Come se niente fosse
di Antonio Padellaro, L'Unità -
Che dopo una batosta elettorale i leader di una maggioranza di governo avviino, come si dice, un franco e costruttivo dibattito per individuare gli errori commessi e studiare le migliori strategie onde risalire la china, è cosa giusta e doverosa. E ci può stare che il premier di quella coalizione decida di alzare la voce con ministri ed alleati, e che minacci di andarsene se non la smettono una buona volta di litigare. Se può servire a dare una scossa, benissimo. Se invece tutto continua come se niente fosse e, anzi, i giornali fanno fatica ad arginare dichiarazioni e interviste che hanno l’unico scopo di scaricare sul vicino di banco la responsabilità della sconfitta, allora significa che le cose nel centrosinistra (parlare di Unione al momento ci sembra eccessivo) stanno perfino peggio di come appaiono. Segretari di partito che si rinfacciano il calo di voti e percentuali. E che si rispondono: zitto tu che hai perso più di me. Presidenti di regioni che stando nel nuovo partito si scambiano vecchie accuse di protagonismo.
Sindaci di sinistra che regolano conti in sospeso con assessori più di sinistra. Tutti però concordi nell’indicare nel governo l’origine dei problemi. Quanto alla discussione sul futuro del nuovo partito democratico, sperando caldamente che non si areni su questioni di leader, speaker, reggenti o coordinatori, preferiamo soprassedere. Così come aspettiamo fiduciosi che nessuno si faccia male nei trabocchetti messi in atto dal sempre operoso reparto guastatori (vedi caso Visco). In attesa che la buriana si plachi resta la sensazione di una classe dirigente con scarsa attitudine all’autocritica e non sempre all’altezza di quella appassionata e pressante richiesta di unità che giusto un anno fa ci regalò il sorriso della vittoria. E che ora ce l’ha tolto.
Cosa tagliare in Parlamento
Stefano Rodotà
la Repubblica
Antipolitica e politica. Destra e sinistra. Denuncia e proposta. Al di là di queste contrapposizioni, oggi il vero rischio è rappresentato dall´incontro tra antipolitica e cattiva cultura politica. Non è un rischio da poco, di cui non tutti i riformatori animati da buone intenzioni sembrano consapevoli e che, ad esempio, può portare ad un ridimensionamento del ruolo istituzionale del Parlamento ancora più forte di quello conosciuto in questi anni. Proviamo a seguire qualcuna delle proposte in circolazione.
La riduzione del numero dei parlamentari è di destra o di sinistra. Se viene realizzata in un contesto simile a quello della riforma costituzionale approvata nella passata legislatura, e fortunatamente bocciata dal voto referendario, è sicuramente di destra, perché coincide con un marcato spostamento del potere verso l´esecutivo e con il conseguente svuotamento delle prerogative delle Camere. In questo quadro, infatti, si spinge il Parlamento verso la periferia del sistema costituzionale, e la riduzione del numero dei suoi componenti riflette l´opinione pericolosamente diffusa che li presenta come parte di una istituzione poco utile, o addirittura come parassiti. Meno conta il Parlamento, meglio è. Meno sono i parlamentari, minori sono i danni che possono fare. Antiparlamentarismo, antipolitica, concentrazione del potere si congiungono.
Se, invece, la riduzione del numero dei parlamentari coincide con un progetto che riflette la consapevolezza dei limiti dell´attuale sistema, dell´insostenibilità del nostro bicameralismo perfetto, e attribuisce alle Camere riformate poteri differenziati e più incisivi, allora è certamente una riforma di sinistra. Per questo non ci si può limitare ad annunciare una generica riduzione dei costi del Parlamento, e far discendere dalla riduzione del numero dei parlamentari anche una riduzione generalizzata dell´attuale personale parlamentare. Deve essere reso del tutto trasparente il bilancio delle Camere, devono essere sicuramente tagliate tutte le spese improduttive, ma le economie così realizzate devono in primo luogo servire a rendere più incisiva l´attività parlamentare.
Vanno di moda le comparazioni con gli altri paesi. Facciamone una, sbrigativa, con il Congresso degli Stati Uniti, che è sicuramente il Parlamento più importante e influente del mondo. È composto da sole 535 persone, cento senatori e 435 membri della Camera dei rappresentanti. Ma i suoi costi sono elevatissimi, gli spazi occupati enormi. Basta aggirarsi su Capitol Hill, tra i giganteschi "Federal Buildings", i grandi edifici che ospitano gli uffici dei parlamentari, entrare in uno di questi e scoprire subito quanto sia ampio, ad esempio, lo staff di un senatore e di quante stanze disponga. Uffici di segreteria, molti collaboratori, sale per riunioni che, in certi casi, possono ospitare veri e propri seminari.
Tutto questo non è facciata, produzione di portaborse. Se si fa un passo oltre, e si assiste ad una riunione di un senatore con i suoi collaboratori, ci si imbatte in discussioni approfondite (i collaboratori non risparmiano critiche al loro boss), nell´accurata messa a punto delle strategie politiche. Un lavoro rigoroso, non a caso ambito da giovani assai qualificati, che potranno poi vantare come titolo importante sul mercato del lavoro proprio l´essere stati assistenti d´un senatore. Quale abisso separa questo modello dai nostri portaborse, peraltro prigionieri di logiche di scarsa trasparenza, o al limite della legalità, come hanno mostrato le rivelazioni recenti sui loro contratti di lavoro.
Possiamo ispirarci, anche con modestia, al modello americano? Perché ciò sia possibile servono una riqualificazione della funzione parlamentare ed una rigorosa deontologia di senatori e deputati nel selezionare i loro collaboratori. Il semplice taglio delle spese, infatti, potrebbe addirittura determinare un peggioramento della qualità del lavoro parlamentare, che esige invece investimenti crescenti se, ad esempio, si vuole rinnovare quella funzione "teatrale" un tempo adempiuta dalle Camere come luogo della pubblica discussione politica, e che oggi viene piuttosto individuata nella capacità dei parlamenti di essere il centro di un sistema di informazioni e di rapporti che permette all´opinione pubblica di seguire e controllare adeguatamente i processi di decisione. Di questo si parlò proprio nell´aula di Montecitorio, nel marzo scorso, in occasione di una riunione dell´Unione interparlamentare, e il tema è stato ripreso la scorsa settimana a Ginevra per iniziativa delle Nazioni Unite. In questa strategia dovrebbe rientrare anche una valorizzazione delle preziose risorse culturali di cui già le nostre Camere dispongono grazie ad una buona selezione dei loro funzionari.
Evitiamo, allora, le risposte frettolose e approssimative, che congiungono l´antipolitica ed una cultura politica non sempre attenta alla reale natura dei problemi da affrontare, e avviamo una conversione della spesa parlamentare verso obiettivi che possono consentire una rilegittimazione del Parlamento senza inutili riti di autoflagellazione. In questa prospettiva rientrano quelle che, in altri tempi, venivano chiamate "riforme senza spese", che possono riqualificare rapidamente il lavoro parlamentare agli occhi dei cittadini.
Il ministro Chiti ha proposto di organizzare l´attività parlamentare prevedendo tre settimane di "effettivo" lavoro, dal lunedì al venerdì, ed una settimana interamente lasciata alla cura dei propri elettori. Questo esperimento fu tentato negli anni ´80, il risultato fu modesto. Riproporlo significa, anzitutto, chiedere rigore particolare ai Presidenti delle Camere. E altre cose si possono fare subito, a cominciare da una più adeguata organizzazione dell´importante lavoro delle commissioni. Le loro audizioni, legate a questioni assai impegnative, sono sempre più spesso confinate nella "pausa pranzo", con quanto profitto è facile immaginare. È davvero impossibile cambiare strada?
Che dire, poi, del "question time", la brutta scimmiottatura del vero botta e risposta tra governo e deputati che si svolge alla Camera dei comuni e che, nella versione italiana, è un rito noioso, fatto di domande e risposte precotte? La trasmissione televisiva aumenta lo squallore, e gli impressionanti vuoti delle aule contrastano con l´affannoso affollarsi dei politici nei "salotti" televisivi. Credo che questa trasmissione costi. Non è questa una spesa da tagliare subito?
Ricostruire il circuito tra Parlamento e cittadini implica che non si ceda alla logica di chi insiste solo sul taglio delle spese. Esige la chiusura di canali di comunicazione impropri, o addirittura controproducenti. Richiede una progettazione istituzionale del futuro del Parlamento che non si limiti esclusivamente alla pur necessaria differenziazione delle funzioni delle Camere.
La riforma del Parlamento deve partire da una più larga riflessione sulla sua funzione istituzionale. Un solo esempio. Nel Trattato per la Costituzione europea è previsto un "diritto di petizione", che un milione di cittadini europei può esercitare chiedendo alla Commissione europea di presentare una proposta in materie ritenute importanti per la vita dell´Unione. Questa norma conferma l´attualità dell´iniziativa legislativa popolare, prevista dall´articolo 71 della nostra Costituzione e che mai ha avuto fortuna perché non v´è nessun obbligo del Parlamento di prendere in considerazione questo tipo di proposte. Se davvero si vogliono aprire veri canali di comunicazione, recuperando così una reale fiducia dei cittadini nelle istituzioni, non è il caso di mettere tra le prime riforme proprio questa? Se fosse esistita la possibilità per i cittadini di fare una loro proposta sulla riforma elettorale, che il Parlamento avrebbe dovuto prendere necessariamente in esame, non ci troveremmo nella situazione di difficoltà determinata dall´iniziativa del referendum elettorale. Non è il caso di pensarci? È politica o antipolitica?
Romano Prodi è di gran lunga il politico più lucido e serio del centrosinistra. Leggete l'intervista di oggi a Massimo Giannini, di Repubblica, leggetela prima di rabbrividire e di indignarvi. Lo so che non è popolare parlare bene di Prodi, che non piace al nuovo conformismo presunto riformista e modernizzatore, ma neanche a quello populista. Il nuovo qualunquismo di sinistra lo prende amabilmente per il culo, quando non arriva a disprezzarlo e a considerarlo il precipitato di ogni mediocrità. E' vero, Prodi balbetta, non dice due parole di seguito, si lascia andare a frasi infelici ("l'italia è impazzita"), fa spesso e volentieri errori politici.
Ma come si fa a non solidarizzare con lui quando a chi lo rimprovera dice: "Ma io sto governando l'Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106 per cento del Pil, un'evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge scandalosa, che ha acuito le divisioni dei partiti. Se nel Paese c'è la coscienza civica di tutto questo, possiamo farcela. Altrimenti avanti un altro".
Che meraviglia. Provate a confrontarlo con Rutelli, il furbo che avanza, con l'ostia sulle labbra. O con i nuovi sindaci, quelli che piacciono tanto, quelli pronti a urlare legalità e sicurezza, a brandire le parole d'ordine della destra, a compiacere gli istinti più beceri. Prendete Chiamparino, che al Corsera spiega che "la sinistra non sa più bene che cosa è", perché "dice che non bisogna sanzionare i drogati e poi combatte contro l'alienazione e le dipendenze". Ah, è una contraddizione? Non mi pare. O è meglio Cacciari, che spiega come "Prodi è politicamente finito, come Berlusconi". Bello, molto d'impatto.
Se il nuovo che avanza, a sinistra, è questo, meglio, molto meglio Prodi.
Ps. Vabbè, si faceva anche un po' per provocare, che Prodi ci fa incazzare un giorno sì e uno no. Però è colpa dell'intervista, dà un vero godimento leggere il Prodi incazzato, che non si giustifica ma attacca, che riconosce onestamente gli errori e che non cala le braghe, che non fa il furbo. Insomma, che non fa l'italiano medio, opportunista e vigliacco.http://stamparassegnata.splinder.com/
I sogni del dottor Mauro, il principio di realtà e il partito democratico
di Michele Loporcaro - Megachip
Ci avete fatto caso? Leggendo gli articoli di fondo de « la Repubblica » durante il quinquennio della legislatura 2001-2006 sembrava che il governo Berlusconi avesse, in ogni momento, i giorni contati: stava facendo troppo male, l'economia andava a rotoli, gli italiani se ne stavano accorgendo. Insomma, non poteva durare. E invece il governo è arrivato tranquillamente a fine legislatura e alle elezioni del 9 aprile 2006 metà degli italiani l'ha rivotato.
Una riflessione a sinistra su questa modalità comunicativa da parte di una delle principali sedi di dibattito e orientamento per l'elettorato «progressista» appare non priva di utilità. Tanto più che « la Repubblica » è oggi in prima linea nell'operazione di lancio di quel Partito Democratico al quale parte del centro-sinistra italiano sembra affidare le proprie speranze. Non parlerò, qui, direttamente, di questo tema di attualità ma farò invece un piccolo passo indietro che, spero, alla fine riuscirà utile.
Tornando anzitutto al quinquennio 2001-2006, la differenza fra l'impressione prodotta dagli editoriali de « la Repubblica » (il governo Berlusconi sta per cadere) e i fatti (il governo non cade) si spiega facilmente. Così come fa in campo avverso, nel 2007, il capo dell'opposizione Berlusconi dicendo ogni giorno che il governo Prodi sta per cadere perché gli italiani si accorgono che sta facendo troppo male – si tratta di propaganda, non di analisi – simmetricamente « la Repubblica » mira ad orientare un elettorato di centro-sinistra. Così il direttore, coi suoi articoli di fondo, durante il governo Berlusconi gettava il cuore oltre l'ostacolo, esortava, dava voce a delle speranze più che proporre delle analisi. Le analisi, sulle stesse pagine, le propongono – e bene – ottimi commentatori: un esempio fra i tanti, quello di Franco Cordero, che ha documentato puntualmente e analizzato con lucidità i colpi progressivamente inferti nella passata legislatura all'ordinamento giudiziario.
Il problema è che fra l'analisi e la parenesi (cioè l'esortazione al lettore), o addirittura i sogni proposti al lettore il confine è labile, poiché gli editoriali in genere si presentano come se analizzassero le vicende politiche del Paese. E col cambio di governo le cose non sono mutate.
Un esempio paradigmatico, che oggi possiamo considerare con distanza storica, offriva l'articolo di fondo a commento della vittoria del no nel referendum costituzionale del 25 giugno 2006, intitolato La sconfitta del progetto populista , « la Repubblica » 27 giugno 2006, pagine 1 e 21. In molti hanno (abbiamo) tirato un sospiro di sollievo alla notizia che il 61,3% di quel 53,6% di elettori italiani affluiti alle urne aveva respinto il pasticcio costituzionale Berlusconi-Bossi, che avrebbe determinato lo sbilanciamento fra potere dell'esecutivo (riassunto in un premier col potere di sciogliere le Camere e revocare il mandato ai ministri) e potere del Parlamento, lo svuotamento del ruolo del capo dello Stato, la sanità e la scuola regionalizzate, ecc. ecc. Il sollievo è stato direttamente proporzionale alla preoccupazione nutrita in particolare da molti costituzionalisti, ben consci del fatto che si trattava di materia complicata, oggettivamente difficile da far comprendere ad una popolazione di teledipendenti, sempre più bombardata da una politica televisiva gestita – da più parti – in modo irresponsabile e squilibrato. Basti pensare agli spot Mediaset a favore del sì, con in grande evidenza l'argomento del taglio al numero dei parlamentari, in cui si replicava lo schema di successo di una parte politica che si fa portatrice degli slogan dell'antipolitica per parlare agli umori qualunquisti dell'elettorato.
E' un fatto che gli elettori non abbiano votato secondo l'indicazione offerta da questa retorica del qualunquismo antipolitico. Si può esser tentati, allora, di dimenticare d'un colpo le preoccupazioni della vigilia (dei costituzionalisti e di tanti altri). E il direttore si lascia tentare. Per lui «il voto è una svolta culturale». Con l'esito del referendum «tramonta infatti l'idea che tutto – anche i principi e le norme costituzionali – sia strumentale ad un'avventura politica, e che ogni cosa – anche le istituzioni dello Stato – sia disponibile pur di compiere quell'avventura come un destino della nazione». Nella loro saggezza, invece, «i cittadini hanno messo al riparo i poteri dello Stato, il loro equilibrio, un quadro istituzionale che ha retto la prima e la seconda Repubblica».
Ora, che nella comunicazione di massa in tv si possa (o si debba, anche) dire questo al vasto pubblico, è comprensibile. Bisogna incoraggiare l'elettorato che, alla fin fine, ha fatto la scelta giusta, non certo gettargli in faccia analisi razionali (e quindi elitarie). Ma – fra noi, cioè fra quei pochi italiani che leggono – si può seriamente credere che la causa del voto sia stata la volontà , il progetto politico di «mettere al riparo i poteri dello Stato»? Il direttore sembra crederlo, concludendo che vi sia «una lezione da trarre» dal responso delle urne:
«Da oggi esiste la possibilità che una larga parte dell'Italia si ritrovi su una piattaforma politico-culturale comune e condivisa. Io non so definirla altrimenti che così: una piattaforma costituzionale, repubblicana, europea. Non sarebbe affatto poco, per ricostruire e ripartire. Se il Paese lo volesse, se la sinistra lo sapesse».
Voilà. Ecco il 61,3% degli elettori italiani (il 74% di quelli del Mezzogiorno) annesso miracolosamente alla «piattaforma politico-culturale» del governo Prodi, di cui « la Repubblica » è voce e coscienza «critica». Ebbene, qui proprio la critica (nel senso di discernimento) fa difetto. Nei dibattiti postelettorali è stato più volte debitamente citato il caso di Ragusa, dove ha prevalso schiacciantemente il no mentre i medesimi elettori votavano contestualmente un'amministrazione locale di quello stesso centro-destra berlusconiano autore della riforma costituzionale. Perché dunque hanno votato no? Per la «piattaforma costituzionale, repubblicana, europea»? Suvvia.
Nel maggio 2007 la distanza storica e le elezioni amministrative siciliane appena concluse, con lo schieramento berlusconiano che raccoglie qui il 60, lì il 70%, ci mostrano che quell'ampia piattaforma era fatta della tenue materia di cui son fatti i sogni. Il 74% dei no del sud al referendum costituzionale del giugno 2006 era da spiegare, purtroppo, in tutt'altra maniera. Ovvero, con lo spettro di non poter più neppure sperare in un trattamento sanitario decente, una volta che le regioni meridionali fossero state abbandonate al loro destino (d'inefficienza, spreco e mala gestione). Quella stessa inefficienza verso cui nutre insofferenza quella parte d'Italia dove le cose funzionano (un po') meglio perché l'amministrazione è migliore. Qui sta – lo sappiamo – il movente della devoluzione bossiana, la quale non è (non era) altro che la traduzione in becero programma politico di quell'insofferenza verso la traslazione di oneri necessaria a garantire livelli di servizi almeno in parte comparabili in sistemi che restano a tutt'oggi, purtroppo, nettamente diversi. Si tratta di problemi oggettivi, antichi quanto l'Italia unita. Sono fatti che possono non piacere ma che non si possono negare: è la questione meridionale, bellezza.
Il prevalere del no al pasticcio costituzionale berlusconiano, nel 2006, si deve dunque alla convergenza fra la resistenza civilmente responsabile al progetto di sfascio istituzionale berlusconiano, stimolata dai partiti della sinistra, da molte associazioni, da tanti intellettuali (purtroppo minoranza nel Paese), e gli umori assolutamente pre-politici del Meridione, altrettanto profondi quanto gli umori pre-politici del Nord capitalizzati da Bossi. Se la prima non si fosse saldata coi secondi, il no non avrebbe prevalso. In una parola, Berlusconi e Bossi pensavano di aver buon gioco parlando alla pancia qualunquista degli italiani di tagli ai parlamentari-parassiti. Ma hanno sottovalutato le paure altrettanto «di pancia» del Mezzogiorno. E per questo hanno perso.
In questo scenario, pensare – scambiando le speranze per analisi e i sogni per realtà – che il 25 giugno 2006 si sia miracolosamente dischiusa «la possibilità che una larga parte dell'Italia si ritrovi su una piattaforma politico-culturale comune e condivisa […]: una piattaforma costituzionale, repubblicana, europea» vuol dire illudersi. Vuol dire non aver capito quale enorme lavoro di (ri)costruzione di una formazione culturale degna di questo nome e, di riflesso, di una coscienza civile resti da compiere oggi in Italia: era da compiere prima dell'esperienza berlusconiana, che ha reso il compito ancor più arduo. Orientare e guidare questa ricostruzione culturale e morale è il compito principale di chi oggi ha responsabilità di governo, senza illudersi – per carità – di poter già contare sulla vasta piattaforma civile sognata dal dottor M. Negare la diagnosi (come in quei sogni) vorrebbe dire non poter neppure impostare la terapia.
E torniamo infine all'attualità e al Partito Democratico. Anche su questo delicato tema, come sul referendum del 2006, l 'impressione è che lo schema sia lo stesso: al lettore de « la Repubblica » vengono proposte esortazioni (nella migliore delle ipotesi) e illusioni (sul presunto potere miracoloso dell'operazione, anche qui sognando di «ampie piattaforme»). Non analisi. Perché l'analisi dice invece qualcosa di ben diverso: il PD interessa bruciantemente ai quadri DS, non interessa invece affatto al Paese, neppure all'elettorato di centro-sinistra, o meglio alla sua parte capace di analisi. Interessa, certo, ai lettori de « la Repubblica », che già hanno sognato col dottor M. vaste piattaforme dopo il referendum del 2006. Quando, al più tardi alle prossime legislative, il principio di realtà busserà inevitabilmente alla porta, il risveglio potrebbe essere amarissimo.
Pd: Barbi, ok su speaker, ma alcune proposte sono temerarie Ansa - 30 Maggio 2007
Roma - Si' alla proposta che l'assemblea costituente del Pd elegga un proprio speaker, ma altre proposte 'appaiono quantomeno temerarie'. E' quanto afferma Mario Barbi, uno dei tre coordinatori dell'Ulivo, parlando a Montecitorio con i giornalisti. 'Quando si fanno certe proposte - osserva l'esponente prodiano - si deve tener conto delle conseguenze che esse comportano. Al vertice dell'11 maggio approvammo un documento con un percorso, che prevedeva l'elezione della Costituente il 14 ottobre che a sua volta avrebbe stabilito regole e tempi per il congresso e per l'elezione del leader del Pd. Se ora diciamo che insieme alla Costituente vogliamo eleggere anche il leader, oggettivamente indeboliamo Prodi come capo del governo'.
Lo stesso discorso vale per la distinzione tra leader del Pd e candidato premier: 'Era un'altra cosa - ricorda Barbi - su cui avevamo concordato. Dire che i due ruoli non coincidono significa una grossa differenza non solo della nostra concezione del Pd, ma anche sul nostro modo di concepire il sistema politico. Allora devo dire che o le proposte dell'11 maggio sono state approvate con troppa leggerezza oppure che si cambia idea con troppa rapidita''. Quanto all'idea di anticipare a luglio l'elezione della Costituente, il coordinatore dell'Ulivo sorride: 'Mi sembra una proposta temeraria, come altre del genere. Non ci sono solo difficolta' organizzative, ma differenze sistemiche nel modo di far nascere il Pd, perche' sarebbe diversa la platea elettorale'.
Barbi invece approva la proposta che l'Assemblea costituente scelga un proprio speaker: 'Questo c'e' gia' nel documento approvato al vertice dell'11 maggio, ed e' nei fatti che l'Assemblea nomini i propri organismi. Pero' anche qui vedo che chi allora non voleva nemmeno che l'Assemblea avesse propri organi, e cioe' la Margherita, ora vuole addirittura scegliere subito il leader. Non si puo' cambiare idee ogni due giorni'.
CHIAMPARINO E LA MUNNEZZA Iervolino e Bassolino
quant’è lontana Torino
Ha ragione Sergio Chiamparino. Se quello che è successo a Napoli coi rifiuti fosse capitato sotto la Mole, lui e Mercedes Bresso non avrebbero avuto probabilmente scelta. Le dimissioni sarebbero state l’unica, naturale via. «O almeno - ha detto il sindaco torinese - l’opinione pubblica ci avrebbe incalzato, e obbligato a dare delle spiegazioni credibili». Proprio nei giorni in cui la sinistra del Nord, di cui Chiamparino è tra i più autorevoli e visibili esponenti, e mentre Piero Fassino ha indicato nei cumuli d’immondizia napoletana teletrasmessi in tutta Italia una delle ragioni di perplessità del Nord rispetto a chi governa certo Sud, le parole di Chiamparino invitano a una riflessione. A Rosa Russo Iervolino, ad esempio, l’ipotesi di dare le dimissioni non dev’essere nemmeno mai passata per la testa. Lo stesso, sicuramente, vale anche per il presidente Antonio Bassolino. I due omologhi di Chiamparino e Bresso, insomma, non hanno ravvisato nell’indecenza che, “distrattamente” come abbiamo già scritto sul Riformista, va sommergendo una grande città come Napoli una ragione sufficiente per discutere la propria posizione. O il perdurare del proprio potere. Il quale, evidentemente, viene reputato impermeabile a fallimenti che pure sono tanto evidenti, e fastidiosi, per quasi tutti e cinque i sensi.
Perché? Forse perché si ritiene che nulla può essere fatto, e si dice che le responsabilità sono altrove, o che le questioni di fondo trascendono dalle possibilità concrete di chi amministra città e regione. O forse perché, a differenza di quanto dice Chiamparino col riferimento al Piemonte, l’opinione pubblica non vigila e spinge abbastanza. Anzi, a dirla tutta, sembra anche contenta, visto che la Campania è una delle poche regioni in cui il centrosinistra è andato piuttosto bene alle amministrative. Ma in ogni caso una domanda resta. Che gusto c’è a governare se nulla si può fare per rendere appena decenti, appena dignitosi, i territori amministrati? Come si può credere che sia la passione alla politica, e non quella al potere, a muovere certe resistenze, quando la politica sembra così inutile?http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=88293
Facendo salva la presunzione d'innocenza, l'incriminazione di Roberto Spaccino (nella foto AP), presunto assassino della moglie incinta di otto mesi, ammazzata di botte dal padre dei suoi figli, rimette le cose a posto. I panni sporchi si lavano in famiglia.
In una donna incinta di otto mesi, ammazzata di botte dal marito nella più tranquilla delle province italiane, non c'è nulla di esotico. Non c'è nulla che possa far disquisire più di un paio di giorni psicologhe, criminologi e veline. Del resto non c'è neanche speciale allarme sociale, la curva di tali "femminicidi" è piuttosto una linea retta costante nei decenni, senza particolari sobbalzi e nell'Italia del Family day è meglio non rimestare troppo.
Nei giorni scorsi, dotti, medici e sapienti ci avevano illustrato la fine della pace nella tranquilla Umbria, l'arrivo della criminalità in un'Umbria purtoppo finalmente normale. E invece anche in questo l'Umbria ha ribadito la sua particolarità, almeno rispetto al nord delle Erike e alla Roma della caccia al romeno.
Infatti, almeno, ci è stata risparmiata la balla degli immigrati assassini, l'infamia della fiaccolata dei bravi razzisti in camicia verde, magari con l'assassino in prima fila a tenere lo striscione.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1137
Un testo su due patrie, una la Bosnia, l'altra l'Italia. Una sorta di editoriale “intimo” e di amarcord di Zlatko Dizdarevic, ex direttore di Oslobodjenje e corrispondente di Osservatorio sui Balcani
Di Zlatko Dizdarević, 26 maggio, Novi List (tit. orig. Zašto neće potonuti)
Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Ivana Telebak
Non molto tempo fa Avdo Sidran, bardo della poesia bosniaco-erzegovese, durante una chiacchierata con whiskey e burek – solo lui può mangiare e bere così – mi ha detto: Ogni buona persona qui ha due patrie. Una è questa nostra Bosnia, e l’altra è l’Italia!” Dopo di ché abbiamo parlato a lungo di questo. Sulla prima patria sappiamo quello che sappiamo, non c’è molto di nuovo da dire. Qualunque cosa dici è difficile e ti fa male, e al tempo stesso è bella e scalda il cuore. Sulla storia dell’Italia abbiamo scoperto un migliaio di piccole e grandi storie, cosa che mi ha fatto più tardi pensare alla constatazione di Avdo, che di primo acchito mi sembrava strana, sulla “seconda patria che ogni brava persona qui da noi ha”.
Abbiamo parlato di San Remo, del Milan e della Juventus, degli spaghetti e di Sofia Loren, dei caffè di Trieste e degli impermeabili, della Sicilia, di Napoli, di Adriano Celentano e della Vespa, della Cinquecento e della torre di Pisa. Avdo mi ha spiegato perché quando è iniziata la guerra, volendo spiegare tutta la grandezza del dramma della fine dell’universo, a causa di quello che accade in Bosnia, scrisse il poema “Perché Venezia affonda…” Perché proprio Venezia? Ma perché essa è la misura di ciò che c’è di più grande, di più apprezzabile e di strabiliante.
Immediatamente ci siamo trovati d’accordo su cosa fosse in questione tra noi e gli italiani. In particolare tra noi e quegli italiani di qualche tempo fa. Dice Avdo, “quelli di Pertini, e un po’ meno questi di Berlusconi”. Pensava dolcemente, almeno così mi è parso, a quelli de “I ladri di biciclette” di Vittorio de Sica, se capite cosa voglio dire. I nostri, fratello, ecco quelli.
Dopo di che siamo passati alle storie tristi e ridicole su di noi, e al silenzio sulla Bosnia. Il silenzio sulla Bosnia è sempre importante. E significativo. Avdo beveva whiskey e mangiava burek e qui e là tracciava degli appunti su pensieri di passaggio che svolazzavano sul tavolo del caffè. A me il burek in quella combinazione non andava proprio ma questo non è importante. Ricordo che aveva scritto un pensiero di qualcuno sulle persone che sono “a posto con se stesse”.
Impoooortante, dice Avdo, è mooolto impooortante essere a posto con se stessi!
Non ho dimenticato cosa diceva Avdo sull’Italia. Non che l’abbia sempre in mente ma me ne ricordo di tanto in tanto. E poi in questi giorni sul giornale leggo una notizia di come Mia Jelicic, una ragazza di Sarajevo, è andata a Pisa per un trapianto del rene e del fegato. La notizia dice, sarà operata grazie all'impegno della Croce rossa italiana, dell'ambasciatore italiano a Sarajevo e all'Ufficio della cooperazione italiana allo sviluppo in Bosnia. La notizia dice che il Centro per i trapianti dell'Istituto per la sanità della Regione Toscana ha preso la decisione di svolgere là questa operazione molto delicata di trapianto di fegato e rene e che tutte le spese, che ammontano ad oltre 300.000 euro, saranno sostenute dalla Regione Toscana e dal locale Istituto per la sanità...
Mi ricordo di Mia quando era piccola, una ragazzina bionda e snella, di un'infinita vivacità, figlia del mio grande amico Troka che tutti i ragazzini di Sarajevo conoscono bene per via della radio e della televisione. Lui ha dedicato la vita alla sua ragazzina alla quale il diabete è sopraggiunto praticamente subito dopo la nascita, e ha divertito i bambini di Sarajevo coi programmi che quei bambini ricordano ancora oggi, a distanza di molto tempo quando ormai bambini non sono più.
Più di venti anni fa, tra gli amici si diceva già che l’incredibilmente allegra e caparbia, la infinitamente cara Mia non sarebbe vissuta per più di qualche anno. Ecco, sono trascorsi più di due decenni e la caparbietà ha condotta la sua vita fino al limite estremo: cinque dialisi al giorno, e ognuna può anche essere l'ultima. Poi da qualche parte, dall'altra patria come direbbe Avdo tra un whiskey e un burek, è comparso il dottor Michele, è comparso quell'eccezionale persona dell'ambasciatore Fallavollita, e il dottor Ricci, e molti altri di quella “Venezia” che non è ancora affondata. Mia è andata a Pisa. Sarà, dicono, un duplice trapianto.
So che al mondo ci sono molti casi drammatici come questo. Che sono moltissimi quelli sfortunati che non hanno avuto la fortuna di conoscere dei dottori come quel Michele e quel Ricci, che non hanno avuto l'appoggio dello splendido Fallavollita. Però, questo triste fatto non diminuisce in me la sensazione di quanto Avdo avesse ragione.
Il mondo è diventato grezzo ed egoista e piccolo. E l'animo umano è come se, così mi pare, fosse diminuito. Ecco perché i drammi umani sono dappertutto aumentati. L'angustia è sempre più presente e la bellezza sempre più rara.
Così mi sento spesso, anche se i motivi per questo sentimento non mi riguardano da vicino.
E allora il cuore mi si è riempito di gioia perché Avdo mi racconta in modo così bello, col whiskey e il burek. Il grande poeta ha sentito ciò che probabilmente anche gli altri qualche volta sentono ma non sanno come esprimerlo.
Allora, quando è così, penso che anche l’operazione a Pisa deve riuscire, non può essere altrimenti. La ragazza di Sarajevo con due patrie se lo è meritato. Forse, un pochino, anche noi altri di qua. E proprio per questo, credo fermamente, che nemmeno Venezia affonderà.
PREVENZIONE DEI GENOCIDI: SUDANESE IL NUOVO CONSIGLIERE SPECIALE
È il professor Francis Deng, di nazionalità sudanese, il nuovo consigliere speciale dell'ONU per la prevenzione dei genocidi; la decisione è stata presa dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon. Deng, che succederà all’argentino Juan Mendez, è attualmente direttore del 'Sudan peace supporto project', presso l'istituto americano per la pace con sede a Washington, e in passato ha lavorato con alcune università americane, dalla Johns Hopkins al Massachussets institute of technology (Mit). Nel 2005 Mendez, consigliere per la prevenzione dei genocidi di Kofi Annan, si era recato in Sudan per verificare se in Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno che ha causato una grave crisi umanitaria, fosse o meno in corso un “genocidio”, come denunciato da alcuni governi internazionali, Stati Uniti in testa. Nel rapporto presentato al suo rientro a New York, Mendez aveva escluso il genocidio, riferendo di crimini di guerra e contro l’umanità. http://www.misna.org/
Scusate per il gioco di parole, ma é difficile sopravvalutare la... gravità degli effetti della continua ed accelerata rivalutazione del Peso Colombiano sull'economia del Paese. Questa mattina il Dollaro Statunitense si vende a 1,900 pesos, confermando che al rottura al ribasso di "quota duemila" non è un episodio ma solo un passo ulteriore nella corsa alla rivalutazione della moneta colombiana . Quattro anni fa, la barriera in discussione era quella dei 3,000 pesos, e pochi dubitavano che sarebbe stata infranta (in salita, naturalmente). Anche senza andare troppo lontano i dati sono impressionanti: il dollaro è caduto del 20% circa negli ultimi 12 mesi.
Un peso così forte - nonostante faccia bene al patriottimismo - distrugge la manifattura e l'agricoltura colombiana: conviene infatti importare dalla Cina o dagli USA che produrre localmente, mentre i beni d'esportazione (esempio fiori, caffé o banane) soffrono la concorrenza dei paesi le cui valute non si sono rafforzate tanto.
Certo, la svalutazione del dollaro é un fenomeno mondiale, ed altri paesi si trovano in condizioni simili a quelle della Colombia; altrettanto certo é che nel mercato mondiale dei cambi non ci sono molti modi di "difendersi" da questi movimenti - basti vedere come sono risultate inefficaci le misure prese dal Governo per opporsi ai capitali speculativi. Alcuni - Sarmiento Palacio in testa - suggeriscono un tasso di cambio fisso; altri lanciano un acerbo dibattito sulla dollarizzazione dell'economia; altri ancora segnalano che il Governo dovrebbe ridurre il deficit fiscale e spendere dollari per pagare il debito esterno.
Intanto si addensano le nubi nere della crisi: se il consumo interno e le esportazioni diminuiscono, cosa manterrá in piedi l'economia?Le rimesse degli emigranti - che in tutta l'America Latina ed anche in Colombia rientrano tra i grandi flussi di denaro verso il Paese - valgono oggi il 20% meno in pesos di un anno fa, fatto che si traduce in minori consumi delle famiglie.Floricultori ed altri hanno iniziato ad alzare la voce, a comprare pagine sulla stampa per informare i colombiani dei numeri drammatici della disoccupazione indotta dalla rivalutazione.Da qualche mese le importazioni superano l'export, e la tendenza si rafforza di giorno in giorno. D'altronde quali fattori possono permettere alla Colombia di competere nel mercato internazionale? Solo la disponibilitá (e domanda) di materie prime ed il basso costo del lavoro - e la rivalutazione elimina quest'ultimo vantaggio competitivo.
Che succederà? Posso solo esprimere la mia opinione: l'economia colombiana si "riequilibrerá" con un'immensa crisi entro tre o quattro anni. Il peso tornerà a tremila (ed oltre), le esportazioni si recupereranno (sperando che i prezzi delle materie prime restino alti), le importazioni crolleranno per la caduta della domanda interna e tutto tornerà come prima.
Con milioni di perdenti (i lavoratori, che precipiteranno di nuovo nella disoccupazione) e un pugno di vincitori: tutti quelle che - avvisati a tempo - metteranno i propri soldi in salvo all'estero nelle settimane precedenti la crisi.http://bogotalia.blogspot.com/
La chiusura del canale televisivo privato RCTV in Venezuela ha sconvolto e catturato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Quasi tutti i grandi media hanno gridato al golpe nei confronti della libertà dell’informazione. Ma è tutto vero quello che abbiamo letto e visto su giornali e tv?
Dalla mezzanotte di domenica 27 e lunedì 28 maggio 2007 RCTV, canale televisivo privato venezuelano, non è più in onda sulle frequenze del canale 2. Questa forse è una delle poche notizie inconfutabili arrivate dai media in questi giorni. Poche altre verità infatti sono effettivamente trapelate. Si è sentito con eccessiva superficialità gridare allo scandalo o addirittura ad un golpe nei confronti della libertà d’informazione: “Hugo Chávez chiude la televisione dell’opposizione”. Mi sembra però proprio per questo motivo doveroso cercare di fare il massimo della chiarezza possibile su questa vicenda, interpretata esclusivamente a senso unico e con l’omissione, a mio parere volontaria, di alcune notizie fondamentali.
Per prima cosa è fondamentale la precisazione che RCTV non è stata oscurata dal presidente Chávez da un giorno all’altro e senza motivazioni. Innanzitutto non è stata neanche oscurata in quanto potrà comunque continuare a trasmettere via cavo, via satellite o per internet, come peraltro ha già cominciato a fare da ieri. RCTV aveva in scadenza la licenza per trasmettere sulle frequenze venezuelane, secondo una legge dell’87 infatti, la sua licenza aveva una validità di 20 anni, con scadenza a fine maggio 2007. Semplicemente, così come in qualsiasi altro paese democratico al mondo, spetta anche allo stato venezuelano la facoltà di prorogare o conferire ad altro uso le frequenze radiotelevisive assegnate. In pratica quindi non c’è stato nulla di anticostituzionale o di autoritario da parte del governo venezuelano.
Nella fattispecie è qualcosa di molto simile a quello che sarebbe dovuto accadere in Italia con Rete4. C'era una legge che stabiliva che la concessione del segnale su cui trasmetteva Rete4 sarebbe scaduta, e questa si sarebbe dovuta trasferire su satellite. Ma qui in Italia come primo ministro avevamo anche il proprietario della stessa televisione privata, cav. Silvio Berlusconi, che dovette inventare una legge ad hoc per permettere a Rete4 di continuare a trasmettere via etere, salvando quindi la "pluralità d’informazione italiana" (forse però dimenticandosi per qualche secondo le censure nei confronti di giornalisti e conduttori della televisione statale).
Eppure solo Chávez è accusato di soffocare la libertà d’espressione, e questo sin dal suo insediamento nel 1998. Paradossalmente però, dati alla mano, i mandati di Chávez sono coincisi con il periodo della storia venezuelana nel quale proprio la libertà d’espressione e d’informazione sono state esercitate con maggiore ampiezza. La Costituzione del 1999 è considerata tra le più liberali nel continente latinoamericano in materia di protezione e difesa dei diritti umani, consacra di fatto il diritto all’informazione vera, opportuna e senza censura e ha innalzato a rango costituzionale il diritto alla replica e il dovere alla rettifica. Chávez ha anche fatto approvare in parlamento la legge che regola la responsabilità sociale nelle radio e nelle Tv. Stabilisce nuovi obblighi in materia di programmazione e contenuti: obbligo di trasmettere anche musica venezuelana; spazio alle produzioni indipendenti attenuando il monopolio delle importazioni di serial stranieri; rispetto delle fasce d’orario nelle quali il pubblico è soprattutto di minorenni. Ma neanche queste misure sono state viste di buon occhio in particolare proprio dalle Tv private che hanno fatto pressione affinché repliche e rettifiche non fossero obbligatorie ed hanno promosso un ricorso di nullità al tribunale supremo contro le legge di responsabilità sociale dei media, rinominata addirittura “legge bavaglio”.
E’ innegabile però che i Venezuela ci si trovi davanti ad una pluralità di mezzi d’informazione senza precedenti. In particolare, nel campo televisivo, il 90% del mercato è controllato da quattro emittenti private: RCTV, Globovision, Televen e Venevision. Il proprietario di RCTV, Marcel Granier, possiede, oltre a quel canale, una quarantina di altre emittenti televisive in tutto il Venezuela (ovviamente in gran parte emittenti locali). Per la precisione, su 81 emittenti televisive, 79 (il 97%) sono di proprietà privata; su 709 emittenti radiofoniche, 706 sono private (il 99%), e 118 testate giornalistiche su 118 sono pure private. Non è propriamente quindi un ambiente vicino al governo ed al presidente venezuelano, anzi in pratica le Tv e le radio private sono considerate la vera opposizione a Chávez, considerando la pochezza dell’opposizione politica vera e propria. E’ evidente quindi che la con la chiusura di RCTV non si può parlare di attacco al pluralismo dell’informazione, ma quasi del contrario visto che sulle stesse frequenze andrà in onda Tves, un canale statale.
Le Tv private rimanenti e “di opposizione”, tra cui le più importanti Globovision, Televen e Venevision non sono state per nulla minacciate dal governo venezuelano, ma anzi anno ottenuto il rinnovo delle loro licenze per trasmettere via etere.
Sui media internazionali però si sottolineava il fatto di come Chávez avesse consumato una vendetta personale nei confronti di RCTV, accusata dal presidente venezuelano di aver “simpatizzato” con il golpe del 2002 che cercò di spodestare il governo legittimo venezuelano. Questa simpatia però è stata chiaramente dichiarata e dimostrata come partecipazione diretta all’organizzazione di un colpo di stato. RCTV assunse un ruolo di protagonista diffondendo informazioni false e oscurando la verità attorno al golpe. Come RCTV, anche Venevisión, Globovisión e TeleV parteciparono di fatto al golpe eppure continuano a trasmettere senza aver mai ricevuto ritorsioni.
Ma forse per noi che viviamo in un paese occidentale e difficile capire la gravità di questi fatti: la quasi totalità delle televisioni private che, agli inizi del ventunesimo, trasmettendo notizie false e abusando del loro strapotere mediatico, appoggiano un golpe militare per sovvertire un governo democraticamente eletto peraltro incitando la popolazione a rovesciare il governo. E’ qualcosa di gravissimo. C’è da chiedersi se in qualsiasi altro Paese “democratico” al Mondo, se un canale televisivo avesse apertamente sostenuto il rovesciamento del governo, come è avvenuto in Venezuela, avrebbe continuato a trasmettere anche dopo il fallimento del colpo di stato, e senza che il suo proprietario sconti questo ruolo di fronte la giustizia penale.
Eppure mai, nonostante questo, Chávez ha preso provvedimenti contro questi media, tranne che all’indomani del golpe del 2002 quando fu costretto ad ordinare pubblicamente il black out temporaneo delle principali Tv private nazionali compromesse con il colpo di stato per aver alterato le frequenze della televisione statale nella quale il capo del governo parlava al paese e sostituendo il suo discorso con immagini di violenza nelle strade, ennesimo fatto di assoluta gravità.
Ma tutto questo non viene mai ricordato. RCTV che con Venevisión, Globovisión e TeleV contribuì a disinformare non solo i venezuelani ma tutto il mondo ora parla di censura e di mancanza di libertà d’espressione. Che morale può avere RCTV per parlare di libertà d’espressione quando fu proprio uno di quei canali privati che censurarono l’informazione, alterando di fatto la realtà?
Nel 2002, l’Osservatorio per i Diritti Umani affermò esplicitamente che “lungi dal fornire un’informazione onesta e veritiera, i media in gran parte cercano di provocare il malcontento popolare a supporto dell’ala estremista dell’opposizione”. Ciononostante, tale è la democraticità del Governo Bolivariano, che nessuna emittente è stata chiusa, e soltanto alla scadenza della licenza a RCTV viene revocato l’utilizzo delle frequenze.
Non mi sembrano fatti tali da poter essere facilmente ignorati. Non si tratta neanche di mezzi d’informazione contrari al governo, si tratta di media che hanno avuto un ruolo decisivo in un fallito colpo di stato nei confronti di un governo legittimo, ma per questo non censurati né oscurati dopo il golpe, un golpe che è giusto sottolineare godeva anche di appoggi esterni illustri come il governo degli Stati Uniti, della Colombia, di El Salvador e del governo spagnolo targato Aznar.
Pensare che se non fosse stato per una troupe irlandese (Radio Telefís Éireann), per caso a Caracas, non si sarebbe saputa mai la verità attorno a quei giorni d’aprile. Se non fosse stato per “La Revolución no será trasmitida”, film documentario proprio ripreso nell’aprile 2002, molto probabilmente grazie all’operato dei media venezuelani tutto il mondo avrebbe abboccato e creduto al primo golpe mediatico della storia. Il ruolo di RCTV infatti, oltre all’appoggio diretto del golpe, fu quello di sconvolgere la realtà dei fatti, trafugando notizie e omettendo verità. L’emittente si limitò a riportare che il Presidente Chavez aveva semplicemente rassegnato le dimissioni, mentre era invece sotto sequestro ed in mano ai golpisti. E quando due giorni dopo milioni di venezuelani scesero in piazza pretendendo il ritorno del Presidente che avevano democraticamente eletto, RCTV non trasmise altro che cartoni animati. Ripeto, solo il documentario irlandese, girato per puro caso proprio all’interno del palazzo Miraflores durante il golpe, ha permesso alla verità su quei giorni di emergere.
E questo atteggiamento criminoso dei mezzi d’informazione si sta ripetendo proprio in questi giorni. Una misura legale e legittima di un governo di non rinnovare una licenza è stata trasformata in un atto autoritario e arbitrario. L’obiettivo fondamentalmente rimane quello di qualche anno fa, screditare in qualsiasi maniera Chávez e, con mezzi leciti ed illeciti, destabilizzarne il suo governo. Prova ne è il fatto che una notizia sui media in America Latina trova differente diffusione a secondo di quale paese coinvolge. Se questa della chiusura di RCTV che coinvolge Chávez ha trovato notevole spazio e diffusione, altre notizie non si affacciano neanche sul panorama mondiale, anche se non si distinguono per i loro effetti liberali sui mezzi d’informazione.
Il primo esempio di arriva dal Messico, dove il potere dei media televisivi aumenta ormai esponenzialmente, ed un mercato potenziale di 105 milioni di telespettatori è conteso in pratica da due colossi Tv Atzeca e Televisiva, un duopolio nazionale. Bene in questo contesto la legge sulle telecomunicazioni all’articolo 16 del testo di legge prevede un sorta di concessione eterna alle emittenti attualmente attive. In molti considerano queste norma anticostituzionale, in quanto rende di fatto impossibile l’ingresso di nuovi soggetti sul mercato, eppure questa notizia non scandalizza il Mondo, non essendoci Chávez di mezzo la misura non minaccia la libertà d’informazione e d’espressione. Un altro esempio, come ricorda il blog americalatina, viene dall’Honduras, dove il presidente Manuel Zelaya ha firmato un decreto che obbliga radio e televisioni del Paese a trasmettere per i prossimi dieci giorni due ore di veline sull’operato del suo governo. Nessuno, se ne è scandalizzato. L’abuso in questo caso, trattandosi di un governo conservatore e di destra, non viene riportato, anzi c’è chi esalta l’opera di Zelaya perchè mette freno al potere dei mezzi di comunicazione.
Ma forse proprio questo è il punto, il potere dei mezzi di comunicazione ed anche la relatività dell’informazione. Sinceramente la chiusura di RCTV non mi ha trovato favorevole o entusiasta, ma trovo sconsiderato ed inadeguato l’accanimento mediatico mondiale nei confronti di un governo legittimo, quello venezuelano, che non ha fatto altro che gestire una licenza per la concessione dell’etere, potere di cui ogni stato gode a piacimento senza essere catalogato come illiberale ed autoritario. In Venezuela non si sta procedendo a chiudere i media contrari al presidente Chávez, questo non è mai avvenuto ed è solo una grandissima bugia, il problema è stato solo il non rinnovo di una concessione in scadenza.
E’ realmente preoccupante il penoso comportamento dei media venezuelani e mondiali nei confronti di questo governo in carica, che solo a dicembre ha ricevuto l’ennesimo plebiscito favorevole alle urne, ma soprattutto è penoso il tentativo di presentare al mondo in maniera sistematica questa loro propaganda politica sotto forma di informazione giornalistica.
La libertà d’informazione in Venezuela non può essere sotto giudizio, ed un ennesima prova viene proprio dal fatto che nessun media, televisione, radio o quotidiani, può dimostrare che in questi otto anni di governo Chávez ci sia stata una notizia diffusa sotto pressione governamentale. Così come il Venezuela non si sono, sempre in questi otto anni, registrati episodi di pressioni su giornalisti o addirittura di loro scomparse o uccisioni, eventi per i quali invece si è fatta abitudine e consuetudine per paesi come Messico e Colombia, che per l’essere governati da esponenti di destra liberale, vicini agli Stati Uniti, non possono essere in nessun caso tacciati di autoritarismo a di assenza di libertà.
Che lo scopo sia quindi di destabilizzare il più possibile il governo di Chávez credo che risulti a tutti abbastanza evidente e chiaro, in particolare il caso RCTV continua ad essere cavalcato per cercare di generare una situazione di caos e violenza a Caracas, in modo da mettere sotto cattiva luce internazionale il Venezuela.
L’ultimissimo esempio che fornisco in quanto proprio ora ho finito di leggere riguarda la CNN in lingua spagnola, accusata ieri dal ministro delle telecomunicazioni venezuelano, Willian Lara, di aver manipolato immagini nel diffondere notizie sul Venezuela. Pare infatti che la CNN, in un servizio andato in onda sulle manifestazioni contro la chiusura della tv privata venezuelana RCTV, abbia associato immagini riprese invece in Messico in occasione di una manifestazione che denunciava l’ennesima morte di un giornalista. Non solo, sempre in questo servizio venivano associati sullo schermo da un lato il presidente Chávez e dall’altro un leader di Al Queda, Abby Ayyoti Al Masai. Un associazione d’immagini senza nessuna logica terrena, ma soprattutto fuori contesto e soprattutto senza spiegazione giornalistica.
Fortunatamente, con un comunicato ufficiale la CNN international e la CNN in lingua spagnola hanno però ammesso le proprie colpe nel servizio mandato in onda, ma parlando di un “errore involontario” hanno comunque negato di contribuire ad una campagna per screditare o attaccare il Venezuela. Non ci resta allora che augurarsi che questi “errori involontari” siano meno frequenti…
In conclusione vi segnalo alcuni articoli, sempre su questo caso, degni di una lettura approfondita:
LIMA, (IPS) - La proposta del Perù, che l’America Latina diventi la prima regione libera dalle bombe a grappolo, ha ricevuto ampio sostegno dai paesi riuniti questa settimana per la conferenza intergovernativa di Lima per discutere la proposta di un trattato globale contro queste armi, hanno riferito le autorità locali.
L’incontro nella capitale peruviana è stato un successo, ha dichiarato il viceministro della difesa del Perù Fabián Novak, dal momento che 28 nazioni hanno aderito al processo per proibire le cluster bombs, lanciato a febbraio a Oslo con una dichiarazione sottoscritta da 46 paesi.
”Abbiamo fatto grossi passi avanti nel rafforzamento di uno strumento legale concepito per la tutela degli esseri umani, poiché vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle bombe a grappolo. Lo dimostra l’aumento del numero di paesi che hanno aderito al processo di Oslo” ha detto Novak all’IPS.
“Nel prossimo incontro regionale in Costa Rica, paese fratello che si è unito alla proposta del Perù, consolideremo il consenso per trasformare l’America Latina nella prima regione libera dalle munizioni a grappolo”, ha segnalato.
La prossima riunione internazionale del “processo di Oslo” per proibire l’uso, la produzione lo stoccaggio e il trasporto delle bombe a grappolo è prevista per il prossimo dicembre a Vienna.
La Conferenza di Lima sulle Bombe a grappolo è stata proposta dal Perù, per affermare il sostegno di questo paese al processo di Oslo.
Ma le autorità non hanno detto che la forza aerea peruviana possiede questo tipo di armi: 18 aeronavi Sukhoi-25 con munizioni a grappolo di fabbricazione russa RBK-500, e 12 Mirage-2000 con bombe spagnole BME-300. Inoltre, fino al 2002, il Perù aveva 11 aerei Canberra equipaggiati con esplosivi sudafricani Alpha, e, fino al 2006, 19 Sukhoi-22 con RBK-500.
Alcune fonti militari hanno segnalato all’IPS che la maggior parte delle bombe a grappolo è stata acquisita per distruggere piste di atterraggio, e non per essere utilizzate in aree disabitate. Anche se i Canberra e i Sukhoi-22 sono stati eliminati, hanno spiegato, non è stato lo stesso per gli esplosivi. Queste armi sono costituite da decine o centinaia di ordigni contenuti in un “canister”, e sono bombe o razzi di una imprecisione inaccettabile, secondo i critici. Una volta lanciate, scoppiano disseminando i loro ordigni “bomblet” su aree molto ampie. Ma tra il cinque e il 30 per cento non esplode subito, e continua a rappresentare un rischio per i civili per anni.
Sradicare questo tipo di armi dalla regione sarà un compito molto arduo.
L’Argentina, una delle nazioni latinoamericane che fabbricano e immagazzinano migliaia di bombe a grappolo, si è unita alla proposta di Australia, Finlandia, Francia e Polonia, perché il futuro trattato, che dovrebbe essere ratificato nel 2008, escluda dallo smantellamento i paesi produttori di esplosivi dotati di un dispositivo di autodistruzione. Ma la Coalizione contro le bombe a grappolo (Cluster Munition Coalition, CMC), una rete internazionale di 200 organizzazioni che guida la campagna per proibire queste armi, si è opposta con vigore a qualsiasi eccezione.
Steve Goose, direttore esecutivo della Divisione armi di Human Rights Watch, ha detto all’IPS che “affidarsi ai meccanismi di autodistruzione delle bombe a grappolo è come credere che per questo siano meno letali, e questo è assolutamente falso”.
”Alcuni studi sul campo hanno dimostrato che questi dispositivi non riducono il rischio di provocare danni mortali ai civili”, ha spiegato Goose. Secondo la CMC, 34 paesi continuano a produrre questi esplosivi; altri 25 li hanno utilizzati in diversi conflitti, e 75 immagazzinano quantità che rappresentano una minaccia per l’umanità. Il 98 per cento delle vittime sono civili, segnala l’organizzazione Handicap International, che ha contato 13.306 morti a causa di queste bombe da quando sono state usate per la prima volta negli anni ’60, ma stima che la cifra totale delle vittime potrebbe aggirarsi tra 50.000 e 100.000. Thomas Nash, coordinatore di CMC, apprezza la volontà delle nazioni latinoamericane di liberare la regione da queste bombe, ma avverte che sono necessari maggiori sforzi, per coinvolgere ad esempio anche un fabbricante come il Brasile, che finora non ha aderito al processo, benché in un primo momento avesse garantito la sua partecipazione.
“Siamo profondamente scioccati per la posizione del Brasile”, ha commentato Nash. “Ci siamo riproposti di approfondire i rapporti con le organizzazioni non governative brasiliane per far sì che lo Stato ascolti le proteste della popolazione sulla necessità di proibire le bombe a grappolo”.
Grethe Østern, di Norwegian People's Aid, ha detto che nelle sessioni di Lima, a cui gli attivisti hanno partecipato come osservatori, si è assistito a diversi tentativi di indebolire la bozza del trattato.
“È dimostrato che i meccanismi di autodistruzione non hanno funzionato nei conflitti in Iraq e in Libano, e tuttavia ci sorprende che paesi come Argentina, Australia, Finlandia e Polonia contemplino possibili eccezioni per questo tipo di esplosivi”, ha detto Østern all’IPS.
Gli organizzatori della conferenza hanno poi menzionato gli intenti di Giappone e Gran Bretagna di imporre un lungo periodo di transizione prima dell’entrata in vigore del trattato.
“Un piccolo gruppo di paesi produttori è arrivato a Lima più preoccupato per il futuro dei propri esplosivi che di contribuire a liberare il mondo da queste armi letali”, ha commentato Simon Conway, direttore dell’organizzazione Landmine Action.
Gli Stati Uniti, che non hanno aderito al Processo di Oslo, vorrebbero discutere del tema nel quadro del Trattato sulle armi convenzionali (Convention on Conventional Weapons, CCW): una proposta respinta dalla maggioranza dei paesi presenti a Lima, che giudicano la CCW un organismo inefficace e intasato dalla burocrazia. ”Non mi sorprende che i paesi produttori e consumatori delle bombe della morte siano gli stessi che premono perché il tema venga discusso nella CCW”, ha detto all’IPS il Premio Nobel per la pace 1997 Jody Williams, che ha guidato il processo per sottoscrivere la convenzione contro le mine antiuomo.
“I paesi membri della CCW hanno respinto a novembre 2006 un’iniziativa per avviare i negoziati intesi a proibire le bombe a grappolo. Perciò, cosa possiamo aspettarci da questo forum? Per di più, i paesi più colpiti da queste bombe non sono rappresentati nel Trattato”, ha detto Williams all’IPS.
”Dopo la Conferenza di Lima - ha aggiunto - ho la certezza che un gran numero di paesi è convinto della necessità di estirpare le bombe a grappolo dalla faccia della Terra”.
Secondo il viceministro peruviano Novak è normale che ci siano delle divergenge, ma alla fine, ha osservato, è prevalso il consenso sulla necessità di eliminare questi ordigni. “Siamo più vicini che lontani al raggiungimento di un trattato globale”, ha affermato.
A Lima ci sono stati dei progressi, ha detto Nash all’IPS, aggiungendo che “questa volta, però, si sono sentite maggiormente le pressioni delle nazioni potenti. Gli Stati Uniti non hanno partecipato, ma hanno fatto sentire la loro presenza attraverso altri paesi”.
Condannato a morte per corruzione il capo dell'authority per la sicurezza alimentare
Pericolo pubblico. Prima l'avviso di garanzia, poi l'espulsione dal partito, infine la condanna a morte. Travolta da un colossale scandalo di alimenti adulterati e medicine contraffatte, la Cina ha trovato il suo capro espiatorio, applicando una sanzione esemplare - fin troppo esemplare, secondo molti - all'ex direttore della Federal Drug Administration (Fda), Zheng Xiaoyu. Questi è accusato di aver intascato tangenti per centinaia di migliaia di dollari da otto ditte farmaceutiche, che grazie a lui hanno potuto aggirare i protocolli di sicurezza e mettere agevolmente in commercio farmaci contraffatti. "Il suo operato - recita la sentenza della Corte - ha gravemente messo a repentaglio l'efficienza dell'azione di monitoraggio e supervisione dell'Fda, mettendo in pericolo la vita e la salute pubblica, con un impatto sociale assai negativo".
Dentifricio al solvente. Si tratta di una sentenza assai dura, anche in un Paese che occupa il primo posto al mondo per condanne a morte, il cui numero supera la somma delle condanne di tutti gli altri Paesi dove vige la pena di morte. Zheng era un personaggio molto potente, collocato su uno dei gradini più alti delle strutture statali. Eletto nel 1998 alla guida dell'agenzia statale, dal 2002 acquisì un potere enorme quando, nel 2002, il governo stabilì che tutti i farmaci dovessero venire approvati dall'Fda. Con la sua condanna, che prima di essere confermata dovrà passare attraverso altri due gradi di giudizio (l'Alta Corte e la Corte Suprema), le autorità di Pechino reagiscono nel modo più comodo - e nel più rozzo - all'allarme internazionale scatenato dalla contaminazione alimentare e farmacologica dei prodotti cinesi, non ultimi i mangimi avariati negli Usa e il dentifricio al solvente in America centrale e nei Caraibi.
Nessun test sulla sicurezza. Accompagnano la sentenza di Zheng altri due provvedimenti: restrizioni più severe alla concessione di licenze per i farmaci e, soprattutto, il ritiro di un'enorme quantità di alimenti non approvati. Per applicare tali misure, novanta ispettori saranno inviati in 15 province nelle prossime settimane, con il compito di redigere una lista di compagnie che non rispettano i protocolli di sicurezza alimentare. Secondo un rapporto del ministero della Salute, nel 2005 si sono verificate 35 mila intossicazioni da cibo, causate da alimenti avariati, ingestione di prodotti ortofrutticoli o animali contenenti sostanze tossiche e pesticidi utilizzati nell'agricoltura. Sempre secondo il rapporto, almeno un terzo delle 450 mila industrie alimentari cinesi non possiedono una licenza. Il 60 per cento, invece, non effettua alcun test sulla sicurezza degli alimenti.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8042
Ucraina - Nella ballata per il potere di Kiev gli avversari si somigliano sempre più
QuadrantEuropa
Come gli eroi delle saghe nordiche che per uccidere il drago devono trasformarsi Juschenko ha perso un po’ della superiorità morale che, a torto o a ragione, lo distingueva da Yanukovich e le conseguenze iniziano a vedersi.
Chi teme che l’Ucraina diventi un Libano nel cuore dell’Europa, può tranquillizzarsi. Domenica le agenzie di Kiev battevano la notizia che i tre uomini forti della crisi, il capo dello Stato Juschenko, il primo ministro Yanukovich e lo speaker del parlamento Moros, dopo aver sfiorato le barricate della guerra civile, si preparavano ad andare allo stadio insieme.
Niente male come conclusione di una crisi che negli ultimi giorni aveva tenuto col fiato sospeso le cancellerie di mezzo mondo e che, al di la di ogni bizzarria dei suoi protagonisti, costituirà la cartina di tornasole dei rapporti futuri tra le due parti dell’Europa.
In questa ballata ucraina per il potere gli avversari iniziano a somigliarsi sempre più. La differenza iniziale tra “democratici” e “oligarchi” non ha quasi più senso. Come gli eroi delle saghe nordiche che per uccidere il drago devono trasformarsi Juschenko ha perso un po’ della superiorità morale che, a torto o a ragione, lo distingueva da Yanukovich e le conseguenze iniziano a vedersi.
Da quando ha sciolto il parlamento il capo della rivoluzione democratica ucraina è circondato da un silenzio rumoroso. I governi europei non gli rivolgono più la parola. Tra i suoi tanti amici, nessuno giustifica il suo operato. Si sussurra pure che quando l’amministrazione del presidente cerca di entrare in contatto con George Bush o Angela Merkel non riesca a trovare risposte.
Persino i simpatizzanti di Juschenko riconoscono che l’attacco al parlamento è difficilmente giustificabile dal punto di vista giuridico. L’attuale Verkhovna Rada è il risultato di elezioni giudicate da tutti le più libere della storia dell’Ucraina, svoltesi solo un anno fa.
Si sarebbe potuto dare un giudizio serio sullo scioglimento della Rada solo se i motivi giuridici alla base di tale passo fossero stati limpidi. Dato che non è così la faccenda diventa però ancora più seria.
Juschenko afferma che la cattiva abitudine ucraina della compravendita dei deputati era giunta a un punto tale che la camera iniziava a non rispecchiare più la volontà degli elettori. Può essere che tutto ciò sia vero ma, sfortunatamente per il presidente, in questi casi la Costituzione non prevede lo scioglimento del parlamento.
Yanukovich aveva, a ragione, fatto ricorso alla Corte costituzionale e molto probabilmente l’atto presidenziale sarebbe stato annullato. Non depone a favore di Juschenko che attraverso i giudici vicini alla sua parte politica, il presidente cerchi di impedire il normale funzionamento del massimo organo di giustizia del paese.
Ma non tutte la azioni politiche del leader di Nostra Ucraina sono da condannare. Quando si è capito che l’est del paese anche dopo elezioni libere e democratiche era rimasto fedele al suo leader alquanto discreditato, il capo dello Stato ha fatto di tutto per mantenere unito il paese.
Questo è stato il senso dell’incarico a primo ministro offerto a Viktor Yanukovich quando il leader del partito delle regioni, dopo un oscuro cambio di campo della più piccola forza della coalizione arancione, è riuscito a raggiungere la maggioranza parlamentare. Lo stesso si può dire del cosiddetto patto Universale sottoscritto dai due leader lo scorso agosto, che regola la “coabitazione” in salsa ucraina tra arancioni e blu.
Da allora però Yanukovich ha lentamente abbandonato lo spirito del patto. Approfittando dell’incapacità di azione di una Corte suprema semiparalizzata ha portato avanti, passo dopo passo e attraverso atti legislativi e decisioni contestabili, un attacco concentrico ai poteri presidenziali.
In una Rada composta di deputati milionari che si spostano a seconda dei loro interessi, e nonostante il divieto per i singoli di cambiare gruppo parlamentare, il primo ministro ha stimolato il vecchio male ucraino delle “migrazioni parlamentari”. Normalmente gli interessi vanno in una sola direzione: la maggioranza di governo.
Prima dello scioglimento la tettonica parlamentare stava raggiungendo un punto piuttosto alto. Lo scorso marzo il partito degli oligarchi aveva predetto che al più tardi entro maggio, la coalizione al potere avrebbe raggiunto i 300 voti. Una maggioranza con la quale le modifiche costituzionali sarebbero state a portata di mano.
Questa prospettiva ha spinto Juschenko ad agire. Con quei voti il parlamento poteva aggirare qualsiasi decreto presidenziale e superare ogni veto del capo dello Stato. Anche un procedimento di impeachment sarebbe stato possibile. Non solo la rivoluzione arancione sarebbe stata annullata, ma anche le elezioni legislative del 2006 avrebbero perso ogni senso. Un parlamento manipolato non è mai lo specchio della volontà degli elettori. Uno scenario intollerabile per uno Stato di diritto.
L’articolo 102 della costituzione ucraina dichiara che il presidente deve proteggere diritti e libertà dei cittadini. Il suo ufficio lo obbligava dunque ad agire. Da qui l’appello ad elezioni anticipate.
Se il diritto ucraino fa del presidente il guardiano dell’ordinamento del paese, gli da però poco potere per agire. La Costituzione, modificata in tutta fretta durante le caotiche giornate dell’inverno 2004, è talmente piena di lacune da non poter essere un punto di riferimento.
A Juschenko non restava perciò che la scelta tra due mali: tollerare l’erosione dell’ordine democratico oppure opporsi utilizzando opache contromisure.
Ora sta ai leader ucraini cercare di prendere il positivo da questa situazione pericolosa. Poiché, al di la di ogni contrapposizione ideologica e delle battaglie tra “democratici” e “oligarchi”, le convulsioni avvengono tra due grandi campi che sono condannati ad abitare lo stesso paese.
La concordia si può raggiungere solo se i due contendenti, abbandonando ogni altezzosità, rinunciano a meccanismi basati su supposte superiorità e bloccano il circolo vizioso della crisi permanente. Una revisione della Costituzione è sicuramente parte di questa strategia, che dovrà dare anche uno status accettabile alla lingua russa.
Senza un ripensamento complessivo delle strategie attuate finora anche le elezioni non faranno altro che rinviare vecchi conflitti.
Voli CIA : rivelazioni di un ex agente USA che accusa Bush
di Giulia Alliani
Per 25 anni Tyler Drumheller ha lavorato per la Cia. A partire dal 2001 e' stato il responsabile delle operazioni clandestine in Europa. Qualche anno dopo, nel 2005, ha lasciato l'agenzia, e, di recente, ha pubblicato negli Stati Uniti un libro di memorie: "On the Brink". La settimana scorsa e' stato intervistato dal programma inglese "This World", di BBC2, che ha dedicato al tema delle 'renditions' una puntata dal titolo "Mystery Flights".
Ne ha parlato anche il Guardian in un articolo del 25 maggio. Secondo Drumheller la pratica di trasferire e consegnare prigionieri in luoghi dove potevano subire torture ha causato gravi problemi agli alleati degli Stati Uniti. "Abbiamo posto i nostri alleati in una posizione molto difficile" ha detto Drumheller, spiegando che proprio il modo in cui e' stata gestita la faccenda dei voli per le renditions costituisce uno dei motivi delle sue dimissioni. Per l'ex agente Cia si tratta di un atteggiamento che ha influito negativamente sulla propensione degli altri paesi, dei loro servizi, e delle loro forze di polizia, a collaborare con gli Stati Uniti e, inoltre, "rende le cose difficili anche quando quei paesi desiderano collaborare con noi... perche' c'e' tutta questa pubblicita' negativa, ed essi rischiano di violare le loro leggi e cose del genere".
A Drumheller e' stato chiesto chi e' il primo responsabile della situazione che si e' venuta a creare: "Il presidente, il presidente - ha risposto Drumheller - io addosso la colpa all'amministrazione per aver creato un'atmosfera... di rabbia e vendetta... I responsabili devono assumersi l'onere di quanto e' accaduto... Volevano tracciare una linea di demarcazione in modo che non ci fossero collegamenti diretti tra quanto accadeva e il loro potere, e questo non e' giusto".
Scrive il Guardian che l'anno scorso, in occasione di un convegno ad Aspen, l'ex capo dei servizi britannici, Sir Richard Dearlove, aveva dichiarato che, per il sistema di Common Law vigente in Gran Bretagna, i voli di rendition sarebbero da considerare illegali. Il governo britannico ammette che, dal 2001, per ben 73 volte, aerei sospetti sono passati negli aeroporti del paese, ma ministero della Difesa e Foreign Office hanno negato di essere al corrente degli scopi dei voli Cia e di episodi di rendition avvenuti in Gran Bretagna L'ISC (commissione parlamentare sull'intelligence e la sicureezza) sta preparando una relazione sulle renditions, ma il rapporto dev'essere controllato dal primo ministro prima della pubblicazione, e si prevede che non conterra' prove di un'intesa ufficiale tra Cia e governo.
Andrew Tyrie, responsabile ai Comuni di un gruppo interpartitico che studia le extraordinary renditions, ha detto che il programma della BBC "solleva importanti questioni che meritano di essere analizzate: se l'uomo che e' stato il responsabile delle renditions in Europa dice che gli Stati Uniti hanno posto gli alleati, compreso il Regno Unito, in una posizione difficile, perche' anche il Governo non e' pronto ad ammetterlo? Se gli Stati Uniti avessero eseguito le renditions senza che il Governo lo sapesse e desse il suo consenso - ha aggiunto - ci sarebbe motivo di gravissima preoccupazione".
La polemica di Drumheller contro la Casa Bianca continua dunque dopo la lunga e interessante intervista rilasciata a Georg Mascolo e Holger Stark, e pubblicata in gennaio dal tedesco "Der Spiegel". "Andar fuori a prenderli": questo, in estrema sintesi, secondo l'ex agente Cia, l'approccio dell'amministrazione americana al problema degli estremisti islamici presunti terroristi. E l'atteggiamento sottintenderebbe un "lasciar fare ai militari e alla Cia, per poi far pagare a loro le conseguenze di eventuali azioni finite male, o illegali" "Dal punto di vista della Casa Bianca" dice Drumheller "era furbo lasciare una certa indefinitezza su cos'era da considerarsi accettabile nella lotta al terrorismo e che cosa no. Voleva dire che quando qualcuno si dimostrava eccessivamente zelante negli interrogatori condotti in qualche cella buia, il presidente Bush e il suo entourage potevano scaricare la colpa su qualcun altro".
"Le persone che costituiscono le squadre preposte alle renditions - spiegava Tyler Drumheller - sono scelte fra elementi paramilitari audaci e pittoreschi. Si tratta degli uomini che entrarono a Baghdad prima delle bombe, e in Afghanistan prima dell'esercito. Se per guadagnarsi da vivere non facessero azioni paramilitari, probabilmente starebbero rapinando delle banche. Forse l'Amministrazione Bush, per quanto riguarda le renditions, ha creato di proposito un'area grigia".
A Drumheller era stata anche posta una domanda sulle relazioni tra governi europei e Cia, e sul grado di cooperazione esistente, sul quale hanno indagato il Parlamento Europeo e il Bundestag. Secondo l'ex agente, con gli europei e' stato svolto molto lavoro utile, anche se, secondo l'amministrazione Bush, le leggi europee sulla privacy rendono tutto piu' lento. Eppure sarebbe ora di smettere di "fare la predica" agli europei, che "hanno a che fare con il terrorismo da anni, e dai quali molto si puo' imparare, sia dai successi ottenuti che dai fallimenti patiti".
Per Drumheller l'unica seria possibilita' che hanno gli Americani per proteggersi e' quella di trovare un modo per affrontare la minaccia terroristica in Europa: la manovalanza dei terroristi parte da li', "il World Trade Center e' stato attaccato da uomini che provenivano da Amburgo, non da Kabul. E' chiaro dunque quanto importante sia avere buoni rapporti con l'intelligence locale e non inimicarsela: abbiamo bisogno di essere sicuri che ci dicano tutto quello che sanno".
Davvero curioso e forse eccessivo: penso e parlo male di questo governo, quasi fosse il peggiore che mi sia capitato di ‘incontrare’, eppure so benissimo che non è così, so bene che ci potrebbe essere di molto peggio, so anche che Prodi ‘fa il possibie’. E allora? Saranno i 55 anni compiuti, sarà una certa ‘fatica’ strisciante nel mio lavoro, sarà forse la ventennale frequentazione del mondo della politica e l’averli conosciuti ‘da vicino’, sarà forse la classica ‘presunzione di ritorno’ a cui uno si aggrappa quando il mondo si fa davvero opaco e le vie d’uscita apparentemente imperscrutabili - saranno tutti questi fattori assieme - ma mi resta addosso la sensazione che questo governo sia ‘relativamente ‘ più inadeguato degli altri che lo hanno preceduto. Per una principale ragione, il paese a mio avviso esprimeva essenzialmente una domanda di ‘modernizzazione’ - non la ’salvezza’ a cui provvide Ciampi nel 92, non la ciambella europea del 96, non il ‘miracolo’ del 2001 berlusconiano - il paese voleva (e ci metto un bel pezzo di centro destra e di centro sinistra) che gli fosse indicata una strada nitida, un percorso preciso per poter ripartire con alcune tappe visibilissime. La risposta è stata di segno diverso: un ragionieristico richiamo/sistemazione di tipo contabile (senza che vi fosse un contemporanea inversione di tendenza della qualità della spesa pubblica), un vago intento di redistribuzione della ricchezza (tanto vago quanto insostanziale). Il risultato è che assistiamo ad una perdita di consensi estesa, senza che si siano fatte politiche che la ‘giustifichino’ e con il rischio sempre più forte di ‘bruciare’ quanta capacità di investimento e di fiducia restava disponibile (a sinistra come a destra). Se tutto ciò dovesse preludere ad un rinnovamento a un ricambio del nostro ceto politico, se cioè le sconfitte fossero ‘rigeneratrici’ in fondo tutto sarebbe ancora accettabile. Ma non è così: a destra come a sinistra sono e si sentono tutti in corsa, tutti pronti a divorare i futuri sempre più corti che il paese ha a disposizione.http://weber-trieste.blogautore.repubblica.it/
Prodi: "La mia cura è quella giusta basta liti o me ne vado"
Massimo Giannini
la Repubblica
ROMA - «Il risultato del voto? Certo che non mi è piaciuto. E certo che mi preoccupa il calo di consensi nel Nord. Ma sa che le dico? Questo Paese era ed è ancora malato. Io gli ho fatto una bella operazione chirurgica. E non ho mai visto un malato che, dopo l´operazione, si mette a correre e ti dice "come godo". Quindi io vado avanti, perché sono sicuro che la terapia è quella giusta. E se c´è qualcuno che ne ha un´altra, si accomodi pure...». Chiuso nella sua «trincea» di Palazzo Chigi, seduto in maniche di camicia al tavolo di lavoro, Romano Prodi è un concentrato di rabbia e di orgoglio. Il giorno dopo la batosta delle amministrative il premier, insieme al fumo del solito toscano, sbuffa tutta la sua insofferenza. Avverte gli alleati: «Più coesione, o avanti un altro». E lancia un durissimo altolà sul Partito democratico: «D´ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare».
Presidente Prodi, lei ha perso le amministrative. Si immaginava questa Caporetto, oltre la linea del Po?
«Mi aspettavo un risultato un po´ peggiore al Centro-Sud, ma non lo nego, speravo che saremmo andati meglio al Nord. Invece, nelle zone in cui il centrosinistra era già in minoranza alle ultime elezioni politiche, il nostro divario rispetto al centrodestra è ulteriormente aumentato».
E come se lo spiega? I problemi di comunicazione, ormai, non nascondo anche un problema politico?
«Non c´è dubbio. Cosa si rimprovera al governo? Che non ha saputo spiegare bene le cose che ha fatto e quelle che voleva fare, giusto? E allora io le dico: come si fa a dare un´immagine di buongoverno, quando i ministri e gli alleati della tua maggioranza sono i primi a smontare i provvedimenti che prendi? Ormai il dissenso precede addirittura il provvedimento da cui si dissente. Basta che lo annunci, e c´è subito qualcuno che si ritiene titolato a criticare, per aumentare la visibilità sua e quella del suo partito. Basta che il mio portavoce parli a nome di tutti, e cinque minuti dopo c´è sempre qualcuno che parla a nome proprio. Quando questo accade, neanche Leonardo da Vinci o Niccolò Machiavelli possono risolvere il problema».
È un atto d´accusa senza appello ai suoi alleati.
«È la constatazione dei fatti. Il "panino" dei tg è il simbolo di questo pessimo andazzo: se dissenti ci sei dentro, se no sei fuori. Ma io voglio avvertire tutti: un governo non va lontano, e non raccoglie consensi, se i primi a non riconoscere le sue iniziative e i suoi meriti sono quelli che ne fanno parte. Più si dissente, più si confonde e si delude l´elettorato».
Non tocca a lei mettere in riga i dissidenti?
«Io non ci posso fare molto. Non possiedo né giornali né tv. La legge elettorale è quella che è. Ma così non si può andare avanti. Non si può accettare che ogni misura venga infilzata dalla tua maggioranza, a volte ancora prima che abbia visto la luce».
Come si esce da questo vicolo cieco? Come si risponde in positivo, per esempio alla questione settentrionale?
«Sul piano politico, serve più coesione tra di noi. Dopo un anno di governo mi aspettavo meno litigiosità, e più senso di una missione comune. Sul piano delle cose da fare, c´è un modo sano e un modo insano per fronteggiare l´emergenza. Il modo insano è cavalcare tutti i malesseri, inseguire tutte le proteste, soddisfare tutte le richieste. Il modo sano è continuare a risanare il Paese, per garantirgli un futuro di stabilità e di sviluppo. Per riportarlo ad essere competitivo con gli altri grandi paesi europei. Io non ho dubbi su quale sia la scelta da fare».
Ma se la gente non condivide, lei rischia di fare come diceva Brecht: «il popolo ha chiesto al comitato centrale di cambiare le sue decisioni, il comitato centrale ha deciso di cambiare popolo»...
«Ho il massimo rispetto delle scelte degli elettori. In questo voto ci sono elementi che devono spingerci a una riflessione seria. Ma una cosa deve esser chiara. Io non ho nulla da perdere, ho messo a disposizione del Paese le mie esperienze, e ho già annunciato che alla fine della legislatura lascerò. Ma voglio governare cinque anni. E voglio lasciare a chi verrà dopo di me un Paese migliore».
E i risultati dell´altro ieri, al primo anno di legislatura, le sembrano un buon viatico?
«Non si governa sull´oggi, non si governa sulle emozioni. Ho piantato una vite che deve dare i suoi frutti. C´è bisogno di tempo. Se qualcuno vuole seminare un po´ d´erba e poi falciarla subito, faccia pure. Io non ho vinto le primarie e poi le elezioni del 2006 per fare una politica di corto respiro. Sapevamo fin dall´inizio qual era la nostra missione: riportare il deficit sotto il 3%, quando l´abbiamo trovato al 4,4%, e ricominciare a ridurre il debito. Garantire al Paese il risanamento, per rimetterlo nel frattempo sul sentiero della crescita».
Le faccio un esempio: vi siete accorti troppo tardi dell´emergenza sicurezza. L´indulto non vi ha penalizzato, proprio al Nord?
«L´indulto è l´unico provvedimento che mi sento rimproverare spesso, anche se non ha affatto prodotto gli sfaceli che gli vengono attribuiti. Io ci ho pensato giorno e notte, prima di firmarlo. Le carceri scoppiavano. Papa Wojtyla, alle Camere riunite, aveva chiesto molto di più: amnistia e indulto. Mi ricordo bene quel giorno: tutti i parlamentari in piedi, ad applaudire il Pontefice. Poi, quando ho varato l´indulto, si sono seduti tutti, e parecchi sono scappati. Non è un comportamento responsabile. Io non cerco la popolarità per seguire il senso comune. Non mi adagio sui vizi del Paese. Il mio dovere è cercare di guarirli, con serietà e rigore».
Un altro esempio: firmare il contratto degli statali qualche giorno prima non vi avrebbe aiutato?
«Sì, ho sentito anche questa. Dunque mi si rimprovera di non aver fatto il furbo? Non ci sto. Io non mi gioco lo stipendio degli statali per un interesse elettorale. La politica a breve termine non mi appartiene. Certo, sarebbe molto più facile: ma se l´avessi adottata nel ‘96 avrei portato il Paese alla bancarotta. E invece l´ho portato nell´euro».
Un ultimo esempio: concedere subito gli sgravi dell´Ici, come chiedeva Rutelli, non sarebbe stato più utile?
«Senta, sono stato il primo a dire che il nostro impegno assoluto è ridurre la pressione fiscale. Le tasse le abbiamo già in parte ridotte: 3 punti in meno di Irap per le imprese non sono uno scherzo. Vogliamo ridurle ancora, e le ridurremo. Ma io non posso abbassare le imposte, se prima non abbatto il livello indecente di evasione fiscale. E non posso abbassare l´Ici, se prima non intervengo in quelle fascia di sub-povertà che in questi anni si è allargata drammaticamente. Non siete stati proprio voi a raccontare su "Repubblica"la tragedia di milioni di italiani che vanno a prendere il cibo alla Caritas? E allora, prima di eliminare l´Ici io mi devo occupare dei più poveri».
Giusto. Ma intanto, come dimostra il voto del Nord, avete perso i contatti col mondo delle imprese. E non si può dire che Montezemolo non vi avesse avvertito.
«Da Montezemolo non solo io, ma tutti si aspettavano un minimo di equilibrio in più. Tutti si aspettavano che parlasse un po´ più dei problemi dell´economia produttiva e del ruolo dell´industria. Così si dialoga in modo costruttivo. Certo, se avessi dirottato altrove, persino sulla lotteria, i 5 miliardi di euro di riduzione del cuneo fiscale per le imprese, ci avrei guadagnato di più, perché di quella misura Confindustria non ci ha dato alcun riconoscimento. Ma io so che è stata comunque una scelta giusta per il bene del Paese. Perché vede, io sono un economista. So bene come si fa a rilanciare il sistema produttivo: infrastrutture efficienti, ricerca e sviluppo, sostegni all´export, aiuti all´innovazione tecnologica».
E allora, se lo sa, perché non lo fa?
«Come si fa a distribuire risorse, se prima non si fa un po´ di sana accumulazione? Se non si accumula, se non si cresce, non ci sono tesoretti da redistribuire nè "risarcimenti" sociali da elargire. Possibile che un Paese non sa ciò che deve e ciò che può fare? Una famiglia, quando si deve comprare l´automobile nuova, sa che per un certo periodo dovrà fare un po´ di risparmi. Perché non si applica al giudizio sulla cosa pubblica lo stesso approccio che si usa in famiglia? Allunghiamo l´orizzonte. Un Paese che vive solo sul breve è un Paese finito».
A parte le imprese, non le pare che anche il sindacato sia assai poco incline ad accettare la sfida della modernizzazione?
«Lo voglio dire con grande chiarezza: i sindacati si devono convincere che questo Paese deve cambiare. Se io, se noi tutti ci mettiamo in gara, devono farlo anche loro».
Vuol dire che la riforma delle pensioni va fatta entro giugno?
«Voglio dire che, sgomberato il campo dal contratto degli statali, il governo non va certo in vacanza. La riforma è necessaria, deve garantire l´equilibrio finanziario del sistema previdenziale e deve dare sicurezze di lungo periodo non solo agli anziani ma anche ai giovani. Su questa base non solo il governo, ma tutte le parti sociali devono sentirsi impegnate».
Dica la verità: col senno di poi, se tornasse indietro farebbe una Finanziaria un po´ più morbida, come si rammarica l´ala sinistra?
«Una Finanziaria più morbida? Poi cosa andavo a raccontare all´Ue, all´Fmi, alle agenzie di rating, ai mercati? Se non avessi dato subito un segnale forte della nostra volontà si risanare i conti, a quest´ora il Paese sarebbe in rovina. No, questi ragionamenti proprio non li accetto. Non accetto che mi si dica che non si sapeva a cosa saremmo andati incontro. Lo dissi subito: volete giustamente più crescita, più equità fiscale, più aiuti ai ceti deboli, scuole migliori, più asili nido? E allora serve una terapia d´urto, immediata. I benefici verranno più in là».
Il problema è questo. Più in là quando?
«Ma io sto governando l´Italia, mica la Francia! Noi abbiamo un debito pubblico al 106% del Pil, un´evasione fiscale indecente, una crescita insufficiente, una produttività bassa, una carenza di infrastrutture. E come se non bastasse, un sistema politico frammentato e una legge elettorale scandalosa, che ha solo acuito le divisioni tra i partiti. Se nel Paese c´è la coscienza civica di tutto questo, allora possiamo ancora farcela. Altrimenti, avanti un altro».
Il voto dimostra che all´opinione pubblica questa coscienza non l´avete trasmessa. Si chiede il perché?
«Se l´opinione pubblica si aspetta l´impossibile, da me non lo otterrà. Io mi ricordo il dramma degli anni ´80. E non inganno il Paese, promettendo quello che non posso dare. Se va bene è così, se no mi si mandi via».
Appunto. È proprio quello che vuole fare Berlusconi, andando al Quirinale a chiedere la sua cacciata.
«Nella passata legislatura il Cavaliere ha preso botte da olio santo in tutte le elezioni amministrative, e nessuno gli ha detto niente. Vuole andare da Napolitano? Che vada. Tanto poi torna indietro. La Cdl non è un´alternativa di governo: in un quinquennio hanno fatto solo disastri. Abbiamo fatto crescere il Pil più noi in quest´ultimo anno che loro nei 5 precedenti. Cos´è, fortuna anche questa?».
Possibile che lei sia soddisfatto al 100% di come vanno le cose?
«Io non sono soddisfatto al 100%. Alcuni errori li ho commessi. Già in Finanziaria avrei potuto fare qualcosa di più per i tagli alla spesa pubblica. Ma ora stiamo recuperando. Il tema dei "costi della politica", di cui in questi giorni si parla tanto, l´ho inventato io. Entro giugno vareremo un disegno di legge».
Basterà a calmare l´ondata dell´anti-politica?
«Se basterà non lo so. So che il fenomeno è serio, e che mi preoccupa moltissimo. Ma so anche che il rimedio migliore è la buona politica, non la demagogia».
Parliamo proprio di rimedi. Cosa pensa di fare per risalire la china dei consensi? Non è il momento di cambiare passo?
«È il momento di andare avanti per la strada che abbiamo intrapreso».
Sempre più ostaggi della sinistra radicale, come dice la Cdl?
«Ma questa è una balla! E poi: la sinistra radicale dice che abbiamo perso per colpa di Padoa-Schioppa, la Cdl dice che abbiamo perso perché siamo troppo di sinistra. Insomma, che almeno si mettano d´accordo!».
Resta il nodo vero, che forse spiega più di tutti gli altri la vostra sconfitta: il partito democratico. Su questo non siete troppo in ritardo, e troppo divisi sulle formule?
«È vero. Ma il partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo. E finora sono stato timido a dirlo, ma dopo le amministrative non ho più remore: deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via. Deve nascere come un partito concorrenziale, contendibile, non garantito, aperto. Dobbiamo arrivare all´appuntamento del 14 ottobre con tante belle liste, dove nessuno è garantito. Anche il signor Prodi va a correre nel suo collegio 12 di Bologna, come ogni altro cittadino».
Bella immagine. Ma intanto con il comitato dei 45 avete creato solo nuovo malcontento.
«Quello è stato un brutto errore. Ma quante volte ho detto che i partecipanti a quel comitato non dovevano avere incarichi nei partiti? "Levatrici" del Pd, dovevano essere: così avevo detto, e mi hanno attaccato in tanti. Ma adesso basta. D´ora in poi cambia la musica. O si fa come dico io, o prendere o lasciare».
Nonostante il suo ultimatum, ora c´è il dissenso di chi vuole anticipare i tempi, ed eleggere insieme alla costituente anche il leader. Lei non è d´accordo?
«Per me l´idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile. È un modo di riproporre i vizi della vecchia politica. Le due figure, il leader e il candidato premier, devono coincidere: è nella natura stessa del partito democratico, che nasce come partito per il governo e per la governabilità».
Quindi la costituente chi può nominare, se non un leader?
«Nominerà un coordinatore, un reggente. Meglio ancora uno speaker. Il vero leader sarà nominato più in là, e sarà anche il candidato premier. Questo è il patto».
Opta per questa scelta «minimalista» perchè teme un pericoloso dualismo. Non è così?
«La mia storia parla per me. Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto».
Mai più prodiani né dalemiani, né...
di Gad Lerner
Caro direttore,
il garbato sfottò dedicatomi ieri da Roberto Cotroneo ha un bel titolo: «Gad, il giornalista riluttante». Richiama un romanzo del pakistano Mohsin Hamid appena tradotto da Einaudi - «Il fondamentalista riluttante» - di straordinario valore letterario e politico. Lo raccomando di cuore ai lettori de l’Unità.
Grazie del pretesto, dunque. Solo che io non sono riluttante affatto sulla necessità di costruire al più presto un partito davvero -sottolineo il davvero- democratico. Ci sto, punto e basta. Dopo averne predicato sui giornali, in tv e nelle campagne elettorali per un decennio abbondante, troverei indecoroso sottrarmi al momento della prova. Il 14 ottobre prenderò la tessera, e sarà la prima in vita mia.
Piuttosto che riluttante, diciamo che sono spaventato come tutti. Ci siamo messi all’opera in ritardo e nelle condizioni peggiori. Il mio stato d’animo oggi è più o meno: o la va o la spacca. Una riforma in senso democratico della nostra politica oligarchica può darsi ancora, forse, ma solo se ci verrà l’aiuto di una generosa, arrabbiata spinta dall’esterno: con il referendum elettorale contro il Parlamento dei nominati; e con la partecipazione dei cittadini sostenitori dell’Ulivo alla selezione e al ricambio di una nuova classe dirigente democratica, il 14 ottobre prossimo. È un tentativo obbligatorio, dopo il «quasi scioglimento» di Ds e Margherita. Andasse male, mi ritirerò anch’io come Calabrese e Pansa. Ma fin lì sento il dovere di esserci. Noi esterni ai partiti tendiamo ad atteggiarci a vittime ma in genere quando abbiamo voce è perché siamo dei benestanti privilegiati. Dunque, meno puzza al naso e ogni tanto rimbocchiamoci le maniche.
Cosa possiamo fare? Credo che il Comitato 14 ottobre, nonostante sia frutto di designazione oligarchica, debba cercare dentro di sé il coraggio di imporre regole draconiane per una riforma del mandato politico. Mi spiace che troppe anime belle abbiano disertato l’invito a farne parte, anche se capisco il loro scetticismo. Adesso un’ironia fuori luogo colpisce i pochi senza incarichi politici come Carlo Petrini, Tullia Zevi, Marcello De Cecco. Gente che meriterebbe gratitudine e rispetto, gente che ha già rifiutato candidature parlamentari o ministeriali. Non perché siano migliori dei politici di professione, sia chiaro, ma perché felicemente impegnati in altre degne attività. Io me li immagino disinteressati e quindi tenaci nel perseguire la democraticità del passaggio in cui tutti i leader dovranno rimettersi in gioco.
Chissà, forse ci toccherà la parte dei «pierini», nel Comitato 14 ottobre. Essendo il mio impegno politico intermittente, ma tutt’altro che riluttante, racconterò a Cotroneo un aneddoto per spiegarmi. Nella primavera del 2004 fui chiamato a far parte del Comitato promotore della prima lista unitaria dell’Ulivo, per le elezioni europee. Ricordo ancora l’imbarazzo nella riunione a piazza Santi Apostoli quando proposi l’incompatibilità di una candidatura a Bruxelles per chi intendesse cumularla all’incarico di deputato o senatore. C’erano i segretari di Ds e Margherita già pronti a fare i capolista. C’erano Berlusconi e Bertinotti che fregandosene si candidavano dappertutto. Temo che ancor oggi qualcuno me ne voglia per quell’alzata di ingegno (magari con i big avremmo preso un punto in più...). Ma in nessun altro paese d’Europa le regole della politica accettano l’indecenza del cumulo d’incarichi. Se non cominciamo ad applicare la regola al nostro interno, con che faccia ci rivolgiamo al popolo?
Lo stesso deve valere sul 50% di presenze femminili nelle liste per l’assemblea costituente. L’attuale nomenklatura è vincolata da rispettabili compatibilità d’apparato che le hanno impedito - nonostante gli sforzi - di andare oltre quota 30% nel Comitato 14 ottobre. Varata una regola inderogabile, vedrete che ci si adeguerà.
Insomma, spero che serviremo a qualcosa, noi «pierini».
Infine c’è la faccenda del «Gad prodiano». Per me è la più delicata. Infedele è una cosa. Sleale o traditore, tanto più nei momenti di difficoltà, un’altra.
Il Corriere della Sera mi ha fatto il dispetto di titolare con quell’annuncio: «Lerner: non sono più prodiano». Traditore, dunque, molto peggio che riluttante. Per fortuna Romano Prodi mi conosce bene. Siamo amici, c’è affetto. Se mi ha messo nel Comitato 14 ottobre dopo aver letto non ieri, ma nel 2005, quel che pensavo sui limiti politici della sua leadership, peraltro imprescindibile (vedi Tu sei un bastardo, Feltrinelli da pag. 101 a pag. 125) vuol dire che non va in cerca di camerieri. Senza Romano Prodi non ci sarebbe l’Ulivo e non avremmo vinto le elezioni del 2006. Ma la legge porcellum e una serie di nostri errori politici ne hanno incrinato il disegno strategico. Per fortuna, anche grazie a lui, siamo riusciti a convogliare in dirittura d’arrivo il Partito democratico.
Ma il nascente Pd è costretto a muovere i suoi primi passi in un equilibrio difficilissimo: la priorità assoluta di una riforma della politica - referendum e 14 ottobre - lo mette in rotta di collisione con gli alleati di governo. Pensate al potere di veto esercitato sul governo da un leader come Mastella. Dispone di 534 mila voti alla Camera su circa 49 milioni di elettori italiani, cioè poco più dell’1%. Peggio delle scatole cinesi della finanza italiana. E fa specie notare i suoi legami, le sue relazioni. Non è un mistero: suo sponsor principale è un imprenditore dinamico e innovativo nel suo business come Diego Della Valle, azionista del salotto buono di via Solferino. Decisionisti o mastelliani, i fautori confindustriali del «governo dei migliori»? Bah.
È evidente dunque come l’iniziativa di democratizzazione della politica che ci accingiamo a tentare, comporti dei rischi anche per Romano Prodi. Per questo ho detto e confermo che entrando nel Comitato 14 ottobre sento il dovere di dimettermi da prodiano. Confidando che altrettanto facciano i dalemiani, rutelliani, fassiniani, mariniani... sono troppo ingenuo? www.unita.it
In Giappone il ministro dell’Agricoltura Toshikatsu Matsuoka, coinvolto in uno scandalo finanziario, s’è impiccato in pieno Parlamento. «Sono ben cosciente - ha lasciato detto - delle mie responsabilità. È mio dovere far sì che cose simili non si ripetano». Era accusato di aver intascato fondi neri per 6.600 euro da una società edilizia che poi aveva vinto appalti pubblici e di aver presentato note spese fasulle per 180 mila euro facendosele rimborsare dallo Stato. In Italia Paolo Scaroni, quand’era manager della Techint, pagò tangenti al Psi per vincere appalti all’Enel. Una volta scoperto, fortunatamente non si suicidò. Patteggiò 1 anno e 4 mesi per corruzione e fu subito promosso dal governo Berlusconi presidente dell’Enel (in veste d’intenditore) e poi amministratore delegato dell’Eni: ora è di nuovo indagato dalla Procura di Milano per aver truffato gli italiani taroccando i contatori di gas e gonfiando le bollette di circa il 6%. Se avesse lasciato detto qualcosa, avrebbe potuto dire: «Sono ben incosciente delle mie responsabilità. Ed è mio dovere far sì che cose simili si ripetano. Ora scusatemi, ma ho molto da fare». Matsuoka riteneva di aver «perso la reputazione»: il che, spiega Paolo Salom sul Corriere, «è la tragedia più grande per un uomo dell’Estremo Oriente. Negli ultimi 25 anni, altri 4 parlamentari han fatto harakiri». Tutti gli Scaroni d’Italia della reputazione e dell’onore hanno un concetto un po’ elastico: non temono di perderli, non si sono mai posti il problema, e questo li avvantaggia parecchio rispetto agli uomini dell’Estremo Oriente. Chi ha una faccia, teme di perderla. Ma chi non ce l’ha, o più semplicemente vive in Italia, non ha nulla da perdere. Vive meglio. E soprattutto vive. Mentre i Matsuoka muoiono. Certo i Matsuoka esagerano: noi, più modestamente, ci accontenteremmo che quelli nostrani vivessero cent’anni, ma a casa loro, lontano dal denaro pubblico. Invece, se nel curriculum hanno almeno una condanna da vantare, vi si avvicinano vieppiù. E dire che, solo 15 anni fa, capitava anche in Italia che qualche personaggio coinvolto in Tangentopoli si togliesse la vita per la vergogna, o per paura delle conseguenze. Ma oggi vengono ricordati come vittime, non come colpevoli: colpevoli sono i giudici che scoprirono i loro delitti e i giornali che li raccontarono. In Giappone a nessuno salterebbe in mente di accusare giudici o giornali: se uno ruba, le conseguenze dei suoi furti ricadono su di lui, non sugli altri. Il Corriere aggiunge che «Matsuoka, facendo harakiri, ha riconquistato il suo onore di fronte ai connazionali». Ecco, i connazionali. I cittadini. La società civile. L’opinione pubblica. Nel ‘92-’93 ne avevamo una anche noi. Scendeva in piazza contro i ladri e a favore delle guardie. Poi, a reti unificate, le fu spiegato che i ladri erano le vittime e le guardie i colpevoli. Il gioco di prestigio funzionò. L’altroieri gli elettori di Asti hanno rieletto sindaco il forzista Giorgio Galvagno: lo era già nel gennaio ’94, quando era socialista e fu arrestato. Lo scandalo era quello della discarica di Vallemanina e Valleandona, dove venivano smaltiti illegalmente rifiuti tossici e nocivi in cambio di tangenti. Innocente? No, colpevole: nel 1996 Galvagno patteggiò 6 mesi e 26 giorni di carcere per inquinamento delle falde acquifere, abuso e omissione di atti ufficio, falso ideologico, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia dei responsabili della Tangentopoli astigiana. Meritava un premio: nel 2001 Forza Italia lo preferì all’allora capogruppo, l’avvocato Alberto Pasta, che aveva un handicap: al processo sulla discarica assisteva il comitato delle vittime, parte civile contro Galvagno. Fra il condannato e la parte civile, il partito di Berlusconi non ebbe esitazioni: scelse il condannato. Galvagno divenne deputato. Ora è di nuovo sindaco,col 56,9%. A Taranto sfiora il ballottaggio il figlio di Giancarlo Cito, che non poteva ripresentarsi per via di una condanna per mafia (Sacra corona unita). A Monza vince il rappresentante della Cdl, così finalmente Paolo Berlusconi potrà costruire un milione di metri cubi alla Cascinazza. La politica è in crisi anche per questo: a volte, come diceva un celebre titolo di Cuore, «l’uomo della strada è una bella merda». www.unita.it
È inutile far finta di nulla, ci ha preso un po’ tutti (è importante premettere che in realtà questo Sarkozy non abbiamo la minima idea di chi sia veramente: ne sappiamo poco e leggiamo giornalisti che ne sanno di meno).
La malattia ha forma diverse, come la peste che può essere bubbonica o polmonare. Diciamo che l’impiegato del Quirinale che va in giro per Roma a menare gli straneri scortesi ha preso la sarkosi nella varietà “racaille”: oh! Finalmente anche a sinistra si valuta la possibilità di risolvere il problema stranieri non con i diritti di cittadinanza, ma con insulti e aggressioni preventive. Ecco, sì, apriamo un dibattito.
Altri in Sarkozy hanno visto la faccia nuova. Questo è fantastico, perché io dieci anni fa già bazzicavo la Francia e la facciona di gomma di Sarkozy ai guignols de l’Info me la ricordo benissimo. Se provate a dire a un francese che Sarko rappresenta “il nuovo”, vi guarderà strano. D’altronde è vero che è giovane, per i nostri parametri. E allora vai, vai coi giovani. Questa forma si chiama sarkosi giovanile, e voi ci siete dentro.
Voi avete il pallino delle persone. Le persone che non vi piacciono non vanno bene; occorre sostituirle con persone che conoscete voi. In pratica, l’unico reale inconveniente dell’establishment è che non ci siete ancora arrivati. La vostra è l’angoscia del Principe Carlo che invecchia mentre la regina non smolla il trono. Vi capisco, ma non la penso come voi.
Io sono piuttosto scettico nei confronti dell’unità-Uomo. Per me è materiale umano, plasmabile a seconda delle strutture. Io in effetti credo nelle strutture. La mia forma di sarkosi è forse più tenace della vostra, perché è strutturale. Si è attaccata alle ossa, al midollo. Mi preoccupa.
Da un po’ di tempo in qua per esempio mi sto convincendo di non vivere in una repubblica, ma in una
Dittatura parlamentare
Ho dato un occhio all’ordinamento: il Parlamento è il centro di tutti i poteri. Nomina il Capo dello Stato, un notaio che ratifica le leggi prima che siano pubblicate. Quest’ultimo deve consultarsi coi capigruppo per esprimere il Capo del Governo, un ragioniere che dopo aver ceduto i Ministeri ai partiti che lo hanno designato, deve rassegnarsi a ‘governare’ primus inter partes, con un contratto CoCoPro: in qualsiasi momento è licenziabile con un doppio voto di sfiducia. Di chi? Ma del Parlamento… i cui due presidenti, en passant, nominano persino il consiglio d’amministrazione della Rai.
In tutta la struttura, il Parlamento è l’unico organo a essere eletto direttamente dal popolo. È il budello della volontà popolare: tutta la sovranità che l’articolo 1 della Costituzione assegna al popolo, noi la trasferiamo unicamente lì, una volta ogni cinque anni. Da quel momento la perdiamo: l’articolo 67 in questo è categorico. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È chiaro? L’on. Caruso potrebbe passare dopodomani ad AN senza venire meno a nessun vincolo nei confronti di chi lo ha mandato a Montecitorio. In pratica, ogni parlamentare è Re. Per cinque anni non deve riferire nulla a nessuno. Poi, in linea teorica, potrebbe essere decapitato dal popolo elettore. Ma ha avuto cinque anni per arricchirsi e prepararsi alla successione di sé stesso.
E allora: perché continuiamo a prendercela coi partiti? Dal 1989 a oggi li abbiamo cambiati tutti, e non è cambiato molto. La radice del problema non sono i partiti. I partiti sono agenzie di raccolta dei voti, finanziate dai parlamentari. Forse il concetto di partitocrazia è stato un abbaglio. Il nucleo del problema è il parlamento.
Cito da uno degli ultimi numeri di Internazionale (che cita La casta): “In Italia c’è un parlamentare ogni 60.371 eletti, ogni 66.554 in Francia, ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 560.747 negli USA. La spesa per il Quirinale è di 217 milioni di euro, per la Corona britannica 56,8. Il Quirinale ha 1072 dipendenti, il Bundestag 160. Lo stipendio di Bush è di 22mila euro, Prodi 18mila, Blair 15mila, Zapatero settemila. La camera costava 140 milioni di euro nel 1968. un miliardo nel 2007. Un parlamentare guadagnava 1964 euro nel 1948, 15.706 nel 2006”. Se pensate che il problema sia degli uomini, non potete che concludere che l’atteggiamento predatorio dei potenti sia un carattere della cultura nazionale: a questo punto potete pensare che gli Uomini Giovani siano meno attaccati al soldo dei Vecchi (ma perché?) oppure semplicemente lasciar perdere, ci sono tanti altri bei Paesi in cui emigrare (è il dilemma di Scalfarotto: salvo l’Italia con la forza della mia gioventù, o me ne resto in UK dove i treni sono puntuali?)
Io invece mi ostino a credere che il problema sia strutturale: il rischio di un Parlamento elefantiaco e incontrollabile era già nero su bianco nella formula costituzionale che lo prevedeva come unico depositario della volontà popolare. Banalmente: i parlamentari si alzano lo stipendio e i benefits perché possono farlo, perché nessuno può impedirglielo. Benché spesso mostrino di volerne parlare, non si ridurranno mai le poltrone da soli: andrebbe contro a una logica di autoconservazione che è tipica non dico degli italiani, ma di tutti gli uomini e di molti altri organismi viventi.
Il simbolo umano della degenerazione della Repubblica in dittatura parlamentare è senza dubbio l’invitto Clemente Mastella, che col suo feudo elettorale, col suo due-e-qualcosa per cento, può scrivere l’agenda del governo Prodi, o mandarlo a casa se gli va. Per molti anni ci siamo raccontati che Mastella è un parassita del sistema: perché? Non approfitta di nessuna falla nel sistema immunitario. La verità, piuttosto pesante da accettare, è che Mastella è una normalissima cellula del sistema, che fa esattamente quello il sistema gli chiede di fare.
La dittatura parlamentare è decisamente la più sottile da individuare, perché in apparenza è tutto fuorché monolitica o totalitaria: nel Parlamento si accettano tutti, c’è spazio per comunisti, transessuali, oriundi argentini e separatisti alpini. Tutto è negoziabile, tutto è lottizzabile, e in teoria ogni cinque anni la sovranità ritorna al popolo. I parlamentari per ora questo non possono togliercelo – ma intanto sono riusciti a toglierci la preferenza sulle schede. Tempo al tempo.
Come siamo arrivati a questo? La centralità del Parlamento è un lascito dell’antifascismo: Mussolini non era diventato veramente Mussolini finché non aveva chiuso le aule sorde e grigie. Tolto di mezzo il puzzone, Togliatti e De Gasperi potevano avere soltanto due cose in comune: i voti dei lavoratori (e il lavoro infatti è il fondamento teorico della Repubblica) e la stanza in cui si parlavano. Col tempo il lavoro si è parecchio decentrato, ma la stanza è rimasta lì, in dotazione agli eredi.
All’inizio, peraltro, il sistema parlamentare rispecchiava l’identità di un’Italia realmente divisa in schieramenti organici e complementari: fino agli anni ’70 i partiti-massa da questo punto di vista hanno fatto il loro dovere. Votare PCI o DC (o PSI) significava entrare in una rete sociale, provvista di un sindacato, un circolo ricreativo, una polisportiva, un istituto di credito, un canale Rai... La lottizzazione, prima ancora che negli affari, esisteva nella società – perlomeno come progetto. Era un progetto abbastanza originale, e sarebbe stato curioso vederlo realizzato, ma fu accantonato negli anni ’80, quando il benessere ci convinse che l’Italia era diventata un’altra terra delle opportunità: nello stesso periodo i partiti di massa smisero di avere il polso del Paese. Si sono riciclati come agenzie elettorali, e tutto sommato da questo punto di vista continuano a funzionare abbastanza bene.
L’animosità verso il parlamento è sempre esistita. Negli anni ’80 c’era già chi parlava di presidenzialismo: erano Craxi e Almirante, entrambi a loro modo eredi di una corrente sotterranea antiparlamentare.
Poi ci fu Mani Pulite e la fase dei referendum (tra i quali, ricordo, l’abolizione dell’immunità agli onorevoli). Quello fu in assoluto il momento in cui il Parlamento rischiò di più l’attacco dei cittadini. Se fu in grado di riorganizzarsi negli anni seguenti, fu proprio perché non fu riconosciuto come il vero nemico: al parlamento facevano riferimento i più accaniti nemici della partitocrazia, i Segni o gli Orlando. Il risultato fu il capolavoro di una finta riforma elettorale: dal 1994 a oggi, noi entriamo nelle urne convinti di votare per Berlusconi o Prodi. Nei bollini delle schede a volte c’è persino scritto “Berlusconi” o “Prodi”. Ma in realtà non votiamo per loro: votiamo per i parlamentari che (in teoria, ma senza vincolo di mandato) dovrebbero votare per loro. Nei fatti Berlusconi o Prodi hanno dimostrato varie volte di essere ostaggi nelle mani dei loro Grandi Elettori. Dietro a un simulacro di elezione presidenziale, il Parlamento prospera e ingrassa.
E Berlusconi? All’apparenza, l’Uomo del destino contro i pigmei parlamentari. In realtà la sua traiettoria ha dimostrato la forza del Parlamento italiano, che dopo essersi mangiato decine di referendum, è riuscito a sopravvivere alla grande anche all’Uomo nuovo. E veramente, se c’era qualcuno in Italia in grado di soggiogare il Parlamento-Re, era lui. Perché non c’è riuscito? Forse perché – banalmente – è un cattivo politico. Le riforme costituzionali gli interessavano soltanto come moneta di scambio con D’Alema & co.; persino alleati parlamentari secondari come Bossi, o minuscoli come Follini, sono riusciti a metterlo in difficoltà.
In tutti questi anni io ho sempre pensato che la repubblica parlamentare fosse la meno peggio. L’avevo ereditata dai padri costituenti, per i quali nutrivo affetto e rispetto. L’alternativa presidenziale mi sgomentava: la personalizzazione della politica mi sembra un errore, soprattutto quando la Persona è Craxi, prima, e Berlusconi poi.
Adesso guardo a tutto con occhi nuovi. Il modello francese ha tanti difetti, ma mi seduce. Il ballottaggio ti permette di baloccarti con la tua identità al primo turno, e di scoprirti adulto e responsabile al secondo. Un Presidente legittimato da un’elezione popolare non sarebbe più ostaggio di nessuno. Basterebbe la sua ombra a indurre i parlamentari a più miti consigli quando si parla di aumentare gli stipendi.
Insomma, ci sono dentro fino al collo. Sarkosi presidenziale. È grave, dottore?http://leonardo.blogspot.com/
In questo mondo e in questa epoca di vergogna essere nati come donna significa essere a priori a rischio. Essere donna vuol dire che le “prerogative del sesso” rimangono secondo le parole di Virginia Woolf una punizione.
Do'aa Khalil Asvad è una ragazza irachena e più precisamente kurda, dell' “autonomia del Kurdistan” irakeno. Un' autonomia definita “laica” e “secolare” e sostenuta dall'amministrazione Bush che in teoria dovrebbe combattere l'arretratezza secolare e le usanze prestoriche.
La 17enne Do'aa il giorno 7 Aprile 2007 sotto gli occhi di una folla agitata e numerosa che comprende anche diversi poliziotti in servizio viene denudata e assassinata da almeno 9 uomini con il lancio di sassi, mattoni e pezzi di cemento (vedi il filmato ).
Se la scena non fosse ripresa da un telefonino e diffusa da Amnesty International anche questo crimine sarebbe rimasto nel buio. Il macabro crimine avviene in una terra dove gli stivali degli occupanti hanno creato da un lato dei governanti obbedienti e meschini e dall'altro canto gruppi terroristici come Ansar al-Sunnah difensori della sunnah (=tradizione) e bin-Ladinisti della peggior specie che cercano di dare un volto politico al crimine.
Conoscendo le ragioni di Do'aa si comprende la nobiltà dell'animo e le sue alte motivazioni di fronte alla miseria esistenziale (dei suoi aguzzini) . La 17enne Do'aa della setta degli izaditi kurdi si è innamorata di un ragazzo arabo. Do'aa si è permessa di innamorarsi in una terra in via di polverizzazione come l'Iraq dove le diversità etnico – confessionali grazie all'occupazione e al terrorismo sono diventati asce che frantumano gli esseri umani e tracciano divisioni e confini. In questo terreno caratterizzato dalla violenza e divisione la 17enne Do'aa si era azzardata di impegnarsi per l'unione, per l'amore. Do'aa è una donna tra milioni, vittima di un maschilismo che nell'era dell'esercizio del potere nel modo più brutale è alleata dell' occupazione e che fonda le radici nel buio dell'arretratezza e nella miseria della credenza basata sulla tradizione.
Il caso di Nejat
E' sempre una donna e questa volta si chiama Nejat. Se Do'aa si avvolgeva nel proprio dolore , gridando parole che in mezzo alla rabbia degli uomini onorati (che difendevano la propria “dignità” che poteva essere ripristinata solo con la lapidazione di una 17ene) non verranno mai capite. In questi momenti tragici alcune donne gridano la propria innocenza, altre il desiderio di voler vivere ma come è stato raccontato dal disgraziato padre che ha scavato la tomba della propria figlia Nejat per seppellirla viva, Nejat non ha detto nemmeno una parola “guardava solo il cielo”. Il padre preoccupato per il proprio nome e la vergogna portata da una figlia adultera ha raccontato cosi la storia.
Racconta cosi il padre : Quando scavai la buca mia figlia senza dire una parola andò verso la sua tomba e si coricò dentro. Non stavo bene ma pensavo di fare una cosa giusta. Con la paletta prima le buttai la terra sulle gambe. Non diceva nulla aveva gli occhi verso il cielo. Buttai la terra sulla pancia e sul petto, non diceva nulla. Non mi chiedeva di non farlo, di non continuare a seppellirla. Prima che le coprissi il viso con la terra, mi disse: padre bada a mia figlia”.
Doveva essere semplicemente un saluto a una platea di neolaureati, un evento simile a centinaia di altri che ogni anno vedono personaggi pubblici salire sul palco nei campus americani. Quello pronunciato 60 anni fa dal segretario di Stato George Marshall ad Harvard fu invece un discorso di 12 minuti destinato a cambiare l’Europa e il mondo: segnava la nascita del Piano che porta il suo nome. Sei decenni dopo, l’America celebra uno dei maggiori successi di politica estera del XX secolo, con un occhio alle difficolta’ odierne. […] Da George W.Bush a Barack Obama, esponenti di entrambi gli schieramenti citano oggi costantemente Marshall e il presidente per cui lavorava, Harry Truman, in un periodo in cui l’America in crisi di popolarita’ cerca di ridefinire il proprio ruolo planetario. Forse alla ricerca di ispirazione, il Dipartimento di Stato sforna in questi giorni una serie di pubblicazioni che celebrano l’anniversario del Piano Marshall, per cercare di capire come 13,3 miliardi di dollari investiti dagli Usa in Europa in quattro anni siano riusciti a rimettere in moto un continente devastato dalla guerra.Marshall pronuncio’ il proprio discorso ad Harvard il 5 giugno 1947, senza ricorrere a frasi retoriche, ma concentrandosi su un’analisi chiara della situazione disperata dell’economia europea nell’epoca post-bellica. All’America che avrebbe dovuto sostenere i costi del Piano dopo quelli gia’ pagati anche in termini di vite umane durante il conflitto, il segretario di Stato spiego’ che c’era bisogno, nell’interesse stesso degli Usa, di ‘’ristabilire la fiducia dei popoli europei nel futuro economico dei loro paesi e nell’Europa stessa'’. L’iniziativa, sottolineo’ Marshall, deve pero’ venire dai governi europei: l’America era pronta ad aiutarli, ma loro dovevano volerlo e chiederlo.
Le reazioni non si fecero attendere. Nel giro di poche settimane, Francia e Gran Bretagna cominciarono a redigere piani di spesa. Il primo conto che l’amministrazione Truman presento’ al Congresso fu di 17 miliardi di dollari: ne ottenne poco piu’ di 13, con uno sforzo bipartisan, ma furono sufficienti.
Gli statisti europei dell’epoca compresero in fretta che il discorso di Marshall che aveva aperto la strada al Piano era stato un momento storico. ‘’Le parole di Churchill - disse Dirk Stikker, ministro degli Esteri olandese - hanno vinto la guerra, le parole di Marshall hanno vinto la pace'’. Ernest Bevin, ministro degli Esteri britannico, paragono’ il Piano Marshall a ‘’una ciambella di salvataggio lanciata a chi sta affogando'’.
Negli ultimi anni, sia i repubblicani, sia i democratici hanno cercato di trarre ispirazione dalle scelte di Truman e Marshall. Bush e il suo ex capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, hanno citato piu’ volte il presidente che gesti’ l’inizio della Guerra Fredda come esempio da seguire per fare i conti con la ‘guerra al terrorismo’. Il presidente democratico e’ oggi considerato un termine di paragone per i candidati alla Casa Bianca, al punto che Newsweek ha dedicato una recente copertina a Truman, chiedendosi chi ne sara’ l’erede.
A rifarsi espressamente a Truman e Marshall e’ in questo periodo soprattutto Obama. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha sottolineato il senatore in un discorso a Chicago in cui ha delineato la propria politica estera, ‘’fu l’America in buona parte a costruire un sistema di istituzioni internazionali che ci ha fatto attraversare la Guerra Fredda. Leaders come Truman e Marshall sapevano che invece di imprigionare il nostro potere, queste istituzioni lo amplificavano'’.
In una serie di articoli e uno studio diffusi dal Dipartimento di Stato in occasione dell’anniversario, vengono elencati i motivi del successo del Piano Marshall, per trarne spunti per l’attualita’. Ai primi posti figurano il sostegno bipartisan (merce rarissima nella Washington spaccata in due di oggi), l’appoggio dell’opinione pubblica, il supporto della comunita’ internazionale e l’approccio multilaterale. Un elenco che sembra difficilmente compatibile con la posizione tenuta in questi anni dall’amministrazione Bush.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/05/28/60-anni-fa-il-piano-marshall-lamerica-ricorda-e-riflette/#more-311
Human Rights Watch condanna l'operato degli agenti al Gay pride e la politica repressiva di Putin
Diritti violati. Potrebbe addirittura finire sul tavolo del G8 che si terrà la prossima settimana la richiesta della presidenza di turno tedesca di 'fare chiarezza' sui fatti del Gay Pride di Mosca, dove alcuni deputati ed eurodeputati, tra cui il radicale Marco Cappato e Vladimir Luxuria del Prc, sono stati aggrediti sotto gli occhi della polizia. Le preoccupazioni per il comportamento degli agenti, che hanno assistito quasi senza muovere un dito all'aggressione perpetrata da centinaia di manifestanti anti-gay, inclusi skin-head, nazionalisti, ultra-ortodossi, ai danni dei partecipanti alla sfilata. "L'atteggiamento della polizia di Mosca - città amministrata da uno Yuri Luzhkov noto per la sua intolleranza alle sfilate - riflette un'attitudine repressiva nei confronti delle minoranze, di qualsiasi tipo esse siano", commenta Boris Dittrich, rappresentante di Human Rights Watch intervistato da PeaceReporter sulle violenze di Mosca, di cui è stato testimone.
Cosa è successo domenica, signor Dittrich?
Un bel po' di cose. Innanzitutto, il tentativo di consegnare al sindaco una lettera che gli rinfrescasse la memoria sul fatto che l'articolo 11 della Convenzione europea dei diritti umani, sottoscritta anche dalla Russia, enuncia il diritto di manifestare il proprio pensiero. Poi, le botte e gli arresti. La polizia, con il pretesto che attivisti e parlamentari europei erano 'sulla strada' e non 'sul marciapiede', li ha arrestati. Tra loro, l'organizzatore della parata, Nikolai Alexeiev. Io ero a pochi metri, e vicino a me alcuni individui vestiti di nero con una croce in mano gridavano: "Il sangue dei finocchi dovrebbe scorrere sulle strade di Mosca". Fanatici religiosi che, assieme a elementi di estrema destra, hanno cominciato ad attaccarci. La cosa singolare è che la polizia arrestava le vittime, anziché gli aggressori.
Chi erano esattamente questi aggressori?
I cristiani ultra-ortodossi, gli estremisti, i neo-nazi. Hanno provocato e attaccato i partecipanti. La polizia stava a guardare. Sono state arrestate un bel po' di persone, e col mio collega Scott Long di Human Rights Watch abbiamo fatto il giro dei commissariati per verificare chi era stato arrestato. I processi si sono tenuti oggi, alcuni si terranno domani.
Di cosa erano accusate le persone arrestate?
Di aver occupato la strada, anziché starsene sul marciapiede. Un'accusa ridicola.
L'atteggiamento del sindaco di Mosca, Yurj Luzkhov, che ha definito 'satanico' il gay pride, la sua intolleranza nei confronti degli omosessuali riflette una tendenza generale in Russia?
Sì, molta gente la pensa come Luzkhov in questo Paese. Tuttavia, stanno crescendo i movimenti di opinione per cercare di arginare i fenomeni omofobici, il dramma è che non riescono ad ottenere la giusta risonanza mediatica.
Nella Russia di Putin la repressione contro il dissenso sembra interessare non solo gli omosessuali, ma anche le minoranze etniche e razziali, la stampa, la società civile, le organizzazioni non governative...
Il rapporto che Human Rights Watch sta preparando non comprenderà solo il comportamento della polizia alla Gay Parade, ma anche le violazioni dei diritti delle minoranze nelle repubbliche ex-sovietiche, le discriminazioni ai danni di chi desidera esprimere liberamente la propria opinione. Due settimane fa, per esempio, vi è stata una manifestazione per legalizzare l'uso della cannabis. Anche in quell'occasione diverse persone sono state arrestate. Putin non sopporta le voci contrarie, chi non è d'accordo con la sua politica, chi protesta. Il giro di vite contro le opposizioni è cominciato due anni fa, con le persecuzioni ai danni delle ong russe. La nuova legge approvata nel 2005 mina la sovranità di queste organizzazioni, in quanto rafforza le misure di controllo e le procedure di registrazione, rendendo loro praticamente impossibile lavorare in modo indipendente. Ma anche l'attacco ai media, le coercizioni imposte a Kasparov, sono tutte spie del clima avvelenato che si respira oggi in questo Paese. Un paradosso, dato che la Russia è membro del Consiglio d'Europa, e quindi firmataria dei principali trattati sui diritti umani.
Ritiene che la comunità internazionale non stia facendo la giusta pressione sul governo di Putin per esortarlo al rispetto di tali diritti?
No, perché i Paesi occidentali, quelli europei in testa, sono largamente dipendenti dalle risorse energetiche russe. Intercorrono poi importanti relazioni commerciali tra Mosca e i Paesi della Ue, pertanto Putin può permettersi di ricattarli a suo piacimento. La situazione attuale qui è diventata inaccettabile, per questo Human Rights Watch non smetterà di fare pressione sui governi europei affinchè facciano capire a Putin che i diritti umani vanno rispettati. Bisogna evitare che quest'uomo senza scrupoli venga considerato alla stregua di un amico intimo, come ha fatto Berlusconi in Sardegna, o come Blair e Schroeder in analoghe occasioni.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8038
Macao: i giornalisti insorgono contro la censura
Crescono i media ma crescono anche i livelli di censura. L’allarme è stato lanciato da alcuni critici che chiedono al governo di non interferire sulla libertà di stampa. Secondo il deputato Jose Coutinho sono le sovvenzioni del governo a imbavagliare i media locali.
Macao (AsiaNews/Agenzie) – A Macao cresce il mercato dei media e cresce anche la censura. Questo è l’allarme lanciato da alcuni critici che invitano il governo a non interferire sulla libertà di stampa. L’associazione dei giornalisti di Macao denuncia da tempo la censura da parte del governo.
Il 4 maggio si è svolto un incontro tra il capo dell’esecutivo Edmund Ho Hau-wah’s Ho e i giornalisti e solo ad una televisione pubblica è stato consentito fare le riprese. Non solo, i funzionari del governo hanno poi voluto assistere al montaggio delle riprese.
In un comunicato dell’11 maggio l’associazione dei giornalisti di Macao ha condannato con forza le interferenze del dipartimento dell’informazione sulla libertà di stampa e sull’indipendenza editoriale. Il dipartimento ha risposto dicendo di rispettare “in modo assoluto” la libertà di stampa e ha aggiunto “Il 4 maggio il nostro staff si è recato a Teledifusao solo per prendere le riprese fatte e poterle pubblicare sul nostro sito”.
Secondo il deputato Jose Coutinho l’integrità editoriale di molti media locali è stata macchiata dalle sovvenzioni del governo. Nel dicembre 1999 si era aperta proprio una polemica sulle sovvenzioni fatte ai media, ma si è presto spenta. Coutinho ha aggiunto che, nonostante gli investimenti del governo, la stampa portoghese di Macao è più indipendente e forse la spiegazione risiede nel fatto che in Europa la libertà di stampa ha ormai alle spalle una lunga tradizione.
L’offerta editoriale di cui i 500mila abitanti di Macao possono usufruire consiste in otto quotidiani cinesi e tre portoghesi, cinque settimanali cinesi e uno portoghese, un quotidiano inglese, dozzine di riviste e molte pubblicazioni di Hong Kong. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9400&size=A
Polonia - Per combattere i Kaczynski l'opposizione tenta la strada dell'unità
Aleksej Barazov
QuadrantEuropa
Il primo e secondo presidente della Polonia, che a giudicare dalle origini sarebbero dovuti restare nemici giurati, stanno unendo le loro forze.
I gemelli Kaczynski sono arrabbiati. Per lungo tempo presidente e primo ministro hanno sottovalutato quello che stava succedendo in Polonia. Il governo ha sempre creduto che avrebbe sempre potuto contare sulla debolezza dell’opposizione. Invece si poteva intuire che in Polonia il vento stava cambiando.
Due nemici giurati vogliono unire le forze
Certo lo scetticismo non mancava. Lech Walesa e Aleksander Kwasniewski erano personaggi troppo diversi per allearsi. Invece il primo e secondo presidente della Polonia, che a giudicare dalle origini sarebbero dovuti restare nemici giurati, stanno unendo le loro forze.
Si tratta di percorso difficile. Quando Kwasniewski guidava il regime comunista di Varsavia, Walesa era a capo del sindacato anticomunista “Solidarnosc”. Durante le campagne elettorali degli anni novanta i due stavano sulle parti opposte della barricata.
Eppure la distensione c’è stata. Il disgelo è iniziato nel 2005 dopo la morte Giovanni Paolo II. Pur esitando Walesa aveva accettato l’invito del presidente: recarsi a Roma e partecipare insieme ai funerali del papa polacco.
Ma la prima piccola svolta è arrivata con un gesto tipico del folklore politico polacco. Qualche settimana fa alla fine di un dibattito televisivo l’ex comunista ha cercato di stringere la mano all’ex sindacalista. Come risposta Walesa ha allungato il piede.
Nonostante questo teatrino i due si incontrati di nuovo nella seconda metà di maggio nell’auditorio dell’Università di Varsavia. Lo scenario prestigioso ha fatto si che la stretta di mano questa volta fosse seria. Seguendo un copione preparato a tavolino il gesto, arrivato nel momento culminante di una discussione organizzata da un Forum civico, ha fatto scattare in piedi il pubblico e ha scatenato un diluvio di applausi.
Il limite di questa riconciliazione è che per realizzarsi ha avuto bisogno del convitato di pietra. Senza la presenza e le azioni di un terzo, il presidente polacco Lech Kaczynski, la strategia dei “piccoli incontri tra avversari” non sarebbe stata possibile. Lech insieme al fratello Jaroslaw, il primo ministro di Varsavia, sono andati al potere nell’autunno del 2005 e da allora non hanno fatto altro che distruggere quello che i loro predecessori avevano costruito.
Sotto l’accetta dei due uomini politici è andata a finire soprattutto la strategia della “tavola rotanda” portata avanti nel 1989 dai dirigenti comunisti col consenso dell’opposizione. L’idea, sponsorizzata principalmente da Walesa, era che il nuovo regime democratico non avrebbe indagato su coloro che in passato avevano collaborato con i servizi segreti di Varsavia facendo così calare il silenzio anche sulle attività dei vecchi funzionari comunisti. Una amnistia di fatto.
Una resa dei conti storica
Durante la campagna elettorale i fratelli Kaczynski hanno preso di mira questo approccio e giunti al potere hanno inaugurato una sorta di “resa dei conti” storica. Per raggiungere questo scopo hanno deliberato la legge cosiddetta della lustracia contro le “vecchie cordate” recentemente dichiarata anticostituzionale dalla suprema Corte del paese.
Con questa sentenza, la linea della vendetta per la difesa della democrazia ha subito la prima battuta d’arresto. Il secondo colpo forse definitivo potrebbe venire proprio dagli sviluppi dell’incontro universitario tra i due ex presidenti. Centrale nella strategia dei Kaczynski è l’attacco contro quanto fatto da Kwasniewski durante la sua presidenza. La risposta dell’ex presidente è quasi scontata. Durante il suo mandato la Polonia è entrata nella Nato e nell’Unione europea puntando ad una stretta collaborazione soprattutto con le istituzioni comunitarie.
Le nuove elite polacche hanno invece scelto la strategia dei veti e dei conflitti. Per Kwasniewski questa politica metterà Varsavia ai margini dell’Europa in condizioni di irrilevanza politica. Finora però la battaglia dei fratelli Kaczynski contro la “terza repubblica del compromesso e della cooperazione con Bruxelles”, aveva sollevato solo le deboli proteste di una opposizione confusa.
Il vuoto dell'opposizione
Il più forte tra i partiti di opposizione, la destra liberale della Piattaforma civica, Platforma Obywatelska, PO, non ha ancora capito se deve ritenersi un partner di coalizione o un avversario dei fratelli Kaczynski, mentre gli ex comunisti, diventati liberali di sinistra o socialdemocratici, sono impresentabili, discreditati dai numerosi scandali in cui si sono trovati coinvolti.
Da qualche tempo Kwasniewski si sforza di colmare questo vuoto. Uno dei compiti principali di questa strategia ha il suo perno centrale nella ricostruzione della sinistra. Una sinistra che per recuperare una capacità di azione unitaria dovrà però liberarsi di tutti i suoi quadri corrotti. I primi passi in questa direzione sono già in corso. Per proseguire e raggiungere l’obiettivo, sarà fondamentale dare seguito a quanto successo nei giorni scorsi.
Superare le contrapposizioni ancora esistenti tra gli eredi di Solidarnosc e i quadri del vecchio sistema comunista è un compito difficile, ma solo così potrà nascere una opposizione alla “quarta repubblica” degna di questo nome.
La stretta di mano tra gli ex presidenti è un tentativo. Le dichiarazioni dei due uomini politici "da questo incontro non nascerà un nuovo partito" fanno capire quanto Walesa e Kwasniewski siano coscienti delle difficoltà. Per annullare oltre 50 anni di contrapposizioni non sono sufficienti gli attacchi ai gemelli Kaczynski.
Il liberale Andrzej Olechowski, l’uomo che ha organizzato l’incontro all’Università, ha detto che la Polonia non deve squalificarsi diventando una “democrazia di seconda mano”. Alla fine del dibattito tutto il pubblico presente in sala ha intonato le strofe de “La Polonia non è finita”. Cantando seminascosti dalle ombre bianco-rosse della bandiera polacca e dai riflessi dorati della corona delle stelle europee anche Walesa e Kwasniewski sembravano meno diversi.
Rifiuti, la pista rumena
Alessandro Iacuelli, altrenotizie.org
La dichiarazione rilasciata in conferenza stampa da Attila Korodi, ministro dell'ambiente romeno, è di quelle che non lasciano ombre di dubbio: "La Romania non stoccherà i rifiuti di Napoli."
Di fronte alle domande dei giornalisti, il ministro di Bucarest non ha problemi a motivare la scelta: "La Romania non ha nemmeno la capacità di stoccare correttamente i rifiuti che produce, quindi non riempiremo le nostre discariche con rifiuti provenienti da altri paesi". Si potrebbe dire che le parole del ministro siano in leggero contrasto con quanto annunciato qualche ora prima dalle autorità italiane, che intendono risolvere l'emergenza campana inviando rifiuti all'estero, in particolare proprio in Romania. Come se non bastasse, Korodi aggiunge anche di "non aver ricevuto alcuna richiesta ufficiale da parte italiana" riguardo all'autorizzazione di tale trasporto", proprio mentre dal ministero dell'Ambiente italiano si fa sapere che raccogliendo una richiesta di auto del sindaco Iervolino, una commissione tecnica si recherà nei prossimi giorni a Bucarest per esaminare la fattibilità della proposta italiana.
Che l'idea di mandare rifiuti all'estero sia rimasta una delle ultime vie percorribili, è chiaro anche a chi conosce il problema appena superficialmente: le infrazioni italiane, in particolare campane, presso l'Unione Europea per la gestione "casalinga" di discariche esaurite, non messe in sicurezza e poi riaperte da Bertolaso, hanno costi talmente elevati da superare, forse anche abbondantemente, i costi del trasporto all'estero dei rifiuti. Ma il problema è un altro, ed è sempre il solito: chi gestisce i rifiuti, chi e come li trasporta, che evenutali secondi fini potrebbero esserci.
Il primo problema che si pone, è quello del trasporto. Se si vuole inviare rifiuti all'estero, c'è da fare scelte molto precise, per evitare che ci siano infiltrazioni mafiose nel grande affare (pagato con denaro pubblico). Il trasporto non dovrebbe assolutamente avvenire su gomma, visto che si tratta di un settore sotto totale controllo camorristico. Dovrebbe avvenire o su rotaia, o al limite via mare, ma in questo caso andrebbero usati solo operatori pubblici, e non misteriosi armatori privati, se non si vuole tornare indietro nel tempo fino al decennio delle "navi dei veleni", navi a perdere caricate di scorie e fatte affondare qua e là nel mediterraneo.
Il rischio è che coinvolgendo in modo poco trasparente e frettoloso, come avviene sempre in situazioni di emergenza come quella campana, certi privati, le fette di torta più grandi finiscano ancora una volta nelle tasche dei clan specializzati in rifiuti. Oltre questo, ci sarebbe da chiedersi perchè proprio la Romania. Probabilmente è opportuno chiederselo, al di là del fatto che, come ricordato dallo stesso ministro Korodi, la Romania ha visto riconosciuto dall'Unione Europea "il diritto di rifiutare lo stoccaggio o l'incenerimento sul proprio territorio di rifiuti di qualunque tipo fino al 2015".
Per iniziare a farsi un'idea di cosa stia succedendo, torniamo indietro di qualche giorno, e ritorniamo alle giornate intense di Serre, nel salernitano, dove popolazione, sindaci e comitati civici si sono contrapposti alla polizia ed all'esercito all'ingresso di Valle della Masseria, dove secondo il commissario Bertolaso andava assolutamente aperta una discarica. In quei giorni, molti oratori anche abbastanza "titolati", compresi senatori e deputati, hanno non solo messo in campo l'ipotesi di mandare rifiuti all'estero, ma hanno anche ammesso che c'erano trattative in corso con Slovenia e Croazia. Come, nel giro di pochi giorni, sia apparsa l'ipotesi romena sembra un mistero. Mistero che invece è facile da svelare: basta tornare indietro nel tempo di due anni, quando si aprì per la prima volta la via di Bucarest, e non per il commissariato di governo.
Il 16 marzo 2005, una delegazione di imprenditori, tutti rigorosamente privati, partirono in "missione econonica" in Romania. Undici le aziende, tutte campane, partecipanti.
Ambiente, edilizia e nuove tecnologie i principali settori interessati. La missione si è sviluppata dal 16 al 19 marzo, con incontri di affari, la partecipazione alla Fiera Romenvirotec con un apposito stand, ed una Tavola rotonda sul tema "Investire in Romania: Ragioni e Opportunità".
A quella Tavola Rotonda parteciparono, tra gli altri, il Ministro per le attività delle Piccole e Medie Imprese, il Ministro dell'Ambiente e della Tutela delle Acque ed il Ministro dell'Economia e del Commercio, tutti del governo romeno.
Il motivo? Semplice, come dichiararono gli stessi organizzatori: "il Paese rumeno offre numerose opportunità e, in previsione del suo ingresso nell'Unione Europea nel 2007, le piccole e medie imprese che si affacciano oggi a questo mercato potrebbero trovarsi con un elemento di competitività importante, in meno di due anni". "Il mercato rumeno è fertile ed attualmente vi operano il 29,9 per cento di aziende italiane. Di queste, il 3,5 per cento è costituto da aziende campane, in Romania da più di dieci anni", dichiarò un imprenditore alla chiusura della missione. Ma il problema di fondo è che delle 11 imprese campane andate in Romania quel giorno, e che poi hanno iniziato a fare affari con Bucarest, oltre la metà sono state e sono tuttora coinvolte in inchieste giudiziarie in tema di ecomafie e quindi oggetto di ostative prefettizie ai sensi della legislazione antimafia italiana. Legislazione, quella antimafia, che invece in Romania non esiste. Preoccupa particolarmente il fatto che vi abbia partecipato, proprio per il settore ecologia-ambiente, qualcuno reputato dalla magistratura e dalla DDA contiguo ad uno dei più feroci clan di camorra del napoletano.
Vediamo invece cosa accade sul fronte sloveno e croato, quello che era stato paventato inizialmente. Anche in Slovenia e Croazia, soprattutto nel settore ecologico, è un via vai di imprese italiane, che approdano in quei territori ed investono grossi capitali.
Per motivi geografici (è ovvio che le brevi distanze fanno abbassare i costi di trasporto) tutto il settore adriatico dell'ex-Yugoslavia è popolato di imprese sostanzialmente del triveneto, con alcune eccezioni di aziende venete. Non sempre si tratta di aziende "immacolate", dal punto di vista ecologico, come è il caso della Servizi Costieri di Cittadella (PD), ancora oggi oggetto di infinite indagini, sequestri e dissequestri da parte della magistratura, aventi per oggetto molti punti oscuri nella gestione dei rifiuti speciali che stoccava; ma in ogni caso si tratta di aziende che non provengono da una regione "a tradizionale presenza mafiosa" come la Campania.
Le aziende campane poco pulite, hanno scelto la Romania due anni fa ed appare alquanto sospetto che dopo la proposta di Slovenia e Croazia (proposta fatta non a caso, ma nata proprio dal tentativo di non cedere altri affari ad imprese di camorra) all'improvviso la scelta cada proprio sulla Romania. Troppo sospetto. Come dichiarò già nel 2002 il senatore Novi in sede di commissione Antimafia, "non ci si può interrogare sui sistemi criminali italiani senza capire qual è il ruolo di alcuni paesi come la Romania." Oltretutto, si tratta di un Paese che è appena entrato in Unione Europea, con tutte le facilitazioni doganali che questo comporta, senza però avere ancora una legislazione ambientale secondo gli standard europei e anche senza una legislazione antimafia.
Forse qualcuno sta contando molto sulla poca memoria storica degli italiani e soprattutto dei campani, nel tentativo di far rientrare dalla finestra romena chi è uscito dalla porta delle ostative antimafia. Per questa volta, ha risolto il ministro Korodi, rifiutando di accettare rifiuti napoletani in discariche romene, gestite da società dove già sono presenti capitali campani. E domani?
SOCIETA' CIVILE:
Sarebbe meglio agire, ma va bene anche parlare
Sanjay Suri
GLASGOW, (IPS) - All’assemblea mondiale di Civicus di quest’anno si può dire che l’unico “evento” davvero degno di nota sia stato l’annuncio di dimissioni del segretario generale Kumi Naidoo. Ma per questo non era necessaria un’assemblea generale. Forse rinchiudersi simbolicamente in una gabbia per attirare l’attenzione sugli attivisti della società civile è stato possibile proprio grazie ad un “evento”. Per il resto, come ci si aspettava, non si è fatto altro che parlare.
E chi è riuscito ad evidenziare qualcosa lo ha definito novità. È vero, mettere l’accento sull'affidabilità (della società civile) è un fatto nuovo, ma quale delle organizzazioni non governative presenti all’assemblea di Glasgow chiusa domenica tornerà a casa e si darà subito da fare per diventare più affidabile.
Una visione cinica è possibile, se questa visione valuta i risultati dell’assemblea mondiale solo attraverso ciò che è visibile e misurabile. Ma ciò che è ancora valido, spesso non lo è.
“Civicus è uno spazio dialogico, la sua importanza sta in questo”, ha detto all’IPS John Samuels, direttore internazionale di ActionAid. “Il suo clima è ideale per interagire con i rappresentanti di partiti politici, media, istituzioni multilaterali, delle Nazioni Unite, del governo, e della società civile”.
Perché il confronto non è l’unica posizione che la società civile può adottare. “Ci deve essere una sfida salutare reciproca, ma anche spazi di impegno, sia dialogici che critici”. Il che è una buona cosa, ma non è abbastanza. “L’assemblea mondiale di Civicus è uno spazio che deve essere ulteriormente consolidato; ha bisogno di più voci dalla base, oltre a quelle delle élite”.
Ma aver definito questo incontro un’assemblea generale non è stata un’esagerazione. I rappresentanti di 135 paesi si sono riuniti per confrontarsi sui temi legati al loro stesso ambiente e contesto, e per riflettere sulla loro posizione nella stessa società civile.
E si sono seduti per guardarsi negli occhi, per capire come riuscire a rendere più affidabile la stessa società civile. E anche, come ha detto il segretario generale di Civicus Kumi Naidoo, per “impedire” di alimentare certe critiche, quando la società civile punta il dito contro altri senza prima mettere ordine al proprio interno.
Moltissime delle sessioni dell’assemblea sono state introspettive. E mentre proseguiva il discorso sulla responsabilità delle aziende, dei media e, inevitabilmente, su quella dei governi e delle agenzie multilaterali come Banca mondiale e Nazioni Unite, la stragrande maggioranza degli incontri è stata incentrata, più che su ogni altro tema, sull'affidabilità della società civile stessa.
Questo è stato significativo, benché altri due eventi abbiano inevitabilmente richiamato grandi folle e porte chiuse. Il primo, quando è arrivata la BBC. Il secondo, un incontro indetto dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale (DflD) del governo britannico, tra le istituzioni donatrici più progressiste.
I seminari non erano soliloqui. Una certa fiducia ed entusiasmo hanno caratterizzato gli incontri di quest’anno, la sensazione che la società civile si stia muovendo dai margini verso il centro.
Negli ultimi anni, tre tendenze sono emerse in modo sempre più evidente, secondo Samuels. “Una è la grande e crescente capacità di ricerca e di conoscenza all’interno della società civile: i leader della società civile stanno diventando un punto di riferimento attendibile per la ricerca in ogni campo; e stanno subentrando in questo ruolo ai governi e ai partiti politici”.
Il rapporto di Oxfam sulla povertà, il rapporto di ActionAid sugli aiuti, il rapporto di Amnesty sui diritti umani, e il rapporto di Transparency International sulla corruzione, sono ora ricerche di riferimento su questi temi, ha spiegato. Allo stesso tempo, si è deteriorata la credibilità dei governi e la capacità dei partiti politici nel portare avanti lavori di questo tipo.
“Entro i prossimi dieci, quindici anni, i ruoli di punta in politica e nelle agenzie multilaterali passeranno nelle mani della società civile”, ha detto Samuels.
In secondo luogo, ha aggiunto, “la mobilitazione digitale e una democrazia durevole sono trend in espansione. Le persone che hanno accesso all’informazione possono mobilitarsi a livello globale, come ha fatto Global Call for Action Against Poverty”. Questo tipo di capacità ha dato un nuovo potere alla società civile, secondo l’esperto.
Infine, la società civile è stata aiutata dal “deficit di legittimità” degli Stati, che sono stati “costretti ad impegnarsi con la società civile per limitare i danni e per captare idee innovative”. Lavorando senza gli impedimenti dell'establishment, la società civile ha trovato la libertà per essere creativa.
Evidentemente, la società civile ha dimostrato oggi di poter fare delle cose che contano. E di dire cose che devono essere ascoltate. “La società civile deve ancora imparare a mordere”, ha detto Samuels, “ma può continuare ad abbaiare, e abbaiare risveglia i cittadini e i media, oltre che la politica”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=929
Quasi 350 miliardi di euro, pari a 60 ‘trilioni’ di naira (60.000 miliardi di naira), di fondi pubblici sarebbero andati persi dal 1960, data dell’indipendenza, ad oggi in Nigeria a causa della corruzione: lo sostiene il quotidiano nigeriani ‘This Day’, citando stime della lla Commissione per i crimini economici e finanziari (Efcc). L’organismo ha commentato i dati definendo la corruzione “il principale ostacolo alla piena maturità del paese come nazione indipendente da un punto di vista sia economico sia politico”. Nel rendere pubblica la cifra, Chido Onumah, coordinatore di ‘Fix Nigeria Initiative’ (letteralmente ‘Iniziativa per aggiustare la Nigeria’), associazione della società civile collegata alla Efcc, ha definito la corruzione “il singolo fattore che maggiormente ha contribuito al deprecabile stato in cui versa oggi il paese…La corruzione non ha prodotto solo ingiustizia e il fallimento cronico nella gestione efficace dell’aiuto internazionale, ha anche sperperato le considerevoli risorse umane e naturali di questo paese”. La Efcc è il potente organo anti-corruzione creato negli anni scorsi dall’ex-presidente Olusegun Obasanjo. www.misna.org
INGENTI RISORSE MINERARIE LUNGO LA FERROVIA GOLMUD-LHASA
Pechino, . (Phayul)
I geologi cinesi hanno confermato la scoperta di ben sedici ingenti giacimenti di rame, piombo, zinco, materiale ferroso e, probabilmente, petrolio grezzo, lungo il percorso della ferrovia Golmud-Lhasa. Il loro sfruttamento permetterebbe alla Cina di ridurre notevolmente le importazioni di questi minerali. Gli analisti sostengono che la presenza dei giacimenti potrebbe spiegare il vero motivo per cui Pechino ha investito oltre tre miliardi di dollari americani nella costruzione dei 1.956 chilometri della ferrovia che collega Lhasa al resto del paese. Obiezioni e dubbi avevano infatti accolto l’asserzione di Pechino secondo la quale il colossale investimento, difficilmente ripianabile con gli introiti derivanti dal solo traffico dei passeggeri, era stato pensato e voluto unicamente per favorire lo sviluppo del Tibet.
Meng Xianlai, direttore di China Geological Survey (CGS), ha fatto sapere che la scoperta dei minerali risale al 1999 e che le riserve di Qulong, in Tibet, potrebbero fruttare diciotto milioni di tonnellate di rame: in pratica, il maggior giacimento dell’intera Cina. 760 milioni di tonnellate di materiale ad alto contenuto ferroso sono state individuate nelle montagne del Kunglun, nella parte occidentale dell’altopiano tibetano e nel sud dello Xinjiang. Riserve di petrolio e di gas sarebbero presenti nel nord del Tibet, nel bacino del Qiangtang.
Dal giorno della sua inaugurazione, il 1° luglio 2006, la ferrovia ha trasportato 1.180.000 passeggeri e 1.160.000 tonnellate di merci. Entro i prossimi dieci anni la Cina prevede di costruire in Tibet altre tre linee ferroviarie: la prima dovrebbe collegare Lhasa a Nyingchi, nella zona orientale del paese; la seconda dovrebbe congiungere la capitale tibetana a Shigatse, in direzione ovest; la terza infine dovrebbe spingersi fino a Yadong, nei pressi della frontiera indiana http://www.italiatibet.org/notizie/tibetnotizie.htm
USA , soldati e traumi di guerra : quando i reduci sono donne di Rico Guillermo*
Un aspetto particolare dello stress da combattimento e' quello riguardante le donne soldato. E' con questo che stanno facendo i conti le forze armate USA, che si trovano a fronteggiare un 'esercito di donne tornate dall'Iraq con stress o traumi da combattimento come mai era accaduto prima.
Un problema nuovo per le organizzazioni dei veterani e per i terapisti militari, tanto che Jennifer Strauss, del centro per ricerca di servizi medico-sanitari dell'ospedale dei veterani di Durham (Nuova Carolina), esperta di disordini da stress post-traumatico, ha confessato al 'Boston Herald' che davvero la sua unita' sanitaria non ha mai visto prima donne con traumi da combattimento.
I medici del centro si pongono la domanda se il trattamento di tali situazioni nelle donne debba essere uguale a quello degli uomini. "Le donne affrontano una battaglia diversa quando tornano a casa", dovendo accudire alla famiglia, ha spiegato Strauss.
Dal 2003, l'agenzia dei veterani di Boston ha trattato i casi di salute mentale compromessa di 1.194 veterani, comprese 120 donne che hanno servito sul fronte afghano e iracheno. In tutta la nazione, poi, l'agenzia ha diagnosticato il disordine da stress post-traumatico a 4.000 donne, ma va considerato che solo un terzo dei militari tornati dal fronte sono stati visitati da questa unita' sanitaria, percio' i numeri sono destinati a crescere nel tempo.
Gia' oggi ci sono donne cui il problema e' stato diagnosticato cinque o sei anni dopo e che fino ad oggi hanno vissuto con problemi di adattamento alla vita sociale e di coppia, incubi, ansia e altre difficolta', collezionando in poco tempo numerosi matrimoni falliti, licenziamenti e contestazioni per conti non pagati. Fra queste donne anche qualcuna che al fronte ha subito un'aggressione sessuale da un superiore.
Per questo sara' aperto un centro per donne tossicodipendenti e donne colpite da traumi in zona di guerra.
Il muro settentrionale
Alberto Statera
la Repubblica
E´ Verona, la tradizionale "Bologna bianca", virata per una breve stagione al rosa, e tendente da oggi quasi al nero che simboleggia il vallo tra le due Italie, un vallo non più solo geografico, non solo antipolitico, ma antropologico. Alessandria, Vercelli, Como, Varese, molte le vittorie scontante del centrodestra. Ma Verona no, Verona è l´icona del Nord che se ne va, che evade definitivamente, che non concede più prove d´appello al centrosinistra, incapace di confezionare le «scorciatoie mentali» che hanno dimostrato di pagare tra Padania e Pedemontana: immigrazione, prostituzione, sicurezza e meno tasse, Ici e addizionali, tanti parcheggi, poca cultura. Pochi slogan elementari, se possibile feroci, perché non catturano più nel Veneto cattolico e peccatore le «fumisterie» solidaristiche del Vescovo, «alibi» della sinistra per coprire l´incapacità di scelte esplicite e forti. Figurarsi la «redistribuzione», concetto di moda a Roma, che il leader nazionali ripetono incoscientemente anche in campagna elettorale sulle sponde del Po. «Redistribuire? Redistribuiscano a noi quelli di Roma», ci ha detto un ricco commerciante del "Listòn" veronese, faticando a capire il concetto stesso di redistribuzione.
Aveva un sindaco moderato, un avvocato ex democristiano, la ricca e moderatissima Verona, talmente moderata che per un mese Forza Italia e Udc litigarono su quale dei loro possibili candidati fosse il più moderato. Poi arrivò Umberto Bossi che senza colpo ferire convinse Berlusconi a scegliere come candidato unitario il leghista più trinariciuto del Triveneto, il giovane assessore regionale Flavio Tosi, un signore che una volta si presentò in comune con una tigre al guinzaglio lanciando lo slogan "el leon che magna el teròn". Bell´effetto sul proscenio della «leaderizzazione» locale, una specie di parodia di quella nazionale. Paga più la moderazione di un avvocato "understatement", timorato e ben visto nei centri del potere economico, che non ha fatto male nel suo quinquennio, o quella di un giovanotto, capace di fulminee «scorciatoie mentali» per chi lo ascolta? Più i faticosi ragionamenti di Prodi o i fulminanti slogan di Berlusconi? Condannato in secondo grado per violazione della legge Mancino avendo propagandato «idee razziste», la leggenda metropolitana veronese dice che quella condanna, nata da un´inchiesta del Pm Papalia, è stata il vero, grande assist per l´elezione quasi a furor di popolo di Flavio Tosi. Il che, tra l´altro, la dice lunga sul fenomeno Bossi, che guida un partito ai minimi termini e divorato dalle lotte intestine, ma - genio del parassitismo politico e tuttora massimo interprete dell´anima padana - riesce a imporre e a far vincere i candidati scelti da lui. Ciò che fa infuriare il governatore forzista del Veneto Giancarlo Galan, il quale sulla scelta leghista per Verona, che l´altra volta lui non azzeccò aprendo la strada al candidato di centrosinistra, chiese addirittura le dimissioni dei coordinatori nazionali Bondi e Cicchitto, minacciando di creare Forza Veneto, per la quale - pare ovvio - dovrebbe ormai chiedere consulenza a Bossi. In fondo, funziona ancora e sempre da tre lustri il «modello Gentilini», sindaco al terzo mandato (ora formalmente nel ruolo di prosindaco) di Treviso, quello che tolse le panchine agli immigrati e consigliò di sparargli come ai leprotti. Il paradosso è che dopo tanti anni di dichiarato razzismo del primo cittadino, Treviso risulta la città del Nord con una delle migliori integrazioni degli immigrati extracomunitari. Vuol forse dire che le «scorciatoie mentali» servono alla politica per prendere voti, ma che poi funzionano canali sotterranei di compensazione della locale classe dirigente? Dove l´avrebbero spedito Gentilini le decine di migliaia di imprenditori trevigiani, se davvero gli avesse negato la necessaria manodopera straniera? Dove s´incontrano poi «scorciatoie mentali» e business, lì è il vero regno di Bossi. Come a Monza, dove ha imposto il candidato leghista Marco Mariani, più moderato, ma più «business oriented», che ha vinto con una campagna elettorale affidata al progettista di una grande speculazione immobiliare della famiglia Berlusconi, la «Milano-4», che ora certamente si farà in quel di Monza per replicare i successi di «Milano-2» e «Milano-3», con il fattivo appoggio del governatore lombardo Roberto Formigoni, nel nuovo capoluogo della nuova Provincia brianzola, già costata alcune decine di milioni. La destra ne ha fatto un cavallo di battaglia, la gente la Provincia la vuole, ma poi si schifa per i costi della politica. Solo quella degli altri? A Monza, altro presunto luogo felice di moderazione, abbiamo assistito a un comizio allo stato di «preparola» di Gianfranco Fini su come cacciare immigrati e puttane - ovazioni - e, il giorno dopo, ad uno di Walter Veltroni, assai meno affollato, sullo «spirito di servizio» e sul sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira, che le ragazzotte minigonnate trascinate in piazza Trento e Trieste pensavano fosse un gelato.
L´antipolitica non si celebra nella sala ovattata della Musica di Renzo Piano, con Luca Cordero di Montezemolo che sul palco legge il gobbo elettronico, si consuma al seggio di Monza o di Gorizia, anch´essa persa per insipienza dal centrosinistra, dove del Partito Democratico nulla sanno e soprattutto nulla vogliono sapere. L´antipolitica si fa nell´incrocio dello smercio europeo di droga a Verona, si fa alla «Cascinazza» di Monza, dove Paolo Berlusconi costruirà quasi un milione di metri cubi. L´ondata antipolitica nasce dalle piccole scelte leaderistiche, nazionali e locali, dei partiti in crisi, nei quali l´elettore non si ritrova più e corre alla ricerca della scorciatoia mentale, di cui Bossi, nonostante la malattia, resta uno dei migliori interpreti sulla piazza. Fosse stato per Berlusconi e Galan, gli obiettivi veneti sarebbero stati persi, mentre per Monza, quartiere milanese, l´odore del business è invincibile.
Poi, c´è l´effetto «Berlusconi mancante», che ha prodotto un calo della partecipazione del voto a sinistra. Se non c´è lui, che odio, perché devo andare a votare? Croci e delizie del leaderismo. Ma, per favore, nessuno ci racconti più, tre lustri dopo la dicci, di un Nord cattolico e moderato.
Il sollievo che si coglie nelle prime reazioni dei partiti dell’Unione spiega il risultato delle amministrative di ieri forse meglio di ogni altra analisi sul voto. Il centrosinistra ha pareggiato pur giocando fuori casa, come ha calcisticamente notato l’ulivista Soro. Cioè, nel momento più difficile per la maggioranza di centrosinistra. Cioè, dopo una legge finanziaria sicuramente impopolare e dopo un primo anno di governo difficile ma onestamente non esaltante. Perciò non ci sarà nessuna spallata per far cadere Prodi per il semplice motivo che la spallata è un’idiozia che Berlusconi seguita a ripetere per fomentare i fans e occupare i titoli dei tg. Lo sa anche lui che non si è mai visto un governo cadere per effetto di un test amministrativo che coinvolge un quarto del corpo elettorale. Ma dire che è andata meglio del previsto come abbiamo ascoltato nelle prime dichiarazioni del centrosinistra non è una grande consolazione se la previsione era da brivido. Di positivo c’è che la sostanziale tenuta della coalizione consentirà adesso ai leader di riflettere serenamente e senza inutili nervosismi sulle buone ma soprattutto sulle cattive notizie che si possono leggere, se uno le sa leggere, su quei dieci milioni di schede elettorali.
Cominciamo da Genova, certo per la vittoria meritata di Marta Vincenzi ma anche per le dure parole e i giusti timori che la candidata diessina ha subito voluto esternare. Primo timore: l’assenteismo che ha penalizzato principalmente il centrosinistra; nel capoluogo ligure come nel resto d’Italia.Secondo timore: che il grande distacco con la Cdl si sia ridotto non per ritrovata fiducia nei confronti del centrodestra che non c’è ma per delusione «verso il centrosinistra che sta governando Paese, Regione, Provincia e Comune». Terzo timore: che la delusione sia dovuta alle mancate promesse di cambiamento da parte del centrosinistra e che il segnale di astensione dica guardate, potremmo non darvi più credito se continuate così. Un’analisi che sottoscriviamo in pieno. Un messaggio che da oggi stesso dovrebbe essere all’esame dei leader di governo.
Rallegriamoci pure per i successi colti dall’Unione in città difficili come Agrigento (la prima volta), l’Aquila (strappata alla destra) e Taranto (dove si va al ballottaggio con il centrosinistra però diviso). Risultati, tuttavia, che non bastano a compensare la vera e propria frana che ha investito i partiti di governo in Piemonte e nel Lombardo-Veneto. A Verona, Alessandria, Asti, Monza l’Unione perde i sindaci che aveva. E sono batoste. Alla provincia di Vicenza c’è poi la Caporetto del centrosinistra il cui candidato raccoglie un misero 18 per cento. Solo a Cuneo il sindaco uscente dell’Unione vince bene ma purtroppo è l’eccezione. Anche qui il messaggio è chiarissimo e preoccupante. Lo spiega bene nell’intervista che pubblichiamo il sindaco di Torino Chiamparino: quando si esce dalle aree metropolitane, al Nord c’è una distanza che il centrosinistra non riesce a colmare. Se è stato sempre così da più di dieci anni (con sola la parentesi del 2002) ci sono evidentemente ragioni di debolezza strutturale non solo nell’azione di governo ma nella credibilità stessa della coalizione. Nella parte più ricca e produttiva del paese, la sinistra viene vissuta esclusivamente come portatrice di nuove tasse oltre che di mentalità statalista e antiimprenditoriale. Sarà ingiusto, sarà sbagliato, ma è così. Per non parlare delle infrastrutture. Delle grandi strade di comunicazione che mancano. Dei famosi passanti (vedi Mestre) sempre promessi e mai realizzati. Della Tav, al centro di interminabili discussioni con le popolazioni locali mentre il governo non sa ancora che pesci prendere. La questione sicurezza, infine, che si risolve con interventi mirati ed efficaci. E non cercando di scimmiottare Sarkozy. Tutte sfide che dovrebbero essere raccolte dal nuovo Partito Democratico che sta nascendo dalle radici dell’Ulivo. Quanto forti e quanto da rafforzare lo vedremo oggi sulla base dei voti raccolti da Ds e Margherita.
L’ex Cdl ha poco da cantare vittoria. L’Unione ha i suoi problemi ma la destra appare sempre più un’accozzaglia di sigle tenute insieme dall’essere opposizione. Ha ragione però Roberto Maroni quando sottolinea il successo dei candidati leghisti nelle roccaforti padane come il valore aggiunto che consente a Berlusconi di gridare vittoria. Sindaci leghisti, come quello di Verona, dalla faccia truce e dai proclami intolleranti che non promettono niente di buono per il futuro della nostra democrazia. Un motivo in più perché l’Unione corra ai ripari aggiustando un’immagine che, ammettiamolo, oggi appare meno forte rispetto a un anno fa.
Doveva essere un avviso di sfratto, è diventato un semplice inizio di spallata.
Per la Cdl, che al momento sta vincendo questa tornata elettorale, il risultato non è quello sperato. Persino la Sicilia riserva qualche delusione al centro destra:
Il centro sinistra perde al Nord e non c’è dubbio che quello sia il dato davvero politico. Ma non ci sono crolli in città come Genova e La Spezia che possano far pensare alla slavina elettorale e politica.
Il governo, in ogni caso, se si vuole trovare il nesso tra quest’elezione amministrativa e lo scenario politico nazionale, è debole tanto quanto lo era prima dell’esito di questo voto. La percezione di questo elemento non è mutata per nulla, né in più né in meno.
C’è per il centro sinistra un problema enorme legato a una questione retributiva: quella che segue al versamento onesto di tasse e contributi da parte di quella fascia di pololazione che si snte a ragione di rappresentare la parte più produttiva dl paese. Ad esso devono seguire servizi certi e pensioni più che certe.
Ce n’è un altro che nasce dallo sconcerto nutrito da parte di gruppi sociali speciìfici che patiscono nel vedersi chiudere gli spazi nei quali erano soliti praticare quella furbizia che porta all’evasione, proprio mentre, ancora davanti ai loro occhi, qualcuno riesce ancora bene a esercitare quell’abitudine. La nostalgia per i bei tempi rischia di diventare un detonatore potentissimo se non si procede spediti per rendere irreversibili certi processi.
C’è poi una questione politica legata al messaggio della coalizione e alla sua chiarezza, che passa per il leader e la semplificazione politica dello schieramento.
Dopo la nascita del partito democratico sarebbe già dovuto muoversi qualcosa di più forte alla sua sinistra.
Invece, ancora non si è visto nulla di concreto.
Ma certo questa tornata potrebbe rivelarsi un campanello d’allarme proprio per Silvio Berlusconi che più di tutti sperava in un risultato senza ombra di dubbi, dopo che solo alcuni mesi or sono dalla coalizione era stato dichiarato a chiare lettere (Lega e An) che la questione della leadership si sarebbe posta certamente dopo il 2008 per l’età avanzata del candidato Silvio, se non ci fossero state elezioni anticipate. E’ comprensibile perciò che si odano urla di vittoria da destra e segnatamente da Forza Italia. Il partito che più di tutti ha chiamato il paese al referendum mentre il paese mai come in questo caso è rimasto a casa.
La politica è lontana, non vi è dubbio, ma il problema è generale. http://www.insolitacommedia.it/?p=978
I risultati delle amministrative ci dicono che l’equilibrio tra centro-destra e centro-sinistra resta sostanzialmente invariato, forse pende leggermente a destra, ma alla fine il numero di comuni amministrati dagli uni e dagli altri non varia in maniera significativa, entrambi gli schieramenti perdono postazioni e ne guadagnano altre.Il segnale preoccupante, però, è il cedimento della sinistra in quasi tutto il settentrione: la Cdl si riconferma ovunque con percentuali estremamente elevate, e rosicchia voti dove non vince. Questo deve far riflettere, perché se alla frattura economica tra nord e sud si sovrappone la frattura politica i rischi per la situazione italiana saranno molto seri. Quello che dobbiamo chiederci è: è possibile fare una politica di sinistra che trovi il consenso dell’elettorato settentrionale, senza dover rincorrere la destra sui suoi cavalli di battaglia? La risposta è sì, ma si tratta ovviamente di un processo lungo e complicato, e su due piedi dubito che il governo sarà in grado di agire in questo senso. Vediamo comunque cosa si potrebbe fare.
Da un punto di vista economico, il nord si contraddistingue per un numero elevato di piccole e medie imprese, soggetti che non si sentono rappresentati da questo governo. L’interesse delle pmi è di essere competitive, ma sino ad oggi la ricerca della competitività si è sempre tradotta in un taglio dei costi del lavoro, quindi ai danni dei lavoratori dipendenti. La chiave è dunque trovare una forma di riduzione dei costi di produzione che non passi per il lavoro. Le possibilità sono due: intervenire sulla rapidità e l’efficienza del sistema giudiziario che, come evidenziato da questo articolo de laVoce, ha una forte influenza sulle imprese; e agire sulla questione energetica, investendo pesantemente sulle fonti rinnovabili, in modo da diminuire la dipendenza italiana dall’estero. Oltre a questo, appare sempre più urgente la necessità di aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione (esigenza che non passa per un aumento del precariato, ma per l’adozione di metodi più efficaci per controllare la produttività). Questi provvedimenti da una parte consentirebbero di ottenere un aumento del favore da parte degli imprenditori e, dall’altra, di non chiedere ulteriori sacrifici agli operai (consentendo così di consolidare il loro sostegno alla sinistra, diminuito dopo il primo anno di governo).
L’altra tematica da affrontare è la sicurezza, e qua i motivi d’ottimismo sono ancora minori: nonostante il fatto che in Italia abbiamo già il maggior numero di poliziotti, la via presa da Amato sembra essere quella di una maggiore repressione, senza altre attività collegate. Anche le voglie repressive riguardo la droga fanno allontanare la possibilità di una legalizzazione delle sostanze leggere, la via più sicura per tenere sotto controllo il fenomeno e ripulire un po’ le città dagli spacciatori e da certi traffici. Ciò non toglie tuttavia che una possibilità per affrontare la questione da sinistra esiste, e forse alcuni partiti dovrebbero fare più pressione in questo senso, magari capendo che la questione della droga va affrontata non solo da un punto di vista di diritti, ma anche da un punto di vista della convenienza sociale, per renderla più accettabile alla maggioranza dei cittadini italiani che sono contrari.
Shalom, Shin Bet
La lotta per il riconoscimento dei diritti dei cittadini israeliani arabi.
Uri Avnery
Quando lo stato di Israele realmente apparterrà, praticamente e ufficialmente, a tutti i suoi cittadini, sarà molto più facile per gli arabi di qui decidere sul loro status. [...] Questo è il mio pensiero. Intendo sostenerlo con tutti i mezzi legali a mia disposizione nello stato democratico che ho contribuito a costituire. [...] E se allo Shin Bet non piace, beh, peccato. Spero solo che non mi mettano in detenzione amministrativa per questo.
Recentemente, il capo dello Shin Bet ha dichiarato che gli “arabi israeliani”, un quinto della popolazione israeliana, costituiscono un pericolo per lo stato. Ha chiesto di autorizzare i Servizi di Sicurezza ad agire contro chiunque voglia cambiare la designazione ufficiale di Israele di “Stato ebraico democratico” – anche se usa mezzi legali per farlo. Ne consegue che secondo il capo dei Servizi di Sicurezza, una figura centrale della leadership israeliana, il compito dello Shin Bet (comunemente noto in Israele come Shabak) non è solo di proteggere lo stato da spie e terroristi, ma anche da ogni minaccia alla sua definizione ideologica, come il KGB nell’ex Unione Sovietica e la Stasi nella Germania Est comunista. (Il bellissimo film, che ha vinto il premio Oscar, “La Vita degli Altri” e attualmente in programmazione in Israele, mostra in pratica come funzionano queste cose).
Tutto questo mi fa pensare a cose passate. Piuttosto ingenuamente ritenevo che appartenessero ai giorni andati e che non sarebbero mai ritornate. Due settimane fa, invece, il tabloid israeliano Yedioth Aharonoth pubblicava un’intervista con l’avvocato Arieh Hadar, soprannominato Pashosh, un ex capo del dipartimento investigativo dello Shin Bet. Pashosh rivelava che “Negli anni ’50 il più grande nemico del Labor Party – e quindi di Issar Harel, il capo dei servizi di sicurezza, lo Shin Bet e il Mossad – era Uri Avnery con il suo settimanale Haolam Hazeh. Avnery chiamava lo Shin Bet “l’Apparato delle Tenebre” e Issar era convinto che Uri Avnery avrebbe distrutto lo stato. Avnery ed il suo settimanale erano sotto sorveglianza costante. Un mio collega si guadagnò una rapida promozione reclutando un addetto alla stampa di Haolam Hazeh. Ogni settimana questo impiegato gli dava sottobanco una copia del giornale il giorno prima della data della sua pubblicazione ufficiale. Il mio collega la consegnava a Issar che ogni settimana la portava personalmente a Ben-Gurion.”
Pashosh aggiungeva: “Issar faceva in modo che lo Shin Bet diffondesse un giornale concorrente, che figurava essere di proprietà privata. Lo scopo era di rovinare Avnery.” Queste rivelazioni non mi erano nuove. Anni fa Issar Harel mi riferì che mi considerava il “Nemico N.1 del governo”. E’ da ricordare che in quei giorni erano state messe tre bombe nella mia redazione e negli impianti di stampa e che furono feriti due impiegati. Mi si ruppero due dita della mano in un tentativo (senza successo) di rapirmi. Nessuno di questi crimini è mai stato risolto.
Nel 1977, dopo la sua ascesa al potere, Menachem Begin dichiarò nel corso di un’intervista che alla fine degli anni ’50 Issar Harel lo aveva avvicinato per dirgli di aver chiesto al Primo Ministro, David Ben-Gurion, di mettermi in stato di “detenzione amministrativa” – un arresto senza processo e senza limiti di tempo. Ben-Gurion era d’accordo ma ad una condizione: che Begin, il capo dell’opposizione, fosse d’accordo anche lui, per attuare la cosa senza problemi. Begin chiese ad Issar la prova che io ero un traditore, altrimenti, disse, non solo non sarebbe stato d’accordo, ma avrebbe fatto il diavolo a quattro. Issar non ne fece più parola. Begin non lasciò la situazione a questo punto. Mi mandò un suo assistente di fiducia, Yaakov Meridor per avvisarmi. A dispetto della gran differenza di opinioni fra di noi, che si espresse in molte discussioni nella Knesset, Begin mi considerava, a quanto pare, un patriota israeliano.
La questione, ovviamente, è il perché Ben-Gurion e il capo del servizio di sicurezza mi considerassero il “Nemico n.1 del governo.” Questo porta all’argomento sollevato ancor oggi dal capo dello Shin Bet. Io avevo attaccato Ben-Gurion su molti punti: il dominio totale di tutti gli affari del paese dal Labor Party (che allora si chiamava Mapai), la corruzione che allora cominciava a contagiare la classe dominante, la discriminazione sofferta dagli ebri che provenivano dai paesi orientali, la coercizione religiosa etc. Ma il perno di questa lotta era la definizione di Israele come “stato ebraico”.
Che cos’è uno “stato ebraico”? Non è mai stato chiaro. Uno stato i cui cittadini sono tutti ebrei? Uno stato che appartiene solo agli ebrei? Lo “stato del popolo ebraico”, che appartiene anche ai milioni di ebrei che non vivono qui e che sono cittadini degli Stati Uniti, dell’Argentina e della Francia? Uno stato governato dalla religione ebraica? Uno stato che esprime i valori ebraici (e in questo caso, quali?) Inoltre – chi è ebreo, in questo contesto? Dopo molte incertezze la Knesset ha adottato l’interpretazione religiosa: ebreo è una persona nata da madre ebrea o che si è convertita alla fede ebraica. La contraddizione fra la definizione di Giudaismo come religione e l’asserzione che gli ebrei sono una nazione è stata risolta con la storia che da noi, diversamente che in altre nazioni, la religione e la nazione sono la stessa cosa.
Il termine “stato ebraico” è nebuloso. Può essere interpretato in molti modi. Quando si aggiunge la parola “democratico”, diventa un ossimoro – se uno stato appartiene solo a una parte della sua popolazione non è democratico, e se è democratico allora non può appartenere a una parte della sua popolazione, anche se questa rappresenta la maggioranza. Dare istruzioni al Servizio di Sicurezza – la nostra polizia segreta – di agire contro coloro che si sforzano con mezzi di legali di cambiare la definizione di “stato ebraico” – significa solo mutilare la democrazia israeliana. E’ uno dei principi fondamentali della democrazia che chiunque ha il diritto di diffondere le proprie opinioni e convincere le persone a cambiare le leggi e la costituzione, purché vengano usati mezzi legali. Se una persona riesce a convincere la maggioranza dei cittadini, avviene il cambio desiderato.
Attivare la polizia per soffocare questo processo significherebbe far diventare Israele uno stato di polizia. Non una “democrazia che si protegge” ma, piuttosto, uno stato che si protegge dalla democrazia. Io spero che lo stato di Israele rimanga uno stato con una maggioranza ebraica, che l’ebraico resti la sua lingua principale, che esprima la società ebraica moderna e la sua cultura e che mantenga anche viva la tradizione ebraica delle passate generazioni. (Per quel che riguarda la parte araba della popolazione – vedi quel che segue).
Ma queste cose non si fanno con la forza, con l’oppressione, usando la polizia segreta e altri mezzi di coercizione. Si deve permettere che i processi naturali vadano avanti liberamente, qualunque siano i risultati. Non siamo l’unica nazione al mondo in questa situazione. Se Israele è un paese che attrae, sarà naturale che cresca e che molti bussino alle sue porte, persone che desiderano unirsi alla nostra nazione. La nazione di Israele – diversamente dalla religione ebraica – può di principio assimilare chiunque voglia appartenergli. La relazione fra uno stato moderno e i suoi cittadini deve basarsi su una considerazione sola: la cittadinanza. Lo stato appartiene a tutti i suoi cittadini e tutti devono essere uguali davanti alla legge. Questo è quanto ha promesso la Dichiarazione di Indipendenza del 1948: “Lo Stato di Israele ….. assicurerà la totale uguaglianza dei diritti sociali e politici di tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso.” Qualche israeliano usa il termine di “stato-nazione” come pretesto di oppressione della minoranza araba. Pensano in termini di stato-nazione nello spirito del tardo 19mo e 20mo secolo. In Polonia, per esempio, dove nacquero molti fondatori di Israele, lo stato combatté contro grandi comunità dei propri cittadini – ucraini, lituani, ebrei ed altri.
L’esempio più estremo è stato lo stato nazista, che si fondava sull’idea che l’individuo esiste solo come parte della sua nazione, come mera cellula dell’organismo nazionale. Questo modello è annegato nel sangue ed è stato infangato per sempre dagli orrori dell’Olocausto.
Oggi il modello che attira la maggioranza è quello Americano. La nazione americana include chiunque abbia un passaporto americano. Una persona che riceva la cittadinanza americana – che sia messicano, coreano, indiano o nigeriano – in quel momento fa parte della nazione americana e diventa un erede di George Washington, Abe Lincoln e Franklin D.Roosevelt.
Tutte le nazioni moderne si stanno muovendo in questa direzione, ognuna secondo il proprio ritmo. Anche la Polonia adesso fa parte dell’EU in cui milioni di persone si muovono da paese a paese senza alcuna restrizione. Là in molti paesi adesso vivono milioni di stranieri che vengono gradualmente assimilati nella popolazione nazionale. I loro bambini crescono con la cultura e la lingua locale e studiano nelle scuole locali. Senza questo massiccio rinforzo molte società occidentali non potrebbero più esistere, per quanto riguarda questioni economiche e demografiche.
Israele che non perde occasione di definirsi un paese occidentale, volterà le spalle a questa realtà per adottare il modello del Pakistan, uno stato fondato – contemporaneamente ad Israele – su basi etniche e religiose? La Mia Identità è composta da molti livelli diversi. Sono un essere umano e come essere umano sono un cittadino del mondo e sono responsabile dell’intero pianeta. Sono impegnato sui valori umanitari, per un’ecologia globale, per la libertà, la pace e la giustizia per tutti. Spero che in un futuro non troppo lontano questi valori saranno garantiti da un assetto mondiale efficace.
Sono membro della nazione israeliana, insieme ad altre persone che hanno il passaporto israeliano. Israele è il mio stato. Voglio che viva in pace, in sicurezza, che prosperi e sia rispettato in tutto il mondo. Voglio uno stato in cui sia bello vivere e di cui possa essere orgoglioso.
Sono un figlio del popolo ebraico. Sono un erede della tradizione ebraica, come gli australiani e i canadesi sono eredi della tradizione anglo-sassone. Ci sono valori ebraici in cui credo, valori di giustizia, di pace e non violenza, che sono molto diversi da quelli dei coloni di Yitzhar e Tapuah. Sono vicino agli ebrei di tutto il mondo e sono felice che gli ebrei in tutto il mondo si sentano vicini ad Israele. E’ una questione emotiva che non riguarda lo stato.
Quando lo stato di Israele realmente apparterrà, praticamente e ufficialmente, a tutti i suoi cittadini, sarà molto più facile per gli arabi di qui decidere sul loro status. Se sceglieranno di appartenere alla nazione israeliana, come gli ispanici degli Stati Uniti appartengono alla nazione americana, andrà benissimo. Se preferiranno lo status di una minoranza nazionale, dovrebbero godere dei diritti di questa minoranza in uno stato moderno. Inoltre la lingua e la cultura araba devono essere pienamente riconosciute dallo stato. L’affinità dei cittadini arabi con il popolo palestinese e con il mondo arabo deve essere considerata altrettanto legittima dell’affinità dei cittadini ebrei con il popolo ebraico di tutto il mondo.
Questo è il mio pensiero. Intendo sostenerlo con tutti i mezzi legali a mia disposizione nello stato democratico che ho contribuito a costituire.
E se allo Shin Bet non piace, beh, peccato. Spero solo che non mi mettano in detenzione amministrativa per questo.
Chi ha davvero vinto le amministrative spagnole? A prima vista il Partito popolare, che ha ottenuto quasi 160 mila voti in più grazie al successo di Gallardón a Madrid e di Aguirre nella Comunità autonoma di Madrid. Entrambi artefici delle grandi opere di questi anni (dalla rete metropolitana alla gestione dei rifiuti, dai tunnel urbani alle infrastrutture sanitarie) che hanno trasformato Madrid in una delle città più funzionali e meglio servite del mondo. Un voto, sicuramente non ideologico, che ha punito i due candidati del Psoe (e sostenuti personalmente da Zapatero) in quanto privi di adeguato carisma e di un convincente programma di governo locale. Tuttavia, se si esclude il grande successo dei popolari a Madrid (e a Valencia), il voto è stato complessivamente positivo per i socialisti che hanno in generale mantenuto le loro posizioni e che ora potrebbero, alleandosi con forze locali, conquistare numerose città e perfino tradizionali roccaforti della destra come le ricche Navarra e Baleari dove i popolari hanno perso consensi. Resta da capire il dato preoccupante dell’alto astensionismo, perfino in una regione politicizzata come la Catalogna, che rivela un distacco crescente tra forze politiche e società civile le cui cause sono certamente complesse e che non si possono spiegare soltanto con la disaffezione provocata dal tema Eta, dato centrale del messaggio della destra contro gli sforzi di Zapatero, per ora infruttuosi, di avviare a soluzione la lacerazione decennale provocata dal terrorismo Eta.
Come giudicare dunque il voto amministrativo spagnolo, che precede di solo dieci mesi quello politico generale della prossima primavera? C’è un dato, a questo proposito, di grande rilievo. I due partiti maggiori, il Psoe e il Pp, hanno ottenuto complessivamente il 70% dei voti. Resta fuori un consistente 30%, diviso tra Iu (Sinistra unita) e le numerose forze nazionaliste (Catalogna, Paese basco, Galizia) e locali (Canarie, Cantabria e altre). Tutte queste forze, in questi anni, si sono progressivamente allontanate dai popolari per via della crescente ostilità della destra spagnola nei riguardi delle spinte autonomiste. Oggi questi partiti, chi più chi meno, si sentono più vicini alle posizioni di Zapatero, il leader socialista che ha dimostrato maggiore disponibilità nei riguardi della questione catalana e basca. Per cui, volendo analizzare la Spagna politica con le lenti delle potenziali alleanze di governo, si potrebbe affermare che il 35% del voto al Pp è un voto conservatore che non riesce a saldarsi con quello di altre forze minori senza le quali una maggioranza parlamentare di centro destra non è proponibile. Un isolamento che difficilmente verrà superato fino a quando la leadership del Pp resterà nelle mani di Rajoy e di Aznar. Il che appare assai improbabile prima delle prossime elezioni. Ora tocca a Zapatero correggere il tiro, superando incomprensioni diffuse verso alcuni aspetti della sua politica, in particolare nei riguardi della questione basca. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=88127
La destra vieta di erigere un simbolo 'pericoloso per la convivenza pacifica'
Simbolo 'aggressivo'. Nessun muezzin lancerà il richiamo alla preghiera nella cittadina svizzera di Langenthal, 14 mila anime, alcune centinaia delle quali devote ad Allah. La proposta di modificare l'attuale centro che funge da moschea, elevandolo pericolosamente verso il cielo con un minuscolo minareto (alto meno di 4 metri) è stata infatti bocciata dalle intimidite autorità municipali. Sul divieto hanno pesato le pressioni di oltre un quarto della cittadinanza, sobillata da una rappresentante politica locale, appartenente all'Unione democratica di centro (UDC), che ha definito il minareto progettato un 'simbolo aggressivo', con la forma di un 'missile', promuovendo una petizione per bloccarne la costruzione. Un'iniziativa ripresa e rilanciata in grande stile dalla destra conservatrice svizzera. Uno degli organizzatori, il parlamentare Ulrich Schluer, ha dichiarato che la costruzione di minareti nel Paese sarebbe fonte di problemi e minaccia alla pacifica convivenza. "Bisogna impedire - ha detto Schluer - costruzioni islamiste a vocazione imperialista".
Culto occulto. Nonostante il progettato minareto fosse poco più di una cabina di cemento, troppo angusta per accedervi, e senza neppure altoparlanti, i legislatori d'oltralpe l'hanno visto come un attentato alla convivenza pacifica tra le comunità religiose, un concetto sancito dall'articolo 72 della Costituzione svizzera, che dà potere alle autorità di adottare le misure appropriate per tutelarla. Misure che, oltre al divieto di Langenthal, prevedono l'indizione di un referendum nazionale. Il partito conservatore ha tempo fino al novembre 2008 per raccogliere le 100 mila firme necessarie. L'operazione è da molti giudicata un facile pretesto per captare il consenso nell'elettorato conservatore in vista delle elezioni parlamentari di ottobre, ma non è un mistero che la presenza musulmana in Svizzera sia tanto consistente quanto celata. Se, infatti, in teoria il Paese sancisce con l'articolo 15 della Costituzione la libertà di culto, in pratica le moschee sono confinate a capannoni in disuso, depositi abbandonati, vecchie fabbriche. Nella capitale Berna, la moschea è in un ex-parcheggio. Nella stessa Langenthal, in ciò che resta di una fabbrica di vernici.
Tollerati finché invisibili. La proposta dell'Unione democratica di centro non ha scosso solo la comunità musulmana. Se Adel Méjri, presidente dell'Associazione dei musulmani di Svizzera, ha riferito che "tali iniziative bloccano il dialogo tra le comunità", sia la Chiesa cattolica che quella protestante hanno dichiarato il loro sostegno alla comunità musulmana, sostenendo che è lo stesso diritto alla libertà di culto a consentire la costruzione di minareti. Significativo è stato l'intervento del vescovo di Basilea, Kurt Koch, intervistato dalla 'Nzz am Sonntag': "Per un musulmano - ha detto Koch - il minareto è un segno di identità. Provate a dire ai cattolici che una chiesa deve fare a meno di una torre o di un campanile". Ci sono solo due minareti in Svizzera, a Zurigo e a Ginevra. Nessuno dei due può essere utilizzato per chiamare i fedeli alla preghiera. Nell'attesa che qualche autorità municipale crei un precedente (permessi per l'edificazione di minareti sono stati chiesti a Wil, nel Canton San Gallo, e a Wangen, nel Canton Soletta), i musulmani continueranno a celebrare il loro culto in edifici dismessi, consci di essere tollerati fino a quando rimarranno invisibili.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8035
Diritti dei manifestanti e Africa al centro dei preparativi
Julio Godoy
BERLINO, (IPS) - A meno di due settimane dal vertice di quest’anno dei capi di stato e di governo degli otto paesi più industrializzati (G8), il rispetto per i diritti dei manifestanti e l’adempimento delle promesse di aiuti economici del gruppo sono al centro dei preparativi.
Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha assicurato la scorsa settimana che il G8 farà onore alle tante promesse fatte all’Africa. “Dobbiamo dimostrare la nostra credibilità e affidabilità”, ha detto all’ottavo meeting del Forum Africa Partnership, a Berlino.
Nel forum, lanciato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), Banca mondiale, e paesi africani fondatori della Nuova Partnership per lo sviluppo dell’Africa (Nepad), si è discusso degli aspetti politici, economici e sociali dello sviluppo.
Ma la Merkel non è riuscita a garantire che il G8 raddoppierà gli aiuti all’Africa entro il 2010, come promesso al vertice 2005 del gruppo a Gleneagles, in Scozia.
Invece, ha evidenziato le opportunità di investimenti privati che stanno nascendo in Africa. “Chiunque consideri l’Africa come una sede di investimenti oggi, ne raccoglierà i frutti domani”, ha detto Merkel alla conferenza, specificando che “l’Africa è un continente con un incredibile potenziale di sviluppo”.
Il G8 (formato da Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia e Stati Uniti), si riunirà il 6-8 giugno nella cittadina baltica di Heiligendamm. Oltre agli aiuti per l’Africa, il gruppo ha incluso tra i punti in agenda la stabilità dei mercati finanziari internazionali, il sistema di scambi internazionali, e la politica ambientale mondiale per combattere il riscaldamento globale.
In vista dell’incontro del Forum Africa Partnership, i ministri delle finanze e dell’economia del G8 si erano incontrati il 19 maggio a Potsdam, 20 chilometri a sud di Berlino, un incontro chiuso con una dichiarazione congiunta: “Ribadiamo il nostro impegno ad adempiere alle nostre responsabilità di donatori, e in particolare l’importanza di tener fede ai nostri impegni sugli aiuti” verso l’Africa.
Ma secondo la bozza di dichiarazione congiunta redatta dal governo tedesco per il vertice di Heiligendamm, il G8 si impegnerà ad aumentare gli aiuti pubblici allo sviluppo all’Africa fino a 25 miliardi di dollari all’anno entro il 2010 - molto meno dei 67 miliardi all’anno promessi a Gleenagles nel 2005.
E nella bozza non vengono nemmeno definiti i dettagli su come questi aiuti dovranno essere avviati. Su uno dei paragrafi del documento, che invita l’OCSE a proporre delle modalità specifiche per adempiere alle promesse, i rappresentanti del G8 hanno aperto un controverso dibattito, che potrebbe portare ad eliminare questa parte dalla versione finale, secondo quanto dichiarato da una fonte locale all’IPS.
Formulazioni tanto vaghe hanno portato analisti e osservatori a criticare il G8 per avere ancora una volta dimenticato i loro stessi impegni verso l’Africa.
“I ministri delle finanze del G8 hanno manifestato una amnesia collettiva, decidendo di dimenticare le loro promesse all’Africa”, ha detto Max Lawson di Oxfam International, presente a Potsdam il 19 maggio.
“Il cancelliere Merkel ha solo pochi giorni per dimostrare una vera leadership, richiamare gli altri leader per le scarse iniziative, evitando l’imbarazzo agli occhi del mondo e di negare una speranza a milioni di persone. Il G8 tedesco non dovrà essere ricordato come il vertice della vergogna”, ha aggiunto Lawson.
Nel frattempo, si è aperto un altro intenso dibattito intorno al summit del G8: quello del diritto delle organizzazioni pacifiche no-global di manifestare contro le politiche ufficiali dei paesi più ricchi del pianeta.
Il governo tedesco sta attivando tutta una serie di misure per impedire ai protestanti provenienti da tutto il mondo di disturbare l’incontro di Heiligendamm, e alcune sfiorano addirittura il ridicolo, secondo alcuni osservatori.
Oltre ad aver accusato formalmente i piccoli gruppi tedeschi di sinistra di formare una “rete terroristica” per fermare il vertice del G8, facendo irruzione nelle abitazioni private e negli uffici degli attivisti per sequestrare computer, telefoni cellulari e interrompere le connessioni Internet, e dopo aver ripristinato i controlli dei passaporti lungo le frontiere europee altrimenti aperte, il governo tedesco ha annunciato che potrebbe anche servirsi di un altro metodo per fermare i protestanti: cani addestrati a riconoscere gli odori dei corpi dei singoli attivisti, per individuarli tra la folla dei manifestanti ed arrestarli.
Il ministro dell’interno Wolfgang Schaeuble ha definito l’uso di cani addestrati per identificare i “criminali sospetti” tramite i loro oggetti personali “una risorsa che merita di essere applicata in alcuni casi specifici”.
Ma l’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste tra i gruppi per i diritti umani, e persino tra alcuni rappresentanti del governo.
Barbara Lochbihler, a capo dell’ufficio tedesco di Amnesty International, ha sottolineato che “il diritto di manifestare è un diritto umano molto importante. Per uno stato democratico che rispetti la legge, è indegno che il governo contempli di utilizzare informazioni intime dei cittadini a scopi politici”.
Lochbihler ha paragonato questi metodi a quelli usati dalla polizia segreta della vecchia Repubblica Democratica tedesca ex comunista, nota come la Stasi.
Un paragone analogo era stato avanzato anche dall’ex presidente del parlamento tedesco, il deputato social-democratico Wolfgang Thierse. “Esorto le autorità ad evitare di cadere nell’isteria della polizia tipica della Stasi”, aveva dichiarato in un’intervista Thierse, che era un ministro della chiesa e un attivista per i diritti umani nella Germania dell’Est.
Lochbihler ha poi lamentato che il governo starebbe pensando di costruire prigioni temporanee all’aperto, e impedire agli attivisti stranieri di entrare in Germania. “Simili misure ricordano quelle usate dal governo italiano di Silvio Berlusconi prima del vertice del G8 di Genova, nel 2001”, ha ricordato.
Il vertice di Genova è diventato un punto di riferimento nella storia del G8, per i violenti scontri che scoppiarono in quell’occasione tra i dimostranti e la polizia italiana e che portarono all’uccisione dell’attivista 23enne Carlo Giuliani, per mano di un agente di polizia.
I gruppo no-global tedeschi prevedono un afflusso di circa 100.000 manifestanti provenienti da tutta Europa per partecipare alle proteste contro il G8.
Ma anche se i dimostranti riusciranno ad entrare in Germania, resteranno comunque lontani da Heiligendamm, dato che il governo tedesco ha costruito una recinzione di cemento e filo spinato lunga 12 chilometri, per un costo di 17 milioni di dollari, che circonda l’intera area del summit.
In totale, saranno 16.000 agenti di polizia e oltre 1.100 soldati a sorvegliare l’area, per tenere i dimostranti a diversi chilometri di distanza dalla sede dell’incontro, oltre a nove navi della marina militare che pattuglieranno le acque al largo di Heiligendamm.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=928
Un nuovo calo del prezzo del cotone - 145 franchi CFA (0, 22 euro) a chilo contro 165 (0,25 euro) nel 2006 e 210 (0,32 euro) nel 2003 - sta gravemente compromettendo la situazione economica dei produttori del paese, dove il cosiddetto “oro bianco” è fonte di sostentamento per oltre due milioni di persone. Per evitare il fallimento della Società delle fibre tessili (Sofitex), la più importante delle tre aziende di produzione del cotone, che ha dovuto ridurre le spese di gestione e aumentare il capitale da 6,7 milioni di euro a 58 milioni, il governo – principale azionista – ha dovuto stanziare 18,3 milioni di euro e farsi carico dei circa 33 milioni di euro di azioni della società francese Dagris, dell’Unione dei produttori di cotone e di una banca locale che hanno rinunciato ai loro titoli. Una parte di questi fondi è servito a garantire l’88% di arretrati salariali, ma ha colpito il bilancio statale e in particolare le risorse destinate a istruzione e sanità. Secondo un comunicato del governo burkinabé - che sembra riferirsi non solo alla situazione nazionale, ma anche a quella di altri paesi africani le cui economie dipendono in maniera significativa dalle esportazioni di cotone - “le sovvenzioni concesse dai paesi del nord ai loro produttori di cotone pesano negativamente sui mercati delle materie prime agricole e non si è registrato nessun progresso significativo dopo la riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio tenutasi a Cancun, in Messico, nel 2003”. http://www.misna.org/
Repubblica Congo : nuovo scandalo abusi nella missione ONU
di Carla Amato
I sospetti maltrattamenti ad opera dei caschi blu nella repubblica democratica del Congo daranno luogo ad un'inchiesta interna dell'ONU.
La richiesta della missione delle Nazioni Unite nella regione (MONUC) riguarda il trattamento di tutta la milizia dei suoi battaglioni della brigata di Ituri nel febbraio 2005 e proviene dal rappresentante speciale del segretario generale nella Repubblica democratica del Congo, William Lacy Swing.
A scatenare il nuovo scandalo, le accuse di maltrattamento contenute in una lettera giunta il mese scorso da un ex combattente della milizia nazionalista e integrazionista FNI che era stato arrestato dalle forze ONU e detenuto dal battaglione del Bangladesh per quattro giorni nel febbraio 2005. Quest'ultimo ha chiesto un indennizzo per il trattamento che sostiene di aver subito.
Come Swing ha spiegato in conferenza stampa, la polizia militare della MONUC ha studiato queste accuse ed ha presentato un progetto di rapporto il 19 maggio, dato che "tutte le accuse di questa natura sono prese molto seriamente".
Nel frattempo e' iniziata l'inchiesta ONU sulle accuse di traffico di oro e di armi che sarebbe stato messo in piedi da lcuni peacekeepers della MONUC sempre nel distretto di Ituri. Va ricordato che sempre questa missione delle Nazioni Unite era stata colpita dallo scandalo 'sex for food', in cui giovanissime ragazze madri erano indotte a rapporti sessuali con i caschi blu in cambio di cibo.
Peraltro Antonio Guterres, il Commissario ONU per i rifugiati denuncio' lo corso anno che anche l'esercito locale, non ricevendo il suo salario, per finanziarsi mette in atto azioni violente che hanno come prime vittime donne e minori, risultando quindi "un fattore di violazione dei diritti umani". Guterres parlo' di "un livello intollerabile di violenze sessuali nella zona orientale del Congo", dove l'UNICEF ha contato 25.000 stupri solo nel 2005.
Un nuovo idealtipo si è insediato ormai cronicamente nella politica italiana. E’ l’"imprenditore dell’antipolitica", che la settimana scorsa ha celebrato il suo tripudio con la relazione di Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea della Confindustria, legittimando chi da tempo prevedeva la sua "discesa" (o "salita", secondo l’ironico commento di Romano Prodi) in politica. Il fenomeno, naturalmente, non è nuovo, data almeno dagli anni Novanta, quando Umberto Bossi, ancora artigianalmente, intuì le potenzialità elettorali di quei settori della popolazione che via via andavano distaccandosi dai partiti di massa in crisi, non ritrovandosi più nella tradizionale collocazione destrasinistra, attratti dalla nuova dimensione della "leaderizzazione", che consente di orientarsi assai più facilmente in politica. Un procedimento "euristico", come dottamente lo definisce il politologo Mauro Barisone in una ricerca curata da Marco Maraffi su "Gli Italiani e la politica" appena uscita per "il Mulino". Vale a dire una "scorciatoia mentale" per semplificare le asperità di comprensione della politica attraverso la figura del leader. Poi venne Berlusconi che, come tutti sanno, sfruttò magistralmente l’indebolimento della capacità di mediazione dei partiti tradizionali di massa, il peso crescente, per l’appunto, della leadership personale e soprattutto la crescita dell’influenza della televisione sulla politica.
Ma con il "manifesto" di Montezemolo, tutto costruito sulla denuncia dei costi e dell’inefficienza della politica fatta dai 180 mila politici di professione, la figura dell’ "imprenditore dell’antipolitica" compie un clamoroso salto di qualità. Tanto più rilevante in quanto antropologicamente, al contrario di Berlusconi che per decenni non è stato ammesso nei cosiddetti salotti buoni, l’attuale presidente della Confindustria è stato sempre percepito come un personaggio intrinseco ai poteri forti, a quel poco di establishment che con la politica tradizionale è sempre venuto a patti. Perciò la forma di "leaderizzazione" scelta da Montezemolo, non priva di connotati tecnicamente populisti, suscita le proteste di chi, come Berlusconi, il modello "antipolitico" ha portato nella politica italiana e che adesso si vede "copiato" da un possibile concorrente.
Montezemolo, naturalmente, non è Michela Brambilla, la nuova stella berlusconiana, quella signora rossa di capelli, in minigonna e calze autoreggenti ben esposte, che in pochi mesi ha scalato le vette della popolarità, in un paradossale crescendo che incredibilmente ne ha già fatto non si capisce in base a quali capacità una titolare di leadership politica, cioè uno dei "mostri" mediatici che la deriva populista può generare. Dietro Montezemolo, che dal podio antipolitico in molti casi fa alla politica contestazioni più che fondate, si muove il meglio della cultura liberista italiana, da Mario Monti a Francesco Giavazzi, come si è visto nella recente quattro giorni milanese su "Economia e società aperta", organizzata dall’Università Bocconi e dalla Rcs. Ma questo potrebbe non essere un conforto, se è vero che il populismo, striature del quale non sono assenti nel manifesto montezemoliano, enfatizza la componente democratica della democrazie, proprio a danno di quella liberale, che si vorrebbe sviluppare. Uno degli elementi del populismo, come spiega il politologo Paolo Segatti nella ricerca citata, è la tendenza a considerare prive di significato le divisioni ideologiche che attraversano la società e quindi il conflitto che ne scaturisce. All’idea di un conflitto orizzontale tra diversi gruppi si sostituisce così l’idea di un conflitto verticale che oppone l’uomo della strada al cosiddetto establishment, di cui i politici sono la parte più visibile e corrotta. Ne discende talvolta l’appello all’uomo forte. Basta che Luca Montezemolo, neoimprenditore dell’antipolitica, e quelli che condividono il suo progetto di cui mancano al momento dettagli essenziali ne abbiano perfetta coscienza.
a.statera@repubblica.it
In Italia ci sono 31.234.564,3 mancini. Trentunomilioni di mancini. E chi rappresenta i mancini nel PD? Ve lo dico io: nessuno.
Eppure - come noto - i mancini possono essere degnamente rappresentati solo da altri mancini (ovviamente, i mancini possono militare solo in un partito di sinistra). Quindi, per cortesia, mettete dieci mancini nel komintern del PD. Please, please, please. Suggerirei: roberto mancini, claudia mancina, antonio mancini, alberto mancini, francesco mancini, umberto mancini, carla mancini, ottavio mancini, norberto mancini, pierluigi diaco.
In subordine, insegnategli a mangiare con la destra.http://brodoprimordiale.net/
Largo ai giovani
di alberto bisin, La delusione per la mancanza di giovani dal Comitato dei 45 del futuro Partito Democratico. Elenco alcuni commenti. Porgo sin dal sommario le mie scuse a Marco Simoni, che non conosco e maltratto solo in quanto involontario simbolo di altrui mancanza di giudizio.
La sinistra è in subbuglio. Nessuno sotto i 30 anni ce l'ha fatta a entrare nel gruppo che conta del nuovo Partito Democratico. E non perché non ci vogliano entrare: Fausto Raciti, leader della Sinistra giovanile (dice il Corriere - ma cos'è la Sinistra giovanile? cosa e chi rappresenta?) dice:
Siamo davvero arrabbiati, è ovvio. Ma alla Costituente del Pd ci faremo prendere in considerazione, ne siano pur certi. Intanto stiamo organizzando la prima assemblea nazionale dei giovani del Pd, a giugno, a Roma. Ma resta tutta la nostra preoccupazione per il sistema usato: vuol dire che si sono solo riempiti solo la bocca, finora, con la parola "giovani". Ma poi alla fine nel Comitato dei 45 hanno inserito solo i professionisti della società civile. Non ci sono i giovani, quindi, ma c'è Slow Food. E ci sono Dini e Amato. Complimenti davvero.
Il figlio di Adriano Sofri (di nome Luca - nessuna altra ragione a me evidente per avere voce in capitolo, alcun capitolo, ne' di rappresentare nessuno) nel mezzo del subbuglio ha concepito una lista di nomi di persone sotto i 40 anni da cui sceglierne 10 da aggiungere:
Giuseppe Civati, consigliere regionale della Lombardia;
Carlo Antonio Fayer, consigliere comunale a Roma;
Mario Adinolfi, giornalista;
Sandra Savaglio, astronoma;
Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze;
Anna Maria Artoni, imprenditrice;
Ivan Scalfarotto, dirigente d'azienda;
Alessandro Mazzoli, Presidente della Provincia di Viterbo;
Marta Meo, architetto;
Michela Tassistro, Istituto Nazionale di Fisica della Materia;
Eleonora Santi, staff del Sindaco di Roma;
Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale;
Pierluigi Diaco, giornalista;
Marco Simoni, economista;
Lorenza Bonaccorsi, Capo della Segreteria del Ministero delle Comunicazioni;
Gianni Cuperlo, deputato
Non ho conflitti di interessi, essendo sopra i 40, felicemente occupato, incapace di fare politica. Non conosco la maggior parte dei nomi, e faccio inferenza da quello che so. Quindi discuto degli economisti, pardon, dell'economista, che uno è: Marco Simoni. Marco Simoni? Chi è costui. Beh, io gli economisti di rilievo, italiani, li conosco, credo, quasi tutti. Sotto i 40 anni ci sono, una stima rozza, 100 economisti nelle migliori 50 università e centri di ricerca degli Stati Uniti (tanti di questi nelle top 15, poco meno della metà hanno tenure) e 50 nelle migliori 20 università europee. Nel medesimo intervallo d'età ci sono anche alcuni (pochi purtroppo) economisti in Italia di livello internazionale (cioè con curricula pari a quelli delle top 20 Usa e top 5 in Europa). Io scommetto qualunque cosa che il 70% e piu' di tutti questi ha votato Prodi. Magari, come io ed altri in questo sito, poi se ne lamenta giornalmente, ma lo ha votato.
Marco Simoni non è in questo gruppo. Non c'è non perché non sia un bravo economista. Sarà bravissimo. Ma se lo è lo sa solo la sua mamma e il suo advisor. È infatti uno studente allo European Institute della London School of Economics. Ce ne sono centinaia di ottimi studenti di economia in giro per il mondo. Cosa avrà Marco Simoni più di questi?
Google non riporta nessun curriculum vitae, riporta un paio di papers di economia del lavoro (descrittivi, non lavori accademici, a prima vista - confesso che ho solo sfogliato), e le seguenti informazioni nel website dei research students dell'European Institute a LSE:
MARCO SIMONI
Status: Full Time Research Student
Phd Title: "Trade Unions and Social Democratic Parties in Europe: Divorce or Re-negotiated Marriage?"
Research Interests: Industrial Relations, Italian Political Economy, European Political Economy, Party Politics
Farà politica attiva all'interno dell'Unione (non credo che nessuno degli economisti cui accennavo sopra faccia politica attiva). Ovvio che questo è importante, specie nella fase di fondazione del partito. E sarà senz'altro un bravo economista ... in futuro! Per ora studia. A maggior ragione, il Partito Democratico farebbe meglio a lasciarlo studiare e a cercare un economista con idee nuove, che avesse anche provato d'essere un buon economista. Ne hanno un gran bisogno di idee nuove, specie in economia.
Ma forse mi sbaglio. Il gruppo che conta del Partito Democratico non è lo stesso che concede un premio al migliore economista sotto i 40. Nessuna ragione che l'economista del gruppo sia un accademico di rilievo. Dipende. A cosa serve questo comitato? Oltre agli ovvi rappresentanti dei partiti e gruppi costituenti (lo stesso Prodi, D'Alema, Fassino, Francesco Rutelli, e i loro portaborse), a detta dello stesso Prodi, sono però state inserite «alcune personalità importanti» della società civile. Ma allora,... forse un economista ci stava. Comunque sia spero proprio che ad LSE Marco Simoni almeno abbia fatto bene Micro I e Micro II. Sarà l'unico del gruppo, in questo caso a capire cosa sia l'economia politica oggi e a non pensare con modelli concettuali vecchi di 40 anni, e perdipiu' dimostratisi ormai largamente fallimentari nella pratica e nella storia.
Siamo arrivati al capolinea. Adesso non ha senso tirare fuori i sondaggi. Mansutti ha dato disposizione di tenere più a lungo il pallone ai suoi perchè, se dovesse essere confermato questo risultato, si andrebbe al ballottaggio. Ci credono un po' tutti a sinistra. Non ci si è mai creduto così tanto. Ci crede anche Cirilli. Almeno ad aver fatto uno scherzetto. L'ho sentito un po' più riflessivo. Adesso vi metto pure la colonna sonora. (Synchroniciy II - Police). E provate a immaginare questo ballottaggio. Queste due settimane in cui in città ci sarà l'affanno a spiegare il programma, a convincere gli indecisi, a convertire l'idea di chi ha già deciso. L'occasione di una nuova primavera. Ieri un altissimo dirigente dei Ds ha fatto sapere che tutto il Regionale e tutta la Federazione si trasferiranno in terra pontina per dar manforte a Mansutti e ai suoi. Ci dovrebbe proprio essere la calata. Come se i grandi eserciti stiano al confine. attendendo un segnale. A destra sembra che i pezzi grossi siano già arrivati. Fini è venuto 3 volte. Un gesto di debolezza. Come se il capo di An determinasse qualcosa. Alla fine Zaccheo, negli anni, l'antipatia se l'è costruita. Piano piano. Con pazienza. Con certosina applicazione. Anche se ci fosse stato Almirante non sarebbe cambiato niente. Invece Cirilli mi sembra che un risultato l'abbia ottenuto. In questa campagna elettorale si sono dovuti impegnare tutti, nessuno escluso. Tutti hanno dato il massimo. Se vogliamo anche a sinsitra si è tornati nelle piazze dopo anni. Mica possiamo sottovalutare questo aspetto. Lo so che su queste pagine siete abituati ad osservare ragionamenti astratti ecc. Però quando c'è da ammettere una cosa, bisogna farlo. Mansutti ha fatto quello che poteva. Molti dei candidati pure. Si poteva fare meglio. Certo. Quello sempre. Ma si è fatto quello che si è potuto fare. Considerate il centrosinistra come un corpo che stava immobile da mesi. (Strokes - una ballata a caso). Si sono sentite le giunture scrocchiare per lunghissimo tempo. Adesso qualcosa si muove in automatico. Qualcuno si è conquistato credibilità e consensi. magari tenendosi in allenamento si poteva fare di più. Forse, però, una nuova classe politica si potrebbe affacciare. Quello che speriamo su LatinaRiformista. Tant'è che noi, e magari non lo diamo a vedere, un po' ci stiamo pure attrezzando.http://latinariformista.splinder.com/
La composizione del Comitato Promotore del Partito Democratico non mi piace. Non mi piace, prima ancora che per la scarsa rappresentanza di donne e under 40, per il fatto che sia pieno zeppo di esponenti di governo, a vari livelli: tutta gente che avrebbe tante altre cose da fare e a cui pensare, specie in questa fase politica così delicata.
La scarsa rappresentanza di giovani e donne non è un bel segnale ma, onestamente, non capisco l'atteggiamento dei tanti ulivisti (e non) che si stracciano le vesti. Scusate, ma la notizia qual è, che i Ds e la Margherita (così come tutti i partiti dell'arco costituzionale) non sono in grado di garantire la giusta rappresentanza di donne e di giovani? E lo avete scoperto adesso? La composizione del Comitato Promotore - che non è certo una Costituente, dato che quella sarà eletta dai cittadini - rende semmai ancora più viva la necessità di un partito con regole nuove.
Il problema della scarsa rappresentanza è comune a tutta la classe politica, che da destra a sinistra è imprigionata dentro se' stessa e dentro i suoi irremovibili blocchi di potere. L'operazione Partito Democratico contiene al suo interno alcune proposte concrete (una testa un voto, primarie per ogni livello di elezione, rappresentanza minima negli organi del 45% per ogni genere) che ne fanno un tentativo di possibile risoluzione: queste cose fanno già parte dell'embrione del partito, sono nel Manifesto, saranno nello Statuto. Non si vede però come i Ds e la Margherita avrebbero potuto o dovuto rispettare regole che non hanno, schiacciati sono schiacciati dalle logiche correntizie e dalla spartizione del potere, esattamente come gli altri.
La differenza dove sta? La differenza sta nel fatto che Ds e Margherita si stanno svenando per portare avanti un progetto di cambiamento. E' come se ci stessero dicendo: "Cari cittadini, se non vi diamo in mano - obbligatoriamente e per statuto - alcune scelte forti (le primarie per il segretario, per la costituente, eccetera), non potremo cambiare nulla: siamo intrappolati nel nostro stesso sistema, non riusciamo a scegliere tre persone perchè automaticamente dobbiamo prenderne altre tre, e poi altre tre ancora. Non riusciamo a liberarci del mostro che colpevolmente abbiamo creato, e finchè non ci sarà il "nuovo" partito con i suoi "nuovi" sistemi, non ci resta che usare i "vecchi": organi composti col bilancino, quote e quant'altro. Vi diamo in mano un nuovo partito con regole nuove: visto che non riusciamo a cambiarci, cambiateci voi". Ci riusciranno? Ci riusciremo? Non lo so. So, però, che è un tentativo e - al momento - nella politica italiana mi sembra anche l'unico. Se non è così, correggetemi: ditemi quante donne fanno parte dell'esecutivo dei Verdi (ve lo dico io: nessuna), ditemi quanti quanti under 40 fanno parte dei promotori di Sinistra Democratica (ve lo dico io: sempre nessuno), ditemi quanto è snello il Comitato Centrale dei Comunisti Italiani (ve lo dico io: sono 400) o quello di Rifondazione, dove abbiamo sei correnti in un partito dal sei per cento (a voi il rapporto), eccetera. E ditemi quale è il loro tentativo per cambiare tutto questo, visto che io non ne vedo.
Un'ultima cosa. Ad ogni mossa del Pd riparte la tiritera (sacrosanta ma un po' pelosa, specie considerato da chi proviene) sull'estromissione della società civile e dei giovani. Giovedi pomeriggio sono stato a Roma ad una importante assemblea organizzata da una lista pressochè infinita di associazioni uliviste di società civile per chiedere ai segretari romani Ds e Dl (che erano presenti) come si svolgerà il processo costituente. Viste certe dichiarazioni infuocate, uno in queste occasioni si aspetta di trovare centinaia di persone che chiedono di partecipare al processo politico, un'orda di giovani brillanti che pretende spazio e interviene al dibattito incalzando i relatori... e invece abbiamo assistito - concedetemelo, a costo di essere politicamente scorretto - al solito spettacolo della società civile militante: un'ora di ritardo per aspettare che si radunassero un centinaio di presenti, una lista infinita di sigle e di associazioni praticamente personali, tutte piuttosto litigiose tra loro, imbevute di antipolitica, interessate spesso soltanto a salire sul palco, fare la propria marchetta fuori tema e andare via. Under 40 in sala, non più di una decina; under 30, poi, forse solo io e altri due. Mi chiedo e vi chiedo allora: ha senso che una società civile militante frammentata, litigiosa e vecchia quanto i politici faccia i predicozzi sulla partecipazione ai partiti? Se la partecipazione politica non attrae i giovani, le responsabilità sono solo dei partiti, dei Ds o della Margherita, o magari si sta sbagliando tutti qualcosa?
P.S.: A margine, come semplice divertissement, ecco come avrei composto io il Comitato Promotore del Partito Democratico. Venti persone, dieci donne, dieci uomini. Esponenti di governo - nazionale o locale - ridotti all'osso.
Questi i nomi, in rigoroso ordine alfabetico (non so l'età di tutti, ma credo che l'età media sia sui 43):
Mario Adinolfi, Anna Maria Artoni, Enrica Braccioni, Rita Borsellino, Paola Caporossi, Sergio Chiamparino, Gianni Cuperlo, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Dario Franceschini, Gad Lerner, Lella Massari, Giovanna Melandri, Federico Mello, Marta Meo, Federica Mogherini, Luciana Sbarbati, Ivan Scalfarotto, Marina Sereni, Luca Sofri, Francesco Soro.http://www.bloggers.it/progettomayhem/index.cfm
Chiedevano diritti civili, sono finiti diritti in commissariato. Il tradizionale appuntamento dei gay con i manganelli di Mosca è stato rispettato, con qualche variante: se l’anno scorso il Gay Pride in Russia era finito in una gigantesca, poco ortodossa rissa collettiva, quest’anno le teste rasate, auspice una benedizione sacerdotale e la distrazione della polizia, si sono limitate a picchiare una delegazione di una decina di rappresentanti. I quali, per non essere lasciati alla mercè dei facinorosi, sono stati prelevati da un servizio di navette predisposto dalla questura moscovita e trattenuti nel reparto di osservazione di una caserma per alcune ore. Per la verità, non di una manifestazione vera e propria si trattava, ma di un gesto prodromico, cautelativo: della consegna cioè di una missiva, stilata da quaranta eurodeputati, con la quale si chiedeva la libertà di marciare per i diritti degli omosessuali e garanzie per l’incolumità dei partecipanti. Tra gli estensori, oltre al deputato verde tedesco Volker Beck, il radicale Marco Cappato, il funzionario Ue Ottavio Marzocchi, la parlamentare Prc Vladimir Luxuria, accolta nella centralissima via Tverskaja da tiri di uova ed acqua santa. D’altronde, a fare la frittata era stato il sindaco della capitale russa, Yuri Luzhkov, che aveva bollato la marcia omosessuale come un’«opera di Satana», ricevendo per affinità elettiva il plauso del patriarca di Russia. http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=88061
Solo la pace può cancellare l’inferno di Gaza e di Sderot
di Arieh Cohen
Nella Striscia si muore ogni giorni per gli attacchi israeliani e per le lotte fra bande palestinesi. A Sderot si vive nel terrore dei razzi. Israele, Egitto, Usa, Onu, Ue sono lenti nel cercare l’unica soluzione possibile: un trattato di pace fra due Stati, col diritto reciproco alla sicurezza e alla prosperità.
Tel Aviv ( AsiaNews) – Benedetto XVI ha lanciato ieri un appello perché palestinesi, israeliani, e tutta la comunità internazionale si impegnino in negoziati di pace che mettano fine alle violenze inter-palestinesi a Gaza e agli attacchi di razzi contro le cittadine israeliane vicine alla Striscia. Proprio stamane aerei israeliani hanno effettuato alcuni raid su Gaza, uccidendo almeno 4 persone, familiari di Khalil al-Hayya, un capo di Hamas. I raid israeliani in questa settimana hanno fatto almeno 30 morti, ma non sono riusciti a fermare gli attacchi di razzi contro la cittadina di Sderot. Né sembra che la lotta fra Fatah e Hamas per il controllo di Gaza sia terminata. Gli scontri fra le due fazioni hanno finora provocato la morte di 50 persone. Il nostro corrispondente riflette sulla tragica situazione di Gaza e Sderot, sulla violenza, e sulla pace che sola può portarvi rimedio. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9325&size=A
La situazione attorno e all’interno della Striscia di Gaza - soffocata dalla sovrappopolazione e dalla povertà - diviene sempre più triste e disperata. Eppure, al di là del messaggio di ieri del Papa, essa sembra attirare sempre meno l’attenzione internazionale, come se tutto fosse divenuto una terribile routine.
Palestinesi armati, di diversi eserciti, forze di polizia, gruppi di commando, milizie di clan, bande criminali attaccano, torturano, rapiscono, si uccidono gli uni gli altri e diffondono la morte anche sui civili che incrociano sulla loro strada.
Questi gruppi sono gli stessi che gridano alla guerra e lanciano razzi contro le città e i villaggi israeliani alla frontiera con Gaza. I poveri abitanti israeliani di Sderot si sentono gettati in un “incubo dei morti viventi”, mentre nessuno “al di sopra”, nel governo, si preoccupa davvero del loro destino. Dal punto di vista politico o economico, gli abitanti di Sderot non contano quasi nulla: Sderot non è certo Tel Aviv!
L’esercito israeliano risponde con rappresaglie alla vecchia maniera, cerca di colpire e afferrare i nemici prima che lancino i razzi, ma senza successo. Nello stesso tempo, essi sono incapaci di dire cosa si potrebbe fare per fermare l’incubo, fermandosi al massimo ad immaginare di rimestare la popolazione di Gaza, magari spingendola verso ovest, verso il confine con l’Egitto, ciò che è pure un incubo tutto egiziano.
Intanto si sprecano i colloqui per fissare almeno un altro cessate-il-fuoco fra le fazioni palestinesi, che dura per 5 minuti, settimane, mesi, ma che poi alla fine viene violato. Si cerca di generare una tregua al confine, fra i lanciatori di razzi e l’esercito israeliano. Ma anche questa, dura 5 minuti, settimane, mesi e poi crolla.
Poi ci sono le inevitabili visite del segretario di stato Usa, di Solana per l’Unione Europea, del segretario generale Onu…. E’ ormai più facile dire “chi” non è ancora andato in visita al conflitto israele-palestinese. E tutto continua come prima.
In realtà, non vi è “soluzione” per Gaza. La Striscia è un’enorme prigione a cielo aperto, un lager assediato da ogni parte e ben vigilato da ogni dove, compreso il mare. Ed ha una densità di popolazione fra le più alte del mondo. Non ha risorse, né prospettive. La maggior parte degli abitanti – quasi mezzo milione – sono rifugiati palestinesi della guerra israelo-araba del ’48. Il territorio è governato dalle bande. Perfino le forze di sicurezza “ufficiali”, definite “fedeli al presidente”, sono spesso solo una specie di banda, i cui comandanti sono divenuti ricchi con l’estorsione e il monopolio, mentre la popolazione è divenuta via via più povera.
Tali bande possono anche piacere agli Usa e a Israele, perché le sentono come “i nostri alleati”, ma esse rimangono essenzialmente delle bande di malviventi.
A Gaza non c’è ricchezza per tutti. Per questo essi continuano a combattersi fra loro e lo faranno sempre, finché rimangono rinchiusi in quella prigione. Intanto la popolazione civile, terrorizzata, non ha speranza di fuggire da nessuna parte: i confini sono strettamente vigilati dalla parte dell’Egitto e da quella d’Israele. Gaza è come l’inferno sulla terra.
Quei coraggiosi giornalisti che entrano in Gaza – e riescono ad uscirvi – affermano che sempre più persone dicono loro apertamente che l’unica soluzione è che Israele torni ad “occupare di nuovo” la Striscia, amministrandola in pieno, come ha fatto prima di Oslo, prima di ritirare l’esercito nel 2005.
Quest’affermazione non sorprende: l’attuale situazione di Gaza è responsabilità israeliana. Israele è una potenza occupante e secondo le leggi internazionali, ha la piena responsabilità verso la popolazione civile: esso non può semplicemente abbandonare un territorio occupato senza consegnarlo a un nuovo Stato, attraverso un trattato di pace. Nel 2005 Israele ha deciso di ritirare una presenza militare permanente dalla Striscia di Gaza, ma ciò non significa che sia finita la sua responsabilità e le obbligazioni in quanto potenza occupante: molti giuristi internazionali lo confermano con chiarezza.
Israele può liberarsi da questi obblighi solo terminando davvero l’occupazione, e cioè firmando un trattato di pace con la Palestina, riconoscendo lo Stato palestinese a Gaza e nella West Bank, togliendo l’assedio ai palestinesi e mettendoli in grado di svilupparsi, all’interno dei termini stabiliti dal trattato.
Tutte i sondaggi di opinione dicono che i palestinesi sarebbero felici di avere questa pace e questa libertà. E infatti, solo allora i palestinesi avranno la volontà e la legittimità interna di sopprimere le attività armate e terroriste contro Israele, condotte da coloro che non vorranno firmare alcun trattato.
Solo allora ci sarà anche più ricchezza a Gaza, così che i palestinesi non debbano uccidersi e ferirsi per rubarsi le briciole.
Solo allora i poveri israeliani di Sderot cesseranno di sentirsi come una trincea di corpi umani, mentre i loro compatrioti, più fortunati, si danno al lusso a pochi chilometri da loro, accumulando sempre più ricchezza nei loro uffici siti in grattacieli nuovi e luminosi.
L’unica soluzione è la pace: una pace programmata, negoziata, sistematicamente costruita. Una pace giusta, fra eguali, fra due nazioni che si riconoscono a vicenda il diritto alla sicurezza e alla prosperità.
La lenta cicatrizzazione delle ferite lasciate dall'assedio piu' lungo nella storia delle guerre moderne. Ne parliamo con Laura Cipollini, ricercatrice e una delle autrici del libro “Città e memoria - Beirut, Berlino, Sarajevo”
Di Antonia Pezzani
Città e memoria (Mondadori, 2006) attraverso testi di Mazen Haidar, Laura Cipollini e Elmar Kossel ripercorrendo la storia di città disastrate dalla guerra – Beirut, Berlino, Sarajevo – cerca di stabilire quanta e quale sia la rilevanza simbolica delle strutture urbane nel vissuto quotidiano dei suoi abitanti e quanto essa possa essere arricchita o mutilata dalla guerra: spesso sono proprio gli edifici e gli spazi simbolo di una certa cultura e tradizione cittadina specifica a finire sotto i colpi della volontà distruttiva bellica o a incarnare lo strenuo spirito dei suoi difensori. La Biblioteca, le impronte di Gavrilo Princip, l'Imperial e la sede dell' Oslobodjenje.
Città e memoria. Beirut, Berlino, Sarajevo
Haidar Mazen, Cipollini Laura, Kossel Elmar
Mondadori Editore 2006
Laura Cipollini* nel suo intervento dedicato a Sarajevo percorre il lento processo di ricostruzione postbellico della città sintetizzando una ricerca svolta a Sarajevo nel 2001 e aggiornata durante l'inverno 2005-2006. “L'analisi effettuata si è avvalsa di un'indagine caratterizzata da lunghe interviste, sottoposte sia a cittadini ritenuti interessanti in virtù del loro sguardo privilegiato (persone di rilievo nel panorama culturale e strategico della città), sia a cittadini incontrati durante lunghe camminate nei quartieri di Sarajevo”, scrive l'autrice nell'introduzione. Le interviste in questo caso venivano fatte seguendo un questionario elaborato appositamente in precedenza. “Il lavoro effettuato, come evidenzia il numero delle interviste raccolte (150) e delle domande del questionario standard (42),” continua l'autrice, “si caratterizza per il suo valore qualitativo e non ha alcuna pretesa generalizzante. D'altra parte - conclude - ogni descrizione è già di per sé un atto interpretativo”.
I mutamenti più profondi riguardano quelle che Godard definisce le unità mobili di una città, ovvero i suoi abitanti. Vecchi abitanti, molti dei quali non abbandonarono Sarajevo nemmeno durante l'assedio e nuovi insediati si trovano oggi a condividere uno spazio quanto mai ricco di sedimentazioni – storiche, naturali, antropiche. Se i primi si trovano di fronte al dramma di rivivere quotidianamente il trauma dei bombardamenti, o a quello di cercare di dimenticare, i secondi sono spesso abitanti sordi anche a una tradizione urbana lunga diversi secoli. E poi ci sono quelli che a Sarajevo ritornano senza avere vissuto la guerra: avendo in cuore la vecchia Sarajevo non capiscono quella che ha preso il suo posto nel cuore dei vecchi abitanti rimasti. Anche questo processo di mutuo riconoscimento tra le diverse percezioni degli abitanti di Sarajevo sarà presumibilmente lungo. Sopra tutto emerge il bisogno di non fare di Sarajevo un facsimile di se stessa, ma di lasciare che Sarajevo costantemente ci metta davanti agli occhi tutto ciò che è.
Lei è riuscita in questi anni a cogliere, se c'è, una meta nel progetto di ricostruzione di Sarajevo?
Non è semplice rispondere a questa domanda, che io stessa ho posto a numerosi interlocutori durante i miei soggiorni a Sarajevo. Credo che nel primo periodo l’esigenza di ricostruire fisicamente la città, per restituirla ai suoi vecchi abitanti o per dare ospitalità ai nuovi, abbia prevalso su qualsiasi tipo di politica a medio-lungo termine.
Purtroppo la situazione difficile in cui si sono trovati gli amministratori non è stata agevolata da un assetto legislativo chiaro e definito; ciò ha complicato e allungato oltremodo i tempi di quella che avrebbe dovuto essere la naturale fase di passaggio da una situazione di emergenza. Il dibattito in merito al futuro della città, sebbene sia stato aperto in occasione di interventi specifici, non sembra aver mai avuto la forza di coinvolgere l’intera città, proiettando in termini progettuali un’idea ampiamente discussa e condivisa. In un contesto che ha vissuto forti flussi migratori, da e verso Sarajevo, credo sia difficile, tra l’altro, parlare di strategie quando ancora non esistono studi che parlino degli abitanti della città odierna, se non in modo frammentato o in termini di stime soggettive.
Il censimento della popolazione, che dalla dominazione austro-ungarica aveva luogo ogni 10 anni, non è stato effettuato nel 2001, e, forse, sarà possibile avere dati certi sugli abitanti solo nel 2010. Ad oggi, pur in presenza di numerose stime talvolta assai in contrasto fra di loro, non esistono analisi quantitative e qualitative sugli abitanti.
Il rischio, con il passare degli anni, è che si continui a procedere per parti, componendo un puzzle di progetti che con difficoltà dialogano fra loro.
Si può parlare ancora di una Sarajevo o ci troviamo di fronte a una pluralità di città?
Credo di poter affermare con sicurezza che negli anni immediatamente successivi al termine del conflitto ci trovavamo davanti ad una pluralità di città, diversificate in relazione all’immaginario di partenza, ai riferimenti culturali ed alla storia dei suoi abitanti: vecchi cittadini che avevano vissuto l’assedio, cittadini tornati al termine del conflitto, nuovi abitanti provenienti da altre realtà urbane o da contesti rurali, che a Sarajevo, durante il conflitto, hanno trovato la salvezza o, in epoca successiva, una città in cui cominciare una nuova vita.
Le città si sovrapponevano o affiancavano con evidenti dissonanze; per fare l’esempio più eclatante, alcuni di questi nuovi abitanti, provenienti da piccoli e isolati villaggi monoreligiosi, apparivano come cittadini sui generis rispetto alla secolare tradizione di Sarajevo: restii, ripiegati in un universo di valori, atteggiamenti e abitudini che non avrebbero mai voluto abbandonare, si sono trovati in una realtà che, se da un lato li respingeva istintivamente, dall’altro li osservava muoversi sordi al linguaggio simbolico della città.
Oggi il tempo e le interazioni dinamiche proprie degli organismi urbani hanno contribuito ad accorciare le distanze, sebbene di città parallele gli abitanti parlino ancora quando si fa riferimento alla vita culturale: occasioni in cui i vecchi cittadini si incontrano e riconoscono. Ma sono ancora troppo pochi i volti nuovi che animano questi luoghi.
E’ necessario che la città impieghi energie e creatività per trasmettere ai nuovi abitanti i valori identitari che sono stati così strenuamente difesi, rinnovando in questo modo una memoria che altrimenti rischia di perdersi. Si tratta di una sfida molto ambiziosa ma forse proprio questa è l’essenza dello spirito di Sarajevo, la cui storia, caratterizzata nei secoli da flussi migratori che ne hanno fatto la “Gerusalemme dei Balcani”, ha dimostrato una forza e un’apertura difficilmente riscontrabili. L’apporto che oggi questi nuovi cittadini (in maggioranza giovani) possono dare, se convogliato in termini strategici, è proprio dovuto a una memoria vergine di Sarajevo, patrimonio inestimabile per una città che tesse ancora, con i suoi coraggiosi e fieri abitanti, un rapporto di taciti segreti.
C'è una tensione alla frammentazione insita nel processo di sviluppo della città?
Più che di tensione alla frammentazione parlerei di perduranti difficoltà di dialogo con i processi innescati durante e immediatamente dopo il conflitto, difficoltà motivate sia da condizioni oggettive che da timori (politici) e tensioni (emotive) forse troppo invadenti quando parliamo di pianificazione strategica.
Il caso di Ilidza è sicuramente il più eclatante se pensiamo che prima del conflitto era uno dei luoghi preferiti nella città. Gli abitanti di Ilidza sceglievano di abitare in questa zona per gli stessi motivi che spingono milioni di altri cittadini verso le aree extra-urbane. Situata vicino al Parco di Vrelo Bosne, lontana dalle aree industriali ma a soli venti minuti dal centro cittadino, essa ospitava alcuni dei quartieri residenziali più belli di Sarajevo, nonché ristoranti e caffè molto frequentati. Per tutti Ilidza era parte integrante della città, anche se un po’ lontana, anche se, nella logica socialista, Ilidza non era amministrata dalla Città di Sarajevo, costituita dalle quattro municipalità di Stari Grad, Centar, Novo Sarajevo e Novi Grad.
L’assedio di Sarajevo ha visto l’intera area allontanarsi vertiginosamente: Ilidza era fuori, sotto il controllo dei nazionalisti. Una percentuale molto alta dei suoi abitanti si vide costretta a fuggire, vuoi perché in pericolo di morte, vuoi perché contraria alla logica degli occupanti; alcuni scapparono verso il centro di Sarajevo, trovando rifugio da amici, parenti o anche solo concittadini solidali, altri riuscirono a fuggire all’estero.
Sebbene vi sia un discreto numero di vecchi abitanti che oggi ha fatto ritorno nella propria casa, il fatto che Ilidza si configuri come un’area abitata da una maggioranza di nuovi residenti ha di fatto creato una distanza preoccupante con il resto della città. Buona parte dei nuovi arrivati proviene dalle aree rurali e montane della Bosnia-Herzegovina e dal Sangiaccato, riproponendo con forte impatto le differenze e i luoghi comuni esistenti fra cultura rurale e cultura urbana.
Ilidza sta cessando di essere nell’immaginario collettivo parte di Sarajevo, restringendo la sua percezione al solo Parco e, sebbene i prezzi delle case siano inferiori rispetto al resto della città, la residenzialità non si configura più come una scelta allettante per i vecchi cittadini.
Nella complessità dei problemi, di carattere urbanistico, sociale, culturale ed amministrativo, che la municipalità sta affrontando, non ultimo è la qualità e il tipo di legame con la città di Sarajevo.
Il suo lavoro si è avvalso di lunghe interviste con gli abitanti di Sarajevo: quali le principali difficoltà e le sfide che percepivano per se stessi e la città?
Come emerge da ciò che ho scritto, non credo sia corretto riferirsi in termini generali agli abitanti della città, soprattutto se si parla di difficoltà e aspirazioni; fatta questa premessa, volendo individuare un tema comune, non è difficile individuarlo se ci si riferisce alla sfera personale, soprattutto se si parla dei giovani abitanti. Essi sono accomunati dal medesimo sentimento: riuscire a trovare un lavoro che permetta di progettare il proprio futuro in questa città, a cui sono in vario modo legati. Tutto il resto, di qualsiasi entità sia, passa in secondo piano.
La questione si amplia quando si parla di Sarajevo città, le prospettive sono diverse come diversi gli immaginari di partenza. Forse era inevitabile che la sostanziale differenza fra vecchi e nuovi cittadini si esprimesse nella maggiore o minore specificità delle sfide; mentre infatti i vecchi abitanti, così come quelli provenienti da altre realtà urbane della Bosnia-Herzegovina, individuano fra le questioni prioritarie la necessità di salvaguardare i valori identitari che la città rappresenta e in cui essi si riconoscono, le sfide percepite dagli altri cittadini sono quelle tipiche di ogni realtà urbana: economia, verde urbano, traffico, collegamenti pubblici, ecc.
Non crede sia utopico parlare di città senza ombre, visto che una città è anche le sue ombre?
Una città è anche le sue ombre, certo, e per alcune città questo diviene l’aspetto forse più affascinante. Quando però queste si moltiplicano e sovrappongono, dando origine a fantasmi che, veri o presunti che siano, impediscono ai cittadini di abitare i luoghi, vi è il rischio che queste ombre dimenticate dalla Storia si trasformino in veri e propri buchi neri, capaci di fagocitare tutto ciò che li lambisce. Se, come dice Ricoeur, “sul cammino della critica storica, la memoria incontra il senso di giustizia”, la lentezza che connota i processi di storicizzazione attribuisce al lavoro degli storici e delle Commissioni per la verità un valore che pesa direttamente sulla vita quotidiana degli abitanti, determinando una forte decelerazione nel processo di rielaborazione del lutto. Il lavoro della memoria si traduce come processo di rigenerazione del sé e, in ambito urbano, nella capacità di ri-connotazione dei luoghi, in termini talvolta di vera e propria de-simbolizzazione e ri-simbolizzazione.
Tutto ciò è di grandissima rilevanza in un organismo di luoghi divenuti silenti testimoni delle atrocità della guerra, costellato di prove che si rivelano al passante capace di decifrarle nel suo agire quotidiano.
Cosa pensa dell'inaugurazione del museo di arte contemporanea a Sarajevo?
Credo sia un evento importante sia dal punto di vista simbolico, molto sentito dalla cittadinanza, sia per come è stato concepito l’intero progetto. L’area in cui avrà sede il nuovo museo di Renzo Piano, inoltre, è particolarmente significativa perché si trova in posizione di cerniera fra il centro e la prima periferia, raggiungendo con il ponte pedonale già realizzato il quartiere di Grbavica, nella città assediata durante il conflitto e oggi abitato da molti nuovi abitanti. Credo sia lo spirito giusto con cui stimolare la rinascita di una città che si è sempre potuta vantare di una vivacità culturale di prim’ordine.
*Laura Cipollini è laureata in Architettura presso l'Università di Firenze. Oltre all'attività di ricerca nell'ambito della cooperazione decentrata, si occupa di progettazione partecipata nel rispetto dei programmi d'azione in materia ambientale promossi dall'Ue. E' tra le autrici di “Città e memoria - Beirut, Berlino, Sarajevo” pubblicato da Mondadori (2007)http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7597/1/42/
Azerbaijan: nuove prospettive per la Baku – Tblisi – Ceylan?
risultati prodotti dalla strategia russa in Asia Centrale hanno per ora frustrato i tentativi di Stati Uniti ed Unione Europea
Secondo il ministro per l’industria e dell’energia di Baku, nonostante la conferma che la maggior parte del greggio kazako verrà esportato via-Russia, non è da escludere che una parte di esso potrà transitare verso Occidente via-Azerbaijan. Del resto, è stato lo stesso presidente della compagnia di stato kazaka KazMunaiGas a confermare una tale eventualità. Nel gennaio di quest’anno la compagnia avrebbe infatti siglato un accordo per un progetto da 3 miliardi di $ con numerose compagnie internazionali, per consentire l’esportazione di petrolio kazako attraverso la Baku-Tblisi-Ceylan.
Nonostante le dichiarazioni della compagnia petrolifera nazionale lo stesso presidente Nazarbaev ai margini di un summit con Putin ha dichiarato che la maggior parte del petrolio kazako se non la totalità di esso continuerà ad essere esportata via-Russia. Lo scorso anno ad esempio il Kazakhstan ha esportato 52,3 milioni di tonnellate di greggio, di cui l’80 % è transitato via-Russia. Inoltre pochi giorni fa è stato siglato un accordo tra il presidente russo, il suo omologo turkmeno e quello kazako sul trasporto di gas dal Turkmenistan e dal Kazakhstan via-Russia. L’accordo dovrebbe essere ufficializzato in settembre e prevede da un lato la ristrutturazione di vecchie infrastrutture sovietiche e dall’altro la creazione di nuove. Anche l’Uzbekistan verrebbe ad essere interessato dall’accordo perché una parte del gasdotto sarà installata sul suo territorio. Il Turkmenistan è il maggior produttore di gas dell’Asia centrale, e con la sigla dell’accordo la Russia si confermerà per molti anni come il primo esportatore di gas del pianeta. Per questa ragione Mosca è stata accusata di porre in atto un vero e proprio imperialismo energetico. Per le autorità russe e turkmene, al contrario, il progetto comporterebbe talmente tanti rischi sia ecologici che economici dal rendere impossibile per un organismo economico farsi carico dell’operazione.
I risultati prodotti dalla strategia russa in Asia Centrale hanno per ora frustrato i tentativi di Stati Uniti ed Unione Europea, come anche della Cina, di consentire l’esportazione delle risorse petrolifere dell’Asia centrale evitando il territorio russo. L’obiettivo di aumentare la quota di greggio del Caspio che transita attraverso la BTC escludendo quindi la Russia si scontra con i tentativi di Mosca di legare a sé i paesi esportatori ex sovietici. E’ recente infatti l’annuncio della Gazprom di aver acquistato la metà dei gasdotti bielorussi. D’altro canto, l’Occidente deve anche fare i conti con il “no” iraniano ad utilizzare la BTC per il trasporto del proprio greggio. Inoltre,sia Teheran che Mosca hanno per ora escluso la possibilità della creazione di un gasdotto che possa trasportare combustibile sotto il mar Caspio, progetto questo fortemente sponsorizzato dagli USA.
NAHR AL-BARED: ONU, “PRIORITÀ, AIUTI E PROTEZIONE AI PROFUGHI”
“Almeno 10.000 civili, secondo alcune stime, sono ancora nel campo con aiuti umanitari sporadici forniti in occasione di brevi periodi di tregua. La sicurezza dei bambini e delle famiglie che si trovano ancora nel campo, così come il loro accesso agli aiuti, deve essere la priorità per tutte le parti”: lo ha detto oggi l’Unicef in un comunicato lanciando l’allarme per la situazione in corso all’interno del campo profughi di Nahr al-Bared, situato lungo la costa settentrionale libanese a pochi chilometri da Tripoli, dove da martedì, dopo una fragile tregua tra i miliziani di Fatah al-Islam e l’Armé di Beirut, è in corso un massiccio esodo di civili in fuga dai combattimenti. “Vivendo già una condizione di rifugiati, hanno visto le loro case distrutte, i loro cari uccisi o feriti, sono stati trattenuti come ostaggi nelle loro abitazioni e costretti ad ascoltare il rumore terrificante dei colpi attorno a loro” prosegue la nota del fondo dell’ONU per l’infanzia, preoccupato soprattutto per la sorte dei bambini “che hanno subito traumi indescrivibili”. È proprio sui bambini, sottolinea l’Unicef, “che pesano di più le conseguenze del conflitto e dello spostamento forzato. Occorre garantire che le necessità più urgenti di donne e bambini siano soddisfatte”. Migliaia di abitanti di Nahr al-Bared – con una popolazione stimata di circa 40.000 civili – sono riusciti a raggiungere nei giorni scorsi il vicino campo di Badawi dove normalmente risiedono circa 16.000 persone; a queste se ne sarebbero aggiunte tra le 10 e le 15.000: “Cinque scuole del campo di Badawi sono state chiuse e trasformate in centri di accoglienza per oltre 5000 profughi. Centinaia di altre famiglie sono ospitate da amici o conoscenti che già vivevano in case sovraffollate a Badawi” ha aggiunto l’Unicef. Oltre un migliaio di profughi avrebbe lasciato intanto il nord del Libano per dirigersi verso gli altri campi di rifugiati palestinesi, una dozzina sparsi in tutto il paese. http://www.misna.org/
Dopo quelli afgani, anche i contadini iracheni cercano di sconfiggere la fame coltivando papaveri da oppio
“Nel sud dell'Iraq, per la prima volta, i contadini hanno iniziato a coltivare nei loro campi papaveri da oppio. Lungo l'Eufrate, a ovest della città di Diwaniya, a sud di Baghdad, i coltivatori di riso, per il quale la zona è famosa, hanno smesso di coltivarlo, e stanno invece piantando papaveri”.
Lo racconta Patrick Cockburn, il corrispondente da Baghdad del quotidiano britannico The Independent.
Mercato di morte. Lo scenario è di quelli inquietanti, visto e considerato quello che il papavero da oppio è diventato per il martoriato Afghanistan: un giro d'affari miliardario che, dopo la trasformazione in eroina, invade i mercati mondiali, generando altro denaro che spesso viene utilizzato, e non solo in Afghanistan, per finanziare una guerra permanente. Al punto che non si capisce più quanto sia il controllo della produzione del papavero da oppio a generare la guerra, o la stessa guerra a finanziarsi dal traffico di eroina. Questo è dunque il destino anche dell'Iraq? “Il passaggio alla coltivazione di oppio è ancora nella fase iniziale”, spiega Cockburn, “ma c'è ben poco che il governo possa fare, perchè milizie sciite rivali e i loro referenti nelle forze di sicurezza controllano Diwaniya e la zona circostante”. Anche sulla verifica della notizia, come spiega lo stesso giornalista, bisogna andar cauti, visto che “per i giornalisti stranieri è troppo pericoloso visitare Diwaniya, ma il fatto che la coltivazione è cominciata è confermato da due studenti del posto e da una fonte di Bassora che conosce bene il traffico di droga in Iraq”.
Ipotesi credibile. Una parziale conferma in questo senso, secondo Cockburn, arriverebbe dal fatto che “negli ultimi dieci giorni c'è stato un improvviso aumento della violenza a Diwaniya e dintorni, e in particolare il 16 maggio scorso è scoppiata una battaglia tra i miliziani dell'Esercito del Mahdi, fedeli a Moqtada al-Sadr, e quelli dello Sciri”. Tutti sciiti, ma che secondo il giornalista si contenderebbero il mercato redditizio, anche se ancora alle prime armi, del papavero da oppio.
Secondo Cockburn, l'ipotesi è credibile perché da un lato “è probabile che molti contadini iracheni impoveriti scelgano il nuovo raccolto, molto più redditizio”, e dall'altro lato “le bande che finanziano la coltivazione sono ben attrezzate e organizzate, con buoni veicoli e armi”.
Un traffico di stupefacenti in Iraq è sempre esistito, in quanto l'asse strategico che porta l'oppio dall'Afghanistan all'Europa passa da Iran e Iraq. Quello che non si era mai visto invece è la produzione, nonostante un territorio ben irrigato e caldo. Tanto che il papavero da oppio, come racconta lo stesso Cockburn, “veniva coltivato nella zona già nel 3400 a.c., ed era noto ai sumeri come Hul Gil, la pianta della gioia”. Suscitando forse, negli iracheni, l'amara considerazione che la guerra cominciata nel 2003 per portargli un futuro differente, abbia finito per condurli indietro nel tempo.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8025
Carceri e processi : efficienza americana di Claudio Giusti* (1)
28 maggio 2007 Compleanno di Amnesty International.
Il sistema giudiziario americano funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze. Secondo il governo statunitense il 96% delle condanne per i felonies è ottenuta con il patteggiamento. Solo il 40% delle condanne per omicidio criminale (preterintenzionale e volontario) è ottenuta con un processo, mentre la quasi totalità delle cause civili, grazie all’American Rule, si conclude con un accordo.
Per i misdemeanors poi la procedura è estremamente sommaria e si ritiene che, nei due terzi dei casi, il procedimento non duri più di un minuto. Questa rapidità è dovuta al fatto che, nelle corti di basso livello che sbrigano queste faccende, la presenza di un avvocato difensore non è prevista e spesso nemmeno consentita. Se però insistete a chiedere un processo vero passate alla corte superiore e intanto restate in cella.
Prassi comune è quella di tenere quegli arrestati che si devono affidare alla difesa pubblica, in prigione per un tempo pari a quello che si prenderebbero in caso di condanna: poi, una dozzina alla volta, li portano, incatenati l’uno all’altro, davanti al giudice dove il difensore d’ufficio li fa dichiarare colpevoli e il giudice li condanna “time served”. Questo sistema serve a sbrogliare una quantità di lavoro immensa. Perché ogni anno, anche se il 50% dei crimini gravi non viene denunciato alle autorità, le 18.000 polizie statunitensi compiono più di 14 milioni di arresti.
I processi davanti a una giuria o un giudice togato (quelli che producono la nostra conoscenza telefilmica della giustizia americana) sono solo 150.000 e hanno il vantaggio di non richiedere che il verdetto e la sentenza siano motivati. La giuria non deve spiegare perché vi dichiara colpevole e vi manda al patibolo: non deve motivare il suo giudizio, spiegare come ha valutato le prove e le testimonianze e nemmeno lo deve fare il giudice. Le sentenze, di norma, sono immediatamente esecutive e il condannato va, o torna, in prigione direttamente dall’aula. In molti casi però il giudice decidere di metterlo “in prova”, a volte anche per crimini gravi e condanne lunghe.
Questa enorme quantità di arresti e condanne ha prodotto la più grande incarcerazione di massa dai tempi di Stalin e l’immenso gulag americano accoglie 2.350.000 carcerati. (Nel 2005 è aumentato di un numero pari a quello di tutta la popolazione carceraria italiana.) Di questi 1.450.000 sta scontando condanne superiori a un anno nelle carceri statali e federali (trent’anni fa erano 200.000). Gli ergastolani sono 130.000, un quarto dei quali LWOP, e di questi 2.000 erano minorenni al momento del crimine. I minorenni in riformatorio sono più di 100.000 e 15.000 sono invece finiti nelle carceri per adulti (i minori arrestati sono 2.300.000 l’anno, di cui 500.000 sotto i 15 anni, 120.000 fra i 10 e i 12 e 20.000 sotto i 10 anni d’età. Non è inusuale l’arresto di bimbetti di quattro anni). 100.000 sono le donne. Degli 800.000 che affollano le jails circa 500.000 sono, più che in attesa di giudizio, in attesa che qualcuno gli trovi uno straccio di difensore. Gli altri stanno scontando pene inferiori all’anno.
A questa enorme massa bisogna aggiungere i 4.200.000 che sono in probation, gli 800.000 in parole (non hanno scontato tutta la pena) e i 5 milioni che hanno perso i diritti civili. Se aggiungiamo i minorenni che hanno almeno un genitore in prigione vediamo come negli ultimi trent’anni sia stata creata una sottoclasse “carceraria” pari al 5% della popolazione americana. Il turn over è impressionante: nel 2003 è stato, nella probation, di 2.200.000 persone e nelle carceri di 600.000. Incalcolabile quello nelle jails.
In America l’appello non è un diritto costituzionale e solo i condannati a morte godono di una revisione automatica della condanna, ma questa non è un rifacimento del processo. L’appello americano è una verifica della correttezza formale del primo procedimento: in esso non si riascoltano i testi, non c’è giuria e il condannato ha perso la sua (teorica) presunzione d’innocenza. L’appello capitale può diventare una messa cantata pluridecennale che va su e giù per le corti statali e federali, ma per tutti gli altri la musica è ben diversa. L’appello vene concesso molto raramente e quasi mai a chi ha patteggiato.
I tempi sono così lunghi che, per rimettere in libertà i 13 innocenti di Tulia, il Texas ha dovuto fare un’apposita legge. Capita spesso che l’innocenza di qualcuno condannato a soli 5 – 10 anni venga riconosciuta a condanna scontata. Non c’è il pericolo della prescrizione, perché questa si è interrotta con l’inizio dell’azione giudiziaria.
Il sistema giudiziario prevede corti d’appello e supreme in ogni Stato. Per ogni Stato c’è almeno un distretto giudiziario federale e i distretti sono raggruppati in 11 circuiti federali. Sopra tutti c’è la Corte Suprema Federale. Le corti d’appello statali e federali hanno, di norma, un potere assoluto nel decidere quali casi udire e quali respingere senza spiegazione. La Scotus riceve 7 – 8.000 richieste di certiorari l’anno ed emette 60 - 70 sentenze.
Non è corretto dire che i giudici americani sono politicizzati, perché essi appartengono a pieno titolo al mondo della politica: sono cioè uomini politici a tutti gli effetti. Essi, avvocati o procuratori che fossero, hanno tutti alle spalle un periodo più o meno lungo di attivismo politico. A volte sono eletti, ma più spesso nominati da altri uomini politici e tutti, alla fine, rispondono delle loro sentenze al “popolo”. Non sono pochi i giudici che hanno pagato a caro prezzo decisioni invise alla maggioranza degli elettori.
(1) Per una traduzione dei termini giuridici utilizzati vedi
* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio sulla legalita' e su diritti
L’ecologia è una specie di frontiera dei profitti, in un gioco di intersezioni per cui, per quanto paradossale possa sembrare alla luce della recente storia di movimenti ambientalisti e di opinione, sarà proprio l’effetto serra (additato dagli ambientalisti come il prodotto di una gestione energetica e industriale sciagurata) a salvare e rivalutare il nucleare (che non molto tempo fa fu avversato con determinazione dagli stessi ambientalisti). Paradosso? Assurdità? Ironia della Storia? Marc Guillaume, ecnomista e sociologo francese autore che ha dedicato molta attenzione, e qualche libro, ai temi dello sviluppo ambientale, risponde centrando lo sguardo laddove ecologia ed economia si toccano, a volte si scontrano, sempre si influenzano, perché, spiega Guillaume, “quando le risorse diventano sempre più rare, l’inquinamento sale, e i vincoli si fanno stringenti, i prezzi salgono e con essi i benefici”.
Nel 1973 lei ha scritto con Jacques Attali L’antieconomia, un “contromanuale” nel quale faceva riferimento alla corrente europea dell’economia radicale, sensibile ai temi dell’ambiente e critica dell’economismo come falso scientismo. A più di trent’anni di distanza, che fine ha fatto questa corrente?
Non è rimasto granché. Certo, questo tipo di critica ha influenzato la sensibilità ecologica allora nascente, si pensi all’importanza di Galbraith in Europa, ma si può dire che per trent’anni la critica della società dei consumi, nelle sue componenti economico-politiche, ma anche filosofiche o sociologiche (Marcuse), è stata anestetizzata dalla crisi economica. Questa è stata una grande occasione per lo sviluppo del capitalismo nella sua forma più ideologica e ortodossa, una specie di ritorno all’ordine: una volta arrestata la crescita ed aumentata la disoccupazione, nel 1973, non si poteva più criticare la crescita economica, che significava impiego e benessere. Quindi: accelerazione della fine del marxismo al punto che a tutt’oggi, malgrado i tentativi di J. Derrida di conservarne la forza critica, non esiste più come forza politica viva; mentre rimane l’ecologia, sfortunatamente sotto forme discutibili. Dalla fine degli anni ’90 la corrente altermondialista cerca in qualche modo di ricomporre le varie anime del marxismo, ma in forme locali e, mi sembra, non tanto influenti. In ogni modo sono convinto che una critica radicale non possa più darsi nel modo della resistenza, sia nella sua versione frontale, marxista, sia nella sua versione molecolare, alla Guattari. Mi sento un po’ triste a dirlo, ma alla fine mi sembra che oggi l’appiattimento ideologico e politico sia tale che forse l’unica strategia è, per dirla con J. Baudrillard, attendere semplicemente che il sistema imploda, che si suicidi con un atto assolutamente imprevedibile.
Questa idea della crisi come preservazione dell’ordine economico è ripresa nel suo libro Virus Vert a proposito dell’ecologia. Lei sostiene che l’opposizione tra ecologia ed economia è una grande illusione, perché?
Gli americani parlano di green economy, perché in fondo l’ecologia difende la natura, ma non dimentichiamo che anche il dollaro è verde! Ogni economista sa che è la rarità che fa il prezzo, ovvero un dispositivo d’attribuzione di risorse rare. Se l’abbondanza di una risorsa la rende gratuita, quando la rarità diventa assoluta non vi è più economia. Fino a poco tempo fa pensavamo che l’aria fosse gratuita: beh, ora anche l’aria pura è rara e quindi ha un prezzo, in compenso quando non vi sarà più aria allora finirà anche il mercato dell’aria. In altri termini, quando le risorse rare diventano ancora più rare, quando l’inquinamento diventa più minaccioso, quando i vincoli ecologici diventano stringenti, i prezzi salgono e i benefici anche. In questo senso l’ecologia è una specie di nuova frontiera per i profitti. Facciamo un altro esempio: se da domani le pile al cadmio fossero proibite i produttori sarebbero rovinati, ma se invece li si obbligasse ad usare un cadmio di qualità il prezzo salirebbe e per i fabbricanti sarebbe una buona notizia. Semmai il punto è che la ristrutturazione economica imposta dai vincoli ecologici crea dei vincenti e dei perdenti. Si pensi al nucleare in Francia: Anne Lauvergeon, presidente d'Areva, non può impedirsi di sorridere quando parla dell’effetto serra perché è esattamente ciò che salverà il suo gruppo e forse il nucleare stesso nel mondo intero. D’altronde anche i perdenti ci sono, e si lamentano, da qui l’impressione che l’ecologia ostacoli l’economia…
Qual è il suo avviso sul nucleare? Pensa che sia una risorsa praticabile e che la Francia sia quindi un buon modello per l’Europa?
Ho l’impressione che in questo momento vi sia un consenso degli esperti in favore del nucleare. Negli anni ’70 in Francia vi è stata un’opposizione molto forte alla politica nucleare di Edf, che rispose con grande professionalità: per una volta gli ingegneri di Edf si sono trasformati in sociologi, passando per il locale, convincendo i sindaci. Ma, come sottolineò Puiseux all’epoca, rimaneva il problema delle scorie: la radioattività dura per centinaia forse migliaia di secoli, è semplicemente qualcosa di eterno rispetto a voi e quindi fa paura. Forse qui c’è un timore un po’ religioso, un’ansia irrazionale, mentre credo che tecnicamente l’interramento delle scorie non sia un grosso problema. E questo perché un anno di produzione di nucleare nell’intera Francia produce un volume di scorie corrispondente più o meno a questa stanza, non è insomma difficile seppellirle a 3-4 km di profondità in un suolo granitico e antisismico. Perché allora tanta paura? Non sarà che termini come “atomico” e “nucleare” ricordano Hiroshima, rinviano al nostro rapporto con l’apocalisse, al punto che si preferiscono soluzioni completamente irragionevoli? Penso al successo che sta riscontrando un altro metodo di eliminazione dei rifiuti industriali, il cosiddetto “sequestro della CO2”, che affianca un dispositivo di cattura e sotterramento della CO2 alle centrali termiche che funzionano a carbone. Claude Allègre ne ha parlato al Senato come se fosse l’avvenire: di carbone ne abbiamo ancora per secoli, dunque si può finalmente rinunciare al nucleare e al petrolio. Si vede bene l’interesse economico: una nuova tecnologia di smaltimento di rifiuti vuol dire nuovi profitti. Ma la cosa veramente stupefacente è che nessuno ha obbiettato che la CO2 non è un rifiuto qualsiasi, è una materia prima che va liquefatta, formerà insomma un enorme lago sotterraneo ben più pericoloso dell’uranio! Eppure, poiché non c’è di mezzo l’atomo e le emozioni che suscita, sembra una soluzione più ragionevole.
A suo avviso come è cambiata la percezione di questi rischi legati allo sviluppo e quanto vi hanno influito le tematiche ecologiche?
Direi che ci sono diverse componenti che hanno agito contemporaneamente. Una componente essenziale è l’industria e il mercato del rischio: le assicurazioni che insistono sui rischi per vendere di più, le Ong che proliferano intorno ai nuovi rischi ambientali, oppure la campagna di sicurezza sulle strade, che fa del minor numero di morti sulle strade un obbiettivo politico, amministrativo ed economico. Vorrei ricordare come questo tema della sicurezza stradale e dei rischi ambientali connessi all’automobile sia perfettamente funzionale all’industria automobilistica: nuove automobili, sempre più sicure, sempre più ecologiche, sempre più costose! Come si integra la coscienza ecologica a questo mercato della sicurezza? Da una parte ci sono i privilegiati, quelli che qui chiamiamo i bobos, i bourgeois bohèmes, i quali, stanchi del consumismo tradizionale, ora vogliono la qualità di vita, il cibo biologico, la sicurezza ambientale. Purtroppo questa concezione spesso serve a creare una distinzione, quasi fosse un mezzo ecologico per prendere un po’ di distanza dai proletari, se non ad allontanarli: “andate a farli altrove gli alloggi popolari, qui è antiecologico!”.
Poi ci sono i marxisti delusi come Alain Lipietz, che hanno sostituito le contraddizioni interne del capitale con i vincoli ecologici all’economia: qui il malinteso consiste nel parlare di catastrofi servendosi degli stessi temi che sfrutta il nuovo capitalismo ecologico. Parimenti la deep ecology, con la sua visione integralista della natura e la demonizzazione di ogni azione umana, finisce per essere addirittura organica al sistema perché rifiuta ogni tipo di compromesso. Infine c’è una specie di ecologismo di superficie, generato da un vago senso di colpa che per lo più è compensatorio, nel senso che impedisce di rimettere in causa profondamente il modo di sviluppo e risulta ancora una volta funzionale all’economia: l’idealizzazione ingenua del paesaggio naturale, del contadino, della tradizione è forse l’atteggiamento più diffuso di intere schiere di consumatori.
Quello che manca, mi sembra, è una riflessione seria della società su se stessa. Nel suo libro La società del rischio, Ulrich Beck propone quest’idea di modernità riflessiva, capace di pensarsi, un compito nient’affatto facile e per nulla nuovo. La novità consiste nell’affermare che lo Stato non può più farsi carico di questa presa di coscienza, mentre credo che ormai stia alle imprese, nella misura in cui sono attori con una grande responsabilità sociale e ambientale, creare dei veri sindacati di riflessione sui rischi, e questo proprio perché il rischio è un mercato. Infine non bisogna dimenticare che il rapporto individuale e collettivo al rischio è un rapporto alla paura, bisognerebbe decostruire questo flusso di paura che fa parte ormai del quotidiano: che cos’è la paura? Perché abbiamo bisogno di prendere dei rischi per agire e quanto invece la paura ci paralizza? La mia impressione è che questi “mercanti del rischio”, che si tratti del sistema politico-amministrativo, dei media o delle imprese, sfruttino questo desiderio di paura che rende la vita interessante, si pensi alla minaccia terroristica e a quanto ha reso “tragiche” le nostre vite… Insomma, a diversi livelli la paura si consuma, e può darsi benissimo che questa commedia spesso nasconda delle paure ben reali e giustificate.
Nei suoi lavori lei contrappone l’idea di sviluppo equo a quella di sviluppo sostenibile, può spiegarci questa contraddizione e la sua concezione di eco-sviluppo?
Per noi ormai la crescita non è più l’automobile o la seconda casa, ma un altro tenore di salute, di formazione, di capacità culturale, mentre certe grandi potenze come la Cina, l’India, il Brasile hanno ancora bisogno di crescita materiale: vogliono produrre elettrodomestici, automobili, case. Evidentemente questo aggrava la situazione ecologica: già ora se si guarda al riscaldamento climatico per emissione di gas nell’atmosfera dal punto di vista mondiale, ci si accorge che il problema non è europeo, ma cinese, per cui non credo valga la pena di andare tutti in bicicletta. Naturalmente non si può impedire a questi paesi di crescere economicamente, ma almeno si può accelerare il loro sviluppo e fare in modo che abbiano automobili meno inquinanti, dell’energia rinnovabile, etc. Quello che chiamo “sviluppo equo” consiste allora nell’esportare in quei paesi tecnologie, sicurezza e formazione in modo che la fase dell’industrializzazione-consumo, che abbiamo conosciuto anche noi, sia ecologicamente accettabile. Ci vuole insomma una vera gouvernance mondiale, nella quale l’Europa, con il suo metissage culturale e i suoi rapporti privilegiati con molti di questi paesi, può svolgere un vero ruolo di mediazione. Ma allora, ed è qui che entra in campo l’opzione politica, bisogna che siamo noi per primi ad orientarci verso una nuova forma di crescita e sviluppo, che chiamo uno “sviluppo qualitativo”, ovvero puntare sull’immenso ambito della sanità, della formazione, della ricerca, della cultura, della creazione artistica, insomma tutti i settori che consumano poca energia, producono pochi rifiuti. Il problema qui è duplice, economico e filosofico. Il problema economico è che queste funzioni essenziali sono sotto la tutela dello Stato e non è facile sviluppare economicamente ciò che è già gestito da enti pubblici. Ad esempio nel caso della sanità credo che bisognerebbe alzare il prezzo al pubblico di certe prestazioni sanitarie, nel caso dell’insegnamento sarei favorevole ad un po’ più di concorrenza e competizione: si tratta di recuperare allo stato alcuni settori sui quali c’è una sorta di monopolio.
Come organizzare allora un partenariato pubblico-privato? Si vede bene l’enorme difficoltà economico-politica di quest’affare. Il problema filosofico non è meno grave, e qui mi trovo in sintonia con Sloterdijk: se cominciamo a far agire le forze del mercato direttamente su noi stessi, non andiamo forse verso un nuovo totalitarismo che ha come scopo la produzione dell’umano stesso? Un conto è un sistema produttivo che produce oggetti, ma ora lo scopo non è più la crescita del Pil, ora abbiamo un sistema che produce noi stessi, come esseri culturali, come uomini sani e che ha come scopo limite quello di portare a zero il numero delle morti. C’è una specie di tentazione eugenetica in questa concezione, e l’avvenire non è necessariamente luminoso.
Sul web, da qualche giorno, non si parla d'altro.
Fatta la tara di tutte le illazioni e sentiti dire, il succo sembra essere questo: il giornalista e blogger fermano Massimo Del Papa, editorialista della rivista "Il Mucchio" e autore di diversi libri (tra i quali ricordiamo Milano Funeral e Il mio mestiere è questa vita), ha minacciato di azione legale l'edizione italiana di Wikipedia e ha informato la polizia di quanto avvenuto intorno alla voce "Massimo Del Papa".
Cos'è avvenuto? Che nei giorni scorsi la voce è stata integrata da una fotografia (le cui sembianze non erano però quelle del Del Papa), una riga di testo in più (in cui si affermava che tra il 2005 e il 2006 Del Papa aveva postato diversi articoli sull'attualmente congelato sito italy.indymedia.org) e un link che rimandava agli articoli suddetti.
Solo che - molti lo hanno appreso soltanto dopo l'esplodere della querelle - quei pezzi non erano stati postati direttamente dal Del Papa, ma da anonimi Pasquini che li trovavano sul suo blog e li ricollocavano beffardamente. Si trattava spesso di articoli durissimi contro Indymedia, da qui il prevedibile, persino ovvio détournement da "autofagia" (Indymedia attacca Indymedia) con relativa catena di sberleffi e contumelie.
E' capitato tante volte anche a noi Wu Ming (anzi, siamo forse quelli a cui è capitato più spesso), era come andavano le cose su Indymedia, partito come sito di informazione ma col tempo divenuto - per colpa di tutti noi, noi "movimento", nessuno può chiamarsi fuori dalla responsabilità - collettore e amplificatore di goliardate, dicerie incontrollabili, stronzate e spesso anche attacchi personali, che per fortuna hanno lasciato il tempo che trovavano.
Vi sono versioni contrastanti su quanto accaduto in seguito, delle quali preferiamo non occuparci. Fatto sta che la voce dell'enciclopedia è ora bloccata e inconsultabile, e tutta la rete parla della contrapposizione tra il giornalista e la comunità di contributori volontari.
Vi è chi accusa il Del Papa di aver trovato un espediente per farsi pubblicità.
Vi è chi lo difende a spada tratta.
Vi è anche chi approfitta del caso specifico per discutere, con diverse argomentazioni, di problemi più vasti quali l'anonimato in rete, la sicurezza, la privacy, l'attendibilità delle notizie.
Si è, insomma, alzato uno spulvràzz di quelli che periodicamente oscurano il sole.
Indygestione
Il Del Papa - dal canto suo giustamente - non vuole averci niente a che fare, con Indymedia. Anzi, due anni fa - anche questo lo si è appreso adesso - denunciò il sito antagonista, anche per via di ingiurie e minacce espresse in calce ai suoi articoli (suoi ma, lo ripetiamo, riproposti da altri). In particolare un'estemporanea minaccia di morte, da parte di qualche imbecille (forse tredicenne) che si firmava "Walter Alasia" (giovane brigatista milanese morto in uno scontro a fuoco nel 1976 e a cui fu intitolata una colonna delle BR, poi divenuta autonoma dall'organizzazione).
Ora, chi minaccia tirando in ballo brigate clandestine e partiti combattenti è una testa di cazzo, sempre. Non c'è giustificazione, mai. Ad esempio, chi ha usato Indymedia per fare sinistre apologie di recenti omicidi, cedendo al canto di sirene lottarmatiste con testa di stalinista e coda di pesce avariato, non può avere alcuna scusante.
Invece, sarebbe il caso di non farsi troppo il sangue amaro per sberleffi, pasquinate, cazzate, pernacchioni, peti ascellari, battutacce, scatologie assortite, schiaffi del soldato e scherzacci da caserma. Non potevamo pretendere che i media "di movimento" fossero maturi, dato che lo stesso movimento è morto soffocato sotto il peso dei suoi (quindi nostri) infantilismi: scazzi tra fazioni, ripicche, settarismi, coltellate alla schiena e chi più ne ha più ne metta. Siamo gente un po' di merda, e abbiamo prodotto una comunicazione molto di merda, quasi nessuno escluso.
Su Indymedia anche il Sottoscritto è stato ripetutamente bersagliato, una volta mi fu addirittura attribuito un pezzo apologetico nei confronti di Cofferati (!), e non si contano i falsi testi firmati da... "me".
E alzi la mano chi può dire di aver sempre resistito alla tentazione di lasciare su Indymedia, firmandosi con un "nom de plume" usa-e-getta, una battuta o un vaffanculo in calce a qualche notizia assurda, presa di posizione demenziale o provocazione di troll.
Su Indymedia, quando ormai si era rinunciato del tutto a fare informazione, si è vista anche auto-satira di discreto livello. In che altro modo definire le teorie del complotto che davano Indy stessa come finanziata dal movimento raeliano (quello in contatto con gli extraterresti Elohim), a sua volta finanziato da George Soros o forse viceversa?
[Cliccate sul link, poi guardate l'URL e ditemi che numero compare dopo "indymedia.org"! E' soltanto una coincidenza? Paranooooiiiaaaa...]
Peccato che il contesto fitto di provocatori rendesse comunque tutto pesantissimo. Sic transit, anzi: sick transit.
Schmitt & Wesson
Ma arriviamo al punto. Vorremmo dare un contributo analitico, per aiutare a definire il contesto in cui tutto questo avviene. Contesto che non si può comprendere in alcun modo se non si tiene conto di un fatto, per ovvie ragioni oscuro ai più: il Del Papa è un giornalista sanguigno e intemperante, un polemista spesso sagace ma ancor più spesso - mettiamola così - "ruspante" e popolano. A volte rabelaisiano nella sua bulimia espressiva, spesso schmittiano nel suo muoversi secondo la logica amico-nemico, sovente pomposo e portato al tragico/autocommiserevole, il Del Papa passa senza soluzione di continuità dall'invettiva furibonda alla prosa poetica crepuscolare.
Soprattutto, il Del Papa è ammirevolmente cocciuto nel portare avanti le critiche a coloro che ha scelto come nemici. Come i diamanti, la sua ostilità è per sempre. Esiste e s'ingrossa vieppiù nei ranghi una "compagnia di giro" di personaggi pubblici e semi-pubblici (alcuni invero oscuri), scrittori, musicisti e colleghi giornalisti che è fatta bersaglio degli strali delpapiani ormai da diversi anni.
Un bersaglio polemico, fatto oggetto di brillanti geremiadi, è la cosiddetta (spesso sedicente) "sinistra radicale", sui cui vizi (nonché su quelli dei "no global", additati come brodo di coltura dei terrorismi) il Del Papa svolge un'approfondita opera di informazione.
Qualche esponente della suddetta sinistra ha talvolta l'onore di essere scelto per un trattamento personalizzato, com'è capitato a Wladimir [sic] Luxuria: "scarto dello spettacolo costretto a riciclarsi in politica", "un guitto che ha dirottato se stesso dall'avanspettacolo, dove non sfondava, alla Camera dei deputati", tenuto a galla da "quest'orrido concettuale per cui Luxuria, essendo un travestito, è intelligente".
Altri, invece, meritano soltanto fugaci menzioni, come è capitato a Dario Fo ("giullare di 80 anni ideologizzato fino al midollo").
Queste polemiche hanno luogo sul suo blog e sulle pagine del "Mucchio", dove il Del Papa ha un prezioso alleato in un altro coriaceo polemista di lungo corso, il direttore Max Stèfani, uno che comunque - e questo non si può discutere - ha avuto dei meriti.
Qui è ancora tutta campagna
Anche noi collaboratori di Carmilla facciamo parte della "compagnia di giro". Nella "fase alta" di una lunga campagna-stampa (e web) finalizzata a esporre al mondo le nostre (innegabili) nefandezze, il Del Papa ci regalò giudizi duri ma onesti, come:
Dietro l'apparenza giacobina e leninista, sono dei piccolo borghesi attenti "al 27 dello stipendio", agli affarucci con Berlusconi, alle amicizie mafiose con cui scambiare raccomandazioni e prefazioni, al perdonismo cattolico e vittimista. Sono dei Giuliano Ferrara con meno dignità: quello, almeno, s'è dimesso da comunista prima di trovarsi un altro padrone, piduista.
Questa sobria opinione appariva in calce all'ancor più sobria lettera di un lettore che ci paragonava a "quelli che mettevano le stelle gialle agli Ebrei".
E' solo uno dei tantissimi esempi possibili. Per tutto il periodo 2003-2005 furono rari i numeri della rivista (che proprio in quel lasso di tempo passò da settimanale a mensile) che non contenessero almeno una (talvolta più d'una) cloridrica filippica contro i "wuminghia" (così ci chiama Del Papa, con simpatia) e/o Valerio Evangelisti e/o Giuseppe Genna.
Non che dopo il 2005 la cosa sia scemata: solo che il Del Papa nel frattempo aveva scoperto la blogosfera, quindi la rivista si è col tempo "alleggerita", poiché le arringhe si erano spostate sul web. E non solo sul blog del Del Papa, ma a volte anche su quelli altrui. Spulciando su google è infatti possibile trovare lucide perle regalate ad altri fondali, come:
di anonimi ci sono già queste lecciso della rivoluzione godo(t), ingaggiati da berlusconi. la chiamano lotta dall'interno, ma sono asce di guerra per ascemi di guerra che ci credono. però, siccome la verità è rivoluzionaria, oramai questi wu minghia non incantano più nessuno: mi vanto di essere stato il primo a sputtanarli per quello che erano.
[...] i wu minghia li ho denunciati mille volte [...] questa lecciso n. 1 ci raccontasse quanto pigliano di diritti d'autore coperti da copyright dall'odiato berlusconi che tra l'altro assicura loro strategie, distribuzione capillare, penetrazione, pubblicità e critiche benevole. [...] La verità è che senza il piccolo padre, certi rivoluzionari pop starebbero ancora a pulire il culo a qualche amico terrorista.
Siamo sempre stati in buona, anzi ottima compagnia: contumelie durissime sono state indirizzate anche ad Afterhours e Subsonica, rèi di aver partecipato a una compilation uscita in allegato alla defunta rivista "Tutto" (gruppo Mondadori).
Col tempo si è iscritto al circolo anche il collega Roberto Saviano, di cui abbiamo scoperto che:
[...] è un paraculo. Uno costruito dalla testa ai piedi. Va bene, va bene, ha la scorta, è glamour, è un vip. Il prossimo romanzetto se lo farà pagare il doppio e sarà un best seller: già gli intrepidi colleghi scodinzolano (una vera mafia, quella letteraria). E, sai come si dice: dimmi con chi vai... [...]
[...] Saviano fa folklore, è uno dei tanti Pitrè che ogni tanto affiorano: saturo di noir, di commissari, di zoccole adolescenti, il mercato adesso vuole questo: già seguono gli emuli, dalla Puglia se non sbaglio. Sospetto che la mafia s'incazzi più con chi la usa, che con chi la denuncia per quella che è dove tutti la conoscono [...]
[...] questo Saviano, costruito dal basso, ma più che altro dai bassi, con la sua sceneggiat(ur)a molto apprezzata dai camorristi in carcere.
E così via.
Altro preso di mira - per ragioni a noi oscure ma certamente fondate e serissime - è Andrea Scanzi, anch'egli giornalista (ora ex) del "Mucchio" oltreché della Stampa di Torino. A Scanzi il blogger fermano ha dedicato scritti lunghissimi, per qualificarlo infine come "non degno del rispetto che si rivolge a un uomo". Del rispetto forse no, ma di attenzione sì evidentemente, stanti le decine di migliaia di battute prodotte sull'argomento.
Che amore è?
Le due polemiche più "famose" innescate dal Del Papa prima dell'ultima in ordine di tempo (che s'avvia senz'altro a diventare la più famosa), furono quella seguita alla morte di Enzo Baldoni e quella sulla trasmissione "Anno zero" di Michele Santoro.
La prima determinò la fine dei rapporti tra lui e la storica rivista "Linus", su cui aveva scritto alcuni articoli. Vi è chi sostiene che sia stata la rivista ad allontanare il Del Papa, e vi è il Del Papa che sostiene di aver chiuso lui i rapporti. Questione di poco conto, in questa sede. Ma cos'era successo?
Dopo l'uccisione di Baldoni (collaboratore di "Linus") in Iraq, il "Mucchio" pubblicò un'esternazione del Del Papa che vale la pena riportare integralmente per l'originalità del taglio:
Baldoni, la cui morte mi fa ovviamente orrore, era un dannunziano ammantato di buoni sentimenti. Quando si scrive, a circa sessant'anni, nel proprio diario (anzi: blog): "vado incontro alla morte ma non me ne frega niente, l'avventura mi chiama, forse morirò ma felice perché ho sempre fatto quello che volevo, siamo tutto un minestrone cosmico", l'impressione che se ne ha è di un Peter Pan spostato, un vitalista senza il coraggio d'esserlo fino in fondo. Un annoiato della vita (e delle sue brutture "qui") che esorcizzava la noia "andando a far del bene", guarda caso sempre dove non poteva farne che al proprio ego: in mezzo a polveriere come Timor Est, Colombia, ecc. Sappiamo benissimo che in Iraq ci sono bande di predoni alle quali non frega niente se sei italiano "di sinistra o meno". Hanno beccato lo sprovveduto, senza satellitare, senza conoscenza della lingua, senza che nessuno potesse imboscarlo, e l'hanno subito trucidato. Fammela dire a me, ora, una cosa di insopportabile buonismo piccolo borghese: quando si ha l'amore di una donna e di due figli che ti aspettano, non puoi farli vivere per sempre col cuore in gola e lasciargli in eredità la tua assenza. Non puoi fare "come mi pare" tutta la vita. Che amore è? Vuoi fare il pirata della solidarietà? Bene, ma allora lascia stare tutto il resto. Prenditi la libertà, ma accettane anche la solitudine. Ne faranno un eroe, ma era un eterno dilettante che da dilettante è morto.
Questo scritto appariva nel settembre 2004, e da allora è stato più volte riprodotto in rete, però a stralci, grave scorrettezza di cui il Del Papa si è lamentato. A suo dire, gli stralci avrebbero falsato il suo pensiero. Noi lo abbiamo riportato integrale, com'è giusto che sia, sperando di rendere giustizia al messaggio che il Del Papa voleva comunicare.
Non diciamo che è fascismo
La seconda polemica iniziò quando il Del Papa recensì la prima puntata di "Anno zero" sul sito dell'associazione Articolo 21.
Va detto che la recensione del Del Papa conteneva alcune verità, e infatti la formula della trasmissione, di puntata in puntata, ha mostrato molti limiti. Tuttavia, ciò che non fu gradito né dalla redazione né dall'associazione fu qualche passaggio lievemente sopra le righe, come: "Vauro, ormai sprofondato in un qualunquismo penoso"; "lo stupido qualunquismo brechtiano"; "cattivo giornalismo, populismo proprio dell'anno zero di 'Servire il popolo' " et dulcis in fundo: "Non diciamo che è fascismo perchè crediamo alla definitiva buona fede di Santoro" (lo definì invece "zdanovismo"). Loris Mazzetti di Articolo 21 definì l'articolo del Del Papa "volgare e offensivo", e aggiunse: "abbiamo commesso, pubblicandolo, un grave errore non solo nei confronti di Santoro ma nei confronti di noi stessi [...] il problema non sono le ‘minchiate’ del signor Del Papa, ma la pubblicazione di quelle ‘minchiate’, ripeto, è stato un grave errore."
Vi furono altre botte seguite da risposte, repliche e controrepliche. La conclusione è che oggi il Del Papa si rivolge ai rappresentanti di Articolo 21 chiamandoli "21 farisei".
La cornice fantasma
Purtroppo anche noi collaboratori di Carmilla, così tante volte presi a male parole dal Del Papa, abbiamo ceduto alla tentazione dello sberleffo iconografico. Gli uomini non son fatti di legno massello. E poiché la polizia indaga a tutto campo, abbiamo optato per il nobile atto di costituirci. Anche noi siamo colpevoli di "lesa delpapità".
Nel 2004 realizzammo una piccola immagine, sorta di "spilletta" da apporci sul bavero, con il volto del Del Papa e la scritta (in inglese perché fa più fico): "Orgogliosi di essere sulla lista nera di MDP e fatti oggetto di caccia alle streghe" [Proudly Blacklisted & Witch-Hunted by MDP]. L'immaginetta apparve in calce ad alcuni nostri articoli dell'epoca, qui su Carmilla. Eccola qui accanto, intatta come l'avevamo creata.
E fu così che il Del Papa, forse perché ignaro dell'idioma anglosassone, iniziò a sostenere in più occasioni che... l'avevamo minacciato di morte, poiché a suo dire quest'immagine sarebbe... una foto da necrologio con tanto di cornice funebre. A dire il vero, a noialtri non pare di vederla, la cornice, nemmeno Genna che ha 11/10 di vista. E la somiglianza con una foto da necrologio ci pare dubbia, anche perché il soggetto della frase siamo noi, non lui.
Purtroppo però la diceria che noi lo avremmo "minacciato" continua a circolare, con nostro grande dispiacere.
Conclusione
Questi, come si diceva, sono soltanto alcuni elementi utili a definire meglio il contesto in cui avviene il dibattito. Non sono che l'1% di quanto è disponibile sulle polemiche che circondano questo giornalista-scrittore.
Del quale ultimo va detta una cosa: quando gli riesce il miracolo di controllare lingua ed espressione, scrive bene.
Il problema, a nostro (ar)dire, è che questo miracolo gli riesce assai di rado. Finisce sempre per aggiungere qualche nota che trasforma una potenzialmente brillante invettiva (forma letteraria nobilissima) in una "piazzata" il cui risultato (se non addirittura lo scopo) è ferire le persone. C'è nei suoi scritti un furore totalizzante, una voglia matta di annichilire chiunque si trovi sulla traiettoria dei suoi colpi, un piacere quasi orgasmico nel comminare sentenze dopo processi somari [ach! refuso!] e, soprattutto, un prendersi terrificantemente sul serio, un riempirsi di sé che - come ipotizzava sulla Stampa la giornalista Anna Masera - non possono che renderlo bersaglio di beffe, lazzi e sfottò, alcuni francamente eccessivi (e non ci riferiamo alle minacce, che sono atti vili e non rientrano nemmeno nella categoria presa in esame). Purtroppo, tali beffe si rivelano controproducenti per il consorzio civile, poiché non fanno che alimentare il circolo vizioso. E lo spulvràzz oscura il sole.
Meta (political) comics: per la sinistra al sushi, Nicolas Sarkozy e John Wayne pari sono...
C’è di che rimanerci secchi… Uno apre il Manifesto, per dare un’occhiata al supplemento settimanale del sabato, Alias (quello di sabato 19 maggio) e chi scopre in copertina a tutta pagina? Il grande John Wayne, con la supercolt d’ordinanza, spianata. Ma come non era fascista? Boh… La didascalia, a fianco della foto, presenta le celebrazioni “wayniane” di questi giorni a Cannes, come un “omaggio al reazionario e guerrafondaio più amato del mondo”… Più amato, sul Manifesto… Gatta ci cova. Infatti, superato il primo choc, se ne prepara subito un altro. A pagina tre, Roberto Silvestri, riferisce di lui, citando, e dunque condividendo, il positivo giudizio sul di lui di Mark Rydell, regista liberal : “Uomo di profonda cultura, non solo bellica, anche letteraria, maniaco di poesia inglese del Settecento”. E ancora più sotto, il colpo grazia di buonista: si celebra il comportamento “egualitario e non sessista”, in “Ombre Rosse", di Wayne-Ringo verso la bella Dallas, donna dai costumi non proprio irreprensibili: “Signora, so quel che basta sapere”… Dopo di che si sposano.
Tutto vero. Wayne era un gentiluomo al cinema come nella vita. Ma non per i nonni e i padri, con le famose tre narici, di quelli che oggi scrivono sul Manifesto. Per i quali era un “fascista, punto e basta”: in senso antropologico, neppure ideologico… E oggi, invece, i nipotini, più acculturati, o presunti tali, vanno alla ricerca dei “lati nascosti del Duke”. E si inventano, citiamo sempre dall’articolo di Silvestri, una sinistra Wayne, da una “destra Wayne”, quella di “De Marsanich (?) o Fini”… Senza poi specificare, questa sinistra e questa destra, in che cosa realmente consistano… E soprattutto, chiudono un occhio sui film più tosti, e francamente più beceri, di John Wayne. E non parliamo di “Berretti verdi”, che tutto sommato era tecnicamente un bel film, che aveva, all’epoca, le sue ragioni politiche. Ma del John Wayne degli ultimi fuochi. Interprete di ispettori e tenenti di polizia, un po’ sfiatati e tromboni persino nei nomi: Parker, Brannigan.
E qui va fatta una osservazione politica.
La cultura post-post-post-marxista che ruota intorno al Manifesto è alla frutta (loro preferirebbero al sushi…). Praticamente, per usare il gergo da distretto di polizia del tenente Wayne-Parker, “stanno raschiando il fondo della botte, ragazzi…”. Perciò ne vedremo delle belle. Chi scrive, si aspetta, prima o poi (anche perché era veramente bravo), il recupero del regista Gualtiero Jacopetti. Regolarmente massacrato, per anni, dai critici di sinistra. Magari, inventandosi, che i suoi erano film dove si intrecciava “la cifra colonial con quella post-colonial…”… E trasformandolo così in terzomondista di complemento. Potremmo, insomma, vederne delle belle.
Del resto, basta seguire il dopo Sarkzoy. Veltroni ha dichiarato che apprezza il suo modello politico, perché ha promosso ministro degli Esteri il socialista Bernard Kouchner, già fondatore di “Medici senza Frontiere”. Un modello, quello di Sarkozy, dice il sindaco di Roma, segnato dal “bipolarismo a prescindere dagli schieramenti”. Un po’ come fanno i bipolaristi del Manifesto, che presentano John Wayne, come un medico senza frontiere del Far West, che gli indiani invece di ammazzarli li curava… Contenti loro. Probabilmente Sarkozy punta più sulle capacità politiche della singole intelligenze, da utilizzare all’interno di uno schieramento preciso, quello della destra francese. Piuttosto che sulle ammucchiate buoniste, sognate da Veltroni. Questa, però, è un’altra storia.
Ma tant’è: per certa sinistra al sushi, pardon alla frutta , Nicolas Sarkozy e John Wayne, pari sono. Tramonto dell'Occidente? No, tramonto dell'ideologie. Anche di quella hollywoodiana? Assolutamente no. Rivolgersi a Veltroni e alla redazione di Alias.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Certo, gli scrutini incombono, il tempo per internet è quello che è, ma la vostra Galatea non poteva tacitare il suo istinto di cronista. E non appena ha visto Luca di Montezemolo lanciare i suoi strali e lasciar capire di esser pronto anche lui alla discesa in campo, si è messa sulle tracce, ed è riuscita a mettere le mani, unica blogger al mondo, sul programma che il nuovo astro della politica italianaha già nel cassetto per presentarsi agli elettori.
È tutto falso dite? Ah, può darsi, ma siamo in Italia, qualcuno che ci crede si trova sempre….
Revisioni Costituzionali: il primo punto in programma è la modifica dell’Articolo 1: L’Italia non sarà più una Repubblica fondata sul lavoro, ma una azienda e basta, possibilmente privatizzata e parcellizzata sul mercato per invogliare gli investitori. Il cittadino sarà considerato un piccolo azionista. Tanto è già abituato a farsi pelare, truffare dagli amministratori delegati, vedersi presentare bilanci fasulli…almeno da questo punto di vista, fatte salve le parole, non cambierà nulla nel concreto.
Cittadinanza allargata: agli embrioni, ovviamente. In ottemperanza ai desiderata della Santa Sede, si diventerà automaticamente membri dello Stato al momento del concepimento. Non ci saranno, beninteso, cittadini di serie A e serie B: le categorie saranno infatti formate dai membri del club Golden Card, che consente l’accesso alle più alte cariche istituzionali e, per giunta, ha un bonus per frequentare gratis i migliori campi di golf internazionali, e i membri della Fidelity card Happy Discount, che non consente di fare un cazzo, tranne accomulare punti per avere un inutile set di pignatte antiaderenti.
Beninteso, i piccoli embrioni, mica potranno starsene nove mesi così, a ciucciare risorse senza far nulla. Durante la gestazione, non appena insediatisi nell’utero, con le loro ditarelle appena abbozzate potranno, per esempio, rispondere al telefono in un call center, soprattutto durante i periodi elettorali, canticchiando agli elettori i nomi dei candidati con un sottofondo di ua-ua strappalacrime. Se non rendono i dovere, gli embrioncini potranno ricevere un foglio di via immediato: l’aborto non è concesso dalla morale, ma un calcio nel sedere ai lavativi è un bene per qualsivoglia azienda.
Eutanasia: sarà naturalmente vietata per legge. Ma se uno vuole proprio farla finita, sarà sufficiente farsi ricoverare in uno degli ospedali non convenzionati con la Golden Card. Essendo privi di macchinari e di qualsiasi tipo di personale, si schiatterà comunque entro pochi minuti dal ricovero.
Berlusconi e il Centrodestra hanno già fatto sapere che il programma di Montezemolo è in realtà una copia del loro: l’avvocato Taormina ha annunciato una azione legale per leso copyright. Il processo, già fissato per l’apertura del prossimo anno giudiziario a Porta a Porta, sarà iniziato non appena Vespa avrà pronto il plastico della villa al mare di Luca Cordero di Montezemolo.
* Da oggi, anzi, da ieri sera, Metilparaben mi ha adottato nel suo blog. Per cui, se non mi trovate qui, provate anche a passare da lui. Da qualche parte, insomma, ci si becca... http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
La notizia è di ieri, ma evidentemente è invecchiata molto in fretta se è già scomparsa, a quel che vedo, dai pincipali quotidiani italiani in linea: l’inchiesta della BBC “Sex crimes and Vatican”, che era stata sottotitolata in italiano e diffusa nei giorni scorsi da Google Video e da YouTube, è stata ritirata e non è più visibile agli indirizzi circolati fin qui.
La motivazione ufficiale: il copyright. La BBC, infatti, ha ceduto i diritti di diffusione alla Rai, che trasmetterà il documentario inglese (dopo le inevitabili italianissime polemiche) nel programma Anno Zero di Michele Santoro.
Il sospetto che la ragione della scomparsa del video dai siti che lo ospitavano sia un’altra, e cioè la volontà di limitarne il più possibile la diffusione e le conseguenze, in termini di immagine, per la Chiesa e per il Papa, messo in causa direttamente dal documentario, è più che legittimo. Di video coperti da diritti d’autore ne circolano centinaia di migliaia su YouTube, perché allora colpire proprio questo?
In ogni caso, l’inchiesta della BBC “resiste” ancora in rete (non si sa per quanto tempo) a questo link di Google Video, inserito il 17 maggio scorso ma rimasto, fino a questo momento, “discreto” (settemila visite circa, contro le seicentomila dei link “ufficiali”): Crimini sessuali e Vaticano. Potete anche scaricarla dal sito 61comenoi, che gentilmente me lo segnala.
L’alternativa è aspettare la puntata di Anno Zero, in onda giovedì 31 maggio alle 21 su RaiDue.http://querelles.blogspot.com/
"È nato il comitato 14 ottobre, siamo in 45, un terzo sono donne." Questo l’annuncio di Romano Prodi che saluta la nascita del comitato del Partito democratico. Un partito che ritiene debba avere un orizzonte di lungo periodo. Al di là dei nomi e delle competenze dei singoli, era lecito attendersi molto di più – in termini di composizione del comitato – dal neonato soggetto politico italiano. Ma in Italia si nasce spesso maschi e quasi sempre anziani. L’annuncio "È nato il comitato 14 ottobre, siamo in 45, due terzi sono uomini, non c’è nessuno che abbiamo meno di 40 anni!" avrebbe fotografato meglio la cabina di regia del Pd.
Poche donne, molti cinquantenni
La composizione del comitato del Pd non è per nulla casuale, anzi scaturisce da una lunga e meditata concertazione tra le forze politiche che lo compongono, e ci fornisce quindi un interessante spaccato dello stato della politica italiana – almeno del centrosinistra. E’ vero che la composizione della base del partito sarà presumibilmente diversa dal quella del "comitato"; è però ovvio che il potere decisionale nel PD sarà saldamente in mano a questo nucleo iniziale. Proviamo a confrontare la composizione del comitato per sesso ed età con quella 1) dei deputati dell’Ulivo nell’attuale legislatura; 2) dell’insieme degli elettori. Qualcosa è stato fatto—come indica l’enfasi di Prodi—dal punto di vista dell’equilibrio di genere:
Il primo grafico mostra lo sforzo rosa del Pd. Mentre solo il 20 per cento dei deputati dell’Ulivo sono donne (in totale il peso delle deputate alla Camera è del 17 per cento), nel comitato del Pd sono il 35 per cento. Si tratta di un passo avanti – le donne rappresentano il 52 per cento dell’elettorato – che non consente tuttavia di raggiungere la quota rosa del 40 per cento che il Pd si era posta.
Il secondo grafico mostra la distribuzione per età dei componenti del Pd, rispetto ai deputati dell’Ulivo e all’elettorato italiano. ben diversa è qui la situazione. Come già notato da diversi osservatori e da potenziali "aspiranti" delusi, il "comitato" costituirà un partito per il futuro senza sentire la necessità di includere un singolo membro (su 45) sotto i quarant’anni! E pensare che più di un terzo degli elettori ha meno di quarant’anni. Sull’età, il PD peggiora addirittura rispetto alla composizione dei deputati dell’Ulivo, che pur vanta uno striminzito 4% di deputati sotto i 40 anni. Più del 30% degli elettori è ultrasessantenne: una fascia di età sottorappresentata alla Camera tra i deputati dell’Ulivo (anche perché i politici più anziani sono più frequentemente al Senato), che viene adeguatamente rappresentata nel PD. Il "prime age" per i Parlamentari dell’Ulivo – e per tutti i Parlamentari, anche se in minor misura – sembra essere la decade che parte dai 50 anni. La composizione del comitato del PD accenta ulteriormente questa caratteristica. L’età media del comitato (più di 57 anni) è più elevata rispetto a quella dei deputati dell’Ulivo. Colpisce – anche visivamente! – l’enorme concentrazione del potere decisionale del futuro del PD nelle mani dei cinquantenni. Ma si tratta dell’effetto dell’età o di quello della generazione di appartenenza? Forse, di entrambe. La generazione dominante di leader politici del PD – i cinquantenni – accetta di disegnare il futuro del neonato chiedendo l’aiuto dei "padri nobili" (anche se due soli componenti hanno più di 75 anni). Non ritiene necessario coinvolgere i ventenni o i trentenni che dovranno effettivamente costruire e votare il PD nei decenni a venire, e coinvolge in un ruolo decisamente marginale anche i quarantenni, che sarebbero presumibilmente tra i leader in diverse democrazie occidentali. Peraltro, data la sostanziale parità nei livelli di istruzione tra giovani donne e uomini (parità che non si trova nelle generazioni più anziane), la mancanza di peso dei giovani è in parte responsabile della mancanza di peso delle donne.
Nel PD, come peraltro nelle altre arene della politica, dell’economia e della società italiana, i giovani sono sistematicamente i grandi assenti ai tavoli delle decisioni….sul loro futuro. Cosa potrebbero fare per cambiare questa situazione? Forse imparare la lezione da chi si batte per la presenza delle donne: le stesse donne innanzitutto. Il PD è stato costretto almeno a mostrare attenzione verso la presenza rosa—che si tratti di effettiva possibilità da parte delle donne di influenzare le decisioni è ben diverso. Tocca ai giovani e alle giovani, pensiamo, iniziare a farsi sentire. Forse, con l’aiuto dei nonni e delle nonne "nobili", che possono avere uno sguardo più orientato rispetto a chi è direttamente preoccupato della propria carriera politica.
Questa mattina ci è venuta a trovare una delegazione del Spoe, il Partito austriaco membro del PSE. Una ventina di militanti "di base", portati in gita politico - culturale dalla parlamentare del collegio. Un paio d'ore per raccontare il governo Prodi (la politica estera principalmente, che è non solo più attinente ma soprattutto infinitamente più facile), ed il PD.
Ora, com'è che quando lo racconto tutto sembra così sensato, coerente e persino entusiasmante...?! (E giuro, non ho detto nessuna bugia. Non ho neanche omesso nulla di rilevante) Com'è che ti guardano con occhi rapiti e ti dicono, sinceri: "We will have a lot to learn from you!"...?
Delle due l'una: o ci stiamo incartando nelle nostre solite piccolezze (quelle per superare le quali ha senso che nasca il PD), perdendo di vista il senso generale di ciò che stiamo facendo - o io ho un brillante futuro a vendere pentole...
Baci e buon weekend.http://blogmog.ilcannocchiale.it/
A quarantotto ore di distanza dalla relazione di Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, forse è meglio ragionare “a freddo”. Credo che il presidente degli industriali abbia possibilità vere e concrete di imprimere un cambio di registro. Ha le competenze, ha il credito internazionale, ha l’esperienza (questo come osserverò alla fine, ha anche i suoi aspetti non chiariti).
Non so se il presidente di Confindustria giovedì scorso abbia avanzato o meno la sa candidatura politica. In ogni caso ha capito e saputo esprimere un malessere, non solo suo e non solo dei suoi rappresentati, di fronte alla politica. Lo ha fatto tentando di mantenere fuori dagli schieramenti una istituzione, memore delle scene di Vicenza della primavera 2006, ma anche obbligato dalle scelte di indirizzo che allora lasciò intravedere (l’appoggio esterno al candidato Romano Prodi nelle elezioni del 2006).
Da questo lato quattordici mesi dopo il cerchio di una “solitudine “ parziale forse si è saldato e oggi egli gode di una unanimità di cui è andato spesso in cerca in questi mesi, senza trovarla e consolidarla davvero. Prima di tutto, dunque, da ieri dunque Luca Cordero di Montezemolo ha saldato dei conti interni. Soprattutto con quelli che aspettavano di vedere se “gliele avrebbe suonate”. Lo ha fatto e dunque ora si può iniziare a ragionare su un diverso piano.
Anche di questo non c’è da stupirsi perché il terreno della necessità di riformare la politica costituisce da sempre l’asse argomentativo e il pacchetto di proposte con cui ci si presenta alle soglie della politica. E’ troppo presto, tuttavia, per immaginare un il governo dei “migliori” e i suoi ministri. Questo è un paese che non consuma facilmente i suoi eroi, anzi li coltiva se cavalcano l’onda lunga della protesta. Non sa che farsene, invece, se ciò a cui invitano è l’idea che occorra ridisegnare complessivamente un sistema paese, facendo prima d tutto i conti a se stessi.
E qui a mio parere sta la fonte del successo di giovedì, ma anche una debolezza. Fare i conti in tasca alla politica, dichiarare che la politica sia la maggior impresa italiana (per di più in perdita e comunque assolutamente priva di efficacia nella propria azione e di efficienza nel proprio funzionamento, in ogni caso incapace di andare “a regime”) è facile. Non occorre essere grandi profeti, soprattutto quando il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (La Casta, Rizzoli) è il primo libro nelle vendite.
Ma fare un bilancio del paese Italia oggi come sistema significa assumere, anche, le immagini di Roberto Petrini nel suo L’economia della pigrizia (Laterza), laddove tra le molte responsabilità dei politici italiani, della destra, della sinistra, moderata e radicale, spiccano anche quelle di un apparato industriale costituito da individui che non rischiano (che spesso vivono senza stimoli, che pensano la crescita come arricchimento senza innovazione). Un paese in cui le tre “I (Inglese, Informatica, Internet) sono decisamente minuscole. Un paese che nonostante la sfida al futuro non può aspettare il 2015 in attesa che forse l’occasione dell’Expo a cui Milano concorre dia la possibilità e la scusa per modernizzare il sistema-Paese. L’occasione della crescita, di concepire un altro sistema dei trasporti, di ripensare il modello di sviluppo l’abbiamo avuta venti anni fa. Era il grande cantiere per Italia ’90. Non funzionò (non solo perché perdemmo i Mondiali). A guidarlo c’era Luca Cordero di Montezemolo. Forse prima descrivere scenari radiosi sarebbe bene descrivere come e perché allora non ce l’abbiamo fatta. http://www.onemoreblog.it/archives/016410.html
Corrado mi fa dei ringraziamenti all'interno di un lungo post, piuttosto sconsolato.
C'è tanto di vero in quello che dice. E invito a leggerlo.
Però Corrado sbaglia. Il bello comincia solo ora.
C'è un punto, infatti, su cui forse Corrado non ha riflettuto abbastanza.
Intuisce che siamo in prossimità di una grande crisi strutturale, da fine di un'era.
Il punto oggi, con la crisi climatico-energetica, è all'essenza: cambiamo il capitalismo, la base energetica, le strutture sociali e politiche o andiamo all'estinzione?
E' una svolta decisiva, per tutti gli umani. E' un grande bivio anche per l'Italia.
Possiamo imboccare la strada del peggio, come la descrive Corrado.
Oppure imboccare la strada della coscienza comune, del nuovo equilibrio sotto la grande minaccia.
Possiamo annullarci in una società ancora più amorfa e svalorizzata, magari con una tecnocrazia autoritaria di pochi al comando.
Oppure generare dal nostro interno un sistema di progetti e di azioni a guadagno condiviso. Centralizzate e diffuse assieme.
Ma con risultati tangibili.
La mazzata che Montezemolo ha tirato l'altroieri a Berlusconi (in primis) e a Prodi può non piacere ma è significativa.
Che non fa nemmeno opposizione seria. Lasciando mano libera al peggior centrosinistra.
Il che implica, specularmente, anche un Unione-ameba conflittuale, di piccolo cabotaggio e continuo galleggiamento, preda di poteri altri (Vaticano, Lobbies, grandi potentati economici...). Un Ulivo che si sta disseccando da sè.
Un non Stato, un non Governo.
Montezemolo ha presentato un programma politico competitivo con Prodi e l'Ulivo. E dico, Finalmente.
Montezemolo non ha televisioni commerciali (finora almeno), e Tronchetti è fuori da Telecom.
Alcune delle cose che sostiene Montezemolo sono giuste anche per il governo Prodi, oggi.
Sono di interesse generale, anche se declinate sul versante di centrodestra.
Di fronte alla crisi epocale bisogna avere risorse endogene, e non disperderle più in assistenzialismo politico e politicante.
La politica la si può fare a minor costo con la rete, con la partecipazione, e non con sei livelli sovrapposti, inutili e dannosi, di rappresentanti pagati e relativi portaborse e burocrati.
Costano e tolgono risorse agli investimenti.
Bisogna poter fare dei progetti anche su larga scala e respiro, e non solo giardinaggio minuto.
Senza guardare in faccia a Scaroni o a Conti, a Putin e alla Gazprom.
Puntando all'obbiettivo e al risultato. E basta. Come fece Mattei.
Se c'è da fare una wind farm nel mare fuori Termoli non deve porre il veto il figlio di Di Pietro.
Certo, partecipazione e democrazia deliberativa. Ma niente veti precostituiti e di potere locale. Meglio giochi politici e sociali a guadagno condiviso (anche la sopravvivenza lo è, in primis), con tanta informazione ben discussa e riflettuta.
Questa oggi è una sinistra democratica moderna, liberiamoci delle tortuosità (anche culturali) del passato.
C'è una crisi da vincere.
A ragion veduta, bisogna avere abbastanza potere concentrato da scontentare qualcuno.
Bisogna quindi riorganizzare la Repubblica, dopo vent'anni di crisi e di abbandono all'iper-mediazione autoreferenziale.
Queste indicazioni saranno il programma del nuovo centrodestra italiano.
E Berlusconi oggi urla. Perchè è lui il primo obbiettivo della manovra.
Lui non ha fatto nulla di questo quando era al governo, perchè altro gli interessava fare.
Prodi, Fassino, Rutelli, Veltroni e D'alema (ma anche la sinistra radicale) farebbero bene a riflettere seriamente sulla nuova competizione.
Il programma di Montezemolo è, dal lato del nuovo centrodestra italiano, compatibile e all'altezza con la crisi epocale.
Non è un programma di centrosinistra ma è all'altezza.
L'azione attuale del Governo e dell'Unione no.
E il partito democratico deve affrontare la situazione, all'altezza della situazione, altrimenti diventa il Ps francese.
Saremo scemi, decerebrati e rimbecilliti dalle tivvu, saremo tutti mafiosi, ma queste cose le capiamo.
C'è di mezzo la sopravvivenza (anche fisica) della gente italiana.
Da sempre il popolo peggiore del mondo...;-)
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Ma che strano, proprio quando gli italiani, ci dicono, si schifano della politica io mi comincio a divertire sul serio...;-)
E' vero che la politica costa troppo. Montezemolo ha ragione, ma lui - inteso come rappresentante degli imprenditori - ci costa di più. Facciamo qualche conticino. Con la riduzione del cuneo fiscale, le imprese hanno guadagnato 5 miliardi di euro. E già solo questo supera l'ipotesi (tutta da dimostrare) dei 4 miliardi complessivi per la politica avanzata dal presidente di Confindustria.
Aggiungiamo i contributi e incentivi alle imprese, precedenti al taglio del cuneo. Nel 2005 lo Stato ha concesso 5,2 miliardi di euro. Le regioni altri 2,4. A queste cifre vanno aggiunti agli contributi degli enti locali e le spese che le Amministrazioni pubbliche sostengono per gestire questi fondi (gli sportelli unici, le campagne pubblicitarie, eccetera).
In totale, insomma, siamo a 12-13 miliardi di euro l'anno, senza contare ciò che arriva dall'Unione europea. Come hanno tutti questi denari le imprese? Nonostante circa un quarto delle risorse sia stato destinato a incentivare la ricerca, le imprese italiane rimangono quelle che investono meno in Europa in "R&S" (ricerca e sviluppo). Non si capisce quindi su che base Montezemolo affermi che la crescita sia merito degli imprenditori, i quali sembrano molto pronti a prendere soldi ma meno lesti a investirli come si deve.
Ma qui, siamo ancora nella legalità. Perché il bello arriva quando si spulciano le cifre delle truffe e dell'evasione. Rimanendo agli incentivi, nel 2005 il danno stimato all'erario per le truffe è stato di 260 milioni di euro, solo per quelli di origine nazionale e locale. Nel primo semestre 2006 gli imprenditori sono migliorati: 222 milioni, che proiettati sull'anno fanno il doppio. A cui vanno aggiunte le truffe nella sanità (altri 117
milioni sono nel primo semestre 2006).
Come è noto, in Italia l'evasione fiscale è a livelli da repubblica delle banane. Si parla di una stima di 80-100 miliardi di euro l'anno di minori entrate, gran parte dei quali non pagati dagli imprenditori e dai professionisti, visto che i dipendenti non possono materialmente evadere, almeno sull'Irpef. Si tratta di circa il 6-7% del Pil. Mica male.
Aggiungiamoci l'evasione contributiva. Nel primo quadrimestre del 2006 l'Inps ha scoperto 311 milioni di ammanco (1,3 miliardi la proiezione su base annua). E parliamo solo di quella scoperta. Ogni ispettore dell'Inps, in media, stana 650mila euro di evasione l'anno. E poi dicono che i dipendenti statali non rendono.
A tutto questo dovremmo anche sommare i prepensionamenti delle grandi imprese (Fiat in primis), la cassa integrazione, e tutte quelle misure sociali che lo Stato è costretto a prendere per non lasciare per strada la gente abbandonata da coloro che sono rappresentati da Montezemolo.
La stiamo facendo troppo lunga. Il succo della questione è che il presidente di Confindustria, prima di scendere in politica per ridurne i costi, farebbe bene a mettere mano al suo settore, l'impresa. Scoprirebbe che c'è molto da fare anche lì. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=4081
Questo è un post difficile da scrivere perchè so che verrò frainteso non essendo l’argomento facile da esporre. Ma ci provo, confidando che magari con i commenti un po’ alla volta si arrivi a capirsi.
Molti hanno criticato Montezemolo per vari motivi:
Ci sono molte imprese che certo non sono esempi nè di moralità nè di innovazione creativa.
Certe imprese, la Fiat per prima, di aiuti dallo stato ne ha avuti tanti.
Montezemolo non ha citato le magagne del mondo delle imprese, le rendite di comodo, i monopoli privati o pseudo-pubblici.
Lui di suo ha potuto crescere in un ambiente che certo gli ha faciliato tante cose (era il pupillo di casa Fiat).
Io vorrei sottolineare alcuni fatti.
Montezemolo ha preso delle posizioni non comode nè facili nella scorsa legislatura, rischiando con i suoi in primo luogo.
Sono stato in Ferrari (la fabbrica) e ho visto anche la sua attenzione alla fabbrica e alle persone (la Ferrari è al primo posto nella classifica Great Place To Work 2007).
La Fiat era morta, aiuti o non aiuti. Da quando è arrivato lui e, soprattutto, gli uomini che si è scelto (come Marchionne) la Fiat è rinata e mi sembra che di grandi aiuti questa volta non ne abbia avuti.
Montezemolo, al contrario del predecessore, ha spostato il tiro dal protezionismo e dalla difesa dell’esistente, alla innovazione e allo sviluppo, scelta che gli ha alienato molte simpatie in primo luogo "a casa sua".
Un mio collega l’ha definito in un convegno "il fonato" per i suoi capelli. Sarà, ma ha dato una sferzata a tanti dei suoi colleghi che si erano seduti, anche con uno spirito ed uno stile di comunicazione convincente. Come nel caso di Berlusconi, si potrà essere d’accordo o meno con quello che dice, ma è indubbio che si tratti di due grandissimi comunicatori (a proposito, l’altra sera vedendo Berlusconi ad Atene non sono riuscito a non pensare che è proprio bravo a gestire i media e a valorizzare ogni singolo gesto che fa).
Ai miei studenti, quando mi fanno domande che non hanno risposte, dico che i miracoli li fanno solo i santi e la Madonna (lo dico da credente e non per irridere). Non è che Montezemolo in poco tempo potesse cambiare tutto. Ma qualche miglioramento in Confindustria per me c’è stato.
Delle cose che ha detto, ritengo che molte siano condivisibili. Ripeto le sperimento io in prima persona. Un esempio, nel 2006, il CEFRIEL, ente di ricerca e innovazione non profit, ha pagato 300-400 mila euro di tasse. Molte sono dovute all’IRAP sul personale (quasi tutti ricercatori) che si paga anche se fossimo in perdita.
Che ci sia un chiaro problema di selezione della classe dirigente della politica non lo dice solo lui, ma tutti.
È indubbio che se è vero che ci sono imprese sedute, ce ne sono anche molte altre che stanno "muovendo il culo" dandosi da fare. In un paese dove è molto più facile fare i furbi e sopravvivere che rischiare e competere.
Sui monopoli dei privati (vedi le telecomunicazioni per esempio), mi chiedo quanto dipenda da lui e quanto da una classe politica che non sa imporre il mercato anche quando ne ha la facoltà.
Sono riflessioni buttate giù in fretta e a caldo. So che magari posso aver generato fraintendimenti. Il primo, e lo dico subito, è che non ho interessi nè economici nè "politici" in comune con Montezemolo. Ovviamente non lo conosco, nè ho la più pallida idea di cosa voglia fare. Nè penso che venga a chiedere qualcosa a me perchè ho scritto questo post.
P.S.: È indubbio che in questo governo (che notoriamente non mi sta certo "antipatico") ci sono personaggi che di economia, ricerca e innovazione, promozione dello sviluppo e mercato non ne capiscono proprio. Per cui continuo a sperare che per le meno stiano zitti. Ma vedo che non succede … Prima di criticare Montezemolo, pensassero a quello che dicono loro …http://www.alfonsofuggetta.org/?p=1569#comments
Mercoledì 23 maggio il gruppo Qui Milano libera è andato alla presentazione dell’ultimo libro di Luciano Violante. Ne abbiamo tratto un video. Lo precede il resoconto di Elia.
“Sono lontani. Vivono in un mondo a parte, fatto di salotti e telecamere, frequentato da pochi privilegiati. Sono distanti dalla realtà e la rifuggono in ogni modo. Questi sono i nostri Marziani, da qualche tempo allarmati dalla sfiducia degli italiani nella politica, tanto da farne tema di dibattito.
Due giorni fa il marziano Luciano Violante, presentava alla Mondadori di piazza Duomo il suo ultimo best seller: “UNCORRECT - 10 passi per evitare il fallimento del Partito Democratico”. Con lui i Compagni Marziani Piero Fassino ed Enrico Boselli. Conduceva il temerario Floris.
Ascoltare per un’ora e mezza le loro fumisterie verbali con annesse liti da cortile, credevo mi garantisse il privilegio di poter rivolgere loro, a fine conferenza, qualche domanda.
Avrei voluto chiedere pubblicamente il perchè del voto favorevole e unanime della Camera sul disegno di legge Mastella, che oltre a un limite alla possibilità dei cittadini di essere informati, rischia di diventare un freno alla lotta alla criminalità con la limitazione dello strumento dell’intercettazione.
Avrei voluto chiedere se fosse ancora valido il patto con il quale nel 1994 si era data la garanzia a Berlusconi che non sarebbero state toccate le televisioni o se, nascendo un nuovo soggetto politico, si dovessero rinegoziare i trattati (patto disvelato nel 2002 dallo stesso Violante).
Avrei voluto chiedere se saranno mai cancellate le leggi vergogna.
Le domande però le poteva fare solo Floris, domande scomode come si può immaginare… In tanti abbiamo alzato la mano invano, chi ha provato a prendere la parola è stato zittito come un provocatore. Piero, che era riuscito a domandare a Fassino per quale motivo non fossero mai stati ricontattati gli oltre quattro milioni di elettori delle primarie, ha ricevuto questa risposta: “Lei ha un tono così aggressivo che se le cerca le mani addosso!”.
Floris doveva prendere l’aereo di corsa e non c’era tempo. Ma non eravamo a Ballarò e il pubblico non era di plastica. C’erano persone vere in sala, interessate a parlare di cose serie. Con piacere ho visto che molti attorno a noi erano indignati. Per una volta non eravamo i soliti quattro gatti. Alcuni invitavano i Marziani ad andare a casa, giuravano che non li avrebbero più votati.
Fassino è sgusciato via di corsa, Floris è scappato all’aeroporto, Violante farfugliava delle scuse, Boselli si è dileguato.
Bisogna capirli, i Marziani non sono più abituati alle domande non compiacenti: nei salotti della tv non si usa più.
Il prossimo dibattito sulla crisi della politica tanto vale farlo da Maria De Filippi, se Vespa non s’offende. Quanto tempo ancora li sopporteremo prima di prenderli a pomodori?”.
Non credo che i brogli elettorali siano stati decisivi nella vittoria di Cammarata su Orlando, a Palermo. Personalmente, li valuto attorno al cinque per cento: un piccolo partito (ma un partito) che fa parte a pieno titolo della maggioranza. Non mi scandalizzo neanche eccessivamente dell’uso di questi metodi da parte dei notabili che qui esercitano il ruolo di classe politica: è un uso tradizionale (già Ottaviano pagava gli elettori) e fa parte, nel terzo mondo, delle regole del gioco.
Il fatto è che la Sicilia non è più terzo mondo, e non lo è più da molto tempo. La stessa signora che innocentemente, all’uscita del segno, sorride con aria d’intesa al galoppino, stasera farà zapping fra i canali di Sky, la cui antenna si erge fiera dal suo balcone (per pagare l’abbonamento, qualche mese fa, una donna prostituì la figlia adolescente). Secondo uno studio dell’università, a Palermo il novanta per cento dei bambini fra gli otto e i quattordici anni ha in telefonino. Fra qualche anno voteranno anche loro, e venderanno tranquillamente il loro voto in cambio di un telefonino nuovo. Sia il primo che il secondo telefonino sono prodotti all’estero, sono commercializzati da gigantesche (e incontrollabili) holding finanziarie italiane, e arrivano fino al bambino palermitano grazie ai finanziamenti di Roma, di Bruxelles, di Berlino, di Sidney e naturalmente di Cosa Nostra. Il bambino palermitano infatti non produce niente - nè telefonini nè altro - nè produce niente la sua famiglia. Che però, dal punto di vista consumistico, è perfettamente integrata nell’Occidente.
Ecco: le elezioni di Palermo non sono state a Palermo ma a Islamabad, a Medellin, in una qualunque metropoli dell’ex Terzo Mondo: che però, nel sistema che vige ora (e che non ha ancora un nome: gli regaleremo provvisoriamente una maiuscola e lo chiameremo Sistema) è perfettamente integrato nell’Occidente. Le “elezioni”, la “democrazia” e le altre etichette storiche dell’Ottocento qui sono simboleggiate da meccanismi di vario genere (la guerra di clan, l’attentato, la compravendita del voto) modellati sulle tradizioni locali. Esistevano, certamente, anche delle tradizioni democratiche - in senso vero - anche qui: ma non appartenevano alla classe dirigente bensì alla sua controparte popolare. Discioltasi questa, almeno politicamente, nel vasto e massificante calderone dell’egemonia post-industriale, resta la compresenza di forme arbitrariamente “democratiche” (”vai a votare”) e sostanze coerentemente “fasciste” (”se ti opponi ti ammazzo”).
Pasolini, molti anni fa, diceva alcune cose antipatiche sul fascismo. Distingueva il fascismo-fascista, quello storico, che però non riusciva a distruggere (in quanto elitario, in fondo) la cultura profonda delle classi popolari; e il fascismo-postfascista, quello contemporaneo a lui, che invece riusciva a penetrarvi grazie alla massificazione, al conformismo, al consumo e insomma a un’egemonia totalizzante dei valori che prima erano considerati (in vetero-linguaggio) “borghesi”.
Mi sembra che il discorso di Pasolini sia perfettamente valido, qui in Sicilia, per la mafia. Quella di prima (la mafia-mafiosa, quella che ammazzava Falcone) non era affatto egemonica, non era assolutamente “popolare” e suscitava opposizioni. Quella di ora, che non ammazza i Falcone ma impedisce “politicamente” che ne sorga uno, invece è perfettamente integrata nel sistema, si basa sugli stessi valori, esercita (almeno in alcuni momenti) un’egemonia. E merita dunque le sue maiuscole: il Sistema Mafioso.
Il commerciante palermitano - ad esempio - non è “mafioso”. E perché mai dovrebbe esserlo? Anche nel vecchio fascismo il commerciante romano mica era “fascista”: alle adunate del sabato ci andava, quando ci andava, malvolentieri. Però gli conveniva che il negozietto ebreo, che gli faceva concorrenza, fosse tolto di mezzo. Oggi al commerciante di Palermo (Palermo centro, non periferia) conviene che ci sia la pena di morte, a pagamento, contro la microcriminalità. I ragazzi di Addio Pizzo hanno tentato per due anni di seguito di convincere i commercianti palermitani a dire semplicemente “io sono contro il pizzo”. Ne hanno convinto circa duecento, su circa diecimila. Questo spiega, fra le altre cose, il voto palermitano: sia la sconfitta “politica” di Orlando (che poi, tecnicamente, è stata un’avanzata notevole in termini di voti) che la vittoria politica, stavolta senza virgolette, del partito del vendo-il-voto. Non se ne esce coi vecchi riti, con le manifestazioni generiche e con le celebrazioni. A Falcone non basta essere ricordato.
Se ne esce - ad esempio - sviluppando le lotte dei senzacasa e chiedendo che siano dati a loro i palazzi sequestrati ai mafiosi. Ma chi lo fa? Pochi benemeriti, come Abbagnato o Umberto Santino, sempre più ignorati dai media e sempre meno presenti nei convegni ufficiali. Sono le lotte dei poveri (i senzacasa, le cooperative contadine di Libera siciliane e calabresi, ecc.) quelle che fanno più paura al Sistema. Su esse bisogna puntare al massimo, generalizzarle, sostenerle, avere una politica di alleanze (dai “moderati” agli “estremisti”, senza puzze al naso) basata su di esse; e sviluppare una battaglia di comunicazione (giornali, tv, internet: nel nostro piccolo Casablanca, Sanlibero, TeleJato) senza la quale nessuna battaglia può essere generalizzata. Licausi, Radio Aut e Pio La Torre non sono dei nomi storici, sono semplicemente le cose da fare ora.
Bookmark: urne elettorali per la strada, (*) in un paesino della Sicilia
da: La Catena di San Libero 23 maggio 2007 n. 353
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Stefano Rizzo, Stati Uniti Monica Goodling, bionda, era nelle grazie dell'amministrazione Bush fino a qualche settimana fa. Il suo incarico era di assistente al ministro della giustizia Alberto Gonzales e di funzionario di collegamento tra il ministero e la Casa bianca: ora è nel mirino dello scandalo sui Procuratori licenziati
Un'altra bionda, dopo la spia Valerie Plame, e un'altra Monica, dopo Monica Lewinsky di clintoniana memoria, sta mettendo nei guai la presidenza. Si tratta di Monica Goodling, bionda, giovane (è nata nel 1973) e bella, ma soprattutto nelle grazie dell'amministrazione Bush -- fino a qualche settimana fa. Il suo incarico era di assistente al ministro della giustizia Alberto Gonzales e di funzionario di collegamento tra il ministero e la Casa bianca. In pratica doveva fare una selezione di quanti facevano domando per incarichi dirigenziali al ministero, proponendo anche le promozioni e i trasferimenti. Più prosaicamente doveva fare "il filtro politico" per garantire che tutti fossero di provata fede repubblicana e disposti ad eseguire gli ordini del ministro e della Casa bianca.
Quando qualche settimana fa, con le dimissioni del potente capo di gabinetto di Gonzales, Kyle Sampson, scoppia lo scandalo dei "procuratori licenziati", anche lei che alla Casa bianca ha rapporti quotidiani con il consigliere giuridico di Bush, la signora Harriet Miers (famosa per un tentativo miserevolmente fallito di nominarla giudice della Corte suprema), finisce nel mirino. La ragione è semplice: se quegli otto procuratori di altrettanti stati sono stati licenziati -- come sembra -- per ragioni politiche e se i loro fascicoli sono passati per le mani della bionda e volitiva giurista, la Casa bianca deve entrarci per forza.
Il Congresso, che era intervenuto tardivamente nella vicenda e solo dopo che vari procuratori avevano protestato per la loro ingiusta rimozione, decide di vederci chiaro. Inizia una serie di audizioni, convoca i procuratori e li interroga, si fa consegnare la documentazione dal ministero della giustizia, perfino le trascrizioni dei messaggi elettronici. Non ci vuole molto perché lo scandalo appaia in tutta la sua gravità: la maggior parte di quei magistrati erano stati licenziati per avere osato inquisire, nei rispettivi stati, esponenti politici repubblicani corrotti, ovvero per non avere inquisito esponenti democratici ingiustamente accusati di frode elettorale. In un paio di casi emerge anche un'altra ragione: i titolari delle procure dovevano andarsene per lasciare il posto ad amici fidati di Karl Rove, il potente consigliere politico del presidente.
A questo punto i parlamentari vogliono sentire cosa hanno da dire i funzionari della Casa bianca coinvolti, ma Bush oppone un rifiuto in nome del "privilegio presidenziale", cioè del diritto alla riservatezza delle decisioni del capo dell'esecutivo. Né Rove, né la Miers possono testimoniare, possono al massimo essere "sentiti", ma non sotto giuramento e senza che del colloquio sia redatto un resoconto.
Quello che vale (forse) per la Casa bianca sicuramente non vale per il ministero della giustizia. Viene convocato il vice di Gonzales, Paul McNulty, che semplicemente scarica il suo superiore ammettendo che i procuratori licenziati erano persone degnissime, che avevano operato in modo egregio e che quindi se erano stati licenziati doveva essere per motivi diversi da quelli legati alla loro efficienza. Gonzales, sentito a sua volta, si impappina. Attribuisce tutte le eventuali colpe al suo capo di gabinetto (già dimesso), sostenendo che non si era mai occupato personalmente della vicenda. Le carte tuttavia lo smentiscono, dal momento che pochi giorni prima della rimozione degli otto aveva partecipato alla riunione decisiva. I democratici, ma anche numerosi repubblicani, dichiarano apertamente di non avere più fiducia nell'uomo che dovrebbe garantire l'imparzialità della giustizia, e ne chiedono le dimissioni.
Intanto l'indagine continua. Monica Goodling ne è un tassello essenziale, ma dopo essersi anche lei dimessa dall'incarico, a sorpresa, la giovane funzionaria si rifiuta di testimoniare appellandosi al famoso Quinto emendamento della Costituzione (quello che consente a chiunque di non parlare se ciò che dice può portare alla sua incriminazione). Già di per sé è sconveniente che un alto funzionario del ministero della giustizia faccia ricorso ad una norma cui fanno di solito appello i delinquenti comuni quando vengono presi con le mani nel sacco. La cosa è ancora più bizzarra dal momento che fin qui nessuno aveva mai parlato di possibile incriminazione, né vi è alcuna indagine in corso della magistratura. Ma la Goodling insiste: non comparirà di fronte al Congresso e non aprirà bocca se non le viene concessa formalmente una totale immunità contro una possibile incriminazione.
Finalmente, presi i necessari accordi, la bionda giurista ha sollevato la mano e ha giurato di dire la verità davanti alla commissione giustizia della Camera. Non si sa se l'abbia detta tutta, secondo la formula di rito, ma certo ha ammesso molto: che effettivamente nella selezione dei candidati all'incarico di procuratore si assicurava con opportune domande della loro fedeltà al partito al potere e al presidente in particolare. Ha ammesso che "forse" ha superato il limite del lecito così facendo. Ma non si è fermata lì. Come in ogni gangster story per alleggerire la propria posizione ha tirato in ballo il suo complice, il vice ministro della giustizia Paul McNulty, accusandolo di non avere detto la verità circa i suoi rapporti con la Casa bianca.
A questo punto la posizione dell'amministrazione si fa sempre più difficile. E' probabile che di fronte ad una nuova richiesta di sentire i suoi collaboratori Bush opponga nuovamente il rifiuto, e allora lo scontro tra poteri dello stato, tra l'esecutivo e il legislativo finirà alla Corte suprema. La quale Corte suprema nel lontano 1972 decise già su una materia analoga dando torto a Richard Nixon che si rifiutava sulle stesse basi del "privilegio esecutivo" di consegnare i nastri del Pentagono che potevano (come di fatto avvenne) incriminarlo. Ma oggi la Corte suprema non è più la stessa, c'è una solida maggioranza conservatrice nominata da Bush. Quindi gli esiti di tutta la vicenda sono incerti.
Comunque andrà in ogni caso Monica Goodling non ci ha fatto una bella figura, sicuramente molto peggiore di quella della sua quasi omonima di dieci anni fa.http://www.aprileonline.info/3242/i-guai-della-casa-bianca-sono-biondi
Quello scudo stellare che spacca in due il Continente
La Russia si considera il vero bersaglio. Polonia e Repubblica Ceca aprono le porte agli Usa. E l’Europa?
Giochi di guerra (Menta Kibernes/Flickr)
Il 10 maggio Stati Uniti e Repubblica Ceca hanno iniziato le trattative per installare sul suolo ceco i radar come primo passo per lo scudo antimissile che gli americani vogliono impiantare in Europa, assieme all’indipendenza del Kosovo: due progetti che certo non fanno piacere alla Russia. «L’obiettivo principale dello scudo americano è il nostro Paese» afferma il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate russe Yuri Baluyevski. Il 15 maggio la segretaria di Stato americana Condoleezza Rice è stata a Mosca per assicurare a Putin che l’obiettivo è invece proteggere l’Europa da possibili attacchi iraniani.
Europa divisa
Il presidente del Consiglio degli Affari Esteri dell’Ue, Franz Josef Jung, propone di estendere lo scudo «nel sud dell’Europa perché il pericolo non è l’Iran, ma il terrorismo» islamico molto attivo nel Maghreb. Timore condiviso da Daniel Keohane, ricercatore irlandese dell’Istituto europeo per gli studi sulla sicurezza:«Non c'è solo l'evidente minaccia del Medio Oriente, da dove potrebbero partire, per esempio, eventuali attacchi aerei suicidi. Esistono altri territori vicini e potenzialmente pericolosi come l’Algeria, anche se questo non significa che gli algerini che vivono in Europa sono pericolosi». L’Europa è padrona della sua sicurezza aerea di fronte alla possibilità di attacchi sul suo territorio? Javier Solana, responsabile della Politica europea per la sicurezza e la difesa, sostiene che «le istituzioni comunitarie devono trattare con trasparenza l’affare dello scudo antimissile». Alcuni Paesi, infatti; potrebbero sentirsi discriminati sia per non essere protetti dallo scudo, sia per non essere inclusi nel Sistema nazionale di difesa antimissile degli Stati Uniti.
Aumentano le competenze della Nato
A partire dagli attentati dell’11 settembre, Stati Uniti e Nato hanno moltiplicato i loro contingenti militari in Medio Oriente per la lotta contro il terrorismo internazionale, preoccupando Russia e Cina. La Nato, sotto la cui responsabilità cadrebbero i 10 missili intercettatori e il radar che diventerà operativo dopo il 2012 - potrebbe essere superata da organizzazioni di difesa sovranazionale concorrenti. «Per combattere contro il terrorismo e risolvere crisi regionali» – per dirla con le parole del comandante russo Vladimir Moltenskoi – da agosto del 2005 e per la prima volta nella storia, Cina e Russia hanno cominciato a fare esercitazioni militari congiunte. Si tratta di consultazioni politico-militari e manovre di terra, mare e aria con l’Organizzazione di cooperazione di Shangai (Ocs). Nata nel 1996, questa organizzazione raggruppa Russia, Cina, Kazakistan, Kirgikistan, Uzbekistan e Tagikistan, più quattro osservatori (India, Iran, Pakistan e Mongolia).
Sebbene non ci sia l’intenzione ufficiale di trasformarla in un blocco militare, i piani di ritiro di Stati Uniti e Nato dall'Iraq e dall'Afghanistan rimettono in discussion il principio di non intervento. Se le truppe occidentali si ritirano, infatti, l’Ocs avrà probabilmente sempre più influenza nei conflitti asiatici. Supponendo che l’Iran decida di aderire all’Ocs e di beneficiare della sua protezione, non è da escludere che gli occidentali potrebbero subire degli attacchi da Teheran.
Secondo il ricercatore Keohane «dato che non sappiamo cosa succederà in Iraq, Afghanistan o Iran nei prossimi dieci anni, bisogna considerare tutte le possibilità: lo scudo antimissile può essere un mezzo di dissuasione». «Il dibattito – aggiunge – non è tecnico, dato che l’utilità dello scudo è certa, bensì politico, poiché infastidisce la Russia. Russia e Cina devono cooperare su molti aspetti economici con l’Occidente (il 55% delle esportazioni russe sono dirette all'Ue) e l’India è molto indipendente. Sarà difficile che trovino un accordo su un'organizzazione militare».
L'Ue territorio statunitense?
In questa situazione, l’Unione Europea non appare un attore rilevante e indipendente. In un rapporto pubblicato recentemente dal Ministero della Difesa spagnolo si legge che "l'Unione Europea non convincerà mai gli Stati Uniti a considerarla un socio politico di prima grandezza se non perseguirà una politica comunitaria di sicurezza e difesa". La peculiarità dell'Europa è quella di limitarsi alle missioni di pace e per Keohane «il suo ruolo come attore globale non è credibile. In caso di guerra l’appoggio degli Stati Uniti sarebbe indispensabile poiché le truppe europee non hanno accordi su aspetti basilari come la logistica e il trasporto». Per il ricercatore lo scandalo dei voli della Cia ha evidenziato «una falla nella comunicazione e un errore da risanare affinchè possa continuare la cooperazione tra Europa e Stati Uniti». E l'Unione Europea non sia stata ancora invitata a una serie di incontri che Stati Uniti e Russia stanno organizzando per settembre per accordarsi sullo scudo antimissile. Solo un caso?
Ambiente e riscaldamento del pianeta, integrazione e immigrazione, lotta alla criminalità organizzata. Queste sono alcune tra le più importanti sfide che il panorama globale ci chiama ad affrontare nel breve e lungo periodo.
Di fronte a questi temi l’Europa non può rinunciare a giocare un ruolo determinante, efficiente, innovativo. Non può rinunciarvi perché la realtà globale ha bisogno di una Ue attiva, capace di proporre soluzioni, di agire per metterle in pratica, di essere protagonista all’interno del dibattito globale tra le potenze occidentali e gli interessi delle potenze emergenti.
Ma l’Europa non può rinunciare a questa missione che la vuole alla ricerca di un ruolo determinante (e determinato) nelle politiche globali perché ha i mezzi e le caratteristiche necessarie per farlo, e non può tirarsi indietro.
La questione è affrontata nel pamphlet L’Europa nel mondo. Scelte politiche per la sicurezza e la prosperità pubblicato in diverse lingue da E3G, un think tank inglese che si definisce come “una organizzazione no profit che lavora nel pubblico interesse per accelerare la transizione globale verso uno sviluppo sostenibile”.
I problemi citati dimostrano ogni giorno di più la loro urgenza, si legge nelle pagine firmate da Tom Burke e Nick Mabey, e la soluzione richiede azione.
L’Europa, insistono gli autori, deve farsi carico di scelte politiche chiare e ambiziose come la ridefinizione del successo economico verso l’orizzonte di un benessere sostenibile che coniughi qualità ambientale e mobilità sociale. E poi la ripartizione dei rischi tra le generazioni, l’obiettivo di raggiungere la sicurezza energetica e climatica, la capacità di guardare alla Cina come una risorsa su cui investire. Tutte sfide di grande ambizione, che chiedono all’Europa di avere fiducia in se stessa, nei propri mezzi, nelle proprie capacità.
Insomma, gli autori del pamphlet chiedono all’Europa di essere protagonistai di uno “slancio evolutivo” affinché l’esperienza dell’Ue, che nei suoi primi 50 anni di storia è stata “un circolo virtuoso di crescente successo e capacità”, non si trasformi in breve tempo in “un circolo vizioso di fallimento e declino”.
La strada per evitare che questo accada e per mettere in pratica le scelte proposte, concludono Burke e Mabey, passa per il rinnovamento della democrazia, per la ricerca di strade nuove che vedano l’Europa impegnarsi con i propri cittadini e assegnare loro nuove responsabilità.
La strada di cui si parla è già battuta in numerose realtà nel mondo, è una strada di partecipazione e consapevolezza sulle scelte da prendere, una strada che pone cittadini ed elettori di fronte alla responsabilità di conoscere e valutare prima che la politica decida, una strada che ha la forma dei sondaggi informati e il nome di deliberative democracy.
E’ forse il tempo che l’Europa inizi a percorrerla con decisione e determinazione.
“L’Europa nel mondo. Scelte politiche per la sicurezza e la prosperità” è stato realizzato con licenza Creative Commons.
Il testo completo è disponibile al sito www.europeintheworld.eu
Per maggiori informazioni si può visitare il sito www.e3g.org
Nella classifica del WWF le trenta centrali elettriche più inquinanti d’Europa: hanno emesso nel 2006 393 milioni di tonnellate di CO2: il 10% delle emissioni complessive del'UE
Le trenta centrali elettriche più inquinanti d’Europa sono state oggetto di una speciale classifica curata dal WWF. Questa “sporca trentina” (“Dirty Thirty”) è costituita dalle centrali meno efficienti è quindi più responsabili delle emissioni di anidride carbonica che, nel solo 2006, sono state 393 milioni di tonnellate, cioè il 10% delle emissioni complessive dell'Unione Europea. Di queste, 27 sono alimentate a carbone. Agios Dimitros in Grecia, Frimmersdorf in Germania e Abono in Spagna sono in cima alla classifica.
Il WWF ha considerato le emissioni totali di anidride carbonica delle centrali situate nei 25 paesi facenti parte della Unione Europea e ha classificato i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 secondo il loro grado di efficienza (grammi di CO2 emesse per kWh). La maggior parte delle centrali presenti nella classifica sono situate in Germania (9 impianti), seguita da Polonia (5 impianti), Italia, Spagna, e Regno Unito. Si trovano in Grecia le due centrali a lignite classificate al primo e al quarto posto.
Se la centrale di Brindisi è al 25° posto per le emissioni relative, sale al 9° se consideriamo le emissioni assolute, ossia 22,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotte nel 2006.
In Germania sono presenti cinque delle dieci centrali più inquinanti, e quattro di queste sono dal colosso tedesco RWE. La classifica mostra come siano soltanto sei grandi compagnie a possedere le centrali più inquinanti d’Europa: 19 delle 30 compagnie elettriche analizzate, infatti, sono di proprietà di RWE (Germania), Vattenfall (Svizzera), Enel (Italia), Endesa (Spagna), E.ON (Germania) e del gruppo francese EDF.
Nell’arco dei prossimi vent’anni molte delle più inquinanti centrali alimentate a carbone giungeranno al termine del loro ciclo di vita. Negli scenari di sostituzione di questi impianti si evince come un passaggio dal carbone al gas potrebbe portare, entro il 2030, ad una riduzione delle emissioni di CO2 del 47,8%. Passare a nuove tecnologie a carbone porterebbe, invece, ad una mera riduzione del 13,5 % contro un 73,4% ottenibile con un passaggio alle rinnovabili.
Il caso Litvinenko sbarca a Cannes - di Dimitri Sassone
In questi giorni Cannes sta ospitando una polemica tutta russa. In Francia, e attraverso il cinema, fanno i conti fra di loro le due anime della Russia di oggi. Da un parte quella che punta alla pacificazione e che vuole essere ottimista, anche a costo di sorvolare sulla realtà; dall'altra, quella che ha ancora voglia di tirare fuori gli scheletri dagli armadi e denunciare le storture di una democrazia che, dall'89, a grande fatica cerca di crescere.
Lo scandalo, questa volta, è stato provocato da Aleksander Sokurov, grande regista russo che, all'ultimo momento, ha disertato il festival francese, al quale era atteso per la presentazione del suo ultimo film, “Alexandra”.
La scusa ufficiale è stata la stanchezza e la malattia. Ma , a quanto ha dichiarato al “Corriere della Sera” da Mosca il produttore del film Andrei Sigle, Sokurov è stato “sfavorevolmente spiazzato, anzi offeso” dalla presenza di un documentario sull'agente segreto del KGB Litvinenko, recentemente avvelenato col polonio e morto a Londra.
Il documentario di Andrej Nekrassov e Olga Konskaia, intitolato “Rebellion: The Litvinenko Case”, sarà presentato ufficialmente sabato prossimo, alla presenza della vedova dell'agente.
A quanto pare, dunque, la rinuncia di Sukorov, regista russo di fama mondiale, sarebbe un atto di protesta per l'accostamento del suo film con questo documentario fortemente critico, in cui si denuncia il Cremlino e i servizi segreti russi, accusati di aver ucciso senza pietà un personaggio scomodo.
“Avrebbero potuto almeno avvisarmi prima - ha dichiarato il regista - ma il mio film parlerà da solo”. Queste le parole di Sokurov che, dopo la trilogia del potere, ha trovato in questo ultimo film una poetica riconciliazione attraverso la figura di Alexandra (magistralmente interpretata da Galina Vishnevskaya, leggendaria protagonista dell'Opera russa), nonna dalle spalle larghe che va a trovare suo nipote in guerra nelle fila dell'esercito russo e che, unica donna presente nel campo, porta umanità, comprensione e dialogo.
Il tentativo del regista è quello di annullare qualsiasi riferimento all'attualità e alla politica per esortare il suo popolo a ricucire le ferite e a passare oltre.
“Alexandra”, girato proprio in Cecenia, grazie alla protezione dei servizi segreti russi, è un'opera che parla di guerra pur non mostrandola affatto.
Il conflitto è solo evocato - non si vede e non si sente nemmeno un colpo di fucile - riflesso negli occhi e nelle parole dei soldati.
“Conosco il prezzo terribile che è costata la pace alla Repubblica Cecena. Ma la guerra è terminata e dobbiamo tornare l'uno verso l'altro, rispettando reciprocamente le vittime. Il nostro film è un'opera di finzione e non è in alcun modo un atto politico. Nel nostro film cerchiamo le strade che avvicinano gli uomini, e le troviamo”, ha dichiarato il regista in un'intervista.
Seppur degna di grande rispetto, la posizione pacificatoria del regista russo, ci sembra ingiustificata la sua polemica, anzi fuori luogo, perché ogni film ha diritto di cittadinanza, soprattutto se può stimolare un dibattito.
In più, anche se la guerra in Cecenia è finita la zona è lungi dall'essere pacificata. Allo stesso modo, la Russia post-comunista è assai lontana da una vera democrazia.
Il documentario su Litvinenko, a nostro avviso, oltre a rendere giustizia alla memoria dell'uomo, ha il grande merito di voler mestare nel torbido di un Paese, un cui la gestione del potere si basa fortemente sul segreto, sull'illecito e su meccanismi di stampo mafioso. Sokurov ha concluso le sue dichiarazioni affermando che la sua eroina “potrebbe essere un'americana che rende visita a suo nipote in Iraq, o un'inglese che fa lo stesso in Afghanistan”.
da Off - quotidiano di spettacolo
Il caso Litvinenko sbarca a Cannes - di Dimitri Sassone
Sabato, 26 maggio 2007
In questi giorni Cannes sta ospitando una polemica tutta russa. In Francia, e attraverso il cinema, fanno i conti fra di loro le due anime della Russia di oggi. Da un parte quella che punta alla pacificazione e che vuole essere ottimista, anche a costo di sorvolare sulla realtà; dall'altra, quella che ha ancora voglia di tirare fuori gli scheletri dagli armadi e denunciare le storture di una democrazia che, dall'89, a grande fatica cerca di crescere.
Lo scandalo, questa volta, è stato provocato da Aleksander Sokurov, grande regista russo che, all'ultimo momento, ha disertato il festival francese, al quale era atteso per la presentazione del suo ultimo film, “Alexandra”.
La scusa ufficiale è stata la stanchezza e la malattia. Ma , a quanto ha dichiarato al “Corriere della Sera” da Mosca il produttore del film Andrei Sigle, Sokurov è stato “sfavorevolmente spiazzato, anzi offeso” dalla presenza di un documentario sull'agente segreto del KGB Litvinenko, recentemente avvelenato col polonio e morto a Londra.
Il documentario di Andrej Nekrassov e Olga Konskaia, intitolato “Rebellion: The Litvinenko Case”, sarà presentato ufficialmente sabato prossimo, alla presenza della vedova dell'agente.
A quanto pare, dunque, la rinuncia di Sukorov, regista russo di fama mondiale, sarebbe un atto di protesta per l'accostamento del suo film con questo documentario fortemente critico, in cui si denuncia il Cremlino e i servizi segreti russi, accusati di aver ucciso senza pietà un personaggio scomodo.
“Avrebbero potuto almeno avvisarmi prima - ha dichiarato il regista - ma il mio film parlerà da solo”. Queste le parole di Sokurov che, dopo la trilogia del potere, ha trovato in questo ultimo film una poetica riconciliazione attraverso la figura di Alexandra (magistralmente interpretata da Galina Vishnevskaya, leggendaria protagonista dell'Opera russa), nonna dalle spalle larghe che va a trovare suo nipote in guerra nelle fila dell'esercito russo e che, unica donna presente nel campo, porta umanità, comprensione e dialogo.
Il tentativo del regista è quello di annullare qualsiasi riferimento all'attualità e alla politica per esortare il suo popolo a ricucire le ferite e a passare oltre.
“Alexandra”, girato proprio in Cecenia, grazie alla protezione dei servizi segreti russi, è un'opera che parla di guerra pur non mostrandola affatto.
Il conflitto è solo evocato - non si vede e non si sente nemmeno un colpo di fucile - riflesso negli occhi e nelle parole dei soldati.
“Conosco il prezzo terribile che è costata la pace alla Repubblica Cecena. Ma la guerra è terminata e dobbiamo tornare l'uno verso l'altro, rispettando reciprocamente le vittime. Il nostro film è un'opera di finzione e non è in alcun modo un atto politico. Nel nostro film cerchiamo le strade che avvicinano gli uomini, e le troviamo”, ha dichiarato il regista in un'intervista.
Seppur degna di grande rispetto, la posizione pacificatoria del regista russo, ci sembra ingiustificata la sua polemica, anzi fuori luogo, perché ogni film ha diritto di cittadinanza, soprattutto se può stimolare un dibattito.
In più, anche se la guerra in Cecenia è finita la zona è lungi dall'essere pacificata. Allo stesso modo, la Russia post-comunista è assai lontana da una vera democrazia.
Il documentario su Litvinenko, a nostro avviso, oltre a rendere giustizia alla memoria dell'uomo, ha il grande merito di voler mestare nel torbido di un Paese, un cui la gestione del potere si basa fortemente sul segreto, sull'illecito e su meccanismi di stampo mafioso. Sokurov ha concluso le sue dichiarazioni affermando che la sua eroina “potrebbe essere un'americana che rende visita a suo nipote in Iraq, o un'inglese che fa lo stesso in Afghanistan”.
Martedì scorso nel cuore di Ankara è esploso un ordigno ad alto potenziale. Sei morti e oltre cento feriti. Sono ancora molti i dubbi e le incertezze su movente e responsabili dell’attentato
Ancora molti dubbi ed incertezze aleggiano intorno all’attentato compiuto martedì scorso ad Ankara.
Una bomba ad alto potenziale, plastico A-4, è esplosa in una strada del quartiere di Ulus, la zona che si snoda ai piedi della vecchia cittadella, cuore dell’Ankara popolare.
L’esplosione si è prodotta ad una fermata dell’autobus lungo l’affollatissimo viale che collega la piazza dove sorge il primo Parlamento della repubblica al Museo delle civiltà anatoliche. E proprio nel museo, il più importante del paese, un’ora dopo l’esplosione era previsto il ricevimento inaugurale per la fiera dell’industria militare che si tiene in questi giorni nella capitale.
Pesante il bilancio dell’attentato: 6 morti e più di cento feriti, tra i quali molti pakistani ad Ankara proprio per la fiera.
Tra i primi a raggiungere il luogo dell’esplosione il primo ministro Erdoğan che nelle prime dichiarazioni ha ribadito “la necessità dell’unità nazionale per battere il terrorismo” ed il capo di stato maggiore Büyükanit.
Sul fronte delle responsabilità, fin dalle primissime ore dopo l’attentato, l’attenzione di gran parte dei media si è concentrata sul PKK.
I risultati dei test del DNA effettuati sui resti delle vittime hanno permesso di identificare un giovane di 28 anni, Güven Akkuş. Per il prefetto di Ankara Önal si tratterebbe dell’attentatore suicida. Akkuş però ha un passato di militanza nell’Unione dei Comunisti Rivoluzionari della Turchia (TIKB) che gli è costato due anni di carcere. Un rappresentante della TIKB ha chiamato nei giorni scorsi il sito BIAnet per smentire ogni coinvolgimento nella vicenda e per ricordare che dopo la sua scarcerazione, nel 1998, Akkuş ha interrotto qualsiasi contatto con l’organizzazione. Da allora di che cosa sia stato del giovane non si sa nulla. Si è scritto che si sarebbe avvicinato al PKK e che sarebbe stato addestrato in Iraq. Per il momento solo illazioni prive di qualsiasi riscontro.
Ma perché il PKK avrebbe voluto un’azione di questo genere, nel cuore della capitale, alla vigilia delle elezioni? Lo abbiamo chiesto a Ertuğrul Kürkçü di BIAnet secondo il quale “è difficile capire per quale ragione il PKK avrebbe potuto volere un’azione simile, proprio alla vigilia di elezioni in cui il Partito della Società Democratica (DPT) punta a far entrare un discreto numero di rappresentanti in parlamento”. Kürkçü poi fa notare come siano solo voci mai confermate ufficialmente quelle secondo cui l’organizzazione avrebbe annunciato la volontà di colpire nei grandi centri del paese.
Di parere contrario è Ruşen Çakir, autorevole esperto e commentatore del quotidiano “Vatan”. “Il PKK potrebbe aver compiuto l’attentato per mostrare quali potrebbero essere le conseguenze nel caso di un intervento militare turco nel Nord-Iraq”, dice Çakir.
In un clima di totale incertezza e tensione crescente, nel quale nessuna ipotesi sembra poter essere esclusa, non resta che fare riferimento ai pochi elementi certi che emergono dal drammatico attentato di martedì.
Il primo è il fermo ad Istanbul nelle ore successive all’attentato di 7 persone tra cui una signora di 60 ani che custodiva dell’esplosivo al plastico. Ad Adana una donna di 31 anni è stata arrestata con 11 chili d esplosivo mentre si dirigeva in taxi verso il terminal petrolifero di Ceyhan.
Il secondo elemento è la tempestività con cui alcuni media e rappresentanti ufficiali hanno chiamato in causa il PKK, fin dalle prime ore, in assenza di prove o rivendicazioni.
Il capo di stato maggiore Büyükanit sul luogo dell’attentato ha fatto dichiarazioni che hanno trovato grande eco sulla stampa “Bisogna guardare chi c’è alle spalle dei terroristi”. E nei giorni scorsi il generale aveva mostrato ad Erdoğan le prove della rete di sostegno di cui il PKK godrebbe in Europa. Nelle sue dichiarazioni il generale si è anche lasciato andare ad una profezia inquietante “Ci dobbiamo attendere altri episodi analoghi nelle grandi città del paese”.
Un terzo elemento è rappresentato dalla smentita del PKK che attraverso l’agenzia di stampa Firat ha escluso ogni suo coinvolgimento nell’attentato e l’assenza di qualsiasi rivendicazione. Anche da parte dei Falchi per la libertà del Kurdistan (TAK), che nel recente passato aveva rivendicato attentati rivolti ad obbiettivi civili ad Istanbul ed in alcune località turistiche del paese. Sigla che secondo molti osservatori sarebbe una copertura usata dal PKK per questo genere di iniziative.
E soprattutto vi è il prepotente ritorno al centro dell’attenzione pubblica e dell’agenda politica della questione di un intervento militare turco in Nord Iraq, contro le basi del PKK.
Una ipotesi da tempo sul tappeto e che finora ha prodotto molteplici tensioni. A livello internazionale tra la Turchia e il governo di Baghdad. A seguito delle dichiarazioni del presidente curdo Balzani, “Se la Turchia si immischierà nei nostri affari, noi faremo lo stesso con i problemi di Diyarbakir”, il governo di Ankara aveva inviato una nota diplomatica a Baghdad nella quale chiedeva cooperazione e collaborazione nella lotta al terrorismo.
Solamente nei giorni scorsi il ministero degli Esteri turco ha fatto sapere che Baghdad ha risposto il 17 maggio ribadendo la sua volontà di collaborare.
La tensione è però soprattutto tra il governo Erdoğan e le forze armate. Lo scorso aprile il generale Büyükanit aveva ribadito la necessità di un’operazione militare per la quale però “serve una decisione politica” rimandando di fatto la responsabilità ad un governo, che non sembra entusiasta all’idea di finire nel pantano iracheno. Proprio alla vigilia dell’attentato di Ankara si era verificata l’ennesima frizione, con la decisione improvvisa del governo di destituire dall’incarico di coordinatore della lotta al terrorismo il generale in pensione Edip Başer.
Başer era stato nominato nel settembre 2006 con il compito di collaborare con il suo omonimo americano Ralston nell’obbiettivo di neutralizzare la presenza del PKK nel nord iracheno. Başer aveva ripetutamente criticato il governo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una sua intervista al quotidiano tedesco “Die Welt” nella quale aveva pesantemente preso posizione contro il governo sulla questioni dell’elezione del presidente della repubblica e la laicità.
Pressato di nuovo nei giorni scorsi sul tema dell’intervento in Iraq Erdoğan si è mostrato più possibilista non rinunciando nel contempo a rilanciare la palla ai militari “se ci sono delle richieste particolari noi siamo pronti a prenderle in considerazione.”
E mentre si discute nei palazzi di Ankara, nell’Anatolia sud-orientale continua l’operazione “Incudine” che da aprile vede impegnati più di 20.000 militari sulle tracce dei militanti del PKK. I bollettini di guerra quotidianamente riportano notizie di numerose vittime su entrambi i fronti. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7608/1/51/
Torna nel calcio professionistico tedesco una squadra simbolo della Bundesliga: il St. Pauli. Retrocessa nella Regionalliga Nord, la nostra serie C, del St. Pauli s'erano un po' perse le tracce. E' la squadra simbolo del quartiere portuale di Amburgo, il St. Pauli appunto, la Soho anseatica, l'angolo delle vetrine a luci rosse e i supporter più a sinistra di tutta la tifoseria tedesca (e forse europea), i famosi "pirati". Se date un'occhiata al sito internet della squadra, noterete che, nonostante quel marchietto capitalista (della Nike) che compare in alto a destra, l'homepage assomiglia più a una bacheca di contestatori universitari. Da quelle parti hanno festeggiato fino a notte fonda il ritorno dall'anonimato calcistico. Anche se nessuno aveva davvero dimenticato l'unica squadra del mondo con la maglietta marrone.http://walkingclass.blogspot.com/
Il diario di Walter Veltroni: «Qui hanno incontrato per la prima volta la povertà. E capito che possono fare qualcosa per chi ha meno fortuna di loro».
Il contrasto forte, stridente, arriva subito. Sulla pista di atterraggio dell’aeroporto di Lilongwe il nostro è l’unico aereo. Il traffico, i rumori e la moltitudine di velivoli di Fiumicino sono lontani appena 10 ore, eppure i 150 ragazzi delle scuole romane e i loro insegnanti si rendono subito conto che la distanza è molto più grande, molto più profonda. Sono arrivati in uno dei Paesi più poveri del mondo, e lo sapevano, quando hanno iniziato a raccogliere i fondi per costruire, qui, due scuole.
Dopo il Mozambico e il Rwanda, Roma porta il suo cuore e la sua solidarietà in Malawi, grazie a questi ragazzi fantastici che hanno lavorato mesi per raggiungere il loro obiettivo. Vengono da una trentina di scuole, tra le rappresentanze più folte c’è quella degli studenti di Ostia. Tutti uniti per un traguardo concreto, che diventa visibile, reale, il giorno stesso, quando andiamo a inaugurare la Scuola "Roma" nel distretto di Nkhukwa.
Raggiungiamo i due nuovi edifici dopo circa un’ora di pullman. Ad accoglierci sono i colori, gli sguardi e i sorrisi di centinaia di bambini che cantano e ballano per noi, e in un attimo siamo insieme a loro, a seguire quel canto, Wasa Wasa, fatto di un ritmo e di parole che ci accompagneranno per tutto il viaggio. A Nkhukwa ci sono le autorità locali e i missionari comboniani di padre Mario. Saranno loro a gestire il complesso scolastico: accoglierà oltre 800 bambini che lì potranno non solo studiare, ma anche trovare cibo e acqua. Sono momenti di festa e di commozione. I nostri ragazzi ridono, scherzano, capiscono e si fanno capire con parole e gesti, ma spesso l’emozione arriva forte, e gli occhi si fanno lucidi.
A Nkhukwa non ci sono adulti né, tanto meno, anziani. In Malawi l’aspettativa di vita è fra i 35 e i 37 anni. L’Aids ha creato un vuoto tra le generazioni adulte, e la mortalità infantile è tra le più alte al mondo.
Qui l’acqua è una benedizione
La nuova scuola ha due targhe ben visibili sul muro principale: sono le dediche ad Angelo Frammartino, il giovane volontario accoltellato a morte a Gerusalemme meno di un anno fa, e a Giulia Songini, una studentessa del Liceo Augusto che sarebbe stata con noi se una malattia crudele non se la fosse portata via poche settimane fa.
Rientrando in albergo, sul pullman, i ragazzi parlano tra loro e tutti si ritrovano negli stessi pensieri: «Sapevamo quanto la situazione fosse difficile, sapevamo della povertà, ma vedere la realtà direttamente è tutta un’altra cosa».
Il giorno dopo il programma prevede l’inaugurazione delle aule scolastiche di Matola, un’opera di cui gli studenti di Ostia vanno particolarmente fieri. Durante il tragitto per arrivare sul posto veniamo sorpresi da un violento temporale, ma a nessuno dispiace, perché tutti hanno già imparato che qui in Africa l’acqua è una benedizione. L’allegria delle centinaia di bambini e ragazzi che intonano Wasa Wasa è ancora più bella, sotto l’acquazzone. Facciamo caso a tante bambine, di sei o sette anni al massimo, che tengono il loro fratellino o la loro sorellina appena nati legati con un drappo di stoffa sulla schiena. In Malawi si deve crescere in fretta. Il pomeriggio è dedicato alla visita della missione dei padri Monfortani di Balaka, che è un miracolo concreto per migliaia di persone che possono contare su un ambulatorio, su una scuola, su una mensa e su altri servizi realizzati grazie al trentennale lavoro di questa congregazione guidata da padre Luigi e animata dalla solidarietà di fantastici volontari. Nell’area della missione incontriamo il dottor Mario Spini, un toscano che trasmette sicurezza e competenza, e ci parla del suo centro medico per la lotta all’Aids che sta sorgendo nei pressi.
Il terzo giorno siamo a Zalewa, una località molto conosciuta. Si tratta di un luogo nel bel mezzo della savana, a un’ora di auto dall’unica strada asfaltata del Paese, che ospita un campo di raccolta per rifugiati dell’Acnur-Onu. Ci dicono che è la prima volta che degli studenti arrivano a visitare il campo, a conoscere una realtà così forte.
Oggi i rifugiati sono circa 2.800, ma ai tempi delle guerre in Mozambico, in Congo e in Ruanda qui vivevano 250.000 esseri umani. Gli adulti, molto pochi, non possono tornare nei loro Paesi d’origine. I bambini, moltissimi e per lo più orfani, hanno pochissime possibilità di un futuro migliore. I nostri ragazzi ascoltano le storie di guerra e violenza che alcuni coetanei raccontano, poi raccolgono le lettere che i rifugiati scrivono.
Sono indirizzate soprattutto al Papa, al presidente degli Stati Uniti e al segretario generale dell’Onu. In quei fogli, scritti in inglese o in francese, il concetto espresso è sempre lo stesso: «Non dimenticatevi di noi, aiutateci, portateci via da qui». Un ventitreenne congolese mi mette in mano una lettera scritta in italiano, evidentemente sapeva che ci sarebbe stata la nostra visita. Poi ho scoperto che ne aveva scritte altre 20 uguali, e le aveva distribuite ai nostri ragazzi. Arriviamo, quindi, a Blantyre, la vecchia capitale al tempo del colonialismo inglese. Qui c’è il migliore ospedale del Malawi per la cura dell’Aids ed è gestito da medici e volontari, quasi tutti romani, della Comunità di Sant’Egidio.
La struttura, in pochi anni, ha strappato alla morte migliaia di persone, grazie al progetto "Dream" che fornisce farmaci retrovirali in grado di bloccare il virus dell’Hiv. Con il passare dei giorni il cambiamento di molti ragazzi si fa sempre più evidente, soprattutto per quelli che erano partiti un po’ meno consapevoli di quello che avrebbero trovato.
Quel "senso" che riempie la vita
Una riflessione comune è quella sul "tempo", che in Africa sembra davvero scorrere in un altro modo, più lento, rispetto al nostro. Da qui la nostra società appare frettolosa e distratta, piegata alla logica del consumo immediato e troppo spesso superficiale: auto veloci, elettrodomestici veloci, computer sempre più veloci. La conclusione che i ragazzi si scambiano è sostanzialmente una, ed è quella che noi, che viviamo nella parte ricca e fortunata del mondo, cerchiamo in mille modi di guadagnare tempo, per poi accorgerci di non averne mai abbastanza, e soprattutto di non riuscire, spesso, a impiegarlo dando alla nostra vita quel "senso" capace di riempirla. L’opposto di quello che i ragazzi hanno visto nei missionari e nei volontari che in Malawi conducono un’esistenza veramente dura, lavorando per i più poveri della terra e senza alcun bene materiale. Ma la felicità segna dolcemente i loro volti.
Infine, l’ultima tappa: dopo una visita a un villaggio di pescatori sul lago Malawi, veniamo ospitati nella cooperativa agricola fondata dal nostro concittadino padre Federico Tartaglia, un esempio di come è possibile il riscatto dell’Africa attraverso un’esperienza comunitaria che punta su un’agricoltura moderna e di qualità. A questo punto il nostro viaggio volge al termine, e nessuno ha gran voglia di tornare. I ragazzi parlano tra loro di quello che si potrà fare di concreto per l’Africa, hanno voglia di raccontare quello che hanno visto ai loro compagni di scuola. Sanno di aver vissuto un’esperienza straordinaria, visitando una terra meravigliosa, che ha tante risorse e poco sostegno da parte di chi queste risorse potrebbe contribuire a liberarle. Sanno che molto dipende, purtroppo, dal silenzio che continua ad avvolgere l’Africa, ma sanno che a fare in modo che questo possa cambiare ci penseranno anche loro, ora che sono diventati testimoni.
Walter Veltroni
INSIEME PER L’AFRICA
Il villaggio dei ragazzi di Mbare in Ruanda è il progetto sostenuto da Famiglia Cristiana con il Calendario della Solidarietà 2007, con papa Ratzinger come testimonial. L’iniziativa è stata presentata a Roma, in Campidoglio, l’8 marzo scorso, presenti (nella foto) il cardinale Lopez Trujillo, il sindaco Walter Veltroni e il Direttore don Sciortino.
Amnesty, qualcuno ha paura dei diritti
Elisabetta Rovis http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11837.html
Sono le politiche della paura, messe in atto da governi autoritari, gruppi armati ma anche dai "democratici" regimi occidentali, le principali minacce ai diritti umani. Così almeno la pensa Amnesty international, che mercoledì 24 maggio ha presentato il proprio rapporto annuale sullo "stato di salute" dei diritti umani nel mondo.
Come ogni anno, insieme alle violazioni ci sono anche le buone notizie: il bicchiere lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Quel che c'è di nuovo sono appunto le politiche della paura, che stanno lavorando, anche nel nostro Occidente, non solo per erodere i diritti umani, ma
soprattutto per creare una giustificazione alle violazioni a uso e consumo dell'opinione pubblica. "Attraverso politiche miopi che danno luogo a paura e divisione, i governi stanno compromettendo lo stato di diritto e i diritti umani, attizzando razzismo e xenofobia, separando comunità, acuendo le disuguaglianze e preparando il terreno per altre violenze - ha detto il presidente della sezione italiana di Amnesty Paolo Pobbiati - Le politiche della paura alimentano una spirale di violazioni dei diritti umani, in cui nessun diritto è più intoccabile e nessuna persona è al riuparo.
La "guerra al terrore" e la guerra in Iraq, col loro campionario di violazioni dei diritti umani, hanno
creato profonde spaccature che stanno gettando un'ombra sulle relazioni internazionali". Proprio sulle violazioni dei diritti attuate nel corso della cosiddetta guerra al terrore Amnesty ha lanciato la campagna "Più diritti, più sicurezza", che ha denunciato sequestri, arresti arbitrari, torture e rapimenti che hanno coinvolto non solo gli Stati Uniti ma anche buona parte di quelli europei.
Tra i fatti più rilevanti del 2006, Amnesty ricorda ancora l'immobilismo della comunità internazionale davanti a grandi crisi come il conflitto in Libano dello scroso agosto, o quello nel Darfur; e ancora altre opportunità perse come la gestione del dopoguerra in Afghanistan e Iraq.
Resta critica la situazione della libertà d'espressione, violata in decine di paesi, dalla Turchia dove si incriminano gli scrittori scomodi, alle Filippine dove si uccidono gli attivisti politici, dalla
Cina, dove Internet è più uno strumento di controllo che di libera comunicazione, alla Russia [il rapporto 2007 è stato dedicato alla giornalista Anna Politkovskaya].
E ancora, tra le maggiori emergenze dei diritti umani denunciate da Amnesty, la violenza contro le donne [una donna su tre è stata vittima di violenze o di abusi, generalmente all'interno delle mura di casa]; la tratta di esseri umani, che coinvolge ogni anno 2 milioni di donne e bambine; il traffico indiscriminato di armi, la pena di morte, e la tortura, che al momento risulta praticata in ben 102 stati.
Come detto all'inizio, ci sono anche le buone notizie, quelle che mandano avanti la speranza e il lavoro di chi difende i diritti umani. Buone notizie sono la liberazione dei prigionieri di coscienza, come Nguyen Khac Toan, cyberdissidente vietnamita arrestato nel 2002 per "spionaggio" [aveva denunciato in un' e-mail la confisca dei terreni agricoli] e condannato a 16 anni, o Akhbar Ganji, giornalista iraniano condannato a 10 anni nel 2000 per "propaganda contro il sistema islamico". Buone notizie sono l'abolizione della pena di morte nelle Filippine, l'introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano [ora il disegno di legge è in discussione al Senato], o l'inizio dei lavori per un Trattato internazionale sul commercio di armi leggere.
Buone notizie che singolarmente consolano ma che non bastano: "Così come il riscaldamento globale richiede un'azione basata sulla cooperazione internazionale - ha detto Paolo Pobbiati - allo stesso modo la situazione dei diritti umani può essere affrontata solo attraverso un grande impegno globale e il rispetto per il diritto internazionale".
DARFUR: ONU INSISTE SU INVIO FORZA CONGIUNTA CON UA
Il Consiglio di sicurezza dell’ONU è tornato nuovamente a proporre al governo di Khartoum l’invio di una forza di pace congiunta con l’Unione Africana (Ua) di circa 20.000 uomini nella regione occidentale sudanese del Darfur, teatro dall’inizio del 2003 di un conflitto che ha scatenato una grave crisi umanitaria. Riunendosi ieri al Palazzo di Vetro, il Consiglio ha di fatto insistito sulla proposta osteggiata da Khartoum secondo cui il dispiegamento di una forza internazionale equivarrebbe a rimettere il paese sotto mandato straniero. La proposta è stata consegnata dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon all’ambasciatore sudanese al Palazzo di Vetro, Abdalmahmud Abdalhalim, affinché la presenti al governo di Khartoum. Il Consiglio ha al contempo rilanciato un appello a tutte le parti coinvolte nel confitto in corso dal febbraio 2003 in Dafur a “sostenere il processo politico, mettere fine alle violenze contro la popolazione civile e agli attacchi contro i ‘peacekeepers’ e facilitare gli aiuti umanitari”. Secondo l’ultimo rapporto dell’ONU sulla situazione umanitaria in Sudan sono 110.000 le persone che nei primi tre mesi dell’anno sono state costrette ad abbandonare le proprie terre ed abitazioni per cercare rifugio in campi per sfollati del Darfur; sale così a 2 milioni e 100.000 persone il numero complessivo di sfollati da quando il Darfur è divenuto teatro di scontri tra movimenti combattenti anti-governative e le forze di Khartoum, sostenute da milizie arabe locali.http://www.misna.org/
Domenica 27 in Siria va in scena il referendum per l'elezione del presidente, o meglio, per la ri-elezione di Bashar Assad. Il risultato della consultazione, infatti, è praticamente certo, visto che si tratta di un referendum in cui i cittadini dovranno esprimersi a favore o contro l'elezione del candidato proposto dal partito Baath, al potere ininterrottamente dal 1973.
Candidati a sorpresa. La scorsa elezione, nel 2000, il presidente Bashar Assad venne eletto con oltre il 97 percento dei voti, una performance degna di un regime, ottenuta allora forzando le leggi che gli avrebbero impedito di candidarsi per via della sua giovane età. Questa volta però, almeno sulla carta, il presidente potrebbe avere degli avversari. Nei giorni scorsi alcuni noti dissidenti e oppositori hanno annunciato di aver proposto la loro candidatura alla presidenza. Sono Abdullah Khalil, un famoso avvocato di Raqqa, e Abdul Ghafour al-Sabouni, già segretario del Baath ad Aleppo, ora in esilio in Yemen. Abdullah Khalil, membro del Syrian Human Rights Committeee, ha inoltrato la domanda di partecipazione ma dichiara di nutrire poche speranze che venga accettata. L'accettazione delle candidature è prerogativa del Comando Regionale del Partito Baath, un organismo diretto dallo stesso presidente. Da quando ha proposto la sua candidatura, racconta l'avvocato Khalil, “i miei clienti hanno rifiutato di apparire con me in tribunale e altri colleghi hanno smesso di parlarmi in pubblico”.
Riforme urgenti. Il referendum insomma è una pratica di facciata, che permise al padre di Bashar, Hafez, di essere rieletto per 5 mandati di fila. Abdullah Kalil sa di non avere speranza, ma ha spiegato che la sua candidatura non è solo simbolica. Ha un programma elettorale completo e se verrà ammesso alla competizione, lo pubblicherà. Se invece non verrà ammesso, si appellerà alla Corte Costituzionale. I candidati a sorpresa si sono infatti approfittati di una legge siriana che assicura “a ogni cittadino il diritto di concorrere alla presidenza”. “Aprire la scena anche a personalità sganciate dal Baath aiuterà il paese a fronteggiare le pressioni e legittimerà il regime -ha dichiarato l'avvocato Khalil-. Se vincerà, Bashar diventerà un presidente legittimo, ma se vincessi io trasformerei il sistema attuale in uno multi-partitico, in cui anche i Baathisti non verranno discriminati”. In questo clima di campagna elettorale anche altri dissidenti hanno fatto sentire la propria voce, come Abdel Halim Khaddam, ex esponente del Baath in esilio a Parigi, che ha tuonato: ”Assad sta a capo di una mafia che ha impoverito il paese. Un regime corrotto che nega le libertà civili. Serve una svolta democratica”. Anche Riad al Turk, detenuto politico per 17 anni, ha voluto ammonire il presidente: “Un terremoto potrebbe essere evitato se Bashar sceglierà la via della riconciliazione, della democrazia e della lotta alla corruzione -ha detto-.Potrebbe succedere, ma non ci spererei”
L'amato presidente. Nonostante le molte critiche al regime, ieri trecentomila siriani sono scesi in piazza, a Damasco, per manifestare a sostegno del presidente, sventolando le bandiere del partito Baath e cartelloni con scritto “Ti amiamo”, “Sì allo sviluppo”, “Sì alla sicurezza”. Slogan che curiosamente riflettono quelli usati nella campagna elettorale del presidente. Normalmente in Siria, l'immagine del presidente campeggia fiera per le strade, nei negozi e in ogni luogo pubblico, ma lunedì scorso la capitale siriana si è svegliata tappezzata di migliaia di nuove immagini di Bashar Al Assad accompagnate da due motti: "Sono con voi" e " Vi amo". Nonostante le molte critiche e l'abnorme numero di prigionieri politici in Siria, Assad sa di poter contare sull'argomento della coesione di fronte al nemico straniero, un pericolo che gli consente di mantenere le leggi d'emergenza e di perseguitare qualunque forma di opposizione.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8016
La Borsa cinese e il rischio della crisi economica di Maurizio d'Orlando Gli alti e bassi della Borsa di Shanghai, la febbre per gli immobili vuoti preoccupano gli economisti mondiali. A rischio vi è lo scoppio di una bolla finanziaria che coinvolge tutto il mondo.
Milano (AsiaNews) – Secondo alcuni economisti, il mercato finanziario cinese è sull’orlo dello scoppio di una bolla speculativa. Se il governo non interviene abbassando la crescita economica, il rischio è la destabilizzazione della società.
Nell’ultimo anno e mezzo la borsa di Shanghai ha avuto un aumento del 235 %; quella di Shenzhen, nello stesso periodo, è cresciuta del 289 %. La frenesia borsistica ha ormai contagiato tutti nella fascia costiera, la più industrializzata della Cina. Non di rado gli studenti universitari giocano in borsa il contante destinato a coprire le spese di vitto e alloggio e le rette per gli studi. Gli impiegati comprano e vendono in borsa fino a quando essa chiude e subito dopo iniziano a svolgere il lavoro da cui traggono lo stipendio. Anche i pensionati investono in borsa. Alcuni ipotecano perfino l’appartamento per comprare azioni. A tutte le età, dal medico al portiere, tutti giocano in borsa. La passione dei cinesi per i giochi d’azzardo e la venerazione per la fortuna non è certo una novità, ma è di oggi il fatto che anche le imprese cresciute in poco tempo con la grande espansione economica di questi anni, trascurano il proprio settore di base per dedicarsi ai giochi finanziari.
Crescita economica e yuan sottovalutato
Tale frenesia ha certo buone giustificazioni. Nel 2006 la crescita dell’economia cinese è stata del 10,7 % ; nel corso del primo trimestre 2007, il Pil (Prodotto interno lordo) è aumentato dell’11,1 % su base annua e questo è il quarto anno consecutivo di un’espansione ad un ritmo vicino o superiore al 10 %. È anche vero, però, che un nucleo di realtà è la base per molte esagerazioni. La crescita borsistica cinese è ormai troppo gonfiata rispetto alla pur forte espansione dell’economia reale: lo si desume da un parametro di valutazione abbastanza significativo: il rapporto tra i prezzi medi di borsa e gli utili medi delle aziende quotate. Alla borsa di Shenzhen tale rapporto è 60; quello della borsa di Shanghai è leggermente inferiore. A titolo di paragone, nel Dow Jones americano, il medesimo rapporto è circa 17. In altri termini, per le imprese quotate a Shenzhen, supponendo che gli utili attualirimangano sempre invariati, il prezzo attuale di borsa è pari alla somma degli utili per i prossimi sessanta anni e questo sembra francamente poco ragionevole.
Un multiplo superiore al normale non sempre è sintomo di una sopravvalutazione: gli economisti parlano in questi casi di previsioni di crescita. Ad esempio un multiplo di 60 potrebbe corrispondere ad una previsione di utili pari a dieci volte quelli attuali per i prossimi sei anni. Anche questo però non sembra molto ragionevole. In teoria l’andamento della borsa, se sufficientemente rappresentativa, dovrebbe riflettere quello generale dell’economia del paese. È intuitivo che difficilmente l’economia della Cina potrà decuplicare ogni anno per i prossimi sei anni. In alternativa possiamo ipotizzare che l’economia cinese mantenga gli attuali ritmi di crescita. Per poter considerare realistica l’attuale capitalizzazione di borsa, cioè il valore globale di tutte le imprese quotate calcolato sulla base dei prezzi di listino, dovremmo presupporre la continua progressione di una smisurata concentrazione della ricchezza nazionale cinese in poche imprese ed in poche mani. Anche questa ipotesi è però poco probabile perché, pur con tassi di crescita che nel resto del mondo sono solo un sogno, il livello dei conflitti sociali gravi, circa trecento all’anno, salirebbe in maniera esponenziale e difficilmente sostenibile, anche mediante un aumento, ad esempio, della repressione.
Può la Cina continuare la propria corsa ?
Pur supponendo che sia possibile che la concentrazione di ricchezza finanziaria aumenti a dismisura, non sarà facile soddisfare la condizione precedentemente presupposta, vale a dire il mantenimento degli attuali ritmi di crescita economica.] Nel caso della Cina, la sua popolazione è il 22 % di quella mondiale, mentre il suo Pil rispetto a quello mondiale è ancora relativamente basso,
circa la metà, se calcolato agli attuali tassi di cambio . Il mantenimento di un tasso di crescita economica annuo simile a quello attuale, diciamo del 10 %, significa il raddoppio, in circa sette / otto anni, del valore globale dell’economia cinese. Apparentemente potrebbe sembrare ragionevole o quanto meno possibile. In fin dei conti tale crescita significherebbe che il reddito pro capite cinese tra sette / otto anni sarebbe vicino a quello medio mondiale attuale.
D’altro canto, dall’anno 1 dell’era cristiana fino al 1820 circa, il Pil cinese variava tra circa il 26 ed il 36 % di quello mondiale. Dalla prima metà dell’800 - dall’introduzione dell’oppio a cura degli inglesi - tale rapporto è andato diminuendo fino a toccare un minimo negli anni di Mao (nei primi anni ‘70 era attorno al 7 % di quello mondiale). Secondo la Banca Mondiale (BM), nel 2005 il Pil cinese era il 14,37 % di quello mondiale. È stata senz’altro una bella galoppata, sviluppata per di più in un arco di tempo irrisorio in termini storici, ma a prima vista potrebbe esserci ancora spazio per il raddoppio del valore attuale dell’economia cinese in un arco temporale di sette / otto anni. Se nel 1820 il reddito pro capite cinese era il 36 % di quello mondiale perché nel 2015 non potrebbe situarsi tra il 20 e il 30 % di quello mondiale ?
Il punto è che quel 14,37 % di cui si è detto è calcolato in termini di parità di potere d’acquisto, l’unico metodo che consente paragoni più o meno ragionevoli tra paesi del mondo e situazioni molto differenti[1]. Se invece si fa il raffronto a tassi di cambio di mercato[2] , il Pil cinese, sempre nel 2005, è stato grosso modo, secondo i dati della BM, appena il 5,5 % di quello mondiale. La sproporzione tra i due dati, il 14,37 % ed il 5,5 % del Pil mondiale, entrambi relativi allo stesso anno, è più che evidente ed è interamente dovuta alla spropositata sottovalutazione della valuta cinese, lo yuan, e le stesse autorità cinesi lo sanno bene. È infatti evidente che gran parte della crescita economica reale di questi anni è il risultato proprio di un deliberato artificio finanziario, la sottovalutazione dello yuan (RMB).
La rincorsa dell’economia cinese in circa trenta anni, dal 7 % al 14,37 % in termini reali, è stata ottenuta grazie al traino delle esportazioni sotto costo e dunque in un certo senso a spese del resto del mondo. Questo modello di sviluppo difficilmente potrà reggere ulteriormente. È infatti forse poco noto che già ora il Pil cinese, in termini reali, cioè a parità di potere d’acquisto, vale 8.814 miliardi di dollari ed è il secondo al mondo dopo quello degli Stati Uniti, che vale 12.416 miliardi di dollari (dati BM relativi al 2005). Se dovesse permanere l’attuale differenziale di crescita economica è facile prevedere che in pochi anni il Pil cinese finirebbe per sopravanzare quello americano. Se finora, per una serie di calcoli politici e di interessi economici specifici, i dirigenti cinesi hanno avuto di fatto mano libera in questa loro pluriennale manipolazione del cambio e delle esportazioni, non sembra ragionevole supporre che continueranno a trovare le porte aperte per mantenere un modello di sviluppo a spese del resto del mondo e squilibrato all’interno.
Frenare la crescita e rivalutare lo yuan: i rischi della Cina
Da quando la BPC, la banca centrale cinese, nel luglio del 2005 ha permesso una più che controllata fluttuazione dei cambi, la valuta cinese si è apprezzata di un po’ più del 5 % e nel primo trimestre di questo anno pari a 0,96 %. Per evitare aspettative di eccessive rivalutazione del cambio è però subito sceso in campo il Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale. Secondo una nota resa pubblica lo scorso 10 maggio[3] , un ulteriore incremento del 5 – 10 % del tasso di cambio comporterebbe la perdita di circa 3,5 milioni di posti di lavoro, mentre il reddito, già molto basso, di circa 10 milioni di contadini ne sarebbe compromesso. In base alle statistiche ufficiali gli addetti alle imprese industriali e manifatturiere dedite all’esportazione sono circa 70 milioni mentre 100 milioni sono gli occupati in agricoltura che producono derrate destinate ad essere esportate. Si noti inoltre che mentre la disoccupazione nelle zone urbane e costiere è circa il 4 %, in realtà se si include la sotto-occupazione rurale, la percentuale dei disoccupati in Cina è del 10 – 14 %. Se le autorità monetarie permettessero una rivalutazione del tasso di cambio in linea con il potere d’acquisto interno, esploderebbe il già forte livello di conflitti sociali, che per il momento si mantiene ancora a bassa intensità e a livelli controllabili. Anche se i dirigenti cinesi volessero collaborare con le autorità occidentali, non possono permettersi di rallentare le esportazioni perché in tal caso sarebbe a rischio l’equilibrio politico interno ed in ultima analisi il proprio potere.
Da qui nasce il groviglio finanziario. Con lo yuan artificialmente basso, la Cina continua ad accumulare surplus record di riserve di valuta estera generate dalle esportazioni. Nel 2006 il surplus commerciale cinese ha raggiunto il livello record di 177,5 miliardi di dollari, con un incremento del 74 % rispetto all’anno precedente. Perciò, la People’s Bank of China (la PBC, la banca centrale), detiene più di 1.200 miliardi di dollari di riserve valutarie, più di qualsiasi altra banca centrale al mondo ad eccezione di quella degli Stati Uniti che non ha la necessità di mantenerne. La Federal Reserve americana, infatti, può stampare dollari a volontà, ipso facto generando valuta che, dagli accordi di Bretton Woods del 1944 e poi dall’inconvertibilità aurea decretata il 15 agosto 1971, ha valore di riserva.
La bolla finanziaria
L’origine della bolla finanziaria cinese è proprio in questa massa di liquidità in dollari generata dal surplus delle esportazioni. I dollari generati dalle esportazioni, convertiti in yuan per le aspettative di rivalutazione, non appartengono alle aree rurali interne della Cina e pertanto non raggiungono quelle zone che più ne avrebbero bisogno, né in termini di investimenti in grandi infrastrutture, né in maggiori consumi, per innalzare un tenore di vita di pura sussistenza. Tali disponibilità monetarie vanno invece ad alimentare conti correnti a vista, remunerati dalle banche cinesi con un basso tasso d’interesse il cui controvalore globale è di circa 4.000 miliardi di dollari. Il piccolo risparmiatore cinese delle zone industrializzate sa per esperienza che le banche locali hanno una affidabilità non eccelsa. Infatti il sistema bancario cinese è stato sì ricapitalizzato più volte negli scorsi anni ma non è stato ristrutturato a fondo perché il potere di erogare a discrezione il credito bancario è una delle basi primarie del controllo politico interno da parte della dirigenza comunista cinese. È così che, in mancanza di un adeguato sistema pensionistico o di fondi pensione privati e non avendo altra alternativa che il conto corrente a bassa remunerazione presso banche - solo pochi anni fa rivelatisi alquanto fragili - inizialmente l’investimento in borsa poteva essere visto come un’opzione non del tutto sconsiderata. Pur essendo la borsa cinese nella sua prima infanzia e non garantendo di certo livelli specchiati di trasparenza, in fondo l’affidabilità dei conti delle imprese quotate non era di sicuro peggiore di quelli delle banche locali. L’alternativa alla borsa ed ai conti correnti era l’investimento immobiliare e di fatti i prezzi nelle zone costiere ed in particolare di Shanghai hanno raggiunto livelli speculativi difficilmente giustificabili in termini di utilizzo a scopi abitativi o commerciali. Molti edifici rimangono perciò vuoti. La caratteristica davvero peculiare della Cina di oggi è che, parallela alla frenesia di borsa, si è infatti sviluppata una corsa al mattone, quello che solitamente è considerato un bene rifugio alternativo all’azzardo dei mercati finanziari. Da ultimo, ma non meno importante, è opportuno ricordare che molti dei dollari generati dalle esportazioni sono impiegati dalle banche e dalla stessa PBC per finanziare il debito americano. C’è però da dubitare che tutto ciò possa durare a lungo. AsiaNews suggerisce dunque di disinvestire dalla borsa cinese ? Francamente non è proprio la nostra missione fornire consulenze e pareri di gestione patrimoniale. D’altro canto già da mesi alcuni gestori bisbigliano ai clienti più fidati di “alleggerire” quanto investito nella borsa cinese.
La crisi della Cina e la crisi mondiale
D’altra parte non è del tutto sicuro che un crollo della borsa cinese sia così imminente. La ragione è che il Partito Comunista al potere celebrerà il suo 17° congresso il prossimo autunno per approvare importanti cambiamenti al vertice ed eleggere un nuovo governo in marzo. In queste occasioni, se si può trarre una qualche indicazione da precedenti storici recenti, c’è da attendersi che, per propagare ottimismo ed entusiasmo nell’economia e nella società, la dirigenza cinese sarà più propensa ad indulgere nella spesa pubblica e negli investimenti, che al rigore.
Ma non tutto può conformarsi alle esigenze dell’agenda e del ciclo politico. Secondo alcuni analisti se l’indice della borsa di Shanghai raggiunge quota 4.000 – al momento è attorno a 3.500 – anche per la principale piazza borsistica della Cina il multiplo delle quotazioni di mercato rispetto agli utili sarebbe 60. Si tratta di una soglia molto significativa: questo era il livello raggiunto dalla borsa giapponese nel 1987, prima del crollo che aprì la lunga stagione di una stagnazione ultra decennale di tutta l’economia, da cui a stento il Giappone ne è uscito solo da poco. Simili considerazioni si possono sviluppare relativamente allo scoppio a Wall Street e poi in America della bolla speculativa della “New Economy” e relativamente alla crisi finanziaria monetaria ed economica che, originatasi nel luglio del 1997 in Thailandia, si propagò poi al resto dell’Asia e nel 1998 alla Russia.
Il ciclo decennale sembra dunque prossimo ad una nuova scadenza nel 2007 o nel 2008, con una differenza significativa: il ruolo delle banche centrali e delle istituzioni monetarie questa volta potrebbe essere minore. Il crollo del 1987 fu la conseguenza della stretta monetaria imposta dagli Stati Uniti al Giappone con l’accordo del Plaza nel 1985. Il governatore della Federal Reserve di allora, Volker, voleva limitare le esportazioni giapponesi che allora dilagavano sul mercato americano, come ora quelle cinesi. Nel 1997 il crollo fu attribuito alla stretta imposta dal Fondo Monetario Internazionale alle economie a quell’epoca emergenti della regione, (Corea del Sud, Taiwan Tailandia, Indonesia e Filippine) le cosiddette allora tigri asiatiche, che da tale momento non si sono più del tutto riprese con gli stessi ritmi di crescita. Oggi il dominio delle banche centrali e delle istituzioni monetarie sembra molto minore. La finanza “innovativa” – derivati finanziari, fondi speculativi ad alto rendimento, cartolarizzazioni e molte altre simili alchimie – la liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione hanno prodotto una bolla monetaria probabilmente senza precedenti nella storia, di cui quella cinese non è che un corollario. Secondo dati della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea, la “banca centrale” delle Banche Centrali, il volume globale della “quasi moneta” è pari a circa 50 volte il volume del Pil mondiale. È una bolla incandescente di denaro cartaceo, o meglio elettronico, senza sostanza, che si può propagare ad una velocità incontrollabile e che ormai può facilmente travolgere ogni autorità ed istituzione monetaria ed economica. Basta solo una piccola scintilla per incendiare tale bolla e tale scintilla potrebbe scoccare in Cina. Gli effetti verrebbero risentiti in tutto il mondo, e non sarebbero diversi da quelli derivati dallo scoppio di simili bolle nella storia: un impoverimento per molti e la concentrazione di ricchezze e potere in mano a pochi. La globalizzazione non ha annullato il ciclo economico: forse lo ha solo un po’ allungato e ne ha reso gli effetti più generalizzati e probabilmente più profondi.
[1] Tale metodo è simile concettualmente al metodo Geary-Khamis utilizzato per i confronti storici.
[2] Occorre ricordare però che in Cina il tasso di cambio è ancora stabilito dalla Banca Centrale, vale a dire da funzionari del Partito Comunista.
L’evasione fiscale internazionale cospira contro qualsiasi sforzo messo in atto per risolvere la situazione di miseria vissuta da miliardi di abitanti del pianeta.
“Se i ricchi e le multinazionali pagassero le tasse dovute, si potrebbero comodamente finanziare gli Obiettivi del Millennio”. Questa è la tesi principale dell’economista svizzero Bruno Gurtner, eletto nel gennaio 2007 Presidente del Comitato Direttivo Globale della Rete per la Giustizia Fiscale (Tax Justice Network).
Gurtner è responsabile del programma di finanza internazionale della “Alleanza Sud”, una piattaforma che riunisce 6 delle grandi ONG svizzere di cooperazione allo sviluppo.
LA RETE, FRUTTO DEI FORUM SOCIALI
D: Che significato ha realmente la sua recente nomina a capo della Rete per la Giustizia Sociale, avvenuta nel gennaio scorso a Nairobi?
R: Lo considero un doppio riconoscimento. Prima di tutto verso lo sforzo che stiamo realizzando da anni come Alleanza Sud, poi anche verso il mio lavoro concreto. O, meglio, la comprensione che la mia attività professionale viene dal cuore, così come il mio impegno.
L’Alleanza Sud è uno dei cofondatori della Rete per la Giustizia Sociale e ci occupiamo da molto tempo di questi temi sensibili. Abbiamo partecipato nel novembre 2002 - a Firenze - al primo Forum Sociale Europeo, in cui era emersa esplicitamente la volontà di creare una rete. Questa volontà si è confermata in seguito nei Forum Sociali Mondiali di Porto Alegre e Bombay e oggi è diventata una realtà.
D: Secondo quanto lei afferma, si può pensare in qualche modo alla Rete come proveniente dai forum sociali...
R: I forum sono stati spazi in cui era presente molta gente preoccupata sul tema della finanza internazionale e dei suoi derivati. Noi abbiamo utilizzato questi spazi per rafforzare la nostra comunicazione e il consolidamento della nostra rete.
IL FURTO CONTRO LO SVILUPPO
D: Quali sono le reali dimensioni dell’impatto per il Sud del mondo dovuto alle imposte non pagate e al denaro che si volatilizza?
R: Non esistono statistiche chiare, per questo il nostro lavoro si basa su stime approssimate.
Esistono cinque meccanismi principali attraverso i quali i grandi capitali individuali e le imprese multinazionali non pagano le loro imposte.
Il primo è dovuto all’economia informale, cioè un intero settore che non genera contributi fiscali.
In secondo luogo, i capitali di persone molto ricche che vengono depositati al di fuori dei rispettivi paesi.
Il terzo sono le attività che permettono alle multinazionali di esportare i profitti. In questo senso, utilizzano un meccanismo molto generalizzato: quello di sovrastimare il prezzo delle importazioni e sottostimare quello delle esportazioni. In questo modo si aumentano artificiosamente i costi di quanto viene comprato dall’estero e normalmente il pagamento di questo “plus” avviene verso una filiale estera di una stessa impresa: due terzi del commercio mondiale consistono in transazioni fra succursali della medesima compagnia.
Un quarto livello è quello della ben nota competizione fiscale fra paesi diversi con agevolazioni fiscali per attirare capitali dall’estero.
L’ultimo è semplicemente l’atteggiamento di invidui facoltosi o di grandi imprese che non pagano le imposte dovute, di fronte all’incapacità delle autorità preposte di far loro rispettare gli obblighi fiscali.
D: Potrebbe in qualche modo quantificare l’impatto di questi meccanismi di evasione fiscale a livello internazionale?
R: Le entrate mondiali annuali relative a patrimoni personali non dichiarati – e qui non teniamo conto delle imprese – ammonterebbero circa a 860 miliardi di dollari. Se calcoliamo una tassazione moderata - poniamo del 30% - che si dovrebbe pagare su questi patrimoni, arriviamo alla cifra di 255 miliardi di dollari annuali.
“SI POTREBBE SRADICARE LA POVERTA’”
D: Vista l’entità della cifra, potrebbe farci un esempio concreto, comparativo, che la renda più comprensibile?
R: Le Nazioni Unite stimavano nel 2005 che per realizzare gli Obiettivi del Millennio – in cui si progetta di dimezzare la povertà entro il 2015 – sarebbero necessari 135 miliardi di dollari annuali destinati ad interventi pubblici per lo sviluppo. Nel 2015 la cifra dovrebbe salire a 195 miliardi.
Questo significa che se i grandi capitali pagassero le rispettive imposte, solo con queste entrate si potrebbe finanziare la lotta contro la povertà nei prossimi 10 anni.
Questo impatto spiega perché, come Rete Internazionale, ci preoccupiamo specialmente della fuga di capitali, dell’elusione fiscale delle grandi imprese che trasferiscono i capitali all’estero, oltre alla citata competizione fiscale, tema di grande attualità negli ultimi tempi.
D: Quindi, tre punti “tematici” principali...
R: Esatto, anche se il nostro lavoro si occupa di molti aspetti della questione. Ad esempio la corruzione e i meccanismi per il riciclaggio del denaro sporco, il problema dei paradisi fiscali e tutta l’industria dell’evasione contributiva, composta da banche, avvocati, revisori contabili, ecc.
E’ importante capire che i paradisi fiscali non risiedono soltanto in isole sperdute ed esotiche e che non sono entità autonome. Nella maggioranza dei casi sono strettamente collegate a grandi centri finanziari, come Tokio, Hong Kong, Zurigo o New York.
PARADISI... PER POCHI
D: L’impatto di questi “paradisi” non è così paradisiaco per il Sud del mondo...
R: Fra il 1970 e il 2004, i paradisi fiscali riconosciuti sono passati da 25 a 72. Se è vero che molti di questi sono ubicati in piccoli paesi – in molti casi si tratta di isole – la maggior parte dipendono direttamente da grandi nazioni del Nord del mondo.
Per esempio, 35 di questi 72 paradisi fiscali sono legati giuridicamente, economicamente o storicamente al Regno Unito. La stessa Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha stimato che negli ultimi 40 anni la parte del commercio mondiale che passa per i paradisi fiscali è aumentata da una percentuale relativamente modesta fino ad arrivare al 50% del totale.
UNA SFIDA PER LA SOCIETA’ CIVILE IN TUTTO IL PIANETA
D: Di fronte alle dimensioni e alla complessità di questi temi, quel’è l’attività concreta che una Rete come quella che lei presiede realizza a livello internazionale?
R: Lavoriamo su tre livelli principali. Il primo consiste in attività di pressione (lobbying) verso istituzioni delle Nazioni Unite (per esempio il Comitato speciale per le questioni fiscali), o verso l’OCSE ed altri enti internazionali.
Il secondo sforzo è rivolto all’indagine e alla documentazione. Se vogliamo essere una voce riconosciuta, dobbiamo elaborare e presentare argomenti seri e dirompenti.
Il terzo livello consiste nella promozione di campagne. Se finora non abbiamo avuto la forza per promuovere campagne come quella della Rete contro il debito del Sud del mondo, in compenso stiamo riuscendo a far passare alcuni temi di dibattito. Ad esempio quello sulla trasparenza e la necessità di chiarire il concetto stesso di corruzione. La soggettività nella sua applicazione fa in modo che in molti documenti l’Africa e in generale i paesi del Sud appaiano come estremamente corrotti, sottovalutando l’impatto che questo “flagello” ha nelle nazioni del Nord.
D: Qual’è lo stato attuale della Rete internazionale?
R: La Rete riunisce circa 40 organizzazioni di diversi continenti, oltre a numerose personalità e individui. Le nostre informazioni vengono diffuse in circa 60 paesi, abbiamo una segreteria a Londra e collaborazione part-time per la stampa ad Amsterdam. Alcuni dei fondi di varie ONG, specialmente inglesi e olandesi, sono destinati a progetti specifici.
Il Comitato Internazionale ci dà il suo pieno appoggio e noi ne facciamo parte con l’appoggio delle nostre ONG e delle nostre piattaforme. Questo esige un grande impegno da parte di tutti ed è previsto per il futuro un contributo finanziario dai partecipanti alla Rete, differenziando fra grandi e piccole, del Nord o del Sud, ma questa parte deve essere ancora regolamentata.
Pensiamo di formare un nuovo comitato europeo nel prossimo futuro. Lo scorso gennaio a Nairobi è nato il ramo africano delle Rete, con la sua propria struttura. Esiste un comitato per i paesi scandinavi, altri esistono negli Stati Uniti e Canada. In America Latina abbiamo contatti con Cile, Peru, Messico e Brasile, nonostante non esista un comitato continentale.
ElTiempo.com pubblica oggi in prima pagina la "notizia" di un'operazione antidroga colombo-italiana che avrebbe portato in carcere - tra gli altri - gli italiani Tommaso Iacomino, Paolo Boninsegna, Konrad Goeller e Paolo Messina.
Una semplice ricerca sulla Rete, però, ci fa scoprire che Iacomino è stato arrestato nel Maggio del 2006 (addirittura Aprile, secondo altre fonti), mentre a Boninsegna, Goeller e Messina era toccata la stessa sorte in Gennaio di quest'anno.
Come fa una non-notizia così ad arrivare in prima pagina? Troppa fretta di passare la "velina"?
È sconfortante verificare così impietosamente quali siano i meccanismi dei "mass media"...http://bogotalia.blogspot.com/
Terrorismo : incontro Universita' New York e dubbi su strategie USA
di osservatoriosullalegalita.org
Il caso Abu Omar ed i voli CIA in Europa, ma anche la ricaduta d'immagine delle politiche USA a Guantanamo e nelle extraordinary renditions della CIA saranno sullo sfondo del quarto congresso internazionale del Centro sulla legge e la sicurezza della Scuola di Giurisprudenza dell'Universita' di New York. Il congresso infatti si incentrera' sull'intersezione fra politica pubblica, applicazione della legge e sicurezza nell'era post 11 settembre.
La conferenza di tre giorni, che si tiene a Firenze dal 24 al 26 maggio, vede fra i relatori il giudice spagnolo Baltasar Garzòn, il sostituto procuratore di Milano Armando Spataro, Jean-Louis Bruguière, Michael Sheehan, Paul Clement, Peter Clarke, Yosri Fouda, Nir Rosen, Richard Churchhouse e Peter Bergen.
In particolare, il magistrato antiterrorismo Armando Spataro interviene nella sessione "Valutare la minaccia: modelli, alleanze e prospettiva", in cui si riconosce che, mentre i vecchi modelli di comportamento dei terroristi permangono ed in alcuni casi ora si sono rafforzati, sono emerse nuove fonti di radicalismo e ci si chiede quali siano gli odierni pericoli potenzialmente maggiori all'interno del contesto europeo e per gli Stati Uniti e quali zone del globo al di fuori degli Stati Uniti e dell'Europa siano fonte di piu' grave minaccia per l'Occidente.
Ma il dottor Spataro - pm nel caso Abu Omar, che vede anche una richiesta di estradizione a 23 agenti della CIA sospettati di aver rapito l'imam a Milano nel 2003 - e' stato invitato dall'universita' americana ad intervenire anche nella discussione avente per tema "Come gli USA possono aiutare la lotta contro l'estremismo violento". Infatti la sessione sottolinea che il governo degli Stati Uniti - rappresentati come il male dalla retorica jihadista', e da altri, al contrario, come il paese delle opportunita' e del rispetto della legalita' - e' immerso nelle cause, nei problemi e nelle possibili soluzioni alla guerra al terrore.
Come puo' il governo degli Stati Uniti andare al di la' della politica che ha causato le proteste di altri Stati, per esempio sulle forme di detenzione, e sulle renditions? Il tema viene posto all'attenzione degli esperti intervenuti a Firenze mentre negli Stati Uniti e' viva, anche a livello governativo, la polemica sulle conseguenze - anche di immagine all'estero - provocate dalla politica dell'amministrazione Bush. La questione era stata posta anche da Julianne Smith, condirettore del Transatlantic Dialogue on Terrorism, il mese scorso, a Washington, nel corso di un'audizione dei rappresentanti dell'Europarlamento, invitati da una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti USA. Di tono opposto era stato l'intervento di Michael F. Scheuer, ex funzionario di alto grado della CIA, il quale, invece, difendeva e giustificava le strategie seguite, che per l'Europarlmento e per il Consiglio d'Europa sono fonte di violazioni dei diritti umani.
Durante il congresso si parlera' anche de "Il Regno Unito: crocevia della minaccia", notando che l'esempio britannico permette una analisi significativa sia in termini di politiche interne verso le Comunità musulmane che del legame profondo della popolazione con il Pakistan ed i paesi del Medio Oriente. Ci si chiede: come potrebbe l'applicazione della legge aiutata dalla politica pubblica e da sforzi diplomatici realizzare una maggiore armonia con i gruppi musulmani? Che cosa possono imparare gli Stati Uniti, l'Europa ed il Regno Unito dai rispettivi esempi, ostacoli e successi?
"La legge e le politiche sociali" e' il tema della terza sessione, che si sofferma sui successi principali delle strategie di applicazione della legge e si chiede quali sono gli ostacoli che rimangono o che si sono sviluppati nell'ambito dell'antiterrorismo globale, se le politiche sociali abbiano funzionato contribuendo ad attenuare la minaccia del radicalismo, e quali strategie potrebbero indurre le comunità musulmane al rispetto delle leggi in un piu' vasto contesto sociale e politico di tolleranza ed inclusione. Si parlera' anche di come migliorare il contesto socioculturale in cui puo' svilupparsi il radicalismo (vedi la situazione dei rifugiati o dei popoli di frontiera) e di quale ruolo abbiano le scuole ed i centri religiosi nel sedare o viceversa incitare al radicalismo.
Il tema "Radicalizzazione e comunicazioni" vertera' su Internet e sui media, e sul potere dei video terroristici di cui si avvalgono gli Jihadisti, sfruttando la televisione satellitare e la rete per diffondere i loro messaggi. Di conseguenza saranno analizzate le possibili aree di intervento della legge per contrastare tale opera propagandistica.
Infine si affrontera' il tema del dialogo come arma di contrasto al terrorismo, un'idea che gia' era stata lanciata dall'Alleanza delle civilizzazioni dell'ONU, promossa da Zapatero e da Erdogan e varata a suo tempo da Kofi Annan. Oggi anche Ban Ki-moon sostiene l'iniziativa, ma e' particolarmente significativo che se ne discuta in un convegno che vede riuniti esperti di tale livello e che - soprattutto - e' promosso da un'Universita' degli Stati Uniti.
La transizione infinita di un’Italia senza precedenti
di Mario Morcellini
Negli ultimi anni, almeno a partire dal 2005, i cittadini italiani si sono dovuti confrontare con uno scenario politico-istituzionale ricco di novità: il 16 ottobre 2005 sono stati chiamati ad eleggere, per la prima volta a livello nazionale, il leader della coalizione di centrosinistra ed il proprio candidato alla guida del Governo attraverso “selezioni” primarie, importate – pur con notevoli correttivi – dal sistema elettorale presidenziale statunitense. Pochi mesi più tardi, le elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 sono state celebrate con una legge elettorale che reintroduce in Italia il sistema proporzionale (o meglio, misto con prevalenza proporzionale) dopo oltre un decennio di maggioritario e consente agli italiani all’estero di votare i propri rappresentanti politici. Infine, il 25 e 26 luglio 2006 gli elettori sono stati chiamati a valutare, attraverso un referendum confermativo, i processi di revisione costituzionale e, indirettamente, il complesso di vicende politiche e sociali che hanno segnato la lunga e difficile transizione italiana.
Per ragioni diverse, ciascuno degli appuntamenti elettorali ha rappresentato un unicum nella storia politico-elettorale dell’Italia repubblicana trattandosi di tre consultazioni caratterizzate dall’impossibilità di operare confronti con chiamate alle urne precedenti. A partire da queste considerazioni si avvia il complesso lavoro di scavo “quasi etnografico” condotto da Roberto Gritti e Mario Morcellini e confluito nel volume collettaneo Elezioni senza precedenti (FrancoAngeli, p.272) presentato ieri nell’aula Wolf della facoltà di Scienze della comunicazione de la Sapienza dagli autori e dal prefatore, Vannino Chiti. Guardando un po’ più in dettaglio ai diversi appuntamenti – sottolineano i curatori del lavoro – l’esperienza delle primarie ha evidenziato, almeno per una parte dell’elettorato, un interesse consistente per una forma di scelta della leadership e dei candidati che ricalca quanto accade in altre democrazie occidentali (si veda, ad esempio, il recente caso delle presidenziali francesi), dove si assiste ad un coinvolgimento sempre più diretto del cittadino nei processi di selezione, anche connesso alla crescente personalizzazione e identificazione del partito con il suo leader.
Se la transizione ad una democratizzazione crescente dei processi di selezione – come nel caso delle primarie - non sembra comportare traumi per il corpo elettorale, piu problematica appare la questione del cambiamento di sistema elettorale riferito alla seconda elezione “senza precedenti”, quella delle politiche 2006. Infatti, mentre gli elettori – concordano Gritti e Morcellini – hanno dimostrato di avere interiorizzato la dinamica bipolare e di essere fidelizzati ad un modello maggioritario della competizione elettorale, dalle urne è emerso invece un bipolarismo timido, incompiuto e sostanzialmente instabile che evidenzia una frattura preoccupante tra la dimensione “virtuale” e quella reale della politica. Credendo di scegliere direttamente il presidente del consiglio, gli italiani hanno votato come se il sistema fosse bipolare e maggioritario, mentre la legge elettorale proponeva un sistema prevalentemente proporzionale. E in questa aporia, che nasconde anzitutto una mancata riforma di adeguamento del sistema politico-istituzionale ai modelli di comportamento elettorale - ma anche una notevole difficoltà di comunicazione con la pancia del paese reale - risiede quella transizione infinita evocata coralmente dai relatori e avviata con il controverso passaggio alla Seconda Repubblica. Una transizione che rinvia al passaggio dalla dittatura alla democrazia dell’Italia post fascista, per la quale – sostiene Simona Colarizi – a differenza di quanto accaduto nel caso delle prime elezioni democratiche, appaiono ancora incerti i termini “a quo” e “ad quem” in cui si iscrivono i processi di cambiamento. Certo, il 1994 – continua l’autrice - assume certamente il valore di uno spartiacque, soprattutto se si guarda alla scheda elettorale nella quale non figurano più i simboli né i nomi dei partiti che, da quasi cinquanta anni, gli italiani erano abituati a votare. Quando questo “straniamento” del corpo elettorale possa dirsi effettivamente concluso e, in un certo senso, sanato è questione ancora aperta. È parere di chi scrive – ma l’opinione sembra trovare una preoccupante teoria di consensi – che effettivamente non è possibile individuare un termine “ad quem” semplicemente perché questo termine non esiste. Non esiste un momento in cui la fase di transizione che percorre il sistema-Italia già a partire dal 1992 possa considerarsi superato. Così, le consultazioni elettorali, le riforme sembrano muoversi sul terreno accidentato dell’incertezza che ogni passaggio al nuovo – persino al migliore - tende a riprodurre costruendo quella visione semplificatrice e prescrittivi della politica – come la definisce Antonio Agosta nel suo coraggioso intervento a favore del “Porcellum” – di cui siamo figli e vittime allo stesso tempo. http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=2425
Dopo la discesa in campo ci mancava anche la discesa in pista. Minacciata, promessa o solo sfiorata come idea.
O Luchino, forse anni fa quando avremmo potuto fregiarci della "dottoressa" Edwige Fenech come first-lady se ne sarebbe potuto parlare ma ormai è troppo tardi.
Luca Cordero di Montezemolo di fronte alla platea di Confindustria ha detto anche cose giuste, tipo che bisognerebbe che le tasse le pagassero tutti, che bisognerebbe dare spazio alla meritocrazia ma quando si è trattato di dire cosa fare in concreto, ha parlato solo vagamente di "scelte coraggiose", "riforme" "cambiamenti". E allora? In soldoni?
Forse, posso dare un suggerimento, il costo del lavoro è troppo alto? E' un argomento che titilla sempre le zone erogene degli imprenditori ma ho l'impressione che se anche si tornasse ai tempi di Kunta Kinte loro si lamenterebbero lo stesso. Perchè gli schiavi purtroppo se non mangiano non stanno in piedi e dargli da mangiare costa.
Ha fatto una grande impressione la sferzata ai politici del manager bolognese, peccato che parli uno che ha diretto un'azienda che ha sempre fatto dei contributi statali e dei favori della politica una religione. Che rappresenta la classe imprenditoriale meno amante del rischio in tutto il mondo: quella che, nonostante il più alto tasso di lavoro nero ed evasione fiscale nel paese, non sa nemmeno confrontarsi sul mercato con imprenditori che a casa loro le tasse le pagano fino all'ultimo centesimo senza sognarsi di evaderle.
Peccato che, se anche scendesse in pista per un giro di prova, farebbe come ha fatto Berlusconi. O Prodi. Né più né meno. Nessun sfracello, ma tanti compromessi. Non è il politico in sè che è cattivo, è la politica che lo fa diventare così. Lui non scamperebbe alla maledizione della prima urna. Governare un paese non è governare un'azienda, qualcuno glielo faccia capire. Altrimenti il prossimo che ci troviamo sulla scheda elettorale è Briatore. Qualcuno gli dica che, se anche stiamo andando a fondo, l'Italia non è Luna Rossa. E che non c'è uno Schumacher in grado di guidare la cariola.
Sublime il commento all'exploit del presidente della Confindustria di Berlusconi che, in pieno trip peronista descamisado, ha detto che "conta il popolo, non la Confindustria". Bisogna dirlo, è sempre un grande.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/2007/05/il-conte-di-montezemolo.html
Tranquilli, nel resto del mondo non è successo nulla
Quando si dice la sobrietà dell'informazione. Corriere.it alle 18 riportava di seguito le seguenti "notizie": "Rapina in casa, uccisa donna incinta"; "Roma, donna uccisa, fermata la figlia"; "Moglie con amante, marito la uccide"; "Aquila, uccide figliastra e si suicida"; "Nota su faccia del bimbo, indagata"; "Biella, ragazza ancora sfregiata". Poi un intermezzo su Visco e ancora: "Madre dimentica figlio di 5 anni in auto": "Morto; caldo e anziani, a rischio 20 per cento degli over sessanta".
A quel punto ho spento il Pc, acceso il condizionatore, serrate le porte e tirato fuori il kalashnikov. http://stamparassegnata.splinder.com/
Più di un anno fa. Prima del voto, e apertamente, come ora.
Ne discutemmo animatamente qui sui blog. Andai anche di persona a parlare con Deaglio.
Non trovammo buchi nella procedura. Non potevamo sapere che il vero buco era nascosto da un'altra parte.
Ci hanno fregato e sviato.
Non era il voto elettronico il buco, ma l'accesso totale a Telecom Security dentro il sistema del Viminale.
Garantito dal frettoloso progetto di voto elettronico, approvato da Stanca e Pisanu.
La Telecom Security che aveva già fatto l'esercitazione per Storace in Lazio.
Il punto: quella sera al Viminale, con tutte le password e gli accessi aperti, c'era attiva la banda di Tavaroli e Ghioni, detta security Telecom Italia.
Ci furono almeno tre attacchi. E poi risultati di voto alterati e fasulli, smentiti tre giorni dopo.
L'inchiesta finisce dicendo: "forse saranno gli uomini della security Telecom a dirci la verità, se vogliono, su quella notte".
Domande dopo la visione:
Io sono indignato: e chiamerei in causa anche Marco Tronchetti Provera, il boss che comunque non ha controllato.
Che ai tempi era in ottimi rapporti con Berlusconi.
La Telecom-Pirelli Security, secondo la magistratura, aveva già fatto un lavoretto per l'Inter, di cui Moratti è presidente e intimo amico di Tronchetti.
Lavoravano su commissione. E di chi?
Detto fuori dai denti: se Deaglio e Cremagnani con la loro seconda puntata ci stanno dicendo che Tavaroli & Co hanno fatto (fallendo) il lavoro sporco per Berlusconi, a livello nazionale, è credibile che Tronchetti non lo sapesse e ne fosse fuori?
Quella notte ci fu, oggettivamemte, un evento di altissima politica golpista. E non di bassa cucina dossierola.
Un evento di Palazzo alto.
E perchè oggi Tronchetti non si scusa con gli italiani della sua presidenza Telecom, la più disastrosa di tutti i tempi?
E perchè non lo fanno Buora e Ruggiero?
Perchè nessuno parla della seconda puntata di Deaglio e Cremagnani, nonostante sia più esplosiva della prima?
Basta con i cialtroni. Vogliamo vivere.
P.s. Mi piacerebbe sapere maggiori particolari della morte in un incidente d'auto, il giugno scorso, di quel professore di Pavia che suonò il primo allarme, immediato e decisivo, sui dati elettorali.
Chi lo informò da dentro il Viminale?
Forse è necessaria una terza puntata dell'inchiesta.
Chi vuole capire il futuro delle campagne elettorali, deve osservare attentamente cosa sta accadendo a quello che, per mezzo secolo, è stato il medium dominante, la televisione. Dopo aver dominato la scena nella seconda parte del secolo scorso, la televisione, pur rimanendo il mezzo principale di informazione, sta subendo, infatti, profonde trasformazioni dovute alla digitalizzazione e alla frammentazione. Ormai si può cominciare a parlare di "televisioni": alla consueta tv generalista (che pure a sua volta sta cambiando pelle), si affiancano la tv satellitare e la tv digitale terrestre, mentre comincia a farsi strada la tv via internet e sono state avviate le prime sperimentazioni di tv via telefonino.
Si sta modificando anche lo stesso consumo della "vecchia" tv generalista. Negli Stati Uniti l'audience dei tre network tradizionali (ABC, CBS, NBC) è costantemente in calo e, negli ultimi due anni, l'audience dei "cable tv news" è salita fino ad operare il sorpasso (38% vs. 34%). Dal 2000 gli ascolti di Fox News sono aumentati di circa il 50% passando dal 17% al 25% (una percentuale che sale al 38% tra gli elettori Repubblicani) e hanno conquistato una buona fetta di audience giovanile: nella fascia di età tra i 18 e i 29 sono 3 su 10 a guardare le cable news. Il mese scorso la Nbc, ha registrato i livelli più bassi di ascolto degli ultimi vent'anni. Ma è la televisione nel suo complesso a perdere spettatori: i maggiori network hanno perso 2,5 milioni di telespettatori negli ultimi due mesi rispetto allo stesso periodo del 2006.
Questo trend riguarda anche l'Italia: diminuiscono i telespettatori e, allo stesso tempo, aumenta la quota di share della televisione satellitare. E' ancora presto per comprendere a fondo la portata della rivoluzione digitale, tuttavia grazie alla moltiplicazione dei canali e alla sua trasformazione in mezzo interattivo, quello che era una volta il destinatario della comunicazione di massa può diventare "padrone" del palinsesto. Come già avviene con internet diventa possibile selezionare quale informazione ricevere e quale no, personalizzando i palinsesti: la fruizione diventa "pull" e non più "push".
Negli Stati Uniti la diffusione dei Dvr (Digital Video Recording) che ormai si trovano nel 17% delle case sta cambiando il modo di vedere la televisione: i nuovi videoregistratori permettono, infatti, di registrare digitalmente tutti i programmi tv, anche se trasmessi in contemporanea da due reti diverse. Questo permette di creare un palinsesto personale, di saltare gli spot televisivi e rende più difficile misurare l'audience dei programmi.
Inoltre l'audience televisiva si sta dividendo negli ascolti in base alle preferenze politiche: negli USA, ad esempio, "il 52% dell'audience di Fox News si considera conservatrice (il 40% in più rispetto al 2000), mentre quella di CNN democratica. L'indice di credibilità della CNN è sceso sensibilmente (in particolare tra repubblicani e indipendenti), ma rimane più elevato rispetto a Fox News (32 vs. 25%). La divisione degli ascolti in base alla fazione politica fa sì che i telespettatori cerchino più conferme che informazione. La divisione negli Stati Uniti trova conferma anche nei dati italiani: lo studio condotto da Itanes sulle motivazioni di voto degli italiani nel 2001 aveva evidenziato come ci fosse una netta differenziazione tra i telespettatori Mediaset e quelli dei canali Rai. La televisione, come anche i giornali, è sempre più l'arena della politica partigiana.
L'aumento dei canali e la possibilità di costruire palinsesti su misura sta portando ad una forte frammentazione, con televisioni e pubblici sempre più di nicchia. Questo riduce da un lato le possibilità di parlare ad un pubblico ampio e indifferenziato, ma dall'altro lato offre l'opportunità di raggiungere pubblici altamente targettizzati a chi ha le competenze di pianificazione dei media necessarie.
La televisione frammentata rischia di perdere la sua funzione di fonte unica o primaria di informazione politica. Pur vedendosi le prime avvisaglie, la prevalenza della televisione come mezzo di informazione è, tuttora, comunque confermato dai 24 milioni di italiani che giornalmente seguono i telegiornali (48,8% degli spettatori, fonte Censis) e dal 77,3% degli italiani che la indica come fonte primaria (fonte: Itanes).
Negli Stati Uniti a prevalere sono i notiziari delle televisioni locali con un 59% di telespettatori regolari contro un 38% delle "cable tv news" ed un 34% dei telegiornali serali dei network televisivi (fonte: Pew Research Center). Il futuro della televisione e delle campagne elettorali permanenti passa anche dalle televisioni locali e, non a caso, la maggior parte degli spot elettorali nelle presidenziali del 2004 è stato trasmesso sulle reti locali invece che sui grandi network nazionali. I media locali, oltre ad essere i più ascoltati per le notizie, godono di una maggiore credibilità e sono considerati più vicini alle esigenze quotidiane dei cittadini.
Il futuro della comunicazione politica in televisione passa dalla capacità di diversificare orari e canali, passando dal locale al nazionale, dal cavo al satellite. Passa dalla capacità di comprendere chi ci starà ascoltando e, di conseguenza, di utilizzare il linguaggio e le tematiche più adatti a conquistare la sua attenzione
Non è un tecnico. Non è un politico. Non è un imprenditore.
E' il figlio putativo di Agnelli. Siamo felici per lui ma questo non rende il suo pensiero più interessante o più importante di quello di Mario Rossi.http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/
Tra licenziamenti, indennizzi milionari e delocalizzazione, il bambino viziato del consorzio Eads cerca di superare la sua crisi. Con 10mila licenziamenti.
Un Airbus A380 che atterra a Tolosa (Foto Albspotter/Flickr)
Diecimila licenziamenti. Per restare competitivi con il rivale nordamericano Boeing, lo scorso 28 febbraio, il consorzio aeronautico europeo Eads (che sta per European Aeronautic Defense and Space) ha annunciato Power 8, una riorganizzazione della struttura. Che passa anche per la chiusura totale o parziale di sei delle sedici fabbriche sparse in quattro Paesi.
A numeri Airbus batte Boing ma...
Eads è la casa madre di Airbus. È nata nel 2000 grazie alla fusione della francese Aérospatiale-Matra, della spagnola Construcciones Aeronáuticas SA e della tedesca Daimler Chrysler Aerospace AG (Dasa). Controlla assieme alla società britannica Bae Systems quello che un tempo era un “gruppo d’interesse economico” (Gie) e che oggi si è trasformato in una società con sede centrale a Tolosa, capace di raddoppiare in cinque anni gli incassi. Vista come un’azienda di successo, simbolo dell’unità europea, negli ultimi anni Airbus è riuscita a superare in ordini la sua rivale nordamericana Boeing: tra il 1999 e il 2005 il numero di aerei richiesto è infatti aumentato da 476 a 1.111 unità, mentre la Boeing è passata dai 355 ai 1028 aerei. Ma non è stato il solo successo: Airbus ha vinto anche nelle consegne, salite da 305 a 378 tra il 2003 e il 2005, rispetto al leggero aumento da 281 a 290 unità della Boeing.
I problemi sul tavolo: divario euro-dollaro & interferenze
Alla fine del 2005, per continuare a superare Boeing, Airbus fu costretta a concludere in fretta vari contratti, in un momento in cui era già alto il rischio di ritardare le consegne. Nel 2006 dovette ammettere di non poter rispettare i tempi per il nuovo aereo passeggeri A380, il più grande del mondo, smorzando così l'entusiasmo anche per il progetto dell'aereo di linea A350, diretto competitore del nuovo Boeing 787 Dreamliner. Seguirono le dimissioni di due amministratori delegati dell’azienda: il tedesco Gustav Humbert e il successore, il francese Christian Streiff. Come corollario, arrivarono anche le cancellazioni di consegne da parte dei clienti nordamericani Ups e FedEx, così come il rinvio, per tre volte, del lancio formale dell'aereo A350. L'allora vicepresidente Harald Wilhelm reagì dicendo che «non intervenire non era un'opzione fattibile».
Il nuovo A350 (il cui lancio è stato ritardato al 2013) è bersaglio di critiche e il suo costo di produzione non smette di aumentare per l'apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. «Non possiamo continuare a produrre in euro e a vendere basandoci sul prezzo in dollari della Boeing» ha affermato Louis Gallois, attuale presidente e amministratore delegato Airbus.
Ostacolano l'uscita dalla crisi anche l’interferenza dei governi, volta a difendere gli interessi dei lavoratori e delle industrie nazionali. Per il Commissario europeo ai trasporti Jacques Barrot «Airbus sta pagando un alto prezzo per la cattiva amministrazione e l’intromissione dei governi, in un momento in cui si dovrebbe dare fiducia alle misure di riorganizzazione aziendale».
Nonostante tutte le difficoltà, Airbus ha continuato a mantenere, nel 2006, un numero di consegne annuali superiori a quello della rivale nordamericana: 434 aerei, 36 più di Boeing.
Una soluzione chiamata Power 8
Ed è proprio grazie al programma di ristrutturazione "Power 8", Airbus spera di risolvere la situazione finanziaria e di ricollocarsi in un mercato competitivo, nel quale anche la Cina ha fatto il suo ingresso presentando a marzo il piano di produzione del suo aereo commerciale. Ad Airbus preme, innanzitutto, assicurarsi 5.500 milioni di euro fino al 2010 così da poter sviluppare il nuovo A350.
Nonostante le critiche dei sindacati dei lavoratori non si siano fatte attendere, i governi considerano Power8 inevitabile. Germania e Francia, i maggiori azionisti della compagnia, si sono mostrati d’accordo sul programma, che prevede anche 10mila licenziamenti. «Vogliamo che l’azienda sia di nuovo competitiva sebbene questo implichi difficoltà per i lavoratori» ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. Della stessa idea è il ministro dell’Economia tedesco Michael Glos, che considera il programma equo nel distribuire il peso dei tagli ai diversi Paesi e che assicura la capacità di sviluppo del progetto nel suo Paese. Il premier Romano Prodi lo scorso 3 marzo in una dichiarazione all'emittente Euronews ha affermato che «Airbus è nata da una politica imprenditrice per trasformarsi poi in un progetto più industriale» e che adesso stiamo vivendo «il passaggio da una strategia politica ad una strategia industriale». Se le parole si trasformeranno in atti, allora vorrà dire che, per Airbus, i giochi non sono ancora fatti. Forse.
Senza strategia definita e leadership chiara. È in questa condizione che il Partito socialista affronta l’ultima battaglia di questa stagione elettorale. A sole tre settimane dalle legislative ormai nessuno al Ps si fa illusioni sull’esito delle urne, al massimo si cerca di contenere i danni di un’ennesima ed eclatante sconfitta.
I primi sondaggi usciti in questi giorni, del resto, parlano di numeri impietosi: con il 40 per cento dei consensi all’Ump andrebbero tra i 365 e i 415 seggi dell’Assemblea nazionale contro i 137/153 del Ps. Certo qualche accordo qui e là coi candidati centristi del ribelle Movimento Democratico di François Bayrou potrebbe portare qualche seggio aggiuntivo, ma niente che possa cambiare l’aria di rassegnazione che domina in casa socialista.
Di fronte ad un Ump che sullo slancio dell’elezione di Nicolas Sarkozy e dell’ouverture del suo governo pluriel procede unito come un rullo compressore, i socialisti stanno infatti pagando lo scotto psicologico del sei maggio e soprattutto le divisioni interne che sono riemerse la sera stessa della sconfitta di Ségolène Royal.
Solo la speranza di pervenire ad una disfatta almeno onorevole riesce a conservare quel barlume d’unità che ha spinto le varie correnti a sotterrare per ora i regolamenti di conti.
Tutto è rimandato al poi, quando si comincerà a fare il bilancio della sconfitta e del fallimento di un ciclo e si inizierà quell’opera di rinnovamento a cui tutti si richiamano, dai gauchisti di Laurent Fabius ai socialdemocratici di Dominique Strauss Kahn ai riformatori segolenisti.
In quel momento le correnti disporranno le rispettive truppe e si contenderanno la leadership di un partito che ora naviga a vista. La più chiara in proposito è stata l’ex candidata, che dopo aver raccolto 17milioni di voti e riportato i socialisti al ballottaggio, ad essere scalzata proprio non ci sta. All’ultimo consiglio nazionale Ségo ha chiesto che subito dopo le elezioni sia designato il candidato per le presidenziali del 2012 in modo che quest’ultimo abbia tutto il tempo che lei non ha avuto per costruire la propria leadership nel partito e nel paese guidando l’opposizione a Sarkozy. Anche Strauss Kahn vuole che il candidato leader venga designato con un certo anticipo, ma non prima del 2010, in modo da procedere preventivamente all’aggiornamento ideologico e strategico.
Entrambi, ovviamente, puntano alla candidatura ed entrambi vogliono ottenerla prendendo il partito disarcionando François Hollande. Il segretario, infatti, è considerato più o meno da tutti il responsabile principale del fallimento del sei maggio. Dagli strausskahniani e dai fabiusiani per aver costretto il Ps all’immobilismo costruendo negli ultimi congressi maggioranze composite e litigiose nella speranza di poter essere lui stesso, al momento venuto, l’unico candidato unitario possibile. Dai segolenisti, invece, perché la sua gestione immobilista ha impedito il rinnovamento che Ségolène ha dovuto portare sola e contro tutti per sei mesi.
In uno scenario d’attesa come questo e senza le truppe alle spalle, l’ultima linea che Hollande è riuscito a mettere insieme per le legislative è una strategia difensiva. Non potendo mobilitare positivamente l’elettorato dietro un progetto chiaro o una leadership definita, il segretario, infatti, ha chiamato gli elettori a votare socialista per impedire che Sarkozy si impossessi anche dell’Assemblea completando così il puzzle del potere.
Tra l’assenza dei vari capicorrente dalla campagna e il si salvi chi può degli oltre cinquecento candidati del Ps, per ora la battaglia di Hollande assomiglia più all’ultimo tentativo di un generale fantasma.
Attentato sulla popolarissima piattaforma di gioco e socializzazione: un gruppo di manifestanti pro-ETA ha messo a ferro e fuoco una sede del Psoe utilizzando bombe a mano e carri armati
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Se ci illudevamo che un nuovo mondo, in quanto virtuale, potesse essere meglio di quello reale, mi sa che ci sbagliavamo di grosso. Su Second Life saremo anche ammantati da un avatar ideale, ma ci portiamo dietro tutto il resto che rende spesso discutibile il nostro stile di vita “terreno”. Una flagrante e conflagrante dimostrazione è stata appena data su Second Life con un’azione di guerriglia urbana, anzi di vera e propria guerra, nel contesto della tesa situazione politica dei paesi baschi.
Come tutti probabilmente sanno, la presenza di Eta – movimento terrorista o movimento di liberazione nazionale, secondo i punti di vista – nei Paesi Baschi si mantiene forte e sopratutto cronica. Anche se si sono fatti più rari attentati ed assassini (l’ultima grande azione ha fatto saltare in aria il 30 Dicembre 2006 un parcheggio dell’aeroporto di Madrid, causando 2 morti), la presenza dell’Eta e delle formazioni giovanili che l’appoggiano resta una costante.
Nonostante il tentativo fallito di negoziati di pace e le mosse distensive di Zapatero, proseguono le intimidazioni, e i media riportano continuamente delle pressanti richieste di “pizzo” da parte dell’organizzazione (pare che quasi tutte le aziende, i negozi e i professionisti vengano periodicamente sollecitate al versamento di una imposta rivoluzionaria, pena attentati, incendi e bombe).
Il supporto popolare a Eta pare essere più diffuso di quello che si possa pensare visto da fuori, dati anche i risultati elettorali che formazioni più o meno velatamente operanti come braccio politico dell’organizzazione ottengono alle elezioni (quando riescono a presentarsi, vengono regolarmente rese illegali e impresentabili, ma una scappatoia la cosiddetta sinistra Abertazle riesce a trovarla quasi sempre). Cronica è poi la pratica notturna del Kale Borroka, frequente e regolare attività di guerriglia urbana che, a parte le conflagrazioni più ampie durante eventi e manifestazioni pubbliche, si esplica con uno stillicidio di incendi a bancomat, sedi di partito e altri obiettivi morbidi.
In questo quadro, grande polemica ha suscitato la concessione di una carcerazione morbida al duro etarra Iñaki de Juana Chaos, riconosciuto colpevole di 25 omicidi di cui ha sempre dichiarato di non pentirsi assolutamente. In seguito a un suo sciopero della fame, gli è stato riconosciuto un regime molto attenuato, che ha suscitato in alcuni euforia e in altri scalpore e indignazione – e che è stato prontamente utilizzato come arma nella durissima lotta politica che il Partito Popular sta conducendo contro il Psoe (in occasione delle prossime elezioni), accusato di avere la mano troppo morbida con il terrorismo senza ottenere peraltro in cambio nessun risultato concreto.
Secondo la ricostruzione dei fatti, l’episodio di guerriglia è stato scatenato dalla convocazione di una manifestazione su Second Life il 17 maggio, manifestazione intesa a protestare contro la concessione del regime attenuato all’Etarra e tenutasi di fronte alla sede del Psoe di Oviedo su Second Life. I manifestanti anti-Eta si sono ritrovati improvvisamente di fronte a una truppa organizzata che ha attaccato la sede del Psoe. I guerriglieri hanno lanciato bombe, fatto fuoco con mitragliatori e sono penetrati nella sede con un tank.
Il grave episodio non ha ovviamente e fortunatamente fatto morti, ma è un gran brutto segnale. Già la settimana scorsa un altro gruppo di interventisti aveva peraltro cercato di dar fuoco su Second Life a una sede virtuale del Partito Popular di Gijón. Second Life non è dunque un paradiso terrestre né un mondo ideale. A quanto pare, se vogliamo tutti vivere una vita migliore, piuttosto che scappare verso improbabili mondi ideali costruiti dalla nostra tecnologia, dovremo ricominciare dalla nostra Prima Vita e cercare di rimboccarci le maniche per risolvere una serie di problemi, di atteggiamenti di violenza e sopraffazione che con la sola tecnologia non se ne andranno di certo.
Nel frattempo dovremo forse abituarci all’idea di una forza transnazionale di polizia che presidi obbiettivi pubblici e garantisca l’ordine anche su Second Life.http://www.apogeonline.com/webzine/2007/05/25/01/200705250101
ItaliAfrica: niente scuse, il Governo rispetti gli Obiettivi del Millennio
da italiafrica.org
ItaliAfrica lancia la sfida al governo italiano: gli obiettivi di sviluppo del Millennio, sottoscritti da tutti i Governi nell’Assemblea Generale dell’Onu del 2000, non avranno scuse se non mantenuti, soprattutto a riguardo dell’Africa. E’ il messaggio lanciato nella conferenza internazionale organizzata dal WWF in occasione di ItaliAfrica con la partecipazione dei movimenti contadini africani, la società civile, le ONG, il Commercio Equo e Solidale, le Associazioni, i Movimenti e i Sindacati. “Nonostante il notevole ritardo nel rispettare gli Obiettivi del Millennio, vi è ancora la possibilità di realizzare politiche ed azioni efficaci per assicurare il lavoro dignitoso per tutti, garantire l’accesso universale all’istruzione primaria anche attraverso la eliminazione del lavoro minorile, promuovere la parità di genere, ridurre la mortalità infantile e migliorare le condizioni di salute post natale, combattere l’HIV e altre pandemie, perseguire modelli di sviluppo sostenibile e un partenariato globale per lo sviluppo” – afferma il WWF.
“Lo sviluppo sostenibile dovrà guidare i principi nel commercio internazionale e le politiche di investimento.” – ha affermato Michele Candotti, segretario generale WWF Italia-“ Proponiamo di usare i negoziati del WTO’s Millennium Round per riconoscere che molti sussidi hanno impatti molto negativi sui paesi in via di sviluppo; riconoscere che l’estensione dell’accesso ai mercati richiede un riequilibrio, grazie all’intervento di altre agenzie intergovernative, oltre al WTO, per identificare le modalità di accesso ai mercati che promuovano il commercio di beni e servizi con impatti positivi sullo sviluppo sostenibile. Infine è assolutamente necessario riconoscere che i problemi globali richiedono accordi internazionali e legittimarli ad includere gli aspetti commerciali, ma non focalizzarsi semplicemente su liberalizzazione dei mercati senza partire da sviluppo equo, sostenibile e giusto”.
Intanto ActionAid International critica il messaggio che il presidente Prodi ha inviato in occasione della “Giornata dell’Africa”. “Il presidente Prodi parla di un’inversione di tendenza per le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo, ma - spiega ActionAid – se l’ultima legge finanziaria aumenta le risorse destinate alla cooperazione internazionale portandole a circa 600milioni, questa rimane una cifra che in termini reali non equivale ai valori del 2003. La stessa legge finanziaria, inoltre, non prevede aumenti per i prossimi anni: il
congelamento a quota 600 milioni, non garantirebbe così all’Italia di rispettare gli obiettivi stabiliti in sede europea dello 0,51% Aps/Pil entro il 2010, poiché queste risorse, da sole, rappresentano soltanto lo 0,04% del Pil” – afferma ActionAid.
“Quanto alle affermazioni del Presidente del Consiglio sul contributo italiano della lotta all’AIDS”, continua Marco De Ponte, di ActionAid “evidentemente il vuoto di memoria del Governo italiano si fa sempre più preoccupante. L’intera comunità internazionale sta aspettando che l’Italia paghi il debito di 280 milioni nei confronti del Fondo Globale alla lotta all’Aids”.
Il governo – ricorda ActionAid - è il maggiore debitore verso il Fondo Globale; tra arretrati e contributo 2007, circa 280 milioni di euro. Dopo varie rassicurazioni date in molte occasioni, il Ministro dell’Economia ha annunciato che le risorse saranno rese disponibili con la manovra di assestamento di giugno, ma se anche questo dovesse accadere, le procedure di approvazione dell’esborso della nostra amministrazione non consentirebbero il versamento effettivo prima di settembre.
“Non c’è tempo da perdere: il continente africano combatte ogni giorno per la propria sopravvivenza – conclude De Ponte – e probabilmente sarebbe più utile che il Primo ministro di uno degli otto paesi più industrializzati del mondo, invece di inviare messaggi quantomeno sorprendenti, si impegnasse a
dare una possibilità di sviluppo e di crescita ai paesi più poveri, rompendo gli indugi e prendendo l’iniziativa coi fatti. Prodi si presenta al prossimo summit G8 con un bottino magro”.
Nei giorni scorsi un rapporto di Concord, l'organismo europeo che riunisce oltre 1.600 Ong, spiegava che l' Italia si colloca in ultima posizione tra i 15 membri UE che nel 2002 avevano stabilito di dedicare all'APS lo 0,33% del Pil. Il Cini (Coordinamento Italiano Network Internazionali) ribadiva che è necessario un radicale e immediato cambiamento da parte del Governo italiano se si intende onorare gli impegni e raggiungere l'obiettivo dello 0,7% entro il 2015 nel rapporto APS/Pil sottoscritto dal nostro Paese per il raggiungimento degli "Obiettivi del Millennio" delle Nazioni Unite. [GB] http://www.unimondo.org/
Le rivolte mostrano il fallimento della politica del figlio unico La popolazione è sempre più contraria. La limitazione delle nascite sta creando altri problemi: mancanza di manodopera, invecchiamento, carenza di welfare. L’Accademia delle Scienze di Pechino suggerisce di cambiare.
Pechino (AsiaNews) - Le rivolte scoppiate nel Guangxi nei giorni scorsi contro la politica del figlio unico mostrano che la popolazione cinese è sempre più contraria a questa imposizione, fino a scendere in piazza. Scienziati ed esperti sociologi chiedono che essa termini per salvare la sicurezza della società, ma anche l’economia.
La scorsa settimana migliaia di contadini hanno invaso gli uffici governativi della contea di Bobai (Guangxi), distruggendo mobili, auto e tentando anche di incendiarli perché esasperati dalle tasse che gli impiegati e la polizia hanno imposto anche con la violenza sui trasgressori del figlio unico. I resoconti che giungono dall’area parlano di case distrutte, mobili e cibi sequestrati, pestaggi e anche aborti forzati per contenere la quota di nuovi nati che il governo assegna ad ogni città annualmente.
Lo scorso aprile sempre nel Guangxi, nella contea di Youjiang, 61 donne sono state costrette ad abortire. Due di loro erano al nono mese di gravidanza. Per evitare assalti, il governo ha inviato la polizia a proteggere gli ospedali killer.
Lo scorso settembre, lo studioso universitario Teng Biao e Chen Guangcheng, attivista cieco per i diritti umani, hanno denunciato il governo di Linyi, nello Shandong, perché esso ricorre alla violenza contro le famiglie che hanno figli "illegali". A Gaoping, nell’Hunan, negli ultimi 4 anni, l'ufficio per il controllo delle nascite ha sequestrato 12 bambini nati “fuori quota” per costringere le famiglie a pagare la tassa.
Sempre nell’Hunan, le autorità costringono donne non sposate a check di gravidanza, e a loro arbitrio, tolgono loro il diritto di voto, trattenendo anche i loro introiti.
Attivisti per i diritti umani sono sempre più coscienti che la politica del figlio unico potrebbe essere la base per un incremento di rivolte sociali in Cina, esasperate anche dal fatto che nel Paese ricchi attori, possidenti e imprenditori, non avendo problemi nel pagare la tassa per chi viola la legge, possono avere più figli senza problemi. In tal modo il problema del figlio unico si lega a quello dell’abisso sociale fra ricchi e poveri e a quello della corruzione dei quadri del partito, che usano la politica del figlio unico per intascare tasse e beni.
I primi a temere scontri mortali sono gli stessi impiegati del Ufficio per la pianificazione delle nascite, presi fra due fuochi: le alte autorità che minacciano il licenziamento e la popolazione sempre più scontenta e aggressiva.
La politica del figlio unico, scelta dalla Cina alla fine degli anni ’70, per lanciare l’espansione economica, è quanto di più contrario vi sia alla mentalità cinese, che vede nel rapporto fra generazioni e nel culto degli antenati la base dell’unità familiare.
L’Accademia sociale delle scienze di Pechino ha espresso da tempo i suoi dubbi sul valore della legge sul figlio unico. Ye Tingfang, un membro dell’Accademia, afferma che solo il 35% della popolazione osserva i dettami dello stato.
Seondo Ye la legge va cambiata perché essa crea molti problemi secondari come l’invecchiamento della popolazione, la mancanza di manodopera e lo squilibrio del rapporto fra maschi e femmine.
Un altro membro dell’Accademia, il prof. Zhang Yi, dell'Istituto economico per la popolazione e il lavoro fa notare che la popolazione in Cina invecchia con rapidità maggiore del previsto: nel prossimo futuro ci sarà un aumento dei pensionati e una diminuzione della popolazione attiva il cui lavoro paga le pensioni.
Riducendosi l’urbanizzazione dei contadini, manca sempre più manodopera nelle zone costiere, soggette al boom economico. “All’inizio dice il prof. Ye - si pensava che la nostra enorme popolazione fosse un freno allo sviluppo economico. Ma negli ultimi dieci anni l’esperienza ci ha detto il contrario. Il Giappone, ad esempio, ha pochissime risorse e mostra una delle più alte densità di popolazione al mondo. Eppure è una delle nazioni più ricche e la sua economia è in crescita. Il lavoro è la più importante fonte di ricchezza”.
IRAN, ACQUE AGITATE NEL GOLFO
L'Aiea non fa sconti a Teheran ma lascia aperta la porta del negoziato che torna nelle mani di Xavier Solana. Ma c'è chi preferirebbe accelerare la strada di nuove sanzioni. Mentre l'ingresso di unità navali americane nei mari caldi lascia intravedere uno scenario che minaccia anche l'opzione militare
(Nella foto una portaerei della classe USS Nimitz)
Emanuele Giordana
Un nuovo scontro di profila sul dossier nucleare iraniano. Ma non solo tra Teheran e i paesi che vogliono proseguire sulla strada delle sanzioni. Lo scontro coinvolge quello che è stato finora il mediatore super partes: il capo dell'Agenzia atomica dell'Onu El Baradei. Il direttore dell'Aiea ha reso noto mercoledi un rapporto nel quale si dice che l'Iran non ha sospeso le attività sensibili e ha poi detto che potrebbe sviluppare la bomba atomica nell'arco di tre o otto anni. Ma quel condizionale, condito dal desiderio dell'Agenzia di proseguire sulla strada del dialogo, lascia aperta la porta del negoziato e non è piaciuto a quei paesi (americani e francesi soprattutto) che preferiscono mettere Teheran nell'angolo senza troppe meline diplomatiche. Né dev'essere piaciuto il discorso che ieri El Baradei ha fatto a una conferenza sul nucleare a Strasburgo in cui ha lanciato un appello al club atomico per una riduzione degli arsenali. Questo, secondo El Baradei, sarebbe l'unico modo per evitare che altri paesi abbiano la tentazione di dotarsi dell'arma atomica. Parole dure: “Dobbiamo prevenire una catastrofe nucleare perché, dopo la fine della Guerra fredda, nove paesi conservano qualcosa come 27mila testate nucleari nei loro arsenali”. El Baradei non li cita ma, coi cinque del Consiglio di sicurezza, il conto è presto fatto: Corea del Nord, India, Pakistan e Israele. Di più, invita i paesi membri del consiglio di sicurezza a rifuggire dal ricorso alla forza per dissuadere altri paesi dalla via dell'arma atomica. Il riferimento all'Iran è evidente.
Le reazioni agli inviti di El Baradei ma soprattutto al documento dell'Aiea, hanno letture diversificate: relativamente morbida quella della presidenza tedesca di turno dell'Ue che ha espresso "grande preoccupazione" sottolineando "l'atteggiamento restrittivo" adottato dall'Iran nel non permettere all'Agenzia dell'Onu di chiarire i punti controversi del suo programma nucleare iraniano (le zone d'ombra citate da El Baradei). Ma se la Ue invita Teheran a “creare le condizioni per i negoziati" gli americani leggono nel rapporto soprattutto una “lista di continue sfide alla comunità internazionali”, motivo per il quale bisogna imporre sanzioni più dure. L'ambasciatore Usa all'Onu, Zalmay Khalilzad, giudica necessario pensare a “pressioni supplementari”, interpretazione che sembra piacere anche al nuovo titolare del Qai d'Orsay. ''Ha ancora tempo l' Iran - ha detto Bernard Kouchner - per sospendere le sue attività. Altrimenti, come previsto dalla risoluzione 1747, non avremo altra scelta se non quella di andare davanti al Consiglio di sicurezza dell' Onu. E se questo sarà il caso – dice il neo ministro francese - mi auguro che si possano adottare rapidamente nuove sanzioni”.
La lettura iraniana è del tutto diversa: secondo Ali Larijani, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e negoziatore della repubblica islamica, il nuovo rapporto dell'Aiea prova che l'Iran “si muove nel quadro delle leggi internazionali e sta solo utilizzando il suo legittimo diritto a sviluppare attività nucleari pacifiche”. Più duro, al solito, il presidente Ahmadinejad che ha respinto le pressioni “psicologiche dei nemici”, di cui gli iraniani, ha aggiunto, non hanno paura. E ancora: “siamo vicini all'obiettivo finale”. Quale, non lo dice.
Il clima insomma torna ad essere teso nel Golfo Persico e non solo per dossier e dichiarazioni. Da una parte è scaduto il termine del 23 maggio, stabilito dalla 1747, per ottemperare ai dettai dell'Aiea e l'unico spiraglio diplomatico resta l'incontro di giovedi prossimo tra Larijani e il capo della diplomazia europea Solana che dovrebbe rimettere sul tavolo l'offerta del gruppo Cinque+Uno (Cina, Russia, Usa, Francia, Gb e Germania) che contempla cooperazione contro sospensione dei programmi di arricchimento. Negoziato che gli americani già danno per morto: Nicholas Burns, numero tre del dipartimento di Stato pensa che un nulla di fatto porterà a nuove sanzioni, come prefigura Khalilzad. Ma all'elemento di tensione politica si somma quello militare dopo che le portaerei americane classe John C. Stennis e Nimitz sono entrate mercoledi nelle acque del Golfo: il più grande dispiegamento navale statunitense nell'area dal 2003.
E' ovvio, benché ufficialmente gli americani abbiano negato, che la mossa minaccia opzioni che vanno oltre le sanzioni. E un elemento a latere aiuta a capire come la stessa diplomazia italiana avesse previsto l'escalation. Fonti della difesa rivelano che la frettolosa conclusione della missione navale italiana in Enduring Freedom alla fine del 2006 non aveva a che vedere con un disimpegno dal dossier afgano ma col timore di ritrovarsi in un “teatro caldo” legato alle vicende iraniane. Con l'ingresso delle navi americane nel Golfo i conti tornano. Gli italiani scelsero con lungimiranza di non farsi trovare in acque agitate.
Né il Male, né l'Islam
Come i media utilizzano le vittime e le terroriste
Alessia Acquistapace
Le guerre non si combattono solo con le armi ma anche con i discorsi: sui media è sempre in corso una battaglia simbolica continua per il controllo dei significati e delle emozioni collettive, e nella retorica della «guerra al terrorismo» le donne - o meglio le loro immagini, le figure femminili - hanno un ruolo cruciale. Appaiono nelle cronache e vengono utilizzate a sostegno della guerra infinita. Eppure dietro la retorica ci sono persone che non si adeguano al ruolo loro assegnato: le madri di Beslan - alcune loro rappresentanti sono appena tornate in Italia, anche se i "grandi" media non hanno ritenuto interessante raccontarlo - ne sono un esempio. Sulla questione, Post-Conflict Cultures: Rituals of Representation [a cura di Cristina Demaria e Colin Wright, Zoilus press, Londra, 2006] offre chiavi di lettura interessanti.
Afghane e burka.
La condizione delle donne sotto i talebani è stato un argomento forte a sostegno della guerra in Afghanistan. Quante foto di donne con il burka campeggiavano sullo sfondo degli studi tv e sulle pagine dei giornali? Con ogni probabilità queste donne erano del tutto ignare dell'uso che si faceva di quelle immagini come noi non sapevamo nulla di loro individualmente; eppure diventavano a tutti gli effetti un'argomentazione visiva molto efficace a favore della guerra.
Succedeva già nell'Egitto coloniale e in altri tipi di conflitto con l'Islam. In quanto vittime del nostro stesso nemico «islamico» - ma vittime inermi, a differenza di noi - le musulmane vengono considerate nostre ovvie alleate e forniscono una ragione «nobile» per attaccare una nazione. Nel 2001, le donne col burka sembravano una motivazione «umanitaria» molto più credibile rispetto al progetto di fermare il terrorismo bombardando il Paese dove forse si nascondeva Bin Laden.
Le donne afghane che si toglievano il velo è stata l'icona, una potente immagine-simbolo della presunta vittoria. Chi erano, in che circostanze si scoprivano, cosa pensavano della guerra? Nessuno ha pensato di chiederlo.
Le madri di Beslan.
Anche le immagini dei bambini morti nell'assalto alla scuola di Beslan, in Ossezia, furono usate per sostenere la «guerra al terrorismo». I volti in lacrime delle madri, come i corpi nudi e senza vita dei figli, vennero mostrati con grande insistenza e nessun pudore. Quelle immagini erano, nei discorsi di quei giorni, ciò che gridava vendetta, per chiedere alla Russia e al mondo di «fare qualcosa», cioè più guerra.
Il copione rifiutato
Dietro queste figure [non a caso il termine è ricorrente nel giornalismo italiano] ci sono donne che non si sono adeguate al personaggio che i media hanno sagomato. Le militanti di Rawa, una delle più attive e coraggiose organizzazioni femministe clandestine nell'Afghanistan dei talebani, hanno dichiarato di non essere affatto disposte a farsi «salvare» dai soldati statunitensi ed erano dichiaratamente contro l'intervento armato nel loro Paese. Dalle madri di Beslan ci si aspettava che chiedessero a Putin di vendicare i loro bambini innocenti, di alimentare dunque con le loro grida di dolore l'odio verso i ceceni, e invece di sangue chiedono verità. Hanno fondato l'organizzazione Voice of Beslan per ottenere un'inchiesta indipendente che accerti le responsabilità delle forze speciali russe nella strage di 150 bambini e bambine ma anche le complicità fra i servizi segreti russi e gli organizzatori dell'attentato. Ma la loro voce, così ricercata dai microfoni e di taccuini quando gridava di dolore, a questo punto scompare dagli schermi e dalla carta stampata.
Le terroriste.
C'erano alcune donne fra i terroristi che hanno preso in ostaggio i bambini a Beslan: la loro immagine è problematica e controversa, ma viene ugualmente sfruttata a vantaggio della retorica che sostiene la «guerra al terrorismo». Lo stereotipo in voga prevede che «le islamiche oppresse dal velo» siano automaticamente dalla parte di chi va a «liberarle». Ma se alcune di loro, con il velo addosso, viene «a farci guerra» al pari di un uomo? Le donne-bomba vanno disinnescate, neutralizzate anche per il significato che portano. In una ricerca [«The explosive belt displayed on their laps: Women terrorist under western eyes» in Post Conflict Cultures prima citato] ho analizzato in dettaglio il modo in cui i giornali italiani hanno presentato le terroriste cecene che presero in ostaggio gli spettatori del teatro di via Dubrowka a Mosca nell'ottobre 2002 e ho seguito le vicende mediatiche delle altre kamikaze cecene che sono purtroppo seguite, comprese quelle di Beslan.
A volte giornali le hanno vittimizzate, suggerendo che siano state costrette o plagiate, che «per essere uguali agli uomini si sono dovute immolare» [così un titolo del Corriere della sera] che la colpa non è loro ma della cultura di cui fanno parte. Analisi... sulla scorta di pure fantasie, senza conoscere neanche il nome della kamikaze di turno. Altre volte, anche nella stessa pagina, e sempre senza sapere nulla di loro, vengono rappresentate come mostri: «vedove nere», ragni velenosi, abiette nel senso che dà a questo termine Julia Kristeva [Powers of horror. An essay on abjection, Columbia University Press, 1982] così che noi possiamo assumere il ruolo comodo di chi le esclude da sé, respingendole fuori dai confini dell'umano, del pensabile, del concepibile [C. Demaria, «A juorney to the end of the night: abjection, violence, women» in Post Conflict Cultures, cit]. Una dinamica psicologica che rafforza l'identità e che, in questo caso, contribuisce a de-umanizzare il nemico e quindi a giustificare una guerra senza riserve.
Nei giorni della tragedia di Beslan, avevo la sensazione che questo ruolo fosse troppo comodo; il ruolo di chi piange i bambini visti in tv mi faceva stare a disagio. Condannare e piangere le vittime era facile e scontato, in quei giorni; quanto a sapere, capire, informarsi, nessuno sembrava ritenerlo necessario.
Il clima e il tenore dei discorsi pubblici sul terrorismo, se forse non riescono a imporci cosa pensare, di certo riescono a imporci cosa sentire. Indicano sentimenti consoni, comuni, ovvi, che è d'obbligo provare di fronte alla tragedia. Guai a esprimere una qualunque emozione diversa dal solito «orrore» per i/le terroristi/e.
Eppure capire il gesto delle donne kamikaze non era impossibile: Julija Juzik, giovane giornalista russa autrice di «Le fidanzate di Allah. Volti e destini delle kamikaze cecene» [Manifesto-libri, 2004] è riuscita a farlo perché ha condotto un'inchiesta coraggiosa e dettagliata, ma soprattutto perché è riuscita a uscire dal bon ton dei sentimenti leciti. La sua inchiesta inizia e finisce con un'ammissione semplice e scandalosa - «Donne. Come me» - e in più punti non nasconde comprensione, compassione, persino ammirazione [per la kamikaze che si fece saltare in aria davanti all'ufficiale russo che le aveva torturato e ucciso il marito amatissimo].
La realtà che Julija Juzik ha scoperto è ovviamente ben più complessa delle immagini rituali: le kamikaze cecene sono donne la cui vita è stata distrutta dalla guerra, che hanno subìto traumi, che non hanno speranza; in genere vengono rapite, ingannate, plagiate o costrette a immolarsi; quasi tutte vengono fatte esplodere con un innesco a distanza. Alcune però sono diventate kamikaze convinte di quel che facevano: una, Ajza Gazueva, lo fece perché suo marito, da innocente, fu arrestato, torturato e brutalmente ucciso. Non era succube di una tradizione patriarcale che incoraggia il suicidio della vedova [ipotesi suggerita da alcuni giornalisti/e] ma perché lo amava. Inoltre le terroriste del teatro di via Dubrowka avevano cinture esplosive finte ed è per questo che non si sono fatte esplodere quando il teatro fu attaccato dai russi. Uno dei reclutatori delle future martiri gira per la Cecenia con un lasciapassare dei servizi segreti russi e molti altri particolari suggeriscono connivenze sospette.
«Io scrivo di donne che fanno saltare in aria il mio Paese. Vi voglio raccontare chi sono.Voglio che conosciate ognuna di loro di persona. Che sappiate come e perché si fanno saltare in aria». Provare a conoscerle «una per una» e non sotto uno stereotipo giornalistico può costringerci ad ammettere che le «vedove nere» sono donne come noi: non è una misteriosa mutazione genetica a rendere crudeli le donne [una metafora usata in alcuni articoli di Repubblica] né il Male, né l'Islam. Come scrive Julija Juzik, ad di là di qualunque indottrinamento, in Cecenia «è la vita l'addestramento migliore per diventare kamikaze».
I guerriglieri ceceni mandano le donne a morire senza chiedere il loro parere. I giornalisti italiani attribuiscono a queste donne storie e intenzioni - che possono colpire il pubblico o avvalorare la tesi della guerra - senza nemmeno sapere come si chiamano. La mia ricerca era uscita prima che potessi leggere «Le fidanzate di Allah» che mi ha confermato quel che avevo scritto: quelle donne sono private della parola due volte, da entrambe le parti i loro corpi vengono usati per produrre azioni e significati completamente indipendenti dalle loro volontà.
Sui media mainstream, un meccanismo potente si appropria delle immagini di donne e bambini, e di tutti i soggetti simbolicamente deboli, per zittirli e far loro dire quello che serve al discorso del potere. In questo buco nero vengono annientate e cancellate dalla scena pubblica la storia e la volontà delle terroriste così come delle vittime o delle madri di Beslan. Per fortuna, esistono ancora canali attraverso i quali è possibile sapere qualcosa di loro o ascoltare le voci scomode. http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_11838.html
AUNG SAN SUU KYI: UN ALTRO ANNO DI ARRESTI DOMICILIARI. PERCHE’?
L'Unione Europea (UE), in un comunicato da Berlino su varie questioni questioni internazionali aperte, ha condannato “con forza" la decisione del governo militare del Myanmar di prolungare di altri 12 mesi i quattro anni di arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi - 61 anni, attivista politica, esponente della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) e premio Nobel per la Pace nel 1991 - nella sua residenza a Yangon (già Rangoon). Fonti della MISNA non escludono che la decisione, peraltro modificabile in qualsiasi momento, sia dovuta soprattutto al perdurare di un clima di incertezza politica provocato dalle condizioni di salute di due esponenti di primo piano del governo. Il comunicato della presidenza tedesca dell’UE "esorta il governo birmano a rivedere la decisione nella prospettiva di un vasto dialogo per la riconciliazione e il cambiamento democratico". Suu Kyi, secondo le informazioni fornite soprattutto da fonti della dissidenza per lo più all’esterno del Myanmar, avrebbe trascorso agli arresti domiciliari 11 degli ultimi 17 anni, sia pur in una villa su un lago alla periferia della ex-capitale dove potrebbe mantenere contatti limitati e sorvegliati con il resto del mondo. Tra gli altri, l’anno scorso ha potuto incontrare due volte Ibrahim Gambari, sottosegretario dell’ONU agli Affari politici. Figlia di un generale che fu tra i pionieri dell’indipendenza del paese dall’Inghilterra, Suu Kyi e la Lnd vinsero le elezioni indette dai militari nel 1990, ma la giunta al potere non ne riconobbe la validità e sciolse successivamente sia la Lnd sia altre formazioni politiche arrestando centinaia di persone coinvolte in attività politiche. e non consentì al parlamento eletto di riunirsi. Tramontata la possibilità di legittimare col voto democratico il golpe, i militari sciolsero i partiti politici e arrestarono la maggior parte dei sostenitori della dissidente. Circa 10 giorni fa, in vista della scadenza del quarto anno di libertà condizionata di Suu Kyi, 60 personalità internazionali, tra cui l’ex-presidente americano Jimmy Carter e l'ex-presidente della Commissione europea Jacques Delors, avevano indirizzato alla giunta militare un appello per la liberazione che, dopo le visite di Gambari dell’anno scorso, si sperava potesse in qualche modo accolto. http://www.misna.org/
CAMBIAMENTO CLIMATICO-BRASILE:
Leader ambientale del passato e del futuro?
Mario Osava
RIO DE JANEIRO, (IPS) - Il Brasile sta sottovalutando un’ottima occasione per potersi affermare come grande potenza 'ambientale' nei negoziati per controllare la minaccia del riscaldamento globale, secondo ambientalisti e analisti.
Nella lista nera dei cinque paesi che producono la maggiore quantità di gas serra, il Brasile è un caso unico, dal momento che le sue emissioni di gas serra dipendono dalla deforestazione.
Una drastica riduzione della deforestazione sarebbe possibile anche solo rafforzando ciò che è già politica ufficiale: arginando cioè lo sviluppo delle attività agricole e minerarie che devastano illegalmente la foresta pluviale amazzonica. Ma l’amministrazione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva rifiuta di impegnarsi sugli obiettivi specifici di riduzione delle emissioni, che finora sono obbligatori solo per 35 paesi industrializzati.
Il Brasile vuole prima consolidare il principio della “responsabilità comune ma diversificata”, menzionata nel Protocollo di Kyoto alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che stabilisce traguardi legalmente vincolanti solo per i paesi industrializzati, i maggiori responsabili dell’emissione dei gas serra accumulati nell’atmosfera. Riguardo alle foreste naturali, il Brasile ha modificato la sua posizione. In un primo momento, aveva rifiutato di essere incluso nei meccanismi creati dal Protocollo di Kyoto nel 1997 e attuati nel 2005, che permettono alle nazioni industrializzate di adempiere alla parziale riduzione delle proprie emissioni in altri paesi ottenendo crediti per il carbonio.
Ma l’anno scorso, Brasilia ha proposto la creazione di un fondo costituito da donazioni volontarie per indennizzare gli sforzi dei paesi in via di sviluppo di ridurre il tasso di deforestazione, rispetto alle medie storiche. Il risarcimento sarebbe proporzionale al volume di emissioni di gas serra evitate grazie a queste iniziative.
Includere le foreste native nei negoziati “è un passo avanti, ma di fatto non aiuta a creare un meccanismo economico forte e legalizzato”, dato che il Brasile sta promuovendo un fondo volontario, invece che una formula per estendere il protocollo internazionale sul cambiamento climatico, connessa a certificati validi sul mercato del carbonio, ha spiegato all’IPS Mark Lutes, esperto dell’organizzazione non governativa brasiliana Vitae Civilis.
Ciò che oggi manca al Brasile sono dei negoziatori coraggiosi, indipendenti dal Ministero degli esteri, come erano negli anni ’90, così che il paese possa tornare ad avere un ruolo di leadership sulle tematiche ambientali, ha aggiunto.
Il Brasile ospitò nel 1992 il “Vertice della terra” (Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo), svolgendo un ruolo chiave nei negoziati sul Protocollo di Kyoto.
Il brasiliano Luiz Gylvan Meira ebbe un ruolo fondamentale nel far approvare il principio della responsabilità diversificata, e anche un’altra proposta, poi adottata, veniva dal Brasile: quella del “meccanismo dello sviluppo pulito”, secondo cui i progetti finanziati dai paesi industrializzati per ridurre le emissioni di gas serra nelle nazioni in via di sviluppo avrebbero ricevuto certificazioni che potevano essere scambiate o vendute sul mercato del carbonio.
Oggi, però, la strategia diplomatica del Brasile, che dà priorità al commercio e punta ad ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, sta bloccando le iniziative per l’ambiente, osserva Lutes.
L’esperto osserva poi che la questione del cambiamento climatico in Brasile rientra nelle competenze dei Ministeri della Scienza e tecnologia e degli Esteri, e non del Ministero per l’ambiente.
L’alleanza strategica del Brasile con Cina, India e altri paesi del Sud, che è stata rafforzata in particolare dai colloqui multilaterali del Doha Round dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), impedisce al Brasile di agire da solo sulla questione del cambiamento climatico, e di avanzare proposte che potrebbero portare ad accordi più ambiziosi in questo campo, secondo l’esperto.
Ma la proposta del Brasile sulle foreste “non rappresenta una posizione rigida”, quanto piuttosto un’idea da discutere apertamente con tutti. Potrebbe portare ad un risultato finale “che si discosta dalla proposta iniziale del Brasile”, ha detto Joao Paulo Capobianco, segretario esecutivo (vice ministro) del Ministero per l’ambiente. ”Il Brasile non sarebbe poco propenso ad accettare dei traguardi, se venisse rispettato il principio della responsabilità comune ma diversificata - e cioè, se i paesi storicamente responsabili delle emissioni intensificassero il loro contributo a mitigare il riscaldamento globale”, ha detto Capobianco all’IPS.
”Mitigare il cambiamento climatico”, l’ultimo rapporto dell’IPCC (Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico), pubblicato lo scorso 4 maggio, evidenzia due settori chiave in cui il Brasile potrebbe contribuire enormemente ad invertire il trend delle emissioni di gas serra: prevenire la deforestazione, e promuovere l’uso della bioenergia.
Il Brasile non ha traguardi obbligatori da raggiungere, ma la Convenzione sul clima “non esime nessun paese dall’adottare un comportamento responsabile sul tema”, e il paese potrebbe adottare degli “obiettivi nazionali volontari”, secondo Luis Piva, coordinatore della campagna sul clima di Greenpeace in Brasile.
Ciò rafforzerebbe la sua posizione nel patteggiamento della seconda fase del Protocollo di Kyoto, che prevede di definire degli obiettivi da raggiungere dopo il 2012, ha aggiunto.
Il Brasile non ha ancora una politica nazionale sul cambiamento climatico, che consideri “fondamentale eliminare la deforestazione, così come correggere il corso della base energetica del paese, che nei prossimi anni tenderà a diventare più sporca a causa del maggiore uso di carburanti fossili, in particolare del gas naturale”, ha detto Piva all’IPS.
Inoltre, il Brasile diventerà probabilmente un grosso esportatore di etanolo, e “la sua capacità istituzionale potrebbe non riuscire ad impedire che l’aumento previsto nella produzione agricola per i biofuel incrementi simultaneamente la deforestazione”, ha aggiunto.
Il Brasile ha tutto ciò che serve per diventare una potenza ambientale, con le sue foreste pluviali tropicali, l’acqua e l’abbondante biodiversità, ma è “incapace di assumere una leadership morale attiva nei negoziati”, ha scritto Rubens Ricupero, ex segretario generale della Conferenza Onu su commercio e sviluppo (Unctad), in un articolo pubblicato domenica scorsa sul quotidiano Folha de São Paulo.
Il Brasile, sostiene Ricupero, ha “adottato una politica incentrata sulla crescita economica, senza considerare il fatto che nessuno sviluppo è possibile su un pianeta torrido, e mezzo morto”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=927
Viaggio nella capitale boliviana, affascinante metropoli, fra indios e foglie di coca
dal nostro inviato
Alessandro Grandi
Difficile non innamorarsi a prima vista di La Paz, una città così ricca di cultura e tradizioni.
Migliaia di indios con i loro abiti tradizionali multicolore e la classica bombetta all’inglese adagiata sul capo arrivano tutti i giorni da ogni angolo del paese per vendere prodotti artigianali e agricoli, animando la città in una maniera spettacolare. Seduti sugli scalini dei palazzi in stile coloniale, dall’alba a notte fonda, raccontano senza parlare la storia millenaria di questa terra.
Curiosamente, gli indios, in maggioranza di origine quechua e aymarà, salgono e scendono le ripide strade cittadine a volte sconnesse con una velocità impressionante: sulle spalle, zaini improvvisati, ossia coperte coloratissime legate sulle spalle, stracarichi di merce. Molti di loro sono anziani e ci si chiede come facciano a avere una forza simile. A dimenticare la fatica, la fame e il freddo sono aiutati dalle foglie di coca che masticano in continuazione. Nonostante questo, il loro sorriso è smagliante, spesso corredato da denti d’oro, e offrono la possibilità di acquistare di tutto a buon prezzo a chiunque passi loro di fianco: sono una vera e propria caratteristica di La Paz. Nonostante la modernizzazione continua della città, restano fedeli alle loro tradizioni. Non vogliono essere fotografati. Hanno paura che la macchina fotografica rubi loro l’anima. Convincerli a posare per qualche scatto, comunque, non è difficile. In tempo di globalizzazione hanno imparato che con pochi bolivianos (la moneta nazionale) anche l’anima e le tradizioni si girano dall’altra parte.
Prima di poter assaporare al meglio tutto quello che questa città può offrire, bisogna abituarsi all’altitudine.
Con i suoi quasi 4 mila metri, La Paz, è una delle città più alte del pianeta e tutto da queste parti potrebbe essere da record: i grattacieli che da qualche tempo sono spuntati in città sono fra più in alto al mondo, così come i musei, i campi da calcio e qualsiasi cosa si trovi da queste parti. E’ necessario camminare lentamente e non avere fretta perché la respirazione ne risente parecchio, la testa gira vorticosamente, le occhiaie compaiono sul volto. Ci si deve per forza fermare ogni venti passi. Un senso di malessere generale può compromettere la stabilità fisica di chi non è abituato a queste altitudini. Gli stessi abitanti di La Paz consigliano di camminare piano, magiare poco e cercare di non fare sforzi assurdi. E se proprio non si vuole perdere niente di questa grande capitale latinoamericana, consigliano di bere un buon mate di coca, un infuso simile al tè composto da acqua bollita e foglie di coca, la pianta tradizionale boliviana.
E’ un continuo sali e scendi questa città. Le strade, ripide e strette con una pavimentazione che ricorda il pavé, rendono difficile la circolazione delle automobili: La Paz è tutto fuorché una città a misura d’auto. Il traffico si congestiona facilmente e la polizia municipale nelle sue divise verde oliva e con il fischietto in bocca, fatica molto nel cercar di gestirlo, nonostante l’impegno costante e il controllo assiduo del territorio. Ed è inutile suonare il clacson all’impazzata: in strada passa chi ha più coraggio e non teme di scontrarsi con altre autovetture. Divertentissimo e originale è spostarsi in città con i piccoli bus (si chiamano por puesto, per posto) che offrono passaggi a prezzi modestissimi. Ce ne sono centinaia e raggiungono ogni angolo di La Paz.
La caratteristica principale di questi insoliti mezzi di trasporto è il bigliettaio: un uomo o una donna, a volte un ragazzino, che dal finestrino anteriore del piccolo mezzo grida a squarciagola la destinazione del mezzo e il prezzo della corsa, solitamente non più alto di 1 boliviano (circa 9 centesimi di euro).
A fine giornata questi lavoratori hanno il viso segnato dal sole (e dal freddo, adesso è quasi inverno) che inesorabilmente bacia la città.
Per le strade di La Paz la musica tradizionale indigena accompagna la popolazione durante tutta la giornata. Migliaia di cd, pochi originali, riempiono le vetrine dei negozi e i venditori fanno di tutto per poterli vendere a turisti, passanti e giovani studenti che escono dalle scuole.Qui la musica commerciale occidentale è ancora esclusivo appannaggio della classe medio alta boliviana che vive nei quartieri residenziali di La Paz.
Ma La Paz è anche la città del carcere di San Pedro. Una struttura quadrata, in pieno centro, famosa al mondo perché nella pratica è autogestita dai detenuti in attesa di giudizio. Fino a qualche tempo fa era possibile visitarlo. Oggi le cose sono diverse. Troppo clamore intorno a questo luogo, troppi problemi per la polizia. I detenuti del carcere di San Pedro fanno quello che vogliono. Se hanno soldi a disposizione possono avere celle lussuose e i loro familiari possono vivere con loro. Non solo. Durante la notte pare che nel carcere entrino prostitute (con la complicità delle guardie..) per allietare la detenzione dei carcerati. Inoltre, si racconta che la sera i delinquenti più ricchi escano dalla prigione per farvi ritorno la mattina seguente. Si narra anche che un cittadino di origini italiane arrestato con un paio di chili di cocaina ( e con parecchi soldi a disposizione..) al momento della sua scarcerazione sia scappato all’interno del carcere piuttosto che uscire. Pare che a San Pedro se si è ricchi si viva benissimo, meglio che in città.
E su tutto questo, l’Illimani, l’altissima montagna famosa per le sue vette innevate tutto l’anno, si staglia in tutto il suo splendore e la sua imponenza a nord della città, controllando che la vita scorra tranquilla.
Regione transcaucasica : 7000 scomparsi questione umanitaria
di Gabriella Mira Marq
Sono oltre settemila le persone di cui non si hanno piu' notizie in Armenia, Azerbaijan e Georgia a dodici anni dalla cessazione delle ostilita' e si tratta di un problema umanitario, non politico. Lo ha ribadito ieri a Belgrado il comitato permanente dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa.
Secondo un rapporto di Leo Platvoet, il numero di dispersi come conseguenza dei conflitti nelle regioni di Nagorno-Karabakh, Abkhazia e Ossetia del sud possono essere calcolati in 7538 persone. Le tensioni fra quelli che attualmente sono tre Stati diversi risalgono lontano nel tempo, complici questioni religiose (Gli Azeri sono per lo piu' musulmani e gli Armeni per lo piu' cristiani), etniche ed energetiche e quindi le mire di Russia e Turchia su parte dei territori della regione transcaucasica.
Lo Stato sovietico limito' le tensioni tra Armenia e Azerbaijan e le mire di Ankara per quasi 70 anni, finche' alla fine degli anni '80, al vacillare del potere sovietico, scoppiarono le violenze, con conseguenti spostamenti forzati (il Nagorno-Karabah e' sotto il dominio Azero ma gli abitanti sono Armeni e cristiani), in una situazione resa ancor piu' grave da un violento terremoto. Dopo il ristabilimento di una pace precaria, all'inizio degli anni '90 l'Armenia - che voto' per l'indipendenza - controllava oltre un quinto dell'Azerbaijan.
Le parti in guerra firmarono il cessate il fuoco nel 1994, ma la situazione e' comunque ricca di tensioni dovute alla presenza di truppe armene parte del territorio azero e ad un blocco economico imposto da Turchia e Iran e la Turchia, cui vanno aggiunte le conseguenze del conflitto nella vicina Georgia.
Per il comitato permanente del Consiglio d'Europa, la questione delle persone le cui sparizioni sono rimaste irrisolte e' un problema di diritti dell'uomo e implicazioni umanitarie relatve alle leggi internazionali, per cui non dovrebe essere trattato come questione politica e conseguentemente non dovrebbe dipendere dalle situazioni politiche e dalle dispute nella regione.
In una risoluzione adottata ieri, il comitato permanente ha rivolto ai tre Paesi un certo numero di proposte per riunificare le liste degli scomparsi, per stabilire un meccanismo multilaterale per cooperazione fra le commissioni per i dispersi e per operare insieme al fine di rintracciare i superstiti. Inoltre ha ricordato che le famiglie necessitano di supporto sociale, materiale e psicologico e che la memoria dei dispersi deve essere rispettata.
Tira una cert’aria furbetta, intorno al dibattito sulla crisi della politica e sul possibile “nuovo 1992”: è vero, anche stavolta c’è un referendum elettorale; anche stavolta i cittadini si sentono sudditi e non ne possono più; la casta degl’intoccabili trova di nuovo mille marchingegni per finanziarsi alle nostre spalle e dalle nostre tasche; la corruzione supera di nuovo i livelli di guardia. Ma stavolta mancano i nomi. Mani Pulite ebbe il merito di rivelare chi rubava, e quanto, e chi no. Checché se ne dica, la responsabilità era ed è personale. Ora però non si fanno nomi. Tutto sporco, tutto sbagliato, tutto da rifare. Così Bellachioma punta su una Signora Nessuno, tale Brambilla, per la successione. E Monteprezzemolo, per il «nuovo che avanza», punta su quanto di più vecchio sia su piazza: se stesso, simbolo di un capitalismo senza capitali e di un mercato senza mercato. Si fa presto a dire che la politica è in crisi. Poi condannano il senatore Dell’Utri per estorsione in combutta con un boss, e tutti zitti. Poi la Camera continua a trovare il modo di non cacciare Previti, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici da ben 13 mesi, e nessuno dice nulla. Poi la giunta per le elezioni nega ai giudici l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni sull’ ex ministro Matteoli, imputato di favoreggiamento in una brutta storia di abusi all’Elba, e non una parola. Poi il ministro dell’Interno Giuliano Amato va a predicare la legalità a Palermo nel XV anniversario della strage di Capaci. E uno studente, col candore del bambino che urla «re è nudo», lo interrompe: «In Parlamento siedono 25 indagati. Come fate a combattere la mafia?». In realtà i 25 sono i condannati definitivi. Poi ci sono i parlamentari indagati o imputati o condannati in primo o secondo grado: una settantina. Totale: un centinaio, oltre il 10% degl’inquilini delle Camere. E Amato come risponde? Testuale: «So cos’è la lotta alla mafia, ma tu sembri un piccolo capo populista. Occorre distinguere le condanne: ci sono reati minori». Per la verità in Parlamento (addirittura in commissione antimafia) siedono condannati per omicidio, corruzione, concussione, finanziamento illegale, falso in bilancio, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, lesioni, percosse, incendio, truffa, peculato. Sarebbero questi i reati minori? Quali sarebbero, eventualmente, i reati maggiori? E, anche ammettendo che siano tutti minori: in quale paese un ministro dell’Interno giustificherebbe la presenza in Parlamento di decine di condannati e imputati perché hanno commesso «solo» reati minori? Il Parlamento è il luogo dove si fanno le leggi: come possono sedervi persone che le leggi le fanno e poi le violano, o le violano mentre le fanno, o le hanno violate prima di farle? Che c’è di populista nel chiedere che questa gente, che già oggi non può far parte dei consigli circoscrizionali, comunali, provinciali e regionali, sia incompatibile anche con la carica di parlamentare, di ministro, di presidente del Consiglio e della Repubblica? L’altra sera abbiamo appreso da Report che l’ex ministro della Malasanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva a oltre 5 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati (minori?), è tornato all’università Federico II di Napoli. Quale materia può insegnare un docente con quel pedigree? Il ministro Nicolais ha varato una legge che prevede nel pubblico impiego l’immediato licenziamento dei condannati a più di 2 anni. Ma una statistica illustrata dal giudice Davigo e dalla professoressa Mannozzi dimostra che, tra patteggiamenti, riti abbreviati e indulti, i corrotti e corruttori che superano i 2 anni di pena sono l’1,7%. Gli altri restano sotto la soglia, e seguiteranno a infestare la pubblica amministrazione. Senza contare i miracolati dalla prescrizione. Davigo ha proposto di licenziare semplicemente i condannati, non importa a quale pena; e di costringere il pubblico funzionario imputato a rinunciare alla prescrizione, per essere assolto nel merito: se è innocente, dovrebbe pretenderlo. Se invece arraffa la prescrizione, che è riservata ai colpevoli, andrebbe licenziato comunque. Nicolais ha balbettato: bisogna distinguere tra condanne “lievi” e “pesanti”. Vuol dire che per servire lo Stato basta tradirlo solo un po’?www.unita.it
"Poca etica, troppe promesse, così la politica annaspa"
Vittorio Ragone, la Repubblica,
Presidente Scalfaro, pensa anche lei che l´Italia politica stia rischiando un ritorno al ‘92? Il discredito, le inchieste…
«La catastrofe del ‘92».
Quell´anno lei aveva il migliore degli osservatori. Fu eletto al Quirinale il 25 maggio. Oggi la politica è di nuovo sotto tiro. Avverte gli stessi segni di crisi?
«Qualcosa sì; però osservo che le persone che hanno lanciato o stanno lanciando l´allarme nel 1992 c´erano già tutte, e tutte ricoprivano incarichi di responsabilità; dunque sono tutti consapevoli delle cause più gravi che determinarono quella pesante crisi».
Ammesso che la storia possa ripetersi in forme analoghe, quale è il suo consiglio?
«Io resto convinto che quella caduta, che coinvolse in modo particolare Dc e Psi, cioè i maggiori responsabili dell´attività di governo di allora, fu fondamentalmente di valore etico. Dal punto di vista politico infatti i due partiti, che avevano lottato da decenni per la libertà e la democrazia, non furono sconfitti. Anzi, ebbero ragione sull´antagonista storico, il Pci. La caduta della Dc e del Psi non fu politica, avvenne sui temi etici e dell´amministrazione dello Stato».
Con il solido aiuto della magistratura di Borrelli e Di Pietro.
«Che alcuni magistrati abbiano compiuto degli eccessi io da capo dello Stato lo denunciai presiedendo il Csm. E nel saluto di fine anno del ‘98 parlai di interrogatori condotti con il tintinnio delle manette. Ma ci fu allora, effettivamente, una pagina di disonestà di considerevole ampiezza. Non si trattò, come qualcuno ha sostenuto, di una persecuzione. Il male esisteva, ed è quel male che spezza la fiducia del cittadino».
Ora come allora?
«Sì. In più, ora come allora, si commette l´errore di non mantenere fede agli impegni presi davanti all´opinione pubblica. Si annuncia che verranno fatte certe cose per poi agire diversamente. E alla fine arrivano i titoli dei sondaggi: "Il 70% dei cittadini non ha fiducia né nel governo né nel parlamento". Come si fa a meravigliarsi?».
Una critica in particolare modo al centrosinistra, visto che è al governo.
«Questo tema certamente riguarda tutti, non solo il centrosinistra. Io chiedo: nel momento in cui alcune forze si accingono anche a creare un nuovo partito, siamo sicuri che c´è una volontà assoluta di cacciare chi non si comporti onestamente, qualunque forza numerica abbia con sé? C´è la volontà di rimboccarsi le maniche per non ricadere nei vecchi vizi? Si è pronti a evitare che si riformino le correnti, intese non come impostazione politica che crea una positiva dialettica ma come meri gruppi di potere? Il potere fine a se stesso, mi permetto di dire con linguaggio evangelico, è diabolico, è sterminio della persona. E francamente qualche campanello d´allarme in questi mesi, a proposito del tesseramento per esempio, o del finanziamento ai partiti, lo sento».
Tra i "vizi" riemersi dal passato ci sono i costi della politica. I partiti sembrano rendersene conto. Il governo annuncia tagli, i presidenti delle Camere pure. Fra tanti sprechi denunciati, quale colpirebbe per primo?
«Ci sono spese per le consulenze - nelle Regioni e nelle Province in modo particolare - ingiustificabili. Che una macchina amministrativa possa avere bisogno d´un consulente medico o giuridico non meraviglia. Ma risulterebbero, a quanto pare, stuoli di consulenti, e questo serve solo ad accontentare coloro che non sono stati eletti. Più in generale, bisogna evitare che la politica costi tanto. La gente non lo accetta. Bisogna saper temperare la normale, istintiva critica che il cittadino formula verso coloro che hanno investiture pubbliche. Il Parlamento deve compiere il primo passo, ridurre i benefici ma non a partire dalle prossime elezioni: a partire da domani».
Vede altri comportamenti che allontanano cittadini e politica?
«Su una realtà già così critica è andata a piantarsi una legge elettorale, quella con cui è stato eletto questo parlamento, che è la peggiore in assoluto dall´alba della Repubblica. Per la prima volta il Paese non ha un deputato o un senatore che siano eletti dai cittadini. La legge in vigore dice più o meno: tu sei il capo di un gruppo di trenta o quaranta parlamentari. Hai conquistato 25 posti, dammi i nomi. Cinquanta posti, dammi i nomi. Tutto questo nulla ha a che fare con la parola democrazia, che vuol dire governo di popolo».
Forse questo pericolo percepito potrebbe spingere a riprendere con l´opposizione il cammino delle riforme anche dopo la bocciatura del progetto della Cdl. Non crede?
«Il 25 e 26 giugno dell´anno scorso si votò - votarono più di 16 milioni di cittadini, con il no oltre il 60% - il referendum che bocciò la riforma voluta dal centrodestra. Nel risultato pesò senza dubbio il timore del federalismo leghista, che aveva spaventato l´elettorato. Ma c´era un altro tema dominante, quello che fu definito da Leopoldo Elia il "premierato onnipotente". Gli autori della riforma volevano un primo ministro col potere di mandare a casa il Parlamento, un´ipotesi che corrodeva il cuore stesso della Costituzione varata nel 1948. Oggi non si parla più esplicitamente di questo nelle varie impostazioni, ma torna la volontà insistita di rafforzare il capo dell´esecutivo, ora ribattezzato primo ministro. Io non ho una posizione pregiudiziale contro l´aumento del potere del premier, se può servire; a condizione però che questo aumento del potere non sia pagato dalla mortificazione del Parlamento. Ma se il sistema desse al premier la stessa investitura a suffragio universale che si dà al Parlamento, nella logica politico-parlamentare si concentrerebbe su di lui una potenza più che sufficiente a prevalere».
Insomma, lei teme un cedimento del centrosinistra?
«Il ministro Chiti ha svolto un paziente lavoro, ma non è solo mia impressione che per ora prevalga la volontà di questo rafforzamento del primo ministro in forme che creano non pochi problemi. Ne parlo anche come presidente di quei comitati referendari che stanno per trasformarsi in una Associazione, sempre per la difesa della costituzione. Purtroppo il voto referendario non ha tutela giuridica, se non quella di confidare nell´onestà del mondo politico; il quale, peraltro, con motivazioni contraddittorie sembra - così ha denunciato autorevolmente su Repubblica Stefano Rodotà - volere scavalcare il responso popolare. C´è anche un´altra ragione di inquietudine. Dopo il referendum i responsabili maggiori delle coalizioni annunciarono la modifica dell´articolo 138 che presiede alla revisione costituzionale, in modo da impedire che in futuro le riforme siano votate a maggioranza semplice, col governo del momento. Bisogna richiedere comunque una maggioranza qualificata che deve coinvolgere l´opposizione. Ma su questo c´è silenzio. Conosco proteste e preoccupazioni da parte di cittadini che nei Comitati si sono fortemente impegnati per la vittoria nel Referendum del giugno scorso. Per mantenere la fiducia è essenziale dare ascolto».
Un´ultima cosa, presidente. Per tagliare i costi della politica bisognerebbe abbattere il numero dei parlamentari.
«Su questo tema pressoché tutti si sono pronunciati favorevolmente. Se si passasse al monocameralismo non mi scandalizzerei per nulla. Il mio vero timore è che si mantenga il bicameralismo ma con un Senato assai poco vivo e vitale».
"Nasce il Partito del Corriere e dà l'avviso di sfratto a Prodi". E' il titolo di Liberazione, che denuncia "un crescendo rossiniano di inchieste, articoli e interviste sullo stesso tema: la caduta vertica della credibiltà della politica". Ultimo intervento, Mario Monti che dice: "I veri politici sono i tecnici". La cosa buffa è che a dare origine al bailamme sia stato Massimo D'Alema. Dire che a questo punto si è ampiamente pentito dell'intervista è dire poco, del resto è una vita che parla male dei giornalisti, dovrebbe pur saperlo che non si dicono cose così impunemente. http://stamparassegnata.splinder.com/
Non abbiamo bisogno di un altro imprenditore prestato alla politica. Abbiamo bisogno di politici che sappiano fare politica. Anche perché questo Bellicapelli è quello degli sperperi di Italia '90. Da quale pulpito deve arrivare la predica?http://walkingclass.blogspot.com/
Con un'intervento "a gamba tesa" Luca di Montezemolo scende nel campo della politica, mette alla gogna gli "statali fannulloni" e i sindacati, attacca frontalmente il governo Prodi e glissa su una semplice realtà: non ha parlato ad una assemblea rivoluzionaria, ma a quella degli industriali italiani che hanno incassato e incassano cospicui fondi pubblici. Ha dimenticato "le colpe e le omissioni" sue e delle imprese italiane
Una volta il presidente della Confindustria chiedeva di tagliare "lacci e lacciuoli" (Guido Carli) o di restare "aggrappati alle Alpi" (Gianni Agnelli) riducendo il costo del lavoro e restituendo competitività alle imprese italiane. Richieste più o meno condivisibili, ma legittime perché fondate su un mandato degli industriali al loro presidente. Non solo. Si trattava di piattaforme che non guardavano solo all'interesse corporativo, ma puntavano ad una modernizzazione economica e sociale dell'Italia.
Da Luca di Montezemolo oggi è arrivato un salto di qualità rispetto ai suoi predecessori: l'intervento a gamba tesa nel campo della politica. Il presidente della Confindustria, parlando all'assemblea annuale degli imprenditori italiani, non si è limitato ad avanzare richieste di natura economico-sindacale (più fondi pubblici alle aziende, aumento dell'età per andare in pensione a 65 anni, smantellamento dei residui strumenti dello Stato di intervento nell'economia).
Ha brandito "la clava" dell'antipolitica. Ha messo alla gogna "gli statali fannulloni" e i sindacati. Ha invocato "la fine dei veti" per consentire la raccolta dei rifiuti che infestano Napoli e le città della Campania. Ha attaccato gli sperperi (che pure esistono e vanno sradicati) del sistema politico italiano ("La politica è la prima azienda italiana" e costa circa 4 miliardi di euro; più di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna "messe insieme"). Ha puntato il dito contro "l'autentica falsità" di Fausto Bertinotti che aveva osato definire "impresentabile" il capitalismo tricolore. Ha svolto una requisitoria contro i politici "distanti" dalla società civile, in testa il governo di Romano Prodi.
Esaurita la "pars destruens", è passato alla "pars costruens". Il tre volte presidente (della Confindustria, della Fiat, della Ferrari) ha esposto un lungo elenco di misure: va rapidamente realizzata la riforma elettorale, servono "più poteri" da assegnare al presidente del Consiglio, serve un impegno per affidare il governo "ai migliori".
Niente male.
Sferzate contro tutti e contro tutto, alla Robespierre che all'assemblea costituzionale francese, alla testa della borghesia, reclamava la testa del re Luigi XVI di Francia. Lui però non ha parlato ad una assemblea rivoluzionaria, ma a quella degli industriali italiani che hanno incassato e incassano cospicui fondi pubblici, risorse provenienti dalla tasse. Ha dimenticato però "le colpe e le omissioni" sue e delle imprese italiane: il calo della competitività internazionale, gli scarsi investimenti, la mancanza di ricerca e di innovazione sui prodotti, la poca propensione al rischio con la conseguente emigrazione di molti industriali dal settore manifatturiero a quello "garantito" dei servizi. Sferzate che fanno doppiamente male perché il sistema politico è in profonda crisi, gode di scarsa credibilità.
Nessun accenno alle regole, declamate in tante altre occasioni. La prima regola in democrazia è che tutti hanno il diritto di criticare e proporre soluzioni, ma legittimità deriva dal consenso popolare. Il "tre volte presidente" Montezemolo non è (ancora?) presidente del Consiglio e non ha mai affrontato l'esame elettorale delle urne.
Scenderà in politica? "No. Sono sceso in macchina", risponde con una battuta ai cronisti. L'interrogativo si pone da mesi. Alcune volte Montezemolo ha risposto con un mai dire mai, altre volte con un secco no. Oggi risponde di nuovo no, ma stilando un programma di governo. Un programma che potrebbe essere usato anche in due diverse versioni: di centro-destra e di centro-sinistra. Montezemolo va avanti. Un passo avanti e due indietro, diceva Lenin. Domenica e lunedì voteranno circa 12 milioni di persone per le elezioni amministrative parziali.http://www.aprileonline.info/3217/zitti-tutti-parla-lantipolitica
«Non capisco come mai, all’assemblea di Confindustria, prima ha parlato il presidente del Consiglio (Montezemolo, ndr.) e poi il presidente degli industriali (Bersani, ndr.)...». Il ministro alla Solidarietà sociale e capodelegazione del Prc al governo, Paolo Ferrero, è persona perbene, oltre che di spirito. Non si offenderà, dunque - speriamo - se riferiamo una battuta innocente che gli abbiamo sentito fare a latere, con un amico, mentre usciva, circondato dal solito, fastidioso quanto eccitato, stuolo di taccuini e telecamere, dall’Auditorium di Roma, ieri mattina. L’aspetto curioso è che mentre Rutelli e Fassino scostavano con evidente fastidio taccuini e telecamere, rilasciando laconici commenti sulla oramai evidente «discesa in politica» di Montezemolo - il quale, peraltro, «in politica semmai sta salendo, non scendendo...», come ha cercato di ironizzare il premier (quello attuale, e cioè Romano Prodi) per nascondere la stizza - a Rifondazione, al di là delle consuete e rituali dichiarazioni polemiche, si sentono - anche se può sembrare un paradosso, più tranquilli.
Se è vero, infatti, che il “bau bau” sul «complotto dei poteri forti» il battagliero organo di partito Liberazione lo recita, come una messa cantata, un giorno sì e l’altro pure, e che il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ieri ha rifiutato ogni commento («È inutile che insistiate, vi ho già detto che l’ospite per me ha la consegna del silenzio»), il punto politico del post-Montezemolo in politica, come d’ora in poi sarà, rafforza, invece che indebolire, la posizione del Prc. Persino «l’asse» tra il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa e lo stesso Ferrero tiene. Tra alti e bassi, certo, dovuti agli scontri (tutti e solo «di merito», però: ieri, sui redditi delle famiglie italiane, Ferrero ha detto a TPS che «fa la media del pollo»...) sulla Finanziaria come sul Tfr, sul “tesoretto” come sulla riforma delle pensioni. Ma dentro Rifondazione - a partire da Bertinotti e finendo a Ferrero, con cui ieri con il presidente della Camera ha confabulato a lungo, tanto per smentire quanti, anche nel suo partito, lo descrivono «in fredda» con il leader - sanno fin troppo bene che, in un nemmeno troppo ipotetico futuro, se “salta” l’attuale, fragilissimo, equilibrio di governo, alle porte ci sono «i barbari». E cioè non solo la rinascita del centro grazie alla trimurti Montezemolo-Monti-Casini, ma anche la rottura del Pd e, forse, persino l’impasse della “Cosa rossa” nascente (e che vogliono sia Bertinotti che Ferrero), oltre che la «fine» di Prodi. Meglio questo governo, dunque. Padoa-Schioppa (e Bersani) compresi. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=88057
Saremo pure il giornale della Margherita, ma per una volta, invece di fare i bastian contrari, ci va proprio di dirlo: Rutelli ha ragione.
Ha ragione di esordire sul Corriere della Sera, che lo intervista (per cambiare) sui costi della politica, «Governare significa risolvere, non solo fare interviste ». Mi permetto di chiosare che, se poi anche lui fa l’intervista, è forse perché, come Nenni quarant’anni fa, si sarà accorto che nella stanza dei bottoni i bottoni non ci sono. Su dove siano finiti , chiedere lumi a Montezemolo, Bagnasco, Bazoli, Monti e continuando. Ma questo è un altro discorso, anzi il discorso, e lo faremo più avanti. Per ora insisto sul fatto che Rutelli abbia ragione anche quando conclude l’intervista così: «Certo, leggere inchieste indignate sugli stipendi dei politici, e apprendere che la liquidazione con stock option di un giovane e brillante amministratore bancario di Capitalia vale diecine di milioni di euro, fa riflettere. Qualcuno ha calcolato che quella liquidazione vale più di un anno di retribuzioni dell’intero Senato della Repubblica». Forse questa conclusione spiega bene un passaggio intermedio dell’intervista: se un trentenne capace non accede alla politica, non è perché i gerontocrati gli sbarrino la strada (non solo, non solo), ma perché, se ha talento, preferisce guadagnare molto di più senza doversi candidare, faticare per conquistarsi il consenso (nel partito), rispondere alla giustizia, agli elettori, al garantismo delle procedure.
Vogliamo aggiungere qualcosa? Eccola qui: si spiega perché la politica, a parte le leadership e alcune élites con vocazione rispettabile, sia roba da mezze calzette.
Essa è il refugium peccatorum di chi nella vita non ha migliori possibilità proprie, e s’intruppa come le cocciniglie nell’edera del parassitismo nazionale, mediocremente retribuito – rispetto ai manager – e moralmente squalificato. La casta che ci costa, di Rizzo e Stella, non è solo costo, ma anche depressione intellettuale e morale.
Costo e depressione che incidono sulla qualità delle istituzioni e della legislazione (sistema paese) e quindi sull’economia, che già di suo, non è vero Montezemolo?, come un valido nuotatore che prova a salvare un isterico terrorizzato, deve slacciarsi e trascinare a riva le mezze calzette del protezionismo o della svalutazione di ieri, del lavoro nero o dell’evasione di oggi. Sarebbe quest’ultima, tuttavia, una parte non piccola della base sociale del “governo dei produttori”, o tecnocrati di tutte le corporazioni, a cui il prof. Fisichella ha appena dedicato un saggio, denunciando quel governo come il peggior rimedio possibile alla malattia dei politici. Una casta i cui costi attendono i loro indagatori, magari forniti dai nostri giornali con l’ausilio tecnico di polizie e uffici delle tasse. Anche se Marina Berlusconi dice (sempre nell’immancabile intervista al Corriere) che questo capitalismo è sano e che il vero conflitto di interessi è a sinistra, con finanza e coop.
Se fosse vero, perché non auspicare il varo e l’attuazione anche in Italia di norme made in Usa sul rapporto legislazione- capitalismo? La risposta può essere questa: perché c’è da sempre, in Italia, un capitalismo (non tutto il capitalismo) ribaldo, che da sempre vive, proprio come la classe politica, di indulgenze pubbliche: con l’Italietta liberale, col fascismo, con la Dc, col centrosinistra, con la seconda repubblica.
Esso è più forte della politica, la quale, meno l’economia soddisfa le esigenze del paese, più autosviluppa se stessa per soddisfare le insoddisfazioni lavorative e occupazionali e “rafforzare” il sistema: o meglio la propria sopravvivenza, spacciata per difesa del sistema.
Un cane che si morde la coda e impazzisce.
Come dice bene ma senza dare ricette D’Alema.
Ritorniamo, per un esame anatomo-patologico da laboratorio, a un esempio che ho già fatto (il caso Molise, lo conosco perché è la mia terra d’origine), detto anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Quando s’aprì la Costituente, sessant’anni fa, la provincia di Campobasso, 410 mila abitanti, era la quinta provincia della regione Abruzzo e Molise. Quindici anni dopo la Costituzione fu riformata e il Molise separato dall’Abruzzo: ventesima regione. Poi la provincia-regione fu divisa in due province, Cb e Is (Isernia), una di 220 l’altra di 110 mila abitanti (avendo l’emigrazione, nel frattempo, ridotto a 330 mila la popolazione molisana).
Così, come certe amebe unicellullari, il consiglio provinciale di Cb si è riprodotto in nuovi organismi, e cioè il consiglio regionale del Molise e i consigli provinciali di Cb e Is; ognuno dei quali ha creato non so quante Asl poi Usl, comunità montane (sei o sette), consorzi di bonifica, aree e consorzi industriali, mentre il governo provvedeva a raddoppiare le prefetture, le questure, le intendenze di finanza, e quant’altro. Insomma, non si è aspettato Montezemolo per scoprire che la politica è la prima industria, e non solo nelle aree depresse.
Gli stipendi politici sono più di mezzo milione (l’ex guardasigilli Martelli diceva un milione).
Che essi costituiscano un ammortizzatore sociale è probabile, e ciò invalida la prospettiva di De Rita di uno sciopero fiscale dei contribuenti.
Troppi dovrebbero scioperare contro se stessi. Certamente essi costituiscono l’ossigeno, anzi i pani e i pesci di una delle caste. Ma limitarsi a dirlo non ha alcun senso, se non si indica la via d’uscita da quello che Mauro Zampini definisce il cortocircuito istituzionale che ci paralizza, lascia l’industria senza “sistema paese”, non impedisce che il maggior reddito dell’economia si traduca in maggiore povertà dei singoli (Istat).
La mediocrità delle classi dirigenti del centrosinistra e del centrodestra s’è vista con le rispettive riforme della Costituzione: quella del 117 che facemmo nel 2000, e che ha aggravato la sclerosi multipla di uno Stato che aveva bisogno di riallacciare le sue membra scisse dal regionalismo spendaccione; quella di tutta la Costituzione voluta dal centrodestra nel 2005, e che ha costretto gli italiani , nel referendum confermativo, a gettare con l’acqua sporca del premierato a reti unificate, anche il bambino, cioè la liquidazione del bicameralismo ripetitivo e la riduzione del numero dei parlamentari. Se vogliamo rimettere i bottoni nella stanza, come vuole Rutelli, potremmo fare un discorso al centrodestra: non che ci piacerebbe l’amico e collega Gianni Letta nel futuro governo Veltroni, quasi un sarkosismo all’acqua santa, ma che vogliamo recuperare, insieme alla destra, quel bambino che il presidenzalismo plebiscitario ci costrinse a buttare. Si potrebbe dire al centrodestra che, una volta lanciato dalle istituzioni centrali questo messaggio di autoridimensionamento, sarebbe più facile ridimensionare insieme la periferia, costruendo macroregioni economiche al posto delle 20 “storiche”, abolendo le province, costringendo i comuni minori a consorziarsi (sempre per restare nella mia terra d’origine, c’è un consiglio comunale anche nel Comune di Molise, 57 abitanti).
Ce n’est qu’un début, diremmo se fossimo in Francia.
Ma, caro Valter, siamo in Italia, a meno che tutti voi non vogliate provare – interviste a parte – a cambiare.
Grandi questioni scuotono il cortile. Adesso si fa polemica attorno alla festa di Halloween.
Ci sono cose, qui, che strappano un sorriso, per l’irrilevanza dei contenuti e la sproporzione fra discussioni serissime in Consiglio e l’effettiva portata delle decisioni. Eppure ho come l’impressione che non siano che riflessi, specchiati in un frammento di un disegno più grande, di una polemica più corposa, di comportamenti e idee che pervadono la società tutta.
Fra i suoi compiti, la Circoscrizione ha quello di dare contributi. Qualche migliaio di euro all’anno, per stimolare e aiutare associazioni di volontariato, culturali o sportive. Si finanziano, in questo modo, le molteplici attività che contribuiscono a dare identità e riconoscimento ad un territorio, altrimenti destinato a seguire la deriva dei tanti dormitori che stanno attorno alle nostre città. Le associazioni fanno domanda, la Circoscrizione le vaglia e delibera, ed io, che sono il garante della regolarità della spesa, sorveglio la correttezza dell’erogazione di fondi pubblici, chiedo resoconti e giustificazioni con fervore forse degno di cifre più corpose. Ma tant’è, uno è fatto com’è, e difficilmente si può cambiare. Magari, dico io, che tutti i soldi pubblici fossero spesi per cause altrettanto degne e in modo altrettanto trasparente.
Così, fra le numerose iniziative – sagre di paese, presentazioni di libri, trebbi dialettali, corsi di italiano per extracomunitari – c’è anche la Festa di Halloween, che si tiene in una frazione vicina; festa che già l’anno scorso ha avuto un gran successo e raccolto un pubblico numeroso. Il comitato cittadino che l’organizza – quello composto di giovani donne che si divertono un mondo – ha chiesto perciò qualche centinaio di euro per sostenere le spese. Niente di strano, dunque.
Sennonché la Festa di Halloween non è gradita a molti consiglieri. A quelli di destra, che si autoeleggono difensori dell’italianità, contro l’americanizzazione; ai cattolici della sinistra perché la Festa di Halloween odora di zolfo e lascia immaginare ridde di diavoli e sabba di streghe. Alla sinistra non piace perché, o comunque non gradisce il sapore di America, o si rinchiude nella difesa delle tradizioni locali, viste ormai come ultimo baluardo dell’identità territoriale.. Restano davvero in pochi di buon senso a difendere una festa che altro non è che un carnevale autunnale, dove grandi e bambini si divertono a mascherarsi da streghe e scheletri e a fingere di farsi paura a vicenda; a difendere, anche, l’opportunità di creare occasioni di socializzazioni in una zona che solitamente ne è priva. Non basta, a coloro che invocano, da destra e da sinistra, la difesa delle tradizioni locali, che Eraldo Baldini, noto scrittore e riconosciuto studioso di tradizioni e costumi locali, abbia appena finito di pubblicare un libro in cui dimostra che la tradizione di festeggiare i morti non l’abbiamo importata dall’America, ma tutt’al più, ve l’abbiamo esportata. Non bastano, ai cattolici, le proteste di innocenza di finte streghe e finti diavoli, poiché quello che non esce dalla canonica è a priori sospetto. Alla fine, obtorto collo, pur di non dar ragione all’opposizione, antiamericani e cattolici di sinistra hanno ceduto e hanno votato a favore del finanziamento – un contributo di ben 450 euro! – della Festa di Halloween, e anche per quest’anno bimbi delle scuole e relative madri potranno togliersi il gusto di mascherarsi, organizzare mercatini, giochi e balli all’aperto.
Io non commento – non commento mai, tranne qui, le decisioni del Consiglio; ho comunque l’impressione che il montante integralismo cattolico restringa sempre di più gli spazi di tolleranza per manifestazioni non esplicitamente intinte nell’acqua santa. La Festa di Halloween, a parte il travestimento, che l’avvicina più al carnevale, non è, per i suoi contenuti, molto diversa dalle Sagre di paese organizzate in varie frazioni, dalla parrocchia: sempre i soliti mercatini, giochi per bimbi e balli in piazza. E nessuno ci trova niente da ridire.
E’ ovvio che la destra cavalchi questo integralismo per traghettarvi i suoi, per dir così, valori. Ed è sconcertante che la sinistra, o per antiamericanismo, o per pavidità, rischi di farsi confondere e di rinunciare alla difesa di laicità e tolleranza. Traggo forse conclusioni troppo azzardate da un piccola disputa locale? Forse…. Ditemi voi.http://www.ulivoselvatico.org/territor/newindice.htm
La Turchia guarda con sospetto e paura all’elezione di Sarkozy alla presidenza francese. Tutti i media del Paese e le autorità politiche hanno commentato con risentimento e preoccupazione i dati che arrivavano da Parigi. Il motivo di tale irritazione sta nelle parole pronunciate dal nuovo inquilino dell’Eliseo nel corso della campagna elettorale contro l’ingresso di Ankara nell’Ue. “Non si tratta – aveva affermato Sarkozy – di un problema che riguarda i musulmani o l’Islam, ma io sono contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea perché la Turchia non si trova in Europa, ma in Asia Minore”. Naturalmente, le parole di Sarkozy sono state interpretate dai turchi come un autentica dichiarazione di ostilità, ben oltre il loro significato letterale. Ne abbiamo parlato con Dundar Kesapli, giornalista e corrispondente da Roma della televisione Sky Turk.
Quali sono state le reazioni dei musulmani turchi alla elezione di Sarkozy?
Generalmente negative, sia in Turchia sia fra i tantissimi emigrati turchi che vivono in Europa e nella stessa Francia.
L’affermazione chiara di non voler Ankara nell’Unione europea perché la Turchia non appartiene all’Europa sarà stato un motivo di forte malcontento. È solo questo che i turchi rimproverano al nuovo presidente francese?
Non solo. Sarkozy è stato infatti un ministro dell’Interno assai contestato, durante il suo dicasteri ci sono stati degli episodi che hanno danneggiato la comunità islamica, episodi che sono considerati frutto di errori del neo presidente. Quanto alle dichiarazioni cui lei fa cenno, hanno inasprito un rapporto già molto difficile.
Più nel dettagli, come valuta quelle dichiarazioni?
Le giudico imprudenti, sbagliate, dichiarazioni che non fanno altro che continuare un vecchio atteggiamento francese di ostilità nei confronti della Turchia. Il carattere incauto della tesi di Sarkozy sta nel fatto che essa è stata una sorta di condanna preventiva, un giudizio parziale e non richiesto: la Turchia infatti deve ottemperare a delle condizioni che le sono state poste dalle istituzioni comunitarie per il suo ingresso nell’Ue. Quando avrà soddisfatto tali condizioni, anche se il cammino sarà lungo e difficile, non sarà certo l’ostilità pregiudiziale di Sarkozy a rappresentare un reale impedimento. Purtroppo Sarkozy con queste dichiarazioni ha perso l’occasione per mostrare quel rigore e quella imparzialità che devono essere proprie di un vero arbitro quale il Presidente della Repubblica Francese dovrebbe essere.
Non ritiene eccessiva l’inquietudine mostrata dai giornali turchi, da Milliyet a Hurriyet, per l’elezione di Sarkozy?
No. Perché i media di un paese difendono il popolo di quel paese. E chi attacca il carattere europeo della Turchia attacca in realtà non il governo di Ankara, ma l’intero popolo turco. I giornali, le radio e le televisioni, oltre allo sdegno per le dichiarazioni offensive, si sono chiesti, con preoccupazione e talora con ironia, perché Sarkozy, invece di soffermarsi sui tanti problemi che ha la Francia, si sia messo a dare giudizi sulla Turchia. Con simili premesse, l’elezione all’Eliseo di un politico così, ha provocato e provoca legittime inquietudini, critiche e preoccupazioni.
Come hanno reagito i politici turchi?
Nello stesso modo con cui hanno reagito i media. Tutti, dal premier Erdogan a Gul, hanno mostrato molta rabbia per le parole di Sarkozy. Parole che, hanno detto tutti, dimenticano volutamente i grandissimi sforzi che il Paese sta facendo per adeguarsi alle direttive poste dalla Ue nel tempo più breve possibile.
Come valuta la posizione di Sarkozy su temi come il velo islamico e le scuole coraniche?
Riguardo al velo, la posizione di Sarkozy è sempre stata molto contraria. Ma non sono questi i suoi errori. Anzi, su questo punto mi sento addirittura di concordare con lui. Perché è giusto che, in un paese democratico quale è la Francia, ognuno si adegui alle norme dello stato, e rispetti le leggi del paese in cui vive. Non si può pretendere di indossare un abbigliamento che viene percepito come una provocazione, o impiantare centri educativi e culturali che talora sono luoghi di propagazione dell’integralismo.
Come vede il futuro dei rapporti fra Sarkozy e i musulmani e, più in particolare, l’avvenire delle relazioni fra Francia e Turchia?
Gli ultimi avvenimenti non lasciano troppe speranze, ma voglio essere ottimista. Mi auguro che Sarkozy si accorga che il suo atteggiamento deve cambiare, e capisca che gli estremismi, le contrapposizioni, fanno male a tutti. Se lo capirà, potrà anche correggere dichiarazioni come quelle sulla Turchia. Ma il nuovo presidente deve ricordarsi che le sue azioni e le sue parole dovranno essere all’insegna dell’imparzialità e dell’intelligenza: altrimenti le tensioni aumenteranno, i conflitti esploderanno non solo sul piano delle relazioni diplomatiche, ma anche nelle città e nei centri della Francia, dove i musulmani, e anche i musulmani di origine turca, sono tantissimi. E da lì, come è già avvenuto, potranno estendersi ai Paesi vicini, prima di tutto la Germania e l’Italia.
Il premier è François Fillon, ma il governo sarà di Sarkozy. Metà dei quindici ministri saranno donne, sull’onda di Zapatero. E il ministro degli Esteri è un ex socialista, Bernard Couchner. Il nuovo presidente della Francia vuole sparigliare le carte fin da subito.
La sua ambizione è tanto lunga quanto lui è corto, ma per realizzarsi deve trasformare la vittoria su Ségolène in una disfatta socialista nei dieci anni a venire, cioè per sempre.
Sparigliare, dunque. Ma Couchner, a ben vedere, non è un successo completo: molti socialisti lo considerano un traditore. In realtà il primo candidato a fare il ministro degli Esteri, Sarkozy lo aveva scelto molto più a sinistra. Aveva convocato niente meno che Hubert Vedrine, l’ex ministro degli esteri Jospin, uomo che aveva un dialogo stretto con Bill Clinton e che gli sarebbe stato molto utile per il futuro con Hillary. Poi Vedrine, troppo europeista comunque, e ancora troppo socialista, gli ha detto di no.
Così la Francia sarà decisamente meno europea di quanto sia mai stata da De Gaulle in avanti. Sarkozy non farà un secondo referendum sulla Costituzione Europea, che i francesi hanno già bocciato. E non accetterà altri trasferimenti di sovranità a Bruxelles.
Il suo modello sociale è liberista. Si candida a competere con Gordon Brown nel dialogo interatlantico, scavalcando la Germania. Con la
Russia sarà la Francia a dialogare per conto proprio, visto che l’Europa fa solo pasticci, in nome di una grandeur nella migliore delle tradizioni. Ma non fino al punto da scavare la fossa all’Europa.
In campagna elettorale l’ha detto: per prendere voti, ma anche perché ci crede: niente Turchia in Europa. E l’amore per gli Stati Uniti, che il nuovo presidente francese non ha voluto nascondere, sarà messo a dura prova sulla questione dei nuovi missili Usa che dovrebbero essere installati in Polonia con i radar piazzati a Praga. La Francia ha sempre pensato alla difesa europea in termini autonomi. E non sarà in nome dell’unità europea se Sarkozy si opporrà a quei missili, ma in nome della sicurezza dei francesi.
L’Europa fatica, come è noto, a parlare con una voce sola. Ma è fuori luogo immaginare che la nuova Parigi di destra accetti di farsi rappresentare dal ruggito della pulce di Tallin e da quello del barboncino di Varsavia. Sempre destre sono, ma c’è una bella differenza tra la destra colonizzatrice e superba e le piccole destre colonizzate e revansciste.
L'editoriale di Chips & Salsa di oggi, dalle pagine cartacee del Manifesto. Si svolge negli Usa il Personal Democracy Forum, sponsorizzato (anche) da Google e Yahoo!. E il manifesto recita: "E' arrivata la Personal Democracy, dove ognuno è pienamente partecipe"...
Nei giorni scorsi, a New York si è svolta la terza edizione del «Personal Democracy Forum», che sembra persino una contraddizione in termini, dato che la democrazia dovrebbe essere fatto collettivo, mentre quel «personal», evoca soprattutto l'individuo singolo. Tra gli sponsor le più grandi aziende dell'internet come Google e Yahoo!.
A ben vedere, tuttavia, la contraddizione è solo apparente, dato che ogni vero processo democratico parla a e coinvolge le persone anche in quanto singoli, portatori non solo di interessi, ma di valori, desideri, utopie, spesso di soluzioni. E l'utopia di una democrazia rianimata dalla partecipazione dal basso appare oggi più possibile anche grazie alle tecnologie di rete.
Come è facile immaginare c'è forse una quota di eccessiva fiducia nella tecnica rispetto ai processi sociali, ma il manifesto dell'incontro suona comunque interessante perché segnala uno spostamento di poteri e di ruoli già in atto.
Eccolo: «La democrazia in America sta cambiando. Una nuova forza, radicata in nuovi strumenti e pratiche costruite attorno all'Internet emerge a fianco del vecchio sistema della politica a alto investimento di capitali. Oggi, praticamente a costo nullo, ognuno può essere un reporter, organizzare delle comunità, realizzare campagne, essere editore, raccoglitore di fondi o leader. Se quello che ha da dire è convincente, si propagherà. Il costo di trovare gente che la pensa come te, di riunirsi insieme e di parlare ai poteri è caduto pressoché a zero. Le voci in rete stanno rivitalizzando la conversazione civica. Sempre più persone ogni giorno stanno scoprendo questo nuovo potere. Dopo anni in cui sono stati trattate come soggetti passivi da manipolare col marketing, ora vogliono essere ascoltate. I membri si aspettano di avere voce in capitolo nel processo di presa delle decisioni nelle organizzazioni di cui fanno parte. I lettori vogliono rispondere a quelli che producono le notizie. I cittadini insistono per una maggiore apertura e trasparenza da parte del governo. Tutte le vecchie istituzioni (…) devono adattarsi o perdere il loro status e potere. E' arrivata la Personal Democracy, dove ognuno è pienamente partecipe».http://www.visionblog.it/index.asp?Op=ShowNews&ShowID=953
Il reporter Peter Moyo svela i retroscena del contrabbando di diamanti nello Zimbabwe
Arrestato, interrogato per ore, pedinato e minacciato dai servizi segreti. E' questa la storia di Peter Moyo, il reporter dell'emittente sudafricana E-tv che, tra febbraio e marzo, è andato nello Zimbabwe per indagare sul contrabbando di diamanti. Uscito dal Paese dopo una rocambolesca fuga, degna del miglior film di James Bond, Moyo ha svelato un traffico che coinvolge calciatori, politici, generali, uomini d'affari stranieri, contadini, studenti universitari e persino il personale dell'Onu. Un traffico che, secondo le stime della Reserve Bank, solo negli ultimi mesi è costato al Paese 400 milioni di dollari.
Contatto. “Sono entrato nel giro comprando da un ragazzino di sette anni alcuni diamanti, alla periferia della capitale Harare – rivela a PeaceReporter Moyo –. Grazie a lui sono entrato in contatto con alcuni cercatori, che mi hanno portato nel distretto di Marange (la principale zona diamantifera del Paese, ndr). In teoria, i giacimenti della zona sono chiusi a causa delle indagini sul contrabbando, ma intere famiglie corrompono la polizia per entrare e cercare le pietre. La stessa cosa che ho fatto io”.
Per far fronte al traffico illegale, lo scorso dicembre il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha nazionalizzato tutte le concessioni minerarie, ma ha peggiorato ulteriormente la situazione. Mentre infatti la Zimbabwe Mining Development Corporation, la compagnia di Stato, non ha i fondi per estrarre le pietre preziose, migliaia di semplici cittadini, spesso reclutati come braccianti da intermediari di politici corrotti, contrabbandano i diamanti all'estero con la complicità delle forze di sicurezza. “E' ovvio che a organizzare il traffico siano gli uomini dello Zanu-Pf (il partito al potere, ndr) – riferisce a PeaceReporter Moyo – perché sono gli unici ad averne il potere e i mezzi. Nello scandalo sono coinvolti almeno tre ministri, ma finora nessuno è finito in carcere”.
Rotte. Una volta in Sudafrica, i diamanti vengono acquistati da ricettatori specializzati, che si preoccupano di “riciclarli” e immetterli nel mercato legale vendendoli alle grandi compagnie del settore. Da qui, le pietre preziose prendono la via di Israele, Olanda, Libano o Gran Bretagna per essere tagliate. “In teoria, la provenienza dei diamanti dovrebbe essere certificata – continua Moyo – ma quando sono andato al Diamond Trade Center di Johannesburg per vendere quelli che avevo acquistato nello Zimbabwe nessuno si è preoccupato di verificarne la provenienza. Anche perché, una volta che gli intermediari hanno riciclato le pietre, è praticamente impossibile scoprirne l'origine”. Un brutto colpo per il Kimberley Process (Kp), il sistema di certificazione dei diamanti nato nel 2000 proprio per evitare che venissero messe in commercio pietre di contrabbando o provenienti da zone di guerra. Contattati da PeaceReporter, i vertici del Kp hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.
Incubo. “Una volta finito il documentario, l'ho subito spedito in Sudafrica tramite canali fidati – continua il reporter –. E' stata una felice intuizione, perché poco dopo sono cominciati i problemi”. Arrestato dalla polizia per accertamenti, Moyo viene rilasciato il pomeriggio stesso dietro il pagamento di una cauzione (“una miseria, al cambio era meno di un dollaro”, confida ridendo). Il giorno dopo, però, la situazione si complica. “Alcuni uomini vestiti da poliziotti si sono presentati a casa e mi hanno prelevato. Mi hanno portato in un edificio buio, dove mi hanno interrogato per ore sul mio lavoro e su quello che ero venuto a fare. Alla fine mi hanno rilasciato, ma si sono tenuti il passaporto”. Tornato alla stazione di polizia due giorni dopo per reclamare il documento, Moyo scopre che i poliziotti non sanno nulla né del suo interrogatorio né del passaporto. “Lì ho capito che a sequestrarmi erano stati gli uomini dei servizi segreti, manovrati da qualcuno molto in alto – continua Moyo –. Da quel momento, per quattro giorni, la mia vita è diventata un inferno”.
Connessioni. I legami tra i politici e il commercio di diamanti nello Zimbabwe sono molto stretti: al momento due compagnie, la Bubye Mineral e la River Ranch Limited, si stanno contendendo a colpi di denunce lo sfruttamento di due siti minerari. La prima è controllata da Adele Farquhar, moglie dell'ambasciatore dello Zimbabwe in Sudafrica, mentre la seconda è diretta dal generale in pensione Solomon Mujuru, marito della vice-presidente Joyce Mujuru. Mugabe ha riconosciuto la gravità del problema, ammettendo il coinvolgimento di personalità di primo piano nel traffico. Ma, in un Paese preda di una crisi economica senza precedenti, che ha esaurito le sue riserve di valuta estera e che vanta un'inflazione del 3700 percento, è difficile non essere tentati dalle sirene di un'attività illecita che frutta milioni di dollari in valuta pregiata.
Inchieste. Finora sono in pochi ad aver indagato sulla vicenda. Inchieste sono in corso sia in Zimbabwe che all'Onu, ma la vicenda di Moyo è sintomatica di come le autorità preferiscano gestire la questione: “Mi hanno pedinato per quattro giorni, minacciando me e la mia famiglia. Aspettavano che facessi una mossa falsa per eliminarmi. Ho raccontato la storia ai miei contatti nella polizia e nell'esercito, ma il vespaio che avevo sollevato era talmente grosso che nessuno poteva aiutarmi. Fortunatamente, sono riuscito ad anticipare le loro mosse”. Dopo aver fatto espatriare in Germania i genitori, Moyo semina i suoi “angeli custodi” con uno stratagemma. “Un mio amico ha preso la mia auto ed è uscito dal garage di casa – continua –. Speravo che lo pedinassero credendo che fossi io. Era l'unica mia possibilità di fuga”. I servizi ci cascano, così Moyo può lasciare la sua abitazione nell'auto di suo zio, indisturbato. Ma per evitare i controlli, è costretto a viaggiare per giorni sugli autobus notturni. “Scendevo prima di ogni check-point della polizia, lo aggiravo a piedi e rientravo sul pullman”, ricorda. Dopo quattro giorni di fuga, e con l'aiuto di qualche amico al di là della frontiera, Moyo, senza documenti, riesce a rientrare in Sudafrica. L'incubo è finito. “Almeno ho salvato la pelle – conclude –. A un mio collega è andata molto peggio: i servizi l'hanno prelevato in casa una sera, e il giorno dopo il suo cadavere è stato ritrovato al bordo della strada”. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8008
Libano - Un campo di battaglia di una guerra decisa da altri
QuadrantEuropa
Da dove provenga la minaccia che si sta manifestando nel nord del Libano non è chiaro per nessuno. La sola cosa che si può dire è che i combattimenti rappresentano una nuova sfida per il governo del primo ministro Siniora.
I combattimenti esplosi nel nord del Libano rappresentano una sfida nuova per il governo del primo ministro Siniora. Nei giorni scorsi l’esercito libanese ha subito perdite considerevoli nel tentativo di snidare i guerriglieri del gruppo islamista Fatah al-Islam fondato pochi mesi fa e trinceratosi nel campo profughi palestinese di Nahr el-Bared nel nord del paese. Oggi i soldati di Beirut tengono sotto assedio il campo e i suoi 30mila abitanti diventati ancora una volta vittime impotenti di una guerra di cui non riescono a capire i motivi.
Da dove provenga la minaccia che si sta manifestando vicino Tripoli non è del resto completamente chiaro per nessuno. Il nome e i comunicati ufficiali di Fatah al-Islam rimandano a un gruppo che si richiama al radicalismo jiadhista e, di fronte alle miserabili condizioni di vita nei campi, non sarebbe sorprendente vedere l’ideologia di Al Qaeda far presa tra i profughi palestinesi.
Nel nord del Libano esiste da anni una organizzazione clandestina di estremisti sunniti nella quale i combattenti della Jihad trovano accoglienza e sostegno. Diversi osservatori ritengono che la strategia di Fatah al-Islam sia una riedizione della soluzione proposta negli anni ’70 del secolo scorso dal gruppo dirigente palestinese, secondo cui la liberazione del Libano sarebbe la condizione essenziale per riconquistare Gerusalemme.
Per il governo libanese dietro Fatah al-Islam vi è invece la mano della Siria. Dopo l’assassinio del suo ex primo ministro Hariri, Beirut ha preteso dal consiglio di sicurezza dell’Onu che sia un tribunale internazionale a far luce sul caso. Damasco ritiene il tribunale il tentativo di isolare la Siria e contesta ogni teoria che presuppone il coinvolgimento siriano nell’omicidio. L’accusa che Fatah al-Islam sia uno strumento per costringere Beirut a fare marcia indietro su tutta la questione, viene respinta da Damasco che mette invece l’accento su quanto sta facendo nella lotta contro l’islamismo radicale.
In realtà l’esplosione della battaglia nel nord del Libano viene sfruttata dalle elite siriane che possono affermare che quando il loro esercito era presente in Libano gli estremisti non avevano spazio di manovra. In queste vicende la Siria cerca la conferma della tesi che senza la collaborazione di Damasco, non è possibile stabilizzare ne il Libano ne la regione mediorientale.
In questo senso l’esplosione di violenza di Tripoli porta acqua al mulino delle tesi di Asad e rende plausibile l’accusa che siano i siriani a tirare le fila di Fatah al-Islam. Nel contesto degli sviluppi di lungo periodo della regione però il rafforzamento dei combattenti jihadisti nel nord del Libano rappresenta una minaccia per Damasco e i suoi alleati libanesi. Gli estremisti sunniti sono nemici mortali sia del regime secolare del presidente Asad sia degli “eretici” sciiti di Hezbollh.
Chi accetta questo punto di vista, ritiene che Fatah al-Islam potrebbe essere una creatura saudita (o addirittura americana) nata allo scopo di mettere in crisi l’asse tra Teheran, Damasco e gli Hezbollah.
È in questo crogiolo religioso-ideologico che il governo Siniora lotta per garantire la propria sopravvivenza e la coesione del paese. Un lungo assedio o la conquista violenta di Nahr el-Bared verrebbero equiparati al comportamento di Israele in Palestina e segnerebbero il crollo della reputazione del governo libanese nel mondo arabo.
Rinunciare ad agire sarebbe però equivalente ad ammettere che la sovranità del governo centrale dopo essere stata messa in discussione nel sud del paese, è una finzione anche nel nord.
Per ricostruire lo Stato libanese, Siniora ha finora privilegiato il sostegno esterno di Arabia saudita, Usa e Unione europea. Il capo del governo di Beirut ha scelto o forse non è stato in grado di trovare una soluzione insieme all’opposizione, che rappresenta la metà della popolazione, basata su una visione comune del futuro del paese dei cedri.
Ma solo con il consenso della grande maggioranza dei libanesi sarà possibile risolvere la crisi. A meno che non si preferisca che sovranità e indipendenza del Libano restino formule vuote e Beirut continui a restare un campo di battaglia della “guerra degli altri”.
Dal film "Quattro mesi, tre settimane e due giorni"
A Cannes il film di Cristian Mungiu, regista romeno. Le protagoniste due studentesse nella Romania del 1987, sotto Ceausescu. Bucarest si scopre uno dei luoghi più vivaci delle cinematografia europea contemporanea
In attesa di Emir Kusturica, che sabato chiuderà il concorso del 60° Festival di Cannes (le premiazioni saranno domenica sera) con “Promise Me This”, il primo grande film dell’edizione 2007 è arrivato dalla Romania.
Uno dei paesi cinematograficamente meno conosciuti d’Europa ma negli ultimi tre anni tra i più vivaci con almeno 5-6 film da non perdere realizzati da autori under 40. “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” di Cristian Mungiu, già regista di “Occidente” (2002) e di un segmento del collettivo “Lost and Found” (2005), è un film che non si dimentica: durissimo, teso, spiazzante. Le protagoniste sono due studentesse che vivono in una residenza universitaria nella Romania del 1987 sotto Ceausescu.
Parlano tra loro, Gabita resta nella sua stanza, Otilia va nelle stanze delle altre compagne e si prepara ad uscire. Il film si dipana a poco a poco, svia lo spettatore su false piste, non si lascia scoprire. La macchina a mano crea tensione, i piani sequenza con i dialoghi mai scanditi da tagli di montaggio rivelano la bravura delle interpreti Anamaria Marinca e Laura Vasiliu.
A metà film si capisce a cosa serva quella stanza doppia d’albergo che una delle due cerca di prenotare. La mora Gabita deve abortire un feto che ha il tempo del titolo. Arriva da loro un uomo, “consigliato” da un’amica e compie la pratica. La bionda Otilia, attraverso la quale sono seguiti i fatti deve far sparire il corpicino una volta espulso. Mungiu (che ha dichiarato di essere contro l’aborto, ma soprattutto di aver voluto mostrare le conseguenze delle scelte che le persone compiono) non risparmia il dettaglio “lynchiano” del feto insanguinato sul pavimento, ma senza compiacimento.
Mostra il dolore delle due, l’irrimediabilità di una scelta. Il tema, più che l’aborto, è l’amicizia, un legame che arriva fino in fondo, fino a sotterrare nel segreto uno dei gesti più estremi degli esseri umani.
La pellicola non è pessimista come sembra, è un pugno nello stomaco ben dato grazie anche alla tecnica del “pedinamento” dei personaggi cara ai fratelli Dardenne.
Mungiu, all’opera seconda, e le sue attrici difficilmente sfuggiranno alla giuria (tra i quali lo scrittore turco Orhan Pamuk e il regista italiano Marco Bellocchio) al momento dei premi, anche se il concorso è zeppo di grandi nomi (i fratelli Coen, il russo Sokurov che porta un film sul conflitto ceceno, Gus Van Sant, Quentin Tarantino, Wong Kar-Wai, il coreano Kim Ki-Duk) o di giovani talenti come il russo Andrey Zviagyintsev (“Il ritorno”) in gara con “Izgnanie – L’esilio” o il turco-tedesco Fatih Akin (“La sposa turca”) con “The Edge of Heaven”.
Tra gli eventi fuori concorso, la giornata slovena prevista per venerdì che presenterà alcuni dei lavori più interessanti prodotti dalla piccola repubblica ex jugoslava negli ultimi anni. Tra questi anche “Odgrobadogroba” di Jan Cvitkovic, vergognosamente non ancora distribuito in Italia.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7600/1/51/
Palestina: crisi di governo e fallimento dell’unità nazionale
Gli scontri a fuoco fra i miliziani di Fatah ed Hamas sono cominciati venerdì 11 maggio
Dopo dieci giorni di combattimenti fratricidi, costati oltre cinquanta morti, Hamas e Fatah hanno confermato domenica 20 maggio il cessate-il-fuoco e proclamato la fine delle ostilità nella Striscia di Gaza. Nella stessa giornata, il gabinetto di sicurezza israeliano ha deliberato un incremento delle operazioni militari nella Striscia di Gaza per colpire le infrastrutture terroriste responsabili dei lanci di missili Qassam effettuati da Hamas contro le città del sud di Israele.
Gli scontri a fuoco fra i miliziani di Fatah ed Hamas sono cominciati venerdì 11 maggio, in occasione della presentazione del piano del Ministro degli Interni Kawasmeh volto ad unificare le forze di sicurezza nell’ANP. Il 14 maggio la notizia delle dimissioni di Kawasmeh ha aggravato ulteriormente la situazione nelle strade: alla crisi di fiducia nei confronti di un governo di unità nazionale inerme ha fatto seguito una spirale di violenza che ha investito anche il sud di Israele. Ai lanci di missili Qassam sulla città di Sderot l’esercito israeliano ha risposto con raid aerei aventi principalmente per obbiettivi esponenti di Hamas. Le dimissioni di Kawasmeh, uno dei ministri indipendenti della compagine governativa, sono sintomatiche del perdurare dell’anarchia nella Striscia di Gaza, diretta conseguenza del fallimento di un governo di unità nazionale il quale non è riuscito a risolvere le due questioni prioritarie che ne hanno giustificato la creazione: lo sblocco dei fondi internazionali e la sicurezza interna. Peraltro, malgrado i ripetuti tentativi di creare un clima di dialogo, tanto Abu Mazen quanto Haniyah sembrano non avere più il controllo delle proprie fazioni, al punto che è difficile stabilire per quanto tempo le tregue annunciate possano realmente essere rispettate.
A fronte di tali circostanze, l’intensificazione dei raid aerei dell’IDF a Gaza non costituisce preludio necessario ad una operazione militare su larga scala da parte di Israele, come si era paventato nel fine settimana, soluzione che avrebbe fra l’altro conseguenze estremamente negative. Non è però escluso un intervento delle Nazioni Unite, che i leaders di Hamas e Fatah, alle prese con problemi analoghi nella gestione delle milizie in campo, potrebbero preferire alla presenza dei carri israeliani nei territori occupati.
Miguel Etchecolatz va in carcere e ci va per quello che gli resta da vivere. Così ha deciso la Cassazione argentina, punendo l’ex direttore della polizia di Buenos Aires del delitto di lesa umanità.
La decisione della Cassazione è la prima vera applicazione di una punizione per uno dei repressori della dittatura, dopo che nel 2003 il Parlamento argentino ha deciso di abolire la Legge di punto finale (che datava 1986) e quella di Obbedienza dovuta (1987), che di fatto consegnavano l’immunità ai golpisti.
Etchecolatz era stato condannato a settembre per sei omicidi e due sequestri, con l’aggravante delle torture inflitte ai prigionieri, ma si avvaleva finora del regime degli arresti domiciliari. Ora, la Cassazione ha disposto che il repressore, di 77 anni, dovrà scontare la pena nel carcere di Marcos Paz perchè “pericoloso per sè e per gli altri”.
Che l’ex capo della polizia bonaerense fosse una persona ancora pericolosa ed influente lo si era capito appena finito il processo di primo grado quando il testimone chiave, Julio López, scomparve nel nulla. Ancora oggi López vanta il triste primato di essere il primo desaparecidos dell’era Kirchner. Le indagini seguite alla scomparsa di López hanno confermato l’esistenza di poteri occulti all’interno della polizia e dell’esercito argentino.
Ieri, da Londra, Amnesty International ha confermato questa tesi, denunciando come i testimoni dei processi contro i repressori della dittatura siano fatti oggetto di costanti minacce. Anche il giudice Carlos Rosanzki, che condannò Etchecolatz in primo grado, ha ricevuto una lunga serie di intimidazioni.
Vi posto un link in spagnolo sul punto delle indagini sulla scomparsa di Julio López: http://www.kaosenlared.net/noticia.php?id_noticia=35569
A Bangkok, se ti colleghi a un sito “proibito” rischi 5 anni di reclusione Dall’attuale governo militare arriva una nuova censura per internet. Diversi siti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale sono stati bloccati. E due leggi che prevedono per i “trasgressori” pesanti sanzioni fino a un massimo di cinque anni di reclusione e 2.700 dollari di multa.
Bangkok (AsiaNews/Agenzie) – Una campagna per rafforzare la censura di internet è stata avviata dalle autorità Thai, al potere dal 19 settembre quando con un golpe è stato spodestato il primo ministro Thaksin Shinawatra. La notizia è giunta da New York dove il gruppo Human Rights Watch ha fatto sapere che diversi siti ritenuti “pericolosi” sono stati bloccati.
Brad Adams, direttore di Human Rights Watch dell’Asia, ha spiegato “Con Thaksin ci si lamentava perché i media erano imbavagliati. L’attuale governo, che ha promesso un veloce ritorno alla democrazia, mina la libertà di espressione e il pluralismo politico, proprio come Thaksin”. “La libertà di espressione - ha aggiunto Adams - è alla base di qualsiasi democrazia funzionante. La Thailandia, con la decisione di censurare alcuni siti, si sta comportando come la Cina e il Vietnam. E’ questo ciò che vuole?”
Cinque siti, accusati di minacciare la sicurezza nazionale, sono stati bloccati. Tra questi il sito dedicato al 19 settembre (www.19sep.net e www.19sep.org) e un sito pro-Thaksin (www.ptvthai.com). Dall’estero queste pagine web possono essere visitate mentre in Thailandia l’accesso viene negato. Anche numerose stazioni radio sono state sottoposte a controlli per verificare che non ci siano rischi per la sicurezza nazionale.
Il gruppo di Human Rights Watch ha inoltre fatto sapere che “Il ministro ha richiesto al Google thailandese (www.google.co.th) e a Google.com di impedire in Thailandia l’accesso alle loro pagine web dalle quali si può accedere alle pagine bloccate”.
Il gruppo però non parla del recente blocco di Blogspot.com, deciso dopo una richiesta fatta dalMinistero dell’informazione e delle comunicazioni e di YouTube.com avvenuto quando sul sito sono apparsi video che ridicolizzavano il re Thai Bhumibol Adulyadej.
L’attuale governo thailandese ha inoltre emanato una legge contro la produzione, il possesso, la diffusione e l’accesso a informazioni internet ritenute proibite e un disegno di legge sui “reati” informatici che autorizza le autorità a intercettare e impossessarsi dei dati del computer e bloccare le informazioni che circolano in rete considerate minacciose per la sicurezza nazionale. Le due leggi prevedono pesanti sanzioni. Fino a un massimo di cinque anni di reclusione e 2.700 dollari di multa.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9358&size=A
Sara’ un’estate difficile in Iraq, con un agosto in cui il sangue puo’ scorrere piu’ del solito. Incassando una vittoria dopo aver costretto il Congresso a finanziare di nuovo la guerra senza date di scadenza, il presidente George W.Bush ha preannunciato nuovi lutti a un’ America sempre piu’ stanca. Ammonimenti che fanno da sfondo anche alle angosce dei candidati presidenziali, alle prese con il rischio di giocarsi la Casa Bianca nel 2008 per un voto difficile da spiegare agli elettori. […] '’L'estate sara’ un periodo critico per la nuova strategia'’, ha spiegato un Bush cupo ai giornalisti, convocati in una splendida giornata di sole nel Giardino delle rose della Casa Bianca. ‘’Potrebbe essere un agosto di sangue…'’, si e’ lasciato scappare il presidente, tornando subito sui propri passi, nel timore che la parola fosse troppo forte: ‘’Un agosto molto difficile'’. Collegando ancora una volta l’Iraq all’ attacco dell’11 settembre 2001, Bush ha riproposto con forza scenari di terrore legati a Osama bin Laden, sostenendo che Al Qaida vuole usare l’Iraq come base di lancio per tornare a colpire negli Usa: ‘’I vostri figli sono in pericolo'’, ha detto Bush a un paio di giornalisti che sollevavano dubbi sul legame tra bin Laden e gli eventi iracheni.
Bush ha anticipato di alcune ore a Washington il voto con cui il Congresso controllato dai democratici e’ stato chiamato a ratificare un compromesso che suona come una vittoria per l’ amministrazione Bush. La Camera ha passato per 280-142 una legge che garantira’ fino a fine settembre con 100 miliardi di dollari le operazioni militari e diplomatiche americane in Iraq e Afghanistan, senza obbligare il Pentagono a cominciare a pianificare il ritiro. I democratici hanno ottenuto in cambio di aggiungere al provvedimento altri 17 miliardi circa destinati a iniziative di welfare negli Usa. Il Senato ha votato poco dopo lo stesso testo, con un risultato di 80-14.
La resa e’ stata inevitabile per il partito della ’speaker’ Nancy Pelosi, visto che la Casa Bianca ha mantenuto la minaccia del veto, ma ha creato profonde spaccature interne e un serio problema ai candidati presidenziali del partito. Fino all’ultimo momento soprattutto i senatori Hillary Clinton e Barack Obama si sono interrogati su come votare, mentre John Edwards - che non e’ piu’ in Congresso - tuonava contro chiunque dia nuovi ‘’assegni in bianco'’ a Bush in Iraq. Gia’ nel 2004 il candidato dei democratici John Kerry si era trovato in difficolta’ a spiegare i propri voti sull’Iraq e la guerra ‘infinita’ sembra destinata a mostrare il proprio effetto anche nel 2008. Alla fine Hillary e Obama hanno deciso per il ‘no’, rompendo con la maggioranza del partito.
Bush ha preannunciato che entro meta’ giugno saranno in posizione le ultime cinque brigate (circa 15.000 militari) del previsto rinforzo di 30.000 uomini avviato dal Pentagono. A quel punto il generale David Petraeus, che comanda le forze americane in Iraq, avra’ a disposizione tutta l’estate per valutare se il suo piano funziona o no. A settembre il generale ha promesso che tornera’ a Washington con una valutazione obiettiva sull’ andamento della guerra e Bush ha ammesso che e’ plausibile che gli insorti utilizzino il mese di agosto per far alzare il piu’ possibile il bilancio della carneficina irachena.
Il presidente americano ha anche riconosciuto di aver cominciato ad utilizzare alcune indicazioni contenute nel rapporto finale dell’Iraq Study Group, la commissione bipartisan guidata lo scorso anno da James Baker e Lee Hamilton. In molti negli Usa ritengono sia l’inizio della preparazione di un ‘piano B’, nel caso l’offensiva di Petraeus non funzioni. ‘’Visto che le raccomandazioni erano di Baker-Hamilton - ha scherzato il presidente - lo chiamerei il piano B-H'’.
Bush ha spiegato che a suo avviso le proposte della commissione non potevano funzionare lo scorso autunno, per il livello di violenza a Baghdad. Se invece Petraeus riuscira’ a riportare un po’ di sicurezza nella capitale, secondo la Casa Bianca si aprira’ una fase in cui riprendere a concentrarsi sull’addestramento delle forze irachene e aprire a una maggiore collaborazione internazionale. Ma prima occorrera’ attraversare un’estate in cui, presumibilmente, gli insorti faranno di tutto per alzare le gia’ drammatiche statistiche della morte. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/05/24/bush-liraq-va-verso-unestate-di-sangue/#more-310
E se tra i due litiganti godesse Bloomberg? Mentre Democratici e Repubblicani sono impegnati anima e corpo a cercare il candidato ottimale per conquistare la Casa Bianca, il sindaco della Grande Mela sta valutando la discesa in campo come leader della terza via. Passato da Democratico, presente da Repubblicano (ma solo di nome, come fanno notare in molti), Michael Bloomberg nega che la candidatura alla presidenza sia tra i suoi pensieri. Ma negli ultimi giorni, tutti i principali quotidiani americani hanno citato fonti ben informate che garantiscono sulle intenzioni presidenziali del tycoon dell’informazione finanziaria. Voci rinforzate dal senatore repubblicano anti-Bush, Chuck Hagel, che si è già proposto come compagno di ticket del magnate prestato alla politica. C’è già chi giura che Bloomberg – inserito da Time nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo nel 2007 – sarebbe pronto a spendere oltre 500 milioni di dollari, di tasca sua, per risultare competitivo rispetto ai candidati dei due partiti tradizionali. D’altro canto, per un uomo la cui fortuna personale è valutata nell’ordine dei 5,5 miliardi di dollari, quella cifra non appare poi così proibitiva. Gli osservatori fanno notare, peraltro, che nelle sue due elezioni comunali newyorkesi (2001; 2005) Bloomberg ha speso ben 160 milioni di dollari contro i 24 dei suoi oppositori. L’uomo da 5 miliardi di dollari scelse di non usare i fondi pubblici in modo da non essere soggetto alle restrizioni imposte dalla legge ai candidati che scelgono questo tipo di finanziamento. Bloomberg fu oggetto di critiche roventi per l’utilizzo su larga scala della sua fortuna economica. Attacchi che potrebbero ripetersi qualora decidesse di candidarsi alla Casa Bianca, scegliendo di attingere ai suoi fondi pressoché illimitati.
Ebreo, nato a Boston 65 anni fa, Bloomberg ha studiato alla John Hopkins University e ad Harward. La prima fase della sua brillante carriera imprenditoriale si svolge alla Salomon Brothers. Poi, decide di mettersi in proprio e fonda la Bloomberg L.P., società di informazione finanziaria che diventa presto un vero e proprio impero. L’anno scorso, Forbes lo ha posizionato al 44.mo posto tra gli uomini più ricchi d’America, mentre è tra i primi 10 filantropi americani per contributi versati. La carriera politica di Bloomberg nasce sulle ceneri della New York post 9/11. Nel 2001 succede a Rudy Giuliani, che lo appoggia, e che ora potrebbe ritrovarselo come avversario nella corsa verso Pennsylvania Avenue. Come The Mayor of America, Bloomberg si distingue per idee decisamente liberal, che fanno storcere il naso alla base del Grand Old Party. Bloomberg dà un giudizio positivo della sentenza Roe v. Wade, che ha legalizzato l’aborto negli USA. E’ a favore dei “matrimoni gay” ed è un convinto sostenitore del controllo sulle armi. “Non capisco perché la gente porti le pistole”, ha detto una volta, “Le pistole uccidono”. Questa sua posizione, piuttosto originale rispetto al mainstream politico americano, si è vista rafforzata dopo la strage al Virginia Tech. Nei suoi sei anni alla guida di New York ha puntato, con alterne fortune, sulla riforma scolastica, ha proseguito la politica di Giuliani in materia di sicurezza ed ha portato il suo stile manageriale all’amministrazione comunale favorendo una ripresa economica dopo lo shock dell’11 settembre. Passerà sicuramente alla storia per aver introdotto drastiche limitazioni ai fumatori in tutti i luoghi pubblici. Misura presto imitata in molte altre grandi città americane e non.
Per il Wall Street Journal, Michael Bloomberg potrebbe ripetere l’impresa del petroliere texano Ross Perot, che nel 1992 si candidò come indipendente e conquistò il 19 per cento dei suffragi. Secondo lo stratega repubblicano Frank Luntz, Bloomberg potrebbe addirittura conquistare il 25 per cento dei voti, vista la generale insoddisfazione negli elettorati dei due partiti maggiori. Solo il 53 per cento dei Repubblicani si definisce soddisfatto per i candidati in lizza per la Casa Bianca, mentre i Democratici ritengono la front runner Hillary Clinton una figura eccessivamente polarizzante per aggiudicarsi le presidenziali. La domanda che, però, più insistentemente si pongono gli staff dei candidati già scesi in campo è: “A chi toglierà voti un’eventuale candidatura di Bloomberg?”. Sul Washington Times del 16 maggio, Ralph Z. Hallow ha sostenuto che il sindaco di New York sarebbe una minaccia per i Democratici, perché gli renderebbe difficile la vittoria nello Stato di New York e forse anche nel Connecticut e nel New Jersey, tutti e tre Stati tradizionalmente sicuri per il partito Democratico. Di avviso contrario è John Fleishman, campaign strategist del Grand Old Party in California, che ricorda come, nel 1992, Ross Perot consegnò la Casa Bianca a Bill Clinton, sottraendo voti conservatori a George Bush. Che la candidatura Bloomberg sia percepita con fastidio in certi ambienti repubblicani ne è prova l’articolo al vetriolo che gli ha dedicato il settimanale neoconservatore The Weekly Standard. “Perché”, si legge nel titolo, “un sindaco popolare ma mediocre dovrebbe pensare di correre alla presidenza?”. Gli autori del servizio, Fred Siegel e Michael Goodwin puntano il dito sui fallimenti dell’amministrazione Bloomberg, che, secondo loro, avrebbe conseguito successi solo laddove ha proseguito le politiche di Rudy Giuliani. Ma la sferzata più violenta arriva a fine articolo quando si denuncia, apertis verbis, che Bloomberg avrebbe ottenuto la fiducia del partito a suon di donazioni milionarie. “I soldi”, sottolineano con amarezza Siegel e Goodwin, “comprano acquiescenza, quando non adulazione”. Secondo Time questo attacco del Weekly Standard dimostra che in casa repubblicana si teme l’effetto Perot sulle elezioni del 2008. Tuttavia, è opinione comune che, se Rudy Giuliani si aggiudicasse la nomination, la candidatura di Bloomberg avrebbe ben scarso appeal sui repubblicani moderati. Una cosa è certa: con una senatrice e due sindaci in campo, New York è sempre più protagonista di queste elezioni presidenziali.http://www.loccidentale.it/node/2350
«Ahmadinejad aggressivo», in Iran il Presidente sotto pressione
Cresce il malcontento verso la linea dura del Presidente sulla questione nucleare.
La Scuola teologica di Kashan, nella provincia di Isfahan (Soudeh/ Roozbeh/ Farhang/ Flickr)
«Le sue dichiarazioni sulla disputa nucleare sono aggressive e l'impressione che dà è quella di voler infiammare a tutti i costi gli animi» scrisse a gennaio il quotidiano iraniano Jomhuri-e Islami in una lettera aperta al presidente Mahmud Ahmadinejad. Provocazioni – a giudizio del giornale – inutili, che danno all'Occidente il pretesto per minacciare sanzioni. E con le quali il Presidente tenta di distogliere l’attenzione dai problemi interni. Desta scalpore il fatto che l’attacco arrivi da questa testata, spesso allineata con il leader della rivoluzione Ali Khamenei e sospettosa verso il mondo occidentale.
Malumore crescente
Mentre l’Occidente cerca di portare l'Iran sulla buona strada con sanzioni sempre più severe, nel Paese cresce l’opposizione verso il governo. Le critiche arrivano non solo dai riformatori di Mohammed Khatami – che come predecessore di Ahmadinejad si era speso per una maggior apertura dell'Iran – ma anche dagli islamici radicali. Persino Hashemi Rafsanjani, ex presidente della Repubblica iraniana e attuale presidente del Consiglio d'Esame Rapido (istituzione che interviene sui contrasti tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione, ndr), non nasconde il suo malcontento.
Tutti spingono verso una riconciliazione con l'Occidente per dar ossigeno all'economia stagnante e mantenere i necessari investimenti stranieri. Un rappresentante dell'opposizione, Valiollah Shoja Purian, durante un dibattito parlamentare pubblico ha accusato l'attuale governo di aver dissipato la buona reputazione accumulata dal precedente e di aver peggiorato l’economia. Purian ha fatto notare che sotto il governo Khatami il Paese era riuscito, nonostante le difficoltà, a raggiungere una crescita dello 7,5%. Uno sviluppo bloccato dall'arrivo dei conservatori che, nonostante la solida maggioranza, non sono riusciti a realizzare le riforme necessarie al Paese: l'inflazione è aumentata e il volume delle importazioni sta mettendo in ginocchio il mercato interno.
Solo promesse in politica economica
A causa dell’aumento dei prezzi la popolazione si è sentita ingannata dal Presidente. Erano stati proprio i ceti più disagiati delle città e la gente povera delle campagne ad appoggiare l'elezione di Ahmadinejad nel giugno 2005, dopo averlo sentito pronunciare la promessa di usare i profitti petroliferi per creare nuovi posti di lavoro. Ma tutte le buone intenzioni sono naufragate nel mare della dilagante corruzione da cui i conservatori non sono immuni. Anche se le posizioni intransigenti di Ahmadinejad sul nucleare incontrano i favori della gente, la popolazione non è disposta a dimenticare i suoi fallimenti in campo economico e sociale.
Nelle elezioni comunali del dicembre 2006 il suo partito ultraconservatore è stato duramente punito, mentre i conservatori moderati e i riformatori hanno conquistato insieme la maggioranza dei voti. Il pragmatico Rafsanjani, il riformatore Khatami, e l’ex presidente del Parlamento Karrubi hanno messo temporaneamente da parte le proprie divergenze e si sono alleati contro il governo. Più di cento deputati hanno assistito a un incontro tra i tre leader dello scorso aprile. Molti di loro sperano non solo di accorciare il mandato presidenziale di Ahmadinejad, ma anche di scongiurarne la rielezione.
La breve detenzione, ai primi di maggio, di Hossein Moussavian – ex negoziatore iraniano sul nucleare contrario alla politica di intransigenza dell’attuale governo – testimonia il nervosismo di Ahmadinejad. Johannes Reissner, esperto di affari iraniani della Fondazione Scienza e Politica di Berlino, vede in questa azione un tentativo del Presidente di intimidire i suoi critici. Un'iniziativa che non ha dato i risultati sperati, visto che Ahmadinejad sta perdendo l’appoggio degli stessi conservatori. La realtà è che la sua ambizione sul nucleare erode il consenso popolare. Più di ogni sanzione occidentale.
I loro nomi non dicono niente a nessuno. Perché nessuno sì è mai occupato di loro. Sono quattro cittadini ucraini arrestati a Teramo dalla polizia napoletana nella notte del 16 ottobre 2005 su un furgone proveniente da Leopoli e diretto a Napoli, per importazione di armi da guerra: nell'automezzo furono ritrovate, tra una gran quantità di chincaglieria per mercatini rionali, due bibbie scavate con dentro due granate anticarro arrugginite. A farli catturare era stato Mario Scaramella, il superconsulente del presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti. Informatissimo sui loro spostamenti, il peracottaro napoletano, che da anni truffava enti pubblici e università con curriculum farlocchi, indicò agl'investigatori modello, targa, colore del furgone, la scritta sulla carrozzeria e i nomi di due trasportatori. Peraltro il furgone indicato da Mario non era il Mercerdes su cui erano partiti da Leopoli. Quello si guastò a Udine, dove i quattro furono prelevati da un amico partito da Teramo su un altro mezzo. E, in Abruzzo, trasferirono la merce su un terzo camion: quello descritto da Scaramella, evidentemente in contatto con uno della brigata. Citando l'ex spione Aleksandr Litvinenko, il noto bufalaro raccontò che i quattro preparavano "una strage per conto del Kgb, della mafia e dei servizi ucraini" per eliminare lui e il suo spirito guida: il senatore Guzzanti. Il quale avallò subito la tesi del complotto, per le scottanti verità che stavano emergendo alla Mitrokhin sul ruolo decisivo di Prodi nel Kgb e nel delitto Moro. Nell'ottobre 2006 si presentò al Tribunale di Teramo come testimone dell'accusa. E, sotto giuramento, dichiarò con aria grave: "Ho il ragionevole sospetto, confortato da notizie di stampa, che si trattasse di un attentato nei miei confronti". Intanto i quattro - Stefan Kovpac, operaio di 55 anni, Vitaliy Mykhalciuck, mezzadro di 27, Volodymyr Stakhurky, apprendista meccanico di 35, Oleh Havrushsko, dentista di 31 - marciscono in galera per 1 anno e 2 mesi. Ripetono disperati d non saper nulla di quelle bombe, di Scaramella e di Guzzanti, ma non vengono creduti. Guzzanti e Scaramella s'inventavano un altro complotto: quello che collegherebbe la loro imminente dipartita (per fortuna mai avvenuta) con quelle di Anna Politkovskaja e Litvinenko (purtroppo morti per davvero). Poi, alla vigilia di Natale, i giudici di Roma pongono fine alla brillante carriera del cazzaro: Scaramella finisce a Regina Coeli, dove tuttora risiede, per traffico d'armi e calunnia (anche ai danni di un certo Talik, ex Kgb, indicato come il destinatario delle granate). I quattro ucraini vengono scarcerati e spediti ai domiciliari per altri 6 mesi. Ormai è chiaro che, col traffico d'armi e la strage anti-Guzzanti, non c'entrano nulla: qualcuno, in contatto con Scaramella, ha fabbricato a tavolino la montatura, infilando nel camion, forse durante il travaso della merce a Teramo, le due bibbie con le granate (gli unici due pacchi non scritti in cirillico di tutto il carico). Due giorni fa, ultimo atto: i quattro malcapitati vengono assolti dal Tribunale di Teramo dopo 20 mesi di custodia cautelare: formula piena, "non aver commesso il fatto". Come scrive Carlo Bonini di Repubblica, l'unico a dare spazio alla notizia, Guzzanti e Scaramella hanno calunniato e rovinato la vita a quattro innocenti. Curiosamente i giornali "garantisti", così attenti alle assoluzioni eccellenti ("nuovo caso Tortora", "manette facili","teoremi politici","chi paga?"),l'hanno ignorata. Se le false accuse le avesse lanciate un pentito di mafia a un politico avremmo i giornali,i tg e le tasche piene di dichiarazioni sdegnate contro la malagiustizia. Invece le false accuse le ha lanciate un politico a quattro poveracci, per giunta stranieri. Dunque zitti e Mosca. Guzzanti aveva un "ragionevole sospetto, confortato da notizie di stampa", probabilmente scritte da lui. E tanto bastava. Il senatore, si sa, è un garantista doc. L'altroieri ha intervistato sul Giornale l'ex dissidente Vladimir Bukovski, che ha definito La Repubblica "portavoce del Kgb". E, quanto a Prodi, "non ho mai avuto le prove che fosse agente della Russia, ma non ne sarei sorpreso". Dal "non poteva non sapere" (mai usato dai giudici milanesi per condannare), siamo passati al "non mi stupirei". Ora non vorremmo che alla fine, come in ogni giallo che si rispetti, si scoprisse che il vero agente del Kgb era il più insospettabile: Guzzanti. O meglio: non ci stupiremmo.www.unita.it
Si sente accerchiata e sembra sull’orlo di una crisi di nervi quando teme che il referendum elettorale diventi un plebiscito contro i partiti. Ma non arretra. Al contrario la politica si espande, occupa nuovi terreni. La spesa pubblica ha raggiunto un massimo storico nel 2006 e continua a galoppare come rivelano i dati del fabbisogno (nei saldi il tesoretto non c’è). Non c’è stato alcun passo indietro nella vicenda Telecom.
Sembra forte anche il condizionamento esercitato dalla politica su di una fusione, quella fra Unicredit e Capitalia, destinata a creare una superbanca (chiamata italiana anche se non sappiamo quanto lo sia davvero) che direttamente o indirettamente oggi ha un peso rilevante nel controllo delle più grandi imprese italiane.
Non arretra perché non capisce che, per sopravvivere, ogni tanto conviene arretrare. Per capirlo la classe politica dovrebbe essere più istruita, più consapevole di quanto conti la credibilità personale e delle istituzioni. Solo cambiando le regole di cooptazione nella classe politica si potrà evitare un plebiscito contro la politica, che rischia come sempre di travolgere tutto, anche ciò che di meglio è stato fatto per migliorare le nostre istituzioni dopo la Prima Repubblica.
Oggi la parola chiave è meritocrazia. Non c’è convegno in cui non venga invocata, non c’è editoriale in cui non faccia capolino. Meritocrazia vuol dire accedere a incarichi pubblici o cariche di governo in base a criteri di merito. Ma i pulpiti che invocano la meritocrazia sono semmai espressione della gerontocrazia, l’affidamento sistematico del potere a chi è più vecchio: lo confermano l’Istat e le polemiche intorno al Partito democratico. L’età dei detentori di potere pubblico aumenta molto più rapidamente di quella della popolazione e degli elettori. È più alta che nelle altre democrazie occidentali, anche dove i giovani sono meno politicizzati.
Il nostro presidente del Consiglio ha 67 anni, tanti quanti il presidente della Camera. Il Presidente della Repubblica ha 81 anni, 74 la seconda carica dello Stato, mentre il capo dell’opposizione ha da poco ultimato il settimo giro di boa. Si può pensare che siano bravi e che perciò resistano a lungo in sella. Ma sia Berlusconi che Prodi sono diventati premier per la prima volta a 57 anni, mentre Blair ha iniziato il suo decennio a 43 anni, Zapatero è diventato premier a 45 anni, De Villepin e Angela Merkel a 51 anni, tra uno e due anni in meno dei contendenti al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi. L’età media dei nostri ministri è 58 anni contro i 52 della Francia, i 53 della Spagna e i 54 del Regno Unito. Non è colpa dei giovani che si disinteressano della politica: negli Stati Uniti la partecipazione al voto di chi ha più di 65 anni è quattro volte quella di chi è under 24, in Italia l’astensionismo tra i giovani è la metà di quello fra chi ha più di 65 anni.
Questa gerontocrazia è il frutto di una selezione della classe politica basata sulla posizione nella lista d'attesa di qualche leader o sulla fedeltà a qualche organizzazione collaterale, detentrice di voti. Sembra un metodo ideato per allontanare quelli che hanno migliori opportunità altrove, i più bravi e aggiornati. Qualcosa stava lentamente cambiando con il sistema maggioritario, in cui contano più le persone che gli schieramenti. Tra gli eletti con il maggioritario c’erano più persone con una laurea o una precedente esperienza di governo a livello locale che nel proporzionale, dove conta soprattutto l’età. Alle ultime elezioni non abbiamo potuto neanche esprimere preferenze, scegliere chi mandare a Palazzo Madama o a Montecitorio. Eccoci allora consegnato un Parlamento ancora più vecchio. Il 22% dei deputati ha più di 60 anni (il doppio che nella XII e XIII Legislatura). Tra i senatori gli over 70 hanno superato il 10 per cento, quasi 4 su 10 hanno più di 60 anni, rispetto ai 3 su 10 della legislatura precedente. In Europa solo la House of Lords composta da membri a vita, ereditari e vescovi, ha una composizione per età comparabile. Ma la House of Lords non vota la riforma delle pensioni.
L’invecchiamento della classe politica è un problema di concorrenza che non c'è anche al di fuori del palazzo. Per rendersene conto basta comparare l'età dei manager pubblici con quella dei privati. Nelle grandi imprese partecipate dal Tesoro, l’età media degli amministratori delegati è 62 anni. Nelle 40 più grandi imprese private italiane della graduatoria di Forbes, l’età media dei managers è di 5 anni più bassa e nel manifatturiero (dove c’è più concorrenza) l’età scende verso i 50 anni.
Certo arrivare tardi al potere permette anche di acquisire esperienze importanti sul campo. Ma anche quando un ultra 65enne ha lo stesso dinamismo di chi è nato 20 o 30 anni dopo, ha inevitabilmente orizzonti più brevi. Le riforme vere, quelle che servono, hanno costi immediati e benefici che si vedono solo molto tempo dopo. Chi ha la prospettiva di rimanere in carica per poco, non ha intenzione di chiedere un nuovo mandato, ha tutti gli incentivi per rimandare ai posteri queste scelte difficili. Lo fa magari inconsapevolmente. Anche quando si sforza di pensare ai giovani, concepisce solo politiche di breve respiro, quelle che danno frutti subito, che non investono sul futuro ma sull’immediato. Meglio aspettare a riformare sul serio la scuola e l’università sfidando le corporazioni di insegnanti e docenti, meglio evitare di sfidare i sindacati dei trasporti pubblici, permettendo agli immigrati di lavorare e tenendoli in funzione fino alle due o tre di notte il sabato sera per permettere a chi va in discoteca di tornare a casa senza guidare, meglio rimandare le riforme del mercato del lavoro e della previdenza, pur di evitare lo scontro con chi rappresenta i lavoratori più prossimi al pensionamento.
Per dimostrare di stare dalla parte dei giovani, di pensare al futuro, si ricorre ai gesti simbolici, come il bonus figli che dura lo spazio di un mattino, non ti dà neanche il tempo di concepire un figlio. Vogliono i politici over 65 dimostrarci che gli orizzonti non contano? Hanno tutte le opportunità per farlo ai tavoli aperti su lavoro e pensioni. Finché non lo faranno continueremo a pensare che la gerontocrazia è un meccanismo di spartizione del potere perfettamente in grado di perpetuare se stesso: figlio della mancata concorrenza, non fa nulla, ma proprio nulla, per favorire quella meritocrazia di cui tanto parla.
Intervento di Romano Prodi al Parlamento europeo di Strasburgo
Martedì 22 Maggio 2007
Signor Presidente, care deputate, cari deputati,
Ci troviamo in un momento cruciale per il futuro dell’Europa e della costruzione europea: ed è con questa consapevolezza, e non senza emozione, che mi rivolgo a voi oggi. Ringrazio il Presidente Hans Gert Poettering per questa opportunità.
Da qui alle elezioni del 2009 l’Europa si gioca il proprio futuro. Fra un mese, il Consiglio europeo delibererà l’avvio di una Conferenza Intergovernativa al termine della quale dovremo poter dire di essere stati all’altezza degli impegni che ci siamo assunti, tutti insieme, il 25 marzo scorso a Berlino.
Si tratta di decidere di cosa ha bisogno l’Europa, di cosa abbiamo bisogno tutti noi, per poter affrontare le sfide che il mondo ci impone. Sembra una questione astratta, invece è molto concreta. Ormai dovremmo aver capito che la capacità di noi europei di interpretare il mondo globale e coglierne le opportunità dipende da come sapremo far funzionare le nostre istituzioni comuni.
Permettetemi di dire subito con molta franchezza che non condivido quanti continuano a opporre la necessità di produrre risultati alla necessità di rafforzare le istituzioni europee. E’ proprio per avere più risultati che io auspico e mi batto da sempre per istituzioni comuni più forti ed efficaci!
Questa volta non partiamo da zero. Non abbiamo insomma da re-inventare qualcosa di nuovo. Nell’ottobre del 2004 i paesi europei hanno tutti sottoscritto un Trattato e 18 paesi lo hanno addirittura ratificato. In questi ultimi due anni sono state ascoltate soprattutto le ragioni di chi esita. E’ venuto ora il momento di ascoltare chi quel trattato del 2004 lo ha ratificato. Chi si è impegnato, anche di fronte ai propri cittadini, a continuare quel percorso.
Un percorso iniziato alcuni anni prima, a Laeken, che si era snodato partendo da un assunto fondamentale e ineccepibile: che l’Europa non potesse avere risultati ambiziosi senza riforme altrettanto ambiziose.
Ebbene, io sono convinto che quell’assunto resti valido. E che quindi occorra ripartire dall’ottobre del 2004. Archiviando i lutti e le pause di riflessione degli ultimi due anni e pensando con serietà e responsabilità al nostro futuro e a quello dei nostri figli.
Non si tratta solo di accordarci sulle nuove regole che ci occorrono. Ci sono altre esigenze egualmente prioritarie, senza cui l’Europa non potrà funzionare: un bilancio degno di questo nome e delle vere politiche sulle grandi sfide imposte dalla contemporaneità: energia, cambiamenti climatici, divario nord-sud… Ma partiamo oggi dalla questione più urgente, quella di superare l’impasse costituzionale e riformare le istituzioni.
Per riuscirci è indispensabile tener fede a un principio che è alla base del nostro stare nell’Unione europea. Un principio talmente fondamentale che definisce l’etica stessa del nostro stare assieme.
E’ quello secondo il quale nello sviluppo della costruzione europea occorre sempre fare uno sforzo per comprendere le ragioni degli altri, farsene in qualche modo carico. Noi questo sforzo lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo.
Ma ci aspettiamo dagli “altri” eguale comprensione. Ci aspettiamo che questi altri si facciano egualmente carico delle nostre aspirazioni. Che in questo caso, lo sapete bene tutti, sono quelle di chi vuole una unione sempre più stretta.
E’ con in mente questo principio che noi faremo ogni sforzo per aiutare le Presidenze tedesca e portoghese a preservare il massimo delle nostre ambizioni di unione, tenendo in massimo conto le ragioni degli altri.
Fatte queste premesse, vorrei dire ora cosa a mio avviso non ci possiamo permettere al Consiglio europeo di giugno e alla Conferenza intergovernativa che seguirà.
Innanzitutto, ricordiamoci che questa volta il rispetto dei tempi è direttamente collegato a una questione di democrazia. Nel 2009 gli elettori europei dovranno infatti sapere su quale tipo di Europa sono chiamati a pronunciarsi. Che ruolo avrà il Parlamento europeo. Quali saranno i suoi compiti. Se ci sarà una Presidenza del Consiglio stabile, un Ministro degli Esteri europeo. Come sarà formata la Commissione e così via…
Il mandato della Conferenza Intergovernativa dovrà perciò essere preciso e selettivo. Indicando puntualmente i pochi nodi negoziali significativi e, soprattutto, come scioglierli. Solo così riusciremo a onorare la promessa di definire nuove regole entro il 2009.
Con un mandato aperto, la Conferenza difficilmente si chiuderebbe per la fine del 2007, e i tempi per i passaggi a livello nazionale del nuovo accordo non permetterebbero di completare il processo per i primi mesi del 2009. L’impasse sarebbe insomma automatica.
Permettetemi a questo punto una considerazione. Una considerazione che mi viene spontanea dopo aver riletto proprio in questi giorni il Trattato costituzionale del 2004 - vorrei invitare tutti a rivederlo ora che è passato del tempo e che è possibile un maggior distacco.
Ebbene, quello del 2004 è un testo bello. Bello davvero. Con un grande respiro europeo. Che soprattutto nella prima parte trasmette in modo chiaro e comprensibile il senso e la visione della grande impresa comune che abbiamo intrapreso.
Pensiamoci dunque due volte prima di archiviarlo e imboccare la via degli innesti a pettine, totali o parziali che siano, nei trattati esistenti. Perderemmo oltre tutto un patrimonio di semplicità e leggibilità a scapito della comprensione dei cittadini e, quindi, della loro adesione al progetto europeo!
Ma soprattutto perderemmo un testo che corrisponde a una coerente concezione dell’Europa, un testo che sa coniugare le aspirazioni ideali di molti di noi con l’esigenza - pratica e avvertita da tutti - di dare alla nostra Unione regole più solide e mezzi adeguati per far fronte alle nuove sfide.
Lo svolgimento dei negoziati sino a questo momento mi induce a ritenere che purtroppo noi dovremo rimettere mano al testo del 2004. E tuttavia vorrei fare stato qui oggi di fronte a tutti voi della mia convinzione che nel farlo ci priveremmo di qualcosa di molto importante! E che per noi che crediamo al progetto europeo si tratterebbe di un sacrificio enorme, di un prezzo molto alto da pagare per quanti hanno ratificato e investito democraticamente nella ratifica. Teniamolo ben presente.
Per questo noi non potremo accettare uno stravolgimento del pacchetto istituzionale esistente. Il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune attraverso un Ministro degli Esteri, una Presidenza stabile del Consiglio, l’estensione del voto a maggioranza qualificata, il superamento della struttura su tre pilastri e la personalità giuridica dell’Unione sono tutti aspetti per noi essenziali, che vanno salvaguardati.
Vorrei qui mettere in guardia contro certi appelli al “realismo” tipici della vigilia di un Consiglio europeo importante, immancabilmente orientati a compromessi al ribasso. Vorrei invece osservare che se è vero che le grandi sfide globali possono essere affrontate solo a livello europeo, allora l’unico autentico realismo è quello di chi vuole un’Europa all’altezza di queste sfide, non di chi non la vuole!
Sul piano interno penso alla difesa del modello sociale europeo e alla realizzazione di un autentico spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Come non vedere che si tratta di un completamento indispensabile per una cittadinanza europea che non si riconosce nella sola dimensione economica?
Sul piano esterno penso alle guerre, alla lotta al terrorismo internazionale, alle sfide globali dell’energia e del cambiamento climatico (idrogeno). Come negare che l’unico modo per far valere sulla scena internazionale le nostre scelte e i nostri valori sia quello di saper esprimere una politica estera degna di questo nome, comunicandola al mondo con una voce sola?
Per quanto riguarda poi la struttura dell’Unione europea, non crediate che sia una questione solo teorica. La complessità dell’Unione è tra le prime cause della distanza che la separa dai cittadini. Come non vedere allora i vantaggi di un superamento della struttura in pilastri, soprattutto in termini di chiarezza e comprensione da parte dei cittadini?
Su questi punti il trattato costituzionale de 2004 fornisce risposte convincenti. Vogliamo veramente sacrificarle in nome di un approccio al ribasso, di una corsa al minimo comun denominatore? Vogliamo davvero rischiare di aumentare la complessità del sistema rinunciando a incidere su di esso in profondità e limitandoci a qualche ritocco di superficie? Vogliamo davvero continuare ad avanzare “col volto mascherato”, per usare l’espressione di Delors, per il timore di mostrare l’Europa vera ai nostri cittadini?
E allora, care deputate e deputati, rappresentanti dei cittadini europei, cerchiamo di non assecondare la retorica negativa sull’Europa. Non continuiamo a nasconderla ai nostri concittadini.
Mostriamola invece questa Europa. Con orgoglio. Facciamo vedere a tutti cosa ha saputo darci in termini di pace e benessere, spieghiamo quanto è fondamentale per le nostre esistenze. Diciamo una volta per tutte ai nostri concittadini che in un mondo che è oramai sistema di continenti non ha senso per uno Stato e per i suoi cittadini vivere al di fuori di un aggregato politico ed economico forte al suo interno e autorevole all’esterno.
L’Italia dunque lavorerà in questo negoziato per giungere a un compromesso alto.
Sono convinto che ce la possiamo fare, che ce la dobbiamo fare tutti insieme.
Certo, se un’intesa a 27 dovesse rivelarsi impossibile, allora si porrebbe il problema di come procedere. E questo dilemma potrà essere risolto solo richiamando quel principio fondamentale di cui parlavo all’inizio del mio intervento: è l’etica stessa dell’Unione a imporre che nessuno comprima troppo e per troppo tempo le aspirazioni di altri.
Per questo l’Italia - Paese che da sempre crede profondamente all’Europa - ritiene di avere oggi un dovere in più. Quello di immaginare, o cominciare a immaginare, come permettere ai Paesi che lo desiderino di andare avanti davvero nella costruzione dell’unità dell’Europa.
Credo che non si debba necessariamente procedere tutti insieme, alla stessa velocità. Mi auguro e farò in modo che sia così. Ma mi rendo conto che non è sempre possibile. Già oggi d’altra parte alcune delle scelte politiche più significative dell’Europa, come l’Euro e la creazione dello spazio Schengen, sono state realizzate solo da alcuni stati membri. Non contro qualcuno; senza escludere gli altri; mantenendo anzi la porta aperta. Ed è stata una scelta rispettata da quanti a suo tempo non si sentirono ancora pronti per andare subito verso una certa direzione.
Ecco, io auspico che anche in futuro prevalga questo stesso approccio costruttivo. E che abbia la meglio su ogni tentazione di veto.
L’Italia ha sempre ritenuto, lo sapete, che essere europeisti fosse il miglior modo di essere lungimiranti.
Ma oggi lungimiranza non significa solo disegnare scenari ambiziosi per il futuro della costruzione europea. Significa anche porsi il problema di permettere ai popoli che lo desiderano di realizzare le loro ambizioni di unione nei tempi e nei modi a essi più congeniali.
Se nessuno si farà mai carico di ipotizzare anche una simile eventualità, rischiamo l’insabbiamento del progetto europeo, di frustrare gli ideali di quanti sin qui ci hanno creduto profondamente. Persino paesi come il mio, che per 50 anni hanno investito senza riserve nella costruzione europea, potrebbero alla fine esaurire la propria carica vitale.
Voglio quindi concludere con un doppio messaggio.
L’Italia darà il massimo appoggio alla Presidenza tedesca e poi a quella portoghese perché il Consiglio europeo del 21 e 22 giugno e la Conferenza intergovernativa che seguirà, siano un successo in cui tutti i Paesi membri possano riconoscersi.
Allo stesso tempo, l’Italia sa bene che un compromesso non è un fine in se stesso. E che se quindi un tale compromesso non dovesse convincerci, noi non lo sottoscriveremmo. Un’avanguardia di Paesi potrebbe a quel punto rivelarsi il modo migliore per proseguire il percorso verso una unione sempre più stretta, a condizione che sia sempre lasciata la porta aperta a chi volesse entrare a farne parte in un momento successivo.
Permettetemi infine di lanciare un appello forte ai parlamentari, ai rappresentanti diretti dei cittadini. Mi rivolgo soprattutto ai parlamentari europei che rappresentano il popolo europeo. Il vostro è un ruolo insostituibile per far comprendere ai cittadini qual è la posta in gioco.
Solo se al lavoro dei governi si affiancherà il vostro lavoro, potremo creare le condizioni per il successo del negoziato costituzionale.
Dobbiamo essere consapevoli che non possiamo fallire, pena il declino. Il declino di un’idea avanzata di Europa; di un’Europa che sa essere attore nel mondo grazie ai valori che ne costituiscono le fondamenta. Rischieremmo insomma di tornare ad essere la piccola appendice occidentale del continente asiatico cui ci condannerebbe non solo la geografia, ma anche la storia futura.
Vi ringrazio.http://www.romanoprodi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=1827&sid=5
Questione politica: Monaco, la medicina è il referendum Ansa - 23 Maggio 2007
ROMA - Franco Monaco, esponente prodiano della Margherita, sostiene che 'troppi medici si affollano al capezzale di una politica giudicata malata', alcuni dei quali 'francamente improbabili. Sia perche' portano qualche responsabilita' nella crisi della politica e dei partiti che oggi diagnosticano. Sia perche', anziche' sentenziare sul malessere, potrebbero gia' praticare le terapie'.
Per Monaco, se l'obiettivo e' 'conferire dignita' e autorevolezza alla politica restituendola ai cittadini, il primo rimedio e' quello di spazzare via una sciagurata legge elettorale, di ridurre numero (e costo) dei partiti, di sostituirli con partiti veri e grandi, ove siano di casa legalita' e democrazia'.
'Da questi medici - ne conclude Monaco - sarebbe lecito attendersi un atteggiamento meno ostile al referendum elettorale quale leva per un cambiamento altrimenti impossibile'.
Regionamenti/Molise Il vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia interviene a Larino, all'incontro organizzato dal Centro Sociale "Il Melograno" per parlare di etica, politica e legalità. Se c'è un'alba dopo il tramonto, si chiedono i promotori dell'iniziativa. Se c'è un'alba dopo questo ennesimo momento nero per la politica e la società molisane
Ritto sulla schiena, sicuro, silenzioso. Entra nella sala del convegno in mezzo alla sua scorta imponente. Imponente perché imposta da Cosa nostra che non si arrende. E minaccia seriamente chi come lui gli si contrappone a viso aperto e con efficacia.
Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia interviene a Larino, all'incontro organizzato dal Centro Sociale "Il Melograno" per parlare di etica, politica e legalità. Se c'è un'alba dopo il tramonto, si chiedono i promotori dell'iniziativa. Se c'è un'alba dopo questo ennesimo momento nero per la politica e la società molisane.
Nella polvere di nuovo: collusioni, associazione a delinquere per gestire illegalmente la sanità e gli ospedali e per evitare che lo Stato indaghi, che lo faccia efficacemente. Pezzi di Stato che vanno per una strada diversa, questo il quadro che emerge dalla seconda fase di indagini dell'inchiesta della Procura di Larino denominata Black hole.
Il buco nero, il lato oscuro del Molise, Lumia lo prende di petto e spiega di come la politica ha una sola strada per sopravvivere: rifondarsi totalmente, cambiare registro, diventare progetto e legalità.
"È sempre difficile, naturalmente, esprimere delle valutazioni dall'esterno. Mi auguro, però, che qui in Molise, come in tutte le Regioni del nostro Paese, si riesca a portare avanti un percorso sano che permetta la selezione delle classi dirigenti e che spinga, soprattutto, la politica ad innovarsi, a riformarsi. Sul piano etico, sul piano progettuale e qualitativo. C'è bisogno, in Molise, come altrove di selezionare una classe dirigente capace di coniugare legalità e sviluppo. Di più: una classe dirigente capace di investire sulla risorsa legalità per conseguire lo sviluppo".
Difficile dimenticare tempi vicinissimi in cui ci si è convinti che la legalità fosse d'ostacolo allo sviluppo. Meno legalità, qualche occhio chiuso al momento giusto, quella necessaria convivenza con la criminalità di ministeriale provenienza, tutto per favorire lo sviluppo. Leggi che hanno minato la tenuta democratica del Paese, il falso in bilancio, il rientro dei capitali illecitamente portati all'estero, la disarticolazione delle leggi sul lavoro, dell'impianto istituzionale della giustizia. Ma lo sviluppo non c'è stato. La nostra economia è più debole, lo è pure la nostra coscienza, la nostra morale. E di questo non si parla nei congressi di partito, neanche di quelli che si propongono di essere "partito nuovo".
Sulle questioni serie solo prese di posizione di facciata, anche in questi giorni in Molise. I più coraggiosi parlano di sgomento e indignazione, di rigore morale indispensabile. Nessuno ha detto che il problema è come si scelgono i primari, come si assumono gli infermieri, i portantini, quanti se ne assumono, chi sono, con quale criterio vengono decise le spese. Toccherebbe dire che se le assunzioni fossero state trasparenti magari sarebbe stato possibile mantenere qualche posto letto in più. Magari lo Stato avrebbe trovato un buco minore nei conti della sanità regionale. Il problema non è chiudere gli ospedali, è bonificarli e riportarli allo scopo per cui sono nati: tutelare la salute e la vita delle persone. Invece, oggi gli ospedali e le prestazioni che offrono sono privilegio di chi può.
Lumia queste cose le dice. Usa la sua voce di uomo che non è abituato a tacere la verità. E si impone su tutte le dichiarazioni dei nostri politici, che diventano chiacchiericcio di provincia.
"È necessario fare una seria riflessione, uscire dalla fase dello sgomento, della sterile indignazione per capire quali sono stati realmente i punti di cedimento."http://www.aprileonline.info/3184/lumia-costringe-a-specchiarsi
In Sicilia la democrazia è finita. Soffocata dalla Illegalità Aiutateci!
Le elezioni amministrative per eleggere il sindaco di Palermo sono state una vergogna e ancora più incredibile è il silenzio degli organi di stampa. E' successo di tutto.
In sintesi:
1. settimane prima del voto nei rioni popolari loschi individui giravano e offrivano ogni genere di bene (soldi, telefonini, elettrodomestici) per un voto
2. davanti a molti seggi c'erano gli stessi delinquenti che controllavano l'andamento del voto ed in molti casi prestavano il telefonino ai titolari dei voti venduti per fotografare il voto come prova della losca transazione. C'è poi il trucco della scheda bianca data al primo che entra nel seggio il quale mette la scheda fasulla nel box e porta fuori la scheda originale in bianco. Questa viene votata da farabutto e poi consegnata all'elettore successivo che ha già venduto il suo voto. Questi deve solo mettere la scheda prevotata nel box e portare al malvivente la scheda bianca e così via. Allo spoglio si troverà un scheda non siglata dagli scrutatori che
penseranno (!) ad una dimenticanza
3. pare che molti verbali siano stati manomessi
4. nei sondaggi che hanno preceduto il voto, Orlando e Cammarata erano in parità . Alla fine Cammarata ha avuto circa 9 punti di vantaggio. Lo stesso era avvenuto nelle ultime elezioni di Catania quando si confrontarono Scapagnini e Bianco.
6. del condizionamento mafioso neanche vale la pena di parlarne visto che è così chiaro e scontato.
7. sono state trovate per terra deleghe ai corrieri dei verbali che non potrebbero fare questa operazione senza questo documento che credo debba essere comunque consegnato con i verbali e conservato.
8. molti candidati non hanno trovato computato allo spoglio neanche il proprio voto e quello della stretta cerchia dei loro familiari.
9. la procura di Palermo ha aperto un fascicolo sui presunti brogli
Nei giorni scorsi si è costituito il COMITATO PER LA DEMOCRAZIA che, sostenuto da un collegio di avvocati, sta cercando di trovare prove e testimonianze.
Per contattare il comitato democrazia.palermo@libero.it - cell 348 3702761
Da un sondaggio svolto a Palermo si è scoperto che per i palermitani il problema della mafia e della illegalità è ALL'ULTIMO POSTO!!! Come nel
film di Johnny Stecchino , per il palermitani il problema principale è IL TRAFFICO!
Con una bassissima affluenza alle urne le prime elezioni europee in Bulgaria mostrano il crescente distacco tra i cittadini e la classe politica. A vincere il movemento GERB del sindaco di Sofia Boyko Borisov, e il partito della minoranza turca, l'unico che riesce a mobilitare il proprio elettorato
Saranno cinque i partiti a dividersi i 18 seggi riservati alla Bulgaria al parlamento di Bruxelles. E’ quanto emerso dalle elezioni europee tenute nel paese domenica 20 maggio, le prime dall’ingresso del nuovo stato membro dell’Ue, avvenuto nel gennaio scorso. Al primo posto si è piazzato il movimento GERB, (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria), guidato dall’attuale sindaco di Sofia Boyko Borisov, con il 21,69% delle preferenze e 5 deputati, seguito dalla Piattaforma dei Socialisti Europei col 21,41% e dal Movimento delle Libertà e dei Diritti (DPS), espressione della minoranza turca, col 20,26% (entrambi eleggono 5 deputati), dal partito nazionalista Ataka col 14,22% (3 deputati) e dal Movimento Nazionale Simeone II col 6,26% (1 deputato).
Scarsa Affluenza
Solo il 28% dei circa 6,7 milioni di elettori si è recato alle urne. La bassissima affluenza mostra il crescente disgusto dei cittadini bulgari verso la propria elité politica, coinvolta costantemente in scandali di corruzione, e incapace di contrastare i gruppi mafiosi a cinque mesi dall’ingresso del paese nell’Ue. Secondo Haralan Alexandrov, commentatore del quotidiano “24 Chassa” sono proprio questi temi, insieme alle crescente senso di confusione e agli abusi delle forze dell’ordine (un fotoreporter del quotidiano Express è stato brutalmente picchiato dalla polizia alcuni giorni prima delle elezioni) ad aver tenuto i cittadini lontani dalle urne. Nel commentare i risultati, Telegraph ha pubblicato in prima pagina i volti degli eletti, titolando “Sono stati scelti dai Turchi e dagli Zingari”. L’affluenza presso le comunità turca e rom tocca in genere il 60-70% della popolazione, mentre tra il resto della popolazione raramente sorpassa il 30%. Questo significa, secondo il quotidiano, che il voto delle minoranze, mobilitate soprattutto dal DPS, è risultato molto più “pesante” di quello degli stessi Bulgari, che invece hanno snobbato le consultazioni europee.
“Bulgariastan in Europa!”
Il risultato ottenuto dal DPS è stato definito “sensazionale” dai commentatori di Sofia. C’è stato un momento,durante lo spoglio, in cui il partito veniva addirittura dato come primo in assoluto. “La Bulgaria manderà a Bruxelles cinque rappresentanti di Ankara”, ha commentato il leader di Ataka Volen Siderov, aggiungendo sarcasticamente, “Complimenti, adesso abbiamo un Bulgaristan in Europa!”. Nel video elettorale del partito, poi censurato dalla televisione pubblica, l’eurocommissario bulgaro Miglena Kuneva, il leader del DPS Ahmed Dogan, Simeone II e l’ex ministro degli esteri Salomon Passy venivano chiamati “traditori”. Nel video venivano mostrati Londra in fiamme, con minareti nel centro città, moschee al posto delle cattedrali di Venezia e del Vaticano, e la stessa torre Eiffel trasformata in un minareto. Lo slogan conclusivo recitava “Fermiamo i fez, ora!”. La campagna di Ataka è stata sostenuta in prima persona da Bruno Gollnish, presidente del gruppo parlamentare europeo di estrema destra “Identità, Tradizione, Sovranità”. Capolista del movimento è Dimitar Stoyanov, resosi noto, in qualità di osservatore al parlamento europeo, per aver offeso il deputato ungherese di origine rom Livia Jarova. Il numero due è invece Slavi Binev, un controverso businessman, che in campagna elettorale ha promesso che Ataka supporterà con forza una costituzione europea basata su valori cristiani.
Il fenomeno GERB
“I partiti della destra tradizionale sono k.o., è GERB la nuova destra”, ha scritto il quotidiano Trud. Molti sociologi hanno definito il voto collezionato dal sindaco di Sofia Boyko Borissov come voto di protesta. Adesso GERB spingerà per elezioni anticipate, ha dichiarato il suo leader subito dopo le elezioni. Non è impossibile che il risultato delle prime elezioni europee si rifletta sulla sopravvivenza dell’attuale colazione al governo. Non è difficile pronosticare che il partito di Borisov continuerà ad espandere il proprio elettorato a spese dell’Unione delle Forze Democratiche (SDS) e dei Democratici per una Forte Bulgaria (DSB), attirando anche cittadini delusi dai socialisti o da Ataka. GERB sembra avere le potenzialità di raccogliere un elettorato davvero ampio e diversificato
Stanchezza e indifferenza
Alcune Ong, nel periodo che ha preceduto le elezioni, hanno lanciato la campagna “Per un parlamento europeo pulito. Bulgaria 2007”, invitando gli elettori a non votare candidati che non rispondessero a criteri morali e politici di integrità. Molti i nomi “segnalati”: Boyan Chukov, detto Manchev, ex collaboratore della Darzhavna Sigurnost, i servizi di sicurezza del regime comunista, già osservatore al parlamento europeo, Krastyu Petkov, canditato dell’Unione Cittadina per una Nuova Bulgaria, Sevdalin Atanasov, detto Kalin, candato del Partito dei Verdi e Yunal Lufti, detto Murad, candidato del DPS, anche loro ex collaboratori dello spionaggio di regime.
Nella “lista nera” comparivano anche altri nomi: Antonia Parvanova, candidata dall’ NDSV, che all’inizio dell’anno ha organizzato la discussa esposizione a Bruxelles della collezione privata di Vasil Bozhkov, ex presidente del CSKA Sofia e discusso businessman, che si occupa di scommesse. L’origine della sua collezione, è investigata al momento dalla magistratura bulgara. Atanas Paparizov, candidato del BSP, vice ministro del Commercio con l’Estero ai tempi dell’esecutivo Lukanov, quando ufficiali della Darzhavna Sigurnost si appropriarono delle società di commercio estero create a suo tempo dal partito comunista. Kostantin Trenchev, candidato del Partito Socialdemocratico, personaggio politico che ha cambiato partito innumerevoli volte in cerca del proprio personale tornaconto, ma anche l’ex sindaco di Sofia Stefan Sofiyanski, coinvolto in numerose inchieste per corruzione.
I risultati di questa tornata elettorale dimostrano ancora una volta che in Bulgaria, a diciassette anni dalla fine del regime, il gap tra i cittadini e la classe politica si sta allargando sempre di più. “Non andrò a votare perchè non vedo nessun candidato che meriti lo sforzo di supportarlo con il mio voto. Tutti i candidati fanno in realtà parte di una stessa oligarchia”, ha dichiarato un giovane impiegato al Consiglio dei Ministri, e che ha voluto restare anonimo. I cittadini bulgari sono rimasti stupefatti nel conoscere l’entità dell’indennità che riceveranno i propri eurodeputati, in un paese in cui il salario minimo è di circa 100 euro, e quello medio di 200.
Molti ormai non credono più a niente, e sperano solo nei miracoli. Cinque giorni prima delle elezioni tre icone miracolose sono state esposte nella cattedrale Aleksandar Nevski di Sofia. Migliaia di persone da tutto il paese hanno atteso in fila anche 5-6 ore pur di poterle vedere e toccare. Alla domanda se avessero intenzione di andare a votare, molti mi hanno risposto con fare ironico “E per chi?”.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7598/1/43/
La finanza islamica cresce
troppo e fa paura alla City di Mauro Bottarelli
Londra. Il 30 gennaio scorso il sottosegretario all’Economia britannico, Ed Balls, dichiarava all’Associated Presse che occorreva assicurarsi che «il sistema fiscale e i regolamenti incoraggino lo sviluppo di prodotti conformi alla sharia e di fare del Regno Unito un centro mondiale della finanza islamica». Una dichiarazione che non ha stupito più di tanto né il mondo politico né la comunità finanziaria londinese visto l’enorme sviluppo di questo settore e il volume d’affari raggiunto, tramutatosi da una nicchia a mainstream globale. D’altronde la politica non faceva altro che muoversi a traino del mercato. Negli anni molte banche, tra cui appunto la britannica Hsbc ma anche l’americana Citigroup, la svizzera Ubs e la francese Bnp Paribas, si sono attrezzate per lanciare l’assalto a una torta da 200 miliardi di dollari attraverso l’immissione sul mercato di fondi che rispettano i principi della Sharia e quindi non investano in società che siano in qualche modo legate al business dell’alcol o delle armi oppure ancora del gioco d’azzardo, dell’ingegneria genetica, del tabacco o attraverso società fortemente indebitate.
L’esempio dell’Islamic Bank of Britain, che ha visto la luce lo scorso novembre a Londra, è emblematico: l’80 per cento del capitale iniziale, pari a 100 milioni di dollari, è stato raccolto nel Golfo, mentre l’80 per cento degli investitori soggiornano in Gran Bretagna. Se poi si passano in rassegna i nomi dei dirigenti si scopre che l’80 per cento è composto da affermati banchieri britannici che nulla hanno a che fare con l’islam. Da quando i magnati della finanza internazionale hanno fiutato l’affare, si sono affrettati ad aprire sportelli islamici prima nei paesi musulmani, poi nei paesi occidentali dove il peso economico delle comunità musulmane è crescente. Con un tasso di crescita annuo del 15 per cento è un business che fa gola a molti. D’altronde per aggirare le norme imposte dalla sharia rispetto ai tassi di interesse - peraltro è un’interpretazione perché nel Corano si parla di condanna dell’usura, non dell’interesse e l’attività dell’usuraio è condannata anche dal cattolicesimo - basta applicarsi un po’ alla materia. La maggiore controindicazione è costituita dal tempo, variabile che per i musulmani non può essere considerata un parametro di denaro: da qui il divieto verso i tassi di interesse. Quelli di Bnp Paribas, ad esempio, hanno aggirato l’ostacolo predeterminando dei profitti che nella pratica vanno a sostituire la mancata previsione degli stessi interessi.
Esistono anche degli indici di finanza islamica: l’Ftse Global Islamic Index Series International è stato costituito nel 1999 come la prima vera serie globale di indici islamici, allo scopo di analizzare i rendimenti delle principali compagnie le cui attività aderiscono ai principi della sharia islamica. Mentre un secondo indice è il Dow Jones Islamic Market Indexes creato per investitori che vogliono investire conformemente ai principi della finanza islamica.
Ora però a lanciare un grido di allarme verso la necessità di maggiore trasparenza e controlli sul settore è l’autorevole Financial Times che all’argomento ha dedicato un inserto speciale di sei pagine nell’edizione in edicola ieri. Ovvio, chiaramente, il riferimento al fatto che un mercato del genere possa essere utilizzato come veicolo di finanziamento del terrorismo internazionale ma anche la preoccupazione per una possibile destabilizzazione del mercato, a causa di prodotti sui generis supportati da quantità di soldi imponenti garantite dal petrolio del Golfo e dalla sempre crescente presenza di musulmani nelle nostre società. «Quanto è accaduto ha dello straordinario - ha dichiarato al quotidiano della City Sheikh Hussein Hassan, uno dei padri fondatori dell’industria con la Dubai Islamic Bank - Nessuno avrebbe potuto nemmeno crederlo soltanto dieci o quindici anni fa».
A offrire alla platea internazionale numeri ancora più impressionanti ci ha pensato Alexander Lis, direttore operativo dell’agenzia di consultancy Oliver Wyman, secondo il quale attualmente «ci sono 300 milioni di dollari di assets gestiti in base ai principi coranici e più di 280 istituzioni - banche commerciali e di investimento ma anche fondi - che offrono prodotti islamici. Questo tipo di finanza, oramai, va considerata a tutti gli effetti mainstream». Numeri al ribasso, questi, per la Financial Services Authority del Regno Unito secondo cui il volume globale sfonderebbe i 500 miliardi di dollari. Stando alle analisi di Standard & Poor’s il mercato dei sukuks, i bond islamici, ha raggiunto i 70 miliardi di dollari ed entro il 2010 toccherà quota 160 miliardi.
Chi intende gettare acqua sul fuoco ricorda che quello islamico rappresenta soltanto l’1 per cento del totale di asset bancario al mondo ma i molti critici pongono l’accento sulla sua crescita sfrenata e tutt’altro che in fase recessiva. «Questa industria sta emergendo dalla sua fase nascente e non ha ancora raggiunto il suo massimo potenziale - dichiara Nabeel Shoaib, capo del braccio finanziario islamico della Hsbc - visto che entro otto, dieci anni potrebbe intercettare i risparmi di 1 miliardo e 600 milioni di islamici nel mondo». A spaventare, inoltre, è il fatto che il maggior dinamismo per il settore giunge in questo momento dal Medio Oriente, un’area dove la trasparenza delle istituzioni non è certamente proverbiale. Business as usual, il motto della City, forse non sempre è vero.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=87994
In questi mesi un vivace dibattito sviluppatosi sulla stampa internazionale e sulla rivista Signandsight.com domandava: l’Occidente dovrebbe sostenere musulmani moderati ma controversi come Tariq Ramadan, popolare nipote del fondatore dei Fratelli musulmani, oppure dissidenti islamici come Ayaan Hirsi Ali, che da anni denuncia i crimini commessi sulle donne in nome dell’Islam e che ha scritto la sceneggiatura del provocatorio film Submission di Theo Van Gogh? I due intellettuali si conoscono e non si sopportano. Ma oggi, mentre la destra italiana riprende ad attaccare Ramadan, l’ex rifugiata somala lo difende.
Costretta a vivere sotto scorta dopo l’omicidio di Van Gogh, la scrittrice spiega perché l’infibulazione sia così diffusa nei paesi musulmani, e poi attacca il multiculturalismo: “La sinistra ragiona solo per gruppi”, è la tesi di Hirsi Ali, che lavora a Washington per un think tank repubblicano ed è stata a Roma per presentare Infedele, la sua autobiografia edita da Rizzoli. “E’ proprio qui che sbagliano i democratici. Non mi importa se il presidente degli Stati Uniti è bianco o nero, se è uomo o donna – aggiunge riferendosi alla sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama – Un presidente lo si sceglie non secondo questi criteri, ma alla luce della sua agenda politica”.
Gran parte delle cose terribili che lei ha dovuto subire nella sua vita sono state causate da tradizioni tribali (come l’infibulazione) o da pratiche diffuse in ogni cultura, come gli abusi sui bambini. Perché allora lei attacca così duramente l’Islam?
E’ vero che picchiare i bambini non ha a che fare con la religione in sé. Nel mio caso, come in quello di molte altre persone, capitava a causa della frustrazione di mia madre e della stupidità del mio maestro. La mutilazione genitale femminile esisteva già prima dell’Islam, ma se guardiamo a quali paesi praticano oggi quest’orrore scopriamo che sono tutti paesi musulmani. Molti popoli hanno smesso di praticarla quando hanno compreso quanto fosse crudele, ma i paesi musulmani hanno continuato, perché presso di loro l’infibulazione serve a un obiettivo, la riduzione del piacere sessuale femminile e la possibilità di verificare lo stato di verginità della sposa. Dunque è una pratica pre-islamica asservita a un fine della cultura musulmana, la verginità. La mia crisi con l’Islam è cominciata quando ho capito che la donna vale più della sua verginità.
Anche per questo ritiene che l’Islam non sia compatibile con i diritti delle donne?
L’Islam sottomette i diritti delle donne, perché è una religione totalitaria. I miei amici cristiani mi raccontano che la religione chiede loro di andare a messa la domenica e di celebrare il battesimo. Non li impegna per la maggior parte della giornata, come invece succede nell’Islam, in cui la donna deve obbedire al padre e alla madre, rimanere vergine, poi obbedire ancora e sempre al marito. Nessuno controlla se l’uomo sia rimasto vergine, nessuno gli chiede di obbedire alla moglie, e in più ha il diritto di sposare quattro mogli, mentre la donna può sposare solo un uomo. La testimonianza di lei vale metà di quella di lui, e così, secondo la shari’a, se un uomo stupra una donna, in tribunale la parola di quest’ultima vale la metà di quella dell’uomo.
Il regime iraniano ha ragione! Almeno è onesto! Shirin Ebadi confonde l’Islam reale con quello che dovrebbe essere. Se si batte per un Islam compatibile con i diritti delle donne, non se la dovrebbe prendere con me, ma con il profeta Maometto, con il Corano, con la shari’a. Il Corano è un testo scritto nel settimo secolo, per il settimo secolo, e non può essere un esempio per noi oggi. Il profeta Maometto sposò una bambina di nove anni, e oggi questo sarebbe contrario ai diritti dei bambini.
In un recente dibattito internazionale, sviluppatosi sulla New York Review of Books e su Signandsight.com, lei è stata opposta a Tariq Ramadan. C’è chi non vorrebbe che fosse invitato a parlare a Roma come a Udine.
Io sono una liberale, in senso classico. Non mi piace quello che dice Ramadan. Il suo messaggio è il peggiore che si possa immaginare, per un liberale. Ma in una società liberale dobbiamo permettere a tutti di partecipare al dibattito. E’ una caratteristica fondamentale della civiltà europea e occidentale. Lasciate parlare Ramadan, e lasciateci essere in disaccordo con lui. Il suo messaggio è più imbarazzante della sua presenza. Ho dibattuto con lui, e si è arrabbiato molto quando ho criticato i punti chiave del suo pensiero.
Lei ha definito Maometto un “tiranno” e un “pervertito”. Non crede che un linguaggio così provocatorio possa essere controproducente?
L’ho fatto perché ha Maometto fece sesso con una bambina di nove anni, e per questo molti musulmani oggi seguono il suo esempio. I miei critici mi rimproverano l’uso di questo linguaggio, perché alzerebbe dei muri. Ma io dico: i muri già esistono. Sono quelli dietro i quali sono nascosti i diritti di quelle bambine. Io cerco di abbattere quei muri. Osama Bin Laden, il regime saudita, Ahmadinejad, quando vogliono fondare una teocrazia nel nome dell’Islam non fanno che seguire l’esempio del profeta Maometto. Per questo lo chiamo “tiranno”. Se vogliamo provocare la gente, indurla a ragionare sulle origini di queste tirannie, dobbiamo portare Maometto al nostro livello, e spiegare che quello che faceva era normale nel settimo secolo, ma non è normale oggi.
Lei ora vive negli Stati Uniti. Come secolarista radicale, che cosa pensa dell’atteggiamento che l’America ha verso la religione?
L’America è molto complessa, molto più complessa di tutti i pregiudizi che esistono contro di lei. Non c’è nazione al mondo che possa vantare maggiore libertà per l’individuo, maggiore libertà d’espressione e di religione. Non è un posto perfetto, ma è il posto migliore per le libertà dell’individuo. Ci sono persone molto religiose negli Stati Uniti, ma quando la religiosità di un gruppo limita i diritti di altre persone, allora l’America sa porre un limite.
Lei difende i diritti delle donne e si oppone all’invadenza delle religioni. Sono due temi tradizionalmente di sinistra. Eppure i suoi principali sostenitori militano a destra. Come mai?
Davanti a un padre musulmano che porta via le figlie da scuola o le costringe a sposare chi decide lui, i partiti socialisti dicono che “questa è la loro cultura”, “questo è il multiculturalismo”. Allora io penso che questo non è essere di sinistra. Se essere di sinistra significa difendere i diritti degli individui, come era nel liberalismo classico dell’Ottocento, allora sì, la mia è una battaglia di sinistra. Ma oggi la sinistra sa parlare solo di gruppi: lavoratori, musulmani, poveri e ricchi, uomini e donne.
Alle primarie democratiche si affrontano per la prima volta una donna e un nero. Chi guarda con più interesse?
E’ proprio qui che sbagliano i democratici. Non mi importa se il presidente degli Stati Uniti è bianco o nero, se è uomo o donna. Un presidente lo si sceglie non secondo questi criteri, ma alla luce della sua agenda politica. Non si può dare un lavoro a una persona solo perché è una donna o solo perché è nera. E’ l’ossessione dei gruppi di cui parlavo prima a proposito della sinistra europea.
A Nairobi sorella Aziza, la sua terribile maestra, la ammoniva che, ovunque lei andasse, avrebbe portato sulle spalle due piccoli angeli. Quello di sinistra avrebbe annotato i suoi peccati, quello di destra tutte le sue opere buone. Cosa stanno scrivendo, ora che lei è diventata atea?
Temo che quello di destra si sia addormentato, mentre quello di sinistra ha già scritto una bella libreria.
In tempi in cui non c'è candidato presidenziale americano che non abbia un profilo su MySpace o un canale su YouTube, la piattaforma di social networking Change.org si propone come il kit indispensabile dell'attivista politico: creazione di gruppi su singoli temi, raccolta fondi, attività di pressione sono solo alcune delle tante funzionalità del sito appena rinnovato.
Era nata lo scorso febbraio come comunità di attivismo sociale in rete. Ma col clima che tira negli Stati Uniti, già immersi in una campagna elettorale che non ha mancato di sfruttare la comunicazione web, ha assunto una sfumatura più politica. Change.org ha appena lanciato una versione 2.0 che si espande oltre il no-profit per addentrarsi nei territori delle attività di lobbying e di raccolta fondi per politici. Rigorosamente online, s'intende.
Su questa piattaforma gli utenti possono creare reti a sostegno di una causa o di una persona, aggregarsi ai gruppi affini, partecipare alle discussioni, organizzare campagne di pressione e via dicendo. Dopo essersi iscritti è possibile ad esempio creare un gruppo intitolato Obama for president! con cui invitare gli utenti a lasciare una donazione per il candidato afroamericano alle primarie democratiche. Per farlo però è necessario essere i primi a metterci qualcosa di tasca propria, donando anche solo 10 dollari.
I membri dei gruppi impegnati ad affrontare una questione specifica (ad esempio, "ridurre il riscaldamento globale") possono proporre organizzazioni o politici per la donazione e votare (se hanno donato a loro volta) i soggetti che dovrebbero ricevere il gruzzolo così raccolto. Di quanto donato, l'1% andrà a finire direttamente nelle tasche di Change.org, il resto verrà trasformato in un assegno che sarà consegnato al fortunato. Oltre alla raccolta fondi è possibile fare pressione su un politico o un rappresentante organizzando campagne di mailing, condividendo lettere di protesta e via dicendo.
Change.org esprime dunque la quintessenza delle potenzialità politiche offerta dalla Rete, su cui hanno cominciato a scommettere anche altri siti di social networking più "generalisti", come il popolarissimo MySpace.http://www.visionblog.it/index.asp?Op=ShowNews&ShowID=948
Ronald Reagan era celebre per non dire mai parolacce in pubblico (e forse neppure in privato) e i suoi diari non fanno eccezione. Ma non e’ difficile percepire l’irritazione che il presidente degli Usa provava quando, in un fine settimana d’ottobre del 1985 e nel pieno della crisi di Sigonella, annotava tra i consueti appunti personali: ‘’L'Italia ci ha fatto arrabbiare'’. Negli Usa e’ uscito The Reagan Diaries, il volume di 784 pagine che raccoglie i diari scritti a mano ogni giorno da Reagan durante la sua presidenza, su agende rilegate in pelle color bordeaux. Nel libro curato dallo storico Douglas Brinkley, le pagine dei diari dedicate al periodo dal 9 al 16 ottobre 1985 sono quasi esclusivamente dedicate al sequestro dell’Achille Lauro e all’epilogo della vicenda. […] Ne emerge un Reagan che racconta prima la decisione di inviare i caccia a intercettare l’aereo con i terroristi, poi il braccio di ferro a Sigonella, la telefonata notturna con l’allora premier Bettino Craxi, la rassegnazione americana a lasciare i terroristi in Italia e poi l’irritazione dopo aver saputo che Abu Abbas era stato lasciato libero di andarsene.
‘’L'Italia ci ha fatto arrabbiare - scriveva Reagan - quando hanno deciso di contrabbandare uno dei palestinesi che avevano accompagnato i 4 sull’aereo fuori dall’Italia e in Yugoslavia. Abbiamo le prove che questo assistente di alto livello di Arafat era un cospiratore insieme ai dirottatori. Abbiamo inviato le prove e un mandato di cattura all’Italia'’. Abbas, all’epoca un dirigente dell’Olp, insieme a un assistente aveva guidato la trattativa per la resa dei quattro terroristi che avevano sequestro l’Achille Lauro e ucciso il turista ebreo americano Leon Klinghoffer. Gli americani catturarono Abbas nell’aprile 2003 a Baghdad, ma l’esponente palestinese e’ morto nel marzo 2004 mentre era detenuto in Iraq.
Reagan comincia ad annotare la vicenda dell’ Achille Lauro il 9 ottobre, spiegando di aver saputo della morte di Klinghoffer solo dopo che i quattro dirottatori avevano lasciato l’Egitto. ‘’Ho dato l’Ok - scrive Reagan il 10 ottobre - a un piano per intercettare un aereo egiziano e cercare di forzarlo ad atterrare in una delle nostre basi nel Mediterraneo. Trasporta i 4 dirottatori (assassini). Vogliamo consegnarli all’ Italia per processarli. Naturalmente non attaccheremo l’aereo - faremo segnali di cambiare rotta e lo terremo un po’ sotto pressione. Il nostro amico - il presidente dell’Egitto ha detto che i dirottatori nelle mani dell’Olp non erano piu’ in Egitto'’.
L’11 ottobre, Reagan scrive che ‘’la grande notizia'’ del giorno e l’intercettazione e l’atterraggio a Sigonella. ‘’Gli americani e i nostri amici all’estero oggi si sentono piu’ alti di un metro. Siamo sommersi di cablogrammi e telefonate'’. Subito dopo, il presidente annota che ci sono state ‘’chiamate tutta la notte - come la mia chiamata al primo ministro Craxi in Italia, per chiedergli che ci sia permesso di trasferire i 4 negli Usa per processarli qui. Mi ha spiegato che non ha l’ autorita’ - i magistrati italiani sono indipendenti dal governo. Be’, il risultato e’ che l’Italia li processera’, ma noi facciamo comunque una richiesta di estradizione'’.
L’annotazione del fine settimana 12-14 ottobre e’ invece dedicata all’arrabbiatura per l’uscita di Abu Abbas dal paese. Il 16 ottobre Reagan scrive del ritrovamento del cadavere di Klinghoffer e subito dopo registra la caduta del governo Craxi per l’uscita del Pri di Giovanni Spadolini dalla maggioranza, dopo la vicenda di Abbas e le proteste americane. ‘’Mi hanno informato - si legge nel diario - che il ministro della Difesa e capo di partito Spadolini in Italia ha tirato via il tappeto da sotto i piedi al primo ministro Craxi, portando il proprio partito fuori dalla coalizione. Craxi si trovava su ghiaccio sottile e immagino che questo sia stato semplicemente un prender a pretesto il dirottamento'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/05/23/nei-diari-di-reagan-larrabbiatura-con-litalia-per-sigonella/#more-308
Tashkent vuole ripristinare un controllo “sovietico” sulle religioni Da un documento ufficiale emerge la sistematica stretta sorveglianza sui gruppi di fedeli. Punito chi fa attività missionaria o è autonomo dalle organizzazioni ufficiali. L’obiettivo è avere “comitati” di controllo in ogni quartiere, di tipo sovietico.
Tashkent (AsiaNews/F18) – Lo Stato vuole aumentare il controllo sui gruppi religiosi indipendenti, anche islamici, e impedire ogni “attività missionaria”. L’agenzia Forum 18 svela un documento ufficiale in materia religiosa. L’obiettivo sembra essere realizzare un controllo capillare nella società che ricorda l’era “sovietica”.
Secondo l’agenzia, il documento indica decisioni prese ai massimi livelli statali ad aprile circa i gruppi religiosi. Tra l’altro, indica di “dare istruzioni al rappresentante dell’Amministrazione spirituale islamica della regione” (organo islamico ufficiale) affinché, insieme al Comitato affari religiosi, operi uno “stretto e costante controllo su tutte le organizzazioni [religiose] riconosciute”. Sollecitata un’opera capillare, nelle città e nei quartieri, per impedire di “pervertire il vero islamismo” e per perseguire chi svolge attività religiosa illegale.
In pratica – osserva Forum 18 – alle organizzazioni ufficiali musulmane è chiesta la massima collaborazione con il governo e la polizia per denunciare qualsiasi attività religiosa non ufficiale e indipendente, sia islamica che di altra fede, per la ragione che possono dar luogo a “estremismo, terrorismo, perversione del vero Islam”.
Da tempo i comitati dei mahalla (distretti delle città) collaborano con la polizia per denunciare qualsiasi attività religiosa ritenuta illegale. Anche se è un organo indipendente, di fatto opera come livello di base per il controllo sull’attività sociale. Durante il processo al pastore protestante Dmitry Shestakov, funzionari del mahalla locale hanno testimoniato che ha guidato un gruppo religioso illegale e svolto attività missionaria, mostrando di averlo tenuto a lungo sotto osservazione.
Il documento dà persino indicazioni specifiche: ad esempio, dice di “istruire R. Jalilov, pastore della Chiesa di Full Gospel Christians” per programmare con N. Mamajanov, membro del Comitato per gli affari religiosi della regione di Andijan, “misure effettive per prevenire l’attività missionaria nella zona”.
Analisti osservano che il governo uzbeko vuole così realizzare un completo controllo su ogni gruppo religioso, nonostante l’art. 61 della Costituzione preveda che “le organizzazioni religiose e le associazioni sono separate dallo Stato e uguali davanti alla legge. Lo Stato non interferisce nelle attività delle associazioni religiose”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9349&size=A