ulivo velletri


marzo 31 2007

Congresso cittadino tra le polemiche. Respinta la richiesta del voto segreto sull'elezione della direzione
Anche i Ds di Milano si spaccano «Subito una forza più a sinistra»
Nella Quercia strappo sul Partito Democratico. «Serve un percorso diverso»
di Marco Cremonesi

La macchina è lanciata, la forza centrifuga inarrestabile: anche a Milano, proprio mentre si celebra il congresso cittadino, la Quercia si avvia alla scissione. E pazienza se la rottura definitiva si consumerà più avanti: i sostenitori della sinistra socialista di Fabio Mussi non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai delegati che voteranno al congresso regionale di metà aprile. Lo strappo non si legge soltanto nella decisione della sinistra di non ritirare la scheda per votare il nuovo segretario, che peraltro è l'uscente Franco Mirabelli. E in fondo, a dare il sapore di ciò che sta accadendo non è neppure l'annuncio che verrà ufficializzato questa mattina. E cioè, per dirla con Chiara Cremonesi, «preso atto dell'accelerazione sul Partito Democratico, noi da oggi ci dedichiamo a un percorso diverso, l'aggregazione di tutte le forze della sinistra che in questo progetto non credono».
È proprio il tessuto unitario del partitone che fu comunista ad esser venuto meno, un collante che fino a ieri era rappresentato dal partito stesso. Lo si vede quando la sinistra, nel tentativo di portare alla luce qualche smagliatura nella maggioranza fassiniana, chiede il voto segreto sull'elezione della direzione. La richiesta è respinta, e lo strappo si consuma nella carne viva del partito. Con la sala che ribolle di proteste, uno come Antonio Pizzinato che grida imbestialito dal fondo della sala e l'ex sottosegretario Ornella Piloni (mozione Angius) che per la rabbia torna al dialetto: «Gh'avém le firme per il voto segreto e loro se ne sbàtten».
E in effetti, i tempi dell'annunciare un passo avanti per farne due indietro sembrano davvero finiti. Lo si capisce dalla relazione del segretario Franco Mirabelli. In cui chiede la lista unitaria dell'Ulivo in tutti i Comuni che andranno al voto nei prossimi mesi, la fusione dei gruppi Ds e Dl in Provincia, addirittura la costituzione di sezioni «che abbiano come protagonisti Ds, Margherita, associazioni e altre esperienze che vogliono dar vita al Partito Democratico». Il tutto in vista di una prossima «grande convenzione cittadina» per lavorare alla quale, con ogni probabilità, si rinuncerà a eleggere e insediare la segreteria cittadina del partito. Da fuori, dal centrodestra, arriva il commento del coordinatore regionale azzurro, Mariastella Gelmini: «Mi pare evidente che la crisi dei partiti della sinistra è a un punto così avanzato che la loro permanenza al governo dà i brividi».Corsera


8 per mille alla Chiesa valdese - appello laico

Di fronte all’offensiva clericale volta a limitare irrinunciabili libertà e diritti civili degli individui (che andrebbero invece decisamente ampliati), e alla subalternità e passività dello Stato nelle sue istituzioni parlamentari e governative, benché non credenti in alcuna religione, in occasione della dichiarazione dei redditi invitiamo tutti i cittadini democratici a devolvere l’otto per mille alla Chiesa Evangelica Valdese che le libertà e i diritti civili degli individui ha sempre rispettato e anzi promosso, e che si è impegnata ad utilizzare i proventi dell’otto per mille esclusivamente in opere di beneficenza e non a scopo di culto o di sostegno per i ministri e le opere della propria confessione religiosa.

Paolo Flores d’Arcais, Umberto Eco, Margherita Hack, Vasco Rossi, Giorgio Bocca, Simone Cristicchi, Andrea Camilleri, Dario Fo, Michele Santoro, Oliviero Toscani , Franca Rame, Ferzan Ozpetek, Lidia Ravera, Umberto Galimberti, Lella Costa, Luciano Canfora, Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Eugenio Lecaldano, Gennaro Sasso

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http://micromega.repubblica.it/micromega/2007/03/8_per_mille_all.html


Surreality show

Incredibile: Claudio Petruccioli ha dato un segno di vita.
L’altro giorno ha aperto il consiglio di amministrazione della Rai con questa idea: nel 2008 niente reality show sulle reti del servizio pubblico.
A intenderla in senso ampio, questa intenzione sarebbe rivoluzionaria. Vorrebbe dire: basta con questo modo di concepire la tv come uno strumento di inebetimento collettivo attraverso la drammatizzazione del nulla. Con rare eccezioni, tutta la televisione è infatti diventata un reality show di pessimo gusto.
Ma anche a intenderla in senso specifico, la dichiarazione è interessante: il presidente della Rai, un diessino nominato da Berlusconi, pur tra vari distinguo, ci dice che è sua intenzione eliminare dai palinsesti il format più volgare e invadente degli ultimi dieci anni. E motiva questa intenzione parlando di qualità, di missione del servizio pubblico, di ritorno alla sobrietà e al rigore. L’avevamo lasciato burocrate e ce lo ritroviamo eretico.
A questo punto era prevedibile che a “sinistra” qualcuno levasse la sua voce in difesa della libertà di espressione. E infatti Sandro Curzi, consigliere di amministrazione Rai nominato da Bertinotti, si è affrettato a difendere L’Isola dei famosi e consimili spettacoli che tanto piacciono al sottoproletariato culturale nazionale. Quell’audience di elettori non va lasciata alla destra, deve aver pensato il buon Piero Fassino, già frequentatore del salotto di Maria De Filippi. E infatti ieri sera, 22 minuti dopo la mezzanotte, ha risposto in questo modo a Giovanni Minoli: “Non ho una visione snobistica. Io penso che nella tv pubblica ci possano stare sia un programma come La storia siamo noi sia i reality show”. Per capire che cosa sono i diessini oggi non serve leggersi le mozioni congressuali. Basta riflettere su una dichiarazione come questa. Il segretario del maggior partito della “sinistra” ritiene normale che il cittadino paghi il canone per godersi l’intrattenimento trash attraverso la tv di Stato. Bisogna capirlo. I post-comunisti di potere, i nipotini di Berlinguer hanno compreso che bisogna sintonizzarsi sul punto più basso del gusto del pubblico, si sono convinti che l’inebetimento è irreversibile e il trash è parte integrante della modernità.
Si sono venduti l’anima, nel timore di apparire moralisti. http://www.pieroricca.org/


«Primarie, un bene per il centrosinistra»

Irene Aliprandi
Tutti d’accordo sull’effetto positivo con centinaia di persone mobilitate 
La prima esperienza vede la città pronta per l’appuntamento di domenica quando l’Unione avrà il suo aspirante sindaco

 

 
BELLUNO. La decisione di organizzare le primarie è stata a lungo sofferta, ma alla fine tutti sono convinti che sia un’esperienza positiva. Come finirà però si saprà solo il 2 aprile.
Ritenete che le primarie abbiano fatto bene al centrosinistra?
Marco Perale: «Certamente sì, perché hanno mobilitato centinaia di persone, che a loro volta ne hanno coinvolte molte altre. Vedremo in quanti risponderanno, ma sicuramente le primarie hanno messo in movimento il popolo di centrosinistra».
Claudia Bettiol: «Hanno fatto bene, comunque vada l’affluenza al voto. Ognuno di noi, nei sui incontri con i cittadini ha raccolto delle progettualità. Diversamente dal passato ora il programma si costruisce anche sulla base di quanto emerso. Il clima è positivo e il confronto è serio».
Attilio Sommavilla: «Come candidato indipendente ho ascoltato il pensiero di tanta gente che normalmente è lontana dai partiti. Sicuramente è stata una esperienza bella, nella quale mi sono divertito».
Maria Cristina Zoleo: «L’ideale sarebbe stato convergere su un candidato unico, ma questo non è stato possibile. Siamo arrivati alle primarie, metodo che sto rivalutando: è un sistema per coinvolgere i cittadini, per farli partecipare attivamente».
Cosa farete il 2 aprile? In caso di sconfitta appoggerete il vincitore?
Maria Cristina Zoleo: «Ho sottoscritto un accordo all’inizio, quindi, checché se ne dica con provocazioni strumentali, io sosterrò il candidato che vincerà e la coalizione. La forza del centrosinistra si vedrà dopo il 2 aprile».
Marco Perale: «Nessuno può governare da solo, bisogna mettere insieme tutto il possibile e dare spazio a tutte le minoranze, sia interne che esterne ai partiti. Se vinco chiamerò gli altri, se perdo resterò in attesa che mi chiamino. Un candidato sindaco non può che essere serio, e affidabile».
Attilio Sommavilla: «Il vero lavoro si fa dopo il 2 aprile. I ritardi nella decisione se fare o meno le primarie non hanno contribuito nel definire le linee guida del programma; però ritengo che tutti e quattro, a prescindere dal vincitore, dovremo impegnarci per trovare la sintesi delle diverse proposte. Se vinco mi aspetto l’appoggio di tutti».
Claudia Bettiol: «E’ un impegno che abbiamo preso con gli elettori, altrimenti le primarie sarebbero una bufala, una presa in giro. Mi fa piacere vedere che oggi si rettificano affermazioni diverse uscite in questi giorni e che avevano sollevato grande preoccupazione».
http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/%C2%ABPrimarie-un-bene-per-il-centrosinistra%C2%BB/1555487/6

Cuneo: nasce un circolo per una politica più partecipata

Al Forum delle Alternative Possibili, in corso a Borgo San Dalmazzo, partecipa anche il 'Movimento di partecipazione π' rappresentato dal suo Circolo di Cuneo ‘Democrazia è Partecipazione’. Il movimento, che porta anche nel capoluogo un progetto già diffusosi in altre città italiane, ha l’obiettivo di promuovere i valori della democrazia partecipativa nella quale, a differenza del modello rappresentativo, il ruolo del cittadino non si esaurisce con l’espressione di una preferenza di voto alle elezioni. ‘Democrazia è partecipazione’ si propone pertanto di approfondire il tema del distacco tra rappresentanti politici e società civile, suggerendo una serie di correzioni all’attuale sistema democratico. Tra questi figurano: elezioni primarie per la scelta delle candidature a tutti i livelli istituzionali, divieto di cumulare cariche e di presentare la propria candidatura oltre la seconda legislatura nella stessa istituzione, possibilità di presentare emendamenti da parte di cittadini per le leggi in discussione in Parlamento, decisioni su opere pubbliche e ambiente prese col preventivo consenso delle comunità interessate, attuazione del bilancio partecipato mediante il quale i cittadini decidono la destinazione di una parte del bilancio comunale.

Il progetto giunto a Cuneo ha già fatto proseliti in altre parti del paese, come a Genova, dove il 'Movimento di Partecipazione – lista Pigreco' ha dato vita a consultazioni primarie nelle quali, chi lo desiderava, poteva candidarsi a Sindaco. Conclusa questa fase, il candidato e la sua lista verranno presentati con come programma la fedele attuazione delle volontà dei cittadini. Chi volesse avere maggiori informazioni sulle iniziative poste in essere a Cuneo dal movimento 'Democrazia è Partecipazione' può visitare il suo blog http://circolopartecipazionecuneo.blogspot.com oppure ad inviare una mail a partecipazione@agx.it

«Bill Clinton forever», in Kosovo tutti pazzi per gli Usa

L'Onu (e Washington) vogliono l'indipendenza controllata per la provincia albanofona della Serbia.
La gigantografia di Bill Clinton sull'omonimo viale di Pristina (Foto Saskia Drude)
Bill Clinton saluta chi arriva in città dall'aeroporto di Pristina. La gigantografia dell'ex presidente Usa campeggia su un edificio di 12 piani nel Viale Bill Clinton del capoluogo di un Kosovo che aspira sempre di più all'indipendenza dalla Serbia. Soprattutto da quando l'Onu propone di concedere una indipendenza supervised, controllata, alla provincia a maggioranza albanofona. Il poliziotto che dirige il traffico, nel viale, porta un casco. Proprio come i poliziotti newyorchesi degli anni Venti. Sulla barriera di fronte c'è un manifesto del Giorno del Ringraziamento americano dell'anno scorso.

La boutique Hillary? Nel Viale Bill Clinton

Un tale entusiasmo verso l'America, in una città dalla popolazione a maggioranza musulmana, è eccezionale. Durante la presidenza di Clinton le prime bombe Nato sono state lanciate, nel marzo del '99, sui bersagli serbi. Settantotto giorni dopo, la guerra in Kosovo era finita. E l'espulsione degli albanesi del Kosovo da parte delle truppe serbe veniva bloccato. Dopo la fine della guerra le altre vie non portano nessun nome di combattenti per la libertà, né di uomini politici o scrittori albanesi famosi. Preferiscono orientarsi grazie a edifici, banche o negozi. Quali? Il ristorante “California”, la pasticceria “Boston”, i bar “Dallas” o “Manhattan”, la libreria “Harvard”, il supermercato “Alaska”, la boutique “Hillary”... ovviamente nel Viale Bill Clinton.

Armi made in Usa

«Gli albanesi ci amano» dice Robert Curis, che lavora in Kosovo dal 2001. «E, in effetti, se guido troppo veloce la polizia chiude un occhio solo perché sono americano». Curis è decano dell'Università americana in Kosovo, che dal 2003 propone corsi di economia, management e altre discipline richiestissime.
«Gli americani sono nostri amici» dice Faik Fazliu, «sono sempre stati dalla parte degli albanesi». Fazliu aveva 22 anni quando ha perso una gamba durante le ultime settimane di guerra. E oggi è presidente dell'associazione dei veterani e mutilati di guerra della dissolta Armata di liberazione kosovara, “Uçk”. E ricorda che «già nel '98 l'Uçk riceveva la maggior parte delle sue armi dagli Stati Uniti». Gli albanesi americani sostenevano l'Uçk quando compravano le armi dall'America, dal fucile al lanciagranate, alla luce del sole e in modo totalmente legale. Le armi sono arrivate in Kosovo passando dall'Albania. Dall'inizio della guerra gli americani hanno tenuto in Albania campi di allenamento per i combattenti dell'Uçk.

Dollari contro democrazia

Alcuni militari americani si trovano in Kosovo dal 1999, nel quadro della missione internazionale Kfor. Gli impianti di Bondsteel vicino a Ferizaj (in serbo Urosevać) costituiscono il più grande campo militare Usa d'Europa. Affittato per 99 anni, il suo impatto strategico, a lungo termine, supera di gran lunga il territorio del Kosovo, che conta solo 2 milioni di abitanti.
L'America gioca un ruolo importante anche nella vita civile. Il posto di rappresentante dell'amministrazione civile delle Nazioni Unite, Unmik, è riservato esclusivamente ad un americano. La futura ambasciata americana, così come gli uffici dell'Usaid, l'agenzia ufficiale americana per la democrazia e lo sviluppo economico, si trovano in mezzo ad una vasta zona di abitazioni della capitale kosovara. È qui che vengono coordinati i progetti per lo sviluppo e la democrazia, che il governo americano finanzia a suon di dollari.
Gli americani sono anche rappresentati in molte piccole e grandi ong. Kristin Griffith di Mercy Corps a Pristina conta circa una dozzina di grandi ong, ancora in attività in Kosovo, di cui tre sono americane. Quando la Griffith si sposta nei paesini del Kosovo centrale, sente sempre la stessa tiritera: “Bill Clinton e Dio hanno salvato il Kosovo”. L'entusiasmo degli inizi per gli americani non è diminuito molto dalla guerra. «Il Kosovo è uno dei pochi Paesi del mondo dove noi americani siamo ancora totalmente i benvenuti». Il giovane veterano di guerra Faik Fazliu non sa molto dell'impegno dell'America per la democrazia in Kosovo, ma ha imparato bene la lezione. «Il Kosovo sarà uno Stato indipendente, e rispetterà tutte le minoranze» promette. Come tutti i kosovari, Flaziu non pensa ad altro che al giorno in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deciderà lo statuto del Kosovo, probabilmente nelle settimane prossime. Mentre i Paesi dell'Ue sono divisi a causa del timore di un effetto a catena sui separatisti di casa propria, l'America vuole vedere il Kosovo indipendente il prima possibile.

Ma i serbi dicono «fuck»

Ma nel Nord del Kosovo, abitato principalmente dai serbi, si vede l'America piuttosto come alleata degli albanesi nell'espulsione dei serbi dal Kosovo. I circa 100.000 serbi che sono rimasti in Kosovo si concentrano nel nord della provincia e in qualche enclave. Nel negozio di souvenir della parte serba della città di Mitrovica si può leggere sulle cartoline e i manifesti: Fuck the Cola, Fuck the pizza, All we need is Slivovitza, Fan... alla coca-cola e alla pizza. Vogliamo solo Slivovitza!”. Che non sarebbe altro che la grappa di prugna locale.
Ma a parte i superalcolici, i serbi contano anche sul tradizionale sostegno di Mosca. La Russia, in quanto membro del Gruppo di contatto sui Balcani, ha annunciato a più riprese che sosterrà unicamente una soluzione accettata da tutte le parti. Una soluzione sull'indipendenza del Kosovo rischia dunque di naufragare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a causa di un veto di Mosca. In Kosovo la tensione tra Usa e Russia non appartiene alla storia.
Saskia Drude - Prishtina - http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10516

Paris, Texas: il dramma di una ragazzina nell’America profonda

 

Un tempo era tristemente celebre per i linciaggi di piazza contro i neri. Anni fa torno’ a essere famosa per aver offerto il titolo a un film che porto’ Wim Wenders a trionfare a Cannes: ‘Paris, Texas’. Adesso la cittadina texana e’ ricomparsa nelle cronache per il dramma di una ragazzina nera di 14 anni: Shaquanda Cotton sta scontando 7 anni in cella per aver spinto la bidella a scuola, una condanna cosi’ severa da aver fatto riemergere l’ombra del razzismo. […] 

Le organizzazioni per i diritti civili sono sul piede di guerra, dopo che i media hanno portato alla luce le apparenti disparita’ di trattamento dei giudici locali. Negli stessi giorni in cui Shaquanda e’ stata condannata a trascorrere in cella tutti gli anni dell’ adolescenza, una sua coetanea bianca che ha dato fuoco alla propria abitazione in odio ai genitori e’ stata punita solo con l’obbligo di alcune attivita’ di volontariato. Quanto basta per far saltare il coperchio a una pentola razziale che nella piccola Paris (26.000 abitanti) bolle fin dai tempi della segregazione, quando un’area oggi usata per le fiere di paese, i Paris Fairgrounds, era il teatro di macabri linciaggi di piazza.

La storia di Shaquanda era stata quasi ignorata dalla stampa locale lo scorso anno, all’epoca del processo, ma ora che a raccontarla e’ stato un quotidiano nazionale, il Chicago Tribune, si e’ levata un’ondata di indignazione. ‘’In 25 anni che scrivo su questo giornale, non ho mai visto una reazione di questa portata'’, ha raccontato sulle pagine del Tribune l’autore del reportage, Howard Witt, inondato da una valanga di messaggi di solidarieta’ con la ragazzina. Centinaia di blog americani hanno ‘linkato’ la storia del Chicago Tribune, diffondendola ad ampio raggio su Internet. Poi sono scesi in campo i commentatori dei talk-show radiofonici e le organizzazioni degli afroamericani e adesso si stanno facendo intense le pressioni sul governatore del Texas, Rick Perry, perche’ intervenga.

Shaquanda si e’ messa nei guai un giorno in cui e’ arrivata alla Paris High School irritata per qualche motivo personale. La scuola non era ancora aperta, ma la ragazza voleva entrare comunque. Ne e’ nato un diverbio con la custode che gestiva gli accessi, poi sono state alzate le mani e la donna, 58 anni, e’ finita a terra. Non ha riportato alcuna lesione significativa, ma ai giudici e’ bastato per catalogare il fatto come ‘’aggressione a un pubblico ufficiale'’, facendo scattare la condanna a sette anni.

Le autorita’ locali non hanno voluto commentare il caso, ne’ spiegare il perche’ della severita’ visto che Shaquanda aveva precedenti per problemi disciplinari, ma non per reati. Adesso la ragazzina e’ chiusa in un carcere per minori dove e’ appena scoppiato uno scandalo per abusi da parte delle guardie sulle giovani detenute. Shaquanda viene descritta in pessime condizioni. Per due volte si e’ inflitta ferite, poi ha tentato il suicidio con un cappio rudimentale, ma e’ stata salvata.

I genitori della ragazza, appoggiati dalla comunita’ nera locale, stanno cercando di ottenere un appello, ma il peso della loro protesta e’ cresciuto notevolmente ora che hanno alle spalle una campagna di protesta nazionale. A Paris, Texas - dove in realta’ non fu mai girata neppure una scena del film di Wenders del 1984 che vinse la Palma d’Oro - sono emerse molte altre storie di discriminazione e nella scuola locale c’e’ chi si e’ fatto avanti, per ora in forma anonima, per raccontare che la filosofia degli insegnanti ‘’e’ risparmiare gli studenti bianchi ed essere duri invece con i neri'’.

‘’I guai di Shaquanda - sostiene il suo avvocato, Sharon Reynerson - sono cominciati quando sua madre partecipo’ a una marcia di protesta contro la scuola, accusandola di essere impregnata di razzismo'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/03/29/paris-texas-il-dramma-di-una-ragazzina-nellamerica-profonda/#more-271


Il cinema di Istanbul

Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Il regista Paul Schrader presenterà il suo ultimo film, The Walker
Apre domani con “Saturno contro” la 26a edizione del festival del cinema di Istanbul. 19 film in concorso, retrospettive e documentari. Nostra intervista ad Azize Tan, direttrice del festival. Lo stato di grazia del cinema turco
La 26a edizione del festival del cinema di Istanbul che si apre il 31 marzo avrà un sapore molto particolare. Per la prima volta nella sua storia infatti il festival sarà aperto dalla proiezione di un film di un autore turco: “Saturno contro”, di Ferzan Özpetek, che sarà anche il presidente della giuria. Saranno 19 i film in gara per aggiudicarsi il tulipano d’oro. Tra gli altri “La stella che non c’è” di Gianni Amelio”, il già pluripremiato “Lady Chatterley” di Pascal Farran, “Half Moon” di Bahman Ghobadi, “Delirious” di Tom DiCillo, il coreano “King and the clown” di Lee Jun-ik, “The Magic Flute” di Kenneth Branagh e due film turchi: “Beynelmilel” e “Aspettando il paradiso”. Il concorso riservato ai film turchi si presenta particolarmente ricco, con 20 pellicole in gara. Accanto alle competizioni numerose sono le iniziative collaterali: le retrospettive dedicate a Gus Van Sant, che sarà anche ospite nella serata conclusiva, e Pier Paolo Pasolini; la nuova sezione “Dal Mediterraneo al Caucaso”; una sezione dedicata al nuovo cinema russo e documentari. Il festival si concluderà il 15 aprile con la proiezione di “Good german” di Stefan Soderbergh.
Azize Tan è la giovane ed entusiasta direttrice con la quale abbiamo parlato di festival e cinema

Lo scorso hanno sono stati staccati 35 milioni di biglietti nelle sale del paese. Nel 2005 i film prodotti in Turchia erano 25, 33 nel 2006 e quest’anno saranno più di 60. Continua il momento favorevole...

In realtà in Turchia c’è una grande tradizione cinematografica. Negli anni ’70 si producevano anche 300 film all’anno, eravamo al livello dell’India, tutti andavano al cinema, le star erano veramente molto popolari. Tutto questo accadeva prima dell’era televisiva. Ancora oggi pero', quando in tv passa un vecchio film di quell’epoca, gli ascolti sono sempre molto alti, un altro segno di quanto la cultura cinematografica sia radicata nel paese. Poi è arrivato il colpo di stato del 1980 che ha rappresentato una tragedia non solo per il cinema ma per la vita culturale e sociale in genere. Ci sono voluti alcuni anni perché il cinema nazionale cominciasse a riprendersi, con una nuova generazione di registi, Nuri Bilge Çeylan, Zeki Demirkubuz, Derviş Zaim e Yeşim Ustaoğlu, che hanno portato un nuovo modo di fare cinema. Film ed autori che sono riusciti anche a farsi conoscere all’estero, e questo ha dato la possibilità a molti di vedere un futuro per il cinema, incoraggiando anche le produzioni commerciali. Si è cominciato ad investire nel cinema ed a guadagnare con il cinema. Anche le autorità ed il governo hanno cominciato ad impegnarsi nei confronti del cinema approvando nuove leggi. Il ministero della cultura appoggia il cinema perché sono interessati a che i film vengano presentati e conosciuti all’estero.

Questo ha permesso che si facessero notare nuovi autori, penso a Selma Köksal che è regista ed attrice teatrale, oppure ai fratelli Tayland, che lavorano nell’industria ma che sono soprattutto dei grandi cinefili, vedono molti film, conoscono tutto. Una nuova generazione in grado di fare film commerciali, apprezzabili però anche dal punto di vista artistico.

Forse la vera novità degli ultimi anni sono proprio le produzioni commerciali...

Sì certo, ma io credo che il loro successo non durerà, almeno nelle proporzioni attuali. Spesso poi si tratta di remake di vecchi film di successo degli anni ’70, che riescono ancora ad avere un grande successo. In genere credo che sul lungo periodo i film di grande successo porteranno soldi a tutto l’ambiente. Prendiamo l’esempio di Baba ve Oğul (Padre e figlio). Un film a basso costo che ha riscosso un grande successo, la produzione ha guadagnato molto e così ora il suo regista può permettersi di girare il film che vuole. Lo stesso vale per Cem Yılmaz, un popolarissimo attore comico, che ha spopolato nelle sale con una produzione molto costosa, GORA, ed adesso si è potuto permettere di fare il film che desiderava "Hokkabaz" - Il mago - che sarà presente al festival.

Quest’anno la sezione dedicata al cinema turco sarà particolarmente affollata...

Praticamente tutti i nuovi film turchi della stagione sono presenti al festival. L’anno scorso i film erano solamente 8, adesso ce ne sono 16 in concorso più altri 5 fuori competizione e poi non dobbiamo dimenticare i documentari. Forse 16 film sono molti ma li abbiamo comunque voluti tutti. Da sottolineare che, di questi, 10 sono opere prime oppure seconde opere. Esiste una nuova generazione che promette cose importanti nel futuro. “Zincirbozan” - Lo spezzacatene - ad esempio è del genere film politico americano, racconta il periodo del colpo di stato, si tratta di un film commerciale che ha però anche molte qualità sul piano artistico. Lo stesso vale per Takva che è una coproduzione con la Germania.

Quali sono le ragioni di questa effervescenza tra gli autori turchi?

Innanzitutto le persone hanno imparato a fare film, le persone adesso sono più aperte, come tutta la Turchia del resto, viaggiano, vanno ai festival e vedono molti film, imparano, sanno anche cosa succede al di fuori del paese ed hanno poi una grande voglia di fare film. Personalmente poi credo molto nel ruolo di stimolo che possono avere le coproduzioni. In questo senso per la seconda volta abbiamo proposto all'interno del festival l'iniziativa Meeting on the bridge, riservata ai professionisti del settore, che permette a cineasti e produttori turchi di incontrare esponenti dell’industria cinematografica internazionale. In quest’occasione poi si discuterà anche di un altro problema molto sentito, quello della difesa del cinema nazionale.

Ritengo poi che le televisioni possano giocare un ruolo importante nello stimolare l’industria cinematografica. Tradizionalmente le televisioni si limitavano ad acquistare il prodotto finito. Sempre più ora si mostrano interessate ad investire nella produzione. La televisione pubblica ad esempio, TRT, ma anche i canali privati.

Negli ultimi tempi si è parlato spesso del rapporto tra cinema e nazionalismo, con esplicito riferimento al successo del film La valle dei lupi-Iraq...

Io credo che la Valle dei lupi non sia un film per il cinema ma piuttosto la continuazione di una serie televisiva, con il solo scopo di guadagnare soldi, tutto qui. Rivisto tra dieci anni non credo il film avrà qualcosa da dire, si tratta semplicemente di una moda, il nazionalismo va di moda. Accanto a questo esempio si possono però trovare molti film veri, film che magari si sarebbero dovuti fare anni fa, sulla storia del paese. Penso ai film sul colpo di stato, a quello sulla vita del poeta Nazim Hikmet, a Takva che affronta le questioni religiose oppure a Kücük Kıyamet - La piccola apocalisse - che affronta il dramma del terremoto.

Con quali criteri avete scelto i film del concorso internazionale?

Il nostro concorso ammette film che parlino d’arte, di artisti oppure adattamenti letterari. Non essendoci moltissimi film con queste caratteristiche è difficile trovarne di qualità. A me è molto piaciuto Lady Chatterley, che ho visto a Parigi prima che vincesse i Cesar, credo sarà un grande successo.

La novità è rappresentata dalla sezione “Dal Mediterraneo al Caucaso”...

Si ed è un'iniziativa che intendiamo portare avanti, perché vogliamo un festival che faccia conoscere i film di questa regione. La Turchia ha molti vicini, con i quali spesso abbiamo problemi, che dobbiamo capire e conoscere. Quindi ci rivolgiamo ai nostri spettatori perché capiscano cosa succede in questi paesi. Vorremmo che il festival di Istanbul diventasse un punto di riferimento importante per questa regione.

E una retrospettiva dedicata a Pasolini...

Ci sono tutti i film, molti cortometraggi ed anche il documentario di Bertolucci che, dopo la prima di Venezia, viene presentato ad Istanbul. Pasolini è uno dei miei registi preferiti, una retrospettiva era stata già realizzata 15 anni fa, abbiamo pensato fosse arrivato il momento di riproporla, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e il Fondo Pier Paolo Pasolini di Bologna. Con loro organizzeremo anche un seminario dedicato al cinema pasoliniano con la partecipazione di Ninetto Davoli.

Mi sembra ottimista riguardo il futuro del cinema turco...

Io penso che anche se il cinema commerciale non potrà continuare a guadagnare quanto ha guadagnato fino ad oggi la tendenza positiva continuerà perché ci sono molte persone che vogliono fare cinema. Certo, bisogna intervenire ancora sulle leggi e promuovere la presenza delle tv commerciali. Ma anche se non credo che arriveremo a produrre 100 film l’anno, sì, sono ottimista. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6968/1/51/

Strategie dell'Iran e cecità dei suoi nemici


di Mohsen Hamzehian - Megachip

Con l'approvazione della risoluzione n. 1747 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che estende la precedente n. 1737, le sanzioni sono divenute ancor più penalizzanti per i popoli dell'Iran.

In questa risoluzione si notano, oltre la sospensione dell'arricchimento dell'uranio:

- il divieto di esportazione di armi convenzionali iraniane (misura di dubbia efficacia, visto che fino a questo momento le armi sono fornite alla guerriglia irachena, a Hezbollah e ad Hamas, in piena clandestinità)

- il divieto di erogare finanziamenti all'Iran (alcuni analisti dichiarano che è il punto peggiore per i popoli dell'Iran)

- limitazioni verso i viaggi all'estero di personalità iraniane; delle 12 persone elencate, 7 sono dei Pasdaran, attualmente rappresentanti da Ahmadinejad .

I 5 membri permanenti dell'Onu, assieme alla Germania, hanno votato unanimemente (anche se Cina e Russia, hanno manifestato qualche riserva). Nella stessa riunione il presidente Ahmadinejad non ha potuto parlare poiché non ha ottenuto il visto per gli Usa.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con questa risoluzione in continuità con le precedenti espresse in tutti i questi anni, mette in atto processi che, più che indebolire il regime, colpiscono il popolo aggravandone la povertà. Allo stesso tempo mostra di usare criteri assolutamente differenti a seconda della collocazione di uno Stato nel quadro delle alleanze internazionali. Nei confronti di Israele, in riferimento al bombardamento della popolazione inerme palestinese e libanese, non ha mosso un dito. Né le Nazioni Unite sembrano preoccupate per le conseguenze di quei bombardamenti, ignorando che la presenza delle bombe e delle mine inesplose in Libano hanno sostituito le coltivazioni di tabacco e ulivi dei contadini in quel martoriato fazzoletto di terra chiamato Libano.

La vendita di armi, che alimenta conflitti su scala planetaria, nonostante decine di risoluzioni prosegue indisturbata. Gli stati che vogliono imporre limitazioni alla proliferazione nucleare sono tutti membri di un solido club di nazioni in possesso di armi atomiche, il cui capofila è l'unico paese che ha provato l'ebbrezza di atomizzare centinaia di migliaia di civili a Nagasaki ed Hiroshima.

La coscienza vigile delle persone amanti della libertà e dell'uguaglianza non può dimenticare che le sanzioni economiche ai popoli dell'Iraq hanno causato centinaia di migliaia di morti tra i bambini, un vero e proprio silenzio “degli innocenti dell'Unicef” (i dirigenti del quale sono pagati profumatamente).

La politica degli Usa nel grande disegno mediorientale insegue strategie fallimentari, come un giocoliere che cerchi disperatamente di non far cadere i propri attrezzi ma produce solamente sofferenza ai popoli.

Anche la conferenza di Baghdad, con la partecipazione del governo iracheno filo americano, della Siria e dell'Iran, mostra questo caotico cambiamento di posizioni: la guerriglia di Moghtada Al Sadr, da terrorista è diventato per gli Usa, il giorno dopo la riunione; “una opportunità” !?

Tutto questo ci spinge a credere che l'Onu agisca per preparare l'attacco degli Usa, e dei loro alleati, all' Iran.

Il regime della Repubblica Islamica e Mahmoud Ahmadinejad sono consapevoli di tutto ciò e si preparano ad essere attaccati. I segnali di questa preparazione si vedono nella strumentale campagna nazionalistica attorno alla questione nucleare, un modo per compattare l'orgoglio nazionale e nella contemporanea forte repressione contro qualsiasi manifestazione di categorie di lavoratori (insegnanti, autotramvieri, studenti, giornalisti, avvocati, operai e ecc.). La mobilitazione dei lavoratori, peraltro, è un indicatore della grave situazione economica del paese e l'impotenza del regime a farvi fronte è, essa stessa, un elemento che spinge verso l'accentuazione di una sfida alla comunità internazionale.

Il regime criminale della Repubblica Islamica, grazie anche a questa confusione politica, continua ad impiccare molto di più rispetto al precedente governo (in soli 4 mesi oltre 90 impiccati con una crescita annuale del 140%). Anche quest'anno l'Iran detiene la medaglia d'argento, dopo la Cina, per l'uso della pena di morte e per la violazione dei diritti umani.

La crisi interna ed esterna dell'Iran, è stata creata ad hoc.

Bisogna riflettere: questa crisi appare come la continuazione di un lungo periodo di instabilità dell'Iran, nel senso di stato, dal grande ruolo strategico, finito con l'avere una propria autonoma dimensione politica. Questo periodo di instabilità si sviluppa, dopo la rivoluzione khomeinista, con la crisi creata con l'occupazione dell'Ambasciata degli Usa a Teheran e l'agonia di decine e decine di ostaggi per oltre un anno (1979), la guerra contro l'Iraq, la crisi nucleare e non ultima la cattura di 15 marinai britannici. Sono fatti che sinergicamente potenziano la crisi iraniana. Ma, in realtà, la repubblica iraniana non sarebbe sopravvissuta senza una crisi continua.

Senza l'incredibile sequenza di errori dell'amministrazione americana non sarebbe mai stato possibile che un regime che mira a destabilizzare tutto il Medio Oriente (insieme ai belligeranti occidentali e ai terroristi nell'area), oggi diventi il riferimento per la sicurezza, membro permanente di qualsiasi conferenza di pace che si possa fare in Afghanistan, in Iraq, in Libano ed indirettamente anche in Palestina.

La proposta di alcune personalità iraniane (tra queste la premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi), di indire il referendum per il nucleare, dimostra che le priorità politiche per costoro non sono chiare. Esclusi i mercenari del regime, oggi la gente in Iran (oltre 12 milioni di persone al di sotto della soglia della povertà, 2 milioni e mezzo di tossicodipendenti con l'aumento di circa 90.000 persone anche per quest'anno, riduzione del poter d'acquisto dei lavoratori grazie soprattutto alle sanzioni economiche in atto, repressioni feroci che ci ricordano gli anni 80 con l'uso di carceri speciali come Evin), vive l'angoscia di un'altra guerra come quella precedente contro l'Iraq, che ha provocato un milione di morti. Il referendum per il nucleare diventerebbe un momento di confronto tra proamericani ed antiamericani (pro Ahmadinejad), che alla fine farà sorgere il club nuclearista, con evidente consolidamento del potere di. Ahmadinejad. Qualsiasi referendum dovrebbe essere indetto solo e soltanto dopo questo regime, lo stesso che annienta qualsiasi diritto di opinione con continua censura e repressione dei pasdaran al potere, lo stesso che ha controllato le schede delle due precedenti elezioni (politiche ed amministrative), con ritardi e brogli a non finire.

Per potere risolvere la situazione iraniana bisognerebbe che si determinassero alcuni eventi politici:

- dimissione del governo giureconsulto

- riforma costituzionale, nei punti che riguardano il giureconsulto, diritto della donna, della giustizia e ecc.

Non esiste una forza negli apparati dello stato iraniano che sostenga tale tesi (Khamenei, Rafssanjiani, Khatami, Ahmadi Nejad, Sharoudi, Broujerdi, Messbah Yazdi ecc.)

- istituzione di una assemblea costituente, ove si possa decidere liberamente la data di una elezione libera con la partecipazione di tutte le forze, senza la censura sui candidati

La libertà e l'indipendenza dell'Iran dipendono da questi fattori, e gli iraniani sono gli unici che possano risolvere questo problema.

L'eventuale intervento degli Usa e degli alleati in Iran, oltre che distruttivo per quest ultimo, mette in pericolo la sicurezza del pianeta e potrebbe determinare la creazione di un orizzonte ancor più incerto e meno sicuro.


"SOTTOVALUTATA" LA CRISI UMANITARIA IN CIAD



La comunità internazionale sta sottovalutando la crisi in Ciad: lo ha affermato il coordinatore delle operazioni umanitarie dell’ONU, John Holmes, ricordando che è molto difficile per le organizzazioni impegnate negli aiuti provvedere alle necessità dei circa 140.000 sfollati interni ciadiani e 235.000 rifugiati dalla confinante regione sudanese del Darfur residenti nelle zone desertiche orientali del paese, teatro di scontri tra esercito e svariati gruppi ribelli. Sottolineando che i bisogni sono “enormi” e in continua crescita, l’ex- diplomatico inglese ha sottolineato che i paesi donatori hanno versato finora solo 40 milioni di dollari sui 173 necessari per fornire cibo, acqua e riparo ai profughi del Ciad orientale. Holmes ha poi ribadito che il problema fondamentale è la sicurezza, sia per la popolazione locale sia per gli operatori umanitari che rischiano, per questo motivo, di dover interrompere le attività. Infine ha auspicato una “soluzione politica”, necessaria in primo luogo nel vicino Darfur ma anche in Ciad, che nell’ultimo anno e mezzo ha assistito a un aumento delle violenze. Il mese scorso il Consiglio di sicurezza dell’ONU aveva votato per mandare una missione di pace nel paese allo scopo di proteggere i civili e controllare le frontiere, ma il governo di Ndjamena aveva replicato che non intendeva accettare sul suo suolo alcuna presenza militare. Dopo un incontro con il primo ministro Nouradine Delwa Kassiré Koumakoye, l’esponente del Palazzo di Vetro ha detto che il dialogo continuerà e che spera di ottenere un risultato positivo. http://www.misna.org/




IT'S NOT CRICKET: IL BRUTTO AFFAIRE WOOLMER

Una squadra fortissima che perde. Il suo allenatore che viene ucciso. Si leva il velo su un business miliardario. La polizia indaga. La sua squadra ha già fatto ritorno in Pakistan. Il vecchio detto "It's not cricket" (nell'immagine la palla usata nelle partite)per dire che una cosa non è pulita, questa volta proprio non vale


Emanuele Giordana



I più avranno notato la notizia in un colonnino della pagina sportiva. Ma la morte di Bob Woolmer, allenatore della squadra pachistana di cricket, non si deve affatto a un malore come sembrava qualche giorno fa. E mentre la polizia giamaicana, in un primo momento pronta a chiudere il caso, dice adesso che “nessuno” è escluso dall'inchiesta, la sospetta morte dell'allenatore inglese sta diventando un vero caso. A metà tra cronaca nera, finanza e politica internazionale. Cronaca nera perché Bob sarebbe stato strangolato nella sua camera d'albergo a Kingston. Finanza (illecita) perché potrebbe esserci sotto un giro di scommesse miliardarie. Politica internazionale, perché la polizia giamaicana alla fine ha deciso di dare luce verde al ritorno in patria del team di giocatori pachistani che stavano nello stesso albergo di Woolmer. Per evitare “questioni diplomatiche”. Il problema è che tra i due paesi non esiste un trattato di estradizione. E diventa dunque difficile capire come farà mai la giustizia di Kingston, se si desse il caso, anche solo a interrogare battitori, pitcher e quant'altro della nazionale pachistana.
Insomma, il caso Woolmer ha sollevato il velo su una sentina di fango che sta inzaccherando lo sport più amato nei paesi anglosassoni e nelle antiche colonie di Sua Maestà: il cricket, di cui si giocano i mondiali nelle Americhe. Tutto comincia quando il Pakistan, una carriera di tutto rispetto, parecchie vittorie alle spalle e un allenatore molto noto nell'ambiente, si incontra con l'Irlanda. E perde.
Per chi non è esperto di cricket, non è facilissimo capire cosa può non aver funzionato. Ma sapendo che una palla può raggiungere i 140 chilometri orari in mano a un buon lanciatore, si capiscono molte cose. E altre ancora, a sentire i tifosi che hanno seguito in tv la partita, si sono capite quando l'Irlanda ha vinto. Ci si sarebbe aspettati un'esultanza generale e non, com'è accaduto, una stretta di mano all'arbitro e via. Il fatto è che l'incontro Pakistan-Irlanda era l'equivalente, su un campo di calcio, a Brasile-Indonesia. Impossibile perdere, insomma. Ma se tutto poteva restare confinato in qualche battuta maliziosa (e nell'ira furibonda dei tifosi pachistani) la vicenda è diventata davvero brutta quando l'allenatore, una fama da puro e duro, è andato a letto per non svegliarsi più. La partita era truccata e Bob aveva mangiato la foglia? Aveva minacciato di dire qualche scomoda verità? Voleva sollevare un polverone su un gioco che ha reputazione di essere al di sopra di magheggi e tangenti? In realtà la morte di Bob, che chiama in causa bookmaker, giocatori, scommettitori e soprattutto la mafia che sta dietro agli incontri internazionali, rivela quel che molti sanno e cioè che anche il cricket non è indenne da infiltrazioni mafiose e da allegri balletti di denaro. Anche un miliardo di dollari al giorno, come ha detto alla Bbc Lord Condon, a capo dell'International Cricket Council's corruption unit.
La polizia ha adesso in mano il video del circuito interno di guardia ai corridoi del Pegasus Hotel. Tutto bene se il killer fosse un giamaicano. Ma se dovesse essere di qualche altra nazionalità, mettergli il sale sulla coda sarà un problema. Son tutti spariti a 140 all'ora.

su il riformista


Griot/Djali. Poesia, musica, storia, messaggio
Amiri Baraka
Fonte: Da «Amiri Baraka, ritratto dell'artista in nero» [Bacchilega editore, a cura di Franco Minganti e Giorgio Rimondi]
Da «Amiri Baraka, ritratto dell'artista in nero» [Bacchilega editore, 304 pagine, 20 euri, a cura di Franco Minganti e Giorgio Rimondi] pubblichiamo «Griot/Djali. Poesia, musica, storia, messaggio», con brevi tagli redazionali e senza le note. La traduzione è di Alice Casarini. Il testo è inserito nella raccolta «Diggin'» [uscito da Agincourt Press, New York].

La figura del griot sta acquisendo un'importanza sempre maggiore negli Stati Uniti, essenzialmente perché la sua percezione si fa sempre più forte e più vibrante, ora che non solo il mondo afroamericano è indissolubilmente legato all'Africa, ma che lo sono anche gli Usa, la Pan-America [l'emisfero occidentale, il vero «mondo occidentale»] e, attraverso la sua diaspora pan-africana [pre- & post- e, sempre e comunque, moderna], anche la cultura internazionale. http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11060.html


Così la parola griot - il poeta, il musicista, lo storico, il cantastorie - si sta facendo conoscere in tutto il mondo. Anche se, in quanto simbolo trasmesso, appare francese, è il termine più appropriato per tradurre il djali delle lingue dell'Africa occidentale [...], l'imbongi dell'Africa centrale e meridionale, lo mshairi o ngombe [rapper] dell'Africa orientale, lo yoruba ijala, tutti termini che hanno lo stesso significato generale, anche se ciascuno differisce lievemente dagli altri per via del particolare dettaglio storico della specifica cultura che l'ha prodotto. L'Africa è un continente, dimora di numerose culture, da ovest al centro fino a est, così come da sud al centro e verso nord. Dire che qualcosa è africano è come dire che qualcosa è europeo ... a che luogo ti riferisci? ... ecco la vera domanda.


Griot, con la sua vibrazione francese, deriva dal "dono" coloniale che il Nord del mondo ha imposto alla sua fetta di torta dell'Africa occidentale, ma porta con sé l'insistenza di «cry», il grido. Come in «cry out» [gridare-piangere] magari? Per via delle lacrime, o del significato di una rimostranza essenzialmente laica implicito nel «town crier», il banditore, così com'era inteso nel nord Europa. A questo bisogna aggiungere l'inferenza, in questa parola, di «gris», grigio, che lascia intendere che il grigio venga lavato via dal pianto oppure che dal grigio salti fuori una qualche presenza. Ovvero il fatto che «gris-gris» sia un feticcio, ovvero «veicolo di», «celebrazione di» o «omaggio a» qualsiasi potere che ci abbia trattato bene, che abbia tenuto il grigio lontano [si potrebbe intendere «i grigi», così come si usava dire «i bianchi» per indicare le persone di razza bianca? Se Lucy l'africana è l'essere umano numero 1, che ci azzecca il «bianco», a meno che non si provenga da fuori dalle Fasce di Van Allen?].


Ciò che è importante qui è che se si guarda alle maschere del teatro si intravedono la geografia e l'estetica filosofica del mondo. Il sorriso al fondo del mondo, unito a un'espressione accigliata alla sua sommità. Significa che il punto più alto di rivelazione degli uomini del sud, degli africani, era la gioia sfrenata che ancora troviamo nelle chiese nere degli Stati Uniti oppure, ora che il grado di integrazione è maggiore, nei concerti rock che si tengono dovunque. Quelle donne anziane che gridano in chiesa la domenica e «raggiungono la felicità», il Vangelo [Gospel, God Spell, Miracolo di Dio]. Che si alzano e vengono qua per ricevere la rivelazione dell'anima! Un altro nome per djali è gleeman, l'uomo che riluce di gioia! Capito? E' forse per questo motivo che ci chiamano shine [da risplendere], perché brilliamo di gioia? [Un filosofo greco ci odiava, diceva, perché sorridiamo sempre. Davvero? Be', ora non più!] Allora potrebbe essere «cry»come negli shouts e negli hollers del sud, perché in effetti in quelle chiese si gridava molto.


Al nord, ci hanno insegnato a scuola, la tragedia è la massima rivelazione dell'umanità, è per questo che sono sempre accigliati. Nell'Enciclopedia Britannica si dice che ancora adesso non si riesce a capire per quale motivo si rida! e vi si descrive la risata come una concatenazione di reazioni fisiche! [Sì, certo!] E quindi il tipo che ha freddato il suo vecchio, dormito con sua madre e si è strappato gli occhi per poter riparare a Colono per non doverne gioire, risulta un paradigma della rivelazione nordista, come ha detto Nietzsche, secondo cui l'Emozione interferisce col pensiero.


Djali è più preciso, anche se griot è il suo quantum traducibile. Allo stesso modo in cui rock & roll implica rhythm & blues. Ma griot è sufficientemente specifico, finché non si scava al di sotto della parola, e si capisce che il djali doveva elevarci, con la poesia, la musica, la storia, il messaggio, sollevarci e spingerci fuori, senza tuttavia trascinarci. [Ecco perché si dice tuttora di una cosa stupida che è una stronzata - «a drag» - come per esempio «il Ku Klux Klan è una stronzata». Ecco perché chiamiamo «squares» - normali, convenzionali, quadrati [secondo gli egizi il quadrato era l'aspetto del fallimento, mentre la piramide era la prospettiva del successo - quelli che sono stupidi, come il primo Eddie il Pazzo, Eddie Pus (Ndt: il riferimento è a Crazy Eddie, figura ben nota dell'universo popolare della pubblicità tra gli anni '70 e '80)].


Il djali non è un «town crier» è un «town laugher», uno che, in città, ama ridere e non piangere. Non urlavamo quando Trane soffiava nel suo sassofono perché eravamo tristi, ci sentivamo a terra, urlavamo perché Trane era arrivato a toccare il fondo, ne uscì fuori e risalì portandoci con sé! Via, più veloci della luce, oltrepassando quelli «normali». Se l'era cavata, «he had got ON» [come la città africana chiamata On perché fu costruita esattamente sotto il sole per poter adorare il più grande Sol mai esistito]. Il significato originario di «commedia» è «insieme, oppure radunarsi con gioia», non «slap stick» [oh oh!] (Ndt: lo slapstick è la tipica commedia farsesca basata sul linguaggio del corpo).


[...] Il fraintendimento di molti di noi, anche quelli che si fanno chiamare "afrocentrici", è che non capiamo che l'Africa colora ogni cosa che esiste! Nell'emisfero occidentale siamo una combinazione di africani, europei, nativi [asiatici]. Questo sono la cultura e la gente; ciò che non è così non è qui, se non su carta, o come carta. La recitazione della poesia con accompagnamento musicale, riciclata negli anni cinquanta da Langston Hughes e compagnia bella, che ha ricevuto risposte così ignoranti [sia pro che contro] non era nuova, era l'essenza di ciò che la poesia [linguaggio musicale] è sempre stata. Proprio come i mezzibusti del teatro europeo che, dopo l'età vittoriana e il moderno demone del colonialismo, si integrarono sempre meno con la musica e la danza, man mano che la supremazia dell'ignoranza, l'intruglio del demonio, si impossessavano dell'anima del mondo, convincendo la gente che non esisteva e che non esisteva nessun altro, non era mai esistito! Altrimenti, voi tutti non ve ne stareste a ridere mentre siete ancora in catene.


La poesia è musica! Leggetevi Black Reconstruction [Ricostruzione nera] di Du Bois, un libro di storia in grado di commuovervi come una poesia. Gli africani, la cui società originaria era comunitaria e matriarcale, crearono sin dall'inizio [«art», arte, può anche voler dire «esistere», come nell'espressione «and thou art with me», tu sei con me] un'espressione sociale che replicava la struttura e la natura di quella società. Madre Africa, la madre terra. Non «padre terra». «Lo spirito non discenderà senza canti?!» ci dice Equiano. Quando «il blu era il nostro colore preferito», prima che andassimo fuori di testa e ci svendessimo al robivecchi, prima che ci facessimo un gran brutto viaggio, per poi ritrovarci al di là del mare con il blues, un'altra storia.


Il rap, per esempio, è vecchio quanto l'albero africano che percuotevamo mentre raccontavamo la nostra storia, e che poi divenne Ngoma, il tamburo. I pigmei erano qui prima di Dio, ovvero il tamburo. Un tronco, il seme ci dice [come si scrive?] di registrare, il rap. Il battito del nostro cuore, perché noi eravamo sotto ON per capire l'ESSERE [BE] e il DOVE [AT]. (Ndt: beat sta per battito, battuta, ritmo). Lo spirito è letteralmente respiro, inspira espira. Lo spazio, specifico come è per noi, si fa parola esattamente come l'«io» [nel senso di nero]. Che aria è quella? [Vuoi dire canzone, figliolo? O sangre, sangue? O piuttosto il calore che ti dava il blues, ti faceva suonare, ti faceva cantare - non è vero?].


La parola è il veicolo più antico della vita umana. Canzone [song], da Sole [sun] - là dove il Sol [sol] ci dà l'Anima [soul] - capito? Datti da fare. Trovalo! Il corpo della felicità [funk]. Tutto quanto abbiamo portato, dai cocomeri a quelle danze in area di meta dopo aver segnato un touch-down. Che ne sarebbe? La cultura degli Stati Uniti è una piramide di africani, europei, asiatici [nativi]. Dunque i «calchi africani» non c'entrano. Essere americani, del nord, del sud o del centro, è anche essere quella cosa lì.


Il griot è sempre stato con noi, persino negli Stati Uniti, basta ascoltare Lightnin Hopkins, Bessie Smith, Louis Armstrong [«What Did I Do, to Be So Black & Blue?»] o Al Hibbler che vola nel suo Dukeplane, o Billie Holiday, Dio lo sa bene, o Larry Darnell, che negli anni cinquanta cantava «Why you fool, you poor sad worthless, foolish, fool!» O Stevie Wonder, Aretha Franklin, Abbey Lincoln, Sun Ra. Vuoi qualche djali, e il djeli ya, quel qualcosa che ti smuove, come diciamo noi? Bene, allora incomincia con djeli Roll Morton, che ha inventato il Jazz - "Chi, IO? La musica dell'orgasmo? JAZZ [Sì]. Avrà proprio detto così? O Dinah Washington e Ella Fitzgerald che cantano [alle temperature del sole], «Deve essere djeli, perché jam non tremola a quel modo!». (Ndt: gioco di parole con jell jam, gelatina).


Jam? Vuoi dire jamaa, la famiglia? Come una jam session? O ujamaa, la società comunitaria. Siete tutti in tutti quei colori [molte storie, molti colori], perché siete comunitari, perché, come ha detto Max Roach, la nostra musica lo è sempre. Il mio amico la chiama poliritmica, polifonica. Quando il sacerdote [al cospetto dell'essere, immergendovisi e indagandolo] chiama e noi rispondiamo, [ritorniamo], tutti insieme, in gran numero, questa connessione apre noi stessi come porte. Dici sul serio, porte? O l'imbongi (Ndt: porte tradizionale dei popoli zulu e xhosa) vuoi dire che puoi aprirti la strada dentro di noi col tamburo [ngombe]? A forza di rulli di tamburo comprendiamo dove ci troviamo e possiamo andare avanti, no?


Ecco perché è un mshairi, (Ndt: poeta in lingua swahili) fai di nuovo parte della comunità con noi. Negli Stati Uniti, «noi» è un ammasso di tanti «io» senza connessione logica. [...]


Ovvero, lasciate che la storia del griot, che il djali, vi facciano comprendere che siamo vecchi tanto quanto siamo nuovi. E che ciò che non sapete fare è suonare. Ecco perché - «It's why we Blue, because we blew» - siamo tristi perché abbiamo suonato. Ma allora lasciamo spazio al djali, dice Mr. B., (Ndt: presumibilmente lo stesso Baraka), «Djeli Djeli Djeli», ciò di cui abbiamo bisogno è ciò che il griot/djali ci ha dato, informazioni, ispirazione, rinnovamento e autodeterminazione! Madre cielo, abbiamo gridato, connettici all'elettricità. Accendici. Accendi la città del nostro desiderio profondo.




Usa - John Edwards e le speranze della sinistra Usa




Domenico Maceri*
QuadrantEuropa


John Edwards si vuole caratterizzare come il candidato della sinistra democratica Usa. Verità sull'Iraq, sistema sanitario più solidale e aumento del salario minimo basteranno però al senatore per vincere le primarie?




Riceviamo e volentieri pubblichiamo

In due giorni John Edwards ha percorso lo stato dell’Iowa parlando a piccoli gruppi di presenti sul soggetto della sanità. L’Iowa aprirà le elezioni primarie con i suoi tradizionali caucus il 14 gennaio 2008. Edwards sa benissimo che per lui, a corto di fondi, si tratta di un’elezione indispensabile ed è per questo che negli ultimi due anni ha visitato lo Stato ben 19 volte.

Le svolte: verità sull'Iraq e sistema sanitario nazionale

La concentrazione sulla sanità rappresenta una svolta a sinistra per Edwards il quale nell’elezione del 2004 si era piazzato al centro del mondo politico a fianco di John Kerry come candidato alla vicepresidenza. Ma questa volta i riflettori saranno esclusivamente su di lui. Per strappare la nomina del Partito democratico a Hillary Clinton e Barack Obama, Edwards dovrà iniziare la corsa velocemente per stabilire credibilità come candidato serio. La sua sterzata a sinistra dovrebbe produrre risultati.

Benché abbia votato per la guerra in Iraq quando era nel Senato americano rappresentando lo stato della Carolina del Nord, Edwards ha confessato il suo sbaglio e lo ha annunciato al mondo in un articolo del 2005 pubblicato nel Washington Post. Edwards ha spiegato che date le informazioni venute a galla dopo l’invasione e la mancanza di armi di distruzione massiva la guerra in Iraq è stata un grave errore.

A differenza del presidente George Bush, Edwards si è sentito in dovere di dire la verità. Inoltre Edwards ha preso la posizione che bisogna dare una via d’uscita alle truppe americane di lasciare l’Iraq con dignità riportandole a casa e consegnando agli Iracheni il potere e il dovere di continuare a fare crescere la loro democrazia. Edwards vuole il ritiro graduale delle truppe americane dall’Iraq cominciando con 40,000 o 50,000 e completare il tutto in diciotto mesi. Il piano di Edwards è di sinistra ma è anche politicamente astuto dato che la guerra in Iraq diventa ogni giorno più impopolare con gli americani.

La svolta a sinistra di Edwards si è anche vista con il suo corteggiamento dei sindacati. Ha iniziato visitando gruppi sindacali del Nevada che avrà l’elezione primaria subito dopo quella dell’Iowa e prima dello stato del New Hampshire. Inoltre si è unito a James Hoffa, presidente dei Teamsters, nello sciopero in Florida contro Wal Mart, colosso mondiale della grande distribuzione e spesso accusato di pagare salari di miseria ai suoi lavoratori.

Edwards ha anche discusso a lungo il bisogno di aumentare il salario minimo federale, attualmente 5,15 dollari orari, e si è schierato anche a favore dell’assistenza sanitaria per tutti onde risolvere il problema dei quarantasette milioni di americani che non hanno diritto alla sanità. Anche l’idea della sanità per tutti è politicamente astuta dato che secondo un sondaggio del New York Times la maggioranza degli americani è favorevole persino se ciò richiede l’aumento delle tasse.

Al terzo posto nazionale

Le posizioni attuali di Edwards rappresentano l’ala sinistra del Partito democratico e forse alcune non sarebbero popolari con l’elettore americano medio. Ma per ora si tratta di convincere gli elettori democratici (il centrosinistra) a scegliere il candidato. Quindi posizioni un po’ lontane dal centro sono accettabili e finanche necessarie nell’elezione primaria. Una volta ottenuta la nomina e poi conosciuto il suo rivale repubblicano, Edwards avrebbe tempo per spostarsi al centro.

I sondaggi in questo momento danno Edwards al terzo posto dopo Hillary Clinton e Obama ma lo piazzano avanti di John Kerry e Al Gore. Benché più nota di Edwards, Hillary suscita forti passioni negative che probabilmente non incoraggerebbero elettori democratici a offrirle la nomina. In quanto all’altro potenziale rivale Obama, Edwards gli darebbe filo da torcere per quanto riguarda il carisma, uno dei punti forti del senatore dell’Illinois.

Bisogna ricordare che fu la notevole capacità oratoria di Edwards a convincere le giurie nelle battaglie legali con le assicurazioni che lo resero ricco. Edwards è in un certo senso simile a Bill Clinton. Entrambi figli di povera gente, Clinton di madre infermiera, e Edwards di padre operaio tessile e madre impiegata postale. Ambedue figli del Sud con una pronuncia da non intimorire gli elettori di stati tradizionalmente red (repubblicani) i quali sono indispensabili per una vittoria totale.

Quindi un candidato che rappresenta il self-made man che ha lottato per i poveri vincendo per loro usando le regole dei ricchi. Per essere eletto presidente Edwards dovrà ripetere lo stesso gioco. Dovrà inoltre raccogliere un sacco di soldi per la costosissima campagna presidenziale. Se le elezioni primarie in Iowa, Nevada e New Hampshire gli sorrideranno, Edwards non avrà problemi dato che i contributori democratici si renderanno conto che Hillary è troppo rischiosa e Obama ha molti punti interrogativi.

Primo nell'Iowa

In Iowa Edwards è al primo posto secondo gli ultimi sondaggi. Se riuscirà a vincere questo Stato l’ex senatore del North Carolina avrà buone possibilità di farcela anche in Nevada e in New Hampshire. Non sarà facile anche per ragioni di famiglia. Il cancro della moglie Elizabeth è ritornato. Malgrado tutto non si fermeranno. “La campagna deve continuare” ha detto Elizabeth, figlia di un pilota della Navy di origine italiana (cognome Anania), la quale ha sposato Edwards trent’anni fa. Il duro colpo darà più forza a Edwards o lo indurrà ad abbandonare la corsa? Le speranze della sinistra sono nelle sue mani.



*Domenico Maceri, PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA. I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali ed alcuni hanno vinto premi dalla National Association of Hispanic Publications.


ITALIA:
Non sono troppo giovani per conoscere i loro diritti
Sabina Zaccaro

Roma, (IPS) - I minori che approdano sulle coste italiane dovranno essere informati, da subito, dei loro diritti. Lo prevede una nuova legge appena approvata dal Ministero dell'Interno.

L’anno scorso, sono sbarcati in Italia circa 160.000 minori non accompagnati, la metà dei quali provenienti da aree di gravi conflitti, fra cui l’Afghanistan e il Corno d’Africa.

Sono quindi potenziali richiedenti asilo, ma spesso ignorano completamente i loro diritti. La nuova legge, entrata in vigore all’inizio di marzo, gli garantirà il diritto di conoscere i loro diritti.

”La polizia di frontiera e sul territorio dovranno fornire ai minori - in base alla loro età e assistiti da interpreti o mediatori culturali - tutte le informazioni necessarie sulla richiesta d’asilo”, dice la nuova legge. Si tratta di un provvedimento richiesto a gran voce e da tempo dalle associazioni per i diritti umani.

Sta rapidamente aumentando il numero dei minori provenienti dall’Afghanistan, ha segnalato all’IPS il Centro Astalli, il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati. Circa la metà dei 525 minorenni assistiti quest’anno dal servizio proviene da questo paese, dopo un viaggio che per qualcuno è durato anni.

”Se al suo arrivo il minore esprime l’intenzione di chiedere asilo, deve essere immediatamente consegnato al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), che ha il compito di assistere il minore nel difficile processo d’integrazione in un ambiente culturale straniero”, ha spiegato all’IPS Marcella Lucidi, sottosegretaria del ministero degli interni. L’assistenza deve essere offerta “sia da un punto di vista umano che legale”, ha specificato.

“Integrazione” è una parola nuova nella policy italiana sui flussi migratori. Un'inversione di tendenza introdotta dal governo Prodi, che l’anno scorso aveva fatto dei diritti dei migranti uno degli argomenti di punta della campagna elettorale.

L’ex amministrazione di centro destra aveva sempre mantenuto una linea dura nei confronti degli immigrati: con una legge sull’immigrazione approvata nel 2002, il governo aveva introdotto una politica restrittiva, che consentiva il rilascio del permesso di soggiorno solo ai lavoratori stranieri con contratto di lavoro.

Imponendo anche una quota annuale sul numero di lavoratori stranieri, e l’espulsione per le persone prive di documenti.

Finora, la pratica è stata quella di trasferire gli immigrati illegali, anche i minori, nei controversi centri di permanenza temporanea (Cpt), il cui accesso non è consentito a persone singole e giornalisti, e noti per le gravi violazioni dei diritti umani dei detenuti.

Stando alla proposta di riforma, questi centri di detenzione verranno chiusi, a cominciare da quelli di Ragusa e Crotone, in Sicilia.

”Il periodo che i minori trascorrono in questi centri, in attesa di essere affidati ai servizi sociali, è il più rischioso”, spiega Lucidi. “Può durare anche mesi, abbastanza perché un bambino riesca a scappare, e a scomparire. Non dobbiamo dimenticare che i minori migranti non accompagnati sono tre volte vulnerabili, perché sono giovani, stranieri e soli”.

La nuova direttiva, ha aggiunto, garantirà che il minore non venga lasciato solo al suo arrivo. E la procedura per la richiesta d’asilo per il minore sarà accelerata, per assicurarsi che il bambino non scappi, “e che non resti intrappolato in nessun tipo di traffico o attività illegale”.

L’assistenza ai minori nella procedura di richiesta d’asilo dovrebbe ridurre l’alto numero di richieste che vengono respinte solo perché compilate in maniera non corretta.

Secondo Save the Children Italia, filiale dell’organizzazione internazionale per i diritti dei minori, questa direttiva indica una nuova consapevolezza da parte delle istituzioni.

”L’opportunità concreta, per i minori non accompagnati, di accedere alle procedure per l’asilo, nella direzione del pieno riconoscimento dello status di rifugiato”, ha detto Carlotta Sami, capo progetto di Save the Children.

Adesso sarà necessario il supporto legale e culturale di consulenti specializzati, ha aggiunto Sami. “Solo con un sostegno e una formazione specifica le istituzioni e le forze di sicurezza possono mettere realmente in pratica questa legge, così che possa diventare uno strumento efficace per tutelare i diritti dei minori”.

Amnesty International Italia ha assistito 1.335 minori su un totale di 22.016 migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2006. Il maggior numero di minori non accompagnati proveniva dall’Egitto. L’organizzazione ha riferito che molti di loro hanno poi lasciato la Sicilia per raggiungere le città del nord Italia, o si sono diretti verso altri paesi europei in cerca di lavoro, ancor prima di poter essere identificati.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=887

La Fortezza della Solitudine

Fortress of SolitudeEsistono autori di romanzi (ma anche di film) che, spinti dal desiderio o dal bisogno di inserire nelle loro opere molto di loro, rischiano di perdere di vista la storia che vogliono raccontare, la quale viene in qualche modo sopraffatta dalla quantità di elementi che la compongono.

“La Fortezza della Solitudine” di Jonathan Lethem parte da queste premesse (una grande quantità di materiale, verosimilmente autobiografico), ma giunge fortunatamente a risultati differenti. L’infanzia a Brooklyn, i fumetti, la cultura dei graffiti urbani, l’arte contemporanea, la musica soul sono solo alcuni degli elementi di un puzzle ricco quanto eterogeneo che, mescolati con sapienza e con sincera passione, riescono a dar vita a un romanzo appassionante, che cattura sempre più mano a mano che si procede con la lettura.

Attraverso una scrittura sempre stimolante seppur complessa, da cui traspare il suo debito verso la grande tradizione dei romanzieri americani, l’autore ci offre uno spaccato lungo trent’anni seguendo i suoi personaggi (Dylan Ebdus e il fraterno amico Mingus Rude) con partecipazione lungo il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e poi ancora fino all’età adulta, raccontandone gli incontri e le scelte, raramente fortunate.

“La Fortezza della Solitudine” è però anche un romanzo duro, violento, di non semplice lettura. Ma è un po’ come la vita, senza fatica che gusto ci sarebbe.http://effettokulesov.splinder.com/


Russia : ordinata chiusura di due partiti di opposizione
di Rico Guillermo*

Mosca ha silurato due partiti di opposizione in cinque giorni. Vladimir Putin ha infatti introdotto nuove regole che stabiliscono che i partiti con meno di 50.000 iscritti e un basso numero di sezioni regionali debbano gchiudere o registrarsi altrimenti. Cio' ha comportato la decisione della Corte Suprema di ordinare in pochi giorni la chiusura di due partiti di opposizione, il partito repubblicano e il partito della pace.

La Corte Suprema russa ha ordinato mercoledi' la chiusura di un piccolo il partito di sinistra, il partito russo della pace, perche' non aderiva alle nuove esigenze giuridiche che i critici dicono stiano soffocando la vita politica russa. RIA-Novosti e ITAR-Tass hanno detto che la corte ha accettato le motivazioni del servizio federale del registro, che ha detto che il numero di membri del partito era caduto bruscamente sotto i minimi legali. RIA-Novosti ha detto che il partito ha circa 45.000 membri e 35 sezioni regionali. Non si sa se i membri del partito intendano fare appello alla decisione.

In precedenza, la Corte suprema russa aveva stabilito che dovesse essere chiuso per le stesse ragioni il partito repubblicano. Lo ha segnalato il servizio russo RFE/RL. La Corte ha stabilito che con meno di 50.000 membri e la rappresentanza in meno della meta' delle regioni della Russia, il partito repubblicano era troppo piccolo per essere considerato un partito.

Il copresidente del partito, Ryzhkov, che era negli anni '90 un membro di una formazione pro-Cremlino - e' poi divenuto un indipendente e successivamente e' diventato uno dei leader del partito repubblicano, uno di piu' vecchi partiti di opposizione della Russia. Negli ultimi anni e' emerso come uno dei critici piu' accesi del presidente Vladimir Putin. Secondo la direzione del partito, questa decisione della Corte e' quindi persecuzione politica, una persecuzione che andrebbe avanti i tutto il Paese da quando gli attuali dirigenti sono riusciti ad unire il partito a livello nazionale due anni fa.

Ryzhkov ha detto che il partito conta 58.000 membri ed e' rappresentato nella maggior parte delle regioni della Russia. Ha definito "dubbio" il metodo di conteggio dei membri del partito usato dal servizio federale, dato che ha escluso gente che non potrebbe essere raggiunta per telefono, riducendo il numero dei membri a 42.000. Il partito annuncia appello a questa decisione in Russia, ma qualora non ottenesse soddisfazione nella federazione si rivolgerebbe alla corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo. La Russia e' infatti membro del Consiglio d'Europa.

Da notare l'assenza di privacy esistente in Russia su una questione sensibile come il credo politico e la militanza di partito, un'assenza di privacy che potrebbe essere essa stessa causa del ridotto numero di iscrizioni ad un partito di opposizione in un Paese dove il presidente detiene tanto potere e alcuni oppositori e critici sono morti in circostanze misteriose.

Oltre a quella sul numero degli iscritti e delle sedi, un'altra legge ha eliminato molti parlamentari, aumentando la soglia minima elettorale dal 5 al 7 per cento. A dicembre sono previste in Russia le elezioni parlamentari, mentre il voto presidenziale e' a marzo prossimo.

* si ringrazia Giulia Alliani

www.osservatoriosullalegalita.org

 

 

Russia: lettera di 114 per la democrazia , ma Putin vara riforme

Cecenia censura: pressioni di Mosca su giornalisti locali e stranieri



marzo 30 2007

ATTENTI AGLI APPRENDISTI STREGONI
Lunedì sera si sono svolte a Milano due manifestazioni sulla sicurezza. Qualche piccola foglia di fico (ben presto caduta) cercava di coprire la dimensione politico-partitica della cosa. Entrambe le due manifestazioni, sia quella grande della destra che quella piccola della sinistra, agitavano il tema “sicurezza”, senza tuttavia curarsi minimamente di analizzare il problema ed identificare le risposte adeguate. Tutti si accanivano strumentalmente sul sintomo della questione: la paura percepita dai cittadini. Così la destra reclamava più poliziotti da Roma (dove c’è Prodi) e la sinistra stigmatizzava come Palazzo Marino (dove c’è la Moratti) avesse tagliato un milione di euro al budget sulla sicurezza.
Insomma, è come se intorno al letto di un paziente, la cui malattia si manifesta attraverso i brividi di freddo della febbre, due medici litigassero, non già sul tipo di malattia che causa la febbre, ma su come riparare il paziente dai brividi di freddo: meglio due coperte in più o un doppio pigiama? Capirete che è difficile fare analisi sui temi di cui la politica dovrebbe occuparsi, quando questa mostra una consapevolezza così ingenua e superficiale. Comunque, proviamoci lo stesso.
I fatti sono semplici: i reati diminuiscono (lo dice la certezza oggettiva delle statistiche), ma nella gente cresce la paura (lo dice il fatto oggettivo che un bel numero di persone partecipa alle manifestazioni sulla sicurezza). È quindi evidente che i due fatti non sono minimamente correlati. La gente, infatti, non ha paura dei reati veri (che diminuiscono), ma di quelli rappresentati dal circuito politico-mediatico (che aumentano enormemente in virtù dell’investimento ansiogeno che vi compie la politica).
Tutto questo si potrebbe spiegare ricordando come la politica si fondi anche sulle strumentalizzazioni e sulla propaganda. Tuttavia, questa motivazione (che peraltro dà origine al senso di disprezzo che i cittadini riversano verso la politica) non soddisfa, poichè dimentica completamente la vecchia leggenda, raccontata da Goethe, dell’apprendista stregone. Ricorderete come l’apprendista stregone, applicando metodi che non era in grado di padroneggiare, finiva col provocare danni irreversibili. A Milano, sul tema della sicurezza, la leggenda dell’apprendista stregone dovrebbe rappresentare un monito inquietante.
La nostra città, infatti, ha conosciuto pesanti stagioni di emergenza criminale. Basti ricordare che non più di trent’anni fa, per il combinato disposto di mala e terrorismo, si uccidevano più di duecento persone all’anno, cioè un numero dieci volte superiore a quello riscontrato nel 2006. Una città con un passato del genere può ancora covare, sotto la cenere, i germi di una rinascita criminale. Peraltro, se analizziamo la repentina mutazione del corpo sociale determinata dalla veloce immigrazione (raddoppiata in cinque anni) e dal progressivo invecchiamento dei residenti, ci rendiamo conto che le nostre dinamiche sociali si avvicinano a quelle verificatesi in molte città europee e statunitensi dove questi fenomeni sono accaduti da almeno un decennio e, quando sono stati malgestiti, hanno prodotto una forte devianza criminale nella seconda generazione degli immigrati (la banlieu parigina e le baby gang afro-ispaniche nelle città americane, dovrebbero insegnarci qualcosa). Continuando ad agitare strumentalmente il tema della sicurezza, si rischia così di creare le condizioni ottimali (in termini di isolamento culturale degli immigrati e di percezione abnorme e quindi “normale” delle figure criminali) per avverare in futuro quello stesso incubo che viene agitato demagogicamente per il presente.
Naturalmente, poi, occorre anche ragionare sulle strategie necessarie al raggiungimento dell’obiettivo di “vincere l’insicurezza che alberga nella mente dei cittadini". Tuttavia, prima di arrivare a questa analisi necessaria (richiamata anche dal Cardinale), occorre che chi ha responsabilità nel circuito politico-mediatico-istituzionale la smetta di giocare all’apprendista stregone, o almeno si legga Goethe (o Topolino...) per capire come va a finire la storia...http://portale.milania.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

Andrea's version

 

[IL FOGLIO, 28.03.07]



Ditelo pure, voi. Dite pure che con l’astensione del centrodestra sull’Afghanistan il governo si è rafforzato e il centrodestra stesso si è indebolito. Ma noi risponderemo che la cosa più importante era riprendere la testa del nostro popolo che voleva travolgere Prodi. E l’abbiamo ripresa.

Dite pure che il modo bislacco e ubriachesco con cui si è arrivati alla scelta ha compattato quelli che fin lì risultavano divisi e ha diviso quelli che fin lì sembravano compatti. Ma noi risponderemo che la cosa più importante era riprendere la testa del nostro popolo. E l’abbiamo ripresa.

E aggiungete pure, sempre voi, sempre i soliti, che quella di votare contro si è rivelata una testimonianza ambigua, incomprensibile, velleitaria. E che meglio Casini, allora, e che siamo soltanto dei dilettanti, e che non mastichiamo niente di politica. Ma noi risponderemo per la terza volta che la cosa più importante era riprendere la testa del nostro popolo. E noi l’abbiamo ripresa, la testa del nostro popolo. E l’abbiamo riaperta. E dentro non c’era di nuovo un cazzo.http://ethos.ilcannocchiale.it/


Una grande perdita per il giornalismo italiano

Ragazzi, hanno radiato Renato Farina (uomo di cui non riusciamo a scrivere il nome senza provare fastidiosi dolori addominali) dall’Ordine dei Giornalisti! Pessima notizia, oltre che una grande perdita per il giornalismo italiano: leggere i suoi articoli mi faceva sghignazzare ogni giorno. Comici così non li fanno più: hanno buttato lo stampo (forse inorriditi).

Già lo avevano sospeso, visto che invece che fare il giornalista per quella raffinata testata che è Libero fingeva di fare Capitan America (se non volete dormire, immaginatelo in tutina) e per questo pare si facesse pagare dall CIA (se il livello delle spie americane è questo, non mi sorprenderei di trovare Bin Laden che porta a spasso il cane nel giardinetto sotto casa); ora lo hanno radiato definitivamente, poiché “Il comportamento di Farina resta incompatibile con tutte le norme deontologiche della professione giornalistica ed ha provocato un gravissimo discredito per l’intera categoria”.

Ogni tanto in Italia cìè un po’ di giustizia e un po’ di buongusto.

La domanda che ormai mi faccio da anni è comunque una e una sola: ma esisterà mai la possibilità che l’Italia abbia un bel giorno una destra fatta da persone civili? Non le voterei mai, ma giuro che le auspico con tutto il cuore.
E’ questo tutto quello che la destra italiana riesce a produrre?

E mi rivolgo ai tanti destrorsi che leggono qui: non è un problema anche per voi? Vi sentite rappresentati da gente così? E’ questo il vostro modo di essere? Siete al corrente che esistono destre migliori nel mondo? http://www.suzukimaruti.it/


Due buone notizie

Pierluigi Sullo

Eccoci qui a segnalare due vittorie conquistate da sotto. La prima è molto grande, la seconda più piccolina, ma non per questo meno gradevole. Il parlamento europeo - prima buona notizia - ha respinto la demenziale proposta della Commissione che avrebbe regalato la qualifica di "biologico" ad alimenti che contengono fino allo 0.9 per cento per cento di organismi geneticamente modificati. Le più gigantesche e selvagge multinazionali si erano mobilitate per ottenere quel che in pratica sarebbe stato il lasciapassare agli Ogm in tutta Europa, ciò che avrebbe travolto gli argini nazionali e regionali che, su pressione della società civile e dal movimento contadino, sono stati eretti a difesa dai mostri prodotti nei laboratori di Monsanto o di Novartis. Ora il parlamento europeo decide di aprire le orecchie verso il basso, grazie anche alla pattuglia di eurodeputati che fanno le barricate su queste faccende, e non, come fa in genere la Commissione europea, verso l'alto.

Naturalmente non è finita qui: il parlamento europeo ha solo un ruolo consultivo, e saranno i ministri dell'agricoltura europei a decidere, ma questo voto aiuta. E' noto che la gran parte dei cittadini rifiutano gli Ogm, mentre le forze politiche sono a favore a larga maggioranza [anche perché in qualche caso sono esse stesse degli Ogm, come Forza Italia]. La sola ragione per cui non mangiamo fragole con geni di scorpione, in Europa, è che esiste una grande pressione diffusa e c'è chi le dà voce, ad esempio in Italia la Coalizione Liberi da Ogm, a sua volta formata, oltre che da sindacati, enti locali e Ong, da associazioni contadine, come quella per l'agricoltura biologica [Aiab], il cui "peso politico", sulle bilance usuali, è vicino allo zero. Eppure.

La stesso significato ha, nella sua dimensione non trascurabile, la seconda buona notizia. Lo scenario è il Consiglio regionale del Lazio, dove la "nostra inviata nelle istituzioni" [poverina], Anna Pizzo, consigliera indipendente eletta con Rifondazione, ha deciso insieme al capogruppo di quel partito, Ivano Peduzzi, di presentare un ordine del giorno in cui si chiede al presidente regionale Marrazzo: a] di esigere dal ministro dello sviluppo, Bersani, la sospensione dell'autorizzazione a costruire la centrale turbogas di Aprilia [Latina] finché non si sarà stabilito se e quanto nuoce alla salute dei cittadini; b] di aprire un "tavolo" regionale sull'energia per capire se la centrale è necessaria, visto che la regione produce già il 20 per cento di energia in più di quel che le occorre. La mozione è stata via via firmata da molti consiglieri della maggioranza e dell'opposizione e alla fine è stata approvata, in pratica, all'unanimità.

Per chi non conosca la vicenda: Marrazzo, il presidente regionale, ha fatto la campagna elettorale dicendo che non avrebbe permesso quella centrale; qualche mese fa si è rimangiato tutto, grazie alle pressioni di Bersani, pare, e di chi vuole costruirla, la centrale, cioè De Benedetti, il cui settimanale, L'Espresso, ha più volte aggredito [o ricattato] Marrazzo.

La nostra Anna e il nostro amico Ivano hanno i loro meriti, ma la ragione principale per cui tutti i consiglieri regionali hanno votato la mozione sono i cittadini di Aprilia, che si sono ribellati, hanno occupato il sito dove si dovrebbe fare la centrale turbogas e hanno trasformato un casale abbandonato in un presidio popolare in cui si gioca a pallavolo, si leggono i giornali e insomma si fa vita da cittadini "attivi e dissenzienti", come dice Paul Ginsborg [citando John Stuart Mill]. Anche qui, non è certo finita, ma questo passo è saldo e va nella direzione giusta.

Prima conclusione: va bene polemizzare su governo sì e governo no, noi per esempio non siamo affatto d'accordo con il voto che conferma la presenza militare italiana in Afghanistan. Perciò stiamo lavorando a un numero del mensile [uscirà il 14 aprile], su quel disgraziato paese, insieme a molta gente che ha la testa sulle spalle, conosce i posti, ecc. Perché dire "via le truppe subito" senza preoccuparsi di come stanno, cosa pensano e cosa fanno le organizzazioni della società civile afghana è pura demagogia. Ovvero: quel che conta è ciò che facciamo noi, cittadini organizzati o movimenti sociali o comunità attive, e la democrazia inceppata è sì un problema catastrofico, ma c'è speranza di cambiare qualcosa se appunto i movimenti della società sono forti, aperti, informati e consapevoli di sé. Come i valsusini No Tav, tanto per fare un esempio.

Seconda conclusione: l'altro giorno una ambientalista di un certo nome ha citato, in un dibattito cui partecipavamo, la vicenda dello 0,9 per cento di Ogm. E ha aggiunto, con un sospiro: non c'è informazione, su questo. E per forza, ho pensato io, se leggi solo la Repubblica non avrai mai questo tipo di informazioni. La mozione su Aprilia, pur approvata alla quasi unanimità dal Consiglio regionale del Lazio, non ha conquistato, nella cronaca regionale della Repubblica né tanto meno in quella nazionale, neanche un centimetro quadrato. La notizia non esiste. Infatti il padrone di Repubblica e quello della centrale che si vorrebbe costruire sono la stessa persona: l'ingegner De Benedetti. E poi se la prendono con la Pravda, organo del Partito comunista sovietico, immeritatamente diventata simbolo dell'informazione di regime. Almeno, quello era un regime esplicito. Qui il regime neanche si vede.

Carta ha dedicato due pagine alla storia degli Ogm in Europa nel settimanale uscito il 10 febbraio, quasi due mesi fa, e c'è tornata più volte. Su Aprilia abbiamo due pagine nel numero in uscita questo sabato, dopo averne riempito per mesi il nostro supplemento regionale, CartaQui. Se quella ambientalista, oltre alla Repubblica e al Tg1, usasse anche Carta per sapere le cose, sarebbe di sicuro più informata. Pensateci, voi che trovate troppi due euro la settimana, che vi affaticate ad arrivare all'edicola o che esitate ad abbonarvi. http://www.carta.org/editoriali/index.htm


Rodotà, Serafini, la Margherita e noi


Avrei voluto stare buono per una settimana, perché sabato è previsto il coordinamento nazionale dei blogger di Generazione U (via del Quirinale 26, ore 12) e avrei voluto riservare a quella sede, dove arrivano persone da molte parti d'Italia, le parole per un dibattito originale che hanno diritto a non vedere svolto prima sulle pagine del web. Alcuni elementi di urgenza però costringono ad anticipare almeno qualche questione. Domani si apre infatti il cosiddetto congresso regionale della Margherita del Lazio e noi, poco o per nulla apassionati alle beghe locali di valvassori e valvassini, avremmo avuto tutta l'intenzione di evitare di metterci bocca. Se non fosse che attendevamo una risposta che non è arrivata. Forse occorre spiegare cosa è accaduto.

Sui nostri blog e attraverso Youtube avevamo denunciato l'incredibile svolgimento del congresso della Margherita di Roma, prendendolo a spunto e ad esempio di un percorso viziato che sta conducendo alla nascita (a questo punto viziata anch'essa) di quel partito che per paradosso qualcuno si ostina a definire "democratico". Quarantanovemila iscritti, tra i tre e i quattromila votanti effettivi (meno del 10%), quindicimila dichiarati. Senza farci prendere da furori eccessivi abbiamo presentato un ricorso alla commissione di garanzia? Cosa è accaduto?

E' accaduto l'incredibile.

La commissione di garanzia ha considerato il ricorso e di conseguenza ha richiesto alla Margherita romana le carte e i verbali del congresso, che non sono mai stati consegnati. Nessuno si assume la responsabilità di firmare un falso palese, è chiaro, ma comunque i 174 delegati del congresso romani saranno presenti al congresso regionale, di fatto delegittimandolo. Non esiste una carta che certifichi che il limite minimo del 30% di partecipazione al congresso romano, già basato su un tesseramento da tutti ma proprio tutti considerato fasullo. Eppure si fa finta di nulla e Rutelli parteciperà all'assise.

A noi cosa resta da fare?

Ci ragioneremo. Certo che questo potere corazzato fa apparire come inutili cerbottane i nostri blog. Abbiamo esempi a bizzeffe. Dalla Bloggeria di Europa ho avuto l'ardire di criticare l'ex garante per la privacy, Stefano Rodotà, per proporre uno scambio tra la privacy dei nostri politici e il potere che detengono e gestiscono, chiedendo che imparino a vivere in una "casa di vetro". Il professore Rodotà pensa bene di andare da Fabio Fazio e replicare affermando che "la casa di vetro è un'idea nazista".

Anna Serafini se l'è presa perché in un'occasione pubblica ho detto al marito segretario dei Ds che la prossima volta potrebbero fare la conta in famiglia per lasciare libero un posto da parlamentare da riservare a un giovane. Da allora annuncia propositi di vendetta in ogni colloquio in cui s'affronti la questione.

Insomma, il ceto politico si sente onnipotente e insindacabile. I congressi (peraltro fondativi di un processo che si vorrebbe essere nuovo e democratico) sono fasulli? Proponi un rapporto diverso tra rappresentanti e rappresentati? Chiedi che gli oligarchismi tramontino e apri su questo un fronte politico-generazionale? La risposta è brutale e quasi violenta nella sproporzione dei mezzi. Apparati partitici, televisioni, reti di rapporti contro i nostri blog. Eppure, testardamente, continuiamo a pensare che alla fine la spunteremo noi.http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/

Lettera da L’Aia

Un tempo si emigrava per fame. Ora si emigra per disgusto.
Conosco sempre più persone che se ne sono andate o se ne vogliono andare. E come si fa a dar loro torto? Ecco la lettera di Monica.

Caro Piero,

seguo il tuo blog con interesse e mi riconosco in molte delle tue posizioni. Senza piaggeria, volevo dirti quanto apprezzo quello che fai e come lo fai.

Sono rimasta particolarmente colpita dal racconto della manifestazione milanese dei berluscones. Io ho preso atto ormai da qualche anno della catastrofe italiana, tanto più disastrosa quanto fatta propria da persone in tutto e per tutto normali, che non trovano osceno consegnare il paese e il futuro dei propri figli a gente tanto moralmente compromessa. Me ne sono andata, con mio marito e le mie figlie, e l’ho fatto per salvare la pelle. Vivo stabilmente a Londra, al momento sono in Olanda per lavoro per qualche mese. Ho deciso che prenderò anche la cittadinanza inglese, dimenticando di essere italiana. Se vivi all’estero serve solo a gettarti discredito A PRIORI. Soprattutto voglio lavorare e vivere tranquilla, avere fiducia nelle istituzioni e smettere di essere perseguitata dalla agenzia delle entrate per bolli di auto che non ho più, per irpef che non devo più. Basta. La vita può essere migliore.
Volevo segnalarti il link del sito di Chiswick, l’area di Londra dove vivo, e in particolare la parte destinata alla voce local government ai MP, i parlamentari eletti in questa circoscrizione. Troverai i loro nomi, foto, indirizzi (se scrivi rispondono, giuro), il programma che hanno presentato per essere eletti e quello che hanno realizzato finora, così è possibile stabilire una sorta di grado di affidabilità. Sono persone che, sebbene siano parlamentari, si incontrano comunemente anche al pub o al supermercato, senza alcuna scorta. Ho scritto “sebbene”, a riprova di quanto ancora io sia italiana… Le mie figlie non lo saranno più.

Quando lo racconto ai miei amici italiani, i pochi superstiti, mi guardano senza credermi veramente! Ma a Londra, a parte la regina e Blair, nessuno è blindato.
L’obiettivo delle istituzioni in un paese veramente democratico dovrebbe essere questo: rendere conto ai cittadini di quello che si fa per loro, non il casting del prossimo Grande Fratello.
Forse la realizzazione non è ancora perfetta, ma con il loro consueto pragmatismo gli inglesi si sono posti il problema. A me basta.
Un abbraccio di cuore da L’Aia, avvolta nella nebbia.

Monica http://www.pieroricca.org/


Boia chi molla
  
La nostra Costituzione afferma: "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Dal 1952 le norme attuative prevedono il crimine di "apologia del fascismo". La legge del 1952, prevede la diffusione a mezzo stampa (oggi Internet) come aggravante.

Se in Italia l'azione penale è ancora obbligatoria allora perché non è stato ancora perseguito penalmente chi tiene in linea il sito del nuovo Partito Fascista Repubblicano. che si richiama apertamente alla cosiddetta repubblica di Salò di Benito Mussolini.

Su Aprile online si legge che è in arrivo un'interrogazione parlamentare sul tema. Credo non ce ne sia bisogno, basta che la magistratura sia informata del crimine e proceda.

L'interrogazione parlamentare invece ci vorrebbe sul fatto che da anni ci siamo abituati a convivere con un'organizzazione presente in tutto il territorio come Forza Nuova, ci siamo abituati a considerare amore parentale l'esaltazione della buonanima da parte di sua nipote, e che la base e qualche colonnello di Alleanza Nazionale non ci pensi proprio a "mollare". Allora la rivoluzione necessaria è quella che ridiffonda i valori e la centralità dell'antifascismo che oramai, dai media alle scuole è presentato su di un piano di parità con il fascismo stesso. Alcuni contributi sulla caduta dell'antifascismo sono disponibili qui e qui.

Direte voi... è una paginetta. No, è una notizia di reato, e un attentato alla Costituzione e alla nostra convivenza civile, con un programma qualunquista sul quale si ritroverebbero purtroppo milioni di italiani. Si va dal rimpatrio immediato per gli stranieri, all'introduzione dei lavori forzati, al riconoscimento del servizio militare prestato dai repubblichini, alla "chiusura di tutti i cosiddetti 'centri sociali' italiani finanziati, difesi e sostenuti dai partiti di estrazione comunista", alla chiusura delle discoteche all'una, a misure talebane sull'uso di alcool alla proclamazione come religione di Stato di quella Cattolica Apostolica Romana.

Eppure i neorepubblichini sanno essere anche autoironici. Da una parte esigono l'abolizione della lingua inglese (sic!), dall'altra parlano testualmente di "over 21", laddove Dante direbbe semplicemente "maggiori di 21 anni". Signora mia... non esistono più i fascisti di una volta.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1026dblog/articolo.asp?articolo=1026

Negli Stati Uniti i valori stanno cambiando: il vento soffia verso i democratici

Schiaffo a Bush/ Iraq, dopo la Camera il Senato Usa: "Via le truppe dal prossimo anno". Il presidente: veto a ogni iniziativa che fissa scadenze

Anche l'Italia sarà coperta dal sistema di difesa che gli Usa intendono realizzare in Europa. "Come tutti gli altri paesi che si trovano nel raggio d'azione di missili iraniani", ha detto il comandante Henry Obering. Che ha aggiunto: "Con il governo italiano abbiamo siglato un accordo di collaborazione". Washington si è espressa anche sul voto per l'Afghanistan: "Accogliamo con favore la decisione del Parlamento".

La corsa per le primarie statunitensi attira l'attenzione dei media di tutto il mondo
. Tuttavia la copertura informativa è incentrata in netta prevalenza sul nome dei candidati, sulle caratteristiche personali, sulle strategie legate a dichiarazioni e apparizioni in pubblico, sulle intenzioni di voto nei sondaggi. Ma siamo sicuri che per comprendere e cercare di prevedere l'esito delle elezioni primarie siano, a questo punto, questi gli elementi migliori (non dimentichiamo che inizieranno ufficialmente nel gennaio 2008)?

Negli Stati Uniti e in Europa gli elettori sono sempre più frammentati ed anziani. Ma anche più informati e sofisticati. Gli elettori usano dei filtri e delle "scorciatoie" che li aiutano nella comprensione e nella scelta. Per chi fa politica conoscere queste "scorciatoie" diventa fondamentale nell'acquisizione e nel mantenimento del consenso. L'elettore non sceglie solamente sulla base di considerazioni razionali e di interesse, ma anche di tipo emotivo e di identità. Le ere dominate dai partiti progressisti o conservatori sono state sempre anticipate da cambiamenti nei sistemi valoriali dei cittadini.

Per questo motivo sono molto interessanti i dati dell'ultima ricerca dell'Istituto di ricerca americano Pew che evidenziano una inversione di rotta su una serie di tematiche che potrebbe favorire una conferma del successo dei democratici nel 2006 e un consolidamento in vista del voto presidenziale del 2008. Tra le evidenze dello studio vi è, infatti, la crescente richiesta di un maggior intervento da parte del Governo per aiutare le persone più svantaggiate e di politiche che favoriscano una maggiore equità. Tuttavia è ancora il 69% degli americani a ritenere che i "poveri siano diventati troppo dipendenti dai programmi di assistenza governativi". Crescono, però, le preoccupazioni economiche: il 44% dichiara di "non avere abbastanza soldi per arrivare alla fine del mese" (era il 35% nel 2002), mentre il 73% è d'accordo sul fatto che "al giorno d'oggi i ricchi stanno diventando sempre più ricchi, mentre i poveri sempre più poveri" (il 65% nel 2002). Allo stesso tempo diminuisce leggermente la valutazione dell'importanza della religione (per fare un esempio gli americani che ritengono "la preghiera una parte importante della propria vita di tutti i giorni" sono passati dal 55% del 1999 e il 51% nel 2003 al 45% del 2007) che era uno degli elementi che avevano portato al predominio repubblicano.

Sono sempre meno gli americani che ritengono "la forza militare il modo migliore per assicurare la pace" (il 49% contro il 62% di cinque anni prima). La stessa identificazione nei partiti è cambiata radicalmente negli ultimi cinque anni: nel 2002 il paese era diviso in due con il 43% degli americani che si identificava nel partito repubblicano (o comunque si sentiva vicino) e la stessa percentuale per i democratici. Nel nuovo sondaggio i Democratici ottengono il 50%, mentre i Repubblicani sono scesi al 35%.

Questo non deve far pensare che il partito dell'asinello possa adagiarsi sugli allori: ad essere cresciuto non è tanto il consenso verso i democratici (che è più o meno agli stessi livelli dell'inaugurazione della presidenza Bush nel gennaio 2001), ma è il consenso verso i repubblicani ad essere crollato e, in particolare, tra gli elettori che si definiscono indipendenti. I repubblicani scontano in questo momento l'impopolarità del presidente e il crescente malcontento nei confronti dell'impegno militare in Iraq. Dal 2001 il numero degli elettori che hanno un giudizio favorevole sul partito è diminuito per entrambe le forze politiche: i repubblicani sono passati dal 56% al 41% (-15%), i democratici dal 60% al 54% (-6%).

Se queste tendenze si consolideranno, il contesto nel quale si svolgerà la battaglia per il consenso sarà più favorevole ai candidati democratici. Come nel 2002 il miglior promemoria potrebbe diventare quello che era stato preparato a Clinton dal suo consulente politico, James Carville,: "It's the economy stupid! And don't forget health care".

 

Marco Cacciotto
* Consulente e analista politico, docente di "Marketing politico" alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e di Firenze
Email: mcacciotto@publiconline.it

http://canali.libero.it/affaritaliani/rubriche/consenso/consenso2803.html?pg=2


Iraq: le conseguenze della guerra sulle donne-soldato -

di Paola Manduca - Megachip

New York - Sull'ultimo numero del magazine che esce in allegato al New Yok Times la domenica, è stata pubblicata una lunga inchiesta della giornalista Sara Corbett sulle donne-soldato americane coinvolte nella guerra in Iraq. Come talvolta accade, il lavoro pubblicato è il risultato di un processo che si potrebbe definire involontario: le intenzioni originarie della Corbett erano di cercare semplicemente delle testimonianze di donne soldato durante il primo anno di guerra in Iraq, ma quando ha incominciato ad accorgersi che molte di loro soffrivano degli stessi sintomi, come stress da post-trauma bellico o violenze sessuali, o quel che è peggio, di entrambi, ha deciso di proseguire nelle sue indagini e denunciare i fatti raccolti all'opinione pubblica.

Convincere queste donne a parlare non è stato affatto semplice, anche e soprattutto in virtù della rigidità delle leggi militari che prevedono per molti dei casi in questione la corte marziale. Ma l'incapacità per queste donne di ritornare ad una vita normale è stata più forte di ogni paura.

L'inchiesta si apre con il racconto di Suzanne Swift, soldato a 21 anni, con già un anno di esperienza in Iraq, che viene riconvocata nel febbraio 2005 per partire di nuovo: la missione è di aprire un centro di detenzione a Baghdad. Il giorno della chiamata, tra tutti i 130 soldati reclutati per la missione, l'unica a mancare è proprio Suzanne, che nei giorni precedenti alla partenza dichiara di sentirsi estremamente ansiosa, irritabile, di avere incubi, di ubriacarsi pesantemente. Va a casa di sua madre, ha già caricato tutta la roba in macchina, ma non ce la fa a partire. Non risponde alle chiamate che numerose e sempre più nervose le arrivano sul cellulare da parte dei suoi superiori, decide di non utilizzare più quel numero, di usare solo denaro in contanti per paura di essere rintracciata attraverso la carta di credito, e va ospite da un'amica perché sa che l'U.S. Army andrebbe a cercarla, come secondo posto dopo casa propria, a casa dei suoi genitori. Ci torna solo ad aprile 2006 e la notte dell'11 giugno successivo due poliziotti la prelevano, la tengono in prigione per due notti e la riportano al Fort Lewis, il 54esimo dipartimento di polizia militare di cui la Swift faceva parte, dove gli ufficiali la trattengono per settimane, perché vogliono sapere il motivo della sua mancata comparizione il giorno della convocazione. Per questa ragione – leggi reato - la prassi prevede che l'imputato finisca davanti alla corte marziale, e in caso di colpevolezza rinchiuso in una prigione militare, ma stavolta la sua situazione appare subito un po' più complessa di una semplice diserzione. La Swift racconta agli investigatori che la ragione principale della sua mancata partenza ha a che fare con i ripetuti abusi sessuali di cui è stata vittima da parte di tre dei suoi supervisori durante la propria carriera militare: le violenze sono cominciate durante la guerra in Kuwait, proseguite durante la guerra in Iraq, perpetrate una volta rientrata alla base di Fort Lewis. L'imputata dichiara di soffrire di stress post-traumatico (PTSD, post-traumatic stress disorder) che, in base ai criteri stabiliti dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, comprende sintomi quali, tra gli altri, forte depressione, incubi e disturbi della memoria (tra questi disturbi, viene annoverata anche la c.d. memoria fotografica, in cui certi episodi sono ricordati con estrema lucidità, in ogni singolo dettaglio). L'esperienza della guerra è stata traumatica per essere stata costretta a lavorare 16 ore di seguito al giorno, per aver assistito alla morte di colleghi e amici nei combattimenti, e per aver ricevuto pressioni di natura sessuale dal proprio sergente già dal primo giorno di arrivo in Iraq. Richieste di prestazioni che si sono protratte per 4 mesi, fino a che la soldatessa non si è ribellata. Risultato: obbligo di marce notturne da una parte all'altra del campo militare, umiliazioni di fronte ai colleghi maschi, e terrore di ricevere richieste anche peggiori: “se il tuo sergente ti ordina di camminare su un campo minato, si suppone che tu debba farlo”. Dopo gli scandali sessuali avvenuti nel corso degli anni '90, la U.S. Army ha preso misure per prevenire gli abusi sessuali, istituendo un organo interno, l'Equal Opportunity, a cui rivolgersi per questo tipo di problematiche. La Swift ha fatto anche questo, senza però che venissero presi provvedimenti o che si avviasse un'indagine (dall'altra parte sostengono invece che durante il colloquio, quando le avevano chiesto se era pentita di averlo fatto, lei avesse risposto di no). Suzanne rischia la corte marziale, e, come succede spesso in America, la madre ha messo in piedi una campagna di sensibilizzazione pubblica mediante la creazione di un sito web in cui sottoscrivere una petizione perché venga rilasciata dal servizio militare senza punizione, nonché la vendita di magliette, di borse e di peluche con su la scritta “Free Suzanne” o “Suzanne is my hero” per sostenerne la causa.

È andata a finire che le accuse della Swift sono state respinte per mancanza di prove. Dei tre uomini che la donna aveva denunciato, il sergente, nel corso delle indagini, aveva nel frattempo terminato la carriera militare e perciò posto al di fuori di quella giurisdizione, ed un secondo, dopo che la Swift aveva fatto il suo nome, l'aveva aggredita durante una normale esercitazione in quello che dai verbali viene descritto come “modo inappropriato”, col risultato che l'uomo ha ricevuto solo sanzioni amministrative, in tutto una lettera di ammonimento e l'allontanamento dal campo di Fort Lewis.

Numerose altre testimonianze simili a queste sono state raccolte dalla giornalista che ha realizzato un'inchiesta fitta di pagine e pagine. Quello che emerge è che, qualunque la si voglia vedere, la guerra che si sta combattendo in Iraq non ha precedenti per ciò che riguarda gli alti livelli di stress sulle donne-soldato. 160,000 sono le soldatesse mandate a combattere in Iraq, contro le 7,500 che furono mandate in Vietnam e le 41,000 unità spedite nella Guerra del Golfo. Perché se è previsto le donne abbiano in genere un ruolo limitato nel combattimento bellico frontale, nella guerra in Iraq è caduta qualsiasi distinzione tra combattenti e unità di supporto: le donne sono state impiegate da subito per mansioni superiori per gravità e stress a quelle cui si erano addestrate.

Dati alla mano, un quarto delle veterane del Vietnam ha sviluppato i sintomi del PTDS ad un certo punto della loro vita, il 16% nel caso della Guerra del Golfo, 3,800 finora per ciò che concerne le donne impiegate nella guerra all'Iraq.

Cade perciò ogni distinzione anche tra donne soldato e comuni cittadine; anzi, essere soldatessa è anche più rischioso, perché le violenze sessuali vengono commesse sia dai propri colleghi e superiori sia dagli abitanti del posto come forma di vendetta. Così come, nonostante la maggiore attenzione verso quella che appare una prassi diffusa – come la recente creazione da parte del Ministero della Difesa del Programma di Prevenzione e Cura dei casi di Violenza Sessuale - il numero di abusi sessuali non sta affatto diminuendo.

Anche se non si ha quasi mai il coraggio di dirlo apertamente, quando una donna decide di intraprendere la carriera militare, ci si aspetta sempre che sappia a cosa vada incontro: andare in guerra non è uno scherzo, e andarci di propria volontà dovrebbe valere doppio, in termini di consapevolezza di quel che può accadere. Ma qui siamo oltre: la violenza sessuale non rientra nel range dei rischi previsti, men che mai se viene perpetrata dai propri concittadini e superiori.

Le donne pensavano di abbattere l'ultimo tabù nella parità dei sessi, ma il vero progresso è ancora lontano a venire.




La masseria delle allodole

Nicola Falcinella

Un film, tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, che segna il ritorno dietro la macchina da presa della coppia di registi più celebre del cinema italiano. E’ da pochi giorni nelle sale italiane dopo essere stato presentato fuori concorso, nella sezione Berlinale Special, al 57° Festival di Berlino
La causa è nobile ma il risultato artistico molto meno. Capita spesso, con i prodotti del cinema, del teatro, della letteratura, dell’arte o della musica. A volte anche nel caso di artisti di grande spessore, con un curriculum impressionante, dal provato impegno politico e sociale che, alla prova dei fatti, presentano opere modeste e poco efficaci.

E il critico si ritrova “anima divisa in due” a dover scegliere a quale metà del cuore dare retta. Stavolta prevale il lato Billy Wilder (“se vuoi mandare un messaggio manda un telegramma”) e tocca non essere soddisfatti – sia pure con riserva – de “La masseria delle allodole” di Paolo e Vittorio Taviani.

Un film, tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, che segna il ritorno dietro la macchina da presa della coppia di registi più celebre del cinema italiano. E’ da pochi giorni nelle sale italiane dopo essere stato presentato fuori concorso, nella sezione Berlinale Special, al 57° Festival di Berlino.

Anticipata da polemiche e preoccupazioni alimentate ad arte su eventuali reazioni della consistente comunità turca berlinese, l’opera è abbastanza deludente.

Siamo nel 1915, in piena guerra mondiale l’Impero Ottomano è in disfacimento e il movimento dei Giovani turchi sta iniziando la costruzione di una nuova Turchia: laica e più moderna, ma anche nazionalista ed etnicamente pura, al prezzo anche di centinaia di migliaia di persone. Sarà il massacro degli armeni, un’operazione che i nazisti prenderanno come esempio un ventennio più tardi.

Avvenimenti mai riconosciuti dal governo turco e ancor oggi fonte di polemiche e contrapposizioni. Così la proiezione in Germania, dove vivono milioni di persone originarie dell’Anatolia, era molto attesa.

Il film ha lasciato fredda la stampa, piuttosto debole e accusato di essere troppo televisivo. Ma ha stimolato il dibattito, anche perché a parte Atom Egoyan (con il bellissimo “Ararat” con Charles Aznavour), pochi altri avevano portato sullo schermo la vicenda.

“La masseria delle allodole” racconta le vicende della famiglia armena Avakian e della casa appena ristrutturata in onore dell’arrivo di un parente dall’Italia. Calda e accogliente, la masseria non verrà mai abitata, ma sporcata dal sangue degli uomini della famiglia uccisi dai Giovani turchi. Le donne saranno deportate ad Aleppo al termine di un viaggio lungo e disumano.

I Taviani mettono insieme una compagnia d’attori variamente assortita. Accanto ai bellissimi Alessandro Preziosi e Paz Vega (la spagnola è poco convincente), ci sono Arsinée Khanjian (moglie di Egoyan e nipote di sopravvissuti al massacro: “Fa parte della mia identità culturale, è il modo attraverso il quale guardo il mondo” ne descrive l’eredità), Tcheky Karyo, André Dussolier, Angela Molina e Moritz Bleibtreu.

Le piccole parti sono poco curate, così come il doppiaggio. Il risultato è un insieme diseguale. In più l’avvio della vicenda è laborioso e la trama segue troppi personaggi, così che lo spettatore non riesce ad affezionarsi davvero a nessuno e dal punto di vista emozionale il film funziona poco.

Anche sotto il profilo visivo il film ha trovate belle, soprattutto di dettagli e piccoli gesti oppure di scene di massa (i trasferimenti in mezzo alle montagne). Ma sembrano piccoli tocchi persi in un insieme confuso, in uno stile che vorrebbe essere semplice per arrivare a tanti spettatori senza considerare che ormai un pubblico molto largo va catturato con altri sistemi.

Il pregio maggiore del lavoro è riuscire a mettere bene in luce che i cattivi e i buoni non stanno mai da una parte sola. Magari non ce la fanno a salvare delle vite umane, ma alcuni turchi si impegnano sinceramente dalla parte delle vittime.


Il backstage:


http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6960/1/51/

È ancora il petrolio
di Greg Palast (GregPalast.com)
La legge sul petrolio adottata questo mese dal traballante governo iracheno è praticamente una fotocopia del piano delle “Opzioni” inizialmente concepito in Texas molto prima che l'Iraq venisse “liberato”. La guerra in Iraq è andata esattamente secondo il piano di Houston. Quindi dimenticate l'ingenuo stracciarsi le vesti su un conflitto andato fuori controllo

Quattro anni fa, i carri armati cominciavano a muoversi per quella che il Presidente Bush originariamente aveva battezzato “Operation Iraqi Liberation” – O.I.L.

Non vi sto prendendo in giro.

E fu quattro anni fa che, dalla Casa Bianca, George Bush, dichiarando la guerra, disse: “Voglio parlare agli iracheni”. Che Dick Cheney non avesse detto a Bush che gli iracheni parlano arabo… beh, non importa. Mi aspettavo che il Presidente dicesse qualcosa tipo: “Le nostre truppe stanno venendo a liberarvi, quindi non sparategli addosso”. Invece, Bush disse agli iracheni: “Non distruggete i pozzi di petrolio”.

Tuttavia, l'amministrazione Bush disse che la guerra non aveva niente a che fare con il petrolio dell'Iraq. In effetti, nel 2002, il Dipartimento di Stato aveva affermato – e la sua newsletter ufficiale, il Washington Post, aveva ripetuto – che l'Iraq Study Group, organizzato dal Dipartimento stesso, “nella sua lista di questioni non ha il petrolio”.

Ma adesso, siamo venuti a sapere che, malgrado si proclami solennemente il contrario, Condoleezza Rice ebbe un incontro segreto con l'ex Segretario Generale dell'OPEC, Fadhil Chalabi, un iracheno, e gli offrì l'incarico di ministro del Petrolio in Iraq. (È prassi consolidata che il Presidente degli Stati Uniti possa nominare i ministri del governo di un altro Paese se questa nomina viene confermata dal 101° Aviotrasportato).

In tutto questo battersi il petto su quanto è andata male la guerra, nessuno sembra ricordare come essa sia andata molto, molto bene – per Big Oil [espressione che indica le major petrolifere NdT].

La guerra ha mantenuto la produzione di petrolio iracheno a 2,1 milioni di barili al giorno a fronte di una produzione di oltre 4 milioni di barili prima della guerra e dell'embargo. Nel gioco del petrolio, questa è una grossa perdita. In effetti, la perdita dei 2 milioni di barili al giorno dell'Iraq equivale alla capacità di produzione delle riserve dell'intero pianeta.

In altre parole, la guerra ha provocato un'enorme contrazione dell'offerta – e a Big Oil questo piace proprio. Oggi il petrolio è a 57 dollari al barile, a fronte dei 18 dollari sotto Bill “Fate l'amore non la guerra” Clinton.

Da quando è stata lanciata l'Operazione Iraqi Liberation, il titolo della Halliburton è triplicato a 64 dollari ad azione — non, come alcuni ritengono, a causa di quei contratti per la ricostruzione dell'Iraq — briciole per la Halliburton. L'attività principale dell'ex società di Cheney sono i “servizi petroliferi”. E, come si è lamentato con me una persona che lavora nel settore del petrolio, l'ex società di Cheney è riuscita ad aggiudicarsi una grossa fetta dell'aumento dei prezzi petroliferi facendo salire rapidamente i costi delle attrezzature della Halliburton per le trivellazioni e gli oleodotti.

Ma prima di versare lacrime per Big Oil che ha dovuto dare alla Halliburton la sua fetta, lasciatemi citare il fatto che il valore delle riserve delle cinque maggiori compagnie petrolifere durante la guerra è più che raddoppiato, a 2,36 trilioni di dollari.

E il piano era questo: mettere un nuovo livello minimo sotto il prezzo del petrolio. Io ce l'ho per iscritto. Nel 2005, dopo una battaglia durata due anni con i Dipartimenti di Stato e Difesa, essi hanno dato alla mia squadra di Newsnight della BBC le “Options for a Sustainable Iraqi Oil Industry” [Opzioni per una industria petrolifera sostenibile NdT]. Ora, potreste pensare che il nostro governo non dovrebbe scrivere un piano per il petrolio di un altro Paese. Beh, il nostro governo non l'ha scritto, nonostante il marchio del Dipartimento di Stato sulla copertina. In effetti, abbiamo scoperto che il piano, di 323 pagine, era stato elaborato a Houston da dirigenti e consulenti dell'industria petrolifera.

Il sospetto è che Bush abbia fatto la guerra per prendersi il petrolio iracheno. Non è vero. Il documento, e registrazioni segrete di coloro che erano a conoscenza del piano, hanno reso chiaro che l'Amministrazione voleva assicurarsi che l'America non prendesse il petrolio. In altre parole, mantenere sotto controllo la produzione di greggio dell'Iraq – e in questo modo mantenere alto il prezzo del petrolio.

Naturalmente, il linguaggio era molto più sottile di “Tagliamo la produzione di petrolio irachena e facciamo salire i prezzi”. Invece, il rapporto utilizza il linguaggio tecnico dell'industria ed eufemismi che esigono che l'Iraq rimanga un membro ubbidiente del cartello OPEC e si attenga ai limiti di produzione – le “quote” – che tengono su i prezzi petroliferi.

Il piano di Houston, la cui attuazione sarebbe stata imposta da un esercito di occupazione, avrebbe “migliorato il rapporto [dell'Iraq] con l'OPEC”, il cartello petrolifero.

E questo è indubbiamente il motivo per cui Condoleezza Rice aveva chiesto a Fadhil Chalabi di farsi carico del Ministero iracheno del petrolio. Come ex capo dell'OPEC, il cartello petrolifero, Fadhil era un beniamino di Big Oil, certo di garantire che l'Iraq non avrebbe mai permesso che il mondo scivolasse di nuovo nell'epoca Clinton di prezzi bassi e bassi profitti. (Mentre stavo facendo le ricerche per la BBC, l'ex capo dell'unità della CIA che si occupa di petrolio mi disse di essersi incontrato con Fadhil riguardo al petrolio su richiesta di Bush. Fadhil di recente ha protestato con la BBC. Ha negato l'incontro con l'emissario di Bush a Londra, perché, ha fatto osservare, quella settimana si stava incontrando in segreto a Washington con Condi!)

Fadhil, per inciso, rifiutò l'offerta di Condi di dirigere il ministero iracheno del Petrolio. Alla fine, il ministero venne dato ad Ahmad Chalabi (che appartiene alla stessa tribù di Fadhil): uno che era stato condannato per bancarotta fraudolenta e idolo dei neo-con. Ma qualunque Chalabi sia nominalmente a capo dell'industria petrolifera irachena a Baghdad, gli ordini vengono da Houston. Infatti, la legge sul petrolio adottata questo mese dal traballante governo iracheno è praticamente una fotocopia del piano delle “Opzioni” inizialmente concepito in Texas molto prima che l'Iraq venisse “liberato”.

In altre parole, la guerra è andata esattamente secondo il piano – il piano di Houston. Quindi dimenticate l'ingenuo stracciarsi le vesti su un conflitto andato fuori controllo. La Exxon-Mobil ha registrato un profitto record di 10 miliardi di dollari nell'ultimo trimestre, il maggiore di qualsiasi corporation nella storia. Missione compiuta.

Greg Palast, giornalista d’inchiesta di prestigio internazionale, ha denunciato scandali, frodi, corruzione e bugie nei più alti centri di potere, dalla Casa Bianca alle multinazionali americane. Conosciuto in Gran Bretagna come il più grande giornalista investigativo del nostro tempo, le inchieste di Greg Palast hanno vinto premi BBC e 'Guardian papers of Britain'. In Italia ha pubblicato “Democrazia in vendita” (Marco Tropea, 2003). Il suo ultimo libro, best seller del 'New York Times', è Manicomi armati – Chi ha paura del lupo Osama?


Fonte: Osservatorio Iraq
Fonte originaria: GregPalast.com
Traduzione a cura di Ornella Sangiovanni per Osservatorio Iraq


Lettera di Francisco Santos al Corriere della Sera

Il vice-presidente della Repubblica colombiana, sull'onda dell'interessamento di Veltroni alla vicenda Betancourt, scrive al Corriere della Sera. La lettera è stata pubblicata il 21 Febbraio scorso. Di seguito, il testo completo.

Caro Direttore

Ho letto con molto interesse sul Corriere della Sera di domenica scorsa la lettera del sindaco di Roma, Walter Veltroni, in merito ai sequestri in Colombia ad opera delle Farc.

Apprezziamo molto — e ne siamo grati al sindaco — l’interesse dimostrato e la voglia di sensibilizzare gli italiani in relazione a questi abusi, nonché agli atti terroristici dei gruppi armati illegali subiti dalla popolazione colombiana.

Allo scopo però di avere una percezione giusta e concreta dell’argomento, è di grande importanza rilevare che le Farc (le cosiddette Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) non hanno soltanto sequestrato Ingrid Betancourt cinque anni fa. Prima che il nostro governo riuscisse ad ottenere la più alta riduzione della pratica dei sequestri nella storia del Paese, le stesse Farc sono state responsabili di più di 2.000 sequestri tra uomini, donne e bambini.

Per questo motivo sarebbe idealmente necessario estendere l’iniziativa del sindaco Veltroni — che ha annunciato l’intenzione di tornare a esporre la foto di Ingrid Betancourt in piazza del Campidoglio — a tutte le altre persone imprigionate in modo illegale e brutale, alcune di esse già da più di otto anni. Perché l’obiettivo deve essere la restituzione immediata ed incondizionata da parte delle Farc di tutti gli ostaggi.

Desidero inoltre rilevare che questo argomento è in diretto rapporto con l’opportuno allarme lanciato di recente dal ministro dell’Interno italiano, l’onorevole Giuliano Amato, il quale metteva in risalto l’enorme incremento della domanda di cocaina in Italia. La coltivazione e la commercializzazione della coca costituiscono la prima fonte di finanziamento delle Farc (il sequestro è la seconda).

Soltanto due settimane fa alcuni giornali in Italia illustravano come veniva acquistata e venduta la droga per le strade delle principali città del Paese. Desidero dunque ringraziare il sindaco Veltroni per il suo appoggio alla nostra causa e alla nostra richiesta di una responsabilità condivisa nella lotta contro il consumo delle droghe.

Dobbiamo chiudere tutti gli spazi possibili ai narcotrafficanti, ostacolare drasticamente la loro attività e perseguire incessantemente i patrimoni illeciti, frutto del loro commercio. Bisognerebbe inoltre persuadere i consumatori, affinché capiscano che ogni grammo di cocaina che viene consumato in Italia — come pure in qualunque altro posto del mondo — contribuisce ad incrementare il potere economico dei gruppi terroristici e facilita il sequestro e gli altri atti criminali che vengono commessi contro la popolazione civile.

Distinti saluti,

Francisco Santos Calderon

Vicepresidente della Repubblica di Colombia

Computer in cambio di pistole

 

Computer in cambio di armi, educazione in cambio di violenza e prevaricazione. L’iniziativa è in corso a Tepito, uno dei quartieri più controversi della capitale messicana. Nei giorni scorsi il quartiere era diventato oggetto di cronaca per una serie di espropri condotti in maniera repentina e al limite della legalità da parte della polizia in un tentativo -a dire delle autorità- di combattere il crimine organizzato. Tutta l’operazione è valsa la critica della Commissione per i diritti umani di Città del Messico, che ha messo in dubbio lo stesso piano –voluto da qualche politico in odore di speculazione edilizia- che vuole espropriare case e terreni di coloro che si sono resi colpevoli di qualche reato.
La diffidenza regna padrona. Alla fine del primo giorno dello scambio, le autorità hanno ricevuto ventinove pistole -misera cifra-, in gran parte consegnate da donne. A cambio di un’arma di grosso calibro hanno avuto un computer; alimenti o soldi quando ad essere consegnate sono state armi di piccolo calibro.
Tepito è solo il primo quartiere ad essere interessato da questo esperimento. Nei prossimi giorni altri quindici rioni saranno oggetto della stessa iniziativa che, certamente, da sola non risolve certo il disagio di chi ci vive. Un computer o una borsa della spesa non è certo la soluzione quando a mancare sono le strutture sociali, le scuole e la presenza tangibile dello Stato. Uno Stato cieco, che si fa vivo solo quando c’è da reprimere e da bastonare e poi regalare, just in case, computer che nel migliore dei casi in un paio di giorni saranno già sul bancone di qualche casa di pegni. Trovata commerciale, quindi? Perchè, guarda caso, i computer vengono con Microsoft già installato, dono della società di Bill Gates.
Desmadre en Tepito:
http://www.youtube.com/watch?v=Ag1IhvFwbCg
http://luiro.blogspot.com/

Alcuni deputati dell’Assemblea Legislativa del Distretto Federale hanno richiesto l’intervento del Governo messicano. E’ stato denunciato il comportamento di un cardinale colpevole di essersi intromesso eccessivamente in questioni prettamente politiche del paese. Il Messico è impegnato proprio in questi giorni nella discussione sulla depenalizzazione dell’aborto.

Deputati locali e federali del PRD e di Alternativa Socialdemócrata y Campesina hanno fatto richiesta ufficiale alla Segob (Secretaría de Gobernación) per richiedere l’espulsione dal paese del presidente del Consiglio Pontificio per la famiglia, Alfonso López Trujillo, ritenuto colpevole, a quanto pare, di intromissione nel dibattito politico. Il cardinale infatti a quanto risulta sembra abbia tentato di incidere sull’opinione pubblica da una prospettiva propriamente politica, influendo così pesantemente nella formulazione delle leggi sull’aborto.

Non sembra casuale infatti l’arrivo la scorsa settimana, direttamente dal Vaticano, del cardinale colombiano, coinciso appunto con l’apertura del dibattito sull’aborto in Messico. L’inviato papale dal giorno del suo arrivo è quasi a tempo pieno impegnato nel rilasciare dichiarazioni sul discusso tema politico.

La denuncia dei deputati è, quindi, una forma di protesta nei confronti dell’ingerenza della gerarchia cattolica nella discussione politica di iniziative atte esclusivamente a legiferare sull’interruzione della gravidanza. Proprio la ALDF (Asamblea Legislativa del Distrito Federal) infatti da alcune settimane analizza una riforma di legge che prevede la depenalizzazione dell’aborto sino alle 14 settimane di gestazione, mentre l’attuale legge solo esime da responsabilità in caso di stupro, malformazioni genetiche o nel caso sia la salute della madre in pericolo.

I deputati manifestano quindi il loro “rifiuto nei confronti dell’intervenzionismo, della pressione e dell’ingerenza dei rappresentanti della cupola ecclesiastica, che pretendono, partendo da un falso dibattito sulla moralità, di incidere, con la forza, nelle politiche istituzionali del DF (Distretto Federale), andando in questo modo a colpire l’ordine costituzionale messicano”.

Nella denuncia si esorta quindi la richiesta di una vera e propria espulsione di López Trujillo dal territorio nazionale. La sua permanenza nel paese – si legge - risulta sconvenievole in quanto “questo individuo pretende fare opposizione sul tema dell’aborto utilizzando qualificazioni come “assasinio” e “omicidio” in forma fanatica ed irriflessiva, e minacciando di scomunica nei tutte quelle persone non d’accordo con le sue idee”.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/03/intromissione-in-questioni-politiche-in.html

Euro o moneta esperanto?

Moneta unica in tutti gli Stati membri (tra 50 anni). In un sondaggio per l'International Herlad Tribune lo dicono anche gli inglesi.
Dal 1° gennaio 2007 la Slovenia è il 13° membro di Eurolandia (Foto Commissione Europea)
Come sarà l’Unione Europea nel 2057? In occasione del 50° anniversario dell’Unione Europea, domenica 25 marzo, le previsioni degli editorialisti andavano dal successo del progetto comunitario alla sua rovina. L’International Herald Tribune non si è accontentato di qualche frase fatta, ma ha commissionato un sondaggio alla Harris Interactive. Che lo ha realizzato in cinque grandi Paesi dell’Unione Europea e negli Stati Uniti.
Una prima occhiata ai risultati mostra una situazione meno tragica rispetto alle previsioni pessimistiche registrate negli ultimi giorni. Il declino dell’Ue, infatti, sembra piuttosto improbabile. Alla domanda: “esisterà ancora l’Unione Europea tra cinquant’anni”? l’85% dei francesi, il 76% dei tedeschi, il 62% dei britannici, l’84% degli italiani e l’82% degli spagnoli hanno risposto sì.

Se lo dicono gli inglesi...

Non solo. Il parere resta positivo quando le domande non riguardano più il futuro dell’Ue ma la sua principale moneta. Tra il 76% dei britannici e il 93% degli spagnoli, gli europei concordano sul fatto che, nel 2057, l'Euro sarà la valuta “standard” del Vecchio Continente. Anche il 72% degli americani crede nel futuro della moneta unica europea, anche se solo la metà pensa che l’Unione Europea esisterà ancora tra 50 anni.
I risultati del sondaggio confermano quindi come sia proprio la moneta unica la principale risorsa del progetto Ue. Nonostante le polemiche sul carovita, dati Ocse dimostrano che, grazie alla moneta unica, gli scambi commerciali nell’Ue hanno registrato un incremento che va dal 5 al 15%. Inoltre, dal momento che un quarto delle riserve di valute estere è in euro, la moneta unica rafforza il suo ruolo di principale rivale del dollaro.

«Il mercato comune e l'Euro ci rendono forti». Ma sono solo 13 i membri di Eurolandia

Uno dei risultati positivi della Dichiarazione di Berlino dei giorni scorsi è stata la fermezza della cancelliera tedesca Angela Merkel nei confronti delle resistenze britanniche a citare l’Euro nel documento e il ruolo centrale che la moneta unica gioca nel testo in merito alle questioni legate alla globalizzazione: «Siamo di fronte a grandi sfide che non si arrestano ai confini nazionali. L'Unione europea è la nostra risposta a queste sfide (…). Il mercato comune e l'Euro ci rendono forti. Potremo così modellare secondo i nostri valori la crescente interconnessione delle economie a livello mondiale e la sempre maggiore concorrenza sui mercati internazionali.». Ma affinché l’Euro dia nuovo impulso all’Ue sul lungo termine, i nuovi Stati membri dell’Europa centro-orientale non devono rimandare all’infinito l’adozione della moneta unica. L’Euro può svolgere pienamente il suo ruolo solo se il suo campo di azione – oggi ristretto a 13 paesi – e quello del mercato comune – 27 i membri attuali – coincideranno.

Nella seconda metà del semestre tedesco di presidenza di turno dell’Unione, che scade il 30 giugno, la cancelliera Merkel si propone di rianimare l’ormai agonizzante Costituzione. Ma il vero obiettivo dovrebbe essere quello di lavorare per l’adozione nella moneta unica da parte di Estonia e Ungheria. Prima o poi anche gli euroscettici dei vecchi Paesi membri – Gran Bretagna, Svezia e Danimarca – non potranno più sottrarsi al magnetismo dell’unità monetaria. Nel caso contrario, l’Euro rischia di diventare solo una “moneta-Esperanto”, a immagine della sfortunata lingua “creata” per il Vecchio Continente: non simbolo di unità, quindi, ma segno tangibile delle sue divisioni insanabili.
Nils aus dem Moore - Berlin http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10527

Polonia - La lotta infinita di Jaroslaw Kaczynski contro comunisti e servizi segreti




QuadrantEuropa



In Polonia i comunisti hanno perso il potere dopo accordi con l'opposizione. La conseguenza è che Varsavia non ha mai fatto i conti con la propria storia. Il governo Kaczynski vuole colmare questa lacuna. Con metodi però discutibili.




Uklad in polacco ha molti significati. Vuol dire rete, accordo, patto. Uklad è una parola che in Polonia ha già fatto venire molti mal di testa e probabilmente continuerà a farlo. Diritto e Giustizia, il partito dei fratelli Kaczynski, ha vinto le elezioni del settembre 2005 promettendo una lotta senza quartiere al sistema dell’uklad.

Lotta alla "rete grigia" e complessità polacche

Da quando è diventato primo ministro, Jaroslaw Kaczynski ha dedicato a questo scopo gli sforzi principali della sua azione di governo. Per lui e i suoi collaboratori si tratta di smantellare la “rete”composta da ex comunisti, collaboratori dei servizi segreti, pezzi dell’elite politica liberale e uomini d’affari corrotti.

Una “rete grigia” che secondo il capo del governo di Varsavia continua a controllare la Polonia e a bloccare la vera democratizzazione del paese. Liberare Stato e società dalla corruzione e dall’intreccio post comunista e rinnovare moralmente il paese. Cancellare la terza repubblica, nata nel 1989 sulla base di un “compromesso putrido” con i comunisti.

Demonizzare tutto quanto fatto da allora ad oggi e dare il via alla quarta repubblica. Ecco la missione politica, quasi l’ossessione, dei gemelli Kaczynski. Come se in Polonia non ci fosse mai stato un cambio di sistema e di regime. Come se nel frattempo Varsavia non facesse parte dell’Ue e non fosse entrata nella Nato. Come se le istituzioni democratiche non fossero mai nate.

Paese complesso la Polonia. È stato il primo ad iniziare la resistenza al dominio comunista, ma uno degli ultimi a tenere elezioni libere. La sua emancipazione dal totalitarismo è avvenuta per gradi. Il primo passo nella primavera del 1989 – anticipando di sei mesi il crollo delle dittature comuniste nei paesi vicini – è stata la tavola rotonda tra Solidarnosc e le autorità comuniste.

Le personalità politiche dell’opposizione moderata, il futuro presidente della repubblica Lech Walesa, il capo del primo governo non comunista Tadeusz Mazowiecki e l’influente giornalista Adam Michnik per non mettere in discussione le condizioni che stavano permettendo la fuoruscita pacifica dal regime totalitario, rinunciavano a prendere visione dei registri segreti dei servizi di sicurezza comunisti.

I fautori delle trattative basavano la loro azione politica su valutazioni realistiche. I comunisti erano al potere in tutti i paesi del blocco orientale, il muro di Berlino era ancora in piedi e la Polonia pullulava di truppe sovietiche. Impossibile concepire strategie più radicali.

Tale prova di realismo politico, che ha permesso a Varsavia di mettersi alla testa del movimento democratico dell’Europa orientale, ha però comportato dei sacrifici. Il più importante tra questi è stato l’accordo che ha permesso ai vecchi detentori del potere di mantenere fino all’ultimo il controllo di istituzioni importanti tra cui il ministero degli Interni e quello della Difesa.

I dicasteri addetti alla gestione dei servizi segreti interni e militari sono passati nelle mani di Solidarnosc solo nel maggio 1990. Fino a quel momento l’opposizione non ha potuto prendere visione degli archivi dei servizi, che nel frattempo venivano epurati delle loro parti più compromettenti. È proprio questa moderazione nella fase di transizione ad essere messa oggi sotto accusa dai Kaczynski.

Cambiamento solo di facciata

Per Diritto e Giustizia il cambiamento sarebbe stato solo di facciata, mentre il potere sostanziale continuava a restare nelle mani delle solite cordate. Solo nel 1997 il Parlamento deliberando per la prima volta su questa faccenda, obbligava un circolo ristretto, circa 30mila tra alti burocrati e dirigenti politici, a fare luce sul proprio passato.

Ciò nonostante, la maggior parte dei quadri degli ex servizi segreti polacchi non è stata ancora identificata. Un fatto insopportabile per Jaroslaw Kaczynski.

Molti riconoscono che i gemelli hanno ragione quando affermano che in Polonia un vero ricambio delle classi dirigenti non è ancora avvenuto. Ad essere respinta, è la loro visione in bianco e nero degli avvenimenti dell’89 e la volontà di portare a termine oggi, diciotto anni dopo e in una Europa completamente cambiata, quello che allora non era stato possibile fare.

Approvazione della lustracia

Il primo passo per la realizzazione di questa strategia è stato fatto giovedì scorso. Dopo un lungo dibattito la legge sulla lustracia (radiografia) è entrata in vigore. Questa complessa normativa si basa essenzialmente su due elementi.

In primo luogo diverse centinaia di migliaia di persone, il numero esatto non è ancora certo, saranno obbligate a dichiarare pubblicamente se hanno mai collaborato con i servizi comunisti. In un secondo momento l’ “Istituto della memoria nazionale”, Ipn, avrà il compito di comporre una lista composta da tutte le persone che in quanto impiegati, dirigenti, confidenti o anche vittime, si trovavano negli archivi dei servizi segreti comunisti.

Un compito quasi impossibile. Secondo Antoni Dudek storico e collaboratore dell’Inp, solo il 15 percento degli atti archiviati durante il regime comunista saranno disponibili. Il resto è stato distrutto.

Il numero delle persone da controllare è stimato tra le 300mila e le 700mila, una cifra tra le dieci e le venti volte superiore a quella del 1997. Gran parte dell’elite sociale polacca - parlamentari, membri di governo, politici locali, avvocati, direttori di scuola, docenti universitari, dirigenti aziendali e giornalisti – verrà passata al setaccio.

Gli appartenenti a questi gruppi saranno obbligati a dichiarare se durante gli anni del totalitarismo hanno in qualche modo collaborato con gli “organi della sicurezza dello Stato”.

Tutti coloro che hanno dichiarato o dichiareranno il falso - i controlli verranno fatti con gli atti custoditi dall’Istituto della Memoria - perderanno per dieci anni il diritto di svolgere il proprio lavoro e non potranno esercitarne un altro. Nelle intenzioni degli autori della legge la pubblicazione di tutti i lavori dovrebbe smascherare definitivamente le cordate della società polacca legate ai servizi segreti comunisti.

Fonti storiche nel caos e opposizione dei media

Difficile che questo desiderio possa diventare realtà. Visto lo stato di caos in cui si trovano gli atti in possesso dell’Istituto nazionale per la Memoria si può facilmente affermare che i lavori proseguiranno all’infinito.

Queste prospettive rendono ancora più feroce lo scontro sulla legge. Le maggiori proteste finora sono state espresse da un importante e serio giornale polacco, la Gazeta Wyborcza di Adam Michnik.

A favore della politica dei fratelli Kaczynski è schierato invece Rzeczpospolita, quotidiano di orientamento conservatore. Al centro della battaglia delle due testate vi è il fatto che la lustracia non risparmierà i media. Anche giornalisti, direttori e proprietari di giornali, dovranno fare i conti con il proprio passato. Per Rzeczpospolita dato che analizzare la società è il compito più importante del “quarto potere” giornalistico, non si vede perché proprio i rappresentanti dei media dovrebbero essere esentati dalla “radiografia” voluta dal parlamento.

Gazeta Wyborcza ritiene invece che con le sue prospettive di indeterminatezza la lustracia della stampa diventerebbe lo strumento dei Kaczynski per mettere sotto il proprio controllo gli organi liberali e di sinistra.

Guidati dalla famosa pubblicista Eva Milewicz – che già negli anni sessanta combatteva la dittatura – molti rinomati giornalisti hanno già fatto appello alla disobbedienza civile contro la legge.

Colpisce la sostanziale somiglianza degli argomenti usati dalle due parti. Jaroslaw Kaczynski ritiene che la stampa non deve essere risparmiata dalla lustracia perché durante la dittatura comunista i clan mediatici erano particolarmente forti. I suoi avversari in questo tentativo di repulisti vedono invece rivivere i metodi usati proprio durante il periodo totalitario.

“Per la prima volta dal 1989”, si può leggere in un appello messo online dal sito di Gazeta Wyborcza, “il potere politico tenta di far dipendere lo stato professionale dei giornalisti da un permesso di lavoro”.

Per contrapporsi alla legge i suoi critici affermano che in molti paesi comunisti dell’est Europa era pratica comune mettere nelle liste dei servizi persone senza che queste lo sapessero e spesse volte senza che vi fosse stato nessun contatto.

È possibile che a non venire distrutte siano state proprio le liste che riguardano queste persone. Se cosi fosse a Varsavia ne vedranno delle belle.



LISTE ELETTORALI: UN UOMO, UNA DONNA…



Il parlamento senegalese ha approvato a maggioranza la legge che introduce la parità uomo-donna nelle liste elettorali in vista delle legislative del prossimo 3 giugno, provvedimento che dovrebbe tradursi in un maggior numero di deputate nella prossima legislatura. Promosse dal presidente Abdoulaye Wade su richiesta dei movimenti femminili, le nuove norme prevedono che le liste nazionali dei candidati all’Assemblea nazionale in quota proporzionale siano composte alternativamente da un uomo e una donna. Le stesse regole valgono anche per chi si candida alle municipali, alle regionali e alle ‘rurali’ (ovvero gli incarichi pubblici nelle zone agrarie). “È una prima battaglia vinta (…) per dimostrare che la parità non è solo una parola, ma la realtà dei fatti” ha detto la presidente del Consiglio senegalese delle donne (Cosef) Haoua Dia Thiam. Finora le donne sono 23 su un totale di 120 deputati, ovvero circa il 20% del parlamento. In Italia, per esempio, la percentuale si aggira intorno al 15%. http://www.misna.org/



DEMOCRAZIA MAURITANA

Da ieri la Mauritania (nella cartina) ha un nuovo presidente. Si tratta di Sidi Ould Sheikh Abdallahi, 68 anni. Liberamente eletto al termine di una transizione democratica durata due anni e guidata dall'esercito

Irene Panozzo


Da ieri la Mauritania ha un nuovo presidente della Repubblica. E per la prima volta dalla sua indipendenza dalla Francia nel 1960 si tratta di un presidente eletto liberamente, in una consultazione popolare che gli osservatori internazionali hanno certificato come regolare. Secondo i dati ufficiali resi pubblici dal ministero degli interni mauritano, Sidi Ould Sheikh Abdallahi ha conquistato il 52,85% delle preferenze nel ballottaggio che si è svolto domenica, distaccando così l’avversario Ahmed Ould Daddah, che si è fermato al 47,15% dei voti. Relativamente alta, anche se leggermente inferiore al primo turno, la partecipazione del milione di aventi diritto al voto: si è presentato alle urne il 67%.
A sessantotto anni, il neo-eletto non è un neofita della politica: in passato aveva ricoperto l’incarico di ministro dell’economia in uno dei governi del presidente Maaoya Sid’Ahmed Ould Taya, l’uomo forte che per 21 anni ha retto in modo autoritario le sorti del paese. Ma ne aveva preso anche le distanze, passando dei periodi agli arresti domiciliari. Nelle presidenziali di questo mese Abdallahi si è candidato come indipendente, potendo però contare sull’aperto sostegno di El-Mithaq, la Convenzione, una coalizione che comprende diciotto partiti tra cui anche l’ex partito di regime, il Partito repubblicano per la democrazia e il rinnovamento.
Ma questo non ha evidentemente spaventato gli elettori. E neanche gli sconfitti del primo turno. L’11 marzo Sidi Abdallahi si era piazzato primo con il 22,76% dei voti, seguito a ruota da Ould Daddah, fratello del primo presidente mauritano, con il 21,46%. Nel secondo turno, i due candidati che due settimane fa si erano piazzati terzo e quarto hanno dato il loro appoggio a Sidi Abdallahi. Così come Messaoud Ould Boulkheir, conosciuto innanzitutto per il suo attivismo contro la piaga della schiavitù che, seppur fuorilegge dal 1981, è ancora praticata in Mauritania. Anche se membro della coalizione d’opposizione che sosteneva Daddah, Boulkheir ha dato il suo sostegno ad Abdallahi, che si era sempre pronunciato in campagna elettorale per misure più restrittive contro la schiavitù.
Nella sua ascesa al potere, Abdallahi ha potuto contare anche su un altro appoggio d’eccezione, seppur non ufficiale: quello dell’esercito. Che è stato il vero protagonista della transizione democratica mauritana. L’ex dittatore Taya è infatti stato deposto nell’agosto del 2005, mentre si trovava in Arabia Saudita per partecipare ai funerali di re Fahd, con un colpo di stato militare incruento. A guidarlo, il colonnello Ely Ould Mohammed Vald, all’epoca capo dei servizi segreti. Che nei giorni immediatamente successivi al golpe, mentre ancora la comunità internazionale condannava con decisione l’atto di forza, aveva promesso che il suo Consiglio militare per la giustizia e la democrazia, composto da 17 ufficiali molto vicini all’ex presidente, sarebbe rimasto in carica due anni. A suo parere, il tempo necessario a creare le condizioni per un ritorno alla democrazia.
Così infatti è stato. La giunta militare ha rispettato alla lettera gli impegni presi nell’assumere con la forza il potere. L’anno scorso ha indetto prima un referendum costituzionale con cui è stato introdotto il limite dei due mandati presidenziali. Poi, lo scorso novembre, ha organizzato le prime libere elezioni amministrative e legislative. Infine, in tempo perfetto sul piano precedentemente annunciato, ha indetto le presidenziali che si sono appena concluse. Con una clausola precisa: il divieto per tutti i membri della giunta militare che ha guidato il paese per quasi due anni di candidarsi alle elezioni.
Adesso tocca ad Abdallahi, che non avrà un compito facile. La Mauritania è un paese estremamente povero e arido e con la piaga della schiavitù da estirpare. Ma la recente ricchezza petrolifera potrebbe aiutare il nuovo presidente a portare sviluppo e crescita economica al paese.
Nell’attesa di vedere come si comporterà Abdallahi, il “modello mauritano” di transizione sta già facendo scuola. Venendo invocato come esempio da seguire nelle agitate piazze del Cairo, durante le manifestazioni organizzate nelle ultime settimane dall’opposizione al sempiterno presidente egiziano Hosni Mubarak.

L'articolo è uscito oggi anche su il manifesto


AMBIENTE:
Un modo più intelligente per nutrire il paneta
Marcela Valente

BUENOS AIRES, (IPS) - L’aumento delle esportazioni di prodotti agricoli e d’allevamento provenienti dalle nazioni del blocco del Mercato comune del Sud (Mercosur) pone un nuovo dilemma ambientale, dal momento che la metà delle emissioni di gas serra prodotte da questi paesi proviene dalle aree rurali.

I gas serra sono responsabili del riscaldamento globale. Quasi tutti gli esperti climatici concordano sul fatto che l’attività umana ha aumentato la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, metano, ossido nitroso e altri gas serra, contribuendo così al riscaldamento del pianeta e al cambiamento climatico.

Ma adesso, gli esperti argentini hanno elaborato un piano per ridurre le emissioni di metano durante il processo di digestione nei bovini fino al 30 per cento, in base a uno studio condotto dagli scienziati dell’Università nazionale del Centro della Provincia di Buenos Aires (Unicen).

Lo studio esamina diversi metodi per ridurre le emissioni di metano enterico in bovini e ovini. Il metano enterico viene prodotto dalla frantumazione del cibo da parte dei microrganismi nel rumine, il primo stomaco di bovini e altri ruminanti.

“La soluzione al problema è una dieta di foraggio integrato con un’alimentazione bilanciata, con l’aggiunta di integratori per migliorare la digestione dell’animale, e una gestione più efficiente delle mandrie”, ha spiegato all’IPS Roberto Gratton, membro del gruppo di ricerca che ha effettuato lo studio. Queste raccomandazioni dovrebbero essere fondamentali per aumentare la produttività nel settore del bestiame e per ridurre le emissioni di metano.

Lo studio presenta informazioni approfondite sui gas emessi dai bovini in Argentina, ma anche in Brasile, Paraguay e Uruguay - nazioni che, insieme al Venezuela, fanno parte del blocco dei paesi del Mercosur.

Secondo il dossier, il 48 per cento dei gas serra emessi da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay proviene dal settore agricolo e dell’allevamento.

Il riscaldamento globale viene generalmente associato all’anidride carbonica liberata dalla combustione di combustibili fossili. Circa il 73 per cento delle emissioni globali provengono da questa combustione, e nel caso degli Stati Uniti - i maggiori responsabili delle emissioni a livello globale - la percentuale raggiunge l’84 per cento.

Ma nei paesi meno sviluppati, che dipendono maggiormente dall’agricoltura, le percentuali sono diverse. Nel Mercosur, dove il settore rurale si sta espandendo grazie alle esportazioni alimentari, la principale preoccupazione è la campagna.

Osvaldo Girardín, coordinatore dell’inventario delle fonti di emissioni di gas serra in Argentina, lo ha confermato all’IPS, ma ha sottolineato che al contrario di altri paesi e regioni in via di sviluppo, nel Mercosur “le foreste sono ancora molto estese, e la biomassa non viene usata come carburante (cioè, la legna da ardere non viene normalmente utilizzata per cucinare)”.

Ciò potrebbe compensare in parte l’inquinamento atmosferico rurale, poiché le foreste agiscono come lavandini, o pozzi di assorbimento, del carbonio. In ogni caso, le proposte per ridurre le emissioni di gas nei bovini sembrano essere di facile applicazione, e migliorerebbero l’efficienza, secondo l’esperto.

Il bestiame libero, che fornisce carne di manzo di alta qualità, emette grandi quantità di metano. “Il novanta per cento di questo metano viene prodotto dalla digestione nel rumine, e fuoriesce attraverso la bocca per eruttazione”, ha spiegato Gratton.

Un animale erutta in media fino a 500 litri di metano al giorno, secondo diverse fonti. Dai dati raccolti nello studio Unicen emerge che l’Argentina aveva 48 milioni di capi di bestiame nel 2002, capaci di contribuire notevolmente alle emissioni di questo gas.

Gli esperti Unicen hanno utilizzato uno strumento in uso in Nuova Zelanda che raccoglie campioni di aria vicino alla bocca dell’animale, per effettuare misurazioni sul metano durante i test sperimentali.

Sulla base dei risultati preliminari, gli scienziati hanno raccomandato misure nutrizionali e zootecniche che potrebbero ridurre le emissioni di metano migliorando al tempo stesso l’efficienza nella produzione di carne di manzo.

“È uno studio preliminare che dovrà essere ripetuto in diverse parti del paese, a seconda delle diverse condizioni del pascolo e dei regimi nutrizionali”, ha detto Gratton.

“Si tratta di soluzioni semplici, che permetterebbero di ridurre le emissioni fino al 30 per cento. È nell’interesse degli stessi agricoltori attuarle, dato che ci sarebbe una minore perdita d’energia per animale, e un aumento della produttività”, ha proseguito.

La tecnica di misurazione del metano, ha spiegato ancora Gratton, era stata testata in Uruguay solo su un animale, invece che in modo sistematico, mentre un test pilota è attualmente in corso in Brasile. Le ricerca in Argentina, portata avanti con la collaborazione della Nuova Zelanda, sembra trovarsi in uno stadio più avanzato.

Le coltivazioni di soia e riso, che ricoprono vaste aree del Mercosur, emettono grosse quantità di ossido nitroso, un altro gas che contribuisce al riscaldamento globale. Ma per ora non ci sono prospettive di metodi alternativi di gestione delle colture per ridurre queste emissioni.

Secondo l’Istituto interamericano per la cooperazione in agricoltura (IICA), negli ultimi quattro anni le prestazioni agricole regionali sono state straordinarie, in parte grazie a condizioni naturali favorevoli, ma anche per gli investimenti tecnologici e la domanda senza precedenti proveniente dall’Asia, che proseguirà nel medio termine.

Il Brasile era il maggiore esportatore al mondo di carne di manzo nel 2006, e anche leader nella produzione e vendita di maiale e pollo. L’Argentina è al terzo posto nella produzione globale di manzo, mentre le esportazioni di manzo dall’Uruguay nel 2006 hanno stabilito un nuovo record nazionale.

Il Brasile è anche il secondo produttore al mondo di soia, dopo gli Stati Uniti, e l’Argentina il terzo, seguita da Cina, India e Paraguay. Come blocco, il Mercosur è il maggiore produttore regionale di soia, usata come mangime bovino e per l’estrazione di petrolio.

Nonostante le sue piccole dimensioni, l’Uruguay è anche il sesto produttore al mondo di riso. Ma gli alti livelli di queste produzioni alimentari hanno un lato negativo: il contributo di queste attività al riscaldamento globale.

La quantità dei diversi gas serra spesso viene espressa in termini di “equivalenti” di anidride carbonica. Dato che il metano e l’ossido nitroso vengono prodotti principalmente nelle aree rurali dei paesi del Mercosur, mentre l’anidride carbonica in città e villaggi, è possibile calcolare il contributo del settore rurale sul totale delle emissioni di questi tre gas serra.

Secondo lo studio Unicen, il metano e l’ossido nitroso (misurati in equivalenti di anidride carbonica) provenienti dal settore rurale rappresentano il 52 per cento dei tre gas serra in Argentina; il 49 per cento in Brasile, il 51,1 per cento in Paraguay e l’81 per cento in Uruguay.

La bassa percentuale di emissioni di anidride carbonica in Uruguay è anche dovuta all’espansione della piantagione di silvicoltura. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=886

Pakistan : gli strani scambi della Gran Bretagna e i diritti dell'uomo
di Rico Guillermo*

La Gran-Bretagna sarebbe impegnata in trattative segrete con il Pakistan per 'cedere' quelli che si potrebbero definire 'rifugiati politici' in cambio di un sospetto terrorista che Londra vuole interrogare in quanto presunto progettista dell'attentato alle linee aeree sventato la scorsa estate.

Lo afferma oggi The Guardian, secondo cui durante discussioni sempre piu' tese, il governo britannico sta richiedendo il ritorno di Rashid Rauf, 26 anni, detenuto in una prigione di alta sicurezza in Pakistan. Ma i ministri pachistani hanno risposto chiedendo qualcosa in cambio, cioe' l'estradizione di forse 8 persone che vivono nel Regno Unito e che dicono siano coinvolte in una rivolta nella provincia occidentale del Baluchistan, ricca di petrolio.

I procuratori britannici sono volati ad Islamabad il mese scorso per provare ad accelerare il processo ed aiutare le autorita' a preparare le carte per l'estradizione degli otto, secondo fonti della capitale pakistana, ma i gruppi di difesa dei diritti dell'uomo hanno condannato i diversi attori della vicenda accusandoli di "tentativo di baratto" ed hanno avvertito entrambi i governi di seguire il procedimento legale dovuto.

Rauf, originario di Birmingham, e' stato arrestato dalla polizia pakistana nell'agosto scorso ed accusato di possesso di 29 bottiglie di perossido di idrogeno - un ingrediente chiave usato nel passato da Al-Qaida nella fabbricazione di bombe - e del possesso di carte di identita' false del Sudafrica. Ma le fonti dell'atiterrorismo britannico ritengono Rauf un "sospetto molto importante" nella rete terroristica islamica nel Regno Unito, ed in particolare coinvolto nel progetto di attentato che ha visto incriminate 15 persone. La famiglia di Rauf afferma che le accuse pachistane contro di lui siano state preparate ad hoc ed uno di essi ha detto al giornale britannico che l'uomo ha comprato il perossido di idrogeno per candeggiare la sua barba.

Fra gli uomini di cui i Pakistani chiedono l'estradizione ci sono Mehran Baluch e Ghazian Marri, figure principali del movimento nazionalista del Baluchistan, una regione arretrata ma ricca di giacimenti di gas naturale e dove il presidente Generale Pervez Musharraf sta spegnendo un'insurrezione.

Marri sarebbe anche una figura chiave dell'esercito ribelle di liberazione del Baluchistan, che e' stato aggiunto alla lista delle organizzazioni proscritte stilata dal Ministero degli Interni pachistano, con una mossa a sorpresa l'estate scorsa, proprio in coincidenza con l'inizio delle trattative sull'estradizione di Rauf. Gli amici di Marri dicono che e' stato arrestato a Dubai nel marzo scorso su richiesta delle autorita' del Pakistan, ma che e' stato liberato quattro mesi dopo perche' non vi erano prove contro di lui.

Baluch, che vive a Londra, e' il presidente del movimento per i diritti del Baluchistan. Ha vissuto nel Regno Unito per piu' di 20 dei suoi 33 anni, ha un passaporto britannico e parla regolarmente ai congressi delle Nazioni Unite sui diritti dell'uomo denunciando la situazione della popolazione della sua regione di provenienza, dove sono avvenute 73 delle 99 scomparse forzate registrate dalla Commissione dei diritti dell'uomo del Pakistan. Parlando al Guardian, Baluch ha chiesto: "Che crimini ho commesso? ... Il Pakistan sta commettendo abusi dei diritti dell'uomo in Baluchistan. Il mio lavoro soprattutto e' di parlare contro questo".

Il giornale riferisce che una fonte britannica ad Islamabad ha confermato che i funzionari dell'intelligence londinese sono stati ad Islamabad ultimamente ed un funzionario britannico ha detto che i Pakistani stavano avendo difficolta' a produrre prove che avrebbero potuto reggere in un tribunale britannico. Ma il problema, suggeriscono le associazioni per i diritti umani, non e' il fatto di star esaminando le varie opzioni legali, ma il fatto di farlo segretamente.

L'inquietante vicenda si delinea sullo sfondo della situazione di crisi della giustizia pachistana, determinata da un'ingerenza di Musharraf nel potere giudiziario e denunciata pochi giorni fa da due esperti del Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.

* si ringrazia Giulia Alliani

www.osservatoriosullalegalita.org



marzo 29 2007

A proposito della sorte della sinistra nel Partito Democratico



Parlando del Partito Democratico, molto spesso si fanno e si ripetono (e hanno un gran successo di audience) dei discorsi assai illogici e fuori dalla realtà. Uno di questi è quello della 'sinistra', per cui si teme (anzi, molti ne sono convintissimi) che, non essendoci più i DS come partito separato, svanisca la sinistra dal panorama politico italiano. Ora, questa è una madornale scempiaggine e vorrei scriverci su due parole.

Il punto è che uno, o molti, non perdono le loro idee politiche semplicemente perché confluiscono in un partito nuovo. Fassino, Angius o D'alema, Veltroni, Bersani o Violante sono o non sono di sinistra oggi (secondo come uno vuole giudicare) e ugualmente saranno o non saranno di sinistra domani quando costituiranno il PD. Così per gli elettori in generale, se oggi quelli che votano i DS sono di sinistra, significa che domani la maggioranza di quelli che voteranno il PD sarà anch'essa di sinistra. In tutto ciò, la "sinistra" ha solo da guadagnare, essendo la maggioranza in un partito più grande e più forte, non per malintesi progetti di egemonia gramsciana, ma semplicemente perché confrontandosi con gli altri e poi decidendo è normale che le posizioni maggioritarie prevarranno.
Se invece vogliamo dire che quelle posizioni non sono di sinistra, allora però non lo sono nemmeno ora che stanno, separate, nei DS e quindi comunque il problema si porrebbe in ben altri termini.

Intendo dire che dal punto di vista del bilancino delle posizioni politiche, ciò che cambia costruendo il Partito Democratico è solo che invece di doversi confrontare dall'esterno con un altro partito - con tutti i ricattini e gli ultimatum e la scarsa trasparenza che ne conseguono (e non mi sembra che con ciò il risultato sia il prevalere di una politica di ultrasinistra, no non mi sembra proprio) - noi che siamo di sinistra oggi, e continueremo ad esserlo domani, ci confronteremo - democraticamente come si può fare solo entro un unico partito - con posizioni diverse (come peraltro ci sono già oggi posizioni diverse in ogni partito) e alla fine quella maggioritaria prevarrà. Almeno in ciò non riesco, nemmeno sforzandomi molto, a vedere aspetti negativi per la sinistra.

Se, invece, per "sinistra" si intende solo un segnaposto senza contenuto, una specie di "token" ideologico da piazzare solo per occupare uno spazio, allora il discorso è diverso. Ma è un discorso secondo me stupido, che non mi interessa proprio e che fatico a immaginare come possa interessare a qualsiasi persona seriamente interessata alla politica. http://foglie.ilcannocchiale.it/

La Cdl divisa favorisce l'Unione Il 14% indeciso tra i due poli. Centrosinistra in netto vantaggio a Genova, Cdl a Reggio Calabria. Palermo in bilico STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
A due mesi dalle amministrative, il quadro delle intenzioni di voto rimane in larga misura indefinito, sia per la incompleta designazione dei candidati, sia per la consueta indecisione diffusa nella popolazione.
La crescente mobilità potenziale dell'elettorato, già sperimentata nelle politiche, appare ancora maggiore nelle comunali. In questo caso gioca un ruolo decisivo la figura personale del candidato. Tanto che mediamente un elettore su dieci — con pari intensità tra i votanti per i due poli e, al tempo stesso, una significativa accentuazione tra i più giovani e meno legati alle appartenenze politiche tradizionali — afferma che, a fronte di un candidato della propria coalizione ritenuto insoddisfacente, potrebbe scegliere anche il polo opposto a quello cui si sente di appartenere. A costoro va aggiunto il 13% circa che dichiara che in questo caso si asterrebbe.

Per questo, anche dal sondaggio condotto nelle ultime settimane (dal 13 al 23 marzo) nei dieci comuni già oggetto di una precedente analisi (Corriere del 3 febbraio), emerge un elevato numero di incerti, con punte comprensibilmente maggiori là dove è ancora in discussione il nominativo dei candidati. Se ne ha prova sia dalle dichiarazioni sulla scelta di voto, sia da quelle relative al mercato potenziale di ciascun candidato, costituito da chi dichiara di «prendere in considerazione» questa o quella persona, pur non avendo ancora deciso definitivamente se votarla per davvero. Peraltro, anche nei comuni in cui sono stati definiti i candidati di entrambi i poli, il segmento dei «totalmente indecisi», che dichiarano di prendere in considerazione i candidati di ambedue le coalizioni, varia dal 12 sino al 20%, con una media del 14%. La decisione finale di costoro — che dipenderà dallo sviluppo della campagna elettorale locale e nazionale — sarà decisiva per l'esito della consultazione.

Vediamo rapidamente la situazione in ciascuno dei comuni esaminati.
A Como si conferma sin qui la prevalenza del candidato del centrodestra. Ma va notata l'ampiezza del mercato potenziale del suo avversario principale e, specialmente, quella del «terzo incomodo» Carcano.
A Frosinone, la mancata definizione (nel momento in cui il sondaggio è stato effettuato) del candidato del centrodestra penalizza quest'ultimo.
Si tratta di uno dei casi in cui è particolarmente difficile trarre dai sondaggi indicazioni precise.

A Genova il centrosinistra conferma la sua superiorità sia sul piano potenziale, sia su quello delle intenzioni di voto. Anche a Monza la situazione appare suscettibile di mutamenti rilevanti a causa dell'alto numero di incerti: un elettore su cinque. Nel capoluogo brianzolo il centrodestra ha prevalso alle politiche. Ma il sindaco uscente (e ricandidato), esponente del centrosinistra, è molto popolare e sembra sin qui prevalere. Peraltro, il centrodestra è minato anche dalla presenza di liste civiche, probabile espressione di settori delusi dall'assegnazione della candidatura ufficiale ad un esponente della Lega.

A Palermo la situazione parrebbe contraddittoria. Per gran parte dei sondaggi pubblicati sin qui, compreso quello Ispo di gennaio, Cammarata è in vantaggio. Ma egli risulta al tempo stesso uno dei sindaci meno popolari. E, nelle ultime settimane, sembra accrescersi il consenso per Orlando. Ciò porta ad una situazione, per ora, di sostanziale parità (per alcuni di prevalenza di Orlando), che verrà risolta dalle scelte del 20% di indecisi.
Il dato di Parma sconta l'assenza di candidati ufficiali. Occorre ricordare che il sindaco uscente è uno dei più popolari d'Italia e il suo orientamento, quando verrà espresso, avrà certo molto peso tra gli elettori .

A Piacenza, le politiche avevano sovvertito l'esito delle comunali precedenti. Ma oggi sembra contare nuovamente la popolarità del sindaco uscente e ricandidato.
A Reggio Calabria si conferma la netta superiorità del centrodestra, da sempre prevalente nella città.
A Taranto si rileva il livello massimo di incertezza dovuta alla indeterminazione dei nomi dei candidati al momento del sondaggio: un elettore su tre dichiara di non sapere chi votare. Per questo, la prevalenza del centrosinistra in termini di intenzioni di voto è suscettibile di possibili erosioni, anche a causa delle crescenti divisioni interne.

Verona, infine, è uno dei comuni ove l'assenza sin qui di un candidato ufficiale del centrodestra porta scompiglio nella Cdl. Di qui il successo potenziale di Zanotto. Ma, anche in questo caso, si tratta di un dato che potrebbe mutare rapidamente.
Nel complesso sembrerebbe (ma il condizionale è proprio d'obbligo) delinearsi una riconferma di molte delle maggioranze precedenti e delle consuete difficoltà del centrodestra a livello locale. Con possibili eccezioni dipendenti specialmente dal nome dei candidati in corso di designazione.




Renato Mannheimer

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/03_Marzo/29/sondaggio_mannheimer_sindaci.shtml


Aridatece la Dc
di Marco Travaglio

Racconta Indro Montanelli che, ai funerali di Alcide De Gasperi, tra gli incensi e le appropriazioni indebite clericali, si levò forte la voce di un laico che urlò: «De Gasperi era nostro, non vostro!». De Gasperi era cattolico e democristiano, ma non clericale. Forse perché austriaco, sapeva che cos'era lo Stato, e sapeva distinguerlo da quello Pontificio. Tant'è che, per aver rifiutato un'alleanza con i fascisti sponsorizzata dal Vaticano per il Comune di Roma, si vide annullare un'udienza dal Papa per i suoi 50 anni di nozze, e morì con quell'amarezza. «Quando andava in chiesa con Andreotti - è Montanelli che scrive - De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete». Lo stesso si potrebbe dire di Beniamino Andreatta, spirato l'altro giorno dopo un lungo sonno 2599 giorni: anche lui cattolico e democristianissimo, preferiva i laici risorgimentali come Paolo Sylos Labini a certi cattoclericali. E sapeva diventare quasi anticlericale quando il Vaticano invocava indecenti immunità per i traffici dello Ior di Marcinkus e mercanteggiava indulgenze per i vari Gelli, Calvi e Sindona. Il senso dello Stato, il rigore, la questione morale, l'etica della responsabilità, la laicità contro tutti i loro nemici: il familismo amorale e il clericalismo assistenziale di una certa Dc («ciascuno attinge alla sapienza e cerca di tradurla in azione, senza la sacrilega convinzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte»), la «voglia di egemonia» del comunismo, la volgare protervia del craxismo («nazional-socialismo») con i suoi epigoni più pittoreschi (quel Rino Formica meravigliosamente ribattezzato «commercialista di Bari»), naturalmente il berlusconismo («deriva plebiscitaria e bonapartista», «paccottiglia», «parodia di destra gaglioffa» verso cui «ho una pregiudiziale morale»). Lo stesso si può dire di Oscar Luigi Scalfaro, che avendo collaborato a scrivere la Costituzione la conosce e la difende dalle controriforme delle varie Bicamerali e baite del Cadore, ma pure dagli attentati di un episcopato che ieri s'è posto per la prima volta al di fuori del Concordato e dalla Costituzione, invocando un'impossibile obbedienza dai parlamentari cattolici intorno alla discriminazione delle coppie omosessuali. Se i vescovi, infatti, pretendono di bloccare la parificazione dei diritti fra le unioni di fatto eterosessuali e omosessuali in nome della «differenza sessuale», l'articolo 3 della Costituzione sancisce l'eguaglianza di «tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali» e indica tra i compiti della Repubblica quello di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». È su questa Costituzione che giurano i ministri e i parlamentari, non su un'altra. I democristiani migliori l'han sempre saputo e ne han sempre tenuto conto. Ma oggi, a parte qualche ottuagenario, di quella tradizione non si rinviene più traccia. Bisogna andare all'estero. Nella cattolicissima Spagna, per esempio, dove non Zapatero, ma il democristianissimo Aznar varò non i pallidi Dico, ma i Pacs, respingendo al mittente le timide resistenze dell'episcopato. Oppure nella Germania della turbodemocristiana Angela Merkel che l'altro giorno ha spiegato al Papa, rispettosa ma ferma, la sua posizione sulle radici cristiane d'Europa: «Capisco, anch'io penso che l'Europa derivi dall'eredità giudaico-cristiana, ma esistono anche altre tradizioni secolari, secondo le quali nei documenti ufficiali degli Stati non ci possono essere riferimenti alla fede. E noi dobbiamo tener conto di tutte le diverse visioni politiche». È troppo pretendere che qualcuno, nel nostro paese che di partiti democristiani ne ha una dozzina, senza contare le orde di ateoclericaldivorziati in coda per il Family Day con amante al seguito, parli e faccia come Aznar, la Merkel, Andreatta, Scalfaro? Cos'abbiamo fatto di male per chiedere, nel 2007, di poter morire almeno democristiani?www.unita.it

 


Una cena segreta da Prodi per la nuova legge elettorale
Massimo Giannini
la Repubblica

«Con le riforme istituzionali non si mangia». Lo disse Giuliano Amato nel ´92, quand´era presidente del Consiglio. E aveva sicuramente ragione. Eppure, stasera, proprio le riforme istituzionali sono il piatto forte di una cena segreta, che Romano Prodi ha convocato a Palazzo Chigi, e che vedrà finalmente attovagliati i leader dell´Ulivo. Superato lo scoglio dell´Afghanistan, la riforma della legge elettorale torna al centro dell´agenda di governo. Come vuole il Capo dello Stato.Come prevede il «dodecalogo» sottoscritto dall´Unione. Come impone la minaccia del referendum, la «pistola carica» che occupa il tavolo della politica e preoccupa le nomenklature di partito. Tutti hanno parlato e sparlato, in queste settimane. Sistema tedesco, doppio turno francese, macro-collegi alla spagnola. «Tatarellum», «Provincellum», purchè si superi l´orribile «Calderolum». Soprattutto i piccoli partiti (i «nanetti», secondo la felice definizione di Giovanni Sartori) hanno gridato al mondo le loro «ricette». Venerdì scorso Fassino e Berlusconi hanno addirittura improvvisato un «tavolo» alla Camera, durante le celebrazioni del cinquantenario della Ue, e il Cavaliere ha buttato giù tre punti sul famigerato foglietto immortalato dai fotografi: «maggioranza nazionale», «no a preferenze», «sì a sbarramento».
In questo clima di confusione creativa, paradossalmente, l´unica voce che non si è levata è proprio quella di chi avrebbe più titolo per farla sentire: i riformisti del centrosinistra, l´asse portante della maggioranza, i due partiti più forti della coalizione di governo. Come la pensano, sulla riforma della legge elettorale, i Ds e la Margherita? E soprattutto, come la pensa Romano Prodi?
Finora non si è capito. La cena di questa sera nasce proprio da questa esigenza. Come hanno spiegato Fassino e Rutelli al premier, che è già anche il leader del futuro partito democratico: «A questo punto ci vuole una posizione comune». Dalla tavolata riservata di Palazzo Chigi ci si aspetta un´operazione-verità.
Il Professore, a cavallo della crisi di fine febbraio, ha capito che sulla legge elettorale si sarebbe potuto stringere un accordo alle sue spalle. Per questo, di fatto «esautorando» il ministro competente, ha preso in mano personalmente la sfida della riforma, nel tentativo di diventarne il «maieuta», e quindi di legare indissolubilmente il suo destino personale al destino generale della legislatura. Prodi ha anche spiegato, nel suo discorso alla Camera del 5 marzo, che «la riforma è una priorità assoluta», ma che «il governo non farà proposte», perché la ricerca di una soluzione condivisa «è compito del Parlamento».
Una posizione comprensibile, nel metodo. Ma il premier è anche il leader dell´Ulivo. E in questa partita così delicata, l´Ulivo non può non avere una sua linea, nel merito. Non può non sedersi a capotavola, e giocare con convinzione tutte le sue carte. La formula di ingegneria elettorale che alla fine sarà prescelta (se mai si arriverà a un accordo) sarà tutt´altro che ininfluente per gli assetti del sistema politico, per la spinta all´aggregazione tra i due poli, per la forza attrattiva del partito democratico. Non solo. L´Ulivo non ha ancora detto cosa pensa del referendum promosso da Guzzetta. I tempi sono sempre più stretti. Nell´impasse della trattativa tra i partiti, la macchina referendaria è già in moto: il 24 aprile comincerà la raccolta delle firme.
Quello che resta della Cdl, e cioè la triade forzaleghista Berlusconi-Fini-Bossi, ha già raggiunto un´intesa. Il testo, che i tecnici definiscono però «molto pasticciato», è impropriamente ritagliato sul modello delle regionali: 80% dei seggi attribuiti con il proporzionale, 20% assegnato come premio di maggioranza, voto per il singolo partito e/o candidato e per la lista di coalizione, indicazione del candidato premier. Su questo impianto vengono introdotte alcune delle modifiche proposte da Roberto D´Alimonte. E su questo impianto, sperano Giulio Tremonti e gli esperti azzurri, è possibile trovare una convergenza con i cespugli del centrosinistra: Verdi, Pdci, e magari Rifondazione, e mettere con le spalle al muro Ds e Margherita.
Per questo è ancora più importante l´indicazione che deve venire da Prodi e dall´Ulivo. Non possono più limitarsi a giocare di rimessa. E se fosse vero lo schema su cui lavorano i resti della Cdl, Ds e Margherita potrebbero fare la mossa inversa e calare l´asso del sistema tedesco (con una clausola di sbarramento non troppo alta) che salderebbe il patto con l´Udc di Casini, tenterebbe la Lega, recupererebbe il partito di Bertinotti, e metterebbe invece con le spalle al muro Forza Italia e An.
Tutto è ancora possibile. Ma a una doppia condizione. La prima condizione è oggettiva, e sta a cuore al presidente Napolitano: che si eviti di perseverare con quello che Gianfranco Pasquino, nel suo ultimo saggio «Le istituzioni di Arlecchino», ha chiamato «l´opportunismo istituzionale»: soluzioni inventate non per migliorare il funzionamento del sistema politico, scegliendo il modello considerato più democratico e più utile per l´Italia, ma per lucrare vecchie rendite di posizione e per coltivare nuovi interessi di parte. La seconda condizione è soggettiva, e sta a cuore agli elettori del centrosinistra: che i riformisti dell´Ulivo dimostrino davvero di volersi impegnare fino in fondo in questa partita. Se la cena di stasera servirà a questo, anche con le riforme istituzionali si potrà mangiare qualcosa.


Il Partito dell’Amore

Guardare in faccia il popolo berlusconiano è un’esperienza formativa. Consiglio a tutti di partecipare alla prossima adunata oceanica. Aiuta a capire come questo paese si sia ridotto. Ecco le impressioni di alcuni amici dopo la “marcia per la sicurezza” di lunedì sera a Milano.

Annamaria

Doveva essere una manifestazione per la sicurezza della città ma era solo una marcia di Forza Italia e amici contro il governo e in difesa dei propri interessi. Sono stata aggredita e insultata solo perchè gentilmente distribuivo un volantino senza nessuna firma politica e in difesa della legalità. Era solo un invito a riflettere sulle contraddizioni del nostro tempo. Ma per alcuni la nostra presenza era molesta. Le persone più violente e aggressive erano quelle sicuramente più ricche e benestanti (si distinguevano per abbigliamento e portamento) che non hanno voluto avere con noi alcun dialogo. Un’altra parte invece aveva voglia di parlare e di ascoltare, anche se fermamente convinti che Berlusconi e i suoi soci siano il meglio a cui aspirare. Questa sera ho toccato con mano il potere della televisione e dei media, ho visto come si può radere in massa il pensiero delle persone facendogli credere che stanno pensando. Grandioso! E che dire del discorso di Silvio Berlusconi: niente, è sempre uguale, sempre in difesa dei suoi interessi e del suo potere. Come diceva Montanelli: questo signore “non ha idee, ha solo interessi.”

Elia

“Milano onesta in piazza con la destra”: questo lo slogan del giorno in cui il Procuratore Generale di Milano ha chiesto 5 anni di reclusione per Silvio Berlusconi. Il Capo viene osannato e invocato come un altro Padre Pio da toccare nella speranza di un miracolo. In piazza sfilano politici che chiedono polizia e sicurezza e in pari tempo delle regole fanno strame, ma si sa: la parola di alcuni vale più di tanti fatti. Tanta demagogia sembra quasi superflua davanti ad un popolo che si accontenta di quattro slogan. Onestamente ieri stavo proprio male, per carità c’erano parecchi fenomeni da baraccone, parecchi personaggi folkloristici ma non mi riusciva proprio di sorridere perchè penso che non ci sia davvero nulla da ridere. Vedere che buona parte del mio paese è così mi incute sempre profonda tristezza.

Roberto

Sono ancora sconvolto dalla marcia di ieri nonostante siano passate già un bel po’ di ore, ma soprattutto preoccupato. C’è tanta ignoranza in giro. La massa non pensante fa paura. Moltissimi sembravano i maiali di Orwell nel libro La fattoria degli animali. Nessuno spirito critico, nessuna voglia di sapere e conoscere la verità (o ancor peggio di celarla), la presunzione di stare dalla parte del giusto anche se Silvio & Co non sono persone oneste e rispettabili. La gente si fa prendere facilmente dall’entusiasmo, dalla forza delle parole, dal modo di comunicare. Non ricorda o non vuole ricordare che chi parla per numerosi anni ha governato il paese e non ha risolto e fatto niente di significativo per la sicurezza. Come possono parlarmi di legalità persone ultra-graziate dalla prescrizione? La vergogna peggiore è stata vedere gente che rifiutava il nostro volantino dicendo che non era il momento, non era l’occasione giusta, non era opportuno ricordare ai politici che parlavano di sicurezza e legalità che non potrebbero farlo, dati i loro curricula giudiziari. Tanta gente diceva: “siete di sinistra”, “se non vi piace andatevene”, “non rompete i cog…”. Io non sono di nessun partito politico. Sono solo un cittadino, costretto a scendere in piazza per informare, stanco di vedere la massa non pensante distruggere l’Italia con i suoi voti. Non sono la metà d’Italia queste persone, sono di più. Perchè anche a sinistra non riesco a vedere nessuno spirito di cambiamento.

Diego

Sapevo della sua esistenza. Prima di ieri, però, non l’avevo mai percepita di persona. Il popolo berlusconiano è sceso nelle strade milanesi. Valori come l’onestà dei politici e la correttezza nelle istituzioni non rientrano nelle loro priorità, anzi. Colui che s’azzarda a esprimere indignazione verso la corruzione dei “colletti bianchi”, viene bollato come un comunista, terrorista, drogato e ignorante. Ieri ho provato un senso d’impotenza. Mi sentivo odiato dai miei concittadini. Mi sentivo solo. Ho preso coscienza del fatto che molti cittadini come me non condividono quei valori che stanno alla base di una convivenza civile. Mi sono sentito disprezzato nonostante il mio fine sia quello di raggiungere il bene comune.

Franz

Aggressiva intolleranza. Un’esperienza che mai un individuo dovrebbe subire quando in modo pacifico e democratico si muove tra concittadini che non condividono le sue idee. Mai in un paese democratico. Non abbiamo provocato. E’ stata la nostra presenza, il nostro esistere in mezzo a loro ad essere percepito come provocazione. Ad innescare una violenza verbale che non si è trasformata in violenza fisica perché siamo stati noi a defilarci quando gli improperi ci incalzavano, senza mai rispondere a quella volgarità gratuita. Tra gli insulti ho parlato con molte persone. Tra queste un abbraccio lo mando ad un Vigile del fuoco. Un ragazzo che mi ha raccontato il dramma di migliaia di interventi nella totale insufficienza numerica del personale. Il dramma di rischiare a volte la vita per una precarietà che non permette di guardare al futuro. Il dramma di contratti che durano al massimo tre settimane e che non possono accumularsi per più di un centinaio di giorni. Il dramma di dover aspettare per sapere se ancora ci sarà il lavoro. Dal palco, nella retorica delle dichiarazioni, una parola è stata accuratamente taciuta: legalità. Sicurezza sì. Legalità chissà. Come se potesse la prima esistere senza la seconda! Prodigi di un paese chiamato Italia.

Frederik

Perché siamo caduti così in basso? Questa è la domanda inesorabile che mi è costantemente balenata per il cervello ieri sera. Lo spettacolo era desolante ma tutti festeggiavano, urlavano, inneggiavano il niente come presi da un delirio collettivo. Ho visto sudditi, non cittadini, crogiolarsi nel pensiero unico del loro capo, sostenendolo come un salvatore della patria, manifestando emozioni, sentimenti, gesti incongruenti. Ma questo di per sé non è un fattore negativo, lo diventa purtroppo quando non vi è cultura politica, memoria né senso critico. Troppo spesso di fronte a domande equilibrate e di semplice riflessione le risposte erano dominate dal sentito dire, tutti avevano bisogno di capire la “provenienza politica della domanda”, inquadrati nella dottrina che forse neanche loro bene padroneggiano … E’ vero: è stata una manifestazione pacifica ma l’aggressività derivante dalll’ignoranza non ci impiega molto a mutare in attività repressive di violenza esplicita: ce lo dice la nostra gloriosa storia. Un episodio particolarmente significativo al riguardo è stata la corsa militare con la quale l’onorevole Ignazio la Russa ha guidato un gruppo di ragazzi di An e Azione giovani, ma anche l’assenza di indignazione del “popolo liberale” di fronte ai nostri ironici inneggiamenti al Duce. http://www.pieroricca.org/


Golpe bianco in Egitto. Nel referendum farsa sono stati modificati 34 articoli della Costituzione, dando avvio tra l’altro ad una successione familiare al potere. Il segretario di Stato Usa però non fa una piega: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

mubarak bushL’Egitto ha approvato con il 75,9% dei votanti, un’affluenza alle urne ufficiale del 27,1% gli emendamenti ai 34 articoli della costituzione proposti dal partito del presidente Hosni Mubarak, il Partito Nazionale Democratico (Ndp). Non essendo previsto un quorum minimo, Mubarak, formalmente, ha vinto. Le modifiche ottenute prevedono un rafforzamento dei poteri della polizia e l’avvio di una successione familiare dal presidente Hosni, al potere dal 1981 al figlio Gamal. L’Egitto abbandona quindi sempre più la, comunque formale, democrazia repubblicana per prendere le sembianze di una più definita dittatura.

Quello che però stupisce è il comportamento degli Stati Uniti, e più in dettaglio il loro relativismo nel decidere quale paese è democratico e quale invece non lo è.

I più grandi esportatori mondiali di democrazia, infatti, sembrano avere le idee confuse, o forse ci vedono benissimo e decidono consapevolmente in base a meri interessi personali.

Riportando la notizia del referendum d’Egitto, infatti, si ha un chiaro esempio di come gli Usa decidano qual è il confine tra una democrazia ed un regime dittatoriale di volta in volta, e soprattutto di caso in caso.

Ma analizziamo bene il referendum egiziano, visto che la notizia non ha avuto un grande eco, i nostri media erano infatti impegnati dalle discussioni parlamentari per il rifinanzimento di una missione di guerra e dalle solite notizie di Cogne.

Pare che Amnesty International abbia catalogato la riforma costituzionale egiziana avvenuta per mezzo di un referendum farsa, come “la maggiore erosione dei diritti umani in Egitto dal 1981, anno nel quale proprio Mubarak prese il potere e varò le prime leggi a detrimento della democrazia sull’onda dell’emozione dell’attentato a Sadat”. Con un affluenza alle urne imbarazzante, 27,1% quella ufficiale, molto più bassa però quella fornita dalle organizzazioni non governative e dagli enti per i diritti umani (il 6 per cento nell' Alto Egitto ed il 2-3 nel Delta del Nilo), e senza la necessità di un quorum tutti gli emendamenti sono stati infatti approvati.

Quello che in pratica è avvenuto è che si è consolidato il potere del gruppo dirigente, in particolare di Mubarak, che secondo i più critici osservatori avrebbe predisposto strumenti costituzionali per garantire la successione alla presidenza a suo figlio Gamal, più volte indicato come “delfino” del presidente.

Non solo, la polizia egiziana ha anche arrestato al Cairo una ventina di oppositori che manifestavano contro il referendum/farsa, e repressioni si sono registrate anche in altre città dove si susseguivano manifestazioni organizzate dall’opposizione ed in particolare dai “Fratelli Musulmani”. Anche 13 attivisti e blogger sono stati fermati mentre organizzavano una protesta.

Come se non bastasse i giudici egiziani "si lavano le mani" dei risultati del referendum, chiederanno anzi al presidente Mubarak di dispensarli dall'obbligo di fare supervisione nei prossimi scrutini: “Tutta la filosofia degli emendamenti costituzionali è basata sull'impedimento di un cambiamento del potere attraverso le elezioni ed in questo caso i giudici preferiscono allontanarsene e rifiutare di essere uno strumento di inganno”, sono state le parole del vicepresidente della Corte di Cassazione, Ahmed Mekki.

Insomma se ne deduce benissimo che l’Egitto si è allontanato e di molto dall’essere considerato un paese a Costituzione democratica avvicinandosi invece all’essere una vera e propria dittatura e per giunta, visto il rafforzamento dei poteri della polizia, ad una dittatura militare(si potrà disporre arresti, perquisizioni e intercettazioni a piacimento, e citare in giudizio di fronte alle Corti Militari, inappellabili, chiunque sia sospettato di tramare contro l’ordine costituito) .

Ma ora guardiamo all’ambiguo comportamento degli Stati Uniti, veramente assurdo considerando il fatto che se le stesse notizie fossero provenute ad esempio dal Venezuela, o da altri stati non graditi, avrebbero già fatto gridare allo scandalo e tutti i media mainstream avrebbero titolato a tutta pagina l’avvento di una nuova dittatura. Il segretario di Stato Usa Rice ha invece benedetto questo vero e proprio attentato alle, già poche basi, democratiche egiziane, dichiarando: “Ogni paese ha il suo modo di applicare la democrazia”.

Ma quale democrazia? Non si riesce a capire in cosa differisca l’Iraq di Saddam, meritevole di godere di una importazione di democrazia, dall’Egitto di Mubarak, o da altri regimi medio-orientali. Perché allora il presidente Bush non ci mette in guardia contro quest’attentato alle libertà? Perché non portare la pace anche in Egitto?

A questo punto verrebbe quasi da pensare a che l’invasione in Iraq non abbia avuto come obiettivo effettivo quello di portare ad un sistema democratico… Verrebbe a pensare, ma non si può, altrimenti si danneggerebbe l’immagine (o luogo comune) più diffusa dalla fine della guerra fredda: quella degli Stati Uniti, i garanti unici ed univoci delle libertà e della democrazia in tutto il mondo.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/03/quel-sottile-confine-tra-democrazia-e.html

METROPOLI SUL MARE: CAMBIAMENTI CLIMATICI LE TRAVOLGERANNO?

http://www.misna.org/

Due terzi delle metropoli mondiali, da Mumbai a New York, da Tokyo a Dhaka, da Shangai a Giakarta, per un totale di decine di milioni di persone, sono considerate ad alto rischio perché situate in prossimità di zone costiere a meno di 10 metri sopra il livello del mare: lo sostiene una ricerca condotta da esperti dell’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo di Londra, secondo i quali queste città potrebbero un giorno finire travolte a causa del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento delle acque. In totale - tra metropoli, città di media entità e piccoli centri - sono circa 634 milioni, disseminati in oltre 180 paesi, gli individui che vivono in zone costiere poco sopra il livello del mare. Il continente asiatico è tra quelli maggiormente in pericolo, ma in generale sono le nazioni povere che incontreranno più difficoltà a fronteggiare l’emergenza. Secondo l’autore dello studio, Gordon McGranahan, i futuri cambiamenti climatici renderanno necessaria una migrazione di massa dalle zone a rischio, ma questo comporterà costi elevatissimi e sarà difficile da realizzare.



Sarkozy, Royal, Bayrou: cosa pensano dell'Europa?

Costituzione, Turchia, immigrazione: il programma europeo dei pretendenti all'Eliseo.
La candidata socialista sulla copertina de L'Express (Photo: Tjeerd/ Flickr)
Per le Presidenziali del 22 aprile prossimo, solo qualche mese fa, i media facevano apparire ai francesi un duello sinistra-destra senza sorprese. In lizza, soli al comando, l’ambizioso Ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, e la musa del Partito Socialista, Ségolène Royal. Come se il trauma del 2002 – quando la sinistra era stata eliminata al primo turno da Jean-Marie Le Pen del Fronte Nazionale – non avesse lasciato tracce. E come se il 'No' nel referendum sulla Costituzione europea nel 2005 fosse stata una semplice sbandata degli elettori.
Ma da qualche settimana i sondaggi indicano un nuovo scenario ben più sfumato: i consensi per Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal si abbassano, a tutto vantaggio di Jean-Marie Le Pen – il cui punteggio, nelle intenzioni di voto, è addirittura più alto che nello stesso periodo del 2002 – e, soprattutto, di François Bayrou. Il leader centrista dell’Udf raccoglie attualmente il 20%, mentre soltanto qualche mese fa gli veniva attribuito di un misero 5 %.

Un altro referendum sulla Costituzione?

The sum of one and one and one (Photo: banlon1964/ Flickr)Di fronte ad un elettorato interessato ma indeciso, desideroso di una rottura, ma che teme l’ignoto, i candidati navigano a vista, cercando la migliore strategia. E evitando il confronto diretto.
Nicolas Sarkozy era fino a poco tempo fa molto atlantista in politica estera, e liberale in politica economica, ispirandosi al modello Blair. Ma negli ultimi tempi, annusando lo sgretolamento del proprio elettorato, ha ripreso un tono più nazionalista, e non esita ad ammiccare ripetutamente all’estrema destra.
Ségolène Royal difende una visione della sinistra che non mette in discussione la globalizzazione, ma che vuole preparare i francesi alla nuova situazione, specialmente tramite la pubblica istruzione e la ricerca, compensando i caratteri discriminatori del mercato: una strategia vicina alle politiche del Nord Europa.
François Bayrou, invece, cerca di sottrarre à Jean-Marie Le Pen il monopolio della contestazione dell’establishment e propone di uscire dal sistema di falsa alternanza sinistra-destra, rimanendo nel contesto dei valori della Repubblica.
Bayrou, Royal e Sarkozy sono tutti entusiasti sostenitori della costruzione dell’Unione Europea, e quindi della federalizzazione di un certo numero di politiche. Le differenze stanno piuttosto nella direzione da imprimere all’Unione e nei limiti di questa. Tutti e tre constatano una crisi europea evidenziata dall’assenza di un progetto comune.
La modernizzazione del funzionamento dell’Unione Europea ha come condizione, secondo i tre candidati, l’adozione di un nuovo trattato, una specie di contratto sociale stipulato da tutti gli europei. Nicolas Sarkozy è l'unico a proporre la ratifica di un trattato semplificato da parte del solo Parlamento francese, senza ricorrere al referendum, mentre la Royal e Bayrou considerano quest’ultimo come il solo possibile metodo di adozione di qualsiasi nuovo progetto costituzionale.

I mezzi d’azione dell’Ue

The sum of one and one and one (Photo: banlon1964/ Flickr)Se la Royal vuole un'Europa più “sociale” rispetto ai suoi rivali, c’è un certo consenso su alcuni punti per quel che riguarda l’azione dell’Ue. Da un lato, si riafferma il principio di sussidiarietà: l’Unione non deve sostituirsi agli Stati, laddove questo non è né voluto né necessario. Dall'altra parte, desiderano che essa sia più attiva nei settori in cui detiene maggiore potere: criticano la politica monetaria perché avrebbe per sola ambizione la lotta contro l’inflazione, con scarsa considerazione del problema della crescita; mentre, per quel che riguarda la protezione tariffaria contro il dumping sociale e monetario dei Paesi emergenti e la protezione delle frontiere comuni dall’immigrazione illegale, l’Europa è accusata di fare troppo poco.
I candidati, e forse anche i francesi, vogliono una Europa-santuario ma non un’Europa-ghetto. Questo fenomeno di attrazione-repulsione è prova almeno dell’esistenza di sentimenti forti dei francesi per l’Europa, e si può scommettere che tanto il sentimento di fierezza nazionale quanto l’attaccamento all’ideale europeo non accenneranno a sparire.

La Turchia: il nodo

Quando l’unione doganale euro-turca è entrata in vigore nel 1995, soltanto i funzionari e qualche imprenditore erano entusiasti di questo traguardo commerciale, mentre gran parte dei cittadini dimostrava un disinteresse quasi totale per la questione. Al contrario, la prospettiva dell’adesione ha provocato una vivace controversia che non accenna a sopirsi.
Questo dibattito appassionato pone, ovviamente, la questione dei limiti dell’Europa, ma dimostra allo stesso tempo che gli europei, benché siano in disaccordo sul merito, hanno ciascuno un legame affettivo con l’Europa, che non può ridursi a uno spazio commerciale senza frontiere. Nicolas Sarkozy e François Bayrou si sono espressi chiaramente contro l’adesione della Turchia all’Ue, ma sono rimasti evasivi sul destino dei negoziati attualmente in corso. Ségolène Royal non ha ancora espresso un’opinione chiara sulla questione turca.

La crisi che oggi attanaglia la Francia non è forse una crisi economica e sociale, quanto una crisi di identità. Prima di sapere in che direzione andare, è necessario sapere chi siamo e chi vogliamo essere. Queste domande non devono essere formulate in senso identitario, come rifiuto dell’altro, ma piuttosto come una reale introspezione. L’immigrazione, in fondo, non è altro che una delle facce di un movimento più generale: la globalizzazione. E cioè l’emergere, per la prima volta nella storia dell’umanità, di una civiltà globale. Per i francesi non si tratta più di decidere se rifiutare o accettare questo processo. Ma, piuttosto, di definire in che misura desiderano adattarsi al mondo. E in che misura tentare di adattare il mondo a se stessi.

SARKOZY, IL FRANCESE DI FERRO
Liberista ma col senso dello Stato. Favorevole alla “rottura” col passato ma figlio del gollismo. Nicolas Sarkozy è, per francesi e no, un fenomeno spesso difficile da capire. Massimo Nava, corrispondente del Corriere della Sera a Parigi, analizza in Il francese di ferro (Einaudi, 2007) l'ascensione e il pensiero di uno dei protagonisti indiscussi della politica europea dei prossimi anni.


Foto: banlon1964/ Flickr, PE Weck/ Flickr
Gérald Bonnard - Dublin http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10515

DIRITTI:
Una nuova iniziativa per il controllo del traffico di esseri umani
Sanjay Suri http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=885

LONDRA, (IPS) - Una nuova iniziativa è stata presentata all’inizio di questa settimana per combattere il traffico di esseri umani nel mondo.

”Questa è la più grande iniziativa di questo tipo mai lanciata”, ha detto all’IPS in un’intervista Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC). “È stata creata per istituire una struttura per tutte le iniziative singole realizzate finora. Stiamo parlando della creazione di un contenitore dove ogni iniziativa sarà valorizzata, moltiplicandone la visibilità e impatto”.

L’iniziativa è stata lanciata con una campagna di sensibilizzazione che durerà tutto l’anno, e si servirà di un fondo che riuscirà ad estendere la campagna fino all’inizio del prossimo anno.

”Siamo ancora in fase preparatoria”, ha detto Costa. “Il lancio di questa iniziativa globale serve a far conoscere alle persone le molte iniziative in corso. Abbiamo bisogno di mettere insieme chi lotta per la libertà, la libertà degli altri popoli, e vogliamo creare un fondo che sarà attivato all’inizio del 2008”.

Secondo l’UNODC, il problema ha raggiunto “proporzioni epidemiche negli ultimi dieci anni”, la maggior parte delle vittime sono donne e ragazze giovani, molte delle quali costrette alla prostituzione o diversamente sfruttate sessualmente.

Il lancio dell’iniziativa coincide con il bicentenario dell’abolizione del commercio transatlantico di schiavi e dell’abolizione del mercato degli schiavi nell’Impero britannico. Una serie di eventi in tutto il mondo che si concluderanno con la Conferenza internazionale contro il traffico di esseri umani che si terrà dal 27-29 novembre di quest’anno a Vienna, così riporta una dichiarazione dell’UNODC.

Circa 2,5 milioni di persone in tutto il mondo vengono reclutate, catturate, trasportate e sfruttate, secondo le stime degli esperti internazionali.

Il traffico di esseri umani, sia per sfruttamento sessuale che per lavori forzati, colpisce virtualmente tutte le regioni del mondo, denuncia il rapporto.

Tuttavia, aggiunge l’UNODC, “poiché il traffico di esseri umani è un crimine sotterraneo, con vittime per lo più sconosciute e non identificate, le cifre reali non si conoscono. Secondo il governo degli Stati Uniti, il numero delle persone coinvolte ogni anno nel traffico internazionale è compreso fra 600 mila e 800 mila".

Il traffico di umano è diventato un grande affare, prosegue il rapporto. Secondo le Nazioni Unite, il valore del mercato totale del traffico illecito di esseri umani ammonta a 32 miliardi di dollari. Di questi, circa 10 miliardi derivano dalla “vendita” iniziale degli individui, e il resto rappresenta i profitti stimati di attività e beni prodotti dalle vittime di questo barbaro crimine.

Il problema non si limita a poche regioni, sostiene Costa. “La questione del traffico di esseri umani e le risultanti forme di moderna schiavitù non hanno confini, né passaporto”. Tuttavia, prosegue, “se si guarda alla radice, si capisce bene dove è localizzato geograficamente il problema”.

In linea generale, “la prima causa è rappresentata dalle condizioni socio-economiche che rendono le persone vulnerabili e disposte a tutto, compreso il rischio di cadere nella trappola dei trafficanti e divenire così i moderni schiavi”, ha detto Costa all’IPS. “Il secondo punto è che in alcune culture i padri vendono le loro figlie per fronteggiare le difficoltà socio-economiche; diventa così un gigantesco problema di vulnerabilità”.

Il commercio è alimentato dalla domanda: “c’è gente che va alla ricerca di sesso esotico, o di tappeti o di altra merce a buon mercato prodotta da bambini e bambine con le loro manine. In passato abbiamo visto i casi di produttori molto noti di articoli sportivi, manufatti in alcuni villaggi in condizioni di schiavitù, in questo senso i problemi sono tanti”.

Alla domanda sul traffico dall’Europa dell’Est a quella dell’Ovest, Costa ha risposto che la difficile situazione conomica dell’est, soprattutto dei paesi dell’ex Unione Sovietica, “ha spinto ad emigrare a qualunque costo e il crimine organizzato sfrutta questo desiderio di trovare un lavoro, un buon lavoro – soprattutto per le ragazze – giovani molto belle che vengono dall’Est e diventano molto vulnerabili al traffico”.

Tuttavia, ha proseguito, l’Europa è solo una delle regioni dove si svolge il traffico, “e non voglio parlare solo dell’Europa dell’Est”.

In un recente rapporto dell’UNODC intitolato “Traffico di persone: percorsi globali”, vengono identificate Tailandia, Cina, Nigeria, Albania, Bulgaria, Bielorussia, Moldavia e Ucraina tra le più grandi 'fonti' per il traffico. Tailandia, Giappone, Israele, Belgio, Olanda, Germania, Italia, Turchia e Stati Uniti sono citate come le destinazioni più comuni.

Il Protocollo Onu contro il traffico delle persone, effettivo dal dicembre 2003, considera il traffico umano un crimine. Il Protocollo è stato firmato e ratificato da più di 110 paesi, ma i governi firmatari e i loro sistemi giudiziari non si sono di fatto adeguati, denuncia l’UNODC.

”Pochi sono i criminali condannati, e la maggior parte delle vittime non ricevono aiuto, al contrario, molte delle stesse vittime sono condannate per accuse come ingresso o permanenza illegale”.

Principali partner della nuova iniziativa saranno i governi, "perché i governi sono gli attori principali, dato che solo per loro è possibile porre fine a questo traffico in maniera diretta”, ha detto Costa.

”Quello che cerchiamo di realizzare con questa iniziativa è affrontare i paesi e ricordare loro gli impegni che hanno sottoscritto e a cui devono attenersi. Noi forniremo le risorse, si spera, per aiutare i paesi a mettere in pratica tutto questo, in termini di legislazione nazionale, criminalizzazione dei trafficanti, soccorso alle vittime, e prevenzione, in caso di persone vulnerabili e potenziali vittime”.

L’iniziativa opererà anche a fianco delle organizzazioni religiose e “soprattutto delle organizzazioni della società civile; sono state loro le nostre orecchie, i nostri occhi sul territorio, identificando le condizioni in cui le vittime vengono prese, e aiutandoci nelle operazioni di soccorso”.

Gran parte delle nuove risorse per la lotta al traffico andranno alle organizzazioni della società civile, ha concluso Costa.

Libano : Hariri , ONU proroga di un anno commissione inchiesta
di Mauro W. Giannini

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso ieri per un anno il mandato della Commissione indipendente internazionale di indagine che condice un'inchiesta sull'attentato del 2005 che ha ucciso l'ex primo ministro libanese Rafik Hariri e altre 22 persone.

In una risoluzione adottata all'unanimità, il Consiglio ha risposto ad una richiesta dal governo libanese, che voleva un'estensione al 15 giugno 2008 del mandato della missione. “Il governo del libanese - aveva scritto fra l'altro il primo ministro Fuad Siniora in una lettera al segretario generale Ban Ki-moon - spera che il commissario Serge Brammertz, che sta facendo un lavoro altamente professionale alla testa della Commissione, continui ad esercitare le sue funzioni in futuro".

A sua volta Brammertz, nella relazione al Consiglio tenuta la settimana scorsa, aveva detto che la commissione ha bisogno di piu' tempo per completare le indagini. Il rapporto della commissione riconosce l'appoggio totale del procuratore generale libanese nelle indagini, che riguardano anche altri attentati verificatisi dall'ottobre 2004, compreso l'omicidio avvenuto lo scorso anno del ministro dell'industria Pierre Gemayel.

Sui risultati raggiunti, Brammertz ha detto che il team ha realizzato "progressi significativi in parecchi ulteriori aspetti della scena del crimine, allargando le prove per quanto riguarda i perpetratori", aggiungendo che l'inchiesta sta delineando una teoria unitaria relativa ai retroscena del crimine.

 

 

http://www.osservatoriosullalegalita.org/07/note/03mar3/2811libanohariri.htm



marzo 28 2007

Le radici dell'ulivo
Domenica sera, alla Malpensa, mentre aspettavo l'aereo che mi avrebbe riportato a Mosca dopo un improvvisato week end a Milano, leggevo Repubblica e mi sono imbattuto in un articolo sul quale ho rimuginato parecchio nelle ultime 48 ore.

E' l'articolo di Ilvo Diamanti in prima pagine dal titolo "Le foglie secche del Partito democratico". Una mezza pagina tosta e diretta, senza zuccherini e senza sconti per nessuno. "Questo rischia di diventare il PD. Un partito nato non per passione, ma per pigrizia. Perché, arrivati a questo punto, non è possibile fare altrimenti". "Un partito americano, maggioritario e presidenzialista che rischia di trasformarsi, strada facendo, in un partito alla tedesca, piegato alla logica proporzionale. Senza averne i requisiti, la vocazione. Da ciò i dubbi. Vale la pena di rinunziare a dirsi socialisti, comunisti e democristiani per confluire in un partito 'nuovo' che sorge seguendo logiche 'vecchie'?"

Così mi sono messo a pensare. E ho pesato al 1996, alla vittoria dell'Ulivo più di dieci anni fa. A me che urlavo al telefono dopo le prime proiezioni, con una mia indimenticabile amica dall'altra parte e che mi diceva aspetta aspetta, aspettiamo prima di gioire, e io che gridavo che non ne potevo più, che ero felice, che non saremmo morti democristiani e berlusconiani. E mi ricordo della gente in Piazza del Popolo nove anni dopo, che qualsiasi cosa dicessero i leader continuava a gridare "unità, unità" e chiedeva a chi stava su quel palco di dimenticare divisioni e partigianerie, di mettere mano ai problemi del paese usando quella competenza e quell'attaccamento allo Stato che solo noi, da questa parte, abbiamo.

Gli anni sono passati, il mondo è cambiato, e quel sogno è invecchiato, è sbiadito, ha virato in seppia come le foto della nonna, quelle con quel grande cappello e quel viso senza rughe che nemmeno la si riconosce. Ed eccomi qui, avevo trent'anni allora, ne ho quaranta adesso e quel sogno che ho sfiorato, quello di vivere in un paese normale, sembra svanire dopo essere stato vicino, così vicino, così maledettamente vicino.

L'ulivo non è più quello di allora. Ma chi lo ha difeso? Chi ha fatto un passo per tenerlo in vita e quando dico in vita non intendo ibernato. Intendo al passo con i mille repentini cambiamenti che il nostro mondo impone. Chi ha difeso il maggioritario? Chi ha cresciuto una classe dirigente che preparasse la successione a Prodi? Chi ha rinunciato davvero fino in fondo al proprio particulare per garantire all'Italia un futuro da paese normale?

Ha ragione Diamanti, il PD non gode di buona salute. Ma siamo sicuri che il nostro ruolo sia semplicemente quello di constatare la morte del paziente ed andare via? http://www.ivanscalfarotto.info/b2evolution/blogs/index.php?blog=2

Il grande demolitore
Furio Colombo
l' Unità


Già dalle due del pomeriggio anche le porte secondarie di Palazzo Madama sono presidiate da troupe televisive con luci e telecamere accese. Per entrare devi dire che cosa farai e che cosa ti aspetti. È un buon check point democratico in cui la domanda più frequente è: «Ritiene che si tratti di un voto di politica estera o di politica interna?».
Alle quattro in punto del pomeriggio l’aula del Senato è completamente occupata dai senatori, e - nel loggiato - da un foltissimo pubblico che fa pensare a un teatro dell’opera. Nel «palco centrale», gremito di telecamere, c’è persino un cameraman giapponese.
C’è tensione? ti chiedono. Sì, c’è tensione. Perché il mondo di Berlusconi è come una stampa di rovine di Piranesi. Scontento di non avere abbastanza distrutto quando governava, adesso Berlusconi marcia con il sindaco di Milano e settemila manifestanti per invocare la sicurezza che aveva giurato ad ogni Porta a Porta di avere garantito all’Italia col suo governo. Tutti i reati a Milano sono in diminuzione. Forse per questo Berlusconi si è messo in marcia. Da imputato di reati non lievi nel secondo processo Sme, che si apre lo stesso giorno proprio a Milano, probabilmente si sente solo in una città in cui i reati degli altri diminuiscono. Come se non bastasse gli è passato accanto il vento forte delle celebrazioni per i cinquant’anni del Trattato di Roma, proprio mentre Angela Merkel, cancelliere tedesco, è presidente di turno dell’Unione Europea.


Una presenza ferma, ragionevole, portatrice di progetti per far rivivere in pieno il sogno-progetto dell’Europa-Paese. Immaginate quanti, nel nostro popoloso continente allargato a ventisette, avranno istintivamente sovrapposto le due immagini: Angela Merkel nella grande cerimonia di Berlino intenta a dare prestigio al suo Paese mentre guida l’Europa, Silvio Berlusconi che insulta il deputato tedesco Schultz e presenta così all’Unione Europea una penosa immagine da commedia dell’arte fatta per screditare persona, governo e Paese.
Ma mentre marciava con la sua scorta, la sua coraggiosa amica Moratti e settemila fedeli del suo culto per chiedere la sicurezza di una città che lui stesso (e un suo sindaco e i suoi assessori) avevano governato fino a un minuto prima, Berlusconi deve essersi domandato: «Cos’altro posso spaccare?». Un’idea lo ha subito conquistato. Spacchiamo il voto sulla missione italiana in Afghanistan, spacchiamo un Paese già incerto e diviso sull’idea che una guerra sia la risposta. Spacchiamo la fiducia di coloro che in Afghanistan ci sono andati quando gli avevano detto (come in Iraq) in “missione di Pace”. Spacchiamo ciò che gli altri governi e il governo afghano si aspettavano dalla missione italiana.
E’ vero che - sotto Berlusconi - la “missione di pace” è costata tre miliardi e trecento milioni di spese militari e solo 380 milioni di aiuti civili. Ma è anche vero - deve avere pensato Berlusconi - che si può sempre fare peggio.
Primo risultato: ha spaccato la sua coalizione. Infatti quando ha fatto sapere, tra l’imbarazzo dei suoi molti fedeli italiani e dei suoi pochi estimatori nel mondo, che avrebbe votato insieme con Turigliatto, ex Rifondazione, contro la presenza in Afghanistan di soldati italiani, subito Casini ha annunciato lo strappo, quello vero, quello più grave da quando esiste la Casa delle Libertà. I Senatori di Casini votano per la missione. Come sempre, fanno sapere, i fedeli di Berlusconi, soprattutto Lega e An al seguito di Forza Italia, votano no. Anzi, come in un capriccio infantile gridano no, no, no, come di fronte a qualcosa un po’ disgustoso.
Ma un conto è trottare per le strade di Milano con la faccia cupa in difesa di una delle metropoli con meno reati in Europa. Un conto è scatenare l’istinto strategico del culto nell’aula del Senato.
Intanto devono confrontarsi con un esordio senza spigoli di D’Alema che sta ai fatti, usa il buon senso, evita l’urto, scarica un po’ la tensione e crea serie difficoltà al teppismo d’aula. Per esempio li lascia un po’ disorientati, quando li informa che è stato Karzai, è stato il governo afghano a proporre non solo un tavolo della pace con tutti i rivoltosi compresi i talebani, ma anche una amnistia per tutti i combattenti.
All’impresa non rinuncia Castelli che - nella peggiore tradizione iettatoria - evoca i disastri che accadranno adesso, subito, ai “nostri ragazzi” in Afghanistan se un suo “ordine del giorno” per nuovi mezzi e nuove armi non sarà votato all’istante. Naturalmente l’ordine del giorno di Castelli non sa e non precisa se, quali nuovi armamenti servono a “salvare i nostri ragazzi”. L'incompetenza è totale. Ma - come ai vecchi tempi degli esordi leghisti - Castelli argomenta nel suo stile raffinato di urla e insulti, alternato a una lista di imminenti disgrazie che solo la Lega potrebbe impedire.
E subito l’aula (la parte del culto berlusconiano e leghista) comincia a far sentire la sua preferita modalità espressiva: il boato da stadio. Con la consueta festosa sfacciataggine Calderoli propone che «al tavolo della pace possono essere ammessi solo coloro che hanno già deposto le armi», ovvero che si sono arresi prima della resa, o hanno fatto la pace prima della pace. Ovviamente l’ostacolo, qui, è logico e di buon senso. Ovvio che a un tavolo di pace ci si incontra disarmati. Ma è ovvio anche che - nel caso fortunato di una guerra che si sta spegnendo - gli incontri avvengono prima della pace, e allo scopo di fare la pace, non dopo. A meno che si tratti di un processo a sconfitti e prigionieri, da parte dei vincitori, che restano armati.
È doveroso e un po’ imbarazzante notare che l’estroso Calderoli ha avuto il suo momento. L’aula, destra e sinistra, (forse per far cadere la febbre) lo ha votato con qualche defezione di chi non ha voluto cedere alla mancanza di senso logico e pratico.
Incoraggiato dall’immeritato successo Calderoli ci riprova con la seguente proposta: «D’ora in poi la liberazione di un ostaggio italiano potrà avvenire solo con regole concordate con gli altri membri della Nato». Significa, chiunque lo capisce, che questa regola - se osservata - renderà impossibile la liberazione di ogni altro Mastrogiacomo.
Di nuovo avviene lo strano miracolo. È vero si tratta solo di un ordine del giorno che non è legge. Ma può un governo privarsi della tutela dei propri cittadini? Forse Tony Blair in questi giorni sta discutendo con Prodi sulla modalità di liberazione dei marinai inglesi catturati dai pasdaran iraniani? E lo ha mai fatto Berlusconi quando è toccato a lui liberare ostaggi?
Eppure, come ho detto, il miracolo è avvenuto. Di nuovo, per alcuni di noi, è stato necessario votare no. Ma la maggior parte dell’Unione ha sorprendentemente votato sì per Calderoli.
Il fatto è che l’irritazione della ex Casa delle Libertà per la salvezza di Mastrogiacomo è così evidente da essere imbarazzante. E forse è la vera chiave per le sequenze che si susseguono oggi in Senato da destra. La parola è vendetta. Occorre punire e - se possibile - umiliare il governo Prodi per avere salvato la vita di Mastrogiacomo attraverso l’intervento del miscredente Gino Strada e del personale del suo ospedale “Tiziano Terzani” di Lashkar Gah.
Poi la nuvola d’ira della ex Casa delle Libertà, nel bel tono urlato di Storace, trova il suo sfogo: vuole, chiede, esige, grida, impreca la sua volontà di cambiare il decreto “soldati in Afghanistan” con una grandinata di emendamenti. E’ più o meno un tentativo di ostruzionismo. Meno perché un decreto in scadenza, e già votato (anche dalla opposizione) alla Camera non si può cambiare. Di più, perché la serie di interventi è totalmente e palesemente inutile, ma - ciò nonostante - praticata con impraticabile fervore, come il susseguirsi delle invocazioni nelle chiese dei cristiani fondamentalisti americani.
Stringe il cuore immaginare nelle balconate il duro destino di un giornalista europeo o americano. Non può capire nulla: la destra esalta la guerra. Festeggia la Nato. Inneggia all’amicizia non con gli Stati Uniti (di cui non sa niente, salvo la scarsa popolarità di berlusconi) ma con Cheney e Bush. E vota no.
Franca Rame, con un bel discorso e molto tormento, dice che vota sì. Scende la sera. La pioggia di urla, mozioni, emendamenti, ordini del giorno e “parti separate”, come un tremendo monsone che sta passando, si fa più rada e finisce. Finalmente il voto finale. L’uomo che, nel giorno d’Europa, tutti sono stati costretti a ricordare per la brillante vignetta del kapò, il leader che il giorno prima ha marciato contro se stesso, in una città che senza di lui, adesso, è marcatamente più sicura, il personaggio internazionale che è stato persino ammesso al Ranch Crowford di George W. Bush, ieri ha votato contro l’America per fare un dispetto a Prodi.
Ma è andata così e siamo certi che - tra una barzelletta e l’altra - il leader di Arcore l’avrà spiegato ai funzionari americani che in tutti i modi ha tentato di lanciare contro l’Italia.
Arriva la votazione e si sono accesi tutti i lumini verdi (voti a favore) che molti profeti erano certi di non vedere. Invece c’erano, tutti, a sostegno autonomo del governo. In un altro punto dell’aula, apprezzati ma non necessari, i voti a favore del gruppo Casini. Berlusconi fa sapere che, deluso dal Parlamento, tornerà in piazza. Segue applauso.

Chi tiene alla famiglia
non sfila al Family Day





CHIARA SARACENO

Bisogna ammetterlo. Ancora una volta la Chiesa cattolica e il cattolicesimo organizzato sono riusciti a imporre i termini del dibattito sulla famiglia. La trovata del «Family day» è indubbiamente geniale in un paese in cui non si fanno figli non perché ci siano i Dico o perché ci siano troppi omosessuali o transessuali, ma perché i giovani trovano poche ragioni per uscire dalla famiglia di origine e per provare a farsene una propria. E dove la famiglia basata su saldi rapporti di solidarietà intergenerazionale continua a costituire la principale rete di protezione, ma anche di trasmissione delle disuguaglianze, in uno Stato sociale insieme frammentario e poco equo.

Anche a causa di una cultura laica poco radicata e di una politica sottomessa e impaurita, la Chiesa è infatti riuscita a creare nell’immaginario collettivo un corto circuito politicamente e simbolicamente dirompente tra l'assenza di politiche significative di sostegno alle responsabilità familiari e il riconoscimento di alcuni diritti civili e di libertà - e le contestuali responsabilità che ne derivano - a chi non vuole o non può sposarsi, tra un tasso di fecondità ai minimi termini e la diffusione di omosessualità e transessualità. Come se l'assenza di politiche di sostegno alle responsabilità familiari non fosse una eredità che proviene da decenni di governo democristiano e di una ben più lunga influenza della Chiesa, del suo magistero e della sua cultura sul discorso pubblico sulla famiglia - certo anche con l'indifferenza della sinistra.

Questa assenza di politiche ha squilibrato fortemente la nostra spesa sociale, tutta fatta di pensioni e poco altro. I trasferimenti verso le giovani generazioni sono tutti affidati alla solidarietà familiare; così come la cura verso le generazioni più fragili è tutta affidata alla generazione di mezzo. La famiglia italiana non riesce a riprodursi non per eccesso di individualismo edonistico, ma perché è sovraccaricata da compiti di solidarietà e da troppo forti dipendenze. In altri Ppaesi in cui la famiglia è apparentemente meno «forte», l'accettazione sociale e legale della pluralità dei modi di farla è più consolidata, il Welfare più equo, la solidarietà tra le generazioni non viene affatto meno e si fanno anche più figli. Si continua cioè a «fare famiglia», più che in Italia.

Certo, sarebbe bello sviluppare un discorso pacato e ragionevole su tutto ciò, quando si parla di famiglia e anche quando si parla di riforma delle pensioni o di ammortizzatori sociali. Perché è lì che si gioca in larga misura la partita delle risorse da destinare a chi vuole «fare famiglia», che significa assumersi responsabilità durature verso altri. Ma non è questo che interessa agli organizzatori del Family day, non è questo il dialogo che vogliono. La contrapposizione frontale ai Dico da cui nasce il Family day segnala che in gioco non è la definizione di politiche ragionevoli ed efficaci che sostengano coloro che vogliono avere un bambino, occuparsi di un genitore divenuto fragile, sostenersi reciprocamente nella buona e cattiva sorte. C'è la pretesa di mantenere il monopolio della definizione di quali sono i rapporti responsabili e quali no, quali gli amori leciti e quali quelli illeciti.

Ricordo che in nome di questa pretesa a lungo non sono stati riconosciuti pienamente i diritti dei figli naturali, e solo oggi, nel 2007, si è finalmente arrivati a una proposta di legge bipartisan che elimina ogni disparità tra figli legittimi e naturali. Così come ci si è opposti strenuamente al divorzio, pur tollerando ogni sorta di «famiglia di fatto», purché rimanesse nell'ombra. E ancora oggi si impone a chi vuole divorziare una ipocrita «pausa di riflessione» che è solo una inutile, e spesso controproducente, pena aggiuntiva nel già complicato processo di scioglimento del matrimonio.

Non andare al Family day, contrariamente a quanto sembrano pensare Lucia Annunziata e altri, non significa non sostenere il valore dei rapporti familiari, e neppure sostenere le ragioni degli omosessuali e transessuali in opposizione a quelle della famiglia. Non si può dialogare con chi delegittima a priori ogni posizione diversa e spesso manca di rispetto per le vite e le scelte altrui, specie quando non sono ipocrite, ma alla luce del sole. Attaccarsi al carro del Family day per legittimarsi come difensori della famiglia non solo non porterà alcun beneficio politico al centro-sinistra, ma rafforzerà nell'immaginario collettivo quella contrapposizione tra diritti individuali e difesa della famiglia, e anche tra orientamento sessuale e comportamento etico, che invece occorrerebbe correggere. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=2663&ID_sezione=&sezione=


Silvio Berlusconi, un presidente antiamericano
  La destra italiana, per la prima volta dalla caduta del fascismo, ha votato contro il volere degli Stati Uniti. La destra italiana, per usare un loro argomento retorico, "ha voltato le spalle ai nostri soldati all'estero". Ma non è un fatto di portata storica. Anzi...

Silvio Berlusconi, e con lui Gianfranco Fini, non votando il finanziamento della missione in Afghanistan, hanno fatto una sciocchezza politica di proporzioni colossali, riportando una sconfitta politica gratuita e per loro del tutto evitabile e distruggendo la loro residua immagine.

Soprattutto, oggi, hanno dimostrato di essere votati solo al piccolo cabotaggio, alla politica del mezzuccio, alla ricerca dello sgambetto a tutti i costi. E' la stessa politica di piccolo cabotaggio che, imponendo la "porcata" di Calderoli, ha obbligato, contro ogni interesse della nazione, l'Italia a cinque anni di maggioranze fragili.

Errori così grossolani Silvio Berlusconi non ne aveva mai fatti. Il tempo gli scade fra le mani e sente che la rivincita che vuole la può ottenere solo giocando d'azzardo e a spese del paese. Ha bluffato e a perso in una mano dove aveva messo sul piatto valori sacri per la destra come il rapporto con gli Stati Uniti e l'appoggio alle missioni all'estero.

Oggi davvero Silvio Berlusconi potrebbe essere finito.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1024

Marcia Italia



“L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”.

Pier Paolo Pasolini, 1962

Ieri sera a Milano era prevista la marcia per la legalità e la sicurezza guidata da Letizia Moratti. Siamo andati con gli amici di Qui Milano libera, per vedere le facce, fare interviste e distribuire alcuni volantini che avevamo studiato apposta per non urtare la sensibilità di nessuno, sul tema della memoria (”città più sicure”) e dell’illegalità dei quartieri alti (scorte ai potenti pregiudicati). Niente da fare: abbiamo rischiato il linciaggio. La folla berlusconiana è incattivita, plasmata dalla propaganda, odia il nemico, adora il capo, disprezza la cultura, non ha memoria. Quando sente la parola magistratura s’indigna. Quando qualcuno pone una domanda fuori copione si offende. Un signore di mezza età ha espresso il desiderio di mandarci nei forni. Un altro ci seguiva invitandoci ad andar via in quanto “comunisti di merda”. Un altro voleva a tutti i costi impedirmi di filmare il corteo. Non erano naziskin ma persone comuni, di quelle che si vedono al bar sotto casa. Sono danni impressionanti, irrimediabili. La base per il partito reazionario di massa è pronta, coltivata a dovere dal ventennio televisivo. E prima o poi saremo costretti a farci i conti. Abbiamo provato e riprovato a intervistare Formigoni: il politico consumato ha risposto a tutti tranne che a noi. In compenso ci ha risposto l’onorevole Santanchè, la Briatore in gonnella, ma quando le ho posto la questione dell’onestà dei politici ha risposto: ma che domande mi fa? e ha girato i tacchi irritata, dietro le lenti nere. Sfilavano anche La Russa e Borghezio, più eccitati che mai. Dal palco la Moratti ha gridato alla folla: “siete cittadini e vi trattano da sudditi!”. E poi ha chiesto il pugno di ferro contro la criminalità e invocato la certezza della pena: a mezzo metro Berlusconi, protetto dai gorilla, applaudiva convinto. Nel corteo era tutto un inneggiare: Silvio! Silvio!, l’uomo della legalità 2007. I manifestanti erano inferociti contro gli extracomunitari e sgomitavano per vedere l’amato leader, per fotografarlo con il telefonino. Non sono mancati i coretti: chi non salta comunista è! C’era con noi una ragazza francese, incredula di quel che vedeva. Non riesco a raccontare il senso di vergogna che si prova in simili circostanze. Parleranno le immagini, quando monteremo il video. Questa è una brutta Italia davvero. “La feccia che risale il pozzo”, la chiamava Montanelli. “La peggiore per volgarità e bassezza”. I nazisti della porta accanto sono tanti, troppi per un paese civile. Nel prossimo post le impressioni di alcuni amici che ieri sera hanno condiviso la mia pena. http://www.pieroricca.org/


L'Africa Occidentale, le elezioni e l'Ue

Dopo le elezioni senegalesi in febbraio, milioni di beninesi, mauritani, nigeriani e burkiniani vanno alle urne. Con l'aiuto di Bruxelles
Il futuro dell'Africa (Foto JDR)
Fino a dieci anni fa, il golpe ha dominato la scena politica dell’Africa Occidentale. Il Senegal rappresenta l’eccezione alla regola: è l’unica nazione nella regione ovest del Continente Nero a non aver registrato colpi di stato da quando, nel 1960, raggiunse ufficialmente l’indipendenza dalla Francia come Federazione del Mali, l'effimera unione tra Senegal e Sudan francese. È anche un modello democratico per le società civili post-coloniali. Gilles Pervio, capo della delegazione della Commissione Europea nella nazione a predominanza musulmana, ammette di essere «impressionato dalla mobilitazione di massa della popolazione, e la loro capacità di attendere di votare per ore sotto un sole cocente».
Pochi chilometri più a nord, il sanguinoso colpo di stato della vicina Repubblica Islamica della Mauritania del 3 agosto 2005 ha fatto rimuovere il presidente Maaouya Ould Sid'Ahmed Taya dopo 21 anni di regime autoritario. Il vasto paese subsahariano si prepara a tenere le proprie elezioni libere dopo 47 anni di indipendenza dalla Francia.

Il vento salutare del pluralismo politico sta soffiando anche nell’esplosiva Nigeria. Con una popolazione di 140 milioni di abitanti, lo Stato federale, aspramente diviso religiosamente ed etnicamente, sperimenterà un cambiamento da un governo civile ad un altro. Questa esperienza rappresenta un punto di riferimento stimolante per l’ex colonia britannica. Josephine Osikena, membro del think tank londinese “European Foreign Policy Center”, concorda sul fatto che «questo avrà un impatto per le prossime elezioni nelle intere regioni».

L'Unione Europea entra in scena

Bruxelles è visibilmente presente con il suo impegno per la democrazia, in occasione di queste elezioni, accanto alle ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna. Per esempio, l'Unione Europea ha dispiegato una missione di osservazione durante le elezioni dello scorso anno, in Mauritania. Vandna Kalia, della Delegazione della Commissione Europea nella capitale Nouakchott, la descrive come una missione «per assistere le autorità nell'organizzazione e nella supervisione dell’effettivo svolgimento delle elezioni».
Ma l’interesse europeo nella regione non si limita alla “promozione della libertà”. Molti degli immigranti che giungono nelle nazioni europee provengono dall’Africa Occidentale. Richard Reeve, esperto dell’Africa Occidentale, membro del gruppo di esperti britannici del Royal Institute of International Affairs (meglio conosciuto come “Chatham House”), considera l'immigrazione verso l’Europa come «un grave problema attuale, specialmente in Senegal, Mali e Mauritiana. Ma i candidati alle elezioni non possono permettersi di impegnarsi troppo apertamente sul terreno della cooperazione con Bruxelles per contrastare l'immigrazione illegale».
Comunque sia, Bruxelles è impegnatissima nel sostenere le elezioni nell’Africa Occidentale. «Di qui all'estate l'Unione Europea potrebbe finanziare elezioni legislative in Guinea e Togo (distribuendo aiuti congelati rispettivamente dal 2002 1993, per alcune inchieste sul rispetto dei principi democratici). È, questa, una prova reale per questi Paesi che riprenderanno il cammino democratico fallito negli anni Novanta» nota Reeve.
Contemporaneamente, alcuni paesi europei stanno promuovendo attivamente il funzionamento delle procedure elettorali regionali. Ad ovest della Nigeria, il Benin ha tenuto le sue libere elezioni nel 1991. I Paesi Bassi «hanno offerto aiuti finanziari per le elezioni, sperando che queste, come le precedenti, fossero democratiche», afferma Kees-Jaap Ouwerkerk, delegato stampa al Ministero degli Affari Esteri Olandese.

Il primo passo verso la democrazia

Reeve afferma che «i vantaggi finanziari del potere» sono i principali ostacoli alla democrazia nell’Africa Occidentale: «I partiti Africani tendono ad accaparrarsi le risorse dello Stato». Le mansioni più dure della regione stanno togliendo l’eredità dei precedenti regimi politici corrotti. Per esempio, il dittatore malese Moussa Traoré ha rubato circa un miliardo di euro, tra il 1968 e il 1991. Una cifra sproporzionata, in un Paese che occupa il 171° posto, su 174, per indice di sviluppo umano..
Ulteriori ostacoli ad elezioni “libere e regolari” (secondo gli standard europei) sono «i seri problemi riguardanti la debolezza del sistema di registrazione e le urne elettorali pre-riempite», secondo Alex Vines, capo del programma Africa della Chatham House. Osikena precisa che, in molti casi, «non ci sono ideologie dietro i partiti politici nell’Africa Occidentale». La mera promessa di un futuro migliore appare come una promessa sufficiente: molti possono rimanere abbagliati dalle promesse, quali minor corruzione o più lavoro. Ma questa formula necessita di maggiori garanzie per diventare davvero una soluzione definitiva alla miseria di milioni di persone. Per adesso, comunque, le elezioni partono con il piede giusto. Indicando che la democrazia sta iniziando a maturare nell’Africa Occidentale.
Javier Delgado - Oxfordhttp://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10504

L’India, la scienza
e la letteratura.

Alessandro Lanni


Universo India.
Costellazione India. Immensa India. Sulla copertina dell'ultimo numero di Magazine littéraire campeggia la figura inquietante di Ganesh, mezzo uomo e mezzo elefante, figlio di Siva e di Parvati e “signore di tutti gli esseri”. Il focus del mensile francese di cultura nato nel 1966 è l'incredibile complessità, miscuglio di religioni e culture del subcontinente indiano. “Dove situare l'India?” si chiede il direttore Jean-Louis Hue presentando il numero. “Nella natura selvaggia di Kipling? Nelle preghiere di Tagore o la parola profetica di Malraux? Nelle leggende del Gange cantate da Amitav Ghosh oppure il discorso di Arundhati Roy contro la globalizzazione capitalistica?”. La questione è dunque la difficoltà a etichettare una terra e la/e sua/e identità. Per alcuni versi vicina a noi, ex colonia e unica democrazia non occidentale che funziona, ma per innumerevoli altri rispetti così incomprensibile, terra di Gandhi e della nuova Silicon Valley di Bangalore, della convivenza tra hindu e musulmani e delle caste ancora esistenti.

Il centro di gravità dei numerosi articoli è soprattutto la letteratura. L'India vista da lontano da Salman Rushdie e quella di una nuova star come Suketu Mehta, che in Maximum City ha saputo raccontare una Mumbai ignota. Un lungo articolo di Charles Malamoud offre uno sguardo a volo d'uccello sulla letteratura in lingua sanscrita, l'antica lingua colta di opere come il Mahabharata. Anita Desai, Narayan, Tejpal, Gosh, Roy, Vikram Seth (un suo inedito nel numero) testimoniano i molti modi in cui la letteratura indiana contemporanea ha saputo parlare della propria terra arrivando oltre i confini. Il Nobel Naipaul racconta l'India dall'esterno con l'occhio dell'emigrante coinvolto fino in fondo nelle sorti della sua terra. All'India hanno guardato sognando molti occidentali: gli inglesi, con in testa Kipling, i tedeschi con Hermann Hesse e gli americani della generazione beat. Peccato ci si dimentichi degli italiani, che con Pasolini e Moravia tanto hanno amato le rive del Gange.

Dire il vero (tra scienza e letteratura).
Jonathan Lethem è uno dei più noti (e più bravi) scrittori della generazione nata negli Usa negli anni Sessanta. La fortezza della solitudine è forse il suo romanzo più conosciuto. Janna Levin è una quasi quarantenne fisica teorica che insegna alla Columbia University, fa parte del circolo superelitario di scienziati Edge.org e ha il tic della scrittura creativa. Sull'ultimo numero di Seed (magazine mensile statunitense nato nel 2002 che proprio all'incontro tra le “due culture” è rivolto) sono stati invitati a chiacchierare tra di loro. Ne è uscito un bel dialogo che si è svolto durante un pranzo al National Arts Club di New York e dove si passa con naturalezza da Saul Bellow a Kurt Gödel, da Shakespeare ad Alan Turing. Il tema di fondo del botta e risposta è il realismo e la rappresentazione del mondo tra fiction e tensione verso la mimesi.

 



 


 

caffeeuropa.it



TERRORIZZATI DALLA ‘GUERRA AL TERRORISMO’


Com’è che un mantra di tre parole ha compromesso l’America

DI ZBIGNIEW BRZEZINSKI
Washington Post

La “guerra al terrorismo” ha creato una cultura della paura in America. L’elevazione di queste tre parole, da parte dell’amministrazione Bush, a un mantra nazionale, a partire dagli orribili eventi dell’11/9 ha avuto un impatto dannoso sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli USA nel mondo. L’uso di questa frase ha di fatto minato la nostra capacità di confrontarci efficacemente con le vere sfide poste a noi da fanatici che potrebbero usare il terrorismo contro di noi.

Il danno che queste tre parole hanno fatto – una classica ferita autoinflitta – è infinitamente più grande di qualunque sogno selvaggio abbiano mai fatto i fanatici perpetratori degli attentati dell’11/9 quando stavano cospirando contro di noi in lontane caverne afgane. L’espressione stessa è insignificante. Non definisce né un contesto geografico né i nostri presunti nemici. Il terrorismo non è un nemico ma una tecnica di guerra: l’intimidazione politica attraverso l’uccisione di non combattenti inermi.



Ma il piccolo segreto qui potrebbe essere che la vaghezza dell’espressione era stata deliberatamente (o istintivamente) calcolata dai suoi fautori. Il costante riferimento a una “guerra al terrorismo” ha raggiunto un obiettivo principale: ha stimolato l’emergere di una cultura della paura. La paura oscura la ragione, intensifica le emozioni e facilita ai politici demagogici la mobilitazione del pubblico a favore delle politiche che gli stessi politici vogliono realizzare.

La guerra scelta in Iraq non avrebbe mai potuto ottenere l’appoggio congressuale che ha avuto senza il legame psicologico con lo shock dell’11/9 e la supposta esistenza delle armi di distruzione di massa irachene. L’appoggio al Presidente Bush nelle elezioni del 2004 era anche stato mobilitato in parte dalla nozione che “una nazione in guerra” non cambia il suo comandante in capo nel mezzo della mischia.

Il senso del pericolo pervasivo ma anche imprecisato veniva così incanalato verso una direzione politicamente opportunistica attraverso l’appello mobilitante per cui si era “in guerra”.

Per giustificare la “guerra al terrorismo” il governo ha in seguito prodotto una falsa narrazione storica che potrebbe persino diventare una profezia che si avvera da sé. Affermando che la sua guerra è simile a precedenti lotte degli USA contro il Nazismo e lo Stalinismo (ignorando, nel contempo, che sia la Germania nazista sia la Russia sovietica erano potenze militari di primo piano, uno status che Al Qaeda non ha né può raggiungere) l’amministrazione potrebbe fabbricare le argomentazioni per la guerra con l’Iran. Tale guerra allora affonderebbe l’America in un conflitto prolungato che spazierebbe dall’Iraq, all’Iran, all’Afghanistan e forse anche al Pakistan.

La cultura della paura è come un genio uscito dalla lampada. Acquista una vita propria, e può diventare demoralizzante. L’America oggi non è la nazione fiduciosa in sé e determinata che ha risposto a Pearl Harbor; né è l’America che ha sentito da un suo leader, in un altro momento di crisi, le potenti parole “la sola cosa che abbiamo da temere è la paura stessa”; [*] né è l’America calma che ha fatto la Guerra Fredda con calma perseveranza nonostante sapesse che una vera guerra avrebbe potuto iniziare all’improvviso nel volgere di alcuni minuti e portare alla morte di 100 milioni di americani nel giro di alcune ore. Noi ora siamo divisi, incerti e potenzialmente molto suscettibili al panico in caso di un altro atto terroristico negli stessi Stati Uniti.

Questo è il risultato di cinque anni di quasi continuo lavaggio del cervello nazionale sul soggetto del terrorismo, completamente diverso dalle più attenuate reazioni di varie altre nazioni (Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania, Giappone, per citarne solo alcune) che hanno subito dolorosi attacchi terroristici. Nella sua ultima giustificazione per la guerra in Iraq, il Presidente Bush afferma persino, in modo assurdo, di averla iniziata per impedire che Al Qaeda non attraversasse l’Atlantico per lanciare una guerra terroristica qui negli Stati Uniti.

Questo incitamento alla paura, rinforzato dagli imprenditori dei servizi di sicurezza, dai mass media e dall’industria dell’intrattenimento, si autorinforza. Gli imprenditori del terrorismo, solitamente descritti come esperti di terrorismo, sono necessariamente impegnati in competizioni per giustificare la loro esistenza. Quindi il loro compito è di convincere il pubblico che si trova di fronte a nuove minacce. Questo premia coloro che presentano scenari credibili di sempre più terrificanti atti di violenza, talvolta anche con i piani per la loro realizzazione.

È difficile dubitare del fatto che l’America sia diventata insicura e più paranoide. Un recente studio ha riportato che nel 2003 il Congresso ha identificato 160 siti come bersagli nazionali potenzialmente importanti per aspiranti terroristi. Con l’intervento dei lobbisti, per la fine di quell’anno l’elenco è cresciuto a 1.849; alla fine del 2004, a 28.360; nel 2005, a 77.769. Il database nazionale dei possibili bersagli ora presenta qualcosa come 300.000 siti, inclusa la Sears Tower di Chicago e una “Sagra della Mela e del Maiale” nell’Illinois.

Solo l’ultima settimana, qui a Washington, mentre andavo a visitare un ufficio giornalistico, sono dovuto passare attraverso uno degli assurdi “posti di controllo per la sicurezza” che sono proliferati in quasi tutti gli uffici degli edifici privati, in questa capitale e a New York City. Una guardia in uniforme mi ha chiesto di riempire un modulo, mostrare una carta d’identità e in quel caso di spiegare per iscritto gli scopi della mia visita. Un terrorista in visita indicherebbe per iscritto che ha lo scopo di “far esplodere l’edificio”? La guardia sarebbe in grado di arrestare tale bombarolo reo confesso e aspirante suicida? A rendere le cose ancora più assurde, i grandi supermercati, con le loro folle di consumatori, non dispongono di nessuna procedura paragonabile. Lo stesso vale per sale da concerto e i cinema. Eppure tali procedure di “sicurezza” sono diventate di routine, con spreco di centinaia di milioni di dollari e ulteriori tributi a una mentalità da assedio.

Il governo a ogni livello ha stimolato la paranoia. Si considerino, per esempio, i pannelli elettronici sulle autostrade, che esortano gli automobilisti a “riferire su attività sospette” (automobilisti con turbante?). Alcuni mass media hanno fatto la loro parte. I canali televisivi e alcuni media su carta stampata hanno scoperto che gli scenari terrificanti attraggono spettatori e lettori, mentre gli “esperti” di terrorismo come “consulenti” forniscono il marchio di autenticità per le visioni apocalittiche dispensate al pubblico americano. Di qui la proliferazione di programmi con “terroristi” barbuti che fanno la parte dei cattivi principali. Il loro effetto generale è di rinforzare il senso del pericolo ignoto ma latente che si dice minacci sempre più le vite di tutti gli americani.

Anche l’industria dell’intrattenimento si è messa all’opera. Ed ecco, quindi, serie televisive e film in cui i personaggi malvagi hanno tratti arabi riconoscibili, talvolta sottolineati da gestualità religiose, che sfruttano le ansie del pubblico e stimolano l’islamofobia. Gli stereotipi facciali arabi, in particolare nelle vignette dei quotidiani, sono stati resi, talvolta, in maniere che ricordano tristemente le campagne antisemitiche naziste. Ultimamente, anche alcune organizzazioni studentesche dei college sono state coinvolte in tale propaganda, apparentemente dimentica della minacciosa connessione fra la fomentazione degli odi razziali e religiosi e i crimini senza precedenti dell’Olocausto.

L’atmosfera generata dalla “guerra al terrorismo” ha incoraggiato la persecuzione legale e politica degli americani arabi (in genere americani leali) per comportamenti che non sono stati solo i loro.

Un caso esemplare è la notizia di persecuzione del Council on American-Islamic Relations (CAIR) per i suoi tentativi di emulare, senza molto successo, l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Alcuni repubblicani della Camera hanno descritto i membri del CAIR come “apologeti del terrorismo” a cui non si dovrebbe permettere di usare una sala riunioni del Campidoglio per un dibattito consultivo.

La discriminazione sociale, per esempio nei confronti dei passeggeri di aerei musulmani, è stata anch’essa un’involontaria conseguenza. Non sorprende che si sia intensificata l’animosità nei confronti degli USA persino fra musulmani altrimenti non particolarmente interessati di Medioriente, mentre la reputazione dell’America come un leader nella creazione di relazioni interrazziali e interreligiose costruttive ne ha risentito molto.

Le cose sono ancora più problematiche nell’area generale dei diritti civili. La cultura della paura ha alimentato l’intolleranza, i sospetti sugli stranieri e l’adozione di procedure legali che minano le nozioni fondamentali della giustizia. La presunzione di innocenza fino a prova di colpevolezza è stata diluita se non cancellata, con alcuni – persino cittadini statunitensi – incarcerati per lunghi periodi senza un dovuto e pronto accesso a un equo processo.

Non esistono prove note e sicure che tali eccessi abbiano impedito significativi atti terroristici, e le condanne di aspiranti terroristi di qualunque sorta sono state poche e a lunghi intervalli di tempo l’una dall’altra. Un giorno gli americani si vergogneranno di queste cose allo stesso modo in cui ora si vergognano di precedenti esempi, nella storia degli USA, di panico che provoca l’intolleranza contro le minoranze.

Nel contempo, la “guerra al terrorismo” ha gravemente danneggiato gli USA a livello internazionale. Per i musulmani, le somiglianze fra il violento trattamento dei civili iracheni da parte dell’esercito statunitense e dei Palestinesi da parte degli Israeliani ha provocato un diffuso senso di ostilità nei confronti degli USA in generale. Non è la “guerra al terrorismo” a mandare in collera i musulmani che guardano le notizie in televisione, ma è la vittimizzazione dei civili arabi. E il risentimento non si limita ai musulmani. Un recente sondaggio della BBC su 28.000 persone in 27 paesi, che richiedeva agli intervistati una valutazione del ruolo degli USA negli affari internazionali, ha avuto come risultato che Israele, Iran e gli USA sono stati considerati (in quell’ordine) come gli Stati con “l’influsso più negativo sul mondo”. Ahimè, per alcuni è quello il nuovo asse del male!

Gli eventi dell’11/9 avrebbero potuto avere come risultato una solidarietà autenticamente globale contro l’estremismo e il terrorismo. Un’alleanza globale di moderati, inclusi i musulmani, impegnati in una campagna finalizzata sia a estirpare le specifiche reti terroristiche sia a porre fine ai conflitti politici che generano il terrorismo, sarebbe stata più produttiva di una “guerra al terrorismo” contro “l’islamo-fascismo” degli USA per lo più solitaria e proclamata in modo demagogico. Solo un’america fiduciosamente determinata e ragionevole può promuovere una sicurezza internazionale genuina che quindi non lascia spazio politico al terrorismo.

Dov’è il leader statunitense pronto a dire: “Basta con questa isteria, fermiamo queste paranoie”? Anche di fronte ai futuri attacchi terroristici, di cui non si può negare la possibilità che avvengano, cerchiamo di mostrare un po’ di buon senso. Cerchiamo di essere fedeli alle nostre tradizioni.

Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza nazionale del Presidente Jimmy Carter, è l’autore del recente libro Second Chance: Three Presidents and the Crisis of American Superpower (Basic Books). Attualmente insegna Politica estera americana alla Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies, studioso al Center for Strategic and International Studies.

Fonte: www.washingtonpost.com
Link: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/03/23/AR2007032301613.html?sub=AR
25.03.07

SCELTO E TRADOTTO DA GIOVANNI BERTINI

[*] Parole di Franklin D. Roosevelt. [N.d.T.] http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3184

New Mexico al voto per la Cape Canaveral del West

 

Sir Richard Branson

Sono passati sessant’anni da quando nei deserti del New Mexico si dava la caccia ai fantomatici Ufo caduti nei pressi di Roswell e ora torna la febbre dello spazio nello stato del sudovest americano. Ma stavolta gli alieni non c’entrano: i residenti devono invece scegliere tra le mucche e i turisti, votando pro o contro la creazione di una Cape Canaveral del West, la prima base spaziale privata da dove lanciare razzi con passeggeri paganti a bordo. […]  

L’area e’ la stessa dove nel 1947 scoppio’ la mania degli extraterrestri, per una misteriosa operazione militare che porto’ al recupero di un ‘oggetto sconosciuto’ in un ranch di Roswell. Da decenni le piu’ svariate teorie cospirative sostengono che si trattava di una navetta aliena, che il Pentagono continuerebbe a studiare in segreto in una base nel New Mexico.

Gli appassionati di veicoli spaziali potrebbero presto vedere davvero navette nel deserto, ma stavolta assai poco misteriose e contrassegnate dal logo di Virgin Galactic, la societa’ di avventure spaziali creata dal magnate britannico Richard Branson. Se il 3 aprile i 180.000 residenti della contea Dona Ana, al confine con il Messico, daranno il loro via libera in un referendum popolare, partira’ a ritmo sostenuto la realizzazione di Spaceport America, la versione privata della base in Florida da cui la Nasa da decenni lancia razzi e navette in direzione delle stelle.

Il governatore del New Mexico, il democratico Bill Richardson, e’ un entusiasta dello spazio e ha messo tutto il proprio peso dietro al progetto, ritenendo si tratti di un’ occasione d’oro per lo stato per proporsi sempre di piu’ come luogo di riferimento per l’alta tecnologia. Per Richardson e’ anche un ottimo biglietto da visita da usare nella propria campagna elettorale per la Casa Bianca.

L’esito del referendum non e’ pero’ scontato, perche’ i residenti dalla cittadina di Las Cruces, l’epicentro della contea, devono convincersi che l’avventura spaziale vale il sacrificio di veder alzare le imposte sulle vendite e di rinunciare alla vasta area di pascoli e deserti che dovrebbe venir destinata alla base di lancio. In cambio, pero’, agli abitanti della contea di Dona Ana e di altre due contee coinvolte nel progetto e’ stata promessa la prosperita’ legata all’arrivo di un’ondata di turisti con i portafogli pieni. Branson, che ha un accordo con il New Mexico per l’utilizzo di Spaceport America per 20 anni, conta a regime di esegure fino a tre lanci al giorno, per viaggi di due ore che porteranno i turisti a sperimentare l’assenza di gravita’ nello spazio suborbitale.

I viaggi spaziali privati negli Usa sono considerati uno dei settori piu’ promettenti per il futuro da molti investitori. Le imprese spaziali hanno gia’ attirato nomi importanti come quelli di Jeff Bezos (Amazon) e Paul Allen (Microsoft), oltre a Branson, ma una serie di societa’ finanziarie di Wall Street sono pronte a lanciarsi in quella che e’ vista come la sfida all’ ultima frontiera disponibile.

Il New Mexico non vuol ripetere l’errore compiuto anni fa, quando il giovanissimo Bill Gates provo’ a cercare nello stato i finanziatori per la sua societa’: non trovandoli, si trasferi’ a Seattle a creo’ Microsoft, diventando l’uomo piu’ ricco del mondo. ‘’Non accadra’ di nuovo, con lo spazio non faremo lo stesso sbaglio'’, ha detto al Washington Post il direttore dello sviluppo economico dello stato, Richard Homans.

L’amministrazione statale ha gia’ approvato uno stanziamento da 115 milioni di dollari per sviluppare la Cape Canaveral del West ed e’ pronta ad aggiungere altri 25 milioni di dollari. Adesso pero’ tocca agli abitanti decidere se accogliere le navette spaziali o continuare a investire nelle piu’ placide e meno avventurose mucche.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/03/27/new-mexico-al-voto-per-la-cape-canaveral-del-west/#more-269


«Homo consumens» di Bauman: le travi che cadono e gli sciami ronzanti
Daniele Barbieri
C'è una strana digressione nel romanzo «Il falcone maltese» che nel 1930 indicò Dashiell Hammett padre dell'hard boiled. Il protagonista, Sam Spade, senza nessuna necessità narrativa, racconta - quattro pagine scarse - la vicenda di «un uomo chiamato Flitcraft» che sparisce, lasciando lavoro, moglie e due figli. Quando il detective lo ritrova, cinque anni dopo, Flitcraft spiega così la sua fuga: passando sotto un edificio in costruzione una trave cade a poca distanza da lui. Salvo per un soffio: «ebbe l'impressione che qualcuno avesse strappato via il velo che gli nascondeva la vita». Cercando un nuovo modo di vedere l'esistenza Flitcraft vagabonda per un paio d'anni. Finisce poi per risposarsi. «Non credo si sia mai reso conto di essere andato spontaneamente a ricascare sugli stessi binari», commenta Spade: un lavoro simile e una famiglia praticamente identica. Flitcraft si è adattato alle travi che «strappano via il velo» oppure... non ne cadono abbastanza per inquietarlo permanentemente?

Anche in «Homo consumens» di Zygmunt Bauman capita lo stesso: lo scenario però non è più individuale. L'autore, per interposto Joseph Brosky, ci avvisa che «la ricerca ossessiva e compulsiva, attraverso i beni di consumo, di un continuo aggiornamento [quasi una rigenerazione] dell'identità, di nuove nascite, di nuovi inizi» non ci porta a essere davvero differenti; come per Flitcraft è una breve fuga, illusoria. Ma le «identità fluttuanti» di cui parla Bauman sono mode o necessità, sono travi pesanti o fastidiosi moscerini?


Siamo nel primo dei cinque capitoli - in realtà saggi brevi scritti in occasione di conferenze - di «Homo consumens» [102 pagine, 10 euri] pubblicato da Erickson con il sotto-titolo «Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi». Al centro dell'analisi le strategie del «consumare la vita», le urgenze costruite a tavolino, gli individui «rannicchiati nel momento presente» senza passato o futuro. Il «compralo, godilo, buttalo via» che educatamente Bauman ci ricorda somiglia all'oltraggioso «lavora, consuma, crepa» che risuona ogni tanto nei cortei o sui muri. «I bisogni non devono mai avere fine». Perfino la chirurgia estetica è diventata - «per i milioni di persone che se la possono permettere» - uno strumento per ricreare [«migliorare»] la propria identità.


Il secondo capitolo è strettamente connesso al precedente: «lo sciame inquieto» ovvero dall'homo politucus a quell'homo consumens che dà il titolo al volume. A partire dal disinteresse per «le procedure democratiche» e dalla «evaporazione» di un potere politico visibile si ragiona sulle leggi del mercato e sulla produzione di «iniquità sociale».


«Il mal-essere non avrebbe significato senza il ben-essere» è l frase che apre dil terzo capitolo - «Mixofobia, alla larga dei poveri» - che con il quarto [«quando il pericolo è dentro le mura»] ci porta dentro quel monimi di visione strategica che una Letizia Moratti o un Sergio Cofferati si rifiutano persino di prendere in considerazione. Una società paranoica alle prese con il presunto aumento di criminalità e che invece sgretola diritti e accresce la mixofobia, ovvero la «paura di mescolarsi». Mentre i media rappresentano l'esclusione come «un suicidio e non come un'esecuzione sociale» e mentre le città «sono diventate una discarica dove si accumulano i problemi dell'economia globale» ecco il risentimento verso lo straniero e il trionfo delle politiche segregazioniste [urbane]: principale causa del malessere oggi e «delle guerre urbane che ne derivano». Qui l'analisi di Bauman tocca in certi punti le vette del pessimismo.


Nel quinto capitolo - che figura come «appendice», per una curiosa scelta dell'editore - Bauman ci porta nel «Welfare assediato». La risposta di Caino a dio, «Sono forse io il custode di mio fratello?», serve al sociologo polacco per analizzare la crisi delle «professioni d'aiuto e dei servizi sociali».


L'argomentare di Bauman sa unire «profondità e semplicità» come scrive Mauro Magatti nella presentazione ma chi legge deve, in un certo senso, evitare di farsi troppo affascinare. Come certi studenti che nel leggere usano penne con colori diversi [nel mio gruppo universitario, tanti anni fa, ci si accordò così: rosso disaccordo, nero citabile, blu condiviso] qui chi legge dopo essersi fatto incantare dal parlare chiaro - in tempi di astrattezza - e dal lavoro di scavo che Bauman porta avanti dovrebbe riflettere a fondo se accettarne le conclusioni, in particolare sul versante politico. Massimo Ilardi sul quotidiano «Liberazione» [del 21 marzo] scrive che certe analisi di Bauman sembrano indicare la libertà di scelta e il conflitto sociale come impossibili o addirittura negativi. Anche in altri punti analisi e conclusioni vanno prese con le mole. Penna rossa a esempio nel secondo capitolo quando Bauman insinua che perfino il «consumo etico» sia solo una forma impolitica di «auto-terapia» o quando svillaneggia in poche righe Michel Foucault. Penna blu quando poche pagine dopo chiarisce che oggi i canali mondiali dell'informazione «nutrono la moderna "cultura liquida" sostituendo l'imparare con il dimenticare». E penna nera quando sintetizza in un «la strada tra il negozio e il secchio della spazzatura deve essere sempre più breve e veloce» l'attuale economia «basata sull'eccesso, sullo spreco e [...] sull'inganno».


Per tornare alla «digressione» iniziale, ovvero a Spade-Hammett, una delle obiezioni di fondo che si potrebbero muovere alle analisi di Bauman è che forse di travi ne cadono moltissime ma un complesso sistema di censure e auto-censure, oltre a un sistema socio-politico bloccato, quasi ci impedisce di vederle. Improbabile però che questa cecità collettiva e gli oscuri malesseri che ne derivano possa reggere a lungo e ovunque. Ma questo ovviamente è un altro e più complesso discorso.

http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_10990.html

Decisioni difficili

scrive Saša Stefanović

progetto di rientro a Srpski Babuš/Babush i Serbëve
Mentre all'Onu si definisce il destino politico del Kosovo, c'è chi, come i rifugiati serbi di Srpski Babuš/Babush i Serbëve deve decidere se rientrare o meno nel proprio villaggio ricostruito. Ancora una volta, però, i destini in Kosovo sembrano ostaggio di giochi politici.
Mentre il Kosovo aspetta che venga risolta la complessa questione del suo status, che la comunità internazionale si appresta a discutere attraverso un percorso che si preannuncia tutt’altro che facile, lontano dalla luce dei riflettori della scena politica molti dei suoi cittadini affrontano decisioni altrettanto importanti per il proprio futuro, e dubbi certo non meno difficili da sciogliere.

Per gli IDP (Internally Displaced Person, rifugiati stabiliti in altre località entro i confini del Kosovo) di Srpski Babuš/Babush i Serbëve, villaggio situato nella municipalità di Ferizaj/Uroševac la decisione di tornare nelle proprie case, accettando di vivere in Kosovo, è stata certamente una delle più importanti.

Il 20 dicembre 2006, durante una cerimonia carica di emozione ed orgoglio, ai “vecchi-nuovi” abitanti del villaggio sono state consegnate le chiavi di 75 case e della nuova scuola, ricostruite dopo esser state distrutte nel 1999. Alla consegna hanno partecipato i vari attori coinvolti nel progetto di ritorno, tra cui il presidente della municipalità di Ferizaj/Uroševac, l’ormai ex ministro per le Comunità e i Rientri Slaviša Petković e i rappresentanti di UNHCR, UNDP e dell’Ong European Perspective, che ha curato sul campo la realizzazione del progetto.

La cerimonia ha segnato il punto culminante di molti mesi di lavoro e di intensi incontri tra gli IDP di Srpski Babuš/Babush i Serbëve sia con le autorità locali e centrali che con i vari donatori che hanno reso il progetto possibile. Un processo, però, che si è rivelato tutt’altro che facile.

Tutti i passi intrapresi, a partire dal piano di rientri della municipalità di Ferizaj/Uroševac del 2004, per passare poi al coinvolgimento degli attori istituzionali, sia locali che a livello del ministero per le Comunità e i Rientri, per passare infine al finanziamento dell’UNDP e al lavoro sul campo di European Perspective, avrebbero dovuto essere sincronizzate alle reali possibilità di un ritorno sostenibile degli IDP, che doveva essere, naturalmente, l’obiettivo finale di tutte le attività.

A quanto pare, però, le cose non sono andate così.

Con la consegna delle chiavi, gli IDP hanno preso l’impegno di prendere possesso delle case ricostruite entro novanta giorni, insieme a quello di conservarle in buono stato durante questo periodo. La qualità dei materiali usati a Srpski Babuš/Babush i Serbëve, porte, infissi, pavimenti, è probabilmente la migliore fino ad oggi riscontrata nei vari progetti di rientro in Kosovo, ma nonostante ciò, i rappresentanti degli IDP hanno deciso di posticipare la data del proprio rientro.

La decisione, hanno dichiarato, dipende da una serie di fattori: l’attuale non sostenibilità economica, problemi irrisolti col sistema fognario, alcuni piccoli incidenti legati alla sicurezza. Così che, mentre scade il termine previsto di novanta giorni le case di Srpski Babuš/Babush i Serbëve rimangono ancora vuote e in attesa dei loro futuri abitanti.

“Abbiamo deciso di tornare agli inizi di aprile, forse il primo, forse il 2, forse l’8”, ha dichiarato Novica Novaković, leader degli IDP. “Per allora speriamo che nelle case ci saranno anche i mobili e gli elettrodomestici che ci hanno promesso. Ci hanno anche assicurato che riceveremo un supporto finanziari di duemila euro a famiglia, ma durante alcuni incontri con l’UNDP e col ministro Petković abbiamo fatto presente che, con questa cifra, non possiamo fare molto, e abbiamo chiesto che la cifra venga portata ad almeno 2400 euro”.

Ad aumentare l’insoddisfazione dei rientranti ci sono state anche alcuni malintesi su regole e impegni legati all’accordo firmato col ministero delle Comunità e i Rientri e con European Perspectives all’atto di consegna delle chiavi. Alla fine, i rientranti di Srpski Babuš/Babush i Serbëve hanno deciso quindi di non rispettare gli accordi, facendo un passo indietro nella speranza di attirare maggiore attenzione verso i propri bisogni e di ottenere maggiori fondi.

“C’è un sacco di politica dietro questa decisione”, ci ha detto Michael Dixon, coordinatore per il progetto di rientri per l’UNDP. “Hanno già ottenuto molta attenzione e supporto politico, soprattutto dall’ex ministro Petković. Anche se l’ho incontrato solo una volta prima che fosse invitato da Ceku a rassegnare le dimissioni (diventando così il primo dei ministri accusati di corruzione a uscire dall’esecutivo, anche grazie ad un’intensa campagna mediatica N.d.R), parlando di Srpski Babuš/Babush i Serbëve mi disse chiaramente “Questo è il mio villaggio, questa è la mia gente, e nessuno può dirgli che cosa devono fare oppure no”.

Quando Petković ha perso il ministero, gli IDP di Srpski Babuš/Babush i Serbëve hanno deciso di esprimere a chiare lettere la propria insoddisfazione sui limiti finanziari imposti dal “Sustainable Return Manual” del governo kosovaro (che prevedono un sostegno di 680 euro in mobilio e 1000 euro in denaro), abbandonando gli incontri del “Return Task Force” tenuti periodicamente nel villaggio.

Inoltre, il 6 marzo, 74 capifamiglia hanno deciso di riconsegnare le chiavi ricevute a dicembre, e hanno ribadito la richiesta di un maggiore supporto finanziario, sottolineando come questo sia indispensabile, a parer loro, per far ripartire la vita economica del villaggio, e far sì che il loro rientro sia effettivamente sostenibile.

Sebbene le cifre richieste non siano poi molto più alte di quelle già stanziate, Dixon ritiene che la protesta sia in realtà un tentativo di fare pressione per ottenere condizioni più vantaggiose. Gli amministratori internazionali, però, nonostante molte pressioni politiche non sembrano essere molto propensi a lasciarsi convincere e a concedere una revisione degli accordi già presi.

Nel frattempo una serie di polemiche politiche ha reso la situazione ancora più complicata. Lo scorso novembre l’allora ministro Petković criticò duramente l’UNDP e European Perspective, accusati di “ricattare i beneficiari del progetto di Srpski Babuš/Babush i Serbëve. Anche il nuovo ministro, Branislav Grbić, insiste ora perché venga realizzata la parte relativa alla creazione autonoma di reddito in loco come parte fondamentale del progetto di rientro.

A febbraio la stessa European Perspective ha inviato una lettera agli IDP, invitandoli a rientrare nel villaggio entro i termini previsti, “altrimenti esiste il rischio concreto di perdere le loro case, insieme ad ogni opportunità di assistenza socio-economica”. L’accordo firmato, infatti, prevede che nel caso le abitazioni non vengano occupate entro novanta giorni, la loro proprietà passi alla Kosovo Property Agency.

Nelle ultime due settimane i rappresentati dei rientranti hanno insisitito nel loro boicottaggio. “Gli IDP di Srpski Babuš/Babush i Serbëve non si sono fatti vivi negli ultimi incontri, insieme ai rappresentati di European Perspectives”, ha dichiarato Xhevahire Dervishi responsabile per i rientri della municipalità di Ferizaj/Uroševac. Nel frattempo gli IDP chiedono di poter parlare direttamente al ministro per le Comunità e i Rientri e all’UNDP per spiegare le cause che hanno impedito le condizioni per il proprio rientro entro i previsti novanta giorni.

Visto che l’inizio di aprile si avvicina, UNDP ha riprogrammato la consegna di mobili e elettrodomestici, che, insieme agli aiuti destinati a creare piccole attività economiche nel villaggio, dovrebbero essere disponibili entro la fine di marzo. Anche la municipalità di Ferizaj/Uroševac ha investito sul terreno, creando a Srpski Babuš/Babush i Serbëve le strutture per un allevamento di polli.

Mentre le case aspettano il ritorno dei loro “nuovi-vecchi” abitanti, una considerazione nasce spontanea: sembra che l’ex ministro Petković stia tentando di ostacolare il rientro degli abitanti di Srpski Babuš/Babush i Serbëve, probabilmente per utilizzare politicamente l’attenzione suscitata dalle polemiche che si addensano intorno a questo progetto. Ancora una volta, il destino di una comunità, in Kosovo, sembra essere nelle mani dei giochi politici dei propri rappresentanti.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6951/1/51/

Cile: Bachelet sostituisce quattro ministri

di Redazione (redazione@vita.it)




Un rimpasto che si e' reso necessario "per rimodulare il gabinetto alle nuove necessita'", ha affermato la Bachelet





Dopo giorni di polemiche per le carenze del 'Transantiago', il nuovo sistema di trasporto integrato nella capitale, e con una popolarita' in discesa dal 65% al 47% secondo gli ultimi sondaggi, la presidente cilena Michelle Bachelet ha deciso di sostituire quattro ministri del suo gabinetto. Lasciano cosi' l'incarico il titolare dei Trasporti, Sergio Espejo, al centro delle critiche per il nuovo sistema coordinato di bus e metro di Santiago, il ministro della Giustizia Isidro Solis, della Difesa Vivianne Blanlot, e la segretaria generale della Presidenza Paulina Veloso.

I quattro vengono sostituiti da Rene Cortazar (Trasporti), economista gia' titolare del Lavoro negli anni della presidenza di Patricio Aylwin, da Jose' Goni (Difesa), Carlos Maldonado (Giustizia) e Jose' Antonio Viera-Gallo alla Segreteria generale della Presidenza.

Un rimpasto che si e' reso necessario "per rimodulare il gabinetto alle nuove necessita'", ha affermato la Bachelet. A giurare oggi sono anche Ana Lya Uriarte Rodriguez, titolare del nuovo ministero dell'Ambiente e Marcelo Tokman all'Energia, ministero che e' stato separato da quello delle Miniere. Riguardo ai disagi creati dal 'Transantiago' la presidente ha ammesso che "le cose non sono state fatte bene", scusandosi con gli abitanti della capitale che "hanno dovuto sopportare -ha precisato Bachelet- piu' difficolta' del tollerabile".




EST: VOCI DI NUOVA OFFENSIVA, ONU SEGNALA CRESCENTE INSICUREZZA
Altro

Movimenti di truppe in vari punti della frontiera tra Ciad e Sudan, che potrebbero preludere a una nuova offensiva dall’esercito regolare del presidente Idriss Deby contro ribelli nell’est del Ciad , almeno secondo notizie di stampa dei due paesi; i preparativi, secondo le stesse fonti, sarebbero coordinati direttamente dal capitano Mahamat Nour Abdelkerim, fino a qualche settimana fa capo dei ribelli del Fronte unito per il cambiamento democratico (Fuc) - una delle principali formazioni anti-Deby attive nell’est - e dal 5 marzo scorso nuovo ministro della Difesa nel governo di N’djamena. Una conferma dell’aumento della tensione nell’area è arrivata anche dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr/Acnur) che in una nota ha espresso “grave preoccupazione per le precarie condizioni di sicurezza nelle aree circostanti ad alcuni campi di rifugiati gestiti dall'Agenzia in Ciad orientale”. Domenica scorsa, subito dopo la visita di Deby al campo profughi di Kounoungou alcuni uomini armati hanno saccheggiato un vicino mercato. Nell'incidente si sarebbero scontrati due gruppi tribali e almeno cinque uomini e nove donne sarebbero rimasti feriti negli scontri. Giovedì scorso, invece, un aereo militare sudanese avrebbe bombardato le aree a nord e a sud della città di Bahai, in Ciad nord-orientale provocando il ferimento di alcuni civili e due operatori di un'organizzazione non governativa internazionale, secondo una nota dell’ufficio ONU in cui si afferma: “Questi incidenti mettono ancora una volta in evidenza la precarietà delle condizioni di sicurezza nella regione, per rifugiati sudanesi, sfollati del Ciad, popolazione locale e operatori umanitari”. Nell’est del Ciad esistono 12 campi dell’ONU, che ospitano più di 220.000 rifugiati sudanesi. L'aumento dell'insicurezza generale, insieme ai violenti scontri tra comunità che hanno avuto luogo nell'ultimo anno e mezzo, hanno anche provocato l'esodo interno di 120.000 ciadiani, prevalentemente nelle zone sud-orientali. http://www.misna.org/


BUONGIORNO ASIA

L'analisi sul continente asia-pacifico a cura di

Claudio Landi


1. IL DRAGONE. HU A MOSCA Il Presidente cinese Hu Jintao è arrivato nella capitale russa. Pronto a firmare una lunga serie di accordi e intese: e ancora più pronto a cercare di consolidare i giù consistenti rapporti in materia energetica e petrolifera. Hu Jintao in particolare vuole, rapidamente, andare avanti sulla via del gasdotto che dovrebbe portare il prezioso gas siberiano nella affamata Cina.
In effetti i rapporti sino russi, in questi ultimi anni, potremo dire, negli anni dell'amministrazione di George W. Bush, sono notevolmente evoluti: gli accordi energetici, accordi e manovre militari, accordi di cooperazione politica e strategica, meccanismo trilaterali (Cina-Russia-India) di consultazione in questi sei-sette anni, si sono succeduti senza tregua fra Pechino e Mosca. Non solo: Mosca e Pechino hanno deciso di utilizzare in modo alquanto robusto la SCO, l'Organizzazione di cooperazione di Shanghai. Quello che ha unito così strettamente due capitali fino a pochi anni prima divise da una seria ostilità strategica, è stata in primissimo luogo la penetrazione politica e militare degli Stati Uniti nelle regioni di riferimento delle due potenze, in particolare in Asia Centrale. La SCO, che molti analisti davano per defunta solo pochi anni or sono, è stata riscoperta dalle due capitali proprio in funzione di 'controbilanciamento' della potenza, anzi della superpotenza americana, unilateralmente gestita dall'amministrazione Bush.
Ma tra Pechino e Mosca c'è dell'altro: c'è la cooperazione anzi l'integrazione economica. La Russia sempre di più è la grande fornitrice di risorse energetiche e naturali, (minerarie e in futuro anche acquifere) alle rampanti economie del Far East, Cina in testa. Si potrebbe quasi affermare che la Russia partecipa sempre più solidamente e strettamente alla divisione internazionale del lavoro dello spazio del Far East che ha la Cina al suo centro.
Morale: il 'matrimonio' sino russo, nonostante tutte le ambiguità e le incertezze del caso, non è cosa di poco conto. Ma, sottolineano gli analisti asiatici, non è un rapporto d'amore; è un matrimonio di mera convenienza. Convenienza strategica come abbiamo detto (in funzione di 'limitazione' del potere globale e regionale americano) e convenienza economica. Ma la Russia ha anche molti timori nei confronti della Cina: ha il timore di essere 'colonizzata' dalla rampante, laboriosa, crescente popolazione cinese che entra massicciamente nelle regioni asiatiche e che ne diventa la classe borghese ed imprenditoriale con una rapidità senza pari; ha il timore di diventare una semplice succursale di materia prime strategiche per l'Impero di mezzo; ha il timore insomma di essere alla fine fine un mero 'stato tributario' della Cina del 21° Secolo. Il matrimonio di convenienza permette a Pechino e a Mosca di gestire pacificamente e per ora vantaggiosamente la cooperazione e l'integrazione strategica ed economica ma ovviamente.

LI A CARACAS E mentre il presidente cinese è arrivato nella capitale russa, un altro esponente di rango del regime di Pechino, Li Changchun, è in missione in alcuni paesi latinoamericani. Guarda caso, ricchi di risorse energetiche, Messico prima, Venezuela dopo. A Caracas, l'esponente cinese firmerà, secondo le fonti di Pechino, nuovi accordi in campo energetico, 'Li ha affermato – riporta l'agenzia di stampa ufficiale del regime – che le compagnie cinesi dovranno agire sulla base del principio del mutuo vantaggio': la CNPC in particolare, scrive l'agenzia, dovrà impegnarsi nel campo delle tecnologie avanzate e del welfare della popolazione locale. Tanto per confermare, da un lato, la capacità geopolitica di Pechino e dall'altro gli stretti legami della Cina con il Venezuela di Chavez. Li incontrerà anche il presidente venezuelano.

2. AUSTRALIA. LA SINISTRA A CANBERRA? La sinistra australiana, ovvero il Partito laburista, vuole dare battaglia per le prossime elezioni nazionali. E quindi cerca di prepararsi adeguatamente. Le elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati delle federazione sono previste per la seconda metà del 2007.
L'avversario da battere per i laburisti è John Howard. Howard è il mattatore incontrastato della democrazia australiana: egli è l'attuale primo ministro, leader del Partito Liberale, di destra, alleato con il Partito Nazionale, anch'esso alquanto destrorso. Howard è considerato anche ideologicamente una dei 'migliori' alleati di George W. Bush (salvo comunque aver deciso una politica asiatica molto vicina a Pechino…), così 'vicino' da aver partecipato a tutte le coalizione dei 'volenterosi' messe in piedi dall'amministrazione Usa, Iraq in testa. I laburisti si opponevano all'avventura irachena, Howard era indietro nei sondaggi pre-elettorali, ma l'incapacità del leader laburista dell'epoca, Mark Latham e gli attentati di Bali che resero fortemente preoccupati i cittadini australiani, consentirono al leader della destra di recuperare e di vincere. Anzi di stravincere conquistando una confortevole maggioranza parlamentare.
Stavolta John Howard si troverà di fronte un nuovo esponente laburista, che i sondaggi danno come molto credibile agli occhi dell'opinione pubblica australiana, Kevin Rudd. Rudd è credibile in particolare sul piano proprio delle politiche di sicurezza: è stato per anni uno stimato diplomatico e quindi è da sempre molto attento ai temi della difesa e della politica internazionale. insomma la battaglia elettorale dovrebbe essere interessante.
Intanto i laburisti intanto hanno messo a segno un buon risultato nello stato più popoloso della federazione australiana, il Nuovo Galles del Sud, lo stato di Sidney, la metropoli cosmopolita per definizione del paese. Il governo laburista ha riconquistato, per la quarta volta, pochissimi giorni or sono, nelle elezioni legislative locali, la maggioranza parlamentare statale. Anche se con qualche perdita, 'da usura del potere', il leader locale della coalizione 'liberal-nazionale', ha riconosciuto la sconfitta, affermando, 'questa è l'ultima chance per i laburisti nel Nuovo Galles del Sud'. Vedremo!http://www.lettera22.it/showart.php?id=6956&rubrica=209


PENA DI MORTE-CINA:
Lettere dal braccio della morte
Antoaneta Bezlova http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=884

PECHINO, (IPS) - Il loro numero è tabù. Le loro storie, condannate all’oblio. Il mondo dei detenuti nel braccio della morte in Cina è troppo spaventoso, e le ragioni delle esecuzioni troppo sordide, perché se ne possa scrivere senza sfuggire al controllo dei censori di stato comunisti.

Ma proprio in virtù della sua semplicità, “Lettere dal braccio della morte”, di recente pubblicazione, ha avuto successo, laddove altri lavori più ambiziosi avrebbero probabilmente fallito. Il volume narra la storia di 22 prigionieri cinesi nel braccio della morte, uomini e donne. Raccontati direttamente dalle celle delle loro prigioni. La storia è avvincente perché lascia trapelare la rara onestà dei condannati, a poche ore dalla loro morte.

Il libro non aspira a diventare ciò che fu il resoconto romanzato di Truman Capote di un omicidio sensazionale negli Stati Uniti degli anni ’60, “A sangue freddo”. Huan Jingting, l’autore, ha dichiarato che il suo intento non era discutere del valore della pena di morte; e nemmeno scrivere un’analisi sulle divisioni sociali.

“Questo libro è stato scritto come un tributo alla vita umana”, ha detto. “A mio parere, non c’è niente di più umile della vita umana”.

Ciò che suggerisce parallelismi con il lavoro di Capote, tuttavia, sono le osservazioni comprensive di Huan sulla mente criminale. Le sue pagine sono popolate di criminali comuni - rapinatori e contrabbandieri, la cui lotta per la vita finisce, per qualche motivo inspiegabile e crudele, nella camera d’esecuzione.

Così è la storia di Wen Shou, un ingenuo ragazzo di 19 anni di Chongqing, nella Cina centrale, che viene usato da spacciatori senza scrupoli come intermediario in una catena di consegne, e poco a poco trasformato in un tossicodipendente. Quando gli viene offerta la prima costosa sigaretta “straniera”, con una indulgente pacca sulla spalla, Wen non sa che questo sarà l’inizio di una spirale verso il basso, destinata a trascinarlo fino nel braccio della morte.

“Mentre inalava quell’odore pungente, pensava: che differenza, tra questa roba straniera e le sigarette cinesi economiche che vendono nei chioschi per strada”.

Oppure la storia del ragazzo di campagna Liu Yuan, che a vent'anni era stato arrestato e rieducato nei campi di lavoro per piccoli furti così tante volte, che non riuscirà più a trovare un lavoro nel suo villaggio. Lascerà la campagna per la fiorente città di Shenzhen, nel sud della Cina, dove milioni di migranti lavorano in fabbriche che sfruttano la manodopera.

Il suo carattere rude di teppista di campagna piace al delicato boss di un’agenzia di casting di Shenzhen, e invece di lavorare come trasportatore, Liu diventa un “modello che interpreta il ruolo di gangster”. Per mantenere il profilo “cool” di questa sua nuova immagine, Liu si ritrova alla fine costretto a diventare un vero gangster.

A Huan Jingting non è stato permesso registrare le ultime parole di funzionari di alto livello condannati a morte per corruzione, poiché costoro, ha detto, vengono tenuti in un carcere speciale. Il suo libro è quindi uno studio sulla morte nella vita delle persone svantaggiate. Anche gli assassini di cui traccia il profilo vengono rappresentati in una luce compassionevole, quasi tutti perpetratori involontari dei crimini di cui sono imputati.

“Mamma, mia cara mamma, spero che non ti affliggerai troppo a lungo, e che potrai presto perdonare questo tuo figlio ignorante”, si legge nella lettera di addio di Ai Qiang, un ragazzo di appena 20 anni che aspetta la morte per aver derubato e ucciso uno straniero per strada. “È a causa dell’ignoranza che ho rovinato la mia vita. È a causa dell’ignoranza che lascerò questo mondo. Spero di essere un figlio migliore nell’aldilà. Addio. Il tuo figlio indegno”.

“Oserei dire che è il primo libro in Cina che ritrae il lato umano delle persone che siamo abituati a considerare irrimediabilmente cattive”, ha detto Huan, intervistato dall’IPS. “Esistono pile e pile di reportage di crimini, ma l’ottica dello scrittore è sempre che i criminali sono nati tali”.

In Cina, più di 60 tipi di crimini - tra cui delitti non violenti come la corruzione e l’evasione fiscale - sono punibili con la morte. Gli attivisti per i diritti umani condannano il fatto che le sentenze di morte vengano emesse con troppa leggerezza, portando a terribili errori giudiziari.

Le autorità cinesi non rivelano il numero delle esecuzioni ordinate dai tribunali. Nel 2005, Amnesty International ha registrato 1.770 esecuzioni in Cina, o più dell’80 per cento di tutte le sentenze di morte eseguite nel mondo. Ma secondo gli esperti il numero effettivo di pene capitali raggiunge addirittura le 10.000 esecuzioni l’anno.

Anche se negli ultimi anni sembra essersi intensificato il dibattito pubblico sulla necessità di limitare una così ampia applicazione della pena di morte, la maggioranza della popolazione, secondo gli esperti, sarebbe in sostanza favorevole alla pena capitale come l’unico modo per assicurare che i grandi criminali abbiano ciò che meritano.

Il progetto di un libro incentrato su un tema così delicato come la pena di morte non era qualcosa in cui Huan Jingting aveva mai pensato di imbarcarsi di sua spontanea volontà. Ma alla fine degli anni ’90 fu condannato per frode, e fu detenuto, con una pena di un anno e mezzo da scontare in una prigione di Chongqing. Proprio perché sapeva leggere e scrivere, gli fu chiesto di scrivere le ultime volontà dei prigionieri condannati a morte, alla scadenza della sua pena.

E così ha riportato le storie dei carcerati nel braccio della morte. “È stata un’esperienza che ha cambiato irrevocabilmente la mia vita”, ricorda Huan. “Mi ha reso più tollerante”.

Ha imparato a portare con sé un pacchetto di sigarette ogni volta che entrava nelle celle dei prigionieri nel braccio della morte, nelle ore precedenti le esecuzioni. I detenuti pensano che fumando una sigaretta nelle ultime ore di vita, la loro morte sarà meno dolorosa, e gli sarà garantita la rinascita in una buona famiglia.

Huan trascrive solo i fatti principali, passando più tempo ad ascoltare le loro storie. In vero stile Capote, i suoi resoconti fondono con successo il reportage giornalistico dei fatti con lo stile narrativo del romanzo.

Ha cambiato i nomi di tutti i prigionieri, riportando meticolosamente la topografia e i veri nomi dei luoghi. Le prime dodici storie sono state pubblicate nel 2001, ma la raccolta completa è uscita solo nell’autunno dello scorso anno.

Pur rifiutando intenti di critica sociale, il volume di Huan è un potente ritratto del sottoproletariato cinese, che dovrà sostenere il peso delle riforme economiche.

Ancora violenza
In Yemen i miliziani sciiti assaltano un collegio sunnita uccidendo due studenti
Due studenti stranieri, uno francese di origine algerina e l'altro britannico, sono stati uccisi nell'assalto avvenuto ieri nel collegio religioso sunnita dove risiedevano, nella regione di Sa'ada, nello Yemen settentrionale.

il predicatore al-houthiEnnesimo episodio. Gli assalitori sarebbero, secondo quanto ha fatto sapere la magistratura yemenita, miliziani sciiti attivi nella zona, che avrebbero attaccato l'istituto per vendicarsi della morte di 15 loro compagni in uno scontro con l'esercito regolare venerdì 23 marzo scorso. Scontri che, nella regione di Sa'ada, vanno avanti da due mesi ma che sono solo l'ultimo episodio di una tensione strisciante tra la comunità sciita yemenita e il governo centrale guidato, da 28 anni, con pugno di ferro dal presidente Alì Abdullah Saleh. Nel paese, a maggioranza sunnita, gli sciiti si sono sempre sentiti discriminati, e la loro rabbia aveva trovato un leader nella figura di Hussein al-Houthi, capo spirituale della setta religiosa degli Zaidi e del suo braccio armato: la shabab al-muminayn (la “Gioventù Credente”). I ribelli si sono scontrati con ferocia con il governo: nel luglio del 2004, per esempio, furono 67 le vittime della battaglia, mentre sono stati oltre 100 i morti degli scontri avvenuti a marzo di quest'anno, solo per citare le due battaglie più cruente nell'arco di anni di tensione. Il conflitto non si è attenuato neanche dopo la morte di Hussein, ucciso a settembre 2006 dalle truppe governative, e il testimone del predicatore è stato raccolto dai suoi figli Yahya e Abd al-Malik.

truppe speciali yemeniteUna lunga storia. Il primo dei due si è da tempo rifugiato in Libia, scatenando le ire di Saleh nei confronti del governo di Tripoli. Ma il vero nemico del presidente yemenita è l'Iran. Sono in molti a sostenere infatti che, dopo l'elezione alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad nel 2004, il gruppo sciita ribelle abbia tratto nuova linfa, politica e militare, dal rapporto con Teheran. Il governo yemenita infatti non ha mai voluto presentare agli occhi dell'opinione pubblica il conflitto come religioso, ma ha sempre inquadrato la shabab al-muminayn come un gruppo terroristico. Saleh, da anni, è uno dei più fidi alleati degli Stati Uniti nella regione e Washington ha fornito armi e addestratori al governo della capitale Saan'a per far fronte alla lotta del governo contro il fondamentalismo islamico. Il problema però non sta in questi termini, perché i seguaci di al-Houthi lottano per ottenere una sorta di autonomia per le regioni settentrionali del Paese e per ottenere maggior rispetto dei diritti della minoranza sciita. I veri fondamentalisti sono altrove, tanto che ogni giorno in Iraq vengono arrestati yemeniti che si sono uniti alla guerriglia, com'era già accaduto in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. E sono tutti sunniti, alcuni dei quali erano alleati di Saleh nella lotta che a metà degli anni Novanta ha contrapposto l'attuale presidente alla repubblica secessionista del nord dello Yemen, d'ispirazione marxista. Per non parlare dell'attuale ministro della Difesa, che sul suo sito personale ha pubblicato nei giorni scorsi una fatwa che giustifica e incoraggia la lotta contro gli sciiti Zaidi, definendo legittimo ogni mezzo. Quindi si combattono gli estremisti sciiti, ma non quelli sunniti, in quello che è solo l'ultimo paradosso di questa 'guerra al terrorismo' globale, che ognuno combatte a modo suo.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7624


marzo 27 2007

Partito Democratico

Così si va al fallimento


Quanto sta accadendo all' interno della Margherita segue un copione prevedibile, almeno da quando la componente popolare si riunì a Chianciano, a settembre dell' anno scorso. Sin da allora, l' obiettivo dei popolari è chiaro: riannodare le proprie fila, ritirare o rinegoziare la delega a Rutelli, stabilire una gestione «per quote» della transizione verso il Pd, identificare un nucleo di «giovani» educati dentro la tradizione democristiana, a cui consegnare, prima o poi, l' eredità della componente. L' argomento usato per rivendicare il proprio peso nella fase transitoria (il doppio incarico) contribuisce ulteriormente a rappresentare l' idea di Partito democratico che i popolari coltivano: molto più simile alla Dc che ai grandi partiti a vocazione maggioritaria degli altri Paesi europei, in cui il doppio incarico è la norma. Era meno scontato il successo che Fassino pare stia raccogliendo intorno alla sua mozione. A determinarlo concorrono probabilmente motivazioni diverse presenti tra gli iscritti: l' adesione convinta al progetto del Pd, il riconoscimento dell' intenso lavoro svolto dal segretario negli ultimi anni, una certa persistente tendenza a sostenere la linea della dirigenza in carica. Ma pure, inevitabilmente, la promessa che sarà orgogliosamente difesa una tradizione organizzativa che viene da lontano: la centralità delle sezioni e degli iscritti, rispetto ai frequentatori di gazebo, il professionismo politico precoce che parte dalle organizzazioni giovanili e genera una disciplinata classe dirigente, le feste dell' Unità, la distinzione (anche qui) tra segreteria del partito e ruoli di governo. Ora, chiunque intende che se fosse solo una fusione tra la corrente popolare e l' organizzazione Ds, il Pd nascerebbe già vecchio. Ma né Fassino o D' Alema, né Marini, Franceschini o Letta porterebbero da soli la responsabilità di questo fallimento. Tutto sommato, stanno facendo la loro parte. Hanno accettato la sfida della «fusione» e si preparano ciascuno secondo il proprio stile, per portare nel Pd, e far pesare a proprio vantaggio, quanto hanno ereditano dal passato, ivi inclusi gli immobili e il finanziamento pubblico. D' altro canto, per dare slancio al Pd non sarebbe sufficiente una «terza gamba», intesa come una protesi che i dirigenti degli attuali partiti possono fabbricare nominando «esponente della società civile» qualche amico di famiglia, come ai tempi degli esterni Dc o della sinistra indipendente. Né sarebbe sufficiente una componente di nomina prodiana, concepita come una ricompensa personale a Prodi per il suo ruolo di collante. Servirebbe invece l' impulso di quella componente trasversale che si è identificata con l' Ulivo del 1996 e poi con il progetto del Pd, più che nei partiti promotori. Una componente fatta sia di persone che stanno fuori dai partiti o se ne sono allontanate, sia di persone che militano dentro i partiti esistenti, da tempo in attesa di meglio. Non sono molte ma nemmeno poche. Sono espressione di una sensibilità almeno altrettanto diffusa tra i sostenitori del centrosinistra, rispetto a quella espressa dai popolari e dai tradizionali militanti Ds, ma oggi non hanno una guida e una voce. Prodi, focalizzato sulle pene quotidiane del governo, ha abdicato al ruolo di motore di questa anima trasversale. Rutelli era diventato leader della Margherita e poi candidato a premier del centrosinistra per rappresentarla, ma ha preferito accomodarsi nel ruolo di garante della componente popolare, facendosi più ortodosso e centrista dei popolari, con gli effetti che oggi sono sotto i suoi occhi. La minoranza interna Dl che ha fatto capo a Parisi, sarebbe inadeguata, da sola, a costituire il punto di riferimento per un' area che ha confini potenzialmente assai ampi. Mentre Veltroni sembra attendere un preventivo accordo di vertice sul suo nome piuttosto che spendersi in prima persona, mettendo a rischio un poco del consenso di cui gode per conquistare sul campo la leadership, dimostrando sul campo il suo valore aggiunto e giocando attivamente il ruolo del federatore. Difficile dire quale sia la via d' uscita. Quel che è certo è che, allo stato dell' arte, senza un imprenditore politico capace di catalizzare quelle energie, e di usarle per dare un impulso innovativo al processo costituente, il progetto del Pd è destinato a fallire.

Vassallo Salvatore http://archivio.corriere.it/archiveDocumentServlet.jsp?url=/documenti_globnet/corsera/2007/03/co_9_070325117.xml

Addia Andreatta, padre dell'Ulivo
Edmondo Berselli
la Repubblica


Talvolta la vicenda di un uomo, anche se si conclude con una tragedia anticipata, con il corpo che tradisce la mente, riesce a essere esemplare. Non ideologica, perché Nino Andreatta rifuggiva dall´ideologia: ma sta di fatto che il suo tragitto intellettuale, prima di spezzarsi nell´aula della Camera il 15 dicembre 1999, sembra riassumere in sé un intero sviluppo politico.
Era anticomunista nelle fibre più profonde di sé; democristiano con un disprezzo esibito delle pratiche di partito e nello stesso tempo con un orgoglio e uno spirito di appartenenza che lo inducevano a immaginare ancora soluzioni politiche, durante il disfacimento del suo partito, a oltranza, senza tregua e senza rassegnarsi, come se un´ossessione potesse placare una disperazione; e infine convinto che per una riflessione politica rigorosa, oltre che per una scelta etica irresistibile nella sua eleganza, i cattolici dovessero imboccare la via collocata a sinistra nel nascente e già problematico bipolarismo italiano.
Adesso una formula sbrigativa potrebbe illustrarlo come il vero padre del Partito democratico. Non significherebbe nulla se non si avesse in mente la volontà feroce con cui aveva cercato di opporsi al tramonto della Dc e dei Popolari, il sostegno scettico a Mino Martinazzoli, l´impegno da naufraghi nel Patto per l´Italia con Mario Segni. Soltanto dopo che la navicella dei centristi si era arenata, con i suoi sei milioni di voti, sull´ultima spiaggia alle elezioni del 1994, aveva compiuto la sua scelta. Uno scarto da purosangue, per lui che si era perfino candidato a sindaco di Bologna, pur di scalfire il potere comunista. Prima aveva negato la fiducia al governo di Silvio Berlusconi: «Verso questa destra ho una pregiudiziale morale»; e subito dopo si era gettato nello sforzo di evitare la «deriva plebiscitaria», il «bonapartismo», quell´ondata che stava risucchiando a destra i Popolari sotto la segreteria di Buttiglione.
Come cattolico poteva sfiorare venature anticlericali, se si trattava di interpretare la laicità come un criterio che non venisse a patti con i traffici dello Ior. Come democristiano era in grado di sfoggiare pensieri giacobini, taglienti, irriducibili alle convenienze clientelari o a complicità da sottogoverno. Come uomo politico tout court, si dedicò al pensiero infinito di come riorganizzare l´alternativa a una «destra gaglioffa». Con quella stessa verve polemica che aveva praticato a usura contro il Psi di Craxi, contro «il commercialista di Bari», contro il «nazional-socialismo», Andreatta si dedicò alla ricerca di una leadership per il centrosinistra futuro, dopo il luttuoso fallimento della «gioiosa macchina da guerra» nel ‘94. La trovò in Romano Prodi, attirato verso la politica con l´ironia socratica del maestro ancora in grado di condizionare l´allievo.
Ma si sbaglierebbe a pensare che l´amichevole intrigo di Andreatta avesse come traguardo una soluzione politica modesta, un accordo minore, un compromesso mediocre. Nella primavera del 1996, a un convegno a Bologna, mentre incombevano le elezioni politiche e il neoliberista Berlusconi prometteva di tagliare il peso fiscale, Andreatta fece sfoggio della sua migliore sfrontatezza sostenendo che occorreva anzi aumentarle, le tasse. Perché non accettava il liberismo dei provinciali. Aveva individuato la tendenza ancora prima del 1989 e del crollo del Muro, allorché aveva intuito che il destino del mondo senza più barriere e blocchi geopolitici era davvero in quella parola che si cominciava a usare, la «globalizzazione». Di qui il suo scetticismo verso gli europeismi retorici, nonché verso la piccola Europa bruxellese, e invece la concezione di un continente largo e aperto, capace di muoversi liberamente dentro i grandi flussi del pianeta.
Si esprimeva qui il suo singolare keynesismo, un´inclinazione sociale fatta di doveri prima che di diritti, ma in cui il primo dovere era l´accettazione integrale del mercato e dei processi competitivi. E che quindi lo portava a considerare una fastidiosa stravaganza della storia la conquista del potere da parte di un monopolista come Silvio Berlusconi: «Lei chiede per sé la fiducia che si concede al cittadino comune», aveva detto il 20 maggio 1994 durante il dibattito in aula; «ma lei non è un cittadino comune, è il proprietario di una colossale concentrazione di mezzi d´informazione e di interessi economici. «.
Aveva scelto la sinistra immaginandone un destino americano, con l´idea che le grandi convenzioni di partito e le primarie potessero restituire alla politica quella concorrenza interna che anni di «consociazionismo» (non avrebbe mai ceduto a una ovvietà propagandistica e di destra come «consociativismo»). Convinto che una traccia della Dc di De Gasperi, cattolica, liberale e soprattutto sobria, dovesse essere l´eredità degli ultimi profughi della sinistra democristiana. E che una scia della moralità comunista potesse indurre tutta la sinistra, a fare i conti con la sfida, così difficile, dell´uguaglianza in una società diseguale. In quegli anni, parlare del Partito democratico era una fantasia intellettuale. Forse, il pregio maggiore di Andreatta è consistito nel pensare che nulla fosse reale come la fantasia.


L'Ulivo non sarà la casa dei moderati (Veltroni su L'Unità)
"Io non penso che il partito democratico sia la casa dei moderati del centrosinistra, né che sia la fusione fredda tra Ds e Margherita"




"L'Ulivo non sarà la casa dei moderati"
Walter Veltroni


«Io non penso che il partito democratico sia la casa dei moderati del centrosinistra, né che sia la fusione fredda tra Ds e Margherita». Walter Veltroni parla, in un forum a l´Unità, dell´Ulivo, del governo, della politica. Spiega che tanti dei problemi della nuova maggioranza hanno origine nella legge elettorale «che è passata con eccessiva facilità e che ha reintrodotto una dinamica identitaria partitica». Indica l´obiettivo di una riforma - nella direzione della legge per l´elezione dei sindaci - nella seconda parte della legislatura. «Il ricambio generazionale - aggiunge - ci sarà quando si avrà la sensazione che chi viene chiamato ad esercitare responsabilità di governo può realizzare gli obiettivi». Sulla collocazione internazionale del nuovo soggetto, il sindaco di Roma ricorda che la grande casa del riformismo europeo è il Pse, e aggiunge che i suoi confini si devono allargare. I valori del nuovo partito? «Tenere insieme crescita economica e equità sociale, libertà e diritti collettivi».

I lettori leggeranno questa intervista mentre si preparano a vedere la finale della Coppa del Mondo. In questi giorni abbiamo percepito due sensazioni diverse. Da una parte la passione agonistica e un entusiasmo che ci ricorda quello dell´82, e come allora la voglia di uscire da questa fase un po´ grigia, pessimista, per tornare a sperare. Dall´altra c´è la sensazione, soprattutto tra i più giovani, che la politica non riesca a dare le risposte giuste, che sia vecchia, arretrata rispetto a ciò che questo entusiasmo vuole comunicare. Volevamo sapere che tipo di riflessione ha fatto rispetto a questo evento.

«Intanto sono d´accordo con questa lettura. Per me non è inaspettata questa esplosione di entusiasmo. Mi ha colpito che, fin dalla partita con il Ghana, la sera c´erano persone che festeggiavano per strada. In questo c´è una disperata voglia di allegria, di serenità, di gioia. Il nostro Paese da molto tempo vive in una condizione di tensione molto forte. Prima la vicenda Ricucci, poi quella del calcio, poi quella di Vittorio Emanuele, senza dimenticare il confronto politico caratterizzato da estrema asprezza. Insomma, un Paese che si stava sfarinando, con un elemento di cupezza psicologica. Il calcio ha da sempre una componente di allegria. Poi c´è un elemento di orgoglio nazionale che dobbiamo salutare molto positivamente. Che ci siano molte bandiere tricolori, che si sia tornati a cantare l´Inno d´Italia è assolutamente positivo, soprattutto in un Paese che è stato sull´orlo di una secessione, di una divisione tra Nord e Sud. E credo che dobbiamo a Carlo Azeglio Ciampi il fatto di aver restituito, perfino simbolicamente, un forte senso di identità e di appartenenza nazionale. Questo bisogno di serenità, di allegria non lo considero alternativo all´impegno politico».



Lei ha fatto il paragone con l´82, io lo vorrei fare con il ‘96, quando l´Ulivo vinse le elezioni e lei insieme a Prodi andaste a Palazzo Chigi. Allora l´entusiasmo fu molto più forte, la partecipazione molto più passionale perché fu un periodo di grande cambiamento. Oggi, dieci anni dopo, la vittoria lascia un po´ di amarezza. Allora si fece un governo snello, oggi un governo mastodontico. Allora c´erano alcune proposte di governo chiare, oggi sembra si navighi a vista. Allora c´era compattezza , almeno nei primi tempi, oggi vediamo ministri e sottosegretari che premono verso direzioni diverse. Il rischio è che tutto questo crei disillusione e perplessità nell´elettorato e nei militanti.

«Sono convinto che nei mesi passati si sia sottovalutato, ed io lo feci presente, la portata della modifica della legge elettorale. Che ha cambiato la cultura politica del Paese, reintroducendo un elemento identitario in una fase di difficoltà e debolezza dei partiti. È venuto meno quello che aveva determinato l´entusiasmo del ‘96, e cioè la sensazione che si facesse parte tutti insieme di un grande campo, che questo campo dovesse non solo sconfiggere il centrodestra, ma impostare una fase di innovazione, che vi fosse una priorità che era la coalizione, i suoi valori ed il suo programma. La nuova legge elettorale, che è passata secondo me con eccessiva facilità, ha reintrodotto un elemento di dinamica identitaria partitica. Il problema è oggettivo. Quando si ha un Parlamento in cui ci sono parlamentari eletti non in nome della loro coalizione, ma in nome del loro partito, è chiaro che l´interesse prevalente è quello di difendere e rappresentare le ragioni del proprio partito, non della coalizione. C´è stato il capovolgimento di quella grande acquisizione che noi avevamo fatto, seppur contraddittoriamente, a partire dal referendum ‘91. E questo avviene paradossalmente in un momento nel quale non abbiamo grandi identità di partito come potevano avere la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito repubblicano, il Partito comunista, ma i soggetti politici sono molto fragili, effimeri; e stano pensando a come trasformarsi».



Il Paese ha bisogno di stabilità, serenità, entusiasmo: come darglieli?

«Intanto c´è bisogno ci sia un rapporto più diretto tra il voto e l´azione di governo. Ciò si può raggiungere solo per via politica o istituzionale. Non si torni a votare con questa legge elettorale. Se lo facciamo, consegniamo il Paese alla instabilità. Va ristabilita la priorità delle coalizioni, e questo può avvenire in due modi: con un sistema elettorale maggioritario a doppio turno, o con un sistema elettorale maggioritario a turno unico. Sono convinto che uno dei più gravi errori sia stato il fallimento per poche decine di migliaia di voti di quel referendum che cancellava la parte proporzionale della legge elettorale. Se la questione non si vuole affrontare in termini di legge elettorale, bisogna affrontarla in termini di assetto istituzionale del Paese».

A che tipo di riforme pensa?

«Faccio questo ragionamento: un presidente del Consiglio deve avere la possibilità di usare gli strumenti necessari per garantire decisioni politiche ad una società veloce come la nostra. C´è altrimenti un rischio democratico, perché tra una società veloce ed un sistema politico lento, alla fine si apre una frizione che - come è già successo, perché il fenomeno Berlusconi nasce da qui - aprirà la strada a soluzioni semplificate».



Per entrare più nello specifico?

«Domandiamoci: qual è la legge elettorale che ha funzionato di più? Quella dei sindaci. Cosa erano le città prima del ‘93? Il regno dell´ingovernabilità, della corruzione, della instabilità politica, del dominio delle correnti. Come si sono trasformate dal ‘93 ad oggi? Sono il principale motore della crescita italiana, il 70% degli investimenti pubblici viene dalle città. E questo perché la legge elettorale ha funzionato, perché c´è stabilità, perché si sono compiuti dei cicli politici. Tornando alla differenza rispetto al ‘96: allora si aveva la sensazione che si aprisse un ciclo, questa volta sivoleva mandare a casa Berlusconi. Sono due cose diverse. O restituiamo al Paese la sensazione che si apre un ciclo - e per farlo bisogna creare le condizioni istituzionali - oppure ci troveremo a dover trattare ogni giorno con i senatori "ribelli" e a dover mettere in continuazione la fiducia. Il governo sta facendo meglio di quanto si possa fare. Il problema è cambiare le condizioni. Quindi è fondamentale che la seconda fase della legislatura sia dedicata a questo obiettivo con una Commissione costituente. Se pensassimo di arrivare al 2011 così, tradiremmo anche il voto del referendum: sbaglia chi pensa che il referendum sia stato solo un "no". Il referendum dice che gli italiani sono consapevoli che si debba cambiare la Costituzione, ma va cambiata nel segno della Costituzione, non contro di essa».



Non crede che ci sia anche il problema di un ricambio generazionale della classe dirigente politica?

«Penso che quello del ricambio generazionale sia un problema che viene dopo. Il ricambio generazionale ci sarà, se ci sarà, quando si avrà la sensazione che chi viene chiamato ad esercitare responsabilità di governo può realizzare gli obiettivi. Nelle condizioni date si può certamente dire che è utile la presenza di trentenni e quarantenni, ma non è questo il punto. Se il compito oggi è quello di tenere insieme degli equilibri non c´è quell´elemento di spinta che può naturalmente motivare una persona di 30-40 anni a fare una esperienza che la impegni. Ci deve essere la sensazione che si apre un ciclo».



La sinistra, in tutto questo?

«Anche noi, come sinistra, dobbiamo smetterla di avere paura del fatto che vi possa essere un equilibrio tra decisione e potere rappresentativo. Anzi è necessario che ci sia un equilibrio che in qualche misura guardi un po´ di più verso la decisione, altrimenti concorreremo a costruire un Paese in cui si fanno mille assemblee, riunioni, commissioni, ma alla fine non succede nulla. Quanto ci si mette a prendere una decisione, a cambiare una legge e a vederne l´attuazione? Quanto il presidente del Consiglio che vuole fare una cosa riesce a farla esattamente come voleva che si facesse? Questo è il problema».



E la soluzione?

«Un sistema istituzionale analogo a quello dei sindaci, che naturalmente abbia una serie di bilanciamenti. Il potere esecutivo deve poter realizzare il programma e il Parlamento deve avere un potere di indirizzo, di controllo ancora più marcato di oggi. Questo è un equilibrio che non dobbiamo avere paura di costruire».



Per quale motivo diceva che a una nuova legge elettorale bisognerà lavorare nella seconda parte della legislatura? Non c´è il rischio, in questo modo, di trascinare troppo avanti questa questione dando più forza, poi, a quelle forze anche interne al centrosinistra che non vogliono mutamenti?

«In questa fase c´è una emergenza drammatica, che è la situazione finanziaria. Giustamente ora il governo se ne sta occupando. Inoltre ritengo opportuno aspettare la seconda fase della legislatura perché quando si cambia legge elettorale si attiva un meccanismo ad orologeria che termina con le elezioni. Sarebbe ragionevole dire: la prima parte della legislatura è fatta per mettere a posto i conti e avviare alcune grandi riforme di struttura, la seconda parte per impostare una riforma istituzionale riguardante la legge elettorale. Questa è anche la grande prova della nostra coalizione, perché è chiaro che se l´Unione è dominata da piccoli interessi particolari poi non potrà pensare di candidarsi con la forza necessaria».



Questa legge elettorale, oltre ad essere proporzionale, ha anche dato grande potere alle segreterie dei partiti. Una delle riforme non dovrebbe essere quella di riuscire a trovare forme di rappresentanza che diano maggior voce ai cittadini?

«Sono d´accordo, però diciamoci le cose come stanno. Non va bene il meccanismo per cui sono le segreterie dei partiti che decidono chi viene eletto. Il Pci con altri sistemi riusciva a portare in Parlamento Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Natalia Ginzburg, Guido Rossi, Stefano Rodotà, Andrea Barbato, Massimo Riva, e potrei continuare. Il problema però non si risolve reintroducendo le preferenze ma, se non cambierà l´equilibrio istitruzionale, riportando a forme dirette di rapporto tra l´elettore e il suo rappresentante».



Qual è il sistema elettorale più congeniale, secondo lei?

«Un sistema uninominale con le primarie di collegio. Ma questo, ovviamente, chiama in causa l´assetto politico, perché non si può continuare a far precipitare sui collegi i rappresentanti dei partiti. E questo chiama in causa il soggetto politico protagonista dell´alternativa, dell´alternanza, perché è chiaro che se una coalizione è fatta di tanti partiti resteremo sempre a metà strada. Se invece ci fosse un soggetto politico ampio e unitario, quel soggetto politico si potrebbe misurare con le primarie».



Cioè?

«Cioè nel collegio ci andrebbero più candidati dello stesso partito che verrebbero poi scelti dagli elettori. Quello selezionato, sarebbe il rappresentante in quel collegio. Questo è dal mio punto di vista il meccanismo corretto».



Chiamiamo le cose con il loro nome: partito democratico. Uno dei nodi fondamentali della discussione è la collocazione internazionale. Non trova un po´ provinciale, se non velleitario, voler stare fuori datutto ciò che esiste in Europa?

«Il punto fondamentale è: vogliamo o no fare questo nuovo soggetto politico? Dichiarazioni e comportamenti spesso sembrano contraddirsi. Tutti dicono che c´è questa esigenza, ma la sua traduzione in atti è molto scarsa. Il problema che pone questa innovazione chiama in causa due generosità o, se vuole, due intelligenze (spesso le due cose coincidono): la prima è la generosità e l´intelligenza di capire che c´è una grande casa del campo riformista europeo, che si chiama Partito socialista europeo. È lì che stanno Tony Blair, Zapatero, il Partito socialista francese e gran parte del campo progressista e di centrosinistra europeo. Non si può far finta che non sia così. La seconda generosità e intelligenza è quella di capire che, detto questo, anche i confini del campo socialista si devono allargare. Lo sostengo da dieci anni. Non c´è dubbio che oggi nel centrosinistra ci siano più cose di quante ne contempli l´identità socialista. Ci sono cose che fanno parte del nostro sistema di valori e però non si definiscono socialiste, un´espressione la cui decriptazione oggi è complessa».



Questo discorso chiama in causa anche l´Internazionale socialista.

«Penso che anch´essa debba trasformarsi. Non è possibile che ci sia oggi un´Internazionale socialista che non ha dentro di sé gli statunitensi, che si debba pensare di avere, magari, più simpatia per qualche partito socialista di qualche paese che ha posizioni non sempre commendevoli piuttosto che per Bill Clinton. Io sono dell´idea, da sempre, che si debba fare una grande casa dei Democratici e dei Socialisti, che si debba aprire, appunto, a soggetti politici nuovi dell´Est europeo come degli Usa, Asia o Africa. E che sia la Casa dentro la quale, naturalmente, ha accoglienza un´ispirazione politica come quella della quale parliamo per noi, ma che sta crescendo anche in tante parti del mondo. Perché è ovvio che con il passare del tempo gli elementi identitari si attenuano, ma non si attenuano le scelte di campo e di valori. Ci sono sempre più forze di centrosinistra e, probabilmente, sempre più difficoltà ad avere un elemento identitario forte».



Al di là delle alchimie necessarie alla costruzione del partito democratico quali ne saranno i valori fondanti?

«Intanto definiamo il perimetro. Non so se parliamo tutti della stessa cosa quando parliamo del partito democratico, è un´espressione tanto larga da contenere idee diverse. Io non penso che sia la casa dei moderati del centrosinistra, né che sia la somma di Ds e Margherita. Penso invece che, in prospettiva, il partito democratico può avere un´ambizione maggioritaria. Maggioritaria in sé. Ma a condizione che abbia dentro di sé un gruppo di culture, di forze, di componenti che si riconoscano sulla base di una comunità di valori, e che sia sufficientemente largo da tenere dentro anche una parte di quella critica radicale della società che non è più ideologica e che si può riconoscere in un contenitore di partito democratico. Negli Stati Uniti, nel Partito democratico c´è Jesse Jackson. Radicalismo e realismo non sono in contraddizione. Oggi porre il problema delle liberalizzazioni è una cosa che ha una sua radicalità, ma è assolutamente realistica».

Come valuta le obiezioni della sinistra Ds?

«Rispetto le obiezioni di Fabio Mussi. Non solo per la stima, l´affetto e l´amicizia che mi lega a Fabio, non solo per la considerazione della sua o nestà intellettuale e politica, ma perché sento in quello che dice una preoccupazione giusta. Cioè l´idea che questa cosa non nasca con una fusione fredda tra gruppi dirigenti. Perché allora, non interessa in primo luogo a me. Non stiamo parlando, cioè, della stessa cosa. Io penso ad una cosa nella quale un cittadino si possa riconoscere. E ce ne sono milioni che ce lo chiedono, lo abbiamo visto alle primarie, al referendum, alle elezioni. A tutte le elezioni, l´Ulivo ha preso più voti di quando ci siamo presentati separati. Siamo cresciuti con una cultura politica che diceva che se i partiti erano separati prendevano più voti, adesso è vero il contrario. Gli elettori ce lo hanno mandato a dire da 10 anni a questa parte e noi facciamo finta di non sentire: più il contenitore è largo e più la gente ci si riconosce. Allora, il punto è riuscire a creare un campo largo che abbia una comunanza di valori. Smettiamola di discutere di ingegnerie e comitati e iniziamo a discutere una Carta dei valori, cioè cos´è un Partito democratico».



Dovesse indicare lei le linee guida di questa Carta?

«Dobbiamo chiederci: che cosa è in una società contemporanea un partito che sia in grado di tenere insieme crescita economica ed equità sociale, che sia in grado di garantire libertà individuale, libertà di scelta e diritti collettivi, che si proponga di avere un´idea di welfare community che contrasti, da un certo punto di vista con l´idea del liberismo e, dall´altra, con l´idea del welfare state vecchio modello? Che cosa è una politica che si fa lieve, che non ha più il grado di invadenza e di intrusione del passato? Penso che su questa base sarebbero milioni gli italiani che avrebbero voglia di partecipare».



A proposito dell´allargamento dell´Internazionale socialista. Fatico a vederci dentro Hillary Clinton, che applaudiva Berlusconi o i democratici che hanno appoggiato la guerra all´Iraq...

«Però c´è Tony Blair».



Nemmeno quello ci vedrei tanto.

«Però ci sta. E non possiamo avere la presunzione di dettare all´Internazionale Socialista le sue linee e la sua identità».



Sul partito democratico è stata costruita una specie di struttura costituente mentre la via maestra, quella del congresso, non è stata imboccata. Lei pensa che vada fatto subito o immagina un epilogo che arriva solo a cose fatte?

«Noi Ds abbiamo fatto un congresso che ha discusso esattamente di questo tema e che su questo ha espresso una volontà. Non ha deciso la data in cui si costituisce il partito democratico, ma ha deciso che ci si sarebbe mossi per la costituzione di un grande soggetto democratico e riformista in Italia. Il grande lavoro che il segretario del partito sta facendo quindi è in coerenza con il congresso. Valuteranno gli organismi dirigenti del partito come e quando avere una discussione. Però vorrei che facessimo una discussione su un´idea di partito democratico, non sul titolo».



Ma i giovani si interessano di questo? Tutto avviene con il linguaggio auto-referenziale. Come facciamo a far entrare questo dibattito nella dimensione della realtà?

«Sicuramente non parlano di politica in questi termini ma io sono un iper-ottimista. Questo è un Paese che, in fondo, negli ultimi tre mesi ha girato pagina politicamente, seppure con un travaglio ed una fatica disumani. Nelle elezioni amministrative ha dato dei risultati mai visti prima, al referendum ha dato una prova gigantesca: chi di noi immaginava che il 55% degli italiani sarebbe andato a votare il 25 giugno? Il Paese è molto migliore di come noi pensiamo. Credo di conoscere abbastanza bene quella generazione di ragazzi che oggi hanno l´età in cui noi abbiamo cominciato ad occuparci di politica: sono molto diversi da come vengono raccontati, non sono privi di interessi. Ricordo che quando stavo a scuola, non eravamo tutti Franco Russo: anche da noi c´era quello che se ne fregava ed andava a giocare a pallone. Io vedo i ragazzi, e so che parlano delle cose che io immagino dovrebbero far parte dell´alfabeto di questo partito democratico: parlano di volontariato, di solidarietà, di impegno culturale, di etica. È chiaro che se si chiede: "Cosa pensate dell´ultima posizione presa dalla componente dei Popolari?", non sanno di che si parla».



Sui Pacs hanno le idee abbastanza chiare.

«Su tutti questi grandi temi, che li chiamano in causa, hanno una gran voglia di partecipare. Il problema, però, è che bisogna incrociarli, incontrarli, bisogna parlare il loro linguaggio, bisogna anche ascoltarli e dargli un campo largo nel quale nessuno gli chieda di entrare in un recinto le cui caratteristiche e logiche stentano a capire. C´è una società civile molto generosa e ricca che ogni volta ci dà delle dimostrazioni...migliaia di ragazzi sono venuti a discutere al Festival della Filosofia. C´è una grande domanda di senso. Diciamo la verità, se la politica avesse viaggiato rasoterra quando noi eravamo ragazzi, chi l´avrebbe incontrata? Noi avevamo una politica che volava, forse, perfino troppo alto, però che ci trasportava... In fondo, stiamo parlando esattamente della stessa cosa, cioè di come reintrodurre nella politica italiana una leggerezza - nel senso calviniano - dei partiti a cui corrisponda una forza culturale, ideale e di valori che oggi non c´è. Oggi abbiamo il contrario».



Qualcuno - Bersani o anche Berselli - dice che sostanzialmente il partito democratico è il decreto sulle liberalizzazioni, la capacità di attuare il programma di governo.

«Sono d´accordo. Qui sono alcune grandi questioni, ma ne vedo altre. Immagino che un grande piano nazionale per l´Università sia una di quelle scelte che qualificano un governo con una forte identità riformista e democratica. La liberalizzazione è una scelta di questo tipo. È per questo che la prima cosa che il centrosinistra deve avere a cuore è la stabilità del governo. Se questo governo ce la farà, il centrosinistra avrà la possibilità di fare quello che stiamo discutendo. Se non ce la farà, si pagherà un prezzo che durerà anni».

Ho l´impressione che i tassisti romani non siano molto d´accordo con il partito democratico... Queste resistenze come vanno affrontate rispetto a temi così importanti?

«Il discorso è molto semplice. Primo: c´è un problema, il bisogno di più taxi nelle strade. È incontrovertibile: penso alla mia città che in questi anni è enormemente cresciuta dal punto di vista turistico, non nel numero dei taxi. Siamo l'unica città, peraltro, che è riuscita ad ottenere senza un´ora di sciopero 450 licenze di taxi in più. La concertazione, certo, è faticosa, però alla fine si ottengono dei risultati. Quello che credo bisogna dire ai tassisti è: "Noi vogliamo raggiungere questo obiettivo, come? Discutiamone". Se ci si mette dalla parte dei cittadini e della salvaguardia dei loro diritti, ma al tempo stesso si trova il punto di equilibrio, ce la si fa».



La questione di un partito più grande si è posta anche in passato e a bocciarla qualche anno fa fu D´Alema. La storia sarebbe cambiata se già allora si fosse imboccata questa strada? E poi: lei parla di politica leggera e non intrusiva. Eppure per anni a sinistra la politica è stata pesante ...

«Questo è un momento storicamente molto importante per la sinistra italiana, che ha avuto due difetti: uno è di avere troppo spesso lo sguardo al passato, anche recente. Secondo: c'è sempre stato un forte legame tra i destini personali ed il destino collettivo. In questo momento va evitata l'una e l'altra cosa. A me oggi interessa che ci sia tra di noi, e c'è, una convergenza sulla necessità di dare vita a questo soggetto nuovo. Quello che è stato prima, francamente, è stato. Dobbiamo abituarci ad immaginare e a pensare il futuro piuttosto che a coltivare il passato. Deve essere chiaro che questa prospettiva la stiamo facendo per le generazioni che verranno, dobbiamo costruirla e consegnargliela. Non è questione che riguardi neanche più la mia generazione. Vorrei ricordare una cosa che riguarda questo giornale: il giorno in cui, subito dopo le elezioni perdute del 1994, scrissi un fondo nel quale proponevo la parola "centrosinistra". A quel fondo rispose Martinazzoli. Era la prima volta che si usava la parola "centrosinistra", perché fino a quel momento eravamo per l'alleanza dei Progressisti, per l'alleanza di sinistra. Non fu semplice, anche allora ci furono discussioni, riserve, obiezioni, si disse: "No, è meglio dire sinistra-centro". Avemmo il coraggio, e questo è uno dei grandi ruoli che l'Unità ha assolto ed assolve. Ed è per questo che l'Unità è indispensabile nella vita politica e culturale di questo Paese: ci sono momenti nei quali bisogna avere il coraggio di dire le cose che magari appaiono meno ovvie. Ma, in fondo, la grandezza della politica è proprio questa, saper immaginare e progettare il futuro. Così come allora fu giusto dire "centrosinistra", oggi è giusto dire quello che dal centrosinistra discende, e cioè l'idea di un'aggregazione più ampia e più vasta. Inoltre, quando dico "politica lieve", non mi riferisco ovviamente alla passione politica, ma al grado di pesantezza. Non quella degli apparati, ma la pesantezza di approccio culturale dei partiti alla vita sociale, cioè il grado di autonomia, di rispetto delle dinamiche, delle competenze. E i partiti svolgono una funzione fondamentale della vita di una società, a condizione che non siano semplicemente strumenti di gestione, divisione e organizzazione del potere, ma siano strumenti di proposta, di organizzazione della vita sociale. Questa è la politica lieve».



A proposito di cambio di passo del governo, in queste ore si avverte un pauroso ritardo e una certa confusione di linguaggi e, forse anche di idee, sulla riforma degli apparati dello Stato. Non vede una impasse su queste questioni, quando un comunicato di Palazzo Chigi viene travisato e usato in difesa degli attuali vertici dei servizi di sicurezza da coloro che prima li utilizzavano per strane operazioni?

«È una parte della ridefinizione degli assetti istituzionali del Paese, ai quali ho fatto riferimento. Penso che Giuliano Amato abbia ragione a dire che la grande questione da affrontare è la riforma dei servizi. Da troppo tempo viene posposta. Ci si cominciò ad occupare della questione già nel '96, con un disegno di riforma complessiva dei servizi che poi non si fece. Ora c'è bisogno di riconoscere il grande lavoro che compiono gli uomini degli apparati dello Stato. E, al tempo stesso, servono regole, certezze e trasparenza».



Nel ´96 il confronto era tra Berlusconi e Prodi, nel 2006 di nuovo tra Berlusconi e Prodi. L'elemento di novità assoluta sono state le primarie, che però forse proprio il popolo delle primarie avrebbe voluto allargate a tutti i leader del centrosinistra. Come si arriverà a designare il prossimo leader?

«Dipenderà dall'assetto istituzionale e politico in cui ci troveremo. Se le condizioni rimarranno le stesse, avverrà come stavolta. Le primarie di coalizione sono complicate, perché se si candidano i leader dei partiti portano con sé il consenso del proprio partito. Le primarie hanno senso in un soggetto unico, con una rosa di candidature. Se ci sarà un soggetto unico, probabilmente potremo avere primarie con diversi candidati. Ma se avremo una coalizione, sarà inevitabile convergere di nuovo attorno ad una candidatura che esprima il maggior numero possibile di consensi. Vero è che le primarie sono state una cosa straordinaria: 4 milioni di persone sono andate, hanno pagato 1 euro, hanno fatto la fila per votare. Io giro per il mondo, e dovunque mi chiedono delle primarie: è un fenomeno gigantesco».



Il ministro Mastella dice "Capisco chi chiede l'aministia". Come vede la questione?

«Per anni mi sono disamorato del calcio. Non vedevo più le partite perché avevo l'impressione che il calcio fosse una cartina di tornasole dei difetti del Paese. Oggi vivo con la stessa intensità, persino con la passione dei ritorni di fiamma, la vicenda della Nazionale. Mi sono complimentato con Totti perché stanno facendo un meraviglioso e grandissimo lavoro. Se il calcio italiano avrà un futuro sarà legato al risultato della Nazionale di questi giorni, che ha restituito anche ai ragazzini la passione che si stava spegnendo. Mesi fa, dissi a Lippi: "Il futuro del calcio italiano è in mano tua", per fortuna sul piano delle competenze tecniche è in ottime mani. Detto questo, sono contrario a ogni amnistia. Non può essere legata ai risultati positivi della Nazionale. Non c'è nessuna relazione tra le prestazioni di Luca Toni e le decisioni che si prenderanno. Bisogna però stare attenti che in giudizio siano garantiti i diritti di tutti».



Qual è la priorità?

«Bonificare il calcio. Trovo molto corretto l'atteggiamento della Juventus. Ho apprezzato le dichiarazioni di John Elkann e dell´avvocato della squadra, molto più serie e responsabili di altre. Ma è chiaro che bisogna girare pagina nella storia del calcio. L'amnistia sarebbe il contrario».



Davvero l'Internazionale socialista deve allargarsi ai Democratici Usa? Immagino che Blair sarebbe d'accordo. Ma è una posizione che interferisce nella geopolitica e nell'identità europea. C'è un rapporto storico, un'alleanza importe, ma anche una distinzione e un'identità molto forte.

«Sì, c'è un'identità europea, ma non una posizione coerente di tutti i partiti socialisti sull'Europa. Ci sono partiti socialisti nel Nord Europa che hanno posizioni diverse dai colleghi del Sud Europa. Ho l'impressione che parliamo di un contenitore, il Partito socialista europeo, che ha già tanti linguaggi. Si tratta solo di riconoscere che questi linguaggi oggi hanno un recinto determinato dall'identità socialista. Si tratta di accettare che il recinto rimanga largo, anche con forze che non hanno la stessa identità. Il Partito popolare europeo ha fatto la stessa operazione: ha trasformato la sua identità. Sarà bene o male, ma non è più il Partito di Adenauer, dei popolari o dei democristiani europei. Sarkozy non è certo legato alla tradizione di Adenauer, eppure è parte di quel movimento. Perché, allora, il Pse deve essere l'ultima frontiera identitaria e "ideologica" e non, invece, un campo largo quanto il centrosinistra e le diverse componenti dell'Europa?»



Lei ha parlato della funzione fondamentale de "l'Unità". Quasi 6 anni fa c'è stata una sorta di "passaggio di testimone" ideale: Furio Colombo e io siamo entrati in questo giornale e abbiamo trovato una redazione in gran parte formata dal direttore Walter Veltroni. La volevo ringraziare per aver creato la redazione che ha fatto questo giornale.

«Nel 2000 mi sono trovato da segretario Ds nella condizione più dura della mia esperienza politica, e forse anche umana. Ho dovuto decidere la chiusura del giornale discutendone - ricordo le assemblee a Botteghe Oscure - con persone con cui si era stabilito negli anni un meraviglioso rapporto di amicizia, oltre che di sintonia professionale. Posso dire che nella mia vita politica è stato il momento di maggiore solitudine. Avevo lasciato l'Unità nel '96, quattro anni dopo mi sono trovato a non poter fare altro, altrimenti sarebbero andati a fondo insieme l'Unità ed il partito. Devo ringraziare Pietro Folena e dargli atto di una grandissima solidarietà umana ed operosità, perché allora circolava in maniera diffusa l'idea che de l'Unità non ci fosse più bisogno. Pietro ed io ci ostinammo nell'idea di far riuscire l'Unità e cercammo di comporre una struttura che potesse favorire l´obiettivo. Chiedemmo a voi di dirigere il giornale perché immaginavamo un giornale a forte componente di cultura "liberal" . E se si pensa a l'Unità di questi anni, non è stato altro che un giornale liberal, con tutte le sue radicalità. Sei anni dopo il giornale è quello che è oggi ed è merito vostro. Ma per quanto mi riguarda è la dimostrazione che non avevo torto. Che dell´Unità c´era e c´è ancora bisogno».
A cura di Simone Collini e Federica Fantozzi

Una Circoscrizione è un'articolazione del territorio comunale, che esercita funzioni delegate, di partecipazione, di gestione dei servizi di base.
Per una strana serie di eventi mi trovo in una posizione privilegiata per osservare da vicino la vita politica e sociale di questo microcosmo. Ne sta nascendo un diario quasi quotidiano, che vorrei condividere con voi, nella convizione che osservando questo cortile si possano trarre elementi per leggere fenomeni più generali.
Per informazione, la mia Circoscrizione - che per discrezione non nomino - si estende nelle campagne subito attorno alla città, conta circa 8.000 abitanti, ha un Consiglio composto da 20 consiglieri eletti con un sistema proporzionale purissimo.


8 mesi da quando si è insediato il Consiglio e già c’è una defezione. “Resa dei conti interna a Rifondazione” mi dicono. E’ la ricaduta in periferia del voto di Turigliatto in Senato. Dal verbale delle operazioni dell’Ufficio Elettorale Centrale risulta che nella Circoscrizione Rifondazione ha avuto 387 voti, circa il 7% del totale. Un risultato notevolmente al di sotto delle loro previsioni, e ancor più delle loro speranze. Nel Consiglio passato Rc aveva 2 consiglieri, stavolta solo 1. E quell’1 è un trotzkista, eletto per il maggior numero di preferenze in un sistema proporzionale perfetto. Al trombato, che aveva messo nel conto 2 cose:
1) di avere il maggior numero di preferenze
2) di essere eletto,
schierato con la maggioranza ortodossa bertinottiana, non è parso vero di cogliere l’occasione per la resa dei conti. E’stato chiesto al consigliere uscente di dare le dimissioni, non solo dal Consiglio, ma anche da tutte le commissioni di lavoro (alle commissioni partecipano, a fianco dei consiglieri, anche semplici cittadini): meno male che non c’è stata la rivoluzione comunista, altrimenti lo avrebbero invitato a sparire fisicamente!
Oggi si è presentato il nuovo consigliere: che sarà un duro nelle riunioni di partito, ma qui è stato molto timido. E’ un operaio, sui quaranta. Firma dove gli dico di firmare, mi chiede qualche chiarimento, guarda sgomento le 450 pagine della “Relazione Previsionale e Programmatica 2007-2009”, che gli metto in mano, e mi chiede sgomento se le deve proprio leggere tutte. “No, solo le parti che le interessano”, rispondo sadicamente. Ha diritto al volume in quanto capogruppo (ancorché unico componente del Gruppo) di Rifondazione (ai non-capigrippo ho dato un cd, che è più comodo e più leggero, ma ai consiglieri piace la carta). Avrebbe molte domande da fare, glielo si legge in faccia, ma non gliene viene in mente nessuna. Me le farà, quando si ricorderà. http://www.ulivoselvatico.org/territor/newindice.htm

Il declino non è la fine dell’impero
ma una frattura tra istituzioni e popolo
di Massimo Lo Cicero
Il declino alle nostre spalle e il tesoretto di Padoa-Schioppa da dividerci. Tornano le cicale dopo il trionfo pessimista delle formiche? Troppo facile vedere nello swing di queste montagne russe lo spettro della propaganda (prima e dopo la campagna elettorale). Ci deve essere una ragione più profonda per spiegare un simile sbalzo di umore e di percezione.
La spiegazione di questo ribaltamento cognitivo, insomma, potrebbe venire dalla stessa fonte che giustifica oggi quanto inaspettata e “invisibile” sia stata la ripresa del 2006. Insomma, non si offenda Scalfari, ma sembra che questa volta abbia ragione proprio il “cattolico” De Rita. Questa ripresa non è stata avvistata in tempo perché nasceva fuori della relazione che governa le azioni collettive: quella tra governo e popolo. Sono piccoli gruppi, guidati da logiche assolutamente singolari, quelli che hanno messo mano alla riorganizzazione delle medie imprese italiane avendo come punto di riferimento i mercati internazionali. Sono scelte singolari, quelle dei manager come Marchionne, che hanno tirato fuori la Fiat dalla pesante eredità del fordismo combinata con la ragnatela tra politica, affari e potere diffuso, ben oltre il perimetro del mercato. Il problema che si pone oggi, insomma, non è congedare il declino per inventare qualche alchimia che trasformi la ripresa in crescita. Un quesito quasi ontologico, essendo la fenomenologia della ripresa la crescita.
Il problema è capire se la nostra economia possa espandersi stabilmente in parallelo con una sorta di schizofrenia nei consumi e nella produzione. Il successo del made in Italy coincide con la vendita dell’italian style ai nuovi ricchi del mondo e si fonda, opportunamente, sul decentramento dei processi lavorativi elementari altrove e la concentrazione in Italia di quelli complessi, come la progettazione e il coordinamento di quelli elementari. Si può immaginare un paese in cui le imprese producono beni e servizi che la maggioranza della popolazione non riesce a comprare e nel quale la maggior parte dei lavoratori viene impiegata nelle unità periferiche di grandi multinazionali dei servizi - come nel caso della grande distribuzione e, tra poco, delle banche - oppure in segmenti marginali e lenti del sistema economico?
La storia economica spiega a oltranza che se ognuno si specializza in una produzione lo scambio genera vantaggi per entrambi: pensate al vino portoghese e ai prodotti tessili inglesi nel settecento. Il grande mercato europeo, da questo punto di vista, è un driver forte della espansione. Ma quelle erano filiere nazionali e il commercio era tra nazioni; oggi la filiera vive di scambi tra paesi in cui sono installati segmenti del processo produttivo. L’economia meridionale somiglia troppo a quella dei new comers europei ma non gode dei vantaggi competitivi, in termini di costo del lavoro, flessibilità del cambio e bassa pressione fiscale, di cui essi dispongono. Le regole di Reggio Calabria sono come quelle di Amburgo ed è difficile, in queste condizioni, essere all’altezza della competizione. Affiora, in definitiva, una patologia tutta italiana. Un paese troppo eterogeneo al suo interno decide di unificarsi ma crea una oggettiva dipendenza degli attori deboli dai trasferimenti di spesa, alimentati dal prelievo fiscale su quelli forti ed integrati nell’economia europea.
La macchina pubblica, che doveva garantire la efficacia dei trasferimenti tra industria pubblica e industria privata come tra Sud e Nord, si corrode e si corrompe progressivamente. A un certo punto il costo di questa macchina non trova corrispettivi. Cede il vecchio sistema. Ma la presunta palingenesi degli anni novanta non è in grado di rimediare al tracollo. Nasce la percezione del declino: nel senso che non esisteva più, prima di mani pulite, una guida coerente ed efficace dell’azione collettiva. E non esiste neanche dopo quel trauma. Il declino non è la fine dell’impero romano ma solo l’effetto di una frattura tra istituzioni e popolo che compromette l’efficacia dell’azione collettiva. Che non si sana neanche applicando il bipolarismo all’italiana. Non ci è riuscito il centrodestra ma anche il centrosinistra accusa difficoltà con gli assetti organizzativi e i contenuti programmatici di cui dispongono attualmente i due fronti. La partita è ancora tutta da giocare: il mercato internazionale ha eccitato gli spiriti vitali di alcuni imprenditori ma, ora, questa vitalità deve diventare un dato diffuso nel paese e non un tratto di successo che segnala i migliori, condannando la maggioranza degli italiani alla marginalità rispetto alle luci dello star system. Il fatto è che il mondo è cambiato e non si possono applicare i vecchi paradigmi del compromesso keynesiano, in cui eccelleva la Democrazia cristiana, o il sogno della programmazione, monopolio dell’intelligenza socialista. La politica conta meno ma deve dare risultati ancora più affidabili se vuole conquistarsi il consenso che alimenta la sua capacità di incidere sulla intensità dei cambiamenti. Se i cambiamenti non convincono, le resistenze diventano insormontabili e molte istituzioni, dal sindacato agli enti pubblici, si arroccano in difesa e ostacolano il cambiamento. Troppi tavoli di concertazione, se non c’è davvero voglia di mettere in gioco l’esistente, sono un problema e non la sua soluzione.
http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=84486

Europa, tutti i festival di teatro dell'Estate 2007

Se ami i viaggi culturali ecco il meglio dei festival europei di quest'anno. Da Avignone a Edimburgo.
Il festival di Avignone (Foto Bellamy/Festival d'Avignon)Festival di Avignone, Francia
Dal 6 al 27 luglio
Quest’anno l’appuntamento con il Festival del Teatro di Avignone è dal 6 al 27 Luglio. Il Festival, istituito nel 1947 dall’attore e regista Jean Vilar, è considerato oggigiorno il maggiore festival teatrale della Francia.
Anche per quest’anno è prevista una grande affluenza di famosi registi europei. Il tedesco Frank Castorf del Berliner Volksbühne ci allieterà con la sua nuova pièce Norden (Nord ndr), un adattamento dall’ultimo romanzo dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline. Sarà inoltre rappresentata l’opera teatrale Riccardo III dello scrittore belga Peter Verhelst, tratta liberamente dall’opera di Shakespeare.
Il sito del Festival

Foto: Ian Meechan/FlickrEdinburgh International Festival, Scozia
Dal 10 agosto al 2 settembre
Il Festival Internazionale di Edimburgo, in Scozia, che dura tre settimane, sarà dedicato non solo al teatro, ma anche alla danza, alla musica e all’opera. Come il Festival di Avignone, anche l’International Festival ebbe luogo per la prima volta nel 1947: scossi dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, i suoi fondatori vollero “creare una piattaforma sulla quale potesse prosperare lo spirito umano scozzese, britannico e europeo”.
Oggi il Festival di Edimburgo è considerato uno dei maggiori Festival della Gran Bretagna. L’appuntamento quest’anno è dal 10 agosto al 2 settembre. Il programma sarà pubblicato il 28 marzo. Jonathan Miller, il nuovo direttore del festival, ci ha anticipato di non voler apportare «cambiamenti rivoluzionari, ma solo sottili modifiche». Fra le altre, intende concedere maggior spazio alle arti figurative rispetto a quanto fatto in passato. Con l’obiettivo di stimolare la cooperazione tra le diverse forme d’arte.
Il sito del Festival

L'apertura della Fira de Teatre (Foto: GOL)Fiera del Teatro di Tàrrega, Spagna
Dal 6 al 9 settembre
La “Fira de Teatre”, in realtà, non è un Festival, ma una fiera. Per 4 giorni, dal 6 al 9 settembre, i gruppi teatrali del sud Europa avranno la possibilità di rappresentare le proprie opere teatrali a Tarrèga, nei pressi di Barcellona, e di rivenderle ai teatri. La Fira, inoltre, rappresenta un luogo di scambio per la gente di teatro: in quei quattro giorni si allacceranno nuovi contatti, si scambieranno idee e si discuterà delle nuove tendenze. Ma neanche il pubblico rimarrà a bocca asciutta durante la Fira: numerose compagnie spagnole ed europee si esibiranno qui nelle loro produzioni – particolarmente apprezzati i numerosi artisti di strada, che prenderanno d’assalto Tàrrega durante la fiera.
Il sito della Fiera

Danza contemporanea a Lipsia (Foto euro-scene Leipzig)L'Euro-scene di Lipsia, Germania
Dal 6 all’11 novembre
E se il vostro programma per l'estate è già fatto, dal 6 all’11 novembre avrà invece luogo la 17esima edizione di Euro-Scene di Lipsia. Per il festival del teatro europeo contemporaneo sono previsti spettacoli di 12-14 compagnie ospiti, provenienti da dieci paesi. Il festival, istituito nel 1991, è tutto incentrato sul teatro sperimentale e sulla danza innovativa di tutta Europa. L’Euro-Scene di Lipsia è l’unico festival di questo genere in Germania. Per maggiori informazioni sull’edizione di Euro-Scene di questo anno, bisogna aspettare ancora un po’: il programma del Festival sarà infatti reso noto solo alla fine di giugno 2007.
Il sito dell'Euro-scene
Martin Schneider - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10493

Bayrou, il centrista scomodo mette
a nudo la crisi della V Repubblica

David Bidussa


Tratto da il Secolo XIX

A cinque settimane esatte dal primo turno e a sette dall’eventuale ballottaggio, lo scenario per le presidenziali francesi si è trasformato. Che cosa significa l’inserimento di François Bayrou nel confronto secco destra-sinistra rapresentato da Nicilas Sarkozy e Ségolène Royal? Forse una crisi strutturale della Quinta Repubblica.

Lo scontro Nicolas Sarkozy-Ségolène Royal doveva essere la raffigurazione della Francia nuova. Non era solo una questione di età, era anche una questione di scenografia. Una scenografia che rendeva – e infatti ha reso – sul piano della rappresentazione mediatica dello scontro politico: lo scontro tra due duri; il confronto uomo-donna; le due vite private di entrambi. Senza dimenticare il fatto che entrambi sono il risultato di una spaccatura interna ai rispettivi partiti di provenienza.

François Bayrou potrebbe essere l’uomo nuovo in questa Francia che giunge preoccupata e in affanno all’appuntamento elettorale. Se Bayrou passa il turno e va al ballottaggio ci va alle spese di Ségolène Royal, Ma se supera il turno è facile prevedere che sarà lui il vincitore dal confronto diretto con Sarkozy. Viceversa se sarà la Royal a superare il turno e a toccasse a lei il confronto diretto con Sarkozy, tutti i dati a oggi lasciano intendere che sarebbe l’uomo di ferro a spuntarla.

L’eventuale vittoria di Bayrou sarebbe il segnale di una incertezza dell’elettorato: un elettorato che viene sia da destra che da sinistra, ma che si sente incerto, insicuro, pronto a investire sul candidato del centro, perché apparentemente meno inquietante e “impegnativo” dei suoi contendenti.

Tuttavia, non è solo una questione di elettorato incerto. L’uscita di scena di Chirac è il segno più evidente della crisi attuale della V Repubblica. Una crisi che nasce perché sono venuti meno due tratti essenziali del regime repubblicano inaugurato da De Gaulle nel 1958: da una parte il nazionalismo politico francese, dall’altra una funzione di leadership della Francia in Europa. Il filo comune era un’idea di antiamericanismo diverso da quello proprio di tradizione italiana (costruito sul l’idea di “nazione proletaria”). Un antiamericanismo che ha attraversato, profondamente e a lungo, sia la destra che la sinistra nella Francia del ‘900. Un antiamericanismo che solo in parte è risolto dalla scelta europeista, perché quella scelta ha, anche, un contenuto non nazionalistico.

Ciò che dunque è all’ordine del giorno è forse una diversa stagione culturale che si traduce anche in una rinnovata fisionomia delle culture politiche. L’effetto potrebbe essere – senza scardinare radicalmente il meccanismo bipolare – la scoperta di una nuova repubblica dei partiti almeno tripolare. Il terzo polo è dato da un centro che per ora non ha che l’attrazione della stanchezza dei due schieramenti storici, ma che domani potrebbe, proprio per un progressivo indebolimento dei due poli tradizionali attrarre quella fascia di tecnici di “grandi uomini di Stato” espressi dall’ Ena – l’Alta Scuola di amministrazione – che da sempre esprime l’ossatura del governo e della cosa pubblica. Sarebbe sbagliato fare una traduzione e costruire un parallelismo rispetto al lungo travaglio italiano, ma è certo che se l’ipotesi Bayrou fosse qualcosa di più che una momentanea sbandata rispetto a un percorso regolare, allora molte cose anche qua dovrebbero essere riviste e meditate. Soprattutto quella che riconosce nel meccanismo elettorale la soluzione in sé del conflitto politico e culturale.


Il colpo italiano della Cia


di Mohamad Bazzi - da The Nation, scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini

Dal suo balcone al terzo piano la donna egiziana ha visto tutto: un gruppo di agenti della Cia e italiani che rapivano l'imam della sua moschea da una strada di Milano, lo cacciavano dentro un furgone bianco e si allontanavano. Era il 17 febbraio 2003, e Hassan Osama Nasr stava passeggiando verso la moschea per la preghiera di mezzogiorno. Fu fermato da un uomo che mostrava un distintivo e che gridava “ Polizia! ”.

In perfetto italiano, chiese a Nasr carta d'identità, portafoglio e cellulare. Gli altri due gli arrivarono alle spalle, lo afferrarono per le braccia e lo spinsero nel furgone. Ci vollero circa tre minuti.
Gli agenti però non sapevano che qualcuno aveva visto il sequestro. La donna chiamò la moschea, e la notizia fece il giro dei frequentatori. Entro sera, i responsabili della moschea sospettavano che Nasr – religioso noto come Abu Omar che era scappato dall'Egitto nel 1990 – sarebbe stato rimandato in patria. Telefonarono a Montasser al-Zayyat, noto avvocato del Cairo che da una vita difende militanti islamici. “L'idea era che nessuno assistesse al rapimento, e di farlo scomparire” ha dichiarato Zayyat in un'intervista a suo studio. “É stata quella donna egiziana che per caso stava sul balcone a salvarlo”.
Nasr, 44 anni, ora è al centro del caso più esplosivo di “ extraordinary rendition ” che coinvolge la Cia , con un sospetto militante rapito segretamente e portato in un altro paese per essere interrogato, di solito anche torturato. Dopo anni di dinieghi, l'amministrazione Bush ora ammette di aver usato tattiche extralegali, ma continua a negare di aver sottoposto i sospetti alla tortura.

In febbraio un giudice italiano ha messo sotto accusa 26 americani – un ufficiale dell'aeronautica e 25 sospetti agenti della Cia, compreso l'ex capo sede di Roma station e il vice-capo di Milano – per il loro ruolo nel piano durato diversi mesi per rapire Nasr. Anche se nessuno dei sospetti è stato arrestato, il processo inizierà l'8 giugno, ed è già fonte di imbarazzo per l'amministrazione Bush e il governo italiano.
Questa clamorosa scoperta potrebbe aver salvato altri dal rapimento e dalle torture. “Sospetto che il caso di Abu Omar abbia rallentato la politica delle renditions ” spiega John Sifton, ricercatore esperto sul terrorismo di Human Rights Watch. “Ha costituito un motivo di eccezionale imbarazzo per la Cia. Indubbiamente , li farà pensare due volte prima di compiere altri sequestri”.
Il testimone chiave, Nasr, forse non potrà testimoniare in Italia. È stato rilasciato da una prigione egiziana in febbraio, ma i suoi avvocati spiegano che non gli è consentito lasciare il paese, o fare dichiarazioni pubbliche. “Le autorità egiziane l'hanno avvertito che, se parla del caso, sarà rimandato in prigione” dice Zayyat (e le autorità egiziane hanno già dimostrato di fare sul serio in quanto a rimandare Nasr in prigione: dopo un rilascio dell'aprile 2004, è stato riarrestato dopo 20 giorni, perché la polizia segreta aveva scoperto che parlava del suo rapimento).

I funzionari americani ed egiziani no hanno voluto rilasciare dichiarazioni sul caso. L'Egitto ha anche evitato di confermare o smentire di aver tenuto Nasr in arresto. Ma una corte d'appello del Cairo ha ordinato il suo rilascio dopo che era stato tenuto in prigione quattro anni senza nessuna accusa. E ora l'Egitto, secondo in quanto ad aiuti dagli Usa soltanto a Israele, sta cercando di salvare il suo benefattore da ulteriori imbarazzi, impedendo a Nasr di testimoniare in Italia. “Gli americani non vogliono questo caso” spiega Zayyat. “Non vogliono che Abu Omar racconti pubblicamente cosa gli è accaduto”.
É difficile credere che la Cia non sapesse quanto poteva accadere a Nasr. “I servizi segreti egiziani sono famigerati per l'uso della tortura” dice Sifton. “Gli americani sapevano che mandandolo in Egitto sarebbe stato torturato” aggiunge Zayyat. “Volevano che si facesse il lavoro sporco per loro conto”.
Il processo probabilmente rivelerà nuovi dettagli sulle operazioni coperte della Cia e la complicità dei servizi segreti italiani, gettando una luce sinistra sui rapporti fra l'amministrazione Bush e gli alleati europei. Gli avvocati di Nasr prevedono di partecipare al processo in Italia, e far causa contro i governi italiano e americano, chiedendo 13 milioni di dollari di danni. Zayyat vuole anche intentare una causa separata contro l'ex presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi, accusandolo di aver approvato di persona il rapimento. Berlusconi ha sempre negato di aver appreso in anticipo del progetto.

Nasr era entrato in Italia clandestinamente nel 1997 e quattro anni dopo aveva ottenuto l'asilo politico. Era scappato dall'Egitto dopo essere stato due volte in prigione alla fine degli anni '80 per prediche antigovernative in una moschea di Alessandria. Nonostante in Italia non gli fosse stato contestato alcun reato, si indagava su di lui per l'arruolamento di uomini da far combattere in Iraq. Funzionari italiani hanno dichiarato che stavano per fermarlo a scopo di interrogatorio, quando è stato rapito dalla Cia.
“Abu Omar è pronto a recarsi in Italia, anche se questo significa essere processato e imprigionato” dichiara Zayyat. “Si dichiara innocente, e ha fiducia nella magistratura italiana”.
Il principale accusatore italiano, Armando Spataro, ha dichiarato che in seguito vuole far testimoniare Nasr contro gli agenti americani, ma l'Egitto non ha mai risposto alle richieste italiane di incontrare il religioso. “Ovviamente sarebbe utile ascoltare cos'ha da dire” dice Spataro. “Ma se gli è impedito di uscire [dall'Egitto], non ci possiamo fare niente”.
Nell'aprile 2006 Nasr è comparso davanti a un tribunale egiziano per la prima volta, fornendo un racconto particolareggiato durato due ore della sua esperienza. Zayyat spiega che le autorità egiziane si rifiutano di fornire sia a lui che alla magistratura italiana la trascrizione del colloquio. Ma Zayyat ha consegnato alla redazione di The Nation quattro pagine di appunti presi durante la testimonianza del suo cliente. Nasr ha ditto ai magistrati che poco dopo il suo rapimento gli agenti Usa e italiani gli hanno messo un cappuccio nero in testa e “mi hanno preso a pugni nello stomaco e in tutto il corpo”. É stato portato alla base aerea di Aviano, a gestione congiunta italo-americana, dove è salito su un piccolo aereo per un volo di un'ora e mezza. Dato che cercava di resistere, sull'aereo sono continuate le botte. “Ero perplesso” ha dichiarato durante la deposizione. “Non capivo cosa mi stava succedendo”.

Raggiunta una base Usa in Germania, Nasr è stato condotto in una “stanza grande e fredda”. Gli sono state slegate le mani e tolto il cappuccio. Ha visto un gruppo di 15-20 uomini, tutti indossavano una maschera e uniformi delle Forze Speciali. Gli hanno avvolto testa e viso con del nastro adesivo, tagliando poi dei fori in corrispondenza del naso e della bocca per lasciarlo respirare. Gli hanno tolto i vestiti e infilato una tuta, mani e piedi ammanettati. Poi è stato spinto in un altro aereo. A quel punto Nasr aveva smesso di opporre resistenza, e le botte sono finite. “Mi ero arreso” spiega. “Ero rassegnato al mio destino”.
L'aereo atterra all'aeroporto del Cairo il 18 febbraio 2003, e sulla pista una guardia si rivolge a Nasr, “Sei arrivato in Egitto, Abu Omar”, ancora bendato e incatenato, viene fatto salire su un altro furgone e portato al quartier generale del Mukhabarat (la polizia segreta) alla periferia del Cairo. Gli viene tolto il nastro adesivo da testa e viso, consentendo a capelli e barba di riprendere forma. É scortato fino ad una stanza dove, gli dice un funzionario della sicurezza egiziana, “due pascià” vogliono parlare con lui.
Nasr ha testimoniato di aver riconosciuto uno di quegli uomini come appartenente ai servizi del Ministero degli Interni egiziano. L'altro sembrava americano. “Parlava soltanto l'egiziano” ricorda Nasr. “Mi ha offerto di diventare informatore. Se avessi accettato, diceva, mi avrebbero fatto tornare immediatamente in Italia, prima che chiunque si accorgesse della mia sparizione”. Lui rifiuta, e i due uomini se ne vanno. É a quel punto che cominciano le torture. Racconta di essere stato picchiato con bastoni di legno, sottoposto a scosse elettriche e appeso a testa in giù. Qualche volta veniva incatenato a una griglia di ferro chiamata “ la Sposa ” e colpito ripetutamente con armi a scossa elettrica.

Altre volte, ha testimoniato Nasr, veniva legato a un materasso bagnato posato per terra. Per impedirgli di muoversi, c'era una guardia seduta su una seggiola posata sopra le sue spalle. Un altro agente premeva un interruttore che mandava scariche elettriche nelle molle del materasso. Nei suoi Quattro anni di prigione, Nasr è stato tenuto in isolamento. Racconta che la sua cella non aveva gabinetto né luce, e “c'erano scarafaggi e ratti che mi camminavano sul corpo”.
Ha passato i primi sette mesi nella prigione del Mukhabarat. Poi è stato mandato a un carcere di massima sicurezza dei servizi, dove veniva regolarmente torturato durante gli interrogatori. Per tutto questo tempo, l'avvocato Zayyat cercava conferma del fatto che Nasr fosse sotto custodia egiziana. “Lo cercavo nei carceri dove tengono i prigionieri politici. Ma non lo trovavo da nessuna parte” ricorda. “Ho presentato richiesta di informazioni attraverso i tribunali. Niente”.
Un anno dopo il rapimento di Nasr, finalmente Zayyat riesce a confermare la sua presenza in Egitto, quando alcuni islamisti incarcerati nella struttura dei servizi di sicurezza raccontano all'avvocato di aver visto Nasr mentre veniva spostato all'interno della prigione. “C'è voluto un anno per confermare che era qui” ricorda Zayyat scuotendo il capo. “Un anno! E non avevo ancora alcuna informazione ufficiale”.
Nel marzo 2004 Zayyat presenta una domanda al tribunale responsabile del Cairo chiedendo il rilascio di Nasr. La magistratura inoltra una risposta, dove si afferma di trattenere il religioso per “appartenenza a una organizzazione illegale”: modo di dire abitualmente riferito alla Fratellanza Musulmana, o a due gruppi islamismi violenti egiziani, Gama'a Islamiya e la Jihad Islamica. Gli accusatori sostengono che Nasr è stato attivo nella Gama'a, a cui si deve l'assassinio del presidente Anwar Sadat nel 1981 e successivamente una sanguinosa campagna durata sette anni per rovesciare il governo. Ma non vengono trovate prove sufficienti, e viene ordinato il rilascio di Nasr. Quando chiedo a Zayyat se ha una copia della decisione della corte, ride, e mi dice, “Non abbiamo leggi che prevedono queste cose, nel paese”.

Nell'aprile 2004 gli agenti della sicurezza accompagnano Nasr fino alla casa della sua famiglia a Alessandria. Gli dicono di stare tranquillo, se vuole restare fuori dal carcere. Ma Nasr, immediatamente, si mette in contatto con la moglie e gli amici a Milano e descrive nei particolari il suo rapimento. Non sa che la magistratura italiana ha messo sotto controllo i telefoni di casa e della moschea nel quadro dell'indagine sul piano della Cia. Queste intercettazioni offrono agli investigatori italiani il primo resoconto completo del caso di Nasr. Quando giunge voce alle autorità egiziane che Nasr sta parlando, viene riarrestato.
“Quando mi hanno riportato nel carcere della sicurezza mi hanno detto 'Ti avevamo avvertito di non parlare, ma tu hai violato gli accordi. E adesso ri teniamo qui ”.
Durante il secondo periodo in carcere, Nasr è detenuto secondo le leggi di emergenza egiziane – imposte dal presidente Hosni Mubarak subito dopo l'assassinio di Sadat e mai revocate – che consentono di trattenere chiunque senza alcuna accusa fino a trenta giorni. Ma polizia e servizi possono rinnovare il fermo di trenta giorni senza difficoltà, trasformandolo in detenzione a tempo indeterminato. Nasr racconta di non essere stato torturato pesantemente durante il secondo arresto, ma di essere comunque restato ancora in isolamento. Disperato e convinto di non poter più uscire da lì, tenta due volte il suicidio.

Quando Zayyat apprende che il suo cliente era stato arrestato per la seconda volta, comincia a inoltrare mensilmente richieste di scarcerazione. “Ogni volta che scadeva il periodo dei trenta giorni, spedivo un altro domanda. Diceva, questa persona è trattenuta senza alcuna accusa, e non c'è niente che giustifichi la sua detenzione”. Alla fine, è una di queste domande periodiche – oltre che indubbiamente il montare dello scandalo internazionale – ad ottenere il rilascio di Nasr.
Il 22 febbraio Nasr compare improvvisamente al processo di un blogger egiziano a Alessandria [vedi Negar Azimi, “ Bloggers Against Torture ”, 19 febbraio]. Di fronte alle telecamere, si rimbocca le maniche permostrare i segni delle torture subite: cicatrici su polsi e caviglie. Dice di avere altre cicatrici sullo stomaco e in altre parti del corpo, che è troppo imbarazzante mostrare. “Non voglio più problemi con nessuno” dice. “Il mio corpo non può più sopportare altro carcere e torture”. Quando i giornalisti gli chiedono altri particolari, si allontana, spiegando che ha paura di tornare in prigione.

Nota: il testo originale in inglese anche sul mio sito Mall, sezione Society ; le notizie di questo articolo si affiancano a quelle dell'altro racconto di Abu Omar, pubblicato da Megachip col titolo Come sono stato rapito dalla Cia (f.b.)


L'ora di spezzare l'incantesimo
di Sam Harris (The Los Angeles Times)
Speriamo che il candore di Pete Stark, democratico californiano, ispiri altri uomini politici ad ammettere i propri dubbi su Dio. È arrivato il momento di spezzare l’incantesimo. Tutte le “grandi" religioni travisano l’immensità e la bellezza del cosmo. Testi come la Bibbia e il Corano pretendono di spiegare ogni cosa

Pete Stark, democratico californiano, sembra essere il primo parlamentare nella storia degli Stati Uniti d’America ad aver ammesso di non credere in Dio. In un paese in cui l’83% della popolazione pensa che la Bibbia sia la parola letterale o “ispirata” del Creatore, l’ammissione di Stark diventa un vero e proprio atto di coraggio.

Naturalmente, non fatichiamo a credere come i consiglieri di Cicerone nel primo secolo a.C. abbiano passato a loro volta brutti momenti quando questi paragonò le divinità greco-romane ai "sogni dei pazzi" e alla "folle mitologia egiziana".

La mitologia è quel luogo dove tutti gli dei vanno a morire, e sembra che Stark si sia assicurato un posto nella storia americana “solo” per aver ammesso che bisognerebbe seppellire in una fossa il Dio di Abramo – quel geloso, genocida, superbo, incoerente tiranno della Bibbia e del Corano. Stark è il primo dei nostri [degli americani, NdT] leader a esprimere un’onestà intellettuale degna di un console dell’antica Roma. Bravo.

La verità è che nessuno al mondo ha una buona ragione per credere che Gesù sia risuscitato o che Maometto abbia parlato all'angelo Gabriele in una caverna. Eppure, miliardi di persone affermano di essere certe di queste cose. Di conseguenza, alcune idee degne dell'età della pietra relative agli argomenti più disparati – il sesso, la cosmologia, l’eguaglianza tra i sessi, l’immortalità dell’anima, la fine del mondo, la validità della preveggenza, ecc. – continuano a dividere il nostro mondo e a sovvertire il dialogo tra le nazioni; tante di queste, per loro stessa natura, ostacolano la scienza, infiammano il conflitto umano e sperperano risorse già scarse.

Naturalmente, nessuna religione è monolitica. Nell’ambito di ogni fede le credenze delle persone si organizzano intorno a uno spettro. Immaginiamo dei cerchi concentrici di ragionevolezza decrescente: al centro, troviamo i credenti più genuini – i musulmani jihadisti, per esempio, che non solo appoggiano il terrorismo suicida ma sono i primi a trasformarsi in bombe; oppure i cristiani dominionisti, che invocano la pena di morte per i blasfemi e gli omosessuali.

Al di fuori della sfera dei maniaci, si trovano molti altri milioni di individui che condividono questa visione essenziale ma non lo stesso fervore. Oltre a costoro, esistono pie moltitudini che rispettano le credenze dei loro fratelli più irrequieti ma che dissentono su alcuni punti della dottrina – è ovvio che il mondo finirà nella gloria e Gesù apparirà in cielo come un supereroe, ma non possiamo essere sicuri che questo accadrà mentre saremo ancora in vita.

Ancor più lontano, incontriamo religiosi moderati e liberali vari – persone che continuano a sostenere lo schema che ha diviso il mondo in cristiani, musulmani ed ebrei, ma che sono meno propensi a dichiarare di essere certi di qualsiasi articolo di fede. Gesù è veramente il figlio di Dio? Incontreremo realmente le nostre nonne in paradiso? I moderati e i liberali non ne sono troppo sicuri.

Agli occhi di costoro, quei colleghi collocati più verso il centro appaiono troppo inflessibili, dogmatici e ostili al dubbio, quelli collocati più all’esterno sembrano loro corrotti dal peccato, dotati di volontà labile, o inosservanti.

Il problema è che qualsiasi posizione si occupi all’interno dello spettro, ciascuno di noi, inavvertitamente, tenderà a proteggere i più fanatici dalle critiche. I comuni fondamentalisti cristiani, affermando con decisione che la Bibbia è la parola perfetta di Dio, inconsciamente favoriscono i dominionisti – milioni di uomini e donne che operano silenziosamente per trasformare la nostra nazione in una teocrazia totalitaria analoga alla Ginevra di Giovanni Calvino. I cristiani moderati, con il loro attaccamento alla divinità di Gesù, tutelano la fede fondamentalista dalla stigmatizzazione pubblica. I cristiani liberali – che non sono completamente certi della propria fede ma non disdegnano andare in chiesa di tanto in tanto – fanno sì che i moderati siano garantiti da un’adeguata collisione con la razionalità scientifica Così, sono trascorsi secoli e secoli senza che nessuno, nella nostra società, abbia mai detto una sola cosa onesta riguardo a Dio.

Sia le persone di (ogni) fede sia quelle non di fede cercano continuamente di migliorare la propria vita per ragioni più o meno buone. Eppure queste trasformazioni vengono sempre considerate come prove di un credo religioso specifico. Il presidente Bush ha citato la propria sobrietà come metafora della divinità di Gesù. Senza dubbio anche i cristiani si disintossicano ogni tanto – ma gli induisti, che sono politeisti, e gli atei non si comportano allo stesso modo? Dunque, come può un essere pensante credere che la sua esperienza di sobrietà avvalori l’idea che un essere supremo ci guarda da lassù e che Gesù ne è il figlio?

È indubbio che molte persone facciano del bene nel nome della fede in cui credono, ma esistono ragioni migliori per aiutare i poveri, sfamare gli affamati e difendere i deboli rispetto al credere che un Amico Immaginario voglia che tu lo faccia. La compassione è più profonda della religione. E così è l’estasi mistica. È ora di mettere in chiaro che gli esseri umani possono comportarsi in modo profondamente etico – e persino spirituale – senza dover fingere di sapere cose che non sanno.

Speriamo che il candore di Stark ispiri altri uomini politici ad ammettere i propri dubbi su Dio. È arrivato il momento di spezzare l’incantesimo. Tutte le “grandi" religioni travisano l’immensità e la bellezza del cosmo. Testi come la Bibbia e il Corano pretendono di spiegare ogni cosa. Ogni campo scientifico – dalla cosmologia alla psicologia all’economia – ha da tempo superato e declassato la saggezza delle Sacre Scritture.

Ogni buona cosa derivante dalla religione è raggiungibile comunque senza fingere di aver conoscenza di teorie che non possono essere comprovate. Il resto è solo auto-mistificazione trasposta in musica.


Sam Harris è l’autore del Best Seller del New York Times "The End of Faith: Religion, Terror, and the Future of Reason", pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo La fine della fede – Religione, terrore e il futuro della ragione. Laureato in Filosofia alla Stanford University, per oltre vent’anni Sam Harris ha studiato le tradizioni religiose occidentali e orientali, e diverse discipline contemplative. Harris ha conseguito anche un dottorato in neuroscienze. La sua opera ha acceso un aspro dibattito su diversi organi di informazione, tra cui il New York Times, il Los Angeles Times, il San Francisco Chronicle, l'Economist, il Guardian, il New Scientist e molti altri. Sam Harris vive a New York City.

 

Fonte: The Los Angeles Times
Traduzione a cura di Margherita Ferrari per Nuovi Mondi Media


'Berisha 2', un uomo solo al comando

Da Durazzo, scrive Francesca Niccolai

Sali Berisha
Decretato la settimana scorsa il gabinetto “Berisha 2”, frutto del rimpasto seguito alle consultazioni locali di febbraio. Il premier diserta la cerimonia d’investitura dei nuovi ministri. All’apice la tensione fra il capo dello Stato e quello dell’esecutivo
La squadra del “Berisha 2”, promossi i portavoce

A un mese dalla batosta subita dalla coalizione di maggioranza alle amministrative del 18 febbraio, il gabinetto “Berisha 2” ha finalmente visto la luce dopo un parto piuttosto travagliato. Sono cinque i nuovi ministri, più un cambio alla vicepresidenza del Consiglio, ai quali il premier affida il compito di accelerare le riforme – “unica ragione del rimpasto” e “sommo fine” del governo.

Il portavoce del Partito Democratico (PD), Gazmend Oketa ha ricevuto la nomina a vicecapo dell’esecutivo, mentre Ilir Rusmajli, che ricopriva questo incarico, è diventato ministro della Giustizia; la vivace portavoce elettorale del PD, Majlinda Bregu, è stata promossa al dicastero dell’Integrazione, mentre lo psicologo Ylli Pango ha ottenuto quello della Cultura e del Turismo; tutto come previsto alla Sanità, affidata al democristiano Nard Ndoka, mentre il portavoce del Consiglio dei ministri, Bujar Nishani, rileva il posto lasciato vacante da Sokol Olldashi agli Interni.

Nel presentare il gabinetto riformato, Berisha ha rivolto calorosi ringraziamenti all’ex ministro dell’Integrazione, Arenca Trashani, che lo scorso giugno ha firmato lo storico accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Unione Europea, al suo vecchio collega Maksim Cikuli, ex ministro della Sanità, e agli ex ministri di Giustizia e Cultura/Turismo, Aldo Bumçi e Bujar Leskaj, garantendo che tutti loro “ricopriranno ruoli di rilievo all’interno del PD”.

Scarso entusiasmo a destra

Ma si è trattato di ringraziamenti caduti nel vuoto, a giudicare dalla reazione di Leskaj e Cikuli, che hanno disertato l’ultima riunione del vecchio governo, mentre il resto della coalizione ha accolto il nuovo gabinetto con evidente freddezza. Nonostante il massimo riserbo coi media, tra le schiere berishane si palpa un’atmosfera di malcelata insoddisfazione, che diventa paura nei dicasteri passati di mano, dove si temono massicce epurazioni per far posto ai “fidi” dei nuovi ministri.

La leadership del Partito Repubblicano ha commentato che “nella maggioranza c’erano figure più degne di ricoprire cariche ministeriali rispetto a quelle indicate da Berisha”, definendo il neo-vicepremier Oketa come “una scelta non azzeccata”. Quest’ultimo è stato la principale sorpresa del toto-nomine, essendo una figura relativamente nuova nel PD: amministratore di un’impresa edile di Durazzo, è diventato deputato nel 2005 e subito nominato portavoce del partito. La sua promozione a numero due dell’esecutivo sembra dovuta alla presidente del Parlamento, Jozefina Topalli, “compensata” in tal modo della bocciatura dei suoi concittadini di Scutari, gli ex ministri Bumçi e Trashani. A questo proposito, perfino la stampa di destra ha notato che il “Berisha 2” esclude non solo la rappresentanza di Scutari – tradizionale bastione del PD – ma anche Korça, Berat, Valona e la stessa Tirana, infrangendo così quei delicati equilibri regionali che ogni governo albanese tenta generalmente di preservare nella scelta dei suoi ministri.

Critiche e beffe da sinistra

L’opposizione ha tolto i guanti e, a sangue caldo, ha bollato il “Berisha 2” come “governo creato a Shijak” – la cittadina presso Durazzo dove, domenica 11 marzo, si è votato per eleggere il nuovo deputato di zona e, tra gravi disordini, il candidato di destra Metalla ha riportato il 91% dei consensi. Il segretario politico del Partito Socialista (PS), Ben Blushi, crede che il nuovo gabinetto intenda “esportare in tutta l’Albania le pratiche violente applicate durante la tornata di Shijak” e che “dati i caratteri dei nuovi ministri, questo gabinetto sarà ancora più aggressivo nei rapporti con le libertà dell’opposizione e quelle elettorali”. Blushi prevede un clima “conflittuale”, che teme riflettersi anche a Bruxelles tramite la nuova ministra dell’Integrazione Bregu, “che ha manifestato un atteggiamento estremamente aggressivo durante tutta la fase elettorale”.

Secondo il numero due del PS, Pandeli Majko, “Berisha ha perso il 18 febbraio per colpa delle sue pessime politiche energetiche, fiscali e scolastiche, e per la corruzione che investe questi settori – quindi cosa risolve il licenziamento dei ministri dell’Integrazione, della Cultura e della Giustizia?”. Secondo Majko, “i perni del malgoverno” sono rimasti impuniti, perché “i ministri più discussi, quali un Ruli colpevole delle tenebre degli ultimi mesi, un Basha che non ha completato neppure un’opera pubblica e un Bode accusato di una tassazione impopolare, hanno ancora le loro poltrone”.

L’opposizione conclude che il “Berisha 2” è solo “un aggiustamento degli equilibri clanici entro il PD e un compenso a determinati gruppi d’interesse”, facendo notare che tutti i nuovi ministri non hanno esperienze amministrative, ma sono proprio le figure che, da quando la destra è al potere, hanno sferrato gli attacchi più violenti contro l’opposizione e contro le istituzioni indipendenti.

Il decreto di nomina del presidente della Repubblica

Nonostante le polemiche tra maggioranza e opposizione, il “Berisha 2” è passato senza problemi in Parlamento. Anzi, i ministri Bregu e Ndoka hanno incassato anche i voti dell’opposizione, la prima grazie al sostegno delle deputate di sinistra e il secondo con addirittura 100 preferenze. Alcuni deputati socialisti hanno detto di aver votato il gabinetto per beffarsi di un governo “ridicolo”, ma non tutti i compagni di squadra ne hanno apprezzato l’umorismo, definendo il sostegno a Berisha “inaccettabile” e lamentando che “il gruppo parlamentare del PS è ormai allo sfascio”.

Il voto è avvenuto il 19 marzo, a una settimana esatta dalla presentazione del nuovo gabinetto, perché il presidente della Repubblica Moisiu ha atteso l’ultimo giorno consentitogli dalla Costituzione per decretare il “Berisha 2”. L’investitura del nuovo governo è stata definita “l’ultima prova” di Moisiu, quasi al termine del suo mandato. Benedire il quartetto Nishani-Rusmajli-Bregu-Oketa, che lo bersaglia implacabilmente da un anno e mezzo, dev’essere stato arduo anche per un uomo pacato come il capo dello Stato albanese. Così, Moisiu ha colto l’occasione della cerimonia per togliersi qualche sassolino dalle scarpe, augurando ai neoministri che “la politica superi finalmente lo stadio della terminologia infiammata, che è inaccettabile sotto il profilo etico e morale ed è legalmente condannabile”.

I grandi assenti

Frecciate a parte, il decreto del “Berisha 2” si è trasformato nella cartina tornasole del conflitto tra il capo dello Stato e quello del governo. Berisha e la presidente del Parlamento Topalli hanno infatti boicottato l’investitura del nuovo gabinetto, non presentandosi al palazzo della Presidenza.

I rapporti fra il premier e Moisiu hanno così toccato il fondo: per la prima volta nella storia delle relazioni tra la Presidenza e l’esecutivo, le due istituzioni hanno duellato a botte di comunicati stampa. Il presidente si è detto “rammaricato perché il primo ministro, non partecipando all’investitura dei ministri da lui stesso proposti, ha violato la procedura costituzionale e il protocollo statale”. Da parte sua, Berisha ha reso noto che la sua assenza era dovuta “non solo a un’agenda stipata di impegni, ma anche alla sistematica violazione della Costituzione da parte del presidente”. Topalli avrebbe invece motivato il suo gesto accusando il capo dello Stato di aver calpestato la sovranità del Parlamento, non approvando parecchie leggi e opponendosi alla rimozione del procuratore generale della Repubblica, Theodhori Sollaku.

Cronaca di un rapporto deteriorato

Sollaku e Moisiu
I rapporti tra Moisiu e Berisha erano già pessimi quando quest’ultimo era all’opposizione – il PD si era addirittura scusato coi cittadini di aver proposto Moisiu come presidente. Dopo l’arrivo della destra al potere, nel 2005, la relazione è degenerata: accusato di fare gli interessi della sinistra, il capo dello Stato è diventato il target di attacchi durissimi quando ha rifiutato firmare la revoca del procuratore generale, veementemente reclamata dalla maggioranza parlamentare l’estate scorsa.

Mentre il presidente denunciava “pressioni” governative sul caso Sollaku, a settembre l’Aviazione Civile albanese sospendeva i voli della Albatros Airways, appartenente ai nipoti di Moisiu. La Albatros, che gestiva collegamenti low cost fra Tirana e sette città italiane, risultava indebitata con lo Stato per la somma di 447.000 euro. Qualche giorno dopo, i media pubblicavano l’intercettazione di una telefonata tra il direttore dell’Aviazione e il nipote del presidente, nella quale il primo garantiva che, se Moisiu avesse rimosso Sollaku, “la questione Albatros si sarebbe risolta”.

L’opposizione aveva accusato Berisha di “esercitare pressioni mafiose su una ditta privata”, mentre i deputati di destra invocavano le dimissioni del capo dello Stato. La dirigenza del PD sosteneva infatti che “la decisione di non licenziare il procuratore generale è dovuta a certi dossier di Sollaku su Moisiu, sui suoi parenti e sui loro legami col traffico di droga e con la criminalità organizzata”. Per la destra, il presidente è stato “garante di un sistema cleptocratico, che ha sfruttato per fondare società aeree da usare come i boss colombiani per gestire traffici sporchi”.

Governo “conflittuale” o di dialogo?

Nonostante questi gravi precedenti, Moisiu ha ugualmente decretato il “Berisha 2” per non esasperare la tensione tra la presidenza della Repubblica e il premier. La risposta del capo del governo – disertare la cerimonia d’investitura – conferma l’ostilità di Berisha contro il presidente e potrebbe essere letta come l’ennesimo, chiarissimo “no” all’ipotesi di una ricandidatura di Moisiu.

Affidare un secondo mandato all’attuale capo dello Stato sembra non dispiacere a parte dell’opposizione, Edi Rama in testa. Pur sottolineando che “è ancora presto per parlare del nuovo presidente”, il capo del PS non fa mistero di “apprezzare la figura di Moisiu”.

Il gesto di Berisha e Topalli sembrerebbe dunque confermare i timori della sinistra su un governo “conflittuale”, se non fosse che, negli ultimi giorni, il premier ha dimostrato un’inconsueta apertura verso l’opposizione. Dopo la presentazione dei nuovi ministri, il leader socialista Rama ha propinato alla maggioranza le cinque riforme che la sinistra reputa più urgenti, a partire da quella elettorale, seguita da territorio, sistema giudiziario, decentralizzazione e amministrazione pubblica. Il presidente del consiglio è apparso disponibile su tutta la linea, dichiarando che “il governo è pronto ad accettare ogni sistema elettorale proposto dall’opposizione” e dicendosi “lieto di annunciare la prossima decentralizzazione del sistema fiscale”, che prevede il trasferimento ai Comuni della tassa sulle piccole imprese e di quella sulla proprietà.

Berisha sembra così uscire dalla politica del muro contro muro che ne ha segnato il primo governo, lasciando intendere che il nuovo corso seguirà una linea più morbida. Il dialogo sulle riforme e la scelta di un presidente della Repubblica consensuale saranno prove fondamentali per il “Berisha 2”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/6949/1/51/

The Economist: quanto ottimismo!

Il settimanale inglese dedica un articolo ed un richiamo di copertina alla Colombia di Uribe. Economia in crescita, omicidi in calo ed uno scandalo - la "parapolitica" - che non sarebbe potuto nascere senza il clima di sicurezza propiziato dal Presidente. Pare un articolo di "The Optimist"...

Uribe ha cambiato la Colombia. Su questo l'Economist non ha dubbi: amanti come sono delle cifre (gli hard facts) i redattori inglesi hanno tratto le loro conclusioni. Omicidi in calo deciso, tasso di crescita sempre più alto, investimenti per la prima volta sopra il 20% del PIL: il cambio c'è, ed è accettabile che venga attribuito ad Uribe. Non c'è alcun interrogativo riguardante il come sia stato ottenuta questa inversione di tendenza: ma non voglio entrare in questo genere di questioni, perché m'interessa di sollevare un'altra questione.

L'articolo prosegue affermando che il "successo" di Uribe in termini di ordine pubblico e la "desmovilización" dei paramilitari hanno generato un clima di sicurezza che ha portato allo scandalo della "parapolitica": la gente si è sentita più protetta, ed ha deciso di vuotare il sacco, denunciando i malfattori prima considerati intoccabili.

Dissento. La parapolitica (o "parauribismo", come vorrebbe chiamarlo il Polo Democratico sulla base del fatto che la stragrande maggioranza degli imputati sono uribisti) nasce perché il Governo e le AUC sono impegnati in un processo di reinserimento di quest'ultime nella vita sociale colombiana, processo fatto anche di indagini nell'ambito delle quali è normale che venga fuori qualcosa. Non è il popolo delle vittime a sollevarsi contro i carnefici, ma la magistratura che fa il proprio lavoro.
Ha troppa fretta l'Economist a decretare il "successo" di Uribe. Lo scandalo - è vero - dimostra che il potere giudiziario gode di una certa indipendenza e che il paramilitarismo potrebbe aver iniziato un transito verso le aule dei tribunali; ma per poter considerare tutto ciò come un "successo" di Uribe occorre attendere i prossimi sviluppi. Lo scandalo è appena scoppiato, i cavilli (come quello che ha liberato Jorge Noguera) sono in agguato ed il tutto potrebbe ancora risolversi in un nulla di fatto.

The Economist pare non considerare la prossimità ideologica del Presidente Uribe con il fenomeno delle Autodefensas. Uribe non può essere considerato un paramilitare, ma a volte da l'impressione che per lui le AUC siano (state) parte della soluzione - e non del problema. Fatta questa premessa, va verificato che non gli "tremi la mano" quando dovrà seguire le tracce di indagini che potrebbero portare pericolosamente vicino a lui. E se questo dovesse succedere, non potranno bastare le scuse che il Presidente ha promesso nel caso in cui Jorge Noguera - da lui messo a capo del DAS - venga condannato.

Sono invece d'accordo sull'accento che l'articolo mette sul ruolo degli USA. È difficile che sia la debole e disinformata opinione pubblica colombiana a mettere in difficoltà il Presidente; più probabile che ci pensino gli Stati Uniti, specie se continueranno ad emergere casi come quello del Generale Montoya.http://bogotalia.blogspot.com/


Bolivia: la nazionalizzazione invisibile

 

Che cosa sta succedendo alla nazionalizzazione degli idrocarburi in Bolivia? Ritardi ed errori stanno creando dei veri e propri casi. In dieci mesi l’ente statale dei petroli ha cambiato quattro presidenti, tutti per irregolarità ed una manifesta incapacità nel rendere effettivo il decreto sulla nazionalizzazione. Morales continua a difendere le misure, ma ha riconosciuto che “mettere in atto le grandi trasformazioni ha un costo”. Un costo politico, oltre i quattro presidenti anche un valido ministro, Andrés Soliz e tre viceministri sono caduti ed un costo di immagine, già che l’opinione pubblica favorevole al presidente si chiede come mai i processi di trasformazione si stiano rivelando così lunghi.
I negoziati con le dodici compagnie petrolifere che operano in Bolivia si sono conclusi ad ottobre, ma i contratti non sono stati ancora applicati. Inesperienza ed inefficacia, uniti ai mali di sempre, clientelismo e corruzione, minano il governo di Evo Morales. Al margine delle nazionalizzazioni, infatti, sono stati rivelati vari casi di nepotismo e malversazione. Il rinascimento indigeno si trova a fare i conti con le tentazioni del potere e proprio qui si gioca la sfida della credibilità di tutto il movimento di Morales. Le cattive abitudini sono il nemico peggiore, perchè radicato nella cultura e perchè non guarda in faccia nessun colore politico o ideologia.
Ma è soprattutto sulla convenienza delle nazionalizzazioni che qualcosa non ha funzionato. Alla linea dura voluta da Soliz con l’espropriazione delle infrastrutture e un forte tributo da pagare alle casse dello Stato, si era poi passati ad un atteggiamento più accomodante verso le grandi compagnie, Petrobras fra tutte. Soliz era stato messo da parte proprio perchè diventato improvvisamente scomodo.
Che cosa si è firmato, però? A cinque mesi dagli accordi, si può cominciare a pensare male e cioè che le condizioni poste dai ministri di Morales lascino in realtà delle scappatoie alle multinazionali. Stato e compagnie private già non sarebbero in opposizione, ma soci nell’affare del petrolio. Forse, i presidenti dell’ente statale si sono accorti di questo e di dare la notizia ai boliviani proprio non se la sentono. Meglio farsi da parte e lasciare ad altri l'ingrato compito.http://luiro.blogspot.com/

Gaza, esportazioni insufficienti per far ripartire l’economia, rapporto

 

di Aluf Benn

Haaretz,

Secondo un rapporto di Paltrade, l’associazione del commercio palestinese, le esportazioni provenienti da Gaza attraverso il passaggio di Karni (la linea di comunicazione dell’economia palestinese nella Striscia di Gaza) non soddisfano i requisiti minimi dell’economia palestinese.

 

Nel suo rapporto mensile che monitora l’attività l’ungo il passaggio, Paltrade afferma che i commerci che passano attraverso Karni sono insufficienti per far ripartire con successo l’economia palestinese nella Striscia di Gaza.

 

Entro questa settimana, il Peres Peace Center pubblicherà, in collaborazione con Paltrade, un programma sulla riorganizzazione dell’attraversamento tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp).

 

Secondo il rapporto, a febbraio il passaggio è stato aperto per 22 giorni ed è rimasto chiuso per due giorni per ragioni di sicurezza – una volta su decisione delle autorità israeliane e un’altra di quelle palestinesi.

 

Il traffico di beni all’attraversamento, misurato in carichi (di automezzi), ha raggiunto il suo picco durante la visita del segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, a Gerusalemme, il 19 febbraio.

 

In media a febbraio, in un giorno lavorativo è passato un totale di 56,3 carichi di esportazioni, e 407,8 carichi di importazioni sono entrati a Gaza attraverso Karni.

 

Durante i giorni in cui Rice era in visita nella regione, 73 carichi sono stati esportati da Gaza e un nuovo record mensile di 81 automezzi è stato raggiunto diversi giorni prima.

 

Durante la sua visita all’attraversamento, Rice ha espresso approvazione per l’espansione dei commerci attraverso Karni.

 

Secondo la Banca Mondiale, che sostiene le attività di Paltrade, il minimo richiesto per riavviare l’economia palestinese nella Striscia di Gaza è di 150 carichi di esportazione al giorno.

 

La maggior parte delle esportazioni da Gaza è stata costituita da prodotti agricoli, ortaggi e fragole, e i prodotti maggiormente importati sono stati materiali edìli.

 

Durante il loro incontro di domenica a Gerusalemme, il primo ministro Ehud Olmert ha promesso al presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che a partire dalla fine di marzo, l’attraversamento di Karni opererà con due turni e resterà aperto fino alle 23, piuttosto che fino alle 17 e 30, come avviene ora.

 

Nel corso di colloqui con rappresentanti europei, Olmert ha detto che l’ampliamento delle attività all’attraversamento di Karni consentirà il passaggio di 950 carichi di automezzi al giorno.

 

Diversi mesi fa, il National Security Council ha suggerito a Olmert di trasferire il controllo di Karni al ministero della Difesa in modo da garantire un funzionamento più efficiente. Al momento, (il passaggio, ndt) è sottoposto all’Autorità aeroportuale israeliana. La proposta non è stata accettata.

 

La proposta del Peres Peace Center e di Paltrade, chiamata Through Traffic, fa appello per l’utilizzo di standard americani e internazionali nel funzionamento dei passaggi, in linea con gli sviluppi successivi all’11 settembre e con "l’accordo di attraversamento" del novembre 2005, che per larga parte non è stato applicato.

 

(Traduzione di Carlo M. Miele)

 

L’articolo di Haaretz

http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=4334

 

Il rapporto di Paltrade in pdf


Estonia - Un paese modello con tante incognite




Gehard Mogg
QuadrantEuropa


Le elezioni del 7 marzo scorso hanno premiato il primo ministro Andrus Ansip e il suo Partito delle riforme. Non mancano però i problemi, dal ruolo della minoranza russa alla politica sociale finora trascurata.




Per tutti i paesi nuovi membri dell’Ue, l’Estonia rappresenta un vero esempio. Un modello caratterizzato da uno sviluppo economico dinamico che ha iniziato a muovere i primi passi sin dalla riconquista dell’indipendenza statale nell’agosto 1991. A differenza degli altri Stati baltici, a Tallin i cambi di governo non hanno mai messo in discussione l’indirizzo di mercato dell’economia.

Abbattere la vecchia povertà con le proprie forze

Una scelta che non sembrava affatto scontata quando, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, anche in Estonia la situazione minacciava di diventare caotica. I vecchi rapporti commerciali non esistevano più. Povertà e disoccupazione crescevano. L’indirizzo economico e finanziario di vasto respiro del paese, caratterizzato da un’aliquota finanziaria bassa scesa al 23 percento all’inizio del 2006, ha un dinamismo al paese testimoniato dal surplus del bilancio.

L’indebitamento pubblico comunque basso - il 4,8 percento del Pil – continua a scendere, mentre la crescita economica è caratterizzata da alti tassi di sviluppo. Lo scorso anno questo ritmo è stato superiore all’11 percento. Al contrario la disoccupazione è bassa, inferiore al 4 percento della popolazione attiva. Il paese sta lentamente riuscendo a scrollarsi di dosso la miseria del passato e lo sta facendo con le proprie forze.

Politiche economiche liberali e politiche finanziarie stabili mai messe in discussione dall’alternarsi delle differenti coalizioni di governo, cosi come il chiaro orientamento occidentale con l’ingresso nell’Ue e nella Nato, si sono rivelate strategie paganti soprattutto per il governo del primo ministro Ansip e il suo “Partito delle riforme” di centrodestra.

Boom elettorale di Ansip

Alle elezioni del 4 marzo scorso il partito di Ansip è avanzato in modo massiccio, guadagnando oltre dieci punti di percentuale. I partner di coalizione, i populisti di sinistra del “Partito di centro” dell’ex primo ministro Edgard Savisaar, che finora rappresentavano il gruppo parlamentare più forte hanno registrato progressi piuttosto limitati. Questo nonostante che il Partito di centro per poter guadagnare i voti della popolazione estone di lingua russa, ma soprattutto quelli dei pensionati e delle categorie a basso reddito, avesse formulato delle riserve nei confronti dell’Ue e si fosse espresso a favore di misure a forte carattere sociale.

L’elettorato ha però realizzato quanta demagogia ci fosse nelle promesse di Savisaar, soprattutto in quella di portare entro il 2010 il salario dei dipendenti pubblici, attualmente a 11mila corone estoni, circa 700 euro, a 15mila corone, 1000 euro. Naturalmente puntare esclusivamente su economia di mercato e crescita ha comportato dei costi. Il mancato finanziamento della politica sociale è stato uno di questi. Una scelta di cui pensionati e disoccupati hanno pagato le conseguenze sin dai giorni successivi all’indipendenza.

Gli effetti positivi della crescita hanno però raggiunto la parte maggioritaria della popolazione, anche se il divario tra poveri e benestanti è andato aumentando. Nelle città gli effetti di questa nuova situazione economica sono innegabili. Strade piene di automobili e boom speculativo del settore immobiliare, sono i fenomeni più evidenti dell'ottimo stato di salute dell’economia del paese.

Le differenze tra ricchi e poveri pur non raggiungendo i livelli estremi della capitale lettone Riga sono sensibili. Soprattutto nelle campagne e particolarmente nelle zone nord orientali del piccolo paese baltico dove vive la gran parte della popolazione di origine russa e vi sono molti disoccupati, sono in molti a dover lottare per la sopravvivenza.

Il livello relativamente alto del tasso di inflazione, superiore al quattro percento, rende impossibile l’ingresso nell’area euro entro il 2008, come programmato. L’inflazione ha però solo effetti interni. Nei confronti del commercio estero non svolge invece nessun ruolo. La corona estone è da molti anni legata al cambio della valuta tedesca.

Rapporti difficili con le minoranze

Il rapporto con la minoranza russa continua ad essere complesso. Solo due terzi della popolazione dell’Estonia, 1,35 milioni, sono estoni. Il resto è rappresentato da minoranze nazionali, la più importante tra queste è appunto quella dei russi, il 25 percento, seguita da bielorussi, ucraini e altri gruppi minori.

A causa del massiccio afflusso di russi, organizzato da Mosca che punta all’indipendenza della parte non estone dell’Estonia, esiste il pericolo che gli estoni diventino minoranza nel proprio paese. Un timore che inizia a caratterizzare il comportamento dell’etnia maggioritaria e causa tensioni proprio con i russi.

Cittadini di seconda classe che non vogliono andare via






I russi vengono trattati come cittadini di seconda classe, che però finora non pensano ad abbandonare il paese anche perché non subiscono nessun tipo di svantaggio economico. Nel 1991 tutti i non estoni che vivevano legalmente in Estonia hanno ricevuto un permesso di soggiorno illimitato. Circa la metà di questi sono diventati cittadini di Tallin.

Tutti coloro, russi, estoni o altro, che non sono riusciti a superare il difficile test linguistico previsto per acquisire la cittadinanza, sono diventati apolidi per derivazione. Possono prendere parte alle elezioni locali, ma non a quelle di livello nazionale.

La strategia di Mosca non funziona

Tutti i tentativi di Mosca di utilizzare la questione della minoranza russa come uno strumento di potere finora sono falliti. Il rapporto tra estoni e non estoni è rimasto del resto a livelli accettabili. Gli inviti di Putin, secondo cui tutti i russi residenti in Estonia sarebbero dovuti tornare in patria, non sono state accolti. Gran parte dei russi, pur mantendo la cittadinanza russa ha scelto di continuare a vivere in Estonia.

Le ragioni di questo comportamento stanno nel fatto che le condizioni economiche dell’Estonia sono migliori di quelle russe. Anche il recente scontro sul monumento al soldato sovietico, da molti estoni visto come un simbolo del periodo dell’occupazione dell’Armata rossa, è dovuto soprattutto alla volontà russa di tenere alta la tensione tra i gruppi etnici presenti nel paese Baltico.

In fondo si tratta solo di spostare il monumento ad un soldato non identificato, portandolo dalla città dove è ora in un cimitero. L’Estonia reagisce serenamente alle pressioni del Cremlino poiché non dipende né dal petrolio russo né dagli scambi economici con Mosca. Il commercio estero con la Russia è solo l’otto percento del commercio estero totale dell’Estonia.

Alla fine la tensione sulla questione del monumento al soldato sovietico, ha giovato solo all’estrema destra estone che ha superato la soglia di sbarramento parlamentare del cinque percento. Mentre le forze nazionaliste russe non sono riuscite ad emozionare più di tanto la propria minoranza. Con 6mila voti pari all’1,2 percento del totale, non entrano al Parlamento.

Quale coalizione per il prossimo governo?

Il prossimo governo non si baserà sulla vecchia coalizione, formata da partiti molto differenti dal punto di vista ideologico. Anche se la vecchia alleanza continua ad avere la chiara maggioranza dei 101 deputati di cui si compone il parlamento estone, Ansip punta alla collaborazione con il Blocco nazionalconservatore nato dalla fusione tra i gruppi di “Patria” e “Res Pubblica”.

Per raggiungere però la maggioranza, ai 19 deputati del Blocco si dovrebbero aggiungere i 10 seggi dei socialdemocratici. Anche in Estonia la socialdemocrazia, pur con accentuate tendenze di destra, si caratterizza per l’accento messo sulla tassazione dei redditi più alti. Una misura inaccettabile per il Partito della riforma. Ansip si trova dunque di fronte ad un rebus.

L’unica cosa certa è che il nuovo governo non intende modificare il corso liberale dell’economia del paese. Il primo ministro invece vuole far scendere ancora il livello della “flat tax”, portandola al 18 per cento. Per Ansip questa misura è indispensabile a far si che l’Estonia occupi, entro il 2020, il quinto posto tra i paesi più ricchi dell’Ue.


In Congo torna la paura
Gli scontri tra esercito e guardia di Bemba mettono in crisi il futuro del Paese
Almeno 150 morti, un numero imprecisato di feriti e l'intero processo politico del dopoguerra rimesso in discussione. Gli scontri che, da giovedì scorso, hanno opposto l'esercito agli uomini dell'ex-vicepresidente ed ex-ribelle Jean-Pierre Bemba rischiano di destabilizzare il gigante Congo, uscito da una guerra che in cinque anni ha provocato 4 milioni di morti. L'opinione di Jason Stearns, analista esperto di Africa centrale dell'International Crisis Group.

Sangue per le strade di KinshasaScontri. I combattimenti esplosi nella capitale Kinshasa giovedì, provocati dal rifiuto delle centinaia di uomini della guardia personale di Bemba di consegnare le armi, come chiesto dall'esercito la settimana prima, hanno avuto un effetto dirompente nel panorama politico congolese: Bemba, uscito sconfitto dal ballottaggio presidenziale dello scorso ottobre, si è rifugiato nell'ambasciata sudafricana, braccato da un mandato di cattura per alto tradimento emesso dalla giustizia congolese. I suoi uomini, usciti sconfitti dal confronto con le Forze Armate, si sono in buona parte arresi volontariamente. Ma quella del presidente Joseph Kabila potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro: isolato nella capitale Kinshasa, dove la maggioranza della popolazione sostiene Bemba, così come in tutto l'ovest del Paese, Kabila potrebbe dover affrontare la rabbia della popolazione, già ai ferri corti con il nuovo esecutivo a pochi mesi dal suo insediamento.

Divisioni. “L'opposizione è debole e marginalizzata, in Parlamento e nelle amministrazioni provinciali non ha praticamente alcun potere nonostante Bemba al ballottaggio abbia ottenuto il 42 percento delle preferenze – dichiara Stearns a PeaceReporter – L'isolamento di Bemba potrebbe incoraggiare i suoi sostenitori, che non si sentono rappresentati dalla nuova amministrazione, a scendere per le strade. Anche perché, se Bemba dovesse essere arrestato, difficilmente un altro leader del suo peso potrebbe raccoglierne l'eredità”. L'attuale quadro politico congolese rispecchia un sistema ben poco democratico, con poche garanzie per chi esce sconfitto dalle urne. Il fatto che Kabila e Bemba non siano riusciti ad accordarsi sulla questione del disarmo (secondo la nuova Costituzione, Bemba ha diritto solo a 15 guardie armate) lo dimostra. “Il governo ha formalmente ragione, ma la situazione attuale deriva dal fatto che, a fine transizione, sulla questione del disarmo non si è trovato un accordo soddisfacente tra le parti – continua Sterns – accordo che sarebbe comunque stato possibile raggiungere anche prima di giovedì scorso. Il problema è che la questione è stata manipolata dai falchi di entrambi gli schieramenti, decisi a farla finita con gli avversari politici”.

Kabila e, a destra, BembaFuturo. Gli incidenti lasciano una pesante ipoteca sul futuro del Congo, uscito da poco da una devastante guerra e le cui regioni orientali sono ancora infestate da gruppi armati che ne minano la stabilità. Secondo Stearns, però, “non è realistico pensare a una ripresa del conflitto. La guerra in Congo è stata finanziata per anni da attori stranieri, comprese le nazioni confinanti. Uno scenario del genere al momento non è riproponibile, anche se non è da escludere l'organizzazione di un colpo di stato contro Kabila”. Peccato che il Congo, ridotto senza infrastrutture, con un'economia al collasso e con un processo democratico avviato solo da pochi mesi, abbia bisogno di ben altro per risollevarsi.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7620

AFGHANISTAN:
Le ”posizioni doppie” rafforzano i talebani
Sanjay Suri http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=883

LONDRA, (IPS) - Le forze militari delle potenze occidentali stanno combattendo i talebani in Afghanistan, ma sono proprio le politiche di questi governi che favoriscono l’aumento dei talebani, secondo diverse indicazioni emerse negli ultimi giorni.

L’ex primo ministro pachistano Nawaz Sharif ha parlato di queste “posizioni doppie” in ossacione di un incontro a Londra la settimana scorsa con Benazir Bhutto, altro ex primo ministro del Pakistan. La lega musulmana pachistana, fazione di Sharif, e il Partito popolare pachistano di Bhutto si sono uniti in un’Alleanza per il ripristino della democrazia, per sfidare il regime militare del generale Pervaiz Musharraf.

I poteri occidentali “da una parte premiano la democrazia in India, e dall’altra sostengono la dittatura in Pakistan“, ha dichiarato Sharif dopo l’incontro.

Sharif ha detto all’IPS di avere in programma il ritorno in Pakistan per sfidare il governo di Musharraf, senza specificare i tempi; le elezioni in Pakistan sono previste per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo.

L’Afghanistan viene citato parlando di diritti democratici dei leader precedentemente eletti, in vista di quella che Benazir Bhutto ha definito la “talebanizzazione del Pakistan”. Secondo il politico pachistano, nella misura in cui il Pakistan è talebanizzato, esso si allontana anche dal percorso democratico.

Gli ultimi episodi di violenza in Pakistan sono opera di “elementi talebani e sostenitori di al-Qaeda“, ha proseguito Bhutto, che hanno l’appoggio del governo. “Noi ci opponiamo alla talebanizzazione del Pakistan. Vogliamo elezioni pulite; le democrazie non vanno in guerra con altre democrazie, e sostengono solo politiche contro il terrorismo”.

Secondo l’opinione dei due leader, i poteri occidentali sono complici in quanto, con il loro sostegno a Musharraf, anziché favorire la scelta democratica incoraggiano i talebani.

Sharif ha detto che non chiederà agli Stati Uniti di cambiare politica per permettere ai leader dell’opposizione in esilio di tornare ed affrontare un’elezione. Il suo ritorno, ha puntualizzato, “non sarà una decisione degli Usa, ma sarà la mia decisione, non dovrò chiedere niente a nessuno”.

Tuttavia, di fronte all’imponente sostegno Usa del regime di Musharraf, la telebanizzazione potrebbe diventare una questione più grande per il Pakistan, come lo sta diventando per l’Afghanistan. La maggior parte del Pakistan nord-occidentale è nelle mani dei talebani, o di gruppi simili.

In Afghanistan, i talebani sono tornati prima di quanto chiunque si sarebbe aspettato – e con l’aiuto involontario degli occidentali.

”Il consenso per i talebani è aumentato incredibilmente”, ha detto all’IPS Norinne MacDonald, autrice di uno studio per il Senlis Council, gruppo indipendente che controlla gli sviluppi dell’Afghanistan. “I risultati del nostro sondaggio sono impressionanti; il 26 per cento dei 17.000 afgani intervistati ha detto apertamente di sostenere i talebani; un paio d’anni fa, questo sostegno era al tre per cento”.

L’aumento della povertà si traduce direttamente nell’appoggio ai talebani, ha proseguito MacDonald. “La gente non riesce a sfamare le proprie famiglie, e la mancanza di aiuti allo sviluppo da parte degli Stati Uniti ha causato rabbia tra la popolazione”.

Adesso i talebani hanno una base di al-Qaeda in Pakistan, oltre a giovani affiliati “ai quali non piace quello che sta succedendo”. Quanto agli Stati Uniti e ai loro alleati, solo se “vinceranno la guerra alla povertà, possono pensare di impedire l’addestramento di gruppi talebani in Pakistan”.

A causa della mancanza di sviluppo e di una politica anti-droga che ha impoverito la popolazione, gli Usa stanno solo “rafforzando i nemici”. Queste politiche mettono in difficoltà le forze militari degli Stati Uniti e dei loro alleati, ha proseguito MacDonald.

L’aiuto ai telebani potrebbe essere in realtà superiore di quanto non rivelino i sondaggi. “La gente di solito è prudente nel rispondere a queste domande, e il sostegno ai talebani potrebbe anche essere maggiore”, ha rivelato all’IPS Gulalai Momand, del Senlis Council.

Momand, che opera a Kabul, ha detto che la fiducia nel governo di Hamid Karzai sostenuto dagli Stati Uniti sta “gradualmente scomparendo rispetto allo scorso anno e all’anno passato”. Un precedente rapporto del gruppo ha dimostrato che il 90 per cento dell’aiuto economico diretto all’Afghanistan è andato in operazioni militari anziché in aiuti allo sviluppo.

In Afghanistan e in Pakistan, le stesse politiche americane si stanno rivelando il principale nemico degli Usa. In entrambi i paesi, gli Stati Uniti hanno sostenuto presidenti finti. Hanno poi incoraggiato, o anche imposto, politiche per il sostegno di posizioni individuali, proprio mentre ne minacciavano la legittimità, ed hanno sostenuto – e finanziato – politiche che armeranno e stanno già armando esclusivamente i loro nemici.

DA 10 ANNI UNA RADIO 'VIENNESE' INSEGNA A CAPIRE L'AFRICA


Contro gli stereotipi, i pregiudizi e la difficoltà dell’inserimento di giornalisti di origine africana nei mezzi d'informazione austriaci, 10 anni fa andava in onda a Vienna Radio Afrika International (RAI), prima e forse unica stazione in Europa “contro l’ignoranza sul continente africano”, come hanno sottolineato i fondatori nella cerimonia per l’anniversario. Nel 1997 RAI nasceva in un piccolo scantinato alla periferia della capitale austriaca, dando l’opportunità a molti giornalisti di origine africana di parlare del loro paese di provenienza, di sfatare i miti e le informazioni false propagate in Europa da media non africani e soprattutto di raccontare gli stati africani non definendoli solo “paesi sottosviluppati”. Il primo programma si chiamava “per non dimenticare” e si occupava di importanti personalità di origine africana, come Miriam Makeba, Louis Armstrong e Patrice Lumumba, padre dell’indipendenza congolese. Oggi Radio Afrika organizza scambi con giornalisti africani e corsi per chi vuole diventare giornalista esperto di Africa; una versione stampata dei programmi (Tribune Afrikas Print) esce settimanalmente con il Wiener Zeitung, quotidiano viennese.
http://www.misna.org/


Pakistan : giustizia e diritti umani preoccupano esperti ONU
di osservatoriosullalegalita.org

La situazione della giustizia e delle liberta' fndamentali venutasi a creare in Pakistan preoccupa anche il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'ONU.

Il 9 marzo 2007, il presidente pachistano Pervez Musharraf ha sospeso il maggior giudice del Pakistan, Iftikhar Chaudhry, con accuse non meglio chiarite di abuso d'ufficio. Tale decisione ha scatenato le proteste di molti, compresi avvocati, giornalisti, attivisti politici e militanti della societa' civile, scesi in piazza il 12 marzo contro questa decisione presidenziale, vista come attacco incostituzionale contro l'indipendenza dell'ordinamento giudiziario.

Sono stati denunciati eccessi di forza da parte delle forze dell'ordine ed arresti di dimostranti pacifici, mentre ai giornalisti sono state fatte pressioni fisiche per impedirgli di riportare gli eventi. In questo contesto, parecchi giudici si sono dimessi e avvocati di varie parti del Paese stanno boicottando le udienze in segno di protesta contro la sospensione e contro gli abusi della polizia contro i dimostranti.

Il relatore speciale dell'ONU per l'indipendenza dei giudici e degli avvocati Leandro Despouy, e lo speciale rappresentante del segretario generale ONU sulla situazione dei difensori dei diritti umani, Hina Jilani, (pachistana, famoso avvocato donna e difensore dei diritti dei piu' deboli), hanno espresso comune preoccupazione ed hanno ricordato al governo del Pakistan le disposizioni costituzionali del Paese che stabiliscono una procedura specifica come salvaguardia per garantire l'indipendenza dell'ordinamento giudiziario e per proteggere i giudici da interferenze eccessive del ramo esecutivo.

Essi hanno detto di temere molto che l'alto magistrato sia stato sospeso senza rispetto per queste procedure ed hanno sottolineato che "l'aggiramento della Costituzione costituzione costituisce un'interferenza seria dell'esecutivo con l'indipendenza dell'ordinamento giudiziario".

Inoltre gli esperti sono preoccupati per la forza eccessiva usata contro i dimostranti pacifici, il che e' "contrario agli standard internazionali", che garantiscono il diritto alle pacifiche manifestazioni. "E' dovere degli Stati, hanno ricordato i due, "garantire la protezione di tutto contro la violenza, le minacce o qualunque altra azione arbitraria".



marzo 26 2007

Rompicapo Italia: un gioco che il ‘salotto’ non risolve più


MARCO PANARA

Sembra un diluvio dopo la stagione secca. Nel giro di poche settimane si è messo in moto tutto. Basta fare la lista delle vicende in qualche modo aperte per capire in mezzo a che tempesta siamo: la privatizzazione di Alitalia; AutostradeAbertis; la telenovela di Capitalia, che è collegata da una parte alle vicende internazionali di AbnAmro e dall’altra a quelle nazionali di Mediobanca e Generali; EnelEndesa; FastwebSwisscom; Snam Rete Gas; TelecomOlimpiaPirelli; Unicredito, in bilico tra i richiami della super sirena francese Société Génerale e della sirenetta italiana Capitalia. Senza dimenticare vicende relativamente minori come l’ingresso del gruppo Ligresti in Impregilo, il riassetto di Aeroporti di Roma le trattative difficili tra Mittel e Hopa.
Il motore del capitalismo italiano si è messo in moto e sale vertiginosamente di giri come se ci fosse una gran fretta dettata da una pressione misteriosa.
Alcune delle vicende indicate sono in stallo, e tra queste certamente AutostradeAbertis, in attesa di una cristallizzazione delle ancora discusse regole concessorie, ma anche per un certo raffreddamento degli azionisti di Autostrade nei confronti degli spagnoli. In stallo è l’ipotesi di fusione tra Mittel e Hopa dopo settimane di trattative che non hanno trovato uno sbocco, e lo è anche l’eventuale separazione proprietaria tra Eni e Snam Rete Gas, sulla quale non si è ancora formata una posizione politica omogenea. Restano però questioni aperte, sono dossier poggiati sul tavolo in attesa che si creino le condizioni opportune per riaprirli o per riporli definitivamente nell’archivio delle ipotesi tramontate.
Quello che è certo però, e che questo puzzle disordinato di movimenti segnala, è che siamo nel bel mezzo di una ennesima fase di passaggio che tipicamente esplode quando in alcune, troppe situazioni, il livello di sofferenza diventa tanto alto da apparire non più sostenibile. Per certi versi è normale che questo accada, quello che caratterizza la situazione italiana è da una parte il nostro vizio di trascinare le situazioni di sofferenza fino al punto di renderle appunto insostenibili e, dall’altra, la fitta rete di intrecci che fa sì che ogni movimento finisce per determinare effetti a catena.
E’ il caso di Alitalia, in attesa di un futuro sempre più difficile ormai da lustri, di Telecom, che ancora non trova pace dal momento della privatizzazione, di Capitalia, Mediobanca e Generali, legati in una catena fragile che condiziona i destini di ciascuno e che ci ha portato al paradosso di avere un bello schieramento di francesi che si fa paladino e garante dell’italianità e dell’indipendenza di tre pezzi da novanta della finanza nazionale.
Un filo conduttore unitario in questo improvviso dinamismo forse non c’è. Ci sono spezzoni e ci sono vecchi e nuovi atteggiamenti che si confrontano. C’entra il governo, che ha una sua idea, forse non del tutto unitaria ma comunque influente, che vuole che l’impresa italiana sia forte e che abbia un ruolo in Europa. L’ingresso di Enel nel capitale di Endesa e l’ipotesi di opa da lanciare insieme alla spagnola Acciona sul primo gruppo elettrico iberico va in quella direzione. Se Enel avrà successo la sua diversificazione internazionale avrà fatto un importantissimo passo avanti, lasciando probabilmente spazio anche per qualche acquisto in Russia. Poi le resterà da dimostrare di avere una struttura manageriale adeguata per ottimizzare e gestire il tutto, ma questo sarà possibile valutarlo solo a cose fatte. Il primo passo è fare il balzo, superare il limite dei confini nazionali e acquisire una dimensione europea.
Ancora di più il segno del governo c’è nella scelta di privatizzare Alitalia, nella speranza che non si sia fuori tempo massimo, che il livello sostenibile di sofferenza non sia stato superato. Lo scopriremo entro fine maggio, quando sapremo se le manifestazioni di interesse si saranno trasformate in piani industriali credibili e in offerte vincolanti accettabili. Perché se i piani industriali e le offerte vincolanti non arriveranno allora lo stesso valore degli asset di Alitalia, in mancanza di un futuro prevedibile, potrebbero perdere buona parte del loro valore e mettere in forse la vita stessa dell’azienda.
Le vicende chiave del momento tuttavia sono le altre due, Telecom da una parte e CapitaliaMediobancaGenerali dall’altra. Tutte e due confuse e tutte e due complicate dall’intreccio di meccanismi vecchi e di esigenze nuove.
Quella che tiene banco in questi giorni è Telecom, mentre perché si metta in moto la vicenda Capitalia bisognerà aspettare di capire dove finirà AbnAmro (che è il suo primo azionista), contesa da Barclays e Citigroup.
Il punto di partenza è che Telecom in se non è un problema. E’ di gran lunga l’operatore leader sul mercato italiano ed ha presenze importanti in Brasile e Argentina, guadagna, ha un debito elevato ma anche un cash flow in grado di sostenerlo. Deve definire le sue strategie e un assetto di management, ma in nessun senso si può definire un’azienda in crisi. In Europa soffrono più di lei France Telecom e Deutsche Telecom, mentre solo Telefonica è visibilmente più dinamica. Ma se Telecom non è un problema è innegabile che Telecom abbia un problema, e questo problema è l’indebitamento del suo azionista di maggioranza relativa, che è Olimpia, la quale possiede il 18 per cento del suo capitale ordinario ed è a sua volta posseduta per l’80 per cento dalla Pirelli e per il 20 per cento dal gruppo Benetton.
L’indebitamento di Olimpia è il vizio di origine di tutta quella viene chiamata la gestione Tronchetti, che attraverso Olimpia comprò il controllo di Telecom da Gnutti e Colaninno nel settembre del 2001 appena prima della tragedia dell’11 settembre e quando lo scoppio della bolla della new economy era solo agli inizi. Olimpia comprò le azioni Telecom a 4,17 euro per azione, un prezzo che il titolo non ha mai più rivisto (oggi vale poco più della metà) e finanziò il suo investimento indebitandosi massicciamente con le banche.
Quel debito contratto da Olimpia ha condizionato da allora ogni momento della gestione di Telecom. Il vincolo inevitabile ad ogni scelta e ad ogni strategia di Telecom è stato infatti la necessità inderogabile di fare un ammontare di utili e di distribuire una quantità di dividendi tale da consentire all’azionista Olimpia di pagare almeno gli interessi su quel debito mentre anno dopo anno si allontanava la prospettiva di ripagarlo. Un vincolo del genere comporta una pressione sugli investimenti e un vincolo forte allo sviluppo, e infatti Telecom ha rinunciato, a volte anche intempestivamente, alla presenza su mercati dove già era e all’ingresso su mercati dove avrebbe potuto credibilmente svolgere un ruolo importante. L’azienda è lì, ma certamente non ha la dimensione, la dinamicità e il ruolo che se non avesse avuto quel vincolo avrebbe potuto avere. Questo vincolo così stringente ha peraltro accentuato l’altro vizio di origine, e cioè il prezzo elevato pagato per le azioni Telecom al momento dell’acquisto, perché il mercato ha pesato la situazione e considerato che in un quadro del genere Telecom non poteva crescere e quindi il suo titolo nemmeno.
La situazione di sofferenza si è trascinata anche in questo caso troppo a lungo e ha finito per esplodere la scorsa estate, quando di fronte alla difficoltà di ripagare il debito di Olimpia e alla persistente debolezza del titolo si è arrivati a prendere in considerazione l’ipotesi di cambiare il perimetro stesso di Telecom, vendendone dei pezzi, o la sua natura di impresa di tlc per avventurarsi in un difficile tentativo di trasformarla in impresa multimediale per spingere in alto la sua valutazione di borsa. La politica ha resistito alla prima ipotesi mentre troppo fragili si sono rivelati i presupposti per portare avanti la seconda e si è arrivati così alla inevitabile conclusione: l’uscita dalla gestione di Marco Tronchetti Provera e, successivamente, la messa in vendita dell’80 per cento di Olimpia (e quindi di fatto il controllo del 18 per cento di Telecom) posseduto da Pirelli.
Al momento quella messa in vendita è un annuncio. La Pirelli non ha infatti dato incarico ad alcuna banca d’affari di cercare un compratore o di avviare le trattative con soggetti interessati. E’ bastato quell’annuncio però a spingere il governo a esprimere l’auspicio (e anche qualche cosa di più) che Telecom rimanga in mani italiane e a far sì che Mediobanca da una parte e Banca Intesa dall’altra si mettessero in moto per trovare una soluzione. Che però non è facile per la ragione che la Pirelli ha in carico i titoli di Olimpia ad un valore che corrisponde a un prezzo di 3 euro per ciascuna azione Telecom da questa posseduta, mentre il titolo Telecom oscilla in Piazza Affari intorno a 2,15 euro. La differenza non è poca ed è notevole anche rispetto ai 2,7 euro per azione ai quali, si dice, Tronchetti sarebbe disponibile a vendere con lo scopo di ridurre i debiti della Pirelli, ricomprare la quota di Pirelli Tyre venduta pochi mesi fa alle banche e concentrarsi nei business dei pneumatici e dell’immobiliare.
Il prezzo quindi è la questione chiave, ma non è la sola. Per trovare la soluzione, abbiamo detto, si sono mosse Intesa e Mediobanca secondo linee diverse, e ricomporre queste linee in una sola si sta rivelando assai difficile. L’idea di Intesa San Paolo è di mettere insieme un gruppo di investitori, bancari e non, comprare dalla Pirelli l’80 per cento di Olimpia e nominare un nuovo management in Telecom. Mediobanca invece sembra orientata a seguire un’altra strada, che ricorda assai i metodi del passato, quando le azioni si pesavano e il mercato era il ‘parco buoi’. Il progetto di Piazzetta Cuccia prevede infatti la scissione di Pirelli in due società, lasciando nella prima i business tradizionali e mettendo nell’altra la partecipazione in Olimpia, facendo così degli azionisti di Pirelli azionisti diretti di quest’ultima. Il secondo passaggio sarebbe l’acquisto della quota nella nuova società detenuta dalla Camfin, che essendo il maggiore azionista della Pirelli lo sarebbe anche della società scorporata. In questo modo il controllo di Olimpia e quindi di Telecom passerebbe a Mediobanca, mentre la Pirelli rimarrebbe con tutti i suoi debiti e i suoi azionisti si ritroverebbero loro malgrado ancora con i problemi di Olimpia senza aver intascato una lira. L’unica ad incassare qualcosa sarebbe la Camfin, quindi Tronchetti, che però ha rifiutato una operazione così poco favorevole al mercato e che non risolverebbe i problemi della Pirelli.
Su queste opposte visioni tra Intesa San Paolo da una parte e Mediobanca dall’altra la situazione si è al momento impantanata, mentre il tempo passa rapidamente e si avvicina la scadenza del 4 aprile, data entro la quale vanno depositate le liste dei candidati alle cariche sociali che dovranno essere votate nella successiva assemblea di Telecom.
Dal punto di vista dell’azienda Telecom la soluzione ideale sarebbe di avere azionisti finanziari, che hanno cioè l’obiettivo di far crescere l’azienda e quindi il valore delle azioni che hanno in portafoglio e di avere un management in grado di definire una strategia, di costruire un piano industriale per realizzarla e che il mercato giudichi adeguato allo scopo. E’ la situazione di molte grandi imprese che rispondono al mercato e che non hanno uno specifico azionista di controllo. Due esempi tra tutte: Vodafone (i cui principali azionisti, puramente finanziari, sono la Bank of New York con il 12,8 per cento, The Capital group con il 5,56, Barcalys e Legal & General Investment ciascuna con poco più del 3,6 per cento) e Telefonica (Chase Manhattan Bank Nominees con il 9,9, State Street Bank con il 7.6, Bbva con il 6,6, la Caixa con il 5,1 e Citibank con il 4,66), forse non a caso le più brillanti aziende europee di tlc.
Pragmaticamente è difficile credere che questa sia l’occasione per fare di Telecom Italia una moderna public company sull’esempio dei due casi sopra citati. Ci sono di mezzo le aspettative della Pirelli e di Marco Tronchetti Provera da una parte, e la tendenza italiana a considerare un’azienda, e tanto più un’azienda delle dimensioni e con le caratteristiche di Telecom un centro di potere, dall’altra. Due ostacoli che pare assai difficile superare in un colpo solo.
E tuttavia già una soluzione che invertisse le priorità, che cioè non subordinasse le strategie dell’azienda ai debiti di chi ha il 18 per cento del suo capitale e mettesse avanti l’interesse di tutti gli azionisti e del sistema nel suo complesso, e cioè lo sviluppo dell’azienda, sarebbe un bel passo avanti. Con una priorità del genere una crescita di valore del titolo sarebbe credibilmente ipotizzabile, e anche il problema rappresentato dal prezzo potrebbe più facilmente essere risolto.http://www.repubblica.it/supplementi/af/2007/03/26/primopiano/002koatti.html


I parolai di destra e qualcuno di sinistra

A seguire il dibattito, sulla votazione del rifinanziamento della "missione" in Afghanistan e sui commenti della liberazione di Mastrogiacomo, viene da pensare che tanti di quelli che occupano le pagine dei giornali parlano per comunicare al mondo che loro esistono. Questo indipendentemente dalle cazzate che sparano e dalla retorica che usano.
Usano argomenti tipo" non si tratta con i taglia gole" come se, sotto la loro gestione, i soldi dati e le trattative fatte per liberare quelli che hanno preceduto il giornalista di repubblica con il titolo di ostaggio siano nell'ordine:
1- soldi che sono stati usati per fare opere di bene e non per comperare armi da parte della guerriglia locale
2- gli interlocutori erano membri della locale sezione dei Lions e non rappresentanti di quei gruppi che si oppongono alla presenza (armata) occidentale da quelle parti.
Forse gli rompe le balle che il buon Gino Strada, senza perdere tanto tempo in convenevoli e senza sfoggiare muscoli, abbia raggiunto un risultato a prescindere dalle lezioni di "negoziazione" che qualche esponente della destra si ostina a voler impartire.
E' scritto nel loro codice genetico che i soldi non puzzano. In quanto tali forse l'uso del vile denaro pone loro meno problemi di codice morale e gli fa dormire sogni tranquilli.
Questi guerrieri indomabili hanno iniziato una campagna stampa per "rinforzare" il nostro contingente. In che termini nessuno osa specificarlo. Quello che vogliono é che qualche aereo da combattimento, con qualche elicottero di quelli offensivi, sia destinato a quel teatro.
In questo ultimo periodo in tanti si stanno prodigando a spiegarci che le cose sono cambiate, lo scenario è uno scenario di guerra (quando mai è stato di pace?) ed in quanto tale bisogna adattarvisi.
Citano addirittura la costituzione.
Insomma iniziano ad abituarci all'idea di una guerra che nessuno ha dichiarato.
Certo a Settembre di qualche anno fa anche gli americani hanno sperimentato la gioia del terrorismo sulla loro pelle in casa.
Questo prezzo noi lo abbiamo pagato tante volte. Con stragi che non hanno ancora una risposta, un aereo che si è dissolto in cielo senza che nessuno spieghi come mai, con qualche palestinese che si è messo a sparare in mezzo a civili nella hall di un aeroporto a Roma, con qualche israeliano che regolava conti uccidendo a Roma qualche rappresentante di Alfatha.

Se vale la regola della legge del taglione, che gli USA vogliono imporci , la prospettiva è quella di un mondo militarizzato in cui non rimane altro che scannarci.
Capisco che i fascisti abbiano nostalgia di qualche battaglione di camice nere, da far marciare in mezzo alla polvere di qualche sentiero afghano, ma che questa pulsione prenda anche i vari Fassino e Rutelli mi lascia un pò interdetto(si fa per dire).
Quando il moschetto prende la mano è poi dura pensare di fare una politica degli esteri da illuminati.
Al fondo rimane la constatazione che questa sinistra, con poche eccezioni, abbia difficoltà a spostare il dibattito su un fronte diverso. Non capisco perché non si faccia un pò di quella contro informazione che un tempo era la nostra specialità.
Magari porre qualche domanda che incrini il pensiero unico.
Che ricostruisca la storia e le motivazioni di una presenza di stampo coloniale. Che spieghi qual'è la natura della NATO e le ragioni della sua esistenza e dei suoi interventi.Perché si ha l'abitudine di usare due pesi e due misure.

Non siamo l'armata del bene contro il male oscuro. Le crociate le abbiamo già fatte e scontiamo ancora oggi i loro effetti.
Da qualche parte si dovrà pur iniziare per cercare di spezzare questa spirale. Io credo che l'unico modo è quello di marcare le differenze. Mettersi con quelli che dividono i contendenti e non con quelli del moschetto.Senza tanti giri di parole e capriole.http://pensareinprofondo.blogspot.com/


Repubblica
IL MALE OSCURO DELLA METROPOLI SENZ´ANIMA
di CARLO ANNOVAZZI

Quando alle dieci di stasera si spegneranno le fiaccole, sulla città calerà il buio. Il buio del cielo. Ma, soprattutto, il buio delle menti. A manifestazioni concluse, a contrapposizioni politiche rilassate in attesa di tendersi nuovamente, quello che resta di quindici giorni di schermaglie è un´opera di Rembrandt.
Letizia Moratti è stata populista per ingraziarsi il popolo, ci aveva già provato subito dopo le elezioni, con i Navigli, ascoltando le lamentazioni degli abitanti assediati per tre mesi dall´inferno sotto forma di rumore, promettendo provvedimenti e rinviando poi solo di qualche giorno quello che era sempre stato, la deregulation notturna. È stata populista anche per riconquistare una ribalta nazionale. È andata su un tema trasversale ed è riuscita a tenere i toni altissimi su un problema vissuto da tutti. Milano non è il Far West, non è Napoli e, per fortuna, non è nemmeno quella di trent´anni fa. Non ci sono più sparatorie, non c´è più il coprifuoco. Però la paura si è insinuata nelle pieghe delle vite milanesi, esiste una microcriminalità che condiziona quartieri, che trasmette insicurezza ai soggetti più deboli, in particolar modo agli anziani.
C´è la droga, tanta, troppa. Non solo in periferia, ma anche in pieno centro, la protesta di strada a Figino diventa una raccolta di firme in piazza XXV Aprile. La richiesta di più polizia e vigili non è solo di destra, attraversa la politica perché arriva dalla base.
Ma siamo sicuri che basti il presidio massiccio delle forze dell´ordine per costruire la città ideale? Chi vive anche la notte dice no. Perché il male di questa Milano è decisamente più profondo. È una città che ha perso l´anima.
Sono cadute le barriere e tutti sono convinti di poter fare tutto. E più si è giovani, più questo viene elevato a regola. L´imbarbarimento dei costumi, l´incapacità di valutare e considerare i cambiamenti, questi sono i problemi di Milano. Due esempi di vita in diretta. Via San Marco, un cingalese picchiato da quattro ragazzotti ben vestiti solo perché colpevole di essere straniero e di guadagnarsi la vita nell´unico modo che questa civiltà gli permette. Via Statuto, quattro giovani, pure griffati, a fare pipì sulle portiere delle auto. Intolleranza e inciviltà tra mezzanotte e l´una, in pieno centro. Accade ogni sera. Questo è il livello. Pensiamo davvero che basti qualche centinaio di poliziotti in più per cambiarlo? Se uno cammina di giorno non inciampa, perché vede la luce di questo mondo, ma se cammina di notte gli manca la luce. Milano cosa fa per accendere la luce nella mente dei milanesi? Dove sono le famiglie, le scuole, il Comune? E dove sono gli imprenditori? Milano ha una serie infinita di eccellenze, ma ha perso il senso della convivenza sociale. Sempre più chiusa in se stessa, ha finito per perdersi. Ora, dopo aver scosso le coscienze, il sindaco ha un dovere: ridare un´anima a Milano. L´anima non sono i grattacieli di Citylife, il lusso di Santa Giulia, l´Expo. L´anima è la riscoperta del prossimo, la solidarietà, l´allargamento delle offerte, l´educazione. E ancora, l´allungamento dell´orario dei metrò, eventi culturali di piazza, l´illuminazione dei monumenti, mostre. Questo è il compito di un sindaco. Molto di più di un allarme a effetto che si perde nell´arco di una notte.


EUREKA, IL POTERE SI STA GIA’ TRASFORMANDO!
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Ecco l’avanguardia rivoluzionaria alla Regione Lazio della trasformazione in atto:
 
  • Gianfranco Bufundi: eletto nelle liste dell’UDC alle elezioni regionali del Lazio del 2005 oggi è consigliere regionale dell’UDEUR.
  • Marco Verzaschi: ex assessore prima all’Ambiente poi alla Sanità della Giunta Storace, dopo essere stato eletto nelle liste di Forza Italia è approdato lo scorso anno all’UDEUR. Oggi è sottosegretario alla Difesa del Governo Prodi.
  • Eugenio Leopardi: primo dei non eletti di Forza Italia è subentrato a Giorgio Simeoni, poi passato in Parlamento. Dopo una breve parentesi come capogruppo di forza Italia alla Regione Lazio, Leopardi è attualmente consigliere dell’UDEUR.
  • Donato Robilotta: Assessore agli Affari Istituzionali della Giunta Storace, è stato il primo degli eletti del Nuovo PSI. Oggi è il capogruppo dei “socialisti riformisti” aderenti alla Rosa nel Pugno.
  • Claudio Bucci: da Forza Italia è passato allo SDI. 
VIVA IL POTERE CHE SI TRASFORMA, VIVA IL TRASFORMISMO RIVOLUZIONARIO!http://anagnirossa.splinder.com/post/11505264/EUREKA,+IL+POTERE+SI+STA+GIA’+TRASFORMANDO!

Margherita. Non capisco e non mi adeguo

Inviato da Nando dalla Chiesa
Allegria allegria, è finito da poche ore il congresso regionale lombardo della Margherita. Lo confesso: non capisco e non mi adeguo. Non capisco perché si voglia fare il partito democratico se non ci si crede, se si ha la testa sempre voltata ai Popolari, o alla Democrazia cristiana. Se si pensa che, ad andare verso il nuovo partito, ci sia solo il cattolicesimo sociale, il quale fra l’altro ha tante varianti, alcune assai belle e altre, invece, assai poco sociali (e perfino poco cattoliche…). Non capisco perché, ricordando le percentuali a cui erano piombati i popolari, si voglia continuare a coltivare quell’identità. Attenzione: non a portarsela biograficamente dentro, che è ovvio; ma a coltivarla, a farne il punto di identità collettiva di un intero partito, che era nato con altre ambizioni e altre intuizioni.

Non capisco perché, quando pure scatta la pazza idea che non vi sia solo il cattolicesimo sociale, il massimo di apertura consista nel fare l’elenco delle culture che dovrebbero ritrovarsi nel futuro partito democratico. Ritrovarsi, oh, non sia mai detto che si fondano insieme facendo nascere qualcosa di pericolosamente diverso…Ecco dunque l’elenco che ormai mi arriva fino alle orecchie: il cattolicesimo sociale, il riformismo liberale, e il liberalesimo repubblicano, e l’ambientalismo democratico (distinto da quello antidemocratico…),e il socialismo democratico. Ma che bell’elenco, quanto è edificante sapere che si uniranno, senza fondersi, tutte queste culture. Basta nominarle, elencarle, e uno non deve fare più nemmeno la fatica mentale di pensare quale sarà la cultura del partito democratico. Mi è venuto spontaneo, nel mio intervento, spiegare che il partito che vogliamo fondare non potrà essere un museo di storia contemporanea zeppo di “tradizioni politiche”.


Ohi ohi, avranno avuto ragione quelli che in questi anni, anche su questo blog, mi hanno chiesto che cosa ci faccia io nella Margherita? Un po’ sì, un po’ no. Sì, perché io con questa visione della politica futura non c’entro molto. No, perché il progetto della Margherita era un altro e comunque in questo partito ho sempre avuto la massima libertà.


E tuttavia oggi sono stato davvero messo a dura prova. E’ stato quando è passato di misura l’ordine del giorno firmato dal coordinatore regionale uscente e da quasi tutti i coordinatori provinciali (a proposito: complimenti vivissimi). Un ordine del giorno che prevede che nel partito prossimo venturo tutte le culture di origine dei convenuti possano organizzarsi autonomamente e ottenere finanziamenti. Ovvero: come mettersi insieme e coltivare alla stregua di fortini le proprie “identità”. Di più. In quell’ordine del giorno stava scritto anche che i futuri funzionari di partito dovessero pure loro essere divisi tra i partiti contraenti. La lottizzazione su prenotazione, insomma. Fantastico. Be’, non mi adeguo. Io e altri inventeremo qualcosa per arrivare al partito democratico senza questa zavorra mentale sulle spalle. Applaudita con urla da stadio, mentre il povero Roberto Zaccaria chiedeva la cosa più normale del mondo: votare l’ordine del giorno per parti separate, così da isolare le cose più indigeste. Che hanno vinto lo stesso. Di strettissima misura ma hanno vinto. Proibito adeguarsi. Come ho detto l’altra volta? Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo. Anni settanta, quinto piano azzurro del pensionato Bocconi. Facevo l’assistente… democratico. http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php

Sircana no grazie
Solimano

Ci sono almeno sei motivi perché Silvio Sircana faccia un passo indietro, anzi due.
Il primo è che è stato l'uomo comunicazione di Prodi durante la campagna elettorale: la Fabbrica del programma, il librone di quasi 300 pagine, le incertezze in TV, le gaffe di forma e di sostanza: tassa di successione, ICI e così via. Il risultato è stato che una campagna elettorale che poteva essere in discesa, visti i sondaggi di qualche mese prima, è stata una vera e propria discesa che per soli 25.000 voti non è stata catastrofica.
Prodi ci ha messo del suo, ma Sircana era il suo uomo di comunicazione, non vedo perché è stato premiato per essere quasi riuscito a perdere.
Il secondo è che ha continuato a negare, negare, negare finché 'ste foto sono uscite, tale quale la Melandri riguardo il Kenia con Briatore. Dopo una settimana ha mollato, doveva chiamare la stampa e dire subito che cacchio aveva fatto.
Il terzo è che un uomo di comunicazione non può mai dimenticare che gli altri fanno il loro mestiere, che è quello di spiare e sputtanare in tutti i modi possibili: non doveva esporsi col giretto fuori via, era una cosa a rischio e di quel rischio doveva essere cosciente, se no, ancora, che cacchio di uomo di comunicazione è?
Il quarto motivo è che a me non piace che l'uomo che è più vicino al presidente del consiglio per cui ho votato vada a puttane, sic et simpliciter. Potrebbe fare tante altre cose, piuttosto che andare a puttane. Se non fosse riprovevole, non si sarebbe certamente sorpresa la famiglia, probabilmente si è sorpreso anche Romano Prodi.
Il quinto motivo è che Sircana è la moglie di Cesare, deve quindi essere al di sopra di ogni sospetto. Non è obbligatorio essere l'uomo di comunicazione di Romano Prodi quando non si ha ben chiaro che si richiede un comportamento cristallino. La privacy non c'entra, visto che di comunicazione stiamo parlando.
Il sesto motivo è perchè Angelo Rovati il coraggio di fare un passo indietro l'ha trovato, senza se e senza ma, in una situazione molto meno compromettente di quella di Sircana, e molto più dignitosa.http://www.ulivoselvatico.org/politica/nuovapol.htm

 


La Mafia accademica colpisce ancora: affossato un candidato con 600 punti di impact factor a favore di raccomandati con punteggio di 120

La Finanza ha intercettato gli accordi occulti tra Paolo Rizzon, ordinario di cardiologia di Bari, e alcuni colleghi tra cui Mario Mariani, luminare di vastissima e acclarata fama, docente di cardiologia all'università di Pisa.

L'inchiesta, non ancora conclusa, della procura di Bari sui concorsi "pilotati" dalla Società italiana di cardiologia è in pieno svolgimento. Rizzon ha appena dovuto "fregare" il candidato Eugenio Picano in un concorso per associato di cardiologia alla scuola superiore Sant'Anna, e Picano è "uno che ha seicento punti di impact factor (il punteggio assegnato ai candidati in base alle citazioni ricevute per i loro lavori sulle riviste scientifiche ndr), mentre i più bravi degli altri ne hanno centoventi".

La procura scopre prove manipolate per favorire amici e familiari. Ieri a Firenze, l'ultimo caso: un professore rinviato a giudizio.
"Troppo bravo, bocciamolo" Concorsi truccati negli atenei toscani
di ANTONELLO CAPORALE e FRANCA SELVATICI

da repubblica.it

FIRENZE - "Era il migliore, l'abbiamo fregato". Quando i baroni universitari si applicano sono quasi più abili di quei meccanici che taroccano i motori delle auto, quelli che ripuliscono le candelette e i carburatori. "Abbiamo fatto una battaglia terribile. proprio mafia e contromafia. Fare giudizi in modo da fregarne tutti tranne uno o due non è facile, però sto uscendo fuori con una bella lingua italiana, mi sto divertendo".
I finanzieri intercettano i colloqui che Paolo Rizzon, ordinario di cardiologia di Bari, sta avendo con alcuni colleghi tra cui Mario Mariani, luminare di vastissima e acclarata fama, docente di cardiologia all'università di Pisa. Le conversazioni telefoniche sono parte dell'inchiesta, non ancora conclusa, della procura di Bari sui concorsi "pilotati" dalla Società italiana di cardiologia. Rizzon ha appena dovuto "fregare" il candidato Eugenio Picano in un concorso per associato di cardiologia alla scuola superiore Sant'Anna, e Picano è "uno che ha seicento punti di impact factor (il punteggio assegnato ai candidati in base alle citazioni ricevute per i loro lavori sulle riviste scientifiche ndr), mentre i più bravi degli altri ne hanno centoventi".
Come tutte le cose difficili, far perdere Picano è costato tanta fatica. Altra telefonata ad altro utente: "Non è neanche bello dover fare 'ste cose, insomma!... Almeno a me non è che piaccia tanto! E' per tener contento Mariani. Quindi continuo a pagare".
All'università ci sono infatti uomini d'onore: ogni parola è debito. E ogni impegno è un dovere, da hombre vertical. Verticale nel senso che se il papà insegna, un giorno o l'altro insegnerà anche il figlio. La teoria della diramazione per via successoria, la cosiddetta verticalizzazione della cattedra, è esemplarmente racchiusa dalla composizione accademica della famiglia Frati di Roma sulla quale, beninteso, non esiste ombra giudiziaria.

Il capostipite Luigi è prorettore della Sapienza e professore ordinario e preside della facoltà di Medicina. La figlia Paola è professore associato, Luciana, mamma di Paola e moglie di Luigi, insegna storia della medicina. Un altro Frati, Giacomo, più giovane, è ricercatore al Campus biomedico romano. Quando la linea verticale si interrompe, accade che si profili quella orizzontale. Moglie, se esiste, o anche solo fidanzata.
Ieri mattina il gip del tribunale di Firenze ha per esempio rinviato a giudizio, contestandogli il reato di abuso d'ufficio, un chiarissimo neonatologo fiorentino, il professor Firminio Rubaltelli, ordinario di Pediatria e capo all'unità intensiva di Careggi. E cosa avrebbe fatto Rubaltelli? Sarebbe andato in soccorso della dottoressa Giovanna Bertini. Giovanna ha 28 anni meno di Firminio e all'ospedale si è sempre mormorato che i due formassero davvero una bella coppia.
Interrogata sul punto, la Bertini sdegnata una volta ha risposto: "È un pettegolezzo infondato. Ci mancherebbe altro". I finanzieri, perquisendo le dimore degli inquisiti, hanno trovato però una lettera, dal tono amoroso, di Giovanna a Firminio: forse è meglio che si stia prudenti di questi tempi. Il professore sarà processato per avere ripetutamente aiutato la dottoressa Bertini alla quale, scrive il pm nella richiesta di rinvio a giudizio che il gip ha appena convalidato, è legato da "una relazione sentimentale" e anche da un rapporto di interesse in quanto i due sono soci nella srl Neonatologia online. Alla socia e fidanzata Rubaltelli avrebbe fatto in modo di assicurare dapprima, anno 2000, un incarico di ricerca all'ospedale di Careggi, poi, anno 2002, l'avrebbe aiutata a vincere un concorso di aiuto ospedaliero e infine, anno 2004, la stava aiutando per farle salire ancora un gradino: professore associato di pediatria.
Quest'ultima prova è stata ritenuta dall'accusa taroccata giacché il bando è parso cucito su misura per la dottoressa amica e socia. Infatti chi avesse voluto parteciparvi avrebbe dovuto documentare profili di studio e di impegno professionale in possesso soltanto della Bertini. Il professor Rubaltelli e la dottoressa saranno processati il 5 maggio dell'anno prossimo.
All'università nessun allarme e nessuna reazione. Non si è costituita parte civile. Solo l'azienda ospedaliera l'ha fatto. In Toscana tutto va bene. Gli ospedali sono ottimi, i chirurghi valenti, i docenti illuminati. Non si capisce perché la magistratura e persino i giornalisti si incuriosiscono sul reclutamento all'attività didattica.
"Io te lo dissi - non ti ricordi? - te lo dissi la prima volta: non può essere una penalizzazione essere un figliolo di qualcuno". È il 19 aprile 2003 e queste sono intercettazioni ordinate dalla procura di Bari. Gianfranco Gensini, ordinario di medicina interna nonché preside della facoltà di medicina di Firenze, conforta l'amico Mario Mariani, ordinario di cardiologia a Pisa. Mariani è sconcertato per le tante malelingue che assicurano che suo figlio Massimo sia stato aiutato nella sua attività di cardiochirurgo. Mariani: "La solita lettera anonima. un delinquente". Gensini: "Che hanno scritto?". Mariani: "Solite storie della cardiochirurgia. Il nepotismo. Io mi sono rotto...". Gensini: "Si, sì, sì anche perché sennò va a finire che essere figli di qualcuno diventa una colpa grave". Di telefonata in telefonata, i finanzieri pugliesi raggiungono la Toscana. E si accorgono che c'è di tutto e di più.
Ogni figlio, è figlio di papà. Il professor Mariani ha mosso mari e monti per aiutare il figliolo Massimo e avviarlo alla carriera universitaria. Mariani è indicato dagli inquirenti, nell'inchiesta che ancora oggi non è conclusa, come uno dei vertici dell'associazione che avrebbe pilotato i concorsi e li avrebbe fatti deviare.
Non sempre c'è inchiesta e non sempre c'è intrigo.
A Siena non è accaduto niente di penalmente rilevante, e c'è da dire che i protagonisti sono riconosciuti come eccellenti medici. Gian Marco è ricercatore di oculistica, il suo papà Piero Tosi è ordinario di anatomia patologica, nonché rettore dell'università di Siena e presidente della Conferenza dei rettori. Nicola, figliolo del magnifico rettore dell'Università, è divenuto ricercatore di economia agraria. Il papà Augusto Marinelli è ordinario di economia agraria ed estimo rurale. Sonia, figlia di Mario Prestamburgo, è professore associato a Udine. Il suo papà (già deputato dell'Ulivo e sottosegretario nel governo Dini) è ordinario a Trieste.
Come un veggente, un professore ordinario di filosofia antica dell'ateneo fiorentino un giorno scrive a una sua collega di Harvard una lunghissima mail nella quale predice promozioni e bocciature: "Una professoressa ha perso la testa per un giovane studioso, che quindi sarà promosso ordinario. Per fare carriera - scrive il professor Walter Lezsl - non bisogna fare buona ricerca e buon insegnamento, ma esercitare altre capacità, come l'attrazione sessuale oppure il servilismo": Nella mail Leizsl racconta tutti i dettagli dell'intrigo, le riunioni dei professori e le loro decisioni prima che i concorsi venissero svolti. Tutte le previsioni si sono avverate. La mail è agli atti giudiziari. Un'altra inchiesta è aperta.

Ha da passà 'a nuttata


Sto partecipando a un esperimento scientifico, come osservatore. A Torino 150 cittadini della Val di Susa e piemontesi volontari sono impegnati in una due giorni di discussioni sulla questione Tav.

Ma non è il solito convegno di parole a perdere. E' un esperimento di democrazia deliberativa. Si tiene presso il Sermig, l'arsenale della Pace fondato da Ernesto Olivero dietro il mercatino dei più poveri di Porta Palazzo. Una vecchia area militare di artiglierie trasformata in centro di comunità e di convegni.


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I tavoli discutono, sotto la supervisione di una squadra di sociologi (guidati da Pierangelo Isernia e Luigi Bobbio), vengono inframezzati da sessioni plenarie con esperti (a cui rivolgono domande strutturate, maturate lungo le discussioni nei tavoli), e i sociologi ad ogni passaggio, tra tavoli e plenaria, fanno compilare dei questionari. L'obbiettivo è valutare il mutamento e l'evoluzione delle opinioni ad ogni discussione informata, ad ogni aggiunta di informazione e dopo ogni confronto al tavolo, moderato da un sociologo imparziale.

Oggi ho assistitito a un paio di questi tavoli. La discussione, pacata, tra no-tav, con i loro argomenti ambientali e economici, e i sì-tav, con i loro argomenti ambientali e economici, era molto interessante. La sessione con gli esperti, che hanno risposto alle domande provenienti dai tavoli, altrettanto. Domani vado alla seconda giornata, per cercare di capire se questo metodo porta a un processo effettivamente democratico, ovvero di discussione politica informata e adulta.

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Non vi dico la mia opinione sulla Tav, la sto ancora maturando, insieme agli altri.

Voglio però proprio capire se in Italia può maturare una cultura del dialogo politico nuova, basata sull'innesto nella partecipazione dei cittadini di una sorta di metodo scientifico, di cultura peer-reviewed.

Tutto questo mi serve per un'autocritica. Non vorrei aver dato l'impressione, dati i post dei giorni scorsi, di un cavaliere solitario alla ricerca di una sorta di Santo Graal. Anche se ne ho effettivamente trovato, credo, una buona approssimazione.

Non mi piace l'idea di divenire il paladino di qualcosa di salvifico, e di capace pertanto di giustificare la nostra inerzia suicida. Quando invece si tratta di una prospettiva potente, ma ancora non provata e a rischio.

Non mi piace ingenerare, nemmeno involontariamente, aspettative irrealistiche e fuorvianti.

Intendiamoci, nella migliore delle ipotesi questa enorme fortuna ci verrà buona non prima di 10-15 anni. Anche partendo subito, alla grande e con un progetto Manhattan europeo.

10-15 anni di transizione, cruciali. In cui dovremo farcela noi cittadini, usando le nostre risorse, la nostra coscienza, volontà, spirito di sacrificio, intelligenza, apertura e solidarietà reciproca.

Il Santo Graal è in Noi, solo in Noi. Se sapremo risvegliarlo poi, tra 10-15 anni avremo, forse (con le ricerche e gli investimenti giusti e coraggiosi) la polizza di assicurazione sulla vita per Noi e per il Mediterraneo. Ma dovremo guadagnarcela questa polizza.

E non sarà mai più potente dello spirito che forse questa sfida ci farà sviluppare dentro.

Un'epica, dove possiamo dare il meglio di Noi. Come in passato. Ma spero stavolta in un'epica ben diversa, meno disperata e più civile. Magari anche un po' noiosa e scomoda. Di sicuro meno romantica.

Per questo dovremo fare scelte informate, anche difficili, ma coscienti. Dovremo conoscere, capire, valutare, investire, cambiare, immaginare e comunicare il futuro. Una sola fonte lontana o vicina non basta. Da domani si sceglie come cambiare il mezzo di trasporto, l'abitudine, il pannello sul tetto, la rete wi-fi condivisa e pubblica, il servizio web di dematerializzazione, il prezzo da pagare, e la compensazione, per scomodi lavori infrastrutturali in corso dietro casa. Se necessari.

Il Nimby è nostro nemico, ma lo è anche l'imposizione autocratica cieca.

Per questo è importante la democrazia deliberativa. Informata e con scambio, sui fatti, alla pari.

Domani, al ritorno da Torino, vi racconto altre riflessioni, se ne ho.

Intanto buona rivoluzione, e lavoriamoci bene questi 10-15 anni cruciali.

Ha dà passà 'a nuttata.

E da esseri umani.


L'immagine “http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori. Nave in Arsenale. Carichiamo nuove munizioni a lunga gittata.

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Cristiano (figlio) e Antonio (padre) Di Pietro, prendete nota, prego.

http://blogs.it/0100206/images/tavolo3.jpg Questo tavolo aspetta Termoli...

www.caravita.biz

 


«Costituzione, ambiente e etica». L’euroscopo 2057

Tre osservatori della vita dell'Ue provano a immaginare in che Europa vivremo tra 50 anni.
Se un soldato tedesco della Repubblica Democratica Tedesca avesse potuto fare un viaggio con la macchina del tempo nel futuro e vedere i suoi nipoti chattare con amici siciliani su Messenger, se avesse visto la Germania unita con a capo una donna, per di più scienziata, tutti i suoi pregiudizi e le sue certezze avrebbero ricevuto una bella scossa.

Come sarà l’Europa nel 2057? Tre esperti ci aiutano ad abbozzare un ritratto di questo futuro: Claude Fischer, segretario generale del movimento francese Confrontations Europe, Jaroslaw Pietras, professore all’Università di Varsavia e José Maria Gil Robles, ex presidente del Parlamento Europeo.

L’Unione farà la forza

L'unione fa la forza? (Foto Antonio Pennisi/Flickr)“I progressi compiuti dall'Ue in 50 anni consistono in attività concrete quali la Politica Agricola Comune o la politica commerciale ed economica… Ma qual è la sfida più grande per il futuro?
Gil Robles non ha dubbi: «L’Europa deve consolidare la sua indipendenza. E questa indipendenza dovrà concretizzarsi in una politica estera, energetica e di difesa comune».
Per Jaroslaw Pietras invece «all’interno dei nostri confini dovremmo concentrarci su diritti individuali e libertà civili, e coinvolgere tutti per garantire la sicurezza dei cittadini»

Il prezzo dell’etica

Foto Mariarosa/FlickrDifendiamo i diritti umani, abbiamo una grande tradizione di sindacati forti, ci stiamo conformando al protocollo di Kyoto… Abbiamo, insomma, la volontà di sottostare alle regole dell’etica moderna. Ma quale prezzo paga la nostra competitività economica nel mercato internazionale?

Pietras ritiene che per sfondare e avere il successo internazionale che merita, l’Ue dovrà trasformare quello che a prima vista sembra una sua debolezza in prodotto d’eccellenza: «Dobbiamo sottrarci alla competizione diretta con i prodotti low cost. Cioè quelli che provengono dall’Asia. Bisognerà focalizzare ed investire sull’educazione dei nostri cittadini, perché saranno la conoscenza e i prodotti basati su di essa ad essere i nostri articoli competitivi sul mercato internazionale». Secondo il professore, l’Europa sarà in grado di produrre merci sempre più sofisticate, che per essere sviluppate e prodotte necessiteranno di una «stretta collaborazione tra le industrie dei diversi paesi che ci farà voltare la pagina della specializzazione nazionale per settori».

Ma le belle parole non sempre trovano riscontro nella realtà: Inghilterra, Francia e Germania sono tra i cinque maggiori paesi esportatori di armi al mondo. Una contraddizione? «Il mondo è contraddittorio. L’Europa si adopera come intermediario per la pace, vendendo armi alle due parti in conflitto» ironizza Gil Robles.

I limiti dell’Europa

E poi la domanda da un milione di dollari: fino a dove si spingeranno le frontiere europee? Questo è uno degli aspetti che suscita le controversie maggiori tra gli europei, e gli esperti intervistati riflettono questa varietà di opinioni. Lo spagnolo Gil Robles dubita della capacità di assorbimento dell’Unione. «L’Europa è ormai arrivata ai suoi limiti naturali ed è poco probabile che si estenda maggiormente. I Balcani? Finiranno per entrare nell’Ue, grazie ad una sorta di protettorato europeo. E quanto alla Turchia, dipenderà se sarà in grado di armonizzare la propria popolazione e far rispettare i diritti umani. Fino ad allora, dovrà aspettare». Pietras è più ottimista ed è convinto che il vessillo europeo, nel 2057, sventolerà anche in Ucraina e Bielorussia «E la Russia sarà sul punto di decidere se entrare nell’Unione Europea, tenendo conto che, sulla frontiera orientale, la Cina diventa sempre più forte». Fischer da parte sua ricorda che non possiamo dimenticare i forti legami con i paesi della riva sud del Mediterraneo.

Ma abbiamo davvero bisogno della Costituzione?

Con i “no” di Francia ed Olanda, il Trattato Costituzionale è entrato ufficialmente in crisi. Ma «il fatto che alcuni paesi non l’abbiano ratificato non sarà cruciale nel prossimo mezzo secolo» assicura Pietras che, come Fischer, crede che siamo riusciti ad ottenere molte cose: «la pace, il mercato interno, una moneta unica» e tutto questo senza Costituzione. Gil Robles non è però così convinto: «Non ha senso parlare del futuro senza una Costituzione. E la avremo, se non nel 2009, nel 2014. Diciotto paesi hanno detto “sì” e dei nove restanti, alcuni, come la Francia, cambieranno parere».

Ma come far entrare l’europeismo nelle coscienze degli europei? Primo, evitando che i singoli stati si interpongano tra l’Ue ed i suoi cittadini: e li dissuadano così dal coinvolgersi e impegnarsi in prima persona, come appunta Fischer. Poi, con l’educazione dei più piccoli, come illustra Gil Robles: «Alle nuove generazioni bisogna trasmettere l'idea che i paesi che rimangono isolati tendono a dire che il male viene dall’esterno. Non possiamo certo continuare su questa linea».

Quando il petrolio finirà, dove andrà l’Europa?

Energies netes(Antonio Pennisi/Flickr)L’era in cui il petrolio monopolizza il mercato energetico lascerà il passo ad un’epoca di risorse energetiche miste. Dipenderemo molto dalla fusione energetica, dall’energia geotermica e marittima. «Inizieremo anche ad utilizzare l’energia solare raccolta direttamente nello spazio» afferma il professor Pietras. Gil Robles, dal canto suo, ritiene che il ricorso ai combustibili fossili si ridurrà, ma «non da qui a 50 anni». E ha fiducia nel nostro ingegno, che ci permetterà di passare dall’attuale 6% di energia rinnovabile al 15-20%. Fischer è tranciante: «Energia senza carbonio. E dobbiamo iniziare ad usarla da oggi se vogliamo scampare al riscaldamento climatico».
Legislazioni attente ai diritti umani, unità e coesione politica, la conoscenza come materia d’esportazione, automobili che circolano con il calore della terra… Fantascienza? No. Europa del 2057.
Judith Argila - Barcelona http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=10433

L'IMPERIALISMO STATUNITENSE ED IL SUO DOMINIO SULL'ASIA


DEL PROF. PAO-YU CHING
Asia Pacific Research Network (APRN) & Global Research>

Chi dominerà tra breve l’Asia? A lungo termine, la risposta è chiara ed indiscutibile – gli abitanti dell’Asia domineranno l’Asia. Tuttavia, nell’immediato futuro, prima che la verità diventi realtà, bisogna esaminare ed analizzare attentamente l’attuale situazione economica, politica e militare in Asia, allo scopo di progettare la nostra strategia. Per comprendere con chiarezza la situazione attuale, bisogna innanzitutto fugare alcuni miti; questo costituirà la prima parte del mio discorso di oggi. La seconda parte del mio discorso riguarderà gli interessi imperialistici statunitensi in Asia e la loro strategia per mantenere l’egemonia economica, politica, e militare nella regione. La parte conclusiva del mio discorso valuterà la reale minaccia rappresentata dal militarismo statunitense, e le ragioni per cui alla fine noi, il popolo, siamo destinati a vincere, e lo faremo.>

I. Confutazione dei miti

Mito numero uno: la Cina sta diventando una superpotenza economica che supererà ben presto gli Stati Uniti, e possiede il potenziale bellico per opporsi al dominio statunitense sull’Asia.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dipinto la Cina come una potenza, economicamente in crescita, che possiede le capacità militari per minacciare il dominio statunitense a lungo termine sull’Asia. Questa affermazione viene usata per giustificare la recente crescita militare da parte degli Stati Uniti, ed i loro sforzi per rafforzare la cooperazione militare con i loro alleati e gli altri regimi amici presenti in questa regione, come strategia per contenere la Cina.

Malgrado il fatto che gli Stati Uniti stiano perdendo la guerra in Iraq, Condoleezza Rice, Segretario di Stato statunitense, ha viaggiato molto tenendo discorsi ed invitando gli altri paesi a seguire le linee di condotta stabilite, per dimostrare che gli Stati Uniti mantengono la loro egemonia su scala mondiale. In un articolo intitolato "Asia, Condi guarda l’Europa dall’alto in basso", apparso nell’edizione di Singapore del Business Times nel 2005, si legge:

La signora Rice ha disprezzato gli Europei per aver considerato l’idea di abolire un embargo sugli armamenti nei confronti della Cina – una mossa, ha spiegato, che potrebbe minacciare il delicato equilibrio militare nell’Asia orientale, dal momento che gli Stati Uniti si ritengono i tutori della pace in quell’area e non vedrebbero di buon occhio un‘interferenza da parte dell’Europa. "Sono stati gli Stati Uniti, e non l’Europa, a difendere il Pacifico", ha detto. Ha poi tenuto un predica ai Cinesi sull’importanza di pressare i Nordcoreani, ed ha detto ai giornalisti che la Cina potrebbe rappresentare "un’influenza positiva nella regione", aggiungendo tuttavia che potrebbe diventare anche, altrettanto facilmente, il più grande problema della regione (da Antiwar.com, 31 marzo 2005, ripreso dal Business Times di Singapore, 2005).

L’affermazione della Rice indicava che l’amministrazione Bush aveva intenzione di riportare la sua attenzione sull’Asia dal pantano in cui si erano cacciati in Medio Oriente, e di approntare un piano strategico per contenere la Cina.

La Cina pone veramente una seria minaccia al dominio statunitense sull’Asia?

Nonostante la rapida crescita del Prodotto Interno Lordo della Cina negli ultimi quindici anni, il PIL cinese equivale ancora solo ad un decimo circa rispetto a quello degli Stati Uniti. Inoltre, la Cina ha sviluppato come suo motore di crescita quel tipo di capitalismo condizionato dagli investimenti e dai mercati esteri. Alla fine del 2005 Bai Jing-fu, vicepresidente di un Centro di Ricerca nel Consiglio di Stato [1], scrisse un documento che illustrava i molti problemi che stava affrontando l’economia cinese. Uno di questi era la troppa dipendenza della Cina dai mercati stranieri come fonti di crescita del suo PIL. Secondo Bai, il 5.7% (o il 60%) del tasso di crescita del PIL, corrispondente al 9.7% nel 2004, era dovuto ad una domanda crescente da parte del mercato estero [2]. Non solo la crescita dell’economia cinese è stata collegata così strettamente alla crescita delle sue esportazioni, ma anche il 60% di quelle esportazioni provenivano dall’investimento diretto di multinazionali straniere. Ciò dimostra la dipendenza dello sviluppo della Cina dal capitale monopolistico internazionale.

Gli Stati Uniti hanno rappresentato inoltre uno dei mercati più grandi della Cina. Eppure, a causa dei grandi deficit commerciali che hanno con la Cina e con molti altri paesi, essi non hanno pagato molte delle loro importazioni (il totale delle importazioni statunitensi è approssimativamente il doppio del totale delle esportazioni). Anzi, gli Stati Uniti cedevano le obbligazioni del governo statunitense come IOU [I Owe You, "Io Vi Devo", riconoscimenti scritti di debito, ndt]. Posto in maniera più chiara, significa che la Cina ha dovuto prestare ininterrottamente denaro agli Stati Uniti affinché gli Stati Uniti comprassero i suoi prodotti. Se il debito statunitense nei confronti del resto del mondo è durato più di vent’anni, il buon senso ci dice che tutto ciò non può continuare troppo a lungo. Inoltre la Cina, che è ancora un paese povero, ha bisogno del proprio capitale per svilupparsi; usare l’esportazione di capitale come mezzo per sostenere la crescita del PIL non può costituire una strategia di sviluppo sostenibile e proficua. Da quando in Cina è iniziata la riforma capitalista, e specialmente da quando il capitale monopolistico globale degli anni ‘90 ha sfruttato la manodopera cinese a basso costo, sono state esaurite le risorse naturali ed è stato inquinato l’ambiente. Gli Stati Uniti hanno inoltre fatto defluire una gran quantità di capitale dalla Cina, laddove decine di milioni di Cinesi non hanno ancora fatto fronte ai loro bisogni primari. Come ci si può aspettare che la Cina sorpassi economicamente gli Stati Uniti, quando la sua economia è controllata così strettamente da quelle potenti multinazionali - - la maggior parte delle quali ha sede negli Stati Uniti?

Anche se è vero che il budget militare cinese è cresciuto con percentuali a doppia cifra negli ultimi 17 anni consecutivi, e che la Cina ha modernizzato il suo equipaggiamento militare acquistando armi più moderne dalla Russia, essa non possiede la capacità di sfidare gli Stati Uniti sul piano militare. Secondo informazioni pubblicate dal Power and Interest News Report, il Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha stimato che, sebbene la Cina possieda al momento più di 3.000 aerei da combattimento, solamente 100 di questi sono del tipo moderno acquistato di recente dalla Russia. Lo stesso rapporto affermava che gli Stati Uniti possedevano in quel momento più di 3.000 aerei, tutti del tipo moderno. In aggiunta, la flotta navale statunitense, comprensiva di 12 grandi portaerei, è senza precedenti nel suo potenziale. Oltre alla schiacciante superiorità negli ordigni militari in ogni categoria, gli Stati Uniti stanno modernizzando il loro equipaggiamento militare ad un ritmo più veloce rispetto alla Cina o a qualunque altro paese del mondo. L’Istituto di Ricerca per la Pace Internazionale di Stoccolma ha denunciato che la Cina spende attualmente 40 miliardi di dollari l’anno per la modernizzazione del suo equipaggiamento militare, ma gli Stati Uniti spendono dieci volte questa cifra – per un totale di 400 miliardi di dollari. Il Power and Interest News Report dichiara "…una tale percentuale di spesa, incredibilmente alta, da parte degli Stati Uniti garantisce che la Cina andrà incontro alla massima difficoltà nel competere per il puro potenziale militare". Continua dicendo "Alla Cina manca anche il vantaggio industriale per sviluppare nuove tecnologie per conto proprio, cosa che spiega l’acquisto dalla Russia del suo equipaggiamento militare più moderno. Gli Stati Uniti, d’altro canto, sono all’avanguardia nella nuova tecnologia militare" (Power and Interest News Report, 8 settembre 2003).

Soprattutto, dopo la caduta dell’ex Unione Sovietica ed il deterioramento dell’arsenale di ordigni nucleari della Russia, gli Stati Uniti monopolizzano il sistema offensivo nucleare. Un recente articolo di Foreign Affairs [Affari Esteri, ndt], "The Rise of US Nuclear Primacy" [“La crescita della supremazia nucleare degli Stati Uniti”, ndt], dichiara: "Gli Stati Uniti sono sul punto di raggiungere la supremazia nucleare. Probabilmente sarà ben presto possibile per gli Stati Uniti distruggere gli arsenali nucleari a lunga gittata della Russia o della Cina al primo colpo". La supremazia nucleare significa, secondo gli autori, che gli Stati Uniti possiedono una triade nucleare che comprende dei bombardieri strategici, dei missili balistici intercontinentali e dei sottomarini per il lancio di missili balistici, e sono in grado di distruggere, al primo colpo, tutti i mezzi nucleari di un avversario. La dimensione della triade nucleare statunitense implica che se non cambia nulla, " … Russia e Cina - ed il resto del mondo – vivranno nell’ombra della supremazia nucleare degli Stati Uniti per molti anni a venire" (Lieber and Press, 43-44).

Quindi, come vedremo qui in seguito, benché la Cina abbia esteso la sua influenza economica e politica non solo sull’Asia ma anche al di là dell’Asia, ed in alcune direzioni abbia iniziato a sfidare gli interessi economici statunitensi, non potrà in nessun modo sorpassare economicamente gli Stati Uniti o sfidarli nel campo militare. Eppure, gli Stati Uniti continuano a servirsi della “minaccia cinese” per giustificare la loro espansione militare in questa regione.

Mito numero due: La Cina, in qualità di superpotenza, servirà a controbilanciare gli Stati Uniti, e difenderà gli interessi dei paesi del Terzo Mondo e dei loro abitanti.

La Cina si è descritta come una potenza benevola, sostenendo che i suoi rapporti economici con altri paesi del Terzo Mondo sono basati sul bene reciproco. Quello che gli attuali leader cinesi fanno all’estero è molto simile a quello che fanno in patria; essi hanno la pretesa che la Cina sia ancora un paese di tipo socialista e che le sue politiche siano basate su principi socialisti. Nel passato la politica estera della Cina, come paese socialista, era basata sui cinque principi di bene reciproco e rispetto reciproco. La Cina era in grado di difendere questi principi, perché lo sviluppo economico socialista non dipendeva dall’espansione all’estero. In più, durante il periodo socialista, la Cina ha denunciato la sua lunga storia di dominazione imperiale sui paesi a lei vicini.

Eppure, da quando la Cina ha dato inizio circa vent’anni fa alla riforma capitalista, il tipo di relazione economica tra la Cina ed altri paesi è cambiato, da una relazione basata sul bene reciproco ad una che va incontro ai bisogni cinesi di una sempre più rapida crescita del PIL. In qualità di grande nazione e di economia capitalista che sta crescendo velocemente, la Cina deve contendersi le risorse naturali, le opportunità di esportare capitali, e i mercati in cui esportare i suoi prodotti. Da quando ha adottato una strategia di crescita per lo sviluppo capitalista basata sull’esportazione, i suoi bisogni di energia e di materie prime sono aumentati ad un ritmo molto veloce. Valendosi delle esportazioni come fonte di crescita economica, la Cina deve anche competere furiosamente per aggiudicarsi i mercati in cui vendere i propri prodotti. Fin dagli anni ‘90, quando il tasso di crescita dell’esportazione ha subito un’accelerazione, il consumo cinese di petrolio è aumentato del 100% dal 1990 al 2001 [3]. Nel 2005 il consumo di petrolio della Cina era superiore a quello del Giappone, diventando il secondo paese consumatore di petrolio al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Fino al 1992 la Cina era ancora un paese esportatore di petrolio – ma alla metà degli anni ‘90 le sue importazioni di petrolio hanno subito un incremento per andare incontro alla crescita di più del 20% dell’esportazione. Le importazioni di petrolio sono raddoppiate in soli cinque anni, dal 1998 al 2003, e sono cresciute di un altro 40% nella prima metà del 2004 (Time Asia, 18 ottobre 2004). Nel 2005 la Cina ha consumato 300 milioni di tonnellate di greggio, di cui 123 milioni di tonnellate erano importate.

Secondo alcuni esperti, al ritmo di consumo attuale le riserve comprovate di petrolio della Cina fra 14 anni si saranno esaurite, spingendo la Cina ad iniziare una ricerca frenetica di petrolio in tutto il mondo. Secondo il servizio pubblicato sul Time Asia, la Cina ha siglato, o intende siglare, degli accordi con vari paesi per la fornitura di petrolio e gas, per mantenere una fornitura stabile di petrolio ed evitare di acquistare tutto il petrolio a prezzi più alti sul mercato aperto. Questi paesi comprendono l’Indonesia, l’Uzbekistan ed altri stati ricchi di fonti energetiche nell’Asia centrale, o paesi anche geograficamente distanti come il Sudan, l’Ecuador e la Colombia. Nella sua ricerca di petrolio la Cina è destinata inevitabilmente ad entrare in competizione con gli Stati Uniti ed il Giappone, ed anche con la Corea del Sud e l’India, le cui economie dipendono anch’esse dalle importazioni di petrolio. La Cina ha anche fatto presenti le sue intenzioni di investire nell’esplorazione e nello sviluppo in altri paesi che possiedono riserve petrolifere comprovate. Tuttavia, nel fare ciò, può venire coinvolta in dispute territoriali con altri paesi. Recentemente la China National Offshore Oil Corporation [Società Nazionale Petrolifera Offshore Cinese, ndt] ha creato una società con la Philippine National Oil Company [Compagnia Petrolifera Nazionale Filippina, ndt], per l’esplorazione petrolifera della zona vicino le isole Spratly, nel Mar della Cina Meridionale. La sovranità delle isole Spratly, però, è stata a lungo contesa tra Vietnam, Cina, Filippine e Malesia.

Le azioni della Cina equivalgono a quelle di un qualsiasi paese capitalista in espansione, alla ricerca di risorse naturali, di opportunità di investimento e di mercati in cui vendere i propri prodotti. Oltre al petrolio e ad altre fonti energetiche, la Cina importa anche molte altre risorse naturali; per fare un esempio, la Cina attualmente è il più grande paese importatore di rame ed importa anche grandi quantità di minerale di ferro e di legname dai paesi in via di sviluppo – dall’Asia all’America Latina, fino all’Africa.

L’espansione della Cina nel sudest dell’Asia ha avuto inizio dopo la crisi asiatica del 1997 e, come fosse arrivata nella regione in ritardo, è stata occupata a stipulare investimenti ed accordi commerciali con molti di questi paesi. Alla riunione annuale del 2004 dell’Association of South East Asian Nations (ASEAN) [Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico, ndt], nella capitale del Laos, i dieci membri dell’ASEAN hanno firmato un accordo per il libero scambio con la Cina, che indicava un rapporto commerciale più stretto. Sia la barriera commerciale tariffaria che quella non tariffaria verranno falciate con questo patto tra 10 + 1 = 11 per il libero scambio. Si tratta della zona di libero scambio più grande al mondo, che comprende 1,8 miliardi di persone, ed ha fornito ancora molte opportunità alla Cina per espandere i suoi legami commerciali e finanziari con i dieci paesi dell’ASEAN. Oltre all’Accordo per il Libero Scambio ASEAN-Cina, la Cina stava negoziando scambi bilaterali e cooperazioni economiche con singoli stati del Sudest asiatico. Per la fine del 2006, il volume commerciale totale tra il Sudest asiatico e la Cina arriverà probabilmente a 130 miliardi di dollari, che è un valore vicino a quello di 150 miliardi di dollari raggiunto nel commercio tra USA e ASEAN nel 2005 (Kurlantzick).

Secondo un notiziario della BBC, il commercio tra la Cina e le nazioni dell’Africa è aumentato del 39% nei primi 10 mesi del 2005 (BBC News, gennaio 2006). Nel novembre 2006, la Cina ha organizzato a Pechino un African Forum, un convegno su larga scala dei paesi dell’Africa, ed ha siglato 16 accordi commerciali e finanziari del valore di circa 1,9 miliardi di dollari [4] (Reuters Foundation, Alert Net, 30 novembre 2006). La forte richiesta da parte della Cina di importazioni di risorse naturali era dovuta all’enorme volume di prodotti manufatturieri che ha esportato negli ultimi anni. La Cina è in diretta concorrenza con le maggiori potenze imperialiste – gli Stati Uniti, il Giappone, e l’Unione Europea per l’acquisto di queste risorse naturali.

E’ vero che la Cina ha ampliato i suoi interessi e la sua influenza in Asia e in altre parti del mondo, e che continuerà a farlo, provocando segnali d’allarme e forti reazioni da parte degli Stati Uniti e del Giappone. Tuttavia, alla fine del 2004 l’investimento totalizzato da società cinesi nell’ASEAN ammontava solo a 1,17 miliardi di dollari [5], ben lontano dagli 85,4 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno investito in questa regione. Secondo Xinhua, l’agenzia giornalistica ufficiale cinese, la Cina è attualmente il quarto partner commerciale dell’ASEAN dopo Stati Uniti, Giappone, ed Unione Europea. Eppure, all’incirca il 60% delle esportazioni cinesi nei paesi dell’ASEAN nel 2005 sono state effettuate dalle multinazionali straniere che operano in Cina e molte delle stesse multinazionali controllano anche le esportazioni dell’ASEAN verso la Cina. Quindi in effetti le relazioni commerciali più strette tra la Cina ed i paesi del Sudest asiatico facilitano semplicemente il commercio intrasocietario tra le multinazionali mondiali.

Dopo che è iniziata la riforma capitalista, e specialmente a partire dagli anni ’90, la Cina come nazione è stata sfruttata dalle maggiori potenze imperialiste. Quei pochi molto potenti in Cina hanno legato i loro interessi agli interessi del capitale monopolistico mondiale; insieme hanno sfruttato i lavoratori ed i contadini cinesi e questo sfruttamento ha raggiunto oggi un livello intollerabile. Comunque, la Cina come nazione si comporta anche in molti casi come altri paesi imperialisti – solo che è un paese imperialista di un livello molto più basso. Nella sua ricerca di petrolio e risorse naturali, di opportunità di investimento, e di mercati, la Cina ha siglato patti commerciali, accordi finanziari, ed altri tipi di collaborazioni economiche – nessuna delle quali è o può essere basata sui benefici comuni. Non si può contare sulla Cina per difendere gli interessi dei paesi oppressi e dei loro abitanti.

II. L’imperialismo statunitense e la sua egemonia sull’Asia

Gli Stati Uniti hanno sconfitto il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale e di conseguenza hanno guadagnato il dominio sull’Asia. Durante il periodo della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro dominio sull’Asia mediante guerre di aggressione, prima in Corea e poi in Vietnam. L’egemonia degli Stati Uniti nel mondo è strettamente legata con il loro dominio sull’Asia.

Nel 1998 l’ammiraglio Joseph W. Prueher, poi Comandante in Capo del Comando statunitense nel Pacifico, parlò agli studenti della Fudan University di Shanghai. L’argomento era "La sicurezza dell’Asia Pacifica e la Cina". Prueher disse che gli Stati Uniti hanno una responsabilità nei confronti della regione che va dalla costa occidentale dell’America del Nord alla costa orientale dell’Africa – una regione che comprende 43 nazioni. Disse anche: "In qualità di nazione del Pacifico, i nostri interessi statunitensi di tipo economico, politico e militare nel Pacifico sono svariati e permanenti. Questi interessi guidano il nostro coinvolgimento costante e attivo nella regione…". L’ammiraglio asserì che lo scambio commerciale statunitense con questa regione ammontava ad oltre 500 miliardi di dollari l’anno, che rappresentava approssimativamente il 35% del commercio totale degli Stati Uniti, ed il doppio del valore commerciale tra gli Stati Uniti e l’Europa. Disse inoltre che l’Asia era importante per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, e che cinque dei sette patti statunitensi di mutua difesa erano stati stipulati con paesi dell’Asia Pacifica. L’ammiraglio volle anche assicurare all’uditorio che "gli Stati Uniti hanno considerato permanente il loro dominio sull’Asia e non permetterebbero a nessuno di contestarlo".



[Una raffigurazione risalente alle 'Guerre dell'Oppio' con cui a metà '800 l'imperialismo inglese sottomise la Cina]

[Soldati americani durante la guerra di Corea, prima impresa bellica imperialista degli USA dopo la seconda guerra mondiale]

Dal crollo dell’ex Unione Sovietica, gli Stati Uniti sono diventati l’unica superpotenza, ed hanno fatto tutto ciò che era in loro potere per conservare questa egemonia. Nel 1992 è stata redatta la Defense Planning Guidance (DPG) [Guida per la Pianificazione della Difesa, ndt], sotto la supervisione di Paul Wolfowitz, che è diventato di recente Presidente della Banca Mondiale, e che allora aveva la carica di Segretario Rappresentante della Difesa sotto Dick Cheney. La DPG stabiliva la strategia degli Stati Uniti per conservare la loro egemonia militare in tre aree molto importanti. In primo luogo, vi si leggeva, gli Stati Uniti seguiranno una politica che impedirà a qualsiasi altro stato di sviluppare un potenziale militare pari o superiore al loro. In secondo luogo, gli Stati Uniti effettueranno attacchi preventivi contro le nazioni che svilupperanno nuovi potenziali militari che possano col tempo mettere in pericolo gli Stati Uniti ed i loro amici o alleati. Questi attacchi preventivi devono essere effettuati prima che una qualche minaccia imminente si presenti. L’ultima parte della DPG sostiene che i funzionari ed il personale militare statunitense sono esentati da procedimenti giudiziari di qualsiasi tribunale internazionale per i crimini di guerra (Estratti da DPG, New York Times, 10 marzo 1992; Monthly Review, gennaio 2006). Questo appunto, che si trova quasi alla fine della DPG, era trapelato alla stampa e causò energiche reazioni da parte degli alleati degli Stati Uniti, perché metteva in guardia sia la Germania che il Giappone quali possibili potenze militari che un domani potrebbero uguagliare gli Stati Uniti, ed enfatizzava il fatto che questa sfida non sarebbe mai stata a loro permessa.

La DPG non venne approvata come strategia militare ufficiale degli Stati Uniti, ma essi continuarono a trovare la maniera di rivendicare il loro status di unica superpotenza nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Durante la campagna del 2000, Condoleezza Rice, in qualità di consigliere di George W. Bush [6], scrisse un articolo su Foreign Affairs. Il riassunto dell’articolo afferma:

Senza la minaccia sovietica, l’America ha trovato estremamente difficile definire i suoi "interessi nazionali". La politica estera, in un’amministrazione repubblicana, dovrebbe rifocalizzare il paese sulle priorità fondamentali: organizzare delle forze armate pronte a garantire la potenza statunitense, fronteggiare i regimi canaglia, e trattare con Pechino e Mosca. Soprattutto, il prossimo presidente dev’essere a proprio agio nella posizione particolare di leader mondiale che hanno gli Stati Uniti.

In questo articolo la Rice spiegava che la Cina potrebbe svilupparsi fino a diventare una potenziale minaccia per il dominio statunitense in Asia, e che gli Stati Uniti dovrebbero approntare delle politiche per contenere la Cina. Dopo che nel 2000 George W. Bush è diventato Presidente, e la Rice suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, lei ed altri membri del gabinetto sono andati a lavorare per "organizzare delle forze armate pronte a garantire la potenza statunitense", compresa una strategia di contenimento per la Cina. Poi l’attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Stati Uniti nel 2001 ha sviato l’attenzione dell’amministrazione Bush, che in seguito ha dichiarato un’universale, unilaterale e prolungata guerra mondiale al terrorismo (alcuni sostengono che poiché l’attenzione della Rice si era focalizzata sull’Asia, lei non ha colto i molti segnali chiari dell’attacco imminente). Quando Bush ha proclamato la sua guerra al terrorismo, egli ha nominato l’Iraq, l’Iran, la Corea del Nord, quali paesi che formavano un’“Asse del Male”. I paesi della cosiddetta “Asse del Male” erano infatti quelli che la Rice chiamava “regimi canaglia”. Iniziando con l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq, gli Stati Uniti sono stati capaci di usare gli attacchi dell’ 11 settembre e la loro guerra al terrorismo per giustificare l’espansione del militarismo statunitense su scala mondiale, e di bollare qualsiasi stato sovrano da loro scelto come bersaglio dell’antiterrorismo.

Dopo le elezioni del 2000, la Casa Bianca è stata occupata da personaggi chiave che avevano collaborato alla redazione della Defense Planning Guidance del 1992; l’attacco terroristico del 2001 ha fornito l’opportunità di realizzare i maggiori provvedimenti presenti nella DPG. L’invasione statunitense dell’Afghanistan nel 2001, e dell’Iraq nel 2003, si è attenuta strettamente alla strategia spiegata dettagliatamente nella DPG del 1992, compresi gli attacchi "preventivi" contro stati sovrani. Né l’Afghanistan né l’Iraq possedevano il potenziale militare per sfidare la superiorità in campo militare degli Stati Uniti, né esisteva alcuna possibilità per loro di minacciare la sicurezza degli Stati Uniti. Eppure, questi ultimi sono stati in grado di usare la loro egemonia per perpetuare il mito delle “armi di distruzione di massa”, come giustificazione ben riuscita. Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, comunque, stabiliscono un precedente importante: che gli Stati Uniti non esiteranno ad agire unilateralmente con la loro superiorità militare contro qualsiasi paese, se intuiscono che i loro interessi sono o possono essere minacciati in qualsiasi modo.

Per portare a termine ciò che il Pentagono ha definito “Shock and Awe” [colpisci e terrorizza, ndt], gli Stati Uniti hanno compiuto l’invasione dell’Iraq bombardando per primo il paese e le sue infrastrutture, riducendo tutto in briciole per dimostrare la potenza schiacciante della forza militare statunitense. Nelle prime due settimane di invasione non si è trattato di una guerra combattuta da due parti; l’Iraq era senza difese contro le armi di distruzione di massa scatenate dagli Stati Uniti. Ora, più di tre anni più tardi, e dopo la morte di decine di migliaia di civili iracheni, perfino Tony Blair ha dovuto ammettere recentemente che l’invasione dell’Iraq è stata un fallimento totale.

La guerra in Iraq ha messo l’amministrazione Bush sulla difensiva; non ha a disposizione una via d’uscita senza ammettere la sconfitta. Come accennato prima, la Rice ha viaggiato in tutto il mondo per dimostrare che l’impero non è affatto vulnerabile. E’ riuscita anche a fare in modo che l’amministrazione Bush rifocalizzasse l’attenzione sull’Asia e riconfermasse la strategia statunitense di impegnarsi in uno sforzo coordinato e sistematico per contenere l’espansione della potenza e dell’influenza della Cina. Nel febbraio 2006 il Ministero della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato la sua Quadrennial Defense Review [Analisi Quadriennale della Difesa, ndt]. Questa analisi citava la Cina tra le potenze emergenti e più grandi, in quanto possiede il potenziale maggiore per competere con gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Attenendosi a questa analisi, ai primi di marzo, il Comandante in Capo del Comando statunitense nel Pacifico, l’ammiraglio William Fallon, ha testimoniato di fronte alla Commissione Forze Armate del Senato dicendo che la QDR ha fissato la strategia difensiva e la sua posizione militare per i prossimi 20 anni: avere una presenza militare "più importante" nell’Oceano Pacifico. Inoltre, gli Stati Uniti stanno progettando di incrementare l’integrazione militare con gli alleati presenti nella regione, per scoraggiare le grandi potenze e quelle emergenti (TMC Net News, 7 marzo 2006). Questo dimostra che gli Stati Uniti hanno intenzione di designare come bersaglio la Cina quale minaccia militare per attuare la loro espansione militare in Asia, anche se la Cina non possiede la capacità militare per diventare una minaccia.

Lo stesso servizio di TMC Net News ha riferito anche che gli Stati Uniti hanno intenzione di ampliare la loro collaborazione militare bilaterale con il Giappone, ed anche di sviluppare questa collaborazione in un accordo trilaterale che includa la Corea del Sud. Il Giappone, naturalmente, è stato l’alleato più fidato degli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale; il Giappone ha fatto affidamento sugli Stati Uniti per garantire la sua sicurezza, perché la Costituzione giapponese, stabilita durante l’occupazione statunitense, vieta al Giappone di istituire una milizia propria, all’infuori di una piccola forza per la difesa nazionale. Tuttavia, le condizioni circostanti quelle restrizioni sono rapidamente cambiate. La funzione della Japan's Self Defense Force (SDF) [Forza di Autodifesa Giapponese, ndt] è stata ridefinita in questi ultimi anni sotto il Primo Ministro giapponese Junichiro Koizumi. Nella sua dichiarazione, Fallon ha detto che Koizumi ha dimostrato un’"eccezionale attitudine al comando", ed ha guidato la SDF attraverso un "significativo cambiamento". I cambiamenti includevano l’invio di truppe di terra in Iraq, e l’aiuto prestato nella guerra statunitense in Afghanistan per il rifornimento delle navi in rotta verso l’Oceano Indiano. L’ammiraglio Fallon ha testimoniato inoltre che il Giappone e gli Stati Uniti hanno concordato nell’ottobre 2005 di aumentare le operazioni integrate e congiunte tra le Forze di Autodifesa Giapponesi e le forze militari statunitensi. Questa integrazione include "sensori per intelligence, reti di comunicazioni, sistemi informativi, difese missilistiche, guerra sottomarina e potenziale bellico antimina". Fallon ha detto anche "Queste azioni dimostrano chiaramente la buona volontà e la capacità del governo giapponese di schierare la SDF a livello regionale e mondiale, a favore della sicurezza e delle operazioni umanitarie" (TMC Net News, 7 marzo 2006).

Nel frattempo, nei primi mesi del 2006, la Corea del Sud e gli Stati Uniti hanno già trovato un accordo sulla cosiddetta “flessibilità strategica” nella cooperazione militare. Il prossimo passo per gli Stati Uniti sarà quello di allargare l’integrazione militare bilaterale che hanno con il Giappone per includere la Corea del Sud in una cooperazione trilaterale, cosicché le forze armate statunitensi presenti in Corea del Sud possano impegnarsi in missioni al di fuori della penisola coreana (TMC Net News, 7 marzo 2006).

Oltre all’allargamento della presenza degli Stati Uniti in Asia, la strategia statunitense di contenimento della Cina comprende anche la creazione di alleanze con paesi dell’Asia meridionale in generale, e con l’India in particolare. In una dichiarazione resa di fronte all’House International Relations Subcommittee on Asia and the Pacific [Sottocommissione della Camera per le Relazioni Internazionali sull’Asia e sul Pacifico, ndt], nel giugno 2005, Dana Robert Dillon, analista politico di alto livello al Centro di Studi sull’Asia della Fondazione Heritage ha detto: "Tra i cambiamenti più interessanti che la fine della Guerra Fredda ha portato, c’è la prospera relazione che gli Stati Uniti hanno con il miliardo e mezzo di abitanti dell’Asia meridionale". Secondo Dillon, l’India rappresenta la "più grossa e sottovalutata opportunità per la politica estera statunitense". Ha aggiunto anche che gli Stati Uniti e l’India condividono due interessi comuni: il terrorismo ed il manifestarsi della Cina come potenza mondiale. Dillon ha suggerito così alla Sottocommissione che, come parte della loro strategia globale per contrastare l’influenza crescente della Cina, gli Stati Uniti dovrebbero aiutare l’India a sviluppare la sua competitività economica e le sue potenzialità militari.

Dillon ha aggiunto che la rinnovata collaborazione difensiva Stati Uniti - India ha rappresentato lo sviluppo più positivo [7]. Attualmente gli Stati Uniti hanno riportato allo "zero a zero" ogni collaborazione convenzionale con l’India. Gli Stati Uniti hanno anche dato inizio ad una cooperazione con l’India sull’uso dell’energia nucleare per scopi civili, sotto gli auspici del programma Next Steps in Strategic Partnership (NSSP) [I Prossimi Passi nell’Associazione Strategica, ndt]. Dillon ha aggiunto anche che gli Stati Uniti dovrebbero continuare ad aiutare l’India a diventare un partner amichevolmente strategico, e ad aiutare "l’India a possedere un deterrente che reprima l’avventatezza della Cina nella regione".

L’imperialismo statunitense considera il dominio sull’Asia come un suo diritto, e non permette a nessun’altra nazione di contestarlo. Nel nome della libertà e della democrazia, gli Stati Uniti proteggono i loro interessi economici tramite la loro potenza militare. Gli Stati Uniti considerano l’Asia una parte integrante importante del loro vasto impero, ed il loro dominio sull’Asia è strettamente legato alla loro egemonia mondiale. Non facciamoci illusioni sul fatto che l’imperialismo statunitense possa essere in qualche modo riformato o modificato. Si comporterà sempre nel modo più selvaggio e barbaro.

III. La minaccia reale del militarismo statunitense

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti giunsero a dominare l’Asia e diedero inizio a due grandi guerre di aggressione nella nostra regione. Sia la Guerra di Corea che la Guerra in Vietnam facevano parte della loro strategia globale per frenare il comunismo. Proclamando di combattere il comunismo, gli Stati Uniti hanno usato la forza bruta nelle due guerre di aggressione, ed hanno causato la morte di milioni di persone e la terribile distruzione per l’Asia. Gli eroici abitanti della Corea e del Vietnam hanno reagito all’aggressione, ed hanno vinto. Per solidarietà la Cina ha aiutato i due paesi a vincere le loro guerre di liberazione.

La gente dell’Asia ha subìto guerre di aggressione, non solo nei vari decenni passati, durante la dominazione degli Stati Uniti, ma a dire il vero nei vari secoli passati. Tornando indietro al periodo coloniale, le potenze occidentali hanno fatto a gara per un pezzo di Asia – l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, i Paesi Bassi, gli Stati Uniti ed altre potenze minori provenienti dall’Occidente, tutte si sono date battaglia per suddividere parti dell’Asia per la colonizzazione, seguite dagli sforzi del Giappone per fare di tutta l’Asia il suo impero. Il Giappone ha invaso la Cina ed altri paesi asiatici molti anni prima di incitare alla guerra gli Stati Uniti. Ma la gente comune dell’Asia, compresi i Giapponesi, è proprio come la gente di ogni altra parte del mondo. Vuole vivere in pace, ed è stanca di tutte le guerre che le sono state imposte.

Ora noi siamo all’inizio del XXI secolo. Da una parte, dal momento che la crisi dell’economia capitalista si è aggravata, le potenze imperialiste entreranno in competizione l’una con l’altra più ferocemente per le risorse, per le opportunità di investimento, e per i mercati. Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno dispiegato ulteriormente le loro forze militari in Asia, e puntano verso la Cina quale loro potenziale minaccia. La possibilità di un’altra guerra in Asia è di nuovo reale. Noi, naturalmente, conosciamo tutti troppo bene la reale potenza distruttiva della macchina militare statunitense nell’uccidere la gente e nel distruggere i paesi. Nessuno può sottovalutare la reale potenza delle armi di distruzione di massa in possesso degli Stati Uniti, e la loro volontà di usarle sulle persone innocenti. Noi, che siamo la gente, dobbiamo fare di tutto per impedire che avvenga una guerra. La solidarietà internazionale tra persone che amano la pace è il solo mezzo per sconfiggere la guerra ed il saccheggio imperialista. Tuttavia, noi sappiamo anche che, anche se gli Stati Uniti dovessero ancora iniziare un’altra guerra contro la volontà del popolo, non potranno mai conquistare un paese dispiegando le loro armi di distruzione di massa. Gli Stati Uniti non potrebbero soggiogare il popolo della Corea, né il popolo del Vietnam, proprio come non possono soggiogare il popolo dell’Iraq. La potenza militare, per quanto sia forte, non può vincere il desiderio della gente di essere libera, ed il suo amore per la pace. La potenza militare degli Stati Uniti, quantunque sia una tigre reale e pericolosa, è pur sempre una tigre di carta, e non le resterà altra via d’uscita che quella di arrendersi di fronte alla reale potenza del popolo.

Documento presentato alla Conferenza Internazionale dell’Asia Pacific Research Network (APRN) [Rete di Ricerca sull’Asia Pacifica, ndt] sul Militarismo Statunitense e la "Guerra al Terrorismo" nella Regione dell’Asia Pacifica, Cebu, Filippine, Dicembre 2006.

Riferimenti

[1] Forney, Mathew, China's Quest for Oil [La ricerca cinese del petrolio, ndt], Asian Times, 18 ottobre 2004

[2] Dillon, Dana Robert, Analista politico Senior, Centro di Studi sull’Asia, Fondazione Heritage, Udienza su: "Gli Stati Uniti e l’Asia meridionale", Testimonianza di fronte all’House International Relations Subcommittee on Asia and the Pacific, 14 giugno 2005

[3] Kurlantzick, Josh, "China's Charm Offensive in Southeast Asia" [La straordinaria offensiva cinese nell’Asia meridionale, ndt], in Current History, settembre 2006,

[4] Lieber, Keir A. e Daryl G. Press, "The rise of US Nuclear Primacy" [La crescita della supremazia nucleare degli Stati Uniti, ndt], Foreign Affairs, marzo/aprile 2006 42-54

[5] Marquardt, Erich, Servizio di Power and Interest News, 8 settembre 2003

[6] Prueher, Joseph W., Comandante in Capo, Comando Statunitense del Pacifico, "Asia-Pacific Security and China, a U. S. Pacific Command Perspective” [Sicurezza nell’Asia Pacifica e nella Cina, una prospettiva del Comando Statunitense del Pacifico, ndt], Osservazioni preparate per la Fudan University, Shanghai, Cina, 13 novembre 1998.

[7] Rice, Condoleezza, "Campaign 2000: Promoting the National Interest” [Campagna del 2000: Promozione dell’Interesse Nazionale, ndt], Foreign Affairs, gennaio/febbraio 2000

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
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06.03.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA MAZZAFERRO



I nuovi entrati:
“L’allargamento è una risorsa”

David Král con
Daniele Castellani Perelli


A 50 anni dal Trattato di Roma, la politica estera europea vista con gli occhi di chi in quest’Europa è entrato da poco e tuttavia sa che anche il suo paese oggi può scrivere un capitolo importante nella politica estera dell’Ue.
“I paesi dell’Europa centro-orientale guardano con favore sia all’allargamento sia alla creazione di un ministro degli Esteri europeo, come si è visto anche durante i lavori della Convenzione”, David Král parla da Praga, dove presiede l’Istituto per la Politica estera Europeum, insegna studi europei all’Università Carlo, ed è stato consigliere del governo ceco durante la Convenzione e la Conferenza intergovernativa per la stesura della Costituzione europea.
“Su alcuni temi, come la democratizzazione dei paesi che vogliono oggi entrare nell’Ue possiamo dire la nostra” aggiunge Král, che scrive anche per Opendemocracy e fa parte dell’associazione Pasos, vicina a George Soros. “È la lezione che abbiamo imparato dall’Ue, ed è la nostra specificità”.

Come guardano i paesi dell’Europa centro-orientale alla politica estera europea?

Per noi la politica estera europea ha una storia relativamente recente. In qualche modo a volte la guardiamo con sospetto, perché è solo dal 1990 che abbiamo potuto godere di una politica estera indipendente: fino ad allora, infatti, era Mosca che la decideva per noi. Ci sono però alcuni punti sui quali sentiamo di poter avere voce in capitolo, e mi riferisco soprattutto alla transizione democratica, un aspetto della governance che oggi rappresenta una sfida decisiva per paesi come l’Ucraina e soprattutto la Bielorussia. Noi siamo passati con successo attraverso la fase di democratizzazione, e possiamo ora aiutare quei paesi a procedere lungo la stessa strada.

Rivendicate insomma una sensibilità diversa, in questo campo, rispetto ai paesi dell’Europa occidentale.

In un certo senso sì. I nostri ministri degli esteri, e i funzionari dei loro stessi ministeri, sentono di avere una missione in particolare, che è quella di aiutare la diffusione della democrazia nei paesi europei in cui essa stenta a svilupparsi. E’ la nostra specificità.

Come vedono i paesi dell’Europa centro-orientale l’ulteriore allargamento dell’Ue, dai Balcani alle ultime repubbliche ex sovietiche?

Qui è molto evidente lo scarto tra l’Europa occidentale e quella orientale. I primi guardano all’allargamento senza entusiasmo, mentre noi ne vediamo molto di più gli aspetti positivi. Ci rassicura pensare che un ulteriore allargamento porterebbe maggiore benessere e sicurezza ai paesi coinvolti, e di conseguenza anche a noi, che stando all’attuale periferia dell’Europa non potremmo che beneficiare della stabilizzazione di quei paesi. Tuttavia non voglio generalizzare troppo. I due blocchi non sono tali, e all’interno dell’Europa occidentale ci sono paesi decisamente favorevoli all’allargamento, come la stessa Italia.

Lo stesso discorso vale per l’ingresso della Turchia?

Se guardiamo ai sondaggi e alle dichiarazioni delle classi dirigenti, sembrerebbe che i paesi dell’Europa centro-orientale siano più aperti all’ingresso di Ankara. Tuttavia è un tema che non ci preme più di tanto, non ci tocca troppo, perché le nostre popolazioni musulmane non sono comparabili a quelle di paesi come Austria, Francia, Gran Bretagna o Germania.

I paesi dell’Est Europa vedono con favore la creazione di un vero ministro degli Esteri europeo? E crede che aiuterebbe la nascita di una politica estera più coerente dell’Ue?

Sono due domande molto diverse. L’idea del ministro degli Esteri è benvenuta, come si evince dal fatto che durante la Convenzione i paesi dell’Europa centro-orientale non hanno avanzato critiche su questo punto. Al momento, però, dubito che la creazione di questa figura possa far nascere un’autentica politica estera europea. Da come è descritto nello stesso trattato costituzionale, c’è il rischio che finisca per essere un mero portavoce del Consiglio dei ministri. Come funzionerà il “doppio cappello”, che lo farà appartenere sia alla Commissione sia al Consiglio dei ministri? Credo che altrettanto importante, perché l’Ue abbia una politica estera unica e coerente, sia la creazione di un servizio diplomatico unico, già tratteggiato nella Costituzione.

Il tema dello scudo missilistico americano in Polonia e Repubblica Ceca, che ha lasciato un po’ scettici alcuni paesi europei, dimostra che tra Est e Ovest ci sono ancora sensibilità diverse, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Mosca?

Sì, anche se persino tra Praga e Varsavia c’è un atteggiamento diverso. La Polonia, qualunque sia il governo al potere, ha posizioni molto filoamericane. Lo stesso non vale per la Repubblica Ceca, dove, un po’ come succede in Germania, il centrodestra (oggi al governo) è più vicino alle posizioni degli Stati Uniti, mentre i socialdemocratici fanno notare che lo scudo missilistico potrebbe rovinare i rapporti con altri stati dell’Ue. Per questo chiedono un referendum sulle basi americane, consapevoli del fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica è contraria al progetto. Questo dimostra che la maggioranza dei cechi è a favore di una politica estera europea autonoma, che sia a volte anche in contrasto con quella americana. Per quanto riguardo lo scudo missilistico, credo che la questione sia molto politicizzata, che l’aspetto politico sia molto più importante rispetto a quello militare: lo si fa perché ce l’hanno chiesto gli Stati Uniti, per dimostrare che siamo più alleati loro che di Mosca.

Cosa rappresenta l’Europa per un giovane ceco?

Difficile dirlo, però si può avvertire una differenza tra questa generazione e quella che l’ha preceduta. Oggi si riconoscono molto di più le opportunità, soprattutto di lavoro e di storia, che sono rappresentate dall’Ue.

Quali sono, per lei, gli aspetti più positivi e più negativi della politica estera europea?

Sono le due facce della stessa medaglia. Da un lato c’è l’orgoglio per le capacità del soft power europeo (apprezzato dai cechi anche nella questione irachena), dall’altro c’è il timore che questo soft power possa risultare un’arma spuntata, rendere impotente l’Europa nei momenti di maggiore difficoltà, come nell’ex Jugoslavia degli anni Novanta.

Come giudica il modo in cui l’Europa sta negoziando con l’Iran?

Il negoziato dell’Ue è stato molto positivo ed efficace. Finora è stato un successo, perché l’Ue ha dimostrato di essere un interlocutore affidabile per tutte le parti in causa, dall’Iran agli Usa all’Aiea.

 

 


 

 

caffeeuropa.it



Fonti CIA: Esercito e Paramilitari collaborano ai massimi livelli

Stavolta la notizia è grossa.

Il Los Angeles Times di oggi titola così in prima pagina: "Il Capo dell'Esercito colombiano associato a milizie criminali".

La fonte è la CIA, più precisamente un funzionario infastidito dagli scarsi controlli effettuati dall'amministrazione Bush sull'uso delle risorse del Plan Colombia.

Il 15 Ottobre del 2002, pochi mesi dopo aver iniziato il suo primo mandato, il Presidente Uribe applicava la "mano fuerte" alla sua Medellín: 3,000 uomini di tutte le forze armate entravano nella Comuna 13 e dopo tre giorni di combattimenti, decine di vittime e - pare - una cinquantina di desaparecidos riprendevano il controllo della zona. Era l'Operazione Orion.

Questa mattina, il Los Angeles Times - citando fonti CIA - afferma che l'operazione fu pianificata assieme a Fabio Jaramillo alias Comandante Orion (sic), leader delle AUC locali e subordinato di Diego Fernando Murillo alias Don Berna, uno dei grandi narco-paramilitari colombiani.

Pare che esistano - addirittura - documenti firmati dal Jaramillo e dal generale Mario Montoya nei quali i due si accordavano su come avrebbero condotto l'operazione congiunta.

Il generale Montoya è Capo di Stato Maggiore dell'Esercito colombiano dal Febbraio dell'anno scorso. "Alle sue mani limpide, al suo carattere fermo, alla sua personalità spontanea e comunicativa, alla sua identità di combattente di ogni momento [...] affidiamo oggi il comando dell'Esercito della nostra Patria" disse Uribe alla cerimonia d'insediamento.

Altre fonti CIA dicono al Los Angeles Times che non hanno trovato alcuna prova di una collaborazinoe diretta tra Uribe ed i paramilitari. Resta il fatto che dopo la parapolitica e la paraeconomia, lo scandalo del para-militarismo potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso - anche perché ci sono in ballo centinaia di milioni di dollari del Plan Colombia.

Post Scriptum: le reazioni della stampa colombiana.

E come te sbaji? Scusate l'espressione romanesca, ma i media colombiani sono così prevedibili...
Pare si siano messi d'accordo:
El Tiempo - "Il Governo respinge legami del comandante dell'Esercito coi paramilitari, fatta dalla CIA (sic)"
El Colombiano - "Governo respinge accuse della CIA"
El Heraldo - "Governo respinge accuse della CIA di presunti vincoli del Generale Mario Montoya con paramilitari"
RCN Radio - "Governo respinge accusa della CIA contro comandante dell'Esercito"

Solo Caracol Radio pare ricordare che la notizia è il rapporto della CIA e non la reazione del Governo, e titola: "Los Angeles Times: il Generale Montoya sarebbe legato a gruppi paramilitari".

Da sottolineare anche che buona parte delle edizioni internet ha atteso il comunicato della Presidenza prima di riportare la notizia....
http://bogotalia.blogspot.com/


Come ti bypasso il Parlamento. La nuova legge sul petrolio e lo smantellamento dell'industria nazionalizzata in Iraq

 

 

di Ornella Sangiovanni

Osservatorio Iraq,

E' già saltata la prima scadenza. Il disegno di legge sugli idrocarburi, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 26 febbraio, non è ancora stato presentato al Parlamento per la discussione e l'approvazione, nonostante, secondo il testo della risoluzione del Consiglio, questo dovesse essere fatto entro il 15 marzo.

 

Ma, in Iraq, si sa, le scadenze sono tutt'altro che tassative: valga per tutti l'esempio dell'iter della nuova costituzione, ratificata da un referendum nell'ottobre 2005.

 

In realtà, la mancanza di certezze, e soprattutto di informazioni pubbliche nonché di dibattito, ha caratterizzato fin dall'inizio l'iter che ha condotto all'approvazione di questo disegno di legge.

 

Decisioni cruciali, che riguardano i destini della principale risorsa del Paese, che rappresenta il 70% del Pil e il 95% delle entrate statali, sono state prese con una segretezza senza precedenti, con assoluta mancanza di trasparenza, frutto di mercanteggiamenti e accordi di corridoio.

 

Nemmeno il testo del disegno di legge approvato dal Gabinetto, che dovrà ora essere discusso dal Parlamento, era stato reso pubblico, almeno inizialmente.

 

Un testo che, occorre ricordarlo, persino molti deputati iracheni ancora non conoscono.

 

In seguito, dopo che l'originale arabo e una sua versione inglese avevano cominciato circolare su Internet, grazie ad alcuni attivisti e gruppi impegnati nella campagna internazionale contro la rapina delle risorse irachene, il Governo regionale del Kurdistan (KRG) ha deciso di pubblicare sul suo sito il testo originale e la sua traduzione inglese "autorizzata", al fine dichiarato di rassicurare i potenziali investitori.

 

Mosse, come si vede, rivolte più a un pubblico estero (che è quello che evidentemente interessa) che non agli iracheni, i quali avrebbero tutto il diritto di conoscere il testo di una legge che deciderà le sorti della maggiore ricchezza del Paese, nazionalizzata dal 1972.

 

Salta la prima scadenza

 

La ragione per cui il disegno di legge sul petrolio non è stato ancora presentato al Parlamento sta nel fatto che la risoluzione con cui il Consiglio dei Ministri lo ha approvato prevede espressamente che all'approvazione dell'Assemblea debba andare un "pacchetto", composto, oltre che dal disegno di legge vero e proprio, dai suoi quattro allegati (in cui sono elencati i giacimenti, divisi nelle varie categorie, vedi più avanti), e dalla legge sulla gestione dei proventi petroliferi, che deve ancora essere messa a punto.

 

Dato che su questa legge, che disciplina una materia fondamentale – ovvero la ripartizione delle entrate petrolifere tra le varie province irachene, le forze politiche non hanno ancora trovato un accordo, le cose sono ferme. Con tanti saluti alla scadenza del 15 marzo.

 

Nel frattempo, la risoluzione congela la firma di qualunque nuovo contratto relativo ad attività di esplorazione e produzione nel settore degli idrocarburi, da parte di chiunque, in tutto il Paese, finché la legge non sarà stata approvata, e in particolare le attività petrolifere "nelle zone comprese nell'art.140 [della Costituzione]" – cioè Kirkuk e le altre aree contese, che il Governo Regionale del Kurdistan vorrebbe annettere alla sua regione autonoma, e il cui destino dovrebbe essere deciso in un referendum entro la fine di quest'anno.

 

Dato che queste zone potrebbero subire modifiche dei confini amministrativi, dice la risoluzione, tutte le operazioni e le concessioni di diritti vengono messe in stand-by, ad eccezione delle attività petrolifere relative all'INOC, la ricostituita compagnia petrolifera nazionale irachena, che può continuare a lavorare nei giacimenti scoperti e già in produzione.

 

Parlamento irrilevante?

 

Il termine assegnato dalla risoluzione del Consiglio dei Ministri perché sia data piena attuazione alla nuova legge sugli idrocarburi è la fine di maggio: un termine sul quale sono in pochi a scommettere.

 

Questo perché esiste una forte opposizione al disegno di legge, che va aumentando ogni giorno che passa, mano a mano che il suo contenuto diventa noto, e ha già coinvolto, oltre ai sindacati iracheni (non solo quelli del settore petrolifero, che pure guidano la "carica"), anche numerosi esperti ed ex dirigenti del settore energetico, ed esponenti di diversi blocchi parlamentari.

 

Nel caso in cui la scadenza di fine maggio non venisse rispettata, la delibera del Consiglio dei Ministri però ha già trovato la soluzione.

 

Il Primo ministro iracheno Nuri al Maliki e il presidente della regione del Kurdistan Mas'ud Barzani dovranno incontrarsi, per dare attuazione alla legge entro un mese, sulla base di una delle due alternative seguenti:

 

a)       Concedere alle due parti (governo federale di Baghdad e regione del Kurdistan) il diritto di firmare contratti di esplorazione e di produzione "in conformità con la Costituzione, con questa legge, e con i principi generali dei cosiddetti 'contratti modello' (si veda più avanti)"

 

oppure

 

b)       Prorogare il periodo citato

 

Nel primo caso, il Parlamento potrebbe quindi diventare irrilevante, come lo è stato finora più di una volta nel cosiddetto "nuovo Iraq".

 

 

 

Cosa dice il disegno di legge sul petrolio

 

Il testo della legge, che disciplina tutto il settore degli idrocarburi (con esclusione esplicita delle operazioni di raffinazione, utilizzo industriale, nonché di distribuzione e commercializzazione dei prodotti derivati – il cosiddetto downstream) presenta diversi punti di dubbia interpretazione, e la sensazione è che la vaghezza sia stata intenzionale.

 

Quello che segue vuole essere un riassunto delle linee essenziali, con particolare riferimento alle questioni più cruciali.

 

Chi decide: (quasi) tutto il potere al nuovo Consiglio

 

Parlamento (art.5 a)

 

Gli viene riservato un ruolo di secondo piano, limitato all'approvazione di tutte le leggi federali in materia di idrocarburi, e di tutti i trattati internazionali firmati eventualmente dall'Iraq con altri Paesi che riguardino operazioni del settore.

 

Ministero del Petrolio (art. 5.d e art. 7)

 

Viene mantenuta una apparenza di centralizzazione del settore, ma, a ben guardare, la sostanza è assai diversa. Al ministero, che dovrà presto essere "riorganizzato" con una apposita legge, resta infatti una funzione di regolamentazione e di rappresentanza, più che un vero e proprio ruolo decisionale.

 

Innanzitutto, esso è l'autorità competente a "proporre" politiche, leggi, e piani federali nel settore degli idrocarburi.

 

Crea leggi ed emana regolamenti e linee guida per attuare i piani federali, e ha la responsabilità delle azioni di monitoraggio, supervisione, regolamentazione, e amministrazione necessarie a garantirne l'attuazione corretta, coordinata, e unificata, in tutto l'Iraq.Mette a punto le politiche federali, e i piani di esplorazione, sfruttamento, e produzione, su base annuale o come venga ritenuto necessario, in consultazione con le autorità regionali e le province produttrici (artt. 5.d 1-4).

 

Rappresenta poi la Repubblica dell'Iraq nei forum regionali e internazionali, e ha l'autorità di negoziare accordi internazionali e bilaterali relativi al petrolio e al gas con altri Paesi e organizzazioni (art.5.d 5,6).

 

I termini utilizzati nel testo del disegno di legge sono eloquenti: "propone", "suggerisce", appunto, ma non decide.

 

Consiglio Federale del Petrolio e del Gas (art. 5.c)

 

L'organo investito del vero potere decisionale è il Consiglio Federale del Petrolio e del Gas (d'ora in poi FOGC): un ibrido appositamente creato per tentare di far "quadrare il cerchio", e superare i contrasti fra governo centrale (d'ora in poi: federale) e regioni (per ora c'è solo quella del Kurdistan, poi si vedrà), che sono stati il vero intoppo che ha impedito per tanti mesi alle varie forze politiche di arrivare a un compromesso.

 

Il nuovo organo viene creato dal Consiglio dei Ministri, che, secondo la nuova legge, è l'autorità competente a formulare la politica del settore degli idrocarburi a livello federale, e che ha la supervisione della sua attuazione (art. 5.b 2).

 

Secondo la lettera del testo del disegno di legge, la funzione del FOGC è quella di "assistere" il Consiglio dei ministri nel creare le politiche del settore degli idrocarburi e i relativi piani approntati dal Ministero del Petrolio, "in coordinamento con le regioni e le province produttrici" (art. 5.c 1).

 

In realtà, una lettura attenta mostra che il suo ruolo è assai più importante, e che è lì che si concentra gran parte del potere decisionale (il resto potrebbe continuare a essere oggetto di contenzioso fra regioni e governo centrale).

 

E' al FOGC che spetta infatti decidere sulle politiche federali del settore idrocarburi, sui piani di esplorazione, lo sfruttamento dei giacimenti, i piani per gli oleodotti, ivi compresa l'autorità di approvare qualunque cambiamento "significativo" in tali piani e politiche (art. 5.c 2).

 

Ma, cosa più importante, tra i suoi numerosi poteri ci sono quello di esaminare, approvare, e modificare i "contratti di esplorazione e produzione" (si veda più avanti) che danno il diritto allo sfruttamento dei giacimenti, nonché quello di approvare e modificare i cosiddetti "contratti modello" (si veda più avanti), scegliendo il tipo appropriato alla natura del giacimento o della zona di esplorazione da assegnare (art. 5.c 3,4).

 

Insomma, è questo l'organo che decide la politica dell'Iraq nel settore – vitale – degli idrocarburi.

 

Come è composto questo Consiglio? Su questo finora sono state scritte diverse cose, non tutte esatte.

 

Secondo l'art.5.c 1, del Consiglio Federale del Petrolio e del Gas (FOGC), che è presieduto dal Primo Ministro o da un suo rappresentante, fanno parte:

 

-          Tre ministri del governo federale: Petrolio, Finanze, Pianificazione e cooperazione allo sviluppo

-          Il Direttore della Banca Centrale Irachena

-          Un ministro del governo regionale in rappresentanza di ogni regione (per ora, solo quella del Kurdistan)

-          Un rappresentante di ogni "provincia produttrice non inclusa in una regione". Dato che, secondo la definizione del termine (art. 4.24), una provincia, per qualificarsi come tale, deve avere una produzione continuativa di oltre 150.000 barili al giorno, allo stato attuale le sole province che soddisfano i requisiti sono quelle di Bassora e Ta'amim (Kirkuk), rispettivamente nel sud e nel nord dell'Iraq.

-          Gli amministratori delegati di importanti compagnie del settore degli idrocarburi, fra cui la INOC (la ricostituita compagnia petrolifera nazionale irachena, per la quale si veda più avanti) e la SOMO (l'organizzazione statale responsabile della commercializzazione del petrolio). Questa davvero rapprsenta una novità. Anche se il testo menziona esplicitamente, e non è un caso, solo compagnie irachene, si tratta infatti di una formula che apre alla partecipazione di rappresentanti delle multinazionali petrolifere, che siederebbero così nell'organismo che avrà, tra i suoi vari poteri, quello di approvare i contratti che danno diritto all'esplorazione e allo sfruttamento dei giacimenti. Di questi dirigenti di compagnie del settore petrolifero non viene peraltro specificato il numero, né, tantomeno, il modo in cui verranno scelti

-          Esperti specializzati in idrocarburi, finanza, ed economia, in numero massimo di tre, ingaggiati per un periodo di non oltre 5 anni, sulla base di una risoluzione del Consiglio dei Ministri. Anche qui, i criteri di scelta restano indefiniti.

 

Viene infine specificato che nel FOGC devono essere "rappresentate in modo equo le componenti fondamentali della società irachena" – formula che potrebbe precludere a una (ennesima) lottizzazione dell'organismo, secondo quote etniche e confessionali, come è ormai prassi consolidata nel "nuovo Iraq".

 

Nell'esame dei "contratti di esplorazione e produzione" e dei "Field Development Plans" (piani di sviluppo dei giacimenti – si veda più avanti) il FOGC si avvale dell'assistenza di un organo chiamato "Ufficio dei consulenti indipendenti" (art. 5.c 6) – composto da esperti di petrolio e gas naturale, iracheni o stranieri.

 

Il loro numero è deciso dal Consiglio stesso, che li sceglie all'unanimità, ingaggiandoli con un contratto di un anno rinnovabile. Questa commissione di esperti fornisce al FOGC raccomandazioni e pareri su questioni relative ai contratti, ai "Field Development Plans" (dei quali vedremo più avanti l'importanza), e a qualunque altra questione connessa su cui il Consiglio richieda un parere.

 

Anche qui, la porta è aperta, per non dire spalancata, alla partecipazione di rappresentanti di multinazionali del settore, questa volta in guisa di "esperti", che possono indirizzare, con i loro "pareri", decisioni del Consiglio su questioni di vitale importanza.

 

Nazionale solo di nome: la nuova Iraqi National Oil Company (INOC)

 

Il disegno di legge approvato ricostituisce la INOC, la compagnia petrolifera nazionale irachena (sciolta nel 1987, per dar luogo a 15 compagnie di Stato alle dirette dipendenze del Ministero del Petrolio), definita (art.6) una "holding company" di proprietà totale del governo iracheno e con sede a Baghdad, indipendente sotto l'aspetto finanziario e amministrativo , e che "opera su basi commerciali".

 

Ad essa spettano la gestione e l'operatività dei giacimenti scoperti e attualmente in produzione (elencati nell'allegato 1 al testo del disegno di legge - che ancora non si è visto, come del resto gli altri tre allegati), e ad essa sono collegate sia la North Oil Company (NOC) che la South Oil Company (SOC), le due società che oggi gestiscono rispettivamente i giacimenti nel nord e nel sud dell'Iraq.

 

La INOC inoltre partecipa "allo sviluppo e alla produzione" dei giacimenti scoperti ma non ancora sfruttati (questi elencati nell'allegato 2 del disegno di legge).

 

Ha inoltre il diritto di partecipare come partner commerciale a progetti internazionali relativi al trasporto, alla commercializzazione , e alla vendita di petrolio e gas (art. 5.e 1), e di partecipare a contratti di esplorazione e produzione fuori dal territorio della Repubblica dell'Iraq, purché ci sia l'approvazione del Consiglio dei ministri (art. 5.e 3).

 

La compagnia petrolifera nazionale deve creare "società controllate" di cui avrà la proprietà totale, in zone dell'Iraq scelte sulla base dell'ubicazione dei giacimenti, della dimensione delle riserve, della capacità di produzione, e dell'analisi costi-benefici, o sulla base della riorganizzazione di compagnie esistenti, per "portare a una migliore efficienza", secondo regolamenti e procedure appropriati, da emanarsi appositamente (art. 5.e 4).

 

Compito di queste "controllate" sarà quello di "intraprendere le operazioni nel settore nelle regioni e nelle province produttrici" per garantire e sviluppare il coordinamento fra organismi centrali e regioni e province" (art. 6.b 5). Esse saranno rappresentate nel Consiglio di Amministrazione dell'INOC – organo che ha la supervisione sia della compagnia nazionale che delle controllate, e nel quale siedono i rappresentanti del governo federale, delle regioni, e delle province produttrici, secondo la legge della compagnia stessa.

 

L'INOC inoltre gestirà la rete degli oleodotti e dei gasdotti, e i porti da cui avvengono le esportazioni (i tre terminali di Bassora, Khor al Amaya, e Khor az Zubair nel Golfo) per un periodo di transizione non superiore a 2 anni, fino a quando non sarà stata completata "la riorganizzazione delle compagnie del ministero del Petrolio".

 

A quel punto, spetterà anche qui al FOGC decidere quale sarà l'entità responsabile della loro gestione, sulla base di una proposta che sarà presentata dal Ministero del Petrolio, dopo che questo si sarà coordinato con l'INOC "in conformità con questa legge", e dopo l'approvazione del Consiglio dei Ministri" (art. 6.b 4).

 

Il trionfo della vaghezza: i poteri delle autorità regionali

 

La parte definisce le competenze delle autorità regionali non è chiarissima, ed è più che giustificato il sospetto che ci sia stata una vaghezza intenzionale, proprio per consentire il raggiungimento di quel compromesso che si è rivelato tanto difficile, e per arrivare al quale sono state necessarie forti pressioni, (ancora una volta) da parte degli Usa (e della Gran Bretagna), in particolare sui kurdi.

 

Secondo l'art. 5.f del disegno di legge, fra le prerogative delle autorità regionali c'è quella di proporre alle autorità federali attività e piani per conto della regione, affinché vengano incluse nei piani federali relativi alle operazioni sugli idrocarburi. Esse dovranno inoltre "assistere" le autorità federali, se richieste, nelle discussioni che porteranno a finalizzare il piano federale.

 

Sono rappresentate nelle discussioni del FOGC secondo i meccanismi previsti, e collaborano con il Ministero del Petrolio al monitoraggio e alla supervisione delle operazioni nel settore degli idrocarburi. Funzioni, queste, che, precisa il testo del disegno di legge, dovranno essere svolte in stretto coordinamento e armonizzazione con il Ministero del Petrolio, "per garantire una implementazione uniforme a coerente in tutta la Repubblica dell'Iraq".

 

Ma la cosa più importante è che sono le autorità regionali ad assegnare le licenze per l'attività di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti all'interno della regione di pertinenza, relativamente ai giacimenti scoperti ma non ancora sfruttati (elencati nell'allegato 3 al disegno di legge), secondo i meccanismi previsti (vedi più avanti) e sulla base dei tipi di contratti preparati dal FOGC, e in conformità con i regolamenti da esso emanati.

 

Questo, almeno, secondo il testo diffuso dal Governo regionale del Kurdistan e da esso riconosciuto come versione finale ufficiale.

 

Quali giacimenti? Come verranno sfruttate le risorse dell'Iraq (petrolio e gas)

 

La nuova costituzione irachena, ratificata con un referendum nell'ottobre 2005, prevede una distinzione, anche qui tutt'altro che chiara, fra giacimenti "esistenti" e "nuovi" giacimenti.

 

Si tratta di una distinzione fondamentale ai fini della divisione delle competenze tra governo centrale e regioni federali, in quanto la gestione dei giacimenti "esistenti" è affidata al governo centrale, che deve coordinarsi con le autorità regionali e le province produttrici.

 

Per quanto riguarda invece i "nuovi" giacimenti, secondo alcune interpretazioni il loro sfruttamento sarebbe tra le competenze delle autorità regionali. E' questa una interpretazione su cui insiste in particolare il Governo regionale del Kurdistan (KRG).

 

Nel disegno di legge approvato, si distingue tra giacimenti scoperti e già in produzione, giacimenti scoperti ma non ancora sfruttati, e giacimenti sfruttati solo in parte.

 

Per i giacimenti scoperti e già in produzione (art. 8.a), l'operatore è l'INOC - la compagnia petrolifera nazionale, che è autorizzata a firmare direttamente "contratti di servizio o contratti amministrativi" con le compagnie petrolifere o di servizi appropriate, nel caso in cui questo sia necessario "per accelerare il raggiungimento degli obiettivi esposti nell'articolo".

 

Per i giacimenti scoperti ma non ancora sfruttati (art. 8.b,c), il Ministero del Petrolio, dopo essersi coordinato con le regioni e le province produttrici, propone al FOGC i metodi migliori per il loro sfruttamento. Spetta quindi di nuovo al FOGC approvare i "contratti modello" di esplorazione e di produzione, preparati dal Ministero.

 

Per quanto riguarda i giacimenti scoperti ma solo parzialmente sfruttati all'atto dell'approvazione della nuova legge (art. 8.d), nel testo si dice che "devono essere fatti i massimi sforzi per garantirne uno sfruttamento rapido ed efficace", e ne è consentito lo sfruttamento in collaborazione con compagnie petrolifere "di buona reputazione, dotate delle capacità finanziarie, amministrative, tecniche, operative", sempre "secondo i termini contrattuali e i regolamenti emanati dal FOGC".

 

Una porta spalancata, questa, all'ingresso delle multinazionali del settore.

 

Come vengono assegnati i diritti di esplorazione e produzione

 

La materia è disciplinata dall'art. 9 del disegno di legge.

 

L'art. 9.a prevede che i diritti vengano concessi sulla base di un "contratto di esplorazione e produzione" , stipulato fra il ministero del Petrolio o l'Autorità Regionale (ovvero il Ministero competente del governo regionale – ad oggi: il Ministero delle risorse energetiche del Governo regionale del Kurdistan), e una persona, fisica o giuridica, irachena o straniera, che abbia dimostrato al Ministero (o all'Autorità Regionale) di possedere competenze tecniche e capacità finanziaria adeguate a condurre tali operazioni in modo efficiente.

 

Per l'art. 9.b, il processo di concessione della licenza deve essere basato su gare d'appalto competitive e trasparenti. Condizioni, criteri, e termini contrattuali devono essere specificati chiaramente nei "contratti modello" uniti alla "lettera di invito".

 

Forma e termini di questi "contratti modello" devono tenere conto delle caratteristiche e delle necessità specifiche della singola area o giacimento offerto, fra i quali il fatto che le risorse siano già state scoperte o meno, i rischi e i potenziali benefici connessi all'investimento in oggetto, e le sfide tecnologiche e operative che si presentano (art. 9.b 3).

 

L'art. 9.b 4 specifica poi i diversi criteri di cui si deve tenere conto nella formulazione dei "contratti modello". Fra questi, "controllo nazionale", "proprietà delle risorse", "ritorno economico ottimale per il Paese", ma anche un "ritorno economico adeguato all'investimento" e "incentivi ragionevoli" per gli investitori".

 

Tre sono le tipologie esplicitamente previste per i "contratti modello" (art. 9.b 5):

 

a) Contratto di servizio

b) Contratto di sviluppo e produzione

c) Contratto di rischio

 

Va sottolineato che i Production Sharing Agreements (PSA), che tante controversie avevano suscitato - durissima in particolare l'opposizione dei sindacati iracheni del settore petrolifero ma non solo, non sono più previsti tra le tipologie contrattuali possibili.

 

 

In ogni gara d'appalto verranno prese in considerazione solo le compagnie "pre-qualificate" dal ministero del Petrolio o dall'Autorità Regionale. I criteri di "pre-qualificazione" devono essere specificati nell'avviso di gara, secondo i regolamenti e le istruzioni emanate dal FOGC (art. 9.b 6).

 

Dalla valutazione dei concorrenti "pre-qualificati" si arriverà alla creazione di una lista ristretta di candidati fra i quali verrà poi scelto il vincitore. La selezione verrà fatta sulla base del piano di lavoro proposto e del previsto ritorno economico per l'Iraq (art. 9.b 7,8).

 

Per garantire la trasparenza, è inoltre previsto (art. 9.b 10) che non oltre 2 mesi dopo che l'approvazione dei contratti di esplorazione e produzione è stata avallata, il contratto debba essere reso pubblico.

 

Come vengono approvati i contratti

 

Viene firmato un contratto di esplorazione e produzione iniziale fra l'assegnatario della gara d'appalto e il ministero del Petrolio, o l'INOC, o l'Autorità regionale, "sulla base delle rispettive specificità e responsabilità", dopo aver completato tutte le procedure previste (art. 10.a).

 

In questo contratto è inclusa una dicitura secondo la quale esso è valido se non ci sono obiezioni da parte del FOGC. Esso deve essere sottoposto al FOGC per l'approvazione entro 30 giorni dalla data della firma iniziale, altrimenti sarà considerato annullato (art. 10.c).

 

Il FOGC esamina il contratto, e, per decidere, può avvalersi, se lo ritiene opportuno, dell' "Ufficio dei consulenti indipendenti" già citato per un parere tecnico, in particolare per valutare la conformità del contratto rispetto ai "contratti modello" approvati dal FOGC e ai suoi regolamenti sui diritti di esplorazione e produzione.

 

Nel caso in cui detto contratto contenga discrepanze gravi rispetto ai "contratti modello" o alle linee guida emanate dal FOGC, il Consiglio prenderà la sua decisione in merito - decisione che richiede la maggioranza dei 2/3 dei presenti - sulla base del parere di questa commissione di consulenti.

 

Il ministero del Petrolio, l'INOC, o l'Autorità Regionale devono essere informati delle eventuali obiezioni al contratto iniziale entro 60 giorni da quando il FOGC lo ha ricevuto. Nel caso in cui, in questo periodo, non vi sia stata alcuna obiezione da parte del Consiglio il contratto è considerato valido. Se, per ragioni straordinarie, il FOGC non riesce a tenere una seduta entro questo arco di tempo, esso deve prendere una decisione in merito al contratto entro 45 giorni, "utilizzando tutti i mezzi possibili". Se entro questo periodo non prende alcuna decisione, il contratto rimane valido.

 

Nel caso in cui invece il FOGC presenti delle obiezioni, il Ministero, l'INOC, o l'Autorità Regionale dovranno apportare le modifiche opportune al contratto, sottoponendolo poi nuovamente al FOGC per la nuova approvazione secondo la procedura esposta.

 

Il "contratto di esplorazione e produzione": diritti esclusivi per almeno 20 anni

 

Il contratto di esplorazione e produzione dà a chi lo detiene il diritto esclusivo all'esplorazione e produzione (e i diritti di trasporto) in quella che viene definita "Contract Area" (art. 13.a), ovvero l'area all'interno della quale chi detiene i diritti di esplorazione e produzione è autorizzato a esplorare, sfruttare, e produrre.

 

Queste le modalità con cui viene concesso tale diritto (art. 13.b,c,d):

 

1. C'è un periodo iniziale della durata massima di 4 anni

2. A condizione che chi detiene il diritto abbia adempiuto a tutti gli impegni, l'"entità specializzata" (termine che definisce il Ministero del Petrolio, l'INOC, o il Ministero competente del governo regionale) può concedere un secondo periodo di 2 anni, a condizione che in questo periodo ci si impegni a "un programma di lavoro sostanziale"

3. Sempre l'"entità specializzata" può concedere un terzo periodo di esplorazione "per particolari ragioni di continuità", a condizione tuttavia che tale proroga sia giustificata dalla qualità e dalla sostanza del programma di lavoro, e non superi i 2 anni

 

4. Tuttavia, nel caso in cui nel corso dell'esplorazione sopravvenga una "scoperta" (ovvero, trivellando di scopra del petrolio o del gas), chi detiene il diritto di esplorazione e produzione può mantenerlo, per completare le operazioni iniziate entro una specifica area, al fine di valutare o determinare il valore commerciale della "scoperta", per un ulteriore periodo di 2 anni (o, nel caso di "gas naturale non-associato", per un ulteriore periodo di non oltre 4 anni) (art.13.b).

 

Ne deriva che è possibile arrivare a 10 anni senza che ancora vi sia stata alcuna produzione.

 

Ma non è finita qui.

 

Il disegno di legge infatti prevede (art.13.f) che l'INOC e gli altri detentori di un diritto di esplorazione e  produzione possano mantenere il diritto esclusivo - entro i limiti di una cosiddetta "Development and Production Area" (area di sviluppo e di produzione – la parte della "Contract Area" delineata secondo i termini e le condizioni del contratto di esplorazione e produzione dopo una scoperta commerciale), sulla base di un "Field Development Plan" (FDP), ovvero un piano di sviluppo, preparato in conformità con questa legge e il relativo contratto – per un periodo di tempo che deve essere determinato dal FOGC, che non superi i 20 anni dalla data di approvazione del FDP.

 

Ma "nei casi in cui considerazioni tecniche ed economiche giustifichino periodi di produzione più lunghi", il Consiglio dei Ministri, rinegoziando i termini contrattuali, ha il potere di concedere una proroga, che non superi i 5 anni.

 

Ne deriva che in alcuni casi la concessione dei diritti esclusivi potrebbe arrivare a 33-35 anni.

 

Ma anche senza tante concessioni particolari si possono facilmente mantenere i diritti per un periodo di 24 anni.

 

Il grande punto interrogativo: la ripartizione dei proventi

 

Secondo gli articoli della Costituzione che si riferiscono alla proprietà delle risorse petrolifere e di gas, alla distribuzione dei proventi, e al monitoraggio della distribuzione delle entrate federali (artt.106, 111, 112, 121.3), il Consiglio dei Ministri deve presentare al Parlamento un disegno di legge federale che regolamenti questa materia: la "Legge Federale sui proventi finanziari" - quella cha sta attualmente bloccando la presentazione del "pacchetto" legislativo al Parlamento.

 

I proventi derivanti dal petrolio e dal gas, in tutte le loro forme (art.11.b) devono essere depositati in un conto chiamato "Fondo delle entrate petrolifere" (art. 11.c) creato appositamente, il cui meccanismo di gestione e di distribuzione equa verrà stabilito dalla legge di cui sopra, "in conformità con la Costituzione".

 

Deve poi essere creato un ulteriore fondo, denominato il "Fondo del Futuro" (art.11.d), nel quale andrà depositata una certa proporzione dei proventi petroliferi, anche questa da da regolamentarsi per legge.

 

Come ti "rimpatrio" tutti i profitti: il regime fiscale

 

L'INOC e le sue società controllate, nonché le altre persone individuali e collettive che detengono un diritto a condurre operazioni nel settore degli idrocarburi in Iraq sono soggetti al pagamento di varie imposte (art. 33.a), fra cui le royalties, le tasse municipali e locali dovute, e altre.

 

La royalty da pagare sugli idrocarburi prodotti dalla Development and Production Area, da parte dell'INOC e degli altri detentori di un diritto di esplorazione e produzione, è fissata al 12,5% della produzione lorda (art. 34.a).

 

Tutte le compagnie petrolifere operanti in Iraq sono soggette alla supervisione della Commission of Financial Audit (Commissione di controllo finanziario), nelle questioni relative alle loro operazioni nel Paese (art.33.b).

 

Inoltre, cosa di estrema importanza, l'articolo 35 a stabilisce che i detentori di un diritto di esplorazione e produzione possono trasferire fuori dall'Iraq qualunque profitto netto delle operazioni di idrocarburi, dopo aver pagato le tasse e le imposte dovute.

 

Rivedere i contratti esistenti: l'hanno avuta vinta i kurdi

 

Una questione di particolare importanza è la gestione dei contratti firmati prima dell'entrata in vigore della nuova legge.

 

Per quanto riguarda i contratti esistenti, il testo del disegno di legge (art.40) distingue due gruppi per i quali è previsto un regime differenziato:

 

a) I contratti già firmati dal Governo Regionale del Kurdistan (KRG)

b) I contratti firmati "con qualsiasi entità" prima dell'approvazione di questa legge

 

a)       Per i contratti firmati dal KRG (cinque ad oggi, a detta del medesimo), l'"entità specializzata" (ovvero il Ministero delle risorse energetiche) della regione del Kurdistan deve rivedere tutti i contratti firmati prima dell'approvazione di questa legge, al fine di garantire che siano in armonia con i suoi obiettivi generali e regolamenti, e "per garantire il massimo beneficio finanziario al popolo iracheno" entro non oltre 3 mesi dall'approvazione di questa legge. La valutazione dei contratti citati è di competenza dell'"Ufficio dei consulenti indipendenti", il cui parere sarà vincolante per quanto riguarda la gestione di questi contratti.

b)       I contratti esistenti firmati prima dell'approvazione di questa legge dal governo centrale di Baghdad devono essere tutti rivisti dal ministero del Petrolio, per garantirne l'armonia con gli obiettivi e i regolamenti generali di questa legge. In questo caso però l'ultima parola spetta al FOGC, al quale deve essere sottoposta la revisione, anche qui entro un massimo di tre mesi dall'approvazione della legge, in modo che il Consiglio stesso possa approvarla e confermare i contratti.

 

La soluzione scelta va chiaramente a favore del Governo regionale kurdo.

 

I contratti da esso firmati, infatti, verranno valutati, con parere vincolante, dal comitato di esperti indipendenti, che deve essere ancora costituito, ma nel quale potrebbero benissimo sedere consulenti internazionali e rappresentanti di multinazionali interessate agli affari (sarà istruttivo vedere se e come verrà regolata la questione dei conflitti di interesse).

 

I contratti firmati invece dal governo centrale di Baghdad – essenzialmente quelli negoziati dal precedente regime con società straniere (russe e cinesi in particolare) ai tempi delle sanzioni, ma anche alcuni contratti firmati dai governi iracheni dopo l'invasione Usa del 2003, in genere contratti di esplorazione – devono passare l'approvazione del FOGC.

 

Sarà interessante vedere poi in che modo verranno eventualmente "armonizzati" con la nuova legge i contratti firmati sinora dal KRG, dato che qui si tratta effettivamente di Production Sharing Agreements (PSA) – una tipologia contrattuale espressamente prevista nella bozza di legge regionale sugli idrocarburi (non ancora approvata dal Parlamento del Kurdistan), e che adesso, in teoria, dovrebbero essere modificati per evitare il conflitto con la legge federale.

 
http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=4384

Zimbawe: Mugabe minaccia i giornalisti

di Redazione (redazione@vita.it)

La notizia è apparsa oggi sul quotidiano ufficiale Herald

Il regime di Robert Mugabe ha minacciato oggi i giornalisti occidentali presenti nello Zimbabwe, avvertendoli che il governo potrebbe decidere di agire contro di loro. Il comunicato del ministero dell'Informazione di Harare, riportato oggi dal quotidiano ufficiale Herald, cita in particolare due corrispondenti di giornali britannici -Jan Raath del Times e Petra Thornycroft del Daily Telegraph- e si scaglia contro l'emittente americana via cavo, Cnn, accusata di allinearsi "alla politica imperialista" di Washington.

Il regime dello Zimbabwe e' ostile ai giornalisti stranieri, i quali devono essere tutti registrati presso la Commissione per l'Informazione e i media (Mic). Le autorizzazioni vengono concesse col contagocce e il ministero ha avvertito oggi i cittadini dello Zimbabwe a non offrire alloggio a giornalisti non registrati. L'ultimo irrigidimento del regime, avviene mentre sale la tensione politica nel paese dopo l'arresto e il pestaggio dei principali leader dell'opposizione l'11 marzo. Il vescovo cattolico di Bulawayo, Pius Ncube, ha esortato ieri la popolazione a scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Mugabe. La protesta contro il regime e' alimentata da una gravissima crisi economica.


SIDA/AIDS PROVOCA ANCHE AUMENTO CASI TUBERCOLOSI

http://www.misna.org/

Tra le conseguenze provocate dalla sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) vi sarebbe anche un aumento significativo dei casi di tubercolosi (Tbc) nel paese, passati da circa 39.000 a oltre 64.000 negli ultimi dieci anni. Lo ha dichiarato il ministro della Salute David Mwakyusa, citando una ricerca condotta a livello nazionale tra il 2003 e il 2004. Stando ai risultati raccolti in diverse zone della Tanzania, la sida/aids contribuirebbre - ha detto il ministro - "a un aumento del 60% dei casi di Tbc". Secondo questa indagine, oltre il 30% dei pazienti con sida/aids è deceduto in realtà per la tubercolosi. Per il responsabile del ministero, bisognerebbe coordinare gli sforzi per combattere le due malattie: "Dobbiamo comprendere che esse sono strettamente correlate e che perciò occorre concentrarsi su entrambe" ha detto Mwakyusa a pochi giorni della giornata mondiale della tbc, prevista per sabato prossimo. Secondo fonti locali, in Tanzania si contano due milioni di sieropositivi. Malaria, sida/aids e tbc costituiscono uno degli otto 'Obiettivi del millennio' dell'Onu per dimezzare la povertà entro il 2015; la Tbc uccide ogni anno oltre 1,5 milioni di persone (fino a 2 milioni secondo alcune fonti) anche se esiste una terapia efficace nel 90% dei casi, che resta però inaccessibile soprattutto alle popolazioni povere.



n Bretagna - Il conservatore Cameron con Blair ma contro Brown



Micheal Feinstein
QuadrantEuropa

La strategia del leader conservatore di votare sempre secondo ciò che conviene al paese, si sta rivelando vincente. Nei sondaggi ora l'opposizione sopravanza il partito di governo di 11 punti




Il passato ha afferrato Tony Blair proprio nella settimana in cui il primo ministro - con la presentazione del programma “rivoluzionario” per la lotta al riscaldamento globale e con l’impegno a rinnovare il potenziale atomico delle forze armate – si stava impegnando per il futuro del paese.

Modernizzazione del potenziale atomico
A causa del voto per la modernizzazione del sottomarino nucleare Trident davanti al parlamento londinese si sono viste scene che ricordavano le proteste degli anni ’80 contro lo stazionamento sul suolo britannico dei missili Pershing. Anche i volantini con i simboli della campagna antinucleare avevano qualcosa di anacronistico, come del resto gli argomenti dei ribelli all’interno del partito laburista che facevano uso del loro fervore moralistico come si fosse ancora in piena guerra fredda.

I militanti del Labour sembrano dimenticare che l’impegno al disarmo atomico unilaterale preso allora dal parito, con l’appoggio anche dell’attuale primo ministro britannico, si era rivelato una delle cause delle sconfitte elettorali a ripetizione subite in quegli anni dalla sinistra britannica.

La conversione di Tony Blair, avvenuta all’inizio della sua permanenza a Downing Street, aveva lasciato a bocca aperta i suoi compagni, ma i membri del Labour, debilitati da 18 anni di opposizione si sono alla fine dovuti convincere che per far sloggiare i conservatori dal governo la politica degli ideali morali doveva lasciare il posto al pragmatismo realista.

Ora sembra che nel suo lungo addio dalle leve del potere Tony Blair alla fine del suo mandato debba combattere le stesse battaglie che avevano contrassegnato i suoi inizi. Perciò al primo ministro britannico l’insurrezione contro il Trident sarà sembrata un film già visto.

Nigel Griffiths, vice capogruppo del Labour al parlamento inglese, dichiarando di andar via con “il cuore oppresso ma con la coscienza pulita”, ha dato una spiegazione patetica delle sue dimissioni. Il suo esempio è stato seguito solo da una piccola parte di personaggi minori del partito.

In parlamento invece 94 deputati del Labour hanno votato contro il piano militare. E' la prima volta da quando Blair governa che il dissenso interno al partito raggiunge punte cosi alte. Una manna per i conservatori di Cameron. Alla fine il successo del governo è dipeso dal loro voto. La strategia del leader dell’opposizione si è rivelata vincente.

"Seguire sempre gli interessi del paese" questa la Bibbia di Cameron

Subito dopo aver preso in mano le redini del partito conservatore nel dicembre 2005, David Cameron aveva dichiarato che il premier laburista sapeva che in caso di ribellioni interne al suo avrebbe trovato un’ancora di salvezza nei conservatori. L’opposizione avrebbe sempre votato a favore di “ciò che è utile al paese”.

Confortato dal consenso dell’opinione pubblica Cameron non è mai venuto a questa parola d’ordine. Il risultato è stato un balzo in avanti nei sondaggi d’opinione che, dopo il voto sul Trident, vedevano i conservatori distanziare di 11 punti i laburisti.

Il ministro degli esteri ombra del governo ombra conservatore, William Haugue, non ha perso occasione per spargere sale sulle ferite del partito di maggioranza. Lodando l’impegno di Blair per l’ammodernamento della potenza atomica del paese e sottolineando “la portata enorme” del provvedimento mentre il primo ministro cercava di sminuirne il valore, ha provocato i dissidenti nelle fila governative.

Nonostante che in questi giorni con la sua politica ambientale, il voto sulle armi atomiche e le prospettive di un ritorno all’auto amministrazione in Irlanda del Nord, Blair stia cercando di dare basi di più vasto respiro al suo testamento politico, l’attuale primo ministro appare sempre più come una figura del passato.

Il vero avversario dei conservatori è diventato Gordon Brown

Di ciò è indicativo il fatto che i conservatori inizino a sparare le loro bordate più pesanti contro il Cancelliere dello scacchiere Gordon Brown. Su una questione che inizia ad assumere importanza anche agli occhi dell’elettorato britannico, la protezione dell’ambiente e della natura, sono infatti Brown e Cameron a confrontarsi.

Per il momento nella strategia “verde” dei due uomini politici non si vedono grandi differenze. Questa sembra essere la ragione per cui il leader conservatore ha respinto i progetti del probabile successore di Blair affermando che stava solo rispolverando il suo passato di militante verde. Un argomento un alquanto debole.

Anche nel dibattito su matrimonio e valori famigliari il bersaglio di Cameron è stato di nuovo Brown che il leader conservatore ha attaccato definendolo il maggior rappresentante dello slogan “permesso è ciò che piace” espressione solo di un individualismo bieco ed espressione solo di egoismo. È la stessa critica che una volta i laburisti rivolgevano alla filosofia della signora Thatcher. Anche questo è un segno del nuovo abito che il partito di opposizione intende indossare.

I conservatori con un piccolo congresso di partito tenuto a Nottingham hanno iniziato a prepararsi alle prossime elezioni locali. Secondo l’opposizione la tornata di elezioni amministrative del maggio prossimo dovrebbe definitivamente concludere l’era Blair e contemporaneamente essere un indizio della credibilità di Cameron.

Iniezioni di liberalismo difficili da sopportare

La rapidità con cui il giovane leader di partito ha costretto alle dimissioni il sottosegretario agli interni del suo governo ombra, un’ora dopo le dichiarazioni sprovvedute sul razzismo delle forze armate fatte dall’ex ufficiale, non è però piaciuta a una parte del suo stesso partito. In questi casi il malessere per le iniezioni di liberalismo che Cameron vorrebbe somministrare ai conservatori diventa lampante.

Il decisionismo del prossimo candidato conservatore a Downing Street è però anche un sintomo della sicurezza con cui Cameron si avventura su terreni finora poco praticati dai conservatori. Forse sarà un caso ma il capo dell’opposizione inglese ha cambiato pettinatura. La riga ora va da destra verso sinistra.


marzo 25 2007

SENZA SPERANZA - Sull'utilizzo del tesoretto

Fra le tante proposte che si sono lette sull’utilizzo del tesoretto rinvenuto nelle casse del ministero dell’Economia, c’è quella del neo-Presidente della Sinistra Giovanile Roberto Speranza che suggerisce di destinare questo inatteso surplus al pagamento dello stock di debito pubblico accumulato. Se il vero investimento vuole essere quello sulle giovani generazioni, ridurre l’onere del debito di chi oggi è un ragazzo dovrebbe essere, secondo Speranza, la strada migliore.

La situazione dei conti pubblici italiani è nota a tutti. Il debito pubblico pesa come un macigno sulle spalle di ciascuno di noi. Le previsioni per quest’anno dicono che si porterà via il 105,4% del PIL. Non si tratta solo di un problema di ammontare, ma anche di composizione. Se fino agli anni Ottanta la stragrande maggioranza del debito pubblico era nelle mani delle famiglie italiane, dopo i ruggenti anni Novanta ci ritroviamo con creditori in ogni angolo del pianeta, e in perenne ansia per ciò che farà la BCE o cosa diranno le agenzie di rating. Certo, a guardare l’andamento storico del debito pubblico ci sarebbe da tirare un sospiro di sollievo dopo il picco del 124% di un decennio fa, ma comunque c’è poco da sorridere.

Con il DPEF e con due successivi documenti presentati alla Commissione UE lo scorso anno, il governo si è impegnato in un ambizioso piano di rientro pluriennale che dovrebbe portare il rapporto fra debito pubblico e PIL ben al di sotto della soglia psicologica del 100% entro la fine della legislatura. Discesa troppo lenta, come sostiene Speranza?

Vorrei citare alcuni dati: l’Italia è il Paese europeo con la spesa sociale più bassa in rapporto al PIL. Come aveva ben evidenziato anche il programma DS dello scorso anno, siamo in coda alle classifiche in tutte le voci di spesa (pensioni comprese, se utilizziamo criteri “europei” di valutazione, cioè di separazione fra previdenza e assistenza). Colpisce in particolare la spesa per quelle due voci che dovrebbero costituire l’investimento di un Paese sul proprio futuro: istruzione (4,7% del PIL contro il 6% degli altri) e ricerca scientifica (meno della metà della media europea). Non solo: pur avendo la peggiore dinamica demografica del continente spendiamo meno di tutti per politiche per l’incentivazione della natalità e il sostegno dell’infanzia (asili nido, congedi parentali, …). E tralasciamo, per carità di Patria, la ridicola spesa per ammortizzatori sociali o per il soccorso di persone in condizioni di indigenza, voce da anni in predicato di essere aumentata ma che ancora oggi non ha visto nessun apprezzabile miglioramento.

Non si tratta solo di un problema di spesa sociale. Abbiamo una struttura produttiva superata, operiamo in settori economici maturi e a basso contenuto tecnologico che gli altri grandi Paesi industrializzati hanno già abbandonato da parecchio tempo. Ci siamo ridotti a fare i competitori dei Paesi emergenti, e abbiamo già cominciato a sentire le conseguenze di un dumping sociale terribile. Ad aggravare la nostra posizione c’è l’enorme gap infrastrutturale che abbiamo accumulato negli ultimi 20 anni rispetto a tutti i nostri competitori commerciali. E ora, con l’improvviso (ma ben accetto) revival del protocollo di Kyoto e delle tematiche ambientali, rischiamo di trovarci a rincorrere ancora una volta gli altri Paesi che si trovano più avanti di noi anche per quanto riguarda la produzione pulita e l’emissione di materiali inquinanti.

Mi fermo qui, anche se potrei andare avanti per ore. Questi dati a mio modo di vedere sono molto più allarmanti dello stock di debito pubblico. Perché ci stanno a dire che senza un rapido cambiamento di rotta, richiamo di ritrovarci con un Paese senza più nulla da dire nel palcoscenico mondiale. Trovarsi senza prospettive future è il pericolo più grande che può avere davanti una nuova generazione. E da una organizzazione giovanile che ambisce legittimamente ad essere futura classe dirigente di domani mi sarei aspettato una proposta meno demagogica e magari qualche idea in più su come provare a ridurre la crescente distanza che ci separa dagli altri Paesi a capitalismo civile. http://titollo.ilcannocchiale.it/


Riduzione del lavoro flessibile? Non è in agenda...

 

I dati Istat 2006 indicano un aumento dell’occupazione dipendente del 2,3% rispetto al 2005. Dovremmo essere soddisfatti. E invece no. Purtroppo. Dal momento che la metà dei nuovi posti di lavoro si compone di contratti a termine.
Pertanto il vero problema di fondo è che il lavoro flessibile cresce. Non solo in Italia (dove siamo al 13% 2006 - 12,2 % nel 2001), ma nel resto dell’Unione Europea a 25 (14.9 % nel 2006 - 12,9 % nel 2001). (Su questi aspetti rinviamo all’ Indagine Conoscitiva sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro - Audizione del Presidente dell’Istat - Luigi Biggeri - XI Commissione – Lavoro Pubblico e Privato - Bozza - Roma, 7 novembre 2006)
Lavoro flessibile significa alcune cose: una ridotta o assente copertura previdenziale; una mancanza di ammortizzatori sociali per la copertura dei periodi di vacanza contrattuale; una scarsa probabilità di transitare verso contratti stabili: una maggiore frammentazione dei percorso lavorativo; una brevità di contratti.
A questi aspetti, come dire normativi, si aggiungono gli effetti di ricaduta sociologici e psicologici. Ne ricordiamo alcuni: cattiva percezione del lavoro, turbe psichiche, difficoltà relazionali all’interno dell’ambiente di lavoro e delle famiglie di origine o di nuova formazione, eccetera. (Su questi aspetti si rinvia a G. Farrell, a cura di, Flexicurity, Sapere 2000, Roma 2006).
Pertanto si tratta di una situazione, se non ancora disastrosa, sicuramente preoccupante dal punto di vista evolutivo. E da seguire sul piano politico con la massima attenzione. Anche alla luce di una auspicabile revisione della Legge 14 febbraio 2003, n. 30 (Legge Biagi), o comunque di quell’insieme di normative che risalgono (e includono) alla Legge 24 giugno 1997, n.196 (Legge Treu).
Di riflesso, il legislatore, o almeno ogni saggio legislatore, visto che i diritti sociali non sono di destra né di sinistra, ma sono un patrimonio (di cittadinanza) comune, dovrebbe cercare di assicurare al “lavoratore flessibile” almeno una ragionevole continuità contributiva. Al fine di garantirgli una pensione dignitosa. Oltre ovviamente, a una buona e costante assistenza (dal punto di vista della tutela della salute) lungo il corso della sua, così complicata, carriera lavorativa.
Ora, sapete che cosa si è sentito rispondere chi scrive, quale membro di un osservatorio sociale sulle politiche del lavoro, dalla quasi totalità dei colleghi (economisti, ricercatori sociali, sindacalisti, esperti ministeriali) ? Che la flessibilità è in via di superamento perché gli imprenditori stanno cambiando idea a riguardo. E che, “prima o poi” si attesterà, in Italia intorno al 10/11 % . E che pertanto il problema non sussiste. Di qui l’inutilità di inserirlo nell’agenda politica. Insomma, la vecchia ricetta liberista, che il mercato (del lavoro) farà da sé. E bene. Ergo: nessuno osi disturbare i padroni del vapore. Tanto si tratta solo della vita di 2 milioni di lavoratori… E famiglie…
Un muro di gomma. Chi scrive, sta seriamente pensando di dimettersi. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

Baghdad dalla speranza alla disperazione

 

di John Simpson

BBC News,

A Baghdad, il suono più comune che oggi si sente nelle strade è il fracasso insistente dei piccoli generatori privati.

La vista più comune, a parte i blocchi stradali della polizia e dell'esercito, sono gli striscioni neri sui muri e sulle staccionate, che annunciano la morte delle persone.

E il sentimento più comune nel quale ci si imbatte è un tipo di collera cupa, che brucia lentamente.

Queste cose rappresentano un fallimento considerevole delle speranze e delle aspettative che molti iracheni coltivavano quattro anni fa.

I generatori ci sono perché gli americani e i successivi governi iracheni non sono riusciti a risolvere la situazione dell'elettricità. E le morti si verificano perché non hanno creato la pace qui.

'Ci aiuteranno'

E' facile dimenticare quanto fossero alte le aspettative un tempo.

"Non mi piace la sensazione che il mio Paese sia stato invaso", mi diceva un negoziante di Haifa Street, più o meno un giorno dopo la caduta di Baghdad. "Ma, grazie a Dio, a fare questo sono stati gli americani. Sono il Paese più ricco al mondo. Ci aiuteranno".

Ma non lo hanno fatto. Non hanno nemmeno protetto i ministeri e gli edifici pubblici e i musei dai saccheggi.

Abbiamo fatto riprese mentre la gente urlava: "Fate qualcosa!" a un soldato americano, mentre i ladri stavano scappando con attrezzature mediche di valore dall'ospedale alle nostre spalle. Si era limitato ad alzare le spalle, e si era girato dall'altra parte.

Gli iracheni erano infuriati per la cattiva gestione evidente e i furti sfacciati commessi dai contractor americani e dai politici iracheni nel primo anno dopo l'invasione.

Provavano poco più che disprezzo per l'amministrazione debole di Paul Bremer, il proconsole americano il cui solo incarico importante in precedenza era stato quello di ambasciatore Usa nei Paesi Bassi.

Allora e adesso

Quando ero andato a trovare il negoziante in Haifa Street, nel maggio 2003, c'ero andato a piedi, da solo.

C'era il rumore occasionale del fuoco da armi leggere, e a volte alcuni gruppi di persone mi guardavano con rabbia. Ma non avevo avuto la sensazione che la mia vita fosse in alcun modo in pericolo.

Un paio di giorni fa, sono tornato in Haifa Street. Di recente è stata teatro di una serie di battaglie, nelle quali uomini armati sunniti sono stati sloggiati dalle loro postazioni dagli americani e dall'esercito iracheno.

E' difficile per un occidentale disarmato andarci adesso, e ho dovuto spostarmi in un furgone privo di contrassegni, con tende scure ai finestrini, e due guardie di sicurezza britanniche per proteggermi.

Il negoziante che avevo incontrato quattro anni fa non c'era più da tempo. Non c'era nessuno a cui chiedere: anche tutti gli altri negozi in fila uno dopo l'altro avevano cessato l'attività.

Il giorno seguente, di mattina presto, sono andato a fare riprese in un grande ospedale cittadino. Durante l'ora in cui sono stato lì, sono stati portati sei corpi, trovati per strada quella mattina. Erano stati tutti torturati in maniera evidente, e a uno avevano segato via i piedi. Era solo una mattinata normale.

Dopo la caduta di Baghdad, inviavo a Londra servizi via satellite su attacchi nei quali venivano uccise una o due persone. Allora era veramente una notizia. Giovedì scorso, è esplosa una bomba nei pressi della fine della strada dove la BBC ha il suo ufficio, nel centro di Baghdad. Otto persone sono rimaste uccise e 25 ferite, e avevamo delle immagini piuttosto buone.

Ma non ho chiamato Londra per proporre un servizio. Di questi tempi, per finire nei telegiornali, o sulla prima pagina dei giornali, bisogna che muoia molta gente. Direi che la cifra attuale è di 60 o 70 persone; e certamente non sarebbe l'apertura.

Questo non perché ai capiservizio non interessi; è perché succede talmente spesso che sembra appena una notizia.

Cinismo e rabbia

Dopo quattro anni di occupazione, questa è una città pericolosa, indifferente, spaventata, ansiosa.

La stanchezza ha prodotto uno scetticismo fra i suoi abitanti in merito al calo della violenza che l'attuale "balzo" delle truppe americane sembra avere portato.

Essi credono per la maggior parte che le varie milizie combattenti terranno giù la testa finché dura il "balzo", poi verranno di nuovo allo scoperto quando gli americani se ne saranno andati.

Ma cinismo e rabbia non sono le uniche emozioni.

Nell'ospedale in cui sono stato, ho intervistato un chirurgo vascolare che era riuscito a ricucire il braccio di una ragazzina dopo un attentato.

"Lei deve essere disgustato di tutto questo", gli ho detto. "E' tentato di lasciare il Paese, come hanno fatto tanti dei suoi colleghi?"

"No", ha risposto, "Anche se sapessi di venire ucciso domani, rimarrei qui. E' il mio dovere".

Un giorno, questo tipo di atteggiamento farà sì che questo torni ad essere un Paese vibrante, efficiente. Ma per un po' questo non succederà.

 

(Traduzione di Ornella Sangiovanni)http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=4409

 

 

Articolo originale


Unione europea - I 50 anni dell'Odissea del vecchio continente




QuadrantEuropa



Il percorso europeo sarà la realizzazione del sogno iniziale o la nascita dell’incubo del “super Stato”? Solo l'idea dell'unità è stata però in grado di sprigionare energie positive dopo l'autodistruzione delle guerre mondiali.




Si possono addossare molte colpe e responsabilità alla “politica europea” e i sondaggi mostrano che i cittadini dell’Unione europea lo fanno con generosità e in numero crescente. Però sarebbe impossibile non vedere che è stata proprio questa politica a far uscire gli Stati europei dall’alternativa che Ludwig Dehio aveva riassunto nello slogan “equilibrio o egemonia”.

La stabilizzazione del continente attraverso un “equilibrio di potenze” - si trattasse del Trattato di Westfalia o del “sistema” bismarchiano - è sempre stata precaria ed è sboccata, dopo un periodo di pace relativamente lungo tra il 1871 e il 1914, nella madre delle catastrofi del XX secolo. La prima guerra mondiale.

Tutti i tentativi di costringere col ferro e col sangue l’Europa ad unificarsi sono falliti. Le pretese universali del Sacro romano impero della nazione germanica, quelle deliranti del Terzo Reich hitleriano, le crociate militari di Luigi XIV e quelle di Napoleone alla fine non hanno avuto altro risultato che quello di rendere più precari i rapporti di forza nel cuore del nostro continente.

Dopo il massacro di due guerre mondiali serviva un altro metodo, fondato su una vera innovazione politica. Cosi il primo passo dell’unità continentale è stato fatto basandosi su integrazioni tecniche che presupponevano e spingevano ad una sempre maggior compenetrazione degli interessi nazionali degli Stati. Questo ha permesso all’Europa, dopo la fine della seconda guerra mondiale, di inaugurare il più lungo periodo di pace della sua storia.

Non bisogna far finta però di non vedere che senza la minaccia esterna dell’Unione sovietica e senza gli energici stimoli degli Stati Uniti, l’integrazione europea non avrebbe forse visto nemmeno la luce. Oppure sarebbe rapidamente fallita. È invece incontestabile che forza militare della Nato e presenza americana sono state indispensabili. Si è trattato di poteri, sganciati da legami diretti con gli Stati nazionali, che hanno contribuito a smussare la diffidenza presente tra le vecchie potenze rivali del continente e a livellarne le differenze.

Ma è anche chiaro che senza la doppia catastrofe delle due guerre mondiali e senza la contrapposizione al progetto di unità europea nazionalsocialista, l’idea che la pace in Europa sarebbe potuta venire solo percorrendo un nuovo cammino non sarebbe mai nata.

Non è stato nemmeno se caso se l’inizio del processo di integrazione europea sia avvenuto con la “Comunità europea del carbone e l’acciaio”. Con la Ceca il nucleo fondamentale della produzione industriale del nostro continente veniva posta sotto la vigilanza di un’alta autorità. Sostanzialmente erano le cause principali degli scoppi di guerra del ventesimo secolo sul suolo europeo ad essere poste sotto controllo.

L’altra innovazione decisiva si è avuta quando, nella Ceca e nella Comunità economica europea, Cee, i piccoli Stati diventando partner a pari diritto di quelli più grandi, passavano da oggetti della politica europea a suoi artefici.

Più o meno tutte le opinioni pubbliche del continente - dalla Germania alla Francia passando per l’Italia demoralizzate dagli sconquassi militari e dalle atrocità della Shoa - condividevano il punto di vista che lo Stato nazionale era ormai discreditato e non aveva più la forza morale di rappresentare le forme di vita delle comunità nazionali ed erano pronte all’idea di cedere diritti sovrani ad un'altra istituzione.

L’unicità del modello istituzionale nato da quei primi barlumi di integrazione politica la si può valutare appieno solo se si guarda allo scenario delle relazioni internazionali contemporanee.

In nessuna parte del pianeta esiste una cooperazione tra Stati cosi stretta da poter essere paragonata quantitativamente e qualitativamente a quanto avviene in Europa. La cooperazione che per le condizioni in cui è nata poteva svilupparsi solo sul terreno economico, in questi ultimi anni si sta lentamente estendendo, avanzando anche su quelli che fino a poco tempo erano gli inviolabili centri nervosi della sovranità degli Stati: politica estera, sicurezza, difesa.

Nessuna sorpresa se proprio ora gli intrecci a volte sotterranei delle sovranità nazionali rialzino la testa e non vogliano farsi ulteriormente decomporre. Eppure se l’Ue, diventata una potenza economica e commerciale, vorrà contare qualcosa nel concerto delle grandi potenze dovrà tagliare proprio questi nodi. Altrimenti anche commercio ed economia diventeranno quelle di un soggetto di secondo livello.

Un percorso difficile per quello che, nato come un club ristretto di sei membri, è diventato ciò che il primo presidente della Commissione europea ha definito “uno Stato federale incompleto”.

Sarà la realizzazione del sogno o la nascita dell’incubo del “super Stato” burocratico? Eppure solo la prospettiva dell’unità europea è stata in grado di sprigionare quelle energie positive che hanno permesso al continente prima di salvarsi dalle proprie pulsioni autodistruttive e di fondare poi la nuova Europa del XXI secolo.




La 'transumanza' verso il Kosovo


Sui tavoli della diplomazia sono distanti. Ma tra Serbia e Kosovo c'è un legame molto forte: quello del mercato parallelo dei prodotti agricoli a dell'allevamento. Centinaia ogni mese i capi di bestiame che alla Vojvodina arrivano sino in Kosovo
Tratto da Dnevnik on-line

Selezionato e tradotto in francese da Courrier des Balkans e in italiano da Osservatorio sui Balcani


Il mercato parallelo dei prodotti agricoli rappresenta ancora un legame molto forte tra la Serbia e il Kosovo: il bestiame della Vojvodina continua a affluire verso il Kosovo, via Sangiaccato e Novi Pazar. Queste esportazioni illegali rappresentano, all'anno, un mercato di circa 50 milioni di euro. Le regole veterinarie impongono ora di marcare il bestiame per controllare questi traffici, la cui consistenza tenderebbe a diminuire.

Da informazioni raccolte da Dnevnik sono principalmente i vitelli e i manzi ad essere trasportati verso il Kosovo. I villaggi del Banato sono la principale “fonte d'approvvigionamento”, e le vie di questo contrabbando sarebbero ben conosciute.

Gli intermediari della Serbia centrale operano nell'area del Banato, di Backa e di Srem e poi trasportano il bestiame sino ai loro colleghi di Tutin o Novi Pazar. Da là, attraverso tracciati di lunga data, il bestiame arriva sino in Kosovo. Secondo alcune stime il profitto ammonterebbe a circa 5000 euro per ogni camion.

La marcatura dei capi di bestiame ha reso più difficili questi traffici illeciti e gli intermediari hanno sempre meno lavoro, ma ciononostante il traffico non si è interrotto.

Secondo quanto afferma il presidente del Consiglio per l'agricoltura della Camera di commercio della Vojvodina, Djordje Bugarin, nessuno può affermare con certezza se vi siano o meno traffici illeciti con il Kosovo, ma ciò che invece è certo è che il bestiame serbo passa illegalmente i confini con la Bosnia.

“Se vi è qusto tipo di traffico, lo Stato deve intervenire, ma la cosa principale per gli allevatori è quella di ottenere un buon prezzo per il looro bestiame”, afferma Bugarin. “E' altrettanto importante avere certezze in merito alla vendita del bestiame, ma in questa situazione precaria, si deve innanzitutto avantaggiare il ritorno economico”.

Il presidente del Consilgio per l'agricoltura della Camera di commercio della Serbia, Milan Prostran, constata che vi è senza dubbio traffico illegale verso la Bosnia, il Kosovo e il Montenegro, ma che è difficile stimarne l'entità.

Orecchie tagliate


La marchiatura del bestiame aveva come obiettivo quello di ridurre i traffici illeciti e questosi è in parte verificato, afferma Prostran. Ciononostante si sono verificati dei casi in cui anche il bestiame marcato è stato oggetto di traffico perché sono state recise le orecchie dei capi di bestiame, per cancellare tutte le tracce compromettenti.

Milan Prostran stima che il traffico di bestiame andrà riducendosi sempre più perché ristabilire l'ordine conviene sia allo Sttao che agli allevatori. “I traffci illegali distruggono il nostro sistema d'allevamento, ed il peggio in tutto questo è che i vitelli vengono esportati. Questi ultimi servono per la riproduzione e per avere una produzione di buona qualità. Se vengono venduti e rivenduti si capisce perché non siamo in grado di rimepire le quote d'esportazione previste dall'Unione europea ...”.

Milan Prostran aggiunge che non vi è vendita illegale di bestiame in Bulgaria e Romania o in Ungheria perché sono mercati ben organizzati. Là dove la situazione non è invece ben regolamentata o dove ci si comporta come se si fosse tutti “sotto lo stesso cappello” le vie illegali continuano ad essere predominanti.

Il direttore della Direzione repubblicana di medicina veterinaria, Dejan Krnjajic, ricorda che il Kosovo fa parte della Serbia e che tutti i regolamenti per il commercio validi per l'area centrale del Paese sono validi anche per il suo meridione. “Il preblema riside in alcune decisioni dell'Unmik, e noi non possiamo farci nulla”, afferma Krnjajic aggiungendo che è convinto che il commercio illegale esiste, ma stia diminuendo sempre più.

Qualche anno fa più di 200.000 capi di bestiame venivano trasportati per vie illegali verso al sola Bosnia Erzegovina, ma la situazione attuale è senza dubbio milgiore, assicura la direzione di medicina veterinaria.

GENOCIDIO, PRIMO PROCESSO IN CANADA PER CRIMINI DI GUERRA


http://www.misna.org/
Desiré Munyaneza, accusato di partecipazione al genocidio in Rwanda del 1994, comparirà lunedì prossimo davanti alla Corte superiore del Quebec, nel primo processo della storia del Canada per crimini contro l’umanità. L’uomo, arrivato nel paese nord-americano nel 1997 e arrestato nell’autunno del 2005 dopo un’indagine durata cinque anni, deve rispondere di violenze sessuali e omicidi commessi nella prefeturra di Butare (nel sud del Rwanda) tra aprile e luglio 1994. Davanti alla Corte canadese deporranno alcuni testimoni appositamente arrivati dal Rwanda, dei quali però un giudice ha disposto di non rivelare l’identità. Tra gli altri, sarà chiamato a deporre anche il generale a riposo canadese (oggi senatore) Romeo Dallaire, comandante del piccolo contingente di Caschi Blu dell’Onu che nel 1994 assistette impotente al genocidio. Secondo l’accusa, l’imputato “fu visto a bordo di auto rubate (...) trasportando dei tutsi che non sono stati più rivisti e che furono sterminati”. Stando alle stime in circolazione, durante i massacri di massa in Rwanda di tredici anni fa furono uccisi tra mezzo milione e 800.000 civili, in gran parte tutsti ma anche molti hutu moderati. I ribelli del Fronte patriottico ruandese (Fpr, allora guidati dall’attuale presidente ruandese Paul Kagame) dopo aver sconfitto militarmente le milizie hutu e posto fine al genocidio, una volta al potere anche furono responsabili di una violenta vendetta verso gli hutu. I principali responsabili del genocidio sono sotto processo presso il Tribunale internazionale per i crimini in Rwanda istituito dall’Onu, che entro il 2008 dovrebbe terminare i suoi lavori ad Arusha, in Tanzania, dove finora sono state emesse 28 condanne e 5 assoluzioni.


Caso Chiquita - collegamenti

Il "caso Chiquita" continua a far parlare.

Vi segnalo l'articolo Adam Isacson su Cipcol.org (Plan Colombia and Beyond), che mette l'accento su tre fatti: 1) la magnitudo dello scandalo, di molto superiore a quando nel 2004 Chiquita rese pubblici i pagamenti alle AUC; 2) la reazione del Governo colombiano, con toni quasi "chavisti" (mia considerazione...); 3) l'importanza del ruolo svolto dalle Convivir come intermediarie tra i para e la multinazionale. Adam rimanda a Slate.com, dove troverete il documento originale del Department of Justice.

Su Counterterrorism Blog, Aaron Mannes centra una considerazione fondamentale: se Chiquita - con le sue vendite di migliaia di milioni di dollari - è stata costretta a pagare il pizzo, che speranze hanno di resistere le più piccole aziende colombiane?

Amy Goodman su Truthdig affianca Chiquita addirittura a Bin Laden, mentre Colombia Hoy si chiede: a quando lo scandalo della "para-economia"?

Finalmente i blogger italiani: Guido Piccoli ricorda l'episodio delle armi contrabbandate via Turbo; Maurizio Campisi - nel suo blog americalatina - dà voce anche al Sintrainagro, il sindacato dei bananieri; Stella Spinelli fa un pezzo riepilogativo per Peace Reporter e - last but not least - Antonio Pagliula ci ricorda che anche Oxy, Drummond e Coca Cola avrebbero qualche scheletro nell'armadio.http://bogotalia.blogspot.com/


Ecuador: è golpe, ma non si dice

 

Rafael Correa è contento perchè, dice, la crisi politica in Ecuador è stata superata. Mandati a casa i 55 deputati oppositori e sostituiti con ventidue rimpiazzi, il Congresso ha ripreso le sue funzioni e da ieri sta lavorando soprattutto per fare passare la riforma sulla Costituzione.
Dobbiamo chiamarlo o no un colpo di Stato? Nessuno lo fa, ma quello che sta succedendo in Ecuador ha tutte le affinità con un golpe tecnico. Mentre nelle strade le fazioni si scontravano, arrivando anche a malmenare politici ed addetti ai lavori, i ventidue sostituti sono stati portati nella sede del Congresso in autobus protetti dalla polizia. Quasi una coercizione, dettata dalla necessità di girare pagina ed andare avanti verso l’autoritarismo di sinistra.
Tutto normale, quindi, ma normale nei parametri dell’Ecuador, dove nell’ultimo decennio si è cambiato presidente come cambiarsi la camicia. Correa, dicevamo in un recente post, ha cominciato male e rischia di procedere peggio. Usa le maniere dure e non nasconde di non privilegiare l’ordinamento democratico. Appena eletto, lo aveva detto in un’intervista a diversi mezzi di comunicazione: “Il mio governo potrà funzionare solo con pieni poteri”. Con un Congresso dominato dall’opposizione, l’unica via da seguire era quella di affrontare a muso duro gli avversari: un golpe, quindi, come viene dimostrato dagli avvenimenti di questi ultimi giorni.
Chi sta a sinistra, tace, per beneficio del dubbio ed anche perchè ritorna l’antico quesito: si può giustificare il cambiamento con queste misure antidemocratiche? Di fatto, da oggi in Ecuador non esiste più lo Stato di diritto nato dalle recenti elezioni, ma viene imposto un governo di amici ed opportunisti. Correa lo sa benissimo, ma lo giustifica con il più consumato discorso populista, già che dice di aver fatto in questa maniera gli interessi del popolo.
Popolo che alla fine sarà quello che deciderà. Negli ultimi anni i sollevamenti popolari sono stati quelli che hanno provocato le fughe dei vari presidenti. Vedremo se a Correa toccherà la stessa sorte o se, come dice lui, la rivoluzione è solo all’inizio:
http://www.rafaelcorrea.com/http://luiro.blogspot.com/

Sono passati 31 anni dal giorno in cui un golpe militare cambiò tragicamente la storia argentina. In quest’ennesimo anniversario è d’obbligo ricordare le innumerevoli vittime e denunciare i colpevoli, in memoria uno sterminio silenzioso e a purtroppo a lungo taciuto. Intanto emerge sempre più l’appoggio statunitense al governo militare.

desaparecidosIl 24 marzo 1976 una giunta militare composta dal generale Jorge Videla, comandante in capo dell'esercito, dall'ammiraglio Emilio Eduardo Massera, comandante della marina militare, e da Orlando Ramon Agosti, comandante dell'aeronautica, prese il potere con un golpe si stato. Oggi 24 marzo 2007, a distanza di 31 anni, siamo qui a parlare di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici ed oltre 10.000 arresti politici, 2 milioni gli esiliati. 500 sono invece i bambini che sono stati sottratti brutalmente alle proprie madri, prima sequestrate e poi sistematicamente uccise dopo il parto, per essere affidati alle famiglie dei militari.

In Argentina, diversamente da quello che avveniva nel vicino Cile di Pinochet, venne adottata una “strategia rivoluzionaria”. Niente arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Crimini raccapriccianti, un genocidio selettivo, che eliminò con una feroce repressione tutti i meccanismi di solidarietà creati all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali urbani, ma anche tanta gente comune, non necessariamente di sinistra: intellettuali, professionisti, operai.

golpe argentinaPerò Argentina e Cile condividono buona parte delle motivazioni che sfociarono con le rispettive dittature militari, sono infatti gli esempi classici di come negli anni settanta, tanto semplicemente quanto brutalmente, venne imposto il neoliberismo in molti paesi in via di sviluppo, ossia attraverso un colpo di stato militare, appoggiato dalle classi dominanti tradizionali, oltre che dal governo statunitense (ora a quanto pare invece primo esportatore mondiale di democrazia). Anche in Argentina infatti al golpe seguirono i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e l’affidamento dell’economia ai “Chicago boys” (gruppo di economisti chiamati così in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di M.Friedman che insegnava all’università di Chicago). Proprio con il golpe gli Usa, in stretta alleanza con i militari riuscirono, a trasformare anche l’Argentina in una cavia di capitalismo estremo, reprimendo qualsiasi movimento di opposizione, e iniziando un opera conclusasi poi con l’Argentina di Memen, rendendo definitivamente il paese schiavo del FMI, del fondamentalismo di libero mercato e dell’ortodossia neoliberista.

Come spesso accadeva quindi c’era l’ombra statunitense ad appoggiare i regimi autoritari e le storie di violenze contro i movimenti popolari, esclusivamente per meri interessi economici e di sfruttamento. Gli Usa infatti accettavano, in particolare in America Latina, l’utilizzo di dittature militari repressive, appoggiandole e stringendoci forti alleanze economiche, sorvolando sulla violazione di qualsiasi diritto di base.

desaparecidos argentinaGli ultimi tasselli per capire la connessione Usa – Argentina sono usciti fuori dagli archivi statunitensi e sono stati resi noti dai National Security Archives, un’organizzazione universitaria non governativa americana molto attiva nel campo della ricerca. Aggiungono qualche particolare a quanto già si sapeva rispetto all’atteggiamento di Washington e dei suoi rapporti con le dittature sudamericane.

Questo è uno dei dialoghi emersi tra il presidente statunitense Henry Kissinger e il ministro degli esteri argentino Cesar Augusto Guazzetti, risalenti al giugno 1976:

Guazzetti: “Il nostro principale problema è il terrorismo....assicurare la sicurezza interna del paese...l’Argentina ha bisogno da parte degli Stati Uniti di comprensione e supporto, anche per la crisi economica.

Kissinger: “Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile perché ce la faccia

Ma le cose da vicino, ricordano i ricercatori americani, le aveva seguite anche la stampa americana, il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina che si era lamentata proprio con Guzzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi tre mesi della dittatura erano dunque ben note.

Ma Kissinger si dimostrò comprensivo: “Sappiamo che siete in difficoltà....sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendo ad emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità.... farò quel che posso”.

Dopo circa un mese poi, il 9 luglio, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi applicati dagli argentini, che utilizzavano “...il metodo cileno...terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore....”. Il 7 ottobre a New York, il fatto è noto da tempo, Kissinger aggiustò il tiro con Guzzetti: “...prima avrete finito meglio sarà”.

Chiara appare quindi la copertura statunitense alla criminale dittatura argentina, che in questa data è giusto ricordare e farne memoria storica.

Allo stesso modo in cui è fondamentale ricordare le migliaia di desaparecidos ed i loro assassini soprattutto in questi giorni in cui comincia ed essere fatta giustizia, anche con le condanne in Italia e con i numerosi processi finalmente in pieno svolgimento in Argentina.

Fondamentale è ricordare anche e soprattutto per non dimenticare.

chat desaparecidosPregevole a riguardo, ad esempio, un iniziativa di un artista argentino che ha lanciato una campagna in ricordo dei desaparecidos attraverso MSN di Messanger. Si chiama “NN red 2007” e consiste nell’utilizzare come “nick”, tra il 24 ed il 31 marzo, il nome di un desaparecido includendo anche una sua foto, in modo tale da generare nelle chat uno spazio per fare memoria e riflettere sulla storia.

Per approfondire l’appoggio statunitense alla dittatura argentina potete leggere qui direttamente dagli archivi del National Security Archives:

- Documentos muestran apoyo de EEUU y la brutal represion de la dictatura;
- Kissinger to argentines on dirty war: “The quicker you succeed the better";
- La luce verde Usa alla dittatura argentina;
- Altri documenti dall'archivio.

Infine qualche link utili a capire la tragedia dei desaparecidos:

- 24 de marzo, del horror a la esperanza, sito governativo argentino;
- Muro della memoria dei desaparecidos.

Un articolo che dimostra la rinascita economica argentina, che ha coinciso con la rottura delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale:
- L'Argentina dalla schiena dritta.


marzo 24 2007

INTERVISTA A WU MING: CONTENUTI EXTRA

Su Il Venerdì in edicola oggi c'è un'intervista della sottoscritta ai Wu Ming. Seguendo una consuetudine inaugurata già agli esordi di questo blog, posto qui la versione large dell'intervista medesima, prima, cioè,  che la conversazione diventasse un articolo destinato alla carta stampata.

Dunque, cinque scrittori italiani decidono di scrivere un romanzo sulle origini della nazione americana. E non lo fanno semplicemente reinventando la storia, come moltissimi scrittori americani hanno fatto nei confronti della cultura europea, ma con una documentazione ferrea alla mano. Non solo. Lo fanno rovesciando non soltanto l’immagine canonica del rapporto fra cultura indiana e cultura occidentale di molto immaginario degli anni Cinquanta, ma rinnovando anche la visione “politicamente corretta” degli anni Settanta.Da dove parte questa avventura, e perché?

In un certo senso abbiamo rifiutato anche la seconda visione a cui accenni, quella “alternativa”, un po' perché riguarda un altro contesto storico e geografico (la conquista del west durante il XIX° secolo), un po' perché non ci interessa il cliché dell'indiano “innocente” e in armonia con la natura, tecnologicamente arretrato e vittima immolata sull'altare del progresso. Le cose sono più complicate di così, e abbiamo cercato di non semplificarle.

E' pienamente nella tradizione italiana ed europea occuparsi dell'America, forzando la gabbia di archetipi e stereotipi che l'America ha montato intorno al proprio cuore. E non è certo “poco italiano” l'azzardo di lavorare su un immaginario trans-atlantico. Sergio Leone e compagnia trovarono la pietra filosofale dentro il genere western: intervennero sui clichés più logori e li trasformarono in oro. Un film come C'era una volta il west - scritto, sceneggiato, fotografato, diretto, montato e musicato da italiani - è una potente narrazione e rappresentazione dell'America, della sua coscienza, della sua quintessenza.  Alcune delle cose più sagaci e acuminate scritte sull'America le hanno scritte europei che camminavano sulla fune, in bilico tra fascinazione e distacco (quello che manca alla maggioranza degli Americani, incapaci di vedersi da fuori). E' una tradizione che va da Tocqueville a Baudrillard, mentre è più inusuale che autori, artisti e opinion-maker americani aderiscano a rappresentazioni dell'Europa non superficiali o addirittura oleografiche (quell'immaginario da Torna a settembre, con Rock Hudson e la Lollobrigida). Oggi più che mai, con l'Atlantico fattosi più largo per via delle scelte dell'amministrazione Bush, è vitale interrogarsi sul complesso rapporto tra noi e l'America. Da qui l'interesse per i miti delle origini di questo rapporto.

 

Volendo a tutti i costi cercare una definizione, Manituana è un romanzo epico, un romanzo storico e ucronico. Ci sono eroi, quasi tutti – credo- provenienti dalla realtà, in cui il lettore si identifica. In questo libro, in particolare, aggiungono alla macchina narrativa consolidata di Wu Ming una carica emotiva senza precedenti. Come si costruisce un eroe “dalla parte sbagliata della storia”? Quali sono le caratteristiche etiche e letterarie che avete cercato di dargli?

 

Parlare di "costruzione di personaggi" è un po' limitante nel caso di Manituana. Nella fase iniziale della documentazione ci siamo trovati di fronte a personaggi storici con biografie complesse, romanzesche, romantiche nell'accezione settecentesca del termine. Vite di frontiera, personaggi a cavallo tra mondi e culture, non era difficile trasformare quelle figure in eroi letterari. Cosi le biografie hanno funzionato come humus e come seme per far crescere i personaggi non-storici, quelli di fantasia. Abbiamo cercato di rendere sulla pagina il senso di legami complessi, su più livelli: sociali, affettivi, abbiamo cercato il senso comune in traiettorie esistenziali apparentemente divergenti e i motivi di stacco e differenza in destini apparentemente simili; abbiamo giocato molto sull'idea di alter-ego, di doppio animico, di ombra- le relazioni tra i personaggi seguono così un'economia emozionale e spirituale prima che di meccanismo narrativo, ed è forse questo a conferire alle pagine la carica emotiva di cui parli.

 

In Manituana, in modo molto più rilevante rispetto ai romanzi precedenti, i personaggi femminili svolgono un ruolo determinante. E non soltanto perché detengono la sapienza antica delle donne, la capacità di mettere in contatto il mondo del trascendente con il mondo reale, come Molly (e come Esther). Ma perché, nei fatti, reggono e gestiscono anche le regole sociali. O, nel caso di Esther, sanno spezzare le regole in cui sono cresciute per cercarne altre. Raro, nel panorama letterario contemporaneo: a cosa si deve l’omaggio?

 

Sappiamo bene di essere un collettivo tutto maschile, siamo coscienti della difficoltà di dare il giusto spessore ai personaggi femminili e sappiamo che non è facile. Per noi è una sfida aperta. Miglioriamo, si spera, e vogliamo continuare a farlo. Questo anche grazie a una riflessione svolta insieme ai lettori, le lettrici in particolare, che non si è mai interrotta nel corso di questi anni.

In questo caso ci è venuta in soccorso la realtà storica. La società irochese aveva componenti di matriarcato molto forti e radicate. L'appartenenza ai Clan, - pilastro dell'organizzazione sociale irochese perchè trasversale alle tribù e alle nazioni, - era determinata per discendenza matrilineare e le donne gestivano il potere dei Clan. In tempo di pace l'influenza dei Clan era superiore a quella tribale, mentre durante le guerre era determinante per stabilire le alleanze e smussare i conflitti. Inoltre le donne irochesi gestivano un potere prezioso e strategico: l'adozione. La sorte dei prigionieri di guerra dipendeva da loro: potevano deciderne la morte, come risarcimento per i figli e i mariti caduti in battaglia, o chiederne l'assimilazione alla tribù, per lo stesso motivo. Molto più spesso avveniva così. Non erano popolazioni numerose, avevano bisogno di braccia che lavorassero la terra, oppure andassero a caccia o a pesca. Ma l'adozione rendeva il prigioniero a tutti gli effetti figlio della nazione e del Clan, con ogni diritto o dovere che ne conseguiva. Molti importanti capi erano stati prigionieri adottati.

 

Nei romanzi di Wu Ming, qualunque sia l’epoca in cui sono ambientati, il nostro presente è continuamente richiamato. Mi viene in mente, per esempio, l’apparizione londinese di Frederic W.Maugham, il venditore di informazioni. O l’esibizione degli artificieri italiani dal conte di Warwick. Ma, a parte i singoli casi, quale lettura del contemporaneo fornisce l’intera vicenda di Manituana?

 

E' difficile ridurre un romanzo a una chiave di lettura univoca. In un certo senso raccontare la nascita degli Stati Uniti significa già occuparsi del presente e dell'America come problema mondiale. Si può dire che Manituana racconta la storia della scomparsa di una realtà meticcia, schiacciata dalla logica dello scontro di civiltà e dalla nascita di una nuova nazione. La fondazione degli Stati Uniti non avvenne a scapito dei "buoni selvaggi", come vorrebbe una certa olografia, ma di una cultura ibrida, interetnica, politicamente complessa e piena di contraddizioni. Se poi consideriamo che gli americani dell'ultimo quarto del XVIII secolo non erano altro che europei emigrati oltre Atlantico, si fa presto a sbattere contro i pilastri della nostra stessa civiltà, quindi del nostro presente globalizzato. L'America di allora, come quella di oggi, rappresenta l'estremo occidente non soltanto in senso geografico, ma anche politico, culturale. Rappresenta cioè le estreme conseguenze dell'impatto "bianco" sul mondo.

 

Il lavoro sulla lingua, in Manituana, si svolge a più livelli, apparentemente senza che il lettore se ne accorga: penso alla differenziazione tra la narrazione “indiana” e quella “europea”, che si intreccia clamorosamente nelle scene di guerra. Penso anche all’omaggio dichiarato all’Anthony Burgess di “A clockwork orange” nei capitoli dove appaiono “gli indiani metropolitani”, i Mohock di Londra. Ovviamente, non posso non chiedervi come la vostra prassi di scrittura collettiva abbia portato ad un’operazione che sarebbe decisamente complessa anche per un solo autore.

 

Citiamo sempre un'immagine di Paco Ignacio Taibo II°, secondo cui la sperimentazione dovrebbe essere la “cucitura invisibile” che tiene insieme la storia. Non c'è niente di inconsapevole nel nostro modo di disporre parole e frasi, a volte ci rompiamo la testa per ore su un pronome o un infinito sostantivato, ma il nostro obiettivo non è la “bella pagina”. Se si guarda con attenzione ai nostri periodi, si vedrà che cerchiamo di ottenere una sottile alterazione della sintassi, ed estendere il campo semantico delle parole, anche di pochissimo, slittamenti quasi impercettibili: spesso basta togliere un “mi” o un “ti” o spostare un inciso per ottenere una frase che “vibri” e rimanga sospesa come un hovercraft, un millimetro sopra la pagina. Questo non deve mai essere fine a se stesso, ma funzionale a quello che vogliamo raccontare, e il più possibile discreto. Meno il lettore si accorge della stranezza di alcune scelte, meglio è. La controprova della “bizzarria” della nostra lingua ce la danno sempre i traduttori, che trovano molto difficile rendere certi effetti nelle loro rispettive lingue.

 

Manituana non è soltanto questo romanzo. So che ne deriveranno altri libri. Già lo accompagnano altri racconti “paralleli” che sono stati pubblicati sul web, e che altri ne verranno. Non solo vostri, però. Per la prima volta nella storia delle patrie lettere, viene chiesto ai lettori di inserirsi attivamente nel mondo di Manituana scrivendo quelle che potremmo chiamare “fan fiction”. Non solo: il sito di Manituana integra la scrittura con suoni, immagini, derive. Qual è l’obiettivo? E quale strada multi-livello prefigurate, grazie al web, per la letteratura stessa?

 

Raccontare una storia è scoprire un mondo. Le pagine di un libro sono uno degli ingressi magici che lo dischiudono.  Si può scegliere di tenere chiuse le altre porte o si può cercare di spalancarle in tutte, in segno di ospitalità. Ecco, gli esploratori giungono e si aggirano tra gli anfratti della narrazione. Ancora una volta si tratta di scegliere se offrire loro un universo da contemplare, intoccabile nella sua pretesa bellezza e perfezione, o se invitarli a trasformarlo, a svilupparne le potenzialità. Non si tratta solo di estetica: se crediamo che uomini e donne assieme possano migliorare il mondo, faremo di tutto perché lettori e lettrici possano migliorare le nostre storie, con ogni mezzo necessario.http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2007/03/intervista_a_wu.html


Una guerra di spie, la vera storia della vicenda Mastrogiacomo


Daniele MastrogiacomoHa iniziato ieri il New Tork Times a scoperchiare il pentolone dei retroscena sostenendo che, nonostante le dichiarazioni ufficiali e le prese di posizione di principio, dietro alle trattative per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo ci fossero gli Stati Uniti.

Sono mille gli interrogativi che rimangono ancora aperti in una vicenda che molto avrà ancora da dire: nel suo ultimo post di oggi da Kabul, che ripropone il suo servizio per il TG1 di questa sera, Pino Scaccia offre alcune interessanti chiavi di lettura.  "Karzai non aggiunge, ma è noto, che aveva ricevuto l’avallo degli americani, intervenuti anche fisicamente nella fase finale della liberazione di Mastrogiacomo portando il giornalista italiano e Gino Strada in elicottero da LashKarga a Kandahar da dove poi sono partiti per Kabul. Del resto gli americani avevano solo posto il veto sul dottor Hanif, cioè Abdul Haq Haqiq, ex braccio destro del mullah Omar e dunque ancora troppo prezioso. Gli stessi inglesi sapevano, perché hanno la gestione dell’intelligence al sud, non volevano il rilascio di Adbul Latif Hakimi, detto Mufti, perché aveva ucciso un loro soldato, ma si sentivano moralmente responsabili perché Sayed, l’autista ucciso davanti agli occhi di Daniele, lavorava probabilmente per loro".

Lo stesso giornalista avalla la ricostruzione dei fatti comparsa su ComeDonChisciotte definendola "altra versione che collima perfettamente Quello che è successo ormai è chiaro".

La ricostruzione parte da un fatto di mesi fa: un giornalista inglese si reca dai talebani in una zona che poco tempo dopo viene bombardata dalla Nato. Servizi segreti esperti di intercettazioni e vicini ai talebani (russi, pachistani o iraniani) aiutano a comprendere che l'autista poteva avere un dispositivo che segnalava la sua posizione durante la spedizione. Secondo ComeDonChisciotte, Mastrogiacomo usa Emergency come contatto locale per poter visitare il territorio talebano e "E' presumibile che negli ospedali di Emergency ci siano anche gli infiltrati del governo fantoccio locale. Essi riescono ad inserire nella spedizione lo stesso autista usato in precedenza, con l'intenzione di ripetere il colpaccio. Ma stavolta la resistenza locale ha capito tutto. Blocca immediatamente l'auto, trova i segnalatori ed uccide la spia, prende Mastrogiacomo e l'interprete in ostaggio e fa sapere tutto quanto ai contatti in Emergency".

Scoppia a questo punto la guerra tra i servizi italiani che minacciano di raccontare l'accaduto con tutte le conseguenze e Stati Uniti e Gran Bretagna. "Gli USA, stretti nell'angolino, acconsentono alla trattativa con i Talebani, ma vogliono la garanzia che le truppe italiane restino. Consultazioni febbrili e liti furiose, poi si dà il via alla liberazione dei capi talebani".http://vistidalontano.blogosfere.it/2007/03/una-guerra-di-spie-la-vera-storia-della-vicenda-mastrogiacomo.html#more


Davide Corritore (Lista Ferrante) ad Affari: "Milano avrà la rete Intenet più estesa del mondo"

 

Davide Corritore
 
"Si stenderà in ogni punto della città una rete di 15mila antenne. In ogni angolo di Milano ci si potrà collegare in banda larga gratuitamente. Diventeremo la città più connessa del mondo superando anche il record di Seul che ha 13 mila antenne". Davide Corritore, vicepresidente del consiglio comunale, intervistato da Affari, è soddisfatto dopo che Palazzo Marino ha approvato con voto bipartisan il suo progetto di realizzare a Milano una rete Internet per tutti municipale in banda larga, senza fili e gratuita. Per il consigliere comunale della Lista Ferrante, oltre ai vantaggi di cui potranno godere i milanesi, l'avallo del progetto ha un significato politico importante: "Abbiamo fatto la cosiddetta opposizione costruttiva sul modello inglese del governo ombra dando ai milanesi un'immagine del Centrosinistra come una forza capace di governare"

Milano avrà una rete wireless gratuita. In che cosa consiste il progetto?
"Si stenderà in ogni punto della città una rete di 15mila antenne. In ogni angolo di Milano ci si potrà collegare in banda larga gratuitamente. Diventeremo la città più connessa del mondo superando anche il record di Seul che ha 13 mila antenne".

Come garantire la gratutità?
"Il motivo per cui si riesce a fare una rete così fitta è dovuto al fatto che Milano ha l'infrastruttura di fibra ottica più capillare d'Europa grazie a Metroweb".

Ma la società è stata venduta dal Comune al fondo inglese Starling Square...
"Quando è stata ceduta la società nel contratto con gli acquirenti è stata inserita la facoltà per il Comune di avere accesso gratutio a questa fibra per dieci anni. La fibra c'è, dopodiché si tratta di irradiare questo segnale all'esterno".

Come si fa praticamente?
"Il progetto è quello di utilizzare la rete dei lampioni e dei semafori dove passa l'elettricità, installando delle antennine che garantiscono ognuna un raggio di 100 metri di connessione".

Quanto costerà fare questa operazione?
"Il costo è relativo all'installazione delle antennine che verrà fatto attraverso Aem. Il costo è limitato rispetto ai benefici enormi per la città grazie all'accesso alla fibra gratutita e alla possibilità di sfruttare la capillarità della rete che garantisce l'illuminazione".

Quali saranno i benefici per Milano?
"Circa la metà dei milanesi non ha l'accesso a Internet. Il nostro obiettivo è diffondere l'utilizzo di massa della rete. C'è un vantaggio economico enorme: nella nostra società lo sviluppo del web incrementa la crescita e la nascita delle imprese. La crescita del pil locale è legata alla presenza di una infrastruttura capillare di Internet. Attorno al Web e alla rete si può ridisegnare lo sviluppo della città".

Come?
"Creando una rete così fitta si può decentrare la nascita di uffici e aziende in ogni luogo della città e non dove di solito si svolge il business. La cosa avrebbe impatti positivi sulla mobilità. Ci sarebbe inoltre un riequlibrio dei valori immobiliari, visto che laddove c'è la rete in banda larga le case costano di più".  

Una carta in più nella sfida con Smirne in vista dell'Expo 2015...
"Un progetto di questo tipo nel dossier Milano Expo è chiaro che rappresenterà un vantaggio per la città visto che arriveranno 30 milioni di turisti che potranno accedre alla rete in ogni luogo della città gratuitamente. Inoltre i vantaggi per i milanesi saranno consistenti".

Quali saranno?
"Una rete così diffusa permetterà ai cittadini di avere un accesso ai servizi internet della pubblica amministrazione, fruibili in ogni punto della città soprattutto quando da tutti i telefonini sarà possibile collegarsi al web".

Quando inizieranno i lavori per costruire la rete?
"L'idea del sindaco Moratti è quella di iniziare subito. Teoricamente in 18 mesi potrebbe essere fatto tutto".

Questo progetto ha un risvolto politico importante visto che il piano è stato presentato dai consiglieri comunali dell'Unione e avallato dalla giunta. Si può governare anche facendo opposizione?
"Nei mesi scorsi ho convocato 10 esperti, tra cui il professor Maurizio Decina del Politecnico e Francesco Sacco della Bocconi, con l'idea di consegnare al sindaco un progetto tecnico operativo molto dettagliato e immediatamente realizzabile. Abbiamo fatto un lavoro importante e l'abbiamo presentato al sindaco".

Come ha accolto la vostra proposta?
"Il progetto è piaciuto e a quel punto io, Andrea Fanzago e Pierfrancesco Majorino abbiamo proposto un emendamento al bilancio che introducesse questo piano nelle azioni del Comune. L'emendamento è stato firmato dai gruppi della CdL diventando così bipartisan".

Un significato politico importante...
"Abbiamo fatto la cosiddetta opposizione costruttiva sul modello inglese del governo ombra. Un' opposizione che sfida chi governa sul piano dell'innovazione per la città. Il Centrosinistra potrebbe utilizzare lo stesso modello in altri campi. Avrebbe molti vantaggi".

Per esempio...
"In primo luogo realizzeremmo delle cose. In secondo luogo daremmo un'immagine di noi come forza di governo che potrebbe aiutarci in futuro. Tutto ciò poggia sulla mia analisi politica che ho sviluppato in questi anni: uno dei limiti del Centrosinistra è la mancanza di elaborazione di proposte da realizzare. Non si può solo discutere prima delle elezioni sul nome del candidato sindaco. Comunque al di là di tutto sono felice visto che mi candidai alle primarie dell'Unione con il progetto di realizzare Internet per tutti. Dopo oltre un anno ci sono riuscito, ma dall'opposizione. Una grande soddisfazione".

Daniele Riosa
http://canali.libero.it/affaritaliani/milano/davidecorritore2303.html?pg=2


Democrats europei sì, ma aperti a sinistra
di Marco Calamai
Era dicembre quando il presidente dei socialisti catalani, Pasqual Maragall, espresse una opinione favorevole alla costituzione del Partito democratico in Italia. Ora, a distanza di mesi, precisa il suo pensiero. E lo arricchisce di nuovi scenari, che travalicano i confini italiani. «Circa tre o quattro mesi fa sono stato invitato a Roma, da Prodi e Rutelli, ad un convegno del Partito democratico europeo sulla Unione europea - racconta Maragall - E ho espresso interesse per il Pde. In Europa dobbiamo andare a due grandi partiti, uno conservatore e uno progressista o democratico, come in America. Dobbiamo unificare le diverse componenti del centro sinistra, da quelle moderate a quelle più radicali». Ci sarebbe da obiettare che in Italia la nascita del Partito democratico comporterebbe l’uscita dei Ds, il principale partito della sinistra, dal partito socialista europeo. E’ la condizione richiesta dalla Margherita. Ciò renderebbe ancor più difficile la creazione di un forte partito socialista in Italia. Una nuova anomalia italiana nel quadro europeo: «Io penso che il processo vada in quella direzione. Non è semplice il modo con cui in Italia si va verso il Partito democratico ma neanche mi preoccupa. Io sono in questo momento il presidente del partito socialista catalano, il Psc, ma non scarto nel futuro l’ipotesi di una adesione dei socialisti catalani e forse dei socialisti spagnoli a un Partito democratico europeo. Il summit tra Prodi e Zapatero va in questo senso. Dico di più. Penso che nel futuro dovremo contribuire ad animare, all’interno del Pse, un ampio dibattito indirizzato alla costituzione di un grande Partito democratico ed ambientalista europeo».
Un partito aperto a tutte le correnti di sinistra, dunque? «Certamente, quindi non solo ai partiti socialisti ma anche ai comunisti, ex comunisti, verdi e via dicendo - continua Maragall - Questa è, a mio parere, la risposta logica alla nuova dimensione internazionale dei problemi e al ruolo dell’Europa». Quindi un partito aperto anche a forze di sinistra radicali che in questo momento non si riconoscono nel Pse e non, come in Italia, un incontro sostanzialmente limitato a postdemocristiani e postcomunisti: «In Europa il Pde deve rappresentare in prospettiva tutte le componenti della sinistra e del centro sinistra. Una forza per certi aspetti simile allo schema del Partito democratico americano, dove ci sono persone progressiste come Obama e centriste come Hillary Clinton ma anche gruppi più radicali. Una forza necessaria se l’Europa non intende chiudersi in sé stessa ma giocare al contrario un ruolo adeguato nel mondo. Un ruolo che ha avuto nel passato e che ora non ha più».
Ma quale spazio darà questa Europa alle identità locali? Maragall, forte dell’esperienza spagnola e catalana, ha le idee chiare: «Il recupero delle identità locali, in un paese come la Spagna, significa, a mio parere, uno stato federale che riconosca una nazione di nazioni». Tuttavia il federalismo rimane un obiettivo che sembra difficile realizzare con una destra nettamente contraria. «Ciò si deve al fatto che la sinistra, per evitare l’esplodere di questa contraddizione, ha evitato di attualizzare la costituzione - aggiunge - La quale non dice tutto quello che già esiste, che succede in Spagna. Negli anni Ottanta e Novanta, quando ero sindaco di Barcellona, ho studiato insieme ad alcuni giuristi, tra i quali Rubio Llorente, la possibilità di introdurre alcune modifiche alla costituzione, tra cui la definizione della Spagna. L’idea di Rubio Llorente, che condividevo pienamente, era di aggiungere al punto in cui si parla della “unità indissolubile della nazione spagnola” la frase “di cui fanno parte le nazionalità storiche della Catalogna, il Paese basco, la Galizia, e la realtà forale della Navarra”. Ci fu un momento in cui queste modifiche sembrarono possibili ma poi si decise di non procedere. Un peccato perché ci ha costretti, successivamente, a risolvere con lo statuto catalano problemi che in realtà dovevano essere risolti nella costituzione».
Statuto catalano che è stato fortemente avversato dalla destra spagnola, quella che Aznar, amico fidato di Bush, si è sforzato di riverniciare con le idee dei neoconservatori americani: «Senza dubbio. Ho conosciuto Aznar molti anni fa, prima che diventasse capo del governo. Mi sembrò un leader nuovo, lontano dagli stereotipi della vecchia destra. E infatti contribuì in modo decisivo ad unificare la destra nel Pp su posizioni democratiche. Tra il 1996 e il 2000 Aznar ha governato con l’appoggio di Pujol, allora leader di CiU e presidente della Generalitat. Quell’accordo ha segnato il momento più alto di una destra pluralista. Poi è avvenuto un cambiamento sorprendente e Aznar è diventato un amico del cosiddetto club di Miami». Maragall conferma che non sembra quindi facile, nel caso i risultati elettorali lo consentissero, una riproposizione di quella alleanza Pp-CiU che rese possibile la prima legislatura Aznar: «Non sarebbe facile. Ma non è impossibile. Ancora recentemente dirigenti del CiU non hanno escluso un accordo con il Pp. Nel 1999, al mio rientro dall’Italia, mi sono presentato alle elezioni catalane. Perdemmo per un solo seggio anche se superammo come voti CiU. E allora CiU scelse di governare in Catalogna con il Pp. Penso che a Madrid sia i popolari che i socialisti non escludono di governare prima o poi con CiU».http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=84303

Scelte epocali...
Rowena

La sezione DS assomiglia a tutte le sezioni DS dell’Emilia Romagna. Dismessi i ritratti dei padri fondatori, sostituiti con i grandi del jazz o del cinema, ché nelle sale vi si tengono oramai, più che riunioni politiche, serate di intrattenimento, fra il culturale e il godereccio, piadina e jazz, insomma, cinema d’essai e assaggi di scquacquerone, con sforamenti nell’esotico, tipo scrittori emergenti e sushi…
Ma sto andando fuori tema: stasera vi si tiene il congresso che deve sancire lo scioglimento dei DS nel Partito Democratico. Per l’occasione, accanto alla bandiera della quercia, lavata e stirata di fresco, orna il tavolo della presidenza una bandiera dell’Ulivo.
Il segretario è un giovane rampante in piena ascesa – di quelli che, si vede, studiano da assessori - scommettiamo? alle prossime elezioni entrerà in Consiglio comunale, e di lì chi lo ferma più? Manca assolutamente di pensiero divergente e di creatività, è evidente anche dall’aspetto, tutto forbito e rigidino.
Si nota subito chi sono i “compagni del giro”, quelli del comitato direttivo, o di altri “organi dirigenti”, come li chiamano: girano con aria indaffarata, si riuniscono a gruppetti, escono ed entrano nella sala, parlottano,e, naturalmente, non ascoltano nessun intervento. Più si è importanti meno si ascolta, più si è importanti e più si fa la politica in sedi separate: questa deve essere una cosa che nei partiti si impara fin da subito, nelle sezioni, dove si scimmiottano i comportamenti dei superiori in grado: comitati comunali, provinciali, regionali, e su su su….
Intanto che i compagni dirigenti trafficano, la base parla. E, contrariamente a quello che prevedevo, è interessante ascoltarla. Quando entro sta parlando l’ex onorevole (donna), che interviene, democraticamente e modestamente, al congresso di sezione. “Parla bene”, parla talmente bene che potrei sottoscrivere tutto quello che dice: selezione della classe dirigente con le primarie, svecchiamento, quote femminili, percorsi democratici di decisione, una testa un voto e via così…. Proprio quello che penso anch’io, e che pensavo – caspita, come si fa a non ricordarlo? – in tempi in cui tutti i diessini (lei compresa) parlavano di primato dei partiti. Parla bene l’ex, ma come si fa a crederle, lei che parla con dieci anni di ritardo, e fa parte, a tutti gli effetti, di quel ceto politico che contraddice, con i tutti i suoi comportamenti, quello che dice con tutte le sue parole?
I “compagni di base” parlano in piedi davanti al microfono, e si vede che gli tremano le mani per l’emozione. Non sono più giovani, ma, al contrario degli anziani di vent’anni fa, non parlano più in dialetto. E soprattutto pare che abbiano le idee chiare sul Partito democratico.
Queste persone (“la nostra gente”, che per i dirigenti è da convincere, traghettare, quella che “non capirebbe”, che “tira indietro”, ecc. ecc.) era pronta dieci anni fa per fare l’Ulivo, di cui aveva capito benissimo le ragioni e il portato innovativo nella politica italiana. Adesso si adattano a questa fusione fredda, a questa pallida imitazione di quell’idea rivoluzionaria, pur individuandone perfettamente i punti deboli – quegli stessi che mi tengono lontana da questo Partito democratico - perché ne vede comunque il portato progressista. E votano in massa la mozione Fassino non tanto per piaggeria – cosa che malignamente sospettavo – ma perché è il male minore. Almeno Fassino promette di traghettarli più avanti, che senso ha stare con Mussi, che vuole tornare indietro, o con Angius, che si vuole fermare? Il messaggio è: andiamo avanti. E viene da persone – ed è l’altra cosa che mi stupisce - che sanno contemporaneamente individuare con lucidità i difetti e i problemi del partito, della politica e del governo, e li enumerano senza pietà.
Intendiamoci, sono superstiti di un partito do massa che si è andato progressivamente sciogliendo; sono quelli in cui l’ottimismo della volontà è più forte del pessimismo della ragione. E così fanno onestamente i loro interventi, e caparbiamente, come se questi avessero la possibilità di spostare qualcosa rispetto a quello che è stato già deciso, in altri luoghi, con altri percorsi, che non incrociano mai queste stanze.
La bandiera dell’ulivo, lavata e stirata di fresco, mi appare il simbolo malinconico di un decennio perso: che per una persona, è tanto, troppo tempo. E adesso si cerca di creare in un asettico laboratorio quello che poteva nascere per spontaneo movimento vitale. Non basta l’onestà di queste persone, a giustificare gli errori commessi.http://www.ulivoselvatico.org/politica/nuovapol.htm

Dl, Bordon pronto a farsi da parte (e a disertare le assise?)
Velino - 23 Marzo 2007
Roma - Un'alta e articolata riflessione sulle vere ragioni per le quali il "Partito democratico serve all'Italia". Ma anche un amaro annuncio - relegato in un post scriptum - sulla disponibilita' a farsi da parte come presidente dell'assemblea federale della Margherita (dopo che dall'interno dei Dl sono partite pesanti critiche - e richieste di dimissioni - sulla valenza "antipartitica" dell'associazione Liberalitalia, da lui promossa assieme ad altri parlamentari).

In un articolo che sara' pubblicato domani dal quotidiano della Margherita, Europa, Willer Bordon riferisce - rivolgendosi al direttore del quotidiano, Stefano Menichini - che "nel teatrino della politica" si legge anche "di un gioco maldestro che riguarda i vari ruoli nella Margherita (ma non era l'ultimo congresso? Ma non dobbiamo scioglierci per fondare un nuovo partito?).

Tra gli incarichi appetiti ci sarebbe anche il mio, quello attuale di presidente dell'assemblea federale, frutto di una stagione in cui tutti eravamo minoranza e l'unita' avveniva nel rispetto di tutte le diverse posizioni.

Vedo in questo - denuncia Bordon - il frutto avvelenato di questa deprimente malastagione, che ci fa seriamente riflettere su come proseguire in una battaglia di rinnovamento politico, dove i partiti dovrebbero rappresentare lo strumento e non il fine.

Per intanto vorrei, tuo tramite, tranquillizzare tutti. Quel posto e' a disposizione, anche senza attendere i giorni del congresso. Cosi' proprio in quei giorni, avro' forse piu' tempo - e' la conclusione sibillina del senatore vicino ad Arturo Parisi - per cercare il binario giusto".

Una minaccia di iniziative pugnaci da svolgere nel congresso o addirittura un'allusione alla possibilita' che il presidente federale della Margherita ne diserti - magari assieme a quanti sono sulle sue stesse posizioni - il congresso nazionale?

Quanto al Partito democratico, vero oggetto dell'intervento, Bordon sottolinea che "nessuno mette piu' in dubbio" che il nuovo soggetto nascera'.

"La discussione nei due partiti principali fondatori sembra scivolare verso un esito scontato, e quelli che discutono, tranne coloro che apertamente si dicono e sono contrari, hanno ormai accettato l'idea (l'ineluttabile!?) del se, e affinano le armi della dialettica e della proposizione politica al piu' sul come".

L'esponente parisiano dei Dl aggiunge che "per chi dalla fine degli anni '80 si e' posto il problema del superamento della frammentazione partitica e dell'innovazione sui terreni politici e istituzionali del nostro Paese, la cosa non puo' che far piacere.

Eppure non nascondo che c'e' piu' di qualcosa - avverte Bordon - che non mi convince! A cominciare da un'indifferenza, da un ritardo che si ha sul piano dell'analisi della realta' del nostro paese.

Per dirla in altra maniera, mi sembra che se il se e' ormai scontato, e sul come sono aperte diverse, e in alcuni casi tutt'altro che convergenti, ipotesi, stiano inabissandosi, fino a rischiare di scomparire del tutto, i motivi che sono all'origine di tale proposta politica.

Per dirla in modo ancora piu' stringente, nella fretta di 'fare purchessia' si rischia di far nascere qualcosa che non serve alla bisogna? C'e' infatti piu' che l'impressione che nel farsi e nel fare il Partito democratico vi sia una sorta di induzione meccanica della serie: 'l'abbiamo detto e quindi va fatto' o 'ma come si fa ormai a tornare indietro', in cui sembrano stingersi fino a scomparire del tutto i motivi reali, forti e prioritari che stanno all'origine del Partito democratico".

Bordon prosegue rievocando un episodio che lo riguarda: "All'inizio del mio percorso nella Margherita, appena nominato presidente del gruppo al Senato, andai a trovare Paolo Emilio Taviani, che vi aveva aderito; al quale sono debitore del seguente ricordo: a dei giovani universitari cattolici che durante il fascismo lo andarono a trovare, quando ormai i segnali della crisi del sistema erano evidenti, e che gli chiedevano quale secondo lui sarebbe stata la forma del Partito popolare, quando fossero tornati alla democrazia, De Gasperi rispondeva: 'La domanda e' mal posta. A me interessa prima rispondere: cosa serve al paese?'.

Domandiamoci dunque: cosa serve al paese? E ancora prima: qual e' oggi la situazione del paese?". La risposta fornita da Bordon ricalca l'analisi proposta nel manifesto programmatico dell'associazione Liberalitalia. Il presidente dell'assemblea federale dei Dl lamenta che "l'Italia, un grande paese dalle enormi risorse intellettuali, produttive, culturali e ambientali, vive oggi una crisi assai profonda.

In troppi campi l'Italia e' una societa' chiusa. Chiusa alla mobilita' sociale, al ricambio generazionale, alla partecipazione femminile, all'inserimento dei nuovi arrivati.

L'arco delle scelte che si offre a ciascuno e' troppo limitato e condizionato: dal proprio genere, dal reddito e dal grado di istruzione dei propri genitori, dal luogo ove si e' nati, da amicizie e conoscenze". Bordon si sofferma poi sulle "troppo diffuse" aree "di illegalita' e di arbitrio".

E soprattutto su un sistema politico che "lungi dal correggere queste tendenze della societa' attraverso l'anticipazione di una societa' diversa, si costituisce invece, tranne poche eccezioni, come un sistema di rendite, spesso difese da pratiche consolidate, connotate dal privilegio e dalla autoreferenzialita'".

Bordon invoca "un'Italia piu' rispettosa della regola, della legge e' possibile: un'Italia piu' giusta, che non premia i furbi ma i meritevoli; un'Italia piu' ricca, dove il confronto e la competizione tra le persone, le idee e le merci funzionano nel quadro di regole certe e rispettate".

Chiedere un mutamento radicale e' forse "antipolitica"? Per Bordon "e' vero il contrario: l'antipolitica e' il prodotto di scarto, ma pur sempre il prodotto di una cattiva politica, di una politica che, dimenticandosi dei primari scopi per cui essa e' attivita' alta, si e' ridotta a bisbiglio autoconservativo, lasciando praterie scoperte, all'interno delle quali alle grandi domande che la societa' pone, ognuno e' libero di dare le risposte piu' diverse, comprese quelle populistiche e demagogiche".

In nome di una societa' "piu' aperta, piu' libera" e piu' giusta", il senatore dell'Ulivo indica come necessaria "quella vera e propria rivoluzione politica e istituzionale che affermi fino in fondo la democrazia dell'alternanza che in Italia continua a sembrare una chimera, e che rimetta al centro il cittadino come sovrano delle decisioni, a cominciare da quelle elettorali, nelle quali egli sia in grado di scegliere direttamente il leader, la squadra e la sua maggioranza.

Per fare questo occorre ripristinare i canali otturati della partecipazione, a cominciare dall'utilizzo delle primarie come strumento ordinario di scelta degli incarichi monocratici e della leadership nei partiti. Per fare questo occorre riformare nel profondo, forse totalmente ripensandole, le attuali forme partito che sono ormai obsolete, quando non addirittura di ostacolo alla libera e organizzata circolazione delle idee.

Per fare questo occorre una democrazia decidente, che non si paralizzi nelle estenuanti e inconcludenti mediazioni e nei pasticci di un teatrino ormai sempre piu' insopportabile; e che abbia la serenita' ma anche l'ambizione, senza presunzione (e non da soli dunque) di provare a rilanciare il cammino delle riforme, a cominciare dalla riflessione culturale sugli aspetti che piu' sopra abbiamo segnalato".

Solo entro questa cornice - prosegue Bordon - "la domanda perche' fare il Partito Democratico ha la sua giusta risposta: perche' serve all'Italia!". Ma "non tutto quello che si dice o si autodefinisce Partito democratico corrisponde a questo immane compito. In questi giorni ho detto a piu' di un interlocutore: 'Se il Partito democratico non si fa e' un guaio serio.

Ma se si fa male e' persino peggio, perche' rischia di essere l'ennesima e forse ultima delusione di fronte a un enorme credito di speranza'. Fuori dai denti: la sola sommatoria dei destini elettorali e delle strutture politiche di Margherita e Ds, ancor di piu' se essa si riducesse a una mera giustapposizione di apparati e nomenclature, e' sideralmente lontana dal raggiungere lo scopo".

Per curare i mali italiani "c'e' bisogno di una forza politica che abbia una vocazione tendenzialmente maggioritaria, ovverosia che abbia l'ambizione di porsi elettoralmente l'asticella intorno al 40 per cento.

La dimostrazione e' data dal fatto che oggi la sommatoria di Ds e Margherita si esprime gia' nei gruppi parlamentari dell'Ulivo, frutto del 31 per cento elettorale; condizione che si dimostra insufficiente a garantire quelle condizioni di innovazione governabilita' e stabilita' che sole possono sbloccare il caso italiano.

Occorre dunque andare ben oltre la decisione dei soli due partiti". Ma bisogna farlo evitando "l'ennesima finzione, magari con qualche compagno di strada frutto di una societa' civile cooptata; perche' il meccanismo non sia confederale o duale; perche' non si tratti solo di un nuovo partito, ma di un partito davvero nuovo, c'e' bisogno da subito che le forme della 'fase costituente' siano radicalmente diverse da quelle che si stanno prefigurando.

Innanzitutto occorre allargare il quadro dei riferimenti, anche partitici. Un compromesso storico (per di piu' con le minuscole) bonsai - mette in chiaro Bordon - non serve a nessuno". E anche le forme del partito nuovo devono essere "totalmente radicalmente diverse da quelle attuali".

Il problema - dice Bordon alla Bindi - "non e' cambiare i luoghi fisici dove oggi sono le sedi dei partiti, cara Rosy, ma evitare che alle targhe attuali Ds e Margherita, si sostituisca tout court quella del Partito democratico. Una semplice maschera formale di contenuti assolutamente e immarcescibilmente sempre identici.

Ma il tutto, lo dico anche a Piero Fassino, che vedo piu' di altri si sforza di proporre innovazioni per lo statuto del Partito democratico, non puo' declinarsi solo al futuro, e cioe' porsi solo dopo che si sia insediata l'assemblea costituente, ma deve vedersi da subito, anzi oggi piu' che mai.

Cosi', lo ripeto, le primarie per qualsiasi incarico di una certa rilevanza partitica o elettorale; la contendibilita' delle cariche come svolgimento normale di una democrazia interna. Il voto segreto per gli incarichi dirigenti senza quote prestabilite.