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agosto 31 2007
Svendere Noto per quattro soldi
di Mario Tozzi, La Stampa - Dalla cattedrale di Noto appena restaurata non si vedrà di certo la piazzola di perforazione per la ricerca di idrocarburi e la bruttura paesaggistica di queste prime fasi di prospezione è senz’altro limitata (per non parlare dell’impatto ambientale praticamente assente). Ma il problema della ricerca di gas e petrolio nella Valle del Barocco siciliano non risiede certo nelle prime fasi della ricerca e le vere domande che ci si deve porre riguardano il futuro energetico e ambientale del nostro Paese. Specialmente tenendo conto che c’è già un esempio di come le cose possano andare quando si svende l’inclinazione turistica e naturalistica per un piatto di lenticchie. Per ora a Noto si cerca solo gas, ma sarebbe molto difficile arrestare le ricerche una volta che si dovesse riscontrare la presenza di idrocarburi liquidi (petrolio) invece che gassosi soltanto (infatti ci sono già altri operatori, autorizzati, al lavoro). E si capisce perché: nessuna attività industriale è remunerativa come l’estrazione e il commercio di idrocarburi, non a caso si parla delle più ricche corporation del mondo, che impiegano una tecnologia seconda solo a quella militare.
Le compagnie petrolifere lucrano guadagni astronomici sul barile di greggio nigeriano o sudamericano, paesi in cui debbono versare ben oltre il 50 per cento in royalties ai governi nazionali. Figuriamoci su quello italiano che, seppure di qualità inferiore, impone percentuali irrisorie (meno del 10 per cento). Insomma estrarre petrolio in Italia costa meno che altrove, anche tenendo conto della sua scarsa qualità e dei suoi costi di estrazione mediamente più elevati (6-8 dollari al barile contro 2-3). Del resto l’Italia non veniva considerata terra di petrolio e perciò le royalties imposte erano (e sono rimaste) così convenienti, in modo di attrarre potenzialità industriali. Questo fino a qualche anno fa, prima della scoperta del petrolio lucano.
Le stime sulle riserve di petrolio della Basilicata sono teoricamente eccezionali: si parla del più grande giacimento mai scoperto nell’Europa continentale (eccettuati, cioè, i giacimenti sottomarini del Mare del Nord): circa 154 mila barili di petrolio al giorno, cioè 960 milioni di barili di riserve stimate, cifra che farà passare da quasi il 4 per cento a circa il 9 per cento la produzione domestica. La Regione Basilicata guadagnerà circa un miliardo di euro in vent’anni, cifra che solo in apparenza sembra considerevole: in Venezuela le nuove royalties imposte dal presidente Chavèz (in pratica una nazionalizzazione coatta) hanno fatto infuriare le compagnie petrolifere (tra cui l’Eni) che minacciano di abbandonare il Paese (dimenticando chi sono i veri proprietari di quelle risorse).
Infrastrutture, indotto e occupazione ne hanno risentito positivamente, con la certezza, però, che si tratta comunque di investimenti a termine, perché - come è noto - il petrolio comunque finirà o costerà troppo in pochissimo tempo. E quando il petrolio sarà finito si rischia di rimanere con il territorio devastato e/o controllato dalle corporation, l’occupazione a zero, i frutteti abbandonati e le aree archeologiche o naturalistiche trascurate. Investire grandi potenzialità in quelle attività significa comunque non interessarsi più dei settori tradizionalmente forti del Sud d’Italia: agricoltura di pregio, turismo, beni culturali e parchi devono resistere comunque, se non ci si vuole trovare solo con un pugno di piazzole esauste e con un oleodotto sporco alla fine dell’orgia petrolifera.
A Noto come in Val d’Agri la domanda è la stessa: ha senso trasformare l’economia di una regione a vocazione eminentemente turistica e agricola per sfruttare una fonte energetica destinata a diventare troppo onerosa nell’immediato futuro? Che prezzo sociale e ambientale siamo disposti ancora a pagare per una risorsa effimera? Lo sviluppo legato ai combustibili fossili ha il fiato corto, soprattutto perché è figlio di una logica insensata dell’incremento dei consumi, come se la Terra fosse diventata improvvisamente inesauribile. Gli idrocarburi italiani non sfuggono a questa logica: denari spesi in opere la cui utilità è spesso dubbia e scarsa propensione al raffreddamento dei consumi. Con la possibilità concreta che, una volta terminato lo sfruttamento, quello che resta in mano sia davvero poca cosa. Di queste considerazioni non c’è eco nel dibattito, come se il «progresso» non dovesse mai fermarsi a riflettere, ma solo avanzare. Almeno a sapere verso dove.
Un passo contro la pena di morte
di Romano Prodi, La Stampa -
Gli italiani hanno compreso prima di altri il valore civile e morale di una battaglia contro la pena capitale. E il nostro Paese ha il merito, fin dal 1994 e grazie a tutti i governi che si sono da allora succeduti, di aver guidato la lotta contro la pena di morte nel mondo, registrando sulla nostra proposta di moratoria universale
il sostegno dell’opinione pubblica, una convergenza straordinaria in Parlamento di forze politiche sia di maggioranza sia di opposizione e incontrando negli anni il crescente sostegno di Paesi in ogni continente. Con l’abolizione della pena di morte dai codici militari nel 1994, l’Italia infatti non solo cancellava l’ultimo retaggio ancora presente nell’ordinamento interno, ma intraprendeva un percorso che l’ha portata ad essere il Paese che più ha fatto in concreto, nelle sedi internazionali e nei confronti di Paesi mantenitori, per fermare le esecuzioni capitali.
Una Risoluzione per la moratoria fu presentata per la prima volta all’Assemblea generale delle Nazioni Unite già nel 1994. Anche se battuta (per soli otto voti!), ciò non impedì alla Commissione dell’Onu per i diritti umani, tre anni dopo e su iniziativa del governo da me presieduto, di approvare a maggioranza assoluta una risoluzione che chiede «una moratoria delle esecuzioni capitali, in vista della completa abolizione della pena di morte».
Con ciò, per la prima volta, un organismo delle Nazioni Unite stabiliva che la questione della pena di morte attiene alla sfera dei diritti umani e che la sua abolizione costituisce «un rafforzamento della dignità umana e un progresso dei diritti umani fondamentali». Da allora, per nove anni, la Risoluzione è stata ininterrottamente approvata a Ginevra, ed è anche grazie a questo se la situazione della pena di morte è oggi decisamente mutata, con abolizioni e moratorie stabilite ovunque nel mondo che hanno salvato dal patibolo migliaia di persone.
In questi anni l’Italia ha fatto valere la sua posizione contraria alla pena di morte anche nei confronti dei Paesi che ancora la praticano. Il 25 giugno 1996, con una sentenza storica, la Corte Costituzionale del nostro Paese ha posto una riserva assoluta a estradare verso i Paesi mantenitori persone che lì rischiano di essere condannate a morte, italiani o stranieri che siano, che risiedano o vivano sul nostro territorio. Un Paese che ha abolito totalmente la pena di morte - ha stabilito la Corte - non può cooperare alla sua applicazione ovunque nel mondo.
È giunto ora il tempo di affrontare il passaggio decisivo per portare a compimento la nostra iniziativa: la moratoria universale delle esecuzioni capitali. L’impegno mio e del governo affinché questa moratoria venga attuata è forte, sulla base anche della decisa mobilitazione del Parlamento italiano. Su questo tema ho chiesto innanzi tutto uno sforzo dei Paesi europei a riaprire la questione in Assemblea generale alle Nazioni Unite. Abbiamo in questi mesi ingaggiato una significativa azione a Bruxelles e a livello internazionale e con la nostra proposta di moratoria ci siamo confermati capofila di una grande battaglia di civiltà. Sono per questo particolarmente soddisfatto per la decisione presa il 18 giugno scorso dall’Unione Europea di presentare, nell’ambito di un’alleanza interregionale, la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali all’apertura della prossima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È stato un grande successo dell’Italia, delle associazioni, di chi su questo non ha mai cessato di battersi, del Parlamento e del governo. Ritengo doveroso ringraziare il ministro Massimo D’Alema per aver insistito coi partner europei sull’esigenza di procedere il più presto possibile con un atto concreto per una battaglia di civiltà che ci vede in prima linea.
L’Italia e l’Europa non sono sole. Molti Paesi nelle diverse aree del mondo hanno nel frattempo deciso di sostenere la nostra iniziativa. Nel gennaio scorso, intervenendo al vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, ho rivolto un appello ai leader africani a lavorare insieme sulla moratoria universale. Ritengo particolarmente straordinario l’impegno dell’Africa: Sud Africa, Mozambico, Angola, Senegal, ma anche Paesi come la Liberia, la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, che nella loro storia recente hanno conosciuto le più gravi violazioni al diritto umanitario internazionale, si sono uniti alla nostra campagna globale.
Con questo impegno l’Africa dimostra di non voler più essere solo terra di colpi di Stato, di esecuzioni sommarie e di esecuzioni capitali; anzi, di essere capace di lanciare al mondo anche segnali di nonviolenza e messaggi di civiltà. Il conferimento al presidente Paul Kagame del Premio di Nessuno tocchi Caino L’Abolizionista dell’Anno coglie lo straordinario valore simbolico, oltre che giuridico e politico, dell’abolizione della pena di morte in Ruanda, una terra dove la catena perpetua della vendetta e l’eterna vicenda di Caino e Abele hanno avuto forse una delle rappresentazioni più tragiche e attuali. L’esempio del Ruanda e di altri Paesi africani dilaniati dalla violenza, spesso fratricida, è espressione di una via da seguire per giungere alla fine della pena capitale nel mondo. Chiedere l’abolizione tout court in situazioni particolari come quelle di Paesi nei quali vige uno stato di emergenza o sono in corso conflitti internazionali o sono appena terminate guerre civili, sarebbe una mera petizione di principio. La moratoria universale decisa dalle Nazioni Unite, invece, può essere una via pragmatica e efficace contro questo flagello.
Conseguire l’obiettivo di una moratoria avrà un significato politico di enorme portata. Una decisione a favore della moratoria in vista dell’abolizione da parte dell’organismo maggiormente rappresentativo della Comunità internazionale, presa anche solo a maggioranza, avrà l’indiscutibile effetto di consolidare l’opinione mondiale della necessità di mettere al bando le esecuzioni capitali così contribuendo allo sviluppo dell’intero sistema dei diritti umani. Molte e autorevoli voci si sono levate in Italia e nel mondo a sostegno in questa battaglia di civiltà. Di questo vorrei ringraziare i premi Nobel e le prestigiose personalità internazionali che nei mesi scorsi, rivolgendomi un appello personale, hanno sostenuto il governo in questa iniziativa, e tutti gli esponenti del Partito Radicale e di Nessuno tocchi Caino, a partire da Marco Pannella, che su questo obiettivo continuano la loro lotta nonviolenta a testimonianza di uno straordinario impegno politico e civile.
Prefazione del Presidente del Consiglio al dossier di «Nessuno tocchi Caino»
La politica italiana come la vorrei
Provo a raccontarvi i miei, di sogni per la politica italiana del futuro.
1. Soggetti politici stabili. Partiti che non durino una stagione, che non nascano per esigenze personali, non muoiano per trasmigrazione, non si dividano o moltiplichino ogni sei mesi, che siano punti di riferimento costanti nel tempo - dall'identità certa e dalla missione chiara. Che se uno lo vota ad una tornata elettorale, sa che lo ritrova la volta successiva - e che sta dalla stessa parte.
2. Gruppi dirigenti mobili (che se uno li vota una volta, sa che non necessariamente li ritrova la volta successiva). In entrata (possibilità di rinnovamento, effettivo accesso a giovani e donne) ed in uscita (che i politici di 70 anni si godano la pensione con i nipotini). Valutabili in base ai risultati, alla competenza, alla professionalità.
(da notare che stabilità dei partiti e mobilità dei gruppi dirigenti sono inversamente proporzionali da noi, direttamente proporzionali nel resto del mondo)
3. Un bipolarismo compiuto. Con un centrodestra ed un centrosinistra stabili, riconoscibili, dai programmi omogenei (davvero e non per finta). Un sistema in cui l'alternanza sia percepita come fisiologica, l'avversario politico non sia il demonio, e la differenza non corra sul filo dell'insulto ma si fondi su profili politici e programmatici diversi (entrambi legittimi, semplicemente alternativi).
4. Una politica che decide. Capace di affrontare (se non risolvere) i problemi principali del Paese (e l'agenda non resta la stessa per 10 anni). Capace di fare scelte con lo sguardo al futuro dell'Italia e del mondo, all'interesse nazionale (che significa l'interesse dei propri cittadini, delle persone). Che attui con coerenza e coraggio il proprio programma, e sia valutato per questo.
5. Una politica democratica. Ovvero capace di far partecipare e di rappresentare la società italiana nella sua complessità (le donne, gli under 60, i cittadini di origine straniera), in modo aperto e strutturato. Una politica dai processi decisionali trasparenti - in cui le informazioni circolino, le discussioni si facciano nei luoghi deputati a discutere, le decisioni vengano prese da chi in teoria dovrebbe prenderle. Una politica responsabile e trasparente. Partiti che svolgano in modo efficace la propria funzione: ampliare e semplificare la partecipazione dei cittadini alla vita politica; formare e selezionare classi dirigenti; connettere società ed istituzioni; elaborare analisi e proposte politiche. Partiti non degli eletti, ma degli elettori e degli iscritti - con forme e strumenti di partecipazione plurali e modulari, fatti per chi può e vuole dedicare alla politica la vita, o 5 minuti al mese.
6. Una politica non ideologica, ma molto ideale e reale. Ovvero mossa dall'aspirazione a servire la collettività - che sia locale o globale -, migliorare la vita delle persone, seguire la bussola del bene comune. Aperta all'ascolto della società, dei problemi e dei sogni delle persone per come sono e come cambiano, fluida nel cercare soluzioni e concreta nell'applicarle. Capace di fare i conti con le paure anche più politicamente scorrette delle persone, di sporcarsi le mani pur di non voltare la testa dall'altra parte.
7. Una politica connessa con il mondo. Quello fuori da se (le rappresentanze sociali - sindacali e datoriali-, l'associazionismo, il volontariato, i cittadini non interessati alla politica,...). E l'Europa, il mondo. Partiti che abbiano rapporti organici, stabili, coerenti e seri con le famiglie politiche internazionali - che io immagino sempre più bipolari, organizzate lungo il discrimine progressisti / conservatori.
Sono sogni per la politica italiana che verrà, a destra come a sinistra - come li ho raccontati a VeDrò (anche grazie ad alcuni dei commenti al post precedente). Mi sono stupita nel sentire imprenditori di destra sostenere l'esigenza di avere politici professionisti, politici professionisti scagliarsi contro la casta, "società civile" rimpiangere i partiti di massa degli anni '50 - e tutti o quasi ragionare di finanziamento pubblico ai partiti.
Per il resto - note di colore: età media over 40, più che under, Andreatta ha disertato il gruppo di lavoro (peccato), la compilation anni '80 della serata discoteca è stata fantastica, e Letta si è fatto male al ginocchio giocando a calcio. Della serie, non siamo poi così giovani...http://blogmog.ilcannocchiale.it/
LA MERITOCRAZIA DEI FIGLI - Nuove classi dirigenti
Enrico Letta, Giorgio Prodi, Annamaria Artoni, Giulio Napolitano, Filippo Andretta, Folco Terzani. Tutti riuniti a Drò per discutere di meritocrazia. Ci sarei andato pure io, ma mi mancava il papà famoso. http://titollo.ilcannocchiale.it/
Pd: Boselli, basta con l'ipocrisia del doppio premier
Adnk -
"Quando Veltroni con il suo articolo su 'Repubblica' detta le sue linee guida in materia fiscale, che sono molto ambiziose, segnala quelli che a suo giudizio sono i vistosi limiti del governo Prodi". Lo sottolinea il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, commentando il decalogo sul fisco illustrato oggi dal candidato leader del Pd in una lettera alla "Repubblica". "I partiti che fanno parte della maggioranza -aggiunge Boselli- non possono restare con le mani in mano a fare da spettatori di fronte all'eventualita' che, prima o poi, Prodi e Veltroni entrino in rotta di collisione ed infatti e' evidente che non si puo' andare avanti con un premier in carica e con un suo doppio virtuale".
"Per evitare questo corto circuito che -prosegue il leader dello Sdi- affosserebbe non solo il centro sinistra di oggi ma anche quello di domani, bisogna arrivare al piu' presto a un vertice tra tutti segretari di maggioranza nel quale avvenga un vero chiarimento vero tra Prodi e Veltroni. Non si puo' presentare all'opinione pubblica un programma di nuovo conio come se il centro sinistra fosse all'opposizione e mancasse poco meno di un anno alla fine della legislatura. Tutto cio' non e' comprensibile per gli elettori che ci hanno votato e da' solo vita -conclude Boselli- a un festival di ipocrisie a cui e' necessario mettere rapidamente la parola fine".
Foto sotto: ICI

Marioemario è per l'Europa dei popoli e della politica. Non per quella dei burocrati, dei banchieri e delle ingerenze.
Cosa ne sanno a Bruxelles dell'ICI e della Chiesa?
Nella foto il domus mariae, o forse il bonus pastor, no, l'agnus romanus, non ricordo.
Comunque, è evidente che non si tratta di attività commerciale a scopo di lucro.
E' evidente che non deve pagare l'ICI, perchè come dice Bagnasco la Chiesa fa tanto bene. E il domus mariae è una struttura ancillare alle attività della congregazione padri certosini di via monotype. Sono loro, e non un ente for profit, che gestiscono l'edifico (ce ne sono migliaia a Roma) ma solo allo scopo di accogliere i pellegrini e i soci dell'associazione di studi mariologici.
Anche il ristorante, il bar e la piscina servono a questo. Cosa credevate? La piscina è usata dalla squadra di pallanuoto della società sportiva cattolica afferente alla associazione delle congregazioni del preziosissimo cappello e della comunità per la santificazione della casa del beato cipputi.
Lunga vita a Santa Romana Chiesa e a tutte le sacre attività manageriali che esercita in nome della bontà e della verità sul sacro suolo italiano.
Ezio Mario
http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/
D'Alema e quei distrattoni di Repubblica
Repubblica s'è distratta. Oh succede, non stiamo sempre lì con i fucili puntati, non siamo mica leghisti. Avevano questa bella intervista di Massimo Giannini al suo pupillo Massimo D'Alema e ci hanno messo tutta l'attenzione possibile per titolarla, con il solito bel disegno di Mannelli. Il "Pd polizza vita del governo", l'esecutivo che "durerà tutta la legislatura", niente "interpretazioni assurde", niente "cambi di maggioranza". Tutto fantastico e perfetto. Se poi si sono dimenticati di evidenziare da qualche parte un passaggio non proprio irrilevante non è mica colpa di nessuno. Comunque si tratta di questo: per sventare il fantasma del '98, quando Prodi fu trombato da Bertinotti e D'Alema balzò in sella scippandogli un governo senza passare dalle urne, D'Alema dice che no e poi no, nessun ribaltone possibile, e la situazione allora era molto ma molto diversa. Ed ecco qui la frasetta assassina: "Le parole di Veltroni non significano poi che se cade il governo non se ne possa fare un altro". Ah no? Fossi Prodi mi verrebbe il formicolio alle gambe.http://stamparassegnata.splinder.com/
LA GRAZIA A KENNETH FOSTER
Un segnale dal Texas
Le buone notizie arrivano quando uno meno se lo aspetta: il governatore del Texas ha concesso la grazia a Kenneth Foster. E pensare che la giustizia di Houston viaggiava su una media di un'esecuzione al giorno: martedì DaRoyce Mosley, mercoledì John Joe Amador, per un totale di oltre 400 condanne eseguite. Per Foster quindi le speranze erano poche. Eppure il suo caso era diverso: era finito nel braccio della morte per aver partecipato a una rapina, grazie a una norma texana secondo cui anche chi non compie l'omicidio (e come avrebbe potuto visto che era in una macchina a trenta metri di distanza?) ma vi è in qualche modo coinvolto può essere condannato all'iniezione letale. Come a dire che le cattive amicizie si pagano. Forse sarà stato questo a convincere il governatore Rick Perry a commutare la pena in ergastolo. Le pressioni, interne ed esterne, erano molte: la Board of Pardons and Paroles, l'organo che esamina le richieste di grazia, per quanto la decisione finale spetti al governo, ha deciso a favore di Foster con sei voti contro uno. L'Unione europea era scesa in campo in favore del condannato sfidando gli Stati Uniti in nome del progetto per una moratoria della pena di morte che - a detta di D'Alema - verrà presentata nel corso della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La grazia a Foster è un segnale incoraggiante, ma si tratta di una decisione ad hoc che per ora non fa sperare in una moratoria negli Usa. L'America è una delle poche democrazie liberali in cui vige ancora la pena capitale. Per il resto, i paesi che ancora praticano l'omicidio di stato sono tutte dittature o pseudo-democrazie. Come la Cina, che vanta ben cinquemila esecuzioni - una stima parziale visto che sull'argomento vige il segreto di stato - seguita da Iran e Pakistan. Le stime sono fornite dal rapporto ieri da Nessuno Tocchi Caino. Emerge un dato sconcertante: aumenta il numero di paesi abolizionisti, ma cresce ance il numero delle esecuzioni. Come a dire che chi uccide, uccide sempre più spesso. Ora negli Usa la battaglia si gioca tutta a livello di legislature statali: le esecuzioni sono state sospese in molti stati, mentre non si arrende la California che per liberare per intero il braccio della morte dovrebbe giustiziare almeno cinque prigionieri al mese. Il New Jersey è stato il primo stato americano a introdurre per legge una moratoria. Probabilmente ha capito in anticipo ciò che il giudice Arthur L. Alarcon, fino a ieri favorevole alla pena capitale, ci ha messo un po' a comprendere: «Se il sistema non funziona, la pena capitale è un illusione». http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=92839
Scontri a Heatrow
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di Alessandro Ambrosin - Megachip
La scorsa notte sei persone sono state ferite e 14 arrestate durante la protesta sfociata nelle vicinanze dell'aeroporto Heatrow di Londra tra la polizia e i 1400 attivisti che si oppongono all'allargamento dello scalo londinese. Alla protesta hanno preso parte associazioni e movimenti di tutto il Regno Unito, che allarmati dalla prevista costruzione della terza pista ne denunciano il conseguente danno ambientale dovuto all'aumento dei gas di scarico dei velivoli.
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I manifestanti hanno dichiaratamente evidenziato l'indiscriminato e ingiustificato uso della forza da parte della polizia locale giunta sul luogo con 1600 unità per sedare un corteo del tutto pacifico. Lo slogan era eloquente nelle parole, "We are armed only with peer-reviewed science", - Siamo armati solo di scienza -.
I portavoce dei movimenti hanno parlato alla folla, dichiarando la loro contrarietà rispetto la volontà dello stesso governo inglese di ampliare lo
scalo di Heatrow. Proteste anche per il trattamento riservato ai manifestanti da parte delle forze dell'ordine. "Una violenza del tutto immotivata. Un trattamento pari a quello di potenziali terroristi", denunciano alcuni di loro.
Gli scontri si sono verificati ad Harmondsworth, il villaggio che inevitabilmente verrà raso al suolo per lasciare spazio alla nuova pista di
Heatrow. Diverse persone hanno dovuto ricorrere alle cure mediche dopo le cariche dei poliziotti. Nel frattempo alcuni manifestanti, avevano organizzato un altro corteo pacifico vicino al palazzo della British Airways, ma sono stati accerchiati dalle forze dell'ordine e alcuni di loro arrestati. Con questi ultimi gli arresti sono saliti complessivamente a 58.
L'aeroporto di Heatrow detiene il primato europeo di traffico con circa 68 milioni di passeggeri all'anno e 90 compagnie aeree che volano verso 180 destinazioni in oltre 90 paesi del mondo.
Non è la prima volta che i cittadini protestano per Heatrow. Nel 1993 ricorsero alla Corte Europea dei Diritti umani quando il Governo Inglese aumentò il numero dei voli notturni nell'aeroporto di Heatrow, introducendo come sistema di controllo dell'inquinamento acustico collegato non più al numero di voli, ma alla "quantità di rumore" (QC, "quota Count") prodotto.Ma il livello di rumore aumentò esponenzialmente.
Alla decisione si opposero 8 cittadini residenti in altrettante località vicine all'aeroporto (East Sheen, Hounslow, Richmond, East Twickenham, Isleworth, Kew, Windsor, Touchen End). Dopo le consuete denunce ed i processi locali, il caso venne infine sottoposto alla Commissione Europea per i Diritti Umani nel maggio 1997 e trasmesso alla Corte Europea nel novembre 1998. L 'udienza sull'ammissibilità in merito fu tenuta nel maggio 2000 e il caso dichiarato ammissibile a giudizio il giorno stesso. La sentenza della Corte Europea composta decretò che il provvedimento di incremento dei voli notturni e conseguentemente il maggior rumore prodotto era in violazione dell'art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.
Il testo della sentenza, infatti, dice: "Lo Stato ha il dovere di prendere ragionevoli ed appropriate misure in modo tale da garantire agli attori i diritti sanciti dall'Articolo 8 e di fare un bilancio tra gli interessi in contrasto dei singoli cittadini e della comunità nel suo complesso. Nel settore particolarmente delicato della protezione dell'ambiente, il puro interesse economico del paese non è una ragione sufficiente per sottovalutare i diritti degli altri".
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Tutti pazzi per il Kosovo
Da Belgrado, scrive Danijela Nenadić
Corax - www.corax.co.yu/
Alla vigilia di nuovi negoziati sullo status del Kosovo, buona parte dei politici serbi affila la retorica polemizzando con USA e NATO. Mentre l’opinione pubblica si identifica sempre più con la questione kosovara pur sapendo che la provincia potrebbe diventare indipendente
In Serbia la stagione delle ferie estive sta volgendo al termine nonostante le immemorabili alte temperature non accennino a diminuire. A dispetto della dichiarazione del presidente del parlamento Oliver Dulic sul fatto che i deputati devono rinunciare alle ferie a causa del ritardo di quattro mesi nella formazione del governo i parlamentari sono comunque andati in vacanza, e le istituzioni hanno lavorato con una minore intensità. E sarebbe stato tutto come al solito: un andamento lento dei due mesi estivi, qui e là alcuni scioperi, regolari riunioni del governo, euforia per Exit e Guca, insomma tutto regolare, se non ci fosse il Kosovo.
Secondo quanto affermano i funzionari, Belgrado si sta preparando intensivamente alla continuazione dei negoziati sullo status del Kosovo. L’opinione pubblica serba non è a conoscenza della nuova strategia negoziale, proprio come non lo era delle precedenti, ma si sa comunque che le posizioni non cambieranno, almeno per quel che riguarda lo status. Dopo svariati mesi di attesa, all’inizio della settimana è stato confermato che il presidente serbo Tadic e il premier Kostunica sono i co-presidenti del team negoziale. Mentre la composizione dell’intero team sarà resa nota nei prossimi giorni.
La troika di mediatori dell’Unione europea, della Russia e degli USA che ha il mandato per rinnovare i negoziati e mediare nella ricerca di una soluzione, ha già fatto visita a Belgrado e Pristina e ha fatto la conoscenza degli interlocutori che siedono dall’altra parte del tavolo negoziale, nonostante si tratti di diplomatici esperti e ben informati sui Balcani.
A Vienna sono stati annunciati per il 30 agosto i colloqui per la nuova fase di negoziati sullo status del Kosovo. Da Belgrado prenderà parte ai colloqui il ministro degli Affari Esteri Jeremic e il ministro per il Kosovo e Metohija Samardzic insieme ai loro consiglieri. Il quotidiano “Politika” riporta la dichiarazione di Jeremic secondo la quale Belgrado non cadrà più nella trappola dell’indeterminazione dei temi da discutere e dell’ordine del giorno, e poi che la composizione del team negoziale sarà determinata solo nel momento in cui sarà del tutto “chiaro il modo in cui i colloqui si svolgeranno”. Jeremic ha aggiunto che “è importante stabilire le regole. Solo adesso iniziano le consultazioni sul modo in cui questi negoziati devono essere condotti”.
In Serbia tutti parlano del Kosovo. Il più recente sondaggio dell’opinione pubblica dimostra che il grado di identificazione dei cittadini col Kosovo è notevolmente alto, ma allo stesso tempo la maggior parte degli intervistati afferma di essere consapevole della possibilità che il Kosovo in breve tempo possa essere riconosciuto come stato indipendente.
Una tale confusione è stata suscitata per prima cosa dal fatto che, dall’inizio dei negoziati sul Kosovo, lo Stato, ossia il team negoziale, non ha reso nota ai cittadini la strategia rispetto al Kosovo. Eccetto gli sporadici avvisi del presidente Tadic, nessuno dei politici serbi ha riconosciuto di fronte ai cittadini che l’indipendenza è una delle offerte sul tavolo.
In secondo luogo, l’intensificarsi dell’influenza russa sul processo negoziale kosovaro, la ripresa dei negoziati, lo spostamento del termine per assumere una decisione, il rifiuto del piano Ahtissari, l’insistenza sul fatto che la Serbia ha vinto una sorta di “primo round” hanno contribuito alla creazione di un’insolita atmosfera secondo la quale sarebbe possibile mantenere il Kosovo all’interno della Serbia.
Terzo, la recente inversione di rotta nelle relazioni con gli USA praticata da una parte del governo (i ministri appartenenti al Partito democratico della Serbia) insieme al tacito accordo del Partito democratico, eccetto qualche scarabocchio fatto dal capo gruppo parlamentare del DS Nada Kolundzija e dal suo omologo del partito G17 plus, suscitano agitazione tra i cittadini.
Come afferma l’analista politico Jovo Bakic, “una parte del governo conduce una politica attiva in un ambito (il Kosovo), mentre l’altra parte segue tacendo. Negli altri ambiti, per esempio la politica economica, questa parte di governo ha più voce in capitolo, mentre il primo gruppo segue. Così si sono semplicemente divisi a seconda delle varie questioni”.
Ma se guardiamo cosa è accaduto nel Paese durante gli scorsi mesi, vediamo quali sono stati i messaggi inviati al mondo riguardanti la questione del Kosovo. Partiamo dalle più recenti. Il ministro per gli Affari Esteri Vuk Jeremic ha abbandonato la cena alla cerimonia di apertura della conferenza internazionale del Forum strategico europeo di Bled in Slovenia. Jeremic lo ha fatto in segno di protesta perché non gli era stata data la possibilità di replicare a Martti Ahtissari, il quale aveva espresso le sue ben note posizioni sullo status del Kosovo. Un po’ più tardi, Jeremic, come riferisce l’emittente B92, ha dichiarato che “è più fruttuoso passare il tempo nei colloqui bilaterali che ascoltare Ahtissari, perché il suo piano per noi è stato messo agli atti”.
All’inizio di agosto una parte della nomenclatura politica ha affilato la retorica sulla questione del Kosovo. Una serie di politici del gruppo attorno al premier Kostunica hanno criticato quotidianamente la politica degli USA e della NATO, avanzando la tesi che gli USA desiderano fare del Kosovo uno Stato della NATO. Il ministro per il Kosovo e Metohija, Samardzic, ha invitato gli USA, all’inizio dei nuovi negoziati, a rinunciare alla creazione di “uno Stato della NATO sottoforma di un Kosovo indipendente”.
Tutti i media hanno riportato anche la dichiarazione del ministro degli Interni, Jocic, secondo il quale “non si può più nascondere l’intenzione della NATO di fare del Kosovo il suo Stato fantoccio”. Il ministro dell’Energia Popovic in una dichiarazione per il quotidiano “Politika”, ha affermato che la soluzione di compromesso “che potrebbe soddisfare gli interessi dello stato serbo e della minoranza albanese sarà possibile solo se gli USA rinunciano al piano di Martti Ahtissari e alla creazione di uno Stato della NATO in Kosovo”. La portavoce della NATO Carmen Romero ha confutato le affermazioni secondo le quali la NATO sta creando una qualunque forma di stato in Kosovo, ma questo non ha influito sulla continuazione della serie di dichiarazioni dei membri del DSS basate sulle medesime accuse.
La maggior parte degli analisti ha valutato queste dichiarazioni come un gioco pericoloso che esercita un’alta pressione sulla NATO e sugli USA. Nell’analisi condotta dal quotidiano “Novosti” l’analista militare Aleksandar Radic afferma che la Serbia è tornata alla politica delle minacce che aveva caratterizzato il regime di Milosevic e che non è mai andata a vantaggio della Serbia.
Un altro analista militare, Zoran Dragisic, sostiene che “non si capisce cosa vogliano dire i ministri del DSS con l’espressione Stato della NATO”, aggiungendo che “numerose accuse di questo tipo potrebbero infrangere gli obiettivi dichiarati della Serbia riguardo le integrazioni euroatlantiche”.
Nella stessa analisi, l’analista politico Jovo Bakic, afferma di essere “assolutamente d’accordo col ministro Samardzic sul fatto che il Kosovo indipendente non sarebbe uno Stato prospero né uno Stato fondato sugli standard europei, ma andrebbe quantomeno chiarito cos’è questo Stato della NATO, dal momento che il governo lo ha già nominato più volte”. Bakic ha aggiunto che tutti i partiti di governo sono d’accordo sull’inclusione del Paese nell’UE, ma l’ingresso nella NATO è tutta un’altra questione.
Al DSS non hanno oziato di certo dal momento che hanno pensato alcune vecchie/ nuove soluzioni riguardanti il Kosovo. Una delle idee più originali, eccetto la contrarietà alla creazione di uno “Stato della NATO”, è il ritorno di 1.000 soldati serbi in Kosovo. Il segretario di Stato presso il ministero per il Kosovo e Metohija, Dusan Prorokovic, ha detto che non c’è niente di discutibile nella richiesta di far ritornare le forze di sicurezza della Serbia in alcune parti del Kosovo, perché ciò è in accordo con la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Come riporta B92 Prorokovic ha affermato che “se la KFOR non è in grado di adempiere al suo mandato e difendere la popolazione non albanese, impedire il proseguimento della pulizia etnica e delle violenze, allora lo possono fare le nostre forze di sicurezza”. La NATO, l’UNMIK, gli USA e l’UE hanno rigettato questa idea. Le danze proseguono.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8176/1/51/
Tre anni da Beslan: la Russia sfiducia la “verità” del governo
di Maria Anikina
A pochi giorni dal terzo anniversario della strage alla scuola n° 1, le autorità dichiarano illegale uno dei gruppi più impegnati nel fare luce sulla vicenda. “Le Madri di Beslan” intanto chiedono che le indagini ufficiali ammettano tra le prove un video, che inchioda le forze di sicurezza russe. Solo l’8% della popolazione ha fiducia nella “verità" governativa.
Mosca (AsiaNews) – Manifestazioni pubbliche, cerimonie religiose per i defunti segneranno anche quest’anno l’anniversario della strage alla scuola n° 1 di Beslan, Nord Ossezia. A tre anni dal tragico assedio (1 – 3 settembre 2004), le famiglie delle vittime aspettano ancora chiarezza. Le indagini ufficiali continuano a non ammettere come prova un video che indica l’esercito russo come responsabile del massacro e una delle organizzazioni più impegnate per far luce sulla vicenda è stata dichiarata illegale dalle autorità.
Si tratta della “Voce di Beslan”, su cui si è espressa la corte distrettuale di Vladikavkaz, Russia meridionale, il 25 agosto scorso. L’organizzazione pubblica, con i membri ed i responsabili originari, è stata cancellata e registrata con un nuovo organico. La presidente Ella Kesayeva si è sempre espressa contro le autorità russe per la loro gestione della crisi a Beslan e ha chiesto l’apertura di un’indagine internazionale. Il gruppo ha deciso di presentare appello contro la decisione della corte e ha assicurato che “continuerà le sue attività”.
Mentre unico accusato della strage risulta ancora il terrorista ceceno superstite dell’attentato, N. Kulaev, la fiducia dell’opinione pubblica nei risultati dell’inchiesta ufficiale sui fatti di Beslan cala di anno in anno. Secondo un sondaggio del Levada Analytical Center, l’81% dei russi crede che Mosca non dica la verità. I dati - ottenuti da interviste condotte su 1600 cittadini tra il 10 e il 13 agosto – mostrano che solo l’8% della popolazione ritiene affidabili le informazioni ufficiali sulla vicenda; rispetto al 13% di 2 anni fa.
Per “Le Madri di Beslan”, il processo è ancora lontano dalla fine e le autorità non intendono rendere pubbliche tutte le circostanze della crisi degli ostaggi. Il mese scorso le agenzie di stampa hanno parlato di un video, in possesso dei parenti delle vittime, che prova la responsabilità delle forze di scurezza russe nel massacro. La tesi sostenuta fin dall’inizio dal Comitato stesso e dai testimoni oculari è che l’esercito ha causato il tragico epilogo dell’assedio iniziando per primo ad usare lanciafiamme e carriarmati contro i terroristi asserragliati nella scuola. I ribelli, di cui ancora non si conosce il numero esatto, chiedevano il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia. “Le Madri di Beslan” chiedono che il video venga consegnato agli inquirenti, i quali finora “hanno fatto finta non esistesse”, denuncia un membro del Comitato, Aneta Gadiyeva.
Secondo le stime ufficiali a Beslan il 3 settembre morirono 331 persone, di cui 186 bambini. I feriti furono oltre 720 tra ostaggi e cittadini, 55 tra i militari e operatori dei soccorsi. Centinaia ancora gli scomparsi, di cui non si è mai ritrovato il cadavere.
L’AVVISO di KENNEBUNKPORT
Al popolo americano, e a tutti gli individui amanti della pace nel mondo:
Siamo a conoscenza di pesanti indizi che suggeriscono come i sostenitori, i controllori, e gli alleati del Vice-Presidente Dick Cheney abbiano intenzione di imbastire e mettere in atto un nuovo evento terroristico come l’11 settembre, e/o una nuova provocazione bellica, simile al Golfo del Tonchino, nelle prossime settimane o nei mesi a venire.
Tali eventi verrebbero usati dall’amministrazione Bush come pretesto per scatenare una guerra di aggressione contro l’Iran, molto probabilmente con armi nucleari, e per imporre un regime di legge marziale qui negli Stati Uniti.
Ci appelliamo alla Camera dei Deputati perchè proceda al più presto con la incapacitazione (impeachment) di Dick Cheney, come misura urgente per evitare una guerra ancora più ampia e catastrofica. Una volte che il processo di impeachment fosse iniziato, sarebbe più facile per gli ufficiali leali e fedeli alla nazione rifiutarsi di eseguire ordini illegali da parte della squadra di Cheney.
Avvisiamo in maniera perentoria la gente di tutto il mondo che qualunque attacco terroristico con armi di distruzione di massa che avesse luogo, ...
... nel prossimo futuro, negli Stati Uniti o in qualunque altro posto al mondo, dovrà essere automaticamente addebitato (prima facie) agli uomini di Cheney.
Invitiamo i leader politici più responsabili, ovunque nel mondo, ad iniziare a preparare l’opinione pubblica del loro paese a queste minacciate azioni di terrorismo “sotto falsa bandiera” (false flag).
Firmato: Un gruppo di leader politici americani all’opposizione, riuniti per protesta al Bush Compound di Kennebunkport, stato del Maine.
24-25 Agosto 2007
CYNTHIA MCKINNEY, ex-deputato della Georgia al Parlamento americano.
CINDY SHEEHAN, candidata della California al Parlamento americano.
JAMILLA EL-SHAFEI, Dipartimento di Pace di Kennebunk
ANN WRIGHT, ex-diplomatica USA, Colonnello delle Riserve dell’Esercito americano
DR. DAHLIA WASFI, di www.liberatethis.com
JOHN KAMINSKY, avvocato, promotore dell’impeachment, presidente della Associazione Legali per la Democrazia del Maine
GEORGE PAZ MARTIN
WEBSTER G. TARPLEY, scrittore
CRAIG HILL, candidato del Vermont al Parlamento USA (Green Party)
BRUCE MARSHALL, Partecipante, Philadelphia Platform
(traduzione: www.luogocomune.net)
DITTATURA: PER LA PRIMA VOLTA AMMESSE RESPONSABILITÀ DELLO STATO
“Una delle ferite che resta aperta è la localizzazione dei resti mortali di molti oppositori; le famiglie reclamano il diritto sacrosanto di seppellire i loro cari” ha detto il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva presentando a Brasilia il rapporto “Diritto alla Memoria e alla Verità”, un testo di 500 pagine, frutto di 11 anni di lavoro della Commissione per le vittime e gli scomparsi della segreteria nazionale dei diritti umani. Il testo documenta la sorte di 475 militanti politici vittime dell’ultima dittatura militare (1964-’85), tutti casi già noti ma mai finora ‘certificati’ dallo Stato, ma soprattutto riconosce per la prima volta le responsabilità dello stesso Stato negli abusi commessi dai regimi militari; sempre per la prima volta in un testo ufficiale figurano i nomi di alcuni torturatori e si ammette che “l’apparato repressivo arrivò ad agire al di fuori del paese. Nel 1972 lasciò le sue tracce in Bolivia, nel 1973 in Cile e Uruguay e nel 1976 in Argentina”. I responsabili delle violenze, tuttavia, sono protetti dalla legge di amnistia firmata nel 1979, fortemente contestata dalle organizzazioni dei familiari delle vittime, tra cui ‘Tortura nunca mais’, che ha disertato la presentazione del documento ed esige anche l’apertura degli archivi segreti militari per chiarire la sorte degli oppositori. “Dovremmo fissare una scadenza e pensare a quale strategia utilizzare per poter trovare i corpi – ha aggiunto Lula -. Ma la ricerca – ha precisato - deve essere fatta senza aspettative che da lì parta un processo giudiziario”.
http://www.misna.org/
| I 'rifugiati' dell'Internet Cafè |
| Con gli affitti alle stelle, 5 mila giapponesi indigenti li utilizzano come alloggi |
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Fratture. In Giappone oltre 5 mila persone vivono negli internet cafè, diventati una casa virtuale per i nuovi poveri del Sol Levante. Un rapporto commissionato dal ministero della Salute ha reso noto che il fenomeno dei 'rifugiati degli internet cafè', come sono comunemente noti i frequentatori di tali locali, sta registrando una allarmante espansione. A causa dell'approfondirsi della frattura tra i ceti abbienti e gli appartenenti agli strati più inferiori della 'working class', molti giovani non hanno altra scelta che trovare alloggio negli internet cafè o nei manga cafè, locali aperti 24 ore su 24, onnipresenti in tutte le aree urbanizzate del Paese.
Affitti. Imprenditori stressati in cerca di qualche minuto di riposo, o pendolari che hanno perso il treno per tornare a casa, erano fino a pochi anni fa i frequentatori abituali degli internet cafè. Allora, le comodità erano limitate all'offerta di una bevanda o di qualche snack. Ma con il deteriorarsi delle condizioni economiche, per molti giovani costretti a lavori precari e con stipendi da fame, i locali hanno assunto ben altre caratteristiche, e l'ospitalità si è estesa all'offerta di veri e propri pasti, oltre a divani, docce, e addirittura biancheria pulita. Secondo la ricerca, oltre 60 mila persone utilizzano gli internet cafè trascorrendovi la notte. Quasi il 10 per cento di questi vi soggiornano perchè non hanno casa. Altri perché non possono permettersi di pagare l'affitto, equivalente, in media, alla metà del loro stipendio (1.200 euro al mese, contro i 3.500 di un salario medio). Il 18 percento delle persone intervistate ha dichiarato di essersi 'trasferito' nei cafè per i cattivi rapporti con i genitori.
Riforme. Dei lavoratori irregolari, circa 600 hanno impieghi a brevissimo termine, di solito poco più di una settimana o addirittura un solo giorno. Il 26 per cento dei 'rifugiati' sono ventenni, gli over 50 ammontano al 23 per cento, mentre i trentenni sono il 19 per cento. Il ministero della Salute nipponico ha in cantiere un piano per fornire loro consulenza e facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro. Tuttavia, nel nuovo Giappone di Shinzo Abe, le porte al libero mercato, già aperte da anni, si sono spalancate con le nuove riforme economiche, le tutele sociali si sono ridotte e le condizioni di vita dei più poveri aggravate. L'opposizione, che ha ottenuto una vittoria storica alle elezioni del mese scorso per il rinnovo triennale di metà del Senato, imputa alle riforme di Abe la responsabilità per l'approfondimento del divario tra ricchi e poveri e tra le campagne e le aree urbane del Paese.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8636
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Germania: Merkelin Cina e in Giappone
Il Cancelliere tedesco Angela Merkel è in visita ufficiale in Cina (26-29 agosto) e Giappone (29-31)
La Germania, che ha ormai riacquistato il ruolo di "locomotiva economica" europea, è anche decisa ad aumentare il proprio ruolo politico internazionale. Per questo la visita di Merkel in Cina e Giappone è una tappa importante della sua politica estera. I rapporti con Pechino non sono semplici a causa di controversie legate al commercio internazionale e alla strategia scaltra con cui la Cina utilizza le aperture della globalizzazione senza tuttavia aprirsi alla concorrenza in molte aree. E' presumibile che Merkel faccia pressioni in tal senso, promuovendo un'impostazione equa e bilanciata della globalizzazione, con regole comuni.Tuttavia, Berlino potrebbe anche concedere a Pechino di rimettere in questione alcuni capisaldi della politica europea nei confronti della Cina, soprattutto relativamente ai rapporti USA-Europa-Cina. In particolare, Pechino potrebbe chiedere di rivedere la posizione europea sull'embargo industrial-militare contro di sé, in vigore dal 1989. La Francia ha a lungo cercato l'appoggio dei partner UE in tal senso, ma il declino di Chirac - e di Schroeder in Germania - ha senza dubbio frenato tali prospettive. In ogni caso, non solo gli interessi economici, ma anche le considerazioni politico-strategiche influenzeranno le relazioni industrial-militari UE-Cina. Merkel, presumibilmente, userà molta cautela in tal senso e sul breve periodo è improbabile che si verifichino svolte clamorose.
In quanto ai rapporti con Tokyo, essi sono tradizionalmente buoni. Tuttavia, il Giappone guarda con malcelata preoccupazione all'emergere della Cina quale attore geostrategicamente dominante e ha attuato una svolta nella propria politica di sicurezza e difesa. Asse con Washington, nuovi progetti missilistici, e anche un pensiero all'opzione nucleare. In tema di energia atomica e di sicurezza energetica in generale sarà quindi molto interessante vedere se ci possano essere sviluppi nei rapporti euro-giapponesi, dato che anche in Germania il tema è molto sentito e che l'opzione nucleare civile sta tornando d'attualità. Per il resto, l'occhio americano sarà vigile sull'evolversi della diplomazia tedesca in Asia. Non è un mistero infatti che - anche in concomitanza con il periodo pre-elettorale negli USA - la Cina sia sempre più considerata un potenziale "peer competitor" mentre il Giappone un caposaldo dell'asse USA-Giappone-Taiwan-Australia nel Pacifico
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30090
Desk Europa
ELEZIONI-GUATEMALA:
La corsa di Rigoberta Menchú
Inés Benítez
Città del Guatemala, (IPS) - Rigoberta Menchú, prima donna indigena candidata in Guatemala alla presidenza, è indietro nei sondaggi. Ma la sua candidatura, sostengono gli analisti, costituisce un precedente importante e il segnale di una maggiore apertura del sistema politico.
“La popolazione indigena oggi non solo ha l’opportunità di votare, ma anche di esercitare il potere”, ha dichiarato martedì scorso Menchú ai corrispondenti stranieri.
L’attivista indigena, 48 anni, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 1992, ha creato il movimento Winaq con l’obiettivo di trasformarlo in un partito politico, e correrà per le elezioni del 9 settembre al fianco dell’imprenditore Luís Fernando Montenegro.
I due sono sostenuti da una coalizione costituita dal Winaq e dal partito di centro-sinistra Incontro per il Guatemala, guidato da Nineth Montenegro, rappresentante politica e fondatrice dell’organizzazione non governativa per i diritti umani Gruppo di mutuo appoggio (GAM, Grupo de Apoyo Mutuo).
Un sondaggio d’opinione pubblicato la settimana scorsa dal quotidiano Prensa Libre pone Menchú, unica donna su 14 candidati, al quinto posto, con il 2,42 per cento di preferenze.
Secondo le cifre ufficiali, 5,9 milioni di guatemaltechi potranno esercitare il loro diritto di voto per il presidente, il vice presidente, 158 seggi parlamentari e 332 sindaci.
Sempre secondo il sondaggio, al primo posto figura Álvaro Colom dell’Unione nazionale della speranza (UNE), di centro-sinistra, con il 22 per cento di preferenze, seguito con il 17,5 per cento dall'ex generale Otto Pérez Molina del Partito patriottico (Pp) di destra. Al terzo posto c’è Alejandro Giammattei, del partito di governo di centro-destra Grande alleanza nazionale (GANA), con il 7,67 per cento.
Se nessun candidato otterrà la maggioranza, si andrà al ballottaggio.
Tuttavia, la candidatura di Menchú va aldilà dei risultati elettorali, come spiegano all’IPS gli analisti politici.
“Anche se otterrà risultati modesti in termini di voti, la sua candidatura è importante perché dimostra l'apertura del sistema politico, tradizionalmente dominato dai ‘creoli’ (popolazione di discendenza europea)”, ha detto all’IPS Manfredo Marroquín, capo dell’Istituto per gli studi politici dell’America centrale (INCEP).
“Noi siamo la voce dei migliaia di senza voce, che non trovano spazio (nel sistema) e prendono solo ordini”, ha detto Menchú, sottolineando il fatto di essere una donna candidata, e indigena, in un paese “’machista’, razzista e discriminatorio”.
Ufficialmente, il 40 per cento della popolazione è indigena, malgrado le organizzazioni non governative stimino la proporzione più vicina al 65 per cento.
Menchú ha detto di essere vittima di una campagna denigratoria da parte dei suoi oppositori, sostenendo che “gli altri partiti ci maltrattano da tutti i lati”; per esempio strappando i suoi manifesti elettorali in alcune comunità.
Menchú “conosce le esigenze della popolazione maya, lavora per il bene degli indigeni”, ha detto all’IPS Margarita Lares, donna indigena di 54 anni che è arrivata da Tecpan, nella parte occidentale del paese, per partecipare al comizio finale di domenica.
Nella Piazza della Costituzione, di fronte al Palazzo nazionale, il premio Nobel ha paragonato le elezioni a un “mercato”, criticando i politici che spendono milioni, e si è detta orgogliosa per aver condotto la sua campagna “senza sponsor”, finanziata solo dai suoi sostenitori.
“La nostra campagna è al cento per cento auto-finanziata, e questo ci garantisce il diritto morale di affermarci come un'ottima opzione”, ha detto Menchú alla conferenza stampa. Malgrado le cifre governative parlino di un tasso di povertà del 51 per cento, stime non ufficiali assicurano una percentuale prossima all’80 per cento. E il tasso è superiore tra gli indigeni.
Il Tribunale supremo elettorale ha stabilito un limite di 42 milioni di quetzals (sei milioni di dollari) per le spese elettorali di ogni partito, ma i partiti principali hanno già speso di più, secondo il Mirador Electoral (ME), coalizione di organizzazioni che controllano il processo elettorale.
Il capo della Missione di osservazione elettorale indigena, Álvaro Pop, ha detto all’IPS che Menchú è “una donna indigena che ha sperimentato tutte le forme di emarginazione del paese”. La sua candidatura ha “un notevole impatto storico, e implica un progresso qualitativo della democrazia”, ha aggiunto.
“Vogliamo che gli indigeni partecipino come attori politici e come persone con diritti. Vorremmo vedere una democrazia multiculturale”, ha detto all’IPS il membro del Winaq Otilia Lux, candidata parlamentare. Su 158 deputati all’unica camera del Congresso, solo 13 sono indigeni.
La nascita del Winaq – che in lingua quiché significa “equilibrio e integrità” – come partito politico era una richiesta indigena che non aveva potuto trovare risposta prima “per mancanza di fondi e di una leadership forte”, ha dichiarato Lux.
La maggior parte dei membri del Winaq sono indigeni, e il movimento ha in programma di costituirsi come partito politico “entro un anno”, ha detto Lux. La sua partecipazione a queste elezioni costituisce un “precedente enorme”, conferisce esperienza, ed è un passo necessario verso “una presenza più forte alle elezioni del 2012”, ha aggiunto.
Nineth Montenegro, alleata del Winaq, ha apprezzato l’arrivo di nuovi attori sulla scena politica.
“Cercheremo di costruire un governo che includa tutti, che cerchi di migliorare il sistema delle tasse, e che lotti per la sicurezza senza metodi repressivi”, ha detto Montenegro all’IPS. L’attivista ha perso il marito nel 1984, rapito dalle forze di sicurezza e “scomparso”.
I partiti ai primi posti nel sondaggio promettono un approccio duro al crimine, in un paese che registra uno dei più alti tassi di omicidio al mondo.
Menchú ha recentemente condannato la violenza di origine politica, che ha causato la morte di ameno 39 attivisti e candidati dei vari partiti, annunciando l’ultima vittima assassinata lunedì, Clara Luz López Marroquín, candidata di Incontro per il Guatemala come consigliere cittadino nella municipalità di Casillas, al sud del paese.
Alcuni analisti paragonano la candidatura di Menchú a quella del presidente indigeno boliviano Evo Morales o del venezuelano Hugo Chávez.
Tuttavia Lux, ministro della cultura e dello sport durante l’amministrazione di Alfonso Portillo (2000-2004), ha detto all’IPS che “il nostro è un programma prettamente nazionale, che nulla ha a che vedere con Morales o Chávez, anche se guardiamo alle loro politiche per imparare”.
Dopo dieci anni dalla fine della guerra civile guatemalteca (1960-1996, conflitto nel quale sono state uccise 200.000 persone), il paese è ancora dilaniato dalla violenza, con assassini di donne e attivisti per i diritti umani, e violenza ad opera di gang.
Il padre di Menchú, leader del Comitato di unità contadina, è morto nel 1981 quando la polizia incendiò l’ambasciata spagnola occupata dagli attivisti. Negli ultimi anni, Menchú ha lavorato per portare davanti alla giustizia chi è accusato di crimini contro gli indigeni durante i conflitti armati. Menchú e Luis Montenegro ridimensionano i risultati del sondaggio, ritenendo di poter ottenere almeno “15 o 20 seggi” nel Congresso.
Secondo Pop, “Rigoberta ha già vinto”, perché è riuscita a creare Winaq, “un sogno nell’immaginazione collettiva dei guatemaltechi”. Malgrado formalmente non sia ancora un partito politico, si sta diffondendo nel paese, allacciando reti di partecipazione tra gli indigeni.
“Rigoberta Menchú resterà nei paraggi ancora a lungo”; ha detto la candidata presidenziale ai giornalisti in chiusura della conferenza stampa.
http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=993
Liberia : ONU , violenze sessuali sulle donne devono cessare
di Carla Amato
L'inviato speciale del segretario generale ONU in Liberia, Alan Doss, ha chiesto la cessazione della violenza contro le donne nel Paese travagliato fino a due anni fa da una brutale guerra civile durata 14 anni.
Il rappresentante delle Nazioni Unite ha espresso la sua preoccupazione il 28 agosto, consegnando ai Liberiani di un Paese al confine con la Costa D'Avorio e molto distante dalla capitale Monrovia una nuova stazione di polizia costruita dalla missione ONU UNMIL.
Parlando della necessita' di provvedere alla sicurezza dei cittadini ovunque e della cessazione delle violenze sulle donne, Doss ha anche invitato tutti a segnalare qualsiasi avvenimento ai danni di donne e bambini all'apposita unita' costituita nella nuova stazione di polizia.
La guerra civile della Liberia fu caratterizzata da violenze sessuali collettive, su donne adulte e su ragazze minorenni, provocando una vera emergenza fisica e psicologica dopo la fine del conflitto, in quanto non vi erano sufficienti servizi sanitari per fronteggiare le conseguenze. Le tre fazioni che furono impegnate nel conflitto erano ugualmente interessate dai crimini, la maggior parte dei quali sono rimasti impuniti.
Secondo una denuncia dello scorso anno dell'associazione Save the children, il crescente sfruttamento sessuale delle rifugiate liberiane minorenni che stanno rientrando nelle proprie case dopo la cessazione della guerra civile, avrebbe coinvolto in molti casi anche personale dell'ONU. Secondo la replica dell'ONU, sugli 8 casi segnalati nella missione in Liberia (UNMIL), solo uno era stato trovato fondato e il funzionario coinvolto era stato immediatamente sospeso.
L'ONU ha comunque continuato le indagini, sottolinenando che "le Nazioni Unite in Liberia si impegnano per impedire, identificare e sanzionare" questa pratica, definita "ripugnante" e fra le componenti messe in campo per la lotta agli abusi sessuali, istituirono una unita' di polizia interamente femminile.
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 30 2007
Padre Pijo
di Marco Travaglio
La notizia che Luciano Moggi, imputato per associazione a delinquere, frode sportiva, minacce e violenza privata, è in pellegrinaggio al santuario di Lourdes, proprio mentre Salvatore Cuffaro, imputato per favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è in marcia verso Santiago de Compostela, si presta a svariate interpretazioni. La più pessimistica è che i due, disperando nella giustizia terrena, si affidino a quella divina. La più ottimistica è che sentano finalmente di aver qualcosa da farsi perdonare. La più maligna è che, dopo aver preso in giro milioni di - rispettivamente - tifosi ed elettori, tentino ora di prendersi gioco anche dei santi. Gli elementi a suffragio della terza sono, diciamo così, preponderanti. Lucianone, informava ieri il Corriere, s’è imbarcato a bordo di uno dei sei charter della nuova linea aerea vaticana, gestita dalla Mistral Air delle Poste Italiane, che punta a traghettare 150 mila pellegrini all’anno nelle mete spirituali. Sull’aereo-ammiraglia col poggiatesta personalizzato dalla scritta «Cerco il tuo volto, Signore!», viaggiava il cardinal Camillo Ruini. Al suo arrivo, anziché trovare il volto del Signore, ha trovato quelli di Moggi, di Paola Saluzzi e del presidente del Coni Gianni Petrucci. I quali hanno preso parte in basilica alla santa messa officiata dall’ex capo della Cei, ricevendone l’apostolica benedizione. Mentre il presule chiedeva al Signore di «convertire i cuori anche di chi è lontano», Lucianone si proclamava «credente da sempre». Agli atti del processo di Calciopoli c’è traccia di un altro celebre pellegrinaggio: al santuario del Divino Amore, dove l’allora direttore generale della Juventus si appartò con la segretaria dei designatori arbitrali, Maria Grazia Fazi, per parlare al riparo da occhi indiscreti e soprattutto dalle microspie dei carabinieri. Ora una fonte confidenziale dei pm insinua addirittura che il Nostro tenga parcheggiato un tesoretto di 150 milioni presso lo Ior: circostanza da lui smentita sdegnosamente, tra una visita a Lele Mora e una scrittura per una comparsata nel prossimo film di Lino Banfi. È nota, poi, la sua intimità con i frati di San Giovanni Rotondo, che alcuni anni fa, subito dopo il processo per favoreggiamento della prostituzione (Moggi, quando dirigeva il Torino Calcio, era solito procurare terne di squillo ad arbitri e guardalinee di coppa Uefa), lo insignirono dell’ambìto premio «Padre Pio», anche se qualcuno, a Roma, lo riteneva più meritevole del «Padre Pijo». Il governatore di Sicilia, profittando della chiusura estiva dei tribunali, era segnalato giorni fa in Galizia, in marcia da Leon a Santiago con sandali benedettini ai piedi, bastone in mano e coppola d’ordinanza in capo. Tutto a piedi, assicurano gli agiografi: 344 km. in dieci tappe, anche se accanto al rubicondo statista siculo viaggia un pulmino di soccorso pronto a ogni evenienza, con i sali, il Gatorade e le carrucole. «Sono qui per consolidare la fede, ma anche per smaltire qualche chilo di troppo», ha spiegato Totò ansimante, alla guida della carovana dell’Udc che lo assiste anche in questa prova. Pare che della delegazione non faccia parte l’on. Cosimo Mele, quello con due mogli e due squillo, in tutt’altre faccende affaccendato. 10 ore di cammino al giorno sotto il sole cocente, 40 gradi all’ombra, ma senza mai separarsi dalla celebre coppola, già esibita con successo da Santoro: «Certo, l’ho sempre con me, anzi ne ho fatte comprare 3 mila da una cooperativa antimafia di S.Giuseppe Jato per regalarne ai pellegrini per smitizzare la mafia». Un po’ come se un’associazione antiterrorismo regalasse passamontagna con la stella a cinque punte per smitizzare le Br. Sia Totò sia Lucianone tengono a precisare, scanso di equivoci, di non avere nulla da farsi perdonare. Cuffaro ricorda commosso il proprio «calvario», colpa di quegli aguzzini dei magistrati, che «solo la fede» ha potuto lenire. E anche il devoto Moggi batte la mano sul petto altrui: «Altri più famosi di me non vengono a Lourdes e magari ne avrebbero bisogno più di me. Qualcuno non ci viene perché ha qualche problema…». In pratica, non vanno ai santuari nella speranza di un’apparizione della Vergine: sono loro che, quanto prima, contano di apparire alla Madonna. www.unita.it
Sinistra al semaforo
di Furio Colombo
Vorrei dedicare all’assessore Graziano Cioni di Firenze, importante figura della sinistra in Italia, le parole di una canzone italiana che al principio dell’altro secolo era popolare anche fra le signore bene, popolare come «Balocchi e profumi». La so perché la cantava mia madre con una buona voce da soprano leggero: «A Natale non badare, spazzacamino / ogni bimbo ha un focolare / e un balocco vicino / tu però non ti accostare / resta in giardino / i bambini non toccare / va a spazzare il camino».
La canzone, di tempi in cui alcuni borghesi non si vergognavano di essere un po’ socialisti, prevedeva la risposta del lavoratore abusivo citato nella canzone: «Tu mi scacci, lo so, perché il volto più bianco non ho, ma lo spazzacamino tiene il cuor come un altro bambino».
Pensandoci bene devo dedicare le parole di questa canzone (era sostenuta da una bella aria strappalacrime che purtroppo qui non sono in grado di trascrivere) a tutte le figure della sinistra italiana che volentieri, spontaneamente, e qualche volta con impeto da neoconvertiti alla luce di verità non più negabili, sostengono che:
- le tasse di Prodi-Padoa-Schioppa sono effettivamente un furto senza precedenti nel mondo e bisognerà «restituire» (attenzione alla parola, significa riconoscere che parliamo di maltolto) ciò che spetta ai cittadini. Tener presente che i Paesi con le mitiche tasse bassissime non sono mai citati e confrontati realmente (tasse, incentivi per le imprese, favori, interventi pubblici, scuole, ospedali, spese militari);
- affermano tuttavia, fra una sparata e l’altra di Bossi, che non si devono discriminare né la Lega né Tremonti da un serio discorso sulle riforme (Bossi è il fucile e Tremonti, ovviamente, è il fiscalista del progetto «sciopero fiscale»);
- dicono con autorità che bisogna finalmente proteggere i più deboli (cioè gli esclusi da ogni beneficio) nel mondo del lavoro attraverso il giusto espediente di privare di ogni beneficio i lavoratori che se li erano conquistati con lotte e scontri sociali neanche tanto facili negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. Intanto il resto del Paese - come ha poco dopo rivelato la infelice operazione «Mani pulite» - viveva nella austerità. E se quei lavoratori, allora accampavano tanti diritti, adesso sono abbastanza vecchi e dopo 35 o 40 anni di lavoro (quasi sempre senza barca e senza seconda casa) sono andati in pensione, si fa dell’ironia sul fatto che un sindacato «conservatore» di pensionati pretende di dettare legge alle nuove dinamiche del lavoro.
Ma adesso i «coraggiosi» (questo è il termine per gli audaci di sinistra e centrosinistra che hanno trovato una identificazione originale nel ripetere con passione e convinzione ciò che ha già detto la Lega, ciò che si ascolta nelle assemblee degli imprenditori padri e - in seconda convocazione - gli imprenditori figli, ciò che scrivono gli editorialisti di ispirazione «moderna»), adesso i coraggiosi puntano dritto ma contro Rom e lavavetri. Conoscete nemici peggiori? È futile una sinistra che vede i lavavetri come gli spazzacamini, e pensa ai Rom più come a poveri che a ladri di bambini. Eccoci dunque pronti a spezzare le reni ai lavavetri.
Anzi, hanno pensato, facciamo di più. Facciamo di Firenze, città di sinistra, il simbolo e il modello della caccia ai lavavetri. E facciamo bandiera della sinistra la «sicurezza» ai semafori. Finalmente lotta di liberazione dai poveri, dai Rom, dai mendicanti, dai lavavetri.
Mentre nostri connazionali bianchi e agiati alzano un po’ il gomito (dopotutto siamo in ferie), guidano un po’ spericolato (dopotutto siamo italiani) e ti spazzano via un ragazzino o una ragazzina sedicenne al giorno (dopotutto c’è sempre il perdono e un mazzo di fiori da recare sul posto); mentre nostri connazionali bianchi e laboriosi sono impegnati a vendere a bravi risparmiatori padani fondi di investimento in cui sono accuratamente incluse le somme ricavate da «cartolarizzazioni mondiali» che possono provocare in ogni momento un crollo prima di azioni, poi di Borsa, poi di banca, poi di risparmi (e tanti esperti, pacati, pensierosi e tranquilli sono impegnati a «esaminare le varie ipotesi»), il lavavetri non ha scampo. Lo becchi al semaforo e gli dai tre mesi di carcere. Come è noto, tutti gli importanti e irrisolti delitti italiani di ragazze inseguite, tormentate e uccise dal fidanzato laureando, originano dalla piaga del lavavetri.
Con quel loro ostinato appostarsi ai semafori e quella loro deliberata volontà di usare (male) spugna e straccio anche sui vetri puliti, provocano una tale esasperazione che poi si spiega se un povero italiano credente (che verrà comunque perdonato) va a casa e fa una strage di italiani grandi e piccoli, moglie, figli e neonati inclusi.
Tutto ciò sarebbe uno scherzo, benché un po’ pesante, se non ci fossero alcune ragioni che disorientano e umiliano non solo chi credeva di essere a sinistra. Ma anche una comune «classe media» di sentimenti umani che altrove si chiamerebbe soltanto «liberal». Provo a elencarle così.
Primo. C’è qualcosa di blasfemo - certo di stupido - nell’agitare la parola e «il valore» della sicurezza a proposito di lavavetri, a Firenze nell’estate in cui mezza Italia è messa a fuoco da cittadini italiani, il più delle volte incensurati, che non si fermerebbero a occuparsi dei vostri vetri sporchi. Hanno missioni di malavita alquanto più grandi. E molto ben coordinate.
Secondo. C’è qualcosa di blasfemo - e anche di stupido - nell’agitare la parola e il «valore» della sicurezza a proposito di lavavetri, a Firenze nel giorno (lo stesso giorno) in cui il presidente della Regione Calabria Loiero riceve una ulteriore minaccia di morte (la sesta).
Terzo. C’è qualcosa di stupido - politicamente stupido - in una sinistra ricca delle bandiere della uguaglianza, della legalità, dei diritti umani e civili, quando questa sinistra cerca di rubare e usare come bandiera lo straccetto della presunta insicurezza dei cittadini sia perché quella bandiera è saldamente nelle mani di Borghezio (che non ha nessuna intenzione di mollarla perché non ne ha un’altra); sia perché - portino pazienza tutti coloro che fingono di non saperlo - l’Italia della insopportabile immigrazione è il Paese meno insicuro d’Europa (per non parlare di Usa e America Latina) tranne che nel seno delle buone famiglie e delle simpatiche coppie italiane dove va forte la strage delle donne (solo italiane, solo per mani di bravi cittadini italiani).
L’evidenza triste è che il sistema omologato delle informazioni, una volta impiantato da Berlusconi nel cuore della televisione pubblica e privata, dei giornali, degli editorialisti, dei corsivisti (fa eccezione il fronte dei vignettisti, forse perché, come dimostra Forattini dai giorni della sua conversione, la destra non può ridere), continua a mettere in luce con successo il lato falso delle notizie. Molti italiani che non leggono l’inglese credono davvero che l’Italia sia il Paese più tassato o che le imprese, in Italia, siano davvero perseguitate (quanto ai manager che sanno l’inglese, gli conviene far finta di non saperlo, se no avrebbero difficoltà a spiegare la cattiva sorte americana di Ford, General Motors e Chrysler nel Paese del liberismo, il fallimento della Swiss Air nella mitica Svizzera delle banche, la pesante disoccupazione nei Paesi di bassissima tassazione). Ed ecco che subito si arruolano «i coraggiosi», entusiasti e vivaci seguaci di fatti mai accaduti e di notizie non vere e si battono per nuove tasse (niente tasse) e nuovo lavoro (niente garanzie, se mai raccomandazioni o essere nati figli di). Molti italiani credono davvero - perché lo dicono Borghezio, Gentilini e il Bossi del fucile purificatore - che il nostro pericolo, terrorismo globale e terrorismo stradale, sono gli immigrati, cioè i lavavetri.
Cioni ci crede perché purtroppo nell’Italia di oggi non fa una gran differenza guardare Canale 5 o la Rai. Non abbiamo detto che la sicurezza non è né di destra né di sinistra (benché sia una evidente sciocchezza, se si parla di eventi stradali)? Crede nella sicurezza, arresta i lavavetri.
Cioni dunque, in preda a una terribile crisi di buona fede, prende alla lettera gli spot berlusconiani, e arresta i lavavetri. Finalmente una sinistra moderna. Ci dicono due giorni dopo i quotidiani: «Non si vedono più lavavetri a Firenze».
Grande vittoria della sinistra, anche se ottenuto lungo la scorciatoia della destra, che non è uguaglianza ma abolire l’immagine della diseguaglianza. E non è giustizia ma evitare ogni constatazione di ingiustizia.
Ricordate l’inizio del «Siddarta» di Hesse? «Fecero scomparire tutti i poveri e i malati dalle strade perché il principe non li vedesse».
L’assessore Cioni ha vinto. Con un prezzo un po’ alto. Liquidare nella sua città la sinistra.
P.S.
L’assessore Cioni, nel compilare il suo editto senza se e senza ma non ha potuto tener conto di due esperienze, verificate personalmente, che gli giro, insieme ai versi della canzone di mia madre.
- Varie volte ho visto bravi cittadini italiani farsi lavare accuratamente il vetro, indicando con precisione punti ancora insoddisfacenti per prolungare l’operazione. Poi, appena il semaforo lo consente con uno strappo sull’acceleratore, sgommano via facendo il segno del dito, senza pagare.
- Due volte, in reputati e pubblicizzati distributori di benzina e Diesel, mi è stato detto, durante l’estate: «Il parabrezza? Se lo faccia pulire dal lavavetri. Noi non lo facciamo più». www.unita.it
Centrati
Stamattina a La7 si discute, tanto per cambiare, di “Grande Centro”, dove il senatore UDC Baccini si dice pronto ad accogliere Mastella nel ricostruendo “partito dei moderati”.
«Noi siamo aperti a tutti – dice il Baccini – purché la pensino come noi.» che già come idea di democrazia mi sembra divertente quanto una battuta dei fratelli Marx, anche se è chiaro trattarsi di umorismo del tutto involontario. Ma il senatore Baccini va avanti, nell’illustrare la sua idea di politica: che è semplice, semplicissima, direi lapalissiana. Si tratta infatti di creare un Grande Centro che emargini, “relegandole all’opposizione dove devono stare naturalmente”, le frange estremiste, cosicché i moderati possano governare tranquilli, di legislatura in legislatura, con un programma coerente, in maniera che il governo che va in carica non disfi tutto ciò che ha fatto quello precedente, anche se quello precedente era espressione di una maggioranza diversa.
Baccini, a questo punto, mi scusi, togliamo anche le elezioni. Detto tra noi, sono un fastidio.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
contiene sconvolgenti rivelazioni
Cadendo, dalle nuvole a terra
In Italia la stampa fa mediamente schifo, e si sa; i blog sono solo diari adolescenziali, e quindi uno come fa per tenersi aggiornato? Di solito ci si abbona a Internazionale. C'è il meglio della stampa estera, giornalisti che vivono nel mondo vero e non nell'isoletta di Corona e Briatore, eccetera.
Sull'ultimo numero di Internazionale ho trovato un fondo di Paul Kennedy che mi ha discretamente sconvolto. E' anche on line, così potete farvene un'idea da soli. Kennedy parla di numeri. Ammette che "i dotti editoriali pieni di statistiche invitano anche il lettore più attento a girare pagina. Ma ci sono alcuni articoli pieni di dati che a mio avviso meritano un'attenta riflessione". Kennedy ne cita due che lo hanno addirittura "turbato". Sentiamo.
Il primo è un articolo del Financial Times che documenta la crescita demografica nella striscia di Gaza. "Tra il 1950 e il 2007 la popolazione di Gaza è passata da 240mila a quasi un milione e mezzo di abitanti, a causa dell'alto tasso di natalità delle famiglie palestinesi". Se gli statunitensi fossero cresciuti allo stesso ritmo, adesso sarebbero quasi un miliardo. Questo significa che "ci sono molti più giovani arabi (frustrati, arrabbiati e disoccupati) che giovani israeliani, e il loro numero sta crescendo così rapidamente da renderli incontrollabili. Se questo è vero, allora tutte le missioni di pace degli Stati Uniti o dell'Unione europea potrebbero essere inutili". Pensa un po'.
Il secondo è un pezzo del "Catholic Worker" che già nel titolo censisce la popolazione carcerata USA: "2.193.798 e continuano ad aumentare". Sono raddoppiati in meno di un decennio. Nessun Paese ha così tanta gente in carcere (nemmeno la Cina). Gli europei ne hanno sette volte in meno, in proporzione alla popolazione. Di fronte a queste cifre Kennedy ammette di rimanere confuso.
Io invece mi sono spaventato. E non tanto per la crescita demografica di Gaza, né perché gli americani stanno per avere un carcerato ogni cento abitanti. Mi sono spaventato perché Kennedy è un professore di storia di Yale, che scrive saggi di politica internazionale e ha una sua proposta per riformare l'Onu, e in questo editoriale sta lettteralmente cadendo dalle nuvole. Voglio dire, davvero là fuori c'è qualcuno che ancora non sa che la Striscia di Gaza sta scoppiando perché il tasso di crescita dei palestinesi è uno dei più grandi al mondo? Davvero un intellettuale USA può ignorare che il suo sistema economico e sociale poggia saldamente sul network di prigioni più strutturato e accogliente del mondo? Come fanno a presentare questi dati come novità sconvolgenti, come fanno a non saperle già? E se Kennedy, che sta a Yale, queste cose le ha imparate la settimana scorsa, come si spiega che io, vivendo nell'isoletta di Lele Mora e Materazzi, le so già?
Chi me le ha insegnate? Nemmeno me lo ricordo. Sono cose che mi sembra di conoscere da sempre; tanto che al limite mi aspettavo di leggere su Internazionale un pezzo che le smentisse come leggende urbane. Magari un fondo muffito di Sandro Viola sui ragazzini della prima Intifada. Magari uno di quei reportage di Marco D'Eramo dagli USA, che prendevo con le molle perché erano stampati sul Manifesto, e adesso sta a vedere che il Manifesto guardava più in là. Insomma, salta fuori che anche nell'edicola Italia ci si può fare una cultura.
Si tratta di quei semplici dati che tanti anni fa mi hanno fatto prendere una parte piuttosto che un'altra: se non sapessi che gli americani attingono dalla criminalità reclusa come da un enorme bacino di lavoro sottopagato, magari potrei essere un filoamericano anch'io. Se non sapessi che in Palestina tra qualche anno ci saranno più che palestinesi che israeliani, forse griderei forza Israele anch'io. E invece sapevo queste cose, perché le ho lette da qualche parte e non ho mai trovato nessuno che le smentisse. E non solo le sapevo, ma a un certo punto le davo persino per scontate, le consideravo banalità su cui non soffermarsi, come il due più due.
Ora mi viene il sospetto: ma quelli che mi hanno accusato, prendendosi anche sul serio, di essere antiamericano o antisemita, queste cose le sapevano? Io ero convinto di sì. Ero convinto che le sapesse anche Camillo, anche se magari non ci insisteva troppo. Eppure capita che negli USA un opinionista di area liberal le trovi sconvolgenti. Figurati i neocon, i neodem, i neolib e tutti gli altri.
Ora, qui non si tratta di sentirsi più intelligenti di un prof di Storia che sta a Yale. Per carità. L'intelligenza non c'entra molto con l'accesso alle informazioni: quello che mi schianta è che io, dei prof di Yale, degli opinionisti liberal, della grande stampa americana e internazionale, sotto sotto mi fidavo. Speravo di trovarci un centro di gravità, un brandello di oggettività nel marasma globale. E' abbastanza terrorizzante accorgersi che a volte ne sanno meno di me. Anche perché io, onestamente, non ne so molto.
Ha anche a vedere con la crisi dei trent'anni. Non importa quanto complesso stesse diventando il mondo: fin qui avevo sempre contato sull'esistenza di uomini con la barba grigia in grado di assorbire informazioni e restituire analisi di saggezza. Ma da qui in poi il rischio di imbattersi in rincoglioniti con l'aria da guru aumenta a ritmo esponenziale.
Ormai il mondo è roba nostra, ne rispondiamo noi. E' un'idea che mi spaventa, più di Gaza e Guantanamo. Mi dà le vertigini, o piuttosto l'impressione di precipitare dalle nuvole a un mondo dove ci si aspetta seriamente che io sappia quel che accade. Vien voglia di chiudersi nella stanza, rileggersi i fumetti.http://leonardo.blogspot.com/
I polacchi non morirono subito

Torna il giornalismo d'inchiesta, l'evoluzione cronistica della sociologia partecipante, l'emulazione redfordiana alla Brubaker. Che meraviglia. Non poteva che essere Repubblica, l'alfiere di questo nuovo-vecchio giornalismo neorealista a lanciare sul campo un suo cronista, purtroppo non il nostro beneamato Paolo Berizzi, ma il Sandro De Riccardis, che si staglia a pagina tre con la sua mise rumena, collezione estiva, e lo spazzolone d'ordinanza. Ma questa volta anche la Stampa non ha voluto mancare al ghiotto appuntamento e ha spedito il giornalista-scrittore Andrea Scanzi. Trattasi dei lavavetri, delinquenti abituali e per tendenza, come direbbe il vecchio Rocco (codice), in questi giorni più ricercati di pedofili e mafiosi. A Scanzi va maluccio. Non ha neanche il tergicristalli ma una spugna e un secchio verde troppo nuovo. "Canottiera bianca, jeans sufficientemente brutti, scarpe dimenticate da anni e cappello da rapper fuori tempo massimo", resiste tre minuti e viene acchiappato dai solerti vigili fiorentini. Un dilettante. Ma visto che gli è andata male da lavavetri, può sempre fare lo scrittore. Sandro De Riccardis, il giovine cronista "meneghino" di Repubblica, indossa "un paio di pantaloni di tela lisa e una maglietta nera a maniche corte". Si prende insulti per qualche ora, gronda sudore, viene colpito alla mano dai tergicristalli, minacciato dagli altri lavavetri rumeni, allontanato dai vigili e finisce la giornata con un bottino di 4 euro e 77 centesimi e un pezzo comunque dignitoso.
La Stampa ci regala un polveroso De Andrè, poco adatto ai tempi che corrono, alla sicurezza targata pd, alla deriva legalitaria, alla concretezza di una sinistra moderna: "I polacchi non morirono subito / e inginocchiati agli ultimi semafori / rifacevano il trucco alle troie di regime / lanciate verso il mare".
SEGNALATIO Onemoreblog in sciopero. Alberto Biraghi: "Mi ribello a questa Italia cialtrona, senza dignità, senza solidarietà e senza memoria. Mi oppongo a questa finta sinistra, che rinnega le proprie radici per raccattare facile consenso” http://stamparassegnata.splinder.com/
Gli strani messaggi dei vescovi croati
Da Osijek, scrive Drago Hedl
Foto di Leo Nikolic
Durante il Ferragosto alcuni vescovi croati si sono lasciati andare a dichiarazioni e messaggi controversi, attaccando le istituzioni internazionali, i media e la politica locale. Le reazioni degli opinionisti e dei politici nella cronaca del nostro corrispondente
L’ex presidente jugoslavo Josip Broz Tito è uguale ad Adolf Hitler, e i media croati sono governati da satana: sono solo alcuni dei messaggi scandalosi che i vescovi croati hanno inoltrato dall’altare durante la celebrazione della festa cristiana e nazionale del giorno della Madonna, il 15 agosto scorso. I vescovi hanno sfruttato l’occasione anche per fare i conti con gli omosessuali e gli antifascisti, e pure per impartire una lezione all’Unione europea. “L’Europa e le sue istituzioni”, ha detto il vescovo Juraj Jezerinac “tentano di rigettare Dio, diffondono uno stato di indifferenza religiosa, il secolarismo e la libertà incondizionata”. Jezerinac ha fatto sapere all’Europa che, se vuole sopravvivere, “deve fare ritorno alle proprie radici, cioè alla fede”.
Il vescovo di Zadar, Prendja, ha offerto al Tribunale dell’Aja la garanzia per la liberazione del generale Ante Gotovina, il quale dopo anni di latitanza è all’Aja in attesa dell’inizio del processo per crimini di guerra. Il vescovo di Djakovo Marin Srakic, di fronte a migliaia di credenti ad Aljmas, luogo di pellegrinaggio nella Slavonia orientale, ha rivolto al figlio di Branimir Glavas, in carcere in attesa del processo per crimini di guerra, un riconoscimento scritto per il contributo alla costruzione della chiesa del luogo.
“La Chiesa cattolica in Croazia oggi è una delle organizzazioni più rigide e antieuropee, e con queste sue posizioni non desidera certo il bene della Croazia”, afferma il noto commentatore del quotidiano “Novi List”, Branko Mijic. L’editorialista dello “Jutarnji list”, Davor Butkovic, però, analizzando le uscite dei vescovi croati durante la celebrazione della festa della Madonna, conclude che “la Chiesa cattolica in Croazia oggi è profondamente invecchiata” e che “si trova in una società moderna, post bellica e in crescita, fatto che conduce ad eccessi quotidiani, e che la rende sempre meno importante”.
Uno di questi eccessi è accaduto il giorno prima della celebrazione della festa della Madonna, durante la commemorazione dell’anniversario dell’operazione Oluja (tempesta), l’azione militare con cui la Croazia nel 1995 liberò Knin e il territorio dove i serbi ribelli nel 1991 formarono la cosiddetta Repubblica Serba di Krajina.
Parlando a questo incontro, al quale ha partecipato l’intero vertice statale croato, il vescovo di Sibenik Antun Ivas ha attaccato l’Europa, la NATO e il Tribunale dell’Aja, affermando che quelli che si trovano all’Aja “sono stati consegnati ad una giustizia mondiale selettiva che alla maggior parte dei popoli è incomprensibile”. Parlando dei negoziati della Croazia per l’ingresso in Unione europea, cosa che è in assoluto l’obiettivo più importante della politica estera del premier Ivo Sanader, Ivas si è chiesto “non sono forse i negoziati con l’UE un pericoloso modo di evitare le questioni importanti?” aggiungendo come in questi negoziati non ci sia risposta alla domanda “dove risiedono l’uomo e l’integrità della persona”.
A questa dichiarazione del vescovo di Sibenik ha reagito anche il premier Sanader. “Considero che ciò sia importante da dire, in particolare adesso che alcuni cercano di insinuare uno scoraggiamento sostenendo che, ecco, stanno processando noi croati, qualcun altro ci scriverà la storia perché ci sono alcuni accusati all’Aja, e non resta che vedere come finirà questo processo”, ha detto Sanader ai giornalisti dopo la celebrazione a Knin, polemizzando con il vescovo di Sibenik, aggiungendo che con l’ingresso nell’Unione europea e nella NATO la Croazia renderà più stabile la sua posizione internazionale, e che non c’è alcun timore che qualcun altro possa scrivere la sua storia, secondo quanto aveva alluso il vescovo Ivas.
Ma le reazioni alle dichiarazioni della maggior parte dei vescovi croati non giungono solo dagli opinionisti dei giornali e dai politici. Esse, a dire il vero non molte, si posso anche sentire provenire dalla stessa Chiesa croata. “La Chiesa con la celebrazione dei suoi misteri è uscita dall’ambito della Chiesa, orientandosi di più alla strada, al folclore e al divertimento che alla vita delle persone. La celebrazione della festa alla presenza dei leader politici e delle istituzioni statali non poteva passare senza fare sì che nell’anno elettorale anche l’altare diventasse un’occasione per i fini politici di certi gruppi”, dice il noto sacerdote di Spalato nonché sociologo don Ivan Grubisic.
Le dichiarazioni della maggior parte dei vescovi croati durante la celebrazione annuale della festa della madonna, oppure durante la commemorazione dell’anniversario della operazione militare “Tempesta” a Knin, non sono purtroppo delle novità nel comportamento di una parte della Chiesa cattolica. Durante il governo del presidente Tudjman, in cui la Chiesa aveva un grande appoggio, di gran lunga maggiore di quello su cui può contare tra le fila del governo attuale, venivano servite le messe in nome del capo ustascia Ante Pavelic, che si mise dalla parte dei nazisti nel 1941 e con l’aiuto dei quali creò lo stato fantoccio della NDH (Stato croato indipendente), 1991-1945.
Durante questo stato furono commessi gravi crimini contro i serbi, ebrei, rom ed anche contro i croati, soprattutto contro i comunisti che non avevano accettato il regime ustascia. Uno dei più grandi luoghi di esecuzione del regime di Pavelic fu il campo di concentramento di Jasenovac.
La Chiesa non ha mai giudicato fino in fondo e in modo chiaro questi crimini, e anche se alcune volte uno suoi gran dignitari lo ha fatto in modo timido, ha cercato sempre di relativizzare con i crimini del comunismo oppure con i crimini che i partigiani di Tito hanno commesso contro gli ustascia e contro i soldati della milizia territoriale durante la II Guerra Mondiale a Bleiburg.
La Chiesa durante la commemorazione dell’anniversario a Bleiburg è sempre stata molto rappresentata, cosa che non potremmo certo dire per Jasenovac.
Gli analisti credono che la dichiarazione di uno dei vescovi, secondo il quale i media croati sono governati da satana, è in realtà la vendetta per aver scritto apertamente sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa croata, ma anche per gli scandali di corruzione che negli anni precedenti hanno scosso la sua Caritas. Sui media croati, da quando all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso è caduto il comunismo, non ci sono più testi che parlino della Chiesa nel modo in sui lo si faceva durante quel periodo. Piuttosto i media croati, così come non tacciono delle irregolarità nelle varie sfere della società, parlano apertamente di quello che accade anche nell’ambito della Chiesa cattolica.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8172/1/245/
Thailandia: in vigore la nuova Costituzione
Venerdì 24 agosto, con la firma del re Bhumibol Adulyadej, è entrata formalmente in vigore la nuova costituzione della Thailandia
La Carta, fortemente voluta dall'attuale governo golpista, era stata approvata il 19 agosto con un referendum popolare che aveva visto il 56,69% di voti favorevoli, il 41,37% di contrari e l'1,94% di schede annullate. Nonstante i ripetuti inviti dell'esecutivo, l'affluenza alle urne si è però attestata solo al 57,61% degli aventi diritto. Il Primo Ministro ad interim Surayud Chulanont ha presentato la nuova costituzione come un passo avanti verso la democrazia, ma è stato contestato dagli oppositori vicini all'ex-Primo Ministro Thaksin Shinawatra secondo i quali la nuova Carta, la 18ª nella storia della Thailandia, trasferisce più potere ai burocrati e ai militari.
Secondo l'attuale Costituzione il Primo Ministro non potrà esercitare la carica per più di due mandati e potrà essere più facilmente sottoposto ad impeachment. La Camera dei Rappresentanti sarà ridotta da 500 a 400 seggi, 320 dei quali saranno eletti direttamente e 80 assegnati a candiati inseriti nelle liste dei partiti. Il nuovo testo abolisce inoltre l'elezione diretta dei membri del Senato e stabilisce che i 160 senatori siano indicati da comitati composti da burocrati e ufficili giudiziari. L'approvazione della Costituzione dovrebbe spianare la strada alle prossime elezioni generali previste per dicembre per le quali l'opposizione si sta già organizzando. Già oltre 300 sostenitori di Thaksin sono recentemente confluiti nel Partido del Potere Popolare, costituito dopo che il partito dell'ex-premier, il Thai Rak Thai, è stato disciolto su ordine del tribunale perché ritenuto colpevole di frode elettorale. Alla guida della nuova formazione è stato eletto l'ex-governatore di Bangkok, il settantaduenne Samak Sundaravej.
Desk Asia
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30089
BASTA CON I BAMBINI “INVISIBILI”
In America latina un bambino su sei legalmente non esiste perchè non registrato all’anagrafe al momento della nascita; su 11 milioni di nati nel continente due milioni risultano quindi ufficialmente “invisibili”, perdendo, insieme al certificato di nascita, diritti fondamentali quali l’assistenza sanitaria e l’istruzione e risultando maggiormente esposti a gravi rischi di sfruttamento. Per questo i governi latino-americani, gli organismi ONU e le locali organizzazioni della società civile hanno deciso, nel corso di un incontro in Paraguay, di unire e coordinare i propri sforzi in una campagna (denominata ‘Registrami, rendimi visibile’) che dovrà riportare ‘alla luce’ i minori non registrati. All’incontro, che si conclude oggi, partecipano i delegati di 18 paesi, inclusi rappreentanti politici e di governo d’alto livello, esperti responsabili dei registri dell’anagrafe civile ed esponenti della società civile. “In Paraguay si stima che solo il 30% dei bambini e delle bambine venga registrato durante il primo anno di vita, tutti gli altri semplicemente non esistono come cittadini” ha detto Nils Kastberg, direttore dell’ufficio regionale per l’America latina dell’Unicef (ente ONU per l'infanzia). La campagna che comincerà oggi prevede un piano nazionale e regionale che garantisca, entro il 2015, la registrazione immediata, universale e gratuita all’anagrafe civile di tutti i bambini latino-americani. L’iniziativa ha anche lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della registrazione alla nascita quale strumento per consentire al bambino il godimento dei suoi diritti: se il solo certificato di nascita non costituisce in tal senso una garanzia, la registrazione contribuisce a identificare e proteggere legalmente i bambini più emarginati e vulnerabili.
http://www.misna.org/
SALUTE-INDIA:
Gli attivisti continueranno la campagna contro Novartis
Keya Acharya
BANGALORE, (IPS) - I gruppi di attivisti che chiedono farmaci economicamente più accessibili continueranno la campagna contro la grande azienda farmaceutica svizzera Novartis AG, la cui controversa petizione in opposizione alle leggi indiane sulle licenze che avrebbero violato gli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) è stata respinta dall’Alta Corte di Madras, nella città meridionale indiana di Chennai.
Il Dr. Gopal Dabade, presidente del Drug Action Forum (DAF-K) dello stato di Karnataka, e membro di All-India Drug Action Network (AIDAN), ha spiegato all’IPS che l’azienda viene boicottata anche per i suoi appelli all’Alta Corte di Madras indirettamente collegati.
Novartis ha presentato un nuovo ricorso l’8 agosto, un giorno dopo aver perso l’istanza contro il Patent Act indiano presso l’Alta Corte di Madras, opponendosi alla scelta di S. Chandrashekaran come membro tecnico dell’Intellectual Property Appellate Board (IPAB), ente recentemente costituito in base al Patent Act indiano. Nel gennaio 2006, l’assistente al controllo dell’ufficio indiano per le licenze aveva respinto la richiesta di licenza per Gleevec/Glivec, farmaco di Novartis contro il cancro, ed era stato appoggiato da Chandrashekaran, all’epoca controllore generale.
Successivamente Novartis presentava istanza all’Alta Corte di Madras contro quella specifica decisione, per aver eliminato l’ufficio delle licenze e creato l’IPAB, dove discutere il ricorso per la licenza al Gleevec che era stata respinta. L’IPAB era stato creato in seguito, e Chandrashekaran ne era diventato membro.
È stato bocciato un primo ricorso dell’azienda all’IPAB per destituire Chandrashekaran, basandosi sulla sua presunta “parzialità” nei confronti di Novartis, per aver aveva precedentemente respinto la richiesta di licenza. Presentandosi poi all’Alta Corte di Madras, l’8 agosto Novartis ha ottenuto un ordine di sospensione per tutti i suoi dossier presso l’IPAB, in attesa che quel ricorso venga trattato.
“Chiedo prudenza su quest’ultima richiesta di Novartis, perché la compagnia potrebbe approfittare dell’attuale euforia tra gli attivisti, e spostare l’attenzione pubblica dal suo programma”, ha detto Dabade.
DAF-K e AIDAN hanno rilanciato la campagna contro i farmaci Novartis e inviato lettere alle 480 branche dell’Associazione medica indiana nello stato di Karnataka, chiedendo attenzione sul problema.
Anand Grover dell’associazione Lawyers’ Collective, che a nome della Cancer Patients Aid Association si era espresso contro la richiesta di Novartis, non teme l’ultimo ricorso della società né il successivo ordine di sospensione all’IPAB, e non vede alcuna relazione tra il ricorso e la legge indiana per le licenze.
“Adesso dovremmo fare attenzione e capire se la pressione sul governo indiano riuscirà a modificare la legge sulle licenze”, ha detto all’IPS Grover.
Il Dr. Amit Sengupta del Delhi Science Forum, che lavora alle politiche pubbliche per la scienza e la tecnologia, e si batte contro la richiesta di licenza di Novartis, conferma l’opinione di Grover. “La vittoria in tribunale è un grande sollievo. Adesso ci chiediamo fino a che punto il governo difenderà la legge sulle licenze”, ha detto Sengupta. “Bisogna vedere se riuscirà a resistere alle pressioni commerciali e agli altri interessi”.
Tuttavia, i gruppi civici esultano per la vittoria su Novartis contro eminenti avvocati, tra cui Soli Sorabjee, che aveva lavorato nell’ufficio del procuratore generale, e Shanthi Bhushan, ex ministro della giustizia della federazione indiana.
“Questo rappresenta un notevole deterrente contro le petizioni inutili, soprattutto da parte di aziende private che si oppongono alle leggi sovrane dell’India”, ha dichiarato Prasanna, attivista di Bangalore per l’organizzazione Jan Swasthya Abhiyan, ala indiana dell’associazione globale People’s Health Movement.
Nell’aprile 2005, il governo indiano - in quanto firmatario dell’OMC e degli accordi commerciali sulla proprietà intellettuale (TRIPS) - aveva modificato la legge per riconoscere licenze ventennali sui prodotti, annullando così le licenze nazionali di 7 anni sui processi.
Molti farmaci generici o prodotti con la licenza scaduta sono stati costretti a uscire dal mercato, a meno che, secondo la clausola 3D del Patent Act, non si riesca a dimostrare che la richiesta di licenza non sia “nuova” o preveda un processo di ricerca innovativo.
L’ufficio indiano delle licenze aveva respinto la richiesta per il Gleevec perché non sufficientemente innovativo.
Novartis si è opposta alla clausola 3D giudicandola ambigua e contraria a quanto stabilito nei TRIPS, e ha fatto ricorso per la licenza del Gleevec.
“I paesi in via di sviluppo e agenzie internazionali come l’UNICEF e la Fondazione Clinton contano molto sull’importazione dall’India di farmaci economicamente accessibili: l’84 per cento dei farmaci per l’Aids prescritti da Medici senza frontiere (MSF) ai suoi pazienti in tutto il mondo vengono da aziende indiane di farmaci generici”, ha detto Christophe Fournier, direttore internazionale di MSF.
“Si dovrebbe anche rivedere il modo in cui multinazionali come la Novartis vengono premiate da agenzie Onu”, ha detto la Dr. Thelma Narayan della Community Health Cell di Bangalore, ex membro di Jan Swasthya Abhiyan.
“Questo si chiama ‘bluewashing’ (con un riferimento ai colori dell’Onu)”, ha detto Narayan, che chiede all’Onu di rinnovare il sistema di assegnazione dei premi, prendendo in considerazione la storia globale di un’azienda.
Anche Debade ritiene che la “storia ambigua” dell’azienda dovrebbe essere raccontata pubblicamente. Novartis è stata creata nel 1996 dall’unione di Sandoz, Ciba e Geigy società che appartenevano al noto cartello chimico tedesco IG Farben, responsabile di aver prodotto Zyklon B, gas letale usato nei campi di concentramento nazisti.
Nel frattempo, Novartis ha deciso di sospendere la richiesta di licenza in questo paese per il farmaco anti-Hiv “Atazanavir”, rilasciando il 16 agosto una dichiarazione pubblica. Come reazione alla sentenza dell’Alta Corte di Madras, Novartis ha inoltre affermato che sposterà dall’India grandi investimenti. “Questo (la sentenza) non ci invita a investire su ricerca e sviluppo in India, come era invece nelle nostre intenzioni. Piuttosto, investiremo in paesi che ci sostengono”, è la dichiarazione del responsabile di Novartis Daniel Vasella, riportata il 22 agosto dal giornale inglese “Financial Times”.
Secondo Novartis, il sistema indiano delle licenze soffoca l’innovazione che potrebbe invece migliorare un farmaco rendendolo iniettabile o più facile da assumere per via orale.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=991
Oltre il velo, la scommessa di Gul
ALDO MARIA VALLI
Forse parlare del 28 agosto 2007 come di un giorno di svolta per la Turchia moderna è eccessivo, perché in realtà si tratta del consolidamento di un processo incominciato con il risultato elettorale del 2002. In questo senso c’è da credere al premier Recep Erdogan quando dice che «il nuovo governo continuerà con maggiore speditezza lungo le stesse linee il lavoro compiuto in questi cinque anni passati ». È indubbio comunque che l’esercito, fino a pochi anni fa deus ex machina della politica turca, subisce un duro ridimension a m e n t o .
Nonostante abbia fatto più volte la voce grossa, a r r i v a n d o anche a manovrare le proteste di piazza per la laicità, ha dovuto cedere all’evidenza: la Turchia è oggi un paese diverso, in cui l’Akp di Erdogan è riuscito a garantire una stabilità democratica e in cui soprattutto l’opinione pubblica ha dimostrato di saper apprezzare questa linea.
Il grande tesoro della Turchia di oggi è questa stabilità fondata su una larga condivisione popolare e su una notevole crescita economica.
La storia della simpatica signora Hayrunissa, moglie velata del nuovo presidente della repubblica turca Abdullah Gul, ha un alto valore simbolico, ma la vera scommessa che Erdogan e i suoi sono chiamati a giocare non riguarda di certo il velo in quanto tale. Il problema è riuscire a dimostrare che si può governare un paese islamico in modo moderno e autenticamente laico senza rinunciare ai valori guida della religione islamica. Se il governo turco riuscirà a prendere decisioni in questa direzione allora sì sarà possibile parlare di svolta. L’ambasciatore turco a Roma, Ugur Ziyal, ha osservato che la Turchia ora non ha un presidente islamico, ma un presidente che è un musulmano praticante. C’è una differenza sostanziale, e in questa differenza sta insieme la novità e la sfida che la Turchia ha davanti a sé: far convivere principi costituzionali moderni e laici con valori religiosi.
Adesso molti si chiedono che cosa faranno i militari.
L’epoca delle prove di forza e dei golpe sembra ormai superata per sempre. L’esercito non è certo al tappeto, è vivo e vegeto, ma ha capito che per difendere i propri interessi occorre muoversi in modo diverso rispetto al passato. Le parole d’ordine a protezione del sacro principio del laicismo kemalista sono buone per la propaganda, ma al di sotto, e in sostanza, ci sono interessi economici da puntellare e privilegi da mantenere in vita. E su questo fronte non ci saranno cedimenti. È possibile dunque che da parte dei militari possa essere attuata una politica del doppio binario: in superficie di realistica coabitazione con il governo in carica, in una dimensione più sotterranea di fomentazione delle ali estreme dei diversi schieramenti, in modo che un eventuale scontro fra laicisti e islamisti imponga l’intervento dei salvatori della patria. Ecco perché sarà fondamentale il ruolo che sapranno giocare i veri moderati e riformisti. Molto interessante sarà vedere in quale modo e con quale tono il nuovo presidente della repubblica si rivolgerà il mese prossimo al Consiglio superiore della difesa, da lui diretto in quanto capo della forze armate.
Se nella discussione pubblica prevale il confronto fra laicità e ispirazione religiosa, i turchi sanno bene che la qualità della vita dipenderà dalle scelte nei campi dell’economia e dell’istruzione. Un quarto dei laureati non trova lavoro e l’emigrazione verso la Germania resta troppo spesso l’unica alternativa. Se la Turchia è riuscita ad attirare imprenditori e capitali stranieri, non riesce ancora a produrre personale altamente qualificato. In economia Erdogan ha promesso una politica di privatizzazioni, specie nel settore energetico e bancario, e le multinazionali straniere sono pronte a gettarsi nel business. Con un reddito pro capite più che raddoppiato, inflazione e tassi di interesse in discesa, moneta stabile e pil in crescita, il primo ministro ha le carte in regola per incominciare una nuova fase di rilancio.
Quanto ai rapporti con l’Europa, un segnale importante viene dalla scelta di Alì Babacan, già capo negoziatore a Bruxelles, come nuovo ministro degli esteri al posto di Gul. La Turchia, nonostante tutto, vuole l’Europa e la vuole per motivi economici. In un mondo globalizzato , di fronte all’emergere di nuove potenze come Cina e India, Ankara vuole agganciarsi alla locomotiva europea per non restare isolata e debole. L’alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza, Javier Solana, congratulandosi con Abdullah Gul per la sua elezione, si è detto certo che l’esperienza «estremamente preziosa» maturata dal neopresidente come ministro degli esteri «sarà molto utile e contribuirà ad approfondire il processo di riforme in Turchia e a rafforzare la stabilità della regione». Le richieste sono chiare. In primo piano c’è sempre la questione di Cipro, e ci sono i diritti fondamentali, a partire dalla libertà religiosa, terreno sul quale non si vedono progressi concreti. Ne sa qualcosa il nuovo arcivescovo greco-cipriota Chrysostoms, che nel giro di quattro mesi si è visto annullare due volte da Ankara la visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Proprio Chrysostomos si è rivolto alla Santa Sede e al Consiglio ecumenico delle Chiese per «sensibilizzare la comunità internazionale sull’inattendibilità del governo turco in tema di diritti». Pubblicità negativa che la coppia Erdogan-Gul, se davvero vorrà dimostrare moderazione e laicità ben temperata, dovrà combattere con decisioni finalmente nuove e coraggiose.
http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
L’elezione scontata di Gul, le promesse e i problemi aperti
di Mavi Zambak
L’opinione pubblica turca è divisa oggi fra entusiasti e delusi. Alcuni temono l’inizio di conflitti e attriti fra laici e religiosi; altri vedono nel nuovo presidente un riconciliatore. Ma qualche dubbio rimane.
Ankara (AsiaNews) – Le elezioni di ieri che hanno consacrato Abdullah Gul nuovo capo di stato non hanno sorpreso nessuno. L’AKP, il partito filoislamico al governo, ha continuato a proporre il suo candidato e con il voto compatto dei 339 deputati ha vinto un boicottaggio che durava da 4 mesi. I Lupi Grigi, che avevano assicurato il loro appoggio, hanno insistito col dare il loro voto al proprio candidato. Ciò è interpretato come un segno positivo: essi non si rispecchiano in questo rappresentante dello Stato, accondiscendente, liberale e pacifista, con gli occhi puntati verso l’Europa. Il partito repubblicano di Ataturk, il CHP, il maggiore partito all’opposizione con 110 deputati in parlamento, si è astenuto. Gul, da parte sua, ha giurato che egli sarà il presidente di “tutti i turchi”.
Oggi in Turchia l’opinione pubblica è divisa in due: gli entusiasti, che considerano queste elezioni una grande vittoria, un passaggio ad una nuova epoca storica, ad una nuova repubblica che saprà realizzare una moderna democrazia che porterà ad una più piena e vera libertà; e i delusi che guardano a questo risultato come una scottante sconfitta al nazionalismo e alla laicità voluta da Ataturk e l’inizio di un periodo buio e faticoso.
I militari intanto scalpitano e per protesta non hanno partecipato né al discorso presidenziale in parlamento, né alla cerimonia di ingresso alla casa presidenziale. Anzi, anticipando di tre giorni il discorso ufficiale in occasione della festa della Vittoria del 30 agosto, il generale Buyukanit, rappresentante del potere supremo militare, senza remore, ha affermato a mo’ di ammonizione che “contro la laicità della nazione si stanno mettendo in atto piani subdoli che di giorno in giorno emergono sotto forme diverse (…) ma contro queste forze oscure che vogliono soffocare il nazionalismo e la laicità di Ataturk, noi – i militari – lavoreremo per giungere ad un futuro luminoso con la luce della scienza e dell’intelligenza”.
Gli analisti affermano che essi hanno paura di perdere potere e influenza. In effetti, nel progetto di questo nuovo parlamento e governo - i cui ministri saranno eletti oggi pomeriggio – si vuole riformulare la Costituzione. Fra gli articoli da cambiare e abolire c’è anche il 145, che attribuisce al potere militare la facoltà di giudicare i politici.
Altri articoli da riformare: quello che proibisce l’ingresso alle donne velate nei luoghi pubblici e nelle scuole superiori e universitarie; quello che non consente l’insegnamento scolastico in curdo.
Il nuovo presidente ha proclamato con enfasi: “In ogni situazione dobbiamo essere padroni della nostra libertà: essa è la nostra ricchezza e la nostra forza”. La frase riportata oggi a caratteri cubitali su tutti i quotidiani. Ma le ombre e le preoccupazioni restano.
Mehmet Ali Birand, giornalista del quotidiano nazionale più diffuso, Posta, oggi si domanda: “Sarà l’inizio di un periodo di riconciliazione o piuttosto di attriti e discordie tra laicità e religiosità?”.
“Sicuramente – scrive – per la prima volta sulla sedia del potere si è seduto un uomo “diverso”. Ma in cosa consiste questa diversità? Da come lo abbiamo visto muoversi questi anni, non possiamo affermare che sia un fanatico religioso”. Iin effetti va ricordato che Gul è l’unico che per primo ha cercato di calmare gli animi accesi dei politici al governo, dopo il discorso di Benedetto XVI a Regensburg; è l’unico ad essere riuscito più volte a conciliare le aspettative dell’Europa con le esigenze della Turchia, sia sui diritti umani, sia nelle crisi diplomatiche, come tra Cipro nord e sud; ed è lui che ha saputo destreggiarsi nella guerra in Irak e bloccando l’intervento della Turchia, e rimanendo membro della Nato e amico dell’America. Birand afferma: “Gul non è l’uomo delle polemiche, l’uomo che cerca lo scontro, ma piuttosto un politico che tende alla riconciliazione, al compromesso, che sa mantenere il controllo di sé e rimane imparziale. Per questo credo che tra tutti i membri dell’AkP Abdullah sia l’uomo giusto, l’uomo che saprà darà un nuovo taglio alla democrazia turca e al concetto di libertà”.
I dubbi, comunque, rimangono.
“Allah non mi faccia svergognare”, sono le parole conclusive del toccante discorso di Gul, ricco di buoni propositi e promesse. Questo capo di Stato, a cui toccherà il compito di firmare e approvare leggi che influenzeranno la vita quotidiana e il futuro di 70 milioni di abitanti, saprà essere fedele al suo ufficiale giuramento di imparzialità e di difesa dei diritti e della libertà di tutti? Le minoranze etniche e religiose ci sperano. Le questioni spinose ancora aperte sono molte. Per ora tutti tirano un sospiro di sollievo dopo questi mesi di travaglio e poi si vedrà.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10165&size=A
SEPARAZIONE DI PETROLIO E STATO
DI WILLIAM BLUM
The Anti-Empire Report
Separazione di petrolio e stato
In diverse occasioni mi è stato proposto l'argomento che, contrariamente all'opinione diffusa nel movimento di opposizione alla guerra e nella sinistra, il petrolio in realtà non è stato un fattore nell'invasione e occupazione americana dell'Iraq. Il punto chiave dell'argomento, forse l'unico, è che le compagnie petrolifere non hanno spinto alla guerra.
Rispondendo solo a questo particolare argomento: primo, i dirigenti delle aziende multinazionali non hanno l'abitudine di fare pubbliche dichiarazioni, favorevoli o contrarie, riguardanti problemi vitali della politica estera americana. E non sappiamo cosa dicono in privato i dirigenti delle compagnie petrolifere agli alti funzionari di Washington, anche se sappiamo che questi dirigenti hanno molto più accesso di me o di voi a tali funzionari, come alle riunioni segrete di Cheney. Cosa più importante, dobbiamo distinguere fra il petrolio come combustibile e il petrolio come arma politica.
Una lettura degli scritti politici pubblicati dai neoconservatori dopo la fine dell'Unione Sovietica chiarisce come questa gente non tollererà che qualche altro paese o gruppo di paesi sfidi l'egemonia globale dell'unica superpotenza globale. Un saggio – nel 1992 scrivevano: "Dobbiamo mantenere i meccanismi per dissuadere i potenziali concorrenti anche solo dall'aspirare a un maggiore ruolo regionale o globale"[1]; e nel 2002, nel documento della Casa Bianca "Strategia di sicurezza nazionale": "Le nostre forze saranno forti abbastanza da dissuadere potenziali avversari dal perseguire un accrescimento militare nella speranza di superare, o uguagliare, la potenza degli Stati Uniti. [...] L'America agirà contro tali minacce emergenti prima che siano pienamente sviluppate. [...] Dobbiamo dissuadere e difenderci contro la minaccia prima che questa sia scatenata. [...] Non possiamo lasciare che i nostri nemici colpiscano per primi. [...] Per anticipare o prevenire tali atti ostili da parte dei nostri avversari, gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente".
Come il mondo ha imparato con grande dolore, i dominatori neoconservatori del mondo non sono solo tigri (politiche) di carta.
Il Giappone e l'Unione Europea ricadono facilmente nelle categorie dei concorrenti potenziali o degli avversari potenziali, economicamente parlando. Entrambi dipendono in modo decisivo dalle importazioni petrolifere. Così è in misura maggiore o minore per la maggior parte del mondo. L'amministrazione Bush non ha bisogno dell'approvazione delle compagnie petrolifere per perseguire il suo grandioso programma di dominazione mondiale, usando le vaste riserve petrolifere irachene come un'altra delle sue armi.
Per chi vorrebbe credere che c'è un limite all'arroganza imperiale dei neocon, che perfino quelli come Bush, Cheney, Rumsfeld, Bolton, Wolfowitz, Rice e gli altri della banda non tratterebbero mai l'Europa come qualcosa di simile a un nemico, suggerisco di dare un'occhiata a un recente articolo dell'ex ambasciatore degli USA alle Nazioni Unite, John Bolton, apparso sul Financial Times di Londra. In esso, l'intimo di Cheney e attuale accademico esperto presso la cittadella neocon, l'American Enterprise Institute, sgrida il primo ministro britannico Gordon Brown per aver implicato che il Regno Unito potrebbe avere una "special relationship" sia con gli Stati Uniti che con l'Unione Europea (a cui Bolton fa riferimento come al "porridge europeo"). Come un amante ferito, Bolton esclama che la Gran Bretagna è stata portata a "un punto di decisione chiara. [...] Quello che Londra deve sapere è che la sua risposta avrà conseguenze". L'articolo è intitolato: "La Gran Bretagna non può avere due migliori amici".
Bolton continua chiedendo: "Perché una ‘unione' con una politica estera e di sicurezza comune, e con la prospettiva di un vero ‘ministro degli esteri', ha due seggi permanenti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e spesso ben tre seggi non permanenti su un totale di 15 membri del consiglio? Francia e Gran Bretagna possono non gradire la prospettiva di abbandonare il loro status unico, ma cosa li rende diversi – come membri della ‘Unione' – dal Lussemburgo o da Malta? Un'Unione, un seggio. Brown non può avere la botte piena e la moglie ubriaca (e il presidente Nicolas Sarkozy nemmeno)".
L'Impero non ha ancora fatto dell'Europa un ODE (Officially Designated Enemy [Nemico Ufficialmente Designato]) come l'Iran, ma, dichiara Bolton, "Se Bush decide che l'unico modo per fermare l'Iran è usare la forza militare, dove si schiererà Brown? Appoggerà gli USA o permetterà all'Iran di marciare al passo dell'oca verso le armi nucleari?"[2]
La mentalità squisitamente imperiale di Washington, la sua dichiarata determinazione di "agire contro tali minacce emergenti prima che siano pienamente sviluppate", naturalmente vede "avversari potenziali" anche in Cina e Russia. Gli Stati Uniti – con un'ipocrisia impressionante perfino per l'amministrazione Bush – critica regolarmente e con asprezza la Cina per il suo budget militare in espansione; e cerca di circondare la Russia con basi militari, scudi antimissile, e paesi legati a Washington e alla NATO.
Inoltre gli Stati Uniti dagli anni '90 sono in concorrenza con la Russia per le vaste riserve di petrolio e gas naturale dell'area senza sbocco al mare del mar Caspio. Con tutta probabilità la costruzione e la protezione di oleodotti e gasdotti in Afghanistan è stato uno dei maggiori fattori nell'invasione americana di quel paese. E in questo caso sappiamo che la compagnia petrolifera americana UNOCAL prima dell'11 settembre si incontrò in Texas e in Afghanistan con funzionari talebani per discutere delle condutture.[3]
Una licenza di mentire che non scade mai
Ho toccato questo punto un anno fa, ma il nostro molto stimato leader e i suoi ugualmente stimati accoliti continuano a usare lo stesso argomento per distogliere l'attenzione dal loro figlio deforme, al Guerra al Terrore – tale argomento è che dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 la politica antiterrorismo americana ha funzionato. Come lo sanno? Perché negli Stati Uniti non ci sono stati attacchi terroristici nei sei anni successivi a quel giorno infame.
Giusto, ma non c'erano stati attacchi terroristici nemmeno nei sei anni precedenti l'11 settembre 2001; l'ultimo fu l'attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995, con nessun legame noto ad al Qaeda. L'assenza di attacchi terroristici negli USA sembra essere la norma, con o senza la Guerra al Terrore.
Cosa più significativa, nei sei anni seguiti all'11 settembre gli Stati Uniti sono stati il bersaglio di attacchi terroristici in decine e decine di occasioni, senza nemmeno contare quanto accade in Iraq o Afghanistan – attacchi a bersagli militari, diplomatici, civili, cristiani e di altro genere associati agli Stati Uniti in Medio Oriente, in Asia meridionale e nel Pacifico, più di una dozzina di volte solo in Pakistan. Gli attacchi includono gli attentati nell'ottobre 2002 contro due nightclub a Bali, in Indonesia, che uccisero più di 200 persone, quasi tutti americani e cittadini dei loro alleati di guerra Australia e Gran Bretagna; l'anno successivo ha portato il grave attentato contro l'Hotel Marriott (a gestione americana) a Jakarta, in Indonesia, sede delle celebrazioni del 4 luglio e dei ricevimenti diplomatici tenuti dall'ambasciata americana; e altri orrendi attacchi in anni più recenti contro alleati degli USA a Madrid e a Londra a causa della guerra.
Quando l'amministrazione Bush sostiene che l'assenza di attacchi terroristici negli USA dopo l'11 settembre significa che la sua guerra al terrorismo ha creato un mondo più sicuro per gli americani... perché ne dubito?
Il passato è imprevedibile
Man mano che la richiesta del ritiro delle forze americane dall'Iraq diventa più forte, chi appoggia la guerra sta riscrivendo la storia per dipingere un quadro spaventoso di cosa accadde in Vietnam dopo che i militari USA partirono nel marzo 1973.
Parlano di invasioni ad opera dei comunisti nordvietnamiti, ma non fanno notare che una guerra civile lunga due decenni era semplicemente continuata dopo che gli americani se ne erano andati, senza un bel po' dell'orrore che le armi chimiche e le bombe USA erano andate causando.
Parlano del "bagno di sangue" che seguì al ritiro americano, un termine che implica l'uccisione di grandi numeri di civili che non appoggiavano i comunisti. Ma ciò non è mai accaduto. Se fosse accaduto, negli Stati Uniti gli anticomunisti che appoggiavano la guerra in Vietnam sarebbero stati felici di pubblicizzare un "bagno di sangue comunista". Titoloni sarebbero usciti sui giornali di tutto il mondo. Il fatto che non si riesce a trovare niente del genere indica che non ebbe luogo nulla di simile a un bagno di sangue. Sarebbe difficile confutare in altro modo questa assenza.
"Circa 600,000 vietnamiti annegarono nel Mar Cinese Meridionale tentando di fuggire".[4] Qualcuno che non sia confinato in una happy farm di destra lo ha mai sentito prima?
Mischiano Vietnam e Cambogia nello stesso pensiero, lasciando l'impressione che gli orrori di Pol Pot includessero il Vietnam. Questa è la conservatrice National Review Online: "Sei settimane più tardi, gli ultimi americani decollarono sugli elicotteri dal tetto dell'ambasciata USA a Saigon, lasciando dietro di sé centinaia di sudvietnamiti in preda al panico e un'intera regione alla mercé dei comunisti. La scena fu simile a Phnom Penh [Cambogia]. L'ondata di torture e stragi che seguì lasciò milioni di cadaveri".[5]
Ed ecco la cara vecchia Fox News, 26 luglio, giornalisti Sean Hannity e Alan Colmes, con il loro ospite, l'attore Jon Voight. Voight dice "In questo momento abbiamo un sacco di gente che non sa un sacco di cose che piange per farci ritirare dall'Iraq. Questo – ci fu un bagno di sangue quando ci ritirammo dal Vietnam, 2.5 milioni di persone in Cambogia e in Vietnam – Vietnam del Sud furono massacrate".
La risposta di Alan Colmes, nella sua interezza: "Sì, signore". Hannity non ha detto nulla. I molti devoti ascoltatori di Fox News potevano solo annuire saggiamente.
In realtà, invece di un bagno di sangue di chi aveva collaborato con il nemico, i vietnamiti li spedirono in campi di "rieducazione", un trattamento più civile che in Europa dopo la seconda guerra mondiale, quando molti di quelli che avevano collaborato con i tedeschi furono fatti sfilare in pubblico, la testa rapata, umiliati in altri modi, e/o impiccati all'albero più vicino. Ma alcuni conservatori oggi vorrebbero farvi credere che i campi vietnamiti erano praticamente delle piccole Auschwitz.[6]
La visione conservatrice del Vietnam dopo il ritiro USA si è già indurita in cemento storico? "La storia concordata", per usare il termine di Gore Vidal?
La via di ogni carne, la via di ogni guerra
Nel 1967 e ‘68 scrivevo una rubrica molto simile a questo rapporto, solo che naturalmente non era online; era per la Washington Free Press, parte della cosiddetta "stampa underground". Di recente dando un'occhiata a queste vecchie rubriche ho trovato tre voci la cui attinenza non è stata affatto ridotta dal tempo:
(1) [Dal Washington Post, 1968]: "Mai è stato più chiaro che i Marines stanno combattendo per il proprio orgoglio, per la propria paura e per i loro compagni che sono già morti. Nessun americano a Hue sta combattendo per il Vietnam, per i vietnamiti, o contro il comunismo".[7]
[Fate le ovvie sostituzioni abbiamo: Nessun americano a Baghdad sta combattendo per l'Iraq, per il popolo iracheno, o contro il terrorismo. E quanti dei guerrieri di oggi possono guardare a quello che sta accadendo intorno a loro in Iraq e autoconvincersi di combattere per qualcosa chiamato libertà e democrazia?]
(2) Arthur Sylvester, vice ministro della difesa per gli affari pubblici, è stato l'uomo con maggiori responsabilità quanto a "fornire, controllare e gestire le notizie di guerra dal Vietnam". Un giorno nel luglio 1965 Sylvester ha detto ai giornalisti americani che avevano il dovere patriottico di diffondere solo informazioni che gettassero sugli Stati Uniti una luce favorevole. Quando uno dei giornalisti ha esclamato: "Certo, Arthur, non ti aspetti che la stampa americana sia l'ancella del governo," Sylvester ha risposto, "Questo è esattamente quello che mi aspetto," aggiungendo: "Guardate, se pensate che qualche ufficiale americano vi dirà la verità, siete stupidi. Avete sentito? – stupidi". E quando un corrispondente di un giornale di New York ha cominciato a fare una domanda, è stato interrotto da Sylvester che ha detto: "Oh, andiamo. A che importa a uno di New York della guerra del Vietnam?"[8]
(3) Gli USA hanno recentemente completato un'operazione nell'area sudvietnamita del III Corpo chiamata "Decisi a vincere". Ora una nuova operazione viene pianificata per la stessa area. Questa è chiamata "Vittoria completa", il che dovrebbe darvi un'idea di quanto abbia avuto successo "Decisi a vincere". Mi aspetto che l'unica operazione con una possibilità di successo sarà quella chiamata "Ritiro totale".
Libertari: un'eccentrica mescolanza di anarchia e capitalismo sfrenato
Cosa sostengono i libertari? La loro filosofia, in teoria e in pratica, sembra corrispondere a poco più di: "Se il governo lo sta facendo, è oppressivo e siamo contrari". Le aziende, tuttavia, tendono ad avere via libera. Forse il libertario più famoso è oggi Ron Paul, congressista del Texas, che si era candidato alla presidenza per il Libertarian Party nel 1988 e ora sta concorrendo per la stessa carica come repubblicano. È contrario alla guerra in Iraq, senza incertezze, ma se la guerra venisse ufficialmente combattuta da, per e in nome di un consorzio di Lockheed Martin, Halliburton, Bechtel, e qualche altra azienda gigante americana, avrebbe lo stesso atteggiamento? E naturalmente si potrebbe sostenere che la guerra viene effettivamente combattuta per un consorzio del genere. Così è semplicemente l'idea o l'immagine di una "operazione del governo" che infastidisce lui e altri libertari?
Paul ha detto recentemente: "Il governo è troppo burocratico, spende troppi soldi, sprecano i soldi".[9]
Quest'uomo pensa che le aziende non siano burocratiche? I libertari pensano esista una grossa istituzione che non sia autoritariamente burocratica? Non è la natura della belva? chi fra di noi non ha avuto questa frustrante esperienza con un'azienda, cercando di correggere una fatturazione sbagliata o di far riparare o sostituire un prodotto difettoso? Non si può sostenere che le aziende spendono troppi soldi (nostri)? Cosa pensano i libertari dei salari enormemente osceni versati ai dirigenti aziendali? O delle due dozzine di varietà di corruzione e furto aziendale? Qualcuno ha nominato la Enron?
Ron Paul e altri libertari sono contro la previdenza sociale. Credono che per gli anziani sia meglio vivere in un riparo per senza tetto piuttosto che dipendere da "elemosine" del governo? È esattamente a questo che si ridurrebbero molti cittadini anziani se non fosse per la previdenza sociale. Sono sicuro che la maggior parte dei libertari non sono razzisti, ma Paul certamente parla come uno di loro. Ecco un paio di commenti dalla sua newsletter:
"I sondaggi d'opinione mostrano costantemente che solo il 5 per cento circa dei neri hanno opinioni politiche sensate, cioè appoggiano il libero mercato, la libertà individuale e la fine del welfare e dell'azione affermativa".
"Date le inefficienze di quello che D.C. chiama in modo ridicolo il ‘sistema giudiziario criminale', penso possiamo tranquillamente supporre che il 95 per cento dei maschi neri in quella città siano semi-criminali o interamente criminali".[10]
L'autore Ellen Willis ha scritto che "la fallacia fondamentale del libertarianismo di destra è che lo stato sia la sola fonte di potere coercitivo". Non riconoscono "che le aziende che controllano la maggior parte delle risorse economiche, e quindi l'accesso della maggior parte delle persone alle cose necessarie per la vita, hanno molto più potere del governo di dettare il nostro comportamento e le condizioni quotidiane della nostra esistenza".[11]
NOTE
[1] "Defense Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999", New York Times, 8 marzo 1992, p. 14, grassetto aggiunto
[2] Financial Times (Londra), 2 agosto 2007
[3] BBC News, 4 dicembre 1997, "Taleban in Texas for talks on gas pipeline"
[4] Joseph Farah, direttore del consrevatore WorldNetDaily (worldnetdaily.com/news/article.asp?ARTICLE_ID=56769), 6 agosto 2007
[5] Mona Charen, National Review Online, 20 luglio 2007
[6] Per altri esempi ricercare su Google News:
[7] Washington Post, 20 febbraio 1968, articolo di Lee Lescaze
[8] Resoconti del Congresso (Camera dei Rappresentanti), 12 maggio 1966, pp. 9977-78, ristampa di un articolo di Morley Safer di CBS News
[9] National Public Radio, edizione del mattino, 9 agosto 2007
[10] Atlanta Progressive News, 3 giugno 2007 (www.atlantaprogressivenews.com/views/0024-views.html)
Per quanto posso determinare, Paul non nega che queste osservazioni, e altre ugualmente razziste, appaiano nella sua newsletter, ma afferma che ne è autore un membro del suo staff.
[11] Ellen Willis, Dissent magazine, Fall 1997
William Blum
Fonte: http://killinghope.org/
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer48.htm
10.08.2007
Traduzione a cura di LUCA TOMBOLESI
| Il presidente coraggioso |
| La Bolivia denuncia le infiltrazioni Usa nella sua politica interna col fine di destabilizzare Morales |
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Gli Stati Uniti finanziano gruppi di oppositori per destabilizzare il governo di Evo Morales. Parola del vicepresidente della repubblica boliviana, Alvaro Garcia Linera. Si tratterebbe, a suo dire, di fondi introdotti nel paese come “aiuti produttivi”, che in realtà nasconderebbero “una ragione politica”. Un'accusa, questa, che fa seguito all'uscita dell'ambasciatore Usa a La Paz, Philip Goldberg, che non solo denuncia il fallimento della lotta alla droga in Bolivia e l'aumento delle piantagioni di coca, ma sventola anche i 140 milioni di “aiuti” che il paese andino continuerebbe a prendere da Washington. Dichiarazioni che hanno scatenato l'ira sia dell'ambasciatore boliviano negli Usa, Gustavo Guzmán, sia del presidente Evo Morales.
Il vice. “Magari i 140 milioni di aiuti Usa al nostro paese fossero aiuti produttivi” ha tuonato Linera, spiegando come invece parte dei fondi stiano finanziando gruppi d'opposizione “che elaborano critiche e resistenza ideologica e politica” al governo democraticamente eletto di Evo Morales. In particolare, gli Usa starebbero organizzando centri di influenza con ex ministri e ideologi conservatori. “Tutto questo suona quanto meno sospetto e richiama a riflettere – ha sottolineato Linera - Che tipo di aiuto è il loro? Stanno potenziando centri intellettuali conservatori con denaro che arriva appositamente nel paese”. E, a coloro che tacciano di antiamericanismo la Bolvia di Morales, il suo vice ha precisato, che il governo boliviano protesterebbe allo stesso modo con qualsiasi altro paese che osasse comportarsi così, pagando presunti centri di difesa della democrazia che altro non sono se non “luoghi per arruolare ex funzionari” dei passati governi, nostalgici del potere che fu. “I soldi Usa li accetteremmo a occhi chiusi se fossero veramente aiuti produttivi”, ha concluso, ma dato che si tratta di “aiuti politici” sarebbe bene fossero eliminati, in quanto interferiscono negli affari interni di uno stato sovrano.
Botte e risposte. “Il nostro lavoro a Washington è servito per chiarire che in Bolivia, sottomissione e soggezione, caratteristiche in altri momenti della diplomazia del paese, oggi sono state sradicate”. Non ha usato mezzi termini nemmeno l'ambasciatore boliviano in Usa, Gustavo Guzmán, reduce da una riunione dell'intero corpo diplomatico lunedì a La Paz. Per il giornalista, diplomatico negli Stati Uniti dall'agosto 2006, fra la Bolivia e la Casa Bianca le relazioni persistono profonde ed estese, e la comunicazione politica resta chiara, ma, condita, comunque, da “frizioni naturali”. Dichiarazione rincarate dal presidente della Repubblica Evo Morales, che ha annunciato “decisioni radicali” contro determinati ambasciatori stranieri, che si intromettono nella politica interna, compiendo vere e proprie “aggressioni”. Senza esplicitamente citare gli Stati Uniti, Morales ha spiegato che non capisce come “alcuni ambasciatori si dedichino a far politica e non diplomazia”. Ha quindi precisato: “Non so fino a quando li sopporteremo..., prenderemo decisioni radicali contro questi ambasciatori che provocano apertamente. Non abbiamo nessuna paura”. Ha, poi, fatto riferimento a una cospirazione interna ed esterna che tramerebbe per farlo cadere: “Questa non si chiama cooperazione, ma cospirazione”, ha denunciato, scatenando la reazione di Washington, che ha assicurato come il suo intervento nel paese andino sia “apolitico” e “trasparente”.
Scioperi su scioperi. Intanto, la Bolivia vive una delle situazioni più delicate da quando Morales è stato eletto. L'opposizione sta riversando per le strade una marea di persone in varie aree del paese: scioperi “in difesa dello Stato di diritto” si sono svolti da ieri a Santa Cruz, a Tarija, Beni, Pando, Chuquisaca e Cochabamba e in molti casi si sono verificati violenti scontri con la polizia e atti di vandalismo. Marce tranquille soltanto nelle città di Sucre e Cobija. Manifestazioni a cui i sostenitori del presidente cocalero risponderanno scendendo in piazza a migliaia. Si calcolano circa centomila dimostranti, fra contadini e indigeni, intenzionati a difendere il loro rappresentante, secondo il quale l'opposizione non ha altro pensiero che spazzar via “questo indio”.
A complicare il quadro, lo sciopero proclamato per domani e venerdì dal potere giudiziario contro la decisione del governo di far processare cinque magistrati del Tribunale Costituzionale accusati di prevaricazione. Ma il presidente indigeno liquida anche questa vicenda, mettendola nel calderone delle cospirazioni: entrambi gli scioperi sono stati convocati “per frenare il processo di cambiamento” ormai avviato.
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Iraq, a Bassora, conto alla rovescia nel Far West per le forze britanniche
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,
Mentre prosegue il conto alla rovescia per il ritiro dei militari britannici dall’ultima base nel centro di Bassora, la situazione dei soldati di Sua Maestà assomiglia sempre di più a quella di un fortino assediato in mezzo al Far West.
A breve anche gli ultimi militari rimasti sgombreranno il Basra Palace - non c’è una data, ma si parla con insistenza del mese prossimo - l’ex palazzo di Saddam Hussein costruito sulle rive dello Shatt al Arab, che prima ospitava anche il consolato britannico e il personale delle Nazioni Unite.
I civili se ne erano già andati in primavera (il che ha portato, fra l’altro, alla chiusura delle attività dell’Onu a Bassora), perché il complesso veniva continuamente attaccato a colpi di mortaio.
Le cose da allora sono peggiorate, e i circa 500 soldati di Londra vivono barricati al suo interno, senza praticamente mai mettere piede in città. Una situazione da Far West.
“Abbiamo una forza circondata come cowboy e indiani nel Basra Palace”, ha detto di recente Kevan Jones, un parlamentare laburista membro della Commissione Difesa della Camera dei Comuni.
Ora anche i militari stanno per andarsene, e quando i soldati di Sua Maestà lasceranno il Basra Palace, questo significherà che, per la prima volta dal 2003, in città non ci saranno più truppe britanniche. Nell’occasione verranno ritirati altri 500 degli attuali 5.500 soldati che la Gran Bretagna ha ancora in Iraq.
In aumento gli attacchi (e le perdite)
Gli ultimi mesi sono stati micidiali per le forze britanniche, nella città che quattro anni fa, subito dopo l’invasione dell’aprile 2003, veniva indicata a modello di una presenza militare “soft”, che in molti attribuivano alla grande “esperienza” dei militari di Londra (il riferimento era essenzialmente all’Irlanda del Nord).
Dei 168 soldati britannici morti in Iraq dall’invasione, 41 sono stati uccisi quest’anno, 30 dei quali fra aprile e luglio, il periodo più letale in assoluto dal 2003.
I 5.000 militari che restano verranno concentrati nella base presso l’aeroporto internazionale di Bassora, dove però le cose non vanno meglio.
Anche questa base è infatti costantemente sotto tiro. Secondo quanto riferito di recente dall’inviata del Times, ci sono fino a 10 attacchi al giorno – con missili e colpi di mortaio. Per il Washington Post, sarebbero oltre 600 negli ultimi quattro mesi.
Il dato certo è che gli attacchi contro le forze britanniche sono in continuo aumento, e che stanno diventando sempre più sofisticati.
Inoltre, secondo quanto ammesso dallo stesso governo di Londra, essi rappresentano il 90% del totale degli attacchi che vengono compiuti a Bassora.
I numeri sono eloquenti. Secondo quanto riferito in giugno alla Camera dei Comuni dal deputato liberaldemocratico Michael Moore, nei sei mesi fino all’aprile 2007 gli attacchi contro i soldati di Sua Maestà erano stati oltre 1.300, a fronte di poco più di 500 nei sei mesi precedenti.
Un "incubo logistico"
Le testimonianze che arrivano dall’Iraq forniscono ulteriori elementi.
L’inviato del Times, Anthony Loyd, scrivendo recentemente da Bassora, riferiva che gli attacchi contro le forze britanniche hanno superato tutti i livelli precedenti, quanto a numero, grado di sofisticazione, e intensità”, e la città adesso è “un incubo logistico, dove anche l’operazione più semplice può trasformarsi in letale”.
Letale è la parola appropriata.
Attualmente il pericolo maggiore, e quello che provoca il maggior numero di vittime tra i soldati britannici, è rappresentato dagli attacchi ai convogli che portano i rifornimenti al Basra Palace, dalla base situata presso l’aeroporto, in quelle che sono state definite vere e proprie “missioni suicide notturne”.
Il Basra Palace si trova in una posizione isolata che facilita gli attacchi. Costruito nel 1990 da Saddam Hussein – era uno dei suoi palazzi – all’estremità meridionale della città, sulle rive dello Shatt al Arab, può essere raggiunto dai convogli logistici che arrivano dalla base vicino all’aeroporto, alla periferia della città, solo attraverso tre strade – che passano tutte attraverso la città.
Le necessità di approvvigionamento fanno sì che si tratti di grossi convogli – a volte composti da più di 100 veicoli. Gli attacchi – attribuiti solitamente all’Esercito del Mahdi, la milizia fedele al leader sciita Muqtada al Sadr, il cui movimento è forte a Bassora come in tutto il sud dell’Iraq – iniziano nel momento in cui i convogli entrano in città e continuano fino ai cancelli del Basra Palace.
La situazione è talmente pericolosa che alcuni dei camionisti civili coinvolti in queste operazioni si ubriacano per trovare il coraggio di guidare, scrive l’inviato del Times, aggiungendo che più del 50% delle perdite britanniche sono avvenute mentre i militari proteggevano i percorsi di questi convogli.
Ma concentrare i 5.000 militari che resteranno in Iraq nella base presso l’aeroporto non sarà una soluzione, anzi potrebbe offrire un bersaglio ideale agli attacchi.
I comandanti militari vogliono il ritiro
Sempre più di frequente compaiono sulla stampa britannica notizie secondo cui i comandanti militari – preoccupati per il fatto che le missioni in Iraq e in Afghanistan stanno mettendo a dura prova l’esercito – vorrebbero chiudere anche la base dell’aeroporto entro fine anno.
L’idea sarebbe quella di ritirare tutti i soldati, tranne 1.500, “che svolgerebbero compiti di addestramento [delle forze irachene], a distanza sicura dalle zone sotto il controllo degli insorti”, scriveva l’Independent il 22 luglio, aggiungendo però che, secondo l’autorevole Jane’s Defence Weekly – rivista specializzata in questioni della difesa, la consistenza del contingente britannico sarebbe rimasta a 5.000 unità fino a fine 2008, con quattro brigate meccanizzate che sono già state scelte per essere schierate l’anno prossimo.
Tuttavia è assai probabile che la provincia di Bassora sarà consegnata al controllo iracheno entro la fine dell’anno.
In una intervista alla BBC a fine luglio, il capo di Stato maggiore della Difesa, il maresciallo dell’Aeronautica Sir Jock Stirrup, ha detto di prevedere che sarà presa una decisione nei prossimi due mesi.
Anche a Baghdad sembrano avere una certa fretta. Un comunicato dell’ufficio del Primo Ministro Nuri al Maliki, ai primi di luglio, aveva informato il neo premier britannico Gordon Brown che il governo iracheno vuole il controllo di Bassora entro tre mesi.
E così Brown adesso si trova stretto tra Washington e Baghdad, mentre i suoi comandanti militari premono in maggioranza perché la Gran Bretagna lasci l’Iraq al più presto possibile.
Gli Usa sono preoccupati
A Washington, infatti, la preoccupazione è ai massimi livelli. Un ritiro britannico da Bassora, oltre a lasciare campo libero alle fazioni rivali – tutte sciite – ormai in lotta da tempo per il controllo della città, renderebbe vulnerabili le linee di rifornimento delle forze Usa, che dal Kuwait si dirigono verso nord.
Se la prima questione non sembra preoccupare molto – “i britannici sono stati fondamentalmente sconfitti nel sud”, commentava di recente un alto funzionario dell’intelligence Usa a Baghdad citato dal Washington Post, per la seconda è molto diverso.
E a questo riguardo le preoccupazioni Usa sarebbero state espresse “ai massimi livelli” dall’amministrazione Bush alle autorità britanniche, secondo quanto riferito al Washington Post da “un esperto britannico di questioni della difesa che lavora come consulente a Baghdad”.
Inoltre, alcuni comandanti militari americani stanno dicendo che se le forze britanniche si ritireranno, bisognerebbe inviare al sud truppe Usa per sostituirle e proteggere i percorsi dei convogli.
“Non possiamo permetterci di vedere il sud dell’Iraq sotto il controllo degli insorti che minaccerebbero qualunque utilizzo futuro della nostra principale via di rifornimento dal Kuwait”, ha detto di recente un ufficiale dell’esercito Usa.
A questo vanno aggiunti i rischi di natura economica, dato che Bassora è un importante polo petrolifero, e il porto da cui parte attualmente la quasi totalità delle esportazioni di greggio dell’Iraq.
Una campagna denigratoria?
Forse questo può spiegare quella che sembra una vera e propria campagna denigratoria sferrata negli ultimi giorni negli Usa contro i britannici.
Una campagna che va dal liquidarne il ruolo attuale come “inutile” – è il caso di Kenneth Pollack, uno dei tanti “esperti”americani che stanno cercando di dare pareri all’amministrazione Bush su come uscire dal pantano iracheno ("Assumo che i britannici non ci saranno più. Adesso non ci sono. C’è un gruppo da combattimento rintanato all’aeroporto di Bassora. Non vedo a che cosa serva, tranne per chi arriva e parte in aereo. Bassora è fuori controllo", ha detto) - alle previsioni disastrose sul loro ritiro, le cui difficoltà logistiche probabilmente stanno venendo esagerate - dagli americani – che ne presentano scenari catastrofici.
Mentre i suoi comandanti militari continuano a premere per accelerare il ritiro, il premier britannico Gordon Brown, dopo l’incontro avuto di recente con il Presidente Bush a Camp David, ha detto che la decisione del passaggio di consegne della provincia di Bassora – l’ultima sotto controllo britannico - alle forze irachene verrà fatta in base ai pareri dei comandanti militari sul campo.
"Qualunque cosa accada”, ha aggiunto Brown, “faremo una comunicazione completa un al Parlamento quando rientrerà".
Significa che se ne riparlerà in ottobre.
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4863
amministrazione Bush : GOP: Grand Old
L’uomo è seduto in una toelette dell’aeoporto. Sotto la parete di separazione, vede il piede di un altro uomo, che sta seduto nella toelette accanto. L’uomo avvicina il piede alla zona di separazione, e vede che anche l’altro avvicina il proprio piede al limite del suo “territorio”. A quel punto l’uomo invade leggermente il territorio dell’altro, e sfrega gentilmente il suo piede con il proprio. Sono i segnali convenzionali fra due omosessuali che, in una situazione del genere, desiderano avere un rapporto sessuale fra di loro. A questo punto la procedura prevede che l’altro segnali, con la propria mano, l’invito ad essere raggiunto nel proprio cubicolo.
Quello che invece il nostro uomo ha visto comparire, sotto la paratia di separazione, è stato il distintivo del poliziotto in borghese che si apprestava ad arrestarlo per “proposte oscene in luogo pubblico”. Ma la sorpresa maggiore era destinata allo stesso poliziotto, quando si è accorto che l’uomo che aveva appena pizzicato a fargli le avances era il senatore Larry Craig, noto repubblicano dell’Idaho.
“Non sono gay - ha dichiarato il senatore dopo che la faccenda è diventata pubblica - e non ho commesso niente di illegale in quella toelette”. E si potrebbe pure aggiungere, volendo, che il senatore avrebbe tutto il diritto di essere gay, come ha tutto il diritto di cercarsi le proprie avventutre sessuali dove e come meglio crede.
Il problema si pone casomai quando si scopre che il senatore è stato uno dei più impietosi fustigatori di Bill Clinton, durante lo scandalo Lewinsky:
Craig inoltre è un attivista anty-gay di peso notevole, all’interno della cosiddetta “Christian right”, ...
... la destra conservatrice americana che si ritiene, per qualche curioso motivo, anche portatrice del messaggio di Gesù Cristo.
Solo un mese fa un altro repubblicano, David Vitter – altettanto inflessibile nel fustigare i costumi altrui quanto tollerante, evidentemente, verso i propri - aveva visto il proprio nome comparire fra quelli dei frequenatori di una nota casa di appuntamenti di Washington. Il suo vizietto personale? Pagava le prostitute fino a trecento dollari, purchè si presentassero con indosso dei pannolini da neonato.
Per non parlare poi dello scandalo dei “valletti” del Senato, esploso un paio di anni fa, sempre in casa repubblicana, oppure del gravissimo scandalo homosex che vide coinvolti grossi nomi repubblicani, sul finire degli anni 80, ma che fu messo a tacere dai media con grande rapidità ed efficacia.
Ormai dicono che GOP non significhi più “Grand Old Party” (la definizione corrente del partito repubblicano), ma “Grand Old Perverts,” grandi vecchi pervertiti.
E nonostante questa nuova, disgustosa ondata di ipocrisia, generata dal caso Craig, c’è stato a Washington persino chi ha osato difenderlo, dando tutta la colpa – ovviamente – ad un complotto dei media. Proprio a loro, una volta tanto che ci azzeccano, e fanno il proprio dovere!
Se a difendere Craig fosse un certo nostro amico – uno di quelli che difendono sempre “le istituzioni”, senza se e senza ma – molto probabilmente arriverebbe a sostenere che “Craig non stava affatto facendo le avances al poliziotto in borghese, nella toelette dell’aeroporto, ma è semplicemente una persona affetta dalla cosiddetta restless leg syndrome, la sindrome della gamba inquieta”.
Massimo Mazzucco
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2008
Ankara : ombre sulla laicita' della Turchia ?
di Shorsh Surme*
Oggi, con la terza ed ultima votazione, il parlamento Turco eleggerà l'undicesimo presidente della Repubblica, che è Abdullah Gul, attuale ministro degli Esteri.
Gul entro' nella politica agli inizi degli anni novanta ed è stato per diversi anni il consigliere di Erbakan, il presidente del Partito di Rafah (Partito della prosperità), che fu messo al bando dalla Corte costituzionale, tanto che a Erbakan fu vietato di ripresentarsi alle elezioni legislative.
Proprio questa decisone ha fatto sì che potesse nascere nel 2002 un nuovo partito, chiamato Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), che nelle ultime elezioni ha ottenuto una schiacciante maggioranza conquistando 340 seggi sui 550 seggi del parlamento Turco.
Queste elezioni sono state le più complicate e conflittuali nella storia della Repubblica Turca. Nell'aprile scorso abbiamo visto una imponente manifestazione ad Istanbul e due settimane dopo ad Ankara per la laicità e con la richiesta di una personalità, un candidato, che potesse garantire la laicità dello stato.
Secondo molti politologi turchi, Abdullah Gul - che viene considerato il "delfino" del premier Recep Tayyp Erdogan - non sarà sicuramente il difensore della laicità della Turchia e quindi i generali già sono sul piede di guerra.
Infatti, proprio oggi tutti i giornali turchi riportano la dichiarazione del generale Yasar Buyukanit, capo dell'esercito turco, che ha messo in guardia il paese dicendo: "Forze negative stanno mettendo a repentaglio l'assetto secolare del nostro stato". Il generale non ha nominato Abdulla Gul ma il suo riferimento è chiaro.
* giornalista curdo-iracheno
www.osservatoriosullalegalita.org
Qui Amburgo. Pressing per l'acqua nel mondo
In occasione della Settimana mondiale dell’acqua, una squadra della serie B tedesca scende in campo. Per Cuba, Etiopia e Benin.
Terra d'Africa (Foto ©Viva con agua de Sankt Pauli)
Un terzo del Pianeta è a secco e gli altri due terzi sprecano le risorse idriche. L’approvvigionamento di acqua è un problema mondiale, ma gli abitanti della ricca Europa ne sentono solo un'eco lontano. L’acqua è negata a più di un miliardo di persone, un dato allarmante e in crescita. Ma la squadra di calcio St. Pauli Football Club di Amburgo, che milita nella serie B tedesca, ha deciso di rimboccarsi le maniche e intervenire direttamente per arginare, anche se in minima parte, il problema. Dal 2005, la loro associazione " Viva con agua de St. Pauli" (letteralmente 'Vivi con l'acqua di San Paolo') ha realizzato una serie di progetti in aree in via di sviluppo, per migliorare le condizioni di vita di chi combatte quotidianamente contro la carestia dell'acqua.
Acqua per 153 asili cubani
Chi avrebbe potuto immaginare che una squadra di calcio tedesca si sarebbe cimentata in un progetto così ambizioso? Nel 2005 la squadra si recò a Cuba per prepararsi al campionato successivo. Ma da quel viaggio Benjamin Adrion, ventiseienne centrocampista del St. Pauli, non tornò a casa solo con una buona forma fisica. La voglia di impegnarsi direttamente per fare qualcosa di concreto non poteva rimanere solo un'idea. Doveva realizzarsi in qualcosa di concreto. Poco dopo "Viva con agua" divenne realtà. L’associazione ha già realizzato due progetti. A Cuba 153 asili sono stati dotati di distributori d’acqua, mentre a Sodo, in Etiopia, sono state costruite delle fontane pubbliche. Dal 22 agosto 2007 è in corso un’altra grande azione di solidarietà, le "Giornate dell’acqua" di Amburgo. Questa volta a beneficiarne sarà Manigri, Villaggio del Millennio della ong tedesca "Aiuto tedesco per la fame nel mondo", nell'ovest del Benin. Lo Stato, posizionato nell’Africa occidentale e con un sistema politico stabile, promuove già alcune strutture e coinvolge anche le donne e i giovani ai processi decisionali. Così dovrebbe accadere anche a Manigri. La popolazione verrà coinvolta attivamente nei lavori di costruzione. In concreto verranno costruite nel villaggio cinque fontane, che dovrebbero ottimizzare l’approvvigionamento di acqua potabile per i 17mila abitanti. I lunghi tragitti verso le pozze e i ruscelli di acqua non potabile apparterranno al passato.
Se il Vissani tedesco fa da testimonial
Le possibilità di condurre in porto il progetto “Le giornate dell'acqua” sono buone. Anche perché il programma del Festival, che terminerà il 3 settembre 2007 promette davvero bene. Letture presso alcuni consolati di Amburgo, cinema nello Schanzenpark, feste sulla spiaggia o sci nautico sono solo alcune delle attività a cui hanno dato vita i promotori che lavorano con Benjamin Adron. Lui stesso, insieme ai suoi collaboratori, punta su mediatizzazione, varietà del programma e presenza di volti noti. Si va da grandi musicisti tedeschi quali Pohlmann o Sasha & Friends fino al grande cuoco Tim Mälzer (il Vissani tedesco). Il galà di apertura del 22 agosto è da interpretarsi come un «una passerella molto esclusiva», dice Adrion. Ancora più lodevole che tutti gli artisti abbiano rinunciato al proprio cachet.
A prescindere da questo, l’associazione non si occupa solo di pubblicità, ma anche e soprattutto di donazioni. «Quando le persone si divertono e tornano a casa dalle manifestazioni con un’idea, è già un successo. Ma alla fine si tratta di investire direttamente nel progetto i soldi che sono stati raccolti. Se a qualcuno non interessa assolutamente nulla del progetto, ha comunque già fatto una donazione pagando il biglietto d’ingresso», spiega Benjamin Adrion. Le donazioni ricevute finora da "Viva con agua", investite al 100% negli aiuti allo sviluppo, ammontano a 120mila euro.
Benjamin Adrion ci tiene molto a verificare personalmente il successo del progetto: «Naturalmente la ong tedesca controlla passo passo che tutto vada per il meglio. Ma per noi è molto importante poterci fare personalmente un’idea della situazione». È già stato a Cuba a controllare i lavori, a dicembre lui e i suoi colleghi andranno in Etiopia a verificare la realizzazione delle fontane a Sodo. Sono già stati programmati per ottobre i prossimi eventi, due nazionali che si terranno ad Amburgo e Osnabrück e uno in Svizzera a Zurigo. «Ma si deve andare avanti, non possiamo accontentarci dei risultati già ottenuti. Il nostro impegno continuerà anche nel 2008. Allora ci saranno sicuramente già le prime fontane a Manigri finanziate attraverso le "Giornate dell’acqua" di quest’anno».
agosto 29 2007
Pd, Parisi attacca Veltroni e Rutelli
di Umberto Rosso, Repubblica -
TELESE - Parlare di grande gelo, con l´afa che fa, non si può. Diciamo allora che fra Parisi e Rutelli siamo allo scontro aperto, frontale. Il ministro contro Veltroni, il vicepremier a far quadrato attorno al candidato segretario. Arturo che non fa sconti, «Rutelli ha ormai scelto una posizione nitidamente centrista». Francesco che snobba il collega di partito e di governo, «non rispondo alle piccole schermaglie quotidiane».
L´arena per il duello a dire il vero è insolita, la festa di Mastella, che del Partito democratico è nemico giurato e infatti flirta con il segretario dell´Udc Cesa. Però i fili della ripresa politica passano da qui, dovrebbe passarci pure Berlusconi veramente, ma lo sbarco del Cavaliere a Telese previsto per domani è tutt´altro che sicuro. Nemmeno in fotografia s´è visto invece Francis Ford Coppola che, per uno scherzo di cui Mastella è rimasto vittima, era annunciato alle 18 per un dibattito con i giovani dell´Udeur.
Intanto va in scena lo scontro interno sul Pd. Il ministro della Difesa, prima di volare in Libano per incontrare i nostri soldati, approfitta dell´ospitalità e attacca. «Mi sorprende e mi preoccupa che Veltroni abbia sentito la necessità di dirlo». Che cosa? Che non punta affatto al cambio di cavallo in corsa, alla poltrona di Prodi anzitempo. Ora, chiosa e commenta un sarcastico Parisi, tutti sanno bene che «nella parte scritta e non scritta del nostro ordinamento la strada per Palazzo Chigi passa per il voto popolare». Insomma, sembrerebbe che le parole di Veltroni invece di rassicurare Parisi lo abbiano reso ancor più inquieto sul rischio di un rovesciamento di Palazzo stile ‘98. A fine giornata, dallo staff del ministro arrivano interpretazioni che provano a gettare acqua sul fuoco. Di certo, Parisi annuncia battaglia su una disparità di condizioni che denuncia nella sfida fra Veltroni e gli altri competitor, in particolare la Bindi alla quale tira la volata, lamentando una gara a due velocità fra «candidati ufficiali e candidati semi-ufficiali». Non basta. Al sindaco chiede di sciogliere rapidamente il nodo delle alleanze, perché fra i sostenitori della sua candidatura «c´è tutto e il contrario di tutto». E qui siamo al cuore della polemica con Rutelli. Che Parisi apertamente indica come l´anima centrista del Pd, contrapposta ai «gauchistes» - così li definisce - della lista che si chiama a «Sinistra con Veltroni», ovvero il cartello di Brutti e Vita. Centristi e gauchistes però entrambi sotto le ali protettive dello schieramento veltroniano. Eh no, non va, secondo il ministro. Faccia un esercizio per «anticipare la coerenza futura invocata sulle alleanze», il candidato segretario dica come intende muoversi fin d´ora nel Pd, insomma o Rutelli o la sinistra interna. La Bindi, anche lei a Telese in un altro dibattito, sta con Parisi, «ha proprio ragione, Veltroni deve chiarire le sue alleanze. L´intervista al Corriere? Troppo lunga, non l´ho ancora letta».
Quando Francesco Rutelli si presenta nel viali delle Terme, per un dibattito sulla questione cattolica insieme a Pezzotta, Cesa, Cusumano che continuano a fare prove di grande centro, parte la caccia alla replica. Veltroni? «Eccellenti parole, siamo in piena sintonia». Un´alzata di spalle sull´attacco lanciato poco prima da Parisi, alle piccole polemiche di giornata non si replica. Con la sinistra il vicepremier intende farci i conti, ma con la Cosa rossa che va in piazza contro il governo. «Ora che siamo in condizioni di raccogliere i frutti, come si può da parte di forze che fanno parte della maggioranza organizzare una mobilitazione di piazza per il 20 ottobre?». Una scelta sbagliata, che bisogna impedire. Quindi, Rutelli lascia ancora galleggiare il dubbio sulla presentazione di «liste dei coraggiosi» alle primarie, «entro due settimane decideremo ufficialmente», e respinge un altro attacco che stavolta gli arriva sul fronte opposto da Savino Pezzotta. «Non ho capito perchè si chiama partito democratico - attacca - è stato costruito con un accordo tra due partiti calato dall´alto, una fusione a freddo». Il presidente della Margherita assicura: alle primarie di ottobre parteciperanno tantissimi cittadini, altro che fusione a freddo.
Il nostro amico, che dico amico, fratello Veltroni

Due pagine intere, la due e la tre, con titolo d'apertura del giornale. A chi è dedicato questa gigantesca intervista che forse solo il Papa riuscirebbe a ottenere in queste forme? Al capo dello Stato? Al premier? Al leader del partito di maggioranza? No, a uno degli otto (?) candidati che il 14 ottobre concorrerà alle elezioni per diventare leader di un nuovo partito. Si dirà, però fa degli annunci straordinari, anticipa svolte clamorose. Beh, non proprio. Dice che non vuole sostituire Prodi (male). Che ha chiuso 28 campi Rom. Che tiene all'integrità dei bambini (noi no, ci stanno sul cazzo). Che vuole aprire un ciclo come fecero (bel pantheon per il Pd) Clinton, Sarkozy e Reagan (ma chi, il simbolo della peggiore America più odiato dalla sinistra italiana?). Che gli piacciono Letta (Gianni), Pisanu, Prestigiacomo, Moratti e Cardini. Chiusura in bellezza con sfoggio di ipocrisia e falsità in do maggiore con abuso di anafora. "De Gregori che vota Bindi? Voglio talmente bene a Francesco, la nostra amicizia è così solida, così forte, così reale, che nulla potrà mai mutarla".
Ci ha così convinto, così incantato, così ammaliato che nulla potrà far venire meno il vincolo affettuoso e ancestrale che ci lega imperituramente al nostro amico, che dico amico, fratello Walter Veltroni.http://stamparassegnata.splinder.com/
Pregnante, densa e piena di contenuti l’intervista di Aldo Cazzullo a Veltroni sul Corriere di oggi.
La dichiarazione più forte, indubbiamente, è la dura presa di posizione contro i pedofili. Sorprendente, davvero: Veltroni è contro i pedofili. Caspita, che coraggio. Ma siccome è un uomo deciso e non gli va che gli diano del buonista, nell’intervista il Caro Leader se la prende anche con gli usurai e i rapinatori.
Nelle prossime uscite ci si aspetta un violento attacco agli stupratori, un deciso j’accuse contro i piromani e una presa di distanza dai borseggiatori.
Ps: Sembra che in economia Veltroni sia contrario all’inflazione.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
FUCILI E PISTOLA
DI MARCO TRAVAGLIO
L’Unità
Era la notte del 16 novembre 1992. Dopo una puntata di «Milano Italia» con Gad Lerner in un teatro di Torino, un gruppo di cronisti tra cui il sottoscritto inseguono Umberto Bossi in una pizzeria. Lui e la sua compagnia di leghisti piemontesi li accolgono al loro tavolo. I giornalisti estraggono i taccuini e, tra una portata e l’altra, appuntano a una a una le pirotecniche sparate del Senatur, particolarmente in forma senza nemmeno il bisogno di vino (lui beve, almeno quella sera, acqua gassata). Dice che la Corte costituzionale è una cupola di malfattori, pronta a bocciare i referendum per espropriare il popolo, ovviamente padano. Aggiunge che, se i partiti di Roma ladrona travolti da Tangentopoli tentano il golpe, lui è già pronto. Testuale: «Il golpe? Perso per perso, la Dc lo farebbe pure. Ma non sa che c’è una signora Lega che è pronta a impedirglielo, con un blocco d’ordine.
Se tentassero il golpe, il loro generaletto glielo spazzeremmo via in tre giorni: non ci vuole niente a far venire qualche camion di armi dalla Slovenia o dalla Croazia». I cronisti prendono nota, allibiti. Due giorni dopo la sparata è su vari giornali, ma l’unico che la mette in prima pagina è Il Giornale di Montanelli, dove a quel tempo lavoravo. Bossi, assediato dagli altri partiti che gli chiedono di smentire, smentisce. Dice che è tutto un complotto di Montanelli, servo di Roma ladrona eccetera. Annuncia pure che li trascinerà in tribunale, lui e il suo cronista. Al quale Montanelli telefona per dirgli di stare tranquillo e di farsi una risata. Poi rilascia una dichiarazione ai tg in cui conferma parola per parola l’intervista di Bossi. Da quel giorno sono trascorsi 15 anni. E il Senatur c’è ricascato con i fucili.
Ogni tanto - sarà la prostata - gli scappano. Le pallottole da 300 lire per raddrizzare la schiena al giudice varesino Abate, poliomielitico, reo di indagare su alcuni leghisti (1993). I 300 mila bergamaschi pronti a imbracciare le armi negli anni 80 per la secessione (1994). La violenza come unica arma per difendere l’onore del Nord (1995). La rivolta del Nord modello Bravehart (1996). L’aut aut fra referendum secessionista e guerra civile, «io comunque metto mano alla fondina» (1997). Stessa sparata, stesse parole, stesso copione, mezza smentita il giorno dopo che non smentisce nulla. Sono 15 anni che la Lega vive e si alimenta dei bluff del suo condottiero: la rivoluzione, la secessione, il Parlamento della Padania, i kalashnikov, i fucili, le pistole e soprattutto tanti pistola. In questi 15 anni tutti han fatto o cercato accordi con la Lega: da Bellachioma al centrosinistra (un anno di governo Dini insieme). Tutti ci hanno dialogato: D’Alema la definì «una costola della sinistra» (e aveva ragione: una bella fetta di elettorato leghista dei tempi d’oro veniva da sinistra) e ancora l’altro giorno Violante elogiava Maroni (che peraltro, vista la compagnia, è stato un ministro decoroso).
È cambiata la Lega? No, la Lega è sempre la stessa: l’ultimo partito leninista del secolo scorso. Sempre appresso al suo leader carismatico, pronto a seguirlo in capo al mondo, a giustificare i suoi stop and go, le sue avanzate e le sue ritirate, le discese ardite e le risalite. C’è persino chi sostiene che, con la sua violenza verbale, Bossi ha catalizzato pulsioni pericolose che, senza di lui, avrebbero davvero potuto sfociare nella violenza fisica. Chi ha visto una volta nella vita le Guardie Padane in camicia verde sa bene che altro non sono se non vecchi e tremebondi democristiani o socialdemocratici con qualche problema col fisco e qualcuno con la dentiera, che al primo «buh» scappano dalla mamma. Era quasi scontato che, nella sua fase crepuscolare, la Lega si arroccasse sulle truculenze delle origini, nel tentativo disperato di risorgere un’altra volta dalle sue ceneri. Prima di far finta di indignarsi, bisognerebbe rispondere a una domanda: vi preoccupa di più l’Umberto che ritira fuori il fuciletto a tappo, o James Bondi che dedica una lirica a Elio Vito promesso sposo? Recita il carme del vate: «Fra le tue braccia magico silenzio / Fra le tue braccia intenerito ardore / Fra le tue braccia campo di girasoli / Fra le tue braccia sole dell’allegria». Il tutto firmato dal coordinatore nazionale del partito di maggioranza relativa. Ecco, siamo molto preoccupati per Bondi. Non vorremmo stesse poco bene.
Marco Travaglio
Fonte: www.unita.it
OneMoreBlog in sciopero
 Cari tutti, oggi 29 agosto 2007 il sito non verrà aggiornato. Non verranno pubblicati gli articoli dei collaboratori né i commenti dei lettori, la posta non verrà letta, rassegne stampa, quotidiani online e agenzie non saranno aperti. Oggi OMB resta fermo perché io che lo dirigo entro in sciopero.
Mi ribello a questa Italia cialtrona, senza dignità, senza solidarietà e senza memoria. Mi oppongo a questa finta sinistra, che rinnega le proprie radici per raccattare facile consenso. Resisto ai lettori di Repubblica (quotidiano ipoteticamente di centrosinistra) che al 90% si dicono d'accordo sulla soluzione "tolleranza zero" nei confronti dei lavavetri. E mi indigno con chiunque non provi nausea per l'inquietante dichiarazione di un Cioni qualunque, eppure ex senatore della repubblica in quota DS (ovvero di quel che resta del partito che fu di Antonio Gramsci): «la condizione è che i provvedimenti in merito non assumano soltanto carattere di tipo repressivo o limitativo della libertà personale, ma prevedano azioni che possano inserire queste persone in attività maggiormente utili per la società, ad esempio istituendo dei cantieri di lavoro ad hoc». Vi viene in mente nulla? A me quella frase terribile, Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, che accoglieva i dportati ad Auschwitz.
Aggiunge, il Cioni qualunque (nel generale consenso) che «la sicurezza non è di destra né di sinistra». La sicurezza delle persone "per bene" minacciata da qualche decina di lavavetri. Pensa un po'. Viviamo in un paese dove ogni giorno qualcuno muore ammazzato da un'auto fuori controllo. Quanti pedoni e ciclisti sono stati investiti dai lavavetri? Un paese dove un primario poteva ricattare gli ammalati di cancro per estorcere loro del denaro. Quanti ammalati sono stati ricattati dai lavavetri? Un paese in cui i preti molestano i bambini e li sottopongono a tremende pressioni psicologiche per costringerli a subire le loro schifose voglie. Quanti bambini sono stati molestati sessualmente dai lavavetri? Un paese in cui un ex ministo e senatore, reo confesso di colossali evasioni e pregiudicato per corruzioni di un giudice, è rimasto per mesi e mesi seduto in parlamento e anche se ora ne è fuori ancora percepisce lo stipendio. Quanti milioni hanno evaso, quanti giudici hanno corrotto, che stipendio illegittimo incassano i lavavetri? Un paese in cui carabinieri e polizia hanno potuto aggredire centinaia di liberi cittadini, sequestrarli in una caserma per massacrarli impunemente senza alcuna giustificazione. Quante centinaia di liberi cittadini sono stati sequestrati e massacrati dai lavavetri? Cosa fa il Cioni qualunque, cosa fanno tutti gli altri cioniqualunqui per i problemi di sicurezza NON causati dai lavavetri?
E' venuto il momento di fermarci a riflettere sul punto di inciviltà a cui siamo scesi. E di cercare di capire se resta uno straccio di speranza di riuscire a risalire. Almeno un po'. Per questo oggi OMB non verrà aggiornato. http://www.onemoreblog.it/
Costa d’Avorio: l’ONUCI e le accuse di abusi sessuali
La missione di peacekeeping delle Nazioni Unite è di nuovo al centro della bufera in Costa d’Avorio a causa di uno scandalo che ha rimesso in dubbio le regole di reclutamento dei Caschi Blu nelle missioni di pace dell’ONU in Africa
L’Operation de Nations Unies en Côte d’Ivoire (ONUCI) ha sospeso il 21 luglio tutte le attività di un contingente marocchino di 732 soldati con base a Bouaké, nel centro del paese, a seguito di un accertamento interno su casi di abuso e sfruttamento sessuale, di cui alcuni a danno di minori. La scomoda inchiesta colpisce una missione che non gode del favore di molti ivoriani, soprattutto dopo la firma dell’accordo di pace di Ouagadougou tra il presidente Laurent Gbagbo e il suo ex rivale Guillaume Soro. Già in passato l’ONUCI era stata aspramente criticata dal campo presidenziale per aver tentato di limitare i poteri di Gbagbo affiancandogli un Primo Ministro dotato di facoltà governative rafforzate. Più recentemente i Caschi Blu sono stati oggetto di veementi attacchi da parte dei media ivoriani per non aver difeso adeguatamente l’aeroporto di Bouaké, teatro del tentato attentato di fine giugno a Soro. Lo scandalo degli abusi sessuali potrebbe dare nuova linfa a quelle forze politiche, soprattutto ai Jeunes Patriotes movimentati dall’entourage presidenziale, che chiedono il completo ritiro dell’ONU, oltre che della missione francese, dalla Costa d’Avorio in modo da avere mano libera durante le prossime elezioni generali. Su questo fronte le Nazioni Unite, peraltro, hanno già in parte abdicato, rimuovendo la specifica figura di un proprio rappresentante per le elezioni e rimettendo le sue funzioni al già oberato capo dell’ONUCI, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU in Costa d’Avorio.
I presunti abusi sessuali del contingente marocchino non sono un caso isolato delle missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite. Casi accertati di reati, soprattutto di tipo sessuale, da parte dei Caschi Blu ricorrono in quasi tutte le missioni ONU dispiegate nel continente africano. Questa constatazione richiama in causa i criteri di formazione dei contingenti di peacekeeping e le capacità degli organi di controllo interno all’ONU di prevenirne gli eventuali reati.
Alessio Fabbiano
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30076
Guatemala: la morte sulle elezioni
Si avvicinano le elezioni guatemalteche del 9 settembre. Cinque sono i candidati più accreditati, ma numeri alla mano, i sondaggi stanno dando Álvaro Colom e Otto Pérez come i possibili sfidanti per la presidenza. La formula di Rigoberta Menchú –che dispone di un grande prestigio internazionale, ma di poca fiducia in casa- non ha incantato i guatemaltechi: anche nell’atto finale della sua campagna è riuscita a riunire solo poche migliaia di simpatizzanti, termometro che la Menchú rimane lontana dal ballottaggio.
A due settimane dal voto, il Guatemala ha dimostrato ancora una volta la terribile immaturità della sua vita democratica, acquistata con tanta difficoltà al finire il 1996. Undici anni dopo la firma dei trattati di pace, il Paese non esce dal tunnel. Le istituzioni democratiche vengono messe a dura prova giorno dopo giorno da narcotraffico, violenza tra bande, gruppi di potere che mantengono il Guatemala sommerso nella miseria e nell’ignoranza. Le violazioni ai diritti umani sono costanti ed il processo elettorale non è stata l’eccezione: fino ad oggi si sono contati una quarantina di morti, la maggior parte dell’Une (Unidad Nacional de Esperanza), il partito di Colom.
Solo nell’ultima settimana ad essere colpiti sono stati i figli di due influenti rappresentanti del partito, Héctor Montenegro e Amilcar Méndez, uccisi in agguati dallo stampo mafioso. Non c’è dubbio che la proposta socialdemocratica di Colom spaventa la destra, abituata da queste parti a fare ciò che gli pare. A mancanza delle garanzie istituzionali, valgono sempre gli antichi metodi: violenza, uccisioni, repressione.
Il sito della Une: http://www.une.org.gt/
Il tribunale elettorale: http://www.tse.org.gt/
Beàta Palya: «L'Europa, gaudente e grassa signora»
Da ragazza di campagna a star internazionale al Festival di Cannes. Ha trent'anni e tutti vanno pazzi per la sua musica.
Palya Bea (Foto Vancso Zoltán)
Si chiama il Palya Bea ed è un nuovo genere musicale che si ispira alla musica folk ungherese e bulgara. La gente di qualunque sesso, età o cultura impazzisce per questa musica. A cavalcare l'onda della nuova tendenza è lei, Beàta Palya. I suoi concerti sono sempre esauriti nonostante la sua musica non sia proprio per il grande pubblico. La cantante si ispira alla tradizione gitana, bulgara e molti altri generi di musica popolare. Aggiungete un pizzico di world music, jazz e melodia ed il gioco è fatto.
Yoga e cellulare spento
La sua storia è simile a una fiaba. Una ragazza di un piccolo e sperduto villaggio che conquista l’Europa. Nel 2004 si esibì ad Atene in occasione delle Olimpiadi insieme ad un gruppo di cantanti provenienti da tutto il mondo. Un anno più tardi compose le musiche per Transylvania, il film di Tony Gatlif che le ha permesso di andare al festival di Cannes. Nel 2006 ottiene un contratto discografico in Francia seguito da numerosi concerti in patria e all’estero nel 2007. La sua agenda è fitta di impegni e riuscire ad incontrarla è praticamente impossibile. Quest’anno è stata anche eletta Ambasciatrice per le pari opportunità di Ungheria. È il suo momento.
La ragazza che si presenta all’appuntamento è amichevole e alla mano. Subito mi viene in mente una sua intervista di un anno fa, dove si paragonava ad un uccello nomade, sempre in viaggio. Quando le chiedo come reagisce alla recente attenzione dei media mi dice: «Poesia, canzoni intimiste, nuoto, yoga, niente di trendy, cellulari spenti, scrivere. Tutte cose lontane dallo star system ma che sono il mio modo di ricaricarmi. Una scelta positiva devo dire. È magnifico vedere la mia carriera da musicista sbocciare.»
Cuore e orecchie
«Il mio lavoro è un intreccio fatto di musical e arte. La gente cerca i valori e io rispondo con quello di cui ho bisogno. Nelle mie canzoni affronto diversi temi: amore, vita di strada, saper dire di no, essere una donna, un bambino, un marito. Mi piace quando le persone ascoltano la mia musica. Ascoltare con il cuore e le orecchie, fare buona musica può essere un modo per mettersi al servizio della gente.»
La popolarità cresce e la cantante ungherese inizia ad esibirsi in tutto il mondo. Per lei, le città che visita sono persone, amici che incontra. «Parigi è una donna, chiacchierona, che indossa vestiti sgargianti e talvolta parla troppo per riuscire a nascondere le sue emozioni. Amsterdam è corrotta ma la sua corruzione è una fiamma di vita. Allo stesso tempo è libera. Mentre giri in bicicletta puoi vedere le anatre nei canali e i conigli, proprio come in un villaggio. In questo momento, mi sento come fossi costantemente in movimento e mi sento comoda e sicura a Budapest anche se è un continuo partire e ritornare. Alla fine, ovunque sia mi sento a casa. Sento di poter passeggiare a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Sofia o Londra e sentirmi sempre a mio agio.»
Mentre Palya Bea racconta le sue storie, sono sopraffatta dal suo entusiasmo e dal suo stile di vita. Mi viene in mente il motto dell’Unione Europea “Uniti nella diversità”. «Certamente è di questo che parla la mia musica. Amo questo tipo di diversità culturale. Con scampoli di tutte queste differenti culture ho creato qualcosa di completamente nuovo per me. Questa è l’unità. Mi ispiro sempre a due elementi che mi incuriosiscono: la musica ebrea e balcanica. Due mondi dove puoi passare un’intera vita per conoscerli. C’è così tanta bellezza, così tanto ritmo e varietà melodica. Traggo ispirazione anche dalla musica gitana, dal folk ungherese o da altri Paesi dell’Est Europa. Ma siccome ho una sola vita e il tempo è poco, provo ad essere selettiva e prendo solo il meglio di ogni esperienza.»
È contenta per l’allargamento ad Est dell’Ue, perché, dice, le permette di viaggiare più liberamente e scoprire nuove musiche e artisti. «I Balcani sono una caverna piena di tesori, ma vanno maneggiati con cura. Sarei dispiaciuta nel vedere i valori che ancora rimangono della vecchia cultura andare perduti. È fondamentale che l’Europa, questa gaudente e grassa signora, non acchiappi i guappi dei balcani come la felliniana tabaccaia di Amarcord faceva con i più giovani. Deve sedurre ed essere sedotta poco alla volta, per il gusto di un autentico amore reciproco…»
Ascoltando i suoi pensieri e l’entusiasmo che mette in quello che fa, inizio anch’io a sentire tutta l’energia positiva che la cantante ungherese trasmette e vorrei che chiunque potesse avere nell’anima un po’ di Palya Bea.
Tradotto dall’ungherese da Beke Dániel
Veronika Kovács - Budapest
CRISI UMANITARIA NEL NORD, QUASI 300.000 I CIVILI COSTRETTI A SFOLLARE
Sono quasi 300.000 le persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni per scappare dalle violenze in corso da quasi due anni nel nord della Repubblica del Centrafrica. Lo riferisce il coordinamento degli operatori umanitari (Nazioni Unite e organizzazioni non governative internazionali) attivi in Centrafrica, precisando che secondo le ultime stime sono almeno 291.000 i civili costretti alla fuga, sopravvivendo in condizioni di fortuna nel mezzo delle foreste che sorgono intorno ai centri abitati in cerca di sicurezza. “Di queste 212.000 vivono come sfollati interni al proprio paese, mentre altre 79.000 hanno attraversato i confini con Ciad, Camerun e Sudan” si legge nel rapporto sulla situazione della sicurezza nella prima metà del 2007 diffuso ieri da Hdpt (Humanitarian and Development Partners | Central African Republic). Lo scorso luglio il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite aveva espresso “grande preoccupazione” per le "violazioni dei diritti umani e delle leggi umanitarie internazionali da parte di gruppi armati e dei soldati regolari” in Centrafrica. Nel disinteresse internazionale più totale, il nord della Repubblica centrafricana (e soprattutto il suo nord-ovest) è da due anni teatro di attacchi e combattimenti che hanno per protagonisti bande armate, movimenti ribelli e truppe governative. Vittima dell’azione casuale, ma violenta, di queste forze sono soprattutto i civili accusati da una parte e dall’altra di fiancheggiare le forze opposte. Secondo statistiche dell’ONU, ogni settimana nei distretti settentrionali in media si registrano 450 decessi tra i bambini per malnutrizione, mentre le donne sono ripetutamente vittime di stupri. L’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), risalente a marzo scorso, riferisce che 250.000 persone sono esposte al rischio di una crisi alimentare nel nord del paese. Più del 70% della popolazione, secondo l’Undp, vive sotto la soglia della povertà e l’analfabetismo colpisce il 68% delle donne e il 46% degli uomini. La missione di pace congiunta Nazioni Unite-Unione Europea che potrebbe essere dispiegata in Centrafrica e in Ciad nei prossimi mesi, rischia di avere poche ricadute positive per le popolazioni centrafricane, dal momento che obiettivo principale del contingente internazionale a guida francese sarà il controllo delle frontiere che i due paesi africani condividono con il Darfur, la regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno.
http://www.misna.org/
ZERO. PERCHÉ LA VERSIONE UFFICIALE SULL’11/9 È UN FALSO
a cura di Giulietto Chiesa e Roberto Vignoli
Edizioni Piemme, pag. 412, 17,50 €
con interventi di Giulietto Chiesa, Gore Vidal, Franco Cardini e Marina Montesano, Lidia Ravera, Gianni Vattimo, Claudio Fracassi, Jurgen Helsasser, Michel Chossudovsky, David Ray Griffin, Thierry Meyssan, Andreas von Bulow, Steven E. Jones, Enzo Modugno, Webster Griffin Tarpley, Barry Zwicker
"Cari amici e amiche di Megachip e cari amici e compagni che avete firmato il manifesto per la verità sull'11 settembre, insieme ai lettori di aideM e a tutti coloro che hanno seguito in questi mesi il lavoro di costruzione del Bene Comune, questa mia lettera non è uno spot pubblicitario bensì il racconto breve di un risultato di cui tutti noi (e speriamo anche tutti voi) potete essere lieti e anche un pò orgogliosi.
Sono andati in porto, questa estate, due progetti ai quali con me ha partecipato un gruppo di validi compagni che sono stati impegnati in questi anni attorno ai progetti di cui sopra e di cui è d'obbligo citare i nomi (in ordine alfabetico): Paolo Bianchi, Franco Fracassi, Thomas Torelli, Fancesco Trento). Al film-inchiesta sull'11/9, che dura circa due ore, hanno preso parte Dario Fo, Moni Ovadia, Lella Costa e una miriade di protagonisti e analisti europei e americani dell'11 settembre. Il film, con il titolo "Zero", è ormai terminato e sarà proiettato nelle sale cinematografiche italiane e in diverse catene televisive straniere a partire da ottobre. Dobbiamo questo eccezionale risultato, di sostanza e di qualità a un gruppo di registi, sceneggiatori, attori, operatori che si è coagulato attorno a Megachip e al suo progetto-verità. I dettagli li potete trovare sul sito www.zerofilm.it e su www.megachip.info. Ma, appunto, siamo arrivati in porto e ora ci attende la prova dei risultati. Ma il progetto "Zero" si articola in un'operazione multimediale di più vaste proporzioni.
Da questa settimana è nelle librerie italiane un volume collettivo, da me curato insieme a Roberto Vignoli, con lo stesso titolo e la stessa impostazione grafica del film, che raccoglie i contributi di eccezionale livello di molti autori stranieri e di un gruppo di autori italiani (Claudio Fracassi, Franco Cardini, Lidia Ravera), oltre al sottoscritto, e stranieri, tra cui Gore Vidal. La casa editrice è Piemme. Tutto ciò dimostra la concretezza del nostro impegno e la forza della nostra determinazione. Siamo certi che questa doppia uscita scatenerà contro di noi, e contro di me personalmente, una canea d'insulti (visto che tacerne sarà impossibile) ma darà anche risposta a molte attese e costringerà i bugiardi a difendersi. Che è esattamente ciò che ci proponevamo di fare nella nostra battaglia contro la GFSM, cioè la Grande Fabbrica dei Sogni e delle Menzogne, che è la stessa che prepara le guerre del presente e del futuro. Andare a vedere il film, propagandarlo, sostenerlo in tutti i modi, comprare il libro e diffonderlo sarà il modo migliore per andare all'offensiva. In fondo libro e film sono stati concepiti proprio come strumenti per la lotta. Grazie per tutto quello che farete."
Giulietto Chiesa
“In questi anni, è stato possibile accumulare una tale massa di dati, di immagini, di analisi da poter affermare senza ombra di dubbio che la 'versione ufficiale' è un falso. Abbiamo sfidato il tabù, spinti dalla necessità di ricercare la verità, ben sapendo che essa non è celata in un posto solo. Meno che mai in qualche grotta afgana. Lo abbiamo fatto perché sappiamo che la verità sull’11 settembre è importante, anzi essenziale: per sopravvivere.”
L’11 settembre ha cambiato la storia. Con quel tragico e spettacolare attentato, in cui hanno perso la vita circa tremila persone innocenti, gran parte delle certezze occidentali sono andate in frantumi.
Ne è seguita un’offensiva che ha già prodotto due guerre e ha modificato non solo la geopolitica di intere aree del pianeta, ma tutti i rapporti di forza consolidati nei decenni precedenti.
I responsabili dell’attacco sono stati additati al mondo con singolare rapidità, e un solo, presunto responsabile è stato giudicato da un regolare tribunale e condannato all’ergastolo.
Ma un’ analisi attenta evidenzia che la versione ufficiale non è solo lacunosa in decine di punti essenziali, ma in altre decine di punti dimostrabilmente falsa. Salvo rarissime eccezioni, i media hanno rispettato il tabù, e negli anni hanno applicato quella legge del giornalismo contemporaneo secondo cui – per dirla con Gore Vidal – «ciò che non dovrebbe essere vero, non lo è».
Noi non accettiamo questo criterio.
L’eccezionale rilevanza dell’evento appare del tutto incompatibile con una tale massa di omissioni, distrazioni, dimenticanze, silenzi. La tesi dell’inefficienza, delle incompetenze, non regge alla più elementare delle analisi.
È stato scritto autorevolmente che la verità sull’11 settembre non la saprà questa generazione. Noi non possiamo pretendere di sostituirci agli investigatori che hanno svolto la loro opera a partire dai dati primari raccolti sui luoghi. Ma i materiali che hanno prodotto rivelano falsità ed errori che possono essere dimostrati.
Per questo abbiamo raccolto un’enorme mole di dati, fatti, analisi, immagini e li abbiamo posti sotto il vaglio rigoroso di verifiche che hanno coinvolto un gran numero di specialisti di provata competenza nei diversi campi dell’indagine. Sono quelle verifiche a confermare i sospetti, a suggerire ipotesi ben più realistiche e a darci un’assoluta certezza: non è, proprio non può essere andata come ci hanno raccontato. Per avvicinarci alla verità, siamo ripartiti da zero.
GIULIETTO CHIESA - È uno dei più noti giornalisti italiani. Esperto di politica internazionale, fondatore di Megachip - Associazione per la democrazia nell’informazione e parlamentare europeo, ha pubblicato tra l’altro La guerra infinita, La guerra come menzogna e Le carceri segrete della Cia in Europa.
GORE VIDAL - Scrittore, saggista, caustico commentatore della società americana contemporanea, è considerato uno dei più rilevanti intellettuali del nostro tempo.
FRANCO CARDINI - È il più noto medievalista italiano. Studioso delle relazioni tra musulmani e cristiani, il suo ultimo saggio è Europa e Islam: storia di un malinteso.
GIANNI VATTIMO - Filosofo, saggista, esponente politico, insegna Estetica all’università di Torino ed è visiting professor in importanti atenei americani.
LIDIA RAVERA - Scrittrice, giornalista e saggista, collabora con L’Unità e Micromega.
ANDREAS VON BÜLOW - Già ministro della Ricerca nell’amministrazione Schmidt ed esponente di spicco della SPD tedesca, ha scritto saggi e articoli sui servizi segreti europei ed USA.
STEVEN JONES - Fisico, già professore all’università dello Utah, è membro fondatore di “Scholars of 9/11 Truth”.
CLAUDIO FRACASSI - Giornalista, saggista, ex corrispondente e poi direttore di Paese Sera, ha fondato e diretto la rivista Avvenimenti.
JURGEN ELSAESSER - Giornalista, ha scritto rilevanti saggi sulla Bosnia e sul terrorismo di matrice musulmana in Europa.
WEBSTER G. TARPLEY - Storico, saggista, si è occupato dei rapporti tra Brigate Rosse e loggia P2. Ha pubblicato recentemente 9/11 Synthetic Terror.
THIERRY MEYSSAN - Giornalista, il suo libro L’incredibile menzogna è stato un bestseller internazionale tradotto in ventisette lingue.
ENZO MODUGNO - Economista e giornalista, è noto per i suoi articoli sui principi keynesiani e la loro rilevanza sul modello economico militare-industriale.
DAVID RAY GRIFFIN - Filosofo, teologo e saggista, è autore di The 9/11 Commission Report: Omissions and Distorsions.
BARRY ZWICKER - Giornalista, documentarista e attivista politico, ha realizzato il documentario 9/11, The Great Conspiracy.
MICHEL CHOSSUDOVSKY - Professore di economia all’università di Ottawa, si è occupato della guerra in Jugoslavia ed è autore di America’s War on Terrorism.
Introduzione di Giulietto Chiesa
David Ray Griffin - Il Rapporto della Commissione sull’11 settembre. Il capolavoro di omissione e mistificazione di Philip Zelikow
Claudio Fracassi - La Waterloo dell’informazione
Andreas von Bulow - Il governo Bush prima, durante e dopo gli attacchi dell’11 Settembre rispetto a quattro possibili ipotesi di complotto
Lidia Ravera - L’impotenza
Jurgen Helsasser - Da Sarajevo ad Amburgo. Terroristi, agenti, doppiogiochisti: i principali indiziati dell’11 Settembre impararono il mestiere del terrore nei Balcani negli anni Novanta e furono in contatto con i servizi segreti degli Stati Uniti
Giulietto Chiesa - Come Marte ha vinto Venere
Steven E. Jones - Un’analisi scientifica del crollo degli edifici del World Trade Center
Franco Cardini e Marina Montesano - Neocon. Politica, cultura, affiliazioni del movimento neoconservatore
Webster Griffin Tarpley - Anatomia di un coup d’état: come le esercitazioni e le manovre del Pentagono sono divenute i canali chiave per gli attacchi segreti del governo l’11 settembre
Michel Chossudovsky - Al Qaeda e la “Guerra al terrore”
Enzo Modugno - 11/9 e warfare: il capolavoro di Bush
Thierry Meyssan - Resistere alla menzogna
Barry Zwicker - Il complotto della “teoria del complotto”
Gianni Vattimo - L’11 settembre e l’Italia: considerazioni politiche
Intervista a Gore Vidal di Paolo Jormi Bianchi e Giulietto Chiesa
Appendice: Testimonianze e Bibliografia
www.megachip.info
| Fuga da Kerbala |
| Un milione di pellegrini cerca di lasciare la città santa sciita sfuggire agli scontri |
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La città di Kerbala potrebbe diventare un campo di battaglia. Lo sostengono le autorità irachene che, dopo i 26 morti negli scontri di ieri e oggi tra miliziani sciiti e forze di sicurezza irachene, hanno imposto il coprifuoco e ordinato ai pellegrini, almeno un milione di persone, di lasciare la città.
Attacchi. Sia lunedì che martedì i miliziani hanno sparato sulla folla nei pressi delle moschee, uccidendo un numero imprecisato persone. La polizia irachena ha circoscritto le aree a rischio e ha iniziato a dare loro la caccia, dando vita a nuove sparatorie in varie parti della città. Il numero delle vittime accertate è attualmente 26, si tratta soprattutto di agenti della sicurezza. Secondo il generale Abdul Karim Khalaf, portavoce del ministero dell'Interno, la situazione ora sarebbe sotto controllo, ma dalla città giungono diverse testimonianze che parlano del caos generato dai pellegrini disordinatamente in fuga dai proiettili. Fonti della polizia di Kerbala riferiscono ancora di sporadiche sparatorie e alcuni testimoni parlano di granate cadute nei pressi dei santuari. Paradossalmente, pare che la fuga dei pellegrini sia rallentata proprio dai numerosi check point allestiti per la loro protezione.
Insicurezza. Da giorni, centinaia di autobus stipati di pellegrini giungono a Kerbala da tutte le città del paese, per per festeggiare il compleanno del dodicesimo e ultimo imam sciita, Mohammed al Mahdi, scomparso nel 19mo secolo. Il momento principale della celebrazione religiosa, chiamata Shabaniyah, cade la notte tra martedì e mercoledì, e già da domenica le forze dell'ordine avevano disposto imponenti misure di sicurezza per evitare attacchi contro la massa dei fedeli. Anche gli imam della città avevano tenuto dei sermoni per invitare la folla alla calma ma, già nella notte tra lunedì e martedì, un gruppo composto da pellegrini e miliziani attaccava un check point nei pressi dei santuari, uccidendo 4 persone e dando inizio a una battaglia che si è protratta a tutta la giornata di oggi. Al momento le vittime odierne sono 10, tra cui due donne, e i feriti almeno 50.
Mahdi. Le forze di sicurezza di Bagdhad accusano direttamente l'esercito del Mahdi di Moqtada al Sadr, che sarebbe responsabile delle sparatorie che hanno scatenato il caos e dell'assalto al check point di questa notte. La milizia del partito di Moqtada Al Sadr trae il suo nome proprio dall'imam sciita che si festeggia in questi giorni, il Mahdi, ma la ragione dietro l'attacco durante la sua celebrazione potrebbe essere più strategica che religiosa. Attualmente, infatti, le moschee di Kerbala sono controllate dall'altro grande partito sciita iracheno, il Consiglio supremo islamico iracheno, Siic, cui l'esercito del Mahdi contende il primato nei centri sciiti a sud della capitale.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8625 |
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STATI UNITI - CINA
Yahoo! alla sbarra: aiuta Pechino nella repressione dei diritti umani
L’Organizzazione mondiale per i diritti umani si è presentata davanti ai giudici di San Francisco per conto di due giornalisti cinesi, arrestati per aver inviato tramite Internet articoli di critica al governo. Pechino li ha potuti rintracciare grazie all’aiuto del colosso informatico, che ammette le sue colpe.
San Francisco (AsiaNews/Agenzie) – L’Organizzazione mondiale per i diritti umani ha citato in giudizio davanti alle autorità americane il colosso informatico Yahoo!, colpevole di aver fornito al governo cinese le informazioni utili a rintracciare ed arrestare giornalisti e dissidenti.
Il gruppo – che opera da anni a favore del rispetto dei diritti umani nel mondo - ha anche chiesto al tribunale di San Francisco di giudicare la presunta complicità tra Yahoo! e Pechino negli abusi ai diritti civili e negli atti di tortura commessi contro i dissidenti arrestati.
L’Organizzazione si è presentata davanti ai giudici per conto di Shi Tao, arrestato per aver denunciato su Internet la corruzione del governo, e Wang Xiaoning, condannato a dieci anni di carcere per aver inviato tramite la posta elettronica alcuni articoli sulla riforma democratica ed il sistema multipartitico.
Il gigante informatico ha risposto alle accuse insistendo sulla necessità di operare in accordo alle leggi di ogni Stato in cui venga usato il sistema, ma ha riconosciuto che la sua collaborazione con il governo cinese ha permesso arresti e detenzioni arbitrarie. In un documento, il gruppo ha affermato di voler rispettare la privacy dei propri utenti ed ha chiesto tempo “per poter trovare un modo di operare nel campo senza infrangere i principi etici”.
Oltre alla denuncia contro Yahoo!, nel mirino delle organizzazioni per i diritti umani vi sono da tempo anche altre aziende che operano nel campo della Rete. Fra queste, la Microsoft, che su richiesta di Pechino ha chiuso un popolare sito Internet che trattava di temi “sensibili” come la democrazia, e Google, che offre una versione censurata del suo motore di ricerca.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10152&size=A
IL NEMICO DELLA LIBERTA’ SU INTERNET: LA US AIR FORCE
DI WAYNE MADSEN
Wayne Madsen Report
Ciò che è iniziato nei primi anni 90 come materia di studio di una task force estiva e di tavole rotonde finanziate dal Pentagono e da agenzie di intelligence Usa, è oggi realtà. Con la recente approvazione da parte del Congresso democratico di rinforzate autorità di sorveglianza elettronica priva di garanzie per l’amministrazione Bush, e il consenso ad utilizzare i satelliti spia americani sul territorio nazionale, Internet è emerso come un obiettivo per coloro che vogliono mettere la verità sotto embargo, schiacciare l’opposizione politica, disseminare propaganda governativa, e ingannare e confondere il grande pubblico.
Il cyber-warfare è oggi una maggiore priorità del Pentagono, principalmente attraverso lo U.S. Strategic Command (StarCom) e la sua primaria forza di cyber-guerra, lo U.S. Air Force Cyber Command e la Cyber-Strike Force dell’aviazione, parte della 8th U.S. Air Force presso la base dell’aviazione di Barksdale in Louisiana.
Secondo la dottrina del Pentagono la cyber-guerra include applicazioni quali "operazioni di influenza strategica" che sono progettate per imporre "blocchi tecnologici" contro particolari obiettivi. L’uso della pirateria informatica, di virus, di Trojan, di worms, dello "Internet Protocol (IP) spoofing" e di altre minacce alla sicurezza dei computer sono tutte parte dell’arsenale di cyber-guerra dell’aviazione.
Per esempio, lo IP spoofing consiste nel creare un falso indirizzo IP allo scopo di impersonare un legittimo sistema informatico o server di rete. I recenti problemi avuti da Wayne Madsen Report nel cercare di accedere a Internet sembrano essere una forma di IP spoofing in cui la richiesta di accesso a vari server legittimi veniva reindirizzata su un altro server. Abbiamo scoperto tramite il pinging di un numero IP [processo che consiste nel risalire all’appartenenza e collocazione di un indirizzo di rete n.d.t.] che l’indirizzo IP di uno di tali server è strettamente collegato ad uno dei maggiori appaltatori della difesa Usa.
In un articolo datato 1 marzo 2007 il Segretario all’Aviazione Michael Wynne scrive: "Il campo cibernetico comprende ben più della sola guerra via rete. Lo spazio cibernetico è un territorio, come la terra, in cui si applica ciascuno dei principi della guerra. Afferrare questo concetto richiede un grande sforzo istituzionale e culturale verso la pianificazione bellica e le operazioni". È chiaro che per l’aviazione parte dello "spostamento culturale" consiste nel fatto che i cittadini dovrebbero essere preparati a vedere bloccate le loro comunicazioni e la ricezione del Web in un modo che ricorda il blocco da parte dei sovietici delle trasmissioni di Radio Free Europe e Voice of America durante la guerra fredda.
Wynne rivela anche la stretta relazione tra il programma di cyber-guerra dell’aviazione e membri della Air National Guard, compresi impiegati di ben note aziende tecnologiche che sono anche membri della Air National Guard: "il 262nd Information Aggressor Squadron, un’unità della ANG situata nello stato di Washington, sfrutta l’esperienza industriale di membri impiegati presso Microsoft, Adobe, Cisco, e altre aziende del ramo tecnologico situate nella parte occidentale dello Stato. Il177th Information Aggressor Squadron in Kansas, un’altra unità della ANG, si basa su persone provenienti da aziende locali come Sprint, Boeing, e Koch Industries. In ciascuno di questi esempi così come nel caso del legame in Texas con personale della Guardia e della Riserva proveniente dallo Austin Corridor (un ben noto centro tecnologico) e che presta servizio in varie unità dello 67th Network Warfare Wing e dello Air Force Information Warfare Center, ci stiamo muovendo verso una natura di Forza Totale nel campo cibernetico mettendo efficacemente assieme guerrieri della Guardia, della Riserva e in servizio attivo".
Ieri la rivista Wired ha riferito che la C.I.A. e diverse grandi aziende si sono impegnate a modificare le pagine di Wikipedia. Questa manipolazione dell’informazione pubblicata sul Web è semplicemente la punta dell’iceberg. Le recenti interferenze con Wayne Madsen Report e con Insider-Magazine.com di John Caylor sono indice di ciò che il Pentagono i suoi cyber-guerrieri dell’aviazione hanno in mente per il futuro.
Titolo originale: "The enemy of cyber-freedom: the U.S. Air Force"
Fonte: http://www.waynemadsenreport.com
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15.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
Uganda e Repubblica del Congo : inviato ONU studia il terrore
di Carla Amato
L'ONU sta continuando a tenere gli occhi puntati sulla Repubblica Democratica del Congo e dell'Uganda, dove la situazione dei diritti umani, soprattutto per i bambini e per le donne - fatte oggetto di incredibili violenze fisiche, sessuali e psicologiche - e' gravissima.
Nelle scorse settimane vi sono state infatti la visita dell'Alto Commisario per i diritti umani nella regione dei grandi laghi, l'approfondita e scioccante indagine in loco dello Speciale relatore sulle violenze alle donne, Yakin Ertürk, la proroga del Consiglio di Sicurezza dell'embargo di armi alla RDC e l'indagine del Consiglio ONU dei diritti umani sulla necessita' di giustizia in Uganda.
Questa settimana, invece, ha visitato la regione l'inviato speciale del segretario generale Ban Ki-Moon per le zone influenzate dall'Armata di Resistenza del Signore (LRA), Joaquim Chissano.
Come ha reso noto la portavoce di Ban, Michele Montas, a Kinshasa Chissano ha incontrato il presidente Joseph Kabila ed ha poi avuto il rapporto della missione ONU nella RDC, la MONUC. Nei giorni precedenti, a Kampala capitale dell'Uganda, ha incontrato il presidente François Bozizé ed ha anche visitato Juba, nel Sudan del sud, dove si tengono i colloqui fra l'LRA ed il governo dell'Uganda.
Nominato nel dicembre 2006, Chissano - ex presidente del Mozambico - si sta occupando delle ramificazioni regionali del conflitto ugandese (nella RDC e in Sudan) e delle loro cause.
Da quando l'LRA ha cominciato la sua ribellione nel 1986, migliaia dei civili - uomini, ma soprattutto donne e bambini - sono stati uccisi, torturati o rapiti (per essere usati come schiavi, schiavi sessuali o bimbi soldato) e la situazione di terrore ha causato lo spostamento nel Paese o all'estero di oltre 1 milione e mezzo di persone. I leader dell'LRA sono stati incriminati dalla Corte Criminale Internazionale.
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agosto 28 2007
Il 14 maggio 2007 la corte di appello di Milano ha confermato una condanna a due anni di reclusione per il senatore Marcello Dell’Utri e il boss della mafia Vincenzo Virga per tentata estorsione aggravata nei confronti del dottor Vincenzo Garraffa, già primario di radiologia all’ospedale di Trapani, già senatore repubblicano e sindaco di Trapani. Il fatto risale ai primi anni novanta, quando Dell’Utri era amministratore di Publitalia, Virga capo di Cosa Nostra a Trapani e Garraffa presidente della Pallacanestro Trapani. Dell’Utri vantava un credito di 750 milioni di lire da Garraffa come commissione di agenzia per un contratto di sponsorizzazione. Ovviamente li pretendeva in contanti e in nero. Garraffa rifiutò, ritenendo ingiustificata la richiesta. In un colloquio svoltosi a Milano 2, con un’affettuosa pacca sulla spalla Dell’Utri provò a convincerlo con le buone: “Le consiglio di ripensarci, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a cambiare opinione”. Garraffa non accettò il consiglio. Qualche tempo dopo, a Trapani, ricevette in ospedale la visita di due distinti signori: il mafioso Vincenzo Virga, poi condannato all’ergastolo, e un suo collaboratore, anch’egli affiliato a Cosa Nostra. A nome e per conto del braccio destro di Berlusconi, i due mediatori d’affari si proponevano di “aggarbare” la questione, trovando un accordo tra gentiluomini. La soluzione prevedeva che Garraffa si convincesse a pagare. Ma Garraffa non pagò. In seguito, nel contesto di un’inchiesta antimafia la magistratura aprì un’indagine, chiamò Garraffa a testimoniare, trovò i necessari riscontri, che hanno prodotto una sentenza di condanna, poi confermata in appello (per la cronaca, ne hanno dato notizia solo due quotidiani nazionali: L’Unità e, con un articolo di taglio basso a pagina 22, il Corriere della Sera). Nel frattempo Garraffa era stato emarginato dal mercato pubblicitario nazionale, screditato a mezzo stampa dal Giornale, depennato all’ultimo minuto da una puntata antimafia del Maurizio Costanzo show. E ha dovuto lasciare la Sicilia. L’ho intervistato. Ecco il video di youtube. Domani la versione integrale dell’intervista su google video. Qui un volantino sulla vicenda.
http://www.pieroricca.org/
Bindi e Stella a Porto Sant'Elpidio, Teatro delle Api gremito
Porto Sant'elpidio | L'autore di La casta si limita alle domande, la scena è per il Ministro della Famiglia: "5 euro per votare alle primarie? Contraria; Finanziamenti ai partiti? La democrazia ha i suoi costi? Il Governo? Se Rifondazione continua così la vedo dura"
di Pierpaolo Pierleoni
Beni e mali del mondo politico, battute e riflessioni, prospettive sul futuro. Famiglia e provincia, pensioni e legge elettorale, problemi di maggioranza e Partito democratico. Soprattutto il partito democratico. Questo ed altro, oggi pomeriggio, in un Teatro delle Api gremito, al convegno con il Ministro per la famiglia Rosy Bindi e lo scrittore ed editorialista Gian Antonio Stella.
Pubblico delle grandi occasioni, una platea partecipe e vivace, che in più di un'occasione è intervenuta per sottoporre interrogativi ai due protagonisti. Tanti i personaggi politici, dalla senatrice Magistrelli al consigliere regionale Ortenzi, 'anima' dell'evento. E ancora l'assessore regionale Ugo Ascoli, quello provinciale Offidani, il sindaco di Sant'Elpidio a Mare Mezzanotte, il vicesindaco di Porto Sant'Elpidio Concetti, il coordinatore provinciale della Margherita Clementi, e diversi componenti della giunta ed altri esponenti locali.
Al centro della scena è stata per lo più Rosy Bindi, con Gian Antonio Stella in versione giornalistica a sottoporre domande, spesso pungenti, all'aspirante leader del Pd. Diversi i punti toccati.
Sul nuovo partito del centrosinistra la Bindi si mostra combattiva. Il Pd può essere l'inizio di una politica diversa? Chiede Stella in apertura. "Credo di poterne essere la garanzia". Prime domande sul finanziamento pubblico ai partiti. "Non sono certo tra chi vuole un aumento dei costi della politica. Ma la democrazia ha i suoi costi, altrimenti farebbe politica solo chi è molto ricco o chi ha alle spalle dei finanziatori che ne condizionerebbero l'operato".
"La politica non è mai stata così debole, i politici mai così prepotenti" chiosa Stella tra una domanda e l'altra. Si va sulle primarie del Partito democratico. "Non esiste alcuna lista o decisione che si possa prendere senza ricorrere alle primarie - afferma Rosy Bindi - I 5 euro per partecipare al voto delle primarie? Non ditelo a me, sono la prima a volere elezioni senza alcun costo per i cittadini. Voglio che più gente possibile partecipi. Ditelo a Veltroni, se gli mando un biglietto io dicono che sono contro di lui".
E che ne pensa la Bindi di abolire le province? "Qui siamo in una nuova provincia, voi sarete contrati" esclama Stella. Il pubblico elpidiense, con un no collettivo, fa capire di non avere poi così a cuore la provincia fermana. "Credo che un ente sovracomunale sia necessario - afferma la Bindi - prima di abolire le province serve una seria ristrutturazione e razionalizzazione dei livelli territoriali. Non ci sono solo le province, ma anche comunità montante ed altri enti".
Ma nel Pd chi sta più a sinistra, il Ministro della Famiglia o il Sindaco di Roma? "Non saprei - continua il Ministro - Forse è vero che per cercare i voti io devo andare verso sinistra e Veltroni verso il centro. C'è da chiedersi chi è più di centrosinistra".
Breve intervento su famiglia e coppie di fatto: "Non vedo perché la tutela dei diritti delle coppie di fatto debba escludere quella delle giovani coppie sposate". E il Governo che fa, vive o tramonta? IL messaggio forte e chiaro è per Rifondazione comunista. "A tirar troppo, la corda si spezza. Io posso permettermi di dirlo alla sinistra radicale, sono di quelli che hanno sempre predicato il senso di responsabilità, Così si autoescludono. E se pensano all'autunno caldo ed al braccio di ferro su 35 ore e welfare, il Governo cade. La vedo dura".
Spazio finale alle domande del pubblico, che attento ed esigente, fa sentire la propria voce. Saluti di rito, si chiude alle 20.30. Tutti in fila, il best seller 'La casta' in mano, per un autografo all'autore e giornalista. http://fm.ilquotidiano.it/articoli/2007/08/26/76461/bindi-e-stella-a-porto-santelpidio-teatro-delle-api-gremito
Serbia: volatile sud
Ad inizi agosto uno scontro armato tra polizia e uomini incappucciati. Con un morto. Si alza la tensione nel sud della Serbia, area sensibile ed estremamente reattiva a ciò che avviene nel confinante Kosovo
Di Nikola Lazic* – BIRN (tit. Origiale: “Serbia’s South Remains Volatile”, pubblicato il 17 agosto)
Traduzione per Osservatorio Balcani: Antonia Pezzani
Nonostante un recente scontro tra la polizia e un gruppo armato nelle vicinanze del villaggio di Konculj, nel sud della Serbia, politici e funzionari a Belgrado sostengono che le forze dell'ordine hanno il pieno controllo della situazione sul territorio.
Konculj è vicino al Kosovo, ma Belgrado non sembra voler prestare ascolto agli avvertimenti secondo i quali lungo la delicata linea del confine potrebbero esserci altri incidenti violenti.
In ogni caso, gli esperti intervistati da Balkan Insight, avvertono che il terreno è fertile per una violenza più diffusa, e non sono esclusi possibili scontri armati, nel sud della Serbia, regione labile con una considerevole popolazione di etnia albanese.
L'incidente è avvenuto il 4 agosto scorso, quando un'unità della polizia che pattugliava la zona di confine nei pressi di Bujanovac, si è imbattuta in un gruppo di uomini armati mascherati e in uniforme nera.
Stando alla polizia, i banditi attaccavano le automobili su una strada locale che conduce in Kosovo. Nello scontro a fuoco che ne è seguito, Enver Dalipi, un uomo di 22 anni di Konculj, è stato ucciso e il resto del gruppo – che la polizia ha descritto come criminali comuni – è fuggito.
Konculj è un villaggio a maggioranza albanese, e durante la rivolta del 2000-2001 nella Serbia del sud, fu la roccaforte dei ribelli di etnia albanese. Dopo diversi mesi di stato di guerriglia, un accordo di pace, intermediato dalla NATO, pose fine al conflitto.
L'incidente di Konculj è stato condannato da tutti i leader di etnia albanese della regione, anche da Jonuz Musliu, ex leader politico ribelle e ora vice-sindaco di Bujanovac.
Musliu, residente anch'egli a Konculj, ha detto di essere finito lui stesso in un'imboscata di uomini armati il giorno dell'incidente.
“Hanno puntato i loro fucili contro la mia auto. Avevo paura non sapendo chi fossero, ma non ho perduto la calma, ho schiacciato l'acceleratore e me la sono battuta,” ha affermato a Balkan Insight.
Musliu in passato aveva richiesto il ritiro delle truppe di sicurezza serbe dall'area, e ora le accusa dell'ultimo incidente, in quanto incapaci di mantenere l'ordine nonostante la massiccia presenza sul territorio.
“I pattugliamenti delle unità speciali di polizia e dell'esercito sono quotidiani, per cui affermerei che sono chiaramente loro i responsabili dei problemi di sicurezza,” ha affermato Musliu.
Appena oltre il confine, un albanese della città di Gnjilane in Kosovo, ha detto che la popolazione locale aveva denunciato la presenza del gruppo armato alla polizia.
“Mentre stavamo viaggiando da Konculj verso Gnjilane, anche noi siamo stati minacciati dal gruppo vestito di nero, e ce la siamo dovuta filare. Un mio cugino ha detto di averli denunciati immediatamente alla polizia,” ha affermato quest'uomo, a patto dell'anonimato.
Durante una recente visita nella zona, Rasim Ljajic, respondabile del Centro di coordinamento del governo per il sud della Serbia, ha dichiarato che la schermaglia del 4 agosto non porterà allo schieramento di ulteriori forze di sicurezza, e ha detto che l'attuale livello di sicurezza lo lascia soddisfatto.
“Il numero delle truppe di sicurezza rimarrà invariato, ma aumenterà il grado di allerta,” ha dichiarato.
Dusan Janjic, responsabile del Forum per le relazioni etniche di Belgrado, ha respinto la valutazione positiva della situazione di Ljajic.
Al contrario, ha detto, al sud “le ansie sono alle stelle”.
“Questa regione ha sempre goduto di uno scarso stato di sicurezza, per cui non si può certo escludere la possibilità di incidenti armati,” ha dichiarato Janjic a Balkan Insight.
Ha aggiunto che le attuali trattative tra Belgrado, Pristina e la comunità internazionale sul futuro del Kosovo, sono uno dei fattori che contribuiscono all'instabilità. Questo, ha detto, ora si è “riflesso” nella situazione della Serbia del sud.
“È per questo che ritengo che il confine tra crimine comune e conflitti armati più estesi, sia molto sottile,” ha aggiunto.
Il Kosovo dal 1999 è un protettorato internazionale, in seguito ai bombardamenti NATO che hanno messo fine alla repressione dell'allora presidente jugoslavo Slobodan Milošević sui ribelli di etnia albanese. Le posizioni restano divergenti nelle trattative intermediate internazionalmente – gli albanesi kossovari chiedono l'indipendenza completa, mentre l'offerta della Serbia è un'ampia autonomia.
La Serbia del sud, in particolar modo le municipalità di Presevo e Bujanovac a maggioranza albanese, sono tra le regioni più povere del paese. Gli sforzi di Belgrado e della comunità internazionale di portare investimenti e occupazione nell'area sono stati pressoché infruttuosi. Con una sfiducia profonda che serpeggia tra i serbi e gli albanesi del luogo, la zona è altamente infiammabile.
Janjic incolpa il governo di Belgrado per questa situazione: lo accusa di non essere stato in grado di elaborare una strategia chiara per lo sviluppo regionale e di rafforzare le relazioni interetniche.
Aleksandar Radic, esperto di difesa di stanza a Belgrado, fa notare che con l'entrata delle trattative nella fase finale, né Belgrado né Pristina sembrano volere ammorbidirsi rispetto alle loro posizioni iniziali. Questo complica la situazione nel sud della Serbia, ha affermato.
“A Pristina tutto è in mano agli albanesi,” ha detto Radic a Balkan Insight. “E ora tutto dipenderà da quanto saranno soddisfatti dalle negoziazioni in corso.”
Allo stesso tempo, ha aggiunto, i politici e le forze di sicurezza serbe stanno assumendo un atteggiamento preoccupantemente passivo in un periodo in cui, secondo lui, dovrebbero intraprendere “azioni preventive” contro “le bande armate criminali albanesi” nel sud.
“Considerate le asperità del terreno del confine tra la Serbia del sud e il Kosovo, direi che il numero attuale di forze dell'ordine serbe è insufficiente a prevenire possibili provocazioni armate e incidenti,” ha detto Radic.
Una cosa mette però d'accordo dirigenti governativi ed esperti indipendenti: la Serbia del sud affoga nelle armi rimaste dopo i precedenti conflitti armati.
Branko Delibasic, ex ufficiale dei servizi segreti dell'esercito, membro dell'ente di coordinamento per la Serbia del sud, ha avvertito che l'esistenza di banditi armati in uniforme come quelli coinvolti nel recente scontro, dovrebbe essere fonte di gravi preoccupazioni.
“Il giovane albanese ucciso non aveva prestato servizio nell'esercito [serbo] eppure maneggiava la sua arma come un professionista, e questo vale anche per gli altri membri del gruppo,” ha detto Delibasic. “Dobbiamo scoprire come e dove hanno acquisito tali abilità.”
Per prevenire qualsiasi scoppio di violenza armata, l'esercito serbo ha incrementato la cooperazione con i peacekeepers della NATO e con la polizia in Kosovo, diretta dalle Nazioni Unite. Il generale Roland Kather, comandante nella provincia della NATO, ha visitato recentemente la Serbia dove si è incontrato con la sua controparte, il tenente-generale Zdravko Ponos.
Il vice Ministro della difesa serbo Dusan Spasojevic ha dichiarato di non ritenere che la schermaglia di Konculj abbia compromesso la sicurezza regionale.
“L'incidente è stato l'opera di una banda locale, ma potrebbero esserci delle ripercussioni politiche dovute alla delicata situazione della regione,” ha dichiarato Spasojevic a Balkan Insight.
* Nikola Lazic è un giornalista di Vranjske Novine, a Vranje
| Il Triangolo No |
| Musharraf, Bhutto, Sharif, futuro a tre per le presidenziali pachistane |
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Per le elezioni presidenziali di ottobre in Pakistan si annuncia una partita a tre. La recente disputa nel Paese retto dalla dittatura di Pervez Musharraf sul rientro dell'ex premier Navaz Sharif, deposto dal colpo di Stato del 1999, ha innescato una battaglia a colpi di ricorsi e carte bollate, a una settimana dai colloqui informali di Dubai tra Musharraf e l'ex premier Benazir Bhutto.
Il ritorno di Bhutto. Oggetto dell'incontro un possibile rientro in campo dell'illustre figlia d'arte che permetterebbe al dittatore in carica di allungare il proprio mandato grazie alle elezioni presidenziali e garantirebbe un rientro in politico incruento alla prima donna che diventò presidente di un Paese a maggioranza musulmana.
Legulei e azzeccagarbugli. E non è finita con la decisione giovedì 23 agosto di permettere il rientro in patria di Sharif da parte della Corte Suprema del giudice Iftshakir Chodry, oggetto a sua volta di un delicato braccio di ferro con il dittatore Musharraf nei mesi precedenti, per poter rientrare nella propria carica e decidere su questioni spinose come questa che riguardava Sharif. I legali dell'ex premier, dopo aver vinto questa prima battaglia, hanno presentato attraverso il loro rappresentante A. K. Dogan una richiesta di interdizione dai pubblici uffici per quel che formalmente viene chiamato 'Presidente Musharraf'. Il ricorso alla Corte Suprema, supportato dalla Ong pro-Sharif 'Forum degli avvocati', chiede anche che l'attuale leader pachistano venga inabilitato all'esercizio di qualsiasi altro pubblico potere "per aver mancato alla caratteristiche di neutralità e indipendenza che la Costituzione richiede al suo ruolo", facendo leva su di una vecchia sentenza della stessa Corte suprema del giugno 2005, su di un Emendamento alla Carta suprema stessa.
Bando illegittimo. "E' un giorno di festa per il Pakistan e di cordoglio per la tirannia", questo il commento dell'ex premier, che era stato incarcerato per "attentato alle istituzioni" nel dicembre 2000, dopo aver tentato attraverso il parlamento di togliere dalle mani del generale Musharraf il comando delle Forze armate, a seguito del golpe del 1999 con il quale l'attuale dittatore prese il potere. Di fronte la Corte suprema, il collegio di Avvocati dello Stato che parlavano in nome della presidenza, hanno provato a presentare una carta si suppone autografata dallo stesso Sharif. In essa l'ex premier avrebbe dichiarato "spontaneamente" di accettare 10 anni di esilio in cambio della impunità per i suoi cari e del suo rilascio dalla prigione in cui si trovava. Un documento che la Corte ha ritenuto "non riconducibile" a Sharif, per la mancanza della sua firma, e comunque "illegittimo" secondo la legge pachistana vigente. "Non si può tenere nessun uomo libero all'estero e tenerlo in esilio, lo ha stabilito la Corte: Navaz Sharif può rientrare in Pakistan e presentarsi alle prossime elezioni come candidato" ha detto il presidente del collegio difensivo Nekruddin Ibrahim. Dal suo esilio londinese, Sharif ha annunciato lunedì 27 agosto che il suo rientro si fa "sempre più imminente, questione di giorni più che settimane". Forse già dalla prossima settimana Bhutto, Musharraf e Sharif si troveranno in un 'Triangolo' non voluto che difficilmente potrà quadrare.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8614
IL GOVERNO PREPARA IL CLERO ALLA FUTURA LEGGE MARZIALE
DI PAUL JOSEPH WATSON
Prison Planet
Il governo federale sta addestrando i religiosi su come "attenuare il dissenso" nel caso venisse dichiarata la legge marziale. Dovranno usare citazioni dal Vangelo per convincere la gente ad ubbidire.
Uno scioccante servizio della KSLA ha confermato la storia che per primi abbiamo riportato l'anno scorso, cioè che dei Clergy Response Teams ["squadre religiose di intervento" n.d.t.] vengono addestrati dal governo federale per attenuare il dissenso e pacificare i cittadini in modo che obbediscano al governo nel caso venisse dichiarata la legge marziale.
Nel maggio 2006 rivelammo l'esistenza di un programma nazionale della FEMA che consiste nell'addestrare pastori e altri rappresentanti religiosi per farli diventare agenti segreti che insegnano ai membri delle loro comunità ad "obbedire al governo" in vista dell'implementazione della legge marziale, della requisizione di proprietà e armi da fuoco, di programmi di vaccinazione di massa e di dislocazione forzata.
Un informatore che si è segretamente iscritto al programma ci disse che i federali stavano clandestinamente reclutando leader religiosi perché li aiutassero ad implementare le direttive di sicurezza nazionale in caso di un possibile attacco bio-terroristico, di un disastro naturale o di un'emergenza nazionale dichiarata.
La prima direttiva per i pastori era di leggere alle loro comunità il passo 13 della Lettera ai Romani, un passaggio biblico spesso preso fuori contesto che venne usato da Hitler per convincere con l'imbroglio i cristiani ad appoggiarlo, in modo da insegnare loro ad "obbedire al governo" quando verrà dichiarata la legge marziale.
È stato riferito ai pastori che quarantene, trasferimenti forzati e la legge marziale sono problematici per l'autorità dello Stato nell'applicare mandati federali a causa di una "mentalità da cowboy" di cittadini che difendono le loro proprietà e i diritti del loro secondo emendamento e di contadini che difendono i loro raccolti e il loro bestiame dalla requisizione.
È stato sottolineato che i pastori devono predicare in anticipo l'asservimento alle autorità in preparazione delle retate e per rendere chiaro alla loro comunità che "ciò è per il loro bene".
Ai pastori è stato detto che sarebbero stati aiutati dalla polizia a controllare individui che non collaborano e che avrebbero persino potuto guidare squadre di assalto SWAT per spegnere la resistenza.
Sebbene al tempo alcuni abbiano dubitato dell'accuratezza di queste rivelazioni a causa delle loro implicazioni molto fastidiose, la storia è stata ora confermata da un servizio giornalistico della KSLA 12 in cui membri del clero e funzionari che vi partecipano ammettono l'esistenza del programma.
Guardate il video [in inglese n.d.t.].
Il servizio descrive lo scenario della legge marziale come è stato raffigurato nel film The Siege ["Attacco al potere" di Edward Zwick, con Bruce Willis n.d.t.] e afferma che "attenuare il dissenso sarebbe una questione critica".
Il Dr. Durell Tuberville è cappellano dello Shreveport Fire Department e dello ufficio dello sceriffo di Caddo. Tuberville ha detto, a riguardo della missione delle squadre di religiosi, che " la prima cosa che diciamo a chiunque è 'collaboriamo e affrontiamo questa cosa, poi risolveremo le divergenze una volta che la crisi è finita'".
Tali squadre religiose di intervento, durante la legge marziale, dovrebbero camminare sulla corda tesa tra le richieste del governo da un lato e i desideri del pubblico dall'altro. "In molti casi questi religiosi sarebbero già conosciuti nei quartieri in cui aiutano a gestire la situazione" ha assicurato Sandy Davis. Egli ricopre il ruolo di direttore dell'Ufficio per la Sicurezza Nazionale e la Preparazione alle Emergenze di Caddo-Bossier.
Le squadre di religiosi avranno la Bibbia e in particolare il passo 13 della Lettera ai Romani come uno dei maggiori strumenti a disposizione per calmare in pubblico e portarlo ad obbedire la legge. Come ha argomentato il Dr. Tuberville, "perché, sapete bene, il governo viene stabilito dal Signore. È questo ciò che crediamo nella fede cristiana. Questo è ciò che viene affermato nelle scritture."
Ecco tutto - il Dipartimento per la sicurezza nazionale sta lavorando con i dipartimenti di polizia locale e i leader religiosi per preparare la dichiarazione della legge marziale in particolare per sviluppare le tecniche che impiegheranno durante la crisi per "attenuare il dissenso".
Finti leader cristiani stanno facendo il lavaggio del cervello alle loro comunità in modo che accettino la premessa che lo Stato totalitario di polizia è " del Signore" e che devono inginocchiarsi e leccare gli stivali mentre avvengono le retate, cittadini vengono trasferiti in zone di quarantena e campi di prigionia dalla guardia nazionale e dalle truppe Usa di ritorno dall'Iraq.
Il precedente per la confisca di massa delle armi e per la legge marziale in caso di una vera o fabbricata emergenza è stato stabilito durante l'uragano Katrina, quando pattuglie della polizia e della guardia nazionale hanno costretto sotto minaccia armata gli abitanti-anche in aree non colpite dall'uragano-a consegnare le armi da essi legalmente possedute.
Questo è un chiaro precursore per l'imminente dichiarazione di uno stato di emergenza, uno scenario che il presidente Bush ha codificato nella sua recente direttiva presidenziale del nove maggio, che afferma che in caso di evento catastrofico il presidente può prendere il controllo totale del governo e del paese, oltrepassando tutti gli altri livelli di governo statali, federali, locali, territoriali e tribali e assicurando così un potere dittatoriale e totale senza precedenti.
Lo scopo del programma è così segreto che persino al membro del Congresso e dello Homeland Security Committee [comitato per la sicurezza nazionale n.d.t.] Peter DeFazio è stato negato accesso alla parte classificata dei documenti.
Titolo originale: "Feds Train Clergy To "Quell Dissent" During Martial Law"
Fonte: http://www.prisonplanet.com/
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16.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
Russia : arrestati in 10 per assassinio Anna Politkovskaya
di Rico Guillermo*
La polizia russa avrebbe arrestato 10 persone in relazione all'omicidio della giornalista dissidente russa Anna Politkovskaya, assassinata a 48 anni con tre colpi al torace e uno alla testa mentre entrava nel suo appartamento a Mosca, proprio nel periodo in cui preparava un articolo sulle torture in Cecenia.
L'omicidio aveva destato reazioni in Russia e nel mondo, e Putin - indicato piu' o meno velatamente come mandante del delitto ai danni della donna che lo aveva attaccato sulla questione cecena e della liberta' di espressione ed aveva rivelato particolari inediti della situazione cecena - era stato costretto ad interrompere un lungo silenzio sull'omicidio dichiarando pubblicamente che gli assassini sarebbero stati trovati e perseguiti.
La giornalista, che lavorava dal 1999 per il quindicinale di opposizione "Nóvaya Gazeta", aveva scritto anche diversi libri con critiche al Cremilino. I suoi libri "Una guerra sporca: una reporter russa in cecenia" e "Un piccolo angolo d'inferno: dispacci dalla Cecenia", sono stati acclamati in tutto il mondo. Post mortem le sono stati attribuiti diversi premi internazionali. Anche l'articolo cui stava lavorando al momento dell'omicidio e' stato pubblicato postumo.
Nel febbraio 2001 la giornalista era stata arrestata dall'esercito russo che la accusava di detenere informazioni segrete e - raccontava Politkóvskaya - aveva minacciato di spararle. Durante la vicenda di Beslan, il suo volo - finalizzato a tentare una mediazione con i terroristi ceceni che avevano preso in ostaggio la scuola - fu fermato da una bevanda avvelenata che la costrinse ad un ricovero.
"Abbiamo fatto seri progressi in relazione all'omicidio" ha dichiarato oggi il procuratore generale, Yuri Chaika, aggiungendo che nei prossimi giorni saranno presentati i capi d'imputazione. Data la figura della giornalista e i rapporti con il Cremlino, non e' dato sapere quanto siano 'addomesticate' la accuse ai 10 arrestati.
Tuttavia, in parallelo all'inchiesta ufficiale, anche il giornalista ed ex militare russo Viacheslav Izmáilov sta investigando sull'omicidio della collega per incarico della "Nóvaya Gazeta", ed ha dichiarato che gli assassini di Politkóvskaya appartengono all'entourage del presidente ceceno, Ramzán Kadírov, uomo di Putin.
Subito dopo il delitto, la Novaya Gazeta aveva annunciato una ricompensa per chi avesse fornito informazioni che portassero all'arresto di chi aveva ordinato l'omicidio, ma un commentatore radiofonico aveva sottolineato che i veri colpevoli non sarebbero mai stati trovati, perche' chi indaga su questo omicidio cammina per gli stessi corridoi di coloro che lo hanno ordinato.
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 27 2007
Pd: Monaco, Rutelli si porta avanti, un pò troppo
ANSA - 'Cio' che faremo nella prossima legislatura in tema di alleanze non e' un destino ereditato dal passato ma una scelta. Una scelta che faremo a legislatura conclusa. Ma anticiparlo ora, a neppure un terzo del percorso, annunciarlo ora, ancorche' per allora, da parte di un vicepremier che del compimento di quel percorso dovrebbe essere tra i principali garanti, non e' certo un contributo al rafforzamento del governo'. Lo afferma Franco Monaco (Ulivo) commentando le dichiarazioni del vicepremier Rutelli.
'Se, a consuntivo, l'esperimento del governo dell'Unione dovesse risultare negativo - conclude Monaco - il problema si porra'. Ma chi apre ora la discussione fa intendere due cose: che intende smarcarsi dal suo governo e che si vuole...portare avanti, che gia' si posiziona per un dopo che contribuisce a produrre'.
Primarie? No, elezione diretta
Gianfranco Pasquino
l' Unità
Qualcuno o, forse, troppi hanno sottovalutato i problemi che sono insiti nella costruzione di un partito nuovo. È un'operazione molto rara e raramente riuscita con successo. Purtroppo, invece di riflessioni approfondite, che pure erano state richieste e, persino, offerte, vi sono state accelerazioni frettolose che, come vediamo da qualche settimana e come, temo, ci accorgeremo ancora di più nel prossimo mese, provocano tensioni e conflitti che, a determinate condizioni, potrebbero essere evitati, anche perché non sono affatto conflitti creativi. Intendo fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti importanti.
Il primo è la definizione corretta dell'evento del 14 ottobre. Non saranno elezioni primarie, come furono quelle del 16 ottobre 2005 quando, fra una pluralità di candidati, gli elettori designarono Romano Prodi quale sfidante di Berlusconi per Palazzo Chigi. Saranno, invece, elezioni vere e proprie del segretario (del capo) del Partito Democratico. In concomitanza e, aggiungo, inopinatamente, si eleggeranno anche tutti i segretari regionali. Questa concomitanza fa piazza pulita di qualsiasi propensione, pure espressa da Veltroni, ad avere un partito federale con le organizzazioni regionali che godano di forte autonomia dal centro. Il rischio è che, a livello regionale, emergano i posizionamenti che Veltroni giustamente critica, ma che non sembra vedere proprio dove hanno già luogo.
Contrariamente a quel che ha scritto Ceccanti, ritengo che le regole possano essere discusse e debbano anche, quando esiziali, essere cambiate. Per quel che riguarda l'abbinamento della elezione del segretario nazionale con quella dei segretari regionali, la regola può essere subito cambiata poiché la scadenza di presentazione delle candidature è il 12 settembre. Una volta ascoltati gli umori e i suggerimenti dell'Assemblea Costituente, anche in materia di quale partito costruire, si potrà, in un secondo tempo, procedere ad una migliore scelta dei segretari regionali. Segretari eletti in concomitanza con il segretario regionale sono tutto meno che garanzia di partito federale. Al contrario, rischiano di essere e di volere essere dei potenti rappresentanti in sede regionale del segretario nazionale (in uno scambio, non virtuoso, di voti).
Il secondo punto che sollevo è quello della competizione fra candidati. Sicuramente, è aspra, ma non esageratamente tale. Lo è anche perché, ed è un peccato che Veltroni non se ne sia accorto, ci sono troppi suoi pretoriani, autorizzati o furbescamente auto-autorizzatisi, che vogliono correre sulle code del potenziale vincitore, salire sul bandwagon (anzi, sul carro del, probabilissimo, vincitore, si sono già installati). Per evitare che questo deleterio fenomeno si estenda a macchia d'olio, suggerirei a Veltroni di non procedere lui personalmente (operazione di stampo alquanto notabilare) alla nomina delle quattrocento personalità che desidera partecipino all'Assemblea Costituente, ma di dare indicazione ai suoi numerosi comitati elettorali che siano loro ad aprire le liste collegio per collegio, magari, visto che si è rinunciato troppo presto ad indire opportune primarie a questo livello, giustificando le candidature prescelte e proponendo anche, lo so che sarà molto difficile, se non improbabile, candidature di dissenzienti rispetto alle opinioni prevalenti in materia di organizzazione del partito, di riforme istituzionali, di alleanze di governo. Poiché queste opinioni esistono sarebbe opportuno e fecondo poterle ascoltare in sede di Assemblea Costituente.
In genere, i dibattiti aspri e i conflitti fra personalità dovrebbero non soltanto diffondere informazioni, ma anche condurre alla mobilitazione dell'elettorato potenziale. Questo è il terzo punto che elaboro. Dopo averne fatto grande e improprio uso, qualcuno sostiene oggi che non dovremmo fare nessun paragone con le primarie del 2005. Ho già detto che quella del 14 ottobre non sarà affatto una primaria, ma sarà una concretissima elezione popolare diretta del segretario, incidentalmente, del tutto inusitata nei partiti politici, che mira ad ottenere l'apporto non soltanto degli iscritti ai due partiti contraenti, ma di tutti gli elettori dei Ds e della Margherita.
Allora, perché mandare un segnale di preoccupazione e di debolezza sostenendo che l'asticella deve essere fissata al milione di partecipanti? Facciamo un po' di conti. Ricordo che alla Camera per la lista «Uniti nell'Ulivo» è stata votata da 11 milioni e 930 mila elettori; e al Senato, la somma dei voti di Margherita e Ds giunge a 9 milioni e mezzo ai quali credo sia giusto aggiungere 1 milione e 400 mila circa di elettori delle liste Insieme per l'Ulivo. Aggiungo che il 14 ottobre potranno votare anche i sedicenni. Perché, allora, dobbiamo autoingannarci o autodeprimerci (a meno che non si tratti di mettere le mani avanti...) sostenendo che un milione di votanti sarà già un successo? Meno di due milioni e mezzo costituirà, a mio parere, un clamoroso insuccesso. Sia chiaro, però, che se è giusto sostenere che sono i candidati alla segreteria del Partito Democratico che debbono suscitare la partecipazione, è ancora più giusto affermare che saranno i dirigenti locali che, continuando nelle loro lotte intestine, nelle loro discriminazioni, nelle loro preclusioni, nelle loro spartizioni a tavolino, proponendo candidature uniche, bloccate ed esclusive, finiranno per impedire un'alta partecipazione.
Spero che dire tutto questo adesso, a voce alta, chiara e forte, non venga considerato un delitto di lesa maestà di nessuno. Tutti nel centro-sinistra, se vogliono continuare a governare, hanno interesse a che nasca un buon Partito democratico. E alcune critiche perseguono e mirano a conseguire anche questo esito.
Il PD e l'alleanza tra Veltroni e Rutelli
Piano piano, si delinea il progetto del Partito Democratico....
Grande intesa tra Veltroni e Rutelli il quale, sul Corriere di oggi, afferma che nel prossimo futuro il leader dovrà "decidere le alleanze in base al progetto in campo" e non viceversa, con la conseguenza che gli alleati di oggi "non è detto che lo siano a vita".
Già venerdì, Veltroni aveva scritto sul Venerdì di Repubblica “il Partito democratico non potrà presentarsi alle elezioni all’interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico e piuttosto dovrà accettare il rischio, o sperimentare l’opportunità, di correre da solo”.
D'accordo, va bene! D'altronde, il disegno di un PD che rincorre il centro, disponibile ad allearsi con Casini ed altri cespugli del centro-destra era chiaro da tempo.
Vorrà dire che i precari d'Italia, invece di essere regolarizzati, per sopravvivere, si metteranno in coda alle mense della Caritas. L'importante è saperlo. Perché se voi, cari Veltroni e Rutelli, praticherete la politica delle mani libere, noi elettori praticheremo il voto libero.
Ogni medaglia, ha il suo rovescio. Remember...http://ilpanelerose.splinder.com/post/13565614
Corona è meglio di voi
Se non ci fosse lui
Cosa c'è di veramente insopportabile in un reality? Il moralismo. Spacciati come gli spettacoli più immorali sui canali in chiaro, i reality al contrario sono stati la grande operazione moralista del decennio. Poter giudicare ogni settimana il povero cristiano o il vip, mandare a casa il comico perché bestemmia o la velina perché non lava le pentole, sentirsi in generale migliore delle persone che occupano spazio in tv senza il minimo talento, che invenzione. Se vi piace il moralismo, certo. A me fa vomitare.
Il problema è che non puoi parlare male dei reality, dal momento che i reality servono esattamente a parlarne male. Se critichi i personaggi, stai semplicemente accettando le regole del gioco, pronto a prendere il tuo posto nella platea dei moralisti; magari ti metteranno tra i più forbiti, ma non è una gran consolazione. Vien quasi da prendere le parti di tronisti e veline, che perlomeno si giocano la faccia. Perché, ricordiamo, c'è molto di peggio di una Yespica o di un Costantino: c'è in giro gente che si costruisce una carriera moraleggiando sulla Yespica o su Costantino. C'è gente che ci riempie una colonna al giorno, parlandone male. Sempre rigorosamente male. Però ne parla. Non parla d'altro. E prosegue. Se non fosse per tutti questi forbiti moralisti contemporanei io manco saprei chi è, Costantino, perché tutto sommato bastava evitare il palinsesto pomeridiano di Canale5 per evitarlo. Ma l'esigenza di parlarne male era tropo forte. Dovevano per forza mostrarmelo in un tg, in un approfondimento. Dovevano per forza criticarlo, esibire la propria superiorità. E che dire, bravi. Voi sì che avete dei valori. Non siete semplicemente dei guardoni morbosi, no. Voi giudicate, quindi siete.
Lo stesso vale più o meno con Corona, che sembra uscito da un reality e prima o poi ci entrerà: che ci fa a Garlasco? Quello che stanno facendo tanti altri giornalisti nello stesso posto e nello stesso momento: nulla di utile né di interessante. Gironzolano in attesa di una storia che per ora non c'è, esibiscono la propria professionalità torchiando i passanti, spremono le rape in cerca della più minima traccia di sangue. Lo fanno tutti: ma se lo fa Corona, tutti addosso a Corona. Che gran consolazione poter puntare il dito su di lui e dire: è peggio di me. Avercene, di Corona. Corona è indispensabile all'infotainment quotidiano. Senza di lui, i soloni dei telegiornali avrebbero già esaurito gli argomenti.
Prendi Riotta. L'altra sera intervistava Feltri e la Rodotà, probabilmente appena rincasati dalle vacanze e privi del minimo spunto interessante. Per cui, insomma, si faceva salotto su una ragazza morta ammazzata, e a parte un paio di battutine caustiche su Corona non c'era veramente molto da dire. Bisognava trovare qualche altro fantoccio su cui puntare il dito, e così si sono trovati tutti e tre ad auspicare che il delitto di Garlasco non diventasse un argomento "per quei programmi in cui fanno il plastico della casa". Ecco, nell'assoluta mancanza di argomenti si può sempre criticare Vespa, che è ancora in vacanza e non può difendersi. Eppure Vespa, per quanto insopportabile, almeno fa il plastico, almeno prova a mettere in scena gli indizi, i pochi fatti che ha. E soprattutto Vespa è un avvoltoio senza ipocrisie, senza moralismi: la gente si ammazza e lui ci fa tot serate. Riotta a fare il plastico non ci prova nemmeno: gli basta fare la morale preventiva e passa già per opinionista intelligente, quando è solo un avvoltoio al quadrato.
Dopo Corona, dopo Vespa, c'erano altri 15 minuti da riempire. Non restava che Internet. Riotta ha preso un po' dei fotomontaggi delle due gemelle matte e li ha fatti vedere agli italiani. Anzi, li ha centellinati: li aveva già annunciati al tg delle venti, e prima dell'esibizione ha persino mandato la pubblicità. Insomma, il pezzo forte del suo dibattito erano una manciata di fotomontaggi anonimi pubblicati su Internet, una cosa da blogger di quinta categoria (la mia, probabilmente). Il primo grande scoop del TG1 di Riotta: le sorelle con Bin Laden, le sorelle con Darth Vader, le sorelle con la Franzoni. Il tutto condito con quell'aggettivo, "postmoderno", che negli anni '90 si grattugiava su qualsiasi argomento, e che adesso da una strana sensazione di muffito. 'Feltri, non le pare terribile che su internet chiunque possa fare una cosa del genere?' "Mah, sì, mi fa impressione la facilità con cui si può avere accesso a internet", ma non ci possiamo fare niente'. Eh, già.
Allora viene voglia di chiuderla davvero, quest'internet. Non solo, ma di proibire per decreto legge i reality show. E d'imprigionare Corona vita natural durante in un bunker sull'isola del Giglio. E togliere anche i plastici a Bruno Vespa. Tutto solo per la curiosità di vedere di cosa parlerebbero a quel punto, come perderebbero il loro tempo Riotta, Feltri, la Rodotà e tutta la compagnia moraleggiante. Dei fatti? Possibile? Ma ne sarebbero capaci?http://leonardo.blogspot.com/
Bindi, attacco a Veltroni
"Vuole il partito del leader"
di ALESSANDRA LONGO
Rosy Bindi
ROMA - Ogni tanto la voce al telefono sparisce ma è solo quando l'auto di Rosy Bindi entra in una galleria. Non certo perché il ministro candidato leader del Pd perda la parola. Anzi, di cose da dire ne ha tante. Per esempio a Francesco Rutelli che insiste sulle alleanze di nuovo conio: "Io non sono come lui, io non faccio capire ogni giorno che il programma dell'Unione è ormai carta straccia e che servono nuove maggioranze. Io posso criticare Rifondazione e la sinistra radicale proprio perché non ho questo atteggiamento. Loro tirano la corda ma c'è chi li provoca".
Un altro punto le interessa chiarire: "Chi dice che io sia eterodiretta da Prodi dice una follia e manca di rispetto a me e anche al premier". Non alza la voce ma è chiara anche sull'ipotesi evocata dal sindaco di Roma di un Pd che corra da solo: "Idea ambiziosa, perché no. Basta che non si lavori poi per un sistema elettorale alla tedesca che porterebbe dritti alla Grosse Koalition".
Rosy Bindi, Veltroni lancia un invito: basta polemiche, non facciamoci del male. Lei che intenzioni ha?
"Io non faccio male a nessuno. Le mie critiche, la mia stessa candidatura, hanno un unico obiettivo: rendere la competizione forte, evitare che un progetto così importante, destinato a diventare, senza retorica, una pietra miliare nella storia della democrazia italiana, sia condizionato da troppe paure e furbizie. Non sono polemica, pongo questioni scomode alle quali non mi si può rispondere con insinuazioni inaccettabili come quelle contenute nella lettera ai candidati di Veltroni".
Si riferisce all'ipotesi che qualcuno dei competitors lavori solo per posizionarsi meglio nei nuovi organigrammi?
"A Walter dico: se volevo posizionarmi, facevo una lista sotto il suo ombrello, come stanno facendo in tanti, sperando poi di poterlo condizionare".
A dirla tutta, c'è chi descrive Rosy Bindi come il braccio armato di Prodi.
"Ecco, questo è davvero troppo. Io non sono la controfigura di nessuno. Non ho chiesto permesso a Prodi, l'ho solo informato che mi sarei candidata. Lui è fuori dalla sfida e spiace che qualcuno a volte lo tiri dentro".
Veltroni?
"Sì, per esempio quando parla di questa competizione esaltandone la diversità rispetto alle primarie di Prodi. La sensazione è che ci sia una sorta di atteggiamento di contrapposizione a questo governo e al presidente del consiglio, quasi una sottolineatura delle sue difficoltà e delle sue fatiche e non, al contrario, il desiderio di consolidare l'attuale stagione per dare le migliori opportunità a quella che seguirà".
Dove li legge questi segnali, ministro?
"Nel sottile gioco di rimando in tema di programmi e alleanze. Veltroni rigetta giustamente le coalizioni disomogenee sul piano programmatico. Ma il modo con cui affronta la questione suona come una critica alla gestione attuale. Sappiamo tutti che in questo momento il governo non può governare con un'alleanza omogenea e ha affidato la propria tenuta al programma".
I suoi toni sono meno aggressivi, la polemica resta.
"Non è polemica, ma sano confronto di idee, io guardo ai fatti. Per esempio posso dire che nel programma di Veltroni non vedo una parola di politica estera. Ma sottolineo anche le identità di vedute, il comune sentire. Con Walter siamo d'accordo che il Pd debba essere un partito plurale e anche le liste dovrebbero esserlo. Dopo di che ognuno ha la sua ricetta. Secondo me, non si risponde alla logica dell'apparato come fa lui dicendo: "Ok, ci penso io, vi do 500 nomi per l'Assemblea Costituente". Questo significa creare il partito del leader".
La sua proposta?
"E' più democratica. Il prossimo 15 settembre i miei sostenitori faranno assemblee in tutti i collegi elettorali. Saranno loro a decidere l'ordine di lista".
Che cosa ne dice dell'ipotesi veltroniana di un Pd che corre da solo?
"Per un partito a vocazione maggioritaria e governativa, è una posizione più che legittima, condivisibile. Quale partito non vorrebbe governare da solo? Questo in astratto. Faccio un'altra delle mie domande, però: dopo il 14 ottobre a favore di quale sistema elettorale lavorerà il Pd? E' un punto cruciale".
Perché?
"Perché se ci presentiamo da soli e poi si lavora per il modello elettorale tedesco, dietro l'angolo c'è la Grosse Koalition. Per questo propongo: mettiamo in sicurezza il bipolarismo e facciamo una dichiarazione nero su bianco agli elettori. Diciamo loro: in caso di sconfitta, si va all'opposizione. Niente governi istituzionali o consociativi".
Per Veltroni l'ipotesi di un'autosufficienza nasce in via subordinata, nel caso che con gli altri non si possa lavorare.
"Sono d'accordo. Ma aggiungo: L'omogeneità va cercata, costruita. In questo senso aspetto Rifondazione e la sinistra radicale alla prova d'autunno. Se vanno sulla strada delle 35 ore, se mettono aut aut sul welfare, sulle rendite finanziarie, se invocano l'applicazione ora e subito di alcuni punti, pur presenti nel programma, se rendono determinanti i voti dell'Udc, il rischio di andare a elezioni è altissimo. E certo, dopo una crisi di governo, sarà difficile ricostruire un'alleanza con loro".
Rutelli invoca "il nuovo conio", dice che le alleanze non sono per tutta la vita.
"Anche qui una domanda: lo sappiamo con chi stiamo governando adesso? Il programma va attuato, si devono cercare le condizioni per stare insieme. Non si può lasciare a sinistra del Pd, e fuori dalle responsabilità di governo, un partito del 15 per cento. Certo, Rifondazione e la sinistra radicale non devono tirare la corda ma bisogna evitare di provocarli. Io non sono Rutelli che considera il programma carta straccia e ogni giorno dà segnali di voler fare un'altra cosa. Io, al contrario, non sono pentita, dico a Rifondazione e agli altri che credo in quest'alleanza. Proprio per questo li avverto: "State attenti, non esagerate, soprattutto non parlate solo per ultimatum". http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/politica/partito-democratico-9/partito-democratico-9/partito-democratico-9.html
Il nuovo lessico del PD
«Le frettolose repliche polemiche alle ipotesi di "alleanze di nuovo conio" per i futuri governi di centrosinistra (...) ignorano le grandi potenzialità che può schiudere la nascita del Partito democratico; anzi, si affannano a cercare di sbarrare la strada a quello che sarà naturaliter un più che probabile sbocco per il Pd: decidere le alleanze in base al progetto in campo per governare e cambiare questo paese».
Messo in soffitta l'odioso "riformismo", usato e abusato negli ultimi 24 mesi, ecco che il nuovo asse Rutelli-Veltroni ( «è una intesa molto profonda e molto seria», conferma nientepopodimeno che l'impomatato per eccellenza, il cosiddetto senatore Antonio Polito, a uno così si crede a prescindere) si prepara a completare il ritorno allo schema parlamentare che ha consentito alla classe politica italiana di vivere negli agi per mezzo secolo.
 Messi ai margini i pericolosi comunisti (rivoluzionari DOC del calibro di Fausto Bertinotti, Cesare Salvi e Alfonso Pecoraro Scanio), il coraggioso duo Rutelli - Veltroni dà per cosa fatta la caduta di Romano Prodi e pensa alle elezioni anticipate, preparandosi a correre da soli, per poi sostituire i numeri di verdi, rifondaroli e sd-ini con la congrega cattolica di Casini più qualche raccogliticcio berlusconiano deluso.
Questa strategia permetterà di dar vita a un parlamento organizzato attorno a un grande PD al centro (era la DC) con partitulli ai lati (erano PSI, PSDI, PLI, PRI, Verdi, eccetera) con cui organizzare di volta in volta governicchi a tempo. Fino a pochi giorni fa si chiamava, molto volgarmente, "inciucio", oggi - nel lessico dei due bei giovani della politica italiana - diventa l'elegante modello delle "alleanze di nuovo conio". E' il PD baby, parole, non pugnette.
A margine di questa storiaccia giocata sulla pelle del paese c'è un aspetto pittoresco. Nell'orrido malforme bambino politico che sta per nascere, i più forti oppositori a questa deriva neodemocristiana sono proprio i due ex-democristiani (decenti) Rosy Bindi e Dario Franceschini. Come diceva il grande Indro Montanelli, "siamo nati sotto i democristiani e moriremo sotto i democristiani". Non c'è scampo, questo Partito (cosiddetto) Democratico l'Italia se lo merita proprio tutto. http://www.onemoreblog.it/archives/017280.html
ANCHE IO DUBITO DELLA "VERITA’" SULL’ 11 SETTEMBRE
DI ROBERT FISK
The Independent
Con mille timidezze e mille scuse anche l’esperto in medioriente del The Independent si sveglia e si dichiara "sempre più sconvolto dalle incoerenze nel resoconto ufficiale dell'11-9"
Ogni volta che tengo un seminario all'estero sul Medioriente c'è sempre qualcuno nel pubblico-solo uno-che io chiamo l’"agitato". Mi scuso qui con tutti gli uomini e le donne che vengono ai miei seminari con domande brillanti e pertinenti-spesso abbastanza umilianti per me come giornalista-e che mostrano di comprendere la tragedia del Medioriente molto meglio dei giornalisti che la raccontano. Ma l’"agitato" è reale. Egli si è presentato in forma corporea a Stoccolma e a Oxford, a Sao Paulo e a Yerevan, al Cairo, a Los Angeles e, in versione femminile, a Barcellona. Non importa quale sia il paese, vi sarà sempre un "agitato".
Lui-o lei-fa domande di questo tipo. Perché, se pensi di essere un libero giornalista, non scrivi di quello che veramente sai sul 11-9? Perché non dici la verità-che l'amministrazione Bush (o la C.I.A. o il Mossad, fate voi) ha fatto esplodere le twin towers? Perché non riveli i segreti dietro l'11-9?
L'assunzione in ogni caso è che Fisk sappia - che Fisk abbia un forziere pieno che contiene la prova definitiva di "ciò che tutto il mondo sa" (questa è di solito la frase)-di chi cioè abbia distrutto le torri gemelle. Qualche volta l'"agitato" è chiaramente fuori di testa. Un uomo a Cork ha urlato queste domande verso di me e poi-nel momento in cui ho suggerito che la sua versione del complotto fosse un po' strana-ha lasciato la sala, urlando insulti e dando calci alle sedie.
Di solito ho cercato di dire la verità; che mentre vi sono delle domande senza risposta sull’ 11-9, io sono il corrispondente dal Medioriente del The Independent, non l'esperto di cospirazioni; che ho sin troppi complotti reali tra le mani in Libano, Iraq, Siria, Iran, nel Golfo, ecc. da potermi occupare di complotti immaginari a Manhattan. Il mio argomento finale-che per me è conclusivo-è che l'amministrazione Bush ha rovinato qualunque cosa che abbia cercato di fare in Medioriente-militarmente, politicamente e diplomaticamente; quindi come potrebbe mai compiere con successo i crimini internazionali contro l'umanità dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti?
Sono ancora di questa idea. Qualunque militare possa affermare-come gli americani fecero due anni fa-che al Qaeda è in fuga, non sarebbe capace di compiere qualcosa della scala dell'11-9. "Abbiamo distrutto al Qaeda mettendola in fuga", disse il colonnello David Sutherland al riguardo della operazione con il ridicolo nome in codice "martello saettante" nella provincia irachena di Diyala. "La loro paura a fronteggiare le nostre forze dimostra che terroristi sanno che non c'è rifugio per loro". E così via, tutte cose false.
Entro poche ore al Qaeda attaccò Baquba con la forza di un battaglione e massacrò tutti i locali sheikh che avevano stretto la mano agli americani. Mi ricorda del Vietnam, la guerra che George Bush osservò dai cieli del Texas-il che potrebbe rendere conto del perché questa settimana egli abbia mischiato la fine della guerra in Vietnam con il genocidio in un diverso paese chiamato Cambogia, la cui popolazione fu alla fine salvata da qui stessi vietnamiti che i più coraggiosi colleghi di Mr. Bush avevano da sempre combattuto.
Ma veniamo al punto. Sono sempre più sconvolto dalle incoerenze nel resoconto ufficiale dell'11-9. Non sono i soliti ovvi non sequitur: dove sono le parti dell'aereo (motori ecc.) che ha attaccato il Pentagono? Perché i funzionari coinvolti nel volo United 93 (che si è schiantato in Pennsylvania) sono stati messi a tacere? Perché i residui del volo 93 sono sparsi per miglia quando si presume che si sia schiantato tutto d'un pezzo contro un terreno ? Ancora, non sto parlando della folle "ricerca" del libro "Alice in Wonderland and the World Trade Center Disaster" di David Icke-che dovrebbe far tornare qualunque uomo sano alla lettura della rubrica telefonica.
Sto parlando di questioni scientifiche. Se è vero, per esempio, che il kerosene brucia a 820 °C in condizioni ottimali, com'è possibile che le colonne d'acciaio delle torri gemelle-il cui punto di fusione dovrebbe essere intorno ai 1480 °C-hanno perso resistenza tutte allo stesso momento? (Sono crollate in 8,1 e in 10 secondi). Che cosa dire della terza torre-il cosiddetto World Trade Centre Building 7 (o Salmon Brothers Building) –che è crollato sulle sue stesse fondamenta in 6,6 s alle 5.20 del pomeriggio dell'11 settembre? Perché è caduto così precisamente al suolo anche se nessun aereo lo aveva colpito? Il National Institute of Standards and Technology americano è stato incaricato di analizzare la causa della distruzione di tutti e tre gli edifici. Non hanno ancora detto nulla sul WTC 7. Due eminenti professori americani di ingegneria meccanica-assolutamente non del ramo degli "agitati"-stanno ora perseguendo legalmente i ritrovamenti del rapporto finale sulla base che potrebbe essere "fraudolento o ingannatore".
Giornalisticamente sono avvenute molte cose strane a riguardo dell’ 11-9. I racconti iniziali dei giornalisti che avevano sentito "esplosioni" nelle torri-che avrebbero ben potuto essere la rottura degli assi-sono facili da ignorare. Un po' meno il resoconto che il corpo di una hostess era stato trovato in una strada di Manhattan con le mani legate. Ok, diciamo pure che queste erano solo voci, proprio come la lista della C.I.A. dei dirottatori suicidi arabi, che includeva tre uomini che erano-e ancora sono-vivi e vegeti in Medioriente, e che è stata un iniziale errore di intelligence.
Ma che dire della strana lettera presumibilmente scritta da Mohamed Atta, l'assassino-dirottatore egiziano con la faccia misteriosa, i cui consigli "islamici" rivolti ai suoi raccapriccianti commilitoni-e pubblicati dalla C.I.A.-hanno stupito qualunque mio amico musulmano in Medioriente? Atta citava la sua famiglia-che nessun musulmano, per quanto ignorante, includerebbe in una tale preghiera. Egli ricorda ai suoi colleghi assassini di dire la prima preghiera islamica del giorno e poi inizia a citarla. Ma nessun musulmano avrebbe bisogno di un tale promemoria-né tantomeno si aspetterebbe il testo della preghiera "Fajr" incluso nella lettera di Atta.
Lasciatemelo ripetere. Io non sono un teorico del complotto. Risparmiatemi gli agitati. Risparmiatemi le congiure. Ma come chiunque altro vorrei sapere tutta la storia dell'11-9, nondimeno perché è stata il detonatore di tutta la folle, pretestuosa "guerra al terrorismo" che ci ha portato al disastro in Iraq e in Afganistan e in gran parte del Medioriente. Karl Rove, il, fortunatamente, ex consigliere di Bush, una volta disse che "ora siamo un impero e possiamo creare la nostra realtà". Vero? Almeno ditecela. Farebbe smettere alle persone di dare calci alle sedie.
Titolo originale: "Robert Fisk: Even I question the 'truth' about 9/11"
Fonte: http://news.independent.co.uk
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25.08.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
Aerei e disinformatzja
di Giulio Danieli
Chi avrà prestato attenzione alle notizie che riguardano i mezzi aerei in generale, avrà forse intercettato, nel mese di agosto, alcune curiose reticenze da parte dei nostri mezzi di informazione.
Molti ricorderanno le proteste e l'incidente diplomatico, intercorsi il 6 agosto tra Georgia e Russia, a causa di un missile trovato inesploso a 65km da Tbilisi [1]. Un ordigno di 640kg (armato con 140 kg di tritolo)[2], è stato ritrovato dopo la presunta violazione dello spazio aereo georgiano da parte di un caccia-bombardiere russo.
Lo notizia, regolarmente riportata dai mezzi di informazione [3], tiene banco per qualche giorno, e poi non se ne parla quasi più.
Pochi giorni dopo, Putin annuncia un nuovo piano di difesa antiaerea[4], in occasione della visita al nuovo centro radar di San Pietroburgo. La notizia ha pochissimo risalto.
Il 17 agosto viene invece rilanciato da tutte le agenzie di stampa e dai giornalisti, l'annuncio di Putin[5] che la Russia riprende "su base permanente" i voli dei bombardieri[6] a lungo raggio, fermi dal 1992 . L'annuncio è stato ufficializzato al termine di una esercitazione militare congiunta Pechino-Mosca, iniziata il 9 agosto in Cina e continuata in Russia, in un quadro più complesso di collaborazioni internazionali dello "Sco", organizzazione militare che vuole giocare un maggior ruolo nella lotta al terrorismo ...
... e fare da contraltare alla Nato nella Regione.
La notizia, dicevo, viene ripresa da pressoché tutti i mezzi di informazione e, in verità, liquidata un po' perentoriamente, almeno dai giornalisti italiani, con lo slogan "minaccia della ripresa di una nuova guerra fredda", collegandolo al "dispetto diplomatico" di instaurare lo scudo antimissile USA alle porta della Russia.
In effetti il 22 agosto si succedono nuove polemiche, con reciproche accuse e smentite tra Georgia e Russia, seguite l'indomani dalla anticipata integrazione dei radar georgiano nel sistema NATO. I Georgiani a ripetere della violazione dello spazio aereo (con dettagli precisi) e i Russi negando tutto e sostenendo anzi che quella del missile fosse una messinscena.
Non trovano più spazio sui giornali invece altri fatti, collegati ai precedenti e forse anche molto più interessanti.
1. secondo Sky News, due jet "Typhoon" della Raf hanno intercettato un bombardiere russo "Bear-H". Il ministero della Difesa britannico ha confermato di aver fatto scortare l'apparecchio russo il 17 agosto_[7,8].
C'era stato in realtà qualche precedente:
- circa un mese prima, due caccia della Raf erano decollati urgentemente per aver individuato due bombardieri russi al largo della Norvegia;
- l'8 agosto due bombardieri russi si erano invece avvicinati nel Pacifico ad una esercitazione aeronavale USA.
(Quindi, a dir poco distratti, i giornali che il 17 agosto riportano l'annuncio di Putin e non evidenziano i recentissimi antefatti).
2. il 23 agosto, lo stesso giorno in cui la Georgia ufficializza l'ingresso anticipato nello scudo radar NATO_[9], precipita un caccia-bombardiere tattico russo[10], per una improvvisa avaria che ne ha interrotto la alimentazione elettrica. Ne è conseguito la sospensione dei voli da parte delle autorità militari russe_[11].
La storia per ora finirebbe qui. Anche se ultimissime notizie registrano ancora presunte nuove violazioni aeree, regolarmente smentite_[12,13].
Dobbiamo davvero credere a certe coincidenze? Dobbiamo credere alle "improvvise avarie" in un aereo, simile al F111 USA o al Tornado europeo, cioè un caccia dai costi favolosi, prodotto in oltre 1200 esemplari (ce li hanno anche Iraq, Iran, Libia e Siria)?
O forse, invece di rifilarci il solito tormentone sul giallo estivo, l'immancabile matrimonio VIP, i paparazzi, le tasse, i fotomontaggi, ecc., era più opportuno che queste notizie fossero messe con più evidenza in collegamento fra loro, e seguite magari da una indagine specifica in proposito?
Giulio Danieli (dr_julius)
NOTE:
1.Georgia denunica raid aereo della Russia
2.scheda tecnica missile
3.rassegna stampa
4.Putin annuncia scudo antimissile
5.Putin annuncia ripresa dei voli strategici a lungo raggio
6.scheda tecnica bombardieri
7.Caccia GB scortano bombardiere russo
8.Caccia russo intercettato nei cieli di Inghilterra
9.Georgia anticipa integrazione radar nella NATO
10.Precipita jet russo
11.Russia sospende i voli
12.Tbilisi accusa nuove violazioni aeree e il presunto abbattimento di jet russo
13.Russia smentisce abbattimento velivolo in Georgia
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2004
MEMORIA. ELENA LOEWENTHAL RICORDA RAUL HILBERG
[Dal quotidiano "La Stampa" del 9 agosto 2007 riprendiamo il seguente
ricordo.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Raul Hilberg, nato a Vienna nel 1926, esule negli Stati Uniti con la
famiglia dal 1939, nel 1944 come volontario nell'esercito americano
combatte' in Europa nella guerra contro il nazismo. Allievo di Franz
Neumann, docente universitario, storico, e' il piu' autorevole studioso
dello sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti. E' deceduto nell'agosto
2007. Opere di Raul Hilberg: la sua opera fondamentale e' La distruzione
degli Ebrei d'Europa, Einaudi, Torino 1995, un libro che e' indispensabile
leggere. Cfr. anche Carnefici, vittime, spettatori, Mondadori, Milano 1994]
Se n'e' andato qualche giorno fa, coperto da quell'omerta' che sotto
l'ombrellone, quand'e' tempo di vacanze, avvolge le notizie tristi. Raul
Hilberg e' morto il 4 di agosto, a ottantuno anni. Aveva lasciato Vienna
adolescente insieme alla famiglia, nel famigerato 1939. Ma torno' in Europa
qualche anno dopo, con l'uniforme dell'esercito americano. A Monaco venne
incaricato dai suoi ufficiali di badare ai locali del partito nazista ormai
disfatto: la scoperta di casse e casse di carta stampata - la biblioteca
personale di Hitler - segno' la sua vita.
E' raro, infatti, trovare una carriera di storico votata cosi' come la sua
interamente a un'unica - per quanto enorme - questione. Gia' la sua tesi di
laurea, infatti, porta il titolo dell'opus magnum in piu' volumi che uscira'
alcuni anni dopo di allora: La distruzione degli ebrei d'Europa apparve in
inglese nel 1961 ma solo nel 1982 venne tradotta in tedesco. L'edizione
italiana, in due volumi, arrivo' nel 1999 per le edizioni Einaudi e continua
a rappresentare il punto di riferimento principale nella storiografia della
Shoah. Un'opera monumentale ma dalla scrittura densa, profonda, sempre in
stretto contatto con una smisurata mole di documentazione d'archivio.
Sin dai tempi della sua tesi di laurea, al Brooklyn college e sotto la guida
di Franz Neumann, Hilberg era convinto che questa storia, questa mostruosa
frattura nella modernita', non potesse restare affidata ai racconti dei
sopravvissuti, a una labile tradizione orale. A partire dal rifiuto del
termine "olocausto", carico di un'inadeguata valenza religiosa, in favore
del piu' asettico ma anche drastico "distruzione", Hilberg traccia i confini
del metodo storiografico nel contesto di quegli anni e di quella tragedia.
La stessa Hannah Arendt, durante la sua esperienza d'ascolto al processo
Eichmann, ha modo di citare come esempio l'indefessa ricerca di Hilberg. Che
resta tuttora un modello di equidistanza armata di pathos: lo storico non e'
certo distante dalla bruciante materia che affronta. La sua esperienza di
vita e' anzi parte integrante, e sofferta, di questa storia. Eppure la
precisione documentaria, la fedelta' all'immenso bagaglio di fonti raccolte
lungo tutto una vita, non cedono mai il passo al grido di dolore. Hilberg si
tenne sempre distante da ogni radicalismo, vuoi sentimentale vuoi
metodologico. La sua storia di quegli anni, vista attraverso l'obbrobriosa
lente della soluzione finale, e' un immenso affresco della memoria. nonviolenza@peacelink.it
Bosnia a due ruote
scrive Nicole Corritore
Foto tratta da www.zelenkovac.org
Creare sentieri ciclabili in Bosnia Erzegovina e così unirla all'Europa. Se ne parlerà in questi giorni a Zelenkovac in un appuntamento promosso dall'associazione locale Green Tour
A seguito del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra, in cui si sono visti protagonisti programmi di ricostruzione materiale del paese, la società civile bosniaca si è attivata in maniera crescente nel settore ambientale. Una sensibilità sicuramente influenzata dal coinvolgimento in programmi di cooperazione ma che, nonostante la forte decrescita nell'ultimo decennio della presenza di soggetti della cooperazione internazionale e di sostegno economico estero, è aumentata e si è diversificata.
L'attenzione alle problematiche ambientali in una certa fascia della popolazione bosniaca si può dire sia cresciuta nella misura in cui le risposte ai bisogni “primari”, quali la possibilità di rientrare nei territori di originaria residenza, la ricostruzione della propria abitazione, l'abbassamento della tensione sociale legata al post-conflitto, sono state in qualche misura date.
Di certo, come risulta da molteplici analisi della situazione economica, sociale e politica nel paese – dalle quali ad esempio emerge che circa il 40% della popolazione residente in Bosnia Erzegovina è tutt'oggi disoccupata e indigente - a 12 anni dalla fine del conflitto molti sono ancora i nodi irrisolti fonte di malessere sociale. Nonostante ciò, molte sono le associazioni e le organizzazioni non profit locali che si battono per il miglioramento delle condizioni ambientali del proprio territorio, cercando di coniugare la propria attività specifica con l'avvio di progetti di sviluppo locale, come il turismo sostenibile.
E' proprio su queste basi che si inserisce l'iniziativa “Green Ride Tour” e “Green Days” che inizia domani 24 agosto a Zelenkovac – villaggio situato in Bosnia nord-occidentale - e si conclude domenica 26 agosto. Si inizierà inaugurando un sentiero ciclabile, a cui seguiranno due giorni dedicati all'incontro di singoli ed organizzazioni che lavorano nel campo del turismo responsabile e della tutela ambientale. L'iniziativa è organizzata da “Green Tour”, associazione non profit nata nel maggio del 2006, con sede a Sarajevo e che vede al suo interno una serie di organizzazioni – non solo verdi – di Mrkonjic Grad, Sarajevo, Banja Luka e Bihac.
“Scopo principale di “Green Days” è offrire spazio di discussione e di pianificazione del prossimo triennio di attività ad una rete di individui, organizzazioni e altri soggetti bosniaci interessati a risolvere alcune problematiche che colpiscono il paese basandosi strettamente sul concetto di sviluppo sostenibile socio-politico, ambientale ed economico.” Dichiara Emir Dervisevic, a nome dell'associazione. "Saranno 15 le organizzazioni presenti a Green Days per un totale di 40 persone, compreso rappresentati della municipalità e dell'Agenzia per lo sviluppo sostenibile di Mrkonjic Grad.”
“Anche da un'analisi molto superficiale, emerge che il potenziale delle zone rurali della Bosnia Erzegovina è per la maggior parte trascurato e non utilizzato. Molti villaggi stanno attraversando una pesante crisi socio-economica, crisi il cui esito è incerto. Noi siamo convinti che se non ci si impegna seriamente, tutti insieme a costruire reali occasioni di sviluppo sostenibile dei villaggi, neppure le città avranno un futuro” continua Dervisevic.
Secondo Dervisevic il futuro delle città dipende dunque strettamente dallo sviluppo sostenibile ed eco-compatibile che si riuscirà a costruire nelle zone rurali: “E' imprescindibile, per il futuro di questi villaggi, il potenziamento della produzione di prodotti agricoli biologici e il sostegno a iniziative di agriturismo e di eco-turismo. Solo così essi diverranno luoghi accoglienti, sia per viverci e lavorarci, che per andarci in visita”.
Parole alle quali si legano progetti già avviati, pur con fondi finora raccolti esclusivamente in loco o grazie all'autofinanziamento degli stessi volontari del gruppo. Il primo nell'ambito del sostegno alla produzione di prodotti biologici: creando rete tra produttori locali, facilitando lo scambio di informazioni sui processi tecnologici di settore, sostenendo l'allargamento del mercato di tali prodotti.
I due successivi sono legati ad un'area di intervento su cui Green Tour investe molto: la mappatura del territorio per la creazione, entro settembre 2007, di 400 km di sentieri ciclabili forniti di segnalazioni, pannelli informativi anche con l'utilizzo di tecnologie elettroniche e satellitari. Il progetto è denominato “Quattro fiumi” proprio perché i sentieri intendono coprire un'area situata tra quattro fiumi (Vrbas, Pliva, Sana e Una) oltre che toccare numerose municipalità: Banja Luka, Bihac, Drvar, Glamoc, Jajce, Kljuc, Knezevo/Skender Vakuf, Prijedor, Sanski Most, Morkonjic Grad e Ribnik.
E' in questo ambito di azione che si inserisce l'iniziativa del 24 agosto, “Green Ride Tour”: un gruppo di ciclisti, di cui una delegazione arriverà dall'Italia grazie a Viaggiareibalcani, percorrerà il sentiero finora realizzato (Prijedor, Sanski Most, Sanica, Kljuc, Ribnik, Zelenkovac, Drvar, Martin Brod, Kulen Vakuf). Il tuor servirà per testare il sentiero stesso, migliorarlo e poi riprodurre le stesse infrastrutture in tutta l'area coinvolta dal progetto.
“Il nostro desiderio, è mettere in rete tutti coloro che intendono attivamente rendere possibile, nell'arco di tre anni, la realizzazione in Bosnia Erzegovina di un lungo tratto di “Sentieri ciclabili verdi”. Anche, se non soprattutto, per inserire la Bosnia Erzegovina nella più ampia rete delle tratte europee dei sentieri ciclabili” aggiunge Dervisevic. Obiettivo che sarebbe possibile se venisse realizzata la tratta Ljubljana-Beograd (definita “Savska biciklisticka magistrala”) e si collegasse il sentiero previsto dal progetto di Green Tour con la tratta “Dunava” e la tratta “Adriatica”.
Il gruppo “Green Tour” è cosciente che il progetto è difficilmente realizzabile senza il supporto e il coinvolgimento di altri gruppi, anche fuori dal territorio bosniaco. Si è infatti già messa in contatto con la "European Cyclist's Federation" fondata nel 1983 e ad oggi composta da 50 associazioni di 30 paesi, per valutare come inserirsi nel progetto “Eurovelo” che tale federazione sta portando avanti da anni. Si tratta della realizzazione di cicloitinerari (European Cycle Route Network) in grado di collegare tutti i paesi europei, che ad oggi vede parecchie aree dei Balcani ancora escluse, lasciando nella cartina dei sentieri europei a due ruote un grande buco nero.
Si veda il programma di “Green Days”.http://www.balcanicooperazione.it/article/articleview/8155/1/321/
ANCORA UN GIORNALISTA UCCISO IN CIRCOSTANZE POCO CHIARE
Un altro giornalista somalo è stato ucciso oggi in circostanze ancora da chiarire. La MISNA lo ha appreso da fonti locali, le quali precisano che Abdulkadir Mahad Moallim Kaskey, corrispondente dalla provincia sud-occidentale di Gedo per Radio Banadir, è morto questa mattina presto nel villaggio di El Ilan, quando uomini armati non identificati hanno aperto il fuoco contro il minibus su cui viaggiava il giornalista. Nell’attacco anche un altro passeggero sarebbe rimasto ferito. Abdulkadir era anche un membro del principale sindacato dei giornalisti somali, Nusoj, il cui segretario, Omar Faruk Osman, oggi ha denunciato l’omicidio, definendo l’attacco “un atto organizzato”. Faruk ha chiesto alla comunità internazionale di “condurre indagini internazionalI sulla recente ondata di uccisioni di giornalisti” in Somalia. Abdulkadir è il terzo giornalista ucciso in Somalia nelle ultime due settimane, mentre molti altri professionisti dell’informazione nel paese continuano a ricevere minacce di morte. [MZ]
http://www.misna.org/
| L'isola che non c'era |
| Vicino al Polo Nord, con lo scioglimento dei ghiacci, emergono rocce non segnalate dalle mappe |
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Scritto per noi
da Veronica Fernandes
A causa del riscaldamento globale dovremo ridisegnare cartine, planisferi e mappamondi. Almeno per quanto riguarda il Polo Nord e i suoi non più ghiacciati dintorni. Da quando la calotta polare ha cominciato a sciogliersi, nell'arcipelago delle Svalbard, in Norvegia, sono aumentate le isole: abbassandosi il livello delle acque, gli scienziati hanno potuto scoprirne l'esistenza. Il primo a trovarne una era stato il californiano Dennis Schmitt nel 2001.
Gli studi. Da quando sono iniziate le misurazioni negli anni '70, il livello dei ghiacci è il più basso in assoluto. Secondo Carl Egede Boggild, docente all'Università di Svalbard, ogni anno se ne scioglie una superficie pari a tre volte l'estensione totale dei ghiacciai delle Alpi. Se il processo non si può invertire, con lo stesso ritmo del ritiro dei ghiacciai verranno scoperte nuove terre e nuove isole. E' proprio per cercare di prevedere quali nuovi fenomeni naturali avranno come teatro il Polo Nord che dal 20 al 22 agosto si sono riuniti a Ny Alesund, in Norvegia, i massimi esperti climatici del pianeta. Il pool di scienziati ha come obiettivo quello di disegnare una mappa, seppur provvisoria, della zona, in collaborazione con la Geological Survey of Denmark and Greenland. L'organizzazione, che dipende dal governo danese, si occupa di mappare il circolo polare artico in modo da localizzare le risorse minerarie, petrolifere e naturali.
Che cosa c'è sotto. Al Polo Nord, oltre alle isole, emergono anche le possibilità di guadagno. Protetti dai ghiacci ci sarebbero 50 miliardi di barili di petrolio o, se al conto si aggiunge il gas naturale, il 25 percento delle risorse energetiche mondiali non ancora scoperte. Lo ha dimostrato una ricerca della Us Geological Survey del 2005, che ha disegnato una mappa provvisoria dei tesori dei fondali marini artici. Uno studio analogo russo, che puntava a scoprire le riserve di gas naturale, ne rilevata una quantità pari a 10 miliardi di tonnellate. A questi dati, però, dicono gli esperti, va fatta la tara. Bisogna sottrarre i costi per la costruzione degli impianti estrattivi, il tempo necessario perché lavorino a pieno regime e l'effettiva quantità di risorse estraibile. Rimangono però i giacimenti di oro e diamanti, e di minerali. Secondo la Us Geological Survey sotto il Polo Nord ci dovrebbero anche imponenti giacimenti di uranio, oltre a rame, zinco, nichel e alluminio.
Il Polo della discordia. Scoperte le risorse, rimane il problema dell'attribuzione. Adesso il Circolo polare artico non è sotto la giurisdizione di nessuno stato ed è amministrato dall'Isa, l'Autorità internazionale per i fondali marini, con sede nella capitale giamaicana Kingston. Secondo la Convenzione Onu del 1982 sul diritto del mare, i Paesi che si affacciano sul Polo hanno diritto allo sfruttamento solo dei 320 km a nord della loro linea costiera, a meno che non provino un ulteriore collegamento sottomarino tra il loro territorio e l'artico. Di cui nessuno vuole perdere i tesori sottomarini. La Russia è stata la prima a conficcare la sua bandiera (di titanio) nella banchisa artica, a 4.300 metri di profondità. Subito dopo il premier canadese Stephen Harper ha lanciato "una politica aggressiva", come ha ribadito in una sequenza di conferenze stampa, da 5,3 miliardi di euro: costruirà 8 navi e una base militare per farle attraccare. E lui stesso è andato in visita ufficiale. Quello a cui punta il Canada sono i giacimenti diamantiferi di cui si è parlato: il settore, nel Paese, raggiunge all'anno un fatturato di due miliardi di dollari. Arrivata terza e grazie a un rompighiaccio svedese, la Danimarca. Helge Sander, il ministro delle Scienze, ha dato inizio a una missione di un mese per provare la connessione territoriale tra la Groenlandia, possedimento danese, e il Polo Nord. "I risultati sono promettenti - ha detto la Sander - e abbiamo già pianificato altre spedizioni per il 2009 e il 2011". Gli Stati Uniti, invece, si dicono fuori dalla corsa all'Artico, ma intanto venerdì scorso, dal porto di Barrow, in Alaska, è partito il rompighiaccio a stelle e strisce. E' la quarta spedizione in tre anni, dicono, e ha come obiettivo l'aggiornamento della mappatura delle risorse.
Le zone limitrofe. Nel frattempo, sono riemerse le dispute per i dintorni del Polo tra coppie di Paesi. Danimarca e Canada si contendono l'isola di Hans, nello stretto di Nares. Anche se nel 1973 si sono spartiti tutti i territori, quei 100 metri quadrati di roccia sono rimasti senza padrone e potrebbero rivelarsi strategici per lo sfruttamento delle risorse polari. Gli Usa, invece, non riconoscono la sovranità canadese sul famoso "passaggio a nord-ovest" che collega Atlantico e Pacifico, anche se sembra abbiano trovato un compromesso: Washington avvisa se una sua nave attraversa le acque contese, e Ottawa non può negare l'accesso. Sempre acqua anche tra Russia e Usa, secondo cui la porzione di mare controllata da Mosca nel "passaggio a nord-est", la via marittima che costeggia la Siberia settentrionale, è superiore a quanto consentito dalle leggi internazionali. Per provare la propria sovranità sul Polo Nord e sulle zone limitrofe, i Paesi hanno tempo fino al 2014 per raccogliere prove scientifiche, poi l'ultima parola spetterà alla Corte internazionale di Giustizia che deciderà a chi attribuire la sovranità sul Polo. Ma potrebbe rimanere una terra di nessuno.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8600
Vescovo di Hyderabad: Attacchi terroristi, un atto di codardia
di Nirmala Carvalho
Mons. Marampudi Joji condanna le due esplosioni che hanno ucciso 42 persone e ferito altre 60. Medici e infermieri cattolici precettati per offrire aiuto alle vittime. Scuole e parrocchie usate come luoghi di rifugio per la popolazione spaventata dalle violenze contro gli innocenti.
Hyderabad (AsiaNews) – “La Chiesa di Hyderabad condanna con forza questo attacco terrorista. È terribile che individui possano scatenare una simile ondata di terrore su cittadini innocenti. Queste bombe sono un atto di codardia”: così mons. Marampudi Joji, arcivescovo cattolico di Hyderabad, nel condannare le due esplosioni che ieri hanno ucciso almeno 42 persone e ferite altre 60 in due attacchi diversi nella capitale dell’Andhra Pradesh (India del sud). Mons. Joji ha chiesto a tutti i dottori e infermiere cristiani – alcune migliaia – di prodigarsi per tutta la notte e per oggi per far fronte alle necessità della gente. Anche le istituzioni caritative – scuole, ospizi e parrocchie – sono state aperte tutta la notte per offrire ospitalità, cibo, sicurezza a molte famiglie che per timore non volevano tornare a casa.
La prima esplosione è avvenuta ieri alle 19.50 (ora locale) al Gokul Chat Shop, in un’area chiamata Kothi. Un’altra è avvenuta pochi minuti dopo in una zona a circa 5 km di distanza, in un auditorium dove si svolgeva uno spettacolo di luci laser. Al momento dell’incidente erano presenti almeno 500 persone. Lo scoppio è avvenuto nelle file centrali, pochi minuti dopo l’inizio dello spettacolo.
Un testimone oculare racconta ad AsiaNews: “I due luoghi sono una grande pozza di sangue. Volevano colpire proprio degli innocenti: una bomba è scoppiata in un centro di fast food; l’altra in un parco di divertimenti, il Lumini Park. I cadaveri erano ammassati l’uno sull’altro e alcuni corpi sono stati decapitati dalle deflagrazioni; altri sono smembrati fino ad essere irriconoscibili. L’intera città è nel panico”.
K Jana Reddy, ministro dell’Andhra Pradesh, ha definito le due esplosioni “un atto terroristico”. Un rappresentante della polizia ha dichiarato che l’esplosivo usato in entrambi i casi è simile a quello usato dai terroristi nell’attacco alla moschea Mecca Majid lo scorso maggio, di cui non si conoscono ancora gli autori. Sriprakash Jaiswal, ministro degli Interni, ha detto che i due gesti sono”un tentativo di distruggere l’unità della nazione”. L’Andhra Pradesh è il terzo stato dell’India, con una popolazione di 76,2 milioni di abitanti. L’80% è di religione indù, il 9% musulmana; il 4% cristiana.
Da ieri la sicurezza e i controlli sono stati aumentati nella capitale. Si temono altri attacchi, anche perché per oggi sono programmati più di 10 mila matrimoni, occasioni di raduno, ma anche di possibili violenze e scontri.
Parlando ad AsiaNews, mons. Joji esprime la sua “profonda partecipazione e condoglianze alle vittime di questi attacchi e alle loro famiglie”. Il prelato ha chiesto che in tutte le messe di oggi vi siano “preghiere perché Cristo possa consolare le famiglie di coloro che sono periti nelle esplosioni. Forse l’aiuto più importante è offrire un senso di speranza in questi tempi di apparente disperazione”.
Le migliaia di dottori, infermieri e personale sanitario cattolico hanno ricevuto il permesso speciale di poter essere esenti dalla messa domenicale per offrire tutto l’aiuto possibile alle vittime degli attacchi.
Nella zona dove sono avvenute le due esplosioni vi sono anche alcune parrocchie cattoliche. “Ho telefonato personalmente alle 30 parrocchie della diocesi e ho detto loro di essere cauti, controllando ogni attività sospetta fuori delle chiese e delle scuole cattoliche. Senza panico, necessario prendere misure preventive per assicurare l’incolumità dei nostri fedeli”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10140&size=A
USA : membro guardia nazionale gestiva sito per uccidere
di Rico Guillermo*
Un sito internet dal nome ComeUccidereLaGente che si propone come eliminare gli idioti in circolazione. Una storia da ridere se fosse un film, meno divertente scoprire che invece e' la realta', e che l'autore del web non e' un terrorista, ma un militare, assistente di un generale della Guardia Nazionale della California.
"Io, sinceramente, non vorrei nient'altro che aiutare nel macello all'ingrosso di ogni idiota sulla faccia del pianeta", scrive sul sito l'aviatore anziano Travis Gruber, di Sacramento, California, ed in un suo blog denigra gli Afroamericani, gli Ebrei, gli Asiatici, le donne, i gay e i disabili, raccontando episodi di personale intolleranza.
Fino a mercoledi', Gruber - che sul sito non si identifica come membro della Guardia Nazionale della California, era l'assistente e l'autista personale del generale William Wade, il capo del corpo, in un ruolo che gli ha dato accesso al governatore Arnold Schwarzenegger, su cui l'aviere ha anche scritto un post mettendone in dubbio l'intelligenza, fatto proibito dalla legge militare.
Dopo avere appreso del sito mercoledi' e dopo le polemiche che ne sono derivate, il corpo ha iniziato una inchiesta. L'indagine mira a verificare se sul web ci sono violazioni delle leggi e delle regole militari. La Guardia ha sposto Gruber in permesso amministrativo in attesa dei risultati dell'inchiesta, come comunicato da portavoce al Seattle Times.
Gruber ha fatto autocritica ed ha cercato di minimizzare il suo operato. Sebbene gli episodi raccontati rispecchiassero datti realmente accaduti, con qualche riferimento anche al generale, per il quale usava un nomignolo - di aver scritto in completo anonimato, l'aviatore ha anche sottolineato di aver scritto in anonimato.
Malgrado il nome, il sito non contiene istruzioni su come uccidere la gente, ma riporta fra l'altro parecchie immagini fatte da Gruber con quelle che sembrano essere armi automatiche, compresa una di lui che mostra una pistola a dei neri in vesti tribali.
* si ringrazia Claudio Giusti
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 26 2007
I fenomeni macroeconomici sono ben noti per avere delle soglie, ovvero degli effetti a valanga, dovuti al fatto che a volte le constellazioni sociali in cui agiscono raggiungono un punto di rottura.
Ci sono decine di esempi negativi, tipo il recente sgonfiamento del mercato immobiliare, ma ce ne sono anche di positivi. È di questi giorni la notizia che in Germania, per la prima volta dalla riunificazione, lo Stato non sta facendo più debiti.
Quello che è successo qui per più di quindici anni è stato un esperimento sociale ed economico senza precedenti. La Germania si è trovata in un sol colpo ad avere 17 milioni di persone in più, persone che uscivano da un'esperienza statalista piuttosto devastante per l'economia e per la mentalità imprenditoriale.
La situazione della Germania Est non era molto diversa da quelle delle Polonia e dell'Ungheria. Solo che qui, invece di applicare le teorie liberiste pure, si è preferita una via più sociale: cambio del marco 1:1, sussidi di disoccupazione, investimenti statali. Con un impegno debitorio notevole e con transfer economico Ovest->Est uguale all'attuale debito pubblico italiano.
Sono esattamente i metodi che dappertutto sono classificati come non funzionanti e come antistorici, in un periodo in cui la sola visione accettata è l'hire and fire e il lasciare le persone trovarsi le soluzioni da sole, costi quel che costi.
Che cosa ha voluto dire l'applicare correttivi sociali ad una scelta di mercato? Anzitutto ha voluto dire una tassazione più elevata nella parte ovest. Molto più elevata. Sia per le aziende che per le persone fisiche.
È stato un male? Praticamente è stato molto più di un bene. La realtà è stata che l'intera parte ovest, in particolare il sud, ha iniziato una corsa alla produttività senza eguali. Il risultato sono regiorni altamente specializzate che hanno PIL cinese, il record di esportazioni mondiali e salari elevatissimi. Fenomeno unico nel mondo occidentale avanzato.
L'altro risultato è stato la creazione dal nulla, inizialmente con sovvenzioni e poi via via senza, di un tessuto economico altamente tecnologico all'Est, principalmente intorno al comparto delle nuove energie e dell'elettronica.
Perchè è stato un bene "aiutare" socialmente una parte del paese? Semplicemente perchè ha fatto focalizzare l'altra sull'unico aspetto che conta nella creazione di ricchezza, la produttività.
Insomma, una tassazione equa e solidale ma non oppressiva, il supporto per regioni in via di sviluppo e l'accettazione del principio che le persone non debbono essere lasciate a marcire per strada se non ce la fanno, funziona. Funziona ed è vincente.
Magari a quelli del PdL (Partito dei Lobotomizzati) che propongono scioperi fiscali potrebbero venire dei dubbi; gli stessi che hanno un'opportunità analoga (tra Nord e Sud Italia) e non la sanno sfruttare. Perchè non sanno come si fa.
Sono vent'anni che ci propongono fantastiche teorie economiche e non hanno combinato nulla. Se ne andassero a casa.http://carlettodarwin.blogspot.com/
I poliziotti alle maniestazioni
Quel comunista di Suzukimaruti segnalava questa inverosimile storia di agenti provocatori infiltrati in una manifestazione a incitare alla violenza.
Da tipico comunista paranoico, Enrico insinua anche che i provocatori fossero in realtà poliziotti!
Meno male che è stato clamorosamente smentito da questo comunicato della polizia stessa, che dichiara che in effetti, ehmm... ebbene... è vero: erano degli agenti. Ma buoni.http://www.gaspartorriero.it/blogger.html

Lo devo ad Enzo, alla sua memoria di Uomo, alla sua voglia di capire, di vivere, e alla dignità alla grandezza d’animo della sua splendida famiglia (alla quale, se si trovasse a passare di qua, mando un abbraccio forte davvero). La verità sulla tragica fine di Enzo Baldoni rimane ancora per tanti versi oscura. Non c’aveva capito niente nessuno: i nostri servizi segreti, la Croce Rossa di Scelli, "Libero" del Betulla Farina e del “buontempone” Feltri. E così: depistaggi, omissioni, calunnie al free lance di "Diario", presentato durante la breve detenzione prima della tragedia, nella migliore (?) delle ipotesi come “un pirlacchione spericolato” o nella peggiore come “amico dei terroristi”. Le opinioni, finché restano opinioni, sono tutte anche dolorosamente ammissibili, quando invece diventano insulto, accanimento gratuito, campagne di denigrazione, calunnie a chi peraltro non può difendersi, sono “massacri spudorati”. Allora riporto alcuni contributi per capire meglio la questione, quello dei suoi colleghi di “Diario” (leggi: Sismi, la campagna d'Iraq) e quelli dell'"ostinato" Pino Scaccia (ad es. qui e soprattutto qui), divenuto amico di Enzo proprio in Iraq, che ha condiviso con lui l’ultimo periodo prima del rapimento. Cercano di ricostruire, di capire, e ci offrono chiavi di lettura basate sulle testimonianze dirette e sulle notizie uscite faticosamente e raccolte nel corso dei mesi, degli anni successivi. Poi ci sono le prime pagine di quei giorni di "Libero", “in prima fila, a suonare la grancassa della denigrazione, il quotidiano della fonte «Betulla» (Renato Farina), forte di un rapporto privilegiato con il servizio segreto militare” (cfr qui). Qui sopra trovate documentazione visiva delle prime pagine di quei giorni e a fine post 2 articoli di fondo in versione integrale del duo Farina&Feltri.
Memoria e documentazione, per comprendere i fatti e le persone e per non dimenticare. Enzo probabilmente rileggendoli ora farebbe grasse risate prendendoli fortemente per il culo. Che volete, a chi ha capito il “grande minestrone cosmico” e le complessità della vita, gli rimane naturale prendere per il culo quei piccoli omuncoli invidiosi e violenti che si agitano e sgomitano per un posto nelle “guerre-sante-infinite” dei loro minuscoli mondi. E’ molto meno faticoso riderne, ed Enzo, ne sono sicuro, sarebbe “troppo pigro per portare rancore” (cit. da Sid, “l’era glaciale”).
Di seguito, ecco i 2 fondi di "Libero" di quei giorni e l'inizio del fondo scritto alla notizia dell'omicidio di Enzo.
VACANZE INTELLIGENTI di RENATO FARINA (da Libero, 24/08/2004)
Alle 16 di ieri, come quarta notizia di Al Jazeera, è stata mostrata la faccia barbuta di un uomo. In inglese ha detto: «Sono Enzo Baldoni». Aveva una polo grigia e l'aria tranquilla. Forse un po' troppo. Pareva un turista per caso. Il comunicato dell'"Esercito islamico in Iraq" (Al-Jeish Al- Islami-si-Iraq) ha posto un ultimatum a Berlusconi: o ritira entro 48 ore le sue truppe, e lo fa in modo chiaro, con un decreto firmato, o «non garantiamo la sicurezza di Baldoni ». Vuol dire che lo ammazzano. Il gruppo ha un simbolo molto simile a quello di Al Zarqawi, il decapitatore professionista per conto di Osama Bin Laden. Si deve a questo simpatico esercito l'uccisione di un ingegnere e di un autista pachistani il 28 luglio scorso in Iraq. Al Jazeera non ha trasmesso le immagini dei pachistani perché «sconvolgenti". Abbiamo capito cosa gli hanno fatto. Eppure Baldoni appare straordinariamente rilassato. Come se avesse un asso nella manica. Lo sappiamo su che cosa conta: sulle proprie idee. In fondo, è un loro simpatizzante. Perché dovrebbero fargli del male? È un giocherellone della rivoluzione. Repubblica ha pubblicato un suo decisivo reportage: «Le mie vacanze col brivido». Dopo le ferie intelligenti, proviamo a fare quelle sconvolgenti. Ecco il ritratto che dedica su “Linus" al Chapas: «Marcos: culo e carisma». E questo sarebbe giornalismo di sinistra? Vogliamo dirlo: è un simpatico pirlacchione. Lo scriviamo tremando. Sappiamo che ci sono moglie, genitori e fratelli in lacrime. Desideriamo gli sia restituito vivo e vegeto. Evitiamoci le tirate patetiche però. Signori di Al Qaeda, proprio dal vostro punto di vista, non vale la pena di ammazzarlo. Restituitecelo, farà in futuro altri danni all'Occidente come testimonial della crudeltà capitalistica. Vedendo com'era attrezzato, i rapitori hanno dubitato fosse davvero un giornalista. Sarà uno 007 finito fuori pista - hanno pensato. Imad El Atrache ha provato a salvargli la vita parlando un'ora dopo allo stesso tg. Mi ha chiesto notizie e ho confermato: ha scritto diari di viaggio dal Chapas, dovunque senta odore di Che Guevara corre in soccorso e poi manda articoli a giornali di sinistra che glieli pubblicano. Enrico Deaglio de Il Diario ha confermato: scrive per noi ed è pacifista. Il governo italiano in fondo è sulla stessa linea. In una nota fa sapere: «Siamo impegnati a ottenere il risultato di far tornare in libertà il signor Baldoni, che si trova in Iraq per la sua attività privata di giornalista e quindi assolutamente non collegato al nostro governo ». Ovvio che dichiari di non cedere al ricatto, è scontato, ma intanto con quelle tre paroline - "signor", "privata", "assolutamente" - marca una distanza da Baldoni idonea a salvargli la pelle. Come dire: quest'uomo è italiano, ma è più roba vostra che nostra, si è messo nei guai per le sue privatissime cose, perché rompete le scatole a noi? Garantiamo, nel nostro piccolo, ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Non è musulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. Li conosciamo i documenti antimperialisti dove si solidarizza con «le ragioni economiche, politiche, morali che spingono gli oppressi del mondo a combattere con le armi contro l'America e i suoi servi sciocchi, ad esempio Berlusconi». Baldoni era di tale fatta. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti. Abbiamo molti dubbi, ma c'è un precedente positivo. Nei giorni scorsi un reporter statunitense, Micah Garen, è stato liberato dalle milizie di Al Sadr. Ma, appunto, erano sciiti. Non sono del giro di Al Qaeda, non sono come Al Zarqawi. Gli sciiti di Najaf si lasciano commuovere dalla opinione politica, dai sentimenti personali. Garen ha stramaledetto Bush e si è salvato. Al Zarqawi invece ha decapitato Nick Berg anche se aveva un pedigree pacifista d'alto rango e di provata affidabilità. Era però ebreo e americano. Per questo abbiamo paura non sia sufficiente a Baldoni dire quanto pensa del Cavaliere. Una speranziella. Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita. Anche se il precedente di Nick Berg, il quale pareva sereno, ci inquieta. È necessaria un'operazione di verità. Nei giorni scorsi si è registrato un curioso fenomeno. Basta leggere l'Unità per capirlo. Siccome a sinistra, sotto sotto, credono che i tagliatori di teste siano persone perbene, hanno ritenuto impossibile che ad essere rapito fosse un giornalista del genere terzomondista. Per cui all'unisono si è accreditata l'ipotesi dei "predoni". Nulla che fare con la resistenza. Banditi di strada. Ma il quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro è andato oltre. Secondo il foglio rosso la morte dell'interprete e il rapimento di Baldoni erano probabilmente opera di «forze governative». Hanno scritto proprio questo. Per loro il legittimo governo di Allawi (nomina Onu) è fatto di predoni assassini. Inutile aspettarsi autocritiche. Martelleranno noi perché non ci caschiamo a questa storia di reporter dediti ai poveri. Andiamo anche noi a soccorrere Baldoni. Per solidarietà umana confermiamo: ha sempre scritto cronache dall'Iraq contro gli americani. E prima in Colombia, in Messico, ovunque. Salvatelo. Ma per favore, una volta sano e salvo qualcuno dovrebbe spiegare ai vacanzieri del brivido che non si gioca con le cose serie per scrivere pagine palpitanti. Dalle parti di Bagdad non c'è un Rotary islamico, o la confraternita frati benedettini musulmani che porgono la minestra e l'altra guancia. Lì si spara, e chi non è attrezzato fa danni a se stesso ma soprattutto agli altri. Ammazzano gente di destra e di sinistra, li rapiscono per ricavarne favori. In passato ho scritto la stessa cosa a proposito di turisti che giravano con il cammello in Yemen e in Somalia, salvo poi far spendere miliardi al governo per portarli a casa. Quando sono tornati, mi sono arrivate maledizioni. Mi auguro che Baldoni mi aspetti presto sotto casa. Basta che lui, e la gente come lui, con tutto il rispetto, faccia il proprio mestiere di creatore di spot. Gli venivano meglio. Non si va alla ventura come facili prede. Poi il prezzo lo pagano persone che non contano niente (l'interprete autista), la propria famiglia, e il governo. Torna Baldoni, e lìmitati agli aperitivi in piazza san Babila. E in vacanza cogli le pesche dell'agriturismo di famiglia.
IL PACIFISTA COL KALASHNIKOV di VITTORIO FELTRI (da Libero, 27/08/2004)
Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto. D'altronde, come documenta la nostra inchiesta Stipendiopoli, gli enti pubblici sprecano molto denaro e non saranno alcuni miliardi in più, investiti al fine di liberare il semigiornalista, a mandarci in rovina. Chiudiamo un occhio sull'aspetto finanziario e apriamo l'altro sul paradosso cui assistiamo. Lui, Baldoni, è qui ritratto in prima pagina con in mano un mitra o una mitraglietta (non essendo pacifisti c'intendiamo poco di armi) fra due beduini o similari. Sorride felice perché è corso in aiuto dei più deboli in lotta contro i cattivi americani. Ecco, ai "poveri" iracheni sono rivolti gli appelli in favore del pubblicitario- pubblicista lanciati dai suoi famigliari. I quali implorano i sequestratori: «Lasciate libero nostro padre, è un pacifista». E ancora: «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini che detengono Enzo; lui è in Iraq come uomo di pace oltre che come giornalista. Egli cercava di salvare vite umane a Najaf quale volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre caratterizzato le sue azioni». Penso a un grosso equivoco. Si servizi alle pagine 2, 3 e 4 considerano deboli e martoriati dalla guerra terroristi talmente deboli da prendersela con un loro amico, Baldoni appunto, tenerlo in ostaggio per ricattare l'Italia e minacciare di decapitarlo; insomma talmente deboli e bisognosi di carezze consolatorie da poter decidere della sua vita e della sua morte. Ammazza che debolezza. (...) E che gentiluomini, quanta solidarietà manifestano nei confronti di chi gliene ha data in buona o cattiva fede. Siamo al delirio. Baldoni stesso è inebetito dalle ideologie nate dalle ceneri delle ideologie: legge davanti alla telecamera il comunicato dei suoi aguzzini, in cui si dà del criminale a Berlusconi, e ne gode, glielo leggi in faccia che gode; e il video non inganna. Ma come si fa a schierarsi con i tagliatori di teste, come si fa a schierarsi con chi è stato con Saddam, come si fa ad affiancare banditi islamici che per tutto ringraziamento ti rapiscono e magari spezzano l'osso del collo? Fuori da ogni logica. Il paradosso ingigantisce se si tiene conto che il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha sempre lavorato per aziende americane: Mc Donald's, Coca-Cola, Ibm, Shell, solo per citare alcuni nomi. Scusate cari lettori, più pirla di così è inimmaginabile. Ti guadagni la pagnotta (e non solo quella) ideando e realizzando spottini consumistici per le multinazionali odiate a sangue; le odii al punto da farti fotografare armato con un paio di beduini; poi arriva agosto, le schifose multinazionali (che ti strapagano) ti garantiscono (contrattualmente) lunghe ferie e tu, pistola, vai a trascorrerle in Iraq nei panni del samaritano islamico e complice di chi vuole decollarti. Enzo, hai qualche filo staccato. E come te ce l'hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che però non capisce un'acca, neanche dell'evidenza. Non fraintendete, spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. Il quale, rientrato nel nostro Paese di minchioni tolleranti, se proprio vorrà sfogare le sue pulsioni giornalistiche venga pure a Libero, qui al massimo sarà costretto a battersi contro Franco Abruzzo e Maurizio Belpietro che parlerà male di suo figlio, ma non dovrà sfidare a collo nudo la lama dei decapitatori. Dai Berlusconi, datti una mossa, restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a via Montenapoleone e a Piazza San Babila.
COLPO IN TESTA A BALDONI di RENATO FARINA (da Libero, 28/08/2004)
Non c’è rimedio. Non sono serviti i sorrisi suoi e quelli dei suoi cari. Quella è gente che mantiene le promesse: ammazzato. Una consolazione all’orrore: non gli hanno tagliato la testa. E’ stato assassinato come Fabrizio Quattrocchi, con proiettili di piombo in testa. Enzo Baldoni è morto alla stessa maniera del suo nemico ideologico. Quattrocchi, nel momento in cui aveva compreso la sua sorte, ha cercato di togliersi la benda nera. E poi, con un’aria di sfida tranquilla, ha detto all’uomo che parlava italiano: «Ti faccio vedere come muore un italiano ». I no globan avevano scritto proprio sul sito di Baldoni il loro schifo per una morte da mercenario. Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato. Le idee politiche erano diverse da quelle dei primi sequestrati. Ai terroristi islamici non importa delle nostre opinioni politiche, dei nostri sentimenti sul mondo. (...) http://maurobiani.splinder.com/post/13541286#more-13541286
Sartori: per fare un albero ci vuole un gatto

A volte l'ironia aiuta. A volte aiuta troppo. Prendi Giovanni Sartori. Costituzionalista che deve la sua fama e la sua rispettabilità ai numerosi articoli contro Berlusconi, all'ironia che spesso diventa sarcasmo e a un linguaggio colloquiale e diretto che non si addice ai temi trattati e che quindi produce un effetto positivo sul lettore. Finalmente qualcuno che le canta chiare, che non scrive in giuridichese. Un giurista che non è di sinistra, ma è rispettato a sinistra anche per la sua fiera opposizione ai berluscones. Cosa non torna? Non torna che Sartori spesso scrive cazzate. Che tu le leggi e spesso le rubrichi nella sezione ironia. Ma a ripensarci no. Quella che sembra ironia non lo è affatto. Lui quelle cose le pensa davvero.
Prendiamo l'articolo di fondo del Corriere di oggi: "Garantismi insensati". Sartori si esercita sul tema incendiari liberi. Ci spiega il problema, noto: gli incendiari sono in libertà, non riescono a prenderli e se li prendono li liberano e quando li processano non li condannano. Tutte cose note. Da addebitare non tanto ai giudici, che pure ogni tanto sbagliano, quanto ai codici (penale e procedura penale), oltre che all'intrinseca difficoltà di individuare gli autori di questo reato. Cosa dice Sartori. Che i giudici sono garantisti insensati, appunto, e sono "avulsi dalla sostanza del problema". Che gli italiani non amano gli alberi e se ne fottono se brucia un bosco. Che "gli incendiari meriterebbero di essere incendiati". Dice proprio così il democratico Sartori: gli incendiari meriterebbero di essere incendiati. Ironia? Poi c'è la faccenda dei gatti. Siccome i giudici, come gli italiani, se ne fottono degli alberi. Siccome pare che a volte gli incendiari usino i gatti cosparsi di benzina per dare fuoco. E siccome i giudici amano più i gatti degli alberi, allora "proviamo a regalare a tutti i giudici un gatto. Se ogni gatto messesse in galera un piromane, sarebbe un buon affare". Ironia? Fatto sta che Sartori conclude il suo articolo spiegando che "la soluzione può soltanto essere di rivederer il Codice. Una faccenda non da poco". Ah sì? Ma allora i giudici e gli alberi e i gatti? http://stamparassegnata.splinder.com/
A me 'sta storia che si pagano troppe tasse e che si deve ridurre la spesa pubblica per diminuire la pressione fiscale sta francamente sulle scatole. Intanto perche' pago tutte le mie tasse fino all'ultimo centesimo e mi pare di sopravvivere — mentre a occhio quelli che si lamentano di piu' pagano in proporzione meno di me — o evadono proprio. E allora fiuto la fregatura.
E poi perche' mi piacerebbe proprio tanto — ma tanto tanto, dico — andare alla scuola materna di Enrico e poter dire che mio figlio e' autistico e ha bisogno, *assoluto* bisogno di un insegnante di sostegno che lo segua personalmente — e non sentirmi rispondere che almeno per quest'anno non c'e' nulla da fare — e che nella migliore delle ipotesi si potrebbe dirottare qualche ora dell'insegnante che segue un altro alunno disabile — mettendo in competizione due famiglie e due bambini per l'accesso a un servizio essenziale. E per l'anno venturo si vedra', se ci saranno le disponibilita' di personale e di fondi.
E mi piacerebbe non sentirmi dire all'ASL che psicomotricisti e logopedisti, il cui intervento e' indispensabile per la terapia di nostro figlio, hanno dei contratti temporanei — e che quindi non ci sono sempre e non se ne garantisce la stabilita'. Certo, cosi' la Sanita' riduce le spese. Ma la continuita' e l'unitarieta' della terapia rischiano di essere compromesse dalla scadenza di un contratto. In alternativa — potremmo pagarci di tasca nostra i terapisti, scegliendoceli e avendo una certa sicurezza di non perderli per strada — e siamo fortunati perche' abbiamo (per ora) le risorse per poterci pensare e le relazioni per trovare le persone competenti. Chi non e' nelle nostre condizioni e dipende esclusivamente dal pubblico deve solo sperare che vada tutto bene.
Quindi — sinceramente — preferirei pagare *piu'* tasse — e poter contare fino in fondo su un servizio pubblico che garantisce livelli di assistenza adeguati — piuttosto che trovarmi in tasca cento euro di piu' a fine mese e dover combattere da solo. Ma i vari Montezemolo questo problema non ce l'hanno: se hanno un'unghia incarnita vanno a farsi operare in America. A pagamento, perche' li' la sanita' pubblica l'hanno tagliata per davvero — e con risultati che fanno sembrare l'Italia il paradiso.
P. S. Sia ben chiaro: sia a scuola che all'ASL tutte le persone che abbiamo incontrato lavorano con dedizione e sensibilita' — e si fanno carico di nostro figlio nel migliore dei modi possibili — cercando di girare intorno ai limiti dell'istituzione. E' l'istituzione che non ha le risorse e l'organizzazione per far fronte.
P. P. S. Certo, non voglio dire che tutti i nostri soldi siano spesi *bene*. Certamente si puo' spendere meglio — ma non sono sicuro che abbia senso spendere *meno*.http://www.montag.it/theratrace/archives/2007/08/25/montezemolo-le-tasse-e-nostro-figlio/


Seoul stanzia nuovi fondi per gli alluvionati del Nord
Il ministero sudcoreano per l’Unificazione ha investito oltre 40 milioni di dollari per acquistare ed inviare oltre il confine materiale da costruzione e generi di prima necessità. Non accenna a diminuire l’emergenza per gli oltre 300mila sfollati nordcoreani.
Seoul (AsiaNews) – Il governo sudcoreano ha annunciato un nuovo, ingente stanziamento di fondi per aiutare le vittime delle alluvioni che nelle scorse settimane hanno colpito la Corea del Nord. La cifra, pari a 40 milioni di dollari, servirà per acquistare ed inviare aldilà del confine cemento, camion e materiali da costruzione. Ad essa vanno poi aggiunti gli otto milioni già stanziati, che sono serviti per medicinali, cibo e generi di prima necessità.
Secondo fonti del governo nordcoreano, le piogge torrenziali hanno ucciso almeno 300 persone e sfollato altre 300mila, anche se fonti non governative parlano di cifre molto più alte. Inoltre, il passaggio dei tifoni ha distrutto i campi coltivati, rendendo inutilizzabile circa l’11 percento della produzione agricola nazionale.
Secondo il ministro sudcoreano per l’Unificazione Lee Jae-joung, il nuovo stanziamento risponde ad una precisa richiesta di Pyongyang: “La Corea del Nord sta avendo seri problemi a causa di queste alluvioni: mancano materiali da costruzione ed equipaggiamenti adatti per affrontare l’emergenza”. Per questo, “il nostro ministero ha deciso di inviare cemento, barre d’acciaio, camion, carburante e catrame per ricostruire strade ed abitazioni nel più breve tempo possibile”.
Il nuovo invio di aiuti rientra in un piano preciso di assistenzialismo approvato da almeno cinque anni dal governo di Seoul, convinto che soltanto con il dialogo e l’aiuto reciproco si possa dialogare con Pyongyang. I leader delle due Coree hanno in programma per il prossimo ottobre un incontro bilaterale, definito “storico” da molti analisti politici, in cui discuteranno di nucleare e riunificazione della penisola.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10139&size=A
Economia, il caso Kalinel
Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
In Bulgaria la transizione verso l'economia di mercato è stata tutt'altro che facile. Ci sono però storie di successo, come quella della "Kalinel" di Troyan, che produce ed esporta i suoi prodotti, coperte e cuscini, in tutto il mondo. Un reportage della nostra corrispondente
Foto di Tanya Mangalakova
La ditta "Kalinel", situata nella città di Troyan, ai piedi della catena dei Balcani, produce coperte e cuscini, che vengono venduti nelle grandi catene commerciali di tutta Europa, negli Usa e in Canada, Russia, Israele, Malesia e Giappone. L'espansione economica della "Kalinel" può essere paragonata al boom dei produttori turchi e cinesi nel settore. Marin Radevski, 49 anni, proprietario della ditta, è un ingegnere tessile che, negli anni della transizione verso l'economia di mercato, è riuscito a creare una propria azienda proprio nella sua città natale, Troyan. All'inizio aveva quattro dipendenti, che alla fine del 2000 erano diventati 19, adesso per la "Kalinel" lavorano 760 operai, di cui 170 nella fabbrica creata nella città di Cherven Bryag. La catena "Ikea" è uno dei maggiori clienti della "Kalinel", e acquista le sue coperte e i suoi cuscini per i propri punti vendita in tutto il mondo, anche in Asia. "Alcuni amici mi hanno chiamato dal Canada, dicendo di aver comprato nostri cuscini. Sull'etichetta c'è scritto "Ikea", ma grazie al codice a barre si capisce che è un nostro prodotto. Lavoriamo anche con la "Kaufland" e con altre grandi catene in tutto il mondo", ci dice Radevski.
Qual'è il segreto del successo di questa ditta bulgara, che i gruppo dell'Europa occidentale preferiscono ai più economici prodotti cinesi? Qual'è la ricetta del piccolo miracolo economico di questa cittadina di 23mila abitanti?
All'interno della "Kalinel"
Il segreto del successo è nel fattore geografico. Quando l'ordine è ricevuto di lunedì, gli articoli vengono prodotti nel giro di pochi giorni e l'intera partita è pronta per il venerdì successivo. "In questo modo siamo più concorrenziali dei cinesi. Abbiamo dalla nostra parte il fattore tempo, perché siamo più vicini ai nostri mercati di riferimento. Un nostro camion, soprattutto adesso che i confini sono caduti, arriva nel giro di tre giorni in ogni punto d'Europa, Mosca compresa. La nostra ditta è più famosa fuori dai nostri confini che non in Bulgaria... recentemente volevo acquistare una nuova macchina per la produzione di cuscini, e ho iniziato a guardarmi in giro in Europa. Dovevo andare in Germania per vedere come funziona questo macchinario, ma poi alcuni partner dalla Finlandia mi hanno fatto sapere che non ero gradito. - Qualsiasi ditta, ma non la Kalinel - avrebbero detto i tedeschi. E' comprensibile che abbiano paura della nostra concorrenza: da noi la paga media è dieci volte inferiore alla loro", racconta ancora Radevski.
Prima di creare una sua ditta personale, Radevski ha lavorato come caporeparto nella fabbrica tessile di proprietà pubblica „Viteks“, sempre a Troyan. Nel 1993 ha deciso di entrare nel settore privato. L'accumulazione primaria di capitale è avvenuta attraverso il commercio con la Macedonia e la Russia. Il commercio, all'epoca, sembrò a Radevski un lavoro "facile e redditizio", ma vista la sua grande esperienza nel campo tessile, decise poi di dare vita ad un'azienda tutta sua. All'inizio produceva soltanto ovatta in poliestere, poi un giorno, passeggiando con la figlia su un campo non lontano dalla città, dove all'epoca si raccoglievano le immondizie, decise che quello era un posto ottimo dove costruire un fabbrica. Nacque così la "Kalinel".
"A Troyan non c'è disoccupazione", è quello che raccontano quasi tutti in città. Mentre alcuni sostengono che il lavoro non c'è solo per gli scansafatiche, e che Troyan attira manodopera anche dai distretti vicini, altri sottolineano invece che a ricevere buoni stipendi è solo un circolo ristretto di manager, e che sì, c'è lavoro, ma solo per manodopera non qualificata. A Troyan, comunque, si può assistere ad un boom economico nel settore delle piccole e medie imprese. Qui c'è un forte spirito d'iniziativa, orientato verso la tradizionale produzione di mobili, il turismo e la tipica ceramica di Troyan, dipinta a mano. In città e nei paesi vicini ci sono centinaia di piccole imprese che producono mobili e ceramiche. Il turismo ha portato poi all'esplosione del mercato immobiliare. I prezzi degli appartamenti sono molto alti, quasi come a Sofia, e non ci sono appartamenti sfitti. Una piccola stanza in affitto, per fare un esempio, costa 200 leva al mese, in linea coi prezzi della capitale.
La Kalinel è l'impresa più grande di Troyan, e fornisce lavoro a molti suoi cittadini, e quindi chiedo al proprietario come mai qui non ci sia disoccupazione. Gli operai della "Kalinel" ricevono in media uno stipendio di 480 leva al mese (240 euro), che recentemente è stato però aumentato a 600. L'incentivo ha aumentato la produttività nel momento stesso in cui è stato annunciato. "Appena l'hanno capito, gli operai hanno iniziato a lavorare a pieno regime".
Nella mentalità bulgara l'acquisto della casa è di grande importanza. Marin Radevski lo sa, e quindi aiuta i suoi dipendenti migliori, facendo da garante verso le banche affinché offrano loro mutui al tasso agevolato del 7%. “Chiamo le banche e gli spiego che conosco bene quella persona, e che restituirà il credito elargito. Naturalmente, però, non garantisco per tutti“.
Nel dialetto locale la parola polendak (da pole, campo) significa contadino, e ha una sfumatura negativa: significa persona incapace e senza iniziativa. Marin Radevski ritiene che l'abitudine a lottare per la sopravvivenza nei difficili territori di montagna, si sia rivelata nel tempo un vantaggio per gli abitanti di Troyan, che hanno dovuto sempre darsi da fare in molti campi diversi. Così è nata la tradizione della ceramica, che un tempo veniva prodotta in quasi ogni casa.
Tradizionale manifattura di ceramiche - Troyan
"I nostri antenati, per dare il pane alla propria famiglia, producevano patate, grano e miglio nei loro poveri campi, oltre ad allevare vani animali. Mio nonno era vasaio, durante l'inverno produceva stoviglie che poi durante l'estate vendeva ai polendatzi. Così si guadagnavano la pagnotta quasi tutti, a Troyan. Inoltre preparavano la rakiya, che poi vendevano allo stesso modo".
Quest'uomo parla con animazione di investimenti per milioni di euro, delle nuove macchine per la sua azienda del rapporto vivo con i suoi operai ma, siccome i bulgari tengono particolarmente ai propri figli, non nasconde l'orgoglio nel dire che che "anche per me, come per ogni genitore, i bambini sono la più grande ricchezza". La ricchezza, per Marin, non si misura in macchine di lusso che, come sottolinea, non ha. Vive con la famiglia in un appartamento di 56 metri quadri e va in vacanza solo una volta l'anno, all'estero, perché, spiega, "è più economico". Di lui parlano con grande rispetto come uno dei principali donatori della municipalità, del locale museo dell'artigianato e della chiesa. Lui stesso, però, dice che non ama buttare i soldi al vento. Racconta con orgoglio che quest'anno ha portato sedici dipendenti a Monaco, tutti ingegneri, per vedere le ultimissime novità in campo di macchinari tessili.
Nell'ufficio della "Kalinel" ci sono diagrammi e grafici, dai quali è evidente che l'azienda è in espansione: ogni anno che passa aumentano produzione e quote di mercato, e si cercano nuove ditte per i subappalti. Secondo Radevski, il problema dell'emigrazione dei giovani nei paesi più sviluppati deve essere affrontato con idee nuove."Non dobbiamo andare in Europa o in America, ma al contrario portarle qui, in Bulgaria. Io mi impegno in questa direzione con tutte le mie forze, producendo e vendendo merci di qualità europea. Non è un processo rapido, ma se non ci impegniamo noi in prima persona, nessuno verrà da fuori a farlo per noi".http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8136/1/43/
AGORÀ
ESCLUSIVO: PADRE BOSSI, IL MISSIONARIO RAPITO NELLE FILIPPINE SI RIVOLGE AI GIOVANI CHE ANDRANNO ALL'INCONTRO DI LORETO
«FATEVI RAPIRE DAI
VOSTRI IDEALI»
«In quei 39 giorni ho ripercorso la mia vita. Se c’è una cosa che posso testimoniare ai ventenni di oggi è che la vita di un missionario è davvero bella, piena di gioie e soddisfazioni».
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I giovani hanno risposto all’invito del Papa. Arriveranno in migliaia da tutta Italia, ma anche dall’Europa e dal Mediterraneo. L’1 e 2 settembre si ritroveranno al Santuario mariano di Loreto, sulla spianata di Montorso, per due giorni di festa, dialogo e preghiera. Il grande raduno di Loreto rappresenta il primo dei tre appuntamenti che scandiscono il percorso triennale, iniziato dopo il Congresso di Verona, dell’"Agorà dei giovani italiani" (il secondo appuntamento sarà la Giornata mondiale di Sydney ad agosto 2008, alla quale seguiranno gli eventi del 2009). Il 1° settembre sarà dedicato al pellegrinaggio di tutti i gruppi verso Loreto. Domenica 2 la giornata di preghiera culminerà con la celebrazione eucaristica di Benedetto XVI. Qui riportiamo due straordinarie testimonianze nell’ambito dell’evento: l’intervista a padre Bossi, il missionario delle Filippine, che parlerà ai giovani di Loreto, e il diario di viaggio di don Paolo Giulietti, responsabile dell’Ufficio della pastorale giovanile, che è andato in Etiopia a visitare i luoghi dove sorgerà, grazie al contributo dei partecipanti all’Agorà, un centro giovanile e un poliambulatorio.
G.CER.
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«Già, lo so, ho provocato un bel casino». La chiesa di Castelletto, gremita all’inverosimile, esplode in una fragorosa risata che scioglie l’attesa per le prime parole dell’omelia. Padre Giancarlo Bossi ha perso 20 chili nei 39 giorni del sequestro, ma non il buonumore. L’abbiamo incontrato nel giorno dell’Assunta, in un Ferragosto non troppo caldo ma molto caloroso per il missionario del Pime appena rientrato nella sua città natale, Abbiategrasso, a due passi da Milano. I "bentornato" e le gigantografie davanti alla chiesa, le ghirlande gialle e verdi sul sagrato, le centinaia di abbracci e di pacche sulle spalle degli amici della parrocchia di Sant’Antonio abate gli hanno incrinato la voce in un solo momento, nel pronunciare quel "grazie" a don Rinaldo, il parroco, e a tutti quelli che hanno trepidato e pregato per lui.

Padre Giancarlo Bossi, 57 anni, dopo il suo rientro ad Abbiategrasso
(Milano - foto AP/La Presse)
(foto AP/La Presse).
Ora padre Giancarlo è partito per un periodo «di riposo e di riflessione», come lui stesso sottolinea, «per comprendere fino in fondo quello che è accaduto e perché». Il "gigante buono", come lo chiamano tutti nelle Filippine dov’è missionario da 27 anni, ricomparirà in pubblico all’Agorà dei giovani di Loreto, quando incontrerà il Papa, all’inizio di settembre. Vuole riflettere su quei giorni vissuti mangiando riso e pesce secco, accanto a chi lo teneva segregato imbracciando un fucile e pregando Dio, come lui, seppure chiamandolo con un altro nome; e capire il senso di quel rapimento «iniziato il 10 giugno, festa del Corpus Domini, e conclusosi il 19 luglio, il giorno del compleanno di mia madre», dice.
«Gliel’ho chiesto ai miei rapitori: "Voi pregate come me il Dio della pace. Com’è che lo fate col mitra alla sinistra e un sequestrato alla destra?". Mi hanno risposto che Allah è nel cuore, il resto è lavoro. Pagati per eseguire un rapimento, l’hanno fatto. Non sanno nemmeno chi ha dato l’ordine. Mi sono reso conto che anche loro sono dei poveri diavoli, abbruttiti più dalla povertà che dalla volontà di fare del male».
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Quindi un rapimento in nome del denaro, non di Allah.
«Assolutamente. In questo caso, chi ha parlato di motivazioni religiose, o peggio di scontro di civiltà, è fuori strada. Semmai saranno da vedere le ragioni di chi ha ordinato il sequestro. Dopo la liberazione ho voluto tornare subito a Payao (nell’isola di Mindanao, mille chilometri da Manila, ndr.), nella missione dov’ero arrivato da soli due mesi, per dire alla mia gente che non aveva alcuna colpa per l’accaduto, così come non ne avevano i musulmani, che in città sono l’altra metà della popolazione. Chi commette un crimine ne è responsabile, non la sua religione né chi ne condivide la fede».
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Perché i missionari sono sempre più spesso presi a bersaglio?
«Perché siamo dalla parte dei poveri. Perché accanto a loro ci battiamo perché sia migliorata la condizione terribile di milioni di esseri umani. Sono tanti, nelle Filippine, come pure in tutti i Paesi poveri. Io sono stato sequestrato fisicamente, ma sono troppi coloro che sono sotto sequestro della povertà. La loro prigionia può durare una vita. Qui, in Italia, mi capita di sentire dei bambini che, di fronte al cibo, dicono: "che schifo". Nelle Filippine vedo i loro coetanei frugare nella spazzatura e ringraziare Dio se trovano qualcosa. C’è una distorsione profonda in tutto questo. Qui c’è bisogno di recuperare valori, là delle condizioni di vita più umane».
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Tra breve lei parlerà a tanti giovani, a Loreto. Questa esperienza la farà parlare in modo diverso?
«No. Il sequestro è stato certamente un momento molto difficile. Ma sto riflettendo sui significati positivi di questa mia vicenda. Il primo: tocchi con mano che cosa può significare dare la vita per gli altri. Il secondo: è il denaro che ha spinto quelle persone a rapirmi. E per farlo hanno dovuto trovare la giustificazione che "Dio è nel cuore, non nel lavoro". Cercherò di dire ai giovani che, invece, Gesù Cristo dev’essere, sì, nel cuore e nella mente, ma anche nelle scelte che facciamo, in tutte, nel lavoro così come nella vita».

Padre Giancarlo Bossi tra i fedeli di Payao nelle Filippine
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Cosa significano questi 39 giorni per il suo essere missionario?
«Ho annunciato la mia vocazione a 23 anni, oggi ne ho 57. Mio padre l’aveva già capito da tempo. Tant’è che la sera prima di partire militare, quando ne avevo solo 19, venne in camera mia e disse: "Se pensi di farti prete, ora è il momento di decidere". I giorni di prigionia mi sono serviti per pensare e rivedere il passato. Sai che ti dico: che la vita che mi sono scelto è la migliore. Ecco, se c’è qualcosa che posso testimoniare ai ventitreenni di oggi è che la vita di un missionario è davvero bella, piena di gioie e soddisfazioni. Vorrei consigliare loro di fare le scelte importanti non per denaro, successo, ricchezza, ma in base ai valori forti, ai grandi ideali, mettendo al primo posto Dio e il prossimo anziché sé stessi».
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Anche se al missionario può accadere che lo rapiscano?
«Nelle Filippine e in tanti luoghi di missione può accadere questo e altro. Ma, vedi, per dieci persone che mi hanno sequestrato, migliaia hanno pregato per me e sperato con me. Tanti mi hanno detto che, per la mia liberazione, sono tornati a pregare dopo tanto tempo (e li ho consigliati, anche se sono stato liberato, di non smettere di farlo). Oggi intorno a me c’è tanto clamore e il mio nome è conosciuto da tutti. Ma ci sono migliaia di padre Bossi che in questo momento stanno svolgendo un’opera preziosa, lontano dai riflettori. Ho immaginato spesso, in quei 39 giorni, l’opera quotidiana, silenziosa, caparbia della moltitudine di missionari, in tutti gli angoli del pianeta, che promuovono l’uomo, annunciano il Dio della pace, dialogano con rispetto e generosità con chi appartiene a una fede diversa. È una vita che merita di essere scelta».
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C’è un episodio che l’ha particolarmente commossa, in questi giorni?
«Durante il rapimento, Chiara, la mia nipotina, lanciò l’appello di tenere accesa una candela fino alla mia liberazione. Appena arrivato a Manila, dopo il sequestro, mi è giunto un messaggio di un amico: "Me lo confermi? Sei libero? Posso davvero spegnere la candela?"».
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Tornerà nelle Filippine?
«Per quello che dipende da me, di sicuro. Appena possibile».
Luciano Scalettari
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‘‘Dopo la liberazione ho voluto tornare subito a Payao nella missione dov ero arrivato da soli due mesi, per dire alla mia gente che non aveva alcuna colpa per l accaduto, così come non ne avevano i musulmani.’’
‘‘Io sono stato sequestrato fisicamente, ma sono troppi coloro che sono sotto sequestro della povertà. La loro prigionia può durare una vita.’’
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http://www.sanpaolo.org/fc/0734fc/0734fc42.htm
BOCCIATA RICHIESTA IMMUNITA’ PER EX PRESIDENTE ACCUSATO DI CORRUZIONE
La Corte Suprema della Liberia ha dato il via libera per la ripresa del processo contro l’ex presidente ad interim Guyde Bryant, accusato di corruzione, ritenendo che egli non possa godere dell’immunità concessa abitualmente agli ex capi di Stato. In una sentenza resa promulgata oggi, i giudici dell’Alta corte hanno spiegato che l’ex presidente, nominato ad interim nell’ambito di un accordo pace firmato ad Accra nell’agosto 2003 non godrebbe dell’immunità prevista nell’articolo 61 della legge fondamentale dello stato. La corte aveva bloccato il processo in corso contro Bryant alla fine di marzo, per esaminare la richiesta, presentata dai suoi avvocati, relativa all’immunità presidenziale per il loro cliente. Nessuna data è stata ancora fissata per la ripresa del procedimento. Bryant è accusato di avere sottratto indebitamente circa 1 miliardo di euro dai fondi statali tra ottobre 2003 e gennaio del 2006, anni in cui era alla guida del governo di transizione per essere poi sostituito da Ellen Johnson Sirleaf, prima presidente democraticamente eletta nel novembre del 2005. Johnson Sirleaf ha fatto della lotta alla corruzione una delle principali linee del suo governo.
http://www.misna.org/
IL PATTO DI SHANGAVIA
DI CARLO BERTANI
La notizia che i russi hanno ripreso i voli dei grandi bombardieri strategici è stata commentata da Washington con sufficienza : «Se hanno voglia di spendere quattrini per far volare qualche ferrovecchio» è stato il commento statunitense «padroni di farlo». Il commento americano, sotto il profilo militare, è ineccepibile.
Chiariamo che per gli aspetti militari la mossa russa non ha nessuna rilevanza: qualche decrepito TU-95 Bear (ad elica!), oppure le poche decine di TU-160 Blackjack che sono rimasti alla Russia dopo il crollo dell’URSS, non hanno nessun rilievo strategico. I più moderni bombardieri strategici russi sono forse paragonabili ai B1-B americani: certamente una “generazione” addietro rispetto ai B2-Spirit, che sono aerei stealth. Rimangono poche centinaia di TU-22/26 Backfire, che sono però grandi bombardieri destinati soprattutto all’attacco contro le navi, ma non portano armi strategiche in senso stretto e, soprattutto, non hanno l’autonomia per reggere i lunghissimi pattugliamenti oceanici. Gli americani, dunque, hanno perfettamente ragione nel definire un bluff la mossa russa.
Se i russi bluffano, anche Washington non scherza: la colossale “puparata” messa in piedi sul sistema di difesa anti-missile, vale quanto far decollare qualche aereo ad elica sul Mar Artico.
Il progetto di difesa anti-missile – partorito ai tempi di Reagan – ebbe l’acronimo di MAD (Missile Air Defense): qualcuno, all’epoca, fece notare che “mad”, in inglese, significa “pazzo”. Perché? Poiché quel progetto è una completa follia.
Si parla tanto di “ombrello protettivo” contro le armi nucleari, ma nessuno sa ancora oggi come attuarlo.
La teoria del progetto era questa, suddivisa in quattro fasi:
1) Distruzione dei missili, dallo spazio, mentre sono ancora in fase di preparazione al lancio nei silos, a terra.
2) Intercettazione con missili lanciati da satelliti o navette nella fase di salita.
3) Stessa storia, quando i missili raggiungono l’apogeo della traiettoria (qui, sarebbero dovute intervenire armi laser d’elevata potenza).
4) Distruzione dei missili residui, durante la picchiata dei veicoli di rientro, mediante missili intercettori lanciati da terra (le prime stesure del progetto prevedevano anche “armi a tiro rapido” poi, forse per decenza, i cannoni sparirono). Le simulazioni del tempo, prevedevano che circa l’85% dei missili fossero distrutti: l’assurdità è tutta contenuta in quel 15% che, in ogni modo, colpisce l’obiettivo.
C’è però una seconda incongruenza: le armi da utilizzare nello spazio – che dovrebbero “coprire” tre dei quattro punti – sono di là da venire. Laser di grande potenza…missili iperveloci…brusche correzioni di traiettoria mediante piccole cariche pirotecniche comandate dal computer di bordo…tante chiacchiere e basta.
Furono effettuati tre lanci di prova di un missile intercettore da Kwajalein (Oceano Pacifico), per colpire dei bersagli (Minuteman) lanciati dalla California. I primi due furono un fiasco completo, mentre il terzo – effettuato nel 2002, nell’occasione del primo incontro fra Bush e Putin, a Lubiana – fu coronato da successo.
Un successo effimero, perché la verità venne a galla poche settimane dopo: sul Minuteman, gli americani avevano installato una specie di radiofaro per guidare il missile intercettore. Un pietoso inganno: nella realtà – all’opposto – il missile attaccante diffonderebbe come contromisura elettronica decine di falsi echi, altro che guidare l’avversario urlando ai quattro venti “Sono qui, ehi, dove stai andando? Da questa parte…”
La casistica delle intercettazioni non depone certo a favore dei tentativi USA: i paleolitici SCUD di Saddam Hussein non furono mai intercettati dai Patriot americani. Il dispiegamento delle batterie, anche oggi, avviene soltanto come misura psicologica nei confronti delle popolazioni.
Una seconda misura, fu quella di nascondere le perdite: un solo civile, affermarono all’epoca gli israeliani, morto per infarto. 155 morti, ammisero qualche anno dopo.
Il sogno d’intercettare un oggetto che cade dalla stratosfera ad 8.000 Km orari, che ha una sezione radar di pochi decimetri quadrati, con un altro oggetto che sale a 2.000 Km orari e che deve centrarlo o passargli vicinissimo, s’infrange miseramente per l’impossibilità di definire con precisione le traiettorie (stiamo parlando di pochissimi metri e di frazioni di secondo!). E, riflettiamo, lo SCUD è un’arma degli anni ’50.
In questi frangenti, si capovolge la nota teoria che, in guerra, vede avvantaggiato chi si difende: basta un minimo incremento, nelle velocità e nell’imprevedibilità delle traiettorie di un missile attaccante, per mandare in fumo anni di ricerche e realizzazioni in chiave anti-missile. Difatti, il nuovo missile russo Topol-M sarebbe già oggi difficilmente intercettabile, anche se il tanto strombazzato sistema americano fosse affidabile.
Si aggiunga che lo stesso fenomeno avviene per le tecnologie stealth: ciò che è “invisibile” al radar, dipende dal tipo di radar e da ciò che si cerca. Difatti, i radar russi S-300 ed S-400, “beccano” sia i B-2 che gli F-117: una volta stabilita la forma dell’oggetto da cercare, tutto il lavoro di anni dei progettisti aeronautici viene vanificato cambiando semplicemente l’hardware ed il software dei sistemi. Altra cosa sembrerebbe essere la protezione fornita da sistemi al plasma, sviluppata per i loro aerei dai russi: la notizia è ovviamente stata pubblicata solo per gli aspetti generali, mentre la parte più squisitamente tecnologica è, ovviamente, “classificata”. In ogni modo, non potendo verificare se il sistema esiste per davvero, non lo possiamo considerare per le nostre analisi.
Altro fatto da non sottovalutare è che gli armamenti convenzionali in uso, oggi, sono quelli ereditati dalla guerra fredda: poche novità, perché – cessato il rischio di un puramente teorico scontro titanico nelle pianure europee – non c’era bisogno di spendere soldi in ferraglia militare. Difatti, tutti “tirano avanti” con quel che hanno.
F-16 ed F-15 da una parte, Mig-29 e Su-27 dall’altra…insomma, la solita roba, alla quale ogni tanto di dà una “riverniciata”. Tutti i programmi per nuovi velivoli, da una parte e dall’altra, viaggiano con la velocità di una lumaca. Riflettiamo che, a 18 anni dal crollo del Patto di Varsavia, non è entrato in servizio un solo velivolo veramente innovativo: F-22 Raptor (sembra che sia appena iniziata la consegna ai reparti) e JSF americani, Mig-35 e Sukoi vari sono ancora dei prototipi.
Se il quadro militare è un completo non sense, perché azzuffarsi tanto?
Gli eventi acquistano senso soltanto se vengono privati proprio della loro componente squisitamente militare, per osservarli invece alla luce delle strategie di lungo respiro. Qui, dobbiamo fare un passo indietro.
La disgregazione dell’URSS, coincise praticamente con i due mandati di Clinton, all’incirca dal 1992 al 2000.
Prima, però, c’era stato il vigoroso impulso alle spese militari dato da Reagan e proseguito da Bush I il Vecchio. Gli USA giunsero ad investire il 7% del PIL in ferraglia militare, il che condusse l’URSS ad un parallelo incremento, che fu stimato nel 16,5% del PIL russo. Sono cifre abbastanza indicative, ma non da valutare al centesimo: da un lato, la possibilità di celare nelle “pieghe” dei bilanci stanziamenti occulti, dall’altra la difficoltà di misurare, con il metro occidentale, l’economia sovietica.
In ogni modo, Mikhail Gorbaciov ammise sostanzialmente il problema di competere negli armamenti con gli USA, quando dichiarò a Demetrio Volcic – allora inviato a Mosca della RAI – che “non era possibile reggere quel ritmo, perché l’economia americana valeva due volte e mezza quella sovietica”.
E’ quindi dalle parti di William Clinton che dobbiamo cercare se vogliamo capire la ragione del sostanziale immobilismo USA per quasi un decennio. Uno dei cavalli di battaglia di New American Century – think-tank dei neocon americani – fu proprio l’accusa nei confronti di Clinton d’essere imbelle nei confronti dei russi, oramai in ginocchio.
Bill Clinton non affondò la lama nei confronti della Russia – durante il mandato di Eltsin sarebbe stato in grado di farlo – per numerose ragioni, non ultima il grave pericolo della svendita a prezzi da hard discount dell’arsenale nucleare sovietico. Non sottovalutiamo però altri aspetti: la teoria, definita “multipolare” di Clinton, valutava già allora che l’euro sarebbe stato un pericoloso competitore, e quindi non era il caso di farsi troppi nemici in giro per il mondo.
La resistenza di Clinton su questo punto fu ferrea: mentre i conservatori americani gli montavano contro il caso Lewinsky, e non perdevano occasione per attaccarlo al Congresso affermando che il Presidente stava vanificando un’occasione storica, non mosse la barra della sua politica di un solo grado.
Vennero gli attentati in Kenya e Tanzania, ma Clinton rispose con il simbolico lancio di qualche missile sulla supposta residenza afgana di Bin Laden. Giunse, soprattutto, la guerra del Kosovo.
L’importanza strategica di quel conflitto è stata troppo sottovalutata, cancellata dalla successiva “guerra al terrorismo” di Bush: eppure, a ben vedere, i frutti del dopo nacquero dai semi lasciati in Kosovo.
Anche in Kosovo – se valutassimo il solo aspetto militare – gli eventi non avrebbero molto senso: perché fermarsi – quando il “fronte interno” serbo stava disgregandosi – e lasciare una guerra a metà, che ha finito per generare una situazione incancrenita e, a lungo termine, insostenibile?
Non stiamo parlando del destino dei serbi e degli albanesi – né a Clinton e né a Bush la cosa interessava ed interessa più di tanto – ma stupisce notare che Clinton arrestò una guerra praticamente vinta, mentre Bush ne continua altre (Iraq ed Afghanistan) praticamente perse.
I piani per un ingresso in forze in Serbia dall’Ungheria e dall’Albania erano pronti e – pur ammettendo una coriacea resistenza serba – in poche settimane gli americani sarebbero entrati in Belgrado. Le fasi finali di quel conflitto furono torbide, con il gen. Clark – che stava per attaccare i paracadutisti russi giunti a Pristina dalla Bosnia – tanto che fu fermato, da un suo sottoposto britannico, pare con una telefonata a Blair.
I russi erano pronti ad inviare altre truppe con un ponte aereo per ottemperare agli accordi armistiziali, ma furono avvertiti, sempre in extremis, che il corridoio aereo per i loro velivoli non era stato completamente garantito. Immaginiamo cosa sarebbe successo se un Antonov fosse stato abbattuto nei cieli rumeni o bulgari. Ci sono molti punti interrogativi che rimarranno tali, e conviene arrestarsi ai soli aspetti strategici, perché quella guerra causò – anche se gli USA non ebbero un assetto completamente unipolare come dopo il 2000 – le prime incrinature del “dopo guerra fredda”.
La prima, evidente, fu il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado, camuffata con la pietosa scusa del solito “errore”. Non sappiamo con certezza se la ritorsione avvenne perché i cinesi attuavano ponti radio per conto dei serbi, e sarebbe curioso conoscere anche chi “accecò” il radar di Tuzla, nell’occasione del bombardamento serbo del 14 aprile 1999 (peraltro, successivo al bombardamento dell’ambasciata cinese). A meno di credere che il radar di Tuzla fosse in completa avaria: in piena guerra?
Gli altri “scontenti” furono i francesi, che mal digerirono i piani di volo preparati dagli americani e consegnati come brogliacci di volo alle loro unità, senza consultare i comandi. Lo digerirono tanto male che un loro ufficiale, a Bruxelles, li “passava” direttamente ai serbi. Furono poi smaccati dalla consegna delle miniere di Trepca a società britanniche: su quelle miniere, ci aveva già messo gli occhi Napoleone III.
Il disastro peggiore, però, fu la sconfessione del piano di pace di Chernomyrdin – uomo di Eltsin e considerato il probabile Delfino – che, per il fallimento della sua missione, in quella guerra perse ogni possibilità di sedersi al Cremlino. In pochi mesi, invece, venne “ripescato” un oscuro colonnello del KGB – Vladimir Putin – che dopo un anno veniva consacrato come zar di tutte le Russie.
Ora, fermandoci un attimo a riflettere su queste vicende, verrebbe da chiedersi se Clinton “preferì” il morbido approccio unipolare all’arroganza di Bush. Soluzione semplice, troppo semplice.
Pur ammettendo delle differenze fra le due amministrazioni USA, esse differiscono non tanto per gli obiettivi, quanto per i metodi: anche a Clinton – siamone certi – non sarebbe spiaciuto mettere in ginocchio russi, cinesi e – perché no – anche gli europei più “riottosi”.
A differenza di Bush, però, fece solo qualche sondaggio in quella direzione, e gli esiti sopra indicati lo convinsero che la strada era troppo pericolosa, anche per la sola potenza planetaria rimasta.
Qui, dovremmo chiederci: ma, gli USA, erano veramente una potenza planetaria?
Quando si assume quel termine per indicare il completo dominio di una potenza, s’intende che essa domina tutto il pianeta, che nessuno può prendere iniziative di un certo peso politico senza l’assenso della potenza dominante.
E’ il caso degli USA? Non mi sembra.
L’Impero Romano dominava tutto il mondo antico conosciuto (dell’impero cinese, non si sapeva praticamente nulla) e, fin quando il potere di Roma resse, nessuno ebbe l’ardire di metterlo in dubbio. A meno di pagarlo a caro prezzo. L’Impero Britannico, partendo da meno dell’1% delle terre emerse (la Gran Bretagna), giunse a dominare il 23% del pianeta: dal 1815 (congresso di Vienna) al 1914 (un secolo!) non avvennero che conflitti regionali. Anche le guerre d’indipendenza italiane, a ben vedere, furono orchestrate abilmente da Londra, che vedeva di buon occhio la nascita di una nuova media potenza mediterranea, per “tener occupati” i francesi. Addirittura le avventure napoleoniche – seppur importanti per la formazione dei futuri assetti europei – non colpirono molto gli interessi britannici.
L’analisi dei neocon statunitensi – quel loro affermare l’avvento “del nuovo secolo americano” – erano prive di fondamento: per mezzo secolo s’erano confrontati con Mosca, ma appena Mosca era caduta era nata Pechino.
Nel volgere di quel mezzo secolo, gli USA erano passati a controllare dal 50% al 20% del commercio mondiale: il Giappone, risorto dalle ceneri di Hiroshima, metteva ogni giorno in dubbio il primato tecnologico di Washington. La Cina iniziava a produrre beni di consumo di medio/alta tecnologia, l’India si proponeva come “fucina” di cervelli, l’Europa minava il dominio del dollaro con la nascita della nuova moneta.
Non mi sembrano, questi, gli attributi di un pianeta dominato da una sola potenza.
Gli eventi successivi posero in primo piano gli aspetti petroliferi: senza una consistente e costante richiesta di dollari, la divisa americana correva il rischio di perdere rapidamente terreno nei confronti dell’euro.
Ma, l’aumento iperbolico del greggio – da 11 a 40 dollari in pochissimi anni, salutato con gioia dalla FED – fornì alla Russia le risorse per uscire dalla deprimente fase post-sovietica: già nel 2003, Putin poteva permettersi d’aumentare del 50% gli stanziamenti per la ricerca militare.
Cina ed India divennero rapidamente terreno di scontro per gli investimenti fra le maggiori potenze: curioso notare come Bush – in un quadro nel quale la potenza economica USA perdeva terreno – preferì giocare tutto sull’opzione militare. Metaforicamente, Bush – avanzando verso Baghdad – compì la conquista di Belgrado che Clinton ritenne troppo pericolosa per i futuri assetti del pianeta (ovviamente, in termini di vantaggio strategico per gli USA).
Oggi, è troppo tardi per tornare indietro; Bush ed i suoi consiglieri non sono così stupidi da non rendersene conto:
semplicemente, non hanno altre scelte.
La nuova “guerra fredda” che sta prendendo forma è quindi sintomatica di una situazione d’impasse internazionale: Russia e Cina giocano la carta dell’alleanza militare, i primi consci che per almeno 40 anni saranno i “padroni” del gas che alimenta l’Europa, i secondi perché possono tranquillamente ignorare le velleità USA. La difesa di Taiwan – fiore all’occhiello della strategia USA – potremmo, per usare un eufemismo, affermare che è molto “appannata”: e i miliardi di dollari del debito americano in mani cinesi?
Sull’altro fronte, Mosca e Pechino sanno bene che non sarà facile né breve far “sloggiare” gli americani dall’Afghanistan – sognato “ponte” occidentale nei confronti dell’Asia Centrale – né dal Golfo Persico.
I segni di debolezza, in Iraq, diventano ogni giorno più evidenti: dopo aver appoggiato per anni la fazione sciita, poche settimane or sono i jet americani hanno bombardato Sadr City, roccaforte degli sciiti iracheni. Dall’altra, sognare un riavvicinamento con la fazione sunnita – dopo il tanto sangue scorso ed una poco “provvidenziale” impiccagione di Saddam Hussein – sembra più un incubo che una speranza.
La strategia americana pare quindi più dettata da una dilagante schizofrenia che da un lucido piano strategico: proprio per la sua sostanziale mancanza di realismo, corre il rischio di diluirsi nel tempo come in Vietnam. Una sorta di sconfitta annacquata negli anni, un tentativo di conservare almeno qualche spicciolo nelle tasche irrimediabilmente bucate e pagata con il sangue di tanti giovani statunitensi (oltre, ovviamente, dagli iracheni): non a caso, spunta la proposta da “ultima spiaggia”, ufficializzata dagli alti gradi del Pentagono, di ricorrere nuovamente alla leva obbligatoria.
Personalmente, ci credo poco: significherebbe, come per il Vietnam, “riportarsi il morto in casa”, con tensioni sociali che oggi sono poco avvertite proprio perché l’esercito è formato da mercenari mentre, se i giovani americani fossero nuovamente forzati nel polverone iracheno…beh…
Anche dall’altra parte, però, più che qualche tintinnar di baionette non si può far udire: i cinesi hanno inviato il loro primo uomo nello spazio, ma queste cose – russi e americani – le facevano quasi mezzo secolo fa.
L’affossamento – con la caduta dell’URSS – dei piani dello shuttle russo, ha condotto alla dolorosa rinuncia alla stazione spaziale che avrebbe dovuto rimpiazzare la MIR, ed il vantaggio lasciato nello spazio agli USA sarà lungo da colmare. In una simile situazione, che c’è di meglio di un po’ di guerra fredda?
Da una parte si corteggiano Polonia ed Ucraina, mentre dall’altra si moltiplicano le violazioni dello spazio aereo georgiano da parte russa. La marina cinese si potenzia acquistando incrociatori e cacciatorpediniere russi, e dall’altra il Giappone esce dallo “slum” militare dov’era stato cacciato dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Grandi manovre congiunte nelle pianure russe, ma a correre nella polvere sono vecchi blindati con fiammanti, nuove bandiere: tanta voglia di riconquistare la potenza perduta, ma la consapevolezza che, per molti anni, più che un po’ di polverone non si potrà fare.
Se a Mosca ci s’accontenta, a Washington non si ride: la potenza “blue water” americana è indiscutibile, ma appena scendono a terra sono guai e, se vuoi basare la tua economia sul binomio dollaro/petrolio, a presidiare i pozzi qualcuno ci deve andare.
Riflettiamo che, da anni, gli USA non riescono ad aver ragione di qualche decina di migliaia di guerriglieri: perché?
Poiché i grandi apparati, oggi, in guerra sono drammaticamente vulnerabili.
La sconfitta di Israele in Libano (la perdita di 1/7 delle forze corazzate!) significa che, di questi tempi, il cannone è più forte della corazza. Il “cannone”, si chiama lanciarazzi RPG e sta mostrando tutta la sua letalità nei confronti di mezzi corazzati superprotetti e super-tecnologici. E questa, ricordiamo, non è una novità: nel 1986, sul confine libico, le misere forze del Ciad (armate, appunto, con lanciarazzi e lanciamissili anticarro dai francesi) ebbero la meglio sulle divisioni corazzate di Gheddafi, che subirono una bruciante sconfitta a Quaddi-Doum. A voler osservare come andavano le cose vent’anni fa, l’oggi è più comprensibile.
Oggi, bastano pochi lanciarazzi RPG a puntamento laser e vecchie mine anticarro per mandare in tilt l’elefantiaco apparato di controllo americano; già lo scriveva Ernesto Guevara Linch: una forza guerrigliera – determinata ed armata, che riceve rifornimenti di armi e gode dell’appoggio della popolazione – non può essere domata da potenti eserciti.
Sappiamo che gli iracheni non sono certo grandi ammiratori degli yankee, ma possiamo facilmente comprendere da dove giungono le armi. Tutta la tecnologia bellica in mano ai guerriglieri iracheni ed afgani ha un solo marchio: prodotta forse in Iran, in India, in Cina in qualche caso in Russia o nelle repubbliche dell’Asia Centrale. La “madre” di tutta quella tecnologia, però, è la Russia: non a caso, gli israeliani si lamentarono con Mosca proprio dei nuovi lanciarazzi RPG con carica doppia, che vanificavano le corazze reattive israeliane. Non accusarono, in quel caso, Siria ed Iran: se la presero con Mosca e basta.
In definitiva, la politica neocoloniale di Bush cozza proprio contro un altro assioma degli irriducibili liberisti: vogliamo un’economia senza pastoie né limiti, in grado di spostare capitali e risorse laddove s’ottengano maggiori utili.
Va da sé che lo stato nazionale, in quest’ottica, perde importanza e addirittura senso: Bush si comporta come colui che mette in salvo qualche tanica di carburante, mentre non s’accorge che il tetto ed i muri della casa si stanno rapidamente disgregando. Gli USA hanno investito nella guerra enormi ricchezze, giungendo a ricavare assai poco: la produzione petrolifera irachena – a causa della perdurante instabilità, degli attentati e del pessimo stato dell’apparato petrolifero dovuto ad anni d’embargo – non è risalita oltre la produzione prebellica (del 1991). Fu proprio il primo governatore dell’Iraq – Paul Bremer – ad osservare “che ci stiamo rimettendo”: niente paura, chi s’accorge dell’inganno viene sostituito.
In un quadro di fallimento totale della politica di potenza – per non aver capito che i destini dell’umanità si basano, oggi, più sugli aspetti economici che sulle “cannoniere” – la miglior scelta è il “congelamento”. Quasi un sinonimo di “guerra fredda”.
Nuove alleanze? L’India che si smarca dal legame con Mosca? Può essere: però – per approdare alla “Triplice” insieme ad USA e Giappone – Delhi deve potersi permettere d’acquistare (non in conto finanziamenti a fondo perduto!) armamenti americani al posto di quelli russi (con ben altri costi).
E ritorniamo da capo: una potenza “planetaria” sarebbe in grado di fornire a Delhi quel che le serve senza chiedere troppo. Della serie: butta via i Mig-29 ed i Su-27 e non ti consegniamo – con finanziamenti alle calende greche – F-16, F-15 e, se sarai bravo, anche qualche F-22.
Può ardire a tanto una nazione super indebitata, che ha ridotto al minimo sindacale quasi tutte le retribuzioni, che gioca oramai su un piatto di poker per salvarsi (la vicenda dei mutui…) e che dovrà affrontare, prima o dopo, un altro Vietnam ritirandosi dall’Iraq?
La situazione americana di questi anni – che il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà risolvere – assomiglia molto alla condizione della Gran Bretagna dopo la Prima Guerra Mondiale: montagne di debiti, con gli USA e con i banchieri. Non bastò nemmeno l’oro tedesco, e fu soltanto a metà degli anni ’30 che Londra uscì dalle “peste”, per poi ripiombarci pochi anni dopo. Le velleità di potenza – a Washington – ci sarebbero, ma manca l’ingrediente essenziale per sorreggerla: i soldi.
Come si può notare, dopo tanti strombazzamenti, non c’è stato nessun attacco all’Iran – come avevo più volte previsto – e così non ci sarà, nel breve e nel medio termine, nessuna Terza Guerra Mondiale.
Un lungo periodo d’assestamento; una nuova “guerra fredda”, appunto: quello che serve quando quella “calda” non te la puoi permettere.
Carlo Bertani
articoli@carlobertani.it
www.carlobertani.it
Turchia: Possibili prospettive
Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia, forte sostenitrice dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea, si pone in testa per un rapporto privilegiato
 In primo luogo deve evidenziarsi la forte decisione di Ankara a svincolarsi il più possibile da forniture americane cercando alternative che possano garantire una adeguato tranfer di tecnologia a vantaggio dell'industria nazionale. Per quanto riguarda l’Europa, l’Italia, forte sostenitrice dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea, si pone in testa per un rapporto privilegiato. Le affinità che avvicinano le due terre sono molte come la prossimità geografica, storica e socio-culturale, tanto che l'Italia è il secondo partner commerciale con Ankara.
Il rapporto italiano nei confronti della Turchia si può dire unico in Europa in quanto la Francia è profondamente ostile alla sua entrata nell’Unione, con una posizione ancor più accentuata in questo senso con il nuovo presidente Nicolas Sarcozy e in aggiunta con la normativa relativa all’utilizzo del velo nelle scuole si pone in profondo contrasto con le tradizioni islamiche. Allo stesso modo si pone anche la Germania. L’unica favorevole con l’Italia è l’Inghilterra che vuole favorire le strategie mediorientali ed europee di Washighton che vede nella Turchia una testa di ponte verso il Medio Oriente. Date le posizioni europee, in campo economico, la più adeguata a contrattare con la Turchia rimane l’Italia che si è fatta promotrice della vendita dell’Eurofighter cercando di coinvolgere nel progetto di assemblaggio lo stesso paese acquirente, in modo da poter offrire delle agevolazioni sul prezzo del prodotto e, sopratutto, garantire un buon trasferimento di know-how de eventualmente di tecnologia. Con l’adesione della Turchia, il consorzio si amplierebbe a cinque partner, inglobando un paese strategico per incrementare il mercato. La proposta implicherebbe il coinvolgimento nell’assemblaggio dei caccia Eurofighter per le forze aeree turche e di altri esemplari eventualmente venduti a Pakistan ed Emirati Arabi. Resta il fatto che la scelta turca a favore dell'F-35 è ormai definitiva e che le possibilità per l'Eurofighter rimangono legate a quanto l'Italia e l'Europa sapranno arrivare ad offrire in termini politici e di ritorni industriali.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30033
| Rambo IV, un inno alla violenza |
| Combatterà in Birmania in difesa dei Karen. Ma con una ferocia sanguinaria senza precedenti |
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A febbraio 2008 uscirà nelle sale cinematografiche il quarto episodio della saga di Rambo. Inizialmente doveva intitolarsi “Rambo IV: La perla del cobra”, poi la casa di produzione ha optato per un meno evocativo nome e cognome: “John Rambo”.
In Birmania a difesa dei Karen. L’ormai anziano reduce del Vietnam John Rambo conduce una vita tranquilla a Bangkok, in Thailandia, lavorando come fabbro. Un gruppo di missionari cristiani chiede il suo aiuto per raggiungere via fiume il confinante Myanmar (ex Birmania), dove devono andare a portare soccorso ai villaggi della minoranza Karen colpiti dall’ennesima offensiva genocida del brutale regime militare birmano. L’ex marine rifiuta. “E’ una zona di guerra” risponde senza alzare gli occhi dall’incudine, lasciando intendere di averne avuto abbastanza. Così i missionari partono da soli ma, una volta a destinazione, vengono rapiti dai soldati birmani del sadico maggiore Pa Tee Tint. A questo punto Rambo non può tirarsi indietro e parte per l’ennesima missione di salvataggio della sua vita, vendicando con una violenza estrema le barbarie commesse dai militari birmani contro i Karen.
Il Rambo più violento della storia. “Se vi aspettate un film estremo, Rambo IV riscriverà il significato di violento nel vostro vocabolario personale”.
Così il superdopato Sylvester Stallone – che prima dell’inizio delle riprese era stato fermato in Australia per possesso di ormoni proibiti – ha presentato la sua prossima pellicola, stuzzicando il pubblico più giovane e assetato di sangue e superviolenza. Un tipo di pubblico che non rimarrà certo deluso a giudicare dal tralier già visibile su You Tube: sequenze splatter in cui Rambo, in preda a una disgustosa furia macellaia, decapita, sgozza e squarta tra fiotti di sangue e sventagliate di mitra.
Questo film avrà forse il merito di portare all’attenzione del grande pubblico il dramma dei Karen e della altre minoranze birmane che da decenni vengono perseguitate dal regime di Yangon.
Ma di certo, come riconosce lo stesso Stallone, contribuirà a innalzare sensibilmente il tasso di assuefazione alla violenza di decine di milioni di giovani spettatori.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8604
USA : false confessioni estorte con minaccia di pena di morte
di Rico Guillermo*
Alcuni uomini minacciati di pena di morte potrebbero aver confessato un crimine che non avevano commesso.
Dopo lunghi e intensi interrogatori, inclusivi di minacce di perseguire la pena di morte, nel 1997 quattro marines hanno confessato una violenza ed un omicidio a Norfolk, in Virginia. Oggi e' emersa una nuova prova che indicherebbe che tutti e quattro potrebbero essere non colpevoli e ben quattro ex procuratori generali della Virginia si sono uniti alla lunga lista di persone che chiede al govervatore Tim Kaine di graziare gli uomini in virtu' del grossolano errore giudiziario.
Tre degli uomini sono infatti stati condannati all'ergastolo senza parola per la violenza e l'omicidio di Michelle Moore-Bosko, mentre il quarto marine abbia passato oltre 8 anni in prigione per violenza. I quattro uomini, conosciuti come "i quattro di Norfolk" ora affermano la loro innocenza e dicono che la polizia li ha costretti a confessare anche grazie alle minacce di una condanna a morte e di abusi fisici.
Le loro confessioni non combaciavano ed i particolari che hanno fornito non si sono adattati con le prove raccolte dalla polizia. Inoltre, nessuna prova fisica raccolta sulla scena del delitto li ha collegati al crimine. Inoltre un collega di uno dei marines ha sempre cercato di testimoniare che l'imputato era bordo della nave su cui prestava servizio, al momento del crimine, ma non e' stato ascoltato: "Il mio piu' grande errore - ha dichiarato - e' stato credere che il sistema giudiziario andasse avanti nella giusta maniera. Non potevo concepire che qualcuno che era evidentemente innocente potesse andare in prigione. Era li' che sbagliavo".
Omar Ballard, un noto criminale che conosceva la vittima e che sta scontando 40 anni di prigione per violenza carnale e violenze su una teenager commessi appena dieci giorni dopo l'omicidio di Moore-Bosko, ha scritto una lettera in cui confessava il crimine e in seguito e' stato confermato che l'unica prova fisica trovato sul DNA metteva in relazione Ballard e la vittima.
In un recente articolo sul New York Times, Alan Berlow ha analizzato perche' i quattro marine hanno confessato tutti un crimine non commesso ed ha intervistato esperti che dicono che i quattro hanno dovuto affrontare un tipo di interrogatorio che conduce spesso a false confessioni.
Gli studi compiuti in generale sulle false confessioni, hanno trovato un certo numero di indicatori ricorrenti, come la violenza, le minacce di violenza, le minacce di condanne dure come l'esecuzione e l'adozione di strategie come l'isolamento, l'insonnia e gli interrogatori lunghi sotto pressione, un po' - anche se in scala ridotta - come nelle prigioni della CIA per terroristi, per le quali gli stessi esperti del Pentagono hanno recentemente criticato l'attendibilita' delle informazioni ottenute con le violenze fisiche e psicologiche.
Oltre che negli USA, la questione degli interrogatori che inducono le persone a confessare si sta presentando in tutta la sua mostruosa evidenza anche in Giappone, dove pure i procuratori vogliono arrivare al processo con la vittoria in tasca e molti poliziotti si sono mostrati senza scrupoli abusando in modo sconvogente della carcerazione preventiva.
Come dimostra anche il caso dei quattro di Norfolk, peraltro, oltre all'ingiustizia della condanna e detenzione di innocenti, le false confessioni indotte comportano anche la reiterazione del reato da parte dei veri colpevoli, che non vengono piu' ricercati dopo l'individuazione del capro espiatorio condannato forzosamente.
* si ringrazia Claudio Giusti
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 25 2007
Cari amici ulivisti (e non o non più),
Vi scrivo per comunicarVi la mia intenzione di appoggiare la candidatura di Rosy Bindi, nonostante sia iscritto ai DS e nonostante su alcuni temi (v. bioetica) le mie idee di non credente e di laico non sempre coincidono con le sue di cattolica convinta.
Perché non mi allineo alle decisioni del partito al quale sono iscritto?
Espongo brevemente alcune delle ragioni:
- la Politica (con la P maiuscola) di questo secolo richiede strumenti nuovi e che rompano con un passato che si è dimostrato, anche e forse soprattutto nella sua recente estrema frammentazione pseudo-ideologica, del tutto inadeguato alle nuove sfide. Non rinnegando le proprie idee e convinzioni, ma le pratiche oligarchiche che tutti i partiti attuali ormai seguono. Non rinnegando il proprio passato ideologico, ma mettendolo al servizio di una comunità politica più ampia, in uno sforzo di sintesi. Costruire uno strumento veramente nuovo significa avere il coraggio e l'onestà intellettuale di fare tabula rasa e ripartire da zero. Dal basso. Da quella cittadinanza emarginata dai processi politici e corteggiata solo in occasione delle tornate elettorali.
- Al di là delle valutazioni personali, la candidatura Veltroni-Franceschini, per le modalità con cui si è verificata e si sta conducendo, anche sul territorio, si presenta inequivocabilmente come una operazione di autoconservazione delle oligarchie di DS e Margherita, confermata anche dai riusciti tentativi (ma quanta miopia!) di escludere altre candidature (Bersani, Colombo).
- Le recentissime affermazioni di Veltroni (v. La Repubblica del 24 u.s. - articolo a firma Veltroni) sulla necessità di rinunciare a mettere "in campo la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla sua coerenza interna e dalla sua effettiva capacità di governare il Paese" sono pienamente condivisibili, ma da che pulpito viene la predica? Si è dimenticato il "compagno" Walter che per essere rieletto sindaco di Roma con "la coalizione più ampia possibile" non ha esitato a legittimare liste con candidati a dir poco impresentabili?
Perché quindi Rosy Bindi?
Perché è l'unica che in tutti questi anni, con continuità, ha dimostrato di essere una ulivista convinta ed è sempre stata vicina alla nostra Rete dei Cittadini per L'ULIVO.
Perché non rappresenta gli (anzi è osteggiata dagli) apparati di partito.
Per le idee sulla politica del lavoro e dello stato sociale (più a sinistra di tanti sedicenti tali).
Per la sua coerenza.
Anche perché donna (altro fattore di novità nella politica italiana).
Un cordiale saluto a tutti Voi.
Nando
Politica e gentiluomini
Quando Veltroni è sceso in campo – no, cielo, che orribile frase fatta! Scusate, mi è scappata: a ‘sta cosa della “discesa in campo” dobbiamo trovare un’alternativa: quando ha annunciato la sua candidatura? Ecco già meglio, ma scevra di mordente; quando si rivolse al popol suo annunciando di partecipare all’agone? Carducciana e troppo risorgimentale, poi pare uno che vuol rivangare la Breccia di Porta Pia. Quando si è lanciato nella tenzone? Epica, inadatta alla bonomia del Walter. Quando si è proclamato disposto a bere l’amaro calice? Religiosamente paracula, siamo sulla strada giusta. Quando si è dichiarato un umile vignaiolo nella vigna del signore? Porca miseria, no, già presa. Quando si è iscritto fra i competitor …ok, darling, questa è la sua: moderna, discretamente liberale, con quel tocco di americano che fa Kennedy, lo snob di chi ha in tasca la tessera di un circolo esclusivo e una sostanziale vaghezza rispetto alla gara che va bene per tutto, dalle elezioni per la segreteria PD al torneo di bridge condominiale: praticamente perfetta – dunque, dicevamo, quando Veltroni si è iscritto fra i competitor per la segreteria PD ha contestualmente annunciato che voleva una campagna vera, uno scontro dall’esito non scontato. A fare il candidato unico, calato dall’alto delle segreterie, non c’era gusto, non c’era divertimento, e, soprattutto, non c’era senso, se si voleva dar l’idea che il Partito Democratico fosse qualcosa di diverso da un accordo fra le solite oligarchie di partito, una fusione fredda, come han subito ciarlato i giornalisti in caccia di definizioni ad effetto, e fusione fredda non va bene: pure dal punto di vista scientifico è una bufala, c’è il rischio che porti sfiga.
Detto fatto, al suo magnanimo annuncio sono spuntati altri competitor . L’algido Enrico Letta, con la sua faccia lunga da Harry Potter invecchiato (sposato, padre di famiglia, esperto di magheggi economici, studi in Inghilterra, che quando lo guardi ti chiedi sempre se lo abbiamo preso ad Hogwarts, ora che la Rowling ha smobilitato la compagnia di giro), si candida a intercettare i voti dei quarantenni seri e pallosi; l’Adinolfi, con la testa e la stazza giusta per poter essere definito a breve un Giuliano Ferrara di Sinistra, non fosse che, da quello che poi dice, l’Adinolfi c’entra con la sinistra come i babà con la cucina svedese, si incarica di prendere i voti di tutti gli altri quarantenni sul mercato; Furio Colombo, segaligno e incattivito come solo i borghesi radical sanno esserlo, calamita le simpatie degli anziani ragazzi chic votanti a sinistra perché Berlusconi ha l’aria di uno che, a invitarlo a cena, a fine pasto racconta barzellette sporche, così la cameriera finisce per andarsene, e si sa quanto sia difficile trovare personale qualificato oggi, signora mia; e poi Pier Giorgio Gawronski, che non si sa bene chi sia, ma certo aspira ai voti di una minoranza di bastian contrari cronici, amanti della novità e della stranezza a tutti i costi, elitari e di buona cultura, anche perché la cultura di base ci vuole, o non si riesce neanche a capire bene come vada scritto, quel nome del caspita.
Questi qui sono uomini, e gli uomini si sa come son fatti: pieni di senso pratico, conoscono bene come vanno le cose di potere, e sanno pure che possono anche fare i competitor, ma, checchè se ne dica, questa non è una competizione. Casomai un gentlemen’s agreement per far contento il Walter, le segreterie, e il popolo della sinistra che chiede trasparenza e novità. Alle primarie ognuno si conta i seguaci suoi, e poi tutti al club a festeggiare, fra sfoggio di ineccepibile fair play, perché c’è sempre spazio per essere corretti e britannicamente sportivi, quando si sa chi vince e chi perde perde sapendo di perdere con onore.
In mezzo a questo circolo della caccia, però, si presenta la Rosy Bindi. Che per stare sulle balle, ammettiamolo, le ha tutte. Perché non solo è donna, e già questo, ne converrete, denota una certa mancanza di senso politico; poi non è madre, non è moglie, e pure questo in Italia non va bene; per giunta, pur se ha un nome da sciampista, è brutta, quindi la sua presenza nei luoghi del potere proprio non si spiega, dato che di certo per entrarvi non ha potuto portarsi a letto nessuno; per soprammercato dimostra una certa intelligenza e, infine, da cattolica rispedisce spesso al mittente le ingerenze di porporati e preti vari senza troppi giri di parole, e se era per lei una legge sui Dico, per quanto timida, in Italia si sarebbe fatta, mentre per tanti laici di conclamata tradizione è una legge che non si può fare, né ora né mai, sennò il cardinale ci si intristisce, paraponzi ponzi pò.
Dal vivo è simpatica, la Rosy, lo posso garantire: me la ricordo quando è venuta nel mio paese per un comizio, qualche anno fa: quando parla puntuale e precisa, e soprattutto, cosa strana per un politico, se il pubblico le fa una domanda, ascolta, ci pensa e risponde nel merito, non ricicla qualche slogan premasticato. Ma in questo frangente non ha tatto, e non ha senso della decenza. L’ha presa sul serio, ‘sta cosa della corsa alla segreteria, come se fosse una gara vera. Ha tirato, raccontano le cronache, fuori dal garage la macchina e percorre scatarrando strade e stradine di provincia, per incontrare gli elettori uno ad uno. E dalle pagine dei giornali e dal suo sito rintuzza gli avversari, tallona il Walter, fa le pulci alle sue dichiarazioni.
Insomma, Rosy, dai, non si fa. Ecchediamine. Poi non ci lamentiamo se dopo cena i gentiluomini si rintanano in salotto, a bere il porto, fra maschi, da soli. http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/

- Pavia il delitto diventa uno show. Corona cerca le cugine di Chiara
- E Tremonti lancia l'alzabandiera in tutte le scuole
- La Ardant elogia Curcio? a Venezia non è gradita (Galan, governatore del Veneto) . Ha sbagliato ma la perdono e l'aspetto (Cacciari, sindaco di Venezia)
- Montezemolo: le tasse un'emergenza nazionale
- Incendi e protezione civile: 70% dei dipendenti in ferie
- Pena di morte, i metodi di esecuzione: Iniezione letale, sedia elettrica, fucilazione, camera a gas e impiccagione
- Partito democratico. Veltroni ha i nomi della società civile, docenti, medici attori e pensionati
- SuperSilvio lancia Michela
- Liberi gli Italiani in Kenia, grazie a Fede, Naomi e Briatore
- Iran, frustato in piazza per immoralità
- Sfida al premier giapponese, dito mozzato per posta (in realtà solo una piccola falange)
- Havel ritorna al teatro ma inciampa sulla moglie
- Rossi non si presenta, fischi del popolo di Cl. Fassino si presenta, idem
- Sabaudia, multati i nudisti in spiaggia. Si attende la condanna del card. Bertone
Conseguentemente non occorre comprare il giornale
http://francescatoblog.blogspot.com/
ENTRATE: AUMENTA IL GETTITO DI 7,8 MILIARDI IN PIU' DEL 2006

Facciamo chiarezza: nel periodo gennaio-inizio agosto, il gettito da autoliquidazione è aumentato di circa 7,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo del 2006, con un tasso di crescita annuale di circa il 21 per cento.
I miei amici pecorones diranno: è merito di Berlusconi. Gli farò presente che Berlusconi non è più presidente del consiglio dall'aprile 2006. Mi daranno del comunista o brigatista. I miei amici pecorones diranno: allora spiegaci come sia stato possibile questo aumento di entrate. Gli risponderò che sicuramente la politica contro l'evasione fiscale sta dando i suoi frutti. Il pecorones di turno mi attaccherà dicendomi che sono un golpista o qualcosa del genere. Ovviamente andrò a quotare le parole di Romano Prodi il quale afferma: "Troppe volte si parla del fisco come di un nemico da combattere, dimenticando i servizi e la democrazia che esso garantisce sia a livello statale che locale. Le famiglie e le imprese italiane dimostrano di comprendere che non è con i condoni o i comportamenti furbeschi che si fa più grande e più giusto il Paese". Mi risponderanno con i soliti insulti, con la maleducazione e l'ignoranza. Poi farò notare che con il governo Berlusconi questo successo finanziario non sarebbe stato mai possibile in quanto con Tremonti si era avviata una politica economica basata sui condoni e sulla depenalizzazione del falso in bilancio. E il gregge mi urlerà contro, andando a ribaltare la realtà delle cose. Gli potrei ricordare tutte le varie notizie sull'evasione fiscale (commercianti e liberi professionisti). Ma non ci sarà niente da fare. Continueranno a difendere Berlusconi e compagnia "brutta". Stanno organizzando lo sciopero fiscale? Peggio per loro e per l'Italia. Ma tanto non capirebbero ugualmente.
La verità fa male, lo so; ma ora sono pronto a prendermi i soliti insulti gratuiti senza motivazione. La realtà è questa. Fatevene una ragione.http://rinascitanazionale.ilcannocchiale.it/post/1590883.html
Pd: Monaco, non rinunceremo a parole di verità
ANSA - 'Ha detto bene Rosy Bindi: lei ha parlato il linguaggio della verita', un linguaggio cui non e' avvezza la politica politicante'. Lo dichiara Franco Monaco, deputato dell'Ulivo.
'La storia lo insegna: i sistemi chiusi e burocratici si nutrono di retorica e ipocrisia e, quando irrompono parole di verita', esse hanno effetti eversivi e suscitano scandalo.
Semplicemente perche' chiamano le cose con il loro nome. E allora si reagisce con ridicoli esorcismi e dietrologie: chi c'e' dietro?'.
'Noi ulivisti quel che dovevamo dire lo abbiamo detto a viso aperto e continueremo a dirlo. Del resto - conclude - con noi e prima di noi lo hanno scritto molti opinionisti: un candidato pensato e che pensa se stesso come unico, di necessita', si porta appresso il modello di partito feudale e correntizio di chi lo ha investito'.
Conversioni. Geminello Alvi e la “demagogia della rendita”
Credevamo che Geminello Alvi fosse un accanito nemico della rendita, soprattutto quella finanziaria. Di qui il nostro stupore nello scoprire, leggendo il suo editoriale di ieri sul Giornale (“La demagogia della rendita”), di una sua improvvisa conversione sulla via, non di Damasco, ma G. Negri (strada milanese dove è ubicata la redazione del Giornale).
Nell’articolo Alvi mostra di reputare ancora necessaria la riduzione del debito pubblico, ma non spiega come. Certo, in quattro-cinquemila battute non si può dire tutto… Ma scrive pure di ritenere inutile la tassazione delle rendite nel bel mezzo di una crisi finanziarie. Quando si dice le coincidenze…
Inoltre critica - e giustamente - la demagogia fiscale della sinistra rifondazionista. Tuttavia, per avvalorare la sua tesi, si appella al fatto che un provvedimento del genere colpirebbe le famiglie dei lavoratori dipendenti, “visto che sono anzitutto [queste famiglie] a preferire i titoli di stato nei loro risparmi”. E qui, come dicevano i nostri nonni, “casca l’asino”, perché evidentemente l’aria che Alvi respira al Giornale non giova alla serenità di pensiero. Diciamo, che si è messo a “geronimeggiare” pure lui (dallo pseudonimo Geronimo, alias il democristiano Cirino Pomicino, firma storica del Giornale post-montanelliano). Il che ci dispiace.
Ma per quale ragione geronimeggia? Perché quel che dice, per usare la terminologia logico-economica di Giuseppe Palomba, è al tempo stesso né non vero né non falso. Si tratta della logica NECNON. Nel senso che l’assunzione (i risparmi in bot sono detenuti dalle famiglie dei lavoratori dipendenti), non è non vera, perché corrisponde alla realtà, ma al tempo non è non falsa, perché equivoca, dal momento che quei titoli sono detenuti da un numero irrisorio di famiglie. Perciò quel che sostiene Alvi, non è in grado di far comprendere la verità effettive delle cose.
Ci spieghiamo meglio
Basta sfogliare un aureo volumetto (Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio, La ricchezza degli italiani, Il Mulino 2006) per scoprire, che per quel che riguarda i soli titoli pubblici (Bot e Cct), le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, ne possiedono complessivamente soltanto il 10%. Mentre, la restante parte, è nelle mani delle famiglie più abbienti, delle imprese e delle istituzioni finanziarie. Inoltre - sintetizziamo - emerge che ben il 55% dei titoli finanziari è posseduto dal 10% delle famiglie più ricche, che in media hanno un patrimonio netto superiore al milione di euro, mentre il 50% delle famiglie italiane possiede appena il 12% della ricchezza finanziaria totale.
In conclusione, al contrario di quel che sostiene Alvi, l’introduzione dell’aliquota del 20 per cento avrebbe un discreto valore redistributivo. Perché andrebbe a colpire quell’economia della rendita, goduta da un capitalismo parassita, dal lui così lucidamente combattuto.
Ma a quanto pare, in passato.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Dalle lettere al Direttore del Foglio un'acuta osservazione di Gianni Boncompagni:
Sembra che alcune giovani ragazze di Garlasco si siano auto accusate dell’omicidio di Chiara Poggi per mania di protagonismo. La procura competente ha subito organizzato
una task force di provetti investigatori per cercare alibi di ferro che dimostrino, con prove inconfutabili, che le pretendenti omicide sono totalmente innocenti. Una ragazza, in vacanza in Nuova Zelanda nel giorno dell’omicidio, saputa la notizia è subito tornata a Garlasco e si è presentata dai carabinieri dicendo: “Sono stata io”. Scoperto l'inghippo si è suicidata e ha avuto la sua copertina.
Ora, detta da quello che quel modello di protagonismo l'ha creato dal nulla in Italia a cavallo tra anni '80 e '90, ce ne vuole di coraggio.
http://carlettodarwin.blogspot.com/
Deutsche Building: lo “zombie” dell'11 settembre
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di Paolo Jormi Bianchi - Megachip
Il grattacielo della Deutsche Bank, al 130 di Liberty Street, Lower Manhattan, l'11 settembre del 2001 è stato colpito dalle macerie delle Twin Towers che si polverizzavano in una immensa nube di polvere di amianto e cemento. Quella della Deutsche non dev'essere una torre molto amata dalle assicurazioni, visto che 6 anni dopo quell'attentato, è stata di nuovo devastata. Uno spaventoso incendio l'ha bruciata per la lunghezza di oltre 10 piani ( vedi il video Ansa ), e sono morti altri due pompieri del New York Fire Department, dopo che centinaia di loro avevano già perso la vita il 9-11. Ovviamente il Deutsche non è crollato, perché si sa, gli incendi non possono far crollare i grattacieli. Solo la versione ufficiale dei fatti del 9-11, ogni giorno più ridicola, continua a sostenere che l'11 settembre del 2001 l'Edificio 7 del World Trade Center, non colpito da nessun aereo, sia crollato a causa del fuoco…
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Ma su questo argomento torneremo tra qualche riga.
Dopo gli attentati del 2001, tutti i grattacieli del complesso, seriamente danneggiati dalle macerie cadute dai 400 metri di altezza delle torri, erano stati esaminati dagli ingegneri civili che dovevano valutare quali edifici fossero recuperabili e quali dovessero essere invece demoliti. La torre della Deutsche Bank era risultata gravemente danneggiata, ma non al punto di dover essere demolita. In teoria poteva riprendere vita, nonostante avesse un buco alto 24 piani nella pancia. Ma era sorto subito un problema: era letteralmente intrisa di sostanze nocive, tra cui in particolare l'amianto, che era penetrato in ogni singolo interstizio dei pannelli, delle vetrate, delle lamiere che ricoprivano la facciata esposta alla nube di polvere finissima, quanto velenosa, sprigionata dal collasso delle torri. Le torri avevano avvelenato il Deutsche Building, avvelenato il suo tetto, avvelenato il suo impianto di aerazione, avvelenato i suoi muri, i suoi pavimenti. Non era tecnicamente possibile pulirlo, non c'era verso. Ma era anche impossibile demolirlo con il comune metodo delle esplosioni controllate, perché gli esplosivi avrebbero sparso nell'aria di Manhattan, per l'ennesima volta, quelle polveri velenose.
Poi sono arrivati i resti umani.
Dita. Pezzetti d'ossa provenienti da diverse parti del corpo umano. Resti mummificati. Li hanno trovati alcuni addetti alle pulizie sul tetto della torre ad aprile 2006. Prima 300 reperti, poi la conta è arrivata a 800 unità. Sono i resti delle vittime delle torri, stritolate durante i crolli e lanciate in tutte le direzioni intorno al luogo del disastro, assieme alle travi d'acciaio e al contenuto degli uffici. Molti resti erano finiti sul tetto di quell'edificio e nessuno, per anni, se ne era accorto. Questo la dice lunga sulla perizia forensica dell'Fbi e sulla sua affidabilità, dato che sostiene di aver trovato il passaporto di un dirottatore nelle macerie di Ground Zero , ma ha dimenticato quasi un migliaio di resti umani sul tetto di un palazzo dell'area. Resta il fatto che nessun horror cinematografico ha mai raggiunto la perversione della realtà, in questo caso.
I Newyorchesi hanno presto cominciato a parlare del Deutsche come de “il fantasma del 9- 11” . Nero, fuligginoso, disabitato, incombeva come una lapide velenosa su Ground Zero. Ricordava a tutti, ogni volta che sollevavano la testa, cosa era successo all'inizio di questo disperato secolo. Non poteva essere cancellato di colpo, andava smantellato lentamente, pezzo per pezzo, facendo attenzione a non spargere polvere nell'aria. L'opera di smantellamento era iniziata quest'anno. E siamo arrivati ai giorni nostri, con l'incendio di ieri, 15.30 ora locale.
Ma qui vogliamo fare una precisazione. Non siamo d'accordo con i cittadini della Grande Mela. Il Deutsche non è un fantasma. E' uno zombie. Tecnicamente un “non morto”, il suo corpo è fisicamente presente in questo mondo, e continua a stare in piedi nonostante ogni colpo che gli venga inferto. Puoi fargli di tutto, ma non può morire. L'11 settembre le macerie della torre sud hanno aperto uno squarcio di 24 piani sulla sua facciata e distrutto la sua lobby. Ma non è crollato. Quel giorno sono divampati incendi al suo interno, ma il sistema antincendio li ha spenti. Non è crollato. Ulteriormente danneggiato proprio dal suo sistema antincendio, che il 9-11 lo ha inondato di tonnellate d'acqua, preda dell'incuria del tempo, parzialmente smantellato e privo di manutenzione da 6 anni, è stato ieri colpito da un tremendo incendio che a detta di tutte le news ne ha divorato velocemente 10 piani, causando la morte di 2 pompieri e il ferimento di altri 5. Ma non è crollato.
Non ci sono dubbi, siamo di fronte ad un mostro degno della fantasia di Stephen King: ecco il Deutsche Building, il grattacielo zombie.
L'Edificio 7 del World Trade Center (foto a destra) disgraziatamente era un edificio normale, privo di superpoteri occulti. La versione ufficiale sui fatti del 9-11, che non va assolutamente criticata, pena la giusta accusa di essere dei nazi-negazionisti psicotico-fanatici, sostiene brillantemente infatti che l'Edificio 7 sia crollato l'11 settembre a causa degli incendi divampati al suo interno e dei danni subiti dopo che alcune macerie delle torri lo hanno colpito.
Per far educatamente notare che la storia del crollo dell'Edificio 7 non aveva nessun senso, alcuni coraggiosi dediti ad una pericolosa forma di giornalismo (che si rifiuta di fare da passacarte tra autorità e pubblico, ma ficca sempre il naso nella busta che gli danno da consegnare) hanno puntato il dito su incendi di altri grattacieli con struttura in acciaio avvenuti nel passato, ne citiamo solo tre:
• L'incendio di Madrid di febbraio 2005 alla Windsor Tower . 32 piani, era ancora in costruzione quando è bruciata per 20 ore consecutive senza che la struttura centrale cedesse.
• L'incendio di Caracas in Venezuela di ottobre 2004 al Parque Central Complex . Torre di 56 piani con struttura in acciaio. E' bruciata per più di 12 ore dal 34° al 44° piano. Ma non è crollata.
• L'incendio di Philadelphia del One Meridian Plaza . Torre di 38 piani, ha preso fuoco a febbraio del 1991. L'incendio è partito dal 22°, piano bruciando per 18 ore e coinvolgendo 8 piani. La torre non è crollata, anche se le autorità di Philadelphia hanno parlato de “l'incendio più rilevante del secolo”.
Altri esempi di incendi di grattacieli sono qui .
Lasciamo da parte l'ironia sugli edifici zombie e parliamo seriamente, adesso. Quanto è accaduto con il Deutsche Building a Manhattan è l'ennesima prova che la spiegazione che ci è stata data del crollo dell'Edificio 7 fa ridere i polli. I grattacieli non cadono per gli incendi. E il caso del Deutsche è ancora più imbarazzante per chi si ostina a difendere la versione ufficiale dei fatti dell'11 settembre, non solo perché il Deutsche si trova nello stesso teatro e nelle stesse condizioni ambientali di quell'Edificio 7 che ha sfidato ogni legge della fisica crollando a causa di qualche fiammella all'interno, ma soprattutto perché il Deutsche era stato danneggiato anch'esso, come è avvenuto al numero 7, dalle macerie delle torri. Il Deutsche aveva subito 24 piani di squarcio nella facciata e la sua lobby era stata distrutta, e nessuno può più sostenere che si facciano paragoni che non stanno in piedi. A non stare in piedi sono solo coloro che si arrampicano sugli specchi pur di difendere l'indifendibile.
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Candidato alla Casa Bianca? No, marketing virale
Di Carola Frediani
Una società californiana di software affida a un'agenzia pubblicitaria un'inedita campagna virale: la creazione online di un candidato alle presidenziali americane. Con tanto di sito e di profili su MySpace, Flickr e Facebook. E il risultato è più reale della realtà...
Alla fine si è chiuso il cerchio: se prima la politica si è rivolta alla tecnologia – ai nuovi media, all'internet, agli strumenti del web 2.0 – per sfruttarne la spinta innovativa, ora è la volta della tecnologia che cerca di attirare attenzione su di sé attraverso l'interesse suscitato dalla campagna presidenziale americana.
Ai candidati in corsa per la Casa Bianca si è infatti aggiunto un volto nuovo, quello di Ray Hopewood, "il vostro ambasciatore per la tecnologia", come recita il motto, perché questo "non è tempo per comprimari", bensì per leader. Il nuovo concorrente – che per aspetto e tono sembra un inquietante ibrido tra George W. Bush e Barack Obama – è di poche parole, ma di chiare idee. «Ci sono tre ragioni per cui dovreste votarmi: sono intelligente, bello e ricco. Oops… in effetti sono solo tre».
E in fondo come dargli torto: l'unico punto a suo sfavore è solo il fatto che non esiste. Ray Hopewood, con quella "speranza" inserita nel cognome e spruzzata in tutti i suoi discorsi, è del tutto fittizio. Però la sua campagna esiste eccome e sembra quasi vera. A inventarla è stata un'agenzia pubblicitaria californiana, la Rassak Experience, per conto di BigFix, una piccola società dell'IT specializzata in sicurezza.
Può darsi che la credibilità di questo personaggio la dica lunga sulle presidenziali americane, ma di sicuro quelli della Rassak si sono dati da fare: Hopewood (che è incarnato da un attore, Greg Wrangler) ha un suo sito web, un suo blog, oltre che profili su Facebook, MySpace e Flickr. Il kit digitale di base del bravo candidato, insomma, con tanto di merchandising: da una pagina del sito infatti si vendono i gadget della campagna: le solite magliette, le tazze, ma anche, con un filo ulteriore d'ironia, le tutine per cani o i tanga.
E proprio su MySpace scopriamo che Ray – che sarebbe un ricco imprenditore del software - ha 44 anni, è single e si sente particolarmente vicino ai giovani, specie quelli connessi. Addirittura uno spezzone di video lo ritrae (finto) ospite di Diggnation, la trasmissione del sito di news tecnologiche Digg. Mentre a sostenerlo è una coalizione (fasulla) di aziende hi-tech.
Ma perché architettare una simile, scherzosa montatura? E' il marketing virale, rispondono in sostanza quelli di BigFix e di Rassak, la necessità di divertire e incuriosire gli utenti per far passare poi il proprio messaggio, nel caso della software house semplicemente il proprio brand. «Noi siamo una piccola azienda all'interno di uno spazio consolidato – ha spiegato David Appelbaum, vice president per il marketing di BigFix – e i nostri concorrenti tendono a dominare i media tradizionali grazie alla loro capacità di spesa, tanto che farsi largo è un'impresa. Le pubblicità virali sono la nostra migliore scommessa».
Un azzardo che in passato ha dato i suoi frutti. BigFix aveva già lanciato una campagna di questo genere, con un personaggio inventato, in quel caso un responsabile vendite di un'azienda di software: l'operazione aveva prodotto 400 mila visite al loro sito.
Ora però, con Ray Hopewood, si punta più in alto, senza dimenticare di seguire gli sviluppi della campagna presidenziale vera e propria, e di aggiustare di conseguenza i propri messaggi. «Sono per l'aspetto ecologico delle preoccupazioni di tutti», avrebbe dichiarato Hopewood. O è stato Bush? http://www.visionpost.it/index.asp?C=10&I=2326
Aleviti, sunniti, sciiti: analogie e differenze (I)
Da Istanbul, scrive Fabio Salomoni
Cosa è ortodosso e cosa eterodosso? E' uno dei temi trattati in questa doppia intervista a Aykan Erdemir, antropologo e Mustafa Şen, sociologo, entrambi della Middle East Technical University di Ankara. La prima di due parti
Vorrei soffermarmi sulla questione del posto che gli aleviti occupano nel mondo islamico rispetto alle correnti sciita e sunnita, possiamo tracciare un quadro generale?
Aykan Erdemir: Nel mondo islamico la divisione fondamentale tra sunniti, il 90%, e sciiti, 10%, risale agli avvenimenti seguiti alla morte del profeta Maometto, la questione della successione, di chi prenderà il suo posto, la lotta per il Califfato. Per i sunniti il successore deve essere Ebu Bekir, per gli sciiti invece Ali, marito di Fatima la figlia di Maometto, è destinato a prendere il posto del profeta. Tra gli sciiti, come tra i sunniti, ci sono poi correnti diverse. Quella dei tre imam, Deydi, quella dei sette imam, gli Ismailiti, quella dei dodici imam, di cui si parla spesso negli ultimi tempi in relazione a quanto accade in Iran ed in Libano.
Gli aleviti non rientrano in nessuna di questa due grandi correnti. Si, tra gli Aleviti ci sono i dodici imam come discendenti del profeta che torneranno un giorno a portare pace e giustizia nel mondo, elementi che avvicinano gli aleviti agli sciiti. Nella teologia e nella pratica ci sono però molte differenze. La ritualità alevita non prevede le cinque preghiere quotidiane, non c’è il mese del digiuno e neppure il pellegrinaggio alla Mecca. la credenza nella uguaglianza tra uomini e donne che condividono lo stesso spazio nella preghiera, l’esistenza di un semah, l’uso della musica, l’uso degli alcolici nelle cerimonie, sono tutti elementi che mostrano quanto gli aleviti siano lontani dalla tradizione sciita.
Nelle cerimonie alevite si parla molto dei fatti di Kerbela nell’odierno Iraq, città dove nel 680 d.C. l’esercito omayyade assassinò Hussein nipote di Maometto. N.d.A). Il ruolo della sofferenza, del martirio sono importanti così come nella tradizione sciita, non è un punto comune?
AE: Sì certo, il sentimento dell’aver subito un ingiustizia, di essere stati oppressi è un elemento comune con gli sciiti. L’ingiustizia patita a Kerbela da Ali nel corso della lotta per la successione, l’avvelenamento di suo figlio Hasan e l’uccisione del fratello Hüssein sono elementi importanti tra gli aleviti ma anche qui ci sono differenze rilevanti soprattutto per quanto riguarda il dolore e la sua drammatizzazione.
La questione del lutto tra gli sciiti è molto importante, durante il periodo del muharrem potete vedere queste differenze. Ferirsi, tagliarsi, colpirsi con delle catene, anche se si tratta di tradizioni che stanno perdendo la loro forza, sono elementi caratteristici del mondo sciita. Tra gli aleviti queste tradizioni sono completamente assenti. Il ricordo dei fatti di Kerbela avviene durante la cem, attraverso orazioni funebri, una modalità poetica ed artistica, questa è una differenza importante. Un’altra differenza è che nella cerimonia della cem c’è il momento in cui si ricorda l’ascensione di Maometto al fianco d Allah, miraçlama. In questa fase assistiamo anche alla divinizzazione della figura di Ali, questa una differenza importante rispetto a gran parte del mondo sciita.
Si parla spesso di aleviti e bektashi come fossero due sinonimi, qual è la differenza?
AE: I bektashi sono una confraternita e quindi chiunque può diventare bektashi. L’alevismo è qualcosa che passa attraverso il padre e la madre. Quindi i bektashi eleggono i loro dede, i loro leader spirituali mentre per gli aleviti il dede è una carica che si trasmette tra le generazioni, da padre in figlio.
La confraternita dei bektashi è stata considerata il braccio spirituale dei giannizzeri, il corpo militare d’elite dello stato ottomano. Non c’è una contraddizione con la filosofia alevita fondata sulla tolleranza e “l’umanesimo anatolico”?
Mustafa Şen : Questa relazione tra bektashi e giannizzeri in realtà rappresenta un’incognita che nemmeno gli storici hanno indagato a fondo. Con le riforme di Mahmut II, la modernizzazione ottomana ha soppresso i giannizzeri ed allo stesso tempo la confraternita, è un momento di passaggio e su questo non sappiamo molto. In realtà in epoca ottomana ogni professione, corporazione, aveva legami privilegiati con una confraternita religiosa. I giannizzeri sono legati ai bektashi. Il problema è guardare l’impero ottomano come uno stato nazionale moderno e in questa prospettiva vediamo le relazioni tra confraternite e il centro come unidimensionali.
Molti intellettuali aleviti vedono in realtà di cattivo occhio una relazione tra i bektashi ed il potere ottomano. Io credo che non avendo molte informazioni sia sbagliato fare delle generalizzazioni. Nel mondo ottomano c’erano diversi rapporti di forza e i bektashi possono aver avuto una relazione privilegiata con i giannizzeri, del resto molti esponenti di spicco dei giannizzeri sappiamo erano bektashi.
La religione nel mondo ottomano non aveva però un carattere così conservatore come vorrebbero gli islamisti di oggi. I sunniti non avevano una posizione così predominante e il potere ottomano intrecciava relazioni coi differenti gruppi religiosi in modo pragmatico, strumentale a seconda delle circostanze. Dobbiamo poi considerare il particolare carattere dei giannizzeri formati da bambini cristiani, reclutati secondo il sistema della devşirme, cioè venivano rapiti dalle famiglie di origine e poi spesso affidati a famiglie alevite-bektashi perché gli aleviti non facevano discriminazioni rispetto ai loro figli naturali, quindi le famiglie alevite rappresentavano un ambiente ideale per crescere i futuri soldati.
Di nuovo vorrei tornare sulla questione dell’alevismo come Islam sincretico, non ortodosso, qual è il suo punto di vista?
AE: Io credo che fino al 16° secolo nell’Islam sia impossibile parlare di una ortodossia consolidata, neanche lo stato ottomano aveva le idee ben chiare su cosa fosse l’ortodossia sunnita. In questo contesto quindi non è possibile parlare neanche di eterodossia, forse di metodoxia. Dopo il 16° secolo si può parlare di una ortodossia sunnita hanefita. E’ possibile parlare di ortodossia nella Turchia contemporanea?
Ufficialmente siamo in un paese laico ma probabilmente c’è un’ortodossia ufficiosa per così dire rappresentata dalla Presidenza degli Affari religiosi.
Per quanto riguarda il concetto di sincretismo è un termine molto usato ma di difficile applicazione. Dal punto di vista antropologico non ci sono religioni non sincretiche e allora perché usiamo il termine eterodosso solo per gli aleviti? Io credo che dietro questo equivoco ci sia un pregiudizio e cioè quello per cui si vuole mostrare che il sunnismo è puro ed omogeneo mentre l’alevismo sarebbe una sorta di versione deteriorata e allora se usiamo il termine sincretico solo per l’alevismo mi risulta difficile accettarlo. Io credo che qui cominciano serie questioni scientifiche, politiche e morali. ( 1 – continua)
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8063/1/51/
Il Cairo: la città dei taxi
Un brulicare di auto, pulmini, carretti trainati da cavalli, motorini e soprattutto taxi. Full immersion per le vie della capitale egizia.
Il Cairo (Foto C Ray Dancer/flickr)
Dal dodicesimo piano del nostro alloggio, sotto un cielo di smog, lo sguardo si perde sui tetti del Cairo. Antenne paraboliche alle finestre, cartelloni pubblicitari svolazzanti a fianco di viuzze trafficatissime. E soprattutto taxi ovunque. Circolano giorno e notte. Una schiera nero-bianca di lamiere, materiale sintetico e plastica, riparati chissà quante volte nei cortili nascosti dietro i negozi. E una volta riassemblati, pronti per un'altra corsa.
Stile un po' "vintage"
L'interno del taxi in cui salgo è ricoperto di polvere e sporcizia. I sedili sono logori, il rivestimento nero in plastica è abraso in diversi punti della spalliera e rivela il suo interno marroncino, non ben definito. È uno dei tanti taxi in servizio sulle strade del Cairo da ormai diversi decenni. Le dimensioni del parafango di sinistra sono diverse da quelle richieste per questo modello e ci sono così tante macchie di ruggine che non vale nemmeno la pena sistemarlo. Il taxista è un ragazzo giovane, sui venticinque anni al massimo. Al posto dei canti coranici molto gettonati dai colleghi più anziani, preferisce ascoltare musica araba. Rispetto all’annata dell’auto, la radio con la piastra di registrazione è sorprendentemente nuova. Il mio compagno di viaggio seleziona un’emittente in lingua inglese con le Hit Parade britanniche. Forse vuole farmi un favore, e ciò è sicuramente un buon motivo per aumentare di qualche sterlina il prezzo della corsa…
Clacson di tutti i modelli
É tardo pomeriggio, e sto andando ad un incontro al bazar Khan al Khalili con alcuni amici della scuola di lingue. Un orario infelice, come dovrò constatare, perché la Strada del 26 luglio è completamente intasata. Siamo attorniati da una nuvola di gas di scarico e da un’infinità di clacson che suonano all’impazzata. Vani anche i numerosi tentativi di zigzagare tra le colonne di auto a colpi di clacson e segnaletica manuale. Il clacson, al Cairo, è il mezzo di comunicazione per antonomasia. Lo troviamo in tutte le varianti possibili. Dal modello standard fino al superclacson potenziato polifonico che ulula da un’auto totalmente sgangherata. Mi è stato detto che esiste una sorta di lingua segreta tra gli automobilisti cairoti. Diversi codici per clacson con i quali si possono salutare amichevolmente i vicini di auto oppure ingiuriare contro di loro. Non mi ricordo esattamente quali siano le diverse sequenze, ma ciò che le auto attorno a me emettono hanno tutta l'aria di non essere segnali di pace. L’aria nell’abitacolo si fa sempre più viziata e c’è un forte odore di benzina. Cerco di abbassare il finestrino, ma questo taxi non ha la manovella, nonostante la maniglia della portiera sia addirittura funzionante. Il tassista si accorge dei miei sforzi e, visto che comunque siamo fermi nel traffico, scende per prendere le tenaglie dal bagagliaio e con quelle tira giù il finestrino. L’aria che penetra adesso dall’esterno non è molto più fresca, ma almeno si respira.
Ho tempo per guardarmi intorno. Fra le facciate annerite delle case, ondeggiano abiti bianchi e colorati, appesi fuori dalle finestre ad asciugare. Mi viene in mente una delle mie prime corse in taxi durante il quale un beduino a cavallo spuntò improvvisamente accanto al taxi su cui mi trovavo. Lui e il taxista si scambiarono un paio di frasi e quando finalmente il vigile ci fece cenno di procedere, il beduino affondò i talloni nei fianchi del cavallo e anche il tassista affondò sul pedale. Per un attimo il beduino andava al galoppo nel bel mezzo di una strada ad alto scorrimento, alla stessa altezza del taxi, fino a quando, con un sorriso ed un cenno della mano, sparì nello specchietto retrovisore. A poco a poco l’ingorgo si snellisce, avanziamo di un semaforo. Il giorno seguente e nelle settimane successive sarà sempre così. Stop and Go, clacson, accelerata, clacson, frenata e di nuovo il clacson. Fra un po’ sarò in grado di spiegare in arabo al taxista che alla fine della strada deve girare a sinistra sotto al ponte per arrivare alla scuola – e spesso lui ripeterà la frase in perfetto inglese. Qui al Cairo, sono diversi i motivi per cui si diventa taxisti e si portano le persone più disparate in giro per le strade trafficate della città. Mi viene da pensare a Khaled al-Khamissis Taxi - Hawadit al-mashawir (Cabbie Talk), alle diverse voci dei taxisti del Cairo catturate in questo libro, ai loro punti di vista e alle loro storie personali, spesso così inusuali.
Dal dodicesimo piano del nostro alloggio non si riescono a vedere i numerosi taxi, si sentono e basta. Sono parte del costante trambusto di cui la città è permeata 24 ore su 24. Sfuggirvi, non è affatto semplice. Al Cairo non c’è mai silenzio, ma solo l’occasionale assenza di rumori.
ONU: 12.000 IN FUGA DA MOGADISCIO NEL MESE DI AGOSTO
Sarebbero circa 12.000 le persone fuggite da Mogadiscio nel mese di agosto. Lo rivela un documento dell’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) in Somalia, secondo cui il numero di abitanti in fuga dalle violenze sale a 43.000 se si prendono in considerazione i dati dall’inizio di giugno e che riflettono l’aumento di insicurezza che ha investito la città nelle ultime settimane. L’agenzia annuncia anche che in previsione dell’inizio di una nuova stagione di traffici e delle migrazioni, i rappresentanti di diverse agenzie dell’ONU si riuniranno nel Puntland il 21 e 23 agosto. L’incontro, a cui parteciperanno anche rappresentanti delle autorità locali, mira a definire una strategia che eviti ‘nuove catastrofi’, considerando il prezzo in vite umane pagato dai migranti che affrontano il Golfo di Aden per lasciare il Corno d’Africa e raggiungere lo Yemen, porta della penisola araba, in fuga da fame, violenza, siccità o semplicemente in cerca di lavoro e di una vita migliore.
http://www.misna.org/
ARGENTINA:
Dalle paludi al deserto, e nessuno che ascolti la corrente
Marcela Valente
BUENOS AIRES, (IPS) - L’area occidentale della provincia argentina di La Pampa era una vera oasi 50 anni fa, con vegetazione naturale, raccolti floridi e bestiame abbondante. Tuttavia, la gestione arbitraria della corrente del fiume Atuel nella vicina provincia di Mendoza ha trasformato quelle che una volta erano paludi e fertili terreni agricoli in un deserto.
Il problema risale a molti anni fa, ma oggi un vasto gruppo di politici, accademici, imprenditori, agricoltori, ambientalisti e studenti di La Pampa, stanchi del tergiversare del governo provinciale di Mendoza, ha deciso di rivolgersi alla Corte Suprema.
“Il popolo di La Pampa chiede giustizia per l’Atuel”, è il tema di un’assemblea organizzata all’inizio di questo mese, i cui partecipanti hanno deciso di intraprendere una nuova battaglia in tribunale.
“Non vogliamo semplicemente registrare un’altra protesta; vogliamo fermare i danni, e chiediamo una risoluzione che costringa le parti a negoziare”, ha detto all’IPS Leandro Altolaguirre, della Associazione Alihuen.
Secondo gli ambientalisti di La Pampa, che confina a ovest con Mendoza e a est con la provincia di Buenos Aires, oggi si alternano periodi fino a otto mesi in cui manca completamente l’acqua nel letto del fiume Atuel di La Pampa, ad altri periodi in cui il fiume improvvisamente straripa. Questi cambiamenti radicali sono il risultato della gestione attuata da Mendoza sulle proprie dighe e impianti idroelettrici.
Fonti provenienti da Mendoza fanno sapere all’Associazione Alihuen che negli ultimi sette anni, i centri idrici di Los Nihuiles e Valle Grande, costruiti sul fiume Atuel in quella provincia, hanno accumulato acqua per generare elettricità tre ore al giorno, nelle ore di massima richiesta, quando il prezzo è più alto.
“È una questione seria, perché, con l’obiettivo di alzare il prezzo, viene manipolata una fonte energetica, causando ulteriori danni alla popolazione che vive lungo il fiume”, ha detto Altoalguirre. Le dighe, che in Argentina producono il due per cento dell’energia, sono controllate da società private che hanno ottenuto concessioni.
Il problema è molto antico. Il geografo Walter Cazenave dell’Università Nazionale di La Pampa ha detto all’IPS che in passato il fiume Atuel scorreva nella provincia attraverso “una sorta di delta interno con laghi e paludi”.
Il fiume Atuel emerge per 3.500 metri sul livello del mare dalle montagne delle Ande, è alimentato dai ghiacciai e attraversa diverse aree geografiche dalla sua sorgente a Mendoza fino alla distesa finale nelle pianure o pampas, dove in passato formava vaste paludi.
Le paludi ricoprivano 5.000 chilometri quadrati, ed erano descritte dai viaggiatori del XVII e XIX secolo come “le impenetrabili paludi dell’Atuel”.
Tuttavia, quest’area di enorme biodiversità si è trasformata in deserto, e diverse specie locali sono scomparse, come il giaguaro, il capibara (o maiale acquatico) e il lupo crinito, denuncia l’Associazione Alihuen.
“Le prime secche e interruzioni sono iniziate nel 1917”, ha detto Cazenave, raccontando la storia della lotta per l’acqua nella zona.
In seguito, la cattiva gestione del fiume e la successiva siccità hanno asciugato diverse diramazioni del fiume, e nel 1948, dopo la costruzione della diga di El Nihuil a Mendoza, il letto principale ha iniziato a seccarsi.
A quei tempi, La Pampa non era ancora una provincia, ma un territorio dipendente dal governo nazionale, il che rendeva più deboli le richieste degli abitanti dell’area, ha spiegato l’esperto.
La compagnia di stato che controllava la diga avrebbe dovuto distribuire l’acqua tre volte all’anno per soddisfare le esigenze della popolazione che viveva lungo il fiume, ma “ciò non è mai accaduto”, riferisce Cazenave.
Nel 1973, dopo che per 25 anni il letto del fiume era stato asciutto, l’Atuel ha iniziato nuovamente a scorrere nella provincia di La Pampa, non grazie alla generosità della provincia vicina, bensì a causa dei cambiamenti climatici, ma il flusso è comunque irregolare.
“Da allora si sono verificate interruzioni e inondazioni, eventi anomali che si manifestano senza alcun avviso, causando diversi problemi”, prosegue l’esperto.
La gestione arbitraria del fiume in un’area in cui le piogge sono scarse ha modificato l’ecosistema. Alcune specie si sono adattate, ma la maggior parte sono notevolmente ridotte o completamente scomparse dalla zona.
Il letto del fiume è stato delimitato con sponde sabbiose, e in quelle che un tempo erano paludi hanno iniziato a crescere foreste aride, mentre le lagune si sono trasformate in pantani salati.
La colonia agricola di Santa Isabel era stata fondata nel 1910, quando erano iniziate le coltivazioni nella zona, riferisce Cazenave. C’è stato un momento in cui il numero di pecore superava i due milioni, mentre oggi sono meno di 10.000.
La costruzione delle dighe alla sorgente del fiume e la derivante siccità hanno determinato lo spostamento di molti agricoltori verso le città.
70 agricoltori che vivono lungo l’Atuel e gli altri fiumi che si ramificano, colpiti dalle interruzioni e inondazioni irregolari, hanno chiesto all’Associazione Alihuen di rappresentarli presso la Corte Suprema “ per fermare la desertificazione, la salinizzazione dell’acqua del sottosuolo, la distruzione delle paludi, e la perdita della flora e fauna nella regione”.
Lo stesso governo della provincia di La Pampa, attraverso funzionari per l’acqua e per l’ambiente, è coinvolto in una causa legale. I politici presenti all’assemblea tenutasi all’inizio del mese hanno dichiarato che il Governatore Carlos Verna sostiene l’azione legale.
Tuttavia, secondo Cazenave, Mendoza non ha intenzione di rispondere alle richieste di azione.
Una decisione della Corte Suprema nel 1987 chiedeva a Mendoza di riconoscere l’acqua del fiume Atuel come proprietà di entrambe le province, esigendo l’accordo su un piano di gestione congiunto. Tuttavia, non è mai stata imposta l’applicazione della sentenza.
“Negli ultimi 12 mesi, Mendoza non ha nemmeno risposto alle richieste di La Pampa di riunire una commissione interprovinciale per discutere la questione”, ha aggiunto Cazenave.
“Con un pretesto qualunque, hanno ostinatamente rifiutato di cedere sul problema dell’acqua”, e non si accorderanno nemmeno sulle alternative per un utilizzo razionale del fiume, ha proseguito.
Secondo Cazenave, se il letto del fiume fosse stato riempito per essere reso impermeabile, si sarebbe recuperata l’acqua necessaria alla zona occidentale di La Pampa, e all’area sarebbe stata garantita tutto l’anno una quantità d’acqua costante, senza interferire sul consumo di Mendoza.
Purtroppo, nessuno ascolta la corrente, e la provincia porterà ancora una volta il suo caso di fronte alla Corte Suprema, come accadde 20 anni fa. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=989
Turchia: La tecnologia europea e americana a confronto
Ankara prevede un investimento per lo meno di 10 miliardi di dollari entro il 2023 per modernizzare la flotta aerea militare rimpiazzando i vecchi F-1
Si prevede l’acquisto di un nuovo squadrone di F-16 BLOCK 50 per il valore di 1,5 miliardi di dollari, progetto che fa pensare ad un fallimento delle trattative con i Israele per la modernizzazione dei già posseduti F-4E ed evidenzia come punto centrare l’intenzione di dotarsi di nuovi aerei da caccia multiruolo. La scelta è già caduta sull'F-35 Joint Strike Fighter, al quale si potrebbe affiancare anche l’Eurofighter Typoon.I due aerei sono caccia multiruolo tra i più avanzati al mondo, uno americano e l’altro europeo. Europa e Stati Uniti sono al momento impegnate in un confronto per coinvolgere più nazioni possibili nell’acquisto della loro alta tecnologia militare. L’Eurofighter è stato progettato nel 1983 ed è il simbolo della cooperazione europea poiché nato da un consorzio di nazioni: il Regno Unito, la Germania, l’Italia, la Spagna e inizialmente la Francia che in un secondo momento, nel 1985, si è estromessa dal progetto. Le imprese coinvolte nella progettazione e assemblaggio sono i grandi nomi del settore militare e vedono come capofila l’Alenia Aeronautica, società appartenente alla holding Finmeccanica, la britannica BAE Systems, la tedesca EADS e la spagnola EADS CASA.Se può essere paragonato al francese Dassault Rafaele e allo svedese Saab Jas 39, va però ricordata la sua unicità per la grande agilità e la capacità di eletronic warfare, tecnologia che permette di impedire un efficace utilizzo dello spettro elettromagnetico al nemico. Tale velivolo è già in impiegato dalle forze aeronautiche di Italia, Spagna, Germania e Regno Unito de è stato acquistato anche dall'Austria e dall’Arabia Saudita.
A causa degli elevati costi di sviluppo dovuti alla bassa efficienza del sistema consortile (che però è stato recentemente riorganizzato), l'Eurofighter sarà veramente concorrenziale come rapporto qualità-prezzo solamente quando sarà avviata la produzione della terza trance nel 2012. Per competere adeguatamente con i più moderni prodotti americani, il caccia europeo dovrà inoltre essere sottoposto ad alcuni importanti aggiornamenti che, comunuque, sono già in fase di sviluppo e saranno presto disponibili. In ogni caso, escludendo il costosissimo caccia americano F-22 Raptor (che per altro non è ancora offerto sul mercato internazionale), l'Eurofighter è ad oggi il più avanzato velivolo da combattimento disponibile, non essendo ancora terminato lo sviluppo dell'F-35.Il Jjoint Strike Fighter costruito da Lockheed Martin, con la collaborazione di Northrop Grumman e BAE Systems, oltre a numerose altre aziende momento è ancora in fase di prototipo con un esemplare costruito e altri due in fase di assemblaggio finale. Si tratta di un ottimo concorrente nei confronti dell’Eurofighter. Il progetto americano ha stabilito partnerships, a vari livelli, con Stati stranieri. Al primo livello di collaborazione, che prevede il coinvolgimento nelle scelte di produzione e sviluppo, è coinvolta solamente l’Inghilterra. Al secondo, l’Italia e l’Olanda che possono partecipare allo sviluppo del progetto e infine al terzo livello, a cui partecipano Turchia, Canada, Norvegia, Danimarca e Australia, vi è una modesta partecipazione nello sviluppo del modello stesso. L'elemento che maggiormente caratterizza l'F-35 rispetto all'Eurofighter è la stealthness, ovvero la bassissima traccia radar che in certe condizioni lo renderà in grado di non essere scoperto dai sistemi di sorveglianza nemici.Per i prossimi anni la Turchia prevede di acquistare un centinaio di caccia moderni (ai quali potrebbero però aggiungersene altri succesivamente) e sta valutano se acquistare solo F-35 od optare per una flotta mista, presumibilmente di un'ottantina di JSF e una ventina di Eurofighter.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30031
ORSI IN UN MONDO D’INDIFFERENZA
DI CHARLES JONKEL
Counterpunch
Inclusione ed Esclusione
Di recente, la nostra ‘Nave Stato’ ha iniziato ad ‘inclinarsi’: le nostre case, la nostra nazione, potrebbero affondare in un mare di debiti. Le recenti politiche del governo hanno messo il paese in pericolo bancarotta, un evento che coinvolgerebbe il mondo intero, come sappiamo fin troppo bene. A mio modo di vedere, è di gran lunga più sconvolgente il fatto che ogni persona negli Stati Uniti possiede una porzione di 30,000 $ del nostro debito nazionale, che viene prima di qualsiasi altro debito personale. Per di più, Giappone e Cina, o qualsiasi altra combinazione delle tre nazioni più ricche ( vedi Germania, Arabia Saudita, e India) potrebbero precludere il riscatto degli Stati Uniti, e allora Tombola! – Collasso economico.
Mentre combattiamo una guerra coi soldi presi in prestito da Cina, Giappone ed altri, noi ipotechiamo il futuro dei nostri figli ed esportiamo il nostro lavoro in modo indefinito. Piuttosto che avere degli schiavi, ora i nostri ceti abbienti ingaggiano manodopera là dove il lavoro costa meno di quanto costavano gli schiavi prima della Guerra Civile. Credo che l’esportazione del lavoro possa essere considerata alla stregua dell’importazione degli schiavi. Forse è giunta l’ora di pensare a queste problematiche? Cittadini privati, e associazioni no-profit come la GBF (Great Bear Foundation) stanno resistendo, ma ce la possono fare solo fino a un certo punto. Se come nazione continuiamo su questa strada, alla lunga, vedo poca speranza per creature come gli orsi.
Prendiamo l’inserimento dell’orso polare tra le specie in via d’estinzione dell’Endangered Species Act, negli Stati Uniti. Subito dopo Natale, il nostro governo è stato chiamato in causa per imporre l’introduzione dell’orso polare nell’elenco. Il termine massimo era previsto per il 9 Aprile 2007 e la GBF si è prodigata al fine di far arrivare centinaia di lettere all’Anchorage Office del Fish and Wildlife Service. C’è stato un enorme sostegno da parte dell’opinione pubblica in favore dell’inclusione, ma puoi scommettere sul fatto che il Governo Federale non includerà l’orso polare nella lista. Perché? Perché ci saranno massicce pressioni da parte delle corporazioni dell’industria dei trasporti marittimi e delle grandi compagnie del petrolio, solo per citarne qualcuna ed evitare di fare un elenco. Coloro che sono alla guida delle Lobby allineeranno il loro uomini - caricandoli di denaro - intorno ad ogni figura politica di rilievo, perché l’ESA (Endangered Species Act) è una legge molto importante.
Anche se l’Artico sta già soffrendo in modo massiccio a causa del riscaldamento globale ed una delle specie più vulnerabili è l’orso polare, gli orsi saranno abbandonati a loro stessi tra le moribonde foche degli anelli, e in balia dei ghiacciai in scioglimento. Solo un bassissimo numero di essi riuscirà a sopravvivere tra bacche della tundra, anatidi e qualsiasi altra erba, carice e alghe commestibili che saranno capaci di trovare.
Gli orsi polari vivono grazie agli esseri viventi che popolano i mari polari. Proprio sotto 10-12 piedi (circa 3,05 - 3,66 metri ) di ghiaccio marino, vivono e crescono specie appartenenti alla “catena alimentare” – alghe, copepodi, gamberetti, merluzzi, foche degli anelli, ecc. Gli orsi si nutrono delle foche approfittando dei momenti i cui esse spuntano all’esterno per respirare o quando vengono fuori attraverso il ghiaccio per avere i loro piccoli e mettersi al sole. Le foche si nutrono dei merluzzi che fanno parte della catena alimentare marina, e in questo modo creano una connessione tra l’universo marino che si trova al di sotto della coltre di ghiaccio e quello al di sopra di essa.
Presto sarà possibile navigare attraverso il “Passaggio a Nordest” nel Canada Artico, un tempo congelato. Il passaggio è stato aperto la scorsa estate dopo essere stato congelato per migliaia di anni. La rotta è di 2-3000 miglia più vicina all’Asia e all’Europa. Puoi scommettere che perfino adesso le corporazioni stanno facendo dei progetti e complottando delle strategie, ma non riguardano gli orsi. Per di più, la piattaforma continentale del Bacino Polare promette un’enorme ricchezza di petrolio e gas, e la gente non sa che l’Oceano Artico oltre ad essere unico è anche molto piccolo. Esso è estremamente vulnerabile all’inquinamento ed agli abusi in genere, ED è aperto ad ogni uso industriale estremo. La Russia controlla quasi la metà dell’intero Bacino e non è famosa per essere “sensibile alle questioni ambientali”. Con la scomparsa della coltre di ghiaccio, il Canada sarà spinto a mantenere il controllo del passaggio e della Baia Di Hudson /Stretto di Hudson.
L’esclusione dalla lista delle specie protette dell’orso bruno grizzly dell’Ecosistema dello Yellowstone è già avvenuta (Aprile 2007). Essa è stata portata a termine nonostante l’opinione pubblica nazionale si sia opposta con una percentuale del 99 per cento. Secondo la GBF, l’habitat dei grizzly dello Yellowstone si sta restringendo a causa di questioni commerciali, questioni territoriali legate alle singole contee e per via della suddivisione stradale all’interno di ogni stato, come pure a causa dell’avanzamento disordinato del nuovo assetto urbano, delle nuove autostrade e a causa di sviluppi di ogni sorta. La curva della popolazione si è innalzata da quando i grizzly sono stati inseriti per la prima volta nella lista delle specie protette nel 1975, ma oggi la curva dell’habitat sta calando a picco. La curva della popolazione DEVE seguire quella dell’habitat. I grizzly stanno anche perdendo/hanno perso due fra le loro maggiori fonti di cibo – i pinoli di pino americano e le trote, ora decimate per l’introduzione illegale di trote di lago nel Lago Yellowstone.
Inoltre, con gli orsi grizzly sotto la protezione dell’ESA, questi sarebbero stati considerati animali federali, con l’intera nazione – 300 milioni di persone – “a pagare per il loro mantenimento”. I grizzly sono animali molto costosi da mantenere in termini di ricerca, gestione, applicazione della legge e gestione dell’habitat ecc. I tre stati coinvolti (Montana, Idaho, Wyoming) ospitano circa 1 milione e mezzo di persone e non vorranno certo finanziare i grizzly in modo adeguato quando (fra qualche anno) verrà a mancare gran parte del denaro federale. Ci sarà una spruzzata di danaro, nei primi anni politici e burocrati verranno applauditi, poi gli orsi cominceranno a dar fastidio di nuovo. Forse la mia palla di cristallo è difettata, ma questo non mi pare sia il momento migliore per togliere i grizzly dalla lista delle specie protette. Anche il riscaldamento globale sta arrivando secondo quanto pervenuto da fonti molto attendibili, e le montagne di Montana/Idaho/Wyoming hanno quasi le stesse condizioni meteorologiche annuali che ci sono nel Polo Artico. Dimmi allora perché sbaglio…
Charles Jonkel è presidente della GREAT BEAR FOUNDATION di Missoula, Montana.
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/jonkel06122007.html
12.08.07
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MONIA
| La diplomazia della droga |
| Dopo il gelo tra Messico e Usa, i due governi si alleano contro il narcotraffico |
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scritto per noi da
Aura Tiralongo
Dopo anni di rapporti tesi fra Stati Uniti e Messico, il Presidente Bush ha confermato l'imminente accordo con il Capo di Stato messicano Felipe Calderon per una soluzione definitiva al problema del narcotraffico.
L'accordo tra Usa e Messico. Washington ha infatti ribadito quanto già annunciato, ovvero lo stanziamento di un maxifondo di aiuti al Messico, per contribuire alla lotta alla droga e per sradicare una volta per tutte il crimine organizzato dai circa 4000 chilometri di frontiera condivisa dai due paesi.
I particolari sull'entità del generoso provvedimento non sono ancora stati confermati, ma alcune fonti parlano di circa 1 miliardo di dollari (quasi 20 milioni di euro) da dilazionarsi in sei anni. Un alto funzionario messicano aveva in effetti dichiarato, nei giorni scorsi, che la cifra in questione superava di molto i 27 milioni di dollari, ovvero la somma di denaro che il Messico riceve annualmente dagli Usa.
La notizia sarebbe stata divulgata dopo circa cinque mesi di duri e riservatissimi negoziati, al termine dei quali Calderon avrebbe acconsentito ad avviare il progetto di cooperazione antidroga, ma a patto che il rapporto con gli Usa avvenga d'ora in poi "sotto il segno della reciprocità". Questo significa che anche Washinghton dovrà aumentare i controlli contro il consumo domestico di stupefacenti, impegnandosi anche contro quelle organizzazioni che non dal Messico, ma proprio dagli Stati Uniti, esportano oltre il confine armi e denaro a favore dei narcotrafficanti. Gli Usa infatti, nonostante il ruolo da "verificatori e interpreti" della circolazione di sostanze illegali sui territori stranieri, e l'accanita politica antidroga, sono conosciuti per ospitare circa trenta milioni di consumatori di droghe, per un giro d'affari di circa 200 miliardi di dollari.
E circa il 70 percento della droga messicana sembra avere acquirenti oltreconfine.
Principio di reciprocità. Eppure, nonostante gli Usa abbiano un primato da grande consumatore planetario, la Casa Bianca dà ogni anno l'impulso a programmi antidroga di livello internazionale, che coinvolgono soprattutto Colombia, Bolivia, Perù e paesi del Centroamerica fra cui appunto il Messico, che proprio per il fatto di confinare con gli Usa gioca un ruolo strategico.
Il richiamo di Calderon al "principio di reciprocità" potrebbe quindi riferirsi al timore di un nuovo 'Plan Colombia', provvedimento che dal 1999 impegna unità militari statunitensi in territorio colombiano contro gruppi armati irregolari coinvolti nel narcotraffico, e che è al centro di aspre critiche a causa dell'uso di pesticidi lanciati da aerei finanziati da Washington col pretesto di distruggere le piantagioni di coca. In seguito a questi interventi, migliaia di persone hanno perso la vita, e molte organizzazioni che si battono in difesa dei diritti umani sospettano che il Plan Colombia nasconda in realtà la volontà di controllare direttamente un'area strategica quale è la Colombia, teatro inoltre di un conflitto quarantennale a sfondo comunista.
Mentre qualcuno ha infatti già ribattezzato il provvedimento antidroga come "Plan Messico", i funzionari di Città del Messico puntualizzano che "il progetto di cooperazione, a differenza di quello colombiano, non deve prevedere alcun intervento diretto sul suolo messicano".
La diplomazia della droga. Gli aiuti dovrebbero infatti essere investiti in tecnologie di controllo al confine fra i due paesi, nel miglioramento della mobilità delle forze di polizia, nonchè nel tentativo di aiutare le autorità locali ad arrestare la sanguinosa guerra fra i sette cartelli per il controllo delle vie di droga, che ha causato la morte di più di tremila persone.
La speranza principale legata al piano antidroga riguarda comunque la risoluzione delle tensioni diplomatiche fra i due paesi, che già accennavano a migliorare dopo l'estradizione in Usa di un numero record di narcotrafficanti arrestati sul territoro messicano. Resta in ogni caso una diffusa perplessità per come il problema droga in Messico potrà essere estirpato, visto che il narcotraffico notoriamente conta sull'appoggio di responsabili di alto livello che lavorano nelle più alte cariche della realtà nazionale.
Bush, dal canto suo, ha previsto che il testo dell'accordo verrà redatto prima di ottobre, per consentire alla Casa Bianca di inoltrarlo al Congresso affinchè lo tramuti in legge. Alcune fonti statunitensi hanno inoltre fatto sapere che la frontiera fra i due stati verrà in tutta probabilità pattugliata da unità miste civili-militari, sottolineando che il sistema è già stato sperimentato con successo in materia di immigrazione clandestina. Fra i due paesi sembra quindi che i giochi siano fatti.http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8603
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Kenneth Foster e' un uomo morto
di Claudio Giusti*
25 agosto 2007
25 agosto 1944 D Day + 80, i carri della Divisione Leclerc entrano a Parigi.
Kenneth Foster è un uomo morto. Solo un miracolo potrebbe sottrarlo al patibolo e i miracoli in Texas scarseggiano da sempre.
Dall’Italia non abbiamo mai salvato nessuno e questa era l’occasione per fare una campagna vera, seria, realisticamente cinica. Una campagna per spiegare che la lotta alla pena di morte non è un pranzo di gala, non è un ricevimento alle Nazioni Unite e nemmeno un’udienza papale.
La lotta alla pena di morte è straziante, dura, feroce e disperata. Un lavoro che non trova riconoscimenti e che non costa solo fatica e denaro, ma anche lacrime. Un sacrificio raramente ricompensato.
Eppure, se anche accadesse che Foster si salvi perché era a trenta metri dal luogo dove si commetteva l’omicidio per cui è stato spedito sulla forca, o perché il Governatore Perry decide di non aggiungere una tacca al calcio della sua pistola, cosa diremo per Tony Roach che il cinque settembre ha un appuntamento con il boia?
E cosa diremo in favore di Edward Harbison, Daryl Holton, Joseph Lave, Terrick Nooner, Clifford Kimmel, Michael Richards, Ralph Baze, Carlton Turner, Tommy Arthur, Heliberto Chi, Anthony Washington, Raymond Solano, Jack Jones, Christopher Emmett, Romell Broom, Michael Joe Boyd, Daniel Siebert, Michael Schwab e degli altri 3.300 sconosciuti disgraziati sepolti vivi nei bracci dell’immenso gulag americano?
Il primo settembre, comunque vadano le cose, i riflettori si spegneranno. Quel giorno qualcuno dovrà raccogliere i cocci del Movimento Abolizionista, come è già accaduto dopo Rocco Derek Barnabei, Jasper County e McVeight, e non sarò io a farlo.
*Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 24 2007
La frase che fa da titolo a questo post è stata a suo tempo il motto che ha portato alla vittoria Tony Blair e il New Labour nel '97: istruzione, istruzione, istruzione - fa il paio col famoso "It's the economy, stupid!" di Bill Clinton. L'istruzione, massacrata dalle "riforme" thatcheriane - i Tories tendono a chiamare "riforme" tutti i tagli indiscriminati ai finanziamenti - sarebbe stata la chiave di volta delle riforme (vere, si sperava) blairiane. Blair non ha mantenuto la promessa: come ho detto in passato, pur riversando un fiume di soldi sulla scuola, ne ha fatto una enorme linea di produzione di analfabeti funzionali, con poche, fortunate eccezioni che si sta facendo il possibile per cancellare.
I Tories, curiosamente, stanno applicando in questo periodo la loro personale versione del motto "education, education, education" - ma non nel senso che bisogna fare qualcosa per porre rimedio al disastro. Oh no, santo cielo, un sistema d'istruzione decente potrebbe portare i figli dei prolet a competere con i loro superiori per entrare a Oxford o a Cambridge: inaccettabile. No, la centralità dell'istruzione è affermata solo nel senso che per avere un posto nel direttivo Tory, o una speranza di candidatura a qualsiasi livello, è importante aver avuto l'istruzione giusta: quella impartita nella stessa scuola, o nella stessa università, di David Cameron, l'attuale segretario. L'80% del direttivo Tory è composto di ex-studenti di Eton; una percentuale simile di old Etonians popola il governo-ombra; e adesso un buffone ossigenato, già messo a dirigere lo Spectator, il periodico ideologico, diremmo in Italia, del partito conservatore e distintosi per aver dato la sua approvazione ad articoli risultati poi basati su assolute falsità, già protagonista delle cronache per aver definito i cittadini del Commonwealth che assistono alle visite della regina "piccaninnies" - vecchio termine razzista di origine vittoriana, che indica un selvaggio con uno sviluppo intellettuale simile a quello di un bambino - verrà candidato a sindaco di Londra. Perchè? Per via della sua education. Per la precisione, per via del fatto che è stato compagno di scuola di David Cameron e poi sono entrati assieme nel Bullingdon Club - l'ho menzionato in passato, il club oxfordiano composto di studenti iper-privilegiati la cui occupazione era dar prova di come la loro condizione economica li ponesse al di sopra della legge.
Con tutte le sue pretese di cambiamento e rinnovamento, Cameron è, come dicono qui, a chip off the old block, è un Old Tory in tutto e per tutto - le origini e i privilegi sociali contano ben più della competenza, come potrebbe testimoniare Margaret Thatcher, odiata e disprezzata all'interno del suo partito (e finalmente estromessa con un colpo di mano) essenzialmente per essere una figlia di nessuno venuta su dai ranghi.
Una delle cose che mi rassicurano di questo Paese è che in casi come questo non è difficile assistere al fenomeno dell'evoluzione in atto. I Tories si stanno condannando da soli ad un futuro di assoluta irrilevanza: alle ultime elezioni supplettive, in collegi considerati conservatori, e contro un Labour scosso dal cambio di leader, non solo non hanno vinto, ma sono riusciti a farsi superare anche dalla sinistra patetica, per dirla con Starnone, dei Lib-Dem, diventando il terzo partito. In tutti gli altri settori della società, venire da una scuola prestigiosa ti dà ancora diritto ad un minimo di considerazione, ma non ti apre più automaticamente le porte: Eton, Harrow, la City School for Boys, Oxford, Cambridge, il King's - sono tutti nomi che sul curriculum fanno ancora impressione, come da noi la Bocconi o la Luiss, ma non ti garantiscono un lavoro o una posizione.
Con qualche eccezione.
Circa tre anni fa, quando ho deciso di passare a lavorare nella City, oltre a rispondere alle offerte messe su dai reclutatori, ho mandato anche qualcuno di quelli che qui si chiamano CV speculativi: identificata qualche ditta appetibile, prese un po' di informazioni, mandavo il CV direttamente alle Risorse Umane nella speranza che magari stessero cercando qualcuno o almeno che lo tenessero da conto quando si presentava la necessità di un'assunzione.
In generale i CV speculativi servono a poco, le probabilità che la tua offerta e la loro domanda si incrocino sono quasi zero; ma noi italiani abbiamo il Totip, l'Enalotto, il Totogol, e una fede incrollabile nel colpo di culo. E il colpo di culo, incredibilmente, arrivò davvero, sotto forma della telefonata di una gentile signorina delle Risorse Umane che mi invitava per un colloquio in una delle banche d'investimento più antiche e prestigiose d'Inghilterra. Ora, a noi italiani, che abbiamo il Monte dei Paschi di Siena, dire "banca più antica d'Inghilterra" ci fa un baffo, è come dire "la migliore amatriciana di Birmingham"; però era un nome, una banca poco nota fuori dei circoli finanziari, ma prestigiosissima - anche se, a causa di recenti rovesci, era stata in effetti acquistata da un'altra grande banca.
Insomma mi presentai al colloquio vestito da City, scarpe lucidate a puntino, armato di tutto il lavoro di intelligence delle ultime due settimane che mi aveva fatto scoprire che stavano ultimando i test di fattibilità per il trasferimento a Linux di parte dell'infrastruttura, e invece di trovarmi davanti l'atteso IT manager e la pila di fogli per il test tecnico che screma il 90% dei candidati, mi trovai seduto in una sala che non avrebbe sfigurato in un qualsiasi film su Sherlock Holmes (probabilmente come ambientazione per il Diogenes Club), davanti ad un lungo tavolo su cui una mezza dozzina di signori anziani e molto distinti mi fissavano dubbiosi.
Nessuna domanda su Linux. Se qualcuno avesse detto "tcp/ip" in quella sala, gli altri probabilmente avrebbero risposto "salute". Nessuna domanda su Solaris. Niente sulle mie esperienze nei media, sulla mia disponibilità a supportare una rete 24/7, sulle mie capacità di risoluzione dei problemi.
"Lei è italiano, mr. Mastroviti?"
"Sì"
"Interessante. Deve essere stato difficile per un italiano entrare a Eton"
"Uhhh..."
Non c'era modo in cui potessi introdurre l'argomento "liceo scientifico statale Arcangelo Scacchi" senza causare un disastro; d'altra parte, non c'era risposta che potessi dare a quel punto che non fosse disastrosa - ma devo dire che non ero veramente preparato all'abbassamento di temperatura della stanza quando dichiarai di non aver mai messo piede a Eton. Se non fossi stato impegnato a piangere la prematura morte di una sfolgorante carriera nel settore delle banche d'investimento, probabilmente avrei trovato divertenti gli sguardi sorpresi, quasi scandalizzati, che i miei intervistatori si scambiarono. Il colloquio andò avanti per un po', ma era evidente a quel punto che loro non avevano assolutamente la competenza necessaria per valutare la mia adeguatezza per il lavoro offerto, e io, del resto, mancavo dell'unico requisito necessario per ottenerlo.
Non ho mai avuto altre notizie da quella banca, neanche per dirmi che il colloquio non era andato bene. Diversi mesi dopo, quando già lavoravo nella City, un uccellino mi ha detto che la persona che aveva selezionato il mio curriculum come adatto al lavoro aveva avuto a sua volta innumerevoli problemi per aver avuto la sfrontatezza di suggerire un non-Etonian per un ruolo chiave, e alla fine se n'era andato verso i più verdi pascoli forniti dalla National Westminster Bank.
Anche questo è, dopotutto, un caso di evoluzione in azione: anni prima la banca era stata portata al collasso finanziario da un trader che aveva bruciato quasi un miliardo di sterline in un paio di notti di transazioni non autorizzate - cosa impossibile in qualsiasi altra banca, ma non lì: era un old boy anche lui (non lo era affatto: ma aveva avuto i riflessi più pronti dei miei al colloquio, e gliel'aveva lasciato credere), che bisogno c'è di controlli fra gente cresciuta in mezzo agli stessi privilegi? In seguito, salvata dall'ignominia della bancarotta dall'acquisto, per la cifra nominale di una sterlina, da una grande e moderna banca olandese è stata da questa suddivisa e rivenduta a due grandi compagnie finanziarie americane, mentre buona parte dell'infrastruttura londinese è andata ad una grossa banca inglese, dove è rimasta per qualche tempo un'unità grosso modo indipendente, ma proprio a causa di comportamenti come quelli che ho descritto si è trovata a dover essere sempre più strettamente controllata e infine inglobata nella banca-madre. Come lo so? Beh, la banca-madre mi vuole per un colloquio venerdì - stanno inglobando quel che resta dell'infrastruttura della banca-figlia e vogliono qualcuno che abbia esperienza di questo tipo di lavoro.
Certe volte se ti siedi sulle rive del Tamigi e aspetti con un minimo di pazienza, non c'è fine ai cadaveri che vedi passare.http://inminoranza.blogspot.com/
Figli di...
 Dicono che l’Italia è un paese bloccato che ha bisogno di ritrovare una sana mobilità sociale. VeDrò, così si chiama la convention di tarda estate promossa da Enrico Letta, sottosegretario e candidato alle primarie del 14 ottobre. E a veDrò con Enrico Letta si vedranno: i figli di Romano Prodi, i figli di Filippo Andreatta, il figlio di Giorgio Napolitano, oltre a tanti altri, tra cui il figlio di Giovanni Rana (che forse porterà da mangiare) e i manager della Campari e della Cocacola (che porteranno da bere).
Mi chiedo: chi porterà i dischi e chi le ragazze, forse i figli di David Zard e di Luciano Moggi?
E poi parlano della casta? Qui siamo ai discendenti in linea diretta.
http://www.onemoreblog.it/archives/017263.html
ALTROCHE' MASOCHISMO

Piccolo aggiornamento.
Giusto ieri dicevo di come non abbia senso tirar fuori ogni volta il tema della tassazzione sulle rendite finanziarie, se poi non c'è l'intezione di far nulla.
Più puntuale di un orologio svizzero si ripete il solito teatrino: un sottogretario dice quello che gli passa per la testa, Confindutria insorge, il centro destra dice di aver vinto le lezioni ma ci sono stati i brogli (non c'entra nulla, ma loro ci tengono a ripeterlo comunque), quindi Prodi smentisce quanto ha detto il sottosegretario e tutti a litigare.
Chi ci guadagna da tutto questo? Nessuno, forse nemmeno il centro destra (che nel frattempo non è stato in grado, grazie al suo nullismo politico, di capitalizzare l'ennesima gaff del governo).
Questo si che è masochismo, ma a noi "ce piace accussì"http://democonvinto.ilcannocchiale.it/
Pd, Pasquino: Piu' societa' civile? Veltroni arriva tardi e male
di Nicholas D. Leone, Velino - Nella competizione per la leadership del Partito democratico Walter Veltroni esce allo scoperto. Ieri ha avvertito che le liste a lui collegate dovranno essere plurali, innovative e all'insegna dell'apertura - a tale scopo, indichera' "una rosa di centinaia di nomi che rappresentino le qualita' migliori della societa'". Altrimenti rifiutera' apparentamenti. Se il messaggio di ieri era diretto agli apparati di Ds e Margherita, quello di oggi e' rivolto ai rivali nella corsa per la segreteria del Pd: "Non facciamoci del male", e' il monito del sindaco di Roma, che esorta gli altri candidati a una competizione chiara e trasparente ma al contempo civile e lontana da logiche distruttive. Veltroni accetta di dar vita ad un confronto pubblico "sulla base - dice - delle regole che ci siamo dati e con pari dignita' di tutti i candidati".
Ma non deve trattarsi - sottolinea - di un dibattito "deprimente" e da "talk show". Ne' l'esternazione di ieri ne' quella odierna convincono il politologo Gianfranco Pasquino.
"Vedo che il sindaco di Roma propende - dice il politologo al VELINO - per la classica mozione di affetti veltroniani.
Invece ci sarebbe bisogno d'altro". Per esempio sarebbe stato opportuno indicare - dice Pasquino - "un arbitro vero e vigoroso, un'authority in grado di fornire suggerimenti sulla campagna per la segreteria ed esercitare una moral suasion sui candidati. Finora ci sono state troppe furbizie e un'evidente mancanza di par condicio. In parte per l'oggettiva forza comunicativa di Veltroni. Ma anche per i suoi troppo zelanti collaboratori. Il sindaco di Roma chiede stile nel confronto? Bene, lui ne ha da vendere, ma dovrebbe allora bacchettare Goffredo Bettini e invitarlo alla calma".
Quanto all'appello di Veltroni a una maggiore apertura verso le "qualita' migliori della societa' civile", Pasquino replica che "proprio il segretario in pectore del Pd ha finora consentito che sorgessero liste fatte su misura per dirigenti nazionali e politici locali variamente posizionati - mi vengono in mente Sergio Cofferati e Sergio Chiamparino.
Ora Veltroni lancia una controproposta fondata su personalita' che rappresentano la societa' civile. Siamo pero' ancora alla cooptazione: dovrebbero invece essere i cento 'migliori' a scendere in pista e mettersi in gioco. Se a decidere i nomi e' Veltroni il processo resta verticistico".
Per Pasquino ha dunque ragione Rosy Bindi a polemizzare con Veltroni rimproverandogli di puntare a un partito "del leader". E a far notare che il metodo delle primarie - quello scelto dalla Bindi per la composizione delle liste - e' il modo giusto per fugare l'ombra dell'oligarchia e della fusione di apparati. Una cosa e' certa: "Per lanciare a Ds e Margherita un messaggio del genere il sindaco di Roma dev'essere molto preoccupato. E dai coordinatori dei suoi comitati regionali deve avere avuto l'indicazione che le liste sono non solo condizionate ma addirittura determinate sa lobby politico- locali, con scarsa apertura alla societa' civile. A questo punto, bisognerebbe proporre - puo' farlo anche Veltroni - un dibattito trasparente tra i tre principali candidati sulla composizione delle liste per l'assemblea costituente del Pd". Neppure l'esortazione di Veltroni a superare i credo e le correnti di Ds e Margherita per giungere - anche attraverso nuove feste di partito che sostituiscano le attuali - a un'identita' realmente comune soddisfa il politologo: "L'identita' si produce nello scontro delle idee, di cui pero' vedo poche tracce. Quanto al nome delle feste, non capisco perche' Unita' non vada piu' bene. Visto che dietro ci sono un quotidiano e soprattutto una storia. Mi pare una sfida inutile sferrata dalle componenti di origine cattolica. A proposito del superamento delle correnti - prosegue Pasquino - dico: Giusto. Ma e' chiaro che il Pd sara' il partito delle correnti. Se vuole provare a scongiurare questo scenario, Veltroni ci dica almeno partito vuole, quali regole devono caratterizzarne l'attivita', se si trattera' di un soggetto fortemente federale. Gli consiglio di leggere i due capitoli di aggiornamento del mio saggio Le istituzioni di Arlecchino, che tra 15 giorni saranno disponibili in rete. Uno dei due capitoli e' sul modello di partito. Credo sia adattissimo alle esigenze del Pd".
Walter Veltroni si rivolge agli altri candidati.
Non mi piace la lettera che Walter Veltroni ha scritto agli altri candidati alla segreteria del Pd.
Non mi piace il tono: troppo paternalistico.
Non mi piace quando prende in giro. Lui è sicuramente il più conosciuto tra i candidati, il più famoso, il più polare. Questo gli da un grande vantaggio. Per mantenerlo, giustamente dal suo punto di vista, deve far si che la campagna elettorale sia sottotono, per mantenere la distanza dagli avversari. Per questo quando scrive:
"Le regole approvate dal Comitato dei 45 ci chiedono di dar vita, come è giusto e doveroso, ad una campagna elettorale sobria, che privilegi l’uso di mezzi alla portata di tutti ed eviti una ulteriore lievitazione dei costi della politica che risulterebbe inaccettabile agli occhi della stragrande maggioranza dei cittadini. Del resto, non abbiamo bisogno di farci conoscere: la storia di ciascuno di noi è nota e parla da sé".
Jacopo Gavazzoli Schettini non lo conosce nessuno, e quindi scrivere "non facciamoci pubblicità, perché siamo tutti conosciuti" sa un po' di presa per il culo.
Infine, non ci vedo chiaro quando dice: "Per quanto mi riguarda sono favorevole a procedere diversamente rispetto alle primarie che designarono Romano Prodi come candidato premier dell’Unione e a dar vita ad un confronto pubblico sulla base delle regole che ci siamo dati e con pari dignità di tutti i candidati".
Quali regole per i confronti? Chi le ha stabilite? "Confronto pubblico sulla base delle regole che ci siamo dati..." Quando ci siamo dati queste regole?
Un'ultima considerazione: io tutte queste risse di cui parla Veltroni, non le ho viste. Nessuno lo ha attaccato direttamente. Letta e Bindi si sono scagliati contro certe regole e certe persone che lo sostengono.
Suvvia Veltroni non faccia il drammatico, nessuno lo ha insultato in pubblica piazza. Accetti il confronto, corra il rischio, si sporchi le mani. http://marcoesposito.ilcannocchiale.it/
Pd: Rosy Bindi, da Veltroni non risposte ma insinuazioni
AGI -
"Ti servi di insinuazioni nel tentativo di coprire i tuoi silenzi su nodi programmatici e problemi veri, emersi in queste settimane. Mi aspettavo risposte sulle alleanze, sulla legge elettorale, sul modo di concepire il partito nuovo". Non la manda a dire Rosy Bindi nel commentare la lettera di Walter Veltroni ai suoi sfidanti alla leadership del Pd. "Di solito - scrive la Bindi in una lettera aperta al sindaco di Roma - il postino arriva la mattina, e invece, ancora una volta, caro Walter ci scrivi a fine giornata, vorra' dire che nei prossimi giorni saro' io a scriverti una lettera.
Fin d'ora, pero', devo dirti che e' necessario usare il linguaggio della verita'. E' un dovere verso quella nuova politica che vogliamo inaugurare con il Pd e verso i nostri militanti ed elettori". Mentre la lettera di Veltroni, secondo il ministro per le Politiche della Famiglia, e' evasiva su tanti temi: "Avrei voluto sapere se sei o meno d'accordo sulla riduzione del tetto di spesa per la campagna elettorale, visto che questo e' l'unico modo per spendere poco. Avrei voluto sapere se anche tu proponi che il materiale informativo su tutti i programmi e tutti i candidati sia inviato a spese dei partiti, che invece stanno facendo campagna elettorale solo per te e per le liste che ti sostengono. Avrei voluto sapere, se anche tu vuoi ridurre il contributo di 5 euro per favorire una piu' larga partecipazione al voto del 14 ottobre. L'unica risposta che mi dai - sottolinea la Bindi - e' quella sul confronto pubblico con tutti i candidati. Era ora! Ma e' spiacevole chiamare in causa Romano Prodi, e marcare una differenza di comportamenti che non ha ragione di essere.
Quelle del 14 ottobre non sono primarie per scegliere il candidato premier ma per eleggere direttamente il segretario di un partito". Il sindaco, secondo la Bindi, si conferma "reticente". "Ti e' mancato il coraggio di chiamare per nome le contraddizioni della fase iniziale di questo processo - scrive - condotta a tavolino con accordi di potere che stanno blindando le liste e i segretari regionali".
Caro Walter
la tua lettera odierna agli avversari nella competizione del 14 ottobre apre una importante stagione di dialogo tra i candidati alla segreteria del Pd e io non voglio sottovalutarla.
C'è un elemento importante di contenuto in quanto scrivi: l'accettazione di un momento di confronto pubblico con pari dignità tra tutti i candidati. Aggiungo io: che sia un momento pubblico e televisivo. So che non ti sfuggirà l'importanza di dare la possibilità agli italiani di appassionarsi direttamente al nostro dibattito, attraverso il mezzo più evidente e diffuso: la televisione. Certo, io avrei preferito il web e YouTube o i blog come luogo del confronto; tu quella porzione di stampa amica che ancora oggi sulle home page delle versioni on line scrive che la tua lettera è 'a Bindi e Letta', quando anche i sassi che i candidati sono più di tre. Sarà bene invece che il confronto avvenga in diretta televisiva.
Caro Walter, io ho grande stima di te come di tutti gli altri avversari in questa competizione. In futuro, se fosse possibile, vorrei che ti risparmiassi però i toni paternalitici. Non sei il papà che ci detta le buone maniere a tavola, il rispetto della pari dignità tra i candidati passa anche attraverso l'idea che sappiamo bene da noi come condurre una competizione politica all'interno di quello che sarà, lo sai bene, il partito di tutti noi e dunque con un fondo di rispetto che non verrà mai meno. Lasciami dire però che io credo che questo rispetto si manifesti anche con uno scontro netto sui contenuti. Io ho presentato un programma e una dichiarazione d'intenti che non a caso sono diversi dai tuoi e mi sono candidato in una competizione. Aggiungo che qualche volta sembri davvero colui che vuole farci credere nel 'fantabosco', come direbbe il tuo amico De Gregori. La spartizione della poltrone non è una nostra invenzione, è in corso, in un accordo di apparati in tutte le regioni d'Italia. Credo sia un errore e spero che tu voglia concretamente (e non con generici richiami a rose di nomi e amministratori locali) aprire davvero il Partito democratico a tutte le energie nuove, partendo da quelle della generazione degli under 40, che ad esempio dai gruppi parlamentari dell'Ulivo è totalmente e assolutamente esclusa.
Ora lavoriamo davvero tutti insieme a cambiare l'Italia, gli stili della politica, la sua considerazione presso i cittadini, attraverso il Partito democratico. Facciamolo con lealtà e senza indulgere a chiacchere che non sanno di vero. Perché il Pd che faremo insieme, tu ed io, Enrico e Rosy, Jacopo e Piergiorgio e tanti altri milioni di donne e di uomini, o parlerà il linguaggio della verità o, semplicemente, perderà e finirà per consegnare il paese alla più pericolosa delle destre europee.http://www.marioadinolfi.it/

Sono indagato a Lecco, per violazione dell’articolo 650 del codice penale.
Qual è il reato? Questo.
Art. 650 - Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità
“Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per
ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene,
è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a
tre mesi o con l’ammenda fino a lire quattrocentomila”.
Perché la Procura della Repubblica di Lecco mi ha inviato un avviso di garanzia per questo reato? Perché non ho accettato un suo invito a presentarmi per un “tentativo di conciliazione” con il signor Pietro Caltagirone, che mi ha querelato per diffamazione.
Perché il signor Caltagirone, direttore dell’Asl di Lecco e pregiudicato per abuso di ufficio e falso, mi ha querelato per diffamazione? Perché ha ritenuto offensivo questo articolo, poi accluso a un volantino con gli estremi della condanna, diffuso a Lecco dal mio amico Duccio, querelato anch’egli.
Perché non ho accettato l’invito? Perché - a differenza del querelante - non ho commesso alcun reato e dunque non ho nulla da conciliare.
E’ stato davvero esperito il tentativo di conciliazione? No. Lo so perché Duccio s’è presentato ritrovandosi a rispondere soltanto alle domande di un luogotenente di polizia giudiziaria.
Era un obbligo accettare l’ “invito” a comparire? Non lo era, tant’è vero che nell’ “invito” notificatomi dai Carabinieri non si faceva menzione di alcuna sanzione in caso di assenza.
E’ normale che per effetto di una querela, sia pure sporta da un personaggio così prestigioso, si venga immediatamente convocati per conciliare? Non lo è. Anzi, le querele di un comune cittadino normalmente non vengono nemmeno prese in considerazione.
Prima ancora: è fondata la querela sporta dal signor Caltagirone? A colpo d’occhio si intuisce di no. Abbiamo raccontato semplici fatti, i quali talvolta possono anche risultare offensivi, ma quest’effetto è inconciliabile.
Sicché quella querela era ed è da archiviare senza indugi. Invece la pubblica ministera lecchese, prima ancora di archiviare la pratica o chiedere il rinvio a giudizio, mi ha spedito una bell’informazione di garanzia per violazione di un obbligo insussistente.
Non ho motivi per ritenere che sia in malafede; non grido al complotto della magistratura faziosa e politicizzata. Mi limito a criticare specifici provvedimenti, difendendomi entro il quadro delle regole. Questa è una delle differenze fra la masnada berlusconiana e le persone serie.
Il 19 settembre sarò a Lecco a condurre un incontro pubblico con Marco Travaglio. Può essere l’occasione per ricordare due semplici concetti:
1 I pregiudicati per reati contro la pubblica amministrazione devono essere cacciati dalla pubblica amministrazione.
2 La libertà di espressione è inviolabile. E nessuno deve farsi intimidre da una querela. Che è un segno di arroganza se proviene da chi avrebbe tutti gli strumenti per rispondere alle critiche in sede di dibattito pubblico. http://www.pieroricca.org/
NOI CI SAREMO
Scendere in piazza per Pegah
Fa piacere vedere come molti giornali italiani abbiano preso a cuore il caso di Pegah Emambakhsh, la donna iraniana fuggita dal suo paese perché lesbica, e che ora rischia di essere espulsa dalla Gran Bretagna, dove invano ha tentato di ottenere lo status di rifugiata. Fa piacere, poi, vedere che alcuni intellettuali inglesi, come ieri John Loyyd su Repubblica, stiano facendo pressione sul loro governo. Fa piacere, soprattutto, vedere che finalmente anche membri del governo italiano, come Romano Prodi e Barbara Pollastrini, comincino a seguire la vicenda. Ma evidentemente, tutto questo non basta, visto che la data dell’espulsione rimane fissata al 28 agosto. Gordon Brown sostiene che la Gran Bretagna non rimpatrierebbe la donna se temesse che la vita di lei fosse in pericolo, eppure che gli omosessuali siano perseguitati dalla teocrazia iraniana non è certo un mistero: la stessa compagna di Pegah è stata imprigionata ed è scomparsa nel nulla, mentre due anni fa due giovani omosessuali sono stati impiccati pubblicamente. Per Pegah tornare in Iran significa andare incontro, nel migliore dei casi, alla tortura, se non a una condanna a morte.
Lunedì sera ci sarà una manifestazione davanti all’ambasciata britannica (via XX settembre 80, a partire dalle 18,30), organizzata da Arcigay, Arcilesbica, e il gruppo EveryOne, l’ong che sta seguendo il caso Emambakhsh in Italia. Fermare l’espulsione di Pegah è un dovere per chiunque creda nel diritto alla vita e alla libertà. Per questo, noi ci saremo. Abbiamo accolto con un certo sollievo le dichiarazioni del ministro Pollastrini, che ieri per la prima volta ha ipotizzato «la possibilità di accogliere Pegah nel nostro paese»: ci auguriamo sinceramente che, se le pressioni sul governo inglese risultassero inutili, l’Italia conceda di propria iniziativa l’asilo politico alla donna, ma fino a quel momento la priorità è mettere Downing Street davanti alle proprie responsabilità. Vorremo evitare, poi, che il caso Emambakhsh venga trasformato in una crociata anti-musulmana o che venga strumentalizzato nelle tensioni diplomatiche che dividono Teheran dall’Occidente. È il caso di ricordare che anche l’Arabia saudita, paese politicamente vicino a Washington e all’Europa e per questo spesso definito «moderato», punisce l’omosessualtà con la morte. Inoltre, sarebbe ipocrita dimenticare che sono molti i passi avanti che molti paesi occidentali, a cominciare dall’Italia, devono ancora compiere nella tutela degli omosessuali. Per questa ragione abbiamo deciso di pubblicare, a pagina 7, un piccolo approfondimento sui diritti dei gay nel nostro paese e nel mondo arabo. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=92467
LA VECCHIA SQUADRACCIA DELL'IRAN-CONTRA FA DI TUTTO PER SCREDITARE CHAVEZ
DI JOHN PILGER
The Guardian
Ho fatto una passeggiata con Roberto Navarrete, all’interno dello Stadio Nazionale di Santiago, Cile. Sferzato dal vento freddo che soffiava dalle Ande, era deserto e lugubre. Mi diceva che molte cose non erano cambiate: la rete da pollaio, sedili spaccati, gli sgabuzzini da dove risuonavano le urla. Ci siamo fermati davanti ad un grande numero 28. "Ecco dove stavo, davanti al segnapunti. Ecco dove venivo portato per subire le torture." .
Milioni di "trattenuti o scomparsi" sono stati imprigionati dentro lo stadio, nella scia del golpe –orchestrato dagli USA- del generale Augusto Pinochet, contro la democrazia di Salvador Allende, l’ 11/09/1973. La maggior parte degli abitanti dell’America Latina, gli "abandonados", non ha mai dimenticato la lezione di storia e d’infamia tenutesi il primo "11/09". Roberto dice: "Negli anni di Allende c’era la speranza che l’animo umano potesse trionfare". "Ma il America Latina coloro che ritenevano di essere nati per governare hanno agito con tale brutalità nel difendere i loro diritti, le proprietà, la stretta sulla società da essersi avvicinati al fascismo vero e proprio. Persone ben vestite, le cui case traboccavano di cibo, manifestarono suonando pentole con tanto vigore, quasi fossero stati loro i bisognosi. Così accadde 36 anni fa in Cile. Così accade adesso in Venezuela. Chávez è come Allende, tutto ciò è così evocativo per me!".
Nel girare il mio film, "La Guerra contro la Democrazia", mi sono avvalso dell’aiuto di cileni come Roberto e la sua famiglia, di Sara de Witt, che coraggiosamente mi ha condotto alle camere di tortura di villa Grimaldi, alle quali è miracolosamente sopravvissuta. Assieme a tutti i sudamericani che hanno conosciuto delle tirannie, essi sono stati testimoni del modello e del significato della propaganda che adesso è nuovamente tesa a minare il tentativo di rianimare sia la democrazia che la libertà del continente.
Quella disinformazione che aiutò la distruzione di Allende e la scalata di Pinochet e dei suoi orrori, ha agito allo stesso modo in Nicaragua, dove i Sandinisti hanno solamente avuto il coraggio di proporre alcune, modeste e populistiche riforme. In ambedue gli stati, la CIA ha dato fondi ai media che si opponevano ai riformatori, sebbene non ce ne fosse certo bisogno. In Nicaragua, il martirio artefatto della testata giornalistica "La Prensa" è diventato motivo di paura per i giornalisti liberal statunitensi di maggior peso, i quali dibatterono con decisione se uno stato di 3 milioni di persone stretto nella morsa dell’indigenza costituisse una minaccia per gli USA. Il governo di Ronald Reagan si trovò d’accordo e dichiarò lo stato d’emergenza per combattere i mostri all’uscio di casa. L’Inghilterra, il cui governo Thatcher "appoggiò totalmente" la politica USA, approvò come normale la censura per omissione. Esaminando più di 500 articoli riguardanti il Nicaragua nei primi anni ’80, lo storico Mark Curtis riscontrò una quasi universale cancellazione delle conquiste del governo sandinista, definendola "straordinaria sotto ogni punto di vista", per supportare la bugia che ci fosse una "minaccia del comunismo arrembante".
Colpiscono le somiglianze se si guarda alle campagne contro ai nascenti governi di democrazia popolare. La straordinaria virulenza con cui questi attacchi stanno avvenendo –per lo più contro il Venezuela di Chávez- danno l’impressione che qualcosa di eccezionale si stia muovendo; ed è davvero così. Per la prima volta nella loro storia milioni di poveri venezuelani sono visitati da un dottore, hanno i vaccini per i loro figli e possono bere acqua pulita. Nuove università si sono aperte ai poveri, rompendo la consuetudine che l’istruzione superiore venisse monopolizzata da una "classe media", che nel caso di questo paese non è proprio "media". Nel barrio [quartiere, borgata, ndt,] La Linea, Beatrice Balazo mi ha detto che la generazione dei suoi figli è stata la prima a godere del tempo pieno a scuola. "La loro fiducia è sbocciata come un fiore" ha continuato. Una notte nel barrio La Vega in una stanza vuota, fatta eccezione per una lampada, ho visto Mavis Mendez, 94 anni, imparare a scrivere il proprio nome.
Più di 25 mila consigli comunali sono stati eletti, a scalzare le vecchie e corrotte burocrazie. Molti sono segno di vera democrazia dal basso. Vengono eletti dei portavoce, ma decisioni, idee e spese devono essere vagliate dall’assemblea comunitaria. Nelle città, prima guidate da oligarchi e dai mezzi di comunicazione loro asserviti, questa esplosione di potere di popolo ha rivoluzionato intere esistenze, come Beatrice ha descritto.
Tale nuova sicurezza delle "persone invisibili" venezuelane ha infiammato a tal punto gli abitanti dei sobborghi detti country club. Dietro alle loro mura ed i loro cani, mi ricordano i bianchi del Sud Africa. Infatti, sono loro che per lo piùposseggono i media selvaggi del Venezuela, l’80% della radio e la telediffusione e quasi tutte le 118 testate giornalistiche sono private. Siamo arrivati al punto in cui una televisione in cerca di un titolo scandalistico ha definito Chávez una scimmia, in quanto di due "razze" diverse. Le copertine dipingono il presidente come Hitler o Stalin (il legame è che tutti e tre amavano i bambini). Tra i proprietari dell’etere che urlano più forte contro la censura, ci sono quelli i cui fondi sono controllati dal National Endowment for Democracy [Fondo Nazionale Sovvenzioni per la Democrazia, ndt.], che, se non la faccia, ha i modi della CIA. "Avevamo un’arma micidiale, i mezzi di comunicazione." confessava uno dei capi del complotto del 2002. La stazione televisiva, RCTV, mai perseguita penalmente per aver supportato il tentato golpe, ha perduto solamente i diritti di trasmissione terrestre, ma continua tranquillamente la programmazione sul satellite e via cavo.
Come per il Nicaragua, il "trattamento" dell’RCTV, nel Regno Unito e negli USA è ormai un argomento celeberrimo, per chi è offeso dal comportamento audace e dalla popolarità di Chávez, che loro tutti etichettano come "ebbro di potere" e "tiranno". Il fatto che è l'autentico prodotto di un risveglio popolare è taciuto. Anche il titolo di "socialista radicale", normalmente usato come peggiorativo, ignora volontariamente la realtà che egli è un nazionalista ed un socialdemocratico, titolo che un tempo molti rappresentanti del partito Laburista inglese sarebbero stati fieri d’indossare.
A Washington, la vecchia squadraccia del caso Iran-Contra, tornata in auge con Bush, teme i ponti economici che Chávez sta lanciando nella regione, il fatto che stia utilizzando i proventi dell’industria petrolifera nazionale per spezzare la schiavitù dall’IMF. Il fatto che mantenga un’economia neoliberista, descritta dall’"American Banker" come "l’invidia del mondo bancario", è raramente addotto come valida critica alle sue riforme limitate. Naturalmente oggigiorno,ogni vera riforma sarebbe vista come "esotica". E le elite liberali sotto Bush e Blair mentre non riescono a difendere le loro principali libertà, vedono il concetto fondamentale di democrazia –che pensano essere la riserva di caccia privata dei liberal- prender campo in un continente, del quale una volta Richard Nixon disse che "alle persone non importa un cazzo " ["people don’t give a shit" ndt.]. Comunque, per quanto essi si accaniscono contro l’uomo, Chávez, la loro arroganza non riesce ad accettare che il seme dell’idea di Rousseau della democrazia diretta si sia potuto impiantare tra le persone più povere del pianeta –ancora una volta-, che sono anche, come mi diceva Roberto tornando a casa "la speranza dello spirito umano."
Titolo originale:"The old Iran-Contra death squad gang is desperate to discredit Chavez"
Fonte: http://www.johnpilger.com/
Link
17.08.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GUGLIELMO MENICHETTI
Anche Greenpeace allerta sui rischi che implica la legge sulla promozione e lo sviluppo dei biocombustibili approvata lo scorso aprile dal governo Calderón.
Uno dei leader dell’organizzazione ambientalista di Greenpeace, Gustavo Ampugnani, è intervenuto sulla sempre calda ed attuale questione dei biocombustibili in Messico. La legge sulle bioenergie (ley de promoción y desarrollo de bioenergéticos), che lo scorso aprile è stata approvata dal Congresso messicano, viene infatti giudicata da Greenpeace decisamente inadeguata in quanto, destinando la maggior parte dei raccolti di mais e canna da zucchero alla produzione di biocombustibili, non riuscirebbe ad assicurare un futuro adeguato al paese dal punto di vista alimentare.
L’organizzazione segnala l’impellente necessità di modificare la legge approvata in aprile altrimenti, avvisa, allo stato attuale delle cose in Messico non viene garantito che il mais continui ad essere utilizzato in futuro a scopo alimentare. “La coltivazione di mais e canna da zucchero per produrre etanolo può generare rivalità sulla destinazione finale delle terre, infatti, è logico pensare che se vengono previsti sussidi per destinare la coltivazione di queste culture a scopi energetici diminuirà sempre più la coltivazione del mais e della caña destinati al consumo umano”, sono state le parole di Gustavo Ampugnani che ha anche aggiunto:
“Il governo federale deve spiegare chiaramente, senza giochi di parole, la sua politica sui biocombustibili. Deve anche pronunciarsi ufficialmente circa la produzione di etanolo da mais, perché questo cereale non garantisce una efficienza energetica positiva, ossia vengono utilizzati più combustibili fossili per trasformare il mais in bioetanolo di quelli che si intende risparmiare con questo”.
E’ proprio questo uno dei temi più dibattuti riguardo la questione dei biocombustibili in Messico. La legge approvata non ha infatti tenuto in conto le preoccupazioni di molti settori civili e quelli dell’opposizione. E' stata pordotta una legge inadeguata, che non ha trovato soluzione al boom verso l’alto del prezzo del mais e che rischia di affettare seriamente le classi più deboli della popolazione messicana, che del mais fanno il cereale base della loro dieta.
Ulteriori critiche alla legge sulle bioenergie approvata dal governo Calderón arrivano poi per la totale mancanza di alternative alla produzione di biocombustibili derivati dal mais o dalla canna da zucchero, che invece garantirebbero una efficienza energetica positiva come ad esempio l’etanolo prodotto dai residui agricoli e forestali.
Per approfondire consiglio la lettura di: "Fame da Biocombustibili"http://verosudamerica.blogspot.com/2007/08/messico-e-biocombustibili.html
Macedonia-Grecia, la nuova porta dei migranti verso l'Europa
In alcune zone al confine tra Grecia e Macedonia si sta abbandonando l'agricoltura per il più redditizio traffico di migranti. I Balcani sono solcati da rotte verso l'Europa occidentale. In continuo mutamento
Di Daniela Trpcevska – Globus (pubblicato sulla stampa locale il 19 giugno 2007)
Selezionato e tradotto da Le Courrier des Balkans e Osservatorio sui Balcani
L'Europa si trova davanti una grande sfida: come affrontare l'afflusso di migranti che tentano ogni anno di attraversare le sue frontiere? E' sempre più difficile per la “vecchia Europa” proteggersi dall'arrivo di clandestini dalla Cina, dal Pakistan, dall'Albania, dall'Iraq, dal Bangladesh o dalla Turchia, nella loro fuga dalla miseria.
Nascosti nei container dei camion, nei taxi o nei bagagliai di autovetture rischiano la loro vita intraprendendo viaggi molto pericolosi. Tutte le ricerche sui canali e sulle reti di migrazioni portano all'aeroporto di Belgrado. E' il punto d'entrata maggiore in tutta Europa. Poi le rotte portano alla Macedonia. Ma quest'ultima non è la destinazione finale. Tentano infatti di entrare in Grecia. Una volta raggiunto ad esempio l'aeroporto di Salonicco, non vi è più alcuna barriera che li separi dall'Europa occidentale.
Cuscinetto d'Europa
“Rappresentiamo una barriera di protezione dell'Europa. L'afflusso di migranti provenienti da Oriente si blocca a questa barriera. I clandestini, una volta individuati, sono immediatamente ricondotti nei loro paesi d'origine. Se questa frontiera diventa permeabile l'Europa crollerà sotto il peso di cinesi, curdi e albanesi”, afferma il responsabile della pubblica sicurezza in Macedonia, Lupco Todorovski.
I paesi dei Balcani, che formano un cuscinetto esterno dell'Unione europea, rinserrano le fila di fonte ad una delle rotte più frequentate dei traffici di clandestini. Le polizie dei Paesi dei Balcani sono particolarmente soddisfatte dei risultati ottenuti con l'operazione “Danubio”. La più importante rete balcanica di traffici di migranti, che movimentava milioni di euro, è stata smantellata e sessanta trafficanti si sono ritrovati dietro alle sbarre.
In Macedonia i due trafficanti più pericolosi sono stati arrestati: si hanno le prove del loro coinvolgimento nel passaggio di centinaia d'emigranti. Malgrado il successo di quest'operazione, le autorità sottolineano che il traffico non si è arrestato, dato che rappresenta un business di ingenti somme di denaro.
I trafficanti sono ben organizzati e agiscono in connessione con le reti criminali dei paesi vicini. Le pene più severe, che possono arrivare sino a otto anni di reclusione, non li fanno desistere dal continuare a seguire i propri affari. I migranti, nella gran parte dei casi, imbrogliati dai trafficanti e inseguiti dalla polizia, vengono rimpatriati senza più soldi e senza più documenti.
Le rotte
I cinesi, gli albanesi, i pachistani, gli indiani ma anche, negli ultimi tempi, gli iracheni, attraversano i Balcani per emigrare. Alcuni, tra loro, affrontano le rotte via terra che, dopo l'arrivo all'aeroporto di Skopje passa per il Kosovo, per la Bosnia, la Croazia, la Slovenia sino all'Italia e all'Austria.
I migranti cinesi utilizzano più spesso l'aeroporto di Belgrado per arrivare nei Balcani non avendo bisogno di alcun visto per entrare in Serbia. Dopodiché, gruppi ben organizzati, li prendono in consegna e li dirigono verso tre direzioni: verso l'Ungheria, la Macedonia o la Croazia.
“Gli emigranti cinesi utilizzano spesso l'aeroporto di Belgrado. A volte arrivano invece a Istanbul o atterrano all'aeroporto di Skopje. Nel corso del 2005 si è verificato anche un afflusso di migranti cinesi in Albania. Si sono installati in alcuni campi, si sono procurati dei documenti e infine sono arrivati in Grecia attraverso la Macedonia. Questa rotta è ancora attiva ma i trafficanti cercano senza sosta nuovi itinerari, i meno dispendiosi e che presentino i meno rischi possibili”, spiega Sande Kitanov, a capo del settore che controlla il traffico di esseri umani all'interno del ministero degli Interni macedone.
Molti migranti curdi utilizzano le rotte che passano per Istanbul, Pristina o Tirana. Gli organizzatori di questo traffico parlano molto bene il curdo e hanno buoni contatti all'interno degli aeroporti. I trafficanti, spesso, applicano dei visti falsi ai passaporti. A volte cambiano solamente la fotografia, utilizzando passaporti di altre persone, con visti regolari.
“I falsi passaporti turchi sono difficili da individuare. E' anche molto facile sostituire la foto. Vi sono stati anche casi di uomini che viaggiavano in Europa con passaporti intestati a donne. In pochi conoscono il turco e si possono rendere conto dell'inganno”, aggiunge l'ispettore Mome Jakimovski.
Nel 2005 una rete di traffico di migranti peruviani, organizzata da una persona del Kosovo, è stata smantellata. Questo kosovaro aveva fatto la conoscenza di un peruviano ed avevano aperto un'agenzia turistica, che serviva da paravento per il traffico di clandestini verso la Grecia, via Pristina. La rete funzionava nei due sensi di marcia: alcuni kosovari sono partiti infatti verso il Perù per poi andare negli Stati Uniti. La rete è stata smantellata dall'UNMIK.
I migranti che non hanno risorse finanziarie a volte decidono di intraprendere da soli questo cammino pieno di spine. “Vengono dall'Albania in Macedonia passando da Struga, poi prendono una macchina o un taxi per arrivare a Skopje. Infine proseguono verso Gevgelija, alla frontiera con la Grecia. Utilizzano il fiume Vardar come punto di riferimento, seguono il suo corso. Ma a volte si perdono ed invece di arrivare a Gevgelija arrivano a Tabanovce [frontiera con la Serbia]!”, spiegano i poliziotti.
Immensi profitti
I trafficanti macedoni hanno solide relazioni con i criminali dei paesi vicini. E' difficile bloccare il loro business perché è fonte di enormi profitti. “Il trasferimento di un migrante cinese attraverso la Macedonia può far guadagnare dai 1000 ai 1500 euro e il solo attraversare la frontiera può costare 300-400 euro. I migranti albanesi pagano tra i 1000 e i 2000 euro”, spiega l'ispettore Jakimovski.
E' facile calcolare i profitti rappresentati dal traffico. Il trasferimento di un gruppo di una decina di migranti albanesi in Grecia non costa più di 500 euro ai trafficanti. Ma fanno pagare questo “servizio” almeno 1500 euro a testa e quindi hanno un guadagno netto di circa 15.000 euro.
Il trafficking è un'attività molto florida nelle regioni di Gevgelija, Strumica e Dojran, vicino alla frontiera greca. A Gevgelija, la gente sta abbandonando l'agricoltura. “Abbandonano i pomodori e i peperoni per il traffico che permette loro di guadagnare molti più soldi. Chiedono 50 euro a persona per far attraversare la frontiera”, spiegano i nostri interlocutori.
I clandestini vengono condotti lungo dei sentieri per passare la “frontiera verde”, è così che la polizia chiama quella parte di confine che non viene controllato ininterrottamente. I trafficanti di solito alloggiano i clandestini presso dei loro contatti logistici, a Dojran e Gevgelija, prima di fare passare loro la frontiera. “I collaboratori locali dei trafficanti sono dei veri esperti. Conoscono bene il terreno, hanno dei contatti con i poliziotti di frontiera. Rappresentano un anello fondamentale nella catena che porta i migranti in Grecia. I migranti sono convinti del fatto che la Grecia sia il paese della salvezza, perché da lì è facile raggiungere qualsiasi destinazione dall'aeroporto di Salonicco”, piega il capo della polizia Kitanovski.
Come sbarazzarsi dei cinesi ...
I migranti cinesi arrivano a pagare circa 15.000 euro a seconda del numero di paesi che devono attraversare per arrivare in Europa. Spesso viaggiano in aereo. Per guadagnare questi 15.000 euro spesso devono lavorare per degli anni presso colui il quale ha finanziato il loro viaggio. Si tratta di una forma di sfruttamento del lavoro difficile da dimostrare.
“Il problema, quando si catturano dei clandestini, è che non hanno alcun documento d'identità. Per noi è difficile arrivare ad una loro identificazione, perché aspettiamo a lungo informazioni che ci provengono dalla Cina. Inoltre i costi di rimpatrio sono a carico del paese dove sono stati bloccati i clandestini. Costi enormi per i nostri paesi”, sottolinea il capo della polizia Kitanovski.
Tenendo conto che il costo di rimpatrio di un migrante cinese può variare dai 2000 ai 3000 euro si capisce perché tutti tentano di sbarazzarsi di loro e dirigerli verso i paesi vicini. “Succede anche che i greci, per liberarsi dei clandestini, li trasportano con dei camion sino al punto di frontiera di Bogorodica. E quando si prova a rimandarli in Grecia i migranti si gettano alle gambe dei poliziotti, piangono e mostrano, con dei gesti, di essere stati maltrattati in Grecia”, racconta il capo della sicurezza pubblica Ljupco Todorovski.
Le sanzioni
Le pene previste per le organizzazioni criminali che si occupano di traffico di clandestini vanno sino a otto anni di prigione, ma questo non fa desistere i trafficanti dai loro affari a causa dei grossi profitti che ne possono derivare. Tutti i nostri interlocutori sono d'accordo su questo.
Il traffico di migranti è stato introdotto come delitto specifico nel codice penale macedone nel 2004. Da allora, in conformità con la convenzione di Palermo e le direttive del Consiglio d'Europa, sono previste pene sino a otto anni. Le stesse pene sono previste per chi si occupa di traffico di minori.
STUDIO INDIVIDUA POSSIBILE ORIGINE VIRUS MARBURG
Potrebbero essere i pipistrelli annidati nelle caverne la causa primigenia del virus Marbug, che provoca una febbre emorragica mortale simile a quella del più noto virus Ebola. La scoperta è stata annunciata da un gruppo di ricercatori americani, secondo cui un esperimento condotto su 1100 varietà di pipistrelli africani ha dimostrato che solo una di esse, peraltro piuttosto comune, ha dimostrato positività al virus. Si tratterebbe – secondo l’articolo pubblicato oggi dalla rivista scientifica ‘Plos One’- del primo essere vivente naturalmente infetto identificato finora. Lo studio rivela inoltre che le analisi di questa specie di pipistrello potrebbero fornire la base per un vaccino contro il virus, che ha determinato un’allerta sanitaria in Uganda dopo la morte sospetta di due minatori e il possibile contagio di altre persone tutt’ora sotto osservazione. Nonostante l’Oms abbia dichiarato il virus “una delle più gravi minacce per la sicurezza sanitaria mondiale”, le autorità ugandesi hanno invitato la popolazione a non farsi prendere dal panico, e a sottoporsi a controlli nel caso di manifestazione dei primi sintomi. La febbre di ‘Marburg’ era stata individuata per la prima volta in Uganda nel 1977 nel distretto orientale di Bugiri, dove aveva provocato 19 vittime. Il virus - una febbre emorragica molto simile alla più nota Ebola e per cui non esiste cura - si trasmette al contatto con liquidi organici, provoca febbre alta, dolori muscolari, emorragie e può portare alla morte in poco tempo. Deve il suo nome alla città tedesca nella quale il virus venne isolato per la prima volta quaranta anni fa. http://www.misna.org/
Madrid a 50 euro
Cosa fare con un cinquantone a Madrid? Sciare, mangiare, seguire le corse dei cavalli, visitare un museo e prendere un cocktail. Ovvio che quest'anno il biglietto da 50 sia stato quello più falsificato!

Piazza Mayor a Madrid (Foto di selectormarx/Flickr)
Per 6 euro: Museo nazionale Reina Sofía
Situato nella zona di Atocha, il Centro d'Arte Reina Sofía, prima sede dell' Ospedale San Carlos, accoglie la migliore selezione di arte moderna di Madrid. Potremmo considerarlo l'equivalente spagnolo del Centro Pompidou parigino o della Tate Modern Gallery londinese. Si possono ammirare le migliori opere di artisti spagnoli dell'ultimo secolo, quali Picasso, Miró o Julio González. L'opera per eccellenza è il Guernica di Picasso. Nel 1990, per dotare l'edificio di un'immagine affine alla sua modernità, sono stati costruiti gli ascensori di cristallo della facciata dell'architetto inglese Ian Ritchie. Così nel 2005 il museo è stato ampliato con tre nuovi edifici disegnati di Jean Nouvel.
Museo Reina Sofía (Foto Torchondo/Flickr)
c/Santa Isabel 52, 28012 Madrid
Per 4 euro: calamari e birra
L'antipasto di calamari è un piatto tipico della cucina madrilena. Molto semplice da preparare, consiste in vari strati di calamari unti e fritti, introdotti nel pane che si apre da un lato. Sono molte le birrerie in cui vengono preparate, soprattutto in centro. Uno dei posti più noti è El brillante ad Atocha. Può sembrare strano il fatto che una città che si trova a 500 chilometri dal mare abbia come piatto tipico i calamari. L'origine di questo piatto risale agli anni Quaranta, all'epoca in cui a Madrid si moriva di fame. E gli unici prodotti marittimi che arrivavano nella capitale erano proprio i calamari, il baccalà e un po' di tonno. I più economici erano i calamari.
El Brillante (Foto, Mainman in the night/Flickr): Glorieta del Emperador Carlos V nº8, 28012 Madrid
Per 23 euro: sciare a Xanadú
Ci sono molte alternative sportive alla portata di tutti. Ma senza dubbio la più attraente è quella offerta dal centro commerciale Xanadú, che dà la possibilità di sciare tutto l'anno. Non serve uscire dalla città, né aspettare l'inverno. Nella sua posta coperta, Madrid SnowZone, ci si potrà divertire tutto l'anno. Si tratta dell'unico complesso in Spagna, e del più grande esistente in Europa. Questo parco di neve è pensato per ogni tipo di pubblico, dai bambini e principianti, seguiti con telecamere, ai più esperti.
Foto Madrid Xanadú (Foto, xml_vzla2/Flickr): Autovía A-5, Km 23.5, Margen Izquierdo, Arroyomolinos, 28939 Madrid
Per 9 euro: gita all'ippodromo
L'Ippodromo della Zarzuela, inaugurato nel 1941, è stato per anni un'attrattiva della capitale. Finché 9 anni fa non sono state interrotte le corse, per il suo stato di abbandono. Ma dopo una rimodernizzazione lo scorso ottobre ha riaperto le porte. Da allora è tornata a Madrid la tradizione delle corse dei cavalli. Per 9 euro soltanto si compra il biglietto di ingresso, che permette l'accesso al recinto. Inoltre durante l'estate ci sono corse notturne.
Ippodromo della Zarzuela (Foto, Seisdeagosto/Flickr): Avenida Padre Huidobro s/n A-6, kilómetro 8, 28023 Madrid
Per 8 euro: andare a bere
E per finire in bellezza, niente di meglio che stendersi su un letto, o su un sofà pieno di cuscini, con musica chill out in sottofondo, in un ambiente tra l'orientaleggiante e l'arabo, candele profumate e luce rosata sotto soffitti di seta. Nel Club Areia, nella Calle Hortaleza, tra Chueca e Alonso Martínez, si potrà godere e rilassarsi dalla frenesia della vita metropolitana. Durante il giorno ci sono diverse possibilità gastronomiche: brunch fino alle 16,30. La sera i cocktail sono la specialità. Da Margarita a Tequila Sunrise, a Daikiri alla fragola, mango e banana, Piña colada, Caipirinha e Caipiroska, e altri ancora, oltre a una gran varietà di vini e cantine. Insomma, rilassarsi a Madrid non è così difficile!
Foto Areia (Foto, Vagamundos/Flickr): Calle Hortaleza 92, 28004 Madrid
INDIA - GIAPPONE
"Arco della libertà": l’alleanza panoceanica di Tokyo che esclude Pechino
Parlando al parlamento indiano, Abe propone un’alleanza anche con Stati Uniti e Australia per condividere i comuni valori di democrazia, libertà e rispetto dei diritti. Intanto i due Stati concludono accordi commerciali e discutono di collaborazione nucleare e militare.
New Delhi (AsiaNews/Agenzie) – Maggiori rapporti economici e commerciali, collaborazione militare e nel campo nucleare e la proposta di un’alleanza che comprenda gli Stati Uniti ma escluda la Cina, negli incontri del premier giapponese Shinzo Abe con governo e politici indiani. Oggi, ultimo giorno della visita, Abe è a Kolkata per incontrare i discendenti di Subhash Chandra Bose, eroe nazionale che si è battuto contro il dominio coloniale britannico, e di Radhabinod Pal, unico giudice che nel Tribunale Alleato si oppose alla condanna a morte dei leader nipponici della Seconda guerra mondiale.
Ieri, parlando al parlamento, Abe ha invitato l’India a creare un “arco della libertà” che comprenda anche Australia e Stati Uniti, “per condividere valori fondamentali quali la libertà, la democrazia e il rispetto per i principali diritti umani, come pure per interessi strategici”. “Se Giappone e India cominciano insieme – ha proseguito – questa ‘Asia più larga’ si evolverà in una rete immensa abbracciando l’intero Oceano Pacifico e comprendendo Stati Uniti e Australia”. Analisti notano che Abe non ha citato la Cina, con la quale ha instaurato più stretti rapporti ma verso cui il Giappone è critico specie per la mancanza di democrazia e del rispetto per i diritti umani.
L’India vuole aumentare i rapporti economici con Tokyo e ha bisogno del suo sostegno ed aiuto per portare avanti il programma nucleare a fini civili e degli investimenti nipponici per le proprie carenti infrastrutture. Ieri , al termine dell’incontro con il premier indiano Manmohan Singh, i due leader hanno sottolineato l’importanza dei rapporti tra le due maggiori democrazie dell’Asia. Singh ha espresso “la sincera speranza” di avere “il sostegno del governo giapponese” quando dovrà negoziare con i 45 membri del Gruppo per le forniture nucleari dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che regola il commercio di tecnologia e carburante nucleare. Con diplomazia, Abe ha risposto che comprende la necessità dell’India di avere energia per il suo sviluppo, ma che il Giappone “attribuisce speciale importanza al disarmo nucleare”. L’India è in possesso di armi nucleari e non ha mai aderito al protocollo di non proliferazione. Per questo ha a lungo sofferto un embargo internazionale in materia, di recente venuto meno con un accordo con gli Stati Uniti per l’uso civile del nucleare.
A settembre le navi giapponesi parteciperanno per la prima volta alle operazioni navali congiunte di India e Stati Uniti, nella Baia del Bengala.
I due Stati hanno anche discusso finanziamenti giapponesi a basso interesse per il progettato corridoio industriale da 90 miliardi di dollari e i collegamenti tra Mumbai e New Delhi, essenziali per lo sviluppo industriale e commerciale della Nazione. Si attendono prossimi esiti anche dei molti incontri tra politici e imprenditori indiani e gli oltre 200 imprenditori giapponesi che hanno accompagnato Abe. Nel 2006 l’India ha ricevuto solo 540 milioni di investimenti diretti di ditte giapponesi, pari a meno del 3% del totale, ma si aspetta di riceverne almeno 5 miliardi in pochi anni. Gli scambi economici tra le due Nazioni sono ora intorno ai 7 miliardi di dollari Usa e prevedono di giungere a 20 miliardi per il 2010. Gli scambi tra Giappone e Cina sono stati di 210 miliardi nel 2006. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10125&size=A
| Benzina rossa |
| Un milione di londinesi potrà prendere l'autobus grazie al petrolio scontato di Hugo Chavez |
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Gli autobus di Londra non saranno più off limits per disagiati e meno abbienti: a partire da questa settimana, a loro il biglietto costerà esattamente la metà. E questo grazie al petrolio del presidente sudamericano più contestato della storia: Hugo Chavez.
Un dare-avere. Risale all'inizio dell'anno l'accordo fra il presidente bolivariano e il sindaco laburista della capitale britannica, Ken Linvingstone, che prevede uno scambio alla pari fra le rispettive ricchezze autoctone: da una parte crudo venezuelano a prezzo speciale – con uno sconto del 20 percento rispetto al valore di mercato – destinato al parco bus di Londra, e dall'altra una squadra di burocrati inglesi specializzati nell'amministrazione pubblica, che a Caracas insegnerà la pianificazione urbana, la gestione dei trasporti, del turismo e della protezione ambientale.
Sconti per un milione di persone. Così, da oggi, anche le madri e i padri soli, i disabili, gli invalidi, e chiunque debba usufruire di sussidi statali (circa 250mila persone) potranno permettersi di salire su quelli che sembrano essere i mezzi pubblici tra i più cari al mondo. Secondo il Comune di Londra, il succulento sconto riguarderà quasi un milione di persone. “Londra e il Venezuela si scambiano cose in cui entrambe eccellono, cogliendone un vicendevole beneficio”, ha dichiarato il sindaco laburista, che incontrò Chavez nel maggio 2006 proprio a Londra. Da lì a qualche mese l'idea dello scambio e a febbraio la firma dell'accordo. Una collaborazione sfociata, poi, se non proprio in amicizia, sicuramente in un rapporto di stima. “Da tempo ammiro il suo straordinario coraggio e la sua tenacia - scrisse el rojo Ken al leader bolivariano – nel resistere risolutamente a tutta la pressione esterna che distoglie dalla giusta e progressiva traiettoria del suo Governo”. È grazie a Chavez, ha più volte precisato il sindaco, se la vita dei londinesi “sarà più facile e meno cara”.
Asse Caracas-Londra. L'erogazione del petrolio avverrà tramite la sede europea della compagnia statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa). L'accordo prevede che per un anno il nero venezuelano arrivi scontato nei serbatoi dei mezzi pubblici londinesi per un risparmio di 32 milioni dollari. Soldi che copriranno il 50 percento di sconto sui ticket. “Tutto è nato da un'idea del presidente Hugo Chavez e rafforza il lavoro che sta facendo in tutto il mondo per affrontare il problema della povertà”, ha aggiunto Linvingstone.
Critiche. “Fa parte della continua e positiva relazione fra il popolo venezuelano e la popolazione di Londra. Dimostra che la globalizzazione non è per forza negativa. Questa iniziativa è un esempio di cooperazione globale progressiva”, ha sottolineato la deputata e portavoce della sinistra laburista, Diane Abbot. Mentre a gridare alla vergogna sono i conservatori: “Una città ricca come Londra non dovrebbe accettare denaro da un paese dove in tanti sono poveri”. Secondo Angie Bray, leader del Partito Conservatore nel Comune londinese, i benefici del crudo dovrebbero destinarsi “a quel 35 percento di venezuelani che sopravvivono sotto la soglia di povertà”. E alcune critiche sono piovute addosso a Linvingstone anche dai Verdi, che lo accusano di avere scarsa iniziativa nella ricerca di energie alternative. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8596
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MEDIORIENTE:
Si prepara la guerra, parlando di pace
Analisi di Peter Hirschberg
GERUSALEMME, (IPS) - Nell’ultima settimana, i funzionari israeliani hanno usato quasi tutte le occasioni pubbliche per affermare che Israele non ha intenti bellicosi contro la Siria. Fonti ufficiali di Damasco hanno rilasciato analoghi pacifici proclami, insistendo sulle loro intenzioni non belligeranti nei confronti di Gerusalemme. E ultimamente, alti funzionari di due stati arabi hanno fatto sapere a Israele che la Siria non ha in programma un attacco nei prossimi mesi.
A cosa è dovuta dunque la crescente tensione tra Gerusalemme e Damasco, e perché i leader israeliani sono così preoccupati della possibilità di una guerra con il loro vicino settentrionale? Ciò che li preoccupa è il vasto programma siriano per il riarmo, le esercitazioni militari della Siria sul confine con Israele, e il timore che anche se entrambe le parti non desiderano la guerra, un errore potrebbe portare al conflitto.
”Israele non è interessato alla guerra con la Siria, ma ci stiamo preparando per qualunque eventualità”, ha dichiarato il Primo Ministro Ehud Olmert durante una recente visita al quartier generale del Comando settentrionale dell’esercito.
Il Vice-Presidente siriano Faroukh a-Shara ha detto che Damasco non “inizierebbe la guerra...il popolo in Siria non vuole la guerra, ma non accetterà nulla di diverso dal ritiro israeliano da tutto il territorio occupato delle Alture del Golan”.
Le tensioni sono state acuite, in parte, dalle esercitazioni che l’esercito israeliano sta effettuando sulle Alture del Golan, attribuite alla necessità di riorganizzazione dell’esercito nella ripresa della guerra in Libano che risale a un anno fa. Israele è preoccupato per il riarmo della Siria, soprattutto per l’avvento di armi sofisticate di produzione russa, come missili antiaerei e anticarro. Pare che siano stati parzialmente acquistati con finanziamenti iraniani, ma molti dei carichi non sono ancora arrivati.
I media russi hanno recentemente riferito che i missili antiaerei sono parte di un affare di armi da 900 milioni di dollari. Il sistema missilistico è noto come Pantsyr S1 ed è costituito da armi anti-aeree a corto raggio che possono essere montate sul retro dei veicoli. Il timore nei circuiti della difesa israeliana è che questi missili possano arrivare nelle mani degli Hezbollah in Libano meridionale.
I siriani stanno inoltre costruendo estese fortificazioni di difesa lungo la parte meridionale e settentrionale delle Alture del Golan. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, la Siria ha dispiegato 200 dei suoi più sofisticati missili terra-aria vicino al confine con Israele.
Funzionari della difesa israeliana stanno inoltre cercando di interpretare quelli che ritengono segnali di guerra provenienti dal Presidente siriano Bashar Assad. Negli ultimi mesi, Assad aveva avanzato proposte di pace a Israele, dichiarando di essere pronto a tornare al tavolo delle trattative. Tuttavia, queste dichiarazioni si sovrappongono ad avvertimenti di “resistenza”, fatti in coppia con Hezbollah, il gruppo sciita che gode del sostegno siriano e iraniano nel Libano meridionale e che ha combattuto Israele durante le ostilità dello scorso anno in Libano.
Un timore di Israele è che se esploderanno nuovamente le ostilità con Hezbollah, la Siria potrebbe intraprendere un’azione militare circoscritta nel tentativo di riacquisire un pezzo delle Alture del Golan e costringere Israele al tavolo dei negoziati.
Israele ha sottratto alla Siria quel tratto montuoso strategico nella guerra del 1967, e Damasco chiede da allora la restituzione del Golan come prezzo per la pace con Israele. Le due parti si sono incontrate l’ultima volta ad un tavolo di trattative nel 2000, quando il primo ministro israeliano Ehud Barak ha incontrato Farouk a-Shara negli Usa. I negoziati si sono tuttavia interrotti e le due parti non si sono più incontrate.
Mentre la Siria pretende la restituzione delle Alture in cambio della pace, Israele esige che vengano applicati rigidi accordi di sicurezza per riconsegnare l’area strategica, compresa una profonda zona demilitarizzata sul lato siriano del confine. Israele ha un punto di osservazione molto sofisticato sul Monte Hermon, nella posizione più alta delle Alture del Golan, noto in Israele come “gli occhi del paese”. Dal Monte Hermon, Israele può controllare su ampio raggio il territorio siriano.
I leader israeliani e le alte cariche militari si sono incontrate settimanalmente per valutare le intenzioni siriane. Il Generale maggiore Amos Yadlin, capo dell’intelligence militare, non crede che Damasco stia pianificando un attacco ad Israele, ma teme lo scenario dell’”errore”, nel quale le tensioni tra le due parti potrebbero andare fuori controllo. “La Siria non ha in programma una guerra, ma lo scenario di un possibile malinteso è piuttosto rilevante”, è una sua recente dichiarazione.
Ehud Barak, oggi ministro della difesa, ha cercato di placare i timori siriani sulle estese esercitazioni militari israeliane nelle Alture del Golan, dichiarando che le manovre sono parte di uno sforzo per assicurare la preparazione di Israele nella ripresa della guerra in Libano. “Israele non è interessato alla guerra con la Siria, e riteniamo che nemmeno la Siria voglia una guerra”, ha recentemente dichiarato Barak nel tentativo di mitigare le crescenti tensioni.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=988
Darfur : esercito commette violenze su donne e bambini , rapporto ONU
di Carla Amato
Il governo del Sudan deve proteggere le donne ed i bambini del Darfur dalla violenza sessuale e di genere perpetrata dai suoi stessi soldati. Lo chiede un nuovo rapporto dell'ufficio dell'Alto Commissario per i diritti dell'uomo che illustra casi di rapimento, violenza e violenza sessuale nel Darfur del sud.
Nonostante la firma degli accordi di pace da parte della quasi totalita' di gruppi in conflitto, la regione e' ancora travagliata da una guerra civile che vede contrapposti i gruppi ribelli e le truppe filogovernative Janjaweed, mentre l'esercito nazionale bombarda dall'alto e crescono i gruppetti di banditi che assaltano i villaggi e i convogli. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ed oltre un milione di fuggitivi sono rifugiati in campi profughi interni o esterni al Paese. La situazione di insicurezza interna non favorisce il ritorno di questi profughi ne' la serenita' di chi e' rimasto a casa.
Il rapporto ONU - un aggiornamento di quello pubblicato nell'aprile 2007 - contiene le testimonianze delle vittime e dei testimoni oculari che descrivono come le donne siano state rapite, mantenute in stato di schiavitu' sessuale o siano state sottoposte ad altre violazioni dei diritti dell'uomo a Deribat e nelle citta' vicine dalle forze armate sudanesi (SAF) e dai gruppi affiliati. Queste ed altre violazioni si sono verificate dal dicembre 2006 come conseguenza degli attacchi a terra e dall'aria sui civili della zona.
Il rapporto - pubblicato in collaborazione con la missione delle Nazioni Unite nel Sudan (UNMIS) - dice che gli abusi possono anche costituire crimini di guerra, e nota che il governo sudanese non ha fatto nessuna inchiesta in merito, mentre le autorita' locali hanno indicato di aver spedito denunce alle forze armate sudanesi. Nel frattempo, il Consiglio consultivo del Sudan sui diritti dell'uomo ha informato UNMIS che sta proponendo di istituire un comitato di indagine insieme con la missione dell'Unione Africana in Sudan per investigare sulle violazioni denunciate dal rapporto.
Fra le raccomandazioni del rapporto:
- Il governo e le fazioni ribelli devono cessare tutti gli attacchi contro i civili, particolarmente le donne ed i bambini
- Il governo deve istituire un corpo indipendente per indagare sui rapimenti, le violenze e la schiavitu' sessuale commessi nella regione e i sospetti responsabili devono essere portati davanti alla giustizia in processi rispondenti agli standard internazionali di imparzialita' e in modo pubblico
- Il governo deve diffondere immediatamente fra le truppe istruzioni sul comportamento da tenere e chiarire che gli stupri ed altre forme di violenza sessuale non saranno tollerati.
- Il governo deve rivedere la sua legislazione, in modo che le donne non siano trattenute dallo sporgere denuncia dal timore di essere accusate di adulterio
- L'unione africana deve essere presente nella zona, negoziando la sua presenza con i firmatari dell'accordo di pace del Darfur.
www.osservatoriosullalegalita.org
agosto 23 2007
Il presidente francese «pesca» anche nella nostra sinistra
Parigi, riforme all'italiana Sarko chiama Bassanini L'ex ministro scelto per la commissione Attali
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ROMA — Dalle parti del centrosinistra evidentemente non se ne sono accorti quando è stata ora di fare le liste per le elezioni politiche dell'anno scorso e neppure quando hanno formato il governo. Ma a invidiarci Franco Bassanini, costituzionalista diessino ed ex ministro della Funzione pubblica nonché autore della più corposa (anche se in parte inattuata) riforma della pubblica amministrazione, sono nientemeno che i francesi. Rimasto fuori dal Parlamento dopo anni di onorata carriera perché messo un po' troppo in basso nella lista ulivista nel 2006 e chiamato a collaborare con qualche ministero soltanto attraverso la sua associazione «Astrid», ora Bassanini lavorerà per Nicolas Sarkozy: la proposta gli è arrivata mentre era sotto l'ombrellone dell'Ultima spiaggia a Capalbio. È stato lo stesso presidente francese a volerlo come membro della commissione «pour la libération de la croissance française » che sarà creata venerdì prossimo e si insedierà al Musée des Arts Premiers il 30 agosto, sotto la supervisione del presidente della Repubblica. Una commissione che procederà in modo «indipendente» nonostante la nomina governativa, come scrive lo stesso Sarkozy al presidente del comitato Jacques Attali, il biografo e consulente di Mitterrand, un altro socialista al servizio della République Sarkozienne come anche il ministro Bernard Kouchner, e persino l'italiano Bassanini.
Che si dovrà occupare insieme ai suoi colleghi di scrivere entro dicembre una relazione dettagliata di proposte di riforma che vanno dalla semplificazione burocratica (cavallo di battaglia di Bassanini), alle regole per favorire la competitività, all'aggiornamento dei servizi per le imprese, a norme per rendere l'amministrazione pubblica più amica dei cittadini. A mettere gli occhi sulle leggi di semplificazione dell'ex ministro era stato nel 2002 proprio Sarkozy, allora ministro dell'Interno, che telefonò a Bassanini per chiedergli di presentare le sue riforme durante l'assemblea dei prefetti e viceprefetti, in quanto il caso italiano poteva essere esemplare: «Se persino un'état délabré riesce a innovare, pensiamo alle potenzialità che può avere la nostra pubblica amministrazione che era la migliore d'Europa», furono le conclusioni del convegno, tirate da Sarkozy. Da allora il futuro presidente francese ha deciso di seguire il modello italiano. La stima di Sarkozy, Bassanini è convinto di averla pagata cara. I commenti dei beninformati dopo che de Villepin, rivale dichiarato del presidente francese, non gli confermò l'incarico di consigliere di amministrazione alla scuola di alta amministrazione Ena furono netti: «Mi spiegarono che ero considerato uomo di Sarkozy — dice sorridendo l'ex ministro — ma io l'ho visto poche volte». Sull'effetto che fa lavorare per un governo straniero, per giunta di destra, e molto meno per il proprio in Italia, Bassanini è molto diplomatico: «Il mio impegno per la mia parte politica e per il mio Paese resta invariato, come le mie idee». Ma lavorerebbe per Berlusconi, o per il centrodestra? «Il problema non si pone, il centrodestra non ha interesse per le riforme di sistema».
Gianna Fregonara
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http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/08_Agosto/22/fregonara_riforme_bassanini.shtml
 Un omone dall'accento spiccatamente lombardo e dall'aspetto vagamente imprenditoriale si esercita nella tecnica della dialettica da spiaggia nello stabilimento balneare di un lussuoso albergo sulla Riviera Romagnola. 250 euro al giorno, pensione completa, ambiente distinto, bevande escluse:
"Ha ragione Bossi a volere lo sciopero fiscale. Lo Stato prima mi deve dare, poi mi deve chiedere."
Che sarebbe un po' come pretendere di cagare prima di aver mangiato.http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
CANDIDATURE & PRIMARIE - L'assenza della politica
Se nel prossimo mese e mezzo Rosy Bindi, Enrico Letta e Walter Veltroni riusciranno a discutere di politica con la stessa voracità con cui nelle ultime settimane hanno parlato di stronzate, forse il Partito Democratico potrà diventare, contro ogni previsione, qualcosa di serio.
http://titollo.ilcannocchiale.it/
Chiara e Stefania, sciacallaggi e vaccate
Paolo Berizzi colpisce ancora. Il cronista di Repubblica, già noto a Sr, "intervista" Stefania Cappa, una delle gemelle. La stessa che a Francesco Battistini, che per il Corriere le chiede se è indagata, butta già il telefono urlando "è una grandissima vaccata". Berizzi ci costruisce una pagina e basti citare alcuni passaggi lessicali. Stefania parla di "dovere civico", dei "dovuti provvedimenti legali", vuole "aiutare gli investigatori a fare chiarezza", dice di essere sottoposta a "una gogna mediatica". Spiega che sta "imboccando la carriera forense" e non è affatto spaventata all'idea di essere indagata: "L'avviso di garanzia è un atto dovuto, a tutela di chi lo riceve". Nicolò Ghedini non avrebbe saputo fare di meglio.
Meno male che a controbilanciare Berizzi è arrivato Piero Colaprico, inviato di rango nonché autore di romanzi gialli, che ricostruisce i punti chiave dell'inchiesta. Sul Corriere intanto imperversa Francesco Battistini, bravo giornalista che però incappa spesso in cadute di stile. Battistini intervista Paola Cappa che dice di non voler scrivere un memoriale, "per non sfruttare Chiara". Ma il memoriale già c'è ed è in edicola con Oggi. Battistini si fa dire che scrive sull'Informatore lomellino, poi verifica e lei non ha mai scritto una riga. Inelegente che dia loro delle stronze, che dica "cretinate", che parli di una cugina "spolpata dall'anoressia", ma almeno racconta uno spaccato di vita: le due cugine che si truccano prima delle interviste e "allungano il curriculum all'operatore di Mediaset", la loro vita da aspiranti modelle e aspiranti vip. Paola e Stefania hanno fatto le pierre a un discobar che si chiama "Pavarotty", che qualche tempo fa ha ospitato anche Fabrizio Corona. C'erano pure loro, "inconsapevoli e future Azouz".
A metterci il carico è Massimo Gramellini, in un pezzo sulla Stampa intitolato "Fotomontaggio con sciacalle". Gramellini spiega che "sono le figlie estreme della civilità dello spettacolo", parla di "maleducazione sentimentale" e di una società fatta di reality, talk show e morbosità che piange in diretta tv. Conclude: "Chi avrà il coraggio di fare la morale alle piccole esibizioniste di Pavia?". Peccato che Gramellini, insieme ad altri giornalisti brillanti, moderni e spregiudicati, a suo tempo salutò con entusiasmo l'avvento della tv spazzatura, delle isole dei famosi, dei programmi morbosetti con famiglie in lacrime e pubblici litigi.http://stamparassegnata.splinder.com/
Uàlter m'inciampa sul verde...
 che ci fa un'associazione come fare verde tra i patrocinatori di una manifestazione del'estate romana? qualche sera fa avevo un appuntamento al parco del celio con degli amici che, non sapendo bene che fare, s'erano messi in testa di andare a vedere uno spettacolo di cabaret. la manifestazione si chiama "all'ombra del colosseo". ci vado con un amico, con cui precedentemente c'eravamo scofanàti una grigliata di carne sicula, e aspettiamo gli altri davanti all'ingresso. scorro pigramente le varie associazioni/istituzioni che riempiono delle loro sigle il cartellone della manifestazione: tutti e due strabuzziamo gli occhi quando vediamo "fare verde" tra gli sponsor.
verde è una formazione ambientalista (riconosciuta di interesse nazionale sotto il governo berlusconi ma nata molti anni prima, nel 1986) vicina alla destra sociale. anche se s'ammanta di agnosticismo politico, si trova sempre nei dintorni della destra più popolare, alla alemanno per intenderci. si avvale spesso dell'anomalo verde marco boato, propugna vicinanza alle idee di alex langer (ma lui non può smentire), cita e osanna maurizio pallante, uno dei divulgatori italiani della decrescita ma da alcuni criticato per le sue posizioni più luddiste e conservatrici che d'avanguardia.
mi domando se l'ecumenismo di uàlter non si sia spinto un po' troppo in là. magari non se n'è accorto, oppure è un tentativo di grande e fraterno abbraccio in nome del futuro e sorpassando con la consueta, delicata e profetica leggerezza schemi e contrapposizioni di un passato di cui avere un po' vergogna. chissà.
so solo che a me dà fastidio. lo trovo un fatto estraneo, che non vorrei.
e invece me lo ritrovo lì, bello stampato.
ps
forse se ne vergognano un po' anche loro, quelli del comune di roma: tant'è che sul cartellone "fare verde" c'è, mentre sul sito www.allombradelcolosseo.it no. http://www.onemoreblog.it/archives/017252.html
Pd: Andreatta al Corsera, no a leader alternativo a Prodi
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Il Corriere della Sera intervista Filippo Andreatta, figlio dell'inventore dell'Ulivo e intellettuale molto vicino a Prodi, che vede dietro le primarie del Partito democratico un tentativo di trovare un sostituto all'attuale premier: "Le primarie di ottobre non sembrano solo quelle per l'elezioni di un segretario di partito, ma quelle per incoronare un leader alternativo a Prodi. Gli elettori però non ci perdonerebbero se dovessimo ancora cambiare in corsa, come nel 1998, la composizione dei un governo sancito dalle urne". Tra i candidati alle primarie, Andreatta punta su Letta: "Enrico, a cui mi lega un'antica amicizia, è maturo per essere un vero leader. A differenza di Veltroni, non è stato candidato dagli apparati e ha posizioni cristalline sulle grandi scelte - economia e politica estera in particolare - che il Pd non potrà eludere. Bisogna essere grati a lui e a Rosy Bindi per aver avuto il coraggio di sfidare contro ogni previsione gli accordi tra maggiorenti. Anche se ormai la grande occasione si è persa". Infatti, aggiunge il docente di Relazioni internazionali all'Università di Parma, uno dei quattro giovani studiosi cui Prodi ha affidato in passato la "Fabbrica", l'elaborazione del programma del centrosinistra, "questi giochetti del ceto politico, queste regole fatte per esaltare le organizzazioni di partito, questa impressione di dover salvare la sedia a tutti i costi hanno impedito che ci fosse un autentico rinnovamento dei gruppi dirigenti. Gran parte della società civile si è tenuta fuori dalle primarie, e nelle liste ci sarà a malapena qualche foglia di fico, del tutto aggiuntiva rispetto alle quote di professionisti".
Pd. I nodi politici sono stati posti, manca l'interlocutore
di Franco Monaco,
E' tempo di farla finita con la litania secondo la quale la discussione nel PD si sarebbe concentrata su questioni ai margini, su regole e procedure, e non sui contenuti politici. Tesi totalmente infondata, sostenuta strumentalmente al fine di tacere la verità , e cioè che qualche candidato si esprime e invoca confronto e risposte, altri programmaticamente tacciono sulle questioni controverse.
Va premesso che, a tema, non è il programma di governo, ma il profilo del partito nuovo. Al riguardo, molte questioni cruciali sono state poste: il posizionamento politico del PD centrista, modulo De Mita, ovvero di centrosinistra; le sue alleanze, di "nuovo conio" alla Rutelli, o di conferma e rafforzamento-estensione di quelle attuali; una effettiva autonomia federale nel determinare i dirigenti territoriali oppure organigrammi regionali definiti a cascata grazie a "liste istituzionali" (definizione de L'Unità ); l'idea di laicità tutta da elaborare salvo contentarsi di sommare Binetti e Melandri; la rappresentanza femminile nel partito, di cui non si trova traccia nelle indiscrezioni che circolano sui vertici regionali; la collocazione internazionale ove si va dal mai con il Pse al Pse o morte; la questione sollevata da Sposetti delle risorse per finanziare il PD e la politica in genere; la continuità o meno delle tradizioni, dei simboli e delle manifestazioni dei partiti promotori, da ultimo la disputa sulla sorte delle feste dell'Unità .
A ben vedere le questioni chiave inerenti al partito sono affiorate quasi tutte. E, indiscutibilmente, la Bindi è il candidato che meglio le ha tematizzate avanzando una propria proposta. Ciò che manca è l'interlocuzione, il confronto che qualcuno caparbiamente invoca e altri rifugge. Cosa essa sì sorprendente, avendo deciso di fare le primarie e dunque di scegliere subito leader e linea politica. Cosa da sè espressiva, più di tante parole, di una concezione del partito che noi vogliamo unitario e plurale, l'opposto di plebiscitario e feudale, cioè affidato a un capo oggi designato dai due partiti e domani prigioniero di partiti e correnti che vengono dal passato e non ridefinite al vaglio di un reale e attuale confronto trasversale tra visioni politiche sul PD di oggi e di domani.
In sintesi, c'è molta ipocrisia nella leggenda secondo la quale mancherebbero gli argomenti politici e le differenze tra i candidati: al momento, manca piuttosto il confronto tra i candidati. E le differenze ci sono eccome, beninteso, trattandosi di differenze interne a un medesimo partito. A meno che si voglia sostenere che, in un partito che aspira a rappresentare la maggioranza degli italiani, tutti la si pensi allo stesso modo: da De Mita alla "sinistra per Veltroni", dalla Binetti alle donne Ds, da Polito a Vincenzo Vita. Davvero Veltroni e la chiarezza del suo eventuale mandato traggono vantaggio da un sostegno tanto politicamente indifferenziato da condannarlo domani alla paralisi? http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=8752

I fatti di Genova 2001 stanno venendo faticosamente alla luce. Quel che resta nell’ombra sono le cause. Una tragica sequenza di errori? Un violento rigurgito di fascismo? Un freddo disegno di potere sfuggito di mano? A distanza di sei anni le domande chiave sono ancora inevase. Perché i Carabinieri attaccarono il corteo? Perché la notte tra il 21 e il 22 luglio la Polizia fece irruzione alla scuola Diaz? Quale fu realmente la catena di comando? Quali i legami fra forze dell’ordine e politica? Per quale motivo la promessa commissione parlamentare di inchiesta non è stata costituita? Gianni De Gennaro che ruolo ebbe? Ed è vero che il suo gruppo di fidati collaboratori si avvia a monopolizzare ordine pubblico e servizi di sicurezza in questo Paese? Vittorio Agnoletto, da portavoce del Genoa Social Forum, fu un protagonista delle giornate genovesi. In questa lunga intervista che mi ha rilasciato a fine luglio, esamina i fatti e ricostruisce un inquietante retroscena della “macelleria messicana”, parlando anche dell’evoluzione del Movimento ed esprimendo il suo dissenso nei confronti del G8 2009, programmato alla Maddalena. Ecco il video. http://www.pieroricca.org/
11 settembre : Anniversario in arrivo, il mondo si prepara.
(Segue comunicato Faremondo).
Comincia a tirare una pungente brezza settembrina, e con essa arrivano i primi segnali di una nuova ondata di dibattiti sull’undici settembre che rischia, questa volta, di diventare globale.
In America le primarie repubblicane, che vedono Rudy Giuliani nettamente in testa nei sondaggi, hanno già provocato la dura reazione del Sindacato dei Pompieri, che ha prodotto un filmato nel quale il cittadino è apertamente invitato a non votare per lui. Ufficialmente, l’invito è giustificato dalle accuse a Giuliani di non aver provveduto alla sostituzione delle radio di servizio che già nell’attentato al WTC del ’93 avevano mal funzionato. Inoltre, Giuliani nel video viene accusato per la sua riprovevole fretta di mandare al macero i resti delle Torri Gemelle, quando ancora più della metà dei resti dei pompieri - e quindi, si presume, anche delle altre vittime - non era stata recuperata.
Noi naturalmente possiamo immaginare il motivo della fretta di Giuliani, che entro tre mesi è riuscito addirittura a rivendere la stragrande maggioranza dell’acciaio di Ground Zero per farlo riciclare dai paesi orientali, e di certo il motivo lo conoscono anche i pompieri di New York, ...
... ma ufficialmete la loro accusa si ferma alla incompetenza di Rudy come leader, e alla sua scelta etica di gettare al macero i resti delle vittime non ancora recuperati. Ma la faccenda è tutt’altro che risolta, come resta da risolvere la sua gravissima affermazione di aver saputo in anticipo del crollo del WTC, senza per questo aver fatto nulla per avvisare i pompieri al suo interno, e con il probabile scaldarsi dell’atmosfera politica, in vista della conclusione delle primarie, questi argomenti rischiano di raggiungere la superficie mediatica, facendo esplodere l’intero calderone. Non ci contiamo, naturalmente, ma sarebbe davvero bello, in questo caso, poter confermare la validità del detto “Chi di spada ferisce...”
Personalmente, ho condotto un breve sondaggio fra alcune televisioni nel mondo, e pare che per il prossimo anniversario molte di queste affronteranno finalmente in modo diretto un argomento che fino a ieri da loro era ritenuto tabù. Altri paesi invece hanno già abbondantemente digerito il pesante boccone: in Olanda “di undici settembre non ne possono più”, e questo sarà probabilmente il primo anno in cui “non” parleranno più dell’insostenibilità della versione ufficiale. Anche in Svezia erano in dubbio se programmare nuovamente qualcosa (“qui ormai lo hanno capito anche i bambini cosa è successo”), dopo che già gli svedesi hanno avuto modo di vedere “Loose Change” in versione integrale. (Curioso, Olanda e Svezia, due paesi da sempre all’avanguardia sul fronte sociale, e su quello dei diritti individuali). Noi però, nel caso particolare, non possiamo lamentarci: anche gli italiani hanno ormai avuto modo, lo scorso autunno, di conoscere i termini principali del dibattito, e di farsi ciascuno la propria opinione.
Per il resto, dai Paesi Arabi come dall’America del Sud, le sorprese non dovrebbero mancare.
In attesa di parlare più a fondo di tutto questo, pubblichiamo un comunicato del gruppo Faremondo di Bologna, che dopo il successo del Convegno Internazionale dello scorso anno, organizzerà a Roma un proprio evento – ancora da definire - in data 8 settembre. (Ogni coincidenza con il “V-day” è del tutto casuale.)
Massimo Mazzucco
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“Ballando sull’11 settembre” – Comunicato di Faremondo
Stando alle ultime notizie sembra che l'imminente anniversario degli eventi dell'11 settembre 2001 vedrà l'iniziativa del movimento internazionale svilupparsi in molte città e a diversi livelli.
In Europa è senz'altro da seguire e supportare la marcia che per domenica 9 settembre United for Truth sta organizzando a Bruxelles. Dalle 14 si attraverserà il cuore della capitale belga lungo la direttrice nord-sud, da una stazione ferroviaria all'altra. Per seguire da vicino la preparazione di questo evento e per inviare adesioni anche dall'Italia il sito di riferimento è: http://virb.com/unitedfortruth (scorrendo la pagina, c’è anche il testo in italiano).
Un'iniziativa analoga per lo stesso 9 settembre sta tentando di metterla in piedi a Madrid l'Asociacion por la Verdad sobre el 11 de Septiembre (www.911truthmadrid.org).
Da sottolineare che nelle intenzioni dei promotori entrambe le manifestazioni dovrebbero mettere insieme realtà che lavorano sull'11 settembre e gruppi attivi su temi come l'aumento della povertà, la scomparsa della democrazia, la libertà di espressione e l'opposizione alla macchina mediatica della "guerra al terrorismo".
Negli Stati Uniti, almeno in alcune città il 911 Truth Movement si sta impegnando per la prima volta in una campagna per arrivare ad uno sciopero generale dichiaratamente politico proprio nel giorno del sesto anniversario, martedì 11. Dovesse riuscire anche solo in due-tre città, sarebbe comunque una mobilitazione di profondo significato storico, a quattro decenni di distanza dalle dimostrazioni contro la guerra in Vietnam. Per gli aggiornamenti conviene andare su www.911blogger.com.
Quello che segue è il volantino : http://photobucket.com/http://photobucket.com/
In Italia noi di Faremondo, Aginform (www.aginform.org) e Villaggio Globale stiamo preparando a Roma un incontro un pò diverso da quello svoltosi lo scorso anno all'Arena del Sole di Bologna. L'idea, al di là degli approfondimenti e dei contributi dei ricercatori, è soprattutto quella di avviare una riflessione che porti il movimento italiano ad individuare i passi da fare in futuro. Vorremmo collegarci agli organizzatori della marcia di Bruxelles in quanto condividiamo appieno l'idea di unire aggregazioni nuove di movimento che lavorano tutte su questioni profondamente connesse.
Un nodo cruciale su cui si potrebbe trovare l'intesa di tutti è l'avvio di una nuova investigazione e di una sorta di commissione o grand jury internazionale sull'11 settembre. Il punto è che per mettere in piedi un'iniziativa di tale portata bisogna davvero unire le forze di tutte queste realtà formando una specie di comitato europeo di coordinamento.
Alcuni studiosi (su tutti Griffin, Tarpley e Meyssan) già da tempo si muovono in questo senso. Tuttavia noi pensiamo che la spinta principale possa e debba provenire direttamente dalle nuove aggregazioni che formano il movimento. Su questa questione vogliamo allora che si apra la discussione, a partire proprio dall'incontro di Roma al Villaggio Globale.
Non tragga in inganno il grumo di senso contenuto nel titolo: quella sull'11 settembre non è la danza che altri hanno fatto e stanno facendo, è la nostra propria danza alla ricerca della verità, di una diversa consapevolezza e di un nuovo orizzonte di pensiero per provare a sopravvivere ad una civiltà che ormai può soltanto riuscire a sottrarre possibilità di futuro al pianeta, alla nostra e alle altre specie.
Attendendo le vostre idee e le vostre proposte, un saluto a tutti con la speranza di ritovarci insieme a Roma.
Emanuele Montagna / Faremondo
QUI potete scaricare il volantino che da alcuni giorni sta girando in rete (stessa immagine accanto al titolo, in grande).
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VEDI ANCHE: Forza Rudy. L’ex sindaco in chiaro imbarazzo nel tentare di confutare la sua scomoda affermazione sulla pre-conoscenza del crollo del WTC. Con la sua infelice scelta di negarla del tutto (ora non può più nemmeno dire che “sì lo sapeva, ma...”).http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1996
Inflazione: operai a Shenzhen scendono in piazza per chiedere aumenti dei salari
A luglio il massimo aumento del costo della vita dal febbraio 1997. La Banca centrale aumenta il costo del denaro. Ma finora simili misure hanno avuto poco effetto. Migliaia di operai a Shenzhen manifestano per chiedere aumenti adeguati al costo della vita.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La centrale Banca del popolo di Cina ha aumentato i tassi di interesse sul costo del denaro, per combattere l’inflazione e diminuire il denaro in circolazione. Intanto migliaia di lavoratori scendono in piazza affinché i salari siano preservati dall’aumento dei prezzi.
L’aumento dei tassi, il quarto da agosto 2006, è stato dal 6,84% al 7,02% sui prestiti annui e dal 3,33% al 3,6% annuo sui depositi bancari. L’inflazione a luglio è stata del 5,6%, massimo dato registrato da 10 anni. I più colpiti sono stati i redditi medio-bassi, visto il forte aumento del 15,4% dei generi alimentari e soprattutto di carne (+45,2%), uova (+30,6%), olio da cucina (+30,1%) e vegetali (+18,7%), generi molto usati nella cucina cinese. Ma i dati ufficiosi, riscontrati nei mercati, indicano aumenti assai maggiori. E’ stato anche disposto un aumento delle riserve monetarie delle banche, sempre per togliere denaro liquido dal mercato. Tuttavia simili misure sono finora state poco efficaci.
Intanto il rapido aumento dei prezzi innesca le rivendicazioni economiche dei lavoratori salariati e il premier Wen Jiabao ha detto che questo può minacciare la stabilità sociale. Ieri oltre 4mila dipendenti della ditta tedesca Friwo hanno marciato per le strade di Shenzhen, chiedendo un aumento dei salari che compensi l’inflazione sui prezzi di alimenti ed altri generi essenziali. Solo dopo un’ora circa è intervenuta la polizia, che ha disperso i manifestanti e arrestato almeno 3 donne. Dal 20 agosto questi dipendenti sono scesi in sciopero. La Friwo, che fornisce batterie telefoniche ed altri pezzi a Nokia e Motorola, ha chiesto loro di riprendere il lavoro, promettendo la revisione delle paghe.
Il governo da tempo chiede ai datori di lavoro di aumentare i minimi salariali, ma questi aumenti sono sempre inferiori alla crescita dei prezzi, soprattutto di generi essenziali come gli alimenti. In un'intervista a South China Morning Post Yau Zi-wei, membro della ngo Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour, afferma che le imprese fanno in modo da recuperare i modesti aumenti: ad esempio, aumentando il costo della mensa aziendale o imponendo alti coefficienti di produzione in modo che “i lavoratori che non raggiungono la quota fissata, sono costretti a lavorare di notte senza ricevere alcuna somma extra”.
Un dipendente della Friwo spiega che “da luglio la ditta ha aumentato di circa il 20% le quote richieste di produzione”, cosicché “la maggioranza di noi deve lavorare oltre 12 ore al giorno, senza ricevere paga per il lavoro straordinario”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10115&size=A
Pisco, la città fantasma
Sarà Pisco destinata a diventare una città fantasma?. Al momento sembra di sì. Il terremoto della settimana scorsa ha reso inabitabile quasi l’85% della città, che prima del disastro faceva 130.000 abitanti.
Dopo aver atteso per giorni l’intervento delle autorità, la gente di Pisco ha iniziato la lenta fuga verso la capitale Lima o verso altre città, dove può contare con l’aiuto di parenti e amici. Secondo stime della Protezione civile peruviana, almeno la metà della popolazione ha ormai abbandonato Pisco, provata dalla mancanza di ogni genere di conforto e dalle continue repliche del terremoto. Ad una settimana dal sisma, le autorità peruviane sono riuscite a sistemare nei rifugi della zona solo 23.000 persone: per le altre rimane solo l’opzione della fuga. L’anarchia regna. Sparatorie, saccheggi, gli aiuti che non giungono a destinazione, accuse e l’amara sensazione che sulla pelle di chi ha perso tutto siano in molti a volerci guadagnare. L’esercito che imbosca gli aiuti, il presidente García che approfitta per dare sfogo alla sua sterile retorica, Ollanta Humala con Hugo Chávez, che lucrano sulle disgrazie altrui per un poco di propaganda: la loro immagine campeggia su migliaia di lattine di tonno consegnate dal governo venezuelano ai senzatetto (http://pospost.blogspot.com/2007/08/las-latas-de-chvez-y-humala-en-la.html). Provocazione o no, questo è il clima che si respira nel dopo terremoto. Pisco, intanto si spopola.
Come aiutare i senzatetto: http://www.rpp.com.pe/portada/nacional/92832_1.php
Il progetto fallito della grande Landesbank
che avrebbe reso Berlino immune dalla crisi
di Tonia Mastrobuoni
In Germania le entrate fiscali continuano a correre e consentono al governo di essere ottimista sulle prospettive di crescita di quest’anno. Non solo: per alcuni economisti Berlino potrebbe raggiungere il pareggio o addirittura un leggero surplus di bilancio entro dicembre.
Nel primo semestre, rendeva noto ieri un rapporto del ministero delle Finanze, le entrate sono infatti aumentate del 14,4% rispetto allo stesso periodo del 2006. Quindi, dopo i segnali di debolezza registrati nel secondo trimestre (con il fiacco aumento congiunturale dello 0,3%), il ministero è ottimista sulla dinamica dell’economia tedesca: «Nel secondo semestre la ripresa si dovrebbe rafforzare, sostenuta anche dai consumi interni», si legge nel rapporto. Berlino prevede finora una crescita per il 2007 a 2,6%. Ma secondo alcuni economisti interpellati dal quotidiano finanziario Handelsblatt per la prima volta dal 1989 la Germania potrebbe aver registrato nei primi sei mesi dell’anno una differenza positiva tra entrate e uscite, potrebbe cioè aver incassato un miliardo di euro in più di quanto ha speso. E concludere l’anno con un pareggio o addirittura un surplus di bilancio, invece che un deficit (al momento le stime del governo parlano di un rapporto dello 0,5% tra indebitamento e Pil). Prospettive che stanno mettendo le ali anche all’occupazione: secondo l’Agenzia federale del Lavoro entro fine anno ci saranno 310 mila impiegati in più. E l’anno prossimo i disoccupati tedeschi potrebbero scendere a 3,44 milioni: il dato più basso dal 1993.
Eppure un’incognita resta. Legata all’evoluzione della crisi dei mutui americani che ha pesantemente colpito alcune banche tedesche e che secondo alcuni osservatori potrebbe avere ricadute sull’economia reale. Certamente ha fatto cambiare umore agli esperti consultati dallo Zew per l’elaborazione dell’indice congiunturale sull’economia, reso noto martedì e crollato dal +10,4 di luglio al -6,9 di questo mese. E nonostante la nuova iniezione di liquidità (40 miliardi di euro) decisa ieri dalla Banca centrale europea, il pessimo umore degli analisti deve essersi accentuato, quando Jean-Claude Trichet ha fugato nel pomeriggio ogni dubbio sulle sue intenzioni a breve. In sostanza non dovrebbe esserci nessun rinvio: il prossimo rialzo dei tassi di interesse dal 4 al 4,25 per cento sarà deciso da Francoforte già il 6 settembre.
Tuttavia, nell’opinione del presidente dello Zew, Wolfgang Franz, le conseguenze dello tsunami con epicentro a Wall Street saranno «limitate», per la Germania. E sui giornali tiene invece banco il dibattito su quello che viene percepito come l’anello debole della catena di fallimenti partita dalla Florida, ossia le Landesbanken, le banche regionali pubbliche. Dopo la progressista Sueddeutsche, anche l’Handelsblatt commentava ieri negativamente il salvataggio della SachsenLb attraverso una linea di credito da 17,3 miliardi di euro messa a disposizione da un pool di casse di risparmio e banche pubbliche. La banca che fa capo al Land della Sassonia «ha corso giganteschi rischi per i quali devono pagare i contribuenti, ora», scrive il quotidiano.
Dopo le dichiarazioni del ministro delle Finanze Peer Steinbrueck, che aveva auspicato nei giorni scorsi una fusione tra un’altra Landesbank in difficoltà a causa della crisi dei mutui, la WestLb del Nordreno-Westfalia, con la “cugina” del Land Baden-Wuerttenberg, la Lbbw, si moltiplicano quindi le esortazioni a tornare ad un vecchio progetto della fine degli anni Ottanta: quello di unificare le undici Landesbanken in un unico istituto di credito nazionale. Già il matrimonio tra WestLb e Lbbw creerebbe un gigante da 700 miliardi di euro, ovvero la terza banca tedesca dopo Deutsche Bank e Commerzbank. Il problema però è politico: l’ambizioso piano di creare un’unica Landesbank federale è già naufragato una volta per la mancanza di disponibilità dei potentati locali di mollare il controllo di questi istituti di credito. «Una Landesbank - ricordava ieri l’Handelsblatt - rappresenta pur sempre l’orgoglio di ogni “principe” regionale», cioè di ogni presidente di Land.
Ma la polemica riguarda anche la vulnerabilità di queste banche emersa con la crisi dei mutui subprime. Legata in parte proprio alle loro dimensioni ridotte e al fallito tentativo di unificarle. Strette tra le grandi banche d’affari e le Sparkassen, non potendo offire servizi retail, non potendo più contare dal 2005 sulla garanzia dello Stato, si sono avventurate negli anni scorsi su un terreno scivoloso, quello, appunto, dei prodotti finanziari ad alto rischio. E ora che si sentono sinistri scricchiolii provenire anche da altre Landesbanken (la BayernLb o la Landesbank Berlin), un’analista commentava ieri con il Financial Times che il salvataggio della SachsenLb avvenuto nei giorni scorsi è grave «perché sarà utilizzato come precedente per invocare la crisi di sistema». Risolta finora tout court ttingendo al portafoglio del caro vecchio contribuente. http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=92464
BANGLADESH 22/8/2007 20.09
UNA VITTIMA E CENTINAIA DI FERITI, IMPOSTO COPRIFUOCO A TEMPO INDETERMINATO
Il governo bengalese ha imposto il coprifuoco a tempo indeterminato in sei città del paese, in seguito agli scontri tra manifestanti e polizia che ancora nella giornata di oggi sono proseguiti nei principali centri del paese. Il provvedimento è scattato alle 20 ora locale (le 16 in Italia), ha riferito il portavoce del governo, Fahim Munaim, e riguarda oltre alla capitale Dhaka, anche Rajshahi, Chittagong, Sylhet, Barisal e Khulna; tutti gli istituti e le università delle sei città sono state chiuse e gli studenti invitati a lasciare i dormitori. Le manifestazioni di piazza nel paese sono vietate dal 12 gennaio scorso, quando dopo mesi di violente proteste per presunti brogli elettorali, si è insediato il governo sostenuto dai militari e guidato da Fakhruddin Ahmed, che ha dichiarato lo stato di emergenza. Oggi, nel terzo giorno di proteste si è registrata la prima vittima (oltre a 150 feriti) degli scontri tra polizia e studenti, che chiedono la fine dello stato di emergenza e nuove elezioni nel paese. Secondo il quotidiano Daily Star, si sarebbe trattato di un autista di risciò colpito da un proiettile esploso dalle forze di polizia nel tentativo di sedare le proteste.
http://www.misna.org/
Coimbra a 50 euro
Coimbra, città di tutti i Saperi. Culla dei sei re e di un'università antichissima. Fortezza dell'umanesimo e casa degli studenti bohemien. Coimbra è «una lezione di sogno e di tradizione», dove s'impara a dire Saudade. Quante altre cose può insegnarci?

(Foto Jrodrigues/Flickr)
Per 6 euro, lezione d'arte all'Università
Siamo in estate, ma niente ci impedisce di aver voglia di tornare sui banchi. Soprattutto quando si tratta di visitare una delle più antiche università d'Europa. Creata nel 1290 è la più importante a Coimbra. Una volta in città è facile accedervi. Le frecce si trovano ovunque e guidano alle sale, un vero covo per intellettuali di importanza mondiale. La visita completa comprende la Sala dei Capelos, la Sala Grande degli Atti, la Cappella, la prigione accademica, una delle poche prigioni medievali ben conservate in Portogallo, e la Biblioteca Joanina, vero tesoro del barocco europeo.
Biblioteca dell'Università (Foto Jocusilpa/Flickr)
Per 2 euro, lezione d'amore a Quinta das Lágrimas
Coimbra non vive solo di sapere accademico. C'è tutto un universo di leggende da scoprire. La più famosa è quella del principe Pedro e di Inès de Castro, dama di compagnia della moglie, la Principessa Constança. Sono i protagonisti della più tragica storia d'amore del Portogallo. Il tempo, l'immaginario popolare e diversi scrittori, come Camoes o Henry de Montherlant ( La reine morte) hanno reso questa leggenda eterna. Tratto da un episodio storico, la storia si svolge nel parco Quinta das Lágrimas dove gli innamorati si davano appuntamento di nascosto. Non per niente si chiama "Parco delle lacrime". Inès infatti venne assassinata proprio qui, nel 1355, dai consiglieri del re Alfonso IV, padre di Pedro, che vedeva quest'unione contraria agli interessi della corona. Due anni dopo Pedro divenne re. Ma pieno di rabbia vendica la morte di Inès uccidendo i suoi assassini. Poi dissepellisce il corpo di Inès che verrà incoronata. Il cadavere con la corona viene posto sul trono del Portogallo. E tutti i nobili sono costretti a baciarla. Oggi i due amanti riposano uno di fronte all'altra al Monastero di Alcobaça e la Quinta è quasi divenuto un museo vegetale dalle innumerevoli fontane. L'acqua di una delle fontane, chiamata degli "amori", è pigmentata di rosso. La leggenda precisa inoltre che si tratta del sangue versato da Inès. Più prosaicamente questo rosso è della pianta Hildenbrandia rivularis.
Quinta de lagrimas(Foto monsistex/ Flickr)
Per 3 euro, lezione classica a Conimbriga
Passaggio obbligato per gli amanti dell'archeologia è una visita alle rovine di Conimbriga. Il sito conserva la cintura di mura, oltre alle terme, case private, il sistema di riscaldamento e l'antico pavimento in mosaico. Il sito include, inoltre, il Museo monografico.
Conimbriga (Foto Corto Maltese/ Flickr)
Per 20 euro, lezione di canoa
Il Mondego, il fiume più lungo del Portogallo e grazie al suo corso regolare e costante in molti si cimentano con la canoa. Niente di meglio di una giornata a Coimbra per cominciare: ci sono discese organizzate, circondate da paesaggi verdeggianti. Buon divertimento!
Canoe sul fiume Mondego (Foto Paulo Victor/ Flickr)
Per 19 euro, lezione di cucina. Mangiare e ascoltare
Se l'università è la regina di Coimbra, il Fado è la sua musica per eccellenza. "Coimbra incanta ancor più quando è ora di dirle addio", dice una delle canzoni. Un incanto che si ripete anche all'ora di pranzo. Mangiare a ritmo di Fado è ancora più dolce! Il ristorante Trovador coniuga questa deliziosa combinazione. Situato di fronte all'antica cattedrale, offre alcune specialità, tra cui il famoso capretto al forno. La parola Saudade è intraducibile. Si suppone voglia dire "nostalgia", ma soltanto una visita a Coimbra può svelarne il vero significato. Pronti per la prossima lezione?
Capretto al forno (Foto Sindy Nero/Flickr)
Per informazioni clicca qui: http://www.turismo-centro.pt
Turchia: Eurofighter o F-35
La Turchia gode di una forte alleanza con gli Stati Uniti in seguito alla sua entrata nella NATO durante la guerra fredda
Il rapporto tra le due nazioni, però, con la caduta dell’Unione Sovietica, è andato sempre più affievolendosi e contestualmente il nuovo assetto dello scenario globale ha aumentato gli interessi per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Questi i retroscena dell’intricata faccenda che porta la nazione turca, dopo aver fpartecipato allo sviluppo del caccia americano F-35, a valutare seriamente l’ipotesi d’acquisto del Eurofighter Typhoon, il nuovo caccia di completa produzione europea. Il confermarsi della volontà di consolidare il rapporto con l’Europa e il concretizzarsi di un accordo tra Italia e Turchia per il velivolo multiruolo si avvicina ancor di più con la riconferma a presidente di Erdogan.
Negli ultimi anni la Turchia è stata al centro del dibattito europeo per diverse ragioni, in primis per una questione non ancora risolta riguardante la sua entrata o meno nell’unione. Le posizioni favorevoli o contrarie, come si può ben immaginare, sono influenzate dall’economia, ma non solo, infatti non deve sottovalutarsi che la Turchia ha una collocazione geografica particolarmente interessante, trovandosi all’interno dell’attuale triangolo d’instabilità globale tra Medio Oriente, Caucaso e Balcani. Date queste premesse, si può sostenere che la posizione strategica, la forte crescita economica e i legami all’Occidente poiché membro NATO, ONU, OSCE, nonché l’unico paese del Medio Oriente vicino all’entrata nell’Unione Europea la rendono un terreno particolarmente appetibile per stringere nuove alleanze economiche e politiche . L’unico neo che si pone come ostacolo in questo, è la percezione della Turchia come un paese “repressivo ed aggressivo”, che solleva il dibattito della società civile occidentale sulle opportunità che le si possono riconoscere in quanto stato emergente.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30030
SALUTE-ASIA:
Hiv/Aids dal volto di donna
Zofeen Ebrahim
COLOMBO, (IPS TerraViva) (IPS) - Prosegue a pieno ritmo la “femminizzazione” di Hiv e Aids nell’area Asia/Pacifico, e lo dimostra il fatto che quasi il 40 per cento dei nuovi casi di Hiv colpisca le donne, anche se le ultime stime assicurano che, rispetto alle previsioni, è sceso il numero di persone che vive con questa malattia nella regione.
Secondo Nafis Sadik, consulente e inviata speciale per l’Hiv/Aids in Asia/Pacifico del Segretario generale delle Nazioni Unite, ciò che è allarmante è il tasso sproporzionato di Hiv tra le giovani donne sposate.
Il matrimonio e la fedeltà sembrano offrire scarsa protezione dalla malattia, e i comportamenti sociali continuano a mantenere le donne in condizione di povertà e prive di potere, ha dichiarato Sadik all’ottavo Congresso internazionale sull’Aids in Asia e Pacifico (ICAAP) a Colombo.
“È arrivato il momento di dare (alle donne sposate) un volto, una voce”, ha detto Prasada Rao, direttore regionale del Programma congiunto dell’Onu su Hiv/Aids.
Citando uno studio del Programma Onu per lo sviluppo, Rao ha dichiarato che in Asia meridionale il 40 per cento delle donne vive nella casa dei suoceri dopo la morte per Aids del marito, e all’80 per cento di queste donne vengono negati i diritti di proprietà.
L’Hiv (acronimo inglese per virus di immunodeficienza umana) colpisce il sistema immunitario provocando la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids).
Il crescente tasso di Hiv tra le donne più giovani è in parte dovuto alla falsa idea che l’ignoranza delle donne riguardo al sesso e alla sessualità prematrimoniale sia un bene, ha sostenuto Sadik, sottolineando come la necessità di un’educazione sul sesso e l’Aids per le giovani donne sia fondamentale per fronteggiare l’epidemia.
In paesi come Tailandia e Cambogia, più del 35 per cento dei nuovi casi di Hiv vengono registrati tra le donne sposate; una tendenza che preoccupa gli esperti, anche se gli ultimi dati ufficiali mostrano che sono 5,4 milioni - e non 8,3, come era emerso dalle stime precedenti - le persone che vivono con l’Hiv nella regione.
Annmaree O'Keeffe dell’agenzia di aiuti australiana AusAID, ha definito l’Hiv/Aids una questione che riguarda la giustizia, l’educazione, il business, le donne e lo sviluppo, e ha dichiarato: “È un tema che richiede intuito, leadership e impegno per affrontare cause impopolari come i diritti e i bisogni delle minoranze stigmatizzate e socialmente emarginate, e se necessario una sfida alle norme sociali riguardanti il genere e la sessualità”.
“La discriminazione contro le donne, le relazioni di potere ineguali tra uomini e donne, sono alla base delle ineguaglianze di genere che alimentano la ‘femminizzazione’ dell’epidemia”, ha detto Sunila Abeysekera, direttrice esecutiva di Inform, con sede in Sri-Lanka, un centro di documentazione che si occupa di diritti umani nelle situazioni di guerra e di conflitto.
Anche dopo trent’anni di impegno - soprattutto di adesione formale - da parte dei governi nella tutela dei diritti delle donne, Abeysekera considera il mondo un “luogo estremamente pericoloso” per la popolazione femminile.
“La violenza sessuale e la dipendenza economica aumentano la vulnerabilità delle donne verso l’Hiv”, concorda O’Keeffe. “Il debole status sociale ed economico delle donne in molte società significa che le donne non hanno una posizione di potere sufficientemente forte per poter negoziare sul sesso sicuro”.
Perciò, il modello dell’ABC (acronimo inglese per astinenza, fedeltà e uso del preservativo) ha scarse probabilità di successo nel tutelare le donne, a meno che non si prendano in considerazione situazioni contestuali più ampie.
“Se solo consideriamo chi è generalmente più forte in ciascuno di questi tre ambiti di relazioni sessuali (astinenza-fedeltà-uso del preservativo), capiremo quanto sia spesso limitata la capacità di negoziazione delle donne”, ha aggiunto.
Abeysekera concorda, spiegando che le impari relazioni di potere rendono le donne più vulnerabili al sesso violento e coercitivo, che spesso le mette in condizione di svantaggio, lasciandole con poche o nessuna possibilità di rifiutare il sesso, e ancora meno di negoziare per un sesso protetto e sicuro con il proprio partner.
Laddove le donne sono soggette allo sfruttamento sessuale, Abeysekera evidenzia il bisogno di guardare al nesso tra le due pandemie interconnesse - violenza contro le donne e Hiv/Aids - e non solo attraverso la lente della salute, ma anche per affrontarlo come un problema sociale e culturale.
“Così come la violenza contro le donne e l’Hiv/Aids sono temi legati alla fisiologia, all’epidemiologia e all'organismo, essi sono altrettanto legati alla trasformazione politica e sociale”, secondo Abeysekera.
“Ma la sfortuna delle donne non finisce qua. Una volta colpite dall’Hiv, queste donne diventano bersaglio di ulteriori discriminazioni e violenze, proprio per la loro positività alla malattia. “Il timore delle violenze può portare le donne a non chiedere informazioni e a non sottoporsi al test di controllo, impedendo loro di accertare lo stato della malattia e di ricevere cure e assistenza”.
“Il matrimonio è tutt’altro che una garanzia di protezione dall’Hiv per le donne”, concorda O'Keeffe, citando ad esempio la Cambogia, l’India e la Tailandia, dove alcuni studi hanno mostrato che i mariti sono la principale fonte di Hiv per le donne. “E una volta che le donne diventano positive all’Hiv, anche le norme di genere predominanti aumentano le probabilità di essere condannate, emarginate e rifiutate dalle loro famiglie”.
Ai leader è stato chiesto di creare ambienti più favorevoli alle donne e di investire nell’educazione femminile, per poter offrire loro opportunità economiche, un ambiente legale adeguato e dei sistemi che le proteggano dalle discriminazione.
“Dobbiamo rafforzare la nostra determinazione per creare un mondo in cui le donne e le ragazze possano vivere libere da ogni forma di discriminazione, coercizione e violenza, anche dalla coercizione e dalla violenza sessuale”, ha detto Abeysekera, sollecitando un’analisi di genere coerente, un adeguato stanziamento di risorse, e un impegno verso i diritti umani e l’empowerment delle donne.
A livello politico, la direttrice di Inform ha chiesto ai leader di puntare sulla tutela dei diritti delle donne con le garanzie di legge, e di contrastare le tradizioni e le pratiche che fanno delle donne cittadini di seconda categoria. (Terra Viva è una pubblicazione dell’IPS). http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=987
Liberia : polizia femminile dell'ONU da' ottimi risultati
di Carla Amato
Sono in gamba, sono professionali, portano la pace e la legalita', aiutano lo sviluppo. Sono le donne indiane dell'unita' di polizia dei caschi blu dell'ONU distaccate in Liberia, complimentate ieri dallo speciale rappresentante delle Nazioni Unite a Monrovia.
Il corpo, il primo tutto femminile delle Nazioni Unite, e' arrivato in Liberia a gennaio di quest'anno per contribuire a ricostruire il Paese dopo una una guerra civile di 14 anni.
Esso era gia' stato salutato da diverse alte autorita' dell'ONU come particolarmente indicato per le operazioni di polizia nell'ambito della missione di peacekeeping per via della capacita' delle donne di sedare i conflitti facendosi ascoltare dai contendenti e l'attitudine maggiore a prevenire gli abusi sessuali sulle giovani donne dei campi di rifugiati spesso vittime degli stessi soldati dei contingenti internazionali operanti sotto la bandiera dell'ONU.
Il rappresentante speciale del segretario generale ha appuntato delle medaglie a membri del corpo e si e' congratulato con le donne per il loro lavoro di risposta alle situazioni di emergenza, alla prevenzione di crimine e di supporto alla polizia nazionale della Liberia.
Secondo Alan Doss, l'unita' femminile indiana in Liberia, non solo dimostra l'uguaglianza di genere ma funge anche da promozione del servizio in polizia per le donne liberiane. Egli ha sottolineato che non si trattava solo di celebrare nell'occasione l'uguaglianza di genere, ma le prestazioni del corpo, che ha risposto alle massime aspettative.
www.osservatoriosullalegalita.org
| Benzina sul fuoco birmano |
| Si è tenuta oggi la maggiore manifestazione di protesta contro il regime birmano degli ultimi due anni, con oltre 20 arresti |
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In Birmania la gente scende in piazza. E se non si riesce più a scalfire l'arroganza del regime militare che sposta città (la capitale da Yangun a un nuovo agglomerato creato nel nulla della foresta tropicale), cambia nomi (il Paese si chiama ufficialmente Myanmar) incarcera oppositori e mette il silenziatore al partito d'opposizione (che era uscito dalle elezioni del 1990 come maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti, per poi vedere le consultazioni annullate), la protesta esplode dalle pance dei cittadini quando vengono annichilite le necessità pratiche, quotidiane.
Benzina sul fuoco. Infatti i Birmani sono scesi in piazza ieri nella ex capitale per protestare contro il raddoppio del prezzo della benzina; era la prima manifestazione di protesta che veniva inscenata negli ultimi due anni nel Paese, salvo le fiaccolate fuori casa della Leader del dissenso agli arresti domiciliari, la Premio Nobel per la pace 1991 Aung Saan Suu Kii. I manifestanti erano circa 300, ma sono stati dispersi in poche ore dopo che la metà di loro sono stati caricati (secondo testimonianza dei reporter dell'agenza di stampa 'France Presse' presenti alla protesta) da auto che li avevano avvicinate a motore a basso regime. Le proteste di oggi hanno bissato una marcia simile che si era svolta domenica, sebbene non di questo spessore. Gli arresti ufficiali, dichiarati dal regime, includono una lista di sei attivisti pro diritti umani, praticamente l'intellighenzia dell'opposizione nel Paese, per la manifestazione odierna, e 13 sotto aresto da ieri per le manifestazioni di domenica.
Vita dura. "Stiamo marciando per far conoscere la mondo i tempi terribili che la Giunta militare riserva ai cittadini birmani, per di più adesso aumentati da questa impennata del prezzo del carburante", ha detto ai reporter dell'agenzia 'Associated Press' un semplice cittadino che aveva partecipato alla marcia. All'improvviso i manifestanti si sono trovati il cammino sbarrato da poliziotti in borghese e funzionari del ministero della censura che li hanno avvicinati, chiesto i documenti e trasportati a decine per accertamenti in caserma. Alla manifestazione di domenica c'erano anche stati dei controlli, ma nessun arresto ai danni dei maggiori rappresentanti del movimento di protesta spontaneo " Studenti della Generazione '88". Gli arresti sono avvenuti martedì sera. "Sappiamo che i nostri amici sono stati portati alla prigione fuori Yangun di Kiaik Ka San, ma ci aspettiamo parecchi altri arresti altri arresti - ha detto ala tv araba Al Jazira Ko Go Kii, altro veterano delle proteste - qua tira una brutta aria per noi attivisti dei diritti umani, credo stia per arrivare un'ondata di repressione dura". Il racconto di martedì sera arriva da Htay Kywe, un altro leader di Generazione '88, ai microfoni di Al Jazira: "La polizia segreta ha bussato di notte alle loro case, ha buttato tutto all'aria, sequestrato cellulari, tutte le pubblicazioni che avevano, i computer, e li ha portai in prigione".
Generazione di Ribelli, quella '88. Il gruppo è espressione del movimento che nel 1988 voleva rovesciare la giunta militare al potere dal 1958 con un golpe, e ha visto i suoi sette principali rappresentanti incarcerati per "messa in pericolo della stabilità e della integrità della nazione". I nomi più famosi tra di essi sono quelli di Min Ko Naing e Ko Ko Gyi. La Lega nazionale per la Democrazia, il partito di opposizione che aveva vinto nel 1990, ha avvisato lunedì con un comunicato ufficiale che le proteste potrebbero crescere fino a diventare di massa, se il prezzo della benzina costringerà ancora i cittadini a cercare altri soldi o un mezzo di fortuna per andare al lavoro, come succede da una settimana a Yangun (ex Rangun) e Mandalay, le due principali città birmane. Il raddoppio della benzina ha poi influito anche sui generi alimentari di prima necessità: anche la carne ha visto raddoppiare i prezzi. Secondo i maggiori corrispondenti nel Paese, da febbraio le condizioni di vita per il cittadino comune, tra inflazione, disoccupazione e limitazioni nella diffusione dei generi di prima necessità, sta provocando una serie di spontanee marce di protesta, ma questa era la prima in cui allo scontento dell'uomo della strada si miscelava l'organizzazione del gruppo "Genrazione '88", e di fatto è stata di gran lunga la manifestazione di maggiore richiamo. http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8592
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agosto 22 2007
La berluschina rampante ora dice: Forza Italia resta l’asse del centrodestra, «i Circoli hanno un altro ruolo, aggregare chi ha voltato le spalle alla politica»
Michela, la tigre di Calolzio, tra politica e antipolitica
di Natalia Lombardo
In questi giorni non si fa che parlare di lei, Michela Vittoria Brambilla, la nuova «fiamma» politica di Silvio Berlusconi. Bella donna, ovviamente, ex Miss Romagna che corse anche per Miss Italia. La «rossa salmonata» la chiamano, per via dei capelli lunghi color aragosta e un’impresa di prodotti ittici. Politica e antipolitica, presidente dei Giovani Imprenditori della Confcommercio, ma dal novembre scorso anche presidente dei Circoli della Libertà. Giornalista, Silvio le ha affidato la direzione di una tv satellitare (con fare da Wanna Marchi, ha scritto Aldo Grasso) e di un giornale ospite del Giornale (con scioperi dei giornalisti).
Quarta generazione di una famiglia di industriali lombardi, lei è Ad delle «trafilerie Brambilla», filamenti d’acciaio, e si dà da fare con le imprese alimentari affidatele dal padre. Un figlio di due anni, Michela si divide fra lui, le imprese, la politica e i cani randagi (è direttore responsabile de «Il Corriere a 4 zampe») che accrescono il suo ormai famoso zoo nella villa vicino Lecco. Di rigore elencare le 250 bestiole, compreso l’asino che le ha regalato Vittorio Feltri: quattordici cani, ventiquattro gatti, due asini, sette caprette, tre galline, duecento piccioni.
È una berluschina in tailleur corto e tacchi alti, orecchini a cerchio e trucco nature. Ma anche una «tosta», la «tigre di Calolzio» è un altro dei suoi nomignoli, un po’ da ugola d’oro anni sessanta. Una che nel salotto dell’ormai amico Bruno Vespa si fa sentire. E che con i suoi Circoli e con il Partito della Libertà ha suscitato, in questo scorcio d’agosto, un terremoto in Forza Italia.
Prima di Ferragosto ha inaugurato i Circoli della Libertà a Courmayeur e, insieme, la campagna elettorale. Lunedì scorso alla serata organizzata dal locale Circolo ha detto: «Vogliamo unire lavorando insieme alle forze politiche, fondandoci sul valore della libertà partendo proprio da Courmayeur. I Circoli della libertà sono oltre cinquemila ed hanno come unica missione dare voce ai cittadini che sono delusi, che si sentono truffati per promesse mai mantenute; dare voce a chi comanda, cioè il cittadino, per imporre le nostre priorità. Molti cittadini vorrebbero che, in politica, accadesse finalmente qualcosa di nuovo. Per questo, quando si muovono i Circoli, sono molto interessati».
Sarà anche per questo, forse, che in Forza Italia molti, i dirigenti soprattutto, la vivono come corpo estraneo, una minaccia. Lei stempera la polemica: «Il nostro esordio ha suscitato qualche interrogativo. La verità è però che giochiamo un ruolo diverso. Forza Italia era e resterà sempre il muro portante della coalizione di centrodestra e un punto di riferimento importante per i Circoli. Il nostro ruolo è però quello di aggregare soprattutto i cittadini che oggi, per molte ragioni, a volte più che comprensibili, sembrano aver voltato le spalle alla politica».
Con Silvio Berlusconi, racconta, è stato quasi un colpo di fulmine politico: «Per molti anni, dopo aver fatto la giornalista per Mediaset, ho svolto il ruolo di imprenditore e credo con un certo successo. Più lavoravo, più sentivo l’esigenza di dare il mio contributo per la costruzione di un paese più libero, più moderno e proiettato verso un futuro di vero sviluppo. Quando ho avuto modo di incontrare Berlusconi è scattata la scintilla... ed eccomi qua».
Poi Berlusconi l’ha invitata sul palco del comizio, come una presentazione ufficiale; qualcuno ha ipotizzato che la volesse come futuro premier. Ma nella recentissima intervista a «Tempi», invece, ha cominciato a dire che «in Forza Italia di donne in gamba ce ne sono già tante». Tutti a malignare: l’ha messa da parte. Lei, invece, va dritta per la sua strada: «Sciocchezze - dice - Primo, perché né Berlusconi né io né altri hanno mai messo realmente sul piatto l’ipotesi di un mio eventuale premierato, non è che gossip. Secondo, perché dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il nostro leader di riferimento era, è e resterà, solo Berlusconi. Io mi impegno al massimo ogni giorno con i Circoli e questo compito è per me già più che esaustivo. Che poi, in Forza Italia, vi siano donne molto in gamba mi pare lapalissiano. Se no, come avrebbe fatto questo partito ad essere il più votato dagli italiani? Un nome? Tra le altre, il sindaco Letizia Moratti».
Al partito della Libertà, invece, ha creduto da subito. E intanto gestisce la sua Tv della Libertà: «In soli due mesi di attività è riuscita a raccogliere ascolti quotidiani molto alti, grazie anche al fatto che è collegata con 20 delle più importanti televisioni locali sparse sul territorio. Evidentemente si sentiva la mancanza di una televisione che si dedicasse, al cento per cento, ai problemi del cittadino». Anche nella sua televisione, quando risponde alle telefonate, usa un linguaggio piano, cercando evidentemente di interpretare le esigenze e gli stati d’animo di chi fa sempre più fatica ad avere un rapporto positivo con istituzioni e politica. E non disdegna, tra le altre arni di comunicazione, anche la sua femminilità: memorabile l’autoreggente a Porta a Porta, ma anche da Gilletti o Balarò, immortalata anche su YouTube. Le resta, però, il piglio da imprenditrice. Vacanze sì, ma misura: «Mi sono concessa come tutti, qualche giorno di vacanza per stare ancora più vicino al mio bambino che ha due anni e mezzo. Solo che, dopo averlo messo a letto, ricomincio a lavorare fino alle due del mattino. Guardi che promuovere la nascita dei Circoli, muoverli e dare loro un’identità, non è assolutamente uno scherzo! Nessuno mi beccherà su qualche barca a crogiolarmi al sole come fanno altri. No, io sto sempre al chiodo e il mio impegno non si ferma mai».
www.unita.it
Chiara e le cugine, ci vorrebbe un Besozzi
Chissà perché la cronaca viene considerata un genere di serie B. Ormai i migliori quotidiani italiani inviano sul posto i peggiori giornalisti. Cronistacci da strada, capaci forse di trovare le notizie, di tornare con "le carte" in bocca, ma senza gli strumenti intellettuali e umani per interpretarle e scriverle. In alternativa, si inviano tromboni che pennellano pezzi di colore con la grazia di un elefante. Prendi l'omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco. Oggi Repubblica prende un buco che farebbe rabbrividire qualunque direttore: il fotomontaggio delle cugine. Succede che le due cuginette, come due Paola e Chiara qualunque, il giorno dopo il delitto sono andata da una fotografa amica e si sono fatte fare un fotomontaggio aggiungendo a loro due sorridenti un'immagine ritoccata di Chiara. Arrivando fino a far dipingere l'orecchino sul lobo, lo stesso che lei ha perso durante il delitto. La storia la scrive il Corriere, che giustamente la mette in evidenza. La cronista, Cristina Marrone, trovata la notizia, la butta in pagina così com'è. Senza chiedersi, nemmeno per un attimo, perché le due abbiano compiuto un gesto così assurdo. Aggiungendo un particolare sulla salute delle ragazze per la quale sarebbe perseguibile dalla legge sulla privacy. La Stampa ha la notizia, ma non la valorizza. Fabio Poletti, però, almeno prova a dare un'interpretazione. E racconta che il giorno dopo l'omicidio le due ragazze spiegavano di voler fare un provino per la tv e si mettevano in posa per farsi fotografare insieme.
Se qualcuno sapesse raccontare la storia di questo delitto, senza inutili sociologismi, potrebbe raccontare un pezzo d'Italia, il famoso profondo nord e togliere la cronaca dal limbo della morbosità estiva, restituendole il posto che le spetta, il luogo giornalistico nel quale si racconta la vita.
Ci vorrebbe un Tommaso Besozzi, se non fosse morto suicida nel '64.http://www.stamparassegnata.splinder.com/
Valentino Bossi
di Marco Travaglio
La rivolta fiscale teorizzata da Umberto Bossi e praticata, fra gli altri, da Valentino Rossi, è solo il primo passo di una ampia strategia secessionista che nei giorni a venire dispiegherà tutta la sua geometrica potenza. Ne anticipiamo le prossime mosse.
-22 agosto, san Fabrizio. Il boss della Locride Santuzzu U Malvissutu recapita al Tg1 e al Tg5 una videocassetta in cui rivendica il diritto di eliminare tutti i membri della famiglia Nasustortu fino alla settima generazione, tra Terra del Fuoco e Siberia, in quanto a fine ’700 il loro capostipite si grattò la testa senza permesso dei Malvissutu. In omaggio al giornalismo anglosassone e alla par condicio tra mafia e antimafia, Gianni Riotta e Clemente J. Mimun trasmettono il messaggio a reti unificate. Bossi annuncia la rivolta penale della Padania: «D’ora in poi, in funzione anti-centralista, si potrà delinquere solo nei locali della Regione». Contraria l’Udc (a parte Cuffaro), divisa An, possibilista Fi: «L’importante - commenta Cicchitto - è che i delitti mandino a casa Prodi». Berlusconi, travestito da Elvis Presley, assicura il suo contributo d’esperienza. Veltroni, offrendo un gelato a un bimbo denutrito delle Maldive, cita M.L.King: «I have a cream».
-23 agosto, s. Rosa da Lima. Con un messaggio a reti unificate trasmesso dal Tg1 e dal Tg5 in nome della par condicio tra educazione e cafonaggine, il difensore interista Materazzi saluta simpaticamente gl’italiani e «quelle puttane delle vostre madri, sorelle e figlie». Bossi annuncia la secessione della Padania dal bon ton: «D’ora in poi scambi d’insulti e gare di rutti solo su base regionale». Frenano Udc e An, possibilista Fi: «L’importante - osserva Cicchitto - è che insulti e rutti mandino a casa Prodi». Berlusconi, travestito da Olivia Newton-John, non si sbilancia. Veltroni, offrendo un cellulare a un bimbo denutrito di Sabaudia, cita M.L.King: «I have a Tim».
-24 agosto, S. Bartolomeo. Con un messaggio a reti unificate trasmesso da Tg1 e Tg5 perché tira più un pelo eccetera, Francesca Zenobi in arte Pocahontas invoca la depenalizzazione dello spaccio di droga almeno ai festini hard con parlamentari. Bossi annuncia la secessione sexy-psicotropa: «Gnocca e coca libere su scala regionale». Contrarie An e l’Udc (a parte l’on. Cosimo Mele), possibilista Fi: «L’importante - sottolinea Cicchitto - è che coca e gnocca mandino a casa Prodi». Berlusconi, travestito da Alan Sorrenti con 15 ragazze sulle ginocchia, non commenta perché ha altro da fare. Veltroni, porgendo un vecchio decoder a un bimbo denutrito di Sperlonga, cita M.L. King: «I had Stream».
-25 agosto, S. Ludovico. Tg1 e Tg5, assediati dai messaggi a reti unificate: Ostellino, che ha preso un’altra multa, contro gli autovelox; un ultrà della curva sud contro il divieto di sganciare missili terra-aria sulle tifoserie avversarie; un anziano incontinente contro l’assurda proibizione di mingere in pubblico; un marito esasperato contro le leggi liberticide in materia di uxoricidio; un naziskin contro le norme illiberali che puniscono l’edificazione di forni crematori; Mastella contro la dittatura del congiuntivo... Bossi annuncia alcune nuove secessioni: «Sì ai pirati della strada, agli hooligans, i liberi pisciatori, agli uxoricidi e ai nuovi Hitler, ma solo nel Parlamento della Padania». Incerte An e l’Udc. Possibilista Cicchitto («L’importante è che tutto serva a mandare a casa Prodi»). Berlusconi, travestito da Tina Turner, ne parla con M. V. Brambilla, travestita da triglia salmonata, cioè al naturale. Veltroni, donando un campanello a un bimbo denutrito di Capalbio, cita M.L.King: «I have a driiin».
-26 agosto, S. Alessandro. Due soli messaggi a reti unificate: Bernardo Provenzano e Osama bin Laden lamentano l’accanimento giudiziario e mediatico e invocano la liberalizzazione delle stragi. Dopo sofferti dibattiti in redazione, Riotta e Mimun decidono di trasmetterli, in ossequio al diritto al contraddittorio: «Dopo tante parole contro mafia e terrorismo, è giusto sentire l’altra campana». Bossi annuncia il reclutamento, se non di Al Qaeda, di Cosa Nostra su base regionale. Contrarie Udc e An, possibilista Cicchitto («Purché serva a mandare a casa Prodi»). Berlusconi, travestito da Dell’Utri, chiede: «E dov’è la novità?».
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FOTOTRUCCO CON LA RAGAZZA UCCISA
Esserci e apparire
Poteva essere uno di quegli omicidi che riempiono le pagine dei giornali nelle giornate estive per poi lasciare spazio ad altro con l’arrivo di settembre. Nel caso della morte di Chiara Poggi, però, c’è un elemento che va isolato al di là della piega che stanno prendendo le indagini. É un elemento sul quale occorrerà riflettere perché, soprattutto per il mondo della informazione e della comunicazione, e per chi pensa di raccontare la cronaca in un salotto in seconda serata, rischia di rappresentare davvero una Caporetto. Quel particolare è il fotomontaggio che le due cugine di Chiara Poggi hanno commissionato alla fotografa del paese il giorno dopo la sua morte, come la stessa fotografa ha raccontato. Bionde, sorridenti, vestite di rosso: così appaiono le due cugine in quella foto deposta insieme con un mazzo di fiori davanti alla casa nella quale è avvenuto l’omicidio. Proprio dove, come ormai la televisione ci ha insegnato, si sarebbero affollati telecamere e fotografi. Anche Chiara sorride in quella foto. Ma sorride di un sorriso timido. E anche lei è vestita di rosso. Invece, si scopre che quel vestito è stato colorato di rosso successivamente e, anzi, non sarebbe altro che un asciugamano. Non si discute qui di ciò che avessero in mente le due cugine, non è importante sapere se quel fotomontaggio sia stato commissionato con lo scopo di attirare su di sé i riflettori, come qualcuno ha lasciato intendere, o se invece si è trattato soltanto di un infortunio. Occorrerà però riflettere su quanto la società dello spettacolo sia riuscita a cambiare l’atteggiamento degli italiani rispetto alla morte e, in questo caso, alla morte di un parente della memoria del quale si rischia oggettivamente di fare scempio in cambio del triste quarto d’ora di celebrità che, così ritengono molti, almeno una volta nella vita dovrebbe spettare a tutti. http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=92462

Una volta alle amanti, vere o presunte,
si intestava un appartamento.
Adesso le si intesta direttamente un partito.
USARKOZY CALA IL PRIMO ASSO
DI GABRIELE ADINOLFI
No reporter
Il ministro degli esteri Kouchner, in visita ufficiale nell'Iraq occupato, attesta la chiara volontà di smantellare la Francia La Francia era, per l'ideologo imperialista americano Brzezinski, uno dei cinque attori strategici mondiali con i quali la Casa Bianca è chiamata a fare i conti. Per l'analista che ha dettato gran parte della politica estera del Cfr la Francia era persino la più pericolosa e indomabile. Lo era, perché da ieri, 19 agosto, si può ben dire che non lo è più.
Questo infatti è il chiaro significato della prima visita ufficiale del ministro degli esteri, Kouchner, nell'Iraq invaso, martoriato, rapinato e occupato dai tre complici Usa-Gran Bretagna-Iran con un ruolo di primo piano svolto da Israele in modo lampante.
Un'invasione, quella dell'Iraq, che ha anche una chiave di lettura anti-europea e in particolare è andata a colpire al cuore gli interessi di Parigi.
Non è pertanto per una semplice forma di cerimoniale se l'inchino francese di ieri al gotha del partito atlantico è stato salutato con gioia da Bush che ha utilizzato parole che attestano inequivocabilmente come di un de profundis dell'orgoglio nazionale e del ruolo di potenza transalpina si sia trattato.
Non c'è di che stupirsi, del resto. Kouchner, l'uomo scelto dal nuovo residente dell'Eliseo per spezzare la linea estera del Paese, è da sempre uomo delle ong, un accanito mondialista dai forti sentimenti cosmopoliti, particolarmente legato ad Israele per comuni origini religiose. Un comun denominatore, questo, che lo lega allo stesso primo cittadino francese, figlio di una famiglia sincretica e pluriconfesionale, che ha sempre tenuto orgogliosamente viva la radice israelitica. Sarkozy, inoltre, che ben merita l'appellativo Usarkozy, è il paladino degli interessi borsistici newyorchesi che hanno investito la borsa di Parigi, è sponsorizzato dal quell'industria militare che ha cointeressi con gli Stati Uniti (e che vanta nella sua corte mondana Gianfranco Fini).
La sfida della nuova Amministrazione è insomma partita e lo ha fatto con un coup d'éclat (colpo a sensazione). La sfida è chiara: cercare di smantellare rapidamente la Francia e tutto quanto è stato fatto per decenni per impedire che divenisse una colonia all'italiana.
Gabriele Adinolfi
Fonte: www.noreporter.org
Link: http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=9454
19.08.07
Libia: Il nuovo ruolo di Tripoli
La liberazione delle infermiere bulgare rappresenta l’ennesimo atto di apparente “magnanimità” dell’ex nemico dell’Occidente, fiancheggiatore per anni del terrorismo internazionale.
La Libia assurge al nuovo ruolo di mediatore per molte vicende in cui sono coinvolti i Paesi africani, ma non solo. In campo diplomatico Tripoli sembra essere diventata la più attiva di tutto il continente africano e il suo ruolo nella risoluzione delle controversie internazionali è stato importante già in passato nei conflitti del Niger e, adesso, nel Darfur, come dimostrato anche dagli incontri tra le parti in lotta, proprio nella capitale libica. In più di un’occasione il Colonnello ha ribadito la sue ambizioni di un’Unione Africana più coesa ed incisiva (Cfr. Libia: Gheddafi, tra l'Occidente ritrovato e i risvegli panafricani), abbandonando a prima vista i vecchi appelli al panarabismo. Anche nel Medioriente, secondo quanto detto dallo stesso Sayf al-Islam, la Libia starebbe aiutando Tony Blair nello svolgimento del suo nuovo incarico di mediatore di pace, in particolare cercando di far avvicinare quest’ultimo agli ambienti di Hamas, per tentare un via verso il dialogo.
Restano però delle ombre sul regime. Le riforme economiche nell’ottica di un’apertura totale al mercato internazionale e dei tentativi di attirare capitali esteri nel Paese, non vanno di pari passo con i cambiamenti politici. La struttura di potere libica sembra essere ancora quella dei decenni passati, senza sostanziali mutamenti e senza un’opposizione che possa esercitare liberamente ed apertamente il proprio ruolo nelle dinamiche interne. A preoccupare gli Stati Uniti e l’Unione Europea vi sono anche i rapporti di Tripoli con l’Iran. Nel quadro di un concreto opportunismo Gheddafi, mentre tenta il rappacificamento con i nemici di un tempo, rimane attento a non logorare i rapporti anche con le altre potenze. In giugno il segretario della Commissione Generale del Popolo al-Mahmoudi ha compiuto un viaggio ufficiale a Teheran, annunciando che le relazioni tra i due Paesi si rinforzeranno, grazie ad una cooperazione bilaterale negli scambi commerciali. Vi è inoltre da ratificare la Libya-Iran Joint Economic Commission, che prevede l’istituzione di un fondo comune per gli investimenti in Africa e in America Latina. Segnali di allarme arrivano anche dallo Yemen, il cui governo centrale ha accusato apertamente Iran e Libia di appoggiare l’insurrezione dei ribelli zayditi nel Nord del Paese; scontri che vanno avanti da ormai 4 anni e che hanno provocato centinaia di vittime (Cfr. Yemen: un nuovo teatro per lo scontro tra sunniti e sciiti). http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30006
Kosovo, prima dello status il voto
scrive Saša Stefanović
A novembre in Kosovo si voterà e saranno un nuovo governo e un nuovo parlamento ad affrontare la questione dello status. Intanto la comunità serba si divide: partecipare o meno all'appuntamento elettorale?
Dopo qualche settimana di dibattito sembra che il Kosovo andrà alle elezioni legislative il prossimo novembre. L'appuntamento elettorale dovrebbe seguire ai 120 giorni di negoziazioni gestite dalla cosiddetta “Troika” - Ue, Stati uniti e Russia – che si conlcuderanno con un rapporto consegnato nelle mani del Segretario Generale Onu Ban Ki Moon, il prossimo 10 dicembre.
Prima che si sappia quindi quale sarà il destino istituzionale del Kosovo quest'ultimo avrà un nuovo parlamento ed un nuovo governo.
In una dichiarazione congiunta rilasciata nei giorni scorsi ai media kosovari il Team negoziale kosovaro per lo status ha chiesto al Rappresentante Speciale Onu in Kosovo, Joachim Ruecker, di fissare una data per le elezioni, suggerendo la terza settimana di novembre.
In quest'ultima si suggerisce inoltre che le amministrazioni locali rimangano in carica per due anni, le istituzioni centrali per quattro e il presidente per cinque, in modo da evitare sovrapposizioni di mandati.
Si è inoltre suggerito l'elezione diretta dei sindaci e una soglia del 5% per entrare in parlamento.
La proposta ora attende una risposta e decisione da parte di Ruecker. Nel frattempo l'amministrazione internazionale, l'Unmik, ha autorizzato la Commissione elettorale centrale ad avviare le procedure per l'organizzazione delle elezioni.
“Come ha ricordato il Rappresentante Speciale Joachim Ruecker, l'Unmik auspica che il processo democratico in Kosovo vada avanti”, ha affermato il vice-Rappresentante Steven Shook “ma è altresì importante che il processo elettorale non interferisca con quello sullo status”.
Lo stesso messaggio è stato veicolato dal portavoce dal Team negoziale kosovaro sullo status, Skender Hyseni: “Il processo sullo status è una questione al di sopra di tutte le questioni, e quindi tutto il resto le è subordinato”.
Anche se in Kosovo un'ampia sezione del panorama politico è a favore di nuove elezioni vi è anche chi preferirebbe posticiparle. Tra questi vi è l'AAK, partito il cui presidente è Ramush Haradinaj, attualmente all'Aja ed ex primo ministro ed i cui rappresentanti occupano ruoli chiave nell'attuale governo tra i quali la poltrona di primo ministro, con Agim Ceku. L'AAK teme, nel caso di nuove elezioni, di ottenere meno seggi rispetto alla tornata elettorale precedente.
Anche i piccoli partiti kosovari, a meno che non riescano a creare coalizioni tra loro, rischiano di perdere molto e di non riuscire ad eleggere alcun rappresentante in parlamento, bloccati dalla soglia del 5%.
E' probabile quindi che il panorama politico kosovaro muti e che compaiano nuove coalizioni politiche. Altra mina vagante sulle prossime elezioni è rappresentata dal fatto che molti partiti, negli ultimi anni, non si sono adeguati alle prescrizioni di legge e ai loro doveri nei confronti della Commissione elettorale centrale.
Secondo l'OSCE vi sarebbero ben 29 partiti politici che a tutt'oggi non rispettano la legislazione vigente. Se non provvedessero a regolarizzare la loro posizione potrebbero venir esclusi dalla tornata elettorale.
Da parte della comunità serba permane, a otto anni dalla fine della guerra, un forte senso di insicurezza e una limitata o del tutto assente influenza sulle istituzioni del Kosovo. Il boicottaggio di queste ultime, suggerito da Belgrado, non li ha certo aiutati ad integrarsi in Kosovo e non ha aiutato lo stesso Kosovo ad uscire dal postconflitto.
Oliver Ivanovic, leader della Lista serba per il Kosovo e Metohija, afferma: “Il boicottaggio delle elezioni nel 2004 è stata un'esperienza negativa. Ora, tre anni dopo, ci siamo autoisolati e non siamo in grado di proteggere gli interessi della comunità serba che rappresentiamo”.
“Ascoltare i consigli di Belgrado ci ha portati dove siamo ora. Sarebbe stato meglio se Belgrado fosse stata più collaborativa. Temo che non raggiungeremo mai i risultati del 2001 quando ottenemmo 22 seggi nel Parlamento del Kosovo. Se questo fosse il caso, almeno dal punto di vista teorico, potremmo anche essere nella posizione di chiedere il posto di primo ministro. O perlomeno qualche ministro”, aggiunge Ivanovic.
In merito alle prossime elezioni Ivanovic ritiene che queste ultime siano una grande opportunità per tutti i partiti. “In particolare per quelli che insistono sul processo democratico. Ritengo che le elezioni siano molto importanti per la comunità albanese – aggiunge Ivanovic - I loro leader hanno promesso loro l'indipendenza. Ma non sono riusciti ad ottenerla per quando avevano promesso. E le elezioni in qualche modo li bloccheranno. Perché sarà un nuovo governo a gestire lo status”.
“Sono sicuro che tutte le piattaforme politiche dei partiti albanesi che correranno alle prossime elezioni saranno simili: al primo posto lo status, poi l'economia e infine la situazione sociale. E l'elettorato seglierà chi riuscirà a dare spunti concreti sul secondo e il terzo punto”.
“Per i serbi invece ci sono due cose importanti. Se partecipiamo riusciremo a essere coinvolti nella vita politica kosovara e, cosa ancor più importante, il nostro coinvolgimento politico garantirà la possibilità di rimanere in Kosovo”, afferma Ivanovic a Osservatorio.
Ivanovic si è poi detto contrario ad un'eventuale soglia di sbarramento da applicare anche ai partiti della comunità serba aggiungendo: “Se decideremo di partecipare alla prossime elezioni saremo in grado di ottenere 15-16 seggi in Parlamento. Questo implicherà una maggiore influenza politica. Anche se non siamo d'accordo con il piano Ahtisaari non possiamo dimenticare che in quest'ultimo è previsto un nucleo di nuove municipalità serbe con forte autonomia. Non scordiamocene”.
Goran Bogdanovic, presidente della sede locale del Partito democratico (DS) e membro della presidenza DS e del Team negoziale serbo è più cauto nell'analizzare la situazione politica ed una possibile partecipazione alle elezioni. “Non posso dire nulla ora dato che non ci siamo ancora incontrati con il direttivo del partito per discutere in modo approfondito la questione. In principio sosteniamo i mezzi legali per perorare le nostre cause politiche”. La risposta quindi se i DS partecipaeranno o nmeno alle elezioni in Kosovo arriverà da Belgrado.
Ma in Kosovo ci sono molti altri partiti che rappresentano la comunità serba locale e che stanno diventando politicamente sempre più attivi. Tra questi due - Nuova democrazia, il cui presidente è Branislav Grbić, ministro del governo del Kosovo per le comunità e i ritorni e il Partito liberale indipendente, il cui presidente è Boban Petrovic - correranno sicuramente per le elezioni.
Molto è in gioco alle prossime elezioni. La comunità albanese del Kosovo deve essere in grado di scegliere l'élite appropriata per traghettarla in un Kosovo indipendente, quella serba vuole invece ritornare sul palcoscenico per difendere i propri diritti prima che sia troppo tardi. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8139/1/51/
sse
Elvira torna in Messico
Elvira Arellano, simbolo della lotta per i diritti umani degli emigrati –legali e non- negli Stati Uniti, è stata infine arrestata e rispedita in Messico. Da un anno Elvira viveva all’interno di una chiesa di Chicago per evitare la deportazione voluta dalla legge statunitense, sebbene avesse lavorato per nove anni in un’impresa di pulizie per aerei e abbia messo al mondo un figlio statunitense, Saúl.
Per il suo arresto le autorità hanno messo in campo un’operazione senza precedenti, con decine di agenti impegnati e l’appoggio di elicotteri. La donna, infatti, è stata fermata quando cercava rifugio in un’altra chiesa di Los Angeles, dove intendeva continuare la sua protesta. Lo spiegamento di forze è stato giudicato ridicolo da quasi tutti i media, così come il comunicato emesso dal Servizio di migrazione (ICE) che ha riportato, durante la conferenza stampa, della “cattura di una straniera in fuga, una delinquente che per un anno ha evaso le leggi federali”.
Elvira Arellano viene tacciata di criminale per aver usato un’identità falsa per poter lavorare pulendo i bagni e gli aerei dell’aeroporto O’Hare di Chicago. La Arellano aveva lasciato la chiesa di Chicago per presentarsi il 12 settembre a Washington e partecipare ad una veglia di preghiera a favore di tutti i lavoratori illegali negli Stati Uniti. Da lì, avrebbe cercato di parlare a diverse platee in differenti città degli Usa, passando da New York al Texas e alla California. Da qui il timore delle autorità che il tour della Arellano, diventata nel frattempo attivista di Familia Latina Unida, potesse trasformarsi in un fenomeno mediatico in grado di ridicolizzare la riforma migratoria su cui il governo Bush sta spendendo tantissime risorse.
Elvira non rinuncerà alla sua lotta. Da Tijuana, dove è stata consegnata alle autorità messicane, ha detto che il suo appoggio per i diritti civili degli emigrati avrà sempre un testimone d’eccezione. Si tratta di suo figlio Saúl, di nove anni, statunitense a tutti gli effetti che parteciperà a tutti gli eventi contro la riforma migratoria di Bush.
Qui, il messaggio di Elvira: http://www.somosunpueblo.com/UNIR%20Y%20ENFOCAR.html
La foto di Elvira è di Muskito. Dello stesso fotografo, galleria delle manifestazioni a Los Angeles: http://www.flickr.com/photos/muskito/
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