ulivo velletri


aprile 30 2007

Moratti, il fisco e i regali a Letizia
SERGIO RIZZO GIAN ANTONIO STELLA

«InnaMoratti, sempre di piùùù! / in fondo all'anima, ci sei sempre tuuu!» strillavano ridendo gli studenti nei cortei, facendo il verso a «Un'avventura» di Lucio Battisti.
Scherzavano, le canaglie. Senza rispetto per l'allora ministro dell'Istruzione. Ma c'è chi è davvero innamoratissimo di Letizia Brichetto Arnaboldi: suo marito Gianmarco Moratti.
Gli altri regalano alla moglie un paio di orecchini, un anello di brillanti oppure, se sono ricchi sfondati, una Bentley Continental Gt Coupé come quella donata da David Beckham all'amata Victoria, la ex spice girl? Lui alla moglie ha regalato Milano.
Di più: in occasione della presentazione ufficiale della candidatura della signora a sindaco, arrivò a uscire dal suo proverbiale silenzio (il papà Angelo fece due figli, uno ciarliero e uno muto: lui è quello muto) per concedere alla stampa addirittura qualche dozzina di parole. Cosa che, sui cronisti, ebbe l'impatto di una loquace chiacchierata di Bernardo, il servo afasico di Zorro. Spiegò dunque a Elisabetta Soglio del «Corriere» che lui era proprio contento della candidatura della moglie: «Con Letizia ho passato 36 anni di felicità e spero, anzi sono certo, che lei potrà dare la stessa gioia anche a Milano». Quanto peso ha avuto il suo parere sulla decisione di candidarsi? «Io ho spinto molto, perché so che mia moglie potrebbe essere il miglior sindaco per la nostra città». Ha seguito questa campagna elettorale? «Sì, ed è stato molto importante aver conosciuto da vicino i problemi della città». Come si risolvono? «Letizia saprà come fare, perché lei è abituata. Una persona che da 27 anni segue una comunità di emarginati sa come si affrontano iproblemi».
L'accenno a San Patrignano, dove i due si spendono da una vita con i ragazzi decisi a disintossicarsi, spinse anzi Gianmarco ad andare più in là. E a spiegare che, per carità, lui non temeva affatto che lei, se eletta, fosse molto esposta: «Quando una persona non vive per la propria ambizione ma per un ideale profondo, quando è estremamente onesta e moralmente integerrima, non può avere paura». Aggiunse infine di essere entusiasta del primo assaggio della vita da "first sciùr" perché in quelle settimane aveva avuto «modo di incontrare molte persone e conoscere i veri problemi della gente». Insomma: «La campagna elettorale ci ha molto arricchiti». Lei, commossa da tante coccole pubbliche, ricambiò: «Tutti i giorni della mia vita sono dedicati a lui, perché è una persona splendida e solo grazie a lui sono diventata quella che sono».
Giustissimo. Soprattutto per quanto riguarda la conquista di Palazzo Marino. Se il marito uscì dalla campagna elettorale «arricchito» umanamente, finanziariamente invece si svenò. Meglio: si sarebbe svenato se lui e il fratello Massimo, presidente dell'Inter, non fossero più ricchi del conte di Montecristo. Dai soli atti ufficiali risulta infatti che l'imprenditore Moratti Gianmarco, socio forte dell'industria petrolifera Saras, versò al comitato elettorale di Moratti Letizia, alla voce "contributi ", la bellezza di 6.335.000 (seimilionitrecentotrentacinquemila) euro. Per capirci: con quei soldi, di lussuosissime Bentley Continental GT Coupé, poteva regalarne alla moglie quarantuno. Con l'autoradio e il frigobar.
Gli domandarono: è vero che ha pagato lei questa campagna elettorale? Sorrise: «È vero che in casa i conti li tengo io». L'idea che qualche avversario potesse chiedersi maliziosamente se un atto d'amore così costoso fosse anche un investimento sul futuro non lo sfiorò neppure. Del resto, se suo fratello Massimo aveva speso 19 milioni e mezzo di euro per un ronzino come Javier Farinós (Farinós!) e altri 21 per un brocco come Sergio Conceição (Conceição!), non era forse libero, lui, di puntare su una bella puledra purosangue sulla ruota di San Siro?
Che Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti sia sempre stata trattata bene dal consorte è, d'altra parte, una leggenda finita perfino in Consiglio dei ministri. Successe il giorno in cui, taglia qua e taglia là, per poter tagliare un po' le tasse Silvio Berlusconi mise le mani pesantemente sui bilanci dell'Istruzione. Scandalizzata, lei tentò una ribellione. Al che Giulio Tremonti, aggiustandosi gli occhialetti e strascicando perfido la "evve" moscia, le sibilò: «Letizia, renditi conto che il governo non è mica tuo marito».
Un dettaglio di cui ebbe modo di rendersi conto anche Bruno Ferrante, l'ex prefetto che alle Comunali correva per le sinistre: «Ce l'ho messa tutta, ma era quasi impossibile. Sono partito che non avevo un euro, un telefono, un ufficio, un collaboratore. Noi spendevamo uno, loro cinque». E così scrissero, in un comunicato, anche i Ds. Secondo i quali Ferrante aveva speso per tutta la campagna elettorale 694.000 euro rastrellati tra i militanti e i comitati di base e le collette e un po' di soldi dei partiti della coalizione, e la Moratti 3.642.900. Errore: dal solo marito ebbe in realtà (ufficialmente) nove volte più del denaro investito dall'avversario.
E il bello è che Gianmarco Moratti, su quei soldi spesi per la campagna della moglie, risparmiò più tasse che se li avesse dati a un laboratorio scientifico dedito, tra mille difficoltà e carenze di attrezzature e ricercatori pagati 900 euro al mese, agli studi sulla leucemia infantile. Penserete: non è possibile! Invece è così. Dice la legge che «le erogazioni liberali in denaro» a organizzazioni, enti, associazioni onlus (cioè non lucrative di utilità sociale) si possono detrarre dalle imposte per il 19% fino a un tetto massimo di 2065 euro e 83 centesimi. Tetto che per i finanziamenti politici è cinquanta volte più alto: 103.000 euro.
Facciamo un esempio? Prendiamo un imprenditore con moglie, due figli, un reddito tondo tondo di un milione di euro l'anno e 423.170 euro di imposte da pagare. Se dona 100.000 euro a una onlus (per dire, una comunità di disabili o i bimbi lebbrosi di Madre Teresa di Calcutta) va a pagare tasse per 422.777 euro con un risparmio di 393. Se invece versa un contribuito di 100.000 euro a un partito va a pagare di Irpef 404.170 euro, con un risparmio di 19.000 euro tondi. Riassumendo: a dare una mano a chi dedica la vita ad alleviare il dolore ti avanzano i soldi per un masterizzatore. A ingraziarsi la simpatia di una giunta o di una segreteria che possono venire utili per gli affari, risparmi quanto basta per andare in crociera in otto, con moglie, figli, genitori e suoceri a Tahiti e Bora Bora. Corsera 


Lettera Aperta a Angius, Mussi ed agli altri Compagni che fuggono dalla realtà

ERAVAMO, SIAMO E SAREMO DEMOCRATICI: ANCHE VOI !

Non emergono le Ragioni e le Differenze di fondo: perché tornare indietro ?

 

 

Caro Gavino, Caro Fabio, Cari altri Compagni,

ho seguito il dibattito politico nei Congressi e sulla stampa: ho ascoltato i vostri interventi a Firenze e le vostre argomentazioni. Le ho rilette: come ho letto e riletto le successive vostre dichiarazioni stampa. Ho compreso il travaglio, vostro e dei compagni che hanno preso la vostra stessa decisione: lo rispetto profondamente. Ma, continuo a non trovare ragioni e differenze di fondo che giustificano tale vostra scelta: non emergono oggettivamente!

Ho confrontato  la parte “valoriale” della proposta di Manifesto per il P.D. con l’analoga parte dello Statuto DS (Art. 1 - Valori Fondanti ). Ne è risultata una pressoché identica formulazione (anche testuale) che non giustifica affatto la odierna vostra contestazione dell’impianto valoriale proposto nel “Manifesto per il PD”: perché tali valori e tale impianto non li avete contestati nel PDS e nei DS ?

 

Razionalmente: o gli argomenti da voi usati erano e sono strumentali – utili per la campagna congressuale  e per giustificare la vostra  fuga dalla realtà : così appare , a tanti compagni– o voi avete abbandonato definitivamente quell’avanzato patrimonio storico-ideale-culturale che, in Italia e dal dopoguerra, si è sviluppato introno al valore ed alla pratica della “Democrazia” ( che ha sempre più caratterizzato il PCI, il PDS ed i DS) .

E qui occorre rilevare un’altra evidente superficialità di analisi e di memoria storica.

Sin dalla trasformazione in PDS ( e poi come “DS”), abbiamo scelto (tutti: anche voi) di definirci Democratici”: l’aggiunta “di Sinistra” stava ad evidenziare che eravamo quei Democratici della parte di Sinistra (nello scenario politico), poiché altri Democratici vi si trovavano al Centro. Ora che si va ad un Partito che mette insieme tutti i Democratici si compie una scelta, non solo del nome che ci rappresenta bene tutti (“Democratici ”) ma, di una dimensione politica e culturale (quella “ Democratica”) che consente a ciascun Democratico di vivere e far vivere meglio i propri valori e le proprie identità: che, proprio nella “Democrazia”, si rigenerano e trovano (come hanno trovato nel passato) nuova linfa ed efficacia. Si tratta di una scelta in coerenza con tutta la storia della sinistra italiana: la quale è oggi apprezzata per la sua forte identità democratica.

 

La profondità di tale impianto ideale/politico risulta ulteriormente confermato dalla vostra scelta di dar vita ad un Movimento Politico che intendete chiamare “Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo”. ( ??????? ) Ne emerge la mancanza di sostanziali motivazioni politiche a sostegno (qui riassunta) che porta ad un nome infondato ed antistorico. Infatti:

> definirsi “Sinistra Democratica“ presupporrebbe che ci sia un’altra Sinistra “Antidemocratica” e ciò non è vero, oltre ad essere offensivo (sia per le altre parti della Sinistra – DS/PD, Verdi, SDI, PdCI, PRC – che per l’intera Popolazione Italiana e Mondiale – la quale  viene ritenuta così facilmente imbrogliabile -) ;

> darsi, nel nome, la missione “ per il Socialismo Europeo ” lascia intendere che questo (il Socialismo Europeo) è il vostro fine: che esso è alla portata, che il suo raggiungimento è prossimo. E qui si è fuori dalla storia e dalla realtà: ma dove, come e quando, oggi e nel futuro, è raggiungibile il Socialismo? Ed a quale Socialismo “Europeo” vi riferite: a quello “Sovietico” (con le sue forme dittatoriali ed antidemocratiche) o a quelli dell’ Europa occidentale (socialdemocrazie) ? Quali masse  ci crederebbero ? Poiché, inoltre,  voi avete annunciato di dare vita, non ad un Circolo Culturale ma, ad un “Movimento”. Così facendo voi andate storicamente anche contro lo stesso “Partito del Socialismo Europeo”: infatti l’articolo “del” sta a richiamare l’appartenenza, invece la preposizione “per” annuncia il fine/obiettivo che si persegue (possibile poiché storicamente attuale ? No! E quindi: perché perseguire un obiettivo irraggiungibile ?).

 

Il “Socialismo Democratico” italiano è stato  valore fondante prima  del PDS e poi dei DS: ora lo è del PD. Così come  lo era e lo sarà ilCristianesimo” . Risulta “strano” che vi sia sfuggito il contestuale richiamo alle comuni origini europee dell’ Illuminismo ed al loro “ dialettico confronto “ (fra Cristianesimo e Illuminismo) quando è storicamente condiviso che  L’Illuminismo è la critica della religione” . ( che ciò sia sfuggito anche a Te, caro Fabio, risulta inverosimile: per i tuoi studi e per la tua lunga esperienza politica, da 40 anni ai massimi livelli nazionali).

 

Caro Gavino, è “singolare” il tuo solo richiamo ad una parte (di cui al 2° punto del Dispositivo Politico finale approvato dai Congressi DS e Margherita) quando, invece, la sua completa lettura fa emergere il significato  “limitato” (alla Fase Costituente) e, addirittura, “ opposto “ (per la sua massima apertura ed emendabilità) «I Ds (n.b: e La Margherita) assumono il Manifesto come orizzonte ideale e punto di riferimento in relazione a contenuti politici, culturali e programmatici che dovranno ispirare l'iniziativa del Partito Democratico nella sua fase costituente. Il testo definitivo del manifesto sarà approvato dall'Assemblea Costituente eletta a conclusione di un ampio e approfondito confronto nella società italiana».
Guarda caso, ti è sfuggita proprio questa chiara scelta democratica e di apertura verso una tua richiesta !

Quindi, nessuna scelta – di valori, missioni e obiettivi - è stata preconfezionata ed imposta con la Proposta di Manifesto per il P.D.: ogni sua parte è migliorabile  se si vuole e se si è capaci.  Ritengo che voi dobbiate volerlo. Voi ci dovete chiarezza: lo dovete a questi milioni di Cittadini  - titolari della fondamentale Sovranità Popolare garantita costituzionalmente: che anche le vostre scelte, per dovuta chiarezza, debbono favorire – su ogni parte della Proposta di Manifesto per il P.D. (anche se non vi volete concorrere direttamente : deve rimanere aperto un civile e democratico confronto politico) .

Cari Compagni,

in conclusione vi esprimo la mia convinzione che - attraverso questo percorso aperto, profondo ed inclusivo – possiamo verificare tutti la inesistenza di ragioni e differenze di fondo per essere divisi e, per tanto, la possibilità di determinare un nuovo percorso comune ed insieme: anche nel medesimo Partito Democratico.

Pino Cardente


Referendum, ridateci il Mattarellum
Sebastiano Messina, la Repubblica,
Nove parole. Basterebbero nove parole, per risolvere il dannatissimo rebus della riforma elettorale, un groviglio di veti, ricatti e minacce, un vicolo cieco in fondo al quale non c´è – al momento – nulla di buono. Non bisogna farsi ingannare dai sorrisi smaglianti di Romano Prodi e di Umberto Bossi al termine del loro lungo faccia-a-faccia nella prefettura di Milano.
Il presidente del Consiglio, secondo quanto ha rivelato il leghista Roberto Calderoli, ha garantito che la riforma elettorale sarà votata entro la fine di luglio da almeno un ramo del Parlamento. E questa sarebbe senz´altro una buona notizia, se non fosse che lo stesso Calderoli - l´indimenticato reo confesso dell´abominevole vigente legge elettorale, da lui stesso definita «la porcata» - ha spiegato che si partirà proprio dalla proposta che lui ha depositato per correggere la sua precedente invenzione.
Cosa propone, adesso, Calderoli? Un sistema nel quale il 90 per cento dei seggi sono assegnati con la proporzionale, e il restante 10 per cento viene attribuito alla coalizione vincente con un listino nazionale nel quale l´elettore potrà dare anche una preferenza per il capo del governo. Può, questa soluzione, risolvere il problema? Dipende. Se l´obiettivo è solo quello di evitare il referendum, probabilmente sì. Se invece si vogliono correggere le storture della «porcata», assolutamente no.
Scomparirebbero, per esempio, le liste bloccate grazie alle quali i partiti hanno tolto agli elettori ogni potere di scelta sui parlamentari? No, le liste bloccate resterebbero così come sono. L´unica preferenza che l´elettore potrebbe esprimere sarebbe quella per il candidato premier, con un meccanismo tutt´altro che limpido e dalla dubbia compatibilità con l´articolo 92 della Costituzione («Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri»).
In compenso, il bipolarismo sarebbe mantenuto, grazie al premio di maggioranza, e sarebbe reintrodotta anche una soglia di sbarramento. Ma proprio per questo è lecito dubitare che i partiti–mignon, oggi decisivi per la risicata maggioranza su cui conta il governo Prodi, rinuncino a mettersi di traverso, bloccando alla fine anche questa riformetta.
A quel punto, si andrebbe al referendum. Che è uno straordinario strumento nelle mani dei cittadini, oltre che l´insostituibile pungolo senza il quale la pratica della riforma elettorale non sarebbe neanche stata aperta. Eppure stavolta il referendum non consegnerebbe al Paese una legge capace di fargli fare un salto di qualità istituzionale, come invece avvenne con i referendum del 9 giugno 1991 (abolizione delle preferenze) e del 18 aprile 1993 (introduzione del maggioritario). Cosa cambierebbe, infatti, se passasse il meccanismo referendario? La vera novità sarebbe l´assegnazione del premio di maggioranza non alla coalizione vincitrice ma alla lista più votata. Sulla carta, sarebbe un formidabile incentivo al bipartitismo, visto che la lista più forte - il Partito Democratico, per esempio - conquisterebbe, grazie al «premio», ben 340 seggi. Solo sulla carta, però. Perché è ovvio che, pur di strappare quel premio agli avversari, i partiti del centro–destra si coalizzerebbero in solo listone.
E un minuto dopo la stessa cosa farebbe il centro–sinistra.
Avremmo dunque una competizione tra due listoni, ma sarebbe un bipartitismo solo apparente. Perché i partiti–mignon, dopo aver preteso le loro generose quote di candidature blindate, si ricostituirebbero nel nuovo Parlamento, esattamente con la stessa forza di ricatto che hanno oggi. Non solo, ma i cittadini che nel frattempo avranno sostenuto la battaglia per il referendum si ritroverebbero sulla scheda elettorale non tante liste bloccate, ma due listoni bloccati, entrambi con la formula «prendere o lasciare». Non sarebbe una piacevole sorpresa.
A Segni, a Guzzetta, a Parisi, a Fini, a Barbera, a Martino e agli altri referendari tutto questo è ben chiaro. E infatti sono loro i primi a chiedere al Parlamento non una riformetta ma una buona legge maggioritaria, considerando il referendum «una pistola carica sul tavolo delle riforme», per usare la felice definizione coniata da Giuliano Amato. Ma il Parlamento, come abbiamo detto, sembra bloccato dai veti reciproci, al punto che il ministro Chiti non ha potuto tirar fuori dal suo cilindro nient´altro che una soglia di sbarramento a futura memoria, da introdurre solo nel 2016: tra nove anni.
Eppure, una via d´uscita c´è. Ed è lì, sotto gli occhi di tutti. Una vera riforma fatta con una legge–lampo, un testo di appena nove parole: «La legge 21 dicembre 2005 n. 270 è abrogata». Tutto qui? Sì, tutto qui. Perché basterebbe che il Parlamento cancellasse con un tratto di penna la legge–porcata di Calderoli, che a sua volta cancellava il sistema elettorale precedente, per tornare immediatamente alla legge Mattarella, quella che fu scritta nel 1993 - come disse l´allora presidente Scalfaro - «sotto dettatura del corpo elettorale», ovvero dell´Italia che aveva detto sì al maggioritario.
Sarebbe una soluzione eccellente, per cinque buoni motivi.
1) Quel sistema ha dimostrato di garantire il bipolarismo e di funzionare bene, senza assicurare a nessuno privilegi occulti: tanto è vero che ha permesso cinque anni di governo prima al centro–sinistra e poi al centro–destra.
2) Si tornerebbe ai collegi uninominali come luogo principe della scelta dei parlamentari - come avviene in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna - ripristinando un meccanismo che ha portato solo effetti benefici nelle campagne elettorali e nel rapporto tra cittadini ed eletti.
3) Sarebbe eliminato l´obbrobrio delle liste bloccate, dei parlamentari imposti dai partiti agli elettori, senza alcuna possibilità di scelta, evitando di ricorrere allo strumento ormai corrotto del voto di preferenza.
4) Verrebbero rispettati sia il desiderio dei partiti maggiori di far valere la propria forza, sia quello delle formazioni minori di guadagnarsi una rappresentanza in Parlamento (a patto di superare una ragionevole soglia di sbarramento del 4 per cento). 5) Si disinnescherebbe immediatamente la bomba a orologeria del referendum, perché di fronte all´importanza di una simile novità - sulla Gazzetta Ufficiale, si capisce - il comitato referendario sarebbe certamente felice di deporre la sua «pistola carica».
Sembra un uovo di Colombo, ma la soluzione è lì, a portata di mano. Basterebbe solo che il presidente del Consiglio la facesse propria, per uscire dal pasticcio del bricolage istituzionale, smentendo con un solo gesto chi lo accusa di non volere la riforma, di discuterne a vuoto con l´unico obiettivo di allungarsi la vita. Basterebbe che il governo la mettesse sul tavolo, per smascherare i falsi riformatori, i gattopardi dei giorni nostri. Quelli che fingono di voler cambiare qualcosa solo perché vogliono che tutto resti com´è.
Quelli che hanno lavorato sottobanco per tornare alla vecchia proporzionale e aspettano solo il momento buono per dare il colpo decisivo al fragile bipolarismo italiano. E naturalmente i padri–padroni dei partiti–mignon, che pensano solo alla sopravvivenza del proprio guscio di potere, infischiandosene di tutto il resto.
Nove parole, per tornare a una buona legge. A patto di scriverle subito, prima dell´estate, prima che sia troppo tardi. Per quanto paradossale possa sembrare, per una volta i veri riformisti devono essere reazionari: tornando indietro, qualche volta, si può fare un grande passo avanti.


Un cielo un po' confuso
Gianfranco Pasquino
l' Unità
Alla ricerca di una casa comune, vari rappresentanti della sinistra, che ritengono la prospettiva del Partito Democratico inadeguata e probabilmente controproducente, sembrano avere raggiunto un accordo di massima. I Comunisti Italiani hanno di che festeggiare, almeno per il momento: è al loro Congresso che inizia, forse, un necessario processo di ricomposizione della sinistra. Mentre sembra di moda riaffermare le proprie identità per poi annunciare che si vuole andare «oltre», un oltre indefinito e che nessuno riesce effettivamente a definire, almeno il segretario del PdCI Oliviero Diliberto non ha rinunciato a ricordare a tutti che i Comunisti italiani sono proprio e intendono continuare ad essere tali: Comunisti.
Nel frattempo, non è chiara la posizione di Rifondazione Comunista che, dimostrando grande lealtà nel sostegno al governo, sembrerebbe volere procedere ad una ridefinizione dei suoi valori e delle sue prospettive, magari accentuando elementi di no-globalismo. Inoltre, rispetto ai suoi piccoli, ma necessari interlocutori, Rifondazione gode del vantaggio di essere meglio organizzata e molto più radicata sul territorio.
Difficile, invece, dire che cosa faranno davvero Mussi, Angius e Salvi insieme ai non pochi deputati e senatori che hanno scelto di non seguire la maggioranza dei Diesse nella costruzione del Partito democratico. Coerenza vorrebbe che, avendo dichiarato di preferire un partito laico inserito nel Partito del Socialismo Europeo, accentuassero questi due elementi e ne facessero l'asse portante della loro prospettiva politica. Naturalmente, in attesa di segnali e comportamenti convincenti, è lecito nutrire molte riserve sul tasso reale di socialismo di quei dirigenti diessini che hanno costantemente criticato le esperienze socialdemocratiche, dichiarandole di volta in volta «inadeguate», «in crisi», «superate», ma, poi, come la grande maggioranza dei loro compagni adesso diventati «Democratici», mai dedicarono tempo e pensiero al rinnovamento di quelle esperienze. Qui, però, sta la contraddizione della sinistra da unire. Né Rifondazione né i Comunisti Italiani potranno mai entrare nel Partito del Socialismo Europeo, né, immagino, lo vorrebbero, poiché il termine comunista è la loro storia e, entro certi limiti, il loro richiamo che li mette inevitabilmente in competizione con i socialisti (e che rende molto problematicamente la eventuale collocazione in questa sinistra dei socialisti di Borselli).
Come possano, dunque, Mussi, Angius e Salvi cercare un aggancio con il Pse e al tempo stesso mettere le fondamenta di una casa comune della Sinistra con i «comunisti» orgogliosi di essere tali, rimane un interrogativo legittimo al quale la risposta sfugge, certamente non soltanto a me. Tuttavia, alcune certezze politiche possiamo dire di possederle già. La costruzione del Partito Democratico spinge verso una riaggregazione auspicabile della sinistra che non ci sta. Un conto, però, è una riaggregazione difensiva, quella che si manifesta adesso; un conto molto diverso sarebbe una riaggregazione offensiva, meglio propositiva, ovvero che dia una prospettiva praticabile. La seconda certezza è che, contrariamente a quello che sembra credere il Presidente del Senato, la Sinistra che si unisce potrebbe anche significare non pochi problemi per il governo Prodi. Infatti, da un lato, la (vecchia-)nuova Sinistra dovrà marcare le sue caratteristiche antagonistiche, a maggior ragione se, su laicità, lavoro, riforma elettorale, il governo scivola verso il centro, dall'altro, in questa Sinistra non scompariranno affatto le questioni di politica estera che hanno già destabilizzato una volta il governo.
Tuttavia, molte di queste considerazioni sono, in un certo senso premature. Vorrei venissero interpretate anche come moniti. La Sinistra che si riaggrega ha potenzialità elettorali positive, ma presenta dei rischi politici. Inevitabilmente, entra anche in concorrenza con il Partito Democratico. Deve ribadire e addirittura insistere vocalmente sulla sua laicità. Non potrà fare a meno di esibirsi anche come coscienza critica del Partito Democratico. Il compagno Presidente Mao tse-tung (a scanso di equivoci, non esattamente un socialista europeo) si rallegrava quando grande era la confusione sotto il cielo. A me sembrerebbe, invece, che sia opportuno preoccuparsi quando, per quanto non sia un fenomeno nuovo e inusitato, grande appare la confusione sotto il cielo della sinistra (italiana).


Il Pd in crescita fa sorridere Prodi
"La gente capisce il nostro lavoro"
Carmelo Lopapa
la Repubblica

ROMA - «Quando si fanno le cose per bene la gente capisce». Romano Prodi scorre i dati dell´ultimo sondaggio Demos-Eurisko, ieri su Repubblica, e tira quasi un sospiro di sollievo. Quel 28 per cento di preferenze che attesta il Partito democratico sull´onda di un trend in crescita è il segnale che il nuovo soggetto inizia ad avere un suo appeal, allontanandosi da quella sorta di secca in cui sembrava arenato. Il presidente del Consiglio, nel suo week end bolognese, ha interpretato così il responso: «I due congressi sono stati un confronto serio. C´è una risposta popolare. Io credo che questo non potrà mancare, anzi si intensificherà se nei prossimi mesi, come io spero, coinvolgeremo sempre di più, insieme ai partiti, anche un grande dibattito popolare».
L´importante è che si proceda, «bisogna andare avanti decisi con il Partito democratico» ha esortato il presidente del Senato Franco Marini, auspicando tra l´altro che il governatore della sua Regione, l´Abruzzo, Ottaviano Del Turco (Sdi), aderisca al nuovo progetto come sembra intenzionato a fare. Smentisce invece con fermezza le indiscrezioni che lo volevano in procinto di avvicinarsi a Willer Bordon, e dunque a una «costola del Partito democratico», Franco Turigliatto, il dissidente espulso dal Prc.
Il premier lo aveva detto anche sabato. Sul Pd deve votare il popolo, deve essere la base ad eleggere l´assemblea costituente. Un pungolo costante, il suo. Che ora sta portando chi siede alla «sala macchine» del nuovo partito a sondare la possibilità di accelerare i tempi. Il pallino è nelle mani dei due azionisti di maggioranza, Ds e Margherita. Nei prossimi giorni è previsto un incontro tra i coordinatori Maurizio Migliavacca della Quercia, Antonello Soro dei Dl e il prodiano Mario Barbi. All´ordine del giorno, proprio l´organizzazione delle primarie d´autunno per eleggere la Costituente del Pd. Ma sarà davvero a metà ottobre? «Data e modalità le decideremo insieme - spiega Soro - Quel che mi sembra evidente, a questo punto, è che difficilmente si potrà eludere quel che chiede giustamente Prodi, ovvero che a votare siano tutti coloro che si presenteranno all´assemblea, senza titolo preferenziali per gli iscritti ai nostri partiti. Quanto ai tempi, l´ipotesi di un´accelerazione esiste, tra noi circola l´ipotesi di fine giugno, ma di mezzo ci sono le amministrative di metà maggio e quel che conta davvero è fare le cose per bene». Invece sembra essere più che un´ipotesi quella di dare la possibilità di votare anche a chi abbia compiuto sedici anni. «Sarei favorevole - azzarda il coordinatore della Margherita, pronto a discutere la proposta al tavolo con i colleghi - Perché si tratta di giovani che comunque avranno diritto di voto nel 2009, quando il nuovo partito esordirà alle Politiche».
Chi invece non concorda affatto sull´opportunità di anticipare le scadenze è il luogotenente di Prodi alla cabina di regia, Mario Barbi. «I tempi sono già ristretti se manteniamo fermo l´appuntamento di metà ottobre, figurarsi anticipandolo. Nel 2005, la macchina si è messa in moto a giugno per le primarie del 16 ottobre. Ma adesso abbiamo qualcosa di più complesso da organizzare». In ogni caso, secondo lui, in quell´occasione non andrà chiesto agli elettori di pronunciarsi anche sul futuro leader del Pd: «Dovranno già esprimersi su chi sarà parte della Costituente e sulle linee guida del nuovo partito, i leader verranno in un secondo momento». Nelle prossime settimane, fa sapere invece Antonio Di Pietro, i militanti di Italia dei valori diranno la loro sul progetto del Partito democratico nelle assemblee programmatiche, per decidere che fare, se aderire o meno. Il ministro si limita per ora a esprimere un auspicio, dall´esterno: «Il Pd non deve essere solo una nuova sigla, ci deve essere il coraggio di andare a un vero cambio generazionale». E se l´ulivista Franco Monaco plaude al premier che apre il partito ai cittadini, dalla Margherita Giorgio Merlo mette in guardia: «La vera sfida ora è il percorso organizzativo e c´è da sperare che il Partito democratico non si trasformi in una sorta di gazebo permanente».


Conflitto d’interessi
di Furio Colombo

Rispondo a centinaia di e-mail che continuano ad arrivare nella mia posta elettronica e al giornale, e pubblico in questo editoriale la proposta di legge sul conflitto di interessi che ho depositato al Senato. Per ora reca solo la mia firma ma spero che altre, più autorevoli della mia, si aggiungeranno.
Come sapete un’altra legge è depositata alla Camera dalla maggioranza a cui appartengo e comincerà ad essere discussa in maggio.
Con la mia proposta di legge, profondamente diversa, spero di essere di aiuto sia perché penso di rappresentare, con gli intenti di questa legge, idee e sentimenti di coloro che ci hanno votato, sia perché, scrivendola, ho voluto evitare vuoti di memoria, e la inclinazione a pretendere che nei cinque anni del governo Berlusconi non sia successo niente, che a volte viene presentata come gesto necessario per riconoscerci tutti da una stessa parte.
Continuo a pensare che non siamo tutti da una stessa parte (altrimenti non esisterebbe la politica) e che visioni contrapposte e diverse siano i tratti essenziali della democrazia.
La visione espressa in questa legge considera pericolosa la commistione di vasti e potenti interessi privati di qualcuno con l’interesse pubblico di tutti. Il testo di legge che segue si propone di tracciare una netta linea di demarcazione che protegga il Paese dal grave pericolo che abbiamo già sperimentato.

* * *

Onorevoli colleghi, il problema del conflitto di interessi - ovvero di incompatibilità dei titolari di funzioni di governo che siano anche titolari di rilevanti attività aziendali - è lo scopo di questa proposta di legge. Con essa si vuole impedire la paralisi della normale vita politica di un paese che si verifica quando una persona, oltre che responsabile di attività di governo, è anche alla guida di rilevanti attività economiche. Questa proposta di legge tende a colmare due vuoti legislativi pericolosi e allarmanti. Il primo riguarda la portata e le dimensioni dell’attività privata che - facendo capo a una persona che svolge funzioni di governo - tende a creare il problema gravissimo di una sovrapposizione o aggancio fra responsabilità pubblica e interesse privato.
Il secondo vuoto riguarda l'attenzione scarsa o nulla finora prestata al delicatissimo settore imprenditoriale delle comunicazioni intese in tutte le possibili forme, modi e settori in cui tale attività si può svolgere, dalla Tv, alla radio, ai giornali, alla telefonia, all'informatica.
Il problema, in tutti e due i percorsi indicati, è materia così delicata e rilevante al fine di definire incompatibilità e separazione completa di responsabilità pubblica e interesse privato, che la sua regolamentazione non può essere rinviata ai criteri decisionali, che possono essere di volta diversi, di una autorità garante.
Nessuna autorità può essere messa in condizioni di decidere su un conflitto di interessi in assenza di una legge che stabilisca le modalità per risolverlo. Non è ragionevole chiamare qualcuno - per quanto autorevole - a decidere su un conflitto già in atto fra attività di governo e interessi privati. Infatti quando tale conflitto è insorto, si sono già stabilite le condizioni di pericolo per la legalità che possono rendere inagibile l'azione di una eventualità Autorità incaricata di risolvere il problema.
È persuasione di chi presenta questa proposta di legge che ogni aspetto della incompatibilità tra funzioni e interessi e ogni regola sul come identificare, impedire o fermare un conflitto di interessi debba essere definito e diventare legge della Repubblica prima che il conflitto insorga, così come avviene per ogni comportamento giudicato - da una comunità e dai suoi legislatori - pericoloso per la vita della repubblica e i rapporti fra i cittadini. Nel caso che stiamo discutendo, è in gioco la credibilità e rispettabilità di un governo e dei suoi membri, il rispetto per le norme e decisioni di quel governo, la certezza che in nessun caso e per nessuna ragione possa esservi dubbio sul completo disinteresse di ogni azione e decisione di governo, il costante rispetto di ogni norma vigente, l'armonia con i principi della carta costituzionale, prima fra tutte è la prescrizione, che è anche vincolo comune: «La legge è uguale per tutti».
Il conflitto di interessi in atto infrange, prima di tutto, tale fondamentale principio. Infatti attribuisce al titolare del conflitto la disponibilità di un doppio criterio decisionale: l'efficacia erga omnes di una determinata norma o decisione; ma anche la possibile convenienza privata di quella norma o decisione nell'ambito degli interessi personali di chi governa, se chi governa è titolare di conflitto. Ovvero è in grado di decidere sul proprio beneficio privato.
Questa legge indica le dimensioni, ovviamente cospicue, del tipo di interesse privato, finanziario, azionario, proprietario o manageriale cui si intende porre argine e stabilire impedimento.
L'esperienza, anche recente, insegna che esercitare funzioni di governo - mentre si rappresentano vasti interessi privati - è situazione in grado di travolgere l'autonomia di qualunque Autorità (per esempio attraverso insistenti ed efficaci campagne di intimidazione e delegittimazione mediatica, campagne facilmente orchestrabili con mezzi adeguati). La stessa esperienza dimostra la capacità di condizionare una assemblea legislativa (certo la parte di assemblea che sostiene il titolare di un vasto conflitto di interessi) sia attraverso il peso mediatico, sia attraverso la versatilità e varietà di interventi, premi e vantaggi in svariati settori e in luoghi diversi della vita pubblica e privata, in modo da rendere compatto il consenso ogni volta che esso riguardi una legge "ad personam".
Le leggi "ad personam", di cui è stata costellata la legislatura precedente, sono il capolavoro del conflitto di interessi, nel senso di manifestazione perfetta del danno nei confronti di un paese, delle sue leggi, dei suoi cittadini. Dimostrano che un potente titolare di conflitto di interessi tende a usare la condizione anomala esattamente nel senso per il quale tale condizione deve essere preventivamente proibita; ovvero, per il suo esclusivo, privato, personale interesse. E poiché, come si è visto e constatato di recente in Italia, è in grado di farlo usando l'obbedienza compatta di una maggioranza, si ha la dimostrazione che il conflitto di interessi - quando esiste in dimensioni abbastanza grandi - è in grado di rompere il patto fra lo stato e i cittadini, di relegare in posizione irrilevante il dettato della Costituzione e di usare un vasto consenso, creato dall'uso spregiudicato del conflitto di interessi, per favorire e sviluppare tutti i modi - che sono in sé l'opposto dell'interesse pubblico - in cui quel conflitto si può esprimere.
Ciò dimostra quanto sia arduo e irrealistico immaginare che una Autorità garante - che è parte delle istituzioni umiliate e vilipese dal conflitto - possa smantellare le difese di un potere pubblico-privato ormai insediato, mentre quel potere è già in grado di intimidire, disinformare e creare gogna per i propri avversari.
Questa proposta di legge indica dunque una definizione chiara, un intervento preventivo, e le norme che rendono impossibile l'instaurarsi di una condizione di conflitto in atto, nella persuasione - già provata da recente esperienza - che un conflitto in atto tende ad allargarsi e, con i frutti di convenienza illegale che ne ricava, è in grado di rendere vana ogni contestazione alla grave situazione di illegalità che il conflitto stesso produce.
L'impegno di questa proposta infatti non conta sul deterrente di multe sempre inefficaci, per quanto severe, verso le grandi ricchezze. Si propone invece di rendere impossibile l'instaurarsi, presso qualsiasi carica di governo, di una situazione di conflitto di interessi che è la peggiore infezione nella vita pubblica e nella moralità di una comunità e di un paese.

L'articolato

Art. 1 - Agli effetti della presente legge sono titolari delle cariche di governo il Presidente del Consiglio dei Ministri, i ministri, i vice-ministri, i sottosegretari di Stato, i commissari straordinari di governo, i presidenti delle regioni ordinarie e delle regioni a statuto speciale.
Art. 2 - Agli effetti della presente legge sono incompatibili con cariche di governo i titolari di attività imprenditoriali, finanziarie, industriali o commerciali di qualunque impresa che abbia, rapporti di concessione con pubbliche amministrazioni, nonché di qualunque tipo di impresa che dipenda, per il suo funzionamento, da autorizzazione o sorveglianza o approvazione o controllo di organi dello Stato. Sono incompatibili i titolari, i maggiori azionisti e amministratori di imprese attive a qualsiasi titolo nel settore delle informazioni, comunicazioni, telefonia e informatica, con qualsiasi mezzo e forma di diffusione. Sono inoltre incompatibili i titolari di responsabilità, proprietà e controllo diretto e indiretto di qualsiasi fondo, impresa, attività finanziaria, industriale, distributiva, bancaria, immobiliare, con un valore superiore ai 10 milioni di euro, in qualsiasi parte del mondo siano dislocate.
Art. 3 - L'incompatibilità di cui agli articoli 1 e 2 è in atto dal momento della elezione della persona titolare di imprese e interessi elencati in questa legge e rende impossibile l'inclusione di tale titolare in qualsiasi lista di governo. Una volta accertate le condizioni di incompatibilità indicate in questa legge, l'esclusione è automatica e non è previsto alcun ricorso, salvo che alla magistratura ordinaria.
Art. 4 - Il titolare di un conflitto di interessi indicato in questa legge può porre fine al conflitto:
-attraverso la vendita e la collocazione del capitale ricavato in un fondo cieco;
-attraverso le dimissioni e la separazione dall'impresa o dall'attività in questione in caso di attività manageriale con l'impegno a non riassumere cariche o funzioni dello stesso tipo o nello stesso campo prima di tre anni dalla fine del mandato;
-nel caso di impresa di editoria, giornalismo, radio, televisione, telefonia, informatica, l'incompatibilità permane e impedisce l'assunzione di ogni attività di governo, perché non è possibile - in questi settori - la costituzione di un fondo cieco. Inoltre, la vendita improvvisa a causa dell'assunzione di una responsabilità di governo, non garantisce in alcun modo l'indipendenza dell'impresa e il distacco del titolare di governo dal sistema informativo già controllato. Altra causa ostativa è la concessione da parte del governo del permesso di trasmettere, sia nel settore pubblico che in quello privato. Chiunque sia beneficiario di concessione governativa - o lo sia stato negli ultimi tre anni - è incompatibile con cariche di governo.
Art. 5 - I casi di incompatibilità dovuti a ragioni diverse dalla proprietà e titolarità di impresa sono regolati da altre leggi. La magistratura ordinaria accerta, su richiesta della parte ritenuta "incompatibile", l'esistenza effettiva delle condizioni di tale incompatibilità nel caso che esse siano contestate dalla parte interessata. www.unita.it

 



Le dimissioni di Turigliatto

Identiche a quelle di tutti gli altri: finte.

 

Io mi ero seriamente preoccupato quando Turigliatto aveva dato le dimissioni da senatore. Perché, si sa, questi rivoluzionari magari sparano una marea di cazzate e non sanno ragionare ma sono di saldi principi morali. Non guardano mica in faccia a nessuno, e se c'è da rinunciare a una poltrona lo fanno senza batter ciglio.

E io mi preoccupavo, e dicevo ma come, così, senza neanche aspettare di aver maturato il diritto alla pensione? Non ce l'ha una famiglia Turigliatto?

Poi ho deciso di dare un'occhiata al sito della sinistra critica, giusto per aggiornarmi un po' sulle peripezie del nostro Franco. E mi sono imbattuto nella seguente notizia, che riporto con colpevole ritardo.

Posted on Tuesday, 17 April @ 13:34:50 CEST
Topic: (ANSA) - ROMA, 17 APR - ''Ho ricevuto piu' di 8.000 email, alcune critiche, ma almeno 6.000 che mi invitavano ad andare avanti. E dopo l'assemblea di Sinistra Critica mi sono convinto. Stamattina sono andato a consegnare la lettera di ritiro delle mie dimissioni da senatore''

Franco Turigliatto, intervistato da Mario Adinolfi per Nessuno Tv (in onda stasera alle 20.35 in 'Contro Adinolfi'), risponde cosi' a una domanda sull'esito delle sue dimissioni. E si definisce per il futuro ''una spina nel fianco, un pungolo'' per il governo Prodi.
''Assicurero' all'esecutivo solo un appoggio esterno e decidero' poi volta per volta - dice - Certo che sulla controriforma delle pensioni, sulla politica estera e sulla Tav gia' si sa come la penso. E il governo Prodi mi sembra assai debole in tutte queste materie''. ..... (ANSA).

Che dire? Mi sono preoccupato per niente. Vai tranquillo, compagno Turigliatto, pungola il governo Prodi. Ma non troppo, mi raccomando, che alla pensione mancano un paio d'annetti. Nel frattempo, la poltrona resta saldamente nelle mani dell'avanguardia rivoluzionaria del proletariato. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Le_dimissioni_di_Turigliatto#body


USA: STRADA SEMPRE PIU' IN SALITA PER HILLARY
di Emanuele Riccardi

NEW YORK - Per Hillary l'accoglienza è stata calda, ma per Obama si è trattato di un vero e proprio trionfo, con minuti e minuti di applausi a scena aperta. Le due star del partito Democratico americano, l'ex first lady Hillary Clinton e il senatore nero dell'Illinois Barack Obama, i probabili protagonisti del duello finale nelle primarie in vista delle elezioni presidenziali americane del novembre 2008, sono state le star incontestate del Congresso dei Democratici della California, in corso durante il fine settimana a San Diego, nel sud della California.

Ma il senatore dello Stato di New York sembra essere sempre più in difficoltà, a causa della guerra in Iraq, mentre l'astro nascente del partito democratico sembra avere sempre più il vento in poppa. A mettere ulteriormente in difficoltà la Clinton sono state le primissime anticipazione del libro che Carl Bernstein -uno dei due giornalisti che denunciarono sul Washington Post lo scandalo del Watergate- sta scrivendo sull'ex first lady, con una serie di critiche sul suo passato politico.

Nel suo intervento a San Diego, Hillary -che a suo tempo aveva dato il via libera alla guerra- ha duramente criticato ancora una volta il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, spiegando che l'America non conosce neppure la metà dei danni fatti dal presidente e dalla sua Amministrazione. Obama -da sempre contrario alla guerra anche se a quei tempi era soltanto un senatore statale- ha sparato a zero su Hillary, pronunciando un discorso tutto sommato farcito di luoghi comuni del tipo "dobbiamo voltare pagina".

Ma la cosa sembra aver funzionato bene, anche se è vero che la California è lo Stato più pacifista dell'Unione oltre ad essere quello che ha pagato il tributo più elevato in termini di vite umane in Iraq, e non è detto che sarà così dappertutto. Ma, contrariamente alle elezioni precedenti, la California peserà di più nello scrutinio del 2008, visto che le primarie sono state anticipate al 5 febbraio (invece del tradizionale mese di giugno, a giochi ormai fatti), e che il Golden State è quello che possiede il più elevato numero di delegati. Complessivamente, i più recenti sondaggi danno Hillary sempre in testa tra i Democratici, ma il distacco con Obama si riduce a mano a mano: le ultime rilevazioni indicano il 36 per cento per l'ex first lady, il 31 per cento per il senatore nero.

La signora, inoltre, non sembra sia andata troppo bene nel primo dibattito tra candidati alle primarie democratiche, nei giorni scorsi, secondo i commentatori americani. Anche per tali ragioni il libro di Bernstein sul senatore dello Stato di New York, in uscita a giugno, è atteso con impazienza, e contiene tra l'altro l'accusa -devastante negli Stati Uniti- che la signora ha l'abitudine di mentire quando si trova in una situazione imbarazzante. Secondo il britannico Sunday Times, Bernstein ha avuto accesso a fonti inedite e preziosissime: gli appunti privati di Diane Blair, la migliore amica e confidente di Hillary. La Blair morì a causa di un tumore nel 2001, e le sue carte, non ancora disponibili al pubblico, si trovano nella biblioteca dell' Università dell'Arkansas. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/approfondimenti/visualizza_new.html_2142556320.html

Partiti e cambiamenti sociali
Dibattiti sul nuovo Partito Socialista in Venezuela

Fernandes Sujatha






Costruire nuovi metodi di pressione nei riguardi delle istituzioni, coalizioni, e un nuovo punto di incontro tra le organizzazioni popolari e lo stato non è un compito facile. In definitiva poco importa se prende forma di partito unico o di movimento tipo il boliviano MAS, molto dipende dall’equilibrio delle forze atte a organizzare comitati di base per esercitare un controllo democratico sulle comunità, e costruire collegamenti locali e nazionali dalle fondamenta.


--------------------------------------------------------------------------------


Da quando il 15 dicembre 2006 il venezuelano Chavez ha proposto lo scioglimento dei 24 partiti che sostengono il suo governo e la formazione di un partito unico, è cominciato un grande dibattimento tra i partiti coinvolti. Secondo Chavez, la proposta del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) unirebbe tutti i suoi sostenitori sotto un’unica bandiera in modo di combattere faziosità di partito, lotte intestine e corruzione. Tredici tra questi partiti, compresi i partiti maggiori quali lo stesso Movimento Quinta Repubblica di Chavez (MVR) hanno approvato la fusione. Altri, tra i quali il Partito Comunista Venezuelano (PCV), Podemos e Por Todos di Patria (PPT), hanno chiesto più tempo per discutere la proposta e considerarla agli imminenti congressi di partito.

Esternamente ai partiti, vi è inoltre una diversità di opinioni sulle dichiarazioni di Chavez. Alcuni intellettuali hanno criticato ciò che secondo loro, è il modo arrogante nel quale Chavez ha annunciato la nascita del nuovo partito, invece di considerarlo come argomento di discussione. Alcuni dei leader delle organizzazioni comunitarie hanno sostenuto l’iniziativa mentre altri sono contrari all’idea. Chiaramente ci sono in gioco questioni sulla pluralità e la partecipazione. Ma ciò che è anche in ballo è il ruolo effettivo e rilevante della struttura del partito nei movimenti per il cambiamento sociale per tutta la regione. Il movimento di Chavez MVR si è rivelato aver molto meno sostegno popolare rispetto a quello ottenuto in epoche passate dal Partito Comunista Cubano, dai Sandinisti in Nicaragua o dall’FMLN in El Salvador. I partiti sono piuttosto importanti nel contesto della odierna America Latina.

La crisi del debito degli anni 80 indebolì i partiti tradizionali e i sindacati alla base dei modelli di sviluppo nazionalisti, come quello che accompagnò l’Import Substitution Industrialization (ISI). Nelle riforme successive portate a termine dallo stato venezuelano, la struttura centralizzata del partito venne ulteriormente smantellata. Nel 1984 il presidente Jaime Lusinghi diede vita alla Commissione Presidenziale per la Riforma dello Stato (COPRE), che consigliava una riforma interna dei partiti; un sistema elettorale uninominale dove gli elettori selezionano personalmente i candidati, rispetto al precedente sistema elettorale di liste chiuse; l’elezione diretta dei governatori e dei sindaci; la riforma giudiziaria; e il trasferimento dei poteri dal governo centrale a livelli regionali e municipali. Queste proposte inizialmente vennero respinte dal congresso, ma finalmente nel 1988 l’assemblea legislativa nazionale approvò l’elezione diretta dei sindaci, un sistema elettorale misto, e la legge per il decentramento fiscale e amministrativo. Ciononostante queste furono riforme limitate, dato che le elite dei partiti nazionali conservarono un ampio raggio di controllo sui processi di decentramento.

Tra la metà e i primi anni novanta ci fu un periodo di crisi e instabilità. A seguito delle rivolte del 1989, conosciute come caracazo, i partiti politici tradizionali persero ulteriormente credibilità, visto che stavano emergendo nuove sorgenti di potere popolare. In coincidenza con il crescente attivismo popolare dei barrios nei primi anni 90, Chavez organizzò un raggruppamento radicale clandestino nell’esercito conosciuto come il Movimento Rivoluzionario Boliviano 200 (MBR – 200) e nel febbraio e novembre 1992 sferrò due colpi. Nel dicembre 98 Chavez fu eletto presidente, appoggiato da una coalizione di partiti con il nome Fronte Patriottico, condotto da MVR. Fin dall’inizio ci furono rivalità e lotte interne tra i partiti pro Chavez, e era evidente che il loro sostegno nelle votazioni derivasse dalla loro associazione con la leadership carismatica di Chavez.

Durante la campagna elettorale del novembre 2006, quando i sostenitori di Chavez si mobilitarono per la rielezione del 3 dicembre, vi furono critiche crescenti circa il ruolo dei partiti pro Chavez, in particolar modo tra i settori popolari. Questi partiti vennero accusati dai settori popolari di burocrazia e corruzione, di essersi dedicati al clientelismo, di mancare di meccanismi interni di democrazia e di non essere stati in grado di collaborare al di là delle faziosità. I militanti del partito si dimostrarono incapaci di sviluppare un rapporto rilevante con la gente comune perché loro stessi non erano coinvolti nel lavoro della collettività. Come un osservatore notò, i partiti tengono le loro riunioni nelle sale conferenze di hotel esclusivi e non nel barrio, nelle fabbriche o nelle piazze.

Le recenti elezioni portano molte analogie con il referendum revocatorio del 2004, quando la gente si mobilitò per vanificare la proposta dell’opposizione per rimuovere Chavez dalla carica. Mentre l’MVR fallì nel tentativo di organizzare la gente nei barrios, l’azione di forza che stava dietro la campagna a favore di Chavez giungeva dai comitati degli attivisti che fecero una campagna agguerrita per registrare e mobilitare gli elettori a votare per il referendum. In modo analogo, durante l’elezione del dicembre 2006, le organizzazioni comunitarie lavorarono a una propria propaganda elettorale, tennero riunioni, e fecero campagna al di fuori dei partiti. In alcuni settori popolari come La Vega, i partiti erano talmente consumati da lotte intestine e settarismo, che allontanarono molta della gente comune. La campagna elettorale, come il referendum, ebbero successo in gran parte grazie al lavoro delle organizzazioni comunitarie, mentre i partiti restarono ai margini. Alcuni sostennero che le forze politiche in carica erano testimoni della crescente estraneità della gente dai partiti e che la dichiarazione di Chavez riguardo il partito unico fu un mezzo per limitarne il settarismo e le lotte interne ai partiti.

La dichiarazione del partito unico deve anche esser vista nel contesto delle altre decisioni prese nel periodo successivo le elezioni, vinte da Chavez con il 63% di voti. Chavez parlò di devolvere più potere ai consigli comunali, come le organizzazioni locali di quartiere composte da 200-400 famiglie. Dal momento dell’annuncio del febbraio 2006 per stanziare maggiori fondi ai consigli comunali, gli abitanti di Caracas si riunirono in assemblee per discutere la costituzione di propri consigli comunali e organizzare piccoli gruppi di lavoro. Il costituirsi di consigli comunali sembra contrastare l’idea che il Venezuela si stia muovendo verso un maggior accentramento e concentrazione di potere nella persona di Chavez. Piuttosto, l’enfasi sembra cadere sul creare unità autonome di potere popolare che comunichino con lo stato attraverso un partito ristrutturato che sia più vicino all’elettorato di base.

Ma alcuni dei gruppi comunitari sono stati critici riguardo l’idea del partito unico. Un attivista di La Vega vide l’unificazione dei partiti sotto un’unica bandiera come un modo per le elite di consolidare ulteriormente il proprio potere all’interno del cambiamento, e ciò provocherebbe un ostacolo ancor più grande per i movimenti popolari di fare promuovere la propria agenda. Non è l’idea in sé di un partito unico a essere problematica, ma piuttosto il modo nel quale questo partito è stato costruito: da un mandato presidenziale alla base, e dai quadri burocratici e corrotti dei partiti anziché dagli attivisti.

Un modello di partito che pare abbia una maggiore risonanza tra la comunità degli attivisti venezuelani è il Movimento per il Socialismo (MAS) della Bolivia. MAS è un raggruppamento della sinistra tradizionale e popolare e degli indigeni boliviani, inclusi operai, contadini, gruppi indigeni delle pianure e degli altopiani, e movimenti sociali quali il Movimento dei Senza Terra. MAS mobilitò coalizioni di questi gruppi in riuscite proteste nazionali contro la privatizzazione delle risorse naturali, e durante la riscrittura della legge sugli idrocarburi. Nel marzo 2005, MAS organizzò scioperi e assedi insieme a altri gruppi, obbligando il presidente Carlos Mesa a dimettersi. Nel dicembre 2005 grazie a una fortunata campagna elettorale riuscirono a fare eleggere presidente il leader indigeno Evo Morales. Gli attivisti del Mas cercarono di costruire il partito dal basso attraverso il coinvolgimento in lotte concrete. Utilizzarono il modello del partito per costruire coalizioni, come veicolo elettorale, e come mezzo per interventi istituzionali.

Fissati i problemi endemici e l’elitarismo dei partiti venezuelani, sembrerebbe arduo il riformarli in un unico partito seguendo l’esempio del Partito Boliviano MAS. Piuttosto un’attivista di La Vega suggeriva che i movimenti popolari possono costruire la base attraverso i consigli comunali e usarla per contrastare il predominio dei partiti.

Discussioni circa il ruolo dei partiti all’interno dei movimenti per il cambiamento sociale non sono limitati al Venezuela. In epoche precedenti di politica di massa, i partiti e i sindacati riuscivano a raggiungere e a rappresentare un ampio elettorato, avevano un impatto sulle decisioni politiche a vari livelli, e erano in grado di costruire alleanze nazionali e internazionali per sostenere le lotte dei lavoratori. Ma nel corso del tempo, molte di queste strutture sono diventate rigide e insensibili alle richieste del loro elettorato. Vista la grande informatizzazione della forza lavoro, la crescente importanza dell’etnicità, razza e genere; l’allontanamento delle fabbriche al quartiere in quanto luogo dove organizzarsi, i partiti e i sindacati hanno dimostrato di essere rigidi e datati. La loro gerarchia e il loro centralismo contrastano con i metodi più democratici delle assemblee popolari impiegate dai quartieri popolari. Non meravigliamoci quindi che le più innovative forme di lotta non stiano emergendo attraverso i partiti ma bensì sottoforma di radio popolari, organizzazioni sindacali popolari e fabbriche recuperate.

Costruire nuovi metodi di pressione nei riguardi delle istituzioni, coalizioni, e un nuovo punto di incontro tra le organizzazioni popolari e lo stato non è un compito facile. In definitiva poco importa se prende forma di partito unico o di movimento tipo il boliviano MAS, molto dipende dall’equilibrio delle forze atte a organizzare comitati di base per esercitare un controllo democratico sulle comunità, e costruire collegamenti locali e nazionali dalle fondamenta.


--------------------------------------------------------------------------------
Torna a Z-Net.it



Turchia : elezioni , rispetto dei diritti e futuro in Europa
di Shorsh Surme*

Dopo l'imponente manifestazioni di un milione di Turchi contro la candidatura di Recep Tayyip Erdogan il partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha candidato l'attuale Ministro degli Esteri Turco Abdulla Gul. In realtà non è altro che una candidatura di facciata per ingannare l'opinione pubblica turca.

Secondo la costituzione della Repubblica Turca dovranno votare due terzi dei 550 parlamentari per eleggere il presidente della Repubblica. E' il caso di dire che le elezioni questa volta sono molto differenti del passato, in quanto dopo il disfacimento dell'Impero Ottomano e la fondazione della Repubblica Turca nel 1923 sotto la guida di Mustafà Kemal Ataturk, venne applicata la dottrina del Kemalisimo e la Turchia divenne uno stato laico fino al 1994 con la nascita del Partito del Benessere che fu sciolto dal parlamento e sulle cui ceneri è nato nel 2002 il partito della Giustizia e lo Sviluppo.

E' da sottolineare che obiettivo della candidatura di Gul da parte del partito della Giustizia e lo Sviluppo è quello di prendere in mano tutti i tre poteri dello Stato, quello della Presidenza della Repubblica, del primo Ministro e quello di presidente del parlamento, quindi poter far portare il velo nel palazzo come finora nel bene e nel male non sono riusciti.

Un altro dato importate è quello che riguarda il fatto che l'appoggio ad un ingresso della Turchia in Europa sta calando, non solo in Europa, ma anche in Turchia. Circa il 70% degli Europei ritiene che l'ingresso della Turchia sarebbe un evento negativo, e più del 60% dei Turchi sono contrari a entrare far parte dell'Unione Europea perché sono consapevoli di avere una cultura molto lontana da quella europea.

Una cultura che ancora non riesce a riconoscere la presenza di 20 milioni di Curdi colpevoli di essere diversi da loro, una cultura e ancora non riconosce l'errore e l'orrore che e' stato commesso dei loro padri nei confronti del popolo armeno e una cultura che minaccia un giorno sì e un giorno no la parte curda di uno Stato vicino come quello iracheno, tanto che perfino il Dipartimento di Stato Americano ha esortato la Turchia ad astenersi dal lanciare operazioni armate contro i Curdi dell'Iraq.

Alla luce di tutto ciò, i dirigenti Turchi come fanno a pretendere di far parte dei stati democratici dell'Unione Europea?

* giornalista curdo-iracheno

Speciale pace e diritti

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

 

Turchia : elezioni , rispetto dei diritti e futuro in Europa
di Shorsh Surme*

Dopo l'imponente manifestazioni di un milione di Turchi contro la candidatura di Recep Tayyip Erdogan il partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha candidato l'attuale Ministro degli Esteri Turco Abdulla Gul. In realtà non è altro che una candidatura di facciata per ingannare l'opinione pubblica turca.

Secondo la costituzione della Repubblica Turca dovranno votare due terzi dei 550 parlamentari per eleggere il presidente della Repubblica. E' il caso di dire che le elezioni questa volta sono molto differenti del passato, in quanto dopo il disfacimento dell'Impero Ottomano e la fondazione della Repubblica Turca nel 1923 sotto la guida di Mustafà Kemal Ataturk, venne applicata la dottrina del Kemalisimo e la Turchia divenne uno stato laico fino al 1994 con la nascita del Partito del Benessere che fu sciolto dal parlamento e sulle cui ceneri è nato nel 2002 il partito della Giustizia e lo Sviluppo.

E' da sottolineare che obiettivo della candidatura di Gul da parte del partito della Giustizia e lo Sviluppo è quello di prendere in mano tutti i tre poteri dello Stato, quello della Presidenza della Repubblica, del primo Ministro e quello di presidente del parlamento, quindi poter far portare il velo nel palazzo come finora nel bene e nel male non sono riusciti.

Un altro dato importate è quello che riguarda il fatto che l'appoggio ad un ingresso della Turchia in Europa sta calando, non solo in Europa, ma anche in Turchia. Circa il 70% degli Europei ritiene che l'ingresso della Turchia sarebbe un evento negativo, e più del 60% dei Turchi sono contrari a entrare far parte dell'Unione Europea perché sono consapevoli di avere una cultura molto lontana da quella europea.

Una cultura che ancora non riesce a riconoscere la presenza di 20 milioni di Curdi colpevoli di essere diversi da loro, una cultura e ancora non riconosce l'errore e l'orrore che e' stato commesso dei loro padri nei confronti del popolo armeno e una cultura che minaccia un giorno sì e un giorno no la parte curda di uno Stato vicino come quello iracheno, tanto che perfino il Dipartimento di Stato Americano ha esortato la Turchia ad astenersi dal lanciare operazioni armate contro i Curdi dell'Iraq.

Alla luce di tutto ciò, i dirigenti Turchi come fanno a pretendere di far parte dei stati democratici dell'Unione Europea?

* giornalista curdo-iracheno


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 29 2007

Siamo qui.

Noi siamo quelli che
non ci credevamo piu' di tanto, ma abbiamo passato i giorni ai banchetti nei mercatini, nelle piazze, davanti alle scuole ed alle aziende.

Noi siamo quelli che
non ci credevamo piu' di tanto, ma abbiamo passato le notti a studiare, a smistare materiali, a cercare di organizzarci, ad aggiornare i siti Internet.

Noi siamo quelli che
non ci credevamo piu' di tanto, ma cercavamo di esprimere fiducia, di motivare gli altri.

Noi siamo quelli che
eravamo pieni di dubbi: l'immagine di Prodi e' appannata, le primarie lo indeboliranno se prende meno del 60%, se non vanno a votare in tanti. E Bertinotti ? E Mastella ? Ma chi e' Scalfarotto ?

Noi siamo il presidente del piu' grande partito della coalizione, che nelle assemblee poneva l'obiettivo di un milione di votanti.

Noi siamo quelli che
avevamo strani presentimenti: c'erano troppi cittadini che chiedevano, che si informavano, che discutevano, che si incazzavano.

Noi siamo quelli che
siamo andati a nanna alle tre per sistemare le ultime cose sabato notte, e che alle sei di mattina eravamo in piedi per prendere le chiavi di uno dei 9658 seggi. Il nostro seggio, quello che ricorderemo per sempre.

Noi siamo quelli che
tanto eravamo troppo emozionati per dormire...

Noi siamo quelli che
alle sei di mattina abbiamo aperto la federazione, la camera del lavoro, il circolo, perche' dobbiamo avere cura dei nostri ai seggi, la fuori.

Noi siamo quelli che
nella nebbia mattutina abbiamo montato le bandiere dell'Unione su manici di scopa, per rendere visibile la stanzetta o il gazebo che, per oggi, avremmo chiamato "Seggio".

Noi siamo quelli che:
come sarebbe che c'e' gia' gente la fuori? Dobbiamo aprire solo fra mezz'ora!

Noi siamo quelli che:
prima di aprire il seggio andiamo in bagno e mangiamo qualcosa, non si sa mai.

Noi siamo quelli che:
ok, come non detto, apriamo subito, con venti minuti d'anticipo, poi faremo pipi', appena esaurita questa coda.

Noi siamo quelli che
non immaginavamo che non avremmo piu' avuto un secondo libero fino a notte...

Noi siamo quelli che
abbiamo attaccato monifesti e volantini nelle strade attorno, perche' come fara' la gente a trovare il seggio ? E se poi ce li strappano ?

Noi siamo quelli che
ci siamo svegliati presto, perche' e' importante andare a votare subito, per alzare subito le percentuali. Magari convinciamo qualcun altro.

Noi siamo quelli che
non sappiamo dov'e' il nostro seggio, unioneweb.it e' sempre intasato, il numero verde e' sempre occupato, ma per fortuna ci sono quelli di Perlulivo.it, che rispondono subito, giorno e notte, e si danno da fare per dirci dove andare a votare. Per rispondere ad ogni domanda.

Noi siamo gli scrutatori che:
ma da dove viene tutta questa gente ?

Noi siamo quelli che
siamo in coda al seggio, nessuno spintona, nessuno si lamenta, tutti parlano coi vicini in fila, ma sottovoce per non disturbare.

Noi siamo quelli che:
sta succedendo qualcosa; qualcosa di grosso.


Noi siamo quelli che
alle nove siamo gia' in coda fuori dal seggio. Ma come mai c'e' gia' la coda ? C'e' qualcosa che non va ?

Noi siamo quelli che
non hanno bisogno di manifesti e volantini: il seggio sara' certamente in fondo a questo serpentone di persone che si snoda sul marciapiede.

Noi siamo quelli che:
Scusate, c'e' un'infermiera che deve entrare in servizio, potreste lasciarla passare ? E la fila si apre come se stesse arrivando un ambulanza.

Noi siamo i commissari di polizia in borghese che
si presentano: Presidente buongiorno, se c'e' qualche problema, mi chiami a questo cellulare, cosi' arriviamo subito, buon lavoro.

Noi siamo i presidenti che:
Grazie, commissario, ma se qualcuno viene a fare casino o a fregare la cassa dei contributi, mi sa che lo linciano ancora prima che riesca a entrare.

Noi siamo gli scrutatori che:
Pronto, federazione? Non so cosa sta succedendo, ma abbiamo gia' quasi finito le schede, giuro. Si', vi dico. Portatecene altre, presto !

Noi siamo i presidenti che
consegnano la scheda e: Innanzitutto mi scuso per averla fatta aspettare un'ora in coda...

Noi siamo gli elettori che
prendono la scheda e interrompono:
Ho aspettato cinque anni, cosa vuole che sia un'ora in piu' ?

Noi siamo quelli che:
sta succedendo qualcosa; qualcosa di grosso.


Noi siamo gli elettori che:
siete dei bravi ragazzi, guarda come sono veloci a farci votare.

Noi siamo gli scrutatori che
adocchiamo l'amico che ha appena votato e: ci dai una mano per favore ?

Noi siamo gli elettori che
volevamo votare e tornare subito a casa, ma siamo stati promossi scrutatori sul campo e rientreremo solo a notte fonda.

Noi siamo quelli che
abbiamo 91 anni, ma andiamo a votare lo stesso, con un nipote sotto ciascun braccio.

Noi siamo gli scrutatori che:
grazie per essere con noi, arrivederci a questa primavera.

Noi siamo quella che:
ho diciassette anni e mezzo compiuti, mi fate votare

Noi siamo gli scrutatori che:
Vediamo... compi gli anni 31 giorni prima del limite del 13 maggio 2006, ecco la scheda, puoi dire alla mamma che poteva prendersela anche piu' comoda!

Noi siamo la mamma, subito dietro in coda: mia figlia e' nata di sette mesi. Meno male!

Noi siamo la ragazzina di diciassette anni e mezzo:
qui dentro sono l'unica che spera che il governo non caschi subito, se no non posso votare per mandarli a casa!

Noi siamo il presidente che dice alla ragazzina: ricordati di questa giornata, la dovrai raccontare ai tuoi figli.

Noi siamo lo stesso presidente di prima
che mentre lo dice gli vengono i lacrimoni.
Tutta colpa delle lenti a contatto, scusate.

Noi siamo quelli che
sta succedendo qualcosa; qualcosa di grosso.


Noi siamo l'elettrice che porta una scatola di caramelle agli scrutatori.

Noi siamo il bimbo che
posso andare in cabina col babbo ?

Noi siamo la scrutatrice che
aspettalo qui con me, la vuoi una caramella all'arancio ?

Noi siamo gli scrutatori che:
Pronto? Aiuto! Sta finendo tutto, venite a portarci schede, moduli, programmi dell'Unione, ricevute, e fogli di verbale aggiuntivi. Presto!

Noi siamo le staffette partigiane in bicicletta che
fanno la spola fra il comitato organizzatore e i seggi, portando nello zainetto tutto quel che serve.

Noi siamo lo scrutatore che:
Ma quanto e' lunga la coda, la fuori ?

Noi siamo l'elettore in fondo alla stanza che:
Non lo so, gira dietro l'angolo. Io sono in coda da mezz'oretta, ma fate con comodo. Non abbiamo fretta.

Noi siamo i presidenti che:
Pronto Federazione ? Lo so che sono finite anche da voi, ma in base all'articolo 1 comma 2 del regolamento, secondo me si crea un precedente. Propongo di fotocopiare schede, moduli e ricevute. Come sarebbe a dire che lo state gia' facendo da due ore ?

Noi siamo le staffette partigiane in bicicletta
sempre piu' accaldate, questo e' il terzo giro di rifornimento schede. Servono anche i blocchetti delle ricevute ? Ok, volo a prenderle.

Noi siamo i compagni di una Federazione dei DS,
oggi pomposamente ribattezzata "sede della Commissione Elettorale Provinciale", ma che tutti continuano a chiamare Federazione, che hanno telefonato a tutti quelli disponibili a dare una mano.

Noi siamo quelli che
non si vedevano da anni, ma oggi abbiamo voluto esserci, qui a dare una mano. la Federazione e' diventata una stamperia di materiale elettorale, piu' centralino, piu' ufficio smistamento e spedizioni. Tutti fanno tutto. Amici, se non c'erano i DS era un disastro, non dimentichiamocelo.

Noi siamo sempre quelli della Federazione
si e' rotta la fotocopiatrice, ma, chissa' come, si e' rotta pure la serratura della Camera del Lavoro qui a fianco. Cosi' abbiamo potuto prendere "in prestito" la loro fotocopiatrice. Domani mettiamo tutto a posto, tranquilli.

Noi siamo l'amico che
ha una cartoleria Se volete, posso aprire il negozio e portarvi qui tutta la carta che ho.

Noi siamo quelli della Federazione che
svuotano la cartoleria. Segna tutto. Domani saldiamo i conti.

Noi siamo gli elettori che
con la scheda in mano: Ma dov'e' la "cabina 2".

Noi siamo i presidenti che:
e' quel tavolino col paravento la in fondo, lo sa quanto sarebbero costate 19316 cabine vere ?

Noi siamo gli elettori che
ridono della battuta mentre votano, ma tanto questo paravento di cartoncino funziona bene lo stesso.

Noi siamo quelli che:
sta succedendo qualcosa; qualcosa di grosso.


Noi siamo una coppia di elettori
mano nella mano, neri come il carbone.

Noi siamo i presidenti che
appena li vedono cercano due copie del modulo per gli extracomunitari.

Noi siamo la coppia nera come il carbone che
tira fuori due carte d'identita' e due tessere elettorali: sono 15 anni che abbiamo la residenza. Pardon...

Noi siamo i presidenti che:
Pronto ? Aiuto ! Sta finendo di nuovo tutto !

Noi siamo la ragazza che
appena registrata corre in cabina.

Noi siamo la ragazza che
torna a prendere la scheda.

Noi siamo la ragazza che
torna a prendere anche la matita copiativa.

Noi siamo la ragazza che:
Scusate l'emozione, e' la prima volta che voto!

Noi siamo quelli che
ma questo non era un quartiere di destra ?

Noi siamo quelli che:
sta succedendo qualcosa, qualcosa di grosso.


Noi siamo gli scrutatori che:
Scusate, ma abbiamo finito le schede. occorre aspettare mezz'ora che ce le portino. Scusate ancora.

Noi siamo gli elettori che:
Non c'e' problema aspettiamo. E nessuno abbandona la fila.

Noi siamo le staffette partigiane in bicicletta sudate fradice, che
arrivano a portare altri rifornimenti. Fra gli applausi. Mentre gli elettori in attesa si alzano e si rimettono in coda: Guardi che c'era prima lei. No, era lei davanti a me, io sono arrivato dopo. Ma no, passi avanti lei. Prego. Grazie. Si ricomincia.

Noi siamo quelli che
abbiamo gestito il punto di contatto di Perlulivo.it ed abbiamo ricevuto centinaia di richieste: dove si trova il mio seggio, posso votare anche se risiedo da un'altra parte ? E se non ho compiuto i 18 anni ? E se non mi e' ancora arrivata la tessera elettorale ? E posso chiedere anche per il mio papa'?

Noi siamo quelli che
abbiamo gestito il punto di contatto di Perlulivo.it e ne abbiamo inventate di tutti i colori per rispondere. Unioneweb.it e' sempre intasato, ma ci siamo procurati gli elenchi dei seggi, e dove sono incompleti si cerca il sito della federazione piu' vicina e si telefona chiedendo informazioni.

Noi siamo quelli che
dovevo gestire il punto di contatto durante il voto, ma mi hanno chiamato dal seggio perche' hanno bisogno d'aiuto, ci pensi tu allora ? Vai tranquilla, ci penso io e non mi muovo dal computer fino alle 22:00.

Noi siamo la signora che
si presenta al seggio con panini, prosciutto, formaggio e bibite. Nessuno ci aveva pensato. Nessuno lo aveva chiesto. Nessuno fa troppi complimenti.

Noi siamo quello che
mi ha piantato la ragazza, ma oggi sono felice, lo stesso.

Noi siamo la signora anziana, con le stampelle, che:
Tutti vogliono farmi passare davanti, ma io resto in coda, perche' non vorrei che, se passo davanti, qualcuno poi si scoccia e se ne va senza votare.

Noi siamo una suora che:
scusate, ma il parroco ha detto di non votare, posso fare la fila dentro il seggio ?

Noi siamo l'eroica staffetta partigiana, ormai scarlatta, che:
In Federazione abbiamo finito tutto, avete bisogno di una mano ?

Noi siamo gli scrutatori che:
Speriamo che basti, appoggia la bicicletta, sei assunta.

Noi siamo quelli che:
Ma non ci dovevate dare il progetto per l'Italia ?

Noi siamo i presidenti che
sto per rispondere che le 500 copie in dotazione sono finite da sei ore.

Noi siamo gli elettori che per caso sono subito dietro che:
Guardi che li puo' trovare su www.perlulivo.it, oppure su www.unioneweb.it, se non e' intasato.

Noi siamo il presidente di seggio che
a momenti sviene.

Noi siamo quelli che danno un euro

Noi siamo quelli che allora ne danno due

Noi siamo quelli che si svuotano le tasche da tutte le monetine.
La scrutatrice li conta: 3 euro e 72 centesimi esatti, e stacca la ricevuta.

Noi siamo quelli che rilanciano e ne danno cinque

Noi siamo quelli che allora ne danno venti

Noi siamo il sindaco del paesino, che ne da cinquanta

Noi siamo quelli dietro il sindaco, ma che non possiamo darne piu' di dieci

Noi siamo quelli dietro ancora, che ne danno dieci pure loro

Noi siamo queli che
sono tornati da San Pietroburgo apposta per votare, siamo arrivati al seggio ancora con le valigie in mano, ma ci siamo sbagliati ed abbiamo versato una manciata di rubli.
Speriamo che non si arrabbino...

Noi siamo quelli che
bisbigliamo alla scrutatrice "io vorrei votare, ma proprio non ce la faccio a dare un euro".

Noi siamo i sette elettori subito dietro in coda che
senza farci notare gli passiamo un euro ciascuno.
Ripagati da un sorrisone che ne vale molti di piu'.

Noi siamo quelli che
sta succedendo qualcosa; qualcosa di grosso.


Noi siamo quelli che:
Sono le ventidue, dovremmo chiudere....

Noi siamo quelli che:
E prova a dirglielo tu a quelli in coda.

Noi siamo le giovani segretarie che fanno le pile dei contributi:
Abbiamo raccolto 1545 euro e 28 centesimi. Uauuu! Non ho mai visto tanti soldi in vita mia! E impacchettano tutto per benino.

Noi siamo lo scrutatore del PRC, quella della Margherita, quella dei DS, quello dell'UDEUR, quello della lista Prodi, il rappresentante di lista di Italia dei Valori, quelli che ci hanno aiutato senza problemi di bandiera, che tirano fuori le schede dall'urna e le raccolgono ordinatamente fianco a fianco, aiutandosi a fare i pacchetti, che ricontano le schede dell'altro e gli dicono: "guarda che ce ne e' una in piu' dei tuoi".

Noi siamo il presidente di seggio che
vede passare schede fotocopiate da mezzogiorno, e che, quando a mezzanotte finisce lo strato delle fotocopie ed estrae dall'urna la prima scheda arancione, non resiste alla battuta: Fermi tutti, questa scheda non e' conforme.

Noi siamo quelli che
ancora non ci crediamo.
Ma e' andata cosi' anche negli altri seggi ? E in provincia ? E nel Sud ?
Non e' possibile. Sta veramente succedendo qualcosa.

Noi siamo uno dei tanti che
hanno vissuto questa incredibile giornata, uno che ha cercato di raccogliere le memorie di tanti amici, che mentre scrive gli vengono di nuovo i lacrimoni.
Sempre colpa di queste dannate lenti a contatto, mannaggia.


Siamo qui.

Noi siamo quelli che
vogliono L'Ulivo.http://www.perlulivo.it/2005-primarie/noisiamoquelli.html

Fatti accertati misteri insoluti
di Marco Travaglio

Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza. Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d’appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. Dunque Silvio Berlusconi «non ha commesso il fatto». O, meglio, non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso.
QUESTO VUOL DIRE infatti il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c’è, tant’è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l’ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l’anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant’è che l’allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall’apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull’impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l’imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d’appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l’appello ripartì. Ieri s’è concluso con questa bella sentenza.
Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. «Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca», commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant’è che ieri, alla notizia dell’assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi.
In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice. Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l’altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l’onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l’inizio del ’91. Se Previti, com’è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell’Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, «il fatto non sussiste»: sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all’epoca, almeno), pagava il capo dell’ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all’insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c’è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato. www.unita.it

 


Le contraddizioni della destra italiana...

 


Oggi vi parlo dello stato della destra italiana... In particolare della fatidica riforma elettorale.
Al tempo, quando passò, le destre erano felici come una pasqua. Avevano dato il contentino (o l'estrema unzione...?) a Bossi e avevano creato un'idea di base, di per sè, caruccia cioè il senato federale. Almeno senato e camera non erano proprio identici... Peccato che si erano (volutamente...?) dimenticati una cosuccia da niente... inutile... il "premio di maggioranza" al senato. Dando un premio di maggioranza alle singole regioni (guarda caso quelle che "valevano" di più erano veneto, piemonte e lombardia... IL CASO...) non tennero conto dell'importanza della governabilità di chiunque fosse andato al potere...
Cotesta (orribile) legge passò con il voto favorevole di tutta la destra.

(detto tra noi... quanto sarebbe stato bello vedere loro al governo con la nostra stessa maggioranza? Con la Lega che, secondo me, passavano 2 mesi e li faceva cadere IMMEDIATEMANTE!!)

Venne Aprile e vincemmo noi... situazione di ESTREMO CAOS GOVERNATIVO al senato... Poco dopo le elezioni, Calderoli (l'ideatore di questa Signora legge elettorale) emise una sentenza sulla sua legge: "è una porcata"... ma va? E te ne accorgi ora? Io mi sto ancora chiedendo come uno possa avere la mente per concepire una legge del genere... Poi vedo la tua foto e capisco onestamente TANTE COSE...

Infine pochi giorni fa in numerose piazze italiane si iniziò a raccogliere le firme per il referendum abrogrativo di questa "legge porcata"...
Vi direte "tutti di sinistra quelli che firmano! La massima destra che andrà a firmare sarà Follini!!" ebbene, Fini è stato uno dei primi a firmare per questo referendum.

Peccato che Fini avesse votato a favore della "legge-porcata" e ora, a distanza di NEMMENO UN ANNO, firma per un referendum abrogativo della legge che lui stesso votò. Contraddizione a mio avviso GRAVE. Almeno firma di nascosto e non davanti ad un pool di giornalisti, per favore!!

Secondo me hanno una credibilità sotto-terra... leggi ad personam, leggi per rendere il paese ingovernabile e per mandarlo allo sfascio... poi ci ripensano. Questa è la nostra destra... che tristezza...http://officinademocratica.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1462639


Invasione aliena in Danimarca

di Flavio Serra

L'"invasione degli ultracorpi" è un film cult degli anni '50 che racconta l'invasione di una cittadina americana da parte di esseri spaziali che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Il film, che dette vita ad un filone, venne spesso interpretato come un richiamo subliminale maccartista (messaggio: il tuo vicino potrebbe non essere un tranquillo americano ma un pericoloso infiltrato sinistroide).

Come leggere allora i risultati del "test di danesità" messo a punto dal Ministero per l' Integrazione danese, per mettere alla prova chi richiede la cittadinanza danese e recentemente varato tra mille polemiche (con la sostituzione in corsa di due domande e la modifica di formulazione e risposte di altre 22 domande su un totale di 200)?

Secondo una ricerca fatta dall' istituto Userneeds per il quotidiano Jyllands Posten e pubblicata a puntate  il 7 ed il 13 aprile 2007 risulta infatti che circa il 7% dei danesi messo alla prova non è in grado di superare il test. Invasori alieni in Danimarca? La lettura integrale dei risultati offre anche spunti divertenti, ad esempio quando i "bocciati" sono divisi per partito di riferimento.

I più "danesi" (98% di promossi) risultano gli elettori del partito radicale (il più accanito oppositore delle riforme anti-immigrazione), mentre i nazionalisti xenofobi del Danske Folkeparti, entusiasti in merito all' introduzione del test, si rivelano  in grave difficoltà quando si tratta di superarlo (tra le loro fila i bocciati sono il 12%).

Il fatto è che il test è semplicemente una prova di tipo nozionista, ed accanto a poche domande di spiccato valore nazional-popolare (es. in che anno la nazionale femminile di pallamano ha vinto il campionato mondiale) ne fioccano parecchie di tipo vetero-scolastico (chi ha scritto nel '700 la commedia "Jeppe på Bjerget"), e quindi privilegia le élites istruite a scapito delle classi popolari: il test è superato assai più facilmente dai lettori di Politiken o Information (97% di promossi) che da quelli di BT o Ekstrabladet (13% di bocciati).

Nessun problema nella pratica. Le 200 domande del test e le relative risposte sono disponibili online sul sito del ministero (www.nyidanmark.dk - cercare infødsretsprøve) ed il relativo opuscolo stampato costa 20 corone. Gli interessati potranno tranquillamente impararle a memoria (un po' come per il test sulla patente di guida).  Se l'obiettivo però era quello di un test "formativo" che aiutasse ad orientarsi nel Paese di cui si otterrà la cittadinanza, sarebbe stato più utile porre domande di concreta utilità, come ad esempio le competenze dei diversi uffici pubblici (difficile per gli stranieri immaginarsi che in Danimarca, per attestati di nascita e morte, o per i funerali, ci si deve rivolgere alla Folkekirke, anche se si appartiene ad altre confessioni o non si è credenti).

Resta quindi la domanda su che senso abbia un test di questo tipo, con tutta l'organizzazione burocratica che si trascina dietro: probabilmente nessuno, se non quello di essere un costoso tributo alla sempre più soffocante ideologia nazionalista della destra danese (purtroppo condivisa anche da una parte dei socialdemocratici).

Ben più gravi sono altri "effetti collaterali" di questa ideologia: restrizioni fortissime al rilascio di permessi di soggiorno (es. la necessità di dimostrare di essere più legati alla Danimarca che al proprio Paese d'origine), leggi discriminatorie (la regola "dei 24 anni" che si stima avere costretto circa 5.000 coppie miste a trasferirsi da Copenhagen a Malmoe), limitazioni alle riunificazioni famigliari ed al diritto di asilo. Ma anche discriminazioni di fatto nell' accesso al lavoro.

Ed in Italia?

Apparentemente da noi le cose sono più facili... anche i bisnipoti di emigranti possono ottenere la nazionalità italiana, in aggiunta a quella del loro Paese di elezione, per il solo diritto di discendenza. Nessun test su chi ha scritto "La locandiera", nessun test linguistico... ma si presume una buona conoscenza della legislazione pensionistica (ai residenti in Brasile basta una settimana di contributi - anche figurativi - per accedere alle pensioni italiane e relative integrazioni al minimo).

Le cose cambiano quando invece che ai "diritti di sangue" si guarda a chi in Italia ci vive, ci lavora pagandovi le tasse, e magari ci è pure nato. La proposta del governo Prodi di abbassare a cinque anni il periodo di residenza per poter richiedere la cittadinanza sta affrontando l'iter parlamentare con mille cautele e tra gli strepiti della destra, ma almeno è un passo avanti nella giusta direzione.http://scandinaria.blog.com/1689581/


DURO COLPO ALLA DELINQUENZA INTERNAZIONALE

Il Vermont appartiene agli "stati canaglia"?

Oppure lì si stanno accorgendo di chi siano le vere canaglie?

Geopardy

 

IL SENATO DEL VERMONT CHIEDE L’ IMPEACHMENT DI BUSH E CHENEY

 

Il Senato dello stato americano del Vermont, con 16 voti a favore e 9 contro, ha approvato una risoluzione in cui si chiede l'impeachment nei confronti del presidente degli Stati Uniti George Bus e del suo vice Dick Cheney.

Come riportato dal documento in questione, le azioni intraprese dalle due piu' alte personalita' di stato sia sulla scena nazionale che quella internazionale, Iraq incluso, "suscitano serie apprensioni da un punto di vista costituzionale, legislativo e per cio' che riguarda l'abuso della fiducia in loro riposta da parte dell'opinione pubblica americana".

Si tratta della prima volta che il Senato di uno degli stati americani fa ricorso ad una risoluzione tanto aspra che, sebbene al momento abbia un carattere prettamente simbolico, e' sicuramente in grado di ottenere una notevole risonanza sulla scena politica interna. Va detto a questo proposito che gia' in precedenza i senatori del Vermont erano stati tra quelli che avevano approvato le risoluzioni che chiedevano il ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq.

Da parte loro i senatori del Vermont sono alquanto orgogliosi di quanto intrapreso. "Molti altri senati di stati americani avevano approvato in precedenza le risoluzioni che prevedevano il ritiro delle nostre truppe dall'Iraq, sebbene prima di noi nessuno aveva chiesto l'impeachment nei confronti del presidente e del suo vice", ha dichiarato il portavoce del Senato del Vermont Gay Saymilton.

Vale la pena notare che non si tratta della prima volta che lo stato del Vermont esprime tutta la sua antipatia nei confronti dell'attuale padrone della Casa Bianca. Nel corso del mese di marzo infatti, le amministrazioni di ben 40 cittadine dello stato americano avevano approvato analoghe risoluzioni di impeachment, sebbene anch'esse dal valore simbolico.

A livello di stati, progetti di impeachment nei confronti di Bush e Cheney sono attualmente in fase di elaborazione sia nel Wisconsin che nello stato di Washington.http://www.iran.splinder.com/


La lunga strada verso il Cremlino

Durante il suo discorso sullo stato della nazione di fronte alla Duma del 25 aprile, Vladimir Putin ha cercato di mettere l’accento sugli affari militari e la politica sociale e infrastrutturale degli anni a venire. Comunque, ha di nuovo aggirato il tema di maggiore interesse per i cremlinologisti: la sua preferenza per il futuro presidente del paese. Secondo l’attuale costituzione russa il presidente non può servire per più di due mandati e le prossime elezioni  sono previsti per marzo 2008.

Attualmente, due sono i principali candidati. Uno dei due è Dmitrij Medvedev. E’ nato nel 1965 e ricopre l’incarico tipicamente russo di primo vice primo ministro. In precedenza è stato capo dell’amministrazione del Cremlino. Ha ottime relazioni con Putin e come lui viene da San Pietroburgo, dove era  suo consigliere quando Putin serviva come vice-sindaco. Il suo grande vantaggio è di occuparsi nella funzione attuale ‘dei progetti di priorità nazionale’, come quelli riguardante la salute pubblica e l’edilizia sociale. Questi progetti si godono di grande popolarità e permettono a Medvedev di aumentare la sua conoscenza a livello nazionale. Al tempo stesso, però, Medvedev sembra avere anche un grande svantaggio: è troppo liberale per molti esponenti di Russia Unita, il partito di Putin. La biografia di Medvedev non mostra nessun legame con il KGB o il suo successore, il FSB. Secondo Olga Kryschtanowskaja, esperta di élites politiche russe, il 78 per cento dei deputati della Duma e dei parlamenti regionali sono dei siloviki, cioè in qualche modo legati ai servizi segreti sia oggi che nel passato. L’estraneità all’ambiente  mette Medvedev in una posizione un po’ isolata di fronte alla classe politica russa. Per di più, esprime a volte delle posizioni che non sono gradite all’inclinazione autoritaria e centralistica dell’attuale governo. Ad esempio, al Foro Economico Mondiale a Davos, Medvedev si è dichiarato un forte sostenitore dell’economia del mercato.

L’altro possibile candidato per le presidenziali è Sergej Ivanov, nato nel 1953 a San Pietroburgo come Putin. Da febbraio è primo vice primo ministro al fianco di Medvedev. Da marzo 2001 a febbraio 2007, è stato ministro della Difesa. Mentre Medvedev si occupa di questioni di rilievo sociale, Ivanov si occupa soprattutto della diversificazione dell’economia e dello sviluppo di nuove tecnologie, problematiche  meno conosciute tra l’elettorato. Ma a causa della sua lunga carriera nel governo, Ivanov ha già raggiunto un alto tasso di popolarità tra i russi. Il suo grande vantaggio su Medvedev è l’appartenenza all’ala siloviki della classe politica russa. Ivanov ha lavorato per venti anni come collaboratore del KGB e del FSB. Viene considerato come un nazionalista e ‘realista’ pragmatico, fortemente critico degli Stati Uniti ma consapevole della necessità di cooperazione con l’Occidente e parla inoltre un ottimo inglese.

Sul tavolo, comunque, c’è sempre un’altra possibilità da non escludere. Malgrado Putin abbia più volte affermato che non intende candidarsi per una terza volta, in molti non ne sono convinti. Alla fine di marzo, il presidente del Consiglio della Federazione e stretto alleato di Putin, Sergej Mironov, ha invocato un cambiamento della costituzione per rendere possibile un terzo mandato. Anche il leader del partito comunista, Gennadi Sjuganov, ha detto che il prossimo presidente con molta probabilità sarà quello di oggi. Sjuganov, che nel 1996 andò molto vicino alla presidenza, ritiene che la costituzione possa essere cambiata facilmente visto che Russia Unita ha 307 voti (su un totale di 450) nel parlamento e quindi dispone di una maggioranza di due terzi. Non c’è dubbio che se Putin si ricandidasse, otterrebbe un altro mandato. In occasione delle ultime elezioni presidenziali nel 2004, ha vinto con il 71 per cento dei voti e alcuni sondaggi lo danno adesso perfino all’80 per cento. Secondo un altro sondaggio, pubblicato dalla Neue Zuericher Zeitung, il 66 per cento dei russi è favorevole a una riforma della costituzione per garantire a Putin un terzo mandato. Perfino lo stesso Putin si è recentemente espresso in modo ambiguo. In un’intervista al canale televisivo arabo Al-Jazeera ha detto che molte persone in Russia e all’estero gli consigliano di candidarsi nuovamente ma che finora il popolo russo non si è espresso in questa direzione.

Per Putin la questione di un terzo mandato è alquanto spinosa perché ha sempre dichiarato che avrebbe rispettato la costituzione e anche nel discorso di fronte alla Duma di ieri ha ribadito che l’anno prossimo ci sarà un altro presidente. Ciononostante, nel marzo 2008 avrà solo 55 anni e sembra improbabile che si ritirerà dal mondo politico. Un'ulteriore ipotesi è che non prenderà certo la via della pensione ma "ripiegherà" su un'altra presidenza, quella di Gazprom, che potrebbe fondarsi con il Rosneft per diventare l’azienda più grande del mondo. Il settimanale tedesco Focus, invece, ha recentemente insinuato che ci potrebbe essere un ribaltamento costituzionale che indebolirebbe il ruolo del presidente così che Putin potrebbe di nuovo diventare primo ministro, come nel 1999, è gestire il paese con ampi poteri.http://www.loccidentale.it/node/1609


IL CINESE ENTRA ALL’UNIVERSITÀ
 

Il ‘Central University College’ (Cuc), importante università del Ghana, introdurrà corsi di lingua cinese a partire dal prossimo anno accademico per “rendere gli studenti più preparati alle regole del mercato mondiale”: lo ha detto il suo presidente, V.P.Y. Gadzekpo, aggiungendo che saranno proposti anche nuovi corsi di scienza e tecnologia e persino una serie di lezioni in “gestione delle frodi”. Soffermandosi sull’insegnamento del mandarino, il capo della Cuc ha garantito la presenza nell’ateneo di un lettore madrelingua e di vari testi per l’apprendimento, che gli sono stati promessi dall’ambasciatore cinese. Il Ghana, in cui si parla inglese come lingua ufficiale oltre a vari idiomi africani (akan, moshi-dagomba, ewe e ga), ha firmato nei giorni scorsi vari accordi con la Cina durante la visita del presidente della Conferenza consultiva politica del popolo cinese, Jia Qinglin, che comprendono la costruzione della diga idro-elettrica di Bui, un prestito di 30 milioni di dollari per interventi comunitari e la cancellazione di 24 milioni di dollari di debito.http://www.misna.org/


«Semi in mano alla Monsanto, è il ritorno al feudalesimo»

intervista a João Pedro Stédile

João Pedro Stédile è uno dei fondatori dei Sem terra e membro della direzione nazionale del movimento. Figlio di piccoli agricoltori, si è laureato in economia alla Puc di Porto Alegre e specializzato alla Unam di Città del Messico. Stédile è nato a Lagoa Vermelha [Rio Grande do Sul] il 26 dicembre 1953. È stato membro della Commissione regionale di produttori di uva, dei sindacati di lavoratori rurali del Rio Grande do Sul. Dal 1979 partecipa alla lotta per la riforma agraria.
Alla fine del 2004, dialogando con il settimanale Correio da cidadania e con il bollettino delle pastorali sociali della chiesa brasiliana in due diverse interviste, che sintetizziamo in queste pagine, ha fatto il punto della situazione dei rapporti tra il governo di Lula e i movimenti sociali.
«Il governo Lula non è riuscito a onorare l’impegno assunto con i movimenti sociali nel novembre del 2003, quando prevedeva l’insediamento di 430 mila famiglie in tre anni e dava la priorità all’insediamento delle 200 mila famiglie accampate – spiega Stédile - Questi obiettivi non sono stati realizzati. L’Incra [l’Istituto nazionale per la riforna agraria, ndr.] continua ad agire come un pompiere. Mancano risorse per colpa della politica economica. Mancano funzionari per portare a termine le necessarie pratiche. Manca una direzione del piano nazionale di riforma agraria che, rispetto alla sua strategia generale, è stato abbandonato. Ciò che c’è stato di buono è stato l’avvio dell’assicurazione agricola e l’ampliamento delle risorse del Pronaf [il programma nazionale di rafforzamento dell’agricoltura familiare, ndr.] anche se non raggiungono ancora la maggioranza degli insediati, almeno c’è stato un miglioramento per piccoli agricoltori».


Le misure provvisorie adottate per liberalizzare la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti transgenici e la legge di biosicurezza che ancora è alla Camera paiono mostrare che i brasiliani dovranno convivere con gli ogm. Che ne pensa?

Le azioni del governo federale in relazione alla liberalizzazione dei semi transgenici, sono state una vergogna. Il governo è diventato ostaggio degli interessi delle multinazionali come la Monsanto e la Sygenta e degli interessi del governatore Rigoto [Pmdb-Rs], che ha esercitato continue pressioni, e dei latifondisti, che hanno sognato di guadagnare denaro con facilità con i semi transgenici e dopo due anni, già stanno sopportandone le consequenze. Prima di tutto perché la soia transgenica non è più produttiva di quella convenzionale. Inoltre, la Monsanto riscuote dagli agricoltori il 5 per cento del prezzo della soia. È il ritorno del feudalesimo. Una transnazionale riscuote senza fare niente. Senza vendere un grammo di semi, senza piantare nulla.
Dietro la questione dei semi transgenici, ancor più della precauzione che dobbiamo avere in relazione all’ambiente e alla salute, c’è il problema del controllo delle transnazionali sulla nostra agricoltura, poiché i brevetti permettono la proprietà privata dei semi, della vita. In gioco c'è la sovranità dell’agricoltura brasiliana, il diritto degli agricoltori a coltivare i propri semi. E il governo ha fatto la figura del merlo delle multinazionali.

La situazione dei brasiliani non è migliorata nel corso dello scorso anno. Di chi è la colpa?

Il Brasile vive una grave crisi, una crisi storica. Il paese, la società e il governo non hanno un progetto di sviluppo. Non hanno un progetto nazionale. Non sto parlando di un progetto socialista. Sto parlando del fatto che la società brasiliana manca di un piano di volo. L’aereo sta volando ma non sa in che direzione andare. E questo è grave. Gli adulatori di professione sostengono semplicemente che l’inflazione è sotto controllo, che l’economia è tornata a crescere… Questo non significa niente per il nostro popolo. Dove stiamo andando? Questa è la domanda chiave. E cosa faremo perché ogni brasiliano abbia lavoro, terra, casa ed educazione?
In questa mancanza di progetto, c’è continuità con la politica economica neoliberista, cantata in prosa e versi, elogiata dal presidente e da molti ministri come se fosse la soluzione. L’attuale politica economica non fa che aggravare i problemi. E in futuro, quando analizzeremo le statistiche del passato, ci renderemo conto che questo è stato il periodo recente della nostra storia con la maggiore concentrazione di reddito.

La Conferenza dei vescovi brasiliani ha proposto un progetto di cambiamento basato su tre pilastri: analisi della realtà, organizzazione e conflitti. Come può avvenire tutto ciò?

È una sfida enorme, storica. Secondo quanto abbiamo discusso nell’ambito dei movimenti sociali, della consulta popolare e di Via Campesina, la costruzione di un progetto popolare sarà realizzata sulla base di tre pilastri complementari. Il primo è costituito da una analisi della realtà brasiliana, dal conoscere a fondo i suoi problemi, le loro cause, per sapere quali sono le soluzioni reali. Questo è un esercizio di riflessione, di studio, di ricerca; l’impegno a imparare dai pensatori brasiliani che hanno studiato tanto la nostra società. Il secondo pilastro è l’organizzazione del popolo, perché lotti per i cambiamenti, per migliorare le proprie condizioni di vita. È il rilancio dei movimenti di massa. Il terzo pilastro è costruire una corrente di «lottatori del popolo», di agenti di pastorale, che comunichino le stesse idee, perché la loro azione sia indirizzata a tessere questo stesso progetto. In questo senso, la Conferenza dei vescovi ha un ruolo fondamentale. Ma ci sono anche molte difficoltà. Viviamo in un periodo storico di riflusso del movimento di massa.
Col neoliberismo si è imposta un’egemonia totale del capitale e dei suoi valori che rappresentano una specie di pensiero unico. Tutti quelli che non sono d’accordo vengono ridicolizzati dai mezzi di comunicazione e a volte anche criminalizzati. Inoltre, i movimenti sociali, in particolare nelle città, vivono una crisi ideologica e organizzativa. Nessuno fa più lavoro di base, nessuno fa più formazione di militanti, quindi tutto questo rende difficile portare avanti campagne più politicizzate che sono in relazione alla costruzione del progetto politico, come quella per la riforma agraria, la lotta contro l’Alca e contro il debito estero.

Esiste unità di vedute tra i movimenti sociali intorno alle grandi lotte?

Lentamente stiamo cominciando a fare dei passi nella costruzione del progetto. In ambito rurale, i movimenti sociali sono più avanzati, e Conferenza Terra e Acqua ha consolidato una unità molto grande tra tutti i movimenti. Raccogliere 10 mila militanti di tutti gli stati e di tutti i movimenti è una conquista enorme e inimmaginabile solo fino a due o tre anni fa.
C’è anche più unità, nel comprendere che l’attuale politica economica è la continuazione del neoliberismo e che quindi dobbiamo lottare per un nuovo progetto nazionale di sviluppo. Non possiamo cadere nella posizione ingenua di aspettare tutto dal governo. E nemmeno cadere nella posizione settaria di dare tutta la colpa al governo. La nostra forza sta invece nella capacità che avremo di organizzare il popolo. Ossia, dobbiamo organizzare, organizzare, organizzare e lottare per i cambiamenti. Nei movimenti sociali della città le sfide sono molto più numerose e difficili per la sconfitta storica che ha sofferto il movimento operaio, per la mancanza di prospettive di fronte a tanta disoccupazione e per la necessità di scoprire un qualche tipo di movimento sociale che riesca ad organizzare i giovani, poveri delle periferie.

Quale deve essere il rapporto tra i movimenti sociali e il governo nella costruzione di un nuovo progetto di paese?

I movimenti sociali devono essere autonomi dai partiti politici, dal governo, dallo stato e dalle chiese. La forza dei movimenti è la loro capacità di organizzazione e poter camminare con le proprie gambe e, soprattutto con la propria testa. Noi del Movimento Sem terra e di Via Campesina, abbiamo imparato dalla nascita, attraverso le esperienze dei movimenti contadini del passato e con l’esperienza storica della classe lavoratrice, che è necessaria autonomia.
Autonomia, però, non è sinonimo di isolamento. Autonomia per crescere, svilupparsi e poter costruire alleanze sociali, sulla base di un progetto e non in maniera verticistica, o per obbligo. E mantenendo l’autonomia in relazione al governo Lula, avremo la possibilità di criticarlo quando sbaglia e appoggiarlo in quello che farà a favore del popolo. I partiti politici hanno l’obbligo di comportarsi come alleati o oppositori, i movimenti sociali no. Essendo autonomi dal governo, abbiamo relazioni di negoziato e pressione.http://www.carta.org/rivista/settimanale/2005/04/04Stedile.htm


Poteri speciali per Alan García

 

Anche Alan García, conservatore fino al midollo nonostante la sua appartenenza all’Apra, ha ricevuto poteri speciali dal Congresso. García potrà governare per decreto nei prossimi sessanta giorni, dopo aver chiesto ed ottenuto dal parlamento la libertà di usare la mano dura. Il presidente peruviano agirà su temi riguardanti, naturalmente, la sicurezza del paese, quindi dal narcotraffico al crimine organizzato. Secondo le intenzioni di García, le leggi che promulgherà vorranno proteggere il cittadino, dando così una svolta ad un codice penale che finora si è dimostrato specialmente lassivo con chi delinque.
Sarà interessante vedere nei prossimi giorni se questa promessa verrà mantenuta, già che esistono altre ragioni precise e più occulte sulla scelta del governo per decreto.
Innanzi tutto c’è la paura della bolivizzazione del Perù, che già durante le elezioni era arrivato ad un passo dalla vittoria di un leader indigeno e nazionalista, Ollanta Humala. García non vuole ripetere quell’esperienza e per farlo ha bisogno di debilitare la base dell’organizzazione indigenista. Non è un segreto che i primi ad essere colpiti dalle leggi per decreto saranno i gruppi di cocaleros che da quasi due settimane sono in sciopero. Secondo García i contadini produttori di coca sono solo complici del narcotraffico e su loro si abbatterà la repressione del governo. Il vero timore, naturalmente, è quello che i movimenti cocaleri possano organizzarsi sul modello di quanto accaduto in Bolivia, dove sono riusciti a portare Evo Morales sino alla presidenza della Repubblica.
C’è poi l’ombra del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Un Perù in disordine e con i movimenti sociali in fermento spaventa il presidente perchè allontana gli osservatori e gli investimenti. Gli Usa per continuare le trattative hanno bisogno di un clima che attiri capitale: García lo sa bene e sta facendo apposta di tutto per ottenere questo benedetto trattato.
Per il gossip, su youtube, Alan García, non proprio un esempio di fedeltà, rivela –presente la moglie- la nascita di un altro figlio fuori del matrimonio:
http://www.youtube.com/watch?v=QyYz47HMe8E
http://luiro.blogspot.com/

Diario delle Presidenziali Francesi: 28 aprile 2007

 


28 Aprile

E alla fine il dibattito ha avuto luogo (video integrale); non il tradizionale dibattito tra i due candidati del secondo turno ma il dibattito, osteggiato da Nicolas Sarkozy, tra Segolene Royal e Francois Bayrou. E' stato un dibattito che ha permesso di registrare convergenze tra la candidata socialista e il 'terzo uomo' in materia di riforme, sicurezza e concentrazione del potere mediatico lasciando trapelare perà le prevedibili differenze in campo economico.

E' stato un dibattito che molti osservatori definiscono benefico per Segolene Royal, che si dice sia disponibile ad affidare alcuni ministeri al partito di Bayrou, anche se in conclusione il candidato UDF si è ancora lasciato tutte le porte aperte dichiarando in chiusura di non avere preso ancora una decisione per il secondo turno, mentre la Royal ribadiva il suo desiderio di fare un tratto di strada insieme.

Nicolas Sarkozy è passato al contrattacco dopo il passo falso di ieri, giornata durante la quale gli ostacoli alla prima idea di incontro tra Royal e Bayrou apparivano come farina del suo sacco. Politica spettacolo è l'accusa nei confronti dell'incontro di questa mattina, mentre, in perfetto stile berlusconiano, ieri sera Sarkozy ha parlato di processo stalinista alle intenzioni, di metodi fascisti e ha denunciato i piccoli complotti che si stanno ordendo contro di lui.

E', intanto, arrivato a Segolene Royal il messaggio registrato di Romano Prodi che ha colto la palla al balzo e ha auspicato un rinnovamento della vita politica francese sul modello della fusione italiana tra i Democratici di Sinistra e la Margherita. Appoggio quindi alle nuove alleanze di centrosinistra ed autopromozione del neonato (forse) Partito Democratico.

A domani.http://vistidalontano.blogosfere.it/2007/04/diario-delle-presidenziali-francesi-28-aprile-2007.html


Usa, Proposta indecente
Per scongiurare altre tragedie, la lobby delle armi vorrebbe una società sempre più armata

Pistola esplosaLa logica è ferrea, automatica come un'arma. Un omicida si introduce in casa di qualcuno e comincia a sparare, uccidendo chi trova davanti a se'. Se le vittime fossero state a loro volta armate - si argomenta - la tragedia si sarebbe potuta evitare. Perciò, l'unica soluzione a un'arma nelle mani sbagliate è un'arma nelle mani giuste. O nelle mani di tutti. Il sillogismo, che anima il dibattito della lobby delle armi statunitense, la National Rifle Association (Nra), non è che il risultato di un'interpetazione del tutto personale del Secondo emendamento della Costituzione Usa, secondo la quale una vera politica di sicurezza consiste nel proteggere ciascuna onesta famiglia americana dai pericoli di questo mondo impazzito dotandola di un'arma.

Violenza nel mirinoMatti da legare. Armare un'intera nazione è "una proposta da manicomio", commentava ieri l'editorialista del 'New York Times' Bob Herbert. "Il primo passo per superare una dipendenza - scrive Herbert - è riconoscerla. Gli americani dipendono dalla violenza delle armi. Facciamo pubbliche dichiarazioni di rammarico ad ogni massacro di massa, ma non esprimiamo mai una reale volontà di togliere le armi dalla circolazione, o di registrarle, o di addestrare e registrare a loro volta chi le compra". Dagli omicidi di Martin Luther King e di Kennedy, nel 1968, oltre un milione di americani sono morti a causa delle armi. Più di quanti americani sono morti in tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti. Un recente rapporto pubblicato dal Children Defense Fund rivela che, dal 1979, sono morti 100 mila bambini a causa delle armi. Otto minori muoiono ogni giorno. Per ogni bambino morto a causa di armi da fuoco, ce ne sono cinque che rimangono feriti. Secondo la rivista della American Medical Association, i costi per ognuno di loro sono di 45 mila dollari, escluse le cure riabilitative. In un anno, i costi a carico della sanità arrivano fino a 2,3 miliardi di dollari. Solo gli incidenti stradali e il cancro uccidono di più. Uno studio pubblicato alcuni anni fa dalla Harvard School of Public Health ha posto a paragone i tassi di mortalità per arma da fuoco, nei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, nei cinque Stati con il più alto tasso di possesso di armi rispetto ai cinque Stati con il tasso minore. I bambini degli Stati dove si comprano più armi hanno una probabilità di rimanere feriti 16 volte maggiore rispetto agli altri. La probabilità di rimanere uccisi è sette volte maggiore. Quella di suicidarsi tre volte maggiore.

Familiarità con le armiQuali le soluzioni? Secondo il Children Defense Fund, il Congresso Usa dovrebbe adottare misure di sicurezza che comprendono una legge tesa a colmare le lacune legislative tra gli Stati e il governo federale. Prima fra tutte, la possibilità di controllare se coloro che comprano armi da venditori non autorizzati hanno un passato criminale o una storia di malattie psichiatriche. Poi, andrebbe ripristinata la legislazione del '94, che impone il bando alle armi automatiche. I genitori dovrebbero rimuovere le armi da casa, organizzare gruppi di 'risoluzione non-violenta dei conflitti' nelle comunità, rifiutarsi di acquistare videogames e altri prodotti che esaltano la violenza o la rendono socialmente accettabile. Una nota positiva proviene dai sindaci di alcune città statunitensi. Dall'inizio dell'anno, 100 persone sono morte a Philadelphia, 80 a Baltimora. I primi cittadini di queste ed altre metropoli, tra cui Washington e New York, si stanno mobilitando per combattere la vendita illegale di armi. La campagna dei 'sindaci disarmati' ha visto, lo scorso anno, 15 città aderire all'appello. Oggi sono più di 200, provenienti da 46 Stati diversi. E' un primo, timido passo per contrapporre azioni concrete alla potente lobby armiera degli Stati Uniti.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7855


USA : fratello di soldato ucciso , amministrazione Bush ha mentito
di Rico Guillermo*

Il governo Bush ha detto bugie agli Americani inventando una storia di eroismo per coprire uno scandalo di guerra, a scapito della memoria di un soldato ucciso.

Lo ha detto in una esplosiva testimonianza davanti al competente Comitato del congresso, Kevin Tillman, il fratello di Pat Tillman, l'ex giocatore della NFL ucciso in un'azione in Afghanistan nel 2004. Egli ha accusato l'amministrazione Bush di aver alterato i fatti della morte del suo fratello per distrarre l'attenzione pubblica dagli abusi sui prigionieri di Abu Ghraib.

Secondo Tillman, le autorita' non solo avrebbero costruito una storia con un'azione di combattimento - accompagnata da una medaglia d'argento - ma avrebbero anche alterato la storia delle cure mediche, dicendo che era stato trasferito ad un ospedale del campo dove veniva curato per 90 minuti dopo l'avvenimento, quando la parte posteriore della sua testa era distrutta. "Queste sono bugie intenzionali e calcolate" e "un atto intenzionale di frode" ha detto Tillman.

L'esercito degli Stati Uniti avrebbe cioe' fabbricato una storia di eroismo sull'azione del fratello pur sapendo che egli e' invece stato ucciso da fuoco amico. Kevin Tillman ha definito la versione ufficiale della morte di suo fratello un "romanzo… progettato per ingannare prima la famiglia e il popolo americano".

Tillman ha denunciato che nel caso di suo fratello sono state distrutte le prove fondamentali e l'analisi "non e' stata fatta secondo le regole", mentre la testimonianza del testimone oculare "e' svanita come fumo". Il soldato Bryan O'Neal, che ha servito sotto Tillman, ha testimoniato infatti di aver saputo immediatamente che Tillman era stato ucciso da fuoco amico, ma di essere stato ammonito dal suo caposquadra a non dire ai medici come erano andate le cose.

Il motivo per la manipolazione, ha detto Kevin Tillman, e' che "hanno spostato il fuoco dall'abuso grottesco di Abu Ghraib ad un grande americano morto da eroe". Ricordando il fratello, egli ha detto che invece "voleva lasciare un'eredita' positiva". Tillman si era offerto volontario dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 e la sua morte e' stata riportata in evidenza dai giornali di tutto il mondo.

La commissione e' stata scioccata dalle testimonianze. Il repubblicano Tom Davis ha posto significativamente una domanda retorica: "se la prima vittima della guerra e' la verita', che cosa accade quando la ferita e' autoinflitta?".

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 28 2007

I “genitali in erezione” di Monsieur Sarkozy

 

In questi giorni ci troviamo, per dir così, in fase sperimentale. In Francia stiamo avendo un piccolo assaggio di quello che potrebbe accadere se Nicolas Sarkozy fosse eletto Presidente della Repubblica. E la mente, per certi versi, corre al “nostro” B. Sì, proprio a lui, all’ex PresdelCons.
Ha suscitato notevole scandalo, infatti, la notizia trapelata oggi, secondo la quale il candidato della destra avrebbe esercitato pressioni sui media perché non ospitassero l’atteso dibattito televisivo tra François Bayrou e Ségolène Royal.
Tutto è cominciato al termine della conferenza stampa di martedì scorso, nel corso della quale il leader centrista ha lasciato liberi i propri elettori di scegliere al secondo turno il candidato preferito, senza dare nessun tipo d’indicazione. Immediatamente Ségolène Royal ha chiesto d’incontrarlo pubblicamente: l’occasione era il meeting che si sarebbe dovuto svolgere oggi a Parigi, al Sindacato della stampa regionale, alle 11 (Nicolas Sarkozy era stato invitato alle 9). La candidata socialista ha offerto a Bayrou di usufruire di metà del tempo che le era stato assegnato. Il segretario dell’UDF ha accettato, purché il dibattito fosse filmato e trasmesso dalla televisione. Ma a quel punto il Sindacato della stampa regionale si è tirato indietro: “Non ci sarà nessun dibattito Bayrou-Royal. È invitata solo la signora Royal”. “Sembra che ci siano state pressioni, sono stupita”, ha dichiarato allora la candidata socialista. Possibile? Così il responsabile di un quotidiano regionale, rimasto anonimo: “I collaboratori di Nicolas Sarkozy hanno fatto notare che quest’ultimo non sarebbe stato trattato mediaticamente in maniera equa e che questo avrebbe compromesso la sua partecipazione” al meeting di oggi.
A quel punto è stata la rete televisiva Canal+ ad offrire i propri spazi per ospitare un dibattito televisivo tra Royal e Bayrou. Data prevista: sabato alle 11. Problema: la normativa francese prevede che ogni candidato goda, nella stessa settimana, dello stesso tempo di presenza in video. A Sarkozy dovrebbe allora essere assegnato su Canal+ un tempo aggiuntivo pari a quello che utilizzerà Royal nel suo incontro con Bayrou. Ma se Sarkozy non accetterà di presentarsi in televisione entro domenica, l’emittente televisiva sarà sanzionata dal Conseil Supérieur de l’Audiovisuel (CSA), l’organismo di controllo del settore radiotelevisivo francese. A Canal+ non se la sono sentita di rischiare e il dibattito è stato cancellato. Nel frattempo, però, sono circolate voci insistenti sulle telefonate che sarebbero intercorse tra Sarkozy e il presidente del CSA, Michel Boyon, ex responsabile di gabinetto dell’ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin – anche lui dell’UMP, lo stesso partito del candidato della destra.
La reazione furiosa di Bayrou non si è fatta attendere. “Attraverso una serie di canali, che sono vicini ai grandi potentati economici e mediatici che gravitano intorno a Nicolas Sarkozy, si interviene direttamente presso le redazioni e le reti, in modo che l’informazione venga bloccata” – ha dichiarato il leader UDF questa mattina, dai microfoni della radio RTL – “Stiamo facendo un grande passo indietro che rimette in discussione il diritto elementare dei francesi a essere informati. E pensare” – ha aggiunto – “che Nicolas Sarkozy non è stato ancora eletto. Cosa succederebbe se lo fosse?”. “Credo che tutte le pressioni che ci sono state, in particolare su un sistema mediatico-finanziario al quale Nicolas Sarkozy è strettamente legato” – ha dichiarato Royal per parte sua – “non hanno nessuna ragione di esistere in un paese democratico”.
Alla fine, comunque, a meno che non si verifichino grandi sorpese, il dibattito si farà. L’emittente radiofonica RMC, il cui segnale sarà rilanciato dalla catena televisiva BFM, trasmetterà in diretta l’incontro Bayrou-Royal che si terrà oggi in un hôtel parigino, dalle 11 alle 12,30, ed è pronta, evidentemente, ad offrire lo stesso spazio anche al candidato della destra.
Intanto, di fronte all’offensiva mediatica lanciata da Nicolas Sarkozy, cresce l’inquietudine anche presso la stampa gay. Nei giorni scorsi il quindicinale gratuito Illico, una rivista glbt fondata nel 1988 e orientata a sinistra, si è vista recapitare una lettera a dir poco sorprendente. Viene da una sottodivisione del ministero dell’Interno, lo stesso alla cui guida è rimasto, fino al 26 marzo, proprio Nicolas Sarkozy. La missiva accusa la rivista di presentare “dei testi e delle fotografie di natura pornografica suscettibili di turbare i minori che potrebbero entrarne in possesso. In effetti” – prosegue l’estensore, Marc-André Ganibenq – “certi articoli, in particolare quelli relativi all’attualità cinematografica specializzata, sono illustrati da riproduzioni di manifesti di film, tra i quali alcuni presentano genitali maschili in erezione. Inoltre, questa rivista riporta in gran numero delle pubblicità, anch’esse illustrate, per siti internet o server telefonici per incontri di natura esplicitamente sessuale”. Il tutto suggellato dalla minaccia di chiusura della rivista, secondo una legge del 1949.
Ma la redazione di Illico smentisce seccamente il ministero dell’Interno: nelle immagini che accompagnano gli articoli sui film le parti genitali sono rigorosamente censurate, così come le pubblicità di film o di chat per incontri, che sono fra l’altro le stesse per tutti gli organi della stampa gay francese. Chissà perché, allora, questi ultimi non hanno mai ricevuto simili rimostranze, peraltro non circostanziate (la lettera del ministero dell’Interno non indica mai con precisione, infatti, gli articoli incriminati o le pagine scabrose).
“Nell’avvio di questa procedura c’è qualcosa di estremamente inquietante. Illico” – scrive il direttore della rivista, Jack Fougeray – “è un mezzo d’informazione gay essenzialmente centrato sull’attualità politica e sociale della comunità glbt. Ed è anche un media militante che non ha mai avuto peli sulla lingua, in particolare quando afferma la propria opposizione all’ex ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy. Ma ciò che ci porta a constatare una coincidenza tra questi elementi,” – aggiunge ironico – “è senza dubbio la nostra ben nota paranoia verso quest’uomo politico, i suoi metodi e la sua influenza sull’amministrazione dello Stato”.
“Sembrano tornati i tempi nei quali pubblicare il più innocente foglio omosessuale significava avere guai con la polizia, se non con la giustizia. È questa la società futura,” – si chiede ancora Fougeray – “la società della quale i francesi discutono in questi giorni? Rabbrividiamo”. E noi con lui, sapendo tra l’altro che “poche pubblicazioni colpite dalla procedura che oggi investe Illico ce l’hanno fatta. La quasi totalità della stampa toccata da questi provvedimenti è stata vietata in via definitiva”.
Per fortuna non mancano i messaggi di solidarietà alla redazione della rivista, che ha ancora due settimane di tempo per presentare le sue controdeduzioni. Uno su tutti, quello del segretario e candidato della Ligue Communiste Révolutionnaire, Olivier Besancenot: “Che si tratti di censura politica o di moralismo, questo tipo d’intimidazione è inaccettabile! La Francia che ci prepara Sarko è decisamente invivibile. Davanti a questi provvedimenti polizieschi e omofobi, la LCR assicura ai giornalisti di Illico il suo totale sostegno”.http://querelles.blogspot.com/2007/04/i-genitali-in-erezione-di-monsieur.html

Legge elettorale: Parisi, se qualcosa si muove é grazie al referendum

Il fatto che Rutelli definisca l'attuale legge elettorale "un vero schifo", e che riconosca al referendum il merito di voler eliminare questo "schifo" è già una solida base che ci accomuna. Quanto alle proposta costruens da lui auspicata le mie idee sono abbondantmente note da tempo.

Per chi le avesse dimenticate posso solo rinviare alla scheda numero 1 del programma dell'Ulivo del 1996, a cominciare dal suo titolo che auspica "un patto da scrivere insieme" al Polo a noi allora ed oggi contrapposto. In attesa di questo nuovo patto e per sollecitare questo nuovo patto è tuttavia bene che quanti considerano l'attuale legge come "uno schifo", mentre lavorano in Parlamento per un suo superamento mettano a verbale la loro domanda, la loro indignazione e la loro impazienza firmando la richiesta di referendum.

Se qualcosa si va muovendo è infatti solo grazie a questa pressione. Se qualcosa arriverà in porto è infatti solo perchè sottoscrivendo la richiesta di referendum mettiamo a noi stessi una scadenza. Meglio se il Parlamento approverà la nuova legge prima del referendum guidato dalla domanda dei cittadini. Altrimenti la approverà dopo sotto la guida della risposta che siamo costretti a chiedere col referendum ai cittadini.

Elio Catania

Sono pochi, sempre gli stessi. Viaggiano in business class. Collezionano posti nei consigli di amministrazione di banche, aziende e fondazioni. Se li scambiano come figurine. Un tempo li chiamavano boiardi. Ora vengono definiti top manager. Si spacciano per tecnocrati. In realtà sono professionisti delle relazioni di potere. Pura espressione di un capitalismo neo-feudale. Nulla li ferma, né una condanna penale nè un disastro di bilancio. Arrivano a guadagnare duecento volte lo stipendio base del dipendenti dell’azienda che amministrano. Se ne vanno con liquidazioni da sceicchi. Ma poi restano nel giro.
Uno di questi è Elio Catania. Come previsto, ieri Letizia Moratti l’ha nominato presidente dell’Atm (stipendio base di un tramviere: 950 euro al mese), con il mandato di privatizzare. Viene premiata la sua “pluriennale esperienza gestionale e manageriale - si legge nelle motivazioni della sua candidatura -, maturata quale amministratore di importanti società pubbliche e private”. Guiderà un cda minuziosamente lottizzato fra i partiti del centrodestra.
61enne, catanese, già presidente e amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, poi cooptato nel cda di Banca Intesa, Elio Catania ha lasciato i treni con le cimici tra i sedili e debiti per diversi miliardi di euro, portandosi a casa una liquidazione tra i sette e gli otto milioni. L’uomo più adatto per amministrare i trasporti pubblici milanesi? Ricorderemo in pubblico i suoi successi di “top manager”. Così, giusto per non lasciare indisturbato il manovratore. http://www.pieroricca.org/


Feccia lombarda
  venerdì 27 aprile 2007  - 18:30:00, in Italia,
E' saltato per motivi di razzismo il concerto per il centenario della squadra di calcio dell'Atalanta di Bergamo, previsto per il prossimo 5 maggio. Il concerto era già completamente organizzato, con un numero impressionante di cantanti di buon livello: Lucio Dalla, Gianna Nannini, Luca Carboni, Ron, I Pooh, Gli Stadio, Mango, Zero Assoluto, Gianluca Grignani, Nada, Fabrizio Moro, Velvet, Paolo Meneguzzi, Francesco Facchinetti, Amalia Grè, Momo.

Uno di loro però, Gigi d'Alessio, aveva un difetto: è un "terrone" e a festeggiare l'Atalanta non ce lo vogliamo. Gli ultras della squadra lombarda infatti, incredibile ma vero, hanno opposto il veto sulla presenza del cantante campano. Dal veto si è passati alle minacce: se verrà d'Alessio, il concerto sarà rovinato dalla nostra contestazione. A quel punto l'organizzatore del concerto stesso, tale Lorenzo Suraci, padrone della radio bergamasca RTL, rilasciava alla Gazzetta dello Sport una dichiarazione che a chi scrive fa accaponare la pelle: «chiamerò D'Alessio e gli dirò di restare a casa. D' Alessio è un amico e un grande professionista, mi fa un favore personale, una grossa cortesia, ma non voglio rischiare (sic!), se persistono le perplessità non se ne fa nulla».

Per fortuna non se n'è fatto nulla, ma non come sperava il connivente Surace. Di fronte a cotanta idiozia leghista c'è stato un colpo d'ali da parte degli artisti. Tutti gli altri cantanti coinvolti, Lucio Dalla, Gianna Nannini, Luca Carboni, Ron, I Pooh, Gli Stadio, Mango, Zero Assoluto, Gianluca Grignani, Nada, Fabrizio Moro, Velvet, Paolo Meneguzzi, Francesco Facchinetti, Amalia Grè, Momo, non ci hanno pensato due volte e hanno rinunciato a concerto e cachet per solidarietà con d'Alessio, facendo annullare la manifestazione per... indegnità del pubblico e dell'organizzazione.

Niente festa dunque per i bergamaschi civili e figuraccia colossale per la città che dovrebbe cogliere l'occasione per interrogarsi sui motivi dell'essere una delle capitali della xenofobia e isolare la propria feccia razzista. A D'Alessio sono giunte le scuse del sindaco di Bergamo, Roberto Bruni, del presidente dell'Atalanta Ivan Ruggeri e dell'ex allenatore del Napoli, Ottavio Bianchi ma purtroppo, a leggere (con un po' di stomaco) il sito degli ultras bergamaschi, sembra probabile che l'occasione andrà sprecata.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1085

Bufalopoli (Quelli che le intercettazioni...) -


di Marco Travaglio - da l'Unità

Ricordate i minimizzatori di Calciopoli, quelli che «non è successo niente», «non ci sono prove», «solo chiacchiere al telefono»? Ora si scopre una dozzina di arbitri telecomandati via cavo da Moggi, che forniva schede estere criptate per parlare in libertà. Ma sul “Foglio”, che sosteneva la normalità del sistema Moggi e dava la colpa a Rossi e Borrelli, si parla d'altro.

Anche Ostellino, che sul “Corriere” definiva il processo alla Juventus «un mostro giuridico», un «processo staliniano», è piuttosto distratto.

Ricordate i pompieri di Vallettopoli, quelli che «non c'è reato», «le inchieste di Potenza sono bolle di sapone», «Woodcock cerca solo le prime pagine», «il problema sono le intercettazioni»? Bene. Ora si legge che Fabrizio Corona sta collaborando con la giustizia, facendo i nomi di decine di vip che hanno pagato per non veder pubblicate le loro foto compromettenti. E non solo i giudici di Potenza, ma anche quelli di Roma, Torino e Milano emettono mandati di cattura.

Ma chi un mese fa delirava a reti ed edicole unificate, da Vespa a Mentana ai tre quarti dei commentatori della carta stampata, ora si volta dall'altra parte. Nessuno chiede scusa, nessuno fa pubblica ammenda delle fesserie dette e scritte. Ma, se fosse soltanto un problema di giornali e tv, passi. Verba volant.

Il fatto è che, sulla base di quegli slogan bugiardi, si son presentati disegni di legge, varate riforme, consacrate verità parlamentari. Il ddl Mastella , oltre a imbavagliare la stampa su tutti gli atti d'indagine, anche quelli non segreti, limita i centri d'ascolto delle Procure (da 163 a 26) e minaccia i magistrati che «intercettano troppo» di risponderne di tasca propria davanti alla Corte dei Conti. L'han votato tutti i partiti, dall'estrema destra all'estrema sinistra. Sapevano quel che votavano? È lecito dubitarne.

In vista del voto del Senato, farebbero bene a leggersi il “Corriere” di domenica, che riporta i dati del ministero della Giustizia sulle intercettazioni nelle 165 Procure italiane. La spesa totale è 250 milioni all'anno, 4 euro e 30 centesimi per ciascun cittadino: visto che gran parte degli ascolti serve a individuare narcotrafficanti, mafiosi e assassini, ogni persona di buonsenso è ben felice di devolvere il costo di quattro caffè all'anno per vivere più sicura.

Cos'è questa storia delle «troppe intercettazioni», in un paese con tre regioni e mezza in mano alla criminalità organizzata? Si dirà: ma «certe procure» intercettano troppo. Per esempio quella di Potenza, come autorevolmente dice a ogni inaugurazione dell'anno giudiziario il procuratore generale Vincenzo Tufano. Ecco, dai dati del ministero emerge che sono balle: la Procura di Potenza è solo trentesima in classifica.

Preceduta da quelle di Busto Arsizio, Latina, Nuoro, Trento, Monza, Varese, città non proprio infestate dalla 'ndrangheta (sempre più presente, invece, in Basilicata). Nelle prime dieci comunque ci sono Palermo, Reggio Calabria, Napoli, Catania e Caltanissetta: le capitali della mafia, della camorra e della 'ndrangheta, a riprova del fatto che i bersagli primari sono le mafie, non il povero principe di Savoia, i poveri politici e i poveri ricattatori di vip. E allora di che abbiamo parlato per tutti questi mesi, quando il pm Woodcock e il gip Iannuzzi venivano additati come i primatisti mondiali dell'intercettazione facile?

Ultima bufala. L'11 luglio 2006 il ministro dell'Interno Amato, parlando delle inchieste di Woodcock, denuncia in Parlamento un fatto gravissimo: «Sono esterrefatto, mi dicono che esistono contratti tra giornalisti e chi fornisce notizie e collegamenti fra Procure e giornalisti, per cui, al momento in cui un atto viene comunicato agli indagati, viene fornita ai giornalisti la password per entrare». Ora, dagli atti dell'inchiesta del pm De Magistris, emerge che tutti i magistrati lucani ascoltati in merito alla “password” han risposto con una grassa risata.

Anche perché non c'è password che consenta l'accesso ai computer della Procura. Pare che quella leggenda metropolitana sul conto di Woodcock sia stata raccontata da Tufano al prefetto di Potenza, che la segnalò al ministro Amato, che senz'alcun controllo la rilanciò in Parlamento. A nove mesi di distanza, Amato potrebbe forse scusarsi, ed eventualmente consigliare al collega Mastella di occuparsi di questo Tufano. Visto che gli ispettori ministeriali sono sempre a Potenza per occuparsi di Woodcock, potrebbero dare un'occhiata, già che ci sono, al procuratore generale. Pare che sia un tipo interessante.

da l'Unità

L'occasione perduta dell'11 settembre
di Obama Barack, la Repubblica -La reputazione dell´America ha molto sofferto nel mondo. La guerra in Iraq ci è costata in termini di vite umane e di finanze, d´influenza e di rispetto. Alcuni ipotizzano persino che l´era dell´America sia tramontata. Però viaggiando di recente ho scoperto molte cose: in un vecchio edificio in Ucraina ho visto provette piene di antrace e del virus della peste abbandonate e prive di alcun controllo: pericoli che, mi ripetevano, potevano essere sventati soltanto con l´aiuto dell´America.In Medio Oriente ho incontrato israeliani e palestinesi per i quali la pace resta una speranza lontana senza la leadership americana. In un campo lungo la frontiera tra Ciad e Darfur ho visto profughi supplicare l´intervento americano. Perciò rifiuto di credere che l´era americana sia passata.

Dopo l´11 settembre, milioni di persone si sono schierate al nostro fianco. Oggi sappiamo come questa Amministrazione abbia sprecato una simile opportunità. Nel 2002 mi sono dichiarato contro la guerra in Iraq, non soltanto perché ci dirottava dalla guerra ai terroristi, ma anche perché si fondava su un malinteso riguardo alle vere minacce dell´11 settembre. Gli errori degli ultimi sei anni hanno reso difficile il compito attuale. L´opinione pubblica mondiale si è rivoltata contro di noi. Dopo tante vite perdute e miliardi spesi, molti americani sarebbero tentati dall´isolazionismo. Ma abbandonare la leadership è un errore che l´America non deve commettere. L´America non può trovare la soluzione alle minacce di questo secolo da sola, né il mondo può farlo senza l´America. Tutto ciò esige uno spirito nuovo. E un´inversione di rotta articolata in cinque punti, per far sapere al mondo che l´America è tuttora simbolo di libertà e di giustizia.

Punto primo: porre responsabilmente fine alla guerra in Iraq, concentrandosi sulle sfide cruciali della regione. Non può esservi una soluzione militare al conflitto politico tra sunniti e sciiti. Si deve operare affinché le fazioni raggiungano una soluzione politica - e sia deciso un ritiro graduale delle forze americane entro il 31 marzo 2008. Vi sono dei rischi insiti in questo approccio, e per evitare che nella regione scoppi il caos, un numero limitato di truppe dovrà restare in Iraq a combattere al Qaeda e altri terroristi. Se non cambia il nostro approccio in Iraq, sarà difficile concentrare i nostri sforzi sulle sfide regionali: il conflitto in Medio Oriente, dove Hamas e Hezbollah si sentono incoraggiate e le prospettive di Israele di raggiungere una pace sicura paiono incerte; o in Iran, imbaldanzito e rafforzato dalla guerra in Iraq; o in Afghanistan, dove occorrono più soldati per combattere Al Qaeda, stanare Osama bin Laden, evitare che il Paese precipiti nell´instabilità.
Il secondo modo per recuperare la leadership americana è costruire il primo vero esercito Usa del XXI secolo e mostrare quanto saggiamente possiamo dispiegarlo. Dobbiamo continuare ad avere l´esercito più forte e meglio attrezzato al mondo, allo scopo di sconfiggere e sventare le minacce convenzionali. E se mantenere la nostra supremazia tecnologica resterà determinante per la sicurezza nazionale, il nostro migliore patrimonio militare sono gli uomini e le donne che indossano l´uniforme degli Usa. Il primo ministro della Difesa (Rumsfeld, ndr) s´era detto fiero di aver ereditato la più grande forza combattente nella storia di questa nazione.

Sei anni dopo, egli ha passato al suo successore una forza logorata fino al punto di rottura, sotto organico, e che stenta a riparare e sostituire il proprio equipaggiamento. La guerra in Afghanistan e la malconsigliata invasione dell´Iraq hanno dimostrato cosa succede quando si sottovaluta il numero dei soldati necessari a combattere due guerre e difendere la nostra patria. Perciò alle forze sul campo bisognerà aggiungere 65 mila soldati all´Esercito e 27 mila marines. Il terzo modo col quale l´America deve recuperare la leadership è guidando uno sforzo globale contro la proliferazione delle armi di distruzioni di massa. In oltre quaranta Paesi, negli impianti nucleari civili, restano 50 tonnellate circa di uranio altamente arricchito, scarsamente controllato e facilmente accessibile. Nell´ex Unione Sovietica ci sono ancora 15-16 mila armi nucleari e riserve di uranio e di plutonio in grado di servire alla costruzione di altre 40 mila testate atomiche. Più volte s´è visto il contrabbando di materiali nucleari rivenduti sul mercato nero. Se verrò eletto presidente, guiderò uno sforzo globale mirato a mettere in sicurezza entro quattro anni tutte le armi e i materiali nucleari presenti nei siti vulnerabili: il modo più efficace per evitare che i terroristi entrino in possesso di una bomba atomica.

Ma si deve far fronte, insieme, a un´altra minaccia: quella, senza precedenti del mutamento climatico globale. Dagli studi risulta che per ogni grado in più di temperatura, i raccolti di riso - la coltura più importante e significativa al mondo - scendono del 10%. Entro il 2050 le carestie potrebbero far emigrare oltre 250 milioni di persone nel mondo. Poiché è il più grande produttore al mondo di gas serra, l´America ha la maggiore responsabilità nell´indicare la via da seguire: nel fissare una soglia e un sistema commerciale che riduca drasticamente le nostre emissioni di anidride carbonica. Infine dobbiamo affrancarci dalla dipendenza dal petrolio straniero aumentando i nostri standard energetici e utilizzando la potenza energetica dei biocombustibili. Non si tratta di semplici priorità ambientalistiche: esse sono di cruciale importanza per la nostra sicurezza. L´America deve passare all´azione per poter esigere con maggiore plausibilità lo stesso sforzo dagli altri Paesi. Dovremmo contribuire a garantire una crescita nei Paesi in via di sviluppo - alimentata da energia a bassa produzione di anidride carbonica - il mercato dei quali potrebbe crescere fino a 500 miliardi di dollari entro il 2050 e alimentare la prossima ondata di imprenditorialità americana.

Il quinto modo col quale l´America tornerà alla guida della comunità internazionale consiste nell´investire nella nostra comune umanità, garantendo che coloro che vivono nella paura e nel bisogno oggi potranno vivere con dignità e opportunità domani. Un recente rapporto contiene in modo dettagliato i progressi compiuti da Al Qaeda nel reclutare una nuova generazione di leader. Questi provengono da una più ampia fascia di Paesi rispetto alla vecchia leadership, dall´Afghanistan alla Cecenia, dalla Gran Bretagna alla Germania, dall´Algeria al Pakistan. La maggior parte di loro ha poco più di trent´anni e opera liberamente nelle comunità più insoddisfatte e divise del nostro mondo interconnesso: gli Stati affetti da miseria, deboli e afflitti dal malgoverno sono diventati oggi il più fertile terreno di coltura per le minacce transnazionali come il terrorismo, le malattie pandemiche e il contrabbando di armi letali. Negli ultimi sei anni abbiamo sentito parlare spesso della missione americana in senso più ampio, quella di promuovere la libertà nel mondo. Sono d´accordo. Ma questa aspirazione non si soddisfa destituendo un dittatore e installando al suo posto un´urna elettorale. L´autentico desiderio del genere umano non è soltanto quello di vivere liberamente, ma di avere una vita dignitosa, sicurezza e giustizia. Da presidente raddoppierò gli investimenti necessari ad affrontare queste sfide, portandoli a 50 miliardi di dollari entro il 2012.

L´America è il Paese che ha contribuito a liberare un continente (l´Europa) dall´avanzata di un folle. Noi siamo il Paese che ha detto alla coraggiosa popolazione di una città divisa in due che anche noi siamo berlinesi. Adesso è ora che la nostra generazione si accinga a raccontare un´altra grande storia americana.

(Questo è il testo del discorso che Barack Obama ha tenuto al Chicago Council on Global Affairs. Traduzione di Anna Bissanti)

Ségolène: il mio sogno, tre donne al potere nel mondo
Intervista di Stefano Montefiori, da "Il Corriere della Sera"


PARIGI — Signora Royal, il primo ministro spagnolo Zapatero è salito sul palco accanto a lei a Tolosa, mentre il presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi, ha esitato ad accettare il suo invito per il comizio di Lione venerdì, e le invierà solo un messaggio video. Pensa che il centrosinistra italiano le stia offrendo un sostegno sufficiente?
«Romano Prodi mi ha inviato effettivamente un lungo messaggio per il meeting di Lione per esprimermi il suo sostegno. Ci siamo incontrati a Roma e, come sa, condividiamo la stessa visione dell'Europa, e di come debba risollevarsi. Sono molto toccata da questo sostegno».

Crede che l'Italia possa essere fonte di ispirazione per lei? Si parlava di una coalizione dei socialisti con il centrista François Bayrou, e il modello del nuovo Partito democratico italiano è stato citato spesso.
«La coalizione pone anche molti problemi, non è sempre facile da gestire, con tante diversità. In Francia abbiamo un sistema elettorale più stabile rispetto all'Italia, anche se vorrei inserire una quota di proporzionale. Se ne discuterà in Parlamento. Sono pronta a fare questa riforma istituzionale, è importante per ridare respiro all'Europa».

Berlusconi invece dichiara il suo sostegno a Sarkozy.
«Questo chiarifica anche la posta in gioco per i francesi, perché Berlusconi, che appoggia Sarkozy, era favorevole all'invio delle truppe in Iraq, una presa di posizione non condivisa da Prodi. Sono divergenze interessanti da sottolineare».

Se sarà eletta presidente, con quali proposte andrà al Consiglio europeo di giugno? Perché la sua elezione all'Eliseo, rispetto a quella di Sarkozy, dovrebbe facilitare la costruzione dell'Europa?
«Perché sono un'europeista convinta».

Più di Sarkozy?
«Sì, perché io non sono per un'Europa allineata con gli Stati Uniti. Non andrò mai a scusarmi, come ha fatto Sarkozy, con il presidente Bush per la posizione della Francia, per il rifiuto di inviare truppe in Iraq. L'Europa non ha nessun interesse ad allinearsi sulla posizione degli Stati Uniti, al contrario, l'Europa e la Francia vogliono garantire un mondo multipolare. L'opinione pubblica europea ha fiducia in me, come si vede dagli ultimi sondaggi».

Per ridare slancio all'Europa Sarkozy propone un trattato leggero, lei invece è convinta della necessità di un nuovo referendum. Non teme un secondo no dei francesi?
«Io rispetto il popolo francese, si è già espresso una volta e non è pensabile sistemare le cose di nascosto, alle sue spalle, facendo passare un mini- trattato. Questo non corrisponde nemmeno al modo di vedere di Angela Merkel, l'attuale presidente dell'Ue. Ne ho parlato con lei e so che i leader europei sono preoccupati per il modo in cui il popolo francese potrebbe nuovamente pronunciarsi, ma questo è il ruolo, la sfida, la passione della politica. Il referendum potrebbe tenersi nel 2009, lo stesso giorno delle elezioni europee. Questo significa che non bisogna perdere tempo. Sembra lontano il 2009, ma non è così».

Prima di un ipotetico referendum europeo ci saranno le elezioni presidenziali americane, l'anno prossimo. Tra i democratici corrono Barack Obama e Hillary Clinton. Se sarà eletta presidente, pensa che lavorerà meglio con Obama o con la Clinton?
«Sono entrambi formidabili».

Il fatto che Hillary sia una donna per lei non ha alcuna importanza?
«Certo che se attorno al tavolo del G8 ci fossero sedute tre donne, sarebbe straordinario e credo che si potrebbero esaminare gli affari del mondo con uno sguardo diverso. Angela Merkel, Hillary Clinton, ed io... Ma naturalmente non voglio interferire nelle scelte degli americani».

Il governo italiano ha negoziato con i terroristi in Afghanistan. Se sarà eletta presidente, intende trattare con i talebani per la liberazione degli ostaggi francesi?
«Sono stati emessi degli ultimatum, i talebani sfruttano le presidenziali francesi e io chiedo che queste cose non vengano utilizzate in campagna elettorale. Chiedo che nemmeno Sarkozy lo faccia. È a rischio la vita di due persone, e rispondere darebbe credito ai talebani, che fanno molta attenzione a quello che noi diciamo e facciamo».

Di fronte al genocidio in Darfur c'è chi, come Bernard-Henri Lévy, propone di boicottare l'Olimpiade di Pechino per costringere la Cina ad abbandonare la difesa del Sudan in sede Onu. Che pensa del boicottaggio dei Giochi?
«Bisogna arrivare a minacciare i Giochi olimpici. Non escludo un boicottaggio delle Olimpiadi del 2008, perché occorre utilizzare tutti i mezzi a disposizione. Non è perché ci sono giacimenti di petrolio in Sudan che si può lasciare compiere questo genocidio abominevole. La comunità internazionale è restata troppo a lungo indifferente, oggi occorre realmente agire. Cominciando dalla creazione di corridoi umanitari».

Branimir Glavaš di nuovo in carcere

Da Osijek, scrive Drago Hedl
Branimir Glavas nel centro di Osijek prima dell'arresto
Dopo che lo scorso anno era riuscito a farsi rilasciare in seguito allo sciopero della fame, l’ex generale dell’esercito croato si trova di nuovo in carcere con una nuova accusa di crimini di guerra. Il processo dovrebbe inziare il prossimo autunno
Branimir Glavas, generale dell'Esercito croato in pensione e deputato al parlamento, contro il quale è stata sollevata l’accusa per crimini di guerra, si trova di nuovo in carcere. Glavas nel mese di ottobre dell'anno scorso per un breve periodo era stato messo in carcere mentre era in corso contro di lui l'indagine per un altro crimine di guerra, per il quale, come atteso, l'accusa sarà sollevata entro la fine di aprile. Ma, facendo lo sciopero della fame mentre era all'ospedale del carcere di Zagabria, Glavas era riuscito a mettersi in un cattivo stato di salute, sicché il giudice istruttore di Zagabria aveva preso la decisione di interrompere l'indagine, e Glavas era stato rilasciato. Si trattava di un precedente giudiziario mai visto, che i media avevano definito come “crollo dello stato di diritto”.

L'accusa che adesso è stata sollevata contro Glavas e contro altri sei suoi ex compagni di armi è talmente seria che ha escluso qualsiasi possibilità che lui rimanesse ancora in libertà. Prima di tutto perché gli altri sei accusati per lo stesso crimine penale si trovano in carcere già da sei mesi. Si tratta dell’omicidio di almeno dieci civili che furono tutti uccisi in modo identico. Venivano portati via dalle loro case, venivano interrogati e torturati in una casa di Osijek, e poi, venivano legati con il nastro adesivo e portati sulla riva del fiume Drava, dove venivano uccisi con una pallottola alla nuca.

L'indagine che è stata fatta, e l'accusa che Glavas e altre sei persone affronteranno in tribunale, ha stabilito che Glavas fu il maggior responsabile di questi omicidi. La sua segretaria, Gordana Getos-Magdic, anche lei tra i sospettati di questo caso, aggrava pesantemente la posizione di Glavas con delle affermazioni, secondo le quali era lui quello che ordinava chi doveva essere arrestato e ucciso. Lei riceveva l'ordine verbalmente o per iscritto su un bigliettino, dopo di che lei comunicava l'ordine ai membri dell'unità speciale che eseguivano questi ordini. Tutto era pensato accuratamente: alcuni membri dell'unità arrestavano i civili, li consegnavano ad altri che li torturavano ed interrogavano, e questi poi li consegnavano a terzi che si occupavano dell'esecuzione. Tutto era molto cospirativo; gli uni erano ignari di cosa facessero gli altri.

In questo modo furono uccise almeno 10 persone: una non è mai stata trovata, e due persone uccise in questo modo non sono state identificate. Nonostante Gordana Getos-Magdic, la segretaria di guerra di Glavas, abbia descritto la tecnologia dei crimini in modo dettagliato, e l’abbia ripetuta di nuovo davanti al giudice istruttore, è stata sottoposta a minacce e a pressioni da parte della famiglia, e in seguito lei stessa aveva dichiarato che la deposizione con la quale aggrava la posizione di Glavas l'aveva rilasciata sotto pressione della polizia. Questo sarà comunque difficile da provare, perché lei ha rilasciato tutte le deposizioni in presenza del suo avvocato, e avrebbe potuto denunciare le eventuali pressioni della polizia durante la sua deposizione davanti al giudice istruttore. Ma non lo ha mai fatto.

Glavas e suoi avvocati continuano a sostenere che l'accusa sul suo conto e l'arresto che gli è stato ordinato, sono soltanto il proseguimento di un processo politico montato che si sta facendo contro di lui. Glavas in più occasioni ha affermato che si tratta della vendetta del premier Ivo Sanader e del presidente del Parlamento, Vladimir Seks, che in questo modo si vogliono vendicare, perché aveva sconfitto il loro partito, l’Unione democratica croata (HDZ), alle scorse elezioni locali in una parte della Slavonia. Glavas prima apparteneva all’HDZ e ne fu uno dei fondatori, ma verso la metà del 2005, a causa dello scontro con la direzione, fu espulso. Allora fondò un partito regionale, composto per lo più dai dissidenti del HDZ. Questo partito al di fuori di alcune parti della regione della Slavonia non ha alcuna influenza.

Nel giorno in cui è stato reso noto che il tribunale di Osijek aveva accolto la richiesta della procura affinché anche Glavas venisse messo in prigione, dove già si trovano gli altri accusati per lo stesso crimine, il generale in pensione ha inscenato un vero e proprio spettacolo. Per ore, dal suo balcone in centro città davanti ai giornalisti che aspettavano il suo arresto, ha parlato della persecuzione politica, accusando il capo della polizia locale Vladimir Faber di aver fabbricato le prove contro di lui, e il premier e il presidente del parlamento di essere gli artefici del processo montato. Allora ha indossato la divisa da generale e ha passeggiato per il centro della città accompagnato da un pugno di accoliti. Ma i cittadini sono rimasti indifferenti davanti a tutto questo, sicché Glavas è ritornato nel suo appartamento e con indosso l’uniforme da generale, piena di decorazioni, ha atteso che la polizia venisse a prenderlo.

Non volendo fare un ulteriore spettacolo, i poliziotti l'hanno lasciato andare a piedi fino alla prigione che si trova a circa 300 metri da casa sua, circondato dal gruppetto di simpatizzanti. Davanti al carcere, sempre con indosso l’uniforme da generale, ha tenuto un altro discorso, affermando che con il suo arresto si infanga tutta la Guerra patriottica e che vengono umiliati tutti quelli che vi hanno partecipato.

Ad ogni modo, Glavas è in attesa di un'altra accusa, quella per l'omicidio di almeno due civili che sono stati uccisi nei garage accanto al suo ufficio di guerra. Anche là venivano portati i civili, venivano interrogati, torturati e poi uccisi. Quanto crudele fossero quegli interrogatori lo testimonia anche il fatto che uno degli arrestati all’epoca, il civile serbo Cedomir Vuckovic, fu costretto a bere l’acido solforico delle batterie, che gli causò la morte. In questo caso c'è anche un insider, il testimone Krunoslav Fehir, luna persona che faceva parte del cerchio più ristretto di Glavas e che accusa Glavas di essere stato colui che ordinava tutto.

La procura, si crede, unirà le due accuse in una, e il processo sarà poi trasferito a Zagabria, perché l'indagine ha avuto inizio in quella città. Ci si aspetta che il processo possa iniziare in autunno, e Glavas potrebbe essere condannato ad una pena fino a 20 anni di reclusione. Se si dovesse dimostrare che è colpevole, la pena minore che gli può essere inflitta è di 12 anni di carcere. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7066/1/51/

India, banda larga gratis entro il 2009

Portare internet a banda larga a oltre un miliardo di persone. Gratis. Entro il 2009. Il progetto messo a punto dal Ministero delle telecomunicazioni dell'India è ambizioso. E prevede che nel giro di due anni ogni abitazione del Paese sia in grado di accedere alla grande rete a una velocità di 2 megabit al secondo. A fornire il servizio ci penseranno Bharat Sanchar Nigam (BSNL) e Mahanagar Telephone Nigam (MTNL), service provider statali.

L'idea guida, a quanto pare, è la stessa che sta dietro a simili iniziative su scala municipale: creare, attraverso connessioni diffuse, un ambiente più ricettivo per nuove opportunità di business. I finanziamenti per il progetto dovrebbero arrivare dall'Universal Service Obligation Fund (USOF), un fondo che raccoglie il 5 per cento dei proventi incassati ogni anno dagli operatori tlc che agiscono sul suolo indiano.

Il piano, come spiega un commento di Economic Times, potrebbe avere come conseguenza quella di "uccidere il business delle telecomuniazioni come lo conosciamo". Il progetto prevede infatti la stesura di una rete in fibra ottica lungo tutto il Paese, ma anche l'aumento della competizione sul fronte delle chiamate internazionali dove pochi operatori si spartiscono il mercato con prezzi dalle due alle cinque volte superiori rispetto agli standard internazionali (il modello sono Singapore e Taiwan dove i carrier raggiungono, rispettivamente, il numero di 30 e 60).

Altre misure prevedono l'apertura del mercato della vendita della rete e la promozione di servizi di hosting made in India per evitare che il traffico originato all'interno della nazione sia indirizzato all'estero e poi portato nuovamente in patria con conseguente utilizzo non necessario di banda internazionale. Il tutto inserito all'interno di un piano di progressiva liberalizzazione già avviato con alcune decisioni dell'autority per le tlc locale che ha reso più economico l'accesso ai cavi sottomarini per le aziende indipendenti e alle stazioni che connettono questi al network terrestre.http://www.visionblog.it/index.asp?Op=ShowNews&ShowID=873


Tutti contro Obama nel primo dibattito dei democratici

Tutti insieme sul palco di una storica universita’ del Sud, epicentro per decenni delle battaglie per i diritti dei neri. I democratici che sognano la Casa Bianca si confrontano per la prima volta in un dibattito pubblico che conferma la novita’ piu’ importante della fase iniziale della campagna presidenziale americana: per i candidati l’ ‘uomo forte’, quello da battere e ridimensionare e contro cui coalizzarsi, in questo momento non e’ tanto Hillary Clinton quanto Barack Obama, l’unico afroamericano del gruppo. […]  

Il senatore dell’Illinois e’ da mesi in crescita continua e raccoglie sempre piu’ consensi. L’ultimo sondaggio Wall Street Journal/Nbc, diffuso alla vigilia del dibattito dei democratici, vede ridotto il vantaggio di Hillary nei suoi confronti ad aprile al 36-31% (era 40-28% a marzo). Le fila dei finanziatori di Obama si ingrossano ogni giorno.

Tra i piu’ recenti a farsi avanti con il portafogli aperto, sono stati il manager Paul Tudor Jones, un guru finanziario del ricchissimo e influente mondo degli ‘hedge funds’, e John Canning, vice presidente del board della Federal Reserve Bank di Chicago, la cui presenza al fianco di Obama e’ sorprendente: finora era uno dei celebri ‘Pioneers’, come i repubblicani chiamano i maggiori raccoglitori di fondi per George W.Bush. Strizza l’occhio a Obama, dalle colonne del New York Times, anche l’editorialista conservatore David Brooks, che esce sedotto da un’intervista al senatore per aver scoperto la passione comune per l’opera del teologo Reinhold Niebuhr.

La situazione e’ da allarme per la Clinton, come evidenza il settimanale Time dando la parola a Terry McAuliffe, il presidente della campagna elettorale della senatrice: ‘’Chiunque io chiami al telefono - confessa McAuliffe - e’ gia’ stato chiamato tre o quattro volte da Obama. Lavora come un forsennato e ha probabilmente fatto 3-4 volte piu’ eventi di noi'’.

La preoccupazione di Hillary e’ condivisa dallo staff di John Edwards e dagli strateghi degli altri candidati minori e ha fatto si’ che Obama salisse sul palco della South Carolina State University a Orangeburg nelle scomode vesti di colui che deve difendersi da una coalizione di avversari. Il dibattito - in programma nel corso della notte tra giovedi’ e venerdi’ italiana - ha visto per la prima volta gli otto aspiranti presidenti del partito democratico insieme per rispondere alle domande dell’ anchorman della Nbc Brian Williams.

Nelle ore precedenti il confronto, Obama ha fatto pretattica, cercando di ridimensionare le aspettative. La formula decisa dagli organizzatori del confronto, per esempio, prevedeva un limite di 60 secondi per ogni risposta e il senatore dell’ Illinois ha ironizzato: ‘’A me servono 60 secondi solo per schiarire la voce'’. Una strategia consueta nel mondo politico americano, contro la quale gli avversari hanno giocato le loro carte. Uno degli altri candidati, per esempio, ha fatto circolare in forma anonima articoli che ricordavano come Obama sia stato il direttore della rivista di legge a Harvard e fosse celebre per le doti oratorie (un articolo sosteneva che Abraham Lincoln avrebbe perso una battaglia dialettica con lui). Un tentativo di aumentare le attese per Obama, in modo da poter poi ingigantire ogni eventuale errore o passo falso dialettico.

La Clinton, rivela Time, sta ora silenziosamente cambiando l’ impostazione della propria strategia. Hillary avrebbe dovuto solcare i mari elettorali come una imbattibile portaerei, ‘’ma e’ stata colta di sorpresa - scrive il settimanale - da un sommergibile di nome Obama, che ha viaggiato silenzioso e in profondita’, fino ad emergere in modo spettacolare'’. Che il senatore nero si stia rivelando capace di imprese dal sapore storico, lo ha dimostrato del resto la stessa scena del dibattito. In un teatro dedicato a Martin Luther King, per la prima volta un candidato nero non si e’ presentato alla platea nazionale come presenza di folklore o di contestazione - come era avvenuto con personaggi come Al Sharpton o Jesse Jackson - ma con i numeri per poter ambire alla nomination. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/04/27/tutti-contro-obama-nel-primo-dibattito-dei-democratici/#more-291


SI AGGRAVA BILANCIO PER COLERA, TIMORI PER STAGIONE PIOGGE



Si sono ulteriormente aggravate le conseguenze dell’epidemia di colera e di dissenteria acuta in corso da mesi nel centro-sud della Somalia: dal 1° gennaio ad oggi, almeno 17.000 persone sarebbero state contagiate, mentre i decessi sono ormai 600; lo si apprende dall’ultimo rapporto dell’Ufficio per il coordinamento degli Affari Umanitari Onu (Ocha) per la Somalia, di cui la MISNA ha avuto copia. Secondo il documento, il maggior numero di casi resta concentrato a Mogadiscio e nella regione del Basso Shabelle (Lower Shabelle), dove nelle ultime settimane si contano decine di migliaia di profughi in fuga a causa delle persistenti violenze nella capitale tra soldati governativi appoggiati dall’esercito etiopico e miliziani anti-governativi legate a clan locali. Stando al rapporto dell’Ocha, con l’imminente inizio della stagione delle piogge – che dovrebbe durare fino a giugno – “il numero di casi è previsto in aumento”. La totale mancanza di sicurezza e i continui combattimenti hanno impedito finora qualsiasi intervento per contenere l’epidemia o garantire assistenza, in un paese dove dal 1991 non esiste alcun sistema sanitario nazionale. Dall’Onu arriva anche un primo allarme sul rischio di esondazioni nella regione di Johwar, nel Medio Shabelle (Middle Shabelle), dove il livello delle acque è salito di tre metri in cinque giorni a causa delle forti piogge. Secondo l’Ocha, nella zona ci sono almeno 16.000 sfollati scappati in questi giorni da Mogadiscio: qualsiasi eventuale alluvione – si legge nel documento – “peggiorerebbe la loro già disperata situazione”. Preoccupazione è stata espressa anche per l’aumento del fiume Juba nei distretti sud-occidentali di Luuq e Baardhere. http://www.misna.org/


RISPONDE AI 'MISSILI', GELO A OSLO

In risposta al progetto statunitense di scudo missilistico in Europa, la Russia minaccia di sospendere la propria adesione al Cfa, prospettando una rischiosa corsa al riarmo. La 'bomba' lanciata ieri da Putin mentre a Oslo era in corso il vertice Nato.

Lucia Sgueglia

Venerdi' 27 Aprile 2007
La conferma arriva in tarda serata al vertice Nato di Oslo per bocca del ministro degli esteri russo Lavrov, e gela tutti i presenti. La Russia intende applicare una 'moratoria' al trattato sulle Armi convenzionali in Europa. Quello che nel 1990 vide Urss e Nato stringersi la mano segnando la fine simbolica della guerra fredda. Dopo una giornata di duello infuocato a distanza tra Washington e Mosca, si chiude nel peggiore dei modi la prima giornata del vertice tra i ministri degli esteri dell'Alleanza. La proposta di congelamento del Trattato, lanciata
nel pomeriggio da Vladimir Putin a Mosca, lascia gli Alleati "preoccupati, delusi e rammaricati".
La sessione di ieri tra i membri Nato aveva visto un crescendo di tensione prima ancora di cominciare. Sul piatto, i timori di Mosca sul progetto statunitense di scudo antimissilistico in Europa dell'Est, che per il Cremlino potrebbe compromettere la strategia nucleare nazionale. “Un'idea ridicola” per il segretario di stato Usa Condoleeza Rice, che in mattinata nel minivertice Usa-Norvegia boccia senza mezzi termini “l'idea che 10 intercettori e qualche radar nell'Europa dell'Est possano minacciare il deterrente strategico sovietico”. Concludendo: “cerchiamo di essere seri”. Parole che alzano subito la tensione, e
un lapsus (“sovietico” anziché russo) che parla da sé: il ritorno a toni da guerra fredda tra le due potenze ex nemiche è sulle penne di tutti i commmentatori.
Poco dopo, davanti alla Duma riunita e in diretta tv, Putin affronta il suo ultimo discorso alla nazione prima delle elezioni presidenziali 2008. Dopo aver ribadito di non volersi ricandidare e ricordato che “ormai la Russia è tra le prime 10 potenze economiche al mondo”, lancia la bomba: sospendere l'adesione al Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE) “finché non venga rispettato e ratificato da tutti i paesi Nato”, notando che è l'Occidente a non rispettare le clausole
sulla corsa agli armamenti, e in particolare gli Usa. Una replica diretta all'ingerenza del Pentagono a Est che Mosca non tollera. Firmato a Parigi nel 1990 dai capi di governo Nato e del Patto di Varsavia, il documento prevedeva un progressivo disarmo dei partecipanti. Entrato in vigore nel 1992, modificato nel 1999 in seguito al crollo dell'Urss, la nuova versione fu ratificata dalla Russia nel 2004, ma non da tutti i paesi Nato. Immediata la reazione del segretario dell'Alleanza Jaap de Hoop Scheffer, che parla di 'minaccia' russa aggiungendo di aspettarsi “spiegazioni” sulle parole di Putin dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, presente anche lui al meeting. Ma in serata, nel Consiglio Nato-Russia, Lavrov conferma. Spiegando: uno scudo missilistico in Europa appare totalmente ingiustificato, poiché "non esistono minacce reali e tali che possano motivarlo".
Per bloccare il progetto Usa, ieri zar Vladimir ha invocato persino una sorta di arbitrio internazionale super partes, tirando in ballo l'Organizzazione per la
sicurezza e la cooperazione in Europa: “se ne discuta anche all'Osce”. Affermazioni che secondo gli analisti alzano la posta in gioco tra i due contendenti e
richiamano lo spettro di una nuova corsa agli armamenti.
A metà giornata, Rice aveva tentato di gettare acqua sul fuoco da lei stessa appiccato. Washington è “disponibile a discuterne con il Cremlino”, e si offre di condividere informazioni e tecnologie: ''Non siamo più nella situazione in cui gli Stati Uniti e l'Unione sovietica erano avversari (...) abbiamo davanti a noi minacce
comuni'', riferendosi al Medioriente. Auspica tuttavia che la Russia rispetti i propri impegni senza ritirarsi dal Trattato. A tentare di smorzare i toni nel tardo pomeriggio prova il ministro degli Esteri italiano D'Alema, per il quale è necessario “continuare a discutere con la Russia per rimuovere le incomprensioni che si sono create”; per il titolare della Farnesina la contesa non può essere affrontata come un tema bilaterale dei rapporti fra gli Stati Uniti e i singoli Paesi, ma come “un problema che riguarda complessivamente la Nato e i rapporti con la Russia''. Ma ora si rischia l'escalation.

Oggi sui quotidiani del gruppo AGL-Espresso


Si ricostruiscono anche le alleanze politiche
Dahr Jamail

AITA ECH CHAAB, 27 aprile 2007 (IPS) - La popolazione di questo villaggio del Libano meridionale sta ricostruendo le case distrutte con nuova energia. Ma anche con nuove alleanze, che vedono insieme Hezbollah, Qatar e Iran.

Questo villaggio, abitato da circa 3.000 persone, e distante meno di un chilometro dal sorvegliatissimo confine israeliano, è stato uno dei primi obiettivi delle incursioni aeree di Israele nella guerra dell’estate scorsa. Gli abitanti del luogo coltivano tabacco e lavorano nelle loro piccole fattorie.

I raid degli Hezbollah nei quali sono stati fatti prigionieri due soldati israeliani erano molto vicini a questo villaggio, sul quale si sono accaniti i bombardamenti incessanti dell’aviazione israeliana durante l’intero conflitto.

Tuttavia, anziché allontanare la popolazione dagli Hezbollah, gli attacchi sembrano aver trasformato i residenti in forti sostenitori del gruppo politico, che oggi è il solo a garantire un qualche aiuto per la ricostruzione.

”Il suono delle bombe, gli aerei da guerra, e i loro ronzii sono stati inesorabili con noi”, racconta all’IPS Fatima Ridda, madre di 11 figli il cui marito è stato ucciso da un razzo israeliano, proprio mentre gli elicotteri Onu passavano sulle loro teste. “Ora Hezbollah, Iran e Qatar sono gli unici ad aiutarci per tentare di ricostruire le nostre vite. Il nostro governo non farà nulla”.

I membri di Hezbollah hanno distribuito 12.000 dollari a tutte le famiglie la cui casa aveva subito danni durante la guerra, come aiuto alla ricostruzione.

Sfumate del tutto le speranze di Israele e Stati Uniti di vedere la popolazione libanese contro gli Hezbollah dopo la guerra, l’impasse politica tra Hezbollah e Usa - sostenuti dal governo libanese del Primo Ministro Fouad Sinora – ha spinto la popolazione a sostenere chi li aiuta, ovvero Hezbollah, Iran e Qatar.

La gente inizia anche ad opporsi al governo, e l’immagine del leader Hezbollah Hassan Nasrallah – l’uomo che aiuta la popolazione – diviene sempre più forte.

”Amo l’Iran che ci sta aiutando tanto. Il nostro Stato non ha fatto niente per noi”, ha detto all’IPS Abed Ridda, uomo d’affari che lavora in Arabia Saudita, ma vive in città. “Anche il Qatar ci sta aiutando a ricostruire, e ovviamente noi siamo grati a chi ci aiuta”.

Il Qatar, paese sunnita del Golfo Persico, mantiene relazioni commerciali con Israele e Iran, ed entrambi hanno finanziato progetti di ricostruzione nella maggior parte del Libano meridionale.

Subito dopo la guerra del luglio scorso, il Qatar ha preso l’impegno di ricostruire quattro cittadine del Libano meridionale, forti sostenitrici di Hezbollah: Khiam, Ait Ech Chaab, Bint Jbail e Ainata.

Alla fine di gennaio, il paese aveva distribuito nelle quattro cittadine oltre 5.000 assegni di risarcimento per una media di circa 6.000 dollari ciascuno, quasi il totale dell’aiuto offerto dagli Usa, 30 milioni di dollari, e sono in programma almeno altri due versamenti da parte del Qatar.

Il Qatar ha inoltre riparato ospedali, scuole e quasi 400 edifici religiosi e moschee.

Il denaro e le competenze iraniane hanno guidato i lavori per riparare o ricostruire 60 scuole in tutto il Libano, e ci sono progetti per altri 100 edifici. L’Iran ha promesso al sud oltre 112 milioni di dollari per la ricostruzione.

Hussam Khoshnevis, responsabile della missione iraniana per l’aiuto alla ricostruzione del Libano, ha recentemente annunciato ai giornalisti il restauro di quattro ospedali su 22, e di 30 luoghi di culto, comprese 10 chiese e alcune moschee sunnite.

L’elettricità è stata ripristinata in 60 villaggi del sud con l’aiuto dell’Iran, e dieci ponti di importanza cruciale sono stati ricostruiti. Ingegneri iraniani stanno inoltre supervisionando la riparazione di tutte le strade danneggiate in Libano.

I soccorsi hanno rafforzato le alleanze di questi oppositori di Israele e degli Usa.

”Non era normale per noi vedere (il Primo Ministro Fouad) Siniora a fianco di Condoleeza Rice, mentre Israele ci stava bombardando con bombe statunitensi”, ha detto all’IPS Abed Ridda, con un riferimento alla visita del Segretario di Stato Usa a Beirut durante la guerra. Questo gesto ha fatto infuriare la maggior parte dei libanesi del sud.

”Contiamo sugli Hezbollah e sugli altri paesi che ci aiutano, perché è tutto ciò che abbiamo”, ha detto all’IPS Said Abu Khalil, costruttore ora disoccupato, ferito da una granata durante la guerra. “E contiamo sugli Hezbollah perché ci proteggano ancora dalle prossime aggressioni israeliane, dato che il nostro governo non può e non vuole farlo”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=905

La memoria scomoda
Proteste e scontri a Tallin per la rimozione della statua del soldato russo: un morto e 40 feriti

Il soldato di bronzoMemoria rimossa. Nella pacifica repubblica baltica dell'Estonia, solo il passato può uccidere. E il passato è - o meglio, era - un simbolo. Una statua di 2 metri che risale al 1947. Si trovava nella capitale Tallin, e ieri è stata rimossa in ottemperanza a una legge del 2006 che vietava la pubblica esibizione di monumenti che glorificassero l'occupazione sovietica. Il Soldato di bronzo, come viene chiamato il memoriale di guerra, composto da un soldato dell'Armata rossa e da un sacrario con le ossa di una dozzina di militari (presumibilmente russi) della Seconda Guerra mondiale, era per gli estoni l'amara reminiscenza di cinquant'anni di occupazione sovietica. Il governo ha quindi deciso di trasferirla in un sito meno in vista del centro della capitale. La decisione ha fatto infuriare gli estoni di origine russa, circa un terzo della popolazione, che hanno giurato di difendere il monumento, simbolo della cacciata dei nazisti dalle terre slave. Cosicché ieri un migliaio manifestanti si sono radunati per inscenare una protesta di fronte al cantiere dove è in corso la rimozione. Decine di poliziotti presidiavano il sito, ma ciò non è bastato per evitare che la manifestazione degenerasse in violenze e scontri. La polizia ha utilizzato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Il bilancio della giornata è stato di un morto, 40 feriti e 300 arrestati.

Gli scontri a TallinSanzioni economiche. Le autorità russe hanno reagito alla vicenda parlando di 'oltraggio' alla memoria. Il portavoce del ministero degli Esteri, Mikhail Kamynin ha definito l'episodio 'blasfemo' e 'disumano', affermando che 'consideriamo le azioni dell'Estonia un tentativo di riscrivere le lezioni della seconda guerra mondiale'. Lo stesso vice-Primo ministro russo, Sergei Ivanov, ha chiesto sanzioni economiche contro la repubblica baltica, indipendente dal 1991, minacciando di far passare altrove il flusso di merci diretto nell'Europa occidentale. L'eco della 'profanazione' è arrivato anche nelle lontane terre orientali. La più grande catena di supermercati della Kamchatka ha infatti rimosso le merci estoni dai propri scaffali. "Agli ingressi dei supermarket appariranno cartelli per indicare che qui non si venderanno prodotti estoni", ha annunciato il proprietario e direttore generale della catena, Rashid Shamoian. L'imprenditore ha anche invitato i suoi colleghi a fare altrettanto, e a dichiarare il blocco economico nei confronti dell'Estonia.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7858


Terrorismo : Dick Marty denuncia la lista nera dell'ONU
di Gabriella Mira Marq*

Una storia che sembra uscita da un libro di Kafka, mentre invece e' un fatto vero che accade nel ventunesimo secolo e l'istituzione coinvolta e' nientemeno che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Il parallelo con Kafka e la denuncia provengono dal parlamentare svizzero Dick Marty, giurista e presidente della Commissione degli affari giuridici e dei diritti umani del Consiglio d'Europa e relatore sulla vicenda dei voli e delle prigioni CIA. Si tratta della lista nera dell'ONU sui sospetti membri di Al Qaida e i Talebani, lista che - ha denunciato Marty in una relazione al Consiglio - viene compilata senza prove (mentre invece e' possibile chiedere - senza sicurezza di ottenerla - la cancellazione dalla lista solo provando la propria estraneita' ai fatti contestati, ndr).

Tutto cio' avviene in spregio ai principi fondamentali della Carta ONU che - ricorda Marty - difende i diritti fondamentali dell'uomo "la dignita' ed il valore della persona umana, i diritti uguali degli uomini e delle donne" ed esprime l'ambizione di "stabilire le circostanze in cui puo' essere amministrata la giustizia". Tale situazione e' - secondo il parlamentare - solo "un esempio, che ne riassume molti altri e che, a mio parere, illustra la pericolosa erosione continua dei diritti e delle liberta' fondamentali, anche all'interno delle istituzioni cui e' affidato (il compito) di proteggerli e promuoverli" e scredita la lotta al terrorismo.

Marty ha raccontato il caso di un cittadino italiano, di origine egiziana e religione musulmana che e' stato un membro del Fratelli musulmani per un lungo periodo (senza peraltro averlo mai tenuto segreto). Egli vive da piu' di trent'anni in una piccola zona franca italiana in Svizzera. È a uomo d'affari arrivato. Alla fine di 2001, il suo nome è incluso “nella lista nera„ del Consiglio di sicurezza ONU perche' ritenuto sospetto di aver finanziato gli attacchi dell'11 settembre. Ciò significa che tutti i suoi beni sono congelati e che gli viene impedito di lasciare il Paese. Inoltre e' stato inserito nella lista nera senza essere informato di questo fatto, senza essere sentito e senza possibilità di appello.

L'ufficio del procuratore della Confederazione Svizzera apre un'inchiesta. Dopo quasi quattro anni, l'indagine deve essere chiusa per assenza di elementi di prova. Malgrado cio', l'uomo rimane nella lista nera. Anche qualora vincesse la causa civile intentata contro la Svizzera per ottenere i danni, la somma sarebbe immediatamente congelata in base alla decisione del Consiglio di sicurezza. Peraltro l'uomo ha chiesto da tempo di essere rimosso da questa lista ed ha chiesto una presa di posizione ufficiale delle autorita' svizzere a questo fine. Ma non e' nemmeno certo che egli possa ricolgersi alla Corte dei diritti dell'uomo, per probabile difetto di competenza.

Insomma, per la semplice appartenenza ad un'organizzazione musulmana in odore di terrorismo, la vita economica e familiare di quest'uomo e' stata distrutta sulla base di accuse senza prove, cosi' come quella di altri inclusi nella lista ONU. L'elenco - compilato da un comitato con sede a New York in base alla risoluzione ONU 1267 - contiene infatti i nomi di 362 presunti terroristi e di 125 ditte o organizzazioni che avrebbero dei legami con il terrorismo internazionale.

A giudizio di Marty - che ricorda come la necessità di combattere terrorismo non possa giustificare i mezzi se questi infrangono i principii fondamentali del rispetto per i diritti dell'uomo e per la legge - il Consiglio d'Europa non puo' restare indifferente di fronte a tali abusi, ancor piu' considerando che tre dei suoi membri (Russia, Gran Bretagna e Francia) sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e un quarto (USA) e' un membro osservatore nell'organizzazione europea.

* si ringrazia Marco Santoro


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 27 2007

Il popolo sono me
di Marco Travaglio

Difficile farsi un’opinione sul referendum elettorale. A giudicare dall’ostilità di Mastella e Calderoli, parrebbe una cosa ottima. Poi si scopre che potrebbe piacere a Bellachioma, e allora sopraggiungono seri dubbi. L’unico dato certo è che un referendum non può mai essere “antidemocratico” (come sostiene Tweed Berty), per la contraddizion che nol consente. Il referendum è la più alta forma di “democrazia diretta”, visto che chiama tutti i cittadini a decidere su una questione sollevata da almeno 500 mila persone. Senza contare che la Repubblica Italiana è nata da un referendum. Antidemocratica, semmai, è la legge elettorale attuale, il Porcellum, che il suo autorevole autore Roberto Calderoli definì “una porcata”. Una legge che ha consentito a 6 o 7 segretari di partito riuniti nelle segrete stanze di nominare preventivamente 945 parlamentari, alle spalle dei cittadini elettori, col trucco delle liste bloccate. Se il quesito referendario raccoglierà mezzo milione di firme, se la Corte costituzionale e la Cassazione lo riterranno legittimo, se il 50% degli italiani più uno andranno alle urne e voteranno in maggioranza Sì, il Porcellum sarà sostituito da qualcosa che, con tutti i limiti di questo mondo, sarà espressione della volontà degli italiani, non di 6 o 7 segretari. Curiosamente, a sostenere l’antidemocraticità del referendum è anche la Lega Nord, cioè il partito che da quindici anni ci rompe le palle con “il popolo”, la “sovranità popolare”, “la volontà popolare”, di solito identificata con quella - piuttosto ristretta, ultimamente - dei leghisti. Il cosiddetto ministro Castelli pretese addirittura di sostituire nei tribunali la scritta “La legge è uguale per tutti” con “La giustizia è amministrata in nome del popolo” (sottinteso: se uno è eletto dal popolo,allora non va più processato perché il popolo l’ha già assolto). Il popolo della scritta è per caso lo stesso che si vuole consultare col referendum? Se sì, allora non si vede cosa ci sia da temere. Né perché mai, come chiedono i lumbard insieme a quasi tutti gli altri partitini, si dovrebbe scongiurare a ogni costo il referendum. Può anche darsi che il quesito faccia schifo, ma se la maggioranza dei cittadini dovesse votare Sì, vorrebbe dire che il concetto di schifo è lievemente diverso per gli elettori e per gli eletti. Del resto la legge-bavaglio di Mastella che abolisce la cronaca giudiziaria è stata votata da 477 deputati su 484 (gli altri si sono astenuti, nessuno ha votato contro), ed è altamente improbabile che il famoso popolo la condivida, visto che è stata studiata proprio contro il popolo, per non fargli più conoscere gli scandali del Potere.
Sempre a proposito di democrazia, sarebbe interessante sapere perché mai chi non condivide la politica di Bertinotti, o di Diliberto, o della Moratti, o di Berlusconi, o di Fassino, o di chi volete voi, non possa liberamente fischiarli e contestarli in piazza (sempreché rimanga nei limiti del codice penale). Se il tenore stecca, il loggione fischia: è la democrazia, bellezza. Se invece si fischia un politico, saltano su eserciti di tromboni col ditino alzato. Forse che la libertà è stata conquistata per garantire il diritto di applauso? Gli applausi al Potere sono consentiti anche nelle dittature. Le democrazie si riconoscono dal diritto al dissenso, e dunque ai fischi.
Ancora a proposito di democrazia: è così normale che Sky abbia pensato di bloccare la prima tv del “Caimano” di Nanni Moretti per la par condicio? La par condicio riguarda la parità di accesso dei politici nei programmi giornalistici durante le campagne elettorali. Che c’entrano i film? Già l’anno scorso, quando il Caimano uscì nelle sale, ci fu qualche volpone che propose di rinviarlo a dopo il voto per “non demonizzare Berlusconi” e non fargli un favore. Ora Sky voleva rinviare il film a dopo le elezioni amministrative (salvo ripensarci) per non danneggiare Berlusconi. Sarebbe il caso di stabilire una volta per tutte se descrivere Berlusconi per quello che è significa fargli un favore o un dispetto. Altrimenti, se restano in piedi entrambe le tesi, peraltro incompatibili, tutti continueranno a evitare di descrivere Berlusconi per quello che è. E abbiamo come il sospetto che la cosa non gli dispiaccia affatto www.unita.it






«Referendum inutile, ne uscirebbe un altro pasticcio»
G.Fre., Corriere della Sera,
ROMA — «Piuttosto, come ha proposto Calderoli, ritorniamo al Mattarellum», cioè alla legge che ha preceduto quella attuale: collegi uninominali, maggioritario con una piccola parte di proporzionale. Per Linda Lanzillotta, ministro per gli Affari regionali, Partito democratico in quota Margherita, sulla legge elettorale è meglio non fare battaglie ideologiche e, se non ci si mette d'accordo sarebbe meglio fare tutti un passo indietro.
Romano Prodi è scontento dei ministri che hanno firmato il quesito. Condivide?
«Non giudico l'operato dei miei colleghi. Se una questione non impegna il governo, i ministri si comportano come parlamentari. Quanto al merito, premetto che io non sono contro il referendum, ma contro questo referendum. Perché non risolve il problema e rischia nei fatti di rendere pressoché impossibile qualsiasi modifica in Parlamento. Il risultato sarebbe un nuovo porcellum, come l'attuale legge. E magari Berlusconi sarebbe contento perché farebbe il partito conservatore con Fini».
I referendari dicono che è solo un pungolo, Bertinotti che «il referendum rende un cattivo servizio alla democrazia». Lei con chi sta?
«La teoria della pistola puntata la comprendo, ma ho un'obiezione: se poi la scarichiamo dalla parte sbagliata, abbiamo fatto un bel disastro. Se diamo ai cittadini l'aspettativa che quel che esce dal referendum risolve i problemi della governabilità e poi non è vero, arriva il boomerang della disillusione. I partiti hanno la responsabilità di dare una risposta: il Parlamento c'è anche per questo».
Senza la «minaccia» del referendum, ora si parlerebbe di legge elettorale?
«Il presidente Napolitano con le sue parole sulla necessità di fare la riforma rappresenta quel pungolo istituzionale alternativo al referendum. E' vero che c'è nella società una pressione forte con due finalità: fare una legge elettorale che riduca la frammentazione, riducendo il potere di veto dei partitini, e ridare ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti. La legge che esce dal referendum non otterrebbe questi risultati».
La bozza Chiti invece?
«Non la conosco. Certo sarebbe bene non inventarsi cose troppo innovative, ci sono sistemi elettorali consolidati nelle democrazie occidentali: mi atterrei a uno di questi».
Chiti dice che col referendum il Partito democratico annegherebbe. E' vero?
«Il Pd non potrebbe sottoporsi alla verifica elettorale e annegherebbe la sua identità, il suo simbolo e i suoi candidati nel listone. Noi invece vogliamo presentarci per chiedere un giudizio su una forza che punta ad essere il partito maggioritario del centrosinistra ma possiamo farlo solo con una proposta politica originale, non diluiti nel listone».
Il referendum è un rischio per il governo?
«Napolitano lo ha detto: prima di votare bisogna avere un sistema elettorale che funzioni. Non so valutare. La crisi che Mastella minaccia non ci porterebbe quindi alle elezioni».


Pd: Manzione, in coordinamento costituente cittadini per no a nuova DC
Asca - 26 Aprile 2007
Roma - 'Con la conclusione dei congressi dei DS e dei DL si e' chiuso un ciclo politico importante, si sono dismesse le vecchie casacche, e si e' aperto un cantiere per la costruzione di un partito nuovo. Il progetto per la nuova costruzione politica, cosi' come illustrato nelle assise congressuali, e' pero' sostanzialmente ipocrita ed inadeguato. Sembra quasi che stia nascendo un neo partito centrista alla Bayrou'. Lo afferma Roberto Manzione, senatore dell'Ulivo.

'Per noi il PD - dice Manzione - e' la casa di tutti i riformisti e tende a trasformare l'Ulivo del 1996 in partito. Per noi il perimetro del PD e' rigorosamente quello del centrosinistra, dell'Unione, e non ci interessa rivendicare 'mani libere' per future alleanze anomale. Per noi il PD e' un partito aperto, senza preclusioni, e non ci interessa tutelare vecchie oligarchie'.
'Per noi il PD - prosegue Manzione - e' il naturale approdo dell'esperienza delle primarie del 2005, giacche' soltanto con la partecipazione consapevole e determinante della gente si potra' evitare l'autoreferenzialita'. Per noi il PD, che deve garantire laicita' e pluralismo, e' elemento stabilizzatore del centrosinistra e non momento di turbativa. Per noi il PD deve considerare prioritaria ed irrinunciabile la radicale modifica della legge elettorale, per restituire la sovranita' al popolo, sottraendola ai partiti'.

'Ecco perche' - conclude Manzione -, considerata conclusa l'esperienza de La Margherita e dei Democratici di Sinistra, intendiamo impegnarci - dentro e fuori dalle Istituzioni - per evitare che alcune pericolose avvisaglie gia' emerse possano inevitabilmente compromettere la bonta' del progetto. Questo impegno a palazzo Madama verra' testimoniato in aula dagli otto senatori del Coordinamento per la Costituente dei cittadini, ai quali altri stanno per aggiungersi nelle prossime ore. Il nostro obiettivo: smontare il progetto del falso partito democratico alla Bayrou; non vogliamo una nuova DC'.

25 aprile: e invece dovremmo elogiarla Letizia Moratti
 
Alla vigilia della festa della Liberazione, Silvio Berlusconi ha ribadito perché si astiene da sempre dal partecipare alle celebrazioni del 25 aprile: "ne è stata fatta una festa di parte". Berlusconi ha per un terzo ragione e per due terzi torto.

Ha ragione perché è vero che soprattutto il 25 aprile 1994, fondativo del nuovo regime, la festa della Liberazione fu trasformata in una giornata contro Berlusconi che aveva appena formato il suo primo governo. A posteriori, nonostante fosse difficile fare diversamente, va detto che la sinistra torse il braccio al significato del 25 aprile.

Ha torto una prima volta Berlusconi perché fu lui a portare fascisti -allora per niente rinnovati- al governo, ad usare in maniera scellerata l'equazione resistenza-comunismo e favorire un uso pubblico della storia fatto di tutte le più inconsistenti vulgate antiresistenziali.

E l'ademocratico Berlusconi ha due volte torto perché, come capo del governo, rinunciò a difendere la continuità di valori tra cosiddette I e II Repubblica ed il suo buon diritto, in quanto capo del governo e in quanto parlamentare, a partecipare alla festa del 25 aprile.

E' difficile dire se poteva andare diversamente, soprattutto a metà degli anni '90. Ma è necessario prendere atto che, se è vero che il 25 aprile è irrinunciabile come valore fondativo della nostra democrazia, è ineludibile un processo di ricooptazione di un arco costituzionale ampio intorno ai valori dell'antifascismo che il 25 aprile, la guerra di Liberazione, i Partigiani, la Resistenza, rappresentano nella forma più alta. Più ampio dell'attuale.

Certo, sarà difficile riportare ai valori dell'antifascismo un analfabeta politico come il segretario dell'UDC Lorenzo Cesa (che i nostri smaniano di cooptare perfino nel PD), che non trova di meglio che chiosare la Liberazione con un sibillino "il comunismo ha fatto più morti del nazifascismo". E irredimibile è il vero mostro Aldo Forbice che iersera a Zapping discettava e faceva (sic!) discettare i suoi sempre più lugubri ospiti sui partigiani comunisti che erano antidemocratici né più né meno dei fascisti, perché sognavano la rivoluzione. Come se sognare la rivoluzione non fosse un diritto, ma soprattutto facendo (in malafede assoluta) finta che la svolta di Salerno non fosse stata addirittura precondizione alla guerra di Liberazione. Vergogna!

Ma, se ha ragione il sondaggio de La7, per il quale il 91% degli italiani percepisce il 25 aprile come una festa di parte, diviene impossibile pretendere una celebrazione condivisa se la sinistra la considera una propria festa privata e la destra ha ragione di sentirsi non invitata. Non si può trascurare il pericolo sotteso dietro questa lettura. Se la sinistra considera l'antifascismo come una propria esclusiva identitaria, abbandonerà chi non è di sinistra nelle mani dei Giampaolo Pansa, degli Aldo Forbice, dei Mario Cervi o alla scelleratezza di Luciano Violante e dei suoi "ragazzi di Salò".

Infatti, se il 25 aprile la sinistra continua a cantarsela e suonarsela tra sé, beandosi della propria durezza e purezza, quella che è a rischio è l'indispensabile funzione didascalica del "monumento 25 aprile" che continuerà ad essere imbrattato da opposte fazioni e sarà sempre più sfuggente da comprendere per i giovani, nelle scuole e nelle università. Se il 25 aprile continua ad essere concepito come una festa escludente della destra attuale, nulla impedirà ai giovani non di sinistra di non riconoscersi nei valori dell'antifascismo. Certo, ciò avviene soprattutto per l'incultura politica della destra e per la dilagante alienità alla storia dell'intera opinione pubblica, ma è indispensabile affermare che il nemico prevalente non è che i giovani votino per Silvio Berlusconi o per Gianfranco Fini, ma che i giovani, anche quelli che non votano a sinistra, non si sentano antifascisti.

Forse tarderemo un altro secolo nel trasformare il 25 aprile nel nostro 14 luglio, dove le messe dei legittimisti per Luigi XVI sono solo curiosità e folklore senza alcun seguito, ma per quanto difficile appaia, non possiamo abdicare dalla costruzione di un 25 aprile inclusivo e non escludente se non del fascismo.

In questo senso è stato opportuno il viaggio a Cefalonia del presidente Giorgio Napolitano. Ogni atto che ricostruisca nell'opinione pubblica un'idea articolata della Resistenza è utile. Ed è da elogiare la pervicacia con la quale la sindaca di Milano Letizia Moratti si ostina a voler partecipare. Che poi, come fa notare Gabriele Polo, non conosca la grammatica e scambi una conquista per un dono, poco importa. Solo nel rispetto di una diversità includente il 25 aprile potrà continuare ad assolvere alla sua funzione monumentale nel nome della nostra democrazia e dell'antifascismo.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1080

25 aprile – La festa della resistenza di pochi agli errori di tutti -


di Alessio Marri - Megachip

Non furono più di 30mila in Italia i partigiani che si opposero strenuamente al mostro del nazifascismo. Chi indica altre cifra nasconde solo un intento: imbonire quelle frivoli masse, tanto inclini ai sentimentalismi quanto avare di ideali.

Chi quei giorni li ha vissuti sulla pelle, lo si può facilmente riconoscere dai segni che la vita ha inferto al suo volto e dalle ferite che hanno lacerato il suo animo. Traumi immensi non rimarginabili senza l'aiuto di qualche lacrima sincera che cola sino alle guance un poco arrossate. Racconti di vita, di mesi intramontabili vissuti in mezzo alle montagne, dove la fame trasformava in commestibili i boccioli dei fiori e l'erba. Esperienze mai consumate dalla stragrande maggioranza degli italiani, che nel giro di pochi mesi ha cambiato camicia e bandiera. Intanto qualche ricordo svanito riaffiora per completare una raffigurazione spazio-temporale che le nuove,e anche certe vecchie generazioni ignorano completamente.

E mentre nuove forme di neofascismo avanzano e raccolgono consensi tra i più giovani, l'egemonia gramsciana che rendeva forte non solo una linea politica, ma una sensibilità umana di rispetto e solidarietà verso i disagiati e verso chi in nome loro combatteva, va disperdendosi. Nell'era dell'immagine nulla sembra compiacere maggiormente chi ricerca l'edonismo e il culto della personalità chiamandolo patriottismo. Parole vuote buone solo a giustificare atti repressivi e di violenza. Come del resto venti anni di dittatura durante i quali l'ordine, la disciplina e la gerarchia hanno permesso ad un'altolocata borghesia, spaventata dagli scioperi, di ristabilire a costo di vite umane proficue e soddisfacenti produzioni industriali.

C'è un film che più di tutti rimane indelebile nella storia del cinema internazionale, un classico in grado di trasmettere metaforicamente il profumo e gli odori di una lotta chiamata resistenza. E' Novecento , il capolavoro di Bernardo Bertolucci, un regista in grado di chiamare a sé due attori straordinari come gli allora giovanissimi Robert De Niro e Gerard Depardieu. In un lungometraggio di circa cinque ore, diviso in due atti, Bertolucci riuscì nel 1976 a tracciare con estremo acume i cambiamenti socio-politici che stravolsero la vita contadina nel corso della prima metà del 1900. Dalle grandi lotte rurali per la conquista di nuovi diritti, all'avvento del fascismo fino al suo defilarsi. Una pungente contrapposizione tra le condizioni di due personaggi che oggi sembrano solo essersi allontanati geograficamente da noi: lo sfruttato e lo sfruttatore. Emblematica una delle scene finali del film: i contadini, dopo la rovinosa caduta della dittatura, prendono possesso del podere e simbolicamente condannano a morte la figura del padrone. “La terra a chi la lavora!” intonano a gran voce. E mentre una grande bandiera rossa si staglia nel cortile, fa la sua comparsa un gruppo dirigenziale del comitato nazionale di liberazione che invita i partigiani a deporre le armi. E in quell'attimo, una sola voce si alza a prendere parola: “Il padrone – recita De Niro nel ruolo del riccastro irresponsabile – è di nuovo vivo”. E ancora più libero di affliggerci nuove forme di autoritarismo maggiormente consone ai suoi interessi, non più imbastite sulla privazione corporale dei bisogni primari ma fondate su un indiscriminato e ingannevole benessere materiale.


Cari amici, su Bayrou e Pd
non sono d’accordo



di Claudia Mancina
Da tempo le presidenziali francesi non erano così interessanti. Lo sono oggi non solo perché in campo c’è una donna, ma anche perché ambedue i candidati - e con loro il terzo che il primo turno ha escluso ma non messo fuori gioco - sono diversi dal passato, costituiscono con la loro stessa personalità una rottura rispetto alle due tradizioni di provenienza. Ségolène, oltre a essere la prima donna a candidarsi all’altissima carica (una delle più “monarchiche” e maschili al mondo), è anche una candidata che ha sfidato l’apparato del partito e ha sbaragliato i notabili grazie alle nuove adesioni, anche telematiche: un’investitura assolutamente irrituale per il rigido e tradizionalista partito socialista francese. Anche Sarkozy ha dovuto lottare per avere la candidatura, contro Chirac se non contro il partito, e l’ha ottenuta per la sua popolarità di uomo forte e deciso. E ha una personalità egualmente fuori dagli schemi: come la sua rivale è esposta agli attacchi misogini, anche lui è esposto agli attacchi xenofobi e antisemiti. Quanto a Bayrou, la sua novità è il segno più evidente di queste elezioni, nonostante sia arrivato terzo. Può anche darsi che sia un fenomeno transitorio, come auspica Tremonti in una interessante intervista a Repubblica: si vedrà alle prossime politiche se riuscirà a sopravvivere a un sistema elettorale ben poco compiacente verso le posizioni terziste. Di sicuro intanto la sua presenza incombe a Parigi e anche da noi, a quanto pare. È inevitabile che si rivolga dall’Italia grande attenzione alle elezioni francesi; peccato però che si indulga sempre a una strumentalizzazione polemica in chiave interna. Molti commentatori hanno rilevato con soddisfazione la tendenziale divisione delle forze fondatrici del partito democratico. Questa divisione però è meno significativa di quanto si dice. Prodi porterà, sia pure in video, il suo sostegno alla candidata socialista; cosa che non avrebbe certo fatto, se non ci fosse in campo il partito democratico. E, scontata l’amicizia e l’attaccamento di Rutelli e dei suoi a Bayrou, il sostegno alla Royal da parte del nuovo partito - se già ci fosse - non sarebbe certo in discussione. Del resto lo stesso Bayrou, pur non avendo dato indicazione di voto ai suoi, ha formulato giudizi molto diversi sui due candidati, e certamente più simpatetici verso la Royal che verso Sarkozy. Resta da vedere come si muoveranno gli elettori.
Ma il punto centrale è un altro. La novità portata dal partito democratico nella politica francese, si dice, sarebbe simile a quella del suo omonimo italiano. Ovvero, Bayrou come modello, o viceversa come spauracchio, di uno spostamento al centro e di una perdita di identità della sinistra. È una lettura che è stata avanzata anche sulle pagine di questo giornale. Io penso invece, con Tremonti, che Bayrou riguarda la destra, non la sinistra. È da lì che si è spostato al centro, ed è lì che competeranno i suoi candidati alle politiche. Se poi c’è stato un flusso di voti su di lui anche da sinistra, questo dipende dalla logica del sistema elettorale, che nel primo turno spinge i candidati a polarizzare, mentre nel secondo li spinge ad aprire al centro. Certo, prima il centro non aveva una sua voce e adesso forse l’ha trovata. Su questo il partito socialista dovrà riflettere, anche se il fenomeno Bayrou non dovesse durare, in vista di quella revisione culturale che inevitabilmente il ciclone Ségolène porterà con sé. Il partito socialista francese, il più statalista e leftist d’Europa, potrà sfuggire all’evoluzione che ha portato le sinistre dei grandi paesi europei, dal Regno Unito alla Spagna, dalla Germania all’Italia, ad essere e definirsi “centrosinistra”?
La vera lezione delle presidenziali francesi è dunque questa: che la sinistra deve ridefinirsi, darsi un pensiero e una strategia per il mondo in cui viviamo, per i suoi problemi che sono nuovi e diversi da quelli del novecento. La formazione del Pd, nonostante i suoi evidenti limiti di esecuzione, è la scelta giusta perché risponde a questo; mentre l’alternativa se restare socialisti o andare “oltre” il socialismo è solo una disputa nominalistica. Bayrou non c’entra nulla.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=86383

CONFESSIONI DI UN AGUZZINO

DI JOHN CONROY
Chicago Reader

La storia dello specialista addetto agli interrogatori dell'esercito americano Tony Lagouranis

Tony Lagouranis non corrisponde al tipo di persona che può sbagliare nell'eseguire gli ordini. Ha vissuto una vita indipendente, senza essere vincolato dal desiderio di un avanzamento professionale, dell'approvazione dei superiori, addirittura di una casa confortevole. Un libero pensatore, che negli anni del college si è fatto una cultura con le grandi opere della civiltà occidentale , e si è laureato in lingue classiche. È stato anche il suo desiderio di imparare l'arabo a portarlo in Iraq.

E laggiù, come specialista addetto agli interrogatori, ha torturato numerosi detenuti per ottenere informazioni che, per sua stessa ammissione, le sue vittime raramente potevano fornire. Dopo aver lasciato l'Iraq ha reso pubblica la sua storia, battendosi nelle televisioni nazionali contro i suoi ex superiori, rei di avergli dato quelli stessi ordini che oggi rimpiange di aver eseguito.

Nato a Chicago da genitori molto industriosi (suo padre ha lavorato per una catena di hotel), Lagouranis ritiene di aver frequentato dieci o undici licei prima di diplomarsi a New York nel 1987. Dopo un anno di college si ritirò per girare l'America, mantenendosi con lavoretti edili e culinari. Finì comunque per tornare a Santa Fe, e nel 1994 si iscrisse al St. John's College, il cui programma didattico è composto unicamente dalle grandi opere letterarie del passato, che vengono lette in ordine più o meno cronologico. Lagouranis scoprì di avere un certo talento per le lingue straniere: si appassionò al greco antico e trovò l'ebraico semplice. Provò a imparare l'arabo da solo, ma senza una classe e un insegnamento regolare lo trovò troppo difficile.





All'inizio del 2001, quattro anni dopo essersi laureato al St. John's, decise di riprovare con l'arabo, in parte perché pensava che il mondo arabo non venisse capito dagli occidentali. Oppresso da "enormi debiti contratti durante gli studi", conobbe un ex addetto agli interrogatori che aveva imparato russo e tedesco nell'esercito, e allo stesso tempo aveva ottenuto il pagamento dei debiti studenteschi. "Sembrava proprio una buona idea", confessa Lagouranis. "Pensai che avrei potuto inserire l'arabo nel mio contratto e arruolarmi nell'esercito per cinque anni".

In quel momento gli USA non erano in guerra con nessuno. Lagouranis stava riprendendosi da un'esperienza frustrante in Tunisia, dove aveva lavorato per degli scavi archeologici e insegnato l'inglese, ma non aveva potuto ottenere i requisiti burocratici per la residenza e quindi non era stato pagato. Al suo ritorno negli Usaaveva trovato un lavoro presso l'aeroporto di O'Hare aiutando le corporation a ottenere il rimborso di dazi da importazioni, un lavoro che descrisse come terribilmente noioso.

"Andai all'ufficio [di reclutamento dell'esercito] dicendo di volere imparare l'arabo, e non c'erano molte altre possibilità se ti interessa una lingua. Ci puoi andare semplicemente come linguista, che significa che dopo ti verrà assegnato un altro lavoro – è una mansione abbastanza indefinita. Oppure ci puoi andare come intercettatore telefonico, per cui stai seduto e ascolti con certe cuffie le conversazioni telefoniche. Oppure puoi essere uno specialista addetto agli interrogatori". I lavori di linguista e intercettatore telefonico richiedono un'autorizzazione alla protezione top secret, ma i debiti studenteschi di Lagouranis e i relativi interessi ne impedivano il ricorso. "Apparentemente l'idea è che se devi soldi a qualcuno, allora potresti essere corrotto da agenti stranieri. Quindi non mi avrebbero permesso di ottenere l'autorizzazione alla protezione top secret. Allora ho accettato. Non pensai realmente a quella decisione. L'idea che avrei mai davvero interrogato qualcuno sembrava così remota".

Dopo un addestramento di base venne mandato a Fort Huachuca, in Arizona, per la scuola di interrogatori, dove il programma era basato soprattutto sullo studio di armi convenzionali. Lagouranis imparò molto sull'armamento sovietico. "Ci piacque in particolare un giorno la lezione sugli approcci, ovvero i metodi che usi per far crollare il prigioniero, per distruggerne le difese psicologiche. Ci dissero che il novanta per cento dei prigionieri sarebbero crollati con un approccio diretto, che consiste semplicemente nel rivolgere una domanda diretta – non devi per forza avere un approccio particolare. Ci dissero che se un prigioniero non dovesse crollare, di solito si hanno a disposizione abbastanza detenuti da poter ignorare quella persona e parlare con qualcun'altro".

Lagouranis ritiene che questa strategia si basasse sull'esperienza della Guerra del Golfo, quando i prigionieri iracheni spesso collaboravano senza problemi. "Le loro domande erano completamente diverse da quelle che avremmo posto in Iraq. Gli si chiedevano il numero di T-72 per unità, dove rimediassero i pezzi di ricambio, in che condizioni fossero i camion, insomma cose che non dovremmo mai chiedere per soffocare una rivolta".

Lagouranis studiò anche la Convenzione di Ginevra per il trattamento dei prigionieri. "Ci avevano detto che non potevamo usare tecniche di costrizione. Non ci sarebbero state ripercussioni negative per un prigioniero che non avesse collaborato con noi"..

Dopo la scuola specialistica per addetti agli interrogatori, Lagouranis passò quindici mesi a imparare l'arabo all'Istituto di Lingue della Difesa a Monterrey, in California. Nell'estate del 2003, circa quattro mesi dopo l'invasione dell'Iraq, venne mandato a Fort Gordon, in Georgia, dove si unì alla 513esima Brigata dei Servizi Segreti dell'Esercito, che comprendeva soldati che avevano già avuto esperienze in Afghanistan e in Iraq. Venne nuovamente addestrato, e stavolta con scenari più realistici, e iniziò anche a sentire storie di abusi da parte dei veterani – storie che però condì via come semplici millanterie.

"Si parlava di umiliazioni di tipo sessuale su questa gente, o anche di posizioni estremamente stressanti a cui erano stati costretti, o che in Afghanistan costringevano il detenuto a sedersi nudo sulla neve per lunghi periodi di tempo. Dicevano che questi derelitti non erano protetti dalla Condizione di Ginevra, cosa che ho continuato a sentire anche in Iraq""

Arrivò in Iraq nel gennaio 2004, e venne inviato ad Abu Ghraib, giusto dieci giorni dopo che lo specialista Joseph Draby aveva consegnato le tristemente famose fotografie di abusi sui prigionieri ad opera degli investigatori dell'Esercito. "Quando arrivammo lì non avevamo idea di cosa fosse successo, ma l'Esercito lo sapeva, e stavano facendo in modo di insabbiare tutto ciò che era accaduto ad Abu Ghraib".

Lagouranis sostiene che i suoi interrogatori fossero solo dialoghi, "proprio come nel manuale di campo dell'Esercito". Alcuni degli investigatori anziani, comunque, stavano ancora usando metodi duri. Alcuni detenuti giudicati renitenti alla collaborazione erano stati privati di indumenti e coperte perché soffrissero il freddo nelle loro celle. Altri erano stati tenuti in isolamento per mesi e bendati allorché venivano condotti nelle celle degli interrogatori, di modo che non potessero vedere nessuno se non il personale addetto all'interrogatorio. Ciononostante, a Lagouranis sembrava che l'amministrazione di Abu Ghraib stesse diventando progressivamente più pulita. Ancora, era noto a molti che fosse la CIA a torturare i prigionieri, sostiene Lagouranis, per cui tutto ciò che l'Esercito facesse era poca cosa in confronto.

Non molto tempo dopo il suo arrivo, Lagouranis venne assegnato a una squadra per progetti speciali, incaricata di interrogare coloro che erano stati coinvolti nella latitanza di Saddam Hussein. Alcuni di loro erano solo figure minori, a cui "era capitato di avere contatti con Saddam Hussein e forse avevano qualche informazione, ma non per questo erano necessariamente dei criminali". Un parente di un pezzo grosso del partito Baath si lamentò con Lagouranis di essere stato torturato. "Mi disse che al momento dell'arresto era stato picchiato e costretto a stare in ginocchio contro un muro per giorni, e gli avevano impedito di dormire, e occasionalmente era anche stato preso a calci e pugni dalle guardie...





[Complesso detentivo ad Abu Ghraib, luglio 2004, quando Lagouranis vi fu inviato.
Karim Sahib/AFP/Getty Images]

"Mi pregò di togliergli la benda dalla sua testa, così che potesse guardare il sole, e magari anche fare due passi in cortile.

"Preparai un rapporto sugli abusi su quest'uomo. C'era una specie di modulo standard, preparato per questo da qualcuno ad Abu Ghraib, così chiesi al mio superiore di questo modulo, quindi tornai dalla vittima e gli chiesi di parlarmi di questi abusi nello specifico. L'iracheno però si rivelo veramente riluttante ad approfondire la questione, diceva di essersene dimenticato, semplicemente non voleva passare altri guai. E per quanto ne so, quel rapporto sugli abusi da lui subiti è scomparso. Non esiste più".

Dopo un mese circa, Lagouranis venne trasferito ad una squadra mobile di interrogatori, composta da Quattro uomini. Svolse qualche lavoretto alla base aeronautica di Al Asad e ancora ad Abu Ghraib, e poi venne assegnato a Mosul; fu qui che iniziò a torturare gli uomini durante gli interrogatori.

"Lavoravamo per questo sergente maggiore che era interessato solo ad andare il più in là possibile. Ci consegnò un pezzo di carta chiamato IROE, che riguardava le regole di ingaggio. Comprendeva tutto ciò che era possibile fare durante un'interrogatorio, con l'approvazione del Pentagono; ma era anche un documento "aperto", che incoraggiava la creatività dell'interrogatore.

"Ad esempio, una tecnica approvata era chiamata la manipolazione ambientale. È difficile dire cosa significasse esattamente. Poteva significare che avevamo il permesso di lasciare i prigionieri fuori al freddo sotto la pioggia, o potevamo mettere musica rock a tutto volume e tormentarli con luci psichedeliche per giorni, oppure usare queste cose insieme. Il documento non forniva istruzioni precise, ma del resto questo era proprio ciò che si voleva ottenere.

"Quindi quando ci veniva detto di fare qualcosa, controllavamo su quel documento per capire cosa fosse legale o meno". Dato che gli era stato detto che i detenuti non erano tutelati dalla Convenzione di Ginevra, Lagouranis pensò che la sua conoscenza della legge non fosse applicabile. "Eravamo in una situazione molto strana… ti hanno sempre detto che se ricevi un ordine contro la legge hai il dovere di rifiutarti di eseguirlo, ma eravamo in un posto dove non sapevamo dove fosse il limite della legalità, quindi non sapevamo che fare". Per coprirsi le spalle, Lagouranis preparò un piano per l'interrogatorio di ogni singolo detenuto, lo fece firmare dal sergente maggiore, e lo incluse alle relative documentazioni.


Prima che la squadra mobile di Lagouranis arrivasse, il sito era stato a corto di personale. "Una volta arrivati, credo che il sergente maggiore avesse visto la possibilità di creare un sistema di proprie regole. Una di queste riguardò l'introduzione di operazioni di 24 ore. Prima di questo, le operazioni duravano solo 12 ore. Ci fece lavorare a turni, di modo che potessimo resistere alla mancanza di sonno, che potessimo resistere a posizioni stressanti tutta la notte… così nel giro di una settimana dal nostro arrivo vennero istituite queste tattiche più dure".

"Il sergente maggiore si impossessò di un container da nave che divenne la stanza per gli interrogatori dell'unità. La procedura operativa cominciò a includere il sottoporre il prigioniero a posizioni stressanti come standard di interrogatorio. Queste comprendevano il farlo stare in piedi o inginocchiato per lunghi periodi di tempo; farlo camminare con le ginocchia sul cemento, sul compensato o anche sulla ghiaia (su questa lo si costringeva anche a strisciarvi). Un altro supplizio che usavamo era costringere il prigioniero ad appoggiarsi al muro con la schiena tenendo le ginocchia piegate con un angolo di novanta gradi. Si tratta di un esercizio ginnico abbastanza normale, che diventa veramente doloroso dopo pochi minuti, ma i prigionieri venivano costretti a eseguirlo per molto più tempo.


"Avevamo tre diverse luci psichedeliche che usavamo simultaneamente, e il prigioniero era costretto a una posizione stressante al freddo, cosicché congelasse. A volte i detenuti erano esposti direttamente alla luce psichedelica, ma altre volte indossavano dei dispositivi ottici che oscuravano la vista, ma permettevano alla luce pulsante di entrare. La musica nel container da nave era quella di uno stereo a tutto volume. In teoria dovevamo stare col prigioniero tutto il tempo, ma se volevamo potevamo uscire e chiudere a chiave la porta. Potevamo anche semplicemente andare fuori dal container e starcene seduti. Il rumore non mi avrebbe dato poi tanto fastidio. Iniziammo a usare musica Heavy Metal fornitaci dalla polizia militare, ma una volta alle due del mattino misi James Taylor (popolare cantante folk Americano anni 70'-'80, N.d.T.), perché non ne potevo più di quella merda.

"Non ero io a occuparmi dei cani. Avevamo addestratori professionisti. Erano della Polizia Militare (in seguito si abbrevierà in MP, N.d.T.), ed erano di stanza vicino a noi, quindi dovevo solo andare lì e svegliarli. Concordavamo un segnale che gli avrei dato per aizzare il cane ad abbaiare al prigioniero, o addirittura perché vi si scagliasse contro. Lo stesso prigioniero indossava degli occhiali da saldatore completamente oscurati, per cui non poteva vedere che il cane era legato, non poteva vedere che il cane aveva una museruola, avrebbe saputo solo che c'era un cane grosso e pericoloso in stanza con lui.

"Di solito accadeva che il prigioniero all'inizio fosse terrorizzato, ma poi l'effetto veniva meno – capiva che il cane non l'avrebbe attaccato. Quindi nei primi istanti l'effetto per il prigioniero era così terrificante da fargliela letteralmente fare addosso. Ma in seguito non accadeva più niente. Quindi questo metodo era ben poco efficace, ma il sergente maggiore iniziò a dirci di fare così, e quindi noi eseguimmo".

Sebbene alcuni prigionieri si lamentassero, Lagouranis ritiene che gli altri in qualche modo avessero accettato il trattamento – "come se questo fosse normale quando sei detenuto. Se pensi all'Iraq, e a ciò che gli Iracheni si aspettavano se cadevano nelle mani di Saddam Hussein, probabilmente credevano che gli fosse andata abbastanza bene, specialmente perché il trattamento che subivano da noi era molto meno duro di quello che avevano subito dalle unità di custodia dei prigionieri. Ricevevamo prigionieri che ne avevano viste di tutti i colori. Ricevevamo prigionieri dai Navy SEAL, che usavano molte delle nostre tecniche, anche se le loro erano più dure. Gli capitava di far spogliare il detenuto, e di farlo sdraiare sul pavimento versandogli acqua ghiacciata sul corpo. Gli misuravano la temperatura con un termometro rettale. Ci portarono un prigioniero che era stato ustionato dai Navy SEAL. Sembrava che avessero usato un comune accendino. I piedi di un altro prigioniero erano gonfi e di un colorito bluastro, le dita erano tutte rotte, per cui non poteva camminare. E allora ce li mandavano, e gli facevamo ascoltare James Taylor – non penso che fossero particolarmente offesi per quello che gli facevamo. Non che voglia giustificarmi per questo, ma le loro reazioni non furono mai troppo forti".

Lagouranis sostiene che gli MP fossero "entusiasti di partecipare a tutto questo. Molti dei ragazzi con cui lavoravamo erano ex guardie carcerarie o riservisti che svolgevano gli stessi compiti durante la vita civile. Amavano fare queste cose. Volevano assolutamente essere coinvolti durante gli interrogatori. Questo in realtà a volte era un problema. Mi ricordo di una volta, in cui ero di guardia alle tre del mattino presso un container con un prigioniero dentro, e degli uomini si avvicinavano per sapere che stava succedendo, perché sentivano la musica e forse vedevano le luci. E volevano unirsi all'interrogatorio. Quindi mi capitava di avere quattro sergenti intorno a me, e io sono uno specialista, e volevano entrare e riempire di botte il prigioniero, e dovevo controllare questi uomini che erano di un grado più alto, erano di più ed erano anche armati, mentre io no – poiché se sto tenendo sotto controllo un prigioniero non posso avere armi con me. A volte mi innervosivo non poco, e non potevo nemmeno chiedere aiuto perché non c'era nessuno in giro. Mi ricordo una volta che gli MP arrivarono dalla struttura principale e cominciarono a picchiare sul container, un tizio salì sul tetto e iniziò a saltare su e giù, mentre gli altri tiravano sassi al container, entravano e urlavano al prigioniero. E io mi chiedevo come potessi controllare la situazione…"

Lagouranis sostiene che gli MP non sapevano niente dei singoli detenuti, la maggior parte dei quali, secondo le sue stime, non c'entravano nulla con le sommosse. "Gli MP non leggevano i rapporti, non parlavano al prigioniero, non sapevano nulla di lui, pensavano solo che fosse un franco tiratore o un attentatore e quindi lo odiavano. Avrebbero abusato di lui in ogni modo, se ne avessero avuto la possibilità. In effetti riuscivano a farlo in molti modi. Potevano rifiutare il permesso di una visita medica, di andare al bagno (il che è molto comune), e perfino di una coperta".

Dice, "avevamo a che fare con molti prigionieri… per cui la maggior parte di loro non subivano tutto il trattamento, a meno che il sergente maggiore non lo volesse. Ma c'erano due fratelli che avevamo riempito di botte… c'erano dei segni evidenti su questi uomini, cosa che era veramente rara – non lasciavamo segni visibili praticamente su nessuno… riservammo loro un trattamento duro per quasi un mese, almeno credo, e alla fine quei ragazzi erano completamente a pezzi, sia fisicamente sia mentalmente. Uno di loro, quando avevamo finito con lui, camminava come un novantenne. Era un reduce dell'esercito, quando venne portato da noi era un giovanotto molto in salute, ma alla fine era ridotto a uno straccio. Psicologicamente, non riuscivano a focalizzare più niente. Le loro emozioni cambiavano in continuazione. Mostravano chiari segni di deterioramento".

Se una persona non riesce a focalizzare le cose, come può rispondere alle domande? "Rendeva l'interrogatorio più difficile, ma non avevamo altri modi di ottenere informazioni da loro. La persona che aveva ordinato tutto questo, il sergente maggiore, non vide mai questi prigionieri, quindi per lui non c'era modo di capire cosa stesse accadendo". La risposta del sergente maggiore alla mancanza di informazioni, dice Lagouranis, era semplicemente di aumentare gli abusi.

Nell'aprile del 2004 il New Yorker e 60 Minutes II portarono all'attenzione del pubblico la vicenda degli abusi subiti da un detenuto ad Abu Ghraib. Non molto tempo dopo la pubblicazione di queste immagini, Lagouranis venne trasferito di nuovo da Mosul ad Abu Ghraib. Le trasmissioni della CNN venivano prodotte costantemente nelle zone dove gli specialisti addetti agli interrogatori redigevano i loro rapporti, ed era là, mentre guardava i discorsi al Congresso, che Lagouranis sentì il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld affermare che i detenuti in Iraq venivano trattati in base alla Convenzione di Ginevra. "Udii anche il tenente generale Ricardo Sanchez affermare che non c'era l'autorizzazione a usare i cani in Iraq". Questa testimonianza contraddiceva completamente le linee guida per gli interrogatori che Sanchez, comandante militare in Iraq, aveva emesso nel settembre del 2003.

"Fu in quel momento che mi incazzai sul serio", dice Lagouranis. "Pensai così, 'Cazzo, questa gente ce lo sta mettendo nel culo'".

Non molto tempo dopo, la Divisione di Indagini Criminali dell'Esercito, mentre conduceva un'indagine su torture ad opera degli MP ad Abu Ghraib, convocò Lagouranis per fargli alcune domande riguardo agli abusi subiti da un prigioniero da parte di alcuni MP in seguito accusati dello scandalo. Lagouranis riferisce di averli potuti aiutare con quel caso, in quanto non era stato lui a interrogare il detenuto, ma riportò tutto ciò che aveva fatto nel container dala nave a Mosul e tutto ciò a cui aveva assistito. Menzionò anche il primo rapporto che aveva redatto col CID (Criminal Investigation Department, Dipartimento per Indagini Criminali), riguardante il pezzo grosso del partito Baath che era stato torturato ad Abu Ghraib.

In seguito non ebbe più notizie di nulla, prima di essere trasferito a Kalsu, una base a Iskandariyah, circa 25 miglia a sud di Baghdad, dove i Marines erano al comando di una nuova struttura detentiva. "Quando scoppiò il casino, trovammo il potere di rifiutare ogni misura pesante", ricorda Lagouranis, "ma in quella base fui testimone degli abusi più gravi. Dopo lo scandalo, smisero di torturare la gente in prigione e cominciarono a farlo prima di portarcela. Lo facevano o a casa loro, o li portavano in certi posti lontani… I Marines avevano una postazione – soprannominata la 'fabbrica di carne' – in cui portavano i prigionieri per torturarli per 24 o 48 ore prima di internarli, e usavano tecniche come il supplizio dell'acqua, esecuzioni simulate, pestaggi, rottura di ossa, qualsiasi cosa. Era terribile, in particolare la Prima Ricognizione – una specie di unità di forze speciali dei Marines, un'unità di élite (unita alla Ventiquattresima Forza di Spedizione dei Marines, nota come il 24th MEU). Ogni volta che conducevano un raid, non era importante chi catturassero, volevano solo riempire di botte questa gente. Vecchi, quindicenni, tornavano tutti, ne uscivano con ferite e ossa rotte. Un ragazzo tornò con una vescica dietro la gamba. Era grossa, brutta e purulenta. Lo avevano costretto a sedersi sul tubo di scappamento di un camion col motore acceso.

"E io in quel periodo redigevo rapporti sugli abusi commessi da questi uomini, e li inviavo attraverso la catena di comando dei Marine… prendevo le dichiarazioni dei prigionieri, scrivevo le mie, scattavo fotografie, e le inserivo nei file medici dei detenuti.

"Nessuno guardò mai questi documenti medici, nessuno venne mai a parlare coi prigionieri, nessuno mi intervistò mai su quella roba. Ma mi assicuravano che queste cose sarebbero state sottoposte a un'indagine".

In novembre, dopo due mesi a Kalsu, Lagouranis venne mandato a Falluja. Le forze americane avevano lanciato una grande offensiva per ripulire la città, e i cadaveri venivano portati in un magazzino agricolo che gli americani avevano soprannominato "la fabbrica di patate". Lagouranis venne assegnato alla perquisizione delle tasche e dei vestiti dei morti, per cercare di identificarli e raccogliere indizi dai loro documenti. Il Dipartimento della Difesa aveva offerto alcuni scanner della retina per aiutare l'identificazione, ma questa tecnologia non si rivelò efficace. I corpi, molti dei quali erano rimasti sulla strada per più di una settimana a decomporsi e ad essere straziati dagli animali, spesso non avevano più gli occhi – "solo le orbite piene di vermi". I Marines stavano negoziando con le autorità locali e gli Imam riguardo a come e dove i cadaveri dovessero essere sepolti, e finché non si fosse arrivati a una decisione sarebbero rimasti dov'erano. "Era orribile. Dovevamo maneggiare questi cadaveri tutto il giorno. Era come se ci vivessimo insieme, vermi e mosche ovunque. Non potevamo nemmeno farci una doccia, perché non ce n'erano. Non potevamo lavarci i vestiti". Lagouranis visse in quel modo per un mese. Secondo le sue stime c'erano 500 corpi nel magazzino quando se ne andò.

Lasciò l'Iraq nel dicembre 2004. Nel gennaio del 2005 tornò a Fort Gordon in Georgia, infuriato e frustrato da ciò che aveva visto e fatto.

"L'idea di base di un interrogatorio – così come ti viene insegnato sempre – è che dovresti ottenere alcune informazioni, che parteciperanno a comporre un disegno più complesso. E io non credo che questo stesse accadendo… mi occupai di un prigioniero il cui fratello era in un'altra struttura detentiva. Non avevo accesso ai rapporti sull'interrogatorio di suo fratello. Scrivevo rapporti segreti, il prigioniero poi veniva rimandato ad Abu Ghraib, e spesso i miei rapporti non l'avrebbero accompagnato. Le informazioni finivano per andare perdute. Anche se l'Esercito aveva un software creato apposta per spartire le informazioni fra gli interrogatori e l'intero dipartimento dei servizi segreti, ogni comandante faceva quello che voleva. Quindi i nostri database non potevano comunicare fra di loro. Quando ero ad Abu Ghraib non potevo nemmeno accedere al database della Polizia Militare per capire chi fosse ad Abu Ghraib. Tutto era difficile in modo ridicolo. Non aveva senso.

"Redigevo rapporti segreti e qualcuno avrebbe menzionato il nome di qualcun'altro, un vicino, senza nessun tipo di informazioni che potessero incriminarlo. E la persona preposta ad analizzare il tutto ne avrebbe preso possesso, e quella persona sarebbe divenuto un bersaglio e io mi sarei messo a parlare con quella persona la settimana dopo – e per cosa? E io avrei chiamato l'addetto alle analisi e gli avrei detto, 'Perché sto avendo a che fare con questo qua?' E lui avrebbe citato il mio rapporto fuori dal contesto, e mi avrebbe detto che questo era il perché. Non aveva nessun senso".

Lagouranis spiega che la produzione di rapporti, anche i più insignificanti, era un obiettivo per molti specialisti addetti agli interrogatori, e in base al numero di rapporti prodotti venivano ricompensati con delle decorazioni. Dopo che Lagouranis ebbe spiegato al suo caposquadra che un certo detenuto che aveva coperto un fuggiasco non aveva più niente da dire, l'ufficiale iniziò a interrogarlo in modo da ottenere i dettagli più minuti. "Gli faceva domande del tipo, 'Quali bibite piacciono a questo qua? Beve Coca Cola normale o Light?' Se glielo avesse detto, avremmo pubblicato un rapporto segreto su questo".

A Falluja, uno degli obiettivi dell'identificazione dei cadaveri era capire quanti stranieri fossero stati coinvolti nell'insurrezione. "L'Esercito e i suoi servizi segreti le stavano provando tutte per far sì che quei corpi fossero di stranieri. Se uno aveva una camicia fatta in Libano, allora era libanese. Se vi trovavano un Corano stampato in Algeria, allora si trattava di un algerino. Se vi trovavano valuta siriana – cosa che era tutt'altro che improbabile, dato che la valuta irachena era senza valore – allora era siriano. E poi pubblicavano queste statistiche – questo è il motivo del ritrovamento di così tanti combattenti stranieri fra i morti a Fallujah.

"Quando arrivammo lì per la prima volta", Lagouranis ricorda, "controllammo tutti gli edifici del sito, e in uno di essi qualcuno notò che c'erano un certo numero di scatole di sapone alla glicerina e che qualcuno stava facendo qualcosa con la stufa. Sembrava che stessero producendo grasso, per qualche ragione [la produzione di grasso avviene cocendo le parti grasse della carne, in modo da estrarlo per usarlo come condimento]. Ma io penso che qualcuno avesse visto Fight Club e pensato che si potesse estrarre la glicerina dal sapone per preparare una bomba, il che era semplicemente ridicolo. E così realizzammo che qualcuno qui stava facendo degli IED [congegni esplosivi artigianali], cosicché potessero mettere una bomba in quella cucina e farla saltare in aria. Quando arrivammo lì per la prima volta sul sito vi trovammo un pugno di uomini della sicurezza. Quindi li interrogammo tutti. Avevano arrestato il fratello di un boss locale, e lo avevano fatto nonostante lui si fosse spiegato in questi termini: 'Non so di che state parlando. Qui abbiamo solo una postazione di soccorso'. Avevano tutte queste medicine, c'era una bandiera con la mezzaluna rossa che vi sventolava sopra, era ovvio che fosse una postazione di soccorso. Disse così: 'Gli americani quando sono venuti ci hanno dato il sapone perché siamo una postazione di soccorso'. Io gli credetti, ma lui venne comunque arrestato e portato via. Poi arrivò il fratello, il capo di questa delegazione – un pugno di uomini in abito dal Ministero dell'Agricoltura venuti per protestare contro ciò che stavamo facendo nel sito. Arrestano e portano via pure lui. In seguito ho visto il rapporto riguardante l'intera operazione a Fallujah. Uno dei punti focali recitava così: 'Trovata e distrutta fabbrica di IED nella fabbrica di patate'".


Lagouranis sostiene di aver interrogato quattro fratelli che erano stati arrestati durante un rastrellamento perché i militari avevano trovato a casa loro un'asta per misurazioni, che avevano ipotizzato potesse essere stata usata per segnalare bersagli per i mortai. I fratelli, torchiati uno per volta da Lagouranis, insistettero di averla usata per misurare la profondità dell'acqua in un canale, e che nella casa non ci fosse niente che potesse incriminarli. Benché Lagouranis fosse convinto dell'innocenza di quegli uomini, i suoi superiori non volevano rilasciarli. Un uomo arrestato perché in possesso di un cellulare e di una pala andò incontro a un simile destino. L'Esercito insistette che la pala poteva essere stata usata per impiantare un IED, mentre il cellulare avrebbe potuto essere stato usato per farlo detonare, e anche se Lagouranis aveva accettato la spiegazione del detenuto, nulla di quello che poté dire riuscì a smontare questi sospetti. L'Esercito voleva potersi vantare del numero di terroristi catturati, e i quattro fratelli con l'asta per misurazioni, i due che dirigevano la postazione di soccorso alla fabbrica di patate, e l'uomo con la pala, vennero trattatati come tali.





[Lagouranis in viaggio da Mosul ad Abu Ghraib]

La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne della brigata MI rimasero ad Abu Ghraib e in una base vicina per l'intero corso della ferma, e alla fine di quell'anno pubblicarono un rapporto segreto che, secondo Lagouranis, era pieno di millanterie. "Era qualcosa del tipo: 'Ecco i dieci detenuti più pericolosi e tutto quello che abbiamo cavato da loro'. Erano tutte stronzate. E quello valeva per un intero anno di interrogatori, in cui ad Abu Ghraib erano stati torchiati migliaia di prigionieri. Non si ottenne nulla da quel posto. E non sono solo io a dirlo – puoi chiederlo a chiunque vi abbia lavorato insieme a me. La ragione principale di questo è che dal 90 al 95% delle gente che avevamo catturato non aveva nulla a che fare con l'insurrezione. E se ne aveva, non potevamo provarlo in modo adeguato. E i detenuti lo sapevano, e sapevano anche che non erano costretti a parlare con noi". Un rapporto della Croce Rossa del febbraio 2004 basato sulle stime degli ufficiali del servizio segreto della coalizione recita come dal 70 al 90% dei prigionieri fossero in realtà innocenti.

"L'esperienza in Iraq non mi ha dato nulla", dice Lagouranis. "Niente di niente".

Tornato a Fort Gordon, Lagouranis rivela di aver risentito di quella terribile esperienza in prima persona. "Ho avuto qualche problema mentale per un po'. Attacchi di panico, ansia, insonnia, incubi. Tremavo in continuazione. In più ero davvero incazzato. Cominciavo a rifiutare di eseguire gli ordini. Dopo che torni dall'Iraq sono tutti a darti pacche sulla spalla, ti chiamano eroe e ti ricoprono di medaglie, ma io rispondevo 'Andate vaffanculo, gente. La nostra missione laggiù è una presa per il culo. Tutto quello che abbiamo fatto è una presa per il culo'. E non mi potevano dire nulla, perché avevo ragione, prima di tutto, e poi perché loro erano sempre stati ad Abu Ghraib, mentre io avevo dovuto sporcarmi le mani sui morti.

"Quindi tutti si chiesero che farne di questo Lagouranis. In effetti stavo davvero facendo un casino della madonna. Quindi mi sbatterono fuori. Mi diedero un congedo onorevole, cosa che apprezzai".


Lagouranis lasciò l'Esercito verso la metà del luglio 2005, si fermò a New Orleans da alcuni amici per un po', e tornò a Chicago in agosto. "Scendo dal treno e mi sento davvero a pezzi e disorientato. La mia ragazza mi porta a casa, mi mette a letto e se ne va al lavoro. Mi giro e mi rigiro cercando di dormire e sento questa musica klezmer che viene dai vicini. Sentivo tutto il giorno questa musica terribile. Mi stava facendo impazzire. Quindi vidi un fantasma nella mia camera. La mia ragazza torna e mi sto lamentando della musica, e poi sento Bill Monroe che canta 'Blue Moon of Kentucky,' e le faccio, 'La senti?' e lei mi risponde 'Stai diventando matto'. Quindi poi lei va a dormire e improvvisamente il soffitto si riempie di scarafaggi.

"Penso che fosse perché ero stato a Zoloft e Welbutrin e decisi di smetterla di prendere quella roba, ma in teoria non si potrebbe smettere così. Quindi per tre giorni e tre notti non ho dormito e ho visto e sentito cose. Ascoltavo una talk radio – portava notizie sull'Iraq. Era nella mia testa, ma allo stesso tempo non sembrava che ci fosse davvero. Anche dopo che mi dissero che sentivo quelle cose, non ci credevo. Camminavo intorno alla casa della mia ragazza e dal freezer sentivo suonare canzoni tedesche. Come uscivo nel patio sentivo Lou Rawls. Avrei dovuto capire che stavo perdendo il controllo con la realtà, ma continuai a cercare di convincermi che sentivo davvero quella roba. Quindi finii al pronto soccorso del Veterans Administration… finalmente mi addormentai esausto, e poi stetti bene".

Anche se le voci nella sua testa se n'erano andate, la sua rabbia c'era ancora. Anche prima di lasciare l'Esercito, Lagouranis si era fatto intervistare da un amico per la KALW, la stazione della National Public Radio di San Francisco. Quindi venne intervistato anche da un avvocato di New York di sua conoscenza, in collegamento con una causa civile che aveva coinvolto detenuti iracheni e contraenti americani. Frontline ne sapeva qualcosa, e gli telefonò. Prima che l'estate e l'autunno finissero, raccontò la sua storia anche a Hardball e a Democracy Now, su ciò che chiamò la cultura dell'abuso. Era il primo specialista addetto agli interrogatori che avesse lavorato in Iraq a descrivere torture e abusi da parte di soldati americani, e dopo le prime interviste iniziò a lavorare su un libro, "Fear Up Harsh: An Army Interrogator's Dark Journey Through Iraq" (l'espressione "fear up harsh" rimanda a una tecnica usata durante gli interrogatori da parte degli americani, e consiste nell'aumentare in modo significativo la soglia del terrore nel prigioniero sotto detenzione, N.d.T.), che verrà pubblicato in giugno. L'addetto stampa dell'Esercito John Paul Boyce ha risposto all'intervista di Hardball sostenendo che l'Esercito "non ha mai dato il permesso a nessun soldato durante questa guerra di torturare o commettere abusi sui detenuti… esortiamo il signor Lagouranis a fornirci informazioni su questo, così che si possa iniziare un'inchiesta approfondita".

Lagouranis non pensava di avere niente di nuovo da dire all'Esercito, oltre all'abuso che aveva riportato nel gennaio 2004 ad Abu Ghraib in due interviste al Dipartimento di Indagini Criminali (CID) dopo che aveva lasciato Mosul in quella primavera, poi tre volte alla catena di commando dei Marines a Kalsu in settembre e ottobre, e ancora in un'intervista su cui aveva insistito con il CID dopo il suo ritorno in Georgia nel gennaio 2005. Dopo che la sua apparizione su Frontline venne trasmessa nell'ottobre del 2005, comunque, un ispettore del CID dell'Esercito si recò all'appartamento di Lagouranis e gli chiese perché non avesse riportato nessuno di questi abusi prima di andare dai media. "Il ragazzo mi disse, 'Abbiamo inserito il tuo nome nel computer, ma non abbiamo nessun rapporto da parte tua".


Alla domanda su cosa l'Esercito avesse fatto in risposta alle lamentele di Lagouranis, Boyce, il portavoce dell'Esercito, rispose via e-mail che "Mr. Lagouranis era stato intervistato dal CID per fare chiarezza sulle sue accuse, ma offrì troppo poche informazioni per attuare ulteriori azioni". Nessuno, disse Boyce, era stato accusato di niente.

Il capitano dei Marines David Nevers, addetto alle pubbliche relazioni per il 24esimo MEU, rispose alle accuse di Lagouranis riguardo agli abusi commessi a Kalsu dai Marines. "Posso dirvi che non ci sono prove per verificare queste accuse" ha dichiarato Nevers la scorsa settimana. "I nostri Marines sono stati aggressivi nel dare la caccia e catturare noti criminali, assassini e terroristi? Ci potete scommettere. Alcuni di questi personaggi sono stati strapazzati un po' durante la detenzione perché si dessero una calmata? Si, per forza. Stiamo combattendo una guerra contro un nemico irriducibile, e i nostri ragazzi, cercando di mettercela tutta e dare il massimo, devono essere molto aggressivi per assicurare la propria incolumità e quella dei loro stessi detenuti. Ma i nostri ragazzi stavano veramente abusando dei loro detenuti? Assolutamente no. E mettere sullo stesso piano qualche ferita e taglietto durante arresto e detenzione, in un contesto dove i nostri Marines incontrano resistenza armata, significa dimostrare scarso apprezzamento, per metterla in modo caritatevole, per quello che i nostri ragazzi stanno facendo al fronte…"

Nevers pensò che Lagouranis avesse archiviato solo una delle rimostranze e non conosceva né le circostanze né le ferite menzionate. Lagouranis dice di aver archiviato tre rimostranze – che comprendevano un vecchio e la sua famiglia che sostenevano di essere stati picchiati a casa loro, un uomo che era stato colpito col retro di un'ascia durante un interrogatorio, e un contadino che scappò via quando arrivarono i MEU – un uomo non ricercato per nessun motivo, eppure, come da accusa, picchiato durante l'interrogatorio dei Marine. Lagouranis sostiene di aver visto molte ferite serie a Kalsu che non ha riportato. "Non so perché ho riportato alcuni abusi e non altri. Penso avesse a che fare con quanto stanco o occupato fossi, o sulle sensazioni che mi suscitava la vittima".

Le tecniche che Lagouranis aveva usato erano state autorizzate dal Tenente Generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze di coalizione in Iraq, in un memorandum del 14 settembre 2003. La parte iniziale del documento indica che la Convenzione di Ginevra andava applicata, e che "le forze della Coalizione avrebbero continuato a trattare tutte le persone sotto il loro controllo con umanità". Detto questo, Sanchez continua ad autorizzare trattamenti disumani – posizioni stressanti, l'uso dei cani, l'esposizione al calore o al gelo, isolamento prolungato, musica ad alto volume, privazione di sonno (Sanchez lo chiama "controllo del sonno"), e l'oscuro "controllo della luce".

Secondo Stephen Lewis, uno dei compagni di Lagouranis nella 513esima Brigata dei Servizi Segreti dell'Esercito, tutte le tecniche presentate da Lagouranis tranne l'uso dei cani "erano molto comuni, e venivano supervisionate direttamente da ufficiali fino al rango di colonnello". Lewis servì in Iraq nello stesso periodo in cui c'era Lagouranis, ma venne inviato solamente ad Abu Ghraib e in un'altro luogo che non può nominare in quanto si tratta di informazioni riservate. Le tecniche, disse Lewis, "erano considerate legali e richiedevano un approvazione che era concessa sempre. Non ho mai assistito o sentito dire di una richiesta rifiutata". Lewis sostiene di non aver visto nessuno usare i cani, perché i colonnelli che supervisionavano entrambi i siti ne erano allergici.

Lewis sostiene di aver avuto l'ordine di registrare un abuso ogni qualvolta un prigioniero se ne lamentasse, ovunque questo accadesse. Ricorda modelli di tortura distinguersi, con metodi specifici peculiari di luoghi specifici – c'era il modello Ramadi, per esempio, e un altro per Fallujah. Ricorda che i prigionieri si lamentavano di essere stati sodomizzati con una grossa zucchina o con un bastone, e anche se l'aveva effettivamente riportato, in seguito udì la stessa accusa numerosi mesi dopo da un altro prigioniero detenuto nello stesso sito. "Non ho mai sentito dire di un arresto in seguito a un abuso riportato, disse, nonostante fosse evidente che i detenuti non stessero recitando.


"Era evidente che abusi di questo tipo avvenivano ovunque", dice. "Ogni giorno vedevo cose che a molti di noi specialisti addetti agli interrogatori sembravano così normali e parte di una routine per cui nessuno diceva niente. Ci vuole un certo coraggio per alzarsi in piedi e rivelare che il re è nudo. Penso di aver fatto bene date le circostanze, ma nessuno riportò quello che avrebbe dovuto quando avrebbe dovuto farlo – me incluso.

"Ho visto persone buone e rispettabili diventare delle belve feroci – bravi ragazzi americani che, tanto per cominciare, non avrebbero mai dovuto essere messi in quella posizione. Avevano due scelte – disobbedire a ordini diretti o diventare dei mostri. Quando tutti prendono l'altra strada finisce che ti senti solo".

In risposta alla domanda se considerasse le tecniche usate da Lagouranis come torture, Lewis disse, "Penso che il confine fosse molto sfumato. Tutte le tecniche che ognuno di noi usava erano espressamente approvate da ufficiali di alto rango, quindi ogni specialista addetto agli interrogatori aveva una possibile difesa, poiché veniva detto in continuazione che avevamo ragione. Eppure Tony si alzò e disse che era sbagliato ciò che le massime sfere del Pentagono sostenevano essere giusto. Cosa che è molto più di quello che la maggior parte di noi poté dire".

E nonostante tutto il coraggio che Lagouranis aveva mostrato venendo fuori, accusando da solo l'Esercito e i Marine, portando alla luce le denunce di vari detenuti, e prendendo parte a numerosi eventi in difesa dei diritti umani, doveva ancora guardarsi allo specchio. Qui c'è un aguzzino che aveva studiato le grandi opere del pensiero occidentale e che ha girato il mondo vivendo una vita davvero fuori dal comune. Ha vissuto per sei mesi nel suo attuale appartamento con niente più che un materasso, una sedia imbottita, e una scatola su cui mettere il computer; l'arredamento che ha adesso, regalatogli da un amico, potrebbe essere rifiutato anche dall'Esercito della Salvezza.

E ha torturato.

La misura di ciò sono le sue vittime. In risposta alla domanda su cosa potrebbe aspettarsi di vedere in un uomo che è stato rinchiuso in un container da nave, al buio, bombardato con luci stroboscopiche e musica al massimo, esposto a ipotermia, e minacciato da un grosso cane, Rosa Garcia-Peltoniemi, primaria nel Centro per le Vittime della Tortura a Minneapolis, ha detto che non sarebbe sorpresa se l'uomo soffrisse di tremendi danni psichici e psicologici per il resto della sua vita.

Alla domanda su che spiegazioni potesse darsi, Lagouranis dice, "E' dura. Posso dire che stavo eseguendo degli ordini, e questo è vero in parte. Mi stavo chiedendo, 'a che punto sono arrivato?' e c'erano chiaramente dei momenti in cui ho detto che non avrei attraversato questa o quella linea". Lagouranis sostiene di essersi rifiutato di partecipare a umiliazioni sessuali, shock elettrici, o esecuzioni simulate (anche se ammette che una volta non riuscì ad assicurare a un prigioniero bendato, che stava scortando oltre alcuni soldati impegnati in esercitazioni di tiro, che non si trattava di un plotone di esecuzione). Disse anche di non aver mai colpito un prigioniero, anche se ammette che colpire qualcuno "può fargli meno danni dell'ipotermia, delle posizioni ad alto contenuto di stress o cose del genere. Sembrava proprio che fosse completamente tabù. Ma non pensavo davvero quello – sembrava come se ciò fosse dove la linea era a livello legale e morale.

"Ma ci sono anche altre risposte. Sei in zona di guerra e tutto si fa confuso. Volevamo la segretezza. Diventò moralmente quasi impossibile per me continuare quando realizzai che la maggior parte della gente con cui avevamo a che fare era innocente. E questo era duro da accettare. Quindi era più semplice pensare di avere a che fare con autentici criminali. Un'altra cosa che rendeva tutto più semplice era che mi sentivo – e penso che anche questo sia un argomento piuttosto debole – che tutto ciò che capitava a questa persona era per ragioni contestuali. Come se fosse la gravità a fargli male alle ginocchia, come se fosse colpa del freddo fuori se non stavano bene, non ero io, capisci cosa intendo? Come ho detto, erano argomentazioni futili, ma era più facile continuare se la mettevi su questo punto.

"Allora, poi, sei in un posto dove tutti ti dicono che va bene, ed è duro essere l'unica persona a dire, 'Non si può'. Ed ero davvero, anche se lo facevo, ero l'unico a dire, 'Dobbiamo metterci dei freni. Cos'è che sta andando troppo in là qui?'

"Potresti pensare che nemmeno questa sia una buona difesa, ma le cose che ho fatto non erano davvero così orrende. Voglio dire, ho visto delle torture davvero terribili. E sono certo che ogni torturatore direbbe così – 'Altre persone fanno di peggio'. Non portavo a termine i miei compiti fino in fondo. Come quando lasciavamo quei poveretti fuori al freddo, io ero sempre quello che usciva e li controllava per tutto il tempo. La maggior parte degli altri si sedevano solamente nell'ufficio e guardavano dei DVD mentre quella gente stava fuori al gelo. Ogni tanto li portavo dentro perché si riscaldassero. In questo modo non mi spinsi in là come avrei potuto fare.

"Non penso che la gente possa immaginarsi com'è. A Mosul eravamo all'aperto. C'era solo filo spinato a separarci dal paese e venivamo bombardati dai mortai in continuazione. Stavi a letto e colpi di mortaio cadevano tutto intorno. La fanteria ti porta qualcuno e ti dicono che si tratta del tizio che faceva il tiro al bersaglio col mortaio. Terrorizzarlo con un cane alla museruola non sembra esattamente la cosa peggiore in quella situazione… intendo che mi veniva voglia di farlo. Non sapevo che non avrebbe funzionato".

John Conroy ha studiato torture della polizia e argomenti relativi dal 1990, ed è l'autore di Unspeakable Acts, Ordinary People: The Dynamics of Torture.
Email: jconroy@chicagoreader.com



John Conroy
Fonte: http://www.chicagoreader.com/
Link: http://www.chicagoreader.com/features/stories/torture/
02.03.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FYLO

Albania: dove vanno i socialisti?

26.04.2007    Da Durazzo, scrive Francesca Niccolai

Fatos Nano
L’ex primo ministro albanese, Fatos Nano, si candida alla presidenza della Repubblica e attacca duramente chi gli è succeduto alla guida del Partito Socialista, Edi Rama. La discesa in campo di Nano aggrava la crisi nella principale formazione di sinistra, sull’orlo di una nuova scissione
Nano for president

L’ex primo ministro ed ex leader del Partito Socialista (PS), Fatos Nano, ha ufficializzato la propria candidatura alla presidenza della Repubblica. Sono anni che l’ex premier ambisce alla carica di capo dello Stato: il primo tentativo risale al 2002, ma la sua corsa al Palazzo delle Brigate fallì perché socialisti e democratici finirono per accordarsi sull’attuale presidente, Alfred Moisiu.

Nano non divenne primo cittadino ma tornò alla guida dell’esecutivo, restandovi fino alle elezioni del 2005. Proprio alla vigilia della sconfitta socialista si tornò a parlare delle sue mire presidenziali, ma dopo la disfatta l’ex primo ministro sparì dalla scena politica, abdicò dalla direzione del PS – rilevata dal suo avversario Edi Rama – e riapparve solo un anno dopo, quando l’ex ministro degli Interni berishano, Sokol Olldashi, si dichiarò favorevole a un eventuale Nano for president.

A riprova dei buoni rapporti con l’attuale maggioranza, lo scorso gennaio l’ex leader socialista si unì a Berisha nell’esortare gli schieramenti a fissare la data delle amministrative, rimandate da mesi. Molti vi riconobbero la candidatura di Nano al Palazzo delle Brigate, sostenuta dal nemico storico Berisha e accolta con freddezza dalla corrente del PS che fa capo a Rama. Candidatura che Nano ha infine ufficializzato, inasprendo lo scontro tra fazioni che rischia di spaccare il suo partito.

Le dichiarazioni (di guerra e pace…)

Da due settimane Nano è un fiume in piena e rilascia interviste nelle quali tocca ogni corda dell’umano sentire. Ricorda con nostalgia di essersi allontanato altre volte dal PS (alludendo ai suoi rientri trionfali). Si definisce “sofferente per la mancanza di rispetto delle diversità entro il partito” e denuncia che “il PS è ostaggio di una leadership che sta distruggendo il partito più democratico mai esistito in Albania”. L’ex capo socialista accusa Rama di essere un accentratore che “sta clonando a sua immagine e somiglianza l’intera direzione del PS, rendendolo ancora peggiore del Partito Democratico (PD): Rama vuol far cadere Berisha per imitare Berisha”. E dice di non poter tacere davanti al massacro del partito che ha guidato per quindici anni, “perché il PS è la parte più vissuta della mia vita, per cui ho anche scontato diversi anni di carcere politico (dal 1992 al 1997)”.

Venendo alla candidatura presidenziale, Nano spiega di cercare “il consenso della Repubblica d’Albania”. “Presidente consensuale” è la parola d’ordine dell’ex premier, che denuncia la tensione nel mondo politico e ritiene di potervi riportare l’armonia. “Il paese non ha bisogno di crisi artificiali: penso di essere il presidente in grado di porre fine allo scontro politico”, dichiara il candidato tirando l’ennesima frecciata a Rama, che è tornato a invocare elezioni anticipate. Per contro, Nano tende la mano a Berisha, assicurando che “negli ultimi due anni è cambiato”.

Le reazioni del mondo politico

La resurrezione dell’ex premier ha approfondito la spaccatura nel PS, i cui deputati sono già ai ferri corti per le riforme avviate da Rama. Parte della corrente “nanoista” – costituita dai parlamentari “storici” – rimpiange il vecchio leader, definendo la sua candidatura come “un onore”, ma figure del calibro di Petro Koçi e Kastriot Islami si mantengono prudenti e distaccate. Senza guantoni il “ramista” Erjon Braçe, che ha definito “ridicola” l’ipotesi Nano, elencando le gesta politiche (e private) che, a parer suo, avrebbero screditato l’ex premier, paragonandolo addirittura a Milošević.

Tra gli alleati del PS tira aria di diffidenza, sia perché Nano “flirta” con Berisha, sia perché la squadra vincente non si cambia e, dopo la vittoria alle amministrative, difficilmente tradiranno Rama. L’ex premier, che avrebbe bisogno del pieno sostegno della sinistra, pare dunque isolato. Da parte sua, il PD rimane fermo sulla candidatura di Bamir Topi, ma diversi analisti sospettano che Berisha finirà per abbandonarlo e sostenere Nano.

Questo Congresso non s’ha da fare

Edi Rama
A marzo, l’Assemblea Nazionale del PS ha deciso di anticipare ad aprile il Congresso per indicare i candidati alla guida del partito. Un altro Congresso, fissato per il 26 maggio, dovrà “modificare lo statuto del PS”. Su iniziativa di Rama, l’Assemblea ha istituito 12 sottosegretari organizzativi, uno per ogni regione albanese, nominati dal leader stesso. I nanoisti hanno chiesto alla Commissione di Garanzia dello Statuto (il “tribunale” del PS) di annullare tali decisioni e rimandare le elezioni interne, come previsto dallo statuto, ma l’istanza è stata respinta.

Secondo i nanoisti, Rama intende accelerare la propria riconferma a capo del PS per garantirsi altri quattro anni di leadership anche in caso di sconfitta ad eventuali elezioni anticipate estive. Si sta consumando una lotta all’ultimo sangue tra “vecchi” e “giovani” del PS, dove i primi rivendicano “il contributo dato al partito fin dal 1991, sgravandolo della pesante eredità enverista” e i secondi li accusano di ostacolare le riforme di Rama. In questo clima di alta tensione si è dunque aperto l’XI Congresso del PS, tenutosi il 9 aprile.

Il Congresso: clash of the resolutions

Oltre a fissare l’elezione del nuovo leader per il 12 maggio, quando Rama affronterà il modesto Shkëlqim Meta, la convention socialista ha esasperato lo scontro tra le due fazioni. I nanoisti hanno proposto la votazione segreta di un “invito alla comprensione” che chiedeva a Rama di eleggere il capo del PS dopo la nomina del presidente della Repubblica, prevista a luglio. Il documento esprimeva “una forte preoccupazione per l’atmosfera di clientelismo instauratasi nel partito e per la carenza di una piattaforma per designare il presidente ed evitare elezioni anticipate”. Al contrario, i ramisti proponevano di “boicottare la scelta del presidente e tornare alle urne”, ma hanno ritirato la propria mozione “per aprire al compromesso”.

Dopo un furioso dibattito, i ramisti hanno ottenuto che l’“invito” nanoista fosse votato in maniera palese: la risoluzione è stata bocciata a stragrande maggioranza, parte dei delegati ha lasciato la sala in segno di protesta e Rama ha commentato che “tutti sono utili, nessuno è indispensabile”. L’energico leader ha negato di voler trasformare il PS per rafforzarvi il proprio potere e ha sfidato chiunque lo disapprovi ad affrontarlo in un duello ad armi pari. Il capo ha inviato altre antifone a Nano, dichiarando che “i progetti personali non prevarranno più su quelli comuni” e che “nessuno può dettare il corso del PS in nome della sua carriera”.

Il Congresso si è concluso col pieno trionfo della linea di Rama, confermando tutte le decisioni prese dalla fatidica Assemblea Nazionale, ma il momento di gloria potrebbe costare al leader socialista la spaccatura del suo partito. All’indomani della convention si è dimesso il segretario generale del PS, Pandeli Majko, che era tra i promotori dell’“invito” bocciato. E’ così terminata la difficile convivenza tra i numeri uno e due del partito, come molti si attendevano già da tempo.

Nano for president o Nano for ever?

Quella in corso è la peggior crisi del PS dopo la spaccatura del 2004, che portò alla nascita del Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI) di Ilir Meta. E la storia rischia di ripetersi perché, dopo il Congresso, Nano ha minacciato la fondazione di un nuovo partito. Che per il vecchio leader non ci sia più spazio nel PS è ormai evidente: la riforma di Rama consisterà nella nomina di nuovi capi ad ogni livello e “nell’apertura ad altra gente, per operare una trasfusione di sangue nel partito”. La convention del 9 aprile sembra frenare anche la corsa presidenziale di Nano, perché un PS con Rama rieletto non lo designerà come candidato della sinistra. Lo stesso ex premier riconosce che “il Congresso ha cambiato tutto e l’obiettivo della presidenza è ora secondario”.

Obiettivo primario sarebbe “la riconquista del partito da parte dei suoi veri rappresentanti”, spiega Nano, riferendo che i delegati sconfitti al Congresso hanno invocato il suo aiuto: “Ci hanno preso il partito! Papà, vieni a salvarci!”. Ma è lontano il dicembre 2003, quando il vecchio leader stravinse la sua ultima elezione alla guida del PS, polverizzando Rama. Erano altri tempi, il PS era unito e Nano ne controllava saldamente l’opposizione interna.

Oggi l’ex leader è stretto fra il rischio di “morire politicamente” dentro il PS e la creazione di un nuovo partito, portando la sinistra a un tripolarismo che potrebbe riflettersi sull’intera politica albanese – un partito disposto ad “alleanze fluide” anche col centrodestra. Bollando Rama come “anarchico”, “avventuriero” e “portavoce di gruppi occulti”, Nano rivendica di essere “il vero riformatore europeo” e annuncia che dirigerà “un movimento politico ispirato alla collaborazione bipartizan e alle riforme per l’integrazione, nel quale confluiranno membri di tutti i partiti esistenti”.

Ma fondare un nuovo partito è operazione ardua e insidiosa, mentre la presidenza della Repubblica rimane la via più agevole e sicura per tornare alla ribalta. Benché affermi che la mancata elezione “non sarebbe una tragedia”, il vecchio Fatos non demorde e contrattacca sul piano diplomatico, che è sempre stato il suo forte: rimarcando che la sua candidatura “non passa dall’ufficio di Rama”, il 17 aprile ha partecipato alle celebrazioni per gli 80 anni di papa Ratzinger, cui ha donato una statuina di Madre Teresa di Calcutta. Ha così ricordato agli avversari, tutti assenti, la potenza delle sue relazioni internazionali, e lo ha fatto partendo “dall’alto” – come dire, Deus vult. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7052/1/41/


L’assemblea del Distrito Federal depenalizza l’interruzione di gravidanza. Grande risultato per lo stato della capitale messicana che si dimostra progressista e laico nonostante le pressioni contro la proposta di legge da parte del governo centrale e della Chiesa.

aborto legaleCon 46 voti a favore e 19 contrari l’organo legislativo della capitale, Mexico DF, depenalizza l’aborto. A nulla sono valse le pressioni del governo Calderón, contrario alla legge, e soprattutto la pressione, pesantissima, della Chiesa Cattolica. Addirittura Papa Ratzinger in persona era intervenuto pochi giorni fa manifestando il suo appoggio nei confronti dei vescovi messicani nella loro anacronistica crociata contro l’aborto legale. Il distretto di Città del Messico però non ha ceduto, e anche grazie alla maggioranza di sinistra PDR attualmente all’opposizione nel paese, si dimostra l’eccezione progressista, laica e proiettata nel futuro di un Messico tornato conservatore ed ultracattolico.

Finalmente un passo in avanti quindi e il Distrito Federal si aggiunge a Cuba, Portorico e Guyana, unici paesi latinoamericani sinora a non criminalizzare l’interruzione di gravidanza. La capitale messicana si era già distinta qualche mese fa essendo il primo distretto messicano ad approvare la “civilissima” “ley de convivencia”, con la quale si permettevano e trovavano il giusto riscontro legale le unioni civili omosessuali e non.

Pessima invece la figura fatta dal governo Calderón, sempre più ipocrita, e soprattutto della Chiesa, dimostratasi per l’ennesima volta retrodata e anacronistica, addirittura minacciando di scomunica i deputati che avessero votato contro la depenalizzazione dell’aborto. La sentenza ecclesiastica tuonava: “Coloro che collaboreranno in favore dell’aborto, ed in particolare i candidati che lo approveranno, riceveranno la pena della scomunica”.

Per fortuna però la legge ha ricevuto lo stesso la giusta approvazione nell’Assemblea legislativa e permetterà di interrompere una gravidanza nelle prime 12 settimane senza che questo venga considerato un omicidio. Tutto il Messico, ma anche l’intera America Latina avrebbe bisogno di una legge simile visto e considerato che solo nella capitale di Città del Messico sono migliaia le donne che perdono la vita ogni anno a causa di aborti clandestini e non assistiti.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/04/aborto-depenalizzato-mexico-df.html

Pena capitale, vittoria italiana




Stavolta è stata l’Italia a dettare la linea all’Europa. Almeno in materia di pena di morte. Dopo mesi di discussioni intermittenti (e l’ennesimo sciopero della fame di Marco Pannella) il Parlamento europeo ha deciso che la linea italiana era quella giusta, approvando un documento comune che impegna i 27 stati membri dell’Unione a presentare subito all’assemblea generale dell’Onu una specifica risoluzione per una moratoria universale sulla pena di morte. Ora ci si augura che le istituzioni europee seguano la nostra linea anche sulla tempistica. Al di là delle belle intenzioni (che peraltro non sono nuove) già c’è chi preme per non presentare la risoluzione entro settembre, così come suggerito da Roma, ma attendere di avere la certezza di ottenere una maggioranza in proposito in seno agli stati membri. Il rischio, però, è che la questione si perda nelle mille emergenze mondiali e nell’ostruzionismo (questo sì certo) di un colosso come gli Stati Uniti che non ha certamente voglia di mettere in dubbio uno dei capisaldi del sistema giudiziario americano.
Ben venga, dunque, la scelta del 10 ottobre come giornata dell’Unione europea contro la pena capitale, ben venga dunque l’invito a firmare il protocollo relativo all’abolizione della pena di morte contenuto nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Ma ben venga anche un’Europa che, davvero unita, dica chiaro e tondo che la pena di morte è uno strumento dal sapore e dalla pratica medioevali. Che, furiosamente, accomuna l’America, simbolo di libertà e democrazia, alla Corea del Nord, emblema di totalitarismo e repressione. Affinché arrivi il giorno in cui l’audience televisiva occidentale non possa più contare sull’impiccagione di un dittatore come Saddam Hussein. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=86382

Ginga

di Hank Levine, Marcello Machado e Tocha Alves

Un calcio alle sofferenze

Tre registi hanno scelto di raccontare il Brasile attraverso i suoi miti: il calcio e la capoeira legati dall’aura magica della ginga che Ruy Castro, giornalista brasiliano che ha scritto, studiato e analizzato il suo paese attraverso i suoi miti definisce come «un modo di prendere la vita troppo sul serio, combattendo le avversità con l’uso delle dita dei piedi, dei tacchi e i fianchi». Hank Levine, Marcello Machado e Tocha Alves hanno incontrato, intervistato nove ragazzi e una ragazza che vivono nella varie parti del Brasile: dieci storie diverse accomunate dalla passione per il calcio e dai sogni che circondano quel mondo.

Ginga, presentato di recente al RIFF, è dunque un documentario diviso in dieci capitoli nei quali incontriamo la piccola Karim che abita a Sao Paulo e detiene il primato nei palleggi, il giovane Wescley, aiutato da un’associazione a inseguire il suo sogno nonostante l’amputazione di entrambe le gambe, mentre i tre registi ci presentano anche la storia di Robinho, campione che gioca nel Real Madrid. Ma il filo conduttore del viaggio è l’indagine che ha come scopo quello di scoprire la fusione naturale tra il calcio e lo sport (o la filosofia, o lo stile di vita) della capoeira. Il legame tra la capoeira - arrivata dall’Africa, praticata come danza dagli schiavi per allenarsi ai combattimenti e alla ribellione- e la ginga è stretto, visto che il termine ginga è arrivato in Brasile proprio attraverso la capoeira. Un legame mitico che spiegherebbe l’abilità dei movimenti famosa in tutto il mondo dei brasiliani: la ginga infatti è qualcosa che si possiede naturalmente, non si apprende.

Non è un caso quindi che il ragazzo incontrato a El Salvador non sia solo un bravo giocatore di calcio ma anche un maestro di capoeira. Il viaggio nel magico mondo del calcio brasiliano è anche una porta su un mondo di tornei, campionati colorati che si svolgono a ritmo di samba, tra danze e divertimento, inseguendo un sogno che solo pochi realizzeranno in pieno. L’esempio più sorprendente di questo fenomeno sono la passione e il viaggio danzante e gioioso sul Rio delle Amazzoni che Celso e i suoi compagni fanno per andare a Manaus per partecipare ad un torneo: un gruppo di giovani che si allena in un luogo lontano dalla città, dai campi da calcio, immersi nel simbolo della natura, la foresta Amazzonica.

Un sogno a ritmo di musica, Ginga è organizzato e montato con suoni del Brasile: non è un caso che i tre registi abbiano avuto esperienze con video musicali e che dietro alla produzione ci sia la mano di Fernando Meirelles (City of God, The Constant Gardener, Cidade dos homens) del quale si ritrovano alcuni tratti stilistici. Ginga è un viaggio affascinante nei miti del Brasile che cerca di spiegarne alcuni aspetti, ma lascia perplessi l’operazione commerciale organizzata dalla Nike - che ha coprodotto il documentario - soprattutto sul web. Sembra in qualche modo stridente raccontare lo spirito libero del Brasile attraverso una multinazionale come la Nike, ma in fondo, riflessioni socio-economiche a parte, il documentario rappresenta visivamente quello spirito e quel modo di essere che non fa prendere le cose troppo sul serio, chiamato appunto ginga.http://www.cinemafrica.org/page.php?article417


Giappone - Il successo di sua maesta' il sushi mette in crisi Tokio



Ken Whej
QuadrantEuropa


Il governo nipponico vuole combattere il dilettantismo culinario dei ristoranti giapponese all'estero. Per ora e' nata una Commissione ma si prepara la polizia del sushi.




Pizza, hamburger, involtini di primavera, nouvelle cuisine fanno a gara per occupare il primo posto nella cucina globale? Niente da fare il vero imperatore della gastronomia contemporanea è il sushi.

New York, Mosca, Parigi, Berlino, Roma, Sydney, Shanghai, le metropoli della globalizzazione vedono spuntare come funghi i ristoranti giapponesi. Riviste internazionali cantano le lodi della cucina giapponese come il non plus ultra del nutrimento progressista mondiale. Il cibo del paese del sol levante sta vivendo il suo momento di boom? I giapponesi non ne sono affatto contenti.

L'inizio di una diaspora culinaria

La stima internazionale della cucina giapponese potrebbe essere motivo di orgoglio per le frotte dei turisti del paese del Sol levante che nei loro viaggi si preoccupano del cibo estero e vogliono difendersi dagli stili culinari dei paesi che li ospitano. Invece non è così. I ristoranti giapponesi all’estero lasciano scontenti i propri compatrioti e non riescono a sanare questa diaspora culinaria.

Era noto che la cucina nipponica all’estero non riesce a raggiungere la qualità media del cibo servito nel paese del Sol levante. Le cose stanno peggiorando. Spaghetti giapponesi, sushi ed altre leccornie della gastronomia di Tokio, sono diventati il menu tipico di ogni compagnia aerea in rotta da e per l’estremo oriente. Nelle città meta del turismo internazionale, i ristoranti fanno passare per cucina giapponese, qualsiasi sapore. I media nipponici pubblicano sconsolati le foto di sua maestà sushi&Company presentato nei miscugli più astrusi.

L’attuale interesse giapponese per il trattamento riservato alla loro cucina all’estero è nato con una “terrificante” scoperta fatta negli Usa dal ministro dell’agricoltura di Tokio. Entrato in un ristorante giapponese per saziarsi con i sapori della madre patria, Toshikatsu Matsuoka è rimasto di stucco vedendo sulla lista dei cibi a fianco al tradizionale sushi nipponico, carne fritta alla coreana e altre delicatezze asiatiche. Sotto il simbolo di un ristorante giapponese, un tale sacrilegio non è ammesso ha dichiarato amareggiato il ministro.

Dilettantismo culinario

Lo sconcerto dell’uomo politico giapponese ha dato il via al dibattito nella madre patria. Lo scandalo sta innanzitutto nel fatto che molti ristoranti che predicano le virtù della cucina del Sol levante, non utilizzano ingredienti giapponesi. Ma c’è di più. Nemmeno proprietari, cuochi e camerieri, sarebbero giapponesi. Il gusto di piatti così preparati tradirebbe il carattere dilettantistico di tutta l’operazione. Nulla di più lontano dalle rigorose tradizioni di Tokio.

Ma l’ironia della storia come si sa a volte capovolge ogni cosa. Così il dibattito nato per consacrare la purezza della gastronomia nazionale, sta facendo scoprire quanto sia difficile definire in cosa realmente consista la cucina giapponese. Una recente indagine tra le donne giapponesi ha mostrato che su questo non c’è consenso neppure tra gli stessi abitanti del paese del Sol levante.

I criteri per definire la gastronomia nipponica si sono rivelati così ampi da arrivare a comprendere anche la cucina dei paesi vicini. Al primo posto dell’inchiesta si trova che cibo giapponese è tutto quello che “si accorda col riso”, subito dopo viene il “cibo che c’era nell’antico Giappone”, mentre al terzo posto si è piazzato il “cibo che si mangia con le bacchette”. Categorie un po’ vaste per permettere conclusioni definitive.

Nella discussione si è preso atto che anche nel campo culinario il Giappone, non solo ha subito l’influenza straniera, ma si è volontariamente sottomesso ad essa. Per esempio la “tempura” è stata introdotta dai portoghesi nel XVI secolo, che del resto hanno fatto conoscere anche i biscotti in scatola, le patate dolci, il mais e il peperone dolce. L’influenza straniera non è nemmeno un fatto del solo passato, per esempio nel piatto molto ricercato del “Kare raisu”, riso al kerry, questa è molto evidente.

Sushi coreano

Si è persino giunto a mettere in discussione persino la paternità del sushi. È infatti aperta la questione se il piatto nazionale giapponese sia nato in Corea. Se fosse provato che e' cosi tutta la coscienza culinaria della nazione entrerebbe in crisi.

Il ministro, evidentemente non molto contento del tono preso dal dibattito, ha consigliato invece la creazione di una commissione che dovrà certificare l’affidabilità dei ristoranti giapponesi all’estero. Un compito difficile visto che per esempio a Parigi il 90% dei ristoranti giapponesi è gestito da cinesi.

La proposta di Toshikatsu Matsuoka ha scatenato l’ironia di chi già vede all’opera la polizia del sushi mentre cuochi-agenti segreti entrano in azione per spiare le padelle globali che attentano alla sicurezza delle pietanze giapponesi.

Nel frattempo però la commissione è nata davvero e, composta da rappresentanti di economia, gastronomia e tecnici del settore, ha messo on line i suoi consigli, proponendo anche l’avvio di un “Japanese Restaurant Recommendation Program”. Questa struttura dal nome pomposo prevede la nascita di un comitato con sede in Giappone e filiali in diversi paesi che dovrebbe accertare, e rilasciare un certificato, lo standard di qualità della gastronomia giapponese all’estero. Il programma dovrebbe essere gestito da privati ma non gli mancherà certo il sostegno governativo.

Alla base del programma si possono ritrovare i motivi e gli interessi che in Giappone hanno determinato tutta la discussione pubblica. La cucina giapponese, impregnata dell’estetica e dalla sensibilità del paese ma anche da quella di altre culture e tradizioni, vuole essere il contributo di Tokio allo stile culinario e di vita del mondo contemporaneo. I ristoranti giapponesi diventerebbero cosi la finestra globale della nazione i messaggeri culturali del paese.

Per questo è importante fare attenzione ai metodi e ingredienti che utilizzano.



IN futuro Tokio si preoccuperà non solo di formare il personale straniero ma invierà cuochi giapponesi all’estero e fornirà informazioni sui sapori autentici e gli originali ingredienti giapponesi.

Il governo giapponese è convinto che alla fine tutto questo lavoro sarà uno stimolo per le esportazioni e le raccomandazioni della commissione non nascondono questo obiettivo. Il mercato nazionale ormai saturo, deve prepararsi a fare un ulteriore salto globale e i ristoranti giapponesi all’estero devono diventare il veicolo della nuova espansione economica di Tokio.

La commissione di è preoccupata di non far apparire discriminatoria la propria azione. Per questo non si è voluto dare una definizione formale di cosa sia la cucina giapponese, anche se poi dal punto di vista simbolico questo sta avvenendo. La cultura nazionale dovrebbe adeguarsi a questa cucina ibrida che piace molto all’estero. Del resto si tratta di appropriarsi di talenti creativi, anche di quelli di cuochi non giapponesi, della capacità di far fronte alle trasformazioni e adeguare il gusto giapponese ai rapidi mutamenti del mondo globale.

Del resto anche il panorama culinario giapponese vedrà ulteriori cambiamenti. Quello che ieri era ancora un ingrediente importato, domani farà sicuramente parte delle ricette giapponesi. Almeno in Giappone la polizia-sushi non ha alcuna chance di affermarsi. All’estero chissà.


Studio, dietro l’iniezione letale un atroce dolore nascosto

 

Visto dall’esterno, il corpo di un detenuto che sta muorendo per un’iniezione letale appare immobile, dando l’idea di un decesso ’sereno’. Dentro l’organismo, pero’, lo scenario potrebbe essere ben diverso: secondo uno studio appena pubblicato negli Usa e destinato a riaprire il dibattito sulla pena di morte, tutti i ricettori del dolore nel sistema nervoso potrebbero essere attivi, dando al condannato la sensazione di star bruciando. […]  

Lo studio ha analizzato il cocktail di veleni usato in tutti gli stati degli Usa che ricorrono alle iniezioni letali, ormai diventate praticamente l’unico metodo di esecuzione in vigore nel paese. Come era accaduto gia’ due anni fa con una ricerca pubblicata sulla rivista medica Lancet, anche il nuovo studio ha concluso che ci sono serie possibilita’ che i detenuti siano coscienti a lungo dopo l’iniezione e che la loro sia una morte dolorosa, i cui effetti sarebbero mascherati all’esterno dagli effetti di una sostanza paralizzante iniettata nelle vene.

La Costituzione americana vieta metodi punitivi che siano ‘crudeli o inusuali’ e proprio sulla base di questo divieto si e’ scatenato negli ultimi anni un dibattito sulle iniezioni letali che ha raggiunto nei mesi scorsi anche la Corte Suprema. Il massimo organo giudiziario d’America ha riconosciuto il diritto dei detenuti di sfidare fino all’ultimo momento la legittimita’ costituzionale delle iniezioni e alcuni stati, di fronte alle prospettive aperte dalla Corte, hanno preferito prendere una pausa di riflessione nelle esecuzioni. Tra questi figurano California e Florida, due degli stati con i piu’ grandi bracci della morte, dove il dibattito e’ intenso: in Florida, in particolare, la lunga e in apparenza dolorosa morte di un condannato alla fine del 2006 ha scosso molte coscienze.

Un team guidato dal chirurgo Leonidas Koniaris, dell’ Universita’ di Miami, ha studiato gli effetti delle iniezioni analizzando i dati relativi a 33 esecuzioni in North Carolina e California, avvenute tra il 1984 e il 2006. I ricercatori hanno studiato il protocollo previsto per la somministrazione delle sostanze letali e lo hanno confrontato con i dati personali sui singoli detenuti, come il loro peso o eventuali patologie.

La procedura per l’iniezione letale prevede il ricorso a tre sostanze. Prima viene somministrato il sodio tiopentale, un barbiturico che serve a far perdere conoscenza. Poi e’ la volta del bromuro di pancuronium, che paralizza i muscoli. Infine arriva il cloruro di potassio, che provoca l’arresto cardiaco. Ciascuna delle tre sostanze, in base al protocollo inventato nel 1977 in Oklahoma da Jay Chapman, va somministrata in dosi tali che da sola basterebbe a provocare la morte.

Lo studio pero’ solleva dubbi sull’efficacia del metodo, ritenendo che i dati indichino la possibilita’ che l’anestesia non sia totale e che il detenuto possa soffrire in modo atroce - ma invisibile - quando riceve le sostanze successive. ‘’E’ possibile - ha detto Koniaris al Washington Post - che queste persone siano torturate e che noi non possiamo vederlo, perche’ sono paralizzate. Non sono sicuro che una societa’ civile debba fare una cosa del genere'’. Le conclusioni ‘’sono state per noi sconvolgenti'’, ha aggiunto Teresa Zimmers, un altro membro del team: ‘’Ci sono limitate ricerche scientifiche dietro questo protocollo e l’immagine dell’iniezione letale come di un metodo umano di giustiziare qualcuno, e’ completamente sbagliata'’.

I risultati della ricerca sono pubblicati sulla rivista medica online Plos Medicine, insieme a un editoriale nel quale i responsabili della rivista spiegano che non e’ loro intento quello di migliorare il protocollo, bensi’ suggerire la necessita’ di abolire del tutto la pena di morte.

Le esecuzioni intanto vanno avanti negli Usa. L’Ohio ha appena messo a morte con un’iniezione letale James Filiaggi, 41 anni, condannato per un delitto del 1994. E’ la 14ma esecuzione dell’anno negli Stati Uniti. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/04/25/studio-dietro-liniezione-letale-un-atroce-dolore-nascosto/#more-289


Ue: razzismo, xenofobia e negazionismo diventano reato penale

Un manifesto della campagna contro la discriminazione razziale - da Migra
Un manifesto della campagna contro la discriminazione razziale - da Migra
Dopo diversi anni di discussioni e negoziati, i Ministri della giustizia dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea hanno votato un accordo secondo cui chiunque istighi all'odio razziale o inciti alla violenza dovrà essere punito con la reclusione da uno a tre anni. L’accordo, che prevede delle deroghe e lascerà libero ogni stato di applicare pene particolari in casi specifici, prevede condanne anche per "l'incitazione pubblica alla violenza o all'odio contro un gruppo di persone o un membro di tale gruppo, definito rispetto alla razza, il colore, la religione, l'ascendenza, l'origine nazionale o etnica" - informa Migra, Osservatorio sulla discriminazione degli immigrati nel lavoro di Trento.

"Non si può più pensare di combattere il razzismo solo identificando le persone che superano un certo limite - spiega un rappresentante di Amnesty International. "Gli stati hanno il dovere di dare l'esempio con pene molto severe con chi si mostra apertamente razzista".

Condanne sono previste anche per chi assume atteggiamenti di violenza e discriminazione nei confronti di gruppi definiti per colore, razza, origine, religione. Pene inoltre per chi nega genocidi e crimini di guerra o contro l'umanità. Analoghe sanzioni, infatti, dovranno essere applicate all'"apologia pubblica, la negazione o banalizzazione grossolana dei crimini di genocidio, contro l'umanità e crimini di guerra", definiti come tali da un'"alta giurisdizione internazionale", come ha fatto con l'Olocausto il Tribunale di Norimberga o con il massacro di Srebrenica il Tribunale Penale Internazionale - segnala Stranieri in Italia. Questo però non significa che diventerà automaticamente reato in tutta l'Ue scrivere un saggio che nega la shoa o sventolare bandiere con svastiche e croci celtiche. Venendo incontro alle rischieste di Gran Bretagna e Irlanda e Paesi Scandinavi, preoccupati di tutelare la libertà di espressione, il testo lascia infatti ai singoli Stati la possibilità di "scegliere di punire solo le condotte esercitate in modo da rischiare di turbare l'ordine pubblico, oppure ingiuriose, insultanti o minacciose".

Nel 2001, la Commissione europea propose di adottare una decisione quadro che assicurasse pene certe in seguito a comportamenti razzisti e xenofobi perpetrati nei vari Stati dell'Ue, con possibilità di consegna ed estradizione dei rei colpevoli, ma ci sono voluti altri sei anni per decretare una direttiva contro il razzismo e la xenofobia che renderà delitto ogni forma di odio e violenza razziale nonchè il negazionismo dei genocidi internazionalmente riconosciuti.
La presidenza tedesca dell'Unione europea, che ha incluso fra le sue priorità la lotta al razzismo e alla xenofobia su scala europea, si è dichiarata soddisfatta dell'accordo raggiunto. Non sono state accontentate le richieste di Estonia e Littuania e Polonia che volevano inserire tra i crimini da condannare "il negazionismo dei crimini del comunismo e dello stalinismo", ma si è arrivati a una dichiarazione in cui vengono deplorati "tutti i crimini" dei regimi totalitari, con la previsione che in futuro venga riesaminata necessità di legiferare su questo punto.

Resta fuori dal testo anche il simbolo della svastica, espropriato dalla Germania nazista per la propria bandiera ma originariamente usato generalmente con significati augurali o di fortuna da molte culture fin dal neolitico, e principalmente un simbolo sacro per l'Induismo. Per non accendere ulteriori problemi con l'Irlanda del Nord, l'Inghilterra ha accettato di inserire un richiamo al'odio religioso "solo se associato ad un riferimento alla nazionalità o alla razza". Sono molti i punti del testo lasciati aperti all'interpretazione delle singole giurisdizioni nazionali , mettendo in luce un atteggiamento di formulazione piuttosto generica degli atti da incriminare, in un complesso dibattito aperto nel 2001.

Secondo uno studio sul crimine e la sicurezza in Europa riferito al 2004, oltre 9 milioni di persone nell'Ue si sono dichiarate vittime almeno una volta di crimini a sfondo razzista. Singoli individui e gruppi che oggi si definiscono neo-nazisti, non limitano la loro ideologia all'antisemitismo, ma spesso il loro messaggio colpisce altre minoranze, come ad esempio le comunità africane, arabe o asiatiche. Tutti gli Stati membri dell'Ue hanno messo al bando tali comportamenti, adottando leggi apposite, pur se contenuto e applicazione differiscono ancora considerevolmente. http://www.unimondo.org/

Autocelebrazione della Cina per l’invio di truppe internazionali in Darfur
Antoaneta Bezlova

Pechino, (IPS) - La Cina si attribuisce il merito di aver persuaso il governo del Sudan ad accettare la presenza di una forza internazionale di peacekeeping per mettere fine ai massacri nel Darfur, e intende impedire che vengano imposte ulteriori sanzioni su un paese dove possiede forti investimenti.

Al ritorno da una missione speciale in Sudan, il vice ministro degli Esteri Zhai Jun ha dichiarato alla stampa che è grazie agli sforzi della Cina che Khartoum sta cedendo alle pressioni internazionali per accettare il piano di pace di Annan.

“Non siamo favorevoli ad aumentare le sanzioni o ad estenderle, poiché ci sono molte speranze di risolvere questa questione (del Darfur)”, ha detto Zhai.

Prima del tour di Zhai in Sudan, dove ha incontrato il Presidente e visitato i campi profughi del paese, Khartoum aveva più volte rifiutato di cedere alle pressioni internazionali consentendo l’intervento Onu in Darfur. Il Presidente al-Bashir ha dichiarato che una simile azione avrebbe messo a rischio la sovranità del paese, e ha definito le truppe di pace dell’Onu “neo-colonialiste”.

Pechino continua a mantenere la sua posizione, benché nuove prove dimostrino che il governo sudanese sarebbe direttamente coinvolto nella guerra civile che sta devastando la regione del Darfur. Secondo un rapporto Onu, rilasciato alla stampa, Khartoum avrebbe mascherato degli aerei militari per farli sembrare dei velivoli Onu, e li avrebbe usati per bombardare i villaggi del Darfur.

Il Presidente del Sudan Omar Hassan al-Bashir afferma da tempo che il suo governo non ha niente a che vedere con la guerra civile in corso nella regione, che ha già causato oltre 200.000 morti e 2,5 milioni di sfollati.

Il conflitto in Darfur è cominciato nel 2003, quando alcune tribù africane di etnia nera si sono ribellate contro il governo arabo di Khartoum, accusandolo di decenni di discriminazioni ed emarginazione. Secondo i gruppi per i diritti umani e l’Onu, il governo ha risposto armando e sguinzagliando le milizie dei Janjaweed, ritenuti responsabili di aver distrutto centinaia di villaggi, uccidendo gli abitanti e violentando le donne.

Le nuove prove del coinvolgimento di Khartoum in queste atrocità sarebbero emerse da un dossier riservato dell’Onu trapelato la scorsa settimana. Corredato di fotografie, il rapporto sostiene che il governo del Sudan avrebbe dipinto alcuni aerei militari di bianco - un colore generalmente riservato all’Onu - utilizzandoli per trasportare ami per le milizie Janjaweed, oltre che per voli di ricognizione e azioni di bombardamento sul Darfur.

La Cina ha però preferito puntare su ciò che ha definito una “mossa positiva verso la pace”, portata a termine la scorsa settimana. Dopo mesi di inutili sforzi diplomatici, il Sudan ha infine accettato di ricevere aiuti su ampia scala dall’Onu, con l’invio di 3.000 agenti di polizia militare, oltre a sei elicotteri d’attacco e ad altre unità dell’aviazione in Darfur.

Questo rapporto rappresenta il secondo passo di una proposta su tre fasi, a lungo rinviata, lanciata dall’ex segretario dell’Onu Kofi Annan con l’obiettivo di creare una forza congiunta Onu-Unione Africana di 21.000 unità, che andasse a sostituire le forze dell’Unione africana attualmente operative sul posto, di soli 7.000 uomini.

Secondo il ministro degli Esteri cinese, questo non sarebbe il “momento adatto” per discutere di sanzioni, e i poteri mondiali dovrebbero invece cogliere questa opportunità diplomatica per concentrarsi sull’insediamento di una forza Onu nella regione del Darfur, devastata dalla guerra.

“È il momento di intraprendere delle misure costruttive per attuare l’accordo, invece di parlare di nuove sanzioni”; ha detto il portavoce del ministro Liu Jinchao durante un briefing con la stampa tenutosi a Pechino la settimana scorsa.

Nonostante la volontà di compromesso dimostrata da Khartoum, Usa e Gran Bretagna hanno minacciato di inasprire le sanzioni, se il Sudan non agirà in modo rapido e risoluto per fermare le violenze.

“Il tempo delle promesse è finito. Il Presidente Bashir deve agire. Se il Presidente Bashir non adempierà ai suoi obblighi, allora saranno gli Stati Uniti ad agire”, avrebbe dichiarato George W. Bush la scorsa settimana.

Tra le misure prese in considerazione: sanzioni contro le imprese coinvolte in affari con il Sudan, con il congelamento dei beni finanziari, embargo sulle armi e creazione di no-fly zone.

La Cina ha avvertito però che nuove sanzioni non farebbero che acutizzare la crisi umanitaria nella regione. “Sarebbe meglio non muoversi in questa direzione (imponendo sanzioni)”, ha detto sempre la scorsa settimana il vice ambasciatore Onu in Cina Liu Zhenmin. “Credo che entro qualche settimana, o qualche mese, il processo politico produrrà dei risultati”.

La Cina teme che l’inasprimento delle sanzioni possa far deragliare il processo politico faticosamente messo in piedi dai suoi diplomatici, e di cui Pechino si attribuisce il merito.

L’intervento cinese segna un grosso cambiamento rispetto alla politica adottata in passato, quando Pechino appariva riluttante ad usare la propria influenza in Sudan. La Cina, membro con potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, ha investito miliardi di dollari nello sviluppo dei campi petroliferi del Sudan, ed è uno dei principali partner commerciali della nazione africana.

L’amministrazione Bush ha sollecitato a lungo la Cina perché aumentasse le pressioni per convincere il governo sudanese a collaborare con l’Onu, suggerendo come possibili leve i grossi acquisti di petrolio, gli investimenti e le vendite d’armi di Pechino. Ma la Cina ha preferito vedere il Sudan come un’importante fonte di energia per la propria economia in espansione, rifiutando di prendere posizione sulla politica interna del paese.

Negli ultimi mesi, però, la “politica passiva” della Cina nei confronti del Sudan è finita nel mirino delle organizzazioni non governative e degli attivisti dei diritti umani, secondo i quali Pechino, rifiutandosi di agire, avrebbe di fatto tollerato le atrocità.

L’attrice Americana Mia Farrow, ambasciatrice delle Nazioni Unite, ha associato i Giochi Olimpici del 2008, che ospiterà Pechino, ai massacri in Darfur. In una campagna che definisce le Olimpiadi di Pechino “Olimpiadi del genocidio”, la Farrow, insieme ad altri gruppi per i diritti, ha voluto rimproverare pubblicamente la Cina per il suo presunto ruolo nella crisi in Darfur.

Pechino ha difeso l’impegno della Cina in Darfur, imputando il conflitto civile e la crisi umanitaria nella regione alla povertà. Zhai ha definito gli aiuti e gli investimenti cinesi nel paese come possibili soluzioni alla crisi.

“Se le condizioni di vita della popolazione sudanese non miglioreranno - ha detto il vice ministro cinese ai giornalisti -, continueranno a combattere per le risorse naturali limitate, aggravando la situazione”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=904

Il dietrofront
Dacca ritratta l'espulsione delle due ex primo ministro, Khaleda Zia e Sheikh Hasina
Il governo ad interim del Bangladesh, in carica dallo scorso ottobre con l'appoggio dell'esercito, ha ritrattato la decisione di costringere all'esilio due delle figure più influenti del paese. Si tratta di due donne, entrambe ex primo Ministro, Sheikh Hasina, leader del partito Awami League, e di Khaleda Zia, del Bangladesh Nationalist Party, Bnp.
 
Militare presidia una strada di DaccaIl fatto. La scorsa settimana Hasina, di ritorno da una vacanza negli Stati Uniti, è stata bloccata all'aeroporto di Londra come persona non gradita, per via degli scioperi e delle manifestazioni organizzate dal suo partito a gennaio, e accusata di corruzione. La donna è stata anche accusata di omicidio per le dieci persone rimaste uccise in quegli scontri. Khaleda Zia invece è stata costretta agli arresti domiciliari a Dacca e ha dovuto promettere di trasferirsi in Arabia Saudita per ottenere la scarcerazione del figlio, arrestato pochi giorni prima. Le due donne, un tempo unite contro la dittatura e in seguito rivali nel confronto democratico, sono state respinte dalle autorità nell'ambito di un processo di epurazione iniziato lo scorso 11 gennaio, con la proclamazione dello stato di emergenza che, ad oggi, ha permesso alle autorità di arrestare centinaia attivisti politici di ambedue gli schieramenti. Nello stesso periodo pare che decine di detenuti siano morti nelle carceri del paese e, tra la popolazione, si è diffuso un senso di terrore nei confronti della polizia, dell'esercito e delle milizie dei Rab, i Battaglioni di Azone Rapida. Mercoledì 25 il governo ad interim ha fatto marcia indietro e ha rimosso le restrizioni per le due, che potranno rimanere nel paese, anche se non è ancora chiaro se potranno prendere parte alle elezioni che il governo ad interim ha promesso per il 2008.
 
Sheikh HasinaPressioni. “Grazie alla gente del Bangladesh, ai media del mondo, ai leader politici e agli amici del nostro paese. A tutti quelli che hanno fatto pressione sul governo” ha dichiarato compiaciuta Sheikh Hasina da Londra. “é una vittoria del popolo” ha dichiarato Hannan Shah del Bangladesh Nationalist Party, “è stato riaffermato che i diritti democratici fondamentali delle persone non possono essere sospesi” ha ribadito Abdul Jalil dell'Awami League. Le accuse di omicidio contro Sheikh Hasina non sono cadute, ma almeno potrà presto rientrare in patria. Quanto a Khaleda Zia, il governo ha negato di aver esercitato alcuna pressione su di lei. Il dietrofront delle autorità pare sia stato soprattutto il frutto delle pressioni della diplomazia e dei media internazionali: in particolare da parte degli stati Uniti che, tramite il portavoce del Dipartimento di Stato McCormack, avevano ammonito: “se il governo ad interim non prende le giuste decisioni, così facendo minaccia la democrazia nel paese”. La campagna del governo contro le due donne si è inserita nella più ampia operazione anti-corruzione, condotta nell'ambito dello stato di emergenza, per riaffermare il controllo delle autorità sul paese. La corruzione è un problema ampiamente diffuso in Bangladesh e la manovra del governo è stata, almeno inizialmente, accolta con favore dalla popolazione, che però non ha sostenuto fino in fondo il tentativo delle autorità di liberarsi di due personaggi scomodi come Hasina e Khaleda. Molti ritengono che la loro presenza all'interno del paese renda impossibile il piano di riforme ideato dalle autorità ad interim, ma, secondo il corrispondente bella Bbc a Dacca, “il governo sembra avere gravemente sottovalutato gli umori della gente”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7849
 

Iraq : ONU , errati dati Baghdad , morti civili in aumento
di Rico Guillermo

I dati forniti dal governo dell'Iraq sulla diminuzione dei morti civili nel Paese sono falsi: le vittime sono infatti in aumento, secondo un rapporto dell'ONU nel quale si legge che le uccisioni indiscriminate su grande scala e gli assassinii mirati continuano ad impedire gli sforzi portare la stabilita' e la sicurezza durevoli nel Paese.

I funzionari di Baghdad avevano dichiarato un calo nel numero di uccisioni verso la fine di febbraio dopo che era stato lanciato il programma di sicurezza governativo, ma la missione di assistenza dell'ONU in Iraq (UNAMI) ha registrato un aumento in marzo. I gruppi armati non fanno infatti distinzione fra civili e combattenti e attaccano direttamente i civili con bombardamenti suicidi, sequestri ed esecuzioni estragiudiziali.

Ma il rapporto ha anche espresso preoccupazione per quanto riguarda il trattamento dei sospetti arrestati nell'ambito del programma governativo, sottolineando che le nuove procedure "non contengono misure esplicite che garantiscano i diritti minimi dovuti nel provedimento" mentre invece "autorizzao arresti senza garanzie e l'interrogatorio dei sospetti senza stabilire una scadenza" per la detenzione preprocessuale.

Riguardo agli "attacchi sistematici o diffusi contro la popolazione civile", il rapporto afferma che essi "sono equivalenti a crimini contro l'umanita' e violano le leggi di guerra", mentre sulla inadeguatezza normativa afferma che necessitano "urgente attenzione" l'intimidazione di una gran fascia della popolazione irachena - singoli e persone, nonche' personale degli uffici preposti all'applicazione della legge - e "l'interferenza politica negli affari dell'ordinamento giudiziario".

Mentre i nove rapporti precedenti sui diritti dell'uomo contenevano le statistiche sulle uccisioni, UNAMI si rammarica infine che le autorita' di Baghdad non abbiano permesso l'accesso all'elenco del ministero della sanita' sulla mortalita' per questo periodo e chiede il fnzionamento trasparente del governo iracheno di operare in un modo trasparente.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 26 2007

Privatizzazioni e nostalgie
Francesco Giavazzi
Corriere della Sera
La privatizzazione di Alitalia si è persa nella nebbia. In gennaio il minis tro Tommaso Padoa- Schioppa disse che era cosa fatta. Sono trascorsi tre mesi e ancora non è cominciata la due diligence, cioè l'analisi dei conti della compagnia da parte dei tre concorrenti. Il governo tira per le lunghe, forse aspetta che gli stranieri rimasti in gara, Aeroflot e il fondo americano Texas Pacific Group, si ritirino. A quel punto finirà per vendere ad Air One, unica compagnia italiana che partecipa alla gara.
Così si risolverebbero molti problemi. La nuova compagnia avrebbe il monopolio della tratta Milano-Roma, una gallina dalle uova d'oro che consentirebbe di evitare riduzioni di personale e l'eliminazione dei molti privilegi di cui oggi godono i dipendenti Alitalia. Il tutto, come sempre, sulle spalle dei consumatori. Perché l'Antitrust non dice che se Air One vincesse quella gara dovrebbe cedere ad altri metà degli slot Milano-Roma?
La realtà è che nessuno vuole più privatizzare alcunché. Chissà quale teoria giustifica la proprietà pubblica di una stamperia come il Poligrafico dello Stato in un Paese che ha un debito pari al 115% del Pil. Perché sindaci e presidenti di Provincia — che ogni giorno lamentano la scarsità delle loro risorse — devono possedere, e spesso aumentare, le loro quote di autostrade e altre imprese locali? Berlusconi in cinque anni di governo ha venduto solo una piccola azienda di tabacchi e oggi Prodi — come ha scritto Franco Debenedetti sul Sole 24 Ore
— sembra vergognarsi delle privatizzazioni del suo primo governo.
C'è nostalgia delle vecchie imprese pubbliche. Attribuire all'attuale governatore della Banca d'Italia, che allora dirigeva il ministero dell'Economia, e al ministro del tempo, Carlo Azeglio Ciampi, la colpa di aver privatizzato solo per fare cassa è diventato un refrain
quotidiano. La storia evidentemente non lascia traccia. Si dimentica che l'Iri di fatto fallì e che Telecom fu privatizzata per evitare quel fallimento. Si dimentica che l'obiettivo delle privatizzazioni era uscire da un sistema sovietico in cui metà dell'economia e tutte le banche erano controllate dalla politica.
C'è nostalgia dei manager pubblici, i vecchi boiardi. Gli imprenditori che hanno gestito Telecom in questi anni forse non sono stati molto efficienti, ma dieci anni fa Biagio Agnes ed Ernesto Pascale, i manager che gestivano i telefoni di Stato, proponevano di indebitare l'azienda fino al collo per cablare tutta l'Italia (il «Piano Socrate»): è stata Telecom privata a sviluppare la tecnologia che oggi consente di far transitare la banda larga Adsl sul vecchio doppino di rame, senza bisogno di cablare alcunché. In realtà Agnes e Pascale volevano indebitare la società perché così essa sarebbe diventata invendibile, e i loro posti garantiti. Furono anche tanto lungimiranti da internazionalizzare l'azienda comprando partecipazioni a Cuba e in Serbia, con il risultato che Telecom ebbe sempre difficoltà sul mercato statunitense. Altro che internazionalizzazioni vietate dal ministro dell'Economia, proposte delle quali non vi è traccia nei verbali del consiglio di amministrazione della società.
Ciampi e Draghi vengono accusati di aver consentito che i privati acquisissero il controllo di Telecom attraverso «scatole cinesi», un fatto che oggi preclude ai piccoli azionisti della società la possibilità di incassare il premio di maggioranza che invece incasseranno gli azionisti di Olimpia nel momento in cui venderanno le loro azioni Telecom.


Si dimentica che le scatole cinesi non nacquero al momento della privatizzazione, ma più tardi, quando Roberto Colaninno lanciò la sua Opa. In quell'occasione il ministero dell'Economia, preoccupato sia delle «scatole cinesi» sia del debito che l'Opa avrebbe indirettamente riversato sull'azienda, voleva consentire al consiglio di amministrazione di Telecom di difendersi. Furono il presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, e la Consob (che impose a Telecom di osservare la
passivity rule prima ancora che Colaninno avesse trovato le risorse necessarie per lanciare l'Opa) a impedire quelle difese. (Si legga Giuseppe Oddo,
Sole 24 Ore dell'11 aprile).
Il rafforzamento delle Autorità di controllo era uno dei primi obiettivi del programma dell'Unione. Dopo un anno di governo c'è un disegno di legge governativo il cui iter parlamentare è perlomeno incerto e poi qualche scelta sorprendente nelle nomine alle Autorità. Nel frattempo, attraverso fondazioni e banche amiche, il governo sta cadendo nel vecchio vizio di intervenire nelle scelte del mercato.


Il 25 Aprile. Riflessioni sul concetto di memoria storica

 

Quando giunge la celebrazione del 25 Aprile è d'obbligo interrogarsi sulla memoria storica degli italiani, purtroppo ancora divisa. Il tema è delicato, ma non ci si può sottrarre. Prima però è necessario fare una premessa.
Non è facile parlare di memoria storica. Dal momento che si tratta di un concetto “ponte”, posto nello spazio tra due universi memoriali: quello individuale e collettivo. Dal punto di vista individuale la memoria riguarda il mondo soggettivo, i ricordi privati e le vicende personali. Da quello collettivo, concerne invece l’esperienza del gruppo sociale di cui l’individuo fa parte. E, ripetiamo, la memoria storica, vera e propria, rappresenta il ponte che unisce lo spazio che corre tra i due universi.
Facciamo perciò un esempio preciso, per iniziare a capire sotto l’aspetto socio-psicologico, non solo la questione della memoria storica in genere, ma anche perché l’Italia di oggi sia priva di una memoria storica condivisa.
Un soldato italiano della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista soggettivo ricorderà le sensazioni individuali (voglia di battersi o di scappare, eccetera), avvertite durante la prova del fuoco, ma anche quelle legate alla vita di gruppo, con commilitoni e superiori (l’autodisciplina, il rispetto o meno della gerarchie e degli ordini, eccetera).
Il primo aspetto riguarda la memoria individuale, il secondo quella collettiva. La memoria storica è invece rappresentata dal senso attribuito al fatto di partecipare a un evento storico (la Seconda Guerra Mondiale). Attribuzione che è sempre esterna, e nel caso dei soldati italiani (come di ogni altro combattente), derivava e deriva dal grado di intensità della memoria, trasmessa e recepita, delle tradizioni nazionali (il ricordo storico delle precedenti vittorie, il culto della patria, il senso di appartenenza a un destino o missione nazionale, solo per indicare alcuni aspetti molto generali). Ora, nel soldato italiano, a un certo punto (l’8 Settembre 1943) venne meno - e certo non per sua colpa o mancanza di valore - il concetto di memoria storica condivisa. Infatti, la cosiddetta tematica della “morte della Patria”, sollevata oggi da alcuni storici, indica sul piano socio-psicologico la completa distruzione del “ponte” tra memoria individuale e collettiva.
Da allora l’Italia non ebbe più una memoria storica condivisa. A quel ponte crollato, per proseguire nella metafora, si tentò di sostituirne un altro: quello simbolicamente rappresentato dal 25 aprile, quale Festa della Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione militare nazionalsocialista. Dopo di che però l’Italia si ritrovò subito divisa, in un “prima” (l’Italia prefascista, non amata da cattolici e marxisti, o solo in parte, nelle tradizioni repubblicane e socialiste, da parte dei laici "azionisti"), in un “durante” da cancellare (l’Italia fascista, rivendicata dai fascisti e disprezzata dagli antifascisti, tutti) e in un “dopo” (l’Italia Repubblicana e antifascista, amata dagli antifascisti e disprezzata dai fascisti ). Per alcuni la vera Italia rimaneva quella tra le due guerre, per altri la storia d' Italia, iniziava nel 1945. Per alcuni la guerra era stata perduta, per altri la guerra era stata vinta. In realtà, tra le due memorie collettive (fascista e antifascista) non vi sarebbe più stato alcun ponte. Come non vi sarebbe più stato tra la storia dell ’Italia liberale, prefascista, (perché poco apprezzata, nella sua integralità, da entrambe le parti) e quella dell’Italia Repubblicana.
Negli anni successivi l’imposizione, per così dire, del pagamento di un pedaggio, quello dell’ ”abiura”, imposto dall’antifascismo, impedì qualsiasi ricomposizione di una memoria storica condivisa. Ma a dire il vero, neppure giovò alla ricomposizione, l’atteggiamento degli ex fascisti, molti dei quali, in modo sprezzante, continuarono a considerarsi orgogliosi esuli di Patria, spesso immaginarie, e comunque segnata da fratture storiche, altrettanto gravi (quella tra l'Italia Fascista e l'Italia Repubblicana). Per giunta, la cultura cattolica, universalista per eccellenza, non favorì lo sviluppo di alcun nuovo senso della Patria.
Una patria, è bene non dimenticarlo, che, al di là, delle celebrazioni postume, aveva cessato di vivere l’8 Settembre 1943, soprattutto con la vergognosa fuga dello Stato Maggiore e del Re, con la penosa dissoluzione dell’esercito italiano, e con lo svuotamento dei magazzini delle caserme da parte di militari e civili.
Di qui però due fenomeni socio-psicologici significativi che ci riportano ai nostri giorni.
In primo luogo, va evidenziata l’assenza tra gli italiani di oggi della memoria individuale della guerra. Anche per ragioni anagrafiche, ma non solo, come poi vedremo. Scomparsi i padri, o meglio i nonni, della partecipazione italiana alla Seconda Guerra mondiale, non restano più - almeno livello di massa - neppure i ricordi individuali.
In secondo luogo, oggi esistono differenti memorie di gruppo, che riflettono le diverse ideologie politiche prevalenti o in conflitto (soprattutto dopo la nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”). Si tratta di memorie di gruppo che rappresentano una visione “differente” (e dunque “ideologica”) della Seconda Guerra Mondiale. Di qui, da un lato quell’assenza di una memoria individuale del secondo conflitto, già segnalata; dall’altro la fastidiosa presenza di differenti memorie di gruppo.
Il che implica un altro fatto: oggi gli italiani vivono sospesi tra il vuoto individualistico e l’ideologizzazione più accesa: lo spazio socio-psicologico che corre tra memoria individuale e di gruppo si è dilatato enormemente. Anche a causa del disimpegno individuale e del culto, quasi religioso, di un individuo narciso (dedito ai divertimenti della vita privata), favorito ad arte dal sistema socio-economico. Ma anche a causa della forte ideologizzazione delle memorie “parziali”, propugnate dai più diversi gruppi politici (in particolare quelli di derivazione azionista e della sinistra e destra radicali), elevatisi a difensori di immaginarie “purezze patriottiche”. Insomma, per un verso viene favorito il disimpegno, e dunque la memoria individuale, per l’altro si susseguono scomuniche reciproche, tra i vari detentori delle diverse memorie di gruppo.
Resta però dominante il dato del disimpegno politico di massa. Infatti il conflitto tra le diverse memorie di gruppo riguarda alcune minoranze, ancora attive. E di riflesso il 25 Aprile viene ormai celebrato in un clima a metà strada tra la retorica ufficiale, coltivata dalle élite repubblicane, e il disinteresse delle masse, preoccupate solo di allungare il “ponte”, non della memoria storica. più meno condivisa, ma delle prime vacanze primaverili.
Per quel che concerne il disimpegno collettivo, con un gioco di parole, si può dire, che coloro che si vogliono divertire devono acconsentire, e che coloro che si divertono acconsentono. Dal momento che è difficile stabilire, considerata la forza mediatica, economica e politica del sistema oggi dominante, dove in realtà finisca la libera scelta dell’individuo e inizi l’imposizione dall’alto. Del resto chi si vuole solo divertire, non avverte alcun bisogno di sapere da dove viene e dove andrà. Chiede solo di vivere in un eterno presente. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

A Sabaudia si è consumato in questi giorni un vero e proprio suicidio politico. Ad esserne vittima il centro-sinistra che contrariamente a quanto è accaduto a Latina ed in altri centri della Provincia pontina non è riuscito a presentarsi unito alle prossime elezioni amministrative. Un vero e proprio controsenso storico che di fatto spiana la strada ad una destra spaccata proprio nel momento in cui Gianpiero Fassino e Francesco Rutelli suggellavano con un abbraccio la nascita del Partito Democratico». Amedeo Bianchi segretario locale della Margherita non nasconde la sua amarezza per come sono andate le cose. «Ma in questi mesi e settimane di trattative estenuanti mi sono reso conto che a Sabaudia si interpreta e si fa politica in un modo a dir poco singolare. Anziché previlegiare gli interessi degli elettori si finisce per salvaguardare puntualmente i propri. E questo spiega la miriade di liste civiche che sono sorte. Come segretario della Margherita ho preso atto del rifiuto dei Democratici di sinistra di Luciano Bertiè ed Antonio De Angelis, a fare concessioni sulla scelta dei candidati ma in questi giorni prendo atto del distacco dei socialisti i quali hanno deciso di allearsi con i Verdi di Doriano Matrullo, candidandolo a sindaco», spiega Bianchi. Il centro-sinistra, partito per presentarsi unito e compatto alle urne, di fatto sarà presente con almeno quattro liste. Nella prima coabiteranno i Democratici di sinistra e Rifondazione comunista; nella seconda i Verdi ed il Partito socialista democratico; la terza sarà rappresentata dalla sola Margherita e la quarta sarà probabilmente una lista civica di supporto al candidato-sindaco dei Ds Antonio De Angelis. Un quadro del centro-sinistra frammentato che, secondo Amedeo Bianchi, vanifica ogni residua possibilità di andare al ballottaggio con il centro-destra rappresentato da una parte da Alleanza Nazionale e dall’altra da Forza Italia, Udc, Alternativa sociale di Alessandra Mussolini e da Alleanza per Sabaudia. E sempre nella valutazione di Amedeo Bianchi i veti incrociati, gli eccessivi distinguo sulle persone, hanno finito per mettere in secondo piano l’enunciazione e la divulgazione dei programmi. «La trasparenza della macchina comunale ed amministrativa; la revisione della politica urbanistica; la demanialità del lago di Paola costituivano altrettanti temi di un programma che avrebbe dovuto essere condiviso dall’intero centro-sinistra e sul quale avremmo potuto condurre una battaglia adeguata. Ma con il proliferare delle liste noi abbiamo dato agli avversari un vantaggio inatteso. Ho quasi l’impressione che la sinistra, a conti fatti, abbia finito per fare il gioco della destra», commenta ancora il segretario della Margherita. «Mi è stato rimproverato di aver cercato di imporre agli altri partiti dell’Unione le cosiddette Primarie e di aver presentato nomi che non avrebbero goduto della necessaria e sufficiente adesione popolare. Ma le Primarie avrebbero risolto immediatamente il problema del candidato-sindaco consentendoci di impegnarci immediatamente sulle cose da fare». http://www.iltempo.it/approfondimenti/index.aspx?id=1182725&Sectionid=8&EditionId=3

UN ALTRO CASO VENDOLA IN PUGLIA?

Primarie a Rignano garganico (Foggia): Vince Antonio "Ginetta" Gisolfi della coalizione centro-sinistra


SI E' RECATO ALLE URNE IL 27% DELLA POPOLAZIONE AVENTE DIRITTO AL VOTO - GRANDE LA PARTECIPAZIONE DELLA GENTE -  - 200 DONNE, 280 UOMINI


RIGNANO GARGANICO (FG). Le elezioni primarie per la scelta del candidato sindaco della lista civica di centro-sinistra "Rignano Democratica" sono state vinte da Antonio "Ginetta" Gisolfi, 32 anni, ricercatore presso l'Università degli Studi di Foggia. Gisolfi, proposto da PRC e movimento giovanile "Rignano che vogliamo", ha superato due validissimi amici di cordata, Luigi Di Claudio (indipendente), 37 anni, dipendente del Consorzio di Bonifica della Capitanata, che ha ottenuto 142 preferenze, e Nicola Danza (proposto da Circolo Culturale di Sinistra e Margherita), 42 anni, imprenditore, commercialista e presidente dell'Associazione interregionale "3A", che ha ottenuto 140 preferenze. Più distaccato il candidato più giovane, Vito Pio Partipilo (indipendente), 24 anni, elettricista, che ha ottenuto 28 voti. Gisolfi ora dovrà amalgamare attorno a se chi non ce l'ha fatta, ma che comunque ce l'ha messa tutta per rendere vive e competitive le prime elezioni primarie della storia rignanese, che hanno visto protagonisti ben 480 elettori, il 27% della popolazione avente diritto al voto (200 donne e 280 uomini). Gisolfi, Di Claudio, Danza e Partipilo, quindi, tutti assieme per costruire e condurre una squadra di governo che pensi al futuro e che impari dagli errori del passato. Le schede nulle sono state 4, mentre le bianche 3. Il 27 e 28 aprile si presentano le liste, in campo dovrebbero scendere tre schieramenti: "Rignano Democratica" (Margherita, Partito della Rifondazione Comunista, Circolo Culturale di Sinistra, Rignano che vogliamo, indipendenti e società civile), "Amore per Rignano" (Democratici di Sinistra, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Indipendenti e società civile), UDC-Indipendenti. Per le ultime due liste non si conoscono ad oggi gli aspiranti primi cittadini. Il nodo, tuttavia, sarà sciolto nelle prossime ore. Ritornando alla vittoria di Gisolfi, la stessa è stata paragonata alle primarie per la scelta del candidato del centro-sinistra alla guida della Regione Puglia: Nichi Vendola superò il candidato Francesco Boccia contro ogni previsione.http://puglialive.net/home/news_det.php?nid=4855


Villa Certosa. Le foto che non vedrete      
Inviato da Nando dalla Chiesa   
 

Visto che il post su Villa Certosa ha riscosso un successo record per numero di commenti, battiamo, come si dice, il ferro finché è caldo. Sempre, naturalmente, partendo dal principio che non ce ne frega niente. E che ognuno nel suo parco fa quello che vuole. Questione, dunque, delle foto di B. con le cinque-signorine-cinque, tra cui un'"opinionista" di "Buona domenica". Quelle foto le ha "Oggi". Che è stata diffidata dal Garante della Privacy dal pubblicarle (e pubblicarne ancora). Grazie alle nostre entrature in Telecom, nella Corona's agenzia e nei loro affidabilissimi servizi di intelligence, questo Blog è dunque in grado senza tema di smentita di assicurarvi quanto segue: non è vero che le cinque signorine fossero a Villa Certosa in quanto militanti di Forza Italia; accanto e intorno a loro non c'è nessuno nel parco, salvi gli uomini della sicurezza che si vedono sullo sfondo; meno che mai c'è il fidanzato di una di loro, gaudente a brevissima distanza; quel giorno a Villa Certosa non c'era alcuna festa di giovanotti e giovanottine di centrodestra. A divertirsi era un amabile e vispo settantenne con alcune sue invitate. Le foto su questo non lasciano alcun dubbio. Certo, non le vedrete, e si può capire, anche se il divieto di pubblicarle ha in fondo un piccolissimo sapore di censura. Ma fidatevi. Mica perché da ciò ognuno debba trarre l'incoraggiamento a impicciarsi dei fatti privati altrui. Ma giusto per non bere le fandonie come gonzi di primo pelo. E soprattutto per sapere chi andrà al family day a reclamare i valori della famiglia aggrediti dai dico. Giuro che se il 12 non fossi impegnato alla Fiera del libro a Torino, ci andrei anch'io alla manifestazione. Per arrivarci come uomo-sandwich con il seguente cartello: "sposato una volta sola, non separato, non divorziato, senza figli fuori dal matrimonio". E voglio vedere chi mi sbatte fuori o mi dà del provocatore...http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


Montezemolo,
a questo punto candidati



Poi ha voglia a smentire le chiacchiere sulle sue ambizioni da futuro leader politico. Il soggetto, ovviamente, è il più chiacchierato tra gli ipotetici leader politici italiani del futuro, cioè Luca Cordero di Montezemolo. Anche ieri, come succede ormai regolarmente seguendo un ciclo periodico sempre più stretto, il presidente di Fiat e Confindustria non ha perso occasione per raccontare a platee importanti, e a ruota libera, l'Italia che ha in mente. Presente alla riunione del G8 tenutasi ieri a Berlino, il presidente s'è mosso ad ampio raggio su svariati temi, lasciando ovviamente spazio a chi crede che, alla politica, Montezemolo stia facendo più di un pensierino. Sintomatico, da questo punto di vista, il plateale endorsement per l'Angela Merkel di Grosse Koalition capace di mettere al centro l'impresa, a differenza del governo italiano che parla solo per criticare il capitalismo italiano.
Che la politica dovrebbe imparare a tacere più spesso, l'abbiamo già scritto. Che l'impresa e il capitalismo italiano non siano per larghi tratti all'altezza dei competitor europei, tuttavia, ci pare opinione altrettanto fondata. Il presidente di Fiat, il grande sponsor dell'Italia nel mondo grazie ai trionfi della Ferrari, poi, dopo il rituale passaggio sul tesoretto e sulle riforme strutturali cui non si sottrae mai, ha insistito in messaggi non proprio rassicuranti di fronte a una platea che, idealmente, era il mondo più industrializzato, quello che ha i soldi e l'investe. Difficile fare impresa, difficile investire, difficile intraprendere, in Italia. Inutile mentire e raccontare un'Italia che non c'è, certo, ma non pare sia più utile raccontare uno sfacelo cui la lentezza di ampi settori dell'imprenditoria da lui rappresentata ha contribuito. Basti pensare a una Fiat che solo un nuovo management ha restituito, pochi anni fa, uno slancio in cui quasi nessuno credeva.
Errori venali, finché si è politici in nuce, che diventano peccati mortali quando si governa o ci si candida. E quando, magari, gli editoriali del Corriere della sera dovessero essere meno generosi di quello che abbiamo letto ieri.
http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=86328

Possibile?

Possibile che non si riesca a rivolgere una domanda (tema: la bozza di legge sul conflitto d’interessi e l’ingresso del Buffone in Telecom) al molto glamour presidente della camera, quest’oggi blindato dalla polizia come neanche Provenzano il giorno dell’arresto?
Possibile che per rivolgergliela sia necessario alzare la voce e che il presidente della camera risponda a gesti e monosillabi (”la legge verrà presto discussa in parlamento”) a sette metri di distanza, in mezzo a una nuvola di occhiuti agenti in borghese?
Possibile che in nome della “sicurezza” si venga tenuti alla larga e piantonati come dei criminali matricolati soltanto perché s’intende esercitare senza inibizioni un proprio dovere di vigilanza democratica?
Possibile che i militanti di rifondazione comunista si sentano offesi per conto del loro amato leader e si rivelino meno tolleranti degli ultras da curva sud, per esempio uscendosene con sentenze come questa: ti paga Berlusconi?
Possibile che tra le decine di gendarmi di scorta alla signora Moratti (anch’ella quest’oggi al corteo di Milano, benché alleata degli eredi di Salò), ci sia parso di riconoscere un poliziotto già condannato con patteggiamento della pena per il pestaggio di un minorenne durante il G8 di Genova?

Possibile che tutto questo accada il giorno in cui si celebra la liberazione dal fascismo?

No, non è possibile.
Devo aver sognato, devo essermi sbagliato.http://www.pieroricca.org/


ogni allarme è ingiustificato

La versione di P.P.

Chi sia il furbo, chi sia il fesso, ancora oggi non lo so.

Quando ti parlavo di Effetto Serra, tu mi prendevi per matto: non c’è nessun Effetto Serra, non c’è nemmeno la prova che il pianeta si sia riscaldando, usiamo un po’ il buonsenso, perdìo.

Poi è arrivato un uragano, e tu hai detto che un uragano non fa statistica.

Allora è arrivato un altro uragano, e tu hai detto che statisticamente è già successo, nel dodicesimo secolo, che ci fossero due uragani, embè? Ma usiamo un po’ il buonsenso.

Poi c’è stato lo Tsunami, che col clima c’entra nulla, e tu mi hai detto: Visto? L’Effetto Serra non c’entra nulla. La gente ai tropici muori anche senza. Lo vedi, PP? Tutto questo allarmismo è ingiustificato.

Poi ci sono stati altri uragani, e alla fine lo hai ammesso: il pianeta è un po’ più caldo. Ma chi ha detto che sia colpa dell’uomo? Eh? Ci sono studi seri che lo provano?

Poi sono usciti gli studi seri che lo provavano. E va bene, hai detto. Sarà anche a causa dell’uomo che fa un po’ più caldo – ma chi ha detto che sia un male? Basta con il vecchio buonsenso, perdìo.
Pensiamola diversamente. Non nascondiamo la testa sotto la sabbia! Proviamo a considerare il riscaldamento globale una risorsa. Pensa a quante isole nuove, a quante mete turistiche da scoprire. Pensa al Passaggio a Nordovest, a Nordest. Pensa al turismo antartico. E tutto questo è merito dell’uomo! Non ti fa sentire quasi un Dio?

Io ci pensavo un po’ e poi dicevo: mah. Può darsi che a qualcuno il riscaldamento globale porti fortuna, ma per la maggior parte dell’umanità sarà una disgrazia. La fascia maggiormente sconvolta sarà quella subtropicale, dove abita più gente e la più povera. Se si alza il livello del mare non potranno rifugiarsi in Groenlandia. Se il suolo si desertifica, non potranno acquistare cereali dalla Russia. Insomma, Martin, il bilancio resterà in passivo. E tu: sciocchezze, PP. La verità è che tu, questa catastrofe, te la sogni di notte. È da tanto tempo che la immagini che ne hai fatto una malattia, come lo scudetto dell’Inter. Faresti carte false pur di aver ragione. È diventata una questione tra te e il mondo! Senza una carestia o un diluvio, non sei contento. Sei proprio convinto di avere a cuore l’interesse dell’umanità? Non è che ne hai abbastanza, di questa umanità, non è che preferiresti annegarla tutta e ricominciare da capo? Ma chi sei, Noè?
Io ci sono rimasto un po’ male, perché in fondo chissà, può anche darsi che tu avessi ragione. È un po’ un’ossessione, la mia. La gente di buon senso non pensa sempre alle catastrofi. Non si fascia la testa a ogni cattiva notizia. La gente di buon senso.

Poi si è seccato il Po, il comune ha iniziato a razionare l’acqua corrente, quella minerale è aumentata del 5000%, e io sarei stato curioso di sentire il tuo parere. Ma tu te n’eri già andato nella tua nuova villetta in Canada, comprata con la liquidazione del negozio di articoli da sci alpino.
Da quel che so ti sei fatto un giardino con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà, e le ragazze si fermano ai cancelli ad ammirarla.

E insomma, chi è il furbo, chi è il fesso, non lo so. La notte – quando non sono di turno alla pompa dei nuovi argini - sogno di venirti a trovare, e a incendiare la tua casetta bella. Ah, sì, lo so che laggiù hai tutto lo spazio che vuoi per costruirne un’altra. Ho sentito che ogni anno si libera dai ghiacci più terra di quella che si è impaludata in un mese qui, in valpadana.

Terra verde, terra fresca, terra vergine.
Goditela, Martin, finché puoi. Sto arrivando.
Tuo,
Pinco Panco.

(Non nascondetevi sotto la sabbia! Studiatevi le opportunità di un sano riscaldamento globale! via Wittgenstein)http://leonardo.blogspot.com/

Attraversando lo
specchio dell’ideologia

Fabio Mauri con
Stefano Chiodi


Questa intervista è tratta da Reset n. 100.

Una dimensione esplicitamente politica si è affermata nel tuo lavoro solo a partire dagli anni Settanta; cosa ha preparato questo mutamento rispetto al tuo percorso precedente?

Fino al 1964 avevo fatto parte del gruppo di giovani artisti attorno a Piazza del Popolo. Si pensava che cambiando la lingua si migliorasse il mondo, si aprissero le porte di un’arte nuova. L’espressionismo astratto era stato alla base dei nostri primi tentativi, della nostra riflessione sul rapporto con la realtà: conoscevamo da vicino gli artisti americani.
Poi ci fu il 1964 e la Biennale con la rivelazione della pop art. I pittori americani facevano le stesse cose che avevamo cominciato a fare dal ’57-58, ma in dimensioni che noi non avevamo mai raggiunto, opere di oltre tre metri, immagini gigantesche vicine al design industriale e pubblicitario.
Capii subito che era il seppellimento italiano, mentre gli altri no, pensarono “Siamo sulla giusta strada, andiamo a New York!”.
Non fu così: chi andò in America ci rimase un anno, due, ma alla fine tutti dovettero tornare. L’America non naturalizzò gli artisti italiani. Le ragioni sono diverse e note.

E quale fu invece la tua reazione?

Mi fermai a riflettere, era evidente che la cultura artistica aveva spostato il suo baricentro.
Da una parte c’era New York, culturalmente vitale, e dall’altra un’attesa altrettanto vitale per la Russia che ancora non aveva prodotto nulla; in mezzo si apriva una grande valle che comprendeva l’Italia, un paese in qualche modo culturalmente scartato per diverse ragioni, per la lingua forse; ma comunque scartata era anche l’Inghilterra, benché tra Roma e Londra ci fossero stati artisti che avevano intuito la nuova realtà della società dei consumi. Per qualche anno, dal ’64 al ’68, non ho fatto mostre.

Sono stati anni di riflessione?

Una specie di depressione riflessiva, in cui notavo che gli americani erano più brutali, più diretti.
Noi avevamo inconsciamente l’occhio a una misura classica.
C’era su di noi l’ombra della grande arte. Non riuscivamo ad affrontare la realtà, non saremmo stati capaci di fare una scultura con la Coca-Cola. L’ho scritto altre volte: la bottiglia del Chianti non poteva avere la stessa funzione emblematica, rimaneva dialettale. Era necessaria una presa di posizione di fondo; volevo capire. Da quando, e dove?
Ho iniziato dalla prima giovinezza, dalla mia biografia. C’era stato il fascismo, la guerra, lo sterminio degli ebrei. Dovevo ricominciare da lì, analizzare i disastri subiti, il freddo, la fame, la paura, i bombardamenti. Uno scoppio – un terremoto – quando si usciva all’aperto non vedevi più il palazzo di fronte, sentivi che una famiglia era morta.
Ho cominciato a riflettere su tutto questo. Impresso nella memoria trovai un raduno di Ludi juveniles a Firenze, nei giardini di Boboli, dove ero stato con Pasolini, Fabio Luca Cavazza, Francesco Leonetti. Avevamo incontrato i giovani della Hitlerjugend. Le ragazze con le treccine, i maschi solo biondi, alti uguali. Noi eravamo un po’ diseguali, uno con le fasce storte, l’altro col fez in un modo ecc. Ripensando a quelle giornate riflettevo sull’aspetto
politico e storico del destino, a come la storia incide sulla vicenda
dei singoli. Sembra un incidente, ma è la sostanza di una vita.

Come si trasformò allora il ricordo dei Ludi juveniles in un
lavoro artistico?

Volevo fare una mostra che riferisse di queste memorie, presentando un oggetto storico, senza aggiungere niente. Da un vecchio negoziante avevo trovato il microfono di Mussolini, l’originale, chiuso in una scatola come
una reliquia, sepolto nella bambagia. In quel microfono era passata la voce, lo sputo di Mussolini… dai piccoli buchi era filtrata la dichiarazione di guerra. Milioni di persone erano divenute soggetti di un destino. Ho fatto di tutto per avere quell’attrezzo. Ho detto bassezze, “Noi fascisti…”.
Ero pronto ad aprire un mutuo per acquistare il microfono, l’idea era eloquente. Il simbolo parlava di una realtà storica italiana, europea.

E te lo ha dato alla fine?

No, il vecchio non c’è cascato…
Nel frattempo, era il 1971, Giorgio Pressburger mi chiamò all’Accademia d’Arte Drammatica per un seminario e una performance.
Avevo sempre in mente quel che avrei potuto fare con il microfono di Mussolini.
Da questa idea derivò Che cosa è il fascismo. Decisi di rimettere in piedi con gli allievi dell’Accademia il raduno di Boboli, cercando di ricostruirne esattamente l’atmosfera, togliendo il cowboy o la pin-up dalla gestualità dei giovani, insegnando alle ragazze a sedersi con le ginocchia chiuse e ai ragazzi a stare diritti, a marciare e ubbidire subito agli ordini…
Il primo insegnamento consisteva nell’essere di un’epoca per loro sconosciuta. Mi sono messo in cerca di testi di Mistica Fascista, li ho trovati e assemblati per ricreare quegli scambi tautologici che ricordavo di aver ascoltato: “Perché credi nel Duce?”, “Perché il Duce ha detto di credere in lui”, “Ed è giusto?”, “Sì, lo ha detto il Duce!”

In quegli anni qual era la tua percezione del fascismo?
Lo consideravi una “parentesi”, come aveva detto Croce, una pagina nera della storia italiana, oppure, come Gobetti, l’autobiografia della nazione, un’ideologia che aveva avuto un seguito reale nel paese?

Del fascismo non parlava più nessuno, lo si giudicava un’esperienza politica chiusa, che la democrazia aveva già giudicato e condannato. Non era vero: Che cosa è il fascismo è andato in scena tre giorni dopo il golpe Borghese!
Tutte le volte che io ho ripreso Che cosa è il fascismo ho dovuto lottare fino all’ultimo contro questa riluttanza a fare i conti con la realtà. Gobetti aveva molta ragione.

Che cosa è il fascismo è stato pensato più in termini teatrali, come messa in scena, o come una performance che coinvolgeva in modo specifico interpreti e pubblico?

È teatrale nel senso che ho inventato una scena, una sintesi spaziale di ciò che avevo vissuto, ma la scena era anche un’installazione orientata come un tunnel.
Non c’era una trama, ma un percorso mentale. Le tribune nere, attorno al grande tappeto, disegnavano l’unico punto della dottrina fascista di una certa consistenza: il corporativismo.
C’erano le tribune dei familiari, dei giornalisti, degli ingegneri, dei grandi proprietari terrieri, ironicamente. Il pubblico assumeva o meglio subiva la sua parte, sedendosi in tribuna. Erano perfetti attori involontari, borghesi, popolari, ignari, stupiti, divertiti, offesi, vecchi e giovani.

E c’era anche la tribuna “razziale”.

Sì, due tribune, piccole, con la stella ebraica. Era un modo per rendere la “normalità” iniziale delle leggi razziali che furono anche la fine dell’identificazione della mia dolce vita giovanile con la vita fascista.

E quale visione volevi fare emergere in quella e nelle altre tue performance che hanno come tema il fascismo?

Avevo trovato il fondo di un carattere critico, il mio. E il possibile inganno delle idee. La performance doveva essere una specie di termometro della storia italiana, di un fascismo diffuso, del suo essere classista, del privilegiare i più forti, della sua essenziale superficialità.
Una cosa ricordo bene: i capimanipolo, i capiclasse, i capisquadra, erano i più stupidi, sempre; più sciocchi e più autoritari perché avevano bisogno di qualcuno che detenesse la verità che loro amministravano, e questo ovunque. Nel gruppetto di intellettuali con cui condividevo una piccola notorietà bolognese – Pasolini, Serra, Cavazza, Telmon… – iniziammo a sentire il ridicolo delle parole d’ordine, della mascherata settimanale…

La performance era anche un modo per “politicizzare” la scena dell’arte?

Per me l’arte che si politicizza in realtà è l’arte che approfondisce la coscienza e la conoscenza del mondo, che scopre il destino formato da caratteri interiori e personali, persino fisici, e da elementi esterni ed eterogenei, estranei. La guerra ad esempio, non è un incidente, ma una percentuale non indifferente che il destino occupa nella vita degli individui, e in cui la politica ha un peso straripante.

Come consideri la scelta di Pasolini con “Salò”, e cioè mettere in scena il testo di Sade in un contesto fascista? È un’operazione che somiglia alla tua da questo punto di vista?

Me lo sono chiesto più volte. Alcuni mi hanno detto che ho suggerito a molti molte cose, avendole fatte una volta sola. Può darsi. Ma di sicuro non ho mai pensato di sommare Sade e Salò. Il fascismo è concettualmente orribile, per me, senza l’aggiunta di orrori. Rappresenta una retorica ideologica che conduce alla morte.

Nell’agitata atmosfera politica seguita al Sessantotto qual era la tua posizione?

Io non facevo della politica, ma della coscienza; è una cosa identica e insieme profondamente diversa. Credo sia identica alla fine, per me almeno è così.

Insomma rispetto all’impegno tipico di quegli anni il tuo atteggiamento era diverso.

Sentivo che la volontà di “fare politica” poteva diventare una presunzione quasi mondana. Molte volte sono stato invitato a “far parte” di gruppi, ma ho sempre detto di no: io non faccio arte politica, dicevo, non sono militante di un partito, non mi calo in una postazione, o se lo faccio, lo faccio già attraverso la moralità
dell’arte. L’arte che faccio è frutto di elaborazioni di coscienza, sono operazioni pubbliche ma fortemente individuali, quasi private. Diventano politiche nella lunga durata.

La “coscienza” di cui parli ha insomma a che fare con un principio etico più che con una visione politica.

È un senso di coscienza storica e politica del bene e del male, del sociale e dell’individuale. E parlando di coscienza, fornisco evidentemente delle indicazioni sul mio concetto di arte e di artista.
Cos’è l’arte? Sono sempre ossessionato dal capire la mia idea dell’arte, cioè cosa faccio. È molto vicina a una mia idea di vita, o è la stessa cosa. Ho fatto un’arte
come rapporto di giudizio tra me e il mondo. Ho scelto il mondo come interlocutore per capire dov’ero, e ho avuto un rapporto conflittuale ma dialettico con l’esistenza.
Questo procedere a occhi sbarrati in una sorta di luce anziché di buio è il mio personale Not Afraid of the Dark. Niente ancora mi immobilizza, sono stato sempre a disposizione dell’ultimo esperimento. Ora, l’ultimo mio esperimento è la vecchiaia, che arriva per conto suo ed è di un’altra epoca, è curioso.
Somiglia nella sua novità a qualcosa che ho già vissuto in un’età disadatta.

Aver lavorato sul fascismo, sul nazismo, sul negativo della storia europea, risponde alla ricerca di una spiegazione delle ragioni del male?

Sì, l’ho già detto, le mie sono tematiche dell’esperienza; molte volte, dopo aver visto Che cosa è il fascismo, qualcuno mi chiede: “Tutto bene, lei ha sperimentato questo e quest’altro, è vero, ma perché non fa l’analogo col comunismo?”.
Una domanda severa, politica. “Perché ne sono incapace” rispondo. Forse è un handicap, un tabù, ma quella realtà non l’ho conosciuta frontalmente.
Forse sono stato, e sono, un marxista “colto”: da bambino invece di Pinocchio mio padre mi leggeva Marx, mi spiegava il Capitale. Lo teneva sulla scrivania come una Bibbia, sebbene fosse un categorico liberale. Ci congratulavamo con Marx o lo disapprovavamo. Sono marxista come un altro sarebbe crociano.

E in seguito sei stato comunista?

Mai, no.

Si potrebbe dire che il totalitarismo in sé sia il tuo oggetto di studio.

Ho visto il terrore dell’ideologia, come l’ideologia possa dare un’idea di un mondo interamente falso e mascherare le potenzialità distruttive, perché l’ideologia, ahimè, è un modo in cui l’uomo pone attorno a sé una serie di campi minati, per interdire l’accesso al resto del mondo. L’ideologia totalitaria pensa il mondo per te, obbligatoriamente. L’uomo apprende tutto per cartolina, cambia il suo vestito con la divisa, prende il moschetto invece che l’ombrello. L’ideologia gli insegna come dare la mano, come salutare. Io mi sono messo a p e n s a re cos’era l’ideologia e in che cosa l’ideologia tendeva a fare a meno o a diversificarsi dall’esperienza, proprio sul versante della critica della coscienza: la “coscienza critica” per me è il salvacondotto di ogni attività, anche artistica.

Il pensiero ideologico è davvero finito, siamo alla fine entrati in quella che è stata definita la “post-storia”?

Per me tutta la storia è “post-storia”, e non ha fondamento come idea moderna. Il modo di pensare ideologico non è finito: è ineliminabile.
Dopo la caduta del Muro di Berlino tutti hanno pensato che l’ideologia fosse morta. Io non l’ho pensato un secondo. Anzi. La storia contemporanea è scomparsa per due istanti, ed è riemersa subito, ideologica. La maggioranza degli uomini cerca l’ideologia. In un certo senso è un sottoprodotto del pensiero. Per non essere un pensiero aperto, deve fare un’operazione interna di chiusura critica. L’ideologia assembla l’uomo a un’identità centrale, non individuale. È una tautologia critica. Sopprime con atteggiamento fermo e feroce ogni idea contraria.

Quindi da un certo punto di vista toglie l’ansia, cura.

Può togliere l’ansia, ma non cura, perché ritorna più grave nei fatti.

Ma la religione, tutte le religioni, direbbe un illuminista, non hanno proprio questo carattere?

Anche la religione può diventare ideologica. Cristo condanna i farisei, il loro modo formale di considerarsi religiosi. Li chiama “vipere”. La religione è un tragitto verso Dio, complesso e oggettivo come l’Essere, su cui nessuno discute, o pochi. Non è un botteghino in cui compri il biglietto una volta per tutte, né un conforto generico. È una passione su ciò che credi, che è Dio, e
una discussione con lui.

Sei o sei stato credente?

Sono stato molto religioso, di una religiosità che mi ha condotto prima in cliniche dove cercavano di “guarire” le mie ossessioni, e poi dopo, per sette anni, a occuparmi, in un paese vicino a Civitavecchia, dei ragazzi che la guerra aveva lasciato soli.

Quanti anni avevi?

Dai sedici ai venticinque. Quindi ne uscii, sentivo che dovevo reincontrare di nuovo la vita comune.

Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

La fede. Io ormai so che Dio c’è.

Questa parte della tua vita l’hai mai dimenticata o voluta dimenticare?

No, l’ho avuta sempre in mente.

E la tua esperienza religiosa si è intrecciata a quella artistica?
Hai intitolato una tua conferenza-performance “Dio e la
scena”.

Mi sono molto chiesto se a Dio piaceva l’arte moderna e se per caso gli era piaciuto qualcosa che faccio io.

Hai trovato una risposta?

La risposta, col tempo, è che a Dio piaceva Picasso. Certe cose che ho fatto forse gli sono piaciute. Ma posso ingannarmi, certo...

Per tornare al tuo percorso artistico, c’è una tua opera in particolare, “Intellettuale”, che affronta direttamente la questione
del rapporto tra l’opera e il suo autore; avevi chiesto a Pier Paolo Pasolini di fare da “schermo” di proiezione per un suo film.

Il Vangelo secondo Matteo.

Sì, e c’è una fotografia famosa di Pasolini in camicia bianca mentre l’immagine scorre sul suo petto. Sappiamo che stava ascoltando la colonna sonora a volume intenzionalmente alto.
Si potrebbe dire che tu stessi visualizzando l’estraneità dell’autore al suo stesso lavoro, il suo essere accecato e assordato rispetto al semplice spettatore.

Ho scritto sul senso della proiezione. È un esperimento di fisica.
Noi siamo un condensato di memoria, proiettiamo continuamente una memoria, per riconoscere il mondo; nell’artista la memoria si scontra, ma si consolida sull’oggetto mondo. Pasolini credeva di contenere il Vangelo che aveva decifrato, ma non capiva più a che punto era, nella performance. Come se perdesse lo sguardo sulla propria interiorità, era sgomento. Io non sapevo bene cosa volevo ottenere, ma era qualcosa che riguardava una sorta di scambio di coscienza. Lo sottoponevo a una prova, forse. O sottoponevo me alla stessa prova. Volevo ritrovare la mappa della nostra amicizia, intensa sui temi generali, compreso Dio. Quando si andava a cena con Pasolini, sembrava di cenare con Cristo.
Pasolini, la sua arte cinematografica, non era sempre un testamento ideologico, ma una mimesis profonda. Niente della sua arte gli era estraneo, né Dio, né il sesso, né se stesso. Pier Paolo somigliava a Michaux che diceva: “Non sono mai stato tanto religioso come quando ho peccato”. È discutibile, ma ne ho esperienza, può essere così.

La proiezione dà quindi significato?

Certo, il significato è una “proiezione” della mente. Quindi è simile
alla proiezione di un film.
Per questo proietto film d’autore, cioè di chi ha un’esperienza, interpreta un fatto, matura un giudizio.

Usare il corpo come “schermo” potrebbe alludere al fatto che le immagini non appaiono mai semplicemente su una tela o su un muro, ma finiscono sempre per essere assorbite, digerite, modificando chi le osserva.

Certo. Ma proiettare un’immagine su un corpo, o anche su cinquanta litri di latte o su un’altra materia modifica la proiezione, cioè produce un significato inedito.
È una palese dimostrazione della nascita del significato. Nasce da tutto ciò che noi conteniamo nella memoria, e dall’immobilità apparente della realtà. Nell’incontro la somma crea un ibrido. Sembra meccanico, ma non è che il nuovo significato.

Il tuo lavoro più recente continua a interro g a re il totalitarismo?

In realtà il mio interlocutore è oggi la vita in generale, non più solo la storia o la politica italiana.
Anche se l’esperienza del male da cui parto, ad esempio nel lavoro di Milano, è ancora quella di cui so la storia e l’incidenza: Hitler è un simbolo intatto.
C’è una piccola citazione, una battuta in Casablanca, due che parlano e uno dice a un ufficiale tedesco “Ogni volta che Lei nomina il Terzo Reich, sembra che ne stia aspettando un Quarto”. L’ho estrapolata, come un avviso.
La natura della storia è quella del mondo. Dall’ovvio al profondo, dal bene al male, dal pacifico al sanguinario. L’uomo non è un incidente. È una coscienza protagonista. Anche se non ne è più il centro, resta un epicentro dell’universo, almeno visto dalla Terra.

Il Quarto Reich è quello che deve venire, che ci minaccia sempre.

Certo. Mi sto approssimando con questa mostra a un’impressione forte. Quando avrò centrato la cosa, forse sarà sgradevole, e formalmente giusta. Vorrei comunicare il senso di smarrimento che provo. Individuare lo smarrimento è già una difesa, tu devi capire cosa ti travolge, ma smarrirsi vuol dire essere attenti e anche ammonire a stare attenti.
La vecchiaia è scoprire finalmente cosa è l’esistenza, e non azzardarsi a sapere senz’altro cosa sia. Una contraddizione piena di chiarezza. Non so chi voglio commuovere. Cerco di disilludere. Questo caos non è un caso. Come quando componevo Che cosa è il fascismo. Sembrava di camminare sul vuoto. Sono curioso di vedere che c’è sotto.

L’arte dal tuo punto di vista è come cercare un passaggio, o una via d’uscita, tra disillusione e smarrimento?

In arte per raggiungere chiarezza si possono fare solo esempi sproporzionati. Se qualcuno avesse chiesto a Giorgione cosa intendeva fare mentre dipingeva La Tempesta, “Un nudo di donna in primo piano”, avrebbe potuto rispondere, “e, accanto, un arabo, no, un sacerdote… no, un mago”. In realtà Giorgione dipingeva una sola cosa, l’infinito, come hanno scritto molti critici.
Il totale di un’opera d’arte, fuori da un’estetica concreta o pragmatica, è un’invisibilità che si stabilizza tra le cose, come un oggetto. Non bisogna descrivere un gesto artistico in modo troppo semplificato pur di farsi capire.
Anche per l’arte, come dice Einstein per la relatività, la spiegazione è semplice, ma non troppo semplice. Nella mostra si vedono molti segni di ciò che ho raccontato, attraverso proiezioni, “titoli di coda”, nomi e cognomi, professioni, gente che vive di film, o vive il mondo come film. Dice se gli piace o no. Bisogna stare attenti; il mondo prende posizione per conto suo. È un mondo, o è il mondo? Si ascoltano sonori di film. Il sonoro occupa spazio come un solido. La scena alla Bicocca è pronta, non è una Comédie humaine semmai è un Cinéma humain. Si può dire?

 

caffeeuropa.it


PREPARARSI AL COLLASSO. TRE COSE CHE POTETE FARE

DI CAROLYN BAKER
CarolynBaker.org

Mick Winter, membro di DryDipstick.com e BeyondPeak.com, ha scritto una guida estremamente pratica, intitolata Prepararsi al Picco del petrolio: Tre cose fattibili per prepararsi al picco del petrolio, ai cambiamenti climatici ed al crollo economico. Prima di entrare nel merito della recensione di questo realistico manuale di sostenibilità e sopravvivenza, è necessario ricordare due cose: in primo luogo, il libro di Winter non è un libro solo sul picco del petrolio e le sue conseguenze. I lettori sensibili alla drammatica realtà dei cambiamenti climatici e del possibile tracollo economico globale troveranno il libro molto istruttivo in quanto fornisce dei pratici suggerimenti per la sopravvivenza in un mondo in cui i servizi e prodotti oggi garantiti potrebbero in un futuro non lontano essere non più disponibili o notevolmente diminuiti.

In secondo luogo, quei lettori maniacali che insistono nel dirmi quanto mi sono "ingannata" e quanto sono "cieca" a "credere" nel picco del petrolio, devono capire che il picco del petrolio costituisce il paradigma di tutti i miei scritti e del mio attivismo. Tuttavia, non credo che il picco sia un fenomeno disgiunto dagli altri due trattati nel libro di Winter, poiché tutti e tre i temi, da me citati in passato come il Triangolo terminale, vanno visti congiuntamente.

Se i lettori “necessitano” che io disconosca la tesi del picco del petrolio, non dovrebbero sprecare il loro tempo a leggere il contenuto del mio sito, né farmi sprecare tempo con le loro e-mail volte a “farmi vedere la luce”. La scienza è chiara, la ricerca ha parlato: il picco del petrolio è un evento del ventunesimo secolo ed i suoi profeti sono divenuti degli storici. Detto ciò, non pretendo di discutere quale dei tre aspetti del triangolo terminale sia il più drammatico, il più “mortale” ed il più determinante nell’annientare la civiltà occidentale, se non la specie umana.

Il picco del petrolio ed il caos climatico sembrano essere cause alla pari della fine del mondo come lo conosciamo oggi, con, sullo sfondo, una catastrofe economica di lungo periodo. Tutti e tre i fenomeni sono interconnessi, con tempi e direzioni differenti, o come James Howard Kunstler potrebbe dire, sono tempeste di merda interdipendenti. In questa recensione, quindi, userò il termine “ collasso” per indicare il picco del petrolio, il caos climatico ed il crollo dell’economia globale.

Winter offre alcune spiegazioni del Triangolo terminale in Prepararsi al picco ma si concentra innanzitutto sulle tecniche di sopravvivenza, introducendole con il tema del capro espiatorio, scrivendo, “quando gli effetti del picco del petrolio si faranno davvero sentire e le economie sprofonderanno, ci saranno molte persone arrabbiate che probabilmente cercheranno un capro espiatorio; delle persone o gruppi a cui dare la colpa di tutto”. Nel libro c’è l’implicita assunzione, su cui non concordo, che il crollo sarà rapido.

Quando immaginiamo un crollo ci vengono alla mente determinate immagini, come ad esempio un crack della borsa, un ghiacciaio che sprofonda improvvisamente in mare o il prezzo della benzina che schizza a 10 dollari al gallone in una notte. Queste immagini sono spettacolari anche per la rapidità del loro realizzarsi, ma credo che un collasso della stessa portata su tempi più lunghi, risulterebbe comunque molto grave. In altre parole, ritengo più realistico e probabile la morte di migliaia di individui, intere famiglie della classe media, di operai, la scomparsa di interi ecosistemi e dell’attuale sistema energetico basato sugli idrocarburi. Di conseguenza, se l'ipotesi di Winter è esatta – e cioè che la gente nei periodi di crisi va cercando dei capri espiatori, è probabile che l’identificazione dei capri espiatori si presenterà su un periodo di tempo più lungo e coinvolgerà molti più gruppi marginali [rispetto al caso di un brusco collasso, NdT]. In primo luogo, le avversità prolungate potranno sembrare “esser causate” da un particolare gruppo etnico o da una singola nazione, in seguito, quando risulterà meno evidente che quel gruppo è il colpevole, un altro gruppo verrà scelto come capro espiatorio e così via ad infinitum. A meno che gli individui non vengano informati sulle reali cause del triangolo terminale, la ricerca del capro espiatorio sarà sempre molto seducente e pericolosa.




Nella fase iniziale nel libro, Winter cita “Le Tre Grandi Cose” che tutti possono fare: 1) Sostituire le lampadine incandescenti con le lampadine a basso consumo; 2) Camminare o andare in bicicletta invece di guidare; 3) Coltivare un giardino. Personalmente, pur approvando questa formula pratica e fattibile per introdurre cambiamenti quasi immediati nello stile di vita di ognuno, ritengo che manchi di proposte a livello “macro” del crollo, dove cioè gli individui e le famiglie hanno un’influenza minore per indurre dei cambiamenti significativi.

Prepararsi al picco fornisce delle linee guida per trasferirsi dentro o fuori dagli Stati Uniti, suggerendo azioni pratiche a tutti i livelli, per cambiare l’educazione, i media e la generale dipendenza dall'economia globale, azioni che non tutti potranno permettersi di adottare, il concetto più efficace e, a mio parere, necessario, di Winter è “l’aggregazione”. Sia che viva nelle città che in periferia, il lettore può trarre vantaggio dai suggerimenti di Winter per l'organizzazione di vicinato. Desidero aggiungere che “organizzare” in questo contesto non va inteso nel senso dell’organizzazione politica, ma in quello della logistica nell’eventualità del crollo. I nostri vicini potranno essere incapaci di comprendere sia il crollo che le sue cause, in tal caso potrebbe essere utile una riunione di tutto il vicinato per discutere come prepararsi al disastro o valutare le opzioni per ottenere sconti di gruppo ed acquisti all’ingrosso; in tali riunioni possono venir stilate liste telefoniche e generare una banca dati dei membri. Un'altra possibilità consiste nella creazione di giardini di vicinato o l'organizzazione di uso in gruppo delle auto ("carpooling") per chi è disponibile. Con i prezzi della benzina crescenti, questo non dovrebbe essere molto difficile.

Se un vicinato è sufficientemente organizzato, può lavorare per cambiare le leggi di zonizzazione per un uso misto così da poter sia includere i commerci nelle aree residenziali che le unità abitative e centri per telelavoro nei centri commerciali. Le vicinanze organizzate possono anche lavorare per convertire le scuole in ritrovi comunali.

Prepararsi al picco offre suggerimenti eccellenti per concimare col compost e praticare il giardinaggio, così come per riciclare di tutto. L'autore include le opzioni specifiche per la cottura, generi alimentari da mangiare e quelli da evitare, lo stoccaggio degli alimenti, fare la birra ed il vino. Tutto quello che desiderate sapere sul risparmio energetico in ogni stanza della vostra casa, raffreddamento, illuminazione, riscaldamento e l'elettricità è trattata, così come le questioni monetarie e finanziarie. Sono stata particolarmente impressionata dai suggerimenti di Winter per la creazione di reti per il baratto con vicini ed amici. L'autore dedica molte pagine alla descrizione dei beni suscettibili di baratto e dà un grande risalto alle sue potenzialità per far fronte al crollo. Winter ritiene che il baratto diventerà essenziale quando innumerevoli articoli di consumo non saranno più disponibili o così cari da non essere più accessibili alla maggioranza della popolazione.

Nel libro viene inoltre dato ampio risalto alla necessità di sviluppare delle abilità pratiche, con una lista di quelle essenziali nella fase post-crollo. Richard Heinberg chiede spesso al pubblico quanti di loro sanno fare delle scarpe. Nessun individuo può sviluppare tutte le abilità di cui lui o lei ha bisogno in una società crollata, ma chiunque può sviluppare un'abilità particolare che risulterà essere estremamente utile.

Mentre il lettore tipico di Prepararsi al picco saprà probabilmente già molto su quali spese eliminare per ridurre il debito, molti meno sanno quali sono gli articoli su cui dovremmo invece spendere soldi, come le biciclette, le sementi, le lampadine fluorescenti, insieme a corsi ed esercizi pratici per aumentare le nostre conoscenze e tecniche. Ulteriori suggerimenti includono l'investimento nel commercio locale e l’acquisto di metalli preziosi. Un'altra questione su cui dobbiamo istruirci è la salute mediante tecniche olistiche per il rilassamento e la meditazione.

Alla luce delle presenti paure riguardo alla sicurezza dei cibi per animali, ho particolarmente apprezzato trovare in Prepararsi al picco delle ricette per l'alimentazione degli animali (che il mio cane adora), oltre a tecniche di cura naturali. Parlando di animali, Winter suggerisce, l'allevamento di polli per le uova e carne, conigli e capre.

L'autore conclude il libro con una discussione su come Cuba è sopravvissuta al dopo picco del petrolio e la conseguente crisi. Coloro che non hanno seguito il documentario “Il potere della Comunità” troveranno utili informazioni storiche sulla riconversione di Cuba nei campi dell'energia e della produzione alimentare, rincuorandosi nell’apprendere come proprio lo spirito di Comunità generato dalla crisi abbia trasformato la popolazione.

Il capitolo su Cuba è seguito da una eccellente raccolta di risorse sul Picco del petrolio. Tuttavia, una lista esaustiva sulle altre due componenti del Triangolo Terminale – cambiamenti climatici e collasso economico – sarebbe stata altrettanto utile. In ogni caso, Winter ci fornisce uno splendido manuale che contiene i principi fondamentali per prepararsi a un mondo inevitabile in un avvenire non lontano.

In questa fase storica, diviene urgentissimo scrivere sulla preparazione psicologica e spirituale a tale mondo. In un mio articolo del 2006, Attraversare il crollo della civiltà: Un programma spirituale, ho tentato di porre la questione, ricevendo dai lettori delle risposte entusiastiche. Il documentario di Tim Bennett e Sally Erickson “Che Strada Lunga: La vita alla Fine dell'Impero” enfatizza in modo molto bello e poetico la crisi di significato e di scopo che il collasso porta con sé.

Dalla mia prospettiva, qualunque cosa possiamo fare per costruire delle scialuppe di salvataggio per noi stessi e i nostri cari quanto più ci avviciniamo al crollo sono essenziali. Prepararsi al picco del petrolio di Mick Winter è una guida pratica e potente per fare proprio questo.

Fonte: http://carolynbaker.org/
Link
07.04.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Giancarlo (www.locchiodiromolo.it)

Le memorie di Jasenovac

24.04.2007    Da Jasenovac, scrive Nicole Corritore

Jasenovac, 22 aprile 2007, 62 anni dopo la liberazione del più famoso campo di concentramento della II Guerra Mondiale in ex Jugoslavia. Le memorie e le testimonianze dei sopravvissuti nel reportage della nostra inviata
C’è un cielo terso da far male agli occhi e soffia una leggera brezza la mattina del 22 aprile.
Arrivano a scaglioni pullman colmi di gente, automobili e furgoncini, macchine di autorità, tra le quali quella del Presidente della Repubblica di Croazia, Stipe Mesic. I pochi poliziotti presenti smistano il traffico sfoderando visi dai tratti distesi, quasi a voler contrastare la greve memoria di cui questo luogo è impregnato.

Atroce passato

Sono venuti in più di duemila, da diverse città e non solo della Croazia, per commemorare il 62° anniversario della rivolta organizzata dagli ultimi internati del campo di concentramento di Jasenovac, il 22 aprile del 1945. Un disperato tentativo di salvarsi dalla finale liquidazione di massa che gli ustascia si stavano preparando a perpetrare, per poi seppellire i corpi in fosse comuni e bruciare le baracche del campo. Stava arrivando l’esercito partigiano e le prove delle atrocità qui commesse dovevano sparire.

Nei cinque complessi che fungevano da campi di smistamento, lavoro e sterminio, costruiti nell’area di Jasenovac sulla sponda sinistra del fiume Sava, hanno trovato la morte tra il 1941 e il 1945 migliaia di ebrei, rom, serbi, musulmani, oppositori del regime ustascia di Ante Pavelic. Un regime nato il 10 aprile del 1941 con il sostegno della Germania nazista e dell’Italia fascista. La Repubblica Indipendente di Croazia [NDH], si estendeva dall’attuale territorio della Croazia – esclusa l’area occupata dall’esercito di Mussolini – la Bosnia Erzegovina e parte della Serbia.

“Siamo qui oggi, in presenza di importanti istituzioni croate e straniere, sopravvissuti, centri di ricerca e associazioni, per ricordare coloro che hanno subito la deportazione e l’eliminazione di massa”. E’ Natasa Matausic, membro del Consiglio del memoriale di Jasenovac a parlare per prima. Sotto un sole cocente, accalcati attorno al palco posto ai piedi del “Kameni cvijet” - maestoso Fiore di cemento costruito negli anni sessanta dall’architetto Bogdan Bogdanovic - uomini e donne, vecchi e giovani, ascoltano in religioso silenzio.

“Il 21 aprile venne liquidato l’ultimo gruppo di circa 700 donne. In base ai dati raccolti, gli internati ancora vivi erano 1073. Alle dieci del mattino del 22 aprile, un gruppo di 600 guidati da Ante Bakotic, cercò di raggiungere i cancelli della vasta area di concentramento, circondata da filo spinato e muraglia. Di essi solo 92 sopravvissero ai colpi delle mitragliatrici ustascia” continua Natasa Matausic. Scorre il racconto dei diversi tentativi di fuga di quel giorno, intessuto sulle testimonianze dei pochi sopravvissuti. Fino all’applauso contratto dall’emozione.

Memoria divisa

Una memoria, quella dei fatti di Jasenovac, che però è stata ed è tutt'oggi oggetto di controversie, strumentalizzazioni e tentativi di revisionismo storico. Lo ha denunciato Zorica Stipetic, presidente del Consiglio dell'area monumentale di Jasenovac. “Questo campo non era solo un mezzo della politica ustascia bensì la vera sostanza di quella politica. La triste storia di quest'area, non solo non ha chiarito i fatti e portato alla conoscenza, ma ha addirittura fortificato i pregiudizi, i traumi, le paure, i brutti ricordi, l'odio e la vendetta”. Si riferisce, la Stipetic, al duro scontro sulle cifre dei morti. “Vi sono ancora delle resistenze, esplicitamente o implicitamente politiche, a riconoscere la verità su Jasenovac. Si richiamano ai dubbi relativi alla lista ancora incompleta delle vittime di Jasenovac”. Dibattito duro già nella Jugoslavia del secondo dopoguerra, quello sul numero delle vittime che oscillavano da poche migliaia a quasi un milione. Tanto che, come dichiarato a Osservatorio sui Balcani dall'autore del “Fiore di Jasenovac", il monumento dovette aspettare più di un decennio da quel 22 aprile del 1945 per vedere la luce.

E' un fatto che solo nel nuovo museo, situato a poche decine di metri dal Fiore, si sia realizzata una lunga lista dettagliata delle persone deportate e uccise a Jasenovac. In base a ricostruzioni, accertate da più fonti, il numero è arrivato a circa 70.000. Certo, all'appello mancano molti nomi, come ci ha raccontato Djordjevic Stevo, rappresentante della Comunità Rom presso il Consiglio del complesso museale. “Abbiamo raccolto per la prima volta nome, cognome, luogo di deportazione, data di arrivo e di morte, in una lista accessibile al pubblico e questo è molto importante sulla strada della verità. Purtroppo mancano quasi tutti i Rom, perché non erano censiti e venivano immediatamente eliminati all'arrivo nel campo”.

Divisa la memoria anche nel giorno della commemorazione. Al di là del fiume Sava, ad una manciata di chilometri di distanza, si sta tenendo una commemorazione a sé stante. A Donja Gradina, nell'entità bosniaca della Republika Srpska [RS], rappresentanti dell'Assemblea Nazionale della RS e di associazioni di vittime, stanno ricordando Jasenovac come luogo del genocidio di 700.000 persone, per la maggior parte di nazionalità serba. E' inciso sulla grande targa di marmo nero, accanto ad una frase di Tito che ammonisce affinché tutto ciò non avvenga più, posta all'ingresso del bosco dove oggi piccole pietre bianche indicano i luoghi dei “grobljo polje” (campi di sepoltura).
Studi di diversi ricercatori hanno dimostrato che questo dato non può essere veritiero, considerato che si aggira sul milione il numero di tutti i morti del territorio jugoslavo durante il secondo conflitto mondiale.

Vittime e carnefici

“Mi chiamo Atijas Jakob. Sono nato a Sarajevo in una famiglia di lavoratori. Mio padre faceva il barista, mia madre era casalinga”. Inizia così la testimonianza di un sopravvissuto al campo di Jasenovac. In piedi di fronte al microfono del palco, guardando dritto negli occhi chi lo ascolta, snocciola con voce emozionata la sua storia.

“Il 3 settembre del 1941 la polizia ustascia ha arrestato me, mia madre, mio fratello e mia sorella minore. Siamo stati deportati al campo di concentramento bosniaco per ebrei di Krusica, vicino a Travnik, dove ho visto per l'ultima volta mia madre e mia sorella”. Moriranno ad Auschwitz, mentre Atijas verrà smistato a Jasenovac assieme al fratello, il quale morirà ucciso a Jasenovac solo per aver nascosto nella tasca alcune patate e due pannocchie.

“Ci hanno portato nel complesso di Brocice dove lavoravamo alla costruzione della diga. Picchiavano e uccidevano quotidianamente. Porto sul collo e sulla mano i segni dei coltelli degli ustascia. Ho conosciuto ebrei come me, croati e serbi antifascisti, cechi, musulmani. I rom li portavano direttamente alla morte. Le loro vite valevano per gli ustascia ancora meno delle nostre”. Chiude la sua testimonianza pubblica esortando a non dimenticare, ma anche sottolineando a voce alta: “Facciamo in modo che i nostri diversi pensieri si esprimano. Ma senza essere nemici, perché la convivenza è necessaria. Senza di essa non potremo mai esistere su questo pianeta”.

Nonostante la gravità dei fatti avvenuti a Jasenovac, sono ricorse forti le strumentalizzazioni e la deformazione della storia per fini politici, come ha insistito il Presidente croato Mesic intervenuto in seguito. Interrotto da uno scrosciante applauso al momento del suo saluto “Signore e signori, compagne e compagni”, Mesic ha tenuto lungo il suo discorso la linea della dura denuncia: “Negli ultimi vent'anni qui da noi sono stati distrutti centinaia di monumenti alle vittime del fascismo. E' il risultato delle concessioni fatte nel 1991 ai revisionisti storici, e la conseguenza del flirtare con la filosofia ustascia. Si iniziò a cantare le canzoni in onore dei criminali ustascia, e ciò avviene ancora oggi”.

“In questa società c'è qualcosa che non funziona se sui media Ante Pavelic viene presentato come un patriota che è un po' ‘uscito di carreggiata’”, ha ribadito Mesic, per poi aggiungere che si tratta di singoli incidenti ma comunque gravi e da considerarsi un attacco alle radici democratiche della Croazia, di cui oggi non si deve e non si può dubitare.

“Sono stati perpetrati dei crimini anche da parte antifascista e questo non va dimenticato. Ma la differenza è che il fascismo e la politica ustascia si basava su di un'idea criminale, mentre l'antifascismo in quanto ideale era pulito”. Accolta questa sua affermazione con un lungo applauso, Mesic ha concluso appellandosi alle nuove generazioni, chiedendo loro di impegnarsi a guardare in faccia la verità per creare un futuro comune. “Nessuno ha il diritto di ostacolare l'ingresso della Croazia in Europa con questi atteggiamenti e idee fasciste, né qui in Croazia né nell'intera diaspora”.

Sulle note del “Va pensiero” di Verdi, cantata dal coro Lira, la parola viene lasciata ai rappresentanti delle comunità religiose locali: ebraica, ortodossa, musulmana, cattolica. Prima della preghiera il rabbino Kotel Da Don, portavoce della comunità ebraica di Croazia, prende il coraggio a due mani e racconta: “Dopo aver sentito il discorso del Presidente voglio raccontare un fatto recente, di cui finora non ho mai parlato a nessuno. Mentre entravo in sinagoga con mio figlio, da un bar è uscito di corsa un uomo. Ha alzato il braccio nel saluto nazista e ha urlato ‘Shalom’. Mio figlio mi ha chiesto ‘Papà, cosa vuol dire?’. La sorpresa di un bambino di fronte ad un gesto che non appartiene alla sua memoria”.

C'è chi invece questa memoria l'ha vissuta e mai potrà cancellarla. Mentre sul palco si succedono decine di persone a posare corone di fiori ai piedi del monumento di Bogdanovic, la folla si incammina affaticata lungo la passerella di legno che porta al museo. Un vecchio, che porta al bavero il cartellino ufficiale “sopravvissuto al lager di Jasenovac” mi si appoggia al braccio. Fa molto caldo e le due ore in piedi sotto il sole sono pesate a tutti.

Ma lui porta il peso di ciò che ha visto e subito negli anni da internato. “Cosa devo dirti di me, cara. Sono A.M. sopravvissuto ad un lager, non basta?”. Poi per caso mi si avvicina Mile e comincia a parlare. Anche lui con l'etichetta ufficiale, quasi ad assicurare la provenienza “doc” del suo racconto, nel caso ce ne fosse bisogno. “Avevo 8 anni quando mi hanno rinchiuso. Un giorno, avevo sete e ho pregato una guardia ustascia di darmi dell'acqua”. Il suo sguardo si abbassa sulla sua mano che fa il gesto di accarezzare la tesa di un bambino immaginario, se stesso. “Mi ha dato una carezza così... poi ha detto 'Hai l'età di mio figlio. Chissà se lo rivedrò mai più'. E intanto tutto intorno a me massacravano la gente”. Le parole si interrompono inghiottite da un pianto incontrollabile. Proprio come quello di un bambino disperato, che non ha mai dimenticato. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7054/1/245/

«Rimuoveremo il milite sovietico»: è guerra (di parole) tra Estonia e Russia

Il Governo annuncia la rimozione del Milite di Bronzo dal centro di Tallinn. Ed è subito polemica.
La statua della discordia (Foto inkyguy/Flickr)
Il pomo della discordia? Una statua di bronzo. Tra lo Stato estone e i 350.000 russi restati nel territorio dopo la fine dell'occupazione sovietica nel 1991, rien ne va plus. Nel febbraio scorso le autorità hanno dichiarato di voler spostare in un cimitero militare fuori città il Milite di Bronzo, originariamente “Monumento ai Liberatori di Tallinn”, che commemora i caduti russi della Seconda Guerra Mondiale e ora situato nel centro della capitale estone. Il motivo? Per alcuni è inaccettabile che un simbolo dell’occupazione troneggi ancora in bella mostra nel cuore di Tallinn. Per altri, invece, è una semplice scelta di sicurezza interna. Sì, perché il Milite di bronzo ai piedi della città vecchia è stato spesso teatro di scontri fisici come quelli del 30 marzo scorso.

E Mosca gridò: «Così si incoraggia il nazismo»

Ma il fatto che la piccola repubblica baltica – che proprio in questi giorni festeggia il terzo anniversario della sua adesione all'Ue avvenuta il 1° maggio 2004 – viva in modo conflittuale il rapporto col passato dell'occupazione sovietica, non lo dicono solo le incandescenti polemiche sul Milite di Bronzo. A marzo il Parlamento ha adottato un nuovo provvedimento volto ad assimilare la minoranza russa che rappresenta il 20% della popolazione: con una modifica alla Legge sul Linguaggio sarà più facile licenziare i lavoratori privi di un sufficiente livello di estone.
Intanto il Cremlino non sta a guardare. E, a causa della statua della discordia, parla, col vice primo ministro Sergei Ivanov, di «vandalismo di Stato», chiede ai cittadini russi di boicottare il made in Estonia, minaccia tagli ai rifornimenti di energia e arriva fino ad accusare Tallinn di «incoraggiare il nazismo». Persino la leader mondiale di Amnesty International, Irene Kahn, sceglie di esporsi pubblicamente criticando una politica, quella del Governo estone, che giudica «repressiva e punitiva».

I politici: «Per noi la Seconda Guerra Mondiale è finita nel 1991»

E non è tutto. L'internazionalizzazione della questione russa in Estonia arriva anche al Parlamento Europeo dove, il 14 marzo, l’eurodeputato comunista Marco Rizzo promuove un’interrogazione parlamentare chiedendo alla Commissione di intervenire sulla questione del monumento. Pochi giorni dopo è il turno della vicina Lettonia, anch'essa dotata di un'imponente minoranza russa. Riga prende le distanze dichiarando di non avere alcuna intenzione di seguire la linea dura degli estoni. Il Paese, quindi, sembra più che mai isolato.
Isolato e diviso. Kalle Laanet, Ministro dell’Interno fino alle elezioni del marzo 2007, mal accetta le critiche internazionali: «Noi rispettiamo Amnesty. Ma stavolta il Governo ha fatto molto per l’integrazione dei “non estoni”: corsi ed esami gratuiti, milioni di euro investiti nell’insegnamento della lingua, una riforma del sistema scolastico che entrerà in vigore nel settembre di quest’anno. Ma dall’altra parte non c'è buona volontà». E poi giù a spiegare la posizione, di molti qui, sul Milite di Bronzo: «Per noi la Seconda Guerra Mondiale è cominciata con l’occupazione sovietica del 1940 ed è finita con l’indipendenza del 1991. Per mezzo secolo non c’è stata libertà: solo una successione di regimi totalitari. E se quel monumento assume diversi significati per la nostra gente, purtroppo viene anche usato dagli estremisti per le loro dimostrazioni sciovinistiche». Come dire: pensando alla sicurezza, è giusto che venga rimosso.
Un parere, il suo, non condiviso da Ludmilla Matrossova Zobina, presidentessa della Union of Slavic Educational and Charity Organizations, associazione tra le più importanti in Estonia. «Ogni volta che lo vedo mi emoziono. Sia chiaro: sono di origine russa e questo non posso né voglio cancellarlo, ma mi sento anche estone. È così difficile da accettare? Purtroppo la politica non aiuta: le discriminazioni partono proprio da lì, dal livello più alto della società, quello che più dovrebbe sforzarsi di cambiare le cose».

Ma la radicalizzazione delle posizioni tra estoni e russi si sfuma quando a parlare sono i giovani. Jelena, 21 anni, nonostante le origini russe, dice: «Se vogliono spostare il monumento lo facciano e basta. Capisco i loro problemi ed il loro punto di vista, non sarebbe poi così strano». Esattamente il contrario di quanto sostiene Tina, giovane estone che vive proprio davanti al “simbolo della discordia” ed è più vicina alle posizioni “russe”: «Non capisco perché dovrebbero spostarlo: è sempre stato lì ed i problemi veri sono cominciati solo quando il Governo ha deciso di rimuoverlo. Perché creare preoccupazioni che potrebbero non esistere?». Intanto per il 9 maggio è attesa una manifestazione di russi dalla città vecchia al monumento. Ma per quella data il Milite potrebbe già esser stato congedato.
Giovanni Angioni - Tallinn http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2497

In morte di ''Corvo bianco'' -


di Giulietto Chiesa - Megachip da E Polis

Se n'è andato, Corvo Bianco, Boris Nikolaevic Eltsin, l'ex primo segretario del Partito Comunista di quella che allora si chiamava Sverdlovsk e oggi si chiama, di nuovo, come ai tempi degli zar, Ekaterinburg, città di Caterina.

Ma non è entrato nella storia per questa ragione. Fu il primo presidente eletto della Russia. E forse anche l'ultimo perchè le elezioni successive, anche quelle in cui egli stesso fu riconfermato, non ebbero l'aria di essere molto democratiche.

Lo ricordo nella sua ultima apparizione pubblica in veste di presidente della Russia. Era il 31 dicembre dell'anno 1999 e Boris Eltsin, gonfio di alcool e di cortisone, dopo otto bypass e una vita avventurosa e anche vittoriosa, si dimetteva annunciando ai russi di avere nominato il suo delfino: un uomo venuto dal nulla, che nessuno conosceva e che venne subito chiamato "il signor Nessuno".

Ma tre mesi dopo il signor Nessuno, alias Vladimir Vladimirovic Putin, venne eletto trionfalmente "dal popolo russo" a clamorosa conferma che le elezioni russe erano ormai fatte in modo di condurre inesorabilmente alla vittoria colui che, dal Cremlino, manovrava le leve dell'informazione e del consenso.

L'uscente, che aveva massacrato in due anni, dal 1994 al 1996, non meno di cinquantamila cittadini ceceni, cioè cittadini della Russia, perdendo quasi tanti soldati quanti l'Unione Sovietica aveva perduto in dieci anni di invasione dell'Afghanistan (1979-1989), e perdendo la prima guerra contro i ceceni, consegnava la Russia a un nuovo leader che stava cominciando la seconda guerra cecena. Che non è ancora finita.

Basterebbe questo, forse, per collocare Eltsin nel Pantheon dei peggiori della storia russa. Ma egli ha al suo attivo due momenti assolutamente cruciali che - secondo un recente sondaggio realizzato in Russia dall'European Union - Russia Center di Bruxelles - fanno ora dire alla maggioranza dei russi che "il periodo di Eltsin è stato il momento più oscuro della recente storia russa". Cioè non hanno gradito. Adesso in Occidente celebreranno Eltsin come un grande leader, un grande democratico; enumereranno le sue doti, lo ricorderanno in piedi su un carro armato. Per qualche giorno. Ma dovremmo decidere se conta di più il giudizio dell'Occidente o quello dei russi.

Dirà, forse, se ne avrà tempo, la Storia. Ma quali furono i due momenti topici che fanno di Eltsin un grande personaggio comunque, nel bene o nel male?

Il primo, quando Boris Nikolaevic s'incontrò nel bosco di Beloveshkij, vicino alla frontiera sovietico-polacca (così, se Gorbaciov se ne fosse accorto, avrebbero potuto espatriare per evitare l'arresto) con il presidente dell'Ucraina, Kravchuk e con il presidente del Soviet Supremo di Bielorussia, Shushkevic e insieme decretarono "la fine dello spazio geo-politico denominato Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche".

Non si erano consultati con nessuno ed erano tutti e tre ubriachi fradici. Le conseguenze i russi le pagano ancora adesso e, si può dire, il mondo intero non ha ancora visto la fine di quel disastro, adesso che, a quanto pare, sta ricominciando la guerra fredda.

Il secondo momento topico fu la privatizzazione del 1992. L 'intera Russia fu svenduta per meno di dieci miliardi di dollari a qualche centinaio di futuri oligarchi. Che ce l'hanno ancora.

Adesso non ci piacciono, ma allora applaudimmo tutti.

Nigeria: irregolari le elezioni, ma si rifaranno?

Elezioni in Nigeria - da Nigrizia.it
Elezioni in Nigeria - da Nigrizia.it
Oggi gli osservatori internazionali hanno ufficializzato la loro posizione: le elezioni presidenziali e parlamentari di sabato 21 aprile non si sono svolte correttamente, il voto si deve ripetere. Gli osservatori nazionali si sono espressi nello stesso modo, i candidati dei partiti di opposizione da sabato denunciano i brogli e le irregolarità. Eppure un segnale positivo c’è: la società civile nigeriana si è dimostrata un soggetto forte e attivo.

Nigrizia.it ha intervistato l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, a capo della delegazione di osservatori europei che ha seguito le elezioni di sabato dalla città nigeriana di Lagos.

In che clima si sono svolte le elezioni sabato? Qual è stata la partecipazione dei cittadini?

L’impressione è estremamente contraddittoria, perché vi è stata una grande mobilitazione di migliaia di persone tra coloro che lavoravano per l’Inec, la commissione elettorale nigeriana, tra i rappresentanti di lista dei vari partiti, e tutta l’organizzazione tecnica. C’è da dire che questa è una novità, queste sono le terze elezioni in Nigeria, le prime sono state nel ’99, le seconde nel 2003. Un’attivismo poi della società civile enorme, abbiamo incontrato la settimana scorsa i network della società civile e abbiamo visto come si sono organizzati gli osservatori locali, decine di migliaia di persone.
L’altra faccia della medaglia è una partecipazione molto bassa, decisamente più bassa rispetto alla settimana scorsa, quando ci sono state le elezioni delle 36 assemblee legislative locali dei vari stati. A Lagos dov’ero io, in alcuni seggi non si è raggiunto il 10% dell'affluenza, in altre il 20%, difficilmente si è andato oltre. Questa bassa affluenza è da accreditare, direi, a due fatti. Il primo è la sfiducia nelle elezioni, l'andamento delle elezioni locali sabato 14 ha segnato profondamente. Si parla di rifare, non è ancora sicuro quando, comunque si rifaranno le elezioni locali in diversi stati, sicuramente in 4 stati, forse in 6, al massimo in 10. Ci sono state pressioni, brogli, e questo ha fatto diminuire sicuramente l’entusiasmo. Il secondo motivo è che nelle votazioni locali il peso dei capi villaggio è forte, anche le tensioni. Io non ho visto a Lagos violenze o scontri tra i vari rappresentanti di partito: le presidenziali sono percepite dalla gente come qualcosa di lontano, che stanno ad Abuja, nella capitale federale.

La commissione elettorale ha parlato di elezioni trasparenti, i candidati di opposizione da subito hanno denunciato brogli, gli osservatori chiedono di rifare il voto. Le elezioni sono state irregolari in tutto il paese?

Ci sono state situazioni diverse nelle diverse regioni, per esempio: non c’è stato il timore di forti violenze su tutto il territorio, come annunciato dalla televisione nigeriana, ci sono stati solo episodi violenti però fortemente localizzati in diverse regioni. Per esempio la macchina esplosa davanti alla commissione elettorale ad Abuja, l’assalto ai poliziotti a Katsina nell’estremo nord. Con anche dei morti: 9 poliziotti, su cui c’è un’indagine. Per noi sono numeri alti, qui la valutazione tutto sommato è che sono state elezioni prive di grandi episodi di violenza. Niente scontri di piazza, com’era avvenuto nelle elezioni locali la settimana prima.

Che cosa ho potuto vedere concretamente: alle 10 di mattina la gran parte dei seggi non era aperta, e avrebbe dovuto aprire alle 8, dalle 8 alle 15 si doveva votare, soltanto la sera prima siamo stati avvisati che le votazioni erano spostate dalle 10 alle 17, per cui la mattina c’era già gente che aspettava già da due ore. Poi a Lagos abbiamo scoperto che non sono arrivate le schede per il senato, si doveva votare con una scheda con 25 simboli di partito, nelle schede arrivate vi erano solo 12 simboli di partito.

Sempre a Lagos, non sono arrivate tutte le schede per la camera bassa, in alcuni posti sono arrivate schede con 7 simboli anzichè 8, in altre erano ancora diverse. Il risultato è che sono 6 gli stati nei quali non si è votato per il senato, negli stati dove si è votato la distribuzione delle schede, anche presidenziali, è arrivata intorno al 75-80%. Abbiamo poi l’assenza quasi totale di riservatezza. In un seggio che ho visitato a Lagos dove il voto era un evento collettivo, con la gente che indicava dove porre sulla scheda con il pollice, perché si vota con il pollice intinto nell’inchiostro, e con un controllo da parte del signore locale molto forte. Il passaggio dai seggi, dei tavolini all'aperto, alla sede zonale a locale, a federale sono passaggi che avvengono manualmente quindi con rischio di errori tecnici ma anche con possibilità di brogli.

Come osservatori internazionali dobbiamo concludere che non sono stati rispettati gli standard internazionali delle elezioni, siamo anche al di sotto degli standard dell’Ecowas, cioè dall’accordo tra i paesi dell’Africa Occidentale. L’opposizione ha chiesto di ripetere le elezioni e ha dichiarato stamattina che non riconosce i risultati, anche gli osservatori locali chiedono la ripetizione del voto, ora staremo a vedere cosa accade.

Cosa significherebbe per la Nigeria se le elezioni venissero veramente annullate?

Andiamo verso una situazione difficile, i giornali nigeriani principali sono usciti attribuendo già la vittoria al candidato del partito di maggioranza; l’Inec, la commissione elettorale, è indipendente solo di nome, perché è stata nominata dal governo ed è finanziata dal governo.

Io penso che se il governo nigeriano dovesse decidere di accettare le critiche degli osservatori e decidesse di ripetere le elezioni sarebbe un fatto straordinario e importantissimo perché con la diffusione, la consapevolezza e l’ampiezza della partecipazione della società civile che abbiamo visto in questo giorni, in Nigeria è possibile fare delle elezioni democratiche e trasparenti. Non ci siamo trovati di fronte ad un’impossibilità oggettiva di elezioni regolari ma ad una volontà politica ad una disorganizzazione voluta perché il voto non fosse trasparente. Certo, pensare che il governo possa decidere di annullare le elezioni è complesso: la commissione elettorale è composta da persone scelte direttamente dal governo. Non dimentichiamo il ruolo che la Nigeria ha a livello mondiale per la produzione di petrolio: un rischio che c’è in questo momento è che, al di là delle proteste internazionali che verranno formalizzate, i grandi stati occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti e da alcune nazioni dell’Unione Europea, decidano comunque di lasciare perdere, di andare ad un riconoscimento di fatto di queste elezioni, alla ricerca di un interlocutore politico stabile con cui poter continuare a discutere e a fare affari sul petrolio.

Quindi, nonostante le difficoltà nello svolgersi delle elezioni e le pressioni politiche, c’è stato un miglioramento rispetto ai precedenti appuntamenti elettorali del ’99 e del 2003. Sembra che ci sia un percorso verso la democrazia?

Anche qui ci sono dei chiari scuri: molti sostengono che, per quel che riguarda la regolarità elettorale non è andata meglio del 2003, se parliamo però di partecipazione e coinvolgimento e presenza della società civile che ha monitorato passo per passo le elezioni e che quindi oggi può dire che le elezioni non sono state regolari con la consapevolezza di sapere di cosa parla, allora la Nigeria ha fatto veramente passi da gigante. La mia impressione è che il ceto politico non abbia preso atto di questa crescita della società civile e abbia pensato di poter andare avanti a governare come ha fatto in questi anni.

La regione del Delta del Niger era coperta da osservatori? Come si sono svolte le elezioni in questa zona?

Era coperta molto poco dagli osservatori, per esempio a noi rappresentanti dell’Unione Europea era stata vietata la possibilità di parteciparvi perché non vi era la garanzia di sicurezza. Tra i 6 stati nei quali non si sono svolte le elezioni del senato per mancanza delle schede, vi sono alcuni stati proprio della zona del Delta. La tensione principale nel Delta c’è stata sabato 14, in occasione delle elezioni locali, perché in questa regione sono più forti i partiti di opposizione. La tensione è stata minore per le presidenziali, ma anche i giornali nazionali hanno posto molte volte la questione del delta come una questione rimossa dal dibattito politico nazionale, e anzi denunciando il silenzio attorno agli affari delle multinazionali, e al disastro ambientale. Proprio sul principale quotidiano economico nazionale in questi giorni sono usciti diversi articoli. L’impressione è che la vicenda del Delta viaggi solo in parte con i meccanismi elettorali nazionali, che abbia assolutamente una sua specificità. Probabilmente i percorsi di soluzione sono altri, cioè passano attraverso una gestione diversa dei profitti petroliferi e un rapporto diverso con le popolazioni locali. Nella regione del Delta gioca un interesse internazionale molto forte, con pressioni organizzate e continuative nel tempo. La questione non è mai stata al centro dei dibattiti nei media, se ne è sempre discusso ma a lato, come qualcosa di separato dalle elezioni.

di Sara Milanese
Fonte: Nigrizia

Sulle elezioni in Nigeria: lo speciale di Nigrizia.it

Romania - Una crisi che cova da tre anni blocca politica interna ed estera di Bucarest




Luciano Tracha
QuadrantEuropa



Il primo ministro Calin Tariceanu cerchera'di modificare a suo favore la legge elettorale per non dare al presidente sospeso la possibilità di ripresentarsi.




A quattro mesi dal suo ingresso nell’Unione europea, la Romania si trova sprofondata in un crisi politica di difficile soluzione che suscita preoccupazioni anche a Bruxelles. Messo sotto accusa giovedì 20 aprile dal parlamento per “abuso di potere”, il presidente rumeno Traitan Basescu - che resta comunque l’uomo forte del paese balcanico – si è rivolto a migliaia di manifestanti dandogli appuntamento “alle urne”.

Scontro tra i poteri dello Stato

In caso di dimissioni, le elezioni anticipate si dovrebbero tenere entro tre mesi. Ma dato il rifiuto di Basescu ad abbandonare la carica, servira’ un referendum per sospendere il capo dello Stato. Venerdì la Corte costituzionale ha comunque convalidato la procedura contro il capo dello Stato e nominato il presidente del Senato, Nicolae Vacaroiu, presidente della repubblica ad intérim.

La prova di forza attuale è il risultato di una guerra frontale che in Romania da tre anni vede contrapposti il capo dello Stato centrista Basescu, e il primo ministro liberale, Calin Tariceanu. Dallo scorso marzo inoltre il primo ministro ricopre anche la carica di ministro degli esteri. La crisi tra presidente e capo del governo che covava da tempo è uscita allo scoperto dopo l’ingresso di Bucarest nell’Ue.

A fine febbraio il Parlamento di Bucarest aveva deciso a grande maggioranza la formazione di una commissione d’inchiesta, compiendo cosi’ il primo passo verso il procedimento di impeachment contro Basescu.

L’azione contro il capo dello Stato era proseguita il 19 marzo scorso quando una commissione del parlamento rumeno, aveva presentato le prove della corruzione del presidente della repubblica. Per la commissione non meno di 19 capi di accusa giustificavano il procedimento di destituzione presidenziale.

Le accuse andavano dalla “parzialità politica”, fino alla “ingiustificata intromissione nei lavori parlamentari” e “all’uso improprio dei servizi segreti”, per finire col “tentativo di intralciare i lavori degli organi giudiziari” del paese.

Pochi giorni dopo a Bucarest la Corte costituzionale in un suo giudizio pubblico affermava la piena validità giuridica dell’azione della commissione parlamentare. Significativo il fatto che a questa decisione il contributo decisivo era arrivato dai liberali del primo ministro Calin Tariceanu, nonostante il fatto che il partito liberale faccia parte della coalizione governativa con i democratici, ossia col partito del presidente della repubblica.

Una crisi nascosta dalla volonta' di entrare in Europa

Fino al momento della sua elezione, nel dicembre 2004, Basescu guidava infatti i democratici, partito di cui tuttora continua ad essere il leader. In realtà questa alleanza e’ la causa vera di una crisi dai contorni molto bizantini che da mesi paralizza politica interna ed estera rumena e che Bruxelles segue con sospetto.

Come in molti paesi della regione anche in Romania il capo dello Stato non è una figura indipendente. Basescu non è un vero padre della patria, ma continua ad essere percepito come un politico di partito. A Bucarest questa circostanza è aggravata dal fatto il presidente della repubblica, è l’uomo che alla fine del 2004 ha fatto di tutto per far nascere la coalizione di governo oggi al potere.

L’alleanza è nata ed è stata tenuta insieme dagli obiettivi, comuni a tutte le forze politiche rumene, dell’ingresso nell’Unione europea e dalla volontà di impedire alla corruzione post-comunista di continuare a mantenere le leve del bilancio dello Stato.

Da quando questi due obiettivi sono stati realizzati le forze politiche della coalizione governativa, con grande gioia dell’opposizione socialdemocratica, non riescono più a gestire i propri contrasti. I socialdemocratici sono stati abbastanza furbi da manovrare tutto l’affare dell’impeachment presidenziale restando sullo sfondo e lasciando la presidenza della commissione al conservatore Dan Voiculescu, uno dei personaggi politici più compromessi della Romania.

Infatti a causa del vecchio risentimento di Voiculescu contro l’attuale presidente rumeno, l’agire della commissione agli occhi di molti rumeni e’ sempre piu’ discreditata. Al contrario gli interventi populisti del capo dello Stato iniziano a godere del sostegno della popolazione. In caso di referendum, e se le cose continuano in questo modo l’appello al popolo potrebbe rivelarsi inevitabile, la consultazione verrebbe vinta a mani basse da Basescu.

Tariceanu rende pan per focaccia al presidente

Negli ultimi due anni della popolarità del capo dello Stato ne ha fatto le spese soprattutto il primo ministro Tarinacescu. Nei momenti decisivi della recente politica rumena il capo dello Stato ha compromesso in maniera svergognata il capo del governo, facendo contemporaneamente capire che il suo disegno è quello di vedere i liberali uniti in un nuovo partito di centro destra a guida democratica.

Nonostante le molte umiliazioni subite il primo ministro Tariceanu non solo non si è dato mai per vinto ma, come si sta vedendo in questi giorni, sta rendendo pan per focaccia al presidente. A metà del mese di marzo ha sorprendentemente dichiarato di voler rinviare le elezioni per il parlamento europeo, previste per il 13 maggio.

A motivo della sua decisione il primo ministro ha addetto le tensioni di politica interna che in caso di campagna elettorale oscurerebbero i temi europei. La decisione ha trovato il consenso di Bruxelles.

A metà marzo Tariceanu aveva dato un altro segno di vitalità nominandosi ministro degli Esteri ad interim del governo da lui diretto. Anche in questo caso per spiegare il suo gesto il primo ministro aveva citato il comportamento scorretto del capo dello Stato che avrebbe impedito la nomina del nuovo responsabile della diplomazia rumena. Di fronte ai fondi strutturali e ai finanziamenti per la coesione europei, Bucarest, queste le dichiarazioni del capo del governo, non può permettersi di lasciare vacante la poltrona di ministro degli Esteri.

Il primo ministro aveva proposto lo storico e pubblicista Adrian Cioroianu come nuovo capo della diplomazia rumena. Il candidato del capo del governo era stato però bocciato dal presidente a causa della sua supposta inesperienza nelle relazioni internazionali. Osservatori indipendenti ritengono però che il vero motivo del rifiuto dipende dal fatto che nel clan di Basescu vi sono sempre più persone che bloccano ogni forma di sviluppo politico che non sono in grado di controllare.

Cioroianu avrebbe dovuto assumere l’incarico di successore di Razvan Ungureanu, il ministro degli Esteri costretto alle dimissioni a febbraio. Il giovane e capace capo della diplomazia rumena è stato a sua volta vittima degli intrighi tra presidente e capo del governo.

Secondo uno scenario ripreso dai media rumeni, il primo ministro Calin Tariceanu cerca di modificare a suo favore la legge elettorale per non dare al presidente sospeso la possibilità di ripresentarsi. Una modifica delle regole del gioco che non sembra richiamarsi molto allo schema democratico. Nonostante Tariceanu si sforzi di rassicurare l'Unione europea, affermando di voler proseguire le riforme, i funzionari europei sono preoccupati.



ESODO DA MOGADISCIO, UN FIUME DI PERSONE VERSO AFGOYE


Migliaia di persone stanno fuggendo da Mogadiscio: si mettono in cammino sulle strade che conducono verso le regioni di Shabelle, Hiraan, Galguud e Bay, mentre continuano a udirsi sporadici colpi di mortaio e i rumori dei combattimenti che anche oggi, il sesto giorno consecutivo, coinvolgono i quartieri del nord. Da quando è stata riaperta la strada che conduce dalla capitale ad Afgoye, quei trenta chilometri sono coperti da un flusso quasi costante di gente in fuga a piedi e con ogni mezzo, portando con sé le masserizie che è riuscita a salvare. Nella città ex campus universitario, le organizzazioni umanitarie segnalano la presenza di 41-50.000 profughi, in parte andati ad affollare le case di parenti e amici mentre altri hanno trovato rifugio negli edifici dell’università di Lafoll, a 10 chilometri da Afgoye, ma ai più poveri, donne e bambini senza protezione, sono rimasti solo la strada, il riparo sotto gli alberi e i teloni di plastica distribuiti dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), con altri beni di primo soccorso. Le preoccupazioni maggiori sono per la mancanza di cibo, determinata anche dall’aumento vertiginoso dei prezzi nei mercati, e dell’acqua potabile; Medici senza frontiere (Msf) riferisce che nelle strutture sanitarie di Afgooye sono stati già registrati 401 casi di dissenteria acuta, di cui 13 mortali. Secondo stime dell’Unhcr, dall’inizio di febbraio 321.000 persone sono fuggite da Mogadiscio andando a riversarsi in 111.000 nella regione di Shabelle (43.000 nel Middle Shabelle e 68.000 nel Lower Shabelle), altre 109.000 persone hanno raggiunto Galgaduud, 38.000 Mudug, “5.000 Bay, 24.000 Hiraan e i restanti 14.000 sono fuggiti in altre regioni. L’esodo ha inoltre contribuito a peggiorare l’epidemia di dissenteria acuta (che secondo alcuni in certe località è invece colera) nella sud della Somalia, con 16.000 casi registrati e almeno 414 morti, soprattutto bambini e anziani.
http://www.misna.org/


Dio salvi la regina 1
Un viaggio all'Equatore: l'Uganda, paese in bilico fra democrazia, guerra e Aids
Scritto per noi da
Alessandro Greblo*
 
La prima cosa che colpisce arrivando all’aeroporto internazionale di Entebbe, 30 chilometri fuori Kampala, è la rigogliosità della vegetazione: il verde delle piante di mango, tè, caffè, cocco, banane indicano che qui, all’Equatore, la pioggia cade insistente per tutto l’anno, alternandosi con un sole caldo ma non cocente. Il verde circostante contrasta con l’azzurro del lago Victoria e il rosso della terra e delle strade creando contrasti suggestivi. Non ci poteva essere benvenuto più caloroso in Uganda, la perla d’Africa!

Biciclette caricate di casse di legno. Kampala, Uganda. Foto di Sandro GrebloCaos e paralisi. Arriviamo a Kampala: la casa degli impala. Qui il paesaggio non è altrettanto accogliente: come molte altre grosse metropoli africane è il caos a fare da padrone unito a sporcizia, traffico e inquinamento di ogni tipo. Di impala qui non è rimasta neanche l’ombra. Per le strade della città si snoda una serie infinta di veicoli e mezzi di trasporto tra i più disparati: dalle biciclette cariche all’inverosimile di canna da zucchero, ai “boda-boda”, taxi-motorette sbrindellate con un posto dietro per il passeggero, da camion puzzolenti colmi di ogni tipo di materiale ai classici mini-van (“matatu”) o taxi collettivi che battono le arterie principali della città senza sosta, a ogni ora del giorno e della notte. Il risultato è che nelle ore di punta la città, di circa 1,5 milioni di abitanti, è paralizzata. La situazione si aggrava con le piogge copiose, con l’acqua che scende dalle colline riversandosi nelle zone basse della città e creando vere e proprie esondazioni. Senza contare i numerosi incidenti stradali le cui vittime riempiono gli ospedali della capitale.

Bici carica di fascine di legno. Kampala. Uganda. Foto di Sandro GrebloIl panorma della sanità. Anche negli ospedali la musica è sempre la stessa: poco spazio, nessuna igiene, scarsa se non nulla attenzione al paziente, parenti che banchettano nelle corsie o negli atrii lasciando dietro di sé una scia di formiche e insetti, medicine che scarseggiano così come i dottori. E poi i costi della sanità: si paga ogni cosa, dalla visita, agli esami, all’intervento, alla degenza, alle medicine: si paga profumatamente e in anticipo. Una visita, due lastre, qualche esame e medicine, e lo stipendio di un mese è presto sparito: questa è la sanità africana, che è poi la sanità secondo il modello della Banca Mondiale e dell’Organizzazione mondiale della sanità, fondata su “sostenibilità” e “cost-recovery” (recupero delle spese). I pochi dottori si contendono i pazienti in una spietata lotta commerciale, che arricchisce loro e rende i malati poveri ancora più poveri. Solo chi può pagare riceve attenzione e cure, e se per caso arriva qualche pezzo grosso per una visita cardiologia, salta anche la coda! Girando tra le corsie, dove la pulizia è un’utopia si incontrano visi scavati, bambini rinsecchiti, occhi vuoti, non più uomini ma scarti umani abbandonati al de-corso delle loro multiple sciagure: malaria, malnutrizione, tubercolosi, Aids, ma anche patologie cardiache congenite. Il menù è completo e più si esce dalla città, più la situazione peggiora.

Ospedala di Gulu, Uganda. Foto di Sandro GrebloLe preghiere. La cura – si sente dire in giro – è la preghiera. La religione qui si suddivide in centinaia di chiese e di confessioni raggiungendo il 70 percento della popolazione. Si avverte, tra le persone, una fede “forzata”, un fervore a volte quasi patologico, che permette a chi detiene il potere di mantenere le masse tranquille, rabbonite dal conforto della fede. In televisione ci sono persino diversi canali dedicati 24 ore su 24 a sermoni e preghiere collettive, con tanto di numero cellulare per un (costoso) conforto spirituale telefonico; peccato che il predicatore, il parroco o il pastore di turno sia sempre quello con la pancia piena. Forse perché prega più degli altri? Le politiche sanitarie nazionali e le prediche di preti e pastori contro l’Hiv battono sull’astinenza da rapporti sessuali fino al matrimonio invece che sulla contraccezione. Risultato: in molte zone del paese l’Aids è in aumento. La domenica da ogni collina della città risuonano canti e invocazioni in un susseguirsi di giubili senza fine; pastori arrivano persino da altri paesi creando fuori da alcune chiese code lunghissime.

Vista di Kampala, capitalde dell'Uganda. Foto di Sandro Greblo Terra di conquista. Per molti investitori, Kampala sta diventando terra di conquista. Grazie a politiche commerciali mirate, alla diminuzione di barriere all’entrata e dei dazi, alla facilitazione nell’ottenere visti e permessi di lavoro, nella capitale si sono riversati migliaia di imprenditori, soprattutto cinesi e indiani che possiedono la maggioranza dei negozi di elettronica, forniture per la casa e l’ufficio, macchinari. I voli da Dubai e Pechino ne riversano continuamente in città, creando un contrasto piuttosto strano tra le bancarelle disordinate e colorate degli ugandesi e le vetrine pulite e asettiche degli indiani. Gli uomini bianchi qui sono chiamati “mzungu” e mentre ci si sposta cercando varchi nelle viuzze melmose il richiamo dei bambini è persistente e ironico. Per loro siamo un’attrattiva irresistibile, vere e proprie mosche bianche, anche se qui sono pochi i bambini che si avvicinano ad elemosinare: timore reverenziale o orgoglio locale?
In ogni dove e in ogni momento, l’inarrestabile pullulare di attività e spostamenti scandisce la giornata della gente, interrotta da pause per il pranzo o il riposo. Sembra che il tempo si suddivida in due uniche dimensioni: frenetico spostamento o interminabile attesa, senza vie di mezzo. Alla lunga si può comprendere come la stessa concezione del tempo e l’utilizzo di questa risorsa siano per gli africani totalmente diversi. Combattere questo fenomeno significa entrare in una valle di lacrime! http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7838


L'Aoi [Africa orientale italiana] vista dalla parte delle vittime
di Alem Woldezghi (Alem Woldezghi è nato nel 1949 ad Addi Techelesan [Asmara] in Eritrea. In gioventù ha militato nelle file dell' Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione del popolo eritreo dall'occupazione)

Italiani brava gente? Un mito. Ci sono le prove di efferati delitti e di tragedie perpetrate negli anni dall'unità della penisola alla fine della seconda guerra mondiale.

Coloro che si sono macchiati di tali crudeltà erano persone comuni, che agivano per spirito di disciplina, per emulazione o perché persuasi di essere nel giusto eliminando coloro che ritenevano «sub-umani». Il mito degli italiani «brava gente», diffuso in tutto il mondo, ha gettato un velo sulla storia coloniale italiana, cosicché molti giovani di oggi non ne sono a conoscenza, mentre i pochi che ne sanno qualcosa spesso e volentieri tentano di nascondere la verità, cancellando i documenti storici. Invece bisognerebbe davvero istituire una «*Giornata della memoria*» per tutti questi morti, così facilmente dimenticati. Molti ritardi sono stati di recente colmati ma ancor oggi la «decolonizzazione» degli studi e della memoria è un processo non pienamente compiuto. Quella coloniale è una parte importante del passato di un Paese: certe nazioni europee hanno riconosciuto il peso e l'influenza che la propria storia coloniale ha avuto nel personale processo storico, mentre in Italia ancora si attende che essa trovi una sua collocazione nella storia nazionale. In Italia il fenomeno coloniale è stato completamente rimosso dalla coscienza collettiva. Non solo ora ma già a partire dall'inizio della storia repubblicana.


Fin dal suo inizio, l'avventura coloniale italiana è stata segnata da atrocità che marcano una politica del terrore e della «terra bruciata». Negli anni che vanno dall'Unità d'Italia alla fine della seconda guerra mondiale si sono verificati molti episodi nei quali gli italiani si sono rivelati capaci di indicibili crudeltà. A partire dal sacrificio delle truppe coloniali, Ascari e Dubat eritrei. Dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale è completamente mancato un sostegno e un riconoscimento informale a chi spesso rimaneva fedele nel cuore all'Italia, come mio padre che fu un ex-Ascaro. Sottolineo con forza la necessità di non dimenticare il sacrificio di questi valorosi soldati e ribadisco l'esigenza di una politica fatta con il sentimento e con il cuore, che rispetti la storia. Un passato, quello dei combattenti eritrei-Ascari, di eroismo e di valore che l'Italia non può e non deve lasciare che cada nell'oblio. Un altro episodio atroce fu la battaglia di Adua: alla base della dolorosa giornata di Adua [1° marzo 1896] ci sono molte cause, alcune delle quali ancora non perfettamente chiare: ai 500 Ascari prigionieri, considerati traditori, furono amputati per punizione il piede sinistro e la mano destra [perché non potessero mai più salire a cavallo e impugnare un'arma].


Non bisogna dimenticare anche le deportazioni in Italia di migliaia di eritrei, etiopici, somali e libici. Lo schiavismo fu applicato in Eritrea dal 1936. Lo sterminio di duemila monaci e diaconi nella città conventuale di Debrà Libanos avvenne dopo la netta resistenza della popolazione abissina, in cui l'orgoglio eritreo diede una così profonda umiliazione all'invasore, che da allora la parola «sterminio» divenne la parola d'ordine più usata tra i capi italiani in Asmara.


E' vero che nell'ultimo secolo e mezzo molti altri popoli si sono macchiati di imprese delittuose, in quasi in ogni parte del mondo. Tuttavia soltanto gli italiani hanno gettato un velo sulle pagine nere della loro storia ricorrendo ossessivamente e puerilmente a uno strumento auto-consolatorio: appunto il mito degli «italiani brava gente», mito duro a morire che ha sempre puntato a dare un'immagine degli italiani come i più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri e perciò incapace di atti crudeli. Invece dietro questo paravento protettivo di ostentato e falso buonismo si sono consumati negli ultimi 100 anni, in Italia, in Europa e nella cosiddetta Aoi, Africa orientale italiana, i crimini peggiori, gli eccidi più barbari - come il massacro del febbraio 1937 - in nome della «superiore civiltà italica» e della sua presunta «missione civilizzatrice» da uomini che non hanno diritto ad alcuna clemenza o indulgenza.


Insieme alla rimozione delle violenze, dei crimini, degli abusi, si affianca quella sulle pratiche e sull'ideologia razzista, in base alla quale il comune sentire ancora oggi è legato all'idea che «gli italiani non sono razzisti» [un pensiero razzista oggi normalmente negato anche da chi su di esso ha fondato prassi quotidiane, oltre che il proprio successo politico o letterario].


Molti ritardi sono stati di recente colmati ma ancora oggi la decolonizzazione degli studi e della memoria è un processo non compiuto e una parte non secondaria del passato, come quella coloniale con cui altre nazioni hanno da tempo fatto i conti, ancora attende di essere integrata nella storia italiana.


Gli italiani hanno invaso e tolto la libertà quando sono andati in Africa: per motivi di prestigio internazionale per dominare, altro che per civilizzare.


Allora la Società delle Nazioni giocò la parte di Ponzio Pilato lavandosi le mani da ogni responsabilità. Non posso pensare che la popolazione mondiale, prima o poi, non si sveglierà al bisogno di giustizia degli Ascari eritrei.


Il colonialismo italiano rispetto a quello di altri paesi Europei è stato più conciliante con le popolazioni assoggettate? Niente affatto. Il colonialismo liberale e quello fascista sono stati in continuità, ma il fascismo ha utilizzato strumenti nuovi; nella sua epoca Barattieri si è servito dei muli; Badoglio e Graziani dei carri armati e degli aeroplani. Nelle guerre coloniali, l'Italia ha avuto l'esclusiva nell'uso di gas, mai usati dagli altri colonizzatori: l'impiego di iprite e di altre armi chimiche proibite servì per accelerare la resa delle armate del Negus. Un'altra «invenzione» italiana in Africa, che ha avuto il solo precedente inglese durante la guerra contro i Boeri, è stata la creazione di due lager: uno a Danane, in Somalia, e l'altro a Nocra, in Eritrea: dando vita ad un sistema carcerario fra i più mostruosi. A Nocra si è praticato il lavoro forzato, che si è venuto ad aggiungere alla detenzione; ma vi furono anche le deportazioni in Italia di migliaia di eritrei ed etiopici.


L'Italia dal 1938 in poi ha applicato la segregazione razziale: nei bar e nei caffè pubblici, era vietato l'ingresso alle persone di colore, come non era permesso loro di salire su una macchina guidata da un bianco. Era severamente proibito andare nelle zone abitate o frequentate dai bianchi. Si può solo immaginare quanto queste misure accrescessero l'odio degli eritrei verso qualunque cosa fosse italiana.E' una plumbea storia di crudeltà sadiche e di disonore...


Anche se molti esaltano le costruzioni, la bellezza di Asmara, capitale dell'Eritrea, tutto ciò veniva fatto per la comunità italiana residente nei territori; ai locali non restava nulla.


Se la tanto abusata parola «civiltà» ha ancora qualche senso, è necessario per il presente e il passato, che si parli delle atrocità perpetrate dagli italiani, nell'epoca coloniale, affrontandole e non rinnegandole come si è fatto finora; o peggio ancora esaltando come eroi i protagonisti dell'epoca, Graziani in primis, a cui si vuole dedicare addirittura un museo. http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11415.html



Gran Bretagna cerca di bloccare inchiesta OCSE su tangenti
di Giulia Alliani

Secondo fonti anonime del Guardian, la Gran Bretagna starebbe tentando, senza troppo clamore, di far rimuovere il responsabile del comitato anticorruzione dell'OCSE, Professor Pieth, per evitare critiche ai propri ministri e alla societa BAE Sysyems.

Secondo il quotidiano, ci sarebbero alcuni diplomatici britannici che adducono, come motivo per l'allontanamento, il fatto che il Professor Pieth, un esperto legale svizzero che presiede il comitato, sarebbe troppo franco e diretto nelle sue esternazioni. Tuttavia il Guardian nota come i difetti imputati a Pieth siano diventati evidenti solo nel momento in cui l'OCSE si e' impegnato in un'indagine sulla decisione del governo britannico di mettere la parola fine ad una grossa inchiesta. Si tratta dell'inchiesta su presunte tangenti pagate dalla societa' BAE Systems per garantirsi la vendita di armi ai sauditi.

Il mese scorso, al meeting che si e' tenuto nella sede dell'OCSE, a Parigi, alcuni funzionari britannici avrebbero tentato di bloccare la conferenza stampa in cui Pieth poi annuncio' che la sua agenzia avrebbe condotto un'inchiesta formale sulla decisione del governo di porre fine alle indagini sulla BAE. Fallito il tentativo, la campagna contro Pieth sarebbe continuata, tanto che lo stesso Pieth ha confermato ieri di essere al corrente dei tentativi di allontanarlo dall'incarico, e in particolare di alcune richieste dell'ambasciatore britannico.

Nelle ultime settimane la Gran Bretagna ha chiesto che i funzionari dell'OCSE non rilascino dichiarazioni sul caso BAE finche' l'inchiesta non sara' terminata. Ma la richiesta e' stata accolta con freddezza, e una fonte dell'OCSE ha dichiarato che sull'argomento i britannici non hanno ottenuto l'appoggio di nessuno. Anche il direttore generale dell'OCSE, Angel Gurría, ex ministro messicano delle Finanze, crede che la Gran Bretagna stia incoraggiando una campagna diffamatoria nei suoi confronti.

Venerdi' scorso e' stato accusato dall'Economist di aver procurato un impiego alla figlia, di aver ottenuto dei biglietti gratuiti per alcune partite di calcio, e di aver speso 733,000 Euro per restaurare l'appartamento parigino che l'OCSE gli ha destinato. L'articolo dell'Economist citava anche i timori di un non meglio identificato ambasciatore nordeuropeo secondo cui, sotto la guida di Gurria, "la vecchia e rispettabile istituzione [l'OCSE], che produce analisi economiche e raccomandazioni, potrebbe finire in acque tempestose".

Gurria ha replicato alle accuse con decisione, dicendo di essere vittima di un attacco dei media britannici, che usano "insinuazioni, pettegolezzi, e verita' solo parziali". E ha poi aggiunto: "Non e' un caso che questo attacco venga sferrato proprio adesso". La Gran Bretagna controlla in parte i cordoni della borsa dell'OCSE, e ha anche il potere di porre il veto a un nuovo mandato del Professor Pieth, previsto per il prossimo gennaio.

L'inchiesta ufficiale sulla Gran Bretagna, a proposito delle circostanze in cui sono state bloccate le indagini sulla BAE, e' stata annunciata il mese scorso. Nell'occasione il Regno Unito e' anche stato ammonito per non aver mantenuto la promessa di modernizzare la propria legislazione anticorruzione, in forza della quale ancora nessuno e' stato perseguito, e che quindi e' ritenuta inadeguata.

Intanto a Londra un'associazione contro la corruzione (The Cornerhouse) e un altro gruppo contrario al commercio delle armi (Campaign Against the Arms Trade) hanno presentato dettagliate denunce secondo le quali la Gran Bretagna avrebbe violato il trattato che impedisce alle aziende il pagamento di tangenti a politici e funzionari stranieri.


www.osservatoriosullalegalita.org



aprile 25 2007

A Taranto è stata combattuta una guerra


A Taranto è stata combattuta una guerra.

Lo scenario quotidiano è degno di una Sarajevo nel '96: non vi è strada cittadina, grande o piccola, che non sia funestata da buche, spesso voragini. Si trovano transenne al centro delle strade per evitare che gli autoveicoli vi precipitino letteralmente dentro.

La polizia municipale è rimasta senza auto per mesi, e non ha i soldi per acquistare le nuove divise. Niente soldi neppure per gli straordinari.

L'illuminazione pubblica funziona a macchia di leopardo, spesso interi quartieri restano al buio.

La raccolta rifiuti ordinari non avviene quotidianamente, spesso passano 3-4 giorni prima che l'immondizia sia eliminata dalle strade, e sta arrivando il caldo...
La raccolta differenziata è stata sospesa per mancanza di fondi.

Il 70% dei semafori è fuori uso.

Ogni servizio non essenziale è sospeso, e quelli ritenuti essenziali funzionano a singhiozzo. Persino per la sepoltura dei propri cari c'è da aspettare.

Le tariffe comunali sono raddoppiate ed in alcuni casi triplicate: dall'ICI all'IRPEF, dalle rette degli asili alla TARSU, dai biglietti per i bus urbani all'occupazione del suolo pubblico...

Responsabili dello sfacelo, è noto, sono state le due giunte comunali guidate dal 2000 dalla sindaca Rossana Di Bello, eletta prima con Forza Italia, poi con una sua lista personale. La Di Bello è amica personale e sodale di Raffaele Fitto ex presidente della regione Puglia, delfino di Silvio Berlusconi, che pare verrà a Taranto a comiziare per sostenere il candidato del centrodestra.
Le giunte Di Bello hanno lasciato a Taranto una voragine di oltre 650 milioni di euro (seicento milioni), anche se il commissario governativo inviato a porre rimedio al deficit di bilancio è sicuro che se ne scopriranno ancora delle belle.

Rossana Di Bello non è in carcere, dove ci sono finiti sinora solo qualche dirigente comunale e l'ex city manager. L'ex vice sindaco e assessore al bilancio, l'on. Tucci, non è neppure indagato per reati connessi al dissesto. In questo Paese di Pulcinella questo fatto non stupisce neanche più.

L'ex sindaca sostiene, al contrario, di non essere la responsabile di questa tragedia e di esserne vittima, e raccoglie ancora molti consensi in città. Se si ripresentasse oggi non raccoglierebbe meno del 15% dei consensi.

Chi raccoglierebbe certo più consensi di lei (si parla di circa il 30%) è Giancarlo Cito, attualmente affidato ai servizi sociali per scontare la sua seconda condanna per "Concorso Esterno in Associazione Mafiosa", mica pizza e fichi. Ma Cito non è eleggibile, quindi candida il figlio Mario, confidando di rientrare nei giochi.

Cito ha governato Taranto dal '93 al 2000 (anche attraverso prestanome come De Cosmo). Riesce difficile credere che il saccheggio della città non sia iniziato con lui per terminare con la "elegantissima" Rossana, ma il popolo "basso" di Taranto lo adora. Raccoglie consensi tra i poveri, gli ignoranti, quelli che non hanno niente da perdere e che in un certo senso sono affascinati dell'idea del "tanto peggio, tanto meglio".

Ogni città possiede la classe politica che merita. Taranto non fa eccezione. Tutti i sindaci, ripeto tutti i sindaci che hanno governato questa città dal 1991 ad oggi hanno avuto problemi con la Giustizia: dalle tangenti alla corruzione, alla mafia. Sedici anni di malaffare. Sedici anni di "mani sulla città".

A sinistra la situazione non è migliore: Florido, già presidente della Provincia si impone come candidato sindaco, rifiutando ogni confronto con gli alleati e sottraendosi alle primarie. Una imposizione di imperio degna del peggior Berlusconi. Florido gestisce la Provincia da tre anni, e non ha fatto rivoluzioni, ma una semplice gestione del potere pubblico. Sono cambiati i clientes, ma non è cambiato il metodo rispetto alla giunta di centrodestra. Alcune parti del suo programma elettorale sono ancora lì ad aspettare dopo tre anni...

Una lista di fuoriusciti dai DS (SDS), l'Udeur e la sinistra radicale gli contrappongono Ippazio Stefàno, un uomo probo, onesto e capace che, in quanto tale, è stato ovviamente snobbato da questo nuova classe dirigente che si definisce di sinistra, ma che si guarda bene dallo scalfire gli interessi consolidati dei poteri forti. Un partito che oggi si chiama "partito democratico".

Tra gli altri attori della contesa (ben 12 i candidati) c'è l'ex questore Introcaso, immolato dalla destra jonica sull'altare di una sconfitta annunciata, unica persona presentabile per nascondere le nefandezze compiute dalla passata amministrazione dagli stessi candidati nelle liste che lo sostengono.
A sinistra troviamo ancora Gianni Liviano, la cui visione della politica gli impedisce qualsiasi alleanza. Gioca da outsider.

La prossima giunta comunale avrà un bilancio da risanare, certo, ma anche una straordinaria opportunità di guadagno per i soliti poteri forti: dovrà riscrivere il piano regolatore edilizio. Dovrà inoltre gestire nomine e affari al porto mercantile. Si troverà a decidere sul rigassificatore e sul raddoppio degli impianti Eni. Dovrà gestire i fondi rinvenenti dagli accordi di programma regionali sull'inquinamento ambientale, congelati da Vendola in attesa della nuova giunta.

Io? Io mi auguro che Stefàno raggiunga i voti sufficienti per andare al ballottaggio, e che tutta la sinistra tarantina si riunisca attorno ad un unico nome, che consentirebbe di portarla al governo della città dopo 18 anni. Credo che la mia città meriti, dopo 20 anni, un sindaco e una giunta che non abbiano problemi con la Giustizia. Tutto qui.http://galeso.blogspot.com/2007/04/taranto-stata-combattuta-una-guerra.html


Progettiamo la Legge Elettorale

immagineNon voglio entrare nel merito della Legge Elettorale di cui si discute, senza nulla concludere. Voglio ipotizzare uno scenario del tutto nuovo, in veste di progettista di futuro (o solo di sognatore, non importa).
Ciò a cui abbiamo assistito nelle ultime elezioni, e la difficoltà permanente in cui si trova l'attuale Governo, la dice lunga sulla macata credibilità della legge vigente. Vi é poi da dire che abbiamo assistito ad una conferma generazionale di politici che , in pratica, grazie a questa legge, si sono rieletti automaticamente, non potendo modificare le Liste se non le Segreterie dei Partiti. Un vero Regime, in ambedue gli schieramenti.
Come si può fare per ottenere un ricambio generazionale e non ritrovarsi invece, come ora, con la replica quasi esatta, del Parlamento della scorsa legislatura?
Allora: ipotizziamo ogni schierameto faccia Primarie provinciali con un numero minimo di 5 candidati. Prevarrebbe ancora, probabilmente, il nome indicato dalle Segreterie. Ma in un solo caso, quello in cui non ci fosse un "tetto per le spese elettorali". Se ci fosse questo "sbarramento", diciamo di 20.000 Euro per candidato (per Legge), non si assisterebbe più alla proliferazione di Liste nelle quali il candidato si vende a questo o a quel Partito, potendo egli stesso essere eletto, confrontandosi alla pari con chiunque. Prevarrebbero finalmente i Programmi e la credibilità, a livello locale, del candidato scelto dalla gente. Quindi niente più Porzionale, ma Maggioritario puro. 
Niente lobby che sposorizzano candidati per interesse.
Ma si dirà: le primarie hanno un costo. Rispondo: I Partiti politici godono di Finanziamenti statali che sono un onere per la società civile. Come spendono questi soldi? Ce ne sono abbastanza per organizzare ogni cosa, in considerazione del fatto che ogni schieramento é composto da più partiti che godono proporzionalmente di tale Finanziamento.
L'importante é che il candidato non venga scelto dai partiti ma sia la gente a scegliere (all'interno naturalmente di un criterio di valori condivisi) da chi essere rappresentata.

Se la parola democrazia ha un senso, questo é il senso che dovremmo dargli. http://blog.libero.it/riavvia/2611189.html


Pd: Manzione, materiale trasformazione esperienza Ulivo '96
Agi -
Roma - "Un partito democratico che deve essere la materiale trasformazione dell'esperienza dell'Ulivo del '96 che diventa partito e' elemento di stabilizzazione di un sistema tendenzialmente bipolare. un partito democratico che rivendica per il domani cosi' come e' stato disegnato da alcuni una liberta' di azione per decidere con chi essere
diventa elemento destabilizzante del centrosinistra". Lo dice il senatore dela Margherita, Roberto Manzione nella conferenza stampa a Palazzo Madama per la nascita del cordinamento parlamentare per la costruzione del PD.

"Questo coordinamento parlamentare, tra le altre cose, si preoccupera' di fare in modo che ci sia nell'ambito delle scelte che vengono prese nelle aule del Senato e della Camera la capacita' di preservare quei valori del centrosinistra rispetto ai quali -sottolinea Manzione- noi non vogliamo le mani libere, rispetti ai quali noi saremo attenti guardiani nei confronti di tutti ma innanzituuto degli elettori".

Roberto Manzione ricorda che "nel luglio del 2003 quando ci fu l'intuizione di Romano Prodi, ripresa da Arturo Parisi, che parlava della lista unitaria si riferiva ad una unione, ad una collaborazione di tutti i partiti riformisti del centrosistra.

L'esperienza che porta al PD nasce in quel momento si e' cambiata quell'esperienza? oggi abbiamo una collocazione duale, chiusa? Noi vogliamo riaprire quei confini e lo vogliamo fare senza rivendicare mani libere per il futuro. Noi siamo convinti che quella iniziativa deve muoversi all'interno del centrosinistra".

Rassegna stampa
Orologeria
di Sebastiano Messina, La Repubblica -Ieri, finalmente, il tenente Chiti si è deciso a rivelare il risultato delle sue indagini sulla riforma elettorale. E solo allora abbiamo capito perché lo abbia tenuto così gelosamente segreto. Conteneva un'idea esplosiva: la riforma a orologeria. Dopo sei mesi passati a sondare con l'ecoscandaglio tutti i partiti, partitini e partitucoli di questo Parlamento, il ministro delle Riforme è infatti arrivato alla strepitosa conclusione che lo sbarramento del 5 per cento si può effettivamente introdurre: ma solo dal 2016. Cioè tra nove anni.

Il trucco, ammettiamolo, è geniale: la riforma virtuale, che non cambia niente, da lasciare in eredità ai nostri figli insieme ai gioielli di
famiglia, può essere adottata in cento altri campi. Si possono dimezzare le tasse, ma solo dal 2026. O raddoppiare le ferie, ma a partire dal 2036. O triplicare le pensioni, ma cominciando dal 2046. I Dico - per dire - potrebbero essere approvati subito, ma a decorrere dal primo gennaio 2056. E la riforma delle tv potrebbe perfino fissare il limite di una rete a testa, avendo solo l'accortezza di farla scattare nel 2066. L'idea di Chiti dunque va approvata subito. Si proceda senz'altro come suggerisce il ministro. A partire dal 2076, però.


Appunti (scorretti) dal Congresso

Marta Meo e Giovanni Damiani, con il loro stile, ci raccontano ciò che di interessante hanno trovato al Congresso dei DS a Firenze.

Caro Campo dell’Unione vi lascio alcuni appunti che temo facciano proprio parte del mio sguardo cinico e “naturalmente scorretto” (e proprio per questo ve li scrivo, so che non potete stare senza).
Il primo è un progetto da fare assieme: cacciamo via l’idea nella testa dei leader politici che i giovani non lavorano tutti in un call center… deve essere una loro ossessione.
Caspita, non c’era un solo oratore che non abbia fatto un passaggio sui poveri giovani che a 38 anni lavorano in un call center e sono costretti a vivere in famiglia… mi sa che è ora che incontrino per sbaglio qualche persona in carne ed ossa questi signori, (che potremmo anche sintetizzare che è molto più divertente aprire bottiglie con il citato Weber che passare le sere a perdersi dentro i suoi sondaggi) scoprirebbero che molti che lavorano in un call center ne sono anche contenti perché il loro unico interesse è fare il surf e cercano un lavoro con le mattine libere quando la termica tiene bene, che molti a casa ci stanno benissimo perché possono spendersi la paga in emerite stronzate, che sono poi il vero senso della nostra civiltà, e diciamolo dai. Lo ammetto, da quando ho scoperto che l’Italia è il paese che compra più occhiali da sole sulla faccia della terra la mia visione del mondo è cambiata… (ci avete mai pensato a cosa significa che ogni italiano ha più di 4 paia di occhiali da sole?)
Soprattuto, si accorgerebbero che ci sono un sacco di persone che a 30 anni fanno cose bellissime, ci mettono passione, si divertono come ricci a farle e che non farebbero a cambio con niente altro per continuare a farle (anche se troppo spesso sono malpagate, visto che un po di rivendicazione sindacale ci sta sempre bene…). Ovvio che esiste il problema del precariato, dei contratti e tutto, neppure serve dirlo, ma il tutto mi pare culturalmente molto meno influente rispetto al superare questo clima da tragenda continua e di passione viscerale per vedere solo le sfighe della vita.
Su questa cosa del superamento della sfiga e della relativa passione per i disastri vi annuncio il secondo punto che è tutto politico: c’era un sacco di figa!
Oddio detto così capisco che mi attirerò gli sguardi fulminanti di tutte. Ok, mettiamola così: era pieno di belle ragazze (e credo bei ragazzi, ma nel settore non ci ho mai capito molto), ma quello che mi ha colpito era la straordinaria normalità de tutti questi giovani, finalmente vestiti come non gli avresti riconosciuti altrove, finalmente a-ideologici nel loro manifestarsi. Mi è sembrata davvero un’altra generazione, un altro essere antropologico rispetto agli incontri di sinistra che avevo sempre visto prima. L’ho trovato il segno di uno strappo definitivo con una tradizione lunga e penso davvero che ci siamo liberati dal marxismo e da troppi ismi vari. Francamente la cosa mi è sembrata bellissima, gioiosa, un positivissimo riavvicinamento della sinistra al mondo in cui viviamo.
Non deve essere ancora chiaro a tutti se penso alla 23enne che hanno fatto parlare (ovviamente non sul palco, quello è per i grandi…) in apertura o se vedendo i 25enni seduti per terra gambe incrociate ad ascoltare la storia di Gramsci (povero Gramsci, lui così ostinatamente e dannatamente moderno che non vedrebbe l’ora di venir rielaborato dalla bocca dei giovani con attorno i vecchi che ascoltano). Ma che la cosa sia chiara o no, quando il mondo cambia e la gente cambia dentro, la politica può solo farsene una ragione e quindi questo enorme cambiamento nella sinistra accadrà da solo, anzi è già accaduto, talmente in profondità che si vede camminare nelle assise di partito.
Nel complesso esco dalla bella esperienza con la convinzione che c’è davvero da scrivere una nuova pagina e che toccherà a tutti noi farlo, ora c’è da smettere di lamentarsi, mettersi in moto, partecipare ognuno portando se stesso e quello che riesce a portare alla causa. Abbiamo davanti una straordinaria occasione che sarebbe un peccato mortale non riuscire a sfruttare per vivere in un paese migliore.

Giovanni Damiani http://www.campodellunione.org/


Elezioni francesi e voglia di Centro. Perché?

 

Probabilmente al prossimo turno Sarkozy vincerà. Probabilmente… Ma quel che invece colpisce è il successo di Bayrou, leader di un Centro, ora capace di condizionare destra e sinistra. Una vittoria che va ad aggiungersi, al trionfo in Germania della “grande coalizione”, alla nascita del PD in Italia, e al sostanziale predominio di un centro moderato (principalmente sul piano politico ed economico ) all’interno di molti partiti socialisti europei, a cominciare da New Labour di Blair.
Ora, non è nostra intenzione, generalizzare un fenomeno ancora agli inizi, occorrerebbero dati concreti, di cui al momento non disponiamo. Ma un’ analisi della tendenza è più che lecita.
In primo luogo, la rinascita del Centro, va collegata al mutamento del quadro sistemico internazionale. Con la caduta dell’Unione Sovietica (1989-1991), è venuta meno la necessaria presenza di una politica di destra in senso anticomunista. Per garantire l’equilibrio del sistema, basta oggi un Centro filoamericano, dove, come sta avvenendo, possano confluire dirigenti politici, provenienti dalla destra e dalla sinistra. E con il venire meno dell’anticomunismo, sono venuti meno anche quei presupposti sociali (il welfare, ad esempio) necessari, in passato, per arrestare la “marcia della rivoluzione rossa”. Il Centro è filoamericano e neoliberista.
In secondo luogo, con la caduta dell’Unione Sovietica è diminuito il tasso di politicizzazione all’interno degli schieramenti, e di riflesso, anche dell’elettorato. Oggi stiamo vivendo quella crisi delle ideologie, già preannunciata da alcuni studiosi negli anni Sessanta del Novecento. Tuttavia il predominio della tecnica sulla politica implica la trasformazione - in termini di discorso pubblico - di qualsiasi problema politico in puramente tecnico. Si pensi solo al dibattito sui sistemi elettorali, vivace non solo in Italia, dove si parla appunto di “ingegneria delle istituzioni”. Un approccio che allontana, anche per ragioni “lessicali”, i cittadini dalla politica. E favorisce deleghe in bianco ai “professori”. Il Centro è tecnocratico.
In terzo luogo, la cosiddetta teoria “sulla fine della storia”, messa in circolazione da Francis Fukuyama, negli stessi anni in cui crollava l’Unione Sovietica, ha agito in profondità, più di quanto probabilmente sperasse l’ideologo statunitense. Nel mondo occidentale, la gente comune si sente, al tempo stesso, privilegiata e assediata da culture, che i media, ben controllati dal potere economico, definiscono, in modo martellante, “retrograde” e fuori tempo. Di qui la scontata accettazione di massa dello status quo, come migliore dei mondi possibili. E la necessità di preservarlo, a prescindere dalle sue ingiustizie, e di credere nelle politiche “centriste” di miglioramento graduale. Il Centro ritiene che la storia sia finita. E prospera sua questa idea.
In quarto luogo, ogni opposizione radicale al sistema (di destra come di sinistra), viene praticamente “silenziata”. Gli stessi media che dipingono il nemico esterno, come fuori della storia, tratteggiano quello interno, come altrettanto pericoloso e antistorico. Di qui il timore della gente comune di perdere quel poco che possiede, ad opera di nemici esterni e interni. Si tratta di una specie di “ansia sociale patologica”, molto diffusa, che favorisce la crescita delle forze di Centro. Le quali si presentano come depositarie del “buon governo” e fiere avversarie di qualsiasi scelta politica estremista. Il Centro si fonda sulla paura della gente.
Si tratta di un sistema, basato sulla “fuga” progressiva verso il Centro, dei politici come dell’elettorato, che si auto-rafforza e perpetua, perché capace di sfruttare abilmente, a suo favore, anche il più lieve pericolo di disordine. E’ perciò scontato, che sul piano dei gruppi sociali dominanti, il “sistema” si fondi essenzialmente sui gruppi economici, militari e politici, interessati alla sua conservazione. E che le politiche di Centro, basate su vaghe promesse di miglioramento sociale, o comunque di non peggioramento della situazione, ne siano il perfetto involucro .
Sarebbe presuntoso, pretendere qui di fornire soluzioni. Tuttavia la “fuga” verso il Centro potrebbe essere impedita dalla nascita di una forza politica e sociale, finalmente capace di andare oltre le parole d’ordine “impolitiche” (perché, nei fatti “fuori gioco”) della destra e della sinistra radicali. Occorre una forza politica, nuova di zecca, capace di essere, al tempo stesso, nel mondo e fuori del mondo. Come fu il primo cristianesimo, quale autentico movimento sociale (fatte le debite proporzioni storiche e teologiche…).
Si dirà: ecco le solite profezie a buon mercato… Il lettore è autorizzato a sorridere di noi. Non pensi però di cavarsela così. Un solo consiglio: perché non provare a riflettere sul tramonto dei Verdi, trent’anni fa all’avanguardia nella critica sistemica? Una parabola che prova, purtroppo, quanto la “voglia” di Centro, sia indotta dal sistema stesso: abilissimo nel “corrompere” e cooptare anche i migliori, o presunti tali.
Di qui la necessità, diremmo il dovere, di continuare a volare alto. O almeno di provare a fabbricarsi un paio di ali. Da soli.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/

 


Riflessioni post congressuali

Care compagne e cari compagni,

approfitto di questo blog per esternare, con più parole di quante ne abbia potute usare nei 5 minuti concessimi per l'intervento nel nostro congressino di sezione, il profondo senso di delusione e di amarezza che mi aveva preso già prima, ma che si è purtroppo rafforzato durante e dopo lo svolgimento del nostro congresso territoriale. Amarezza che si è ulteriormente aggravata assistendo, grazie a Internet, allo svolgimento del congresso nazionale.

Premessa
Credo doveroso, per chi non mi conosce, chiarire il mio trascorso (poco) politico, che può forse spiegare le mie attuali posizioni. Pur avendo da sempre votato, e votato PCI, non avevo mai avuto una tessera di partito e non avevo mai attivamente partecipato alla vita politica, limitandomi a seguirla attraverso i mezzi di informazione e a discuterne con amici e con compagni di studio e poi di lavoro.
La degenerazione del sistema politico, scoppiato con tangentopoli, mi ha fatto capire quanto profondo fosse ormai il solco tra la società cosiddetta civile e i partiti (o meglio le oligarchie dei partiti). Dopo la (fortunatamente) breve parentesi del primo governo Berlusconi, che avrebbe dovuto far capire a tutti, più di quanto non sia avvenuto, di che pasta era l'uomo, le mie simpatie sono andate a Prodi (pensate, a un ex-DC!) e a L'ULIVO. E da allora sono un ulivista convinto. Convinto che nel nuovo secolo, che allora stava per affacciarsi, la politica avrebbe dovuto essere radicalmente ridisegnata e avrebbe richiesto nuovi soggetti politici e un democratico rinnovamento della classe politica.
Dopo l'amara sconfitta del 2001 partecipai attivamente ai girotondi di protesta per le leggi vergogna, ma percepi subito che il movimentismo risultava sterile se non accompagnato da un progetto politico. Aderì quindi ai comitati per L'ULIVO e partecipai alla creazione della Rete dei Cittadini per L'ULIVO, di cui sono tutt'ora membro, impegnandomi nell'organo esecutivo del Lazio.
Nella convinzione che il rapporto tra associazionismo e partiti debba essere più stretto, nel 2005 decisi di iscrivermi ai DS, anche mosso dalla curiosità di misurare più da vicino la vita interna dei partiti e nella presuntuosa illusione di portare un po' del fresco vento dei movimenti (!).

L'idea di Ulivo
Inutile qui ricordare quanto già scritto e detto sull'esigenza, in questo nuovo secolo, di affrontare i nuovi aspetti di vecchi problemi con nuovi strumenti. I problemi sono, nella sostanza, sempre gli stessi, anzi si sono e si stanno sempre più aggravando, ma il contesto è drammaticamente diverso.
Le sole forze della sinistra tradizionale (i cui partiti che pretendono di esprimerla sono peraltro irriducibilmente divisi) hanno ormai ampiamente dimostrato di non essere in grado di governare da sole. Sia per una semplice questione numerica che per i modelli di cui si sono fin qui serviti, dimostratisi inadeguati. E mi riferisco non solo ai modelli di società, ma anche alle forme-partito.
Servono nuovi modelli e nuove stabili alleanze più larghe, che comprendano tutte le correnti progressiste del Paese. Nuove politiche che non possono limitarsi allo spazio nazionale, ma che dovranno trovare, prima o poi, cittadinanza europea.
Partendo da queste considerazioni e dalla consapevolezza di quanto difficile sia far convivere le vecchie culture partitiche (non necessariamente gli elettori), fu auspicata, proprio dal nostro movimento ulivista, la nascita di un nuovo soggetto politico costituito da partiti, associazioni, movimenti e cittadini, con struttura federale per lasciare ai partiti autonomia su materie quali l'organizzazione territoriale, l'uso dei propri simboli e l'adesione a diversi gruppi parlamentari europei. Con l'impegno a operare per l'esportazione del modello anche in sede europea.

Occasioni mancate, progressivo disimpegno, veti pretestuosi
La grande occasione di fare un primo salto di qualità in quella direzione, superando la logica del semplice cartello elettorale, la si ebbe con il risultato delle politiche del '96, ma non fu volutamente raccolta dai partiti. Anzi, i partiti cominciaro da subito a preparare le condizioni per la caduta del primo governo Prodi e ad affossare l'idea di ULIVO. E a creare le condizioni per la rivincita di Berlusconi, legittimandolo ulteriormente con l'infelice iniziativa della bicamerale e omettendo di legiferare sul conflitto di interessi.
Dopo la seconda vittoria nel 2001 di Berlusconi e soci e dopo le prime manifestazioni contro le iniziative del governo di destra fu lanciata, con modalità del tutto sbagliate, una prima costituente dell'Ulivo che fallì e vide lo sganciamento di verdi e comunisti italiani.
Con le europee del 2004 fu lanciata l'idea della lista unitaria. Anche in questo caso senza entusiasmo alcuno. Anzi, difficoltà nelle formazioni delle liste, gratuiti veti (a Di Pietro da parte di Boselli), aperta ostilità di verdi e comunisti italiani e anche della sinistra DS (Aprile arrivava addirittura a rimproverare Giovanni Berlinguer per aver accettato la sua candidatura).
Ai primi del 2005 si teneva a battesimo, festosamente, al Brancaccio la Federazione de L'ULIVO (detta FED e comprendente DS, Margherita, SDI e Repubblicani Europei) destinata a durare lo spazio di un mattino. Come hanno dimostrato le formazioni delle liste alle regionali.
Con la primaria de L'UNIONE del 2005 i partiti del centro-sinistra hanno avuto due grandi occasioni: la possibilità di elevare la coalizione da semplice cartello elettorale a organica formula di collaborazione strategica e la posiibilità di rilanciare L'ULIVO. Un colpo alla prima lo dava la nuova legge elettorale e i partiti non hanno saputo e voluto contrastare il disegno disgregatore di Berlusconi. Infatti, avrebbero almeno potuto presentare nei simboli delle varie liste un chiaro riferimento all'Unione (i simboli sono importanti). Al secondo, L'ULIVO, ci hanno pensato direttamente i partiti interessati: SDI perso per strada, DS e Margherita separati al Senato.

Errori e abbandoni
Anche all'interno dei DS il correntone (e Aprile come associazione collaterale) non ha mai nascosto la propria ostilità al progetto dell'Ulivo. e quindi non sorprende la posizione assunta al congresso dai sostenitori della mozione Mussi. Sconcerta, invece, la decisione di abbandonare.
Sarò molto esplicito nell'esprimere i miei giudizi.
Le colpe, come sempre, non sono tutte da una parte.
Intanto il grave errore di privilegiare la forma organizzativa, invece di concentrarsi sui contenuti, decidendo frettolosamente (la fretta, la mancanza di riflessione e le facili infatuazioni per le formulette sembrano essere i principali motivi ispiratori dei nostri improvvisati stateghi) di abbandonare la forma federata, sottoscritta solennemente solo pochi mesi prima, a favore del partito unico. Si sarebbe dovuto invece richiamare al rispetto dei patti tutti i sottoscrittori. Ma si sa, per i nostri politici i patti non valgono nemmeno la carta su cui sono scritti.
Poi avviare il processo di unificazione con l'iniziativa tutta verticistica di Orvieto e proseguirlo con la convocazione di due congressi, quello DS viziato dall'impostazione a mozioni preconfezionate, quello della Margherita dal vecchio meccanismo delle tessere (e conclusosi con votazioni irrituali).
Il congresso a tesi avrebbe forse consentito di ritrovare un compromesso sulla forma del costituendo soggetto politico, una forma federativa appunto, che avrebbe risolto, almeno a breve, il problema della collocazione europea, togliendo così alla corrente di Mussi l'alibi principale. Inoltre, e questo è l'aspetto più importante, il confronto a tesi avrebbe consentito alla base di contribuire in modo veramente partecipato alla formulazione di un documento conclusivo ampiamente condiviso.
Mi ero illuso che la presenza di una terza mozione, riflessiva, avrebbe avuto un maggior seguito, costringendo la maggioranza (che avrebbe potuto anche essere relativa) a ritoccare significativamente il proprio documento.
Così non è stato. Bisogna dare atto alla maggioranza che la sua vittoria è ampia e indiscutibile. Il 75% non lascia adito a dubbi. Anche se molti di coloro che hanno votato la mozione Fassino hanno indicato chiaramente dei rischi (si pensi all'iniziativa dei cento passi, per esempio).
Su un aspetto, quello della collocazione europea e internazionale del PD, è emerso quanto segue:
  • tutti i DS hanno dichiarato che esso sarà nel PSE e nell'Internazionale Socialista
  • tutti gli ospiti di quegli organismi hanno dichiarato di attendersi tale adesione
  • la Margherita dice no
  • Fassino interpreta in modo a dir poco ambiguo le affermazioni di Rutelli a riguardo

Alcuni aspetti fondamentali, centralità del lavoro, laicità, larga partecipazione popolare (prima, durante e dopo il percorso costituente), la collocazione internazionale del PD, richiederebbero la presenza di tutte le correnti autenticamente di sinistra nel processo costituente. Proprio per evitare lo spostamento verso il centro nella fase più critica. Per aiutare i compagni di sinistra presenti in quel 75% (o dobbiamo pensare che siano tutti dei moderati?!). Per aiutare i cattolici progressisti della Margherita (alla Bindi, tanto per capirci). Per contrastare in modo più efficace gli ultra-moderati di quel partito.
Invece no. Si preferisce evitare il confronto. Rimanere nel cantuccio rassicurante dei propri ricordi. Magari nella convinzione di poter svolgere un compito di riunificazione, dagli esiti altamente improbabili, di tutta la sinistra alternativa (o radicale che dir si voglia). Perpetuando una prassi ormai secolare tipica della sinistra, che ha fin qui ottenuto risultati disastrosi: la scissione.
Senza nemmeno quel minimo di prudenza e di duttilità politica che potevano suggerire di aspettare almeno l'avvio e/o il compimento della fase costituente per valutarne modalità e/o esiti.

Il duplice futuro impegno
Purtroppo le cose sono andate in questo modo. Analizzarlo può essere utile. Continuare a piangerci sopra lo è molto meno.
Sarà bene impegnarsi, sia quelli che iniziano il viaggio che quelli che non proseguono, a ottenere il risultato desiderato da ciascuno quando si è messo in piedi tutto questo bel casino: una sostanziale trasformazione della politica.
Entrambi poi dovranno impegnarsi a non creare turbative (ce ne sono già abbastanza) al nostro fragile governo. In tal senso Mussi ha dato assicurazioni nel suo intervento congressuale. Sono propenso a credergli. Staremo a vedere.
Personalmente, per quel poco o tanto che ciascuno singolarmente può dare, cercherò di impegnarmi nella costituzione del PD. Fatti salvi alcuni principi. Se durante o alla fine del processo il PD non dimostrerà di diventare o essere diventato un vero partito nuovo, allora il mio impegno verrà meno. E non credo che sarò solo ad abbandonare.
Spero che i compagni che non ci seguono abbiano pieno successo nella loro impresa di mettere assieme i pezzetti della sinistra. Spero anzi che riescano a fare qualcosa di più: trasformare anche loro le modalità di far politca, coinvolgendo realmente il loro elettorato.

Ferdinando Longoni
iscritto ai DS della Balduina (Roma)

Vi inoltro quanto da me scritto sul Blog Terzamozione del sito dsbalduina.eu
Saluti a tutti
Nando

continua da sempre

Il congresso interiore

Mozione #424
Ma voi rammentate di quell’uomo barbuto che qualche anno fa, invitato a salire su un palco, stupendo sé stesso e gli altri disse: Con questi qui non vinceremo mai? E dietro di lui c’era Rutelli, c’era Fassino, D’Alema, uomini d’apparato lividi e grigi. Ma l’uomo con la barba che fine ha poi fatto? Fa il regista, no? Fa i film?
Li facesse belli, almeno. Invece l’altro ieri c’era il congresso di Rutelli, il congresso di Fassino, tutti a dire quanto siamo bravi noi dell’apparato, che adesso smontiamo l’apparato. Eh, ma infatti. Dove lo trovi un apparato che ha il coraggio di smontarsi da solo?
E insomma concludendo, compagni dopolavoristi della politica, io credo che questa tornata di congressi abbia sancito la fine dei girotondi, degli scalfarini e degli scalfarotti, e di chiunque si provi a tuffare nella politica per hobby quando ha già un altro mestiere. Non siamo mica più negli anni Settanta, che potevi lasciare il lavoro per un paio d’anni e riprenderlo con calma. Qui devi attaccarti a tutto, o perdi il pubblico, perdi il contratto, perdi la famiglia. E l’apparato vince. L’apparato si smonta, si riprogetta e si rimonta a piacimento. L’apparato si stipendia e si gratifica. L’unica cosa che l’apparato non riesce a fare e a prepensionarsi, ma infatti il punto è, compagni: quanto dobbiamo pagarli perché si levino dai coglioni? Ho terminato, grazie, scusate.

Mozione #425
Compagni, sono molto stupito di me stesso. E insomma io sono prodiano dentro, prodiano di ferro, prodiano nel dna, e il Partito Democratico è la summa di tutto quello in cui ho creduto sin da quando ero un bambinetto sveglio. E allo stesso tempo l’attuale Partito Democratico è il consesso di tutti i personaggi che mi sono stancato di votare. Mi guardo allo specchio e vedo mio padre quando gli toccava votare per il partito di Forlani e Andreotti. Davvero siamo arrivati a questo? Alla balena rosa?
E vota Mussi, direte voi. Ma compagni, se Mussi riuscirà a vendermi Boselli, ha sbagliato mestiere, doveva battere le province coi flaconi d’acqua miracolosa. E se invece andrà con Bertinotti, sarà l’ennesimo partito di gente di cui non mi fido. E se andasse con Diliberto. O con Pannella. E insomma, la sinistra è libera di aggregarsi e disgregarsi e riaggregarsi di nuovo, purché non tenti di piacermi. E perde anche per questo motivo! (Applausi)

Mozione #426
…Dici bene, compagno: ma poi si andrà a votare, il nemico sarà ancora Berlusconi, e tu sarai pronto a far la croce su qualsiasi stemmino, anche uncinato. Siete fatti così! voi prodiani siete fatti così. Stalinisti di ritorno, avete fatto ore di fila alle primarie del 2005 per eleggere il candidato dell’apparato. E allora di che vi lamentate? Preparatevi a eleggere il vostro amato leader. Chi è? Ve lo stanno per dire, ancora alcuni mesi e scoprirete di averlo sempre amato.

Mozione #428
Io credo che siamo tutti schizzati, qui, tutti interiormente divorziati. Un divorzio tra Io teorico e Io pratico. Cerco di spiegarmi (brontolii).
Abbiamo tutti un Io teorico, che si concede teorie sperimentali e critiche forti all’apparato. Questo Io teorico coglie la società postcapitalista in tutte le sue contraddizioni più o meno scoppiate o in via di scoppiamento. Intanto l’Io pratico va a lavorare, paga le imposte, e desidererebbe migliorare la sua vita secondo il pattern vetero-borghese: migliori servizi, anche però meno tasse, sicurezza nelle strade, no all’inquinamento ma con moderazione, ecc. ecc.
Se potessero votare in cabine separate, probabilmente l’Io teorico si disperderebbe in qualche listina di sinistra, mentre l’Io pratico aspira al grande Partito Democratico. Quindi a un certo livello si direbbe (paradossalmente) che l’Io Pratico è più intelligente: sa che l’attrito con la realtà è ruvido ma necessario.
Nel frattempo il pianeta muore di caldo, come un bambino in una macchina lasciata nel parcheggio da un Io pratico troppo pratico e troppo indaffarato, e l’Io teorico lo sapeva! Lo sapeva da vent’anni! E allora chi è il vero furbo, alla fine?
Nessuno dei due. Bisognerebbe ricomporre la schizofrenia. Farla finita con una certa falsa coscienza moderata che ci ha portati con moderazione e giudizio alla secca del Po nel mese d’aprile. Basta. Non è più tempo di pace sociale, siamo alla catastrofe ambientale e sociale! Compagni! Dobbiamo rimettere in campo il nostro Io teorico! Sperimentare teorie nuove, smontare tutto quanto! O saremo invasi dalle cavallette (lo portano via)

Mozione #429
...Allora sono andato a dare un'occhiata al mio pantheon, e ci ho trovato poco di utile, forse solo questa frasetta di Italo Calvino.
“Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione”.

È un’intervista a Nuovi Argomenti. Onestamente non so dirvi quale fosse la grave situazione del 1973, perché dal mio seggiolone tutto mi sembrava interessante piacevole e colorato. È di oggi che quelle parole mi parlano: oggi che ogni cosa è grave, io da elettore moderato reclamo il diritto ad una coscienza estremista. Forse la mia è la stessa schizofrenia di cui parlava il compagno qui sopra.
E insomma, il fatto che siamo persone di buonsenso e ragionevoli, non significa che non dobbiamo avere analisi chiare e trancianti.
Compagni non dico che non dobbiamo andare a caccia di consensi, e che questo terreno di caccia non debba essere il Centro, come sempre. Dico un’altra cosa: per quanto gentili e moderati, noi dobbiamo sapere che abbiamo ragione, e loro torto (Grida di forte disapprovazione).

Mozione #430
La conquista del Centro. Sono 15 anni che i DS guardano al Centro. Poteva avere un senso quando al centro c’erano solo schegge di democristiani e socialisti. Ma poi è nata la Margherita: che senso aveva fare la concorrenza alla Margherita? Forse che il Gruppo Fiat si fa concorrenza da solo negli stessi segmenti, l’Alfa contro la Lancia? Lo fa? Oh, beh, non vuol dire.
Ma adesso che dopo infiniti corteggiamenti se la sono mangiata, questa Margherita, lo capiranno che è ora di andare a caccia di consensi a sinistra? Che è là che c’è il vero movimento? Che è solo là che ci sono le idee?
Perché al centro non ci sono idee. C’è solo tanto, tanto buon senso. Quello che sta soffocando il mondo, come ha detto il compagno poco fa.

Mozione #431

Voi dite tanto, eppure io credo che l’intelligenza sia sopravalutata. Sì, sì, fischiate, sì. Leggevo giusto l’altro ieri un’intervista a un politologo francese. Un’analisi raffinatissima delle elezioni francesi che si concludeva con “…purtroppo vincerà Sarkozy”. E lei per chi vota, gli chiede l’intervistatore? E lui spara uno di quei candidatini d’estrema sinistra.
Per dire che se fossero tutti intelligenti e raffinati come lui, in Francia, al ballottaggio ci mandavano di nuovo Le Pen. E invece si sono fatti un po’ più stupidi: complimenti.

(Continua fino all’esaurimento della civiltà occidentale, portate un po' di pazienza)http://leonardo.blogspot.com/

Le riforme cosmetiche e
i fremiti dell’opposizione

Massimo Campanini


Il processo di riforma costituzionale in Egitto è incominciato un paio di anni fa ed alcuni osservatori hanno (malignamente) suggerito che la situazione si è messa in movimento a causa delle pressioni americane, in un Medio Oriente sempre più destabilizzato a causa del disastro iracheno. Non v’è dubbio che l’ipotesi ha una parte di verità. Ma il processo sarebbe probabilmente iniziato lo stesso e per due motivi convergenti: le inquietudini che agitano la società civile egiziana e a cui il governo non può non rispondere, sia pure attraverso riforme cosmetiche; la necessità di preparare la successione a Mubarak del figlio Gamal, rafforzando nel contempo il potere del Partito nazionale democratico.

Da una parte, la società egiziana è percorsa da fremiti di ribellione e la nascita di diversi partiti o raggruppamenti di opposizione più determinati e attivi, quali Wasat (La via mediana), un partito di ispirazione islamista moderata, e il famoso cartello di Kefaya (Basta!), sembrano indicare che si stanno tentando nuove aggregazioni e nuovi percorsi. D’altra parte, alle elezioni del 2005 il Partito nazionale democratico ha subito una parziale, ma nondimeno netta battuta d’arresto e ben 110 deputati dell’opposizione (su 444) sono stati eletti, tra cui 88 fratelli musulmani come indipendenti. Il Partito nazionale democratico controlla di fatto tutti i gangli vitali del potere, ma, per così dire, un reale multipartitismo potrebbe metterne in pericolo l’egemonia in un futuro neppure troppo lontano.

Il fatto è che, oggi, il partito di governo può ancora dormire sonni tranquilli, in quanto l’opposizione non costituisce una vera alternativa. I partiti sono molti, ma o hanno scarso radicamento sociale (la maggioranza) oppure, come il partito nasseriano o il Neo-Wafd, sono lacerati da lotte intestine. Più solido sembra apparentemente il Tagammu’, partito di sinistra tendenzialmente marxista, ma il consenso a questa formazione è sempre stato minimo e limitato soprattutto alle fasce intellettuali. Quanto a Kefaya, in Occidente se ne ha una immagine idealizzata e parzialmente falsa. Si tratta di una organizzazione assai composita, di cui fanno parte liberali, nasseriani e perfino fratelli musulmani. Allo stato attuale delle cose non sembra rappresentare una seria alternativa; nel futuro si vedrà. L’unica organizzazione che può rappresentare un’alternativa reale sono i Fratelli Musulmani, il cui radicamento sociale è ampio, ma in Egitto sono proibiti i partiti che facciano esplicitamente richiamo alla religione.

Gli emendamenti costituzionali approvati dal parlamento e recentemente sottoposti a referendum (che si sia trattato di un referendum farsa non vuol dir nulla: neppure alle elezioni regolari gli egiziani si recano alle urne in numero significativo) ribadiscono e rafforzano l’esclusione dall’arena politica dei partiti religiosi. Ma questo, appunto, non costituisce una novità. Neppure sono una novità gli emendamenti che consolidano il potere presidenziale. La costituzione egiziana risale al 1971, quando era presidente Sadat: già nel suo patrimonio genetico è autoritaria e presidenzialista, con il governo responsabile di fronte al capo dello stato e non al parlamento, con il capo dello stato che ha ampi poteri nel nominare e sciogliere i governi e perfino nel campo legislativo dove ha diritto di veto sulle leggi.

Le novità maggiori e più contestate riguardano infatti gli emendamenti agli articoli 88 e 179. Il primo disciplina le procedure elettorali. Negli ultimi tempi, per combattere contro i brogli e la corruzione, le elezioni erano state supervisionate dalla magistratura. Il nuovo articolo 88 incarica della supervisione non più la magistratura, ma un alto comitato appositamente nominato dal governo. Sempre di supervisionare si tratta, ma è ovvio che un organismo nominato dal governo non dà le necessarie garanzie che non possano ripetersi brogli (questa volta legalizzati) a favore del Partito nazionale democratico. Di qui la protesta della magistratura.

L’articolo 179 emendato dà ampio mandato alle forze di sicurezza di perseguire, eventualmente ignorando i diritti costituzionali dei cittadini alla libertà o all’habeas corpus, tutti coloro che venissero accusati di “terrorismo”. Non precisandosi quali sono gli atti da definire terroristici e consentendo, in pratica, l’istituzione di tribunali speciali, l’emendamento appare come una grave violazione della democrazia. Naturalmente, il primo obbiettivo sono i partiti e le organizzazioni religiose, soprattutto i Fratelli Musulmani, da anni duramente perseguitati e la cui persecuzione potrebbe – legalmente – inasprirsi. L’accusa più seria nei confronti del nuovo articolo 179 è quella di voler istituzionalizzare lo stato di emergenza che vige in Egitto da ventisei anni, da quando Sadat venne ucciso nel 1981, e che non è mai stato tolto. Lo stato di emergenza con le misure speciali e poliziesche atte a combattere il “terrorismo” verrebbe dunque recepito nella costituzione.

È chiaro che gli emendamenti vanno nella direzione di consolidare il potere del Partito nazionale democratico e del probabilissimo futuro presidente (forse giù prima della scadenza naturale del mandato di Hosni Mubarak, che ha 78 anni, nel 2012), Gamal Mubarak. Che gli emendamenti cambino nella sostanza la situazione attuale, non è vero: semmai la consolidano, ma non la cambiano, visto che il sistema politico egiziano non è neppure adesso “democratico” nel senso occidentale del termine. D’altro canto, si ripete, allo stato attuale delle cose non vi sono vere alternative, a parte i Fratelli Musulmani; ma i Fratelli Musulmani entrano ed escono dalle galere.

Quanto questa esclusione totale, che Mubarak sta praticando fin dagli inizi degli anni Novanta, quando la minaccia terrorista si fece molto acuta (ma i Fratelli Musulmani non erano e non sono terroristi), sarà produttiva nella prospettiva del futuro, resta da vedere. Personalmente temo che avrà effetti contrari. D’altro canto, i lati positivi restano la libertà di stampa (non totale ma significativa), l’indipendenza della magistratura, che dimostra segni di insofferenza nei confronti del controllo dall’alto, e la vivacità della società civile, che si sta sempre più aprendo. Molto dipenderà, come sempre, dalla stabilità e dalla prosperità economica: se le ingiustizie sociali si approfondiranno, neppure un regime di stato d’assedio potrà tacitare all’infinito l’insoddisfazione delle masse.

 

caffeeuropa.it



grande Dany!

PARIGI - Il suggerimento di Daniel Cohn-Bendit è stato accolto, oggi
Ségolène Royal incontra Jacques Delors - il premier ideale secondo
François Bayrou - nel quartier generale della sua campagna, al 282 di
boulevard Saint-Germain. Domenica sera verso le 22, poco dopo
l'annuncio
dei risultati che davano la Royal al secondo turno e Bayrou a un
importante 18,5, il segretario del partito François Hollande ha ricevuto
in tutta fretta, nella sede dei socialisti, Daniel Cohn-Bendit e suo
fratello Gaby. Da mesi l'ex «Dany il rosso», co-presidente del
gruppo dei
Verdi a Strasburgo e figura di spicco della sinistra europea, sostiene
la
necessità di un'alleanza tra la sinistra e il centro «per battere la
Francia dell'Ump, cioè quell'insieme di gollismo, chiracchismo e
berlusconismo riunito sotto la guida di Sarkozy». Una tesi che adesso
Ségolène fa sua: «Ho appreso che Berlusconi sostiene Sarkozy - ha detto
ieri -. Non voglio affatto un'Europa alla Berlusconi». Non lo hanno
ascoltato prima del primo turno - come del re
sto è capitato a Michel Rocard e Bernard Kouchner -, ma è a lui che
ricorrono adesso che bisogna conquistare a tutti i costi almeno metà dei
sei milioni di elettori di François Bayrou. Con in più una rinnovata
attenzione al modello italiano e al neonato Partito democratico.

Cohn-Bendit seguirà la Royal a Montpellier, e intanto le ha suggerito di
insistere su temi che possano coinvolgere il mondo dei «bayroutisti»:
«L'introduzione di un grado ragionevole di proporzionale, ecologia,
ridare
dignità e potere al Parlamento, e uno Stato imparziale, non dominato né
dall'apparato Ump né da quello Ps». La figura che potrebbe
convincere gli
elettori di centro, secondo Cohn-Bendit, è appunto Jacques Delors, il
primo presidente della Commissione europea finora rimasto un passo
indietro. Altri insistono ancora per l'ex ministro
dell'Economia Dominique
Strauss-Kahn, ma la Royal mal sopporta la tutela di uno degli «elefanti»
del partito, peraltro da lei sconfitto alle primarie di novembre. In
un'intervista al Figaro Jean-Pierre Chevènement, consigliere della
Royal,
chiede a Bayrou di guardare a lungo termine: «Se vuole radicare la sua
sensibilità nel paesaggio politico, ha tutto l'interesse a che
Ségolène
Royal sia eletta». Più diretta, la Royal, ieri sera a Valence per il
primo
comizio dopo
il successo di domenica, ha scelto di chiamare direttamente in causa
Bayrou dichiarandosi disponibile a un dialogo «aperto e pubblico» sui
valori e le idee del suo patto presidenziale, per «cercare delle
convergenze». La Royal ha annunciato di avere lasciato un messaggio sul
telefonino di Bayrou, aggiungendo «attendo una risposta». Con
l'impegno di
Jacques Delors, e i buoni uffici di Daniel Cohn-Bendit, la telefonata
potrebbe andare a buon fine.



_______________________________________________
Gargonza mailing list
Gargonza@perlulivo.it
http://www.perlulivo.it/mailman/listinfo/gargonza

Chi ricorda la guerra della Falklands/Malvinas? -  http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=3884



di Enrico Sabatino

Quest'anno ricorre il 25esimo anniversario di una guerra dimenticata da molti ma che, durata 74 giorni, provocò in totale circa 900 morti e quasi 2000 feriti. La guerra in questione è quella combattuta tra Argentina e Gran Bretagna nel 1982 per il possesso delle isole Falkland/Malvine, un arcipelago dell'oceano Atlantico situato a poca distanza dalle coste sudamericane, grande poco più di 16.000 Km quadrati - quasi il doppio della Corsica - e popolato da circa 3000 abitanti di origine britannica (soprannominati kelpers) , che conducono un tenore di vita molto alto, secondo solo a quello Usa nel continente sudamericano, e dallo stile tipicamente britannico.

La grande ricchezza dell'arcipelago è costituita dalle pecore (circa 600.000), la cui lana viene esportata in Gran Bretagna; ma anche i giacimenti petroliferi al largo delle isole hanno contribuito ad aumentare l'importanza economica delle isole.

Questo conflitto divampò all'improvviso, anche se il contenzioso tra i due Stati per la sovranità sulle isole durava da quasi un secolo e mezzo, e vide oltre alla riaffermazione della sovranità britannica sulle isole, la consacrazione dell'allora premier Margaret Thatcher e la caduta del criminale regime militare di Buenos Aires che, volendo invece con la guerra recuperare consenso interno, aveva mandato il proprio esercito allo sbaraglio, senza la preparazione e il sostegno materiale necessari. E il bilancio finale della guerra vide 649 morti tra i militari sudamericani e 255 tra quelli britannici.

Ma la questione è tornata alla ribalta in occasione delle commemorazioni del 25esimo anniversario della guerra, riaprendo così una ferita mai rimarginata.

L'Argentina infatti non ha mai abbandonato l'obiettivo di recuperare la sovranità sulle isole Falkland-Malvine e anzi intende rilanciare la propria offensiva diplomatica. E' stato questo il senso del discorso pronunciato il 2 Aprile scorso ad Ushuaia dal vicepresidente argentino Daniel Scioli, in sostituzione del presidente Nestor Kirchner che, dopo aver esitato a lungo, aveva deciso di dare forfait per evitare di dover affrontare manifestazioni sindacali a lui ostili.

Migliaia fra ex combattenti e cittadini si sono riuniti nella Piazza Malvinas Argentinas per ascoltare i discorsi delle autorità e dei responsabili militari. Fra questi ultimi il generale Jorge Chevallier, comandante dello Stato maggiore congiunto, ha ricordato che "l'obiettivo di recuperare le isole è irrinunciabile", che "già è stato sparso troppo sangue" e il recupero deve avvenire "utilizzando la diplomazia e la pace".

Da parte sua Scioli si è incaricato di fissare i cardini della nuova strategia argentina, più rigida nei confronti di Londra rispetto alla "strategia della seduzione" che negli anni '90 il governo del presidente Carlos Menem aveva adottato nei confronti dei kelpers, che però sono sempre rimasti fedeli agli stretti legami con la madrepatria britannica.

A fine marzo poi il governo di Buenos Aires ha deciso di sospendere gli accordi di cooperazione petrolifera con la Gran Bretagna raggiunti negli anni ‘90 e soprattutto ha stabilito per legge che le compagnie che dovessero operare in acque britanniche contestate dall'Argentina nello sfruttamento del greggio o del patrimonio ittico, non potranno mai più farlo sulla piattaforma continentale.

L'annuncio delle nuove misure è stato fatto dal ministro della Pianificazione argentino, Julio De Vido che, ad una domanda su possibili reazioni da parte del governo britannico, ha risposto che “ non ci preoccupa assolutamente la reazione di una potenza straniera in relazione a quello che l'Argentina decide per il proprio territorio. Non potranno operare in Argentina (...) quelli che abbiano prestato servizi nelle nostre isole Malvine sotto la legislazione della Gran Bretagna”.

Per il momento la minaccia riguarda prevalentemente piccole compagnie petrolifere create con capitali delle Falkland, ma qualche preoccupazione sorge anche per la Shell , di cui sarebbe filiale una delle società in questione.

Scioli si è quindi rivolto "ancora una volta" direttamente alla Gran Bretagna affinché "risponda agli appelli internazionali e riprenda i negoziati nel modo indicato dalle Nazioni Unite nei termini chiari e precisi della risoluzione 2065" del 1965.

Chiudendo poi il suo discorso, Scioli ha osservato che "il recupero dell'esercizio pieno della sovranità sull'arcipelago ci è suggerito dal cuore, dalla responsabilità e dal nostro senso del dovere. Né la guerra né il tempo cambieranno questa realtà: le Malvine sono, sempre lo sono state, e saranno argentine".

Ma in Argentina la ferita è aperta anche per quanto riguarda il comportamento tenuto dall'allora giunta militare nei confronti dei militari mandati a combattere nelle isole.

Infatti nei giorni scorsi, un gruppo di reduci della provincia di Corrientes ha presentato una denuncia per violazione dei diritti umani commessi dagli ufficiali nei confronti delle truppe, con almeno un caso di un soldato “giustiziato” dal suo diretto superiore, quattro soldati morti per fame e cinque per sevizie. Vittime che l'allora regime argentino aveva archiviato come caduti in combattimento.

E lo stesso Ministro della Difesa argentino, Nilda Garrè, ha disposto pochi giorni fa un'inchiesta sull'operato del capitano di fregata Carlos Bianchi, accusato di maltrattamenti e torture ai danni dei propri soldati durante la guerra.

Parallelamente ai recenti sviluppi argentini, anche in GB si sono tenute le celebrazioni del 25esimo anniversario della vittoria e c'è stata una forte partecipazione popolare che stride invece con l'opposizione sempre più generalizzata dell'opinione pubblica britannica alla guerra in Iraq.

Derek Twigg, segretario di Stato alla Difesa con delega ai veterani, ha addirittura descritto la guerra delle Falkland-Maldive come “uno degli avvenimenti più memorabili della Gran Bretagna dopo la fine della seconda guerra mondiale”.

Ma anche il premier Blair, che all'epoca dei fatti si era dichiarato contrario all'intervento militare voluto dalla Thatcher e aveva auspicato la ricerca di un compromesso negoziale, ha dichiarato a sorpresa “Sono certo che avrei fatto la stessa cosa . Non ho alcun dubbio che quella fu la cosa più giusta da fare. Credo che fosse in gioco un principio, quello che una terra non può essere annessa in quel modo e che la gente non può essere messa sotto una nuova autorità in quel modo”.

In conclusione, il problema della sovranità sulle isole è ben lungi dall'essere risolto definitivamente. In Argentina nel prossimo autunno si voterà per le presidenziali e Blair si appresta a dimettersi, ma già si preannuncia un innalzamento dei toni sulla questione Falklands/Malvine che attende ancora una via di uscita definitiva.


di Enrico Sabatino




Republika Srpska: a che punto la riforma della polizia?

Da anni in Bosnia Erzegovina si trascina la riforma della polizia. Ora, in seguito ad una riunione d'urgenza, l'esecutivo della Republika Srpska guidato da Milorad Dodik propone di rinnovare la Commissione responsabile della messa in pratica della riforma stessa
Di V.P-D.R, Nezavisne Novine (pubblicato il 10 aprile 2007)
Traduzione e selezione a cura di Osservatorio sui Balcani e Le Courrier des Balkans


Il governo della Republika Srpska ha proposto di formare una nuova Commissione per la messa in pratica della riforma della polizia. L'obiettivo è quello di definire opzioni molteplici per il futuro della polizia in Bosnia Erzegovina.

Alla vigilia di una riunione del Parlamento, durante la quale si sarebbe dovuto adottare una presa di posizione rispetto alla riforma della polizia, il governo di Milorad Dodik ha nuovamente protestato contro il rapporto della Commissione per la messa in pratica della riforma. Quest'ultima ha proposto un nuovo modello per l'organizzazione della polizia in Bosnia. Dopo la riunione d'urgenza del governo Milorad Dodik ha precisato che dopo la creazione della Commissione l'accordo sulla riforma della polizia, che aveva in precedenza ricevuto semaforo verde dal Parlamento della Republika Srpska, non è più stato rispettato.

“E' necessario creare una nuova Commissione e deve essere basata su un accordo politico. Come ha ben precisato Olli Rhen, il Commissario europeo per l'allargamento, la Commissione dovrà offrire molteplici modelli per la riforma”, ha affermato Dodik. Dopo aver ricevuto i rapporti dei partecipanti alle negoziazioni i deputati del Parlamento della Republika Srpska dovranno decidere quale posizione prendere rispetto alle riforme sino ad ora adottate.

Igor Radojicic, il presidente del Parlamento della Republika Srpska, ha dichiarato che il rapporto della Commissione non è stato accettato dai partiti della Republika Srpska. Si conseguenza, non sarà validato, anche se i rappresentanti dell'OHR premono per questo. I dirigenti dei principali partiti, Milorad Dodik (SNSD), Sulejman Tihic (SDA), Dragan Covic (HDZ), Mladen Ivanic (PDP) e Mladen Bosnic (SDS) hanno annunciato la loro partecipazione alla riunione. Ciononostante non è ancora certa la partecipazione del vice-presidente dell'OHR, Raffi Gregorian, che sino ad ora ha seguito tutte le fasi delle negoziazioni.

I rappresentanti dell'OHR continuano a ripetere che la Commissione ha fornito un rapporto completo e che la Republika Srpska dovrà accettarlo.

“La Bosnia Erzegovina non può perdere più tempo, ne ricominciare daccapo sempre le stesse riforme. Le condizioni, le esigenze e i principi dell'Unione Europea rimangono sempre gli stessi”, hanno precisato i rappresentanti OHR.

Il fasciolo “Povera Bosnia” distribuito ai ministri

Durante la riunione d'urgenza del governo della Republika Srpska è stato distrubuito ai ministri un'edizione speciale di “Nezavisne Novine”, intitolata “Povera Bosnia” e datata 2004. Si tratta della cronaca dei più grandi scandali del dopoguerra bosniaco. Questi ultimi si sono succeduti tra il primo gennaio 2002 e il primo ottobre 2004 ed hanno causato la perdita di parecchie migliaia di marchi convertibili. Citiamo ad esempio il saccheggio di 166 milioni di marchi convertibili (84 milioni di euro) dell'Elektroprivreda Republike Srpske, la frode di 115 milioni di marchi convertibili in seno all'Elektroprivreda, i crimini in seno alla Srpske Sume, la privatizzazione criminale delle banche della Republika Srpska, gli omicidi, il terrorismo ...

Ora, a tre anni dalla pubblicazione di “Povera Bosnia”, la maggior parte di questi crimini non sono ancora stati giudicati.

“Il primo ministro ci ha distribuito “Povera Bosnia” affinché si capisse cosa è successo in Bosnia in questi ultimi anni, a volte anche sotto la giurisdizione di uomini politici anocra al potere”, ha affermato uno dei membri del gabinetto di Milorad Dodik.

E l'Europa tace

 

L’Europa tace sulla liberazione di Posada Carriles e tace –mi sembra, perchè non sono riuscito a trovare nessuna presa di posizione a livello istituzionale- soprattutto l’Italia, che di cose da dire sull’avvenimento ne dovrebbe invece avere. Ma la nostra politica estera sull’America Latina è da tempo ancorata sulle sterili visite –che somigliano più a vacanze- di sottosegretari con interessi privati in differenti paesi del continente.
L’unico ad aprire bocca nel Parlamento europeo, a chiedere se i suoi colleghi avessero intenzione di prendere una posizione sulla liberazione di un terrorista, è stato Willy Meyer che, nonostante il suo nome, è spagnolo e rappresenta la Izquierda Unida. Non c’è bisogno comunque di essere di sinistra per condannare le azioni di Posada Carriles, il cui gioco è stato sempre e solo quello di seminare il terrore, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile: la bomba sul volo 455 di Cubana de Aviación (73 morti), le bombe del 1997 dove morì Fabio Di Celmo, le varie azioni all’interno dell’Operazione Condor non hanno ucciso esponenti della rivoluzione cubana, ma solamente dei civili ignari del destino a cui andavano incontro.
Il movimento dei Paesi non allineati ha preso una dura posizione sulla liberazione del terrorista, dimostrando come un certo mondo abbia ancora la forza ed il diritto di indignarsi e di protestare (il testo tradotto all’italiano è sul blog di Antonio Pagliula: .
http://verosudamerica.blogspot.com/2007/04/dichiarazione-dei-paesi-non-allineati.html).
L’Europa sta zitta quindi e viene da chiedersi se lo fa per convenienza o per ignoranza. È la nostra politica, circondata da un devastante opportunismo e –nel caso del nostro governo- da una incapacità di mettere a fuoco le priorità. Non credo che condannando Posada Carriles e la decisione della sua liberazione si facciano gli interessi di Cuba, ma che si faccia la politica di tutti gli uomini con un poco di senno. Per prendere posizione, però, ci vuole fermezza, qualità che attualmente in Europa, chi governa, ne ha ben poca. Il terrorismo è uno solo e come tale dobbiamo trattarlo.Continua intanto la mobilitazione internazionale per evitare che, oltre alla liberazione, Posada Carriles ottenga ora anche un repentino asilo politico da parte di una nazione amica di Washington.http://luiro.blogspot.com/

MOGADISCIO: QUASI 300 MORTI IN ULTIMI SCONTRI SECONDO CLAN HAWIYE



Sarebbe di 293 morti e 587 feriti il bilancio degli scontri avvenuti a Mogadiscio dal 19 aprile a ieri tra le truppe governative sostenute dall’esericto dell’Etiopia e le milizie di clan locali alleati alle ex-Corti islamiche: lo sostiene un apposito comitato di valutazione creato dagli Hawiye, il più potente clan della capitale somala che è comunque una parte in causa nelle violenze in corso da mesi. Secondo questa fonte – che non si può considerare neutrale ma che dispone di informazioni dirette – i danni provocati dai combattimenti con armi pesanti avrebbero provocato perdite per 600 milioni di dollari. A questo – stando agli Hawiye - si aggiungerebbero ‘perdite’ in termini umanitari, con almeno 80.000 famiglie in fuga dalla capitale. Il portavoce del comitato Hussein Siad Qoorgaab, definendo gli scontri di questi giorni come un “massacro indiscriminato della popolazione somala”, ha detto all’emittente di Mogadiscio 'Radio Shabelle' che questo bilancio non comprende comunque il numero di perdite tra le forze governative e i soldati etiopici. Il numero esatto delle vittime di questi ultimi giorni resta comunque impossibile da definire e forse non si saprà mai nel dettaglio, anche se diverse fonti locali parlano con insistenza di circa 300 morti. Secondo l’Onu, sono comunque più di 320.000 i civili fuggiti da Mogadiscio dallo scorso febbraio, pari a circa un terzo della popolazione. Ai combattimenti nella capitale – dove oggi due autobomba hanno provocato almeno sette morti - si aggiunge il disastro umanitario che coinvolge decine di migliaia di somali. http://www.misna.org/


Boris Eltsin. Non lo rimpiangeremo
Nicola Melloni

Boris Eltsin è sicuramente una figura storica che rimarrà nei libri di scuola. Ha cambiato la storia, e non poco. Per i suoi fans - soprattutto in Occidente, pochissimi in Russia - ha sepolto il comunismo e portato la democrazia. Per i suoi oppositori, era un ubriacone che si è rubato mezza Russia insieme ai suoi sodali, facendo letteralmente morire di fame milioni di persone.
Nei coccodrilli dei giornali italiani, già notiamo il rimpianto per l'orso russo, per corvo bianco, per lo Zar, come affettuosamente lo chiamavano. Un difensore della democrazia. Enrico Franceschini, su Repubblica, ci racconta anche del golpe organizzato contro di lui nel 1993. Curioso esempio di golpe, organizzato da un parlamento democraticamente eletto che con procedure democratiche mette sotto accusa un presidente che vuole chiudere la Duma - come per inciso avrebbe fatto Lenin. Enzo Bettiza, sulla Stampa, esalta lo stesso golpe come la vittoria della democrazia. Davvero un curioso esempio di eroe democratico, che bombarda la Casa Bianca - la sede del Parlamento russo - osando quello che neanche i gerontocrati dell'era sovietica avevano osato nel 1991. Ma si sa, l'amore è cieco, e non c'è cieco peggiore di chi non vuol vedere, soprattutto se non ha il coraggio di ammettere che quello che ci è stato raccontato per 10 anni era una serie di fandonie da salotto.
Né si può dimenticare che quello del 1993 non fu il primo colpo di stato fatto da Eltsin. Nell'estate del 1991, durante il disperato e patetico golpe da operetta dell'ala dura del partito, vedendo Eltsin libero di arringare la folla davanti al Parlamento, alcuni amici russi mi si avvicinarono dicendomi che forse dietro quella messinscena c'era lo stesso Eltsin. Sbagliavano, probabilmente. Ma alcuni mesi dopo, proprio Eltsin sciolse illegalmente l'Unione sovietica, mentre solo pochi mesi prima la stragrande maggioranza della popolazione aveva votato per tenerla in vita.

Gli apologeti con la coscienza sporca ci offrono il paragone del democratico Eltsin contro l'autoritario Putin. Ma ancora una volta, provano a rifilarci una menzogna scandalosa. Eltsin falsificò le elezioni in maniera spudorata, ma per i cantori del neo-liberalismo l'importante è che si voti, non importa se il vincitore sia già stato deciso. Eltsin perse tutte le elezioni parlamentari ma il suo governo restò sempre in carica, alla faccia della democrazia e della libertà di scelta. Le elezioni presidenziali furono all'insegna dei brogli più vergognosi. La tanto amata libertà di stampa era solo a favore del Cremlino che controllava attraverso gli oligarchi tutti i mezzi di informazione. Il procuratore generale che provò a indagare sugli affari di Eltsin finì sul primo canale, nudo in compagna di diverse signorine in una trappola organizzatogli dal Kgb. Ugualmente Primakov, primo ministro dopo la crisi del 1998 e candidato in pectore alla successione, fu al centro di una campagna scandalistica che lo costrinse a ritirarsi.


Ma di certo Eltsin non sarà ricordato solo per la finta democrazia costruita con i carri armati. Quello che più è rimasto impresso alla popolazione russa - che a stragrande maggioranza ha votato il periodo Eltsiniano come il più buio del secolo - è la miseria in cui la sua presidenza ha ridotto la Russia. La produzione industriale si ridusse in 7 anni del 50 per cento, non era successo neanche durante la seconda guerra mondiale. L'aspettativa di vita, nel solo triennio 1991-1994 calò di 6 anni, un vero e proprio genocidio. Per sopravvivere, la maggior parte della popolazione ritornò ad una economia di sussistenza, coltivando nelle proprie dacie le patate per sfamarsi la sera. Lo stato smise di pagare gli stipendi mentre l'economia tornava velocemente al baratto. Un vero e proprio successo del mercato! Intanto, un pugno di loschi figuri rubava tutto quello che c'era da rubare. Eltsin non solo portò alcuni di loro al governo, ma, insieme alla figlia approfittò personalmente dei furti e delle ruberie. In Russia ci si riferiva al Cremlino parlando di Sem'ja - Famiglia, un tipico esempio di Mafia al potere. Difficile, infine, dimenticare la guerra in Cecenia, i massacri, l'uso cieco della forza contro la popolazione inerme, il bombardamento di Grozny.


Se il bilancio della sua presidenza si può definire solo come fallimentare, l'eredità che ha lasciato è forse ancora peggiore. I critici di Putin dovrebbero forse capire che l'autoritarismo del nuovo presidente è figlio di quello golpista e cleptocrate di Eltsin. I russi, lo scrivevamo solo pochi giorni fa, non credono più nella democrazia, identificata come il regno della corruzione e della sopraffazione. Hanno votato in massa contro il potere e le ruberie, ma hanno visto che il governo rimaneva uguale, mentre le ruberie aumentavano e la gente si impoveriva sempre più. Hanno visto un presidente bombardare un parlamento in nome della democrazia e hanno capito che questa democrazia somigliava tanto alla dittatura passata, con l'aggiunta di una povertà vergognosa. Hanno visto gli stessi uomini di sempre rimanere al potere, arraffare tutto il possibile, hanno visto la Russia umiliata e svenduta al miglior offerente. Eltsin si dimise da presidente della Russia - previo accordo per garantirgli l'immunità personale - il 31 Dicembre 1999. Il XX secolo si chiudeva con il ritiro a vita privata di uno dei suoi più degni rappresentati. Non lo rimpiangeremo. http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11425.html


Una nuova guerra dell’Ogaden?
In Etiopia i separatisti somali dell’Onlf attaccano un pozzo petrolifero cinese: 74 morti
All’alba di martedì, 200 uomini armati hanno attaccato un’istallazione petrolifera cinese nella zona di Abole, località a circa 120 chilometri da Jijiga, capoluogo della regione orientale del Somali. Il bilancio finale di questo raid è pesantissimo: 74 dipendenti uccisi, di cui 9 cinesi e 65 etiopi. Altri sette cinesi e un numero imprecisato di etiopi sono stati rapiti. A nulla è servita la resistenza opposta dai soldati dell’esercito etiope di guardia al complesso.
Il governo di Addis Abeba ha immediatamente inviato rinforzi militari nella zona.
 
MappaEffetto della guerra in Somalia. Berekat Simon, portavoce del primo ministro etiope Meles Zenawi, ha dichiarato che l'attacco è stato opera di “terroristi” legati ai ribelli separatisti somali del Fronte Nazionale di Liberazione dell'Ogaden (Onlf) che dagli anni Novanta lottano per l’indipendenza di questa regione, abitata da somali di religione islamica.
Il gruppo non ha rivendicato l’azione, ma più volte in passato l’Onlf aveva minacciato il governo etiope di colpire le compagnie petrolifere straniere che sfruttano i ricchi giacimenti petroliferi locali.
Non è un caso che abbia deciso di farlo proprio ora che l’Etiopia, su richiesta di Washington, è intervenuta militarmente in Somalia contro le Corti Islamiche. Corti che sono in contatto con l’Onlf e che, tramite esso, hanno voluto colpire il nemico etiope sul suo territorio.  
 
Guerriglieri dell'OnlfIndietro di trent’anni. Questo sanguinoso attacco rischia di far propagare in Etiopia l’incendio che già brucia in Somalia, riproponendo in chiave “anti-terrosirmo” la Guerra dell’Ogaden che Etiopia e Somalia combatterono nel 1977-’78, in piena guerra fredda, con un costo di oltre centomila morti.
In seguito a quel conflitto “nazionalista”, scatenato e perduto dalla Somalia di Siad Barre (che chiamava l’Ogaden “Somalia Occidentale”), l’indipendentismo somalo nell’Ogaden rimase come movimento politico. Quando però l’Onlf, negli anni ’90, organizzò e vinse elezioni regionali autonome, il governo di Addis Abeba reagì militarmente scatenando l’esercito non solo contro l’Onlf, ma contro l’intera popolazione dell’Ogaden. Una pressione militare che il regime di Zenawi ha aumentato negli ultimi anni, in coincidenza con l’inizio delle prospezioni petrolifere condotte in questa zona da compagnie malesi e ora soprattutto cinesi. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7842

 

GIORNATA DELLA TERRA:
La felicità è un piccola eco-impronta
Stephen Leahy http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=903

BROOKLIN, Canada, (IPS) - I bambini di oggi vivranno in un nuovo mondo di mutamenti climatici ed enormemente impoverito delle risorse naturali, il che potrebbe significare una realtà da incubo, oppure aprire la strada a un modo più felice e più leggero di vivere sulla Terra, sostengono gli ambientalisti.

Le prove scientifiche dei problemi ambientali – dalla crescita dei livelli del mare, all’estinzione delle specie, alla desertificazione – mandano un segnale chiaro: l’astronave Terra è arrivata al limite e potrebbe non sostenerci più, come ha fatto per millenni.

”Questo mondo sta finendo; dobbiamo gettare le fondamenta per un nuovo mondo”, sostiene Alice Klein, giornalista e documentarista di Toronto. “Abbiamo una grande opportunità per creare un mondo migliore”, ha detto all’IPS.

Il film di Klein, “Call of the Hummingbird”, presentato il 22 aprile per la Giornata della Terra al festival Hot Docs di Toronto, racconta 13 giornate del 2005 durante le quali circa 1.000 tra insegnanti, attivisti dell’ambiente, agricoltori, maya, rastafariani, operatori sanitari olistici, funzionari di organizzazioni non governative, leader studenteschi provenienti da tutta l’America Latina e alcuni da Europa e America del Nord si sono accampati nel Brasile centrale.

L’obiettivo era vivere sulla terra e creare un eco-villaggio provvisorio di pace, in armonia con la natura e con il prossimo.

Non è stato né facile, né armonioso. C’erano problemi con l’immondizia, i servizi sanitari e, data la diversità dei singoli background, anche solo di relazioni reciproche.

”C’è pochissima formazione o ricerca nei nostri sistemi ufficiali di istruzione circa la risoluzione del conflitto e le relazioni tra individui”, sostiene Klein, osservando che i nostri media ci espongono costantemente a programmazioni violente e cariche di conflitto.

Un’altra questione fondamentale nella cultura moderna è la separazione dalla natura”, ha proseguito. “Non ci rendiamo conto quanto siamo legati al mondo naturale”.

Per la prima volta nella storia dell’umanità, cresce il numero di abitanti nelle città a discapito delle aree rurali, e il dolore della separazione potrebbe peggiorare.

Secondo una recente ricerca scientifica, il numero dei bambini che conoscono i personaggi del videogioco Pokemon è maggiore di quelli che sanno riconoscere una quercia o una lontra, secondo la Ecological Society of America, organizzazione con sede a Washington DC che riunisce 10.000 scienziati ecologici.

Negli ultimi dieci anni, le visite ai parchi nazionali e di stato negli Stati Uniti sono diminuite del 25 per cento, e i bambini rimangono in casa a guardare la TV o a giocare con il computer. Secondo una recente dichiarazione dell’ESA, è ampiamente dimostrato che i bambini che vivono a contatto con la natura sono più bravi a scuola, hanno voti migliori, raramente mostrano difetti comportamentali legati alla competizione o a deficit dell’attenzione.

L’organizzazione ha promosso la campagna "No Child Left Indoors" per incentivare tutti i cittadini – giovani e anziani – a portare i bambini nel mondo naturale per condividere un’esperienza legata ai temi della Giornata della Terra.

È inoltre dimostrato che possedere di più - giocattoli, giochi, computer, televisioni, abiti firmati – non rende più felici né bambini né adulti, ha assicurato Sam Thompson, ricercatore presso la New Economics Foundation (NEF), organizzazione ambientalista di Londra.

”In molti paesi dell’America Latina, la popolazione ha una qualità di vita molto elevata, pur utilizzando meno risorse rispetto ad europei o americani”, ha detto Thompson in un’intervista.

La fondazione ha raccolto dati sull’impronta ecologica, la soddisfazione e le aspettative di vita per le popolazioni nel mondo, con l’obiettivo di calcolare il cosiddetto “Indice del pianeta felice”. Questo indice riflette il numero medio di anni di vita soddisfacente prodotti da una nazione o un gruppo di nazioni, calcolato per unità di risorse planetarie consumate.

In altre parole, l’indice del pianeta felice rivela l’efficienza con cui i paesi convertono le risorse finite della Terra in benessere per i loro cittadini. Gli abitanti di Stati Uniti e Germania hanno gli stessi livelli di felicità e aspettativa di vita, ma la popolazione americana usa molte più risorse ed è dunque meno efficiente nel produrre felicità.

”Non ci sono dubbi che l’attenzione a uno stile di vita materialistico rende la gente meno felice”, ha detto Thompson.

Secondo l’indice, la nazione più efficiente è l’isola, povera economicamente, di Vanuatu, nel Pacifico.

”L’indice dimostra chiaramente che si può avere una migliore qualità di vita con un minore utilizzo di risorse”, ha proseguito Thompson.

Tuttavia, malgrado questi dati e dopo anni di consultazioni sulla sostenibilità, tutte le economie si basano ancora sul concetto di crescita infinita. Pubblicità e media nella maggior parte delle culture continuano ad associare il successo personale al possedere sempre più cose e sempre più grandi.

Secondo Thompson, le economie devono cambiare radicalmente, ma bisogna ancora capire come.

È però fondamentale evitare di disperarsi per il futuro, soprattutto tra i giovani, dice Nic Marks, responsabile del centro di benessere di NEF.

”Per procurarci gioia, felicità e una vita piacevole il prezzo da pagare non deve essere la Terra”, ha detto Marks all’IPS.

Ciò che ci rende davvero felici sono le relazioni, l’uso delle proprie capacità ed energie per affrontare le sfide o partecipare ad attività entusiasmanti, e la possibilità di fare le cose a modo nostro. Marks sostiene che la de-materializzazione delle nostre economie e degli stili di vita sono obiettivi che possono essere raggiunti anche divertendosi.

La vita futura dei bambini di oggi sarà diversa da quella della generazione dei loro genitori, ma non è in gioco la felicità, il benessere, o il comfort. La vita sarà diversa e probabilmente migliore se i giovani e i loro genitori si lasceranno coinvolgere da esperienze nuove ed entusiasmanti, sostengono gli esperti del NEF.

”Usate le vostre capacità e le vostre energie per diventare parte della soluzione”, dice Marks.(

Francia - Solo Ségolène Royal puo' fermare Sarkozy 





Editoriale
QuadrantEuropa

Ségolène Royal ha distanziato inaspettatamente il centrista Bayrou e l’estremista Le Pen, e segue da vicino Sarkozy. Alla socialista è riuscito il salto. Passare dall’anonimato più assoluto alla luce dei media mondiale.




Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi, a differenza del 2002, non ha portato brutte sorprese. Tutti gli istituti di ricerca avevano previsto che la battaglia finale sarebbe stata tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal.

Di fronte al gran numero di elettori indecisi e a concorrenti come François Bayrou und Jean-Marie Le Pen relativamente forti, la campagna elettorale è stata tesa e incerta. Alla fine però la volontà popolare ha deciso per il classico duello tra il conservatore proveniente dal governo e la sfidante dell’opposizione socialista.

Questa volta i francesi, essendo riusciti ad impedire la partecipazione al ballottaggio dell' 8 maggio all’estremista Le Pen e a differenza di quanto avvenuto alle presidenziali scorse, dovranno compiere una vera scelta. Dovranno decidere tra due visioni più o meno distente di società e di programmi politici ed economici.

Sarkozy che per mesi ha dominato le previsioni elettorali, sembra chiaramente in vantaggio. L’ex ministro degli interni ha tentato di tenere unito il proprio elettorato conservatore e contemporaneamente strappare pezzi di quello dell’estrema destra lepeniana con slogan forti.

Sempre secondo i sondaggi di opinione tre quarti dei francesi lo ritengono il più competente tra tutti i candidati alla poltrona di dodicesimo presidente della repubblica. Altri invece sono spaventati dalla sua politica del pugno di ferro e dalla sua retorica aggressiva. Sarkozy polarizza l’opinione pubblica come nessun altro politico francese contemporaneo.

Volendo vincere il ballottaggio è probabile che nelle prossime due settimane modererà i toni per rivolgersi ad un elettorato più ampio.

Ségolène Royal ha inaspettatamente distanziato di molto il centrista Bayrou e l’estremista di destra Le Pen, e segue da vicino Sarkozy. Alla socialista è riuscito il salto. Passare dall’anonimato più assoluto alla luce dei media mondiale. Con progetti anticonformisti e una vicinanza al popolo da sfiorare il populismo si è dimostrata un ottimo soggetto per i media. I critici la accusano di civettare un po’ troppo con la retorica e il fascino femminile, e di non avere altro oltre a questo.

Gli elettori non sono stati di questo avviso. Domenica Ségonèl Royal ha raccolto attorno alla sua persona la fiducia di molti francesi. Una fiducia che si è dimostrata superiore persino a quella che le accordava il suo stesso partito.

Per il secondo turno i socialisti sono certi dei voti dei cinque candidati dell’estrema sinistra. Sarkozy conta sugli elettori di Le Pen. Per chi si decideranno alla fine i simpatizzanti di Bayrou è invece difficile da dire.

Il centrista ha preso voti da destra e sinistra. Il candidato dell’Ump è per ora il favorito, però se Royal riesce a compattare dietro di se tutto il fronte anti Sarkozy, avrà reali chance di diventare la prima donna presidente della Francia.

La costituzione della quinta repubblica francese fa del capo dello Stato una sorta di monarca a tempo. Sotto la lunga parentesi di Chirac ciò ha portato all’immobilismo politico. L’incomparabile accentramento di poteri nelle mani del capo dello Stato comporta però anche la chance di poter portare avanti riforme e decisioni difficili con una certa rapidità.

A giudicare dalla massiccia partecipazione al voto, gli elettori sembrano riporre molte speranze nell’attuale cambio di generazioni politiche che questo scrutinio comporterà. Con Sarkozy e Royal sono arrivati al ballottaggio due candidati che potranno essere in grado di raccogliere maggioranze politiche efficienti e capaci di governare. È vero che in questo campo l’ottimismo è obbligato.

A giugno in Francia ci saranno le elezioni legislative e il nuovo capo dello Stato dovrà avere una maggioranza anche al Parlamento se nei prossimi cinque anni vorrà essere in grado di governare con successo.



Usa, i candidati si sfideranno online

Nel cammino verso le elezioni americane del 2008, non poteva mancare il primo dibattito presidenziale online. Il primo faccia a faccia tra candidati, filtrato però dalle schermate video. I primi battibecchi in streaming. A organizzarlo tre mostri sacri, ognuno nel suo campo, del web: Yahoo!, il magazine online Slate e il blog politico The Huffington Post. L'evento - diviso in due incontri, uno fra candidati democratici e uno per quelli repubblicani - si terrà subito dopo il Labor Day, la festa dei lavoratori che negli Stati Uniti cade il primo lunedì di settembre.

I dibattiti - che verranno moderati da un giornalista dei media mainstream, Charlie Rose della PBS - permetteranno agli sfidanti di parlare e confrontarsi come in una tradizionale tribuna politica, con la differenza che potranno partecipare da luoghi lontani e diversi, attraverso delle videocamere. Inoltre gli spettatori-utenti potranno interagire facendo domande in tempo reale e commentando su un blog. I video saranno trasmessi in streaming da Yahoo, che fornirà il supporto tecnico, e dai siti di Slate e dell'Huffington Post. E' un nuovo format e una nuova opportunità per i candidati, sottolineano gli organizzatori; tanto che Scott Moore - direttore del servizio di notizie di Yahoo! - lo paragona addirittura ai primi confronti televisivi tra John Kennedy e Richard Nixon nel 1960.

La migrazione della politica in rete non è mai un'operazione banale, specie per i candidati. Lo dimostra l'utilizzo ancora incerto di YouTube Spotlight, il servizio all'interno dello spazio politico del noto sito di video sharing che cerca di incentivare il dialogo tra i candidati presidenziali e gli utenti.
Approfittando del fatto di dover far parlare i cittadini, gli aspiranti alla Casa Bianca continuano ad essere evasivi sulle proprie proposte politiche, e a eludere la sostanza delle questioni.

Ma si può fare anche di peggio. Come nel caso del repubblicano John McCain, che è stato filmato mentre cantava una nuova versione di "Barbara Ann" (Beach Boys) che faceva "Bomb bomb bomb, bomb bomb Iran" davanti a una platea di simpatizzanti. L'organizzazione liberal MoveOn.org non ha ovviamente perso tempo, ed ha prodotto subito uno spot (che sarà trasmesso anche in tv) in cui stigmatizza la performance del senatore. Sarà per McCain il famigerato "macaca moment"? Di sicuro la pezza (McCain che replica all'indignazione ripetendo meccanicamente la frase "Lighten up!") è stata peggiore della gaffehttp://www.visionblog.it/index.asp?Op=ShowNews&ShowID=866


Il fiato di Obama sul collo di Hillary

 

Sullo specchietto retrovisore di Hillary Clinton, l’immagine di Barack Obama appare sempre piu’ vicina. Al punto che in America c’e’ chi si aspetta da un momento all’altro di vedere il senatore nero mettere la freccia e tentare il sorpasso. E con i due protagonisti impegnati a premere a fondo l’acceleratore, la campagna elettorale per la Casa Bianca nel 2008 in casa democratica sembra gia’ diventata una sfida ristretta alla coppia di testa. […]

Se i sondaggi di marzo davano tutti su scala nazionale un distacco a due cifre per Obama, quelli di aprile sono scesi a percentuali a una sola cifra: 5% per la Gallup, 4% per la Cnn, addirittura 2% (statisticamente un pareggio) nell’ultimo sondaggio Rasmussen. Numeri che arrivano sulla scia dei risultati di Obama nella raccolta di fondi elettorali nei primi tre mesi dell’anno: il senatore dell’Illinois, una matricola sulla scena politica nazionale, e’ riuscito a tenere il passo della collaudata macchina da soldi di Hillary & Bill Clinton.

‘’E’ difficile per la senatrice crescere - ha detto il sondaggista Scott Rasmussen - perche’ stata in testa fin dall’ inizio. Non penso pero’ che sia lei che sta calando. E’ Barack Obama che sta guadagnando terreno e raccogliendo un sacco di gente che preferisce un’alternativa a Hillary'’.

Ma la campagna e’ ancora lunghissima e ci sono un gran numero di fattori su cui gli addetti ai lavori puntano i riflettori, per frenare gli entusiasmi nel campo di Obama. I sondaggi nazionali, per esempio, in questa fase sono assai meno importanti dei risultati nei singoli stati, soprattutto in quelli dove si vota per primi come Iowa e New Hampshire. E qui il vantaggio dell’ex First Lady sembra piu’ solido. Inoltre, il terzo incomodo tra Hillary e Barack, l’ex candidato vicepresidente John Edwards, e’ tutt’altro che fuori dai giochi e puo’ dar vita a sorprendenti rimonte al momento delle primarie, come fece gia’ nel 2004.

E poi c’e’ il il ‘fattore Al’: crescono gli indizi che fanno pensare alla possibilita’ che l’ex vicepresidente e candidato alla Casa Bianca Al Gore sia sul punto di scendere in campo. Alcuni suoi ‘amici’, secondo indiscrezioni trapelate sui media, starebbero rimettendo in piedi in segreto il team elettorale di Gore, per esser pronti a partire se arrivasse una sua decisione. James Carville, lo stratega politico che porto’ Bill Clinton nello Studio Ovale, e’ convinto che l’ex vicepresidente ci riprovera’: ‘’La candidatura alla Casa Bianca e’ come il sesso - ha detto - non puoi pensare di farlo solo una volta e poi lasciar perdere'’.

Carville, in una conferenza universitaria a New Orleans, si e’ unito inoltre al coro di chi segnala le preoccupazioni dall’ altra parte della barricata, in casa repubblicana. Ad avviso dello stratega il senatore John McCain, per anni ritenuto il piu’ serio pretendente alla nomination, e’ ‘’un uomo stanco'’ che non arrivera’ al voto in Iowa, perche’ indebolito in modo irreparabile dal suo sostegno per la guerra in Iraq.

I repubblicani, soprattutto nell’ala piu’ conservatrice del partito, sono alla ricerca di possibili alternative a candidati che suscitano riserve, come Rudy Giuliani e Mitt Romney. Da tempo circola il nome dell’ex senatore Fred Thompson, ma Carville ha un’altra idea: ‘’L'unica persona che possa avere possibilita’, scendendo in campo a questo punto, e’ Jeb Bush'’, l’ex governatore della Florida e fratello del presidente.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/04/23/il-fiato-di-obama-sul-collo-di-hillary/#more-288


7 esecuzioni programmate : azione Tennessee !
di Claudio Giusti*

L’ABA (Associazione dei Legali d'America, ndr) ha rilasciato il suo atteso rapporto sulla pena di morte in Tennessee (1), (2) che si aggiunge a quelli già pubblicati (3)

Il Tennessee è stato per 40 anni senza esecuzioni, poi ha ucciso Robert Glen Coe nel 2000 e Sedley Alley nel 2006. Ora, dopo una breve sospensione, ha di nuovo in programma 6/7 esecuzioni (4)

Le esecuzioni del Tennessee utilizzano lo stesso sciagurato protocollo della Florida. Il Tennessee ha vietato il Pavulon nell’eutanasia degli animali, ma lo consente nell’uccisione degli umani. Il condannato Abu-Ali Abdur'Rahman ha detto: “si vede che valgo meno di un animale”.

Attenzione: I disgraziati che il Tennessee si appresta ad ammazzare non sono eroi, martiri o santi. Sono sciagurati che hanno commesso crimini atroci e che sarebbero in galera in qualsiasi altro paese, ma lo sarebbero anche negli Usa, se avessero avuto una difesa efficiente. Il loro vero crimine è stato quello di non essere ricchi. In America non ci sono relazioni logiche fra il crimine che commettete e la pena che andate a scontare. A parità di delitto c’è chi se la cava con uno schiaffetto sulla mano e che finisce sul patibolo. Questo accade perché pena capitale significa che chi non ha il capitale si becca la pena.

Il sistema giudiziario del Tennessee ha prodotto una quantità di casi da urlo. (5)
- Abu-Ali Abdur'Rahman, è pazzo
- Daryl Holton, che non è normale, ha rinunciato agli appelli
- Paul Reid è matto furioso.
- Gregory Thompson lo curano per poterlo ammazzare
- Paul House è quasi certamente innocente
- Olen Hutchinson non ha avuto un processo equo
- Philip Workman non è colpevole di un reato capitale.
- Il giudice Penny White ha (come altri) perso il posto perché ha osato annullare un sentencing.

Scrivete lettere gentili (anche in italiano) contro la pena di morte. Date per scontato che il vostro interlocutore sia aperto al dialogo. Non insultate e non date l’impressione di essere contro gli Usa. Siate brevi e fate domande (pensa proprio che la pena di morte sia utile?).
Non trasformate i condannati a morte in santi ed eroi. Ricordate il dolore dei familiari delle loro vittime, ma anche che i condannati sono quelli che non si potevano pagare una difesa adeguata.

Scrivete al Governatore Philip Bredesen e chiedetegli di continuare a tenere bloccate le esecuzioni.

Senato del Tennessee Camera del Tennessee

Spedite una cartolina illustrata ai membri della Corte Suprema
Chief Justice William M. Barker 540 McCallie Avenue, Suite 410, Chattanooga TN 37402-2096
Justice Janice M. Holder 50 Peabody Place, Suite 209. Memphis TN 38103
Justice Cornelia A. Clark 318 Supreme Court Building 401 7th Avenue No. Nashville TN 37219-1407
Mr Gary R. Wade 55 Main Street, Suite 200. Knoxville TN 37902

Quando scrivete in America (o in altri paesi) non abbiate paura di farlo in italiano. C’è un sacco di gente che lo sa leggere. Non scrivete dei “romanzi” e usate un linguaggio piano con frasi brevi. Siate propositivi e ottimisti. Soprattutto ricordate che non siamo in guerra con gli Stati Uniti. Potete anche inviare una cartolina illustrata. Scrivete anche ai giornali italiani. Chiedete che si occupino sistematicamente di pena di morte (non solo americana) e che tengano alta l’attenzione dell’opinione pubblica. Scrivete anche ai politici (deputati, senatori, sindaci, ecc)

La lotta alla pena di morte non può essere fatta solo il 30 novembre.

Scrivete (anche in italiano) ai rappresentanti del Tennessee al Congresso Americano.
Senato Lamar Alexander Bob Corker
Camera David Davis John Duncan Zach Wamp Lincoln Davis Jim Cooper Bart Gordon Marsha Blackburn John Tanner

* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti onlus

www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 24 2007

Bindi: "Pronta a correre per la leadership"
Fabio Martini
La Stampa


La ventata di applausi e sondaggi benevoli l’ha proiettata così sulla cresta dell’onda che Rosy Bindi prova a minimizzare: «Diciamo la verità, ai congressi me la sono sempre cavata bene...».
Ma stavolta è diverso, la Bindi lo sa e non sembra rassegnata a farsi risucchiare nella risacca: «In tutto il mondo è arrivato il momento delle donne: la Merkel in Germania, la Royal in Francia, la Bachelet in Cile, la Clinton negli Usa. L’Italia non può restare indietro e da noi un po’ di coraggio in più da parte delle donne non guasterebbe».
Nel “parlamentino” della Margherita è stata eletta una quantità risibile di donne: colpa degli uomini, casualità o le sue colleghe valgono poco?
«Sono molto dispiaciuta, ma non meravigliata. Il malessere è più profondo perché al congresso della Margherita si è arrivati con un accordo unitario tra, come le vogliamo chiamare? Correnti? I capicorrente, che sono tutti maschietti, hanno fatto la loro spartizione a tavolino e alla fine si è visto che due più due ha fatto otto! Perciò nella Presidenza della Margherita porrò la questione dell’integrazione nell’Assemblea fino a raggiungere la quota del 30% di donne».
Donne cooptate con un “decreto” dall’alto?
«No, guardi che se non si cambia la composizione, l’attuale Assemblea federale della Margherita sarebbe un organismo da impugnare».
Addirittura? In pretura?
«La questione è politica. Io chiedo l’integrazione fino a raggiungere il 30% perché così è richiesto dallo Statuto. E dunque chi ha fatto le liste e ha prodotto una percentuale così bassa, deve accettare che ci sia l’integrazione, magari aumentando il numero dei componenti fino a raggiungere la quota richiesta».
Ma non sarà che le donne in politica sono meno degli uomini?
«Certo che sono di meno, ma è proprio il modo di fare politica degli uomini che respinge le donne. Pensiamo soltanto ai tempi della politica maschile: le riunioni notturne sono impensabili per una donna, che la sera deve occuparsi dei figli o di una persona anziana».
Ma se lei fosse nata uomo avrebbe fatto più “strada”?
«No! Se non fossi donna, non sarei quella che sono. Con i miei pregi e i miei difetti. Ma un uomo deve lavorare molto meno per avere una piccola parte delle pur grandi soddisfazioni che ho avuto io».
E’ pronta a dirlo chiaramente che lei ci sta a correre per la leadership del Pd?
«Devo ammettere che i segnali favorevoli mi hanno fatto piacere perché si è riconosciuto, anche dal punto di vista affettivo, che ci sono anche le donne. Per la prima volta in Italia, sia pure col valore che hanno queste cose, si fanno nomi anche di donne per una leadership che dovrà essere plurale».
Si nasconde già? Fa come un uomo?
«No, la corsa non è neppure cominciata. E in ogni caso se parliamo di una leadership plurale, allora ci sarebbe posto anche per me. Ma la leadership del Pd non potrà essere elitaria. Eleggeremo un leader, ma non potremo mai essere leaderisti. Non ci potrà mai essere un uomo solo al comando. E neppure una donna».
Ma allora come potrà avvenire l’escalation delle donne nel Pd?
«Donne di grandi qualità, di “razza”, come Nilde Iotti o Tina Anselmi, ci sono sempre state. Ma è arrivato il tempo di un cambio profondo: è l’ora del popolo delle donne, dell’entrata corale nel nuovo partito di giovani e donne: questo sì che sarebbe il segno di una buona politica».
Ma non sarà che in politica siete timide, restate all’ombra degli uomini
«Qualche volta un po’ di intraprendenza in più andrebbe bene, ma la prudenza fa parte del nostro stile».
Non pensa che alla fine la prudenza prevarrà anche nel Pd e la quasi mitizzata sfida tra più candidati non ci sarà?
«Dovremo saper fare innamorare la gente del partito democratico e una sfida vera è uno dei cardini del progetto».


Provaci Arturo
di Claudio Croci,
Allora il Congresso d.l. , il meno ulivista della pur breve storia del partito, ha sancito l’'approdo al partito dell’Ulivo o P.D. .

L'’ideatore del processo ha declinato l’assenso agli organi dirigenti
transitori dei d.l. , in nome di una coerenza con l'’indispensabile necessità d'’innovazione dei processi decisori . Ormai è evidente a tutti che gli obiettivi del nascente P.D. sono d'’importanza parallela a quella dei metodi di decisione del futuro P.D. , senza metodi condivisi e partecipati il P.D. imploderà rapidamente.

La nascita immediata di due componenti trasversali “ i verticisti “ o “ partitisti “ come cita La Repubblica da una parte ed i partecipazionisti dall’altra , è già evidente . Alla prima componente sembra si iscrivano di diritto i Marini , i Fioroni , i Fassino dall’'altra sicuramente Arturo .
Detto questo e consegnato alla storia il riconoscimento da parte di Arturo , nel suo intervento congressuale, dell’errore di non avere sostenuto fino in fondo la bella mozione due , che probabilmente avrebbe riscosso poche adesioni , ma sicuramente avrebbe mosso politicamente i D.L. nel loro congresso conclusivo , molto di più dell’adesione unanimistica ,alla fine, registrata , occorre ora guardare al futuro prossimo venturo , meditando sull’errore ammesso cercando di non ripeterlo e comportandosi nell’unica maniera possibile : candidandosi alla leaderchip del P.D. senza se e senza ma.

La paura freudiana che ha sempre circondando gli ulivisti doc , è stata quella di riscontrare poca adesione nei partiti tradizionali e pertanto di non calarsi effettivamente e concretamente nell’agone per paura che l’ideale alto e nobile non fosse pari al consenso . Poiché ,se vorrà crescere il P.D. dovrà farlo secondo un nuovo stile e secondo altre modalità di partecipazione è opportuno che gli ulivisti gettino il cuore dietro l’ostacolo e scendano sul terreno e soprattutto nel territorio dell’agone politico senza remore: è il momento che le buone idee vengano conosciute ed apprezzate dai cittadini tutti .

Il primo manifesto, già peraltro espresso da alcuni è quello della
costituzione dell’Assemblea Costituente e sui principi a cui legarla
strettamente , citiamoli con precisione :
1) l’'elettorato attivo sarà composto da chi , recandosi semplicemente alle urne , firmerà il documento dei principi del P.D. e verserà almeno due euro di contributo ;
2) gli iscritti al P.D. ,se una preiscrizone sarà già stata fatta, avranno analogo trattamento degli altri , probabilmente sarà inutile solo chiederli di sottoscrivere la carta dei principi ;
3) l’'elettorato passivo sarà composto da chi ha già accettato la partecipazione al P.D. ;
4) l’'elezione avverrà per liste contrapposte divise in collegi più o meno grandi ;
5) le liste in ogni collegio dovranno avere un numero di firme di presentazione minimo da stabilire ad esempio almeno il 5 % dei voti dell’Ulivo alla Camera;
6) le liste dovranno essere obbligatoriamente legate ad un programma nazionale condiviso e riassunto in pochi punti , le liste dovranno pertanto avere anche un riscontro numerico minimo nazionale ad esempio una lista collegata deve essere presente nel 50 % +1 dei collegi ed avere un numero complessivo di sottoscrizioni almeno pari al 50 % +1 del 5 % dell’elettorato dell’'Ulivo su base nazionale;
7) la leaderchip del partito democratico deve essere decisa contestualmente all’'elezione della costituente , sia essa riconfermata a Prodi , sia essa transitoriamente sdoppiata da quella di Presidente del Consiglio , sia essa affidata ad un unico nuovo soggetto diverso da Prodi , la scelta deve essere affidata agli elettori contestualmente alla nomina dell’Assemblea Costituente;
8) l’'Assemblea Costituente deve avere una durata prestabilita , ad esempio tre anni fino al 2010 ,e non solo elaborare il nuovo statuto del P.D. , ma anche “ governare “ il partito esattamente come la Costituente fece per i primi anni della Repubblica , ad eccezione della leaderchip gli organi direttivi del partito verranno decisi dai delegati sia come nominativi sia come numero e poteri ;
9) i partiti fondatori e le associazioni fondatrici non avranno alcuna quota riservata , i parlamentari dell’'Ulivo avranno peso solo se delegati dalla base altrimenti potranno solo partecipare all’Assemblea costituente con voto pari a zero;
10) la preferenza da assegnare ai delegati sarà unica ed il peso dei delegati sarà pari ai voti conferiti dagli elettori;
11) i delegati saranno vincolati a rispettare il mandato assegnato loro dagli elettori sia sul nome del leader , sia sul programma presentato , sia su altre questioni la cui decisone venga chiesta all’'elettore direttamente nella scheda ad esempio l’adesione o meno al PSE .

Mi sembra evidente che su questi punti lo scontro non sarà indolore , ma credo che l’elettorato aspiri a partecipare secondo le modalità indicate .
La scelta politica di formare liste trasversali ai vecchi partiti è fondamentale e rivoluzionaria in quanto toglie di mezzo le presunte
appartenenze di partenza e forgia nuove aggregazioni sui contenuti .

Proprio per questo Arturo ha tutte le carte in regola per tentarci , ci sia uno o due o tre altri candidati , ma il popolo degli ulivisti e dell’'Ulivo aspetta una proposta coerente . Forse gli ulivisti non hanno la dote della comunicazione , ma una certamente la posseggono ,indispensabile : “ un nuovo linguaggio politico “ il cui autore principale è stato Parisi , per cui è necessario che questa nuova lingua entri nel vocabolario nazionale con il suo principale autore . Senza ombra di dubbio una richiesta forte , senza retorica, ma tanta concretezza : provaci una volta Arturo. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=6906


Legge Mastella

Salvaguardare la privacy degli imputati potenti: ecco un’altra emergenza nazionale cui il partito trasversale dell’impunità ha finalmente posto rimedio, votando la settimana scorsa alla Camera il disegno di legge Mastella. Come si addice alle emergenze, il voto è stato praticamente all’unanimità, con sole sette astensioni.
La legge estende il novero dei documenti di indagine e del processo non pubblicabili, a cominciare dai testi delle intercettazioni, e prevede sanzioni pecuniarie insostenibili per i giornalisti che le pubblicano. Tutto questo in nome dei diritti degli indagati e in barba al dovere di cronaca, cioé al diritto dei cittadini ad essere informati.
In presenza di questa legge difficilmente avremmo saputo degli scandali più gravi degli ultimi anni: i giornali ne avrebbero potuto parlare in modo allusivo o edulcorato, le conseguenze presso l’opinione pubblica sarebbero state ancora più blande. L’unanimità non stupisce e nemmeno il silenzio della gran parte dei media: la legge fa comodo a entrambi gli schieramenti, ai furbetti di destra e sinistra, e in fondo non dispiace agli editori: meno notizie scomode si pubblicano, meno grattacapi si rischiano. Poco importa ai legislatori mastelliani che l’accesso dei cittadini all’informazione ne risulti ulteriormente limitato, a tutto vantaggio dell’irresponsabilità del potere. E dire che in molti votarono Unione per veder estesa la libertà di cronaca, approvati porvvedimenti anti-corruzione e cancellate le leggi vergogna. Le quali al contrario nell’ultimo anno sono state integrate, dapprima con l’indulto e ora con la legge Mastella. Quelle preservavano il potente di turno dal rischio di una condanna, questa lo protegge dal danno di immagine.
Rivela lo spirito della norma anche il codicillo che riduce sensibilmente il numero dei centri di ascolto e pone i provvedimenti di intercettazione sotto l’esame della corte dei Conti.

Qui trovate una sintesi del testo approvato alla Camera.
Qui le ragioni critiche sintetizzate da Marco Travaglio.

Non è difficile immaginare che il partito trasversale dell’irresponsabilità vorrà chiudere in fretta (e in sordina) la pratica al Senato. Per la società civile, o quel che ne rimane, sarebbe quasi ora di battere un colpo. Che cosa proponete? http://www.pieroricca.org/


La Francia dopo il 22 aprile *
Gérard Grunberg

I risultati del 22 aprile chiudono le innumerevoli e annose discussioni sul rapporto dei francesi con il loro sistema politico, amplificate a dismisura dai risultati dell’elezione presidenziale del 2002.

 

Il sistema politico

 

Primo insegnamento: no, i francesi non si disinteressano di politica. No, non hanno rotto con il loro sistema politico. Hanno anzi risposto con un plebiscito all’elezione presidenziale, confermando così – contro il parere di coloro che auspicano un rafforzamento del parlamentarismo – che tale appuntamento elettorale è il più importante del loro sistema politico e dimostrando anche di aver ben afferrato che l’elezione quinquennale del presidente rafforza il potere di quest’ultimo nei confronti dell’esecutivo. Tramite queste elezioni, i francesi, preoccupati per il loro avvenire e per quello dei loro figli, hanno inviato un doppio segnale agli uomini politici: ascoltateci e forniteci delle soluzioni. Votando con una percentuale che ha raggiunto quasi l’85 per cento, come nella prima elezione presidenziale del 1965, hanno sostenuto il regime della Quinta Repubblica.

 

No al voto di protesta

 

Secondo insegnamento: a differenza del 2002, i francesi non hanno espresso le loro angosce per mezzo di un voto di protesta. È invece proprio ai grandi partiti di governo e ai loro candidati che hanno dato, se non proprio la loro fiducia, almeno il mandato di gestire gli affari della Francia e di trovare soluzioni ai problemi del paese. I tre candidati, rappresentanti di quei partiti che hanno retto le sorti della Francia dal 1970 in poi, hanno da soli raccolto tre quarti dei suffragi. Le ali estreme (sinistra e destra) hanno totalizzato solo il 16 per cento dei voti contro il 30 per cento del 2002. I francesi si sono quindi rivolti ai partiti centrali, respingendo le soluzioni pericolose e irrealistiche delle frange più estreme. Coscienti della gravità della situazione, hanno dimostrato di preferire i rappresentanti di quei partiti che hanno esperienza di governo. Sotto questo profilo si può affermare che il popolo francese si è allineato alla situazione degli altri paesi europei.

 

Destra e sinistra. E

Bayrou

 

Terzo insegnamento: la bipolarizzazione sinistra/destra continua a caratterizzare il funzionamento del sistema politico francese. Nel secondo turno, infatti, il candidato del principale partito di destra si dovrà confrontare con la candidata del principale partito di sinistra. La posizione di François Bayrou, né a destra né a sinistra, non è riuscita a smantellare la contrapposizione netta dei due blocchi che, da più di trent’anni, caratterizza il sistema politico francese. Anche se è riuscito a passare dal 7 per cento del 2002 al 19 per cento circa del 2007, Bayrou ha comunque perso la sua scommessa. Non essendo stato ammesso al secondo turno, ha considerevolmente indebolito le sue possibilità di trasformare in profondità il sistema. La sua volontà di creare un partito centrista autonomo paga duramente i meccanismi del sistema elettorale. Cosa ne sarà dell’Udf, dopo queste elezioni, se Bayrou, come appare probabile, non farà una scelta di campo per una parte o per l’altra? Ciò che era la sua forza, non essere né di destra né di sinistra, diviene oggi la sua debolezza, preso nella morsa della re-bipolarizzazione. Molti deputati uscenti dell’Udf si sono già pronunciati in favore di un’alleanza con l’Ump. Isolato, il partito rischia di essere penalizzato in seggi alle prossime elezioni legislative, a meno di non tornare all’ovile della destra, il che significherebbe ovviamente il fallimento totale della strategia del leader centrista e rafforzerebbe ulteriormente la bipolarizzazione.

 

Verso il bipartitismo

 

Quarto insegnamento: l’evoluzione del sistema partitico francese verso il bipartitismo. La bipolarizzazione non significava solamente l’organizzazione del sistema attorno alla contrapposizione dei due blocchi sinistra/destra, ma consisteva anche nel fronteggiarsi di due alleanze politiche ed elettorali. Da una parte, l’alleanza dei due grandi partiti di destra Rpr/Udf e dall’altra, l’intesa tra Partito socialista, Partito comunista, Verdi e Radicali di sinistra.
Questo sistema ha cominciato a fare acqua da tutte le parti a partire dal 2002 e ciò per numerose ragioni. Innanzitutto, per l’atteggiamento sempre più prevaricante dei due partiti maggiori, mal sopportato dai loro alleati, specie per quanto riguarda la destra dove la fondazione dell’Ump è stata interpretata come volontà di emarginare l’Udf, il che del resto corrisponde alla realtà. In secondo luogo per la progressiva emarginazione dei partiti ex-partner dei grandi partiti. I risultati del 22 aprile rafforzano la tendenza al bipartitismo, vale a dire al controllo del sistema da parte dei due grandi partiti. Non era mai accaduto, dal 1974 in poi, che i due candidati passati al secondo turno, totalizzassero assieme la percentuale di voti accumulata in questa elezione da Segolène Royal e Nicolas Sarkozy: quasi il 57 per cento. E nel 1974, Mitterrand era il candidato unico di una sinistra unita da un programma comune.
Questi risultati confermano il carattere strutturante dell’elezione presidenziale. La natura dei due grandi partiti è progressivamente divenuta diversa da quella delle altre formazioni politiche. La loro "presidenzializzazione", la maniera in cui hanno occupato per mesi il paesaggio politico durante la preparazione della campagna elettorale, la scelta dei rispettivi candidati e il modo in cui è avvenuta, tutto ciò non fa che confermare la loro posizione di grandi partiti presidenziali. Ambedue i partiti, Ps e Ump, il 22 aprile, hanno potenziato il loro spazio vitale: quello di sinistra, che grazie alla sua candidata, ha aumentato i suoi voti del 10 per cento rispetto al 2002 e ha raccolto il 70 per cento dei voti di sinistra, sbaragliando i suoi compagni di percorso. L’altro, quello di destra, che ha accresciuto dell’11 per cento i suoi voti rispetto a quelli ottenuti da Chirac e, soprattutto, è riuscito a ridimensionare l’estrema destra, portandola dal 20 per cento del 2002 all’attuale 10, sferrando quindi a Jean Marie Le Pen lo stesso colpo decisivo inflitto da Mitterrand a Gorge Marchais nel 1981. L’Ump, a destra, non ha più nemici pericolosi e rappresenta i tre quarti di quell’elettorato. Tuttavia, ora i due grandi partiti non dispongono più di potenziali e potenti alleati, magari necessari, quindi sono obbligati a giocarsi la carta del bipartitismo, vale a dire affrontare l’accoppiata delle elezioni presidenziali-legislative, tentando di impadronirsi sia della Presidenza della Repubblica che della maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale. Per riuscire in questo obiettivo, devono – al secondo turno – saper conquistare voti al centro, dopo aver saputo – al primo turno – neutralizzare le ali estreme. Ed è qui che bisogna esaminare l’equazione Bayrou.

 

Il voto al centro

 

Quinto insegnamento: i due grandi partiti devono differenziarsi e aprirsi maggiormente per imporre un chiaro sistema bipartitico alla Francia. La percentuale raccolta da François Bayrou, anche se non è sufficiente a rimettere in questione l’evoluzione verso il bipartitismo, mostra tuttavia che quest’ultima può essere accelerata o frenata, a seconda della propensione dei due grandi partiti a tener conto della domanda espressa dagli elettori del centro.
Con il loro voto essi hanno esplicitamente richiesto pluralismo, oltre che trasformazione dei due grandi partiti in qualcosa di più aperto e anche di più lucido, in grado di rispondere alla sfida della globalizzazione. In attesa che vengano compiute disamine più approfondite su questo elettorato, è evidente che gli elettori di centro-sinistra si aspettano un Partito socialista finalmente capace di prevedere nel suo progetto una Francia pienamente inserita nell’Europa e nel mondo. Il Partito socialista non può più considerare l’alleanza a sinistra come la sola strategia possibile. Deve trovar la forza di trasformarsi, modernizzarsi, acquistare una nuova credibilità di governo. Segolène Royal ha compiuto qualche passo in questo senso, ma c’è ancora molto da fare, per tirar fuori la sinistra dalle secche di uno scarso 40 per cento, che rende molto incerta qualsiasi prospettiva di vittoria elettorale.
Un sistema bipartitico non significa necessariamente l’alternanza regolare dei due partiti al governo. Il Partito socialista deve scoprire quali sono i mezzi per tornare al potere. Il che significa una profonda trasformazione della sua identità. Se, il 6 maggio, la Royal è sconfitta – ma anche se non lo è – il Partito socialista deve compiere la sua mutazione, uscendo dall’isolamento in cui è relegato all’interno del movimento socialista europeo.
Quanto agli elettori di François Bayrou, col loro voto, hanno inviato un messaggio all’Ump. Quest’ultimo dovrà infatti accogliere nel suo Dna anche l’identità centrista – che del resto nel 2002 ha politicamente contribuito alla sua nascita – instaurando così un pluralismo interno, che non appartiene né alla natura del vecchio partito gollista, né forse al temperamento del suo leader.
Possiamo quindi analizzare l’ottimo risultato ottenuto da Bayrou in due modi: sia come prefigurazione della creazione di un partito centrista autonomo in grado di mettere i bastoni tra le ruote al duopolio dei due grandi partiti, sia come appello di una porzione cospicua dell’elettorato francese a trasformare e modernizzare i due grandi partiti, un appello volto ad ottenere un bipartitismo duraturo, purché rappresentativo della diversità dell’elettorato francese, in grado di giocare la partita dell’alternanza, come avviene in quasi tutte le grandi democrazie. La parola quindi ai dirigenti dei partiti.

 

* La versione originale dell’articolo appare sul sito www.telos-eu.com; traduzione dal francese da Daniela Croccohttp://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2688


Legge elettorale: referendari, domani via a firme per cambiamento
Ansa -
Roma - 'Noi vogliamo rinnovare il sistema elettorale per provocare un grande cambiamento. Un cambiamento che dia al sistema politico piu' trasparenza, agli schieramenti piu' unita', ai cittadini piu' opportunita' di spendersi per far valere le proprie' capacita'.

Lo scrive Giovanni Guzzetta, presidente del comitato referendario per la legge elettorale, in una lettera aperta in cui spiega perche' bisogna dire si' al referendum.

In occasione dell'inizio della campagna referendaria che da domani prendera'ufficialmente il via, i promotori del comitato si ritrovano tutti intorno ad un tavolo per ribadire l'esigenza che l'attuale sistema
elettorale sia modificato. 'Non e' un'iniziativa a cuor leggero - sottolinea lo stesso Guzzetta - fatta contro qualcuno, ma l'obiettivo e' che il Paese abbia un sistema elettorale all'altezza'.

'Senza di noi - ci tiene a precisare - le forze politiche non avrebbero iniziato a discutere di legge elettorale. In questo momento il referendum e' importante perche' in vista non c'e' una convergenza ne' una larga maggioranza' sul tema. L'obiettivo di questo referendum e' per i promotori 'riavvicinare i cittadini alla politica'.

In prima fila per il si' c'e' anche Mario Segni che ricorda come 'in un'Italia fatta di voltagabbana il comitato referendum esiste da 20 anni ed e' sempre unito intorno allo stesso ideale'.

Impegnata nella sua Sicilia a raccogliere le firme e' invece Stefania Prestigiacomo che, con Antonio Martino, rappresenta Forza Italia nel comitato promotore. 'Siamo per il referendum - spiega - perche' il Parlamento difficilmente potra' trattare il tema della semplificazione. Avere meno partiti e piu' riforme non significa essere per l'antipolitica'.

Per l'esponente di Forza Italia, il referendum puo' essere una spinta in piu' per il centrodestra ad 'andare avanti verso una federazione'. Parlando poi della raccolta delle firme, la parlamentare di Forza Italia sottolinea come in Sicilia l'impegno sia bipartisan visto che tutto il gruppo regionale dei Ds ha aderito.

Del comitato pro-referendum fa parte anche Daniele Capezzone, della Rosa nel Pugno, che si domanda: 'Secondo voi, dai partiti viene fuori una soluzione piu' avanzata? Io credo di no, quindi, da domani si' al referendum'.

'Sono una referendaria convinta', dice invece Donata Lenzi, capogruppo dell'Ulivo in Giunta delle elezioni alla Camera, convinta che 'bisogna spingere il referendum a fare una buona legge che superi la frammentazione'. 'Io sono impegnata a Bologna, insieme con Parisi - racconta - in un comitato assolutamente bipartisan'.

Pd - Parisi: per la costituente valga 'una testa un voto'
Apcom -
Roma - "Per la scelta della costituente del Partito democratico ci sono tante formule. La più classica è 'una testa un voto', la formula in cui si riconosce la democrazia". Intervenendo a Repubblica Radio, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha commentato il futuro processo costituente del Pd.

"La parola magica - ha ricordato - è stata primarie, perchè tutti ricordiamo le prime primarie di due anni fa. Credo che molti stiano già lavorando al modo di neutralizzare il principio di 'una testa un voto', ma le primarie sono una foto. Tutti però - ha continuato il ministro - sono avvisati: se la coda davanti ai gazebo non si vede, o se le sezioni non si vedono, corriamo tutti un bel rischio perchè siamo costretti a rincorrere dietro a una palla che abbiamo lanciato molto lontano".

Secondo Parisi poi "se abbiamo in mente un partito generale, che si presenta come portatore di proposte per il governo del Paese, il leader non potrà che essere scelto nel modo più ampio possibile. Il leader di un partito aperto a tutti, un partito che potenzialmente è la coalizione, che si fa carico della coalizione, non che si contrappone ad altri. Mi candiderò - ha quindi confermato - se c'è un candidato solo, per mettere in crisi la tendenza oligarchica".

Sulla collocazione internazionale del Pd, infine, Parisi ha spiegato che "con il Ppe non possiamo essere nel modo più assoluto", mentre "con il Pse dobbiamo essere alla ricerca di un nuovo equilibrio che cerca di costruire in Europa la nostra unità. Esportiamo in Europa la nostra unità - ha concluso a Repubblica Radio - invece di importare le antiche divisioni".


Parisi si sfoga: quanto ho dovuto rompere ....
Il diellino più odiato e più copiato dai Ds
di Fabio Martini, La Stampa
Sull'Eurostar che da Firenze lo riporta a Roma Ugo Sposetti, che dei Ds è il cassiere, non riesce a farsene una ragione: «Per il nostro congresso di Firenze avevo chiesto la disponibilità temporanea di una piccola struttura militare nei pressi del PalaMandela, ma il ministro Parisi, confermando la proverbiale mancanza di duttilità e di realismo, ce l'ha negata».

Una pausa e poi la battuta: «Se lo prendo...» e mentre lo dice, mima
scherzosamente Io schiaffone. Sposetti ha risanato le casse della Quercia, è uno dei dirigenti chiave dei Ds e la sua battuta interpreta la formidabile ostilità di quasi tutta la nomenclatura dei Ds e della Margherita nei confronti di Arturo Parisi, il personaggio che nel corso degli anni con proposte sul momento bollate come provocatorie (liste unitarie, primarie, partito democratico) ha costantemente spiazzato i vertici dei due partiti.

Il nomignolo di «Hailé Selassié», attribuito alla malizia di Massimo
D'Alema, è il più benevolo dei soprannomi che sono piovuti sul vulcanico professore sardo bolognese, per anni il principale consigliere politico di Prodi. Sottovoce Parisi è stato via via ribattezzato dai suoi alleati «Ali il chimico», «il dottor Stranamore», «il pazzo», per non parlare del ridicolo «Artullo» affibbiatogli da Francesco Cossiga.

Ma poiché - come ha detto al congresso ds Valdo Spini - «alla fine ha vinto Parisi», prendendo ieri la parola nello studio 5 di Cinecittà al congresso della Margherita, «Artullo» avrebbe potuto celebrarsi. Non lo ha fatto, o meglio lo ha fatto con quel suo linguaggio criptico, comprensibile soltanto ai cultori del rito parisiano.

A Massimo D'Alema - il beniamino del partito, l'altro da sé, il duellante di tanti scontri durissimi - Parisi ha concesso un riconoscimento inatteso: «Seguendolo per radio, ho sentito sulla bocca di D'Alema la parola "ultimo" per definire il congresso ds, ultimo di una storia che noi sappiamo vissuta come storia sacra», «una storia che in molti affida ancora al partito la salvezza personale dei militanti e delle masse», «secondo il principio che in riferimento alla Chiesa fa dire "extra ecclesiam nulla salus"».

Oltre ad invocare un voto palese sull'elezione per l'Assemblea federale, ai tanti che in questi anni lo hanno osteggiato e in alcuni casi sbeffeggiato, Parisi ha riservato battute in codice, mai personalizzate ma acuminate: «Abbiamo voglia di cercare parole, se dimentichiamo che la forza della comunicazione è affidata ai comportamenti e alla testimonianza delle convinzioni: le belle frasi le possiamo leggere anche nei Baci Perugina». Ed è sembrato alludere a sé stesso soltanto quando ha detto: «La forza del messaggio non può che dipendere dalla coerenza di una vita».

Parisi ha ripercorso a volo d'uccello la storia degli ultimi cinque anni, ma glissando su diversi episodi inediti. Ha soltanto alluso al più provocatorio dei suoi gesti, quando di notte abbandonò il congresso costituente della Margherita di Parma nel 2002, congedandosi con un sms, per protestare contro Popolari e rutelliani che a suo avviso avrebbero dovuto sciogliersi dalla sera alla mattina. Una delle tante fughe in avanti, inscenate per farsi rincorrere.

La successiva risale al luglio del 2003. A freddo Parisi e Prodi lanciano con due interviste la proposta di «liste uni­tarie di tutto l'Ulivo» da presentarsi alle Europee del 2004. Gelo nei Ds e nei Dl. La reazione ufficiale di Fassino e D'Alema è: «Se ci stanno tut­ti...». Un escamotage per af­fondare tutto e infatti Verdi e Pdci (allora nell'Ulivo) sbarra­no la strada: «Mai!».

Alle Eu­ropee 2004 l'Ulivo ottiene il 31,3% e Franco Marini com­
menta: «Risultato inferiore al­le aspettative, esperienza irri­petibile alle
Regionali 2005». Incontro riservato a Bruxel­les Prodi-Marini-Parisi e si sblocca tutto.

Per le Politiche 2006 Rutelli e Marini dicono «giammai assieme ai Ds», Parisi si impunta sulla lista uni­taria e il 16 giugno 2005 in ca­sa di Ricky Levi si consuma un drammatico braccio di fer­ro con Fassino e D'Alema che non vorrebbero le Primarie, Prodi quasi si convince ma Pa­risi, dall'ospedale per una visi­ta, telefona al suo amico: «Ro­mano non mollare».

Prodi tie­ne, ottiene le Primarie e il 17 ottobre, dopo quel plebiscito, si
arrende anche Rutelli: «Facciamo le liste unitarie al­la Camera». Ieri sera, lascian­do Cinecittà, Parisi commen­tava tra sé e sé: «Se ripenso a questi anni, mi accorgo che abbiamo dovuto rompere... i coglioni senza fermarci mai! E se penso all'Assemblea co­stituente del prossimo autun­no, dico: sarà durissima».

Ségolène vs Sarkozy: si
apre la caccia al centro

Luca Sebastiani


Da terzo incomodo a convitato di pietra. Nonostante la sua strategia sia fallita, nonostante non sia riuscito ad accedere al ballottaggio che solo poteva realizzare il sogno della nascita di un polo centrale in grado di ricomporre il paesaggio politico francese e di farlo esistere, François Bayrou rimane l’uomo del giorno in queste ore che seguono il primo turno delle elezioni presidenziali. E lo rimane perché i settemilioni di voti che ha raccolto, oltre il 18 per cento, sono l’ago della bilancia che determinerà, il sei maggio, la vittoria di Ségolène Royal o di Nicolas Sarkozy al ballottaggio.

I due vincenti del primo turno non hanno perso tempo e sono già partiti a caccia dei voti centristi e hanno intrapreso un’opera di seduzione degli elettori bayrousti, Sarkò mettendo in soffitta gli accenti autoritari che gli hanno consentito di svuotare l’elettorato del Fronte Nazionale e Ségolène abbandonando il discorso gauchista per aprire sulla destra.

Immediatamente dopo la lettura dei dati del primo scrutinio Sarkozy è uscito in pubblico per leggere un discorso quantomeno dissonante con quelli a cui aveva avvezzo il pubblico del primo turno. Conciliante, umano, quasi martinluterkinghiano, il candidato che ha sottratto il voto a Le Pen ha parlato di un “sogno” di speranza per tutti i francesi che soffrono e promesso protezione, ha cioè mostrato quel volto umano la mancanza del quale gli era costata un bel po’ di voti al centro.

Più in linea col suo personaggio Ségolène, che però ha rivendicato la propria libertà di andarsi a cercare al centro i voti che le mancano.

Nonostante un sondaggio condotto subito dopo il primo turno riveli che l’elettorato del centro sceglierebbe al 45 per cento la candidata socialista contro il 39 per l’ex ministro dell’Interno, in realtà la partita è molto più complessa e sembrerebbe dare qualche chance a Sarkozy, visto che a Ségolène una tale percentuale non basterebbe comunque.

Innanzitutto a vantaggio del candidato dell’Ump gioca la storia. Durante la Quinta Repubblica il partito centrista francese, prima che Bayrou si avviasse sulla strada dell’autonomia, è sempre stato organico alla destra gollista. Nel 1974 fu addirittura il candidato del partito del Generale, Jacques Chaban Delmas, piazzatosi terzo alle elezioni, a dare indicazione di voto per Valéry Giscard d’Estaing, che venne eletto e governò con Jacques Chirac come primo ministro. Poi la sconfitta di Giscard contro di François Mitterrand nel 1981 e le manovre di Chirac svuotarono il partito centrista che rimase però fedele alla destra. Nel 1988 l’ex Primo ministro e candidato del centro Raymond Barre, arrivato terzo con uno score del 16,5, poco meno del suo erede di oggi, diede consegna di votare per Chirac. Fu il suggello di un’alleanza organica, mai messa in discussione fino a quando Bayrou ha voluto cambiare rotta per recuperare uno spazio di manovra.

Ciò non toglie che l’elettorato storico dell’Udf sia ben radicato a destra, nel campo conservatore, e che soprattutto lo siano i dirigenti del partito. E qui sta l’altro punto a vantaggio di Sarkozy che giocando al bastone e alla carota potrà riportare nel proprio campo l’apparato e recuperare l’elettorato in campagna. In fondo quello del partito è sempre stato il problema di Bayrou. Quando nel 2002 dopo la sua vittoria Chirac decise di fondare l’Ump, il nuovo partito che doveva raccogliere tutte le anime della destra, quella liberale, quella gollista e quella di centro, il presidente dell’Udf rispose picche e scelse di salvaguardare quel minimo di autonomia che il sistema maggioritario gli permetteva. In quell’occasione molti baroni del partito lo abbandonarono per raggiungere le sponte più sicure, in termini elettorali, dell’Ump. Insieme ai fedelissimi rimasti Bayrou dovette fare un accordo alle legislative con la destra per farsi lasciare qualche collegio e insediare un gruppo parlamentare all’Assemblea.

Dei 29 deputati attuali più della metà deve la propria elezione al partito di Sarkozy. Già durante la campagna oltre alle personalità storiche del centrismo, Simone Veil e Giscard, sono molti quelli che sono passati con l’ex ministro dell’Interno, come ad esempio Gilles de Robien, l’unico ministro Udf rimasto al governo fino alla fine. È proprio quest’ultimo che in questi giorni sta contattando uno a uno i 29 deputati bayrouisti per proporgli un patto: sostenere Sarkozy in cambio di una non concorrenza dell’Ump nei loro collegi. Finora sono sette quelli che hanno già dato indicazione di voto per il candidato di destra.

Certo appropriarsi del partito centrista non darà la vittoria a Sarkozy, dato che l’esplosione di Bayrou non si spiega solo con un’adesione all’Udf. Certo è che Sarkò si impossesserà di un mezzo per far leva sull’elettorato storico del partito di Bayrou mentre gli altri, i nuovi centristi, se li contenderanno in due.

E Bayrou? Molto probabilmente non darà consegne di voto per non sconfessare se stesso, ma tra una trattativa e l’altra dovrà cercare una via d’uscita per conservare qualcosa di questo consenso inatteso che gli possa permettere di preparare, tra cinque anni, la prossima chance presidenziale. Se non le troverà, allora gli elettori torneranno da dove sono venuti, da destra, da sinistra e da un piccolo partito del centro che farà a meno di lui e tornerà al fianco dei gollisti di Sarkozy.


 

caffeeuropa.it


Notizia vecchia ma importante

Il 10 Marzo scorso, a ventiquattr'ore dall' arrivo di George W. Bush a Bogotà, l'Ambasciata degli Stati Uniti in Colombia confermava che un commando congiunto di truppe USA e colombiane aveva tentato di liberare i tre americani sequestrati dalle FARC. La liberazione non è riuscita, ma la notizia resta importante.

In primis, perchè ci consente di verificare quanto le decisioni di un Governo possano essere influenzate da considerazioni di P.R. (Pubbliche Relazioni). "Arriva Bush, facciamogli trovare in regalo una buona notizia" devono aver pensato solerti funzionari, trovando subito appoggio tra i propri superiori. La tournée latinoamericana del Presidente sarebbe stata senz'altro rianimata da un evento del genere (che avrebbe - tra le altre cose - dato un senso alla visita colombiana).

Importa anche al conferma che avvengano operazioni militari sul territorio colombiano con soldati nordamericani: i famosi assessori qualche colpo lo sparano (col consenso del Governo locale, naturalmente).

Un resoconto più ampio ce lo dà il sito CounterTerrorismBlog (per vedere l'articolo completo, seguite il link "here" e cercatelo tra i post precedenti: purtroppo il permalink è sbagliato).http://bogotalia.blogspot.com/


Il movimento dei Paesi Non-Allineati reitera il suo completo appoggio alla richiesta di estradizione da parte del Venezuela nei confronti del governo degli Stati Uniti di Luis Posada Carriles.

MOVIMIENTO DE PAÍSES NO ALINEADOSI 118 paesi che compongono il movimento dei paesi non allineati hanno ricevuto con grande preoccupazione la notizia divulgata dai media internazionali circa la liberazione su cauzione, decisa dal Tribunale statunitense, del noto terrorista internazionale Luis Posada Carriles. Come è noto ai più, Posada Carriles è responsabile di numerosi atti terroristici nei confronti di Cuba ed altri paesi, incluso l’attacco terroristico contro un aereonave della “Cubana de Aviación” nell’ottobre 1976, che provocò la morte di 73 civili innocenti di differenti nazionalità e per il quale il Venezuela ha sollecitato l’estradizione al governo degli Stati Uniti. Nonostante questo, Carriles è stato in prigione in territorio statunitense esclusivamente per una semplice violazione delle leggi sull’immigrazione, omettendo la richiesta fatta dal governo venezuelano.

Il movimento dei Non Allineati riafferma la sua condanna energica ed inequivocabile nei confronti del terrorismo, in tutte le sue forme e manifestazioni, ma anche nei confronti di tutti gli atti, i metodi e le pratiche di terrorismo indipendentemente dal paese in quale sono commessi. Il movimento per questo invita ancora una volta tutti gli Stati, in conformità alla Carta delle Nazioni Unite, affinché siano compiute tutti i doveri per combattere il terrorismo, in virtù del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, giudicando ed eventualmente estradando tutti gli autori di atti terroristici, impedendo in questo modo che si organizzino, si istighino o si finanzino questi atti contro altri Stati, dall’interno o dall’esterno dei propri territori o mediante organizzazioni che operano nei propri territori, astenendosi dall’organizzare e istigare atti di terrorismo nei territori di altri Stati, di contribuire a tali atti, di finanziarli e di parteciparvi, astenendosi dal permettere l’uso dei propri territori per attività di pianificazione, preparazione o finanziamento di questi atti, astenendosi anche dal somministrare armi o strumenti che potrebbero essere utilizzate in questi eventuali atti terroristici.

Il Movimento per questo chiede a tutti gli Stati che si astengano dal dare appoggio politico, diplomatico, morale o materiale al terrorismo, ed in questo contesto invita tutti gli Stati, in conformità a quanto previsto dalla Carta delle Nazioni Uniti e dal diritto internazionale, a garantire che gli autori, gli organizzatori e i patrocinatori di atti terroristici non utilizzino in modo illegittimo la loro condizione di rifugiati o qualsiasi altra condizione giuridica, e che non riconoscano le loro rivendicazioni a motivazioni politiche come causa per negare l’estradizione.

Come da precedenti accordi tra i capi di stato e governi del Movimento dei Paesi Non Allineati durante il 14° vertice realizzato a L’Avana nel settembre 2006, l’intero Movimento reitera il suo appoggio alla richiesta di estradizione venezuelana nei confronti del governo degli Stati Uniti per presentare di fronte alla giustizia Luis Posada Carriles.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/04/dichiarazione-dei-paesi-non-allineati.html

I francesi lo sapevano già
di Guillaume Dasquié (Le Monde)
Note, rapporti, sintesi, carte, grafici, organigrammi, foto da satellite. Il tutto esclusivamente dedicato ad Al Qaeda, i suoi capi, i vice, i nascondigli ed i campi di addestramento. E i suoi sostegni finanziari. Una vera e propria enciclopedia. Tra cui una nota di sintesi di cinque pagine, intitolata "Progetto di deragliamento d' aereo da islamismi radicali" e contraddistinto da una data… 5 gennaio 2001!

Si tratta di una massa impressionante di documenti. Di primo acchito, si direbbe una tesi universitaria. Ad un esame più attento, niente a che vedere. Dei timbri rossi "confidenziale - difesa" e "uso strettamente nazionale" su ogni pagina: in alto a sinistra, un logo blu regale: quello della Dgse, la Direzione generale dei servizi esterni, i servizi segreti francesi. In tutto 328 pagine classificate.

Note, rapporti, sintesi, carte, grafici, organigrammi, foto da satellite. Il tutto esclusivamente dedicato ad Al Qaeda, i suoi capi, i vice, i nascondigli ed i campi di addestramento.(Dedicato n.d.t.) anche ai suoi sostegni finanziari: Niente che l'essenziale dei rapporti della Dgse redatti tra luglio 2000 ed ottobre 2001. Una vera e propria enciclopedia.

Al termine di vari mesi d'inchiesta su questa documentazione molto speciale, prendiamo contatto con il quartiere generale della Dgse: E il 3 aprile, l'attuale Capo di gabinetto, Emmanuel Renoult, ci riceve sul posto, tra i muri di cinta della caserma di Tourelles, a Parigi. Dopo aver sfogliato le 328 pagine che poggiamo sulla sua scrivania, non può fare a meno di deplorare una tale fuga (d'informazioni n.d.t.), lasciandoci intendere che questo pacchetto rappresenta la quasi integralità delle produzioni della Dgse sul soggetto per questo periodo cruciale. In compenso, nel dettaglio, impossibile sottrargli il minimo commento. Troppo "sensibile".

È vero che queste cronache dei servizi segreti di Al Qaida, con le loro diverse rivelazioni, sollevano una quantità di questioni. E, per cominciare una sorpresa. il numero elevato di note unicamente dedicate alle minacce di Al Qaeda contro gli Stati Uniti, mesi prima degli attacchi suicidi di New York e di Washington. Nove rapporti interi sull'argomento tra settembre 2000 ed agosto 2001.

Tra cui una nota di sintesi di cinque pagine, intitolata "Progetto di deragliamento d' aereo da islamismi radicali" e contraddistinto da una data… 5 gennaio 2001! Otto mesi prima l'11 settembre, la Dgse vi rapporta le discussioni tattiche condotte dall'inizio dell'anno 2000 tra Osama Bin Laden ed i suoi alleati talebani, riguardo un'operazione di deragliamento di aerei di linea americani.

Pierre-Antoine Lorenzi, capo di gabinetto del responsabile della Dgse fino ad agosto 2001, oggi presidente di una società specializzata nelle strategie di crisi e d'influenza (Serenus Conseil), sfoglia davanti a noi queste 328 pagine e si sofferma, anche lui, su questa nota. Esita, prende il tempo per leggerla ed ammette:" Mi ricordo di questo." "Bisogna ricordarsi, precisa M. Lorenzi, che fino al 2001, il deragliamento di un aereo non ha lo stesso significato che dopo l'11 settembre. All'epoca questo implica di forzare un apparecchio ad atterrare in un aeroporto per condurre dei negoziati. Si è abituati a gestire questo. Approfondimento utile per comprendere perché questo allarme del 5 gennaio non ha provocato alcuna reazione presso i destinatari: i pilastri del potere esecutivo.

Da gennaio 2001, la direzione d'Al-Qaeda si mostra tuttavia trasparente agli occhi - ed alle orecchie - delle spie francesi. I redattori riportano in dettaglio anche i disaccordi tra terroristi sulle modalità pratiche del deragliamento in questione. Non dubitano mai della loro intenzione.

Provvisoriamente i fautori della Jihad prediligono la cattura di un aereo tra Francoforte e gli Stati Uniti. Stabiliscono una lista di sette compagnie possibili. Alla fine ne saranno scelte due dai pirati dell'11 settembre: American Airlines et United Airlines. Nella sua introduzione, l'autore annuncia :" Secondo i servizi uzbechi di spionaggio, il progetto di un deragliamento sembra essere stato discusso all'inizio dell'anno 2000, durante una riunione a Kabul tra rappresentanti dell'organizzazione di Osama Bin Laden ..."

Le spie uzbeche informano dunque gli agenti francesi. All'epoca, l'opposizione dei fondamentalisti musulmani al regime pro-americano di Taskent si è riunita nel Movimento islamico dell'Uzbechistan, il Mio. Una fazione militare di questo partito, guidata da un certo Taher Youdachev, ha raggiunto i campi d'addestramento dell' Afghanistan e si è alleato con Osama Bin Laden, promettendogli di esportare la sua Jihad in Asia centrale. Dei rapporti militari e delle comunicazioni del Mio, trovati nei campi afghani di Al Qaida, ne attestano la veridicità.

Alain Chouet si ricorda di questo episodio. Ha diretto fino ad ottobre 2002 il Servizio d'informazioni di sicurezza, la divisione della Dgse incaricata di seguire i movimenti terroristi.

Secondo lui, la credibilità del canale uzbecho ha la sua origine nelle passate alleanze tra il generale Rachid Dostom, uno dei principali capi afghani della guerra, anche lui di etnia uzbecha, e che combatte allora i talebani. Per fare piacere ai suoi protettori dei servizi di sicurezza del vicino Uzbechistan, Dostom ha infiltrato alcuni dei suoi uomini in seno al Mio, fino alle strutture di comando dei campi di Al Qaida. E' così che informa i suoi amici di Tachkent, sapendo che le sue informazioni prenderanno, in seguito, la via di Washington, Londra o Parigi.

La formulazione degli appunti francesi del gennaio 2001 indica chiaramente che altre fonti corroborano queste informazioni sui piani di Al- Qaeda. Secondo un meccanismo ben oliato in Afghanistan, la Dgse non si accontenta di scambi con dei servizi segreti amici. Per svelare i segreti dei campi, da una parte manipola e "restituisce" giovani candidati alla Jihad originari delle periferie delle grandi città d'Europa. Dall'altra parte, invia uomini del servizio d'azione presso l'Alleanza del Nord del comandante Massud. Senza contare le intecettazioni dei telefoni satelliti.
Una persona vicina a Pierre Brochand, l'attuale capo della Dgse, ci ha assicurato che il servizio disponeva di una "cellula Osama Bin Laden", almeno dal 1995. L 'allarme del 5 gennaio si poggia dunque su un sistema rodato. Alain Chouet, dopo averci chiesto di precisare che non si esprimeva in nome delle istituzioni francesi, resta laconico ma chiaro:" E' raro che si trasmetta un documento senza verificare " Tanto più che il suddetto documento segue e precede i molteplici rapporti della Dgse sostenendo la credibilità degli incantesimi belligeranti di Osama Bin Laden.

Nella sua nota, la Dgse reputa, infine, che la volontà di Al Qaeda di concretizzare il suo atto di pirateria contro un apparecchio americano non lasci alcun dubbio:" almeno da ottobre 2000, Osama Bin Laden ha assistito ad una riunione in Afghanistan nel corso della quale la decisione di principio di condurre questa operazione è stata mantenuta." Siamo al 5 gennaio 2001, i dadi sono stati lanciati, i Francesi lo sanno... e non sono i soli.

Come tutte le informazioni che evocano dei rischi per gli interessi americani, la nota è stata trasmessa alla Cia attraverso il servizio di relazioni esterne della Dgse, responsabile delle cooperazioni tra alleati ( rinominato dopo servizio delle relazioni). Il suo primo destinatario è il capo del dipartimento della Cia a Parigi, Bill Murray, un francofono dal fisico alla John Wayne, rientrato in seguito negli Stati Uniti. Abbiamo potuto stabilire il contatto, ma il signor Murray non ha desiderato dare seguito alle nostre domande. Pierre-Antoine Lorenzi, le cui responsabilità nella Dgse ricoprivano allora le questioni relative alla cooperazione con le agenzie straniere, non concepisce che quelle informazioni non gli siano state fatte pervenire. " Questo, tipicamente, è il genere d'informazione che è trasmesso alla Cia. Sarebbe pure una colpa non averlo fatto."

Dall'altro lato dell'Atlantico, due vecchi agenti della Cia specialisti di Al Qaeda, che abbiamo interpellato, non si ricordano di allarmi particolari inviati dalla Dgse. Né Gary Berntsen, annesso alla direzione delle operazioni dell'agenzia dal 1982 al 2005, né Michael Scheuer, vecchio responsabile dell'unità Bin Laden nella sede della Cia, ricordano informazioni specifiche provenienti dalla Dgse.

A Washington, la commissione d'inchiesta del Congresso sull'11 settembre, nel suo rapporto finale pubblicato a luglio 2004, ha messo l'accento sull'incapacità dell'Fbi, della Cia o dei servizi d'immigrazione di aggregare i dati sparsi concernenti alcuni membri dei commando dell'11 settembre. In nessun momento la commissione ha evocato la possibilità che la Cia avrebbe trasmesso al potere politico, da gennaio 2001, le informazioni trasmesse dai servizi francesi sulla scelta tattica di Osama Bin Laden di organizzare il deragliamento di aerei americani.

Al di là di questo, ciò che più confonde, alla lettura delle 328 pagine della Dgse, ha a che vedere, forse, con la giustapposizione tra gli appunti che allarmano sulle minacce - come quella di gennaio 2001 - e quelle che descrivono molto in anticipo, e con minuzia, il funzionamento dell'organizzazione. Dal 14 luglio 2000, con la redazione di un rapporto di tredici pagine intitolato " la rete di Osama Bin Laden", l'essenziale si rivela consegnato nero su giallo pallido, il colore degli originali della Dgse.

Il contesto, i dettagli degli aneddoti, e tutti gli aspetti strategici relativi ad Al Qaeda vi figurano di già. Molto spesso, i documenti ulteriori si contentano di precisarli. Così, l'ipotesi della morte di Bin Laden - che ha conosciuto un certo successo nel settembre 2006 - prende, in questa nota del 24 luglio 2000, le intonazioni di un ritornello continuo, ma tuttavia fondato :" L'ex saudita, che vive da svariati anni in condizioni precarie, spostandosi di continuo, di campo in campo, soffre comunque di problemi renali e dorsali. (…) Voci ricorrenti danno per certa la sua morte a breve, ma non sembrerebbe, attualmente, aver cambiato le sue abitudini di vita."

Su un aereo del 28 agosto 2000, gli agenti della Dgse localizzano un uomo chiave, molto vicino ad Osama Bin Laden. Il suo nome: Abou Khabab. Questo artificere di origine egiziana, conosciuto per aver insegnato scienza degli esplosivi artigianali a generazioni di fautori della Jihad , costituisce un bersaglio, in teoria, prioritario. In due note biografiche su questo personaggio, del 25 ottobre 2000 e del gennaio 2001, la Dgse enumera le informazioni scambiate con il Mossad israeliano, la Cia ed i servizi di sicurezza egiziani al suo riguardo. Non si ignora nulla del suo percorso e dei suoi spostamenti.

È, ugualmente, il caso di Omar Chabani, l'emiro incaricato d'inquadrare tutti i militanti algerini venuti in Afghanistan, secondo la Dgse. Grazie a lui, nel corso dell'anno 2001, Al- Qaeda ha messo delle infrastrutture a disposizione del Gruppo salafista per la predicazione ed il combattimento (Gspc), il movimento algerino terrorista di cui il capo storico Hassan Hattab, ex alleato di Bin Laden, ha sottoscritto nel 2006, la politica di riconciliazione nazionale del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika - provocando l'ira delle giovani generazioni del Gspc. Quelle hanno ripreso dal mese di ottobre la lotta armata abbandonata dai loro predecessori, reclamandosi un nuovo Gspc - rinominato Al- Qaeda per il Maghreb islamico - che sembrerebbe essere responsabile degli attentati dell'11 aprile ad Algeri.

A margine degli aspetti operativi sul funzionamento di Al-Qaeda, questi documenti della Dgse propongono un altro sguardo sui tramiti politici del suo capo. Un esempio: in una nota del 15 febbraio 2001 dedicata in parte ai rischi di attentati contro la base militare francese di Gibuti, gli autori rilevano la presenza nel paese del rappresentante di Osama Bin Laden per il Corno d'Africa, Nidal Abdel Hay al Mahainy. L'uomo, arrivato sul posto il 26 maggio 2000, è precisato avere, né più né meno, "incontrato il presidente della repubblica di Gibuti."

Ma è soprattutto l'Arabia saudita ad apparire come una preoccupazione costante, per via delle simpatie esternate all'Afghanistan di cui approfitta Osama Bin Laden. I rapporti della Dgse esplorano le relazioni con gli uomini d'affari e diverse organizzazioni di questo paese. Certe personalità saudite hanno proclamato la loro ostilità ad Al Qaeda, ma, manifestatamente, non hanno convinto tutti. Pierre-Antoine Lorenzi si ricorda bene dello stato mentale dei responsabili dello spionaggio francese:" La Dgse si è molto dispiaciuta nel considerare definitivamente interrotte le relazioni con la monarchia saudita, perché era in rottura di rapporti: Era difficile da ammettere."

La nota del 24 luglio 2000 menziona un versamento di 4,5 milioni di dollari a profitto del capo di Al Qaeda dall'International Islamic Relief Organisation (Iiro), una struttura direttamente posta sotto la tutela della Muslim World League, essa stessa considerata come lo strumento politico degli ulema sauditi. Bisognerà attendere pertanto il 3 agosto 2006 perché gli uffici dell'Iiro figurano sulla lista ufficiale delle organizzazioni di finanziamento del terrorismo del dipartimento americano del tesoro. Nel corso del luglio 2000, due anni dopo gli attentati di Nairobi e Dar-es-Salam, gli autori di questo compendio mettono in dubbio la sincerità delle posizioni proclamate dalla famiglia Bin Laden stessa :" sembrerebbe sempre più probabile che Osama Bin Laden abbia mantenuto contatti con certi membri della sua famiglia, nonostante questa, che dirige uno dei più importanti gruppi di lavori pubblici nel mondo, l'abbia ufficialmente rinnegato. Uno dei suoi fratelli giocherebbe un ruolo d'intermdiario nei suoi contatti professionali o la cura dei suoi affari."

Secondo il Signor Lorenzi è la ricorrenza di questi dubbi, e più specificatamente l'ambivalenza dell'Iiro, che indurranno la Dgse a mobilitarsi con il Quai d'Orsay, nel 1999, quando la diplomazia francese proporrà alle Nazioni Unite una convenzione internazionale contro il finanziamento al terrorismo.

Un'altra nota dei servizi segreti francesi, datata del 13 settembre 2001, ed intitolata "Elementi sulle risorse finanziarie di Osama Bin Laden" ripropone i sospetti riguardo Saudi Ben Laden Group, l'impero di famiglia. Questa ( la nota, n.d.t.) presenta anche un potente banchiere, una volta vicino alla famiglia reale, come l'artefice storico di un dispositivo bancario che " sembra essere stato utilizzato per trasferire al terrorista i fondi provenienti dai paesi del Golfo."

Un allegato di questa nota del 13 settembre repertorizza gli attivi a priori sotto il controllo diretto di Osama Bin Laden.

Sorpresa, tra le strutture conosciute che lo "Sceicco" ha diretto in Sudan, in Yemen, in Malesia ed in Bosna figura ancora, nel 2001, un hotel situato alla Mecca, in Arabia saudita.

Alain Chouet esprime un reale scetticismo sulla volontà delle autorità di Riyad di arrestare Osama Bin Laden prima dell'11 settembre:" che la sua nazionalità saudita sia decaduta è una farsa (…). A mia conoscenza, nessuno ha fatto niente per catturarlo tra il 1999 ed il 2001 ." Ne testimonia questa nota del 2 ottobre 2001 - " La partenza del principe Turki al-Fayçal, capo dei servizi di spionaggio sauditi: un'estromissione politica " - che rivela i lati nascosti di questo spettacolare siluramento giusto prima l' 11 settembre. Gli autori sottolineano " i limiti dell'influenza saudita in Afghanistan (...) durante alcuni recenti viaggi a Kandahar del principe Turki, questo non era riuscito a convincere i suoi interlocutori di estradare Osama Bin Laden."

E sei anni dopo? In un ampio rapporto della Dgse che abbiamo potuto consultare, intitolato "Arabia saudita, un regno in pericolo?" e datato 6 giugno 2005, gli agenti francesi tirano un bilancio più positivo delle iniziative del regime saudita contro Al Qaeda. Certi paragrafi tradiscono tuttavia dei timori persistenti. I servizi segreti francesi dubitano sempre le inclinazioni per la guerra santa di qualche dottore della fede saudita.


Fonte: Megachip – Democrazia nella comunicazione
Fonte originaria: Le Monde
Traduzione per Megachip di Cristina Falzone

 


I lobbisti e la battaglia per il Kosovo


La campagna mediatica serba
Si gioca in seno al Consiglio di Sicurezza. Ma non solo. La partita sullo status del Kosovo la si condiziona anche con l'attività di lobbing. Dopo il vantaggio iniziale albanese si assiste ora alla rimonta dei serbi
Di Krenar Gashi a Pritsina e Jeta Xharra a New York - BIRN
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Antonia Pezzani


La partita delle Pubbliche Relazioni per il Kosovo a New York dopo il vantaggio iniziale albanese vede la rimonta dei serbi, che hanno deciso di usare la stessa tattica dei loro avversari

Cerca “Kosovo” in internet, e potresti sentirti un po' confuso. E questo perché se non dopo uno sguardo attento, savekosova.org e savekosovo.org – il primo fondato dal Consiglio statunitense per il Kosova e il secondo dal Consiglio statunitense per il Kosovo – sembrano pressoché identici.

Ma nonostante i layout simili, il contenuto di questi due siti web è completamente diverso. Uno è per l'indipendenza, l'altro appoggia il controllo serbo sul territorio. Per aumentare la confusione, entrambi si servono della stessa argomentazione: la paranoia globale sul terrorismo islamico.

Prova con Wikipedia, la popolare enciclopedia interattiva di internet, e non avrai un grammo di saggezza in più. La pagina sul Kosovo è chiusa dopo che schieramenti di pro-e anti- indipendentisti hanno bombardato il portale web di modifiche.

Il lobbismo è arrivato all'apice mentre le Nazioni Unite valutano il proprio progetto per giungere a una conclusione sullo status finale del paese. Dopo che mesi di negoziazioni a Vienna non hanno fruttato un accordo tra la Serbia e la maggioranza albanese del Kosovo, la spinosa questione di cosa fare della provincia si è spostata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York, e lo stesso è accaduto con i lobbisti.

La battaglia su internet non è solo un ulteriore segno dello sforzo intensificato da parte di entrambe le fazioni di convincere la comunità internazionale della propria causa. È anche un segnale che la Serbia sta sempre più usando le stesse tattiche che da anni usano i rivali albanesi.

Se pure savekosovo e savekosova si rispecchiano, gli albanesi in precedenza erano stati all'avanguardia quando si trattava di fare sentire il proprio messaggio negli Stati Uniti. Ma la Serbia ora sta rimontando e sta sfruttando le debolezze del fronte albanese per esercitare l'influenza dell'ultimo minuto.

Gli albanesi trovano la loro voce

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a New York il 4 aprile per discutere il progetto per lo status finale del Kosovo redatto dall'Inviato speciale delle Nazioni Unite, Martti Ahtisaari, che consigliava l'indipendenza del Kosovo sotto la supervisione internazionale.

Il progetto delle Nazioni Unite è un compromesso tra le richieste più radicali di entrambe le parti. Mentre gli albanesi del Kosovo cercavano l'indipendenza completa e immediata, la Serbia sperava di tenersi stretta il Kosovo almeno fino alla fine di un nuovo round di negoziazioni, con il sostegno della Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Le diplomazie kosovara e serba sono entrambe impegnate a spingere tutti i membri del Consiglio di Sicurezza a condividere la propria visione dello status finale del Kosovo. Ma la consapevolezza del ruolo cruciale degli Stati Uniti in qualsiasi decisione futura significa che entrambi i gruppi hanno riorganizzato i lobbisti per sostenerli a Washington e a New York.

Per quanto riguarda questa tattica, le autorità serbe sono rimaste molto indietro rispetto ai loro rivali albanesi, che l'hanno usata fin dagli anni '80.

Al momento, la lobby serba è mobilitata dal Consiglio statunitense per il Kosovo, ACK, un'associazione che stando al sito web, si “dedica a promuovere una migliore comprensione negli USA della provincia serba del Kosovo a Metohija e della partecipazione essenziale degli Stati Uniti nel futuro della provincia.”

La lobby serba sul Kosovo si mise in moto solo dopo che la lobby albanese aveva già raggiunto forse il suo più grande successo – l'intervento NATO contro la Yugoslavia nel 1999, che portò all'effettiva separazione del Kosovo dalla Serbia, e all'insediamento di un'amministrazione delle Nazioni Unite a Pristina.

Gli albanesi sono diventati lobbisti per assenza. In quanto abitanti marginalizzati di una provincia autonoma serba nell'ex-Yugoslavia, non avevano né ministri del governo né altri organi ufficiali per articolare i propri interessi all'estero.

Privi di tali sbocchi per dar voce ai propri problemi, gli albanesi incominciarono le campagne lobbiste nei paesi stranieri grazie alla massiccia diaspora, ampiamente presente negli Stati Uniti.

La prima organizzazione divenuta lobby per gli interessi albanesi sul Kosovo negli USA fu la Lega civile albanese statunitense, AACL, fondata e guidata da Joseph DioGuardi, ex-membro del congresso statunitense con un background albanese.

Stando al sito ufficiale, AACL è “una lobby registrata di cittadini che rappresenta le preoccupazioni e gli interessi a Washington, DC, del popolo albanese.”

DioGuardi ha sponsorizzato numerose risoluzioni congressuali sul Kosovo e ha organizzato il primo viaggio congressuale in Kosovo nel 1990 con il congressista Tom Lantos, un altro lobbista pro-albanesi.

Questa visita fu importante per gli albanesi del Kosovo e la loro vita politica parallela, allora guidata da Ibrahim Rugova. Fu seguita da altre visite di membri del Senato statunitense insieme a Bob Dole, ampiamente percepite come pro-albanesi.

La casa serba divisa

Il lobbismo alla luce del sole come quello portato avanti da entrambi questi gruppi, era un fenomeno pressoché sconosciuto nell'ex-Yugoslavia. Componente regolare del processo democratico negli Stati Uniti e in altri stati occidentali, non aveva un'equivalente nel fronte socialista.

“Negli Stati Uniti il lobbismo è un'attività legale. Puoi sponsorizzare la campagna elettorale di un politico in modo da poterlo usare per promuovere i tuoi propositi,” ha detto Fron Nahzi dell'East-West Managing Institut, un'organizzazione no profit statunitense che promuove lo stato di diritto, la società civile e il sistema del libero mercato.

Nahzi ha aggiunto che durante gli anni '90, la comunità albanese negli USA colse questa opportunità di iniziare a sponsorizzare diversi politici. Secondo la legge statunitense, nessuna singola persona può donare più di 2,000 $ a un singolo politico, ma gli albanesi kosovari erano ben organizzati. Come spiega Nahzi, distribuirono donazioni per ogni membro delle loro numerose famiglie.

Ma oltre a ciò c'era dell'altro. Stando a Samuel Hoskinson della Jefferson Waterman International, un'agenzia lobbista che sostiene l'indipendenza del Kosovo, “fare un lobbismo di successo significa dire l'informazione giusta alla persona giusta al momento giusto.”

Uno statunitense-albanese che lavora per l'indipendenza, Harry Bajraktari, ha detto a Balkan Insight che una strategia attenta e lungimirante era cruciale per la causa kosovara. Ha spiegato in che modo lui e i suoi colleghi avessero fatto lobby con Bill Clinton e Bob Dole in modo da influenzare l'amministrazione statunitense in toto.

“Sostenemmo Bill Clinton quando ancora era governatore dell'Arkansas,” afferma Bajraktari. “Una volta che furono [Bill Clinton e Bob Dole] nostri amici, parlarono ai propri amici e colleghi della nostra causa kosovara.”

Gli albanesi ebbero il vantaggio dell'unità a sostegno della meta dell'indipendenza. Ai serbi mancava questo vantaggio. Lo stato del regime di Slobodan Milosevic, virtualmente paria, gli impedì di occuparsi di decisioni internazionali sul Kosovo. Allo stesso tempo, profonde divisioni interne emersero nel governo democratico che successe alla caduta di Milosevic nel 2005.

Goran Svilanovic, deputato del partito democratico serbo ed ex-ministro degli Esteri, ha affermato che mentre il governo serbo assumeva un'agenzia lobbista e di Pubbliche Relazioni negli Stati Uniti nel 2001, fronteggiava problemi dovuti a dispute endemiche tra l'ultimo primo ministro della Serbia Zoran Djindjic e l'allora presidente yugoslavo, Vojislav Kostunica.

“Dietro ai lobbisti non c'era il governo, ma singoli leader politici,” ha dichiarato. “Non era chiaro se [l'impresa di PR] fossero lobby nell'interesse della Serbia o nell'interesse di questi politici.”

I serbi rimontano

Nonostante il vantaggio iniziale degli albanesi, per quanto riguarda il ricorso ai lobbisti, i serbi stanno rimontando.

Svilanovic, che ora dirige il Tavolo di lavoro democratizzazione e diritti umani per il Patto di stabilità per il sud-est europeo, afferma che il governo serbo, ora guidato da Kustunica, “ha preso un accordo con una di queste agenzie e questo è positivo, ed ora fanno lobby in nome della Serbia.”

Obrad Kesic, un lobbista serbo-statunitense della compagnia TSM Global Consultant, è d'accordo che la Serbia stia rimontando in questo campo. “Washington è piena di lobbisti kosovari,” ha detto. “Alcuni [sono] per i serbi e alcuni per gli albanesi.”

Kesic fa notare che la lobby serba si sta concentrando su due diversi obbiettivi, servendosi di due agenzie di lobby. Una, assunta dal governo serbo, si dedica strettamente all'amministrazione statunitense e lavora distante dai riflettori mediatici.

“Dall'altro lato, c'è Venerable, un'altra compagnia assunta dai serbi del Kosovo che fa lobby presso alcuni gruppi mirati, come le comunità cristiane, “ ha spiegato Kesic.

James Jatras, della Venerable, afferma che ora la lobby serba ha delle probabilità. “La lobby albanese è stata attiva per un periodo davvero lungo,” ha detto. “Negli Stati Uniti, c'era solo il loro punto di vista. La guerra stessa fu un loro enorme successo.”

Ma Jatras ha affermato che la lobby albanese si è recentemente sopita. “Erano sicuri che avrebbero ottenuto l'indipendenza per la fine del 2006, e questo era quanto,” ha detto.

Florin Kelmendi, uomo d'affari albanese-statunitense che sponsorizza la lobby albanese, ha concesso che ci fosse del vero in questo. “Nel 1999 pensavamo che il nostro lavoro fosse finito e smettemmo di fare lobby” ha detto, incolpando il governo del Kosovo di non sostenere la lobby negli USA.

Gli albanesi appoggiano almeno tre organizzazioni per concentrare il sostegno per indipendenza del Kosovo. Oltre ad AACL, c'è il Consiglio nazionale albanese statunitense, NAAC, e la Nuova alleanza per il Kosovo, fondato dall'uomo d'affari kosovaro Behgiet Pacolli.

La Nuova alleanza di Pacolli ha assunto la Jefferson Waterman International per fare lobby per il Kosovo a Washington.

In ogni caso, in molti credono che la lobby albanese potrebbe essere meglio organizzata. “Gli albanesi fanno singolarmente lobby presso congressisti e senatori,” ha detto Nahzi. “Avendo presente quanti soldi hanno speso, l'impatto fu piuttosto scarso visto che dal Congresso statunitense non è uscito alcun documento concreto in sostegno alle loro idee.”

In ogni caso, Eliot Engel, congressista statunitense, è convinto che i lobbisti kosovari abbiano ottenuto molto. “Molte persone al Congresso non sapevano nemmeno dove fosse il Kosovo,” ha detto. Engel è fiero di essere stato tra i primi ad aver fatto lobby per l'indipendenza del Kosovo, perché, dice, “è corretto, è giusto ed è legittimo.”

Harry Bajraktari afferma che i lobbisti albanesi negli Stati Uniti hanno riempito un gap vitale. “Abbiamo giocato il ruolo di ambasciatori del Kosovo,” ha detto.

Molti lobbisti albanesi ammettono il significativo successo strategico recentemente strappato dalla Serbia, particolarmente nei riguardi della Russia, membro con potere di veto del Consiglio di Sicurezza.

“Il ruolo della Russia nel caso del Kosovo è molto importante e la lobby serba ha influenzato la posizione della Russia, “ ha detto Nahzi.

Gli albanesi adesso incominciano a preoccuparsi per paura che i serbi bissino il successo anche negli Stati Uniti.

“I lobbisti serbi stanno pubblicando inserzioni su giornali che ogni senatore statunitense legge...che dipingono il Kosovo come un covo del fondamentalismo islamico, di stupefacenti e di prostituzione,” ha affermato Yll Bajraktari, dell'Istituto statunitense per la pace, USIP.

“Hanno persino pubblicato un portachiavi ad anello con il ritratto di Bin Laden, che sostengono sia stato fatto in Kosovo.”

È un'interessante svolta nella battaglia per il Kosovo questa tattica. Il fatto che la maggioranza dei kosovari sia musulmana negli USA è cooptata sia dagli schieramenti pro- che da quelli anti-indipendenza.

“Un Kosovo indipendente sarebbe uno stato canaglia...uno stato albanese musulmano dominato dai terroristi,” ha affermato Jatras.
È franco sul fatto di usare la religione come argomento chiave contro l'indipendenza del Kosovo.

“La componente religiosa in Kosovo è in crescita [e] non puoi fare un passo senza sbattere contro l'ennesima moschea finanziata dai sauditi,” ha detto. “Ed è per questo che bisogna evitare l'indipendenza.”

Ma che circa il novanta per cento degli abitanti del Kosovo siano musulmani lo sbandiera pure la lobby a favore dell'indipendenza.

“Gli albanesi del Kosovo sono persone molto laiche. È molto scorretto affermare che solo perché qualcuno è musulmano è un terrorista islamico,” ha affermato Engel, aggiungendo che “un Kosovo indipendente sarà il miglior alleato statunitense in Europa.”

I lobbisti kosovari stanno cercando di convincere gli USA a sostenere l'indipendenza del Kosovo proprio come opportunità di dimostrare che non sono anti-musulmani.

In pianta stabile

A prescindere dall'esito di questa recente strategia, i lobbisti saranno una caratteristica a lungo termine della diplomazia per il Kosovo.

Ivan Vejvoda, direttore del Balkan Trust for Democracy ed ex-consigliere del governo serbo di Zoran Djindjic per la politica estera, ha comunicato che la risoluzione dello stato del Kosovo non sarebbe arrivata nel giro di una notte.

“È un processo questo in corso fin dal 1999 e continuerà anche dopo che sarà approvata una risoluzione delle Nazioni Unite,” ha affermato.

Nell'interesse di una soluzione pacifica della vertenza kosovara, è convinto che il governo serbo debba assumere un atteggiamento molto più fattivo. “Non è mai troppo tardi per entrare in rapporto con la comunità internazionale ma deve essere una presenza continua se vorrà riconosciuti i propri interessi,” ha affermato.

Jatras è d'accordo. Anche se il Kosovo otterrà l'indipendenza, dice, la lobby serba non si arrenderà.

“Stiamo facendo tutto il possibile per assicurarci che [l'indipendenza] non accada,” ha affermato. “Ma anche se le Nazioni Unite accettassero l'indipendenza, avrà ancora più senso continuare con il lobbismo,” ha dichiarato.

Afghanistan: Hanefi accusato di concorso in omicidio, Emergency replica

Rahmatullah Hanefi - foto ©Peacereporter
Rahmatullah Hanefi - foto ©Peacereporter
"L'articolo del 'Corriere della Sera' di oggi lunedì 23 aprile titolato "Il mediatore di Emergency rischia il patibolo" a firma di Fiorenza Sarzanini è soltanto un centone di parole già dette e già note" - afferma un comunicato di Emergency riferendosi al caso Rahmatullah Hanefi, il collaboratore di Emergency detenuto in isolamento da oltre un mese in carceri afgane senza alcuna accusa formale né l’assistenza di un legale. "Non e' altro che l'ufficializzazione dell'accusa molto vaga annunciata giorni fa dall'ambasciatore afghano a Roma" - commentato Vauro, il vignettista che guida la comunicazione di Emergency. "Un'imputazione peraltro grottesca" - ha continuato Vauro - "perche' lo stesso Mastrogiacomo ha visto e raccontato che, nel momento della liberazione e cioe' nel momento in cui era presente Rahmatullah, l'interprete Adjmal Nashkbandi era stato liberato dalle catene e avviato su un altro convoglio". Vauro ha riferito di avere sentito ultimamente Mastrogiacomo, che gli avrebbe "riconfermato i fatti".

L'articolo del Corriere della Sera afferma che "Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che ha negoziato il rilascio di Daniele Mastrogiacomo, adesso è accusato di concorso in omicidio. Secondo i servizi segreti afghani, che lo avevano arrestato per partecipazione al sequestro, sarebbe stato lui a consegnare ai talebani guidati dal mullah Dadullah, Adjmal Nashkbandi, l'interprete sgozzato dai terroristi venti giorni dopo la liberazione dell'inviato di Repubblica. Invece di portarlo in salvo come era stato stabilito, dicono, lo ha lasciato nelle mani della banda che alla fine lo ha ammazzato. «Si tratta di un reato che mette a rischio la sicurezza nazionale — hanno spiegato le autorità di Kabul alla nostra diplomazia — e per il nostro ordinamento in questi casi non è prevista l'assistenza di un legale»".

Secondo Emergency è innanzitutto "sconcertante l’affermazione “di forma” che esista la possibilità di un “procedimento” nel quale non sia prevista l’assistenza legale, tanto più se tale “procedimento” rischia di sfociare in una condanna a morte. Sconcertante vedere questa eventualità presentata come una rassegnata constatazione. In palese contraddizione peraltro con le dichiarazioni dell’Ambasciata afgana in Italia: «… l’Afganistan ha una vera, democratica e avanzata costituzione con adeguata chiarezza delle norme di legge e la protezione dei diritti e dei privilegi di tutti gli individui». In palese contraddizione anche con la Costituzione afgana vigente, la quale formalmente sancisce l’inviolabilità e la non derogabilità per alcun motivo del diritto alla difesa".

Il comunicato di Emergency sottolinea poi che sebbene "non sono citate le fonti della giornalista, il che non consente valutazioni sulla consistenza delle affermazioni riportate", "se queste affermazioni non saranno smentite, risulterà palesemente falso tutto ciò che è detto circa il carattere «democratico» e «legittimo» del governo Karzai, che l’Italia è impegnata a sostenere e difendere in diverse forme, non solo militari: l’Italia è infatti «paese guida» (lead country) nell’ambito della «comunità dei donatori» per la ricostruzione dell’amministrazione della Giustizia".

Infine Emergency si rivolge al governo italiano: "È inconcepibile, di fronte a questo ulteriore elemento di valutazione, che il governo italiano prosegua nel suo sostanziale disinteresse, in considerazione anche del fatto che tutto questo sia relativo a una persona che è accusata per ciò che ha compiuto in attuazione di richieste della presidenza del Consiglio e del ministero degli Esteri. Non ha valore di argomento la ripetuta dichiarazione di esponenti del governo italiano, secondo la quale non sarebbe possibile intervenire in questo caso trattandosi di un cittadino afgano detenuto dalle autorità del suo paese. Erano cittadini afgani detenuti dalle autorità del loro paese anche cinque prigionieri dei quali il governo italiano si è molto attivamente e insistentemente interessato tra il 16 e il 18 marzo, ottenendone la liberazione".

Intanto, i responsabili di Emergency hanno ribadito che chiuderanno gli ospedali e lasceranno definitivamente l'Afghanistan perchè non ci sarebbero più le condizioni di sicurezza. Teresa Strada, presidente di Emergency, ha affermato che "se il governo di Karzai non smentisce le infamie su di noi venute dal responsabile dei servizi segreti e non libera Hanefi, chiuderemo gli ospedali. In questo caso l'Afghanistan perde molto". La smobilitazione dovrebbe avvenire nel giro di due o tre settimane. Per ora - ha proseguito Teresa Strada - ancora stiamo accettando malati ma nei prossimi giorni saremo costretti a rifiutarli e a dismettere i pazienti. Fra l'altro, gli afgani non sono in grado di dare assistenza di alto livello. Nelle prossime settimane prenderemo una decisione".http://www.unimondo.org/

LAGO VITTORIA: ALLARME PER RIFIUTI URBANI E INDUSTRIALI

http://www.misna.org/


I circa 30 milioni di persone che vivono sulle rive del lago Vittoria corrono gravi rischi a causa dei rifiuti urbani e industriali riversati quotidianamente nelle sue acque: lo ha denunciato la direttrice di Un-Habitat, Anna Tibaijuka, sottolineando che “l’urbanizzazione, l’inquinamento e la sovrappopolazione delle città circostanti contribuiscono al suo degrado e alla lenta estinzione”. Avviando la terza fase delle ‘Strategie di gestione urbana’ (Cds) del lago Vittoria, mirate ad aiutare le autorità municipali a realizzare politiche ambientali e di urbanizzazione per il recupero della grande distesa d’acqua, l’esponente dell’ONU ha ricordato che si tratta di “un ecosistema molto fragile” e ha sollecitato la comunità internazionale a venire in soccorso dei paesi interessati. Il Lago Vittoria è il secondo più vasto spazio di acqua dolce africano, condiviso tra Kenya (6%), Tanzania (49%) e Uganda (45%); un terzo della popolazione di questi stati dipende dal lago per la pesca, l’agricoltura nei terreni circostanti e per usi domestici di vario tipo.



Sempre più divisi
Dietrofront degli Stati Uniti per bocca dell'ambasciatore in Iraq: il muro a Baghdad non si farà
"Il popolo di Azamiyah respinge l'ipotesi di trasformare Baghdad in una nuova Zona Verde". Questa la risposta di alcuni degli oltre duemila sunniti che oggi, come nei giorni precedenti, sono scesi in piazza per protestare contro il progetto statunitense di costruire un muro di protezione di cinque chilometri intorno al quartiere sunnita di Azamiyah nella capitale, attorniato da quartieri sciiti.

manifestazione a baghdad contro il muroDietrofront. “Rispetteremo la volontà del popolo e del governo iracheno, anche se il progetto del muro è nato per proteggere la comunità sunnita, non certo per punirla o isolarla”, ha risposto così oggi, nel corso di una conferenza stampa, l'ambasciatore Usa in Iraq Ryan Crocker. Ieri il premier iracheno, Nouri al-Maliki, dal Cairo, ha fatto sapere di aver dato ordine di sospendere i lavori che sono partiti il 10 aprile scorso. Il quartiere Azamiyah, situato sulla sponda orientale del fiume Tigri, dovrebbe essere completamente circondato da un muro. Tutto il perimetro sarebbe rafforzato da check-point gestiti dall'esercito iracheno, che dovrebbe occuparsi dei controlli ai cancelli sulle persone che entrano e che escono in quella che viene considerata una vera e propria enclave sunnita in una zona della capitale a maggioranza sciita. Le forze armate Usa, coadiuvate da quelle irachene,  sono partite di gran lena a lavorare e oggi sono in piedi già alcuni tratti del muro. L'iniziativa si è però scontrata con la rabbia della popolazione locale che ha inteso la misura come una ghettizzazione umiliante. I dimostranti si sono dati appuntamento davanti alla grande moschea Abu Hanifa, nel quartiere  Azamiyah, protestando a gran voce contro la decisione.

mappa di baghdad, con il quartiere sunnita di adhamiyahLa rabbia sunnita. A questo punto il progetto, almeno per il momento, potrebbe fermarsi. E può diventare il simbolo del fallimento del progetto “sicurezza a Baghdad” presentato tempo fa dallo stesso premier Maliki. Il problema principale riguarda le violenze interconfessionali, tra milizie sunnite e sciite, che si confrontano nella capitale irachena e non solo. Il macabro ritrovamento di cadaveri torturati e decapitati in ogni zona di Baghdad è una consuetudine, e il governo iracheno e il comando militare Usa in Iraq non riescono a trovare una soluzione per far cessare le violenze. La risposta poteva essere, secondo i militari, segmentare in compartimenti stagni la capitale, rendendo più difficile spostarsi da un quartiere all'altro. I sunniti, però, non sono d'accordo. “L'iniziativa degli Usa aumenterà le violenze invece che diminuirle”, ha commentato Adnan al-Dulaimi, leader del principale partito sunnita in Parlamento, “hanno detto a noi che il muro serve a proteggerci dagli sciiti, e agli sciiti che il muro serve a proteggerli da noi. Agendo così, non fanno che aumentare le divisioni. Sono loro che, con questo comportamento, hanno generato le violenze settarie. Costruire barriere renderà ancora più difficile riprendere il dialogo. Ma gli statunitensi non lo capiscono”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7828
 
Ch.E

 ritorno dei talebani, colpa della scarsa visione strategica di Karzai
Intervista con Abdullah Abdullah

ALMATY, Kazakhstan, (IPS) - Secondo l’ex ministro degli esteri afgano Abdullah Abdullah il governo del presidente Hamid Karzai avrebbe una “visione strategica difettosa”, che sta contribuendo al deterioramento dello stato di sicurezza in un paese etnicamente diversificato.

In un’intervista rilasciata a Peyman Pejman dell’IPS in occasione dell’incontro annuale di Eurasia Media Forum, Abdullah, che è stato ministro dal 1998 al 2004, ha dichiarato che è stata la scarsa attenzione del governo Karzai nei confronti di diverse province economicamente impoverite a rendere possibile il ritorno dei talebani.

IPS: Quanti progressi ha fatto l’Afghanistan negli ultimi cinque anni?

AA: Il paese potrebbe trovarsi - dovrebbe trovarsi - in uno stato di gran lunga migliore dopo cinque anni. Abbiamo fatto molta strada ma i temi della sicurezza, della governance e dello sviluppo economico sono ancora problemi seri.

IPS: Cosa è andato storto esattamente?

AA: Cosa è andato storto? Mi sembra che noi abbiamo dato piuttosto per scontato il sostegno delle persone e della comunità internazionale, senza preoccuparci abbastanza dei problemi della gente. Siamo andati avanti come se niente fosse.

IPS: Cosa intende per mancanza di una visione strategica?

AA: Mi riferisco a questioni di governance legate alla mancanza di una prospettiva chiara sulla direzione che dovrebbe prendere il paese e su come coinvolgere la popolazione. Il governo non ha attuato nessuna visione strategica. Ci sono molti dubbi sulle operazioni del governo, e la gente non è soddisfatta delle performance e dei programmi.

IPS: Qual è l’elemento mancante?

AA: Manca il coordinamento. Anche tra gli alleati stranieri e i loro partner afgani, il coordinamento è stato inadeguato. Credo che tutti quelli coinvolti, afgani e comunità internazionale, dovrebbero riesaminare la situazione e i progressi fatti, e in base alle lezioni degli ultimi cinque anni definire delle nuove strategie per coinvolgere la popolazione, in tutti i sensi.

IPS: Il governo Karzai avrà fatto anche qualcosa di buono?

AA: Al governo riconosco un merito: di aver portato la popolazione e gli ex signori della guerra ad entrare nel processo politico, invece di fare i conti sul campo di battaglia. Ma anche in questo caso, la partecipazione popolare nel processo è stata scarsa.

IPS: Qual è la grande sfida per l’Afghanistan a questo punto?

AA: Una delle maggiori sfide che il governo Karzai non è riuscito a gestire in modo adeguato è la sicurezza. Negli ultimi mesi, in diverse zone dell’Afghanistan, la sicurezza si è deteriorata, e talebani e al-Qaeda hanno intensificato gli attacchi contro le forze guidate dalla Nato. È ancora un grosso problema che il nucleo della sicurezza del paese (dipenda dalla) presenza di forze straniere, ad eccezione di alcuni poliziotti e soldati afgani addestrati.

IPS: Quanto è seria la minaccia posta dal ritorno dei talebani?

AA: In alcune zone del paese, i talebani hanno il totale controllo dei distretti. Anche se queste regioni sono ancora poche, il semplice fatto che siano tornati i vecchi avversari dovrebbe far scattare un allarme molto più forte.

IPS: Lei, come Karzai, non imputerebbe al Pakistan il ritorno dei talebani?

AA: Molti dei leader si trovano in Pakistan. Diverse fonti hanno riferito che il governo Karzai avrebbe avuto dei contatti segreti con i talebani per portarli dentro il governo e nel processo politico. Ma questi sforzi falliranno tutti a causa della posizione dei talebani su diverse questioni. I talebani, come organizzazione militare e politica, hanno un programma che, per diversi aspetti, è contrario ai principi del sistema democratico e in conflitto con gli articoli della costituzione afgana.ttp://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=902

UE : si parla di pace e diritti umani nel mondo
di osservatoriosullalegalita.org

Pace e diritti umani sono al centro del Consiglio affari generali e relazioni esterne dell'Unione Europea oggi a Lussemburgo al Centro Conferenze Kiem. I Paesi di cui si parla sono infatti - tra gli altri - Sudan, Darfur e Zimbabwe.

Per quanto riguarda le prime due aree del continente africano, la discussione prende le mosse dal rapporto del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite, Eliasson per fare il punto soprattutto sul sostegno dell’Unione Europea al processo negoziale interno. Khartoum ha dato la sua disponibilita' all'ingresso in Darfur di una forza di 17.000 unita' di peacekeeping internazionale, ma permangono seri problemi di sicurezza e difficolta' per il raggiungimento di un'intesa che veda coinvolte tutte le parti in clnflitto.

In relazione allo Zimbabwe le misure valutate, che vanno in due direzioni complementari, sono due. Da una parte la possibilità di aggiornare il bando sui visti, anche alla luce di alcuni episodi di attacco all’opposizione avvenuti in marzo, dall’altra, la manifestazione dell’appoggio ai governi tanzaniano e sudafricano per il tentativo di mediazione che stanno compiendo e per promuovere un’eventuale normalizzazione, ove ve ne fossero le condizioni, dei rapporti tra Unione Europea e Zimbabwe.

Infine, per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente, vengono passati in rassegna gli ultimi sviluppi del processo di pace, anche alla luce del vertice della Lega Araba di Riad, nonché del dialogo tra il presidente dell'ANP Abu Mazen e il premier israeliano Ehud Olmert.

Altro punto affrontato nel corso dei colloqui quello della moratoria sulla pena di morte. Affinché dal Consiglio Affari Generali giunga un segnale forte e positivo sull’impegno dell’Unione Europea in questo settore, che per l’Italia appare cruciale e strategico, il Ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, riproporrà ai partner la necessità e l’urgenza di procedere di comune intesa a rilanciare l’iniziativa nell’ambito di questa Assemblea Generale. Su questo punto il Cancelliere tedesco Angela Merkel, presidente pro tempore dell'UE, aveva assicurato al governo italiano l’impegno tedesco a lavorare insieme all’Italia perché possa emergere un consenso europeo.



aprile 23 2007

Leadership, una squadra in campo
Ninni Andriolo
l' Unità


Anna Finocchiaro, Veltroni e, ieri, anche Fassino. Tra venerdì e domenica tre dei leader Ds maggiormente accreditati per la leadership del futuro Partito democratico hanno visitato il Congresso della Margherita, tra gli applausi dei compagni di strada che hanno accelerato la marcia verso la meta dell’Assemblea costituente.
E anche Rutelli e Franceschini, che potrebbero aspirare alla guida dell’Ulivo, hanno incassato alle assise della Quercia la loro buona dose di consensi. Il futuro leader del Pd, dovrà ottenere il placet di ex Dl ed ex Ds. Ma gli scambi reciproci di cortesie che si contano oggi, non basteranno a consacrarlo anche domani.
CON LE PRIMARIE infatti, entreranno in campo i senza partito, quel popolo dell’Ulivo del quale Prodi continua a considerarsi leader, custode e garante. Già, ma come immagina il Professore il percorso dei prossimi mesi e dei prossimi anni? E come
intende affrontare il problema della futura leadership? Ieri, ricordando un week-end bolognese di 12 anni fa, il premier ha spiegato, su Repubblica, che nel ‘95 c’era chi lo avvertiva che «attorno alla Quercia sarebbero nati solo cespugli». E che anche lui, quindi, sarebbe caduto nella trappola dei post comunisti. Accanto «alla quercia» - invece - «venne piantato un robusto e frondoso ulivo», rammenta con orgoglio il Professore.
Una frase gettata lì, senza badare troppo a chi potrebbe leggervi un non detto poco rispettoso dei sentimenti del popolo diessino che, con occhi lucidi e determinazione politica, mette le proprie forze a disposizione di una casa più grande da costruire, quella del Partito democratico. Un sottinteso del tipo “la quercia oggi non c’è più, l’ulivo rimane”, quindi, quello con il quale Prodi si dà ragione, 12 anni dopo.
Quell’Ulivo, infatti, è tornato a dar frutti e oggi può trasformarsi da alleanza elettorale in Partito democratico. Grazie alla «generosità di Fassino», dà atto il ministro della Difesa, Arturo Parisi, ospite - ieri - della trasmissione di Raitre, “in mezz’ora”, di Lucia Annunziata.
Prodi si gioverà di una squadra formata da Fassino e da altri esponenti Ds, Dl e di realtà uliviste, per portare avanti il processo costituente, nei prossimi mesi?
L’interrogativo è d’obbligo visto che il Professore ha ribadito che farà valere a pieno la sua leadership nell’Ulivo e che, contemporaneamente, intende governare per rinnovare a fondo il Paese. L’ipotesi di un comitato nazionale per il Pd, presieduto da Prodi - e avanzata, anche al congresso Ds, da Fassino - non scioglie l’interrogativo su chi si occuperà materialmente dello stato di avanzamento del cantiere del Partito democratico.
«Il Pd ha avuto una lunghissima incubazione - spiegava Eugenio Scalfari, su Repubblica di ieri - non gli si può infliggere una gestazione ulteriore, sotto la campana di vetro di Romano Prodi. A lui spetta di governare il Paese, al Partito democratico di scegliere il suo “reggente” in attesa che, alle prossime elezioni politiche, gli schieramenti si confrontino di fronte al corpo elettorale». Un reggente, quindi che guidi una squadra e che affianchi Prodi. Progetto coincidente con quello del Professore? Anche ieri il premier ha spiegato che considera conclusa la sua missione «con la fine della legislatura» e che, a quel punto, passerà la mano a nuovi leader.
Nel frattempo? Già da subito potrebbe scendere in campo una struttura che regga le fila organizzative del processo costituente. Una squadra che supporti organizzativamente il comitato nazionale per la costituente.
I “i parisiani”, però, temono che - anche in questo modo - si possa perpetuare il ruolo delle leadership degli attuali partiti. Dei quali vorrebbero fare “tabula rasa”, per liberare energie e renderle disponibili per il processo costituente, al netto delle esperienze politiche del passato.
E Arturo Parisi - il ministro della Difesa che, anche ieri, ha rivendicato la lunga amicizia politica con Prodi - inquadrato dalle telecamere del Tgtre , ha disegnato la road map dei prossimi mesi. Spiegando che per adesso Romano Prodi è il «capo politico», e non solo formale, del Partito democratico. Che nel 2008 potrebbe correre per nuove primarie «qualora rinnovasse la sua disponibilità a guidare il governo del paese per un'altra legislatura». Che, in ogni caso, il premier è il «fondatore», «il riferimento» e «il capo politico» di questa fase del Partito democratico.
Come conciliare la leadership del processo costituente e gli impegni di governo? «Prodi prenderà la sua agenda, definirà i termini delle sue disponibilità e, in relazione alla quantità di risorse che si vuole investire, si attribuiranno dei compiti più o meno rilevanti a una figura di coordinatore», ha risposto Parisi. E di squadra, ieri, ha parlato anche Francesco Rutelli, concludendo il congresso della Margherita. «Verrà il momento della sfida per la leadership del Partito democratico - ha spiegato il vice premier -. Ma non vivremo in attesa di quella sfida. Dobbiamo sapere, io, Dario, come Massimo, Piero e gli altri, che da questo momento lavoreremo insieme e non ci divideremo intorno a questa prospettiva».


Un evento forte che ha già cambiato la politica
Stefano Menichini
Europa quotidiano


Niente male, signori, queste prime quarantott’ore di vita del Partito democratico. Freddo? Leggero? Burocratico? Oligarchico? Marginale? Trovate qualcos’altro, voi che siete critici o che volete sempre qualcosa di più. Perché tra Firenze e Roma s’è consumato un enorme fatto politico e umano. Dovrebbe averlo capito chi ha affollato i congressi di Ds e Margherita, sicuramente l’hanno capito gli avversari del centrodestra, se ne accorgeranno coloro che nel centrosinistra e tra gli opinion makershanno sempre trattato con sufficienza questa vicenda.
Può darsi che non fossero così le premesse. Anzi, è sicuro. Ds e Margherita, per essere i due principali partiti di governo, si erano presentati piuttosto malconci all’appuntamento. Di nuovo tormentati su di sé e sulle proprie ambizioni frustrate sotto la Quercia, colpiti nell’intimo da una rottura interna poco motivata. Risucchiati i diellini da vizi antichi e inquietudini recenti, tra la conta di tessere improbabili e le critiche politiche alla conduzione rutelliana.
E come finisce? Limitandosi fino ad adesso a Firenze, è finita ballando, tra lacrime di gioia e gli occhi di tutta l’Italia politica addosso.
Piero Fassino ha chiuso l’ultimo congresso della storia postcomunista con uno slancio che tre giorni fa non aveva avuto, rimettendosi al passo con Rutelli, Veltroni e D’Alema. L’allontanamento di una porzione della sinistra è stato molto ridimensionato nei numeri, ma già nel dolore del commiato di Mussi c’è un primo dato, una prima smentita: il Partito democratico nasce caldo, emozionato, con un gesto sofferto.
La platea del Forum Mandela ha dovuto attingere a ogni argomento della ragion politica, per contrastare l’istinto antico ad anteporre l’unità a tutto. Non gli è stato agevole, sciogliersi nel Partito democratico: vuol dire che è una cosa seria.
D’altronde, se solo ci si ferma un attimo a ri- flettere, al suo primo passo il Pd ha già avuto un impatto potente sul sistema politico. Il presidente del consiglio, leader del centrosinistra da dodici anni, ha annunciato che lascerà la mano. Pare poco? Nel centrodestra se lo sognano, un passaggio di consegne così dichiarato. Prodi l’aveva già detto? Sì, ma ripeterlo nella giornata in cui Rutelli rialza la testa, Veltroni scende dal Campidoglio e D’Alema ritorna dalemiano, fa tutt’altro effetto. Non suscita emozioni, suscita conseguenze politiche. E, a proposito di centrodestra: in questi giorni non sono forse stati Berlusconi e Fini i primi testimonial di un cambio di clima politico? Non nella direzione dell’inciucio che tanto angusta i girotondini, ma perché il Partito democratico torna a essere la locomotiva di trasformazioni che riguardano anche loro.
Quanto alla leggerezza. Il dibattito fra Firenze e Roma è stato ricco, non banale. Ieri a Cinecittà Rosy Bindi ha proposto la versione fin qui più rotonda e convincente del ruolo che i cattolici vogliono giocare nel partito nuovo. La sua è un’impostazione che sicuramente anche la sinistra può accogliere in pieno.
Del tema, com’è noto potenzialmente divisivo, ha parlato con grande orgoglio Fioroni, oggi toccherà a Marini e a Franceschini: piaccia o no, la linea teodem in senso proprio è stata battuta, il confronto s’è trasferito sulla sostanza delle politiche per la famiglia.
E siccome discussioni e polemiche non vertevano su astrattezze teologiche, ma su scelte precise, come si farà a dire che il Partito democratico non prende di petto i nodi più sostanziosi – “pesanti” – dell’agenda? Anzi, che è l’unico in grado di affrontarli per scioglierli? Il Pd nasce oligarchico? Arturo Parisi ieri non ha ritirato neanche uno dei suoi noti dubbi, ma non s’è attardato su lamentazioni iperuliviste: per lui si apre ora il terzo tempo della battaglia, quello finalizzato al bipartitismo e all’elezione diretta del premier, e il Partito democratico è lo strumento da utilizzare. Oggi si richiude la Margherita, sbocciata cinque anni fa. La vita dei fiori è breve. Ma le spore viaggiano a migliaia, il vento democratico è forte. C’è già un’altra inseminazione in corso.


NERAZZURRO TENEBRA

di Alessandro Gilioli Moratti-Tronchetti Provera.jpg

Questa intervista è stata pubblicata sull'Espresso col titolo Pasticca Nerazzurra. Alla sua pubblicazione Giacinto Facchetti era ancora in vita (g.d.m.)

Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. «Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto», dice Ferruccio.

A che cosa si riferisce, Mazzola?

«Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter».

Cosa c'era in quelle pasticche?

«Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro...».

Suo fratello?

«Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...».

A chi si riferisce?

«Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione...».
terzo.jpg
A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.

«Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia [Il terzo incomodo], che ha portato al processo di Roma».

Perché?

«Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità».

Ma lei di Facchetti non era amico?

«Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti».

Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?

«Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere...».

Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?
facc-mazz.gif
«Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti...».

De Sisti smentisce di essersi dopato.

«"Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...».

E alla Lazio?

«Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno».

Altre squadre?

«Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Giuliano Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?».

Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...

«Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio».

Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...

«Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così».

E oggi secondo lei il doping c'è ancora?

«Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini...».

I ragazzini?

«Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto».http://www.carmillaonline.com/archives/2007/04/002213.html


“E se mettessimo le regole ai blog?”

Alessandro Lanni


Ci vuole un codice deontologico per i blog? La questione è stata posta qualche settimana fa da Tim O’Reilly, uno dei grandi protagonisti della nuova stagione di internet, il cosiddetto web 2.0, espressione che ha inventato lui e che in sintesi vuol dire che i contenuti per la rete li producono i lettori da sé. L'idea di un controllo della blogosfera e dei suoi contenuti, sebbene in modi tutti da stabilire, ha scatenato una ridda di reazioni (dai ferocemente critici ai possibilisti, pure in Italia, qui una raccolta ) tanto che lo stesso O’Reilly ha sentito la necessità di spiegare meglio la sua idea. “Credo – spiega in un'intervista concessa a Wired (versione on line) – che il mio invito a un codice di condotta sia stato leggermente frainteso. Molti siti hanno già dei termini di servizio che assomigliano a quanto da me proposto. E io ho solo detto ‘proviamo a immaginare come sarebbe’, di modo che chi volesse avere un qualcosa del genere non dovesse pensarlo tutto da sé”. Secondo l'editore molti blogger sono troppo tolleranti con i comportamenti violenti manifestati nei loro diari telematici. Molto spesso una discussione prende fuoco, flame è il termine tecnico per questa degenerazione. Con la giustificazione che il padrone del blog non è responsabile di quello che scrivono i commentatori si accetta un po' di tutto: minacce, insulti ecc. O’Reilly auspica un sistema che permetta di scegliere quali post di commento leggere e quali pubblicare. Eppure, al tempo stesso si difende dalle cattive interpretazioni della sua proposta. “La gente la ha interpretata come una sorta di sistema di etichettatura o roba del genere. Non è quello che suggerivo io, niente affatto. Io suggerivo un set modulare, di modo che si potesse dire su un blog ‘Io non ammetto questo e questo tipo di comportamento’. Un sacco di gente lo fa già, quindi ecco che è proprio il caso di dire molto rumore per nulla”.

Sul NYTimes, il manifesto verde di Thomas Friedman
Cosa può fungere da nuovo motore che gli Usa dopo la tragedia dell'11/9, dopo le fratture provocate in casa e all'estero dalla presidenza Bush? La risposta la offre Thomas Friedman sul magazine domenicale del New York Times. La risposta è: il verde. E l'autore del best seller Il mondo è piatto vuole modificare il senso e la percezione che quel termine ha nell'opinione pubblica americana. “Credo - scrive Friedman nel suo lungo e articolato intervento - che vivere, lavorare, progettare l'America in un modo verde può essere la base per un nuovo movimento politico per il XXI secolo. Un'ideologia verde più larga e muscolare in grado non solo di superare l'agenda repubblicana e democratica ma piuttosto collegarle quando si tratta di affrontare le tre questioni chiave che ogni americano ha presente oggi: lavoro, temperatura e terrorismo”. Una nuova ideologia che sia in grado, sostiene Friedman, di mettere d'accordo tutti: liberali e conservatori, evangelici e atei, il grande business e gli ambientalisti. E afferma: “Non abbiamo bisogno solo del primo presidente nero ma del primo presidente verde”.

 

caffeeuropa.it


Al ballottaggio, Ségo può sperare


La chiave per interpretare i risultati elettorali di ieri - netto successo della coppia di “cari nemici” composta da Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal, che si sfideranno il 6 maggio al secondo turno delle presidenziali - sta nell’affluenza alle urne. Affluenza elevatissima (intorno all’85 per cento) mentre in occasione della precedente consultazione elettorale di questo tipo, il 21 aprile 2002, solo il 72 per cento degli aventi diritto scelse di recarsi ai seggi. Al tempo stesso il corpo elettorale francese è sensibilmente aumentato (da 41,2 a 44,5 milioni di persone) visto che molti cittadini hanno accettato di iscriversi alle liste elettorali (operazione che Oltralpe deve essere compiuta direttamente dagli interessati). Dunque il primo dato caratterizzante delle elezioni di ieri sta in una forte mobilitazione dell’opinione pubblica a favore del voto, che si spiega con la “lezione” di cinque anni fa, quando l’estremista di destra Jean-Marie Le Pen riusci’ a superare il socialista Lionel Jospin, allora primo ministro uscente, e a qualificarsi per il ballottaggio finale (in cui venne ampiamente sconfitto da Jacques Chirac).
E Rutelli esulta per sé e per Bayrou
Nel pomeriggio di ieri gli assolati viali di Cinecittà non si erano ancora svuotati dei delegati al congresso della Margherita che l’attenzione di Francesco Rutelli era già a caccia dei primi dati attendibili sulle presidenziali francesi. Rieletto presidente dei Dl per alzata di mano (con un solo no e con la polemica astensione dal voto di Arturo Parisi e dei suoi), il vicepremier era ansioso di sommare alla soddisfazione per un congresso condotto in porto senza strappi evidenti, seppure a costo di sfibranti trattative tra le varie correnti nella notte tra sabato e domenica, la buona performance del candidato centrista. Il quale, già dai primi polls pomeridiani, risultava sì escluso dal ballottaggio, ma premiato dalle urne abbastanza da potersi presentare al secondo turno come il vero ago della bilancia tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal.
Chi ha parlato con Rutelli lo descrive raggiante «per i voti triplicati di Bayrou» nell’arco di un quinquennio, ma anche consapevole dell’insidia per una scelta, quella che toccherà al leader centrista se nella notte saranno confermati i primi dati, potenzialmente foriera del primo grande imbarazzo per il nascendo Partito democratico. Tifare Bayrou al primo turno, scelta che è già valsa polemiche dentro il Pd, poteva ancora essere spiegato con le suggestione da third way che l’ex sindaco di Roma vuol importare nel nuovo partito, ma trovare una posizionamento rispetto all’eventuale sostegno del leader dell’Udf a Sarkozy è ben altra storia. Anche se, si commentava ieri tra i Dl, è possibile che la soluzione con cui confrontarsi sia la libertà di voto suggerita da Bayoru ai propri elettori.
 http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=86136

Francia - Le difficolta' di Ségolène Royal



Marie De Le Duc
QuadrantEuropa


Difficile per una donna lottare per il potere in Francia. Questo il messaggio della candidata socialista. Per il secondo turno servira' pero' piu' capacita' di scelta. Anche se questo significhera' scontentare piu' di uno.




Nelle ultime fasi della campagna elettorale per la presidenza francese Ségolène Royal deve aver capito cosa significa per una donna lottare per il potere. Disegnata nei costumi classici francesi è stata presa in giro in quanto severa “madre della nazione”. Altre volte, da figlia di un militare di alto livello, le caricature la dipingevano come la persona che avrebbe dato il “giusto ordine” alla Francia.

Solitudine ed errori

Importanti compagni di partito, che già durante la lotta interna al Partito socialista francese nell’autunno 2006 avevano espresso seri dubbi sulle sue competenze, nei momenti decisivi di questa campagna elettorale hanno mantenuto il silenzio senza prendersi troppe responsabilità. Forse c'e' gia' il malizioso retro pensiero che se Ségolène domenica 22 aprile non raggiungerà l’obiettivo minimo, passare al secondo turno, sarà solo lei a subire la sconfitta.

Non tutte le critiche che vengono fatte a questa donna cinquantatreenne sono pero' senza fondamento. Ségolène Royal è quella che si può definire una persona cocciuta nel senso vero e proprio del termine. Come una cometa del panorama politico francese va avanti per la sua strada sorprendendo amici ed avversari con idee sempre nuove.

Per un momento ha portato avanti il progetto di un contratto di lavoro sovvenzionato dallo Stato per chi e' in cerca del primo impiego. Per combattere la disoccupazione delle generazioni più giovani. Non dando pero' nessun dettaglio però su come realizzare l'idea, corre il pericolo di alienarsi le simpatie delle generazioni tra i 18 e i 35 anni, i royalisti più fedeli.

Un anno fa, quando il primo ministro conservatore Domenique de Villepin aveva cercato di imporre con la forza un contratto simile a quello pubblicizzato ora dal candidato socialista alla presidenza della repubblica francese, manifestazioni di massa di studenti e sindacati avevano costretto il capo del governo di Parigi a fare marcia indietro.

Anche i lapsus e le stecche sulle questioni di politica internazionale prese all’inizio della campagna elettorale hanno svolto un ruolo destabilizzante per Ségolène Royal dato che gran parte della stampa ci ha inzuppato il pane con gioia.

Una “madonna dei sondaggi” per accontentare tutti

Proprio Ségolène, la “madonna dei sondaggi” che aveva battuto ogni record di popolarità ha dovuto fare l’esperienza di come gli stessi media che in un primo momento l’avevano spinta in alto, ora si rivoltavano perfidamente contro di lei.

Malignità la candidata socialista ne ha raccolte anche per i suoi appelli tricolori. Ségolène ha invitato tutti i francesi ad appendere la bandiera francese alla finestra il giorno della festa nazionale del 14 luglio. L’orgoglio di appartenere alla “grande nazione”deve essere esibito senza vergogna seconda la socialista. Gli stessi socialisti aprono ora con la Marsigliese le loro manifestazioni della campagna elettorale.

Forse si tratta solo di trovate mediatiche, ma le risposte date alle questioni espresse dai compagni socialisti e dai cittadini francesi ai raduni elettorali e alle assemblee di partito, sono risultate più irritanti.

Royal sembra pronta ad esaudire i desideri di tutti. Una fatina buona per la Francia? Una fatina che invece di convincere suscita però scetticismo. Il credo di Ségolène Royal in fondo è semplice: lo Stato deve contribuire a risolvere le difficoltà dei cittadini.

Questo atteggiamento, la sua “compassione”, distingue Ségolène da tutti gli altri candidati. I suoi discorsi risultano spesso rigidi, i suoi gesti completamente studiati annoiano, cosi come annoia il monotono cadenzare delle frasi con le quali lei rappresenta la sua visione della Francia del futuro.

Liberare le emozioni contro il machismo francese

La musica cambia però quando Ségolène si dedica al destino dei singoli, quando cita esempi e lascia trapelare le emozioni. Allora i suoi sostenitori fanno esplodere il loro entusiasmo. In questi casi la sua candidatura diventa una “missione” nella quale la candidata socialista è pronta ad accettare anche il paragone con Giovanna d’Arco, l’eroina nazionale che nel passato ha salvato la Francia.

Unificare e conciliare il paese. Eliminare la miseria degli emarginati. Erano questi gli slogan della campagna elettorale di Ségolène.

La sua tenacia non ha certo bisogno di prove ulteriori. Una pacatezza stupefacente di fronte agli attacchi più duri dei media avversari, le viene riconosciuta anche dai suoi critici più feroci, che però le rimproverano di non fissare chiaramente le sue priorità politiche per lasciarsi le mani libere e soddisfare i cahiers des doleances di tutti.

Quando le viene ricordato che tutti coloro che nel passato hanno lavorato con lei ora l’hanno abbandonata lei, sorridente e spesso anche ironica, gioca senza timori la “carta femminile”. Se si tratta di affidare il potere alle donne, questo il messaggio finale di Ségolène, la Francia è ancora un paese fondamentalmente macho.


Ombre nere sulla Russia
Nicola Melloni
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11340.html
Lo scorso weekend di repressione a Mosca e San Pietroburgo ha fatto tornare in mente i tempi cupi del breznevismo. Manifestazioni di protesta, botte da orbi della polizia, arresti di massa. Ne ha fatto le spese, tra gli altri, l'ex campione di scacchi Kasparov, che guida una Ong contraria al governo di Putin.
La risposta delle autorità tradisce una crescente arroganza, destinata ad accrescersi nei mesi futuri, in vista degli appuntamente elettorali di fine anno. Putin, come ha sostenuto il ministro D'Alema, è un leader democraticamente eletto, su questo non c'è dubbio, e la sua popolarità rimane sempre alle stelle. Quello però che D'Alema si è scordato di aggiungere è che Putin governa in maniera non democratica. Bastona gli oppositori e impedisce, con mezzucci burocratici, la presentazione di liste di opposizione alle elezioni. Insomma, pur con mezzi più morbidi, Putin si sta presentando come il Pinochet russo, ormai da quasi un decennio invocato come salvatore della patria. E non è escluso che lo possa diventare ancor più nei fatti nei prossimi mesi, dovesse decidere di ricandidarsi nonostante l'esplicito divieto della costituzione. Il golpe bianco è dietro l'angolo e gli oppositori sono avvisati.

D'altronde, ai russi non interessano le credenziali democratiche. Sono forse geneticamente autoritari, come si sostene da più parti? In realtà, ad inizio anni '90, i cosidetti liberali hanno spiegato ai russi che la democrazia ed il mercato erano due faccie della stessa medaglia, e che grazie alle sorti gloriose e progressive del capitalismo la Russia sarebbe diventata come gli Stati Uniti. Le riforme economiche di questi finti democratici, però, hanno distrutto il paese, ed il rigetto dei russi per il mercato si è evoluto verso una evidente antipatia per il termine democrazia, associata a corruzione e potere oligarchico. Senza dimenticare, che il democratico Eltsin, nel 1993 bombardò il parlamento, salutato come eroe della democrazia da quegli stessi politici e giornalisti che ora, giustamente, accusano Putin.


Di certo l'opposizione di Kasparov non rappresenta un problema. Lo scacchista ha tentato di riproporre lo schema tipico delle rivoluzioni degli ultimi anni, dalla Serbia, alla Georgia, all'Ucraina. Una Ong che fa da cappello a tutte le opposizioni per scatenare una rivoluzione di piazza. Rimane di dubbio gusto che sia una organizzazione non governativa e non un partito a organizzare l'opposizione. Altrettanto sgradevole è che questi tipi di organizzazione siano finanziate dagli Stati Uniti, in parte dando indirettamente ragione al governo russo che ha impedito per legge il finanziamento delle Ong dall'estero. Dubbiosa, infine, la compagnia che si è scelto Kasparov. Gli aderenti al suo blocco di opposizione va dall'ex premier Kasianov, meglio noto come "Misha 5 per cento", con chiaro riferimento alla mazzetta che si intascava in tutte le operazioni in cui era coinvolto, a Eduard Limonov, incandescente scrittore a capo di un movimento nazional-bolscevico, in realtà una fazione chiaramente fascista. I manifestanti presenti ai due appuntamenti raggiungevano a mala pena le poche migliaia di unità.


Cosa per altro sottolineata da Berlusconi, che si sa, di repressione della piazza è un esperto. La democrazia, per lui, si fa soprattutto con i sondaggi, le opposizioni si possono, anzi si debbono, bastonare. Ed i politici sono eletti dal popolo e solo al popolo rispondono. Concetti cari a Putin, già pronto a rivolgersi direttamente al popolo per mantenersi al potere. Una democrazia post-moderna con un retrogusto di vecchio fascismo.


I contadini non sono più soli
I movimenti senza terra e urbani si sono mobilitati dal Brasile all'Argentina, passando per il Cile
scritto per noi da
Serena Corsi
 
Campana di Greenpeace contro la soia transgenicaMentre i Sem Terra brasiliani, uniti ai movimenti urbani dei Sem Teto (senza tetto) si mobilitavano invadendo le strade della capitale Brasilia e strappando nuove terre al latifondo, anche nel resto del Cono Sud i movimenti rurali hanno fatto sentire la proprio voce in occasione della settimana della lotta contadina, culminata nel giorno 17 aprile , anniversario del massacro di Sem terra avvenuto a Eldorado dos Carajas, Parà, nel 1996.
Ma se in Brasile il fulcro della resistenza contadina è e sarà sempre di più la sfida degli agrocombustibili – come dimostra il calore con cui se n'è parlato nel vertice fra i presidenti Sudamericani che si è tenuto in Venezuela proprio il 17 aprile – altrove, soprattutto, in Cile e Argentina , è piuttosto il problema della soia transgenica a tenere impegnati i movimenti rurali.
 
Coltivazioni di soiaCono sud. In Argentina la soia è arrivata a coprire l’85 percento della terra coltivata. Il che fra l’altro ha generato un notevole incremento dei prezzi al consumo di moltissimi beni di prima necessità, tutti derivati del grano e del cotone: l’Argentina, l’ex “granaio del mondo”, rischia di dover cominciare a importare grano in un futuro non molto lontano. Per fortuna, qualcuno ha riportato l’attenzione pubblica sul principio della sovranità alimentare: il Mocase, il Movimento Campesino di Santiago del Estero, nato nel 1990. L’attività del Mocase è coordinata a quella dei movimenti rurali del resto del centro nord , come quelli di Cordoba, Mendoza e Misiones; quest’ultima provincia, al confine col Brasile, organizza congiuntamente ai Sem terra brasiliani numerose azioni contro le “pasteras” (fabbriche di cellulosa ultra-inquinanti) disseminate in tutta la zona.  
In Cile la questione della soia è entrata prepotentemente nel dibattito pubblico solo nelle ultime settimane. Il 26 marzo la impresa Monsanto e il ministero dell’Agricoltura Cileno hanno annunciato che il Cile è stato scelto per seminare 20 mila ettari di soia, e che Monsanto è intenzionata a crearvi un mercato di mais transgenico. Monsanto è la più grande produttrice di semi transgenici al mondo , fra cui quelli detti “terminator”, perchè generano frutti senza semi, costringendo i contadini a riacquistarli semina dopo semina. Lo Stato cileno, abbinando la mancanza di controllo statale alla difesa degli interessi della multinazionale, rifiuta di informare ecologisti e addetti al settore su quali sono le zone che interessano a Monsanto, e il movimento studentesco cileno, che ha fatto parlare di sé negli ultimi mesi e che sta decisamente scaldando l’autunno australe, ha annunciato che su questa questione farà fronte comune con i movimenti contadini della Confederazione Indigena .
 
Madri di plaza de mayoNon più soli. Questa è la grossa novità che segna l’undicesimo anniversario del massacro di Eldorado: i contadini non sono più soli. La questione agraria è più che mai all’ordine del giorno anche dei movimenti metropolitani, in Cile come in Brasile e in Argentina: basti pensare che a Buenos Aires le capofila della mobilitazione sono state nientemeno che le Madres de Plaza de Mayo.
Così, mentre i presidenti riuniti su un’isola del Caribe si spartivano la torta dell’etanolo , i movimenti, saldamente sulla terraferma, hanno intuito un’altra cosa: che un’ alleanza trasversale sulla questione della terra è indispensabile per scuotere alle fondamenta il sistema del latifondo, quello su cui si fondano i poteri sudamericani da cinquecento anni.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=7819

TUTTI AL VOTO! PROVE TECNICHE DI DEMOCRAZIA

http://www.misna.org/


C’è tutto: 10.000 ufficiali elettorali distribuiti nei seggi di 47 circoscrizioni elettorali in tutto il paese, le schede con i simboli dei partiti su cui apporranno la loro preferenza i 400.000 aventi diritto e persino gli osservatori elettorali dalle Nazioni Unite e dall’India. Ma quelle che si stanno svolgendo in queste ore in Bhutan, l’ultima monarchia assoluta dell’Asia, non sono vere elezioni ma una sorta di ‘prova generale’ per rendere familiare alla popolazione le pratiche della democrazia elettorale. Lo scorso dicembre il ventiseienne Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, è diventato il quinto Druk Gyalpo (Re del dragone) della piccola nazione incastonata nella catena himalayana, dopo che suo padre Jigme Singye Wangchuck ha rinunciato al trono dopo quasi trent’anni e dopo avere delegato gran parte dei poteri esecutivi a un consiglio dei ministri. Ora, il compito che resta al giovane sovrano è di accompagnare la nazione nel passaggio definitivo verso la democrazia con le ‘vere’ elezioni legislative a suffragio universale, in agenda per il 2008, per dar vita al primo parlamento nella storia della nazionale, composto da due camere con 75 deputati e 25 senatori. Non stupisce però che, in un paese dove il tempo sembra essersi fermato, si sia deciso di avvicinasi ai grandi cambiamenti per gradi. I cittadini oggi voteranno tra quattro finti partiti designati da un colore - blu, rosso, verde e giallo- con unico emblema il ‘dragone tonante’, simbolo del Bhutan. I due ‘partiti’ che otterranno più voti al primo turno passeranno la ballottaggio che si disputerà a maggio, in cui i candidati saranno tutti studenti delle scuole superiori. Ci voleva la leggerezza buddista per prendere alla lettera la definizione di ‘gioco della democrazia’.



 
Elezioni Presidenziali in Francia: è Sarkozy - Royal, con Bayrou ago della bilancia





Tutti i dati stanno confermando la netta vittoria di Nicolas Sarkozy e Segolene Royal che passano al secondo turno, ma non bisogna passare sotto silenzio la grande affermazione di Bayrou. Il candidato dell'UDF riconquista con il suo 18-19% un posto nello scenario politico francese per il centro, e diventa ora, con i suoi fedeli elettori, il kingmaker di queste elezioni presidenziali.

Lo ha affermato egli stesso nella prima dichiarazione ufficiale e non si è espresso sulla sua scelta di campo lasciando essa ai prossimi giorni quando più chiare saranno le possibiltà di far pesare un quasi 20% importante. http://vistidalontano.blogosfere.it/2007/04/elezioni-presidenziali-in-francia-e-sarkozy-royal-con-bayrou-ago-della-bilancia.html

Megastipendi manager : USA e Svizzera ci danno un taglio . E l'Italia ?
di Giulia Alliani

Marco Travaglio, nella sua rubrica all'interno della trasmissione Anno Zero, notava, giovedi' scorso, in una lettera immaginaria indirizzata al presidente di Confindustria, Montezemolo, che "se il mercato ha un senso, chi ottiene risultati dovrebbe guadagnare molto e chi va male dovrebbe guadagnare poco, o farsi da parte".

Travaglio non riusciva proprio a spiegarsi "perche' il manager piu' pagato d'Italia e' Carlo Buora della Telecom, con 18.860 milioni di euro nel 2006 tra stipendio e liquidazione Pirelli, visto come va la Telecom" ne' "Perche' Tronchetti Provera guadagna 7.144, addirittura piu' di Marchionne che ha risanato la Fiat" o "Perche' Cimoli, che ha cosi' ben ridotto l'Alitalia, guadagna 12 mila euro al giorno, lo stipendio annuo di un operaio".

Negli Stati Uniti si sta cercando il modo di dare una risposta a queste domande: la Camera dei Rappresentanti ha infatti approvato venerdi' una legge (1) che prevede che agli azionisti di una societa' quotata in Borsa venga data la possibilita' di esprimere un voto non vincolante sui compensi da attribuire agli executives. La legge dovrebbe servire da freno, visto che, negli ultimi 15 anni, i compensi dei massimi dirigenti citati dalla rivista Fortune sono aumentati dalle iniziali 140 volte lo stipendio di un impiegato di livello medio, alle attuali 500 volte.

La maggior parte dei rappresentanti Repubblicani e la Casa Bianca sono contrari alla nuova legge, e sostengono che il Congresso non dovrebbe imporre il metodo da seguire per l'approvazione dei compensi. Pur ammettendo che i compensi sono eccessivi, essi non ritengono opportuno che sia il governo a decidere come regolarli.

Gia' nel dicembre scorso la SEC (Securities and Exchange Commission) aveva approvato alcuni emendamenti alle regole sulla trasparenza, allo scopo di rendere possibili maggiori informazioni al pubblico sui compensi dei dirigenti delle societa' quotate. Secondo i Repubblicani, gia' l'introduzione di questa novita' poteva essere considerata sufficiente.

Secondo i Democratici, invece, il nuovo provvedimento offre giustamente agli investitori la possibilita' di esprimere il loro parere quando societa' che perdono denaro, e licenziano personale, decidono di pagare stipendi e liquidazioni stratosferiche ai massimi dirigenti. Pare che il voto degli azionisti sugli emolumenti sia gia' stato adottato nel Regno Unito, in Australia, e in Svezia.

Attualmente, anche in Svizzera e' in atto una raccolta di firme per una "Iniziativa popolare federale «contro le retribuzioni abusive»"(2). L'iniziativa chiede che sia il proprietario privato, sia l'azionista possano votare in occasione dell'assemblea generale sugli importi dei salari da capogiro del consiglio d'amministrazione, della direzione e del comitato consultivo.

Per i promotori della raccolta di firme "non piu' dunque i colleghi e gli amici dovranno stabilire le remunerazioni, ma i soci indipendenti, eletti dall'assemblea generale nel cosiddetto comitato di retribuzione".

(1)

(2) in Svizzera esiste l'istituto del referendum propositivo, cioe' le proposte di legge popolari sono sottoposte al voto della cittadinanza (ndr)

(3) 1 , 2

www.osservatoriosullalegalita.org



aprile 22 2007

Il partito guida
di Furio Colombo

Sarà il partito democratico americano il modello di cui va in cerca il nascente partito democratico italiano nel futuro invocato a Firenze e presentato a Cinecittà? Se dovessimo accettare il principio, spesso proposto dagli esperti, secondo cui i partiti sono il ritratto e lo specchio del sistema elettorale, dovremmo opporre un drammatico e risoluto no.
E infatti il peggior sistema elettorale ora disponibile in Italia (a cura della stessa gente e dello stesso governo che ha dato al Paese le leggi vergogna e le leggi ad personam di cui ha parlato tutta la stampa internazionale) ha dato come frutto il peggior Parlamento: nessun rapporto con i cittadini, candidature che sono nomine, e una premeditata mancanza di governabilità di una delle Camere.
Non so perché alcuni al congresso Ds hanno voluto dire a Silvio Berlusconi che “tutto è perdonato”, con quel che è costato a tanti italiani cominciare appena a risanare una parte del disastro finanziario causato dal suo governo. Resta il fatto che, tra i suoi danni - alcuni così gravi che governo e maggioranza non vi hanno potuto finora mettere mano, nonostante l’attesa diffidente e ansiosa dei cittadini - c’è ancora l’orrenda legge elettorale. Se resta, o se viene solo un poco corretta dal referendum volonteroso ma dagli effetti minimi, o se continuano ad accatastarsi, come in un museo in disordine, pezzi di altri sistemi elettorali lontani e sconnessi, per alimentare discussioni senza fine sul modello di Cogne, allora il sogno di due grandi partiti, destinati a contrapporsi e a reclamare la guida del Paese, pur in presenza (o con l’alleanza) di forze minori, rispettabili e rispettate, è destinato a restare sogno.

Berlusconi, che con i sogni ci sa fare e che di frantumazione politica di una maggioranza ha fra le mani una bella esperienza, ha subito detto, con uno di quei bei sorrisi che scaldano il cuore, che al Partito democratico si iscriverebbe anche lui (al 95 per cento, ha detto; confidiamo in quel cinque per cento che non gli va bene). E che - in ogni caso - sta lavorando a un suo grande partito della destra. Auguri a Fini. Ma occupiamoci intanto di questo paesaggio. Un po’ vero e un po’ finto, un po’ speranza, un po’ verità per vedere che cosa ci aspetta.
Parlo del “migliore dei casi” seguendo il percorso della evocazione-promessa di un futuro meno minaccioso e tormentato dal presente italiano. Come se la legge elettorale, con il civile sistema maggioritario, le primarie e tutto fossero già il presente, come se l’augurio di Prodi ai due congressi e le promesse di Fassino da Firenze e di Rutelli dal set di Fellini, si fossero avverate mentre scriviamo.
***
Parlo per un momento di tutti e due i partiti americani, repubblicano e democratico, sia perché Berlusconi, nel suo momento concitato di ridente apparizione in mezzo ai Ds (dai quali aveva, in un recente passato, annunciato di aspettarsi “miseria, dolore e morte”) ha detto che “il grande partito” lo fa anche lui; sia perché c’è bisogno, come molte altre democrazie in crisi organizzativa in Europa, di sapere come ritrovano casa e che cosa scrivono di sé, sulla porta, le destre e le sinistre del mondo. E sia perché è importante sapere se vorranno trarre ispirazione dai modelli americani.
Cominciamo dalla destra. Sono ovviamente e notoriamente tendenzioso nel giudizio che sto per proporre, ma ritengo che il percorso peggiore e quasi impraticabile riguardi proprio la destra. Di qua, sul versante di Berlusconi, si tratta di un aggregato d’affari antico, paternalistico, che fa capo a un mega padrone che si affida a eccellenti modelli di comunicazione e nient’altro. Infatti non ammette e non tollera neppure la libera concorrenza fra barbieri e non ha alcuna idea delle regole che guidano, nel bene e nel male il capitalismo, se il capitalismo non sono affari privati del gruppo Berlusconi o viaggi d’affari a San Pietroburgo con Putin. E infatti la pretesa modernità della destra italiana temo molto che assomigli a un’Italia vecchia, tradizionale, abituata a distinguere fra la facciata lustra e il retro un po’ losco del palazzo sul quale è ragionevole e umano chiudere un occhio.
Di là dall’oceano, George W. Bush ha agganciato tutto il suo partito della destra tradizionale americana a quello che lui definisce “governo di guerra”.
Berlusconi conta sulla memoria corta e finge di non essere mai stato parte della tragica avventura in Iraq e di avervi lasciato trenta giovani soldati italiani morti senza un perché. Ma George W. Bush è ostinato, continua a dire di sé “sono un presidente di guerra”. E mentre la tragedia in Iraq - che non è un possente esercito contro un possente esercito ma la dissoluzione di un Paese - aumenta, lui aumenta i soldati, dunque i morti americani, i morti iracheni e lo strano destino del suo partito, che non riesce, con Bush, a districarsi dalla guerra come presente, la guerra come futuro e l’economia - che si presenta soprattutto con le imprese che fanno capo al vicepresidente Cheney - come economia di guerra. Assicuro i lettori che sto parafrasando economisti americani, da Paul Krugman al premio Nobel Joseph Stiglitz, senza aggiungere nulla di mio.
***
Per avere un’immagine del partito democratico, ovvero della sinistra americana oggi (immaginando che possa diventare un modello o almeno un riferimento per il Partito democratico italiano) prendiamo un evento esemplare appena accaduto.
Il giorno 18 aprile la Corte suprema degli Stati Uniti (che adesso è di destra perché quasi tutti i giudici a vita che ne fanno parte sono stati nominati da Reagan, da Bush padre o da Bush figlio) ha posto fine a una lunga vicenda giudiziaria, dichiarando illegale il cosiddetto “aborto tardivo” anche se necessario per salvare la vita di una donna. Come si vede la grande svolta del mondo in cui i conservatori tradizionalmente laici, del capitalismo e della ricchezza, diventano anche i custodi dei valori religiosi cari a masse di elettori che - altrimenti - non voterebbero a destra, continua e si espande.
I democratici? Come è noto essi sono la più vasta e diversificata aggregazione di culture, gruppi etnici, religioni, tradizionali e anche fasi diverse di immigrazione e generazioni di nuovi arrivati. li accomuna il legame fortissimo ai diritti civili dei cittadini, prima di tutto i diritti delle donne e dei diversi stili di vita di cui l’intero partito ha fatto bandiera. E infatti l’intera prima fila del Partito democratico, e tutti i suoi candidati presidenziali (dunque Hillary Clinton e Barak Obama) hanno denunciato e condannato la sentenza della Corte suprema. Ma non lo hanno fatto in quanto la Corte repubblicana ha fatto un favore al Partito repubblicano, così male assortito al momento, quanto a candidati alla presidenza. Hanno detto: «È un attacco alle libertà civili e un rovesciamento di 40 anni di giurisprudenza americana» (Hillary Clinton). «È una decisione che abolisce tutte le salvaguardie per la salute delle donne incinte» (Barak Obama). Come si vede, non hanno ceduto. Hanno detto no, senza neppure sognarsi di riaprire il dibattito.
S’intende che il Partito democratico non vuole uno scontro sull’aborto, come stanno disperatamente tentando di fare i repubblicani per cambiare il gioco dal terreno politico