ulivo velletri


giugno 30 2007

Anche Obama si affida agli spot televisivi

, Barack Obama si prepara ad un cambio strategico nella sua campagna che, finora, si è concentrata in misura preponderante sulle attività grassroot: questa settimana lancerà, infatti, i primi spot televisivi nello stato dell’Iowa che sarà il primo a votare nelle primarie 2008. Negli Stati Uniti la televisione è, ormai, il campo di battaglia principale delle elezioni presidenziali e gli spot televisivi rappresentano l’arma centrale, oltre che più costosa, a disposizione dei manager della campagna. Essendo la televisione diventata la fonte predominante di informazione politica, ecco che anche gli spot televisivi rappresentano un’importante fonte di informazione sia sul candidato che sui temi fondamentali della sua campagna.
Il primo spot, della durata di 60 secondi, si intitola “Choices” (scelte) ed è incentrato sulla scelta che Obama fece dopo la laurea in legge ad Harvard di non accettare le vantaggiose offerte economiche da parte di studi legali per andare a Chicago ed impegnarsi come “community organizer”. Il docente di Harvard descrive la scelta di Obama come “ispiratrice”: la decisione di un individuo brillante che, invece di puntare verso Wall Street, ha scelto di “mettere il suo talento e le sue conoscenze al servizio della comunità e della qualità della vita delle persone che ne fanno parte”.

Il secondo spot, della durata di 30 secondi, si intitola “Carry” e descrive il lavoro legislativo svolto da Obama, nello stato dell’Illinois, per estendere l’assistenza verso i bambini e la copertura sanitaria e per tagli alla tassazione dei “working poor”; lo scopo è anche quello di evidenziare la capacità di ottenere accordi bipartisan.

La scelta di Obama segue, in ordine cronologico, quella di Bill Richardson (democratico) e Mitt Romney (repubblicano) che hanno visto crescere i consensi nei sondaggi elettorali dopo la trasmissione dei loro primi spot televisivi. Quella del 2008 si annuncia, come una campagna con un investimento senza precedenti negli spot televisivi ed anche Obama si prepara a fare la sua parte. I due spot televisivi del candidato democratico sono stati anticipati da una intensa campagna di mailing che ha incluso anche la istribuzione di un dvd contenente la biografia di Obama.
Come risponderà Hillary?

La fortuna e il forte utilizzo degli spot televisivi sono dovuti al fatto che sono in grado di far diventare rapidamente noto un nuovo candidato, di raggiungere elettori che difficilmente seguirebbero trasmissioni di informazione politica e di tematizzare la campagna. Così anche Obama ha deciso di puntare sugli elettori che difficilmente riuscirebbe a contattare attraverso le classiche attività di campagna elettorale sul territorio. E lo farà seguendo il manuale, cioè attraverso due spot di tipo “identification” che hanno la funzione di far conoscere il candidato evidenziando caratteristiche biografiche, enfatizzando alcuni momenti della storia personale o ricorrendo a testimonial famosi.

Il candidato democratico ha scelto di ricorrere a due testimonial per enfatizzare caratteristiche biografiche e della storia personale che evidenziano lati del carattere, priorità e modo di operare come esponente politico: il senatore repubblicano Kirk Dillard che ha lavorato con Obama in Illinois (e che sostiene la candidatura di John McCain) e il docente di legge dell’Università di Harvard, Laurence Tribe.http://mcacciotto.wordpress.com/


Ci vada Franceschini nell'osteria!

Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò. Niente di più vero se si legge l'intervista al Corriere della Sera di oggi di Dario Franceschini. Non vorrei che il capogruppo dell'Ulivo avesse alzato il proprio baricentro solo perché ora s'è messo a fare il cane al guinzaglio di Walter Veltroni. Questo neo-ulivista parla da partigiano pro-Pd navigato, come se non si sapesse che fino a ieri faceva parte della triade popolare e del filone democristiano che, a memoria d'uomo, non è stato entusiasta del Pd se non da poco (e ancora non mi fido dei democristiani, seppure ci militi in un partito).
Due appunti: quando dice al «mio amico Letta» di non candidarsi se non ha una proposta alternativa a quella di Veltroni. Perché, scusa Dario, ma qual è la proposta di Veltroni? La bella politica? Il discorso di Torino? Balle, balle, balle, già sentite e risentite.
Parisi «all'osteria ad ubriacarsi per festeggiare il progetto della vita che si realizza»? Il Partito Democratico ancora non è nato, e fino al 14 ottobre hai voglia a prendere il 4 e metterlo nel sacco... ma comunque, l'obiettivo degli Ulivisti non è fare solo il Pd, ma farlo bene. E quando Franceschini afferma che «le primarie non sono inutili anche se il candidato è uno solo», è evidente che si va contro la logica del far bene il Pd, perché sarebbero primarie farsa. Le primarie di Prodi, qualcuno ora mi ribatterà; già, ma allora c'erano anche Bertinotti, Pecoraro Scanio, Mastella, Di Pietro... insomma, di candidati ce n'erano! Perché a noi (a me almeno) serve un partito, non un altro messia.

 

http://innoxius.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1540553


Corri Enrico, vincerai comunque

SERGIO SCALPELLI


Enrico Letta dovrebbe senza indugi candidarsi a guidare il Partito democratico. Ha dedicato molto tempo nella scorsa legislatura a scandagliare il nord dell’ Italia, ha creato una rete di rapporti e credibilità personale nei mondi delle professioni vecchie e nuove, della media impresa tradizionale e innovativa, nella finanza che nemmeno la perseveranza di Visco è riuscita a scalfire, è portatore, più di tutti gli altri dirigenti del centrosinistra, di quell’attitudine blairiana della quale si sente enormemente bisogno.
Wa l t e r Veltroni a Torino ha fatto un buon discorso, come stanno sottolineando in questi giorni Europa e Il Foglio.
S a r e b b e miope non cogliere la novità rappresentata dalla leadership di Veltroni.
Lo stesso Veltroni, però, sa benissimo che ricucire il rapporto tra Nord e centrosinistra non sarà una passeggiata di salute. Sa anche che egli stesso nelle prossime settimane dovrà rendere più puntute le affermazioni generali che ha fatto su fisco, patto generazionale, sviluppo e innovazione.
Non c’è alcuna ragione al mondo per cui Letta, che sui sopracitati dossier sta lavorando da anni, non debba cimentarsi con quell’agenda politica.
Del resto è evidente che, per come si sono messe le cose, tutta la partita dei prossimi due anni si giocherà sulla questione settentrionale.
Si badi bene: non è vero che il centrosinistra è marginale al nord da un quindicennio. Sia tra il ’96 ed il ’98, come pure tra il 2004 e il 2005 la competizione col centrodestra è stata apertissima.
Mi piace sempre ricordare che persino a Milano, se fossero state sostenute le candidature di Umberto Veronesi o Ferruccio de Bortoli, avremmo oggi un sindaco di centrosinistra. È oggi che si percepisce, diffusissima, una vistosa insofferenza e soprattutto un tracollo di credibilità e fiducia verso il centrosinistra.
Esattamente questo è il tema: credibilità e fiducia.
Due ingredienti della lotta politica per affermare i quali occorre che un leader o aspirante tale abbia l’attitudine di metterci la faccia. Vincendo o perdendo.
Mentre scrivo vedo che Enrico Letta sta incontrando imprenditori del Mezzogiorno. Stessa storia: cosa chiede un’impresa del Sud? Un ambiente che favorisca la possibilità di competere e di crescere. Infrastrutture, logistica, reti, regole certe, tempi rapidi. Né più né meno che in Brianza. Ecco perché, Enrico, dovresti giocare la partita della leadership del Pd.
Per te sarebbe in ogni caso un esito win – win. Se il governo non dovesse farcela nei prossimi mesi e si dovesse votare nel 2008, anche l’ottimo Walter giocherebbe una partita disperata contro Berlusconi.
E grazie anche al coraggio di Veltroni è evidente che si va verso uno schema bipolare “europeo”, per cui il leader della coalzione sconfitta difficilmente rigiocherebbe la partita la volta successiva.
Se come probabile, si dovesse votare nel 2009 e Veltroni vincesse e governasse e facesse, nel solco del discorso di Torino, le riforme che ci si aspetta, allora avrebbe creato un solco e una guida cosi saldamente riformista del centro sinistra che solo un super riformista competitivo e coraggioso potrebbe ereditarne la leadership. E poi, Enrico, getta uno sguardo a Londra. Nel giorno in cui Walter è sceso in campo Tony Blair, che ha due anni meno di lui ha preso commiato, dopo dieci anni dalla premiership. E qualche ora dopo Gordon Brown ha nominato il super riformista, quarantunenne David Miliband ministro degli esteri.


http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Fine corsa
Un pozzo di petrolio Il BP Statistical Review of World Energy dice che con le riserve provate di petrolio è possibile soddisfare la domanda solamente per i prossimi 40 anni. Segnaliamo anche una recente analisi sul picco del petrolio.
Secondo il BP Statistical Review of World Energy il mondo ha ancora abbastanza riserve provate di petrolio per soddisfare la domanda per i prossimi 40 anni ai tassi attuali di incremento. Detta così non sembra però un'informazione molto confortante. A peggiorare il quadro, la pubblicazione di BP, una delle fonti di riferimento dell'industria energetica che oggi viene citata dal Financial Times, ci dimostra che, nonostante il recente rialzo dei prezzi di petrolio e gas naturale, il consumo mondiale di energia è cresciuto molto più rapidamente negli ultimi 5 anni rispetto alla seconda metà degli anni ’90, producendo un’ulteriore impennata nelle emissioni di anidride carbonica.
Peter Davies, capo economista della BP, ha dichiarato però che il picco del petrolio non è prossimo come ritengono molti studiosi del settore, ma poi fa notare che per le grandi industrie petrolifere saranno necessari grandi sforzi per riuscire ad avere l’accesso alle risorse che restano, due terzi delle quali sono in Medio Oriente.

Questo documento sembra volere rassicurare l’opinione pubblica, però appare inquietante. Come è preoccupante il dato sulle riserve provate di gas naturale (leggermente in salita, secondo l’analisi): ci sarebbe, ai livelli di consumo attuali, una disponibilità di questa fonte ancora per 60 anni.
Forse il problema sta proprio nella frase “ai consumi attuali”, quando molti studi come quelli della IEA, già prevedono per quest’anno, ad esempio, un incremento della domanda di petrolio dell’1,8% rispetto al 2006. Quei 40 anni quanto dovrebbero invece essere ridimensionati? E a che prezzo per barile?
E poi, 40 o 60 anni cosa significano rispetto ad un assetto energetico ormai consolidato? Il rischio che l’umanità non sia pronta a reagire di fronte ad una crisi energetica globale, probabilmente prossima, è sempre più concreto.
Intanto, in previsione di questo collasso, il carbone è il combustibile fossile che cresce più rapidamente nel mondo. Secondo il BP Statistical Review, la Cina, che sta investendo moltissimo in centrali termoelettriche a carbone, ha visto aumentare in un anno la sua domanda interna del combustibile dell’8,7%. Ma bruciare carbone a questi ritmi significa che, mentre la crescita media annua dei consumi energetici va dall’1,2% (1996-2001) al 3% (2001-2006), quella relativa alle emissioni accelera molto di più e ormai sta aumentando ad una media annuale del 3,4%.
L’International Energy Agency, riporta il quotidiano economico britannico, ha recentemente fatto notare come la domanda di petrolio stia crescendo molto di più di quanto si pensava, mentre l’offerta proveniente dai paesi Opec sta crescendo molto lentamente.

Alla luce di quest’ultimo aspetto è interessante scaricare, come caldamente consigliamo, una presentazione di Chris Skrebowski, un giornalista petrolifero inglese, indipendente e non pessimista come lui stesso si definisce. Il documento, dal titolo “How close to peak oil are we?” (Quanto siamo vicini al picco del petrolio?), parte da due concetti fondamentali: il primo è che ogni analisi seria debba basarsi su ciò che le società fanno e non su quello che dicono; l’altro è che molto più importante vedere quali sono i flussi reali di oro nero che non le riserve (“Molti parlano di riserve e si dimenticano dei flussi”). Secondo Skrebowski siamo molto vicini al picco e per comprenderlo basta fare una semplice, quanto banale, osservazione: “la produzione globale crolla quando la perdita nell’offerta proveniente dai paesi in fase di declino eccede gli incrementi dell’offerta proveniente da quelli che stanno espandendo la produzione”. Ed è un po’ quello sta avvenendo in questi anni.
Skrebowski stima che l’offerta di petrolio raggiungerà il suo picco tra il 2011 e il 2012 a quota 92-94 milioni di barili/giorno. Secondo lui “una grande sfida e una grande opportunità”, ma se affrontata per tempo, aggiungiamo noi.

LB
http://qualenergia.it/view.php?id=342&contenuto=Articolo

La signora Clinton
dice cose di sinistra




Le due anime del Pd d’America si preparano alla resa dei conti. Da un lato ci sono i New Democrats, l’ala centrista del partito vicina a (leggi: interamente controllata da) Hillary Rodham Clinton; dall’altro l’ala più progressista, o liberal, non ancora del tutto schierata dalla parte di Barack Obama (seriamente, tra i gauchisti sognatori c’è ancora chi spera in Edwards o Al Gore ). Qualcuno ricorderà che un tempo il Pd d’America aveva anche un’ala destra, i cosiddetti “blue dog Democrats”, ma di questi tempi non contano più molto, vuoi perché in parte fagocitati dai New Dem, vuoi perché troppo impelagati nella politica repubblicana. Insomma, il gioco è tutto tra New Dem e liberal (termine che negli Usa ha un’accezione assai diversa da quella nostrana). I primi, che fanno capo al Democratic Leadership Council, o Dlc, potentissimo think tank nato negli anni Ottanta in funzione anti-reaganiana e poi plasmato da Bill Clinton, hanno dalla loro il denaro e la maggiore visibilità: dopo tutto, la maggior parte dei democratici di alto profilo sono anche New Dem. I secondi, meno organizzati ma più o meno identificabili con il Congressional Progressive Caucus, gruppo parlamentare che riunisce una settantina di deputati tra democratici liberal e indipendenti, hanno dalla loro una nebulosa di attivisti sempre più numerosi e agguerriti, raccolti in una serie di organizzazioni grass-root ma che stanno diventando sempre più influenti (Campaign for America’s Future e Take Back America, per esempio). Soprattutto, pare, i liberal hanno dalla loro parte il progressivo spostamento a sinistra dell’opinione pubblica: i sondaggi dipingono un’America sempre più contraria all’unilateralismo e favorevole al controllo delle armi, per citare solo due questioni.
Proprio in questi giorni, il partito democratico affronta due tappe fondamentali per il confronto-scontro di queste due anime: si è appena concluso il congresso nazionale di Take Back America, dove Obama era la star e Hillary è stata insieme l’ospite più atteso e anche quello più contestato; mentre si sta per aprire il congresso del Democratic Leadership Council, dove però non è prevista la partecipazione dei candidati principali, forse su richiesta della senatrice Clinton, che del Dlc è presidente onorario e che sta cercando, per quanto possibile, di presentare un’immagine appetibile anche per l’elettorato di sinistra. Se si dovesse riassumere in due righe lo stato del Pd d’America, si potrebbe dire che l’anima centrista, per forza di cose, è ancora vittoriosa, ma che, mentre il paese sta virando a sinistra, sta facendo il possibile per corteggiare i sostenitori dell’ala liberal. L’apparizione di Hillary al congresso di Take Back America riassume perfettamente questo trend.
In poche parole, la senatrice Rodham Clinton, madre putativa del manifesto New Dem, è andata nella tana del lupo e ha detto qualcosa di sinistra. Soprattutto in materia economica, quasi una bestemmia, per un fedele della Terza via americana: ha attaccato le multinazionali, Halliburton in testa, dichiarato lotta dura alla crescente diseguaglianza economica, messo la «shared prosperity» in cima alla propria agenda, promesso fondi a scuole e asili («preferisco stanziare fondi per le scuole oggi, che per le carceri domani), criticato gli appalti privati per le agenzie governative. In materia di politica internazionale, ha proposto una versione del multilateralismo Clinton (Bill) rivisitata a gauche: «Dobbiamo imparare a confrontarci con gli altri, non solo con gli alleati ma anche con paesi con cui non abbiamo proprio nulla in comune». Sull’Iraq, come prevedibile, si è arrampicata sugli specchi: «I soldati americani hanno fatto un buon lavoro a deporre Saddam», ma adesso bisogna ritirarsi, perché «l’Iraq è impelagato in una guerra civile con cui noi non abbiamo nulla a che fare». Nessuno si è stupito, a questo punto, quando sono arrivati i fischi. Ma per il resto, la performance nella tana del lupo è andata molto meglio del previsto.
Facendo di necessità virtù, madame New Dem ha dimostrato di sapere guardare a sinistra. Lo stesso non si può dire dei clintoniani. La scorsa settimana, la rivista progressista The Nation ha lanciato una durissima polemica contro il Democratic Leadership Cuncil, pubblicando un sondaggio che dimostrava come su molti aspetti i cittadini americani siano molto più di sinistra del partito. Dal Dlc non è arrivata nessuna risposta.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=89984

Hillary-Obama, fuga a due sull’onda dei soldi

 

La prima donna e il primo nero con serie ambizioni presidenziali nella storia americana sono in fuga. Hillary Clinton e Barack Obama si stanno staccando dal resto del gruppo dei candidati alla Casa Bianca del partito democratico, sia in termini finanziari, sia come seguito popolare. Un dibattito di fronte a una platea di afro-americani e le ultime notizie in tema di raccolta di fondi, hanno confermato negli Usa il fenomeno. […]  Il 30 giugno e’ un giorno fatale nella lunga corsa alla successione di George W.Bush, perché e’ tempo di bilanci. I candidati devono presentare all’autorita’ federale di vigilanza sulle elezioni i propri conti e l’occasione serve per capire come l’opinione pubblica sta reagendo. La Clinton ha anticipato i tempi e fatto sapere che negli ultimi tre mesi ha messo in cassaforte altri 27 milioni di dollari, una somma enorme e analoga a quella dei primi tre mesi dell’anno. Adesso l’ex First Lady, con 54 milioni di dollari raccolti in sei mesi, viaggia a ritmi anche piu’ sostenuti delle previsioni: gli esperti stimano che per ambire alla nomination nel 2008, un candidato debba raccogliere 100 milioni nel 2007.

Ma nel quartier generale di Hillary la festa e’ attenuata dall’andamento della campagna dell’avversario piu’ temibile. “I nostri dati sono da record - ha ammesso Howard Wolfenson, direttore delle comunicazioni per la Clinton - ma ci aspettiamo che il senatore Obama ci superi in maniera significativa”. Il candidato nero di Chicago, che gia’ nei primi tre mesi dell’anno aveva stupito tutti tenendo il passo di Hillary, ha mantenuto il silenzio fino all’ultimo sui risultati del secondo trimestre, ma ha fatto sapere di aver gia’ raccolto soldi da oltre 250.000 persone: un numero da occhi sgranati per la politica americana in questa fase della campagna, che fa prevedere un risultato che puo’ toccare i 30 milioni di dollari raccolti in soli tre mesi.

Di fronte ai due supercandidati in fuga, il resto del gruppo tra i democratici e’ sempre piu’ costretto a ruoli da comparse. Giovedi’ sera gli otto candidati si sono ritrovati insieme sul palco della Howard University, una universita’ di Washington storicamente dedicata ai neri, e tutta l’attenzione e’ stata per i due personaggi piu’ forti del momento. Al termine di un dibattito in gran parte incentrato su temi cari alla minoranza afro-americana, gli esperti hanno decretato che Hillary e’ apparsa la piu’ ‘nera’ di tutti, dimostrando cosi’ di aver ereditato una tradizione di famiglia. E’ infatti una battuta ricorrente negli Usa quella secondo la quale Bill Clinton e’ stato il primo ‘presidente nero’ d’America, per la capacita’ che ha sempre avuto di creare una forte simpatia nell’elettorato afro-americano (é significativo che, lasciata la Casa Bianca, l’ex presidente abbia scelto un nuovo ufficio ad Harlem).

La Clinton ha raccolto ovazioni per come ha parlato della piaga dell’Hiv-Aids e dei diritti delle donne di colore. Il quotidiano The Politico l’ha proclamata vincitrice, mentre per Time lei e Obama sono stati primi alla pari. Dietro, staccati, sono rimasti John Edwards, Bill Richardson e tutti gli altri.

Ma di fronte all’importantissimo elettorato afro-americano, Obama - figlio di un’immigrato del Kenya e di una bianca del Kansas - ha qualcosa che la Clinton non potra’ mai sfidare: l’eredita’ etnica. Il senatore dell’Illinois lo ha ricordato, con la consueta pacatezza, nel corso di un dibattito che e’ avvenuto poche ore dopo una storica sentenza della Corte Suprema, che ha cancellato i programmi per le ammissioni a scuola basati sulla razza, facendo cosi’ vacillare il sistema di diritti civili creato dalla sentenza ‘Brown’ del 1954, che elimino’ la segregazione razziale scolastica. Tutti i candidati democratici hanno attaccato la decisione della Corte, sempre piu’ orientata in senso conservatore, ma Obama ha potuto dire qualcosa di piu’: “Se non fosse stato per la sentenza Brown - ha detto, tra applausi scroscianti - io oggi non avrei potuto essere su questo palco”. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/06/29/hillary-obama-fuga-a-due-sullonda-dei-soldi/#more-329


venerdì 29 giugno 2007
A solo pochi giorni dalla pubblicazione di diversi documenti della CIA, che confermavano i numerosi tentativi compiuti negli anni '60/'70 dall'amministrazione degli Stati Uniti per uccidere il leader cubano, Bush torna a parlare di Cuba augurando chiaramente la morte di Fidel: "UN GIORNO IL SIGNORE SI PORTERA' VIA CASTRO".

Il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, rispondendo alle domande del pubblico dopo un discorso al Naval War College a Newport (Rhode Island), è tornato a parlare di America Latina e di libertà. Con una uscita propria delle sue, non ha fatto mistero dei suoi sentimenti nei confronti del leader cubano, augurandosi chiaramente la morte di Fidel: "UN GIORNO IL SIGNORE SI PORTERA' VIA CASTRO".

Solo qualche giorno fa emergevano le trame per eliminare il comandante cubano, ricostruite in circa 700 pagine di documenti top-secret declassificati, che raccontano la storia dell’intelligence americana (CIA). Quindi dopo i super-ricercati mafiosi e le pillole al veleno degli anni '70 per uccidere Fidel Castro, il presidente Bush, fa emergere il suo personale pensiero augurando chiaramente la morte al leader maximo, unico modo per "portare libertà" sull'isola.

Mi piacerebbe ricordare però al presidente Bush che in pratica di fatto Fidel non guida già l'isola da un anno, a causa proprio dei suoi mali fisici, ma nonostante questo, non si è notato un cambiamento radicale o gli stravolgimenti auspicati. Forse la rivoluzione cubana prescinde già da Fidel...Bush non ci avrà mai pensato...

Comunque non si è fatta attendere la risposta del comandante cubano che ha ironizzato: "Adesso capisco come ho fatto a sopravvivere ai piani di Bush e dei presidenti Usa che ordinarono di assassinarmi, il Buon Dio mi ha protetto".
http://verosudamerica.blogspot.com/2007/06/bush-un-giorno-il-buon-signore-si.html

Panama: situazione politica ed economica

Sono passati circa sette mesi dal referendum per l’ampliamento del canale di Panama; la popolazione chiamata alle urne si è espressa in maniera positiva al riguardo

Considerando valido il processo di espansione e aprendo la strada alle nuove disposizioni che renderanno il più importante luogo di scambio del continente americano ancora più grande e più percorribile. Per il governo di Torrijos questa scelta può rappresentare un’ottima occasione per rafforzare il momento positivo di crescita economica: l’impulso che tutto ciò può dare in termini di aumento della competitività della regione nel commercio internazionale garantirebbe, infatti, fiducia agli investimenti stranieri e nazionali.

Il 2007 è stato finora un anno di scelte decisive per il Panama. La decisione di procedere all’ampliamento del canale con l’appoggio dell’elettorato ad un progetto dal costo stimato intorno ai 5.250 milioni di dollari americani, l’allineamento - avvicinamento alla politica degli Stati Uniti con la firma dell’accordo di cooperazione economica e per lo sviluppo di biocombustibile, rappresentano dei chiari esempi della politica intrapresa dal governo di Torrijos; come ha recentemente sostenuto Condoleeza Rice durante la sua visita ufficiale a Panama riguardo alla gestione del canale, è da evidenziare l’importanza che riveste oggi ciò che in passato è stato “un tema di conflitto”.
Risale al febbraio scorso la firma della “Declaracion de Principios” che renderà possibile l’aumento della sicurezza del carico delle navi container che passano per i porti panamensi attraverso un sistema a raggi X. La dichiarazione, firmata con il governo degli Stati Uniti, va inquadrata in un contesto più ampio che riguarda diversi aspetti; l’accordo di cooperazione nel settore dello sviluppo e dell’uso di biocombustibile presa tra il presidente nordamericano George W. Bush e Martin Torrijos, è un’altra prova dell’indirizzo politico che non sembra destinato a cambiare, quanto piuttosto a confermarsi. La scelta politica – più che ambientale – di appoggiare la politica statunitense per ridurre la propria dipendenza dal petrolio, è stata espressa da Torrijos che al termine dell’incontro a Washington assicurava che “tutto l’appoggio che possiamo avere nella ricerca sui biocombustibili aiuterà tutti i nostri Paesi ad essere meno dipendenti dal petrolio e a dare alle nostre economie una maggiore occasione di crescita”. Le nazioni sudamericane in generale e centroamericane in particolare, infatti, sostengono la produzione di etanolo e di altri biocombustibili per ridurre la dipendenza dal petrolio che rappresenta un peso notevole per la regione a causa del prezzo elevato che l’oro nero ha raggiunto negli ultimi mesi: tutti i paesi del Centroamerica importano petrolio. Gli Stati Uniti sono i maggiori produttori mondiali di etanolo derivato dal mais e non stupisce che il Brasile sia il principale produttore del biocombustibile derivato dalla canna da zucchero (Cfr. Energia: Brasile paese leader nel mercato dei biocombustibili) E' in questo contesto che bisogna inserire la posizione del Panama. La scorsa settimana, nel Paese centroamericano, si è svolta la trentasettesima riunione dell’Asemblea de la Organizacion de Estados Americanos (OEA) che ha avuto tra i temi in discussione i processi di democratizzazione in America Latina e nei Caraibi, la creazione di un’educazione di qualità, la diffusione della pace e la diminuzione della povertà; alla riunione erano presenti il Presidente panamense insieme al segretario delle Nazioni Unite Ban Ki – moon.

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29494


DA OGGI CIRCONCISIONE FEMMINILE È TOTALMENTE ILLEGALE



Entra in vigore oggi in Egitto il decreto legge che proibisce la circoncisione genitale femminile. Dopo la morte di una bambina di undici anni per le complicanze di un'operazione di circoncisione avvenuta la scorsa settimana nel governatorato di Minya (nel sud del Paese), il governo egiziano ha dichiarato illegale la circoncisione genitale femminile in tutti gli ospedali e le cliniche private. "Si proibisce ai medici e agli infermieri di tagliare o modificare una parte normale dell'apparato genitale femminile. 'Chiunque commetterà un'operazione del genere andrà contro la legge che regola l'esercizio della professione medica e sarà punito", si legge nel decreto presentato ieri dal ministro della Sanità Hatem el Gabali. "Con questo decreto si proibisce definitivamente ogni tipo di mutilazione genitale femminile", ha detto Abdel Rahman Shahin, portavoce del ministero della Salute, all’agenzia di stampa italiana Ansa, spiegando che fino a oggi la legislazione egiziana interdiva la mutilazione, con l'eccezione di alcuni casi come deformazioni o malattie. Secondo uno studio svolto dal ministero della Sanità in collaborazione con il programma Dag dell'ONU, in Egitto il 97% delle donne sposate è circoncisa e oltre la metà della popolazione femminile è a favore di questa pratica. Molti sostengono però che questi dati siano eccessivi.[CO]

www.misna.it

 


Alla vigilia delle parlamentari, “nessuna preoccupazione” per i disordini
Oggi la polizia Onu ha usato i lacrimogeni su alcuni manifestanti, ma il clima pre-elettorale sembra pacifico. Attesa per il risultato del nuovo partito fondato dall’ex presidente Xana Gusmao; non buone le previsioni per il Fretilin, che dall’anno scorso ha iniziato a perdere consensi.

Dili (AsiaNews/Agenzie) – Disordini hanno segnato oggi il primo giorno dopo la chiusura della campagna elettorale per le elezioni parlamentari previste a Timor Est il prossimo 30 giugno. Oggi a Manatuto, est della capitale, la polizia Onu ha usato i lacrimogeni per disperdere i sostenitori di alcuni partiti rivali che si stavano lanciando pietre. L’incidente, però, non preoccupa e secondo le autorità la consultazione popolare si svolgerà in modo pacifico.
 
La campagna elettorale si è chiusa ieri con i cortei a Sili di tre delle 14 formazioni partecipanti. Secondo stime ufficiali, su circa un milione di abitanti sono 548mila gli elettori registrati per il voto del prossimo 30 giugno. Numerosi analisti ritengono che la consultazione popolare segnerà una sconfitta per il partito del Fretilin, attualmente al governo, mentre sancirà l’affermazione del nuovo partito National Congress for the Reconstruction of East Timor (CNRT), fondato dall'ex presidente Xanana Gusmao. Secondo le previsioni nessun partito guadagnerà la maggioranza assoluta e il premier, come i ministri chiave, saranno scelti sulla base del negoziato politico tra i partiti in Parlamento.
 
Il Fretilin ha iniziato a perdere consensi già un anno fa, quando i violenti scontri tra forze governative e soldati disertori causarono la morte di 37 persone, costrinsero almeno 155mila cittadini a lasciare le loro case e portarono al dispiegamento di un contingente internazionale di peacekeeping sull’isola. Da allora il giovane Stato ha continuato a vivere tensioni intermittenti. Questa settimana due sostenitori di Gusmao sono stati uccisi con colpi d’arma da fuoco durante una manifestazione. Nonostante ciò, la campagna elettorale si è svolta complessivamente in modo pacifico.
 
Sebbene Timor Est possieda ricchi depositi di gas e petrolio a largo delle sue coste, quasi metà della sua forza lavoro è disoccupata, circa il 60% dei bambini sotto i 5 anni è malnutrito e il reddito medio è al di sotto di 1 dollaro al giorno. Per 24 anni Timor Est è stata sotto l’occupazione indonesiana, finché nel 1999 un referendum promosso dall’Onu ne ha decretato l’indipendenza. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9684&size=A

I nemici dei nemici sono amici
Gli Usa sostengono le milizie tribali contro Al Qaeda, il nemico più grande
 
Nonostante le diverse operazioni militari che le truppe della coalizione stanno conducendo per riportare la sicurezza a Baghdad e nelle aree circostanti, anche giovedì 28 un'autobomba è esplosa a Bayaa, un quartiere sciita della capitale, uccidendo 25 persone. Sempre giovedì, un ordigno posto a lato della carreggiata ha provocato la morte di tre soldati britannici a Bassora, nel sud del paese, dove la presenza di milizie sciite è sempre più rilevante, al punto che controllano la città ben più dei soldati della regina -il cui numero è recentemente stato ridotto- e delle truppe irachene.
 
Al Qaeda o no? Nonostante questo quadro allarmante nelle provincie sciite, negli ultimi tempi gli ufficiali della coalizione e del governo iracheno puntano il dito soprattutto contro le milizie sunnite legate ad al Qaeda, responsabili di quasi tutti gli attentati suicidi nel paese. Decine di migliaia di soldati Usa e iracheni sono impegnati in un'offensiva contro al Qaeda e tentano in ogni modo di tagliare le loro reti di rifornimenti. Recentemente, però, il generale statunitense Rick Lynch ha rilasciato dichiarazioni polemiche sull'inefficienza dell'esercito iracheno, che non sarebbe sufficientemente armato e addestrato per agire autonomamente contro le milizie, e nemmeno per presidiare le zone 'pulite' del paese dal ritorno dei miliziani. Il 22 giugno il comando Usa notificava l'uccisione di 17 miliziani di al Qaeda nei pressi della città sciita di Khalis, nella provincia di Dyala. Le agenzie stampa Bbc e Reuters, basandosi sui resoconti dei residenti, hanno messo in dubbio la ricostruzione ufficiale sostenendo che le vittime fossero 11 civili uccisi e 5 guardie locali, impegnate nel pattugliamento notturno della zona, rimaste ferite. A quel punto il Comando Usa ha aperto un'indagine e ha parlato di un “incidente in cui il nemico è rimasto ucciso”, senza più riferimento alcuno ad Al Qaeda. Nella provincia di Dyala è in corso, da diversi giorni, l'operazione Arrowhead Ripper, contro le milizie di al Qaeda. Il comando Usa sostiene di avere ucciso 60 uomini della rete del terrore ma, come dimostra quest'ultimo episodio, quando non ci sono civili e giornalisti sul campo, credere a questi dati è davvero difficile.
 
Uniti contro. Giovedì il presidente iracheno Jalal Talabani, in visita in Iran, ha annunciato che le forze di sicurezza di Teheran hanno arrestato i capi di Ansar al Islam, una formazione jihadista vicina ad Al Qaeda, nata prima dell'invasione americana e responsabile di diversi attacchi nel Kurdistan iracheno. Talabani ha ringraziato Teheran per aver chiuso le basi dei terroristi al confine e ha lodato l'impegno di Teheran a dialogare con gli Usa per la sicurezza dell'Iraq. Il Pentagono e i generali dell'esercito, invece, non smettono di accusare quotidianamente il regime degli ayatollah, di sostenere le milizie sciite per infiammare le violenze settarie. Un altro aiuto contro Al Qaeda gli Stati Uniti lo stanno ricevendo dalle tribù sunnite, che recentemente si sono coalizzate contro i miliziani della rete del terrore, che hanno stabilito uno Stato Islamico nei territori tribali del centro del paese. Fino a qualche mese fa quelle milizie tribali combattevano contro gli Usa, ma ultimamente i rapporti di combattenti di Al Qaeda uccisi dalle milizie tribali si sono moltiplicati. Fedeli alla norma secondo cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”, i comandanti della coalizione hanno annunciato il loro sostegno alle tribù sunnite. Recentemente il comando Usa ha prestato assistenza medica ai miliziani tribali feriti negli scontri contro quelli di Al Qaeda, l'intelligence statunitense ha ripagato le loro soffiate e offerto risarcimenti alle famiglie dei combattenti tribali uccisi. A molti di loro è stato offerto un posto come contractor per aziende private occidentali e ad altri ancora è stato promesso che verranno inquadrati nelle forze di sicurezza nazionale. “E' un'opportunità da non perdere” ha ammesso il Generale Campbell, comandante delle operazioni a Baghdad.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8260

USA : manifestano contro la pena di morte , arrestati
di Rico Guillermo*

Otto oppositori della pena di morte che sono stati arrestati nel gennaio scorso presso la Corte suprema degli Stati Uniti sono stati chiamati presso un tribunale distrettuale per rispondere a due capi d'accusa federali per aver esposto uno striscione e per aver letto delle proteste cantando delle preghiere.

Il gruppo aveva esposto un ampio striscione con scritto "Fermate le esecuzioni!" sulle scale della Corte suprema e percio' sono stati tutti arrestati e tenuti in prigione per piu' di 30 ore prima di essere liberati da un giudice della Corte superiore.

Ironia della sorte, oggi ricorre la quattordicesima giornata "Fast & Vigil" per l'abolizione della pena di morte. Il 29 giugno e' infatti l'anniversario della decisione "Furman contro la Georgia" in cui la Corte suprema degli Stati Uniti stabili' che la pena capitale era arbitraria e capricciosa e piu' di 600 detenuti condannati a morte si videro commutare le loro pene in condanne a vita. Inoltre a tutti gli Stati americani fu imposto di riscrivere le loro leggi sulla pena di morte.

Purtroppo successivamente una nuova sentenza (Gregg vs. Georgia) permise la ripresa delle esecuzioni negli Stati Uniti.

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 29 2007

Della sconvolgente attualità di Fortebraccio

Tutto in una giornata, ieri. A Downing Street la porta viene aperta dall'interno. Poi non si vede nessuno. Al Lingotto di Torino si attende il discorso del futuro leader del Partito Democratico. Il palco rimane vuoto. Erano Tony Blair che usciva di scena e Walter Veltroni che ci entrava.http://piste.blogspot.com/



Frasi brevi e pochi "io" ecco i jolly del Lingotto
Tullio De Mauro
la Repubblica
La vita politica ha bisogno delle parole. Lo sappiamo da tempi remoti. Meno noto è che la parola fiorisce dove più intensa è la vita democratica. Tale era la tesi, ben argomentata, del poco noto antico Anonimo autore del "Sublime". Guardare alle parole usate in momenti decisivi della nostra vicenda politica può non essere solo un esercizio di analisi linguistica fine a se stessa. All´indomani del discorso di Walter Veltroni, è opportuno metterlo a confronto con i discorsi fatti in occasioni analoghe da chi lo ha preceduto sulla strada della leadership.
«Ho scelto di scendere in campo»: così il 26 gennaio 1994 Silvio Berlusconi annunziò il suo ingresso nella vita politica e la formazione di un "Polo delle libertà" e del movimento di Forza Italia. Fu un discorso breve, circa 1300 parole, nemmeno tre cartelle. Non vi si trovano citazioni di nomi propri, di persone precise, con l´eccezione del richiamo al padre e al suo insegnamento. Pochissime le parole che possano risultare mal comprensibili a una parte della popolazione, forse "retaggio" e "cartello delle sinistre", forse "liberaldemocratico" e la distinzione tra "liberale" e "liberista". I 45 periodi sono generalmente assai brevi, la media è di 28 parole per periodo, poco oltre le soglia di 25 parole, considerata ottima per la comprensibilità. Proprio nei periodi più lunghi si concentra l´espressione del "sogno" politico dell´autore. Su 45 periodi 20 contengono un autoriferimento, esibiscono la prima persona (talvolta plurale, "di maestà"). Parole più di altre frequenti sono "famiglia", "libertà" e "libero", "ragionevole" e "comunismo".
Tra i discorsi di Romano Prodi, specialmente significativo è quello pronunziato a Napoli il 17 giugno 1995, durante il "viaggio delle cento città". Si citano alcuni nomi in positivo (De Gasperi, Adenauer, Schuman) e in negativo si cita Berlusconi. Il testo è più lungo del precedente: 170 periodi. Sono numerosi i periodi brevi, brevissimi: "La politica è scelta", "Bisogna voltare pagina", "La civiltà televisiva vive alla giornata", "In Italia siamo oppressi dallo Stato", "Lo possiamo fare". La prima persona è meno frequente che nel testo di Berlusconi: si trova tuttavia in circa un sesto dei periodi. Prevalgono parole di base e comuni, ma c´è qualche vocabolo più specifico della politica: "localismo", "parodia del thatcherismo". Domanda irriverente: quest´ultima, questa "parodia del thatcherismo", che sarà stata per i due terzi di popolazione che non leggono giornali? Parrebbe una cosa brutta, secondo l´autore, perché la "offre la destra". Ma più esattamente?
Il discorso pronunciato da Walter Veltroni mercoledì a Torino è dei tre il più lungo: 11400 parole circa e 534 periodi. Nonostante non manchino periodi ampi, la media di parole per periodo è assai bassa: circa 21, dunque molto sotto la soglia di 25 parole per periodo. Come gli altri due oratori, anche Veltroni cerca di dare incisività al suo discorso e, stando ai numeri, pare riuscirci di più. Sono numerosi i riferimenti positivi a persone e guide politiche. Due autorevoli commentatori su La7 hanno detto a caldo che Veltroni aveva lasciato da parte il ricordo di nomi propri. Non sembra esatto. Le persone rammentate in positivo con nome e cognome sono, se ho ben contato, diciotto, e alcune ricorrono più volte (Prodi, Napolitano, Draghi). Vanno aggiunti alcuni riferimenti non nominativi, ma precisi: alla nostra Costituzione, al Partito democratico Usa, al Partito del Congresso indiano, ai sindacati confederali. Mancano riferimenti nominativi in negativo, scelta non casuale, ma ragionata. Le citazioni portanti sono diverse, da Vittorio Foa a Gustavo Zagrebelsky, alla bella lettera della giovane romana, la generosa "nuova italiana". C´è anche qualche citazione nascosta: "farsi carico" tra virgolette è senza dubbio una corretta evocazione dell´"I care" dei giovani nordamericani riportato su un muro dell´aula di don Milani a Barbiana.
Veltroni non si sottrae all´onere di usare la prima persona, spesso, però, per sottolineare un dubbio. Ma gli autoriferimenti, se ho ben contato, si trovano in meno di un decimo dei periodi. Assai meno, dunque, che negli altri due testi. Veltroni è portato a parlare delle cose e di altre persone e di sé dice meno degli altri due oratori. Parlando di cose in modo circostanziato, anche di cose controverse e spinose, come Veltroni fa, è inevitabile usare parole tecniche, assai specifiche. In generale queste vengono sì introdotte, ma subito spiegate, per esempio nei paragrafi sull´ambiente o in quelli sul fisco. C´è qualche eccezione negativa. Qualcuno, anche nel popolo ulivista, si chiederà che cosa siano la "flat tax" (che a Veltroni non piace) e lo "housing sociale" (che Veltroni auspica). I vocabolari per ora non aiutano. Altre parole tecniche, invece, nel contesto sono ben chiarite, da "soggettività femminile" o "mobilità sociale" a "delocalizzazione". Ci sono parole che ricorrono con rilievo: "pari opportunità", "equità", "eguaglianza", "sobrio" e "sobrietà", "ascolto", "scelta", "decisione". Sono parole che tutti capiscono e cui il discorso affida il suo senso.


La pena del contrappasso per Sivio B.

«Parolaio» e «paraculo» sono i due vocaboli scelti dai principali quotidiani della destra (rispettivamente il Giornale e Libero) per definire il discorso di WV al Lingotto.

Seguono altri commenti tutti legati a questo filo rosso: «ha detto banalità», «un compitino», «c’è solo la facciata», «copia Berlusconi» e così via.

E’ singolare questo rovesciamento dei ruoli: la destra italiana - che si è fatta maggioranza nel ‘94 attorno a un partito di plastica , con il kit di Forza Italia, i cieli azzurri, la calza sulla telecamera e i libri finti nello studio di Arcore - accusa il nuovo leader del centrosinistra di essere solo apparenza.

In parte hanno ragione: con Veltroni la sinistra ha fatto suo un modello di leaderismo carismatico e sorridente - molto televisivo e quasi messianico - che storicamente gli apparteneva poco.

In parte hanno torto: probabilmente quello di ieri è stato il discorso più concreto e meno emotivo fatto dal sindaco di Roma in trent’anni di carriera politica, avendo il WV preso posizione non su molte, ma su alcune cose (dalla Tav alle tasse, dal lavoro precario al sistema elettorale).

Quello che è certo però è che Berlusconi è spaventato proprio dall’idea di essere controbattuto e forse battuto nel suo campo, cioè nel regno dell’apparenza, dove finora non aveva avuto rivali.

Il tutto è reso ancora più amaro dallo stacco di età, dai 19 anni che li dividono. A Silvio, che ha fatto dell’eterna giovinezza un valore assoluto fino a farsi proclamare “tecnicamente immortale” dal fidato Scapagnini, è questo a provocare l’irritazione maggiore.

Un avversario che lo supera in termini di energia, di vitalità, di sorrisi, di apparenza, di sogni, di scenografia, di inni, di baci ai bambini e carezze di nonne. Per lui è la peggiore pena del contrappasso.

Non so se felicitarmene, come cittadino che ha sempre detestato il Cavaliere, o dolermene, come elettore che non ha mai amato la politica del cerone.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


pelato e spettinato


Arriva Walter (appunti)

Gli applausi
Troppo pochi. Allora è meglio niente. Oppure oceanici. Vedrete che Fede li monterà continuamente.

La testa.
La testa è tutto Veltroni. Sono magro e rigoroso come Fassino, però ho anche il doppio mento bonario alla Prodi. Sono pelato come Phil Collins, però ho anche i capelli sbarazzini da eterno giovincello. La chierica di Veltroni è un vero mistero: allo stesso tempo pelato e spettinato, com’è possibile? Sembrano due teste assemblate.

Gli occhi.
Dietro gli occhiali s’indovinano rughe secolari. È uno stanco cronico, lavora molto. Però in occasioni come queste ci vorrebbero una palpebra più alzata.

Il discorso.
Troppo lungo! Ma cosa pretendi, chi è che dovrebbe starti a sentire dalle cinque alle sei? Se almeno avesse avuto tantissime cose da dire, ma si è ripetuto spesso. A un certo punto ha anche detto: “Mi ripeto, e so di farlo”. Mi ripeto e so di farlo. Sembra una frase da innamorato all’ultima spiaggia.

Si muoveva molto
Gli hanno spiegato di non stare fermo impalato, e di guardare a destra e a sinistra. Lui, diligente, si mette a guardare a sinistra e a destra e intanto ondeggia in senso inverso: bascula a sinistra e guarda a destra, dà un colpo a destra e guarda a sinistra. Il risultato di questa strategia comunicativa è simile a quello di Funari quando cercava i testi di Jack Folla sui gobbi incrociati (se non ha i gobbi, tanto peggio: sembrava ne avesse tre mescolati nel pubblico). In quella trasmissione che hanno chiuso dopo tre puntate, esatto.

Il confronto con Berlusconi ’94 è significativo: lui stava seduto e guardava fisso in camera: “Ciao, sono l’uomo della Provvidenza e sto parlando solo a te, a te, a te!”. Veltroni ’07 sembra piuttosto voler dire: “Ehi, sto dicendo tante cose, qualcuna vi interessa? potrebbe interessare al signore laggiù a sinistra? O a quello laggiù a destra? Eh? Qualche scatto laterale, come se udisse rumori improvvisi. Io lo avrei tenuto bello fermo, invece, con tanto di leggio e microfono fisso come a un congresso, e il dinamismo lo avrei reso con movimenti da una macchina e dall’altra, però io non capisco niente di comunicazione.

All along the watchtowers
Gli hanno detto “per carità niente santini sullo sfondo, piuttosto tanti bei paesaggi rassicuranti, tante torri, l’Italia è tutta torri, siamo tutti a nostro agio sotto le torri”. Mah. Boh. Le torri sono un’arma difensiva, tanto per cominciare. E poi sono l’emblema di una classe dirigente miope e arroccata al suo particulare: nel tardo Duecento, invece di re-investire in welfare, ogni famiglia si costruiva la torre più alta di quella del vicino, e nel Trecento sappiamo tutti com’è andata a finire. Non lo sapete? Beh, recessione, crisi, carestie, pestilenze (si salvò solo l’industria del lusso, ricorda qualcosa?) Ecco. Le Torri ci ricordano che l’ignoranza e la stupidità della nostra classe imprenditoriale e dirigente hanno radici millenarie. Molto bene. Io avrei fatto senza diapositive, ma non sono mica un consulente.

I contenuti
Buoni, per carità. La cosa che mi è parsa più impegnativa è il sì al TAV, ma d’altro canto chi non è d’accordo ha a disposizione un sacco di partiti più a sinistra del Pd. Buono il risalto dato all’emergenza clima, un po’ noiosa la digressione sulla previdenza, ridondante il ritornello “lotta alla precarietà”, ma ha fatto bene a ricordare che i precari inglesi hanno più sicurezze dei nostri, è una cosa che i Blair alle vongole non sanno.
Io avrei lasciato perdere Prodi. Sono e resto un prodiano, mi sembra che in una situazione difficile si stia difendendo bene, ma cosa c’entra? Politicamente è fregato, bisogna dare l’impressione che cambi tutto. Come Sarkozy, il chiracchiano che ha cambiato l’etichetta sul chiracchismo ed è riuscito a venderlo ai francesi come roba nuovissima. E gli italiani non sono più furbi dei francesi, proprio no.

A whiter shade of pale.
Veltronismo puro. Voglio farvi sentire gli anni Sessanta, ma anche Johann Sebastian Bach. Potremmo essere al rinfresco della Prima Comunione di Pinuccia o in un film impegnato di Tullio Giordana, o anche in tutti e due simultaneamente.

La ragazza morta.
Il colpo basso alla fine ci voleva, e una lacrima non avrebbe guastato. Anche se c’è una terribile ironia in tutto ciò. I nostri ragazzi di oggi non sono tutti bulli e oche, io ho conosciuto una quindicenne saggia e consapevole. Ed è morta!

http://leonardo.blogspot.com/


Democrats, DS - PD e politica estera

Ho un mal di testa che non passa – forse sono i continui passaggi dal caldo umido al gelo dell’aria condizionata, o la mancanza di sonno e i troppi caffè, o semplicemente il crollo strutturale che arriva sempre nel momento in cui ti rilassi perché il lavoro è ormai quasi fatto. Oggi parto, ma non ho grandi motivi per rilassarmi: vado direttamente a Monaco per una conferenza transatlantica – presumo sarò l’unica europea ad arrivare da Washington… E prima dell’aereo, ho ancora un incontro al Dipartimento di Stato. Ma il grosso è fatto. Nel complesso, sono più che soddisfatta – un’agenda fittissima di incontri, tutti di ottimo livello, tutti estremamente utili su diversi piani: le relazioni con i Democratici, l’analisi della politica estera americana, l’Ulivo di qui. Provo a trarre qualche elemento di sintesi.

1. Le relazioni DS – Democratici USA sono allo stato dell’arte ottime. Abbiamo rivisto Howard Dean ieri, discusso di progetti comuni nell’ambito dell’Internazionale Socialista e con il PSE (il loro “responsabile esteri” partiva proprio ieri sera per Ginevra, dove comincia oggi il Consiglio dell’IS). E’ entusiasta della candidatura di Veltroni, è possibile che torni in Italia prima del 14 ottobre, forse a Bologna alla Festa dell’Unità. Stiamo lavorando a forme di collaborazione strutturata attraverso le relative reti che abbiamo all’estero (i Democrats in Italia e l’Ulivo negli USA), soprattutto per sostenere i rispettivi impegni elettorali (le nostre primarie, le loro presidenziali). E’ in cantiere il progetto di un seminario congiunto PSE – Democratici da ospitare in Italia, e l’idea di una collaborazione strutturata a livello di gruppi parlamentari (ieri abbiamo incontrato Clyburn, il vicepresidente dei Democratici al Congresso – il potere nero fatto persona). L'idea è quella di portare questo patrimonio nel PD...

2. L’Iraq. I Democratici hanno vinto le elezioni dello scorso novembre su questo, ed oggi devono portare a casa un risultato (ma è anche vero che una situazione caotica in Iraq dà loro un ottimo argomento da continuare ad usare in campagna elettorale). I Repubblicani appaiono schiacciati in una “lose – lose situation”: i 2/3 del loro elettorato (lo zoccolo duro) pare continuare a sostenere le scelte di Bush, ma la popolarità del Presidente è ai minimi storici (20%). Se si discostano da Bush perdono la base, se non lo fanno sono condannati a perdere. E’ probabile che da qui a novembre si muoverà comunque qualcosa: ad agosto i parlamentari torneranno nei propri collegi e saranno sommersi da richieste di ritiro; il 15 settembre Petraeus farà il suo rapporto sullo stato di avanzamento della strategia del Presidente in Iraq, e non c’è nessun elemento che faccia pensare ad un quadro incoraggiante; ad ottobre il Congresso deve rivoltare il finanziamento della missione. E’ possibile che si trovi, in quel contesto, un numero di voti sufficiente per superare il veto di Bush e fissare o una data entro la quale iniziare il ritiro, o l’obiettivo del ritiro (non vincolante dal punto di vista concreto, ma politicamente determinante per sconfessare il Presidente). Detto questo, tirar via 157.000 soldati in quel contesto, e smantellare 3 basi operative e di comando strategico, sarà quasi impossibile – molti danno per scontato che le basi restino, con personale drasticamente ridotto e senza ambizioni di controllo del territorio. Dal punto di vista politico, qui va per la maggiore l’ipotesi di una “soft partition”, una sostanziale divisione in 3 dell’Iraq – temo non sarebbe affatto “soft”…

3. L’Iran. Alcuni dicono che Bush (e soprattutto Cheney) potrebbe tentare un colpo di coda e bombardare l’Iran prima della fine del mandato. Altri dicono che se anche volesse, non ha più il pieno controllo del Pentagono ed i militari in ogni caso non saprebbero cosa, quando e come bombardare. Il che non mi pare rassicurante. I Democratici si stanno sperticando a dire che bisogna dialogare…

4. L’Afghanistan. Qui la conferenza regionale non appare un’ipotesi realistica - non perchè non se ne condivide lo spirito, ma perché si teme che il Pakistan e soprattutto l’Iran possano utilizzarla per accrescere ulteriormente la loro influenza nell’area e per mettere in difficoltà gli USA. La sensazione è che finché non cambierà l’Amministrazione americana non potranno esserci sviluppi significativi. Il punto è che in autunno Francia e Germania ridiscuteranno in Parlamento la missione, e si riaprirà il problema del sostegno dell’opinione pubblica europea alla strategia Nato in Afghanistan. Su questo punto ho la sensazione che non ce la caviamo con l’argomento della fedeltà all’alleanza, e che ci sia bisogno di una riflessione sulla condivisione delle strategie di fondo (ad un’opinione pubblica informata e politicamente consapevole come quella europea non si può chiedere il sacrificio in nome del sacrificio: le si deve spiegare qual è l’interesse nazionale o collettivo che giustifica il sacrificio)

5. Di Europa qui non si parla. Si parla (poco) di Francia, di Germania, di Polonia e via dicendo. L’ultimo vertice europeo viene dipinto come una barzelletta (da quei pochi che si sono accorti che c’è stato). Lo scudo missilistico non appare un progetto a breve termine, non solo perché a contromossa di Putin al G8 ha spiazzato Bush, ma anche perché il Congresso non ha allocato fondi per realizzarlo. Non se ne parla prima delle Presidenziali. Tanto rumore (e danno – la Nato pare molto irritata dall’iniziativa americana che di fatto ha usato canali bilaterali) per nulla.

6. Una piccola cosa, sul modo di lavorare qui, che mi ha colpita. Tutte le persone che ho incontrato (e sono tante… ho finito in 10 giorni i miei 150 biglietti da visita), anche giovanissime, hanno lavorato per almeno 6 o 7 persone diverse, in ambiti diversi. Privato, Partito, singoli candidati, parlamentari, governatori, Presidenti. La rete di relazioni di queste persone è infinita. Hanno un livello di professionalità impressionante. E nel Paese in cui la personalizzazione della politica è massima, non è un problema passare dallo staff di un candidato a quello di un altro – contro il quale si faceva campagna fino a due giorni prima. Ed alla fine si lavora tutti per la stessa causa – quella Democratica. Forse è un effetto della meritocrazia applicata alla politica…

PS: non ho ancora sentito il discorso di Walter a Torino. Da quello che ho letto però mi pare che abbia iniziato con il piede giusto...http://blogmog.ilcannocchiale.it/


L’Europa protesta
per Blair l’inviato

di Paolo Soldini

Una protesta espressa in termini «insolitamente chiari». Un linguaggio simile, nei rapporti tra due governi, si può tradurre in un solo modo: «incidente diplomatico». L’incidente è scoppiato tra il governo tedesco e l’amministrazione di Washington e riguarda la nomina di Tony Blair a “inviato speciale” per il Medio Oriente. Con due precisazioni che, provenienti da Berlino, rendono il contrasto ancora più evidente: 1) il ministro degli Esteri Franz-Walter Steinmeier, che ha pronunciato la dichiarazione «insolitamente chiara» di fronte ai giornalisti in una ufficialissima conferenza stampa di bilancio della presidenza tedesca a Berlino, ha parlato a nome, appunto, della presidenza di turno del Consiglio europeo che la Germania esercita ancora (fino a domani). Quindi a nome di tutta l’Unione europea, la quale, insieme con gli Stati Uniti, la Russia e le Nazioni Unite è parte del Quartetto al quale si deve (in teoria) la nomina dell’ex premier britannico al delicato incarico; 2) gli uffici della cancelleria si sono affrettati a far sapere, in modo non ufficiale ma comunque chiaro, che Angela Merkel condivide pienamente l’irritazione del suo ministro degli Esteri. http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=89982

Cento anni di KaDeWe, la vetrina dell'Occidente
di Pierluigi Mennitti

Ideazione

Quando ad aprile saranno completati gli ultimi lavori di maquillage, il Grande Magazzino d’Occidente si presenterà tutto imbellettato e sfavillante per il suo centesimo compleanno. La Tauentzienstrasse luccicherà di strass e paillettes e Berlino tornerà a vivere, per qualche giorno, l’atmosfera bohémien degli anni Venti o quella elegante degli anni Sessanta. Specchio della trasgressione o vetrina dell’Occidente, a seconda del decennio del secolo passato prescelto. Il centenario di cui si celebra l’augusto anniversario è il Kaufhaus des Westen, il più grande magazzino d’Europa, secondo la definizione forse un po’ troppo patriottica delle guide tedesche: sessantamila metri quadrati di superficie suddiviso per sette piani, dove si vende di tutto, dai vestiti alla valigeria, dai tabacchi ai giornali e alle riviste internazionali, dai libri alla cancelleria, dai televisori al plasma  agli stereo, ai computer, ai giocattoli, ai mobili e all’arredamento per la casa, alle lampade, ai compact disc, ai biglietti per cinema, teatri, concerti rock e musica classica, basket, hockey, calcio e ogni sorta di evento possibile e immaginabile che abbia sede a Berlino. Fin su, agli ultimi due piani, il sesto e il settimo, dove il Kaufhaus des Westen celebra il proprio trionfo e la propria diversità rispetto agli altri grandi magazzini del globo, offrendo ai visitatori il meglio del meglio di ristoranti e prodotti alimentari provenienti da tutto il globo. 

E' come Harrod’s a Londra, Lafayettes a Parigi, Mecy’s o Bloomingdale’s a New York ma con qualcosa di più: la storia che gli si è incrostata addosso, anno dopo anno, decennio dopo decennio, fino a farne il simbolo di una città che a sua volta è simbolo di un Continente e di un secolo: il Novecento, il secolo del male, come lo ha catalogato l’intellettuale francese Alain Besançon, o il secolo breve, secondo la definizione dello storico marxista Eric Hobsbawm: anche qui dipende dai punti di vista. Comunque un secolo glorioso e tragico che Berlino s’è caricato sulle spalle e che questo grande magazzino racchiude nei suoi infiniti spazi espositivi.

Come tutte le cose care ai berlinesi, anche il Kaufhaus des Westen ha un suo acronimo, con il quale è noto agli indigeni: KaDeWe. Queste iniziali si ergono sulla facciata monumentale dell’entrata principale e non c’è verso di chiamarlo altrimenti per farsi intendere da chi a Berlino è, o vuol far finta di essere, di casa. KaDeWe è diventato quindi un logo: l’insegna si illumina appena cala il tramonto sull’austera facciata principale, assieme alle vetrine che ne delimitano il perimetro lungo tutto l’enorme isolato che si affaccia sulla Wittenbergplatz. La storia, un’altra terribile storia, bussa anche in questa piazza, crocevia di molte linee della metropolitana, perché vi campeggia uno dei memoriali della Shoah, un tabellone semplice che ricorda le vittime dell’Olocausto attraverso i nomi dei tanti campi di sterminio che macinavano la morte ai tempi del nazismo. Orrore e splendore, racchiusi nel fazzoletto di due strade che s’incrociano. Berlino è questa. E il KaDeWe può raccontarne la lunga storia.

Una storia intrecciata al Novecento berlinese
Perché attorno a quella piazza s’è addensata un’umanità assai differente nel corso dei cento anni di vita del KaDeWe, dal bel mondo dell’aristocrazia militare prussiana, che da Potsdam sciamava verso Berlino lungo i viali della Kurfürstendamm, alla trasgressiva popolazione artistica del decennio d’oro, quella della Weltstadt weimariana degli anni Venti, cosmopolita e multietnica, che aveva eletto Berlino a capitale del mondo e il KaDeWe a suo emporio d’elezione. Divenne poi il freddo spaccio d’élite della nomenklatura nazionalsocialista e ne pagò le conseguenze, sbriciolandosi sotto le bombe della seconda guerra mondiale in una collina di macerie, una fra le tante della Berlino della Stunde Null. Nacque a vita nuova dopo la guerra e subito tornò a circondarsi di strass e paillettes, celebrandosi come vetrina d’Occidente, baluardo consumistico e luccicante delle meraviglie del capitalismo in opposizione alla seriosità pauperistica della Berlino comunista. Il KaDeWe divenne, suo malgrado, il simbolo della guerra fredda. Era lì, in quel mondo artificiale di luci e beni di consumo, che i berlinesi occidentali, ancora scossi dalla costruzione del Muro e a malapena riscaldati dalle parole pronunciate dal presidente americano John Fitzgerald Kennedy – ich bin ein Berliner – ancoravano coraggio e orgoglio per sentirsi meno abbandonati: isola sì, ma felice in un mare di comunismo e totalitarismo.

Le prime pietre dell’edificio vennero poste nel 1905 sotto la guida dell’architetto Johann Emil Schaudt per conto del fondatore, il commerciante Adolf Jandorf. Due anni di lavori frenetici e la prima versione del Kaufhaus des Westen, cinque piani di beni di lusso per una superficie di ventiquattromila metri quadrati, venne aperta al pubblico che indovinava nelle tumultuose trasformazioni urbanistiche il nuovo destino di Berlino, metropoli cosmopolita in grado di competere finalmente con Londra e Parigi. Era l’intero quartiere dove sorgeva il KaDeWe a rappresentare la sfida metropolitana di una città che, fino ad allora, era stata poco più che un conglomerato di villaggi sperduti nell’umida e sabbiosa marca brandeburghese. Nel 1870 il Kaiser avviò il piano di espansione di tre quartieri preesistenti, Wilmersdorf, Tiergarten e Charlottenburg, riunendoli sotto il nome un po’ profetico di Neuer Westen. Al Kurfürstendamm, il tradizionale boulevard della Berlino bene chiamato confidenzialmente Ku’damm, si aggiungeva quindi la Tauentzienstrasse, con il suo fiore all’occhiello, il grande magazzino come ce n’erano nelle altre capitali d’Europa. E l’aristocrazia si muoveva dai tradizionali luoghi di ritrovo guglielmini, l’Unter den Linden, la Friedrichstrasse, il Café Kanzler che allora si trovava all’incrocio delle due strade, ai nuovi Viertel occidentali, liberati dai fumi delle fabbriche della rivoluzione industriale tedesca che il vento di ponente spingeva verso le mefitiche periferie orientali.

Dalla crisi del primo dopoguerra alla “scene” degli anni Venti
La prima guerra mondiale sprofondò i sogni imperiali nella povertà e nella miseria, e anche le luci del KaDeWe divennero più fioche. I reduci sciamavano per le piazze orientali, la Potsdamer, l’Alexanderplatz, alla ricerca di cortei socialisti dove sfogare la protesta e di mezzucci con i quali sbarcare il lunario. Pochi erano i ricchi, rintanati nelle grandi ville del Grunewald e di Wannsee. La maggioranza si accalcava sudicia e malfamata agli angoli dell’Alexanderplatz o nei cortili dei casermoni popolari, scenari prediletti dalla matita del caricaturista Heinrich Zille o dalla penna del romanziere Alfred Döblin. La situazione non si quietò mai e, a un certo punto, i tedeschi la smisero di cercare ordine e benessere nella Repubblica di Weimar. Berlino lasciò da parte la politica e gli affari e s’inventò altre strade per rivitalizzare i sogni metropolitani. La strada dell’arte, del cabaret, della musica, del teatro. Nacque la Scene, una sorta di movida che da allora divenne il segno distintivo della città segnandone mode e stagioni, dal cabaret alla Love Parade.

Si decise di divertirsi, una sorta di Deutsche Vita d’avanguardia, vissuta nei caffè letterari, nelle case dei filosofi, negli atelier dei pittori e negli studi di architettura. E poi tracimata negli ambienti popolari dell’operetta, nei Biergarden dove spopolavano le canzonette, nelle bettole di strada, nelle Kneipe, addirittura nelle case di piacere, luoghi del sesso libero e della pornografia più sfrenata. E poi il cinema, che esplose proprio in quegli anni, creando i primi miti di celluloide, con il contorno di registi, produttori e impresari. Fu l’epoca degli artisti, la stagione bohémienne impressa nei volti e nelle voci di Otto Dix, Carl Einstein, Alfred Döblin, Marlene Dietrich, Bertold Brecht, Fritzi Massary, Fritz Lang, Claire Waldorf, Karl Kraus, George Grosz, Max Liebermann, Otto Kemperer. Molti di loro non erano berlinesi di origine ma immigrati ed outsider che lì trovarono il loro spazio e la loro consacrazione. Fu anche l’ultimo trionfo di quello straordinario connubio tedesco-ebraico che il Führer si sarebbe incaricato di spazzare via per sempre. Berlino aspirava intellettuali da tutta Europa, se qualcuno voleva vivere lo spirito del tempo doveva assolutamente trovare un alloggio sulle rive della Sprea: arrivarono fra i tanti Billy Wilder, Christopher Isherwood, Richard Tauber, Gitta Alpar, Ralph Benatzk. Ungheresi e rumeni esaltavano la scena jazzistica. E dall’Italia giunsero Luigi Pirandello e Giuseppe Antonio Borghese (quest’ultimo fin dagli anni Dieci), Rosso di San Secondo e Filippo Tommasi Marinetti a raccontare con tumultuose iperboli la velocità meccanica di una modernità che sembrava inarrestabile.

Ci penserà il nazismo a metterci un freno. Ma nel frattempo i locali si riempivano, fumosi e alcolici, trasgressivi e libertini. Quello di cui si discuteva nei caffè letterari di Unter den Linden, della Budapesterstrasse, del Kurfürstendamm o della stessa Tauentzienstrasse sarebbe rimbalzato qualche giorno dopo negli ambienti di New York e di Parigi, di Londra e di Mosca. Anche il KaDeWe riprese il suo ruolo di specchio delle brame metropolitane. I vestiti dall’Inghilterra, i profumi dalla Francia, i tessuti dalle Fiandre, le scarpe dall’Italia. Le sere si allungavano in notti bianche e infinite e il carosello del lusso, anche a rate, riprese a girare negli androni del grande magazzino. Il KaDeWe inserì il suo nome tra altre istituzioni cittadine: il Café Jaenicke, ritrovo abituale dei giornalisti; la Weiss Czarda, punto d’incontro dei divi del cinema. Il Romanisches Café, buen retiro dei poeti e degli scapigliati; l’Admiralpalast e il teatro Metropol gareggiavano in arditezza con le Folies Bergère e il Casino de Paris, le mille sale da ballo attiravano le gesta dei tanti gigolò di professione. E i più ricchi (o quelli e quelle che si sceglievano i letti dei più ricchi) potevano addormentarsi con le prime luci dell’alba sotto gli stucchi e le lenzuola delle costosissime suite dell’Hotel Adlon, con vista sulla Brandeburger Tor: sarà un caso che anche questo storico albergo, distrutto durante la seconda guerra mondiale, cancellato dalla toponomastica cittadina nei quarant’anni di ddr e poi completamente ricostruito dopo la caduta del Muro, festeggi nel 2007 i suoi cento anni di vita. La stessa età del KaDeWe, anche se ha almeno quarant’anni di vuoto da recuperare. In un ambiente tendenzialmente e naturalmente progressista non potevano mancare (non mancano mai) i Saloonkommunisten, i comunisti da salotto, intellettuali vestiti all’inglese con la mente e il cuore fra i soviet di Mosca. Anche loro avevano eletto il Romanisches Café come quartier generale, a un tiro di schioppo dal KaDeWe dove acquistavano bianche camicie di seta e papillon per combattere con maggior coerenza il capitalismo.

La normalizzazione nazista e le bombe degli alleati
Nel 1927 il Kaufhaus passò sotto la proprietà del gruppo Hermann Tietz che tre anni dopo affidò agli architetti Schaudt e H. Ströming un ulteriore ampliamento per competere con gli altri grandi empori della città, il Wertheim e il Karstadt. Ma la festa durò poco. Dagli Stati Uniti arrivò la grande depressione del 1929 che in Germania accentuò povertà e miserie già presenti. Anche Tietz dovette cedere a una doppia pressione: quella finanziaria della Dresdner Bank verso la quale si trovava scoperto per un prestito di oltre 14 milioni di Reichsmark e quella politica dei ministri nazisti ormai al potere che premevano per il passaggio dell’intero settore in mani “ariane”. Alla fine di complesse trattative e ambigue manovre, l’imprenditore Georg Karg acquistò l’intero pacchetto del gruppo Tietz, nel frattempo rinominato Hertie dalle iniziali del suo ormai ex fondatore. Era il 1940. Ancora tre anni e la bomba di un aereo alleato ne avrebbe centrato il tetto, provocando l’incendio e la distruzione dell’intero fabbricato.

Anni dopo, quando la città era ormai immersa nel miracolo economico dei Cinquanta, il pittore Wilhelm Götz-Knothe sublimò la paura che quel benessere appena ritrovato potesse essere effimero in uno dei quadri più significativi di quel periodo: il Trümmergrundstück am KaDeWe, il deposito di macerie del KaDeWe. Sulla tela non spicca la facciata del magazzino ma il cumulo di macerie che vi si nascondeva dietro, a simboleggiare la precarietà e la fragilità di un benessere (il KaDeWe) fondato anche sulla rimossione del passato (le macerie). Il quadro è del 1958, ma già nel 1950, in una città dove lavoravano ancora febbrili le Trümmerfrauen, gli operai avevano ritirato su i primi due piani del magazzino. Che accompagnò il Wirtschaftswünder tedesco così come aveva accompagnato i sogni di lusso dei decenni precedenti. Berlino, però, era ancora una volta qualcosa di diverso dal resto della Germania.

Era la Frontstadt della guerra fredda, il punto nevralgico del confronto politico, militare e ideologico fra Est ed Ovest. E il Kaufhaus des Westen divenne qualcosa di più di un grande magazzino di beni commerciali: fu la vetrina dell’Occidente, lo specchio magico nel quale si riflettevano le meraviglie del capitalismo, il punto di luce da cui si irradiavano, fin nei vicoli più oscuri della notte comunista di Berlino Est, i successi del libero mercato.

Le guerre, calde o fredde che siano, si nutrono di miti che vanno anche al di là della realtà: poco contava, nel clima di forte scontro ideologico, che il libero mercato della Germania fosse sostenuto da una robusta presenza dello Stato nell’economia, secondo i dettami teorici del Wohlfahrtsstaat ideato da Ludwig Erhard, il padre dell’economia sociale di mercato. O che la stessa ricchezza di Berlino Ovest fosse a carico del resto del paese, le cui fabbriche rimesse in funzione grazie al Piano Marshall pompavano a pieno regime anche per pagare il lusso della metà occidentale dell’ex capitale, divenuta un’isola di libertà in un mare di totalitarismo.

La città divisa e la vetrina dell’occidente
Si riaprivano le fiere, di automobili, di nuove tecnologie, di lavatrici. Venne ospitata la prima edizione della “Settimana verde internazionale”, la fiera agraria che diventerà il principale appuntamento fieristico berlinese. Ripartiva il campionato di calcio, la cui prima edizione postbellica fu giocata nel 1950 fra gli spalti del vecchio Olympiastadion hitleriano. Si illuminava di nuovo la vita lungo la Kurfürstendamm, ormai divenuta la strada principale senza più la concorrenza dell’Unter den Linden o della Friedrichstrasse, confinate nel settore sovietico.

Era la rinascita della Berlino americana, che trovava nella way of life dei vincitori la sua nuova identità. E, come detto, riaprì i battenti anche il KaDeWe, fra profumi e scarpe con i tacchi a spillo, cappelli improbabili e brutte copie dei vestiti di Chanel e Dior. Il lusso vero arriverà con il tempo. Ma al momento, ai berlinesi bastava. E il giorno della re-inaugurazione, la fila che partiva dalla Tauentzienstrasse, di fronte all’ingresso tirato a lucido, arrivava fino alla Ku’damm, come a riannodare il filo del glorioso passato. Era qui, a Ovest e non a Est, che rinasceva la Berlino cosmopolita. Di nuovo Weltstadt, non Frontstadt. Era l’illusione di una città-isola ma serviva a dimenticare le tensioni che già la dividevano e che un decennio dopo si materializzeranno in filo spinato, torrette di avvistamento, muri di cemento, cani da guardia, famiglie separate.

Prima che questo accadesse nel 1961, il KaDeWe era frequentatissimo anche dai berlinesi dell’Est che potevano ancora superare il confine. Più che comprare, osservavano le meraviglie del mondo occidentale, riservandosi i pochi spiccioli per acquistare le riviste internazionali nei chioschi della Ku’damm, Time, Esquire, Life, oltre ai tedesco-occidentali Heute e Der Spiegel. Il Muro venne eretto anche perché in decine di migliaia, abbagliati dalle luci della vetrina dell’Occidente e da un sistema economico e sociale più libero e dinamico, decisero di non tornare più indietro, svuotando la Germania comunista di uomini e risorse fisiche e intellettuali.

L’ultimo piano, il salone globale delle delikatessen
Il grande magazzino era di nuovo il simbolo di un simbolo, il mito consumistico di una città in competizione ideologica. I lavori di ampliamento furono frenetici e nel 1956, mentre Budapest bruciava le sue speranze di libertà contro i carrarmati sovietici, Berlino inaugurava altri piani del KaDeWe. Adesso erano sei, vestiario innanzitutto ma anche i primi elettrodomestici prodotti dalle riattivate aziende tedesche: saranno il simbolo del benessere ritrovato. E soprattutto la sezione che avrebbe, da qui in poi, caratterizzato il KaDeWe in tutto il mondo: quella alimentare. Lissù, in cima a tutto, con piccole finestre da cui si poteva guardare una brutta città moderna che cancellava le ultime tracce della guerra, il sesto piano, il salone delle Delikatessen. Negli anni futuri, ai prodotti confezionati si aggiungeranno quelli freschi provenienti da tutto il mondo. Il pesce e le carni, i formaggi e i salumi. Si trovavano tutte le mostarde possibili e immaginabili, dalle regioni tedesche ma anche dalla Francia, dal Belgio, dai Paesi Bassi. Il caviale russo e i merluzzi norvegesi, i prosciutti spagnoli, le ostriche della Manica e le aragoste dalla West Coast americana. Era anche l’unico posto fuori dalla Campania dove poteva trovarsi la mozzarella di bufala fresca, raccolta il giorno prima dai caseifici di Battipaglia e trasportata all’aeroporto di Tempelhof con l’aereo. E poi i vini, gli champagne, i distillati, finanche il caffè espresso, prima che l’invenzione del franchising lo facesse gustare in ogni angolo del globo. E poi le birrerie con le migliori bionde del paese, i punti di degustazione del vino, con le più esclusive selezioni del Continente e veri e propri ristoranti, di carne, di pesce, di ostriche e, via via che il sesto piano riscuoteva successo, con i cibi di tutto il mondo. Il mondo era a Berlino, anzi al KaDeWe, nonostante tutto.

Ma quando il Muro rese Berlino Ovest un’isola anche blindata, la città reagì prima con spavento, poi con rassegnazione, infine con rinnovato slancio. S’inventò una vita autosufficiente, come avviene nelle isole vere. Sospesa nel tempo. Anche sussidiata. Quello che nel resto della Germania non si poteva fare, qui diventava regola e stile di vita. Ancora una volta Berlino si gettò sulla Scene: arrivavano gli intellettuali, specialmente i filosofi, gli artisti, i galleristi, gli sfaccendati, i vagabondi e una massa indistinta di eterni universitari che avevano il beneficio di saltare l’anno di servizio militare. Berlino era il fronte, non c’era bisogno di servire ulteriormente la patria. I riflessi del miracolo economico arrivavano sotto forma di spesa publica, abbondante e generosa. E la ricchezza che cominciava a circolare trovava il KaDeWe pronto a soddisfarla. Gli ampliamenti dell’immobile andarono avanti e negli anni Settanta l’intera superficie raggiunse i 44mila metri quadrati: era sempre più il simbolo del lusso e del consumo. E per questo venne di nuovo preso di mira. Mentre il confronto ideologico col comunismo di Berlino Est sbiadiva nella stanchezza della guerra fredda e nelle diplomazie dell’Ostpolitik, si apriva quello con i contestatori interni degli anni Settanta. Nella settimana di Natale del 1980, quando i bollori rivoluzionari erano già tracimati nel ribellismo anarchico dei movimenti squatter, migliaia di giovani assaltarono il quartiere del Kurfürstendamm e saccheggiarono gli scaffali del KaDeWe, simbolo dello stile di vita borghese.

Di tutt’altro tipo fu il saccheggio che il grande magazzino subì i giorni successivi al 9 novembre 1989. Con il Muro caduto e la città di nuovo virtualmente riunificata, le code di berlinesi dell’Est si fecero infinite. Per giorni e giorni, uomini appena usciti dal congelatore della storia, vestiti con abiti improbabili e scarpe di plastica, spesero i primi soldi della loro ritrovata libertà alle casse del grande magazzino. Erano i figli e i nipoti di quegli “Ossis” che negli anni Cinquanta oltrepassavano il confine per illuminarsi nelle vetrine del KaDeWe e della Ku’damm. Avevano ritrovato nel vecchio simbolo della guerra fredda il punto di riferimento dal quale ripartire per riannodare le loro storie e quelle della Germania.

La sfida del centenario, resistere allo spostamento ad est
Nei successivi tre lustri, il KaDeWe ha combattuto assieme al vecchio centro di Berlino Ovest una nuova guerra: quella contro il Drang nach Osten, lo scivolamento delle attenzioni e degli interessi cittadini verso Mitte, il nuovo centro dell’Est attorno alla Porta di Brandeburgo, all’Unter den Linden, alla Friedrichstrasse. Nuovi centri commerciali sono sorti in quelle zone: la Potsdamerplatz è stata ricostruita dal genio futurista di tanti architetti e una nuova galleria, le Arkaden, replica il modello delle shopping mall americane. Sulla Friedrichstrasse, una sorta di Fifth Avenue newyorchese spiegata ai berlinesi, i francesi di Lafayette hanno innalzato un concorrente agguerrito, che tuttavia è più noto per le arditezze architettoniche che per la buona spesa. Il KaDeWe non è rimasto fermo: ha conquistato la ricca clientela moscovita assumendo personale russo per offrire un servizio impeccabile; ha costruito il settimo piano, un panoramico giardino d’inverno gastronomico che ha raddoppiato l’offerta alimentare attraverso un self service che concede forse un po’ troppo al gusto turistico. La globalizzazione, a Berlino, continua a passare anche per i piatti offerti agli ultimi due piani del grande magazzino sulla Tauentzienstrasse. Che oggi, dopo la fusione tra Hertie e Karstadt, è divenuto un gigante del settore. Sessantamila metri quadri di spazio espositivo. I lavori che fervono per la festa del centenario. E il cuore dei berlinesi che batte sempre per il suo Kaufhaus des Westen.http://www.ideazione.com/rivista/2-07/p_mennitti_02_07.htm

 


Yigal Carmon: “Come diamo voce ai musulmani riformisti”

 

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Il presidente e fondatore del Memri intervistato da Alessandra Cardinale

 

Yigal Carmon, ex-colonnello dell’Israeli Defense Force ed ex-consigliere di Yitzhak Rabin, è dal 1998 unico fondatore e Presidente del Memri, il Middle East Media Research Institute, con sede principale a Washington Dc, che si occupa di monitorare i media arabi e a cui fanno riferimento i più importanti organi di stampa americani. In questa intervista abbiamo cercato di capire quali siano gli obiettivi di un’organizzazione che ha il difficile compito di tradurre e diffondere i contenuti della stampa araba e che è stata – a volte – oggetto di critiche, che Carmon ha sempre respinto definendole false e fuorvianti.


Qual è il principale scopo del MEMRI e come lavora l’Istituto?

Come unico fondatore e Presidente del Middle East Media Research Institute (MEMRI), ho stabilito che gli obiettivi dell’Istituto fossero i seguenti: 1) Riuscire a colmare il gap linguistico fra il Medio Oriente e l’Occidente, fornendo ai lettori occidentali traduzioni e analisi di fonti primarie: mass media (stampa, Internet, televisione), testi scolastici e istituzioni religiose; 2) Dare voce ai riformisti e ai liberal-democratici nella regione, facendoli conoscere al pubblico occidentale, e dare appoggio ai dissidenti. La sede principale del MEMRI è a Washington DC. Abbiamo anche un ufficio in Asia (Tokyo), due in Medio Oriente (Baghdad e Gerusalemme) e fino a poco tempo fa avevamo una sede in Europa, a Berlino. Il MEMRI ha 70 traduttori e ricercatori, la maggior parte dei quali sono di madre lingua araba, farsi e turca. Il nostro materiale informativo è pubblicato in tre siti: www.memri.org, dedicato alle fonti primarie pubblicate nella regione, www.memritv.org, per i clip televisivi tradotti in inglese, www.thememriblog.org, rivolto alle notizie di giornata. Recentemente, abbiamo iniziato anche un progetto sui siti islamisti. Il board del MEMRI, inoltre, include nomi come Amel Grami, docente all’Universitá Manouba di Tunisi; il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel; l’Ambasciatore Richard Holbrooke; Khaled Fouad Allam, sociologo e deputato al Parlamento italiano; il direttore di Die Zeit, Josef Josse; l’ex proprietario e direttore del quotidiano palestinese Annahar, Othman Hallaq; il giornalista iraniano, Faraj Sarkouhi; e altri intellettuali ancora.

Come risponde alle critiche avanzate da alcuni media, ad esempio l’inchiesta condotta dal giornalista del Guardian Brian Whitaker, secondo cui il Memri è un’organizzazione paritsan e finanziata da importanti fondazioni americane conservatrici come la “Bradley Foundation”?

Le informazioni del giornalista Whitaker sono false e fuorvianti. Il MEMRI è un Istituto di ricerca non-partisan. Gli stessi eventi accademici che organizziamo a Capitol Hill sono sempre bi-partisan. Siamo elogiati da giornalisti come Tom Friedman del New York Times, che ci ha definiti “l’inestimabile MEMRI”. Il Guardian stesso ha pubblicato il nostro materiale cosí come fanno altri media; tra questi PBS, ABC, CNN, NBC, Washington Post, Los Angeles Times, San Francisco Chronicles, BBC, Frankfurter Allgemeine, Libération, Le Monde, ecc. Riceviamo donazioni da una vasta gamma di fondazioni. La “Fondazione Bradley” ha fatto una sola donazione all’Istituto, otto anni fa.

Nel mondo le organizzazioni che si impegnano nella creazione di un dialogo tra Occidente e Oriente sono in aumento. Nonostante gli sforzi, ci sono ancora problemi a cui sembra sempre più difficile dare una risposta. Spesso, i media occidentali (CNN e Fox News, in particolar modo) genralizzano troppo e dunque, semplificano le tematiche del mondo arabo; d’altro canto anche alcuni media arabi sembrano fare lo stesso sbaglio. E’ d’accordo?

Ha assolutamente ragione. Sfortunamente, il mondo arabo è spesso generalizzato e mal interpretato. Questa tendenza, peró, puó portare l’Occidente soltanto verso l’Islamofobia. Per combattere questa attidudine generale di fare di tutta un’erba un fascio e di stereotipare il Medio Oriente, il MEMRI concentra i propri sforzi nel divulgare le voci riformiste e liberali, cercando di mostrare la complessitá e la vivacitá del dibattito nella regione. Il MEMRI, inoltre, vuole riuscire a far capire che la maggioranza della popolazione - e in particolare dei giovani - in Medio Oriente e in Nord Africa non sono influenzati dalle ideologie estremiste, ma vogliono, invece, lavorare per migliorare le proprie condizioni socio-economiche, cosí come la comunitá musulmana in Occidente sta cercando di fare.

Ritiene che Al-Jazeera, versione araba e inglese, sia bi-partisan?

Al-Jazeera è un’emittente con uno stile moderno e occidentale di fare notizia. Quando il canale è stato lanciato dieci anni fa ha immediatamente creato una rivoluzione nei media mediorientali. Al-Jazeera ha infatti cambiato il modo di fare notizia ed è, pertanto, subito diventata un modello per le altre emittenti della regione. Al-Jazeera, essendo un canale satellitare, per la prima volta nella storia dei media mediorientali ha rivolto i propri programmi a tutto il mondo di lingua araba. In Medio Oriente, inoltre, l’emittente è anche riuscita a influenzare politicamente una larga parte dei propri spettatori. I temi nazional-religiosi e quelli riformisti, peró, non sono adeguatamente bilanciati, al contrario della politica generale adottata dal Qatar. E’ inoltre da notare che Waddah Khanfar - il direttore generale della rete, conosciuto come un islamista - è stato recentemte tolto dal board dell’emittente. Per quanto concerne Al-Jazeera International in lingua inglese, il canale funziona come un’emittente occidentale. Al suo interno, lavorano molti giornalisti americani ed europei. Il canale, inoltre, non è ideologizzato come quello in lingua araba.

Possono, dunque, essere considerati affidabili nel panorama dei media arabi?

Innazitutto, vorrei sottolineare che nel mondo arabo esistono varie emittenti satellitari che trasmettono notiziari. Tra queste è possibile elencare Al-Arabiyya, MBC, LBC, Abu Dhabi TV e altre ancora. Sicuramente, Al-Jazeera è una tra le risorse d’informazione da utilizzare per conoscere i trend e gli sviluppi nel mondo arabo. L’emittente ha, inoltre, una propria credibilitá, soprattutto grazie al materiale unico delle fonti primarie a cui ha accesso e ai propri scoops, come le audiocassette e i video di Al-Qaeda, ecc. Al-Jazeera, peró, è stata anche duramente criticata da giornalisti qatarioti e piú recentemente da giornalisti algerini e dal giornale con maggiore circolazione nel mondo arabo, Al-Sharq Al-Awsat.

resetdoc.org


KATANGA: CONTROVERSE ASSOLUZIONI PER PRESUNTI CRIMINI DI GUERRA DEL 2004



Sono stati assolti dal tribunale militare di Lubumbashi (Katanga) la maggior parte dei nove soldati congolesi e tre impiegati stranieri della compagnia mineraria canadese Anvil Mining rpocessati dal dicembre scorso per “crimini di guerra” e “complicità” risalenti all’ottobre 2004 a Kilwa, dove la popolazione fu vittima di violenze delle forze armate che avrebbero utilizzato anche mezzi della Mining; non sono state emesse condanne per crimini di guerra o complicità, ma è stato inflitto l’ergastolo a due ufficiali militari per l’uccisione di civili e due soldati sono stati condannati a pene inferiori per altri crimini. Il tribunale si è inoltre dichiarato incompetente sulla richiesta di risarcimento avanzata dalla parte civile. Gli impiegati della compagnia mineraria, il canadese Pierre Mercier e i sudafricani Peter Van Niekerk e Cedric Kirsten, accusati di complicità per aver fornito un appoggio logistico ai soldati, sono stati assolti perché, secondo i giudici, i mezzi della Mining erano stati requisiti dall’esercito.“Quasi nessuno è stato punito per i crimini e gli atti di vandalismo commessi all’epoca; sembra che in questo processo i diritti umani siano passati in secondo piano, dietro altri interessi, forse economici, di pochi privilegiati” ha detto alla MISNA un esponente dell’organizzazione ‘Azione contro l’impunità per i diritti umani’ (Acidh) contattato a Lubumbashi. Nell’ottobre 2004, l’esercito fu mandato a Kilwa per sottrarre la zona alle violenze di una decina di individui armati. Nella controffensiva – denunciano gli abitanti e le organizzazioni di difesa dei diritti umani – furono commesse violazioni, quali esecuzioni sommarie, stupri e saccheggihttp://www.misna.org/

Vero e profondo dolore

Tra la gente spariscono i sorrisi appena s'accenna agli 11 deputati uccisi dalle FARC (o dal fuoco incorciato, come queste ultime affermano). I presentatori del telegiornale hanno gli occhi umidi, e le immagini e le parole dei familiari scioglierebbero un iceberg. Se una tragedia può cambiare le cose in Colombia, è questa.

"Per cinque anni abbiamo immaginato come li avremmo ricevuti, cosa avremmo mangiato assieme il giorno del loro ritorno, che vestiti ci saremmo messi... Non abbiamo mai pensato di doverli ricevere così, in una bara". Sono le parole di Fabiola Perdomo, portavoce delle famiglie ma in primo luogo moglie di Juan Carlos Narvaez (ucciso il 18 Giugno scorso, assieme agli altri dieci). Vedova, scusate.

La Presidenza della Repubblica attorno all'ora di pranzo emette un comunicato lungo ed articolato; quello delle FARC non è ancora accessibile via Internet, almeno dalla Colombia, poiché la pagina della ANNCOL non si carica. Neppure la pagina delle stesse FARC é accessibile, tant'è che queste avrebbero inviato un messaggio di posta elettronica alle famiglie per confermare che - sì - i loro padri, mariti, figli, fratelli sono morti, davvero.

Carlos Holguin Sardi, Ministro degli Interni, non esclude che lo scontro a fuoco di cui parlano i guerriglieri sia avvenuto davvero, non con l'Esercito ma con Paramilitari. Fonti ben informate parlano del gruppo "Aguilas Negras", il nuovo franchising delle AUC post-smobilizzate. Un altro Ministro, Juan Manuel Santos, della Difesa, deve aver cominciato a temere per la sua poltrona: ha resistito a molti attacchi (ultima in ordine di tempo la mozione di sfiducia promossa dal Partito Liberale) ma stavolta il carico emotivo della situazione è troppo grande anche per lui. El Tiempo, nell'edizione in rete, continua a titolare secondo tradizione: "Il Governo esige alle FARC di mostrare i cadavri", "Il Governo accusa le FARC di aver ucciso i deputati" negandosi anche stavolta a riconoscere che la notizia è la morte degli undici e non la reazione del Governo.

Eppure, stavolta la cosa è diversa. Più grave. In Colombia i "Diputados del Valle" sono ancora più carichi di significato di Ingrid Betancourt come simbolo del sequestro. Un po' perché in molti dicono che Ingrid "se l'è cercata", andando a visitare San Vicente del Caguán mentre la zona era sotto controllo guerrigliero (e nonostante questi avessero pre-annunciato la loro intenzione di rapirla se fosse andata), mentre i 12 sono stati davvero portati via dal loro mondo; un po' perché l'operazione militare del rapimento fu un tale smacco per le Forze dell'Ordine colombiane da motivarle ancora di più a dare un happy ending alla vicenda; un po' perché i familiari dei sequestrati (ora: delle vittime) erano riusciti a mobilizzare i media e l'opinione pubblica nazionale.

Vedremo cosa succederà.http://bogotalia.blogspot.com/


Il governo tedesco finanzierà Wikipedia

di Raffaele Mastrolonardo
Il governo tedesco dedica fondi a un progetto per pubblicare articoli accurati sulle energie rinnovabili nella versione locale di Wikipedia. L'iniziativa, condotta in collaborazione con la comunità dei wikipediani, può dare più credibilità all'enciclopedia. Ma è destinata a suscitare di discussioni.

Wikipedia come strumento di divulgazione riguardo a temi di interesse pubblico e sociale? Che l'enciclopedia online più famosa del pianeta potesse servire anche a questo era già noto da tempo. Che un governo nazionale lo capisse e mettesse in piedi un progetto finalizzato allo scopo è invece una novità che viene dalla Germania. Un'agenzia governativa tedesca che fa capo al ministero per la Nutrizione, l'agricoltura e la protezione dei consumatori, ha deciso che nei prossimi tre anni stanzierà dei fondi per la creazione e la cura di voci sull'edizione tedesca dell'enciclopedia dedicate al tema delle energie rinnovabili. Obiettivo: realizzare svariate centinaia di articoli sull'argomento.

L'idea del progetto è quella di coinvolgere una serie di esperti, opportunamente edotti sul funzionamento di Wikipedia e sulle dinamiche della collaborazione online, per scrivere voci accurate in un linguaggio comunque semplice e chiaro.

«Ci sono abbastanza pubblicazioni su carta sull'argomento», ha detto Florian Gerlach, il direttore del progetto, «ma se uno vuole informarsi probabilmente partirà da Wikipedia». La speranza, insomma, è quella di sfruttare un canale popolare e ormai entrato nelle abitudini informative di milioni di persone per diffondere ulteriormente la conoscenza riguardo alle energie rinnovabili tra i cittadini tedeschi.

Accuratezza sì, ma niente trattamenti preferenziali, però. A quanto pare, gli articoli scritti dagli esperti scelti dal governo non riceveranno alcun trattamento speciale: continueranno a poter essere editati indefinitamente come accade a qualsiasi altra voce del sito.

La comunità dei wikipediani della versione tedesca dell'enciclopedia fornirà assistenza a un progetto senza precedenti nella storia dell'iniziativa, che fino ad ora si è mantenuta solo grazie a donazioni. Un esperimento che potrebbe aprire nuove forme di collaborazione e dare a Wikipedia una credibilità che molti invocano. Ma allo stesso tempo potrebbe suscitare sicuramente delle appassionate discussioni.

«Materiale sulle energie rinnovabili non sembra destinato a diventare controverso», nota Nate Anderson di ArsTecnica, «ma proviamo a immaginare le polemiche se qualche altro dipartimento governativo iniziasse a finanziare un progetto per produrre informazioni accurate sulla storia della politica tedesca, sulla politica estera o sul terrorismo». http://www.visionpost.it/index.asp?C=8&I=1963


Giochi nucleari
Božidar Stanišić
Fonte: Dalla rivista «Il nuovo» di Udine [24/310 del 22 giugno '07]
Un mese fa, in macchina tornando a casa, ritrovai la frequenza del primo programma della Radio Slovenia, che da tempo ritenevo irraggiungibile. Beccai l'ora esatta per le notizie brevi. Una di queste riguardava l'accordo fra i vertici della Nato e i governi della Slovacchia e della Repubblica Ceca sulla realizzazione di uno scudo nucleare. Poi ascoltai le notizie radio della Rai: sullo scudo, silenzio. La sera dello stesso giorno solo su internet trovai una notiziola sull'argomento. Era messa fra molte altre come se parlasse del divorzio di una star del cinema oppure di un indice della borsa.
A coloro che con ingenuità ritengono che un'informazione importante per l'intera umanità porti in piazza a protestare milioni di persone ... non rimane che stare fra quattro pareti della camera pensando alla vanità della memoria. Ovverosia chiedersi se nel novembre del 1989 la caduta del Muro di Berlino abbia segnato davvero la fine della guerra fredda e l'inizio di una speranza concreta espressa nello slogan «mai più le armi nucleari». L'ottimismo della pace forse è un uccello dal volo molto limitato? I giochi - non divertenti perché nucleari - davvero stanno per ricominciare?
Alcuni giorni dopo la notizia che ha riportato d'attualità il progetto sullo scudo «spaziale» statunitense è arrivata la risposta della Russia sull'immediato puntamento delle testate nucleari verso l'Europa. Pensai allora di nuovo che subito si sarebbero sentite le proteste di molti intellettuali, in primo luogo degli scienziati e, naturalmente, della cosiddetta gente comune.
I soliti forum lava-cervello televisivi non dedicarono spazio a questa minaccia per l'umanità neppure nei giorni seguenti. A eccezione di alcuni quotidiani [solitamente indicati come voce del popolo dei pacifisti cioè a dire «pazzi irresponsabili»], i giornali più distribuiti, nonostante avessero dato spazio sulla prima pagina alla notizia, non approfondirono il contesto. Pare che il meccanismo funzioni perfettamente: se al potere politico-militare aggiungiamo il potere mediatico il risultato non può essere diverso dell'appiattimento della coscienza umana.
Due anni fa, a Hiroshima, avendo visto che alla celebrazione dei 60 anni dal lancio sulla città della bomba atomica non erano presenti i massimi rappresentanti politici delle potenze nucleari, capii almeno una cosa: l'incertezza sul futuro del mondo. Mi resi anche conto che, anche se pensavo di «sapere» qualcosa sulle armi nucleari, in realtà ero partito da Zugliano profondamente ignorante in materia. Bisogna incontrare i sopravvissuti alla tragedia e sentirne le voci, come quella dell'amica Suzuko Numata, per capire la drammaticità del futuro segnato dall'uso di energia nucleare a scopi bellici.
All'ultima riunione dei rappresentanti del G8 la parte americana voleva convincere Putin che lo scudo spaziale non c'entra nulla con la Russia. A un semplice mortale, che ancora riesce a ragionare de rerum natura, è permesso immaginare chi è il nemico dell'Europa e dell'intero Occidente? Questo nemico esiste o è l'invenzione dei bushisti europei? Se esiste, perché con lui non si apre un dialogo? Se non esiste, quindi se è davvero un'invenzione dei bushisti [tutti, fra l'altro, sostenitori dei programmi militaristi, perciò anche delle lobby delle armi], il fatto potrebbe assomigliare a un aneddoto del periodo stalinista. Si dice che Stalin un giorno abbia intimato ai suoi collaboratori più fedeli di trovare un gatto nero in una stanza buia. Non lo trovarono naturalmente ma Stalin replicò che non aveva importanza: se in una stanza buia non c'è un gatto nero bisogna inventarlo.
Lo stalinismo è archiviato, ma il «senso» dell'assurdità dittatoriale dei potenti dell'inizio del 21 secolo è basato sul cinismo e sul pragmatismo in un ben confezionato pacchetto democratico. Ha ragione il regista Mario Monicelli pensando che si tratti di una cosa che nasce da lontano, dal nazismo e dal fascismo, secondo i quali una razza doveva dominare il mondo. Mentre scrivevo queste righe George W. Bush era in visita a Roma. Dove passa lui dicono che la città abbia un aspetto spettrale. Tutto ciò per la sicurezza. Non molto lontano, nella stessa città, marcia il popolo «no war». Più di centomila persone hanno camminato per le vie di Roma contro il presidente Bush, figura emblematica del non futuro. http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_12446.html

Iraq, i repubblicani si spaccano e la strategia cambia ancora

 

Scricchiola e da’ segni di imminente cedimento la base politica che a Washington ancora sostiene la guerra in Iraq. La Casa Bianca, alle prese con una grave rottura su piu’ fronti con i repubblicani, corre ai ripari: il Pentagono si appresta a lanciare l’ennesima nuova strategia, con un’offensiva estiva contro Al Qaida, prima di affrontare in autunno il probabile ordine da parte del Congresso di cominciare la ritirata. […]
   Un complesso scenario dove la politica estera si intreccia con quella interna, costringe l’amministrazione Usa a rivedere i propri progetti iracheni. Il presidente George W.Bush ha ricevuto una pesante sconfitta oggi in Congresso sul progetto per una riforma epocale dell’immigrazione e si tratta di un segnale che denuncia la scollatura tra la Casa Bianca e il partito del presidente. Sono stati proprio i repubblicani a silurare il progetto e nelle fila del partito il malumore crescente per l’operato dell’amministrazione sembra pronto a trasferirsi anche sull’Iraq. Gia’ due senatori repubblicani di primo piano, Dick Lugar dell’Indiana e George Voinovich dell’ Ohio, sono venuti allo scoperto per unirsi a gran parte dei democratici nel chiedere che cominci la riduzione delle truppe.
   Vista l’aria che tira, i generali in Iraq hanno capito che quando a settembre faranno rapporto al Congresso, quasi sicuramente si vedranno imporre scadenze precise per il disimpegno. In questo clima, sta maturando una nuova strategia militare che prevede di spostare il tiro dalle milizie sciite - che peraltro danno segni di cooperare con il governo di Baghdad - ai sunniti di ‘Al Qaida in Mesopotamia’, l’organizzazione terrorista che sta sempre piu’ alzando il livello dei propri attacchi, nel tentativo di scatenare un clima da guerra civile. L’estate, hanno rivelato i generali americani al Los Angeles Times, sara’ dedicata a un’offensiva a tutto campo contro gli ’stranieri’ di Al Qaida (i cui effettivi legami con la casamadre di Osama bin Laden restano ancora incerti). Un assaggio lo si e’ gia’ avuto negli ultimi giorni con l’assedio di Baquba, da dove sembra pero’ che i leader terroristi siano fuggiti in tempo.
   Al Qaida in Mesopotamia ‘’e’ il nemico piu’ diabolico che abbiamo qui, non ho mai visto niente del genere'’, ha detto, con la consueta franchezza, il generale David Petraeus, comandante delle forze Usa in Iraq. ‘’E’ di gran lunga - ha aggiunto il generale - la piu’ complessa situazione in cui mi sono trovato durante la mia carriera. Sono stato in Iraq gia’ altre due volte prima di questa, ma la portata delle sfide e la complessita’ dello scenario attuale le supera abbondantemente'’.
   A guidare l’operato di Petraeus ci saranno presto nuovi comandanti militari al Pentagono. Bush ha formalizzato alla Casa Bianca la nomina dell’ammiraglio Mike Mullen e del generale James Cartwright come nuovi capo e vicecapo degli Stati Maggiori. Per l’amministrazione Bush si tratta di nomine che gia’ indicano una debolezza nei confronti del Congresso: il ministro della Difesa Robert Gates ha detto di aver deciso di non confermare il generale Peter Pace alla guida degli Stati Maggiori, come sembrava scontato, per il timore dello scontro che sarebbe nato in Senato sulla figura dell’ufficiale, che da anni e’ alla guida delle operazioni sui fronti caldi.
   ‘’E’ chiaro che restiamo una nazione in guerra contro nemici formidabili'’, ha detto l’ammiraglio Mullen, parlando nello Studio Ovale. ‘’La strada che abbiamo di fronte in Iraq e Afghanistan - ha aggiunto - e il percorso che sceglieremo oggi, segneranno il carattere del piu’ ampio e lungo confronto contro il terrorismo'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/06/28/iraq-i-repubblicani-si-spaccano-e-la-strategia-cambia-ancora/#more-328


L'Europa si mette le ali. Con un'opera su Santa Kilda

Il 22 giugno ha debuttato ufficialmente Santa Kilda-L'Isola del popolo uccello. Uno spettacolo presentato simultaneamente in cinque città europee.
(Foto Le Phénix/ Valenciennes)
Nella sala del teatro Le Phénix di Valenciennes si sentono insoliti brusii e cinguettii. Su un palco illuminato nei freddi toni del grigio e del blu si vedono le rocce ripide di una piccola isola al largo delle coste scozzesi quasi dimenticata e semidisabitata: l'isola di Santa Kilda. Ai lati del palco, su grosse pareti di lino, scorrono alcune immagini dell'isola, riprese in diretta dalla giornalista francese Gilles Combet. Su alcuni sipari trasparenti si leggono i nomi dei sei luoghi uniti nella stessa sera da musica, canti e videoproiezioni: Santa Kilda e Stornoway (Scozia), Velenciennes (Francia), Hallstadt (Austria), Mons (Belgio) e Düsseldorf (Germania). Sei luoghi coinvolti da unica opera contemporanea ideata e scritta dal regista francese Lew Bogdan, direttore del Phénix.
Gli scogli di Santa Kilda (Foto stkilda.eu)Nel XVIII secolo, quando furono evacuati nella terra ferma scozzese, gli abitanti di Santa Kilda parlavano in coro, in un gaelico antico. La comunità era molto unita. E guai se non lo fosse stata: una persona non avrebbe potuto condurre una vita solitaria nelle isole Ebridi, caratterizzate da scogli alti quasi come due Torri Eiffel. Santa Kilda era ed è abitata da numerosi volatili, principale fonte di sopravvenza degli isolani. Il “popolo uccello”, infatti, era solito muoversi su e giù per gli scogli con delle funi alla ricerca di nidi colmi di uova con cui nutrirsi.

«Volevo far conoscere agli europei questa meravigliosa storia»

«Santa Kilda fa parte dell'Europa, anche se si trova ai suoi confini» spiega Lew Bogdan. L'idea di creare uno spettacolo-omaggio al “popolo uccello” gli venne cinque anni fa, leggendo un articolo del giornalista britannico Jay Grittiths dove si raccontava la storia dei “piccoli scozzesi” nel nord Atlantico, minacciati dall'industria petrolifera.
A Bogdan venne subito la voglia di «far conoscere al pubblico europeo questa meravigliosa storia del popolo uccello». «Con Santa Kilda ci rendiamo conto della fragilità della civilizzazione umana, che può sparire da un momento all'altro» spiega. Anche il suo collega tedesco Franck Schulz, responsabile del progetto a Düsseldorf, vede in Santa Kilda «una storia che fa riflettere sui problemi legati all'emigrazione».

Balli, canti, acrobazie e videoproiezioni

<i>Santa Kilda</i> a Düsseldorf (Foto Le Phénix/ Valenciennes)«Non si può concepire un abitante isolato. A Santa Kilda i singoli sono parte del gruppo» afferma Frank Schulz. Per questo il regista tedesco ha messo il coro – che rappresenta la comunità degli abitanti – al centro del Medienhafen di Düsseldorf. Nel nuovo teatro statale di Valenciennes, Le Phénix, la regista russa Tatiana Stepantchenko ha invece posto l'accento sulla lotta per la sopravvivenza, ma anche sull'amore per gli uccelli. L'azione è “verticalizzata”: un misto di bungee jumping, arrampicamenti con funi e danza moderna.
Lo spettacolo in Scozia (Foto stkilda.eu)I ballerini del gruppo parigino Retouramont fluttuano nello spazio sulle note dei canti inglesi del coro e delle suggestive canzoni gaeliche della scozzese Anna Murray. Quattro attori raccontano intanto la storia di Santa Kilda e sullo sfondo della scena scorrono le immagini dellisola. «Nessun naturalismo, ma un enorme affresco impressionista della popolazione uccello» spiega Lew Bogdan. Il leitmotiv della rappresentazione è la sofferta migrazione degli abitanti dell'isola. Alla fine dello spettacolo gli abitanti, gli uccelli, il coro e, per ultimi, anche i musicisti lasciano il palco vuoto e inanimato.

Europa: la grande assente

Nonostante uno spettacolo riuscito e un teatro quasi tutto esaurito, si è sentita una grande assenza: quella dell'Europa. A parte le immagini trasmesse dall'isola, non ci sono stati collegamenti via satellite con gli altri quattro luoghi di rappresentazione, come annunciato inizialmente dagli organizzatori. L'Europa si poteva al massimo intuire. La Commissione Europea ha tuttavia giudicato il progetto importante per lo sviluppo di una cultura comunitaria. E lo ha finanziato con più di 800mila euro. In Scozia la scelta è stata critica perché per molti quei soldi avrebbero dovuto essere utilizzati per la tutela della lingua gaelica. «Sono stupidaggini, commenti spropositati da spilorci» afferma con disprezzo Lew Bogdan. «Sono sempre quelli che non fanno niente che hanno qualcosa da ridire. Nessuno ha proibito loro di presentare altri progetti alla Commissione Europea o di cercare ulteriori finanziamenti. C'è voluto un francese che si interessasse di questo tema perché l'Europa iniziasse a parlare di questa lingua e di questa cultura.»
Katharina Kloss - Paris
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11371

La Lunga Marcia ferrata
I maoisti indicono un blocco delle attività economiche. Azioni di guerriglia contro le ferrovie
 
scritto per noi da
G L Ursini
La Lunga Marcia dei maoisti indiani passa per la strada ferrata. Nel secondo giorno di blocco economico generalizzato in tre stati orientali indiani, i naxaliti sono passati ad azioni di guerriglia, prendendo di mira la rete ferroviaria: martedì un treno merci è stato incendiato in Bengala e mercoledì ha preso fuoco una intera stazione nel confinante Jharkhand.
 
soldati indianiEconomia speciale. Le proteste attuate con il blocco delle attività economiche sono state scatenate dalle decisioni dell’esecutivo di Nuova Delhi di istituire ‘zone economiche speciali’, sul modello delle Tigri asiatiche, per lo sfruttamento delle risorse minerarie in Bihar, Jharkhand e Bengala Occidentale, che da soli esportano gran parte di acciaio, uranio, manganese, bauxite e mica dell’intera India. Quest’ultimo elemento viene utilizzato spesso nell’industria telefonica, il che lo rende molto ricercato dalle nuove industrie di Tlc. I maoisti hanno lanciato una serrata generalizzata delle attività economiche dei tre stati dopo l’annuncio del governo federale e secondo i rapporti diffusi dai servizi informativi indiani, negli ultimi due giorni sono riusciti a bloccare gran parte dell’attività economica nell’Est del Paese.
 
parata di maoistiAssalti ferrati. Le proteste hanno portato a dimostrazioni di forza, che hanno preso di mira le Ferrovie federali. Martedì nello stato di Jharkhand veniva distrutto un treno merci,con macchinista e capotreno sequestrati, e parte della strada ferrata divelta. Mercoledì, mentre altri tratti di binario venivano distrutti negli stati confinanti, 50 guerriglieri naxaliti hanno preso d’assalto la stazione di Baramdi nel Bengala Occidentale, scacciato i funzionari delle Ferrovie federali e incendiato lo snodo dell’isolata provincia di Purulia. Prima di andar via hanno minato i binari. Il panico si è diffuso tra gli abitanti della cittadina, fino a quando tutte le tratte di lungo percorso che collegavano l’Est con Calcutta e l’India settentrionale sono state sospese. Altri sei vagoni sono stati incendiati a Dumka nel Jharkhand. Secondo la Bbc, le attività economiche nei tre stati sono state quasi paralizzate durante la protesta. Che ha interessato anche altri Stati,come Chhattirsgah, dove i Maoisti hanno bruciato un Tir che trasportava merce di una compagnia statale e ancora più a Sud nell'Andhra Pradesh. Nello stato meridionale i Maosti hanno protestato contro l'apertura di una raffineria d'alluminio, bruciando un Bus di linea della compagnia pubblica, oltre alla sede locale della Forestale.
 
Marx, Lenin e Mao Ze Dong. La guerriglia maoista Naxalita prende il nome da una rivolta contadina scoppiata nel 1967 nel villaggio di Naxalbari del Bengala Occidentale. Dopo la fusione tra Marxisti-Leninisti del ‘Partito Comunista-Guerriglia del Popolo’ e seguaci di Ze Dong del ‘Centro comunista maoista d’India’ nel dicembre 2004, il movimento rivoluzionario è oggi attivo in tredici dei ventotto stati indiani. I Naxaliti combattono contro il governo centrale per l'instaurazione di uno stato indipendente socialista basato sui principi marxisti, leninisti e maoisti; secondo il loro Documento programmatico mirano a una Costituzione “ispirata ai principi bolscevichi” e vogliono uno Stato centralizzato che“difenda i diritti dei contadini alla terra”. Dal 1967 l’insurrezione ha causato almeno seimila morti. Dall'inizio dell’anno, secondo i dati raccolti da PeaceReporter, il conflitto tra Naxaliti e governo centrale ha ucciso almeno 340 persone http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8250


PENA DI MORTE -USA:
La corte suprema non rivisiterà una condanna “dubbia”
Eli Clifton

Troy Davis
WASHINGTON, (IPS) - La Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di ascoltare l’appello di Troy Anthony Davis, condannato a morte in Georgia per omicidio, rimuovendo così uno degli ultimi ostacoli alla sua esecuzione.

Gli attivisti contro la pena di morte sostengono che il caso Davis meriti di essere rivisto dato che la prova cruciale portata dalla difesa non è stata ascoltata durante il processo.

Nel 1991, Davis è stato giudicato colpevole di omicidio del poliziotto Mark McPhail, malgrado la mancanza di evidenze reali. L’arma del delitto non è mai stata trovata.

”La decisione della Corte Suprema dimostra quanto la giustizia sia cieca – cieca al punto da costringere e rinunciare ai testimoni, cieca di fronte all’assenza dell’arma del delitto o di evidenza fisica, e cieca alle circostanze estremamente incerte che hanno portato alla condanna di quest’uomo”, ha dichiarato Larry Cox, direttore esecutivo di Amnesty International USA (AIUSA).

”Talvolta ci sono casi emblematici dell’errato funzionamento della giustizia in questo paese. Rifiutando di rivedere importanti dichiarazioni di innocenza, la Corte Suprema ha rivelato le catastrofiche falle nella macchina di morte degli Usa”.

Gli oppositori alla pena capitale hanno inoltre evidenziato il fatto che Davis è un afro-americano, mentre McPhail era bianco, una tendenza che caratterizza da tempo le condanne a morte negli Usa.

”Nei casi di condanna a morte, circa l’80 per cento delle vittime di omicidio erano bianche”, ha detto all’IPS Richard Dieter, direttore esecutivo dell’Istituto di statistica sulla pena di morte. “Il vero fattore discriminante per la pena capitale non è se sei bianco o nero, ma se la vittima era bianca”.

Il trentaquattro per cento di tutti i detenuti giustiziati dal 1976 sono afro-americani, mentre il 79 per cento delle vittime nei casi di pena capitale erano bianchi, secondo le statistiche dell’Istituto di statistica per la pena di morte, aggiornate questa settimana.

In totale, circa il 42 per cento di coloro che aspettano nel braccio della morte negli Stati Uniti sono afro-americani, il 10 per cento sono ispanici e il 45 per cento bianchi.

L’accusa ha costruito il caso su nove testimoni civili che hanno dichiarato di riconoscere Davis come l’aggressore. Dopo la condanna, sette dei testimoni hanno ritrattato la loro deposizione in dichiarazioni giurate e diversi hanno rivelato di essere stati costretti dalla polizia a testimoniare.

Secondo Amnesty, “un testimone ha firmato una dichiarazione della polizia secondo cui riconosceva Davis come l’aggressore, per poi dichiarare in seguito, "Non l’avevo letta, perché non so leggere." In un altro caso, un testimone ha dichiarato che la polizia "mi stava accusando di essere complice nell’omicidio e che sarei andato... in carcere per molto tempo, che sarei stato fortunato se ne fossi mai uscito, soprattutto perché era stato ucciso un poliziotto... avevo solo 16 anni ed ero terrorizzato di andare in prigione”.

”Spesso le nuove prove sono guardate con sospetto dai tribunali”, ha detto Dieter. “I tribunali considerano quel tipo di prove non affidabili come quelle presentate al processo, invece spesso le nuove prove sono più affidabili”.

Il caso è ulteriormente offuscato dai diversi testimoni i quali sostengono che un altro uomo, Sylvester Cole, abbia ammesso la propria colpa per l’omicidio. L’anno scorso, l’XI Corte d’appello circoscrizionale aveva rifiutato l’appello di Davis, rimandando così alla Corte Suprema l’ultima possibilità di trasformare la sentenza.

L’appello anticipato di Davis per la grazia al Georgia Board of Pardons and Paroles sarà l’ultima occasione legale per combattere l’esecuzione.

Gli Usa hanno eseguito 1.080 sentenze dal reinserimento della pena di morte nel 1976. Sono trentotto gli stati che praticano la pena di morte, oltre al governo Usa e ai militari, al contrario di 12 stati nei quali la pena di morte è stata abolita.

Un sondaggio Gallup del 2006 ha rivelato che il sostegno alla pena di morte tra i cittadini Usa è sceso al 65 per cento, dall’80 per cento del 1994. Il numero di sentenze capitali era arrivato a 128 nel 2005, dai picchi di 315 nel 1994 e 1995, e il maggior utilizzo della prova del DNA ha gettato il dubbio su molti casi di sentenza capitale.

Finora, in tutto il paese 124 persone sono state rilasciate dal braccio della morte. I difensori dei detenuti sostegono che è solo un problema di tempo, prima che la prova definitiva dimostri che è stato giustiziato un innocente.

In un altro caso di sentenza a morte di questo mese, la Corte Suprema ha stabilito che giudici e pubblici ministeri possono escludere dalla partecipazione a questi casi i giurati che esprimono riserve sulla pena capitale, in una decisione che il Boston Globe ha definito “decisiva per portare le giurie verso la fine”, e che alcuni esperti legali prevedono potrà colpire soprattutto potenziali giurati afro-americani.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=952

USA : ex procuratore, ministro giustizia spinge pena capitale in casi dubbi
di Rico Guillermo*

Il segretario alla giustizia USA, Alberto Gonzales, avrebbe sollecitato i procuratori ad ottenere la pena di morte. Lo ha dichiarato ieri davanti ad un sottocomitato giudiziario del Senato impegnato nella revisione della pena di morte federale Paul K. Charlton, uno dei nove procuratori degli Stati Uniti licenziati l'anno scorso.

Per legge, negli USA, il ministro della giustizia ha l'ultima parola sulla eventuale richiesta federale di pena di morte. Charlton, ex procuratore USA a Phoenix, si era opposto ad una richiesta di pena di morte da parte di Gonzales riguardante un caso di omicidio dell'Arizona in cui non era stato recuperato nessun riscontro materiale che collegasse l'imputato all'omicidio (nemmeno il corpo della vittima), giudicando il caso incerto. Per questo il procuratore era stato pressato dai funzionari del dipartimento di giustizia, in quanto considerato sleale.

I dati del dipartimento di giustizia presentati all'udienza hanno dimostrato che la disputa sulla pena di morte del ministro con Charlton non era unica. L'amministrazione Bush avrebbe infatti piu' volte superato i limiti delle raccomandazioni ai procuratori contro il suo uso fatte dal governo Clinton. La storia era cominciata sotto il predecessore di Gonzales, John D. Ashcroft, ed ha avuto il suo apice nel 2006, quando Gonzales ha ordinato ai procuratori federali di chiedere la pena di morte contro il loro parere ben 21 volte, contro le tre del 2005.

Secondo il Washington Post, Charlton ha detto ai senatori che "Non c'è nessuna decisione più importante per un procuratore" che quella di chiedere o meno la pena capitale per qualcuno. Egli ha testimoniato al Congresso che Gonzales era cosi' desideroso di ampliare l'uso della pena capitale da non aver badato alla qualita' delle prove in alcuni casi, sottovalutando i punti di vista dei procuratori che erano piu' informati di lui sui casi. L'ex procuratore ha detto che in precedenza i collaboratori di Ashcroft gli avevano dato la possibilita' di esporre il suo punto di vista contro la pena di morte, ma che il personale di Gonzales non gli ha offerto quell'opportunita' e che anzi la scelta della pena di morte gli e' stata imposta via lettera da Gonzales.

Una sua richiesta d'incontro con il segretario alla giustizia ha ricevuto un diniego e il nome di Charlton nella lista dei licenziandi e' apparso poco tempo dopo. La testimonianza di Charlton getta quindi anche una nuova luce anche sulle cause dei licenziamenti di cui il congresso si stava interessando da tempo. Nell'ambito di tale indagine congressuale, ad aprile, Gonzales ha testimoniato che Charlton aveva usato "un misero giudizio nel proporre una raccomandazione su un caso di pena di morte". Un appunto interno al dipartimento di giustizia in cui apparivano i motivi per cui ogni procuratore era stato silurato, affermava che Charlton presentava ripetuti casi di errori e insubordinazione.

Ma tale circostanza e' stata smentita da almeno un ex funzionario del dipartimento della giustizia, James B. Comey, viceprocuratore generale ai tempi di Ashcroft, che il mese scorso ha testimoniato al congresso come Charlton lo avesse persuaso una volta a non perseguire la pena di morte. Egli ha detto che Paul Charlton "e' uno con molta esperienza. Inoltre e' una persona molto sveglia, molto onesta e capace. Lo rispettavo molto ed ascolterei sempre che cosa ha da dire".

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 28 2007

Pd: Parisi, per ora Veltroni ha deluso nostre speranze
Pronto a candidatura servizio non a gara che conosce vincitore
Adnkronos - Roma - "Non e' la prima volta che un candidato prescelto delude proprio quelli che lo hanno designato. Al momento pero' Veltroni ha deluso noi che gli avevamo affidato tutte le nostre speranze, nonostante tutto. Invece si e' assicurato l'appoggio delle macchine di partito in quanto tali, di Fassino in quanto segretario dei Ds, e dei Popolari che hanno firmato la sua candidatura mettendogli come numero due Franceschini, da sempre il successore designato di Franco Marini". Lo dice Arturo Parisi, in un'intervista a 'L'Espresso' in edicola domani.

"Se non intervengono correzioni radicali -aggiunge- ho paura che la frittata sia fatta: resta solo un regolamento per l'elezione dell'assemblea costituente che certifichi e pesi le correnti. Siamo piu' indietro del punto di partenza. Rischiamo uno scenario municipale: un sindaco e tanti piccoli gruppuscoli personali. Con una piccola differenza: che a livello nazionale non c'e' il sindaco, ma solo i gruppetti".

E allora il ministro della Difesa ribadisce la disponibilita' per "una candidatura di servizio, per realizzare il progetto. In assenza di candidati alternativi credibili, e penso innanzi tutto ai giovani, ai famosi giovani-giovani che ora dovrebbero scendere in campo per rappresentare idee alternative a questa dinamica, ho idea che sia costretto a candidarmi. Se nessun altro si fa avanti. Sempre che ce ne siano le condizioni e che si possa giocare ad armi pari: se il leader e' gia' deciso mi potete chiedere una candidatura di servizio, non la certificazione che sono un cretino! Chi parteciperebbe mai ad una gara della quale e' stato gia' proclamato il vincitore?"


Votate le frasi di Veltroni

 
1. Scegliete le frasi del discorso di Veltroni che vi hanno colpito di più (massimo tre opzioni)

1 Riunire l'Italia, farne una grande nazione. Non ci sono due Italie. Basta contrapposizioni: nord-sud, giovani-anziani, est-ovest, centro, sud, foligno vs perugia, ascoli vs macerata, lavoratori dipendenti-autonomi
2 Troppe buche a Roma!
3 Una follia la guerra in Iraq
4 Non ci sono più le mezze stagioni!
5 Basta con il precariato, i giovani non possono aspettare: serve un nuovo patto generazionale
6 L'ambientalismo non vuol dire no a tutto. Sì alla Tav
7 Forse se non insistete troppo torno in Africa
8 Pagare meno tasse, pagarle tutti. Basta con gli odi di classe
9 La sicurezza è un diritto, non è di destra né di sinistra. A Roma puoi lasciare le chiavi sul motorino.
10 Più case del cinema per tutti.
11 Troppi mille parlamentari, accorciare i tempi delle leggi
12 Uno Stato semplice è la migliore arma contro la corruzione. E il potere sia sobrio
13 Dobbiamo essere buoni.
14 No al bipolarismo etico, basta con gli integralismi e il laicismo esasperato. Si al buonismo politico.
15 Un piano per la scuola e per l'università, dare lo stesso punto di partenza al figlio dell'operaio e quello del professionista. Talento, merito, pari opportunità
16 Il Pd deve essere il partito buono.
17 Serve una nuova legge elettorale, altrimenti c'è il referendum. MA IO NON L'HO FIRMATO.
18 La politica non è una passeggiata solitaria, è un viaggio collettivo, in allegria. Ma senza la politica ci sono le scorrerie e le corporazioni
19 Incrociare di nuovo la nostra storia con i socialisti e con quelli che hanno abbandonato i Ds. Anche se 15 anni fa i socialisti per me dovevano schiattare.
20 Basta con la nostalgia del passato, addavenì baffone.
31538 voti alle 12:01

http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/post/1538974.html

Diversamente Veltroni

il passaggio del discorso di veltroni in cui cita Tiziano FerroNiente da fare, non chiedetemi cosa penso del discorso di Walter Veltroni, di questa affascinante discesa in campo su sfondo torinese blu, perché da quando ho intravisto sulla destra del palco, in bella vista, una donnina che gesticolava ripetutamente, e mi sono reso conto che era la traduzione in simultanea del suo discorso a beneficio dei diversamente ascoltanti, non sono più riuscito a seguire una sola parola del nostro eroe. Pazienza, quando mi riprendo dallo choc, mi leggo il resoconto dell'orazione e vi faccio sapere.http://stamparassegnata.splinder.com/


Sicilia-Roma, un’opposizione asimmetrica

Agostino Spataro, 

La riflessione      Mentre a livello nazionale la Cdl sfrutta ogni occasione per contrastare il governo Prodi, nell'isola il centro-sinistra porta avanti una politica soft verso Cuffaro, affidando il dissenso soltanto a Rita Borsellino e riservando per sè la via della mediazione



C'è nella politica siciliana attuale una stranezza di comportamento cui pochi fanno caso. Certo, di stranezze ormai è pieno il mondo della politica e tutti gli altri che vi girano intorno. Tuttavia, nel caso che andiamo ad illustrare ci sembra che vi sia qualcosa di fortemente anomalo, perfino di asimmetrico, rispetto al sistema di relazioni fra partiti vigente a livello nazionale.
Intendo riferirmi al fatto che mentre a Roma il centro-destra continua a sabotare l'attività del Parlamento per poi reclamare, un giorno sì e l'altro pure, la cacciata del governo Prodi e nuove elezioni, in Sicilia, invece, il centro-sinistra esercita la sua opposizione in uno stile molto soft che non lascia segno e non determina conseguenze apprezzabili nei confronti di un centro-destra arrogante quanto inconcludente.
Per altro, c'è da rilevare che mentre Prodi è impegnato in uno sforzo poderoso di risanamento delle finanze pubbliche e di rilancio dell'economia, il governo Cuffaro è tutto proteso a dare continuità a politiche clientelari già fallacemente sperimentate nel precedente quinquennio.
A ruoli invertiti, il centro-sinistra siciliano concede un abbuono, un credito immeritato ad un centro-destra come quello siciliano che costituisce, insieme a quelli lombardo e veneto, la punta più insidiosa di un tridente col quale si tenta di assestare un colpo decisivo al governo Prodi.
Tutto ciò non si capisce, quasi ci trovassimo nel reame di Tonga. Isola incantevole per carità, però governata da un re dispotico e capriccioso che mal sopporta la pur minima critica alla sua roboante maestà.

Per fortuna, siamo in Sicilia e ancora si possono censurare i governanti. Di scioglimento dell'Ars manco a parlarne. Qui non si usa; non si è mai verificato. Trattasi, infatti, di una sorta di eretica utopia divenuta una prerogativa - di fatto- attribuita al presidente della Regione che la brandisce come una clava sopra la testa dei deputati recalcitranti, di maggioranza e di opposizione.
Ma non è lo scioglimento dell'Ars che oggi si chiede, quanto un ripristino di condizioni politiche e parlamentari coerenti con i ruoli assegnati dall'elettorato, per avviare una corretta dialettica fra maggioranza e opposizione. Insomma, una trasparente normalità democratica da molti richiesta anche per rilanciare l'attività legislativa e ispettiva che all'Assemblea lasciano molto a desiderare.
E - si sa- in una democrazia, il controllo parlamentare (o consiliare) degli atti di governo, a tutti i livelli istituzionali e amministrativi, non è solo una faccenda procedurale ma -prima di tutto- una questione di principio costituzionale e di sostanza politica. Poiché, comunque la si gira, un potere senza controllo non è democratico.
In Sicilia, la tendenza (o la tentazione) a sottrarsi ai rari controlli esistenti è forte e diffusa e si riscontra anche a livello degli enti locali dove al potere quasi autarchico di sindaci e presidenti di provincia non corrispondono penetranti azioni ispettive da parte dei consigli.

In presenza di tali carenze, l'opposizione dovrebbe centuplicare gli sforzi (informandone debitamente i cittadini) per sviluppare un'azione rigorosa e mobilitante degli interessi discriminati e di tutte le forze disponibili a battersi per un'ipotesi di governo alternativo.
Invece, nulla o quasi. O forse si pensa di risolvere il problema affidando all'on. Rita Borsellino il ruolo di portavoce della protesta sociale riservando per se stessi quello di mediare?
Se questo si pensa credo che siamo di fronte ad una furbizia dalle gambe corte che potrebbe tradursi in un grave errore politico e di calcolo elettorale.
Nessuno reclama il muro contro muro, come, irresponsabilmente, fanno i capi della CdL a Roma, ma ci si aspetta almeno una convincente azione di contrasto delle scelte più sconsiderate della giunta regionale.
Insomma, la gente vorrebbe vedere emergere più distintamente il ruolo e l'utilità di un'opposizione che va oltre il comunicato-stampa e articoli la sua iniziativa di denuncia e di mobilitazione sul territorio e nella società.
Una richiesta più che legittima rivolta a tutte le forze del centro-sinistra siciliano in questa fase impegnate in uno sforzo di ri-aggregazione e di verifica degli obiettivi strategici, attraverso la creazione del Partito democratico e della Sinistra europea.

Anche qui, credo che interessi poco sapere quanti posti in direzione conquisteranno gli uni e gli altri, gli iscritti e gli elettori vogliono capire se e come le nuove formazioni politiche intendono affrontare la "questione Sicilia" che rimane una grande questione nazionale insoluta.
Per altro, in questi giorni, caratterizzati da un caldo torrido e da feste dispendiose, si stanno addensando sulla Regione (ma anche sull'Ars) problemi enormi che vanno dai rigassificatori agli inceneritori, dalle ricerche petrolifere in val di Noto all'emergenza rifiuti e idrica in diverse province, dal risanamento dei conti della sanità all'aumento vertiginoso dei ticket, alla mancata dotazione finanziaria per le proposte di legge in cantiere, ecc.
Un quadro davvero allarmante che provoca pesanti ricadute sulle già difficili condizioni delle famiglie e dei ceti meno abbienti. La gente negli ospedali, nelle farmacie o in fila nelle fontanelle per riempire un bidone d'acqua è esasperata e non sa più a quale santo rivolgersi.
Eppur...nulla si muove. Né nel governo né nell'opposizione. Parliamoci chiaro, così la situazione non può continuare. Pena la disaffezione dalla politica e dall'impegno civile.
In Sicilia siamo giunti al limite del degrado politico e istituzionale, ad un punto molto critico quando anche le idee più abiette potrebbero diventare buone e travolgere quanto resta di questo simulacro di Autonomia.http://www.aprileonline.info/3796/sicilia-roma-unopposizione-asimmetrica


“Wissen Sie, Liebe? Einmal, ich bedauere Romano…”

 

                                         

Sto ascoltando alla radio, dal Lingotto di Torino, il tanto atteso discorso di Walter Veltroni. Finora non ho preso appunti, m’ero ripromesso di risentirlo una seconda volta, più tardi, per analizzarlo nel dettaglio e decidere se valesse un post. Ma ora, alle 18.15, ritengo necessario cominciare a segnalare un dato interessante. Nell’enfasi di conciliare destra e sinistra, sopra e sotto, avanti e dietro, cetriolini e panna, laici e clericali – ecco, nel punto in cui cerca di conciliare laici e clericali italiani – Walter Veltroni chiede: (1) ai laici, di considerare legittimo il ruolo dei clericali in politica (figurarsi, i clericali se lo legittimano da soli, da sempre, mica aspettano i laici: manco il papa aveva tolto il non expedit e già scassavano la minchia); e (2) ai clericali, di avere un po’ più ragionevolezza: come possono pensare che una coppia di fatto non abbia dei diritti al pari di una coppia sacramentata? Ora, la cosa più divertente nel discorso di questo conciliatore di tutto con tutto – almeno fino ad ora – è proprio questo appello alla “ragionevolezza” rivolto a chi solitamente scende nell’agone politico rivendicando di avere in pugno la “ragione”, l’unica “ragione” possibile, quella ratio che è nel giusto quando cammina culo a culo con la fides, sennò è una ratio errante, antiumana, disumana e pure un poco frivola e stronza. Walter Veltroni – questo torsolo di bontà sopraffina – chiede “ragionevolezza” contro la “ragione” che non vuol sentire altre ragioni. Come dire: via, signori cattolici, concedete un po’ di relativismo al vostro Catechismo. E lo chiede pure col tono di non voglia sentire ragioni: via, non potete non essere ragionevoli! Divertente, molto divertente, divertentissimo. Altro che Segretario del Pd o Presidente del Consiglio! Io vorrei vederlo Capo dello Stato, il Walter! Immagino già la visita ufficiale in San Pietro. “Santità, via, sia ragionevole sui Dico!”. Inseguito dalle guardie svizzere, fino al Quirinale, ad alabardate in culo. Mentre il Santo Padre dal balcone scuote il capo e dice a Georg: Wissen Sie, Liebe? Einmal, ich bedauere Romano…”. Ma – dico come li sceglie, il centrosinistra?

Fermi tutti, non è finita. Indovinate chi si dichiara commosso – se non commosso, colpito – se non colpito, positivamente impressionato – se non postivamente interessato, interessato e basta – ma comunque loda il discorso di Walter Veltroni? Lo loda Marco Pannella, che tutti dicono – secondo i casi – estremamente cinico o estremamente fesso: quando cè un appello a volersi tutti bene, si emoziona, fa il finto finto-disinvolto, ma si capisce, e lo dice, che in lui si accende la speranza. Palermitani e corleonesi, ha ragione Walter, conciliatevi. http://malvino.ilcannocchiale.it/


Il diavolo sta nei dettagli (omissis di Walter)


Caro Walter Veltroni,

Sono incazzato come una bestia. Proprio perchè il tuo discorso di Torino, che ho testè finito di ascoltare in tivvù, mi è piaciuto. No, non sono i dolori fisici che provo. E' qualcosa di peggio. Ti stanno facendo passare come la loro ultima carta. E così facendo stanno tirando all'Italia l'ennesima fregatura, proprio quando la situazione si sta facendo irreversibilmente seria.

In Sicilia è già passato l'inferno, a 45 gradi. Non aggiungo altro.

Ed è la sola ragione per cui resto qui, scrivo (non lo prevedevo, perchè non ne ho voglia) e comunque farò tutto quello che è in mio dovere, anche politicamente.

Perchè finisca il tempo dei cialtroni.

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Caro Walter, tu hai parlato del Partito democratico che vorresti. Io ti parlerò, dall'alto della mia nullità, di quello che non voglio.

Non voglio un comitato di cosiddetti saggi in cui siedono figuri come Bassolino e Amato che hanno fatto passare il Porcellum dentro la nascita del Partito Democratico.

Nasce con un forcipe cattivo, così nasce ferito, gracile e temo presto morirà.

Non voglio andare a votare a ottobre per scegliere a scatola chiusa, coperti dal tuo nome, i soliti noti (a pacchi o a pacchetti). Quelli, come i cosiddetti dirigenti Ds milanesi (tanto per fare un esempio) che hanno fatto del loro meglio per devastare ogni forma di partecipazione e di opposizione reale in questa città.

Che ci davano dei fanatici quando, nel 1994, aprimmo un rete civica, in questa città spenta.

Ricordo benissimo. Nel 1996 il primo messaggio di un politico Ds, pubblicato sulla conferenza Polis, venne da Roma. Fu tuo, proprio tuo, in risposta a un mia semplice domanda. Forse persino te lo ricordi.

Avesti la grazia di rispondere, anche per un paio di volte. Come moderatore della conferenza di politica della rete civica di Milano ci provai con altri politici, niente. Tu fosti diverso.

Abbiamo invece avuto il piacere di un primo messaggio di un consigliere comunale Ds solo nel 2001 (Raffaele Fiano), sette anni dopo la nascita di questo esperimento di rete civica (ovviamente non controllato dall'alto, come invece a Modena o a Bologna).

Il vicesindaco Malagoli (allora Lega, poi Margherita) e poi De Corato (An) invece collaboravano sulla rete già da diversi anni, con apposite linee dirette ai cittadini.

Se li incontri, dato che sei sindaco e giri tra le amministrazioni, fattelo spiegare, per conferma.

Da quella esperienza (nata dai comitati per Nando dalla Chiesa sindaco, un altro odiato dalla nomenklatura Ds) avrei dovuto dare le dimissioni, e da tempo, dalla sinistra. Invece no, il calice è ancora da bere. Anche se di liquido malsano ce n'è rimasto per fortuna poco.

Però, alla faccia di lorsignori (cito un solo nome, un certo Stefano Draghi che esprimeva il suo pubblico disprezzo per noi) ci siamo ancora, siamo ben vivi, come è ben viva questa rete internet che ormai supera un italiano su tre.

Draghi invece è sparito in una perduta sezione Ds, come Majorino e tanti altri che hanno contribuito, nel loro piccolo, a non fare il futuro di questa città.

Resta comunque l'assoluta e perdurante inesistenza dei Ds milanesi da esperienze di rete da loro non direttamente controllate. Chi allora fa politica e chi fa antipolitica, caro Walter?

Chi affossò l'Ulivo dal basso nel 1998, al famoso seminario di Gargonza, in nome dei partiti e degli apparati?

Chi due anni dopo si diede invece alla scalata Telecom?

Si chiama Massimo D'Alema, il futuro skipper (spero) dei pensionati Unipol.

La comunità di rete che creammo esiste ancora con quel nome simbolico, si chiama . Io ne sono uscito, per fare questo blog, ma loro continuano a parlarsi e a moderarsi (spesso e volentieri sul nulla).

Non c'è però un parlamentare, senatore o quant'altro che abbia partecipato o partecipi, nemmeno con un messaggio, a tale comunità. Idem per Pro-prodi, poi per Cpu, quindi per la subito chiusa Fabbrica del Programma. A cui proposi (20 febbraio 2005)
il bollo auto differenziato sulle emissioni, poi fallito per opposizione conservatrice - ulivo compreso - in parlamento.

Oggi questa idea te l'ho sentita ripetere a Torino: scusami, ma hai aumentato le mie fitte alla schiena.

Ti ho citato questi due casi, uno locale e uno (plurimo) nazionale, da me ben conosciuti, per metterti in guardia dalle liste a pacchetto che osanneranno il tuo nome.

Dagli attuali (e vocali) campioni della partecipazione dal basso, dei giovani, delle donne, e bla bla bla....

Ti metto in guardia dalla finta partecipazione, a chiacchiere. E dai giochi già fatti in tutti i retrobottega. Nello sbrecciato convento di clausura rosso-bianco.

Che ormai ha paura.

E ti metto in guardia anche da Franceschini, il giovane moderno, il grande campione del diritto d'autore (eterno) contro noi schifosi pirati di internet....

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Hai avuto parole alate, citando Gustavo Zagrebelski, sulla democrazia.

Bene, io invece preferisco restare terra terra.

Quello che chiedo è poco. Voglio esprimere il mio gradimento, ma anche il mio sgradimento, e lo voglio fare sulle persone, non sulle scatolette preconfezionate, in stile Calderoli.

Già m'è bastata un primaria finta, a cui, ai tempi, Ti hanno vivamente sconsigliato di partecipare (per competere, sul serio). Ci sono rimasto maluccio, essendo stato, il 27 maggio 2005, il primo, su questo miserabile blog, a proporla (ma vera, con te e Prodi in reale confronto, e non con Bertinotti e la restante sfilata della compagnia di scena... ).

Lui (anziano) non ha voluto fare il Presidente della Repubblica, e tu (giovane) hai rinviato sine die la Presidenza del Consiglio.

Hai fatto male, perchè ora, bruciatisi i capi Ds, ti hanno cacciato in questo pasticcio del Partito Democratico in cui devi fare la testa di turco per salvare il sedere a una nomenklatura screditata. Auguri vivissimi.

Rischi però di bruciarti anche Tu, a parole e a chiacchiere, e di non diventare il tanto necessario Zapatero operativo italiano. Rischi così di fare un bel danno all'Italia.

Parole, ideologie, scemenze, slogan, dichiarazioni e ipocrisie. Questo il tuo futuro di parole come segretario di un partito.

Parole, e al massimo organizzi i gazebo...

E impazzisci sui soldi e i contributi....

E per contro una persona utile, che da una vita fa politica e amministrazione e non ha nemmeno precedenti penali.

Capace di fare il capo di un Governo.

Ma ti conviene? Ci conviene?

Non è meglio uno sfigato qualsiasi onesto, uno come me o come Bordon (esempio mio personale, non me ne voglia, è solo perchè si chiama anche lui per W....), a fare il segretario eletto? Il chiacchierone? Il comunicatore? La vaselina (oops..).....

Stavi lavorando bene a Roma. Sei andato in copertina su Time, come uno dei migliori sindaci del mondo, quando morì il vero Papa.

Perchè non li ammolli al loro destino? Che cosa hai da perdere, in fondo?

Perchè non ti metti a capo, magari, dell'iniziativa per un altro partito democratico. Senza nomenklature e monopoli palesi e nascosti?

Ma solo giocato sui meriti, sulle facce e sui fatti?

Io ti seguirei, senza grossi problemi.

E' da qualche secolo che l'Italia ha bisogno di questo: una rivoluzione democratica vera (e non decapitata o castrata, come fu per la de Fonseca e poi per Garibaldi).

Ce l'hai il coraggio di attaccare i gattopardi?

Se ti bruci troveremo in caso qualcun altro, come sempre.

Proprio perchè, ripeto, il tempo dei cialtroni (leggi anche Unipol) è finito. O comunque sta esaurendosi molto, molto velocemente.

Non voglio un Partito democratico che nasce così. Già ammalato di protezionismo dei professionisti (molti dei quali falliti) della politica. E già, nemmeno nato, in odore di truffa.

Non voglio un Partito democratico di ipocriti - cooptati in liste chiuse - e di panzane. Magari anche belle a sentirsi. Ma poi dietro l'angolo c'è la Serravalle di Penati e il "che mi dici, davvero, abbiamo un banca?". Di quel torinese che di affari non capiva un cazzo (secondo un suo stretto collega, credo tesoriere dei Ds...).

Non voglio votare a scatola chiusa per pezzi e pezzetti di nomenklatura.

Voglio scegliere, e premiare uno valido e affossare i coglioni e i disonesti.

Voglio contribuire e partecipare a ripulire e migliorare (di continuo) la classe dirigente politica di questo povero Paese.

Anche per riflessione competitiva a destra....tutto.

Voglio, con il mio semplice e libero voto, cambiare e migliorare tutto il sistema.

E voglio regalarlo così a mio figlio. Punto.

Voglio votare un nomale comitato regionale del partito scgliendo tra mille e passa nomi e cognomi.

Informandomi, da giornalista, su chi sono e su chi voto.

Cliccando su Google e su cosa dice di loro la rete.

E poi questi eletti eleggono il segretario. Come vogliono loro, esattamente come me.

Come si fa in tutti i cacchi di partiti democratici di questo cacchio di mondo. Vince chi vince. Punto.

Perchè questa anomalia? Chieditelo...è roba da dottor Sottile, un'altro dei grandi guai italiani....

A Torino hai avuto una cortesissima parola di elogio per Piero Fassino. Hai fatto male, malissimo. Dovevi chiedere, invece, l'immediata espulsione dai Ds e poi dal partito democratico di tutta la banda Unipol. Capi bastone compresi e in prima fila.

Dovevi chiedere e farti protagonista di un trauma, necessario e salutare.

Dovevi chiedere la pulizia, la cacciata di Fassino e D'Alema. Soprattutto il secondo ha fatto troppo male all'Italia. Quasi come Berlusconi.

Antonio Fazio almeno ha dato le dimissioni da Governatore della Banca d'Italia. Ora è a vita privata. D'Alema è invece ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio. E Fassino è alla guida dei resti dei Ds (dopo che il gruppo di Salvi, stanco di troppi soprusi, ha deciso di mollarli).

Dovevi chiedere una svolta seria, non finta e buonista. Il tempo dei cialtroni è finito. Non perdurare anche tu, che magari non lo sei.

Scusa ma sei stato un po' ridicolo quando hai lamentato dei compagni che se ne sono andati dai Ds. Ti consiglio al proposito la lettura del libro di Cesare Salvi sui costi della politica (e di come si è fatta politica e cooptazione chiusa per decenni e decenni dentro il Pci-Pds-Ds....).

Tu ne sai qualcosa, quando, dopo l'era Ochetto, migliaia di fax dalle sezioni chiesero al comitato centrale di farti segretario del Pds. Ma la Jotti e il resto della nomenklatura scelsero invece il loro pupillo D'Alema.

Non perpetuare il cattivo karma di questo paese, che si riproduce di continuo. Menzogna dopo menzogna.

Ora tutta la grancassa mediatica nazionale suonerà per te. Bene. Sei di sicuro meno peggio di D'Alema e Berlusconi.

Almeno a parole.

Ma parte maluccio questa tua corsa. Per chi la politica e la storia (almeno recente) la capisce.

Proprio maluccio. Nei confini del perbenismo del Palazzo rosso.

I tuoi omissis nel discorso di Torino mi fanno pensare tristemente. Eppure ci sarò anch'io nella partita. A rompere i coglioni, sempre.

Armato del mio pezzo di coccio ateniese. Altro non ho per combattere.


L'immagine �http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif� non può essere visualizzata poiché contiene degli errori. Tuo, Beppe


P.s. Non illuderti di attaccare la grande crisi climatico-energetica, e il futuro reale dell'Italia, con questa nomenklatura avvizzita e da tre tavolette.



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Rebus sic stantibus, invito tutti i sinceri democratici a partecipare attivamente alle votazioni di ottobre e annullare la scheda con nome e cognome e conseguenti scritte rivoluzionarie.

Tipo: a me sta pure bene il Walter come leader (e meglio starebbe al Governo) ma fateci votare decentemente le persone e i dirigenti di questo cacchio di partito. E non le scatolette di Giuliano Amato o di Antonio Bassolino!Gargonza@perlulivo.it
www.caravita.biz

Tutto qui?

 





Che amarezza...un mezzo pusillanime.
Neanche ci ha detto che si candida. Dobbiamo pregarlo ancora un pò.
E poi il solito insopportabile cerchiobottismo.
Un sorriso a Pezzotta e uno a Grillini.
Uno a Rutelli e uno a Fassino,
pugno duro e accoglienza,
nè destra nè sinistra...

Mah.
Chissa come avrà fatto questa poverina a spiegarlo ai sordomuti.

Mario N.http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/


Veltroni ed il Partito Democratico

Io ho deciso da tempo che la nascita del nuovo Partito Democratico non mi puo’ vedere coinvolto, perche’ troppe sono le limitazioni, i paletti a senso unico, i dictat margheriti senza adeguato riscontro ed opposizione di alcun genere perche’ io possa pensare di partecipare alla sua formazione.
Ma io sono sicuramente vetero-qualcosa, legato a vecchi concetti tipo l’evitare di buttare il bambino con l’acqua sporca. Perche’ sara’ anche vero, e ne sono convinto anche io, che le ideologie del secolo scorso hanno fallito, ma questo non significa affatto il dover fare tabula rasa di tutta la storia. E il ripartire insieme alla Binetti non significa ripartire da tre, ma almeno da -100.
Pero’ leggendo in giro, vedo molti giovani che non hanno affatto le mie perplessita’, non riconoscono per niente del valore alle esperienze passate, vogliono solo poter credere a qualcosa che sembri a loro nuovo e promettente, senza poi tante distinzioni di valore ed analisi socioeconomiche di cui capiscono poco.
Per questo non ho voluto sentire il discorso di Veltroni. Non perche’ non mi interessi quello che ha voluto dire, me lo leggero’ con calma. Ma perche’ in fin dei conti quello che ha detto e’ inessenziale. Veltroni e’ il prototipo perfetto di chi raccoglie consenso, indipendentemente dall’argomento in questione. E’ bravissimo a non scontentare nessuno, pur riuscendo poi a fare qualcosa. Ovviamente facendo poco, perche’ ci sono alla fine dei limiti all’evanescenza, ma sempre molto di piu’ di quanto apparirebbe a prima vista.
Credo sia la deriva inevitabile della politica moderna, di cui forse in Italia siamo i precursori. Perche’ per fare qualunque cosa serve il consenso, e l’ottenerlo e’ l’aspetto principale. Dopo viene il compito assai meno importante del realizzare una qualsivoglia politica.
Ma se c’e’ il consenso si puo’ fare tutto, o far sembrare che si sia fatto tutto. http://mikecas.splinder.com/

Le riforme in Bosnia tra etnie e interessi di parte
di Rodolfo Bastianelli


La complessa struttura istituzionale creata dagli accordi di Dayton del 1995 riflette la profonda sfiducia esistente tra le diverse etnie del paese dopo il tragico conflitto che devastò la Bosnia-Erzegovina all’inizio degli anni Novanta. L’esecutivo ed il legislativo si reggono infatti su un complesso sistema che garantisce ad ognuna delle tre nazionalità un diritto di veto sulle decisioni che potrebbero mettere in pericolo i diritti e l’autonomia del proprio gruppo etnico. Tuttavia, in questi ultimi anni, si è fatta strada la convinzione che le attuali istituzioni bosniache non funzionino correttamente e che sia quindi necessario avviare un progetto di revisione costituzionale, anche se le tre etnie del paese rimangono quantomai divise sulle soluzioni da adottare per riformare l'assetto politico ed istituzionale della Bosnia.

Le istituzioni della Bosnia–Erzegovina riflettono non solo la divisione etnica uscita dalla guerra civile ma soprattutto il modo in cui questa si è conclusa. I conflitti di questo tipo possono portare infatti alla formazione di un regime autoritario unito ad una divisione debole tra le varie nazionalità che permette ancora un certo livello di interetnicità, come è accaduto nel Libano, oppure ad una netta divisione etnica ma con un governo democratico, quale è il caso di Cipro, o ancora all’affermazione di una delle parti che poi nel dopoguerra decide di imporre il suo ordine. Nessuna di queste situazioni si è verificata in Bosnia–Erzegovina, che presenta una netta divisione su base nazionale del territorio unita a istituzioni statali formalmente democratiche ma estremamente deboli. Come ha affermato l’Unione Europea, le attuali istituzioni bosniache non funzionano correttamente e solo una maggiore attribuzione di competenze al governo centrale consentirebbe al paese di procedere verso l’integrazione con l’Europa. Un’opinione condivisa anche dagli Stati Uniti, per i quali sarebbe opportuno introdurre una presidenza unitaria in luogo di quella tripartita attuale e procedere ad un rafforzamento del ruolo dell’esecutivo e del Parlamento nazionale[1]. Gli stessi bosniaci appaiono comunque divisi sulle soluzioni da proporre per riformare le istituzioni nazionali. Ma se gran parte della popolazione ritiene inefficace l’attuale Costituzione, al momento di indicare quale assetto sarebbe preferibile per il paese le risposte divergono profondamente a seconda dell’appartenenza etnica (vedi tabella). Per arrivare ad una proposta comune, due anni fa è stato così istituito il “Progetto Dayton”, che nelle intenzioni doveva portare ad una revisione dell’assetto istituzionale del paese.



Promosso dall’ex vice Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina Donald Hays e sostenuto dallo United States Institute for Peace (Usip), dall’Ambasciata statunitense a Sarajevo e dall’Unione Europea, il progetto intendeva adottare alcune riforme nel funzionamento della presidenza, del governo e delle assemblee parlamentari. Secondo quanto previsto, il disegno proponeva di abolire la presidenza collegiale per sostituirla con un singolo presidente, assistito da due vicepresidenti, eletto non più a suffragio popolare ma dal parlamento, di rafforzare le prerogative del primo ministro aggiungendo alle competenze dell’esecutivo l’agricoltura e la scienza e la tecnologia, nella prospettiva di poter attribuire in futuro al governo centrale anche l’istruzione. Riguardo alla struttura del Parlamento, la Camera dei popoli avrebbe dovuto essere composta non più da 15 ma da 21 membri, aggiungendo tre seggi per le altre nazionalità non considerate come popoli costituenti, e la Camera dei rappresentanti sarebbe passata da 42 a 87 membri, diventando il solo organo legiferante lasciando alla Camera alta solo il potere di porre il veto a tutela degli “interessi nazionali” dei diversi gruppi etnici[2]. Nonostante il sostegno di diverse forze politiche, lo scorso anno il progetto non ha ottenuto la maggioranza necessaria alla Camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco per soli due voti.

In Bosnia–Erzegovina il problema maggiore nel varare riforme costituzionali consiste nel confrontarsi con un quadro politico frammentato e diviso lungo linee di appartenenza etnica. Ma se due dei tre partiti d’ispirazione nazionalista che avevano precedentemente approvato l’intesa – l’Unione democratica croata (Hdz) e il Partito democratico serbo (Sds) – riconoscono la necessità di introdurre delle modifiche dichiarando allo stesso tempo di non accettare alcuna riduzione delle prerogative delle due entità statali, al contrario il Partito per la Bosnia–Erzegovina (SBiH), la formazione moderata guidata dall’ex premier Haris Silajdžić, ha rigettato il progetto sostenendo come l’unica soluzione per ricostituire un paese multietnico sia proprio la sua abolizione, un’affermazione questa aspramente contestata dalle forze serbe, tanto che anche l’Unione dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) di Milorad Dodik è arrivato a minacciare un possibile referendum sull’indipendenza della Republika Srpska qualora questo progetto venisse portato avanti. Più sfumata si presenta invece la posizione espressa dal Partito di azione democratica (Sda) che rappresenta l’elettorato musulmano. Pur avendo sostenuto il pacchetto di riforme sostenuto dalla comunità internazionale, lo Sda ha come obiettivo quello di superare l’attuale divisione in due entità statali e creare una Bosnia–Erzegovina unitaria ma decentralizzata, ripartita in una serie di cantoni multietnici.

Ancora più articolato è l’atteggiamento delle forze croate. Strettamente legata alla sua omologa croata pur dichiarandosi autonoma, l’Unione democratica croata (Hdz) raccoglie la maggioranza dei voti dei croati dell’Erzegovina occidentale ed è divisa tra un’ala favorevole all’autonomia ma all’interno della Federazione della Bosnia–Erzegovina ed una più radicale sostenitrice invece di una confederazione con Zagabria. Dopo la scissione avvenuta all’interno dell’Hdz e la conseguente nascita della nuova formazione denominata Hdz 1990, il quadro si è ulteriormente complicato. Mentre quest’ultima afferma come sia ormai urgente una riforma totale della Costituzione, i vertici dell’Hdz ritengono invece sufficiente il pacchetto precedentemente proposto in quanto la modifica dell’intero testo costituzionale dovrebbe essere oggetto di un nuovo tavolo negoziale tra le parti, visto che questa potrebbe portare al risultato di avere una Bosnia–Erzegovina divisa non più in due ma in quattro entità statali.   


 

Note
1.    Vedi su questo il rapporto Bosnia: Overview of Current Issues, Congressional Research Service, Washington D.C, Dicembre 2006

2.    Il progetto prevedeva inoltre che la “Camera dei Rappresentanti” potesse essere dissolta anticipatamente qualora non fosse stata in grado di eleggere il Primo Ministro. Vedi su questo lo studio Constitutional Reform in Bosnia and Herzegovina 2005-06, apparso in “European Yearbook of Minority Issues”, Vol 5, Anno 2005 / 2006

http://www.ideazione.com/plus/2007-06_27_bastianelli.htm


Effetto serra: Cina in pole position
emissioni La Cina diventa il più grande produttore di emissioni di gas serra del Mondo. Nel 2006 ha prodotto 6.200 Mt di anidride carbonica contro le 5.800 degli USA, con un raddoppio rispetto al 2000.

E’ ufficiale, la Cina è il più grande produttore di emissioni di anidride carbonica nel mondo e dal 2006 ha superato gli Stati Uniti. Secondo "The Guardian", che ha riportato la notizia ieri, il sorprendente annuncio non farà che accrescere l’ansia per questo nuovo ruolo assunto dal colosso asiatico di guida mondiale del riscaldamento globale e far considerare ormai impellente il coinvolgimento cinese nei prossimi accordi per la lotta contro il riscaldamento globale.

Il sorpasso degli Stati Uniti non era stato immaginato così prossimo, ma secondo l’agenzia di valutazione ambientale olandese (Netherlands Environmental Assessment Agency), l’impennata nella domanda di carbone ai fini della generazione elettrica ha portato, nel 2006, la Cina a produrre 6.200 milioni di tonnellate di CO2 contro le 5.800 degli USA. Altra notizia rilevante è che in soli sei anni (dal 2000) le emissioni di gas serra cinesi sono raddoppiate!
Nel 2005 erano state però inferiori a quelle americane di solo il 2%, ma come abbiamo ricordato in un altro nostro articolo (Fine corsa) la domanda di carbone in Cina è cresciuta lo scorso anno dell’8,7%.
Se consideriamo l’anidride carbonica emessa pro capite la Cina resta però molto lontana dai valori che si registrano negli Stati Uniti, è solo un quarto (4,7 t di CO2/pro capite contro 19). Questo è e sarà il punto più controverso nelle future trattative per un nuovo accordo post-Kyoto.

emissioni nel mondo al 2006

Va precisato inoltre che le cifre ufficializzate prendono in considerazione solo le emissioni cinesi causate dalla produzione di energia da fonti fossili e dai cementifici (questi producono il 44% del cemento a livello mondiale e contribuiscono quasi al 9% delle emissioni del paese), ma non comprendono altre fonti di emissioni come la produzione di metano dall’agricoltura o, ad esempio, l’ossido nitroso prodotto dai processi industriali. Non fanno parte del conteggio neanche le emissioni legate agli incendi delle miniere di carbone che valgono circa 300 Mt (5% delle emissioni cinesi). Includere tutte le emissioni di gas serra non farebbe che confermare la leadership cinese come maggiore paese inquinatore.

Un prossimo cambiamento nell’uso delle fonti energetiche da parte della Cina non è al momento immaginabile, anche se all’inizio del mese è stato annunciato un primo piano di lotta ai cambiamenti climatici dopo una gestazione di oltre due anni. Non vengono comunque previsti obiettivi netti di riduzione delle emissioni, ma piuttosto un miglioramento del 20% al 2010 dell’intensità energetica (quantità di energia consumata su ciascuna unità di prodotto interno lordo), un incremento della quota di rinnovabili tra il 10 e il 15% delle rinnovabili sul totale dell'energia primaria entro il 2020 e una riforestazione di circa il 20% del territorio.

Secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, “l'atteggiamento cinese rispetto agli impegni post-Kyoto non è ancora ben definito. Si lasciano degli spiragli aperti, ma al tempo stesso si vogliono evitare impegni di riduzione”.
“Per coinvolgere la Cina (e per certi versi l'India) nelle trattative – afferma ancora  Silvestrini - occorreranno proposte innovative, che riguardino non solo il trasferimento di tecnologie, ma che facciano i conti con la peculiarità di questo paese. Per esempio, considerando che una parte importante delle sue emissioni sono relative a produzioni che soddisfano i consumi del resto del mondo (dai vestiti agli elettrodomestici, dai computer alle celle solari, ecc.), si potrebbero separare queste emissioni, che ricadono su una responsabilità collettiva, da quelle "locali" relative cioè alla domanda interna cinese. Occorrerebbe ovviamente intervenire per ridurre la crescita di entrambe, ma con pesi e attribuzioni diverse”.

LB

http://qualenergia.it/view.php?id=348&contenuto=Articolo

Hossein Dehbashi, ritratto di un giovane artista

 



 

Con i suoi video ha raccontato l’altro lato della guerra in Iraq. Dalla parte delle vittime, dei morti innocenti. Oggi continua a raccontare il mondo, anche a noi occidentali, con i suoi occhi, gli occhi di un giovane artista iraniano. Grazie soprattutto a Youtube.com, il sito in cui è possibile caricare e scaricare video provenienti da tutto il mondo, Hossain Dehbashi si è fatto conoscere, ed oggi è uno dei documentaristi più interessanti del panorama internazionale. Non a caso, dall’altra parte dell’oceano, è stato recentemente invitato all’Università di California, a Santa Barbara, alla conferenza sui media nel mondo arabo organizzata dal Center for Middle East Studies.


Di particolare interesse per il dialogo tra le civiltà è il suo documentario “Glassy Eyes”, disponibile in parte anche su Youtube. In esso Dehbashi, nato a Teheran nel 1971, mette a confronto le crisi in Afghanistan e in Iraq così come sono state comunicate dal canale all-news britannico BBC e da quello panarabo Al-Jazeera. Nel secondo episodio della serie “Glassy Eyes”, Dehbashi sintetizza tutto l’orrore della guerra nel gesto di un cameraman che, davanti a una concitata scena di guerra, pulisce l’obiettivo della sua telecamera da una macchia di sangue. In “Iraq, a review from Inside”, l’autore mostra fatti poco noti del contesto iracheno, riferendosi agli otto anni di guerra con l’Iran. Il tutto sempre con delle scelte stilistiche originali.

Di famiglia borghese, Hossain Dehbashi si è specializzato in produzione cinematografica nell’Università della capitale iraniana. Passione che ha alimentato anche durante il servizio militare, come direttore del centro per la produzione cinematografica dell’esercito, e successivamente come consigliere della società Faryabi. E’ stato insegnante di economia in una scuola secondaria, e poi di sociologia del cinema in alcune scuole di Teheran. Membro del senato dell’assemblea della rivoluzione culturale, ha lavorato per la stampa giovanile, per le pagine culturali dei quotidiani “Hamshahry” e “Iran”, e per il canale satellitare “Al Aalam”. In seguito Dehbashi è entrato nello staff di diverse riviste culturali di successo, come il mensile “Neestan” e il settimanale “Danishkede”, di cui è stato direttore. Dopo altre esperienze giornalistiche, ha ottenuto il permesso di pubblicare il bisettimanale “Danga”. Fallito quest’ultimo progetto, è passato al campo della fotografia e del documentario.

Nel frattempo ha continuato a scrivere libri e saggi, concernenti in particolare il cinema iraniano, gli effetti dei giocattoli sui bambini, le mancanze della stampa iraniana al tempo della guerra dei sedici giorni tra Israele e Libano, il ruolo delle donne iraniane negli attacchi internazionali all’Iran, gli ultimi giorni del regime dei talebani in Afghanistan. Quanto ai suoi documentari, ha prodotto brevi servizi e programmi sin da quando aveva 20 anni. Come regista o produttore, ha partecipato a più di 110 documentari, generalmente di natura politica, che lo rendono una delle figure più interessanti nel panorama internazionale. Queste sono alcune delle sue opere: i documentari “Afghanistan… the Day of fall”, “The smell of apples and buds of olive” (sul Libano), “Oil and Chocolates” (che si domanda che fine faranno le aree petrolifere dell’Iran una volta che avranno esaurito il petrolio), “A Journey to French (or foreign) countries” (una sorta di definizione dell’Europa occidentale), “Iraq, A Review From Inside” (sull’Iraq ai tempi di Saddam), “Justice Without Limits (Border)” (sul sistema dei diritti umani), “Cheen and Macheen” (sulla Cina e l’estremo Oriente), “The Glassy Water Springs”, “The Glassy Castle Policy” (o “The Glassy Political Castle”, sulle sfide che attendono le Nazioni Unite nel prossimo millennio).

resetdoc.org


Un sondaggio informato per l'Europa a 27



Che cosa penserebbero gli europei, se fossero riuniti tutti nella stessa stanza?
Come cambierebbero le loro opinioni sul futuro dell’Europa, dopo un confronto equilibrato tra le loro diverse visioni?
Queste sono le domande a cui Tomorrow’s Europe, il primo sondaggio informato a livello europeo, cercherà di rispondere, in partnership con Reset.
Come? Selezionando un campione veramente rappresentativo di cittadini comuni provenienti da tutti i 27 paesi dell’Unione, offrendo loro informazioni equilibrate sulle possibili opzioni per il futuro dell’Europa e riunendoli per diverse giornate di discussione nel Parlamento Europeo.
I pareri dei partecipanti verranno registrati prima e dopo le discussioni.
In sostanza, Tomorrow’s Europe porterà tutta l’Europa in un’unica stanza. Come nei precedenti sondaggi informati, i partecipanti svilupperanno opinioni più informate e ponderate.
L’evento avrà luogo nell’autunno del 2007.

Le informazioni sul processo saranno fornite, man mano che esso si svolgerà, sul sito www.tomorrowseurope.eu

caffeeuropa.it



Il ritorno della Russia nei Balcani

scrive Luka Zanoni

Il presidente russo Vladimir Putin assieme al presidente croato Stipe Mesic
Forniture energetiche, Kosovo, Mar Nero. Nell'ultima settimana il presidente Putin si è occupato in prima persona delle relazioni con i Balcani. Partecipando a due summit, a Zagabria e a Istanbul. Ed ha voluto precisare che la Russia è tornata
“Lo sanno tutti che i Balcani e il Mar Nero sono regioni di particolare interesse per noi. La Russia, con le sue accresciute potenzialità, ritorna nella regione. È un fatto evidente ed è nell’interesse della Russia, ma anche dei nostri partner”.

Sono alcune delle parole pronunciate dal presidente russo Vladimir Putin, durante l’incontro del Consiglio della Cooperazione economica del Mar Nero (BSEC), tenutosi lunedì e martedì scorso a Istanbul, durante la celebrazione dei 15 anni di attività di questa organizzazione che si occupa di cooperazione multilaterale politica ed economica tra gli stati membri: Bulgaria, Georgia, Romania, Russia, Turchia, Ucraina, Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia.

Il presidente russo – nel suo intervento - ha tenuto a sottolineare il ritorno della Russia sulla scena internazionale e in particolare nell’area balcanica, dove la presenza e l’influenza russa, dopo la caduta del muro di Berlino, si era notevolmente affievolita lasciando ampi spazi di manovra agli Stati Uniti.

È evidente che oggi la Russia sembra sempre più acquisire il ruolo di superpotenza che aveva un tempo, tanto che sui media si è tornati persino a parlare di un rinnovato clima da guerra fredda. In realtà più che di guerra fredda, nonostante le disarmonie con gli Stati Uniti, riguardanti i sistemi di difesa e sicurezza, si potrebbe dire che la Russia si sta riposizionando sullo scacchiere internazionale.

La vera forza della Russia sembra però risiedere nel fattore energetico e Putin non sembra perdere tempo nel perorare la causa di una nuova strategia energetica verso i Balcani e il Mar Nero. “La regione dei Balcani e il Mar Nero sono da sempre ambiti di nostro interesse e abbiamo sempre avuto relazioni speciali con queste regioni” ha dichiarato alla stampa presente al summit di Istanbul.

Ma di energia Putin aveva parlato anche a Zagabria, dove ha fatto visita per la prima volta da quando è presidente, il giorno prima del summit di Istanbul, all’interno di un altro summit regionale sempre dedicato all’energia.

“È l’inizio di un dialogo sull’energia tra la Russia e i Paesi della regione” ha detto il portavoce del Cremlino Oleg Tsatsurin per il quale “l'obiettivo del summit è quella di stabilire i principi generali di cooperazione” nel settore energetico ed economico. Al vertice hanno partecipato i presidenti: del paese ospite, la Croazia, e poi di Albania, Bosnia, Bulgaria, Macedonia, Montenegro, Romania e Serbia.

“Le compagnie russe sono impegnate in vari progetti importanti nella regione, al fine di garantire il trasporto del greggio dal Mar Nero al Mediterraneo. Nel marzo di quest’anno ad Atene è stato firmato un accordo internazionale di collaborazione tra la Russia, Grecia e Bulgaria sulla costruzione e lo sfruttamento dell’oleodotto Burgas-Alexandropoli. La capacità di questo oleodotto sarà di 35 milioni di tonnellate con la possibilità di portarla a 50 milioni di tonnellate”, ha detto il presidente russo.

L’importanza in campo energetico della Russia è notevole. L'Ue importa da essa oltre un quarto del suo fabbisogno di gas naturale mentre alcuni paesi dell’Europa orientale dipendono per intero dalle forniture russe.

“Per quanto riguarda i paesi dell’Europa sud orientale, la fornitura di gas è stata di 73 miliardi di metri cubi, una quantità che rappresenta la metà di quanto forniamo ai paesi dell’Unione europea”, ha precisato Putin.

La stampa croata ha dato ampio spazio al consolidamento delle relazioni economiche con il gigante russo, sottolineando che la Russia è un partner politico ed economico importante per la Croazia, concetto ribadito dal presidente croato Stjepan Mesic durante l’incontro di tre ore avuto con l’omologo russo, i media di Belgrado hanno insistito di più sui parallelismi con il Kosovo.

Con il presidente serbo Boris Tadic, Putin si era incontrato a margine del summit di Zagabria, dove Tadic ha ripetuto che per la Serbia la soluzione di compromesso per il Kosovo non può essere la sua indipendenza.

“Abbiamo parlato delle questioni più delicate, compresa la soluzione per il Kosovo e i problemi relativi allo spazio post sovietico”, ha poi ribadito Putin ai giornalisti.

Anche al summit di Istanbul il presidente serbo è ritornato sulla questione del Kosovo, affermando che “Ci sono molti Kosovo nella regione del Mar Nero, ognuno dei paesi ha problemi simili, ma il Kosovo è il primo problema che si trova in Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dal punto di vista del diritto internazionale, sarebbe un precedente che potrebbe danneggiare la stabilità e l’integrità della regione del Mar Nero e avrebbe conseguenze, non solo nell’ambito della sicurezza, ma anche in quello economico”.

Mantenendo l’analogia tra il Kosovo e il Mar Nero, il presidente serbo ha ribadito che “difendendo i propri interessi in Kosovo la Serbia difende gli interessi di tutte le regioni del Mar Nero”.

La posizione della Russia riguardo la soluzione dello status del Kosovo è nota da tempo: trovare una soluzione di compromesso che sia accettabile per entrambi le parti in causa, serbi e albanesi del Kosovo, no secco ad una soluzione imposta e unilaterale, no all'indipendenza. La possibilità, più volte annunciata, che la Russia ponga il veto sulla nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza rappresenta il timore maggiore dell’Unione europea, la quale incontrerebbe non poche difficoltà e possibili divisioni al suo interno nel caso in cui venisse avviata la fase di riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo senza una risoluzione dell’ONU, una possibilità già annunciata dagli Stati Uniti. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7913/1/51/

SALUTE:
Una speranza per 20 milioni di bambini malnutriti
Nergui Manalsuren

Foto:UNICEF/Indrias Getachew - A Bereket Geyidere, di dieci mesi, viene somministrato il Plumpy’nut presso la Clinica Segen in Etiopia
NAZIONI UNITE, (IPS) - Riuniti nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York nel 2000, 189 leader mondiali si impegnarono ad avviare alcuni passi concreti per dare una vera svolta al problema della fame a della povertà.

Nonostante le loro promesse, però, dopo sette anni milioni di bambini continuano a soffrire di grave malnutrizione, secondo gli esperti della salute infantile dell’Onu.

”Ci sono circa 20 milioni di bambini gravemente malnutriti”, si legge in una dichiarazione congiunta diffusa recentemente da Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Programma mondiale per l’alimentazione (PAM), Commissione permanente Onu sulla nutrizione e Fondo Onu per l’infanzia (Unicef).

Seppure molto preoccupati per il numero dei bambini vittime della fame e della malnutrizione, gli esperti di queste agenzie si dicono ottimisti circa la possibilità di fronteggiare il problema grazie a un approccio originale e innovativo.

”Grazie ad un nuovo metodo basato sulla comunità, saremo in grado di dimezzare questo numero entro i prossimi cinque anni”, ha detto all’IPS Flora Sibanda-Mulder, funzionaria dell’Unicef.

Sibanda-Mulder individua tre problemi di fondo legati all’attuale orientamento basato sugli ospedali. Il primo è che molte madri non possono restare in ospedale troppo a lungo, perché devono lavorare, a casa o altrove, oppure perché l’ospedale è troppo lontano.

Il secondo è che i bambini malnutriti sono esposti a una serie di altre malattie, a causa del loro sistema immunitario già indebolito.

Infine, il problema dell’ampio uso di prodotti a base di latte in polvere arricchito con integratori e distribuito negli ospedali, che deve essere mescolato con acqua: se l’acqua è contaminata, la salute del bambino può persino aggravarsi.

Sibanda-Mulder e altri esperti propongono in alternativa un nuovo prodotto chiamato Plumpy'nut, ricco di proteine, vitamine e sali minerali. Viene prodotto da Nutriset, un’impresa francese specializzata in integratori alimentari per le attività di soccorso.

Se questo nuovo approccio viene associato alle cure tradizionali negli ospedali, ci sono maggiori speranze di ridurre in modo significativo la grave malnutrizione che colpisce 20 milioni di bambini entro il 2015, alla scadenza per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio.

Sarah E. Ryan, docente della City University di New York che ha effettuato ricerche approfondite sulla malnutrizione in Africa, ha commentato all’IPS che la nuova iniziativa dell’Onu “si annuncia molto promettente”.

“Riconosce la centralità di rivolgersi ai membri della comunità là dove essi si trovano”, ha detto.

Al contrario di altre formule di latte terapeutico F-75 e F-100, usato nelle cure ospedaliere, la preparazione di Plumpy’nut non richiede particolari condizioni igieniche, e non deve essere congelato, rendendolo ideale per la distribuzione su larga scala. Ha un sapore dolce, non molto diverso da quello del burro di arachidi.

“L’unica cosa che una madre deve fare è andare a ritirare il prodotto presso le strutture o i centri di distribuzione locali, e assicurarsi che il neonato lo consumi tre volte al giorno”, ha spiegato Sbanda-Mulder.

La questione di fondo adesso è produrne e distribuirne a sufficienza per soddisfare i bisogni di milioni di bambini malnutriti.

”Per raggiungere questo obiettivo ambizioso, il programma ha bisogno di una adeguata quantità di risorse”, secondo Stephen Jarrett, consulente responsabile delle forniture.

Jarrett ha spiegato che attualmente esiste un solo produttore, Nutriset, che possiede anche alcuni impianti di produzione in Africa, in particolare in Etiopa, Niger, Malawi, Zambia e Mozambico.

La capacità produttiva di Nutriset è di circa 15.000 tonnellate annue, più circa un migliaio di tonnellate extra dagli stabilimenti africani.

Dato che ogni bambino ha bisogno di almeno 15 chili di Plumpy’nut per raggiungere il peso forma, l’attuale capacità produttiva può soddisfare le necessità di appena un milione di bambini. Nel frattempo, gli altri 19 milioni potrebbero non sopravvivere nell’attesa. ”La priorità è il prodotto”, ha detto Jarrett. L’Unicef dice di sperare che il settore privato prenda in mano la situazione costruendo nuovi impianti, che costano all’incirca un milione di dollari ciascuno.

Ovviamente non è poco, soprattutto per gli imprenditori africani, ma secondo Jarrett molte fondazioni a livello internazionale e nazionale sono interessate ad investire su questo prodotto.

E una volta costruiti, ha aggiunto l’esperto, gli impianti avrebbero un mercato sicuro e committenti affidabili, come l’Unicef. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=951

Ghana: prospettive economiche e politiche

La recente scoperta di pozzi di petrolio ha infuso nuove speranze di crescita economica per il paese

La recente scoperta di pozzi di petrolio ha infuso nuove speranze di crescita economica per il paese che punterà, secondo quanto il Presidente John Kufuor ha dichiarato ai microfoni della BBC, prevalentemente sull’implementazione del sistema stradale, sanitario e scolastico, di cui il Ghana è carente.I limiti strutturali di risorse energetiche restano comunque un fattore di criticità e limitano costantemente la crescita dell’economia nazionale: ilgoverno ghanese sta cercando di porvi rimedio mediante la contrazione di accordi economici con gli altri paesi dell’Africa occidentale.

Crisi dell’energia elettrica: cause e rimedi
Dallo scorso agosto il Ghana è stato colpito da una grave crisi di energia elettrica, causa di disagio per la popolazione civile e soprattutto di paralisi per le attività produttive (settore manifatturiero e minerario in primis).L’impatto sull’economia nazionale è abbastanza serio:
secondo i dati diffusi dall’istituto finanziario Data Bank, uno dei principali nel paese, il Ghana potrebbe subire una perdita pari a 1,4 miliardi di dollari a causa della crisi energetica, a meno che non vengano trovate soluzioni concrete entro la fine del 2007;
diverse aziende, tra cui anche le compagnie operanti nel settore degli idrocarburi, sono già state costrette a licenziare parte dei propri dipendenti per la mancanza di fondi.

Il governo si è posto l’obiettivo di porre riparo all’emergenza entro il 30 settembre 2007, intavolando accordi con i paesi vicini, nell’ambito del più generale progetto di co-prosperità tra Ghana, Nigeria, Benin e Togo, finalizzato alla creazione di una nuova piattaforma economica e commerciale nell’Ovest africano. Il primo passo è stata la richiesta d’aiuto rivolta al governo d’Abuja, per un rifornimento di 20 megawatts di elettricità, come ha dichiarato il Segretario di Stato nigeriano per l’Energia, Ahmed Abdulmalik. Da Abuja non è arrivata ancora risposta, anche perché la Nigeria vive anch’essa un momento di carenza energetica, a causa della mancanza di gas presso alcuni impianti del paese.In un territorio abitato da circa 140 milioni di persone vengono erogati appena 2.000 megawatts di corrente e, una parte di questa, viene destinata alla Repubblica del Niger, al Benin e al Togo, in seguito agli ultimi accordi firmati nella capitale nigeriana.Considerando la crisi generale che in questo momento la investe, il governo nigeriano potrebbe rivedere le scelte di assistenza nei confronti dei paesi vicini, ai danni proprio del Ghana.

Il secondo aspetto importante è la costruzione di un gasdotto lungo circa 338 km che dal Volta passerà per Momè Hagou, in Togo, fino a Sakete, in Benin e che rappresenta il primo pilastro della cooperazione economica e commerciale cui si vuole dar vita in questa parte d’Africa.Secondo un’indagine condotta da Barbara Kuukua Oppong, News Maker della BBC ad Accra, la mancanza strutturale di energia in Ghana dipenderebbe dall’abbassamento, progressivo e costante, del livello dell’acqua del Lago Volta, presso il quale sorge l’unico impianto idroelettrico del paese, l’Akosombo Hydro, obsoleto e mal tenuto.E l’obsolescenza delle infrastrutture sarebbe la causa principale della mancata stabilità economica del paese anche per Kwama Pianim, Presidente del PURC (Public Utility Regulatory Commission), secondo il quale il progresso economico del Ghana, fino ad oggi, non è stato accompagnato da una modernizzazione delle infrastrutture stesse. L’Africa ed il Ghana in particolare, a causa delle ricchezze minerarie, oro e bauxite, ha affermato Pianim, rappresentano la nuova frontiera degli investimenti stranieri, che non verranno mai incrementati finchè non verrà garantita l’efficienza degli impianti produttivi ed una sufficiente quantità di energia elettrica necessaria per qualsiasi tipo di operazione, soprattutto nell’ambito dell’industria mineraria.

Scoperti nuovi barili di petrolio
A fare da contrappeso al problema energetico è sopraggiunta la notizia, recentissima, della scoperta di un bacino di 600 milioni di barili di petrolio, annunciata il 18 giugno dalla compagnia inglese Tullow Oil. Anche se ci vorranno almeno sette anni prima che il petrolio possa essere estratto, ha dichiarato il Presidente Esecutivo Aidan Heavey, il beneficio che il paese ne trarrà in termini economici è inestimabile, perché si tratta di una delle maggiori scoperte di bacini petroliferi nel continente africano negli ultimi anni.La notizia è stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione e dall’intera classe dirigente, soprattutto in virtù dell’aumento dei prezzi del greggio in generale e delle continue tensioni in Medio Oriente, causa di instabilità anche per il settore petrolifero.Il Ghana potrà, verosimilmente, contare su una nuova risorsa economica per aumentare le entrate fiscali e, soprattutto, trovare soluzioni di lungo periodo al problema della carenza di energia elettrica. Senza considerare l’appeal che le nuove risorse ghanesi eserciteranno sugli attori internazionali, in particolare sulla Cina, sempre più attenta agli sviluppi del mercato dei paesi africani, con i quali ha già stipulato diversi accordi di commercio bilaterali.Da questo punto di vista, Pechino potrebbe supportare lo sviluppo economico del Ghana investendo nei settori delle infrastrutture e fornendo il necessario know-how tecnologico, di cui il Paese africanonecessità largamente e che invece il gigante asiatico dispone in misura sempre maggiore.Vi è quindi una decisa complementarietà tra le economie di Cina e Ghana: l’una possiede gli strumenti e i capitali di cui la seconda ha bisogno e l’altra dispone delle risorse naturali necessarie alla prima. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29472

 


Colombia, proibito informare

 

Per le autorità colombiane, informare è una attività illecita. Con questa conclusione, una troupe della televisione ecuadoriana Ecuavisa (http://www.ecuavisa.com/)
è stata prima arrestata e poi espulsa dalla Colombia.
L’incidente è seguito all’inchiesta che la troupe –composta da due giornalisti, un cameraman ed un tecnico- stava svolgendo nella regione di Putumayo per investigare la morte di un ecuadoriano per mano dei militari.
Secondo l’esercito colombiano –autore anche dell’arresto della troupe- l’ecuadoriano ucciso era un combattente delle Farc, notizia smentita invece dalla famiglia. I vicini del posto assicurano che i soldati colombiani avrebbero ucciso deliberatamente quattro contadini scambiandoli per nemici. Da qui le ritorsioni contro i giornalisti di Ecuavisa. Freddy Barros, uno dei reporter, afferma che il loro arresto è avvenuto quando avevano già terminato il loro lavoro di riprese ed interviste. Portati in una caserma, alcuni militari ed agenti del Das li hanno obbligati a distruggere quanto filmato,dove si dimostrava che l’ecuadoriano morto –José Quezada- era in effetti un agricoltore.
La detenzione e l’espulsione sono state giustificate dalle autorità colombiane che ritengono che la troupe abbia svolto nel Putumayo attività illegali: informare, appunto.
Nonostante la grossa problematica della zona, dove Farc, narcotraffico ed esercito si fronteggiano in una lotta senza quartiere, colombiani ed ecuadoriani possono passare il confine liberamente. Da qui la protesta dei giornalisti di Ecuavisa per il loro arresto e per l’espulsione che gli vieta, per i prossimi cinque anni, di poter mettere piede in Colombia.http://luiro.blogspot.com/

E' partita la Coppa America 2007 in Venezuela. Ieri la cerimonia inaugurale e calcio d'inizio d'eccezzione con il presidente Hugo Chávez affiancato da Diego Armando Maradona e Evo Morales, presidente boliviano.

In uno stadio di San Cristóbal, tutto completamente esaurito in ogni ordine di posto (42'000 spettatori), è avvenuta prima della partita Venezuela-Bolivia, l'inaugurazione ufficiale della Coppa America 2007. Ospite d'eccezzione Diego Armando Maradona, che con il presidente venezuelano Chávez e quello boliviano Morales, ha dato il calcio d'inizio al torneo.

Con le parole di Chávez si dava il via alla manifestazione: "Bienvenidos a la tierra de Simón Bolívar, bienvenidos a esta patria que es de todos. Venezuela abre su corazón a todos los visitantes. Gracias... después de 90 años llegó la Copa América a Venezuela".

"Benvenuti nella terra di Simón Bolívar, benvenuti in questa patria che è di tutti. Il Venezuela apre il suo cuore a tutti gli ospiti. Grazie... dopo 90 anni la Coppa America è arrivata finalmente in Venezuela".

Il presidente venezuelano poi ha dato vita ad un inedito siparietto al centro del campo con l'astro del calcio mondiale e argentino Maradona, molto amico di Chávez, e con il presidente boliviano Evo Morales. Morales infatti, notoriamente calciatore per passione, ha alzato la palla da terra e ha calciato la palla in aria. Chávez invece,più giocatore di baseball, si è limitato a passare la palla a Maradona che di sinistro ha dato il via ufficale alla Coppa America, dopo una lunga cerimonia inaugurale ed uno spettacolo musicale in cui avevano preso parte 800 ballerini. A quel punto lo stadio ha sommerso di applausi i tre protagonisti e la voglia di calcio giocato ha preso il soppravvento. La partita tra Venezuela e Bolivia si è poi conclusa sul 2 a 2, con la squadra di casa che si è fatta rimontare per ben due volte.

Ha preso quindi finalmente inizio la manifestazione che per la prima volta in 91 anni di esistenza, vedrà la coppa America di scena in Venezuela.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/06/coppa-america-2007-inaugurazione-con.html

Elton John a Kiev per la lotta contro l'Aids

Il 16 giugno il cantante inglese si è esibito gratuitamente nella capitale ucraina per promuovere la lotta contro il virus che nel Paese si sta propagando a ritmi preoccupanti.
(Foto Natalie Gryvnyak)
Neppure il presidente Víktor Yuschenko ha voluto mancare al grande concerto di Elton John, organizzato per sensibilizzare la popolazione sulla lotta contro l'Aids. Oltre a lui, più di 200mila persone si sono dati appuntamento, lo scorso 16 giugno, nella piazza principale di Kiev per applaudire il cantante inglese (guarda le foto). La manifestazione è stata organizzata dalla AntiAids Foundation, ente benefico fondato da Elena Franchuk, figlia dell’ex-presidente ucraino Leonid Kuchma (1994-2005) e moglie di uno degli uomini più ricchi del Paese, il guru dei media e candidato al Parlamento Viktor Pinchuk. La nuova campagna di sensibilizzazione è stata inaugurata insieme alla Elton John Aids Foundation, nata per promuovere la prevenzione e l'assistenza ai bambini malati di Aids.

Elton John: «L’ignoranza e i pregiudizi sono le barriere peggiori»

Coloro che erano scesi in piazza solo per assistere al concerto gratuito di una star mondiale probabilmente non erano consci della gravità del problema Aids in Ucraina. Prima del concerto i volontari hanno distribuito al pubblico opuscoli informativi e contraccettivi, spiegando che la metà dei nuovi casi di Hiv registrati nel Paese hanno per protagonisti giovani tra i 20 e 29 anni e che il 42% dei casi diagnosticati nel 2004 riguardava le donne. Nel frattempo sui maxischermi venivano proiettate le interviste ad alcuni malati di Aids e i reportage da un orfanotrofio per bambini affetti da Hiv.
«In questo momento la situazione nel Paese è molto preoccupante» afferma Nataliya Voynarovska, una delle dirigenti della fondazione Alleanza Internazionale Hiv/Aids in Ucraina. «Siamo uno degli stati europei in cui l'Aids si sta diffondendo più velocemente. Dobbiamo parlare di più di questo problema per far capire alla gente che la malattia non colpisce solo i tossicodipendenti o i gay. Tutti siamo a rischio.» La Fondazione AntiAids concorda. «Proprio per questo abbiamo invitato un personaggio che da tempo sta cercando di sensibilizzare le persone sul problema» spiega Pavel Pimenov, coordinatore della comunicazione. «L’ignoranza e i pregiudizi sono le barriere peggiori di questa battaglia» ha spiegato al suo pubblico Elton John. «Prometto di continuare il nostro lavoro in Ucraina. Insieme possiamo fare la differenza. Thank you Kiev.»

Una manifestazione secondo alcuni «blasfema»

La presenza del cantante è stato un evento speciale per gli ucraini, non molto abituati a ricevere le celebrità né tanto meno ai concerti gratuiti. «C’era davvero un sacco di gente!» esclama Kseniya Yaromenko, una studentessa di Kiev. Tra il pubblico, anche alcuni rappresentanti della Chiesa Ortodossa – sia di Mosca sia di Kiev – che hanno sostenuto la causa del concerto e hanno incoraggiato le organizzazioni anti-Aids a restare unite. «La Chiesa considera questi problemi da un punto di vista spirituale» spiega Dimitri, arcivescovo della Chiesa Ortodossa ucraina. «La malattia si diffonde velocemente perché ai nostri giovani mancano i valori e i principi spirituali per condurre una vita sana e retta. Gli sforzi di Elton John ci aiutano nella battaglia contro l’Aids, ma è ovvio che il problema non può essere risolto solo con gli sforzi del governo».
Alcune organizzazioni cristiane, tra cui l'Unione dei cittadini ortodossi ucraini, non hanno tuttavia approvato la manifestazione. «Per noi è blasfemo promuovere un evento di massa con un esponente della cultura gay!» esclama il presidente Valeriy Kaurov. «In fondo le persone che hanno queste tendenze in molti casi sono proprio quelle che diffondono la malattia.» Ma la studentessa Yaromenko pensa che l'opinione pubblica sia di tutt'altro avviso. «Non ho pregiudizi verso l'orientamento del cantante – spiega – le proteste non hanno guastato l'umore della serata. Quello che conta veramente è che Elton John ha talento. E che combatte l'Aids. Tutti i miei amici la pensano come me. L'unica cosa che gli rimprovero è di aver cantato troppe canzoni nuove rispetto ai vecchi, e più conosciuti, successi».
Natalie Gryvnyak - Kiev http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11355

“Uccidete Castro”, quando la CIA organizzava omicidi all’Hilton

 

La prima proposta fu fatta il 14 settembre 1960 all’Hilton Plaza di New York. John Roselli, uomo d’onore di Las Vegas, si vide offrire 150 mila dollari per uccidere Fidel Castro ed esito’, probabilmente intuendo che dietro ai soldi c’era la Cia. E’ l’inizio di una spy story di cui fino a oggi si conoscevano i contorni, ma che ora emerge nero su bianco dai ‘gioielli di famiglia’, i documenti sulle operazioni sporche del passato che l’agenzia di intelligence ha deciso di rendere pubblici. […] 

In 700 pagine classificate finora ‘Secret-Eyes Only’ e adesso disponibili per chiunque sul sito Internet della Cia, vengono raccontati 25 anni di violazioni delle regole costituzionali che erano state imposte all’agenzia al momento della sua creazione, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Spionaggio su cittadini americani (soprattutto giornalisti), attivita’ informativa contro i dissidenti del Vietnam e progetti di assassinii politici emergono da pagine chiuse per decenni nella cassaforte di Langley, il quartier generale della Cia in Virginia.

I documenti sembrano presi in prestito dal copione di ‘The Good Shepherd’, il film di Robert De Niro che lo scorso anno ha raccontato in chiave fiction i mezzi poco ortodossi con cui la Cia si batteva negli anni caldi della Guerra Fredda. Ma non si tratta di una sceneggiatura, nomi e fatti sono reali. Il progetto di uccidere il lider maximo emerge come uno dei piu’ dettagliati, portato avanti dal 1960 al 1962 e con coperture di alto livello: sullo sfondo dei contatti avuti tra gli agenti segreti e la mafia, non e’ difficile veder muoversi l’allora ministro della Giustizia Robert F. Kennedy.

Il progetto Castro, come emerge dai documenti, prese il via nell’agosto 1960, quando il funzionario della Cia Richard Bissell avvicino’ il colonnello Sheffield Edwards, che guidava una sezione dell’agenzia, l’Office of Security, per chiedergli ‘’risorse del genere necessario per una missione delicata, che richiede anche azioni del genere gangster'’.

Edwards mise a disposizione uno dei propri uomini ‘puliti’, difficilmente riconducibili alla Cia, Robert Maheu, che fu mandato a incontrare il boss Roselli: la storia che fu spiegata al capomafia di Las Vegas, di fronte a un drink all’Hilton Plaza newyorchese, era che c’erano imprenditori facoltosi che si trovavano in difficolta’ finanziarie a Cuba per colpa di Castro e volevano vederlo sparire. Il governo americano, fu detto a Roselli, non c’entrava niente e non doveva comparire.

Il boss bevve il suo drink, ma non la storia che volevano propinargli e probabilmente intui’ di avere a che fare con la Cia. Secondo i documenti, si tiro’ indietro, ma mando’ avanti un personaggio che era in contatto con gli esuli cubani, Sam Gold. Fu questo a far entrare in scena altri due boss mafiosi, Momo Salvatore Giancana, il successore di Al Capone alla guida di Cosa Nostra a Chicago e Santos Trafficant, il capo delle operazioni dell’organizzazione a Cuba. Due personaggi che figuravano entrambi sulla lista dei 10 piu’ ricercati dell’Fbi, con i quali la Cia avvio’ una trattativa per uccidere Castro.

Il compito fu affidato a Juan Orta, un cubano al quale i mafiosi diedero - secondo i documenti - ‘’sei pillole dal contenuto altamente letale'’. Orta aveva un qualche accesso al leader rivoluzionario, ma non abbastanza da riuscire nell’ intento. ‘’Dopo alcune settimane di tentativi - afferma un memo declassificato - Orta in apparenza comincio’ ad aver paura e chiese di essere rimosso dall’incarico. Indico’ un altro candidato, che fece tentativi senza successo'’.

I documenti desecretati furono redatti nel 1973, raccogliendo i racconti di agenti ed ex agenti della Cia, quando tre commissioni d’inchiesta (Rockefeller, Church e Pike) cominciarono a scavare negli abusi sulla scia del Watergate. L’allora direttore James Schlesinger ordino’ di redigere rapporti sulle malefatte, ma l’intero fascicolo per oltre 30 anni e’ rimasto sigillato in un fascicolo con un titolo che da tempo faceva gola agli storici: ‘Gioielli di famiglia’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/06/27/uccidete-castro-quando-la-cia-organizzava-omicidi-allhilton/#more-327


PIOGGE MONSONICHE: MIGLIAIA DI SFOLLATI, MALTEMPO OSTACOLO I SOCCORSI




Almeno 19 persone sono morte e 250.000 sono state costrette ad abbandonare la propria casa dopo che ieri sulla provincia sudoccidentale pachistana del Baluchistan si è abbattuto il ciclone tropicale Yemyin con venti di 130 chilometri orari distruggendo decine di villaggi. Il bilancio degli sfollati potrebbe aumentare dal momento che otto distretti sono stati “devastati”, tra cui quello del porto di Gwadar, un’infrastruttura da milioni di dollari finanziata con capitali cinesi. Nel distretto di Kach, al confine con l’Iran, almeno 10.000 persone sono in pericolo: il livello delle acque della diga di Miran ha raggiunto un punto critico e sta aumentando. “Tre distretti sono totalmente tagliati fuori dal resto del mondo, al momento, non ricevono alcun soccorso perché anche gli elicotteri non possono volare a causa del cattivo tempo” ha detto il capo dell’autorità provinciale di gestione dei disastri, Khuda Bakhsh Balush. Karachi, capoluogo della vicina provincia di Sindh, è stata risparmiata dai venti più forti del ciclone, tuttavia sono morte almeno cinque persone. Nella vicina India il bilancio delle vittime delle piogge monsoniche è salito a 150 e, riferiscono le autorità locali, “le acque piovane sono entrate nei sistemi di protezione delle acque potabili in oltre 500 villaggi e quattro città”. Forti piogge sono previste anche sulla costa orientale: secondo le previsioni, una tempesta nella Baia del Bengala colpirà gli stati di Andhra Pradesh e di Orissa nelle prossime 48 ore. Iniziata alla fine di maggio, la stagione dei monsoni proseguirà fino a settembre.[RC]

http://www.misna.org/

Rapporto Onu: esperti internazionali per fermare il traffico d’armi dalla Siria
Il documento, che sarà presentato da Ban Ki-moon al Consiglio di sicurezza, propone la creazione di una unità speciale dell’esercito libanese. Monito del patriarca Sfeir: ognuno dei protagonisti obbedisce a voci esterne alla patria. No all’ipotesi dei due governi.

Beirut (AsiaNews) – Serve un gruppo speciale dell’esercito libanese, sostenuto da esperti internazionali, per impedire che attraverso la frontiera tra Libano e Siria continui il traffico di armi, leggere e pesanti, e di uomini che vanno ad ingrossare le fila di chi minaccia la stabilità del Paese dei Cedri. Lo sostiene il rapporto di un gruppo internazionale di esperti dell’Onu, guidato dal danese Lasse Christensen, elaborato al termine di una missione di tre settimane e che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-mon presenterà oggi al Consiglio di sicurezza.
 
Il rapporto, secondo anticipazioni giornalistiche, afferma che la frontiera tra Siria e Libano è troppo permeabile: i passati decenni di dominazione siriana sul Libano, osserva il documento, hanno impedito la creazione di controlli di frontiera e attualmente “non c’è cooperazione” sul passaggio di confine. Preoccupazione è espressa poi per la presenza di “numerosi gruppi palestinesi fortemente armati schierati su entrambi i lati del confine”. Questi rappresentano “sacche di territorio nel quale alle forze di sicurezza libanesi è impedito di svolgere i loro compiti”.
 
Da Bkerke, intanto, è venuto un duro monito del patriarca maronita, il card. Nasrallah Sfeir, perché siano i libanesi a cercare la soluzione dei loro problemi. “C’è difficoltà – ha affermato – a trovare soluzioni, perché ognuno dei protagonisti obbedisce a voci esterne alla patria” e “tutti quelli che ci aiutano lo fanno a servizio dei loro interessi, e non per la gloria”.
 
Il patriarca si è anche espresso duramente sull’ipotesi della coesistenza di due governi, ipotizzata dall’opposizione: “equivarrebbe – ha detto – alla distruzione del Paese”. Dopo aver deplorato la divisione esistente tra i cristiani, il patriarca ha lanciato un appello a “serrare i ranghi e dare prova di solidarietà per far uscire il Paese dalla crisi”.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9674&size=A

Caccia alle armi delle milizie sul Tigri
Esercito Usa attacca roccaforte dei miliziani, ma lamenta le carenze delle truppe irachene
 
Le nuove truppe giunte in Iraq per rinforzare il contingente statunitense sono già impiegate da alcuni giorni in un operazione militare per contrastare i rifornimenti di armi delle milizie ribelli. Martedì mattina il comando dell'esercito Usa riferiva che le truppe sono impegnate lungo la parte del Tigri che scorre a sud-est della capitale, dove pare abbiano distrutto alcune decine di imbarcazioni. Lunedì mattina il Generale Usa Rick Lynch ha riferito i primi risultati dell'operazione, ma ha anche evidenziato i limiti della preparazione e dell'affidabilità delle forze di sicurezza irachene, di cui l'amministrazione Usa ha bisogno per iniziare a progettare una exit strategy.

Il fiume TigriBarche-bomba. “La gente sa che la valle del Tigri è il luogo dove le milizie sunnite depositano le armi e le munizioni, si esercitano per gli attacchi e costruiscono le Ied, che poi vengono fatte esplodere a Bagdhad” ha dichiarato Lynch descrivendo ai giornalisti l'operazione sul Tigri, ufficialmente partita lo scorso 15 giugno. Le Ied sono le bombe artigianali che i miliziani piazzano lungo le strade e fanno esplodere al passaggio dei convogli della coalizione, negli ultimi due anni sono state una delle principali cause di morte per i soldati statunitensi. Mentre le Ied vengono prodotte artigianalmente dai miliziani sunniti, gli sciiti dispongono di ordigni chiamati Efp, explosively formed projectiles, assai più sofisticati, che sono in grado di perforare le blindature dei mezzi militari. Sono di fabbricazione iraniana e, secondo Washington, vengono forniti alle milizie sciite da Teheran con un traffico clandestino che passa anch'esso per la valle a sud di Baghdad. Il comandante dell'operazione in corso lungo il Tigri ha riferito che in diversi casi le imbarcazioni colpite sono esplose, confermando l'ipotesi che fossero imbottite di materiale esplosivo. Il raid nella valle del Tigri, roccaforte dei miliziani sunniti, è stato possibile solo con l'arrivo degli ultimi rinforzi, che portano a 150 mila il totale dei militari Usa in Iraq, mentre le unità già presenti restano prevalentemente impegnate nel contrasto alle milizie sciite, nel sud della capitale. Le truppe Usa, riferisce Lynch, hanno attaccato la roccaforte dei ribelli circondando l'area per non permettere loro di fuggire. “In passato abbiamo lasciato aperte vie di fuga e le operazioni sono state inutili” ha detto, spiegando che questa volta i miliziani hanno dovuto combattere con due sole alternative: essere arrestati oppure uccisi. I miliziani arrestati sono 150, tra cui una trentina di alto livello.

Soldatessa UsaTruppe irachene. “Ora abbiamo preso il controllo della zona -ha concluso Lynch- ma il punto è che non possiamo rimanere per sempre, in quella zona ci dev'essere una presenza militare permanente, e devono essere le truppe irachene a occuparsene. Questa è la nostra principale preoccupazione”. Secondo il comandante Usa, per mantenere i progressi ottenuti dalle truppe della coalizione nella 'pulizia' delle aree infestate da milizie e nel tagliare le linee di rifornimento degli armamenti, sarebbe necessario un numero di soldati iracheni tre o quattro volte superiore. Il generale sostiene che, a quattro anni dall'invasione del paese, le truppe irachene sono ancora carenti di formazione ed equipaggiamento, mentre alcuni corpi di polizia sono ancora alle prese con l'infiltrazione dei miliziani sciiti, il che li rende molto poco affidabili. “La polizia locale -ha detto- è come se non ci fosse, e dove c'è tende a essere corrotta”. Lynch sostiene che larghe zone del “campo di battaglia”, vale a dire l'Iraq, non sono occupate né dai militari della coalizione né dalle forze irachene, un vuoto di potere che viene subito riempito dalle milizie. Le critiche alle forze di sicurezza irachene riflettono l'impazienza del Pentagono, che è messo sempre più sotto pressione dalle quotidiane morti di soldati -96 solo a giugno- e dall'opinione pubblica statunitense, che chiede il ritiro dalla guerra. Dall'inizio del 2007 le truppe Usa sono state impegnate in operazioni per la sicurezza in larghe parti del paese ma, a quanto pare, le truppe irachene non sono ancora pronte a prenderne il posto.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8237

Voli CIA : El Masri , Germania chiedera' estradizione agenti CIA
di osservatoriosullalegalita.org

Anche la Germania si prepara a chiedere l'estradizione per alcuni agenti della CIA coinvolti nella vicenda delle extraordinary renditions.

Cosi' come i magistrati della procura di Milano per il caso Abu Omar, anche il procuratore di Monaco vorrebbe l'estradizione di alcuni agenti CIA (in questo caso 13) in relazione al rapimento illegale di Khaled el-Masri, un cittadino tedesco di origine libanese sospetto terrorista che sarebbe stato portato in volo dalla Macedonia all'Afghanistan con conseguente detenzione e torture.

Inizialmente il procuratore Stern aveva raccolto elementi tali da avere la certezza della partecipazione di agenti CIA all'operazione, ma solo in un secondo tempo ha potuto acquisire i dati che hanno consentito di associare i nomi in codice degli agenti alle loro vere identita', riuscendo quindi a chiederne l'estradizione. Il governo della Merkel si e' dichiarato disponibile a dare l'autorizzazione alla richiesta.

Il dipartimento di Stato USA si e' rifiutato di commentare la questione, rimandando a quanto detto in passato. Tuttavia Der Spiegel cita una fonte diplomatica USA che ha chiesto di restare anonima, ma secondo la quale il segretarip di Stato Condoleezza Rice avrebbe detto al ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier che l'indagine sugli agenti della CIA e' problematica.

Intanto "un difetto tecnico" avrebbe distrutto i rapporti di intelligence messi assieme sulle missioni dell'esercito tedesco all'estero fra il 1999 e il 2003, e quindi probabilmente i dati riguardanti Murat Kurnaz, un cittadino turco residente in Germania che ha passato quattro anni a Guantanamo dopo essere stato arrestato in Pakistan nel 2001 e detenuto in una prigione degli Stati Uniti in Afghanistan.

Liberato nell'agosto 2006, egli ha accusato i soldati tedeschi di maltrattamenti prima del trasferimento a Guantanamo. La sparizione di elementi importanti sul suo caso ha quindi generato rabbia e sospetti nel suo avvocato.



giugno 27 2007

I Ds e Sparta
Noi a fare distinzioni tra iscritti e non iscritti, noi a criticare, noi che vorremmo sporcarci le mani ma non lo facciamo perchè nessuno, e ripeto nessuno, vuole sporcarsele. Perchè a Latina sporcarsi le mani significa sudore, significa fatica, significa beccarsi i vaffanculo delle persone, significa mettere la propria faccia a disposizione di una causa, significa sacrificare del tempo senza, magari, avere nemmeno un ritorno immediato, significa dover spiegare alla gente la tua scelta, significa confrontarsi con le persone che non la pensano come te, significa lottare. E da quello che ho capito, forse, non a tutti piace lottare. "Chi me lo fa fare?". E non sto parlando delle elezioni. E non sto parlando di chi si è candidato e chi no. E non sto parlando di chi ha preso voti grazie a degli scrutatori che hanno parteggiato per loro. E non sto parlando di chi ha fatto il voto disgiunto. Sto pensando ad ora. In questo preciso istante. Perchè un'analisi, corretta, della sconfitta, non può prescindere dall'impegno che mettiamo tutti, giorno per giorno, in una battaglia. E l'impegno non può prescindere, siamo onesti, dalle motivazioni. Perchè uno scoraggiato, amareggiato, deluso, come fa ad essere motivato? Non è possibile che in questo partito ci sia una ristrettissima classe dirigente da trent'anni, in contrasto con una molto più vasta classe proletaria - non in valore assoluto, per carità, ma in rapporto. Una rigidissima oligarchia applicata ad un partito. Altro che comunismo. Altro che sinistra. Altro che democrazia. Qui, compagni compagne amici amiche, siamo a Sparta. Senza regime militare. Da una parte, ci sono gli Spartiati, gli homòioi, gli uguali - ma solo tra loro: una classe dirigente chiusa. Gli unici ad avere sempre e solo diritti. Gli unici che quando sbagliano non è possibile che paghino perchè si sono sacrificati per il partito. Quelli che potrebbero entrare nei consigli d'amministrazione, a capo delle cooperative, fare qualcunque cosa, dal candidato a sindaco, al deputato, al dirigente pubblico ecc. Poi ci sono i Perieci (lett. "quelli che abitano intorno"). Affini agli Spartiati, o almeno così si credono loro. Quelli che pensano che anche loro, un giorno, possono entrare a far parte della cerchia ristretta. E non hanno capito che quella cerchia ristretta, invece, è sigillata ermeticamente. I Perieci, però, ci credono. Stanno lì. Lingua di fuori. Testa di lato. Seduti davanti alla porta. Ad aspettare che qualcuno gli faccia cenno d'entrare. Così faceva anche il cane mio. L'ha sempre fatto. Eppure non è mai entrato in casa. Forse non aveva nemmeno idea di come si poteva fare ad entrare in casa. Però stava lì. Con la speranza. E i Perieci sono così. In ultimo ci sono gli Iloti. Quelli che gli Spartiati stanno sempre lì a massacrarli. Quelli che fanno il lavoro sporco. Quelli che una volta attaccavano i manifesti gratis. Quelli che vengono chiamati solo quando c'è o da alzare la mano per votare o per organizzare le riunioni in campagna elettorale. Gli Iloti ogni tanto provano ad alzare la voce. Gli Spartiati non se ne curano. E mandano avanti i Perieci a dire: "si, abbiamo capito, ma voi non vi sporcate le mani, voi state lì sempre a lamentarvi, cos'avete fatto in tutto questo tempo?". Gli Iloti, in genere, si guardano stupefatti. "Ma se fino ad ora, a Sparta, avete sempre comandato voi...". A quel punto i Perieci, in imbarazzo, tornano indietro. "Forse hai ragione". Gli viene qualche dubbio. Ma solo lungo il tragitto che li porta dalle abitazioni degli Iloti fino a quelle degli Spartiati. Lì. Davanti alle lussuriose residenze dei potentati, i Perieci ritornano ad essere fedeli, quasi si trattasse di un riflesso condizionato. Tipo i cani di Pavlov. Quelli che, dopo aver associato mentalmente il campanello alla carne, loro, al suono del campanello, prendevano a sbavare. In questo caso i Perieci appena vedono quelle residenze, i volti dei loro padroni, non possono fare che rimettersi seduti, lingua di fuori, testa di lato, scodinzolando delicatamente.
E pensare che, da decenni, si tratta sempre degli stessi scienziati della politica che hanno saputo confezionare sconfitte su sconfitte, umiliazioni su umiliazioni. Perchè il paragone è calzante ma fino ad un certo punto. Gli Spartiati, a Sparta, erano davvero delle macchine da guerra. Agli Iloti li massacravano. In questo caso, invece, gli Iloti hanno sempre perso perchè divisi. Perchè alla fine i Perieci sono quelli che stanno dalla parte del padrone. A loro basta stare seduti davanti casa con la speranza di entrare nel giro che conta. Adesso sembra che gli interessa anche CHI comanda. Ma alla fine no. Tu prova a vincere un congresso. Dimostra che sei unito. E poi vediamo come si comportanto i Perieci. Cos'ha prodotto questa sconfitta elettorale è sotto gli occhi di tutti. NIENTE. Dovremmo in realtà porci un'altra domanda: cosa vorremmo che producesse questa sconfitta elettorale? http://latinariformista.splinder.com/

Non si butta via niente
di Marco Travaglio

Molti lettori dell’Unità, sconcertati dalle telefonate di alcuni politici con alcuni furbetti del quartierino, sperano che Veltroni riparta dalla questione morale. Cioè porti Enrico Berlinguer nel pantheon del Pd, attualmente popolato dalla buonanima di Craxi. Torino, la città scelta da Uòlter per l’annuncio della sua candidatura, potrebbe ispirarlo: la prima Tangentopoli dell’èra moderna esplose proprio lì, grazie al sindaco comunista Diego Novelli. Nel 1983 un imprenditore gli confidò che alcuni assessori intascavano mazzette. Lui, anziché far finta di non sentire, lo accompagnò in Procura a sporgere denuncia. Così il vicesindaco socialista e alcuni assessori finirono in galera o sotto inchiesta. Il caso Zampini, dal nome del faccendiere che dirigeva il traffico della tangenti, segnò la fine della giunta rossa. Non perché qualcuno rubava, ma perché il sindaco aveva osato denunciare i ladri. Dunque era divenuto«inaffidabile». Craxi giurò di fargliela pagare e Giuliano Amato, inviato a commissariare il Garofano, lo rimproverò per non aver «risolto politicamente la faccenda». Oggi non c’è nemmeno bisogno di risolvere politicamente. Nel 1993, quand’ era un semplice consigliere comunale, Lorenzo Cesa fu arrestato per le mazzette incassate per il ministro Prandini. Ne confessò una dozzina (il verbale iniziava così: «Intendo svuotare il sacco», manco fosse Pietro Gambadilegno). Fu condannato a 3 anni (Prandini a 6) in primo grado. Poi il solito cavillo mandò il processo a farsi benedire. Cesa intanto era divenuto deputato. Ora è segretario dell’Udc. L’altro giorno, indagato nell’inchiesta di Catanzaro, ha dichiarato: «Io non c’entro, ho le mani pulite». Ma anche se le avesse ancora sporche, cambierebbe qualcosa? A giorni, il 4 luglio, Cesare Previti compirà 14 mesi da deputato abusivo: il 4 maggio 2006 la Cassazione l’ha condannato a 6 anni per corruzione giudiziaria e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Ma in Parlamento le sentenze della Cassazione non valgono: la giunta per le elezioni è ancora lì che discute se cacciarlo o meno. Il 9 aprile forse voterà la decadenza, poi la cosa passerà all’aula e si andrà all’autunno. Ma qualcuno già subordina la cacciata dell’abusivo al suo reintegro quando - tra un paio d’anni - finirà il «servizio sociale» in una comunità di tossicodipendenti. Pare che, nel dizionario del Parlamento, l’aggettivo «rpetuo» significhi temporaneo, provvisorio, trattabile. Ieri, bontà sua, il presidente Bertinotti ha escluso la possibilità del reintegro: o Previti viene cacciato, o resta al suo posto. E il fatto che, in barba a una sentenza irrevocabile, si ipotizzi la permanenza dell’interdetto la dice lunga sul rispetto che il Parlamento riserva alle sentenze della magistratura. In un paese serio, la Cassazione avrebbe già sollevato un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato contro la Camera che ignora una sentenza definitiva. Ieri il caso Previti, come quelli degli altri 24 pregiudicati felicemente assisi tra Camera e Senato, è approdato al Parlamento europeo grazie a un comico, Beppe Grillo. Intanto l’esempio dall’alto fa scuola negli enti locali. Ad Asti è stato appena rieletto sindaco Giorgio Galvagno, arrestato nel ‘94 per lo scandalo della discarica di Vallemanina-Valleandona (smaltimento fuorilegge di rifiuti tossici in cambio di tangenti): nel ‘96 patteggiò 6 mesi e 26 giorni per inquinamento delle falde acquifere, abuso e omissione di atti ufficio, falso ideologico, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia. Nel 2001 Forza Italia lo fece eleggere deputato. Ora torna sindaco. E nel nuovo consiglio comunale è in ottima compagnia. Secondo Alberto Pasta, vicesindaco uscente dell’Ulivo, altri due consiglieri, ovviamente di Forzitalia, hanno precedenti penali. Il primo è Vincenzo Sangiovanni, napoletano, condannato definitivamente a 4 anni e 4 mesi nel ‘79 per concorso in rapina continuata, detenzione illegale di armi e munizioni, porto illegale di armi; non contento, nel ‘93 s’è beccato altri 2 anni e 3 mesi definitivi per violazione della legge sulla droga; poi ha ottenuto la riabilitazione. Il secondo è Gino Trifone: nel ‘95 ha patteggiato 40 giorni per gioco d’azzardo e nel 2000 altri 11 mesi per tolleranza abituale della prostituzione nel suo locale; ora è imputato per usura. Un inquinatore, un rapinatore e un biscazziere in consiglio comunale. Poi dicono che non c’è selezione delle classi dirigenti. www.unita.it

 


Domande al nuovo leader
Giovanni Sartori, Corriere della Sera,
È proprio vero che la paura fa novanta. Il governo Prodi sbanda e inciampa ogni giorno; i sondaggi sono infausti; e in Senato è come se non esistesse, non riesce a legiferare. L'Ulivo ha ragione di essere spaventato. E così d'un tratto si è svegliato. Ha capito che il balletto dei cavalli (o ronzini) di razza che da vent'anni si bloccano l'un l'altro — la somma di impotenze dalle quali è emerso Prodi — deve finire. Pena una pessima partenza il nuovo partito, il Pd, non può nascere senza un nuovo leader che sia davvero tale. Prodi ha escogitato un partito per rinforzarsi in sella. Paradossalmente ha costruito una macchina che lo disarciona. E così, d'un tratto, Veltroni è diventato il candidato di tutti. Quantomeno a parole. Ma facciamo come se l'ultima parola sia stata detta.
Veltroni vola nei sondaggi ed ha fatto bene come sindaco di Roma. Pertanto sta negoziando da posizioni di forza e chiede sin d'ora il sostegno dei suoi sulle riforme elettorali e istituzionali che ha in mente. Ma, appunto, cosa ha in mente? È bene chiederselo subito visto che in passato (quando Veltroni era segretario dei Ds e non fece bene) sbagliò, per esempio, sul sistema elettorale. Il problema è che in media gli attribuiscono idee contraddittorie. Leggo che Veltroni intende proporsi come «sindaco d'Italia» (è lo slogan di Mario Segni), ma leggo altrove che è per il sistema semipresidenziale francese. Sono due formule diversissime. La prima è caratterizzata dalla elezione popolare diretta del capo del governo, la seconda dalla elezione diretta del capo dello Stato. Non posso credere che Veltroni le confonda. Forse le confondono i giornalisti. L'altro giorno sentivo su una televisione «ammiraglia» che lo scarto tra voti e seggi era dovuto, nelle elezioni francesi, al premio di maggioranza. Ma la Francia non ha premio di maggioranza. Del pari ogni tanto leggo che dal referendum Guzzetta sul sistema elettorale nascerebbe un sistema bipartitico. Assolutamente no (anche se sono per il referendum, non lo vendo raccontando balle). Non è detto, allora, che chi fa confusione sia Veltroni. Però un sospettuccio, e nemmeno tanto piccolo, lo covo. L'elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l'intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso. Ma in Italia l'idea piace. Piacque a D'Alema (per sé) ai tempi della Bicamerale, sotto sotto piace (per sé) a Prodi, e piace anche da tempo (per sé) a Veltroni. Che l'esperimento sia fallito nell'unico Paese che l'ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del «sindaco d'Italia » sia ingannevole e impraticabile. Non so se Veltroni abbia davvero detto che lui non si impelagherà in «astruse discussioni sulle riforme», perché gli basta sapere che «premierato significa un governo che può decidere». Ma proprio no. Le strutture di governo che danno governabilità sono parecchie: presidenzialismo, semi-presidenzialismo, premierato inglese, cancellierato tedesco. Pertanto chi non distingue pasticcia. E non vorrei che Veltroni ci introduca in una notte hegeliana nella quale tutte le vacche sono nere, e cioè sembrano uguali.


La lotta all'evasione aiuta a far ricco il fisco
Geremia Palomba
La lotta all'evasione aiuta a far ricco il fisco

L’interpretazione dei risultati eccezionalmente positivi fatti registrare dalle entrate tributarie nel 2006 è molto controversa. Non ne sono interamente chiare né le cause né il carattere strutturale o meno. Tra le cause vi sono certamente la crescita dell’economia e il successo di alcune misure introdotte da questo governo e da quello precedente. Non è invece chiaro se l’incremento di gettito segnali anche una maggiore propensione dei contribuenti a pagare le imposte, e cioè se la lotta all’evasione iniziata dal governo Prodi stia già dando frutti visibili e se questi saranno duraturi.

Il gettito Iva nel 2006

Con i dati oggi disponibili, è possibile avanzare qualche risposta guardando all’andamento del gettito Iva cui si deve gran parte delle maggiori entrate registrate nel 2006.
L’Iva è la seconda imposta del nostro sistema tributario e nel 2006 il suo gettito è cresciuto dell’8,8 per cento, con un aumento di 9,3 miliardi rispetto al 2005. L’imposta sugli scambi interni è cresciuta del 7,8 per cento, ben al di sopra dell’andamento dei consumi interni, cui è direttamente riconducile, che sono cresciuti di solo il 4,3 per cento. Cosa ha determinato il differenziale di crescita tra gettito e base imponibile?

Il ruolo limitato della crescita economica e delle manovre tributarie

Dietro la forte crescita del gettito Iva nel 2006 vi sono vari fattori. I più ovvi, il ciclo economico e le manovre tributarie, ne spiegano tuttavia meno del 50 per cento, lasciando un ampio residuo da interpretare (tabella 1).

  • La crescita economica ha contribuito in maniera limitata al forte aumento del gettito Iva nel 2006. Utilizzando un modello econometrico di previsione del gettito Iva che per gli anni 2001-2005 approssima il gettito effettivo con errori di previsione annuali inferiori all’1 per cento, si ricava che dei circa 9,3 miliardi di maggior gettito nel 2006 rispetto al 2005, solo 4,6 miliardi (49 per cento) sarebbero imputabili alla crescita dell’economia. (1)
  • Le manovre tributarie hanno contribuito poco o nulla, e comunque negativamente, alla crescita del gettito Iva nel 2006. La variazione di gettito annuale derivante da questi provvedimenti rispetto al 2005 è stata stimata, in sede di manovra, in circa -0,31 miliardi. I provvedimenti includono le misure della manovra 2006 messa a punto dal governo Berlusconi (-0,26 miliardi), al netto della programmazione fiscale eliminata con il decreto legge 223 di luglio 2006, e le misure varate con quest’ultimo decreto e non legate direttamente alla lotta all’evasione ed elusione (-0,05 miliardi). Questi calcoli non includono 1,5 miliardi di perdita stimata derivante dall’applicazione della sentenza Iva auto nel 2006 sul cui impatto non vi sono ancora riscontri. (2)
  • Tutto ciò lascia non spiegati circa 5 miliardi (il 54 per cento) delle maggiori entrate Iva nel 2006. Di questo residuo fanno parte 0,32 miliardi di entrate stimate da interventi antievasione e antielusione inclusi nel decreto legge 223 di luglio 2006. Il residuo include anche un extra gettito proveniente dal settore delle pubbliche utilità (particolarmente produzione e distribuzione di elettricità) il cui gettito Iva è cresciuto di circa il 30 per cento. Parte di questa crescita è dovuta a un motivo tecnico e cioè al fatto che alcuni dei maggiori contribuenti nel 2005 avevano utilizzato, ed esaurito, i loro crediti nel 2005 riducendo in questo modo il gettito Iva e generando un aumento del tasso di crescita nell’anno successivo. Ipotizzando un tasso di crescita del gettito Iva per il settore elettrico in linea con la crescita della base imponibile, risulta che circa 0,6 miliardi di gettito nel 2006 derivano da fattori tecnici non direttamente collegati alla crescita della base imponibile. Resta ancora da spiegare un ulteriore residuo di circa 4 miliardi (45 per cento della variazione di gettito annuale). Questo include necessariamente un miglioramento della tax compliance, oltre a possibili errori di previsione nella valutazione della manovra finanziaria (che però è di portata limitata) e cambiamenti strutturali nella relazione tra gettito e contesto macroeconomico non catturati dalle relazioni storiche (sebbene questo tipo di cambiamenti siano limitati nel corso di un solo anno).

L’extragettito e il miglioramento della tax compliance

Il miglioramento della tax compliance dell’Iva nel 2006 è confermato da diversi indicatori.

  •  L’esistenza di un extra gettito non dipendente da fattori macroeconomici e manovre è confermato, in primo luogo, da alcuni degli indicatori di adempimento spontaneo utilizzati dall’Agenzia delle Entrate, In particolare, nel 2006 la percentuale di base imponibile Iva dichiarata rispetto alla base Iva teorica stimata è aumentata di circa 3,5 punti rispetto al 2005. Inoltre, anche la differenza tra gettito effettivo e gettito potenziale stimato si è ridotta nel 2006 di circa il 15 per cento rispetto all’anno precedente.. Allo stesso tempo, esercizi condotti utilizzando i modelli di previsione del Dipartimento per le politiche fiscali (ministero dell’Economia e delle finanze) e della Banca d’Italia collocano il maggior gettito non spiegato da fattori macroeconomici o da manovre intorno a 4,1-5,1 miliardi (a parità di manovra) .
  • Il miglioramento del gettito Iva è stato particolarmente marcato in alcuni dei settori considerati a più alto rischio di evasione e in cui si è creata una forte discrepanza tra andamento del gettito e dinamica della base imponibile. Un esempio sono i settori delle costruzioni e dei servizi immobiliari, dove il gettito è cresciuto su base annua tra il 13 e il 15 per cento a fronte di una crescita degli investimenti per costruzioni del 5,2 per cento (Fonte Istat). La discrepanza, unita ai numerosi interventi in chiave antievasione implementati in questi settori nel corso dell’anno, fa presupporre una forte emersione di base imponibile con conseguente miglioramento della tax compliance. Un altro esempio è quello del commercio, sia al dettaglio sia all’ingrosso. Nel 2006 il settore ha fatto registrare tassi di crescita del gettito Iva tra il 7 e il 9 per cento, ben al di sopra dei consumi finali (4,3 per cento). (3)
  • Nel 2006, non vi sono stati fattori una tantum che hanno incrementato il tasso di crescita del gettito Iva. Non sono stati segnalati pagamenti eccezionali da parte di grandi contribuenti; le compensazioni Iva sono cresciute in linea con il gettito lordo che, dunque, non risulta essere artificialmente gonfiato rispetto al gettito netto; il numero delle partite Iva versanti non è cambiato significativamente. A questo si aggiunge che i contribuenti soggetti all’aggiornamento degli studi di settore non hanno registrato significativi aumenti nei pagamenti Iva (il tasso di crescita annuale del gettito proveniente da questa categoria di contribuenti è stato di circa il 5 per cento, inferiore al tasso di crescita del gettito Iva complessivo). Infine, né i contribuenti soggetti al cambio di tempistica dei versamenti Iva nel corso del 2005 né coloro che hanno aderito al concordato fiscale (il loro gettito Iva è cresciuto solo del 2 per cento) hanno registrato tassi di crescita del gettito Iva particolarmente elevati. (4)
  • Nel 2006 l’Iva è stata oggetto di importanti iniziative di accertamento e controllo che possono aver contribuito a influenzare il comportamento dei contribuenti. Dai dati resi noti dal governo in sede di audizione in Parlamento, risulta che nel 2006, sono stati eseguiti circa il 10 per cento in più di accertamenti e controlli, rispetto all’anno precedente, su contribuenti che vantavano complessivamente crediti Iva per 7,3 miliardi ed è stata accertata un’evasione Iva per 2,1 miliardi, il 33 per cento in più rispetto al 2005. Allo stesso tempo sono stati dati all’Agenzia delle dogane maggiori poteri per contrastare il fenomeno della sottofatturazione con un presumibile effetto di deterrenza che ha condotto a forti aumenti del valore medio di numerosi beni importati, particolarmente nel settore dell’abbigliamento.

La strutturalità del miglioramento di gettito

Sulla base delle informazioni disponibili, non è comunque possibile concludere che il miglioramento della tax compliance per l’Iva registrato nel 2006 sia un fenomeno strutturale e duraturo. Nel 2006 si è creato uno scalino nel livello del gettito Iva e i tassi di crescita sostenuti registrati nel primo trimestre del 2007 (pari al 6,4 per cento per l’Iva sugli scambi interni) segnalano che il fenomeno continua. Tuttavia, non vi sono informazioni per analizzare la reazione dei contribuenti ai mutamenti economici, istituzionali, legislativi e della strategia di accertamento realizzati nel corso dell’ultimo anno per capire se il miglioramento delle entrate sarà duraturo. L’esperienza dimostra che i miglioramenti nel comportamento dei contribuenti possono avere durata limitata. Ad esempio, alla fine degli anni Novanta si era registrato un miglioramento nell’adempimento come risultato dei forti interventi di contrasto all’evasione dell’amministrazione. Tuttavia, quel miglioramento si è dimostrato temporaneo e una volta interrotta l’azione di miglioramento nei primi anni del 2000, gli indicatori di evasione (ad esempio, la differenza tra base dichiarata e potenziale) sono peggiorati, annullando i progressi fatti in precedenza.
Solo un impegno costante potrà garantire che i mutamenti recenti siano duraturi. Se ciò non si verificasse, aumenti di spesa finanziati dalle maggiori entrate di oggi potrebbero condurre a maggiori deficit futuri.


(1)
Il gettito stimato è ottenuto utilizzando serie trimestrali per il periodo 2001-2005, regredendo il gettito Iva rispetto ai consumi interni e usando dummies trimestrali per catturare gli effetti di stagionalità.
(2) La stima delle entrate della manovra di bilancio è basata sulle valutazioni contenute nelle relazioni tecniche di accompagnamento ai provvedimenti, aggiustate, laddove disponibile, per il gettito effettivo.
(3) I dati di contabilità nazionale per settore di attività non sono ancora disponibili e non è possibile effettuare un’analisi più dettagliata dell’andamento del gettito Iva per settore rispetto alle rispettive basi imponibili.
(4) Dati tratti da elaborazioni del dipartimento per le Politiche fiscali.http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=2791


Il partito di Beppe Grillo, da virtuale a reale

Questa volta Grillo sembra intenzionato a scendere veramente in campo, in squadra con Travaglio, Fo, Beha, Pardi e Flores d'Arcais. La ricetta: massiccio uso di Internet e sempre più numerosi tour dell'ex comico.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - ]

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il caso Unipol: le intercettazioni da cui emerge che Fassino e D'Alema (ma anche Veltroni e poi Calderoli, Gianni Letta, Berlusconi) erano d'accordo nello spartirsi la finanza e le banche italiane, alle spalle del mercato e dei piccoli risparmiatori, in barba a leggi e moralità politica.

La solidarietà intercorsa tra Berlusconi e D'Alema, la comune volontà di sopire, minimizzare, negare, difendere a spada tratta una presunta privacy, attaccare la magistratura e la stampa, da destra e sinistra, tentare di imbavagliare tutto con una legge contro la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche legali hanno fatto il resto.

Beppe Grillo rompe gli indugi e le remore che finora gli avevano fatto dire di no a un impegno politico attivo. Per prima cosa Grillo firma un appello e delle petizioni insieme a una squadra di primo piano dell'antipolitica italiana: il nemico di Craxi e di Berlusconi Elio Veltri; il notissimo scrittore e giornalista Marco Travaglio, oggi inviso più al centrosinistra che a Berlusconi stesso; il premio Nobel Dario Fo, un padre della sinistra italiana; lo scrittore Oliviero Beha; il capo dei girotondi Pardi.

Nell'appello si dice di non credere al partito democratico, perché debole e lontano dalla questione morale, e di non credere nemmeno alla nuova "Cosa rossa" di Bertinotti, troppo vecchia ideologicamente, in cui non si fanno particolari proclami laicisti per non allontanare i cattolici più sensibili alla moralità pubblica.

L'appello è corredato da alcune petizioni per chiedere al parlamento misure draconiane in fatto di riduzione dei costi dei politici, di tutela dell'ambiente e della salute, di risoluzione del conflitto di interessi.

Il tutto è on line sul sito Repubblica dei cittadini, dove si raccolgono firme e adesioni per quella che è la prima tappa di un cammino che, in caso di elezioni (che si prevedono addirittura nel 2008), dovrebbe portare, anche nei progetti del teorico della politica Paolo Flores d'Arcais, direttore della rivista Micromega, a una lista civica nazionale.

Questa lista, che potrebbe essere anche fuori e contro il centrosinistra, potrebbe ambire a un consenso oltre il 5%, che potrebbe addirittura sfiorare il 10% e influire, se si votasse con l'attuale sistema proporzionale, non poco sulla vita politica nazionale; anche con il maggioritario, potrebbe condizionare pesantemente il centrosinistra a guida veltroniana.

Alla mancanza di una rete strutturata e organizzata sul territorio e di mezzi finanziari consistenti, si sopperirebbe con l'uso massiccio di Internet (anche quello mobile dei telefonini), costringendo oltretutto destra e sinistra a impegnarsi di più in Rete.

Ci sarebbero inoltre sempre più tour di Beppe Grillo, volti a galvanizzare i suoi ormai sempre più numerosi e capillari Meetup, ossia i gruppi di base, collegati in Internet.


martiri del management

Si chiama Catania, risolve i problemi

Ora io mi rendo conto che un Paese dove bastano 200 pendolari in una stazione a bloccare tutta la circolazione ferroviaria è una vergogna.
E non è certo colpa di Trenitalia o delle Ferrovie: è colpa dei pendolari, quei perfidi, che profittando di una intrinseca debolezza del tracciato ferroviario organizzano i loro maledetti scioperi fiscali. Che non sono belli, perché vengono fatti davanti a tutti, creando molto disagio.
Diciamola tutta, gli scioperi fiscali non sono roba da pezzenti, ma da professionisti, che sanno farli di nascosto, dal commercialista, senza disturbare giornalisti e tv.

Del resto è anche vero che a 'sti poveracci hanno aumentato il biglietto da 15 euro a 60. Se non sbaglio è un aumento del 400%. Io comunque una soluzione ai loro problemi ce l’ho. Non so come. Di solito non trovo le soluzioni ai problemi, ma stamattina è diverso.

La mia soluzione ha di buono che è rapida e quasi indolore. Consiste in questo: una pattuglia di finanzieri, o carabinieri, o poliziotti (ma vanno bene anche i vigili del fuoco) va da Elio Catania e gli chiede 5 milioni di Euro. Lui cinque da darci ce ne ha di sicuro: quando era amministratore delegato di Trenitalia ne prendeva due all’anno di stipendio; anche se li avesse spesi tutti (e non si capisce come) l’anno scorso licenziandosi dovrebbe averne pigliati cinque di liquidazione. I casi sono due: o ha un pozzo in giardino e passa il tempo a buttarci le mazzette da cinquanta, oppure dovrebbe averne parecchi da parte. Magari investiti. Beh, li disinvestiamo. Siamo lo Stato sovrano, dopotutto.

Io poi non sono un ignorante, sapete, mi rendo conto che per fare una cosa del genere ci vuole un habeas corpus. Però secondo me non è difficile trovarne uno: le zecche e i pidocchi sui vagoni ci sono ancora o no? le linee sono aumentate o diminuite? Ed esiste o no in Trenitalia un buco da un miliardo e settecento milioni di Euro? Sì? Chi avevano chiamato a risanare? Elio Catania? Ha risanato? No? E si è pigliato pure la liquidazione? E vabbè, noi gliela chiediamo indietro. Secondo me non fa una grinza.
...anziché puntare al risanamento e al contenimento degli sprechi, ha fatto letteralmente esplodere i costi operativi, con una proliferazione dell’apparato dirigente e un incremento delle spese per appalti e forniture pari al 22 per cento. A causa della carenza di materiale rotabile e di personale è diminuito il numero di treni, sbagliando clamorosamente la programmazione degli orari offerti al pubblico. A una domanda crescente di servizi adeguati si è risposto con il raddoppio degli spot pubblicitari e una qualità largamente approssimativa. Tutto questo evidenzia il fallimento delle politiche aziendali. (Franco Nasso, Filt, via wikipedia).

Dovrebbe anzi ringraziare che non gli facciamo fare neanche una mezza giornata di galera. Ci mancherebbe: non ha fatto mica niente di male, a parte contribuire allo sfascio ferroviario italiano, che non è un reato in sé.
E siccome già sento qualcuno commuoversi per il povero ex consigliere d’amministrazione sul lastrico, un altro martire del management, vi rassicuro: no, sul lastrico per ora non ci va, considerato che attualmente è

- Membro del Consiglio di Gestione di Banca Intesa-San Paolo.
- Vice Presidente Assonime,
- membro di giunta Confindustria
- Vice Presidente del Consiglio per le Relazioni Italia Stati Uniti.
- Dal 26 aprile 2007, presidente dell'Azienda Trasporti di Milano su proposta del sindaco di Milano Letizia Moratti. E si capisce, uno così bravo a sfasciare le ferrovie vuoi che la Moratti se lo lasci sfuggire?

Ho fatto un rapido conto. Cinque milioni di euro divisi per i duecento pendolari che hanno bloccato i treni ieri fanno 25.000 € a testa, una media vincita ad Affari Tuoi. I pendolari pidocchiosi potrebbero comprarci una macchina a metano o GPL per andare a lavorare a nord e non rompere più le scatole alle ferrovie, che così potranno concentrarsi sulla loro mission: far viaggiare i businessmen in pendolino. Oppure possono investirli in qualcosa, diventare professionisti, dopodiché gli scioperi fiscali li faranno come tutti gli altri, privatamente e senza dirlo in giro. E saremo tutti contenti. Persino Catania, secondo me.

Sono convinto che lui quei cinque milioni di euro non li ha nemmeno toccati. Probabilmente gli fa schifo solo pensarci. Ma come, un professionista come lui sfascia le ferrovie e si fa dare una montagna di soldi in liquidazione? No, nessuno riuscirebbe a intascarli a cuor leggero. Allora forse non servono i carabinieri, basta un appello accorato: Catania, risolvi un problema, per una volta nella tua vita. Dai, smolla il grano. Lo sappiamo che ti vergogni. E non c’è niente di male. È anzi una cosa che ti fa onore. Smolla, su. È l’Italia che te lo chiede.http://leonardo.blogspot.com/

Liaisons dangereuses.
Collegare liste e segretario: una relazione molto pericolosa

Il presupposto che l'unico sistema per eleggere il segretario sia quello di collegarlo a delle liste, è per molti cittadini ansiosi di votare il prossimo16 ottobre assolutamente inaccettabile.


Le due elezioni dovrebbero essere invece totalmente scollegate, si dovrebbe cioè votare su due schede separate e questo per una serie di ottime ragioni così evidenti che è persino inutile esplicitarle.

 
Ogni candidato segretario elabori il suo programma e  presenti, con un  numero stabilito di firme, la sua candidatura sul modello di quanto fu fatto per i candidati alla primaria del 2005. Questo mi sembra un ottima legittimazione dal basso che non può che accrescere l'appeal verso i cittadini.

 
Contemporaneamente per l'elezione dei delegati alla Costituente si formino sui territori liste plurali e trasversali alle appartenenze basate esclusivamente sulle proposte e  sui programmi, completamente libere da qualsiasi apparentamento, anzi nessun apparentamento dovrebbe essere possibile.


 Il progetto del partito democratico si muove in una cornice piuttosto chiare e definita di valori, si  tratta solo di giocare all'interno di questa cornice valorizzando questo o quell'aspetto, ed è proprio su questo che i cittadini devono essere chiamati a pronunciarsi, non certo sui massimi sistemi già ampiamente assodati.

 
Mi spiego: le varie liste devono farsi carico di portare avanti  idee e  proposte precise  che possono anche riguardare singole questioni fondamentali, come ad es. la laicità del partito, oppure la democrazia interna, la questione di genere, le tematiche liberal, i problemi dei "lavori", le tematiche ambientali ecc....Solo così intorno a queste liste si potranno raccogliere  sostenitori indipendentemente dalle appartenenze pregresse, solo così il cittadino potrà scegliere i contenuti che predilige.

 
Viceversa, con l'apparentamento ad un candidato leader, il cittadino si troverebbe a dover abbracciare non solo le proposte della lista, ma l'intero programma del candidato collegato. Ecco che le liste non verrebbero più ad essere concepite come ventaglio di proposte e di contenuti, ma soprattutto come sostegno alle "personalità" dei candidati, riemergerebbero le tanto temute appartenenze, fatalmente ci troveremmo sul groppone liste se non di partito, di correnti e di sottocorrenti.

Annamaria Abbate

 

http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2661


E.R.
Rowena
Pronto Soccorso. Nella sala d’aspetto tre o quattro persone. Pazienti poco gravi che attendono di essere medicati, o parenti nervosi che scrutano la porta chiusa, cercando di decifrare le ombre che si vedono muovere dietro i vetri bianchi. Sanitari dal passo svelto escono talvolta, per sparire subito dietro un’altra porta. Portantini spingono barelle con professionale indifferenza. Bocconi di vita, come illuminati per un attimo dai fari di una macchina che passa. L’espressione irritata della donna che spinge la carrozzina della vecchia. L’uomo che esorcizza la paura parlando a voce troppo alta. Il fannullone che lamenta un problema inesistente.
E tre giovani, fra i 25 e i 30, in piedi, vicini alla porta a vetri bianca e chiusa, che discutono animatamente tra loro. La donna inveisce contro uno dei due, quello più basso, in canottiera, dalla quale escono due bicipiti scolpiti e tatuati. Lui si difende, tenta di giustificarsi. Si strappa di dosso le colpe, si allontana e si riavvicina a grandi passi nervosi, come se volesse divincolarsi, fuggire e fosse trattenuto lì da qualcosa di invisibile. E’ trattenuto dalla donna che è di là dalla porta di vetro bianco, dal suo ematoma in testa e dalla sua mascella fratturata. La donna che ha la colpa di tutto, ripete ai due, è lei che l’ha provocato, è lei che non la smette mai, è lei che l’ha colpito per prima, lui ha tentato di fermarla, ha tentato di calmarla, ma lei non voleva sentire ragioni, e lui cosa poteva fare, non è colpa sua se non ci ha visto più, e poi lo sa che non doveva metterle le mani addosso, gli dispiace, gli dispiace tanto, ha anche pianto, sapete? Ma cosa poteva fare, continua a ripetere, non è colpa mia continua a dire, alla donna che lo accusa e all’altro uomo che vorrebbe tornare a Bologna, chi gliel’ha fatto fare a trovarsi in quel casino?
Poi sono trascinata via, in un altro reparto, e non so come è andata a finire. Spero che lei l’abbia denunciato e che lui adesso sia in prigione; che lei gli stia lontano per sempre e che trovi un altro giovane ammodo con cui rifarsi una vita. Ma temo invece che lei l’abbia perdonato, che abbia creduto alle sue lacrime e sia tornata a casa con lui, ad aspettare le prossime botte, perché ci sono donne così, che non imparano mai. E ci sono uomini così, che hanno solo i pugni per sentirsi vivi.http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Proposta a Veltroni
di Paola Gaiotti de Biase

Dunque sembra che ci siamo.  la candidatura di Veltroni appare avere più segni positivi:  una condivisione larga nei vertici che esclude competizioni esasperata e rinascita di personalismi, una soddisfazione diffusa nel paese, che si esprime anche con i sondaggi, la  previsione ragionevole di un partito aperto,  che sa dar voce alle sue mille facce, senza arroccamenti,  un' apertura verso il domani che ci risparmia timori per il futuro. Avevo scritto che avrei preferito un mandato più per un coordinatore organizzativo che per il leader del futuro, per non indebolire Prodi, ma questa è una candidatura che lo rafforza.


E tuttavia non mancano timori, da ultimi Pasquino sull' Unità e Bodrato su Europa,  che vanno raccolti:  una candidatura così forte, praticamente garantita,  può rischiare, quasi come se così tutto fosse deciso,  di ridurre le spinte, le ragioni della partecipazione diffusa, di cui il PD ha bisogno come del pane? La concentrazione dell'attenzione sul leader può trascinare  la caduta d'interesse sull'elezione dei membri della Costituente, sulle loro opzioni e, in sostanza sulla qualità della nuova classe dirigente, riducendo il tutto a un vecchio procedimento paraburocratico?  Può avere interesse Veltroni a non avvertire umori diffusi che temono nella situazione data, una sorta di omologazione generale, in cui si rivelano inutili le nuove spinte dal basso, e l'iniziativa dei cittadini ?


E' per questo che vorrei rivolgere una richiesta a Veltroni.  Il Comitato dei 45 non ha deciso ancora definitivamente le regole della consultazione.  Fra queste, l'ho già scritto più volte, una mi pare capitale: tenere separati il voto per il segretario e il voto per le liste, eludere sia il collegamento obbligatorio con un'unica lista e il suo candidato leader, sia il possibile collegamento del leader con più liste,  prevedere insomma l'ipotesi di un voto disgiunto  che lasci in piedi la libertà della formazione delle liste, il desiderio di articolare il progetto PD secondo varie sensibilità, eventualmente predisponendo due schede separate. Questo non pregiudicherebbe il risultato finale,  e Veltroni stesso potrebbe farsene carico di proporlo nel Comitato dei 45.  I tifosi della "novità" del partito democratico, gliene sarebbero grati.

 

Dicevo: il Pd ha bisogno di nascere con una partecipazione alta. Esso deve accreditarsi come lo strumento principe di una riforma del sistema politico, di un superamento della transizione, di una modifica radicale dei sistemi di selezione della classe politica, troppo segnati dalle cooptazioni oligarchiche, che non feriscono solo la società civile, feriscono anche i migliori già impegnati nei partiti,  i più liberi e che hanno idee più chiare e non  omologabili.


C'è una volontà collettiva, generale di dare forza a queste esigenze; ma il suo esito è legato a due passaggi, la qualità delle regole proposte, l'attivazione delle responsabilità personali; l'una e l'altra stanno insieme, insieme cadono, insieme si rafforzano.


Tutte le provvisorie e forse provocatorie riflessioni che seguono nascono da questo.

 
Per quanto ci riguarda come donne stiamo in più forme e in più siti attivandoci per questo, consapevoli come siamo, ( mi si lasci la civetteria di un rimando alle mie ricostruzioni storiche del rapporto donne-voto) che le donne hanno segnato la storia della Repubblica fin dagli inizi, con il loro impegno antiastensionista, determinandone gli equilibri, premiando i partiti che sono stati più attenti alla novità della loro presenza, rovesciando negli anni Settanta gli equilibri consolidati  e, purtroppo, lasciandosi catturare nel 1994, da una diseducazione televisiva  generale,  favorita anche da una lunga pratica antiistituzionale.


La novità oggi dell'appello alle donne,  in particolare a quello a cui mi sento più vicina, prima firmataria Tina Anselmi, è il nesso forte fra la domanda generale, che va aldilà dei generi, di un rinnovamento della politica, e la rilevanza che in essa assume la determinazione delle donne ad esserci, in sé stessa e come simbolo, segno, di una svolta vera di una  discontinuità. La cancellazione dell'ipoteca oligarchica, cooptativa, autoreferenziale sulla politica italiana  è,  assai più di una generica battaglia a favore delle donne, insieme la condizione e la conferma di un pieno accesso alla cittadinanza, degli uomini e delle donne, finalmente alla pari.


Ma anche per le donne la questione delle regole è ora la questione chiave. Ovviamente siamo state tutte irritate da interpretazioni di stampa che davano in movimento un'ipotesi di liste di sole donne, e non solo perché le liste di sole donne non sarebbero che l'alibi a liste di soli uomini. Ancora di più perché sappiamo di poter rappresentare donne e uomini.


Ma la questione resta aperta a due livelli significativi,  quello delle candidature nelle liste e quello della linea politica che le identifica.


Il primo è l'insufficienza di una generica alternanza uomo-donna; in collegi piccoli, come quelli previsti, saranno probabilmente eletti quasi solo i primi delle liste. E se fossero tutti uomini?
C'è una via d'uscita: farci promotrici di una (o al limite più) lista, ovviamente trasversali, ovviamente con alternanza uomini donne,  ma con almeno la metà delle donne capolista nei singoli collegi di ogni regione, ( e con ampia partecipazione di giovani).

 
Evidentemente un tale tipo di lista, con i suoi collegamenti regionali e nazionali può e deve esprimere non solo le priorità femminili nell'agenda politica ma quei saperi delle donne maturati sui temi chiave della politica contemporanea che non sono alternativi alla cultura politica maschile ma sono in grado di integrarla, dal modo di concepire la laicità ( che non più che mediazione di opposti principi ideologici è concretezza e efficacia delle ricadute sulle persone dell'azione politica)  alla globalizzazione ( dove la battaglia internazionale delle donne ha dato forza al principio riequilibrante dell' autonomia del governo del territorio),  dalle biotecnologie ( dove la critica etica agli eccessi di pervasività tecnologica non può essere unidirezionale) e, ovviamente, dal welfare al lavoro, dalle politiche scolastiche ai sostegni alle famiglie.


Certo dire ora queste cose può sembrare velleitario e prematuro. Ma esse saranno possibili e si articoleranno secondo le regole che  verranno approvate. Se ogni lista dovesse avere un suo candidato esclusivo,  una tale iniziativa non potrebbe che assumere, almeno come bandiera, un candidato donna, magari come simbolo di una pressione dal basso  sul futuro segretario per un vice segretario donna.

 

                                           Paola Gaiotti de Biase

http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2660

 


Sondaggi informati per il Partito democratico

Giancarlo Bosetti


Il testo che segue è la terza di cinque lettere scritte e lette dal direttore di Reset e Caffè Europa a FahrenheitFahrenheit, trasmissione di Radio 3 Rai, dal 28 maggio al 1 giugno scorsi.

Leggi la prima lettera:
Lo spin dei politici fuori tema

Leggi la seconda lettera:
Guolo, Allievi, Campanini e le
sorprese dell’islam giudiziario

Cari ascoltatori di Fahrenheit,
oggi volevo scrivervi su un argomento filosofico, ma rimando a domani, non riesco a distrarmi dall’immane discussione che sta travolgendo il futuro Partito democratico, e, insieme, un po’ tutto il sistema politico.
E poi mi è venuta una piccolissima idea.
Dalle interviste di Prodi e di Tremonti sul la Repubblica, si capisce bene una cosa, che i problemi delle coalizioni di governo italiane vengono dopo le elezioni. In campagna elettorale danno il loro meglio, poi però si dividono perché vincere e governare non sono la stessa cosa. Questione di leadership?

È venuto a Roma per parlare di leadership un’autorità della cultura di impresa, Sir Adrian Cadbury, presentava il suo libro sulla Corporate governance, sulle regole e i principi per governare bene un’azienda, pubblicato dalla casa editrice della Luiss (Lup). Ho partecipato alla discussione con lui e a un certo punto quest’uomo che ha guidato enormi imprese e la Banca d’Inghilterra, ha spiegato con una grande semplicità che su una barca in mezzo al mare “nessuno affiderebbe mai il timone a un comitato”. C’era anche Luca di Montezemolo, che è il presidente della Luiss, oltre che di Confidustria, e tutti hanno pensato alla politica italiana.
Destra e sinistra si somigliano: c’è il “grande timoniere” in campagna elettorale, ma dopo viene fuori il comitato che litiga intorno al timone, mentre sottocoperta c’è l’opposizione che minaccia l’ammutinamento. Che poi la storia del Partito democratico cominci da un comitato che sembra pensato per litigare, non fa bene sperare.

La cosa sgradevole dei litiganti è che inevitabilmente sono presi dal litigio e si disinteressano della nave. O così comunque sembra. Anche perché brillanti inchieste ci spiegano che ci costano molto. Insomma tendono a diventare antipatici a tutti i passeggeri, cioè tutti noi, che avremmo anche la nostra opinione da dire sulla rotta.

Allora mi è venuta in mente una proposta che per ora riguarda il Partito democratico, ma potrebbe domani riguardare anche gli altri: se c’è da scegliere un leader, perché non ascoltare l’opinione dei cittadini che quel leader si propone di rappresentare? Ci sono certamente da fare le primarie, ma prima delle primarie si può utilizzare uno strumento innovativo che sono i “sondaggi informati”. Si tratta di un metodo inventato da un americano, James Fishkin. Non ho qui il tempo di spiegarvi per bene come funziona, ma l’essenziale è che il metodo mette i politici di fronte a un campione di gente reale, estratta a sorte, di cittadini comuni di tutte le categorie sociali, e non gruppi selezionati di militanti o di professionisti che vivono di politica, come accade nei congressi e nelle convention
(e poi qui su Caffè Europa http://www.caffeeuropa.it/archivi/democrazia/index.html trovate tutto quello che serve, Ndr).
Questa tecnica l’abbiamo sperimentata poco tempo fa nel Lazio per discutere delle scelte della Regione sulla spesa sanitaria e i trasporti, portando gente normale a discutere negli uffici del potere.
L’uso dei sondaggi informati realizza un incontro con i veri potenziali elettori, per i leader politici che litigano al timone, mentre la barca affronta il mare aperto. Guardate, è una specie di terapia psicologica, che spinge i politici a ricordarsi che prima viene la barca, poi vengono loro. Una inversione di priorità che qualche volta sembra impossibile da realizzare. Ma se non la fanno, saranno perduti. E ne pagheranno le conseguenze.

Con i miei più cari saluti, sinceramente vostro
Giancarlo Bosetti
Direttore di Reset

 

 



 

caffeeuropa.it


La strada in salita di Schwarzenegger -

In gran parte del mondo, il cambiamento climatico è un tema preoccupante. Tranne in California. A un recente raduno di luminari ambientalisti – nella casa di un divo del cinema naturalmente, perché è così che si valuta quanto sono serie le cose a Los Angeles – la nota the dominante era l'autocompiacimento per quanto lo stato ha già realizzato. E forse nessuno è più compiaciuto di Arnold Schwarzenegger. A differenza di Al Gore, candidato presidenziale trasformato in profeta del disastro ambientale, il governatore della California appare allegro quanto parla di cambiamento climatico. E per forza: ci ha costruito sopra la carriera politica.
Anche se California è da tempo uno stato con una consapevolezza ambientale, fino a tempi recenti verde significava preoccuparsi soprattutto di smog e alberi di sequoia. “ Coast of Dreams ”, l'autorevole storia della California contemporanea di Kevin Starr, pubblicata nel 2004, non cita il cambiamento climatico. In quell'anno però, il neoeletto Schwarzenegger fece il primo appello agli stati occidentali perché cercassero alternative ai combustibili fossili. Pian piano iniziò a notare che il suo impegno ad affrontare il cambiamento climatico incontrava meno resistenze, e più consensi di qualunque altra sua politica. Di questi tempi, sembra che non si occupi più d'altro.
La trasformazione di Schwarzenegger da eroe dello schermo a eco-eroe si è compiuta lo scorso anno, quando ha firmato un progetto di legge che impone limiti legalmente applicabili alle emissioni di gas serra: il primo caso in America. La legge, lunga 13 pagine, impegna la California a ridurre le proprie emissioni ai livelli del 1990 entro il 2020. Si tratta di per sé di un obiettivo ambizioso, considerando che la popolazione dello stato è in crescita del 42% nello stesso periodo. Ma Schwarzenegger ha fissato anche altri due obiettivi. Vuole ridurre le emissioni di gas serra ai livelli del 2000 entro il 2010, e tagliarle sino all'80% di quelle del 1990 nel 2050.

Grazie soprattutto alla mancanza di carbone e industria pesante, la California è uno stato relativamente non inquinato. Se fosse una nazione autonoma, sarebbe l'ottava economia mondiale, ma sarebbe sedicesima dal punto di vista dell'inquinamento. Il suo grosso problema sono i trasporti: il che significa soprattutto auto e camion, che pesano per oltre il 40% sulle emissioni di gas serra, contro il 32% degli Usa nel loro insieme. Lo stato vuole scalare verso il basso i limiti alle emissioni dei nuovi veicoli, a partire dal 2009. Schwarzenegger ha anche deciso che, entro il 2020, i carburanti per i motori devono produrre il 10% in meno di anidride carbonica: si esclude così sia nella produzione che nel consumo un semplice passaggio all'etanolo da mais.
Si prevede anche che i californiani del futuro usino elettricità più pulita. Lo stato sostiene l'energia solare, con l'intenzione di avere nel giro di dieci anni un milione di tetti che producono energia. Ha praticamente proibito alle compagnie elettriche di firmare accordi di lungo periodo con centrali a carbone, e si prevede di comprare da fonti più pulite. Nel 2002 Gray Davis, l'allora governatore Democratico, ha firmato una legge che impegnava lo stato a un quinto della propria energia da fonti rinnovabili, escluso nucleare e grandi impianti idroelettrici, entro il 2017. L'anno scorso, con una mossa caratteristicamente spavalda, il traguardo è stato anticipato al 2010.
Schwarzenegger ora gira in jet per tutti gli Stati Uniti e il Canada (controbilanciando le proprie emissioni con acquisti di quote dalle foreste di sequoie), lodando chi si impegna per controllare il riscaldamento globale, e attaccando il governo federale perché non vuole agire. Un messaggio perfettamente adatto sia all'idea dei californiani di essere gli innovatori d'America, sia alla tipica diffidenza dell'Ovest rispetto al big government . E aiuta enormemente il fatto che lui sia un repubblicano: “un repubblicano atipico” per dirla col consigliere Terry Tamminen. Se non lo fosse, sarebbe fin troppo facile catalogarlo come un sinistrorso ambientalista un po' fanatico.

Grazie anche all'esempio della California, gran parte degli stati occidentali hanno adottato piani di azione per il clima. Quando però si arriva a fissare limiti alle emissioni, l'immagine assomiglia a quella dei culturisti che mostrano i muscoli per l'elezione di Mr Olympia. I grandi consulenti sul cambiamento climatico dell'Arizona avevano deciso di fissarsi come obiettivo un taglio di emissioni statali fino ai livelli del 2000 entro il 2020. Però la governatrice Janet Napolitano era determinata ad esibire muscoli quanto la California. Così ha dichiarato che i livelli del 2000 sarebbero stati raggiunti entro il 2012.
Comunque è un cambio di rotta rispetto al business as usual . La California non ha soltanto ispirato altri stati; ha costituito un'avanguardia che dovrebbe essere in grado di spingere il governo federale verso criteri nazionali più avanzati. Ma al tempo stesso la California pare trovi più facile esportare le proprie politiche, che applicarle a casa.
Il primo ostacolo, ovvero l'obiettivo di produrre un quinto della propria elettricità da risorse rinnovabili nel giro di tre anni, ora appare come troppo alto. L'anno scorso si è riusciti ad arrivare solo all'11%. Anche se le compagnie energetiche si impegnano a firmare accordi con produttori eolici e solari, semplicemente non si trova offerta a sufficienza: almeno, ai prezzi che le compagnie sono disposte a pagare. Contemporaneamente, il piano per installare pannelli sui tetti è stato ridimensionato dagli alti costi degli impianti fotovoltaici, dalla burocrazia, e dalla richiesta poi temporaneamente sospesa che si comprassero quote aggiuntive energetiche a seconda della domanda. Questo avrebbe aumentato le bollette di parecchie famiglie.

Nonostante le previsioni ottimistiche sui contratti futuri, la commissione sui servizi pubblici ha concluso che lo stato non raggiungerà gli obiettivi sulle fonti rinnovabili. E anche l'obiettivo di tagliare le emissioni da produzione elettrica ai livelli del 1990 entro la fine del prossimo decennio, potrebbe rivelarsi egualmente irrealizzabile. Art Rosenfeld, commissario per l'energia, ha tentato di capire come si possa riuscirci. Pur con previsioni a dir poco eroiche sui miglioramenti nell'efficienza energetica, i conti non tornano.
Ed è un cattivo segno, il fatto che i fornitori di energia della California siano in difficoltà, perché l'elettricità è una cosa su cui lo stato mantiene un notevole controllo. Ne ha molto meno sui fabbricanti di auto, che lottano per evitare che la California imponga loro certi livelli di emissioni. Se ci riusciranno, anche solo per un certo periodo, gli obiettivi statali si faranno irraggiungibili. Anche per via delle poche precipitazioni piovose e nevose in California, i veicoli restano su strada parecchio tempo. Ci vogliono 16 anni perché le auto prodotte in una certa data vengano rottamate.
Lo stato ha poi ancor meno potere per rallentare la propria crescita di popolazione, o per imporre dove essa debba insediarsi. Si spera che politiche di “ smart growth ” (che favoriscono l'abitare più concentrato e l'uso di trasporti pubblici) possano contare per il 15% del percorso verso gli obiettivi generali del 2020. Ma su questo fronte le notizie sono scoraggianti. Lo stato cresce troppo in fretta, in quella che Joel Kotkin e William Frey, in un rapporto per la Brookings Institution, chiamano “ Terza California ”: una larga fascia di territorio arido chiusa tra la costa del Pacifico e le montagne della Sierra Nevada. Fra il 2000 e il 2005 in questa area si sono insediati altri 1,4 milioni di persone: il doppio che nella California meridionale, e 27 volte la quantità della Baia di San Francisco.

Si tratta di un enorme problema ambientale, per due motivi. In primo luogo, non usare sempre la macchina nella California interna è anche più difficile di quanto già non accada negli insediamenti diffusi lungo la costa. Secondo, l'interno ha un clima molto più caldo, il che significa più aria condizionata. Paragoniamo ad esempio, l'arida Riverside County (che l'anno scorso è cresciuta molto più del resto dello stato) con la zona marina di Monterey (che ha perso più popolazione in assoluto). L'utente residenziale della Riverside l'anno scorso ha bruciato 9.911 kilowatt-ora di elettricità, quasi il doppio della media di Monterey, che è di 5.458.
Da un certo punto di vista, la fiducia in sé stessa della California si giustifica. Ha fatto più di qualunque altro stato – per non parlare del governo federale – nell'attirare l'attenzione dell'America sul cambiamento climatico. Ha anche fatto sì che il problema sembrasse risolvibile. Ecco perché un fallimento sarebbe davvero una cattiva notizia. Ora la California per gli altri stati è un simbolo. Se non riesce, diventerà una scusa per non agire.

da The Economist
Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini

Nota: la versione originale dell'articolo anche sul mio sito Mall_int sezione Environment ; sul tema dell'insediamento diffuso che mangia energia, in Italia e nel mondo, una intera cartella dedicata agli Spazi della Dispersione (f.b.)


Napolitano: «Sul vertice Ue
insoddisfazione e inquietudine»




«Insoddisfazione e inquietudine». Si sapeva che Giorgio Napolitano aveva ben più di un dubbio sul modo in cui si è concluso il Consiglio europeo della settimana scorsa a Bruxelles, ma con le parole molto chiare che ha pronunciato ieri durante la sua visita ufficiale a Vienna, il capo dello stato, messe da parte le ipocrisie della diplomazia, ha segnalato tutta la propria sacrosanta insoddisfazione.
Dalla defatigante trattativa tra i capi di stato e di governo che si è consumata al vertice dei Ventisette - ha detto Napolitano - è uscito un compromesso sul quale si debbono esprimere «riserve gravi». Riserve che riguardano il «ruolo dell’Europa come soggetto politico», i meschini ripiegamenti sul passato» di cui i leader europei hanno dato prova e le loro «visioni riduttive sulla prospettiva da perseguire».
A questo punto e dopo un compromesso tanto deludente è necessario - ha segnalato il presidente della Repubblica - considerare l’ipotesi di una Europa a due velocità come «una strada obbligata». E d’altra parte - ha ricordato Napolitano - sono gli stessi emendamenti ai Trattati su cui si è raggiunta l’intesa a Bruxelles a prevedere l’eventualità che alcuni paesi intraprendano in alcuni ambiti iniziative comuni non necessariamente condivise da tutti gli stati membri. E’ il principio delle cooperazioni rafforzate per dar vita alle quali - ha fatto notare il capo dello stato - basta «il consenso di nove paesi». Si tratta di una strada da seguire, dopo un’attenta valutazione dei campi in cui adottare questo tipo di cooperazione.
In ogni caso, ammonisce Napolitano, ciò che è accaduto (o meglio: non è accaduto) a Bruxelles deve offrirci un insegnamento e dobbiamo essere capaci di trarne «le conseguenze per il futuro», in modo da trasformare gli attuali sentimenti di insoddisfazione «in nuove e coerenti iniziative». http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=89772

Thriller sloveno-croato

Da Osijek, scrive Drago Hedl
Golfo di Pirano - da http://istrianet.org
Continua la bufera seguita alle dichiarazioni dell’ex premier sloveno Rop, secondo il quale nel 2004 il premier croato Sanader e l’allora capo dell’opposizione slovena Jansa si accordarono per la messinscena di incidenti nel golfo di Pirano
È vero che nel 2004 il premier croato Sanader insieme all’allora capo dell'opposizione in Slovenia, e oggi premier, Janez Jansa, si erano messi d'accordo per inscenare gli incidenti di confine nel golfo di Pirano, per far sì che il croato aiutasse lo sloveno a vincere più facilmente le elezioni? Questa tesi quasi incredibile, che negli ultimi giorni ha trovato spazio sui media da entrambi i versanti della frontiera croato-slovena, viene rifiutata categoricamente sia da Sanader che da Jansa. Ma l’ex premier sloveno Anton Rop afferma che è proprio quanto accadde e sostiene che il premier croato Sanader, in accordo con l’ex leader dell'opposizione slovena, Jansa, inscenò gli incidenti nel golfo di Pirano.

Se dovesse risultare vero che Sanader in modo cosciente si era accordato per inscenare incidenti, per il premier croato potrebbe essere un episodio molto scomodo, che l’opposizione, a soli pochi mesi dalle elezioni parlamentari in Croazia, potrebbe usare come un forte asso da giocare per ritornare al potere. In qualche modo, anche se non proprio in modo così drammatico, questa vicenda potrebbe essere paragonata alla serie di accordi che i defunti presidenti della Croazia, Franjo Tudjman, e della Serbia, Slobodan Milosevic, avevano stretto dietro le quinte durante la guerra serbo-croata in Croazia e durante la guerra bosgnacco-croata-serba in Bosnia ed Erzegovina.

Lo scandalo di cui adesso si parla sui media croati risale a prima delle elezioni parlamentari slovene nel 2004, quando Jansa vinse e formò un governo di centro-destra. Gli incidenti nel golfo di Pirano - per il quale Lubiana e Zagabria già da anni sono in conflitto a causa di irrisolte questioni di frontiera - erano stati pensati per permettere a Jansa di attaccare l’allora premier Rop sostenendo che questi non faceva nulla per proteggere gli interessi nazionali sloveni nel golfo in questione.

“Il governo croato ha fornito direttive su quando dovevano accadere gli incidenti e lo ha fatto direttamente prima delle elezioni. Jansa e Sanader erano d'accordo su quanto doveva accadere nel golfo del Pirano”, ha detto Rop nella dichiarazione per la Televisione slovena. Secondo le affermazioni di Rop, i servizi segreti sloveni SOVA, non intercettavano Jansa, ma Sanader e alcuni altri funzionari croati, per poter più facilmente “coprire in modo operativo” gli accadimenti nel golfo di Pirano.

Il premier croato Ivo Sanader, che sembra essere una “vittima collaterale” di rese dei conti politiche interne alla Slovenia, è stato messo in una situazione molto scomoda. Ha definito l'intera storia sul presunto accordo una “stupidaggine” dicendo che, occupandosi di politica, ha sentito un sacco di storie diverse, ma che questa fa parte dell' “antologia delle stupidaggini politiche”. Anche l'ufficio di Jansa ha respinto le affermazioni dell'ex premier Rop, dicendo che negli archivi dei servizi segreti SOVA non ci sono tracce sulle intercettazioni delle chiamate telefoniche di Sanader.

Per il momento l'opposizione in Croazia non ha attaccato Sanader, anche se ci sono state delle reazioni individuali. Ma ciò non vuol dire che Sanader possa dormire tranquillo, perché se dovessero esserci delle nuove scoperte in Slovenia, e in particolare se dovesse mostrarsi esatto che, inscenando gli incidenti nel golfo di Pirano, aveva veramente aiutato Jansa nelle lotte politiche interne slovene, la sua posizione potrebbe complicarsi parecchio.

Il capo dell'opposizione in Croazia, il presidente del Partito socialdemocratico (SDP) Zoran Milanovic per adesso, per cautela, ha detto soltanto che la dichiarazione dell’ex premier sloveno Rop sullo scandalo delle intercettazioni “è come minimo insolita e sorprendente”. Ma Milanovic sta aspettando la già annunciata indagine slovena, e se dovessero mostrarsi esatte le dichiarazioni di Rop, di sicuro colpirà Sanader con l’artiglieria pesante.

Invece, Damir Kajin, parlamentare istriano molto influente, membro del partito regionale Dieta democratica istriana (IDS), ha chiesto di istituire una commissione parlamentare d'inchiesta che dovrebbe controllare l'esattezza delle dichiarazioni di Rop. Kajin ha detto che gli “sembra possibile” che le affermazioni di Rop sulla messinscena degli incidenti nel golfo di Pirano siano esatte.

“Una serie di comportamenti da parte croata e slovena lascia pensare che la politica abbia manipolato in modo aperto e cosciente gli abitanti dell’Istria che vivono in quella zona”, ha detto Kajin. Quest’ultimo ha criticato Sanader perché non ha ordinato di ritirare l'ambasciatore croato da Lubiana per lo scandalo delle intercettazioni, ma si è accontentato di alcune severe dichiarazioni. Kajin ha detto che, se la storia sull'accordo fra Sanader e Jansa sulla messinscena degli incidenti nel golfo del Pirano dovesse dimostrarsi vera, potrebbe del tutto “delegittimare la politica filo europea di Sanader”.

Secondo le informazioni rivelate dallo zagabrese “Jutarnji list” sulla base di fonti slovene, provenienti da persone informate sullo scandalo delle intercettazioni, i servizi segreti sloveni sono in possesso anche di registrazioni che sono seguite subito dopo le telefonate fra Sanader e Jansa. Questi servizi, scrive “Jutarnji list”, hanno intercettato le chiamate telefoniche che sono state fatte in seguito dal gabinetto del premier croato verso il ministro degli Affari Interni, il quale ha poi parlato con la polizia di Pula. Dopo di che sono arrivati i motoscafi della polizia croata che, a quanto pare, hanno provocato gli incidenti nel golfo del Pirano.

Nonostante tutto ciò assomigli un po' a un thriller, non è del tutto impossibile escludere l’autenticità di questa storia. La Croazia ha chiesto spiegazioni a Lubiana, e in Slovenia è in corso un'indagine che dovrebbe chiarire tutti i dettagli di questo caso. Finché questo lavoro non sarà portato a termine si potrà soltanto supporre cosa c’è di vero in tutto questo, e cosa invece, come ha detto Sanader, fa parte dell’“antologia delle stupidaggini politiche”.

Fino ad allora bisogna tenere presenti le parole di Damir Kajin, deputato del parlamento croato, il quale dice di sperare che, viste le imminenti elezioni in Croazia, “adesso gli sloveni non vogliano rendere il debito ai croati e provocare alla vigilia delle elezioni nuovi incidenti” nel golfo del Pirano. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7903/1/245/

AUMENTA PRODUZIONE OPPIO, PROVINCIA DI HELMAND IN TESTA


La produzione di oppio in Afghanistan è triplicata negli ultimi anni nonostante la presenza di 30.000 militari delle forze internazionali (la coalizione ‘Enduring Freedom’ guidata dagli Stati Uniti e la ‘Forza internazionale di assistenza alla sicurezza’ coordinata dalla Nato): lo si apprende dall’annuale rapporto dell’Ufficio su droghe e crimini dell’Onu (Unodc) con base a Vienna diffuso ieri in concomitanza con la Giornata dell’ONU contro il consumo e il traffico illecito di stupefacenti. Negli Anni Ottanta l’Afganistan produceva circa il 30% dell’oppio mondiale, nel 2006 il 92%. La sola provincia meridionale di Helmand produce circa la metà dell’oppio mondiale e, riferisce l’autore del rapporto Thomas Pietschmann, “ha circa 70.000 ettari sotto coltivazione che è tre volte quando l’area totale coltivata in Myanmar… il secondo paese produttore di oppio” o superiore a quella marocchina o colombiana.http://www.misna.org/




Manipur: i poteri speciali dell’esercito favoriscono un clima di terrore
di Nirmala Carvalho
Funzionari politici e gruppi per la tutela dei diritti chiedono la revoca di una legge del 1958 che dà poteri eccezionali all’esercito. Pensata per combattere i ribelli, è spesso diventata un’esenzione da ogni controllo. Attivisti per i diritti umani denunciano omicidi e violenze.

New Delhi (AsiaNews) – La Commissione per le riforme amministrative (Arc) ha chiesto ieri al premier Manmohan Singh di revocare la legge del 1958 che conferisce poteri speciali alle Forze Armate (Afspa). Attivisti per i diritti umani: questa legge umilia e divide la popolazione.

In un ampio rapporto, l’Arc spiega che la popolazione degli Stati indiani nordorientali è convinta di essere discriminata dal Governo centrale, anche a causa di questa legge. E’ comunque opportuno – dice - separare i poteri di chi controlla l’ordine pubblico da chi indaga sui reati e fissare per i dirigenti di polizia un termine massimo di tre anni per la permanenza in una carica. E’ pure consigliato che, in caso di disordini, il potere centrale possa subito intervenire e dirigere l’azione delle Forze pubbliche, per evitarne azioni del tutto indipendenti. L’Arc esemplifica questo vecchio problema con il caso di Ayodhya (città sacra per gli indù ma anche importante per gli islamici), “dove le forze dello Stato sono solo dislocate, ma mai impiegate”.

La revoca della legge è chiesta anche da autorevoli esponenti politici. Gruppi per la tutela dei diritti commentano che questa legge ha assicurato l’impunità all’esercito per omicidi, torture e violenze di ogni tipo. Babloo Loitongbam, dirigente di Human Rights Alert nello Stato di Maipur, spiega ad AsiaNews che “l’Afspa conferisce ai soldati il potere di arrestare ed uccidere i sospetti ribelli, senza timore di essere poi processati. La normativa vale per il Kashmir e le zone nordorientali dove ci sono forti movimenti rivoltosi. Spero che il governo revochi la legge al più presto aumentando i poteri dell’autorità civile. Da 6 anni Irom Sharmila fa lo sciopero della fame chiedendo l’abrogazione della legge, dopo che nel 2000 alcuni soldati hanno ucciso 10 ragazzi a una fermata d’autobus in una piccola città del Manipur”.

A Sharmila è stato assegnato il premio sudcoreano Gwanzu Award per la sua attività a favore dei diritti umani in India. Con lei il premio è stato assegnato a Lenin Raghuvanshi, che pure chiede l’abolizione di questi poteri speciali.

Raghuvanshi dice ad AsiaNews che “l’Afspa, attribuendo poteri straordinari all’esercito, ha causato un vero stato di paura nella popolazione. Di fatto la legge non è stata utile per combattere i ribelli, ma ha cagionato frequenti soprusi delle Forze armate contro singoli e gruppi nello Stato di Manipur, come l’uccisione di 11 persone nella città di Moreh. In questo Stato spesso è negato l’accesso a persone di altri Stati e a stranieri. L’informazione interna e verso l’esterno è spesso controllata dal governo. Anche se c’è un governo eletto, l’amministrazione è controllata da varie agenzie paramilitari dell’esercito indiano. La popolazione ha subito discriminazioni dal 1949, quando re Budhachandra è stato costretto a siglare l’accordo per “l’annessione” del Manipur all’India. Questo e il sistematico disinteresse di New Delhi per le esigenze culturali ed economiche della popolazione, hanno favorito la crescita di un movimento secessionista nel Manipur. Per la popolazione il governo indiano è straniero e diverso, come quello britannico. Dopo l’invio dei soldati, per controllare le spinte secessioniste, la vita della popolazione è peggiorata, perché uccidono, torturano e fanno violenze sessuali, con la certezza dell’impunità. La polizia non ha veri poteri: un funzionario della stazione di polizia di Moreh è stato schiaffeggiato da un soldato perché si è rifiutato di ricevere false accuse contro innocenti. I tribunali non possono intervenire contro l’esercito. Ai cittadini non è permesso di essere neutrali, debbono schierarsi con l’esercito o con i ribelli. Inoltre le forze armate sostengono alcuni gruppi etnici e li istigano a lottare tra loro. Sulla strada Moreh-Imphal queste bande armate estorcono denaro ai viaggiatori, in pieno giorno e non lontano dai punti di controllo dell’esercito. Ormai nessuno difende più la popolazione. Senza un rapido cambiamento, c’è il pericolo che aumentino la violenza e il terrore e che venga meno qualsiasi libertà”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9662&size=A


Parenti serpenti
Rakhat Aliyev, quasi candidato presidenziale, dopo il licenziamento e l'arresto, divorzia della moglie, figlia del Presidente
 
scritto per noi da
G. L. Ursini
 
Sembrerebbe la ‘Guerra dei Roses’, film del 1989 che vedeva Michael Douglas e Kathleen Turner l’un contro l’altro armati, in un divorzio che diventa battaglia omicida. Ma le ragioni dell’annunciata fine del matrimonio in Kazakhistan tra Dariga Nazarbayeva e Rakhat Alyiev nascono invece da uno scontro di Palazzo e, dietro la bandiera degli standard democratici, si cela la lotta per il controllo di un impero economico.
 
NUrsultan nazarbayev e la figlia DarigaLa guerra dei Nazarbayev. Come la ‘Guerra dei Roses’, il divorzio di Dariga da Rakhat arriva dopo una serie di sgarbi che lo sposo ha  messo in fila non nei confronti della consorte bensì del potentissimo suocero. Niente più e niente meno che Nursultan Nazarbayiev, da 17 anni leader incontrastato kazhako, il più longevo dei dittatori sopravvissuti allo smembramento dell’Urss nei Paesi ex-sovietici. Un presidente che solo il 5 dicembre scorso aveva ottenuto il rinnovo del mandato col 91 percento dei voti in  una consultazione definita “non democratica” dai 460 osservatori dell’Ocse. Visto che la Costituzione kazakha impedisce un terzo mandato, il 67enne Presidente Nursultan ha pensato bene di far approvare una legge che elimina ogni limite ai mandati presidenziali il 17 maggio, per poi sciogliere le Camere che ancora mantenevano una minima percentuale di parlamentari contrari a questi metodi poco democratici. Le lezioni sono state anticipate dal 2009 al 18 agosto prossimo.
 
DAriga Nazarbayev in AlyievCaduto in disgrazia. “Il nostro Paese non ha ancora una vera opposizione democratica purtroppo, salvo pochi deputati che hanno perso ogni carica. Dovremmo creare una società civile democratica, in linea con gli standard europei”. Queste le avventate dichiarazioni, rilasciate alla Bbc dal marito della primogenita di Nursultan, Rakhat Aliyev, ambasciatore in Austria del Paese asiatico, uno dei kazakhi più ricchi, padrone del colosso bancario Nurbank, che ha finora segnato la sua fine. Il Primo Genero del Paese commette l’imprudenza di dichiarare che potrebbe candidarsi a sfidare il suocero nell’eventualità di vere elezioni democratiche, visto che in quelle di dicembre si sarebbero verificate “compravendite di voti”.
Nel giro di una settimana Nazarbayev ordina: la chiusura della maggiore tv kazakha, di proprietà del genero, di un potente quotidiano (indovinate di chi?) e l’apertura di un’inchiesta sul rapimento lo scorso gennaio di due alti funzionari della Nurbank, controllata da Rakhat. Il 24 maggio viene formalizzata la richiesta di arresto per Aliyev, il giorno dopo il Primo Suocero lo destituisce dalla carica di ambasciatore e gli agenti austriaci si presentano alla sede dell’ambasciata. Al momento il Primo Genero è agli arresti, in attesa che Vienna decida sulla richiesta di estradizione arrivata dal Kazakhstan.
 
SAsha BAron Cohen interpreta il kazako BoratNemmeno Borat l’avrebbe pensata... La parentela illustre, prima che iniziasse la faida familiare, aveva lucrato parecchio al genero Nazarbayev, che a 44 anni vanta già un curriculum come vice presidente del Kgb locale, in seguito vice Ministro agli Esteri, per poi finire all’ambasciata viennese. Nel frattempo Aliyev ha acquisito il controllo delle quote di maggioranza nella banca che al momento ha segnato la sua caduta in disgrazia. L’ultima tegola sulla testa dell’imprudente Boiardo di Stato è il divorzio annunciato ad Astana dalla moglie, mentre lui si trova domiciliato presso una galera viennese. Rakhat dichiara totale estraneità dal sequestro dei suoi ex dipendenti, e denuncia il processo Nurbank come “assoluta montatura politica”. Intanto si augura soltanto di non essere estradato verso casa: l’abbraccio di certi parenti è sempre meglio risparmiarselo.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8219
 

Una baraccopoli del Ventunesimo secolo. Nella banlieu di Parigi

Quasi 4mila persone vivono in estrema povertà alla periferia della capitale francese. Ma ottanta persone potranno presto avere una casa vera.
(Foto Mariona Vivar)
I grandi tendoni della celebre compagnia circense Cirque Du Soleil svettano sulla spianata di Saint-Denis, alla periferia nord di Parigi. Ogni sera centinaia di persone si riuniscono lì dentro per ammirare, naso all'aria, le spericolate ed eleganti acrobazie degli artisti. Nessuno immagina che al di là del recinto metallico che circonda il circo, lo show è ben diverso. Nessuna sfavillante scenografia, nessun costume variopinto, poca spensieratezza e molte preoccupazioni per i 600 gitani che cercano di sopravvivere nella loro misera baraccopoli. E non sono i soli: in tutto circa 4mila persone conducono questa vita ai margini di Parigi. Diverse associazioni cercano di addolcirla almeno un po': Medici del mondo offre assistenza sanitaria, Emmaus e la Fondazione Abbé Pierre si occupa della fornitura di alimenti, mentre ATD Quarto Mondo promuove la lettura.

«Niente contratto di lavoro, se non paghi»

Marco è arrivato in Francia cinque anni fa, dalla Romania. Da gennaio 2007, con l'ingresso del suo Paese nell'Ue, è formalmente un cittadino comunitario, ma ha comunque bisogno di un permesso di lavoro. Ci mostra un contratto preliminare che gli ha preparato una ditta di pulizia vetri. Ma un volontario di origini rumene si dimostra scettico. «È molto difficile – spiega – ottenere un contratto senza pagare una somma di denaro in cambio. Nella maggior parte dei casi il datore di lavoro trattiene la prima busta paga in nome di uno scambio di favori.» Ma Marco ci crede ancora: gli manca solo il certificato di residenza per ottenere il prezioso permesso. Alcune associazioni si occupano di espletare queste procedure burocratiche per i gruppi nomadi del villaggio, come gli zingari. Ma i rumeni sono considerati una comunità stanziale e quindi non possono beneficiare di questo servizio.
La maggioranza dei rumeni che vivono in questi accampamenti di fortuna provengono dalle aree di Arad e Timisoara, nella Romania occidentale. Hanno dovuto lasciare il loro Paese per sfuggire a una vita fatta di miseria e discriminazione.
Una manciata di monete da 5 centesimi è stata impilata in un angolo della capanna in cui vive Maria. In meno di dieci metri quadrati abitano quattro persone. Maria non ha il tempo di spiegarci perché è emigrata in Francia. Ha altre preoccupazioni. «Abbiamo diritto a qualche contributo?» chiede. I volontari le dicono di rivolgersi a un assistente sociale. «Resteremo qui fino a quando non ne avranno abbastanza di noi» dice con voce stanca, mentre si alza per andare a raccogliere dei fiori. Più tardi la incrociamo nella metropolitana: vende mazzolini di fiori a due euro ciascuno.

Chi fa le leggi?

Maria ci assicura che non deve pagare nulla per vivere nella sua capanna, ma un volontario ci spiega che la questione è tabù. In ogni accampamento, infatti, c'è una sorta di capo: generalmente è la persona che si è insediata per prima nell'area. È lui che fa le leggi, risolve le controversie e riceve una sorta di affitto per ogni baracca. A Saint-Denis il Cirque du Soleil ha portato l'acqua fino al campo e ha anche installato dei lavandini. Ma le associazioni danno per certo il fatto che “il capo” fa pagare due euro alla settimana alle famiglie che li utilizzano.

Una nuova casa per trenta famiglie

Non lontano da Saint-Denis il Comune di Aubervilliers ha avviato un programma di integrazione per dare una casa a trenta famiglie. L'iniziativa, sostenuta sia dal Consiglio regionale che da quello locale, mira a smantellare le baraccopoli e ha un costo di 1,2 milioni di euro, di cui solo il 7% proviene dalle casse statali. Si tratta di un progetto innovativo perché associa all'offerta abitativa il rilascio di permessi di lavoro.
Gli operai stanno effettuando gli ultimi ritocchi ai prefabbricati che alla fine di giugno verranno messi a disposizione delle 82 persone coinvolte nel progetto, in maggioranza zingari. «Abbiamo condotto una battaglia con lo Stato durata due anni per ottenere i permessi di lavoro e di residenza per i destinatari, molti dei quali lavorano in nero» afferma il consigliere cittadino Claudine Péjoux.
In attesa di traslocare, Elena Radasanu vive in un caravan preso a noleggio dal Comune di Aubervilliers per un euro al giorno. Come lei decine di altre persone, per un totale di quindici roulotte. Qui le condizioni di vita sono decisamente migliori rispetto a Saint-Denis. Una recinzione circonda il campo e all'entrata un servizio di sicurezza permette l'ingresso solo alle persone registrate. «Siamo tranquilli. Qui non ci sono armi, droga, prostituzione ed è proibito fare affari» spiega Elena. Sposata e con due bambini, è una degli 82 beneficiari del programma di integrazione.


La testimonianza di Elena Radasanu: «Vogliamo soltanto essere una famiglia normale»

In Romania c'era tanta povertà, così un bel giorno io e mio marito decidemmo di venire a cercare lavoro in Francia. Un amico ci trovò un'occupazione nel settore edilizio e il capo ci affittò una soffitta a Versailles. Ma il nostro amico tratteneva il salario di mio marito per pagare i debiti e così decidemmo di andarcene. Affittammo allora un monolocale nel sobborgo parigino di Clichy-sous-Bois per il quale pagavamo una cifra esorbitante: 800 euro. Mio marito continuò a lavorare nel settore delle costruzioni mentre io iniziai a fare la cameriera in un bar portoghese. In questo periodo divenni madre di due bambini. Tutto procedeva abbastanza bene finché il proprietario decise di vendere l'appartamento.
Dovemmo così abbandonarlo e arrivammo al campo nomadi Chemin Vert di Aubervilliers. Il capo non voleva farci entrare perché non siamo di origine gitana, ma quando mio marito sborsò per una roulotte 700 euro accettò. Una settimana dopo, però, un incendio distrusse parte del campo. Costruimmo quindi una baracca, meglio che potevamo, e vivemmo lì per due mesi, fino a quando la polizia non ci sfrattò tutti. Ma eravamo già stati scelti per il programma di integrazione di Aubervilliers. Abbiamo vissuto in una tenda vicino alla Senna per cinque mesi. Finché, lo scorso dicembre, il Comune ci ha fatto traslocare nella roulotte dove viviamo tuttora. Abbiamo a disposizione riscaldamento, acqua, elettricità, assistenza sociale, un indirizzo di posta e un contratto di affitto. L'associazione Emmaus ci ha consegnato un buono per andare ad acquistare dei mobili e io non vedo l'ora di trasferirmi nella nuova casa. Non penso più a tornare in Romania. Entro tre anni vorrei avere una casa tutta mia. Spero anche che i bambini vadano a scuola e che io e mio marito possiamo trovare un lavoro stabile. Come una famiglia normale.
Mariona Vivar Mompel - París
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11342

Cile, sciopero dei minatori precari per "il rame che fu nostro"
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La Codelco (Corporación del Cobre) continua ad essere la maggior produttrice al mondo di rame, anche se le resta meno del 30% della produzione. Il resto è stato tutto privatizzato da Pinochet prima e dalla Concertazione poi. Da ieri, lunedì, 28.000 contrattisti sono in sciopero a tempo indeterminato, bloccando le due più importanti miniere al mondo, i giacimenti di Chuquicamata e El Teniente. Lo sciopero ha bloccato al 100% la produzione nella maggior parte dei giacimenti.

Una volta si lottava per la nazionalizzazione, adesso gli obbiettivi sono ben più limitati. I "minatori precari" cileni non si sognano neanche di chiedere di essere assunti. Pretendono solo di guadagnare lo stesso salario dei lavoratori a tempo indeterminato (circa 280 € al mese) e sono così fuori di testa da volere cose fantascientifiche nel Cile neoliberale come servizi basici di salute, piani per case popolari ed educazione sia per i figli che per i lavoratori stessi.

Dalle proteste degli studenti medi (universitari no, perché l'Università è oramai riservata alle élite) a quelle contro il Transantiago (i trasporti urbani privatizzati semplicemente non vanno più nelle comunas -quartieri- popolari), quello che viene dai minatori è un altro segnale. I nostri media, così solerti a fare le bucce ai governi integrazionisti, a partire da quello venezuelano, sono acriticamente affascinati dal Cile di Michelle Bachelet. Ma anche se loro tergiversano, sotto la crosta sfavillante il modello neoliberale cileno è pieno di ruggine.http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1182

Giappone: errori nella gestione del sistema pensionistico

Il Governo giapponese ha recentemente delineato le linee principali della sua politica economica per il 2007

Le riforme a livello amministrativo e fiscale che vengono discusse in questi giorni sono di grande importanza in quanto la Social Insurance Agency è attualmente colpita da uno scandalo a causa di numerosi errori commessi nella gestione del sistema pensionistico.

La forza lavoro e il problema dell'invecchiamento della popolazione
La popolazione giapponese invecchia molto più rapidamente rispetto a quella di qualsiasi altro paese. Secondo una ricerca condotta dal Dipartimento di Statistica nipponico nell'aprile 2007, su una forza lavoro pari a 67,12 milioni di persone, 18,28 milioni ha più di 55 anni e il 20,2% degli ultra 65enni ha un'occupazione, dato in crescita di un punto rispetto all'anno precedente. Inoltre, se il tasso medio di disoccupazione è pari al 4%, sempre per gli ultra 65enni è solo del 2,2%. Gli anziani presi in considerazione sono i nati durante i due baby boom che hanno interessato il Giappone del dopo guerra e circa 3 milioni di loro compieranno 65 anni tra il 2012 e il 2014. La popolazione ammonta a circa 128 milioni di persone, ma è in costante declino a causa dell'aumento della percentuale di anziani e al basso tasso di natalità. La crisi delle nascite ha ormai raggiunto livelli allarmanti e si teme che nei prossimi cento anni la popolazione sarà ridotta a un terzo di quella attuale. L'ultimo rapporto governativo sulla tendenza demografica illustra che la fertilità femminile si assesta attualmente a 1,26 bambini per donna e, se la situazione si perpetuasse, la popolazione si ridurrà a 100 milioni nel 2046, a meno di 90 nel 2055 e al dato preoccupante di 44,5 milioni nel 2105. Sono quindi evidenti le gravi ripercussioni che questi dati avranno sul sistema pensionistico, visto che la popolazione è composta per il 41% da ultra 65enni e solo per l'8% da giovani al di sotto dei 14 anni. Il sistema procede a fatica sotto la pressione di una popolazione che invecchia e di conseguenza il numero dei lavoratori a supporto di ogni pensionato è solo 3,3 dato che secondo le previsioni scenderà a 1,3 nei prossimi decenni. Il fenomeno appena descritto è già stato definito dai media giapponesi "piramide previdenziale rovesciata". Le considerazioni elaborate dal Governo sottolineano la necessità di cambiare atteggiamento nei confronti degli anziani, i quali non possono più essere considerati solo bisognosi di aiuto e assistenza, ma devono essere giudicati parte vitale della forza lavoro del Paese. Si propone quindi di dare maggiori opportunità lavorative agli anziani e si invitano i giovani a mantenere un buon livello di salute e ad essere pronti a lavorare più a lungo in futuro.L'impegno istituzionale per tentare di invertire la tendenza di calo delle nascite è stato ribadito dalle autorità governative e dallo stesso Primo Ministro Shinzo Abe. Il tasso di natalità ha iniziato a descrivere una situazione preoccupante già a partire dal 1975, quando l'indice scese al 2%; gli esperti sostengono infatti che un rapporto di nascite inferiore al 2,08% indichi il potenziale declino della società. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29471


SVILUPPO-ZIMBABWE:
Cibo, uno strumento politico?
Davison Makanga


HARARE, (IPS) - L’escalation della crisi alimentare in Zimbabwe è accompagnata da nuove accuse sull'utilizzo 'politico' degli aiuti alimentari.

Secondo la FAO e il Programma alimentare mondiale (PAM), più di 2,1 milioni di abitanti dello Zimbabwe sia delle aree rurali che urbane avrebbero urgente bisogno di aiuti alimentari entro il terzo trimestre di quest’anno.

E questo dato dovrebbe salire a 4,1 milioni entro l’inizio del 2008, ossia più di un terzo dell’intera popolazione del paese. Le organizzazioni stimano un calo del 44 per cento nelle tonnellate di raccolto di quest’anno rispetto al 2006.

Il problema degli scarsi raccolti colpisce lo Zimbabwe da quando il governo ha avviato un caotico programma di riforma agraria nel 2000. Le prospettive annunciate per un certo numero di anni dal ministero dell’agricoltura, di un “raccolto eccezionalmente abbondante”, non si sono mai tradotte in realtà.

”L’incombente crisi alimentare dello Zimbabwe è ancora il risultato di un altro raccolto insufficiente, aggravato dal declino economico senza precedenti del paese, dall’altissimo tasso di disoccupazione e dall’impatto dell’Hiv/Aids”, ha dichiarato Amir Abdulla, direttore regionale del PAM per l’Africa meridionale. ”La crisi di quest’anno è dovuta solo in parte alla siccità, ma non possiamo negare che le cause principali siano la crisi economica e la scarsa pianificazione”, ha sottolineato Vincent Gwaradzimba, segretario per l’agricoltura del partito politico d’opposizione Movimento per il cambiamento democratico (MDC).

Per di più, al culmine della stagione di raccolta 2006/7, il governo ha sbagliato acquistando dal Sud Africa un fertilizzante non conforme agli standard. Questo errore imbarazzante non ha avuto solo un costo per le casse dello stato, ma anche un impatto sul raccolto.

Secondo il rapporto FAO/PAM, le regioni che soffrono di siccità cronica come Matabeleland Sud, Matabeleland Nord, Midlands, Manicaland e Masvingo sono in fase di allarme, con molte famiglie che hanno avuto un raccolto nullo, e rischiano di rimanere senza cibo già il mese prossimo.

”Ma in realtà non è vero che cominceremo a morire di fame solo da luglio. La realtà sul campo mostra che nei granai manca già il cibo. Gli studenti devono disertare le scuole per questo motivo”, ha spiegato all’IPS un insegnante delle primarie della provincia di Masvingo.

”Abbiamo ricevuto solo del mais due settimane fa, nel corso della campagna [del partito al governo] Zanu PF per chiedere elezioni parlamentari straordinarie”, ha aggiunto l’insegnante, che ha chiesto di rimanere anonimo.

Sembra inoltre che alcuni alti funzionari di governo stiano minacciando le agenzie di aiuti. Tineyi Chigudu, governatore della provincia di Manicaland, si sarebbe scagliato contro i partner responsabili dell’attuazione del PAM per aver lavorato “in combutta” con l’MDC.

Nella provincia di Matebeleland Sud, il parlamentare del Zanu PF Abednigo Ncube ha minacciato di chiudere i programmi di World Vision Zimbabwe. Paradossalmente, si tratta proprio delle regioni più colpite dalla scarsità di cibo.

Le accuse hanno portato l’Associazione nazionale delle organizzazioni non governative (Nango) a respingere ancora una volta le dichiarazioni dei membri di Zanu PF sulla loro presunta complicità con l’MDC. ”Per quanto ne sappiamo, non ci sono organizzazioni non governative che tentano di appoggiare i politici dell’opposizione. Le Ong sono lì per attuare i programmi di governo di sviluppo delle comunità”, ha detto Fambai Ngirande, portavoce di Nango.

Il presidente Robert Mugabe ha annunciato che il governo istituirà un programma di meccanizzazione per fornire attrezzature agricole a nuovi agricoltori promettenti, a prescindere dalla loro appartenenza politica.

”È un evento nazionale… è importante capire che ci devono essere occasioni in cui dobbiamo stare insieme. Dopotutto, mangiamo insieme”, ha detto Mugabe, secondo quanto riportato dai media di stato.

Gli esperti della Crop and Food Supply Assessment Mission (Cfsam) di FAO e PAM avvertono che le aree urbane sono ugualmente colpite dalla crisi alimentare: si stima che circa un milione di persone delle aree urbane dovrà affrontare carenze di cibo nei prossimi mesi, e potrebbe aver bisogno di aiuti alimentari.

Il governo dello Zimbabwe ha firmato un contratto per ricevere 400.000 tonnellate di mais dal Malawi, e dovrebbe poi importare 239.000 tonnellate di frumento e riso.

Altre 61.000 tonnellate dovrebbero arrivare nel paese attraverso il commercio informale transfrontaliero e le rimesse, in particolare dal Sud Africa. Rimarrebbe perciò ancora un buco di 352.000 tonnellate di cereali da colmare con gli aiuti alimentari.

Nel frattempo, la sezione per il cambiamento climatico del ministero dell'ambiente e del turismo ha puntato il dito contro il riscaldamento globale, che sarebbe all’origine delle tendenze climatiche imprevedibili dello Zimbabwe. Secondo Washington Zhakata, a capo della sezione, il paese sarebbe colpito da una serie di fattori legati al riscaldamento globale.

”Ci siamo accorti un po’ tardi che ci sono meno piogge e più siccità, perciò saremo certamente colpiti da questa tendenza”, prevede Zhakata.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=950

Il colombiano più famoso d'Italia

L'onore tocca a Diego Fernando García, ventiquattrenne di Florencia (Caquetá) e residente in Friuli.
É sua l'automobile della foto qui a destra (da Corriere.it), bloccata un paio di settimane fa dai Carabinieri mentre da Trinità dei Monti cercava di raggiungere Piazza di Spagna per la via più breve: le scale.

La notizia è stata ripresa dal Corriere del 13 Giugno scorso, da ADN Kronos, da Quotidiano.net, dall'edizione di Repubblica del Trentino, dall'AGI, e dai blog di Panorama, 06blog.it e Babs. Ultimo in ordine di tempo (e mia fonte per scoprire il caso) El Tiempo, che riesce ad intervistare il protagonista.

Cosa è successo quella notte a Piazza di Spagna? Ognuno ha la sua versione. Secondo García, una ventina di Marines avrebbero spinto la sua auto giù per la scalinata mentre lui ammirava il panorama. Per altri articoli, era lui ad essere ubriaco ed alla guida dell'auto. Quale che sia la versione reale in ogni caso non sarebbe verosimile: cose della dolce Vita... (I Marines, ad ogni modo, c'erano e sono stati fermati, salvo poi essere consegnati all'Ambasciata Americana).http://bogotalia.blogspot.com/


     

Giornata internazionale ONU per le vittime della tortura
di Carla Amato

Il segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha dichiarato oggi che "la giornata internazionale di sostegno alle vittime della tortura e' un'occasione per sottolineare una netta e assoluta proibizione della tortura e di tutte le forme di trattamento crudele, disumano o degradante. E' anche un'opportunita' - ha aggiunto Ban - di esprimere solidarieta' alle vittime sofferenti della tortura e alle loro famiglie, e per riaffermare la necessita' di un impegno globale alla riabilitazione elle vittime di qualsiasi abuso".

Ban Ki-moon ha ricordato che questo particolare anniversario coincide con il ventennale dell'entrata in vigore della Convenzione contro la tortura, che pero' ancor oggi on e' stato ratificato a livello universale. Il segretario generale ha quindi colto l'occasione per ciedere urgentemente a tutti gli Stati membri ONu che non l'abbiano ancora fatto di ratificare la Convenzione e il protocollo aggiuntivo, un protocollo "opzionale" che pero' contiene alcune norme, compreso un controllo sulla tortura da parte di un sistema di visite nazionali e internazionali ai luoghi di detenzione.

Per dirla con le parole di Luoise Arbour, alto Commissario ONU per i diritti umani, "Il protocollo facoltativo fornisce alla Comunità internazionale un nuovo strumento indispensabile per neutralizzare l'erosione al divieto assoluto di tortura". Il Trattato istituisce un sistema di visite preventive, effettuate in modo complementare da esperti internazionali e nazionali indipendenti. Il protocollo inoltre richiede la creazione di uno o piu' meccanismi nazionali indipendenti per la prevenzione della tortura al livello interno. Questi possono essere Commissioni per i diritti dell'uomo, Ombudsman, Commissioni parlamentari o organizzazioni non governative.

Secondo la Convenzione, i meccanismi preventivi nazionali devono essere indicati o istituiti entro un anno dall'entrata in vigore di ratifica del protocollo facoltativo. Gli Stati hanno l'obbligo di garantire l'indipendenza funzionale di questi meccanismi. Il protocollo da' fra l'altro chiaro risalto al fatto che l'esecuzione degli obblighi sui diritti dell'uomo e' in primo luogo una responsabilità nazionale, che dovrebbe essere sorvegliata da sistemi di protezione nazionali imparziali.

Ban Ki-moon ha ricordato anche che questo e' l'anno della Convenzione internazionale per la protezione di tutti contro le scomparse forzate (che l'Italia non ha sottoscritto), che egli ha definito "un'altra pietra miliare nello sforzo di eliminare la tortura". Anche per questo accordo il segretario generale si e' detto speranzoso di una rapida firma e ratifica da parte degli Stati membri. Ban Ki-Moon ha poi rivolto il pensiero alle vittime della tortura, ricordando l'istituzione del Fondo volontario delle Nazioni Unite per le vittime di tortura che sostiene le vittime e le loro famiglie, ringraziando i donatori ed esortando a contribuire. Egli ha concluso chiedendo a tutti di parlare "con una sola voce" contro "i perpetratori della tortura e per tutti quelli che soffrono nelle loro mani".

Purtroppo la tortura e' ancora praticata in quasi tutto il mondo, e ancor piu' diffusi sono i trattamenti crudeli, disumani e degradanti. In alcuni Paesi totalitari o oscurantisti essa e' usata in modo sistematico per estorcere informazioni, ma anche solo come segno di disprezzo per i dissidenti incarcerati o i detenuti comuni. Ma anche alcuni Paesi occidentali - dal Giappone agli USA alla Gran Bretagna, per loro stessa ammissione - si avvalgono di informazioni estorte con la tortura fisica o psicologica o la praticano essi stessi.

Su questo problema si e' soffermata l'odierna dichiarazione congiunta del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, del sottocomitato sulla prevenzione della tortura, del relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti, la Direzione del fondo monetario volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura e l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell'uomo.

"È un aspetto di seria preoccupazione che alcuni Stati abbiano ignorato le richieste del comitato di non deportare o non spostare le persone in Paesi in cui corrono il rischio di essere torturate. Sottolineiamo che tali azioni annullano l'esercizio efficace del diritto internazionale di petizione e insidiano seriamente la protezione dei diritti fondanti della convenzione", hanno dichiarato infatti. Gli alti esponenti dell'ONU hanno ricordato che gli Stati hanno accettato la competenza del comitato contro la tortura su questi temi e sono tenuti a collaborare con il comitato nell'applicazione della procedura dei reclami.

Essi hanno sottolineato come anche la pena di morte sia un fattore di preoccupazione sotto questo aspetto, dato che in molte parti del mondo le persone nel braccio della morte e i membri delle loro famiglie, sono, in alcune circostanze, anche vittime di tortura, anzi, "di per se' la tenuta delle persone in attesa di esecuzione per lunghi periodi provoca spesso crudelta' e disumanita'", fra cui e' inaccettabile l'omissione di informare i prigionieri ed i membri della famiglia fino all'ultimo momento della data della pena di morte. Gli esponenti ONU hanno quindi invitato tutti gli Stati che continuano ad applicare la pena di morte di considerare una moratoria sul suo uso.

Un grazie, infine, e' stato rivolto a tutti i governi, organizzazioni della societa' divile e persone impegnate nelle attivita' finalizzate al contrasto della tortura e nell'aiuto alle vittime.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 26 2007

Le veltronomics: più occupazione e cultura-business
Ma la «sua» Roma delude su trasporti e sicurezza
di Massimo Mucchetti

L'estate scorsa, prima del decreto Bersani, Roma aveva 5800 taxi. Di fronte alle proteste, il sindaco Walter Veltroni non si schierò tra i pasdaran della liberalizzazione, ma aprì un dialogo con i taxisti. Risultato: Roma avrà 1.450 auto bianche in più, delle quali 900 già in strada. Il Comune sta poi assegnando 300 nuove licenze senza aumentare le tariffe. Non è la perfezione liberista, ma Milano, guidata dal sindaco-imprenditore Letizia Moratti, non fa di più, anzi. I taxisti mugugnano sempre, ma nei limiti. Forse perché lo sviluppo della capitale pare destinato ad aumentare la domanda di mobilità.
La liberalizzazione cauta dei taxi anticipa le veltronomics prossime venture. Diversamente dai teorici della City e dai radicali made in Fiom, Veltroni non crede che la guerra sociale sia levatrice della storia migliore. Come hanno già osservato i politologi, il «suo» Campidoglio cerca di includere, non di escludere: i pubblici dipendenti non sono la versione italica dei minatori del Galles, da piegare per dare un esempio; gli immigrati rappresentano una risorsa; gli imprenditori non sono sfruttatori da sconfiggere per il riscatto delle plebi. L'asse con la Camera di Commercio, presieduta dall'intramontabile Andrea Mondello, si rivela fondamentale non solo perché assicura a Veltroni, come già prima a Francesco Rutelli, il consenso confindustriale, quanto e soprattutto perché la politica dell'inclusione non può rinunciare a far leva sulle risorse private, come dimostra anche la nuova Fiera di Roma.
Le veltronomics non nascono in laboratorio, ma nel crogiolo dei primi anni Novanta. Tangentopoli, le privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica avevano messo a dura prova la capitale, senza che la svalutazione della lira potesse aiutare come al Nord. Nel 1991, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni residenti a Roma erano 192 mila, pari al 17,7% delle forze di lavoro; adesso sono scesi a 141 mila, pari al 13%. La caduta fu verticale nel triennio 1993-'96: meno 30 mila. Ai quali si aggiunsero i 27 mila posti tagliati nelle società a partecipazione statale. In questi ultimi 15 anni, Roma perde buona parte del suo potere economico. Oggi i destini delle autostrade si decidono a Ponzano Veneto, quelli dei telefoni e dell'acciaio a Milano. Roma non ha più una banca: l'Imi è sparita in Intesa Sanpaolo, la Bnl è una rete di vendita di Bnp Paribas e Capitalia sarà colonizzata da Unicredito. L'aeroporto di Fiumicino paga con la contrazione degli investimenti la privatizzazione a debito.
Veltroni ha partecipato alle contese finanziarie, ma per via indiretta. Nel 1999, intervenne a favore della legge Draghi che il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, subordinava alle Istruzioni di Vigilanza per tagliare la strada alle Opa di Unicredito su Comit e di Sanpaolo su Banca di Roma. L'anno dopo contribuì a bloccare i disegni di privatizzazione della Rai di D'Alema. Nel 2005, sull'affare Unipol-Bnl, incassò la reprimenda di Giovanni Consorte. In seguito, ha sostenuto Matteo Arpe in Capitalia, immaginando che dal giovane banchiere potesse venire un futuro per la banca romana. Nel mondo dei Ds, simili posizioni, Rai a parte, sono minoritarie, ma è sulle sconfitte interne che, fuori, Veltroni può edificare la sua novità. Che, tuttavia, sarebbe poca cosa se Roma non avesse recuperato passando, in 10 anni, dal 14˚all'ottavo posto per valore aggiunto pro capite in Italia e portando il tasso di occupazione al 61% contro una media nazionale del 58%.
Veltroni cavalca la trasformazione postmoderna di una città che non ha mai sperimentato l'egemonia modernista dell'industria, anche se la manifattura e le costruzioni occupano 255 mila persone, l'high tech e l'audiovisivo sono in fase di sviluppo, e il terziario avanzato impiega 127 mila addetti, l'85% in più rispetto al 1991. Il Campidoglio non ha inseguito il sogno della metropoli globale che compete a tutto campo con New York, Tokio, Londra e Parigi. Roma è un brand mondiale per la religione, un po' per la politica. E ora anche per la cultura, che Veltroni, vicepremier nel primo governo Prodi, ha reimpostato come industria del tempo libero di qualità. Dai musei al Parco della Musica (che si autofinanzia al 60% contro il 45% del Barbican di Londra), le veltronomics hanno innescato una politica dell'offerta che attira negli alberghi romani oltre 21 milioni di presenze, per due terzi straniere, e nei musei 12, 8 milioni di visitatori, il doppio rispetto al 1993. Sono solidi questi successi o, dopo la Milano degli anni Ottanta, abbiamo ora una «Roma da bere»? E' difficile dirlo in mancanza di studi comparati tra le economie delle capitali. Certo è che i successi non nascondono ciò che la politica dell'inclusione non ha ancora risolto: dai trasporti urbani impossibili all'ordine pubblico il cui degrado fa scendere Roma dal 19˚al 23˚posto nel rapporto sulla qualità della vita del «Sole 24 Ore» . corsera

Pronto, chi ricatta?
di Marco Travaglio

Tenetevi forte, perché questa è davvero carina. L’ha raccontata il cronista campano Vincenzo Iurillo sul giornale “Metropolis”. Riguarda la doppia morale dei nostri politici, nella fattispecie del centrodestra. Antefatto. Il 7 settembre 2005 il deputato di An Marcello Taglialatela convoca una conferenza stampa e distribuisce ai giornalisti una cartellina con le fotocopie delle intercettazioni di alcune telefonate tra il deputato Ds Pino Petrella, bassoliniano doc, e il manager dell’Asl Na2 (la seconda azienda sanitaria napoletana) Pierluigi Cerato, all’epoca indagato per una presunta truffa di rimborsi facili a centri di riabilitazione. Le intercettazioni risalgono all’estate 2003 e rivelano le fortissime pressioni del parlamentare sull’amico e compagno manager per convincerlo a nominare direttore sanitario un medico raccomandato dai Verdi. Cerato risponde picche, dice che il raccomandato non ha i requisiti e alla fine nomina un altro. Ma Petrella insiste, lo tempesta di chiamate, e alla fine gli intima addirittura di «stracciare la cosa», cioè la delibera che nomina il candidato «sbagliato», altrimenti crolla la coalizione del centrosinistra. Ma invano. Le telefonate sono state intercettate dai giudici di Napoli che indagano sulla presunta truffa, però non riguardano gli accreditamenti oggetto dell’inchiesta: ma sono state trascritte ugualmente nei verbali depositati nel fascicolo del pm e poi allegate agli atti del Riesame chiamato a pronunciarsi sulla revoca degli arresti a Cerato. Dunque non sono più coperte da segreto. Ma chi le ha passate all’on. Taglialatela? «Ho ricevuto i verbali in una busta anonima», spiega lui. I giornali pubblicano tutto, e la bufera mediatica che ne segue terremota la politica napoletana. Solito copione: la sinistra tuona contro la «fuga di notizie» e le inesistenti «violazioni del segreto istruttorio»; la destra ribatte sottolineando la gravità politica, morale e anche penale di quelle pressioni, dunque la loro rilevanza pubblica. Cerato perde il posto, sostituito dalla giunta Bassolino. Petrella, poi rinviato a giudizio per minacce, non viene ricandidato dai Ds alle elezioni del 2006. Ora qualche ingenuo potrebbe pensare che l’on. Taglialatela e i suoi alleati che due anni fa sostenevano con vigore la divulgazione delle telefonate sulla malapolitica, indipendentemente dalla rilevanza penale (all’epoca Petrella non era indagato: lo era Cerato, ma per altre vicende), si stiano battendo come leoni contro la legge Mastella che vieta ai giornali di pubblicare intercettazioni e atti d’indagine, anche se non più coperti da segreto, pena una multa fino a 100mila euro. Invece no. L’on. Taglialatela e i suoi alleati sono tra i 447 deputati che il 17 aprile alla Camera hanno approvato, compatti come falange macedone, la legge bavaglio che, se in vigore due anni fa, avrebbe vietato loro di pubblicare le telefonate di Petrella e Cerato. Il cronista Iurillo gli ha fatto notare la lieve contraddizione. Taglialatela ha risposto: «Secondo me, non è proprio così. Quei verbali non erano coperti da segreto». Già, ma il ddl Mastella vieta di pubblicare anche gli atti non segreti. E lui: «Io quelle telefonate le avrei divulgate lo stesso perché la vicenda meritava di essere raccontata e i verbali di essere diffusi». Già, ma il ddl Mastella vieta di pubblicare anche (anzi, soprattutto) quelli che meritano di essere diffusi. Lui replica: «Ci sono stati troppi eccessi, alcuni giornali hanno esagerato pubblicando carte con evidenti fini strumentali». Già, ma anche se lui li avesse diffusi, con la nuova legge i giornali avrebbero rischiato una multa di 100 mila euro. Risposta: «È una valutazione del giornale se il gioco vale la candela. In presenza di un verbale che giornalisticamente meriterebbe di essere pubblicato, il giornale mica per forza non deve farlo... Rischia di pagare l’ammenda, questo sì... Io, da parte mia, con questa nuova legge, se mi ricapitassero i verbali di Petrella, tornerei a diffonderli». Ecco: lui li racconterebbe lo stesso, tanto è protetto dallo scudo spaziale dell’insindacabilità parlamentare. Così il cerino resterebbe nelle mani dei giornali, che dovrebbero farsi due conti e decidere se pubblicarli o no. La multa diventerebbe, per gli editori interessati a screditare la sinistra, un investimento più che sopportabile. Per gli editori non interessati, invece, molto meno. E il diritto dei cittadini a essere informati di tutto sarebbe affidato a una guerra per bande. Complimenti a Taglialatela e agli altri 446. Avanti così, fateci sognare. www.unita.it


Bersani, i Ds frenano
Candidatura in dubbio
Maria Teresa Meli
Corriere della Sera


ROMA — «Da quando D'Alema ha candidato Veltroni mi sono sentito più libero, più autonomo». Pier Luigi Bersani l'ha spiegata così, ai compagni di partito, questa sua idea ancora non definitivamente maturata (ma a lungo cogitata) di buttarsi in pista nelle primarie del Partito democratico. E in quella battuta a più d'uno è sembrato di intravvedere il malumore del ministro dello Sviluppo economico a cui, solo fino a un mesetto fa, il titolare degli Esteri aveva lasciato intendere di poter essere il candidato dei Ds alla guida del partito che verrà.
«Aveva avuto delle garanzie », mormora un autorevole dirigente della Margherita. Vero o no che sia, Bersani non ha ancora stabilito il da farsi. Anche se sicuramente non si presenterà in tandem con Enrico Letta. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio vuole assolutamente correre, in una lista insieme ad alcuni amici ulivisti, come, per esempio Filippo Andreatta. Il ministro, invece, non ha ancora deciso veramente. Sa che il suo partito gli sta mettendo i bastoni tra le ruote. Il convegno dei quarantenni Ds che avrebbe dovuto tenersi oggi e che avrebbe avuto come «clou» il suo intervento è stato «declassato» a conferenza stampa, perciò Bersani non ci sarà. Alcuni dei «giovani » emergenti della Quercia che erano stati descritti come a lui vicini hanno preso le distanza. È il caso del segretario regionale del Lazio Nicola Zingaretti.
Insomma, paradossalmente, mentre Bersani cerca di coagulare quelle forze del partito che vedono ancora Veltroni come un corpo estraneo e non riescono a perdonargli la fuga dalla Quercia in declino e l'approdo in Campidoglio, è proprio ai piani alti dei Ds che la sua candidatura non viene vista bene. Fassino non lo nasconde: «Questo è il momento di unirci, non di dividerci », è il ragionamento del segretario. E anche D'Alema non gradisce l'uscita del ministro dello Sviluppo economico. «Sei sicuro di quello che fai?», gli ha chiesto. Ma Bersani non è tipo da scoraggiarsi. Persino nella bufera delle intercettazioni che riguardavano la scalata della Bnl da parte dell'Unipol non ha perso il suo sano umorismo emiliano. «Le mie telefonate con Consorte — scherzava qualche giorno fa — non usciranno mai perché parlavamo sempre di donne».
E ora che è giunto a un bivio e che ancora non ha deciso il da farsi, il ministro dello Sviluppo economico ragiona così: «Non voglio che il contenuto riformista del Partito democratico venga offuscato da parole e voli pindarici, e questo rischio, oggettivamente, c'è. Lo si potrebbe evitare anche senza una mia candidatura, magari con una mia lista molto caratterizzata e collegata a Veltroni. Ma il pericolo, in questo caso, è che si disperda tra le mille liste che verranno presentate, visto che per farne una bastano un centinaio di firme...». Con il sindaco di Roma Bersani è stato onesto, come sempre. Veltroni lo ha chiamato, impensierito, e lui gli ha risposto pane al pane e vino al vino. «Walter, guarda che l'unanimismo non conviene neanche a te». Il primo cittadino della Capitale non è che sia tanto convinto di questo ragionamento, ma era molto più tranq uillo dopo quella telefonata. Forse pensa che alla fine Bersani lascerà perdere per non mettersi contro di lui, contro D'Alema e contro Fassino. Nel frattempo, però, il ministro non scioglie la riserva: più tempo passa — osserva con i suoi — e più Walter si renderà conto che questa è una battaglia vera e il coro unanime che lo incoraggia si affievolirà...


"Non faccia il mediatore le correnti sono un pericolo"
Il ministro Santagata: "Veltroni non deve ripetere il cammino che facemmo con Prodi 10 anni fa"
di Giovanna Casadio, La Repubblica -
Roma - «Vorrei dare alcuni consigli a Walter...». Il ministro Giulio Santagata, prodiano di ferro, l'uomo che ha predisposto "l'albero del programma" di governo (e che aveva ideato prima delle elezioni la "Fabbrica del programma"), non nasconde un certo malumore.

Ministro Santagata, non è contento se Walter Veltroni scende in campo come candidato segretario del Partito democratico?
«Sono indicato come uno di quelli che hanno più lavorato per la discesa in campo di Veltroni, non sono accusabile di non essere "veltroniano". È una scelta ottima, e io lo voterò. Ma vedo il rischio di percorrere una strada che con la costruzione del Pd tutti noi pensavamo conclusa».

Spieghi il rischio, dunque.
«Il rischio è di rifare con Veltroni lo stesso percorso che facemmo dieci anni fa con Prodi. A Walter quindi consiglio di non accettare il "mestiere" che ha dovuto svolgere Prodi, cioè il federatore, il mediatore, e che ci ha certo portato fin qui, sulla soglia del Partito democratico. Ma ora ci vuole un leader per il Pd, e non devono nascere le "correnti" prima del partito».

Dove vede il pericolo?
«Prodi è stato costretto all'unanimismo, a non avere una propria forza politica, a non contarsi perché altrimenti ne andava della costruzione dell'Ulivo. Abbiamo spinto per avere un Partito democratico dove in modo trasparente ci si misurasse sui contenuti, le linee politiche, le leadership. Se ora andiamo verso una conta per "correnti", tutti coperti dietro all?unanime indicazione del leader, si verificherà che questo leader invece di avere una forte capacità di indirizzo e scelta, diventa di nuovo prigioniero dell'esigenza di mediazione».

Altro consiglio a Veltroni?
«Deve quindi fare un passo avanti rispetto alla faticosa ricerca di un equilibrio continuo, perché il Partito democratico deve avere una identità forte, una capacità di traino anche sulle decisioni del governo. E al "comitato dei 45" consiglio di darci regole che garantiscano la competizione: ogni candidato sia il riferimento di una lista, no alla pluralità di liste».

Non ci deve essere quindi una lista Fioroni per Veltroni, o Bindi o Rutelli?
«Scendano in campo loro. Lei ha mai visto al congresso di un partito mozioni diverse che fanno riferimento allo stesso segretario?. Se facciamo dieci liste collegate a Veltroni, allora ciascuno pensa di contarsi, di posizionarsi nel partito standosene al riparo e non sapremo da dove trae la forza il segretario».

Lei darà il buon esempio e si candida alla guida del Pd?
«Ho già detto che voterò Veltroni».

Di un'investitura alle primarie per il Pd del ticket Veltroni-Franceschini, cosa ne pensa?
«Cosa significa un ticket di questo tipo? Sono contrario».

Deve comunque ammettere che non piace a nessuno raccogliere le briciole dei consensi?
«Se saturiamo nel nome di Veltroni o di un altro, nessuno avrà l'opportunità di scendere in campo se non con posizioni di nicchia. Mi auguro ci siano regole e tanti candidati per il bene del partito che deve nascere».

Come sarà la coabitazione tra un segretario forte del Pd, qual è Veltroni, e Prodi?
«Veltroni è la guida ideale per il Pd-motore di un governo riformista».

Non pensa che tutto questo potrebbe accelerare la fine del governo, come sostiene il Polo?
«Avrei mai potuto segare il ramo su cui sto seduto? Un forte partito aiuta l'azione del governo, ma perché ci sia un Pd forte ci vuole un segretario che lo sia altrettanto».


I am a dream

Mentre Prodi non è niente di più né di meno di un onesto funzionario di Stato sposato e non divorziato (comunque merce rara), Veltroni è molto di più, e di meno.

Veltroni è un Sogno: e i sogni aiutano a vivere meglio.

Prodi era rassicurante, ma a un certo livello le rassicurazioni non bastano più. Per rassicurare servono spiegazioni, statistiche, proiezioni, yawn. Gli italiani non vogliono essere rassicurati: vogliono essere sedati. Veltroni è l’unico che fa sognare il Trenta per Cento. No, riflettendo bene ce n’era un altro: Berlusconi.

Perciò non dirci più “I have a dream”, che sarebbe un po’ banale: di’ la verità: “I am a dream”. Il sogno che la tua generazione ce la farà, metterà d’accordo tutti, i neri con i bianchi e i padani coi mafiosi; Luxuria si fidanzerà con Ratzinger e tu celebrerai le nozze durante la Notte Bianca, al Colosseo, prima di uno spettacolo di gladiatori per la fame nel mondo.

Nel sogno veltroniano il futuro è una mescolanza di ricordi del passato, tutti virati in rosa: Kennedy e Che Guevara forse erano nemici, eppure nessuno mi proibisce di appendere i poster nella stessa cameretta. Il Novecento è principalmente un bello spettacolo, ma anche molto culturale. C’era Martin Luther King e c’erano le figurine Panini. E c’era anche Don Milani, anzi Veltroni si considera un allievo di Don Milani. Cresciuto a crostini e Lettera a una professoressa. C’è un piccolo problema.

Nel sogno veltroniano, tutto è ridotto a figurina. Se Che Guevara si riduce a un simpatico guerrigliero, Don Milani probabilmente ce lo ricordiamo come un simpatico prete che si arrabbiava perché le maestre borghesi bocciavano i figli dei contadini. Cattivone, le maestre borghesi! La lezione che Veltroni e i suoi coetanei hanno capito, leggiucchiando Don Milani, è che Bocciare È Cattivo. Una perfida usanza borghese.

Basta scavare un po’, mettersi a leggere neanche tanto, per rendersi conto che Don Milani era un personaggio molto più complesso e più ruvido. Per esempio: non sopportava la Ricreazione. Nel suo primo libro, Esperienze pastorali, scrisse proprio un capitolo "Contro la ricreazione" che a suo parere era tempo sottratto allo studio e al lavoro. L’arcivescovo lo esiliò a Barbiana e lui ne approfittò per creare un esperimento educativo irripetibile, anche perché se qualcuno riprovasse a ripeterlo al giorno d’oggi finirebbe in galera per plagio o sequestro di persona: gli alunni di Barbiana studiavano dodici ore al giorno senza giorni festivi e senza ricreazione.

Se il piccolo Walter avesse veramente studiato a Barbiana, se avesse provato a introdurre illegalmente un album di figurine, Don Milani probabilmente glielo avrebbe strappato di mano e lo avrebbe segregato in una stanzetta con compiti extra di matematica. Vaglielo a spiegare, al simpatico prete, che anche la figurina Panini “è cultura”. Milani aveva un’idea arcigna e guerrigliera della cultura. Quando seppe che alcune ragazzine del paese scendevano a valle a ballare, attaccò una predica che non finiva più. Le ragazze proletarie non devono ballare! Devono partecipare alle riunioni sindacali e di partito, altroché. A quindici anni.

UNA RAGAZZINA: Alle riunioni sindacali e politiche non si capisce nulla.

DON LORENZO: A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? Eppure probabilmente l’anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la tesata e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica. Tu queste cose le dovrai decidere l’anno prossimo e per ora ti prepari twistando in una sala da ballo?[…]
La preparazione alla vita sociale e politica, o oggi o mai. L’età giusta è questa.

 

(Don Lorenzo Milani, Anche le oche sanno sgambettare (1965), Edizioni Stampa Alternativa, 1995, pagg. 16-17).


Veltroni è la formula alchemica per trasformare ogni Passatempo in Fatto Culturale, e poi, con procedimento inverso, ogni Fatto Culturale in Divertimento. Una parola che Don Milani odiava: divertirsi è scantonare, scordarsi dei propri problemi. Molto meglio rovesciar macchine e rompere vetri. Don Milani sarebbe il profeta dei Black Block, se i BB leggessero e non indulgessero anche loro alle danze e al divertimento. Diciamo allora che Don Milani è un po' troppo tosto per i Black Block - figurarsi per Veltroni.

Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Pensate alla Notte Bianca. Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece li tiene alzati per far festa, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma deve anche prendersi Don Milani, deve scrivere “I care” sui manifesti. Ci metterà anche la foto di Don Milani, il prete buono che non voleva bocciare gli asini. Ci stamperanno pure le magliette.

Veltroni è la trasformazione della Storia in Sedativo, e il bello è che funziona: il Passato è roba forte, avvolgente, e ciascuno di noi ha almeno un punto debole. Nessuno è indenne.

Guardate Wittgenstein: quanto si è dato da fare in queste settimane per ringiovanire la classe dirigente. Bene, bravo, non fosse che nel frattempo Veltroni ti organizza al Circo Massimo un concerto dei Genesis. I Genesis. Un gruppo di pelati tronfi che erano già pelati tronfi quando io portavo le braghette. E lui va in sollucchero. Si può rinnovare la classe dirigente e andare ai concerti dei Genesis? Non c’è una contraddizione? No. Non c’è mai una contraddizione, se in città c’è Veltroni.

Io lo voto anche subito. In un mondo di sognatori, stare svegli è fighissimo.http://leonardo.blogspot.com/


In Italia pochi laureati, ma solo metà dopo tre anni ha un lavoro stabile




GIOVANNI AJASSA*




Scolarità fa rima con produttività. Un passaggio essenziale per consolidare i segni di ripresa dell’economia italiana è rappresentato dal miglioramento del nostro sistema di istruzione e da una sua maggiore sintonia con l’evoluzione del mondo produttivo. Se l’Italia vuole riposizionarsi ai piani alti della globalizzazione – dove si fa design e innovazione prima che produzione – deve avere i titoli per farlo. Lauree e diplomi, innanzitutto. Istat e Banca d’Italia offrono alcune indicazioni interessanti. Nelle imprese industriali con almeno 50 addetti l’incidenza del personale laureato sale dal 6,9% del 2000 al 9,5% del 2006. Nell’intero sistema produttivo la quota dei tecnici è cresciuta da meno del 12% nel 1993 a oltre il 17% nel 2006. Presso le imprese industriali con oltre 50 addetti la quota di imprenditori laureati è salita dal 23% del 2002 al 37,4% del 2006. Gli imprenditori con titoli postuniversitari di perfezionamento sono aumentati dal 2,8% al 4,2%. Quelli con solo la licenza media o elementare sono scesi dal 22,4% al 9,5% del totale.
Sono numeri incoraggianti, ma il divario tra l’Italia e gli altri paesi rimane ancora molto ampio. Nel 2004 la percentuale di laureati sulla popolazione di età compresa tra i 25 e i 64 anni si attestava al 25,2% nella media dei paesi OCSE. In Italia era pari solo all’11,4%. In Francia e in Germania, i nostri principali partner e concorrenti sui mercati globali, la quota di laureati si collocava tra il 24 e il 25% della popolazione 2564. Tra il 1991 e il 2004 l’Italia ha pressoché raddoppiato l’incidenza dei propri laureati (dal 6,1% all’11,4%) ma rimane ancora ad una quota che non arriva alla metà di quella di Francia e Germania.
I laureati in Italia sono pochi perché da noi è particolarmente elevato il numero di chi lascia gli studi senza finirli. Secondo i dati dell’OCSE, nel nostro paese il tasso di abbandono delle università si avvicina al 60%. Si tratta di una proporzione doppia rispetto alla media dei paesi industrializzati. Perché tanti abbandoni? In un recente lavoro, due economisti del Servizio Studi della Banca d’Italia mettono in evidenza la rilevanza delle condizioni famigliari. Più alto è il grado di istruzione dei famigliari, minore diviene la probabilità che lo studente lasci gli studi prima della laurea. A parità di altre condizioni, la presenza in famiglia di un padre laureato riduce la probabilità di abbandono di ben 14 punti percentuali. Allo stesso modo, una correlazione importante è rintracciata con il tipo di scuola secondaria frequentata prima dell’università. Il fatto di aver frequentato un liceo riduce la probabilità di abbandono di oltre 50 punti percentuali. A monte dell’istruzione dei genitori e del tipo di scuola secondaria precedentemente frequentata, lo studio di Francesco Cingano e di Piero Cipollone individua nelle condizioni socioeconomiche della famiglia di provenienza un fattore importante di influenza sulle probabilità di successo dello studente all’università. A parità di altre condizioni, c’è il rischio che finisca l’università chi può permetterselo piuttosto che chi lo merita. Al contrario, un sistema di istruzione capace di selezionare i migliori offrendo opportunità di educazione e di emancipazione a tutti serve sia allo sviluppo economico sia alla coesione sociale.
Al problema del completamento degli studi universitari si aggiunge il passaggio critico dalla scuola al lavoro. I dati diffusi a fine maggio dall’Istat nell’ambito dell’indagine annuale sull’inserimento professionale dei laureati sono illuminanti. Nel 2001 in Italia si laurearono 154.324 persone. Di queste, nel 2004 solo 86.146 risultavano aver trovato un lavoro continuativo: il 56% del totale. Come spesso accade in Italia, intorno alla media c’è molta varianza. Sono infatti appena 19 su 100 i laureati in medicina che godono di un lavoro continuativo a tre anni dalla laurea. All’altro capo della distribuzione, risultano invece 81 su 100 gli ingegneri in possesso di un’occupazione stabile ad un triennio dal completamento degli studi. Al di sotto degli ingegneri, ma sopra la media nazionale, troviamo i laureati chimicofarmaceutici, quelli del gruppo economicostatistico e gli architetti. Al di sotto dell’aliquota di 56 occupati per 100 laureati, si collocano i laureati in discipline politicosociali, letterarie e giuridiche. Riguardo alle tipologie di contratto dei laureati al lavoro ad un triennio dalla laurea, i contratti a tempo indeterminato sono largamente maggioritari nel caso di laureati in discipline chimicofarmaceutiche, in ingegneria, in materie economicostatistiche. Le collaborazioni coordinate e continuative hanno invece un peso significativo per i laureati del blocco politicosociale, per i laureati in lettere e per quelli del gruppo psicologico.
La ripresa in corso dell’economia italiana parte dall’industria. Degli 86.146 laureati nel 2001 che nel 2004 avevano un’occupazione, il 20% lavorano nell’industria. L’industria assorbe un quinto dei neoassunti laureati del paese mentre è titolare di un quarto del valore aggiunto nazionale. Se guardiamo i dati divisi per i diversi gruppi di laurea, la quota di occupati nell’industria sale al 36% dei neoassunti laureati in discipline chimichefarmaceutiche e al 48% degli ingegneri. Ecco quindi che il cerchio si stringe. In Italia ogni anno si iscrivono all’università circa 330mila giovani. Oltre la metà di questi non finisce gli studi. Gli 8090mila giovani che ce la fanno si distribuiscono su un ventaglio di lauree piuttosto diverso dalla matrice delle possibilità di assorbimento espressa dal mondo delle imprese e, in particolare, dall’industria. E’ come un acquedotto con parecchie perdite lungo le tubazioni e un sistema di sbocchi che prescinde dai fabbisogni degli utenti finali. Meno abbandoni degli studi e più laureati nelle discipline chiave per il rilancio della competitività e l’attività dei settori esposti alla concorrenza internazionale: passa anche da qui il consolidamento della ripresa.
*Responsabile Servizio Studi BNL Gruppo BNP Paribas
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2007/06/25/primopiano/004kordone.html

Pd, costituente a tre incognite

Stefano Ceccanti


Questo articolo è tratto dal quotidiano l'Unità .


Nessuna fase costituente può essere vissuta senza alcune certezze minime e senza una gestione accorta delle incognite che ci si presentano davanti.

Per il Partito Democratico la prima certezza sembra stare a questo punto, tranne sorprese, nella legittimazione diretta di Walter Veltroni, ossia di colui che agli occhi di tutti meglio si identificherebbe con la causa del Pd.

Veltroni trasmetterebbe infatti in modo del tutto immediato l’idea che non si tratta di "contaminare" oggi delle culture politiche che sarebbero rimaste intatte fino a ieri nel loro splendido isolamento, ma che ciascuno di noi è già oggi un "meticcio", si è confrontato con persone, realtà collettive di matrice diversa per far fronte a domande che non avevano risposte nelle appartenenze precedenti. Questa prima certezza, pur relativa fino a mercoledì, sarebbe anche una prima novità che il Pd inserirebbe: di solito nella vita politica italiana quando si prendeva una strada si sceglieva poi per attuarla qualcuno che vi si era opposto o che non l’aveva sostenuta in modo netto, in modo da diluire e sopire i contrasti. Non si tratterebbe quindi una larga convergenza che deriva da spinte di vertice, ma di una sorta di convergenza naturale imposta dagli elettori del Pd alla propria classe dirigente.

Una seconda certezza, più stabilizzata, sta nel carattere federale del nuovo partito, dato che il 14 ottobre saremo chiamati anche ad eleggere, oltre al segretario e all’Assemblea Costituente nazionale, che darà il quadro dei principi per i vari livelli, Assemblee costituenti e segretari regionali che avranno così una larga di autonomia. Ciò consentirà su quei livelli, su cui non vi è di solito una candidatura naturale analoga a quella di Veltroni, un’effettiva competizione anche tra candidature alternative alla segreteria. Una prima incognita deriva direttamente dal combinato disposto delle due certezze: il Pd sarà in grado di proporre per l’organizzazione dello Stato regole analoghe a quelle che sceglie per sé e quindi la scelta di elezioni dirette col principio maggioritario e quella di un federalismo che vede le diversità come una risorsa per l’unità? A ciò si potrebbe aggiungere la scelta per liste plurinominali corte, i cui candidati troveremo stampati sulla scheda il 14 ottobre, sfuggendo all’alternativa tra le liste bloccate lunghe con candidati invisibili del Porcellum e il corruttore sistema delle preferenze, che trasforma la competizione tra idee in guerra di micro-personalismi.

Anche qui è in gioco la credibilità del Pd, che non può essere un pacifico e continuistico compimento della storia dei partiti della prima fase della Repubblica. La convergenza su una candidatura largamente unitaria è credibile solo se non ci sono ambiguità tra questi contenuti, se le resistenze culturali che rimpiangono il centralismo, il proporzionalismo, le preferenze e che scindono in modo schizofrenico la scelta delle idee da quella delle persone che debbono attuarle vengono spinte a dichiararsi come tali, con propri candidati alternativi a Veltroni, che certo non potrebbe assumere quei contenuti. La seconda incognita è più specificamente relativa alle liste che accompagneranno la probabile candidatura Veltroni: in questo contesto una lista unica è impensabile e un certo grado di competizione tra proposte e quindi anche tra liste, purché compatibili con la proposta del candidato, è positiva.

Ad esempio potrebbe esservi una lista di coloro che sottolineano maggiormente la necessità di una riforma elettorale e costituzionale per chiudere la transizione e che magari sono impegnati nel referendum perché senza di esso la prospettiva è molto meno credibile, può esservene un’altra di coloro che sono più impegnati sul versante della modernizzazione economica e così via. Al di là di alcuni vincoli giuridici anti-frammentazione che sono necessari, dato che di tutto abbiamo bisogno tranne che di un partito balcanizzato con tante correnti quanti i partiti dell’Unione, è importante capire quale dovrebbe essere la migliore logica di competizione.

Se è vero, anche con la probabile scelta di Veltroni, che costruiamo il Pd perché nessuna tradizione è autosufficiente, non dobbiamo perseguire una strada di distinzione lungo la linea divisoria dei partiti di origine, sia nella versione Ds contro Margherita sia in quella più frammentata di tante liste di singole personalità diessine contro liste di singole personalità della Margherita. Per lo stesso motivo sarebbe del tutto contraddittorio unificare intorno a quel candidato segretario delle liste su base ideologica (la ricomposizione dei cattolici di Margherita e Ds magari contro una lista di "laici" di Ds e Margherita). Sarebbero tutte modalità per far ritornare dalla finestra l’idea di federazione che è stata cacciata dalla porta, prima con la decisione costituente e poi con la convergenza su Veltroni. Anche in questo caso, se posizioni di questo tipo esistono, è bene che emergano con candidati diversi alla segreteria che impersonino chiaramente e coerentemente questa linea alternativa. Invece nei due esempi prima proposti, modernizzatori istituzionali ed economici, le appartenenze e le culture si incontrerebbero e la scelta sarebbe solo quella di una gerarchia tra le priorità enunciate dal candidato.

Vi è poi una terza incognita che va al di là dello stesso Pd e che qui può essere solo enunciata: questo grande rilancio di innovazione scelto per il 14 ottobre deve anche coinvolgere con un nuovo slancio coordinato anche l’azione di Governo perché entrambi i livelli sono decisivi per creare un nuovo rapporto di fiducia col Paese. Il Pd sarà giudicato anche per quello che il Governo riuscirà a fare. Costruire un nuovo partito dal Governo è un’impresa particolarmente delicata e temeraria, è come dover riparare la nave mentre si è in viaggio, senza poterla portare in porto. Ma qui è la nostra responsabilità ineludibile, prima e dopo il 14 ottobre.

 


Sondaggi informati per il Partito democratico

Giancarlo Bosetti


Il testo che segue è la quarta di cinque lettere scritte e lette dal direttore di Reset e Caffè Europa a FahrenheitFahrenheit, trasmissione di Radio 3 Rai, dal 28 maggio al 1 giugno scorsi.

Cari ascoltatori di Fahrenheit,
nell'ultima lettera vi ho parlato della proposta di un nuovo tipo di sondaggi, i sondaggi informati di James Fishkin, che possono essere molto utili per riportare i politici a contatto con la gente, con i cittadini, gli elettori. Una specie di terapia psicanalitica che aiuti a “ri-orientarsi” chi ha perso la bussola. Non è una proposta che nasce per caso adesso, sotto l’impressione del momento. E non è certo neanche l’unica cosa da fare.

La verità è che negli ultimi anni, non solo in Italia, ma anche in altre grandi democrazie, i rapporti tra la politica e l’opinione pubblica soffrono di vari disturbi. La fonte di informazione principale sono i telegiornali e i telegiornali sono diventati turbo-telegiornali: velocità, dramma, frammentazione, violenza. Da news a rap-news. E nelle discussioni invece che argomenti i politici si scambiano battute di pochi secondi. Per lo più maldicenza, contumelie. Questa tendenza nasce dal fatto che i telegiornali sono in competizione per gli ascolti minuto per minuto, secondo per secondo, come le trasmissioni di intrattenimento, né più né meno, e poi sono anche territorio controllato dai partiti. Da qui i pastoni rap, le famose sfilate di dichiarazioni politiche, una barbarie – così la definirei – con la quale i politici contano di diventare famosi, ma finiscono col diventare odiosi.

La fonte principale delle informazioni (i giornali riguardano una minoranza, le conversazioni radio, come quelle di Fahrenheit, sono oasi nel deserto, affollate da minoranze di beati) è seriamente ammalata, e da questa malattia (che affligge anche i tg americani, e le cable-news dove trionfano faziosità e chauvinismo – si salvano gli inglesi con la Bbc) vengono alcuni guai molto seri.

Il più grave è che chi tra i politici è più bravo nello sfruttarla, la malattia, specialmente se è al governo, riesce imporsi guadagnando ascolto e decidendo quale sia il tema del giorno, monopolizzando l’attenzione. Una volta guadagnata l’attenzione il gioco è fatto. Non è che si discuta un tema fino in fondo. L’argomento non si discute, si cambia. Il politico abile, se c’è in circolazione un tema negativo per lui, lo scalza non rispondendo nel merito, ma imponendo un altro argomento. Quello che conta non è il merito, la qualità delle critiche o delle repliche, quello che conta è saper arrivare primi nei titoli di testa dei turbo tg.

Gli studiosi americani hanno anche dato un nome a questa specialità: si chiama indexing. Campione del mondo nel campo è lo spin-doctor della Casa bianca, Karl Rove, che riusci nel 2004 a “cambiare discorso” e a far vincere le elezioni presidenziali a Bush, quando la guerra in Irak andava già malissimo. Poi, nel 2006, non è più bastato, e i democratici hanno preso la maggioranza al Congresso, ma si capisce che c’è un limite anche a questi miracoli.

Anche Berlusconi è un maestro (si veda la rimonta alle elezioni del 2006). Stupefacente è invece lo spettacolo del centrosinistra italiano. Se ci sono argomenti negativi in circolo (il fisco, l’Ici, divisioni sui tempi di una decisione), i leader del centrosinistra amano soffermarsi, a lungo, e mostrarne tutte le sfaccettature. Che si imprimano bene in testa a tutti. Uno stile diverso. Una virtù, forse. O autolesionismo? Questione di etica o di ingenuità? Lascio la domanda in sospeso. Ma vi assicuro che un po’ di equlibrio, anche nell’uso dello spinspin come spin-doctoring, spin come manipolazione – un po’ meno da una parte, un po’ di più dall’altra, non guasterebbe.
E vi invio i miei più cari saluti,
sinceramente vostro
Giancarlo Bosetti
Direttore di Reset


Senza tagli anch’io dico no alle tasse

WALTER TOCCI


Dopo il recente insuccesso elettorale dal centrosinistra sono emerse due diverse letture della politica economica. Autorevoli esponenti dell’Ulivo hanno dato una diagnosi rassicurante: stiamo curando una malattia grave ed è perciò inevitabile che il paziente si lamenti, ma poi starà sicuramente meglio.
Certo le proteste sono inevitabili nel cambiamento. Se però la medicina fosse sbagliata e ciononostante somministrata in dosi da cavallo il paziente rischierebbe di brutto. Ci sono diverse evidenze in tale direzione.
Invece, Rifondazione ha attribuito al ministro Padoa-Schioppa un presunto eccesso di rigore. Questa critica va respinta. Anzi, se ne deve fare una di segno opposto.
Certo sono migliorati i saldi di bilancio. Non si è però realizzato un vero risanamento dei conti pubblici, poiché non si è ancora modificata la dinamica strutturale della spesa, ma solo contenuta. Il risanamento è avvenuto soltanto dal lato delle entrate e in modo eccezionale con la meritoria lotta all’evasione fiscale condotta da Vincenzo Visco. Ma proprio questa asimmetria tra successo nelle entrate e insuccesso nella spesa porta il bilancio politico del governo in negativo.
Abbiamo cominciato a svelare un incantesimo italiano che viene da molto lontano e che il perfido Tremonti aveva portato a fasti mai prima raggiunti: evadete pure le tasse e lasciateci sprecare i soldi pubblici. Questa alleanza perversa tra politica inefficiente ed economia sommersa è scritta nella costituzione genetica del paese e il governo ha provato a romperla in modo unilaterale, senza la necessaria consapevolezza della portata politica e soprattutto con un messaggio ondivago che ha impedito di prefigurare un nuovo patto con gli italiani.
Aumentare il prelievo fiscale senza dare nessun messaggio sulla qualità della spesa – neppure simbolico, ad esempio sul numero dei ministri e dei sottosegretari – crea la percezione di un governo severo con i cittadini e indulgente con se stesso.
Questo è il motivo strutturale dell’esplosione della polemica sui costi della politica. Il disagio del Nord cresce non solo per l’aumento del prelievo, ma perché non si vede un cambiamento nel modo di spendere le risorse di quel prelievo.
In tutta la pubblica amministrazione è mancata la politica del merito e dei risultati. Il contratto del pubblico impiego è stato firmato dopo una lunga vertenza. Il ministero dell’economia ha tenuto duro, ma senza chiarezza di idee e alla fine ha dovuto firmare un accordo più costoso rispetto all’ipotesi di un anno fa. I veri contenuti innovativi sono rinviati al solito memorandum, già firmato tante volte, la cui applicazione sarà da contrattare con nuove vertenze.
Il rigore non significa semplicemente dire no agli accordi allungando le vertenze, ma avere idee in testa su come va riformata davvero l’amministrazione. I contratti del pubblico impiego sono di solito inefficaci proprio perché arrivano tardi e quindi possono contenere solo la parte economica e poi perché i sindacalisti sono molto più esperti della controparte e hanno obiettivi molto chiari. Il datore di lavoro pubblico si siede alla trattativa senza mai aver predisposto richieste precise e immediatamente cogenti e quindi si accontenta di dichiarazioni generiche da inserire nella retorica dei memorandum. C’è un’asimmetria dell’intelligenza contrattuale tra sindacati e ministeri che produce accordi solo economici, senza una vera innovazione delle relazioni sindacali. La lunga vertenza ha bloccato qualsiasi altra iniziativa che pure si poteva prendere. Non era impossibile cominciare a intervenire sulle ampie sacche di inefficienza, talmente evidenti da essere individuate con banali strumenti di controllo di gestione e di semplici benchmarking.
Insomma, mai come negli ultimi tempi si è abusato della parola merito nei discorsi politici ma nell’amministrazione quotidiana non se ne è trovata traccia.
Tutto ciò ha portato a un faticoso contenimento della spesa, tutto da verificare nei risultati, senza però modificarne l’efficienza e tanto meno l’efficacia.
Di conseguenza, il miglioramento dei saldi di bilancio si è dovuto scaricare sull’aumento delle tasse e qui si è calcata inutilmente la mano. Siamo proprio sicuri che il tesoretto sia una buona notizia? Non è forse il frutto di una previsione sbagliata della Finanziaria? Certo non si poteva essere sicuri di una tendenza delle entrate così discontinua rispetto alla politica di infedeltà fiscale incoraggiata dal precedente governo.
Tuttavia, con il senno di poi, se c’è stato un avanzo di bilancio significa che potevamo permetterci una Finanziaria più leggera. Le dinamiche positive delle entrate, d’altronde, erano già evidenti, a dicembre.
Il predecessore sbagliava sempre volutamente le previsioni per difetto, in modo da avere le mani libere nel dilapidare delle risorse pubbliche, e tutto questo lo chiamavano liberismo.
L’attuale ministro le ha sbagliate per eccesso, costringendosi così a tagliare senza criterio, e questo lo chiamiamo riformismo.
Proprio in questi giorni egli ha riconosciuto onestamente che si è esagerato con le tasse e che ora bisogna restituire qualcosa, ma queste operazioni non sono completamente reversibili. Una cattiva notizia, soprattutto se è sentita come ingiusta, ha bisogno di tante buone notizie per essere cancellata.
Certo, adesso è una buona scelta aumentare le pensioni basse, ma se l’avessimo fatto nell’autunno scorso avremmo dato slancio al governo e ci saremmo risparmiati mesi di discussione sul tesoretto. Oppure, potevamo fare una lotta all’evasione fiscale, senza aumentare nessuna aliquota e senza introdurre nuove tasse. Sarebbe stato molto saggio condurre la lotta all’evasione a sistema fiscale invariato o in diminuzione, evitando così la saldatura tra le proteste molto diverse tra gli evasori e quelli che si sono trovati a pagare di più. Soprattutto, in questo modo si sarebbe potuto presentare un nuovo patto agli italiani: pagare tutti per pagare meno.
Anche sul lato dello sviluppo i conti non tornano.
Avevamo promesso che il cuneo fiscale avrebbe determinato un effetto tonificante a breve termine sull’economia italiana. In realtà la ripresa c’è stata prima e secondo una logica diversa da quella annunciata dal cuneo. Essa è determinata da una debole ripresa dei consumi e da un’innovazione competitiva di un gruppo di pivot industriali, i quali dopo un periodo di disorientamento hanno capito come va il mondo e si sono messi a inventare nuovi prodotti e a migliorare i processi produttivi. Al di là della propaganda, bisogna riconoscere che entrambi questi processi, se sono stati aiutati dalla Finanziaria, hanno ricevuto un sostegno molto debole. E non possiamo neppure cavarcela buttando la croce addosso a Rifondazione, che in fondo ha retto senza fiatare una manovra da 35 miliardi, una delle più impegnative.
Anzi, il paradosso consiste nell’aver stressato inutilmente la sinistra radicale, senza aver realizzato una vero programma riformista, con la conseguenza che ora essa, anche in seguito all’unione con Mussi, è costretta a alzare la posta e quindi a rendere difficili le politiche più rigorose.
In realtà, dietro la parola riformista si nascondono troppe opzioni diverse e molto spesso proprio quelle che vogliono mantenere l’esistente. Sintomatica è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali bloccata da Rifondazione con l’alleanza dei sindaci, tra i quali fior di riformisti pronti a predicare l’innovazione finché non si tratta di toccare le aziende locali gestite dalle burocrazie di partito. In questo modo è saltato il compromesso che stato faticosamente raggiunto durante la stesura del programma elettorale mediante lo scambio tra statalizzazione dell’acqua e liberalizzazione degli altri servizi. Questa non è la politica delle riforme; per fare tagli, tasse e una brutta copia della svalutazione della lira non serve un partito nuovo, bastano quelli vecchi. Se nasce un Partito democratico ci possiamo aspettare una politica economica più ambiziosa, capace di suonare tasti molto diversi: una selezione della spesa pubblica talmente sfrontata da far arrossire l’impenitente liberista e una politica di redistribuzione talmente efficace da lasciare di stucco il massimalismo parolaio. http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp



Verifiche da fare, aspettando il G13
Paolo Guerrieri

Si è sfiorato un fallimento clamoroso, ma si è poi riusciti a raggiungere un onorevole compromesso; che è tutto da verificare, comunque, alla luce delle scadenze dei prossimi mesi. Potrebbe essere questa in estrema sintesi una valutazione del vertice del G8 a Heiligendamm in Germania svoltosi alla fine della scorsa settimana e preceduto, alla vigilia, da forti tensioni russo-americane sull’installazione delle difese anti-missile, che avevano fatto temere il peggio.

L’accordo sul clima: un primo passo positivo
L’accordo più importante ha riguardato i temi del cambiamento climatico e dell’inquinamento dell’atmosfera con un impegno da parte di tutti i grandi paesi a prendere in ‘seria considerazione’ l’obiettivo di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2050. Non è stato stabilito alcun vincolo preciso, ma il fatto positivo è che tutti si siano dichiarati d’accordo sulla necessità di un negoziato globale guidato dalle Nazioni Unite che disegni il dopo Kyoto a partire dalla data di scadenza del protocollo fissata nel 2012.

Il dato più rilevante è stata l’accettazione degli Stati Uniti di entrambi questi punti viste le posizioni americane degli ultimi anni - ribadite anche di recente - e imperniate sul secco rifiuto di ogni impegno e negoziato multilaterale in campo ambientale.

Alla conversione dell’Amministrazione Bush più che il timore di un isolamento internazionale hanno contribuito le forti pressioni esercitate a livello domestico da un’opinione pubblica americana che attraverso il Congresso, i singoli Stati e alcune grandi imprese si è espressa a più riprese in quest’ultimo periodo a favore di efficaci iniziative e politiche in grado di contrastare il cambiamento climatico.

Ambientalisti scettici
I gruppi ambientalisti più influenti hanno valutato come estremamente modesti, se non addirittura nulli, i risultati raggiunti in campo ambientale dal vertice G8, proprio a causa dell’assenza di obiettivi vincolanti per i singoli paesi. Per quanto non si possa escludere di essere di fronte a ennesime vaghe promesse del gruppo dei paesi più avanzati, va tuttavia ribadito che una strada da percorrere è stata comunque tracciata per il negoziato globale: la conferenza dell’Onu da tenere a Bali a fine anno preceduta da un incontro a alto livello, sempre in sede multilaterale, a fine settembre a New York, per meglio definire l’agenda dei lavori.

Si potrà così iniziare a verificare molto presto, già nei prossimi mesi, la serietà degli impegni assunti dagli otto grandi a Heilingendamm e sottoscritti - è un fatto importante e va sottolineato - anche dai cinque paesi invitati come ‘spettatori’ ovvero da Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica.

Sbloccate le risorse per il Fondo globale
Considerazioni analoghe valgono per gli impegni presi nei confronti dei paesi più poveri e in particolare dell’Africa, sanciti anche qui da un onorevole compromesso finale. Certo, lo stanziamento di 60 miliardi di dollari per il fondo globale contro l’Aids, malaria e tubercolosi, da destinare in gran parte a favore dei paesi africani più poveri, rappresenta un ammontare di risorse solo in parte aggiuntive rispetto ai fondi che erano stati annunciati già al summit di Gleneagles due anni fa. Ma nel comunicato finale è stato ribadito l’impegno di tutti di aumentare consistentemente di qui al 2010 gli aiuti ufficiali, anche se con tempi e modalità da definire.

Ma gli squilibri globali possono attendere
Pressoché nulli, viceversa, i risultati del Vertice sul tema dei rischi e squilibri che continuano a minacciare l’espansione e la stabilità dell’economia globale a dispetto della fase di vigorosa ripresa in corso. Pressoché subito è stata accantonata, ad esempio, la proposta della Germania di introdurre un codice di condotta per la gestione degli ‘hedge fund’, che rappresentano oggi una vera e propria mina vagante per la stabilità dei mercati finanziari internazionali; in tema di commercio internazionale sono stati dedicati solo pochi cenni nel comunicato finale al negoziato del Doha Round per la liberalizzazione degli scambi, sospeso lo scorso anno e che senza un forte coinvolgimento politico dei maggiori paesi rischia un definitivo congelamento.

Tutto ciò non sorprende, purtroppo, visto che i vertici G8 hanno perso ormai da tempo la loro efficacia nel fronteggiare le grandi sfide mondiali, economiche e non.

Un nuovo G13?
Tra le cause più importanti vi è l’ormai scarsa rappresentatività degli otto paesi che lo compongono di fronte ai nuovi equilibri e rapporti di potere che si sono affermati nel sistema internazionale in seguito alla rapida ascesa dei paesi emergenti, in particolare Cina e India. A questo riguardo è un fatto positivo la decisione di varare una sorta di G13 in vista del prossimo Vertice, allargando il G8 ai cinque paesi invitati come spettatori quest’anno (Cina, India, Brasile, Messico e Sudafrica). Per ora è solo un esperimento (il cosiddetto Heiligendamm process) ed è limitato ad alcuni temi (cambiamenti climatici, difesa della proprietà intellettuale, libertà degli investimenti, sviluppo dell’Africa); ma tra due anni, se avrà funzionato, potrebbe favorire la nascita di un nuovo, più rappresentativo direttorio dell’economia mondiale.

Paolo Guerrieri è vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali.
http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=555

Gordon Brown, un premier euroscettico?

Il 27 giugno lo scozzese Gordon Brown sostituirà Tony Blair alla guida del governo britannico. Buona o cattiva notizia per l’Europa?
Gordon Brown (Foto Tim Waters/Flickr)
Tony Blair è pronto al passaggio delle consegne. Il 27 giugno lascerà il timone del governo britannico, dopo dieci anni, al “Cancelliere dello Scacchiere” – equivalente d’oltremanica del nostro Ministro dell’Economia e delle Finanze – Gordon Brown. Un momento atteso per anni dallo scozzese, ex giornalista e alleato di Tony Blair dai tempi della sua ascesa al potere. Ma Bruxelles e le altre capitali europee sono preoccupate. Il nuovo premier sarà favorevole all'integrazione europea come lo era Blair?
«Gordon Brown non appare un uomo diplomatico e pro-Europa. Preferisce parlare che ascoltare e da ministro dell'Economia si è dimostrato distante dall’Unione» puntualizza Richard G. Whitman, esperto dell'istituto inglese di ricerca socio-politica Chatham House. Ma un tempo Brown era considerato un fervente difensore della costruzione europea. Secondo John Palmer, membro dell'European Policy Centre ed ex corrispondente del Guardian a Bruxelles, avrebbe cambiato idea per «questioni di politica interna». Palmer ricorda il compromesso raggiunto da Blair e Brown nel 1994, alla morte di John Smith, leader del Partito Laburista: il primo assumeva la guida del partito promettendo a Brown di lasciargli il posto entro qualche anno. Quest’ultimo, nel frattempo, si sarebbe occupato dell'economia del Paese. «Ma ci sono voluti dieci anni perché Blair si decidesse a compiere il passo» spiega Palmer. E Brown, in qualità di Cancelliere, ha contrastato più volte il suo rivale eurofilo: «non ha fatto nulla, ad esempio, per sostenere l'euro» spiega Palmer.

Somiglianze e differenze

Quale posizione adotterà il futuro premier britannico sui punti caldi dell’integrazione europea? Il Trattato costituzionale, per esempio: anche se Brown non ha mai dichiarato in modo esplicito la sua opinione al riguardo, non è probabilmente pronto ad accettare delle modifiche del testo che accentuino il carattere sopranazionale dell’Unione.
Brown, poi, desidera prendere le distanze dal governo Bush «per quanto riguarda l’Iraq e forse anche l’Afghanistan» spiega John Palmer. Anche a costo di essere giudicato poco diplomatico, l’ex ministro delle Finanze non vuole assoggettare Londra agli Stati Uniti come ha fatto Blair.
Su altri temi, tuttavia, il futuro premier concorda con il precedente: entrambi si dicono favorevoli all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea (non appena il Paese soddisferà i criteri d’adesione). Entrambi si oppongono alla politica agricola comune dell'Unione (Pac): desiderano riformarla per sviluppare le politiche nei settori della scienza, dell'istruzione e delle infrastrutture. Negli ultimi decenni, infatti, sono state predisposte varie misure atte a tutelare i prodotti agricoli comunitari rispetto a quelli di Paesi terzi ed erogati ingenti aiuti economici alle imprese agricole europee. Per Brown questo protezionismo danneggia i consumatori, i coltivatori, l'ambiente e i Paesi più poveri. Non approva la gestione del budget europeo. «Il fallimento della riforma del bilancio impedisce i grandi cambiamenti economici di cui abbiamo bisogno per far fronte alle sfide competitive della globalizzazione» ha dichiarato in un discorso del 2005.

Una politica europea più pragmatica

L’euroscetticismo mostrato da Gordon Brown deve, in definitiva, destare preoccupazione? «Brown seguirà la linea di Blair, ma sarà più pragmatico. Avrà uno stile diverso» afferma Richard Whitman. In altre parole: una volta arrivato al numero 10 di Downing Street, Brown non smetterà di criticare l’attuale politica sociale ed economica europea. È poco probabile che il Regno Unito adotti la moneta unica durante il suo mandato. Ma su altre questioni – come la protezione ambientale o gli aiuti allo sviluppo in Africa – Brown desidera un’Europa forte, dove l'Inghilterra possa avere un ruolo centrale.
Agnès Baritou - Londres http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11322

Con Evo Morales: “il movimento indigeno è la riserva morale dell’umanità”
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Il primo governo indigeno nella storia della Bolivia, ha vissuto pericolosamente il suo primo anno e mezzo di vita. Tra difficoltà ed errori, soprattutto sul fronte di un’Assemblea Costituente oramai in fase di stallo, e successi come quello della nazionalizzazione del gas, incontriamo Evo Morales, primo presidente indigeno del paese.

Gennaro Carotenuto intervista Evo Morales

Evo, come tutti lo chiamano, non è stato cambiato per nulla dal potere e continua ad essere lontano dallo stereotipo del capo di stato. Nonostante il decoroso giubbino che sostituisce la tenuta presidenziale all’occidentale dei suoi predecessori, continua ad essere il sindacalista che per una vita ha difeso quegli indigeni che da 5.000 anni in Bolivia coltivano la pianta di coca, la base identitaria della cultura andina. La sua cultura continua ad essere altra, antitetica a quella Occidentale. Ascolta attentamente, parla piano, senza iattanza, con modestia. Il suo parlare è semplice, diretto, privo di retorica o artifici. Tanto la cultura aymara, alla quale appartiene, come la tradizione sindacale, fanno del dialogo, della trattativa, delle decisioni condivise che maturano lentamente, la base di ogni processo democratico.

Lo incontriamo a Cochabamba, dove ha inaugurato il “V Incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità”, nel quale si è discusso per due giorni di media e diritto all’informazione. E’ un tema chiave anche in Bolivia dove, secondo uno studio dell’Università Cattolica, Evo Morales ha il 66% di appoggio popolare ma ha l’80% dei media contro. Morales mi corregge: “E’ il 66% nelle città, dove la gente ha il telefono e risponde ai sondaggi. Ma nelle campagne abbiamo l’80%. E’ importante discutere di democratizzazione dei media perché spesso, per mancanza di informazione, non si hanno i mezzi per cercare giustizia ed equilibrio nella società. Sono preoccupato dalla concentrazione mediatica, ma allo stesso tempo sono contento, perché nel mondo stanno crescendo fonti di comunicazione alternativa che si interessano alle necessità dell’essere umano”.

Per marcare la differenza, come primo atto del suo governo, Evo dimezzò il suo stipendio, portandolo a 1.500 € al mese. Altrettanto fece con ministri e parlamentari. Qualcuno lo considererà demagogico, ma il ragionamento è opposto a quello occidentale: solo chi accetta di entrare in politica rinunciando ad un’ascensione di carriera, lo farà per spirito di servizio. Poi stabilì che se i boliviani avevano bisogno del visto per entrare negli Stati Uniti allora anche gli statunitensi avevano bisogno del visto per entrare in Bolivia. Qualcuno sorrise, ma i boliviani sentirono che per la prima volta non erano più cittadini di serie B. Ma, soprattutto, lo scorso anno Evo fece parlare di sé per la nazionalizzazione degli idrocarburi, creando uno scandalo internazionale. La settimana scorsa ha chiuso i conti, acquistando per 112 milioni di dollari le raffinerie di proprietà di Petrobras, dimostrando che contrasti col Brasile dell’amico Lula non ve n’erano.

Evo, sulla stampa italiana qualcuno ti definì un “narcoindio fuori di testa”. Sorride: “Il nostro impegno è quello di rifondare la Bolivia. Su basi etiche ma anche su basi economiche. Per farlo abbiamo nazionalizzato gli idrocarburi”. Oggi perfino i mercati appaiono tranquilli, e pochi discutono che sia stato il tuo più grande successo: “Pochi giorni fa ho visitato un municipio poverissimo nei dintorni di Potosí. Fino al 2005 aveva un bilancio di 840.000 bolivianos (la moneta locale, circa 85.000 €, ndr). Nel 2007 ha un bilancio di oltre 9 milioni di bolivianos (930.000 €). Ed è così in tutto il paese e speriamo che questi soldi siano ben amministrati da sindaci e prefetti. Ti faccio un altro esempio: dal 1970 fino al 2005, ogni fine anno, fosse chi fosse il capo del governo, per poter pagare le tredicesime dovevano partire dei funzionari per gli Stati Uniti a farsi fare un prestito. Lo scorso anno per la prima volta ciò non è avvenuto. E ciò non è avvenuto perché abbiamo recuperato la sovranità sui nostri idrocarburi. Nel 2005 dagli idrocarburi allo Stato rimanevano solo 300 milioni di dollari. Adesso entrano 1.600 milioni di dollari, ridistribuiti tra le amministrazioni locali, le università e il tesoro. Il succo di questa esperienza è che le risorse naturali non devono mai essere privatizzate perché sono quelle che risolvono i problemi”.

Fin qui i successi. Ma ci sono anche le difficoltà, soprattutto con l’Assemblea Costituente, sulla quale il partito di maggioranza, il MAS (Movimento Al Socialismo), aveva puntato molto per cambiare lo Stato. Dopo la vittoria dell’opposizione, che ha imposto che ogni singolo articolo debba passare con una maggioranza dei due terzi, per molti osservatori è già una scommessa perduta. Ha ceduto sul regionalismo, che favorisce i ricchi e bianchi dell’Oriente, altre volte mantiene le posizioni con difficoltà. E’ il caso dell’abolizione del cattolicesimo come religione ufficiale, una misura che vuole terminare con sovvenzioni ed esenzioni fiscali. “Non nego che ci siano delle difficoltà su punti importanti e l’opposizione stia ritardando o bloccando il processo. E’ possibile che vengano allungati i tempi (i lavori per legge dovrebbero concludersi il 2 luglio, scadenza oramai saltata, n.d.r.) e che si ricorra a referendum popolari per dirimere le divergenze”.

Il problema del latifondo è tra questi: “Gli allevatori pretendono che, per ogni capo di bestiame posseduto, ben cinque ettari di terra siano considerati produttivi e quindi esclusi dalla riforma agraria”. Emergono continuamente due idee di paese; per Evo va conciliata la giustizia comunitaria indigena con quella tradizionale occidentale e abolita quella militare che tocca nodi come quello dell’impunità. Tuttavia il Presidente, come un nation builder del XIX secolo, è favorevole al servizio militare obbligatorio: “Per gli indigeni il servizio militare è stato una maniera di essere riconosciuti socialmente. I creoli riuscivano ad evitarlo con ogni pretesto e io sono il primo presidente –civile- della storia ad aver fatto il servizio militare”. La permanenza della leva si concilia con la rinuncia alla guerra voluta dal presidente nella nuova Costituzione: “Nessuna delle guerre della storia che hanno coinvolto il mio paese, sono state volute dal popolo. Dalle guerre i popoli perdono e le multinazionali guadagnano. Le multinazionali provocano conflitti per accumulare e concentrare capitali, e questo non è utile e non risolve alcun problema per i poveri del mondo. Quindi, nella nuova Costituzione, la Bolivia rinuncerà alla guerra. Perché se c’è guerra si devono costruire più armi e se si costruiscono più armi si producono meno alimenti e meno medicine per l’umanità”. Evo, l’uomo del Sud del mondo, è deciso: “bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l’umanità e cerchino di conquistare l’egemonia sul pianeta. Sono arrivato alla conclusione che il capitalismo è il peggior nemico dell’umanità perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo”.

Che sfida culturale è stata quella del potere, per un uomo profondamente radicato nella cultura andina come te? “Avevo paura perché la nostra gente considerava il politico commediante, malfattore e ladro. Fare il sindacalista invece era difendere i diritti umani, la terra, la foglia di coca. E allora io non volevo lasciare il sindacato, nonostante mi avessero proposto di essere deputato e già nel 1997 rifiutai una prima candidatura alla Presidenza. Temevo che come politico mi avrebbero malvisto. Poi capii che la politica è la scienza di servire il popolo e che è possibile vivere per il popolo e non del popolo”. La sfiducia per l’Occidente espressa da Morales resta grande: “Nella cultura occidentale, chi viene eletto pensa immediatamente a come guadagnare denaro. A quale impresa esigere il 10%, il 15%, in cambio del privatizzare questo o quello; sono quelle che chiamate tangenti. Ma se guardiamo alla nazione come una famiglia, e la famiglia per noi è molto importante, questo tipo di autorità non risponde alle esigenze della famiglia, di quella famiglia che è la Bolivia. La nostra cultura, le comunità indigene, si muovono su altre basi. I nostri principi si basano sul ‘ama sua, ama llulla, ama qh'ella’, che in lingua aymara significa non rubare, non mentire e non battere la fiacca. Questi precetti, che ci vengono dalle nostre autorità originali, sono così importanti che ritengo che basandosi su questi si possa cambiare la società. Pertanto io affermo che il movimento indigeno è la riserva morale dell’umanità”.

Se sul fronte delle nazionalizzazioni il successo è evidente, dalla Corte suprema al Tribunale costituzionale il governo sembra trovare difficoltà crescenti, dimissioni, decisioni sfavorevoli: “L’opposizione continua a considerare la nazionalizzazione incostituzionale, così come continua a considerare incostituzionale ogni decreto contro la corruzione. Hai ragione; purtroppo non abbiamo una giustizia che faccia giustizia per la maggioranza, ma continuiamo ad avere un sistema giudiziario che pretende di amministrare giustizia per continuare a fare accumulare le ricchezze in poche mani”.

A giorni in Costituente comincerà un’altra battaglia, quella delle miniere, che oggi pagano un risibile 3% di imposte al fisco. E’ solo un altro dei conflitti aperti: “Siccome la situazione economica sta migliorando, tutti vogliono tutto. Più salario, ma anche settarismi, interessi, regionalismo. Abbiamo dimostrato che possiamo migliorare l’economia per tutti, ma ovviamente è ben più difficile recuperare il ritardo storico di 500 anni e gli anni del neoliberismo, delle privatizzazioni selvagge, della svendita dello stato, in pochi mesi o pochi anni. Le nostre politiche oggi sono orientate contro quel modello economico, a recuperare la dignità della Patria, a favorire l’uguaglianza tra i boliviani. E poi c’è un altro tema di fondo, quello della madre terra, della Pachamama. I popoli indigeni crediamo che dobbiamo vivere in armonia e difendere la madre terra. Risorse naturali come l’acqua, che il capitalismo considera una mercanzia, noi invece le consideriamo un diritto umano”.

 http://www.gennarocarotenuto.it

Classe media, oggetto del desiderio

Da Sofia, scrive Francesco Martino

Realismo, cauto ottimismo e disimpegno politico. Il ritratto della classe media in Bulgaria, a cavallo dell'ingresso del paese nell'Unione Europea, sembra fatto di luci ed ombre. Sempre che non abbia ragione chi sostiene che in realtà, nel paese, questa classe sociale ancora non esiste
Un gruppo sociale in espansione, ma ancora relativamente povero, con entrate medie familiari che non superano i 400 euro al mese; più sicuro e ottimista verso il proprio futuro rispetto ad alcuni anni fa, ma ancora incapace di risparmiare e poco propenso a giocare un ruolo attivo nella vita politica del paese.

E’questo il ritratto della classe media in Bulgaria ad alcuni mesi dall’ingresso del paese nell’Unione Europea, così come emerge da una ricerca condotta dall’agenzia di indagini sociologiche “Gallup International”, svolta all’interno di un progetto di monitoraggio in collaborazione con l’UNDP, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo, e i cui risultati sono stati presentati a Sofia venerdì 15 giugno.

L’obiettivo principale della ricerca, basata sull’intervista di duemila cittadini bulgari dai 15 ai 70 anni, era quello di portare alla luce strategie economiche e sociali, aspettative e grado di impegno civile e politico della classe media, sottolineando l’influsso dell’ingresso della Bulgaria nell’Ue su queste variabili.

I dati raccolti restituiscono molti spunti di riflessione, alcuni dei quali si prestano a interpretazioni anche molto diverse e distanti. Quello più controverso riguarda l’odierna “consistenza” numerica della classe media nella società bulgara, che secondo i ricercatori della Gallup International rappresenta più di un terzo della popolazione.

Questo dato, basato su livello delle entrate, status sociale, possesso di determinati beni (automobile, cellulare), auto-valutazione e prospettive di sviluppo, a molti sembra piuttosto ottimistico.

“La nostra classe media, è media secondo standard bulgari, piuttosto che europei. E’ancora povera, più che media”, è stato il commento di Andrey Ivanov, human development advisor dell’UNDP, intervenuto alla presentazione ufficiale della ricerca.

Le entrate delle famiglie definite come classe media, ad esempio, si aggirano intorno ai 750 leva mensili (375 euro) e, dato particolarmente rilevante, il 44% delle spese di questa fascia sociale è riservato ai prodotti alimentari.

Particolarmente bassa anche la propensione (o piuttosto la possibilità) al risparmio della categoria che, negli ultimi anni, rafforza sempre di più la tendenza a vivere di credito. In media, ogni famiglia bulgara ha un debito verso le banche di 3400 leva, somma tutt’altro che trascurabile, se teniamo conto degli standard economici del paese.

Tutti questi dati, naturalmente, vanno rivisti attraverso il prisma del fenomeno dell’economia grigia, largamente diffuso in Bulgaria, tanto da rappresentare, secondo varie stime, un terzo delle entrate delle famiglie bulgare. Altro dato da tenere presente è poi quello dell’alta percentuale di popolazione in possesso dell’abitazione in cui risiede, anche se, in termini di qualità, queste abitazioni sono spesso lontane dagli standard dei vecchi membri dell’Ue.

Piuttosto eccentrica, rispetto ai modelli occidentali, è anche la composizione sociale della classe media che, in Bulgaria, risulta formata soprattutto da lavoratori dipendenti, sia nel settore pubblico che privato, piuttosto che da imprenditori e professionisti, come accade nel resto del continente.

Per gran parte degli analisti sociali, una vera classe media, in Bulgaria, semplicemente non esiste.

“Ci vorranno almeno quindici anni perché possa emergere nel paese una classe media comparabile a quelle europee”, ha dichiarato recentemente durante un convegno Rangel Cholakov, presidente della Camera degli Artigiani bulgari.

“La classe media, spina dorsale di ogni economia di mercato, è ancora assente in Bulgaria”, ha scritto a gennaio sul settimanale “Banker” Petkan Iliev, esperto e primo assistente della cattedra di economina dell’UNSS (Università per l’Economia Nazionale e Mondiale) di Sofia.

Che rappresenti o meno una classe media “europea”, il campione analizzato dalla Gallup International evidenzia altre caratteristiche interessanti, innanzitutto riguardo alla percezione di cambiamento e alle prospettive legate all’ingresso della Bulgaria nell’Ue.

Al momento ben pochi sembrano averne già sentito gli effetti, visto che l’81% degli intervistati della classe media ha dichiarato che, dopo i primi mesi nell’Unione “tutto è come prima”.

La classe media, però, risulta mediamente più ottimista, rispetto all’insieme degli intervistati, rispetto alle possibilità di futuro sviluppo del paese in ambito europeo, possibilità che vede legate soprattutto a maggiori investimenti diretti da parte di soggetti stranieri e alla previsione di una maggiore stabilità economica.

Interessante notare che l’ingresso nell’Unione Europea viene considerato positivo più per il paese in generale che non per le ricadute immediate sulla propria vita privata.

Le maggiori preoccupazioni legate all’Ue, riguardano invece la crescita dei prezzi e della pressione fiscale, mentre sembra spaventare molto di meno la maggiore concorrenza proveniente dagli altri paesi membri.

“Il possibile effetto shock dovuto all’ingresso nell’Ue non c’è stato, la classe media bulgara ha avuto aspettative realistiche. Credo che questa ricerca evidenzi un clima migliore di quanto non ci aspettassimo”, ha dichiarato durante la presentazione dei risultati Neil Buhne, rappresentante dell’UNDP in Bulgaria.

Una nota dolente, però, arriva dai dati che riguardano la propensione all’impegno civile e politico della classe media bulgara. Questa categoria sociale, in linea con il resto della popolazione, ha scarsa fiducia nelle istituzioni, e va a votare sempre di meno, come dimostrato in modo lampante dalle ultime elezioni europee, che hanno segnato un record negativo con appena il 28% dei cittadini che si sono recati alle urne.

Secondo un’analisi condotta nel 2006 da Boriana Dimitrova, direttrice dell'agenzia di ricerca "Alpha Research" e pubblicata su "Politiki", mensile dell'Open Society Institute, ai primi segni di rafforzamento economico e sociale della classe media in Bulgaria non fa riscontro una stabilizzazione delle sue preferenze in fatto di voto, che rimangono invece altamente mobili e volatili, scivolando spesso verso progetti politici di tipo populistico e protestatario.

Maggiore convinzione viene espressa nella partecipazione civile, che oltre a forme classiche come l’adesione a manifestazioni, iniziative di volontariato e sottoscrizione di firme, sta assumendo anche forme prima inesplorate, come la decisione di portare a giudizio le istituzioni, ad esempio nelle aule del tribunale europeo di Strasburgo, nei casi in cui si ritiene che i propri diritti vengano calpestati.

Altro segnale piuttosto preoccupante è la concentrazione della classe media nei grandi centri e soprattutto a Sofia, mentre i centri minori sembrano definitivamente tagliati fuori dai flussi economici e sociali.

“Negli ultimi quindici anni la Bulgaria ha totalmente fallito nello sviluppo regionale, e lo squilibrio centro-periferia è divenuto molto più profondo”, ha detto ad Osservatorio Andrey Ivanov.

“La classe media, oggi priva di progetti politici propri, potrebbe trovarli in questo campo. Per tornare alle urne, questo gruppo sociale deve riscoprire l’utilità e l’influenza del proprio voto. Sono convinto che questo sia possibile molto più facilmente a livello locale, piuttosto che nazionale”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7866/1/51/

Il candidato Fujimori

 

Alberto Fujimori. Ogni tanto si torna a parlare di lui, mentre i tempi per la richiesta di estradizione dal Cile al Perù si fanno lunghissimi. Secondo le autorità cilene, ci saremmo di nuovo, già che il giudice Orlando Alvarez deve deliberare sul caso giovedì, al suo rientro al lavoro. Abituati al tormentato iter delle giustizie latinoamericane ci sarebbe però da aspettarsi qualsiasi cosa.
Una svolta, infatti, potrebbe esserci, ma a favore dell’ex presidente peruviano. Mentre il giudice cileno era in vacanza (saggia decisione?) un gruppo dell’estrema destra giapponese ha invitato Fujimori a presentarsi nelle sue liste per le prossime elezioni del 29 luglio. Il Nuovo partito del popolo, il Kokumin Shinto, formato da dissidenti del partito di governo lo vuole come senatore.
Se così fosse il Giappone farebbe di tutto per riportarlo a casa. Le manovre diplomatiche, di fatto, sono già iniziate. Una nota della cancelleria giapponese ha suggerito infatti alle autorità cilene di ritardare la decisione sull’estradizione di Fujimori almeno fino a che si sia conclusa la visita di Michelle Bachelet in Giappone, prevista per i primi di settembre. La Bachelet va a Tokyo per siglare il trattato di libero commercio tra le due nazioni, un accordo prestigioso che non si vorrebbe veder macchiato dal caso Fujimori.
Ma El Chino, in fin dei conti, non lo vorrebbe nemmeno Alan García a Lima. Il presidente peruviano, infatti, ha ottenuto durante questo suo governo molti favori dai deputati fujimoristi, che lo hanno appoggiato in quasi tutte le sue richieste.
La patata bollente è in mano alla magistratura. Staremo a vedere quanto le pressioni politiche influiranno sulle decisioni dei prossimi giorni.http://luiro.blogspot.com/

Palestina - Hamas e Fatah una danza fratricida sull'orlo dell'abisso




Marie De Le Duc
QuadrantEuropa


Non è chiaro se si riuscirà a confinare Hamas a Gaza. Il corrotto governo di Fatah,spesso è stato brutale ma inefficace nelle sue azioni a garanzia della sicurezza dei territori




Persino nei momenti più difficili della loro storia mai i palestinesi avrebbero creduto possibile che unità e solidarietà avrebbero lasciato il posto ad una guerra fratricida che sta rendendo impossibile l’idea di uno Stato unitario. Infatti nel 1987 al momento della nascita di Hamas, non era molto quello che divideva questo movimento da Fatah.

Molto in comune tra Hamas e Fatah

Genesi storica, composizione sociale, ideologia nazional-religiosa e passaggi improvvisi dalla militanza che non ammette compromessi a un pragmatismo politico che sfiora il cinismo, sono momenti che nel corso della loro storia e dei loro rapporti Fatah e Hamas hanno condiviso. Nemmeno è vero quello che scrivono molti media, ossia che grazie ad Hamas il movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani fa il suo ingresso nella battaglia per la liberazione della Palestina.

Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso Yasser Arafat e molti dei suoi compagni di lotta erano vicini ai Fratelli. Paradossalmente nel momento in cui nasce, Al Fatah - l’organizzazione fondata dal rais alla fine degli anni ’50 - si basava su un miscuglio di motivi religiosi e nazionalisti in cui è la componente secolare a trovarsi in secondo piano. Al contrario erano i Fratelli musulmani, il movimento da cui si sarebbe sviluppato Hamas, a mettere in primo piano l’impegno per la liberazione della Palestina, quello per la religione e la Umma, la comunità islamica, sarebbe venuto dopo. Fondato nel 1928 in Egitto, il movimento più rappresentativo dell’islamismo sunnita nel 1936 aveva già iniziato a raccogliere fondi per gli arabi della Palestina.

La vera differenza tra Hamas e Fatah sta nel innanzitutto nel radicalismo della “carta costituzionale” di Hamas, che prevede la distruzione di Israele e la costruzione di uno Stato islamico di Palestina. Da qui una differente valutazione dell'attualità politica. Razionalità e prosecuzione della lotta armata contro l’occupazione israeliana, vantaggi o meno delle trattative, fin dove si ci possa spingere sulla strada delle concessioni, questi i più importanti motivi di contrasto tra i due movimenti. Hamas e Fatah sono invece d’accordo sul fatto che alcune questioni pratiche si possano e si debbano risolvere collaborando con lo Stato ebraico.

Cisgiordania e Gaza: fino al 1967 due governi diversi

Fino al momento della prima intifada nel dicembre 1987, Israele vedeva nei Fratelli musulmani un contrappeso al nazionalismo dell’Olp. Per tale ragione lo Stato ebraico ha sostenuto la nascita del movimento islamista che perciò veniva accusato dai movimenti politici palestinesi di collaborazionismo. Negli ultimi anni invece, l’ingiuria più infamante che si possa fare ad un arabo è passata a Fatah poiché la principale organizzazione dell’Olp si è fatta carico di garantire, per conto di Israele, la sicurezza nei territori dell’Autorità palestinese.

Le cause dell’attuale profonda differenza tra i due movimenti palestinesi si spiegano piuttosto con le differenti esperienze fatte dai diversi segmenti della società palestinese, a Gaza e in Cisgiordania, sotto occupazione israeliana e durante l’esilio.

La frantumazione a livello regionale del popolo palestinese inizia nel 1947/48 con l’occupazione e l’espulsione dei profughi dopo la prima guerra mediorientale. Dal 1948 fino al 1967 e con la guerra dei sei giorni, la striscia di Gaza è sotto occupazione egiziana, mentre la Cisgiordania è parte della Giordania. I Fratelli musulmani, presenti tra la popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania, si trovano dunque sottoposti a esperienze di governo diverse.

Nella zona sotto amministrazione giordana possono operare nella legalità ed agire come un partito di opposizione non violento. Al contrario nella striscia di Gaza nel 1954 il movimento fondamentalista viene dichiarato illegale e messo fuorilegge, in sintonia con quanto avveniva contemporaneamente in Egitto. Questa diversità di trattamento può spiegare perché a Gaza quando nel 1987 Hamas (Harakat al- Muqawama al-Islamiya, Movimento per la resistenza islamica) nasce, si da la rigida struttura organizzativa per la quale, nel bene e nel male, è diventato famoso.

Hamas prende le distanze dalla lotta armata di Fatah poiché, sotto la copertura dell’Olp, nella battaglia contro Israele le milizie a tendenza secolare-socialista privilegiano i territori esterni alla Palestina storica. Per i Fratelli musulmani al contrario fino al 1987 la priorità andava alla costruzione di moschee, al lavoro culturale e alla trasformazione sociale dentro i territori occupati.

La frattura della prima Intifada

L’inizio della prima intifada, esplosa spontaneamente nel dicembre 1987, rappresenta un momento di svolta nei rapporti tra Hamas e Fatah. Il movimento vicino ai fratelli musulmani, si sposta verso il radicalismo islamista e cambia strategia. Alla trasformazione sociale si affianca la lotta armata e ora le due opzioni sono messe sullo stesso piano. Questa combinazione di resistenza politico-militare, lavoro di istruzione - anche religioso - e impegno sociale era ritenuta quella più adatta a soddisfare i bisogni di un’insurrezione che avveniva al di fuori dei partiti rappresentati nell’Olp.

Nei colloqui per la pace degli anni ’90 l’Intifada è stata utilizzata prevalentemente come fattore di pressione da buttare sulla bilancia delle trattative. Nel momento della costruzione della nuova amministrazione palestinese gli attivisti della rivolta si sentono ingannati. Le neonate istituzioni dei territori li snobbano.

A fare la parte del leone nell’occupazione dei posti sono infatti i funzionari dell’Olp rientrati dall’esilio tunisino. Va a loro la maggioranza delle cariche, e di quelle più importanti, dell'embrione di Stato palestinese. Nello scegliere la propria residenza questi burocrati privilegiano la Cisgiordania che diventa cosi anche la base della loro clientela. La striscia di Gaza viene invece abbandonata al sottosviluppo.

Differenze e contrasti tra i territori sono dovuti anche alla politica israeliana di occupazione che non ammette il libero passaggio tra le due zone amministrate dall’Anp. La striscia di Gaza sprofonda cosi nella povertà e nell'incuria. Oggi l’80 percento dei suoi residenti vive sotto la soglia minima di sussistenza.

Dopo il breve periodo di euforia che aveva fatto seguito al ritorno da Tunisi dell’Olp, disincanto e disillusione si fanno strada anche in altri strati della popolazione palestinese. L’Olp aveva fatto concessioni abbastanza ampie ad Israele, aveva riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato ebraico e rinunciato all’utilizzo della violenza. Tel Aviv invece, mentre esitava a ritirarsi come promesso da parte dei territori occupati nel 1967, spingeva per l’aumento degli insediamenti dei suoi coloni.

Hamas che come molti intellettuali e partiti palestinesi aveva criticato la svendita degli obiettivi palestinesi, trova conferme al suo scetticismo.

Gaza e Cisgiordania: abbandono e corruzione

A Gaza nel frattempo il sottosviluppo si salda a un vuoto di potere. Hamas grazie alla professionalità della sua rete di solidarietà sociale che non abbandona gli strati più poveri e marginali della striscia e all'incorruttibilità dei suoi quadri si rafforza costantemente.

In Cisgiordania al contrario, le corrotte elite di Fatah sviluppavano un sistema clientelare ad uso e consumo dei propri quadri e fiancheggiatori. La rete opaca dei servizi segreti e della sicurezza reprime ogni forma di ribellione e controlla tutto. Nelle prigioni si pratica la tortura che non risparmia nemmeno i membri di Hamas. Tutto ciò non fa altro che accrescere la delusione e la rabbia palestinese nei confronti del proprio governo.

Se Hamas non ha mai fatto parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Fatah, in quanto struttura più forte dell’Olp, decideva invece sul destino dei palestinesi in maniera autonoma e quasi irresponsabile. Abituato a tale potere, al Fatah alla fine del 2004, dopo la morte di Arafat, si è trovato in difficoltà. Arafat era il volto globale del suo popolo, nessun personaggio poteva sostituirlo in modo adeguato.

Il nuovo presidente Mahmud Abbas finora non è stato in grado di supplire a questa mancanza di carisma istituzionale. La situazione di stallo è durata fino al momento in cui, con le elezioni parlamentari del gennaio 2006, la maggioranza delusa e frustrata degli elettori ha portato alla vittoria Hamas.

Nei mesi successivi Fatah, per contrastare l’islamismo di Hamas, ha giocato col fuoco senza volersi scottare. Durante il periodo delle proteste legate alle cosidette vignette blasfeme su Maometto i miliziani di Fatah scaricavano tutta la loro frustrazione verso l’Ue, ossia verso l’istituzione che più di altre finora ha nutrito la loro corruzione.

I combattenti delle brigate di Al-Aksa, anche esse appartenenti a Fatah, minacciavano di sequestrare cittadini degli Stati europei nel caso in cui i governi occidentali non si fossero scusati per le caricature. Hamas in questo caso ha dato prova di intelligenza e flessibilità politica, non prendendo parte alle proteste più violente.

Quale futuro per Hamas?

Dopo lo scrutinio del 2006, il rifiuto di Hamas a riconoscere il diritto all’esistenza di Israele, ha portato alle sanzioni statunitensi ed europee. Lo Stato ebraico inoltre si rifiutava di versare all'Anp i diritti doganali. Due strategie che, marciando divise, avrebbero dovuto colpire insieme.

Le ristrettezze materiali causate dall’embargo occidentale avrebbero fatto perdere ad Hamas il sostegno popolare, questa il piano di Usa e Israele e, in parte, anche dell'Ue. Impossibile dire se le elezioni - che il presidente dall’Anp vorrebbe indire appena le condizioni minime di sicurezza lo consentiranno - sanciranno il successo di questa strategia.

Fatah si è associato al boicottaggio del governo di Hamas sia dal punto di vista politico che militare. Gli accordi della Mecca del febbraio 2007 – voluti soprattutto dall’Arabia Saudita in funzione antiraniana– e la nascita del governo palestinese di coalizione, non hanno cambiato la sostanza dei rapporti tra i due movimenti. I servizi di sicurezza palestinesi, quasi tutti nelle mani dagli uomini di Fatah, hanno rifiutato l’obbedienza al nuovo governo comportandosi di fatto come milizie extra statali.

Nelle ultime settimane diversi media internazionali hanno rivelato che Israele e Usa vogliono trasformare in una moderna struttura militare di elite - finanziandola e armandola - la guardia presidenziale di Mahmud Abbas . È possibile che Hamas abbia attaccato proprio ora nella striscia di Gaza, per anticipare la stessa mossa di Fatah. Dopo il riarmo e l’addestramento israelo-americano le milizie di Fatah avrebbero avuto ben altra forza e capacità di azione.

L’improvviso entusiasmo di Usa e Israele per al Fatah e il nuovo governo dell’Anp guidato da Salam Fajad, è condiviso dai palestinesi oppure, dopo quanto avvenuto nelle scorse settimane, la frantumazione della Palestina si accentuerà? Questa è la questione che potrebbe decidere il futuro di tutto il Medio oriente.







PIOGGE MONSONICHE: MORTI E SFOLLATI IN PAKISTAN E INDIA



Ha già provocato centinaia di morti e feriti e migliaia di sfollati in India e in Pakistan la appena iniziata stagione dei monsoni: un’area di bassa pressione proveniente dal Mare Arabico si sta muovendo lungo la costa del Pakistan e della vicina India provocando forti piogge e violenti venti. In Pakistan la città più colpita con 235 morti e quasi altrettanti feriti è quella meridionale di Karachi, cuore economico del paese che conta 12 milioni di abitanti. Il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e cancellato i turni di riposo e ferie del personale medico e paramedico dopo che nella sola giornata di sabato si sono abbattuti 17,7 mm di pioggia, mentre venti a 110 chilometri hanno provocato il crollo di muri e tetti e sradicato piloni dell’elettricità interrompendone l’erogazione. La maggior parte delle vittime sono state segnalate a Gadab, una baraccopoli alla periferia orientale della città. Nel sud dell’India, le piogge monsoniche e i violenti venti hanno provocato oltre 50 morti nello stato di Maharastra, 43 nel Kerala, 29 nel Karnataka, 38 nell’Andra Pradesh dove circa 200.000 persone sarebbero state costrette a sfollare. Almeno sette persone sono morte nella vicina provincia di Baluchistan dove le piogge hanno danneggiato circa 250 abitazioni, inondato numerosi villaggi e costretto all’evacuazione di circa 2000 persone.
http://www.misna.org/

L’ex presidente del Kmt corre per le presidenziali, promette la crescita dell’economia
Il Kuomintang ha nominato ieri in maniera ufficiale Ma Ying-jeou, ex sindaco di Taipei, come proprio candidato alle prossime elezioni presidenziali, previste per il marzo del 2008. Ma promette una crescita economica del 6 %, in caso di elezione.

Taipei (AsiaNews/Agenzie) – Il Partito nazionalista di Taiwan (Kuomintang, Kmt) ha nominato ieri in maniera ufficiale il proprio candidato alle prossime elezioni presidenziali, previste per il marzo del 2008: si tratta dell’ex sindaco di Taipei, Ma Ying-jeou, che avrà come vice-presidente l’ex premier Vincent Siew Van-chang.
 
Dopo aver accettato l’investitura, ufficializzata nel corso del congresso nazionale del Partito a Taoyuan, Ma ha detto di voler rispettare lo spirito della Costituzione di Taiwan: “Lascerò che il Partito, o l’alleanza politica, che vince le elezioni decida il prossimo gabinetto di governo, nello spirito della Costituzione e della leadership doppia”.
 
Ma, 56 anni, ha studiato ad Harvard, dove si è laureato in Legge. Ha ricoperto le cariche di presidente del Kmt e quella di primo cittadino della capitale, che gli è però costata un’incriminazione per corruzione, ancora non risolta. In caso di vittoria del Partito democratico alle elezioni legislative, ha assicurato, “darà la carica di primo ministro ad uno dei loro leader”.
 
Inoltre, Ma ha annunciato di voler far crescere l’economia di Taiwan del 6 %. Dipingendo una situazione finanziaria rosea, il candidato nazionalista ha definito l’isola una delle più competitive nazioni asiatiche: “Ci aspettiamo di arrivare ad una crescita del 6 % sin dal 2008, ad un guadagno pro-capite di 20mila dollari entro il 2011 e la creazione di 100mila posti di lavoro. La disoccupazione scenderà al di sotto del 3 %”.
 
Ker Chien-ming, capo del legislativo del Partito democratico progressista, ha definito la candidatura di Ma “una campagna del linguaggio”, che di base non significa nulla. Lo sfidante democratico alle presidenziali, l’ex premier Frank Hsieh Chang-ting, ha definito le promesse dell’avversario “uno slalom elettorale, teso a sviare gli elettori tramite parole vuote”.
 
Eppure, anche Hsieh ha promesso un governo di coalizione nel caso venga eletto senza la maggioranza dei democratici alle legislative. A differenza di Ma, però, ha sottolineato che farà di tutto per portare nella sua coalizione i partiti di minoranza e gli indipendenti. In questo modo, ha concluso, gli sarà possibile governare realmente. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9653&size=A

Corte Suprema, Roberts e Alito guidano la svolta conservatrice

Una vittoria per la Casa Bianca contro gli atei sull’uso del denaro pubblico per iniziative religiose, poi la decisione di restringere la liberta’ di espressione a scuola e infine un freno a una legge sul finanziamento alla politica che non piace ai conservatori. In un solo giorno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sfornato una raffica di sentenze che confermano una tendenza: le nomine fatte dal presidente George W.Bush hanno imposto una netta sterzata conservatrice al massimo organo giudiziario d’America. […]

A Washington e’ l’ultima settimana dell’anno di attivita’ della Corte e come di consueto e’ il momento in cui escono le sentenze piu’ controverse. Le tre decisioni rese pubbliche nella giornata di oggi sono state decise tutte per 5-4 dai nove giudici supremi, confermando che la Corte e’ divisa in due, ma con una maggioranza diversa da quella piu’ progressista che si era imposta negli anni della presidenza di Bill Clinton. Il primo anno completo di attivita’ sotto la guida del nuovo presidente, il conservatore John Roberts, ha dimostrato che la nomina dello stesso Roberts e dell’italoamericano Samuel Alito, due conservatori, ha cambiato gli equilibri.

Gia’ nei mesi scorsi decisioni su aborto, discriminazione e diritti degli imputati avevano segnalato la svolta. In attesa dell’ultima, importante decisione dell’anno - sul ruolo della razza nelle scelte dei distretti scolastici -, la Corte si e’ pronunciata nella giornata di lunedi’ con sentenze destinate a lasciare un segno negli anni a venire.

- GLI ATEI E BUSH: Un gruppo di agnostici e atei, appoggiati da organizzazioni per i diritti civili, avevano denunciato otto funzionari alla Casa Bianca, sostenendo che l’ufficio creato da Bush per finanziare con soldi pubblici iniziative basate sulla fede viola la Costituzione e la divisione tra Stato e Chiesa. I soldi vanno a gruppi che si dedicano a iniziative di carita’ o educazione, settori in cui il governo e’ spesso carente.

Una sorta di principio della sussidiarieta’ che gli autori dell’azione legale sostenevano aprisse la porta a un’invasione della religione nella vita pubblica. Nella denuncia, hanno scritto i giudici nella decisione di maggioranza, ‘’veniva descritta una parata di orrori che a loro avviso potrebbero verificarsi'’ se non si fermavano le iniziative della Casa Bianca. Ma la Corte ha sottolineato che in realta’ niente di quanto temuto si e’ fino a ora verificato e non ci sono i presupposti per dichiarare l’incostituzionalita’.

- LO STRISCIONE DI GESU’: Le scuole hanno il diritto di limitare la liberta’ d’espressione degli studenti, quando questi usano messaggi che incitano all’uso di droga. E’ il senso della decisione della Corte sul piu’ importante caso sulla liberta’ di espressione scolastica degli ultimi 20 anni, la cui portata negli Usa viene paragonata alla sentenza del 1969 che permise agli studenti di protestare in aula contro la guerra in Vietnam.

Joseph Frederick, uno studente dell’Alaska, nel 2002 approfitto’ dal passaggio della torcia olimpica da Juneau, la capitale dello stato, per issare uno striscione bizzarro con scritto ‘Bong Hits for Jesus’. Secondo le autorita’ scolastiche, ‘bong hits’ sarebbe un’espressione gergale che indica fumare stupefacenti, mentre Frederick sosteneva che erano parole prive di significato. La decisione di sospendere Frederick fu giusta, ha scritto lo stesso Roberts nella sentenza di maggioranza, anche in questo caso facendo felice l’amministrazione Bush, che si era schiarata con la preside della scuola.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/06/25/corte-suprema-roberts-e-alito-guidano-la-svolta-conservatrice/#more-326


“Il femminismo? Meglio se islamico”

Margot Badran con Alessandra Spila

“Impossibile separare il femminismo islamico dal Corano”. Margot Badran, esperta dei movimenti femministi in Medio Oriente e nelle società musulmane e Senior fellow presso il Center for Christian-Muslim Understanding della Georgetown University, sgombra il campo da questa ipotesi. Ribadendo con fermezza l’inscindibile legame tra il testo sacro e il movimento delle donne musulmane, la studiosa spiega anche che quest’ultimo, vero “fenomeno globale”, continua “ad essere più radicale di quello secolare e a svolgere un ruolo fondamentale per molte giovani musulmane, soprattutto per le figlie di immigrati”, come sostiene a margine dell’incontro Femminismo e islam nel XXI secolo, organizzato dal dipartimento di Studi orientali dell’università di Roma La Sapienza.


Prima di parlare di femminismo islamico, potrebbe essere utile tornare alla sua definizione?

È utilissimo, visto che ancora oggi ci si imbatte in equivoci e preconcetti di vario genere. Tra questi, l’idea che il femminismo appartenga tout court al mondo occidentale. In realtà, sebbene il termine sia nato in Francia nel 1880, già negli anni ’20 del Novecento la parola femminismo era in uso in Egitto, sia in francese che in arabo (nisa’iyya). Inoltre, non solo il femminismo non è un’esclusiva occidentale, ma si differenzia a secondo dei luoghi in cui si sviluppa: si tratta di vari movimenti con articolazioni diverse. Il femminismo americano non è lo stesso, per esempio, di quello francese né di quello egiziano. Una volta chiarita questa premessa, si può passare alla definizione di femminismo islamico come movimento e pratica sviluppati all’interno del paradigma Islam, che prendono dal testo del Corano l’affermazione del principio di uguaglianza di tutti gli esseri umani. La nascita di questa definizione è stata collocata negli anni ’90 da due studiose iraniane, Afsaneh Najamabadeh e Ziba Mir-Hosseini, quando ne hanno fatto uso alcune donne che scrivevano nella rivista iraniana “Zanan”.

Il legame col Corano è quindi inscindibile?

Assolutamente: il femminismo islamico riprende direttamente il testo sacro fondamentale e centrale dell’Islam e ne recupera il suo messaggio ugualitario. Se alle donne non è stato riconosciuto questo diritto, ciò è da attribuire soprattutto alle pratiche patriarcali. Basti pensare che la giurisprudenza musulmana (fiqh), consolidata nella sua forma classica nel IX secolo che ha informato le diverse formulazioni contemporanee della shari’a, è stata plasmata dal pensiero patriarcale. E anche gli hadith (detti e fatti del profeta Muhammad, non sempre autentici) hanno svolto spesso un ruolo centrale di sostegno a idee e pratiche patriarcali.

Ecco perché la ricerca delle fonti religiose è fondamentale.

L’ijtihad, ovvero la ricerca indipendente sulle fonti religiose, e il tafsir, l’interpretazione del Corano, rappresentano la metodologia principale del femminismo islamico. Sottolineando l’esperienza dell’uomo e dell’influenza patriarcale sull’interpretazione classica e post-classica, le donne portano nell’approccio al Corano la propria. Accanto a questo prezioso contributo femminile si sta affiancando anche l’attività di uomini che vogliono riprendere il principio di uguaglianza espresso nel Corano.

All’interno del suo articolo Femminismo islamico: che cosa significa? (in Senza velo. Donne nell’islam contro l’integralismo, a cura di Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2005), afferma che siamo di fronte a un “fenomeno globale”.

Il femminismo islamico è un fenomeno globale perché appartiene a molti paesi nel mondo, sia paesi a maggioranza musulmana sia paesi che ne ospitano una minoranza. E perché si registra una continua crescita del numero di musulmani oggi nei paesi occidentali. Inoltre esso si esprime, oltre che in arabo (necessario per interpretare il Corano), anche in inglese, lingua universale, e negli idiomi locali.

Perché sostiene che questo fenomeno aiuta le donne, soprattutto la seconda generazione di musulmane che vivono nelle comunità occidentali?

Per quanto riguarda la seconda generazione di donne musulmane delle comunità occidentali – ma anche le comunità musulmane minoritarie – è ovvio che si trova a fare i conti con la difficoltà di conciliare cultura d’origine e stile di vita del paese “nuovo”. Il femminismo islamico aiuta queste donne appunto perché offre loro “modi islamici” di comprendere l’uguaglianza di genere, le opportunità sociali e perfino il proprio potenziale. In tale prospettiva appare facile capire come siano fondamentali i centri islamici aperti dalle comunità locali. Anche le strutture come le università rappresentano punti di riferimento: gli atenei americani, per esempio, permettono di prendere parte a corsi come gender study o anche a seminari sullo stesso femminismo islamico.

Il femminismo islamico è altrettanto rilevante nei paesi a maggioranza musulmana?

Le femministe islamiche, con i loro studi e le loro attività, permettono di “rileggere” il Corano e gli hadith dimostrando che l’Islam non accetta pratiche di violenza contro le donne, ma anche che essa è addirittura anti-islamica. Per esempio, il gruppo malese Sisters in Islam ha descritto la violenza contro le donne “nel nome dell’islam” in una brochure che viene diffusa capillarmente, mentre la sudafricana Saadiya Shaikh ha completato uno studio sull’argomento e attualmente compie ricerche sulla nozione di sessualità nei testi religiosi.

Per quali ragioni considera il femminismo islamico più radicale di quello secolare?

Se il femminismo secolare sosteneva storicamente l’idea di uguaglianza nel pubblico, ma nel privato ammetteva la complementarità, per il femminismo islamico si ha invece la completa uguaglianza fra uomini e donne nel pubblico e nel privato. Alle donne non può essere negato perciò di coprire cariche pubbliche e neppure di condurre la preghiera congregazionale. Il femminismo islamico è rivolto tanto alle donne musulmane che a quelle non musulmane che vivono accanto a uomini musulmani, sia nei paesi del Medio Oriente, che in Asia, che nei paesi occidentali. Insomma, il femminismo islamico si rivolge a tutte.

resetdoc.org


Diritti mondiali,
lo stato delle cose

Alessandro Russo


“Se non ora quando?” E’ questa la domanda che si legge tra le righe dell’edizione 2007 del Rapporto sui diritti globali edito da Ediesse. Non una, ma più agende di priorità che anche quest’anno si rinnovano nella versione grafica e nella semplicità della consultazione. Alla mole cospicua del volume, che aumenta a ogni edizione per il grande sforzo nella ricerca e nella connessione dei dati, si accompagna infatti una sempre più agevole sistemazione per la consultazione. Il Rapporto sui diritti globali continua infatti a essere un libro da consultare, soprattutto per l’autorevolezza delle sue fonti e per i suoi preziosi contributi. A comporre le tematiche, tutte interconnesse tra di loro, ma ciascuna trattata con la dovuta attenzione, sono la scena sindacale, quella dell’associazionismo e più in generale del terzo settore. Oltre al consueto impegno della Cgil, dell’Arci, dell’Associazione Antigone, del Cnca, della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, del Forum Ambientalista e di Legambiente, a questa ultima fatica si sono aggiunte le esperienze di ActionAid, storica Onlus che si occupa delle crisi legate alla povertà e alla fame, e del Gruppo Abele di Don Ciotti. Con il passare degli anni, oltre a crescere in completezza e autorevolezza, fotografa sempre più nel dettaglio la società contemporanea, secondo i percorsi tracciati da chi si occupa dei diritti direttamente a contatto con la società civile. Se lo scorso anno erano le pagine gialle della giustizia in divenire, questa versione è verde nella copertina. Verde della speranza e dell’ottimismo, come racconta Sergio Segio, ormai storico curatore dell’annuario, ma anche il verde dell’ambiente che nel 2007, come nel 2006, è prepotente emergenza.

La prefazione è affidata al Segretario della Cgil Guglielmo Epifani, in un agile scritto che fotografa le necessità dell’Europa e della politica italiana. Un’Europa da riscoprire e un’Europa da riposizionare, allargata, a cinquanta anni dal trattato di Roma, che necessita di una nuova spinta costituzionale. Così l’Italia da ridiscutere, in uno zoom che mette a fuoco il problema di una ripresa economica non propriamente all’altezza delle aspettative e che rivela l’urgenza di una nuova fase politica, con un chiaro riferimento alla palude dei partiti e alla revisione della seconda parte della Costituzione. Uno scenario in cui la voce del sindacalismo italiano si fa elemento propulsivo del rinnovamento.

Ficcante l’introduzione di Sergio Segio, che in nuce presenta il progetto dell’opera e le responsabilità dei diritti mancati. Particolarmente ricca di spunti che si andranno man mano chiarendo nelle pagine del libro, come il concetto della “nozione di posterità” che “è andata da tempo smarrita, trattata come scoria dei secoli precedenti, come inutile fardello che frena lo sviluppo”. Segio guarda la situazione dall’osservatorio di queste pagine, seguendo la fosca declinazione che dall’olocausto ecologico, prima emergenza tra tutte, si concatena ai movimenti dei migranti, costretti alla fuga per ragioni climatiche e politiche, e alle spese belliche; i trenta conflitti in corso e la conseguente violazione dei diritti umani; la barbarie generalizzata dei singoli e le responsabilità dei media; il progressivo e cieco barricarsi dei cittadini nel diritto acquisito, le dinamiche generalizzate di esclusione, civile ed economica, che non riguardano solo i nuovi soggetti sociali, ma anche persone che sempre più si avvicinano inconsapevolmente alla soglia della povertà. I dettagli, tra i numeri e le parole, impongono una risoluta presa di coscienza dal parte della politica, anche e soprattutto a livello mondiale.
Una prima parte è dedicata ai diritti economico-sindacali e al lavoro, con un capitolo riservato alla “questione sicurezza”, emergenza che in Italia si è tristemente meritata una ferma presa di posizione del Capo dello Stato. Con uno sguardo all’Europa, al contesto mondiale, e uno alla realtà del Belpaese, si dichiara l’ambiguità delle politiche fin qui adottate dal nostro e dai paesi membri per ottemperare agli impegni presi in ambito internazionale con la Strategia di Lisbona entro il 2010.

Focalizzati i “punti” dell’argomento (disagio economico, povertà crescente, immobilità sociale, limiti della Legge finanziaria attuale e mutazioni del lavoro), il rapporto si addentra nelle “prospettive” possibili (le strategie economiche, il ruolo del sindacato nel contesto internazionale e globale, rapporto tra sindacati e governo, ecc.).
Sul fronte della sicurezza si guarda ai rischi emergenti, tra responsabilità sociali e carenze legislative, nell’impegno di un miglioramento da attuare al più presto anche nel contesto europeo.

Legati indissolubilmente a quelli del lavoro, i diritti sociali. Lo scenario si delinea subito come un’attenta ricognizione dello stato delle cose in Italia, con un’attenzione particolare alla povertà dei giovani, a quella tristemente nota degli anziani e alla povertà della “quarta settimana”, che coinvolge un numero sempre maggiore di nuclei sociali e di singoli.

La generale crisi del welfare, insieme ad argomenti più dettagliati, come l’orribile pratica, ma fin troppo comune, di somministrare psicofarmaci ai bambini o l’immobilismo della legge sulla droga, sono tra i fenomeni che il rapporto discute. Sulla spinosa questione della sicurezza e della giustizia, si aprono nuove prospettive e argomentazioni toccando temi difficili come il carcere duro del 41 bis e la “questione ergastolo”. Motivi che sfiorano i diritti umani, civili e politici, argomento della terza parte, vero cuore delle pagine del libro.

A disegnare la fitta rete del rapporto, qui più che in ogni altra sezione, sono utili le interviste con cui prende l’avvio ogni capitolo del volume. Sull’aggiornamento dei diritti di cittadinanza connessi alla laicità dello Stato interviene Gigliola Toniollo, rappresentante del Settore Nuovi diritti della Cgil, mentre le parole di don Luigi Ciotti sono per la legge Bossi-Fini e il rapporto Nord-Sud d’Italia, ma anche Nord-Sud del mondo. Paolo Nerozzi, segretario confederale Cgil, interviene sulla catena terrorismo, armamenti, guerra infinita e le loro connessioni con la globalizzazione; Patrizio Gonnella, presidente nazionale dell’Associazione Antigone, focalizza la questione dello Stato di diritto contro lo stato di guerra permanente di questi ultimi anni, mentre Mauro Palma, presidente del Comitato per la prevenzione della tortura al Consiglio d’Europa, racconta il processo ancora in fieri della determinazione dei diritti fondamentali da tutelare all’interno degli Stati membri e il limite giuridico dei macro-organismi di controllo.

Il Rapporto sui diritti globali 2007 si chiude con l’ambiente. Una visione allargata, che comprende la lotta all’Aids e la fame nel mondo, strettamente connessa alle questioni precedentemente affrontate. La globalizzazione, lo sfruttamento intensivo delle risorse, ma anche il surriscaldamento del pianeta, l’emergenza acqua, che presto riguarderà seriamente anche il nostro paese, le mutazioni climatiche e le fonti di energia sono i protagonisti delle schede e degli approfondimenti. E mentre l’Italia è tra le ultime in Europa ad affidarsi alle fonti energetiche rinnovabili (anche se qualche incentivo è stato inserito nella Finanziaria 2007), la terra è un pianeta malato, che il neoliberismo fa correre verso l’estinzione, visto da vicino secondo i dati dettagliati del Panel on Climate Change. L’appuntamento con l’ambiente è inderogabile per quest’anno, almeno lo dovrebbe essere per le istituzioni governative e gli organismi internazionali, anche secondo l’impegno preso dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, dopo i fallimenti della Conferenza mondiale sul clima e le incertezze sulla prossima applicazione da parte di tutti i firmatari del Protocollo di Kyoto. Tra le pagine del rapporto, l’agenda e le buone pratiche che potrebbero sanare la salute del pianeta, primo tra tutti l’appuntamento di dicembre 2007 a Bali.



 

 

 

 

 

caffeeuropa.it


 


Quando finisce una guerra?
Conclusa la prima visita negli Usa di un premier vietnamita dalla fine della guerra. Senza parlare degli effetti di quel conflitto
 
Si è conclusa oggi la visita di sei giorni del presidente vietnamita Nguyen Minh Triet negli Usa, la prima a così alti livelli dalla fine del conflitto concluso nel 1975. Seguito da 10mila imprenditori, il primo cittadino ha chiuso importanti accordi commerciali con il Governo Usa per l'apertura delle barriere doganali e per incentivare gli investimenti yankee nel Paese degli ex nemici, per un valore di oltre 160 milioni di dollari. La visita poteva essere turbata dall'apertura lunedì 18 giugno della prima udienza di fronte la Corte d'Assise in Washington di una causa intentata da tre milioni di vietnamiti. I loro legali statunitensi hanno presentato ricorso avverso 37 'company' Usa che hanno prodotto l'Agente Arancio, un erbicida usato durante la campagna militare negli anni '70 e che avrebbe prodotto infermità e malformazioni in tre milioni di vietnamiti. Un primo ricorso era stato respinto nel marzo 2005 in primo grado. Questo argomento è stato plausibilmente affrontato nel colloquio di venerdì scorso alla Casa Bianca tra i due Presidenti. Ma se officialmente Minh Triet e G. W. Bush si sono dichiarati "molto soddisfatti per i passi avanti compiuti nelle relazioni commerciali tra i nostri due Paesi", hanno liquidato la questione Agente Arancio con una frase stringata: "non saranno dei contenziosi giudiziari a fermare la collaborazione produttiva tra Usa e Vietnam".
 
 
 
scritto per noi da
Pirous Fateh-Moghadam*
 
Nel marzo del 2005 è stata rifiutata la richiesta di un'azione legale avanzata dalle vittime vietnamite dell'Agent Orange contro i 34 produttori della sostanza (tra cui Monsanto e Dow Chemical) utilizzata come defoliante durante la guerra del Vietnam. Le aziende erano state accusate di aver rifornito l'esercito Usa nonostante fossero a conoscenza degli effetti teratogeni e cancerogeni che avrebbe provocato l'uso della sostanza. La decisione del giudice era giunta dopo pressioni da parte del Dipartimento di Giustizia secondo il quale l'apertura di tribunali americani a cause avanzate da ex-nemici potrebbe rappresentare una seria minaccia ai poteri presidenziali relativi al ricorso alla guerra. L'associazione delle vittime vietnamite ha presentato ora la richiesta di riaprire il caso.
 
nascita di un bimbo vietnamitaPer gli yankee sì. I veterani americani colpiti dagli effetti dell’agent orange avevano accettato nel 1984, dopo un processo durato sei anni, un risarcimento di 180 milioni di dollari da parte delle aziende e già nel 2005 l'associazione americana Vietnam Veterans Against the War aveva espresso la sua completa solidarietà alla causa delle vittime vietnamite dell’Agent Orange affermando: "Conosciamo bene queste sostanze che continuano ad avvelenare il Vietnam ed il suo popolo perché le abbiamo riportate a casa all’interno dei nostri corpi". Nel frattempo i veterani USA hanno inoltre fondata la Vietnam Agent Orange Relief and Responsibility Campaign che organizza visite in Vietnam e azioni di sostegno in Usa (un picchetto è stato presente anche in occasione della riapertura del caso).
 
per concessione associazione Amici vittime diossinaI vietnamiti s'arrangino. Tra il 1961 ed il 1971 diverse miscele di sostanze erbicide, denominate secondo il colore della fascia identificativa fissata sui bidoni, furono utilizzate sul territorio del Sud-Vietnam (su circa un terzo della sua superfice) con l'obiettivo di defogliare le foreste in cui si muovevano i combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale e di distruggere le coltivazioni dei contadini che fornivano alimenti ai combattenti.
La miscela più celebre fu il cosiddetto "Agent Orange" contenente acido 2,4,5 triclorofenossiacetico (2,4,5-T), un composto teratogeno ed inoltre contaminato, come la maggior parte delle miscele impiegate, con 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD). Sulla quantità complessiva di erbicida uno studio recente riporta una quantità quasi doppia rispetto alle stime ufficiali precedenti. Questo studio, rielaborando i dati di alcuni database militari, ha anche prodotto mappe molto precise sui siti inquinati e sulla popolazione esposta (3.181 esposti direttamente e da 2,1 a 4,8 milioni di persone esposte indirettamente).
 
Agente Arancio in azioneUna Seveso permanente. Studi precedenti su siti inquinati hanno documentato la persistenza di elevatissimi livelli di diossina sia nel terreno (fino a 1 milione di ppt) sia negli alimenti (anatra, pollo e pesce), che si riflettono in elevati livelli ematici di TCDD nella popolazione esposta (fino a 413 ppt, mentre la concentrazione media vietnamita è di 2ppt). Il governo vietnamita stima che circa tre milioni di vietnamiti siano stati esposti durante la guerra e che circa 800mila persone ne soffrono ancora oggi le conseguenze.
 
Una scena di Apocalypse NowSe questa è pace. Quando finisce una guerra, quando le armi tacciono oppure quando si cessa di morire? Scegliendo la seconda definizione né la guerra del Vietnam, né l'Agent Orange fanno parte del passato. Esiste tuttavia la possibilità di superare positivamente il passato: lo dimostrano i vietnamiti ed americani uniti nella lotta per compensare almeno parzialmente le ingiustizie subite e per costruire un futuro libero da guerra e militarismo

SVILUPPO:
Pochi i governi africani che hanno il coraggio di dire “No”
Christi van der Westhuizen - Intervista con Evelyn Herfkens

Evelyn Herfkens - Credit: Sabina Zaccaro
ROMA, (IPS) - Da Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan sceglieva Evelyn Herfkens per coordinare la Campagna del Millennio per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo dell'Onu (MDG's).

Ex ministro olandese per lo sviluppo internazionale e direttrice esecutiva della Banca Mondiale, Herfkens ha partecipato alla Conferenza Internazionale di valutazione di medio termine sullo stato di attuazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio tenutasi a Roma la settimana scorsa.

IPS: Qual è la sua diagnosi sui progressi degli MDG in previsione della scadenza del 2015?

Eveline Herfkens (EH): In realtà si sono fatti molti progressi, ma troppo lenti e inaffidabili. Alcune regioni stanno lavorando moltissimo, altre rimangono indietro, ma le preoccupazioni più grandi sono per la regione più povera – l’Africa sub-sahariana.

Certo, anche nell’Africa sub-sahariana alcuni fra i paesi più poveri sono in cammino per raggiungere diversi obiettivi. Il Mozambico raggiungerà l’obiettivo relativo alla povertà (MDG numero uno) e quello relativo alla mortalità infantile (MDG numero quattro). Ci sono almeno 12 paesi che lavorano all’obiettivo dell’istruzione universale (MDG numero due). I paesi che raggiungeranno gli obiettivi sono quelli che manterranno i loro impegni, che hanno le giuste priorità, che combattono la corruzione, che migliorano i sistemi sanitari e l’istruzione – quei paesi sono sulla buona strada, gli stessi per i quali anche alcuni donatori stanno mantenendo le loro promesse.

In generale, i paesi che registrano maggiori successi sono quelli che hanno beneficiato di cancellazioni del debito più significative …come la Tanzania, dove un milione di bambini in più frequenta la scuola grazie al fatto che non devono ripagare noi, e possono mettere il denaro nel bilancio dell’istruzione. Questi paesi avranno aiuti generosi, aiuti che consentono ai loro governi di assumersi le proprie responsabilità.

Dunque, non (sono necessari) progetti piccoli, frammentati, ma donatori che lavorano per sostenere politiche migliori in favore dei destinatari degli aiuti. Se questo è possibile nei paesi più poveri, allora è vero che gli obiettivi sono ancora raggiungibili. Tuttavia, ciascuno deve mantenere le proprie promesse.

IPS: Per quali ragioni l’Africa sub-sahariana, e soprattutto l’Africa meridionale, sono rimaste indietro? Molti degli obiettivi sono ancora lontani...

EH: dovremmo tornare indietro di secoli per trovare le cause, ma forse è meglio concentrarsi sugli ultimi decenni. Non sempre c’è stato il governo giusto nell’Africa sub-sahariana, e le leggi commerciali internazionali non sempre sono state particolarmente vantaggiose per i paesi africani, diventate vittime soprattutto delle politiche dei sussidi agricoli (di Unione Europea e Usa).

Inoltre, il modo in cui l’aiuto veniva distribuito in passato non è stato di grande sostegno per la credibilità dei governi presso i loro stessi popoli. Pochissimi sono i governi in Africa che si sono assunti le proprie responsabilità per il futuro. Le modalità operative dei donatori stavano minacciando affidabilità e responsabilità, facendo sì che i paesi africani guardassero più alle volontà dei loro donatori che alle richieste della popolazione.

Sono molte le cose che dovrebbero cambiare, ma io sono ottimista, perché c’è un numero crescente di paesi i cui governi si stanno responsabilizzando e dove si nota qualche miglioramento nel comportamento dei donatori. L'aspetto più problematico è tuttavia quello del commercio.

IPS: Vediamo che vengono presi una serie di impegni, ma poi non sono rispettati. Il vertice del Gruppo degli Otto a Gleneagles è passato inosservato. Sembra che manchi una volontà per portare equilibrio nel campo di gioco Nord-Sud – parliamo di intrecci di potere globali..

EH: Questo è in parte dovuto all’ignoranza, è molto difficile che politici di Giappone, Stati Uniti o Canada facciano realmente qualcosa in questo senso quando i loro elettorati non ne colgono i risvolti. Non mi piace parlare di classifiche per l’Africa sub-sahariana, e neanche per il G8. Ma siamo onesti: francesi, inglesi e tedeschi hanno mantenuto i loro impegni sul volume di aiuti. La Russia non è assolutamente un protagonista dello sviluppo, dunque alla fine parliamo di Italia, Giappone, Canada e Usa.

Tuttavia, negli Usa l’aiuto per l’Africa è di fatto raddoppiato …Naturalmente, il livello di partenza era estremamente basso, però le cose si stanno muovendo. Il presidente (Usa) è arrivato con promesse e offerte e il Congresso Usa è diventato più generoso. In Italia vediamo ancora poco, ma qui c’è un problema di debito. Ciononostante, qualcosa si muove nei programmi di aiuto in termini di azioni in grado di sbloccare la situazione; non si tratta di interventi che costano denaro, ma di azioni comunque importanti. IPS: Vorrei parlare delle politiche imposte all’Africa sub-sahariana. Molti lo ritengono il vero cuore del problema: le politiche imposte ai governi, le agende nazionali stabilite da paesi stranieri, è forse questo il motivo per cui questi stati non riescono a raggiungere gli MDG.

EH: Le sfumature sono tante. Ci sono governi africani che accusano il mondo esterno per tutto ciò di cui loro stessi sono responsabili. Secondo, concorderei con l’affermazione che sono troppo pochi i governi africani che hanno avuto il coraggio di dire “no” ai loro donatori su interventi giudicati inutili. Fu una svolta incredibile quando cinque anni fa la Tanzania disse ai donatori, “Ragazzi, ci state facendo diventare matti con tutte le vostre missioni e rapporti separati. Vi chiediamo tre mesi senza nessuna missione, non vi vogliamo. Dobbiamo concentrarci sulla gestione del nostro budget e prendere le nostre decisioni”. Ci sono state poche ribellioni dal fronte africano, in pochi hanno detto “no” alle azioni inutili.

Lei parla di qualcosa che dipende spesso dai governi africani, ma questi non hanno abbastanza credibilità e parlano perché loro stessi hanno fatto troppo poco per i poveri. Non tutte le politiche imposte sono cattive. Se in qualità di donatore lei dicesse: “Io voglio davvero che voi tracciate una vostra strategia di riduzione della povertà o un piano per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio insieme alla società civile e al parlamento” – questa sarebbe decisamente una buona idea, ma non dovrebbe essere imposta da altri: credo che questi governi dovrebbero agire da soli. Alcune delle questioni sollevate dai donatori non sono completamente insensate.

IPS: Il problema, direbbe qualcuno, è stato seguire un approccio standard. La Banca Mondiale ha cercato di essere più attenta agli interessi nazionali, ma anche così non si è andati molto lontano – forse perché le politiche vengono sempre riaggiustate a vantaggio del Nord. Finché le cose andranno così, gli stati non avranno controllo sui loro problemi e non potranno attivare politiche utili alle loro popolazioni.

EH: Di nuovo, la sfumatura è sottile: nel Nord c’è chi cerca di rendersi utile. Tra le cose che considero più frustranti, è che nel Nord qualcuno abbia tentato di creare spazio e dare voce agli africani... per esempio, la campagna contro gli accordi di partenariato economico (proposti dall’Ue). Poi arriva un vertice internazionale e nessun governo africano solleva dubbi sugli EPA. Così non si va avanti, gli africani non hanno usufruito degli spazi disponibili per discutere realmente il loro punto di vista.

Se si guarda anche al gruppo più vasto di paesi in via di sviluppo, è spesso dominato dagli interessi dei grandi paesi asiatici o dell’America Latina, e gli africani non hanno mai fatto lo sforzo di dire: “Questo non è importante per noi”. Oppure: “Potete per favore occuparvi anche di quanto ci riguarda”. Non sto dicendo che il Nord è perfetto, ma se voi scrivete per il Sud, vorrei sentire anche l’altra parte della storia.

Nel Nord dico sempre che noi del mondo industrializzato imponiamo le politiche, che le nostre politiche commerciali colpiscono il popolo, e che le nostre politiche di aiuto sono avare e inefficaci. Puntualizzo continuamente questi aspetti, ma preferirei sentire qualcosa di più nel Sud sulla sua stessa responsabilità. Non c’è motivo perché anche il paese più povero del mondo non debba avere istruzione primaria gratuita universale – Mi dispiace, non c’è. È una questione di priorità. Dunque, niente scuse …ci sono spazi che non sono stati usati né a livello nazionale, né regionale.

È sempre molto utile discutere la mancanza di accesso ai mercati del Nord. Ho trascorso gran parte della mia vita lottando per un accesso maggiore al mercato dei prodotti africani; ma finora lo sforzo effettivo dei paesi africani è stato troppo scarso per consentire l’apertura dei mercati in Africa.
http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=949

Ruanda , Tribunale ONU : sacerdote a giudizio per genocidio
di Carla Amato

E' cominciato la scorsa settimana ad Arusha, in Tanzania, il processo ad un sacerdote nero accusato di genocidio, omicidio e sterminio contro il gruppo etnico dei Tutsi, davanti al tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite per il Ruanda.

Hormisdas Nsengimana, che fu anche rettore dell'università di Cristo Re, nella prefettura di Butare, ha quattro capi di imputazione: genocidio, cospirazione per commettere genocidio e crimini contro l'umanita' per omicidio e sterminio.

Non si tratta del primo sacerdote arrestato dal Tribunale per il Ruanda con imputazioni di genocidio e crimini contro l'umanita'. Fra gli altri - europei o africani - il vescovo anglicano Samuel Musabyimana, il pastore avventista Elizaphan Ntakirutimana ed i preti cattolici Emmanuel Rukundo e Athanase Seromba. Alcuni di essi - come pure alcune suore - sono anche stati condannati.

Nelle sue osservazioni preliminari, il procuratore capo, Sylvana Arbia, ha detto che portera' in aula oltre venti testimoni, compresi membri del clero, membri del gruppo etnico Hutu che erano impiegati dell'universita', vittime e superstiti degli attacchi, ex allievi dell'universita' ed esperti che avranno il compito di contestualizzare le attivita' di Nsengimana durante il genocidio del 1994.

In particolare l'imputato e' presunto essere uno degli organizzatori del macello dei Tutsi a Nyanza, Butare, nel 1994 ed e' accusato di essere stato un leader dei "Draghi di Les" o "Squadroni della morte", nei quali avrebbe svolto un ruolo chiave nell'omicidio dei Tutsi nei pressi dell'università ed in altre parti della regione.

Secondo il racconto di alcuni testimoni, egli avrebbe anche usato gli studenti per far rasare il sottobosco nei pressi dell'universita' per evitare che vi si potessero nascondere dei Tutsi e avrebbe fatto istituire una sorta di posti di blocco presso i quali diversi Tutsi furono individuati e arrestati.

E' accusato anche di aver operato di concerto con i soldati della prefettura per commettere questi crimini e di aver collaborato all'uccisione dei preti Tutsi nella sua universita'. In un caso avrebbe pagato parecchia gente per sapere dove erano nascosti tre sacerdoti Tutsi fuggiti dall'universita' e di aver trasmesso le informazioni ai suoi co-perpetratori, che li hanno uccisi. In un caso avrebbe ucciso personalmente una delle vittime, un anziano prete.

Secondo il suo difensore, l'imputato nega tutte le accuse, afferma di aver perso negli eventi del 1994 membri della sua famiglia ed amici ed e' convinto che questo processo dimostrera' la sua innocenza. Il 24 aprile, Nsengimana - che era stato arrestato in Cameroon a marzo 2002 - si e' dichiarato non colpevole delle tre accuse piu' gravi.


www.osservatoriosullalegalita.org



giugno 25 2007

Il governatore e la bravura nello spendere in ‘bellezza’



ALBERTO STATERA




«Miss, mia cara miss», diceva una canzoncina di tanti anni fa. Ora sappiamo quanto sia «cara» la miss, perché mentre tutti strologano sulla riduzione dei «costi della politica», la Giunta regionale del Veneto ha deciso di finanziare con 800 mila euro il concorso di «Miss Italia nel mondo», manifestazione notoriamente di alto valore culturale. La delibera regionale prevede che i tre quarti della somma complessiva vadano alla Rai, il resto alla Miren International srl di Eugenia Mirigliani, per la realizzazione a Jesolo della manifestazionespettacolo «articolata a guisa di concorso di bellezza muliebre, a frequenza annuale, riservata alle ragazze italiane o d’origine italiana residenti all’estero». Una «parcella» di 33.600 euro andrà poi a Mario Maffucci, ex capo struttura di Raiuno per il «necessario supporto tecnico nella ideazione e realizzazione dei girati promozionali connessi alle finali di Miss Italia nel Mondo, nonché il supporto per rendere sinergica l’eventuale azione promozionale delle strutture associate nell’ambito delle iniziative in essere con la Rai o con altre emittenti televisive (sic)».
Siglato l’accordo con Mirigliani, con la Rai e con Maffucci, il vicegovernatore e assessore al Turismo Luca Zaia, che ci aspettiamo di vedere sul palco delle miss, non ha saputo trattenere l’entusiasmo: «Quello di Maffucci ha detto a «La Nuova Venezia» è un nome che è tutto un programma, più di chiunque altro lui è padrone del linguaggio televisivo e sa interpretare al meglio le nostre esigenze. Tanto più che, parlando con lui, ho scoperto che ha natali veneti: la mamma di Oderzo e il papà di Belluno. Ed è un gran lavoratore, tanto che in questi giorni non va in spiaggia, ma s’impegna al massimo per la riuscita della trasmissione». Peraltro, anche la conduttrice televisiva Eleonora Daniele, che ha sostituito a Miss Italia nel Mondo Simona Ventura, incazzatissima e intenzionata a fare una causa per risarcimento danni, pensate un po’, è nata a Padova.
Mentre il vicegovernatore esultava per il concorso di «bellezza muliebre» e per l’ingaggio di tanti corregionali veneti, la sabbia copriva in Consiglio regionale un ordine del giorno votato nel gennaio scorso per il contenimento dei costi della politica, nonostante le continue sollecitazioni del presidente del Gruppo dell’Ulivo Achille Variati per tramutarlo in legge. Non che l’ordine del giorno di gennaio punti a otturare tutte le falle del bilancio regionale, appesantito da una miriade di enti e dagli emolumenti dei loro amministratori, ma perlomeno impegna l’assemblea ad eliminare alcuni privilegi grotteschi dei consiglieri, come ad esempio quello che si prolunga persino post mortem con i contributi previsti per le «spese funerarie».
Con Zaia, ad appassionarsi assai poco alla riduzione dei costi della politica c’è il sanguigno governatore Giancarlo Galan.
Criticato per il noleggio di dieci auto blu, costato 311.760 euro, è andato su tutte le furie e ha stilato un comunicato di bragia, nel quale ha stigmatizzato la «volgare montatura dei cantori della Casta» e si è indignato per «le bugie e le falsità dei moralizzatori da burletta», rivendicando al Veneto la maggiore capacità di spesa fra tutte le regioni, segnalata dalla Corte dei conti, per la realizzazione di infrastrutture. «Per saper spendere bisogna essere bravi» ha scolpito il governatore. «E noi lo siamo», ha aggiunto, con vaga reminiscenza del «Io lo nacqui» di Totò. Peccato che circumnavigare Mestre in auto o in Tir sia ancora e chissà per quanto tempo un’impresa di cui si favoleggia in tutta Europa e nei Balcani. Peccato che il Mose, come sostiene il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, rischi di essere un monumento all’inutilità.
Nell’attesa, per soli 800 mila euro, possiamo comunque consolarci con «Miss Italia nel Mondo», manifestazione «in guisa di concorso di bellezza muliebre».
a. statera@repubblica. it


Letta: è il momento di parlare al Nord
Amedeo La Mattina
La Stampa


Gli dicono: «Ma chi te lo fa fare, Enrico, lascia perdere, accodati anche tu, non ti rendi conto che contro Walter non c’è partita». E’ dai partiti dell’Ulivo che vengono i «saggi consigli», soprattutto dal suo, la Margherita. Ma a Enrico Letta non dispiacerebbe ingaggiare la sfida delle primarie nel Pd. Ci sta pensando, non teme la vertiginosa montagna veltroniana da scalare e sulle pendici della quale in molti stanno già costruendo i loro accampamenti. Velleità, incoscienza o ricerca di un ruolo nel futuro Pd, dopo che Franceschini è entrato nel ticket con il sindaco di Roma? «Le considerazioni personali vanno messe in secondo piano. Sto riflettendo con molta gente, sto ascoltando molti suggerimenti: voglio capire se c’è una domanda vera, una richiesta, un bisogno, uno spazio per le mie idee», spiega il sottosegretario alla presidenza del Consiglio appena sceso dall’aereo.
E’ stato al Nord in questi due giorni. E’ andato alla festa della Cisl a Levico Terme, ospite d’onore di Bonanni. E’ stato a cena con il presidente della Confindustria di Verona, Gianluca Rana, ha parlato con Massimo Calearo (numero uno degli industriali di Vicenza) e il suo collega di Treviso, Andrea Tomat. Ha incontrato i commercianti di Padova, ha fatto una lunga chiacchierata con il Cavaliere del lavoro Mario Carraro, storico imprenditore del Nord-Est. Poi il «côté» più politico: nei giorni scorsi a Roma una lunga discussione con Marco Follini, ieri con il gruppo regionale e i parlamentari del Veneto. E con Lorenzo Dellai, il presidente del Trentino che alle provinciali del ‘99, quando fu eletto presidente della Provincia, inventò la Margherita, divenuta il modello per la Margherita nazionale nel 2001. E cosa è venuto fuori da queste «consultazioni» al Nord? «Che il malessere del Nord è una forte domanda di politica, di politica semplice, semplificata, post-ideologica, che dà una soluzione ai problemi. Una politica che gli inglesi chiamano “problem solving”. Mi sto facendo l’idea che questa domanda chiama il Pd: è l’occasione, forse l’ultima, con cui il centrosinistra può parlare a questi mondi. Per questo motivo vale la pena riflettere bene sul da farsi».
Letta è un tipo prudente, ma ci sono momenti in cui le sfide vanno raccolte. Oppure, si rischia di rimanere nell’ombra o in seconda fila o in tribuna d’onore, se va bene. Qualche risposta ai suoi dubbi, comunque, l’ha avuta nei suoi incontri. Oltre a coloro che gli dicono «ma chi te lo fa fare», c’è chi sostiene la necessità di una candidatura diversa da quella di Veltroni, per dare rappresentanza a un’area riformista e moderata del Pd. Insomma, Letta ha riscontrato una voglia di primarie vere, per evitare il rischio che le primarie non ci siano affatto. Con un solo candidato sarebbe già bella che conclusa, non ci sarebbe dibattito, confronto. «La bellezza delle primarie - osserva Letta - è che, a differenza dei ballottaggi nei Comuni e delle elezioni normali, non sono un gioco di un candidato contro l’altro». E’ una risposta a Fassino (senza citarlo) che teme la Babele dei linguaggi, i contrasti, proprio adesso che con Veltroni il Pd può presentarsi finalmente unito. Ma per Letta le primarie sono «un concorso» a presentare progetti politici diversi. «Ognuno presenta un suo contributo e lo fa in prima persona, ci mette la faccia, si assume la responsabilità di farlo, e presenta una sua idea al progetto politico che si deve costruire insieme. E’ un concorso, non è uno scontro. La paura che ci siano contrapposizioni che rompano un clima idilliaco non la vedo, mi sembra sbagliata. Qui il problema è di non inaridire il dibattito».
Infatti l’allievo di Andreatta, che è uno dei più stretti collaboratori di Prodi a Palazzo Chigi, considera la candidatura di Veltroni un fatto positivo, «uno sforzo utile a tutti, un’assunzione di responsabilità». «Va benissimo così, ma è nell’interesse pure di Veltroni che ci siano più candidati, che siano primarie fortemente legittimanti del risultato». Di più: «Il Pd e la candidatura di Veltroni non nuocciono al governo. Tutta questa discussione è solo positiva. Per questo insisto per fare bene il Pd. Anche un mio eventuale impegno personale potrebbe essere garanzia di questo». Ma l’impegno che Letta ha nelle prossime riunioni a Palazzo Chigi è quello di chiudere l’accordo sulla riforma delle pensioni, lanciare il federalismo fiscale e scrivere il Dpef che servirà a preparare una Finanziaria che «per la prima volta da tanti anni potrebbe essere “neutra”, cioè che non farà arrabbiare la gente». Tre obiettivi da centrare entro giovedì: «E se non si raggiungono, tutti gli altri ragionamenti sono molto più complicati». Anche da questi obiettivi dipende la candidatura sua e quella simile di Bersani, perché stare al governo e allo stesso tempo proporsi alla guida del Pd è più difficile. Letta dice di sentire «sulle spalle l’attesa di milioni di italiani, di pensionati e pensionandi, e dei giovani precari ai quali dare la possibilità di riscattare la laurea ad un terzo del costo».
Già, lui e Bersani il 2 luglio saranno a Milano e potrebbe essere l’occasione per capire cosa faranno. Senza escludere l’ipotesi di una candidatura Letta e un’altra di Bersani. «Dobbiamo prenderci tutto il tempo necessario per riflettere. Io voglio fare bene il Pd, è l’obiettivo dei prossimi 20 anni e in fondo le primarie sono tra tre mesi e mezzo. Dobbiamo fare un’operazione che poggi sulla roccia».


Renato Soru for President

Avrei dovuto scrivere "Renato Soru for secretary," ma non suona altrettanto bene. Ancora una volta, nonostante tutti i segnali che hanno ricevuto dall'elettorato ulivista, Fassino & Co. non hanno resistito alla tentazione di decidere per noi. L'investitura di Walter Veltroni come segretario del costituendo Partito Democratico e' ormai cosa fatta. A questo punto, l'unica speranza e' che un Cavaliere Bianco (o rosso, o rossiccio) si faccia avanti e si opponga all'arroganza dell'establishment. Che Renato Soru sia la persona giusta per il ruolo?

Ci siamo quasi. Ottobre non e' poi cosi' lontano. Il 14 di quel mese, eleggeremo il segretario del Partito Democratico. Dico eleggeremo, perché immagino che anche qui a New York vi sarà almeno un seggio per le primarie, cosi' come ci fu nel 2000. Il comitato dei maggiorenti che e' incaricato dell'organizzazione del costituendo partito prima che gli organi sociali vengano eletti, ha deciso che vi saranno liste bloccate, ognuna delle quali collegate con un candidato per la carica di segretario. A detta dei leader dell'Ulivo, ciò farà si' che saremo noi semplici elettori a scegliere la prima guida del nuovo soggetto politico.

Purtroppo, come previsto, si sta rivelando un'ennesima presa per il c... L'inizio della messa in scena e' toccato a Fassino, il quale, giorni addietro, e' stato il primo ad avanzare il nome di Walter Veltroni, asserendo che tutti i DS sarebbero stati felicissimi di sostenere la sua candidatura a segretario. Poi, uno ad uno, larga parte dei DS stessi, nonche' alcuni pezzi grossi di DL, si sono accodati. Infine, e' toccato a Veltroni entrare in scena, all'inizio titubante, e poi sempre più sicuro di accettare l'investitura. Perfetto! E' cosi' che si lascia la scelta agli elettori? Con quale coraggio un'altra persona con un po' di orgoglio si opporrà a Veltroni, quando tutto l'establishment ha dichiarato di appoggiare quest'ultimo? Vi immaginate se, mesi addietro, al momento in cui Hillary Clinton sciolse la riserva sulla sua candidatura a Presidente degli Stati Uniti, i leader democratici del Senato avessero manifestato pubblicamente il loro sostegno? Prima che il parco dei contendenti si fosse completato? Sarebbe stata un'iniziativa inaudita. In Italia, non solo e' successo. Nessuno si e' meravigliato. Secondo Repubblica, cosi' Fassino si e' espresso in risposta al giornalista De Marchis, che gli chiedeva se consigliasse a Bersani di ritirarsi:

Bersani o altri sono liberi di decidere. È utile una pluralità di liste e di candidati. Tuttavia penso che su Veltroni si realizzi una larga convergenza unitaria. Ed è così che il suo impegno viene percepito dai cittadini. Uno dei nostri problemi di sempre è la Babele di linguaggi, il mettere troppo in evidenza più le divisioni che i punti in comune. Credo che di questo dobbiamo tenere tutti conto. La nostra gente vuole segnali di forte coesione e unità. Per una volta che possiamo essere davvero uniti perché presentarci divisi?".

Io, tra Bersani e Veltroni, non avrei alcun dubbio. Voterei per Bersani. Ma questo non e' il punto. Il punto e' che la pluralità che ha in mente Fassino e' quella fasulla di stile vetero-sovietico: i potenti e potentelli cooptano il leader, e sulla scheda elettorale aggiungono qualche altro nome per dare una parvenza di democrazia. Un po' come i dittatori africani fanno per aggraziarsi gli osservatori internazionali. Al popolo bue e' demandata la semplice ratifica. La leadership dei DS non ha capito assolutamente nulla. Non ha capito che la gente comune e' stanca di sentirsi imporre nomi dall'alto. Che e' stanca dei professionisti della politica, o classe dirigente del Paese, come suole definirla D'Alema. Walter Veltroni, con tutti i pregi che nessuno gli nega, e' il professionista della politica per antonomasia. Pur proclamandosi giornalista (e' iscritto all'ordine, ma cos'altro?), ha passato tutta la vita a fare solo ed unicamente il politico. Dalla FIGC al Consiglio comunale di Roma già a 22 anni, e cosi' via, fino all'incarico di vice-presidente del Consiglio e quindi al Campidoglio. E' questa la ventata d'aria nuova di cui si ha disperatamente bisogno? A me sembra un miasma proveniente da una discarica.

Sentite ancora Fassino nell'intervista citata:

... In primo luogo perché Walter è un dirigente dei Ds ed è stato addirittura il leader del partito. La sua appartenenza politica è chiara. Ma Veltroni rappresenta anche tutto l'Ulivo e il Pd, cioè uno spettro molto ampio di posizioni. I Ds erano in grado di mettere in campo altri dirigenti, ma poi bisogna tenere conto delle condizioni politiche. E queste condizioni hanno portato alla scelta più idonea.

E poi:

...É un dirigente stimato da tutti. Ha un profilo che lo rende riconoscibile a un elettorato più largo del centrosinistra. La sua fede ulivista è sempre stata dichiarata. E' anche un esponente dei Ds e in questo c'è il riconoscimento del ruolo del nostro partito. Racchiude in sé le caratteristiche di unità e di novità.

VELTRONI NOVITÀ ?????? Fassino, che droghe stai prendendo? Infine, alla domanda "Perché Veltroni sì e altri no, a parte i sondaggi?", il Nostro risponde:

Per i tratti del suo profilo di cui parlavo prima. E perché venendo dal Campidoglio non si porta dietro le ferite delle battaglie di questi anni. E' il più fresco di noi. E può unire più di ogni altro.

Ma che c.... vuol dire? In questi giorni, Rudy Giuliani sta viaggiando come un ossesso da una parte all'altra degli Stati Uniti per perorare il suo caso come candidato a Presidente. Per la maggior parte del tempo, parla dei suoi trascorsi come Sindaco di New York. Questo perché, e' ovvio, la gente utilizza la history del candidato per formare aspettative su quello che sarà il suo comportamento nell'evenienza che venga eletto alla Casa Bianca. E per history, intendo cifre: il calo nel numero di reati commessi a New York durante i suoi otto anni in carica, il miglioramento dei risultati medi degli studenti della scuola pubblica nei test standardizzati, il calo del deficit di bilancio del governo cittadino, la diminuzione dei newyorkesi che richiedono assistenza pubblica, e cosi' via. Penso che, anche in Italia, la gente non ne possa più delle solite risposte sofistiche cui siamo stati abituati dalla nascita. Se Veltroni vuole fare il segretario, ci dica quali, tra le iniziative che ha preso come Sindaco di Roma, dovremmo utilizzare per formare aspettative circa le decisioni che prenderà come segretario ed, eventualmente, come Presidente del Consiglio.

La mia speranza e' che, a qualche momento durante l'estate, un outsider, una persona con un passato professionale, si proponga come alternativa all'uomo prescelto dal Politburo. Intendo una personalità che si sia guadagnata il nostro rispetto con il proprio lavoro e la propria integrità. Ci sono molte amministrazioni locali che sono guidate con successo da non-professionisti della politica. Sono convinto che diversi/e di questi signori/e sarebbero eccellenti candidati alla carica. Un nome e' quello di Renato Soru, attualmente Presidente della Regione Sardegna. Per quanto ne so, Soru non e' stato attivo in politica fino all'eta' di 47 anni. Prima di allora, come tutti noi, aveva un lavoro. Anzi, caso atipico per l'Italia, ne ha avuti diversi, di lavori. Con l'ultima attività, l'azienda Tiscali, e' diventato ricco. Devo ammettere che non ho avuto occasione di seguire attentamente il suo operato durante i primi tre anni da Presidente della Sardegna. Ciò che ho registrato, ascoltando in bassa frequenza, e' per lo meno un minimo di creatività e di indipendenza dall'establishment del suo partito, nonché una certa capacita' di decidere e di implementare. Avrei tanto voluto aggiungere il nome di una donna, ma devo ammettere che, unicamente per mia ignoranza, non sono riuscito a identificarne una con credenziali simili a quelle di Soru. Sono convinto che un segretario, ed eventualmente un presidente del consiglio donna, potrebbe contribuire con più efficacia di un uomo a quello scossone al baraccone cui tanti di noi anelano. Spero di leggere altri nomi nei commenti a questo pezzo. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Renato_Soru_for_President#body

IL MECCANISMO DI VOTO IN FORZA ITALIA

Si sono svolte ieri le elezioni per il rinnovo del coordinatore massese di Forza Italia, per la cronaca è stato riconfermato Enzo Landi. Nel proprio blog Enrico Balderi fornisce i seguenti risultati: “Landi ha ottenuto il voto di 116 iscritti, Fontanelli di 25 (dato non "puro" perché il regolamento prevedeva un voto maggiorato per i cosiddetti grandi elettori)”.

Incuriositi da questo “voto maggiorato per i cosiddetti grandi elettori”, ci siamo letti il regolamento elettorale di Forza Italia, che così recita.

A ciascun Grande Elettore viene attribuito un voto ponderato pari ad una percentuale del numero totale dei votanti in ciascun Congresso di Grande Città, stabilita in base alla carica elettorale ricoperta. Tale percentuale, corrisponde al:

5 % del totale dei votanti per ogni Parlamentare Nazionale ed Europeo, per il Presidente della

Giunta Regionale, e per il Sindaco e comunque non superiore a 50 voti ciascuno;

4 % del totale dei votanti per ogni Consigliere Regionale, il Presidente della Giunta Provinciale e comunque non superiore a 25 voti ciascuno;

0,5 % del totale dei votanti per ogni Consigliere Provinciale, Consigliere Comunale e Presidente di Circoscrizione, e comunque non superiore a 10 voti ciascuno;

0,1 % del totale dei votanti per ogni Consigliere di Circoscrizione e comunque non superiore a 5 voti ciascuno.

In ogni caso, il valore del voto ponderato attribuito a ciascun Grande Elettore (che si aggiunge al voto esercitato come iscritto) non può essere inferiore ad 1.

Supponiamo si fossero recati a votare a Massa 199 semplici iscritti di Forza Italia ed il 200° fosse stato un deputato. Immaginiamo la seguente situazione nell’urna: 95 voti per Landi e 104 per Fontanelli. Entra il parlamentare e dice: “Quanti sono i votanti?” Risposta: “Con Lei 200”.

“Quindi mi spettano 11 voti! Voto per Landi.”. Risultato finale Landi 106, Fontanelli 104. Eletto Landi!

Se abbiamo capito bene, questa sarebbe la democrazia elettorale in Forza Italia? A “sinistra” volerebbero le sedie!
http://www.ottopassi.splinder.com/

UN QUINTO DELLA POPOLAZIONE HA BISOGNO DI ASSISTENZA ALIMENTARE



La siccità persistente e l’invasione delle locuste hanno devastato i raccolti del 2007 riducendo la produzione di mais del 30% e costringendo un quinto della popolazione – in totale un milione di abitanti – a dipendere dagli aiuti alimentari dei paesi donatori: lo riferiscono oggi l'Organizzazione dell’ONU per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) e il Programma alimentare mondiale (Pam/Wfp), secondo le quali le 210.000 e le 220.000 persone residenti nelle aree più remote del paese avranno bisogno di 15.000 tonnellate di viveri d’emergenza, soprattutto nei sei mesi della stagione ‘secca’ da ottobre 2007 a marzo 2008. “Lo scarso raccolto di quest’anno ha peggiorato le già fragili condizioni di vita della popolazione in tutta Timor, in particolare tra la popolazione più povera residente nelle aree rurali e più remote. Scorte di cibo ristrette comportano che gli sfollati, che dopo il conflitto dello scorso anno continuano a vivere fuori dalle loro comunità, dovranno continuare a dipendere dall’assistenza alimentare” ha detto Anthony Banbury, direttore del Pam per l’Asia; i contadini hanno inoltre bisogno urgente di sementa di mais e riso, fertilizzanti per i prossimi raccolti. http://www.misna.org/


Una partnership
sempre più fragile

Mario Del Pero
Federico Romero


Il testo che segue è un estratto dall’introduzione del libro Le crisi Transatlantiche. Continuità e trasformazioni, a cura di Mario Del Pero e Federico Romero, edito da Storia e Letteratura


Nei lunghi decenni della Guerra fredda Europa e Stati Uniti si sono assuefatti a sentirsi associati non solo in un’alleanza diplomatico- militare ma in un destino comune. Ciò non è stato messo in discussione dopo il 1989, quando anzi si è ritenuto che l’Occidente, avendo vinto la Guerra fredda, fosse più che mai l’indiscusso orizzonte del futuro. Ci si è chiesti però se l’alleanza diplomatico- militare avesse ancora un senso, vista la scomparsa dell’avversario, e la risposta degli anni Novanta è stata che una Nato, pur allargata e riconfigurata, tornava comoda a entrambi.

Ma la crisi esplosa all’inizio del 2003 sull’invasione dell’Iraq (e più in generale sulla gestione della “guerra al terrore”) ha improvvisamente aperto nuovi interrogativi più ampi: non tanto sulla Nato in quanto tale, ma sul desiderio e sull’utilità di proseguire nella partnership che negli ultimi 60 anni ha definito l’idea stessa di Occidente. Nel pensiero conservatore americano ricorre l’idea (ora un poco ammaccata eppure insita nell’enorme concentrazione di potenza di quel paese) che gli Stati Uniti debbano agire in proprio sullo scenario internazionale e fronteggiare le minacce solo con alleati fidati e scelti ad hoc, senza negoziare i termini di un’azione comune. Molti europei, e non solo quelli più tradizionalmente diffidenti verso gli Usa, vedrebbero invece l’Europa come potenziale campione di procedure e istituzioni multilaterali che, oltre a depotenziare le crisi, dovrebbero anche vincolare e tendenzialmente diminuire il divario di potenza di cui godono gli Usa.

Passato il momento più aspro della rottura, nelle diplomazie si è ora fatta strada l’idea di ricucire forme di cooperazione che, pur non negando le diversità di valutazioni e di interessi, cerchino non di meno di minimizzare gli attriti trans-atlantici e realizzare tutte le sinergie possibili. Tra gli studiosi, così come nel dibattito pubblico, ci si interroga sulla possibilità, e ovviamente sulla desiderabilità, che l’Occidente si scinda e si frammenti, con ogni spezzone intento a perseguire i propri interessi, o viceversa sulla sua fondamentale, necessaria unitarietà e sui mezzi per riaffermarla. Non si tratta solo di una questione analitica, o di una preferenza politico-ideologica, ma di un interrogativo angoscioso e necessariamente informe sui contorni del futuro e delle sfide che esso porrà. E non si è infatti giunti a risposte univoche, o anche solo nette, pur a tre anni di distanza dalla deflagrazione.

Quella che probabilmente comincia a delinearsi oggi è una dinamica più complessa della secca alternativa che molti commentatori hanno posto negli ultimi tre anni: una rottura epocale in cui perisce la nozione stessa di Occidente, oppure un’altra delle molte crisi che hanno punteggiato la storia dei rapporti euro-americani in modo ricorrente, e che sono state regolarmente superate. Siamo più probabilmente di fronte all’incedere accelerato di una divaricazione storica che avanza, pur in un contesto di fortissima interdipendenza e comunanza. Noi europei non abbiamo più, infatti, il potente cemento che derivava dalla grande debolezza e vulnerabilità di fronte a un avversario comune e non abbiamo neanche più quella percezione – così pervasiva tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta – che Europa e Stati Uniti stessero convergendo verso un modello largamente comune di società. Per gli Stati Uniti l’Europa è ovviamente meno centrale e importante ora che la faglia fondamentale di crisi non passa più per il nostro continente, e la libertà di manovra e di azione risolutiva sembra più preziosa dei vantaggi intangibili delle alleanze e del consenso internazionale. Le reciproche animosità pubbliche e le crescenti diffidenze culturali paiono riflettere – e ovviamente incrementare – queste condizioni che spingono verso la distanza e lo straniamento.

Ma è altrettanto vero che Europa e Stati Uniti rimangono fortemente congiunti da una miriade di fattori assai rilevanti: valori ideologici e stili di vita non solo largamente condivisi, ma ampiamente caratterizzanti rispetto al resto del mondo; assenza di minacce alla sicurezza o ai principali interessi reciproci; densissimi legami finanziari e commerciali tra economie fittamente interconnesse; discorsi culturali (sia di élite sia di massa) largamente compartecipati; reticoli di relazioni, associazioni, collegamenti e scambi tra molte componenti di entrambe le società; oltre ovviamente alle istituzioni, procedure e abitudini comuni maturate in più di mezzo secolo non solo di alleanza, ma di fittissima cooperazione e interscambio. Non a caso nel discorso degli ottimisti – quelli che ritengono che questa crisi non sia essenzialmente diversa dalle precedenti, e che l’unità d’intenti e d’azione si ristabilirà – ricorre sempre la metafora suggestiva, seppur analiticamente fuorviante, della famiglia (occidentale più ancora che atlantica) i cui legami non possono essere spezzati da dissidi ricorrenti e fisiologici.

 

 

 


 


 

 

 

caffeeuropa.it


Capo dell’esecutivo: il governo deve continuare ad avere il controllo della vita politica
Critiche a Tsang, che si teme “allineato” con Pechino per rinviare un vera riforma sul suffragio universale. Atteso il presidente Hu per l’anniversario della riunione della città alla Cina: potrebbe essere presente il 1° luglio, quando è stata indetta una manifestazione generale prodemocrazia.

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Accuse contro Donald Tsang Yam-kuen, Capo dell’esecutivo a Hong Kong, di non voler rispettare l’impegno (assunto quando fu eletto) di introdurre il suffragio universale per le elezioni politiche. Il 26 giugno Tsang sarà a Pechino, accompagnato da membri del suo governo, nell’ambito di una serie di incontri di alto livello tra i governanti delle due parti. Il 29 giugno a Hong Kong è atteso il presidente cinese Hu Jintao per il 10mo anniversario della riunificazione della città alla Cina. Cresce intanto l’attesa per la manifestazione indetta per il primo luglio dalle forze pro-democrazia a sostegno del suffragio universale, che Pechino si era impegnata ad introdurre entro il 2008, ma che ora vuole rinviare.
Lee Wing-tat, parlamentare del Partito democratico, osserva che ieri Tsang, durante un incontro politico, ha più volte insistito che la riforma democratica per introdurre il suffragio universale “non dovrebbe apportare grandi cambiamenti al principio di una politica accentrata sull’esecutivo”. Lee teme che Tsang voglia allinearsi con la posizione espressa poco tempo fa da Wu Bangguo, presidente dell’Assemblea nazionale del popolo, per il quale ogni potere è detenuto da Pechino, Hong Kong può avere solo l’autonomia che la Cina decide di delegare e non dovrebbe copiare il modello occidentale della divisione tra governo, potere legislativo e giustizia.
Nei prossimi giorni saranno sottoposte alla popolazione tre diverse modalità per giungere al suffragio universale che, secondo gli accordi approvati da Pechino al momento della riunificazione di Hong Kong nel 1997, dovrebbe riguardare sia l’elezione del parlamento che del capo del governo. Ci saranno 90 giorni per fare osservazioni. Tsang appare favorevole alla posizione di Alan Hoo, presidente dell’Istituto sulla Basic Law (vera minicostituzione di Hong Kong), che prevede che il Capo dell’esecutivo sia eletto a suffragio universale tra due candidati scelti dal Consiglio legislativo (Legco), organo in teoria eletto ma che in pratica è in gran parte determinato da Pechino. Hoo argomenta che l’art. 45 della Basic Law prevede l’elezione del Capo dell’esecutivo a suffragio universale, ma non vieta che il voto sia limitato a candidati già scelti in altra sede. Questa elezione sarebbe comunque rinviata al 2012.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9639&size=A

In campeggio sul fronte
Georgia, campo estivo per ragazzi al confine con l’Abkhazia
 
Un “Campo Patriottico” estivo per ragazzini in zona di conflitto, organizzato dal governo per accrescere la consapevolezza patriottica delle nuove generazioni. E’ l’ultima provocatoria trovata del giovane presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che a fine maggio ha ufficialmente inaugurato il campeggio di Ganmukhuri, dove tremila giovani georgiani trascorreranno l’estate a fare sport e a studiare cultura nazionale, vivendo negli chalet di legno appositamente costruiti nella pineta che ricopre l’entroterra di questo tratto di costa del Mar Nero.
 
MappaSotto il tiro dei separatisti. Un posto ideale per una colonia estiva, se non fosse che cinquecento metri più in là ci sono i blindati dei caschi blu russi e subito dietro le postazioni delle milizie indipendentiste abkhaze con i fucili puntati e sempre carichi. Ganmukhuri, sulla foce del fiume Enguri, è infatti l’ultimo avamposto georgiano in Abkazia, dopo il quale inizia il territorio controllato dai separatisti abkhazi che nel 1993, grazie al sostegno delle truppe russe, riuscirono a battere l’esercito georgiano strappando questa regione al controllo di Tbilisi.
Negli ultimi mesi, le sparatorie tra milizie abkhaze e militari georgiani lungo la linea del cessate il fuoco del 1993 sono state decine e alcune hanno provocato anche morti e feriti. Come i due poliziotti feriti, uno mortalmente, in un attacco abkhazo lo scorso 5 gennaio nel villaggio di Ganmukhuri: quello del campeggio.
 
Ragazzini georgiani in piazzaLe reazioni abkhaze e russe. “E’ assurdo far campeggiare centinaia di ragazzini così vicino alla zona di conflitto”, ha detto il presidente della repubblica separatista, Sergei Bagapsh. “La loro vita corre un grave pericolo, anche se da parte nostra faremo di tutto per evitare provocazioni. Il governo georgiano dimostra di essere pronto a sacrificare la sua gioventù pur di perseguire i suoi scopi politici”. Viva preoccupazione è stata espressa anche dall’ambasciatore russo in Abkazia, Viacheslav Kovalenko, che ha parato di un “grave errore” da parte delle autorità georgiane.
In tutta risposta, Saakashvili ha annunciato che un altro Campo Patriottico verrà presto inaugurato proprio nell’alta Valle di Kodori, epicentro della tensione nella regione.
“La pace sta correndo un serio pericolo”, ha commentato il ministro degli Esteri separatista, Sergei Shamba. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8212

IN VATICANO, LA CONVERSIONE PUO' ATTENDERE

L'ormai ex premier britannico incontra Benedetto XVI. Hanno parlato del cammino spirituale del laburista della "Terza via" verso il cattolicesimo. Ufficialmente no. Molti segnali dicono di si. Ma è la discrezione a vincere la partita. Con una creta classe

Una tela che raffigura idealmente l'Indipendent Labour Party , una delle piccole formazioni socialiste che alla fine dell'Ottocento diede vita al Partito dei lavoratori

Em. Gio.

Domenica 24 Giugno 2007

Per adesso la conversione può attendere. O meglio, dal colloquio tra l'ormai ex primo ministro britannico Tony Blair e Benedetto XVI non sarebbe stato questo il cuore di un colloquio di venticinque minuti. Eppure tutti sanno che di questo si è parlato e a testimoniarlo non è solo un dono molto simbolico dei Blair, lei cattolicissima, lui sul punto di diventarlo ufficialmente: un album con tre foto d'epoca, di cui una con la firma autografa del cardinale inglese John Henry Newman, uno dei grandi principi della Chiesa dell'Ottocento che fece il grande passo da anglicano a cattolico. Più che una conversione, una “démarche”, come scrivono i vaticanisti francesi, che non richiede un nuovo battesimo ma solo una professione di fede, ossia una dichiarazione di adesione ai dogmi del cattolicesimo. Se Tony Blair l'abbia fatta ieri in Vaticano, non sappiamo. Dopo un colloquio anche col segretario di Stato Tarcisio Bertone, che sembrava ricalcare più il protocollo ufficiale tra capi di Stato o di governo che non una visita privata, Blair è scivolato via senza rilasciare dichiarazioni. E ha lasciato la Santa sede per recarsi a pranzo dai religiosi del Collegio cattolico inglese. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
La Bbc scrive che l'incontro “alimenta” le speculazioni dell'approdo ai dogmi sanciti dal soglio di Pietro ma tutto quel che c'è di nero su bianco è solo un'intervista al Times, raccolta dal giornale conservatore prima dell'incontro, sabato scorso. E in cui l'ex premier britannico implicitamente ammetteva che nel colloquio forse si sarebbe parlato della vicenda di cui tutti parlano assai più di Blair stesso: "Certe cose non sono ancora del tutto risolte” dice Blair al Times sibillinamente, accusando un comprensibile “nervosismo”.
Sulla sua vita privata Tony Blair tiene dunque la porta chiusa e resta a vaticanisti, opinionisti, commentatori decifrare quei venticinque minuti in cui – recita il comunicato ufficiale - si parla di Medio oriente, Europa, dialogo interreligioso. Si specula sui dieci minuti che hanno visto anche la presenza del cardinale Cormac Murphy-O'Connor, arcivescovo di Westminster e capo della Chiesa cattolica d'Inghilterra e Galles ma che il comunicato vaticano neppure menziona.
Passi felpati dunque e per motivi troppo ovvi. Nessun premier britannico è mai stato cattolico ed dunque è saggio attendere che l'intera parabola della sostituzione al vertice del Paese sia completata, sotto gli occhi porcini di Enrico VIII, l'uomo che nel 1500 si autoproclamava l'unico capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. E ancora bisogna aspettare che si sia del tutto esaurita la posizione di capo del Partito laburista, un partito che ha forse annacquato molti accenti ma che resta fermo su posizioni come aborto e matrimoni omosessuali, temi che alla Chiesa di Roma proprio non vanno giù. Qui a guardare dall'alto Tony Blair c'è forse quella tela dell'Indipendent Labour Party , una delle piccole formazioni socialiste che alla fine dell'Ottocento diede vita al Partito dei lavoratori: tanti occhi di donne, uomini, intellettuali, operai e contadini che, aiutando un tiro a due, sospingono in avanti un carro che trasporta una famigliola con un piccino in braccio. Non forse una famigliola di quelle che piacciono a Benedetto XVI. Chissà.
Di questi tanti occhi laici forse si ritrova traccia in quell'accenno del comunicato vaticano che parla di questioni “particolarmente delicate” e di “certe leggi” del regno Unito. Scivola via la questione della guerra in Iraq, un tema fortemente al centro delle posizioni soprattutto della Chiesa di Giovanni Paolo II, elemento questo che forse, nell'intimità dell'uomo, ha creato tensioni tra la fede di Tony, col conseguente imperativo morale del rispetto degli ordini della Chiesa così contraria all'invasione dell'Iraq, e il Blair primo ministro, così disposto a difendere le ragioni dell'intervento da utilizzare ogni mezzo, anche quelli che un'etica, non solo cattolica o religiosa, avrebbe dovuto tener lontani dall'uomo di governo. Questione che ha attraversato anche i nostri cattolici, specie quelli che reggevano leve di comando nel governo di centrodestra. Ma che fecero finta di nulla. In questo, senz'altro, Blair è stato più attento e discreto. Almeno ha aspettato che la bufera, e la carriera, fossero passati.

il manifesto


Palestina: Hamas conquista Gaza, controffensiva istituzionale di Fatah. Aspettando Israele?

Dopo la conquista da parte di Hamas della Striscia di Gaza, la prima controffensiva di Fatah è quindi di carattere istituzionale

Domenica 17 giugno il governo di emergenza guidato da Salam Fayyad e composto esclusivamente da ministri indipendenti ha prestato giuramento a Ramallah (Cisgiordania). Il nuovo esecutivo, messo in piedi dal Presidente Abu Mazen subito dopo lo scioglimento del governo di unità nazionale, dovrà ottenere il riconoscimento della comunità internazionale come autorità palestinese “legittima” e portare in tempi brevissimi allo sblocco dei fondi internazionali.

Dopo la conquista da parte di Hamas della Striscia di Gaza, la prima controffensiva di Fatah è quindi di carattere istituzionale: in Cisgiordania si insedia un nuovo governo, fedele all’OLP e filo-occidentale, mentre da Gaza i portavoce del movimento islamico fanno sapere che, nonostante il “golpe” di Fatah, Ismail Haniyeh rimane il Primo Ministro del governo palestinese democraticamente eletto nel gennaio 2006. La battaglia retorica tuttavia non deve ingannare sulla natura del conflitto: nei giorni scorsi Hamas ha espulso Fatah dalla Striscia di Gaza con un putsch militare, violando gli accordi della Mecca sull’unità nazionale. Più difficile è invece stabilire su quale territorio e su quale popolazione governerà il nuovo governo presieduto da Fayyad. Nel fine settimana, la Presidenza dell’ANP ha dichiarato fuorilegge le forze di Hamas in Cisgiordania. Attualmente esistono quindi due governi su due territori, situazione che non dovrebbe mutare salvo interventi esterni, per quanto nei prossimi giorni il probabile verificarsi di una crisi umanitaria a Gaza dovrebbe spingere l’ONU ad adottare una risoluzione.

La sovranità del governo sostenuto da Fatah in Cisgiordania non sembra minacciata, potendo godere dell’appoggio dei paesi occidentali e della protezione militare di Israele. Più difficile stabilire se Hamas sarà in grado di mantenere la Striscia di Gaza. Il movimento islamico può contare sul sostegno di Iran e Siria, su forze armate compatte e ben addestrate oltre che su un impatto ideologico non trascurabile, ma va incontro ad un ineluttabile isolamento politico ed economico e deve difendere un territorio estremamente vulnerabile. Un intervento diretto di Israele (previsto in settimana incontro Bush-Olmert) potrebbe allora essere decisivo: tuttavia, considerato l’alto grado di interdipendenza dei conflitti locali in Medio Oriente, è da considerarsi molto rischioso e suscettibile di condurre a gravi conseguenze su scala regionale. Il lancio di razzi Katyusha dal Libano su Israele nella giornata di domenica sembra essere, a riguardo, un segnale abbastanza esplicito.

Giovanni Faleg http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29415


Gérard Onesta: «Serve un referendum transnazionale»

Il Vicepresidente del Parlamento Europeo propone di ridimensionare il Trattato costituzionale e di sottoporlo a un referendum transnazionale.
Gérard Onesta durante la presentazione del suo Piano A+ alla Maison de l’Europe a Parigi (Foto PE Weck/Flickr)
Il 21 giugno l’Europa vede cominciare una nuova fase di rilancio del Trattato costituzionale europeo, marcata dalla recente elezione del presidente francese Nicolás Sarkozy. Un altro politico francese, Gérard Onesta, vicepresidente del Parlamento Europeo e membro del partito Verdi/Alleanza Libera Europea, propone un’alternativa per uscire dalla crisi: il suo Piano A+.
Oggi il Trattato è un libro voluminoso diviso in quattro parti, che considera numerosi aspetti: dalla politica dell’Unione Europea alla Carta dei diritti fondamentali.
Onesta propone di sfoltirlo e di far votare ai cittadini, attraverso un referendum transnazionale, solo la parte più propriamente costituzionale. I parlamenti nazionali dovrebbero poi farsi carico di approvare i vari annessi.
Il suo Piano A+ consiste in un’analisi esaustiva del Trattato costituzionale europeo per individuarne i punti positivi e quelli che potrebbero sembrare negativi ai cittadini. L'obiettivo è cercare di migliorarlo rendendolo più accessibile. Quello che propone è dividere nettamente la parte politica e di protocollo da quella costituzionale. «Si tratta – sintetizza Onesta – di decostituzionalizzare il Trattato».

«Verrebbe favorito l'equilibrio tra i Paesi»

Questa separazione, secondo lui, permetterebbe ai cittadini europei di influire realmente nel dibattito. Verrebbe votato solo un piccolo “quaderno costituzionale” – non un testo lunghissimo e complesso – e questo permetterebbe di organizzare, nello stesso giorno, un solo referendum in tutti gli stati membri. «Verrebbe così favorito anche un equilibrio tra i Paesi grandi e piccoli dell’Unione, dal momento che la Costituzione sarebbe decisa dall’insieme degli europei. I cittadini di un singolo stato, quindi, non potrebbero bloccare il processo costituzionale come è successo nel 2005 con il referendum in Olanda e Francia.»
Molti si interrogano sull’opportunità di votare qualcosa che è stato già approvato, come nel caso della Germania che ha ratificato la Costituzione per via parlamentare. Secondo Onesta, se i cittadini tedeschi avessero potuto votare, avrebbero bocciato il Trattato. Utilizzando il suo metodo, invece, il referendum transnazionale verrebbe approvato da una larga maggioranza. Un referendum consultivo, dunque, grazie a cui, dopo aver sentito la voce dei cittadini, i parlamenti nazionali potrebbero procedere più speditamente. «Per approvare la Costituzione abbiamo bisogno di una maggioranza europea: per questo il referendum deve essere fatto lo stesso giorno in una sola circoscrizione: il continente europeo.»
Per evitare la confusione generata dalla parola “referendum” – visto che la Francia ha votato un referendum vincolante, Spagna e Lussemburgo solo un referendum consultivo, mentre altri ancora, come la Germania, non prevedono nella loro costituzione referendum alcuno – Gérard Onesta propone di utilizzare un’altra espressione: “consultazione popolare”. «Sarebbe una conferma su scala continentale per i Paesi che hanno già detto di sì al Trattato.»

Contro il diritto di veto, una doppia maggioranza super-qualificata

Oltre al problema di creare una Costituzione ponderata, si è discusso da tempo sulla quesitone della sua validità temporale. Perché approvare un testo che bisognerà modificare a breve, tenendo conto del ritmo vertiginoso di evoluzione della cittadinanza europea? Per Onesta le modificazioni sono di competenza dei rappresentanti del popolo. «Il Parlamento Europeo ha il diritto di apportare delle correzioni alla Costituzione affinché questa si adatti ai nuovi tempi. Ha già l'intenzione di migliorare le cose in futuro.» Per il suo vicepresidente è chiaro che gli Stati membri devono lasciare spazio alla doppia maggioranza super-qualificata affinché il diritto di veto del Consiglio Europeo scompaia e l’Europa non si paralizzi. Si tratterebbe di decisioni prese «dall'80% dei capi di governo e dall’80% dei parlamenti nazionali. Solo dopo arriverà il momento in cui potremo far avanzare di nuovo la costruzione europea».


Le ultime notizie sul Consiglio Europeo sul blog di cafebabel.com Bruxelles.
Macarena Rodríguez García - Bruselas http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11266

Giustizia : ricerca Eurispes sulle cause dei ritardi dei processi
di Mauro W. Giannini

Giovedì, 21 giugno presso la sede dell’Eurispes, il Presidente dell’Istituto di indagini demoscopiche, Prof. Gian Maria Fara, e il Presidente della Camera Penale di Roma, Avv. Gian Domenico Caiazza, insieme al Presidente della Fondazione Enzo Tortora, Sen. Francesca Scopelliti, hanno presentato l'Indagine sul processo penale "Tutto quello che avreste voluto sapere sulla durata dei processi e che nessuno vi ha mai detto".

L’indagine, realizzata grazie alla collaborazione della Camera Penale di Roma e al contributo della Fondazione Enzo Tortora, è frutto di un dettagliato monitoraggio sullo svolgimento e sull’esito di ben 1.632 processi celebrati nelle aule del Tribunale di Roma. Alla rilevazione hanno collaborato, insieme ai ricercatori dell’Eurispes, oltre 50 tra avvocati e praticanti avvocati con esperienza professionale penalistica, selezionati dalla Camera Penale di Roma su base volontaria.

I dati raccolti e analizzati sono di natura "assolutamente inedita: ad oggi, nessuna ricerca analoga risulta essere mai stata svolta". "L’ampiezza del campione, la sua dettagliata precisione, ed il fatto che esso sia stato raccolto nel più grande Tribunale italiano, conferiscono ai risultati" - secondo gli autori della ricerca - "una attendibilità e una forza illustrativa del fenomeno di valore certamente generale".

"L’indagine - commenta una nota Eurispes - "è andata oltre la semplice constatazione dell’esistenza di una 'irragionevole durata del processo' ed ha fornito, per la prima volta, una lettura scientifica e statisticamente corretta dei perché, ossia delle cause reali dei tempi e dei modi di svolgimento dei procedimenti penali".

La ricerca dice quanto incidano (molto) sulla durata del processo, ad esempio, gli errori o la irregolarità delle notifiche, la presenza o la assenza dei testi, gli impegni del difensore in altri processi, l’assenza del Giudice, l’impedimento a comparire dell’imputato, le questioni sulla incompetenza territoriale del Giudice, la indisponibilità delle aule, l’assenza dell’interprete, l’erronea formulazione della imputazione; e così di seguito.

La conoscenza di questi dati, sottolinea la Camera Penale di Roma, che insieme alla Fondazione ha proposto la ricerca all'Eurispes, consente di individuare "con serietà e precisione gli ambiti di un possibile e finalmente efficace intervento riformatore, e soprattutto consente di chiarire, una volta per tutte, se tra le cause della paralisi del processo penale vi sia o meno quella, da alcuni sistematicamente denunziata come addirittura prioritaria, di un preteso 'eccesso di garantismo'".

Tale conclusione, e la circostanza che la ricerca sia stata proposta da due organismi che rappresentano solo una parte in causa nel processo, uno dei quali ha anche realizzato la raccolta dei dati, potrebbe tuttavia sollevare da parte di chi ricorda processi clamorosi in cui i continui rimandi ed eccezioni ad opera della difesa hanno consentito di arrivare a prescrizione, critiche di indagine "a tesi", cioe' svolta con l'intento - poi raggiunto - di dimostrare che le garanzie non incidono sulla durata del processo.

Una indagine di stampo giornalistico era stata svolta in passato dalla trasmissione Report, evidenziando che la situazione degli uffici e il problema delle notifiche erano fattori di notevole impatto sulla durata dei procedimenti.


www.osservatoriosullalegalita.org



giugno 24 2007

Una domanda per Walter

 

Il sindaco di Roma e segretario in pectore del futuro PD Walter Veltroni dice che la sua candidatura sarà in discontinuità con il passato. Lo dice emulando un beniamino delle cronache politche nostrane di queste settimane, il Presidente Francese Sarkozy, un Presidente che ha costruito la sua fortuna identificandosi, pure da ministro del governo uscente, con l'idea della rupture tranquille.
Dunque discontinuità, rottura, sembrano queste le parole sakozianamente veltroniane di cui astutamente la vecchia volpe Walter si è prontamente appropriato. Ma allora un domanda sorge spontanea. Sono ancora in discussione le regole per l'elezione del segretario. Ci sono in campo due ipotesi. Una è quella che propone più liste collegate ad un solo candidato. L'altra è quella che vede una sola listalegataadun solo candidato. La prima legittimas il vecchio sistema della correnti, la secoda innova in maniera profonda la politica e la selezione delel classi dirigenti. Veltroni per quale opzione fail tifo?http://www.zorzo.ilcannocchiale.it/


Ha detto Fede che Berlusconi avrebbe dichiarato che se decide per una nuova manifestazione, questa volta in piazza ne porta almeno 6 milioni.

Guardandolo con la tenerezza che si dedica agli anziani ai quali perdoni il loro non starci più molto con la testa, ho pensato che qualcuno dovrebbe avvisare Fede che il cavaliere si riferiva certamente a quanto gli costano ogni volta le bandiere, i pranzi al sacco, gli striscioni tutti sempre perfetti fatti in fotolito, i manifesti con i quali "i cittadini" tappezzano le città di "Basta!", i pullman per andarli a prendere casa per casa, gli opuscoli, i servizi in tv per tutto il mese precedente, i tecnici, i registi che ogni volta rendono ogni servizio che racconta la manifestazione un successo hollywoodiano, i tir di luci e audio, le 345 telecamere, i biglietti dei treni per chi non ha modo di arrivare ai pullman e tutto il resto delle spese che fanno la cifra che ogni volta deve sborsare per avere in piazza tutti quelli che poi vengono presentati come "Così stufi da scendere in piazza".

Perché nessuno gli chiede mai quanto gli costa ogni manifestazione?
Quanti, di quel "milione" andato a Roma a farsi una giornata viaggio-pranzo-bandierina tutto pagato, sarebbero stati lì a spese loro?
Quanti di quei pensionati sarebbero stati lì e non in viaggio per Sarzana guardando dimostrazioni di pentole pur di farsi una giornata al mare con 10 euro?
Quanti?
Ma soprattutto, da dove escono i soldi?

6 milioni.
Dove li porta 'sta volta, a Woodstock?

Ma che simpatica coppia di vecchietti.

Aggiornamento:
Calderoli ha rilanciato: 10 milioni.

Il Mago Othelma ha detto che se gli danno un paio di candele lui ne aggiunge una ventina.

Io vorrei partecipare al gioco: dico 47.
Poi napalm a tappeto.http://broonotipresentosally.splinder.com/

Walter Veltroni (o anche: la grande fuga del resto del mondo)

Sia chiaro, nessuno - tantomeno il sottoscritto - ha il minimo dubbio sul fatto che Walter Veltroni sia il miglior candidato possibile per la leadership del Partito Democratico. A qualcuno piace tantissimo, a qualcuno un po' meno, ma nessun sano di mente può mettere in dubbio il consenso che riscuote nel paese e il valore aggiunto che darebbe al Pd.

Detto questo, ci sarebbe molto da ridire sull'ennesima primaria finta che si va profilando.
La cosa è grave e dannosa, non tanto per il plebiscito a Veltroni quanto perchè - di nuovo - sarebbero elezioni a cui non perderebbe nessuno. E all'indomani del plebiscito, sarebbero tutti lì a fare richieste al neo-segretario sulla base dell'appoggio alla sua candidatura. E' la stessa cosa che è successa a Prodi, e che ha generato l'allucinante programma di 281 pagine e questo improbabile governo. Prodi aveva bisogno di un'investitura, si dirà. Probabilmente sì, ma stando a quel che si vede non è servita a nulla.
Veltroni però non necessita di investiture, necessità di libertà d'azione. Stavolta non dobbiamo fare lo stesso errore. Ci saranno le primarie. Bene: io voglio che qualcuno perda. Io voglio che si presentino cinque, sei diversi candidati, ognuno con la sua idea di Partito Democratico. E voglio che chi vinca realizzi quel che ha promesso, e gli altri si astengano dal fare richieste. Se vincono di nuovo tutti, tutti pretenderanno di avere voce in capitolo, e realizzeremo l'ennesimo pastrocchio all'italiana, l'ennesimo accrocchio incapace di prendere una decisione una.

Ripensandoci, il vero problema in Italia (non solo della classe politica) è questo: nessuno vuole correre il rischio di perdere. Mai, in nulla. Qualsiasi riforma, qualsiasi cambiamento, qualsiasi competition ha in sè un fattore di incertezza e quindi di rischio, ed è quindi da osteggiare e sotterrare di default. Nessuno è più disposto a rischiare qualcosa nella speranza di ottenere qualcosa di migliore. Lo dicevamo ieri con Paolo: probabilmente, l'Italia ha veramente la classe politica pavida e opportunista che si merita.http://www.bloggers.it/progettomayhem/index.cfm

Ineleggibilità palese: la Camera capovolge il giudizio della Giunta e con un voto trasversale protegge la corporazione. Un vero autogol
La notizia. Due deputati, Neri e Bodega, rispettivamente del Movimento per le autonomie e della Lega Nord, si candidano alle ultime elezioni politiche, pur essendo nella condizione di palese ineleggibilità: sono infatti entrambi sindaci e la legge prescrive che per essere eletti devono preventivamente dimettersi da questa carica.Non lo fanno, preferendo attendere l'esito delle elezioni. La Giunta per le elezioni della Camera propone, la decadenza da deputati.
Il regolamento prevede però che sia l'aula ad assumere la decisione. Nella seduta del 7 giugno, con un voto che vede la partecipazione compatta del centro destra con l’Udeur e con i verdi e numerosissime assenze nel centro sinistra e nell’ulivo l’esito è ribaltato e i due parlamentari restano alla Camera.
Intervento in Aula di Roberto Zaccaria. Signor Presidente, chiedo scusa, avrei dovuto intervenire sul caso precedente, perché mi rendo conto che diventa molto delicato per il Parlamento esprimere due valutazioni diverse su casi che hanno caratteristiche simili. Ma non posso esimermi dal parlarne data l'importanza del caso. Questo fatto non cambia naturalmente il mio atteggiamento e non cambierà - immagino - l'atteggiamento di altri colleghi.
Sono totalmente d'accordo con quanto è stato detto ora dal collega che mi ha preceduto: con questo voto ci assumiamo una gravissima responsabilità. È inutile che nascondiamo il fatto che vi è oggi un attacco, in larga misura ingiustificato, al Parlamento, con una serie di motivazioni che tutti conosciamo. Ma in questo momento e con questo voto il Parlamento dimostra di non essere in grado di esercitare una sua prerogativa fondamentale. Lascio naturalmente da parte le valutazioni personali e i rapporti che si possono stabilire tra i parlamentari in quest'aula durante il periodo inevitabilmente lungo dell'istruttoria. Tale periodo prolungato nasce dal rispetto di alcune garanzie. Abbiamo atteso per dare delle garanzie, per realizzare il contraddittorio su questa materia. Nel momento però in cui - dopo aver atteso, aver concesso garanzie e aver ascoltato la relazione della Giunta delle elezioni - votiamo contro chiare prescrizioni di legge tutelando obiettivamente la corporazione, la «casta» del Parlamento, rendiamo legittime tutte le critiche che arrivano dall'esterno.
Lo dico con grande franchezza: presenterò al più presto una proposta di legge che sottragga al Parlamento, dopo questa esperienza, il giudizio sui titoli di eleggibilità (Applausi di deputati del gruppo Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo).
Credo che, a questo punto, dobbiamo consegnare - non ero convinto in astratto di tale tesi, ma ritengo sia oggi una conseguenza necessaria di questo voto - ad un organo terzo, alla magistratura o alla Corte costituzionale il giudizio su questa materia (Proteste dei deputati dei gruppi Forza Italia e Alleanza Nazionale). Capisco le vostre reazioni, ma credo che questo voto certifichi che il Parlamento non è in grado di esercitare un controllo su se stesso.
Pertanto, questo è il motivo per il quale ribadisco il mio voto. Spero che il voto sia uguale a quello precedente, perché non sarebbe giustificato trattare in un modo diverso un caso rispetto all'altro: però la questione di principio è e resta di grandissima rilevanza.
Vi assicuro che sono dispiaciuto per i colleghi che si sono allontanati di soppiatto per non partecipare alla votazione (Applausi di deputati del gruppo Sinistra Democratica. Per il Socialismo europeo). http://www.robertozaccaria.it/blog/index.php

“Da Bush solo parole
per rinviare i fatti”

Warren I. Cohen con
Daniele Castellani Perelli


Warren I. Cohen ha dedicato un intero libro a Gli errori dell’impero americano (Salerno Editrice). Vi ha descritto quelle che, a suo parere, sono state le scelte sbagliate che gli Stati Uniti hanno compiuto negli ultimi 40 anni, soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda sembrava aver concesso loro la vittoria finale. Francis Fukuyama parlò di “fine della storia”, ma la fine della storia non arrivò. L’11 settembre 2001 segnalò la vulnerabilità dell’impero, proprio mentre a Oriente andavano affacciandosi i due nuovi grandi concorrenti degli Stati Uniti a livello globale, l’India e la Cina.

Il recente vertice G8 tedesco di Heiligendamm, con l’apparente svolta del presidente americano Bush sulla questione climatica, è un’ottima occasione per fare il punto sullo stato della potenza statunitense, sui suoi errori, la sua popolarità nel nuovo mondo globale e le sue prospettive future. Il punto lo facciamo proprio con Warren I. Cohen, professore dell’Università del Maryland e Senior Scholar dell’Asia Program del rinomato Woodrow Wilson Center. Cohen è un esperto di relazioni internazionali, e negli ultimi anni si è dedicato in particolare ai rapporti tra Stati Uniti e potenze asiatiche, come dimostrano un suo recente saggio pubblicato dalla rivista Foreign Affairs e i titoli di tre delle sue ultime pubblicazioni: America’s Response to China (2000), East Asia at the Center: Four Thousand Years of Engagement with the World (2001), e Asian American Century (2002).

Nel rileggere la storia recente degli Stati Uniti, Cohen condanna senza mezzi termini il sostegno fornito da Washington ai dittatori di tutto il mondo, dall’Asia all’Africa fino all’America Latina. Critica l’intervento in Vietnam, e anche il sostegno cieco nei confronti di Israele, che gli Stati Uniti avrebbero invece dovuto convincere a lasciare le terre conquistate nel 1967. Ma se le alleanze e le strategie del secolo scorso incontrano la sua disapprovazione, Cohen è ancora più duro verso “l’arrogante disprezzo che il presidente Bush mostra nei confronti degli opinioni dei suoi alleati europei, per non parlare delle sue politiche sballate in Medio Oriente, dove ha compiuto un errore dopo l’altro”.

Quando gli chiediamo un’opinione sulle recenti aperture di Bush in tema di politica ambientale e di politica mediorientale (con la riapertura del dialogo con Siria e Iran), Cohen è sprezzante: “Per quello che si è potuto vedere finora mi paiono solo delle pose, non sono persuaso della sincerità delle aperture di Bush, e temo che alle parole non seguiranno i fatti”. “Anche sul presunto passo in avanti sulla questione ambientale – aggiunge – a me sembra che sì, d’accordo, l’amministrazione Bush ha ragione quando vuole coinvolgere l’India e la Cina perché anche a loro vengano applicate le misure anti-inquinamento, però credo che questa posizione sia soprattutto una scusa per non agire: l’amministrazione Bush, più che indebolire la concorrenza economica asiatica, intende così evitare di prendere misure che potrebbero danneggiare la propria economia”.

L’Asia, la Cina. Cohen non nasconde la sua preoccupazione quando gli chiediamo cosa pensa della crescente influenza economico-politica di Pechino in Africa e America Latina: “E’ vero, dovremmo preoccuparci della possibilità che i cinesi possano diffondere nel mondo un modello alternativo a quello della liberaldemocrazia. E’ una cosa che potrebbe avere un impatto simile a quello che ebbe il fascismo negli Trenta, quando attrasse regimi illiberali di tutto il globo”. E se i democratici conquistassero la Casa Bianca, come cambierebbero i rapporti sino-americani? “Farebbero maggiori pressioni su quelle politiche economiche cinesi che danneggiano i lavoratori americani, ma le grandi linee rimarrebbero le stesse, e non si potrebbe fare a meno di un impegno costruttivo”.

Il futuro non sarà affatto facile per gli Stati Uniti, e per questo il professore del Maryland si augura che, in caso di successo democratico, sia Hillary Clinton ad andare alla Casa Bianca: “Barack Obama ha poca esperienza nelle questioni estere, come dimostra la debolezza dell’articolo che ha scritto in proposito sull’ultimo numero di Foreign Affairs. Hillary Clinton è più preparata, e gli Stati Uniti hanno bisogno di un presidente con le giuste conoscenze, soprattutto di politica estera. Non possiamo permetterci qualcuno che impari sul lavoro e che non ne azzecchi una per 3-6 anni. E’ il mondo stesso che non può permetterselo”. Gli Usa, la Cina, l’India. E l’Europa? “Trovo che l’Europa sia deludente – ammette – non ha né la voglia né la capacità di fornire una leadership alternativa sulle questioni internazionali. Forse è inevitabile, visto che ogni paese europeo segue i propri interessi, e l’Europa non può parlare con una sola voce”.

 

 


 


 

 

 

caffeeuropa.it



America loves the Sopranos

di Emilia Zazza

I Soprano nei giornali che ho sfogliato ieri qui a New York erano un po’ dappertutto. Due articoli nel New York Times, rieccoli nella free press di Brooklyn, e a pioggia negli altri quotidiani. Nel giornale di quartiere sono assurti a simbolo del focolare domestico. “Non so da quanto non ci riunivamo più per il consueto pranzo domenicale di famiglia” – racconta l’autrice del pezzo. E dopo anni, eccoli lì: i piccoli a letto, i bambini più grandi a guardare Cenerentola in DVD e gli adulti di fronte a I Soprano, a discutere del rapporto tra Tony, il capofamiglia e capobanda, e la Dottoressa in Psichiatria Jennifer Melfi. Il secondo pezzo era nella cronaca locale del New York Times. Si è aperto un mercatino di memorabilia del set della mitica serie tv, oramai chiusa. Andata in onda per la prima volta il primo gennaio 1999 la serie, che si è conclusa il 16 giugno 2007, racconta la storia e le avventure di una tipica famiglia americana dei sobborghi. Una famiglia di mafiosi dichiarati ed orgogliosi, che nasconde le attività criminali dietro al più lecito smaltimento rifiuti, solo perché parte delle forze dell’ordine non li lascerebbero in pace. A capo della famiglia Tony e Carmela Soprano. La famiglia reale. Ma tornerò tra poco su questo. Passiamo ora al terzo articolo. Sempre sul New York Times, si intitola “Carmela got Gold Jewellery. Hillary Wants White House”. La Hillary a cui si fa riferimento è la senatrice Rodham Clinton, candidata alle primarie per i democratici contro Obama, già First Lady ai tempi della presidenza del marito Bill Clinton. Nell’articolo si evidenziavano le Hillarizzazioni di Carmela Soprano e le Carmelizzazioni di Hillary Clinton, cioè le somiglianze tra le due signore. Solo che nel momento contingente, spiega l’articolo, Hillary è Tony e non Carmela, non più, almeno. Appunto: una ha ottenuto gioielli d’oro massiccio e l’altra, come risarcimento, vuole la Casa Bianca. Da notare che il tono dell’articolo non era di disprezzo. Non completo aperto e dichiarato disprezzo, almeno. Eppure Carmela è la matrona di una famiglia orgogliosamente mafiosa. Ed è proprio qua che voglio arrivare. Cos’è che gli americani amano tanto dei Soprano? Tanto da spingere una candidata alla Casa Bianca ad avere uno dei suoi attori principali nel proprio video promozionale, tanto da aprire un mercatino dove è già tutto esaurito, tanto da diventare simbolo del pranzo domenicale della famiglia tradizionale? Che diamine, viene da pensare, sono dei mafiosi! Nel comune sentire italiano incarnano il male assoluto, l’anti-modello per eccellenza. Ed è forse proprio questa una prima differenza. Una caratteristica che è sempre stata molto evidente. I Soprano sono Americani. Lo sono al 100%. Incarnano la famiglia media dei sobborghi. Ricevono latte e giornale la mattina, fanno la raccolta differenziata, si riuniscono per il rituale pranzo della domenica, i ragazzi vanno al college, guidano SUV giganteschi e così via. Sono talmente americani che quando Tony viene in Italia a trovare la famiglia non va n Sicilia, ma a Napoli! Tony è originario di Avellino e non di Corleone. Tony va dallo psichiatra e potrei continuare. Ma non è solo questo. Ho cercato di interpretare questa Sopranomania, di trovare una giustificazione logica, almeno. I Soprano incarnano il male, ma sono un male balsamico per gli americani contemporanei. La mafia americana è qualcosa che conoscono bene, è parte pregnante di questa società contemporanea americana e della sua stessa crescita; un male che sanno gestire e che forse li conforta per la sua familiarità, perché rappresenta la continuità, come gli anelli nelle scatole di noccioline di Colazione da Tiffany. Non ci sono aerei che si schiantano contro i palazzi, ragazzi o donne che si fanno saltare in aria nei pullman pieni di gente all’ora di punta, ma la cara vecchia mafia, che controlli e ti controlla, con cui ti relazioni come piacerebbe al vecchio ministro Castelli, che se hai bisogno, alla fine, ti aiuta pure. Come dimenticare la folla di gente al funerale di Gambino?
Forse è il male minore, forse I Soprano, raccontano di una società che non esiste più. Di un male che, un tempo, almeno parlava la stessa lingua, aveva le stesse abitudini e le stesse tradizioni. Non si va forse tutti insieme al Columbus Day?http://www.nazioneindiana.com/2007/06/23/america-loves-the-sopranos/#more-4068


Numerosi intellettuali messicani si sono mobilitati chiedendo di intervenire contro il governatore dello stato di Puebla (Messico), accusato dalla giornalista Lydia Cacho di essere complice di una rete pedopornografica.

Più di 2'000 artisti, intellettuali e attivisti messicani hanno intrapreso e promosso una campagna per chiedere giudizio politico contro il governatore dello Stato di Puebla, Mario Marín, accusato sia di gravi violazioni nei confronti della sicurezza della scrittrice e giornalista Lydia Cacho, sia di essere complice di una rete pedopornografica, che annovera anche impresari e importanti politici, e che proprio la Cacho, in qualità di giornalista, aveva denunciato.

Molti giornali messicani hanno pubblicato il manifesto di questa campagna firmato da un largo numero di personaggi conosciuti al grande pubblico. Si attende ora che la Corte Suprema Messicana inizi ad indagare sul caso e decida sul futuro del governatore Marín. Le accuse che pendono su di lui sono di aver tentato di vendicarsi nei confronti dell’affermata giornalista che aveva fatto emergere una sconvolgente notizia circa un’organizzazione di pedofili che abusava di bambini, in larga parte composta da personaggi dal grosso peso economico/politico, e che il governatore aveva cercato di coprire.

La campagna appena intrapresa si intitola “Había una vez un pederasta que estaba protegido por sus muy poderosos amigos…” (C’era una volta un pedofilo che veniva protetto dai suoi potenti amici…) e porta la firma, tra gli altri, di intellettuali scrittori come Noam Chomsky, Carlos Monsiváis, Elena Poniatowska, Ángeles Mastretta e Jordi Soler; di cineasti come Alejandro González Iñarritu, Guillermo del Toro, Luis Mandoki, Carlos Reygadas, Milos Forman, Alfonso Cuarón e Gus Van Sant; di attori come Salma Hayek, Gael García Bernal, Diego Luna, Pedro Armendáriz, Sean Penn, Debra Winger, Julianne Moore, Naomi Watts, Demi Moore, Susan Sarandon e Bridget Fonda.

Il documento reclama non solo giustizia per la giornalista ma ha anche l’obiettivo di proteggere i bambini e le bambine vittime degli abusi. I firmatari dichiarano che “la cosa fondamentale è sapere, una volta per tutte, se i messicani e le messicane comuni possono realmente avere la possibilità di ricevere realmente protezione dallo Stato, o se l’interesse rimane proteggere i potenti anche quando si macchino di reati gravissimi come la pornografia infantile e la violazione di minori”.

Lydia Cacho, premio nazionale di giornalismo in Messico nel 2002 e direttrice di un centro che da voce e protegge le donne vittime di violenze ed abusi, pubblicò il libro Los demonios del Edén (Grijalbo 2005), dove documentava le violenze sessuali sui minori e il traffico di denaro che ne seguiva e che arricchiva illecitamente gli hotel e gli impresari corrotti di Cancún, uno dei poli turistici principali messicani. A capo di questa rete che fu smascherata c’era Succar Kuri, potente impresario alberghiero di origine libanese che poi fu detenuto prima in Usa e poi in Messico. Un amico di Kuri, Kamel Nacif, importante impresario tessile di Puebla, però aveva importanti conoscenze come appunto Marín, del partito PRI e governatore dello Stato.

Così, grazie alla connivenza di alcuni giudici, il governatore poblano riuscì a toccare i tasti giusti e riuscire ad ottenere la detenzione di Lydia Cacho nel dicembre 2005, che da Cancún fu trasferita a Puebla. La giornalista risultò in pratica desaparecida per circa 20 ore. Nel suo destino c’era il carcere ed una denuncia per diffamazione da parte di Kamel Nacif. Il piano per farla arrestare emerse da una serie di intercettazioni telefoniche. I dialoghi, pubblicati dal giornale La Jornada, dimostravano la chiara complicità ed il ruolo fondamentale giocato da Mario Marín, dietro le accuse giudiziali contro la giornalista.

La "colpa" di Lydia Cacho era quella di aver denunciato nel suo libro il pederasta Succar Kuri grazie alla testimonianza di due bambine vittime degli abusi, che in seguito avevano trovato rifugio proprio nel centro diretto dalla giornalista. La Cacho ha comunque continuato la sua lotta contro i colpevoli degli abusi anche in tribunale. “La risposta che ricevette fu implacabile”, si legge nel comunicato firmato dai 2'000 intellettuali. “Il sistema giuridico mise in marcia un’operazione per punire il suo coraggio: scomparsa di prove, incluso il computer della Commissione Nazionale dei Diritti Umani, pressioni sui testimoni chiave, addirittura un attentato al furgone nella quale viaggiava la giornalista".

Lydia Cacho insomma è una metafora di quella che è realmente la giustizia in Messico, la sua persecuzione dà ragione a quegli otto messicani su dieci che considerano inutile denunciare un reato, proprio a causa della totale sfiducia nei confronti delle istituzioni che invece dovrebbero tutelarli. Ora la parola va alla Corte Suprema Messicana che dovrà esprimersi sulla vicenda e giudicare il governatore dello Stato di Puebla, Mario Marín. E’ però certo che se le autorità di Puebla non verranno private dei loro incarichi e se non venisse riconosciuta la rete pedopornografica e la tratta di minori in Messico, sarà realmente molto difficile che in un futuro qualche altro cittadino denunci ad un tribunale gli uomini che utilizzando il potere pubblico corrompono la società e danno forza ulteriore alla criminalità in Messico.

Per leggere il manifesto cliccare qui

Il sito di Lydia Cacho

Qui per vedere i firmatari ed appoggiare il manifesto

Potsdam: fallisce il G4 sui sussidi Usa e Ue all'agricoltura


Le sovvenzioni all'agricoltura di Usa e Ue mettono in ginocchio le economie africane
E' fallita dopo due giorni di lavori la riunione del cosiddetto G4 (Ue, Usa, Brasile e India) iniziata martedì scorso a Potsdam, presso Berlino, con l'obiettivo di fare passi avanti sulla strada verso una ulteriore liberalizzazione del commercio mondiale. I rappresentanti di India e Brasile hanno lasciato i lavori in forte polemica con Stati Uniti e Unione Europea in particolare sulla tematica delle sovvenzioni agrarie. "Era inutile proseguire il negoziato tenuto conto di quello che viene proposto" - ha detto il ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim, che ha confermato come sia stata l'agricoltura all'origine della rottura con il commissario Ue al commercio, Peter Mandelson, e la segretaria Usa al commercio, Susan Schwab.

Sarebbero state le reticenze degli Stati Uniti a tagliare i sussidi ai propri agricoltori il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo. Sussidi che era necessario ripartire in maniera più equa, mentre le proposte di Washington, ha affermato il ministro del commercio indiano Kamal Nath, miravano ad "un incremento del 50 per cento" dei fondi destinati agli Usa. "Non c'è logica in questo - ha aggiunto - non c'è equità". La tematica agricola è il principale pomo della discordia del ciclo dei negoziati cosiddetti di Doha, avviati nel 2001 nella capitale del Qatar.

"Anche se una prima intesa tra questi paesi avrebbe sbloccato lo stallo del Doha Round dobbiamo rammentare che le trattative coinvolgono tutti i 150 membri dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, di cui 32 sono paesi meno avanzati che rimangono sempre più fuori dal negoziato" - sottolinea una nota della Focsiv. "Se si pensa che l'India, tra l'altro, non è rappresentativa degli interessi dei più poveri dal momento che gode di un margine di manovra maggiore su diversi tavoli, sia quello agricolo che industriale; questo significa che un intesa su delle concessioni che per l'India potrebbero essere adeguate, per i paesi più poveri si rivelerebbero assolutamente pericolose per la loro sussistenza" - prosegue la nota.

Sergio Marelli, Direttore Generale Volontari nel Mondo-FOCSIV spiega: "Come organizzazioni cattoliche "l'opzione preferenziale per i poveri" ci porta a credere che il commercio internazionale debba essere guidato da principi di solidarietà e di interesse per l'intera comunità umana. Non si possono applicare le stesse misure a paesi con un livello di sviluppo così differente, e i paesi più poveri non possono essere costretti a tagliare le loro tariffe se questo significa essere poi vittime del dumping da parte dei prodotti occidentali". Questo sbilanciamento è manifestatamene dimostrato da riunioni sempre più ristrette che rischiano di raggiungere convergenze su posizioni che mettono in pericolo i produttori del sud, esclusi dal negoziato e senza opportunità di incidere su accordi già presi. "Chiediamo uno sforzo ulteriore per la ripresa delle trattative - conclude Marelli - ma con un approccio inclusivo e partecipato da parte di tutti i membri dell'Organizzazione, per un vero multilateralismo, affinché anche le esigenze dei paesi più poveri vengano ascoltate e possano contare al pari degli altri".

"Questo ulteriore fallimento rappresenta un serio colpo alla credibilità del sistema commerciale internazionale e dell'Omc e potrebbe porne in discussione la stessa esistenza" - nota Vittorio Strampelli su Aprile online. "Nel futuro più immediato la crisi del ciclo di Doha offrirà nuovi incentivi alla crescita del bilateralismo commerciale. In questi ultimi anni il numero di accordi bilaterali e regionali è cresciuto in modo sostanziale, divenendo uno strumento largamente utilizzato dalla quasi totalità dei Paesi membri dell'Omc. Il bilateralismo o il regionalismo non sono necessariamente un male, a condizione però che vi sia una sostanziale uguaglianza tra i contraenti. Altrimenti c'è il rischio che a prevalere sia la legge del più forte con costi pesanti per tutti i contraenti, e in particolare per i Paesi più poveri e meno sviluppati, privi di un reale potere negoziale - conclude l'analista.
http://www.unimondo.org/

Sostanze cancerogene in alimenti e farmaci veterinari cinesi
Lo ammette il ministero dell’Agricoltura, secondo cui c’è “un leggero miglioramento” rispetto al 2006. Ora il 95% è in regola, ma in altri alimenti sono stati trovati malachite verde, nitrofurano e solfato di rame. Prodotti scaduti rimpacchettati e venduti per nuovi. Intanto inizia il processo contro il segretario di Zheng Xiaoyu, già condannato a morte.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Farmaci veterinari privi di licenza o inferiori ai requisiti previsti, alimenti contenenti sostanze cancerogene, snack vecchi di due anni riciclati con nuove confezioni, prodotti contraffatti. Si conferma lunga la lotta in Cina per la sicurezza alimentare.
Il 21 giugno il ministro dell’Agricoltura ha dichiarato che dalle analisi circa il 20% dei farmaci veterinari sono risultati privi dei requisiti minimi prescritti. Problema aggravato da una massiccia presenza di prodotti contraffatti: privi di autorizzazione sanitaria, prodotti da ditte inesistenti o addirittura proibiti da tempo, oltre che simili a farmaci autorizzati ma privi dei requisiti.
Il ministero ha, comunque, riscontrato “un leggero miglioramento” rispetto a un anno fa e ha promesso che ci saranno maggiori controlli.
Le analisi sugli alimenti per il consumo umano venduti nelle grandi città ha mostrato che oltre il 95% dei prodotti sono “in regola”. Ma in altri sono state trovate sostanze come la malachite verde, usata dagli allevatori di pesce per uccidere i parassiti, ma cancerogena, o il nitrofurano, antibiotico pure collegato con il cancro.
A metà mese la Wan Maomao Frozen Food Co. dell’Anhui è stata scoperta che riciclava “zongzi” - merendine di glutine di riso avvolte in foglie di bambù- vecchi di due anni, limitandosi a rimpacchettarli in confezioni nuove. Lo zongzi è mangiato soprattutto durante la festa del Dragon Boat a giugno. Già nel 2006 i controlli su 133 produttori di zongzi di livello nazionale hanno accertato che il 10% dei prodotti non era in regola perché contenenti un’eccessiva quantità di additivi; tra le ditte non in regola già c’era la Wan Maomao. Spesso le foglie in cui sono avvolti contengono alte quantità di solfato di rame o di cloruro di rame, che rendono più brillante il verde della foglia.
Intanto a Pechino è iniziato il processo a porte chiuse contro Cao Wenzhuang, ex segretario di Zheng Xiaoyu, il direttore dell’Amministrazione statale per gli alimenti e i farmaci. Zheng a maggio è stato condannato a morte per avere ricevuto denaro e regalie per 6,49 milioni di yuan per autorizzare farmaci non in regola, tra cui un antibiotico che ha ucciso almeno 6 persone. Cao nega ogni responsabilità, ma funzionari del tribunale dicono che le accuse sono “molto gravi”. www.asianews.it

Prima leggete, poi votate
Buenos Aires al ballottaggio: il re del Boca si scontra con l'uomo di Kirchner
 
Il candidato di destra, Mauricio Macri, noto proprietario della squadra di calcio Boca Juniors, vincitrice della Coppa Libertadores 2007, (e rivale del Milan nella Coppa intercontinentale di dicembre) si è confermato favorito al ballottaggio che domenica prossima decreterà il nome del nuovo sindaco di Buenos Aires.
Quarantotto anni, figlio di Franco Macri, titolare di un vero e proprio impero finanziario, si scontrerà in un testa a testa con l'attuale ministro dell'Educazione del governo Kirchner, Daniel Filmus, sul quale, nel primo turno, ha segnato un vantaggio di venti punti. Secondo gli analisti, dodici anni di proficua gestione della squadra più amata d'Argentina, lo fanno apparire come un affidabile amministratore e in più come il simbolo del cambiamento dopo dieci anni di governi progressisti, che hanno diffuso un certo malcontento nei tre milioni di abitanti della capitale.
Ma chi è esattamente Mauricio Macri, colui che si sta avvicinando di gran carriera allo scalino più prossimo alla Presidenza? A dirlo è una lunga mail che sta intasando la posta elettronica di tutti i porteños, cercando di ricostruire dati alla mano la storia sua e della sua famiglia, nel tentativo di persuadere i concittadini a non votarlo.

Macri abbraccia MaradonaCome costruirono questo impero? “Il gruppo Macri opera da prima della dittatura militare ed è stato presente in tutti i governi, fino alla recente presidenza di Duhalde. Questa famiglia nel 1975 possedeva sette aziende: alla fine della dittatura militare erano quarantasei”. Così esordisce la mail che sta facendo il giro dell'Argentina. “Macri è parte di quella 'patria appaltatrice' che ha succhiato dallo Stato argentino per i suoi interessi, che non sono ovviamente quelli di tutti gli argentini. È lui il padrone, tra le altre cose, delle autostrade che fanno pagare i pedaggi più alti al mondo ed è sempre lui ad aver beneficiato della nazionalizzazione dell’indebitamento con l’estero realizzata da Cavallo al momento dell’assunzione del mandato alla Banca Centrale. Macri, con le sue aziende, fu partecipe del favoloso colpo alla Borsa del Commercio nel 1992. Fu processato per contrabbando e assolto da una Corte Suprema non proprio limpida. Al giorno d’oggi, e solo attraverso una manciata delle oltre 40 aziende che compongono la holding famigliare, Macri fa affari con il governo di Buenos Aires per un valore annuale che supera e di molto i 100 milioni di pesos argentini, circa 25 milioni di euro”.

Mauricio MacriIncompatibilità. Gli attuali affari di Socma (Societá Macri, della quale Mauricio è il vicepresidente) con il governo di Buenos Aires rivelano da una parte l'incompatibilità fra l’esercizio della funzione pubblica e Mauricio Macri, e dall'altra i motivi che lo spingono a voler essere il capo del governo della città. Attraverso Intrón (attualmente il 60 percento è di Siemens ed il 40 di Socma), la holding ebbe accesso negli anni '90 all’affare dell’amministrazione delle risorse del comune porteño. E ciò attraverso Ute-Rentas. L’azienda emette, tra le altre cose, le fatture di luce, raccolta di rifiuti e pulizia, e la tassa sugli autoveicoli. Il contratto consta di 10 milioni di pesos argentini all’anno, circa 2 milioni e 400 mila euro. Attraverso Intron, controlla una delle due aziende per la gestione degli autovelox. L’appalto ha una durata di 5 anni. La fatturazione media, al momento dell'appalto, fu stimata in 5 milioni di pesos argentini all’anno, 1 milione e 200 mila euro. All’interno di Socma, Intron costituisce una specie di subholding, alla quale appartengono anche Sepsa e Sistemas Catastrales. Attraverso quest’ultima controlla le infrazioni nel settore della costruzione e si occupa di ispezionare gli edifici e gli ampliamenti abusivi. Si tratta di un contratto per 20 anni. Sepsa, più conosciuta come Pago Fácil, fu utilizzata, invece, dalla Banca Ciudad per la riscossione dei tributi. La sua fatturazione media è di 4 milioni di pesos argentini all’anno, oltre 900 mila euro. La Banca Ciudad paga all’azienda di Macri un peso argentino per bolletta.
Anche il Correo Argentino S.A. è stato comprato dalla holding Macri. Attualmente deve l'equivalente di 205 milioni di euro alle banche di Galicia, Citi, BID, Banca Mondiale e Nación. Non paga gli interessi arretrati pari a 191 milioni di euro, che addossa allo stato, e pretende di presentarsi come creditore. Nella città di Buenos Aires, il Correo Argentino S.A. si presenta a tutte le gare d’appalto. All’ultima fu sul punto di aggiudicarsi la consegna a domicilio delle dichiarazioni dei redditi. Alla fine, il servizio fu dato in mano a Oca, il suo principale competitore. Questo affare, da oltre 7 milioni di euro annuali, si rinnova ogni due anni. Chi vincerà la prossima volta la gara d’appalto, se Mauricio Macri sarà il capo del governo?

Filmus, rivale di Macri al ballottaggioDomande retoriche. “Chi era il presidente di Sevel quando si scoprì che evadeva le tasse nel 1993? Chi fu processato nel 2001 per contrabbando? A chi è venuta in mente la tassa docente (la famosa ostia docente) e si incaricava della sua distribuzione, intascando il 10 percento di tutto quello che raccoglieva? Chi era il vicepresidente dell’azienda proprietaria di Correo Argentino S.A. alcuni mesi prima del fallimento di questi e della scoperta del suo debito milionario con lo stato (successivamente rinazionalizzato)? Chi costruì i palchi nella Bombonera senza indire una gara d’appalto e li fece attraverso una delle sue aziende? Chi ha un passivo di 75 milioni di pesos argentini nel Boca e deve inventare entrate inesistenti affinché il bilancio non si presenti in deficit? Chi non rispetta i requisiti che stabilisce la Costituzione della cittá in materia di compatibilità con la carica pubblica di capo del governo? Indovinato: Mauricio”.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8189

QUELLI CHE…L’IRAN è UN AMICO

Non solo Chavez, Putin e Lukashenko: la cristianissima Armenia si rivolge al paese degli ayatollah per dar ossigeno a un’economia asfittica. Dando esempio di tolleranza e coesistenza pacifica reciproca (nella foto di C. Ronchini la Moschea Blu di Yerevan).

Lucia Sgueglia


“Correte a visitare l'Iran, è un paese meraviglioso, popolato da gente splendida e ospitale, e da qui arrivarci è facilissimo...”. A parlare non è un ufficio turistico del paese degli ayatollah in qualche capitale europea, preoccupato di tanta cattiva stampa che ne offusca l''immagine ultimamente. Ma Lena Hakopian, armena cristiana nata e cresciuta a Teheran, sui 60 ben portati, sorriso inattaccabile sul volto paffuto che ricorda quello di Franca Ciampi, incorniciato da un foulard fiorato. Inglese sciolto, Lena è la guida che accoglie i turisti nella splendida Moschea Blu di viale Mashtotz 12 a Yerevan, da poco restaurata con fondi iraniani. Datata 1765, ai tempi in cui a comandare in Armenia era il Khan Ali Hussein, è l’unico tempio islamico rimasto in piedi in città (che un tempo ne contava 9) dopo l’epoca sovietica: leggenda vuole che fu risparmiato grazie al poeta Charentz, che dopo aver visitato questo luogo, isola di pace nel cuore della caotica “città rosa”, scrisse una lettera al partito comunista locale implorando di non distruggerla. E così fu. “La nostra cultura, le tradizioni e la lingua hanno molto in comune. E in Iran, a differenza che in Turchia - fa notare Lena con l’immancabile punta polemica verso l’eterno nemico - esiste grande libertà di culto per noi armeni”. Già, anzi gli armeni iraniani (dai 100 ai 200mila, 60mila solo a Teheran) sono dei privilegiati rispetto ad altre minoranze, persino quelle musulmane come curdi e azeri: 10 chiese, 22 scuole, centri culturali e scientifici, i loro monumenti storici protetti e restaurati dal governo. Privilegi conquistati a inizio novecento, quando molti armeni scampati al genocidio in Turchia si rifugiarono in Iran, poi incrementati sotto lo shah Pahlavi che li vedeva come ambasciatori dell’occidente; e in parte conservati con la rivoluzione islamica di Khomeini, che pure ne fece fuggire all’estero 100mila. Ancor oggi gli armeni d’Iran hanno un paio di rappresentanti nel Majlis, il parlamento iraniano, e gli è concesso distillare e vendere alcool. Insomma ci sono musulmani e musulmani.
Ma quanto c’è di iraniano a Yerevan? Una presenza discreta, quasi invisibile, che si mescola tranquillamente ai locali. Dei tremila studenti universitari persiani (qui li chiamano così) venuti a studiare nelle facoltà di medicina e al Politecnico, duemilacinquecento frequentano la moschea il giovedì. Con le sue tre biblioteche – una di 7000 volumi -, e il centro culturale per la promozione della lingua e della cultura persiana: gestito dall’ambasciata, attivissimo nell’organizzare mostre e convegni, da poco ha fatto tradurre per la prima volta il Corano direttamente in armeno. Intanto all’università fioriscono gli studi di iranologia. Dunque il paese più cristiano al mondo, che si vanta d’aver adottato per primo il cristianesimo come religione di stato, coltiva un’amicizia fraterna con il regno sciita e teocratico del “pericolo Ahmadinejad”, incubo di Washington e dell’amministrazione Bush. In tempi di isteria globale antiterrorismo, terrore nucleare e retorica anti-islamica montante in occidente, non è poco.

I legami storici e culturali però hanno un ruolo di secondo piano in questa storia. La chiave va cercata altrove, nella geografia. Uscendo dalla vitale e nottambula Yerevan in questo maggio assolato, puntiamo a sud entrando nella valle dell’Ararat, la visione magnifica della Montagna per eccellenza ci accompagna sulla destra: ormai in territorio turco, è una condanna alla nostalgia perenne per gli armeni. La nostra Bmw sobbalza facendo lo slalom tra decine di buche profonde e ravvicinate, rimpiangiamo la vecchia Niva Zhigulì, unica a spuntarla su queste strade. Ma nella prima parte del viaggio di veicoli ne incontriamo ben pochi. Da anni l’Armenia, la più piccola delle ex repubbliche dell’Urss, da sempre sul guado tra molti mondi, un tempo guardiana della Cortina di ferro a sudovest, combatte con un pesante blocco economico dovuto alla chiusura delle frontiere, due su quattro. A ovest cancelli sbarrati dal 1993 verso la Turchia, a est stessa solfa con l’Azerbaijan dopo la guerra del Nagorno Karabagh. Per dar ossigeno a un’economia asfittica e praticamente priva di export, la Georgia a nord fa da tramite verso il grande mercato russo. Mosca è l’alleato numero uno per Yerevan, che ne ospita anche due basi militari. Con Tbilisi però, dopo la rivoluzione delle rose che l’ha spinta verso Usa e Nato, non corre ottimo sangue. E allora? Proseguiamo il nostro percorso sull’unica arteria che dalla capitale scende verso sud, tra montagne spruzzate di neve e canyon verdissimi. Il traffico si infittisce sempre più: una vera processione di tir e camion. Sono tutti targati Iran, si distinguono per l’allegro decoro delle cabine, pennacchi sonagli trombette luci colorate e scritte che inneggiano ad Allah. Molti trasportano grosse cisterne con su scritto “Bhutan gas”. Allah è grande, ripetono sorridenti i camionisti incrociando la nostra strada. Si, pensiamo, e a quanto pare avanza verso il Caucaso. Su un passo ad alta quota, all’ombra di due enormi stipiti in pietra decorati come le porte di Babilonia, tre di loro fanno pausa pranzo, seduti su un tappeto nell’aria rarefatta dei 2000 metri. Ci invitano a condividere. Parlano russo, vengono da Tabriz nel nord. Uno ha un figlio che studia ingegneria a Yerevan, dice che non gli dispiacerebbe trasferirsi in Armenia per un po’. Dello stesso parere, a quanto pare, sono i businessmen iraniani che negli ultimi tempi stanno investendo nel settore edilizio e bancario della capitale armena, sono opera loro i nuovi complessi dal gusto geometrico apparsi nella zona di Cascade. Si mormora preparino un buen retiro per evacuare in caso di guerra a Teheran, che dista solo un’ora di aereo da Yerevan. Ma qui arrivano anche turisti in cerca di relax, e cittadini esasperati dai prezzi immobiliari alle stelle di Teheran. A Zaytun, sulle colline che circondano la città, ragazze velate di nero, le uniche intraviste in questo viaggio, scivolano nel portone del Collegio iraniano di Gamarak, dove condividono con gli armeni fango e miseria di periferia. Altri lavorano ai mercati generali verso Erebuni. Negli scaffali dei negozi abbondano stoviglie abbigliamento e attrezzature made in Iran.

Torniamo sulle strade. Snodo decisivo del traffico diretto in Iran è Meghri, cittadina armena a cavallo del confine che oggi vive un’incredibile fioritura. 15 anni fa c’era il filo spinato, ora di qui passano tutti gli scambi con il vicino: coda alla frontiera, bazar affollatissimo, continuo via vai di uomini e merci. Meghri è il principale punto di contatto col mondo esterno per l’Armenia dopo la Georgia, vitale per un paese sempre più strozzato dalle grandi manovre geopolitiche in corso nel Caucaso del sud da parte di Usa, Nato e Ue. Progetti milionari che finora hanno privilegiato Georgia e Azerbaijan, escludendo gli armeni: dai grandi corridoi energetici come l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), dallo sviluppo di arterie di transito e trasporto est-ovest. Fino a ieri, tutto il gas arrivava in Armenia da Mosca, via Gazprom. Poi Putin ha deciso di aumentare le tariffe anche ai fedelissimi armeni. Che fare? Da Meghri passa anche la salvezza energetica: il 19 marzo è arrivato Ahmadinejad, per inaugurare a fianco del presidente armeno Kocharian il nuovo gasdotto che da Tabriz (140 km) porterà il prezioso liquido in Armenia, costo 200 milioni di dollari. In cambio Teheran riceverà elettricità da Yerevan. A metà 2007 dovrebbe entrare a pieno regime. Il sogno armeno è di prolungarlo oltreconfine verso nord: Georgia e Ucraina si sono dette interessate. Ma per ora la portata del condotto è piccola, non consente questi sviluppi. Tra i progetti congiunti irano-armeni anche una raffineria di petrolio, una ferrovia, una diga idroelettrica sul fiume Araxes che corre tra i due paesi, e perfino le fonti alternative: una centrale eolica costruita dall’Iran è aperta dal 2005. In futuro, magari, cooperazione su sicurezza e difesa. Roba che potrebbe dar fastidio al Cremlino. Ma Putin non si è arrabbiato, è anzi passato al contrattacco conquistando l’appalto per la rete interna del gasdotto, col consorzio ArmRosGazprom.
Il volume d’affari tra Yerevan e Teheran resta ancora inferiore a quello con Mosca, che ha in mano quasi l’80% dell’economia armena e il monopolio in molti settori. Ma cresce a vista d’occhio: dopo Russia e Belgio l’Iran è oggi il terzo partner commerciale per l’Armenia. E tanti sorrisi tra i due paesi confinanti preoccupano Ankara e Washington. Poiché prospettano un asse nordsud Mosca-Teheran via Armenia, alternativo a quello estovest Baku-Tbilisi-Ankara-Washington che si sta creando nella regione. Dietro c’è la grande battaglia per il petrolio del Caspio. Proprio a questo punta il Cremlino, spezzare l’avanzata atlantista tendendo la mano a Teheran. Yerevan però si è dimostrata abilissima a mantenere buoni rapporti con tutti gli attori in gioco, in un esercizio di equilibrismo politico che ha del miracoloso. Non vuole alienarsi gli Usa, da dove arrivano cospicui investimenti e dove vive una ricca diaspora armena; mentre la Banca Mondiale le ha elargito quest’anno 235 milioni di dollari. Truppe armene partecipano alla coalizione a guida Usa in Iraq, ma anche se è nella partnership for Peace per ora Yerevan ha dichiarato di non voler entrare Nato, a differenza di Tbilisi e Baku. Sull’Iran, al Consiglio di Sicurezza Onu ha votato contro le sanzioni. Teheran da parte sua è in difficoltà con tutti i vicini, e vede nell’Armenia e nella sua potente diaspora un avvocato che può far lobby a suo favore nel contesto internazionale, proprio in quanto vicina politicamente a Usa e Ue. Secondo Julien Zarifian dell’Istituto francese di geopolitica a Parigi, «I due paesi si considerano a vicenda come un’apertura che può limitare il loro isolamento».
Non è un caso dunque, se l’8 maggio scorso l’ex presidente iraniano Khatami in visita in Italia ha chiesto di incontrare gli armeni d’Italia, mettendo in agitazione i responsabili del protocollo. Il colloquio si è poi tenuto alla Casa Armena di Milano, dove i rappresentanti della comunità hanno ricordato il contributo di sangue dato dal loro popolo nella guerra scatenata da Saddam contro l’Iran, cui ogni anno le autorità persiane rendono pubblicamente omaggio.
“Durante il conflitto del Karabakh – chiosa l’infaticabile Hakopian - l’Iran fu l’unico paese ad aiutarci, mentre Mosca si schierò con gli azeri. Nessuno lo ha dimenticato”. Nei terribili inverni dal ‘91 al ‘93 in effetti da Teheran arrivarono cibo, uova, biscotti (e forse armi) “mentre a Yerevan bruciavamo alberi e porte per riscaldarci”.
L’eventualità di una guerra Usa contro Teheran? “Per i politici di qui è un tabù, nessuno ne parla. Ma per noi sarebbe una tragedia” sussurra un giovane funzionario di governo che preferisce restare anonimo.

Oggi sul Diario


RIFIUTI TOSSICI: IN ARRIVO INDENNIZZI, I DUE TERZI VANNO AL GOVERNO



Sono state annunciate oggi, tramite una nota della Presidenza, le modalità di ripartizione dell’indennizzo di 100 miliardi di franchi Cfa (152 milioni di euro) versati alla Costa d’Avorio dalla multinazionale Trafigura, responsabile dello scandalo dei rifiuti tossici che dieci mesi fa sconvolse la capitale economica ivoriana Abidjan. Circa 41 milioni di euro, ossia meno di un terzo del totale, andranno ai familiari delle 16 persone decedute, alle “vittime sanitarie, economiche, al personale medico e alle associazioni riconosciute di vittime”: in particolare, a ciascuna delle famiglie in lutto verranno assegnati 152.000 euro e 304 a ciascuno degli oltre 101.000 intossicati. I rimanenti due terzi (circa 104 milioni di euro) serviranno invece ad indennizzare lo Stato “che – si legge nella nota ufficiale – ha subito pregiudizi economici, sanitari ed ecologici” e le collettività locali. Secondo il comunicato, il ministero del Tesoro assegnerà gli indennizzi a partire dal 27 giugno. Altri 5 miliardi di Cfa (circa 7 milioni di euro) serviranno a costruire uno stabilimento per il trattamento dei rifiuti ordinari. In base a un accordo con il governo del presidente Laurent Gbagbo, già il 13 febbraio scorso i dirigenti della Trafigura Beheer (con sedi in Olanda e in Svizzera) avevano accettato di versare 152 milioni di euro in cambio della rinuncia a qualunque azione legale presente o futura. Nell’accordo, la multinazionale si era anche impegnata a farsi carico dell’identificazione e della bonifica di eventuali ulteriori siti ancora inquinati. Nella notte tra il 19 e il 20 agosto furono scaricate clandestinamente ad Abidjan 528 tonnellate di rifiuti e sostanze tossiche dalla ‘Probo Koala’, una nave battente bandiera panamense noleggiata dalla Trafigura. Oltre 101.000 persone ricevettero cure mediche per vomito, diarrea e difficoltà respiratorie, 76 furono ricoverate in ospedale e 16 morirono.
http://www.misna.org/

Guantanamo, un colonnello pentito turba il Pentagono

 

E’ il ‘pentito’ di piu’ alto spessore fino a ora partorito da Guantanamo, il primo ex protagonista di udienze militari che mette il Pentagono sul banco degli imputati. Stephen Abraham, un colonnello della riserva dell’Esercito, ha messo nero su bianco una serie di accuse contro il sistema giudiziario in vigore nella base: a suo dire, le procedure si basano su informazioni inattendibili e sono viziate dalle pressioni dei comandanti militari. […]

In una dichiarazione giurata che ha provocato entusiasmo in decine di studi legali che assistono i 375 detenuti di Guantanamo, Abraham ha bollato come “profondamente carente” tutta la procedura che permette al Pentagono di caratterizzare i propri prigionieri come ‘combattenti nemici’. Una designazione che comporta la perdita di quasi tutti i diritti legali e la prospettiva di una detenzione a tempo indeterminato.

Abraham nel 2004 e 2005 ha fatto parte del Tribunale per la revisione dello status di combattenti, una struttura che il ministero della Difesa americano creo’ dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva bocciato le modalita’ con cui l’amministrazione Bush gestiva le detenzioni a Guantanamo. Il tribunale ha il compito di valutare se persistono le condizioni per mantenere la designazione di combattente nemico e permette ai detenuti di comparire di fronte a giudici, ma accompagnati solo da assistenti militari, non da avvocati veri e propri. Su 558 detenuti comparsi nelle udienze, per 520 (93%) e’ stata confermata la designazione.

Secondo il colonnello della riserva, che attualmente non e’ in divisa e fa l’avvocato in California, le fonti di cui si servono i militari per giudicare i detenuti si basano su materiale d’intelligence poco affidabile, incompleto e spesso troppo vecchio. “Quelle che vengono presentate come descrizioni di fatti specifici, sono prive anche solo delle caratteristiche fondamentali per poter essere definite fonti di prova oggettivamente credibili”, ha scritto Abraham nella propria denuncia, presentata a una corte federale a Washington. Inoltre, secondo il colonnello, il personale militare che deve mettere insieme le accuse lavora sotto l’effetto di intense pressioni da parte dei superiori, che spingono perché lo status di combattenti nemici venga mantenuto.

Abraham ha detto di essersi deciso a parlare pubblicamente dopo aver ascoltato interviste all’ammiraglio James McGarrah, il responsabile del sistema giudiziario di Guantanamo, in cui l’alto ufficiale lodava la correttezza della procedura. Un portavoce del Pentagono, Chito Peppler, ha sottolineato che Abraham non ha mai espresso le proprie idee a McGarrah e ha ribadito che il ministero della Difesa ritiene la procedura “corretta, rigorosa e solida”.

Le accuse di Abraham finiranno quasi sicuramente nei fascicoli processuali delle varie cause legali con le quali gli avvocati dei detenuti cercano di ottenere di farli comparire di fronte a corti federali ordinarie negli Usa. Per l’amministrazione Bush, le parole del ‘pentito’ sono un altro campanello d’allarme sulla situazione di Guantanamo, che alla Casa Bianca viene osservata con crescente preoccupazione. Il capo del Pentagono Robert Gates e il segretario di Stato Condoleezza Rice stanno facendo pressioni per chiudere la prigione e i portavoce del presidente hanno ammesso che anche George W. Bush sta valutando possibili alternative.

Ma per il momento non ci sono iniziative immediate all’orizzonte e ogni tentativo di smantellare Guantanamo si scontra con la linea dura del vicepresidente Dick Cheney e con le obiezioni giuridiche del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, per il quale trasferire i detenuti in prigioni sul suolo americano aprirebbe la strada a un diluvio di cause e processi.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/06/23/guantanamo-un-colonnello-pentito-turba-il-pentagono/#more-325


Stati Uniti : certi elettori sono proprio dei cani
di Rico Guillermo*

Quando nel mondo sono stati sollevati dubbi sull'attendibilita' del sistema di voto americano - sia quello elettronico che quello tradizionale - si e' parlato del solito antiamericanismo, eppure le falle ci sono.

Proprio per provarlo una nonna di 66 anni veterana dell'esercito ha iscritto il suo cane nelle liste elettorali inserendo come accredito il suo numero telefonico. Negli USA, infatti, non esistono liste automatiche dei votanti, ma occorre iscriversi ad ogni tornata elettorale e proprio tale aspetto e' stato criticato negli Stati del sud, dove a molti neri poveri - notoriamente piu' propensi a votare democratico - sono stati frapposti in piu' occasioni mille ostacoli per evitarne l'iscrizione nelle liste, controllate da governi statali repubblicani.

Lo scopo della nonna ed ex soldato era invece dimostrare che il regolamento elettorale varato nel 2005 nello Stato di Washington lascia facile spazio a frodi come l'iscrizione di non cittadini. Percio' ha chiesto l'iscrizione alle liste del suo cane, con nome e cognome, sette mesi prima delle elezioni di novembre, ed ha poi annullato la scheda elettorale e firmato la busta per il voto a distanza con la foto dell'impronta di una zampa. Quando l'ufficio elettorale ha telefonato contestando al signor Duncan MacDonald (il cane) l'insolita firma, la donna ha spiegato che si trattava di un animale.

Per questa ragione e' stata accusata dalla Corte superiore della Contea di aver rilasciato una falsa dichiarazione ad un funzionario attestando che Duncan aveva tutti i requisiti per il diritto di voto. Secondo il Seattle Times, qualora la donna rifiutasse di dichiararsi colpevole, i procuratori presenterebbero una accusa a suo carico di aver fornito false informazioni per la registrazione elettorale, mentre se accettasse l'accordo offerto dai procuratori, non sara' chiesta una condanna alla prigione ma solo a 10 ore di servizio per la comunita', a un'ammenda di 250 dollari con il vincolo di non commettere altri reati per un anno.

Ma la donna non pensa di dichiararsi 'non colpevole', dato che, ha detto "so di essere colpevole" ma, ha aggiunto, "non stavo provando a fare qualcosa di fraudolento. Stavo provando a dimostrare che il nostro sistema e' difettoso. Così mi sono trovata nei pasticci". Insomma, un gesto che avrebbe meritato un ringraziamento da parte delle autorita' dello Stato (che dovrebbero provare quantomeno imbarazzo) e di tutti gli altri elettori sara' - comunque vada - punito, mentre non e' dato sapere quanti esseri umani e (non) abbiano gia' votato nello Stato di Washington senza averne effettivamente diritto.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 23 2007

Il segreto di Pulcistella
di Marco Travaglio

Il disegno di legge Mastella che vieta ai giornali di pubblicare le intercettazioni e gli altri atti d'indagine, «anche se non più coperti da segreto», sino al processo e in certi casi addirittura sino alla sentenza d'appello, è approdato alla commissione Giustizia del Senato. Dopo l'approvazione, nell'autunno scorso, in consiglio dei ministri e il voto plebiscitario di aprile alla Camera (447 Sì, nessun No, 7 astenuti), il relatore Casson ha annunciato emendamenti per alleggerire la posizione dei giornalisti, che in base al testo di Montecitorio rischiano multe fino a 100 mila euro per ogni notizia non segreta pubblicata. Alcuni senatori come Furio Colombo e Franca Rame, il ministro Di Pietro e un deputato "pesante" come l'ex Ds dalemiano Nicola Rossi hanno già annunciato la loro contrarietà al provvedimento. Altri hanno cominciato a dubitare. Autorevoli commentatori, come Battista e Grevi sul Corriere, Grosso e Tornabuoni sulla Stampa, De Bortoli sul Sole-24 ore, Pirani su Repubblica, sono intervenuti su un tema che, fino a un mese fa, era rimasto confinato nello studio di Annozero, sulle colonne dell' Unità, sul sito di Grillo (Beppe) e nelle proteste delle organizzazioni di categoria dei giornalisti. Finalmente si apre qualche crepa nella maggioranza bulgara che alla Camera aveva messo la museruola alla stampa. Anche perché l'uscita delle intercettazioni e dei verbali del triplice affaire Antonveneta-Rcs-Unipol, penalmente rilevanti per i furbetti e politicamente e moralmente rilevanti per i politici, ha reso edotti della posta in gioco: con la legge Mastella a regime, nulla di preciso si sarebbe finora saputo dello scandalo delle scalate, e di tanti altri scandali italioti. La tentazione, ora, è di accontentarsi di qualche pietoso emendamento che "venga incontro" alle richieste della stampa. Qui non è questione di emendamenti o di venire incontro. Né sono in gioco gl'interessi corporativi dei giornalisti. Qui è in gioco il dovere costituzionale di informare e il diritto costituzionale di essere informati. E sui princìpi non c'è mediazione possibile. Se il risultato finale fosse una Mastella un po' meno pesante, con qualche sconto sulle multe o con la concessione, calata dall'alto da lorsignori, di poter scrivere qualche riga in più, tanto vale lasciare la legge così com'è. Cioè nella sua peggiore formulazione possibile. Faremo obiezione di coscienza, la violeremo fin dal primo giorno, ci faremo processare e chiederemo ai tribunali di alluvionare la Corte costituzionale di eccezioni di incostituzionalità. Così che la Mastella venga spazzata via per palese illegittimità e non se ne riparli mai più. Anche perché ora si scopre che quella legge è pure anti-europea. Il 7 giugno la Corte europea dei diritti dell' uomo ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione, censurando duramente la sentenza di condanna emessa da un tribunale contro due giornalisti che avevano pubblicato un libro sulle intercettazioni illegali disposte durante la presidenza Mitterrand. Il libro, insieme a stralci di intercettazioni (si badi bene: illegali!), riportava l'elenco delle persone illegalmente intercettate. I giudici hanno condannato i giornalisti per violazione del segreto istruttorio. La Corte europea ha stabilito che, sì, il segreto è stato violato, ma su di esso prevale il dovere d'informare e il diritto a essere informati. Soprattutto se non si parla di fatti privati, ma di vicende pubbliche. Ciò che conta, in questi casi, non è se la notizia è segreta o se è stata raccolta o acquisita irregolarmente: conta solo che sia vera, esatta, precisa, autentica. Guai, ammonisce poi la Corte, a punire i giornalisti che scrivono la verità con multe o cause civili per danni, che possono dissuaderli dall'esercizio del loro diritto-dovere di raccontare sempre tutto. Dunque, vadano pure avanti lorsignori con le loro porcatine. Continuino pure, a rispondere "è un segreto". Chi li sente rispondere "è un segreto" anziché "non è vero", capirà subito che è tutto vero.www.unita.it

 


L´INFORMAZIONE AVVELENATA
di GIOVANNI VALENTINI

Da Tony Blair a Massimo D´Alema, passando per Silvio Berlusconi, Clemente Mastella e tanti altri, c´è un´insofferenza crescente della politica nei confronti dell´informazione: cioè della libertà dei giornalisti di informare e della libertà dei cittadini di essere informati. Se il premier inglese attacca i giornali alla fine del suo mandato, dopo essere stato smascherato riguardo ai falsi dossier dei servizi segreti di Sua Maestà sulle fantomatiche armi di distruzione di massa mai trovate in Iraq, i due ex premier italiani si ritrovano una volta tanto d´accordo sulla necessità di imbavagliare la stampa per vietare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, anche quando non sono più coperte dal segreto, con la minaccia di sanzioni fino a 100 mila euro e addirittura l´arresto come prevede - appunto - il disegno di legge presentato dal ministro della Giustizia e già approvato dalla Camera.
Siamo di fronte a un giro di vite bipartisan che minaccia la libertà d´informazione nel nostro Paese: non solo quella dei giornalisti di fare più o meno bene il proprio dovere, ma soprattutto quella dei lettori e degli elettori di ricevere tutte le notizie a cui hanno diritto. Non si tratta di difendere l´autonomia, le prerogative, i privilegi di un ordine professionale, di una corporazione o di una casta. Bensì di tutelare la funzione di contropotere che la stampa è chiamata a esercitare, non tanto come "quarto potere" contrapposto a quelli costituiti, quanto come controllore del potere per conto della pubblica opinione. E quindi, di salvaguardare l´interesse generale della collettività a conoscere e giudicare i comportamenti di chi svolge il mandato popolare.
I giornalisti avranno pure tanti difetti, commetteranno tanti errori e omissioni. Ma è appena il caso di ricordare che, a differenza dei politici, si sottopongono ogni giorno al controllo e al giudizio dei loro lettori: i quali vanno o non vanno liberamente in edicola, scelgono questo o quel giornale e magari l´acquistano. I giornali vendono copie, non comprano voti, come talvolta fanno i partiti. Non hanno posti, prebende o favori da dispensare, ma solo notizie, commenti, opinioni da offrire al proprio pubblico.
A ben vedere, dunque, lo scandalo delle intercettazioni è in realtà un falso problema, un pretesto, un appiglio. Nessuno contesta ovviamente l´opportunità di limitarne e disciplinarne l´uso, o a maggior ragione sanzionarne l´abuso, a cominciare dalla stessa magistratura inquirente e dai pubblici ufficiali alle sue dipendenze. Ed è altrettanto ovvio che occorre tutelare innanzitutto i terzi incolpevoli, estranei alle indagini, citati magari occasionalmente nei verbali o nelle trascrizioni.
Tutto ciò non autorizza, però, a occultare il contenuto di conversazioni telefoniche che riguardano parlamentari, esponenti politici o amministratori locali, in nome della lesa maestà. A tutti costoro, proprio in rapporto al loro ruolo e alla loro responsabilità, dovrebbe spettare semmai una tutela minore, come accade del resto sul piano della privacy, della trasparenza patrimoniale e fiscale. Nessuno li ha obbligati ad assumere un mandato pubblico, ma questo - una volta assunto - li obbliga invece a rendere conto delle proprie azioni anche nella sfera privata o in qualche caso perfino in quella familiare.
Le intercettazioni non sono penalmente rilevanti? Ci mancherebbe altro che lo fossero. A quel punto, il discorso sarebbe del tutto diverso e riguarderebbe soltanto la magistratura. Saranno pure "penalmente irrilevanti", i contenuti di questi verbali, ma sono senz´altro moralmente rilevanti, più che rilevanti, trattandosi di uomini politici che ricoprono o hanno ricoperto rilevanti posizioni di potere. E perciò la loro pubblicazione ha indubbiamente un interesse pubblico, nella misura in cui rivelano o documentano comportamenti comunque discutibili, e in qualche caso censurabili, sul piano etico e civile.
Qualcuno può sostenere forse il contrario di fronte alle conversazioni telefoniche dei dirigenti diessini con Consorte, Ricucci e compagnia cantante, a proposito della scalata di Unipol alla Banca nazionale del Lavoro? O di fronte agli interessamenti di Berlusconi e dei suoi sodali nella scalata al Corriere della Sera? Per tutti noi, cittadini ed elettori, era meglio sapere o non sapere? E i giornalisti che hanno pubblicato le trascrizioni, meritavano davvero 100 mila euro di ammenda o magari l´arresto?
Non è mettendo il bavaglio alla stampa che la politica può recuperare credibilità e fiducia presso l´opinione pubblica nazionale. Al contrario, rischia di perdere ulteriormente un po´ dell´una e un po´ dell´altra. Per invertire la rotta, occorre piuttosto correggere le cattive abitudini e le ancor più cattive frequentazioni, evitare le interferenze indebite nella vita economica, distinguere tra valori e affari, separare gli interessi privati da quelli pubblici. Allora anche le intercettazioni telefoniche risulteranno sicuramente meno rilevanti, meno imbarazzanti, meno compromettenti per tutti.
* * *
Merita di essere segnalata, a questo proposito, l´eccellente puntata di La Storia siamo noi, dedicata giovedì sera da Giovanni Minoli agli incidenti per il G8 di Genova. Con una grande ricchezza di filmati e testimonianze, la trasmissione di Rai Educational ha offerto una ricostruzione senza reticenze degli scontri fra la polizia e i no-global, comprese le comunicazioni via radio fra la questura e i reparti impegnati sul campo. Un modello di giornalismo televisivo, tanto più apprezzabile da parte del servizio pubblico, che fa onore alla verità e liquida le velleità di tanti talk-show o della fiction applicata alla realtà.www.repubblica.it


Take Back America (post 1)

Scusate il ritardo. Sono qui da lunedì e riesco a scrivere solo ora – vittima del fuso orario, di un programma fittissimo, e del lavoro ordinario da fare ovunque e comunque (maledette email). Ma non mi poso lamentare, perché so che lì sono giorni di passione

Per farmi perdonare, di post ne scrivo due. (Anche perché se no Eugenio mi rimprovera la lunghezza)

Dunque: sono a Take Back America, una Convention che si tiene tutti gli anni a Washington organizzata da uno dei movimenti paralleli al Partito Democratico. Una sorta di Forum Sociale - con gli stand delle associazioni e delle campagne (dalla coltivazione libera della marijuana ai diritti degli animali), i workshop auto-organizzati su internet, le radio e le tv, le plenarie affollatissime con i big, il folklore delle piccole manifestazioni estemporanee di gente travestita nei modi più assurdi, proprio come a Porto Alegre (o come una Festa dell’Unità, dove non ho ancora visto poliziotte vestite di rosa). Solo, dentro l’Hilton.

La prima cosa che colpisce è la radicalità. Ovvio che i movimenti “grassroots”, di base, siano più a sinistra dell’establishment di Washington, ma sentire John Podesta, ex capo di gabinetto di Clinton e Presidente del Center for American Progress, introdurre un seminario sulla “Presidenza imperiale” fa un certo effetto. Vai a capire se è solo un tentativo di entrare in sintonia con la base, o se ha a che fare con una certa schiettezza del linguaggio propria degli americani…

Seconda cosa che si nota, l’uniformità del messaggio. Non importa che parli Hillary, Obama, Edwards, Richardson, Dean, Pelosi – le cinque priorità dell’agenda, i punti programmatici caratterizzanti, sono gli stessi. E sono spiegati con una semplicità ed una linearità tali che è impossibile non solo non capirli (per chiunque), ma anche non ricordarli: cambiamento climatico – Gore le sue primarie le ha già vinte, dettando l’agenda-; ritiro dall’Iraq; sistema sanitario universale; investimenti in istruzione e ricerca; innalzamento dei salari minimi (qui il problema non è la disoccupazione ma i working poors, gente che lavora 17 ore al giorno per 500$ alla settimana). E, soprattutto, restituire all’America l’orgoglio di essere sé stessa: “that’s not who we are, we can do better than this!”. Il messaggio passa. Ed è un messaggio lineare, univoco, chiaramente riconducibile ad una parte politica. Le differenze individuali ci sono ma sono sfumature, dettagli, accenti personali – la sensazione è che gli obiettivi siano condivisi.

Altra cosa comune: niente teoria, ma il racconto di una storia. Con nomi, luoghi, date. Su di sé, su chi hanno incontrato. E poi ti dicono – ecco, questo non deve succedere più, questo è quello che faremo (che farò, che ho fatto) per evitare che succeda ancora. Oppure – ecco, questo funziona, bisogna fare così. Di nuovo (ne ho già scritto) la cultura del fare, applicata alla retorica politica: non ti dico semplicemente cosa penso, ma cosa ho fatto e cosa vorrei fare.

Nel complesso, nessun tecnicismo, nessuna autoreferenzialità, grande concretezza, sintonia con la vita reale delle persone reali. Devo ammettere, ossigeno per noi europei…

E poi tanti blog, finanziamenti raccolti in rete, campagne “two ways”, e la consapevolezza che il futuro (se non il presente) della comunicazione è lì. Che può valere di più l’attivismo di 100 bloggers che 100 spot in TV.

Un partito solido, forte, aperto (niente prime file riservate, fischi e domande urlate durante gli interventi, nessun controllo di sicurezza, nessuna guardia del corpo - a parte Obama). Grande attenzione, ascolto, partecipazione, entusiasmo. Tantissimi giovani, tantissime donne, molti neri. Qualche pastore metodista, gli amministratori locali, di tutto e di più. Critiche, divergenze, espresse in modo molto esplicito, ma che non intaccano la comune appartenenza, non minano il senso di un percorso comune, di una missione collettiva. E questo mi fa pensare che chiunque, tra i candidati alle Primarie, diventi il candidato alle Presidenziali in campo democratico avrà non solo ottime possibilità di vincere (soprattutto se i Repubblicani continuano così – ma ho la sensazione che qualcosa cambierà), ma anche di essere un ottimo Presidente. Perché non è solo una corsa individuale, ma una battaglia collettiva per far tornare l’America ad essere ciò che è davvero – Take Back America. 
Ho la sensazione che abbiamo molto da imparare qui...http://blogmog.ilcannocchiale.it/


Democrazia, partecipazione e decisione: sulle liste per la Costituente del PD
di Corrado Truffi

Primarie Usa
 
C'è qualcosa che non mi quadra nell'attuale discussione attorno alle liste per la costituente, a iMille, al ruolo dei partiti e dei loro dirigenti considerati da tutti obsoleti se non peggio. Il discorso sarà temo un po' lungo, perché ha bisogno di una parte di cronaca e di una di teoria.

La cronaca è peraltro ben nota: sono mesi che cresce la marea montante dell'odio verso la politica, e in particolare verso chi è percepito come più "politico", ossia i politici di centrosinistra. In fondo, anche l'invocazione di Veltroni come salvatore della patria si iscrive in questa tendenza, come se i politici di professione dovessero in qualche modo nascondersi dietro l'unico politico non percepito, a torto o a ragione, come tale.

La cosa rilevante, in questa cronaca, è però che moltissimi, in rete e altrove, si propongono come potenziali sostituti di questa classe politica ingessata, ma il modo di farlo rasenta a volte la schizofrenia. Perché se leggete a caso i commenti che la gente lascia negli innumerevoli siti per il partito democratico (un esempio fulgido in questo senso è qui), l'unica cosa che emerge è una speranza palingenetica di abolizione tout-court di tutta la classe politica, miracolosamente sostituita dalla volonterosa società civile. Tanto che viene da chiedersi se questo livello di odio verso i DS e la Margherita non sia tale da rendere, appunto, schizofrenico l'obiettivo dichiarato di fare un nuovo partito assieme ai DS e alla Margherita.

E d'altra parte altrettanto schizofrenico sembra l'atteggiamento dei partiti, sia alla base che nei vertici, che oscilla fra il sincero richiamo alla volontà di aprirsi - testimoniato del resto dall'idea stessa della costituente aperta, che DS e Margherita non erano affatto obbligati a lanciare - e la paura e la diffidenza per chi, pur militando nei partiti, si spende per rimescolare davvero le carte. Come ad esempio fa Ivan Scalfarotto, che in fondo è un (recente) iscritto DS.

La teoria a cui vorrei riferirmi è quella, in abbozzo in molti e diversi luoghi, della democrazia partecipativa. La democrazia è in crisi, ed è certamente necessario dotarsi di nuovi strumenti di partecipazione, recuperare credibilità alla politica democratica, e per farlo gli strumenti della partecipazione (il bilancio partecipativo, i sondaggi deliberativi, i referendum, gli strumenti della politica in rete, una vita associativa locale più ricca e con più voce in capitolo...) sono essenziali.

Ma, tutti questi strumenti, continuano ad avere l'obiettivo della selezione delle decisioni effettuata col metodo della maggioranza. E, invece, mi sembra che la "società civile" - insomma le migliaia di persone che si muovono in rete con atteggiamenti più o meno livorosi verso i nostri attuali dirigenti - non abbia affatto ancora maturato l'idea che la democrazia non è una pura agorà dove si discute senza fine e senza struttura, ma essenzialmente, appunto, un meccanismo di partecipazione volto a selezionare decisioni col metodo della maggioranza.

L'impressione, invece, è che si favoleggi un partito della impossibile democrazia diretta e, soprattutto, che tutto questo agitarsi resti sempre ai preliminari, alla forma della partecipazione, alle regole, e non vada mai a definire le idee e le soluzioni su cui ciascuno vorrebbe/dovrebbe spendersi. E così, si rischia che le volonterose proposte di liste come iMille o LiberaItalia finiscano per raccogliere più contraddizioni che soluzioni, perché uniscono le persone sulla base della forma e non della sostanza.


Ma in questa storia la responsabilità (e la probabile miopia) dei partiti DS e Margherita e dei loro attuali gruppi dirigenti è, forse, anche più grande. Ricordiamo, per favore, che stiamo eleggendo l'assemblea costituente che deve definire le idee di fondo e lo statuto del nuovo partito. Vorrei ricordare che in fondo questo, e non l'elezione del segretario pro tempore, dovrebbe essere l'obiettivo fondamentale del 14 ottobre. http://pennarossa.splinder.com/

L'Italia si fida dei blog. Meglio dei quotidiani

di Raffaele Mastrolonardo
L'indagine DiarioAperto scatta una foto della blogosfera del nostro Paese. Un mondo diffidente verso la politica, sicuro dei propri mezzi di espressione (83,9%), anche rispetto ai media tradizionali, e sempre più femminile.

Colta, con poca fiducia nella politica, pronta spendere online e più rosa di quanto non si potesse immaginare. La radiografia della blogosfera italiana che emerge dall'indagine DiarioAperto realizzata da SWG, Splinder, Università di Trieste e Punto Informatico offre uno spaccato dettagliato del mondo dei diari online del nostro Paese e regala qualche sorpresa. A cominciare dalla speranza di un futuro dei blog italici sempre più al femminile. Le donne-blogger, stando all'inchiesta, diventano la maggioranza nella fascia di età tra i 18 e 24 anni. Un dato che, se sommato alla maggiore prolificità e tendenza relazionale del gentil sesso virtuale, fa dire ai responsabili della ricerca che "le autrici e le lettrici di blog rappresentano le tendenze in divenire di questi luoghi digitali, ne sono l'avanguardia".

Ma come dipingono se stessi, nel complesso, gli oltre 4.000 blogger che hanno volontariamente deciso di rispondere al questionario online? Proviamo a vederlo su alcune questioni-chiave.

Propensi agli acquisti. In generale, e in misura superiore alla media dei navigatori, blogger e lettori di blogger sono più propensi a acquistare beni in Rete. Il 49 per cento dei rispondenti, per esempio ha dichiarato di essere ricorso a Internet per l'acquisto di biglietti aerei, prenotazioni alberghiere, organizzazione delle vacanze. Mentre il 59 per cento afferma di avere acquistato libri, cd o dvd, mentre e il 20 per cento sostiene di ricorrere a forme di download a pagamento di musica, film, articoli. Una fiducia nella rete che non deve stupire, considerato che l'universo degli abitanti della blogsfera fa sicuramente parte dell'élite della popolazione italiana quanto a dimestichezza con il web.

Blogosfera al femminile. Anche se complessivamente minoritaria (42,4 contro 57,6 per cento), la presenza femminile nella blogsfera italiana si distingue per gioventù, originalità, prolificità, capacità relazionali e insofferenza all'autorità. Nella fascia tra i 18 e i 24 anni sono proprio le donne a farla da padrone con il 52 per cento dei diari online, il che sembra aprire salutari squarci rosa sul futuro. Senza contare che le "proprietarie" di weblog tendono ad essere più feconde (il 40 per cento di loro ha più di un blog contro il 32,7 per cento degli uomini) e orientate alla relazione (il 56,5 per cento commenta contro il 49,7 dei maschi). Quanto agli argomenti, le discendenti di Eva, nell'80,9 per cento dei casi, sono piu' orientate al mondo esterno e traggono spunto dagli eventi della propria vita personale (contro il 53,7 per cento degli uomini). Allo stesso tempo, mostrano una (salutare?) insofferenza verso l'autorità. Solo il 13,3 per cento delle donne dà fiducia ai blogger considerati più autorevoli, una percentuale che è quasi la metà di quella del presunto sesso forte. Sembra infine che un futuro più umanistico della rete debba passare proprio dai blogger in gonnella. Le laureate in letteratura che hanno risposto alla ricerca sono infatti il 30,7 per cento contro il 14,4 per cento degli uomini (le ingegnere-blogger, per contro, sono solo il 3,8 per cento rispetto al 20,2 per cento).

Relazione con i media tradizionali. Ogni avanguardia deve avere fiducia in se stessa. E i blogger, da questo punto di vista, non fanno eccezione. Se richiesti di valutare i diari online rispetto agli altri media dimostrano una pressoché totale sicurezza nel loro strumento di comunicazione, che vince sugli antagonisti con percentuali bulgare. L'83,9 per cento giudica i blog più originali rispetto ad altre fonti di informazione mediatica. L'83,9 per cento li ritiene più liberi e con meno censure. Il 71,9 per cento pensa che siano anche più interessanti. Tuttavia, fa notare la ricerca, il rapporto con i media tradizionali resta piuttosto stretto: il 48,8 per cento dei rispondenti afferma di utilizzare altri media come "fonti principali", come se la funzione della blogosfera nel suo complesso fosse (ancora) ancillare ai mezzi di comunicazione mainstream. "Si percepisce la potenzialità critica del mezzo - si legge nell'indagine - ma il momento del distacco dall'agenda setting dominante si fatica a raggiungere".

I politici? Tutti uguali. Se c'è una cosa, infine, su cui l'elite del web sembra condividere con i connazionali di minore alfabetizzazione informatica è la disaffezione nei confronti della politica. Che si traduce in un 61 per cento di rispondenti che dichiarano di avere poca o nessuna fiducia nel presidente del Consiglio e un 78,9 per cento che si dichiara egualmente maldisposto verso il capo dell'opposizione. Non va meglio al governo (sfiduciato dal 65,5 per cento dei rispondenti) e al Parlamento (64,5 per cento di pareri negativi). Questi atteggiamenti sono in deciso e significativo contrasto con la convinzione, condivisa dal 91,7 per cento dei rispondenti, che "il blog possa essere un buon sistema per discutere periodicamente di temi sociali e politici". http://www.visionpost.it/index.asp?C=10&I=1925


MICHAEL MOORE: l’11-9 POTREBBE ESSERE UN COMPLOTTO INTERNO
DI AARON DYKES
Jones Report

Ha discusso delle esplosioni negli edifici, ha chiesto ‘cento angolazioni’ diverse dei video del Pentagono e nuove indagini – “Non ci hanno detto nemmeno metà della verità”

Il vincitore dell’Oscar Michael Moore ha risposto ad alcune domande riguardanti la verità sull'11-9 durante un'anteprima a New York del suo nuovo documentario SICKO.

I nostri giornalisti sono stati inizialmente evitati da Moore ma successivamente ha deciso di avvicinare i reporters di We Are Change.org/ Infowars.com per una discussione.

Moore ha espresso i suoi dubbi sull'11-9, che si distanziano chiaramente dal quadro di ‘negligenza governativa’ da lui descritto nel suo film Fahrenheit 9/11 uscito circa tre anni fa.

Moore ha detto ai reporters: “ un certo numero di vigili del fuoco, nel corso degli anni passati dall'uscita di Fahrenheit 9/11, mi ha detto di avere sentito queste esplosioni-- e che essi ritengono che c'è una GRANDE parte della storia che non c'è stata raccontata. Non credo che le indagini ufficiali ci abbiano detto la completa verità--non ci hanno detto nemmeno metà della verità”.

Michael Moore ha tirato fuori di sua iniziativa anche la storia delle riprese video sul luogo dell'ipotetico schianto di un aereo contro il Pentagono, sembrando piuttosto bendisposto a discutere quegli argomenti che i cosiddetti ‘left gatekeepers’ [‘guardiani di sinistra’, cioè coloro che da sinistra sembrano voler comunque conservare lo status quo n.d.t.] si sono in passato rifiutati di discutere.

“Ho fatto delle riprese davanti al Pentagono--prima dell'11-9-- ci dovevano essere almeno 100 telecamere che circondavano l'edificio, negli alberi, ovunque. Penso che abbiano ripreso quell'aereo in 100 angolazioni diverse. Com'è possibile che non le abbiamo viste?--e non sto parlando di fermo-immagine, sto parlando dei video. Io voglio vedere i video; io voglio vedere le 100 riprese che esistono di ciò” ha detto Moore.

Egli si è spinto sino a discutere l’implausibilità che un pilota esegua il percorso attribuito all'aereo che avrebbe colpito il Pentagono.


Perché non vogliono farci vedere quell'aereo che arriva contro l'edificio? Perché, se sapete qualcosa su come si pilota un aereo, quando state andando a 500 miglia orarie, se vi ha spostate di un tanto così finite nel fiume. Perciò, questi hanno colpito un edificio alto solo cinque piani...[inaudibile] qualcosa da esperti. Io credo che vi siano delle risposte in quelle riprese e dovremmo chiedere che vengano rilasciate.”


Michael Moore non si è dimostrato vago o timido nel discutere la verità sull'11-9--piuttosto, egli ha chiesto “una nuova indagine prima che passi troppo tempo--per trovare tutta la verità.”




“E io ho l'intenzione, seguendo la mia strada, di trovare alcune risposte” ha aggiunto Moore. “Grazie di fare tutto ciò che state facendo.”

Amy Goodman, che era anche presente alla prima, si è ritratta da una domanda riguardante il fatto che lei aveva assistito al crollo dell'edificio sette dello WTC--fu infatti vista in video durante la copertura informativa dell'evidente demolizione. Si è rifiutata di dare anche una breve risposta affermando che stava per iniziare un'intervista.

I più recenti commenti di Moore sull'11-9 sono distanti 1000 miglia dalle affermazioni rilasciate ad Alex Jones durante la convention del 2004 della RNC, quando egli disse a Jones, con tono scherzoso, che non aveva parlato della inattività del NORAD perché “sarebbe stato antiamericano”.

E’ stato un grande sviluppo dal momento che, nonostante lo schiacciante malcontento verso l'amministrazione Bush, molte personalità di punta della sinistra avevano in precedenza escluso che indagare sull'11-9 avesse importanza o si erano semplicemente rifiutate di discutere qualunque evidente domanda o rilevante prova. Noam Chomsky, per esempio, ha suggerito che “ non avrebbe importanza” nemmeno se l'11-9 fosse stato escogitato da un complotto governativo.

I media mainstream continueranno a ignorare il fatto che la storia ufficiale dell'11-9 è tutt'altro che finita e un sempre maggior numero di personaggi si stanno facendo avanti per chiedere la verità?

Titolo originale:"Michael Moore: 9/11 Could Be Inside Job"

Fonte: http://www.prisonplanet.com
Link
19.06.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

I dieci anni di Mr. Blair

Il 27 giugno il primo ministro britannico lascerà la carica dopo dieci anni di governo. Un bilancio del suo operato.
Mr. Blair con Sir Bob (Foto garretkeogh/ Flickr)
Il 2 maggio 1997 fu un giorno importante per gli inglesi. Il Partito Conservatore perse le elezioni dopo 18 anni di governo. Io avevo sedici anni, ero troppo giovane per votare, ma ero abbastanza grande per cogliere l’umore della Nazione. Mentre i conservatori vacillavano e si riducevano a brandelli in una miriade di scandali e di battibecchi interni – falsa testimonianza, affari e corruzione – i membri del Partito Laburista, Tony Blair specialmente, si misero in luce come l’alternativa fresca e giovane per fare della Gran Bretagna un paese più equo e tollerante. I Laburisti salirono al potere con una maggioranza schiacciante (179 seggi), una maggioranza che ha resistito nel tempo, nonostante sia un po' diminuita: nel 2005 Blair ha vinto le elezioni per la terza volta consecutiva. Ma la fiducia che gli elettori avevano riposto in lui nel 1997 si è drasticamente ridotta negli ultimi anni. Blair lascia infatti in eredità al successore Gordon Brown un Paese diffidente e disilluso.

Poche case e tanti debiti

(FotoAlla popolazione inglese potrebbe sembrare che la Gran Bretagna abbia tratto vantaggio dal mandato di Blair. L’economia è rimasta stabile, l’inflazione è bassa e il Governo ha investito di più nella sanità e nell’istruzione. Ma esistono altri problemi, per esempio le case. I prezzi delle abitazioni sono aumentati rispetto agli stipendi. Molti hanno dovuto chiedere un prestito considerevole per potersene permettere una. Nonostante i tassi d’interesse siano diminuiti, inoltre, i britannici hanno un debito complessivo di oltre 1 trilione di sterline, e le insolvenze personali stanno aumentando. Investire di più nell’educazione e nella salute potrebbe sembrare ammirevole, ma la logica di mercato che è stata applicata ai servizi pubblici lascia l’amaro in bocca. Molti giovani a cui Blair si era appellato nel 1997 stanno iniziando la loro carriera professionale carichi di debiti per le spese dovute agli studi universitari, causate da un governo che nelle elezioni del 2001 promise invece di non introdurre ulteriori tasse. Si può discutere a lungo su chi sono stati i veri beneficiari del blairismo che, lungi dall’essere un socialismo moderato, è attualmente più simile al thatcherismo, ma con abiti più alla moda.

Guerra, pace... ed Europa

Tony Blair, però, sarà ricordato soprattutto per le sue mosse sul piano internazionale. È stato uno dei principali artefici del successo del processo di pace nell’Irlanda del Nord: a marzo protestanti e cattolici hanno infatti raggiunto un'intesa per il varo di un governo unitario mettendo così fine a una sanguinosa faida religiosa durata trent'anni Questo successo è stato però oscurato dalla guerra in Iraq. Il modo in cui il premier ha schierato la Gran Bretagna al fianco dell'alleato di sempre, l'America, nella “guerra al terrore” ha provocato un’atmosfera di paura e isteria nella società britannica. Il suo appoggio è stato giudicato maldestro e troppo zelate.
Altro tasto dolente è l'Unione Europea. L'introduzione nel diritto interno dei principi contenuti nel Capitolo sociale del Trattato di Maastricht e nella Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo lasciò ben sperare sul coinvolgimento del Regno Unito nel processo di integrazione. Ma, di fronte alla crisi istituzionale dell'Europa, Blair ha fatto un passo indietro.
Se paragoniamo il suo atteggiamento nei confronti del processo di pace dell'Irlanda del Nord con quello della guerra in Iraq, cogliamo l'errore fatale di Blair. Nel primo caso ha dimostrato pazienza, dialogo e pragmatismo. Nel secondo, ambiguità e scarsa moderazione. Blair ha dato alla popolazione la sensazione che lo stile conta più della sostanza in politica. Gli inglesi sono diventati più cinici e disillusi. Spetterà ora al nuovo primo ministro recuperarne la fiducia.
Chris Yeomans - Newcastle http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11308

Il mondo in tavola
di Pierluigi Mennitti


Una delle curiosità della Germania è la presenza massiccia della ristorazione di altre nazioni. Il paese è ricco di etnie diverse, un’immigrazione molto spesso di lunga data e ben integrata nel tessuto economico e sociale. E un ristorante è sempre il passo più semplice per avviare un’attività economica nel paese ospitante. Specie se la tradizione culinaria indigena non è robusta e se i cittadini sono curiosi e ben disposti a lasciarsi tentare da avventure gastronomiche esotiche. La discreta disponibilità economica e i prezzi mediamente contenuti di osterie e ristoranti fa poi il resto. Nei quartieri alla moda delle grandi città è normale trovare in fila uno dietro l’altro locali gastronomici indiani, libanesi, siriani, israeliani, russi, italiani, serbi, spagnoli, greci e ovviamente turchi. Tramontata la passione per i ristoranti cinesi, è adesso il momento del sushi e del Giappone mentre non perdono colpi le cucine del Sudest asiatico, coreana e tailandese in testa, con un veloce recupero di quella vietnamita. L’Egitto tiene in piedi il vessillo africano, assieme alla sempre più apprezzata cucina eritrea. E spostandosi ad occidente, oltre alle steak-house statunitensi e agli immancabili McDonald’s, non mancano i locali per gli amanti del Tex-Mex, dei brasati argentini e delle grigliate brasiliane.

In verità in Germania non è tanto la tradizione culnaria a mancare. Nel Sud si mangia molto bene, il Baden-Württemberg è una regione la cui cucina ha poco o nulla da invidiare alla vicina e più rinomata cucina francese. Seppur a rischio ipercalorico, non si può dire che gli amanti della carne non trovino una sorta di paradiso in Baviera e anche le regioni occidentali come la Renania, il Palatinato e la Westfalia offrono piatti prelibati accompagnati a vini e birre di grande qualità. In più, da qualche anno, la cucina tedesca sta vivendo una seconda giovinezza e molti cuochi dell’ultima generazione stanno affrontando con passione e successo la sfida di reinventare in chiave moderna (e dunque anche ipocalorica) i piatti della tradizione, magari con spunti presi da altre culture: non si spiegherebbe diversamente la rivincita dell’olio di oliva sul burro. Un meticciato gastronomico che incontra il favore dei clienti.

Eppure, niente pare più irresistibile che tuffarsi in un ristorante genuinamente etnico. Sarà per il piacere di sentirsi sempre in vacanza. O per la curiosità dei tedeschi verso culture diverse. O per quel pudore verso qualsiasi accento nazionalista, anche in cucina. Fatto sta che proprio in Germania è possibile trovare ristoranti di altri paesi che non adattano i propri piatti al gusto dei locali, ma offrono davvero ricette originali. L’Italia è ovviamente ben rappresentata in tutte le varianti regionali e i suoi ristoranti sono collaudati da una lunga tradizione, dal momento che la nostra comunità rappresenta ancora oggi il secondo gruppo straniero presente in Germania, dopo quello turco. E godono di ottima fama: l’Italia riscatta a tavola i giudizi negativi riservati alla sua politica e alla sua economia. Anche se quest’ultima si giova non poco del fascino culinario che il nostro paese esercita, come dimostrano le decine di negozi e spacci alimentari italiani e la costante presenza di prodotti italiani in tutti i supermercati tedeschi. In fondo la Germania è il nostro primo partner commerciale e, nel settore alimentare, il made in Italy non ha mai subito flessioni.http://www.ideazione.com/alexanderplatz/22_giugno.htm


USA : direttore della CIA ammette gravi abusi dell'agenzia
di Rico Guillermo*

La CIA ha commesso degli abusi, tra i quali figura anche il tentato omicidio, ed ora mettera' in piazza i suoi panni sporchi. Lo ha detto giovedi' il direttore della CIA, Michael V. Hayden.

L'agenzia di intelligence americana declassifichera' infatti centinaia di pagine tenute a lungo segrete che documentano un quarto di secolo di tentativi di omicidio oltremare, di spionaggio domestico, di rapine e infiltrazioni in gruppi di sinistra dagli anni '50 agli anni '70. I documenti, che saranno resi pubblici la settimana prossima, includono anche note su irruzioni e furti, l'apertura di posta riservata diretta o proveniente da Cina ed Unione Sovietica, intercettazioni e sorveglianza di giornalisti e una serie di prove non consentite sui civili degli Stati Uniti, compreso lo studio della reazione a determinate droghe.

I documenti erano stati cercati per decenni dagli storici, dai giornalisti e dai teorici della cospirazione e sono stati l'argomento di molte inutili richieste che si richiamavano alla Legge sulle informazioni. In previsione del rilascio, l'archivio sulla sicurezza nazionale dell'università George Washington ha pubblicato un altro insieme di documenti a partire dal gennaio 1975, che dettagliano le discussioni interne al governo sugli abusi e descrivono un crescente senso di panico all'interno dell'amministrazione del presidente Gerald R. Ford quando quelli che il futuro direttore della CIA William E. Colby chiamava "gli scheletri nell'armadio" della CIA avevano cominciato ad essere rivelati dai media.

L'articolo del New York Times a firma Seymour Hersh sull'infiltrazione della CIA nei gruppi pacifisti, pubblicato nel dicembre 1974, era "appena la punta dell'iceberg", secondo l'allora segretario di Stato Henry Kissinger, in base ad un memorandum del 3 gennaio su una conversazione con il presidente. Kissinger avvertiva che se ci fossero state altre rivelazioni sarebbe scorso il sangue e aggiungeva che "ad esempio, Robert Kennedy ha controllato personalmente le operazioni per l'assassinio di Castro", il presidente cubano. Kennedy era stato a quel tempo segretario alla Giustizia.

Preoccupato che le rilevazioni potessero condurre a processi penali, Kissinger aggiungeva che se l'FBI avesse avuto un'autorizzazione a indgare sulla CIA, ci sarebbe stato un caso piu' grave per il Paese che lo scandalo Watergate. Secondo la documentazione dell'archivio George Washington, in una riunione in cui Colby descriveva gli abusi piu' gravi, affermando che erano state fatte "alcune cose che non si sarebbero dovute fare", Ford decideva di nominare una commissione presidenziale sulla materia: "Non desideriamo distruggere ma conservare il CIA. Ma desideriamo assicurarci che le operazioni illegali e quelli che esulano dalla funzione della [CIA] non accadano".

La maggior parte degli avvenimenti e delle operazioni principali presenti nei rapporti sono stati rivelati in dettaglio durante le indagini congressuali che hanno codotto alla riforma generale dell'intelligence, ma si pensa che vi siano altri dati che possano fornire un quadro piu' completo su fatti come la guerra del Vietnam o la partecipazione dell'agenzia alla campagna politica "di sporchi trucchi" di Nixon.

Secondo il Washington Post, le operazioni descritte nei documenti partono dal 1953, quando il personale di controspionaggi della CIA ha iniziato un programma ventennale per selezionare ed in alcuni casi aprire la posta fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica che passava attraverso un aeroporto di New York. Un programma simile, ma a San Francisco, ha intercettato la posta con la Cina dal 1969 al 1972. Ma tale operazione e' proibita dalla legge istitutiva della CIA, che puo' occuparsi solo di estero.

Un documento riassuntivo rivela un programma del 1969 circa gli sforzi della CIA contro "le attività internazionali dei radicali e dei militanti neri", all'infiltrazione di agenti della CIA in gruppi di pacifisti degli Stati Uniti ed al loro invio all'estero come membri accreditati per identificare tutti i contatti stranieri. Per indagare sul sospetto finanziamento da parte dell'Unione Sovietica ad organizzazioni degli Stati Uniti, sono state compilate liste di 10.000 nomi di Americani, tenute per anni negli uffici dell'agenzia. Fra i sorvegliati - fisicamente o tramite intercettazione - anche vari reporter americani.

E' ovvio che, dati gli anni trascorsi, non vi saranno sanzioni penali per chi ordino', autorizzo' o commise le violazioni, tuttavia la declassificazione dei documenti dovrebbe essere la prova della volonta' di Hayden di tracciare una netta di separazione dal passato, sebbene il governo attuale, a detta dello stesso direttore dell'archivio sulla sicurezza nazionale, Thomas S. Blanton, non lasci ben sperare.

Sicuramente, pero', il contenuto dei documenti e' una prova in piu' per chi oggi sta combattendo per far luce sulle extraordinary renditions, le prigioni segrete e gli interrogtori brutali della CIA, ammessi peraltro dagli stessi funzionari USA.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org


IL PIOMBO CONTINUA A AVVELENARE I BAMBINI DI HAINA



Oltre il 91% dei bambini di Haina, città portuale della Repubblica Dominicana ritenuta uno dei dieci posti più inquinati del mondo, ha nel sangue livelli di piombo eccessivamente elevati a causa della presenza di un impianto per il riciclaggio di batterie per auto usate, chiuso una decina di anni fa ma mai ‘neutralizzato’ e tuttora estremamente pericoloso per la salute della popolazione. La vicenda, riproposta in questi giorni da un’approfondita inchiesta dell’emittente televisiva araba ‘Al Jazeera’, è nata quando la compagnia Metaloxa ha aperto nel 1979 l’impianto di riciclaggio in questa città di oltre 100.000 abitanti a circa 15 chilometri dalla capitale Santo Domingo, in teoria tra le più ricche del paese a causa delle attività portuali e della presenza di centinaia di industrie, ma in realtà abitata in prevalenza da famiglie povere. Dopo varie proteste la Metaloxa ha chiuso l’impianto, interrato le batterie e serrato il luogo con una porta di metallo, ma le piogge hanno scavato varchi nel terreno e la miseria ha spinto molti a scavare per portarsi via qualsiasi tipo di metallo da rivendere, compreso il cancello che impediva l’ingresso. A tutt’oggi molti bambini, per ignoranza o mancanza di controllo da parte dei genitori, si introducono nel sito per giocare. Le conseguenze sono purtroppo sotto gli occhi di tutti: con nel sangue livelli di piombo cinque volte più alti di quelli consentiti, numerosi bimbi e adolescenti restano intossicati e sperimentano gravi forme di infiammazione al cervello, da cui derivano serie difficoltà di apprendimento (per esempio a 12 anni non sanno leggere né scrivere), disturbi alla vista e, in alcuni casi, demenza irreversibile. Per il momento la questione resta aperta e lo stesso ministero dell’ambiente, nato solo pochi anni fa, stenta a farsi carico del caso in maniera adeguata .http://www.misna.org/


I gioielli di famiglia
La Cia toglie il segreto ai documenti che raccontano le sue attività illegali fino agli anni Settanta
 
Piani di omicidio, pedinamenti, rapimenti, infiltrazioni di gruppi pacifisti, controllo della posta, esperimenti medici su cittadini Usa. Ce n'è per tutti i gusti, nelle 693 pagine di documenti della Cia a cui la settimana prossima verrà tolto il segreto di stato. Tutte attività risalenti al periodo tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Settanta, sulle quali da tempo volevano mettere le mani giornalisti e storici. Un inventario talmente vasto da essere stato ribattezzato “i gioielli di famiglia” dell'agenzia di intelligence.

Il direttore della Cia, Michael Hayden, tra John Negroponte e George W. BushScheletri nell'armadio. La decisione di desecretare i documenti è stata annunciata ieri dall'attuale direttore Michael Hayden. “I documenti forniscono uno scorcio su un periodo e un'agenzia molto diversi. La maggior parte non è esattamente lusinghiera, ma è la storia della Cia”, ha detto. I rapporti sono stati redatti dopo un'apposita richiesta dell'allora nuovo direttore dell'agenzia, James Schlesinger. Preoccupato dalle indiscrezioni giornalistiche sul coinvolgimento della Cia nello scandalo del Watergate, Schlesinger ordinò ai funzionari dell'agenzia di informarlo su tutte le operazioni “al di fuori” delle legalità sotto i suoi predecessori. Ne emerse così una lista dei vari scheletri dell'armadio dal 1953 in poi.

Un giovane Fidel CastroI documenti. In quell'anno partì un programma ventennale di intercettazione della corrispondenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che “in alcuni casi” portò all'apertura delle buste; quattro delle lettere controllate erano indirizzate a Jane Fonda, l'attrice e attivista pacifista poi soprannominata “Hanoi Jane” durante la guerra del Vietnam. Per quattro anni, tra il 1969 e il 1972, fu controllata anche la posta tra Usa e Cina. Tra gli anni Sessanta e Settanta, inoltre, la Cia mise sotto controllo le comunicazioni di diversi giornalisti, perché critici delle attività dell'intelligence o perché sospettati di avere contatti con paesi nemici. Tra il 1967 e il 1971 furono infiltrati gruppi contrari al conflitto in Vietnam. Fu finanziata anche una serie di esperimenti medici su civili usati come cavie. Inoltre, dai documenti emergono vari dettagli sui piani per uccidere Fidel Castro, il dittatore dominicano Rafael Trujillo e il primo ministro congolese Patrice Lumumba. Infine, i documenti portano alla luce anche il sequestro per due anni di un disertore sovietico, della cui sincerità la Cia dubitava.

Il presidente Gerald FordLa preoccupazione del'amministrazione Ford. In attesa della pubblicazione, ieri il National Security Archive della George Washington University ha divulgato alcuni documenti del gennaio 1975, che illustrano la montante preoccupazione dell'amministrazione Ford sugli abusi della Cia, di cui si cominciava a parlare sui giornali. Un articolo di Seymour Hersh sull'infiltrazione dei gruppi pacifisti, pubblicato nel dicembre 1974 dal New York Times, fu definito “solo la punta dell'iceberg” dall'allora segretario di Stato, Henry Kissinger. “Abbiamo un'istituzione nata 25 anni fa, che ha fatto alcune cose che non avrebbe dovuto fare”, disse al presidente Ford il direttore dell'agenzia di intelligence, William Colby. Dopo l'ammissione di George W. Bush sull'esistenza delle prigioni segrete della Cia nella guerra al terrorismo, qualcuno potrà pensare che in fondo è cambiato poco. Ma per far luce sulle vicende di oggi, bisognerà aspettare qualche altro decennio.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8214
 

Questione di limiti

 

Dopo la disputa tra Argentina e Uruguay, anche il Perù ha deciso di ricorrere alla Corte Internazionale dell’Aja per la risoluzione del conflitto sui limiti marittimi con il Cile. L’annuncio è stato dato dal presidente Alan García, che ha la facoltà di governare per decreto. I due paesi si contendono un’area marittima di 37.000 chilometri quadrati che il Cile reclama come propri per due trattati firmati nel 1952 e nel 1954. Il Perù replica che questi trattati regolavano le attività di pesca e non stabilivano un confine. Nel XIX secolo, il Perù ha perso un buona porzione del suo territorio meridionale a scapito del Cile in seguito alla guerra del Pacifico, scoppiata per motivi commerciali (lo sfruttamento dei giacimenti di nitrato di potassio e di rame). Nello stesso conflitto la Bolivia –alleata del Perù- perdette Antofagasta e quindi lo sbocco al mare. La Bolivia –che ora sta facendo pressioni per recuperare un corridoio marino- firmò la pace nel 1904; il Perù lo fece nel 1929, quarantasei anni dopo la fine della guerra.
In realtà, le differenze non si sono mai pacate e, a seconda del momento politico, c’è sempre chi alimenta il fuoco del nazionalismo. Ollanta Humala nella sua campagna per la presidenza aveva ricordato come il Perù avrebbe dovuto fare valere le proprie ragioni per riappropiarsi in qualsiasi maniera di Arica e Iquique, i territori persi in quella guerra lontana nel tempo. Anche ora, all’annuncio di García, la destra cilena ha chiesto, come ritorsione, che si chiuda la frontiera a tutti i lavoratori peruviani che si dirigono in Cile.
Le dispute territoriali sono all’ordine del giorno in America Latina. Il tribunale dell’Aja sta analizzando altri tre casi –oltre quello argentino/uruguagio- e tutti riguardano il Nicaragua: contro la Colombia, per il controllo dell’arcipelago di San Andrés; con la Costa Rica, per la libera navigazione sul fiume San Juan; e con l’Honduras per la delimitazione marittima sul litorale caraibico (
http://www.icj-cij.org/docket/index.php?p1=3&p2=1)
Ma le liti tra vicini sono molte di più: si va dal muro tra Stati Uniti e Messico alle rivendicazioni del Guatemala sul Belize; dalle reciproche accuse tra Colombia e Venezuela e Colombia ed Ecuador alle liti sulla Triplice frontiera tra Paraguay, Brasile ed Argentina. Insomma, vicini ma non troppo.http://luiro.blogspot.com/

Clandestini, così si muore a Brooks
Viaggio alla frontiera tra il Messico e il sud del Texas che migliaia di migranti tentano di superare perdendo la vita
Bianca Cerri, altrenotizie.org

Mentre i controlli alla frontiera tra il Messico e la contea di Brooks, Texas del sud, si fanno sempre più severi, la località si trasforma in un cimitero per gli esseri umani più deboli e sfortunati. Ormai non passa giorno che non vengano trovati i cadaveri di uomini, donne e bambini che perdono la vita tentando di superare il confine. Ma farlo diventa sempre più difficile perché tutta la linea è presidiata da guardie armate determinate a sparare sulla prima cosa che si muove. Fra la popolazione della contea di Brooks la paura di nuove ondate di clandestini cresce di giorno in giorno e cresce anche la rabbia contro le autorità che dilapidano fondi pubblici per recuperare i cadaveri. Anche il giudice Paul Ramirez, nato in Messico ma naturalizzato americano, si lamenta: a maggio sono stati spesi quasi 35 mila dollari per i rilievi autoptici e per la sepoltura dei clandestini, troppi per una contea che non naviga nel lusso.

Le foto dei corpi senza vita vengono conservate in un magazzino della Hulliburton dove vengono depositati soprattutto cocomeri. Sono immagini penose, soprattutto se il ritrovamento è avvenuto una lunga esposizione al sole. Il calore gonfia le carni e altera i lineamenti del viso. Secondo Luis Moreno, console messicano a McCallen, sono in arrivo tempi addirittura peggiori. Non ci sono più solo i "coyotes" ad incrementare il traffico di clandestini, anche gli americani si stanno arricchendo promettendo a persone sfinite dalla miseria che le aiuteranno a passare il confine.


Ma ci vogliono almeno 60 ore per percorrere tutto il sentiero al termine del quale si entra sul suolo americano e molti soccombono prima alla fatica. I "coyotes" non aspettano nessuno e proseguono il loro cammino abbandonando quelli che non ce la fanno più a proseguire.


La tratta dei clandestini è un affare che frutta molto più della droga, ma anche quelli che danno loro la caccia guadagnano bene. Inoltre, Rick Perry, il governatore del Texas, ha istituito fondi speciali da distribuire agli sceriffi di frontiera per incrementare la sorveglianza e molti ne hanno beneficiato. Tanto tempo fa, quando a Brooks comandava lo sceriffo Trevino, i clandestini venivano ancora chiamati "viaggiatori" e la madre di Trevino non faceva mai mancare loro qualcosa da mangiare e da bere in modo che potessero rifocillarsi ma queste sono cose d'altri tempi ormai.


Oggi l'ipotesi di servire tortillas a un messicano che tenta di attraversare il confine per cercare fortuna in America fa sorridere sia le autorità che gli abitanti della contea di Brooks. Neppure la vista di un bambino morto li scuote più. Non vogliono che altri messicani entrino nella loro contea e faranno di tutto per impedirlo.


I volontari finanziati dai rancheros sono molto più feroci e meglio armati rispetto ai vigilantes "professionali" Sono convinti che i clandestini attentino al benessere degli abitanti di Brooks. Il loro compito è notificare alle autorità l'avvistamento di persone sospette. Ma hanno il divieto assoluto di arrestarle. Per aggirare l'ostacolo c'è chi si procura una divisa da poliziotto e lavora accompagnato da un cane dall'aspetto feroce.


Verso sera va ad appostarsi in uno dei punti nevralgici della linea di confine e, se qualche clandestino viene sorpreso, beh, peggio per lui. Gli avvistamenti sono numerosi ogni notte. Josè Hinosa, anche lui messicano ma residente da anni nella contea di Brooks, parla di almeno 40-50 persone ogni notte. Poi ci sono i cadaveri, che devono essere identificati, o almeno così prevede la legge. Se l'identificazione risulta impossibile, vengono comunque prelevati alcuni capelli in modo che se sarà necessario si potrà effettuare anche dopo molti anni il test del Dna.


Spesso sono gli stessi "coyotes" ad avvertire le autorità della presenza di un morto e a condurre lo sceriffo sul luogo. Nell'arco di un mese, le segnalazioni possono essere anche 12-15. Se i corpi non vengono identificati verranno sepolti sottoterra e sopra verrà messa una modesta croce di legno con una targhetta di alluminio e la scritta "sconosciuto". E sotto il nome della località dove è avvenuto il ritrovamento. Le poche cose ritrovate assieme al corpo, rasoi, abiti, pezzi di sapone, vengono gettati via.


Ci sono casi in cui gli oggetti vengono ritrovati, ma il corpo non esiste più perché gli animali selvaggi lo hanno scempiato lasciando solo poche ossa irriconoscibili. Tanti si fanno tatuare il numero di telefono su un braccio in modo che la famiglia possa essere avvertita, ma non sempre chi parte dal Messico per raggiungere gli Stati Uniti sa cosa lo aspetta.


Molti sognano solo un lavoro e non pensano che il calore del deserto del Texas farebbe paura anche a un diavolo dell'inferno. Se riescono a giungere oltre il confine, dovranno pagare fino a 1.500 dollari ad un coyote locale che li porterà a Houston o in qualche altra città. Già con quattro o cinque viaggi al mese, il coyote potrà vivere tranquillo, mentre non si sa che destino avranno i suoi clienti.


Durante la convenzione repubblicana del 2006, tenutasi a San Antonio, l'onorevole Dan Patrick, autore della legge che prevede un bonus di 500 dollari per le donne che rinunceranno ad abortire per poi cedere il figlio allo Stato, ha chiesto leggi ancora più dure per i clandestini che cercano di entrare in Texas. Il suo intervento è stato molto applaudito dall'ala dura del partito. Alla fine di ottobre del 2006, i repubblicani hanno pubblicato una specie di vademecum nel quale raccomandano ai cittadini americani - in particolare a quelli del Texas - di non avere pietà nei confronti dei clandestini. Ma và un po' a capire allora perché abbiano scelto come slogan "Venceremos!", quasi che fossero loro i clandestini!


Il porto di Hong Kong sta perdendo il suo potere economico
Hong Kong non è più il secondo porto del mondo, è stato scalzato da Shanghai. Non solo, secondo il presidente della commissione nazionale per lo sviluppo, l'ex colonia britannica dovrebbe specializzarsi più che altro nello sviluppo dell’industria logistica e lasciar convergere le navi mercantili nel Guangdong.

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Il porto di Hong Kong non è più il secondo porto più importante al mondo, il suo posto è stato preso da Shanghai che nel 2003 era già al terzo posto dopo Singapore e Hong Kong e nei primi mesi dell’anno ha superato Hong Kong in termini di produttività.

Il presidente della commissione nazionale per lo sviluppo, Zhang Xiaoqianq, al South China Morning Post ha detto che il porto di Hong Kong dovrebbe specializzarsi più che altro nello sviluppo dell’industria logistica. “Mantenere Hong Kong come porto internazionale – dice Zhang – vuol dire dover trasportare tutta la produzione del Guangdong a Hong Kong e questo comporta un inevitabile aumento sia di tempi che di costi”. Secondo Zhang, quindi, è più conveniente far convergere le navi mercantili nel Guangdong, in considerazione anche del fatto che la sua crescita economica ha superato quella della ex colonia britannica.

Nel fare riferimento al modello economico del porto di Yantian, controllato dal Hit di Hong Kong e dal Shenzhen Yantian Group, Zhang ha inoltre detto che le nuove stazioni marittime potrebbero essere controllate da un consorzio presieduto da Hong Kong che quindi godrebbe sempre dei guadagni derivati dal trasporto di merci dal Guangzhou e dallo Shenzhen.

Secondo l’ex segretario del comitato portuale e marittimo di Hong Kong, Alex Fong Chi-wai, la pianificazione del porto deve seguire le esigenze economiche commerciali del mercato e non essere una decisione esclusivamente politica. Sunny Ho Lap-kee, direttore esecutivo del consiglio mercantile di Hong Kong, è d’accordo e dice “Le società mercantili decidono in base ai costi e ai tempi. Non è possibile fermare questo processo in modo artificioso”.

Negli ultimi anni lo spostamento delle industrie nell’area del Pearl River Delta ha spinto gli esportatori a scegliere il porto di Yantian nello Shenzhen e la conseguente perdita del primato del porto di Hong Kong ha creato non poche preoccupazioni.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9633&size=A



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