ulivo velletri


luglio 31 2007

L’ultimo giorno di Previti da onorevole. O no?
Luca Sebastiani
l' Unità


Da oggi Cesare Previti potrebbe lasciare la Camera e ritornare ad essere un cittadino fra gli altri, senza cioè il titolo d'onorevole e le prerogative legate alla carica. O almeno è quello che ci si aspetta dopo che la Giunta per le elezioni ha deliberato, il 9 luglio scorso, di proporre all'Aula l'annullamento dell'elezione dell'avvocato di Berlusconi per «sopravvenuta ineleggibilità» a causa della sentenza definitiva sulla vicenda Imi-Sir che lo ha condannato, oltre che alla pena di sei anni di reclusione, anche a quella accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. In giornata dunque saranno i colleghi deputati a dire l'ultima parola sull'infinito caso Previti e, se non ci fossero colpi di scena, cambi di fronte o inciuci vari, a calare il sipario su una vicenda che grazie alla strategia del rinvio perseguita dell'interessato - alla Camera come nei tribunali - è durata più di un anno.
Nonostante sul voto, dato il tentativo di Fi di trasformarlo in un pronunciamento politico, continui ad aleggiare lo spettro dell'incertezza, Gianfranco Burchiellaro, vicepresidente della Giunta per le elezioni, e relatore del caso dell'ex ministro della Difesa, si dice ottimista e si aspetta che il voto dell'Aula sia conseguente con quello già espresso in Giunta. «Il procedimento è stato approvato punto per punto» e, dice, dopo un anno di lavoro «servito a chiarire tutti i dubbi e a dare tutte le garanzie, tutto si può dire tranne che sia una procedura viziata da pregiudizio».
In effetti se si dà una rapida scorsa alle 19 pagine della relazione della Giunta, si può convenire con Burchiellaro che l'organismo di Montecitorio sia sempre venuto in contro alle richieste di Previti e dei suoi difensori. Quando, ad esempio, ha deciso d'attendere l'acquisizione della sentenza definiva della Cassazione, attesa che ha richiesto ben cinque mesi di tempo e rimandato l'inizio del contraddittorio. Ora, dopo un procedimento così lungo, dice Burchiellaro, «credo che si possa dire che sia stato fatto tutto quello che dovevamo fare senza ascoltare chi avrebbe voluto una decisione immediata e chi invece avrebbe voluto non decidere mai».
Tra chi avrebbe desiderato che una decisione non arrivasse mai si può collocare senz'altro Previti che sin dall'inizio della procedura della Giunta ha fatto di tutto, insieme ai suoi avvocati e ai deputati della sua parte politica, per evitare che si arrivasse al voto dell'Aula. Dal 10 maggio scorso, da quando cioè a Montecitorio era arrivata la nota della Procura di Milano che comunicava la sentenza definitiva con la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, Previti le ha provate tutte puntando in particolar modo sul rinvio adducendo la motivazione che si dovesse attendere l’eventuale giudizio positivo dell’affidamento ai servizi sociali che avrebbe fatto decadere, secondo lui, la pena accessoria. La giunta ha però deciso di andare avanti ritenendo che si dovesse «procedere con riferimento agli elementi attuali» e non su ipotesi future.
L’ultimo disperato tentativo di prendere ulteriore tempo è stato quello del forzitaliota Elio Vito, che venerdì scorso alla riunione dei capigruppo della Camera ha cercato di far slittare la messa in calendario del voto.
La strategia dell’ostruzione condotta da Previti dipende dalla contestazione che l’avvocato di Berlusconi fa non dell’operato della Giunta, ma semmai della presunta ingiustizia della sentenza passato in giudicato. Poco prima che la Giunta per le elezioni si esprimesse, Previti ha infatti preso la parola per ricordare «la vergognosa persecuzione giudiziaria» di cui è stato vittima e la sentenza «non imparziale» che lo ha colpito. Il nodo sta allora nello scontro tra due diritti costituzionali: quello del parlamentare di vedersi tutelato e quello della magistratura di vedere attuata una sentenza. Rivolto ai deputati che compongono la Giunta l’ex ministro della Difesa ha riconosciuto loro il diritto di votare la sua decadenza, ma gli ha anche ricordato che se lo avessero fatto si sarebbero messi «dalla parte dei persecutori».
È lo stesso avvertimento che oggi i parlamentari sentiranno risuonare nelle loro orecchie al momento del voto. Ieri, qualora ce ne fosse stato bisogno, a ricordare che quello di oggi è considerato dal partito di Previti come un voto squisitamente politico è intervenuto il senatore di Forza Italia Nitto Palma che ha affermato che la «decisione sulla decadenza non si correla a nessuna norma chiara», ergo, è in base a una «decisione politica» che si voterà. I parlamentari sono avvertiti.


La nuova banda dei quattro
Claudio Magris
Corriere della Sera


Durante le faticose trattative sullo scalone, quattro eminenti politici hanno dichiarato, con una frase lapidaria riportata in prima pagina dai giornali: «Non ci piace il modo in cui questo governo affronta il problema delle pensioni». Il lettore normale pensa ovviamente, leggendo quel titolo, che si tratti di esponenti dell'opposizione i quali, con argomenti più o meno convincenti, attacchino il governo in carica, ossia di politici di destra che si scaglino contro il centrosinistra oggi alla guida dell'Italia. Apprende invece, stupefatto, che si tratta di quattro ministri dell'attuale governo, anche se parlano come se con esso non avessero a che fare.
I quattro ragionano ben peggio della famosa banda dei quattro cinese, che aveva una sua precisa e anche coerente, pur se discutibile, logica; dicono infatti che a loro non piace il modo in cui loro stessi affrontano i problemi cruciali del Paese. È come se Ammanniti dichiarasse che non gli piace il modo in cui è scritto il suo romanzo laureato di recente dal premio Strega; se fosse così, basterebbe che egli ritirasse il libro e non scrivesse più e questo vale per ognuno, in ogni campo, rispetto a ciò che fa e contribuisce a fare e di cui è, almeno in parte, responsabile.
È questa etica della responsabilità — per usare la celebre definizione di Max Weber — che manca, anche a livello elementare, a troppe forze e personalità politiche che hanno liberamente deciso di governare il Paese. Ciò dovrebbe comportare l'impegno ad assumersene onori ed oneri e a pagare il prezzo che ogni coalizione politica e ogni coabitazione umana esigono, ossia la ragionata rinuncia ad alcuni dei propri obiettivi ideali ove la si ritenga inevitabile per il raggiungimento dell'obiettivo primario ossia, in questo caso, la saldezza del governo Prodi, oggi più che mai necessaria per gestire la disastrosa situazione ereditata dal governo Berlusconi e impedire un disastro maggiore ovvero il ritorno di quest'ultimo.
Ma se la sinistra radicale — nella sua congenita incapacità di comprendere la situazione politica e nella sua giuliva vocazione alla sconfitta — fa di tutto per confermare le previsioni di Berlusconi (il quale in campagna elettorale affermava che la coalizione guidata da Prodi non avrebbe avuto alcuna unità, indispensabile per governare), essa aiuta oggettivamente Berlusconi, involontariamente ma più efficacemente dei suoi alleati del centrodestra. Naturalmente la responsabilità è richiesta a tutte le forze di governo, alle più moderate come alle più radicali, per raggiungere quel compromesso che è il perno della politica, la quale dipende dalla qualità — alta o bassa, rozzamente arraffona o lucidamente realista, solida o friabile — del compromesso di volta in volta realizzato.
Tutti gli esponenti del governo che — anziché discutere, anche duramente e polemicamente, nei Consigli dei ministri, ma per uscirne poi compattamente coerenti sulla soluzione raggiunta — polemizzano in pubblico, sui giornali o alla televisione, contro colleghi dello stesso governo e alleati, minano gravemente il governo stesso e pugnalano alle spalle chi lo guida. È così difficile tenere la bocca chiusa, uscire da una riunione collegiale dicendo, come Francesco Giuseppe, «è stato molto bello, mi ha fatto tanto piacere», anziché attaccare il collega e alleato che sta uscendo dalla stessa riunione?
Chi è incapace di farlo deve cambiare mestiere, se non vuole essere un guastatore involontario, come chi litiga in pubblico sul futuro Partito democratico ostacola non solo la sua nascita, ma perfino il suo normale concepimento: oggi infatti esso non potrebbe ancora nemmeno venire abortito, perché non è un embrione, una realtà sia pure iniziale ma vivente, bensì un progetto, il desiderio di fare un figlio. Ma se gli eventuali genitori, prima di andare a letto, discutono troppo, finiscono per litigare, perdono la voglia e si addormentano irritati ed estranei senza aver fatto niente.
Mai come oggi, dinanzi anche alla sola ipotesi di una sciagura come il ritorno di un governo Berlusconi, è necessaria una responsabile compattezza. Recentemente, a Trieste, prima della presentazione dell'amabile volume I libronauti di Oliviero Diliberto (che è anche un omaggio a un'Italia antica e nuova, liberale, intraprendente e laboriosa), un militante di sinistra si è avvicinato al segretario dei Comunisti italiani — pur presente in quella circostanza non in quanto tale, bensì in veste d'autore — dicendogli: «Guardi che siamo in molti disposti a lavorare fino a 75 anni pur di impedire il ritorno di Berlusconi ». Speriamo lo capisca la nuova banda dei quattro.


"Il ticket Veltroni-Franceschini figlio del correntismo"
di Giovanna Casadio, La Repubblica -
 
Spiccia, come Rosy Bindi è spesso: «Non usiamo il temine comitato d'affari per la storia delle intercettazioni sul caso Unipol». Ma tassativa: «II comportamento di D'Alema e Fassino che emerge da quelle intercettazioni si potrebbe definire al massimo di inopportunità politica. Sia chiaro: ho piena, assoluta fiducia nelle persone con cui andremo a fare il Partito democratico, però mi aspetto un Pd che ridisegni le regole del rapporto tra politica ed economia. È necessario che la politica sia autonoma, trasparente, autorevole. Vorrei un Pd capace di fondare un nuovo rapporto tra etica, politica e economia». Per la "sfidante" di Walter Veltroni è una «buona giornata»:«Sa, la scuola di Barbiana, quella dove Veltroni e Franceschini hanno fatto la prima uscita? Il presidente della Fondazione, Michele Gesualdi appoggia la mia candidatura a segretario». Dice, d'impeto. Poi, con soddisfazione: «Ho già raccolto ben più delle tremila firme da depositare lunedì per le primarie del 14 ottobre».


Ministro Bindi, intercettazioni. I Ds hanno dato il via libera all'acquisizione degli atti da parte del giudice, è giusto?
«Bene la disponibilità all'utilizzazione delle intercettazioni, anche questa deve essere una nota di distinzione tra noi e il centrodestra. La magistratura deve lavorare e noi ci fidiamo del suo lavoro. Pero la richiesta del giudice Clementina Forleo conteneva un anticipo di sentenza. Il magistrato è sottoposto solo alla legge, non al potere politico ma, viste le ripetute pubblicazioni sui giornali prima della domanda al Parlamento, neppure ritengo possa essere sottomesso all'opinione pubblica».

Lei non pensa ci siano rilievi penali?
«Sarà la sede giudiziaria ad accertarlo, ma non ho dubbi neppure sul piano etico e morale nei confronti dei Ds con cui andiamo a costruire il Pd. Non usiamo il termine comitato d'affari, per prima cosa. Dai contenuti di quelle intercettazioni, per quel che ho letto, emerge un comportamento che appunto potrei definire tutt'al più inopportuno politicamente, non vi ravviso risvolti penali. Tuttavia dobbiamo essere inflessibili nella battaglia contro il berlusconismo, da cui deriva la confusione in questo paese tra politica e economia».

Inflessibile, anche sulle alleanze? E' d'accordo con Dario Franceschini, il vice di Veltroni, sull'altal-le alleanze di "nuovo conio" proposte dal manifesto dei coraggiosi di Rutelli, cioè in futuro dentro l'Udc, fuori Rifondazione?
«Io voglio sapere cosa ne pensa Veltroni. I sostenitori di Walter stanno affermando cose molto diverse. Non mi accontento delle assicurazioni che vengono da Franceschini. Ora Dario prende le distanze dal documento di Rutelli prò Veltroni (che aveva in un primo momento apprezzato), ma voglio sperare che il sindaco di Roma non consenta ai suoi sostenitori di dire tutto e il contrario di tutto. Sul manifesto dei coraggiosi sono stata chiara: non va bene. Il Pd tra i suoi obiettivi ha quello di avere una vocazione governativa ma senza la presunzione dell'autosufficienza, anche in futuro dovrà governare in una coalizione. La sua missione è rafforzare il centrosinistra e il governo Prodi. E poi, i Ds hanno subito una scissione a sinistra e io non penso che quell'area che si aggira intorno al 15%,non sia interlocutore del Pd».

Obiettivo immediato del Pd?
«Il sostegno al governo Prodi. Nessun attacco al bipolarismo. Non basta che lo dica Franceschini, è il candidato Veltroni che deve risolvere le contraddizioni. Ad esempio, sulla legge elettorale. 11 presidente Scalfaro, che coordina il comitato per Walter a Roma, gli ha fatto cambiare idea su un premier modello-sindaco d'Italia? E poi, la legge elettorale. Passino vuole il modello tedesco, Franceschini quello francese...».

Ministro Bindi, lei che a sorpresa ha firmato per il referendum, quale riforma elettorale sponsorizza?
«Veltroni ha ribadito di apprezzare il referendum, ma poi non ha firmato. Penso che il modello tedesco nasca con un vizio d'origine:sembra un accordo tra il maggiore partito del centrosinistra, i Ds, e il più grandte partito del centrodestra, Fi. Insospettisce. Fa pensare a una sorta di grande coalizione. Ma se il Pd ha davvero con una vocazione bipolare, come si può sostenere il proporzionale? Credo che vada corretta questa brutta legge, dobbiamo ragionare su un sistema davvero maggioritario. Veltroni deve chiarire se è d'accordo con Passino o con Franceschini, altrimenti il Pd che propone il ticket nasce con le contraddizioni del correntismo».

Il Protocollo sul Welfare tuttavia non dimostra la difficoltà dell'alleanza con la sinistra massimalista?
«Sulle pensioni è stato fatto un ottimo lavoro. Non credo che la sinistra radicale si possa permettere di dire no a un accordo che il governo ha siglato con le parti sociali. Invito la Cgil a firmare tutto il Protocollo perché andremo avanti nella lotta alla precarietà correggendo la legge Biagi, chiamando le imprese a maggiore senso di responsabilità, aiutando le famiglie con tigli con una Finanziaria che ridistribuisce sul lavoro».

Quanti consensi prevede di avere alle primarie?
«Ho una buona partenza, a quanto dicono i sondaggi: dal 10 a 16%. Tenuto conto che per il ticket si sono messi a disposizione la quasi totalità di Ds e Dì... Ma sarà una bella gara se si lasciano libere le persone e se la competizione sarà corretta».

Se ha un buon successo, punta a fare il vice di Veltroni?
«No, sono candidata a fare il segretario non il vice. Il fatto che sono una donna è una novità politica:per la prima volta una donna compete per la leadership di un partito».

Il suo primo atto da segretario del Pd sarebbe sciogliere le sezioni di Ds eDl ?
«No, dimettermi da ministro».

 

 
SANDRO GOZI

La “rupture” di Sarkozy non si limita alla Francia. Il presidente protagonista ha allargato ormai la sua tendenza anticonformista a tutta l’Europa. Tra i temi preferiti del nuovo presidente francese, infatti, vi è senza dubbio quello del ruolo della Banca centrale europea. Come spesso accade, le ragioni all’origine di tale dibattito sono molto legate a esigenze politiche, economiche e mediatiche nazionali.
Ma sarebbe sbagliato lasciarlo cadere.
È un dibattito che non può essere confinato alla Francia e alle reazioni alle “provocazioni” francesi da parte degli inquilini dell’Eurotower, ma che va allargato all’intera Unione. Non si tratta di mettere in dubbio l’indipendenza della Bce, che deve rimanere un punto fermo della politica monetaria europea, ma di affrontare esigenze reali di politica economica.
C’è effettivamente una questione irrisolta in Europa, anche dopo il recente accordo sulla riforma dei Trattati: il governo economico e sociale dell’euro. L’Europa di oggi è asimmetrica: una politica monetaria centralizzata, una serie di politiche nazionali non integrate. Ed è incompleta: esiste l’Europa della regulation, in cui le istituzioni europee agiscono come delle autorità amministrative indipendenti, ma non c’è quella della governance. Esiste un’integrazione “negativa”, dell’abbattimento delle barriere, ma ne manca una “positiva” a causa dell’assenza di un “governo europeo delle scelte”. Oggi la “non politica economica” europea si sviluppa all’interno del triangolo Commissione-Banca centrale-Patto di stabilità: un triangolo di regole, appunto, non di governo.
I governi nazionali non hanno ancora saputo recuperare, collettivamente a livello europeo, quei margini di manovra ormai perduti a livello nazionale. Il re nazionale è nudo, ma nessuno ha il coraggio di trarne tutte le conseguenze, recuperando in chiave europea una sovranità nazionale ormai perduta. Finchè tale situazione perdurerà, è inevitabile attenersi alle regole esistenti e al Patto di stabilità, unico punto di riferimento condiviso.
Ma ciò vuol dire rinunciare alla politica: per quanto tempo potremo permettercelo? Soprattutto, per quanto gli europei lo permetteranno? Per quanto tempo potremo rimanere in una situazione in cui, attraverso i tassi di interesse, la Banca centrale può imporre ai governi determinate scelte politiche (e, di fatto, anche sanzionarli) mentre non è possibile il contrario? La Banca centrale sinora si è comportata abbastanza bene, pur concentrandosi unicamente sulla stabilità dei prezzi. Se le decisioni fossero state diverse, quali meccanismi di accountability avremmo a disposizione? Praticamente nessuno.
Occorre allora correggere tale asimmetria, fare uscire la Banca dal suo “splendido isolamento” e rafforzare i meccanismi di dialogo e cooperazione con l’Ecofin, l’Eurogruppo e il Parlamento europeo.
Come cominciare? Innanzitutto, spingendo i governi ad avvalersi di tutte le prerogative offerte dai trattati, a partire dagli orientamenti generali in materia di tassi di cambio. Inoltre, rafforzando il coordinamento delle politiche economiche, anche mettendo in atto i procedimenti di bilancio nazionali (noi italiani potremmo trovare un ulteriore incentivo per riformare una finanziaria tanto farraginosa quanto inefficace). Un risultato concreto, raggiungibile in tempi relativamente brevi, sarebbe una convergenza progressiva delle principali scelte finanziarie. Quindi a medio termine sarebbe auspicabile un ambizioso programma di convergenza delle politiche fiscali più rilevanti. Infine, stabilendo una rappresentaza unificata dell’euro sulla scena internazionale.
È urgente farlo: i cittadini sono delusi, l’Europa non si sta scrollando di dosso un’immagine di dogmatismo e compromessi al ribasso.
Non illudiamoci che finti successi come quello dell’ultimo vertice europeo di giugno possano veramente ridare entusiasmo. Occore ben altro. It’s politics, stupid...: cosa aspettiamo?

 

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp


Fujimori perde in Giappone

 

Giusto per la cronaca: Fujimori non è stato eletto al Senato giapponese. Per lui solo poco più di novemila voti, quarto tra gli aspiranti senatori del suo partito, l’NHK. Il Nuovo Partito dei Cittadini, la forza di destra che presentava El Chino in lista, ha ricevuto alla fine pochissime preferenze, 679.054 in totale. I giornali peruviani parlano di “sconfitta umiliante” ma intanto, svanito il sogno giapponese, che avrebbe potuto dargli qualche opportunità in più nell’eludere la giustizia, Fujimori non si dispera più di tanto. Gli arresti domiciliari del Chicureo somigliano infatti più a una vacanza che a una prigionia. Il Chicureo è un quartiere esclusivo nei dintorni di Santiago. Dategli un’occhiata: www.haciendachicureo.com (piscina, tennis, golf e sport equestri sono a portata dei suoi residenti) e vi renderete conto che sì vale la pena burlarsi dei diritti umani.
Alan García, intanto, nel messaggio presidenziale dopo il primo anno di presidenza, ha chiesto ai peruviani un patto sociale di lavoro comune e non aggressione. Dopo aver promulgato un pacchetto di leggi fasciste, l’ex golden boy della politica latinoamericana, cerca di smorzare i toni. “Il Perù tra quattro anni sarà un posto migliore di oggi” ha detto. Insomma, come sempre: pazienza peruviani e per il resto sofferenza come pane quotidiano. http://luiro.blogspot.com/

Barbara la maestrina delle stelle, nello spazio nel nome di Christa

 

Fara’ lezione nello spazio per bambini di tutto il mondo. Dara’ una mano ai compagni dello shuttle, impegnati in una complessa missione. Ma soprattutto Barbara Morgan cerchera’ di sanare ferite lontane e recenti della Nasa: dopo oltre due decenni di attesa seguiti alla tragedia del Challenger, l’America tenta di nuovo di mandare una maestrina tra le stelle. E lo fa in un momento in cui l’agenzia spaziale americana ha un bisogno disperato di storie positive. […]

La Morgan era la riserva della maestra Christa McAuliffe nell’equipaggio del Challenger, lo shuttle esploso 73 secondi dopo il lancio il 28 gennaio 1986. Quella mattina sui cieli della Florida, insieme alla McAuliffe e ad altri sei astronauti, sembrava fosse morto per sempre anche il programma della Nasa di ‘educazione spaziale’: lezioni da centinaia di chilometri fuori dall’atmosfera per i bambini giu’ a Terra, per inspirarli e far loro conoscere lo spazio. La Morgan ha atteso con pazienza che il tempo passasse e ora, a 55 anni, sposata e con due figli, si appresta al lancio il 7 agosto sull’Endeavour, per ‘’continuare la missione di Christa'’, come ha raccontato al Miami Herald.

Per la Nasa e’ una missione molto importante. Non solo il programma di lavoro presso la Stazione spaziale internazionale (Iss) e’ cosi’ complesso da richiedere forse 14 giorni di permanenza nello spazio (una delle piu’ lunghe missioni nella storia dello shuttle). Per l’agenzia spaziale americana c’e’ bisogno di mandare segnali positivi, dopo i ritardi di questi anni, la tragedia del Columbia, l’arresto di un’astronauta impazzita per amore e infine, la scorsa settimana, lo scandalo della scoperta che sono stati fatti volare astronauti ubriachi.

Con la Morgan la Nasa torna alle radici del programma spaziale, proponendo una storia che faccia parlare dei motivi stessi per cui vi vengono investiti miliardi di dollari. ‘’Sono profondamente convinta - ha raccontato la maestra - che l’ esplorazione dello spazio sia decisiva per tutti noi, ma soprattutto per i piu’ giovani, per spalancare il loro futuro'’.

Il programma della partecipazione della Morgan alla missione Endeavour prevede per lei tre sessioni di 20 minuti ciascuna di lezioni in diretta dallo spazio, che saranno trasmesse a bambini in varie parti del mondo, oltre a una serie di altre attivita’ educative. Ma insieme al resto dell’equipaggio, la maestra dovra’ lavorare anche ad attivita’ di manutenzione e costruzione della Iss. ‘’Non potremmo fare una missione del genere - ha detto il comandante dell’Endeavour, Scott Kelly - se avessimo un membro dell’equipaggio dedito solo all’educazione. Barbara e’ un membro a tutti gli effetti della squadra e abbiamo bisogno di lei per fare tipiche attivita’ da space shuttle'’.

Nel 1985 la Nasa inviduo’ e prelevo’ la Morgan da una scuola elementare a McCall, nell’Idaho - un paesino di 2.000 abitanti - per farla diventare la vice della McAuliffe, preparando per lei una seconda missione di lezioni dallo spazio. La tragedia del Challenger blocco’ tutto. La Morgan torno’ a insegnare in Idaho, ma rimase in contatto con la Nasa e prosegui’ negli addestramenti. La pazienza l’ha ripagata, dopo 21 anni passati anche a girare l’America per raccontare la storia dell’amica Christa e i motivi per cui e’ importante portare avanti il programma che la prima maestrina aveva cominciato.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/30/barbara-la-maestrina-delle-stelle-nello-spazio-nel-nome-di-christa/#more-344


La disfatta elettorale segua il destino politico di Abe
di Pino Cazzaniga
Anche se resterà al suo posto ed ha i numeri per continuare a governare, il premier sarà fortemente condizionato dai risultati del voto. Preoccupazione a livello internazionale, dove l’attuale primo ministro era giduicato positivamente.

Tokyo (AsiaNews) - Qualche giorno prima del voto di ieri, un giornalista, prevedendo il risultato disastroso aveva scritto: “Abe è sull’orlo dell’abisso”. La maggior parte degli analisti è d’accordo nel ritenere che la sciacciante sconfitta segna il destino politico del governo Abe...
 
In effetti, le elezioni per il rinnovo di metà dei seggi della Camera Alta (senato) sono state per il partito liberal democratico la piu’ grave sconfitta elettorale dal 1955, l’anno della sua costituzione: su 121 seggi in pallio ne ha ottenuti solo 37, mentre il partito democratico del Giappone (DPJ) dell’opposizione ne ha conquistati 60. Il primo ministro Shinzo Abe, che è pure presidente dell’LDP, ha subito riconosciuto la disfatta. “E’ colpa mia, ha detto, me ne assumo la responsabilità”.
 
In casi del genere il presidente del Consiglio dà le dimissioni. Nel 1998, in seguito a una sconfitta elettorale meno grave, l’allora presidente Ryutaro Hashimoto se ne è assunta la responsabilità dimettendosi. Abe si è rifiutato di adeguarsi alla tacita convenzione del partito. Ai reporters televisivi che gli chiedevano se intendeva assumersi la responsabilita’ della sconfitta lasciando l’incarico di capo del governo ha risposto: “Intendo assumerne la responsabilità continuando ad impegnarmi per creare una (bella). nazione. Questo è il mio compito. La costruzione della nostra nazione è appena cominciata. Desidero continuare ad adempiere le mie risponsabilità come primo ministro”.
 
Quando Shinzo Abe, nel settembre scorso, era stato eletto capo del governo, il suo indice di popolarità era del 70%; alla vigilia delle elezioni era sceso al di sotto del 30%. “Fare del Giappone una bella nazione” è stata ed è la sua frase programmatica. Purtroppo il volto del suo gabinetto era tutt’altro che bello. In dicembre si è dimesso il ministro delle riforma amministrativa, Genichiro Sata, accusato di appropriazione indebita di denaro pubblico; pressato da simile accusa in maggio si è suicidato il ministro dell’agricoltura, Toshikazu Matsuoka. Anche in questi casi Abe è stato pronto ad assumersi la responsabilità in quanto i ministri sono di sua nomina. Ma anche Norihiko Akagi, scelto a succederre Matsuoka, non ha passato l’esame della critica in fatto di scandali finanziari.
 
Imperdonabili gaffe verbali di altri due membri del Gabinetto hanno peggiorato la situazione. In gennaio il ministro della sanità, Hakuo Yanagisawam aveva definito le donne “macchine per produrre figli” e, a sole due settimane dalle elezioni, il ministro della difesa ha dovuto rassegnare le dimissioni per aver detto che il bombardamento atomico su Nagasaki “è stato inevitabile per accelerare la fine della guerra”.
 
Ma la causa più grave che ha determinato il crollo della popolarità del primo ministro e. di conseguenza, la disfatta elettorale è stato un’ incredibile negligenza dei burocrati dell’Agenzia di assicurazione soale (Social Insurance Agency). All’inizio di quest’anno si è saputo che i dati riguardanti i conti (accounts) di 50 milioni di pensionati erano andati persi. Ichiro Ozawa, presidente del DPJ, venuto a conoscenza dell’errore madornale ne ha fatto il carro di battaglia contro LDP. E ha vinto.
 
Abe, primo capo di governo nato nel dopoguerra, è un politico diligente e onesto. Ma gli manca la grinta e l’intuizione politica del suo mentore, il bizzarro predecessore, Junichiro Koizumi. Al popolo giapponese oggi non interessa l’idealismo del bel Giappone ma il realismo del pane e burro.
 
I cambiamenti sono in corso. Il disastroso risultato delle eezioni ha già provocato le dimissioni di Hidenao Nakagawa, segretario generale dell’LDP e di Mikio Aoki presidente del gruppo dirigente, ritenuto l’eminenza grigia del partito.
 
Abe, pur avendo deciso di non dimettersi, anche grazie alla forte esortazione di Nakagawa, non puo’ sottrarsi alla necessità di revsionare i quadri a livello di partito e di governo. Ha anche espresso la decisione di collaborare con il partito vincente. Decisione inevitabile, ma impresa non facile perché non può non fare i conti con altri membri del partito che non condividono la sua decisione.
 
Teoricamente il potere non gli è diminuito: la coalizione governativa (PLD e Komeito, un partito legato all’associazione buddista Sokagakkai) ha la maggiornaza assoluta. Ma dovrà fare i conti con il freno del Senato che avrà senz’altro come nuovo presidente un parlamentare del maggior partito di opposizione.
 
A livello internazionale la disfatta di Abe suscita preoccupazione. Il Giappone è pur sempre una delle maggiori potenze economiche del mondo e Abe nei primi mesi di governo ha dimostrato di sapersi trasformare da politico nazionalista in statista internazionale. Con le sue visite in Cina e nella Corea del sud, a poche settimane della sua elezione, e, un poco piu’ tardi, nelle Filippine e nell’Indonesia ha riportato il Giappone nell comunità dell’Asia dalla quale si era staccato da oltre 100 anni. Koizumu con le sue annuali visita al santuario militarista Yasukuni aveva allargato il fossato. La Cina ha accolto con compiacimento l’iniziativa di Abe restituendo la cortesia con la visita del primo ministo Wen Jiabao. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9962&size=A

In Turchia l'Islam è modernità

Durão Barroso crede che la Turchia non sia pronta all'ingresso nell'Ue. Ma l'Islam moderato potrebbe favorire la costruzione europea.
Una manifestante contro l'Akp issa la bandiera turca dalla finestra di casa sua (Foto IstambulLove/Flickr)
Con quasi il 47% dei voti l'Akp – il partito islamico moderato guidato dal premier turco Erdogan – il 23 luglio ha vinto per la seconda volta le elezioni legislative in Turchia, riscuotendo un grandissimo successo. Nel frattempo l'Unione Europea continua a non dare segnali chiari: vuole o non vuole la Turchia all'interno dei suoi confini? Lo scorso 27 luglio il segretario di Stato francese agli Affari Esteri Jean Pierre Jouyet continuava infatti ad appoggiare l'ipotesi di una partnership privilegiata con la Turchia al posto di un allargamento vero e proprio.
Diverse sono i motivi della vittoria consecutiva, con maggioranza assoluta, dell'Akp. Motivi che potrebbero essere usati dall'Unione per stimolare un cambio di mentalità negli stati musulmani più vicini e tra gli islamofobi europei.

Vittoria dallo stile europeo

L'Akp, per prima cosa, in Turchia è l'unico partito a rappresentare l'opposizione organizzata di una società civile contro l'ingerenza politica dell'esercito. Per due mesi i cittadini hanno manifestato contro il partito perché non volevano che un suo esponente venisse nominato Presidente della Repubblica. Ma nonostante questo i partiti laici turchi non hanno saputo presentarsi come i migliori garanti del potere civile rispetto a quello militare quando quest'ultimo minacciò di intervenire se si fosse nominato un presidente islamico. Questa identificazione degli islamici - in questo caso moderati - con la società civile forse non è un'eccezione e può spiegare il successo dell'Islam (moderato o no) in Paesi quali Egitto, Marocco, Algeria o anche in territori come Gaza e Cisgiordania, dove l'europeo Blair si è proposto di esercitare le sue doti diplomatiche per raggiungere una pace definitiva tra arabi e israeliani.
Il partito islamico di Erdogan, poi, ha vinto per essersi dimostrato il garante della stabilità economica del Paese. Non soltanto perché ha fatto uscire la Turchia dalla crisi in cui era caduta nel 2001 per colpa di alcuni forti terremoti, ma anche perché ha cercato di riallineare l'economia ai criteri suggeriti dall'Unione Europea. Criteri che riguardano diversi aspetti, dalla libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone, fino alla proprietà intellettuale, alle imposte o ai servizi finanziari. Per il 2007 in Turchia si prevede una crescita del Pil del 4,3% e un'inflazione del 7,7%: cifre lontane dal 66% della fine degli anni Novanta.
L'Akp, inoltre, è l'unico grande partito non nazionalista del Paese. E questo non stupisce: l'Islam tende a creare legami internazionali all'interno del mondo musulmano. Così è logico supporre che questa caratteristica permette al partito di Erdogan di ottenere il voto dei turchi che si identificano con una visione non nazionalista della politica. Un superamento del nazionalismo che va di pari passo con la costruzione europea.
Per questi tre motivi, quindi, sarebbe interessante far sapere agli europei islamofobi e contrari all'ingresso della Turchia nell'Ue che nel Paese sono proprio gli islamici moderati a rappresentare meglio i valori comunitari. Se Francia, Germania e Austria non fossero così reticenti all'ingresso della Turchia nell'Unione, questa lancerebbe un messaggio chiaro: quello di essere un Paese che crede nella compatibilità dell'Islam con la democrazia e pronto a svilupparla nel mondo musulmano.
Fernando Navarro Sordo http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11677

Gli italiani scoprono che Sud Africa non vuol dire solo safari
Moyiga Nduru

JOHANNESBURG, (IPS) - “Gli italiani hanno sempre associato l’Africa ai safari e agli animali, in particolare ai ‘cinque grandi’. Adesso stanno scoprendo le potenzialità del Sud Africa in fatto di business”, ha detto Giovanna Roma, segretaria generale della Camera di Commercio e industria Italia-Sud Africa del Capo Nord, Capo Est e Capo Ovest.

Che il Sud Africa sia qualcosa di più che elefanti, leoni, leopardi, rinoceronti e bufali (“i grandi cinque”) è emerso chiaramente durante la visita di una delegazione commerciale italiana in Sud Africa all’inizio di questo mese (9-12 luglio).

Guidata da Massimo D’Alema, vice primo ministro e ministro degli esteri italiano, la delegazione composta da 150 persone comprendeva uno dei principali tour operator italiani, dall’acronimo ASTOI, alcune imprese di servizi e otto banche, tra cui UniCredit, la maggiore banca italiana.

“Le imprese italiane hanno capito che non è solo con Brasile, Cina e Argentina che possono fare affari”, ha detto all’IPS Roma in un’intervista. “Cominciano ad individuare delle buone infrastrutture anche in Sud Africa”.

L’Italia è tra i primi dieci principali partner commerciali del Sud Africa. Il volume complessivo di scambi tra Sud Africa e Italia, riavviati dopo la fine dell’apartheid nel 1994, ammonta oggi a circa 5,2 miliardi di dollari, secondo i dati forniti dall’Istituto centrale di statistica italiano.

Secondo D’Alema, c’è ancora spazio per dei miglioramenti. “Il Sud Africa rappresenta una potenza emergente in termini economici. Gli imprenditori italiani sono convinti che la partnership commerciale con il Sud Africa costituisca un’opportunità attraente e concreta.

“Credo che la presenza di tanti imprenditori italiani nella nostra delegazione sia un segnale importante della fiducia che nutrono sul futuro del Sud Africa”, ha detto durante la sua visita.

Secondo Ronnie Mamoepa, portavoce del Ministero sudafricano degli affari esteri, il Sud Africa ha un equilibrio commerciale in negativo con l’Italia, fatta eccezione per l’oro e alcuni altri minerali.

Tra le merci esportate dal Sud Africa verso l’Italia vi sono ferro, acciaio, lega d’acciaio, carbone, granito, pesce, carne bovina e cuoio, così come composti chimici. Le esportazioni ammontavano nel 2005 a 1.108,114 dollari, e sono salite a 1.385,178 dollari nel 2006, secondo il ministero di commercio e industria del Sud Africa.

Nel 2005, il Sud Africa ha importato beni dall’Italia per il valore di 1.527,520 dollari, e l’anno seguente per 1.395,977 dollari. Tra questi, macchine utensili, veicoli e componenti, macchinari industriali, gioielli e attrezzature per telecomunicazioni.

Ciò che preoccupa l’Italia, secondo Roma, è “il problema delle imposte doganali per prodotti come vino e liquori. C’è troppa burocrazia. Anche altri dazi sono considerati troppo alti. Ed è difficile esportare carne fredda in Sud Africa”.

Alla domanda se le imprese italiane avessero firmato nuovi accordi con il Sud Africa durante questa visita, Roma ha sorriso. “Per la mia esperienza, gli italiani non sono veloci nel firmare accordi. Luglio e agosto sono mesi di vacanza in Italia. Gli affari riprendono da settembre, dopo le ferie”, ha spiegato.

“Le imprese che sono venute in Sud Africa terranno incontri, workshop e seminari con i loro soci in Italia, per ‘vendere’ il Sud Africa. Tra qualche mese sapremo se ci sarà un seguito”, ha detto. “Le imprese hanno usato questa visita in Sud Africa soprattutto per creare dei contatti”.

Durante una conferenza organizzata dal Business Forum Sud Africa-Italia nel polo commerciale africano di Johannesburg, la vice presidente sudafricana Phumzile Mlambo-Ngcuka ha confermato le dichiarazioni di Mamoepa.

“La sfida è, ovviamente, restringere la bilancia commerciale, che attualmente è in favore dell’Italia, così da assicurare che i nostri paesi possano beneficiare delle relazioni commerciali in modo reciproco. Questo però dovrebbe essere fatto senza ridurre gli attuali livelli di investimenti da entrambi i paesi”, ha commentato.

Il Sud Africa spera di beneficiare dall’esperienza dell’Italia nel settore delle microimprese, e delle piccole e medie imprese (PMI).

“Mi è stato detto che imprese come Fiat e Parmalat sono nomi conosciuti nel mondo imprenditoriale italiano. Rientrano anche tra le tante imprese italiane divenute note nel nostro paese, e rappresentano esempi viventi di esperienze di successo che il Sud Africa può e deve raccontare” “Il numero di joint venture tra le imprese dei nostri due paesi, in particolare nel nostro settore minerario, sta crescendo in modo incoraggiante”, ha detto Mlambo-Ngcuka. Secondo Mamoepa, gli investimenti italiani in Sud Africa ammontavano a 53,2 milioni di dollari nel 2005.

E altre imprese locali come la South African Breweries (SAB), Miller, Sasol e Dimension Data sono entrate nel mercato italiano. “Stiamo cominciando a vedere segnali incoraggianti, sempre più imprese sudafricane seguono il cammino tracciato da società come la Sasol”, ha osservato Mlambo-Ngcuka.

Le autorità sudafricane stanno lavorando duro perché il loro paese diventi una meta sicura per gli investimenti stranieri. “Il nostro è tra gli ambienti più favorevoli al business nel mondo. Il Sud Africa è al 28esimo posto nell’Investment Climate Survey della Banca mondiale”, ha sottolineato.

Anche l’economia del Sud Africa sta andando bene. “Negli ultimi tre anni, abbiamo registrato un tasso di crescita annuale del cinque per cento, e creato 500.000 posti di lavoro all’anno. Il governo confida che riusciremo a raggiungere il tasso di crescita annuale previsto, di almeno il sei per cento entro il 2008”, ha segnalato Mlambo-Ngcuka.

Ma rimangono ancora delle sfide da affrontare, tra cui lo Zimbabwe, di cui D’Alema e il suo omologo sudafricano, Nkosazana Dlamini-Zuma, hanno discusso durante la visita. Lo Zimbabwe, il cui tasso d’inflazione ha raggiunto il 10mila percento, era la seconda economia più forte della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC), composta di 14 membri, dopo il Sud Africa.

“Chiaramente un’economia problematica in Zimbabwe significa che la SADC come regione, che comprende il Sud Africa, subirà le conseguenze. Ma dobbiamo fare del nostro meglio per rivitalizzare o riavviare in un certo senso, rigenerare l’economia (di questo paese), per il beneficio del popolo dello Zimbabwe e della regione”

“Certo, lo Zimbabwe è stato uno dei nostri principali partner commerciali; per questo è molto importante che la loro economia si rigeneri su tutti i fronti”.

In un intervento dell’11 luglio a Città del Capo, Giuseppe Boscoscure, presidente di ASTOI, si è rammaricato che lo scorso anno solo 50.000 sudafricani, di cui la metà per affari, abbiano visitato l’Italia.

“Per risolvere il problema, credo che l’Italia debba introdurre un volo diretto in Sud Africa, per incoraggiare il commercio e il turismo”, ha detto all’IPS Ben Broun, esperto di commercio internazionale dell’Università del Sud Africa (UNISA).

I turisti italiani devono prendere voli di collegamento da altri paesi europei per raggiungere il Sud Africa, e i turisti sudafricani devono fare lo stesso per arrivare in Italia.

Un’altra sfida che preoccupa la comunità degli affari, tra cui gli investitori stranieri, è il crescente tasso di criminalità del Sud Africa. Il rapporto 2006/2007 del South Africa Police Service (SAPS) mostra un aumento del 3,5 per cento negli omicidi; del 118 per cento nei furti violenti alle banche; un’escalation del 25,4 per cento nei furti di appartamenti, e un aumento del sei per cento nei dirottamenti di veicoli.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=972

Prestiti di buona famiglia
Le infinite vie degli sms africani
scritto per noi da
Veronica Fernandes
 
Andare in una stazione di servizio, in Kenya, non significa per forza riempire il serbatoio. Sempre più contadini e dipendenti di piccole imprese, infatti, ci vanno con il cellulare in mano e per riempirsi il portafoglio. Niente conti correnti, la banca si è trasferita sul display e comunica con gli utenti via sms. I loro datori di lavoro possono scegliere di pagare gli stipendi attraverso M-pesa, un servizio bancario via cellulare fornito da Vodafone e da Safaricom, una compagnia locale.
 
ragazzo masai parla al cellulareIstruzioni per l'uso. Per iscriversi bisogna andare in uno dei 600 punti convenzionati - negozi, ristoranti o stazioni di servizio - e lasciare i propri dati. L'operatore riceve i contanti, applica una commissione del 5 percento sulla transazione, e invia un sms al destinatario, che potrà andare a ritirarli mostrando il display con un codice a quattro cifre e, se non vuole intascare tutto lo stipendio insieme, può scegliere di tornare a riempirsi il portafoglio solo quando avrà finito i soldi. Mentre si occupa degli stipendi, il boss kenyano può anche ricevere pagamenti dai suoi fornitori o riscuotere crediti da altri imprenditori della rete M-pesa, evitando inutili spostamenti in auto. Una comodità, soprattutto perché solo il 19 percento dei kenyani riesce ad avere accesso al sistema bancario tradizionale, cosa ancora più difficile per chi vive nelle zone rurali. Per questo Safaricom ha deciso di estendere ai privati il progetto M-pesa, mantenendo lo stesso meccanismo, ma in questo caso chi vuole inviare denaro deve possedere un cellulare Safaricom. Invia il solito sms con il codice e in una qualsiasi località del Kenya il destinatario può ritirare quanto gli spetta. Funziona perché il 60 percento dei kenyani ha un cellulare, un dato molto alto rispetto agli altri Paesi africani. Per ora gli iscritti sono 150 mila anche se non si sa in quanti realmente utilizzino la rete M-pesa perché i destinatari non sono contati nelle statistiche. E il progetto è partito solo a marzo.
 
Negozio della compagnia telefonica localeUn progetto pilota. "Era un esperimento - dice il portavoce di Vodafone - che, dato il successo, stiamo per replicare in Afghanistan". In realtà, è una novità anche per l'Europa, dato che sta partendo proprio in questi giorni un progetto di Postepay che introdurrà il trasferimento di denaro via telefonino anche in Italia, in questo caso, però, vincolato ad un cellulare ad hoc. Sembra che servizi come i bonifici o il versamento dello stipendio, in Kenya e in molti altri stati africani, siano possibili solo se si investe nelle nuove tecnologie.
 
Bambini della bidoneville di KiberaIl microcredito. Rimanendo in ambito bancario, da quando gli istituti di microcredito usano terminali connessi a internet, gli iscritti sono aumentati dell’8 percento. L'idea è di Ingrid Munro, svedese, che nel 1999 ha fondato l'associazione Jamii Bora per aiutare la popolazione delle bidonville a uscire dal degrado. Prima prestava soldi a mano, facendo firmare un contratto, poi da quest'anno è passata al computer. Il prestito, adesso, si può ottenere anche compilando il formulario in una delle 200 postazioni in tutto il Paese. Nome, cognome, ragione della richiesta. C'è chi come Susan Wangui, ha aperto un negozio di abbigliamento, Jamii bora, che in Swahili significa buona famiglia, ha sovvenzionato l'acquisto dei tessuti, lei ha iniziato a lavorare e ha smesso di prostituirsi. Altri pagano le scuole ai figli, o assicurano l'assistenza sanitaria agli anziani della famiglia. "Sono molti anche i sieropositivi - ha detto la Munro - che grazie a noi riescono ad acquistare i farmaci per curarsi". Per entrare nel terminale, connesso al database centrale di Nairobi, non servono né tessere magnetiche o codici che si rischia di dimenticare, basta un dito: l’identificazione avviene con le impronte digitali. Per avere i contanti, poi, ci si deve rivolgere all'agente Jamii Bora del negozio, che effettua il versamento. In questo modo il sistema di Nairobi riesce ad avere un saldo abbastanza aggiornato di tutti i punti della rete di microcredito. Ingrid Munro, visti i risultati dell'operazione tecnocredito, pensa di aprire altre 700 postazioni nei prossimi due mesi. E di offrire anche nuovi posti di lavoro: tutto lo staff di Jamii Bora è kenyano, e la maggior parte ha iniziato proprio chiedendo un prestito.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8430

L'ultima domenica del mese
Anti-capitalismo in meno di cinque minuti

Robert Jensen


 

 


Il capitalismo non è una scelta, semplicemente Ë, come uno stato della natura. Forse non come uno stato della natura, ma lo stato della natura. Contestare il capitalismo di questi tempi è come argomentare contro l'aria che respiriamo. Ci dicono che argomentare contro il capitalismo è semplicemente da matti.



[Note sull'ultima congregazione comunitaria di "Last Sunday" ad Austin, TX, il 29 aprile 2007. Per i PDF di tutti e cinque gli interventi di questa serie, scrivete a rjensen@uts.cc.utexas.edu]

Sappiamo tutti che il capitalismo non solo è il modo più intelligente di organizzare un'economia ma è ora anche l'unico modo possibile. Sappiamo che coloro che negano questo principio di saggezza popolare possono, e dovrebbero, essere ignorati. Non c'è più bisogno nemmeno di condannare tali eretici; sono ovviamente irrilevanti.

Come facciamo a sapere tutto questo? Perché così ci viene detto, continuamente - tipicamente da coloro che hanno da guadagnare di più da tali affermazioni, più notoriamente quelli del mondo degli affari e i loro funzionari e apologisti nelle scuole, nelle università, nei mass media e nella politica mainstream. Il capitalismo non è una scelta, semplicemente Ë, come uno stato della natura. Forse non come uno stato della natura, ma lo stato della natura. Contestare il capitalismo di questi tempi è come argomentare contro l'aria che respiriamo. Ci dicono che argomentare contro il capitalismo è semplicemente da matti.

Ci viene detto, più e più volte, che il capitalismo non solo è il sistema che abbiamo, ma è anche l'unico sistema che possiamo mai avere. Ciononostante, a molte persone questa affermazione non convince. Possibile che sia l'unica opzione? Ci viene detto che non dovremmo nemmeno pensarci. Ma non possiamo non pensarci. E' veramente la "fine della storia" nel senso in cui è stata usata questa frase dai grandi pensatori per segnalare la vittoria finale del capitalismo globale? Se questo fosse la fine della storia in quel senso, ci domandiamo, la fine effettiva del pianeta potrebbe non essere così lontana.

Ci domandiamo, ci agitiamo, e queste cose ci assillano, e per un buon motivo. Il capitalismo, o più accuratamente il capitalismo delle multinazionali predatrici, che definisce e domina le nostre vite, sarà la nostra morte se non ne fuggiamo. E' cruciale per la politica progressista trovare un linguaggio per articolare questa realtà. Non con dogma datati che alienano ma con un linguaggio semplice che può essere compreso dalla gente. Dovremmo essere alla ricerca di modi per spiegare ai nostri colleghi al lavoro, durante le conversazioni alla macchinetta del caffé - politica radicale in meno di cinque minuti - perché dobbiamo abbandonare il capitalismo delle multinazionali predatrici. Se non lo facessimo, potremmo essere già vicini alla fine dei tempi, e una tale fine porterà la rottura ["rupture"] e non l'estasi ["rapture"].

Ecco il mio tentativo di un tale linguaggio per questo argomento.

Ammettiamo che il capitalismo sia un sistema incredibilmente produttivo che ha creato un'inondazione di merci come non si era mai visto nel mondo. E' anche un sistema fondamentalmente (1) disumano, (2) anti-democratico e (3) insostenibile. Nel Primo Mondo, il capitalismo ci ha dato un sacco di roba (per lo più di valore marginale o dubbio) in cambio della nostra anima, la nostra speranza di una politica progressista e la possibilità di un futuro decente per i nostri figli.

In breve, o cambiamo o moriamo - spiritualmente, politicamente, letteralmente.

1. Il capitalismo è disumano

Esiste una teoria che sostiene il capitalismo contemporaneo. Ci dicono che poiché siamo animali avidi ed egoisti, un sistema economico deve premiare il comportamento avido ed egoista se vogliamo prosperare economicamente.

Ma siamo avidi ed egoisti? Naturalmente. Per lo meno io lo sono, qualche volta. Ma altrettanto ovviamente siamo anche capaci di compassione e di altruismo. Possiamo certamente essere competitivi ed aggressivi, ma abbiamo anche la capacità di essere solidali e cooperativi. In breve, la natura umana è molto varia. Le nostre azioni hanno sicuramente radici nella nostra natura, ma tutto quello che sappiamo di quella natura è che è molto varia. In situazioni che richiedono la compassione e la solidarietà, tendiamo ad essere tali. In situazioni dove la competitività e l'aggressione sono premiate, la buona parte della gente tende a comportarsi in quel modo.

Perché mai dobbiamo scegliere un sistema economico che mina gli aspetti più decenti della nostra natura e rinforza quelli più disumani? Perché, ci dicono, così sono le persone. Ma dov'è la prova? Guardatevi attorno, ci dicono. Ovunque guardiamo, vediamo l'avidità e l'egoismo. Quindi, la prova del fatto che questi aspetti della nostra natura - l'avidità e l'egoismo - sono quelli dominanti è che quando la gente viene costretta a vivere in un sistema che premia l'avidità e l'egoismo, spesso quella gente si comporta proprio così. Non vi sembra un po' circolare questo argomento?

2. Il capitalismo è anti-democratico

Questo è facile. Il capitalismo è un sistema di accumulazione di ricchezza. Se si concentra la ricchezza in una società, si concentra il potere. Esiste qualche esempio del contrario nella storia?

Nonostante tutti i finimenti della democrazia formale negli Stati Uniti contemporanei, tutti capiscono che i ricchi dettano le linee di base delle politiche pubbliche accettabili alla grande maggioranza degi funzionari pubblici eletti. La gente può resistere, e lo fa pure, e l'occasionale politico si aggrega al combattimento. Ma questa resistenza richiede degli sforzi straordinari. Quelli che resistono ottengono delle vittorie, a volte molto importanti, ma a tutt'oggi, la ricchezza concentrata continua a dominare. E' modo questo di far funzionare una democrazia?

Se per democrazia intendiamo un sistema che dà alla gente ordinaria un modo significativo di partecipare alla formazione delle politiche pubbliche piuttosto che il semplice ruolo di ratificare le decisioni prese dai potenti, allora è chiaro che la democrazia e il capitalismo sono mutuamente esclusivi.

Concretizziamolo. Noi crediamo che nel nostro sistema le elezioni regolari, con la regola del una persona un voto, insieme alle garanzia della libertà di parola e di associazione, garantiscono l'uguaglianza politica. Quando io vado a votare, ho un voto. Quando Bill Gates va a votare, lui ha un voto. Io e Bill possiamo parlare liberamente e associarci con altre persone per motivi politici. Perciò, in quanto cittadini uguali nella nostra bella democrazia, io e Bill abbiamo uguale opportunità per il potere politico. Giusto?

3. Il capitalismo è insostenibile

Questo è ancora più facile. Il capitalismo si basa sull'idea della crescita infinita. L'ultima volta che io l'ho controllato, questo pianeta era ancora finito. Ci sono solo due soluzioni a questo. Forse stiamo per saltare molto presto su un altro pianeta. O forse, siccome abbiamo bisogno di cercare dei modi per affrontare questi limiti fisici, inventeremo delle tecnologie sempre più complesse per trascendere questi limiti.

Ma queste posizioni sono altrettanto deludenti. La delusione può portare del conforto temporaneo, ma non può risolvere dei problemi. Infatti, tende a creare altri problemi. Questi problemi sembrano accumularsi.

Il capitalismo, naturalmente, non è l'unico sistema insostenibile che gli uomini abbiano mai realizzato, ma è il più ovviamente insostenibile che esista, ed è un sistema in cui siamo bloccati. E' il sistema che ci dicono essere inevitabile e naturale, come l'aria.

La storia di due acronimi: TGIF e TINA

TINA, non c'è alternativa [There Is No Alternative], era la famosa risposta di Margaret Thatcher, l'ex Primo Ministro britannico, ad una domanda sulle sfide al capitalismo. Se non c'è alternativa, chiunque mette il capitalismo in dubbio è matto.

Ecco un altro acronimo più comune che parla della vita nel contesto del capitalismo corporate da predatori: TGIF - grazie al cielo che è venerdì [Thank God It's Friday]. E' una frase che comunica la triste realtà dei molti che lavorano in quest'economia. I lavori che facciamo non sono appaganti, non sono divertenti e fondamentalmente non vale la pena farli. Li facciamo per sopravvivere. Poi il venerdì, usciamo e ci ubriachiamo per dimenticare la realtà, sperando che troveremo qualcosa durante il weekend per fare sì che il lunedì sia possibile, come dice un cantautore, "alzarsi e ricominciare".

Ricordatevi che un sistema economico non produce solo merci. Produce anche la gente. La nostra esperienza lavorativa ci modella. La nostra esperienza di consumare quella merce ci modella. Sempre di più siamo una nazione di gente infelice che consuma chilometri di scaffali di merce di consumo a buon prezzo sperando di attutire il dolore del lavoro insoddisfacente. E' questo quello che vogliamo essere?

Ci viene detto: TINA in un mondo TGIF [non c'è alternativa in un mondo di 'grazie al cielo che è venerdì']. Non vi sembra un po' strano? Veramente non c'è alternativa a questo tipo di mondo? Certo che c'è. Qualsiasi cosa che è un prodotto delle scelte umane può essere fatta diversamente. Non abbiamo bisogno di specificare in tutti i suoi dettagli un sistema nuovo per renderci conto che ci sono sempre delle alternative. Possiamo incoraggiare le istituzioni esistenti che forniscono un luogo di resistenza (come il sindacato dei lavoratori) mentre sperimentiamo delle forme nuove (come le cooperative locali). Ma il primo passo è quello di riconoscere il sistema per quello che è senza garanzie per quello che verrà.

A casa e all'estero

Nel Primo Mondo, noi combattiamo con questa alienazione e paura. Spesso non ci piacciono i valori del mondo che ci circonda. Spesso non ci piacciono le persone che siamo diventate. Abbiamo spesso paura di quello che sarà di noi. Ma nel Primo Mondo, i più mangiano regolarmente. Non è così dappertutto. Cerchiamo di focalizzarci non solo sulle condizioni, nel sistema capitalista delle multinazionali a cui siamo soggetti noi, che viviamo nel paese più ricco nella storia del mondo, ma anche sul contesto globale.

La metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno. Fanno più di 3 miliardi di persone. Poco più della metà della popolazione del sub-Sahara africano vive con meno di un dollaro al giorno. Fanno 300 milioni di persone.

Che ne dite di qualche altra statistica. Circa 500 bambini muoiono in Africa per malattie legate alla povertà. E la maggior parte di quelle morti possono essere evitate con delle medicine semplici o con delle reti trattate con insetticidi. Fanno 500 bambini, non ogni anno o ogni mese o ogni settimana. Non sono 500 bambini ogni giorno. Le malattie legate alla povertà reclamano la vita di 500 bambini in Africa ogni ora.

Quando cerchiamo di mantenere la nostra umanità, statistiche come queste possono farci impazzire. Che non vi salti in mente qualche idea matta di cambiare questo sistema! Ricordate TINA! Non c'è alternativa al capitalismo delle multinazionali predatrici.

TGILS: Grazie al cielo che è l'ultima domenica del mese [Thank God It's Last Sunday]

Noi ci riuniamo ogni ultima domenica del mese proprio per essere pazzi, insieme. Siamo riuniti per dare voce alle cose che sappiamo e che sentiamo anche quando la cultura dominante ci dice che credere e sentire tali cose è da matti. Forse tutti quanti qui sono un po' matti. Quindi, assicuriamoci di essere realisti. Essere realisti è importante.

Una delle risposte comuni che sento quando faccio la critica al capitalismo è: "Beh', questo è forse vero, ma dobbiamo essere realisti e fare quello che è possibile". Secondo questa logica, essere realisti è accettare un sistema disumano, anti-democratico e insostenibile. Per essere realisti ci viene detto che dobbiamo capitolare ad un sistema che ruba la nostra anima, ci schiavizza al potere concentrato e che un giorno distruggerà il pianeta.

Ma rifiutare un capitalismo predatorio e resistere ad esso non è da matti. E' una posizione eminentemente sana. Mantenere la nostra umanità non è da matti. Difendere la democrazia non è da matti. E combattere per un futuro sostenibile non è da matti.

Quello che è da matti è cadere nell'inganno che un sistema disumano, anti-democratico e insostenibile, un sistema che lascia la metà delle persone di questo mondo in una povertà abietta è tutto quello che c'è, tutto quello che ci potrà mai essere e tutto quello che mai ci sarà.

Se questo fosse vero, ben presto non ci rimarrà nulla, per nessuno.

Non credo sia realistico accettare tale fatalità. Se essere realisti vuole dire questo, io vorrei essere matto qualsiasi giorno della settimana, ogni domenica del mese.


Z-Net.it


Turchia : la rivincita dei Curdi
di Shorsh Surme*

Il risultato elettorale del 22 luglio scorso in Turchia ha confermato la vincita del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di Erdogan.

Infatti, il partito del premier uscente ha ottenuto il 46,8% dei voti, quindi otterrà 342 deputati su 550, sicuramente meno delle elezioni del 2002, quando aveva ottenuto 367 deputati. Ora che ha ottenuto meno dei 376 seggi che sono necessari per emendare la Costituzione - così da evitare qualsiasi tentazione verso una qualsiasi deriva islamica della Turchia - se vorrà potrà formare un governo monocolore stabile, generali permettendo.

E' di rilievo, invece, la vincita dei Curdi, che porteranno al parlamento 26 parlamentari, di cui 15 donne, e che avranno un loro gruppo per chiedere una soluzione politica e pacifica alla questione curda.

La storia dei partiti curdi legali in Turchia è strettamente legata alla lotta democratica per i diritti democratici del popolo curdo. I loro rappresentanti, simpatizzanti ed elettori, ieri come oggi, hanno qualcosa in comune: ogni volta sono stati minacciati, arrestati e condannati per reati d'opinione. Tuttora i partiti curdi e pro Curdi vengono accusati di separatismo.

Ora che sono stati eletti 26 parlamentari - indipendenti ma nelle fila del Partito per la Democrazia (Dtp) - siccome hanno superato quota venti potranno riunirsi in un gruppo parlamentare, e così torneranno di nuovo - finalmente dopo 13 anni - come rappresentanti veri e propri del popolo curdo in Turchia. Un paese dove solo a pochi giorni dall'elezioni il primo ministro uscente Erdogan ha minacciato i deputati curdi di non osare leggere il giuramento all'Assemblea turca in lingua Curda. Alla faccia della democrazia.

La vincita dei Curdi avviene anche in un momento molto critico, in quanto il governo di Ankara ha ammassato più di 200.000 soldati lungo il confine con il Kurdistan dell'Iraq, e sia Edogan che altri dirigenti del suo partito avevano dichiarato - anzi minacciato diverse volte durante la campagna elettorale - che se avessero vinto avrebbero invaso il Kurdistan dell'Iraq per cacciare via i militanti del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il pretesto del governo turco è del tutto strumentale, in quanto il PKK è stanziato in una zona che viene chiamata il triangolo, perché è al confine tra il Kurdistan dell'Iraq, dell'Iran e della Turchia, quindi al di fuori dell'autorità regionale curdo-irachena e quindi non si capisce perché la Turchia dovrebbe accendere un'altro focolaio in una zona già martoriata dalla guerra e dal terrorismo.

* giornalista curdo-iracheno


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 30 2007


IL CASO GIUFFRIDA - Perché Berlusconi non dice dove ha preso i capitali Fininvest?
di marco travaglio

Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo e consulente della Procura antimafia del capoluogo siciliano nel processo Dell’Utri a proposito della misteriosa provenienza dei capitali della Fininvest, venerdì scorso ha “raggiunto un accordo transattivo”  con la stessa Fininvest nella causa civile per danni che il gruppo Berlusconi gli aveva intentato lo scorso anno. In cambio del ritiro della denuncia, Giuffrida dichiara che la sua consulenza depositata nel 1999 sulle operazioni “anomale” riscontrate nei finanziamenti alle holding di controllo della Fininvest a cavallo tra gli anni 70 e 80 era soltanto “parziale” e “non definitiva”, visto che si interruppe sul più bello nel 1998 con l’archiviazione del fascicolo aperto a carico di Silvio Berlusconi (per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco) per decorrenza dei termini d’indagine. Fin qui, nulla di nuovo: la circostanza era già stata precisata dai pm e da Giuffrida al processo Dell’Utri.
PROVVISTA INTERNA? La novità è che Giuffrida dichiara di essersi sbagliato quando, sotto giuramento dinanzi al Tribunale, sostenne che alcune operazioni finanziarie erano “anomale” e che 113 miliardi di lire dell’epoca (pari a circa 300 milioni di euro di oggi, in parte addirittura in contanti e assegni circolari) erano “flussi di provenienza non identificabile”: ora, otto anni dopo, ha avuto una folgorazione e improvvisamente ha scoperto che “le operazioni erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest”. La provvista dei soldi dunque non era esterna, come da lui sostenuto al processo sotto giuramento, ma “interna”. In pratica, i soldi a Berlusconi li dava Berlusconi stesso. Nessun sospetto di capitali mafiosi o poco trasparenti, dunque. Il Cavaliere è candido come giglio di campo, limpido come acqua di fonte. Tutto è bene quel che finisce bene (anche se resta da capire chi finanziava Berlusconi per consentirgli di finanziare se stesso).
Sulle ali dell’entusiasmo, i giornali del Cavaliere traggono deduzioni mirabolanti. “Libero”: “Su Silvio un mucchio di balle”, “Ritratta tutto il perito dei giudici che accusò Fininvest di essere nata con i soldi della mafia. E’ la fine di una persecuzione e dei teoremi di Travaglio & C.”. “Il Giornale” titola: “Crollano i teoremi sulla nascita della Fininvest”; sotto, un cronista appena licenziato da Repubblica perché avvertiva il Sismi di quel che scrivevano i suoi colleghi, racconta a modo suo “Il partito di Giuffrida che ha ispirato libri e show. Da Travaglio a Grillo e Luttazzi, così la sinistra ha elevato il funzionario di Bankitalia a eroe della resistenza anti-Cavaliere”. L’on. avv. Nicolò Ghedini si sporge un tantino oltre: “Berlusconi ha creato ricchezza e decine di migliaia di posti di lavoro in modo assolutamente corretto. Oscuri giornalisti sono diventati famosi e analfabeti di ritorno sono diventati scrittori, diffamando Berlusconi in merito all’origine del suo patrimonio. Molti dovrebbero scusarsi con lui”. L’On. Avv. non spiega chi avrebbe diffamato il Cavaliere, visto che tutte decine di cause civili intentate da lui e dai suoi cari contro i giornalisti (ma anche contro Daniele Luttazzi e Carlo Freccero) che hanno raccontato i misteri delle sue fortune sono finite con l’assoluzione dei denunciati e la condanna di Berlusconi & C. a rifondere le spese processuali. In ogni caso, se un consulente dichiara una cosa in un pubblico dibattimento, un giornalista la riferisce e poi il consulente ritratta, perché mai dovrebbe scusarsi il giornalista?
FATTI NUOVI O BUGIE? Spetta ora a Giuffrida spiegare quali fatti nuovi (non indicati nella transazione firmata venerdì) l’abbiano indotto al clamoroso voltafaccia. In caso contrario, spetterà eventualmente alla magistratura accertare quando il consulente abbia mentito: se al processo Dell’Utri (sotto giuramento) o nella transazione con la Fininvest. E, soprattutto, perché. Tantopiù che Giuffrida ha firmato la resa da solo, all’insaputa dei suoi legali, gli avvocati Maria Taormina Crescimanno e Antonio Coppola, che sabato l’hanno scaricato con una secca nota all’Ansa: “Il dottor Giuffrida ha personalmente ricevuto la proposta di transazione dalla Fininvest e solo il 18 luglio ha sottoposto ai suoi legali una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali. Il successivo 26 luglio il dottor Giuffrida ha inviato all'avvocato Coppola il testo della bozza parzialmente corretto. Consultatisi i difensori hanno tuttavia ritenuto di non condividere la proposta di transazione. Ieri i difensori hanno saputo dai media, e solo
successivamente da Giuffrida, della stipula dell'atto che non hanno sottoscritto e che non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute” (dal che si deduce, tra l’altro, che l’atto diffuso dalla Fininvest e pubblicato da “Libero” con i loro nomi tra i firmatari, è un falso).
Noi, come facemmo con la consulenza del 1999, riferiamo anche la ritrattazione del 2007. E possiamo comprendere il tormento di un uomo solo che si trova chiamato in giudizio da un gruppo tanto influente sul piano politico, mediatico e finanziario. Ma, visto l’uso disinvolto che si fa della transazione a tarallucci e vino, qualche precisazione s’impone.
1) Dell’Utri è stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e non per riciclaggio. Dunque non in base alla consulenza Giuffrida, ma a una gran mole di prove (i giudici parlano di “imponente produzione di documenti rappresentativi di fatti, persone e cose mediante fotografie e filmati tv; perquisizioni nei luoghi di pertinenza anche di Dell’Utri; intercettazioni telefoniche e ambientali; sequestri di cose pertinenti ai reati e di documenti presso istituti di credito”). Correttamente la II sezione ha preso atto delle dichiarazioni di Filippo Alberto Rapisarda e dei mafiosi pentiti Francesco Di Carlo, Gioacchino Pennino e Tullio Cannella (in parte ritrattate in udienza dagli ultimi due) sul riciclaggio di denaro della mafia da parte della Fininvest, ma le ha ritenute insufficienti per trarne conclusioni così gravi. Quanto alla consulenza Giuffrida, gli stessi giudici la definiscono fondata su “una parziale documentazione”. E osservano che “evidenzia la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte operazioni effettuate dal gruppo Fininvest negli anni 1975-1984”, ma soprattutto che Giuffrida “non ha trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri”: il professor Paolo Iovenitti.
2) Per tentar di dimostrare che le operazioni sospette erano regolari e trasparenti, Dell’Utri getta in pista Iovenitti, luminare della Bocconi. Il quale però, in udienza, è costretto ad ammettere, dinanzi alle contestazioni dei pm e di Giuffrida, che alcune operazioni erano “potenzialmente non trasparenti”. Scrivono i giudici: “Non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le ‘indicazioni’ dei collaboranti e del Rapisarda non possono ritenersi del tutto ‘incompatibili’ con l’esito degli accertamenti svolti (…). La consulenza Iovenitti non ha fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest”. Ora la ritrattazione di Giuffrida “scavalca” addirittura il consulente Fininvest che – si legge nella sentenza – “non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie ‘anomale’ e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest, in modo da escludere una volta per tutte la possibilità che Dell’Utri avesse utilizzato la Fininvest per la sua attività di riciclaggio”. Possibile che il consulente dell’accusa, in assenza di fatti nuovi, sia diventato più “buono” di quello della difesa?
 -PERCHE’ NON PARLI? Su un punto i berluscones hanno ragione: questa storia delle origini misteriose dei capitali Fininvest si trascina da troppo tempo. Ma chi meglio del titolare, cioè di Silvio Berlusconi, potrebbe fare piena luce? L’occasione d’oro gli si presenta il 26 novembre 2002, quando il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri gli rende visita a domicilio a Palazzo Chigi, con gran seguito di pm, avvocati e consulenti, per interrogarlo in veste di indagato di reato connesso. Ma lui, invece di chiarire una volta per tutte dove ha preso quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere. Il pm Ingroia lo stuzzica: “La sua deposizione sarebbe preziosa per dare un importante contributo all’accertamento della verità”.E snocciola le questioni che giudici e pm han deciso di sottoporgli: “I rapporti del sen. Dell’Utri con Rapisarda, Gaetano Cinà, Vittorio Mangano, la provenienza dei capitali...”. Il premier pare tentato di replicare, ma Ghedini lo stoppa, ribadendo la di lui intenzione di tenere la bocca chiusa. Giudici, pm e avvocati se ne tornano a Palermo a mani vuote. Scriverà il Tribunale nella sentenza Dell’Utri: “Il premier si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio”.
Ora che Giuffrida dice che è tutto regolare, c’è da sperare che se ne convinca anche il Cavaliere. E, visto che non ha nulla da nascondere, ritrovi la favella. Altrimenti si verrebbe a creare una situazione davvero curiosa: un funzionario della Banca d’Italia sa dove Berlusconi ha preso i soldi, e Berlusconi non lo sa.
PS. La Corte d’appello di Milano ha appena condannato a 2 anni Dell’Utri per tentata estorsione mafiosa insieme al capomafia di Trapani Vincenzo Virga ai danni dell’imprenditore Garraffa, che rifiutava di pagare un credito non dovuto di 750 milioni, per giunta in nero. Poco prima di mandargli il boss, Dell’Utri lo avrebbe avvertito con queste parole: “Abbiamo uomini e mezzi capaci di farle cambiare idea”. Così, a puro titolo di cronaca.  L'Unità


Candidature PD/3

 

margherita

 

Apprendo dalla Repubblica di stamattina che la corrente teodem della Margherita ha fatto sapere che se Pannella persevera nel candidarsi alla segreteria PD loro se ne vanno dal Partito Democratico.
Cioè, fatemi capire: se Pannella si candida, ci togliamo dalle balle la Binetti e tutti i suoi compagni?

A questo punto vai, Marco, vai!!!!http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/

Il bicchiere mezzo pieno dell'accordo sulle pensioni

 

Sono completamente d'accordo... a metà con l'analisi di Giavazzi. Condivido in pieno la constatazione che i sindacati italiani non sono altro che una lobby, che difende esclusivamente gli interessi dei propri membri, tra cui un numero ingente di pensionati e pensionandi, a scapito dell'interesse generale. Per la verità, non trovo questo fatto per nulla sorprendente, né scandaloso, visto che persino secondo il dizionario Garzanti il sindacato è "una associazione di lavoratori (...) costituita per tutelare gli interessi economici e professionali della categoria". Piuttosto, quello che stupisce è che il Governo, che a differenza dei sindacati dovrebbe avere a cuore gli interessi di una platea un po' più ampia di cittadini, spenda mesi e mesi in trattative con tale lobby.

Sono assai meno d'accordo, però, con l'attacco di Giavazzi al Ministro del Tesoro, accusato di aver cambiato radicalmente idea rispetto alla necessità di innalzare l'età effettiva del pensionamento. Dubito che Padoa-Schioppa abbia improvvisamente dimenticato le inevitabili implicazioni dell'aumento della speranza di vita sui conti previdenziali. Il problema è piuttosto che Padoa-Schioppa non ha il potere di imporre le sue ottime ragioni in seno al Governo, di fronte al cinisimo della sinistra cosiddetta radicale e al suo gioco di sponda con i sindacati. Questo non significa tuttavia che il Ministro farebbe meglio a dimettersi. L'abolizione completa dello scalone sarebbe costata 35 miliardi; finiremo invece per spenderne 10. A me il bicchiere dell'accordo sembra ben più che mezzo pieno. Certo, se il Governo cadesse e ritornasse Berlusconi, forse lo scalone resterebbe intatto e quei 10 miliardi rimarrebbero nel bilancio dello Stato. Eccetto che poi Tremonti troverebbe qualche altro modo "creativo" per spenderli, e saremmo da capo.

Insomma, mi sembra che TPS non abbia fatto altro che applicare la logica semplice del "second best": ottimizza su tutti i margini disponibili. Per cui, perdi un po' di faccia, comprometti qualche principio, ma fatti almeno fare un bello sconto. Io mi sento di ringraziarlo. http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Il_bicchiere_mezzo_pieno_dell%27accordo_sulle_pensioni#body


L’autunno si prevede caldo pure a Parigi


Parigi. Comincia oggi in Francia la settimana decisiva in vista della realizzazione di una delle principali promesse elettorali del candidato, oggi presidente, Nicolas Sarkozy: la creazione di un “servizio minimo” allo scopo di evitare danni eccessivi alla popolazione nel settore dei trasporti pubblici. La Francia è uno dei rari Paesi europei a non disporre di una normativa del genere. La ragione sta nel carattere tradizionalmente particolare del sindacalismo transalpino: molto forte nel settore pubblico (soprattutto nei trasporti) e molto debole in quello privato. Le tre principali confederazioni sindacali - la Confédération Générale du Travail (Cgt), legata a doppio filo al Partito comunista, e le filosocialiste Force Ouvrière (Fo) e Confédération française démocratique du Travail (Cfdt) - sono sempre riuscite a bloccare ogni tentativo per dar vita a una legge sul servizio minimo in caso di scioperi nel settore pubblico.
Nella memoria di tutti i francesi in età adulta ci sono gli scioperi di fine 1995, quando treni, metropolitane e autobus pubblici si fermarono per settimane (in coincidenza con una grave perturbazione anche nei servizi per l’erogazione del gas e dell’elettricità) in segno di protesta contro la riforma delle pensioni. Nel 1993-94 il governo di centrodestra del primo ministro Edouard Balladur aveva prolungato - senza incontrare particolari resistenze - la vita lavorativa nel settore privato. Nel 1995 il nuovo primo ministro, sempre di centrodestra, Alain Juppé tentò di fare la stessa cosa in quello pubblico e lì scoppiò il putiferio. Per spostarsi da un punto all’altro delle città, la gente ricorse a ogni sorta di mezzi, compresi i pattini che sono poi divenuti una moda. Per andare da una città all’altra, anche le persone più distinte facevano l’autostop. Alla fine vinsero i sindacati e Juppé dovette rinunciare alla sua legge pensionistica (poi fatta approvare, otto anni dopo, dal governo Raffarin).
Adesso Sarkozy sfida apertamente le tre principali confederazioni - e il particolare la Cgt, simbolo vivente dell’ortodossia sindacale alla francese - spingendo il governo del primo ministro François Fillon a varare la legge sul servizio minimo. Ecco il segretario generale della Cgt Bernard Thibault, l’uomo simbolo dei ferrovieri nel 1995, minacciare fuoco e fiamme, sostenendo che le regolamentazioni esistenti - a livello aziendale e nazionale - oltre al senso di responsabilità della categoria bastano a garantire il cittadino dai danni eccessivi che possono derivare da uno sciopero dei trasporti. Thibault accusa il governo di «attacco al diritto di sciopero» e considera «puramente provocatorio» l’accenno del disegno di legge al fatto che gli scioperanti perderanno la retribuzione relativa ai giorni in cui non presteranno la propria opera. Il ministro del Lavoro Xavier Bertrand pensa invece che sia necessario metter fine una volta per tutte a una vecchia particolarità delle relazioni sindacali francesi nel settore pubblico: lo Stato finiva spesso col pagare i giorni di sciopero come se nulla fosse accaduto. Thibault non difende ufficialmente questo vecchio privilegio, ma si limita a sostenere che non esiste, per cui parlare dell’argomento è «una provocazione».
Il disegno di legge sul “servizio minimo nei trasporti terrestri” - che prevede disposizioni sul preannuncio degli scioperi, il voto a scrutinio segreto dei medesimi e le norme per garantire la cittadinanza in caso di astensione dal lavoro - è stato approvato dall’Assemblea nazionale in sede di commissione all’inizio del mese. Domani (in coincidenza con una giornata di proteste sindacali) il testo arriva in aula a Palazzo Borbone dopo aver già ottenuto il voto favorevole del Senato. A seguito della scontata approvazione del documento, le “procedure di prevenzione dei conflitti sociali” delle ferrovie (Sncf) e delle reti locali di trasporto pubblico dovranno conformarsi alla legge nazionale entro la fine dell’anno. Si tratta proprio di quelle procedure che sono ampiamente sufficienti, secondo la Cgt, a garantire gli interessi del cittadino di fronte al rischio di scioperi nel trasporto pubblico. Salvo intoppi, l’Assemblea nazionale si esprimerà favorevolmente mercoledì e in seguito - il 3 agosto - ci sarà il voto definitivo di deputati e senatori.
Sarkozy e Fillon hanno scommesso sulla corsia preferenziale dei lavori parlamentari pur di ottenere la definitiva approvazione della legge prima delle ferie estive, circostanza che prende in contropiede i sindacati. La vera protesta potrà venire in autunno. Molto dipenderà dall’orientamento del governo a proposito dell’estensione ad altri settori del pubblico impiego delle nuove norme sul “servizio minimo” in caso di sciopero. Il primo ministro Fillon ha accennato all’idea di applicare norme simili nel campo della pubblica istruzione e subito i sindacati hanno minacciato la mobilitazione. Tuttavia i sondaggi d’opinione sono tutti dalla parte del governo: quello pubblicato il 21 luglio dal quotidiano Le Parisien afferma che il 70 per cento dei francesi (contro il 25) vede di buon occhio la nuova legge sui trasporti e che il 69 per cento vorrebbe una legge analoga anche per le scuole.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=91571

Diverse organizzazioni hanno depositato alla Corte Federale del New Jersey una denuncia contro la multinazionale Chiquita Brands, accusata di aver appoggiato economicamente i crimini del gruppo paramilitare colombiano delle AUC.

Sono in totale 16 i capi di accusa contro la multinazionale agroalimentare, considerata complice, per i reati di omicidio, tortura, terrorismo e violazioni reiterata dei diritti umani, dell’organizzazione paramilitare Autodefenserias Unidas de Colombia (AUC). Depositando la denuncia, diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani, come il Colombian Institute of International Law e Earth Right Internacional (ERI), hanno accusato Chiquita Brands di “finanziare e armare conosciute organizzazioni terroristiche in Colombia con l’obiettivo di mantenere il controllo sulle regioni bananiere del paese”.

La Chiquita Brands International solo qualche mese è stata condannata a pagare una multa pari a 25 milioni di dollari, perché accertata colpevole di aver effettuato più di 100 pagamenti dal 1997 al febbraio 2004 alle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) per un ammontare complessivo di più di 1,7 milioni di dollari.

“Questi pagamenti sono stati discussi e approvati dall’alto esecutivo della multinazionale e come risultato ebbero l’uccisione di migliaia di persone in Colombia, in particolare sindacalisti, lavoratori del settore bananiero e politici”, ha affermato Arturo Carrillo, del Colombian Institute of Internatonal Law, una delle organizzazioni promotrici della denuncia.

"Abbiamo fatto causa negli Stati Uniti", prosegue Carrillo, "perché è un paese dove esiste il concetto di responsabilità legale, mentre in Colombia i complici economici dei paramilitari non vengono mai perseguiti".

Marco Simons, direttore legale del ERI ha invece denunciato: “Con l’obiettivo di sviluppare e promuovere le sue imprese, Chiquita ha destinato denaro ed armi verso il gruppo terrorista paramilitare di destra delle AUC, organizzazione colpevole di numerosi omicidi in Colombia e dedita al narcotraffico verso gli Stati Uniti”.

Ma le grane per Chiquita sembrano arrivare anche dall’Unione Europea. L'Antitrust europeo dichiara infatti guerra al “cartello delle banane”. Da Bruxelles è partita una lettera formale a numerose aziende importatrici accusate di essersi messe d'accordo per falsare la libera concorrenza. La Commissione non cita le società coinvolte,ma la lettera, secondo l’agenzia Ansa, sarebbe arrivata anche ai primi 5 produttori mondiali: quindi alle multinazionali Usa Chiquita,Del Monte e Dole, all'ecuadoriana Noboa, di proprietà dell’ex presidente ecuadoriano Noboa sconfitto alle ultime elezioni da Rafael Correa, e l'irlandese Fyffes.

Per chi volesse approfondire le interconnessioni tra Chiquita Brands e paramilitarismo consiglio le seguenti letture di:
Il caso Chiquita: banane, sangue e terrorismo;
Chiquita, le insanguinate banane USA.
http://verosudamerica.blogspot.com/2007/07/continuano-i-guai-di-chiquita.html

"Integrazione, una
parola che crea fossati"

Feridun Zaimoglu con
Mauro Buonocore


Sentirlo parlare è quasi una lezione di multiculturalismo: “Vivo in Germania e mi ci trovo bene. Credo che sia un vantaggio poter scegliere di vivere in un paese in cui ci si sente bene, ma il fatto che io abbia un’origine straniera non significa che debba sentirmi lacerato dentro; nel mio caso non c’è stato un particolare processo intellettuale, ma si è trattato di una questione di affetti, di sensazioni: ho sentito nel mio intimo che la mia patria è la Germania. Questo però non mi vieta di trovarmi bene anche in Turchia quando vado a trovare i miei genitori, e mi trovo a mio agio in mezzo a quel popolo che trovo molto interessante, allegro, divertente e pieno di paradossi”.
Feridun Zaimoglu vive in Germania dove è approdato da piccolo al seguito dell’emigrazione dei genitori dalla Turchia. Ora, a 43 anni, si definisce uno scrittore tedesco con origine turche. L’energia della sua scrittura è arrivata ai lettori italiani qualche anno fa con Schiuma (Einaudi, 1999), romanzo della “feccia turca”, racconto della vita di un gruppo di reietti ai margini della società. Ora è da poco tornato in libreria con Leyla (Saggiatore), la storia di una ragazza che negli anni Cinquanta fugge dalla Turchia verso la Germania, conquistando la sua indipendenza da un padre che in famiglia semina terrore e violenza. I suoi romanzi sono colorati di un umore pungente che affiora anche nelle conversazioni faccia a faccia, come quando rifiuta la parola integrazione (“è una clava utilizzata a fini politici”) mentre a un ragazzino turco appena immigrato in Germania dice: “Alza le chiappe, non farti prendere dall’etno-isteria e vai incontro alla tua vita”.

In molti hanno descritto Leyla come il romanzo di una doppia migrazione: dalla Turchia alla Germania e dalla sottomissione alla libertà. Come giudica queste osservazioni?

Credo che questa definizione descriva bene il romanzo. Leyla è la più giovane di cinque fratelli e decide di rompere un tabù, di lasciare la famiglia, andare in Germania e dare il via a una sorta di liberazione, un’audace fuga da casa e dal padre tiranno. Leyla inizia così la sua corsa verso la libertà, si sposa giovane e con un bambino di cinque mesi intraprende un viaggio molto doloroso, che la vede abbandonare il suo ambiente e la sua cultura per fare un salto verso un mondo completamente estraneo.

La storia di Leyla è vista e scritta con occhi di donna. Come è riuscito a raccontare una vicenda così complessa, tutta al femminile?

Quando metto una storia su carta mi sembra davvero di diventare un’altra persona, forse tante persone diverse. Quando inizio a lavorare a un libro ardo davvero di passione per la storia che sto scrivendo e per la scrittura in sé; tanta è questa passione che arrivo a perdere fino a sei o sette chili di peso, mi vengono gli stessi sintomi dell’innamoramento, non ho più fame, non ho più sete, sono dominato da questa specie di inquietudine per la scrittura. Scrivere vuol dire accendere un rapporto e portarlo fin dove ti conduce. Ora, ad esempio, sto scrivendo un romanzo che mi sta prendendo molto, ho perso quattro chili da quando l’ho iniziato, il che significa che sono quasi a metà.

La sua vita è una specie di ponte tra Turchia e Germania, come giudica il particolare momento storico che vive il suo paese di origine e la possibilità che entri nell’Unione europea?

Io mi definisco uno scrittore tedesco con genitori turchi. Spesso mi viene chiesto di parlare dei temi più disparati, della religione e dell’islam, mi chiedono se ritengo opportuno che la Turchia diventi o meno un membro della Unione europea. Quello che posso rispondere io è che la comunità turca in Germania non è omogenea, ma è composta di opinioni diverse, disparate e combattute; tra queste, alcune sostengono che la Turchia debba diventare membro dell’Ue perché questo farà al bene al paese. Io personalmente credo che la Turchia non entrerà a far parte del Unione, non perché non lo meriti, ma semplicemente perché non le è riconosciuto un posto in seno all’Ue dove è sempre rappresentata come qualcosa di estraneo.

Se le chiedo una definizione di integrazione, cosa mi risponde?

Quando sento la parola integrazione mi si irrigidiscono le vene del collo perché è usata come un concetto da combattimento, una clava utilizzata a fini politici, una formula per rappresentare l’esistenza di un “noi” e di un “voi” divisi da un fossato insormontabile. È diventato un mezzo per designare la mancanza di appartenenza, per indicare un gruppo di persone che definiamo come stranieri.

Che cosa direbbe a un bambino di sei anni che come lei, nato da genitori turchi, si trova in Germania a dover imparare una nuova lingua e fare propria una cultura diversa dalla sua?

Gli direi queste parole: “La Germania è un paese stupendo in cui vivere, quindi alza le chiappe e non farti prendere dall’etno-isteria, perché la vita è una sfida che va vissuta, non bisogna giocarci a nascondino, ma bisogna uscire fuori e andargli incontro.”

 

 

 

 


 

caffeeuropa.it


Matrimonio alla bulgara

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova

In Bulgaria, la famiglia patriarcale si può trovare ormai soltanto nelle opere di letteratura. In un contesto di bassa natalità, rapporti sociali tradizionali come il matrimonio sembrano in crisi. E nonostante qualche segnale positivo, è ancora presto per parlare di fine della crisi demografica
La famiglia patriarcale in Bulgaria, ormai, si può trovare soltanto nelle opere di letteratura. Oggi il 65,7% dei bulgari accetta senza problemi la convivenza senza matrimonio, che i giovani tendono a considerare un'istituzione ormai vecchia. Nel 2006 il 50,8% dei bambini in Bulgaria sono nati fuori dal matrimonio. In questo modo vengono a sparire valori e tradizioni tramandati per secoli e secoli attraverso le generazioni. Tutto questo succede in un contesto di bassa natalità, saldo naturale negativo e crisi demografica, secondo il rapporto “La famiglia, genitorialità responsabile e parità tra i sessi“, del Consiglio Sociale ed Economico, pubblicato lo scorso maggio.

L'analisi è stata effettuata da un'equipe di sociologi e rappresentanti del settore non governativo. Il matrimonio e i figli sono diventati un lusso, che non tutti possono permettersi. I bulgari, oggi, tendono a sposarsi sempre più tardi, a 29,3 anni per gli uomini, e 25,9 per quanto riguarda le donne. Anche il concepimento dei bambini viene ritardato. Se la convivenza senza matrimonio viene accettata dalla maggioranza dei bulgari; al tempo stesso il 94% degli intervistati è convinto che un bambino, per crescere felice, abbia bisogno di una casa e della presenza di entrambi i genitori. Nel 2006 sono stati celebrati 32.773 matrimoni, cioè 728 meno dell'anno precedente. Nello stesso anno ci sono stati 14.828 divorzi, cifra che non si discosta da quella del 2005.

La famiglia e i figli sono un lusso

Secondo Yanka Takeva, presidente del Sindacato degli Insegnanti Bulgari e coautrice del rapporto, la crisi della famiglia bulgara avviene a causa del basso standard economico, così come delle abitudini dei giovani che convivono senza sposarsi. “Le coppie che si limitano a convivere, hanno paura di fare un secondo figlio, visto che non sono sicure della solidità del proprio rapporto“, dichiara a Osservatorio la Takeva. “Uno degli effetti della convivenza, è la scomparsa della tradizione e del legame tra le generazioni, che può portare ad un senso di alienazione. Muore il rapporto tra nonni e nipoti“. Secondo la Takeva, in Bulgaria c'è bisogno della creazione di un'istituzione statale, che possa affrontare i problemi della famiglia, dei figli e della buona genitorialità, così come già è stato fatto in Belgio e Francia. La proposta di un nuovo ministero, però, è stata rigettata. I deputati in parlamento, inoltre, non hanno approvato un progetto di legge sulla parità dei sessi.“Questa proposta è stata rigettata con una derisione al limire del cinismo dai deputati uomini“, continua la Takeva, sottolineando che in Bulgaria una donna capofamiglia è in genere due volte e mezzo più povera di un uomo nella stessa condizione. Le donne nel paese non hanno le stesse opportunità sul mercato del lavoro, e riescono a gestire la vita professionale, privata e familiare con molte più difficolta rispetto a quelle del resto d'Europa.

Padre Delcho Minkin - foto di Tanya Mangalakova
Convivenza uguale adulterio

Nei centri minori la situazione generale non è molto diversa da quella di Sofia. Anche qui c'è crisi demografica ed emigrazione. Ma quanto più è piccolo il centro abitato, tanto più rara è la convivenza di fatto. E' domenica, e padre Delcho Minkin battezza due bambini, Vladimir e Delislav, nella chiesa di “Tutti i santi“ al centro di Teteven, città appoggiata alla catena dei Balcani. “La convivenza priva della sanzione del matrimonio, sia esso civile o religioso, corrisponde all'adulterio nel senso cristiano della parola. Tutto questo dipende dalla leggi. Se queste fossero rimaste come quelle dei tempi andati, impedendo uno stile di vita illecito, tutto questo non sarebbe successo. La libertà, in questa nostra pseudodemocrazia, si è trasformata in abuso“, commenta per Osservatorio padre Delcho. Il sacerdote amministra il rito anche nella chiesa del vicino villaggio di Glozhen. “Nei villaggi è una vera tragedia. A Glozhen non nasce nessuno, ogni anno battezzo al massimo uno o due neonati, mentre i funerali sono almeno 25-30. Anche a Teteven, però, ci sono pochi giovani. La gente non ha il coraggio di metter su famiglia, li blocca lo stress economico a cui è sottoposta“, commenta amaro padre Delcho.

La famiglia Naydenovi

Quando si parla di famiglie con più di tre bambini, in Bulgaria si pensa subito alle famiglie numerose rom. Gli appartenenti all'intellighenzia, in genere, non hanno più di un figlio, oppure convivono senza bambini. A Sofia, Boryana e Nikolay Naydenovi, con la loro famiglia numerosa, sono tra le poche eccezioni. "Avevamo deciso di fermarci dopo il terzo, ma poi sono rimasta di nuovo in cinta, e allora abbiamo pensato che, dove c'era posto per tre, ci sarebbe stato posto anche per quattro“, scherza Boryana, 32 anni, direttrice di un coro religioso. Suo marito Nikolay, che insegna politologia all'università “Sv. Kliment Ohridski“ di Sofia, invita spesso gli amici a seguire il suo esempio, e di dare così una mano a superare la crisi demografica, e non accetta la mancanza di denaro come ragione per non avere figli. Tre anni fa, l'allora sindaco della capitale, Stefan Sofiyanski, ha accolto la richiesta dei Naydenovi di scambiare il proprio appartamento con uno più grande, oltre ad un piccolo mini-appartamento aggiuntivo. “Quello del mini-appartamento non è stato un capriccio o un lusso. Era necessario per la persona più importante della famiglia, la nonna, senza la quale non riusciremmo a badare ai nostri bambini“, racconta Boryana. Nella società bulgara, la nonna è una vera istituzione. Proprio grazie alle nonne i bambini venivano accuditi al tempo della famiglia patriarcale e, durante il comunismo, le mamme potevano fare carriera ed avere allo stesso tempo bambini perchè le nonne si prendevano cura dei propri nipoti. Oggi molte nonne girano il mondo, per accudire i bambini dei propri figli emigranti, negli Stati Uniti, in Canada e in Europa occidentale.

L'inizio della fine della crisi demografica?

Ultimamente, nelle strade, si ha l'impressione che una donna su due sia in stato interessante, e che la Bulgaria stia vivendo il suo baby-boom, scrive il settimanale Kapital. Nel 2006 c'è stato un certo aumento delle nascite, che sono state 2.903 in più rispetto al 2005, anche se 46.365 in meno rispetto al 1988. Questo dato è sufficiente per parlare di fine della crisi demografica? Wolfgang Lutz, professore presso l'Istituto di Demografia e Statistica sociale di Vienna, ritiene che l'aumento del 4% della natalità in un anno non sia assolutamente sufficiente per rovesciare la tendenza della crescita negativa. Ultimamente, il ministero delle Politiche Sociali ha implementato nuove strategie volte al sostegno della natalità. Dal gennaio 2007 la maternità retribuita dura 315 giorni. La mamme ricevono il 90% dell'ultimo stipendio su cui pagano i contributi da almeno sei mesi. Anche il padre o altri parenti possono accedere alla maternità, e sono state create nuove possibilità di riqualificazione professionale per le giovani madri. Dall'inizio di quest'anno è attivo il programma “Sostegno alla maternità“, che aiuta nella ricerca di una baby-sitter nel caso in cui, a nove mesi dal parto, una donna decida di tornare al lavoro. La baby-sitter deve essere una donna disoccupata, e riceve la paga minima da parte dello stato, finchè il bambino non raggiunge i due anni. I contributi familiari, erogati fino a quando figli non finiscono le scuole superiori, arrivano a 18 leva (9 euro) mensili, a patto che le entrate della famiglia siano inferiori ai 220 leva (110 euro). Dal 2005 sono stati introdotti alcuni elementi di esenzione delle tasse familiare. Dalla base imponibile viene sottratta una determinata somma a seconda dei bambini presenti nel nucleo familiare: un figlio, 420 leva, due, 840, tre 1260. Tutte queste misure, però, esistono da troppo poco tempo per dare un risultato visibile agli occhi di sociologi e demografi. Così che è ancora presto, per parlare di fine della crisi demografica.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/7991/1/43/

Stati Uniti: crescono le opposizioni al grande progetto FTAA-ALCA di Washington

L’idea di creare un’Area di Libero Scambio delle Americhe (FTAA – ALCA) continua ad essere nell'agenda dell'amministrazione Bush

Le ostilità al progetto si stanno rafforzando e alle resistenze dei Paesi del Mercosur e dei Democratici americani, gli USA rispondono con “la politica dei piccoli passi” e degli accordi bilaterali.

L’idea del Free Trade Area of Americas (FTAA) nasce durante il Summit of Americas tenutosi a Miami nel dicembre 1994, con l’obiettivo principale di facilitare il commercio e gli investimenti diretti esteri tra Stati Uniti e Paesi latinoamericani con l’esclusione di Cuba (Stati Uniti: FTAA, la creazione di un’area pan-americana di libero commercio). Il 2005, anno previsto per l’entrata in vigore dell’accordo, ha rappresentato una profonda delusione per le aspettative del Presidente Bush. Durante il IV Vertice delle Americhe tenutosi a dicembre dello stesso anno a Mar del Plata (Argentina), non solo gli ostacoli alla realizzazione del progetto sono diventati insormontabili tanto da impedirne un decollo, ma gli USA sono stati accusati di aver “perso” l’America Latina, sull'evidenza di un allontanamento graduale della regione dall’influenza statunitense (Cfr. Americhe: IV Cumbre, fine o inizio?).L’idea di rafforzare la cooperazione multilaterale come strumento per raggiungere una stabilità politica ed economica, rende indispensabile una partecipazione dei Paesi latinoamericani alla comunità politico-finanziaria internazionale pur nell'interesse di conservare la propria sovranità de indipendenza sulle scelte di politica estera, anche in campo economico.

In questo contesto, le trattative per l’attuazione del FTAA sono state congelate anche a causa dell’ostilità rappresentata dai Paesi latinoamericani leader che puntano ad un modello di sviluppo più integrale basato su un rafforzamento del MERCOSUR non solamente in materia di cooperazione commerciale (obiettivo con cui l’accordo era stato realizzato negli anni ’90), ma di sviluppo produttivo, sociale ed energetico congiunto.Nonostante gli sforzicompiuti dall'amministrazione del presidente Bush – che ha attribuitogrande importanza alla realizzazione del FTAA- alcuni paesi dell'America latina (Venezuela, Bolivia e Cuba in testa) hanno prodotto una strenua opposizione al progetto statunitense, mente altri (Brasile e Argentina in particolar modo) ne hanno criticato la formula, accusandola di voler creare delle condizioni asimmetriche tra USA ed il resto del continente e mettendo in evidenza la contrapposizione insita nel FTAA con la ricerca della regione latina di una maggiore autonomia. Secondo i critici dell'approccio statunitense, i cambiamenti sostanziali, soprattutto a livello politico, chesi sono avuti negli ultimi anninell'area latino americana e che continuano a prodursi nella regione necessitano una nuova strategia e nuovi progetti d'integrazione, che facciano fronte alle continue pressioni provenienti dal Sud. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29796

 


L'influenza del FMI continua a diminuire
Intervista a Mark Weisbrot

Fernando Krakowiak


 

 


Il rifiuto dell'Argentina di aderire alle condizioni imposte dall'Fmi in occasione della crisi del 2001 fu il primo impulso alla decadenza di quella istituzione, paragonabile ad una dittatura. Ma l'Fmi continua ad avere molta influenza.



Mark Weisbrot è economista e codirettore del Center for Economic and Policy Research, con sede a Washington. Nel momento peggiore della crisi argentina fu uno dei pochi economisti che sconsigliò il paese di firmare l'accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che egli assimila alla dittatura di Suharto in Indonesia. Dal suo punto di vista, questa decisione dell'Argentina è stata determinante nella perdita di influenza dell'organizzazione a livello internazionale, poiché ha dimostrato agli altri paesi che è possibile crescere ed avere accesso al mercato dei capitali senza l'Fmi. Lo scorso aprile ha moderato una conferenza a Washington con la Ministra dell'Economia Felisa Miceli, in cui ha elogiato nuovamente la ripresa economica argentina. In un'intervista con Cash, il supplemento economico del quotidiano argentino Pagina 12, ha affermato che gli Stati Uniti non potranno mai più creare un altra istituzione simile e ha elogiato il processo di integrazione che stanno realizzando i paesi dell'America Latina e la decisione di Chávez di usare i petrodollari per trasformarsi nel finanziatore della regione, sottolineando tuttavia che il Venezuela non è il leader del nuovo processo: "Tutti stanno dando il proprio contributo per cambiare le relazioni tra la regione e gli Stati Uniti".

In un articolo pubblicato all'inizio di aprile1 lei dice che l'Fmi sta andando verso il pensionamento anticipato, poiché la soluzione del debito di Brasile e Argentina ha ridotto il suo ascendente

» vero, l'ascendente dell'Fmi nello scenario internazionale sta diminuendo e l'Argentina ha contribuito in modo significativo a questa circostanza. Negli ultimi dieci anni tre fatti hanno spinto in questa direzione, soprattutto nei paesi a reddito medio. Il primo è stato l'iniziativa dei paesi asiatici all'inizio degli anni '90 di accumulare riserve per non dovergli chiedere altro denaro in prestito. Poi la decisione argentina di tenergli testa, di uscire dalla crisi senza il suo aiuto e ripagare il debito e infine la decisione del Venezuela di offrire alla regione un'altra fonte di finanziamento.

Ha detto anche che se i paesi a basso reddito decidessero di fare a meno dell'Fmi, questo metterebbe in discussione definitivamente la sua esistenza. Questo le sembra verosimile?

» possibile. La Bolivia, per esempio, è un paese a basso reddito che a marzo dell'anno scorso ha deciso, dopo venti anni di sottomissione alle regole del Fondo, di non rinnovare il suo accordo. Anche questo è un cambiamento storico. Oltretutto, questo tipo di decisione non è stata sanzionata in alcun modo. Non le sono stati tagliati gli aiuti che ricevono dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. La stessa cosa succede nel caso dell'Argentina che ha appena ricevuto un prestito di 1,2 miliardi di dollari da parte della Banca Interamericana di Sviluppo (BID). Che paesi che non avessero rinnovato i propri accordi con l'Fmi potessero continuare a ricevere prestiti, in passato sarebbe stato inconcepibile. Ciò che ha fatto l'Argentina, quindi, è molto importante: non si è lasciata intimidire e ha dimostrato che si può tenere testa all'Fmi senza tagliarsi fuori da tutte le fonti di finanziamento.

Eppure, i paesi del Club di Parigi esigono che l'Argentina firmi un nuovo accordo con l'Fmi prima di rinegoziare il proprio debito

In passato non era possibile procedere a una rinegoziazione con il Club di Parigi senza aver firmato prima per lo meno un stand-by arrangement con l'Fmi. Per la Nigeria l'Fmi ha creato un nuovo tipo di procedura che ha permesso a questo paese di aggirare questo obbligo. L'Argentina è vicina a ottenere una soluzione simile, perché si rifiuta di firmare un accordo e l'Fmi è preoccupato che ciò rappresenti un precedente per altri paesi.

L'Fmi è uno strumento che i paesi ricchi hanno usato negli ultimi decenni per imporre una disciplina finanziaria ai paesi periferici. Se questo gioco di forze non cambia, si può immaginare che un'isittuzione simile la sostituisca?

No, non potrebbero creare di nuovo un'istituzione come l'Fmi, poiché è stato creato nel 1944 e riflette i rapporti di forza dell'epoca, in un momento in cui gli Stati Uniti erano l'unica vera superpotenza nel mondo. Oggi persino l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) funziona sulla base del consenso e le decisioni devono essere approvate da tutti i paesi membri.

L'Argentina e altri paesi spingono per una riforma dell'organizzazione. Lei ritiene che ciò sia possibile, o sarebbe meglio che l'Fmi scomparisse?

Le riforme sono sempre una cosa positiva, sebbene io consideri l'Fmi una dittatura. In Indonesia, durante la dittatura di Suharto (1966-1998), la gente si batteva per riformare il regime dal'interno nell'ambito dei diritti umani e dell'economia, in realtà desiderando che quella dittatura scomparisse. E l'Fmi è una dittatura.

Pensa che l'Fmi scomparirà nei prossimi anni?

Io non credo che scomparirà a breve termine, ma la sua ragion d'essere diminuirà costantemente, come già sta accadendo in molti paesi dal reddito medio. Il problema grave è che vi sarà quasi certamente un'altra crisi grave in qualche zona del mondo, non sappiamo quando e dove, ma ci sono state almeno un centinaio di crisi finanziarie negli ultimi trenta anni. Quando si verificherà questa crisi l'Fmi agirà molto in fretta, come ha fatto ai tempi della crisi finanziaria asiatica (1997-1998), per cercare di imporsi e prendere le decisioni insieme al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Ma non avrà gioco facile.

Nel 2002 lei è stato uno dei pochi economisti ad affermare che l'Argentina poteva uscire dalla crisi senza l'aiuto dell'Fmi. Ora che si è visto come si sono svolte le cose in Argentina, la sua teoria ha fatto adepti?

Il Financial Times, per esempio, oggi riconosce che la ripresa economica è solida e che molti esperti si erano sbagliati. Anche i media hanno cambiato il loro modo di parlare di questi argomenti, grazie ai lavori realizzati, tra gli altri, sull'Fmi e sulle sue responsabilità nella crisi.

Recentemente lei ha condiviso il palcoscenico con la Ministra dell'Economia argentina, Felisa Miceli, in una conferenza sull'Argentina intitolata "Storia di un successo Latinoamericano". In base a cosa considera l'Argentina un caso di successo?

Quel paese registra da quattro anni un tasso di crescita spettacolare, soprattutto rispetto ad altri paesi dell'America Latina. Inoltre, più di 9 milioni di persone sono uscite da una condizione di povertà e il tasso di disoccupazione è sceso moltissimo.

Gli economisti ortodossi argentini affermano che le politiche governative di questi ultimi anni hanno isolato il paese e allontanato gli investimenti. Come la vede lei dall'estero?

Prima di tutto è importante chiarire che le politiche governative argentine non sono state troppo radicali. Sono politiche economiche che erano considerate normali qualche anno fa. Il neoliberismo è stato un'esperienza radicale. Rispetto agli investimenti stranieri diretti, c'è da dire che non rappresentano l'aspetto più importante della crescita di un paese. Hanno svolto un ruolo molto importante in Cina negli ultimi vent'anni, ma non in altri casi come la Corea del Sud e il Giappone. Se non ci sono molti investimenti stranieri il governo può perseguire altre strategie.

Negli Stati Uniti si ha timore di investire in Argentina?

Ciò che interessa agli investitori è la crescita dell'economia e che esistano opportunità di fare affari.

L'Argentina, il Venezuela, il Brasile, l'Ecuador e la Bolivia stanno creando una Banca del Sud per finanziare lo sviluppo. Qualcuno afferma che non è necessario, perché questo è il ruolo della Banca Mondiale

La Banca del Sud sarà molto utile, perché uno dei suoi obiettivi è quello di garantire la stabilità nella regione, grazie al fatto che disporrà di riserve per aiutare i paesi in caso di crisi. La Banca Mondiale questo non lo prevede.

La Banca del Sud avrà anche la funzione di finanziare lo sviluppo, cosa che la Banca Mondiale già fa

Si, ma la Banca Mondiale impone condizioni macroeconomiche che i paesi devono rispettare e inoltre non è disposta a finanziare progetti di integrazione regionale, cosa che invece farà la Banca del Sud. La nascita di questa organizzazione è molto positiva, perché la Banca Mondiale e l'Fmi fanno parte di un cartello controllato dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e non prendono realmente in considerazione gli interessi degli altri paesi nelle loro decisioni.

In questi ultimi anni il Venezuela è entrato nel Mercosur, ha aiutato finanziariamente alcuni paesi della regione e promosso la costruzione del gasdotto del Sud. Qual è la sua opinione sul ruolo svolto dal governo di Hugo Chávez?

Penso che sia importante e positivo. Per esempio, la sua decisione di offrire crediti ad altri paesi della regione è stata determinante per far andare in pezzi il cartello del credito della BM e dell'Fmi. Ha aiutato a cambiare la storia della regione e del mondo.

Pensa che Washington permetterà al Venezuela di affermarsi come il leaderdel sud del continente?

Il Venezuela non è il leader. I cambiamenti fanno parte di un processo che coinvolge molti paesi. Tutti questi paesi contribuiscono a modificare le relazioni tra la regione e gli Stati Uniti, così come le relazioni tra loro e, all'interno, tra ricchi e poveri.

Ma l'apparizione del Venezuela sulla scena crea molte convulsioni per la contrapposizione con il presiente degli Stati Uniti, George W. Bush

C'è un contrasto tra Bush e Chávez perché Bush ha finanziato e sostenuto nel 2002 un colpo di stato e in seguito altri tentativi per destituirlo. Ancora oggi gli Stati Uniti finanziano missioni segrete in Venezuela, secondo documenti degli Stati Uniti stessi. Ma ora la cosa più importante è il progetto di integrazione economica a cui aderiscono la maggior parte dei paesi della regione.

Washington assisterà passivamente a questo processo o lo boicotterà?

Fanno ciò che possono ma hanno problemi più gravi in Medio Oriente, come la guerra in Irak. Vedremo ciò che saranno capaci di fare.

Quale sarà la posizione del Brasile? Lula appoggia il processo d'integrazione malgrado la rivalià con Chávez...

Sono i media internazionali che esagerano la rivalità. Finora i paesi coinvolti hanno mostrato relazioni molto buone. Lula ha sostenuto Chávez nella sua campagna elettorale. Sono in disaccordo su questioni come l'etanolo, ma non credo che interromperanno le loro relazioni, né che avranno problemi seri a causa di questo.

 


1 The IMF at 63-An Early Retirement? (Pensionamento anticipato dell'Fmi?), disponibile on line sul sito del Center for Economic and Policy Research: www.cepr.net (<<)


 Z-Net.it


USA-UE : critiche a trattato su trasmissione dati passeggeri
di Gabriella Mira Marq

E' stato firmato giovedi' il trattato UE-USA sulla trasmissione dei dati dei passeggeri aerei al dipartimento della sicurezza interna di Washington, ma all'entusiasmo di Washington da da contraltare la preoccupazione di Strasburgo.

Alla cerimonia per la firma, negli USA, il segretario statunitense alla sicurezza interna, Michael Chertoff, ha firmato a nome degli Stati Uniti ed il ministro portoghese degli affari esteri Luis Amado ha rappresentato l'UE. Chertoff ha definito i dati "uno strumento essenziale di selezione per la rilevazione dei viaggiatori transatlantici potenzialmente pericolosi".

Ma la stessa storia del trattato mostra i punti deboli di una iniziativa che sicuramente indebolisce la privacy ei cittadini europei e che in alcuni casi lede potenzialmente altri diritti. Una vicenda travagliata e sulla cui conclusione molti difensori dei diritti civili sono ancora critici. Il nuovo accordo sostituisce un accordo provvisorio che scadeva appunto alla fine di luglio e che a sua volta prolungava un precedente accordo spirato nell'ottobre 2006.

In base al nuovo trattato, 19 voci dei dati raccolti su ciascun passeggero saranno trasmesse negli Stati Uniti a pochi minuti dal decollo. Fra questi l'indirizzo, i numeri di telefono, i numeri delle carte di credito, i numeri del passaporto, le informazioni sui viaggiatori che volano piu' di frequente e i voli di provenienza. La trattativa riguardava invece 34 punti.

Una critica riguarda il fatto che dati sensibili come la razza o la religione dovrebbero essere esclusi, ma in alcuni casi e' invece previsto possano essere utilizzati. Un altro problema sollevato e' la durata di conservazione dei dati personali cosi' raccolti, che sara' di 7 anni piu' un periodo supplementare di 8 anni 'in sonno': una enormita', tenuto anche conto che con gli USA non valgono le regole sulla cancellazione o modifica dei dati valevoli ad esempio nel nostro Paese in base alla legge italiana. E comunque il trattato prevede una serie di eccezioni che di fatto vanificano le pur modeste limitazioni ai dati trasmessi.

Il parlamento europeo (elettivo) non ha quasi mai concordato sul punto con gli organi politici ed esecutivi dell'Unione, piu' propensi ad andare incontro alle richieste degli Stati Uniti. Il primo accordo e' stato anche portato davanti alla Corte UE, che pero' si e' soffermata su dettagli tecnici e non sul punto che piu' stava a cuore agli europarlamentari. In un rapporto successivo al completamento delle trattative, il Parlamento Europeo ha espresso ancora critiche riguardo alle garanzie di segretezza del trattato.

Peraltro a giugno 2006, fonti di informazione europee ed americane hanno rivelato l'esistenza di un programma per seguire i movimenti finanziari dei terroristi ideato dall'amministrazione statunitense quale mezzo nella lotta al terrorismo ma che aveva permesso l'accesso a una parte dei dati finanziari in possesso della SWIFT, societa' internazionale per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie che riguardano potenzialmente centinaia di migliaia di cittadini dell'Unione europea.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 29 2007

I principi di Berlusconi

Berlusconi si oppone all'uso delle intercettazioni.
Si indaga sui Ds e sugli scalatori (sebbene D'Alema, Fassino e Latorre non siano indagati), lui che c'entra, direbbe un ingenuo?

Sarebbe un pericoloso precedente: d'ora in avanti altre intercettazioni che riguardano politici e persone indagate, potrebbe venire usate nei processi.
Potrebbero arrivare al processo anche le sue di intercettazioni con Cuffaro.
Ma anche dei boss mafiosi con altri politici dell'UDC.
"Noi - ha spiegato l'altra notte l'ex presidente del Consiglio al termine di una cena con i deputati azzurri - abbiamo dei principi che restano fermi, che sono sempre quelli, indipendentemente dalle persone che sono coinvolte".


Infatti i principi vanno bene finchè si tratta di sputtanare un avversario a mezzo stampa.
Con le sue televisioni e i suoi giornali. Ossia sui tribunali della casa delle libertà.http://unoenessuno.blogspot.com/


I docenti sabotatori

Come si crea l'immenso panico sociale del "terrorismo islamico", quando non c'è mai stato un solo atto di "terrorismo islamico" nel nostro paese?

Ecco un piccolo esempio, in tre mosse.

Uno.

Magdi Allam, nel suo libro Viva Israele, scrive che le  università italiane "pullulano" di "docenti collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità.[1]

In pratica, migliaia e migliaia di studiosi pullulanti tramerebbero nelle università per lo sterminio della specie umana e la sua sostituzione, presumiamo, con i bonobo.

Due

Duecentotrenta docenti e loro amici rispondono con un pacatissimo manifesto su Reset, una rivista che non legge nessuno, dicendo che le dichiarazioni di Magdi Allam sono "eccessive."

Tre

Il Corriere della Sera risponde, per tastiera di Pierluigi Battista. In un milione di copie, Battista, senza spiegare né il fatto Uno, né il contenuto del testo Due, dice che un documento cerca di indurre Magdi Allam ad "abiurare", "l'editore a ritirare il volume... i librai a disfarsene... dichiarare fuori legge un saggio... fare terra bruciata attorno a [Magdi Allam]".

Seguite bene le tappe.

Prima di tutto c'è il Grande Zero, cioè il "terrorismo islamico in Italia".

Di questo fenomeno, che semplicemente non esiste, ci sarebbero migliaia di complici nelle università.

Le persone accusate di essere complici del Grande Zero, osano difendersi.

Il fatto stesso che osano difendersi, dimostra che sono complici del "terrorismo islamico" e anzi, costituisce la prova della sua pericolosità.

Ora, è nella natura dei media che tutto ciò verrà dimenticato presto, nei dettagli.

Rimarrà però l'alone: "ho letto sul Corriere della Sera, mica su un volantino dei leghisti, qualcosa, non mi ricordo esattamente cosa, una roba tipo che gli islamici fanno le bombe dentro l'università. E quindi, figlia mia, studia economia e commercio e lascia stare quell'idea di imparare l'arabo".

Nota:

[1] Questa accusa lanciata da Magdi Allam a migliaia di studiosi - in tempi di panico planetario sul "terrorismo" - fa venire in mente Belomor, l'opera collettiva scritta dagli autori sovietici che avevano appena fatto visita ai cantieri del canale che Stalin stava facendo costruire, per collegare il Baltico al Mar Bianco.

Nel romanzo, spicca la pericolosa categoria degli "ingegneri sabotatori", diffusi in tutta l'Unione Sovietica, che commetteva deliberati errori di calcolo, nascondeva falle nel progetto e cercava di far fallire il gigantesco progetto della civiltà socialista.

A smascherarli è l'agente del Gpu, "guardia del corpo del proletariato", che distribuisce panini premio agli sterratori che lavorano meglio.[1]

Si veda Frank Westerman, Ingegneri di anime , Feltrinelli, Milano, 2006.http://kelebek.splinder.com/


Mariotto e la destra che non c'è

 

La consegna delle firme per il referendum e l'immagine di Segni e Bordon con gli scatoloni in mano mi ha fatto tornare con la memoria ai primi anni novanta, alla battaglia per l'abolizione delle preferenze e a quella per l'uninominale.
Cercavamo di uscire da quel modo ingessato di fare politica fatto di pentapartiti, accordo del Camper, CAF e di sottobosco truffaldino. Erano gli anni in cui si credeva che ci potesse essere un'altra sinistra, fuori dagli schemi della guerra fredda, e un'altra destra. Anzi, a dirla tutta, una destra.
Perchè poi in fondo l'Italia una destra "europea" come i conservatori inglesi, i neogollisti francesi o la CDU tedesca, non ce l'ha mai avuta. Intendo dire una destra che non strilla e urla, ma che fa politica. Una destra conservatrice ma non razzista, liberale ma non ladrona. Insomma, una destra.
Segni si presentò alle elezioni del 1994 ovviamente non alleato con quella che veniva venduta come rassemblement, polo del buon governo, forza italia e tante altre amenità da ufficio marketing. Lui non c'entrava niente con l'accozzaglia peronista che poi vinse le elezioni. Perchè Segni era e resta di destra.
E il motivo fondamentale perchè il problema del paese è e rimane il berlusca sta proprio in Mariotto Segni. Mettiamola così: Segni non ha avuto problemi ad allearsi con la sinistra sulle questioni istituzionali, perchè si condivideva un progetto e un'idea dello stare insieme come italiani. Allo stesso modo in quel momento la sinistra non ebbe problemi ad allearsi con Segni.
E, spostando il problema a livello di voto, io non avrei avuto nessun problema, nel corso degli anni, a votare Segni. Così come sono sicuro che molti elettori di destra non hanno avuto problemi a votare per Prodi. Ecco, in questa contiguità elettorale e di ideali c'è la differenza tra la destra che non c'è e che ci sarebbe potuta essere, e questa contrapposizione da ufficio marketing che ha bloccato la politica italiana.
E una destra manca in Italia. Non una sinistra.http://carlettodarwin.blogspot.com/

Le prime tappe d'un corso riformatore che fa bene al paese (e anche al governo)

Se non si avvera l'annuncio di Berlusconi sulla caduta del governo, lui che fa? Si dimette?


www.Pontediferro.org

 

Ricordiamo in breve i fatti: approvata definitivamente la riforma dell'ordinamento giudiziario e rientrato lo sciopero dei magistrati; chiuso finalmente il contratto degli statali con miglioramenti salariali e maggiore efficienza dei servizi alla popolazione; elaborato un disegno di legge per ridurre il costo della politica; c'è l'accordo governo-sindacati sul sistema previdenziale; l'Istat comunica che la produzione industriale (fatturato) è aumentata del 7,6%, una cosa definita "cinese".
Tra queste tappe la più rilevante è quella delle pensioni: superato lo "scalone" di Maroni col suo furto in un sol colpo di tre anni; diluito nel tempo l'innalzamento dell'età d'anzianità per poi passare al sistema delle "quote" (età anagrafica più anni di contributi) cominciando da quota 95. Con questo meccanismo – che non costerà nulla in termini di tasse per gli italiani e che va ad unirsi alle misure del "tesoretto" – si opera, per la prima volta, la certezza di decenti pensioni per coloro che sono giovani oggi (è stato valutato che col meccanismo Maroni i giovani avrebbero ricevuto a fine lavoro un trattamento non superiore al 30% del salario, mentre con l'attuale riforma supereranno sicuramente il 60%). E c'è la salvaguardia di un trattamento preferenziale (minore età pensionabile) per il milione e mezzo di lavoratori impegnati in attività usuranti. Dunque, avremo tre effetti: età ragionevole di pensionamento, non aggravamento dei costi, giustizia per i giovani. Si può dire: parte un'altra storia dello Stato sociale italiano senza gravare sul debito pubblico. La riforma è poi integrata dalla misura di giustizia sociale dell'amento delle pensioni inferiori su cui il governo ha già ottenuto la fiducia della Camera.
Il mondo del lavoro, le nuove generazioni e l'universo dei contribuenti onesti avrebbe, dunque, ogni ragione di tirare un sospiro di sollievo. Ma ecco che, invece, la scombiccherata scena politica italiana va in tutt'altra direzione. Cominciamo dalla destra. Ecco la solita giaculatoria sul "cedimento alla sinistra estrema". A parte il fatto che proprio da tale sinistra sono venute riserve e anche minacce sull'accordo per cui si dovrebbe quanto meno parlare di "non vittoria" delle estreme, ci chiediamo che senso ha, per la destra, gridare che l'aumento delle pensioni basse è una concessione a Giordano e Diliberto col rischio di aumentare i voti proprio a loro. Ancora. C'è stata una strana sortita di Fini il quale ha letteralmente affermato: "Non si tratta di una riforma negativa nel merito". Che ha voluto dire? Ha voluto sbugiardare il leghista Maroni e il berlusconiano Tremonti? Se è così, ben venga un riconoscimento di verità e l'ammissione che non si vuol perdere i voti di quella parte di pensionati che stanno con AN. Ma ci deve essere dell'altro poiché l'apprezzamento dell'accordo governo-sindacati viene il giorno dopo la nervosa battuta contro Lega e Fi sulla questione del referendum. Insomma può trattarsi di una ripresa molto dura della guerra intestina nel centro-destra, forse un distaccarsi da Berlusconi e un avvicinarsi al ribelle Casini. Vuoi vedere che invece di sfasciare il centrosinistra (come dicono i soliti Bondi e Cicchitto) la riforma delle pensioni va ad aggiungere motivi per sfasciare il centro-destra? Si potrebbe ironizzare così: siccome Berlusconi prevede (ha indicato perfino la data) che il governo cadrà, che cosa farà se la sua previsione risulterà fasulla, si dimetterà lui?
E veniamo alle riserve della sinistra radicale. Rc e PdCI hanno sempre detto: via lo scalone e fermi lì. Discutibile ma legittima posizione di partenza, ma dopo la partenza c'è l'itinerario, cioè il fare i conti con ostacoli e compagni di viaggio (tipo: compatibilità finanziarie, posizioni dell'altra componente della maggioranza, e così via). Ora a noi sembra singolare, per non dire ridicolo, che i due gruppi estremi possano in un colpo solo far cadere il loro stesso governo, archiviare l'aiuto ai giovani e ai pensionati poveri e, per consolazione, tenere in vita proprio l'odiato scalone berlusconiano. E in prospettiva dare una mano per la rivincita della destra. Insomma ripetere la cavolata del 1998 quando Rc fece cadere Prodi sulle cosiddette "35 ore". Giordano parla di referendum tra i lavoratori. La consultazione di massa è già stata annunciata dai sindacati. Allora, per "referendum" che s'intende? Forse iniziativa di abrogazione legislativa? Insomma staccare i lavoratori dai loro sindacati che hanno trattato e firmato? Si può solo sperare in un sussulto di realismo e di serietà, e cioè: che la maggioranza resti compatta in Senato a tempo debito, che i sindacati dialoghino e convincano dieci milioni di lavoratori dipendenti della bontà e novità dell'accordo, e che la componente moderata del centrosinistra decida di non fare il gioco della destra che porterebbe non ad un centrosinistra "di nuovo conio" ma allo sfascio di tutto ciò che finora si è cercato di costruire. Ci piacerebbe, in merito una parola impegnativa di Walter Veltroni.http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=910


Se di luna di miele si tratta, possiamo dire che raramente avevamo visto una luna di miele lunga come quella di Gordon Brown. David Cameron è in difficoltà, e ogni giorno che passa sembra sorridere a quell’Anthony Giddens che qualche mese fa teorizzava (e lo prendevano per matto) how Labour can win again. Vuoi vedere che aveva ragione?

P.S.: Sto cercando di acquistare su eBay il libro di Alastair Campbell, The Blair Years. Ce n’è pure una copia autografata, ma credo di orientarmi su una più sobria copia intonsa. Ad acquisto e lettura ultimata, vi saprò dire.

La scommessa di Brown
di Anthony Giddens

È straordinario quanto repentinamente possano cambiare gli umori della politica. Ho terminato il mio libro “Over to you, Mr. Brown” circa tre mesi fa. In quel periodo molti miei colleghi in Parlamento erano manifestamente nervosi alla prospettiva che Gordon Brown diventasse primo Ministro. Il sottotitolo del mio libro – “Come il Labour può vincere ancora” – era ritenuto da chi aveva letto le prime bozze niente più che una pia speranza. I Conservatori parevano scomparire oltre l´orizzonte, in termini di posizione nei sondaggi.

Da quegli stessi sondaggi risultava che, come leader, Brown sarebbe stato un peso per il partito, più che un vantaggio. David Miliband era oggetto di forti pressioni per candidarsi contro di lui, perché in tanti credevano che egli avrebbe avuto le chance migliori tra i possibili contendenti perché Cameron non vedesse concretizzarsi il frutto dei propri sforzi.
All´improvviso, è cambiato assolutamente tutto. Nei sondaggi effettuati da quando Tony Blair si è dimesso, il Labour è tornato ancora una volta in testa. Alcune delle stesse personalità di spicco del partito laburista, che fino a poco tempo fa erano così depresse, hanno adesso ritrovato animo al punto tale che stanno pensando di far scattare le elezioni anticipate. Gordon Brown ha debuttato in modo a tal punto sbalorditivo che la rivista Spectator – che in precedenza aveva pubblicato tutta una serie di articoli nei quali dimostrava quanto sarebbe stato facilmente attaccabile – ha annunciato che «tutto ciò che sembrava certo adesso è incerto». Brown nel complesso è un avversario molto più formidabile di quanto i suoi redattori di punta avessero ritenuto.
Brown in effetti ha fatto tutte le cose giuste. Ha resistito alla tentazione di annunciare “cento giorni” di iniziative particolari per contrassegnare la prima fase del suo governo. Ha fatto anche molto bene ad andarsene in giro per il Paese per prendere atto con i suoi stessi occhi delle preoccupazioni e delle speranze della popolazione, al fine di darvi seguito in maniera adeguata.
Ha iniziato il suo mandato smentendo le aspettative, in ogni campo possibile. Sta confermando che non governerà nello stesso modo introverso con il quale ha retto il Tesoro, e sta chiamando a far parte del suo governo personalità aventi opinioni quanto mai disparate. Il Gabinetto e il Parlamento nel suo governo avranno un ruolo più importante, e non saranno più messi per così dire in disparte come nel governo Blair. Lungi dall´essere distaccato e inavvicinabile, consulterà in modo continuativo l´opinione pubblica, a cominciare dalla convenzione costituzionale. Non ritornerà all´Old Labour. Invece di sconfessare alcune importanti politiche di tutto rispetto varate da Blair, quali l´istituzione di accademie scolastiche e la creazione di ospedali, cercherà di radicalizzarle ancor più.
In passato era risaputo che Brown era considerato un accentratore. Personalmente, mi aspetto che egli stravolga anche questa convinzione. La decentralizzazione è una parte cruciale della risposta alla globalizzazione, il primo impegno che Brown assegna al suo governo odierno. In un mondo più globalizzato, occorre far fronte a sempre più cambiamenti che hanno luogo a livello di regione, città o comunque a livello locale, e per questo occorre che se ne occupi una leadership efficiente e che vi sia un coinvolgimento democratico. Il Rapporto Lyons sulla riforma dei governi locali – un rapporto di vasta portata e grandi prospettive – era stato accantonato dal governo uscente, ma sarà preso in maggiore e più seria considerazione da quello nuovo.
A ogni buon conto, sarebbe un errore madornale per i sostenitori del Labour essere apertamente ottimisti, tanto quanto lo era stato il fatto di essere pessimisti qualche mese fa. Mi stupirebbe se l´attuale ritorno del Labour alla popolarità fosse ottenuto senza sforzi. In ogni democrazia è raro che gli elettori assicurino a un partito un quarto mandato al governo. Così è e così dovrebbe essere, visto che in democrazia deve vigere un alternarsi naturale della leadership. Un partito che cercasse di ottenere un quarto mandato dovrebbe superare l´inevitabile impressione generale che “è giunta l´ora di dare una chance anche agli altri”.
Le politiche che Brown ha annunciato finora le considererei alla stregua di una risposta alla “prima fase”, adatte a contrastare i motivi di delusione nei confronti del Labour, che nell´opinione della popolazione è associato ormai alle macchinazioni e alle dissimulazioni. Rompere e prendere le distanze dal modo “presidenziale” di Blair di fare le cose, agire dopo aver consultato gli altri, attribuire un ruolo più centrale al Parlamento sono tutti sistemi utili, unitamente allo stile per nulla appariscente di Brown, per cercare di ripristinare la fiducia dell´opinione pubblica. La riforma costituzionale, se ben gestita e ben ponderata, sarà di grande aiuto. La riforma della Camera dei Lord pur non essendo motivo di primaria preoccupazione per l´elettorato, sicuramente dovrebbe essere inserita nel prossimo Manifesto, nella forma più dettagliata ed eloquente possibile.
In questo processo dovranno altresì rientrare alcuni cambiamenti in politica estera, considerato che agli occhi di molti l´invasione dell´Iraq è stata di gran lunga la questione più importante sulla quale il Labour non ha assolutamente detto tutta la verità. Brown ha il compito di far capire che disincaglierà le truppe facendole andar via dall´Iraq e dovrà al contempo dimostrare di avere un buon livello di indipendenza e autonomia dall´Amministrazione Bush. Oltre l´80 per cento della popolazione, infatti, reputa che Blair fosse troppo vicino al presidente americano (e io sono uno di loro).

A contare davvero, a ogni buon conto, sarà la seconda fase, quella che avrà inizio alla fine dell´estate. Gli elettori concederanno un anno di tempo a Brown per dimostrare quanto bene è in grado di governare con il suo governo. Nel corso di questo arco di tempo, sarà necessario esporre in maniera forte e positiva le motivazioni atte a spiegare per quale motivo il Labour dovrebbe restare in carica. Che cosa dovrebbe fare Brown? Prima di tutto deve dimostrare che il suo governo ha stile e immaginazione, perché dimostrare che lui è solido e affidabile non sarà sufficiente. Secondo, dovrebbe abbandonare l´idea che il compito principale del Labour per avere successo nelle prossime elezioni consiste nell´ottenere l´appoggio dei “C2 - Mondeo man” (termine col quale si designa ormai la fascia di popolazione sui venti anni, sul punto di metter su casa con un partner, fare un mutuo e prendere un cane, che acquista preferibilmente Citroën C2 e Ford Mondeo Ndt). I tempi corrono. Compito dei Labour sarà quello di ottenere i voti della base, ma al tempo stesso risultare graditi alle elettrici, alle giovani di età inferiore ai 25 anni, molte delle quali sono particolarmente insoddisfatte, e ai nuovi gruppi in espansione, quali quelli che lavorano nel settore dell´high-tech. Terzo, Brown dovrebbe presentare un´agenda molto ricca sul piano politico, che si focalizzi non sulle questioni costituzionali, bensì sulle preoccupazioni concrete dell´elettorato, quali la sanità, l´equilibrio tra il lavoro e lo stile di vita, la casa, il controllo dell´immigrazione e l´ambiente. In questi ambiti, fare di più nello stesso modo seguito finora, non basterà: proprio qui c´è dunque molto spazio per una radicale innovazione. In effetti, senza questa l´ottima posizione nei sondaggi del partito Labour rimarrà ancora un ricordo lontano.

Traduzione di Anna Bissanti


terrorismo : L’altra metà delle notizie
pubblicato da Redazione

Nel mondo post-2001 accade un fatto strano: certe notizie fanno clamore, ma la loro smentita passa regolarmente nel più totale silenzio mediatico.

Se il Corriere aprisse un giorno a nove colonne, titolando: “Scalatore italiano conquista l’Everest in mutande”, e poi la cosa risultasse non vera, la sua smentita, e le conseguenze che essa comporta, avrebbero come minimo la stessa eco della notizia originale.

Invece ogni volta che qualcuno “collegato ad Al-Queda” viene arrestato, perchè magari progettava di buttare giù il Duomo di Milano con un tubetto di fondotinta mescolato alla Coca-Cola, il tam tam mediatico esplode assordante, ma se poi si scopre che in realtà era solo suo cugino ad aver incontrato in tram il cognato del portinaio del sosia di Al-Zawiri – e che lui di colpe non ne aveva proprio - la cosa non interessa più a nessuno.

Ieri ad esempio l’Australia ha dovuto liberare il dottore indiano accusato di complicità nei falliti attacchi terroristici di Londra e Glasgow, perchè non aveva uno straccio di prova per sostenere l’accusa. Ma il fatto dei dottori “musulmani” implicati nei falliti attentati di Londra se lo ricordano tutti, mentre questa notizia oggi riesce a trovarla soltanto chi la cerca col lanternino.

E così Al-Queda continua a vivere, nell’immaginario collettivo, nonostante in realtà sia una bufala dalla trasparenza ormai plateale.

I nostri giornalisti diventano in questo modo doppiamente complici di questo “terrorismo sintetico” che cerca in tutti i modi di tenere in scacco il mondo: prima nel passare notizie che non stanno nè in cielo nè in terra, senza porsi il minimo dubbio, e poi nel dimenticarsi di sottolineare la loro smentita – dicendo magari “Eh, cacchio, mi pareva strano!” - ogni volta che questa avvenga.

E allora facciamolo noi, il loro lavoro: vogliamo provare, collettivamente, a buttare giù una lista di “arresti clamorosi”, ...

... tutti “collegati ad Al-Queda” naturalmente, per vedere alla fine quanti ne sono stati confermati, e quanti invece si sono rivelati banali "errori giudiziari"?

Massimo Mazzucco

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1955

Le multinazionali hanno sempre ragione

 

La Drummond è una delle tante multinazionali con sede negli Stati Uniti che sfruttano il suolo ed il sottosuolo nelle nazioni dell’America Latina. Specializzata nell’estrazione del carbone, la Drummond da anni opera in Colombia, dove estrae il 50% del carbone di questo Paese. La sua sede è a Birmingham, in Alabama, e qui si è tenuto il processo penale voluto dal sindacato colombiano Sintraminergetica per chiarire le responsabilità della Drummond nella morte di tre suoi affiliati avvenuta nel 2001.
Secondo l’accusa, l’azienda avrebbe pagato i paramilitari colombiani per eliminare fisicamente Victor Hugo Orcasita, Valmore Locarno e Gustavo Soler che avevano chiesto a più riprese alla dirigenza il miglioramento delle condizioni lavorative per i minatori. Tre seccatori e ficcanaso giustiziati sommariamente dagli irregolari di destra in uno dei tanti favori che –come insegna il caso Chiquita- sono disponibili a fornire a chi paga soldoni per la protezione.
La giuria dell’Alabama ha detto no al reclamo, assolvendo la Drummond di ogni responsabilità. La notizia, di per sè scontata, conferma la necessità di portare i processi direttamente sui luoghi dove i fatti di cronaca succedono. Le tragedie causate dalle multinazionali –ricordiamo il Nemagón- non possono essere giudicate in sedi lontane migliaia di chilometri, dove i tribunali difendono gli interessi dell’azienda di casa.
Sicura di non dover rispondere alla giustizia, la Drummond non sembra aver mutato nel tempo i propri metodi, come riporta una denuncia di Amnesty International dell’anno scorso:
http://web.amnesty.org/library/Index/ESLAMR230302006?open&of=ESL-394
Un omicidio, intimidazioni e pestaggi sono documentati nel documento.
La vicenda del processo di Birmingham è invece riportata dal Seattle Times: http://seattletimes.nwsource.com/html/nationworld/2003778215_webcoal06.html
http://luiro.blogspot.com/

“Io, esule dall’Iraq di Saddam”

Younis Tawfik con Bibi David


“Solo adesso, a distanza di anni, è possibile capire interamente, almeno per me che vivo fuori dell’Iraq, cosa fu la dittatura di Saddam Hussein, quale incredibile, disumana atrocità fu quel periodo della storia del mio paese”. Così lo scrittore Younis Tawfik, nato a Mosul nel 1958 e esule in Italia dal 1979, rievoca, con accenti drammatici, lo spietato regime del tiranno di Baghdad. Del resto, è proprio la tragedia patita dal popolo iracheno sotto Saddam e dell’esilio cui furono costretti gli oppositori a segnare, come un unico filo rosso, la narrativa di Tawfik, da La straniera fino al recentissimo Il profugo (Rizzoli). Leggendo quest’ultimo, romanzo in gran parte autobiografico, si assiste all’impossibile tentativo di ricomporre un universo familiare ed esistenziale che la dispersione causata dalla fuga in Europa ha inesorabilmente frantumato.

Cosa ricorda dell’Iraq di Saddam Hussein?

Ricordo un Paese in cui si viveva sostanzialmente in prigione, un luogo serrato dal quale uscire era impossibile, e anche quando si era usciti una vera libertà era impossibile.

Lei ne usci molto presto, già nel 1979.

Riuscii ad andarmene ottenendo un permesso per studiare a Torino, ma anche arrivato in Italia e iniziata la mia attività di scrittore non potevo parlare, non potevo dire nulla su come si viveva in Iraq.

Come venne accolto in Italia?

Per noi iracheni non esisteva la possibilità di usufruire dello status, comunque vantaggioso, di rifugiato politico, perché esso veniva accordato solo a coloro che arrivavano dalle ex colonie italiane, come la Libia e la Somalia, o dall’est europeo. Quindi le difficoltà erano molte, la condizione di profugo era difficilissima da superare. Riuscii ad andare avanti studiando, lavorando, cercando di affermarmi come scrittore. Ma non era semplice, perché allora, parlo dei primi anni ’80, ben pochi, in Occidente, avevano capito cosa fosse la dittatura di Saddam, nessuno si rendeva conto che era uno stato-prigione.

Voi esuli avreste potuto testimoniarlo.

Non potevamo. Sapevamo con certezza che, qualora avessimo parlato, qualora avessimo raccontato la realtà della vita in Iraq, le nostre famiglie restate lì avrebbero pagato duramente. E’ difficile rendersi conto di quali atrocità fosse capace il regime con tutti coloro che potevano essere sospettati di opposizione, e anche con i loro parenti. Non va dimenticato del resto che Saddam non ebbe scrupoli neppure con i propri familiari e amici: non appena c’era qualche sospetto, arrivavano la prigione, la tortura e la morte.

Poi, però, a un certo punto lei decise di parlare, di raccontare l’Iraq.

Quando ci fu la strage perpetrata a danno dei curdi, nel 1988, scattò qualcosa dentro di me. Capii che non potevo più tacere, anche se ciò sarebbe costato. Del resto, solo allora il mondo aveva cominciato ad accorgersi della disumana spietatezza di Saddam, e quanto raccontavo cominciava a poter essere capito e ascoltato. Quando, nel 1990, l’Iraq invase il Kuwait, la mia attività di testimone e di commentatore divenne pressoché quotidiana.

Continuava a temere?

Sapevo, lo sapevamo tutti, che il regime sarebbe prima o poi crollato, ma eravamo certi che avrebbe tentato ogni atrocità per sopravvivere. Ma a quel punto la sfida era iniziata, e oltretutto c’era la certezza del sostegno del mondo intero.

Come vede l’Iraq di oggi?

Le sembrerà forse paradossale, ma le dico che oggi l’Iraq sta molto peggio che al tempo di Saddam. La dittatura sanguinaria è stata abbattuta, ma al suo posto, sotto la parvenza di una sorta di vaga democrazia, a dominare sono due elementi congiunti e strettamente alleati: il terrorismo e il fondamentalismo. Sì, perché adesso in Iraq comandano le milizie sanguinarie più o meno legate ad Al Qaeda e i religiosi oltranzisti che ricevono ordini direttamente da Teheran. Lo dico senza riserve: gli iraniani sono ormai i padroni di gran parte dell’Iraq. Era prevedibile, certo. La guerra ha scatenato il caos, all’atrocità è seguita una nuova atrocità. Ma io avevo sperato che andasse diversamente, e quello che vedo nell’Iraq attuale è l’esatto contrario di ciò che noi esuli, profughi, avevamo per anni voluto e sognato.

 

 

 


 

caffeeuropa.it


Confessioni di un Sicario dell'Economia
John Perkins: cretino, imbroglione e falso

Greg Palast


 

 


Per rubare milioni, bisogna avere un team formidabile di ladroni armati. Ma per rubare miliardi, bisogna avere un dottorato, grafici colorati e proiezioni economiche fatte di polvere di fata ed occhi di salamandra.



Mi ricordo John Perkins. Era un vero cretino. Il perfetto cliente finto per i gangster corporate: ingannatore, ricoperto di oro, untuoso e bugiardo; un venditore di fumo con sorrisone da star del cinema, mocassini luccicanti, calcolatore truccato e una valigetta firmata piena di cazzate madornali.

Questo era vent'anni fa, nei primi anni 80. Io indossavo sandali, capelli spettinati lunghi fino al colletto della camicia a buon mercato, e portavo un classificatore ad anelli, rotto, pieno di calcoli onesti e analisi sincere. Sembrava il [duello] Perkins, il Sicario dell'Economia, contro Palast, il Capellone dell'Economia. Non avevo alcuna chance. Il Sicario dell'Economia stava per lasciarmi un buco più largo di una moneta da un dollaro con un proiettile politico.

I Sicari dell'Economia hanno dei "clienti". Quello di Perkins era un'azienda, la Public Services di New Hampshire, PSNH, gigante del settore energia. La PSNH stava cercando di vendere ai pescatori di aragoste e ai coltivatori di patate del New England l'idea che loro avessero un bisogno disperato di un impianto nucleare da svariati miliardi. Il fatto che questo bollitore gonfiato di acqua atomica, chiamato "Seabrook", avrebbe prodotto una quantità di elettricità sufficiente perché tutti gli abitanti dello Stato del Granito potessero fondere il ferro non aveva alcuna importanza. Che la bestia avrebbe aggiunto una tassa supplementare alle bollette di corrente elettrica pari all'ipoteca sulle case fu semplicemente fatto passare con un sorriso da Perkins e dal suo team di economisti imbroglioni.

Per rubare miliardi, bisogna avere il dottorato

Per rubare milioni, bisogna avere un team formidabile di ladroni armati. Ma per rubare miliardi, bisogna avere un dottorato, grafici colorati e proiezioni economiche fatte di polvere di fata ed occhi di salamandra. Perkins aveva tutto, incluso una cosa magica chiamata "foglio elettronico" (questo molto prima di Excel).

Io ero un rappresentante di alcuni gruppi di consumatori e cercavo di spiegare ai funzionari statali che i numeri forniti da Perkins erano tanto fasulli quanto dei bagel fatti di gomma da masticare e che le sue proiezioni finanziarie erano per qualche New Hampshire in un altro pianeta.

Ma il punto chiave era questo: Perkins dormiva in una suite all'Omni, mentre io soffrivo d'insonnia a causa dei camion rombanti davanti au un motel all'uscita 68. Lui guardava con sguardo penetrante, ghignava e salutava con falso entusiasmo, mentre io tenevo gli occhi aperti a stento.

Andò a finire così: gli amministratori locali si tuffarono, di testa, nelle fantasie di Perkins e comprarono dal suo cliente il progetto fasullo dell'impianto di energia, finanziato dal governo federale per dei favoritismi politici privi di valore per la comunità o per la nazione. Nel giro di qualche anno, tutte le aziende locali di energia avevano fatto bancarotta, il tesoro dello stato era stato drenato, le bollette di corrente elettrica erano passate dall'essere le più basse all'essere le più alte della nazione causando la chiusura delle fabbriche e lasciando, immagino, circa 11.000 persone senza lavoro.

I clienti di Perkins andarono via con carrelli pieni di miliardi.

E il dott. Perkins ne intascò parecchi per la sua anima mortale.

Ma come in tutte le storie con una morale, Perkins, il dott. Faust moderno, ritrovò la redenzione nella sua confessione.

E siamo fortunati che lo fece. Perché nelle sue confessionali: "Confessioni di un Sicario dell'Economia" e il suo ultimo [libro], appena uscito, "Secret History of the American Empire [La storia segreta dell'Impero americano]", troviamo ciò che fa funzionare questa gente. Con "questa gente" intendo gli avvoltoi che risucchiano i fondi per lo sviluppo, gli squali che utilizzano la Banca Mondiale come l'ente per obbligare, le corporate saccheggiatori, i pirati privati e i ghiottoni dei fondi hedge con i loro musi dentro la grondaia economica.

Bizzarro vuoto morale e spietatezza

Nel "Storia Segreta", Perkins fornisce i dettagli, da iniziato, del vuoto morale bizzarro e della spietatezza degli uomini che tendono le imboscate alle ricchezze del pianeta per [rubarle] alla gente a cui giustamente appartengono.

Nel New England, i dolori, imposti dai clienti dei sicari dell'economia, furono finanziari; ma, quel che Perkins vuole che non dimentichiamo mai è che in buona parte del mondo la parlatina furba dei sicari dell'economia è poi eseguita e resa effettiva da squadre di sicari armate di armi meno subdole.

Perkins scrive: "Tre uomini che portavano degli AK-47 stavano fuori sull'attenti. Ci salutarono al nostro passaggio. Uno di loro aprì la porta sul lato opposto a quello del conducente. Giacca di Pelle ed io ci entrammo. Lui parlò in un walkie talkie. Dalle finestre oscurate era impossibile sbirciare dentro".

Con parole pesanti a la Hemingway, Perkins ci porta [a fare un giro] nell'Indonesia, nella Bolivia, persino nel minuscolo Diego Garcia e in altri stati-vittima dove "consulenti", armati di dottorati, applicarono una patina accademica sul saccheggio militarizzato.

Nella storia degli uomini con le AK, Perkins è al lavoro in Guatemala per un'impresa, la SWEC, una gemella della Bechtel, che sta cercando di imporre ai nativi del Guatemala un altro esempio di orrore come il folle impianto di energia elettrica. (All'incirca in quello stesso momento, io convinsi lo Stato di New York a mettere sotto accusa la SWEC e i suoi partner per criminalità organizzata allo scopo di realizzaare una frode colossale nella costruzione degli impianti di energia. La SWEC e i suoi co-imputati pagarono quasi mezzo miliardo di dollari).

Si rifiutarono di rinegoziare le condizioni con i conquistadores corporate

Diversamente dagli zoticoni di New Hampshire che scivolarono lungo la linea voluta da Perkins, i guatemaltechi non erano degli avversari facili. Alcuni locali scettici, degli sciamani indigeni sospettosi e un paio di politici, inverosimilmente coraggiosi, si rifiutarono di rinegoziare le condizioni con i conquistadores corporate.

I resistenti, ci è dato capire, saranno trattati di conseguenza. Come spiega Perkins, se i suoi grafici a torta non riescono ad assicurare la vendita, gli uomini nella macchina oscurata sanno che un po' di esplosivo collegato all'accensione può essere molto persuasivo. Comunque, prima di arrivare in America Centrale per il suo compito corporate, Perkins era già amareggiato verso le SWEC.

Alla fine, si rifiutò di sostenere il loro progetto distruttivo.

Perkins aveva cambiato squadra, e in "Confessioni di un Sicario dell'Economia" si riprende la sua anima, solo un po' sporca, da Satana. In "Storia Segreta", le confessioni personali si trasformano in una geremiade illuminante che percorre tutto il mondo. Dall'America Latina all'Africa al Medio Oriente, Perkins salta dalla sua storia personale alla diffusa miseria causata dagli eserciti di ingordigia inviati dalle sale dei consigli di New York e di Londra.

Oggi Perkins è mio collega e membro della mia confraternita. Lui porta i capelli lunghi e io li porto ... beh', io ho smesso di portarli del tutto.

E nei suoi scritti oggi, il cuore di Perkins va ai bersagli nel Terzo Mondo di questo nuovo impero, governato da truppe d'attacco e da fogli elettronici.

La sua empatia si estende alle persone nel territorio occupato noto come l'Usa.

Perché, dice Perkins, quando gli sfortunati defraudati della Terra si alzano in ribellione, sono i figli dei pescatori di aragoste di New Hampshire, tremanti sotto gli Humvee a Fallujah, a sentire la frusta del backlash, la loro forte reazione, e mai i figli fortunati dei clienti dei sicari dell'economia, scorazzanti nelle loro Ferrari.


Z-Net.it


Turchia, il ritorno delle donne sulla scena politica

di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq, “Mai come oggi le donne turche sono attive in politica. Si organizzano in gruppi di pressione, avanzano le proprie istanze, sono protagoniste del dibattito politico. E mai come oggi la questione dei diritti delle donne è presente nel dibattito pubblico. Certamente non tanto in quello della politica quanto in quello mediatico, ma è già un fatto rilevante”. A parlare è Gerard Knaus, direttore dell’European Stability Iniziative e autore di un recente rapporto sullo status delle donne in Turchia.

In Turchia ci sono appena state le elezioni per il rinnovo della Grande assemblea. Quanti partiti hanno posto le questioni femminili al centro del proprio dibattito?
Si è trattato di una campagna anomala, condizionata dalla crisi politica che l’ha preceduta e incentrata sulla futura elezione del presidente della repubblica. Per questo sono pochi i soggetti che hanno parlato esplicitamente di diritti delle donne. Ma l’avanzamento delle istanze del movimento femminista è evidente negli ultimi anni, con le importanti campagne che sono state condotte – in particolare per la riforma del codice civile – e con i risultati che sono stati raggiunti.

Il Partito di giustizia e sviluppo (Akp), una formazione islamica moderata, ha aperto diverse opportunità per le donne e ha attuato quella che voi definite “la seconda più importante riforma della storia turca repubblicana”, dopo quella di Ataturk negli anni venti. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è solo apparente e va inquadrato nel contesto politico che ha caratterizzato gli ultimi cinque anni di governo. Semplicemente il partito di Erdogan si è posto come uno degli obiettivi cardine l’ingresso nell’unione europea e ha attuato una parte delle riforme che questa chiede. Nel pacchetto rientrano anche la riforma del sistema legale turco e il conseguente riconoscimento dei diritti delle donne.

Ciò nonostante sono in molti in  Turchia a sostenere che l’Akp e i valori dell’islam politico di cui sarebbe portatore rappresentano la più grande minaccia al laicismo della società turca, e in particolare ai diritti delle donne.
Questo non è corretto. Basta dare un’occhiata a quanto è stato realizzato negli ultimi anni, al sistema di riforme che non ha precedenti nel dopoguerra.

Per la prima volta nella sua storia – si legge nel vostro rapporto – la Turchia ha un sistema legale proprio di una società patriarcale. Ciò nonostante, resta ancora molto da fare.
Come segnaliamo nel nostro rapporto, la riforma del codice civile e penale non basta. Devono ancora essere posti gli accorgimenti per far si che le nuove leggi vengano rispettate, bisogna fare più attenzioni a questioni più nascoste, come le violenze domestiche.

Per altro verso la buona volontà del futuro governo potrà essere compresa subito da quante donne entreranno in Parlamento e quante faranno parte dell’esecutivo. Un primo segnale l’Akp lo ha già dato, aumentando la partecipazione femminile tra le sue fila rispetto al passato. Ciò nonostante, ci sono dei tempi da rispettare. Non va dimenticato che, in Gran Bretagna, la percentuale di donne in Parlamento ha superato la percentuale del 5 per cento solo nel 1987. in questo senso la Turchia è indietro rispetto all’Europa di solo venti anni.

Che ruolo può giocare ancora l’Unione europea?
Questo dipende da quale sarà l’atteggiamento del nuovo governo turco, come si porrà di fronte al proseguimento dei negoziati. Di sicuro le aspettative per un ingresso della Turchia nella Ue non sono forti come qualche anno fa. Da ciò dipenderà anche l’attuazione delle riforme

 


Turchia: Un contagioso desiderio di stabilità

di Antonio Ferrari
Corriere della Sera,

Il voto-confronto tra le due anime della Turchia
ha indicato, senza tentennamenti, vincitori e vinti. I primi sono gli islamici moderati, i laici sono gli sconfitti. C'è quasi un plebiscito per l'Akp, il partito della giustizia e dello sviluppo, che si rafforza notevolmente in tutto il Paese. Per il suo leader Recep Tayyip Erdogan, di gran lunga l'uomo politico più popolare, è un trionfo. Avrà la maggioranza assoluta e potrà governare senza bisogno di aiuti esterni. Ma anche un evidente trionfo può avere un amaro retrogusto.
 
Pur avendo raccolto una messe di consensi da far arrossire d'invidia molti leader europei, Erdogan non potrà contare, come sperava, su quei due terzi dei seggi necessari per eleggere il presidente della Repubblica e cambiare la Costituzione. Ci era andato vicino nelle elezioni del 2002, quando sbaragliò gli avversari con un modesto 34,3 per cento. Stavolta, pur osannato da quasi la metà dei sui compatrioti, è stato frustrato dall'aritmetica della legge elettorale. A fargli un fastidioso sgambetto non è tanto il previsto risultato del partito repubblicano del popolo (Chp), che si conferma seconda forza, ma sono gli ultranazionalisti (Mhp), che hanno quasi raddoppiato i voti e, con la loro affermazione, hanno portato a tre i partiti presenti in Parlamento, correggendo al ribasso le speranze dei vincitori.
 
Tra tutti i risultati possibili, dalle urne turche è uscito un contagioso desiderio di stabilità. Più che le emozioni e le passioni dei laici, ha prevalso la convinzione che soltanto la vittoria dell'Akp avrebbe potuto cementare la già invidiabile crescita del Paese, accompagnandola a un benessere sempre più diffuso e alla volontà di accelerare le riforme. Era parso evidente, nelle ultime ore, come il mondo del business, tradizionalmente vicino ai laici, avesse deciso di abbandonare le suggestioni del passato e di scegliere l'uomo, Erdogan appunto, diventato sinonimo di apprezzato decisionismo. Anche le minoranze religiose — cattolica, ortodossa, protestante, armena — avevano annunciato che per frenare l'aggressività degli ultranazionalisti era necessario scegliere il minor male, cioè l'Akp.
 
Ecco perché, a sorpresa, gli islamici moderati sono riusciti non soltanto a confermarsi nelle regioni che già controllavano, ma a sfondare anche in alcune roccaforti dei laici, umiliando le aspettative dei repubblicani di Deniz Baycall, impegnati a diffondere un incubo: che il rafforzamento di Erdogan avrebbe provocato la graduale e temuta islamizzazione del Paese. Una paura che invece ha fatto breccia nella parte più estrema dell'elettorato laico, come la crescita dei «lupi grigi in doppiopetto» dimostra. Gli altri partiti, che procedevano in ordine sparso a tutto vantaggio dell'Akp, sono andati a naufragare contro la diga del 10 per cento: salto obbligato per entrare in Parlamento.
 
La Turchia si scopre socialmente più solida e compatta, anche se ora il rischio è una radicalizzazione degli estremismi. Ma il quadro generale potrebbe non dispiacere alle forze armate, custodi della tradizione laica del Paese. Seppur informalmente, numerosi generali, pur essendo convinti che l'onda Erdogan non si potesse fermare, avevano lasciato intendere che l'importante era evitare che l'Akp ottenesse i due terzi dei seggi. Se vi fosse arrivato, sarebbe stato facile eleggere il capo dello Stato e avere la possibilità di nominare i vertici militari e giudiziari. Ipotesi ritenuta inaccettabile, anzi catastrofica.
 
Ma il trionfo di Erdogan, incoraggiato dai mercati internazionali, dalle centrali finanziarie, dagli Stati Uniti e dalla stessa Unione Europea, può avere molte positive ricadute. Liberato dalle convenienze della campagna elettorale, dove l'adesione all'Ue sembrava un argomento tabù, il premier può ora rilanciare l'urgenza di riprendere il cammino. E poi molti accostano all'immagine della nuova Turchia quella di un consolidato sistema islamico- moderno, e soprattutto democratico, da offrire come modello a tanti Paesi musulmani moderati in cerca di identità e di stabilità.

DARFUR: RAPPORTO DELLA COMMISSIONE DIRITTI UMANI ONU



Una serie di “preoccupazioni” e di osservazioni relative alla situazione dei diritti umani in Sudan - in Darfur ma non solo - sono contenute in un rapporto presentato oggi dalla Commissione diritti umani dell’Onu, l’organismo con sede a Ginevra composto da 18 esperti indipendenti incaricati di verificare l’applicazione della ‘Convenzione internazionale sui diritti civili e politici’ da parte degli stati che l’hanno sottoscritta. Il testo contiene le conclusioni della XIX sessione, terminata oggi, in cui i governi di Zambia, Sudan e Repubblica Ceca hanno inviato propri delegati per rispondere a una serie di domande degli esperti. Di seguito, la MISNA - anche per confronto con le versioni parziali del testo già diffuse dai grandi mezzi d’informazione - pubblica la traduzione integrale della parte del rapporto in inglese relativa al Sudan:


“A proposito del terzo rapporto periodico inviato dal Sudan, il Comitato esprime apprezzamento per la firma degli ‘Accordi di pace complessivi’ (2005), che hanno contribuito in modo significativo a porre fine alle molteplici e serie violazioni della Convenzione (Internazionale sui diritti politici e civili, ndr). Esprime anche apprezzamento per la Costituzione nazionale ad interim (2005), la costituzione del Sud Sudan (2005) e gli Accordi di pace per il Darfur (2006), oltre che per i continui sforzi per costruire una pace sostenibile in Darfur. Il Comitato inoltre prende atto della nuova legge per i partiti politici (2007).
Tra i principali motivi di preoccupazione, il Comitato si è rammaricato che i diritti protetti dalla Convenzione non siano stati pienamente adottati nelle leggi nazionali. (Il comitato) è preoccupato per la capacità del Sudan di perseguire e punire i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi in Darfur. Il Comitato ha osservato con preoccupazione che le autorità sudanesi non hanno condotto alcuna valutazione esaustiva e indipendente delle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel territorio del Sudan e in particolare in Darfur.

Ha osservato inoltre con preoccupazione la scala di valori applicata alle punizioni e nota che le punizioni corporali compresi bastonate e amputazioni sono considerate inumane e degradanti. Inoltre, il Comitato è preoccupato per il persistente modello di discriminazione contro le donne nella legislazione e la persistente violenza contro le donne; i numerosi casi di violenza sessuale in Darfur, il fatto che le donne non abbiano fiducia nella polizia; la persistenza della mutilazione genitale femminile e il ridotto numero di bambini che sono stati finora smobilitati (da gruppi armati). E anche l’imposizione della pena di morte per i reati che non potrebbero essere considerati come i più gravi, per pratiche che non dovrebbero essere criminalizzate e per l’imposizione della pena capitale a minorenni, sono incompatibili con la Convenzione.

Il Comitato consiglia che il Sudan dispieghi tutte le risorse umane e materiali richieste per la convocazione entro il termine stabilito del referendum previsto dalla Costituzione nazionale ad interim. (Il Sudan) dovrebbe inoltre prendere tutte le misure appropriate - compresa la collaborazione con la Corte penale internazionale - per garantire che tutte le violazioni dei diritti umani portate alla sua attenzione siano investigate, e che coloro che sono responsabili di tali violazioni - inclusi funzionari pubblici o componenti di gruppi armati - siano perseguiti a livello nazionale o internazionale e che nessun sostegno finanziario o materiale sia diretto alle milizie che hanno partecipato alla pulizia etnica o a attacchi deliberati contro i civili.

Il Sudan dovrebbe inoltre iniziare ad abolire tutte le forme di immunità della polizia, delle forze armate e di sicurezza nazionale; avviare sforzi per far crescere la conoscenza popolare dei diritti delle donne, promuovere la loro partecipazione nel settore pubblico e garantire la loro istruzione e l’accesso al mondo del lavoro; istruire la polizia in merito alle violenze sulle donne; vietare nelle sue leggi la pratica della mutilazione genitale femminile; fermare tutte le forme di schiavitù e sequestri; e prendere misure appropriate per assicurare la sicurezza degli operatori umanitari e facilitare il loro accesso ai destinatari degli interventi di assistenza. In merito alla pressione sui giornalisti, il Sudan dovrebbe garantire l’esercizio della libertà di stampa e assicurare che i giornalisti siano protetti. Dovrebbe inoltre rispettare il diritto di espressione e dovrebbe proteggere le dimostrazioni pacifiche garantendo l’avvio di inchieste per uso eccessivo della forza laddove le manifestazioni sono state disperse dalla polizia. http://www.misna.org/



Il mio Paraguay. Intervista a Fernando Lugo
Manfredo Pavoni Gay

Dopo 65 anni di potere ininterrotto, il più longevo partito latinoamericano al potere, il Partito Colorado paraguayano, rischia di perdere le prossime elezioni che si terranno a febbraio del 2008.

L'uragano politico che potrebbe far svoltare a sinistra il Paese sudamericano, che ha vissuto la più lunga e crudele dittatura militare(1954-1989) che ricevette anche gli elogi di Henry Kissinger per il suo impegno anticomunista, si chiama Ferdinando Lugo. Il suo curriculum vanta alcuni primati come quello di essere a 55 anni, il più giovane vescovo in pensione della Chiesa cattolica e il primo che si candida alle elezioni politiche. Vicino alla teologia della liberazione, animatore di movimenti sociali, Lugo è stato recentemente sospeso a divinis dal Vaticano dopo aver a lungo lavorato a San Pedro una delle regioni più povere del già poverissimo Paraguay.


Sarà appoggiato dal movimento di cittadinanza Tekojoja che in nella lingua guaranì significa "uguaglianza", da larghi strati della popolazione, dai contadini agli indigeni, dai senza terra agli studenti universitari da quello che rimane della sinistra paraguayana dopo decenni di massacri. Nonostante le minacce di morte, gli attacchi che gli vengono da settori del Partito Colorado, il tentativo di invalidare la sua candidatura Lugo appare più forte e sicuro della possibilità di vincere la competizione elettorale.


A San Pedro , tutti si ricordano di quel giorno d'agosto del 1992 quando da vescovo della città si era rifiutato di partecipare alla inaugurazione del moderno aeroporto militare costato 5 milioni di dollari. Al presidente Juan Carlos Wasmosy, seduto al tavolo d'onore del banchetto, per celebrare la moderna opera, aveva mandato a dire che non era disposto a benedire una cattedrale nel deserto, visto che alla popolazione contadina di San Pedro, serviva una strada asfaltata per portare i loro prodotti a mercato della città e un ospedale per non dover morire di parto o di dissenteria. Indignato il presidente chiese come si chiamava quel vescovo insolente." Fernando Lugo eccellenza, è un vescovo ribelle, un contrero", gli avevano risposto.


Di quell'aereoporto ora rimangono soltanto rovine. La regione continua a essere povera e isolata, senza una strada asfaltata. L'ex vescovo ha rinunciato alla sua diocesi e al suo ministero, qualcuno sussurra che sia stato costretto a rinunciare. Lo incontriamo nella periferia di Asuncion, in una piccola villetta che i suoi sostenitori gli hanno messo a disposizione per il comitato elettorale.


Negli ultimi mesi una spietata quanto ridicola campagna del partito Colorodo e del presidente Nicanor Duarte frutos cerca di fermare questo esperimento di democrazia partecipata in Paraguay, dopo 37 di dittatura e 17 anni di democradura(come chiamano qui la transizione) cercando di sbarrare il cammino di Lugo verso l'elezione alla presidenza della Repubblica, accusandolo di aver collaborato con gruppi di sequestratori nel Paese per finanziare i movimenti sociali e di essere stato una vescovo immorale nei confronti dei suoi catecumeni. L'obiettivo è quello di forzare il potere giudiziario a aprire una inchiesta nei suoi confronti e impedirgli di candidarsi. Ma i movimenti sociali paraguaiani i moderati del Partito liberale che sostiene la sua candidatura fino a settori progressisti della Chiesa cattolica, lo impediranno.



Perché ha deciso di dimettersi da vescovo cattolico?


Dopo 30 anni di onesto sacerdozio ho rinunciato alle mie condizioni formali di vescovo, proprio per poter mettermi al servizio di coloro che in questo Paese, vivono con fatica. La nostra costituzione vieta infatti la candidatura, ai ministri di culto. Questo non significa che mi sono dimesso dall'essere un credente cristiano, ma vista la situazione drammatica in cui è precipitato il Paraguay, credo che oggi posso dare un contributo più efficace facendo politica.


Qual è oggi la situazione del Paese?


Il nostro Paese vive uno dei suoi momenti più critici. I dati statistici del Mercosur ci dicono che il Paraguay ha un tasso di povertà simile ai Paesi dell'africa equatoriale. Il popolo vuole un cambio, non ne può più di morire per stupide malattie come il dengue che il governo per inettitudine ha sottovalutato falsificando anche le statistiche. Non vuole essere costretta a dover emigrare all'estero per mantenere le proprie famiglie. Non vuole più essere ucciso dai grandi proprietari terrieri o dalla polizia perché chiede un minimo di equità sociale. Non ne può più di una giustizia totalmente dipendente dal potere politico della cupola colorada, che da 65 anni governa nella totale impunità.


Ma senza un partito e con le divisioni dell'opposizioni, ci crede davvero alla possibilità di essere eletto presidente del Paraguay?


Io lavoro per costruire un programma politico convincente che metta ai primi posti questioni come una crescita equa in un Paese dove 500 famiglie vivono nel lusso, circondati da una mare di povertà, una giustizia giusta e indipendente, e un processo di verità e riconciliazione. Per noi la questione della giustizia è centrale poiché senza giustizia aumenterà l'emigrazione, diminuiranno sempre più gli investitori stranieri che non hanno più fiducia del sistema Paese, e peggioreranno le condizioni economiche della popolazione In un Paese diviso che rischia un processo di decomposizione del tessuto sociale, a me interessa unire forze diverse.


Monsigor Antonimi, il nunzio apostolico paraguaiano, in una recente omelia ha dichiarato che Gesù non faceva politica. Anche papa Ratzinger in un discorso rivolto ai vescovi latinoamericani, ha detto recentemente che compito di un vescovo e fare proselitismo, non fare politica. Si sente sotto attacco?


Il servizio al prossimo attraverso la politica fa parte dell'azione evangelica, il cui fine è il bene comune. In questo senso anche Gesù faceva politica. Io ho scelto di stare con i poveri, credo non ci sia nulla di anticristiano in tutto questo.


In Paraguay la accusano di voler importare il modello venezuelano, cosa risponde?


Per me il valore più forte della rivoluzione bolivariana è la sua dimensione sociale e una migliore distribuzione della ricchezza per la parte più povera della popolazione. Una dose eccessiva di statalismo e di personalismo, e la mancanza di pluralismo tuttavia possono diventare un pericolo per la democrazia. Il Paraguay non è assimilabile alla situazione venezuelana. Il mio stile politico è quello che ho imparato in tanti anni di servizio evangelico, l'ascolto, la partecipazione, la cooperazione per arrivare a soluzioni condivise.


Il neoliberismo ha contribuito a impoverire pesantemente i popoli latinoamericani. Che politica economica pensa di seguire se sarà eletto?


Cercherò di coniugare una economia mista tra pubblico e privato tenendo conto che il Paraguay oggi soffre terribili disuguaglianze. Il 5% è proprietario del 90% delle terre di cui il 40% restano incolte. La disoccupazione tra i giovani è del 20% il salario minimo è fermo a 100 dollari al mese. Non esiste un sistema pensionistico, né uno sanitario. Se devi fare una operazione devi pagare. Lavorerò per una crescita che abbia come orizzonte l'equità sociale. Bisogna pensare a un modello Paese che sia in grado di generare lavoro, risorse collettive e serenità sociale. Mi accusano di essere un prete marxista ma io dico che la fame, la mancanza di educazione, la malattia, non sono questioni ideologiche. Non hanno colore In Paraguai dobbiamo lavorare in modo convergente per affrontare problemi complessi con soluzioni nuove. Possiamo aggredire la realtà e renderla più accettabile, più giusta, più equa mettendoci, in discussione tra di noi facendolo anche con allegria, questo Paese merita il nostro sforzo.
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_12863.html

Ambasciata porta pena
Sfruttamento e abusi nei cantieri della nuova sede diplomatica Usa a Baghdad

La Green ZoneAssoldati con l'inganno. Costretti a lavorare anche per 12 ore di fila, sette giorni a settimana. Sottoposti ad abusi verbali e fisici. Sono queste - secondo la denuncia di due contractors statunitensi - le condizioni dei lavoratori che, per conto di una società kuwaitiana, stanno lavorando alla costruzione della principesca ambasciata statunitense a Baghdad. In un'audizione di fronte alla Commissione di garanzia della Camera dei Rappresentanti statunitense, John Owen, capocantiere, e Rory J. Mayberry, tecnico sanitario, hanno raccontato il deplorevole stato in cui versano i lavoratori stranieri assunti dalla First Kuwaiti General Trading & Contracting Co., la società kuwaitiana che ha vinto gli appalti per la costruzione della più grande sede diplomatica americana del mondo. Costo stimato: 600 milioni di dollari.

Le prime strutture fortificate"Vi portiamo a Dubai". E' il quotidiano Usa Washington Post a riportare i racconti dei due contractors. I dettagli dipingono un quadro in cui la manodopera, proveniente da India, Pakistan, Sri Lanka, Nepal, Filippine e Sierra Leone, è impiegata in un ambiente di lavoro che, oltre a caratterizzarsi per condizioni di sicurezza e di tutela ben al di sotto dello standard, registra gravi e palesi violazioni dei diritti dei lavoratori. E non solo. I due contractors accusano la ditta che lavora per conto del Dipartimento di Stato Usa di aver tradotto gli operai in Iraq con l'inganno, confiscando loro i passaporti una volta giunti a destinazione. Mayberry, che ha lavorato sotto contratto a termine all'ambasciata, ha testimoniato alla Commissione di essere stato incaricato di scortare 51 filippini nel volo dall'aeroporto di Kuwait City. "Invece di Baghdad, la destinazione dei nostri biglietti era Dubai - ha detto il tecnico -. Un dirigente della First Kuwaiti mi ha raccomandato di non dire ai filippini che avrebbero lavorato a Baghdad. Gli uomini erano di fatto 'sequestrati' dalla società per lavorare all'ambasciata". I loro passaporti sarebbero stati ritirati, e i lavoratori sarebbero stati condotti in autobus nella Green Zone della città, dove si trova l'enorme cantiere, clandestinamente.

Grande quanto il VaticanoAccuse "infondate". La testimonianza di Owens entra nei particolari delle condizioni sul luogo di lavoro. "Condizioni deplorevoli - spiega il capocantiere, citato dal Washington Post -. Il loro equipaggiamento era insufficiente. Vivevano stipati in roulottes. Lavoravano 12 ore, per sette giorni a settimana, per 240 dollari al mese. Erano sottoposti ad abusi verbali e fisici. Il loro stipendio era decurtato ogni qualvolta venivano commesse trascurabili infrazioni". L'ispettore generale del Dipartimento di Stato, Howard J. Krongard, ha rigettato con forza le accuse mosse dai due contractors, testimoniando alla Commissione che durante 'limitate ispezioni' non sono emersi gli abusi denunciati. "Non abbiamo notato nulla - ha detto Krongard - che possa circostanziare le accuse di traffico di esseri umani o di altri abusi verificatisi nei cantieri della nuova ambasciata". La nuova struttura avrà 600 appartamenti. Vi lavoreranno mille impiegati statunitensi. Avrà un'estensione pari a quella del Vaticano.

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8484

Annunciato il processo contro Chen, ex capo del Pc di Shanghai
E’ accusato di appropriazione di fondi pubblici e di corruzione, oltre che di immoralità e di avere 11 amanti. Rischia la condanna a morte. Esperti: il processo è un ulteriore attacco al gruppo di Shanghai dell’ex presidente Jiang Zemin. Potrebbe avere luogo subito prima del congresso del Pc.

Shanghai (AsiaNews/Agenzie) – Sarà processato Chen Liangyu, ex segretario del Partito comunista di Shanghai, rimosso a settembre con l’accusa di aver sottratto oltre 3 miliardi di yuan di fondi pensione. Esperti osservano che il processo potrebbe costituire un nuovo attacco del presidente Hu Jintao alla cosiddetta “cricca di Shanghai”, in vista del congresso del Partito comunista in autunno.

Oltre all’appropriazione dei fondi pensione, Chen è accusato di corruzione per avere approvato progetti edilizi e industriali e finanziamenti, nonché per avere aiutato ditte private a comprare quote di imprese pubbliche. L’agenzia Xinhua e la televisione di Stato, dando la notizia, si sono dilungate a descrivere la “degenerazione morale” di Chen, attirato dal sesso e dal potere, attribuendogli almeno 11 amanti, con “grande danno agli interessi dello Stato e del popolo e all’immagine del Partito comunista”.

La sua caduta è ritenta rientrare nell’azione del presidente Hu per eliminare il potere della “cricca di Shanghai”, che fa riferimento all’ex presidente Jiang Zemin, in vista del congresso del Pc in autunno. Lo scandalo ha travolto oltre 20 funzionari pubblici e responsabili di ditte commerciali, per cui il processo potrebbe coinvolgere l’intero gruppo di potere politico e commerciale della città e aver luogo subito prima del congresso. Hu proclama la lotta alla corruzione tra i suoi principali obiettivi. Anche per questo Chen rischia una lunga detenzione o la pena capitale, di recente applicata contro Zheng Xiaoyu, importante dirigente politico.

L’annuncio pone fine alle speculazioni che Chen potesse evitare il processo penale, dopo essere stato cacciato da tutte le cariche pubbliche. Infatti spesso Pechino non incrimina i funzionari disonesti ma li punisce solo in via disciplinare. E’ il leader di maggior rilievo accusato di corruzione da oltre 10 anni.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9944&size=A


Il trucco c'è, ma non si vede

Viaggiare nel tempo, conoscere luoghi e personaggi surreali. Al cinema niente è impossibile grazie agli effetti speciali.
Davy Jones (Foto kashif.pasta/ Flickr)
Un tentacolo della barba di Davy Jones ruota nervosamente e poi saetta di scatto per aria. «Sono molto fiero di questo particolare» afferma Geoff Campbell della Industrial Light & Magic (Ilm), celebre compagnia specializzata in effetti speciali fondata da George Lucas nel 1975. Il tecnico – o meglio scultore, come ama definirsi – della scuderia del regista statunitense è particolarmente orgoglioso della sua creatura: il pirata mezzo demone e mezzo pesce che non dà tregua a Jhonny Depp negli ultimi due episodi della saga Pirati dei Caraibi.

(Foto ThenAndAgain/ Flickr)Pittori e scultori di pixel

Una breve rincorsa, un colpo deciso e il pallone calciato da Maradona colpisce in pieno una bottiglia. Il "pibe de oro" era infallibile nella realtà, figuriamoci nell’ultimo film di Marco Risi, La mano de Dios (2006), che ripercorre la vita sportiva e personale del fuoriclasse argentino. Paolo Zaccara, della Proxima, società italiana che ha curato gli effetti speciali del film, svela il segreto, mentre alle sue spalle scorrono le immagini del dietro le quinte, più eloquenti di mille parole: «L’attore ha calciato a caso e la bottiglia è stata spostata per farla colpire dal pallone». Ma si possono scoprire molti altri trucchi al Future Film Festival di Bologna, una manifestazione dedicata agli effetti digitali nel mondo del cinema, la cui nuova edizione si terrà dal 15 al 20 gennaio 2008.
Al contrario del suo collega americano, Zaccara si definisce «un pittore». «Lo stile cinematografico europeo – spiega – è abbastanza statico, c’è poca azione, e bisogna curare molto il dettaglio perché l’immagine rimane a lungo sullo schermo.» Per questo l’applicazione degli effetti digitali è spesso limitata alla pulitura delle scene e alla calibratura dei colori e della luce giusta. «Il trucco è perfetto quando non si vede» precisa. N (Io e Napoleone) (2006), film diretto da Paolo Virzì su cui la società ha lavorato nel 2006, ne è un esempio: per rendere una piazza storicamente impeccabile, sono stati cancellati dallo sfondo a colpi di pixel tutti i palazzi moderni e i cantieri. Le comparse sono state poi moltiplicate, il colore del tramonto reso più caldo, et voilà! Il trucco c’è ma non si vede.

I sogni hanno le tasche vuote

Di fantascienza, fantasy e azione non si parla molto nel Vecchio Continente. Sono i generi che meglio si adattano alla spettacolarità degli effetti in 3D, ma per Paolo Scarpinato della Ubik – società che ha curato gli effetti visivi dell’ultimo film di Roberto Benigni La tigre e la neve (2005) – «è impossibile trovare un budget per questo tipo di produzione». Il suo sogno nel cassetto si chiama “Jacob”: un cortometraggio completamente realizzato in 3D e destinato ad un pubblico adulto. Di festival in festival ha raccolto tanti apprezzamenti, ma mai i soldi per produrlo.
A Scarpinato fa eco Zaccara: «L’Italia è debole rispetto a chiunque nella concorrenza internazionale per accaparrarsi i fondi per la produzione». È un serpente che si morde la coda: non essendo presenti sul mercato internazionale si è costretti a tagliare; se si taglia non si producono prodotti competitivi; senza buoni prodotti non si trovano i fondi. Inoltre, il tanto vagheggiato mercato europeo nel campo degli audiovisivi non esiste. «In Francia non entri, in Germania e Regno Unito il mercato è estremamente protetto, la Spagna sta iniziando ora, mentre l’Italia non protegge e non esporta» afferma Zaccara. «L’unica strada è cercare piccoli paesi che stanno al gioco di una coproduzione internazionale.»

(Foto Future Film Festival)Anche chi non c'è più può tornare a recitare

I soldi non basterebbero mai neanche a Geoff Campbell, ma il budget è tiranno anche per chi lavora alla Ilm. Lo scultore americano è specializzato in espressioni facciali e movimenti della bocca. Il suo lavoro su Davy Jones è stato certosino. I movimenti della lingua, la respirazione: nulla è stato lasciato al caso. Si è persino tenuto conto dei diversi accenti dei protagonisti perché «uno scozzese muove la bocca diversamente da un australiano».
Campbell apre una finestra anche sul futuro, prendendo spunto da una delle ultime frontiere superate dagli effetti digitali: far recitare attori defunti, come successo con Marlon Brando in Superman returns (2006). In questo caso furono usate immagini d’archivio, ma potremo in futuro vedere dei film con un James Dean completamente ricreato al computer?
Il guru americano lo esclude, ma non per ragioni economiche o tecnologiche. «Farlo non è un problema, dipende dalla sceneggiatura, dalla volontà e dal buon gusto» spiega. E aggiunge: «per gli attori defunti possono sorgere problemi legali con i possessori dei loro diritti di immagine». Campbell rivela di aver ricevuto delle richieste per riprodurre attori ancora in vita nella loro giovinezza da clienti rigorosamente top secret. Fantascienza si sarebbe detto una volta. Ma Hollywood ci ha abituati all'impossibile.
Marco Riciputi - Ravenna http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2644

Repubblicani, spunta la strana coppia Thompson-Gingrich

 

Nella corsa alla Casa Bianca 2008, i riflettori dei media restano puntati sulla sfida Hillary-Obama, ma dall’altra parte della barricata, in casa repubblicana, la crisi di identita’ e l’assenza di un vero erede per George W.Bush stanno facendo maturare novita’: l’attore ed ex senatore Fred Thompson e l’ex ’speaker’ della Camera Newt Gingrich, beniamini del mondo conservatore, sembrano avviati verso un insolito matrimonio politico. […]

Il patto che mira a battere l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani e l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, nella corsa alla nomination dei repubblicani, sarebbe stato siglato pochi giorni fa a cena. Il quotidiano ‘The Politico’ ha raccontato che Gingrich e la moglie Calista sono stati accolti a braccia aperte dai Thompson nella loro casa a McLean, alle porte di Washington, in una serata in cui potrebbe essere nato un nuovo asse superconservatore.

Gingrich, il politico che nel 1994 porto’ i repubblicani a conquistare il Congresso nel pieno dell’era di Bill Clinton - lo hanno mantenuto fino al novembre scorso - da tempo ventilava la possibilita’ di lanciarsi in una corsa alla Casa Bianca. Ma l’arrivo di Thompson, entrato nella competizione negli ultimi mesi e subito balzato verso la vetta dei sondaggi, gli ha tolto ossigeno a destra. ‘’Ho sempre detto che era poco probabile che mi candidassi - ha ammesso Gingrich in un’intervista - e se Fred corre e fa bene, penso che questo renda per me ancora piu’ facile non candidarmi'’.

Non e’ chiaro quale potrebbe essere il ruolo di Gingrich nella campagna di Thompson - che non ha ancora fatto un annuncio ufficiale -, ma in ogni caso l’autore del celebre ‘Patto con l’ America’ porterebbe ulteriore linfa conservatrice alla corsa presidenziale dell’attore-senatore. Tra gli elettori repubblicani, sembra esserci largo spazio per altri candidati che affianchino quelli attuali.

Il partito repubblicano di solito si coalizza con largo anticipo dietro un candidato forte e non lo molla fino alla nomination: il senatore John McCain tento’ di sfidare questa logica nel 2000, con una campagna innovativa, ma alla fine fu costretto ad arrendersi a George W.Bush.

Stavolta pero’ le cose sono diverse. McCain si e’ presentato come candidato dell’ establishment e sostenitore della guerra ’scomoda’ di Bush, e sta pagando duramente in termini di consenso e raccolta di finanziamenti. Il suo staff e’ in rivolta: dopo aver licenziato gli strateghi politici e finanziari e il capo della comunicazioni, McCain ha perso ora anche i principali consulenti pubblicitari, Russ Schriefer e Stuart Stevens, che hanno dato le dimissioni.

Romney continua ad avere problemi legati alla sua fede mormone e sta meditando di pronunciare un discorso sul rapporto tra la religione e la politica, sullo stile di quello con cui John F.Kennedy riusci’ a convincere gli americani nel 1960 che potevano fidarsi di lui anche se era cattolico. Resta da vedere se Romney otterra’ effetti simili.

Il piu’ in forma resta Giuliani, sull’onda di sondaggi che vedono il ’sindaco d’America’ come la scelta migliore per fronteggiare, eventualmente, Hillary Clinton nelle elezioni di novembre 2008. Ma il vasto mondo conservatore ed evangelico continua a storcere la bocca di fronte alle posizioni di Giuliani su aborto, nozze gay o ricerca sulle staminali. E la coppia Thompson-Gingrich si presenta cosi’ come l’antidoto migliore.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/28/repubblicani-spunta-la-strana-coppia-thompson-gingrich/#more-343


UE : cittadini devono avere maggiore accesso ai documenti
di Gabriella Mira Marq

Il mediatore europeo, P. Nikiforos Diamandouros, ha chiesto che i cittadini abbiano un accesso più largo ai documenti ed alle informazioni, di modo che possano capire meglio gli atteggiamenti degli Stati membri nel definire e nell'attuare le politiche dell'Unione Europea.

Il monito del mediatore e' stata contenuta nella sua risposta alla consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione Europea, su come migliorare la legislazione attuale sull'accesso ai documenti. Il mediatore ha sottolineato che "la trasparenza e' essenziale perche' i cittadini partecipino al processo politico e per far si' che le autorita' pubbliche spieghino".

Secondo il mediatore, la mancanza di standard minimi per la trasparenza sugli argomenti riferiti all'UE negli Stati membri rappresenta una debolezza seria nella struttura democratica dell'unione. Per esempio, uno Stato membro attualmente ha il diritto di veto sull'accesso pubblico ai suoi documenti a livello UE, senza dare alcun motivo.

Il mediatore ha presentato quindi proposte concrete su come affrontare il problema ed ha chiesto anche procedure piu' brevi di revisione nei casi in cui l'accesso ai documenti e' stato negato e i cittadini, le onh o le impese si sono rivolte al mediatore per reclami o chiarimenti.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 28 2007

Il pesante commento della Frankfurter Allegemeine Zeitung
«Italia sempre meno desiderata dai turisti»
Il quotidiano tedesco: «Scarso coordinamento: Belpaese sogno degli stranieri che però scelgono altri posti»
STRUMENTI
Due turisti giapponesi si fanno scattare una foto-ricordo a Firenze (Epa)
Due turisti giapponesi si fanno scattare una foto-ricordo a Firenze (Epa)
TRIESTE -
L'Italia resta nei sogni dei turisti stranieri. Sempre meno, però, nei loro piani di viaggio. A sentire le reazioni del Congresso sul Turismo, promossa da Confindustria, il Belpaese sta perdendo sempre più colpi sul piano del turismo internazionale ed uno dei motivi principali sarebbe la mancanza di un vero e proprio coordinamento a livello nazionale.
REAZIONI TEDESCHE - I tedeschi si sa non sono mai stati particolarmente clementi nei confronti del nostro Paese. A loro favore, va detto che sono dei grandi estimatori turistici dell'Italia. Ma questa volta il commento della Frankfurte Allgemeine Zeitung è davvero pesante. Il quotidiano tedesco riporta i dati del congresso di Confindustria con un grande articolo intitolato in italiano «Arrivederci Italia» ed evidenzia la scarsa competitività delle strutture del nostro Paese.
SCARSO COORDINAMENTO - Il giornale scrive che l'Italia «sta diventando sempre meno attraente per i turisti» e punta il dito sulla scarso coordinamento a livello politico delle attività di promozione. «Il vecchio ministero del Turismo», scrive la Faz, «era un baraccone utilizzato a fini clientelari dai vari governi per distribuire incarichi, fino a quando negli anni '90 è stato preso di mira dai populisti, che ne hanno ottenuto l'abolizione per referendum». Il giornale sottolinea che le 20 regioni italiane a cui è stata demandata dal 2001 la politica del turismo «agiscono indipendentemente le une dalle altre ed in modo non coordinato, anche se spendono più fondi di prima».
«VISIT METAPONTO» - La Faz osserva poi che «per scatenare le risate nel settore turistico italiano, basta far riferimento ad un grosso pannello pubblicitario esposto all'aeroporto di Shanghai con la scritta "Visit Metaponto"». «Neanche molti italiani», ironizza il giornale, «sanno dove si trova questa località balneare della Basilicata». La Faz riporta anche il giudizio dello spagnolo Josep Ejarque, che lo scorso anno è stato incaricato di promuovere l'immagine del Friuli, il quale afferma che «a mancare è la strategia, l'Italia si presenta come un branco disordinato». L'esperto riferisce che l'Italia viene sempre indicata dai turisti come la mèta dei sogni, ma quando poi vanno negli uffici turistici a prenotare un soggiorno nella penisola, la loro scelta cade spesso su un altro Paese.
SPAGNOLI - Gabriele Burgio, responsabile di «NH-Hoteles», la più grande catena alberghiera spagnola, spiega che gli italiani «non hanno mai imparato a prestare ascolto ai desideri degli stranieri e offrono quello che hanno sempre offerto in passato». Una delle mancanze più gravi per attirare il turismo d'èlite viene vista nella scarsa diffusione sul territorio italiano dei campi da golf. Mentre in una regione costiera della Spagna sono sorti negli ultimi dieci anni 60 percorsi da golf ( e altrettanto ha fatto il Portogallo in Algarve), in Italia si continua a polemizzare su ogni singolo progetto. In conclusione il giornale riporta le affermazioni di alcuni partecipanti al convegno, secondo i quali «gli italiani parlano solo ai congressi, ma poi purtroppo non succede nulla»http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/07_Luglio/25/italia_meno_turisti.shtml

PD: Monaco, dietro Veltroni unanimismo di facciata
ANSA -
Dietro la candidatura di Walter Veltroni alla segreteria del Pd, emerge un 'unanimismo di facciata', dimostrato dalle reazioni all'intervista a Repubblica di Dario Franceschini. E' l'opinione di Franco Monaco, deputato prodiano dell'Ulivo, che replica ai sostenitori del manifesto promosso da Francesco Rutelli.

'Ho espresso apprezzamento per la novita' dell'aperta presa di distanze dal Manifesto di Rutelli da parte di Franceschini - dice Monaco - Ma il tenore delle reazioni di taluni firmatari che, in polemica con Franceschini, si spingono a dire 'questo non e' il mio ticket' o addirittura 'questo non e' il mio partito' sono la prova provata che, al riparo della candidatura di Veltroni, ci sono persone e gruppi che non hanno avuto il coraggio, si' proprio il coraggio, di avanzare una propria distinta candidatura'.

'Avevamo dunque ragione a denunciare la mistificazione di un unanimismo di facciata che - aggiunge Monaco - impedisce ai cittadini di esprimersi su candidature e progetti lealmente esibiti nelle loro palesi differenze'.

«Per un'idea estesa e profonda di sinistra»

Alessia Grossi


Furio Colombo e Antonio Padellaro alla videochat de l'Unità.it - 27 luglio 2007 - foto 220x165
Furio Colombo e Antonio Padellaro alla videochat

«Quando ho deciso di candidarmi alla segreteria del partito democratico l'unico candidato era Veltroni, e ho pensato che fosse giusto che le primarie del nuovo partito non si limitassero a una sola candidatura». Il senatore Furio Colombo spiega così la ragione della sua candidatura ai navigatori che hanno partecipato con numerose domande alla videochat di venerdì mattina sull'Unità online.«Ma c'è anche una ragione politica» continua Colombo «che nasce dall'impressione che in Italia stia cambiando il paesaggio politico. Abbiamo una strana destra che non è né liberista né liberale in contrapposizione alla quale serve una vera sinistra. Cercherò di interpretare l'idea di sinistra nel modo più profondo e esteso possibile».

Ma non è facile per un candidato non strutturato, come si definisce Colombo, riuscire a concorrere in modo paritario con gli altri candidati maggiormente sostenuti. In molti gli chiedono come fare per sostenere la sua candidatura. «Sul sito furiocolombo.it troverete le istruzioni e i moduli per sostenere la mia candidatura. Ma c’è poco tempo, dovete affrettarvi: devono arrivare entro lunedì 30 luglio» (ndr: per informazioni potete rivolgervi anche a Ilaria Donatìo 3407084925).

Al direttore Antonio Padellaro che chiede quale sia il suo parere sul regolamento delle primarie del Pd, infatti, il candidato risponde che le regole stabilite per la corsa alla candidatura e poi per le primarie sono sembrate complicate a tutti. Esperti compresi. «Non voglio arrivare a dare un'interpretazione maliziosa del regolamento, non credo che sia stato deciso per favorire un candidato a scapito dell'altro» dice Colombo «Ma penso che le regole siano nate con il presupposto che i candidati avrebbero avuto tutti un apparato politico a sostenerli». Rispetto al modello delle primarie americane il senatore rileva in quello italiano delle differenze che complicano la corsa alla segreteria. «Negli Usa ci si può candidare in luoghi diversi in momenti diversi. In questo modo l'opinione pubblica ha il tempo per metabolizzare il risultato e in alcuni casi cambiare anche idea sul candidato prescelto» spiega. «Le condizioni richieste ad un candidato per candidarsi sono minime» continua Colombo. «E, infine, in Italia si ha anche la pretesa di eleggere contemporaneamente l'assemblea costituente del partito e il leader, niente di più complicato».

A Giovanni che chiede cosa pensa di fare durante la sua eventuale segreteria sulla questione della "casta" e sui costi della politica, dice: «Per ora mi limito a superare questa fase, cioè sopravvivere tra tutti gli altri. Perché» ironizza Colombo. «Questo del Pd è come una di quelle prove che deve affrontare Harry Potter, quindi bisogna superare un pericolo alla volta».

«Comunque la "casta" non è fatta solo di politici» risponde il senatore. «Senza lo specchio dell'informazione, dei giornalisti che ci rimandano le stesse immagini della politicz senza fare una mediazione competente, la casta non esisterebbe».

E a proposito di questioni mediatiche, molte sono le domande che i lettori dell'Unità hanno rivolto Furio Colombo durante la videochat anche a proposito del berlusconismo e dell'antiberlusconismo. «Il pericolo Berlusconi non è finito» afferma Colombo, che ricorda il suo impegno nel combattere l'azione della destra berlusconiana al governo. «Non vedo ora cosa si stia facendo per convincere quei diciannove milioni che hanno votato per la destra a votare per il Pd. Per far capire loro che l'influenza del leader della destra in parlamento è ancora attiva a dispetto di quello che sembra». «Noi senatori possiamo capire quali siano stati gli ordini di Berlusconi non appena ci si siede in senato al mattino», conclude.

E Matteo, a proposito dell'opposizione, domanda se ci sia ancora la speranza che la destra italiana diventi una vera destra come quella europea e come si possa eliminare la tendenza italiana a perpetrare l'ideologia fascista. «In Italia non c'è una destra che io chiamo di mercato, nessuna legge è stata fatta dall'opposizione quando era al governo che permettesse di definirla tale»- spiega il candidato. «Poi esiste una destra ideologica, quella di Storace, ad esempio, che rivendica il ritorno ai valori, quelli fascisti, senza che il termine fascista sembri un offesa», spiega Colombo».

«Purtroppo in questa situazione non si può pensare, come fanno i "coraggiosi" del manifesto di Rutelli, di dialogare con la destra, una destra che non è quella che dovrebbe essere, cioè come quella europea, appunto» continua Furio Colombo.

E a Enrico che gli chiede di convincerlo a tornare a votare anche in queste primarie il candidato risponde: «Non so se ti sto dando un buon motivo per votarmi, ma ti posso dire che vale la pena partecipare per lasciare un segno. Non so se sarò in grado, ma ci proverò».

«Mi batto per la giustizia sul lavoro e perché ci sia una sinistra vera e una destra vera con cui dialogare» conclude il candidato. http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=67786


Magdi, Reset e l'Islam moderato

Daniele Castellani Perelli

L’appello con cui la rivista Reset, nell’ultimo numero di luglio-agosto, ha difeso il professore Massimo Campanini dalle accuse di antisemitismo mossegli dal vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam nel suo ultimo libro Viva Israele ha provocato la reazione del Corriere della Sera, e si è guadagnato spazi su radio, tv e giornali. Un altro vicedirettore del Corriere, Pierluigi Battista, ha parlato di una ricerca di un “effetto intimidatorio”, di “una deriva di arroganza” da parte di Reset. Bruno Gravagnuolo, su l’Unità, ha definito invece il nostro documento “un appello contro l’intolleranza”. Solo nel 2002 Magdi Allam scriveva cose ben diverse da oggi. Il Magdi Allam di oggi prenderebbe un caffé col Magdi Allam di allora?


Ha provocato un vivace dibattito l’appello con cui la rivista Reset, nell’ultimo numero di luglio-agosto, ha difeso il professore Massimo Campanini dalle accuse di antisemitismo mossegli dal vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam nel suo ultimo libro Viva Israele (Mondadori). Ha provocato la reazione del Corriere della Sera, e si è guadagnato spazi su radio, tv e giornali, dall’Unità a Europa, da l’Avvenire a Libero, e poi Il Foglio, il Giornale, il Secolo XIX, Il Mattino, il Gr1, Radio Popolare e il TG2. Il documento, “No al giornalismo tifoso”, è nato da un’iniziativa dei colleghi di Campanini, è stato sostenuto dal direttore di Reset Giancarlo Bosetti, ed è stato firmato da un centinaio di intellettuali, da Paolo Branca a David Bidussa, da Enzo Bianchi a Gadi Luzzatto Voghera, da Nasr Hamid Abu Zayd a Alberto Melloni.

Nel libro, Magdi Allam scrive che “il caso del professore Campanini”, professore all’Orientale di Napoli e collaboratore di Reset, “non è l’unico”: “L’Università italiana pullula di professori cresciuti all’ombra delle moschee dell’Ucoii, simpatizzanti coi Fratelli Musulmani, inconsapevolmente o irresponsabilmente collusi con la loro ideologia di morte”. “Intendiamo protestare fermamente – è la replica del documento di Reset – davanti alla sfrontatezza di chi afferma che le università italiane ‘pullulano’ di docenti ‘collusi con un’ideologia di morte profondamente ostile ai valori e ai principi della civiltà occidentale e all’essenza stessa della nostra umanità’”.

Prosegue così l’appello: “Una tale impostazione non solo è lontanissima dallo spirito e dai valori di una democrazia costituzionale - e molto più in linea con ideologie totalitarie - ma si pone anche a siderale distanza dal senso critico che sta alla base della ricerca storica e scientifica e dalla stessa, difficile ma essenziale, missione dell’informazione giornalistica in una società plurale. Tutto ciò rischia di contribuire, purtroppo, al preoccupante imbarbarimento dell’informazione in un paese come il nostro che già si trova a pagare un prezzo troppo alto alle varie forme di partigianeria che lo travagliano. Il giornalismo rischia di cadere in una logica da tifo calcistico”. Nell’ultimo numero di Reset l’appello è pubblicato insieme a interventi di personalità di diversa formazione culturale e religiosa. L’editoriale di Giancarlo Bosetti attacca “lo spirito missionario”, che “consiste nella devozione, pura e totale, all’idea che gli altri cambieranno idea davanti alla nostra Verità, che la nostra Verità è manifesta perché viene da una superiore logica, da Dio o dalla Storia o dalla Ragione, o da tutt’e tre insieme”.

Scomunica collettiva o appello contro l’intolleranza?

La difesa di Magdi Allam non si è fatta attendere, ed è stata affidata a un altro vicedirettore del Corriere, Pierluigi Battista. In prima pagina, il 19 luglio, nell’articolo “La petizione per mettere un libro all’indice” Battista ha parlato di una ricerca di un “effetto intimidatorio su chi si è macchiato della grave colpa di aver scritto un libro”, di “una mozione che segnala l’arruolamento a una posizione ideologica, non una critica al merito di un libro”, di “una deriva di arroganza”. La replica di Battista non ha però convinto affatto Bruno Gravagnuolo, che il giorno dopo su l’Unità ha definito il documento di Reset “un appello contro l’intolleranza”, e ha scritto: “E come al solito Pierluigi Battista cambia le carte in tavola. E ci racconta una storia imprecisa, disinformando i lettori”.

Battista, ha scritto Gravagnuolo, ha denunciato “un tentativo di censura ai danni di Magdi Allam”, una vera “scomunica collettiva”, e ha parlato di una “deriva brutale, tentazione censoria, messa all’indice, un unicum senza precedenti...etc. etc”. “Peccato che le cose non stiano proprio così”, ha aggiunto il giornalista de l’Unità, che ha accusato Battista di “furbizia di omissione, arte nella quale Battista eccelle, per accomodarsi a suo uso e consumo le polemiche, e mazzolare a suo piacere bersagli di comodo, plasmati alla bisogna”. Se uno si leggesse Reset – è il suo ragionamento – verificherebbe che David Bidussa, Khalid Chaouki, Massimo Campanini e Amara Lakhous, quanti hanno contribuito al dossier “Israele, non solo un simbolo” sul libro di Allam, a quest’ultimo “sono disposti a riconoscere tante ragioni”, “ad esempio la pericolosità del fondamentalismo e di un certo retaggio dei Fratelli musulmani, il diritto minacciato di Israele ad esistere, e l’insidia Hamas, la sincerità dell’esperienza stessa di Allam, approdato a una posizione estremamente radicale contro l’Islam politico”.

Quel caffé tra i due Magdi Allam

La polemica di Reset, sia chiaro a tutti, non vuole esprimere né una posizione anti-occidentale e men che meno anti-israeliana, né un attacco personale nei confronti di Magdi Allam. Per confutare la prima ipotesi basta leggere le parole di Bosetti e di Bidussa. Il direttore di Reset ricorda come l’Occidente abbia dato “il suo prodotto culturale più originale e benigno nel disincanto, nell’ironia e nel senso della contingenza che sono probabilmente il sostrato più fertile per la cultura della libertà”, che è “il contrario dello spirito missionario intollerante che opera nel nome della Verità”. David Bidussa, direttore della biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e autore de Identità e cultura degli ebrei (Franco Angeli, 2000) e Profeta (Emi, 2006), rimprovera a Allam di aver fatto di Israele un simbolo astratto, tralasciando la sua realtà concreta. Lo fa in una lucida analisi dal titolo “Dove è finita la realtà di Israele?”.

Per confutare la tesi dell’attacco personale basta ricordare quanto ammettano di dovere a Magdi Allam due dei protagonisti della querelle. Khalid Chaouki, giornalista di Ansamed e giovane membro della Consulta islamica, ricorda sempre su Reset (“All’abbraccio dei neocon dico no”) gli anni e le battaglie vissute al fianco di Magdi Allam, che scrisse la prefazione al suo libro e con cui promosse il “Manifesto dei musulmani contro il terrorismo e per la vita”. Chaouki racconta la sua delusione per la parabola intrapresa da Allam, che oggi “fa indirettamente il gioco degli integralisti islamisti e rende la vita assai difficile” a chi cerca il dialogo tra le culture. Bosetti, nel suo articolo “Recensione in ritardo: quel Diario che apriva gli occhi”, ricorda che a aprirgli gli occhi sulla cultura musulmana, a insegnargli “un metodo” fu proprio un volumetto del 2002 di Magdi Allam, Diario dall’Islam (Mondadori), in cui l’allora collaboratore de la Repubblica invitava a non confondere gli attentatori dell’11 settembre con la stragrande maggioranza dei musulmani (“un islam moderato e tollerante sono stati le prime vittime del terrorismo islamico”), e considerava l’Islam compatibile con la democrazia e con l’Occidente. “L’Occidente è nel Dna dell’islam allo stesso modo in cui l’islam è nel Dna dell’Occidente”, scriveva allora. Ma era il 2002, e il Magdi Allam di allora difficilmente si prenderebbe un caffè con il Magdi Allam di oggi.

resetdoc.org


Le regole non scritte
di Paola Gaiotti de Biase

Digerite, con qualche amarezza,  le regole scritte per la nascita del futuro partito democratico, sta dunque partendo il processo che porterà alla sua costituzione formale. Sarà ben non farsi illusioni: non sarà ancora il passaggio conclusivo della fine della lunga transizione italiana.  Troppi strascichi , di cultura politica, di etica civile diffusa, di cinismo spicciolo e spregiudicatezza, che si sono andati impennando nella società italiana  anche per responsabilità politiche in questi decenni, sono ancora vivi e vitali; e va pur ricordato che lo sono, con i loro effetti devastanti, proprio per il fatto che di fronte a questo tentativo complesso del centro sinistra di rinnovarsi, non solo non c'è ancora una destra decente senza cui è impossibile  costruire quello che giustamente Anna Finocchiaro ha definito un bipolarismo mite,  ma crescono e perdurano effetti disastrosi sul dibattito e sugli equilibri politici,  sui sentimenti di sfiducia e rinuncia dei migliori,  sul vuoto delle stesse attese delle giovani generazioni.
Il modo di essere del partito democratico è ancora un problema aperto. Lasciatelo dire almeno a chi non può abbandonarsi a un facile ottimismo se non altro per avere vissuto da trent'anni troppe delusioni: dalla rifondazione bassettiana della DC  alla cultura dell'Intesa, dalla Lega democratica all'assemblea DC degli esterni,  dalla promozione dei referendum elettorali ( "ridare lo scettro al principe") all'ingresso nel PDS di Occhetto, dalla determinazione iniziale di Andreatta alla lunga travagliata storia dell'Ulivo, con tutti i suoi fallimenti non necessari, per ultimi lo sfortunato tentativo della Federazione e la mancata lista dell 'Ulivo per le elezioni del Senato.
Tutto è nelle nostre mani; e non avremmo nemmeno la destra decente necessaria per un equilibrato bipolarismo, ( e sono d'accordo con Padellaro e Colombo, il berlusconismo non lo è)  se non saremo capaci di mettere in campo una sinistra democratica  davvero,  con tutte le sue variabili interne alte e, insieme, con i paletti di tutte le sue incompatibilità politiche ed etiche, i confini chiari delle appartenenze possibili.
A questo fine, più delle stesse regole procedurali che sono state scritte, è importante cercare di rispettare alcune regole non scritte, non formali, affinché il confronto fra i soggetti che sono protagonisti del prossimo appuntamento sia esso stesso segnale di un nuovo stile.
La prima regola è non sottovalutare il confronto fra le idee. Finora il dibattito sul Manifesto è stato o vago o carente. Il rischio, che abbiamo già denunciato,  è che l'elezione del segretario nazionale e di quelli regionali,  concentri su di sé tutta l'attenzione militante. Intendiamo ovviamente fra le idee fondanti del nuovo partito, non su un per ora ipotetico programma di un futuro governo di là da venire, non sulla esaltazione delle appartenenze storiche che hanno deciso di riconoscersi in questa avventura.  Con più o meno liste, è essenziale far corrispondere alla proposta per il segretario un insieme di scelte di fondo, fra loro coerenti, non contrapposte, che non coprano, insieme, una opzione e il suo contrario, che non riflettano tutto l'universo del futuribile politico. Una operazione di questo tipo brucerebbe le ragioni della nascita del Partito Democratico, la sua leadership e la sua specificità nel centro sinistra,  e consegnerebbe il segretario alle pressioni  incontrollate di più minoranze.
La seconda regola, giustamente fatta propria da Veltroni, è quella di riflettere nelle liste la novità del nuovo soggetto non le vecchie appartenenze; la fecondità delle culture storiche si dimostra sul campo nella loro capacità di costruire una cultura comune. E' il tema che è stato definito delle liste trasversali, che siano già prova dell'intreccio di culture attivo nel paese.  E tuttavia questa regola ha una condizione: se il più forte partito che caratterizza questa avventura ritiene di dover far blocco su un unico candidato, gli altri candidati saranno messi in condizione di non poter fare liste veramente trasversali: non basterebbe infatti la copertura di qualche intellettuale o esponente di società civile a dare il segno della trasversalità, della nuova unità che nasce. se mancassero protagonisti della vita politica, esperienze maturate sul campo.  Vorrei dire a Fassino, un blocco di DS che si traduca come tale nelle scelte, segnerebbe il fallimento di questa avventura; e lo dico, da una parte riconoscendogli  d' essere stato il segretario di partito che si è battuto più di ogni altro per giungere a questo esito,  e dall' altra da sostenitrice della candidatura di Rosy Bindi, proprio per il contributo che la sua candidatura può dare a questa prova democratica e alla sua scelta netta di non presentarla in chiave identitaria ma trasversale.
La terza regola, che è un po' la somma delle prime due è che la concomitanza fra scelta del segretario e elezione dell' assemblea costituente non si traduca in un'assunzione di una logica leaderistica: già eleggere un segretario e un vice segretario per un partito che ancora non c'è almeno nei fatti concreti, nella previsione di chi e quanti saranno gli iscritti, può favorire questo esito. Vorrei che almeno si abbia consapevolezza che il rinnovamento della cultura politica e dell'etica civile diffusa, di cui il PD deve essere segno,  non è possibile sul terreno delle derive leaderistiche che hanno segnato e segnano ancora questa stagione italiana e internazionale: che altro è sapere che le persone e le loro storie non sono una variabile indifferente nella vicenda politica,  che scegliere in chi riconoscersi non  è irrilevante ai fini delle nostre aspirazioni, altro è  favorire una personalizzazione della politica che diviene alternativa alla partecipazione democratica dei cittadini.http://www.cittadiniperlulivo.com/wmview.php?ArtID=2679


Mi chiamo Atijas, Jakob


Il 22 aprile 2007, a Jasenovac, un ex internato ha preso la parola nel corso delle celebrazioni ufficiali che ricordano la chiusura del campo di concentramento ustascia. Pubblichiamo la traduzione integrale del suo discorso
Cari sopravvissuti al campo di concentramento di Jasenovac,
egregio Presidente della Repubblica di Croazia,
egregio delegato della presidenza del Governo della Repubblica di Croazia,
stimati invitati,

mi chiamo Atijas Jakob. Sono nato a Sarajevo, in una famiglia di lavoratori. Mio padre era barista, mia madre casalinga. Ho concluso gli studi professionali insieme a mia sorella maggiore Rifka, mio fratello aveva studiato come idraulico. Avevamo una sorella minore di nome Flora, che frequentava la scuola elementare.

Anche prima dell'apertura dei campi di concentramento, le nostre vite sono state colpite dal fascismo e dal nazismo. Pensavamo che tutto questo non sarebbe accaduto proprio a noi. Quando i nazisti entrarono a Sarajevo chiusero negozi e aziende di ebrei, perdemmo il lavoro, ci mandarono via da scuola, perdemmo amicizie, i vicini di casa sparirono. Fummo obbligati a portare la Z gialla di “Zidovi”, ebrei. Sentivamo i racconti degli arresti degli ebrei a Zagabria, a Sarajevo... Radunammo pochi bagagli, ci preparammo ad essere deportati.

E così, il 3 settembre del 1941, fummo arrestati dalla polizia ustascia, io, mia madre, mio fratello e mia sorella più giovane. Su carri bestiame ci deportarono nel campo di Kruscica vicino a Travnik. Questo era un campo di concentramento per ebrei bosniaci. Ogni giorno arrivavano nuovi treni carichi di uomini, donne e bambini.

Qui vidi per l'ultima volta mia madre e la mia sorellina. Vennero deportate nel campo di concentramento ustascia di Loborgrad. Sono scomparse nell'inferno del campo di concentramento nazista di Auschwitz. Mia sorella maggiore Rifka, maritata Maestro, venne uccisa nel campo di concentramento ustascia per donne e bambini ebrei di Dakovo. Suo marito venne ucciso nel campo di concentramento di Jasenovac.

Nel grande trasporto di deportati proveniente dal campo di concentramento di Kruscica, io e mio fratello di sedici anni, Samuel, sottoposti a botte, maltrattamenti e saccheggiati di tutto, arrivammo a Jasenovac. Eravamo atterriti. Ogni metro c'erano gli ustascia con i loro cani. Divisero subito i deportati più anziani. I più giovani vennero mandati al campo di Krapje. Vennero uccisi subito.

A noi due ci portarono al campo Brocice. Lavoravamo nella costruzione dell'argine del fiume. Picchiavano e uccidevano giornalmente. Gli ustascia si sfogavano su di noi; passammo il cosiddetto “sic tunnel”... Sulle mani e sul collo porto ancora i segni delle ferite dei coltelli ustascia.

Poi ci divisero. Io venni spostato al campo III Ciglana che era qui, in questo spazio. Conobbi ebrei, croati, serbi, cechi, musulmani, antifascisti. I rom venivano subito portati via e uccisi. Agli occhi degli ustascia la loro vita non valeva nulla. Addirittura meno della nostra.

Nel novembre del 1941 arrivò alla stazione di Jasenovac un grande convoglio di deportati. Solo uomini. La colonna si dirigeva verso il campo di Ciglana. Dietro di loro procedevano tre carri. Gli ustascia sgozzavano, massacravano, uccidevano quegli uomini in colonna. Noi fummo obbligati a pulire la strada. Ho tenuto in mano i corpi umani caldi e sanguinanti.

All'inizio di aprile del 1942 venne ucciso mio fratello più piccolo. Durante il lavoro all'aperto, nei campi dei contadini serbi che erano stati deportati nel campo di concentramento, aveva trovato e nascosto in tasca alcune patate e due pannocchie. Al momento del rientro al campo venne perquisito, e gli ustascia trovarono ciò che aveva nascosto. Lo rinchiusero nella famigerata sala di Jasenovac dove venne torturato e dopo due giorni ucciso.

E la fame era inenarrabile.

Mio nonno di 72 anni venne tenuto nascosto agli ustascia dai medici per sette mesi nell'ospedale del campo di concentramento. Venne scoperto e ucciso nella grande operazione di “pulizia” del campo prima dell'arrivo di una commissione ustascia, all'inizio del 1942.

Nella tarda primavera del 1942, quando arrivarono presso il campo di Stara Gradiska dei grossi convogli di deportati di Zavidovici, Zepce e Tesanj, rividi mia nonna, mia zia, mio zio... Di circa 70 membri della mia famiglia allargata, io sono l'unico sopravvissuto.

Dalla cantina dell'ospedale ustascia, che noi internati chiamavamo “Hotel Gagro”, insieme a Hirsl, Romano e Svarc di notte sentivamo spesso le urla dei maltrattati, il rumore dei colpi e delle botte, gli ultimi rantoli dei morenti. Da quelli che seppellivano i corpi, venimmo a sapere dei bambini uccisi con il gas, del trasferimento giornaliero degli internati dalle baracche verso la Sava, vidi nel campo il figlio del mio datore di lavoro, un serbo di Sarajevo, incatenato e poi ammazzato.

Da Stara Gradiska, con il trasporto diretto alle esecuzioni, nell'agosto del 1942, mi riportarono a Jasenovac. Un addetto al laboratorio di lavoro, l'internato Somodja, croato, mi tirò fuori dal convoglio di deportati per Donja Gradina.

Ogni giorno, sia a Jasenovac che a Gradiska, ho visto gli uomini legati con il fil di ferro, picchiati, massacrati, fatti bruciare nei forni di Ciglana, ammazzati. La lotta per la sopravvivenza era l'unica cosa che mi teneva in vita, la speranza che un giorno sarei riuscito ad andare via, che non mi avrebbero ucciso. Sebbene sapessi che i miei parenti non c'erano più volevo vivere, speravo che un giorno sarei riuscito ad uscire fuori.

Uomini buoni, onesti, mi hanno aiutato a scappare dal campo di concentramento. Ci saranno sempre uomini buoni. Chi non crede nell'uomo non può essere un uomo. Ed essere un uomo è una cosa grande. E' possibile, ci vuole poco. Solo volerlo e pensare in maniera buona e intelligente.

Non posso raccontarvi tutti i dettagli. E' parte della mia vita. E' accaduto, non dobbiamo dimenticare! Per i giovani, per le generazioni che verranno, perché non ritorni. Anche quando ho raccontato a mio figlio di ciò che avevo vissuto gli ho detto: “Ama tutti, aiuta e sii onesto”.

Diamo la possibilità ai nostri diversi pensieri di intersecarsi. Per questo non dobbiamo diventare nemici. La convivenza deve esserci. Se non c'è, non potrà esistere la nostra specie su questo pianeta.

Grazie!
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8060/1/51/

Turchia al voto: la quiete
prima e dopo la tempesta

Marta Federica Ottaviani


Fine di un’isteria collettiva. Domenica alle 18, quando i seggi si sono chiusi e l’Alta commissione elettorale non aveva ancora sciolto il silenzio durato tutto il fine settimana, probabilmente qualcuno in Turchia ha tirato un sospiro di sollievo. È stata una campagna elettorale infuocata, dove tutti i partiti, l’Akp in testa, hanno speso cifre da capogiro per la Turchia, per mettere in campo una strategia di comunicazione vincente e dove sono volate promesse di ogni tipo e parole grosse fra i leader dei vari schieramenti.

Tutto il paese era già sotto pressione da tempo, per la precisione dall’inizio di aprile, quando sono apparse sui giornali le prime polemiche riguardanti il candidato alla Presidenza della Repubblica e che in maggio sono finite con una crisi che, secondo molti, avrebbe potuto portare a un intervento dei militari nella vita civile del paese. Queste elezioni sono state viste da tutti come la contrapposizione di una Turchia laica e una Turchia filo islamica quando invece, a ben vedere, dalle urne sono uscite tre Turchie. Una, di gran lunga maggioritaria, che appoggia la politica del premier uscente Recep Tayyip Erdogan e del suo Akp, il Partito islamico-moderato. La seconda è la Turchia dei laici e dei moderati, vera delusione di queste elezioni, che non è riuscita ad andare oltre il 20% e dove in questi giorni si sta discutendo un cambio di leadership per recuperare consenso. La terza, vera sorpresa di queste elezioni, è stata quella rappresentata dall’ingresso in Parlamento del Partito nazionalista, organizzazione ultra-conservatrice alla quale fanno riferimento anche i Lupi Grigi e che ha leggermente ammorbidito le sue posizioni nell’ultimo decennio.

Il fine settimana elettorale è stato contrassegnato da un rigido silenzio voluto dalla procedura elettorale. Niente trasmissioni, niente exit-poll, solo qualche intervista alle persone all’uscita dei seggi. Mani legate a giornali, agenzie e televisioni, che non hanno potuto fornire nemmeno i dati sull’affluenza alle urne. Una vera e propria quiete prima e dopo la tempesta.

Quando il verdetto delle urne era ormai certo, infatti, migliaia di persone si sono riversate nelle strade delle strade della capitale, seppur per motivi diversi. I sostenitori dell’Akp per celebrare un risultato storico, i militanti del Mhp per festeggiare l’ingresso in Parlamento e gli elettori del Chp, inferociti, per protestare contro il leader del partito Deniz Baykal e chiedere le sue immediate dimissioni. La manifestazione ha rischiato di degenerare e la polizia è stata costretta ad allontanare molti con la forza.

Resta adesso da vedere che cosa il premier rieletto trionfalmente avrà intenzione di fare. Per il momento si è limitato a dire che continuerà sulla stessa strada, e ad andare dal presidente Ahmet Necdet Sezer per rassegnare le sue dimissioni, preludio al nuovo incarico. Ma, con lo stachanovismo che lo ha caratterizzato da quando divenne premier quattro anni e mezzo fa all'ultimo giorno dell'infuocata campagna elettorale, c'è da scommettere che Recep Tayyip Erdogan stia già pensando alla formazione del nuovo governo. E muovendo le prime mosse. Anche perché - sembrerà paradossale dopo una vittoria schiacciante - potrebbe avere qualche problema, soprattutto da parte della corrente più conservatrice del suo governo.

La sera della vittoria, davanti a una folla in delirio, è salito sul palco insieme con Abdullah Gül, ministro degli Esteri e secondo molti il suo delfino. Con loro anche le mogli Emine e Hayrunissa, chiaramente velate. Parlando agli elettori che lo acclamavano, Erdogan ha promesso più sicurezza e sviluppo economico, ribadito l’impegno per entrare in Europa. Ha promesso uno Stato democratico, libero e laico, poi però ha salutato tutti dicendo “Allah è il nostro amore, che Allah ci aiuti”. Il giorno dopo ad acclamarlo sono stati i mercati finanziari, con la borsa in avanti del 5% e il cambio sul dollaro ai minimi storici. Adesso Erdogan deve guidare la Turchia per altri 5 anni e in questo periodo di tempo dovrà dimostrare dove vuole portare il Paese, se più vicino all’Europa o al mondo arabo. Le sue intenzioni non le ha ancora capite nessuno.


 

 

 

 

 

caffeeuropa.it



Nuovi scontri tra fondamentalisti e polizia nella moschea rossa
di Qaiser Felix
Le forze dell'ordine sono intervenute per allontanare i fondamentalisti che stamattina avevano ripreso possesso della moschea e cacciato l’imam voluto dal Governo e i giornalisti. Un kamikaze si è fatto esplodere in un albergo di Islamabad, uccidendo almeno 12 persone.

Islamabad (AsiaNews) – E' tornata la violenza nella moschea rossa di Islamabad. La polizia è intervenuta dopo che stamattina, un gruppo di fondamentalisti ha nuovamente occupato l'edificio, cacciandone l'imam voluto dal governo. Gli scontri nella moschea avrebbero procurato "alcuni morti". E' di una dozzina di uccisi, invece, il bilancio di un attentato kamikaze, portato contro un albergo della città.

La moschea rossa aveva riaperto le porte solo questa mattina, dopo l’intervento dell’esercito che il 12 luglio scorso aveva cacciato gli occupanti in un bagno di sangue: 102 le vittime e numerosi arresti il bilancio dell’operazione. Ora il controllo dell’edificio è tornato nelle mani dei fondamentalisti, che non tollerano la presenza di leader religiosi scelti dal governo.

I fondamentalisti hanno assaltato anche i giornalisti, buttandoli fuori dalla moschea e danneggiando le telecamere delle troupe televisive. Ripreso il controllo dell’edificio, essi hanno chiesto l’immediato rilascio di Maulana Abdul Aziz, vecchio leader del centro di culto, prelevato dalle forze di polizia e sottoposto a regime di custodia in seguito all’operazione militare del 12 luglio. “Egli è il solo leader della moschea e l’unico al quale è concesso il diritto di guidare la preghiera del venerdì”, hanno ribadito gli occupanti, lanciando slogan che inneggiavano alla “Jihad” e “contro le autorità”.

In seguito all’ondata di violenze delle scorse settimane, il governo ha cercato di cambiare il nome alla moschea ma i ribelli hanno subito provveduto a ridipingere la scritta “Lal Masjid” (moschea rossa) sulle mura e hanno issato sul tetto una bandiera con il simbolo dell’Islam.

La polizia aveva affermato di non voler intervenire oggi, giorno di preghiera, e di rimandare qualsiasi tipo di decisione ad una fase successiva; al momento non è stato ancora chiarito se gli occupanti siano studenti o seguaci di Abdul Aziz. Poi la decisione dell'intervento, che ha permesso di riprendere il controllo dell'edificio.

Alcuni leader del Muttahida Majlis-i-Amal (MMA, alleanza di sei partiti politico-religiosi) hanno cercato di entrare nella moschea, ma sono stati respinti con la forza, così come tutti gli uomini della sicurezza. Secondo fonti della polizia gli occupanti all’inizio erano 400, ma il numero è in continuo aumento.   

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9942&size=A

TURCHIA:
L’esercito fuori o dentro la politica?
Hilmi Toros

ISTANBUL, 27 luglio 2007 (IPS) - La Turchia ha un esercito potente, che in nome dei suoi poteri costituzionali non si fa troppi scrupoli riguardo a qualsiasi intromissione, diretta o indiretta, nella politica, preservando così la repubblica secolare da minacce sia esterne che interne. Adesso però, nonostante l’alta considerazione di cui gode tra la popolazione, la sua presenza costante in politica comincia a essere messa in discussione.

Le forze armate hanno rovesciato con un colpo di stato due governi eletti legittimamente, nel 1960 e nel 1980, ma hanno poi ripristinato un governo civile. Nel 1998, hanno anche fatto cadere, con minacce d'intervento, un governo d’ispirazione islamica.

Stavolta sono tornate a dire la loro, anche se senza carri armati in giro per la città. In ciò che è stato definito un “avvertimento on-line” (e-warning), una dichiarazione diffusa a mezzanotte sul suo sito web, l’esercito ha parlato di una crescente minaccia islamica, appena qualche ora dopo la nomina, da parte del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di matrice islamica al governo, del ministro degli esteri Abdullah Gul come candidato alla presidenza.

Il governo, per rivalersi sull’esercito, ha sostenuto che lo Stato maggiore, che risponde al primo ministro, non può essere lasciato andare a ruota libera. Ma non ha voluto, o non ha potuto, disciplinare le forze armate.

Dopo l’avvertimento on-line, Gul non è riuscito ad ottenere la necessaria maggioranza di due terzi in parlamento. Gul è noto per le sue passate idee islamiche, e perché la moglie indossa il velo islamico, vietato negli impieghi pubblici.

Quindi, l’assemblea legislativa si è sciolta. Le elezioni parlamentari si sono tenute tre mesi prima del previsto, e il partito al governo ha vinto con una valanga di voti.

Il punto è cosa succederà adesso. Secondo alcuni, è stato l’ultimo intervento verbale dell’esercito a provocare la valanga di consensi in favore dell’AKP del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il partito è salito dal 34 al 46 per cento dei voti, e ha 342 deputati nella camera di 550 seggi. Gli mancano 25 voti per poter nominare un presidente.

“Amo l’esercito. È solido, onesto, efficiente”, ha dichiarato Veysel Yucel, attivista di base dell’AKP a Istanbul. “Ma il suo posto è in caserma. Il Parlamento dovrebbe eleggere il presidente senza interferenze”.

Erdogan ha definito i risultati “un riflesso nazionale dell’ingiustizia nei confronti di Gul”.

Devlet Bahceli, capo del Partito d’azione nazionale, il gruppo di estrema destra che è tornato in parlamento con il 14 per cento dei voti, ha dichiarato che “le pressioni extra-parlamentari” hanno aiutato il partito al governo a guadagnare dei voti che altrimenti non avrebbe ottenuto.

Secondo Cengiz Candar, opinionista del quotidiano finanziario Referans, le elezioni parlamentari del 22 luglio sono state una sorta di “referendum” sull’avvertimento on-line dell’esercito, o “e-coup”, che ha impedito al parlamento di eleggere il presidente. “Con voce decisa, la nazione turca dice no all’intromissione dell’esercito in politica”, ha scritto. “Il ruolo delle armi nella politica turca è finito”.

Un altro commentatore, Hasan Cemal del quotidiano nazionale Milliyet, ha definito l’esito delle elezioni “l’avvertimento on-line” (“avvertimento elettorale”) della popolazione nei confronti dell’esercito. Lo Stato maggiore non ha commentato i risultati.

Ma non tutti caldeggiano un ruolo ridotto dell’esercito. L’analista Gulsun Erdim, esperto in risorse umane, ha detto all’IPS: “Suggerire all’esercito di non intervenire in politica è come chiedergli di non fare il suo lavoro. Il suo mandato è proteggere la costituzione e la repubblica laica. Perciò deve parlare e agire quando necessario”.

La Turchia è la seconda principale potenza militare del Trattato del Nord Atlantico (Nato) dopo gli Stati Uniti, con oltre 500.000 soldati. Il servizio militare è obbligatorio.

L’esercito gode di un’indipendenza quasi totale dal governo. È lui a fissare il proprio budget, e non deve rendere conto delle sue dichiarazioni a nessuna autorità civile. Con il suo avvertimento on-line, ha annunciato pubblicamente di essere un partito interessato alle elezioni presidenziali, per garantire che la legge islamica non prevalga sui valori della laicità.

L’esercito è stato irreprensibile - almeno pubblicamente. Anche adesso, le critiche sono scarse e tenui, in un paese dove quasi nessuno sfugge ai violenti attacchi dei media.

Alle dichiarazioni dell’AKP, sia di Erdogan che di Gul, che giuravano fedeltà al sistema laico, l’esercito ha replicato chiedendo di vedere i fatti al di là delle parole.

Dall’altra parte, il governo dell’AKP ha tentato di ridurre il forte potere delle forze armate, anche menzionando gli esempi di autorità civile rispetto all’esercito dell’Unione europea, a cui la Turchia spera di unirsi come prima nazione musulmana.

Finora, il governo è riuscito a nominare un civile come segretario generale del Consiglio nazionale di sicurezza: un gruppo di alte cariche governative e militari sotto il comando del presidente che, in passato, provenivano esclusivamente dai ranghi militari.

Ma l’esito delle elezioni non ha risolto la questione di quest'occasionale impasse militare-civile. Non ha risposto alla domanda su cosa l’esercito dirà o farà se il partito al potere tornerà a nominare Gul, e se il candidato che nella precedente legislatura non era stato accettato dall’esercito, questa volta dovesse prevalere.

Erdogan, favorito da un sensazionale trionfo elettorale, è sotto pressione dall’elettorato per rimanere vicino a Gul. Ha dichiarato pubblicamente che stava a Gul decidere se presentarsi, e anche che lui era aperto ad altri candidati del suo partito. Se il nuovo parlamento non riuscisse ad eleggere un presidente entro il 30 agosto, ci si riproverà.

Da quando il governo di matrice islamica è salito al potere nel 2002, tra il governo dell’AKP e l’esercito ci sono stati talora dei contrasti.

L’esercito lamenta le crescenti tendenze islamiche, in una società che è stata costruita sul laicismo da quando la Turchia è diventata repubblica, nel 1923. Le forze armate hanno espulso alcuni ufficiali accusati di propaganda islamica dentro l’esercito. Il primo ministro, che deve accettare o respingere le espulsioni, le ha finora assecondate, osservando che gli accusati dovrebbero avere il diritto di obiettare.

Di recente, governo e esercito si sono divisi anche su come gestire le crescenti violenze provenienti dai ribelli del Partito dei lavoratori curdi (PKK), passati in Iraq e rifugiatisi poi in Turchia. L’esercito preme per un’incursione unilaterale oltre confine, mentre il governo si è finora tirato indietro su questa possibilità, decisamente respinta anche da Stati Uniti e Unione europea.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=971

USA : amministrazione Bush , e' tempo di scaricare Gonzales ?
di Rico Guillermo*

Secondo parte della stampa USA e' giunto il momento di mandare a casa il segretario alla giustizia Alberto R. Gonzales, il controverso consigliere legale di Bush gia' in passato accusato di aver spinto e poi legalizzato le torture nelle carceri USA all'estero, e piu' di recente di aver spinto la pena di morte in casi sprovvisti di adeguate prove e di aver licenziato alcuni validi procuratori federali per motivi politici.

L'Associated Press ha reso noto che un gruppo di senatori democratici ha chiesto mercoledi' la nomina di un consulente legale speciale indipendente per studiare se il procuratore generale (negli USA la carica coincide con quella di ministro della gustizia) Gonzales abbia fuorviato il Congresso o commesso spergiuro davanti ad esso sulla vicenda dei licenziamenti dei procuratori USA e sul dissenso sul programma di sorveglianza interna del presidente Bush.

"E' divenuto evidente - hanno commentato i quattro senatori in una lettera - che il procuratore generale ha fornito un minimo di verita' e dichiarazione ingannevoli" al comitato giudiziario. Ma anche alcuni parlamentari repubblicani sono dubbiosi sull'attendibilita' di Gonzales.

La testimonianza giurata di Gonzales sulle intercettazioni e' stata peraltro contraddetta dallo stesso direttore dell'FBI, Robert Mueller, in una testimonianza davanti al Comitato della Camera. Mueller ha detto infatti giovedì al Congresso che un importante programma di sorveglianza era stato l'argomento di un drammatico dibattito legale all'interno dell'amministrazione Bush.

Quella di Muller e' la prima conferma pubblica da parte di un funzionario dell'amministrazione Bush sul fatto che il programma dell'agenzia di sicurezza nazionale sia stato il tema di un incontro insolito avvenuto nottetempo fra Gonzales e l'allora segretario alla giustizia John Ashcroft, che era in un letto d'ospedale dopo un intervento chirurgico. Oltre ad aver confermato il contento di quell'incontro, Mueller ha anche detto di aver avuto preoccupazioni serie circa il programma illegale di sorveglianza.

I particolari del programma, mantenuto segreto per quattro anni, sono stati confermati dal presidente Bush nel dicembre 2005, scatenando le polemiche. Ma molti scandali hanno toccato l'amministrazione Bush - da Abu Ghraib alle prigioni segrete della CIA, dalla gestione Bremer in Iraq alla vicenda Plame, dalle intercettazioni segrete ai procuratori silurati. Spesso si e' salvata rifiutando di testimoniare davanti alle Camere, ma qualche volta e' stato dimostrato che pur testimoniando non ha detto la verita'.

Ora e' la volta di Alberto Gonzales. Nominato a 49 anni, in precedenza era stato il principale consigliere giuridico di George W. Bush, ed i Democratici gli rimproverarono una nota interna del gennaio 2002 in cui affermava che la lotta al terrorismo rendeva "superate le limitazioni" previste dalla Convenzione di Ginevra concernenti "gli interrogatori di prigionieri nemici". Per i senatori democratici, questo approccio aveva aperto la strada alle sevizie praticate nella prigione di Abu Ghraib in Iraq, cosi' come a Guantanamo e in Afghanistan.

L'amministrazione Bush aveva rifiutato di fornire ai senatori che dovevano approvare la nomina ulteriori documenti sul ruolo di Gonzales nelle decisioni relative ai violenti interrogatori sui detenuti sospettati di terrorismo poi critcati anche dal rappresentante ONU e dagli stessi esperti del Pentagono. Tuttavia, grazie alla legge americana sull'informazione libera, erano gia' emersi rapporti dell'FBI nei quali si parlava chiaramente dell'abilitazione governativa all'uso di metodi non convenzionali per gli interrogatori dei detenuti, con posizioni stressanti e privazione sensoriale, in violazione alle Convenzioni internazionali.

Oggi l'epigone del sogno americano - essendo il primo ispanoamericano ai vertici del governo - e' divenuto un ministro imbarazzante per l'amministrazione Bush. Lo "Shreveport Times", che invoca un secondo Ken Starr, scrive in un editoriale che "Gonzales ha portato la ginnastica verbale ad altezze olimpiche mai viste dalla deposizione di Bill Clinton sull'affare di Monica Lewinsky. Clinton e' stato messo sotto impeachment. Gonzales dovrebbe essere licenziato".

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org


Cina. Cinque milioni di sfollati
Cinque milioni di sfollati. Il doppio del Darfur. Tanto quanto la guerra in Iraq. Quanti danni possono fare le alluvioni in Cina
Saprete forse quanti rifugiati ha causato il conflitto in Darfur, Sudan. Quasi due milioni e mezzo. Sappiamo tutto dalla tv dello straripamento del Tamigi e di Oxford sott'acqua. Ma pochi han sentito parlare dei 5 milioni di rifugiati causati la scorsa settimana dalle alluvioni in Cina Meridionale. Più profughi di quanti abbiano lasciato finora l'Iraq.
 
 
nella città di FopingDue volte il Darfur. La scorsa settimana sono rimasti sott'acqua in 150. A sentire Quinghui Gu, coordinatore regionale della Croce Rossa, "Circa 200 milioni di cinesi hanno patito le conseguenze dell'alluvione". Il partito Comunista, in ossequio al nuovo status internazionale di superpotenza di Pechino, ha mobilitato migliaia di volontari dell'Esercito del Popolo e del Partito, insieme con la Croce Rossa, ma non ha voluto, e non ha intenzione, di chiedere aiuto alla comunità internazionale. Secondo Gu il conto dell'ultimo mese è stato -grazie a questi volontari - addirittura clemente in termini di vittime, in totale 'solo' 500 (400 per l'agenzia ufficiale 'Xinhua'); invece i tifoni nel 2006 avevano uccisi 2.704 cinesi.
La Croce Rossa sta però seriamente pensando di lanciare un appello mondiale nei prossimi giorni perché anche le nazioni straniere aiutino questa porzione meridionale di Cina colpita da tifoni e alluvioni; il Comitato internazionale di Ginevra ha messo da parte per la sede cinese dei fondi particolari. Ma da Pechino hanno negato risolutamente che possano essere coinvolte  nelle operazioni di recupero altre agenzie presenti sul territorio cinese al momento, ossia le Croci Rosse canadese, americana e australiana.
 
nel GuangXiDa ovest i soliti salvatori. Solo 'Oxfam' e 'World Vision' , tra le Ong occidentali, hanno avuto accesso ai programmi di salvataggio dalle alluvioni. World Vision ha dichiarato al sito 'AlertNet' di aver raggiunto circa 70mila persone con aiuti comprendenti generi di prima necessità e giocattoli per i bimbi, per aiutarli a superare lo choc dell'aver perso casa. Gu si è detto scettico sul possibile recupero economico dai danni causati nelle regioni colpite. A patire sono state le province meridionali interne, in prevalenza d'economia contadina, arretrata  rispetto al boom economico della costa orientale. "E' difficile convincere i donatori occidentali a pensare ai cinesi - ammette Gu - a causa della crescita poderosa degli ultimi anni; ma non tutti ricordano che il benessere ha raggiunto Shangai, Pechino, Canton e poche altre città. Mentre l'interno rurale è ancora parecchio indietro rispetto ad un Paese occidentale".
 
 
la diga LingPingPioggia a catinelle... E non basta. Le inondazioni hanno sollevato speculazioni sulla sicurezza delle dighe in Cina meridionale. Un pericolo che riguarda 30mila dighe che incombono su 400 città abitate da 146 milioni di persone. Il settimanale 'China news weekly' a fine giugno aveva scritto che dal 1954 si erano avuti in media 71 crolli l 'anno, per un totale di 3.484 fino al 2003. Nello Jiangxi, secondo dati raccolti dal Ministero delle Acque di Pechino -citato dal settimanale come fonte- il 37 percento delle dighe al meridione, ben 3.488, sono danneggiate; e non verranno riparate per mancanza di fondi. Per esempio la diga nella foto, 'LiLing' nella città di ShangHao, provincia di Poyang, è stata indicata come prossima al crollo in caso di pesante inondazione. Questo non da un giornalista, ma da un ispettore del ministero delle Acque. Secondo il direttore locale del Ministero delle acque Gong JianXin, la diga non conosce manutenzione da anni, e in caso di crollo travolgerebbe le 3mila anime a valle. Ben di più che il disastro del 9 ottobre 1963 nella valle del Vajont in Veneto, che ne uccise quasi duemila. Secondo il report finito in mano ai redattore del 'China Weekly' di Pechino, su circa 4mila dighe totali sul territorio cinese, 30mila versano in condizioni critiche e non ricevono da tempo manutenzione adeguata. C'è da sperare che stasera non ci sia 'cielo a pecorelle' su Jiangxi.
 http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8477

Caricature di El Jueves: «Prendersela con il giornale è grottesco»

Intervista con Oscar Nebreda, editore di El jueves, la rivista satirica spagnola ritirata dalle edicole il 18 luglio scorso per aver pubblicato una caricatura spinta sulla famiglia reale.
Oscar Nebreda, editore della rivista satirica (Foto Claire Roquigny)
«Oltraggio alla famiglia reale». Nella penisola iberica, con il reato di lesa maestà non si scherza. Lo ha sperimentato il settimanale satirico El Jueves, che ha pubblicato la settimana scorsa in prima pagina una vignetta che ritrae il principe Felipe e la moglie Letizia in esplicito atteggiamento sessuale. Realizzata allo scopo di schernire la politica demografica del governo Zapatero – che ha recentemente proposto un bonus di 2500 euro per ogni bambino nato – questa caricatura potrebbe costare cara al disegnatore e allo sceneggiatore: fino a due anni di prigione.

Come sta?
Bene! Tutta questa storia è molto divertente. Non ci avevano mai giocato un tiro simile, anzi, sì, una volta: 28 anni fa, subito dopo la morte di Franco, quando la Spagna si trovava ancora nel cosiddetto “periodo di transizione”. Ora viviamo in una democrazia, e prendersela col giornale, come ha fatto questo giudice, è una decisione sproporzionata e grottesca.

Molti la considerano anche inutile...
Il giudice non deve conoscere molto i media di oggi perché, altrimenti, avrebbe dovuto prendersela anche con tutti i giornali che hanno riproposto il disegno nelle loro pagine, senza contare i siti Internet. Ha chiuso il nostro, quando centinaia d’altri siti hanno potuto liberamente mostrare la caricatura. Non è solo inutile, è controproducente: adesso milioni di persone conoscono il disegno. Ma perché diavolo i giudici corrono appresso a noi? Dovrebbero avere già abbastanza da fare con i terroristi!

Si può parlare di un ritorno al franchismo?
Questa storia mi fa tornare in mente brutti ricordi… Negli anni Settanta, avevo lanciato le riviste El papus e Barrabás, equivalenti del celebre settimanale satirico francese Hara-kiri (pubblicato a partire dagli anni Sessanta, ma non più in edicola, ndr). Sono stato convocato in 66 processi: per infermità, inattitudine al mestiere e sorvolo sul resto! Ho vissuto per quattro mesi lontano da casa e mi sono salvato per un pelo da un attentato. Ma in quegli anni bui funzionava così. Oggi non siamo a quei livelli, ma devo darmi dei pizzicotti per credere che siamo nel 2007!

Come organizzerete la vostra difesa?
Lo sceneggiatore Manel Fontdevila e il disegnatore Guillermo sono accusati di oltraggio alla Corona. Noi vogliamo semplicemente dimostrare che lavoriamo con uno spirito animus iocandi e non injuriandi. Il nostro emblema è il buffone, quello è il nostro ruolo. E poi la famiglia reale non è all’origine della denuncia: deve essere stato uno dei loro segretari o consiglieri. Il re afferma di leggere la nostra rivista durante le vacanze e altri membri della Casa Reale ci chiedono addirittura delle caricature! Contiamo anche sui nostri lettori – che ci inviano centinaia di lettere di sostegno – e sull’opinione pubblica… El jueves esiste da trent'anni, è l’ottavo giornale del paese. Non ci fermeremo qui.

Ma non si rischia una certa forma di autocensura? I telegiornali già sfocano l’immagine…
La famiglia reale è diventata un tabù? E sia, ci accaniremo ancora di più su di essa. Questa settimana la nostra copertina presenta il principe Felipe-ape che si posa sul fiore Letizia: è così che si riproducono i re!

[Ndr: La Procura spagnola ha mantenuto l’accusa contro gli autori del disegno, ma si limita a richiedere il pagamento di un’ammenda escludendo la pena carceraria.]
Claire Roquigny - Barcelonehttp://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11666


luglio 27 2007

Molti blogger italiani andrebbero presi a schiaffi (morali...)

Molti blogger italiani andrebbero presi a schiaffi (morali...)

Piero RiccaCon oggi fanno sedici lunghi giorni che a Piero Ricca è stata tolta la libertà di aggiornare il suo blog, grazie alla connivenza dei vertici della Guardia di Finanza con il più sporco degli imprenditori italiani e del suo servetto Emilio Fede.

Per chi non se ne fosse ancora accorto e vivacchiasse in un mondo fatto di veline e consumatori di viagra e si fosse anche perso qualche puntata della soap opera più nefasta alla quale ci tocca assistere, l'Italia è diventata, ormai da tempo immemore, ostaggio del malaffare, della mafia e della P2.

Esclusi Pressante, Officina Democratica, Rinascita Nazionale e pochi altri, che Piero ha puntualmente ringraziato nel post di oggi su Qui Milano Libera, l'Associazione da lui fondata, gli altri se ne sono ben guardati dal dare la notizia o dal promuovere campagne in suo favore.

Possibile che persone così intelligenti ed impegnate, che passano il tempo a scribacchiare di Partito Democratico, non si siano accorti di una palese violazione dei loro diritti? Dove avevano la testa quando Piero, con un lavoro capillare ed instancabile, ci raccontava le sue interviste ai peggiori criminali che godono di immunità ed impunità?

Sono mesi che mi sgolo per svegliarli dal loro stato di sbulinamento, tentando di far capire loro che il mezzo che usiamo può scardinare le ormai consunte catene del regime.

E' un mezzo dirompente ma non sufficiente. Piero Ricca ha più volte affermato che armarsi anche di megafono e volantini può mandare in corto circuito il Sistema mediatico grondante cerone e menzogne.

Ma i blogger languono, si accapigliano per questioni di cui a loro poco importa.

Che c'azzecca, per utilizzare un intercalare dipietresco, con i blogger, il Partito Democratico? Non sono forse i suoi promotori i più strenui difensori di Consorte, Ricucci e company?

Bene, con questo post, voglio infliggergli l'ennesimo schiaffo mediatico; non per colpirli violentemente e lasciare che le cose rimangano come sono.

Il mio è uno schiaffo di sfida ad utilizzare al meglio il proprio blog, scrivendo un post al giorno fino a che la Guardia di Finanza non sblocchi il suo di blog.

E voglio aggiungere di più: è ormai irrimandabile la costituzione di Comitati spontanei in ogni contrada raggiungibile per organizzare una giornata di megafonaggio davanti alle istituzioni per pretendere il ripristino immediato della libertà di diffusione delle idee di Piero e di tutti coloro che hanno a cuore il dettato Costituzionale.

Io sono pronto ad organizzare una manifestazione a Roma. Aspetto adesioni.

Altrimenti, cari blogger immaginari, chiudeteveli direttamente da soli i vostri blog e tornate alle vostre occupazioni, perché non avete nè coraggio e né tantomeno consapevolezza della libertà.http://antoniopersia.splinder.com/post/13235560/Molti+blogger+italiani+andrebb


L. Elettorale: Guzzetta, troppi veti da estremisti di centro
Agi -
Roma - "Serve un bipolarismo che non faccia soggiacere il sistema politico al ricatto delle estreme: ma smettiamola di pensare che il problema italiano sia quello delle estreme. I veti arrivano anche dagli estremisti di centro, e sono forse ancora piu' dannosi di quelli di estrema destra o di estrema sinistra". Il presidente del comitato sul referendum per la legge elettorale, Giovanni Guzzetta, interviene cosi' ad un dibattito sulle riforme e la governabilita' organizzato da 'i.Polis'.

E forte delle oltre 800 mila firme depositate qualche giorno fa in Cassazione, rimanda "il pallino al Parlamento, che adesso riguardo alla riforma della legge "si trova di fronte due strategie: quella del canguro, cioe' fare un balzo in avati e quella del paguro che si rintana e torna indietro".

Il movimento referendario, premette Guzzetta, "non e' un movimento nato per abbattere o che ammicca agli umori qualunquistici del paese", al contrario, aggiunge, c'e' "sempre stato da parte nostra il massimo rispetto per il Parlamento. Ma ora pero' - puntualizza rivolgendosi a Piero Fassino e Paolo Gentiloni, i due politici presenti al dibattito - e' giusto avere il massimo rispetto anche per gli 850mila cittadini che hanno firmato e che hanno imposto all'agenda politica un tema di cui la stessa politica avrebbe volentieri fatto a meno di occuparsi".

"Il problema - continua - e' chiarire quale modello di democrazia vogliamo: uno e' quello del governo di legislatura con maggioranze scelte dagli elettori; l'altro e' il parlamentarismo 'archeologico' in cui i governi si fanno e si disfano a piacimento in Parlamento". L'importante e' agire, invita Guzzetta, evitando il 'benaltrismo' "per cui dinanzi ad una proposta c'e' sempre qualcos'altro di meglio da fare" e il 'vaccagrigismo', "per cui e' intuile fare perche', alla fine, tutte le vacche sono grigie...".

Un altro sospirato via libera
sulla via crucis per l'estate




L'impresa vera è stata mettere a rischio persino la votazione su un testo inemendabile come il Documento di programmazione economica e finanziaria, in gergo Dpef. Ma Natale D'Amico e Lamberto Dini non si fermano dinanzi a nulla. Hanno montato un caso anche su un testo di strategia politico-economica che non ha nulla, ma proprio nulla di vincolante, tanto che la finanziaria di autunno ne tradisce puntualmente gli intenti (è stato così anche con la prima finanziaria Prodi). Il problema è che il Dpef è accompagnato in Parlamento da una risoluzione che viene, quella sì, emendata e votata. Ma che rappresenta semplicemente i desiderata di politica economica della maggioranza parlamentare sui desiderata politico-economici del governo. Astrazione pura, come un commento su un quadro di Kandinskij.
Dopo due riunioni drammatiche a Palazzo Madama i due senatori hanno deciso finalmente di rinunciare all'intento di emendare la risoluzione con un impegno vincolante a ridurre la spesa pubblica di mezzo punto di Pil all'anno. E così, il testo è stato votato a maggioranza e la pausa estiva, al netto del voto sul tesoretto ancora di là da venire, si è avvicinata un po' di più.
Romano Prodi ha parlato, sulla scia di una nuova (obbligata) strategia comunicativa degli assoluti, di «un grande risultato». Tra i punti principali della risoluzione, ci sono l'impegno a ridurre i costi della politica, con l'obiettivo di «risparmi a regime per almeno 2 miliardi di euro», e interventi per ridurre il lavoro flessibile. Il testo impegna il governo inoltre a proseguire la lotta all'evasione, destinando le maggiori entrate «alla progressiva riduzione del prelievo tributario a carico delle famiglie», a fare finalmente la riforma delle rendite finanziarie armonizzando le aliquote al 20%. Non manca poi la richiesta di ridurre il carico fiscale sulla casa attraverso una revisione della normativa sull'Ici «che aumenti il grado di autonomia degli enti locali, l'adozione di un sistema di tassazione separata per i redditi da locazione e il riconoscimento di detrazioni fiscali per i canoni di locazione». Infine, il documento della maggioranza include un piano per «sostenere economicamente le famiglie con figli anche in funzione di un incentivo alla partecipazione delle donne al lavoro e a rimuovere i fattori che frenano l'autonomia dei giovani». http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=91412

Pd: Monaco, scegliere alleati? A decidere poi sono elettori
Ansa -
Roma - 'Che il Pd si scelga gli alleati e' cosa ovvia. Basta capirsi. Ma domando: l'Ulivo, quando ha sottoscritto il patto politico-programmatico per il governo dell'Unione, non ha forse scelto gli alleati con i quali poi si e' proposto agli elettori? Nessuno ce lo ha costretto. L'importante e' che le alleanze per il governo siano poi sottoposte al voto dei cittadini e non affidate a manovre parlamentari a urne chiuse'. Lo afferma Franco Monaco, deputato prodiano dell'Ulivo. 'Conta cioe' stabilizzare il bipolarismo - aggiunge - una limpida competizione tra coalizioni nitidamente alternative ove l'arbitro-decisore sia il cittadino. Anche in questo sta la moralita' politica'.

Colombia : FARC usano mine antiuomo , vittime civili
di Giovanni Pisano*

Ieri, proprio mentre pubblicavamo un approfondimento sui finanziamenti di alcune industrie statunitensi ai terroristi della Colombia sotto gli occhi del governo Bush, Human Rights Watch rendeva noto un rapporto di denuncia sull'uso delle mine antiuomo da parte dei guerriglieri delle FARC, fenomeno che sta avendo un impatto devastante sui civili.

Le mine antiuomo sono facili da realizzare con materiali poco costosi e di facile reperimento. Le FARC invocano proprio il basso costo di costruzione per giustificare l'uso di quella che chiamano l'arma dei poveri. Purtroppo proprio i poveri ne fanno in genere le spese. Secondo il rapporto, il numero delle vittime di tali ordigni in Colombia e' cresciuto drammaticamente negli ultimi anni.

Come e' noto, le mine non sono facilmente individuabili ed esplodono quando vengono calpestate o maneggiate da persone ignare, talora bambini. Molti civili - anche quando le mine non li uccidono, sono ridotti senza arti o senza vista. Ma gli effetti non sono solo fisici, e molte persone divengono incapaci di lavorare, di provvedere a se' stesse o ai familiari.

Il rapporto di Human Rights Watch accusa inoltre le FARC di usare altre armi, quali bombe a gas, in zone civili. Dato che esse non sono precise, regolarmente colpiscono obiettivi civili quali case e chiese, ferendo o uccidendo civili. Ma anche i gruppi paramilitari colombiani (AUC) accumulano armi.

Le leggi di guerra vietano l'uso di armi come le mine antiuomo che abbiano un impatto indiscriminato. Inoltre i membri e i comandanti dei gruppi armati che attacchino deliberatamente civili possono essere processati per crimini di guerra o anche per crimini contro l'umanita' se gli attacchi sono sistematici, in base allo Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale.

Il governo colombiano ha vietato l'uso delle mine terrestri in ossequio ai trattati internazionali del 1997, e le sue leggi prevedono benefici medici, economici ed altri per chi sia stato vittima di questi ordigni. La Colombia inoltre riceve un notevole sussidio internazionale da UE e altri per l'assistenza alle vittima ed altre iniziative relative alle mine.

Cio' nonostante, secondo il rapporto, l'aiuto e' insufficiente, anche perche' vi e' poca informazione fra gli stessi funzionari pubblici locali su quali provvidenze esistano in materia o vi sono problemi burocratici eccessivi. Da qui l'incito al governo di Bogota' di provvedere riguardo a queste lacune.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org


Il cinema partecipativo di Elephants Dream

Il primo film di animazione realizzato esclusivamente con software gratuiti ti aspetta su Internet. Puoi scaricarlo liberamente e sbizzarrirti con i modelli 3D dei personaggi e delle ambientazioni.
(Foto Blender Foundation /www.blender.org)
Non ti piace il finale del film? E allora cambialo! Con Elephants Dream, un cortometraggio 3D scaricabile gratuitamente dalla Rete, puoi sbizzarrirti. Oltre a essere stato realizzato con un programma modificabile liberamente e gratuito, l’open source Blender, questo filmato di 11 minuti è anche un open movie: chiunque avvezzo all’informatica può cambiare il film perché tutti i file che lo compongono sono disponibili sotto licenze Creative Commons, che ne permettono la riproduzione e modifica. Il cortometraggio narra la storia di Emo e Proog, due buffi personaggi alle prese con un mondo fantastico, ed è in lingua inglese, ma con sottotitoli disponibili in più di 30 lingue diverse (da scaricare a parte). È stato ideato da un gruppo di giovani artisti provenienti da tutta Europa e non solo, chiamato Orange Team, e ha visto i natali ad Amsterdam (le tante papere meccaniche che affollano il corto sono proprio un omaggio alla città olandese). Bassam Kurdali, regista e membro del gruppo, ci spiega di cosa si tratta.

(Foto Blender Foundation/www.blender.org)"Open source" e "open movie": può spiegarci queste espressioni?
Gli open source sono programmi diffusi insieme al codice sorgente e licenze che ne permettono la distribuzione anche con modifiche. Con open movie ci riferiamo soprattutto alla fase distributiva del prodotto: il film può essere copiato, modificato e redistribuito perché i codici sorgente del film sono accessibili a chiunque. Anche nella fase di produzione il gruppo base di lavoro era aperto a contributi esterni, soprattutto per quanto riguarda le texture.

Un lavoro che si avvale del contributo di non professionisti non abbassa la qualità del prodotto finale?
Non credo, oltre al singolo conta il lavoro di gruppo. E poi anche molti non professionisti sono dotati di grandi capacità. Questo metodo di lavoro permette inoltre di evitare le pressioni presenti nelle produzioni più grandi, dove gli investitori pretendono un ritorno economico adeguato.

(Foto Blender Foundation/www.blender.org)Cinema 3D e a basso costo: Elephants Dream è considerato un ottimo esempio per la scena europea. Cosa ne pensa?
Penso che sia magnifico. Mi auguro possa succedere anche altrove, per esempio in Asia e in Africa. In America Latina queste tecniche si stanno già diffondendo. Anche se non mi crea nessun problema il successo ottenuto dalle produzioni in 3D “tradizionali”, vale a dire chiuse e non partecipative, penso sia positivo avere gli strumenti e l’ambizione per realizzare animazioni 3D aperte a tutti. Rendere i dati accessibili è una soluzione efficace per ridurre gli ostacoli a chi ha queste ambizioni.

Quali progetti ha per il futuro?
Sto lavorando a un cortometraggio chiamato provvisoriamente “Tube”, ambientato in una metropolitana. Spero anche di realizzare un lungometraggio con modalità open movie. E poi puntiamo a creare un nuovo tipo di studio cinematografico, un open studio, dove artisti e sviluppatori di software possano entrare e uscire liberamente. Miriamo sia a progetti commerciali, utili per finanziarci, che a progetti artistici e personali. Vogliamo creare un nuovo ecosistema dove sviluppare progetti artistici aperti a contributi esterni.

L'INTERVISTA AI CREATORI DI ELEPHANTS DREAMS
(DA YOU TUBE)


div>
Marco Riciputi - Ravenna
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2645

L'isola della paura
Filippine: civili in fuga dalla preannunciata offensiva dell'esercito a Basilan
Migliaia di persone stanno fuggendo dai villaggi dell’isola di Basilan, dove migliaia di soldati filippini sono arrivati nei giorni scorsi in vista della preannunciata “spedizione punitiva” ordinata da Manila contro i guerriglieri del Fronte Moro Islamico di Liberazione (Milf) in risposta alla decapitazione di dieci soldati avvenuto qui due settimane fa.
 
Guerriglieri del MILFLe dichiarazioni del Milf. “La situazione è molto tesa non solo sull’isola di Basilan ma in tutto l’arcipelago di Sulu e a Mindanao”, ha dichiarato via telefono a PeaceReporter Eid Kabalu, portavoce del Milf. “I nostri combattenti hanno ricevuto l’ordine di non sparare se non attaccati: in quel caso risponderemo. Un attacco a Basilan rappresenterebbe un duro colpo al processo di pace. Noi speriamo che questo non avvenga. Stiamo facendo pressioni sul governo affinché rinunci a questa offensiva”.
“Sto premendo sul governo perché non dia l’ordine di attacco”, ci conferma al telefono Mohagher Iqbal, il capo negoziatore del Milf, successivamente contattato da PeaceReporter. “Sono fiducioso che la situazione si possa ancora risolvere pacificamente e che la gente che sta fuggendo da Basilan possa presto fare ritorno alle proprie case. Il governo deve darci tempo di concludere la nostra indagine sui presunti responsabili della decapitazione dei marines filippini: un’azione che noi condanniamo in quanto contraria ai nostri princìpi. E che perseguiremo internamente come stabilito dagli accordi sul cessate il fuoco del 2002”.
 
basilanPace a rischio. L’appello dei religiosi. Il governo della presidente Gloria Arroyo ha ordinato al Milf di consegnare i sospetti tagliatori di teste, minacciando altrimenti una violenta offensiva militare contro le basi del Fronte Moro sull’isola di Basilan. L’ultimatum fissato da Manila, che scadeva ieri, è stato esteso, non si sa di quanti giorni.
Il cessate il fuoco del 2002 – che avrebbe dovuto porre fine a una guerra ventennale che ha causato 150 mila morti – è stato violato molte volte da entrambe le parti, senza che questo producesse mai una riesplosione del conflitto. Questa volta, però, c’è molta preoccupazione: un attacco governativo a Basilan rischia di far naufragare definitivamente un negoziato che finora non ha portato nessun risultato.
Ieri, gli esponenti della Chiesa cattolica filippina hanno rivolto un appello al governo: “Sosteniamo la richiesta di giustizia delle famiglie dei soldati uccisi, ma esprimiamo preoccupazione per le annunciate azioni punitive e di vendetta di cui farebbero le spese i civili non combattenti”.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8476
 

IRAQ:
Difficile vivere in una città morta
Ahmed Ali

Soldati americani a Baquba, Marzo 2007
Credit: US Air Force / Staff Sgt. Stacy L. Pearsall

BAQUBA, (IPS) - La vita nella capitale irachena della provincia di Diyala, lacerata dalla violenza, è diventata una lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Pesanti operazioni dell’esercito Usa, squadroni della morte settari e militanti di al-Qaeda; il tutto concorre a rendere la vita di tutti i giorni praticamente impossibile a Baquba, 50 chilometri a nordest di Baghdad.

Gli spostamenti dalla città verso qualsiasi altra destinazione sono diventati estremamente pericolosi. Dilagano i sequestri, in una città senza legge dove il controllo del governo è solo un miraggio.

La mancanza di sicurezza e mobilità comporta gravi carenze di carburante, di cibo, di forniture mediche e altre necessità. Il mercato centrale di questa città di circa 325.000 abitanti è svanito. Ma non è solo lo shopping ad essere scomparso: il mercato era un luogo di incontro per socializzare, e anche per fare affari.

La violenza diffusa ha messo fine a tutto questo. Il mercato si è disperso tra i diversi quartieri della città. Molti negozianti hanno riavviato attività più piccole in casa, abbandonando i loro punti vendita.

Nelle ultime settimane, nel mercato sono state uccise o sequestrate in media due o tre persone al giorno. E questo ancora prima che l’esercito Usa lanciasse l’operazione Arrowhead Ripper il mese scorso, con l’intento di colpire le forze di al-Qaeda. Gli abitanti riferiscono che adesso la situazione è anche peggiorata.

”Le truppe hanno chiuso tutti i centri commerciali in città, e non fanno passare le macchine”, ha raccontato all’IPS Amir Ayad, 51enne professore associato dell’università di Diyala. “Per arrivare al lavoro, devo prendere un carretto, come fanno molti altri. È a cinque minuti, ma è meglio che camminare”. ”Per gli esami di fine anno, che purtroppo hanno coinciso con questo periodo di operazioni militari, gli studenti hanno dovuto camminare ore per arrivare nei luoghi degli esami”, ha spiegato all’IPS il prof. Majeed Abid. “Arrivando esausti e tutti sudati”.

I carretti trainati da animali sono ormai diventati un business a Baquba. La maggior parte sono trainati da muli, e ognuno può trasportare 10-15 passeggeri, che pagano due o tre dollari a viaggio.

”Ogni giorno devo trasportare le verdure con il carretto per quattro chilometri, e pago 25-35 dollari ogni volta”, ha detto all’IPS il 29enne Adil Omran. “Per questo, i prezzi sono terribilmente aumentati”.

“Un pomodoro, che si coltiva comunemente in Iraq, di solito costa intorno ai sei centesimi”, riferisce Mahmood Ali, un insegnante in pensione. “Oggi, è salito a 1,25 dollari. Ora le famiglie tendono a comprare uno o due sacchi di patate (di 30 chili ognuno), perché non possono permettersi le altre verdure, che costano sempre di più”.

A complicare le cose, i pagamenti degli stipendi, già instabili, a causa dell'insicurezza.

”Gli impiegati prima ricevevano lo stipendio ogni mese, ma già da un anno e mezzo li riceviamo solo ogni 50-70 giorni”, ha riferito all’IPS Kadhim Raad, 44enne impiegato del comune di Baquba.

”Il personale del Ministero dell’educazione non riceve lo stipendio da tre mesi, perché nelle banche mancano i soldi”, ha detto all’IPS Sara Latif, impiegata alla divisione finanziaria della Direzione generale dell’educazione.

La gente adesso cerca il modo di lasciare questa città di violenza continuata, stipendi in ritardo, mancanza di posti di lavoro, mancanza di mercati aperti, fabbriche chiuse, attività comunale ferma, e pochissima agricoltura, per la mancanza di acqua e elettricità.

Una casa a Baquba riceve in media una o due ore di elettricità al giorno, e non è insolito che manchi l’elettricità per tre o quattro giorni di seguito.

La maggior parte della popolazione ha comprato piccoli generatori, ma per la mancanza di carburante spesso è impossibile farli funzionare. Prima dell’invasione guidata dagli Usa, un litro di benzina in Iraq costava cinque centesimi; oggi, a Baquba, si aggira intorno ai due dollari.

Non ci sono pompe di benzina in funzione, e bisogna comprare dei contenitori da 20 litri.

“La gente ha dimenticato che esiste una cosa chiamata distributore di benzina”, ha commentato all’IPS Hamid Alwan, un autista di taxi di 46 anni. “I proprietari dei distributori vendono le loro cisterne di carburante prima che vengano portate a Baquba per fare più soldi”.

E tutto questo non è niente in confronto alla principale preoccupazione: trovare un modo per sentirsi al sicuro.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=969

Nagorno Karabakh: l’ex capo del servizio di sicurezza nazionale eletto alla presidenza

Le elezioni del 19 giugno nell’enclave armena in Azerbaigian, tutt’ora al centro di una disputa tra Yerevan e Baku, si sono rivelate un plebiscito per Bako Sehakian, ex presidente del servizio di sicurezza nazionale

Sehakian gode dell’appoggio del partito separatista che detiene la maggioranza dei consensi e dei due maggiori partiti di opposizione. Il risultato elettorale era perciò in parte scontato. Inoltre, nonostante abbia ottenuto l’85,4 % dei suffragi il neo presidente difficilmente potrà giocare un ruolo attivo nella disputa sul futuro status del Nagorno Karabakh. Le autorità di Agdam non sono, infatti, ammesse alle consultazioni tutt’ora in corso per una soluzione pacifica del conflitto tra Armenia e Azerbaigian sul futuro status della regione. La stessa consultazione elettorale non è stata riconosciuta come legittima da nessun paese o organizzazione internazionale.

La stessa Armenia, nonostante abbia inviato una delegazione parlamentare al fine di monitorare il corretto svolgimento delle elezioni non le ha dichiarate legittime. Baku ha condannato la consultazione elettorale come illegale ed illegittima e la presidenza di turno portoghese dell’Unione Europea ha dichiarato che Bruxelles non solo non riconosce la legittimità delle elezioni ma nemmeno l’indipendenza del Nagorno Karabakh. Anche il dipartimento di stato degli Stati Uniti ha dichiarato di rispettare l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. A fronte delle numerose bocciature internazionali il ministro degli esteri del Nagorno Karabakh Masis Mailian, uno degli sfidanti di Sehakian, ha dichiarato che le elezioni non sono state tenute per la comunità internazionale ma per il popolo, al fine di poter svolgere ogni attività nel rispetto della legge. Le dichiarazioni di Mailian confermano in un certo senso la consapevolezza delle stesse autorità di Agdam che esse potranno difficilmente svolgere un ruolo all’interno delle negoziazioni per il futuro status del Nagorno Karabakh. Trattative che tra l’altro attualmente si trovano in una fase di stallo e che difficilmente potranno trovare una soluzione nel breve periodo, anche a fronte degli appuntamenti elettorali previsti per il prossimo anno in Armenia e Azerbaigian.

Felice Di Leo

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29775


"PIÙ POTERE AL CONTINENTE NELLE ISTITUZIONI FINANZIARE INTERNAZIONALI"




Il continente africano deve avere un "peso maggiore" nelle decisioni di Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca mondiale (Bm): lo ha preannunciato, in vista dell'imminente vertice a Maputo tra rappresentanti di queste istituzioni e ministri delle finanze africani, Manuel Chang, esponente del governo del Mozambico. A suo parere l'influenza dei paesi dell'Africa sulle scelte di Fmi e Bm è limitata dal sistema di votazione delle stesse organizzazioni, che garantisce la priorità alle nazioni più ricche. Secondo il responsabile del dicastero delle finanze del Mozambico il 'peso specifico' del suo continente potrà aumentare se un numero maggiore di stati africani entrerà ufficialmente nelle due istituzioni internazionali. Oltre ad affrontare questi argomenti, il vertice previsto per i prossimi 30 e 31 luglio si occuperà della riforma del Forum dei ministri delle Finanze e presidenti delle banche centrali dell'Africa, noto anche come 'African Caucus', presieduto da Chang.

http://www.misna.org/

“Metto online il mio genoma e le cartelle mediche”

 

Tra un paio di mesi chiunque nel mondo abbia un accesso a Internet, potra’ andare a curiosare tra le cartelle mediche di Esther Dyson, controllare i suoi ultimi esami del sangue e scoprire che in passato e’ stata in cura da uno psichiatra. Come se non fosse abbastanza, l’intera sequenza del suo genoma sara’ sul web, a disposizione di tutti. La Dyson e’ parte di un team di 10 pionieri che hanno deciso di mettersi ‘a nudo’ sulla Rete. […]

Il gruppo e’ stato selezionato da un professore di Harvard, George Church, per il proprio progetto Personal Genome, che punta a offrire una mole di informazioni online su alcuni individui per un’insolita ricerca. Partendo da dieci persone, Church conta di incrementare progressivamente i partecipanti fino a raccogliere 100.000 volontari. L’idea di fondo e’ che i dati personali di questo genere, compresi quelli genetici, saranno sempre piu’ preziosi in futuro per creare terapie mirate e il progetto di Harvard offrira’ quindi a chiunque un bagaglio di conoscenze ‘open source’ per la ricerca scientifica.

La Dyson, una manager coinvolta in vari progetti finanziari legati alla medicina, ha raccontato sul Wall Street Journal cio’ che l’ha spinta a offrirsi volontaria. Insieme agli altri nove partecipanti, fornira’ a Church ogni dato personale che la riguardi e si sottoporra’ anche a sedute fotografiche professionali per aggiungere il proprio volto ai dati che saranno disponibili online.

‘’Quali sono le ragioni per cui lo faccio?'’, ha scritto la manager, in un articolo sul quotidiano finanziario. ‘’In primo luogo, voglio mostrare che non c’e’ niente di particolarmente magico riguardo al mio genoma. Non custodisce conoscenze segrete che permetteranno ad altri di farmi del male, come se inserissero spilli in una bambolina voodoo. Ho piu’ tremore a diffondere altre informazioni che sono piu’ personali, perche’ riflettono i miei comportamenti (si’, ho inalato, ma non molto!), il fatto che sono stata da uno psichiatra (ma non a lungo) e cosi’ via'’.

Il progetto, ammette la Dyson, suscita comunque interrogativi di vario tipo. Cosa succede se tra i 100.000 partecipanti, ne emerge uno che mostra tracce genetiche di una grave patologia? Per le regole etiche della ricerca, gli scienziati di Harvard non lo possono mettere in guardia. Inoltre, c’e’ il problema dello spamming, la pubblicita’ spazzatura: la manager ipotizza che presto, quando tutte le sue informazione e il suo genoma saranno online, comincera’ a venir invasa da proposte mirate di prodotti ad hoc per il suo profilo genetico. Ma e’ proprio per anticipare un futuro che per gli esperti di Harvard sara’ esattamente di questo tipo, che e’ stato deciso di lanciare il progetto. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/26/metto-online-il-mio-genoma-e-le-cartelle-mediche/#more-342


Il primo sindaco rom


Barbulesti, villaggio romeno. Dal 2006 ha portato una grossa novità: vi è stato eletto il primo sindaco rom della Romania. Un interessante reportage di TOL. Nostra traduzione
Di Daniel Ganga e Petru Zoltan, Transitions Online, 4 luglio 2007 (titolo originale: The First Romani Mayor)

Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Serena Scarabello


L’unica strada asfaltata di Barbulesti, 50 chilometri a nord di Bucarest, taglia in due il villaggio, che è abitato da circa 6000 persone, di cui la maggioranza sono rom.

Lungo questa strada, si trova un palazzo rosa, il municipio. Vicino, ci sono delle case povere e malfatte, circondate da fatiscenti recinzioni. Accanto, un gruppo di 59 abitazioni temporanee, ciascuna delle dimensioni di una carrozza ferroviaria. Installate dal governo romeno in seguito alle inondazioni dell’autunno del 2005, le abitazioni non dispongono né di fognature né di impianto idraulico. L’acqua esce da un singolo pozzo e ogni dieci di questi container c’è una rudimentale toilette, con un pezzo di tessuto come porta.

“Quando il vento soffia un po’ più forte del solito, le lamiere sui nostri tetti se ne volano via”, racconta Dimitru Dragnea, il portavoce non ufficiale della comunità. “Le recuperiamo durante la notte e le rimettiamo a posto il giorno dopo…. Siamo 400 anime a bere da un solo pozzo”.

Questo desolato villaggio ha segnato un po’ la storia, l’anno scorso. In uno stato di 21 milioni di abitanti, tra cui si stimano circa due milioni di rom, Barbulesti ha eletto il primo sindaco rom della Romania. Ion Cutitaru ha stabilito degli obiettivi per Barbulesti che potrebbero sembrare modesti in qualsiasi altro posto – assicurare la distribuzione dei benefici statali tra i residenti, costruire una stazione di polizia e un ufficio postale - ma qui sono obiettivi molto ambiziosi..

Progetti ed ambizioni

Una delle prime azioni di Cutitaru è stata quella di richiedere per i residenti di Barbulesti i sussidi sociali a cui hanno legalmente diritto. All’inizio dell’anno, l’amministrazione comunale ha ricevuto 780 richieste per i sussidi sociali, 580 in più rispetto all’anno precedente l’elezione di Cutitaru.

“Durante il mio mandato di sindaco, voglio pienamente assicurare ai miei cittadini gli aiuti economici a cui hanno diritto. Un bambino può andare a scuola se ha un pezzo di pane da mangiare”, afferma Cutitaru, che ha 55 anni, folti capelli grigi e circa 168 centimetri di altezza.

Recentemente, ha accolto i visitatori nel suo ufficio, una stanza invasa di carte e con una scrivania sulla quale ci sono tre bandiere: una della Romania, una dell’Unione Europea e quella internazionale blu e verde del popolo rom.

Evidentemente stanco dopo una lunga giornata di lavoro, Cutitaru parla calmo dei suoi ambiziosi progetti.

Vuole costruire una stazione di polizia, un ambulatorio, una clinica veterinaria, un ufficio postale e un centro culturale per i Rom. “Ora, non abbiamo nulla”, dice.

Cutitaru progetta inoltre di asfaltare le strade del paese e di arginare il vicino fiume Ialomita, che ha inondato il villaggio nel 2005 e ha distrutto più di 200 case, costringendo 300 persone a rifugiarsi nella scuola del villaggio.

“A breve, il nostro villaggio tornerà normale”, dice Cutitaru. “Riceveremo fondi dall’amministrazione provinciale. Esistono anche fondi europei per i rom. Da quel che so, ci saranno tra i 10 e i 12 milioni di euro per i rom”.

Nove mesi dopo la sua elezione, il sindaco sta ancora aspettando che la provincia, che gestisce la maggior parte del denaro pubblico, investa i soldi nel suo villaggio. Nel frattempo, dice, la sua volontà di aiutare i cittadini ha portato ad un aumento delle tasse, sebbene non voglia dire di quanto.

“Prima si da qualcosa a qualcuno, e poi si può chiedere qualcosa in cambio”, dice. “Quindi prima offriamo alla gente un sostegno economico minimo e garantito dalla legge, e loro poi pagano le tasse allo stato”. Stiamo provando, con l’aiuto degli amministratori locali, a spiegare ai nostri cittadini che hanno sia diritti che doveri".

Ma un suo critico dice che tale approccio, tasse per ottenere sussidi sociali, è fuorviante.
“Non sono per nulla d’accordo con persone che fanno affidamento unicamente sui sussidi. Finché contano su 40 o 50 euro al mese, questo rimarrà un problema” afferma Leonida Mandache, presidente della sezione di Ialomita del Partito Pro-Europa. Dice che generalmente in una famiglia di sei o sette persone, che riceve 100 euro al mese di sussidio, almeno tre persone sono in grado di svolgere un lavoro, guadagnare un salario e condurre quindi una vita normale.

Lavoro lavoro lavoro

Molti sono d’accordo con l’idea che il lavoro sia la chiave per lo sviluppo, ma riuscire ad assicurare un’occupazione alla gente è tutta un’altra questione, E’ difficile sapere quale sia la reale percentuale di disoccupati a Barbulesti, in quanto la maggior parte dei residenti non ha mai lavorato in regola e non ha quindi diritto all’assegno di disoccupazione ricevuto invece da chi, per esempio, ha lavorato regolarmente assunto da una ditta che ha poi fallito. Molti cittadini di Barbulesti lasciano temporaneamente il paese per cercare un’ occupazione, o per mendicare, da qualche altra parte.

Nel 2005 e nel 2006, l’Agenzia Nazionale per il Lavoro, affiliata al Ministero degli Interni, ha sperimentato un progetto per favorire l’inserimento lavorativo dei Rom, finanziato dall’Unione Europea e dal governo romeno. E’ stato un fallimento, secondo un responsabile dell’Agenzia, che chiede di non rivelare il proprio nome. “Le condizioni per l’assunzione erano troppo rigide” afferma “La mancanza di interesse da parte dei datori di lavoro e degli attori sociali coinvolti ( come le scuole, ospedali, ONG), combinata alla mancanza di informazioni tra i Rom ha contribuito al fallimento del progetto”.

Questi spiega che i potenziali datori di lavoro imponevano delle condizioni assurde. Per esempio, una ditta che si occupa della pulizia delle strade richiedeva dieci anni di scolarizzazione. Un’altra ditta ancora, per un impiego come lavavetri esigeva da un Rom la conoscenza dell’inglese.

“L’inserimento lavorativo… tutte balle!!”, afferma Mandache.

“Noi vogliamo lavorare, ma non abbiamo un’occupazione” aggiunge Dragnea, 55 anni. “Per lavorare come guardia, una ditta richiede almeno otto anni di educazione scolastica. Viviamo grazie ai sussidi per i bambini. Non abbiamo nient’altro. Tra 400 persone, solo due o tre lavorano nel villaggio. Se tutti avessimo un’istruzione, la situazione sarebbe sicuramente diversa.”

Fino a due anni di età, un bambino di una famiglia sotto la soglia di povertà può ricevere dallo stato fino a 65 euro mensili. Dopo i due anni, la cifra si riduce a 12 euro al mese.

Nemmeno l’agricoltura è una buona alternativa: praticata in cooperative durante il periodo comunista, è declinata dopo che la riforma agraria ha riconsegnato le terre ai vecchi proprietari, i quali non avevano né i soldi né gli strumenti per lavorare i campi. A lungo abbandonata, la terra ora è molto difficile da coltivare.

“L’agricoltura non è più un’attività lucrativa” spiega Cutitaru “E’ difficile qui a Barbulesti coltivare: non abbiamo gli strumenti e la terra non è fertile.”

Il villaggio ha circa 100 ettari di terra coltivabile.

Oggi, molti dei rom di Barbulesti lavorano come commercianti ambulanti, in particolare nel settore tessile e nel vestiario. “Se andate in qualche mercato in Romania… troverete sicuramente dei rom da Barbulesti” dice Cutitaru.

La sezione di Ialomita dell’Agenzia Nazionale per il Lavoro progetta di assumere 150 rom per tre mesi durante l’estate per svolgere lavori nella comunità. Riceveranno un salario minimo dall’ Agenzia, spiega Mandache.

Ma questa è solo una goccia nell’oceano. Cutitaru ha promesso di far pressione sulle ditte che faranno i lavori di modernizzazione a Barbulesti affinché assumano dei rom.

Scalare la scala sociale

Cutitaru è stato eletto nell’ottobre del 2006, tre mesi dopo che Barbulesti ha ottenuto l’autonomia da un villaggio vicino e quindi il diritto ad eleggere il loro proprio sindaco.

Tra sette candidati, egli ha ottenuto il 55% dei voti al primo turno.

Cutitaru è considerato l’intellettuale del paese, dicono i concittadini. Egli infatti ha frequentato le scuole per otto anni e ha fatto poi un apprendistato come tappezziere. Ha lavorato a lungo come mediatore culturale nelle scuole e il suo obiettivo era quello di portare a scuola tutti i bambini rom del paese.

“Avevo un compito veramente difficile!” afferma “ Se i bambini mancavano per più di tre giorni consecutivi, andavo a casa loro e cercavo di convincere i genitori a rimandarli a scuola. Il giorno dopo, andavo in classe con loro. Compravo loro pasticcini e latte. Era particolarmente difficile con i bambini più piccoli, perché non conoscevano per nulla il romeno. Dovevo insegnarglielo. Ora, sono alle scuole secondarie. Voglio vedere dove arriveranno questi ragazzi.”

Cutitaru è orgoglioso di avere nel suo paese 12 ragazzi diplomati alle scuole superiori, tra cui i suoi 5 figli, specialmente considerando il fatto che l’istituto più vicino si trova a 20 chilometri da Barbulesti.

“Se la gente ha un’istruzione, la loro mentalità cambia. E’ una battaglia a lungo termine. I cambiamenti possono avvenire in decine di anni, non in una notte. Se una persona ha 10 o 12 anni di scolarizzazione, può trovare molto più facilmente la sua strada.” afferma.

Ci sono circa 1100 bambini , la maggior parte rom, che frequentano la scuola di Barbulesti, un numero significativo rispetto alla grandezza del villaggio. Alcuni cittadini dicono che il merito è in parte degli sforzi di Cutitaru.

Ma non tutti apprezzano Cutitaru. Dragnea dice che il sindaco ha realizzato poco. “Distribuiscono i sussidi quando vogliono” dice Dragnea riferendosi al governo “Cutitaru non ha fatto nulla di speciale.”

Membro del Partito pro Europa, Cutitaru è in politica da 16 anni. É stato una membro dell’amministrazione di Armasesti, il paese di cui Barbulesti faceva parte fino allo scorso anno. Era conosciuto come il sindaco non ufficiale dei rom.

“Ho condotto la mia campagna visitando tutti. Ho parlato a tutti per farmi conoscere.” Dice Cutitaru “Ho riflettuto prima di fare questo. Ho calcolato i problemi che avrei incontrato. … Se non riuscirò a fare ciò che mi sono ripromesso, non mi candiderò per un nuovo mandato. Se invece ci riuscirò, mi candiderò una seconda volta.”

Non ha molto tempo. Cutitaru è stato eletto in elezioni speciali, tra due regolari votazioni. Rimarrà in carica ancora un anno e mezzo.

“Un successo per l’Akp, ma la
democrazia non è in pericolo”

Tuncay Ozkan con
Marta Federica Ottaviani


Due settimane prima delle elezioni aveva detto: i laici vincono di sicuro. Adesso, dopo il trionfo dell’Akp, Tuncay Ozkan, direttore dell’emittente tv Kanalturk, fa i conti con un Paese cambiato, ma in maniera molto diversa da come si aspettava. Nemico acerrimo del premier Recep Tayyip Erdogan, aveva previsto la sua sconfitta. Adesso è costretto a riconoscerne la vittoria, ma nello stesso tempo non pensa che la laicità dello Stato sia in pericolo.

Direttore, avevate previsto una vittoria, invece è arrivata una batosta. Tre mesi fa milioni di persone sono scese in piazza per la laicità dello Stato e adesso il partito laico e moderato si trova di fronte a un fallimento. Qual è la sua analisi del voto?

Si fa presto a dirlo. Il centro-sinistra l’unico partito laico ma moderato ha perso. Adesso il Partito repubblicano del popolo deve riflettere sulle ragioni di un risultato così deludente e cambiare strategia. Erdogan ha preso ancora più consensi delle passate elezioni, segno che la gente apprezza la sua politica apparentemente ineccepibile e ha i numeri per formare un altro governo da solo. Il Partito nazionalista (ultra-conservatore e laico ndr) ha superato in modo brillante la soglia del 10% (necessaria per entrare in Parlamento ndr) e probabilmente ha portato via anche parecchi voti ai repubblicani perché hanno attuato un programma più deciso”.

Insomma fra islamico-moderati e nazionalisti questo è un parlamento che non ha voglia di centro?

No non direi così. I nazionalisti di marca laica servono comunque a contrastare Erdogan. L’importante adesso è che repubblicani e nazionalisti riescano a fare una buona opposizione anche se i numeri purtroppo sono quello che sono.
Proviamo a guardare i numeri un po’ nel dettaglio. Erdogan adesso ha 341 che gli consentono di formare un governo da solo. Per alcune votazioni però, soprattutto l’elezione del Presidente della Repubblica, l’appoggio curdo è rilevante. Bisogna vedere però che cosa gli chiedono in cambio. E che cosa Erdogan sarà in grado di concedere loro.

A proposito del Presidente della Repubblica. In aprile su questo argomento c’è stata grandissima tensione con i militari, perché Recep Tayyip Erdogan ha voluto candidare a tutti i costi il suo delfino Abdullah Gül, che però veniva considerato troppo conservatore. Questa volta come andrà a finire?

È difficile dirlo. La cosa migliore sarebbe un candidato di compromesso, che vada bene sia a Erdogan, sia al suo partito islamico-moderato, sia all’opposizione laica: io devo dire che non lo escludo a priori. E comunque in questo momento il premier ha il coltello dalla parte del manico perché, se non dovesse riuscire a eleggerlo, può sempre fare affidamento sul referendum che si terrà a ottobre. Se i cittadini turchi sceglieranno un presidente eletto dal popolo, allora dopo Erdogan avrà gioco molto facile. Ma lo ripeto. Sono tutte cose che si chiariranno nelle prossime settimane.

Nonostante tutto lei mi sembra tranquillo, eppure è da sempre uno dei più strenui oppositori della politica, chiamiamola filo-islamica, di Recep Tayyip Erdogan. Qualche mese fa ha scritto una lettera nella quale metteva in guardia il premier dal non toccare i pilastri su cui si fonda la Repubblica e adesso riesce ancora a fare l’ottimista. Perché?

Sostanzialmente per due motivi. Il primo è che Erdogan è stato eletto dal popolo e la volontà del popolo in una democrazia è sovrana. In secondo luogo, nonostante questo forte risultato elettorale io sono ancora convinto di vivere in un Paese democratico e laico, che verrà intaccato in minima parte dai tentativi di islamizzazione di Erdogan. La magistratura è ancora saldamente una forza laica nel Paese. E poi siamo una democrazia e in uno stato democratico ci sono momenti in cui lo Stato cambia.

La vostra emittente ha avuto molti problemi con il primo ministro. Crede che in Turchia ci sia libertà di stampa?

Erdogan ha sicuramente cercato di portare tutti i media dalla sua parte ma per quanto mi riguarda posso dire che noi continuiamo a fare il nostro lavoro serenamente.

Che ruolo hanno oggi i militari in Turchia?

I militari sono storicamente una figura di garanzia. Garanzia dello Stato laico e della difesa dei valori repubblicani.

In molti hanno insinuato che siano stati loro ad appoggiare le “Marce per la Repubblica” che hanno attraversato il Paese nei mesi scorsi…

Questa è un’infamia e le persone che lo dicono verranno querelate. I cosiddetti generali possono essere stati contenti delle iniziative, va bene. Ma da qui a dire che le abbiano finanziate il passo è grosso.

 


 

 

 

 

 

caffeeuropa.it



luglio 26 2007

Pd: Di Salvo (SD), Rutelli mette in difficoltà il Governo
Ansa - 
Roma - 'Continuano gli sconcertanti attacchi di Rutelli e di altri esponenti del centro all'attuale coalizione di governo. Ma si rende conto, Rutelli, che delegittimando continuamente la coalizione attuale mette in difficolta' Prodi ed il governo?'. Lo afferma Titti Di Salvo, presidente dei deputati della Sinistra Democratica.

'Sono parole di mera propaganda e visibilita' al manifesto per il partito Democratico o lo fa apposta? - aggiunge - Ripete: per oggi non ci sono alternative, ma domani cambieremo alleanze Alludendo ovviamente alla tentazione di 'scaricare' la sinistra e aprendo ad alcuni partiti della Cdl. Forse eravamo stati davvero facili profeti, nel dire che il Pd, piu' che un elemento di stabilita', sarebbe stato causa di fibrillazioni nella maggioranza. Ora - conclude Di salvo - attendiamo su questo parole chiare ed in equivoche dai candidati alla segreteria del Pd'.

Poi ti chiedi perché il Corsera appoggia Letta

Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria: "Letta è persona capace, onesta e giovane".http://stamparassegnata.splinder.com/


La miseria del giornalismo

Lanfranco Vaccari

Il modo di ragionare di Battista è francamente singolare. Monta un polverone contro una pretesa (e inesistente, se le parole hanno un senso) “tentazione censoria”. Quando Bidussa gli fa notare che non ha fatto bene il suo mestiere, perché non ha correttamente dato tutte le informazioni sulla polemica, finge di non sentire e va avanti imperterrito per la sua strada. E’ una strada scivolosa. Secondo un costume molto diffuso in questi anni confusi, Battista si fa paladino di una lettura dei fatti strettamente ideologica. Pare anche di capire qualcosa di più disturbante. E cioè che Battista non sopporti che qualcuno coltivi la possibilità di criticare Israele – meglio ancora: l’idea che di Israele propone Allam. Se è così siamo molto vicini alla pretesa del pensiero unico.


Questo articolo è apparso sulla prima pagina de Il Secolo XIX il 24 luglio 2007

Centinaia di intellettuali (tra cui l’editorialista del Secolo XIX David Bidussa) firmano su Reset un documento in cui si stigmatizza che, nel suo ultimo libro, Magdi Allam punti il dito contro due accademici “inconsapevolmente o irresponsabilmente collusi con l’ideologia di morte” dei fondamentalismi musulmani – e poi generalizzi l’accusa. Giovedì scorso, sul Corriere della Sera, Pier Luigi Battista sostiene che quella petizione vuole “mettere un libro all’indice”. Aggiunge, stravolgendone la lettera e lo spirito, che il “documento-anatema” manda “simbolicamente al rogo” Viva Israele. Scambia un appello contro la prassi apodittica di accusare qualcuno di “collusione con un’ideologia di morte”, senza portare la minima prova o il più piccolo riscontro con un “ ‘no’ al libro, un ‘contro Allam’”. Attribuisce ai firmatari l’intenzione di apporre al libro e al suo autore “il marchio di pericolosità”, del discredito, della delegittimazione preventiva e dunque sleale”.

Sabato, su questo giornale, Bidussa risponde cercando di separare “il principio che mi porta a difendere la vita e la libertà di scrittura di Magdi Allam [dalla] pratica del sospetto: una posizione debole e non difendibile”. E ricorda di aver fatto esattamente ciò che Battista chiede (ma di cui nel suo articolo non fa menzione): ha scritto una lunga recensione, pubblicata nello stesso numero di Reset, in cui critica la tesi di Allam. Ieri, nella sua rubrica settimanale sul Corriere, Battista persiste nella sua mistificazione. Continua a sostenere che l’appello vuole “mettere all’indice” il libro, che esso scatena “una campagna feroce contro il libro e il suo autore”, che “inequivocabilmente appare come un’arma di intimidazione”. Su un piano più personale accusa Bidussa di voler “negare il rilievo” dell’appello e di cercare “una scusa, una giustificazione che non sta in piedi”.

Ora, il modo di ragionare di Battista è francamente singolare. Monta un polverone contro una pretesa (e inesistente, se le parole hanno un senso) “tentazione censoria”. Quando Bidussa gli fa notare che non ha fatto bene il suo mestiere, perché non ha correttamente dato tutte le informazioni sulla polemica, finge di non sentire e va avanti imperterrito per la sua strada. E’ una strada scivolosa. Secondo un costume molto diffuso in questi anni confusi, Battista si fa paladino di una lettura dei fatti strettamente ideologica, strumentalizzando ai suoi fini una posizione (l’idea che non si possa prescindere dall’onere della prova per ciò che si dice e si scrive) che dovrebbe essere ovvia proprio per chi, come egli sostiene di sé, vorrebbe “una libera discussione politico-culturale”.

Non entra mai nello specifico. Non si degna di farci sapere se sia corretto accusare genericamente qualcuno di “collusione con un’ideologia di morte’”. No: preferisce, con una spericolata giravolta, guaire contro i “mostrificatori” (orribile neologismo). Che sarebbero poi coloro che pretendono ragionevoli prove quando si addossano a qualcuno accuse pesanti, non già chi punta l’indice (questa volta sì) senza curarsi di articolare il suo pensiero. Pare di capire che Battista non sopporti “la vetusta consuetudine firmaiola”. Ed è facile essere d’accordo. Ma questo non gli consente di prescindere dal contenuto dell’appello, cosa alla quale egli si abbandona con serena disinvoltura, né tantomeno attribuire al medesimo intenzioni di cui non si trova traccia, cosa ancora più grave e alla quale egli non si sottrae. Pare anche di capire qualcosa di più disturbante. E cioè che Battista non sopporti che qualcuno coltivi la possibilità di criticare Israele – meglio ancora: l’idea che di Israele propone Allam. Se è così siamo molto vicini alla pretesa del pensiero unico. Come accade a tutte le idee totalizzanti, anche a questa manca pochissimo per diventare totalitaria.

Lanfranco Vaccari è il direttore de Il Secolo XIX

resetdoc.org


Brown: da Gramsci
a Downing Street

Alessandro Lanni


Gordon Brown un gramsciano eclettico che flirta con i neocon. Nella formazione culturale del neo primo ministro britannico, racconta John Lloyd sul numero di luglio di Prospect, ci sono idee e atteggiamenti ereditati da Antonio Gramsci, “precursore di un comunismo accettabile”. Innanzitutto, il riconoscimento dell'imprescindibilità del legame tra teoria e prassi nel fare politico. “L'uomo d'azione deve essere un vero filosofo – scrive Lloyd citando Il moderno Principe – e il vero filosofo deve necessariamente essere un uomo d'azione”. E Brown è un intellettuale in questo senso gramsciano, non un topo da biblioteca ma un politico che ambisce a mettere in pratica visioni della società anche molto sofisticate, apprese come studente provetto dell'Università di Edimburgo e successivamente come cocciuto studioso autodidatta che negli ultimi anni si è appassionato al pensiero conservatore inglese e americano.

Leggere, leggere, leggere. Gordon Brown va a letto tardi e si sveglia presto per leggere il Clash of civilizations di Huntington oppure il Free World di Garton Ash. Pretende che i suoi collaboratori e ora anche i suoi ministri conoscano questi volumi per poterli discutere insieme. Se il suo predecessore Tony Blair, racconta ancora Lloyd, incontrando una persona si rivolgeva con un “Come va?”, Brown chiede “Cosa sta leggendo?”. E non si riferisce ai romanzi, che snobba (anche se d'estate legge anche Harry Potter), quanto piuttosto a saggi, studi, analisi. “Non sarà un grandissimo filosofo – nota Geoff Mulgan in un altro degli articoli che compongono il dossier di Prospect – ma, molto più dei suoi predecessori, egli sarà un primo ministro a suo agio con le idee, laureato e a casa sua in una biblioteca”.

Aiutare la società ad agire come una comunità morale e non come una somma di individui. Ecco lo scopo della politica secondo Brown. E questa concezione dell'impegno, sottolinea Mulgan attuale direttore della Young Foundation, non era certo tra le più in voga nella sinistra inglese negli anni '80 e '90 quando si sosteneva che la moralità fosse un gusto personale molto meno importante delle riforme costituzionali o di nuove strategie economiche. È di fronte a questa divergenza con la sinistra old style che Gordon Brown si rivolge al centro e alla destra (anche a quella americana) per trovare nuovi spunti. L'America intellettuale di Brown non è certo quella della East Coast, di Berkeley o Stanford, degli hippy e di un pensiero sincretico. Su di lui hanno avuto influenza profonda quegli “illuministi” della costa atlantica alla Robert Putnam o Howard Gardner o anche Fukuyama. Legge i libri del politologo James Q Wilson mentore di Reagan o della storica delle idee Gertrude Himmelfarb (entrambi invitati ai seminari di Downing Street ed entrambi con la patente di “neocon”) oppure del filosofo inglese Roger Scruton, nuovo idolo anche della nostra destra più colta (il suo Manifesto dei conservatori è stato da poco pubblicato anche in Italia da Cortina con prefazione di Giuliano Ferrara).

C'è chi vede in queste scelte un ritorno alla “sociologia della virtù” (definizione della Himmelfarb) dell'Illuminismo inglese e soprattutto scozzese in contrapposizione a quello francese e giacobino. Sulle spalle di David Hume, Adam Smith e degli altri compatrioti scozzesi, Brown vorrebbe provare a ricostruire il tessuto morale della società inglese. A questo proposito, la Himmelfarb ricorda la Teoria dei sentimenti morali, il “libro di sinistra” di Smith, nel quale l'altruismo e la moralità sono collocati proprio al fondo della natura umana.

Nonostante il richiamo costante alla moralità, nel Brown intellettuale non c'è nessun riferimento alla religione. Addirittura, in Inghilterra non è ancora chiaro se sia un credente o meno. Tuttavia Richard Cockett, su Prospect, sottolinea il feeling tra lo scozzese neopremier e il teologo americano Jim Wallis che ha detto “egli [Brown, ndr] ha il pensiero cristiano nel Dna. È molto potente in lui, conosce le Scritture e sa cosa Dio vuole”.

Lo slancio verso la moralità e l'essere da esempio per la comunità anima anche l'ultimo libro di Brown, Courage: Eight Portraits. Otto ritratti di personaggi che attraverso percorsi coraggiosi hanno fatto la storia. Dietrich Bonhoeffer e Robert Kennedy, Martin Luther King e Nelson Mandela sono individui che attraverso scelte personali e sofferte hanno cercato di cambiare rotta alla società nella quale si trovavano a vivere. Le scelte e il coraggio morale di uomini e donne soli diventano il motore per cambiare uno stato di cose. Un po' quello che prova a fare Gordon Brown, “il bene collettivo da realizzare insieme” che ironicamente, scrive Lloyd, egli fa da solo, leggendo e studiando la mattina presto o tardi la sera, per far ricadere le idee apprese sui sul mondo reale. Secondo la lezione di Gramsci.

 

 

 

 


 

caffeeuropa.it



Vacanze a Baghdad -


di Federica Santoro - Megachip

Recita così lo slogan di un depliànt “abidintravels”. Ma non si tratta di una vera guida per turisti, in realtà lo slogan sarcastico fa parte dell'opera che Adel Abidin ha portato quest'anno alla biennale d'arte di Venezia. Laureatosi prima all'accademia delle belle arti di Baghdad e poi a quella di Helsinki e vincitore di numerosi premi, il giovane artista irakeno mette in atto una forte denuncia verso l'intera comunità internazionale. Attraverso un viaggio segnato da un cupo umorismo ci porta nel suo paese, messo in ginocchio dalla guerra.

Un'agenzia di viaggi promuove una vacanza con destinazione Baghdad. Una brochure, scritta in nove lingue diverse, invita il visitatore in un posto unico, promettendo un soggiorno eccitante nella terra di nessuno. Solo pochi accorgimenti necessari per adeguarsi alle abitudini locali: “non camminare sui marciapiedi, sono disseminati di mine; se vuoi fare colazione evita i posti famosi o affollati, tipici bersagli dei terroristi: il luogo più sicuro dove mangiare è la tua camera d'albergo; anche questo sceglilo fuori mano per lo stesso motivo, potrebbe essere facilmente sotto tiro anche degli americani. Per maggior sicurezza è consigliato di alloggiare in alberghi di più bassa qualità. Gran parte dei musei sono chiusi o sono stati saccheggiati. Probabilmente non vale la pena visitarli. Non dimenticare candele e torcia con pile di ricambio per le volte in cui non c'è elettricità, un grande contenitore per raccogliere l'acqua e portarla a mano, un giubbotto antiproiettile e… buona vacanza!”

Su due monitor scorrono dei messaggi registrati, il primo è dedicato ad una pubblicità sfavillante che reclamizza come vincere un viaggio a Baghdad. Ma se non siete così fortunati in un'altra stanza un computer invita i visitatori a prenotare subito il loro volo per non rischiare di restare senza prenotazione. Le vacanze sono vicine e Baghdad è una meta che scotta. L'altro manda scene di esplosioni e morti, sullo sfondo di una città fantasma: cumuli di macerie, strade e case distrutti, donne e uomini disperati. Una voce di donna americana apre il filmato con un accogliente e gentile “Benvenuti a Baghdad” mentre passano le immagini di un gruppo di soldati americani che il 4 luglio cantano e suonano allegramente in uno dei palazzi di Saddam, una delle poche isole verdi della città, riservate e inaccessibili. Altrove si è in terra di nessuno.

Un'opera provocatoria, palesemente di segno negativo, dove i gesti della nostra normalità quotidiana si scontrano con la realtà dolorosa e violenta della guerra, realtà dalla quale non si può prescindere. Come sempre l'arte fa riflettere.

www.abidintravels.com
www.adelabidin.com


Svieta Songako, punk dell’Est

L’arte è politica. Quarto e ultimo capitolo della nostra serie di ritratti dedicati agli artisti che tentano di resistere alla "Chernobyl culturale" di una Bielorussia asfissiata dal regime di Lukashenko.

Svieta Songako

(Foto Jef Bonifacino)
21 anni, occhi calmi e penetranti, il braccialetto bianco e rosso della Bielorussia indipendente al polso: è Svieta Songako, cantante punk-rock del gruppo Tarpach. In Bielorusso antico questa parola significa ‘"radici nodose’", ma indica anche un’arma di legno usata in campagna.
Nell’estate 2005 il gruppo di Svieta ha vinto in Polonia il primo premio al Festival Basovistcha, una manifestazione dedicata alla musica rock alternativa bielorussa e vietata dalle autorità dal 1990, anno della sua creazione. Lo scorso inverno, sempre in Polonia, la band ha potuto registrare il suo primo album. Che si parli del festival polacco o di altri concerti pubblici, i problemi restano gli stessi: sorveglianza strettissima da parte delle istituzioni, cancellazione di date, testi giudicati troppo politici. Altra difficoltà, l’acquisto di una licenza per organizzare un concerto: costa dai 500 ai 1000 euro e non assicura la prestazione… si rimane appesi a un filo che le autorità possono recidere senza alcuna ragione.
Queste pressioni causano il disinteresse sia degli organizzatori sia del pubblico. Risultato: i concerti in Bielorussia diventano sempre più rari. Molti non considerano questa forma d’arte un lavoro. Dopo il regime comunista, come altri artisti, i musicisti non se la passano affatto bene: «Quando ci invitano a suonare ci offrono solo 25 dollari per spostarci tutti e con il materiale essenziale» spiega Svieta. «Quanto agli album, è già un problema trovare dei buoni ingegneri del suono. E quando il cd viene finalmente alla luce lo possiamo vendere solo durante i concerti o di nascosto, tra le pieghe dei cappotti…»
Le sue principali fonti di ispirazione sono donne, come la star del pop-rock russo Zemfira. Ma l’essenziale resta il messaggio positivo. Allora sì, tanto meglio se lei e altre possono continuare a evolversi, poiché «questo può cambiare certi cliché machisti». Svieta ammette, per esempio, di apprezzare il gruppo rock bielorusso N.R.M e si domanda come la band, sgradita alle autorità, riesca ad andare avanti. «Hanno fatto molto per l'emancipazione della musica, la disinibizione dei giovani gruppi e, grazie ai loro testi impegnati, per la Bielorussia.» Ora tocca a lei unire energia e impegno per far provare al pubblico nuove sensazioni.
Prima delle presidenziali del 19 marzo 2006 Svieta registrò una canzone, La Bielorussia sarà libera. Il suo modo di contestare il regime di Lukashenko. Alla vigilia del voto le autorità avevano dichiarato che chiunque avesse manifestato sarebbe stato considerato un terrorista e arrestato. Svieta si presentò ugualmente alla manifestazione contro il regime dopo aver parcheggiato la sua auto in uno spazio autorizzato, vicino alla Piazza d’Ottobre. Là, però, le venne incontro un poliziotto che, dopo averle controllato i documenti, le intimò di seguirlo. Direzione: la prigione di Okrestina, normalmente riservata ai prigionieri politici.
L’indomani le furono resi noti capi d’accusa: fermata nella Piazza d’Ottobre mentre brandiva la bandiera vietata, cantava slogan anti-Lukashenko e ingiuriava la polizia…Svieta restò in prigione per 7 giorni, al fianco di altri 5 detenuti, senza nessuna possibiiltà di comunicare con l’esterno. «Un’esperienza piuttosto positiva» dice scherzando. La cantante comprese di non aver bisogno di grandi cose materiali. E che tutti quelli arrestati insieme a lei non erano né politici, né tantomeno manifestanti… solo persone con orizzonti differenti, consci della carenza di democrazia nel Paese. Individui che «usciranno di prigione ancora più decisi a opporsi a Lukashenko».
Jef Bonifacino - Minsk http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11617

Il mistero Gudelj

Da Osijek, scrive Drago Hedl
Antun Gudelj al processo del 1997 (Foto di Goran Flauder)
Chi ordinò l'omicidio di Josip Reihl-Kir, capo della polizia di Osijek nel 1991? Perché Antun Gudelj, l’assassino di Kir, già condannato in contumacia, riuscì più volte a farla franca, ricevendo persino il perdono dallo Stato croato?
Il prossimo settembre in Croazia sono attesi tre processi spettacolari, estremamente importanti per fare i conti col passato bellico. Insieme al proseguimento dei processi ai generali Rahim Ademi e a Mirko Norac per i crimini nella Sacca di Medak (Medacki dzep) - il primo processo che il TPI dell’Aja ha affidato alla Croazia - inizierà anche il processo al generale Branimir Glavas, accusato di crimini di guerra contro la popolazione serba di Osijek nel 1991. Ma a settembre dovrebbe iniziare anche quello che secondo alcuni è forse il processo più interessante, quello ad Antun Gudelj, l'assassino dell’allora capo della polizia di Osijek, Josip Reihl-Kir.

Nonostante quest’ultimo non appartenga alla categoria dei processi per crimini di guerra, l'assassinio commesso da Gudelj è di certo collegato alla guerra. Questo avvenimento accaduto alla vigilia della guerra, il 1° luglio 1991, viene considerato il momento di svolta fra la pace e la guerra in una regione della Croazia a quel tempo tra le più sensibili: la Slavonia orientale. Ma il fatto che l'assassino del capo della polizia di Osijek dopo quello che era accaduto fosse fuggito dal luogo del crimine e dopo tutto quello che nel frattempo gli è successo fino alla estradizione dall'Australia, avvenuta la metà di luglio di quest'anno, fa di questa vicenda una delle storie più misteriose e intriganti della recente storia croata.

Josip Reihl-Kir, capo della polizia di Osijek nel 1991, fu ucciso nei pressi del posto di blocco della polizia croata mentre da Osijek, la quarta città della Croazia, stava andando alle trattative con i serbi in rivolta nel vicino villaggio di Tenj. In quel periodo nella Slavonia orientale, dove c'erano diversi villaggi abitati principalmente dalla popolazione serba, avevano iniziato ad erigere delle barricate. Questo aumentò la tensione, portò all'interruzione del traffico e alterò lo svolgersi della vita quotidiana. Reihl-Kir, a differenza dei politici locali radicali, voleva risolvere i problemi in modo pacifico, sicché il 1° luglio 1991 andò alle trattative a Tenj.

E proprio là, prima dell'entrata nel villaggio – ad alcuni chilometri di distanza dalle barricate dei serbi ribelli - al posto di blocco tenuto dai riservisti della polizia croata, Reihl-Kir fu ucciso. Nella automobile in cui sedeva, c'erano anche due serbi moderati, Milan Knezevic e Mirko Tubic, e il rappresentante del governo locale di Osijek, il croato Goran Zobundzija.

Gudelj, di nazionalità croata, uno dei poliziotti riservisti di guardia al posto di blocco, sparò contro la macchina, uccidendo sul posto Reihl-Kir, Zobundzija e Knezevic, mentre Tubic rimase gravemente ferito. Non ci sono dubbi che Gudelj sapesse chi si trovava nella macchina, perché poco prima la stessa macchina con Reihl-Kir a bordo era passata dal blocco della polizia.

Da quel momento inizia una serie di strani avvenimenti. Gudelj se ne va dal luogo del triplice omicidio (anche se là si trovavano alcuni poliziotti riservisti), si nasconde alcuni giorni e poi scappa dalla Croazia per raggiungere l’Australia. Gudelj aveva la cittadinanza australiana perché prima di ritornare in Croazia era vissuto in Australia come emigrato economico. Tre anni dopo, a Osijek - siccome non era raggiungibile dalla legge croata – inizia il processo in contumacia. Per il triplice omicidio gli verrà inflitta una pena di 20 anni i carcere, ma continuerà a godere della libertà in Australia.

Gudelj nel 1996 si trova all'aeroporto di Francoforte, dove la polizia tedesca lo arresta in base al mandato d'arresto emesso dalla Croazia. Lo stesso anno a Osijek lo processeranno di nuovo, perché la condanna in contumacia dà al condannato la possibilità di un nuovo processo. Ma accade una cosa incredibile: la Corte suprema della Repubblica di Croazia applicherà a Gudelj, triplice omicida, la legge sull’amnistia. La Croazia aveva adottato questa legge dopo la fine della guerra, principalmente come atto misericordioso dello Stato verso i serbi che avevano preso parte alla ribellione armata, ma non anche verso coloro i quali si erano sporcati le mani di sangue.

I media hanno speculato sul fatto che qualcuno in Croazia, abbastanza potente da poter influenzare la decisione del tribunale, avesse convinto Gudelj a ritornare in Croazia, dove la condanna gli sarebbe stata perdonata. Così, una volte per tutte, avrebbe evitato la minaccia della pena già inflitta e avrebbe vissuto senza il timore di finire in carcere. Questo è ciò che accadde veramente verso la metà del 1997, Gudelj come uomo libero se ne tornerà di nuovo in Australia.

Tuttavia, la moglie del capo della polizia locale di Osijek assassinato, Jadranka Reihl-Kir, non ha mai accettato questa ingiustizia. Con il suo legale, il famoso avvocato di Zagabria Slobodan Budak, inizia la battaglia legale per far sì che la decisione sulla liberazione di Gudelj venga annullata. Ma allo stesso tempo inizia da sola l'indagine per scoprire più particolari possibili sulle circostanze in cui fu ucciso suo marito.

“Dopo tutto, sono sicura che Gudelj aveva una persona potente che ha ordinato cosa dovesse fare e che lui era soltanto un semplice esecutore dell'assassinio di mio marito”, dice questa donna coraggiosa. “Ho scoperto molti particolari che portano a questa conclusione. Ma più di tutto la mia convinzione è confermata dal fatto che per anni l'intero apparato statale ha difeso Gudelj. Perché l'avrebbero fatto, se aiutando una persona fino allora del tutto anonima, Antun Gudelj, in realtà non stessero proteggendo il suo potente mandante”.

La battaglia legale ha avuto successo. Ma questo accade soltanto nel 2001, dopo la caduta del governo del partito di Franjo Tudjman. La corte costituzionale deciderà che la Corte suprema ha sbagliato e annullerà la sentenza liberatoria di Gudelj e manderà indietro il caso per un nuovo processo. Ma Gudelj si trova in Australia e la Croazia adesso deve chiedere la sua consegna. Questo processo è durato più di sei anni, per far sì che alla fine, il 15 luglio di quest'anno Gudelj venisse estradato in Croazia.

“Spero che una delle decisioni più vergognose e più oscure della giustizia croata adesso venga corretta”, dice l'avvocato Slobodan Budak, che al tribunale rappresenta la moglie e la figlia di Kir.

La vedova del capo della polizia di Osijek ucciso, Jadranka Reihl-Kir, non ha mai detto chi ritiene che sia il mandante dell'assassinio di suo marito, ma più volte ai media ha precisato che suo marito prima di essere ucciso le aveva detto che il più grosso pericolo proveniva da parte di Glavas e della gente che gli stava attorno. Kir era per la pace, si impegnava a trattare con i serbi ribelli, mentre Glavas, in quel periodo la persona più potente di Osijek e una delle persone più potenti di tutta la Croazia, era contrario a tale politica.

“Il nuovo processo a Gudelj non avrà alcun senso se non viene scoperto chi ha ordinato l'omicidio di mio marito. Gudelj è l’esecutore, lui non mi interessa. Mi interessa il mandante”, dice Jadranka Reihl-Kir. La quale afferma che farà di tutto per far sì che ciò accada durante il processo contro Gudelj. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8053/1/51/

I talebani alle porte di Kabul
Gli ultimi rapimenti sono avvenuti nelle province a ridosso della capitale
I ventitré coreani sono stati rapiti nella provincia centrale di Ghazni, diventata ormai la “capitale dei rapimenti”: almeno 60 sequestri di persona negli ultimi quattro mesi. I due ingegneri tedeschi sono stati presi ancora più a nord, nella confinante provincia di Wardak, alle porte di Kabul. I talebani, che finora controllavano solo le province al confine con il Pakistan, adesso dominano anche queste due strategiche regioni interne attraverso le quali passa l’unica strada che collega Kabul a Kandahar: la capitale afgana è praticamente isolata dal sud del Paese.
 
MappaLa notte è dei talebani. Fino a pochi mesi fa i talebani imperversavano solo lungo il tratto meridionale della Ring Road, quello che attraversa le province meridionali di Helmand, Kandahar e Zabul. Percorrere la strada tra Lashkargah, Kandahar e Qalat significava consegnarsi nelle mani dei talebani; ma da lì in poi, fino a Kabul, il viaggio era relativamente sicuro. Ora non è più così: si rischia di essere rapiti appena si esce dalla periferia di Kabul, entrando nella provincia di Wardak.
Qui i talebani sono arrivati da poche settimane. Si vedono solo di notte, quando attraversano i villaggi con le armi in bella mostra. La polizia e i soldati afgani li vedono, ma si guardano bene dal disturbarli mentre attaccano sui muri e sui tronchi degli alberi le “lettere notturne” nelle quali invitano la popolazione a unirsi a loro, minacciando di morte chiunque collabori con il governo o gli stranieri.
“Prima, da queste parti, nessuno chiudeva la porta a chiave prima di andare a dormire. Ora la situazione è completamente cambiata”, racconta Matiullah, 28 anni, all’Iwpr. “Quando scende il sole, la gente si barrica in casa perché sa che arrivano i talebani. Io il ho visti diverse volte. Ho visto le loro armi e ho avuto paura perfino di rivolgere loro la parola. Hanno attaccato una lettera al muro della nostra moschea: c’era scritto che dobbiamo unirci alla jihad e non collaborare con il governo e gli americani”.
 
TalebaniLe autorità lasciano fare. Nelle zone dove sono più presenti, come il distretto di Chak, spesso entrano nelle case dotate di televisore per far rispettare il divieto talebano di guardare la tv.
“Noi avevamo un’antenna parabolica sul tetto di casa”, racconta all’Iwpr un ragazzo che non vuole dare il suo nome. “I talebani hanno iniziato ad attaccare lettere notturne sulla porta di casa, dicendo che non dovevamo più vedere la tv. Ma noi non gli abbiamo dato retta. Una notte sono entrati, mi hanno preso a schiaffi e a calci e hanno distrutto televisore e parabola”.
Le autorità locali non solo non intervengono, ma in certi casi paiono stare dalla parte dei “nuovi padroni”. A proposito delle aggressioni ai possessori di apparecchi tv, il capo del distretto di Chak, Mohammed Ibrahim Sadiq, ha detto all’Iwpr: “Sono azioni gravi, ma anche questi ragazzi che guardano certi programmi alla televisione sbagliano, perché quello che fanno contrasta con la nostra religione e la nostra cultura”.
Le autorità religiose del posto, i mullah locali, sono già stati quasi tutti “arruolati”: le loro prediche del venerdì sono incentrate sul dovere dei fedeli di partecipare alla jihad contro il governo e le truppe straniere.
Il capo della polizia di Chak, Almas Khan, ammette la propria impotenza: “Lanciano razzi contro le caserme, sparano alle nostre auto, piantano mine sulla strada: sono gente cattiva! Durante la notte i nostri uomini rientrano in città per presidiare gli edifici governativi, quindi il resto del territorio rimane sguarnito: lo affidiamo nelle mani di Allah”.  http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=8464
 

Pakistan: prosciolto e reinsediato il giudice Chaudhry

La Corte Suprema del Pakistan ha reintegrato il nelle sue funzioni il giudice Iftikhar Chaudhry sospeso dal Presidente Musharraf lo scorso 9 marzo

Con dieci voti contro tre i giudici hanno dichiarato illegittema la decisione della sospensione del 9 marzo scorso. Il Primo Ministro Shaukat Aziz ha dichiarato che il governo accetta il giudizio e vi darà esecuzione.

Lo scorso 17 marzo l'esecutivo aveva ritirato alcune accuse mosse a carico del giudice, tra cui quelle di errata gestione, lasciando però altri capi di imputazione, inclusi corruzione, intimidazione nei confronti di altri giudici e abuso d'ufficio. Secondo il Presidente del Collegio Khalil-ur-Rehman Ramday, l'accusa non avrebbe fornito prove adeguate per queste imputazioni e, pertanto, Chaudhry è stato reinsediato nell'incarico di Presidente della Corte Suprema

Il proscioglimento di Chaudhry rappresenta una sconfitta d'immagine per Musharraf, ma è ancora presto per considerarla come una vittoria definitiva per l'indipendenza del potere giudiziario. Musharraf aveva attaccato Chaudhry probabilmente perché lo considerava un ostacolo al proprio piano di ricandidarsi come Presidente pur mantenendo il proprio incarico di capo dell'Esercito. Le gravi contestazioni e violenze che avevano seguito la sospensione del giudice avevano però messo in seria difficoltà il Governo. Il reinsediamento di Chaudhry, favorito anche dal ritiro di alcuni capi d'imputazione da parte dell'accusa, sembra essere la via migliore per riportare la situazione alla normalità, soprattutto in un periodo in cui il Governo deve fronteggiare una crescente minaccia derivante dalle organizzazioni integraliste islamiche. Musharraf potrebbe dunque aver voluto compiere deliberatamente un passo indietro, fidando sulla possibilità di impiegare altri mezzi per influenzare a proprio vantaggio le scelte dei giudici.

Il reale livello d'indipendenza dell'apparato giudiziario si rivelerà dunque proprio con l'approssimarsi delle elezioni previste per ottobre ma la cui data non è stata, per altro, ancora fissata. Per garantirsi un nuovo mandato, Musharraf vorrebbe infatti essere eletto dall'attuale Parlamento, a lui favorevole, rimandando le elezioni parlamentari a dopo l'elezione del Presidente. Se ciò avverrà e Musharraf riuscirà a mantenere l'incarico di capo dell'Esercito, vorrà dire che l'apparato giudiziario è ancora sottoposto all'influenza dell'esecutivo. In ogni caso il Presidente potrebbe tentare anche altre strade per rimanere al potere, dall'alleanza politica con uno dei suoi oppositori (Nawaz Sharif e Benazir Bhutto), alla proclamazione dello stato d'emergenza (giustificabile soprattutto se proseguirà la recente ondata di attentati) con la conseguente sospensione delle elezioni.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29774
Desk Asia


1500 medici da Cuba

 

La notizia dà un poco di speranza. Erano arrivati a Cuba sei anni fa, la maggior parte di loro dai paesi più poveri dell’America Latina e dell’Africa, ma anche dagli Stati Uniti. Ieri, in 1500 si sono laureati in medicina e sono pronti per tornare a casa.
Per alcuni non è ancora finita. Brasiliani e argentini dovranno trovare il modo di fare convalidare il titolo accademico, mentre gli statunitensi devono obbligatoriamente frequentare altri due anni nel loro sistema universitario per vedersi omologare la laurea.
Ciò nonostante, mentre per studiare a Cuba non hanno speso un dollaro, negli Usa avrebbero dovuto investire tra i 200.000 ed il mezzo milione di dollari, dipendendo dall’università.

I 1500 medici laureati sono solo i primi di un ambizioso programma che vuole formare 150.000 dottori in dieci anni in quella che Fidel Castro ha chiamato la “rivoluzione dei camici bianchi”. L’impatto, se si arriverà fino in fondo, si sentirà senza dubbio soprattutto in quei paesi (Bolivia, Honduras, Salvador, Venezuela, Nicaragua) dove per mancanza di opportunità molte zone rurali sono abbandonate al loro destino in quanto ad educazione e salute. Al di là della retorica, in tempi dove la carriera di medico è vista come una maniera di arricchirsi, l’approccio umanitario dei medici laureati da Cuba è una boccata di aria pura.http://luiro.blogspot.com/

Turchia, le sfide future

Il Paese ha emesso il suo verdetto. Adesso, indipendentemente dai loro risultati elettorali, tutti i partiti devono lasciarsi dietro la retorica della campagna e concentrarsi su come affrontare le sfide che li aspettano

di Yusuf Kanli - Editoriale
The Turkish Daily News,

Migliaia di candidati in corsa per 14 partiti politici e circa 700 speranzosi indipendenti hanno tentato di aprirsi la strada verso il nuovo Parlamento turco nel voto parlamentare di ieri che è stato visto in Turchia e all’interno della comunità internazionale come una sfida cruciale per determinare gli equilibri tra Islam e democrazia laica in questa nazione a predominanza musulmana di 70 milioni di abitanti.

È ovvio che il Paese non si è trovato d’accordo con il Partito repubblicano del popolo (Chp), la principale formazione di opposizione, secondo cui il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) al governorappresentava una minaccia al pilastro della laicità nella democrazia turca. La decisione da parte del leader del Partito democratico (Dp) Mehmet Ağar di abbandonare deve costituire un esempio per gli altri leader politici che hanno fallito, in particolare per il leader del Chp, Deniz Baykal.

Il voto di domenica ha aperto definitivamente una nuova era in Turchia. Di fatto, l’apertura di questa nuova era appariva evidente in base all’alta affluenza alle urne.

Alta affluenza

Centinaia di migliaia di turchi hanno accorciato le loro vacanze e si sono riversati nelle principali città dove si sono registrati nelle liste elettorali. Tra le città turistiche della costa e Istanbul, Ankara, Smirne e le altre principali città c’era un aumento senza precedenti del traffico stradale e aereo nei tre giorni che hanno anticipato il voto. Per garantire alla gente di tornare nelle città prima della giornata elettorale di domenica, diverse categorie, in particolare l’esercito, hanno chiesto al proprio personale in ferie di rientrare venerdì.

In parte a causa di queste misure ma soprattutto per merito della polarizzazione tra laici e islamici nel Paese – non come nelle elezioni del 2002 quando quasi un quarto dei 42 milioni di elettori registrati, o circa 10 milioni di potenziali elettori non si recarono alle urne – grosse file si sono formate dalle prime ore del mattino di fronte ai seggi, dimostrando l’alta partecipazione del Paese al voto. Questa mattina, ho passato più di 90 minuti all’interno di una di quelle file sotto un sole cocente. Escluse le donne in cinta, le persone disabili e gli anziani – a cui è stato gentilmente concesso dalla folla di entrare subito nei seggi – ognuno è rimasto in fila e nessuno si è lamentato. Secondo dati non ufficiali, la partecipazione elettorale al voto di domenica è stata pari all’81 per cento.

Le sfide future

Com’era evidente dall’alto afflusso elettorae, così come dalla distribuzione dei voti, la polarizzazione all’interno della società ha raggiunto livelli molto pericoloso che crediamo obblighino tutti i politici – al di là di quanto bene o male abbiano fatto alle elezioni – di impegnarsi in un esercizio di riconciliazione e ammorbidimento delle tensioni. Sebbene sembri che né l’Akp né una coalizione di altri partiti avrà la forza sufficiente – una maggioranza di due terzi o di 367 seggi all’interno del parlamento monocamerale di 550 membri – per eleggere il nuovo presidente del Paese, lo stallo presidenziale che ha costretto il Paese a recarsi alle urne prima del previsto non dovrebbe essere portato oltre. L’elezione presidenziale dovrebbe essere raggiunta attraverso un candidato di consenso mettendosi alle spalle la brutta esperienza di aprile e tutta la retorica della campagna elettorale.

Bloccare l’elezione del presidente insistendo sull’elezione di un presidente piuttosto che sull’elezione di un altro attraverso un consenso inter-parlamentare potrebbe costringere la Turchia a nuove elezioni già a fine ottobre e alcuni degli attori politici chiave potrebbero sperare di partecipare a questo gioco della tensione; per vincere forse; per spingere la gente a sostenere l’elezione popolare del presidente in un referendum del 21 ottobre e mettere sé stessi o un proprio candidato eletto dal Paese diviso alla presidenza. Naturalmente, ogni partito può avere delle strategie, ma temiamo che quella strategia diventi più pericolosa portando all’esplosione della già molto polarizzata società turca.

Piuttosto che perdere tempo con scenari esplosivi, crediamo che il nuovo Parlamento turco debba fare i conti con la anti-democratica legge elettorale, la legge sui partiti politici, ristabilire le priorità nazionali e garantire fondi adeguati per l’educazione, introdurre un programma innovativo nell’istruzione che allevi persone che pensano con la propria testa, riformare il sistema fiscale o rimpiazzare quello esistente con uno efficace, una politica fiscale efficiente che aiuti a far calare l’economia sommersa; introdurre un programma con fondi adeguati per incoraggiare uno sviluppo economico diversificato nell’est; introdurre misure per affrontare gli alti flussi di popolazione verso le città della Turchia occidentale; misure che possano aiutare la trasformazione in agricoltura delle piccole imprese rurali in qualcosa di più efficace, potente e produttivo; e naturalmente continuare le riforme per rafforzare la democrazia e la libertà di parola nel Paese e – per sesempio – a partire dall’emendamento dell’articolo 301 del Codice penale che è divenuto una catena per la libertà di pensiero.

Dobbiamo capire che la libertà di pensiero non è un lusso, ma che al contrario una discussione libera e aperta su ogni argomento è essenziale se si vuole risolvere le questioni importanti per il meglio. 

(Traduzione di Carlo M. Miele)

Articolo originale

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4759

Hillary e Obama, sfida su YouTube. Vincono gli utenti

di Eva Perasso
Ieri sera Cnn e YouTube hanno trasmesso il primo dibattito politico tra i candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti. Gli aspiranti alla Casa Bianca hanno risposto a 39 video-domande degli utenti scelte tra i 3mila video online arrivati. Tra ironia e serietà, la cronaca di un successo.

A Citadel, Cittadella, nella sede dell'Accademia militare di Charleston (South Carolina) ieri sera si è tenuto il primo dibattito politico nella storia di YouTube: quello tra i candidati democratici, primo di una serie che accompagnerà i candidati alla presidenziali Usa 2008 fino al voto. Quello repubblicano è previsto per il mese di settembre.

Organizzato dal braccio video di Google insieme con Cnn, ha visto il confronto dei candidati democratici che hanno risposto in diretta tv e web alle video-domande scelte tra le quasi 3mila arrivate su YouTube dagli utenti. Trentanove in tutto quelle selezionate per andare in diretta nello show delle ore 19 (questa notte per l'ora italiana): alcune personali e dirette, altre serie e preparate, altre ancora provocatorie, per due ore di dibattito con tutti i connotati classici della comunicazione politica, risposte fumose incluse.

 

SOTTO LA LENTE

Gli otto candidati che hanno partecipato al dibattito:
Joseph Biden
Hillary Clinton
Christopher Dodd
John Edwards
Mike Gravel
Dennis Kucinich
Barack Obama
Bill Richardson

Come ogni esperimento, innanzitutto il risultato: il dibattito è riuscito. Per l'organizzazione, tecnicamente, a livello di pubblico, ma anche rispetto ai candidati stessi. Gli otto democratici sul palco avevano la possibilità di discettare un po' su tutto, e lo hanno fatto nella maniera a loro più consona, da politici. Sono stati interrogati su matrimoni gay da una coppia di lesbiche (risposte contrastanti: per John Edwards non se ne parla, per Dennis Kucinich le nozze si possono fare); crisi in Darfur, Iraq (in questo caso, le morti dei soldati sono state un tema ricorrente nelle domande); politica estera e incontri con i paesi nemici (qui Barack Obama è stato più possibilista rispetto a Hillary Clinton, per esempio); sanità pubblica, riscaldamento globale, ma anche su temi più personali, come l'educazione sessuale e le scuole che frequentano i loro figli, o, nel caso della Clinton, la scommessa di una donna in un ruolo che, nel mondo arabo rappresentato anche negli Usa, sarebbe impensabile. Risposta glissante della candidata: «Sono certa che non ci sia alcun dubbio, nella testa di tutti, che io possa essere presa sul serio».

 

Anche l'ironia tra i video scelti dalla redazione Cnn non è mancata: la domanda sull'ambiente era posta da un pupazzo di neve parlante; sulle tasse, un menestrello ha intonato la sua canzone, chitarra alla mano; la domanda n°39 di Jason, dal Colorado, ripropone un vecchio gioco: guardate il candidato che avete alla vostra sinistra e diteci una cosa che amate e una che non vi piace di lui. E ricordatevi di essere onesti.

Ma quel che accomunava i video, prima postati su YouTube, e poi passati sul mega schermo dello studio Cnn, era la rivincita dell'utente comune. Che con il linguaggio meno impostato, con gli intercalare, l'imbarazzo da telecamera (anche se si trattava soprattutto di webcam casalinghe), le mani gesticolanti, il look casereccio – cappellini da basket, occhiali da sole, t-shirt sgualcite – ma reale, è arrivato dritto al punto, ponendo ai candidati senza troppe sottigliezze gli interrogativi che gli stanno a cuore. Non a caso, nella sezione di YouTube che ancora raccoglie i 39 video scelti, proprio il primo fa una richiesta inequivocabile: candidati, per favore, cercate di rispondere con precisione alle domande che vi poniamo.

E ancor meglio, il ruolo dell'anchorman della Cnn Anderson Cooper chiamato a moderare il dibattito, è stato molto diverso rispetto a quello ricoperto nei faccia a faccia più tradizionali: interventi minimi, nessuna sollecitazione ad approfondire, nessun inciso neppure sui temi caldi. Così assente da subire diverse critiche per non aver incalzato i candidati nel rispondere, soprattutto quando le loro osservazioni erano troppo fumose. Ma forse la scelta faceva parte del gioco: lasciare l'arena al confronto, seppure mediato tecnicamente da YouTube, tra elettori e potenziali eletti, evidenziandone così anche tutte le mancanze.

Tra una domanda e l'altra c'è stato spazio anche per mostrare su grande schermo i video già famosi per il popolo online delle campagne web dei candidati. Che continuano a usare la rete per promuovere la loro immagine e fare proseliti, facendo un largo uso soprattutto del social networking. E qui le differenze tra loro sono ancor più palesi: se Obama chiacchiera a tempo di rock ed è ormai la star delle presidenziali su web, se Hillary punta tutto sul suo essere donna, vi sono democratici più ingessati che ancora della rete sociale non hanno colto tutte le potenzialità. Come Joe Biden, che rivolge alla popolazione un appello vecchio stile sulla fine del conflitto iracheno. Ma i suoi consulenti per la comunicazione online avranno probabilmente fatto la loro scelta consapevole.http://www.visionpost.it/index.asp?C=8&I=2155


Dibattito 2008, alla fine hanno vinto YouTube e la gente

 

Un pupazzo di neve si presenta dall’Alaska, chiedendo con voce disneyana che futuro avra’ suo figlio, in un mondo minacciato dall’effetto serra. Uno stacco, e la telecamera inquadra un pupazzino di neve ai suoi piedi. Risate, applausi, e poi le risposte - serie - di un gruppo di politici tra cui puo’ esserci il prossimo presidente degli Stati Uniti. In due ore di diretta Tv, l’America scopre un nuovo modo di far politica, affidato a uno strumento, YouTube, che durante la corsa alla Casa Bianca nel 2004 neppure esisteva. […]

Marshall McLuhan si sarebbe divertito a Charleston, in South Carolina, nell’avveniristico studio televisivo creato dalla Cnn nel college militare della Cittadella. Il medium e’ stato il vero messaggio del primo dibattito presidenziale in cui chiunque poteva inviare una video-domanda, e il ‘villaggio globale’ - un altro concetto caro al teorico dei media canadese - ha mostrato tutta la propria creativita’ nell’era del web.

‘’E’ stata una pietra miliare nello storia dei dibattiti presidenziali'’, ha commentato Kathleen Hall Jamieson, esperta di comunicazione politica all’Universita’ della Pennsylvania. Altri studiosi sono d’accordo e anche chi ha espresso dubbi sul formato, ha riconosciuto che a vincere, alla fine, piu’ che l’uno o l’altro candidato, sono stati You Tube e la gente, con le domande tratte dai problemi della vita di tutti i giorni.

Su oltre 3.000 video ricevuti attraverso il popolare sito Internet di proprieta’ di Google, la Cnn ne ha scelti alcune decine ed e’ riuscita a sottoporne ai candidati poco piu’ di una trentina. Un mix di domande serie, storie personali anche drammatiche e qualche goliardata. L’aspetto artigianale dei video, i salottini e le cucine inquadrati sullo sfondo dei volti, gli ‘’uhh…'’ e le pause tra una parola e l’altra, tipici del linguaggio di tutti i giorni, ad avviso degli esperti hanno portato una ventata di genuinita’ in un dibattito politico altamente preconfezionato.

Ne sono emerse domande insolite, che difficilmente i professionisti della comunicazione avrebbero chiesto: temi come le richieste di danni per la schiavitu’, il significato della parola ‘liberal’, l’educazione sessuale che i candidati offrono ai loro figli. Il primo video, realizzato da un giovane dello Utah, Zach Kempf, si apriva con un ‘Wassup?’, un’espressione gergale studentesca che probabilmente ha fatto il suo ingresso per la prima volta in un dibattito presidenziale. Due lesbiche si sono presentate in video per chiedere chi tra i candidati, una volta presidente, avrebbe permesso loro di sposarsi: ‘’Nel senso, l’una con l’altra…'’, hanno tenuto a precisare.

Jered Townsend, un ragazzo del Michigan, ha chiesto cosa i candidati intendessero fare per ‘’proteggere il mio baby'’, mostrando un minaccioso fucile mitragliatore: una domanda sul diritto al porto d’armi che ha sollevato perplessita’, in un’ America che solo pochi mesi fa guardo’, sconvolta, il video delirante del killer del Virginia Tech. ‘’Se quello e’ il suo ‘baby’, questo tizio ha seri problemi'’, ha commentato uno dei candidati, il senatore Joe Biden.

A completare il panorama delle innovazioni del dibattito, la Cnn ha offerto a ciascun candidato di presentare un proprio video di trenta secondi, formato YouTube: il piu’ divertente e’ risultato John Edwards, prendendo in giro i media per la loro ossessione per i suoi capelli super-pettinati.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/25/dibattito-2008-alla-fine-hanno-vinto-youtube-e-la-gente/#more-341


PENA DI MORTE – ARABIA SAUDITA:
Assistenza legale per una giovane, a un passo dalla decapitazione
Feizal Samath

COLOMBO, (IPS) - La straordinaria sospensione, ottenuta dagli avvocati, della condanna di una collaboratrice domestica dello Sri Lanka, contro la scadenza della presentazione di appello entro il 16 luglio al tribunale dell’Arabia Saudita, ha acceso i riflettori internazionali su un sistema giudiziario chiuso che condanna a morte senza una rappresentanza legale nei processi.

Il 16 giugno Rizana Nafeek, lavoratrice migrante di 19 anni, è stata condannata a morte per presunto omicidio intenzionale causato da soffocamento di un bambino di quattro mesi, nel maggio 2005, mentre la ragazza gli stava dando il biberon. Nafeek aveva solo un mese di tempo per l’appello, altrimenti sarebbe stata decapitata con una spada e il suo corpo mostrato in pubblico per scoraggiare eventuali reati futuri.

Secondo Amnesty International (AI), questa decapitazione sarebbe stata una delle oltre 100 già eseguite quest’anno, in un paese dove gli omicidi sono in rapida ascesa. Molti dei giustiziati sono stranieri. L’Arabia Saudita ha una popolazione di 27 milioni, compresi 5,5 milioni di stranieri nazionalizzati. Secondo AI, lo scorso anno sono state eseguite 39 condanne capitali, 26 su detenuti stranieri.

La sospensione della pena di Nafeek all’ultimo minuto si deve alla Commissione asiatica per i diritti umani (AHRC) con sede a Hong Kong, che ha lanciato una campagna internazionale “in circostanze straordinarie”. La Commissione, con l’approvazione dell’ambasciata delllo Sri Lanka a Riyadh, è intervenuta per pagare le spese legali ad avvocati sauditi così da opporsi alla sentenza capitale davanti alla corte.

”Abbiamo presentato appello entro la data stabilita”, ha detto all’IPS a Colombo Hussain Bhaila, vice ministro degli esteri dello Sri Lanka, prima di volare in missione a Riyadh l’ultima settimana utile per la grazia. Con lui in volo c’erano i genitori di Nafeek e un leader islamico locale.

L’obiettivo della missione era contemplare un diverso approccio per salvare la donna, la quale ha ottenuto un rinvio dell’esecuzione. Speravano di incontrare i genitori del bambino morto, ed ottenerne il perdono attraverso vari intermediari, e speravano di visitare la ragazza in carcere.

”Non sarà facile incontrarli (i genitori)”, ha detto Bhaila, aggiungendo che avevano già rifiutato di incontrare l’ambasciatore dello Sri Lanka. Secondo la legge saudita, solo i genitori possono concedere il perdono, ma lo hanno negato da quando la sentenza di morte è stata emessa.

Le drammatiche difficoltà internazionali con cui si è tentato di salvare la vita di Nafeek dimostrano l’impossibilità di altri lavoratori migranti condannati ad assumere legali sauditi – anche quando sanno di avere questo diritto. Nafeek viene da una famiglia povera dello Sri Lanka e lavorava in quella famiglia dell’Arabia Saudita da sole due settimane prima del tragico incidente.

I costi legali dell’appello erano stati inizialmente fissati a 250.000 rial sauditi (circa 66.000 dollari Usa). L’ambasciata dello Sri Lanka ha successivamente negoziato una riduzione di 28.000 dollari.

Malgrado l’appello oggi possa andare avanti, gli avvocati stanno ancora aspettando dai funzionari sauditi l’invio di documenti fondamentali, compresa una copia della sentenza finale. Appena una settimana prima della scadenza per l’appello, l’ambasciata dello Sri Lanka aveva emesso una “richiesta urgente” per ottenere questo e altri documenti indispensabili ai legali. Con l’appello, per la prima volta dall’arresto Nafeek è stata rappresentata da un legale. Secondo l’AHRC, al processo non aveva avuto alcuna consulenza legale indipendente. Lo stesso era avvenuto nel processo a quattro migranti dello Sri Lanka giustiziati nel febbraio di quest’anno per rapina a mano armata, riferisce AI.

Il caso è simile da molti punti di vista, e potrebbe essere significativo per altri processi capitali contro lavoratori migranti in Arabia Saudita.

Nafeek è stata costretta sotto minaccia a firmare una dichiarazione di incriminazione usata poi per la condanna di soffocamento del bambino. “Alla stazione di polizia è stata trattata brutalmente, senza l’aiuto di un traduttore o di qualcuno cui spiegare l’accaduto. È stata costretta a firmare una confessione per poi portare in tribunale le accuse di omicidio per soffocamento”, riferisce l’AHRC.

I quattro uomini dello Sri Lanka decapitati, durante il processo avevano raccontato ai giudici di essere stati picchiati dalla polizia nel corso dell’interrogatorio. Uno dei quattro, Ranjith de Silva, in un’intervista telefonica rilasciata a Human Rights Watch una settimana prima della sua esecuzione, ha dichiarato che aveva capito, ma non pensava che quella confessione di incriminazione gli sarebbe costata la pena di morte.

De Silva aggiungeva che durante il processo il giudice non l’aveva informato sulla possibilità di fare appello, né di fornire copia del giudizio ai quatto imputati, sostiene Human Rights Watch. Secondo AI, pare che uno dei quattro pensasse di essere stato condannato a 15 anni di prigione.

La condotta dei giudici sauditi è sotto esame nel caso di Nafeek. Secondo AHRC, la ragazza avrebbe dichiarato al giudice di avere 17 anni al suo arrivo in Arabia Saudita, nel 2005, e non 23. La data di nascita sul passaporto era stata falsificata dall’agenzia di collocamento. Quindi avrebbe avuto 17 anni al momento della morte del bambino, ovvero, sarebbe stata minorenne.

Tuttavia, il giudice non avrebbe richiesto un esame medico di verifica, denunciano le organizzazioni per i diritti. L’ambasciata dello Sri Lanka, in una dichiarazione dell’8 luglio, ha confermato l’esistenza di una copia certificata dell’atto di nascita di Nafeek, confermando la data del 4 febbraio 1988.

Per l’Arabia Saudita l’età minima per lavorare è di 22 anni, sostiene Suraj Dandeniya, presidente della Association of Licensed Foreign Employment Agencies a Colombo.

La falsificazione dei documenti è una pratica molto diffusa. Secondo alcune statistiche, tra il 10 e il 25 per cento delle donne musulmane dello Sri Lanka che vanno a lavorare all’estero sono minorenni e riescono ad emigrare con documenti e passaporti falsi. In Arabia Saudita il numero di lavoratori migranti srilankesi è di circa 300.000, di cui un terzo sarebbero donne musulmane.

”Tutti i funzionari coinvolti in questo processo illegale sono colpevoli, non solo gli intermediari dell’assunzione”, ha dichiarato Dandeniya.

David Soysa, direttore del Centro dei lavoratori migranti, istituzione da tempo presente a Colombo per aiutare i lavoratori migranti, crede che il caso di Nafeek mostri quanto siano impreparati e scarsamente formati molti lavoratori migranti per le loro mansioni nelle famiglie mediorientali. L’Ufficio dello Sri Lanka per il lavoro all’estero, principale ente governativo che promuove l’occupazione all’estero, fornisce solo 12 giorni di formazione.

” La mancanza di formazione adeguata dei lavoratori migranti è un problema serio. La ragazza non sapeva far fare il ruttino al bambino in caso di soffocamento durante il pasto, evento piuttosto comune che avrebbe gestito facilmente se fosse stata preparata”, ha aggiunto Soysa.

Secondo il direttore del Centro, si tratta di un caso di traffico di minori. “Chi viola la legge dovrebbe essere punito”, ha detto.

L’Arabia Saudita è firmataria della Convenzione sui diritti dell’infanzia, che vieta ai suoi stati membri di giustiziare chiunque per un crimine commesso prima dei 18 anni di età.

Non si sa quando il caso di Nafeek arriverà davanti alla corte d’appello. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=968

Colombia : compagnie USA finanziano il terrore , Bush chiude un occhio
di Rico Guillermo*

Da piu' di quattro anni i parlamentari statunitensi hanno chiesto al dipartimento di giustizia informazioni su eventuali indagini relative alle 'accuse credibili' contro alcune ditte americane che avrebero finanziato i gruppi terroristici colombiani, comprese alcune citate in cause civili e rinviate ai procuratori. Per questo hanno scritto ad Alberto R. Gonzales ed al suo predecessore, John Ashcroft.

I membri del Congresso USA sono interessati in particolar modo alle aziende carbonifere della Drummond Co. che avrebbero pagato i paramilitari dell'AUC per uccidere tre capi del sindacato che stavano provando ad organizzare gli operai nelle sue miniere di carbone nel 2001. Le accuse alla Drummond hanno portato ad una causa civile - archiviata nel 2002 - in cui si accusava l'impresa di usare l'AUC come forza di sicurezza de facto per intimidire gli impiegati. Drummond ha negato energicamente. Una nuova causa civile e' pero' appena iniziata.

Secondo il Los Angeles Times, gia' in una lettera ad Ashcroft del 25 giugno 2003, quattro deputati del comitato di sorveglianza sugli affari esteri sollecitarono indagini complete sul caso Drummond e le accuse alle due imprese controllate dalla statunitense Coca-Cola che imbottigliano in Colombia accusate anch'esse di collusione con i paramilitari. I parlamentari hanno detto che non e' stata data loro risposta nemmeno sul fatto che una eventuale inchiesta fosse in corso.

Due dirigenti del dipartimento della giustizia hanno ammesso che i gruppi colombiani violenti, specialmente l'AUC, non sono una priorita' come i gruppi islamici jihadisti perche' non hanno attacato interessi americani quali le ambasciate. Ma i critici dicono che i gruppi colombiani hanno ucciso e rapito più gente che Al Qaeda e che l'applicazione selettiva del dipartimento della giustizia delle leggi degli Stati Uniti lo espone ad accuse di avere doppi standard nella guerra al terrorismo.

Il ministero della giustizia dice che ha perseguito aggressivamente le corporations che finanziano il terrorismo, in Colombia ed altrove, ma dopo la vicenda Chiquita (che ha ammesso di aver dato all'AUC e alle FARC almeno un milione e 700mila dollari fra il 1997 e il 2004) le preoccupazioni dei membri del Congresso sono cresciute. Lo stesso procuratore generale della Colombia, Mario Iguaran, ha accusato la Chiquita e l'AUC di coltivare "un rapporto criminale" basato su scambi di soldi e armi e coe conseguenza della pacificazione sanguinaria di Uraba, la regione dove l'impresa ha detenuto le piantagioni di banane dinche' non le ha vendute, nel 2004. la procura generale di Bogota' ha anche lanciato un'inchiesta penale sulla Drummond.

Gonzales ha quindi ricevuto una lettera da sei congressisti che tornavano alla carica chiedendo al nuovo ministro di Bush se vi fossero inchieste in corso sul rischio che altre imprese, come ad esempio Drummond, potrebbero seguire l'esempio di Chiquita. Ma il dipartimento di giustizia non ha ancora risposto a quella lettera. "Posso solo immaginare la forza e la velocita' con cui l'intera forza prosecutoriale del governo degli Stati Uniti scenderebbe su un'azienda che sia accertato aiuti Al Qaeda o Hezbollah", ha detto un parlamentare alla prima udienza del Congresso che si occupera' della vicenda e davanti a cui Drummond, Chiquita ed altre aziende che hanno operato in Colombia dovrebbero essere chiamate a testimoniare sotto il giuramento.

All'udienza congressuale di giugno, un ex capitano militare colombiano che ha servito nell'AUC, un operatore dei diritti dell'uomo e un capo del sindacato hanno infatti testimoniato che numerose societa' USA, oltre a Chiquita e a Drummond, stavano pagando i gruppi violenti della Colombia. Lo stesso ex capo dell'AUC Salvatore Mancuso e il portavoce del gruppo Ivan Duque hanno dichiarato che i finanziamenti erano rilevanti e di vecchia data, coinvolgendo aziende multinazionali della frutta quali Fresh Del Monte Produce Inc. e la Dole Food Co., così come i cartelli del petrolio, anche se Del Monte e Dole hanno negato le accuse.

Ma molti altri comandanti dell'AUC intendono cominciare a parlare pubblicamente del finanziamento del loro regno di terrore. "Coloro che hanno infranto la legge devono affrontarne le conseguenze - ha dichiarato un ex terrorista colombiano - proprio come noi". Sembra di sentire l'eco della dichiarazione del giudice statunitense Walton quando ha rifiutato la scarcerazione del capo dello staff di Dick Cheney, Libby, poi graziato da Bush: "Penso che i criminali manuali abbiano diritto allo stesso genere di giustizia dei criminali dal colletto bianco".

E il problema non e' solo aver infranto la legge. Secondo l'OLAF e molte altre organizzazioni internazionali impegnate nella lotta al terrorismo ed alla criminalita' organizzata, una delle principali attivita' di prevenzione e contrasto e' individuare e chiudere i canali di finanziamento. Quindi, al di la' della legislazione di un singolo Paese e delle eventuali responsabilita' dirette come mandanti di specifici omicidi, anche il solo finanziamento ai gruppi terroristici determina una indubbia responsabilita' quantomeno morale nei delitti commessi dai criminali.

A Milano e Roma questa sera ci sara' la manifestazione - con tanto di fari e candele - per la liberazione delle 3.000 persone che in Colombia sono state rapite e che si sa o si spera siano ancora vive e in condizione di detenzione, una situazione che e' facile immaginare come possa essere dura. E nel mentre altri civili vengono spaventati e uccisi, altri sindacalisti minacciati, altre donne violentate.

Ma la responsabilita' del perdurare di questa situazione di terrore e di impunita' - dice la vicenda Chiquita e dicono i membri del Congresso USA - va cercata anche oltre i confini della Colombia.

* si ringraziano Claudio Giusti e Carla Amato


www.osservatoriosullalegalita.org



luglio 25 2007

Campare la vita: numero speciale
Rowena

Un deputato locale si lamenta per le sue condizioni: in fondo guadagna 6000 euro al mese (gli altri li versa al Partito, che in questo caso ha ancora la maiuscola), e fa “una vita di merda” (parole sue). Rifletto che, certo, la percezione della propria qualità di vita non è strettamente dipendente da quanto si guadagna. Magari sua moglie gli fa le corna, lui soffre di gastrite cronica, o suo figlio non gli ha telefonato nemmeno a Natale. Forse il suo lavoro non gli piace, ma siccome non ne sa fare nessun altro, non può cambiarlo.
Ma dimentica, l’onorevole, che sta parlando ad un popolo che sta perdendo gli ultimissimi scampoli di fiducia nella classe politica e che ha maturato, giusto o sbagliato che sia, l’idea che fare politica non sai propriamente un servizio al paese, ma a se stessi “e ai propri amici” (come ci ha ricordato da poco anche Mastella). Così, fra quelli che guadagnano 1000 euro al mese e si considerano fortunati perché hanno un lavoro a tempo indeterminato, e quelli che invece hanno il contratto in scadenza il 31 dicembre; fra quelli che vorrebbero metter su famiglia ma non hanno i soldi per la casa, e quelli che magari guadagnano di più, ma lavorano 12 ore al giorno; fra gli anziani con una pensione, quella sì, di m….., e i giovani laureati che hanno dovuto accettare un lavoro in un call-center …. fra tutti questi, e molti altri ancora, l’onorevole troverebbe facilmente da scambiare la propria insoddisfacente vita.
Poi c’è sempre qualcuno che ci mette in guardia dalla deriva dell’antipolitica; come se fossimo noi ad essere antipolitici e non questa classe dirigente (adesso vorrei dimenticarmi di essere una signora, e qualificarla come l’onorevole qualifica la sua propria vita). Ma sant’iddio, ma come si fa a non sognare di prenderlo a calci nel suo onorevole sedere, magari su per un’impalcatura, con un secchio di calcina sulle spalle?http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/stilelib.htm

Referendum/Santagata: grande successo, Pd ha bipolarismo nel Dna
"Mi pare difficile pensare al nuovo partito col proporzionale"
Apcom -
Roma - Il deposito di oltre 800 mila firme per il referendum elettorale è "un grande successo", per Giulio Santagata, ministro per l'Attuazione del programma e tra i fedelissimi di Romano Prodi. Per il ministro, sta ora al Parlamento trovare un'intesa sulla legge elettorale, ma è fondamentale che si "conservi il bipolarismo". Quindi, Santagata dice no al modello tedesco e ricorda agli alleati del Pd che il nuovo partito "nasce nel sistema bipolare".

Il buon esito della raccolta delle firme, spiega, è "un grande successo: i cittadini, quando si tratta di regole fondamentali per la democrazia, rispondono sempre. Mi auguro che il Parlamento trovi un'intesa. Io ho firmato il referendum sperando che facesse da pungolo al Parlamento. Ovviamente, mi auguro un'intesa che conservi il bipolarismo". Dunque, no al modello tedesco: "Nom mi pare che conserverebbe il bipolarismo".

Viene fatto notare al ministro che nel Pd sembrano convivere due concezioni diverse del nuovo partito, delle alleanze che dovrà stringere e dei modelli istituzionali da perseguire: "Il Pd - sottolinea Santagata - è nato nel sistema bipolare, per il sistema bipolare, in particolare direi bipolare maggioritario. Mi sembra difficile pensare al Pd in un sistema totalmente proporzionale".

Totò antimafia
di Marco Travaglio

Mentre ti sale lo sconforto e ti vien da pensare che «questi sono come Berlusconi», una mano amica ti manda un’intervista di Totò Cuffaro al Giornale di Sicilia. E ringrazi di cuore Cuffaro, perché finché ci saranno lui e i suoi mandanti sarà difficile per il centrosinistra, nonostante gli sforzi, diventare come Berlusconi. Il governatore, fotografato senza la tradizionale coppola, annuncia che la sua Regione «vuol entrare nella gestione dei beni confiscati alla mafia, per accelerare il processo di assegnazione a enti o associazioni che li sfruttino per promuovere sviluppo e legalità». E minaccia di pubblicare ogni tre mesi «il bilancio trimestrale dell’attività della Regione contro Cosa Nostra». È vero che, se Pomicino e Vito fan parte dell’Antimafia, se Previti è onorevole, se Fiorani si propone come difensore civico dei consumatori dalle truffe delle banche, se Pollari è giudice del Consiglio di Stato e Pio Pompa dirigente della Difesa, se Gianpaolo Nuvoli che voleva impiccare Borrelli in piazza è direttore generale al ministero di Giustizia con delega ai diritti umani, manca solo Fabrizio Corona garante della Privacy. Dunque anche Cuffaro, imputato per favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, può partecipare alla lotta alla mafia. Non sarebbe la prima volta: l’aveva già fatto il suo amico Francesco Campanella, il giovanotto a mezzadria tra la politica (presidente dei giovani Udeur e del consiglio comunale di Villabate sciolto 2 volte per mafia) e il clan Mandalà, che fornì i documenti falsi a Provenzano per la trasferta ospedaliera a Marsiglia e, quando si sposò, esibì come testimoni Cuffaro e Mastella. Bene, Campanella era solito organizzare marce antimafia: premiò pure Raul Bova per l’indimenticabile interpretazione del Capitano Ultimo. Quindi non facciamo gli schizzinosi: se Cuffaro vuole lottare anche lui contro la mafia, lo si lasci entrare. Tutto si potrà dire tranne che non si tratti di un esperto del ramo. «Le procedure di assegnazione dei beni confiscati alla mafia», sdottoreggia il governatore imputato, «sono troppo lente. Ho chiesto al ministro degl’Interni di entrare nella gestione». Così, fra l’altro, si garantirebbe la necessaria continuità fra il prima e il dopo: l’assemblea regionale siciliana ha sei deputati indagati per mafia e un vicepresidente arrestato. Se i beni confiscati alle cosche passassero alla regione, nessuno noterebbe la differenza e si eviterebbero pericolosi salti nel buio. Ma Totò Antimafia si spinge oltre e promette «controlli preventivi nel sistema dei finanziamenti» pubblici e dei fondi comunitari di Agenda 2007, «affinché le risorse siano utilizzate al meglio evitando infiltrazioni mafiose». Anche perché «ancora si incontrano difficoltà a ottenere, in sede di assegnazione degli appalti, la certificazione antimafia». E meno male che la certificazione non devono rilasciarla anche i politici, altrimenti lui avrebbe qualche problemino. E così il suo spirito-guida Calogero Mannino, imputato di mafia, adulterazione di vini e truffa allo Stato finalizzata alla concessione di finanziamenti pubblici alla sua azienda vinicola Abraxas, dunque senatore dell’Udc: ieri la Guardia di Finanza, su ordine del gip di Marsala, ha sequestrato all’azienda beni per mezzo milione. Chissà se Mannino aveva la certificazione antimafia: pare di no, visto che di recente aveva dovuto dimettersi da presidente del Cerisdi, il centro studi palermitano d’eccellenza, perché il prefetto gliel’aveva negata, tagliando fuori l’istituto dai fondi pubblici. Mannino ottenne l’immediata solidarietà di Buttiglione e Cesa, ma pure da Follini, ultimo acquisto del Pd: tutti sdegnati contro il prefetto che osa negare il certificato antimafia agl’imputati di mafia. Mannino, sobriamente, lo paragonò ai prefetti fascisti «che mandavano al confino Gramsci e Pertini». Ora Totò illustrerà i propri solidi meriti antimafia («abbiamo finanziato la ristrutturazione di un capannone da adibire a laboratorio di indagine chimica della polizia scientifica») in un libro, ovviamente a spese della Regione: «Il nostro no alla mafia». L’ultima volta che patrocinò un libro - un’enciclopedia sulla Sicilia - incaricò Andreotti di compilare la voce «Salvo Lima». Questa volta, per cambiare, potrebbe affidare la prefazione a Dell’Utri.
www.unita.it



Referendum: oltre 820 mila firme per una legge elettorale più partecipata




Base Democratica, fin da marzo, ha aderito al comitato
referendario e detto “No al porcellum” con decine di
banchetti, migliaia di firme e di euro raccolti. L’attuale
legge elettorale è stato l’ultimo colpo di coda
dell’agonizzante Governo Berlusconi per assicurare cinque
anni di instabilità politica al’Unione. Ha ridotto al
minimo il distacco tra i due schieramenti e garantito un
peso politico eccessivo ai “partitini” esasperando il
loro potere di ricatto. Il referendum è in grado di
ristrutturare il sistema partitico singendo verso la
formazione di due grandi raggruppamenti.

Finora abbiamo assistito, con un misto di rassegnazione e di
frustrazione, all’incapacità della classe politica di
elevarsi al di sopra dei propri interessi, umiliando gli
interessi del Paese. Siamo consapevoli che il referendum
sulla legge elettorale non rappresenta la panacea, ma a
questa consapevolezza uniamo il nostro fermo rifiuto verso
compromessi al ribasso: il
bipolarismo è l’unico modello che può garantire una
proficua alternanza delle forze democratiche alla guida del
paese e consentire ai cittadini di scegliere tra
orientamenti politici chiari all’interno di diversi
programmi di Governo.

La soluzione alla quale dobbiamo arrivare è una legge
elettorale davvero democratica, con elezioni primarie e
collegi uninominali o circoscrizioni plurinominali di
dimensioni ridotte. Questi sono, infatti, gli unici
strumenti in grado di rendere effettivo il rapporto tra
elettori ed eletti. Pertanto Base Democratica non ammette
terze vie, né soluzioni pasticciate, e chiede alle forze
che lavorano per dar vita al Partito Democratico di
sostenere solo proposte di riforma che consentano ai
cittadini di indicare, con estrema chiarezza, la loro
volontà e vederla, quindi, correttamente tradotta in
Parlamento. Altrimenti, il probabile successo dei referendum
imporrà al sistema politico un brusco risveglio.

Il “popolo del partito democratico” vuole un Partito
Democratico che sia veramente tale e a vocazione
maggioritaria; non può accettare l’idea di un voto senza
partecipazione e senza scelta reale! L’Italia che vogliamo
non ha bisogno di ricette paternalistiche né di partiti
che vogliono deleghe in bianco per poi decidere loro, a
elezioni avvenute, alleanze, organigrammi e programmi, ma di
reale partecipazione e di più democrazia.



Scalfaro: serve il via libera o i cittadini non capiranno
Marzio Breda
Corriere della Sera


ROMA — Della valanga di commenti piovuti sul caso Forleo—Unipol, il più appropriato gli è sembrato quello apparso lunedì su La Stampa,
di Carlo Federico Grosso, già vicepresidente del Csm. «Un'analisi seria dalla prima all'ultima riga», dice Oscar Luigi Scalfaro. Anche secondo lui, dunque, c'è da «dubitare » che l'iniziativa del gip milanese sia legittima, «per incompetenza a configurare l'imputazione » del procedimento e per assenza di «titolo» a scrivere le cose che ha scritto nella motivazione di un'ordinanza che «ha il sapore di una condanna ». Ed è d'accordo, l'ex capo dello Stato ed ex (in tempi remoti) magistrato, pure con l'aspra conclusione del ragionamento di Grosso: «Degli atti dell'incontenibile giudice Forleo si occupi chi, per competenza, è legittimato ad occuparsene ».
Presidente Scalfaro, condivide dunque anche lei l'opinione di chi ravvisa gli estremi per un procedimento disciplinare?
«La questione è complessa e va un po' spiegata a uso della gente comune. Anzitutto non c'è dubbio che giustamente il magistrato si è rivolto al Parlamento per chiedere l'autorizzazione a servirsi delle intercettazioni. Desidero anche ripetere che nella motivazione il magistrato stesso ha offerto la sensazione non già di formulare una richiesta ma di dare un giudizio seriamente negativo nel merito. Una cosa che oggettivamente sfugge alla sua competenza, perché la contestazione di reati compete al pm e perché era in ogni caso fuori tempo e fuori luogo dare quella sensazione di un giudizio di merito... Non ho nessun titolo per esprimere un parere sulla persona del magistrato, che non ho l'onore di conoscere ».
Un problema che Mastella e Di Pietro non hanno invece avvertito, e infatti sul caso Forleo continuano a duellare.
«Quella polemica tra due ministri in carica mi trova dalla parte del Guardasigilli. E mi pare che sulla stessa linea siano le autorevoli parole del capo dello Stato...».
Napolitano si è augurato che, almeno durante la pausa estiva, si plachino i «bollenti spiriti della politica», bollenti anche per questa faccenda.
«Anch'io non vorrei che di un episodio decisamente spiacevole se ne facesse motivo per un'interminabile polemica... Credo che un dovere primario per tutti sia di dare a se stessi il senso della misura nell'esaminare fatti e comportamenti, nel valutarli, nello schierarsi a favore o contro. Mi pare giusto appellarmi proprio a quel senso del limite cui fa riferimento il presidente Napolitano, che più volte ha chiesto che si riducano le asprezze e si smorzino certe accentuazioni più vicine all'ingiuria che a una corretta dinamica politica. Purtroppo questo è un valido consiglio che per ora non trova facile ascolto».
Il Parlamento dovrà decidere se autorizzare l'utilizzazione delle telefonate intercettate, ed è un dilemma che ci riporta alla stagione di Tangentopoli. Che cosa è preferibile?
«Ritengo che un tema esploso con tutta questa forza, anche se nelle forme meno opportune, debba trovare via libera al totale chiarimento. I raffronti con la stagione di Tangentopoli sono improponibili. Ma non c'è dubbio che il via libera servirebbe, com'è stato giustamente ripetuto, per impedire che nuove distanze si pongano tra le istituzioni e la gente».
Insomma: è bene dire «sì» per non alimentare i sentimenti di antipolitica, che di nuovo serpeggiano.
«A parte altre considerazioni, dovrebbe pesare anche l'obiettivo di recuperare il rapporto tra le istituzioni e la gente, che dalle istituzioni si allontana. Voglio sperare che la serenità di giudizio del magistrato, insieme all'evidente serenità dei parlamentari chiamati in causa, possa determinare una chiarezza tale da soddisfare gli uni e gli altri».
Resterebbe comunque aperta la questione delle intermittenti, e a volte interessate, fughe di notizie dai palazzi di giustizia.
«Indubbiamente questa fuga di notizie delicate e riservate non può rimanere sempre senza alcun responsabile, e quindi carica di ogni sospetto. Sarebbe giusto, sia pure solo sul piano della responsabilità amministrativa, che ci fosse un titolare degli uffici giudiziari responsabile del segreto e quindi chiamato a rispondere delle violazioni quantomeno per colpa. Le vicende di questi giorni mi hanno fatto venire l'amaro in bocca per diversi motivi. Per l'uso delle intercettazioni, che appare eccessivo. Per l'affiorare di notizie che dovrebbero essere totalmente coperte dal segreto. E per una litigiosità permanente, rinfocolata anche da questi fatti, tale da impedire che sia fatta chiarezza sui diritti e doveri dei cittadini. Parlamentari e uomini politici compresi».


Governo, eppur qualcosa si muove
Gianfranco Pasquino
l' Unità


È giusto essere esigenti con il governo Prodi. Ha promesso molto, non solo in termini di sostanza, ma anche di stile. Cosicché, anche, da un lato, i provvedimenti per la riduzione dei troppi e ingiustificati costi della politica, dall’altro, maggiore attenzione all’etica in politica, sono risposte da dare presto sia all’elettorato del centrosinistra sia a quei settori che sanno e vogliono giudicare senza partito preso. Lentamente, qualcuno fra noi, esigenti, ma anche impazienti, aggiungerebbe sicuramente, fin troppo lentamente.
Magari anche con qualche compromesso che avremmo preferito non venisse fatto, però il governo Prodi sta effettivamente risolvendo i più urgenti problemi del Paese. L’economia migliora da tutti i punti di vista e la riforma delle pensioni è un passo avanti importante, ancorché non definitivo. Le liberalizzazioni, che certamente potranno essere spinte più in là, stanno già dando buoni risultati. In politica estera, l’Italia ha riacquisito un ruolo dignitoso a livello europeo e nel Medio-oriente. Se davvero dobbiamo guardare al bicchiere e lo facciamo senza pregiudizi, lo vedrei pieno al 60-65 per cento. Però, i pregiudizi esistono, non sono tutti infondati, meritano di essere discussi e eventualmente sfatati.
Farebbero molto male Prodi, i suoi ministri e i suoi consiglieri se trascurassero i sondaggi, concordemente negativi, sulla popolarità e sul rendimento del presidente del Consiglio e del governo, che sembrano addirittura aprire spazi alla comparsa di un uomo forte, il quale, ad ogni buon conto, non potrebbe che presentarsi come un politico decisionista, persino di centro-sinistra, e non come, anche se gli aspiranti non mancano, un leader autoritario. Fino ad oggi, seppure con qualche lentezza e esitazione di troppo, la mediazione di Prodi ha funzionato in maniera ragionevolmente apprezzabile, in particolare, se teniamo conto che deve costantemente affrontare due problemi che hanno radici diverse, ma profonde: una strutturale e una comportamentale. La radice strutturale, che è, pertanto destinata a fare la sua ricomparsa, è rappresentata dalla risicatissima maggioranza in Senato, con la presenza di molti senatori (e capetti dei partitini) aspiranti al loro giorno di massima gloria: fare cadere il governo perché loro sono anime belle, pacifiste, operaiste, sinistre. La radice comportamentale dei problemi del governo, più diffusa e, quindi, a mio modo di vedere, alquanto più pericolosa, è rappresentata da coloro che, nel loro irrefrenabile bisogno, politico, elettorale e, forse anche narcisistico, di distinguersi esacerbano i conflitti interni, tirano la corda senza calcolare le conseguenze.
La risposta di metodo del governo, che sintetizzo nel portavoce unico e nei dodici punti di Caserta, non ha finora ridimensionato la microconflittualità che, rilevo non tanto incidentalmente, verrà ridotta soltanto quando diminuirà il numero dei loro portatori, sani e malati (questa osservazione mi consente di dare il benvenuto al raggiungimento del quorum delle firme referendarie). La risposta di sostanza è proseguire lungo la strada delle riforme. È una strada quasi obbligata, ma non per questo meno impervia. Riguarda il sistema radiotelevisivo e dei media, magari prendendo subito in serissima considerazione i suggerimenti che vengono dalla Commissione europea riguardo il disegno di legge Gentiloni. Riguarda il conflitto di interessi, problema cruciale in una democrazia liberale, che non fa male soltanto alle viscere degli antiberlusconiani integrali, ma allo stesso modo di fare politica. Riguarda, senza esaurire l’elenco, la legge elettorale. Prodi si vanta di essere un passista. Commetteremmo un errore se gli chiedessimo di accelerare il ritmo oppure di impegnarsi in spasmodiche volate. L’affollatissimo gruppone politico e ministeriale nel quale si trova non sarebbe comunque capace di creare il famoso “treno” di cui approfittano i grandi velocisti. Gli chiediamo di procedere metodicamente, attraverso mediazioni possibili e argomentazioni convincenti, senza trionfalismi, magari accettando le critiche, persino quelle distruttive, che contengano elementi utili.
Da ultimo, il centro-sinistra nel suo insieme dovrebbe sapere che l’elezione di un segretario del Partito Democratico potrebbe avere, anche se non desiderati, effetti destabilizzanti e che la futura legge elettorale non sarà priva di conseguenze sulla possibile trasformazione dello schieramento parlamentare a sostegno del governo. Qualsiasi legge proporzionale, a prescindere dalla sua nazionalità, alla tedesca o all’italiana, non servirà a rafforzare Prodi, ma darà una immeritata chance sia ai sedicenti coraggiosi che agli aperturisti furbetti. Nel centro-sinistra chi vuole sfuggire allo scenario prospettato da Arturo Parisi («Nuove alleanze, nuove elezioni») deve rafforzare il bipolarismo, magari scrutinando severamente chi si chiama fuori e chi vorrebbe farsi chiamare dentro. Ma a dettare le condizioni sarà il capo del governo in carica, a maggior ragione se continua a dimostrare, anche a noi, esigenti e impazienti, di sapere governare e di riuscire a riformare.


 

La mia lettera d’intenti
di Furio Colombo 
fonte l'Unità
furioinpiedi.jpg Scrivo questa “Lettera di intenti” per porre formalmente la mia candidatura alla Segreteria del Partito Democratico e sto per entrare in Senato da dove - per le note ragioni di rapporto numerico tra maggioranza e opposizione - non potrò uscire fino alla approvazione del Dpef e delle altre tre leggi che dovranno essere approvate entro questa settimana. Questa settimana è la stessa (e l’unica indicata) per la raccolta delle firme richieste per sostenere la lettera di candidatura. Penso che i lettori-elettori noteranno la situazione paradossale. Al momento per un senatore, date le regole indicate, non sembra esservi una facile soluzione. Ovviamente si aspettano chiarimenti

 

LETTERA DI INTENTI

1 - Dichiaro la mia candidatura a Segretario del Partito Democratico per contribuire, con la mia esperienza di vita, di professione e di impegni internazionali che mi hanno posto a contatto con altre tradizioni democratiche, a dare al nascente partito un nocciolo di idee che confermino e arricchiscano la natura e la radice democratica di questo partito.
Cerco un legame con i cittadini in un periodo della storia in cui solitudine e paura, più ancora della “antipolitica”, allontanano e separano gli elettori dalla partecipazione agli eventi politici.

2 - Affermo che il cuore del partito che intendo rappresentare è il lavoro, la dignità, il legame fondamentale che rappresenta con il vincolo di cittadinanza, con la Costituzione, con le leggi, con le altre persone.
Parlo del lavoro cercato dai giovani e che, quando c’è, il più delle volte è irrilevante per costruire un futuro.
Parlo del lavoro di coloro che stanno vivendo la loro esperienza di mestiere e di professione in un’epoca che tende a screditare e penalizzare il lavoro retribuito, tende a dichiarare esose anche le più legittime richieste di chi contribuisce con il proprio lavoro allo sviluppo e alla crescita del Paese, tende a prestare attenzione solo a chi, bene o male, ha già accumulato ricchezza.
Come avviene negli Stati Uniti, che pure sono considerati la casa madre dello sviluppo capitalistico, il Partito democratico dovrà essere il partito del lavoro. E ciò non in senso sindacale, ma nel profondo senso culturale e civile della tradizione democratica. Questo non vorrà mai dire essere ciechi e sordi alle esigenze di tutta la comunità in tutte le sue espressioni. Ma vuol dire sapere che la vita democratica di un Paese si fonda sul lavoro, le condizioni del lavoro, le garanzie del lavoro e la certezza che non saranno mai negati né la dignità del prestare la propria opera, né la certezza dei diritti a cui le controparti si sono di volta in volta impegnate verso che lavora e lavora bene.
Sarà chiaro a tutti che non si tratta di una affermazione di classe ma di una constatazione di buon senso. La tenuta, la rispettabilità, la crescita, lo sviluppo di un Paese si basano sulla partecipazione dei cittadini attraverso il lavoro. Se si restringe il numero di coloro che lavorano e tarda a sopraggiungere il contributo delle nuove generazioni, il vero problema non è attuariale o statistico, ma è la diminuzione della partecipazione politica dei cittadini che vuol dire fine della politica.
Il patto fra generazioni non si fonda sui numeri delle tabelle ma sul passaggio di esperienza e di responsabilità fra i più giovani e i più anziani. Il patto di solidarietà è intorno al lavoro, non agli sportelli degli uffici postali dove si pagano le pensioni.

3 - Affermo che non mi sembra sensato candidarsi per rappresentare una particolare fascia demografica di cittadini. Ciò finisce per prefigurare una sorta di confronto conflittuale: il tuo lavoro sbarra la strada al mio, la tua pensione toglie a me il pane di bocca.
Non è questo il fondamento che andiamo cercando per il nuovo Partito democratico. Ma se si insistesse sul dato generazionale, non avrei difficoltà a dire che a me tocca, allora, di candidarmi a nome di quegli italiani oltre i 70 anni, che non accettano di vedere screditato e svilito ciò che hanno fatto in decenni di lavoro perché sono diventati “vecchi”. Sono attualmente impegnato in Senato in cui molti non si imbarazzano a gridare insulti alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina, e al presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro solo perché osano avere ed esprimere, alla loro età, e in una funzione (senatore a vita) che viene giudicata “un binario morto”, la loro persuasione politica.
Mi richiamo al nome e all’esempio di italiani come i due Senatori che ho nominato e di persone come Vittorio Foa o Pietro Ingrao per dire che ogni riferimento generazionale in questa candidatura è improprio e, sia pure involontariamente, offensivo.

4 - La scuola è un’altra grande ragione di questo impegno. Il nuovo Partito democratico dovrà dedicare alla scuola, dal primo contatto con i bambini che si affacciano alla vita sociale fino alla ricerca scientifica, la stessa attenzione, lo stesso rilievo, e lo stesso peso economico che un tempo si dedicava agli eserciti. Non può funzionare un Paese che non ponga la scuola, la formazione culturale e scientifica, la specializzazione al livello più alto della ricerca, al più alto livello di attenzione, di impegno di governo, di preparazione dei docenti e di fondi disponibili.
Il Partito democratico di cui parliamo dovrà essere in grado di riconoscere che la funzione, il livello, la qualità e il compenso degli insegnanti devono essere preoccupazione centrale del governare e percorso principale verso il futuro.
Una scuola di alto livello e funzionante in tutti i suoi gradi, dalla prima scuola materna alla più avanzata ricerca scientifica è il vero patto fra generazioni. Per questo il Pd crede fermamente nella Scuola pubblica.

5 - Ospedali e struttura sanitaria costituiscono, con la scuola e il lavoro, i vincoli essenziali di cittadinanza.
Quando il cittadino sa di poter contare su uno Stato presente e attivo nei momenti fondamentali della sua vita, dalla nascita dei bambini alla più pronta e bene organizzata prevenzione e cura delle malattie, al soccorso nelle emergenze, alla presenza assidua e competente nelle fasi finali della vita, allora il rapporto cittadino-Stato si apre alla fiducia, diventa leale e di reciproco sostegno. Ognuno farà la sua parte per uno Stato che c’è nei momenti difficili.

6 - La legalità, la giustizia, in un Paese senza segreti e che riconosce pienamente l’indipendenza della Magistratura, è ciò che distingue l’Italia democratica dal periodo di illegalità costante e di irrisione alle leggi e ai giudici del governo di Berlusconi, ed è naturale bandiera del Pd.
In questo specifico senso la contrapposizione netta a tutto ciò che ha rappresentato il governo Berlusconi non è un residuo sentimento del passato ma è progetto del nuovo partito: legalità che non accetta zone oscure e segreti, legalità che non ammette scorciatoie rispetto alle regole che vincolano tutti i cittadini, legalità che significa non ammettere e non tollerare l’inquinamento grave dei conflitti di interesse, specialmente quando quei conflitti, come nel caso di Berlusconi, riguardano la proprietà ingente di mezzi di informazione. Una situazione in cui il presidente del Consiglio è nello stesso tempo e nella stessa persona, concessionario e concedente dei diritti sull’uso delle frequenze televisive, come è avvenuto per il presidente Berlusconi che ha concesso al proprietario Berlusconi le autorizzazioni necessarie per le sue reti televisive, non dovrà e - a causa di una efficace legge sul conflitto di interessi - non potrà più ripetersi.
Quando si ricordano i gravi problemi creati al Paese, e alla sua immagine e credibilità internazionale, dalle leggi ad personam, le leggi vergogna, (e in particolare la Legge Gasparri sulle Comunicazioni, misurata sugli interessi di Mediaset e ora respinta dalla Unione Europea) non si esprime uno stato d’animo rancoroso e personale come tendono a far credere coloro che sono, per una ragione o per l’altra, inclini a dimenticare. Si parla di leggi, di rispetto, di interessi dello Stato ma anche di immagine rispettabile del Paese.

7 - Il Pd alla cui Segreteria mi candido è laico nel rispetto del dolore di Welby, del diritto ad amarsi delle coppie di fatto, della protezione di diritti civili elementari e fondamentali come il Testamento biologico. Mai, in nessuna circostanza, immagina avversioni o mancanza di attenzione per la sensibilità e la persuasione dei cittadini credenti che sono tanta parte della storia e della sua vita italiana. Ma intende chiedere, per chi è laico, la stessa attenzione e lo stesso rispetto.
Il Partito democratico che vorrei guidare non è una macchina del potere in più ma un insieme solidale di cittadini che intendono unirsi per dare, non per chiedere, per contribuire, non per profittare, soprattutto per portare il capitale del proprio lavoro e del proprio talento, che è la vera ricchezza e la vera forza di un Paese quando le regole sono chiare e pulite.


Alan García: prove di fascismo

 

Alan García continua con la sua pericolosa politica autoritaria. Abolito il dialogo, a pochi giorni dagli scioperi che hanno scosso il Perù, il presidente ha firmato un pacchetto di undici decreti legge che, invece di combattere terrorismo e narcotraffico, come era stato detto, si è rivolto invece contro lo svolgersi della vita democratica del Paese. Pene severe, durissime, per chi organizza scioperi: 35 anni di prigione, mentre qualsiasi funzionario pubblico che vi partecipi otterrà in cambio il licenziamento. Venti anni di carcere, invece, per quei maestri che inviteranno gli alunni minorenni ai cortei.
Il provvedimento è la risposta dello Stato a tutte quelle autorità locali che nei giorni scorsi avevano appoggiato i movimenti di protesta che avevano infiammato le città. La misura vuole troncare sul nascere qualsiasi forma di sostegno alla protesta delle parti sociali, mirando a spaccare in due la società peruviana.
Ma non è tutto, perchè García, che ha sempre subito il fascino della divisa, non si è fermato qui. Ha infatti modificato l’articolo 20 del Codice penale, regalando l’impunità a qualsiasi militare che –così recita il testo- “nel compimento del proprio dovere e usando in forma regolamentare le armi in dotazione causi lesioni o morte”.
Niente processi per i soldati che ammazzeranno i manifestanti, come nelle peggiori dittature. Un testo che è praticamente un invito alla repressione più becera, che fa a pezzi lo Stato di diritto. Un passo indietro nell’abisso delle leggi dittatoriali, che hanno causato tragedie e stragi nell’America Latina del passato. Secondo Mario Amoretti, penalista peruviano, nemmeno Fujimori era arrivato a tanto.
Su La República, il pacchetto di leggi:
http://www.larepublica.com.pe/content/view/168412/483/
http://luiro.blogspot.com/

Finalmente liberi

24.07.2007    Da Sofia, scrive Francesco Martino

Il presidente Parvanov incontra le infermiere bulgare subito dopo aver annunciato di averle graziate - foto di Francesco Martino
Liberati e graziati, il medico e le cinque infermiere bulgare accusati in Libia di aver contagiato più di 400 bambini con il virus dell'HIV, sono arrivati stamattina a Sofia. Nelle difficili trattative che hanno portato alla liberazione, ruolo di primo piano dell'Ue e in particolare della Francia
E' finita. L'odissea giudiziaria del medico di origine palestinese e delle cinque infermiere bulgare, iniziata nel febbraio 1999, quando furono arrestati in Libia con la terribile accusa di aver infettato volutamente col virus dell'HIV 438 bambini nell'ospedale pediatrico di Bengasi, accusa rigettata da tutti i principali esperti medici occidentali, che sostengono che l'epidemia sia stata provocata dalla scarsa igiene dell'istituto, è finita stamattina.

Tutti gli accusati sono stati liberati nelle prime ore dell'alba e, a bordo di un aereo della presidenza francese, accompagnati dal commissario per le Relazioni esterne e la politica europea di vicinato Benita Ferrero-Waldner e dalla first lady francese Cécilia Sarkozy, sono atterrati all' aereoporto di Sofia intorno alle 10 ora locale.

Ad accoglierli, in una sala del terminale di rappresentanza, il presidente Paranov, il primo ministro Stanishev, il ministro degli Esteri Kalfin e tutte le massime autorità dello stato bulgaro, insieme ad una piccola folla di parenti, giornalisti, ma anche cittadini comuni, che si sono radunati fuori dall'edificio sventolando il tricolore bulgaro in un'atmosfera densa di emozione.

Soltanto due settimane fa, gli imputati avevano visto confermare la condanna a morte nei propri confronti, commutata poi mercoledì scorso in ergastolo dal Consiglio superiore delle istanze giudiziarie di Tripoli.

In un'improvvisata conferenza stampa, il ministro Kalfin dopo aver dato il benvenuto a Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka al dottor Ashraf Alajouj, visibilmente provati e emozionati, gli ha comunicato che il presidente Parvanov ha immediatamente firmato l'atto formale di grazia, e che quindi sono cittadini liberi.

“Non abbiamo mai smesso di sperare, anche se forse avevamo perso il coraggio di dare un nome ai nostri sogni”,ha dichiarato a caldo Kristiana Vulcheva. “Adesso voglio soltanto provare a riprendere la mia vita”.

Per qualche giorno le infermiere saranno ospiti della residenza presidenziale di Boyana, alle porte della capitale Sofia, dove potranno riposarsi e incontrare le proprie famiglie lontano dai riflettori. In questi giorni saranno anche sottoposte a visite mediche accurate. Il medico di origine palestinese Ashraf Alajouj, che ha ricevuto la cittadinanza bulgara alcune settimane fa, è invece già patito per l'Olanda, dove vive attualmente la sua famiglia.

Nelle prime dichiarazioni ufficiali, tutte nel segno di una grande euforia e soddisfazione, le istituzioni bulgare hanno sottolineato il ruolo di primo piano giocato dall'Unione Europea nella risoluzione del caso.

“Per raggiungere questo felice risultato, è stato di importanza decisiva riuscire a trasformare il caso delle nostre infermiere in una questione di rapporti tra Ue e Libia”, ha dichiarato il premier Sergey Stanishev, che ha ribadito “la solidarietà di tutta l'Unione che ha sempre supportato con forza la nostra posizione”.

Anche il ministro Kalfin ha voluto ringraziare i vari stati europei per l'impegno nelle trattative, ed in particolare quello personale di Cécilia Sarkozy. Grazie all'intervento in prima persona della first lady, un precedente nella condotta della politica estera francese che ha sorpreso non pochi commentatori, il neo-presidente Sarkozy si è riservato un posto di particolare importanza nella soluzione dell'intricata vicenda, riuscendo a raccogliere importanti crediti politici sulla scena internazionale.

Sarkozy ha poi immediatamente rilanciato la sua azione politica, annunciando che domani si recherà in visita ufficiale a Tripoli “per aiutare la Libia a tornare in seno alla comunità internazionale”.

In Bulgaria il credito accumulato già ha dato i primi risultati simbolici, e il sindaco di Sofia Boyko Borisov ha già annunciato di voler proporre la cittadinanza onoraria della capitale per la coppia presidenziale francese, assieme al commissario Ferrero-Waldner.

“Dobbiamo questo momento di felicità agli sforzi congiunti di tutta l'Ue”, ha dichiarato la stessa Ferrero-Waldner. “E' un giorno bellissimo non soltanto per la Bulgaria, ma per tutta l'Unione, e segna la possibilità di nuovi rapporti con la Libia”.

Le prime voci di una possibile liberazione erano iniziate a circolare subito dopo la commutazione della pena capitale in ergastolo, maturata anche grazie al pagamento di un risarcimento di un milione di dollari per ognuna delle famiglie dei bambini infettati. Tra Bulgaria e Libia, infatti esiste un accordo bilaterale di estradizione firmato nel 1984.

Ieri la svolta, quando è arrivata a Tripoli una delegazione dell'Unione Europea, guidata dal commissario per le Relazioni esterne e la politica europea di vicinato Benita Ferrero-Waldner e nella quale rivestiva una posizione di particolare importanza la first lady francese Cécilia Sarkozy, che si era già recata in visita a Tripoli alcune settimane fa.

Durante i negoziati, la Libia ha posto alcune richieste precise per la definitiva liberazione degli accusati: piena normalizzazione dei rapporti con l'Unione Europea, supporto materiale e finanziario per la cura dei bambini malati e per la modernizzazione dell'ospedale di Bengazi, apertura del mercato europeo ai prodotti libici, creazione di una zona di libero scambio, realizzazione di alcuni progetti infrastrutturali, come la costruzione di un'autostrada che connetta il confine libico con la Tunisia a quello con l'Egitto, e anche un'intesa sulla protezione del patrimonio archeologico.

Secondo la BBC, sarebbe stata proprio la firma di un memorandum su questi punti d'intesa a sbloccare definitivamente la situazione e a regalare la libertà alle infermiere e al medico bulgari. A Sofia, l'eurocommissario Benita Ferrero-Waldner ha confermato che “nell'accordo raggiunto sono stati inclusi tutti i punti messi all'ordine del giorno, dal commercio, all'archeologia, dall'emigrazione alla politica dei visti”.

Tra un paio di giorni, le infermiere e il medico verranno interrogati dalle autorità giudiziarie bulgare sulle denunce, da loro fatte, di essere stati costretti a confessare la propria colpevolezza dalla polizia libica attraverso maltrattamenti e torture.

Il procuratore capo Boris Velchev ha annunciato di voler procedere legalmente contro gli ufficiali che avrebbero commesso le violenze, anche se in pochi sembrano credere alla possibilità di portarli nelle aule di giustizia bulgare.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8051/1/245/

Nazionalismo in europeo si dice 'Kaczynski'

Alla vigilia della Conferenza Intergovernativa la Polonia manifesta ancora la propria indignazione.
Cosa si saranno detti Lech Kaczynski e Nicolas Sarkozy durante l’ultimo Consiglio Europeo? (Foto Commissione Europea)
«Se non avessero assassinato oltre 6 milioni di polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale, oggi avremmo una popolazione sufficiente a mantenere nel Consiglio Europeo il numero di voti che il Trattato di Nizza ci assegna» ironizzano da un po’ di tempo i gemelli Kaczynski, al governo in Polonia.
Lo hanno fatto durante il Consiglio di Bruxelles del 21 e 22 giugno scorsi per conservare un privilegio che condividono con la Spagna: un numero di voti all'interno del Consiglio Europeo di gran lunga superiore alla proporzione demografica di entrambi i paesi all’interno della Ue rispetto a nazioni molto più popolate, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito.

La legittimazione storica non è democratica

Perché si potesse celebrare il 23 luglio la Conferenza Intergovernativa – che darà una stesura pressoché definitiva del nuovo trattato che sostituirà la sfortunata Costituzione europea – si è dovuto accettare che il nuovo sistema di voto a doppia maggioranza (dei paesi membri e di popolazione) del Consiglio Europeo fosse rinviato al 2017, come richiesto dai dirigenti polacchi.
Questi signori non hanno compreso l’Europa che si sta costruendo. Un potere che emana il 60% della legislazione che noi europei applichiamo ogni giorno, dalle norme sul consumo dei prodotti alimentari fino al modo in cui devono essere costruite le nostre automobili o lavorate le nostre terre. Un potere la cui legittimità non deve essere fondata, come in passato, su fondamenta storiche (come fecero le monarchie assolute) o carismatiche (come fecero i regimi stalinista e fascista), ma su fondamenta democratiche: deve essere espressione numerica del popolo. Se cominciamo ad analizzare il passato, allora anche in Irlanda la popolazione sarebbe oggi più numerosa se nel XIX secolo i britannici non avessero "alimentato" la fame che obbligò milioni di irlandesi a emigrare negli Stati Uniti. E anche la Spagna sarebbe oggi più popolata se le potenze straniere non avessero contribuito alla guerra civile del 1936-39, dove persero la vita un milione di persone e a causa della quale altrettante esiliarono.

La fragile eccezione spagnola

Sarebbe più logico che la Polonia si concentrasse sugli obiettivi di paesi come Irlanda e Spagna: riconvertire le proprie strutture economiche e produttive per ottenere una crescita sostenuta, alleandosi con quegli stati comunitari che dovranno appoggiare lo stanziamento dei fondi in favore della Polonia, come la Germania.
Nonostante l’opposizione interna spagnola abbia dichiarato ai quattro venti la propria soddisfazione per il fatto che “almeno la Polonia ha saputo difendere gli interessi della Spagna”, per fortuna il governo di Rodriguez Zapatero ha saputo rinunciare ai privilegi spagnoli, comprendendo che in Europa non si va per difendere gli interessi di ciascun paese, ma quelli dei cittadini europei, interessi che sono quelli della democrazia, della stabilità economica e della redistribuzione.
Il discorso degli interessi nazionalistici è tuttavia ancora latente. Da una parte, britannici e polacchi non vogliono ancora riconoscere la validità della Carta dei Diritti Fondamentali. Dall’altra, la Francia preme affinché gli stati possano controllare in parte l’attività della Banca Centrale Europea e ridurre le esigenze di libero mercato. Proprio adesso che si chiede di riformare una volta per tutte la politica agricola comunitaria che tanti benefici arreca alla sua agricoltura e che giganti francesi dell’energia come Edf, Gdf o Suez sono state convertite in imprese suscettibili di Opa su scala internazionale.
Per di più i Kaczynski hanno già dichiarato che nell’imminente Conferenza intergovernativa continueranno a difendere il loro diritto di veto sulle decisioni Ue. La Merkel, durante l’ultimo Consiglio Europeo, ha già minacciato di escludere la Polonia dalla stessa. Negli anni Ottanta, anni di gradi riforme in Spagna, un celebre capo del governo spagnolo soleva dire: «Chi si muove, non viene nella foto». Riuscirà la Polonia a rimanere impressa sulla pellicola?
Fernando Navarro Sordo - París http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11606

Rivolta nera per monumento a MLK appaltato alla Cina

 

La scritta ‘made in China’ ormai non sconvolge piu’ nessuno negli Usa, neppure quando compare su cappellini da baseball e magliette dell’Nba. Ma anche l’ ‘outsourcing’ ha limiti di sopportazione: la scelta di uno scultore cinese per realizzare il monumento a Martin Luther King, che sorgera’ nel cuore di Washington, in mezzo alle memorie storiche d’America, ha fatto scendere sul piede di guerra la comunita’ nera. E non solo. […]

Una grande statua di granito del leader della lotta per i diritti civili, sara’ il cuore del memoriale che dovrebbe venir inaugurato nel 2008 o 2009, non lontano dal luogo dove King pronuncio’ il proprio, celebre discorso ‘I Have a Dream’. La targa della statua portera’ una firma, Lei Yixin, che sta facendo irritare i neri di Atlanta. ‘’King e’ nostro, siamo stati svenduti, la nostra cultura e’ stata svenduta'’, sostiene Gilbert Young, un artista afroamericano che cavalca la protesta. ‘’Chi ha scelto un cinese per un’opera del genere deve aver perso la testa'’, gli fa eco Lou Dobbs, uno dei volti piu’ noti della Tv americana, un anchorman della Cnn che non e’ nero ma da anni si batte pubblicamente contro l’esportazione del lavoro americano in Asia.

La rivolta non e’ una novita’ per Washington: ogni volta che sulla grande spianata del Mall viene decisa la costruzione di un nuovo memoriale, si leva qualche critica. Quando nel 1981 fu scelta una giovanissima architetta dell’Ohio di origini cinesi, Maya Lin, per realizzare il monumento della guerra del Vietnam, ci furono vibranti proteste da parte di alcune organizzazioni di reduci, che non la ritenevano abbastanza ‘americana’. Il Mall e’ un concentrato di storia e ogni monumento e’ un tributo perenne: quello del Vietnam, peraltro, e’ oggi tra i piu’ apprezzati e il piu’ visitato.

King, assassinato nel 1968 a Memphis, sara’ il primo personaggio non presidente a venir onorato con una statua e uno spazio pubblico. Il progetto per il memoriale fu varato dal presidente Bill Clinton nel 1996 e negli ultimi anni una societa’ di architettura di San Francisco ha svolto la selezione dei disegni e la scelta del vincitore e degli artisti incaricati di eseguirlo. Il pezzo forte, la statua di King, e’ stato assegnato a sorpresa a Lei e la decisione ha fatto circolare retroscena velenosi. Ed Dwight, uno scultore nero che ha realizzato 90 monumenti commemorativi negli Usa - molti dei quali dedicati a King -, dopo essere stato messo da parte da un comitato che gli ha preferito Lei, ha raccontato al Los Angeles Times che dietro c’e’ una storia di soldi. A suo dire, i promotori del monumento devono raccogliere 100 milioni di dollari per realizzarlo e intendono persuadare il governo di Pechino a versarne 25, visto che l’autore e’ un cinese.

Una tesi respinta con forza da una portavoce del comitato, Rica Orszag: ‘’Non abbiamo avuto alcuna discussione con il governo cinese, ne’ prima ne’ dopo la scelta dello scultore'’.

In mezzo alla polemica, l’unico che non sembra scomporsi e’ Lei. I giornalisti americani sono andati a scovarlo nel suo studio a Changsha, una citta’ nella Cina centrale dove studio’ Mao Tsetung e dove i genitori dello scultore, che erano intellettuali, rimasero vittime della Rivoluzione Cultrale. ‘’Ho visto le statue di King che vengono fatte in America - ha detto Lei, pacato e pungente - e nessuna era perfetta. Io posso fare meglio'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/24/rivolta-nera-per-monumento-a-mlk-appaltato-alla-cina/#more-340


 

Questione di gittata
Nasrallah annuncia di poter colpire ogni punto di Israele e nasconde i razzi tra i civili
La guerra in Libano è passata da un anno, ma il conflitto latente tra Israele e il movimento sciita libanese di Hezbollah è proseguito in questi mesi come una guerra fredda, combattuta a suon di proclami, mentre entrambe le parti si sono riarmate, fino a raggiungere il livello di prima del conflitto.

Miliziani di Hezbollah durante una commemorazione della guerraAmmonimento. Nella sua più recente intervista, rilasciata a un quotidiano del Qatar, lo sceicco Nasrallah, ha annunciato che Hezbollah è nuovamente in grado di colpire con i razzi katyusha qualunque punto di Israele. “Anche nell'agosto 2006 non c'era un solo punto dei Territori Occupati palestinesi che non potessimo raggiungere” ha dichiarato Nasrallah che ha parlato di Territori Occupati alludendo evidentemente a Israele. Durante la guerra della scorsa estate i 4 mila razzi dei miliziani sciiti sono stati sparati contro le città di Haifa, Nazareth e diversi altri villaggi del nord di Israele, molti dai quali abitati da arabi israeliani. Nessun razzo, però, ha colpito la Cisgiordania, la Striscia di Gaza o il deserto del Negev. Secondo gli analisti militari, lo scorso anno la capacità balistica del partito di dio era tale da colpire fino circa a Tel Aviv. La dichiarazione di Nasrallah, dunque, potrebbe essere esagerata, ma potrebbe anche essere un ammonimento contro le voci che in questi mesi hanno ipotizzato un nuovo intervento israeliano in Libano.

Mezzi corazzati dell'Unifil nel sud del LibanoUnifil. Nel 2006, i 34 giorni di guerra terminarono con un cessate il fuoco che portò all'attuale presenza internazionale in Libano. 13 mila uomini della forza Unifil sono stati schierati nel sud del paese anche per impedire che, attraverso il contrabbando di armi, Hezbollah potesse rifornire il suo arsenale. In questi mesi però Israele ha accusato a più riprese Hezbollah di armarsi con l'aiuto di Siria e Iran, ma la forza Unifil non ha potuto impedire questi traffici, sia per ragioni strettamente militari, legate alle regole di ingaggio nel caso scoprissero eventuali trafficanti, che per ragioni di opportunità strategica, visti i delicatissimi equilibri politici che tengono in vita la politica libanese. Secondo alcuni ufficiali militari israeliani, Hezbollah avrebbe anche costruito delle fortificazioni a nord del fiume Litani, fuori dalla giurisdizione delle Nazioni Unite, proprio per evitare il controllo dell'Unifil. Durante il conflitto della scorsa estate i soldati israeliani riuscirono a penetrare solo marginalmente nel territorio libanese, solo poche truppe raggiunsero il fiume Litani, e poterono arrivare fin lì grazie agli elicotteri.

Civili. La scorsa estate mentre Israele bombardava a tappeto l'intero territorio libanese, incluse numerose aree abitate, Hezbollah sparava i suoi razzi da postazioni mobili per lo più lontane dalle aree civili e in prossimità dei famosi tunnel, che si rivelarono l'arma vincente dei miliziani. Oggi, secondo l'intelligence israeliana, quelle postazioni sono state tutte abbandonate perché, sebbene fossero difficilmente raggiungibili dall'artiglieria e dalle truppe israeliane in tempo di conflito, avrebbero potuto benissimo essere scoperte e demolite dai soldati dell'Unifil. Secondo le fonti, Hezbollah avrebbe spostato le sue postazioni di lancio dei razzi in mezzo ai villaggi del sud del Libano, nei centri abitati in mezzo ai civili, che offrono una maggiore copertura. Lo scorso anno Human Rights Watch e Amnesty International accusarono entrambe le parti in conflitto di avere attaccato i civili, Israele fu accusato per avere raso al suolo interi villaggi nel sud e non solo, mentre Hezbollah per essersi fatto scudo della popolazione inerme. La guerra costò allora la vita di almeno 40 civili israeliani e di oltre mille libanesi. Oggi le condizioni materiali per un conflitto bis sembrano esserci tutte, ma si spera che continui a mancare la volontà politica per una nuova guerra che, viste le premesse, costerebbe ancora più cara alla popolazione civile.
 

 

 

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8458


POLITICA-MALI:
Elezioni parlamentari, "tra zero e sei" le donne elette
Almahady Cissé

BAMAKO, 24 luglio 2007 (IPS) - C’è chi teme che il numero delle donne nel Parlamento del Mali possa risultare più che dimezzato dopo le ultime elezioni legislative, conclusesi domenica scorsa.

Le elezioni parlamentari chiedono agli elettori maliani di votare per le liste di partito formate dai candidati nominati nei diversi collegi. Se una lista non ottiene la maggioranza dei voti, si va al ballottaggio tra le due liste che hanno totalizzato più voti. Il partito la cui lista ottiene la maggioranza dei voti al secondo turno occuperà tutti i seggi del rispettivo collegio, con le persone della propria lista.

I candidati indipendenti possono concorrere per i seggi dei collegi con un solo parlamentare, dove è anche previsto il ballottaggio se non si ottiene la maggioranza al primo turno.

Nessuna delle 227 candidate donne che si sono presentate alle elezioni di quest’anno ha vinto un seggio al primo turno, il 1 luglio, e solo 26 erano in lista alle votazioni di domenica (in tutto, 1.408 candidati erano in corsa nelle legislative).

“Abbiamo fatto un passo indietro”, ha ammesso Korotoumou Mariko-Thera, portavoce dell’“Organismo per la cooperazione delle donne nei partiti politici”, e tra le candidate non elette al primo turno. “Nel migliore dei casi, avremo 13 donne elette con questo numero (26). Nel peggiore dei casi, potremmo essere tra 0 e 6 donne”, ha detto all’IPS.

Nel parlamento uscente, composto di 147 seggi, c’erano 14 donne. Alle elezioni democratiche del Mali del 1992, dopo anni con un solo partito al governo, solo due donne sono state elette in parlamento. Nel 1997, il loro numero è salito a 18, ma è di nuovo sceso nel 2002.

Il sociologo Soumalia Sagara attribuisce gli scarsi risultati delle donne quest’anno a tre fattori in particolare:

“Il primo aspetto è sociologico, ed è legato alle idee sulla leadership delle donne nella società maliana. In nessuno dei nostri villaggi si vede mai una donna a capo del villaggio”, ha segnalato.

Il secondo fattore riguarda ciò che Sagara definisce il debole spirito combattivo delle donne alle elezioni. In terzo luogo, “le donne non hanno abbastanza fiducia in sé, in generale”, ha commentato, aggiungendo che questo le priva della capacità di comando.

Anche Bocary Daou, giornalista e analista politico, è dello stesso parere, e evidenzia il ruolo degli uomini nell’emarginazione politica delle donne: “I politici uomini… non vogliono cedere niente alle donne in termini di responsabilità. L’altro aspetto è culturale… Nell’immaginario popolare, il potere delle donne è il male”.

Secondo uno studio governativo del 2006 sull’accesso delle donne agli organismi decisionali in Mali, in questi raggruppamenti le donne hanno una rappresentatività complessiva di appena il 10,79 per cento: il 9,52 per cento in parlamento; il 18,5 nel consiglio dei ministri, meno dell’uno per cento negli incarichi di sindaco, e meno del sette per cento come consiglieri comunali.

Uno degli otto candidati in corsa per le presidenziali tenutesi ad aprile e maggio era una donna (si veda: 'POLITICS-MALI: A Presidential Election That Breaks With Tradition' su www.ipsnews.net), mentre alle legislative di quest’anno poco più del 16 per cento dei candidati erano donne.

Grazie alle pressioni di associazioni e movimenti di donne, il governo aveva cercato di includere una clausola nella legislazione elettorale per quest’anno, per impedire che più del 70 per cento dei candidati nelle liste di partito fosse dello stesso sesso. Ma dopo un acceso dibattito nell’agosto 2006, la legge è stata approvata senza quella clausola.

Quanto a lei, Mariko-Thera punta il dito contro la mancanza di fondi disponibili per le candidate donne.

“La gente non vota per convinzione. A tutti i livelli, devi produrre denaro… Siamo in un sistema in cui il candidato che ha più mezzi, vince”, ha osservato, aggiungendo che le donne devono anche ottenere il sostegno dei principali partiti. “Le donne non sono sulle liste più serie, cioè quelle dei grandi partiti che offrirebbero maggiori opportunità di essere elette. Più spesso, sono sulle liste indipendenti, o su quelle di piccoli partiti politici”.

È stato per aumentare la partecipazione delle donne nella vita legislativa e nelle elezioni amministrative, che tutte le donne appartenenti ai raggruppamenti politici si sono riunite quattro anni fa per creare l’Organismo per la cooperazione delle donne nei partiti politici.

Secondo Bintou Sanankoua, segretaria generale della “Rete delle donne africane nei ministeri e nei parlamenti”, ed ex legislatrice maliana, “Le donne sono preziose in politica, e la loro presenza può moralizzare la vita pubblica in quanto sono madri, guardiane della tradizione, e sono molto scrupolose. La loro presenza può anche contribuire a riabilitare la politica che oggi la gente ha la tendenza a banalizzare”

“In sostanza, la presenza delle donne può cambiare tutto”, ha osservato Sanankoua, durante una recente tavola rotonda tenutasi nella capitale maliana Bamako.

Alle elezioni di domenica, sono stati registrati poco più di sei milioni di votanti, su una popolazione di 13,8 milioni di abitanti.

Il Mali è uno degli stati più poveri al mondo, con il 72,3 per cento della popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno, e il 90,6 per cento con meno di due dollari al giorno, secondo il Rapporto Onu 2006 sullo sviluppo umano.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=967

Colombia : amministrazione Bush sostiene il terrorismo ?
di Rico Guillermo*

Domani sera a piazza di Spagna a Roma ed in piazza della scala a Milano si terra' una manifestazione in contemporanea che mira ad accentrare l'attenzione sul problema dei circa 3.000 rapiti e mai restituiti all'affetto dei loro cari e alla societa' nella travagliata Colombia.

Per tutti ricordiamo Ingrid Betancourt, figlia di un'attivista politica e di un ex ministro colombiano esiliato a Parigi per la sua correttezza, la quale abbandono' una vita lussuosa per lottare contro la corruzione nella nazione devastata dal terrorismo e dai cartelli del narcotraffico. Il lungo impegno le procuro' il riconoscimento della popolazione e le inimico' la criminalita' e molti potenti. Dopo vari attentati alla sua vita, si candidava quarantenne alla presidenza del Paese nel 2002, ma le Farc la rapivano durante la campagna elettorale.

Ma il problema Colombia e' alla ribalta anche negli Stati Uniti, dove gia' da anni e' stato denunciato il sostegno illegale di grandi compagnie USA ai gruppi di guerriglieri di sinistra (FARC, forze armate colombiane) ed ai gruppi paramilitari di destra (AUC, forze unite di autodifesa colombiane), i quali hanno rapito o ucciso tanti civili, sindacalisti, poliziotti e soldati ed hanno approfittato della situazione instabile per esportare cocaina ed eroina negli USA.

Le societa' statunitensi avrebbero fornito denaro, veicoli ed altri tipi d'assistenza in cambio della garanzia di sicurezza per i propri impiegati e strutture nella nazione sudamericana. Tuttavia solo una di queste aziende, la Chiquita Brands International Inc., e' stata ad oggi formalmente incriminata in America. Ora le cose stanno per cambiare per impulso di alcuni membri del Congresso che si stanno mettendo contro il dipartimento della giustizia e contro multinazionali come grandi imprese estrattive di carbone e gli inbottigliatori della Coca-Cola.

I parlamentari americani affermano che nel caso delle corporations USA in Colombia, il dipartimento guidato da Alberto Gonzales ha fallito nell'applicazione adeguata della legge degli Stati Uniti che punisce penalmente chi sostiene economicamente o materialmente organizzazioni terroristiche straniere. Percio' i congressisti hanno aperto una propria indagine.

Il rappresentante democratico Bill Delahunt, che guida tale azione, accusa l'amministrazione Bush di porre gli interessi dei cartelli imprenditoriali USA prima della guerra al terrorismo. Lo stesso accordo raggiunto a marzo con la Chiquita - che ha ammesso di aver dato finanziamenti illegali - e' stato criticato come troppo clemente da molti esperti legali esterni e ma anche da alcuni importanti procuratori dello stesso dipartimento di giustizia.

In un'intervista della scorsa settimana, Delahunt - che e' presidente del sottocomitato degli affari esteri della Camera sulle organizzazioni internazionali e sui diritti dell'uomo - ha promesso: "Daremo una bella occhiata seria a come le multinazionali americane funzionano nel mondo, usando la Colombia come modello", ed ha spiegato che l'esame di eventuali buchi nella legislazione penale "che permettono che le societa' degli Stati Uniti aiutino o incoraggino la violenza in altri Paesi minando la nostra credibilita' e il nostro status morale nel mondo" merita davvero "uno sforzo esauriente".

Secondo Amnesty International, sono 2.245 i sindacalisti assassinati in Colombia e 138 quelli che sono scomparsi solo nel 2006, ad opera per lo piu' dei paramilitari in via di smantellamento e della guerriglia. Nel 90% dei casi di omicidio, sparizione o minaccia a sindacalisti, i responsabili non sono stati processati. Il mese scorso le FARC hanno anche rapito e ucciso 11 parlamentari colombiani, e si teme che la violenza possa aumentare in vista delle elezioni previste per ottobre.

Anche l'Agenzia ONU per i rifugiati ha recentemente dato l'allarme, denunciando l'emergenza umanitaria delle persone che a frotte fuggono nel vicino Venezuela scappando da violenze e minacce. Sul registro nazionale dei rifugiati figurano circa 2 milioni di persone, ma moltissimi non sono stati registrati e l'Ufficio dei rifugiati delle Nazioni Unite ed il governo venezuelano calcolano che possano essere circa 200.000 i Colombiani che necessitano di protezione internazionale in Venezuela. La regione di Catatumbo nel nord e di Arauca nel sud hanno il piu' alto tasso di rifugiati di tutta la Colombia e sono anche le regioni con i maggiori indici relativi alle uccisioni mirate, agli incidenti dovute a mine antiuomo e ai combattimenti armati.

L'amministrazione Bush ha dichiarato che un marchio di garanzia della sua politica antiterrorismo e' di agire contro i finanziatori del terrorismo ovunque nel mondo altrettanto aggressivamente che contro i terroristi, ma secondo il Los Angeles Times "la situazione in Colombia sottolinea la difficolta' nel perseguimento di tali obiettivi quando e' in conflitto con gli interessi economici americani all'estero ed i rapporti commerciali con i governi amici".

Gli Stati Uniti sono proprio nel bel mezzo di un negoziato su un accordo di libero scambio con la Colombia e le forniscono annualmente miliardi in meteriali mlitari e altri sussidi. Secondo Delahunt, il pubblico dovrebe essere meglio informato su questi retroscena della "guerra al terrorismo". Tanto piu', osservano altri esperti, che i paramilitari legati agli squadroni della morte si sono infiltrati agli alti liveli del governo colombiano.

Le AUC erano nate infatti in risposta alle atrocita' dei gruppi di sinistra, ma si sono trasformate rapidamente negli anni '90 in un'organizzazione brutale, tanto che il dipartimento di Stato USA ha iscritto l'AUC nell'elenco delle organizzazi terroristiche nel 2001, in tal modo rendendo un crimine fornire loro sostegno finanziario o altro supporto. I rapporti d'affari finanziari con i paramilitari sono stati peraltro proscritti in base ad uno statuto federale contro la droga, dato che si ritiene che questi gruppi forniscano il 90% della cocaina ed il 50% dell'eroina consumate negli Stati Uniti.

* si ringraziano Claudio Giusti e Carla Amato


www.osservatoriosullalegalita.org



luglio 24 2007

Veltroni: un candidato a fuoco lento
Il mio barattolo di nutella è finito e con esso la mia sbornia veltroniana. E' il candidato principe da poche settimane, ma già si capisce con che fuoco verrà cucinato.

Pierluigi Cuordiconiglio, probabilmente il ministro più sopravvalutato nella storia repubblicana, dichiara che non si candida, ma non si rassegna nemmeno a fare il "feudatario".  Rutelli con il suo manipolo di "coraggiosi" detta le sue linee programmatiche, ma non ci mette la faccia: basta quella di Veltroni. Che poi il primo suggerisca candidature variabili e il secondo dichiari "un deciso sostegno all'attuale governo", sono dettagli.

Il sindaco di tutti mette tutti d'accordo: vada avanti lui, ci salvi le chiappe e, soprattutto, il nostro modo di fare politica: le dichiarazioni al vento; il titolone sul giornale, ma va bene pure il titolino; il perenne smarcarsi dal collega di partito; la dura lotta per la visibilità; un bordello continuo e, soprattutto, una linea politica improvvisata sul momento, non discussa e non votata. E' già, perchè i voti li ha tutti Veltroni.

Quel che è peggio è che Lui ci sta. Si prepara volenteroso a fare la fine di Prodi.

Io, invece, sostengo apertamente la candidatura della Rosy, che è poi quella che mi convinse con in fatti dell'imprescindibile necessità del partito democratico, che è una che parla chiaro ed è della mia stessa scuola.http://kamau.go.ilcannocchiale.it/post/1563757.html

Pd: Magistrelli, tre errori Veltroni, io appoggio Bindi
Ansa -
Ancona - E' stata 'una scelta meditata' il sostegno di Marina Magistrelli, senatrice dell'Ulivo, a Rosy Bindi come segretario del Partito democratico, nonostante una lunga amicizia, dato che entrambe hanno militato da ragazzine nella stessa organizzazione cattolica. 'Ma in politica - ha detto oggi l'esponente ulivista, prodiana della prima ora, in una conferenza stampa - siamo state anche divise'.

A farla decidere sono stati 'tre errori' legati a Walter Veltroni, che pure 'sembrava il candidato naturale per succedere a Prodi': la candidatura 'in nome dell'unita' di un partito, i Ds'. Tutto il contrario - secondo la Magistrelli - del progetto del Partito Democratico, 'in cui bisogna prescindere dalle appartenenze'; il ticket Veltroni-
Franceschini, 'in nome del rapporto Ds-Dl', che 'non e' stato scelto da nessuno' e, infine, l'invito a Pier Luigi Bersani a non candidarsi, 'sempre in nome dell'unita' dei Ds'.

La scelta di appoggiare la Bindi e' legata 'al fatto che si tratta di una lista aperta, senza capi e capetti' e in linea con 'la necessita' di 'rimescolarsi' nel nuovo partito, tanto che ci sono anche alcuni Ds che la sosterranno'. Conta di meno, invece, il fatto che si tratta di una donna, anche se l'Italia deve recuperare uno svantaggio per la presenza femminile in politica, e l'essere cattolica.

E complessivamente - secondo la Magistrelli - la competizione per la leadership del Pd sarebbe 'piu' interessante con rappresentanze piu' ampie'. Ben vengano quindi 'le candidature della Bindi, di Furio Colombo' e in particolare quella di Enrico Letta.

Parisi "Dico no alla riforma stile tedesco"
"Basta con le commistioni tra la politica e gli affari"
di Claudio Tito, La Repubblica -
Con il sistema tedesco vogliono tornare al proporzionale e anche nel centrosinistra c'è chi immagina soluzioni centriste. Arturo Parisi boccia senza mezzi termini la legge elettorale vigente in Germania, difende il referendum e avverte - anche chi come Rutelli parla di alleanze di "nuovo conio" - che "dopo il centrosinistra c'è solo il centrosinistra". Il ministro della Difesa conferma che voterà per la Bindi nella corsa al Pd ma non è contento di come si sta costruendo il nuovo partito: rischia di essere governato dalle correnti come la vecchia Dc.

Ministro è soddisfatto dell'accordo sulle pensioni?
"Soddisfatto. Un accordo ispirato al riformismo possibile, il riformismo che preferisce affrontare gli stretti sentieri dei fatti, invece di affidarsi alle autostrade delle parole. Ma soprattutto è un accordo che mette fine alla stagione delle furbate della Cdl".

Perchè furbate?
"Sapendo che tanto non sarebbero stati loro a governare, la Cdl aveva dato ad intendere di risolvere i problemi scaricandoli tutti sul governo successivo promettendo tutto e il contrario di tutto. Dalla modalità del rientro da Nassiriya alla iniqua e rozza soluzione della questione pensioni. E, come se non bastassero le furbate, per rendere ulteriormente avvelenata la loro eredità per il governo successivo, avevano aggiunto quel bel regalino di legge elettorale che in modo impareggiabile Calderoli ha definito una porcata. Tra furbate e porcate, è proprio un miracolo se la barca continua a navigare. Imbarcando certo acqua ma andando sempre avanti".

La sinistra radicale, però, sta vivendo l'intesa sugli scalini come una sconfitta. Il governo è in pericolo?
"Se dovessimo cercare sconfitti ne troveremmo dappertutto, non solo nella parte della sinistra radicale che manifesta oggi la sua insoddisfazione. Ma per la stabilità del governo quello che conta, è che vinca la coalizione che avanti agli elettori ha preso l'impegno a superare lo scalone e allo stesso tempo a dare alla questione pensioni una risposta alternativa nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica".

Lei è tra i promotori del referendum. Il dibattito sui tre quesiti sta caratterizzando a sufficienza il confronto nel Pd? Un buon Democratico dovrebbe essere un referendario? Rutelli, ad esempio, contesta l'alleanza con Fini che ha votato la "porcata".
"Certo che non tutti i sostenitori del referendum possono dire si sostenerlo allo stesso titolo visto che alcuni degli attuali referendari sono gli stessi che appena due anni fa questa legge l'hanno votata. Tra i responsabili della legge attuale mi sia tuttavia consentito di distinguere, quelli come Fini, Martino e tanti altri che si sono non solo ravveduti ma attivati in difesa del bipolarismo, e quanti invece come Follini e Casini continuano a battersi contro il referendum proprio perchè nemici del bipolarismo. Semmai sono i "coraggiosi" che in questi mesi hanno attaccato il referendum che dovrebbero spiegare chi tra loro ha più coraggio: Follini che continua a difendere la posizione centrista di sempre o chi, pur muovendo da una posizione di centrosinistra, avanza la proposta di un'alleanza "di nuovo conio" suggerendo dietro lo stesso nome di centrosinistra un ritorno al centrismo e, diciamo, l'ammorbidimento dell'attuale sistema bipolare?".

Cioè il "nuovo conio"rutelliano evoca soluzioni centriste?
"Io so solo che il "conio" del centrosinistra è uno solo. Ed è quello col quale ci siamo presentati agli elettori. Lo stesso che i partiti dell'Unione hanno solennemente sottoscritto impegnandosi a rimettere l'esito del governo Prodi nelle mani e solo nelle mani degli elettori. Questa è la principale. Come sempre ogni subordinata ha come solo effetto quello di indebolire la principale. Questo per il presente. Ma anche per il futuro che è il tempo del quale si fa carico il Pd: l'unica alternativa al centrosinistra è il centrosinistra".

Pensa la stessa cosa anche del sistema elettorale tedesco? Fassino, e non solo, sta insistendo molto su questo modello.
"Dice bene. Fassino e non solo, visto che vedo aprirsi una gara per il copyright del sistema tedesco. La realtà è che attorno alle legge elettorale vanno dipanandosi due disegni contrapposti. Da una parte il ritorno al proporzionale e il superamento del bipolarismo con la copertura di una legge alla tedesca, e dall'altra la difesa del bipolarismo attraverso il premio maggioritario. Il problema non è tuttavia il sistema tedesco, che già in Germania è in crisi, ma che il sistema sarà inevitabilmente tedesco all'italiana. Hai voglia a prendere col Pd il 35%. Il governo sarebbe rimesso nelle mani delle manovre parlamentari e dei Casini di turno, i Casini di sempre".

Eppure la legge tedesca sembra l'unica su cui centrodestra e centrosinistra possano convenire.
"Il guaio è che questo sistema che rende impotenti i cittadini e i governi, aumenta il potere dei capipartito assicurandoli circa la loro stabile presenza al potere. E d'altra parte è proprio grazie a questo disegno consosciativo, più che per la passione per la scrittura bipartisan delle regole, che i vertici dei principali partiti dei due poli cominciano a scambiarsi occhiate amorose e non solo occhiate".

Ma lei, per una grande intesa con l'opposizione su riforme bipolariste che chiudano finalmente la transizione, sarebbe pronto a sacrificare anche il governo?
"Ho ancora sul tavolo la scheda n.1 del programma dell'Ulivo del 1996, che nel titolo e alla prima riga affidava le riforme ad "un patto da scrivere assieme". E questo nonostante che il centrodestra di allora fosse certamente meno affidabile di quello di oggi. Io sono ancora lì. Alla necessità di un patto storico stretto in nome dell'interesse del Paese. Ma un patto di questo tipo si scrive alla luce del sole, attraverso un confronto aperto con tutto il centrodestra, non all'ombra investendo illusoriamente su tentazioni e divisioni di corto respiro".

Nel frattempo, appunto, Rutelli ha presentato il manifesto dei coraggiosi. E' il primo segno della battaglia che si consumerà da qui al 14 ottobre?
"Non è il coraggio che mi preoccupa. Ma la sua assenza, la stessa che dopo la rivendicazione a gran voce della elezione di un vero segretario politico che sollevasse Prodi degli oneri della guida del Pd, aveva prodotto la bella idea di un candidato unico. Attraverso lo spiraglio restato aperto sono entrate ora altre candidature che in parte hanno corretto la piega imposta dai vertici dei partiti in nome del supposto valore della loro unità e coesione interna".

Ma non c'è il rischio che il Partito Democratico si trasformi in un un partito di correnti come la Dc?
"E' quello che sta già capitando a causa del rifiuto da una parte del voto disgiunto tra candidato e delegati, e, dall'altra, della scelta di associare ad ogni candidato una lista rigorosamente coerente con la sua linea politica. Ed è per questo che gli strateghi del nuovo centralismo democratico stanno in questo momento cercando di organizzare dall'alto anche il pluralismo utilizzando contemporaneamente lo schema feudale delle liste di raccolta regionale e lo schema corporativo delle liste dei giovani e di quelle, per dirla alla polacca, dei contadini, più o meno cattolici che essi siano".

Con chi ce l'ha? Tra Veltroni, Bindi e Letta chi voterà?
"Lo dico a ragion veduta, senza nascondermi nessuna delle differenze che ci hanno segnato in passato, la Bindi. La più coraggiosa. Quella più capace di interpretare soggettivamente e di produrre oggettivamente il nuovo. E quella che con minore timidezza ha ascoltato e sottoscritto le ragioni del referendum".

E invece la imbarazza quel che sta capitando nell'Unione con l'inchiesta Bnl-Unipol?
"L'ho già detto e lo ripeto. Guardare dal buco della serratura delle intercettazioni è cosa che ritengo scorretta ma soprattutto inutile. Come avrei potuto cooperare per tanti anni e addirittura pensare un futuro comune in uno stesso partito se avessi dubitato anche solo un momento della dirittura morale e del disinteresse personale dei dirigenti ds con i quali condivido responsabilità politica e di governo? No! I problemi che mi preoccupano sono sotto gli occhi di tutti. Non abbiamo bisogno di intercettazioni. Chi vuol vedere deve solo guardare. Il nostro problema è la commistione tra politica ed economia. Una mescolanza antica e, nel campo democratico, all'origine, penso alle cooperative una mescolanza addirittura gloriosa. Ma oggi in tempi completamente diversi e su una scala diversa una mescolanza assai pericolosa e incompatibile con le istituzioni e le regole della democrazia liberale. La malattia che dobbiamo combattere non è esclusiva dell'Italia e neppure della politica, ma nella politica italiana ha da tempo un nome: berlusconismo. Una malattia che in emulazione con l'azione di Berlusconi, con l'alibi di difendersi da lui, e talvolta addirittura in cooperazione con lui ha aggredito la nostra democrazia. Spesso è il moralismo della difesa che alimenta il moralismo dell'attacco. Dobbiamo invece isolare il problema politico e discuterne con libertà soprattutto in occasione della costruzione del Partito democratico come partito nuovo, lealmente e direi fraternamente, senza doppiezza e senza complicità. Sapendo che ora che siamo nello stesso partito nessuno potrà ormai guadagnare più dalle altrui disgrazie, ma sapendo anche che la mancata soluzione e anche l'incapacità di parlare con libertà impedirà la nascita di un partito nuovo".

 
ROSY BINDI

La fase costituente del Pd entra nel vivo grazie a una competizione vera tra più candidati, ciascuno con le sue idee e il suo programma.
Ho riflettuto a lungo su come dare il contributo migliore e la scelta di candidarmi mi è parsa la più utile e impegnativa. Il sostegno che ho ricevuto in questi primi giorni, mi conferma nella decisione.
Risponde alle attese di tanti militanti nella Margherita e nei Ds ma anche di tantissimi – giovani donne uomini – che guardano da tempo e con speranza a questo progetto.
La nostra ambizione era ed è quella di restituire autorevolezza alla politica, scommettendo proprio su un’idea nuova di partito e di politica. Un’idea che insieme abbiamo coltivato e perseguito, tra fatiche e lacerazioni, con tenacia e con grande passione comune. Un partito plurale e aperto, capace di unire le culture politiche del Novecento ma anche le nuove istanze dei movimenti per la pace, lo sviluppo sostenibile, i nuovi diritti di cittadinanza. Il Pd non sarà, lo abbiamo ripetuto anche nei nostri congressi, una fusione a freddo tra due gruppi dirigenti ma una grande forza popolare, democratica, radicata nel territorio. Dobbiamo invece avere il coraggio di mescolarci tra di noi, senza quote e senza bilanciamenti di appartenenza, di spalancare a tutti le porte del nuovo partito. Dobbiamo avere a cuore l’unità futura del partito, la capacità di sintesi della sua leadership. Anche a questo giova il confronto sul programma, le alleanze, le riforme istituzionali e il rapporto con il governo Prodi.
In questo confronto porto la convinzione che il Pd si colloca al centro del centrosinistra per portare tutto il centrosinistra al governo. Un partito che concepisce il bipolarismo come democrazia governante e non allude tatticamente ad alleanze di “nuovo conio”, al contrario, lavora per rafforzare la scelta di governo di tutto il centrosinistra.
Il Pd che potenzialmente supera il 35% deve avere un dialogo inteso con la sinistra stimata al 15%.
Il Pd mette alla prova se stesso nel sostegno al governo e nelle scelte impegnative di questo tempo. È necessario cambiare la legge elettorale per mettere in sicurezza il bipolarismo italiano, ma il consenso in parlamento va cercato a partire da un accordo nel centrosinistra.
Assi preferenziali tra una parte del centrosinistra e una parte del centrodestra hanno più il sapore di sospettosi accordi politici che di chiari e doverosi dialoghi istituzionali.
Sul piano delle riforme sociali abbiamo corretto l’iniquità dello scalone. Il governo ha dimostrato di saper fare riforme impegnative pensando anche al futuro delle nuove generazioni, una prova di riformismo maturo e della capacità del Pd di tenere unita tutta la coalizione.
Noi, infatti, dobbiamo avere a cuore la sfida di superare vecchie e nuove disuguaglianze sociali: tra Nord e Sud dell’Italia, tra donne e uomini, tra giovani e anziani. Il sostegno al governo Prodi è il sostegno a un programma di crescita e di sviluppo che coniuga equità e solidarietà, che ripensa il welfare in una chiave più moderna e più giusta. Un partito che guida il cambiamento, riconosce i meriti e promuove l’innovazione. Ma non si accontenta delle pari opportunità di partenza e ha l’ambizione di non lasciare indietro nessuno e sostenere le qualità di ciascuno.
Un partito infine che riconosce il momento delle donne, e investe su di loro per una nuova qualità della democrazia. Le donne conoscono dissensi di partenza, ma non se ne fanno paralizzare e sono le prime ad avvertire il bisogno di una nuova laicità. La mia candidatura vuole anche incoraggiare il protagonismo femminile, la voglia di assumere, in tante, nuove e maggiori responsabilità anche in politica.
Ciascuno di noi in questi anni ha lavorato sodo per arrivare all’appuntamento del 14 ottobre. Ognuno sa quanta strada è stata fatta nei Ds e nella Margherita e quanto il simbolo dell’Ulivo sia stato immagine ma anche sostanza di una nuova casa comune. Per questo le primarie sono una straordinaria occasione di mettere alla prova la nostra capacità di innovazione. Per questo tutte le candidature possono dare un contributo e tutte sono degne di essere prese in considerazione.
La mia è al servizio di una mobilitazione più larga, oltre gli iscritti ai due partiti. Sono a disposizione di tutti: per valorizzare le energie migliori, motivare all’impegno politico quanti già si sentono democratici e vogliono essere protagonisti a pieno titolo di questa nuova stagione. Non mi nascondo le difficoltà, politiche e organizzative.
Il regolamento favorisce chi può contare su forti strutture organizzate centralmente, premia le vecchie appartenenze e non prevede la possibilità di votare direttamente il nuovo segretario. I Ds e la Margherita hanno già espresso, attraverso i loro più autorevoli esponenti, appoggio a Walter Veltroni: presentare liste e candidati alternativi in tutti i collegi non sarà una passeggiata.
Occorre evitare che il legittimo sostegno al ticket con Franceschini provochi più o meno esplicite conventio ad escludendum nei confronti di altri candidati. E non vorrei che i dirigenti locali di Ds e Margherita si mettessero a disposizione solo di una parte e non di tutti gli altri candidati che ugualmente sono impegnati nella costruzione del partito nuovo.
La responsabilità che hanno oggi i due partiti è quella di animare il confronto con tutti e per tutti, così da garantire una reale fase costituente. Resto convinta che il progetto del Pd sia più forte degli accordi tra i vertici. Resto convinta che la libertà delle persone sia più forte delle regole. La scommessa della mia candidatura è anche questa: realizzare il massimo di apertura a tutti i livelli e incoraggiare l’incontro vero e leale tra tutte le diverse sensibilità del Pd.
Sarebbe imperdonabile sciupare questa occasione per il timore di perdere ciascuno qualcosa: certezze e garanzie del passato, ruoli e collocazioni del presente.
Sarebbe imperdonabile mortificare la domanda di nuova politica che viene dal paese, ma anche la domanda di democrazia e libertà che viene dai militanti e dagli iscritti di Ds e Margherita.
Chi sarà eletto il 14 ottobre è chiamato a un’impresa impegnativa ed esaltante, cui mi dedicherò a tempo pieno dimettendomi dal governo in caso di vittoria, per dare forza e anima a un soggetto politico nuovo. Un Partito democratico, davvero.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp


Romania, tra Putin e la Nato

Mihaela Iordache

La Russia sospende il trattato sulle armi convenzionali, la Nato si dice delusa mentre Angela Merkel critica gli USA che negoziano bilateralmente con i singoli paesi la costruzione della parte europea dello scudo antimissile. Il dibattito in Romania
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato nelle settimane scorse un decreto che sospende la partecipazione della Russia al Trattato sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa (CFE-Conventional Forces in Europe).

Il Cremlino ha spiegato che la misura è stata presa a seguito di “circostanze straordinarie” che incidono sulla sicurezza della Federazione Russa. In pratica, la Russia è irritata dai piani statunitensi che prevedono la collocazione di uno scudo antimissile in Polonia o in Repubblica Ceca, nonché dalle future basi americane in Romania e in Bulgaria.

Il trattato sulle Forze Convenzionali in Europa (CFE) limita il numero degli armamenti pesanti dispiegate tra l’Oceano Atlantico e gli Urali. Firmato il 19 novembre 1990 a Parigi dai paesi della Nato e dell'allora Patto di Varsavia, il Trattato CFE sulla riduzione degli armamenti convenzionali in Europa (carri armati, artiglieria, mezzi blindati, aerei da combattimento e elicotteri di attacco) ha subito in seguito varie revisioni, dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione Sovietica.

Il trattato limita la libertà di manovra della Russia. Mosca lo considera ormai superato e pericoloso in quanto limita la sua possibilità di dislocare truppe sul territorio della stessa Federazione Russa. Tra l'altro la Russia ha ratificato la versione del trattato modificata nel 1999 nell’incontro di Istanbul ma non hanno fatto lo stesso gli stati membri della Nato.

La Nato inoltre chiede il ritiro delle truppe russe dalle regioni separatiste dell'Abkazia in Georgia e della Transnistria nella Repubblica Moldova.

La Romania, uno dei paesi firmatari del CFE, è un paese scomodo per la Russia. Le future basi americane che saranno dislocate nel paese e in generale la politica e le prese di posizione di Bucarest hanno irritato costantemente l’ex grande fratello.

La stampa romena avverte che in seguito alla decisione di Putin la Russia può schierare l’esercito fino al confine con l’Unione Europea e che teoricamente ”può scatenare un attacco a sorpresa in qualsiasi momento”. Il ministro della Difesa romeno Teodor Melescanu considera che la Russia ritorna in questo modo alla retorica della Guerra Fredda. ”E’ la retorica dell’uscita dai trattati e il ritorno al principio secondo cui ognuno fa quello che vuole”, ha aggiunto il ministro.

Russia non potrà essere più obbligata a limitare il numero dei missili oppure ricevere ispettori che costatino se stia limitando o no le armi di distruzione di massa. Non rispetterà più la richiesta di cambio di informazioni e non si riterrà più vincolata al rispetto di alcun limite sul fronte delle armi convenzionali.

Ma la disponibilità reale dell'arsenale russo "dipenderà dagli sviluppi della situazione militare e politica, inclusa la disponibilità di altri Paesi aderenti al trattato a mostrare un’adeguata moderazione" ha precisato il ministro degli Esteri russo Seghei Lavrov che lascia intendere inoltre quanto peserà l’atteggiamento ulteriore di Washington.

La Russia ha proposto di lavorare su un nuovo patto per ridurre le forze militari in Europa. Il capo del dipartimento del ministero della Difesa, Yevgeny Buzhinsky, ha fatto sapere che tutte le parti in causa dovrebbero lavorare su un nuovo trattato o su un adattamento del trattato CFE.

Intanto il ministro degli Esteri romeno Adrian Cioroianu presenta al Consiglio Supremo per la Difesa del Paese un’analisi sul ritiro della Federazione Russa dal Trattato CFE. Cioroianu precisa che l’annuncio del Cremlino non ha rappresentato un elemento di sorpresa per la Romania ed i suoi alleati. Ma l’opposizione, attraverso il Partito Social Democratico, preme affinché sia precisata la posizione della Romania rispetto al ritiro dei russi dal trattato. Da parte sua, il ministro degli Esteri ricorda che la posizione di Bucarest è stata ed è in linea con quella degli altri membri della Nato.

La Russia aveva annunciato mesi fa una moratoria sul Trattato accusando i paesi occidentali di non aver ratificato una versione emendata del Patto firmata nel 1999. Putin ha anche accusato i paesi della Nato di aver violato il Trattato sui missili balistici (ABM) con il progetto dello Scudo spaziale.

Il decreto firmato da Putin viene considerato in Romania una provocazione con la quale Mosca avverte l’Occidente di voler riprendere il posto e il ruolo di grande potenza e che possiede sufficienti mezzi di pressione.

Alcuni commentatori romeni considerano che la Russia ha l’intenzione di allargare la distanza tra la vecchia e la nuova Europa, alimentando dispute, squilibrando i rapporti politico-economici del continente.

L’uscita della Russia dal trattato sulle armi convenzionali (CFE) e da quello sui missili a corto e medio raggio (INF) potrebbe precedere una guerra fredda sotto una forma “light”, secondo un’espressione di politologi americani.

La Russia considera con irritazione il fatto che, allargandosi ad Est con l’entrata di nuovi paesi, la Nato abbia di fatto superato di molto i limiti imposti dal CFE al numero degli armamenti. Inoltre preoccupa la volontà USA di dislocare importanti forze di combattimento nelle nuove basi in Romania e in Bulgaria.

Commentando la decisione del presidente Putin, il quotidiano russo Kommersant lo considera un gesto che potrebbe diventare il primo passo di Mosca verso una revisione della ripartizione politico-militare nel mondo negli ultimi 15 anni. Questa ripartizione potrebbe condurre il Cremlino a riconsiderare molti accordi militari con l’Occidente. Secondo il generale Evgheni Bujinski del ministero della Difesa russo in futuro la Russia non informerà più i partner sullo spostamento delle sue unità militari e non accetterà più ispezioni straniere.

Gli esperti citati da Nezavisimaia Gazeta sostengono invece che la Russia è stata obbligata a fare questo passo perché non c’era un altro modo per convincere la Nato di tener conto degli interessi di sicurezza della Federazione.

La decisione della Federazione Russa è considerata dalla Nato come “deludente” mentre Angela Merkel da Berlino critica gli USA che negoziano bilateralmente con i singoli paesi la costruzione della parte europea del sistema antimissile. Il cancelliere tedesco ha chiesto agli americani di offrire più informazioni sulla strategia di difesa che hanno in progetto e di avere discussioni con la Nato e la Russia in questo senso.

Mentre Bucarest resta quasi lusingata perché, come si legge in un commento pubblicato su un giornale a diffusione nazionale : ”Nemmeno noi sapevamo quanto fosse importante la Romania nella geostrategia mondiale finché non ce lo ha detto il presidente russo!”. Il giornale ricorda che le future basi militari americane in Romania hanno uno scopo logistico, nell’eventualità di un nuovo conflitto nel Medio Oriente, piuttosto che dislocazioni offensive antirusse. La conclusione è che “i rapporti con la Russia sono impossibili da temperare, l’importante è che i rapporti con gli USA restino sempre stretti”.

La Russia è accusata inoltre dalla stampa romena di lavorare per provocare una frattura tra gli USA e l’UE, un pericolo reale dopo che la guerra in Iraq ha messo a dura prova l’unità occidentale. Ci si aspetta - considerano alcuni commentatori romeni - che stati europei importanti, fortemente dipendenti dal gas russo abbiano atteggiamenti sfumati. ”Ci sarà probabilmente una guerra dei nervi tra la Russia e l’Occidente. Ci potranno essere misure di ritorsione economica della Russia verso paesi come la Romania, con i quali i rapporti diplomatici sono comunque tesi”, scrive il giornale “Gindul”.

Dall’altra parte, per la Repubblica Moldova (dove la popolazione è in maggioranza romenofona) il trattato appena sospeso da Mosca è uno strumento di sicurezza europea molto importante perché prevede il ritiro delle truppe russe dalla Transnistria e la presenza militare russa nella regione separatista viene considerata illegale e come il più grande ostacolo alla risoluzione del conflitto transnistreno.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8030/1/51/

SVILUPPO:
Aiuti al commercio, ossia meno fondi per sanità e educazione?
David Cronin

BRUXELLES, (IPS) - I governi africani temono che i fondi stanziati dall’Unione europea (Ue) per aumentare la loro partecipazione al commercio mondiale possano mettere a rischio le altre forme di aiuti allo sviluppo.

La Commissione europea, braccio esecutivo dell’Ue, ha promesso disponibilità di consistenti “aid for trade”, aiuti al commercio, per i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP), che entro la fine di quest’anno dovrebbero firmare gli Accordi di partenariato economico (EPA) con Bruxelles.

Gli aiuti dovrebbero far fronte alla limitata capacità commerciale degli ACP, uno dei principali fattori per cui i paesi più poveri del mondo partecipano per meno dell’uno per cento alle esportazioni globali. I fondi aiuterebbero anche i produttori degli ACP a soddisfare gli standard di sicurezza alimentare e veterinaria, spesso esigenti, dell’Unione europea. A maggio, i governi e la Commissione europea si sono impegnati ad assegnare 2 miliardi di euro (2,75 miliardi di dollari) all’anno in aiuti al commercio entro il 2010.

Benché i funzionari europei assicurino che i paesi ACP riceveranno gran parte di quel denaro, i diplomatici africani si dicono scettici al riguardo: secondo loro, le potentissime istituzioni Ue non hanno ancora spiegato esattamente da dove verrà quel denaro, né si preoccupano abbastanza del rischio che i fondi non siano aggiuntivi rispetto agli aiuti necessari a finanziare investimenti vitali in salute e educazione.

”Il problema con gli aiuti per il commercio è che sono sostanzialmente indefiniti", ha detto all’IPS un diplomatico africano che ha preferito rimanere anonimo. “Non sappiamo di quali soldi si stia parlando. Potrebbe essere solo un rigurgito di fondi già esistenti dal FES (Fondo europeo di sviluppo)?”.

Secondo il diplomatico, la Commissione sta usando le promesse di aiuti al commercio per indurre i paesi ACP a firmare gli EPA , nonostante i loro timori che il grado di apertura del mercato previsto da questi accordi metterebbe a rischio le imprese locali rispetto alla concorrenza esterna.

”Si potrebbe pensare che la Commissione veda questi aiuti al commercio come una specie di medicina calmante”, ha aggiunto il diplomatico. Secondo Katrin Jansen, assistente di programma per l’organizzazione di Bruxelles Women in Development Europe, i funzionari europei hanno ammesso di prevedere un aumento degli aiuti al commercio senza però aumentare l’importo totale degli aiuti allo sviluppo provenienti dall’Unione.

”Ciò significa che gli aiuti al commercio andranno certamente a scapito di altre forme di aiuti allo sviluppo”, ha detto all’IPS. “Siamo molto preoccupati per questo, e chiediamo che gli aiuti al commercio non vengano dirottati da settori come educazione e salute, poiché questi ambiti rimangono di primaria importanza per l’empowerment delle donne povere, così come per il sostentamento dei paesi in via di sviluppo”.

Per di più, si teme che il denaro disponibile possa rivelarsi insufficiente, una volta distribuito tra i 79 Stati ACP. In un rapporto del 2006, il Segretariato del Commonwealth stima che solo l’Africa meridionale avrà bisogno di oltre 1 miliardo di euro in aiuti per adeguarsi ad un accordo di partenariato.

Un nuovo studio di ICCO, organizzazione umanitaria cristiana olandese, conclude che non sarà possibile affrontare i costi necessari per adeguarsi agli EPA, a meno che il denaro non venga dirottato da altri programmi già concordati in precedenza tra Ue e Africa. Nel rapporto si dice poi che la Comunità europea sarebbe poco propensa ad offerte più generose per gli Aid for trade: concederle, significherebbe riconoscere che le sfide legate agli EPA per i paesi poveri sono maggiori di quanto si sia stati disposti ad ammettere finora, rendendo ancora meno probabile una conclusione degli accordi prima della scadenza fissata dalla Commissione, il 31 dicembre.

I sostenitori delle campagne contro la povertà hanno protestato perché una delle proposte di aiuti al commercio pubblicata dalla Commissione ad aprile non conteneva nessuna misura intesa a garantire prezzi equi per le merci dei piccoli produttori. Questo nonostante l’accordo di Cotonou del 2000, che è alla base delle relazioni tra Ue e paesi ACP, dove si specificava l’impegno dell’Unione di aumentare i prezzi, spesso irrisori, pagati ai produttori.

Hilary Jeune, funzionaria dell’Ufficio di consulenza sul commercio equo (Fair Trade Advocacy Office) di Bruxelles, ha definito “preoccupante” una clausola della proposta che costringerebbe i paesi poveri a pianificare delle strategie nazionali per potersi integrare nel sistema di scambi internazionale.

“È dimostrato che per vincere la povertà bisogna partire a livello locale, e sviluppare strategie per i bisogni locali”, ha spiegato Jeune all’IPS. “Non ha senso che la Commissione parli di sviluppare strategie perché questi paesi possano inserirsi in un sistema commerciale internazionale dominato dalle nazioni sviluppate”.

Il governo egiziano ha da poco redatto un documento sugli Aid for trade, in discussione ora all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) a Ginevra. Si raccomanda che uno degli obiettivi chiave per una efficace strategia internazionale di aiuti al commercio sia sviluppare un meccanismo di monitoraggio e valutazione per assicurare che il denaro speso produca i risultati attesi.

Secondo un diplomatico egiziano, il fatto che gli aiuti al commercio siano aggiuntivi rispetto ad altre forme di aiuti allo sviluppo è “una questione importante e fondamentale”.

Un funzionario Ue responsabile dei temi dello sviluppo ha negato che la Commissione stia cercando di “riciclare” denaro già impegnato in precedenza. Il funzionario ha spiegato che l’ultima versione del Fondo europeo di sviluppo dovrebbe diventare operativa solo a gennaio 2008, mentre i fondi degli aiuti al commercio potrebbero anche essere mobilitati prima di allora.

“Per definizione, non può trattarsi di denaro riciclato”, ha spiegato il funzionario, aggiungendo che attualmente la Commissione e i destinatari stanno discutendo su come esattamente il denaro dovrà essere utilizzato.

“Il processo di pianificazione non prevede che qualcuno da Bruxelles scende dall’aereo con un’idea già stabilita e dice che quel paese in particolare dovrà fare “X”. Riguarda invece un dialogo tra partner”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=966

Premonizioni sul volo della morte
'L'incompetenza e la corruzione dei militari provocheranno un disastro'
“I militari brasiliani sono così incompetenti e corrotti (...) che se il governo non metterà fine al sabba di Infrareo (la società che gestisce gli aereoporti, in mano ai militari della Forza aerea brasiliana, Fab) ci sono le condizioni perché da un momento all'altro accada una nuova tragedia”. Queste parole, pronunciate due giorni prima del grande disastro aereo di San Paolo, avvenuto martedì scorso e costato la vita a 200 persone, lette oggi suonano quale nefasta premonizione. A pronunciarle, uno dei controllori di volo, volutamente anonimo, che da settembre - quando sui cieli dell'Amazzonia un Boeing si scontrò con un piccolo aereo privato facendo 154 morti - è sul piede di guerra nei confronti della Fab, responsabile anche degli aeroporti civili. Per quell'incidente, infatti, dopo indagini sommarie gli unici a pagare furono i controllori. Nessuno ha mai approfondito la questione e fatto piena luce sulle responsabilità.

Incidente aereoQuesta volta lo scenario è differente. Il più grave disastro aereo brasiliano si inserisce proprio nel bel mezzo di un crocevia di accuse ai militari, che da anni andrebbero intascando, attraverso Infrareo, copiose tangenti sborsate dalla lobby delle compagnie aeree private. Il tutto per ottenere in cambio occhi semichiusi e favoritismi.
Al centro del presunto scandalo, proprio l'aeroporto Congonhas, che nasce nel cuore della città di San Paolo, vicinissimo a strade e case. Si calcola, infatti, che una decina di persone morte per l'incidente di martedì scorso fossero residenti dei dintorni dell'aeroporto.
Non solo. Quell'immenso scalo aeroportuale negli ultimi tempi ha visto circolare 17 milioni di passeggeri all'anno, quando invece la sua capacità raggiunge al massimo i 15 milioni. E, nonostante da quattro anni sia stata avviata la privatizzazione, il solo risultato è stato un fitto programma milionario di riforme che vede quale priorità l'ampliamento dell'area commerciale. E le piste d'atterraggio vecchie e obsolete? Nemmeno a pensarlo, tanto che martedì, a causa della fitta pioggia, il sistema di drenaggio che deve impedire ai velivoli di sbandare è andato in tilt.

Familiari delle vittime con un cartello per il diritto alla vitaE il governo che fa? L'unica cosa certa è che il presidente Luis Inacio Lula da Silva ha rinnovato fiducia e rispetto proprio al comandante della Fab, il brigadiere Juniti Saito, mentre circolano voci di probabili dimissioni del ministro della Difesa, da sempre strenuo sostenitore di una maggiore ingerenza civile nella gestione aeroportuale. Forse il presidente non sa come stanno le cose?
La preoccupazione di Lula è parsa quella di tranquillizzare la nazione e di annunciare la costruzione di un nuovo aeroporto fuori dal centro urbano e controllato dallo Stato, sempre però con partecipazioni di capitale privato. E se finora uno dei più grandi problemi era la mancanza di forti politiche pubbliche tese a limitare lo strapotere di quello che qualcuno si è affrettato a definire “il cartello degli aerocrati”, il futuro non sembra promettere dinamiche differenti.

I colpevoli. La compagnia aerea Tam, nel frattempo, sta cercando di arginare la caduta libera in borsa, 17 percento in pochi giorni, e l'enorme somma da sborsare quale indennizzo alle famiglie delle vittime. Per quanto riguarda il prestigio, invece, la scelta dell'azienda è stata confondere le acque dell'informazione per attenuare le proprie responsabilità.
Soltanto dopo che amici e parenti delle duecento persone morte hanno minacciato di occupare gli uffici dell'impresa a Porto Alegre (città da dove è partito il volo, destinazione San Paolo), la Tam si è decisa ad ammettere che a bordo viaggiavano 187 persone, assai di più di quelle ammesse sul velivolo. In più, è emerso che quell'aereo ha continuato a viaggiare nonostante i tecnici, 4 giorni prima dell'incidente, avessero individuato falle nel dispositivo frenante.

Due persone in lacrime per aver perso un proprio caro nel disastro aereoConseguenze. Ai familiari non resta che restare sul chi va là, nel tentativo che ognuno venga inchiodato alle proprie responsabilità, e cercare di aver pazienza: riavere indietro i corpi dei propri cari sembra impresa assai ardua. Le ricerche stanno proseguendo a ritmi serrati, ma la difficoltà di recupero fanno prevedere circa un mese di lavoro. Intanto, ieri, l'arcivescovo della capitale paulista, Odilo Scerer, ha officiato una messa in memoria delle vittime, a cui hanno partecipato oltre duemila persone.
Il disastro aereo ha avuto anche un forte impatto sull'opinione pubblica internazionale. È in atto un'ondata di ferie cancellate o posticipate, e di eventi internazionali sospesi, nel tentativo di evitare l'aeroporto di San Paolo. Il problema, però, è che quello scalo è il centro dell'intero traffico brasiliano e la stima è che il movimento di stranieri calerà del 40 percento rispetto alle medie stagionali.
E il clima di sfiducia continua a diffondersi specialmente dopo che ieri, per due ore consecutive, il radar dell'aereoporto di Manaus ha smesso di funzionare mandando in tilt i voli di tutto il paese. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8447

MIGRANTI: NAUFRAGIO VICINO ALLE COMORE



Almeno due migranti – tra cui un bambino - sono morti e un’altra ventina risultano dispersi nel naufragio di un’imbarcazione che trasportava tra 25 e 37 africani provenienti dalle Isole Comore, avvenuto nella notte tra sabato e domenica al largo di Mayotte, un piccolo arcipelago nell’Oceano Indiano a nord del Madagascar che fa parte dei Territori francesi d’Oltremare, non lontano dalle stesse Comore. Lo ha reso noto oggi la prefettura di Mayotte, secondo cui vi sarebbero testimonianze divergenti sul numero esatto di persone a bordo del natante naufragato, un’imbarcazione tradizionale chiamata ‘kwassa-kwassa’. Il bilancio potrebbe però essere più grave; al momento, risultano scomparsi tra 15 e 27 persone nella zona al largo di Majicavo-Koropa, all’esterno della laguna a nord di Mayotte. Operazioni di ricerca sono ancora in corso anche con l’uso di elicotteri oltre che di unità navali. Naufragi di questo genere si verificano abbastanza spesso; di norma, si tratta di migranti che partono dall’isola di Anjouan, nelle Comore, distante poche decine di chilometri.

http://www.misna.org/

Islamabad nega ai marines il permesso di entrare nel Paese
Fonti dell’intelligence americana dicono che Bin Laden si troverebbe nel nord del Pakistan, un “paradiso sicuro” per i terroristi. Il governo respinge l’ipotesi e invita gli americani ad una maggiore cooperazione.

Islamabad (AsiaNews/Agenzie) – Il governo pakistano respinge l’ipotesi di un raid delle forze armate americane nel Paese alla ricerca di Osama Bin Laden. Secondo fonti dell’intelligence Usa il re del terrore, la mente che ha architettato le stragi dell’11 settembre, si troverebbe in una regione del Pakistan settentrionale. I suoi affiliati, inoltre, starebbero cercando di infiltrare terroristi di Al Qaeda negli Stati Uniti per scatenare nuovi attacchi. Secondo gli analisti, infatti, la rete del terrore avrebbe trovato nelle zone tribali nel nord del Pakistan un “paradiso sicuro” per addestrare i propri membri.   

Il governo di Islamabad nega e sottolinea che Bin Laden “non si trova nel Paese”: “Non credo che il leader di Al Qaeda si trovi sul suolo pakistano – afferma il ministro degli esteri Khurshid Kasuri – ma certo è che se i reparti americani condividessero le notizie di intelligence, il nostro esercito potrebbe fare un lavoro migliore”.

All’indomani dell’ondata di violenze che ha colpito il Pakistan, il presidente Musharraf la scorsa settimana ha più volte ribadito che gli estremisti verranno estirpati “da ogni angolo del Paese”. A conferma del pugno di ferro deciso dal presidente, la notizia che nello scorso fine settimana le forze di sicurezza hanno ucciso oltre 20 miliziani in una serie di scontri nel nord Waziristan, 10 i feriti. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9902&size=A



L’effetto Google sulla campagna presidenziale USA

Un tempo le tappe obbligatorie erano gli stabilimenti della General Motors, per parlare con gli operai. Per gli attuali candidati alla Casa Bianca, invece, l’ inevitabile meta dei pellegrinaggi elettorali e’ diventata Mountain View, quartier generale di Google. Ed e’ solo uno dei molti segni dell’importanza che il colosso di Internet riveste nella campagna presidenziale: i candidati, per esempio, sono pronti a confrontarsi in un inedito dibattito gestito da YouTube, un pianeta della galassia Google. […]

Cinque aspiranti presidenti e un possibile candidato - il sindaco di New York Michael Bloomberg - nelle ultime settimane sono entrati nella cittadella informatica a mezz’ora d’auto da San Francisco, per un confronto con i ‘googlers’, come vengono chiamati i 12.000 dipendenti della piu’ dinamica realta’ della Rete. Il repubblicano John McCain ha cercato di lusingarli definendoli ‘’il futuro della nostra nazione'’. La senatrice Hillary Clinton ha fatto leva sulla loro passione per il futuro, cercando di descrivere come sara’ l’America tra 10 anni, ‘’al termine del mio secondo mandato da presidente'’ (uno scenario, ovviamente, tutto a tinte positive).

John Edwards, Bill Richardson, Ron Paul e Bloomberg sono tutti passati a fare ‘’un saluto'’ al popolo di Google, mandando cosi’ un segnale concreto sull’attenzione che i candidati riservano alla societa’ californiana. ‘’Quando vengono qui, quello che affrontano e’ un colloquio di lavoro con il popolo americano'’, ha detto al Washington Post Eric Schmidt, l’amministrazione delegato di Google, che sta spingendo sempre piu’ in politica il proprio gruppo. La societa’ ha aumentato il numero dei lobbisti di cui dispone a Washington e sta finanziando con maggiore intensita’ le campagne di candidati al Congresso o alla Casa Bianca. L’orientamento generale dei californiani di Google e’ a sinistra, ma negli ultimi tempi hanno firmato assegni anche per un paio di repubblicani, sia pure tra i piu’ liberal, come i senatori Arlen Specter e John Sununu.

Ma l’effetto Google sulla corsa alla Casa Bianca va ben oltre le visite dei candidati o l’appoggio finanziario. Una delle innovazioni piu’ significative della campagna in corso e’ il ruolo che sta assumendo YouTube, il sito che permette a chiunque di pubblicare video su Internet. Il servizio di ‘videosharing’ fu creato nel 2005 e poco piu’ di un anno dopo, quando non aveva ancora fatto un dollaro di profitti, Google lo ha acquistato per una somma enorme, 1,65 miliardi di dollari.

Lunedi’ sera, YouTube confermera’ di essere diventato parte integrante della cultura popolare americana ospitando, insieme alla Cnn, un innovativo dibattito presidenziale. Gli otto aspiranti presidenti dei democratici - il turno dei repubblicani arrivera’ a settembre - si sottoporranno a domande inviate in video da americani qualunque. La Cnn ha preparato un palco sul quale la Clinton, Edwards, Barack Obama e gli altri saranno in piedi ognuno di fronte a un podio, nel quale sara’ presente un piccolo monitor per guardare i video scelti dai giornalisti del network di Atlanta.

Oltre 2.200 video sono stati messi in rete su YouTube con domande per il dibattito e una apposita redazione della Cnn ha lavorato per tutto il fine settimana per selezionare quelli che verranno sottoposti ai candidati. Il network si aspetta di utilizzare tra i 75 e i 100 video, ma manterra’ fino all’ultimomento, anche con i candidati, un riserbo assoluto su quali domande e quali temi scegliera’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/07/23/leffetto-google-sulla-campagna-presidenziale-usa/#more-338


«La Turchia resta una democrazia sotto tutela»http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=11602

Le elezioni legislative anticipate del 22 luglio hanno decretato il successo del partito islamico moderato del Primo Ministro Erdogan. Il parere di un esperto sulla relazione Ue-Turchia.
Il Primo Ministro turco Erdogan ha criticato durante la campagna elettorale gli attacchi ai convogli del suo partito (Foto Serdar/Flickr)
Crisi istituzionale, ripiegamento religioso, questione curda: la prospettiva dell'adesione di Ankara all’Unione Europea non smette di sollevare numerosi interrogativi. Ne parliamo con Hamit Bozarslan, codirettore dell'Istituto di studi islamici e delle società del mondo musulmano presso la Scuola di alti studi in scienze sociali di Parigi.

Quali sono le caratteristiche principali del rapporto Ue-Turchia?
L'aspetto “speculativo” di questa relazione si sta ampliando dal 2004. Mi dispiace che i temi trattati dai mezzi di comunicazione e dai politici soffrano di una mancanza di approfondimento. Troppo spesso ci dimentichiamo che in Turchia le cose vanno molto male. Si è sviluppato un movimento di ripiegamento su sé stessi, una specie di “nazionalsocialismo”, secondo il quale i turchi sarebbero un'etnia oppressa da altre classi o etnie, un'etnia che dovrebbe, per questo motivo, lanciarsi in una guerra di liberazione volta a bandire i curdi, gli armeni o i cristiani… Questa dinamica interna è nefasta e non favorisce certo un riavvicinamento del Paese all’Unione Europea.

La crisi istituzionale che sta attraversando la Turchia in seguito alle recenti elezioni sarebbe insomma solo il sintomo di un processo iniziato da tempo?
Certamente. Ormai la situazione peggiora da quando i principali supporter della Turchia – Gerhard Shröder e Bill Clinton – sono scomparsi dalla scena politica.

Che ruolo può giocare l’Unione Europea?
Il problema è che a partire dal 1999 – anno in cui Bruxelles accettò la candidatura della Turchia – il Paese viene gestito con una politica “giorno per giorno”. Non è una questione di pianificazione, né di criteri di adesione prestabiliti, infatti quelli di Copenaghen non bastano più. Si è pensato che le procedure di integrazione post-dittatura all'Unione della Grecia, del Portogallo e della Spagna potessero andare bene anche in questo caso, ma la Turchia non ha conosciuto questo tipo di scenario politico.

È pensabile a suo avviso una rottura dei negoziati con la Turchia?
In ogni caso si tratta di una possibilità non esclusa in Turchia, dove esistono forze dell’establishment e dell’esercito che chiedono di ritirare la candidatura di Ankara. È il caso del generale Tuncer Kilinc, che ha presieduto in passato il Consiglio nazionale di sicurezza, uno degli organi più importanti del Paese. Kilinc, per esempio, è favorevole a un riavvicinamento alla Russia! Questa eurofobia è riconducibile ai punti di cesura interni allo scacchiere turco, non si tratta solo di semplice nazionalismo.

Ma è credibile un’alleanza tra Turchia e Russia?
L’economia turca è talmente integrata a quella europea che un’alleanza con Mosca non è ragionevolmente possibile. Eppure ci sono stati così tanti ricorsi storici che non possiamo mai del tutto evitare questo genere di sorprese!

Che cosa pensa del progetto di Nicolas Sarkozy di creare uno spazio europeo che comprenda la Turchia?
È piuttosto difficile pensare alla situazione della Turchia tra venti o trent'anni. Concepire l’Europa in termini di territorio è assolutamente assurdo. Dobbiamo considerare che stiamo parlando di un sogno comune, di un progetto politico… L'Unione Europea, d'altra parte, dovrebbe essere più presente come partner nello spazio mediterraneo, dovrebbe porsi come terzo elemento tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente.

Nei confronti della Turchia si è assistito all'insorgere di molte domande sui diritti umani, sul genocidio armeno o sulle minoranze curde, per non parlare dell'omicidio del giornalista armeno Hrant Dink...
La Turchia è una democrazia sotto tutela in cui i militari danno degli ultimatum, addirittura via Internet! Si tratta di una caratteristica storica della Turchia: il militare è considerato come il guardiano dell’integrità nazionale, è l’attore sovra-sociale. In questo Paese ci sono dei professori arrestati per aver “insultato” la memoria di Atatürk. Mustafà Kemal, il fondatore della Turchia moderna, è considerato una figura sacra. Bisognerebbe rimettere in discussione il principio secondo il quale la rinascita del Paese passa necessariamente per l’eliminazione dei “nemici”, come ad esempio gli armeni.

In questo senso l’Unione Europea non ha una carta da giocare, un'influenza reale da usare per migliorare la situazione in Turchia?
L’Europa ha il dovere di intervenire per incoraggiare i movimenti democratici ancora marginali. Queste dinamiche, tuttavia, dovrebbero anche svilupparsi all'interno del Paese. La Turchia avrebbe avuto bisogno della promessa di un’integrazione completa, nel momento in cui i problemi citati in partenza fossero stati risolti. In merito alla proposta del partenariato privilegiato rispondo che esso esiste già. Tocca all’Europa, inoltre, sensibilizzare la propria opinione pubblica nei confronti della Turchia. Penso che i cittadini europei temano più che altro la violazione dei diritti umani.
Hélène Bienvenu - Paris -

Turchia : successo di Erdogan , arginato pericolo integralista
di Shorsh Surme*

Il risultato elettorale di oggi in Turchia conferma la vincita del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di Erdogan.

Infatti, il partito del premier uscente ha ottenuto il 46,8% dei voti, quindi otterrà 342 deputati su 550, sicuramente meno delle elezioni del 2002, quando aveva ottenuto 367 deputati. Ora che ha ottenuto meno dei 376 seggi che sono necessari per emendare la Costituzione - così da evitare qualsiasi tentazione verso una qualsiasi deriva islamica della Turchia - se vorrà potrà formare un governo monocolore stabile, generali permettendo.

Ma la novità assoluta è la vincita dei Curdi. Infatti, i Curdi portano al parlamento 27 parlamentari quindi avranno un loro gruppo per chiedere una soluzione politica e pacifica alla questione curda.

Il Partito Repubblicano Chp - il partito di Kemal Ataturk, padre dell'indipendenza turca e della Repubblica turca - CHP è stato fondato nel 1923 con il nome di Partito del Popolo. Nel 1924 il partito assunse la denominazione attuale. Fino al 1945, la Turchia ebbe, di fatto, un sistema monopartitico rappresentato dal CHP. Solo con la morte di Ataturk e la nascita, nel 1945, del Partito dello Sviluppo Nazionale, la Turchia ha visto l'inizio di un sistema politico multipartitico e tendenzialmente democratico.

Il CHP governò la Tuchia fino al 1950, ritornò al governo dal 1961 al 1965. Dal 1966 al 1980 si è alternato al potere con il Partito della Giustizia, che è stato soppresso dopo un colpo di Stato dei militari. Dal 1987 a tutt'oggi il CHP è all'opposizione. Del resto nel 1985 CHP aveva subito la scissione del Partito della Sinistra Democratica, fondato dalla moglie di Bülent Ecevit. Ecevit, primo ministro nel 1977 e nel 1979 e leader di CHP dal 1972 al 1980, era stato arrestato ed imprigionato dai militari dopo il colpo di Stato del 1980.

Alle ultime elezioni del novembre del 2002, il CHP aveva ottenuto il 19,4% dei voti ed è divenuto l'unico partito di opposizione al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ottenendo oggi il 21% dei voti. Ma ci sara' anche il Partito nazionalista Mhp (che, con l'8,3% fu escluso nel 2002, ma che oggi ha ottenuto ben il 15%) che quindi avrà i suoi rappresentanti in parlamento.

Erdogan, a caldo, durante una conferenza stampa, ha detto "Non devieremo dai valori fondamentali della Repubblica' ma 'ne saremo anzi 'i custodi'. Non ci gonfieremo per il risultato ottenuto, ma rispetteremo anche gli elettori che non hanno votato per noi."

Speriamo che sia così, perché per chi conosce questo paese sa che vive da anni un conflitto interno tra esercito e il potere esecutivo che poi cade puntualmente sulla pelle dei due popoli, i Turchi e i Curdi, che sono più di 16 milioni ancora senza alcun diritto. La questione curda è anche parte delle trattative per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, in quanto la UE teme che il governo turco non rispetti i diritti umani della minoranza curda, accusando indiscriminatamente di terrorismo ogni movimento politico curdo e proibendo ad esempio l'uso della lingua curda.

* giornalista curdo-iracheno


www.osservatoriosullalegalita.org



luglio 23 2007

OLTRE IL GIARDINOI


La furbata di Marano e la tv dei furbetti



di ALBERTO STATERA




Dopo le indimenticabili performance di "Ball of Steel" (palle d´acciaio-ndr), "Wild West" e, tocco padano-partenopeo tra tanto english, "Votantonio", Antonio Marano, leghista varesotto, ex deputato, ex sottosegretario nel primo governo Berlusconi e tuttora, per quegli insondabili scherzi della sorte, direttore di Rai 2, conquista a mezza estate, in memoria di Ennio Flaiano, il nostro personale premio "Italia alle vongole" o "Vongolino d´oro". Se Gianpiero Fiorani non ha mentito a Luca Pagni, che lo intervistava per "Repubblica", Marano gli ha offerto di condurre "una trasmissione su Rai2 in difesa dei diseredati, dei cittadini truffati dalle finanziarie e dalle banche".
Per chi non lo ricordasse, Fiorani è l´ex capo dei "Furbetti del quartierino", quello che ha messo a ferro e fuoco la finanza italiana, che tosava i correntisti "qualunque" della Banca Popolare di Lodi e che, telefonicamente, baciava l´ex governatore della Banca d´Italia Antonio Fazio, che da controllore trescava con un suo controllato diventato ormai un "famiglio". Poi la galera e il "ravvedimento mediatico", che, cooptato nella squadra ruffiana di Lele Mora, lo ha promosso a baciare non più Fazio, ma la giovane figlia di Ornella Muti, Nike Rivelli, nei pressi del Billionaire, luogo di culto dell´Italia "cafonal" illustrata da Roberto D´Agostino.
Capite l´astuzia quasi partenopea del polentone Marano? Chi meglio di un truffatore può spiegare le truffe ai truffati?
Ex gestore di Rete 55, una tivù privata del Varesotto, amico di Bobo Maroni, appassionato del festival dei druidi, autore di indimenticabili "speciali" su Pontida, all´atto del suo secondo insediamento alla direzione del secondo canale della Rai, Marano aveva promesso "una rete sexy". Sexy in che senso? Guardonismo per un colabrodo etico e finanziario? Se si mettono insieme le "Palle d´acciaio", "Wild West", "Votantonio", "Donne", "La sposa perfetta" e altre insulsaggini varie, il presunto "servizio pubblico" ha buttato dalla finestra circa 14 milioni e mezzo di euro per format idioti e fallimentari, che Aldo Grasso non esita a definire "uno scandalo". Pochi spiccioli, se volete, per gli standard di Gianpiero Fiorani, che di milioni ne spese almeno 40, naturalmente non suoi, per cercare di salvare dalla bancarotta Credieuronord, la banchetta, nata come suprema icona del velleitarismo leghista e subito diventata un disastro, che fece imbufalire alcune migliaia di leghisti della prima ora truffati come polli. Così nessuno meglio di Fiorani, nella trasmissione che Marano graziosamente gli ha offerto sul "servizio pubblico" e che si potrebbe intitolare "Furbetti" o " Fanfulla da Lodi", potrà raccontare che in questo paese basta pagare, come per l´appunto accadde con la banchetta di Bossi, per lavare ogni peccato e ottenere magari dalla politica gratitudine eterna per fare i propri affari. A quei tempi la Lega era la peggior nemica del governatore Fazio. Bastarono poche ore, dopo l´intervento di Fiorani, perché Bobo Maroni dichiarasse: "Fazio è bravissimo, non si tocca", smentendo anche il ministro dell´Economia in carica Giulio Tremonti, che della Lega era allora il principale supporter dentro Forza Italia e che aveva l´unico scopo di far fuori il governatore. Chissà che con Marano, il Fiorani versione petto nudo, danze, baci e Billionaire non abbia giocato ancora spregiudicatamente quel credito, e magari altri meno noti, cui il direttore di Rai2 non poteva negarsi.
Marano è giustamente famoso per l´"Isola dei famosi", un saggio superbo sulla società di massa - per chi sappia leggerlo nella sua nefandezza - e sull´Isola, buon sangue non mente, avrebbe voluto approdare uno dei figli di Umberto Bossi, Riccardo, cui il papà, dopo un primo avallo, ha promesso, nel caso, "calci nel sedere". Se è Marano che ha dissuaso l´insipiente giovanotto, ha forse fatto l´ultimo favore al suo boss.
Chi più di lui, che l´insipienza della politica mantiene ancora in quel posto, merita a mezza estate il "Vongolino d´oro"?
a.staterarepubblica.it


«Sono sicuro, si può fare»
di Mario Adinolfi

Sul Corriere della Sera esce l'annuncio della candidatura di Enrico Letta, a Radio Radicale pompano l'interessante boutade della candidatura di Marco Pannella, ma i lettori che vogliano capire qualcosa di più sui meccanismi “veri” delle prossimi primarie del Partito democratico, al di là del gran circo barnum che si è già messo in moto, devono leggere l'Unità. Sull'Unità di sabato c'era l'importante e sacrosanta presa di posizione di Furio Colombo in materia di trappole nel regolamento; sull'Unità di oggi tocca al mio «pari stazza» (fisica, politicamente non c'è paragone) Goffredo Bettini dare una replica in cui si parla esplicitamente di un «vincolo di solidarietà» che dovrebbe impedire in radice una competizione tra candidati realmente alternativi. Io credo che tra le parole di Colombo e la risposta di Bettini stia passando in queste ore buona parte della credibilità delle primarie del 14 ottobre.
Forse ora sarà bene che mi presenti ai lettori di un quotidiano che non ha mai ospitato un mio articolo. Sono Mario Adinolfi, ho 35 anni, sono il vicedirettore di Nessuno Tv, ho un blog piuttosto cliccato (www.marioadinolfi.it) attraverso il quale è nata una candidatura alla segreteria nazionale del Partito democratico, l'unica in rappresentanza diretta di 28 milioni di under 40. Che nell'attuale gruppo parlamentare dell'Ulivo, che conta oltre 300 eletti, possono contare su un solo rappresentante. La mia candidatura è nata e vive sul web, è supportata da centinaia di ragazzi che stanno decidendo di candidarsi e stanno raccogliendo le firme sul territorio. È stata proposta formalmente dal comitato Si Può Fare presieduto dalla scrittrice mia coetanea Michela Murgia, autrice di un best seller (Il Mondo Deve Sapere, Isbn, 2006) in cui racconta la tremenda condizione degli sfruttati del call center in cui anche lei lavorava.
Ha ragione Colombo. Le regole sono state scritte per non far partecipare gli outsider, per non far loro venire neanche la voglia di provarci. Ma noi ci siamo messi in strada, da soli e contro tutti, per dare la prova che il processo costituente è invece permeabile: si può fare, appunto. Con estrema difficoltà e fatica, ma si può. Dovrebbero essere apprezzati il coraggio e la freschezza di questo mettersi a disposizione di un progetto come quello del Pd, senza denari del finanziamento della politica, senza migliaia di eletti in giro per l'Italia e senza copertura dei giornali (anzi). Il bello è che ce la stiamo facendo. In un video su YouTube abbiamo annunciato che le 5 regioni richieste le abbiamo già completate. Arriveremo probabilmente a 8. So che anche Bettini ne sarà contento, perché saremo la dimostrazione che si poteva fare.www.unita.it

 


Il valzer della legge elettorale. Ora i partiti puntano su Berlino
Silvio Buzzanca
la Repubblica


ROMA - Gli scatoloni con le circa 700 mila firme raccolte dai referendari arrivano domani nelle stanze della Cassazione. Nelle altre stanze, quelle dei partiti, chi puntava sul fallimento dell´iniziativa di Guzzetta e Segni adesso passa al "piano B" per disinnescare il temuto referendum: scrivere la legge elettorale in Parlamento. Magari copiandola dalla Germania. L´idea piace molto all´Udc, di Pier Ferdinando Casini che non fa mistero di puntare sulla legge elettorale tedesca per "affossare" il bipolarismo, scomporre l´attuale quadro politico e porsi al centro del sistema come ago della bilancia. Ma anche Fausto Bertinotti e Rc sono pronti a spendersi con impegno per il sistema tedesco. Convinti che ridarebbe centralità al Parlamento, alla politica e alla rappresentanza. Tutte cose che oggi, secondo Rifondazione, sono compresse dalla ferrea logica del bipolarismo.
Accanto agli entusiasti della "prima ora" si sono acconciati a discutere del modello tedesco anche Ds, Margherita e Walter Veltroni. O, meglio, i gruppi parlamentari dell´Ulivo. La loro posizione può essere più o meno spiegata così: saremmo per il doppio turno alla francese (soprattutto i Ds e Francesco Rutelli) ma - visto come si sono messe le cose - possiamo discutere di modello tedesco. Piero Fassino, però, lo vuole col premio di maggioranza mentre Vannino Chiti, l´uomo che materialmente si occupa dei testi, no. Anzi. Il ministro per i Rapporti col Parlamento spiega, infatti, che la riforma si può fare in pochissimo tempo: basta prendere il testo Bianco in discussione al Senato, dimezzare i collegi uninominali, alzare al 5 per cento la soglia di sbarramento ed eliminare proprio il premio di maggioranza.
Incongruenze che nell´Ulivo danno spazio alle critiche di pezzi di Margherita che preferirebbero il sistema elettorale regionale o quello comunale. Una scelta caldeggiata anche da Verdi, Comunisti italiani e Sdi. Ma nel partito di Rutelli si agitano anche i prodiani ulivisti, che vedono in pericolo il bipolarismo e il principio dell´alternanza e, dunque, si spendono con impegno a favore del referendum. Il voto referendario lo vuole anche Antonio Di Pietro. Anche contro i miei interessi, grida l´ex pm. Clemente Mastella, sornione, invece se ne sta alla finestra. Fa i suoi calcoli e dice un mezzo sì al sistema tedesco. Anche con lo sbarramento al 5 per cento. Magari spostato a livello regionale. E´ pronto a dire sì anche se passa la norma che permette di superare lo sbarramento se si conquistano tre seggi nei collegi uninominali e in circoscrizioni diverse.
Un "meccanismo" in vigore in Germania che non dispiace alla Lega. Il partito di Bossi, al momento, è allineato sulle posizioni di Forza Italia: modificare il "Porcellum", assegnando il premio al Senato su base nazionale e introdurre uno sbarramento al 5 per cento. Ma Berlusconi è tentato dal modello tedesco e ne discute con l´Ulivo. Del resto il suo portavoce Paolo Bonaiuti dice apertamente che quel tipo di legge elettorale resta la seconda opzione di Forza Italia. Così Gianfranco Fini resta solo sulla barricata referendaria e si erge a paladino del bipolarismo minacciato dalla manovre neocentriste. Appoggiato da Peppino Calderisi, forzista referendario, convinto che «significherebbe tornare sostanzialmente al sistema proporzionale in vigore fino al 1993».


La Prodinomics funziona!

E dicevano (Schifani, il dicembre scorso) che tempo 6 mesi Prodi avrebbe messo l' Italia in ginocchio...
Dicevano che la sinistra avrebbe portato miseria e disperazione...              Invece dalle Alpi al Lilibeo è tutto un tintinnar di calici, guardate il boom degli spumanti, in lode del Professore e della sua Prodinomics.

INDUSTRIA, ISTAT: CRESCONO FATTURATO E ORDINATIVI A MAGGIO

Rispettivamente del 7,6% e del 5,2 annuo

Roma, 20 lug. (Apcom) - Fatturato in crescita per l'industria italiana. A maggio, afferma l'Istat, l'indice ha segnato un 7,6% rispetto allo stesso mese del 2006, contro il +8,3% tendenziale di aprile. Il mercato estero (+9,7%) va meglio di quello nazionale (+6,8%).
Crescono anche gli ordinativi. A maggio, sempre secondo l'Istat, l'indice segna un +5,2% su base annua, contro il 5,6% tendenziale di aprile%. In particolare, il mercato nazionale fa registrare un +3,5%, mentre quello estero cresce dell'8,6%
======================================================

COMMERCIO ESTERO/ ISTAT: DEFICIT EXTRA UE GIUGNO CALA A 165 MLN
A giugno 2006 era 1,013 milioni euro

Roma, 20 lug. (Apcom) - Forte calo del deficit della bilancia commerciale italiana negli scambi con i Paesi extra Ue. A giugno, comunica l'Istat, il saldo è risultato negativo per 165 milioni di euro in netta riduzione rispetto al deficit di 1,013 milioni di euro registrato a giugno 2006.
=============================

CANTIERISTICA: BOOM ORDINI, 12 MLD EURO IN PRIMO SEMESTRE

(ANSA) - ROMA, 19 LUG - Il portafoglio ordini della cantieristica mercantile e militare italiana ha superato i 12 miliardi di euro nel primo semestre 2007. Questa la cifra fornita dal presidente di Assonave, Corrado Antonini, nel corso dell'assemblea degli associati dell'associazione. I dati relativi al portafoglio ordini, ha sottolineato il presidente, consolidano la seconda posizione della cantieristica italiana, dopo quella tedesca, nella graduatoria europea. Al portafoglio ordini del primo semestre Fincantieri ha contribuito per 11 miliardi di euro, ha precisato Antonini. Nel 2006 i nuovi ordini hanno superato in valore i 3,7 miliardi di euro, di cui 2,1 per l'estero. Il portafoglio ordini ha sfiorato i 2,5 milioni di tlsc (tonnellate di stazza lorda compensata) e gli 8 miliardi di euro, di cui 3,4 per navi non battenti bandiera italiana
================================================

Bollicine/ Boom in Italia degli spumanti: +9,9%. Vola l'export

AFFARI ITALIANI - Lunedí 16.07.2007 

Gli Spumanti sono sempre più presenti sulle tavole degli italiani e fanno segnare, nel primo semestre 2007, una crescita media del 9,9% di ordini e di vendite. E' quanto emerge dal sondaggio a campione e dal monitoraggio compiuto dal Forum Spumanti d'Italia grazie alle risposte del questionario inviato alle 700 singole imprese nazionali che producono le "bollicine".
Le risposte sono pervenute da 107 case che rappresentano in volume oltre il 75% del totale. La significatività dei dati è garantita anche dalla comparazione con lo stesso sondaggio svolto nel 2006 e dalla collaborazione di Ismea-Ac Nielsen impegnati nella elaborazione di tutti dati raccolti e riferiti all'annata 2006 che saranno presentati l'8 di settembre al Forum >Spumanti d'Italia in Villa dei Cedri, a Valdobbiadene.
In termini di valore l'incremento di spesa per non è stato pari alla crescita dei volumi a significare che c'è stato ad inizio anno un calo del prezzo medio oppure che il maggiore sviluppo degli ordini si è indirizzato verso i prodotti di prezzo pi contenuto: questo è stato riscontrato soprattutto nei paesi che dipendono dal cambio del dollaro. Gli ordini migliori sono pervenuti dai mercati Usa e Giappone, rispettivamente + 19 % e + 9 %
====================================================

Libiamo ne' lieti calici, amici.
Offre zio Romano.



g:-)
http://gianniguelfi.ilcannocchiale.it/post/1562670.html


Siamo rimasti in due

Siamo rimasti soltanto in due a difendere l'operato di Prodi. Uno sono io, l'altro è Eugenio Scalfari. Ho i brividi, ieri ho incontrato in libreria Dario Fo e oggi ho pensato le stesse cose di Scalfari. Nel suo, come al solito arguto, articolo di oggi ha scritto una cosa che ogni tanto dimentichiamo. La riforma delle pensioni, e partiamo dal presupposto che non è una ottima riforma, perché non tiene conto delle esigenze di quelli che oggi entrano nel mondo del lavoro da precari, è comunque l'unica riforma possibile. Prodi ha un governo che è appoggiato da quelle maggioranze parlamentari che conosciamo. Nell'ideale, l'abolizione dello scalone sarebbe passata attraverso un aumento progressivo più importante dell'età pensionabile. Nel reale questo avrebbe fatto cadere il governo e significato nessuna abolizione dello scalone. Secondo me Prodi sta solo dimostrando che ha capacità di mediare. Questo però porta tutti a lamentarsi, perché pensano che lamentandosi possano ottenere qualcosa in più. Io mi sento di sinistra, ma sono mio malgrado devoto a San Precario, se capite cosa intendo, e quando si andrà a votare, campagna elettorale o no, ricorderò quali sono le posizioni di quelli che confluiranno nel PD oggi, sulle pensioni e quali sono quelle di coloro che invece confluiranno della Cosa Rossa. Lo ricorderò perché come al solito il cuore mi spingerebbe a sinistra. http://basedemocratica.splinder.com/

Da Corsera cacca e bugie sulle primarie
di Alberto Biraghi - sezione ciò che è mio - sezione copertina
fonte il Corriere della Sera
Alberto Biraghi caccavet3.jpg «Reduci malconci, camicie rosse allo sbando. Pagine e pagine di riflessioni sulla democrazia invocata e poi tradita, accuse di verticismo a Sofri e Scalfarotto e repentini addii». Una doverosa premessa. Non ho ancora deciso se alle primarie del prossimo 14 ottobre verserò i 5 euro per votare Furio Colombo o se li darò al mio amico rumeno che chiede l'elemosina sotto casa, tutto dipende dalla lista che presenterà Furio. Una cosa è certa però: non voterò per i miei amici. Non per i Mille a sostegno di Veltroni (non credo nella possibilità di di sconfiggere la mafia entrando a farne parte), né per Mario Adinolfi (non mi dà sufficienti garanzie di laicità). E' pertanto con animo totalmente distaccato che scelgo gli l'aggettivi per definire il polpettone pubblicato oggi da Corsera a pagina 8 per celebrare la "discesa in campo" (LC) di Letta. Sicuramente "falso" e "vergognoso". Ma anche "disgustoso". E ci metto pure un bel "cialtrone", riferito a ogni cosiddetto giornalista che ha partecipato a far finire in pagina il (metti qui l'aggetivo che vuoi tra quelli indicati) cut&paste firmato Monica Guerzoni.

 

 

Per una bizzarra coincidenza, la sviolinata al neocandidato Letta-quarantenne (uno che peraltro nella sua lunga carriera politica non ha mai detto una parola sul ricambio generazionale) è stata accostata a un articolo di Monica Guerzoni che dà notizie false e getta cacca molle in un ventilatore puntato su Ivan Scalfarotto, Luca Sofri e Marco Simoni (che non hanno mollato i Mille e non hanno alcuna intenzione di farlo). Poi, forse per essere imparziale, la Guerzoni gira le pale anche verso Mario Adinolfi (lui sì ha lasciato i Mille, con motivazioni che nulla hanno a che fare con l'ipotetica rissa cui fa cenno l'ipotetica giornalista) e copre di cacca pure lui. E' facilissimo con la Rete, fai una ricerca con Google e trovi subito qualcuno che dice male di qualcun altro, fa parte del gioco, Internet è luogo di parole in libertà. E visto che è il contesto a dare un senso al tutto, tagliare un commento tra mille e appiccicarlo su una pagina di giornale come ha fatto Corsera, significa mistificare consapevolmente la realtà. Al perché non voglio neanche pensare, solo l'idea mi fa girare le palle.

La Guerzoni ovviamente non ha usato la stessa tecnica con i big, eppure avrebbe trovato montagne di cacca anche su di loro. Invece niente. Per far finta di essere una giornalista seria, di quelle all'anglosassone che non le mandano a dire, non ha trovato di meglio che piglairsela con quelli da qualche punto percento. Guardacaso, sui mammasantissima il ventilatore non gira mai. Ma come cazzo è che un articolo "D'Alema e Fassino lasciano i DS")

Polemica nel movimento degli under 40. Le critiche sul blog: incompetenti. La replica: c'è stata qualche lacuna comunicativa
Sofri e Scalfarotto lasciano «iMille» per Walter, insulti online
di Monica Guerzoni

Volevano fare la rivoluzione. Cambiare, se non il mondo, almeno il Partito democratico. Rinnovare la classe dirigente bloccata dagli «zombie», che nel gergo dei nuovi garibaldini sarebbero i non più giovanissimi leader politici nostrani. Ma da quando i vertici del movimento under 40 hanno deciso, in splendida solitudine, di appoggiare Walter Veltroni e Mario Adinolfi se n'è andato per ballare da solo, iMille di Luca Sofri, Ivan Scalfarotto, Marco Simoni e Sandra Savaglio altro non fanno che litigare tra loro, a mezzo blog. Critiche politiche, ma anche insulti carichi di rabbia e delusione.
Guido, blogger frustrato e triste, ore 10.32 di giovedì 19 luglio: «IMille era gestito nello stesso modo dei centri di potere a cui avrebbe dovuto opporsi ». Andrea, 36 minuti dopo: «Ammettete di essere degli incompetenti, almeno, e ritiratevi lasciando il posto a qualcun altro. Avete contribuito a farcelo mettere di dietro da Marioadinolfi, dico da Marioadinolfi. Altroché... ». Alberto61fi, alle due e mezzo del mattino: «Credo che qui ci abbiano preso in giro per bene... L'idea de iMille è bella, ma è stata finora gestita da arrivisti incapaci. Lascino il posto e ripartiamo da qui».
Reduci malconci, camicie rosse allo sbando. Pagine e pagine di riflessioni sulla democrazia invocata e poi tradita, accuse di verticismo a Sofri e Scalfarotto e repentini addii. «Pensavo addirittura che Adinolfi fosse il candidato de iMille — si duole Lucacicca —. Mi ci è voluto un pomeriggio per capire che c'era stata una "scissione". Non ci voleva molto a coinvolgere tutti nella scelta sul candidato da sostenere. Avete sbagliato. Succede. Così andate poco lontano».
Il processo politico ai fondatori de iMille dilaga sul web, inonda il sito di Scalfarotto, contagia il blog di Adinolfi, che si prende una palata di insulti telematici. Uno dei più gentili è firmato Barbara Caputo: «Adinolfi è buono come un piatto con la cotica, non perché sia grasso per carità... È un po' come Platinette, le spara grosse e il più delle volte a casaccio». Una delle ragioni che hanno fatto saltare la mosca al naso a quel che resta de iMille è che la notizia dell'appoggio a Veltroni le camicie rosse l'hanno appresa non dal sito del loro movimento, ma da Repubblica.it. «Cerchiobottisti », spegne il computer Barbara.
Tocca a Luca Sofri, giornalista free-lance, blogger, conduttore radiofonico e televisivo anche noto per essere il figlio di Adriano Sofri, provare a metterci una toppa. Ammettere qualche «lacuna comunicativa», respingere come «sciocchezza» le accuse di verticismo, smentire litigi e tensioni. E sperare che iMille si rimettano in marcia per «cambiare la politica di sinistra in Italia, e forse anche qualcosa di più. Dai». http://www.onemoreblog.it/archives/017061.html


Il Comune di Milano e i ragazzi

comunemilano.jpg

C'è Flavio Mobiglia che, scusandosi per l'OT, segnala quanto segue nei commenti qui sotto:

I minori di 18 anni che non dispongono di cure adeguate in famiglia o subiscono gravi maltrattamenti, possono essere affidati a Comunità alloggio per minori, che provvedono a garantire loro assistenza materiale e un contesto educativo positivo.
Al compimento del diciottesimo anno, se permangono gravi difficoltà in famiglia, per permettere al giovane di compiere gli studi o di fare un percorso che lo porti alla completa autonomia, è prevista la possibilità di inserimento volontario in comunità per maggiorenni, con un provvedimento amministrativo denominato "prosieguo amministrativo", fino al compimento del ventunesimo anno.
Il Comune di Milano ha deciso di NON FINANZIARE più alcun progetto di prosieguo amministrativo, per motivi di puro risparmio economico, costringendo così centinaia di giovani, con grave disagio familiare (o privi di famiglia), ad essere abbandonati a se stessi al compimento del diciottesimo anno; con la prospettiva di doversi arrangiare a trovare immediatamente un lavoro e un alloggio, magari interrompendo gli studi e negandosi quindi la possibilità di un lavoro di qualità migliore nel futuro.
Spesso, al compimento del diciottesimo anno, il ragazzo o la ragazza che ha iniziato un faticoso percorso in comunità alloggio, elaborando i traumi vissuti in un contesto familiare problematico e dannoso, non ha la maturità e la stabilità interiore per affrontare un passo così difficile, nella solitudine e senza sostegno sociale.
Per questo è necessario rivolgere questa petizione al Comune di Milano affinché si impegni a sostenere anche in futuro i percorsi legati al "prosieguo amministrativo". E' vergognoso che una grande metropoli europea si disinteressi del futuro dei suoi giovani, non facendosi carico di un percorso necessario, che ha sempre portato buoni risultati, quando tanti piccoli comuni con problemi di bilancio ben più gravi non rinunciano a dare sostegno e dignità a chi ha già avuto, in tenera età, tante privazioni e sofferenze dalla vita.
Uniamo le nostre voci per chiedere al Comune di Milano un segno di civiltà.

http://www.petitiononline.com/prosammi/petition.html

Io l'ho letta e riletta, 'sta notizia.

Devo dire che non mi pare affatto un OT: è un commento a un post che parla di mia figlia e, da madre, immagino la mia pupa abbandonata a se stessa a 18 anni e mi vengono i brividi solo a pensarci.
Credo che avrei fatto la pelle sia a me stessa che a sua padre, se una cosa simile fosse successa a lei.
A 18 anni, in questo paese, i ragazzi non fanno ancora nemmeno la maturità. Sono pazzi, al Comune di Milano, o cosa?

Ma poi: la legge stabilisce, per i genitori, l'obbligo di provvedere ai figli fino alla loro indipendenza economica.
Si vede che qua la legge non è uguale per tutti: se hai la sfiga di essere un ragazzino affidato al Comune di Milano, sai già in partenza che hai meno diritti degli altri. Se, come è normale, compi 18 anni al quarto anno della scuola superiore, a te non è concesso di continuare a studiare.
A chi ha una famiglia normale, invece, sì.
Ripeto: ma sono pazzi, o cosa?
Cos'è, torniamo a Dickens?

Sono allibita.

Io ricordo Milano come una città più che civile, in queste cose.
Avrà tanti difetti, ma ricordo benissimo che valeva la pena viverci per la serietà di un mucchio di sue istituzioni, tra cui le politiche sociali: io ci ho imparato a fare la prof, lì, e ritengo di sapere da quale storia, da quale formazione viene chi lavora con queste cose, in quella città.
Immagino che i primi con le mani nei capelli, di fronte a un cosa tanto assurda, siano proprio gli operatori che seguono questi ragazzi.

Non è così che si risparmia.
Buttando in strada dei diciottenni si creano persone che, domani, costeranno a se stesse e alla comunità molto di più dei quattro micragnosi soldi risparmiati, oggi, da un'amministrazione che definire "miope" è un complimento.

Non faccio altro che dirlo: qua, davvero, ciò che si è smarrito sono le coordinate del più elementare buon senso.http://www.ilcircolo.net/lia/


Donne
Con jeans e chador per le vie di Istanbul
di Maria Teresa Petti

È il 6 marzo del 2005 e in piazza Beyazit ad Istanbul è in corso una manifestazione in vista della giornata della donna. Una manifestazione di circa duemila persone, per la maggior parte donne, pacifica nelle intenzioni, ma destinata a trasformarsi in una prova di violenza gratuita ai danni delle partecipanti. Ben presto infatti la polizia interviene con un’operazione inimmaginabile, soprattutto nei metodi utilizzati. Secondo la versione ufficiale del prefetto di Istanbul la manifestazione non è autorizzata, di qui l’intervento delle forze dell’ordine, l’intimidazione a disperdere il corteo e, di fronte al rifiuto da parte delle donne di lasciare la piazza, la reazione degli agenti. Ma si tratta di una reazione a dir poco spropositata e sproporzionata: manganelli, gas irritanti, calci e bastonate. Il bilancio finale conta un numero imprecisato di feriti e ben 63 fermi. Le immagini delle ingiustificate violenze su quelle donne fanno il giro del mondo. Il governo turco alterna tra imbarazzo e reticenza le dichiarazioni ufficiali, mentre la stampa locale racconta i fatti con sconcerto e indignazione.

Questo fatto indecoroso mette in evidenza agli occhi dell’opinione pubblica mondiale una situazione che registra un clima di violenza antica ai danni delle donne che dura fino ad oggi. Al 1857 risale l’introduzione nell’ordinamento turco del principio di parità tra uomini e donne, nel 1934 le donne hanno ottenuto il diritto di voto, ma quello femminile è un percorso ancora tutto in salita. Nel 2005 le donne turche hanno vinto un’importante battaglia contro una proposta di legge che interpretava l’adulterio come reato; e sono riuscite con la loro protesta a far eliminare dal codice penale un articolo che riduceva o addirittura invalidava la pena per gli stupratori che sposano le loro vittime. Tuttavia restano ancora non definite chiaramente le norme sui cosiddetti “delitti d’onore”. Della situazione femminile in Turchia si è occupata negli ultimi tempi Amnesty International (con una campagna intitolata “Mai più violenza sulle donne”) e si occupano, con notevoli successi e passi avanti, centinaia di associazioni non governative turche. Sono le stesse donne a denunciare le umiliazioni e le sofferenze cui sono costrette a sottostare. Nella Turchia di oggi accanto a donne moderne e colte persistono i matrimoni forzati e le violenze familiari, e l’analfabetismo femminile è ancora al di sopra del 19 per cento. I due volti della Turchia, paese che in numerosi altri ambiti viaggia a due velocità, tra l’antico e il moderno, sono ancora più evidenti se si guarda alla situazione femminile. Per le strade di Istanbul passeggiano donne con jeans e chador, foulard in testa e capelli dalle tinte sgargianti.

Perihan Magden è una giornalista e scrittrice turca molto nota. Autrice del romanzo di enorme successo “Due ragazze” (pubblicato recentemente anche in Italia), che narra la storia d’amore tutta femminile tra Behijeve e Handan, è attualmente sotto processo per un articolo pubblicato sulla rivista “Yeni Aktuel”. La giornalista prendeva infatti posizione su un argomento molto delicato per la società turca: il servizio di leva obbligatorio, e difendeva Mehmet Terthan, il giovane obiettore di coscienza in carcere per aver rifiutato di prestare il servizio militare. Da lì la denuncia alla scrittrice, perché la Turchia non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza e l’accusa alla Magden di aver “raffreddato la popolazione nei confronti del servizio militare”.

Ayse Kulin, una delle scrittrici turche più accreditate, si batte da tempo per i diritti delle donne nel suo paese, incoraggiando tutti i progetti che mettono al centro i problemi che investono l’universo femminile. La Kulin auspica l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, che a suo avviso comporterebbe un innalzamento del livello d’istruzione e un miglioramento della condizione femminile. È proprio lei, nel suo intervento tenuto al convegno internazionale “Turkey and the European Union” a sottolineare come la gente turca sia erede di un melting pot di elementi multiculturali e come le diversità possono divenire un arricchimento per il paese. A suo avviso sono proprio le donne turche a poter rappresentare quel valore aggiunto capace di colmare realtà apparentemente inconciliabili, perché “le donne fanno parte di un altro mondo, dove i valori di riferimento sono diversi da quelli degli uomini; negli occhi delle donne le guerre non sono battaglie fra eserciti gloriosi, ma soltanto città bombardate, sangue sparso e paesaggi devastati”. E ancora: “Io spero sinceramente che la Turchia possa entrare nell’Unione Europea affinché il destino di 35 milioni di donne turche possa tingersi d’azzurro. […] Riscatteremo le donne turche pronte a fare un miracolo per noi tutti, con la loro energia positiva e la loro volontà di arrivare a un mondo migliore”.http://magazine.enel.it/emporion/sezioni_dett.asp?iddoc=1494557&DataEmporion=24/01/2007


A Budva rotolano le pietre

    Da Podgorica, scrive Jadranka Gilić

Un concerto mozzafiato, una serata indimenticabile, il ritorno al ''mondo occidentale''. Così è stata vissuta la tappa montenegrina del tour mondiale dei Rolling Stones, tornati sul territorio della ex Jugoslavia dopo quasi 10 anni
Per la prima volta in Montenegro, il 9 luglio scorso i Rolling Stones si sono esibiti in uno spettacolare concerto su una spiaggia di Budva, la principale meta turistica del paese.

Vera e propria leggenda del rock’n’roll, gli Stones sono ritornati sul territorio dell’ ex-Jugoslavia dopo parecchi anni, precisamente dopo il concerto tenuto a Zagabria nell'agosto 1998.

Il concerto è iniziato con le note di “Start Me Up” da un palco splendido, largo 70 e alto 30 metri. I fuochi d'artificio, il più grande schermo mai visto in una tournée nel paese adriatico, insieme a giochi di luce mozzafiato hanno segnato l’inizio della tappa montenegrina di “A Bigger Bang Tour”.

Davanti al mare, sulla spiaggia di Jaz, a 4 km da Budva, Mick Jagger ha salutato il pubblico di circa 50 mila fan, in montenegrino, con le parole: “Ciao Budva, buona sera Montenegro” e subito dopo ha attaccato con uno dei loro pezzi migliori “Let’s spend the night together”.

Diverse personalità di rilievo, fra cui il presidente montenegrino Filip Vujanovic, hanno assistito al concerto.

Il concerto ha letteralmente messo sottosopra il Montenegro e rappresenta, senza dubbio, l’evento clou dell’estate 2007 per un paese di circa 650 mila abitanti. Molti turisti da vari paesi sono giunti per il concerto, cogliendo anche l’occasione per fare una vacanza al mare e conoscere il Paese che si sta progressivamente aprendo, dopo più di 15 anni di varie turbolenze, politiche ed economiche, che hanno provocato l’isolamento non soltanto del Montenegro ma anche dell’intera regione.

Uno dei più grandi musicisti di sempre, Mick Jagger, ha salutato, sempre in lingua locale, anche il pubblico di Croazia, Serbia e Albania, giunto per il concerto della mitica rock band.

Gli Stones sono apparsi in gran forma. Nonostante i suoi 64 anni, Mick Jagger ha conquistato il pubblico del concerto, con la sua capacità di cantare, ballare e correre per due ore, durante le quali ha anche suonato la fisarmonica. Inoltre Jagger ha stupito il pubblico con il suo look: prima indossava una camicia turchese e un paio di pantaloni neri strettissimi, ma poi si è cambiato più di una volta, variando i colori delle camicie, dal rosso fuoco al rosa esuberante.

Durante il concerto Mick Jagger ha presentato i membri della band che il pubblico ha salutato con molto calore, ma senza dubbio il saluto più caloroso lo ha ricevuto Keith Richards. Lo storico chitarrista come di consueto indossava abiti eccentrici, l’immancabile bandana sulla fronte, anelli e catene, e l’inevitabile sigaretta incollata al labbro inferiore. Con 45 anni di carriera alle spalle ha mostrato tutta la sua grande professionalità. Anche Ron Wood, ancora una volta, ha dato prova di essere uno dei chitarristi più completi e versatili della storia del rock, mentre Charlie Watts, dietro la batteria, ha dimostrato di essere una leggenda del ritmo.

Lo spettacolo ha avuto il suo apice nel momento in cui tutta la band si è diretta verso il centro del pubblico su un palchetto mobile, che poi si è staccato dal palco principale e per mezzo di un binario si è spinto fino a 50 metri dentro il pubblico. Una volta stretti tra i fan, i quattro eterni ragazzi hanno suonato uno dei cult della musica rock: “Satisfaction”.

Alla fine del concerto, una lingua gonfiabile alta 9 metri e lunga 10 ha salutato il pubblico, accompagnata da fuochi d’artificio.

Dopo la parte ufficiale del concerto, il pubblico in fibrillazione dall’energia dei Rolling Stones, ha chiesto il bis, e le leggende del rock sono uscite di nuovo intonando la bella “Brown Sugar”.

La stampa locale ha scritto che si tratta di uno dei tour più redditizi della storia del rock: in Montenegro i biglietti ordinari costavano 50 euro e per i VIP i posti arrivavano a 500 euro.

Il “Bigger Bang Tour” è una rete mondiale di concerti iniziata nel 2005 dopo l’uscita dell’album “A Bigger Bang”, proseguita nel 2006 e in corso per tutto il 2007. Il Tour è partito ufficialmente il 21 agosto 2005 con due concerti allo storico Fenway Park di Boston. Nel corso dell’anno i Rolling Stones si sono esibiti in Canada e negli USA con l’inizio del 2006 la band è arrivata in Sud America per giungere poi in Asia, in Australia e in Nuova Zelanda.

Sempre nel 2006 è stata la volta dell’Europa. Il Tour europeo ha preso il via l’11 luglio da Milano. La ripresa europea di “A Bigger Bang tour” è iniziata il 5 giugno del 2007 dal Werchter Park, a pochi chilometri dalla capitale Belga. La novità, nel tour europeo, è l’omaggio a James Brown con la sua “I’ll Go Crazy” suonata anche nel concerto di Budva.

Dopo Budva, la tappa successiva degli Stones è stata Belgrado, dove la band era attesissima, visto che il loro concerto era già stato annunciato e cancellato negli anni precedenti, per via di questioni politiche che hanno segnato gli ultimi anni della Serbia.

Moltissimi stranieri al concerto, non soltanto dai paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche dalla Gran Bretagna, dall’Italia e dall’Europa dell’est. Grazie alla loro energia irresistibile i Rolling Stones hanno fatto sentire il pubblico montenegrino di nuovo parte del mondo occidentale.

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8026/1/51/

Berlino e la Bild

 

(post lungo)


Inizio a riportare sul blog gli articoli pubblicati in queste ultime settimane su alcuni quotidiani italiani. Si tratta di corrispondenze da Berlino, che riguardano generalmente la Germania e l'Europa, con particolare riferimento a quella centro-orientale e all'area centro-asiatica. Sarà una sequenza cronologica, dunque alcuni articoli si riferiranno a vicende passate. Un modo per sopperire a quello che in Germania chiamano "Sommerloch". Buone vacanze a tutti (e buona lettura).


Sarà come dice il suo direttore Kai Diekmann, che le motivazioni sono squisitamente politiche e patriottiche. Ma la notizia del trasferimento da Amburgo a Berlino della redazione centrale della Bild, il quotidiano popolare tedesco da 4 milioni di copie vendute al giorno (e dieci milioni di lettori), pare avere più a che fare con il mercato e l’ambiente. Il mercato è quello delle notizie scandalistiche, che siano di cronaca o di politica, di costume o di spettacolo. L’ambiente è quello effervescente che Berlino offre a una redazione assetata di sensazionalismo. Amburgo resterà sempre l’Heimat, la madrepatria, con una robusta redazione che si crogiolerà nel ricordo di quando, nel 1952, Axel Springer fondò il giornale. Ma la vita è altrove, così come le notizie. “Berlino è la capitale – insiste Diekmann – è diventata il centro politico, culturale e dello stile di vita del paese”.

Fondata nel 1952 ad Amburgo, la Bild s’impose subito per il taglio aggressivo, strafottente e populista. Il modello di Alex Springer era il britannico Mirror. In Germania li chiamano “Boulevard-magazine”, giornali di strada. Piglio scandalistico nell’affrontare i temi di cronaca, approccio irriverente quando si trattava di scuotere un mondo politico allora assai paludato. Da sempre è la coscienza politicamente scorretta di un paese politicamente correttissimo.

Anche perché Bild e politica sono sempre andate di pari passo. La storia del giornale è legata a doppio filo con quella del suo fondatore. Axel Springer è stato un conservatore tutto d’un pezzo, vicino al partito cristiano-democratico e amico personale di Helmut Kohl. Tenne la schiena diritta negli anni della contestazione studentesca, quando i manifestanti circondavano la sede della sua casa editrice. E ancor oggi è alla Bild che i politici conservatori consegnano più volentieri dichiarazioni e pensieri che poi il tabloid rumina e maciulla alla sua maniera, rendendoli più commestibili al lettore (ed elettore) della Germania profonda.

Tuttavia, nel 1998 la sua costola domenicale, la Bild am Sonntag, sostenne Gerhard Schröder nella corsa vittoriosa alla Cancelleria. La scelta non è servita ad evitare i dispetti. Il municipio di Kreuzberg ha deciso di intitolare il tratto della Kochstrasse, dove ha sede la Springer Verlag, a Rudi Dutschke, il leader del Sessantotto tedesco ferito nel 1968 e poi morto nel 1979 che ne propugnava l’espropriazione. Un quotidiano di sinistra ha titolato: “Rudy il Rosso continua a combattere contro Springer”. E una settimana fa, militanti dell’estrema sinistra hanno incendiato la Mercedes del direttore Diekmann per protesta contro l’organizzazione del G8 ad Heiligendamm, sul Baltico.

Quella tra la Bild e l’establishment culturale è una lunga storia di contrasti. Il Nobel Heinrich Böll la fece protagonista negativo del romanzo “L’onore perduto di Katharina Blum”; il giornalista d’inchiesta Günter Wallraff (quello del libro “Faccia da turco”) si introdusse per quattro mesi nella redazione di Hannover, denunciando scarsa deontologia professionale e violazione della privacy. Era il 1977. Da allora i toni si sono ammorbiditi, la sinistra tedesca è cambiata ma non ha mai amato questo tabloid corrosivo. Semmai, continua a temerlo fingendo di snobbarlo.

Internet è la nuova frontiera. Il sito web, realizzato in joint venture con il colosso Deutsche Telekom, rispecchia anche nella grafica lo stile del cartaceo. E’ il sito più cliccato della Germania. E ha dato origine a un contro-sito altrettanto seguito, un blog che si prende la briga di fargli quotidianamente le pulci: la versione moderna delle inchieste di Günter Wallraff.

Due anni fa Kai Diekmann ha rinsaldato la fama del giornale imbroccando un titolo che ha fatto storia. Era il 19 aprile 2005 e un tedesco saliva al soglio pontificio dopo quasi cinquecento anni: il titolo, secco e a caratteri ovviamente cubitali, sparava “Wir sind Papst”, Noi siamo Papa. Il copyright non era della Bild. Apparteneva a quei manifestanti che, nell’autunno 1989, giravano sull’Alexanderplatz con un cartello divenuto il simbolo della caduta del Muro: “Wir sind ein Volk”, Siamo un solo popolo. Merito della Bild è stato di riprenderlo e adattarlo alla buona novella: l’elezione del Papa tedesco. E così, sedici anni dopo, quelle tre parole hanno di nuovo rappresentato una svolta, segnando lo spartiacque tra la Germania lamentosa e depressa d’inizio secolo e quella vibrante e ottimista di oggi. Che la Bild continuerà a testimoniare da Berlino. http://walkingclass.blogspot.com/


Lost in Tokyo

 
A Tokyo ci si perde, felici di perdersi. Non nel senso che non ritrovi la strada. Tutto e` complicato, decine di subway, ciascuna stazione un labirinto di uscite, linee che si incrociano, negozi, interi centri commerciali, le vie senza nome e civici. Al tempo stesso tutto e` facile, organizzato. La tecnologia ti aiuta, ma anche i giapponesi, seppure siano timidissimi e qui la barriera linguistica sia qualcosa di molto concreto... un po` "lost in translation". Anche con l`inglese: non tutti lo parlano, ma anche quando incroci qualcuno che lo parla le pronunce sono cosi` diverse...

Giapponesi che lavorano, lavorano, lavorano. Ma sanno divertirsi, eccome. Li vedi uscire dall`ufficio anche alle 10 di sera e andarsi a prendere la loro birra e i soba. La mattina tutti eleganti e profumati. Tutti in camicia bianca, cravatta, giacca. Anche i ragazzi dalle acconciature ricercate e le ragazze... le ragazze - molte bellissime - dal look sobrio o stravagante, delicato o "ribelle", ma non ti lasciano mai indifferente.

Ti ci perdi, ti lasci abbracciare da questi milioni di essere umani che ti scorrono intorno e ti senti come la carpa che risale la corrente del fiume. Come formiche invadono strade, metropolitane, centri commerciali, mercati, attraversano gli incroci in tutte le direzioni. Lavorano, mangiano, consumano a ogni ora. Sonnecchiano in metro, li vedi ridere di cuore nei locali sempre pieni. Umanita` travolgente, innanzitutto se stessa, caotica ma con il culto della precisione, della pulizia e della gentilezza.

E` tardi. Scrivo dalla postazione dell`hotel, al 25mo piano, con vista sulla torre di Tokyo. I treni della Yurikamone che scivolano via snodandosi tra i grattacieli illuminati e una pioggerellina fina come un velo si posa delicatamente sulle membra di una citta` che sembra avere sempre fame di futuro. Giusto qualche ora per riprendere fiato e poi di nuovo Tokyo, ovvero ad attraversare incroci.http://jimmomo.blogspot.com/

Iraq: le relazioni economiche tra Curdistan ed Ankara faranno rientrare la tensione militare

Tensione militare ma sul piano economico i progetti di investimento e le potenzialità del mercato degli idrocarburi del nord dell’Iraq prefigurano pacifici

Nelle ultime settimane le relazioni tra Governo Regionale Curdo KRG e la Turchia sono state caratterizzate da una crescente tensione militare ma sul piano economico i progetti di investimento e le potenzialità del mercato degli idrocarburi del nord dell’Iraq prefigurano pacifici e profittevoli rapporti tra Ankara e il KRG.

La questione della sicurezza turca si deve confrontare, infatti, con il rilevante impegno finanziario che alcune tra le più importanti compagnie turche stanno apportando per la realizzazione di una serie di strutture ed infrastrutture atte a incentivare il turismo nei territori del Governo Curdo. Il KRG Board of Investments ha coinvolto le compagnie turche nella costruzione di residenze per 4 miliardi di dollari e nell’espansione dell’aeroporto internazionale di Ibril per un totale di 325 milioni di dollari. Sul piano energetico le risorse del nord dell’Iraq, in balia dell’empasse della nuova legge di Baghdad, sono facile preda delle major private e il KRG sembra essere intenzionato a commercializzarle tramite il porto turco di Ceyhan, scavalcando, di fatto, il governo centrale di Baghdad e svincolandosi da qualsiasi impegno finanziario nei suoi confronti per una ben più redditizia partnership con Ankara che potrebbe prevedere anche un potenziamento degli oleodotti esistenti.

Considerando l’orizzonte temporale dei suddetti progetti è probabile che le relazioni tra il KRG e la Turchia siano caratterizzate nel lungo periodo da una crescente armonia anche sul piano politicomilitare, visto che gli investimenti e i settori nei quali si concentrano sono molto sensibili alla percezione di stabilità pubblica.Questo potrà accadere, però, soltanto se la questione della sicurezza non diventerà per Ankara più importante degli interessi economici in gioco con il Governo Curdo. Il KRG ha quindi tutto l’interesse a mediare con i turchi tramite i moderati ed a isolare gli estremisti armati e i membri del PKK, come già suggerito dalla stessa Ankara e dagli Stati Uniti in occasione delle tensioni degli ultimi mesi. Proprio Washington, inoltre, considerando le controversie avute con un partner importante come la Turchia sulla questione PKK, potrebbe favorire politicamente e finanziariamente il matrimonio di interesse tra KRG e i turchi.

Alessio Orlando
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=29722


Energia: corsa senza fine
condizionatori su edificio Studio della Commissione: il consumo di elettricità dell'UE 25 è aumentato al  ritmo dicrescita del PIL globale, annullando i risparmi complessivi di energia ottenuti tra il 1999 e il 2004.
Secondo il Rapporto del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea “Electricity Consumption and Efficiency Trends in the Enlarged European Union”, il consumo di elettricità nell’UE è in aumento nonostante gli interventi a favore dell’efficienza energetica.
Nonostante l’UE e gli Stati Membri abbiano adottato con successo vari provvedimenti per ridurre il consumo energetico e le emissioni di CO2 associate, il consumo di elettricità del settore residenziale dell’UE-25 è aumentato ad un ritmo comparabile al PIL globale (10,8%), annullando di fatto i risparmi complessivi di energia ottenuti tra il 1999 e il 2004.

Il rapporto evidenzia i risultati principali di un’indagine approfondita realizzata nel 2006 sul consumo di elettricità degli edifici nell’UE allargata e la quota di mercato degli elettrodomestici e delle apparecchiature efficienti sotto il profilo energetico.
Secondo il rapporto, il consumo di elettricità nel settore terziario è aumentato del 15,8% mentre quello dell’industria del 9,5%.
Il rapporto calcola inoltre i possibili risparmi futuri tenendo conto delle tecnologie oggi disponibili. Il consumo domestico potrebbe ridursi di circa il 20% se in tutti gli Stati Membri dell’UE si incentivasse con determinazione la sostituzione degli elettrodomestici e delle apparecchiature esistenti e si eliminassero gradualmente tutte le lampade a incandescenza.
Nel settore industriale un notevole riduzione (dal 10 al 20% entro il 2015) potrebbe venire dalla sostituzione dei motori elettrici con quelli più efficienti.

Fonte: IPCC Focal Point Nazionale


GENOCIDIO, ARRESTATI IN FRANCIA DUE RICERCATI DAL TPIR



Due cittadini ruandesi in esilio, accusati dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (Tpir) per il presunto ruolo svolto durante il genocidio del 1994, sono stati arrestati oggi in due diverse località della Francia. L’atto di incriminazione nei loro confronti risale in realtà a due anni fa, ma è stato reso pubblico solo nel giugno scorso. Il primo - padre Wenceslas Munyeshyaka, ex-vicario della parrocchia della Sainte-Famille a Kigali, è stato fermato in Normandia; era già stato condannato in contumacia all’ergastolo da un tribunale militare ruandese nel novembre 2006, dopo essere stato giudicato colpevole di violenze sessuali e di collaborazione con le milizie coinvolte nel genocidio. Il Tpir lo accusa di genocidio, stupro, assassinio e sterminio. L’altro arrestato, Laurent Bucyibaruta – un ex-prefetto di Gikongoro che da anni viveva a Saint-André-les-Vergers – è stato intercettato nei pressi di Troyes, nel nord-est del paese. Il Tpir, incaricato di giudicare i principali responsabili del genocidio che nel 1994 provocò tra mezzo milione e 800.000 vittime, ha finora emesso 28 sentenze di condanna e 5 assoluzioni. http://www.misna.org/



SAGA NUCLEARE NORDCOREANA: IL GIOCO DELLE PARTI

Nel periodo sotto esame (1° dicembre 2004 – 31 dicembre 2006) è continuato l’insensato testa a testa fra la potenza più grande del mondo e il piccolo disastrato regime comunista nordcoreano. La crisi nucleare, in atto dall’ottobre del 2002, è salita di livello. Il 9 ottobre del 2006 la RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea) ha compiuto il suo primo test nucleare sotterraneo (dopo aver testato 7 missili in luglio) ed è diventata il nono paese nucleare, come ha sbrigativamente affermato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il dialogo a sei (due Coree, Stati Uniti , Cina, Giappone e Russia), ripreso a dicembre dopo 15 mesi di interruzione, è stato breve ed inconcludente. Come notato nei precedenti numeri di AM, il processo di nuclearizzazione della Corea del nord è il logico sbocco risultato della politica fallimentare condotta dall’amministrazione Bush negli ultimi sei anni. Come è noto, il cambio di regime è nel DNA dei neoconservatori dell’amministrazione Bush. Secondo i quali agli stati dell’asse del male (Iraq, Corea del nord e Iran) va portata con le buone o con le cattive la fiaccola della democrazia. Visto i disastri provocati in Iraq dall’attacco armato, con la Corea del nord (e con l’Iran) è in atto da più di un anno la prova generale dello strangolamento finanziario, versione morbida del «regime change». Nonostante la sbandierata volontà di percorrere la strada del dialogo multilaterale. E minando gli sforzi degli stessi diplomatici americani impegnati nel tavolo a sei. Tra i funzionari del Dipartimento di Stato e l’ala dura neocon (in testa Cheney e Rumsfeld) c’è stata la solita altalena. Appena si riusciva a intravedere un via d’uscita o la possibilità di uno sblocco nelle trattative, dietro le quinte interveniva l’onnipotente vicepresidente o una delle sue emanazioni e scompigliava le carte. Altro blocco, altre reazioni nordcoreane, ennesime difficoltà nel far ripartire il processo diplomatico. Questa tattica è iniziata subito dopo l’insediamento di Bush alla casa Bianca nel 2001. Due i motivi di un moderato ottimismo: l’indebolimento di Bush dopo la sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine e il rafforzamento dell’asse Pechino-Mosca-Seoul sancito al vertice APEC dove George W. Bush e Condoleezza Rice speravano di avere mano libera per stringere ancor più forte la corda attorno al collo del regime di Pyongyang. Defenestrato Rumsfeld, rimosso John Bolton dal suo posto di ambasciatore all’Onu, il Congresso potrebbe frenare le incongruenze più vistose di una politica che è stata, nella migliore delle ipotesi, controproducente. Resta l’incognita di quanto potere goda ancora il vicepresidente Cheney, noto per la sua la lapidaria sintesi su come comportarsi con la Corea del nord: con il regime nordcoreano non si tratta, lo si distrugge. È un fatto che i suoi uomini, a fine 2006, sono tuttora nei posti chiave dell’amministrazione. Gli effetti della ambiguità e della mancanza di visione della politica nordcoreana di Washington (basata sul retro pensiero di mettere in imbarazzo e «contenere» Pechino) sono evidenti sia nella penisola coreana sia a livello regionale. La ricaduta più pericolosa è proprio la corsa agli armamenti fra i due grandi dell’Asia di nord est: Cina e Giappone. Un processo già in fieri che vede Pechino aumentare le spese militari da un lato e, dall’altro, il Giappone del nuovo premier Abe Shinzo (eletto nel settembre 2006) puntare con decisione all’emendamento della Costituzione pacifista del 1947 per affrettare il futuro riarmo (anche nucleare) del Giappone. Come era più che prevedibile Kim Chong-il ha reagito alle pressioni di Washington secondo un canovaccio ricattatorio, vecchio e usurato finché si vuole, ma che in passato si è dimostrato efficace. Passo dopo passo ha percorso tutte le fasi (preannunciandole puntualmente con didascalico puntiglio) per assicurare alla Corea del nord lo status di paese nucleare. È chiaro che Kim Chong-il vorrebbe portare fino in fondo il suo gioco e continuare sulla strada dell’escalation nucleare, l’unica garanzia, ritiene, per evitare la fine di Saddam Hussein. A costo delle inevitabili complicazioni con gli alleati, Cina e Corea del sud, che hanno fino ad ora puntellato il regime nordcoreano. La Cina ha reagito con indignazione ai test missilistici e al test nucleare sotterraneo del regime nordcoreano. Non perché in perfetta sintonia con Washington, come hanno voluto far credere Bush e Rice nell’imminenza delle elezioni di medio termine, ma perché non può permettere al testardo regime di Pyongyang di mettere a rischio gli equilibri di potere che sta pazientemente tessendo a livello globale, in particolare in Asia Orientale. Per la prima volta Pechino (con Mosca) ha firmato le due risoluzioni dell’ONU che hanno condannato i fuochi d’artificio di Kim Chong-il e ha stretto i cordoni della borsa. Ma si è impegnata a riconvocare il tavolo a sei per ribadire la necessità di un’azione diplomatica multilaterale e per togliere alle sanzioni la carica esplosiva che potrebbe fare saltare il regime nordcoreano. Per far capire a Bush che, se è disposta a premere su Pyongyang perché venga a più miti consigli, non intende piegarsi oltre alla logica dei falchi della sua amministrazione. D’altro canto Seoul, che si trova da sei anni tra l’incudine (nordcoreana) e il martello (americano), è decisa a mantenere in piedi la struttura di cooperazione e di aiuti al regime di Pyongyang, costruita con tanto fatica, pazienza e miliardi di dollari. Come e più della Cina non vuole il crollo del regime nordcoreano. La massa di profughi che sfonderebbe il 38° parallelo può distruggere il miracolo economico, politico e sociale che ha fatto della giovane democrazia sudcoreana uno degli stati più dinamici dell’Asia Orientale. Seoul vuole, come il regime di Kim Chong-il, un trattato di pace che ponga fine alla guerra mai finita nella penisola, dato che a tutt’oggi esiste solo l’armistizio del 1953. Ecco perché l’ostilità dell’Amministrazione Bush alla politica sudcoreana di distensione nei confronti fratelli del nord e i tentativi americani di strangolare il regime di Kim hanno provocato crepe sempre più profonde nell’alleanza che lega Seoul a Washington dalla fine della guerra di Corea (1953). Ma non ha potuto sottrarsi anche nel 2006 alla firma di una risoluzione dell’ONU di unanime condanna per i diritti umani calpestati dal regime del nord. In questi due anni il presidente del sud, Rho Moo-hyun, non ha avuto vita facile nemmeno in casa. Il suo stile impolitico e poco presidenziale non piace, è stato attaccato sia da destra sia da sinistra ed è persino entrato in rotta di collisione con il suo partito, URI che gli rimprovera le ultime débacle elettorali. Parte del suo elettorato (soprattutto i ventenni) è più preoccupato per l’emergenza disoccupazione che per i grandi dibattiti ideologici voluti da Rho. Ma nessuno, nemmeno il partito d’opposizione, mette in discussione la politica di aiuti alla Corea del nord. L’economia si è ripresa e si prevede una più che decorosa crescita del 5% per il 2006. Sul fronte della diplomazia economica la Corea di Rho si muove nella scia della Cina. In versione ridotta, naturalmente. Dai paesi centro asiatici, all’India, all’Africa. Dopo il sontuoso forum Cina-Africa di Pechino, a Seoul si è avuto per un solo giorno (8 novembre 2006) il primo forum Corea del sud-Africa. Quanto basta per assicurare i rifornimenti energetici necessari a lubrificare la macchina produttiva della quarta economia asiatica. L’elezione del ministro degli Esteri Ban Ki Moon come prossimo segretario dell’Onu del resto offre a Seoul una nuova visibilità internazionale e una carta in più per portare avanti la sempre più difficile politica di distensione con i fratelli del nord. http://www.asiamaior.net/articolo.php?id=7122


La Turchia sceglie Erdogan
Nelle elezioni trionfa l'Akp, che potrà continuare a governare. Ma non avrà la presidenza
 
Un trionfo, imponente come neanche il più ottimista dei sondaggi aveva previsto. Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha stravinto, ottenendo il voto di quasi un turco su due, cinque milioni e mezzo di preferenze in più rispetto al 2002. Ma per la particolarità della legge elettorale, l'Akp riceverà paradossalmente una decina di seggi in meno: "colpa" del buon risultato dei nazionalisti del Mhp, che entreranno in Parlamento a fare da terzo incomodo tra l'Akp e i repubblicani del Chp, confermatosi secondo partito ma grande sconfitto del voto. Nonostante il largo successo di Erdogan, il panorama politico turco cambia poco: il premier potrà governare da solo, ma non avrà la possibilità di imporre il suo candidato a presidente della repubblica.
 
Erdogan e Gul salutano i sostenitori dell'Akp dopo l'annuncio della vittoriaI numeri. Quasi il 47 percento dei voti per l'Akp (341 seggi), 20 percento abbondante per il Chp (112), oltre il 14 percento per l'Mhp (70). In più 27 candidati indipendenti in maggioranza curdi del Dtp, presentatisi in ordine sparso per aggirare la soglia di sbarramento al 10 percento, ma che ora potranno raggrupparsi. La nuova Assemblea turca sarà divisa tra questi quattro movimenti. L'Akp è il primo partito in 76 province su 85, e nell'Anatolia centro-orientale ha ottenuto risultati plebiscitari, tra il 60 e il 70 percento dei voti. Il Chp si è difeso nella Turchia occidentale, ma si è imposto solo in 7 province. A Istanbul, il partito di Erdogan ha conquistato il 45 percento. Soprattutto, l'Akp è ampiamente il primo partito anche nel sud-est curdo: in sostanza, è l'unica forza politica davvero nazionale. "Oggi la democrazia turca ha dato un esempio al mondo: la nazione ha dimostrato che siamo noi il centro della società nel Paese", ha detto Erdogan parlando alla folla di sostenitori in festa, nella notte di Ankara illuminata dai fuochi d'artificio, in un mare di bandiere bianche.
 
Un seggio elettorale a Fatih, Istanbul (foto di A. Ursic)Leader vicino alla gente. Difficile dargli torto. Parlando con gli abitanti di Istanbul alla vigilia del voto, una vittoria sonante dell'Akp sembrava inevitabile. Votano Akp non solo i più religiosi, ma in gran parte anche i disoccupati, la piccola borghesia, quelli che si interessano poco di politica: tutti affascinati dal modo di fare di Erdogan e del ministro degli esteri Abdullah Gul, considerati vicini alla gente comune. In questi anni l'Akp ha distribuito ai più poveri i fondi pubblici a sua disposizione, per esempio pagando la scuola a chi non ce la faceva. A livello di presenza sul territorio, non c'è paragone con gli altri partiti. Nella metropoli sul Bosforo, ormai le aree controllate politicamente dai repubblicani sono solo quelle della parte europea lungo lo stretto, dove vivono i più ricchi. Figuriamoci nel resto del Paese, che l'élite occidentale guarda spesso dall'alto in basso, ma che negli ultimi anni ha vissuto un boom economico con protagonista la base sociale che vota Akp.
 
La torre di Galata a Istanbul, il giorno delle elezioni (foto di A. Ursic)Il significato del voto. Per l'Akp, nato solo sei anni fa, è un risultato da record. Prima di oggi, solo una volta un partito al governo era riuscito ad aumentare i suoi consensi dopo un mandato; e una vittoria così ampia non si vedeva dalle elezioni dagli anni Sessanta. Se nel 2002 l'exploit dell'Akp era stato interpretato come una volontà di cambiamento degli elettori, stufi dei partiti che avevano portato la Turchia sull'orlo del disastro, questo trionfo premia i buoni risultati economici degli ultimi anni. La questione del terrorismo curdo – in campagna elettorale Erdogan era stato accusato di essere troppo morbido – non ha nuociuto al premier ma sta alla base del successo del Mhp, che ha sfruttato un aumento del sentimento nazionalistico nel Paese. Chi non sorride è il Chp, lo storico partito laico fondato da Ataturk, che ha sfidato l'Akp per diventare la prima forza del Paese e si ritrova con meno della metà dei voti rispetto ai rivali. Se il voto era una battaglia tra "laici e islamici" per l'anima della Turchia, come è stata presentata da molti, per i laici è stato un massacro.
 
Una turca al votoVincitori e sconfitti. Euforia da una parte, difficile accettazione della realtà dall'altra. Mentre a Istanbul e Ankara sostenitori dell'Akp festeggiavano nelle strade, tra i supporter del Chp l'umore era grigio. "Abbiamo dimostrato che quelle del Chp erano infamie: la Turchia vuole essere governata da Erdogan", esulta Ferhat, un commerciante trentenne che non ha esitato a votare Akp. "Le elezioni sono state organizzate in fretta, se la campagna fosse stata più lunga il Chp avrebbe avuto un risultato migliore", dice Sibel, una giovane repubblicana di Istanbul che teme per la graduale islamizzazione del Paese. "Sì, l'Akp ha ottenuto il 47 percento, ma se l'opposizione si mette insieme in fondo è ancora la maggioranza del Paese", ragiona uno sconsolato Emre, che tiene un blog dove l'antipatia verso Erdogan non manca.
 
Ma non sarà un dominio. "Il Paese è nostro", ha gridato lo speaker presentando Erdogan e Gul sul palco della capitale, con le rispettive mogli velate, mentre il mare di sostenitori scandiva l'urlo "Abdullah presidente!". Ma anche prendendo per fondate le paure laiche di una deriva islamica del Paese, la presa dell'Akp sul sistema politico non potrà essere totale. Erdogan governerà comodamente per altri cinque anni, ma la prima cosa che dovrà fare il nuovo Parlamento sarà eleggere il prossimo presidente della repubblica. Dato che serve il voto di due terzi dei deputati (367 su 550), l'Akp non ha i numeri per provare ad eleggere Gul, come ha cercato di fare lo scorso aprile, quando iniziò la crisi politica che ha portato al voto anticipato. Dovrà per forza emergere un presidente di compromesso, che vada bene all'opposizione. E con i poteri di custode dei valori della repubblica che ha il presidente - può porre il veto alle leggi del Parlamento e nomina gli ufficiali pubblici - il governo Akp non potrà fare quello che vuole. Sarà difficile arrivare agli scontri con l'influente esercito, che alcuni analisti profetizzavano se il partito di Erdogan avesse conquistato i due terzi dei seggi. Allora, forse con queste elezioni la democrazia turca ha davvero fatto un passo in avanti. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8443

Mindanao, clarettiani promuovono progetto di solidarietà e sviluppo
di Santos Digal
Il progetto ZABIDA, nato in collaborazione con il governo e ONG internazionali, intende promuovere il dialogo e la collaborazione fra le diverse religioni e portare un aiuto concreto alla popolazione.

Manila (AsiaNews) – I missionari clarettiani filippini, in collaborazione con il governo di Manila e alcune organizzazioni non governative, hanno elaborato un nuovo progetto di pace e sviluppo per la popolazione di Mindanao. “Gli obiettivi di base del programma interessano la sanità e i servizi primari, la tutela dell’ambiente e l’agricoltura sostenibile, l’assistenza alle imprese del settore agro-alimentare, il buon governo e la costruzione di relazione sociali” per una convivenza civile, sottolinea p. Angelo Calvo, presidente del Peace Advocates Zamboanga e capofila del progetto. Verranno così promossi micro-credti a favore dello sviluppo, sia in città che nelle aree rurali, sistemi di irrigazione, reinnesti di piante di mangrovia, servizi di assistenza sanitaria, corsi di promozione e sviluppo del commercio e seminari incentrati sull’istruzione.

Il progetto di sostegno e sviluppo si chiamerà ZABIDA (Zambagna City-Basilan Integrated Development Alliance) e intende promuovere “la cooperazione fra i diversi movimenti e organizzazioni presenti a Mindanao”, in uno sforzo congiunto volto alla “lotta contro la povertà e al rafforzamento della pace e della sicurezza” nell’isola, come ribadisce il missionario clarettiano. Tra i promotori dell’iniziativa vi è anche l’associazione spagnola Manos Unidas (MU), fondazione internazionale di sostegno e sviluppo con sede a Madrid e il governo iberico.   

Mindanao, che include le province di Zamboanga e Basilan, è una regione del sud delle Filippine con una popolazione a maggioranza musulmana, segnata in passato da scontri fra l’esercito di Manila e il fronte islamico di liberazione (MILF). Per favorire il processo di pace e promuovere il dialogo interreligioso, nel 1996 è stato istituito un forum congiunto che annovera leader cattolici, cristiani e musulmani. L’iniziativa dei missionari clarettiani è un ulteriore segnale a testimonianza della ricerca di un benessere comune e di un sostegno concreto alla popolazione locale.  http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9886&size=A


ONU : ancora abusi sessuali , questa volta in Costa D'Avorio
di Carla Amato

A seguito dei risultati di una indagine interna condotta dalla missione delle Nazioni Unite in Costa d'Avorio (UNOCI) che ha rivelato sospetti di sfruttamento e di abuso sessuale da parte dei caschi blu, l'ONU ha sospeso il contingente interessato. Lo ha annunciato la portavoce di Ban Ki-moon due giorni fa.

Michele montas ha detto ai giornalisti che l'ufficio dell'ONU preposto a tali tipi di inchieste sul personale (OIOS) sta ancora conducendo tutti gli accertamenti del caso, ma le Nazioni Unite hanno deciso sospendere le attivita' del contingente ed hanno confinato l'unita' all'interno della sua base.

La portavoce del segretario generale ha ribadito che le Nazioni Unite perseguono una politica di tolleranza zero nei confronti di sfruttamento e abusi sessuali e sono impegnate - insieme agli Stati membri che contribuiscono all'invio di truppe - ad accertarsi che tutto il personale ONU si attenga ai piu' alti livelli di comportamento.

Ad agosto 2006 l'ONU aveva reso noti i risultati dell'inchiesta 'sex for food', sulle accuse di sfruttamento sessuale di giovinette da parte di personale dell'ONU in missione di pace nella Repubblica Democratica del Congo. A donne e ragazze veniva richiesto sesso in cambio di un po' di cibo (da cui il nome). Analoghi episodi erano pure avvenuti con la stessa moneta di scambio in altre zone del mondo, come in Liberia.

Dopo lo scandalo congolese, le Nazioni Unite hanno varato una politica di "tolleranza zero allo sfruttamento ed abuso sessuale". Dall'inizio del 2004 l'ONU ha analizzato centinaia di accuse di sfruttamento o di abuso sessuale contro membri delle missioni di mantenimento della pace, radiando alcune decine di persone e rimpatriandone forzatamente alcune centinaia. Altre sono state invece sollevate da ogni addebito perche' innocenti o per mancanza di prove. In alcuni casi gli stessi i governi di provenienza dei soldati hanno provveduto a comminare sanzioni severe.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



luglio 22 2007

Credo che il governo Prodi, di compromesso in compromesso,
continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti
Mediare per il paese
e non per il potere
Che altro c'è di buono in questa intesa? L'aumento delle pensioni d'anzianità
l'avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani
di EUGENIO SCALFARI

Mi sono fatto da qualche mese una nomea alla quale non sono particolarmente affezionato: quella di essere la sola persona convinta che Romano Prodi sia un buon presidente del Consiglio. In realtà dare giudizi su chi è migliore o peggiore rispetto ad un altro è un esercizio futile e logicamente scorretto perché non si possono paragonare le mele con le spigole, le zucchine con la carne d'agnello. E così non si possono dare etichette di efficienza a due governi che hanno operato in contesti politici ed economici diversi.

Se inquadriamo l'attuale governo Prodi nel contesto in cui ha operato nei primi dodici mesi dal suo insediamento sono convinto che si tratti d'un buon governo, anche se assai scarso nella comunicazione dei suoi provvedimenti. La capacità di Prodi a mediare è notevole, ma c'è mediazione e mediazione. Andreotti per esempio, ai suoi tempi, fu un fuoriclasse in questo esercizio da lui usato quasi sempre per mantenersi al potere anche a costo dell'immobilismo più disperante. La mediazione di Prodi ha una diversa natura: mira a compromessi capaci di avanzare verso obiettivi di utilità generale.

Andreotti - tanto per proseguire nell'esempio - governò in tutte le stagioni politiche; guidò governi appoggiati a destra, al centro, a sinistra. In alcuni casi ebbe perfino il sostegno dell'Msi; in altre fece maggioranze organiche con il Pci. Prodi al contrario ha sempre sostenuto (e confermato con i fatti) di non essere un politico disponibile in tutte le stagioni ma in una soltanto. Forse proprio per questo non piace alla maggioranza degli italiani. In più ha una testa durissima, come quasi tutti quelli che sono nati a Reggio Emilia. Io sono nato nel segno dell'Ariete, perciò lo capisco.



Guardate ai vaticini berlusconiani che si susseguono ormai da un anno. Vaticinavano che sarebbe caduto entro un mese dalla proclamazione del verdetto elettorale. Da allora spostano la data dell'apertura della crisi di due o al massimo tre settimane in continuazione. Sono passati dodici mesi e le date di scadenza della crisi sono state finora almeno una ventina. Adesso il capo dell'opposizione e tutti i suoi accoliti hanno fissato per il prossimo settembre l'appuntamento decisivo con la dissoluzione del centrosinistra.

Tutto può accadere quando si naviga con la maggioranza di un voto, ma io non credo che il centrosinistra celebrerà il suo suicidio in autunno.
Credo che, di compromesso in compromesso, continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti. Per una ragione molto semplice: ancora per un bel pezzo non ci saranno alternative al governo Prodi.

* * *

Vengo alla riforma delle pensioni, una vicenda che dura da mesi e che, un giorno dopo l'altro, è stata preconizzata come irrisolvibile. Sarebbe un esercizio utile per tutti rivedere i titoli dei telegiornali e dei quotidiani da maggio in poi. Una sequenza sussultoria senza fine: "Pensioni, l'accordo è vicino" "Scontro feroce sulle pensioni" "Il governo è spaccato" "La sinistra all'attacco" "Il contrattacco per i riformisti" "Berlusconi: governo in crisi" "Resta lo scalone" "Via lo scalone senza se e senza ma".

Bene. Giovedì sera alle 22 i sindacati confederali sono stati convocati a Palazzo Chigi. Alle 4 del mattino, in una delle tante pause d'un negoziato che tutti i partecipanti hanno definito durissimo, si sono appartati in una saletta del palazzo Prodi, Padoa-Schioppa, Letta e il segretario della Cgil, Epifani. "Devi dirmi sì o no. Adesso" gli ha detto il presidente del Consiglio. "Per me l'accordo va bene, ma debbo consultare il direttivo. Garantisco che la risposta sarà un sì ma formalmente la darò lunedì mattina". "Lo ripeto: mi devi dare la risposta adesso. Se è no esco di qui e annuncio le dimissioni del governo".

Dopo questo siparietto il sì di Epifani è arrivato con la clausola "per presa d'atto" scritta a penna prima della firma. Il senso di quella frase l'ha dato lo stesso segretario della Cgil in un'intervista di ieri al nostro giornale. Alla domanda dell'intervistatore sull'accordo raggiunto, la risposta è stata la seguente "il testo di ieri notte contiene molte misure di grandissimo valore e anche di carattere innovativo. In modo particolare sto pensando ai giovani, al fatto che nell'aggiornamento dei coefficienti di trasformazione sarà indicato che per loro la pensione non potrà essere inferiore al 60 per cento dell'ultima retribuzione. Non solo: dopo tanti anni vengono definiti finalmente i lavori faticosi".

Poche righe più in là il giornalista gli chiede: "Il governo reggerà la prova parlamentare dell'intesa?". Risposta: "Il governo ha una navigazione a vista, ma troverei paradossale che naufragasse proprio su questo. La conseguenza sarebbe la crisi di governo ma anche la sopravvivenza dello scalone e la rinuncia a tutto ciò che c'è di buono in questa intesa". Esatto. Che altro c'è di buono in questa intesa? Ricordiamolo perché di questi tempi la memoria è diventata assai corta. C'è l'aumento delle pensioni d'anzianità a 3 milioni di pensionati, l'avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani contro il precariato, per un complessivo ammontare di 2.600 miliardi.
Altri 5 miliardi sono stati stanziati per l'aumento graduale dell'età pensionabile al posto dello scalone di Maroni. Si parte da subito con lo scalino di 58 anni, nel 2009 l'età sale a 59 anni, nel 2011 a 60, nel 2013 a 61. Un anno in più alle stesse date per i lavoratori autonomi.

Tutti questi provvedimenti saranno inseriti nella legge finanziaria per il 2008. Se il governo fosse battuto, il complesso di questi accordi - che dovranno essere approvati dai lavoratori - salterà per aria insieme al governo. Ha ragione Epifani: sarebbe un capitombolo epocale. Chi si prenderebbe questa responsabilità: Giordano? Diliberto? Cremaschi della Fiom?

* * *

Tito Boeri, un economista di valore, ha scritto ieri sulla "Stampa" che l'accordo sulle pensioni è un buon compromesso. Avrebbe voluto che l'età pensionabile si muovesse con maggiore celerità ma si rende conto, appunto, del "contesto" e se ne dichiara parzialmente soddisfatto. A differenza del suo collega ed amico Francesco Giavazzi che sul "Corriere della Sera", lancia invece raffiche sul governo, sui sindacati, sulla sinistra. Se la prende anche con Veltroni. Il finale arieggia a quello che il Manzoni mette in bocca a frà Cristoforo quando apostrofando don Rodrigo con l'indice puntato contro di lui e gli occhi fiammeggianti profetizza: "Verrà un giorno... ".

Più misurati gli eurocrati di Bruxelles. Conosceremo meglio domani la loro opinione ma il primo impatto è stato favorevole, almeno perché una decisione è stata presa. Negativa - moderatamente - la Confindustria, anche perché non è stata ascoltata. Mi permetto di osservare in proposito che l'oggetto del negoziato riguardava i pensionati e i pensionandi. Non un contratto di categoria e neppure la politica economica in generale ma semplicemente pensionati e pensionandi.

Mi permetto altresì di dire che perfino la consultazione della "base" da parte dei sindacati è un gesto apprezzabile di democrazia ma non statutariamente necessario, come lo sarebbe per un contratto di lavoro. Si spera comunque che i dirigenti confederali accompagneranno la discussione con la base esternando il loro motivato parere e spiegando bene le conseguenze di un voto negativo. La democrazia non è (non dovrebbe essere) una lotta libera senza regole. Serve a costruire e non a sfasciare. E se i partiti invadono l'agone sindacale, tempi duri si preparano per i lavoratori.

Post Scriptum. Alcuni lettori si chiedono e ci chiedono perché mai la Chiesa abbia celebrato con tutti gli onori previsti dalla liturgia i funerali dell'avvocato Corso Bovio, eminente figura del Foro milanese, morto suicida, ed abbia invece negato quei funerali all'ammalato Welby che fu aiutato da un amico generoso a interrompere cure inutili che perpetuavano senza scopo alcuno una vita di intollerabili sofferenze.
Una spiegazione pare che ci sia da parte della Chiesa. Dal diniego opposto contro tutti i suicidi, essa è passata col tempo ad una visione più duttile (più ipocrita) secondo la quale il suicidio deriva da un "raptus", una perdita improvvisa di coscienza. Su questa base il suicida viene "perdonato" e ammesso ai funerali religiosi che mandano in pace l'anima sua e sono di conforto per i suoi parenti.

Nel caso Welby invece l'ipotesi del "raptus" non poteva essere adottata poiché si trattava di un militante che voleva contrastare l'accanimento terapeutico. Di qui il divieto di celebrare il funerale religioso nonostante fosse stato richiesto insistentemente da lui e dai suoi familiari. Che possiamo rispondere ai nostri lettori? Che la Chiesa è, oltre che un'organizzazione religiosa, anche se non soprattutto un'organizzazione di potere. È anzi un potere a tutti gli effetti e si muove come tale su un'infinità di questioni che hanno poco o nulla a che vedere con la religione dell'amore e della carità predicata dai Vangeli. Come tutte le organizzazioni di potere, anche la Chiesa usa largamente lo strumento dell'ipocrisia. Questo è tutto. http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/politica/scalfari-fondi/scalfari-fondi/scalfari-fondi.html

il libro di Carlo

Vorrei questo libro di Carlo.”

La signora, elegantemente casual, abbronzata e col fare iperattivo di chi sembra sempre sul punto di perdere un appuntamento importante, mi porge un foglietto con gli estremi del libro che sta cercando: Andrea De Carlo 853.91 DEC. E’ il nome di un autore che tutti conosciamo e il suo codice di collocazione. Prendo il foglietto imponendomi di dimenticare che mi aveva appena chiesto il libro di un certo non meglio definito “Carlo” e gentilmente le chiedo quale titolo desiderasse di De Carlo. Un po’ scocciata mi risponde che il titolo sta scritto sul foglietto. “Qui c’è scritto il nome di un autore signora”, insisto pacatamente. “Il foglietto l’ha scritto la sua collega al piano terra!” mi fa la signora irritata da un contrattempo non cercato. Rinunciando all’idea di approfondire direttamente il discorso, la prego di avere un minuto di pazienza che avrei chiesto lumi alla collega. Mentre digito il numero interno del banco prestito al piano terra, la signora teatralmente si fa aria con un depliant e sbuffa probabilmente chiedendosi mentalmente chi gliel’aveva fatto fare di venire in biblioteca proprio oggi che aveva mille altre cose più importanti da fare.

La collega mi comunica che le era stata richiesta solo la collocazione dei libri di De Carlo e che l’utente non aveva idea di quale titolo cercare. “Bene” mi sono detto “... e ora come glielo dico?”. Concludo la telefonata in modo molto professionale, ringrazio la collega e mi rivolgo ancora alla signora. “Ehm, questo vede...” le faccio rileggere il foglietto “...è il nome di un autore. Ha idea di un titolo che vorrebbe trovare o le basta dare un’occhiata a scaffale e poi decidere quale prendere?”. Lo sbuffo è sempre più evidente e l’abbronzata pentola a pressione risponde seccatissima che le bastava sapere dove stavano quei benedetti libri, che c’avrebbe pensato lei a trovarli.

I romanzi sono tutti in sezione narrativa, lo stanzone grande lì a sinistra... se vuole le faccio vedere quale scaffale...” – “No no per carità faccio da sola!” chiude con una certa insofferenza. Probabilmente aveva già deciso che “il libro di Carlo” non le interessava più, ma ormai era una questione di principio e, fosse venuto giù il mondo, qualcosa avrebbe portato a casa!

Gli autori italiani sono sugli scaffali lungo il perimetro della stanza, in ordine alfabetico...”. Le ultime parole della frase si sono perse nel tacchettio dei sandali sul pavimento in terrazzo veneziano e comunque non credo che stesse ascoltando.

Dopo circa cinque minuti vedo riapparire la signora davanti al bancone, ancora il foglietto stretto tra le dita e con l’espressione sempre più tesa. “Ma non avete neanche un libro di Carlo!” mi informa con tono tra il minaccioso e il sarcastico. “Come signora? Guardi che a catalogo abbiamo quattordici titoli di De Carlo” questa volta sottolineando il “DE”. “Allora perché non ce n’è neanche uno di là?” mi provoca alzando un sopracciglio sugli occhi minacciosamente a fessura. Mi alzo e con voce calma ma ferma le intimo “Venga!”. Le faccio vedere dove sta De Carlo spiegandole come si fa ai bambini delle elementari la sequenza delle lettere in perfetto ordine alfabetico: “Vede: De Caprariis, De Caprio, De Carli, De Carlo... sta qui. Prego, se vuole scegliere direttamente, faccia con comodo...” .

Silenzio imbarazzato come sono i silenzi di chi anche quando parla non dice granché. Credo abbia preso qualcosa a caso e comunque di gran corsa ed è schizzata via così come era arrivata, diffondendo nell’aria il messaggio Morse della sua eterna fretta con i tacchetti sul pavimento.

Spero che il romanzo di Carlo le piaccia, sempre che lo legga.http://rumoridigente.ilcannocchiale.it/


Ah, la spesa pubblica in Italia....

Facciamo una comparazione tra i costi dell'università in Italia, Germania, Svezia (anno 2005).
1) In Italia l'università costa allo studente da 1200 a 1700 euro all'anno. In Germania 40-50 euro all'anno. In Svezia è gratuita.
2) In Italia il costo mensile per un alloggio è circa 500 euro (per una stanza  a Milano). In Germania è 200-250 euro (per una stanza a Berlino). In Svezia è 200-300 euro ma per un appartamento, che non si usa condividere.
3)In Italia l'abbonamento al trasporto pubblico all'anno è (o meglio era) di 170 euro all'anno. In Germania 140 euro. In Svezia 100 euro.
4) Una birra in un pub in Italia costa 4-5 euro, in Germania 3 euro, in Svezia 6 euro. La paga oraria di un cameriere in un pub è di 6 euro in Italia, 8 in Germania, 10 in Svezia.
5) Gli aiuti economici dallo Stato in Italia sono legati al reddito familiare e così pure in Germania (dove però si fanno prestiti da restituire al 50%). In Svezia, a prescindere dal reddito si danno 300 euro mensili a studente, più un prestito di 400 euro da restituire alla fine degli studi.

Per questo che in Italia, la spesa sociale va tagliata.

img514/8797/825rk9.jpg

http://pensatoio.ilcannocchiale.it/


Alla testa Ramon, alla testa!

 

A Genova spaccarono braccia, gambe, mani che si erano alzate per difendere il volto e teste, tante teste. Troppe per qualsiasi paese civile che pure stava affrontando una guerriglia urbana come quella dei giorni del G8 del 2001. E’ una cosa che, a sei anni di distanza, ancora mi fa riflettere.

Quando si picchia sulla testa si vuole fare male. La testa è delicata, un trauma cranico può provocare gravi lesioni permanenti e perfino la morte. Basti pensare a quando un calciatore riceve un calcio o una pallonata in testa. Immediatamente viene tolto dal campo e lo si manda al più presto a fare la TAC.
Immaginate quindi una testa che riceve una serie di manganellate, per giunta con il tonfa, un manganello particolarmente micidiale, che allora, nelle tre giornate di Genova, secondo i referti medici, fu perfino utilizzato dalla parte del manico. Per fare ancora più male?

L’uomo insanguinato nella prima immagine porta una mascherina e dei guanti di lattice, deve essere un medico o un infermiere. La furia dei manganelli, lo sappiamo, si scatenò non solo contro i manifestanti ma contro i sanitari e i giornalisti al seguito delle manifestazioni, che avrebbero dovuto essere, in un paese civile, intoccabili.
Sappiamo invece che furono picchiati con maggiore lena i manifestanti più pacifici e non altrettanta cura fu impiegata nel sedare i bollenti spiriti dei famigerati Black Bloc che, se andate a riguardarvi le immagini di quei giorni, sbucano all’improvviso come gli scarafaggi, agiscono ovunque praticamente indisturbati, compiono saccheggi e devastazioni e poi spariscono di nuovo. Lo so, sono cose dette e ridette, ma vale sempre la pena ricordarle.

Parlare dei pestaggi come eccessi di singoli, in quei giorni del G8, mi pare assolutamente fuori luogo. Quando il pestaggio è sistematico c’è una regia e questa regia fa paura.

Qui non si parla più di una polizia imparziale che si schiera in una piazza per proteggere il diritto dei cittadini a manifestare democraticamente e, nel momento in cui sbucano dei provocatori, si preoccupa di ristabilire l’ordine e la sicurezza degli altri manifestanti, rendendo gli aggressori inoffensivi.
Qui si ha il sospetto che “quella” polizia che abbiamo visto a Genova fosse una polizia politica, scesa in campo a combattere contro tutti i manifestanti e coloro che in vari modi li accompagnavano e che stesse difendendo solo quel potere contro cui si stava manifestando. Si spiegano così i cori nostalgici e i festeggiamenti alla sera e gli inni a Pinochet di Bolzaneto?

Ricordate la frase che tante signore benpensanti sputano in automatico pensando alla morte di Carlo Giuliani? “Se fosse rimasto a casa non gli sarebbe successo”. E’ la frase che dovrebbe essere presa a simbolo della violenza di quei giorni.
Contro il potere non si scende in piazza, neppure con le mani dipinte di bianco e con i vestiti che sanno ancora dell’incenso della sacrestia. Si resta a casa a guardare la televisione e non si rompono i coglioni.
Quando fecero vedere le immagini dei pestaggi di Corso Italia al TG1 si trattava di un avvertimento. Vedi il babbo con il bimbo piccolo in braccio e la vecchia insanguinata? Vedi cosa ti potrebbe succedere se ti venisse in mente la prossima volta di scendere in piazza anche tu?

Se vogliamo attribuire una simbologia ai gesti, ecco quindi che picchiare sulla testa esprime forse la volontà di estirpare le idee malsane da quelle menti. Di combattere le idee più che le persone. Infatti si inseguono i portatori di idee fin dentro i cortili e li si massacra invece di fermare i delinquenti.

So che “quella” polizia non è “la” polizia. E’ gravissimo però che nel nostro paese nessuno abbia ancora pagato per quei pestaggi e che nessun governo, centrodestro o centrosinistro, si preoccupi di avere all’interno delle forze dell’ordine un nucleo troppo politicizzato, che al momento opportuno può esprimere “quella” polizia che abbiamo visto e assaggiato a Genova.
E che, infine, non trova per lo meno inopportuno che un sindacato di polizia, il COISP, indìca per il 20 luglio una manifestazione e dibattito in Piazza Alimonda a Genova, dal titolo “L’estintore come strumento di pace”.
Non sarà una vera provocazione, ma a me pare comunque una buona imitazione.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/

Vacanze estive con il cilicio

Rutelli ha proposto di allungare le vacanza pasquali e natalizie e di accorciare quelle estive/pagane.



Uno studente padano potrà così godersi maggiormente la nebbia degli splendidi mesi invernali.
 
Nelle poche settimane estive concesse dovrá  indossare il cilicio e la cintura di casitá perchè si sa, nei pazzi week-end di agosto le tentazioni sono piú forti.http://zarathustra.ilcannocchiale.it/

Partito Non Troppo Democratico

Come ci ha spiegato Andrea Carugati sull'Unità di ieri, e come lamenta Furio Colombo sull'Unità di oggi, per sfidare Veltroni alle primarie del Pd l'aspirante candidato deve schierare "una squadra minima di 125 candidati", che basteranno per essere votati in 25 collegi su 475. Facendo i conti, con le regole appena stilate dai 45, "per esistere in tutta Italia l'aspirante candidato deve mettere in campo una lista per ogni collegio, con 475 candidati, e raccogliere 50 mila firme".
Dico: 475 candidati e 50 mila firme. Chi non ha apparati di partito, un Adinolfi o Gavazzoli Schettini qualunque, ma anche un Furio Colombo, che fa? Va beh che è una farsa, ma almeno fate finta che non lo sia. http://stamparassegnata.splinder.com/


Al posto giusto


Il sindaco di Verona e' il sindaco che tutti vorrebbero. Appena eletto ha subito inizato, come promesso in campagna elettorale, a cercare di "liberare Verona dagli zingari". Nell'attesa, ha autorizzato la caccia al piccione in centro citta'. Cosi' i cacciatori locali si potranno allenare per la prossima ventura caccia allo zingaro.

Ma non basta. Non basta tentare di manipolare la realta' a uso e consumo dei razzisti e degli intolleranti. Occorre anche manipolare la storia. Riporto da l'Unita':

Tre mesi di carcere per istigazione all'odio razziale, leader degli skinhead, dirigente della Fiamma Tricolore, membro del gruppo musicale "Gesta bellica", che come pezzi culto ha canzoni dedicate a Erik Priebke ("Il capitano") e a Rudolph Hess ("Vittima della democrazia"). Quale curriculum migliore per far parte dell'Istituto per la resistenza di Verona? La splendida idea di nominare il 35enne Andrea Miglioranzi («Fascista? Per me è un termine molto caro») come rappresentate del Comune all'ente fondato nel 1998 che ha tra i compiti quello di «raccogliere testimonianze di partigiani» è venuta alla maggioranza del consiglio comunale. Ancora elettrizzati dalla fresca nomina dopo l'elezione a sindaco dell'astro nascente della Lega Flavio Tosi (quello che come prima cosa ha cacciato gli «zingari» dalla città), i consiglieri della destra si sono sentiti di osare. Dovevano nominare due persone.

La prima è stata Lucia Canetti di Alleanza Nazionale. E già ci sarebbe di che discutere. Ma per secondo hanno scelto lui, «il camerata Miglioranzi». Uno che era già conosciuto nel mondo del "white power rock", ma è diventato ancora più famoso per essere il primo in Italia a finire in carcere per la legge Mancino sull'istigazione all'odio razziale. Nel 1996: tre componenti del gruppo (oltre a Miglioranzi, c'è il leader Alessandro Castorina, ora segretario provinciale della Fiamma Tricolore) organizzano un'aggressione nei confronti di uno "sharp" (skinheads di sinistra), reo di essere l'ispiratore di alcune iniziative musicali multietniche. Le minacce sono chiare: «A Verona queste cose non le vogliamo, se ci provi ancora sei morto». I picchiatori sono di Napoli, i mandanti si limitano ad osservare il pestaggio. Con entusiasmo. La Digos li arresta e, grazie all'applicazione della legge Mancino, scontano in carcere quasi tre mesi.

Qualcuno a Verona, città medaglia d'oro per la Resistenza, si è opposto. Oltre allo scultore e sopravvissuto ai campi di concentramento Vittore Bocchetta («Qui è peggio del periodo di Hitler, a Verona manca totalmente la memoria storica»), è la senatrice di Rifondazione Tiziana Valpiana a organizzare la protesta. «Io sono anche componente del direttivo dell'Istituto e posso promettere che Miglioranzi non varcherà mai la soglia della nostra sede. Mi impegno in nome dei miei parenti morti a Mathausen. La sua nomina è in spregio alla resistenza e già lunedì chiederò a Oscar Luigi Scalfaro, come presidente degli enti di ricerca sulla resistenza, di chiedere l'annullamento della nomina». La senatrice Valpiana, poi, dietro Miglioranzi vede la mano di Tosi. «Sono sicura che l'idea è sua. Il nuovo sindaco vuole mostrarsi come uomo forte, come nuovo Gentilini (l'ex sindaco di Treviso, ndr) e per farlo arriva a provocazioni come quella di nominare un fascista pregiudicato a custode della memoria dei partigiani».

E difatti il neo sindaco di Verona (accomunato a Miglioranzi per una condanna, ancora non definitiva, per lo stesso reato) non si nasconde. «Le nomine sono del Consiglio comunale, ma li avrei votati anch'io se fossi stato presente. I due consiglieri nominati sono sicuramente persone preparate, con idee politiche magari diverse. Ma sono convinto che possano portare un confronto positivo all'interno dell'Istituto, non per riscrivere la storia o per fare del revisionismo, ma per approfondire alcuni aspetti sui quali fino ad ora c'è stata minore sensibilità». Oltre a Tosi, a Miglioranzi è stata espressa solidarietà dal presidente veronese di An Massimo Giorgetti. «In democrazia funziona così, non capisco lo sconcerto. E poi mi pare che il dopoguerra sia finito da un pezzo», ha commentato stupito al "Corriere di Verona".

Insomma, Miglioranzi (e Canetti di An) potranno dimostrare che i partigiani stavano dalla parte sbagliata e che i giusti stavano vicino Verona, nella Repubblica Sociale di Salò. Miglioranzi potrà farlo canticchiando le canzoni del suo gruppo. Come "Feccia Rossa": "feccia rossa/nemica della civiltà/ bestia senza umanità/ la celtica croce vincerà". Oppure "8 settembre '43": "una data senza perché/ è giunta l'ora della viltà/ un altro marchio di infamità/ Ma io sono camicia nera/ nel mio cuore una fede sincera".http://beffatotale.blogspot.com/2007/07/al-posto-giusto.html


pazza idea, di fare il Piddi con lei

Su la7 adesso c'è Rosy Bindi, che dice cose di sinistra. Perlomeno più di sinistra di Veltroni. Si sgancia da Rutelli (che ormai ha il carisma politico di un appestato), insiste sulle pari opportunità, ricorda che la sinistra radicale non è soltanto un serbatoio di voti, ma una base rilevante del futuro pd, eccetera. Io quasi quasi, dico quasi quasi, mah.

E' sempre strano accorgersi che crescere consiste nel trasformarsi nei propri genitori.http://piste.blogspot.com/


L’ultimo dei palazzinari

“MA IO NUN MORO!”, strillava Aldo Fabrizi in carrozzina, anziano e malandato Romolo Catenacci, palazzinaro vecchia guardia, al genero, l’incattivito Vittorio Gassman. C’eravamo tanto amati, Ettore Scola, 1976.
“MA IO NUN MORO!” strilla non a parole, ma coi fatti, Maurizio Costanzo.
Maurizio Costanzo che, approfittando di un momento di distrazione, ha tolto la sedia sotto al sedere di Gigi Proietti e se l’è magnata.

A fronte del cambiamento del pubblico gusto (sempre comunque sintonizzato sulla lunghezza d’onda che lui stesso inventò ai tempi, ovvero la monnezza), a fronte della chiusura dei programmi e delle onte subite dalla seconda generazione dei capoccioni Mediaset, Costanzo non molla, nun more, anzi, ne vuole sempre di più, e dove trova s’attacca.
Giustamente irritato, Proietti preconizza il disastro: laddove lui ha cercato di imporre, con fatica e pazienza, un programma serio e delicato in difesa di uno storico teatro e di una storica cultura teatrale, ecco arrivare l’ondata trinciamerda che, a colpi di platinetti e calissani, triplicherà in una sola stagione l’income sognato per tre dalla precedente gestione.

Proprio come i palazzinari di una volta, responsabili di tante belle borgate romane: lavoro brutto, sporco, malfatto: ma costa poco, e rende tanto.
Grazie, Mauri’: un altro bel colpo alla disgrazia senza fine di questo paese.http://thepetunias.it/blog/


Il paese perduto

di Antonio Moresco

PrimoAmore.JPG[Il mese scorso è uscito il primo numero di una bellissima rivista letteraria, Il primo amore, espressione cartacea del sito omonimo, altrettanto bello. Dall'editoriale di Antonio Moresco, La rigenerazone, traggo un brano che mi sento di condividere pienamente.] (V.E.)

Non facciamo che disperarci per la situazione del nostro paese. Ci arriva l'immagine di un paese marcio, in cui ogni movimento e ogni intento tendono a venire bloccati, in ogni campo. Dentro questa cancrena milioni di donne e di uomini cercano di continuare a vivere e a perpetuarsi. Molti cercano di non sottrarsi alle proprie responsabilità, pur all'interno di una situazione simile, anche se non si fanno illusioni. Si cerca di comportarci con dignità, nel proprio lavoro e nella propria vita, si prende posizione pubblicamente, si va a votare anche quando ti farebbero passare la voglia di farlo, ecc... Perché, anche se è evidente a cosa sono stati ridotti il nostro paese e quella cosa chiamata "democrazia", non ci si può permettere di ignorare la drammatica contingenza in cui ci troviamo.

Siamo appena usciti — speriamo per molto — da una situazione di emergenza democratica e di disonore e servaggio, che hanno rivelato ancora una volta la gracilità delle strutture civili del nostro Paese. Ma non possiamo nasconderci che le aggregazioni di potere e controllo, verticali e orizzontali, palesi o occulte, si continuano a reggere su strutture in vario modo mafiose. Autoreferenzialità cieca, irresponsabilità di oligarchie politiche direttamente comprate e sotto padrone o che vanno avanti come se niente fosse coi loro piccoli giochi di potere e di casta.
Allo stesso modo si comportano i gruppi economici, religiosi, le macchine culturali, sportive, mediatiche e dell'intrattenimento. Come se avessimo di fronte tempi storici illimitati e non fossimo invece dentro un'emergenza che ha caratteri nuovi e mai visti prima, di specie. Piccoli gruppi che combattono per la propria sopravvivenza utilizzando precedenti strutture organizzative e mentali ormai oltrepassate, che non sono da tempo proporzionali a quanto sta avvenendo nella vita del nostro paese e del mondo. Gruppi politici che non riescono più a mascherare la plateale evidenza del fatto che le vere decisioni vengono prese altrove, sulla testa dei cittadini abbindolati con misere farse mediatiche. Gruppi intellettuali e culturali che stanno al gioco o che credono basti fare del piccolo fiancheggiamento di queste strutture terminali e inerti (ricavandone un utile di immagine e status) per avere esaurito il proprio compito e giustificato eticamente la propria presenza.
Vediamo ogni giorno sui giornali gli specchietti delle collocazioni politiche dei vari intellettuali, le zone politiche attorno a cui gravitano, con tanto di costellazioni di faccine rotanti attorno a stelle morte da tempo. Strutture economiche cieche e di breve respiro, che hanno dimostrato più volte anche negli ultimi anni la loro irresponsabilità e spregiudicatezza e grettezza, giocando sulla pelle del paese in cambio di utili che a volte non riescono neppure a riscuotere. Strutture religiose secolari che esibiscono la loro pompa vuota e grottesca, la loro retorica senz'anima, il loro imperio e il loro furibondo attaccamento a ciò che le mantiene in vita, senza guardare in faccia nessuno, legandosi addirittura a quanto c'è di peggio nell'Italia e nel mondo, basta che agiti un'ipocrita maschera di facciata, basta ricavarne in cambio privilegi economici e potere di gestione e controllo.
Questa situazione senza speranza non attraversa solo il mondo pubblico e mediaticamente emerso, attraversa anche, da parte a parte, ogni postura umana, ogni fibra. Anche i corpi, le espressioni, i gesti, le facce trasmettono una sensazione di spossessamento e di morte, in questi anni. Basta andare in giro per strada e avere il coraggio di guardare in modo diretto i volti che ci stanno intorno, i gesti più comuni di uomini e donne, l'automatismo delle loro smorfie sociali e dei loro sorrisi incollati. Tutte queste chiostre televisive di denti perennemente allo scoperto, senza la giustificazione e il dono della felicità, dell'allegria e dell'amore. I discorsi che si sentono, le parole usate. La pesantezza di tutti questi volti nudi allineati sul sedile di fronte della metropolitana, la continua recita della vita da parte di questi poveri organismi buttati a riva dalla risacca delle generazioni. Questo è un paese che - non molti decenni fa – ha assaggiato il fascismo. E gli è piaciuto. Ciò che vediamo ogni giorno attorno a noi ci mostra in modo impietoso che siamo un paese perduto. Siamo un paese perduto. Chi non lo vuole vedere, e si limita ad agitare la consolazione di piccoli rimedi di facciata, è in realtà una persona cinica e senza speranza.http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/002314.html


iMille, ovvero i blogger interessa(n)ti
 
Volevo scrivere qualcosa da tempo su iMille (e su Cristina Fernández de Kirchner, e sugli scioperi in Perù, e su Oaxaca...) ma la scrittura mi assorbe e per me è un'ottima notizia. Colgo l'occasione per dire (sarà conflitto di interesse scriverlo sul proprio sito? Leggere sotto per capire il senso di tale affermazione) che venerdì prossimo, 27 luglio, modererò a Bologna un dibattito sull'America latina.

Insomma, sono rimasto incuriosito dal leggere che un blogger triestino, Mario Francescato, definisca "pipblogger" chi è "blogger per interesse proprio, chi usa il blog a supporto di altra attività o per promozione personale". Francescato punta il dito contro iMille, una lista di appoggio a Walter Veltroni e in particolare contro Mario Adinolfi, Ivan Scalfarotto e Luca Sofri. Addirittura lancia un appello a quelli che definisce barbonblogger (iBarboni contro iMille scrive) per una campagna di silenzio sull'iniziativa.

Questo post è pertanto una maniera (con tutti i linkini al loro posto), per NON aderire all'appello del Barbone triestino che forse voleva dire Borboni (iBorboni contro iMille avrebbe almeno avuto una prospettiva storica).

Inoltre volevo sottolineare alcune cose.

1) In un paese immobile, nel quale tutti stanno allineati e coperti dietro la propria cordata, appena qualcuno si muove suscita invidia e sospetto. Se poi questo qualcuno è anche brillante, la voglia di fare e di dire la propria è addirittura un indizio di reato. "Sancho abbaiano..." diceva Don Chisciotte.

2) Se Adinolfi invece di mettersi in lista per fare il portaborse di una capra di onorevole, dal quale ereditare il seggio tra vent'anni, sceglie di mettersi in gioco, io lo lodo e lo ammiro anche. Lo stesso vale per l'iniziativa dei Mille. Per la prima volta si costituisce un gruppo di pressione in positivo. Mi fa solo un po' brutto che questo gruppo mi escluda per raggiunti limiti di età (41 compiuti, ecco scovato il vero gerontocrate da colpire! Ma senza dentiera!). Oltretutto il sottoscritto il 4 luglio ha portato i fiori a Garibaldi, e voi?

3) Il pensare da parte della sinistra radicale che il Partito Democratico non sia affar loro, temo possa essere un errore esiziale per il futuro di questo paese. Anche viceversa ovviamente, anzi, soprattutto viceversa, ma non solo.

4) "Blog per interesse" vs "blog che dispensano in maniera disinteressata pillole di saggezza al mondo". Iscrivo ufficialmente questo sito alla categoria dei pipblog. Sarà conflitto d'interesse dire la mia o annunciare le mie iniziative?http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1209

«Salviamo il panda socialdemocratico»
di Paolo Soldini
Un Panda si aggira per l’Europa. Da Amburgo a Monaco di Baviera, quanto meno. L’animalone a rischio di estinzione si chiama, in questo caso, Sozialdemokratische Partei Deutschlands, ha la bellezza di 140 e passa anni, una storia più che gloriosa alle spalle e, fino alla settimana scorsa, non c’era alcun Wwf che si desse la pena di salvarlo facendone, magari, il proprio simbolo. Poi qualcosa è accaduto. Due intraprendenti redattori della Zeit (settimanale di tendenza liberal, tradizionalmente non ostile alla sinistra) hanno piazzato un banchetto, tavolo e ombrellone, a due passi dal Reichstag e hanno cominciato a raccogliere firme per una «Unione per il salvataggio della Spd». In un volantino spiegavano ai passanti (molti i politici: deputati e membri del governo) anche il perché: «Cari concittadini, nel nostro centro democratico abbiamo un partito che si trova nei guai, la Spd» e, poiché «i cittadini hanno bisogno dei partiti, ma i partiti hanno bisogno dei cittadini», non è «una buona cosa» che una formazione politica così «importante» non venga «praticamente più votata». Il partito che fu di Willy Brandt è tanto in difficoltà che «le persone non vogliono più aderire» e diventa difficile perfino trovare qualcuno per coprire il ruolo di presidente. Si crea così «un circolo vizioso: sempre più spesso al vertice arrivano persone immotivate o incapaci e proprio per questo sempre meno elettori lo votano». Ma «come sarebbe un mondo senza Spd? Una Spd si abbatte facilmente, ma ricostruirne una nuova è molto difficile».
La petizione non ha avuto un gran successo di pubblico. Alla fine della giornata le firme erano appena 32. Ma l’iniziativa aveva, ovviamente, un altro obiettivo: richiamare l’attenzione su una crisi che sta diventando per i socialdemocratici tedeschi davvero inquietante. Intanto sul fronte dei numeri nudi e crudi: con il 24% indicato dai sondaggi la Spd è al suo minimo storico assoluto dal dopoguerra, con un distacco dalla Cdu-Csu che mai è stato così ampio nella storia della Repubblica federale. Ma ancor di più sul fronte delle prospettive politiche.
L’insostenibile leggerezza dell’attuale gruppo dirigente fa sì che sia allo stato impossibile individuare la figura di un candidato alla cancelleria per le elezioni del 2009, considerato il fatto che nessuno, ma proprio nessuno, ritiene presentabile l’attuale presidente del partito Kurt Beck. Questi continua a tacere quando dovrebbe parlare e a parlare quando sarebbe meglio che tacesse. Le ultime gaffes: a un disoccupato che lo contestava ha consigliato di «lavarsi e farsi la barba», ché così un lavoro l’avrebbe trovato; poi è andato in tv a parlare di «clamorosa ripresa» della Spd nelle elezioni di Brema dove i socialdemocratici avevano, in realtà, perso ancora voti. Il partito è (o almeno dovrebbe essere) impegnato nella discussione sul nuovo Programma fondamentale da approvare in novembre, ma intanto non ha uno straccio di proposta credibile sull’immediato, dove l’iniziativa governativa è sempre più nelle mani della Cdu-Csu e di una sempre più apprezzata cancelliera Merkel. I sondaggi dicono che su tutti i temi sociali la Spd è scavalcata, in termini di credibilità (anche presso gli elettori conservatori), dalla Linke di Oskar Lafontaine e Lothar Bisky, mentre una vera e propria rivolta della base socialdemocratica è stata provocata dal sì a una riforma duramente restrittiva del sussidio di disoccupazione. Morale: il numero degli iscritti si è ridotto negli ultimi due, tre anni di quasi la metà e contando i voti delle sei elezioni regionali del 2006 e 2007 si vede che rispetto alla consultazione federale del 2005 ne è scomparso un buon terzo. In questa situazione, l’unica possibilità che la Spd avrebbe di tornare al governo, oltre alla grosse Koalition (che ha contribuito molto a farla precipitare), sarebbe l’alleanza con la Linke a suo tempo esorcizzata come il demonio da Gerhard Schröder.
Schröder e la sua neue Mitte: molti vedono proprio qui l’origine delle difficoltà attuali. «La democrazia è stata distrutta non da sinistra e nemmeno da destra, ma proprio dal centro: dalla Spd con le sue stronzate neoliberali. I socialdemocratici si sono fatti mettere i piedi in testa dalla banda di Schröder». E’ la tesi di Erhard L., disoccupato, il quale dice che tornerà a votare solo se verrà abolita la nuova legge sul sussidio. Un giovane elettore dei Verdi sostiene invece che per salvarsi i socialdemocratici «debbono tornare al centro». Alla politica di Schröder, dunque? «Macché, quella era di destra». Era a destra del centro? «No: era a destra del centro della Spd. Adesso si tratta di riportare la politica socialdemocratica al centro del centro della Spd». E dov’è il «centro della Spd»? «Ben più a sinistra di dove la Spd è attualmente». Un po’ macchinoso, se si vuole, ma abbastanza chiaro. E però, quando i due redattori («lavati e sbarbati») sono andati alla Willy-Brandt-Haus a portare a Beck l’esito del loro personalissimo referendum, il presidente ha risposto: «Scemenze». Che forse non è proprio il modo migliore per - come si dice? - avviare una riflessione.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=91156

Meno incentivi al fotovoltaico tedesco
Fotovoltaico Il Ministro dell’Ambiente tedesco intende abbassare i sussidi al settore dell'energia solare, ma aumentarli per il complesso delle rinnovabili. Critiche dalle industrie fotovoltaiche tedesche
Il Ministro dell’Ambiente tedesco, Sigmar Gabriel, ha dichiarato che i sussidi al settore dell’energia solare saranno tagliati più di quanto finora era stato programmato, mentre gli incentivi per l’installazione di impianti eolici nel mare del Nord e nel Baltico saranno incrementati.
Nella suo rapporto, che traccia l’evoluzione della legge tedesca sulle rinnovabili (EEG) in vigore dal 2000, Gabriel ha dichiarato che l’obiettivo comunque è di aumentare gli incentivi alle rinnovabili nel loro complesso del 30-40% entro il 2020. Il governo Merkel deve però ancora approvare le proposte nel dettaglio.

Ovviamente forti critiche giungono dal settore fotovoltaico tedesco e, in particolare, dall’associazione di categoria BSW che considera il ritocco al ribasso della tariffa in conto energia un forte pericolo per lo sviluppo industriale del settore e proprio in un momento delicato per la forte concorrenza asiatica, specialmente quella emergente proveniente dalla Cina.
Secondo le ipotesi del Ministero dell'Ambiente, per nuovi impianti FV installati su tetto si propone una diminuzione annuale della tariffa del 7% a partire dal 2009 e dell’8% a partire da 2011. Per quanto riguarda gli impianti a terra, la degressione annuale potrebbe essere anche del 9,5%.
Le industrie tedesche fanno sapere, tramite l’associazione di categoria, che finora la riduzione annuale del 5-6% era sì importante, ma sostenibile e capace anche di migliorare la qualità dei prodotti e dei sistemi. Una riduzione ulteriore potrebbe, invece, inficiare – dice la BSW - i notevoli investimenti delle compagnie tedesche del fotovoltaico che, solo nel 2006, hanno speso un miliardo di euro per ampliare le loro linee produttive e 100 milioni di euro in ricerca e sviluppo, tutto al fine di abbattere i costi.
Vedremo se nei prossimi mesi passeranno le proposte del Ministro Gabriel che potrebbero rimettere parzialmente in discussione la direzione dei flussi degli investimenti sul mercato. A quel punto l’Italia diventerebbe sempre di più titolare di uno dei meccanismi più incentivanti al mondo.

Nel quadro dello sviluppo delle energie rinnovabili in Germania, il Ministro dell’Ambiente ha, inoltre, spiegato che intende portare la produzione di elettricità da rinnovabili al 45% entro il 2030. Attualmente si è già superata la quota del 12,5% che era l’obiettivo per il 2010. Obiettivo intermedio per il 2020 è arrivare al 27%.
Questi target, dice Gabriel, sono in linea con i più ambiziosi obiettivi della Germania rispetto a quanto stabilito in marzo in sede europea per l’UE nel suo complesso; infatti, la Germania punta a ridurre le emissioni di gas serra al 2020 non del 20% ma del 40% ai livelli del 1990.
La strada secondo il Ministro è giusta, visto che lo scorso anno il paese è riuscito a evitare l’emissione di 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica grazie alle sole fonti rinnovabili. Ha aggiunto che oggi in questi settori sono occupati 214.000 addetti, un vero record  a livello internazionale.

LBhttp://qualenergia.it/view.php?id=364&contenuto=Articolo

Uno, nessuno, al-Baghdadi

Lo sapevo. La notizia dell'estate, proprio adesso che ho il bracciodestro AA in ferie e il neocon residente ai lavori forzati.
Vi ricordate Abu Hamza al-Muhajir, detto anche Abu Ayyub al-Masri, detto anche Bassoprofilo, insomma Tizio Nuovo? Ecco.
Non ci avevano detto che era il presunto capo di al Qaeda in Iraq (annuncio del 12 giugno 2006; lasciate stare che forse si tratta di due persone diverse)? Sì, ce l'avevano detto.
Poi avevano cambiato idea, e ci avevano detto che però forse il capo era Omar al-Baghdadi.
Adesso, tale al-Mashhadani Khaled, uomo di al Qaeda arrestato dalle truppe Usa a Mosul (mettere agli atti bracciodestro catturato numero 735545), ha rivelato che Omar al-Baghdadi in realtà non esiste. È un attore, dice, il vero capo di al Qaeda è Abu Ayyub al-Masri. Bene, nuovamente il Nostro.
Ma cos'avrebbe fatto questo satanasso di un Mashhadani? Avrebbe supervisionato la creazione di un'organizzazione fittizia denominata "Stato islamico dell'Iraq", composta da gente fittizia e guidata da un personaggio altrettanto fittizio: Omar al-Baghdadi. Dice il generale Kevin Bergner: per dare credibilità al nuovo leader "lo stesso al-Masri gli giurò fedeltà". Ma in realtà Omar era impersonato da un attore: Abu Abdullah al-Naima.
Nuova versione: "Al Qaeda in Iraq è in realtà guidata da un gruppo di stranieri che fa capo ad Abu Ayyub al-Masri, ma che si serve di 'manovalanza' irachena divisa in diverse cellule" ha aggiunto Bergner.
C'è tutto: il Vero Capo Sotto Mentite Spoglie che giurà fedeltà al Carismatico Nuovo Capo, la Cerimonia di Investitura, il finto Stato Islamico, la Mente delatrice, l'Attore. Un po' Pirandello, un po' dramma-nel-dramma Shakespeariano.
Tuttavia.
Fa caldo, il bracciodestro è in ferie. Adesso ridatemi la vecchia fasulla al Qaeda con il suo capo morto e i cinquanta vice d'ordinanza, rivoglio il monocchio Mullah Omar e il tenebroso giordano con le sue sottovesti da Barbie Ballerina, raccontatemi che Saad bin Laden sta organizzando la guerriglia a St. Motitz anche se papà non vuole e che il giovane Omar ha sposato una cinquantenne inglese conosciuta facendo il giro delle Piramidi a cavallo. Ops, già fatto?

Link (gracias, toni_i :-))http://mirumir.blogspot.com/

Elezioni in Turchia: appuntamento cruciale

Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni

Un campagna elettorale dai toni dimessi che ha lasciato completamente assenti due grandi temi: la questione curda e l’Ue. La società turca è però consapevole di trovarsi di fronte ad un appuntamento cruciale per il futuro della Turchia
“Se non saremo l’unico partito al governo mi ritirerò dalla politica”. Sono queste parole di Erdoğan ad animare le ultime ore della campagna elettorale in vista delle elezioni di domenica. Nonostante l’appuntamento elettorale si presenti come uno dei più importanti della recente storia repubblicana si è trattato però di una campagna elettorale anomala. Complice anche la calura estiva, la società turca è arrivata all’appuntamento elettorale spossata dopo mesi di tensioni e polemiche cominciate intorno alla questione dell’elezione del presidente della repubblica.

E la campagna elettorale, pur non mancando i canonici comizi elettorali, gli interminabili dibattiti televisivi e le polemiche quotidiane sulle pagine dei giornali, ha avuto un tono insolitamente dimesso.

Soprattutto pressoché ignorate le grandi questioni che interessano la vita quotidiana del paese e che attendono urgentemente soluzioni. Il rafforzamento di un’economia che pur avendo mostrato sorprendenti tassi di crescita negli ultimi anni rimane strutturalmente fragile, la riforma fiscale, quella della previdenza sociale, gli squilibri regionali, gli ancora alti tassi di disoccupazione, ufficiale e sommersa, e le profonde diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Rari sono stati gli accenni alla necessità di una riforma istituzionale che riveda alla radice il sistema disegnato dalla giunta militare agli inizia degli anni ’80. Completamente assenti due grandi temi intorno ai quali si giocherà il futuro del paese: la questione curda e l’Unione europea.

Dopo la ripresa della violenza degli ultimi mesi e la crescita del risentimento e degli umori nazionalisti nessun partito, ad esclusione ovviamente di quello curdo, se l’è sentita di mettere le mani su di una questione scottante con il rischio di bruciare fette importanti di consensi.

Per quanto riguarda l’adesione europea l’ambiguo comportamento della UE e soprattutto la crescita
dei sentimenti antiturchi (le performance verbali di Sarkozy sono state seguite attentamente nel paese) hanno da tempo raffreddato gli entusiasmi europei e suggerito prudenza ai leader politici. Il fatto che nessun partito abbia però cercato di sfruttare in chiave elettorale questo risentimento antieuropeo mostra come, al di là della retorica elettorale, sia ampiamente diffusa la coscienza che comunque l’Unione europea rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile per il futuro del paese. Anche i militari, da mesi un attore politico a pieno titolo, dopo aver cercato di mettere più volte all’angolo il governo Erdoğan prima sulla questione della laicità e poi sulla lotta al terrorismo e l’intervento nel Nord Iraq, negli ultimi giorni si sono progressivamente ritirati dietro le quinte, in attesa degli esiti delle urne.

Accantonati i grandi temi che cosa è rimasto nella campagna elettorale? Polemiche personali tra i leader di partito, in particolare Baykal ed Erdoğan, riferimenti alle grandi paure di rito “non permetteremo la disgregazione del paese”, il tentativo di sfruttare le paure provocate dalla ripresa degli scontri tra l’esercito ed il PKK, “In un mese eliminerò il terrorismo” promette Mehmet Ağar del Partito Democratico. Ed anche alcune scivolate di cattivo gusto come quella di Devlet Bahçeli, leader dell’ultranazionalista MHP che dopo aver cercato per mesi di rendere presentabile il suo partito, in un comizio ha lanciato alla folla un cappio sfidando Erdoğan “ad impiccare Öcalan” dimenticandosi, tra l’altro, di essere stato tra coloro che hanno firmato l’abolizione della pena di morte.

Per trovare entusiasmo e partecipazione bisogna rivolgersi ai candidati indipendenti, la vera novità di rilievo di queste elezioni. In particolare i rappresentanti del DTP, ai quali la scelta di presentarsi come candidati indipendenti, ha dato la sensazione che per la prima volta dopo il 1991 nel parlamento tornerà a farsi sentire la voce della comunità curda. Una ventata di ottimismo e di entusiasmo che si coglie nettamente non solo nelle parole dei leader del partito, in particolare la co-presidente Aysel Tuğluk, ma anche della gente comune, il cui viso si illumina quando gli si chiede delle elezioni: “Anche se ci mettono sempre degli ostacoli, questa volta ce la facciamo”.

In queste ultime ore si moltiplicano analisi, previsioni e sondaggi che cercano di capire quale parlamento uscirà dalle urne. Quasi scontata la vittoria dell’AKP che si confermerà primo partito, si discute intorno alle proporzioni del suo successo. Alquanto probabile è un aumento dei consensi rispetto al 34% del 2002. Da un lato il partito ha rinnovato buona parte dei suoi candidati per mettersi al riparo dalle accuse di attentare alla laicità, marginalizzando la componente legata ai tradizionalisti del Milli Görüş ed integrando personalità del mondo accademico, molte donne ed anche esponenti della comunità alevita.

Dall’altro la storia politica della Turchia insegna che dopo ogni intervento dei militari, l’ultima volta dopo il golpe del 1980, i consensi sono andati al partito percepito come più lontano dalle forze armate. Inoltre anche gli ambienti economici e finanziari ammettono, magari a denti stretti, che una vittoria dell’AKP rappresenta la migliore garanzia di stabilità e di continuità nel processo riformatore.

A differenza delle elezioni del 2002 questa volta saranno più di due i partiti che riusciranno superare la soglia di sbarramento del 10%. Oltre all’AKP, il CHP sotto il cui simbolo si presenteranno anche i candidati del DSP (Partito Democratico di Sinistra). Le ultime previsioni lo danno intorno al 20%. Il terzo partito quasi sicuramente sarà il Movimento di Azione Nazionalista (MHP) che raccoglie i risentimenti e le paure legate al ritorno della violenza nell’Est del paese e la più generale crescita dei sentimenti nazionalisti.

Accanto a questi tre partiti eventuali sorprese potrebbero arrivare, anche se le probabilità sembrano essere ridotte, da altre due formazioni: il Partito Giovane (GP), il partito azienda di Cem Uzan, travolto dagli scandali finanziari che, con la sua miscela di nazionalismo e populismo qualunquista, rappresenterebbe la scelta anti-politica. Il secondo è il Partito Democratico (DP) che nonostante la fallita fusione con l’ANAP può contare sulla fama di “uomo d’ordine” del suo leader Mehmet Ağar e un evidente trattamento di favore da parte della grande stampa.

Certa invece la presenza di un folto gruppo di rappresentanti curdi che potrebbero costituire un proprio gruppo parlamentare e molto probabile quella di alcuni candidati della sinistra, in particolare Baskin Oran e Ufuk Uras, importante quantomeno sul piano simbolico.

Il prossimo parlamento dovrebbe quindi garantire una maggior rappresentanza della società turca, se consideriamo che nel 2002 il 45% dei voti sono rimasti fuori dall’aula per effetto dello sbarramento. La presenza di più partiti inoltre farebbe sì che l’AKP, nonostante la sua maggioranza percentuale, avrebbe un numero di deputati inferiore a quello della passata legislatura, 363 su 550. Un elemento in grado di contribuire a smussare le tentazioni egemoniche e piglia-tutto che il partito ha più volte mostrato e di favorire un approccio più sensibile alla mediazione, magari a partire dal primo scottante problema che il nuovo parlamento si troverà ad affrontare, l’elezione del nuovo presidente della repubblica.

Infine rimane da considerare un elemento spesso trascurato dalle analisi di questi ultimi tempi. Nelle elezioni del 2002 gli astenuti furono più di nove milioni, un indice eloquente della sfiducia degli elettori nei confronti del sistema politico del paese. I sondaggi di questi giorni indicano una probabile, sensibile riduzione della percentuale di astenuti. Segno questo di come, al di là dei toni dimessi della campagna elettorale, nella società turca si vada diffondendo la consapevolezza di trovarsi, con queste elezioni, di fronte ad un appuntamento cruciale per il futuro del paese.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8037/1/245/

Continua la violenza poliziesca a Oaxaca. Nuovi scontri nei giorni scorsi tra l'APPO e le forze di sicurezza dello Stato di Oaxaca. La Polizia Federale ha lasciato a terra un partecipante del movimento. Bilancio: 10 feriti gravi, 50 feriti lievi e 62 arresti.

Lo scorso 16 luglio la polizia ha scatenato un'"offensiva di massa" contro le persone di Oaxaca che stavano celebrando il loro Guelaguetza (un festival culturale tradizionale, che si svolge ogni anno) alternativo nell'auditorium del Guelaguetza. L'APPO (Assemblea Popolare dei Cittadini di Oaxaca) aveva annunciato con due giorni di anticipo che avrebbe tenuto questo festival alternativo all'interno dell'auditorium principale ubicato a Fortin Mountain fuori dalla città.

La Polizia di Prevenzione Federale e la Polizia di Stato hanno circondato l'auditorium in modo da impedire alle persone di entrare al festival. Una carovana diretta all'evento, composta da 10000 persone, si è presentata all'auditorium e in quel momento la polizia ha attaccato la folla con gas lacrimogeni, sassi, bastoni, qualsiasi cosa capitasse a portata di mano, così come un indefinito numero di proiettili di arma da fuoco. Le persone si ritiravano e la polizia avanzava, pestando e arrestando la gente. Un sacco di persone sono state scaraventate dentro le camionette della polizia con serie ferite.

Alcune fonti riportano di decine di persone riversate a terra in gravi condizioni, e sembra che la polizia abbia arrestato addirittura i feriti che stavano venendo trasportati dalle ambulanze.

Il bilancio finale secondo le fonti vicine alla APPO risulta essere di un desaparecido, 50 feriti e 62 arresti; le fonti della polizia invece riconoscono 40 arresti, 15 poliziotti feriti e quattro civili lesionati.

Tra le notizie a caldo si era parlato anche di un morto, Emeterio Merino Cruz Vásquez, membro del comitato di difesa dei diritti indegeni di Santiago Xanica, che poi è risultato essere fortunatamente ancora in vita anche se in condizioni gravissime. Tutt’ora è in ospedale per un trauma cranio-encefalico, il viso sfigurato ed ematomi sparsi in tutto il corpo.

Tragica la storia anche di Cruz Vásquez, idraulico di 46 anni che offriva i suoi servizi in varie scuole di Oaxaca, e che si era consegnato alla polizia pacificamente durante gli scontri. Sono emerse numerose foto ed in particolare c’è un video in cui si vede Cruz Vásquez che si consegna alla polizia pacificamente, ma la sequenza grafica dimostra come la polizia lo colpisca sino a lasciarlo a terra privo di sensi e senza che lui accenni ad una reazione.

Il Guelaguetza alternativo era stato organizzato dall'APPO in risposta alla cooptazione da parte del governo del festival culturale che dipinge le tradizioni indigene con la danza. Il movimento accusava che il festival era stato ridotto per anni a uno spettacolo per i turisti, e che il Guelaguetza "ufficiale" è una gita economica da parte delle multinazionali e Ulises Ruiz, il Governatore dello Stato bersagliato dalle rivolte popolari di Oaxaca.

La APPO ha emesso un comunicato di condanna della repressione nel quale si chiede la solidarietà internazionale, la liberazione di t