel Sud era il Ku Klux Klan a gestire un controllo che impediva agli afroamericani di affermarsi. Nel Nord questo ruolo era ricoperto dalla Black Legion, alter ego del Ku Klux Klan e attiva negli stati industriale dell'Ohio, Indiana e Michigan (10). Uno dei centri di azione della Black Legion era Detroit dove operava tra l'altro la Ford Motor Company, e dove Woodrow Wilson, nel luglio del 1916, aveva pronunciato il celebre discorso sulla "democrazia degli affari" americana impegnata nella "conquista del mondo con mezzi pacifici".
Nello stesso giorno in cui tenne il discorso, il presidente americano visitò il modernissimo stabilimento della Ford di Highland Park, a bordo di un'autovettura guidata nientemeno che da Henry Ford in persona. Il celeberrimo industriale americano aveva creato la sua società che produceva automobili in modo artigianale nel 1903 e l'aveva portata al successo in un decennio grazie alle sue idee innovative sulla catena di montaggio e sul salario, elevato nel 1914 a cinque dollari al giorno quando il salario medio degli operai nell'industria automobilistica americana era di due dollari e mezzo: un successo epocale narrato in un breve libretto, pubblicato nel l922 e tradotto in un'infinità di lingue, dal titolo La mia vita e la mia opera, che "funse da Bibbia per Hitler" (11). Alle spalle di questo successo c'era anche l'attività di un Sociology department che permise ai manager della Ford Motor Company di entrare nelle vite private dei dipendenti dell'azienda: non solo veniva monitorato quello che succedeva nella fabbrica, ma anche nelle singole case dei lavoratori. I sociologi realizzavano ampie interviste che avevano gli oggetti più disparati – dalle finanze familiari alle questioni sessuali, dall'uso della lingua inglese nel privato alla pulizia personale – mentre gli operatori cinematografici spesso documentavano le visite nelle case dei dipendenti, esaltando i comportamenti delle famiglie più integerrime additate a modello collettivo. Mentre appesantita dai costi la Ford si decideva a smantellare il famigerato dipartimento nel 1921, provvedendo alla distruzione di migliaia di fascicoli riservati, il controllo sociale veniva posto sotto la responsabilità della società civile americana nel suo insieme, dove la Black Legion avrebbe continuato la sua attività illegale contro gli afroamericani e i nuovi immigrati sino al 1936, in pieno New Deal.
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Due detective di Detroit mostrano gli abiti e le maschere confiscate
ad appartenenti alla Black Legion. Prima di essere sgominata
dalla polizia nel 1936, l'organizzazione razzista che agiva nel
Nord degli Stati Uniti aveva commesso una serie di assalti e
linciaggi in Ohio, Indiana e Michigan. (Walter P. Reuther Library,
Wayne State University – al sito: faculty.washington.edu)
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Il controllo dell'informazione
Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt aveva contribuito a rafforzare sia il capitalismo americano, sia le strutture politiche democratiche negli anni in cui in Europa si affermavano i regimi totalitari. Ma nonostante gli sforzi di Roosevelt e quelli della sua consorte Eleanor, i lati oscuri dell'impero irresistibile permanevano. I linciaggi continuavano nel Sud e nel Nord anche se questa volta le istituzioni reagivano e i suprematisti bianchi iniziavano ad avere vita difficile. Le persecuzioni diventavano più sotterranee e meno evidenti, mentre una sorta di razzismo strisciante sostituiva quello palese dell'epoca di Wilson e cementava le regole dell'apartheid negli stati del Sud. Erano gli anni in cui si imponeva l'industria della pubblicità utilizzata da Roosevelt anche in termini politici per "chiarire agli occhi del mondo la schiacciante superiorità, morale e materiale, della visione occidentale dell'essere umano e della sua dignità" (12).
Alla morte di Roosevelt il New Deal cedette il passo al Fair Deal del successore Harry Truman che fece della ricerca "di un più elevato tenore di vita" uno dei suoi cavalli di battaglia, contribuendo a creare un modello americano dove "la libertà dei consumatori era la più fondamentale di tutte le libertà" (13). Ma anche in questo caso l'impero irresistibile ha mostrato un lato oscuro che ha preso il nome di "maccartismo", dal nome del senatore repubblicano del Wisconsin, Joseph McCarthy, che fu posto a capo di una sottocommissione per investigare le attività antiamericane. Anticipato da una serie di leggi federali e statali che miravano a colpire le attività sovversive, criminalizzando la propaganda e l'appartenenza a gruppi che rivendicavano una rivoluzione comunista, il maccartismo portò alla schedatura di milioni di individui e centinaia di organizzazioni. Era una legislazione da caccia alle streghe che si inseriva nel progetto politico e culturale della guerra fredda e che portava il Federal Bureau of Investigation (FBI) a spostare le sue funzioni dalla lotta contro la criminalità al controllo politico su singole persone e su gruppi. Ancora, la Central Intelligence Agency (CIA), istituita nel 1947, si impegnò nel controllare, coadiuvata dagli uffici postali e doganali, milioni di lettere e pacchi (14).
Proprio raccontando il maccartismo e mettendo in scena la vicenda del giornalista Edward Murrow, ma pensando alla contemporaneità, l'attore e regista George Clooney ci ha riproposto con il film Good night, and Good Luck la sua versione in bianco e nero di un periodo in cui le ombre nell'impero irresistibile sono state più ampie delle luci (15). Il programma della CBS condotto da Murrow, che iniziò ad andare in onda nel novembre del 1951, si caratterizzò subito per il suo nonconformismo: immagini in diretta, primi servizi girati tra i soldati americani impegnati nella guerra in Corea e analisi di singoli casi emblematici come quello del tenente Milo Radulovich che incrinò la credibilità di McCarthy mostrando che i suoi metodi inquisitori oltrepassavano "il confine che separa l'investigazione dalla persecuzione". Ma la domanda ancora attuale che si pone Clooney con la voce di Murrow è la seguente: "Di chi è la colpa? Non tutta sua. Non ha creato lui questa situazione di paura, lui l'ha solamente sfruttata e con notevole successo. Cassio aveva ragione: La colpa, caro Bruto, non sta nelle nostre stelle, ma in noi stessi" (16).
Pensare al maccartismo per riflettere sugli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, questo è il suggerimento di Clooney. Un suggerimento che è stato preso alla lettera da un gruppo di ricercatori della Sonoma State University per riaffermare, questa volta online, un progetto nato nel 1976 per monitorare i media americani e intitolato Project Censored. (link a www.projectcensored.org) Ancora una volta dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre, che hanno mostrato i servizi di intelligence statunitensi incapaci di prevenire gli attacchi, nonostante l'intenso lavoro della National Security Agency (NSA) che è impegnata – sin dall'epoca della guerra fredda – nel controllo delle comunicazioni del mondo intero e può contare su un bilancio annuale di oltre sette miliardi di dollari e un numero di dipendenti maggiore della CIA e dell'FBI messe insieme (17). «La libertà d'informazione nella società americana è in serio pericolo» scriveva Peter Phillips nell'introduzione al volume che riuniva venticinque storie tra le più censurate dai media americani all'inizio del XXI secolo e i «notiziari 24 ore su 24 ... sono strettamente collegati a varie fonti d'informazione governative e delle multinazionali» (18). "Chi influenza i media?", si chiedono i responsabili di Project Censored. La risposta è eloquente:
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«le pressioni sono esercitate dai pubblicitari, ben consapevoli del loro ruolo di finanziatori del sistema mediatico; dai proprietari dei media, che spesso sfruttano i propri canali d'informazione per deviare, o distogliere, l'attenzione a seconda di altri propri interessi economici; e dal governo, come è stato evidente specialmente lo scorso anno, durante il quale l'Amministrazione Bush ha fatto di tutto per promuovere la propria versione degli eventi e reprimere il dissenso» (19).
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Possiamo forse, a questo punto, rispondere alle domande iniziali concernenti l'anticipo della società americana rispetto all'Europa discusso nel volume L'impero irresistibile con il quale abbiamo esordito. Un anticipo nell'ingerenza nelle vite dei singoli cittadini esercitata con forme di controllo, con la pubblicità e con la manipolazione dell'opinione pubblica; un anticipo che è stato però realizzato a discapito di una società civile, controllata e schedata, che tuttavia non ha esitato e non esita tuttora a risorgere per mobilitarsi contro l'impero delle armi e del controllo sociale.
Note
1. Victoria de Grazia, L'impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Einaudi, Torino, 2006.
2. Ibid., p. xiii.
3. Tiziano Bonazzi, a cura di, La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America, Marsilio, Venezia, 1999, p. 69.
4. Luigi Castiglioni, Viaggio negli Stati Uniti dell'America settentrionale, a cura di Marco Sioli, Selene, Milano, 2006.
5. Si veda nello specifico Rhys Isaac, "Monticello Stories Old and New", in Jan Ellen Lewis e Peter Onuf, Sally Hemings and Thomas Jefferson. History, Memory, and Civic Culture, University of Virginia, Charlottesville, 2000.
6. Marco Sioli, Esplorando la nazione. Alle origini dell'espansionismo americano, Ombrecorte, Verona, 2005, pp. 66-67.
7. Ibid., p. 179.
8. Bruno Cartosio, Gli Stati Uniti contemporanei, Giunti, Firenze, 2002, p. 11.
9. Una breve storia della National Rifle Association è reperibile al sito nrahq.org/history.asp.
10. Per quanto riguarda il Ku Klux Klan si veda il volume di William P. Randel, Ku Klux Klan: un secolo d'infamia, Mursia, Milano, 1966 . Sulla Black Legion si veda invece l'articolo di Peter Amann, "Vigilante Fascism: The Black Legion as an American Hybrid", Comparative Studies in Society and History, vol. 25 (1983).
11. Victoria de Grazia, L'impero irresistibile, op. cit., p. 97.
12. Ibid., p. 257.
13. Ibid., p. 369.
14. Sul periodo maccartista si veda il volume, sfortunatamente fuori stampa e difficile da reperire, di Bruno Cartosio, Anni inquieti. Società, media, ideologie negli Stati Uniti da Truman a Kennedy, Editori Riuniti, Roma, 1992.
15. Interessante è il sito ondine dedicato al film: wip.warnerbros.com/ goodnightgoodluck.
16. Ibid., p. 76.
17. Nicky Hager, La NSA, dall'anticomunismo all'antiterrorismo, "Le Monde diplomatique", novembre 2001, p. 10.
18. Peter Phillips e Project Censored, Censura. Le notizie più censurate nel 2003, Nuovi Mondi Media, Ozzano dell'Emilia, 2003, p. 14.
19. Janine Jackson, Peter Hart e Rachel Coen, "Come il potere modella le notizie", in Peter Phillips e Project Censored, Censura, op. cit., p. 230.
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http://www.golemindispensabile.it/Puntata64/articolo.asp?id=2205&num=64&sez=718&tipo=&mpp=&ed=&as=
| Ruanda, i conti col passato |
| Ottomila implicati nel genocidio Tutsi in libertà, il Paese si spacca |
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La notizia era attesa da settimane, ma non per questo l’effetto è stato meno dirompente. Nei giorni scorsi, le autorità ruandesi hanno liberato ottomila prigionieri coinvolti nel genocidio del 1994, in occasione del quale le milizie Interahamwe massacrarono, in meno di cento giorni, più di 800 mila persone tra Hutu moderati e Tutsi. Una decisione, quella della liberazione, presa per decongestionare le carceri e favorire la riconciliazione ma che, visti i precedenti, preoccupa i sopravvissuti al genocidio. A 13 anni dalla tragedia, il Ruanda si trova ancora a fare i conti col passato.
Liberazioni. Dal 2003, anno in cui il presidente Paul Kagame decise di liberare a scaglioni parte delle persone coinvolte nel genocidio, 60 mila persone sono state rilasciate. Secondo il governo, la maggior parte di queste sarebbero state liberate per questioni di salute o di età, “ma tra di loro ci sono anche persone già condannate, che hanno scontato buona parte della pena, e altre in attesa di giudizio, che hanno però confessato i loro crimini e chiesto perdono”, riferisce a PeaceReporter Arthur Asiimwe, giornalista ruandese contattato telefonicamente. I beneficiari non sono comunque tra gli imputati di primo livello, quelli cioè resisi responsabili dei maggiori crimini, assicurano le autorità. La liberazione dei prigionieri ha suscitato molte perplessità tra le famiglie delle vittime del genocidio, che temono per la propria incolumità. “E’ successo che, in passato, alcune centinaia di persone tra quelle liberate abbiano ucciso testimoni scomodi o distrutto le prove della loro colpevolezza – continua Asiimwe – per questo il provvedimento suscita preoccupazione. C’è anche la possibilità che alcuni degli ex-prigionieri vogliano vendicarsi di chi, testimoniando, ha contribuito alla loro condanna, anche se è una possibilità remota”.
Gacaca. L’eredità giudiziaria del genocidio non si è ancora conclusa. I responsabili, o presunti tali, dei massacri, sono stati divisi in tre gruppi: un primo gruppo è finito ad Arusha, in Tanzania, dove ha sede il Tribunale Internazionale per il Ruanda organizzato dalle Nazioni Unite, il quale ha finora condannato 26 tra i più alti responsabili del genocidio e che dovrebbe cessare le attività nel 2008.
Altri sono stati giudicati dai tribunali statali ruandesi, altri ancora dalle corti gacaca, sorta di tribunali popolari creati per affrontare i casi meno eclatanti con procedure giudiziarie più veloci, visto che alcuni imputati hanno dovuto attendere in carcere più di dieci anni prima di essere processati. “Le corti gacaca sono state molto criticate – prosegue Asiimwe – perché chi le componeva erano capi villaggi e anziani, e non avvocati o giudici. Ma è anche vero che hanno permesso a tutti di avere un processo, togliendo molte responsabilità al sistema giudiziario statale che era arrivato al collasso”.
Riconciliazione. A riaprire antiche ferite ha contribuito, lo scorso novembre, la decisione di un giudice francese di incriminare alcuni fedelissimi dell’attuale presidente ruandese Paul Kagame per l’assassinio del presidente Juvenal Habyarimana nell’aprile 1994, assassinio che scatenò il genocidio. Kagame non ha apprezzato la decisione, arrivando a rompere lo scorso novembre le relazioni diplomatiche con la Francia e accusandola di connivenza con il regime Hutu, responsabile della pianificazione del genocidio. Ma a parte le dispute sul ruolo di Parigi nella tragedia del 1994, all’interno del Paese il processo di riconciliazione prosegue bene, soprattutto grazie al lavoro fatto dalle autorità sui giovani. “E’ molto soddisfacente sentire la gente non definirsi più Hutu o Tutsi, ma ruandese – conclude Asiimwe – perché solo questo permetterà una vera riconciliazione. E’ stato fatto un ottimo lavoro di educazione soprattutto con le giovani generazioni, quelle che non hanno vissuto il genocidio. Solo così il Ruanda potrà assicurarsi un futuro di pace”.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7388
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Soldato USA condannato a 100 anni per stupro e omicidio in Iraq
di Rico Guillermo
Un soldato USA, Paul Cortez, e' stato condannato a 100 anni di prigione per aver partecipato con quattro commilitoni alla pianificazione ed alla realizzazione dello stupro di una irachena quattordicenne, poi uccisa con tutta la famiglia, fra cui la sorellina di 6 anni. Il caso aveva destato indignazione nella popolazione irachena e determinato una richiesta delle autorita' di Baghdad di fare chiarezza e punire i responsabili.
Il sergente era in predicato per la condanna a morte, ma ha ottenuto dalla corte militare una condanna diversa (che consente di chiedere la liberta' sulla parola dopo 10 anni) dichiarandosi colpevole e promettendo di collaborare con i giudici per chiarire le responsabilta' degli altri tre. Prima di lui, infatti, aveva scelto di collaborare con l'autorita' giudiziaria militare un altro soldato, condannato a 90 anni. Entrambi saranno radiati dall'esercito con disonore, mentre altri due soldati devono ancora essere processati dalla Corte militare per gli stessi reati.
Come ammesso da Cortez in tribunale, i cinque avevano progettato di violentare una donna di Mahmudiyah, a sud di Baghdad, e si erano introdotti in casa della ragazzina ubriachi. Avevano poi chiuso i genitori e la sorella della vittima in un'altra stanza, stuprando a turno la ragazzina, prima di ucciderla e dare fuoco al corpo. Secondo la ricostruzione di Cortez, prima di cio' un altro dei soldati, Steve Green - presentato come l'istigatore - aveva sparato ai familiari della giovanetta. Green si era gia' congedato dall'esercito e sara' processato in un tribunale civile.
www.osservatoriosullalegalita.org
febbraio 23 2007
Quello che i dodici punti non dicono
Leggo i dodici punti non negoziabili che il presidente Prodi ha proposto come condizione per accettare di tornare a dirigere il governo. Avrei voluto leggerne quindici.
1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero».
2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».
3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».
4. «Programma per l'efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».
5. «Prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle professioni».
6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».
7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».
8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli enti previdenziali».
9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l'estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».
10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».
11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo».
12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».
13. «Rapida soluzione della normativa sul conflitto di interessi».
14. «Riforma del sistema delle televisioni e delle telecomunicazioni in un senso finalmente razionale».
15. «Riforma del sistema elettorale per ridare ai cittadini un minimo di influenza».
http://blog.debiase.com/
E si sono dimenticati la legge elettorale.

Dopo 281 giorni di Governo basato su un programma di 281 pagine (da notare la straordinaria coincidenza!), hanno capito che per governare non serve una pagina di programma al giorno!
E quindi se vuoi governare 5 anni non serve un programma di 1825 pagine e hanno fatto il riassunto in 12 punti.
Ecco dunque i 12 punti
Ma sono davvero 12 i punti?
A me sembra che siano al massimo 9, non si può certo dire che i punti 10,11,12 possano essere chiamati “punti di uno stringatissimo programma di un Governo fatto per durare”, ma al massimo ap-punti di lavoro.
Certo l’incompatibilità tra le cariche non è esattamente un appunto, ma non ha di certo il peso politico di un punto di programma di Governo.
Quanto ai paragrafi 10 e 11 c’era davvero bisogno di arrivare a mettere nero su bianco, dandogli pari dignità alla politica estera e alla riforma delle pensioni, il fatto che il Governo precedente ha sbagliato tutto in fatto di comunicazione?
Leggendo questa cosa mi è venuto il dubbio che forse non si fosse trattato tanto di un problema di comunicazione quanto di logica e senso delle cose.
Da notare inoltre che questa volta si sono ricordati della Tav (la scorsa volta in 281 pagine non erano riusciti a far entrare questa parola piccola piccola) e che si sono giocati gli ultimi tre punti in cavolate per non scrivere qualcosina su:
1. Dico, 2. Legge elettorale, 3. Riforma del pubblico impiego
Ovvero le tre cose su cui Prodi si era impegnato da dicembre a oggi.
I comunisti comunque hanno risolto non Diliberto ma un cert Frosini ha dato un pugno a Rossi.
Marta Meo
http://www.campodellunione.org/
Maledetti piccoli uomini
Ce l'ho con quelle teste di cazzo, quelle facciacce brutte buone per il batticarne, che alla notizia del governo caduto, battuto, dimesso, erano distorte dalla felicità, evvai! viva! bis!, come se vivessero nel Kurdistan, loro, o nel Klondike o su Venere. Ce l'ho con tutti quei senzadio, senz'anima e senza cervello che si dimenano come vermi all'amo urlando, bofonchiando, VOMITANDO cose come "io l'avevo detto che...", "beato chi a votare non c'è andato..." e via dicendo, perché costoro non si rendono conto, non capiscono, non maturano l'idea che proprio per colpa di questi ermafroditi, questi indecisi, questi oscillatori dimmerda, questi bisessuali che nemmeno si prendono la briga di scegliere: o in culo in figa, esattamente per colpa di questa gente sempre in mezzo alla strada, è per colpa loro se adesso l'Italia è quella che è, ovvero un Paese senza un governo a governare e senza un governo all'orizzonte, nemmeno uno.
Ce l'ho con quelli che adesso sì che si ragiona, si respira, come se la sola sottilissima idea di riaprire le porte a una forma anche protozoica di berlusconismo possa servire a qualche cosa, se non a sprofondare definitivamente. No, non credo che Berlusconi sia il male assoluto, e smettela VOI di ridurre a questo il ragionamento. Credo anzi che Silvio abbia molte meno colpe dei berlusconini suoi adepti, loro sì che sono il male assoluto, ecco, il berlusconismo, questo è il male assoluto, un certo atteggiamento vivissimo, per carità, anche in certe frange sinistrorse, anche in persone molto vicine a me, quello sì è il male assoluto; culi flaccidi che si sollevano da poltrone che hanno ospitato ben altri uomini in passato e lanciano in aria giornali, carte, bisbocciano e urlano, fanno il gesto dell'ombrello in diretta televisiva, ridono, tra loro c'è di tutto, ex galeotti, pregiudicati, rincoglioniti, depravati. Questo è il male assoluto: il fatto che gente così esulta, gioisce, va a mignotte e VOI dite che va tutto bene, dite che era ora, dite che adesso sì. In culo.
Ce l'ho con i pacifisti del cazzo, questi pacifisti con kefie e canne in bocca che si radunano in piazza al suono maledetto delle canzonette di John Lennon e a cui non glienefregaunbeneamatocazzo della base o non base di Vicenza: è solo gente che preferirebbe sentire bene il televisore la domenica pomeriggio, e non aeroplani sorvolare a bassa quota le loro infrastrutture abusivissime. Ce l'ho con i fiorellini, con gli anti-americani, con quelli che il Cermìs, con chi crede che il mondo sia tutto qui, tutto in Italia, no peggio, tutto entro il G.R.A., mentre l'Italia io la farei saltare in aria seduta stante e osserverai dall'alto, al sicuro su una mongolfiera, affondare nel Mediterraneo tutto il marmo di Carrara, il Colosseo, le tele di Leonardo. Ce l'ho con i peace & love, come se bruciare tutte le armi in un sol momento possa mai servire a niente, come se l'uomo non comincerebbe a massacrarsi a morsi, a bastonate, a colpi di pisello a suon di retorica. Volete meno morti nel mondo: ottimo, cominciate a vietare per legge le famiglie, ché lì sì che si fanno i morti innocenti veramente. Altro che DiCo. È l'amore che bisogna vietare: quello sì che ammazza come e quanto Kabul. Personalmente ho capito che, se voglio stare al sicuro, è dentro uno stadio che vado.
Ce l'ho con questo paese e con tutti quelli che hanno il coraggio di gioire davanti al Disastro Politico, come se fosse una questione di roma e lazio, di totti e di di canio, di beatles e rolling stones: ce l'ho con i politici che ho votato, perché si stava per andare vicini così a un governo appena appena decente. Già se ne sentiva l'odore: condividevo tutte le riforme, ogni singolo passo di Bersani, m'era piaciuto perfino - e dico perfino - il discorso di D'Alema, quello prima della catastrofe al Senato. Ce l'ho con tutti quei maiali - perché siete maiali - che lamentano 65 euro in meno in busta paga, e vanno a sbattere i pugni, tutti e due, sul cruscotto in radica della bentley azzurrina parcheggiata in doppia fila (scena realmente accaduta); ce l'ho con tutti quelli che ne stanno facendo un fatto personale, tipo: ve l'avevamo promesso, e adesso a casa, roba che nemmeno sui peggiori ring di pugilato sottoclou.
Ce l'ho con voi, piccoli uomini: qualsiasi cosa sia successa e stia succedendo siete voi che dovete fare un passo indietro. Io non voglio sentire cazzi.http://www.noantri.splinder.com/post/11085950/Maledetti+piccoli+uomini
Nel trafugare il cadavere del primo governo Prodi,
l'assassino ha lasciato troppi indizi,
ed è facile risalire alla sua identità,
alle sue diverse identità.
Oltre ai due dilettanti allo sbaraglio Franco Turigliatto e Fernando Rossi
le liste dei candidati eletti sono state stilate dai segretari dei partiti,
quindi colpevoli di aver messo al senato i due vergognosi irriducibili sono rispettivamente Bertinotti e Diliberto.
Secondariamente,
continuo a non comprendere,
e se lo chiede pure Prodi,
perchè Massimo D'Alema con i suoi aut aut degli ultimi giorni abbia voluto vincolare l'intero governo all'approvazione del suo decreto (sebbene importante).
Oltre a questo,
una chiusura sempre più evidente alle istanze della base elettorale del ministro degli esteri e da diverse altre componenti del governo non ha certo giovato alla compattezza della maggioranza.
Un esempio su tutti,
Padoa-Schioppa che dichiara
strafottendosene di un movimento di protesta composto da migliaia di cittadini,
alla maniera del peggior berlusconi nella precedente legislatura.
metafore di poteri forti che dal governo prodi non si sentivano rappresentati,
e vale dire:
Cossiga--------> U.S.A.
Andreotti-----> Chiesa
Pininfarina---> Industria
La loro astensione, nonostante gli ultimi due avevano garantito il voto,
è stata decisiva.
Infine,
non possiamo scordarci di quest'uomo,
fissate questo volto,
pardon,
questa faccia di cxxo:
sergio de gregorio foto image
Sergio De Gregorio,
uno dei tanti traditori della politica italiani,
eletto senatore nella file dell'Italia dei Valori
(Di Pietro colpevole!)
è passato immediatamente all'opposizione
e sistematicamente vota contro il governo nella cui coalizione è stato eletto.
eiene di pietro video download iene scarica
Se lo incontrate per strada,
salutatemelo affettuosamente.
Chi va al mulino, Pininfarina
di Marco Travaglio
Mentre «l’onorevole professor Romano Prodi» rassegnava le sue dimissioni nelle mani del capo dello Stato in un colloquio di 20 minuti «grave e asciutto», mentre migliaia di elettori esausti e inferociti tempestavano le redazioni e le segreterie dei partiti per esternare i sensi di tutto il loro schifo, la consueta compagnia di giro sciamava nei vari boudoir televisivi per una promettente seratina-nottatina di cazzeggio sottovuotospinto. Particolarmente apprezzato, non so più se chez Vespa o chez Mentana, ormai perfettamente intercambiabili, il siparietto del Politomargherito, del Vladimirluxuria e del Paolocento dal cognome francamente eccessivo (basterebbe e avanzerebbe un Dieci) che disillavano stravaccati sui divanetti bianchi i sapidi retroscena della catastrofe. «Non sapete con che auto è arrivato Pininfarina, ah ah!». «E cos’è successo quando si è seduto nei banchi del Polo, ah ah!». «Per non parlare di quando è arrivato Zanone per dirgli di votare sì, ah ah!». Le risate, signora mia, le risate! In ossequio al detto di Flaiano «la situazione è grave ma non seria», alcuni dei protagonisti, anzi delle comparse dell’ennesima debacle intrattenevano gli elettori attoniti e sgomenti con aria ridanciana, come se stessero parlando di un film appena visto al cinema, di un vaudeville al teatro, comunque di un qualcosa che non li riguardava ma li divertiva un sacco. Si capiva benissimo che, Prodi o non Prodi, governicchio o governissimo, loro saranno sempre lì, morbidamente assisi: anzi, una bella crisi ogni tanto elettrizza il clima, alza l’audience e costringe i bravi conduttori a invitare loro anziché la compagnia della buona morte sul delitto di Cogne o sulla strage di Erba. Averne, di crisi così ricche di retroscena, aneddoti, storielline carine: con tutto quel bendidio si staziona in tv per qualche altra settimana a commentare consultazioni, esplorazioni, indiscrezioni, dichiarazioni. Sempre meglio che governare. Così la gente si convince che sono tutti uguali, che è tutto un magnamagna e che ci meritiamo Berlusconi. Il quale, dal canto suo, dimostra già vent’anni di meno in perfetta sintonia col rialzo del titolo Mediaset in borsa e ha buon gioco a pontificare sull’inaffidabilità dei comunisti, ai quali - con un tocco di classe - insegna la «coerenza morale». Poi rassicura: «Casini non va da nessuna parte, me l’ha garantito personalmente il nostro amico siciliano Totò Cuffaro» («e io allora che ci sto a fare?», avrebbe commentato piccato Marcello Dell’Utri, reduce dai trionfi dei falsi diari del Duce). Così chi, fino all’altroieri lo dava per morto e lo proponeva addirittura come senatore a vita è servito. Il resto è vacuo chiacchiericcio sul complotto dei «poteri forti» - la spectre Vaticano-Amerika-Confindustria - che avrebbe subornato i compagni Andreotti, Cossiga e Pininfarina su cui i professionisti della politica, quelli che ci capiscono, contavano moltissimo. «Sono mancati i voti di Andreotti e Pininfarina», osservava stupefatta Anna Finocchiaro, che pure in mattinata pareva rincuorata dall’arrivo dell’industriale. Come se Pininfarina fosse un operaio delle presse e Andreotti non fosse l’ex candidato di Bellachioma alla presidenza del Senato. Per non parlare di Cossiga, che ci aveva pure fatto la grazia di dare le dimissioni da senatore a vita, ma l’Unione le aveva astutamente respinte. «Ma come, Andreotti aveva assicurato il suo appoggio», diceva costernato Nicola Latorre, che crede ancora alla parola di Andreotti e, probabilmente, anche alla Befana. Come pure Mastella, che mesi fa annunciava un Andreotti ormai conquistato alla causa («Dobbiamo fargli un monumento, altro che parlare della sentenza di Palermo») e ora lo difende ancora, accusando la maggioranza (di cui lui fa parte): «Facciamo la guerra agli Usa, attacchiamo il Vaticano e abbiamo nei dintorni qualche epigono del terrorismo». Berlusconi o Calderoli non saprebbero dire meglio. Resta da capire perché Blair possa ritirarsi dall’Iraq, mentre noi non possiamo nemmeno discutere dell’Afghanistan. Enzo Carra, il teodem condannato, sta già alla cassa: «Intanto abbiamo affossato i Dico». Ma bravo, complimenti vivissimi. Insomma, gl’insulti giustamente piovuti sulle eventuali teste del trotzkista Turigliatto e del signor Rossi dell’Officina Comunista andrebbero condivisi con tanti, troppi.
Poi, fuori dal palazzo e dai salotti, ci sarebbe la signora Giuliana Vaccari, che scrive implorante all’Unità: «Chi vi ha votato vive con mille euro al mese. Siate seri». Ma chi cazzo si crede di essere, questa qua?www.unita.it
Padoa-Schoppa: me l'aspettavo
Stefano Lepri
La Stampa
Occorre concepire il potere come un capitale che si impiega al meglio e che si restituisce quando richiesto» è il pensiero di Tommaso Padoa-Schioppa, nel guardare indietro ai nove mesi del governo Prodi 2. E gli pare che la politica economica sia il campo in cui l’attività del governo ha raccolto giudizi migliori; sul Wall Street Journal, il grande quotidiano americano orientato a destra, gli ha fatto piacere ieri mattina leggere che «la legge finanziaria 2007 è riuscita a migliorare i conti pubblici italiani dopo diversi anni di deficit incontrollati sotto il governo di Silvio Berlusconi».
«Un po’ se l’aspettavo che finisse così». In pubblico, con un costante esercizio di ottimismo della volontà, fino a ieri il ministro dell’Economia esponeva ragionamenti a difesa dell’anomalia italiana: essere riusciti a coinvolgere la sinistra estrema nella razionalità del governo. Gli era riuscita bene l’immagine della vinaigrette, piacevole mistura di Ulivo e di acetico rosso della sinistra estrema. Ma nel frattempo teneva gli occhi ben aperti sull’estrema fragilità dell’esperimento, contemplando «stupito» i furori ideologici che erompevano su un tema lontano dalla vita quotidiana dei cittadini come la politica estera.
Di difenderlo ancora, come generoso tentativo ora bloccatosi, gli è toccato di farlo ieri l’altro, a Francoforte, quando la notizia della crisi di governo lo ha raggiunto «in diretta» mentre veniva intervistato dalla redazione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine. Ai suoi interlocutori ha raccontato di aver visto ogni volta erompere, dopo i momenti in cui si riusciva a raggiungere una sintesi, le forze centrifughe di chi voleva segnare un punto di visibilità, piantare una bandierina: «decisioni convergenti, comunicazioni divergenti».
«Sulla politica estera il governo potrebbe non reggere» già un paio di settimane fa il ministro dell’Economia aveva confidato ai suoi collaboratori. Nelle questioni di competenza sua, concrete, definibili, avvertiva la tendenza a tirare sempre più la corda, da parte di tutti - ultima, uno sciopero degli statali proclamato dai sindacati senz’altro motivo che il ritardo nel convocarli - e nello stesso tempo conservava «la fiducia nel buonsenso» delle parti in causa. Trasferite nella politica estera, le tensioni potevano, in mancanza di un ancoraggio al reale, più facilmente scappare di mano.
Non si era illuso che una volta messa alle spalle la legge finanziaria il cammino sarebbe diventato più facile: «anzi, più difficile». La manovra 2007 era passata grazie a quattro motivi combinati: la gravità dei numeri, la procedura europea di deficit eccessivo, i tempi definiti della sessione di bilancio, la misurabilità dei risultati. Dopo, il governo Prodi ha dovuto procedere senza obblighi esterni, senza scadenze prefissate. Segni di scollamento Padoa-Schioppa li ha percepiti da subito, sulle pensioni, quando i due partiti comunisti, «invece di delegare ai sindacati la ricerca di un compromesso», hanno cominciato a rialzare la posta, perfino in competizione tra loro.
Questo ha riaperto la partita, con il rischio forte di scaricare nuovi oneri sulla finanza pubblica, disfacendo una parte del lavoro compiuto. Sulle pensioni si sarebbe forse ripetuta la prova più dura della politica per un uomo che ci è arrivato dopo quarant’anni di «servizio dello Stato»: trovarsi di fronte interlocutori che rinnegano la parola data. Aveva rimproverato alla Confindustria di averlo fatto a proposito del Tfr, gli sarebbe toccato di rimproverarlo ai sindacati a proposito del memorandum di intesa sulle pensioni.
Sono tanti i dossier difficili che restano aperti sui tavoli del ministero dell’Economia; dopo aver cominciato la giornata di lavoro alle otto, nel segno del business as usual, Padoa-Schioppa ha fatto il punto nel pomeriggio con Romano Prodi. I quattro impegni che si proponeva di portare a termine entro la prima metà dell’anno erano, oltre alle pensioni, l’Alitalia, il federalismo fiscale, il pubblico impiego, la riforma della legge finanziaria. Al momento, lo sforzo è di portarli avanti il più possibile.
Metti via quel flagello, e cammina
Ieri, il buon vecchio pezzo di Serra sulla sinistra autolesionista. È piaciuto a tutti. Se lo strappavano di mano i colleghi, in sala insegnanti. Qualcuno ve l’avrà pure spedito via mail. Bello, per carità, giusto, giustissimo, sennonché.
Sennonché, continuare a raccontarci quanto siamo autolesionisti è parte integrante dell’autolesionismo. Non risolve il problema, anzi. A volte può essere fuorviante: in questo caso lo è di sicuro. Due voti in più o in meno in Senato non avrebbero risolto nulla: la maggioranza in Senato è inconsistente, e non da oggi. Perché l’autolesionismo idealista di Rossi e Turigliatto dovrebbe avere più importanza dell’opportunismo bieco di un De Gregorio, dell’ambiguità di un Andreotti, persino dell’influenza di Scalfaro? Anche questi erano voti su cui si contava. Ma noi insistiamo a guardare a sinistra, ai cavalieri dell’Ideale. Non è un obiettivo un po’ facile?
È vero, ce lo ricordiamo tutti il ’98. Fin troppo bene. Eppure la situazione oggi è diversa. Nel 1998 il Prodi Uno non fu abbandonato da un paio senatori intransigenti, ma da un partito intero (anzi, nemmeno intero: Rifondazione si spezzò in due). Il motivo non fu la guerra nei Balcani, come qualcuno continua a dire, ma una serie di rivendicazioni economiche oggi quasi incomprensibili (le 36 ore). Ad accostare il 1998 e il 2007, c’è da scoprirsi ottimisti: nove anni fa i Cavalieri dell’Ideale erano un’orda, oggi un paio di cani sciolti. Allora forse è il caso di piantarla, per un po’, con la favola dell’autolesionismo e dell’idealismo, e accorgersi di quanto è maturata nel frattempo la sinistra italiana. Sì: persino gli idealisti crescono. A furia di autocriticarsi, crescono.
Ieri le facce più arrabbiate erano quelle di Giordano e Diliberto: niente di paragonabile al Bertinotti duro e puro che mandava a casa Prodi nove anni fa. Ma non sono soltanto Giordano e Diliberto: è la base che non ci crede più, alla favola dei duri e puri. Così come non crede alla favole delle zone rosse. Se la piantassimo di intonare autocritiche a ogni infortunio, forse ci accorgeremmo che il movimento pacifista italiano non è solo uno dei più consistenti nel mondo, ma è anche uno dei meno violenti e velleitari. Prima o poi riusciremo anche a sfruttare questa forza enorme e tranquilla per qualcosa di buono. Ci vorrà del tempo e ci vorranno facce nuove. Ma le autocritiche infinite forse non servono più. (Anche perché di solito, le autocritiche a sinistra vanno così: si condanna D’Alema, si perdona D’Alema e si riassume D’Alema).
C’è un tempo per l’autocritica e un tempo per l’autoincoraggiamento. Stavolta direi che puoi andare tranquilla, sinistra: non è stata colpa tua. Non puoi pensare a tutto tu, mentre metà del Paese si crogiola nel desiderio infantile di mandare a casa il mortadella. Ci sarà sempre un’esigua percentuale di cani sciolti, di serpi viscide, di senatori influenzati. Tu hai fatto quel che hai potuto, e adesso dovrai fare molto di più.
Nei prossimi mesi (mesi?) avremo un governo ancor meno di sinistra di quello che c’è stato fino ad oggi. Uno spazio che fino a ieri c’era, per discutere di Dico o di Tav, si è chiuso. Colpa di Rossi e Turigliatto? Se vi fa sentire bene, potete prendervela con loro.
Ma è inutile prendersela con sé stessi. La maturità comincia dove finiscono i piagnistei: se volete comincia adesso. Dipende sempre e solo da noi.http://leonardo.blogspot.com/
Nuovi elettori
Ho passato il pomeriggio a cercare di strafogarmi di cioccolata. I miei trigliceridi sono diventati maggiorenni.
Almeno posso mandarli a votare alle prossime elezioni.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
La paura del nano
Noto, con mio sommo dispiacere, che gli argomenti riportati nella maggior parte dei messaggi riguardano la paura del ritorno del “Nano d’Arcore”.
Invece di parlare di ciò, perché non troviamo un sistema che impedisca alle segreterie di partito di inserire nelle liste elettorali le solite “teste di cazzo” e le costringa a presentare solamente persone volute dalla base?
Quando parlo di “teste di cazzo” non mi limito a quello che comunemente si crede ma mi riferisco a tutta l’Unione da Mastella a Caruso non salvando nessuno, perché tutti, chi più chi meno, hanno tradito il programma che noi, poveri ingenui, abbiamo votato.
Dobbiamo dare un segnale forte.
Credo che dobbiamo rifarci alle tradizioni di una tribù amazzonica che quando non vede esaudite le sue preghiere, toglie dall’altare i propri dei, li bastona di santa ragione e poi li rimette al loro posto.
Vincenzo.
laz-volontari@perlulivo.it
Prodi si dimette e Berlusconi incassa in Borsa
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di Salamandra - da articolo21.info
Piange il popolo del centrosinistra, ride il padre-padrone del centrodestra! A partire dalla dichiarazione del Presidente del Senato della sconfitta del governo Prodi sulla politica estera, enunciata dal ministro degli esteri e vice-premier D'Alema, il titolo Mediaset, di proprietà del leader della Casa delle libertà, Berlusconi, ha cominciato a schizzare in alto nel listino della Borsa, a Piazza Affari, Milano.
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La Borsa italiana, in linea con le altre europee, a fine contrattazioni ha perso dello 0,81%, mentre il titolo di Sua Emittenza ha guadagnato l'1,44%, salendo da 9,02 euro a 9,15, con un volume di scambio superiore una volta e mezza rispetto alla media degli ultimi tre mesi.
E' chiaro il messaggio degli ambienti finanziari speculativi: con la crisi di governo come scenario, la legge Gentiloni di riordino del sistema radiotelevisivo non si riuscirà a fare e, quindi, la scuderia Berlusconi continuerà a fare guadagni d'oro, grazie alla legge-salvagente Gasparri. Non solo, ma con l'ipotesi di elezioni o di un allargamento della maggioranza al centro, e di conseguente il taglio delle "ali radicali" a sinistra, anche la ventilata ipotesi di riforma della RAI, prospettata dal ministro Gentiloni, verrebbe bloccata. E così la RAI, che già martedì scorso aveva assaggiato un "antipasto indigesto" della crisi strisicante politica, con il blocco del pacchetto delle nomine proposte dal Direttore generale Cappon, si ritroverà catapultata nelle sabbie mobili dell'immobilismo gestionale ed industriale.
Insomma, con la crisi di governo si accentueranno certo le difficoltà economiche della società civile, ma crollerà anche l'affidabilità internazionale del nostro paese. Mentre a guadagnarci sarà il cosidetto "partito del conflitto di interessi", che si gioverà dell'assenza di una legge specifica antitrust (come invece nel programma del centrosinistra era prevista per i primi "cento giorni"!), di riforma di sistema delle telecomunicazioni, di revisione dell'attuale legge-truffa elettorale.
Il rischio per una società democratica complessa come la nostra è che in questo periodo di grave crisi "al buio" l'opinione pubblica non abbia strumenti obiettivi di informazione, dopo cinque anni e più di regime mediatico berlusconiano. E questo avviene in un momento in cui in Italia assistiamo al rimescolamento delle alleanze e degli assetti societari dei "poteri forti" economico-finanziari-industriali, quegli stessi che controllano i grandi mezzi di informazione e che determinano anche fortune e sconfitte di gruppi politici.
da articolo21.info
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| La settima mossa |
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Sono e resto un ottimista. Alla faccia di tutto. E apprezzo le sei mosse che il Governo ha presentato lunedì in tema di energie alternative, di efficienza e di risparmio energetico. Anche se sono in sostanza i numeri (piccolini) della Finanziaria, la lenzuolata verde mi è piaciuta.
Faccio i miei più sentiti auguri all'italiano che in assoluto stimo di più: il mio Maestro e caro amico (e un onore) Pasquale Pistorio, un grande combattente. Vai Pasquale!
Nel mio piccolo ho rotto le balle perchè ci si mettesse di più. Ma tant'è, ok. E' almeno stata comunicata bene (per una volta) trasmettendo una sensazione (vitale) di svolta.
Bisogna a volte contarsela su, ed è giusto (anche con i pochi soldi disponibili) mettere in moto aspettative positive. Il massimo possibile.
Però a Romano una cosetta la chiedo. Quando riuscirà a tirare fuori la testa da questo assurdo ginepraio politico in cui un paio di fanatici ci hanno inutilmente cacciati. Gli chiedo di mettere al lavoro il suo amico Alessandro Ovi, che ben conosco e stimo, sulla geotermia avanzata.
Oggi esce una mia inchiestina su Nòva-24. Ottanta righe. Ma sotto queste ottanta righe si cela molto, molto di più. E mi butto a fare previsioni in chiaro, qui, a costo di rovinarmi la faccia.
La Geotermia avanzata, (Egs, Enhanced Geothermal Systems) può essere la principale rivoluzione energetica rinnovabile, e di lungo periodo, per l'Italia. Questo ho capito dall'inchiesta per Nòva.
Una cosa grossa, il nostro D-Day, il nostro progetto Manhattan, da metterci davvero capitali, forze creative e giovani.
Non mi piacciono le iperboli. Ma quando ce vò ce vò. Soltanto sotto Bagnoli, e i Campi Flegrei, c'è energia rinnovabile potenziale di tale quantità da far rifiorire Napoli e la Campania. E altrettanto intorno alle Eolie.
Forse c'è l'indipendenza energetica dell'Italia. Tutta intera. Un potente motore per svilupparci e prepararci, bene, al futuro difficile (ma non impossibile).
Ed è nelle nostre mani questo futuro. Nella nostra volontà di investire, sperimentare e rischiare. Di rifiutare, da esseri umani, l'apocalisse. Come ai tempi di Enrico Mattei.
Ben lo stanno i tecnici e i geologi di Enel e Agip che trivellarono in segreto negli anni 80 mezza Italia, dopo il primo shock petrolifero, per capire quanta energia abbiamo sotto questa penisola incredibilmente geotermica. E trovarono che ne abbiamo tanta. Forse quanta nemmeno ci immaginiamo.
Allora richiusero i pozzi, anche quelli esplosivi. Perchè il petrolio costava troppo poco, dissero i vertici di Eni e Enel.. Oggi è diverso. Oggi quelle carte e quei pozzi dimenticati vanno riaperti.
E la ricerca e la nuova tecnologia sviluppata di nuovo, alla grande.
Oggi il Mit, il prestigioso Mit di Boston, mette insieme 18 esperti mondiali e ritira fuori la carta geotermica con il primo studio strategico dopo trent'anni. Uno studio clamoroso.
Leggete cosa scrive al riguardo il serissimo Wall Street Journal, organo (conservatore) del maggior capitalismo planetario.
Geothermal energy -- tapping heat deep in the Earth to generate power -- may have more potential, at less impact to society, than any of the other alternative resources. A new study on geothermal energy, produced by an interdisciplinary team at the Massachusetts Institute of Technology, found that geothermal energy could produce 10% of the nation's electricity by 2050 at prices that would be competitive with fossil fuels.
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The MIT study found that far more geothermal electricity could be generated if companies -- especially oil companies -- leveraged their knowledge of drilling techniques, geology and hydrology to tackle the problem. An investment of $800 million to $1 billion in research and development would be required, equivalent to the expense of a single coal-fired plant.
Un investimento pari a una centrale a carbone per schiudere un potenziale stimato dal Mit negli Usa di duemila volte il consumo energetico di tutti gli Usa.
E l'Italia, comunemente dagli addetti ai lavori considerata la boutique mondiale della geotermia può avere numeri relativi non dissimili.
Romano, sbrigati con questa menata politica, coinvolgi Bersani, Pistorio, l'Unione, Follini, chi diavolo ti pare (e sano di mente).
E metti al lavoro Eni e Enel sulla faccenda. I soldi ce li hanno, e possono trainare anche a livello internazionale su questa frontiera.
Ti assicuro. Questa Cenerentola dell'Energia è in realtà una chiave grossa, nascosta, ma potente.
E' la settima mossa che devi lanciare.
In fede (e guarda che ci ho lavorato di brutto nei giorni scorsi, verificando tutto, riga per riga).

Viva l'Italia.
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P.s. Capite ora perchè mi sono inferocito sui casini parlamentari di ieri?
Capite quanto lavoro c'è da fare? E quanta speranza abbiamo?
Non buttiamo via tutto di nuovo, prego....l'Italia è di più di quello che sembra, davvero.
Lo è la sua gente, e lo è la sua terra, profonda.
E io faccio il mio mestiere di giornalista tecnologico, e cerco anche dove si è coperto o si è dimenticato.
Il grande campo geotermico individuato da Agip-Enel negli anni 80, e poi tenuto nei cassetti....(fonte: Egs Italian association)
in rotta sul segreto maggiore del nostro Mediterraneo
www.caravita.biz
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I turchi con la
Germania nei sogni |
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Daniele Castellani Perelli
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Ma quanto sono tedeschi, i turchi di Germania? Nella terra di Goethe se lo chiedono da anni, sempre più insistentemente, e ogni programma televisivo, ogni partita di calcio, ogni libro che tocchi il tema viene sistematicamente scandagliato in cerca di una risposta. Fatto sta, però, che dal 2000 le richieste di cittadinanza tedesca avanzate dai turchi sono diminuite addirittura di un terzo. Secondo l’etnologo di Francoforte Werner Schiffauer, considerato uno dei maggiori esperti di Islam nel paese, la colpa sarebbe dei tedeschi, la cui attitudine negativa impedirebbe l’integrazione degli immigrati di seconda generazione. “Questa seconda generazione ha oggi tra i 30 e i 35 anni, ed è composta da cittadini istruiti che hanno frequentato scuole e università tedesche”, ha dichiarato in un’intervista alla Berliner Zeitung, dal titolo “I musulmani hanno paura dei tedeschi”.
Per lo studioso questi giovani, che ricoprono ruoli di leadership all’interno della comunità, rappresentano un’opportunità unica per la Germania: sono moderni, aperti, europei, e si battono per la riforma delle proprie comunità. Il problema è che lo scetticismo e la chiusura dei tedeschi non permette loro di emergere completamente: “Le posizioni riformiste sono viste dalla maggioranza della popolazione come delle operazioni di facciata, costruite sulla doppiezza e sulla manipolazione. Tutto ciò conferma la posizione di quanti credono che la società tedesca non accetterà mai in alcun modo l’Islam, e che un musulmano può vivere solo in una società islamica”.
Sarà anche così, ma intanto i media tedeschi sembrano studiarle tutte per far sentire i turchi a casa propria. Era già successo, per esempio, che delle fiction o dei telefilm includessero personaggi turchi in contesti tedeschi, anche in ruoli di primo piano. Ma stavolta gli “Özdags” sono un’altra cosa. A questa simpatica e caciarona famiglia di immigrati di prima, seconda e terza generazione è dedicata un’intera docu-fiction (una specie di reality, una puntata alla settimana). Gli Özdags gestiscono un forno nella città multiculturale di Colonia. Padre e madre sono immigrati turchi, e i loro figli (4 maschi e 3 femmine) si confrontano ogni giorno con la sfida dell’integrazione senza rinnegare i valori tradizionali dei genitori. “Lo abbiamo fatto per i tedeschi – ha spiegato il regista Ute Diehl – perché volevamo che dessero un’occhiata a come vivono i loro vicini turchi”.
A testimonianza del fatto che la tv tedesca si è fatta nel tempo sempre più sensibile al tema, in questi ultimi due anni sono state ben tre le serie dedicate ai turchi di Germania. Ha cominciato Ard, il principale canale pubblico, con “Turco per principianti”, una fiction che mostrava la convivenza tra un uomo turco e una donna tedesca. “Gli Özdags possono fornire nuovo materiale al dibattito - ha dichiarato all’International Herald Tribune Michael Mangold, esperto di media e integrazione al Centro Arte e Media di Karlsruhe – Dimostreranno anche che si devono prendere sul serio gli immigrati, perché da loro dipenderà l’economia tedesca nei prossimi anni”.
Ma il lato tedesco-tedesco non è l’unico ad avere l’esclusiva dell’apertura culturale. A fine gennaio il settimanale Die Zeit ha pubblicato una lettera dei uno dei più noti turchi-tedeschi, il giornalista televisivo Birand Bingül. Trentadue anni, Bingül conduce sul canale Wdr l’unico programma della tv tedesca dedicato alle politiche dell’integrazione, “Cosmo TV”. “Turchi-tedeschi, lottate per la vostra integrazione! – si appella Bingül – Il sogno di mio padre (e della sua generazione, che fossero medici o operai, che venissero da Istanbul o dall’Anatolia, che fossero istruiti o no) era rappresentato da un unico desiderio: voleva una vita migliore, in Germania, grazie alla Germania”.
“Non è una questione d’onore – conclude Bingül, il cui testo è stato pubblicato anche in turco – per la seconda e la terza generazione, portare il più avanti possibile il proprio sogno tedesco di una vita migliore in libertà, benessere e felicità? C’è bisogno di un po’ di coraggio per cambiare. Ma sarà un vantaggio per tutti”.
caffeeuropa.it
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100 anni di scout. «Ma nacquero come bambini soldato»
Il 22 febbraio si celebra il 150° anniversario della nascita di Robert Baden-Powell, fondatore dello scoutismo. E luogotenente dell'esercito britannico.
Un gruppo scout di fronte alla Chiesa Saint Sulpice di Parigi (Foto Anna Karla)
«Essere uno scout è il massimo» esclama, orgoglioso, il 12enne Louis. Che fa parte del gruppo parigino Saint-Exupéry da quando aveva 8 anni. «Durante le uscite del fine settimana e al campo estivo facciamo un sacco di giochi e dormiamo in tenda» racconta. Quale sia la meta in questo assolato giorno di febbraio non è dato saperlo, i capi non si sbilanciano: «Deve essere una sorpresa!». Ma Louis si lancia comunque in qualche supposizione: «Dovevamo tutti procurarci un biglietto della metro, quindi andremo sicuramente un po’ lontano».
Davanti alla Chiesa di Saint Sulpice, nel cuore di Parigi, sotto il sole di mezzogiorno, sono radunati circa 150 scout tra ragazzi e bambini, tutti in camicia blu o beige. Usciti proprio ora dalla messa domenicale, tra urla e schiamazzi, si dispongono in un grande quadrato. Prima il giuramento, poi via, per una gita fuori Parigi, per una visita al museo o per una semplice passeggiata.
Scout, una leggenda lunga un secolo
Proprio nel 2007 si festeggiano i 150 anni dalla nascita di Robert Baden-Powell, il padre dello scoutismo, e il centenario del movimento. Ufficialmente, infatti, la fondazione viene fatta risalire al 1907, anno in cui Baden-Powell organizzò il primo campo scout sulla Brownsea Island, a sud dell’Inghilterra. Divise i suoi ragazzi in squadriglie, abbozzò un primo regolamento e scrisse il libro Scoutismo per ragazzi. Baden-Powell sviluppò il principio del learning by doing (“imparare facendo”, ndr), ancora oggi alla base del metodo scout.
«Questo è il classico mito della fondazione», rivela Arnaud Baubérot. In realtà le cose sarebbero andate diversamente. Lo storico ha pubblicato nel 2006 il volume Le scoutisme entre guerre et paix au XXe siècle (“Lo scoutismo nel XX secolo – tra guerra e pace”, ndr). «Ogni movimento ha bisogno della propria leggenda». Baubérot sostiene che, in realtà, la fondazione degli scout risalga alla fine del Diciannovesimo secolo, quando l’ufficiale inglese Baden-Powell, nel corso della guerra anglo-boera in Sudafrica, reclutava giovani ragazzi come esploratori nell'ambito di una nuova, originale strategia di guerra.
«Proviamo un attimo a leggere il fenomeno coi nostri occhi di oggi: erano dei veri e propri bambini-soldato! E pensare che i festeggiamenti troveranno spazio su tutti i media!». Ma a partire dagli anni Venti del Novecento gli scout abbracceranno la causa del pacifismo. «L’originale intuizione di Baden-Powell» commenta Baubérot «è stata quella di fondere le mansioni militari con l’allora innovativo pensiero del "ritorno alla natura” e con il principio pedagogico dell’attivismo».
28 milioni di membri in 153 paesi
Ma oggi lo scoutismo è un vero successo: secondo stime ufficiali, nel 2006 la World Organization of the Scout Movement è arrivata a contare circa 28 milioni di membri provenienti da 153 paesi. Lo scoutismo è assente solo in pochi paesi in cui vige la censura statale, come Corea del Nord, Cuba e Cina.
 La missione educativa non viene certo presa alla leggera. «Alla base del metodo educativo degli scout si trovano valori fondamentali quali l’impegno in favore del prossimo, il contatto con la natura e la presa di coscienza della propria personalità», spiega Régis Nacfaire (a sinistra nella foto), 46 anni, scout dall’infanzia e ora capo del gruppo Saint-Exupéry. «Facciamo parte dell’associazione Scouts et Guides de France, di orientamento cristiano. Vogliamo mostrare ai bambini come si può vivere la fede insieme. In una città come Parigi, questo, forse, è ancora più importante del contatto con la natura». Nessuno nel suo gruppo si lamenta per l’indifferenza delle grandi metropoli, spiega Nacfaire: qui 20 giovani capi si prendono cura di 110 bambini. Inoltre, non è necessario essere cristiani per entrare a far parte degli scout. Nella sola Parigi si trovano gruppi musulmani, ebrei e aconfessionali.
Quello che Internet non può dare
Ma i ragazzi che abbracciano lo scoutismo sono spesso oggetto di scherno. Alcuni pensano che sia troppo bizzarro mettersi in marcia la domenica mattina con foulard colorati al collo e bandiere, per rientrare poi soltanto la sera ricoperti di fango. Yann Binard, 20 anni, capo del Saint-Exupéry, si occupa dei ragazzi dagli 11 ai 14 anni. «In questo quartiere è normale far parte degli scout», racconta sulla strada verso la messa domenicale. «Ma dipende molto anche dall’ambiente in cui si è cresciuti. Alcuni miei amici non cattolici, ad esempio, trovano tutto questo un po’ strano».
«Lo scoutismo si rivolge al ceto medio colto», spiega Arnaud Baubérot. «A quei genitori, quindi, che pensano di trovare negli scout quello che la scuola, la televisione e Internet non sono in grado di offrire ai loro figli». Oggi chi diventa scout fa una scelta ben precisa e consapevole. «Il calo di adesioni è evidente», osserva Baubérot. «Dagli anni sessanta la cultura giovanile e i metodi educativi hanno subito forti mutamenti. Campi scout e gerarchie non sono più così richiesti come un tempo».
Ma gli scout parigini hanno le idee ben chiare. Davanti alla chiesa, Yann controlla che tutti indossino la camicia e il foulard rosso e giallo. Cosa ne pensa lei delle uniformi? «Questa non è un’uniforme! Ad un seminario ci è stato ripetuto più volte di chiamarla tenu (“tenuta”, ndr). “Uniforme” suona troppo militare. La tenuta invece è il nostro segno di distinzione. In fin dei conti, siamo più di una semplice colonia per bambini».
Che gli scout siano più di una semplice colonia per bambini è certo. Basta pensare al rispetto che hanno per la loro tradizione. Il centenario verrà celebrato in tutto il mondo e il Jamboree, l’enorme campo estivo internazionale, nel 2007 sarà ancora più grande. «Per il 1° settembre è in programma un corteo al Campo Marzio, sotto la Tour Eiffel», annuncia Régis Nacfaire. «A questo evento parteciperanno scout da tutta la Francia e da altri Paesi europei». Per il 12enne Stanislas del Saint-Exupéry non ci sono dubbi: i raduni scout di massa sono i migliori. Il suo ricordo più bello legato agli scout? «Il campo estivo dello scorso anno: eravamo in 15.000!».
| Il peggior presidente di sempre? |
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di Nicholas von Hoffman (AlterNet)
È ancora troppo presto per dirlo ma, se è vero che la prima impressione è quella che conta, George W. ha parecchio di cui rispondere. Sappiamo che, in un modo o nell’altro, è responsabile della morte di tante persone innocenti. Ci chiediamo quanti anni debbano passare prima che la gente smetta di soffrire per ciò che Bush ha deciso di fare, per quanto ha tormentato l’intero Medio Oriente
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In questi giorni tutti si chiedono se George W. Bush sia stato davvero il peggior presidente di tutta la storia degli Stati Uniti d'America.
Come fare a stabilirlo? Bush magari è stato moralmente quello più squallido? Il peggior fruitore della lingua inglese? Da quando la bomba atomica fu sganciata, numerosi poveri stolti non sono più riusciti a pronunciare la parola "nucleare". Che abbiano qualche sindrome in comune con George W.?
Per esempio, il nostro [degli americani, NdT] decimo presidente, John Tyler, può rappresentare un potenziale candidato al titolo di peggior presidente? Molte persone che magari non l’hanno mai sentito nominare è probabile conoscano però lo slogan propagandistico “Tippecanoe, e anche Tyler”. Come è noto, Tippecanoe (soprannome di William Henry Harrison, governatore che condusse la battaglia omonima) resistette circa un mese prima di morire per aver contratto un raffreddore durante il suo discorso inaugurale. Al contrario, Tyler viene ricordato – sempre che questo sia possibile – in quanto l’unico presidente ad esser stato abbandonato da tutti i suoi ministri eccetto uno. Attenzione a non confonderlo con Zachary Taylor – dodicesimo presidente – anch’egli in realtà non impossibile da dimenticare, allo stesso modo di Tyler.
Che “dimenticabile” sia sinonimo di “peggiore”? Millard Fillmore, Franklin Pierce e Benjamin Harrison (nipote di Tippecanoe) furono uomini decisamente negati per la causa politica, ancorché personaggi mansueti. Non si può dire lo stesso di James Buchanan, il quindicesimo presidente (dal 1857 al 1861); oltre a essere stato, politicamente parlando, un noioso e mediocre asino da soma, furono la sua vigliaccheria nel gestire la questione del Sud e le sue idee sulla schiavitù a stroncare l’ultima possibilità per gli Stati Uniti di evitare gli orrori della guerra civile.
Le conseguenze della vile condotta politica di Buchanan si rivelarono durature e molto gravi. Contrariamente a quanto si può dire, ad esempio, di uno come Warren Harding. Harding, il ventinovesimo presidente, è stato insignito svariate volte del riconoscimento speciale di peggior presidente per aver introdotto una manciata di squallidi delinquenti nella sua amministrazione – che, altrimenti, sarebbe stata notevole. Harding era un uomo sciatto con problemi di alcolismo, e incapace, similarmente a Bill Clinton, di tenersi su i pantaloni. Poiché bere era illegale durante il periodo in cui rimase presidente (1921-23), Harding pensò bene di abbandonarsi ai fiumi dell’alcol tra le mura della Casa Bianca stessa; ciò non lo rese di certo un buon modello comportamentale, anche se c’è da dire che nessuno, in tutto il paese, dava allora troppa importanza alla cosa (tutti gli adulti facevano lo stesso nel bar dietro casa). È fantastica la storia del buon Warren che allegramente se la spassa con l’amante nel guardaroba, mentre la moglie viene trattenuta dagli agenti dei servizi segreti affinché non entri e lo esponga alla flagranza di reato. Ma fu il peggiore costui? Non proprio.
Altri candidati ad un posto d’onore nella lista dei peggiori sono Herbert Hoover, James Madison, Ulysses Grant e Richard Nixon.
Il repubblicano Hoover, nonostante la propaganda democratica, non causò la crisi del '29 né rimase indifferente alle sofferenze della sua gente. Fu un uomo brillante e rispettabile ma, come presidente, in assoluto il più sfortunato.
Madison, il quarto presidente, giustamente definito il Padre della Costituzione, nelle descrizioni incarna il prototipo del grand’uomo, anche se dovette rinunciare al proprio mandato per aver deciso di combattere contro l’Inghilterra nel 1812 senza esercito e con una flotta ridimensionata. La sua politica estera nel New England fu così odiata che la giovane repubblica federale, per cui aveva tanto lottato, quasi si spaccò. Ma il peggio doveva ancora venire. Madison non riuscì a evitare l’occupazione di Washington e la distruzione della Casa Bianca da parte degli inglesi. Comunque, nel passare del tempo, le conseguenze dei suoi errori si attenuarono, abbastanza da non fargli conquistare il titolo di peggior presidente.
Grant fu un uomo troppo nobile per poter essere definito il peggiore. Anch’egli portò qualche mascalzone al governo ma, come Harding, non vi ebbe nulla a che fare. Inoltre, fu l’ultimo presidente prima di Lyndon Johnson a battersi per i diritti dei neri.
Per quanto riguarda Nixon, è ancora presto per dirlo. Vivono ancora troppe persone che lo amano o lo odiano. La decisione su quest’uomo curioso, dalla faccia larga, dipenderà dal giudizio dalla generazione degli anni ’50-'60 e da quello delle successive.
Ciò ci porta a Bush II. È appunto ancora troppo presto per dirlo ma, se è vero che la prima impressione è quella che conta, George W. ha parecchio di cui rispondere. Sappiamo che, in un modo o nell’altro, è responsabile della morte di tante persone innocenti. Ci chiediamo quanti anni debbano passare prima che la gente smetta di soffrire per ciò che Bush ha deciso di fare, per quanto ha tormentato l’intero Medio Oriente. Tornerà in vigore l’habeas corpus? Lo schiacciadita medievale tornerà a essere una procedura consolidata?
Un aspetto da considerare attentamente al fine di valutare chi detiene il “primato” di peggiore riguarda quanto a lungo i danni inflitti durante un determinato mandato presidenziale si son fatti sentire. Non ci sono parole per Buchanan. Con George W. è meglio prepararsi al peggio.
Nicholas von Hoffman è stato opinionista per il programma cult negli Stati Uniti '60 Minutes' e ha curato per anni una rubrica sul 'Washington Post'. Attualmente è editorialista del 'New York Observer' e di 'The Nation'.
Di Nicholas von Hoffman Nuovi Mondi Media ha pubblicato Il dizionario diabolico del business.
Fonte: AlterNet
Traduzione a cura di Margherita Ferrari per Nuovi Mondi Media
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Di nuovo a Vienna
Saša Stefanović
Oggi la delegazione serba e quella albanese si ritrovano a Vienna. Per discutere la proposta Ahtisaari sul futuro status della regione. Vigilia tesa in Kosovo, anche a seguito, lunedì sera, di un attacco dinamitardo in cui sono andati distrutti tre veicoli Unmik
Immagine tratta dal sito www.kosovocompromise.com
Oggi a Vienna si discuterà la proposta Ahtisaari. Ciò che è emerso sempre più chiaramente nei giorni scorsi è che né Pristina né tantomeno Belgrado sono soddisfatte con il piano proposto per la soluzione dello status.
La delegazione kosovara sembra comunque più pronta ad accettarlo che a mandare tutto all'aria, non così si può affermare per quella serba.
Le dichiarazioni ufficiali fanno intendere che è arduo che la proposta venga sottoscritta da entrambe le parti ma, diventa sempre più chiaro, come sia altrettanto arduo che possa essere facilmente imposta dalla comunità internazionale. In seno a quest'ultima sono sempre di più le voci che sottolineano come una “soluzione imposta” non è certo la strada giusta per garantire un futuro sostenibile al Kosovo.
Nella regione si è ampiamente dibattuto in merito ad un discorso tenuto dal presidente russo Vladimir Putin a Monaco, la settimana scorsa. Putin ha richiesto una soluzione che sia in grado di non togliere l'onore a nessuna della parti coinvolte, una soluzione, qualsiasi essa sia, sostenibile e che non porti due nazioni, quella serba e quella albanese, ad odiarsi a vicenda per decenni o centinaia di anni. Le parole di Putin non hanno aiutato gli analisti a capire se, la Russia, sia o meno pronta a porre il veto presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel caso dovesse essere proposta una risoluzione sul Kosovo invisa alla Serbia.
Quest'ultima vede senza mezzi termini nella proposta Ahtisaari una palese violazione del diritto internazionle mentre, da parte delle autorità kosovare, la si intende come un passo verso l'indipendenza, che però non arriverebbe subito. E nelle dichiarazioni di questi giorni questi ultimi si sono concentrati più sul breve periodo.
All'incontro di Vienna la delegazione negoziale kosovara andrà con molte speranze ma con meno entusiasmo dei giorni immediatamente successivi alla presentazione del piano Ahtisaari a Pristina, lo scorso 2 febbraio. Lufti Haziri, vice primo ministro kosovaro e ministro per le Amministrazioni locali, che è anche membro della squadra negoziale kosovara, in una dichiarazione di qualche giorno fa ha chiarito come si sia proceduto ad un'analisi dell'annesso riguardante il decentramento e si sia posta particolare attenzione sulle previsioni in merito alla cooperazione inter-municipalità (che riguardano in particolare le municipalità a maggioranza serba, ndr.). Funzionari kosovari hanno inoltre in più occasioni affermato che la proposta Ahtisaari sia, in alcune sue parti, debole e contraddittoria.
In un sondaggio on-line realizzato da Kosova Press - nei giorni successivi ai tragici eventi avvenuti durante la manifestazione indetta dal movimento Vetevendosje (autodeterminazione) avvenuta lo scorso 10 febbraio e dove sono morti due manifestanti - il 51% dei partecipanti avrebbe dichiarato la propria insoddisfazione in merito alla proposta Ahtisaari.
Dubbi emersi anche da una serie di dibattiti avvenuti a livello locale. Il consiglio municipale di Mitrovica si è dichiarato contrario alla soluzione prevista dal piano Ahtisaari per la città. Quest'ultimo prevede la creazione di due distinti municipi, quello di Mitrovica nord, abitato in prevalenza da serbi e quello di Mitrovica sud, abitato in prevalenza da albanesi.
L'assemblea municipale di Pristina ha invece votato all'unanimità una risoluzione nella quale si chiedono emendamenti alla proposta Ahtisaari ed in particolare si contesta l'inclusione di una serie di villaggi serbi in aree catastali che dovrebbero essere tolte dal comune di Pristina e aggiunte a quello di Gracanica. Ma non ci si è fermati qui: si chiedono infatti emendamenti alle previsioni che rendono possibili finanziamenti alla comunità serba del Kosovo, emendamenti ad alcune previsioni in materia di difesa, educazione e cooperazione con la Serbia.
Del piano Ahtisaari si è discusso inoltre in assemblee indette a livello locale e che hanno coinvolto molti cittadini. La maggior parte di questi ultimi sembrano sostenere la proposta Ahtisaari, alcune preoccupazioni sono emerse in merito al rischio di una divisione del Kosovo su base etnica ma in molti sembrano aspettare affinché nuovi dettagli emergano dai colloqui di Vienna.
Per quanto riguarda la posizione di Belgrado è stata solennemente ufficializzata in una votazione del nuovo parlamento, la scorsa settimana, sostenuta da 225 su 250 parlamentari.
La risoluzione boccia alcuni punti cruciali della proposta dell'inviato Onu e tenta di dare unitarietà alla posizione serba in un momento difficile, essendo ancora in corso in Serbia le trattative per la formazione del nuovo governo, in seguito alle elezioni politiche dello scorso 21 gennaio.
Chi si è invece opposto sono stati i Liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic e poi Riza Halimi, il rappresentante della Coalizione albanese della Valle di Presevo.
Nell'introdurre il piano in parlamento il premier uscente Kostunica ha dichiarato che la proposta Ahtisaari mira a strappare il Kosovo via dalla Serbia e che la risoluzione del parlamento rappresenterà un'arma imprescindibile che la delegazione serba porterà a Vienna, un'arma costituita da legge e giustizia.
Le autorità kosovare hanno reagito all'adozione della risoluzione da parte del parlamento serbo dichiarando che sono più interessati alla posizione espressa dall'UE piuttosto che alle scelte del parlamento serbo.
Analisti politici kosovari hanno sottolineato come la Belgrado ufficiale con dichiarazioni quali “riufiutiamo alcuni aspetti cruciali della proposta Ahtisaari ed abbiamo delle considerazioni da fare in merito ai suoi annessi tecnici” cerchi di stabilizzare le propria posizione dimostrando la sua volontà a negoziare e la sua capacità di proporre emendamenti concreti ad ogni aspetto della proposta.
“Decidendo di andare a Vienna Belgrado manda alcuni segnali” ha dichiarato Aleksandar Mitic, analista di un think tank con sede a Bruxelles che opera per l'integrazione in Europa e nella NATO della Serbia, “afferma di essere interessata ai negoziati, di non volere bloccare il processo di definizione dello status, di non voler chiudere le porte al Gruppo di contatto, e in particolare a Ue e USA. Vi sono paesi in seno all'Ue scettici sulla proposta Ahtisaari, tra questi Spagna, Polonia, Slovacchia e naturalmente Grecia e Cipro. Si sono adeguati al volere della maggioranza ma hanno insistito molto sul fatto che sia in ogni caso il Consiglio di Sicurezza a prendere la decisione finale”.
Dagli incontri di Vienna sembra impossibile si esca con la firma sia di Pristina che Belgrado sotto al documento Ahtisaari. Si arriverà in questa situazione al Consiglio di Sicurezza? Si butterà nel cestino il piano Ahtisaari per trovare un'altra strada che porti al compromesso? Alcuni paesi decideranno di andare avanti anche senza l'avallo del Consiglio di Sicurezza? La maggior parte dei cittadini del Kosovo si augura che, qualsiasi sia l'esito di questa complessa partita a scacchi geopolitica, si arrivi alla sua conclusione in modo pacifico.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6811/1/51/
Triplice omicidio sul Parlacen
Sarà destinato a fare parlare a lungo in Centroamerica l’omicidio di tre deputati salvadoregni avvenuto ieri in Guatemala. Farà discutere soprattutto perchè i tre erano rappresentanti di Arena, il partito della destra al potere nel Salvador ed una delle vittime era Eduardo D’Aubuisson, figlio minore di Roberto, il mandante dell’omicidio di monsignor Romero ed ideologo degli squadroni della morte.
Finora, non c’è nessuna pista chiara. La polizia sta cercando di ricostruire le ultime ore dei tre, che erano giunti a Ciudad de Guatemala per partecipare ad una riunione del Parlamento Centroamericano, il Parlacen. Insieme ad un autista sono finiti invece a 40 chilometri dalla capitale, dove sono stati prima giustiziati con un colpo alla testa e quindi dati alle fiamme assieme all’auto.
Resta da capire se si tratti di un crimine perpetrato dalla delinquenza comune o se siamo di fronte ad un omicidio politico o una resa di conti. I quattro erano infatti già giunti nella capitale guatemalteca e da lì sono stati attirati in una trappola. Proprio la particolarità dell’esecuzione spinge gli inquirenti a valutare ogni possibilità.
Ciudad de Guatemala è comunque una città violenta. Solo domenica scorsa diciotto persone sono state assassinate a testimonianza dell’alto grado di pericolosità ormai raggiunto da questa città. Ogni visitatore di rilievo riceve una scorta della polizia per evitare sequestri o furti. Lo stesso era successo ai deputati che, però, una volta giunti nel centro della città e sentendosi al sicuro avevano deciso di rinunciare alla presenza della polizia.http://luiro.blogspot.com/
| DARFUR, DA CORTE PENALE INTERNAZIONALE PRONTE PROVE SU CRIMINI DI GUERRA |
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Martedì 27 febbraio il procuratore generale Luis Moreno-Ocampo “presenterà le prove” di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro da quasi quattro anni di scontri tra milizie locali e governative. Lo riferisce un comunicato della Corte penale internazionale (Cpi/Icc), con sede all’Aja nei Paesi Bassi, ricevuto dalla MISNA. Già lo scorso dicembre, intervenendo all’incontro annuale degli Stati membri della Corte, il procuratore capo della Cpi Moreno-Ocampo aveva riferito che, “sulla base di un’accurata e completa valutazione di tutte le prove raccolte”, erano stati identificati “i crimini più gravi e alcuni di coloro che potrebbero essere considerati i principali responsabili”. Una volta presentate le prove e nominati i sospetti, si terranno le udienze preliminari per decidere se emettere un mandato di comparizione o di arresto nei confronti degli individui citati, mentre le accuse formali seguiranno successivamente. L’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani commesse in Darfur è stata aperta sull’esplicita richiesta avanzata nel marzo 2005 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, secondo le cui stime negli ultimi quattro anni in Darfur almeno 200.000 persone sono state uccise e oltre 2,5 milioni hanno abbandonato case e villaggi. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 con giurisdizione su crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio commessi dal 1° luglio di quell’anno.http://www.misna.org/
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ENERGIA-SUD AMERICA:
Niente integrazione, solo dipendenza
Analisi di Mario Osava
RIO DE JANEIRO, (IPS) - La produzione e distribuzione di energia non incoraggia realmente l’integrazione tra i paesi poveri del Sud America, piuttosto, stabilisce una relazione di dipendenza segnata da liti, risentimenti e maggior distanza tra le popolazioni.
Questo fenomeno regala agli opinionisti argomenti forti, sia a favore che contro l’imperialismo.
”Non siamo imperialisti come qualcuno ci descrive. E nemmeno vogliamo l’egemonia, come altri vorrebbero far credere”, sono le parole del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha annunciato l’accordo firmato la settimana scorsa con il Presidente boliviano Evo Morales, il cui effetto sarà far salire il prezzo del gas naturale importato dalla Bolivia. Eppure, sembra non esserci via d’uscita.
Da una parte, il Brasile si mostra accomodante verso i suoi vicini sudamericani, e i critici - che accusano il governo di perseguire una politica estera sbagliata, con eccessive concessioni ai governi “populisti”, senza curare gli interessi nazionali - avranno argomenti sempre più solidi.
D’altra parte, accontentare quei critici locali alimenterebbe le accuse di imperialismo dall'estero.
L’energia è il tema più delicato. L’integrazione dell’energia è spesso oggetto di retorica, ma chi vede dei progressi in quella direzione nega la realtà.
Lula e il suo Partito dei lavoratori (PT) hanno generosamente sostenuto Morales fino alla vittoria elettorale nel dicembre 2005. Tuttavia, la questione del gas naturale ha trasformato il governo amico della Bolivia in una spina nel fianco del Brasile.
La grande speranza popolare per la presidenza in Paraguay alle elezioni dell’aprile 2008 è l’ex vescovo cattolico Fernando Lugo, che preme per una revisione del trattato del 1973 che regola la gigantesca stazione idroelettrica inaugurata nel 1984 a Itaipú, sul confine con il Brasile.
Lugo vorrebbe un aumento di sette volte del prezzo dell’elettricità venduta dal Paraguay al Brasile.
L’energia generata a Itaipú viene divisa in maniera apparentemente equa, e ciascun paese ne possiede la metà. Tuttavia, il Paraguay consuma solo il cinque per cento della propria quota, ed esporta il resto verso il Brasile, dato che il trattato vieta la vendita a paesi terzi.
Lugo non è il primo paraguayano ad accusare il Brasile di pagare troppo poco l’energia, e a parlare di relazione imperialistica.
Il Brasile acquista l’elettricità “a prezzo di costo”, mentre, secondo Lugo, dovrebbe pagarla al prezzo di mercato, che è sette volte superiore. Se l’ex vescovo vincesse le elezioni in Paraguay, il Brasile dovrebbe dunque affrontare ulteriori problemi sul fronte energetico.
I 14.000 megawatt di Itaipú costituiscono circa il 15 per cento della capacità elettrica del Brasile, paese avido di energia per alimentare la crescita economica, che il governo spera arriverà al cinque per cento annuo del prodotto interno lordo.
Per l’elettricità, il Brasile dipende dal Paraguay, e un aumento del prezzo non sarebbe accettabile per la popolazione, già gravata dal crescente costo dell’energia, e nemmeno per l’industria, che sta lottando per sopravvivere con una competitività già minacciata dalla sopravvalutazione della valuta locale.
L’energia di Itaipú e il gas naturale rappresentano però un’opportunità unica di aiutare milioni di paraguayani e boliviani a uscire dalla povertà estrema.
Dunque, chi chiede un rincaro per l’energia venduta al Brasile può guadagnare facilmente il voto popolare. Questa rappresenta un’ulteriore pressione sui governi di destra e di sinistra nei paesi poveri con limitate opportunità economiche.
La dipendenza dal gas naturale della Bolivia è diventata una questione drammatica per il Brasile dal primo maggio 2006, quando Morales ha nazionalizzato le risorse energetiche del suo paese.
L’anno scorso il Brasile ha importato 26 milioni di metri cubi al giorno, la metà del suo consumo nazionale di gas naturale. Il gas rifornisce migliaia di industrie nel Brasile centrale e meridionale, così come un gran numero di impianti termoelettrici considerati fondamentali per il programma energetico nazionale.
L’aumento del prezzo che seguirà l’accordo raggiunto la settimana scorsa a Brasilia, stimato al sei per cento, ha suscitato timori nell’industria della ceramica, che dipende dal gas naturale.
Nello stato meridionale di Santa Catarina, gli industriali stanno pensando di accelerare la ricerca sulla produzione di gas dal carbone, risorsa abbondante in quell’area, ma questo è un progetto a lungo termine.
Molti impianti termoelettrici hanno fermato la produzione per mancanza di combustibile. La compagnia petrolifera di stato Petrobrás, che ha firmato il contratto per importare il gas dalla Bolivia e ha costruito un oleodotto di 3.150 chilometri tra i due paesi, ha accelerato i piani per estrarre maggiori quantitativi di gas naturale all’interno del Brasile.
Tuttavia, l’autosufficienza nazionale di energia, secondo le stime più ottimistiche, sarà attuabile solo nel prossimo decennio. E nello scenario peggiore, è impossibile, posizione condivisa da molti esperti.
Nel frattempo, il gas della Bolivia sta alimentando le critiche degli oppositori alla politica estera di Lula, che chiedono un approccio più deciso verso i paesi vicini e che guardano ai grandi mercati del Nord industrializzato, soprattutto agli Stati Uniti.
Lo scorso anno, la reazione diplomatica di Brasilia al nazionalismo della Bolivia sui combustibili è stata quella di riconoscere i diritti di sovranità del paese sulle proprie risorse naturali, liberando un’onda di criticismo in aperti toni imperialisti.
”Non possiamo invadere la Bolivia”, è stata la risposta del Ministro degli esteri Celso Amorim.
L’accordo firmato la settimana scorsa con Morales ha rinnovato le accuse a Lula per una politica estera considerata troppo “ideologica”. Il Brasile ha accettato di pagare un premium per gas come etano, butano, propano e gasolina naturale, che sono una miscela a base di metano, componente base del gas naturale. Questi altri gas stabiliscono prezzi di mercato più elevati.
Il Brasile ha anche accettato di pagare il prezzo internazionale di mercato per questi gas, garantendo alla Bolivia un utile aggiuntivo di 100 milioni di dollari all’anno, secondo il Ministro dell’energia boliviano Carlos Villegas.
L’anno scorso, il Brasile aveva pagato 1,26 miliardi di dollari per le importazioni di gas dalla Bolivia.
Il governo boliviano ha inoltre ottenuto un rincaro del prezzo per il gas che fornisce a un impianto termoelettrico di Cuiabá, capitale dello stato brasiliano del Mato Grosso.
Il prezzo precedente di 1,19 dollari per milioni di Btu (British thermal units) salirà a 4,20 dollari, aggiungendo agli utili altri 44 milioni di dollari all’anno, secondo Villegas.
Questi sono costi extra per il Brasile, che non ha ancora le strutture necessarie per separare le componenti del gas naturale, ma ha in programma di fondare un complesso industriale gas-chimico sul confine con la Bolivia per estrarre valori calorifici più elevati dei gas, a vantaggio di entrambi i paesi.
I probabili aumenti del prezzo per gas ed elettricità generati negli impianti termoelettrici e il loro impatto sugli utenti brasiliani, alimenteranno certamente il dissenso di chi critica il governo brasiliano per l’eccessiva generosità verso i suoi vicini più poveri.
Morales si mantiene fedele “alla sua strategia di indebolire la posizione del Brasile, con la guida e i fondi del Colonnello (il Presidente venezuelano) Hugo Chávez e di Fidel Castro, suo mentore”, ha scritto recentemente sul quotidiano conservatore O Estado de Sao Paulo l’ex ministro degli esteri Luiz Felipe Lampreia.
Lampreda, usando una metafora, ha paragonato la Bolivia a “un torero di 1 metro e 20”, che si prende gioco di “un toro di 800 chili”.
Per evitare di apparire imperialistico ed egemonico, il governo trascura la tutela degli interessi brasiliani, dichiara Lampreda in un editoriale su quello stesso quotidiano. Dato che questi interessi sono in conflitto con quelli dei paesi che riforniscono il Brasile di energia, l’opinione pubblica tende a divergere proprio su quegli stati che Lula vorrebbe integrare nella Comunità delle nazioni sudamericane. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=860
Cluster bombs, a Oslo convegno per l'abolizione
Sono le cosiddette "bombe a grappolo". Firma la petizione su http://www.campagnamine.org/popup/lmr2006.htm
L'obiettivo ultimo è la messa al bando definitiva entro il 2008. Goose: «Al momento dell'attacco, le piccole bombe si disperdono su un ampio perimetro e non possono essere controllate. La maggior parte di queste non esplode al momento dell'impatto e può uccidere anni più tardi».
Parte dalla Norvegia la nuova campagna internazionale contro le cluster bombs, le famigerate «bombe a grappolo», artefici della morte e della mutilazione di migliaia di civili in tutto il mondo. I rappresentanti di 45 Stati, oltre a svariate organizzazioni internazionali (tra cui lo UNDP - il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo - la Croce Rossa Internazionale e Cluster Munition Coalition), sono riuniti a Oslo dal 20 al 24 febbraio per «gettare le basi per un trattato internazionale che bandisca le cosiddette cluster bombs». La conferenza, promossa dal governo norvegese, rappresenta un nuovo, importante tentativo dopo il fallimento della Convenzione internazionale sulle armi convenzionali dello scorso autunno, voluta dal segretario generale delle Nazioni Unite e non ancora ratificata da moltissimi Paesi, tra cui l'Italia. Tale documento, entrato in vigore il 12 novembre 2006, obbligava tutti i Paesi che hanno fatto di "bombe a grappolo" uso a fornire chiarimenti dettagliati sul numero e il luogo degli ordigni esplosivi rimasti inesplosi, che continuano a provocare migliaia di vittime ogni anno.
Le cluster bombs sono state utilizzate in quasi tutti i conflitti della storia recente, dal Vietnam all'Afghanistan, passando per l'Iraq, la Bosnia Erzegovina e, da ultimo, il Libano da parte degli israeliani. Si calcola che negli ultimi trent'anni abbiano ucciso almeno 11mila civili. Proprio in Libano, l'Unmas, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'azione contro le mine, ha rilevato la presenza di circa un milione di munizioni cluster inesplose nella parte meridionale del Paese. Dal cessate il fuoco in poi, solo il 10 per cento delle munizioni è stato bonificato, e l'operazione dovrebbe durare, secondo le stime di Unmas, fino al dicembre 2007.
La portata micidiale delle cluster sta nel fatto che tali ordigni «hanno un duplice effetto», spiega Steve Goose, direttore della divisione armi di Human Rights Watch: «Al momento dell'attacco, le piccole bombe si disperdono su un ampio perimetro e non possono essere controllate. La maggior parte di queste non esplode al momento dell'impatto e può uccidere anni più tardi», funzionando nei fatti come delle vere e proprie mine anti uomo. «Durante la guerra in Iraq e nel Kosovo, le bombe a grappolo hanno ucciso più civili di qualsiasi altra arma», ha aggiunto Goose.
Per l'Italia, parteciperà ai lavori di Oslo la Campagna Italiana Contro le Mine, il cui presidente, Giuseppe Schiavello, ha espresso l'auspicio che «davvero si possa concretizzare un percorso comune che culmini con la stesura di un trattato internazionale ampiamente riconosciuto, e che possa mettere fine all'uso di questi ordigni dalle inaccettabili conseguenze umanitarie». C'è da dire, però, che l'Italia, oltre a non aver ratificato la Convenzione dello scorso novembre, è stata identificata come uno dei 35 Paesi che producono munizioni cluster. L'esercito italiano non le ha mai utilizzate direttamente, ma il nostro contingente ha partecipato a missioni internazionali dove sono state ampiamente impiegate (Kosovo, Afghanistan, Iraq). Non si conosce del resto la quantità di munizioni detenuta dalle Forze Armate italiane. Lo scorso 16 gennaio la Commissione Difesa alla Camera ha però approvato una risoluzione che chiede al governo di impegnarsi nella messa al bando delle munizioni a grappolo, inserendole nella normativa (la 375/97) che proibisce l'uso, la produzione e lo stoccaggio delle mine antipersona).
Il problema è che a livello internazionale non esiste alcuna normativa che vieti agli Stati il possesso o l'utilizzo di questo tipo di ordigni, e questa è la ragione principale addotta dai Paesi che si oppongono alla messa al bando, Stati Uniti, Russia e Cina in prima linea. Qualcosa almeno a livello di opinione pubblica sembra comunque muoversi, considerando, ad esempio, che un progetto di legge che proibisce «l'uso e il trasferimento di munizioni cluster» è stato presentato lo scorso 14 febbraio al Congresso statunitense, dove, secondo Human Rughts Watch, avrebbe riscosso un notevole successo.
Per adesso, l'auspicio del meeting di Oslo (al quale parteciperà anche il premio Nobel per la pace 1997 Jody Williams, coordinatrice della campagna per la messa al bando delle mine) è che una presa di posizione forte a livello internazionale possa essere in grado di fare pressione sugli Stati fino ad oggi contrari all'abolizione . L'obiettivo ultimo, comunque, resta la messa al bando definitiva entro il 2008.
Note:
Per approfondimenti
Cluster Munition Coalition
http://www.stopclustermunitions.org
STOP ALLE BOMBE CLUSTER, MINE A TUTTI GLI "EFFETTI"
La Campagna italiana contro le mine chiede al Governo italiano di approvare urgentemente il disegno di legge di modifica della normativa 374/97 (messa al bando delle mine antipersona) con l'obiettivo di estenderne gli effetti anche alle cluster bombs, micidiali ordigni che colpiscono prevalentemente la popolazione civile e la ratifica del V protocollo della CCW (Convenzione sulle armi inumane).
La Convenzione vieta l'uso di armi che sono considerate motivo di sofferenza ingiustificabile o non necessaria soprattutto verso la popolazione civile.
L'Italia pur avendo aderito alla Convenzione sulle armi inumane, non ha ancora ratificato il protocollo V sugli ordigni inesplosi in quanto la legge di ratifica è rimasta bloccata in attesa dei pareri del Ministero della Difesa e del Ministero delle Attività Produttive.
Dei 100 stati che hanno ratificato la Convenzione, soltanto 23 hanno firmato il protocollo aggiuntivo.
Firma la messa al bando delle cluster bombs: http://www.campagnamine.org/popup/lmr2006.htm
http://italy.peacelink.org/disarmo/articles/art_20468.html
| Il pozzo dei desideri |
| Si discute la nuova legge sul petrolio e spuntano giacimenti in zona sunnita |
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Il Parlamento iracheno sta per varare la nuova legge sulla gestione dei proventi dell’estrazione petrolifera, ma la decisione che verrà presa non mancherà di suscitare polemiche. In molti infatti ritengono che il gruppo delle compagnie petrolifere straniere, compresa l’italiana Eni, siano pronte a spartirsi le ricchezze degli iracheni, con la benedizione dei governi della Coalizione e dello stesso esecutivo di Baghdad.
La variabile sunnita. Uno dei problemi che, secondo la maggioranza degli osservatori, occupa un ruolo centrale nelle motivazioni che animano la guerriglia armata sunnita è proprio la ripartizione dei denari prodotti dall’oro nero. Tutti i giacimenti conosciuti e sfruttati fino a ora in Iraq si trovano nelle zone settentrionali e meridionali del Paese, per lo più nelle mani dei curdi e degli sciiti.
La federazione delle autonomie che anima l’Iraq del dopo Saddam renderebbe la situazione intollerabile per i sunniti, che si troverebbero a gestire la zona più povera dell’Iraq. Ma questa situazione potrebbe mutare adesso, almeno secondo il gruppo di studiosi iracheni e statunitensi che, dall’invasione dell’Iraq nel 2003, lavorano alla ricerca di giacimenti naturali nelle aree sunnite. “E’ un’opportunità fenomenale loro. Quello che dobbiamo fare è dare alla gente dell’al-Anbar un futuro diverso, e questa opportunità rappresenta una speranza e un futuro per loro”, ha commentato il generale John K. Allen, comandante delle truppe della Coalizione nel settore occidentale iracheno, quello della provincia dell’al-Anbar, santuario della resistenza armata sunnita. Il generale si è recato di persona, in pieno deserto, a visitare le zone attorno alla località di Akkas, dove secondo gli esperti che ci lavorano si troverebbero una serie di giacimenti di petrolio e di gas naturale. Tesi condivisa anche da Natik K. al-Bayati, funzionario del ministero del Petrolio iracheno che coordina i lavori di ricerca. “Trovare il petrolio qui sarebbe un sogno”, ha dichiarato alla stampa al-Bayati, e il motivo è semplice: petrolio anche per i sunniti significherebbe la possibilità politica di trovare un accordo tra le comunità irachene e sciiti, sunniti e curdi potrebbero avere i loro proventi economici, lasciando libere le compagnie petrolifere occidentali di portare a casa i dividendi per i quali hanno investito tanti soldi sull’avventura dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati.
Un giacimento misterioso. Quello che lascia perplessi della vicenda è il fatto che, per decenni, il regime di Saddam Hussein non abbia trovato e sfruttato questi giacimenti. Qualche giornalista l’ha fatto notare, ma al-Bayati ha spiegato che “a causa dell’embargo in Iraq, mancavano gli strumenti tecnici di ultima generazione per dare seguito a una serie di rilevazioni preliminari interessanti, che lasciavano intuire come nella zona ci potessero essere dei giacimenti petroliferi”. L’invasione del 2003 ha invece permesso ai tecnici più esperti di riavviare le analisi necessarie e di ritenere, con cauto ottimismo, che nella zona dell’al-Anbar ci siano giacimenti di gas e petrolio.
A livello politico sarebbe una svolta, visto che la provincia è completamente fuori controllo è che un militare Usa su due ha perso la vita proprio a causa delle continue battaglie con i ribelli in quella zona. Una svolta tanto importante da far sospettare i più scettici che possa trattarsi di una manovra diversiva, per illudere i sunniti, e spingerli a ratificare la nuova legge sulla distribuzione dei proventi petroliferi. Rinunciando magari a Kirkuk.
La torta di Kirkuk. Kirkuk infatti, mentre per il momento i giacimenti in al-Anbar sono una chimera, rappresenta il fronte vero e proprio della battaglia per la distribuzione dei proventi petroliferi del futuro, dove curdi e arabi si danno battaglia. La città, a maggioranza curda, fu ‘arabizzata’ con la forza dal regime di Saddam, per rendere più fedele al governo la città che da sola rappresenta la zona più ricca di risorse petrolifere in Iraq. Quando è caduto il regime, nel 2003, i curdi hanno utilizzato la stessa tattica, ‘curdizzando’ la città con il massiccio arrivo d’immigrati curdi da varie parti del Paese. Il governo ha deciso che sarà un referendum, che dovrebbe tenersi a dicembre 2007, a decidere del destino di Kirkuk, ma sia i curdi che gli arabi lamentano le distorsioni demografiche avvenute negli anni che finirebbero per alterare il risultato del voto. Il referendum assegnerebbe, con tutto il suo bagaglio di ricchezze, Kirkuk al Kurdistan iracheno o alla zona sunnita del Paese, con una grande incidenza sui futuri assetti economici delle due comunità.
Se si rivelasse fondata la teoria dei pozzi in al-Anbar, sarebbe più facile per tutti trovare un accordo su Kirkuk, che potrebbe andare ai curdi. Ma che questi pozzi esistano è tutto da dimostrare. |
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febbraio 22 2007
Un governo appena appena decente è come l’acqua corrente.
Appena ce l’hai non ci fai più caso.
Io non so esattamente cosa stia succedendo in questo esatto momento: più che conclusioni, le mie son sensazioni. Può darsi che D’Alema, per la centounesima volta, abbia promesso qualcosa che non poteva mantenere.
Può darsi che qualcuno a sinistra abbia scoperto per la centounesima volta di avere una coscienza, una coscienza che trepida per la sorte dell’alpino in Afganistan ma se ne frega se Berlusconi torna a Palazzo Chigi. Questione di priorità, che dire.
Può darsi – ma questa è più una certezza – che la gran maggioranza del centrodestra se ne freghi degli Alpini, dell’Afganistan, della guerra e della pace, e di qualunque cosa che non sia la prospettiva di appoggiare l’onorevole sedere su una poltrona di maggioranza in tempi brevi.
Tutti questi sono pregiudizi, ovviamente, ma pregiudizi ben rodati. Non è la prima, non è la seconda volta che li vedo, gli stessi personaggi in azione. Non essendo nato ieri e neanche ieri l'altro, in effetti ho perso il conto.
Con un po’ più di tempo a disposizione potremmo anche tentare di fare un bilancio di questo governo appena appena decente. Certo, è passato da un pezzo il tempo in cui ci si svegliava al mattino ringraziando il Signore per Romano Prodi. Se mai c’è stato, quel tempo lì. Prodi era come l’acqua corrente: non si ringrazia, si paga. Forse si pagava un po’ troppo. Ma la puzza che c’era prima, ve la siete dimenticata?
Proviamo a fare un po’ di Scenario-Berlusconi: cosa sarebbe successo in questi giorni, se un anno fa l’unto del Signore fosse stato bisunto dagli Italiani?
Due settimane fa c’è stata una mezza guerra civile a Catania per il derby siciliano: Berlusconi non avrebbe chiuso gli stadi non a norma. Lo ha detto lui stesso, che è una misura illiberale. Forse non avrebbe nemmeno sospeso il campionato - in nome degli interessi degli italiani; soprattutto degli italiani proprietari di una squadra di Serie A, dei diritti TV e sponsor annessi.
Una settimana fa abbiamo scoperto che in Italia c’è qualcuno che ancora ci prova con la lotta armata. La polizia li ha fermati prima che riuscissero a svaligiare un bancomat. Vogliamo ricordarci cosa succedeva ai tempi in cui Claudio Scajola, l’incompetenza fatta persona, era ministro degli Interni? A quei tempi il governo toglieva le scorte agli obiettivi dei brigatisti. Del resto a quei tempi un giuslavorista a libro spese del governo poteva essere più utile da morto che da vivo. Specie se ammazzato a sangue freddo alla vigilia di una manifestazione nazionale.
Qualche giorno fa c’è stata una manifestazione nazionale. Non è successo niente. Non è una sorpresa, per chi non avesse passato gli ultimi 5 anni in apnea. Il movimento pacifista italiano è serio e maturo: ha imparato sulla sua pelle quanto sia importante non reagire alle provocazioni. Tre mesi di governo Berlusconi furono sufficienti per imparare: sono bastati i fatti di Genova a chiarire a chi convenissero davvero violenza e vandalismo.
Dal 2001 a oggi ci sono state decine di altre manifestazioni nazionali, alcune oceaniche. Tutte tranquille al limite della noia. Questo anche per merito del ministro degli Interni che subentrò a Scajola. Ma se Berlusconi oggi fosse al governo, chi sarebbe al Viminale? Un degno successore di Pisanu o un avventurista incompetente come Scajola? E perché non Fini, il ministro che nel luglio del 2001 si aggirava per Genova a incoraggiare poliziotti e carabinieri?
Il movimento pacifista italiano non tira sassi, non spacca vetrine, non inneggia al brigatismo – perché sa che tutto questo è controproducente. La polizia, da Genova in poi, non isola spezzoni di corteo, non carica, non lancia camionette allo sbaraglio come in Piazza Alimonda, non compie blitz cileni come alle Diaz, non fabbrica molotov false. Non lo fa perché nessuno glielo ordina, perché a nessuno conviene. Ma se Berlusconi fosse a Palazzo Chigi, o magari al Colle? Chi può dirlo? Possiamo dirlo noi, giusto perché non siamo nati ieri. Se anche fossimo nati a Genova, non sarebbe già più ieri. È passato del tempo, e le facce in giro sono sempre le stesse. Difficile che ci stupiscano a partire da domani.http://leonardo.blogspot.com/
L'ETERNO GIULIO - Sulla crisi di governo
La cosa che dovrebbe più far preoccupare gli italiani è che nel 2007 una crisi di governo veda fra i suoi protagonisti Giulio Andreotti. http://titollo.ilcannocchiale.it/
 Trovare finalmente l'iPod Shuffle (a qualche euro in meno) in un negozio di Heathrow.
Andare all'imbarco con in mano carta d'imbarco e passaporto.
Leggere le breaking news della BBC che annunciano le dimissioni di Prodi.
Guardare fisso il passaporto.
Dirigersi verso l'Hostess e porgerle carta d'imbarco e passaporto in mano.
Lasciargleli controllare.
Riprendersi SOLO la carta d'imbarco.http://carlettodarwin.blogspot.com/
COMUNICATO STAMPA
Il governo Prodi vada avanti.
Non c’è nessun motivo per trasformare il voto del Senato in una crisi politica generale.
Il governo Prodi vada avanti.
Non c’è nessun motivo per trasformare il voto di oggi in una crisi politica generale.
Intervenendo al Senato il Ministro degli Esteri D’Alema ha evidenziato gli elementi di discontinuità che caratterizzano la politica estera del nostro governo indicando alcuni importanti impegni e obiettivi che debbono essere portati avanti con ancora più determinazione insieme alle organizzazioni della società civile e agli enti locali che nel nostro paese operano in tanti per la pace, i diritti umani e la giustizia.
Grandi sfide sollecitano il nostro paese ad assumersi sempre maggiori responsabilità in Europa e nel mondo. Di questa nuova politica c’è bisogno per contribuire attivamente al superamento dell’unilateralismo e delle logiche di guerra, per ridare spazio alla politica, al diritto e alle istituzioni internazionali democratiche, alla lotta alla miseria, alla prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti, alla giustizia e alla democrazia internazionale.
Chiediamo al Governo Prodi di mantenere aperto il dibattito e il confronto che oggi si è svolto al Senato e di estenderlo a tutto il paese perché sempre più grande sia la consapevolezza e la partecipazione diretta dei cittadini e delle loro organizzazioni.
Ci sono molti valori e obiettivi condivisi dalla stragrande maggioranza degli italiani. Ci sono anche scelte che debbono ancora essere dibattute e compiute in modo democratico e partecipato.
Il Governo Prodi vada avanti. Lo deve agli italiani che non sopporterebbero di tornare indietro. Lo deve ai tanti cittadini del mondo che confidano nella nuova politica estera dell’Italia.
Primi firmatari: Arci, Assopace, Auser, Beati i costruttori di pace, Centro per la pace Forlì - Cesena, CNCA Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Consorzio Italiano di Solidarietà, Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la pace e i diritti umani, Forum Ambientalista, Gruppo Abele, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli, Libera, Lunaria, Rete Nuovo Municipio, Tavola della Pace, Uisp, Un ponte per...
21 FEBBRAIO 2007
Governo: D'Alema si e'
; fatto impallinare guardando al congres
so Ds di aprile
Era gia' accaduto il primo giovedi' di febbraio che
Fassino presentasse la sua mozione per il congresso
dei Democratici di sinistra ed il Senato mandasse in
minoranza il Governo in politica estera, con il famoso
ordine del giorno sulla base di Vicenza, e queto mette
il sospetto che D'Alema aveva capito il segnale e ieri
si sia fatto impallinare definitivamente a bella
posta.
La cosiddetta 'sinistra radicale' ieri era la parte
politica meno interessata a far cadere il Governo, ma
e' stata usata come un comodo capro espiatorio per
accordi che sono stati raggiunti altrove, anche con
forze di centro-destra, che potevano e non hanno
voluto sostenere il Governo in politica estera, in un
Senato con troppi astenuti, e qualche pudica assenza
ben piu' decisive pero' dei due voti della 'sinistra
radicale' ai fini di una crisi parlamentare che e'
utile solo alla classe dirigente dei Ds.''
Una crisi con un solo sbocco, perche' il Paese ha dato
fiducia a Prodi, quindi il premier non si tocca e
sara' lui che ora deve cavalcare la crisi e formare il
proprio III Governo. Ma i Democratici di sinistra, se
sono in buona fede, hanno l'obbligo morale di fermarsi
qui con le grandi manovre, confermando tale e quale la
loro squadra, senza lavorare sul Governo per
influenzare a metà marzo gli equilibri nelle sezioni
per il congresso di aprile, ora divisi tra le mozioni
di Fassino, di Mussi e del binomio Angius-Zani.
E' stata una chiara volonta' di D'Alema presentarsi in
condizioni precarie in Parlamento in questa fase
politica perche' e' impossibile che un uomo che fa
politica da quando aveva 14 anni consenta, oggi che ne
ha 58, che una cosa del genere gli accada senza che
l'abbia preveduto.
Cui prodest? si chiedeva Seneca. A chi giova la crisi
del II Governo Prodi? Solo a chi, cambiando un po' di
ministri e sottosegretari puo' determinare le sorti
del congresso del proprio partito, peraltro il piu'
importante nella coalizione che sostiene il Governo.
Tutto e' legittimo in politica: ma e' veramente triste
constatare che un uomo di sinistra dimostri piu' volte
di preferire di governare il proprio partito e non il
proprio Paese.
cittadino Covello
___________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza
Bobo Craxi aveva un viso distrutto, quando in diretta su Sky ha dovuto commentare la “sconfitta”. Ma la sera a Ballarò mi trovavo ad essere d’accordo soprattutto con Boselli.A Otto e Mezzo c’era Ferrara che gongolava insieme a Panebianco. Ma alla prova dei fatti non sapevano neanche loro cosa succederà. L’unico sicuro di sé era Paolo Mieli, che - candidamente - ha detto che un governo nuovo si deve fare in ogni caso, perché ad aprile inizia la seconda guerra in Afghanistan, quella vera. E a quel punto uno pensa a Turigliatto e Rossi quasi con simpatia.
I senatori, iperpagati e anche mediamente anzianotti, sono come bambini dell’asilo: gridano, si minacciano, si agitano tutto il tempo. Le scenette di Marini che richiama all’ordine a destra e a sinistra sono le più significative sullo stato di salute della classe politica italiana.
Le prospettive politiche sono poche e tutte inguardabili:
1) governo Prodi bis, con la stessa maggioranza, che cade tra un mese sui Dico, oppure tra 2 sull’Afghanistan. Potrebbe durare a condizione della fuoriuscita dall’UDC di una decina di senatori “folliniani”. Ma ciò porterebbe a fare dei “Dico” che non vi dico e a fare una guerra che è una vera guerra.
2) governo Casini, in cui l’UDC si aggiunge alla maggioranza, che perde un po’ di senatori e deputati qua e là, ma nessun partito. Non si fa nessuna riforma, in classico stile democristiano.
3) governo Marini (o Amato), composto da Forza Italia, UDC, DS e Margherita più chi ci vuole stare. Pugno di ferro sulla finanza, nuova legge elettorale ancora più astrusa, Berlusconi salvato ancora da tutti i processi.
4) si ritorna alle urne per le elezioni. L’UDC corre da sola insieme all’Udeur di Mastella. La destra vince alla Camera, ma al Senato c’è una situazione di parità. Diario fa uno speciale sui brogli.
5) Alcuni senatori dell’UDC fondano un nuovo partito e appoggiano un governo D’Alema. Dietro ci sarebbe anche la mano di Cossiga.
«Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.»
Karl Marx
http://www.salgalaluna.com/?p=170
I Cavalieri dell'Ideale
di MICHELE SERRA
SI CAPISCE, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l'onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c'erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo.
Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d'oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell'applauso ai Cavalieri dell'Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento. http://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/politica/governo-battuto/serra-amaca/serra-amaca.html
Senato, una brutta giornata
di Furio Colombo
In poche parole ieri al Senato è successo questo: due senatori, Rossi e Turigliatto, della maggioranza eletta con Prodi, non hanno partecipato al voto. Perché lo hanno fatto? Perché, ci fanno sapere, sono in favore della pace. Qual è il risultato del loro comportamento in nome della pace? Eccolo di fronte a noi: i berlusconiani vincono ed esultano. Per ore hanno parlato in favore della guerra, qualunque guerra, purché partano i soldati. Adesso saltano in piedi e urlano, da statisti, la loro contentezza tribale: hanno respinto la relazione del ministro degli Esteri sulla politica del governo, sul “dove siamo” dell’Italia nel mondo. E sul “come siamo” nel mondo.
Siamo - aveva detto D’Alema la mattina di mercoledì - in Libano a capo delle forze di pace delle Nazioni Unite. Siamo, con l’Onu e la Nato in Afghanistan, impegnati a spostare l’equilibrio fra aiuti economici e presenza militare (sempre meno attività militare, sempre più cooperazione e aiuti). Possiamo farlo perché contiamo.
Non siamo più in Iraq perché in quella guerra - tanto amata e tanto rimpianta dai berlusconiani (mentre l’America la rigetta) - eravamo dei subordinati che potevano solo ricevere ordini. Ed era una guerra fondata su affermazioni, documenti, prove, annunci, tutto completamente falso.
È giusto a questo punto chiarire: due altri voti erano stati promessi e sono mancati all’Unione, dunque a D’Alema e al governo Prodi. Sia il senatore a vita Andreotti che il senatore a vita Pininfarina avevano promesso il loro voto alla politica estera di questo governo. Non si sa rispondendo a quale richiamo, entrambi all’ultimo istante si sono astenuti.
Però Andreotti e Pininfarina non avevano alcun impegno con il governo, la maggioranza, gli elettori e con la questione della pace. Rossi e Turigliatto l’avevano, ed è per questo che Prodi ha dovuto prendere atto del caso politico creato dal loro rifiuto di votare e ha dato le dimissioni. Eppure Rossi e Turigliatto avevano appena ascoltato il brevissimo, chiarissimo intervento di Franca Rame, appena tornata da Vicenza, dove ha avuto, con Dario Fo, un ruolo da leader. Ha detto Franca Rame: «Si sa punto per punto dove sono e dove non sono d’accordo con ciò che ha detto D’Alema. Ho paura della guerra in Afghanistan. Voglio tutto aiuto e niente guerra. E allora voi vi aspettate che voti no. Vi piacerebbe. Ma io non posso darvi questa vittoria. Perciò continuo il mio impegno per la pace. E a D’Alema e a Prodi, per le cose che condivido e quelle che non condivido, dico “sì”. Non posso far vincere voi che avete in testa solo subordinazione e guerra».
L’occasione era importante per due ragioni: perché era la chiave di tutto questo periodo della vita politica italiana, che è clamorosamente cambiata, quanto a presenza nel mondo con Prodi e D’Alema. E perché l’intervento di Massimo D’Alema al Senato è stato netto, chiaro e completo, con una buona dose di coraggio e nessuna ambiguità. Il coraggio è stato di non cercare benevolenza e comprensione, ma piuttosto orgoglio delle cose fatte fino ad ora, prima di tutto l’iniziativa italiana che ha fermato la guerra nel Libano. Il coraggio è stato di dire della guerra in Iraq ciò che deve essere detto senza nascondersi dietro le bandiere, dietro il nazionalismo di tempi lontani e l’esaltazione della guerra sbagliata come modo di mostrarci amici dell’America. È stato il coraggio di affermare che la situazione in Afghanistan può essere cambiata soltanto se un Paese che conta non si ritira mettendosi in condizione di non contare più e di riconoscere che tutto ciò non si fa per avere diplomi di amicizia subordinata ma per dovere. Donne e bambine e tutta la popolazione di quel Paese, che è stato vittima di una violentissima oppressione militare e religiosa, si aspettano non la continuazione di una guerra infinita ma una vita un po’ migliore.
Due senatori eletti con il centrosinistra hanno deciso che non importa se in Afghanistan resta la guerra e in Italia torna Berlusconi, dunque una esaltazione primitiva e bugiarda della bella guerra che si celebra. Va bene così, si sono detti, e al diavolo i milioni che hanno votato e sperato con Prodi.
Il resto ce lo dirà il Presidente della Repubblica nelle prossime ore. A noi resta negli occhi l’esplosione di festa di coloro che, ancora ieri, ancora nei discorsi contro D’Alema, si congratulavano a vicenda per i morti italiani al servizio di una guerra - l’Iraq - che l’America sta cancellando mentre l’Inghilterra ritira i soldati.
Quelli sì che erano tempi di gloria, hanno detto e gridato i berlusconiani con sincero rimpianto. Ora, forse, grazie a due voti mancanti da parte di chi, prima di andarsene, ha detto di battersi per la pace, lo spettacolo del circo Berlusconi-Calderoli e dei soldati che partono può anche ricominciare. O almeno ritorna l’incubo.www.unita.it
LA RESPONSABILITA' DEI PARTITI
E dopo tante incertezze e patemi d'animo ''finalmente'' è successo.
Per colpa di qualche senatore (perchè non sono solo due), la politica estera non è stata approvata e il Governo Prodi si è dimesso, il governo che con tanta fatica abbiamo fatto eleggere, dopo i disastri economici del precedente governo e le leggi ad personam che tutelavano interessi precisi, e non quello dell'Italia.
Lo scenario è incerto e non esaltante; di fronte a un parlamento non eletto, bensì nominato dalle segreterie dei partiti (grazie alla legge elettorale messa a punto da Calderoli che poi l'ha definita come tutti sappiamo), il Parlamento è diventato un insieme di vecchi parlamentari riciclati, amici, amici degli amici, e via discorrendo senza più alcun rapporto con gli elettori. Infatti i cittadini oggi non sanno con chi devono fare i ''conti'': non hanno più il loro rappresentante di riferimento cui chiedere spiegazioni, giustificazioni e promettergli di non rieleggerlo più, se del caso.
Si è spezzato il legame tra gli elettori e gli eletti e di questo la responsabilità più grave ricade sulle spalle delle segreterie che hanno avuto l'occasione di scegliere una classe dirigente più responsabile che avrebbe avuto il rapporto diretto con la gente, avrebbe saputo coinvolgerli e costruire un percorso di crescita civile e responsabile.
Di questo chiediamo conto ai partiti.
Oggi l'unica alternativa è la costituzione del Partito Democratico INSIEME CON I CITTADINI, in modo da ricostruire quel legame e rapporto diretto e continuo tra il rappresentato e il rappresentante che dia forza agli eletti per portare a compimento programmi e ideali.
Simona Giovannozzi
22 Febbraio 2007
www.communitas2002.it
La fiducia vuota della sinistra radicale
Ezio Mauro, la Repubblica,
Tirata per mesi in parlamento e nelle piazze, la corda ideologica dell'estremismo si è infine spezzata, facendo precipitare il governo Prodi e riaprendo a Silvio Berlusconi - sconfitto soltanto un anno fa nelle urne - la prospettiva ravvicinata di ritornare alla guida del Paese.
La crisi si apre sulla politica estera, dopo che D'Alema ha spiegato in Senato l'impegno per la pace dell'Italia, il rifiuto della guerra, il valore "politico e civile" della missione Onu in Afghanistan, l'impossibilità di un ritiro che ci allontanerebbe dalla Ue, isolandoci. Un discorso che sta pienamente nel programma dell'Unione, e che avrebbe potuto pronunciare tra gli applausi qualsiasi ministro degli Esteri di qualunque governo di sinistra di ogni Paese occidentale.
Ma in Italia, no. In Italia, dove il presidente del Consiglio è stato presidente della Commissione europea, questo discorso divide la sinistra ed è inaccettabile per la sua frangia più estrema, pronta a votare contro il governo pur di salvarsi l'anima o almeno il pregiudizio. Il risultato è la crisi dopo appena 281 giorni di Prodi a Palazzo Chigi, nemmeno un anno. Una crisi inevitabile perché senza una maggioranza in politica estera non si governa il Paese. Ma qui, secondo quanto rivela l'estremismo radicale, non manca solo la maggioranza: manca un'idea stessa dell'Italia, per capire cos'è e cosa dev'essere oggi, qual è il suo posto in quella parte del mondo che si chiama Europa e Occidente, se non vogliamo abitarla per caso o per sbaglio, da stranieri in patria, orfani di ideologie sconfitte e pericolose.
Ecco perché Romano Prodi ha fatto bene ad annunciare subito dopo il voto, già al telefono, le sue dimissioni al Capo dello Stato, e a non chiedere un rinvio automatico alle Camere per verificare meccanicamente se la maggioranza di centrosinistra c'è ancora oppure no. In questo modo si esce dai giochi interni alla coalizione, dove è possibile fare per mesi i governativi al ministero e gli estremisti in piazza, e tutto ritorna nelle mani del Capo dello Stato. Che dovrà e vorrà capire in forma impegnativa non solo se c'è una teorica maggioranza numerica per l'Unione, ma se c'è una concreta maggioranza politica, capace di assicurare al Quirinale di essere pronta ad assumersi le responsabilità di governo dei prossimi mesi, a partire proprio dagli impegni internazionali dell'Italia.
Napolitano vuole infatti rompere il gioco dietro il quale si nasconde la rendita di posizione dell'estremismo: il gioco della "fiducia vuota", o irresponsabile, che porta i partiti e i gruppi più radicali della coalizione a votare un assenso fiduciario generico al governo, pur di avere poi le mani libere sui singoli temi specifici, con distinzioni, astensioni, opposizioni che consentono ad ognuno (e ai piccoli gruppi soprattutto) di inseguire la rappresentanza di interessi di parte incompatibili con la logica e il programma di coalizione. Da oggi, dirà Napolitano al centrosinistra, la "fiducia vuota" non basta più, perché non garantisce la tenuta di un governo, anzi lo espone a quell'"umiliazione" di cui parlava ieri la Cnn nel servizio sull'Italia: occorre un impegno preciso sui passaggi qualificanti, qualcosa che dimostri la capacità per la sinistra italiana di fare governo, di fare maggioranza. Solo così Prodi potrà ripresentarsi alle Camere. Altrimenti, non ci sono le condizioni per andare avanti e la sinistra dovrà passare la mano, gettando al vento in pochi mesi la vittoria elettorale: e per sua esclusiva responsabilità.
Questa responsabilità è già emersa ieri con evidenza in Senato, con la defezione di due parlamentari, uno di Rifondazione e uno appena uscito dal partito dei Comunisti italiani: per Prodi due voti in meno in un equilibrio già fragilissimo, con Andreotti subito pronto - com'era immaginabile - a stare con i desideri di Ruini piuttosto che con la politica estera del governo. Le due defezioni "comuniste" sono il segno concreto dell'ideologismo irriducibile, anche davanti alla crisi di governo, e al rischio di riconsegnare il Paese a Berlusconi. Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui, e non vedere dietro i due senatori del no un mondo, un'organizzazione e una cultura molto più ampia, in cui hanno camminato in questi mesi e soprattutto in queste ultime settimane gli stessi leader dei partiti dei verdi, di Rifondazione e dei Comunisti italiani che poi nelle ultime ore hanno parlato a sostegno del governo: come se un voto parlamentare fosse separabile da una cultura, da un comportamento diffuso e insistito, da un giudizio capitale sul riformismo di sinistra, dall'anatema sulle alleanze occidentali. E soprattutto dall'antiamericanismo che dopo la fine della guerra fredda in Italia è l'ultima ideologia superstite, quasi un'identità eterna per un comunismo minore e irriducibile, che continua a chiamarsi tale nonostante la democrazia l'abbia sconfitto nella contesa europea del Novecento, rivelando non solo i suoi errori ma la sua tragedia.
La crisi di governo certifica dunque con esattezza cos'è la sinistra italiana oggi. Un gruppo maggioritario che si fa carico della responsabilità del governare, scegliendo la cultura riformista nei suoi valori e nelle sue obbligazioni. Un gruppo minoritario estremista, che ha demonizzato Berlusconi come fascista ma è pronto a riconsegnargli l'Italia, considera il governo del Paese un vincolo più che un'opportunità, ritiene che la piazza debba prevalere sulle istituzioni.
Il dramma della sinistra sta alla fine in un paradosso: nelle condizioni attuali senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa. E tuttavia si dovrà ad un certo punto parlar chiaro davanti ai cittadini, spiegando qual è l'Italia del futuro, che Paese ha in mente la sinistra, come lo vuole veder crescere. La lezione della crisi è quella di costruire al più presto una forte piattaforma riformista , il partito democratico, cioè una vera sinistra di governo con vocazione maggioritaria capace di allearsi con i radicali sfidandoli per l'egemonia culturale, costringendo i leader a uscire da ogni ambiguità: perché anche in Italia non si può stare nello stesso tempo e per sempre in piazza e al ministero.
Questo dovrebbe chiedere Prodi ai suoi alleati, perché solo se si coglie l'occasione della crisi per fare chiarezza nell'identità della sinistra (e dunque nell'identità della coalizione) vale la pena restare a Palazzo Chigi. Non servono, com'è dimostrato, le firme sul programma. Serve una politica condivisa, in pochi punti, che nasca da un'idea chiara dell'Italia e della sinistra. Un'idea che può ancora, persino oggi, essere migliore di quella della destra, e più utile al Paese. Ad esempio nella partita in atto per la laicità dello Stato, che è la vera battaglia culturale di questa fase per la sinistra. Anche se gli estremisti non lo sanno, prigionieri dell'eterna sfida con gli Usa e con i riformisti: che combattono da soli, come un'ossessione.
"Ora un accordo blindato o è meglio tornare alle urne"
Claudio Tito
la Repubblica
«O CI MUOVIAMO nel perimetro di questa maggioranza oppure si va a votare. Subito». La televisione era sintonizzata sul canale del Senato. Aveva seguito il dibattito fin dal primo minuto. Anche durante il pranzo insieme a due dei suoi fedelissimi Di Giovanni e Ovi, il monitor era rimasto lì, davanti agli occhi. Stava facendo il punto della situazione sui prossimi passaggi del governo in tema di politica economica. E proprio in quel momento si è acceso il display di Palazzo Madama.
Un momento di pausa. Stupore. E poi lo sfogo: «L´avevo detto che avremmo perso. Lo sapevo. Era chiaro, troppe polemiche, mai compattezza. Il Partito Democratico sempre in discussione. Mi sono fatto bucare il costato in continuazione...». Quindi tanto silenzio. Fino a quando Romano Prodi non ha preso il telefono. «Pronto Flavia», il fiume in piena è proseguito con la moglie rimasta a Bologna: «Io mi dimetto». Poi con tutti gli altri. Con i "prodiani doc" e con i leader dell´Unione, arrivati subito dopo a palazzo Chigi. E con il presidente della Repubblica. «Fai bene a dimetterti - gli dice per telefono Giorgio Napolitano - perché il rinvio già c´è stato, dopo quel voto su Parisi. Ora servono soluzione che garantiscano una effettiva stabilità alla legislatura».
Tensione e clima di ghiaccio al primo vertice con Massimo D´Alema, Francesco Rutelli, Enrico Letta, Arturo Parisi e Giulio Santagato. Lo stato d´animo del professore andava a corrente alternata: rabbia e rassegnazione si inseguivano. Nonostante quel «lo sapevo», sperava di poter superare anche questo tornante. Di fronte alla frana, però, punta l´indice: certi errori forse si potevano evitare. Ad esempio la replica del ministro degli Esteri. Il premier avrebbe preferito una linea diversa dal vicepremier. «Ha forzato troppo, è stato troppo pesante. Che bisogno c´era di essere tanto duri? Non ce n´era bisogno. Ora mi deve dire perché l´ha fatto». Anche l´ultimatum lanciato martedì scorso a Ibiza non lo aveva affatto convinto. «Non ha proprio funzionato niente».
Il fantasma del ´98 dunque alla fine si materializza. Come allora, il capo dell´Unione vuole la resa dei conti. Vuole «fare chiarezza in modo definitivo». E agli alleati lo dice subito. Il reincarico che Scalfaro gli diede nove anni fa brucia ancora come un errore da sottolineare con la matita rossa. «Un altro mandato al buio non lo accetto, sia chiaro. Il mandato deve essere blindato. Resto, se ho la certezza di avere una maggioranza di ferro e se voi mi darete più autonomia. Dovete mettervi in testa che questo Paese ha bisogno di essere governato da questa maggioranza. Punto e basta. Io non sto qui a pietire. Per quanto mi riguarda, poi, la maggioranza non cambia. Se no, si va al voto». Parole pesanti come pietre per i presenti. E che in pochi hanno apprezzato. «Guarda che forse bisogna essere più prudenti, vediamo come si mettono le cose - lo interrompe D´Alema -. Se andiamo al voto, riconsegniamo il Paese a Berlusconi per dieci anni. Al Senato il problema c´è, risolviamolo. Andiamo avanti, ma per governare davvero e non per tirare a campare. Con la stessa maggioranza, si tira a campare». Il presidente dei Ds difende la sua tattica. Ricorda che «un momento di chiarezza era indispensabile da tempo. Non ho forzato la mano, ho solo cercato chiarezza». A suo giudizio, però, una via d´uscita ancora c´è. E non una nuova fiducia sic et simpliciter. L´Unione, questo esecutivo guidato da Prodi, deve pensare ad «allargare» la sua maggioranza. A chi? Ai centristi. All´Udc, se possibile. Dando in cambio la riforma elettorale, anche il modello tedesco. Un percorso stretto, lo sanno tutti. Ma che per la Quercia va comunque sperimentato. «Abbiamo due strade - osserva Piero Fassino - o un allargamento stretto ad alcuni singoli esponenti centristi. O, più difficile, lanciare un ponte all´Udc».
Su questa strada, stavolta il patto tra D´Alema e Fausto Bertinotti è di ferro. L´idea di espandere l´Unione adesso ha aperto una breccia anche nel Prc. «A questo punto - è il ragionamento di Franco Giordano - Prodi dovrà guadagnarsi qualche consenso in più. Naturalmente senza snaturare il programma di governo». Certo, Rifondazione privilegerebbe «l´allargamento stretto». Sta di fatto, che il fronte si è comunque aperto. La Margherita ci va con i piedi di piombo. Sa che ogni passo può essere interpretato come una cedevolezza alle larghe intese. A quelle evocate da Silvio Berlusconi lanciando in pista Franco Marini («così in cambio ci danno la presidenza del Senato»), Giuliano Amato o Lamberto Dini. Francesco Rutelli non si sbilancia. Né al vertice di Palazzo Chigi né all´ufficio politico dei Dl. Facendo comunque insospettire alcuni dei suoi che temono la voglia del vicepremier di infilarsi negli eventuali spazi che si apriranno durante la crisi di governo. Basti pensare che al consiglio dei ministri la più decisa nella difesa del Professore è stata Rosy Bindi: «O con te o alle elezioni». Davanti ai tanti «non mollare», però, c´è stato un D´Alema che si è limitato ad aspettare: «Decide Napolitano».
La partita quindi è solo all´inizio. Ma, come dice Arturo Parisi, stavolta «non ci sono stati complotti, il problema è solo politico e come tale va affrontato». Prodi è pronto a giocare le sue carte solo alle sue condizioni, cercando solo qualche voto in più come quello di Marco Follini. La prima tappa, allora, sarà il reincarico. Per il premier un problema difficilissimo. Anche perché «vedrete che in ogni caso nessuno vorrà andare al voto. E se non ci saranno le mie condizioni, allora me ne andrò. Mi dimetterò anche da deputato. Torno a fare il professore a Bologna».
Rina Gagliardi
«Penso che non ci sia stata piena consapevolezza da parte dei senatori dissidenti dell'esito che si stava costruendo. Forse c'è stato un equivoco, stamattina a un certo punto riscontravamo un grande ottimismo». Questa ignobile cialtrona, che siede immeritatamente nel Senato della Repubblica italiana incassando 18mila euro al mese più infiniti privilegi, considera cosa normale che un suo collega (di cialtronaggine, stipendio e privilegi) possa "equivocare" su un voto che semplicemente contribuisce a far cadere il governo. In miniera, a calci nel culo e bastonate sul groppone. http://www.onemoreblog.it/
| Romeo e Giulietta sotto la mezzaluna |
| In Arabia Saudita ci sono coppie che si amano eppure sono costrette a divorziare |
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In barba alla crisi dell’istituto del matrimonio in occidente, in Arabia Saudita ci sono coppie che si amano eppure sono costrette a divorziare e, in alcuni casi, sono incarcerate.
Fatima e Mansour. Accade ad esempio ad una donna di 34 anni, Fatima Al Timani, che si trova da sei mesi in carcere nella città di Damman, insieme al figlio di un anno. Fatima è solo l’ultima delle vittime del fenomeno dei divorzi coatti, una pratica secondo cui le famiglie degli sposi possono fare annullare un matrimonio, anche contro la loro volontà. La sua storia ha attirato molte simpatie nel regno saudita e diversi intellettuali hanno organizzato una petizione indirizzata al re Abdullah, perché risolva il problema dei divorzi coatti e faccia delle riforme sui diritti delle donne. Il dramma di Fatima è iniziato due anni fa, quando si sposò con un uomo di nome Mansour, che però mentì sul suo lignaggio familiare per ottenere l’assenso al matrimonio dalla famiglia di lei. Quando i fratelli di Fatima scoprirono le umili origini di Mansour denunciarono la coppia al tribunale di Jeddah accusandola di convivenza illegale. I due, che tuttora dicono di amarsi e che hanno nel frattempo avuto due figli, sono stati separati e incarcerati. Suleiman, il figlio di un anno vive in carcere con la mamma, mentre Noha, due anni, sta con il padre. La loro situazione si è complicata quando, all’inizio di febbraio, la corte di Riadh ha confermato in appello il divorzio comminato nella prima sentenza. Il marito, Mansour, considera la sentenza “non islamica” e pertanto ha rifiutato di riconoscerla. “Se la famiglia vuole che lei si sposi con un altro uomo anche se noi ci consideriamo ancora sposati non posso farci nulla. Dio sarà il nostro giudice”. Secondo Irfan Al Alawi, direttore del centro per il Pluralismo Islamico con base a Londra, la vicenda di Fatima e Mansour non è un caso isolato, ma riguarda almeno altre diciannove coppie costrette al divorzio, i cui casi sono nelle mani delle corti saudite.
Rania e Saud. Una storia simile è quella della dottoressa Rania Albou Enin, in cinta di otto mesi e in attesa di una sentenza d’appello contro il divorzio impostole dal padre. Rania è tenuta in una località segreta, mentre il marito, Saud Al Khaledi, si trova in carcere ad Al Khobar. Il suo dramma dipende dal fatto che la famiglia di lei è indigente e, né il padre né i fratelli erano disposti a rinunciare al suo sostegno finanziario. Rania lavorava all’ospedale e aveva un discreto reddito, dunque il padre e i fratelli rifiutarono di concedere il benestare al matrimonio e la costrinsero con la violenza a rinunciare alla prospettiva matrimoniale, che li avrebbe privati di un guadagno extra. Secondo la legge islamica se il tutore di una donna nega l’assenso al matrimonio senza una valida ragione, un tribunale può togliere la potestà al tutore e nominarne un altro. Così Rania si rivolse alla corte di Al Khobar. Quando il padre seppe della causa contro di lui la pestò brutalmente e la rinchiuse in casa. Quando potè di nuovo uscire, un anno fa, Rania andò in Bahrain dove un giudice accettò di diventare suo tutore e di sposarla con Al Khaledi. Quando la coppia di sposi tornò in Arabia Saudita, il padre di lei dichiarò alle autorità che il marito l’aveva rapita. Il giudice decise di annullare il matrimonio per l’assenza del padre e per “incompatibilità tribale tra i coniugi”. Saud, il marito, poteva scegliere se rendere Rania alla famiglia o andare in carcere e scelse quest’ultima per non ferire l’onore di lei, che nel frattempo era rimasta incinta. Ibrahim Mehari, il suo avvocato, dice di non essere ottimista perché il caso potrebbe essere preso come precedente. Il suo ufficio legale segue le cause di altre sei persone nella stessa situazione di Rania e Saud. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7369 |
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Danni da guerra : convenzione di Bruxelles non si applica
di G. M. Marq
La Convenzione di Bruxelles non si applica alle cause per risarcimento da danni bellici. Lo ha stabilito alcuni giorni fa la Corte di giustizia delle comunita' europee, affermando che l'azione giudiziaria promossa a scopo di risarcimento per i danni subiti dalle vittime delle azioni delle forze armate "non rientra nella «materia civile» ai sensi della Convenzione di Bruxelles concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale".
La causa in oggetto traeva origine dal massacro di civili perpetrato da soldati delle forze armate tedesche il 13 dicembre 1943 e di cui sono stati vittime 676 abitanti del comune di Kalavrita (Grecia). Dal 1995 la sig.ra Lechouritou e altri discendenti delle vittime hanno richiesto dinanzi ai tribunali greci la condanna dello Stato tedesco al risarcimento dei danni patrimoniali e morali e delle sofferenze psichiche loro provocati dalle azioni delle forze armate tedesche. Tali tribunali hanno respinto il ricorso sostenendo che le giurisdizioni greche non sono competenti a statuire in quanto lo Stato convenuto, che è uno Stato sovrano, beneficia del privilegio dell'immunità.
Dinanzi all’Efeteio Patron (Corte d'appello di Patrasso) i ricorrenti hanno allora invocato la Convenzione di Bruxelles1, richiamandosi a una disposizione che, a loro avviso, deroga alla regola del privilegio dell'immunità degli Stati per tutte le azioni commesse in occasione di un conflitto armato che abbiano tuttavia riguardato persone estranee ai combattimenti. Il giudice greco ha pertanto chiesto alla Corte di giustizia delle Comunità europee se l'azione giudiziaria per il risarcimento dei danni causati da tali atti rientri nell'ambito di applicazione della Convenzione.
La Corte europea ha ricordato innanzitutto che la Convenzione si applica sì alla «materia civile e commerciale», ma non definisce il contenuto e la portata di tale nozione. Risulta però da una giurisprudenza costante della Corte che essa va considerata come una nozione autonoma e va interpretata facendo riferimento, da un lato, agli obiettivi e al sistema della Convenzione e, dall’altro, ai principi generali desumibili dal complesso degli ordinamenti giuridici nazionali, escludendo quindi dalla materia civile talune azioni o decisioni giurisdizionali, in ragione della natura dei rapporti giuridici fra le parti in causa o dell’oggetto della lite.
La Corte ha poi dichiarato che, se è vero che alcune controversie fra una pubblica autorità ed un soggetto di diritto privato possono rientrare nell’ambito di applicazione della Convenzione di Bruxelles, la situazione è diversa quando la pubblica autorità agisce nell’esercizio della sua potestà d’imperio. Conseguentemente, quando il ricorrente agisce sulla base di una pretesa che deriva da un atto di pubblico imperio, l’azione è esclusa dall’ambito di applicazione della Convenzione.
Nel caso di specie, le operazioni condotte dalle forze armate costituiscono una manifestazione caratteristica della sovranità dello Stato e, quindi, un’azione come quella promossa dalla sig.ra Lechouritou e altri, volta ad ottenere il risarcimento del danno causato da tali operazioni, non rientra nell’ambito di applicazione della Convenzione di Bruxelles.
www.osservatoriosullalegalita.org
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febbraio 21 2007
www.caravita.biz
Perchè ho votato contro il governo -
di Franco Turigliatto, parlamentare del Prc - da www.errenews.altervista.org
"Ritengo che le scelte del mio partito siano in profondo contrasto con il nostro programma politico e con gli impegni presi in campagna elettorale. Ricordo che sull'Afghanistan e sulla base di Vicenza nulla era scritto nel programma dell'Unione, per cui la supposta fedeltà alla coalizione semplicemente non esiste.
Tuttavia, non volendo approfittare della mia condizione determinante nelle scelte decise dalla maggioranza del gruppo parlamentare, presenterò oggi stesso le mie dimissioni dal Senato"
"La replica di D'Alema non ha cambiato la sostanza della politica del governo indicata nella relazione e il mio voto a favore non ci sarà. Sono contrario alla guerra in Afghanistan e al raddoppio della base di Vicenza che il governo, la maggioranza del centrosinistra e tutto il centrodestra invece vogliono fortemente, contro l'opinione dell'elettorato italiano e contro la rivolta di un'intera città" dichiara Franco Turigliatto, senatore di Sinistra Critica-PRC.
"Certo, una nuova maggioranza sarebbe peggiore dell'attuale e non la auspico. Ma il governo non andrà lontano se continuerà a voltare le spalle a chi lo ha votato. Non accetto di diventare il capro espiatorio della crisi di questo governo, che è tutta legata alla sua politica suicida e non al mio dissenso personale" prosegue Turigliatto.
da www.errenews.altervista.org
per conoscenza
Inviata a Turigliatto e a Rossi f.
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Egregio Senatore,
Le scrivo esercitando il mio diritto di mantenere rapporti con i
parlamentari che sono, sotto ogni profilo, dipendenti del Paese e
soprattutto degli elettori che li hanno votati. Quindi mi sento in
diritto anche di esprimere il mio sconcerto e la mia irritazione -
leggasi rabbia - per le scelte consapevolmente suicide fatte da
alcuni senatori della maggioranza tra i quali pongo anche lei.
Vede, senatore, pur non essendo parlamentare faccio lo storico, e la
mancanza di conoscenza storica è forse il maggior motivo di scelte
sbagliate, di stupidaggini, di posizioni viziate da quello che Lenin
avrebbe definito narcisismo politico. E' infatti un puro narcisismo
pensare di essere coerenti con le proprie posizioni - giuste e
sbagliate che siano, per chi le difende sono sempre giuste - e con
queste motivazioni produrre guasti incommensurabili. E' narcisismo
politico anteporre i propri mal di pancia esistenziali alla necessità
di garantire la vita di un esecutivo che - forse - costruirà una base
americana a Vicenza, che - forse - manterrà un contingente di soldati
volontari in Afghanistan, ma che - sicuramente - verrebbe sostituito
da un governo che di basi ne costruirà dieci di più e di soldati ne
invierà una caterva.
Una volta i comunisti sapevano l'importanza del potere e della
gestione del potere; lei forse non lo sa perché questa consapevolezza
la si è persa nel tempo, ma è molto donchisciottesco, quindi
politicamente sterile, fare uso del voto isterico per cambiare il
mondo senza rendersi conto che il mondo lo si cambia controllando
anche le piccole posizioni di governo di un piccolo paese come
l'Italia invece che rifugiarsi nella torre d'avorio della
propria
lucida, insipiente, coerenza.
Grazie, senatore, e lo trasmetta anche ai suoi colleghi dissidenti.
Oggi avete dimostrato coi fatti che di comunista avete soltanto il
nome, ma che ignorate tutto della storia internazionale, dei processi
economici globalizzati, dei modi per lottare contro un sistema da
correggere e da riformare e impedire il ritorno al governo di una
massa di cialtroni.
Addio,
_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza

Onestamente, ha avuto una gran fortuna o un gran fiuto Fernan Ozpetek a far uscire questo film sulla “famiglia flessibile” (come la definisce oggi Gramellini sulla Stampa) proprio adesso, in un’Italia dove sempre di più si creano reti affettive e convivenze così diverse dallo schema nucleare a cui ci aveva abituato la società industriale.
Ce lo dicono i dati - per esempio - dell’Istat: i matrimoni sono in calo costante dal 1972 (con una breve controtendenza all’inizio dei Novanta) e ormai per ogni coppia che si sposa ce ne sono due che vanno a convivere. In crescita costante separazioni e divorzi, mentre raddoppiano rispetto a dieci anni fa i bambini nati fuori dal matrimonio (dall’8 al 15 per cento).
E come ha scritto ieri Concita Di Gregorio su Repubblica, c’è uno statistico studioso del tema che ha scritto un libro per raccontare la “fine della famiglia” - quella nucleare - entro la metà di questo secolo.
Ha avuto fortuna o fiuto, Ozpetek, anche se per la verità un altro film italiano di otto anni fa, Pane e tulipani, affrontava più o meno gli stessi temi - con Licia Maglietta-Rosalba che alla fine crea un nuovo nucleo famigliare (assai più autentico di quello precedente) insieme con uno dei suoi due figli, il suo nuovo compagno e il nipotino di questi.
Il tema mi tocca personalmente in modo molto forte: ho un figlio “adottivo” - seppure diventato tale quando aveva solo 20 giorni di vita - e sono separato (mi scuso per la confessione di carattere autobiografico, ma - si sa - ognuno di noi è il cascame delle sue esperienze e si forma delle convinzioni anche sulla base del proprio vissuto).
Ieri sera, a cena in un ristorante indiano sull’Appia, mi sono quindi sprofondato in una serie di riflessioni sul tema con un mio amico di sempre, come me a metà dei 40 e come me in una di quelle condizioni che Gramellini chiamerebbe “famiglie flessibili”: convive con una compagna che conosce da quando erano al liceo, ma nel frattempo lei ha fatto tre figli con un marito da cui poi si è separata.
Insomma un casino, come si usa dire.
E le nostre preoccupazioni - del mio amico e mie - naturalmente riguardavano non tanto noi, belli grandi pasciuti e corazzati, quanto le possibili difficoltà dei nostri figli, che a tutt’oggi - nonostante le tendenze statistiche di cui sopra - nelle loro scuole rappresentano “una diversità” rispetto ai ragazzini che vivono nelle famiglie nucleari, e quindi sono oggetto di domande non sempre innocue da parte dei compagni - e tutto questo poi esploderà nella loro adolescenza, quando si formeranno un’identità aggiungendo le proprie peculiarità alle sofferenze già tipiche di quel passaggio.
Vedrò il film di Ozpetek, nel week end (domenica, perché il sabato posso stare con mio figlio) e vi saprò dire. Nel frattempo spero che questa cosa - le famiglie fondate sui vincoli degli affetti più che su quelli di sangue o di legge, con i problemi che ne possono derivare per gli adulti di domani - diventi oggetto quotidiano della nostra riflessione sul presente e porti quindi a una crescita civile, ben oltre il minuscolo e a tratti patetico dibattito sui pur benvenuti Dico.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/02/21/le-vere-paure-delle-famiglie-flessibili/#more-553
Avete notato che da un po' di tempo sui muri delle città è tutto un fiorire di dichiarazioni d'amore, frasi poetiche ("io e te 3 metri sopra il cielo"), pensieri filosofici" ("quel che so della mia vita lo devo alla mia ignoranza"..."sono solo il corpo riflesso della mia ombra"...). Spesso anche i marciapiedi, specialmente quelli davanti al portone di" lei" o di "lui", sono buoni per scriverci lunghe frasi d'amore o teneri saluti mattutini (buongiorno, piccola mia!).
Sono ormai molto lontani i tempi in cui sui marmi o sugli intonaci dei palazzi si leggevano solo slogan politici o "simpatici" apprezzamenti sulla squadra avversaria.
Dal momento che chi imbratta un muro di una casa o di un monumento sa perfettamente che sta facendo un danno a chi ci abita o al Comune (e quindi anche a se stesso), mi risulta abbastanza comprensibile (anche se non giustificabile), se a compiere questo atto vandalico sono persone che si ritengono in conflitto, più o meno permanente, con la società o si sentono vittime di un'ingiustizia. È in fondo un modo per amplificare la protesta e cercare quasi una simbolica e immediata forma di compensazione ai torti subiti.
Nel caso invece delle scritte d'amore, la situazione è del tutto rovesciata. Si suppone, a giudicare almeno dal tono e dai contenuti delle frasi, che il rapporto non sia affatto conflittuale; anzi, trabocchi di felicità e di tenerezza al punto da volerlo comunicare, è proprio il caso di dirlo, ai quattro venti.
È inevitabile, però, che una dichiarazione d'amore, per il fatto stesso che venga resa pubblica in quel modo, contenga anche un secondo messaggio (che forse è quello vero): una dichiarazione di disagio verso se stessi e verso gli altri. http://www.comunicazioneitaliana.it/prometeo.internal.php?id=837&sezioneid=2&display=artc
COERENZE
Domani la Destra italiana starà ad ammorbarci su come Sinistra radicale e Sinistra riformista siano sovente in conflitto e come il governo Prodi si regga sulle poltrone
Accuse più che giustificate
Una cosa però mi rende sospettoso verso l'onestà intellettuale degli attivisti della Destra:
ma quando i meridionali votavano la Lega dove era questa lucidità??(perchè ci vuole una grossa dose di masochismo a votare Borghezio essendo meridionali!!)
ma quando Casini faceva il gioco delle banche e Fini chiedeva la testa di Tremonti dove erano 'sti campioni del libero mercato?
ma quando in cinque anni di governo, Berlusconi ha fatto tre leggi (due di Sirchia ed una di Lunardi) degne di nota e per il resto NON ha governato facendoci perdere cinque anni.... dove erano 'sti campioni delle riforme?
e cosa teneva insieme il democristiano Casini con il leghista Bossi se non le poltrone?
e cosa mai avranno in comune l'aennino statalista con il libertario?
insomma ragazzi, se aspettate che l'aver sui cojoni Prodi ed i comunisti sia un valido motivo per stare insieme e per sostenere il peggior governo del dopoguerra ....state messi davvero male!!
ma del resto.... gente che confonde la difesa degli interessi di Berlusconi con la difesa degli interessi del disoccupato
e gente che pensa quell'inetto di coniglio di nero sia un leader presentabile alla carica di Presidente del Consiglio,
ha dei grossi problemi di obiettività!!
http://bishma.splinder.com/post/11058777
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