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settembre 30 2007
Chiamiamo le cose con il loro nome
Sesto potere
di Alessandro Gilioli
Dopo il caso Grillo, internet sotto accusa: è davvero un luogo di confronto democratico o può diventare un ''grande fratello'', più persuasivo, populista e pericoloso della televisione?
Quando Hillary Clinton si è presentata alle presidenziali americane lo ha fatto con un messaggio in Internet. Un filmato brevissimo, otto secondi. Molto leggero, per non escludere chi non aveva la banda larga o era in Rete col telefonino. Che cos'ha detto Hillary? Niente o quasi: sono qui, mi candido, converseremo, arrivederci. Una performance salutata dai più con entusiasmo (wow, siamo nell'era delle Web-primarie!) ma che forse nascondeva l'essenza profonda della comunicazione politica in Rete: ultralight, brevissima, priva di contenuti, degradata a minispot.
L'ipotesi che il videoclip della Clinton rappresenti la più evidente metafora dei rischi di Internet viene avanzata da un docente di marketing come Paolo Landi, che a metà ottobre uscirà con il primo libro 'Contro il Web' scritto finora in Italia: 'Impigliati nella Rete', edito da Marsilio. Un saggio, ovviamente, pensato prima che Beppe Grillo riempisse le piazze con i suoi 300 mila usciti dal mondo virtuale per incarnarsi in lunghe fila davanti ai banchetti. Ma è proprio il fenomeno Grillo a far esplodere la questione in tutta la sua attualità: e se Internet, per caso, fosse 'peggio' della televisione, in termini di persuasione occulta e manipolazione dei cervelli?
E se il mezzo 'democratico' per eccellenza, quello con cui chiunque può partecipare e far sentire la sua voce al mondo a costo zero, fosse invece un medium che esalta infinitamente il carisma e semplifica a dismisura il messaggio? Ancora: e se per ottenere consenso attraverso la Rete - scatenando il famoso tam tam che consente di diventare popolari on line - fosse indispensabile un'esaltazione dei toni, un impoverimento del linguaggio e un azzeramento della riflessione? Insomma: e se Internet rischiasse in qualche caso di trasformarsi in una specie di 'Sesto potere', ancora più potente del Quarto di Orson Welles e del Quinto di Sidney Lumet?
Ovviamente nel successo di Grillo agli elementi mediatici si mescolano robuste questioni di contenuto, come l'avversione diffusa per una classe di politici che ne ha combinate un po' troppe. Ma è attraverso il Web che Grillo è uscito dal cono d'ombra mediatico a cui l'aveva costretto il lungo esilio televisivo, ed è usando la grammatica di Internet che il comico genovese ha diffuso il suo messaggio, ottenendo i risultati che si sono visti. E allora la domanda resta: com'è fatta questa grammatica? Porta al confronto orizzontale e alla vera partecipazione dei cittadini dal basso o - al contrario - a un'illusione di coinvolgimento che nasconde dinamiche in cui la qualità dei messaggi è secondaria rispetto alla capacità di utilizzare il mezzo?
"La Rete è il modello di comunicazione ideale per una generazione che ha tempi di consumo rapidi e non gradisce altre forme espressive in cui i contenuti non siano sintetici e sincopati", accusa Landi. Il cui riferimento è, evidentemente, al fatto che il linguaggio con cui si comunica sul Web (dagli Instant messages agli stessi blog, fino ai videoclip) ha come caratteristica fondante l'estrema brevità. I famosi tre minuti oltre i quali si cambia canale in tivù, sono diventati quattro righe di 'post' o cinque secondi di videoclip oltre i quali si cambia sito. Con la conseguenza che la Rete rischia di premiare i messaggi meno articolati. Oltre che, naturalmente, i più 'divertenti': al Web ci si avvicina come mezzo più di entertainment che di informazione, quindi non è strano che ad aver successo sia un comico, proprio come su YouTube i video più popolari sono quelli che fanno ridere. Ma è sul mix di assertività e rozzezza che insiste Landi: "Come Hillary, costretta a usare nel suo messaggio in Rete un linguaggio a prova d'idiota, anche Beppe Grillo ricorre a concetti molto basici per farsi capire dal popolo dei blog. A molti può sembrare una grande novità in politica usare la parola 'Vaffanculo', ma è la parola magica che tutti capiscono in un universo come la Rete che ha tempi di consumo rapidissimi. Che non azzerano la distanza tra politico e cittadino ma semmai azzerano la comunicazione di idee".Un parere isolato? Neanche tanto. Uno dei maggiori filosofi del Web , David Weinberger (coautore del 'Cluetrain Manifesto') spiega a 'L'espresso' che "Internet per sua natura è un medium che permette l'espressione di posizioni populiste", anche se, aggiunge, "questo non è necessariamente un male, perché rafforza il legame diretto tra la politica e la gente". Dice Weinberger: "Quello che è interessante dell'iniziativa di Grillo è che per la prima volta nella storia di Internet una e-campaign ha avuto un impatto reale: Grillo è riuscito a far smuovere la gente, a farla convenire in un luogo fisico reale. Da questo punto di vista dunque segna l'inizio di una nuova era, visto che finora nessuna campagna via Web aveva ottenuto questo risultato in nessun luogo del mondo".
Perché questo sia accaduto proprio in Italia, ovviamente, è motivo di ulteriore riflessione: può avere a che fare, ad esempio, con la ricorrente tendenza nostrana ad affidarsi all'Uomo forte - è la tesi di Eugenio Scalfari e di altri - o forse con il degrado della politica che ha fatto da detonatore. Ma quale che sia il motivo, il rischio che la Rete si trasformi in un Sesto potere viene segnalato con forza da un esperto italiano di lungo corso come Vittorio Zambardino, che dal suo sito ZetaVu ha lanciato per primo il sasso nella blogosfera: "Pensavamo che Internet fosse un mezzo ugualitario, sereno e dai dialoghi ragionati: invece il caso Grillo mostra che la potenza della tecnologia funziona al servizio di un disegno carismatico, semplificatorio e sommario", dice Zambardino. E aggiunge: "Grillo ci ha mostrato che il furore sta alla comunicazione via Internet come l'ossigeno all'aria: la compone, le dà significato e senza quella non esisterebbe nemmeno".
Un atto di accusa in contromano rispetto all'opinione fino a ieri più diffusa (la Rete come mezzo orizzontale e pluralista, che fa crescere la coscienza sociale). Secondo Antonio Sofi - docente di Sociologia della comunicazione a Firenze, blogger autorevole (su Webgol.it) e organizzatore di campagne elettorali on line in Italia e negli Usa - la provocazione di Landi e Zambardino è benvenuta ma va valutata all'interno di un contesto più complesso: "Si può usare Internet in mille modi diversi e con mille finalità, quindi può ben essere un luogo carismatico di semplificazione e di aggressione", dice Sofi: "Vale l'esempio del classico coltello che può essere usato per tagliare il pane o per offendere. Non esiste una sola Internet, ma tante Internet quante sono le persone che la usano. Ecco perché le semplificazioni e le aggressioni e le derive populistiche e i culti della personalità non possono inibire il funzionamento della Rete nel suo complesso".
Aggiunge Kevin Kelly, fondatore della rivista 'Wired' e autori di diversi libri sulla Rete: "Io non credo che il Web sia un pericoloso Sesto potere, ma porre la questione ha un senso perché almeno si mette in discussione l'idea opposta - molto diffusa e secondo me illusoria - che la democrazia possa essere allargata e ampliata dal Web. Invece i politici e i network usano la Rete come un loro strumento, un altro megafono per dare voce ai loro interessi, come fanno con gli altri media. Un demagogo o un capopolo può usare Internet come usa la tv o i giornali. Meglio capirlo in tempo".
Insomma, la Rete non sarebbe né meglio né peggio dei media tradizionali: avrebbe le stesse opportunità e gli stessi pericoli. Un'opinione condivisa da uno studioso di Web come Giuseppe Granieri, autore di 'Blog generation' (Laterza): "Grillo conosce lo strumento del Web e sa come usarlo", dice Granieri: "Sa come innescare i processi di passaparola e sa che deve confezionare un messaggio semplice, comprensibile da tutti e condivisibile da tutti: il che per definizione espone il messaggio al rischio del populismo. Quindi fa un buon uso strumentale della Rete. Ma il suo linguaggio non è specificamente internettiano: usa tutti i media che ha a disposizione, da sempre. Si è accreditato grazie ai trascorsi televisivi, usa spettacoli e Dvd e risonanza sui media tradizionali per mantenere visibilità e accreditamento. Poi usa Internet con i meetup e il blog. Che però senza tutto il resto sarebbero poca cosa". Concorda
Dan Gillmore, columnist tecnologico della Silicon Valley e autore di 'We the media', uno dei libri chiave sul rapporto tra Web e informazione tradizionale: "Che la Rete possa diventare un media che fomenta sommosse o che legittima il qualunquismo mi pare discutibile. Però può essere molto efficace nello scatenare e organizzare fenomeni di fanatismo religioso e politico. Chi opera nella comunicazione su questo dovrebbe fare una riflessione".
E lui, Beppe Grillo, il cui successo 'newmediatico' ha scatenato il dibattito in Italia e all'estero, che ne dice? Molto semplicemente, esalta Internet come unico strumento d'informazione del futuro ("Voi giornalisti siete tutti morti!") e progetta di concentrare le sue future battaglie proprio sul terreno dei mass media: "Il prossimo V-day sarà contro la tv e i giornali", dice: nel tentativo (finora riuscito) di contrapporre il binomio 'casta politica-mass media tradizionali' all'accoppiata uguale e contraria 'Antipolitica-Internet'. Secondo Grillo, "in Rete se racconti delle balle dopo 24 ore ti arrivano duemila commenti che ti dicono che sei un cialtrone, quindi non puoi mentire, e questa è la democrazia. Se invece parli attraverso la tv o attraverso i giornali non c'è contraddittorio. Sul Web ce l'hai".
Dibattito poitico su Cnn e You Tube
Un ragionamento molto lineare, fondato però sulla convinzione che i commenti a un blog costituiscano la forma più avanzata di confronto e di discussione in Rete. Il che lascia assai perplessi tutti quelli che con il Web 2.0 hanno una certa dimestichezza e considerano invece i commenti un sistema molto rudimentale di interazione. Il più critico in merito è Massimo Mantellini, esperto di Internet e titolare di Manteblog.it, uno dei più stimati e cliccati siti hi-tech italiani: "Beppe Grillo in realtà sfrutta la Rete disinteressandosi delle sue caratteristiche di 'nuovo media', vale a dire di strumento comunicativo bidirezionale. Al contrario, usa Internet come un media convenzionale", dice. "In alcuni casi la politica tende a usare Internet 'da uno a molti', magari con semplici video messi on line", continua Mantellini. "Questa 'youtubizzazione' sottrae i politici dalla mediazione giornalistica e quindi li libera da molti fastidi: si parla direttamente all'elettore aspettandosi che questi ascolti e basta. Tuttavia in Rete questi tentativi sono una goccia nel mare e sono destinati a fallire".
Concorda un altro noto blogger italiano, Luca Sofri, autore di Wittgenstein.it: "In Rete Grillo emette ma non riceve", dice: cioè lascia liberi i commenti ma poi non interagisce né con i suoi lettori né con il resto della blogosfera."E poi che cosa c'entra il contraddittorio dei commenti con la democrazia?", continua Sofri: "La democrazia è rappresentatività. Se ci fosse il contraddittorio su ogni cosa, a Martin Luther King dopo 'I have a dream' lo dovevano interrompere per sentire anche i sogni di tutti gli altri". Sulla stessa linea Antonio Sofi: "Lasciare un microfono aperto non è automaticamente democrazia. Grillo ha scelto di disegnare la sua Internet come fosse un palcoscenico teatrale, in cui c'è chi si esibisce sopra il palco dei post e un pubblico che sta nella platea dei commenti a godersi lo spettacolo e a chiacchierare tra loro. Di qui una certa illusione di partecipazione e interazione. Ma i commenti alla fine tendono a perdersi nel rumore di fondo di mille altri commenti diventando di fatto applausi o fischi". Rincara Paolo Landi: "In questo momento all'ultimo post di Grillo ci sono 2.433 commenti che il mio pc fatica ad aprire. Ma chi li legge? E chi ha voglia di rispondere a 2.433 sconosciuti o anche a uno solo di essi? Più che un contraddittorio sembra uno sproloquio. Collettivo, ma pur sempre sproloquio".
Tanto più che i mitici commenti, spesso anonimi, finiscono spesso per ridursi a puri turpiloqui, il che rafforzerebbe le critiche di chi considera Internet uno strumento che esalta l'assertività più triviale a discapito dei ragionamenti. Nota Luca Sofri che "la Rete ha investito moltissimo sulla libertà a scapito della costruzione di un codice di civiltà, rispetto e regole
(che è stato spesso visto come possibile ostacolo alla libertà). Oggi le persone più esperte e sagge sull'uso della Rete riconoscono che non sempre quello che è privo di regole è apprezzabile: come fu negli anni Ottanta con i famosi microfoni aperti di Radio radicale. In generale, mi pare che si riesca a trovare un equilibrio: poi però arrivano il grande comico e l'esasperazione per questi politici, e questo equilibrio si perde".
Allora i commenti ai blog sono uno spazio di democrazia o ne rappresentano solo una parodia, un'agorà vociante di anonimi che cicaleggiano e s'insultano nel vuoto? Per chi studia il Web 2.0 la risposta è abbastanza ovvia perché le vere forme di confronto in Internet sono altre, costituite dai Social network e dal dibattito ragionato che si sviluppa ogni giorno tra migliaia di blog. Sintetizza Sergio Maistrello, autore del libro 'La parte abitata della Rete': "Se Grillo volesse usare veramente il Web come strumento di democrazia, a questo punto direbbe: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Semmai moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, colonizzate le vostre reti sociali. È facile, se ci riesco io ce la potete fare anche voi". E allora Internet non correrebbe più il rischio di diventare il Sesto potere.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sesto-potere/1792949//3
PREFAZIONE A CULTURA CONVERGENTE DI HENRY JENKINS
(Apogeo, Milano 2007)
di Wu Ming (*)
[Da tempo vi parliamo di Henry Jenkins, docente al Massachusetts Institute of Technology e autore di alcuni dei più importanti saggi degli ultimi dieci-quindici anni sull'odierna cultura pop, soprattutto nei suoi aspetti di partecipazione e creazione di comunità. Abbiamo fatto talmente tanti riferimenti al suo lavoro che, in occasione di alcune presentazioni di Manituana, i presenti ci hanno fatto domande sui suoi libri (finora mai tradotti in italiano) anziché sui nostri!
Ebbene, finalmente il più importante libro di Jenkins, Convergence Culture, è stato tradotto nella lingua di Petrarca (cioè, più o meno), ed esce in questi giorni per le edizioni Apogeo. La prefazione l'abbiamo scritta noi. Eccola.]
Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata, mortorio al cui confronto un poltergeist è il Carnevale di Rio.
Cultura Convergente è un saggio rivoluzionario per molte ragioni. La prima è un marchio di fabbrica anglo-sassone: l'essere comprensibile, appassionante, farcito di prove ed esempi. Nel testo si fa spesso riferimento ad autori europei, capaci di brillanti costruzioni teoriche, ma molto meno dotati nel tradurle in un linguaggio immediato e in pratiche sociali osservabili. Come per magia, nelle pagine di questo libro ogni oscurità concettuale si fa cristallina.
Il secondo merito è che il professor Jenkins si immerge nella cultura popolare del nostro tempo, fotografa in che modo le nuove tecnologie la stanno cambiando, poi torna in superficie e ci mostra un reportage che in realtà non è sui mezzi di comunicazione ma su coloro che li usano per comunicare. Nelle sue foto ci siamo noi.
A questo proposito, occorre fare subito una precisazione importante.
In Italia per "cultura popolare" si intende di norma quella folk, preindustriale o comunque sopravvissuta all'industrialismo. "Cultura popolare" sono i cantores sardi o la tarantella.
Chi usa l'espressione in un contesto differente, di solito si riferisce a quella che in inglese si chiama "popular culture". Qui da noi siamo soliti definirla "cultura di massa", espressione che ha un omologo anche in inglese ("mass culture"), ma Jenkins fa notare che il nome ingenera un equivoco, e inoltre c'è una sfumatura di significato tra "mass culture" e "popular culture".
L'equivoco è che la "cultura di massa" - veicolata dai mass media (cinema, tv, discografia, fumetti) - non per forza dev'essere consumata da grandi masse: rientra in quella definizione anche un disco rivolto a una minoranza di ascoltatori, o un particolare genere di cinema apprezzato in una nicchia underground. Oggi la stragrande maggioranza dei prodotti culturali non è di massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sottogeneri. Il mainstream generalista e "nazionalpopolare" è meno importante di quanto fosse un tempo, e continuerà a ridimensionarsi.
La sfumatura di significato, invece, consiste in questo: cultura di massa indica come viene trasmessa questa cultura, vale a dire attraverso i mass media; cultura popolare pone l'accento su chi la recepisce e se ne appropria. Di solito, quando si parla del posto che la tale canzone o il tale film ha nella vita delle persone ("La senti? E' la nostra canzone!"), o di come il tale libro o il tale fumetto ha influenzato la sua epoca, si usa l'espressione "popular culture".
Il problema è che il dibattito italiano sulla cultura pop novanta volte su cento riguarda la spazzatura che ci propina la televisione, come se il "popular" fosse per forza quello, mentre esistono distinzioni qualitative ed evoluzioni storiche, altrimenti dovremmo pensare che Sandokan, Star Trek, Lost, il TG4 e La pupa e il secchione sono tutti allo stesso livello, o che Springsteen, i REM, Frank Zappa e Shakira vanno tutti nello stesso calderone, o che non esistono distinzioni tra i libri di Stephen King e quelli delle barzellette su Totti, dato che entrambi li ritrovi in classifica.
Ci sono due schieramenti l'un contro l'altro armati - e dalle cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il "popolare" come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall'altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consumata da un'élite.
Sono due posizioni speculari, l'una sopravvive grazie all'altra. Le accomuna l'idea che a fruire della cultura pop siano le masse mute dell'Auditel, dei sondaggi di mercato, del botteghino.
La terza benedizione di questo libro è proprio questa: va alla radice di molti equivoci e li estirpa, sposta il cuore dei problemi, da un groviglio inestricabile di banalità a una nuova prospettiva, un modo di affrontare le questioni che spiazza e ridisegna ogni barricata.
Sul finire del 2006, Jenkins ha illustrato sul suo blog otto caratteristiche fondamentali dello scenario dei nuovi media. Non un campionario di strumenti e dispositivi, ma un insieme di pratiche e tratti culturali che ritraggono come gli individui e le società si relazionano ai mezzi di comunicazione.
E' interessante notare che nel dibattito nostrano questi 8 elementi sono sì riconosciuti e accettati, ma il più delle volte in un'accezione triviale, inquietante o stereotipata. Sono quindi un'ottima mappa per analizzare nel dettaglio proprio il genere di equivoci che il libro aiuta a scacciare.
Secondo Jenkins, il panorama mediatico contemporaneo è:
1. Innovativo
Nessuno lo nega. La rapidità con la quale nuove tecnologie di comunicazione nascono, mutano e si mescolano non è in discussione. Il più delle volte, però, l'estrema velocità del processo è il pretesto per dire che nella fretta stiamo perdendo qualcosa - i libri, le relazioni, la vita vera. I giovani navigano su Internet, giocano alla Playstation, scaricano musica invece di sviluppare interessi culturali. L'innovazione tecnologica ci arricchisce sul piano materiale ma ci depaupera su quello umano, soprattutto se non ci dà il tempo di digerire, riflettere, scegliere. Simili affermazioni partono da (pre)giudizi di valore e molto di rado citano esempi chiari e concreti. Al contrario, questo libro illustra centinaia di situazioni reali dove le novità tecniche stimolano la creatività, aprono territori inesplorati, aumentano le opportunità espressive, diversificano la produzione estetica. Forse è vero per qualsiasi epoca, dall'invenzione della scrittura in avanti, ma ancor di più per quella che ci troviamo a vivere, sempre più partecipativa, "a bassa soglia d'accesso", con un forte stimolo a creare e condividere e la sensazione diffusa che il proprio contributo "conti davvero qualcosa".
2. Convergente
Una delle tesi di questo libro è che la collisione tra diversi media, vecchi e nuovi, sia più un bisogno culturale che una scelta tecnologica. Computer e cellulari hanno accorpato molteplici funzioni e si sono trasformati in telefono, televisione, stereo, fotocamera, tutto-in-uno. Eppure nessuno di questi agglomerati ha sterminato i singoli avversari. Piuttosto sono i contenuti della comunicazione che vengono declinati in ogni formato, per potersi spostare da un mezzo all'altro e ricevere così un distribuzione sempre più capillare e pervasiva. La stessa canzone trasmessa in radio diventa jingle pubblicitario in televisione, file da condividere sul computer, colonna sonora al cinema, videoclip su YouTube, suoneria del cellulare, slogan su una maglietta. Non c'è un singolo attrattore, computer o cellulare che sia, capace di trasformare ogni idea in un unico prodotto, fatto di immagine, suono, testo, relazione. Al contrario ogni idea è capace di molte facce, per attirare su di sé strumenti diversi e attraversarli tutti.
Da noi si parla molto più di convergenza tecnologica, di mostruosi cellulari multifunzione, che di cultura transmediale. Quando poi lo si fa, l'attenzione è sulla strategia delle multinazionali dell'intrattenimento, interessate a "spostare" i loro contenuti, come caramelle da un distributore all'altro. Nessuno ragiona sul fatto che lo stesso interesse è spesso condiviso, sovvertito e praticato in maniera "illegale" anche dai consumatori, che muovono storie, suoni e immagini da un territorio all'altro. Nessuno accetta l'idea che questo andirivieni risponda anche a un modello estetico, un nuovo modo di raccontare, informare, sabotare, divertire. E' solo marketing. Se sei uno scrittore, devi scrivere un romanzo, un libro fatto di carta. Tutto il resto - siti web, booktrailer, forum, contenuti extra - è materiale promozionale, appendice spuria che puzza di soldi.
3. Quotidiano
Anche in questo caso, dire che i media e le nuove tecnologie fanno parte della vita quotidiana è discorso da autobus, a mezza via tra paura ed eccitazione, schiavitù egiziana e terra promessa. Questa quotidianità ha come sottoprodotto il famigerato multitasking, lo stato di "attenzione parziale continuata" che in Italia è la bestia nera di insegnanti, genitori e intellettuali gentiliani. Pochi ammettono che si tratta di un'abilità necessaria per affrontare il nuovo ambiente: mantenere un'attenzione diffusa e "a bassa intensità" su una molteplicità di stimoli, per poi focalizzarla ad alta intensità quando uno di questi stimoli si modifica in maniera significativa, ovvero ci avverte di prestare "più attenzione". Il multitasking andrebbe insegnato a chi non ce l'ha nel sangue, non bruciato sul rogo. Purtroppo da noi la caccia alle streghe è sempre aperta e ben retribuita.
4. Interattivo
Grazie ai nuovi media, possiamo interagire più in profondità con suoni, immagini, informazioni. Possiamo determinarne il flusso, scegliere in ogni momento cosa vedere o ascoltare; possiamo archiviare contenuti, usarli in contesti nuovi, modificarli. Spesso il dibattito su queste opportunità scivola nello stallo tra chi sostiene che "tutto ormai si riduce a un mero taglia e incolla" e quanti ritengono che la rielaborazione è alla base della creatività. Oltre questo dilemma stantio, Jenkins mostra come l'abitudine a (ri)appropriarsi di contenuti abbia riportato alla luce un magma di produzioni amatoriali e creatività diffusa, forme di vita tipiche della "vecchia" cultura popolare, che erano andate in esilio sotto terra con l'avvento dei mezzi di comunicazione di massa.
5. Partecipativo
Fino a vent'anni fa la grande maggioranza del pubblico era soltanto audience e l'unico messaggio che poteva emettere si riduceva a una scelta binaria: ascolto/non ascolto, consumo/non consumo. Oggi abbiamo a disposizione diversi canali per far conoscere le nostre idee a una platea molto ampia. Certo non basta aprire un blog o una pagina su myspace: si tratta di una competenza che va appresa e affinata. Senza dubbio è un'abilità che fa la differenza in molti ambiti lavorativi, e la farà sempre di più.
Purtroppo, invece di interrogarsi su come formare individui che sappiano maneggiare certi strumenti, si preferisce evocare spettri. Ultimo esempio: la "nuova" ondata di teppismo giovanile - subito definito cyberbullismo - sarebbe partita da Internet, perché la possibilità di filmare le proprie bravate, caricarle su You Tube e "diventare famosi", funzionerebbe da incentivo. Stessa cosa per la pedopornografia e altre mostruosità: tra le righe di inchieste in stile freak show, che accostano fatti e leggende, esperti e ciarlatani, si insinua sempre il dubbio che aprire un sito e attivare una rete di contatti sia troppo facile. Come dire che i circoli neonazisti esistono perché purtroppo, in Italia, incontrarsi e costituire un'associazione è un gioco da ragazzi. Così la diffusione libera e trasversale di contenuti diventa di per sé un fenomeno da contenere, ridurre, gestire. Salvo poi lamentarsi, alla prima occasione, del consumismo passivo di certi adolescenti.
6. Globale
Le nuove tecnologie ci permettono di interagire in qualsiasi momento con persone e situazioni, a prescindere dalla collocazione geografica. In Italia, il più delle volte, questa constatazione serve a brandire la minaccia di un'omologazione culturale sempre più forte. Il rischio esiste, senz'altro, ma perché non puntare lo sguardo anche su altri scenari, ad esempio l'eventualità, nient'affatto remota, che questa situazione faccia aumentare la diversità culturale, come risposta al crescente bisogno di uscire dal provincialismo e di costruirsi un'identità sempre più ricca e sempre nuova?
7. Generazionale
Tra "nativi" e "immigrati" dell'era digitale e partecipativa ci sono attitudini molto differenti, approcci diversi agli stessi media. Questo non significa che le comunità non possano confrontarsi ed educarsi a vicenda. Troppo spesso si preferisce erigere steccati, insistere su stereotipi come "i giovani sono tutti smanettoni" oppure "i giovani chattano e basta" e via discorrendo. Si prende atto che per molti aspetti il passaggio di conoscenze ed esperienze da una generazione all'altra è saltato, dunque andrà tutto in malora, e comunque "non c'è più niente da fare".
8. Ineguale
Quando in Italia si parla di "digital divide" lo si fa sempre in termini tecnologici. Bisogna mettere i computer (e l'informatica) nelle scuole, bisogna portare la banda larga ovunque, bisogna accendere hot spot per la connessione wireless, e via dicendo. Fatto questo, il baratro digitale sarà colmato. Come dire che l'analfabetismo è una questione di diottrie. Alcune persone non sanno leggere perché gli occhi non gli funzionano bene. Attivando un programma di "occhiali per tutti", il problema sarà debellato. Purtroppo, l'analfabetismo non si sconfigge nemmeno insegnando l'ABC, così come il "digital divide" non si elimina con i computer o la banda larga e nemmeno insegnando a usare linguaggi di programmazione e HTML.
Certo, se uno ha due gradi di vista, prima di insegnargli a leggere dovrò dargli gli occhiali. Certo, se uno non riconosce le lettere, deve imparare l'ABC. Ma poi leggere e scrivere implicano una serie di competenze più raffinate, così come far parte di una cultura partecipativa non è solo poter navigare a 10 mega al secondo.
Il punto non sono le abilità cognitive. Un quindicenne apre un programma qualsiasi, inizia a esplorarlo senza istruzioni e dopo qualche giorno lo padroneggia. Suo nonno non è in grado di maneggiare uno stereo diverso da quello che ha in casa e per usare la posta elettronica impiega una settimana di titanici sforzi.
Il vero problema è che a parità di mezzi e di capacità tecniche, adolescenti diversi si rapportano alla Rete secondo modalità molto diverse, tali da collocarli su versanti opposti di un crinale sociale molto discriminante.
La proverbiale facilità con la quale i ragazzini utilizzano i nuovi media fa credere a molti adulti che sia sufficiente fornire loro la tecnologia giusta per trasformarli in cittadini della nuova società digitale. In un recente intervento per la MacArthur Foundation, Jenkins ha criticato proprio questo approccio "liberista", dove la fede nel laissez faire non fa che moltiplicare le ineguaglianze.
Il mito dell'adolescente in simbiosi con le macchine nasconde una realtà variegata, dove moltissimi ragazzini che hanno il computer, la posta elettronica e un software per scaricare musica, non sanno usare un motore di ricerca per trovare informazioni, notizie, prodotti. Altri lo sanno usare ma non sono in grado di selezionare, tra le tante risposte, quella che davvero gli serve, e così desistono prima di aver trovato davvero quello che cercavano. Altri ancora trovano ma non sanno di preciso cosa (un conto è copiare un articolo di Wikipedia, un altro è capire che cos'è quella fonte, come funziona, cosa implica).
Jenkins individua tre problemi nell'idea che gli adolescenti, usando Internet, sviluppino da soli le competenze di cui hanno bisogno, così come da soli diventano campioni di videogame o utenti di YouTube.
Il primo è un problema di partecipazione: non basta aprire una porta perché le persone entrino. Per molti la Rete è uno spazio importante, un'esperienza ricca di stimoli, un mezzo da usare in maniera attiva; per altri resta un ambito residuale, poco noto, limitato, da consumare in modo passivo e senza interazioni significative.
Il secondo è un problema di trasparenza, che si pone già per i media tradizionali. Una qualsiasi notizia di solito è opaca rispetto a una serie di caratteristiche cruciali: chi la diffonde, per quale pubblico, per quale committente, con quali interessi, su quale sfondo ideologico. Allo stesso modo, un articolo di Wikipedia non ci dice nulla sul sapere diffuso e l'intelligenza collettiva, così come una canzone scaricata in maniera illegale non ci interroga sui temi del diritto d'autore, il ruolo dell'artista, la diffusione della cultura.
Il terzo è un problema etico, come evidenzia il cyberbullismo di cui si parlava prima. Pochi osservano che il problema non è YouTube o le potenzialità della Rete, ma il fatto che ancora non abbiamo sviluppato una percezione etica chiara di quale sia la differenza tra fare uno scherzo a un compagno di classe; fare uno scherzo e filmarlo; fare uno scherzo, filmarlo e renderlo fruibile da chiunque.
Cultura Convergente non si occupa di tematiche educative, ma è comunque evidente in molte pagine lo stimolo ad elaborare e diffondere un nuovo modello di alfabetizzazione mediatica. Ecco la quarta ragione che rende molto importante l'edizione italiana di questo lavoro.
Nel nostro paese, inutile dirlo, i pochi programmi attivati su larga scala riguardano la sicurezza. Si cerca di istruire i ragazzi a difendere la propria privacy, a evitare truffe, a filtrare comunicazioni e pubblicità indesiderate, a reagire in caso di soprusi, tentativi di adescamento, raggiri. Inoltre, si fa informazione rispetto ai reati che potrebbero commettere con pratiche largamente diffuse: download di contenuti protetti, condivisione di file, pubblicazione di filmati.
Nessuno sembra capace di attivare un confronto sulle "competenze digitali" che sempre più determinano la formazione sociale, culturale e professionale degli individui. L'Età della Partecipazione, inaugurata dalla Rete, è carica di promesse: cittadinanza attiva, consumo consapevole, creatività diffusa, intelligenza collettiva, saperi condivisi, scambio di conoscenze. Tuttavia, se ci si aspetta di vederla sorgere all'orizzonte come un'alba scontata e inevitabile, si finirà per trasformarla nel suo contrario, producendo una nuova, vasta massa di esclusi.
* Wu Ming 2 e Wu Ming 1, luglio 2007
- Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano, traduzione di Vincenzo Susca e Maddalena Papacchioli, ISBN 978-88-503-2629-7, € 22 http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/culturaconvergente.htm
Mercenari a giudizio a Bari, mercenari impuniti a Baghdad
Due notizie sullo stesso tema, ma di segno diverso, arrivano rispettivamente da Baghdad e da Bari. A Baghdad l'occupante impone gli assassini della Blackwater al governo sovrano iracheno, a Bari a giudizio i mercenari italiani.
La procura della Repubblica di Bari ha deciso il rinvio a giudizio per Salvatore Stefio e Giampiero Spinelli con l'accusa di «arruolamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero», art. 288 del codice penale, che prevede una condanna da 3 a 6 anni di reclusione. Giova ricordare che, per il dizionario della lingua italiana De Mauro, "chi esercita il mestiere delle armi per professione al servizio di uno stato straniero o di gruppi politici" è definito "mercenario". Salvatore Stefio stesso è uno dei quattro italiani sequestrati in Iraq nel 2004 e liberati con un blitz dopo che uno di loro, Fabrizio Quattrocchi fu assassinato. Intorno a quel caso si alzò una cortina di fumo ideologica tesa a legittimare tanto i mercenari come l'occupazione. I quattro vennero definiti a metà strada tra "emigranti con la valigia di cartone" ed "eroi per la liberazione del popolo iracheno dalla tirannide saddamita". La triste, ma purtroppo prevedibile, fine di Quattrocchi fu volgarmente strumentalizzata e ancora ieri alcuni giornali (fingendo di ignorare il codice penale) stigmatizzavano la notizia del rinvio a giudizio come una "vendetta della magistratura rossa contro il morto (sic!)".
Ma in un paese civile come l'Italia, dove l'azione penale è obbligatoria, quel rinvio a giudizio arriva con tre anni di ritardo. Per le leggi italiane, offrire servizi di "commandos, controterrorismo, controguerriglia e controsorveglianza (ovvero il tradimento di chi si è pagati per proteggere)" quali quelli che dichiaratamente offre la Presidium, la società che arruolò in Italia i quattro, è un reato penale e come tale va giudicato. E' un processo che va seguito con interesse, quello di Bari. Al di là del polverone, che impedisce finanche di dare pane al pane e mercenario al mercenario, stabilirà se il paese che vogliamo è un paese dove una campagna mediatica può trasformare un reato in atto di eroismo e se è davvero lecita (culturalmente prima che penalmente) l'idea di permettere l'arruolamento di eserciti di ventura in uno stato di diritto.
Intanto, un altro paese, che presume di sé d'essere il faro della civiltà, gli Stati Uniti, dove fare il mercenario è non solo legale ma eccellentemente retribuito, impone ad un terzo paese, l'Iraq, di continuare a lasciar lavorare i mercenari della Blackwater. Sono quelli dal grilletto più facile, che due settimane fa massacrarono in strada undici civili iracheni (28 secondo altre fonti). Mentre la Blackwater continua a sostenere la tesi dell'imboscata, molti testimoni concordano nel definire il massacro deliberato e senza alcun motivo. Lo conferma un alto ufficiale del Pentagono, citato in forma anonima dal Washington Post: quel massacro fu talmente efferato da potersi considerare "un incubo, che potrebbe rivelarsi peggiore di Abu Grajib".
Dopo quell'ennesimo massacro,il governo iracheno, che ci hanno spiegato essere oramai sovrano da tempo, aveva sovranamente deciso di ritirare la licenza alla Blackwater. Oggi il sovrano governo iracheno è stato costretto dall'occupante a rimangiarsi la decisione, almeno fino alla conclusione di un'inchiesta, ovviamente statunitense, che sta già scegliendo uno o due caporali (i Mario Lozano di turno) da incolpare di tutto. É che la presenza della Blackwater, la più grande e violenta delle compagnie di mercenari (in totale almeno 130.000, un esercito, alcune centinaia di civili inermi massacrati) presenti in Iraq, vale un affare da almeno 845 milioni di dollari. Almeno questa è la cifra che il padrone dell'esercito privato (fosse stato somalo o afgano lo avremmo definito "signore della guerra"), il fondamentalista protestante Erik Prince, ha incassato finora solo da Dipartimento di Stato e Pentagono.
La ripresa delle attività della Blackwater non è solo un rischio intollerabile (uno in più) per il popolo iracheno, ma è la conferma dello status pienamente coloniale dell'Iraq attuale. Un tempo i colonizzatori misuravano il loro dominio proprio sulla capacità di monopolizzare l'uso della forza. Oggi la danno in conto terzi, come fosse un subappalto di tomaie o suole di scarpe, in una sorta di incubo "neoliberista militare" nel quale i media mainstream pretendono di convincerci che gli "assassini al soldo" siano degli eroi.http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/mercenari-a-giudizio-a-bari-mercenari-impuniti-a-baghdad-1348.asp
Siria: gli sviluppi dell’attacco aereo israeliano e le speculazioni sul nucleare
Tre settimane dopo l’attacco dei caccia israeliani in territorio siriano (Cfr. Weekly Analyses 34/2007) sono arrivate le prime ammissioni ufficiali da parte di Gerusalemme
Durante un’intervista televisiva, infatti, il leader del Likud Benjamin Netanyahu si è complimentato con Olmert per l’operazione, aggiungendo di esserne al corrente già prima che avvenisse. Da fonti di intelligence statunitensi e israeliane sono giunte anche le prime considerazioni sui reali obiettivi dell’attacco, insistendo sulla possibilità di un piano nucleare messo in atto da Damasco con l’aiuto della Corea del Nord.
Alcune fonti riportano che l’obiettivo fosse un sito nucleare nella zona settentrionale del Paese, al confine con la Turchia. I sospetti su Pyongyang sono motivati essenzialmente da due fattori: per prima cosa l’intelligence statunitense, in collaborazione con i servizi segreti israeliani, avrebbe notato già durante l’estate la presenza di ufficiali coreani in Siria, proprio nel momento in cui la Corea del Nord stava discutendo il piano per lo smantellamento della propria tecnologia nucleare. In secondo luogo l’attacco aereo dell’IAF è collegato all’arrivo di una nave battente bandiera coreana nel porto siriano di Tartus, solo tre giorni prima dell’operazione; secondo fonti israeliane si sarebbe trattato proprio di materiale nucleare. Ufficialmente la nave trasportava cemento, ma altre fonti riferiscono che potrebbe aver trasportato anche dei missili. Rimane sempre la possibilità che l’attracco della nave e l’attacco aereo siano stati una semplice coincidenza. Pyongyang e Damasco hanno negato la collaborazione sullo sviluppo di un piano nucleare, rigettando le accuse come una “cospirazione” statunitense.
In alcuni ambienti israeliani è stato coinvolto anche l’Iran, come possibile sponsor di programmi per l’arricchimento dell’uranio in Siria. E proprio l’Iran potrebbe essere il destinatario del messaggio di Gerusalemme: Israele potrebbe aver voluto dimostrare di essere pronta ad attaccare siti nucleari in territorio straniero, anche senza preavviso (al contrario di quanto accadde nel 1981 con la distruzione di un reattore nucleare in Iraq). A tal proposito molte fonti parlano di un coinvolgimento nell’operazione di forze terrestri, impiegate direttamente nel Nord della Siria, dove avrebbe dovuto essere il bersaglio. Anche la Siria avrebbe richiamato i riservisti per prepararsi ad una risposta militare, eventualità che non è del tutto scongiurata. Alla base della non ammissione iniziale da parte di Gerusalemme vi sarebbe stato proprio il rischio di scatenare reazioni che avrebbero potuto forzare la mano alla Siria e portare ad un conflitto armato.
Stefano Torelli
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30413
CINA
L’influenza aviaria può passare dalla madre gestante al bambino
Ricerche dell’università di Pechino hanno trovato contagiato un feto di 4 mesi, morto insieme alla madre. Importanti conferme alla c.d. “tempesta di citochine”: il morbo superstimola le nostre difese immunitarie che finiscono per danneggiare noi stessi. E’ molto simile a quanto fa la Sars.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il virus dell’influenza aviaria può passare attraverso la placenta per infettare il feto. Infatti non colpisce solo i polmoni, ma passa per l’intero corpo, per il tratto gastrointestinale, cervello, fegato e cellule del sangue. L’importante scoperta è di un gruppo di studio presso il Centro per le malattie infettive dell’università di Pechino, diretto dal dott. Ian Lipkin dell’università Columbia a New York.
La ricerca ha esaminato i tessuti di due vittime del virus, una donna incinta di 24 anni e un uomo di 35 anni. Con la madre è morto anche il feto di 4 mesi, che aveva anche contratto il morbo. Finora non era stato ipotizzato che il virus potesse attraversare la placenta e colpire il feto.
Il ricercatore Jiang Gu spiega che il virus è stato trovato anche nel cervello, nella placenta, nell’intestino e nelle cellule del sistema immunitario di sangue e fegato.
La scoperta conferma la teoria della cosiddetta tempesta di citochine. Le citochine sono proteine emesse dagli anticorpi per combattere un virus che ha invaso il corpo. Ma se il sistema immunitario è iperstimolato, può emetterne una vera “tempesta”, causando danni rilevanti ai tessuti. Ricercatori di Hong Kong hanno già riscontrato dal 2005 che 24 ore dopo l’infezione con l’H5N1 le cellule dei polmoni contengono 10 volte più citochine rispetto a quanto avviene per la normale influenza. Questo può spiegare l’alto numero di decessi (oltre il 60%): è il nostro sistema immunitario che ci uccide, piuttosto che il virus da solo. Ciò sarebbe molto simile a quanto è avvenuto per i pazienti infettati dalla Sars.
Peraltro la nuova ricerca ha riscontrato che il virus ha anche danneggiato cellule immunitarie, cosa che suggerisce che non si limita a iperstimolare il sistema immunitario, ma anche danneggia altri meccanismi del corpo. Precedenti studi hanno provato che il virus riesce anche a sopprimere le difese immunitarie.
Il virus ha ucciso 200 delle 328 persone contagiate dalla fine del 2003, ma gli esperti temono sempre che possa mutare, diventando trasmissibile in via diretta tra esseri umani e causando così una pandemia che colpirebbe milioni di persone.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10431&size=A
“Visto? Aprire la democrazia ai partiti islamici non è pericoloso”
Il politologo Driss Lagrini intervistato da Amara Lakhous
Secondo Driss Lagrini, professore di politica presso la facoltà di diritto dell’Università di Marrakech, esistono analogie tra il partito islamico Pjd (“che non suscita timori in Marocco”), e l’omonimo partito turco, Akp, al governo ad Ankara: “Tuttavia - aggiunge - non credo che si possa estendere il modello turco ai paesi arabi, perché non c’è democrazia reale, e perché le formazioni politiche non hanno ancora raggiunto la maturità nei programmi che propongono”. Lagrini segnala comunque un aspetto positivo: “In ogni modo il risultato ottenuto dal Pjd smentisce la tesi secondo cui organizzare elezioni regolari e trasparenti con la partecipazione dei partiti islamici è pericoloso perché spalanca le porte del potere agli islamismi, come è accaduto in Algeria nel 1991”.
Professor Lagrini, secondo lei il basso tasso di partecipazione alle elezioni marocchine rappresenta una forma di protesta?
La partecipazione del 37% dei marocchini ha superato tutte le previsioni negative. La grande campagna dei mass media per convincere la gente ad andare a votare non ha prodotto gli effetti voluti, su 15.5 milioni solo 5.7 milioni hanno risposto positivamente. Bisogna ricordare che il tasso di partecipazione alle elezioni legislative ha subito un crollo preoccupante: 62.75% nel 1993, 58.30% nel 1997 e 52% nel 2002. La partecipazione politica è un pilastro del sistema democratico. L’astensionismo è dovuto alle pratiche sociali e politiche che ha conosciuto il Marocco nella sua storia, la gente preferisce stare alla larga della politica. È vero che il rifiuto di votare è una reazione all’operato dei partiti che, associati ai vari governi dal 1998, non hanno rispettato gli impegni presi con gli elettori. Ci sono forze (partiti, organizzazioni della società civile, intellettuali, giornalisti) che accusano i cittadini di sprecare una preziosa opportunità per cambiare la realtà.
Chi deve rispondere per questo status quo?
Penso che lo Stato abbia delle responsabilità. Insomma, nel passato la gente aveva paura di fare politica perché appartenere ad un partito era considerato un reato. È molto noto il ruolo negativo degli apparati dello Stato nei brogli elettorali, nell’indebolimento e nell’implosione dei partiti. Per questo abbiamo raggiunto la quota di 33 partiti. Dall’altro canto, i partiti non sono estranei alla situazione. La loro presenza è legata soltanto alle elezioni e non hanno garantito la democrazia interna tra i propri membri, rafforzando così l’immagine del deputato che bada solo ai propri interessi. Bisogna prendere sul serio il fenomeno dell’astensionismo, evitando paragoni sbagliati con i paesi occidentali che registrano una bassa partecipazione al voto. La loro democrazia è matura e consolidata mentre la nostra è alle prime armi. Assistiamo in alcuni paesi occidentali ad una ‘sazietà politica’ perché la pratica democratica è molto diffusa e la vita economica è soddisfacente.
Le elezioni in Marocco hanno posto il problema dei partiti come ‘comparse’ nel mondo arabo, cosa bisogna fare per venirne fuori?
Negli ultimi anni, molti paesi dell’Europa dell’Est e dell’America latina hanno scelto la democrazia come strumento di governo, realizzando seri cambiamenti. I paesi arabi, invece, si sono accontentati di ‘riforme’parziali e lente che non rispondono alle ambizioni dei loro popoli. Anzi alcune riforme come le consultazioni sono solo propaganda per lucidare l’immagine dei regimi all’estero, e questo è avvenuto grazie anche al concorso ignaro o consapevole dei partiti politici. Ad esempio, i partiti marocchini che fanno parte del governo non hanno potere su alcuni importanti ministeri come quelli degli interni o degli esteri. Ci sono istituzioni che dipendono direttamente dal Re.
Il partito della giustizia e lo sviluppo (Pjd) non ha ottenuto i 70 seggi pronosticati dai sondaggi pre-elettorali. Come spiega questo fallimento parziale?
È vero, le previsioni lo davano come il primo vincitore perché nelle elezioni del 2002 si è presentato solo in 51 collegi, conquistando 42 seggi. In queste elezioni invece, ha partecipato in 94 collegi ottenendo 46 seggi. Nella scorsa legislatura, i deputati del partito della giustizia e lo sviluppo hanno operato con serietà, assistendo costantemente ai lavori del parlamento. Il fatto di non partecipare al governo uscente e stare fra i banchi dell’opposizione è stato importante per avere consensi. In ogni modo il risultato ottenuto da questo partito smentisce la tesi secondo cui organizzare elezioni regolari e trasparenti con la partecipazione dei partiti islamici è pericoloso perché spalanca le porte del potere agli islamisti come è accaduto in Algeria nel 1991.
Durante la campagna elettorale si è parlato molto del leader del Pjd Saad Eddine el-Othmani come il nuovo Erdogan. Secondo lei era un trucco elettorale o un modo per tranquillizzare quelli che hanno paura degli islamici?
Il Pjd non suscita timori in Marocco. È riuscito a resistere alla difficile situazione creatasi, sul piano nazionale ed internazionale, dopo gli attentati terroristici compiuti negli ultimi anni. C’erano forti tentativi di confondere le formazioni politiche di matrice islamica con l’estremismo e il terrorismo. In ogni caso l’articolo 19 della nostra costituzione sancisce che il Re è il garante della continuità dello Stato. Pertanto non ci sono pericoli per la democrazia in Marocco.
È possibile applicare il modello turco (il Presidente dello Stato e il capo del governo sono islamici) nel mondo arabo?
I movimenti politici islamici in Turchia hanno accumulato importanti esperienze in un contesto laico estremamente difficile. Nonostante le pressioni subite, il partito di Erdogan ha usufruito del sistema democratico e ha fatto tesoro degli errori commessi dal partito Refah (fondato da Necmettin Erbakan e dal quale provenivano molti dei fondatori dell’Akp, ndr). Il partito guidato da Erdogan si è concentrato sulle grandi questioni economiche e sociali, evitando i dibattiti che riguardano il costume come il velo e giurando fedeltà alla laicità dello Stato. Per quanto riguarda il mondo arabo, non credo che si possa estendere il modello turco ai nostri paesi. Ci sono sostanzialmente due cause: non c’è democrazia reale che permetta ai partiti di matrice islamica di conquistare il potere, inoltre queste formazioni politiche non hanno ancora raggiunto la maturità nei programmi che propongono. Questa ultima constatazione non riguarda solamente gli islamici bensì tutti i partiti politici arabi.
resetdoc.org
RISCHIA IL CROLLO LA STORICA MOSCHEA DI OUALATA
La moschea di Oualata (o Walata), la città mauritana classificata nel 1996 Patrimonio mondiale dell'umanità dall'Unesco, è stata danneggiata dalle ultime inondazioni che hanno colpito il paese. Gli effetti delle violente precipitazioni, uniti alle conseguenze della desertificazione della regione, hanno peggiorato le condizioni del luogo di culto risalente al X° secolo. "Le inondazioni e le piogge delle ultime settimane hanno aumentato i rischi di crollo della moschea" ha detto Mohamed Ould Allali, sindaco della città, in occasione di un'esposizione a Nouakchott. L'appello del sindaco è stato raccolto dai suoi colleghi e da numerose associazioni culturali. Oualata è stata la capitale del grande deserto mauritano, crocevia di carovane e punto di riferimento culturale nel VI° secolo. Al pari di altri luoghi della regione è considerata come "esempio eccezionale di struttura destinata a servire le vie commerciali del deserto del Sahara, considerate nel corso dei secoli come sinonimo di contatti culturali, sociali ed economici".
http://www.misna.org/
| Le mire di Londra |
| Petrolio e gas naturale al largo delle Falkland/Malvinas nelle mire della Gran Bretagna. Buenos Aires reclama. |
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Sono passati 25 anni e poco meno di 1000 morti dalla fine della guerra delle Falkland/Malvinas (combattuta fra Gran Bretagna e Argentina) ma fra i due paesi continua imperterrita la polemica sui confini marittimi e sull'ampliamento del controllo della zona a ridosso dell'arcipelago.
La polemica è solo all'inizio. Dure le reazioni da Buenos Aires.
Questa volta non si tratta di combattere per la sovranità nazionale su un lembo di terra ma della richiesta da parte britannica di ampliare il proprio dominio marittimo, portando il controllo da 200 a 350 miglia di distanza dalle coste dell'arcipelago.
Ora la parola dovrebbe passare alla Convencion sul Derechos del Mar de las Naciones Unidas, che dovrà decidere in merito alla questione.
Questione che comunque dovrà essere affrontata entro il 2009, quando tutte le nazioni dovranno presentare all'Onu gli studi effettuati per ampliare le loro piattaforme continentali.
Nel frattempo alcune nazioni, Norvegia, Nuova Zelanda, Australia, Francia, Brasile e Russia, hanno già presentato le proprie proposte alle Nazioni Unite.
Una richiesta che, come era immaginabile, ha scatenato le ire dell'opinione pubblica argentina.
Da Buenos Aires un secco rifiuto. Quando si tratta di dover affrontare il tema delle isole Malvinas gli argentini drizzano le orecchie. Anche questa volta, dopo essere venuti a conoscenza della possibile richiesta britannica, da Buenos Aires non hanno fatto attendere la risposta. Jorge Taiana, ministro de Relaciones Exteriores, ha fatto sapere che l'argomento dovrebbe essere analizzato nella sua completezza. Ad esempio, sottolinea Taiana, quando esiste un disputa territoriale fra due nazioni “una richiesta simile non può essere presa in considerazione e non potrà che essere rifiutata”.
Inoltre, ha ricordato il ministro, se la Gran Bretagna davvero presenta una simile domanda, l'Argentina presenterà una protesta formale davanti agli organi internazionali competenti.
In più il governo argentino ha già fatto sapere che entro breve tempo presenterà un nuovo progetto alla Comision de Limites de la Plataforma Continental dell'Onu, che contiene la richiesta di ampliamento della sua sovranità marittima da 2,7 milioni di chilometri quadrati a 3,7. Insomma lo scontro si farà sempre più duro.
Cosa c'è sotto il mare? Cosa c'è sotto l'acqua dell'oceano di così tanto importante da far chiedere ai britannici un più ampio controllo della piattaforma? La risposta è piuttosto semplice: petrolio e gas naturale, materie che in tempo di crisi energetica farebbero davvero comodo ad un Paese come la Gran Bretagna.
Lo sguardo britannico, però, non si ferma ai lontani orizzonti delle Falkland/Malvinas. Le richieste di Londra, infatti, potranno includere anche la piattaforma continentale che comprende l'isola di Asuncion, a circa 1000 miglia dalle coste africane, e Rockall, anch'essa come le Falkland/Malvinas situata in una zona di disputa territoriale con Danimarca, Islanda e Irlanda. Insomma, in molti e non solo in Argentina, ritengono che la Gran Bretagna abbia dimostrato in questo caso tutta la sua volontà di “ampliare l'impero” e annettere buona parte dell'Atlantico meridionale.
“Ancora una volta Londra pretende di ottenere diritti che non le spettano” ha detto Taiana durante un'intervista. Ma dall'ambasciata britannica nella capitale argentina lasciano intendere che la discussione si è appena aperta e che ci vorrà del tempo per portarla avanti.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8875
«Noi, ridotti al silenzio». La protesta dei militari portoghesi
Pochi diritti, tanti doveri. La battaglia dei soldati portoghesi per riconquistare la libertà.
(Foto ANS Antonio Lima Coelho)
«Rapito. Non c'è altra parola per descrivere la situazione del nostro Vice Presidente David Pereira. Perchè è stato trattenuto contro la sua volontà e contro la legge», aveva dichiarato Antonio Lima Coelho durante una conferenza stampa nel Novembre 2006. Il Sergente maggiore dell’Aeronautica portoghese e pPresidente dell’Associação Nacional de Sargentos (ANSns), si riferiva al caso di un militare imprigionato per aver parlato alla stampa. riguardo il collega detenuto alla conferenza stampa nell’ufficio di ANS a Lisbona il 30 Novembre 2006. Sì, perché in Portogallo i soldati non possono parlare alla stampa né chiedere alle proprie associazioni di categoria informazioni su stipendi e promozioni.
I generali portoghesi non scherzano. Il nostro Coelho, quasi nove mesi dopo le sue dichiarazioni, è stato detenuto per un giorno, il 24 Agosto 2007. «Sono stato chiuso in una stanza. Ho letto i giornali, scritto, e preparato le carte per la mia uscita. Ho ripetuto alla stampa ciò che avevo già dichiarato al Generale la notte precedente. Io non sono colpevole per le ragioni per cui sono stato arrestato. Ma continuerei comunque a fare il mio lavoro di militare».
In servizio dal 1978 Coelho ha dovuto fronteggiare cinque procedure disciplinari militari. E cinquanta casi simili sono accaduti negli ultimi 2 anni.
Obiettivo disciplina
Il 29 Agosto 2001 il Governo portoghese all' unanimità aveva votato in Parlamento una legge organica che garantisse ai soldati professionisti il ‘diritto all’associazione’. «Ma la legge è rimasta lettera morta», fa notare Coelho. Paradossalmente gli ufficiali e i sergenti in servizio – come anche il personale in congedo indipendente dall’esercito – non sono liberi di collaborare o partecipare nei discorsi, nei workshops e nelle dimostrazioni. Il problema venne già alla luce nel 1988 quando i sergenti iniziarono a discutere riguardo il bisogno di scegliere un altro organismo per l'assistenza sanitaria e sociale. Una recente legislazione nel mese di agosto 2007 ha riaperto il confuso dibattito e peggiorato le condizioni, per esempio limitando il numero di persone che possono essere elette come membri del consiglio militare.
Le associazioni e i sindacati militari sono affermati in nazioni come Olanda, Danimarca, Belgio, Irlanda e Germania. «Il loro senso del dovere o della disciplina non sono compromessi, ma aumentati!» esclama Coelho. «I leader militari sostengono che tali azioni mettono in pericolo la disciplina delle forze armate. Ma questo non significa che se io sono il presidente di un associazione allora devo diventare un soldato indisciplinato! Al contrario far parte di un’associazione aumenta il mio livello di responsabilità. Stiamo creando, invece, una situazione ancora più pericolosa punendo i subordinati per nulla».
Cultura mediterranea
La maggiorparte dei soldati è confinata nelle sue barricate come punizione – anche attraverso il confine iberico. «È strano», dice Emmanuel Jacob, Segretario generale dell’Organizzazione Europea delle Associazioni Militari (Euromil), l’unica federazione europea che raccoglie insieme 22 nazioni e le loro associazioni. Il suo collega Jorge Bravo Alvarez, 47 anni, Presidente dell’Associazione Militare Spagnola (Aume), è stato imprigionato il 25 Gennaio 2007 dopo aver rilasciato una dichiarazione al meeting della Polizia Civile Spagnola a Madrid riguardo l'incidente di un'elicottero in Afghanistan, dove 17 dei suoi concittadini persero la vita. «È stato trattato come un prigioniero pericoloso», esclama Jacob. «Le condizioni erano terribili – niente televisione, né accesso a Internet o a libri. Nonostante ciò era ottimista, e desiderava continuare la lotta.»
Anche in Italia si dibatte sul diritto di associazione. «Forse è un problema delle culture latine», argomenta Jacob, «i Governi temono che una volta che i soldati abbiano ottenuto dei diritti, perdano la loro disciplina.» Coelho fa riferimento alla storia per spiegare il fenomeno. «Il Portogallo è stato governato da una pesante dittatura appoggiata dall’esercito. I ranghi inferiori avrebbero potuto democratizzare anche le forze armate approfittando della rivoluzione del 1974, ma continuano a negare ai soldati la libertà di espressione».
Europa? No grazie
 «Noi intendiamo avvicinarci alle autorità in maniera propositiva», afferma Jacob, che riporta anche che la Commissione Ue ha sostenuto che «non è realmente convinta e non può dare priorità al problema. In realtà se ne dovranno pur occupare». Brian Durnin, invece, dallo staff militare Ue, bolla il problema come «una questione interna agli Stati membri»
La visione di Coelho sulle circa 2mila truppe portoghesi attualmente stazionate in Afghanistan, Libano, Bosnia, Kosovo, le ex colonie portoghesi in Africa e a Timor Est, è semplice. «Loro possono esprimersi perché sono stanziati come forze internazionali. Perché ciò non dovrebbe applicarsi in patria?» Euromil intanto continua la sua azione di lobbying e attende riscontri in seguito a una serie di appuntamenti con il Ministro della Difesa portoghese a inizio settembre.
Sempre sul fronte interno i rappresentanti del Partito Socialista (al governo) e quelli del Partito Social Democratico (all'opposizione) si rifiutano di incontrare le delegazioni parlamentari schierate a favore dei diritti dei militari. Gli attuali vertici dell'Ue hanno preferito non commentare il caso.
Foto nel testo: (ANS Antonio Lima Coelho)
La Casa Bianca e’ sparita, ma in compenso e’ comparsa la Statua della Liberta’: chi non sa in quale citta’ si trovi, non puo’ diventare cittadino degli Stati Uniti. L’amministrazione Bush ha presentato il nuovo test da superare per diventare americani, accolto da qualche ironia, molte proteste da parte delle organizzazioni che assistono gli immigrati, ma anche apprezzamento tra gli storici. […]
Una nuova serie di 100 domande - fino a ora erano 96 - dovranno d’ora in poi essere studiate da parte di chi si prepara a sostenere il test d’ammissione per la cittadinanza, nel corso del quale dovranno rispondere a 10 di esse. La differenza sostanziale e’ che sono assai meno le domande che richiedono risposte nette e basate su fatti, mentre sono cresciute quelle che richiedono un minimo di ragionamento. E, affermano i promotori, un po’ piu’ di studio della storia e della cultura degli Stati Uniti.
Non vengono quindi piu’ chiesti i nomi del 49mo e 50mo stato entrati a far parte dell’Unione e non c’e’ piu’ la domanda su quale sia ‘’il paese contro il quale abbiamo combattuto durante la Rivoluzione'’ (la Gran Bretagna). Nello stesso tempo, pero’, gli immigrati dovranno spiegare perche’ i coloni combattevano i britannici, oppure dare un’idea generale su cosa significhi vivere in uno ‘’stato di diritto'’.
Dal test esce Francis Scott Key, l’autore dell’inno nazionale, ma entra Nancy Pelosi, il cui nome dovra’ d’ora in poi essere conosciuto dagli immigrati che si vedranno chiedere chi sia l’attuale Speaker della Camera. Alcune domande sembrano provocare poche difficolta’: non dovrebbero essere molti gli aspiranti americani che non sanno ‘’quale evento di grande portata e’ avvenuto l’11 settembre 2001′’. Ma con ogni probabilita’ saranno assai di piu’ quelli che non sapranno rispondere alla domanda che chiede di indicare il nome di un autore dei Federalist Papers, una serie di articoli che posero le basi per la ratifica della Costituzione americana.
Proprio quest’ultima domanda e’ stata usata come esempio da varie organizzazioni di ispanici o asiatici, che sostengono ci sia un progetto politico dietro le nuove 100 domande. Alcuni repubblicani conservatori avevano spinto per l’introduzione dei Federalist Papers nel test e c’e’ chi vi legge un desiderio di rendere sempre piu’ difficile l’accesso alla cittadinanza per gli immigrati.
Accuse respinte dall’amministrazione Bush. ‘’E’ un test per la naturalizzazione - ha detto Emilio Gonzalez, direttore dell’ agenzia federale per l’immigrazione - che rivela in modo genuino la conoscenza da parte di chi lo esegue di cio’ che si appresta ad essere, cioe’ un cittadino degli Stati Uniti. Non e’ piu’ un test su quante stelle o quante strisce ci sono sulla bandiera, ma sulle cose che fanno dell’America cio’ che realmente e”’.
Gli attivisti pro-immigrati lamentano che il test arrivi come nuova barriera in uno scenario dominato da un intenso dibattito sull’immigrazione e da un aumento del 69% della tassa necessaria per far domanda di cittadinanza (costa oggi 675 dollari). http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/29/test-per-diventare-americani-dove-la-statua-della-liberta/#more-374
USA e pena di morte : legali e reporter denunciano gravi ingiustizie
di Rico Guillermo*
Errori clamorosi e sistematici, squilibri razziali ed economici e la superficialita' dei processi con cui si perviene alle condanne a morte stanno mettendo sotto accusa il sistema di pena capitale statunitense.
Secondo un nuovo studio a cura dell'associazione americana dei legali, ad esempio, il sistema di pena capitale dell'Ohio e' così difettoso che dovrebbe essere sospeso mentre lo Stato conduce una revisione completa sulla sua imparzialita' e precisione. Gli studi, intrapresi da un comitato di 10 avvocati dell'Ohio - alcuni dei quali docenti universitari di legge - nominati dall'ABA, hanno messo in evidenza che la pena di morte e' soggetta a squilibri razziali e geografici e che risponde soltanto a quattro delle 93 raccomandazioni dell'Associazione americana dei legali sulle garanzie di un giusto sistema di pena capitale.
I giuristi hanno sottolineato che "Senza riguardo al punto di vista dell'etica della pena di morte", la pena capitale dovrebbe essere comminata solo dopo aver fornito un processo giusto agli imputati ed ai condannati nel braccio della morte ed aver eseguito indagini accurate, il che non avviene in Ohio. Fra l'altro, quello Stato non protegge dalla condanna a morte gli accusati con problemi mentali gravi, ma solo quelli con un ritardo mentale.
I legali non si sono limitati alle critiche, ma hanno fatto anche delle proposte. Per garantire che i condannati possano dimostrare la propria innocenza, dicono, occorre conservare correttamente le prove biologiche dopo la carcerazione, registrare le deposizioni nei casi potenzialmente capitali ed eseguire le procedure previste dai programmi che proteggono dall'identificazione errata da parte del testimone oculare. Lo Stato dovrebbe anche accertarsi che tutti i condannati alla pena di morte poveri ricevano avvocati competenti, cosa che non avviene oggi.
Analizzando le condanne a morte in Ohio fra il 1981 e il 2000, si e' visto che gli assassini di bianchi hanno 3.8 volte maggiori probabilita' di ricevere una condanna a morte di coloro che uccidono neri. Inoltre vi e' disparita' nella probabilita' di condanna a morte fra diverse contee (anche 6 a 1). I giuristi hanno anche criticato una politica attuale dello Stato che permette ai giornalisti ed al pubblico di avvalersi della legge sull'informazione per accedere ai documenti processuali e non consente invece all'imputato di poter fare lo stesso per dimostrare la propria innocenza.
Alla luce di queste osservazioni, il rapporto suggerisce che il governatore Ted Strickland attui una moratoria e nel frattempo nomini una commissione che riveda i casi di innocenza effettiva. Inoltre invita i parlamentari dell'Ohio a stanziare piu' fondi per la difesa, sia in ordine ai compensi ai legali, sia per permettere a questi di pagare periti e investigatori. Un portavoce del governo Strickland ha detto che sta esaminando il rapporto e le relative raccomandazioni.
Risultati analoghi alla ricerca dell'Ohio sono emersi in Georgia dall'indagine di una squadra di giornalisti del giornale Costituzione di Atlanta che e' stata denominata "Una questione di vita o di morte". I reporter hanno passato in rassegna i casi di omicidio della Georgia fra il 1995 e il 2004 ed hanno trovato che in molti di essi la sentenza finale e' stata influenzata piu' da circostanze irrilevanti quali il cotesto geografico, la politica personale del procuratore o la razza della vittima, pittosto che da aspetti piu' importanti, quali la natura del crimine e la sua brutalita'.
I giornalisti hanno sottolineato che, poiche' la pena di morte e' una sanzione definitiva, dovrebbe essere imposta soltanto nei casi in cui la colpevolezza della persona e' accertata in modo assoluto e non dovrebbe essere influenzata dai pregiudizi umani, mentre la pena di morte comminata nella Georgia non risponde a questi standard minimi.
Ad esempio, i procuratori distrettuali delle contee di Atlanta offrono in genere agli imputati di crimini capitali l'opzione di dichiararsi colpevoli per evitare la condanna a morte, affrontando pero' la condanna a vita senza speranza di parola. La razza, poi, ha svolto un ruolo nella gestione della giustizia in Georgia fin dalla sua nascita. Secondo un'analisi statistica effettuata su piu' di mille casi, i procuratori dello Stato chiedono la pena di morte il doppio delle volte se la vittima e' bianca che se fosse nera. Nella categoria degli omicidi durante una rapina a mano armata, gli imputati rischiano sei volte di piu' la condanna a morte se la vittima e' bianca.
Peraltro, vari magistrati appartenuti alla Corte Suprema della Georgia - che ha la responsabilita' di controllare le condanne a morte per accertare che la pena venga applicata uniformemente per tutto lo Stato - ammettono apertamente che le loro "revisioni di proporzionalita'" sono state spesso inesatte.
Fra i casi tristemente famosi in Georgia, quello di Troy Anthony Davis, un nero condannato nel 1991 per l'uccisione di un agente di polizia e da allora nel braccio della morte. La sua condanna e' stata basata esclusivamente su testimonianze oculari poi ritrattate o screditate, e non vi era alcuna prova fisica. Il suo caso e' emblematico di quelli in cui non e' usata la prova del DNA ma solo testimonianze, ma poi si scopre che il crimine non era stato commesso dal condannato.
L'esecuzione di Davis e' stata fermata poche ore prima ed e' stato stabilito un tempo di 90 giorni in cui l'Ufficio per la grazia e la parola riesaminera' il caso alla luce dei nuovi sviluppi, ma chissa' per quanti altri condannati non e' stato lo stesso.
* si ringrazia Claudio Giusti
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 29 2007
Manovra a tenaglia
di Marco Travaglio
Finalmente, dopo quattro mesi di pasticci, rinvii e bugie, la politica ha pronunciato una parola chiara sulle intercettazioni Unipol, Antonveneta e Rcs. La giunta dalla Camera ha detto sì al gip Forleo che il 20 luglio aveva chiesto l’autorizzazione a usare le telefonate tra i furbetti intercettati e indagati, e due parlamentari non intercettati né indagati (il ds Fassino e il forzista Cicu, che si son detti entrambi “d’accordo” sul via libera ai giudici). Favorevoli tutti i gruppi, tranne lo Sdi e FI. Per D’Alema, all’epoca dei fatti deputato europeo, la giunta s’è dichiarata incompetente e ha rinviato gli atti a Milano. Per Latorre, Comincioli e Grillo deve ancora pronunciarsi la giunta del Senato. Tra lunedì e martedì, l’aula della Camera dovrà confermare o smentire il voto della giunta su Fassino e Cicu. Poi toccherà a Palazzo Madama. Intanto i magistrati di Milano decideranno il da farsi per D’Alema: se insistono a interpretare la legge Boato alla lettera, ritenendo che l’autorizzazione spetti alla Camera cui il parlamentare “appartiene”,cioè a Montecitorio (tesi condivisa dal principe dei processualisti, Franco Cordero), è possibile che sollevino un conflitto di attribuzioni contro la Camera dinanzi alla Consulta. In alternativa, possono spedire il dossier alla commissione giuridica del Parlamento europeo (presieduta dal forzista Gargani). Ma prende corpo una terza ipotesi: che si proceda sulle telefonate Consorte-D’Alema, anche con un’eventuale iscrizione del vicepremier per concorso in aggiotaggio, senza chiedere alcun’autorizzazione all’Europa. L’ha scritto lo stesso relatore della pratica, Elias Vacca del Pdci: “L’uso delle telefonate tra D’Alema e Consorte potrebbe non richiedere alcuna autorizzazione”. Per due motivi: l’orribile legge Boato del 2003 che protegge i parlamentari dalle intercettazioni indirette non esiste in Europa (lì l’immunità è “solo quando si vuole intercettare direttamente un parlamentare”); e comunque l’estensione delle guarentigie italiane agli eurodeputati vale solo durante le “sessioni aperte” a Bruxelles o a Strasburgo, mentre nell’estate 2005, al tempo delle scalate,era tutto chiuso. Dunque, come ha ribadito Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, “la Boato riguarda esclusivamente i parlamentari italiani e non si applica ad altre assemblee”. Aggiunge Leopoldo Elia: “La Boato non si applica a D’Alema”, che va “considerato come un cittadino qualsiasi”: se le cose stanno così, “non sarebbe necessaria alcuna autorizzazione” per usare le sue telefonate. Parole chiare, concetti semplici sono i migliori antidoti alla presunta “antipolitica” e alle accuse alla “casta”: il parlamentare è protetto da chi volesse intercettarlo, ma se parla con un privato cittadino indagato e intercettato, nessuna protezione. Bisognerebbe ripeterle continuamente, in tv, sui giornali e su manifesti a caratteri cubitali, queste parole: “Siamo cittadini normali,ci consideriamo innocenti ma vogliamo che siano i giudici, non il nostro foro domestico, a stabilirlo”. Purtroppo le cose non sono così semplici: alcuni strani distinguo emersi in giunta rischiano di ricicciare in aula. Alcuni esponenti del futuro Pd come Mantini e Tenaglia, più zelanrti dello stesso Fassino, han tentato fino all’ultimo di far inserire una clausoletta che limitasse l’uso contro le sole “persone attualmente indagate” (e non contro parlamentari, per indagare i quali la Forleo aveva pure chiesto l’autorizzazione). Ma, come spiega Cordero, questa è un’altra bestemmia giuridica: la Boato prevede l’ok delle Camere per l’uso delle telefonate ”nel procedimento”: decidono i pm, non il Parlamento, chi indagare e chi no, una volta ottenuto il via libera. L’incredibile proposta è stata respinta con perdite, ma il Dl Tenaglia non si dà per vinto e avverte sul Corriere: “Per eventuali iscrizioni di parlamentari, sarà necessaria una nuova richiesta di autorizzazione”. Nel documento votato in giunta non c’è una parola sul punto. Ma l’aggiunge lui, come se i giudici dovessero obbedire alle sue interviste. Se lui o altri dovessero tornare alla carica in aula, anche il limpido voto della giunta ne uscirebbe guastato e si tornerebbe daccapo, ai vecchi sotterfugi. A tutto vantaggio di Forza Italia, che ha votato no per Fassino e persino per il forzista Cicu. Ma solo per uno squisito spirito garantista, s’intende. Il fatto che tra due settimane il Tribunale di Palermo decida sulle imbarazzanti telefonate tra Berlusconi e Cuffaro, è puramente casuale. www.unita.it
Così un marziano capitato in Italia ascoltò Mastella, Dini Di Pietro e Giordano e tornò a precipizio al suo Pianeta rosso

E.R.
26-09-2007
Con un po' d'immaginazione si potrebbe pensare ad un marziano che capiti in Italia nel primo giorno d'autunno. Essendo egli un essere sufficientemente colto e curioso, è da ritenere che osservi la nostra scena politica seguendo parametri analitici razionali. Che cosa lo colpisce, d'acchito? Una piccola ma rumorosa anagrafe: Mastella, Dini, Di Pietro e Giordano. Diligentemente l'ospite astrale prende nota sul suo taccuino di gesti e parole. Ecco Mastella, ministro Guardasigilli. E' tranquillamente seduto al banco del governo nella barocca sala del Senato. Egli segue un confuso dibattito, poi si alza e se ne va e, avvicinato dai giornalisti, dice: "La maggioranza non c'è più, o si chiarisce tutto o si va al voto". Il marziano cerca di capire quel che succede e apprende che tutta quella bagarre di mozioni presentate e poi ritirate, bocciate dal voto, in parte invece votate a grande maggioranza, è dovuta alla nomina di un consigliere d'amministrazione della Rai. Dice a sé stesso: "Credevo si discutesse dell'entrata in guerra del Belpaese, invece si tratta di una poltroncina". Un po' più in là vede un signore dal piglio severo e dall'eloquio sacerdotale. E' Dini che dice: "D'ora in avanti voterò solo quel che mi piace e, sempre, contro quel che vuole la sinistra estrema". Il marziano pensa: "E che c'è di male se un senatore dell'opposizione vota contro la sinistra?". Invece Dini non è – almeno per ora – uno dell'opposizione. Seduto su un divano c'è un tipo piuttosto massiccio e dall'eloquio molisano, con un sorrisetto acidulo sul volto, Di Pietro. Dice: "Grillo ha ragione, l'ho sempre detto anch'io che bisogna cacciare i parlamentari inquisiti". L'ospite astrale pensa che forse quel Grillo evocato deve essere un magistrato a cui fu negata un'autorizzazione a procedere a carico di un senatore mascalzone. Ed esce dal Palazzo sulla cui piazza un nucleo di giornalisti fa corona attorno al quarto personaggio, Giordano capo di Rifondazione il quale spiega: "Tutto il pericolo viene da gruppi e gruppetti moderati, dentro e fuori il Partito democratico".
L'intelligente marziano ci pensa su, poi estrae un misterioso strumento elettronico e digita i nomi dei quattro signori ascoltati per perfezionarne la conoscenza. Ed ecco che cosa vede. Mastella è membro di un tal Partito popolare europeo, oltre che capo di un partito nazionale con due senatori, e in tale veste assiste con Casini ad un discorso di Berlusconi (il capo dei nemici del governo di cui lo stesso fa parte) il quale afferma: "Tra poco torno io al governo". Il marziano resta un po' interdetto e pensa: "Ma costui fa per mestiere fisso il ministro Guardasigilli sia con la sinistra che con la destra?". Ed ecco la biografia di Dini: costui è un ex alto funzionario della Banca d'Italia che entrò in politica dopo una telefonata di D'Alema che gli disse: "Vada avanti, dottore!". E lui diventò presidente del Consiglio al posto di Berlusconi coi voti di tutta la sinistra (estrema e no) per poi aderire, senza farsi troppo notare, al centro-sinistra per il quale ora ricopre la carica di presidente di una commissione parlamentare. E' la volta di Di Pietro, valoroso ex magistrato protagonista della lotta ai mascalzoni tangentisti della prima Repubblica. Ma chi è quel Grillo con cui solidarizza? E' un comico molto popolare e molto chiassoso che ha alzato la bandiera del "Vaffainculo" (termine ignoto nel quarto Pianeta del sistema solare) per proclamare il suo programma: "Sono qui per distruggere tutti i partiti". Il marziano non si capacita: "Ma allora come fa un capo di partito come Di Pietro ad appoggiare chi vuol buttare anche il suo partito nella concimaia?". Infine ecco Giordano. Dice la biografia che ha sostituito l'attuale presidente della Camera alla testa di Rifondazione (la quale detiene, tra l'altro, un ministero di notevole rilievo). Egli ha guadagnato la scena politica schierandosi contro un complesso accordo di misure sociali stipulato tra il suo governo e i sindacati e, addirittura, ha convocato assieme ad altri gruppi, una grande manifestazione contraria mettendo a rischio il patto con le tre Confederazioni dei lavoratori.
A questo punto l'osservatore astrale comincia a dubitare: "O sono scemo io, o è impazzita la memoria dell'archivio elettronico". E decide di salutare il pianeta Terra e tornare tra i canali marziani. Mentre si avvia è attratto da un telegiornale che, in sintesi, dice quanto segue: Dopo la tesa giornata del Senato, ora si guarda alla sorte della Legge Finanziaria, quella che dovrebbe contenere misure di contenimento fiscale, lotta all'evasione, aiuti alle famiglie bisognose e ai giovani precari, compreso il protocollo che abolisce lo scalone pensionistico triennale, riapertura dell'edilizia pubblica per gli sfrattati, nuove liberalizzazioni, benefici per le aziende finalizzati a stabilizzare l'occupazione che, nel frattempo, è cresciuta fino a far toccare il minimo storico alla disoccupazione; inoltre si apprende che il "tesoretto" destinato al risanamento, all'equità e alla crescita è salito a 5 miliardi e 78 milioni contro i 4 miliardi previsti. Sentite quelle parole l'osservatore marziano gira lo sguardo sull'insieme dello stivale italico ed esclama: "No, non sono io il pazzo. Siete voi, cari nipotini degeneri di messer Machiavelli, che invece di occuparvi di cose serie, per la poltrona di un consigliere d'amministrazione buttate tutto all'aria. E pensare che dalle mie parti c'è chi vi invidia come il Pianeta più privilegiato dal Sole e dalle acque". E mentre si avvicina alla sua triste casa ode grida scomposte provenienti dalla Terra. E' Grillo che urla la sua ferrea contrarietà alla pizza capricciosa.
(Il testo che precede non è la solita furbata ironica di Calandrino, è la cronaca fedele di un giorno d'inizio autunno 2007).http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=941
L'opportunità che stiamo perdendo
di Sergio Maistrello
Dalla facile divulgazione del Tg1 di Gianni Riotta a Beppe Grillo che i media li frega da solo, passando per il pruriginoso della censura e le nuove grammatiche del web. Perché il circolo virtuoso della Rete si può inceppare, producendo meno valore del suo potenziale
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Quattro pretesti recenti. Il primo. Il direttore del Tg1 Gianni Riotta, uno che dentro Internet ha maturato esperienze sconosciute alla maggior parte dei giornalisti italiani, sta provando a contaminare le notizie del telegiornale con gli spunti dalla Rete tutte le volte che se ne presenta l'occasione. Il risultato si nota, e non è poco, ma per ora non va molto oltre l'invito alla messaggistica compulsiva ("Scriveteci la vostra opinione") o la divulgazione di bassa lega ("Il video più popolare del momento su YouTube è...").
Il secondo. Il comico Beppe Grillo riempie i palasport e le piazze divulgando argomenti politici complessi e non lesinando mai particolari su quanto Internet gli abbia cambiato la vita. Racconta di aver fregato i media con un blog, ma non c'è una volta che spieghi ai suoi seguaci come nello stesso modo potrebbero fare a meno anche di lui, se lo volessero.
Il terzo. Le grandi testate d'informazione italiane guardano a Internet con curiosità. Morbosa, perlopiù, tant'è che non perdono occasione per raccontarne la cronaca nera più improbabile. Costituiscono un'eccezione le dichiarazioni istituzionali di quanti sentono l'urgenza di regolamentare, vincolare, proibire, restringere, codificare - inutilmente, ma loro non lo sanno. E le improbabili celebrazioni di anniversari che nessuno, dentro alla Rete, festeggia davvero.
Il quarto. Un manipolo di blogger in tutto il mondo sta imparando una nuova grammatica della comunicazione, provando a fare in prima persona molte delle cose per cui fino a poche stagioni fa dipendeva dalla mediazione altrui. I loro tentativi sono sempre più spesso rallentati o confusi da reazionari d'ogni sorta, i quali necessitano di continue misurazioni (quanti siete? quanti scoop avete fatto? quanti politici avete fatto dimettere? quante volte avete modificato l'agenda setting?) per tenere a bada il fenomeno e minarne le intenzioni.
Tutti questi segnali dicono una cosa, soprattutto: che stiamo perdendo un'occasione. Nella corsa alle libertà digitali stiamo perdendo di vista chi queste libertà dovrebbe esercitarle. Da questo punto di vista ciò che sta accadendo in Rete può essere sintetizzato in modo molto semplice: le persone hanno la possibilità di fare in prima persona e di condividere ciò che fanno con chiunque altro al mondo. Non è un invito a sostituire i mediatori tradizionali - i quali, se curano la propria ansia, vivranno ancora a lungo - quanto semmai un'occasione per ripensarci tutti quanti come attori sociali a tutto tondo, domatori di comunicazioni a due vie, amplificatori di messaggi all'interno delle proprie reti sociali, inventori di nuovi punti di vista. Anche mediatori, nella pratica, ma senza l'ambizione delle folle, perché le rivoluzioni copernicane del pensiero umano agiscono nel piccolo e senza fretta.
Internet non inventa nulla, da questo punto di vista. Ci restituisce a noi stessi come animali sociali, ci dona una socialità nuova che se è sconosciuta alle nuove generazioni forse non sorprenderebbe i nostri nonni. La partecipazione ha una via d'andata e una di ritorno, ma la prima, nella maggior parte dei casi, s'è atrofizzata. La Rete riapre quel canale, moltiplica i segnali e ci porta su una dimensione globale dove ogni segnale potenzialmente può entrare in contatto con ogni altro segnale presente o passato.
Ricordo che quando Howard Rheingold nel 1994 parlava di «enorme spostamento di potere» rimanevo perplesso: il grande ipertesto globale ci rende tutti autori e lettori, emittenti e riceventi, d'accordo. Ma è questione di potere? E soprattutto: è poi così enorme? Oggi ne sono convinto, e avverto l’urgenza del tentativo. Stiamo acquisendo potere non perché abbiamo la possibilità di contrastare quello dei centri istituzionalizzati, siano essi testate d'informazione, partiti politici, interessi economici o quant'altro. Non soltanto, almeno. Acquisiamo potere perché ci stiamo riappropriando di una voce pubblica individuale e di sistemi efficaci per farne sintesi ed elaborarla collettivamente. Lo strumento è una tecnologia abilitante - o meglio una serie di tecnologie abilitanti, tutte espressioni delle fondamenta del web - divenuta in poco tempo matura, semplice e accessibile a larghe fette di popolazione mondiale (benché ancora molto si possa fare in questo senso).
Abbiamo lo strumento e abbiamo l'occasione. Manca solo di farlo sapere a quante più persone possibile. E qui qualcosa s'è interrotto, negli ultimi mesi. Un circolo virtuoso inceppato, che gira su se stesso producendo meno valore del suo potenziale. Da un lato abbiamo ricominciato a prestare più attenzione del necessario allo strumento - e l'entusiasmo per il mercato ancora fittizio che gira a quello che tanti chiamano web 2.0 ha di certo fatto la sua parte. Dall'altro non riusciamo a fare a meno dei metri collaudati con cui siamo abituati a misurare il mondo: piccolo non è ancora bello, perché siamo assuefatti all'estetica del gigantesco di cui si alimentano media, partiti, aziende e personaggi del mondo in cui viviamo.
Così la ripresa d’autunno potrebbe diventare una scusa per ripartire e rimettere gli occhi sulla palla. I blog sono morti, come si affrettano a dire gli annoiati, i bastian contrari e i patiti dell'innovazione più veloce dell'assimilazione? Bene, pace all'anima loro, se il loro sacrificio sarà utile: non sono i blog la novità, sono un mezzo. Anche l'automobile è un mezzo e, salvo pochi fanatici, a quanto pare ci curiamo assai più della meta da raggiungere che delle caratteristiche del motore. Abbiamo e avremo altri mezzi, ma di certo dopo l'automobile non torneremo alla carrozza trainata da cavalli – e nel frattempo chiunque lo desideri può avere almeno un’utilitaria. Di nuovo, a prescindere, ci sono mattoncini della società che si riattivano per renderla un po' migliore, in modi e in direzioni che - una volta tanto - nessuno ha stabilito in partenza.
Così, se fossi Gianni Riotta direi agli ascoltatori del maggiore tg italiano: ci siamo distratti, il video più visto della settimana su YouTube è un numero da circo, vale solo come testimonianza dei gusti diffusi in un dato momento all'interno di un certo servizio. La notizia, invece, è che il video lo puoi fare tu, che è molto più facile di quanto pensi, che è pieno di persone che ti possono aiutare a farlo, che magari poi il tuo video lo vedranno anche solo in quaranta, ma che diamine sei tu, è il tuo mondo, è il tuo punto di vista e tu l'hai messo in circolo.
Se fossi Beppe Grillo direi: ehi ragazzi, andiamo forte, ma non statemi tutti qui tra le palle, che i vostri commenti nemmeno li leggo, non ho né il tempo né la voglia. Moltiplichiamoci, apritevi un blog anche voi, diffondete il verbo, colonizzate le vostre reti sociali. È facile, basta andare su un sito come Splinder o Blogger o Typepad o Wordpress, registrarsi e poi scrivere come su un blocco note o un elaboratore di testi. Se ci riesco io ce la potete fare anche voi. Orsù, andate e moltiplicatevi.
Se fossi un grande giornale italiano ricomincerei a pubblicare, come accadeva qualche anno fa, una mezza pagina dedicata a Internet. Un paio di articoli al giorno, non di più. Ma invece di seguire il fiuto del cronista di nera, metterei sotto torchio i migliori divulgatori che abbiamo oggi in Italia e li farei raccontare quello che succede. Succedono tante cose dentro Internet, non solo pruriginose e non solo riguardanti pezzi di plastica e silicio: ma così come un critico cinematografico non sarebbe capace di decodificare dignitosamente un processo penale, allo stesso modo per raccontare il nuovo che accade dentro uno strumento nuovo serve il cronista giusto.
E se infine fossi, come del resto sono, uno dei tanti blogger insignificanti che raccontano quello che gli gira intorno annotandolo sulle pagine del proprio siterello personale, me ne infischierei del numero dei miei lettori e non proverei alcuna invidia per le - orrida parola, triste concetto - blogstar e non mi lamenterei delle gerarchie fittizie, perché lo scopo è tutto quanto lì, in quelle parole composte e condivise il più delle volte con spirito gratuito: esistere, ragionare, offrire competenze, dialogare, collaborare, leggere il mondo attraverso altri sguardi.
In poche parole, rimettere in movimento le fondamenta della società a partire dal proprio ombelico. E poi stare a vedere che cosa succede. Non mi sembra un'opportunità da poco.
Sergio Maistrello è coordinatore editoriale di Apogeonline. Giornalista professionista e divulgatore, si occupa in particolare di nuove tecnologie e di applicazioni a misura d’uomo nell’ambito delle reti di comunicazione. È autore dei libri La parte abitata della Rete e Come si fa un blog.http://www.apogeonline.com/webzine/2007/09/20/19/200709201901
Sarò coerente.
Scritto da: Manuela Grasso,Sono pronta, sarò coerente.
Veltroni non lo voto perchè dopo la storia delle liste non mi fido che alle sue parole seguano i fatti.
La Bindi non la voto perchè è il prestanome di Prodi e perchè si è scoperta paladino delle donne solo quando le faceva comodo.
Letta non lo voto perchè è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio più debole della storia repubblicana e perchè anche l'occhio vuole la sua parte.
Gawronky e Schettini, ti prego no.
Allora: o non vado a votare o voto Mario Adinolfi.
http://www.blogperlamargherita.com/?p=929
Quelle urla nel silenzio
di Marina Forti – da il manifesto
Da almeno quarant'anni la Birmania si sottrae agli occhi del mondo, come una casa sprangata e nascosta dietro un muro troppo alto per guardare dentro. Da quando hanno preso il potere nel 1962 con un colpo di stato, i militari hanno costruito una cortina di buio.
La Birmania è diventata un paese isolato dal mondo, informazione censurata, internet filtrata, contatti con l'esterno minimi. Ma nessuna censura riesce mai a essere totale. Ieri le immagini dei militari che infieriscono sui giovani monaci di Yangoon hanno fatto il giro del mondo. Abbiamo visto il fumo e gli spari, i manganelli che si abbattono sui giovani avvolti nelle tuniche, i volti insanguinati degli studenti. La cortina di buio è crollata. Le proteste di queste settimane in Birmania sono la prima rivolta di massa contro il regime militare dal 1988, quando le proteste studentesche furono spente con un massacro. Non arrivate inaspettate, almeno per chi conosce un po' il paese.
Dopo il massacro del 1988, e le elezioni annullate del 1990, l'opposizione birmana è costretta all'esilio o al lavoro sotterraneo: ma non è scomparsa. La politica è ovunque fatta di simboli e il volto sorridente di Aung San Suu Kyi, leader della Lega per la Democrazia, è un potente simbolo anche se costretta agli arresti e al silenzio. Non solo: una nuova generazione di studenti oggi si richiama a quelli che si erano ribellati vent'anni fa, e in questi giorni è scesa nelle strade. Poi ci sono i monaci, da sempre parte rispettata e importante della società birmana - e tanto più in un paese governato dalla censura, dove il monastero è anche scuola e luogo di confronto. Ora i monaci buddisti esercitano il loro «ruolo morale» sfilando nelle strade, facendosi microfono di un'intera popolazione, chiedendo democrazia e dialogo.
Hanno calibrato bene i loro gesti: nei loro cortei hanno toccato prima la residenza di Aung San Suu Kyi, simbolo di unità, poi l'ambasciata cinese, perché il sostegno di Pechino è indispensabile alla giunta militare. Finora il mondo è rimasto indifferente a quanto succede in Birmania, nascondendosi dietro l'ipocrita formula del «dialogo costruttivo» (è il caso del'Italia). È stato necessario vedere il sangue nelle vie di Yangoon perché le potenze mondiali uscissero dall'apatia. Ora risuonano parole indignate, si riunisce il Consiglio di sicurezza dell'Onu, si parla di condanne. Bene: bisogna che la Cina usi la sua influenza sulla giunta militare birmana.
Servono sanzioni vere, non simboliche come quelle sui visti preanunciate dal presidente degli Stati uniti George W. Bush. La forza del governo militare di Yangoon sta nell'aver rastrellato negli ultimi vent'anni grandi investimenti stranieri: il più importante è quello di Total-Fina e Unocal, che hanno messo due miliardi di dollari nello sfruttamento del gas naturale chiudendo gli occhi alla repressione e al lavoro forzato imposti dal governo militare attorno al loro gasdotto. Il «dialogo costruttivo» non regge più. Gli studenti e i monaci di Yangoon si aspettano che il mondo li sostenga.
A Bogotá esposti i pedofili
Libardo Martínez e Pompilio Sánchez sono i primi due pederasti a finire esposti in cartelloni pubblicitari nelle vie di Bogotá. Nel testo del manifesto -10 metri di lunghezza per 3 metri di altezza- si legge come il primo sia stato condannato per avere violentato una bambina di 4 anni, il secondo una di 13. I maniaci finiscono su quelli che già vengono chiamati i muri dell’infamia, secondo quanto prevede la nuova legge sull’infanzia, che obbliga anche di mostrare le fotografie dei condannati per reati sessuali sui minori in televisione.
La misura è destinata a fare discutere, ma è indubbio che si sta facendo un favore all’infanzia aggredita ed a quei genitori che spesso, confidano in vicini e conoscenti senza sapere con chi hanno a che fare. La pubblica gogna viene ritenuta da molti un provvedimento medievale, ma in gioco in questo caso c’è il futuro di tanti bambini che vanno tutelati con tutti i mezzi a disposizione. Ciò nonostante, la misura ha già avuto 32 tentativi di censura, giunti ora sui tavoli della Corte costituzionale, che dovrà decidere in merito. Il buonismo, insomma, non è elemento esclusivo del suolo europeo.
A Bogotá, secondo dati ufficiali, cinque bambini al giorno soffrono per le violazioni da parte di adulti. La Colombia è un paese che porta ancora le ferite di una delle vicende più scabrose mai riportate in quanto a violenze sui piccoli. Luis Alfredo Garavito, un agricoltore senza fissa dimora, quando venne arrestato nel 1999, ammise di avere stuprato ed ucciso 172 bambini. Un mostro che ha potuto agire indisturbato in diverse regioni, uno stupratore ambulante che ha violentato e ucciso per anni grazie all’indifferenza della gente (una breve storia di Garavito: http://www.fiscalia.gov.co/pag/divulga/InfEsp/Garavito.htm).
http://luiro.blogspot.com/
Sopravviveranno Dodik e Silajdzic?
Da Sarajevo, scrive Zlatko Dizdarević
Haris Silajdžić e Milorad Dodik
Stanno per scadere gli ultimi giorni per l’accordo sulla riforma della polizia in BiH, condizione per il proseguimento del cammino europeo del paese. Integrazione o isolamento, questo è il dilemma davanti ai due leader bosniaci. Che si giocano la carriera politica
Tra i politici della Bosnia Erzegovina già da tempo indifferenti, così come tra l’opinione pubblica che, a dire il vero, non esiste più, ci si pone con sempre più enfasi e in un modo perverso la seguente domanda: Haris Silajdzic, leader della maggioranza bosgnacca delle strutture politiche della BiH e Milorad Dodik, leader delle strutture serbe, saranno destituiti oppure (di nuovo) riusciranno a sopravvivere politicamente? Se dovessero essere destituiti, come sempre più insistentemente si annuncia, la causa sarebbe il definitivo fallimento della riforma della polizia in BiH.
Questa riforma, ricordiamo, già da tempo è stata dichiarata dall'Ue come la condizione imprescindibile per la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione tra la BiH e la Commissione europea. Senza questo Accordo non si potrà proseguire con l’avvicinamento della BiH all’Unione europea. Tutti gli altri paesi della regione, eccetto la Serbia, hanno già firmato questo accordo. L’arresto dello sviluppo politico istituzionale della BiH è evidente. La comunità internazionale, ma ormai anche l’opinione pubblica locale, colpevolizza per questa situazione soprattutto i due leader politici. Dodik per la serie di comportamenti coi quali in modo drammatico nega la Bosnia Erzegovina come stato sovrano e integro. Egli infatti cerca di fare dell’entità che si chiama Republika Srpska uno stato parallelo. Silajdzic, invece, è accusato di non smuoversi dall’idea di eliminare la Republika Srpska e dal tentativo di creare uno stato unitario centralizzato. In cui governerebbero, in quanto maggioranza, i bosgnacchi.
Ma, torniamo all’inizio. In cosa consiste la “perversione” della domanda sul destino dei due politici? Prima di tutto nel fatto che per l’opinione pubblica e quella politica non interessa affatto la domanda chiave: ci sarà entro la fine di settembre - cioè entro il termine per l’introduzione dell’accordo sulla polizia – un accordo di compromesso che sia vantaggioso per tutto lo stato? Al pubblico in modo sadomasochista interessa soprattutto che cada una testa, qualunque essa sia. Più alte sono le cariche, maggiore è lo spettacolo! Il massimo dell’assurdo sta anche nel fatto che l’eliminazione dei due politici è attesa dalle stesse persone che li hanno eletti in massa alle elezioni dell’anno scorso. A pochi giorni dalla scadenza del termine previsto per la riforma e per l'introduzione delle sanzioni da parte dell’Ue, se la riforma non dovesse partire, è veramente difficile scommettere sul possibile esito di questa vicenda.
Il giovane e ambizioso “alto rappresentante della comunità internazionale”, lo slovacco Miroslav Lajcak, evidentemente ha il via libera da Bruxelles per quanto concerne le misure punitive più radicali possibili, se dovessero servire. Allo stesso tempo è chiaro che lui stesso non desidera applicare queste misure, a meno che non sia veramente giustificato a farlo. A differenza dei locali che sono più interessati alle “teste”, la comunità internazionale è molto più interessata a come far procedere le riforme bloccate. Non sembra che gli sia indifferente farlo con o senza Dodik e Silajdzic. Di certo preferirebbero andare avanti con loro piuttosto che senza.
In questi giorni si specula parecchio sul “perché entrambi saranno sicuramente destituiti”. E allo stesso tempo ci sono parecchie speculazioni sul “perché di sicuro non saranno destituiti”. Dalla “lettura” di queste speculazioni si possono addurre argomenti molto differenti. Sono fondati sulle passioni da tifoseria, (non) conoscono la reale situazione in BiH e i meccanismi comportamentali della comunità internazionale, sono basati sui desideri politici personali senza una base reale, ecc.
Tifare per l’una o l’altra opzione testimonia in modo drammatico anche il grande isolamento politico, intellettuale e formativo dell’opinione pubblica locale rispetto al reale andamento delle questioni internazionali in Europa e nel mondo. In poche parole, si tratta di una frustrazione totale a causa del blocco del processo di avanzamento della BiH che dura ormai da anni e a causa delle speranze disattese. È anche evidente la costernazione di fronte alla mancanza di idee e di consistenza della strategia dell’Europa nei Balcani, in particolare in Bosnia. In breve, sulla base delle precedenti esperienze il “popolo” non crede più all’Europa.
D’altro canto questa Europa insiste continuamente in modo retorico sull’interpretazione della legittimità della scelta, constatando che: da soli li avete scelti alle elezioni democratiche. Ecco dove sta la questione. È vero che alle “elezioni democratiche” nessuno ha rubato i voti o falsificato i risultati ma come si può parlare di elezioni democratiche in un paese privo di una vera democrazia e di istituzioni democratiche? Se preparate gli elettori alle elezioni con l’enorme pressione della divisione nazionale e infondete il timore degli altri, se li “educate” con le preghiere nelle chiese e nelle moschee ormai politicizzate, se li informate con i media politicamente corrotti , allora non possono nemmeno esserci “elezioni democratiche”.
Il quadro costituzionale di Dayton, con il suo semiprotettorato, ha affossato interamente qualsiasi senso di responsabilità dei politici locali. Cosa dire di uno stato la cui presidenza non è riuscita a mettersi d’accordo nemmeno sulla piattaforma comune della delegazione del vertice statale che partecipa alla sessione del Parlamento generale delle Nazioni Unite? Il presidente della presidenza, nominalmente il capo dello stato, in quell’occasione ha parlato solo “a nome suo”.
I meccanismi per porre rimedio in qualche modo a questa situazione non esistono. La politicizzazione isterica su base nazionale - fondata su una completa riduzione della “lettura” di Dayton con il continuo appoggio della comunità internazionale a questo tipo di lettura, nonché il continuo osservare la situazione della BiH attraverso gli accadimenti in Serbia e in Kosovo – hanno portato la situazione del paese sino all’assurdo: Oggi in Republika Srpska si pianifica di introdurre un sistema elettro-energetico comune e la creazione di riserve statali con un altro stato, la Serbia, e non con lo stato di appartenenza, la BiH. Dodik firma accordi internazionali! Srebrenica è “protetta” dai poliziotti che hanno direttamente partecipato al genocidio contro gli abitanti della stessa Srebrenica. I leader del male, Karadzic e Mladic sono ancora in libertà. Allo stesso tempo, da questo paese è difficile cacciare i mujaheddin che già 12 anni fa, in base all’accordo di Dayton, avrebbero dovuto andarsene.
Ovviamente, questo non vuol dire bilanciare le colpe per la situazione interna. Questo è solo un piccolo avvertimento sul fatto che la possibile uscita o la possibile continuazione di Dodik e Silajdzic è una questione importantissima per il futuro della Bosnia. Questa (non)uscita di scena, invece, non significherà nulla se non si inizierà definitivamente a cancellare gli errori di costruzione nel sistema creato da Dayton. Questo sistema è giunto ad un punto tale che la cosiddetta comunità internazionale è “ostaggio” di Dodik e Silajdzic, i quali dietro di sé hanno un pubblico politico degenerato dal quale traggono la propria forza. Quindi, la questione chiave non è cosa sarà dei due politici, bensì se Bruxelles sa veramente cosa vuole, come fare ad avere quello che vuole e con quali strutture politiche. Le forze oneste della BiH, oggi sono completamente messe da parte e marginalizzate. Questo deriva dall’interesse di qualcuno o dalla totale perdita di senso della realtà.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8309/1/42/
Ma ora i religiosi si alleino con i laici
Samir Mustafa
Il partito islamico marocchino (Pjd) sarebbe pronto a governare? La gente comune si riconosce nella figura del re quale quale protettore dei capisaldi dell’islam, e questo spiega perché un partito democratico, islamico, moderato e moderno come il Pjd non sia riuscito già al primo tentativo, cinque anni fa, a beneficiare di una vittoria plebiscitaria, com’era successo nella vicina Algeria e come succederebbe nel resto dei paesi islamici arabi, dalla Giordania all’Egitto. Ma se vogliono governare, i dirigenti del Pjd, reduci da una storia di duri conflitti e scontri anche fisici negli ’70 e ’80 con i movimenti universitari socialisti e liberali, devono anzitutto liberarsi del pregiudizio anti-laico. E della propria arroganza.
Nelle recenti elezioni politiche marocchine la vittoria del partito di ispirazione islamica “Giustizia e Sviluppo”, Pjd (al-Adadala wa Tanmiya), era stata accreditata da sondaggi d’opinione promossi da autorevoli istituti di ricerca americani e indirettamente sostenuti dal canale satellitare al-Jazeera. I risultati dicono però che il Pjd non ha ottenuto quella vittoria schiacciante che si attendevano i suoi stessi dirigenti (che erano arrivati a sperare in un successo del 70-80%), ma ha subito al contrario una brusca frenata, ottenendo solo quattro seggi in più rispetto ai 42 conquistati nella precedente legislatura. Questa sconfitta, secondo i dirigenti del Pjd, è stata causata dal record negativo relativo alla bassissima affluenza alle urne (solo il 37% ha votato) e dall’uso del denaro per l’acquisto di voti da parte di alcuni candidati di altre fazioni politiche.
In vista delle elezioni, molti osservatori avevano illustrato una sorta di modello turco esportabile in Marocco, un laboratorio per sperimentare l’islam democratico in un paese arabo islamico. Lo stesso Saad Eddine Othmani, segretario del Pjd, ha approfittato di ogni occasione per testimoniare la sua vicinanza e il suo collegamento con i colleghi dell’Akp turco, e per ricordare i numerosi incontri bilaterali degli anni precedenti. In occasione della recente schiacciante vittoria del partito di Erdogan in Turchia, per esempio, Othmani ha dichiarato entusiasta: “Le elezioni in Turchia hanno dimostrato qual è il potenziale nascosto nei paesi islamici, che si esprime ogni qualvolta vi è un quadro di sana democrazia e trasparenza che spinge le popolazioni a partecipare con forza fino a raggiungere la quota dell’80% di partecipanti al voto” (Swiss Info, 27-8-2007).
Quindi la domanda è: perché, nonostante esista una comunanza di visioni, di strategie e un progetto politico ispirato all’islam e fondato sulla moralizzazione della politica, sulla guerra alla corruzione e per una società solidale, il Pjd marocchino non ha ottenuto gli stessi risultati dei colleghi turchi e la vittoria data quasi per certa nelle recenti elezioni? Akp e Pjd sono davvero partiti politici così simili? Il Pjd marocchino sarebbe pronto a governare? E quali sono i principali ostacoli sul suo cammino verso il governo? Al di là delle ragioni avanzate dai dirigenti del Pjd per spiegare l’evidente sconfitta elettorale, in seguito alla quale il partito di Othmani diventa la seconda forza politica in Marocco e sarà molto probabilmente destinata ad esercitare l’opposizione nei prossimi cinque anni della prossima legislatura, è interessante comprendere l’evoluzione di questo partito nel contesto socio-culturale marocchino, il suo rapporto con gli altri partiti politici laici e liberali e la forte concorrenza del gruppo islamico concorrente Giustizia e Pietà (Adl wal Ihssan), gruppo non riconosciuto e principale critico nei confronti del re marocchino e delle “false” manovre democratiche promosse da re.
Il principe dei credenti e il paradosso islamista
La costituzione marocchina riconosce al re l’autorità religiosa in quanto principe dei credenti (data la sua discendenza dalla famiglia del profeta Maometto), cita l’islam come fonte principale della legge del Paese e non è un caso che l’inno nazionale marocchino termini con le tre parole chiave per la monarchia marocchina: Allah, la Nazione e il Re. In questo contesto, il giovane re Mohammed VI rappresenta l’unico garante dell’unità territoriale e della centralità dell’islam secondo la scuola malikita, religione ufficiale della monarchia. La centralità della religione nella costituzione e il ritrovamento di un equilibrio discutibile ma senz’altro interessante tra un ordinamento giuridico fondamentalmente laico e civile e il rispetto della religione islamica quale fonte superiore e fonte di ispirazione per il legislatore rappresenta una posizione di avanguardia nel panorama dei paesi a maggioranza musulmana, ad eccezione della Tunisia e della Turchia, che hanno scelto la via della completa separazione tra il sacro e il profano.
Questa sintesi, che ha prodotto un modello di società islamica pacifica e restia di fronte ai fermenti di natura estremistica, paradossalmente è diventata un terreno arduo per i proclami dei partiti che si rifanno alla morale islamica. In un certo senso la gente comune si riconosce nella figura del re quale tutore dell’intero patrimonio religioso e quale protettore dei capisaldi dell’islam e del suo valore e ruolo nella monarchia, e questo spiega perché, per paradosso, un partito democratico, islamico, moderato e moderno come il Pjd non sia riuscito già al primo tentativo cinque anni fa a beneficiare di una vittoria plebiscitaria, com’era successo nella vicina Algeria nei primi anni ’90 e come succederebbe nel resto dei paesi islamici arabi come l’Egitto e la Giordania. In questo contesto, gran parte della gente comune è portata a chiedersi perché vi sia la necessità di una formazione politica d’ispirazione islamica, quando l’islam è direttamente tutelato dal principe dei credenti Mohamed VI, soprattutto dopo gli attentati terroristici e della mobilitazione popolare contro l’estremismo religioso e i nuovi kamikaze fai-da-te ispirati da “al Qaeda nel paese del maghreb islamico”.
Il rischio del ghetto islamista e il rifiuto reciproco delle alleanze
Il secondo aspetto che rende difficile se non impossibile un governo targato Pjd come nel caso turco è la difficoltà dei dirigenti del Pjd, reduci da una storia di duri conflitti e scontri anche fisici negli ’70 e ’80 con i movimenti universitari socialisti e liberali, a liberarsi dal pregiudizio anti-laico. Laicità, una parola che tradotta in arabo assume un significato “pesante” e ancora insopportabile e paragonato quasi ad una bestemmia dai dirigenti islamisti del Pjd. Questo gelo reciproco nella dialettica politica tra il partito d’ispirazione islamica e il resto dei partiti marocchini deriva innanzitutto dalla iniziale forza morale del discorso politico del Pjd, a tratti arrogante e presuntuoso, che ha indotto i partiti “laici” a chiudersi a riccio sia perché preoccupati per la nuova forte concorrenza politica sia perché idealmente opposti ai propositi del Pjd.
Questa situazione ha spinto il Pjd a vivere in una sorta di prigione dorata condannandosi a guidare l’opposizione e ponendosi da sola contro tutto il resto. Questa strategia, probabilmente obbligata, rischia di portare il Pjd gradualmente verso la costituzione di un’alleanza intra-islamista con gli altri due partiti fino ad ora irrilevanti, tra cui il partito chiamato l’Alternativa Civile (al-Badil al-Hadari): un nuovo scenario che diminuirebbe il forte appeal tra i suoi elettori che lo vedrebbero così uno tra i tanti e non piu’ come una novità assoluto perdendo così il “copyright” dell’islamicamente corretto nel panorama politico marocchino.
Il grande concorrente: il movimento di Abdessalam Yassin
Infine, nell’analizzare i punti deboli che ostacolano la nascita di un possibile governo guidato dal Pjd marocchino, non si può trascurare la principale forza di opposizione non solo al Pjd, ma all’intero establishment marocchino: il movimento di Giustizia e Carità (al Adl wal Ihssan). Guidato dallo sheikh Abdessalam Yassin, è un gruppo solido e al tempo stesso giovane che raccoglie migliaia di adepti in tutte le università marocchine e tra i giovani insoddisfatti per le condizioni sociali ed economiche nel paese maghrebino. Giustizia e Carità, gruppo mai riconosciuto e oggetto di molteplici azioni poliziesche e abusi denunciati dalle maggiori organizzazione umanitarie, è l’unico gruppo che ha criticato direttamente il re marocchino e denunciato apertamente l’ipocrisia e l’inutilità del processo di riforme avviato da Mohamed VI.
Un gruppo che mette in seria difficoltà il Pjd, accusandolo di essersi schierato dalla parte del “regime” tradendo i principi della giustizia e della verità. Giustizia e Carità ha infine invitato i suoi numerosi adepti a boicottare le elezioni perché giudicate in anticipo un teatrino dove i risultati sarebbero già stati decisi dal Makhzen (l’elite marocchina, ndr) e dal palazzo reale. Quest’ultima sfida tra “fratelli” è in verità l’ostacolo maggiore tra il Pjd e le poltrone di un possibile governo, perché i militanti del Pjd rischierebbero così di perdere tutta la loro credibilità e dover scendere a compromesso con il resto delle formazioni politiche marocchine, che sarebbero ben felici di assistere ad una repressione del gruppo di Yassin per mano dei loro ex fratelli ora in giacca e cravatta.
resetdoc.org
COMMERCIO-UE:
La Banca Mondiale chiede una proroga sugli EPA
David Cronin
BRUXELLES,(IPS) - Alti funzionari della Banca Mondiale hanno chiesto all’Unione Europea la possibilità di estendere il termine di fine anno stabilito per gli accordi di libero commercio con l’Africa.
Peter Mandelson, Commissario europeo per il commercio, ha più volte avvertito i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP), con la minaccia di imposte esorbitanti sulle loro esportazioni all’Ue se non firmeranno gli Accordi di partnership economica (EPA) entro il 31 dicembre.
Malgrado sostengano di favorire azioni che incoraggino il commercio tra Europa e Africa, gli economisti della Banca Mondiale costituita da 185 paesi chiedono una proroga ritenuta necessaria a definire il tipo di accordo per la liberalizzazione totale del mercato promosso dalla Commissione Europea.
Questo punto è stato sollevato durante le recenti discussioni tra la Banca e funzionari dell’Ue.
Un importante rappresentante della Banca presso la sua sede centrale di Washington, ha detto che mentre l’idea degli EPA era da diversi anni nell'agenda delle relazioni Ue con l’Africa, le consultazioni finalizzate alla effettiva realizzazione risalgono solo agli ultimi due anni.
”È un periodo piuttosto breve per raggiungere un certo grado di sicurezza”, ha rivelato all’IPS una fonte che chiede l’anonimato.
Secondo la fonte, vi è scarsa chiarezza su alcune delle questioni chiave dei negoziati, compreso il livello di assistenza che sarà concesso ai paesi ACP perché riescano ad avvalersi delle nuove opportunità commerciali.
A maggio, i governi e la Commissione dell’Ue si sono impegnati promettendo 2 miliardi di euro (2,75 milioni di dollari) in “aiuti per il commercio” annuali entro il 2010.
”Non è chiaro per gli africani e onestamente non è del tutto chiaro neanche a noi quanta parte degli aiuti per il commercio sarà un supplemento (rispetto a fondi precedentemente assegnati agli aiuti allo sviluppo)”, ha detto la fonte.
Alcuni economisti della Banca ritengono inoltre che l’Ue non dovrebbe fare pressione sugli africani perché accettino velocemente le clausole relative a questioni di investimento e concorrenza previste dagli EPA.
Tali questioni sono state rimosse dalle consultazioni di Doha sul commercio mondiale dopo il pressing dei paesi in via di sviluppo, preoccupati perché un tale accordo avrebbe limitato la loro facoltà di proteggere le aziende nazionali dalle grandi multinazionali. Diplomatici africani e attivisti contro la povertà hanno accusato l’Ue di utilizzare le consultazioni sugli EPA per inserire nuovamente tali questioni nell’agenda commerciale internazionale. La Banca sostiene di non essere contraria al principio di avere degli accordi relativi all’investimento, ma ritiene che la Commissione dovrebbe ascoltare le preoccupazioni sollevate dall’Africa. “Sarebbe meglio rimandare tali questioni a quando gli africani saranno pronti”, aggiunge la fonte.
Sotto la minacciosa scadenza del 31 dicembre, un’idea discussa dai diplomatici africani è che entro quella data si potrebbe concludere un accordo commerciale snellito. Un tale accordo – descritto nei circuiti diplomatici come “accordo quadro” (framework agreement) – farebbe riferimento esclusivamente al commercio di beni, rimandando ad altra data questioni più scottanti, come la liberalizzazione dei servizi.
I funzionari Ue considerano sacrosanta la scadenza di fine anno, poiché una deroga alle regole riconosciute dall’Organizzazione mondiale per il commercio circa le preferenze commerciali accordate dall’Ue nelle importazioni dai paesi ACP scadrà all’inizio del 2008.
Un accordo limitato al commercio dei beni dovrebbe bastare per essere conforme ai requisiti dell’OMC.
Ciononostante, secondo i diplomatici africani esistono importanti differenze tra i loro governi e l’Ue su alcune delle questioni chiave relative al commercio dei beni. Gli africani hanno proposto che il periodo di transizione nel quale ridurre e in molti casi eliminare le imposte che gravano sulle importazioni dall’Europa dovrebbe durare fino a 25 anni, ma i funzionari Ue lo considerano un periodo troppo esteso.
”Sarà difficile definire un accordo quadro nel breve tempo rimanente”, ha spiegato un diplomatico.
Gli attivisti contro la povertà hanno evidenziato il danno che potrebbe avere sull’agricoltura africana un’invasione di importazioni dall’Europa libere da imposte, nell'ambito della giornata internazionale di azione contro gli EPA, indetta il 27 settembre.
Bassiaka Dao, presidente della Federazione degli agricoltori del Burkina Faso, ha detto che questa forma di libero commercio potrebbe compromettere la capacità del suo paese di alimentare la popolazione. ”Gli EPA rappresentano un rischio per la nostra sovranità alimentare”, ha detto. “Un accordo sul libero commercio con l’Ue non solo avrà un impatto sulle nostre relazioni commerciali, ma limiterà anche lo spazio politico nazionale sul campo delle politiche di sostegno alla nostra agricoltura. Per questo che diciamo no agli EPA nella loro forma attuale”.
Il settore caseario del Burkina Faso, paese che vive tradizionalmente di pastorizia, ha già sofferto a causa dell’aumento delle importazioni dall’Europa di latte in polvere totalmente scremato. È stato dimostrato che lo yogurt fatto con il latte in polvere importato è più economico del 10-15 per cento rispetto ai prodotti locali.
Gli allevatori di polli del Ghana, nel frattempo, hanno avvertito del disastro che li attende se il paese firmerà gli accordi. La quantità di polli esportati dagli europei nel paese nel 2004 supera le 40.000 tonnellate, misura destinata a crescere negli anni a venire.
”L’uso della forza sui paesi ACP da parte dell’Ue non è accettabile”, ha detto Tetteh Hormeku della Third World Network di Accra, Ghana. “E non ha nessuno senso. Gli EPA imposti certamente non rifletteranno gli interessi e i criteri commerciali dell’Ue, e falliranno in quegli obiettivi di sviluppo che avrebbero dovuto soddisfare”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1013
| L’inferno fra le mura di casa |
| Nonostante alcuni risultati legislativi incoraggianti, continua l'allarme della violenza di genere in Spagna |
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Scritto per noi da
Aura Tiralongo
Torna a imporsi all’attenzione della cronaca spagnola l’emergenza “violenza domestica sulle donne”, fenomeno che negli ultimi tre anni ha giustificato una mobilitazione istituzionale senza precedenti in tutto il Paese. Solo nei dieci giorni che vanno dall’8 al 18 settembre, sono stati quattro gli uxoricidi, ognuno di questi consumato in una diversa città della Spagna.
Violenza di genere. Da Madrid a Barcellona colpisce ancora, nonostante l’impegno congiunto di amministrazioni pubbliche, associazioni di donne e organizzazioni non governative, la mannaia della “violenza di genere”, problema spesso nascosto dalle mura domestiche e dall’impenetrabile rete delle relazioni affettive. Dopo i dati allarmanti diffusi dall’Osservatorio nazionale della violenza sulla donna, che riportano circa una vittima ogni sei giorni, arriva la notizia dell’ultimo omicidio, riguardante una ventottenne di Barcellona, uccisa dal marito coetaneo a pochi metri dalla figlia di due anni. Quando le autorità hanno interpellato i familiari della coppia, la risposta all’unisono è stata che il matrimonio fra i due sembrava “come tutti gli altri”. Di fronte agli episodi dell’ultimo periodo, e alle 56 donne assassinate da gennaio a oggi (pugnalate, strangolate e più spesso picchiate a morte), si ripropone il dibattito sulla “Legge organica sulla violenza di genere”, misura d’emergenza introdotta nel dicembre del 2004 dal premier Zapatero e completata dalla più recente “Legge organica sulla parità effettiva fra uomini e donne”, approvata nel marzo di quest’anno.
Le leggi organiche. La nuova giurisdizione, che per la prima volta introduce uno specifico principio di illegalità per le violenze di genere, ha introdotto prima di tutto un inasprimento delle sanzioni per gli uomini giudicati colpevoli di lesioni e maltrattamenti, soggetti ora a un periodo di reclusione che va dai due ai cinque anni. Rilevante inoltre la punibilità della minaccia, da sei mesi a un anno di carcere, insieme alla sospensione (minimo cinque anni) della patria potestà, nei casi più gravi.A sei mesi dall’approvazione, la Prof.ssa Mercedes Arriaga, presidentessa dell’Associazione universitaria di studi sulle donne (Audem), conferma la portata dell’impegno istituzionale e l’efficacia del nuovo corpus di leggi, peraltro accolto da un ampissimo consenso sociale. “I fatti di cronaca - precisa Arriaga - dimostrano che la portata del fenomeno lascia poco spazio al dibattito. Il numero delle donne uccise parlano da soli e il problema è talmente complesso e radicato nel tessuto sociale, che non ci si può aspettare un’immediata e drastica diminuzione dei crimini. D’altra parte, riteniamo i dati incoraggianti, poichè riscontriamo nell’ultimo anno un aumento del 70 per cento delle denunce di violenze all’interno della famiglia. Prima delle nuove normative, infatti, il fenomeno era assolutamente sotterraneo (e attualmente resta tale in molti paesi europei) e spesso avallato proprio dalle donne, incapaci di rompere la gabbia di omertà delle loro stesse famiglie perché prive di protezione o, peggio, abituate a ritenere “normali” gli abusi”.
La mobilitazione internazionale. Nel corso di una conferenza svoltasi a Madrid nello scorso dicembre, Zapatero ha raccolto il consenso della comunità internazionale, proponendo una comune campagna di sensibilizzazione al problema e ribadendo il richiamo alle “persone decenti di vincere la violenza machista, creando leggi più avanzate”. La parità fra uomini e donne, dovrà quindi d’ora in poi essere “effettiva”, così come viene precisato nel testo della Legge Costituzionale del 22 marzo 2007, in cui il richiamo alla denuncia delle violenze viene affiancato all’affermazione del “diritto alla parità e alla non discriminazione basata sul sesso”, principio cardine dell’ Unione europea e dei vari testi internazionali sui diritti umani.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8872
Fine estate nel Libano del sud
Tra le colline di terra rossa coperte d’ulivi soffia una leggera brezza. Il vento caldo del deserto siriano ha smesso di soffiare e la temperatura s’è fatta vivibile. È questa la fotografia di un qualunque pomeriggio libanese alla fine di un estate ordinaria e speciale. Una calma surreale regna tra i villaggi contadini, disordinate colate di cemento colorate da un cielo azzurro intenso. Siamo nell’estremo sud del Libano, e qui, poco più di un anno fa, infuriavano i combattimenti tra l’esercito israeliano e i combattenti di Hezbollah, il Partito di Dio, la resistenza islamica libanese. È stata una guerra breve ma intensa che ha violato l’imbattibilità militare di Israele, ha aperto nuovi scenari per la crisi mediorientale e ha costretto perfino il Pentagono a rivedere le proprie strategie belliche incentrate sulla guerra aerea. I disegni delle presunte grandi potenze e i gorghi della geopolitica regionale non sembrano però turbare le fiere popolazioni del sud del Libano, nonostante il paese dei cedri corra sempre il rischio di esservi risucchiato.
Viaggiando tra le strade martoriate dalle bombe a grappolo, si cambia villaggio in pochi minuti in questo spicchio di Mediterraneo orientale. Ognuno con la propria religione, ognuno con la propria identità politica, da ogni villaggio rileva una faccia diversa della variegata e complessa società libanese. Le divisioni sono testimoniate dalle chiese che si alternano alle moschee, dalle bandiere verdi di Amal che sventolano a fianco di quelle gialle di Hezbollah. Lungo le strade sfila una sterminata serie di foto di giovani martiri, di eroi, di guide spirituali e su tutti dominano le gigantografie di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, guida della resistenza vittoriosa, emblema di un orgoglioso desiderio di rivincita che non è certo confinato agli sciiti ma ha pervaso buona parte dei libanesi.
Agli incroci, la polvere ricopre i relitti dei carriarmati israeliani piazzati accanto ai monumenti in onore degli eroi che li hanno affrontati e fermati.
Nei villaggi, gruppi di anziani e di donne parlottano sugli usci delle case scrutando l’orizzonte. A pochi metri da loro, schiere di giovani muratori sudano per ridare forma ai villaggi distrutti. Lavorano con foga, come se spettasse a loro concretizzare la voglia di un popolo di rialzarsi per l’ennesima volta. Il tutto avviene sotto gli occhi dell’”eterno nemico” che dorme a poche centinaia di metri più a sud. Oltre la spaventosa barriera di filo spinato che segna il confine con Israele, si vedono le case, i contadini che lavorano e qualche militare distratto. Tra alcune case libanesi ed israeliani potrebbero lanciarsi perfino insulti reciproci, ma non è stagione. Anche le imponenti antenne che svettano dalle postazioni militari israeliane sul confine sembrano trasmettere immobilità, attesa.
Proseguendo lungo la malconcia strada che percorre il confine, mezzi blindati della forza internazionale dell’Onu pattugliano il territorio. Soldati africani, asiatici e molti italiani salutano cordiali dai blindati e dalle postazioni di osservazione. Si intuisce che la tensione è scesa dopo l’attentato terroristico che ha ucciso soldati del contingente spagnolo. L’esercito libanese da parte sua, ha alleggerito i controlli ai posti di blocco. Basta uno sguardo e poi arriva il via. L’Unifil e l’esercito libanese stanno costruendo nuove basi e campi militari nelle posizioni strategiche, e del resto favorire il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del paese è uno degli obiettivi principali della presenza straniera. Un investimento per il futuro e l’estremo tentativo di dare al governo di Beirut il controllo del suo territorio. Un controllo continuamente conteso non tanto nel sud dove dominano le bandiere di Hezbollah, ma nel cuore stesso della capitale, che continua a sussultare per le autobomba dirette, in apparenza, contro i nemici del vicino e ingombrante governo di Damasco.
All’orizzonte, verso nord, le colline si aprono all’infinito. Verdi cespugli spinosi sparsi tra distese di sassi bianchi. Qua e là dei contadini stendono le foglie di tabacco ad essiccare e controllano gli ulivi, la stagione della raccolta è alle porte. Una calma surreale avvolge quello che è stato lo scenario di trent’anni di guerre ed occupazione. Ma in questo ordinario pomeriggio estivo, negli occhi dei contadini, non si percepisce solo la felicità per una pace che sembrava persa per sempre. In loro sopravvive il timore di abbandonarsi a facili illusioni. Sono troppe le ferite ancora aperte, sono troppi i nodi politici. La calma che regna tra villaggi del sud del Libano è quella di chi ha perso il futuro e ha imparato a godersi appieno la bellezza del presente.http://www.carta.org/articoli/11300
RIVOLUZIONE, PRESSIONI ESTERNE O FRATTURE INTERNE? UN'ANALISI
Per qualcuno a Yangon sta cominciando una rivoluzione di popolo, per altri, invece, nella ex-capitale del Myanmar è in corso solo uno scontro interno ai massimi vertici del regime, sostenuti da interessi internazionali differenti. La MISNA ha chiesto una lettura sugli ultimi avvenimenti che si registrano nel ‘paese delle Pagode’ a un profondo conoscitore del Myanmar, che al momento si trova in un paese confinante e che, recandosi regolarmente a Yangon per questioni di lavoro, ha chiesto di restare anonimo. “Dire se esista una spaccatura interna al governo è difficilissimo. I militari hanno sempre gestito i problemi interni con grande segretezza, anche in tempi tranquilli. Di solito ti accorgevi che qualcuno era caduto in disgrazia, quando improvvisamente vedevi che, nell’arco di poche ore, un pezzo grosso era stato trasferito a fare il sindaco in un paesino remoto. Si tratta di una realtà assolutamente illeggibile perché è un circolo chiuso e completamente blindato” spiega la fonte, aggiungendo che con il trasferimento della capitale a Naypyidaw (che letteralmente significa ‘dimora dei Re’, 500 chilometri a nord della vecchia Yangon), nell’estremo nord del paese verso il confine con il Bangladesh, “si è perso anche quel poco di contatto tra l’amministrazione e la gente della strada”. “La capitale è una cittadella isolata, dove i vertici vivono e si riuniscono da soli. Il trasferimento era stato fatto proprio in previsione di possibili turbolenze, oltre che per voci di un possibile attacco dal mare da parte di qualche potenza internazionale ostile ai militari” aggiunge la fonte. “Certamente all’interno dei vertici del Myanmar non c’è quell’unità che appare dalla facciata. Non ho elementi per parlare di una frattura specifica, ma l’intensificarsi delle pressioni di diversi attori internazionali sui generali potrebbe aver creato correnti diverse” aggiunge. Secondo l’intervistato il non intervento dei militari nei primi giorni delle proteste, non deve essere per forza interpretato come un segnale di frattura interna al regime. “Potrebbe essere anche un segno di continuità con la politica degli ultimi anni, quella che, dopo il massacro del 1998, ha visto i generali preferire allo scontri frontale altri metodi, più sotterranei, con i quali smontare il dissenso dall’interno attraverso le spie”. “Una via più ‘morbida’ – ha proseguito la fonte – che risponde a molti motivi: da un lato non si vuole dare a parte della comunità internazionale ulteriori motivi di contestazione del governo e dall’altra non si vuole irritare ulteriormente la gente, perché i massacri del 1998 hanno fatto comprendere anche alla Giunta il potere del popolo”. La fonte fornisce poi un particolare interessante, secondo cui, per sedare le proteste, il governo avrebbe richiamato a Yangon i militari normalmente dispiegati alla frontiera, temendo che i reparti di città non fossero abbastanza determinati. “I soldati arrivati negli ultimi giorni vengono direttamente dalla giungla dove si sono induriti con la guerriglia. Si tratta di gente reclutata giovanissima, indottrinata, pagata poco, ma col diritto di stuprare, rubare e saccheggiare. Campano con quello che possono e hanno un’arma in mano e con quell’arma si guadagnano, il pane e il companatico, rubando. Militari che al fronte hanno imparato che se non sparano come gli viene ordinato, sarà qualcun altro a sparare loro alle spalle” spiega la fonte. “In questi giorni – conclude l’intervistato -continua a tornarmi alla mente la frase che alcuni anni fa disse durante una cena un uomo di cultura: ‘Nel 1988 abbiamo vinto ma ci siamo fatti fregare. Quando il presidente si è dimesso abbiamo creduto che avrebbero ceduto il potere, fatto le elezioni e quindi ci siamo fermati. Poi invece si sono rimangiato tutto. La prossima volta, non so né quando né come inizierà, ma certamente nessuno più ci fermerà e sarà un bagno di sangue’. Una frase che raccolse l’assenso di tutti i birmani presenti”. “Non so se siamo arrivati al momento di cui parlava quell’uomo, ma sicuramente la gente negli ultimi mesi era esasperata e i recenti aumenti dei prezzi potrebbero aver soffiato sul fuoco che covava sotto la cenere” dice ancora prima di salutare.
http://www.misna.org/
Elezioni in Ucraina, l’Europa alla finestra
Il 30 settembre 2007 elezioni anticipate per il rinnovo dei seggi del Parlamento. Per garantire la stabilità democratica, l’Ue dovrà osare di più.
Mergerita,98 anni alle urne nel 2005 (Foto SusanAstray/ Flickr)
Dopo un lungo tira e molla, il Presidente Viktor Yushchenko e il Premier Viktor Yanukovic nel maggio 2007 sono giunti finalmente a un accordo sulle elezioni anticipate. Che si terrano domenica 30 settembre 2007. L'Ucraina ha così l'occasione di uscire dal vicolo cieco in cui si trova da quando Yanukovic portò a casa una risicata vittoria durante le elezioni del marzo 2006. Che aveva gettato il Paese nell'instabilità.
Il filo-occidentale Yushchenko – leader della Rivoluzione Arancione che aveva detronato il Presidente filo-russo Kuchma – spinge per modellare il Paese intorno ai valori europei. Ma senza una chiara maggioranza non sarebbe in grado di presentare un programma efficace. Di contro Yanukovic – alleato di Kuchma ai tempi delle proteste guidate da Yushchenko – è alla ricerca di una via di mezzo che collochi il Paese tra Russia e Unione Europea. Da mesi Kiev è teatro di una lotta di potere tra il Presidente, il Premier e il Parlamento mentre il Paese scivola verso un futuro caotico e incerto. Il problema principale risiede nella giovane costituzione che non delinea con chiarezza le competenze tra i diversi poteri dello Stato. Un caos costituzionale a cui bisognerà porre rimedio per rendere il Paese una democrazia funzionante.
Visti più facili per gli ucraini (e le ucraine) diretti in Europa
Una democrazia stabile alla sua frontiera orientale è interesse dell’Ue. La stessa Ucraina potrebbe essere un modello da imitare per le altre ex repubbliche sovietiche e diventare un elemento di stabilità nell’area del Mar Nero. Inoltre una democrazia più forte potrebbe, nel lungo periodo, tenere testa anche alle ambizioni geopolitiche di Mosca.
Ma ogni ulteriore sviluppo è legato all’attenzione che l’Ue riserverà agli sforzi democratici dell’Ucraina. Nel 2003 grazie alla Politica europea di vicinato, Kiev ha stretto legami più forti con l’Ue anche se qualsiasi ipotesi di ingresso nell’Unione è stata accolta con freddezza. Ma dal giugno 2007 si registra un’importante novità: le pratiche per ottenere i visti d’ingresso sono state semplificate e i costi ridotti.
Questi sforzi sono accolti positivamente da Kiev. Anche se gli ucraini sperano in segnali più chiari da parte dell’Ue. Non solo azioni di natura economica, ma anche concrete iniziative per incentivare lo sviluppo democratico del Paese in un momento di scoraggiamento delle popolazione, alle prese con condizioni di vita sempre più complicate. Nel frattempo il Cremlino si compiace: anche se gli ucraini hanno scelto l’Europa, è chiaro che l'Ue non ha contraccambiato.
Sbagliando si impara. O no?
Già sedici anni fa l’Ue sottovalutò le conseguenze di una mancata collaborazione nel lungo periodo. Nel 1991 invece di appoggiare senza condizioni il tentativo di riforma dell’ex Urss di Gorbaciov, lasciarono indisturbati i vecchi burocrati di partito che gestivano il potere. I leader occidentali preferirono vedere il gigante ucraino in ginocchio piuttosto che impegnarsi in un costoso e duraturo supporto finanziario. Nazionalismo, esclusione sociale, corruzione: i mali di oggi trovano lì le loro radici e l’Occidente, con la sua passività, è corresponsabile dell’odierna situazione.
L’Ucraina non può essere paragonata alla Russia nel campo del diritti umani e della libertà di stampa. Nonostante ciò una politica europea di avvicinamento potrebbe evitare ulteriori amarezze alla popolazione, già oggi disillusa degli esiti del processo di democratizzazione lanciato dalla Rivoluzione Arancione.
Tradotto dall’olandese da Alix Wurdan. Grazie a Pim de Kuijer
Foto in home page- L'ex Primo Ministro ucraino Julija Timoschenko, adesso leader dell'Unione della Patria di tutti gli ucraini
Kosovo: Mosca avverte, l’indipendenza destabilizzerebbe l’intera regione
La risoluzione dello status del Kosovo è uno tra i tanti catalizzatori delle tensioni tra Russia e Occidente
L’incontro di pochi giorni fa tra il Ministro degli Esteri francese Kouchner e l’omologo russo Lavrov mirava, ancor più che all’avanzamento dei negoziati in sé, a restituire all’Europa un ruolo nella questione. Ha invece offerto a Mosca l’ennesima occasione per sottolineare il proprio peso anche in questioni che, come il Kosovo, sono e dovrebbero restare essenzialmente “europee”.
La troika costituita da USA, Russia e UE lavora da luglio alla ricerca di un accordo tra Serbi e Albanesi e, ancor più faticosamente, al suo stesso interno. Se nessun compromesso sarà trovato entro il 10 dicembre, il Kosovo riceverà dagli USA il via libera alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Per quanto incapace per ora di proporre valide alternative, l’Europa respinge qualsiasi soluzione ottenuta senza mandato ONU e con il solo avvallo degli USA. Nei fatti essa resta però divisa, con Gran Bretagna e Francia favorevoli all’indipendenza e Spagna, Ungheria, Grecia, Cipro, Slovacchia, Romania e Bulgaria ancora riluttanti, per la presenza di simili istanze entro i loro stessi confini. Questa settimana la troika incontrerà i delegati serbi a New York, ma si prevede già un altro nulla di fatto.
Un atto unilaterale di indipendenza senza il consenso della Serbia innescherebbe, secondo Lavrov, “una reazione a catena”, che “la Russia vorrebbe evitare”. La velata minaccia ha fatto correre il pensiero ai separatismi nell’area del Mar Nero allargato, alimentati e protetti dalla stessa Mosca (Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud e Nagorno-Karabakh), e alle altre ragioni di contrasto tra Russia e Occidente, tra cui l’espansione della NATO a est e il progetto di scudo antimissilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Contando sulle divisioni in seno alla UE, Mosca può con ancora maggiore facilità mostrarsi intransigente proprio là dove la sua cooperazione sarebbe più essenziale. Pur senza arrivare a uno scontro diretto, essa può così riaffermare davanti all’Occidente il suo ruolo di grande potenza appena riemersa e mostrare quanto rischioso sarebbe deluderne le aspettative. Nelle parole di Lavrov, il Kosovo resterà una delle “linee rosse”, solo una delle tante, su cui il Cremlino non è disposto a retrocedere e su cui i negoziatori americani e europei non avranno vita facile nei mesi a venire.
Elisabetta SARTOREL
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30412
Ribellioni al “colonialismo” cinese in Papua-Nuova Guinea
Decine di migliaia di cinesi si sono stabiliti nell’isola, anche immigrando illegalmente, e hanno occupato commerci legali e non. Portano via materie prime e sfruttano i lavoratori pagando poco. Hanno “importato” persino gruppi criminali. Ora la rabbia della popolazione esplode in saccheggi di massa contro i negozi cinesi.
Pechino (AsiaNews) – Pesca, legname, oro, argento, rame, commercio al minuto nelle città, ma anche bande criminali per “ripulire” denaro sporco: nella Papua- Nuova Guinea molte attività economiche sono controllate da cinesi, che spesso sfruttano senza scrupoli la popolazione e le risorse. Ma ora cresce la protesta e negli ultimi mesi la folla inferocita ha saccheggiato i negozi del quartiere cinese, sotto lo sguardo della polizia.
Decine di migliaia di cinesi, ma anche altri asiatici (come malaysiani e filippini) sono entrati nel Paese illegalmente, ma si sono fatti presto strada con denaro contante e corruzione. Ora controllano la pesca e i pescatori papuani sono salariati spesso sfruttati per orari e obblighi di lavoro. Intere foreste pluviali sono state abbattute per il legno pregiato, senza cura del danno ambientale. La corruzione e il contrabbando sono pratiche diffuse. In molte città i principali negozi sono di proprietà di asiatici.
Inoltre i cinesi e gli altri asiatici non si integrano con la popolazione locale, che vogliono solo sfruttare con metodi colonialisti. Solo alcuni gruppi filippini, cattolici, sono più equi nel pagare quanto è giusto. Il Giappone, tramite le rappresentanze diplomatiche, ha offerto attrezzature per uffici pubblici e scuole, ma la gente è ostile perché ne ricorda la violenta occupazione durante la Seconda guerra mondiale.
Gruppi criminali cinesi hanno anche usato la zona per “ripulire” denaro sporco e prendono sempre maggior controllo del territorio, senza che la scarsa polizia possa opporsi. Invece che denaro, gli asiatici hanno importato malattie sociali gravi, soprattutto l’Hiv, ormai molto diffuso persino in scuole superiori e università.
Ma ora il risentimento della popolazione sta esplodendo in violenze di piazza.
Il 20 settembre mattina a Mount Hagen, terza città del Paese, una folla di circa 6 mila persone ha assalito e depredato numerosi negozi nel distretto di Chinatown, la zona più commerciale dove la gran parte dei negozi sono di cinesi e coreani. Persino bambini delle scuole elementari correvano portando via bracciate di abiti, cibo e stoviglie. Per almeno 3 ore la città è stata nel caos e la polizia non è riuscita a intervenire, prima di ricevere rinforzi e di usare gas lacrimogeni e spari in aria per riprendere il controllo. Ancora il giorno dopo ci sono stati saccheggi, più isolati. I negozi sono rimasti chiusi e per giorni la polizia ha dovuto presidiare le strade.
Ma in Papua violenze simili ci sono già state, negli ultimi mesi, nelle città di Port Moresby, Lae, Madang, Rabaul. Nel novembre 2006 a Nuku’alofa, capitale della vicina Tonga, i negozi di circa 30 cinesi hanno subito attentati esplosivi o saccheggi. Sempre nel 2006 la folla ha depredato e incendiato la zona commerciale del quartiere cinese di Honiara, Isole Salomone.www.asianews,it

Se scrivete male di me, non vi faccio piu’ parlare con mio marito: e’ questa la tattica con la quale Hillary Clinton e’ riuscita a impedire la pubblicazione sulla rivista americana GQ di un articolo fortemente negativo su di lei, dedicato a raccontare i litigi interni al suo staff. […]
Secondo quanto ha rivelato il quotidiano The Politico, senza essere smentito, la senatrice candidata alla Casa Bianca ha fatto sapere al direttore del magazine, Jim Nelson, di essere assolutamente contraria alla pubblicazione di un servizio su di lei scritto da un reporter di Atlantic Monthly, Josh Green, che gia’ in passato le aveva dato dispiaceri. A GQ e’ stato fatto sapere dallo staff di Hillary che se usciva l’articolo, l’ex presidente Bill Clinton non sarebbe stato piu’ disponibile a comparire sulla copertina del numero di dicembre, per uno speciale su di lui concordato da tempo.
Bill Clinton in copertina, secondo gli addetti ai lavori, fa salire le vendite dei periodici negli Usa quasi come Lady Diana in Gran Bretagna e l’edizione natalizia di GQ avrebbe riportato danni economici seri. Un giornalista del magazine ha girato in estate l’Africa con Bill Clinton proprio per preparare il numero speciale di dicembre e la prospettiva di veder saltare il progetto - secondo Politico - ha impaurito il giornale.
‘’Si, e’ vero, abbiamo fatto fuori un articolo su Hillary - ha ammesso Nelson - ma cancelliamo articoli continuamente, per un gran numero di ragioni'’.
L’episodio ha subito scatenato sui blog accuse alla Clinton di essere contraria alla liberta’ di stampa e di muoversi con metodi che piu’ che ricordare quelli della campagna di suo marito nel 1992, sembrano copiati dai metodi di Karl Rove e Karen Hughes, gli strateghi che hanno gestito le campagne di George W.Bush. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/27/hillary-ai-media-trattatemi-bene-o-vi-tolgo-mio-marito/#more-371
Guantanamo : 14 detenuti potranno avere un avvocato
di Rico Guillermo
Secondo il Washington Post, il governo USA permettera' a 14 prigionieri di Guantanamo di avere accesso per la prima volta a un difensore.
Il giornale, che cita come fonti funzionari del Dipartimento della difesa, segnala che si tratta dei 14 trasferiti nella base americana a Cuba dalle prigioni segrete della CIA di cui in quell'occasione Bush ammise l'esistenza. Fra questi detenuti, considerati di grande valore per le indagini sugli atti terroristici, ci sono Khalid Sheikh Mohammed, accusato di essere il cervello degli attentati dell'11 settembre 2001, e Majid Khan, che sarebbe stato agli ordini del primo.
Dal momento della cattura, le centinaia di detenuti di Guantanamo - per lo piu' afghani o iracheni, ma anche arabi di nazionalita' 'occidentali' - sono stati tenuti in una sorta di limbo legale, senza accuse formali ne' processi e senza che un giudice confermasse i loro arresti.
Secondo il quotidiano statunitense, dalla fine di agosto i 14 prigionieri hanno potuto riempire un formulario per chiedere al 'Tribunale di revisione per la verifica dello stato di (nemici) combattenti' l'assistenza di un avvocato.
Il formulario comprende la possibilita' di chiedere all'associazione dei legali degli Stati Uniti, ABA, che invii un avvocato che rappresenti gratuitamente il detenuto, ma il presidente dell'istituzione ha affermato che l'associazione professionale non desidera "dare il suo appoggio e sottoporre la sua credibilita' a questo sistema inadeguato di revisione". Peraltro, gli avvocati dovranno sottomettersi a diverse prove di sicurezza prima che venga consentito loro di accedere ai detenuti, come spiegato da un alto funzionario del Pentagono.
I gruppi USA per i diritti umani hanno salutato la notizia dell'accesso a un difensore come un "cambio di tono" del governo sul problema dei detenuti di Guantanamo, dato che in precedenza gli unici avvocati previsti per i 'nemici combattenti' erano legali militari di carriera, e persino questi avevano espresso perplessita' sulle scarse garanzie assicurate alla difesa.
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 28 2007
Demoni, santi e preferenze bloccate
Salvatore Vassallo
Corriere della Sera
Per i critici della «partitocrazia» dei primi anni novanta il mercato delle preferenze costituiva la fonte e l'emblema delle degenerazioni della vita politica. Oggi vale l'esatto contrario: secondo una opinione diffusa la «casta» nasce dalle liste bloccate. Non a caso, Il portaborse, il film di Daniele Luchetti, fece da detonatore all'ondata antipolitica di allora un po' come sta capitando oggi con il libro di Rizzo e Stella. Grillo, ad esempio, come molti altri, ha cavalcato tutte e due le maree: allora contro il mercato delle preferenze, oggi contro le liste bloccate. Questo drastico cambiamento di fronte ha una giustificazione, ma le parole d'ordine che produce sono fuorvianti.
Il collegio uninominale, le liste bloccate e le liste aperte con voto di preferenza sono tre modi diversi per regolare la selezione dei componenti delle assemblee rappresentative e, quindi, la lotta interna ai partiti. Nessuno dei tre, ahinoi, trasforma i demoni in santi. Le liste aperte con voto di preferenza attenuano (non eliminano) gli scontri, solitamente a porte chiuse, per la scelta delle candidature. Ma poi innescano, durante la campagna elettorale, una competizione «quartiere per quartiere» tra candidati dello stesso partito. Una competizione costosa, alimentata da tavolate, manifesti e santini; da cordate di consiglieri e assessori, amministratori di enti pubblici e aziende sanitarie, cooperatori e ordini professionali, ciascuno con la sua dote di consensi da misurare, ciascuno con la sua attesa di risarcimento. Spingono gli eletti a lavorare tutto il mandato per alimentare i loro network
e a cercare finanziatori per la campagna elettorale successiva. Le elezioni del 1992 hanno mostrato peraltro che la riduzione a una delle preferenze esprimibili non riduce questi problemi ma per certi versi li aumenta.
Il collegio uninominale combina, almeno all'apparenza, il meglio dei due sistemi. Esibisce le virtù del «voto alla persona» senza innescare costose campagne elettorali fratricide, spingendo anzi i candidati ad assumere un atteggiamento unificante tra le diverse componenti dei partiti o delle coalizioni che li esprimono. Ma è chiaro che questo è possibile proprio in quanto il menù è fisso; in quanto la «lista» è bloccata, ancorché cortissima, essendo ridotta alla famigerata unica minestra. C'è il vantaggio che quando si vota si sa esattamente quello che si compra. Un vantaggio che non svanisce del tutto se la «lista », pur rimanendo bloccata, si allunga, come in Spagna, fino a un massimo di cinque o sei candidati. Se invece, come nella Calderoli, le liste si allungano a dismisura, i singoli candidati scompaiono completamente dalla vista e dal controllo di chi vota. Mentre il controllo su chi viene eletto passa tutto nelle mani di chi le compila.
D'altro canto, non c'era voto di preferenza nelle leggi elettorali adottate in Italia tra il 1994 e il 2001 (basate su collegi uninominali e liste bloccate molto corte) e nessuno se ne è mai lamentato, tanto che molti credono (o dicono) erroneamente che il voto di preferenza sia stato abolito nel 2006. Non c'è voto di preferenza nel sistema elettorale tedesco, ammirato tra gli altri da Enrico Letta, che però considera le liste bloccate sempre e comunque dannose. Non c'è voto di preferenza né in Francia, né in Gran Bretagna, né in Spagna. Per il semplice fatto che in questi Paesi i partiti il giorno delle elezioni politiche preferiscono presentarsi agli elettori uniti. Preferiscono cercare consensi proponendo un programma comune di governo, piuttosto che, come faceva la Dc, cercare consensi giocando sulle loro stesse divisioni.
Dunque, l'alternativa tra liste bloccate e voto di preferenza è mal posto. Il vero nodo sta nel numero di seggi in palio nello stesso collegio. In collegi grandi (come prima del 1994 e come nel 2006), le liste bloccate e il voto di preferenza sono due mali assoluti, benché di segno opposto: le prime rendono le campagne dei candidati costosissime e spaccano i partiti; il secondo fa completamente scomparire i candidati dal controllo degli elettori e ne annulla l'autonomia. Il collegio uninominale sarebbe la soluzione migliore, ma altre soluzioni intermedie sono ragionevoli. A discutere invece di regole istituzionali con il metodo Grillo, continueremo a saltare dalla padella alla brace.
Pd, la corsa a due degli economisti
I candidati per le primarie restano cinque
La denuncia di Schettini, tagliato fuori per insufficienza di liste: "Di oltre 50 ne sono rimaste 16
nelle ultime ore scomparsi capilista e chi doveva vidimare". In Liguria, Toscana, Lazio e Puglia
di CLAUDIA FUSANI
Piergiorgio Gawronski
ROMA - Il partito democratico non è ancora nato ma c'è già chi sente il bisogno di "democratizzarlo". Ovviamente dal suo interno, non standone fuori, ma standone dentro. Dice Piergiorgio Gawronski, economista dello sviluppo dei paesi più poveri, uno dei candidati alle primarie del 14 ottobre: "Peccato che Veltroni non abbia capito che gente come me, o come Jacopo Gavazzoli Schettini non ha mai pensato di correre contro di lui ma per aggiungere alla sua candidatura. Per dargli più forza. Peccato. Comunque ora siamo qua, io e Jacopo, insieme nelle primarie. E insieme anche dopo, con un nuovo movimento per democratizzare questo nuovo partito in cui continuiamo a credere".
Questa mattina, saletta dell'hotel Nazionale, piazza di Montecitorio, a due passi da Camera e palazzo Chigi. Un luogo a suo modo simbolico, scelto spesso da chi vuol fare politica ma ne è ancora fuori. E' ufficiale: i candidati per le primarie del Pd diventano cinque invece che sei. Il sesto non si è perso per strada - "forse qualcuno ci sperava" sorride Jacopo Gavazzoli Schettini - ma correrà insieme con Piergiorgio Gawronski. Un secondo ticket, quindi, oltre quello di Veltroni e Franceschini.
"L'idea c'è venuta a fine agosto" racconta Gawronski, "perché i nostri programmi hanno molti punti in comune", così come le loro storie di economisti etici e dello sviluppo e di outsider della politica. Adesso quell'idea è diventata operativa anche perché senza ticket Gavazzoli-Schettini sarebbe scomparso. Spazzato via per insufficienza di liste. Un fastidioso nome in più in una corsa - quella per le primarie del Pd - per qualcuno molto più affollata rispetto alle previsioni.
Il ticket degli outisder diventa dunque movimento "per intercettare il sentimento dell'antipolitica". "Il 13 ottobre, quando chiude la campagna elettorale, noi lanceremo il nuovo movimento che avrà sue liste già nelle provinciali di novembre" spiega Gawronski. Per compagni di strada, aggiunge, "abbiamo persone scoraggiate da questa politica perché chi è andato in piazza con Grillo non è antipolitico, vuole però una politica diversa; è con noi anche la base dei partiti che non ne può più dei loro dirigenti". Il programma ha tre obiettivi: "Un partito democratico veramente nuovo; riforme vere nel senso di un maggioritario a doppio turno bilanciato da maggiori garanzie democratiche; rinnovamento della politica, ad esempio cambiare i meccanismi di accesso alla pubblica amministrazione e ai concorsi". Per maggiori dettagli i due candidati rinviano ai rispettivi siti on line.
Fin qui la parte propositiva. Ma il ticket è anche il risultato di quello che è successo nelle retrovie del Partito Democratico nella fase delicatisisma della creazione delle liste per partecipare alla costituente del nuovo partito. Una cronaca sconosciuta, che quasi nessuno ha raccontato, per evitare di accendere polemiche e di sciaquare i panni sporchi fuori casa. In realtà una lotta ai lunghi coltelli da parte dei big della politica per stare dentro e avere i posti migliori nelle liste e nei collegi.
Una lotta contro i mulini a vento da parte di chi voleva provarci e si è ritrovato, racconta Gavazzoli Schettini "a fare i conti con capilista scomparsi nelle ultime 24 ore prima di consegnare le liste e consiglieri provinciali che dovevano vidimare le liste irranggiungibili proprio sabato pomeriggio, a poche ore dalla consegna".
Jacopo Gavazzoli-Schettini
Certo, Gavazzoli Schettini sa perfettamente di essere partito con pochi numeri, zero organizzazione e di aver avuto solo due mesi per mettere insieme il minimo richiesto: 25 liste in almeno cinque diverse regioni; ognuna con un numero di candidati tra 5 e 10 e con minimo un centinaio di firme. Non una cosa semplice quando non hai un partito nè una segreteria dietro di te e hai due mesi e mezzo di tempo di cui uno agosto. "E però - racconta Gavazzoli che nella vita lavora a Bruxelles e fa l'economista etico - il fatto è che 72 ore prima della consegna (le 24 del 22 settembre ndr) avevamo circa 50 liste, 48 ore prima 35, 24 ore 26 e siamo riuscite a consegnarne solo 16".
E' successo in Liguria, Toscana, Lazio e Puglia, "candidati scomparsi all'ultimo secondo, avevano cambiato idea. Alle ore 18 del 21 settembre, a sei ore dalla consegna, una imprenditrice toscana che doveva garantire per una decina di liste non è semplicemente venuta all'appuntamento". Una moria di candidati subìta anche gli altri outsider che però erano riusciti a mettersi in zona sicurezza. Al blogger Adinolfi sono rimaste 50 liste su 70-80 previste. Gawrosnki è rimasto con trenta. Per un'unghia, ma ce l'ha fatta. http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/politica/partito-democratico-10/gavazzoli-gawronski/gavazzoli-gawronski.html
Meta(political)comics: Il “santino” Fabio Fazio
E’ vero, sparare alzo zero contro Fabio Fazio, è come sparare sull’ambulanza della crocerossa. E’ troppo buono, troppo discreto, troppo forbito…
Però, diciamo, che certi giornali, in particolare quelli della sinistra-sushi, rischiano di farlo diventare antipatico. Si prenda ad esempio il Venerdì di Repubblica. Torna “Che tempo che fa”, e allora zacchete viene intervistato. Il buon Fazio non dice granché: le solite cose, più o meno condivisibili, sulla televisione di qualità, eccetera.
Viene però sentito, guarda caso, nella sua casa di Parigi: il massimo dello snobismo, mica parliamo dell’ostrogota Ponte di Legno leghista… Ma ecco una prima notazione di Elena Martelli, l’intervistatrice: abbiamo “gustato un tortino di fichi pressati al profumo di Pinoli, preferito al più trionfale plateau di ostriche”. Come dire: Fabio Fazio non è un burino, ostriche e champagnino alla Briatore…
Non contenta, la Martelli rincara la dose: “ Fazio, lo hanno, evidentemente, disegnato così: cortese, ben educato, sempre un po’ sulla difensiva. Un po’ cavaliere vecchio stile, come la tv in cui, previo provino, entrò debuttando a Pronto Raffaella nell’83. Nella preistoria del piccolo schermo faceva imitazioni. Beppe Grillo che era un comico è diventato un capopopolo, Mike gli telefona a volte per lodarlo, altre per sgridarlo”.
Che capolavoro! In poche battute ci fanno sapere che Fazio è entrato in Rai senza raccomandazione, lavorando in un programma, nazionalpopolare (quello della Carrà), ma non volgare come i reality della Ventura. Che ha un bel rapporto filiale con quel pezzo di televisione vivente che è Mike Bongiorno. E dulcis in fundo che Fazio non è diventato un pericoloso capopolo antipolitico come Grillo (Tié…).
Ora, se non è un santino (laico) questo… Una specie di Padre Fazio da via Teulada, orante, con l’aureola di fichi e con il piedone che schiaccia il testone cespuglioso del diavoletto-Grillo, mentre dall’alto la Carrà e Mike lo benedicono. Amen.
E Fazio che ne pensa ? Dice che ... gli piace Veltroni.
E ti pareva.http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
Un Corriere molto maschio
L'altro giorno leggevo Internazionale e l'intervento di un corrispondente austriaco in Italia sul caso Grillo. E insomma Gerhard Mumelter, Der Standard, scriveva: "Una ventata d'aria fresca farebbe bene anche ai mezzi di informazione: dal Corriere della Sera, che per principio o per pigrizia non affida mai un editoriale a una donna...". E in effetti, mi sforzavo di pensare, la Palombelli non c'è più, la Maraini non è un'editorialista, la Rasy neanche, la Meli scrive retroscena...E insomma non ce n'è. Poi oggi leggo Luca Sofri che riporta le firme in prima pagina del Corriere: "Sono tutti uomini, e tutti tra i 52 anni e gli 83 anni (età media di quelli che mi sono ricordato: 64). Sergio Romano, 78 anni, Angelo Panebianco, 59 anni; Ernesto Galli Della Loggia, 65 anni; Paolo Mieli, 58 anni; Pier Luigi Battista, 52 anni; Gian Antonio Stella, 54 anni; Giovanni Sartori, 83 anni; Michele Salvati, 70 anni; Magdi Allam, 55 anni; Pietro Ichino, 58 anni; Dario Di Vico, 56 anni; Piero Ostellino, 72 anni; Francesco Giavazzi, 58 anni; Alberto Ronchey, 81 anni".
In più, c'è da dire, quasi tutti sono illeggibili. http://www.stamparassegnata.splinder.com/
Elezioni nel Maghreb, malinconia in Egitto
Federica Zoja
Non le avrà vinte, ma almeno il Pjd, il partito islamico marocchino, ha potuto liberamente partecipare alle ultime elezioni. Il sogno di una democrazia aperta alle formazioni islamiche è una realtà in diversi paesi del Medio Oriente, dalla Turchia alla Palestina al Marocco. Ma continua a essere un tabù per uno dei paesi più importanti della regione, l’Egitto. “In situazioni di multipartitismo i movimenti islamici sono destinati ad ottenere forti maggioranze, perché la loro esperienza del tessuto sociale supera nettamente quella degli altri”, spiega il politologo egiziano Diaa Raswan. Per questo il presidente Mubarak, dopo un’iniziale apertura, è tornato a reprimere i Fratelli musulmani, la principale forza di opposizione. Che oggi guarda al Marocco con una certa malinconia.
Il Cairo, Egitto
Ma che cosa ha frenato davvero l’ascesa del Partito della giustizia e dello sviluppo? Risponde Diaa Raswan, politologo del Centro studi politici e strategici Al-Ahram del Cairo (Acpss), esperto di movimenti radicalisti e Fratellanza musulmana (Fm): “Non credo che la questione sia ‘che cosa non ha convinto gli elettori marocchini’, ma piuttosto che cosa ci aspettavamo tutti noi osservatori. Infatti, non dobbiamo dimenticare che in Marocco gli islamisti sono cresciuti rispetto allo scrutinio precedente e che ora sono al 2° posto in Parlamento”. Si pensava a un risultato ‘esplosivo’, “ma io vedo che con passo stabile, senza recessioni, quel partito avanza, anche se con velocità diversa rispetto a quelli di altri paesi - spiega Rashwan ampliando il campo di osservazione - Ovunque, nei paesi musulmani, in situazioni di multipartitismo i movimenti islamici sono destinati ad ottenere forti maggioranze in Parlamento. Perché la loro esperienza del tessuto sociale supera nettamente quella degli altri”.
Anche la Fratellanza musulmana egiziana ha una diffusione capillare sul territorio, vanta membri in tutti gli strati della società ed è il movimento di opposizione al regime di Hosni Mubarak più forte e organizzato. “Quello egiziano però è un sistema mono-partitico – riferisce il politologo – in cui il Partito nazionale democratico (Ndp) ha il controllo assoluto delle istituzioni, compreso il Comitato che autorizza la nascita di nuove formazioni politiche. E le nuove leggi vanno in quella direzione”.
Fra gli articoli della Costituzione egiziana rivisti dal Parlamento in primavera, quello numero 5 è stato modificato in modo da bandire tutti i partiti che hanno un fondamento religioso. Un provvedimento chiaramente destinato a sbarrare la strada una volta per tutte agli Ikhwan muslimin (Fratelli musulmani), già comunque banditi in Egitto dal 1954.
Ecco quindi che gli 88 seggi vinti dalla Fm alle elezioni parlamentari del 2005 sono ufficialmente attribuiti a deputati indipendenti e che gli altri partiti di opposizione, insieme, raggiungono appena il 2% dei seggi. L’Ndp monopolizza più del 75% dell’Assemblea popolare, composta da 454 parlamentari. “Finché l’Ndp sarà al potere non cambierà nulla, la Fm non diventerà legale e i piccoli come Tagammu (Partito unionista), Wafd (Delegazione), Ghad (Domani) rimarranno deboli”, prevede Diaa Rashwan. Radicalmente diversa la situazione politica in Marocco, dove “ci sono molti partiti, forti e di lunga tradizione, e la competizione è effettiva”. Fino ad ora, forme di alleanza fra le diverse anime dell’opposizione egiziana “non hanno funzionato”, come il Fronte nazionale costituitosi nel 2005, cui gli Ikhwan hanno aderito, ma all’ultimo minuto. Rashwan non crede però che la Fratellanza possa optare, in caso di incerta successione al presidente Mubarak, per il ricorso alle armi.
In proposito, Frédéric Vairel, ricercatore del Centro di studi e documentazione economica, giuridica e sociale del Cairo (Cédéj), appena rientrato dal Marocco, è dello stesso parere: “Sul piano pratico – spiega a Reset – per almeno trent’anni i Fratelli musulmani non hanno fatto ricorso alla violenza, dunque le persone che ne fanno parte sono cambiate. E anche il reclutamento dei membri è cambiato. Non ci si rivolge certo alle stesse persone per proporre un ‘colpo grosso’ oppure piccole manifestazioni all’università e la candidatura alle elezioni”. Il 10 dicembre del 2006, però, un episodio ha messo in allarme l’opinione pubblica: al termine della preghiera del venerdì presso la moschea universitaria di Al Azhar, insieme ai soliti manifestanti anti-Occidente e anti-regime, hanno marciato anche giovani mascherati e in uniforme, a suggerire l’esistenza di un gruppo paramilitare vicino ai Fratelli musulmani.
Commenta Vairel, impegnato nello studio comparativo dei movimenti sociali in Marocco e Egitto: “Ci sono state oscillazioni all’interno della confraternita sulla riorganizzazione del movimento dopo quello che è successo. La difficoltà ora consiste nel capire se, quando ci sono così tanti militanti, si riesce ad occuparli e controllarli, mostrando loro che la causa avanza, oppure possono sfuggire. Può essere che (quell’episodio) sia stato permesso dall’organizzazione stessa per dare ai giovani l’impressione che sono importanti e che hanno un ruolo nella confraternita. Ma potrebbe essere anche un fallimento strategico della stessa, un calcolo sbagliato dei rischi e della reazione del regime”. In Marocco, gli islamisti hanno abbandonato da tempo qualsiasi proposito rivoluzionario, compiendo una lunga trasformazione in seno alla società: “I quadri del Pjd, a partire dalla metà degli anni ’80, hanno teorizzato l’abbandono dell’azione rivoluzionaria - sottolinea il ricercatore del Cédéj - Un percorso non violento, di riavvicinamento al Parlamento e alla politica quotidiana. Il tutto accompagnato da revisioni dottrinarie, cioè ogni nuova tappa politica si accompagna a un riferimento esegetico. Si tratta di gente che vuole entrare in politica perché ciò corrisponde anche a una loro esigenza sociale: medici, avvocati, imprenditori, professori universitari, la cui ascesa professionale passa attraverso l’ingresso in politica”.
E se i Fratelli musulmani vantano una presenza capillare sul territorio e la vicinanza alle fasce sociali più deboli, gli islamisti marocchini hanno “una ‘clientela proveniente dalla piccola e media borghesia, gente alfabetizzata che ha un rapporto con la religione diverso rispetto a quello delle campagne. Sono piccoli intellettuali locali”, interessati a un processo di riforma della religione.
“Quello che bisogna notare è che nelle bidonvilles marocchine, stigmatizzate come riserve di kamikaze, il Pjd, come gli altri partiti, non ha pubblico – evidenzia Vairel - Le baraccopoli quindi sono abbandonate dallo Stato e dai partiti”. Il Pjd è comunque il primo partito marocchino: “In termini di numero di voti, ma non in termini di seggi. Questo è il risultato della divisione del paese in circoscrizioni, studiata dal ministero degli Interni con cura. L’ingegneria elettorale ha una lunga tradizione in Marocco, fin dalle prime elezioni dopo l’indipendenza (dalla Francia, nel marzo del 1956, ndr)”.
Si intuisce che la soglia concepita ‘dall’ingegnere elettorale’ è intorno al 20% massimo, in modo che nessun partito sia in grado di “appoggiarsi sulla gente, facendo a meno della monarchia”. E se in Egitto l’Ndp e la presidenza sono fratelli siamesi, “il re marocchino, con la scusa del pluralismo, ha fatto la scelta di non avere nessun partito troppo vicino. Questo permette di creare uno schermo, di avere persone che gestiscono gli affari pubblici ma se sbagliano non è colpa del Palazzo”. In sintesi, il predominio del re è immutabile: i numerosi progetti di pianificazione danno ai sudditi l’idea che sia il re ad agire e che la Camera non abbia alcuna utilità. Ed ecco spiegato l’astensionismo. “La differenza (rispetto al passato, ndr) è che quest’anno abbiamo a che fare con un tasso di astensione reale - riferisce Frédéric Vairel - Il ministero degli Interni non è andato a raccogliere la gente con gli autobus affinché votasse, alcuni candidati l’hanno fatto”.
Inferiore anche la compravendita di voti. Infine, a convincere gli elettori a stare a casa “la carta elettorale spezzettata in 33 partiti diversi, con una proposta islamista triplice” e quindi frammentata. “Spenta” la campagna elettorale, “poco seguita” perché tenutasi in piena estate. Nel frattempo, gli islamisti egiziani attraversano uno dei momenti più aspri della loro storia: “Il quotidiano della Fratellanza musulmana è comunque da sempre sotto pressione - ricorda il professor Vairel - con il ricorso continuo alla clandestinità per il finanziamento. Detto questo, è vero che dall’inizio dell’anno i Fratelli sono diventati ancor di più l’obiettivo della repressione del governo. Questa volta sono colpiti con intensità e in alto, vengono arrestati anche i pezzi grossi dell’organizzazione e deferiti alla corte marziale”. E’ possibile che “i servizi di sicurezza abbiano scoperto che i Fratelli, dopo il successo alle elezioni del 2005, stiano reclutando più militanti che in passato e che il regime sia inquieto per questo. Da parte americana, intanto, questo genere di arresti non provoca nessuna reazione. Ma può anche essere una modalità del regime di preparare la successione, per evitare che, quando questa avverrà, l’organizzazione sia troppo forte”, ipotizza il ricercatore.
Scarsi i legami riscontrati dallo studioso del Cédéj fra movimenti marocchini e egiziani: “In Marocco, l’islamizzazione politica ha una dimensione più endogena, anche se questo non le ha impedito di nutrirsi delle correnti ideologiche provenienti proprio dall’Egitto, cioè il pensiero di Hassan El Banna o Sayyid Qutb. Ma in Marocco storicamente non ci sono Fratelli musulmani, anche se spesso a torto vengono chiamati così gli islamisti marocchini”. Per entrambi però potrebbe essere alle porte la prova del nove, quella che determinerà se di veri partiti di governo si tratta, pronti ad attuare programmi economici e sociali. O solo di abili predicatori, capaci di adattarsi ad ogni clima politico.
resetdoc.org
India, Cina e Asean, gli “amici” del regime birmano
I crescenti scambi commerciali coi Paesi confinanti, rendono improbabili le sanzioni contro le violenze della giunta birmana. Thailandia, India e Cina, interessati alle riserve di gas naturale, preferiscono generiche esortazioni ad abbassare i toni, per mantenere “la stabilità” della dittatura e del loro traffico.
Roma (AsiaNews) – Mentre l’Onu, gli Usa, l’Unione Europea si affannano a trovare mezzi per fermare l’escalation di violenza nel Myanmar, i Paesi confinanti sono solo preoccupati che i loro rapporti economici con il regime non subiscano troppe scosse. La Cina ha chiesto oggi alle due “parti” , l’esercito e la folla, di abbassare i toni ed evitare di compiere gesti che possono mettere in crisi “la stabilità e il progresso” del Myanmar.
La preoccupazione per la “stabilità”, unico elemento che garantisca “il progresso” economico e gli scambi, è alla base anche degli interventi dell’Asean (Associazione dei Paesi del sud est asiatico) e dell’India.
Da 10 anni il Myanmar è parte dell’Asean, e questo ha permesso alla dittatura di aprire il suo Paese al turismo e al commercio, ricevendo in cambio un trattamento molto tollerante. L’Asean infatti ha sempre preferito un atteggiamento di “non interferenza” negli affari interni dei membri e nel caso del Myanmar ha addirittura coniato l’espressione “impegno costruttivo”. Questo ha permesso ai Paesi membri dell’Asean di mettere mano alle risorse forestali e al gas naturale, di cui è ricco il Myanmar. In cambio, i Paesi dell’Asean hanno revocato ogni appoggio e ospitalità alle ribellioni etniche contro la giunta. La Thailandia in particolare, grazie alla sua tolleranza verso la giunta e l’intolleranza verso i ribelli, ha un volume di affari ai confini col Myanmar pari a 104, 3 miliardi di bath (circa 2,3 miliardi di euro). Il commercio, cresciuto del 5% dallo scorso anno, vede la Thailandia esportare benzina, attrezzature per la pesca, motocicli, materiale da costruzione in cambio di gas naturale.
Le grandi riserve di gas naturale (circa 2500 miliardi di metri cubi), pari all’1,4% delle riserve mondiali, rendono appetibile la compagnia della giunta, al di là della sanguinosa immagine internazionale. Il Paese, oltretutto, manca di capitali e di infrastrutture per l’estrazione e la diffusione. Questo è il motivo fondamentale per cui l’India continua a mantenere uno stretto rapporto con il governo del Myanmar, fin dagli anni ’90, quando la giunta ha soppresso le elezioni vinte dalla leader democratica Aung San Suu Kyi. A tutt’oggi l’India invia tecnici, ingegneri, esperti e ha perfino il 30% delle azioni in diverse pattaforme di estrazione off-shore.
New Delhi progetta da tempo un gasdotto di 950 chilometri attraverso il Bangladesh, ma finora le difficoltà esistenti con Dhaka hanno convinto Yangon a vendere il gas alla Cina. La spesa prevista per il gasdotto è di 1 miliardo di dollari.
Proprio mentre questa settimana andava rafforzandosi la protesta dei monaci e dei civili a Yangon, Murli Deora, ministro indiano del petrolio, ha visitato la ex capitale e la nuova, Naypydaw, per discutere con la giunta militare nuove occasioni di cooperazione e firmare nuovi contratti di esplorazione in mare.
L’India, conosciuta come la più grande democrazia al mondo, ha subito le critiche di molti attivisti anche a Delhi che chiedevano a Murli Deora di sostenere “non il petrolio, ma la democrazia”.
Per accattivarsi la giunta – e per cercare di far concorrenza alla Cina, anch’essa affamata di energia, anch’essa in buonissimi rapporti con la dittatura militare – l’India offre al Myanmar anche armamenti anti-guerriglia.
Un diplomatico indiano, interrogato ieri sulle vie per influenzare la giunta a non compiere un massacro contro la popolazione, ha dichiarato: “Non possiamo interferire negli affari interni del Paese… E poi, ci sono anche nostri interessi nazionali in gioco”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10418&size=A
Il telegiornale che forma le nostre menti -
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di Pierre Mellet - da voltaire.net, tradotto per Megachip da Cristina Falzone
Il telegiornale è il cuore dell'informazione contemporanea. Principale fonte d'informazione della maggior parte dei francesi, non era, pertanto, ai suoi inizi, in Francia nel 1949, che il sottoprodotto di ciò che non avevano voluto diffondere al cinema la Gaumont e l'Attualità Francese. Si trattava inizialmente di una carrellata d'immagini commentate,mentre il " presentatore" ha preso posto sulla sua poltrona solo nel 1954, quando il giornale è stato fissato alle 20.
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Da allora, la regia è sempre andata in crescendo, e l'informazione è stata scartata - nel caso fosse presente all'inizio - per fare di questo teatro non più un giornale, ma uno spettacolo rituale, una cerimonia liturgica. Il "telegiornale delle 20h" ( d'ora in avanti TG20h, n.d.t) non ha la funzione d'informare, nel senso di trasmettere un tentativo di comprensione del mondo, ma di divertire i telespettatori, mentre gli si ricorda ciò che devono sapere .
L'analisi che segue si basa sui due principali giornali televisivi delle 20h francesi, quello di TF1 e quello di France 2, ma può, a ben guardare, trovare corrispondenze, con i giornali televisivi di altri Paesi, principalmente in "Occidente".
Il contesto
Fissato alle 20h, il telegiornale è divenuto, come la messa in altra epoca, l'appuntamento a cui si ritrova (ognuno a casa sua) tutta la società. E', paradossalmente, un luogo di socializzazione essenziale. Ognuno scopre ogni sera il mondo in cui vive, e può, da quel momento, farne il riassunto con chi gli è intorno, discuterne i temi del momento con la sicurezza che siano importanti, poiché ciò è stato mostrato al "TG". Tutto è sistemato come in un rituale religioso: l'orario fisso, la durata (una quarantina di minuti), il presentatore-prete inamovibile o quasi, che entra, così, assai meglio nel quotidiano di ciascuno, il tono scelto, serio, distante, quasi oggettivo, ma mai veramente neutro, le immagini scelte, la scaletta dell'informazione. Come in ogni rituale, la stessa cosa ritorna permanentemente e si aggrega ad una pantomima di evoluzione quotidiana. Le stesse ore annunciano le stesse storie, raccontate dagli stessi servizi giornalistici, mandati in onda e commentati con le stesse parole, mettendo in scena gli stessi personaggi, illustrati dalle stesse immagini. E' un circolo senza fine e senza sostanza.
In apertura i titoli di testa appaiono con una musica astratta in cui si avvertono in un miscuglio, il tempo che passa, il precipitare degli eventi ed un modo atemporale, necessario ad ogni cerimonia mistica. Durante la sigla, una rappresentazione del mondo precede il presentatore o una carrellata su quest'ultimo lo fa passare dall'ombra alla luce. Tutto avviene come se il mondo stesse per esserci rivelato .
Il presentatore vi riveste un ruolo di passaggio e di autentificazione. Personaggio principale e trascendentale, si trova nel cuore del dispositivo di credibilità del TG20h. E' attraverso di lui che l'informazione arriva, attraverso di lui che è legittimata, resa importante e data come "vera". Attraverso di lui, ugualmente, il telespettatore può essere rassicurato: se il mondo va male e sembra totalmente incomprensibile, c'è ancora qualcuno che "sa" e che può spiegarcelo.
( In altri casi, è un duo che presenta il telegiornale. La relazione con il telespettatore è d'un tratto molto meno professionale e paternalista, ma più dell'ordine della conversazione, e può sembrare più frivola. Evidentemente, non si troveranno mai due presentatori o due presentatrici, ma sempre un duo eterosessuale. E' un modo non scioccare la rappresentazione della famiglia borghese cristiana. Poiché in Francia questo tipo di regia è rara, non l'analizzeremo.)
Credibilità e informazione
" Signore e Signori, buonasera, ecco i titoli dell'attualità di questo lunedì 6 agosto ", ci dice il presentatore all'inizio di ogni giornale. Non si tratta dunque di un sommario, di una cernita della redazione sull'informazione del giorno, ma proprio di "titoli di attualità" del giorno, ovvero precisamente di ciò che bisogna sapere sul mondo,. Non c'è nulla da capire , il "giornalismo" ormai non si impegna più a farci capire il mondo. Il presentatore non ci dà chiavi, non decifra nulla, dice ciò che è .
Non è una "visione"dell'attualità che ci è presentata, ma l'Attualità stessa.
Ciò che importa, da quel momento, per lui, è di "aver l'aria". La sua credibilità non è basata sulla sua qualità di giornalista, ma sul suo carisma, sull'empatia che sa creare, la sua maniera di essere rassicurante, e sulla sua apparenza di uomo onesto e intelligente. David Pujadas può annunciare il ritiro di Alain Juppé dalla vita politica e Patrick Poivre d'Arvor mostrare una falsa intervista di Fidel Castro, che sarebbero comunque mantenuti al loro posto, col sostegno della loro direzione, senza perdere per questo il loro statuto di "giornalista" e la loro credibilità presso il pubblico. Tutto avviene come se l'informazione trasmessa non avesse, alla fine, alcuna importanza.
Essa esiste solo per giustificare il rituale, come la lettura dei Vangeli alla messa, ma essa non ne è, in alcun modo, la ragione centrale, il cuore, che si trova sempre altrove, nel richiamo costante delle parole d'ordini morali, politiche ed economiche della loro epoca. "Ecco il Bene, ecco il Male", ci dice il presentatore.
La gerarchia dell'informazione è dunque inesistente. Mentre uno dei primi lavori effettuati in ogni "giornale" è di evidenziare i soggetti che sembrano i più importanti per tentare di estrapolarne una scaletta( propria ad ogni redazione) in ordine decrescente, da ciò che è importante a ciò che è insignificante, qui non si fa nulla del genere. Si passa dalla salma del cardinale Lustiger all'incidente della Festa delle Logge, poi viene la conclusione nell'affare del rapimento del piccolo Alessandro alla riunione, segue il suicidio di un agricoltore di fronte alle rivolte degli anti OGM, a cui fa seguito l'assegnazione del rientro scolastico, i bambini che non partono in vacanza, l'innalzamento dei prezzi dell'elettricità, la speleologa belga imprigionata in una grotta, la campagna elettorale statunitense dei democratici, l'intervento di Reporter Senza Frontiere per denunciare l'assenza di libertà d'espressione in Cina, la Cina come destinazione turistica, il licenziamento di Laure Manadou, un incidente durante una corsa negli Stati Uniti, il festival Fiesta di sete, il decesso del giornalista Henry Amouroux ed infine quello del barone Elia di Rothschild. Non c'è alcuna coerenza, in nessun momento. I soggetti non sembrano scelti che per la loro insignificanza. Tutto è mischiato, l'amore e l'odio, il riso ed il pianto, l'empatia al pathos, le immagini spettacolari o risibili ai drammi patetici, e l'onnipresenza della fatalità ci ricorda la predominanza della morte sulla vita.
Il reportage
Una volta annunciati i "titoli", il presentatore arriva alla partenza del reportage. Quest'ultimo è la dimostrazione attraverso l'esempio di ciò che ci dice il presentatore. In effetti, tutto ciò che sarà detto e mostrato nel servizio si trova già nel suo annuncio iniziale. Il presentatore riassume sempre invece di presentare. Questo crea una ridondanza. Ciò che viene detto una volta a guisa d'introduzione è sistematicamente ripetuto in seguito nel reportage. Si tratta delle stesse informazioni che sono enunciate, la prima volta riassunte, e la seconda volta sentite per l'elaborazione della storia raccontata. Il reportage aggiunge ben poca cosa a ciò che ha già detto il presentatore e sviluppa appena i dettagli anonimi che controbilanciano "l'oggettività" del presentatore creando la "prossimità." Agli elementi di partenza, presenti nel lancio, si aggiungono in seguito alla storia i piccoli dettagli romanzeschi necessari alla sua istruzione ludica .
Il servizio giornalistico è costituito da due parti: l'immagine ed il suo commento. Ora, se si taglia il suono, l'immagine non significa più nulla. Anche se tutto dovrebbe basarsi su di essa, è precisamente l'inverso che accade in televisione: il commento racconta ciò che l'immagine non fà che illustrare. Quest'ultima è lì solo come "spalla". Si tratta di una successione di paesaggi simili, di visi e di gesti interscambiabili, attaccati gli uni agli altri, e senza legame tra di loro. In televisione, l'immagine non serve che a giustificare il commento ad autentificarlo. Essa gli permette di apparire come "vero". Ed essa glielo permette precisamente perché, non dicendo nulla attraverso sé stessa, il commento può allora trasformarla in ciò che si vuole ed è là il principale pericolo di questo media. Poiché l'immagine possiede una forza di convinzione molto importante, il consenso è tanto più semplice da ottenere una volta che avete privato l'immagine di tutto il suo senso e l'avete trasformata in prova certificante il vostro discorso. Tutto si basa dunque ormai sul commento e sulla verosimiglianza della storia che ci sarà raccontata.
" Nel reportage , scrive l'antropologo Stephane Breton, il commento è suggerito dalla regia, questo mondo nascosto proibito al telespettatore(…) e da dove, si erge, come se fosse una rivelazione, un senso imposto all'immagine. Il senso non è da trovare nella scena ma fuori di essa, pronunciato da qualcuno che sa "
Il giornalista non appare che molto raramente alla fine del suo servizio. Noi sentiamo dunque una voce senza enunciatore. E' una parola divina che s'impone a noi per spiegarci ciò che non potremmo capire guardando solo le immagini. Non c'è interlocutore, dunque nessuna contraddizione. Il reportage è un filo che si dipana seguendo una logica propria, quella che il giornalista ci vuole insegnare, dove i "testimoni" non si succedono che per accreditare la parola che, in ogni modo, ha già detto ciò che ci vogliono spiegare.
La ridondanza è onnipresente nel reportage, come lo è nel lancio. Ogni "testimone" è presentato non secondo la sua funzione, né nello scopo di giustificare il suo posto in questo reportage in quel preciso momento, ma seguendo ciò che ci dirà. E la parola del "testimone" accredita il commento dando un punto di vista necessariamente "vero". "Poiché lui lo dice, è così", E molto spesso il testimone non ha assolutamente nulla da dire, ma lo dirà ugualmente, poiché il giornalista deve provare la sua oggettività e l'autenticità del suo reportage, della sua inchiesta, dimostrando che si è recato proprio sul posto e che può, dunque, farci vedere ciò che succede.
Il reportage, nel telegiornale, non è la realizzazione di un'inchiesta che esplora diverse piste, ma il racconto di un fatto qualsiasi mostrato come fondamentale. E' una visione del mondo senza alternativa, che tenta di apparire come puramente oggettiva. Se il presentatore dice ciò che è, il reportage, lui, lo dimostra. Ed è precisamente là che l'immagine pecca attraverso il suo non senso, e che il commento sembra divenire parola divina. "Ecco il mondo", ci dice uno, " ed ecco la prova", prosegue il reportage. E come contestare la prova quando essa ci è presentata, là, sotto i nostri occhi stupiti? La realtà si costruisce sull'aneddoto, e non su un insieme di fatti più o meno contraddittori che permettono di ri-vedere una situazione in un tentativo di visione globale per potere, in seguito, analizzare.
Le parole d'ordine
Tutto questo si rapporta alla logica di diffusione della morale. Il telegiornale, come la quasi totalità dei media, è un organo di diffusione di parole d'ordine dell'epoca. Esso non discute mai il sistema, non sembra, del resto, neppure conoscere la sua esistenza, ma diffonde a getto continuo gli ordini che la classe dominante detta. Il telegiornale fa parte di questo " servizio pubblico ", di cui parla Guy Debord nei Commenti sulla società dello spettacolo , " che (gestisce) con un'imparziale professionalità la nuova ricchezza della comunicazione di tutti attraverso i mass-media, comunicazione infine giunta alla purezza unilaterale, in cui si fa tranquillamente ammirare la decisione già presa. Ciò che è comunicato, sono gli ordini; e molto armoniosamente, quelli che li hanno dati sono ugualmente quelli che diranno cosa ne pensano."
Il telegiornale delle 20h, nato da una società in cui la memoria è stata distrutta, trasmette le parole d'ordine, come per ogni condizionamento, attraverso la ripetizione permanente e quotidiana. Le storie raccontate sembrano tutte diverse, anche quando le stesse sono tutte simili. Tutto è ripetuto, sera dopo sera, costantemente, ed a tutti i livelli. Solo i nomi ed i visi cambiano, ma il film, lui, resta sempre identico. Si tratta di un perpetuo presente che è mostrato e che permette di occultare ogni movimento di potere. Poiché le evoluzioni non sono più messe in luce, sicuramente esse non hanno più corso. Il telegiornale diffonde dunque la morale borghese ( cristiana e capitalista) in un blocco compatto. E' un vomito lento e lungo, diluito e disseminato durante le 20h00.
I poteri conoscono più modi di diffusione:
- L'accusa . Essa è costante e generalmente detta dai "testimoni", ciò che permette di fare credere al giornalista che ha mostrato un "avviso" e che ha dunque dato uno sguardo obiettivo della situazione. Un incendio devasta una casa e sono i pompieri che sarebbero dovuti arrivare prima. Un violentatore è uscito di prigione perché aveva diritto ad uno sconto di pena ed è la giustizia che non funziona. Un governo rifiuta di piegarsi ai dettami occidentali, ed è una dittatura, un paese sottosviluppato dove la stupidità si mescola alla barbarie, e meglio ancora, dove la censura punisce tutti gli oppositori, che sono necessariamente d'accordo con il punto di vista degli occidentali ma non possono dirlo. Si tratta sempre di trovare qualcuno da mettere alla gogna per ricordare ciò che è "bene" e ciò che è "male" e dove ci si ritrova tutta la semantica cristiana del "perdono", del "peccato", ecc.,
- L'evidenza . Particolarmente utilizzata per regolare senza discussioni le questioni economiche, essa consiste a diffondere i dogmi o le decisioni governative senza mai rimetterle in questione. E' questo per esempio il caso della "crescita", che è sempre la via necessaria alla sopravvivenza mai rimessa in causa e di cui il presentatore ci annuncia le cifre con aria catastrofica:" la crescita non sarà che del 1,2% quest'anno, secondo gli esperti…"
- L'agiografia . Come alla messa, il telegiornale ha i suoi santi da mettere innanzi. E' il ritratto di qualcuno che è "riuscito", che sia appena morto, che abbia "vinto tutto", che si sia fatto da solo, ecc. Si tratta di un modello di eccellenza che detta un criterio da seguire suscitando ammirazione e rispetto. Ecco ciò che non siete, che dovreste fare, ma non potrete mai diventare e che, dunque, dovete adorare", ci ripete il telegiornale permanentemente.
- I l vicinato (di altri Stati) . Particolarmente efficace, si tratta di dire che "la Francia è l'ultimo paese in Europa ad affrontare questa questione". Si tratta del meccanismo che regge la socialità di base, l'appartenenza al gruppo per imitazione, attraverso la riproduzione di ciò che sembra fare o essere. Il presentatore ci dice "loro fanno così, perché noi facciamo diversamente?", presupponendo che la nostra maniera di fare è necessariamente meno buona. "lavorare dopo i 65 anni, negli Stati Uniti, non pone problema". Non si effettua mai nessuna analisi sui punti positivi e negativi del sistema vicino, solo uno sguardo "oggettivo", che dice: ecco come lì vanno le cose e perché è meglio che da noi."
- Il Folklore . Qui sono presentati col sorriso e l'indulgenza per l'artista un po' matto ma che alla fine non fa nulla di male, delle persone che vivono in maniera un po' diversa. E' allora, e solo per questo tipo di soggetto, che il presentatore sottolinea il carattere "eccezionale" delle persone che ci saranno presentate, per dissuadere chiunque di seguire il loro esempio.
Non abbiamo trattato che qualche esempio.
Aneddoto e fatalità
Due modi di rappresentazione del mondo costituiscono i telegiornali e sono i due principali movimenti di diffusione delle parole d'ordine: l'aneddoto e la fatalità.
L'aneddoto si trova all'inizio di ogni soggetto. Tutto parte dal fatto particolare, dal fatto di cronaca della giornata, e si estende verso il problema più vasto che sembra contenere in sé stesso, o che i giornalisti fanno finta di credere che contenga. E' una retorica particolare che si ritrova oggi alla base di ogni discorso politico o giornalistico, un rovescio della logica, dello sviluppo effettivo della dimostrazione e dell'analisi del mondo: è l'eccezione che conferma ormai la regola. Tutto parte dal fatto particolare per prolungarsi, come se questo detenesse in esso tutte le cause e tutte le conseguenze che hanno fondato la situazione più generale che bisogna dimostrare. Il TG20h non si preoccupa mai di descrivere i fenomeni endemici, o li estrapola sempre dalla catena di avvenimenti che li ha portati alla situazione presente. E' una necessità dialettica logica per chi vuole trasmettere ciò che è stato deciso senza dover spiegare, senza che sia obbligato a complicare la propria dimostrazione e si rende conto che le cose sono meno semplici di come sembrano. Affinché le parole d'ordine siano diffuse efficacemente, non bisogna dare la possibilità di essere contraddetti, dunque meglio non spiegare nulla. Ad ogni modo, l'abbiamo già detto, non si tratta mai di far capire, ma sempre di far apprendere a memoria.
La fatalità definisce l'insieme del telegiornale. Gli avvenimenti arrivano attraverso un contingente di dispiaceri, un caso che tocca sfortunatamente sempre le stesse persone ( persone, paesi..). E' un lamento costante:" se i pompieri fossero arrivati prima", " se gli stupratori non fossero usciti di prigione", "se l'Africa non fosse un continente povero e corrotto," ecc. Essa è alla base di ogni religione poiché permette di non aver mai nulla da giustificare, poiché siamo sempre "oltrepassati" dagli eventi. La fatalità ritorna a suonare permanentemente, come una condanna, ed aggiunge a dispetto di ogni logica ( ma non sempre)"E' così". Il sistema si regola da solo ed è " il migliore dei sistemi possibili", l'uomo è un essere "malvagio" e passa il suo tempo a "cadere" e "ricadere", malgrado tutti i tentativi di "perdono"; il povero è responsabile della sua situazione perché è troppo pigro per cercare soluzioni ed applicarle, anche se gliele si propongono,ecc. E' un sospiro costante, un appello permanente all'impotenza ed alla sottomissione di fronte alla sofferenza. Il mondo va così e noi non ci possiamo nulla…
Una volta trasmesse le parole d'ordine, il messaggero divino può congedarsi, concludendo il sermone del giorno senza mai omettere di darci appuntamento all'indomani, alla stessa ora, mentre la telecamera si allontana, l'ombra si fa maggiore e si fonde progressivamente con quella specie di musica che apriva già la cerimonia.
link articolo originale: http://www.voltairenet.org/article150773.html
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MIGLIAIA DI MIGRANTI RIMPATRIATI DALL’EUROPA DAL 2006
Sono circa 18.000 i migranti rimpatriati in Senegal dall’Europa dal settembre del 2006 ad oggi. Lo ha rivelato il responsabile della sicurezza nazionale del paese, Leopold Diuf, nel corso di una riunione con una delegazione europea nella quale si è discusso della “gestione concertata dei flussi migratori”. Circa 12.000 dei migranti, ha chiarito Diuf, sarebbero stati rimpatriati per via aerea e oltre 5.000 per via terrestre. Il sistema di controllo congiunto delle coste, poi, avrebbe permesso l’intercettazione di 67 imbarcazioni in partenza per la Spagna, il cui governo ha finanziato una serie di spot televisivi e inserzioni sui giornali per dissuadere i giovani a lasciare il paese nel tentativo di raggiungere le coste della penisola iberica con mezzi di fortuna. “Non rischiate la vostra vita per nulla. Siete voi il futuro dell’Africa” recitano i messaggi ideati per la campagna di sensibilizzazione, che mostra una barca in mezzo al mare gremita di persone e, poco distante, i resti di una imbarcazione naufragato. Il Senegal è stato scelto per la campagna poiché con una percentuale dell’80 % è il primo paese per numero di migranti clandestini verso la Spagna. http://www.misna.org/
Non accadeva dal 1878, quando i giudici di Washington si trovarono a decidere se era legale fucilare un killer che aveva ammazzato un rivale di poker in un saloon nello Utah. Per la prima volta in oltre un secolo, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di pronunciarsi direttamente sulla legittimita’ costituzionale di un metodo per la pena capitale: sul banco degli imputati stavolta non sara’ un plotone d’esecuzione, ma l’iniezione letale. […]
Il massimo organo giudiziario americano negli ultimi anni ha messo piu’ volte nel mirino il cocktail di veleni utilizzato in quasi tutti gli stati che prevedono la pena di morte (su 38 stati, solo il Nebraska mantiene come metodo principale la sedia elettrica). Ma si e’ sempre trattato di sentenze su aspetti tecnici. Nel giugno 2006, per esempio, la Corte aveva suscitato clamore e decine di stop alle esecuzioni, decidendo di dare ai detenuti la possibilita’ di presentare ricorsi all’ultimo minuto contro la legittimita’ delle iniezioni.
Stavolta invece i nove giudici di Washington hanno accettato di valutare la richiesta di due detenuti del Kentucky che hanno chiesto alla Corte di stabilire esplicitamente se le iniezioni violano o meno l’Ottavo emendamento alla Costituzione, che vieta punizioni ‘crudeli e inusuali’. Un paio di casi in Florida e in Ohio in cui i detenuti hanno tardato a morire, insieme ad alcuni studi scientifici eseguiti su cadaveri di condannati, hanno sollevato in questi anni dubbi sempre piu’ consistenti sulla possibilita’ che dietro l’apparente ’serenita'’ della morte chimica si nasconda invece una sofferenza atroce.
La Corte Suprema da tempo mandava segnali che indicavano una disponibilita’ a pronunciarsi in modo chiaro sulle iniezioni. I giudici adesso hanno colto l’opportunita’ offerta loro da David Barron, un avvocato del Kentucky che assiste due condannati, Ralph Baze e Thomas Clyde Bowling. ‘’Questo e’ probabilmente uno dei casi di pena di morte piu’ importanti degli ultimi decenni'’, ha commentato Barron, entusiasta, dopo l’annuncio.
La data dell’udienza in cui verra’ discussa la causa, intestata ‘Baze contro Rees’, non e’ stata ancora decisa e una sentenza arrivera’ solo tra mesi. Ma le basi sono state poste per una decisione storica, che dovrebbe far chiarezza su un terreno controverso. Come ha sottolineato Barron nel ricorso, ‘’la Corte da oltre 100 anni non ha affrontato questo tema, lasciando i tribunali senza guida su come applicare la legge di fronte alle molte sfide lanciate contro le iniezioni letali'’.
Secondo lo stesso Barron, l’ultimo precedente specifico fu la causa ‘Wilkerson contro Utah’ nel 1878. Wallace Wilkerson era stato condannato dai giudici dello stato mormone a morire fucilato per un omicidio commesso durante una partita a poker l’11 giugno 1877. I suoi avvocati riuscirono a trasformarlo in un caso di legittimita’ costituzionale, ma la Corte decise all’ epoca che l’Ottavo emendamento vietava uccisioni con metodi come lo squartamento pubblico o il rogo sulla pubblica piazza. Plotoni d’esecuzione e cappi, i metodi piu’ utilizzati all’ epoca, non erano invece ne’ crudeli, ne’ inusuali. Lo Utah, insieme all’Idaho, ancora oggi offre il plotone d’esecuzione come alternativa alle iniezioni, ai detenuti che ne facciano richiesta. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/26/pena-di-morte-liniezione-sul-banco-degli-imputati/#more-370
| Un calcio alla discriminazione |
| Argentina, dal 23 al 29 settembre si svolgono i campionati del mondo di calcio per squadre omosessuali |
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Per non discriminare, per ricordare a tutti che non esistono differenze. Anche per questi motivi si svolgono a Buenos Aires dal 23 al 29 settembre i campionati del mondo di calcio per omosessuali.
E' la prima volta che una manifestazione di questo tipo fa tappa in sudamerica, regione del mondo dove l'omofobia e il machismo sono da sempre considerati normalità.
I fatti. E la scelta di giocare a Buenos Aires, città considerata internazionalmente gay friendly dopo la legalizzazione delle unioni civili tra gay, ma allo stesso tempo tempio del machismo, la dice lunga sull'opportunità di questo evento, in questa zona del mondo.
“Non solo calcio ma anche atletica. Le olimpiadi gay esistono da circa quindici anni” racconta il responsabile nazionale per lo Sport di Arcigay, Fabrizio Marrazzo. “La funzione principale dei campionati di calcio, ma anche di tutti gli altri tornei, è quella di combattere l'omofobia nello sport tramite la visibilità degli atleti in quegli sport, come il calcio, che spesso sono caratterizzati da un forte tasso di omofobia. Esiste anche un rapporto di un organismo legato alla Commissione europea che dice che i livelli di omofobia in Europa sono elevati e per questo motivo molti atleti e molte atlete sono costrette a nascondersi”.
Squadre provenienti da trenta paesi s'incontreranno per celebrare uno sport, il calcio, e per far vedere al mondo intero che la discriminazione non porta da nessuna parte.
“Il problema non riguarda solo le persone lesbiche o gay. Anche per i transessuali esistono problemi,”di spogliatoio” considerando che non possono avere accesso né agli spogliatoi maschili né a quelli femminili” dice Marrazzo.
Ma esiste il rischio che giocando un campionato di calcio solo per omosessuali si tenta a autoghettizzarsi? “A dire il vero – racconta Marrazzo – i campionati sono aperti a tutti. Nel modulo d'iscrizione non ci sono 'obblighi'. L'importante è essere iscritti a federazioni. Ma non ritengo che sia un ulteriore elemento di discriminazione”.
La manifestazione fornisce la possibilità a gay di paesi dove l'omosessualità è considerata reato (sono ancora più di 80 al mondo) di mettersi in luce senza avere paura o problemi. Come nel caso della comunità omosessuale iraniana, discriminata ai massimi livelli in casa propria e completamente a suo agio fra aree di rigore e bandierine. “E' vero. In Iran l'omosessualità è un reato che viene punito con la morte. I giocatori che partecipano al campionato, invece, vivono tutti all'estero ma partecipano come cittadini iraniani”.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8851
TERRORISMO:
Ho guardato dietro quella porta, ed è un caos infernale
Intervista con Mike German, esperto di terrorismo ed ex agente FBI
BOSTON, (IPS) - Mike German è un ex agente del Federal Bureau of Investigation Usa (CIA), che negli anni ’90 riuscì a infiltrarsi nei gruppi terroristici dei “supremazisti bianchi” coinvolti in attività violente, tra cui un’organizzazione di Los Angeles con obiettivi razziali che lanciava bombe per intimidire e colpire persone di colore, e un gruppo militante neo-nazista dello stato di Washington.
German ha lasciato l’FBI nel 2004, dopo aver diffuso pubblicamente le prove che la divisione dell’FBI di Tampa aveva effettuato registrazioni illegali di un gruppo indagato. I superiori di German cercarono di nascondere le prove di quell’operazione, anziché punirla.
German, esperto di terrorismo autodidatta che lavora con la Global Security, un istituto di ricerca di Washington, e con la American Civil Liberties Union, è adesso un aperto critico dell’agenzia investigativa americana e della sua intera operazione di sicurezza nazionale, che considera un programma top secret anomalo e inaffidabile.
”Ho guardato dietro quella porta, e ciò che ho visto è un caos infernale”, ha detto.
Nel suo libro "Thinking like a Terrorist - Insights of a Former FBI Undercover Agent" (“Pensare come un terrorista - Riflessioni di un ex agente dell’FBI sotto copertura”), German sostiene che i metodi illegali utilizzati dall’FBI nella sua guerra contro il terrorismo, come la tortura e le “lettere di sicurezza nazionale”, rappresentano una grave minaccia per la democrazia e la libertà, e per la vera sicurezza, negli Usa.
La corrispondente dell'IPS Adrianne Appel ha intervistato German a Boston.
IPS: Per 16 anni è stato un agente speciale, e ha spiato gli americani - come può dire adesso di temere che l’FBI stia minacciando la democrazia americana?
MG: Può sembrare strano che un ex agente dell’FBI possa essere un libertario civile. Ma le mie azioni, seppure segrete, non erano confidenziali. Lavoravo alla divisione giustizia criminale dell’FBI.
Mi affidavo a tecniche legali, costituzionalmente corrette, per raccogliere prove contro noti criminali. Puntavo solo sui membri di un gruppo che si sapevano essere coinvolti. Alla fine della giornata, sapevo che mi sarei ritrovato in un’aula di tribunale e sarei stato controinterrogato, e che il giudice e la giuria avrebbero esaminato la mia condotta.
Nella divisione Sicurezza nazionale dell’FBI non c’è mai stato lo stesso controllo attento.
IPS: Perché i suoi superiori hanno deciso di farla infiltrare in questi gruppi?
MG: Sono bianco, capelli biondi e occhi azzurri. Ecco perché! Non ho ricevuto nessuna formazione. Sono stato molto fortunato. Spesso mi ritrovavo in situazioni che potevano diventare molto pericolose. Ogni volta siamo stati portati nel gruppo da un testimone che conosceva le loro attività.
IPS: Qual è la differenza tra i gruppi terroristici nazionali e i terroristi internazionali, in termini di motivazioni e di obiettivi?
MG: Non c’è nessuna differenza. Usano le stesse strategie e gli stessi metodi. In sostanza, l’idea di un gruppo terrorista è quella di rappresentare una comunità ferita. Non hanno l’autorità per farlo, ma lo sperano. Il loro scopo è portare il governo o un’autorità a vendicarsi contro la comunità che dicono di rappresentare. La speranza dei terroristi è che i membri di quella comunità a un certo punto siano costretti a rivolgersi a loro per chiedere aiuto.
Per contrastare una simile strategia, si suppone che il governo non arrivi mai a riconoscere il gruppo.
IPS: Anche al Qaeda e i gruppi neo-nazisti usano gli stessi metodi organizzativi?
MG: Se parliamo con i cosiddetti esperti di terrorismo oggi, ci raccontano della ingegnosa rete di al Qaeda, una rete fatta di cellule disparate. Ma questa tecnica organizzativa è stata presa dai supremazisti bianchi. Nel 1992, il Ku Klux Klan pubblicò un documento, “Resistenza senza leader”, che fu ripreso dai supremazisti bianchi, e adesso da al Qaeda.
IPS: Ci sono prove dell’efficacia dei metodi utilizzati dal governo Usa per combattere il terrorismo?
MG: Il Dipartimento di Stato Usa mostra che il numero di attacchi terroristici ha raggiunto un picco storico nel 2003, arrivando a triplicarsi nel 2004. Sei anni dopo l’inizio della guerra globale contro il terrorismo avviata dal presidente [George W.] Bush, non siamo più al sicuro di quanto non fossimo nel 2001, nonostante le enormi somme di fondi spesi, e la perdita delle nostre libertà civili.
E c’è meno sicurezza, quando rinunci alla tua libertà.
IPS: Come dovremmo combattere il terrorismo?
MG: Dovremmo puntare sull’attività criminale, non sull’ideologia. I terroristi sono davvero pochissimi. Questi gruppi si dividono il lavoro tra loro, e le persone che redigono i materiali del gruppo non sono le stesse che costruiscono le bombe. Perciò gran parte dei nostri sforzi sono diretti verso persone che dicono cose che a noi non piacciono. Ma se dai loro la possibilità di dire ciò che pensano, saranno più soddisfatti e meno violenti.
IPS: Come studioso dell’FBI e della raccolta di informazioni segrete negli Usa, cosa può dirci delle Lettere di sicurezza nazionale, le richieste riservate di informazioni su molti cittadini medi americani?
MG: Sono state notificate almeno 143.000 Lettere di sicurezza nazionale. Quando l’Ispettore generale del Dipartimento della Giustizia ha fatto un’ispezione, ha scoperto più abusi nell’uso delle lettere di quanto l’FBI avesse riferito. Alcune persone cui sono state notificate le lettere non le hanno capite, e hanno dato molte più informazioni di quanto l’FBI avesse richiesto; e l’FBI ha registrato tutti i dati. Questo dimostra la corruzione che può esserci dietro la segretezza.
L’Ispettore generale ha indagato su quante di quelle lettere avessero di fatto portato a procedimenti legali, e la risposta è 200 - di cui solo uno legato al terrorismo.
IPS: Ci sono atti di intimidazione anche all’interno dell’FBI?
MG: Io insegno in un corso sul terrorismo, studiamo i manifesti terroristi. I funzionari del governo che seguono il mio corso vengono da me e mi dicono: “Ho paura a leggere queste cose, perché mi metteranno in una lista”. E queste sono persone che fanno parte del gruppo di intelligence.
IPS: Lei sembra pensare che l’FBI possa essere corrotta. Cosa è necessario che accada?
MG: Abbiamo bisogno di un sistema trasparente e affidabile. Corruzione e incompetenza sono aumentate nella divisione della Sicurezza nazionale. Fino ad oggi, manca una reale conoscenza delle logiche terroriste. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1012
Consiglio d'Europa : 10 ottobre giornata contro la pena di morte
di Gabriella Mira Marq
Il 26 settembre il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha dichiarato il 10 ottobre Giornata europea contro la pena di morte.
La decisione, che nell'Unione Europea era stata bloccata dal veto della Polonia - intenzionata a coinvolgere nel dibattito i temi dell'aborto e dell'eutanasia - e' stata invece presa dall'organizzazione paneuropea di 47 Stati, che non prevede l'unanimita' per questo tipo di decisione.
Il Comitato del Consiglio d'Europa - organizzazione che vede fra i suoi membri anche la Polonia - ha colto l'occasione per esprimere la speranza che anche l'Unione Europea possa concludere la trattativa il piu' presto possibile.
Secondo segretario generale del Consiglio, Terry Davis, strenuo oppositore della pena capitale, "La giornata europea contro la pena di morte sara' un'occasione per ingaggiare un dibattito con quelle persone, nei nostri 47 Stati membri, che continuano a supportare la pena capitale, spiegando perche' una forma di punizione disumana e degradante e' sbagliata, perche' e' stata abolita e perche' dovrebbe essere abolita''.
La presidenza portoghese dell'UE e il Consiglio d'Europa hanno organizzato per il 9 ottobre a Lisbona una Conferenza internazionale dal titolo "Europa contro la pena di morte".
http://www.osservatoriosullalegalita.org/07/note/09set3/2733coepenamors.htm
settembre 27 2007
Piazzale Loretta
di Marco Travaglio
Floris che processa Mastella a Ballarò è come Mike Bongiorno che scarica Loretta Goggi a Miss Italia. Il fuggifuggi dalla barca che affonda è talmente frenetico che non c'è più pietà per nessuno, nemmeno per parenti, amici, colleghi. Si salvi chi può, mors tua vita mea. L'altra sera il salotto del Vespino di sinistra, dove nessuno s'era mai lamentato e dove non s'era mai parlato di casta, anzi la casta la faceva da padrona, pareva la fossa dei leoni. Tutti contro uno, al punto da far apparire quell'uno quasi simpatico. Naturalmente le usanze della casa non prevedono contestazioni precise nè domande che inchiodino l'ospite a rispondere sui fatti: così Mastella è stato investito da un gran frittomisto di case a metà prezzo e gite di Stato, giudici da trasferire e parenti da sistemare (anzi, sistemati). Così Mastella ha potuto ribattere con un frittomisto di vittimismo: "Questo è odio"(come se fosse obbligatorio amarlo); "non andrò in esilio come Craxi" (che peraltro era latitante); "non farò la fine di Marco Biagi" (come se criticare e sparare fossero la stessa cosa e come se Biagi fosse stato abbattuto sull'aereo di Stato e non in bicicletta); "lasciate stare i miei figli" (così può sistemarli meglio). La notizia del giorno era la guerra del ministro al pm De Magistris, che indaga da solo in terra di 'ndrangheta, ha contro sia il governo sia l'opposizione e rischia, lui sì, di far la fine di Biagi e di tanti giudici vituperati in vita e santificati da morti. Ma il caso De Magistris è rimasto nel vago, anche perché bisognava contestare a Mastella tutto quel che non gli era stato mai contestato, tutto insieme. Così lui ha potuto sostenere che "la richiesta di trasferimento non riguarda l'inchiesta Why Not (dov'è indagato il premier e Mastella è stato intercettato con due faccendieri, ndr), ma le toghe sporche lucane". Bella forza: lo cacciano via per un'altra inchiesta, così perde anche quella che li riguarda. Anche Castelli nel 2002, quando trasferì il giudice Brambilla che processava Berlusconi e Previti sul caso Sme, spiegò che il caso Sme non c'entrava e la sua decisione era puramente tecnica: solo che non ci credette nessuno e da sinistra partirono commenti durissimi che sarebbero perfetti anche ora sul caso De Magistris. Gli unici che l'altroieri tentavano di metter un po' d'ordine erano Stella e Belpietro, anche se il clima in studio era talmente ostile e l'ospite talmente imbarazzante che preferivano non infierire. Il Vespino ha fiutato che aria tira e s'è messo a vento: di suo non ha fatto nulla, ha solo lasciato che un Mastella ormai ridotto a Pastella si sfarinasse sotto gli occhi suoi e di milioni di telespettatori. Un suicidio politico in diretta. Fino a un mese fa lo statista ceppalonico sarebbe stato soccorso, omaggiato dalla solita clacque e dai soliti ospiti amici, salvato con uno stacco pubblicitario nel momento dell'afasia, rifocillato da mute di cani sanbernardo, se del caso munito di bombole a ossigeno. L'altroieri, invece, nulla: l'hanno abbandonato a se stesso su quella poltrona scomoda, buttato lì come una pianta grassa. Il Vespino è un furbino di tre cotte, sente scricchiolii tutt'intorno ed è trai primi a mettersi in salvo. Anzi, se gli riesce il doppio salto carpiato, tenta addirittura d'iscriversi ai demolitori. Per poter dire un giorno di aver fatto la Resistenza e meritarsi la medaglietta di antemarcia. Succede sempre così, in Italia, al tramonto di ogni regime. Chi l'ha combattuto dall'inizio, alla fine rischia di essere travolto dal pigiapigia di chi si accalca all'uscita con l'aria di non esserci mai entrato. E deve magari implorare pietà per i gerarchi caduti in mano ai neofiti dell'antiregime, che sono sempre i più zelanti e spietati. Mastella è sempre stato Mastella. Ha sempre sistemato parenti e amici, detestato i pm che indagano, imbarcato inquisiti, condannati, scarti di Forza Italia e persino dell'Udc. Ma queste cose andavano dette il 19 maggio 2006, quando fu nominato ministro della Giustizia, e due mesi dopo, quando mise il timbro del governo Prodi sull'indulto-inciucio, rovinando per sempre l'immagine dell'esecutivo. Ora è tardi. Ora puzza tanto di piazzale Loreto: all'amatriciana, si capisce, perché nella storia le tragedie tendono a ripetersi in forma di farsa. Da Pizzale Loreto a Piazzale Loretta.
www.unita.it
Il barricadero neofita
Lidia Ravera
l' Unità
Leggo su La Repubblica: «Come si fa a chiedere alla gente di tornare in piazza due volte in poco più di un mese?». Se lo chiede il povero Berlusconi, neofita della lotta di popolo. Il 2 dicembre dell'anno scorso «i partiti della Cdl radunarono a Roma alcune centinaia di migliaia di persone a piazza San Giovanni». Quest'anno il nostro neo-barricadiero vorrebbe santificare la ricorrenza, spostando a quella data la mitica manifestazione contro il governo.
Ma ce n'è già una il 13 ottobre (la vigilia delle primarie del Pd?) indetta da Fini per dar voce e soddisfazione a chi non vuole pagare le tasse e a chi vuole levarsi dai piedi gli immigrati, con la scusa della sicurezza.
Da qui l'angosciosa domanda. In piazza due volte in un mese? E come si fa? Faccio sommessamente notare che noi ( noi ceti medi diligenti riflessivi e democratici) nei 5 anni in cui abbiamo cercato di levarci dai piedi lui (lui Berlusconi), in piazza ci si andava ogni due per tre. Una volta c'era da girare attorno al Palazzo di giustizia, una volta alla Rai, una volta al Ministero della Pubblica Istruzione. Poi c'erano i presìdi davanti al Senato o alla Camera mentre si cercava di far passare qualche mostruosità. C'erano le sfilate contro la visita di Bush con la polizia in assetto di guerra. E c'erano le marce della pace.
C'erano i comizi in piazza Navona per difendere la regola numero uno della convivneza civile: «la Legge è uguale per tutti...».
Altro che «due volte in poco più di un mese», poteva succedere anche due volte in una settimana, di manifestare. Eppure la nostra forte fibra ha retto. C'è da dire che nessuno doveva pagarci un gettone di «presenza piazza», gli striscioni non erano ricamati a mano, i cartelli anche in Piazza San Giovanni (la nostra) erano di fabbricazione artigianale e chi li inventava non si faceva problemi di copyright e chi veniva da fuori si autofinanziava il viaggio, magari con la cara vecchia colletta comunista (chi ha di più mette di più così chi ha di meno può mettere di meno).
Dico tutto questo, non per vantarmi di noi, quanto, piuttosto, per offrire la nostra consulenza. Non si faccia nessun problema, caro cavaliere, chieda pure, se ha bisogno di qualche consiglio, c'è un know-how anche nell'arte parabellica della contestazione. E non sia timido: due manifestazioni sono meglio di una. Tra l'altro: se non la fa esercitare un po', la sua gente, quando lo impara, il passo gagliardo del militante? Per quanto riguarda noi, se è noi che ha paura di disturbare con troppe esibizioni antigovernative, non se ne faccia un cruccio.
Sono altre le notizie che, almeno a me, fanno venir voglia di piangere. Per esempio, questa, letta su La Stampa: «La fodera dei pantaloni non ha retto e il pacco di pasta d'improvviso è venuto giù insieme al formaggio. Lui, pensionato di quasi ottant'anni, e soprattutto solo, ha sollevato gli occhi al cielo, ha incominciato a pregare sottovoce e poi è scoppiato in lacrime». È successo a Cagliari, l'uomo è un ex-artigiano, quello era il negozio dove andava sempre a comperare il poco di cui deve accontentarsi, perché affitto e bollette divorano quasi tutta la sua inadeguata pensione. Se l'avesse chiesto, il negoziante gli avrebbe fatto credito. Ma lui si vergognava della sua povertà.
Io credo che, di aver finito i soldi al 25 del mese, non debba vergognarsi il pensionato di Cagliari, devono vergognarsi i partiti al Governo. E correre ai ripari. Correre, non tergiversare. Eventualmente per questo si potrebbe indire una manifestazione, non per ridurre le tasse.
UN APPELLO DI PAOLO BARNARD
Cari amici,
sono Paolo Barnard, giornalista ex inviato di Report e scrittore (Perché ci Odiano ecc.), impegnato da molti anni nei temi che ci stanno a cuore. Queste righe sono un appello molto più che accorato, sono piuttosto un grido per ostacolare la rovinosa deriva nella quale la Società Civile Organizzata italiana [per Società Civile Organizzata si intendono sia i pochi attivisti che i tanti simpatizzanti raccoltisi attorno ai Movimenti e ai gruppi di protesta italiani] è franata, e di cui il terribile V-day di Beppe Grillo è solo l’espressione più visibile.
Sta accadendo che noi, la Società Civile Organizzata di questo Paese, ci stiamo facendo annullare dai metodi e dalle strutture di rapporto di alcune personalità divenute nostri leader, e dal fumo negli occhi che costoro sono riusciti a soffiarci. Siamo ridotti oggi a poca cosa, ci stiamo auto consegnando all’irrilevanza, nonostante l’apparenza sulla superficie sembri dimostrare l’esatto contrario. Eravamo invece l’unica speranza rimasta a fronteggiare il trionfo internazionale del Sistema massmediatico e neoliberista, davvero l’ultima spiaggia. L’annullamento di quella speranza è per me una tragedia enorme, ma è indicibilmente più tragico che questa rovina si stia consumando per mano dei nostri stessi leader alternativi e con il nostro pieno ed euforico consenso. Questo, mentre il Sistema se ne sta tranquillo a guardare in piacevole stupore (il Sistema, amici, quello vero, quello che non sta a Palazzo Chigi).
E’ accaduto che noi, gli antagonisti, abbiamo riprodotto al nostro interno le medesime strutture del Sistema che volevamo contrastare.
L’annullamento verticale
Anche fra noi dilaga oggi la struttura chiamata Cultura della Visibilità, che è la cultura dei Personaggi, cioè dei Vip, e che nel nostro caso è rigorosamente alternativa, certo, ma sempre identica all’equivalente struttura del Sistema massmediatico. E cioè la nefasta separazione fra pochi onnipresenti famosi, e tanti seguaci. Ne siamo pervasi totalmente.
I nostri Personaggi e gli eventi che essi gestiscono (i Grillo, Travaglio, Guzzanti, Strada, Zanotelli, Ciotti, Moretti ecc., con le loro marce, manifestazioni, spettacoli di piazza, film ecc.) producono singolarmente cose (talvolta) egregie, ma collettivamente fomentano quella struttura compiendo un danno devastante, e che pochi ancora comprendono nella sua ampiezza e implicazioni. Quale danno? Essi di fatto svuotano l’Io dei loro seguaci impedendogli di divenire singole entità autonome e potenti, rendendoli (rendendoci) un esercito di anime incapaci, dunque minando la Società Civile Organizzata e la speranza che essa rappresenta. Ecco come:
1) I Personaggi, ponendosi come tali, inevitabilmente ci trasmettono la sensazione di sapere sempre più di noi, di poter fare più di noi, di contare più di noi, di aver sempre più carisma di noi, più coraggio, più visibilità. E più sapere, capacità, importanza, carisma, coraggio e visibilità noi gli attribuiamo meno ne attribuiamo a noi stessi. Il paragone inevitabile fra la nostra (generalmente fragile) autostima e l’immagine di ‘grandezza’ dei Personaggi, fra il nostro limitato potere e quello invece di chi è famoso, è ciò che finisce per annullarci. Tantissimi di noi infatti pensano “ma da solo cosa posso mai fare? cosa conto? chi mi ascolta?”, e in sol colpo ci auto annulliamo. Smettiamo così di pensare e di agire autonomamente e corriamo ad affidarci ai suddetti Personaggi, che prontamente ci forniscono un pensare e un agire preconfezionati, che noi fotocopiamo in un’adesione adorante e acritica. E questa è, insieme, una rovina per noi e la salvezza del Sistema, per le ragioni che esporrò a breve.
Riguardatevi la folla del V-day di Bologna e ragionate solamente su tutte quelle mani alzate e sulle ovazioni. Cosa trasmettevano se non una colossale attribuzione di potere a coloro che cavalcavano quel palco?
Abbiamo così ricreato una verticalità e nuove Caste. E’ tutto lì, la cosa peggiore è proprio questa. La loro imponenza, cultura, e visibilità rimpiccioliscono noi, che deleghiamo loro praticamente tutto.
E infatti in assenza dei personaggi, delle loro analisi e delle loro iniziative, la maggioranza di noi diviene inerte, anzi, scompare. Ecco perché le migliaia di noi che si riversano nelle piazze ogni anno sembrano regolarmente sparire nel nulla all’indomani. Ecco perché questa Società Civile non cambierà alcunché.
Beppe Grillo, come tutti i trascinatori, fa crescere (o piuttosto fanatizza?) alcuni suoi attivi seguaci ma contemporaneamente svuota centinaia di migliaia, ed ecco il fumo che egli ci getta negli occhi quando ci convince invece che tanto sta accadendo.
E non fatevi ingannare dal fatto che i nostri Personaggi denunciano cose spesso sacrosante, o che alcune loro iniziative sono anche benefiche. Questo vi oscura una visione più obiettiva, poiché siete assetati di qualcosa che finalmente spezzi il Sistema e vi gettate con entusiasmo sulla prima offerta disponibile che ‘suoni’ come giusta. Ma il giusto che costoro invocano e operano è ben poca cosa di fronte al danno che nell’insieme (e più o meno consapevolmente) essi causano attraverso l’annullamento di così tanti. Esattamente come nel caso, a voi noto, dell’ingannevole giustezza e natura benefica dei cosiddetti aiuti al Terzo Mondo: ineccepibili e sacrosanti all’apparenza, ma nella realtà essi sono la vera causa della rovina e della morte di milioni di derelitti nel mondo.
2) Tutti i sopraccitati Personaggi, dai comici ai preti ai giornalisti, hanno dato l’avvio in Italia a una forsennata industria della denuncia e dell’indignazione, ovvero la febbre della denuncia dei misfatti politici a mezzo stampa o editoria, con tanto di pubblici inquisitori che ne sfornano a ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato. Allora, a che serve procedere compulsivamente ad aggiungere denuncia e denuncia e indignazione a indignazione? In realtà questo modo di agire serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori) l’auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che accade. E badate bene che è proprio questa auto assoluzione scodellataci dai nostri Personaggi che ci annulla ulteriormente, poiché ci impedisce di imbatterci nell’unica verità in grado di farci agire, e cioè che alla fine della strada la responsabilità ultima per tutto quello che accade di sporco e corrotto in questo Paese è nostra. Direbbe Truman: The buck stops here.
La vera Casta in Italia sono i milioni di bravi cittadini che evadono più di 270 miliardi di euro all’anno, quelli che fanno politica una volta ogni cinque anni, quelli che ogni cinque anni consegnano masse di potere a pochi rappresentanti e poi si occupano solo dei fatti propri (come affidare a un bambino le chiavi del magazzino della Nutella e non controllarlo più, e poi lamentarsi che il bimbo ha finito col papparsela tutta). Ma anche quelli che, e parlo ora delle adoranti folle del V-day, si sentono ‘belle anime’ in lotta per Un Mondo Migliore perché si riversano nelle piazze ad applaudire l’istrione egomaniacale di turno, ma che chissà perché non compaiono mai nei luoghi del grigio vivere quotidiano a fare il lavoro noioso, paziente, un po’ opaco dell’impegno civico, del controllo sui poteri, della partecipazione continua, del reclamo incessante di standard morali e democratici, e della creazione di consenso fra la vera Casta.
E invece a braccetto con l’industria della denuncia e dell’indignazione ci auto assolviamo e ci ri-annulliamo.
Si doveva fare altro.
La struttura orizzontale*
Solo Fonti, non Star. Dovevamo invece essere aiutati a crescere per divenire ciascuno singolarmente il Personaggio di se stesso, il Leader di se stesso, il Travaglio-Grillo-Ciotti-Zanotelli ecc. di se stesso. Dovevamo imparare a ‘scrivere’, ciascuno di noi a suo modo, il ‘libro’ della propria denuncia dei fatti e della propria analisi accurata dei fatti, dovevamo imparare a fare ogni giorno il nostro personale Tg, ad essere i presidenti del consiglio di noi stessi, i politici di noi stessi, unici e soli referenti di noi stessi, a credere solo nella propria verità, senza mai, mai e mai aderire acriticamente alla verità di alcuno, chiunque esso/a sia, qualunque sia la sua fama, provenienza, carisma o potere. Ciascuno di noi sul proprio palco, sotto i propri riflettori, in prima serata, non importa quanto colti, quanto intelligenti, quanto connessi, poiché l’unico motore del nostro agire doveva essere la fede nell’insostituibile importanza di ciascuno di noi.
Non dovevamo permettere la nascita di Star alternative perennemente citate, adorate, ospitate in tv, inseguite nelle piazze fin al delirio da stadio, e detentori del ‘cosa si deve fare’, se non addirittura dell’organizzazione nostro futuro. Semmai esse dovevano invece fungere da semplici individui che si mettevano a nostra disposizione unicamente come fonti. Semplici fonti, da consultare con sana distanza, da usare come si usa Google, ovvero pagine fra le tante di una enciclopedia che può esserci utile ma il cui ruolo doveva rimanere più modesto. A scintillare non dovevano essere i Grillo e i Travaglio, doveva essere ogni singola persona comune, per sé, in sé. Tutto ciò, in un rapporto sempre e solo orizzontale.
Solo il percorso sopraccitato avrebbe garantito la nascita di un insieme di cittadini capaci di agire sempre, indipendentemente da qualsiasi cosa, capaci di combattere anche da soli, anche in assenza dei trascinatori, per sé e con sé, dunque potenti, affidabili e durevoli, sani in una dialettica sociale sana. Gente in grado di analisi attente e indipendenti di ogni evento, alla ricerca della giusta soluzione, e che mai si farebbe trascinare dall’errore fatale dell’adesione acritica all’analisi di qualcun altro.
Questo avrebbe fatto tremare i palazzi, questo li avrebbe spazzati via, questo e solo questo avrebbe cambiato la nostra Italia.
* ho preso in prestito il termine ‘orizzontale’ da uno scritto di Gherardo Colombo, che ringrazio. nda
Il gregge e il precipizio
Fra i nostri Vip alternativi si agitano alcuni personaggi meschinamente in malafede, ed è davanti agli occhi di tutti. Altri sono meno equivoci, ma tristemente incapaci di vedere una verità che vale la pena ripetere: non possono incitare le persone ad agire mentre, per i motivi sopraccitati, li svuotano della capacità di agire. Il V-day e i suoi Vip hanno offerto uno spettacolo indecente quando incitavano la cittadinanza a fare politica dopo averla per anni annullata fino all’intontimento. Ed eccolo l’intontimento risultante: sentiamo e accettiamo da costoro cose che solo pochi anni fa ci avrebbero fatto trasecolare e indignare, come le proposte di omologazione culturale degli immigrati che neppure Le Pen ha mai fatto;
- l’esaltazione del criminale di guerra Tony Blair come leader illuminato (sic) e della Fallaci come “unica vera giornalista italiana”;
- la schedatura del DNA;
- l’assoluzione delle condotte disumane e dei crimini internazionali d’Israele perché “sappiamo di cosa sono capaci gli arabi”;
- l’inammissibile retorica sull’esistenza di un presunto ‘regime’ in Italia, che offende la memoria dei milioni che sono morti sotto le vere torture nelle vere carceri dei veri regimi, e che espone la frode di certi nostri attuali ‘oppositori del regime’ perennemente in prima serata Tv, o nei salotti letterari, o nelle piazze o sui maggiori quotidiani nazionali, quando non mi risulta che Steve Biko o Santiago Consalvi o ancor prima Gramsci o i fratelli Rosselli si siano mai opposti in quel modo ai rispettivi regimi;
- e poi guazzabugli sgangherati di concetti come democrazia e partecipazione, con, solo per citare un esempio recentissimo, sconsolanti assurdità come questa (profferta da una fra i nostri idoli in prima serata): “L’Italia non è una democrazia, lo dimostra il fatto che dopo ogni inchiesta di Report non accade mai nulla!”. E’ desolante che questa opinion leader alternativa confonda una trasmissione Tv col risultato di un referendum. E’ a questo livello di competenza che affidiamo le nostre convinzioni? E non si tratta di bazzecole; immaginate solo come avrebbe ironizzato quella stessa opinion leader se Calderoli avesse detto “L’Italia non è una democrazia, lo dimostra il fatto che dopo ogni denuncia della Padania non accade mai nulla!”.
- cadute di stile terribili, come l’augurio di morte al politico urlato dal palco e accolto dall’applauso scrosciante (sic) del pubblico dei ‘giusti e nuovi cittadini’;
- tirate isteriche all’insegna del miglior imperialismo culturale in pieno stile Bush/Huntington spacciate per difesa dei diritti umani e della legalità in Afghanistan;
- intolleranza ed esclusione delle opinioni dissidenti espresse dall’interno da parte dei grandi paladini anti imperialisti come Lettera 22 o Peacereporter o il Manifesto, o Diario, o Liberazione o Radio Popolare, esattamente come accadrebbe su Libero, il Foglio, Matrix o a Porta a Porta;
- il noto programma d’inchiesta “coraggioso” che sopravvive e prospera 4 anni in prima serata Tv sotto il governo Berlusconi, mentre il noto ‘oppositore del regime’ pontifica che “chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha….”, salvo poi rifiutarsi con spregio e arroganza di spiegare questa contraddizione;
- il giornalista moralizzatore che salta dalla RAI a Mediaset alla RAI al parlamento europeo a suon di denaro pubblico e con mandato popolare, per poi dire grazie tante e piantarci in asso per riprendersi il suo giocattolo preferito alla faccia del nostro mandato e dei nostri soldi;
- il quotidiano ‘diverso’ e i suoi fans che abbracciano l’eroe Calipari perché ha salvato una di loro, ma che alla domanda “cosa avreste detto di questo ‘sbirro’ se fosse morto salvando Quattrocchi o Agliana?” si rifiutano sia di rispondere che di aprire una riflessione tremendamente importante;
- i preti attivisti che chiedono ai potenti del mondo il ripudio, senza se né ma, dell’imperialismo, del capitale selvaggio, dei mercati di armi, delle mafie, in quanto irriformabili e osceni, ma che non accennano ad alcun ripudio senza se né ma del loro Vaticano, non meno irriformabile e osceno;
- gli insulti a raffica come strumento dialettico del nuovo Guru, in totale sintonia con le dialettiche ‘celoduriste’;
- il pressappochismo delle denunce, le sparate nel mucchio, l’urlo come garante di affidabilità di un’affermazione, che ha rimpiazzato del tutto l’analisi critica con cui dovremmo sezionare ciascuna affermazione prima di promuoverla a verità. E tanto, tristemente, altro.
E noi in deliquio per questa roba, la chiamiamo rivoluzione, democrazia, giustizia.
Ma proprio più nessuno si sta rendendo conto che il V-day è stato lo scioccante apogeo di questa disastrosa deriva? O che Beppe Grillo è andato fuori di testa, detto come va detto, che si sente e si pone come l’Unto del Signore che salverà l’Italia (vi ricorda qualcuno?). Quell’uomo dilaga e straripa e mescola e pasticcia e spara e si contraddice e impera e fa e disfa, e persino delira di un futuro a sua immagine per tutti, e ce lo sta imponendo a urli e insulti.
Noi persone civicamente impegnate siamo finiti a berci tutto questo senza neppure più vederlo. E il pericolo è che un affidamento così sciagurato a figure così ipertrofiche con tali metodi e con quella struttura di relazione verticale ci sta portando tutti insieme nel baratro, al loro seguito.
I sonni tranquilli del Potere
Vi prego di riflettere. Credete veramente che il Potere sia così sciocco e impreparato da poter essere, non dico sconfitto, ma anche solo disturbato da questo sgangherato esercito alla deriva? Ma credete veramente che coloro che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, coloro che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella quotidiana vita di 800 milioni di cittadini occidentali, coloro che muovono 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, coloro che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale stiano perdendo anche un singolo secondo di sonno per noi e per i nostri Guru? Ma avete un’idea di come lavorano questi? Dovete capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo. Il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti, è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Aprite gli occhi. Secondo voi questa immensa macchina infernale può preoccuparsi dell’incedere di un nugolo di personaggi o istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans/seguaci persi nell’ingenua buona fede quando non già del tutto disattivati dei loro stessi leader?
E allora capite la mia disperazione nel vedere che forze già così fragili e sparute come le nostre vengono eviscerate e si fanno eviscerare dall’interno? Vi prego, fermatevi, fermiamoci tutti.
L’unica speranza
Dobbiamo fermarci, fermare tutta la nostra macchina di oppositori civici, Movimenti inclusi, e guardarci dentro. Forse non siamo tanto migliori o differenti dal Sistema che vorremmo contrastare, dalle persone che tanto detestiamo. Forse abbiamo replicato il loro sciagurato modello di rapporti, e per alcuni dei nostri leader alternativi vale la considerazione di Brecht che “Il nemico talvolta marcia alla vostra testa”.
Io ho suggerito una strada, che è quella descritta precedentemente, e cioè il percorso di crescita individuale in consapevolezza e in autostima di ciascuna persona in assenza di Guru e di Vip, e in assoluta orizzontalità critica. Ma con un’aggiunta: è ora di piantarla con questa febbre autoassolutoria nutrita dall’industria della denuncia per nutrire le sue Star e che paralizza noi. Lo sappiamo già alla nausea cosa non va, basta. E’ ora di farsi carico, e prima di tutto
- FARSI CARICO DEI PROPRI TALENTI, NON IMPORTA SE MOLTI O POCHI, CON PARI DIGNITA’ RISPETTO A CHIUNQUE ALTRO
- FARSI CARICO DELLE PROPRIE RESPONSABILITA’, SENZA SCARICARE LE COLPE SOLO SUI POTENTI
- E POI ACCETTARE CIASCUNO DI NOI DI PAGARE OGNI PREZZO LUNGO LA STRADA PER UN MONDO MIGLIORE
- E INFINE CREARE CONSENSO FRA LA GENTE SUI VALORI COMUNI E SU QUEI PREZZI DA PAGARE
- DIVENIRE IN ALTRE PAROLE CITTADINI ADULTI CHE, SENZA GURU E SENZA VIP, SAPPIANO PARTECIPARE IN ORIZZONTALE
Grazie per avermi letto.
Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it
Fonte: http://www.hawiyya.org/wordpress
Link: http://www.hawiyya.org/wordpress/2007/09/24/un-appello-da-paolo-barnard/
eat my Ersatz
Invece quel che penso dei nuovi articoli del Foglio sui blog è… ma no, ma che due palle, scusate. Ma siam nel 2007, e ancora esiste il Foglio? Sul serio? Ma perché?
Chiudete il Foglio (e aprite le finestre)
Lo so anch’io che esiste, perché ne ho visto una copia. Un mese fa, in biblioteca. Sono sicuro che è stato un mese fa, perché il prestito mi è appena scaduto. E dunque un mese fa sull’espositore ho visto la prima pagina del Foglio, molto elegante come al solito. Sei colonne sull’omicidio di Garlasco. Il quotidiano intelligente. Cioè, pensa se era un cretino.
Ma non lo voglio neanche criticare, il Foglio, perché si criticano le cose che si conoscono e io da un pezzo non lo prendo neanche in mano. Mi pongo semplicemente la domanda: perché esiste, il Foglio? Serve ancora a qualcosa? A qualcuno? Me lo chiedo tutti gli anni, e tutti gli anni la risposta è più difficile.
Se poi qualcuno ha delle critiche da farmi in quanto rappresentante della categoria dei blog, io son qui, son pronto. Ma date soltanto un’occhiatina al piedistallo da cui le fate, vi conviene. Mi accusate di non fare giornalismo? In effetti non ne faccio. Non fornisco informazioni di prima mano, mai. Non ho neanche mai preteso di farlo. Ma voi che scrivete sul… Foglio?
Mi accusate di essere autoreferenziale? Beh, certe volte sarò pure autoreferenziale. Ma dovete proprio scrivermelo dalle colonne del… Foglio?
Mi accusate di essere inutile? Va bene, ma spiegatemi una buona volta in cosa consiste l’utilità vostra. A parte naturalmente il gusto di spremere soldi di finanziamento pubblico, con un patetico espediente, per stampare tutti giorni un sacco di carta che resta per lo più invenduta. Ma è un giornale per la classe dirigente, dicono. Ma per favore. Ce li voglio vedere, i padroncini, a decifrare Ferrara col DeMauroParavia a mano. La classe dirigente legge Libero, è questa l’amara verità. Poi ci sarà qualcuno che sfoglia il Financial Times per darsi un tono. Il Foglio è rimasto in mezzo, tragicamente fuori target.
La verità è che Il Foglio dovrebbe parlare soltanto bene dei blog. Ogni volta che un blog italiano fa un colpaccio, la redazione del Foglio dovrebbe titolare a quattro colonne: “noi lo sapevamo. Noi eravamo un blog quando ancora internet non c’era”. Perché è così. Quando io venivo in biblioteca, nel secolo scorso, a scaricare la posta da un 46k, il Foglio era già al suo posto nel raccoglitore di quotidiani, ed era già cazzeggio autoreferenziale. I tormentoni, i libri e i cantautori preferiti, i flame, era già tutto pronto. Mancava il supporto elettronico, ma i contenuti c’erano al 100%.
Non che io lo toccassi volentieri, ma in seguito l'ho letto molto, di seconda mano, proprio a causa dei blog. Un sacco di blog sbrodolavano adorazione per il Foglio, citando interi articoli. Se l’elefante aveva azzeccato un editoriale, sicuro che me lo copincollavano almeno un par di volte.
Adesso invece di Ferrara nessuno parla più, se non per spernacchiarlo, tanto che alla fine quatto quatto s’è fatto un blog pure lui, e che dire? Bravo Ferrara! E di che parla? Non è mica autoreferenziale, lui, macchè. Lui fa una polemica con Giampiero Mughini sul sesso. È chiaro? Vale la pena di ripetere? Una polemica, nel 2007, con Mughini, nel 2007, sul sesso.
Poi uno si lamenta perché Grillo usa male il blog? Ferrara lo usa per polemizzare con Mughini! Se Grillo attacca i buoi all'automobile, Ferrara ci attacca un'incudine da una tonnellata e poi parte in discesa. Ma scusa, se vuoi dire una cosa a Giampiero, invitalo nel tuo salotto tv! Oppure invitati tu a Controcampo, che bisogno c'è di annoiare i lettori con un lenzuolo sul... sesso? Perché tu saresti un'autorità sul sesso? Da quando? E in che modo è potuto succedere?
Scrivi che in occidente è diventato ridicolo. Proprio così. “ Oggi il sesso non è libero, è soltanto ridicolo”. Parola di Ferrara. Ma quanto ne fai per dirlo? Ma sei sicuro che il sesso che fai tu sia rappresentativo della media occidentale? Perché a me qualche dubbio a volta viene, e sono un trentenne normodotato. Tu invece sei un vecchio obeso: non hai proprio nessunissimo altro argomento su cui pontificare? Se ho voglia di farmi un’idea sul sesso occidentale vado da pornoromantica. Da Melissa P. Vado in chat. C’è un migliaio di posti dove potrei andare, e in nessuno di questi posti mi piacerebbe trovarci tu o Mughini che vi scambiate dei pareri nel vostro lessico maldestro. Perché oltre a non essere due amatori rappresentativi (e non c'è nulla di male), restate anche due mediocri prosatori che continuano a sparare bordate di lessico stravagante nella speranza che qualcuno non se ne accorga e non si annoi. Io di solito manco vi seguo: scrollo col mouse e mi fermo quando vedo accrocchi di lettere strane. Molto spesso è tedesco, lingua che so poco – e voi meno di me.
Da noi si parlicchia, si freudeggia, si danza intorno a un sostituto, a un Ersatz
Sul serio, non vorrei essere nel lettore della classe dirigente che si mette a cercare Ersatz su google. Credo che ci metta meno tempo a prenotare un’escort, con la quale poi parlicchierà e freudeggierà a piacimento. Ma mangiatela, l’Ersatz, e se non va giù, condiscila con la mia Weltanschauung, toh, valà che ti piace.
Oscenità a parte: se anche Ferrara può avere un blog, cosa aspettano i pecoroni al seguito? Ci vuole così tanto coraggio a chiudere la baracca e ad aprirsi, finalmente, un bel multiblog, parolaio e autoreferenziale? Ci avete pensato a quanti soldi (nostri) e quanta carta risparmiata? E magari verrei a vederlo, sul serio, ci verrei! Mentre adesso il vostro lenzuolo in pdf non lo apro neanche per sbaglio, il pdf è una cosa che mi fa senso, puzza di concorsoni ministeriali e pecette della CIA, pussa via! Ma come si fa a mettere on line un pdf, nel 2007? Scusate l’insistenza sul calendario, eh, ma in dieci anni io ho cambiato almeno tre sistemi operativi, e sono uno tirchio. Voi invece siete ancora al pdf, è una cosa che dà da pensare.
Poi magari siete gli stessi che “dopo l’11 settembre nulla sarà come prima”: eh, magari. Voi, per esempio, anche dopo l’11/9/2001, siete rimasti al 1996. E si vede, si vede sempre più. Dieci anni fanno una certa foschia - state per scomparire dietro l'orizzonte. Vi volete dare una mossa? Qua da noi c’è tutta la fuffa che vi serve, tutta l’acrimonia che vi manca, tutto lo spirito che avete smarrito da un pezzo. Aver perso un tram è un peccato, ma non può diventare una vocazione. Potete prendere sempre quello successivo, ne passano continuamente. Insomma, in strada, su. Seguite Ferrara, seguite Camillo, seguite chiunque, vi aspettiamo.http://leonardo.blogspot.com/
USA: IL RITORNO DEI LIBERAL
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| Domenico Maceri (x) |
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“L’era dei conservatori sta per finire”, disse recentemente Robert Borosage, condirettore del gruppo liberal Campaign for America’s Future. Ecco perché tutti i candidati alla nomina del Partito Democratico hanno recentemente partecipato al congresso dei liberal blogger a Chicago mentre si sono assentati il mese corso da quello del Democratic Leadership Council (DLC). Il primo gruppo tende all’ala sinistra del Partito mentre il DLC spinge verso i valori più centristi facendo del partito una “brutta” copia conservatrice del Partito Repubblicano. Ecco come si spiega che alcuni presenti a Chicago hanno fischiato Hillary Clinton, identificata con il DLC, la quale non ha rinunciato categoricamente ai contributi finanziari dei lobbisti, considerati soldi troppo sporchi e corruttori.
Ma forse l’indizio più chiaro che il Partito Democratico si stia spostando a sinistra è l’aumento di quelli che si identificano come liberal. Nel 1994 solo il 26% dei democratici accettava l’epiteto liberal ma i dati più recenti indicano che il 40% ora lo abbraccia. Ciò non vuol dire che molti non abbiano ancora paura dell’etichetta liberal. Sia Hillary Clinton che Barack Obama, due dei maggiori candidati alla nomina, si sono distanziati dal termine dicendo che liberal e conservatore non hanno significato nel mondo moderno. Da una parte ciò è sempre stato vero. Dunque malgrado la reputazione di ultraliberal, Hillary Clinton ha idee abbastanza conservatrici per quanto riguarda la politica estera. Obama ha anche lui dimostrato dei valori abbastanza conservatori quando ha recentemente minacciato che se il presidente Pervez Musharraf non collabora veramente con gli Stati Uniti lui non esiterebbe ad attaccare Al Quaeda in Pakistan.
Ma questi esempi non sono altro che un metodo di remare anche con la destra onde cercare di non alienare completamente l’opposizione e soprattutto gli elettori indipendenti i quali in ogni elezione sono quelli a decidere il risultato delle elezioni. Ed è questo che dovrebbe preoccupare di più i repubblicani dato che gli indipendenti si sono anche loro schierati contro la guerra in Iraq e favoriscono persino un governo più attivo nella vita degli americani. Ciò si vede non solo con l’opposizione degli americani alla guerra che negli ultimi sondaggi ha raggiunto il 70% ma anche con la forte preoccupazione per la mancanza di sanità per tutti. Se nel passato bastava ai repubblicani di menzionare il termine liberal con tutte le connotazioni negative per vincere un’elezione, sembra che oggi molti si siano resi conto che i programmi governativi e le strutture liberal siano preferibili alla cupidigia delle assicurazioni private. I costi delle medicine per gli anziani di modeste condizioni a volte assorbono il 50% delle loro pensioni spingendoli a scegliere fra mangiare o la loro salute. Per coloro che hanno l’assicurazione lo spettro di perdere il lavoro e di conseguenza il diritto alla sanità ha spinto a riconsiderare l’alleanza naturale fra il Partito Repubblicano e le compagnie di assicurazione. L’iniziativa privata presentata come la soluzione a tutti i problemi è divenuta evidente falsa risposta a una stragrande maggioranza di americani. Il fatto di identificare le tasse con i liberal e tutti i mali del Paese suona falso e ridimensiona le idee politiche.
I liberal non sono naturalmente tranquilli dato che vengono ancora identificati come deboli soprattutto per quanto riguarda la sicurezza nazionale. Ciononostante anche qui sembra che loro avessero ragione fin dall’inizio. Nel 2003 Howard Dean, allora candidato alla nomina del Partito Democratico, fu quasi l’unica voce importante contro la guerra. Ora quasi tutti i candidati democratici favoriscono il ritiro delle truppe dall’Iraq, anche se alcuni come Hillary Clinton e John Edwards hanno votato per la guerra. Dean era dunque all’avanguardia ed aveva scommesso bene ma furono gli elementi conservatori dei repubblicani e quelli dei democratici a decidere e il risultato è divenuto evidente a tutti che la guerra in Iraq è stato un disastro per gli Stati Uniti e per il mondo.
Le previsioni sono per la continua presenza dei soldati americani in Iraq e in questo momento sembra che un candidato democratico, liberal o no, dovrà pulire il caos creato dai conservatori dei due partiti. Una volta avvenuto ciò forse la negatività che i conservatori hanno usato per descrivere i liberal sarà eliminata. Si potrà dunque ritornare alle radici del termine liberal che hanno dato esistenza al social security, al medicare e tanti altri programmi che hanno beneficiato e continuano a beneficiare il Paese.
Domenico Maceri (x)
(x) (dmaceri@gmail.com), PhD della Università della California a Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria, California, USA. I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali (International Herald Tribune, Los Angeles Times, Washington Times, San Francisco Chronicle, Montreal Gazette, Japan Times, La Opinión, Korea Times, ecc) ed alcuni hanno vinto premi dalla National Association of Hispanic Publications.
www.gazzettadisondrio.it –
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El Salvador: una comunità contro il piombo
Sitio del Niño è una piccola provincia situata a 35 chilometri dalla capitale del Salvador. Qui, da almeno una decina di anni si è stabilita la Baterías del Salvador, una fabbrica che, come dice il nome, ricicla e produce batterie di automobili con la marca Record, tra le più vendute in America Latina (http://www.grupo-record.com/).
Il risultato di questa presenza, con un’azienda che si è sempre disinteressata delle norme sanitarie, è che il 70% dei bambini del luogo (circa cinquecento) presenta sintomi d’avvelenamento di piombo. Da due anni, la comunità lotta perchè venga riconosciuta la responsabilità della fabbrica e lunedì finalmente il Ministero ne ha ordinato la chiusura.
Un avvenimento senza dubbio che ha quasi dell’incredibile, visto il disinteresse con cui i governi latinoamericani trattano la salute dei propri cittadini. Al Sitio del Niño sono riusciti dove altri hanno fallito per una ragione semplice: le loro vicissitudini sono arrivate sulla stampa internazionale e, soprattutto su Cnn, che ha dedicato un lungo reportage. A questo punto, il governo salvadoregno non ha potuto fare altro che prendere provvedimenti e chiudere finalmente la fabbrica, il cui permesso, tra l’altro, era scaduto da due anni.
Sdegnato il commento del portavoce dell’azienda: “È vero che esiste l’inquinamento da piombo nella zona, ma non è dimostrato che sia prodotto dalla nostra fabbrica”, ed ha terminato affermando come la chiusura sia un precedente nefasto per il settore industriale del Salvador.
L’arroganza di questi figuri non è mai abbastanza. Per il momento, la storia è però a lieto fine, sempre e quando i bambini si riprendano. Su questo link, foto e reportage dal luogo dei fatti: http://ideasyvoces.blogspot.com/2007/09/afectados-por-plomo-contra-goliat.html
La denuncia presentata dall’arcivescovado contro la Record: http://www.tutelalegal.org/paginas/demandabaterias.htm
“L’Ecuador non si presterà ad uno stupido accordo di libero commercio. Siamo contrari a questo tipo di apertura al mercato che non farebbe altro che abbattere la produzione agricola e permettere l’ingresso di prodotti sussidiari”.
Prima di raggiungere New York, sede dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, in visita a Miami alle comunità ecuadoriane, reitera chiaramente il secco “NO” del suo paese ad un eventuale accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. “L’Ecuador non si presterà a questo genere di avventure suicida, non seguiremo la strada intrapresa recentemente da Perù, Panama e Colombia”.
“Rifiutiamo un trattato di libero commercio. Una grande numero di cittadini statunitensi, soprattutto del partito democratico, si oppongono a questo tipo di accordi commerciali perché riducono posti di lavoro negli Usa. Se questo può essere un problema per un economia di mercato solida e sviluppata come è quella statunitense, immaginiamo i danni che porterebbe ad un economia come quella ecuadoriana, che per di più non conta neanche con una moneta nazionale” – sono state le motivazioni apportate da Correa, che ha poi aggiunto:
“L’Ecuador non sta seguendo né il modello cubano, né il venezuelano, né il cileno. Stiamo provando una via ecuadoriana, perché ogni paese ha caratteristiche economiche differenti e non esiste un modello universale da seguire. Non siamo assolutamente contrari al commercio con l’estero, però siamo certamente contrari a questo tipo di stupide aperture al mercato che non farebbero altro che abbattere la produzione agricola e permettere l’ingresso di prodotti sussidiari al nostro paese”.
Il tema del trattato di libero commercio tra paesi latinoamericani e gli Usa è tornato d’attualità negli ultimi tempi. Solo venerdì scorso il Senato statunitense infatti ha approvato il TLC con il Perù, dando un primo passo alla sua rettificazione. Il Congresso Usa ha poi ancora pendenti le rettificazioni di accordi di libero commercio con Panama e Colombia.
Gli Stati Uniti hanno invece già vigenti TLC con Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Cile, mentre solo tra qualche settimana, il 7 ottobre toccherà a Costarica decidere attraverso un referendum se firmare o no il Cafta con gli Usa (consiglio la lettura di questo articolo di M.Campisi a riguardo).
Nonostante il reiterato rifiuto del TLC però il presidente Correa a tenuto a precisare che la relazione tra Ecuador e Usa rimane “eccellente”, essendo gli Stati Uniti il primo partner commerciale del paese andino.
Alle domande dei giornalisti statunitensi circa una rottura anti-costituzionale e non democratica dell’Ecuador, il presidente Correa ha ribattuto ricordando che lo scioglimento del Congresso e la convocazione di una Assemblea Costituente non può essere considerata una svolta anti-democratica in quanto è stata votata ed approvata dalla maggioranza della popolazione ecuadoriana tramite una consulta elettorale.
Ricordo che gli ecuadoriani a giorni saranno chiamati ad eleggere gli integranti dell’Assemblea Costituente che dovrà redigere la prossima Costituzione del paese il prossimo 30 settembre.
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Qui per leggere circa la passata visita di R. Correa alla comunità ecuadoriana di Milano.http://verosudamerica.blogspot.com/2007/09/correa-mai-un-trattato-di-libero.html
Stati Uniti: Michael Mukasey nominato Segretario di Stato alla Giustizia
Michael Mukasey è stato nominato dal Presidente George W. Bush nuovo Segretario di Stato alla Giustizia dopo le dimissioni del suo predecessore Gonzales nel mese di agosto
Il nuovo Segretario di Stato alla Giustizia ha alle spalle una lunga carriera da avvocato, divenuto prima procuratore federale e poi giudice a New York. Da sempre considerato un conservatore vicino al Partito Repubblicano, Mukasey ha lavorato a stretto contatto con il candidato alle prossime elezioni presidenziali Rudolph Giuliani, guidando l’ufficio anticorruzione dello staff anticrimine voluto dall’ex sindaco di New York. La carriera di Mukasey come collaboratore di esponenti del Partito repubblicano ha avuto inizio con alcuni casi seguiti per l’allora Presidente Reagan, di cui era avvocato personale. Negli ultimi anni Mukasey ha curato il processo ai dieci terroristi islamici accusati di aver organizzato l’attacco al World Trade Center di New York nel 1993 ed è stato il primo giudice del processo a Jose Padilla; Padilla, cittadino americano convertitosi all’Islam e arrestato nel 2002 con l’accusa di aver avuto contatti con Al Qaeda in Egitto, è ritenuto implicato nella costruzione di una bomba nucleare “sporca” che sarebbe servita per un possibile attentato contro gli Stati Uniti.
La nomina di Mukasey è stata accolta con favore da molti degli esponenti del Partito Democratico: Chuck Schumer, rappresentante Democratico della Commissione Giustiza del Senato, ha manifestato il suo gradimento verso Mukasey, sottolineando che, pur essendo un conservatore, ha sempre posto la legge al di sopra degli interessi politici del Partito Repubblicano e questo lascia prevedere che sarà indipendente dalla Casa Bianca.
Mukasey è stato nominato da Bush dopo un’attenta riflessione volta ad evitare che la proposta di un nuovo Segretario di Stato alla Giustizia divenisse motivo di nuovi attacchi alla Casa Bianca da parte degli esponenti del Partito Democratico, che erano stati i più strenui accusatori delle scelte compiute da Gonzales in materia di Giustizia e riforme. Proprio le pressioni dei Democratici hanno spinto l’ex Segretario alla Giustizia a rassegnare le dimissioni, decisione che ha messo in seria difficoltà un’amministrazione Bush che, con l’avvicinarsi della scadenza del mandato, ha perso alcuni tra i più importanti collaboratori ed esponenti del gabinetto presidenziale.
Simone Comi http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30396
Prosegue la visita in Usa dei presidenti dei due Stati
Nazarbayev poi volerà in Brasile. Previsto per entrambi un intervento all’Onu, dove stasera parlerà Berdymukhamedov. Il presidente turkmeno guida una delegazione di funzionari ed economisti, per migliorare la collaborazione con gli Usa. Ha annunciato l’amnistia per 9mila detenuti, molti per reati d’opinione.
New York (AsiaNews/Agenzie) – Prosegue la visita a New York del presidente turkmeno Kurbanguly Berdymukhamedov e di quello kazako Nursultan Nazarbayev, entrambi venuti per intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nazarbayev volerà stasera in Brasile per parlare di politica estera e di economia e sulla via del ritorno è prevista una tappa in Francia. Berdymukhamedov, primo presidente turkmeno a partecipare all’Assemblea Onu, nei 5 giorni di visita incontra il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice e uomini d’affari.
La partecipazione di Berdymukhamedov ai lavori Onu è ritenuta importante al di là di contenuti del suo discorso odierno, in quanto dimostra la volontà di rompere l’isolamento in cui il Paese è stato portato dalla politica chiusa e dittatoriale del suo predecessore Saparmurat Niyazov, morto a dicembre. L'attuale presidente ha portato con sé funzionari e imprenditori, per discutere con la controparte Usa come migliorare la collaborazione politica ed economica. Gli Stati Uniti hanno grande interesse al petrolio e al gas naturale del Turkmenistan, finora sfruttati soprattutto da Russia e Cina, e chiedono da anni la creazione di un oleodotto dal Paese alla Turchia passando per il mar Caspio e non per la Russia. Ma il presidente ha chiarito prima di partire che vuole promuovere tutti i prodotti del Paese, compresi quelli agricoli, e non soltanto l’energia.
La sete di energia con probabilità terrà in secondo piano il problema dei diritti umani e delle libertà democratiche, soffocati nel Paese. Gli analisti concordano che nei circa 9 mesi di governo, il nuovo presidente ha portato solo piccoli miglioramenti nella situazione interna.
Intanto il 24 settembre Berdhymukhamedov ha incontrato gli studenti all’università Columbia di New York City. Alle loro domande, ha assicurato che nel Paese c’è piena libertà di espressione e di stampa e nessun ostacolo contro i gruppi religiosi e le organizzazioni non governative estere, nonostante il Paese sia ritenuto uno dei più repressivi in questi settori . A domande specifiche su alcune delle centinaia di persone detenute per le loro convinzioni politiche o religiose, ha risposto che non segue in modo diretto il problema, affidato a funzionari “competenti”. Ha annunciato “un’amnistia per 9mila prigionieri”, molti detenuti per reati d’opinione, che però non saranno rilasciati tutti insieme ma un poco alla volta “in occasione delle feste nazionali”. Ha promesso riforme, aggiungendo che non agirà per smantellare il culto della personalità creato dal suo predecessore. Ha confermato come testo scolastico il libro Ruhnama, un misto delle convinzioni sulla storia, sui principi morali e la religione scritto da Niyazov e imposto come testo in tutte le scuole, dall’asilo alla secondaria superiore. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10406&size=A
Zapatero, Brown, Sarkozy. È la turbo-politics, baby
Il neoeletto Presidente francese è l'interprete perfetto dello stile nuovo della politica europea. Fatta di tanti risultati. Ad ogni costo.
Giovani Road-runner crescono. Non sono passati neanche 4 mesi dalla trionfale elezione che già Nicolas Sarkozy occupa quasi militarmente il terreno mediatico francese. E spesso europeo. La ricetta del Presidente francese si può riassumere in una parola: turbo-politics. Leggi "politica dei risultati": spesso reali, sempre mediatici. Ad ogni costo. Risultati ottenuti con tantissimo lavoro e – come ingiunse ai suoi collaboratori il Sarkozy Ministro dell'Interno nel 2002 – «producendo un'informazione al giorno».
Sarko bip-bip
È così che il 52enne Président ha, finora, tra le altre cose: ispirato l'accordo tra i capi di Stato e di governo il 23 giugno 2007 per il Trattato riformatore dell'Unione Europea chiamato a sostituire la defunta Costituzione; annunciato, il 24 luglio, la liberazione delle infermiere bulgare detenute da 8 anni in Libia; fatto approvare dal parlamento francese il 21 agosto un pacchetto fiscale il cui fiore all'occhiello sono i supplementari detassati. Nulla scappa a Sarko. Nemmeno la longa manus sul Mondiale di rugby. Per il Ct francese Bernard Laporte, infatti, c'è già pronta una poltrona da Segretario di Stato allo Sport. Risultato: un saldissimo 66% di popolarità. E un bel po' di scontenti seminati qua e là in Europa. Come la cancelliera Angela Merkel che, vera tessitrice della trama del nuovo corso europeo durante la Presidenza tedesca, a dire di molti commentatori si è vista oscurata dal protagonismo del leader neogollista sul fronte Trattato.
La bandiera Brown
Ma un altro adepto della turbo-politics lo si trova Oltre Manica seppur con toni decisamente meno fanfaroni. E con un aplomb più british. Complice anche il ruolo di eterno delfino nel quale lo aveva relegato Tony Blair, Gordon Brown ha voluto marcare col fuoco i suoi primi giorni a Downing Street. Tanto per cominciare, il 5 luglio ha deciso di far esporre su tutti gli edifici pubblici – e quindi per la prima volta anche sulla sua residenza ufficiale – la Union Jack, la bandiera nazionale. Un modo per affermare chiaro e forte la prevalenza della britishness, il sentimento di appartenenza nazionale, su quel multiculturalismo mal gestito da tanti additato come il vero tallone d'Achille dell'Inghilterra degli attentati suicidi del luglio 2005. Non è un caso che abbia usato ben 80 volte le parole britishness o Britain durante il suo discorso al Congresso del partito laburista del 24 settembre. Ma prima ancora aveva spiazzato tutti il 12 luglio leggendo di persona il discorso programmatico del Governo alla Camera dei Comuni, anziché farlo leggere, come da tradizione, dalla Regina. Per il momento i contenuti tangibili del nuovo corso di Brown mancano ma il cambiamento di stile c'è e si vede. Risultato: dopo l'agonia dell'ultimo Blair, il Labour ha riacciuffato nei sondaggi i tories di David Cameron ormai distanziati di 8 punti. La ciliegina sulla torta sarebbe convocare le elezioni anticipate prima della fine dell'anno e fare un sol boccone degli avversari conservatori. Romperà gli indugi il prudente Brown?
Tutto iniziò a Madrid
Ma l'antesignano della turbo-politics è il socialista José Luis Rodriguez Zapatero. Ricordate? Era il 2004. E il giovanissimo Presidente del Governo spagnolo, in un sol boccone, impose il dietro-front alle truppe inviate in Iraq dal suo predecessore, José Maria Aznar; annunciò un giro di vite storico sulla violenza domestica con la creazione di ben 400 tribunali speciali; varò il progetto di legge sul matrimonio omosessuale che sarebbe entrato in vigore l'anno successivo. Il tutto nei primi 100 giorni del suo mandato. Un sogno per la lumaca-politics dell'Italia di Prodi (il cui Governo colleziona il 68% di delusi). O persino per la diesel-politics di Frau Merkel: efficiente, certo, ma più macchinosa. Grosse koalition oblige.
Decisionismo, mediatizzazione, scelte forti. È questo il futuro della politica europea? Forse. Ma i rischi non mancano. Da ultimo la Vice-Presidente spagnola María Teresa Fernández de la Vega ha bacchettato i membri dell'esecutivo per «mancanza di iniziative». A un anno dalle elezioni il programma di Zapatero è infatti praticamente realizzato. E, se l'approccio di Brown combina uno stile decisionista con una strategia più prudente e pragmatica, Sarkozy potrebbe presto sgonfiarsi. Nel frattempo mezza Europa applaude il suo dinamismo. Non certo a torto.
Foto nell'ordine: Nicolas Sarkozy (Foto Guillaume Paumier/Flickr); Gordon Brown (Foto Tim Waters/Flickr); Rodríguez Zapatero (Foto Commissione europea)
Lavoratori in bancarotta
I datori di lavoro spremono, i sindacati latitano, il governo tace, e i lavoratori scendono in strada. La situazione del lavoro in Macedonia in questa ''cronaca di una contrattazione collettiva mancata". Un ulteriore contributo al nostro dossier sul lavoro
Fonte: OneWorld SEE
Mentre stiamo scrivendo questo articolo, un gruppo di cittadini sta scioperando in terribili condizioni, motivato dal fatto che pur avendo lavorato per più di 25 anni, sono stati lasciati senza alcun reddito perché le loro compagnie sono andate in bancarotta. Questi “lavoratori in bancarotta” non sono in grado di ottemperare ai requisiti né per il pensionamento né per ricevere sussidi sociali dall’Ufficio del lavoro; chiedono dunque al governo di risolvere il loro problema, o trovando loro un lavoro o garantendo loro un sussidio mensile di 100 € (si spera) fino a quando non avranno i requisiti necessari per il pensionamento.
Ogni giorno lavoratori muoiono o si feriscono gravemente sul loro posto di lavoro. Un operaio della “Granit” Compagnia di Costruzioni è rimasto sepolto sotto una roccia mentre stava lavorando all’apertura di una strada verso la centrale idroelettrica di “Svetka Petka”. Un altro è rimasto ucciso installando un sistema di ventilazione in Delcevo. Un meccanico è finito schiacciato sotto una placca di metallo mentre riparava un camion. Un altro ancora è morto nel gonfiare la ruota di un trattore esplosa perché non era stata inserita, come il regolamento richiede, nella speciale gabbia di metallo che permette di prevenire esattamente tale eventualità. Le lavoratrici del settore tessile cadono prive di sensi mentre lavorano a temperature che in estate possono superare i 40 gradi C°. Non riescono a respirare perché i datori di lavoro non hanno installato sistemi di ventilazione o di condizionamento.
La prevenzione dei rischi sul lavoro è praticamente inesistente. Gli ispettori del lavoro e i rappresentanti dell’Associazione per la Protezione sul Luogo di Lavoro concordano sul fatto che ai lavoratori mancano appropriate condizioni lavorative. I proprietari non si curano molto della salute dei loro dipendenti. Tutto ciò che importa sono profitti esorbitanti in poco tempo.
“Gli imprenditori mirano veramente a spremere tutto ciò che possono dai loro operai”, dice Agim Satiri, Capo della sicurezza sul lavoro per l’Ispettorato statale del lavoro. “Oggi, l’unica definizione di salute e sicurezza nel lavoro contemplata è che un lavoratore riceva la sua busta paga regolarmente e che i suoi contributi sociali siano versati. Tuttavia, un lavoro protetto e sicuro è molto più di questo.”
Gli alti tassi di disoccupazione e la povertà dilagante costringono i lavoratori ad accettare qualsiasi lavoro venga loro offerto. Nemmeno la considerano, la sicurezza sul posto di lavoro, sia in un cantiere edile, in miniera o in fabbriche tessili.
In Macedonia la transizione cominciò nello stesso periodo di tutti gli altri paesi dell’Europa orientale, nel 1991. Ebbe anche il medesimo significato che negli altri contesti, cioè una grande svolta sia nelle relazioni economiche e politiche sia nelle circostanze, con l’introduzione dell'economia di mercato e della democrazia politica. Il fardello maggiore derivato da questi cambiamenti, in particolare la privatizzazione delle compagnie che prima erano di stato e socializzate, ricadde sui lavoratori e sulle lavoratrici. Per bancarotta, insolvenza, cassa integrazione o qualcos’altro ancora, molti lavoratori persero il lavoro.
D’altra parte, la mancanza di adeguate politiche sociali per alleviare le conseguenze della crescente disoccupazione ha fatto sì che i lavoratori percepissero una forte insicurezza sociale. Secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica il salario medio netto in Macedonia era nel gennaio 2007 di 13,884 dinari (all’incirca 230 €). Ancora, il 13,5% degli occupati non ricevevano quanto avevano guadagnato. Sul totale della popolazione attiva, 578,810 persone avevano un impiego,mentre il 35,9% rimaneva disoccupato.
In base alla legge sui rapporti di lavoro, la settimana lavorativa è di 40 ore (per i lavoratori a tempo pieno). L'accordo di contrattazione collettiva stabilisce che, per chi lavora in posizioni particolarmente difficili, dure e rischiose e se gli effetti dannosi non possono essere completamente eliminati con misure di protezione, la settimana lavorativa possa essere ridotta a non meno di 30 ore settimanali.
Il salario è garantito dagli utili del datore di lavoro, è proporzionale al lavoro svolto e al contributo del lavoratore ai guadagni e profitti dell’azienda, concordemente ai termini e alle condizioni espresse nella legge e nell’accordo collettivo.
Tuttavia, poco di quello che la legge prescrive è effettivamente applicato nella pratica. Spesso i lavoratori sono costretti a lavorare 12 ore al giorno (che farebbero 60 ore alla settimana) per uno stipendio di 6,000 dinari (circa 100€). Ancora, spesso sono assunti e lavorano illegalmente, senza che i loro contributi sociali siano versati e regolati, il che è una violazione criminale.
La forte disoccupazione produce un ulteriore problema inerente alla protezione dei diritti dei lavoratori. Al tasso di disoccupazione attuale, i lavoratori sono semplicemente troppo intimiditi per perseguire l'applicazione dei loro diritti, dal momento che è stato dimostrato tante volte come i datori di lavoro considerino la soluzione più efficace licenziare “i ribelli” e assumere nuove persone al posto loro, che siano disposti a prevenire la sparizione dei loro miseri assegni dimostrando maggior tranquillità.
Il movimento sindacale in Macedonia non conosce o non vuole usare il potere di cui dispone per migliorare la situazione complessiva della classe lavoratrice. Questa è l'opinione di Lazar Jovevsky; il suo “Contrattazione collettiva” è il primo libro a trattare delle difficoltà dei sindacati e dei loro rapporti e negoziazioni con governo e camere di commercio del paese. Jovevsky afferma che nell'Unione Europea e negli USA è normale che i partiti politici cerchino sostegno elettorale e politico dai sindacati, i quali a loro volta usano questa efficace arma per lottare per i loro diritti. Egli ritiene che il governo non dovrebbe evitare il fatto che ha un interesse ad attrarre e canalizzare le dirigenze sindacali verso le sue piattaforme politiche; allo stesso tempo i sindacati dovrebbero fare la loro parte e tenere duro con le loro richieste e linee politiche, facendo così pressione affinché il Governo dia miglior protezione ai diritti sindacali.
Il fatto è che in Macedonia i sindacati nemmeno riescono ad accordarsi su chi li dovrebbe rappresentare; così, sebbene ce ne sia un gran bisogno, non riescono ad agire così come controparte del governo quando c'è da negoziare. In base alla legislazione attuale, ogni sindacato sostenuto da più di un terzo dei dipendenti di un industria o di un settore sarà legittimato ad avviare negoziazioni con i datori di lavoro o con il governo. L'istituzione di una commissione unificata che fosse in grado di esercitare una maggior influenza sui partner sociali nella contrattazione collettiva dovrebbe essere semplicemente una formalità. O forse no? http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8253/1/51/
E la stampa araba applaudì Rabat
Daniele Cristallini
I giornali arabi, commentando i risultati delle elezioni legislative marocchine, hanno accusato gli analisti occidentali di incompetenza nei confronti delle dinamiche politiche del mondo arabo. Ridha Kefi, sul tunisino Le Temps, ha visto nell’esito del voto una conferma della capacità del Marocco di progredire nel cammino democratico, seppure con i propri tempi e senza scuotere i propri equilibri secolari: “Per noi tunisini, che condividiamo con i marocchini l’identità arabo-islamica e maghrebina, questi risultati offrono alcune lezioni che sarebbe bene non ignorare”. Per il libanese Al-Safir, il confronto tra Pjd e Akp turco non può ignorare il fatto che il Pjd non possiede la stessa capacità di mobilitazione popolare del partito turco.
La stampa araba ha seguito distrattamente l’appuntamento dei marocchini con le elezioni legislative tenutesi il 7 settembre scorso. Alla vigilia delle elezioni non erano pochi gli “esperti” occidentali preoccupati dai sondaggi che pronosticavano una schiacciante vittoria del partito di Giustizia e Sviluppo (Pjd). Il maggior timore era che l’ascesa al potere del più importante partito islamico del Paese potesse compromettere il cammino delle riforme democratiche che il Marocco ha intrapreso ormai da diversi anni. Nel mondo arabo, però, in pochi credevano che queste elezioni potessero dar luogo ad una sterzata in senso islamico per il Marocco. I risultati delle consultazioni elettorali, infatti, hanno visto il partito di Giustizia e Sviluppo ottenere soltanto 47 seggi su un totale di 325. Il partito nazionalista Istiqlal si è confermato come la principale forza politica del Paese. Di fronte all’evidenza dei numeri, che smentiscono ogni previsione allarmista, la stampa araba non ha perso l’occasione per rinfacciare agli analisti occidentali la loro incompetenza riguardo alle dinamiche politiche del mondo arabo.
“I risultati delle elezioni legislative del 7 settembre in Marocco – spiega Ridha Kefi sul tunisino Le Temps – hanno sorpreso coloro che si aspettavano un cambiamento radicale nel panorama politico del regno alauita, o addirittura una rivolta di palazzo. Chi conosceva meglio questo paese vi ha visto, al contrario, una conferma della sua capacità di progredire nel cammino democratico, seppure con i propri tempi e senza scuotere i propri equilibri secolari. Per noi tunisini, che condividiamo con i marocchini l’identità arabo-islamica e maghrebina, questi risultati offrono alcune lezioni che sarebbe bene non ignorare”. Una di queste è il fatto che i partiti nazionalisti, come ha dimostrato Istiqlal, non cadono mai del tutto nell’oblio e sono capaci di rigenerarsi e rifiorire. “Il Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln) e alcuni partiti comunisti dell’ex blocco sovietico ne hanno già dato la prova in passato”.
Un’altra lezione importante è data dall’errore dei leader del Partito di Giustizia e Sviluppo che pensavano di replicare in Marocco il successo dell’omonimo partito al potere in Turchia. Essi hanno ignorato il fatto che il Pjd marocchino non possiede la stessa capacità di mobilitazione popolare del partito turco. Questo giudizio è condiviso anche da Wisam Saada che, sul quotidiano libanese Al-Safir, dedica un lungo articolo al confronto fra il Pjd marocchino e il suo “cugino” turco, l’Akp. Saada rileva innanzitutto una profonda differenza nel “contesto” in cui ciascuno dei due partiti si trova ad operare: da un lato la Turchia kemalista, una repubblica con una solida tradizione laica; dall’altro il Marocco, paese retto dalla monarchia alauita (che rivendica una discendenza diretta dal Profeta Maometto), il cui legame con l’Islam è sancito dalla Costituzione (al re appartiene per diritto il titolo di amìr al-mu’minìn, principe dei credenti) e che quindi possiede già una forte legittimazione su base religiosa.
Quanto al resto della stampa maghrebina, il più importante quotidiano marocchino, “Le Matin du Sahara”, a distanza di dieci giorni dalle elezioni non smetteva di proporre editoriali che sottolineano come “i risultati delle legislative hanno confermato una realtà intangibile, ormai inscritta in quella che diverrà la politica ordinaria del paese, ovvero che la democrazia prosegue il suo corso e le istituzioni che la incarnano si stanno rafforzando sempre di più”. Forte del giudizio positivo dell’Unione europea sulla trasparenza delle elezioni, il quotidiano filo-monarchico legge i risultati delle legislative come “il coronamento della visione di Sua Maestà il re Mohammed VI, la cui volontà di dotare il paese di istituzioni solide e democratiche fa il paio con la sua determinazione nel circondarle di una trasparenza e di legalità ineccepibili”.
Ma la stampa maghrebina ha molte voci. E tra queste ce n’è anche qualcuna indipendente come quella del quotidiano algerino El-Watan (La Nazione) in cui il giornalista Hasan Moali denuncia il fatto che, a dispetto delle previsioni, il panorama politico marocchino non sia affatto mutato. “La piramide dei partiti non è stata rovesciata”. Inoltre sarà Mohammed VI a nominare il Primo Ministro, come previsto dalla Costituzione. “Ancora una volta, l’ultima decisione spetta al re. E a lui solo”. La stampa del mashreq (l’oriente arabo), ha guardato alle elezioni marocchine con scarso interesse e senza cedere agli allarmismi tanto comuni presso la stampa occidentale. La giornalista Rania Adel ad esempio, pochi giorni prima delle elezioni, prospettava sull’egiziano al-Ahram “il rischio di una scalata delle forze islamiste”, ma riconosceva al contempo come il segretario generale del Pjd, Sa’ad El-din Othmani, spesso descritto come l’“Erdogan del Marocco”, abbia sempre presentato il programma del suo partito come fondato sul “referente islamico e sull’opzione democratica”: “Nella sua azione politica il Pjd non ha mai inteso scontrarsi frontalmente con la monarchia”.
In generale, la stampa dell’oriente arabo ha osservato con un misto di curiosità e ammirazione l’operato del Pjd. “Negli ultimi anni – scrive Jamil al-Nimri sul quotidiano giordano al-Ghad (Il giorno) – l’esperimento del Pjd ha attirato un grande interesse, poiché rappresenta la corrente islamica più importante del Marocco e si fa portatore di un discorso politico che coniuga un certo pragmatismo ad ampie vedute sul futuro del paese”. L’esperienza del Pjd induce inoltre ad una riflessione più ampia, che si può estendere ad altri paesi arabi: “I partiti islamici si orientano sempre più verso programmi moderati che non costituiscono una minaccia per le elezioni libere. Bisogna prendere atto che la diffusione dell’islam politico non può più essere considerata una scusa sufficiente per arrestare il processo di riforme in senso democratico”.
Riguardo al partito di Giustizia e Sviluppo non mancano, tuttavia, voci dissonanti come quella di Husayn Majdubi che scrive su Al-quds al-arabi (Gerusalemme araba)– tra i quotidiani internazionali, quello più interessato agli sviluppi delle elezioni marocchine. Per Majdubi la vittoria di Istiqlal non era affatto inaspettata. Una fetta consistente dell’elettorato, infatti, era diffidente nei confronti del Pjd, un partito ancora “giovane” (è nato nel 1992), qualità che nel mondo arabo è più spesso sinonimo di inesperienza e inaffidabilità che di rinnovamento e dinamismo. “Alla fine ha vinto la paura di imbarcarsi in un’“avventura” pericolosa scegliendo un partito senza un’identità politica chiara, con il rischio di importare un modello ‘orientale’, estraneo al modo in cui l’Islam è percepito e vissuto dai marocchini”. Istiqlal, al contrario, “rappresentava un miglior esempio di chiarezza, affidabilità e moderazione. Ha sempre difeso l’idea che la riforma è possibile attraverso l’istituzione della monarchia, ma mai contro o senza di essa”.
Un aspetto su cui tutti si interrogano, infine, è la bassissima affluenza alle urne nelle consultazioni elettorali marocchine. Soltanto il 37% degli aventi diritto ha scelto di andare a votare. Si tratta di un’affluenza eccezionalmente bassa, comparabile a quella registrata in Egitto nel 2005 (23%) e in Algeria nel 2007 (35%). Oltre a ridurre la reale portata democratica delle elezioni, una partecipazione così bassa è il segnale di una disaffezione dell’elettorato nei confronti della politica.
Per ‘Abdallah Khalifa, del quotidiano bahreinita Akhbar al-khaleej (Notizie del Golfo), il motivo di questo “raffreddamento” dell’elettorato marocchino risiede nella delusione per non aver visto realizzate le promesse della coalizione di governo in termini di assistenza sociale e di sussidi. “La gente chiede di risolvere i problemi legati al sostentamento” – scrive Khalifa, facendo eco ai tanti elettori intervistati a più riprese dai quotidiani marocchini. Come Ahmad, impiegato, che ha dichiarato al quotidiano Al-Tajdìd (Il Rinnovamento): “Io non sono andato a votare! Perché? Perché in 50 anni non ho visto alcun cambiamento. I candidati si prendono gioco dei cittadini e si occupano soltanto dei loro interessi privati. È per questo che il livello di partecipazione non è stato quello che ci si aspettava. La gente non è andata a votare per manifestare la propria rabbia nei confronti di una classe dirigente fallimentare”.
resetdoc.org
FEDERICO RAMPINI E "IL PERICOLO GIALLO", LA MATTEL E I CINESI CATTIVI
DI ANNALISA MELANDRI
Morire avvelenati dal made in China è l’ultima versione del “pericolo giallo”, la più inquietante.... I milioni di Barbie e Batman ritirati dalla circolazione per la vernice al piombo che può intossicare i bambini occidentali...Prima era un dragone in grado di divorare interi settori industriali dei paesi ricchi. Ora è in gioco un bene perfino più prezioso, la nostra salute e quella dei nostri figli...Scopriamo con orrore che i “terzisti” cinesi ingaggiati dalla Mattel o dalla Nike sono spesso pirati del capitalismo, criminali che non esitano a sacrificare vite umane per arricchire i loro conti offshore nei depositi esentasse di Hong Kong.”
Così scriveva quest’estate Federico Rampini sulle pagine de La Repubblica del 15 agosto, commentando la notizia del ritiro di 18 milioni di giocattoli Mattel dal mercato.
Questi erano i toni di tutto l’articolo, che chiudeva con una lapidaria conclusione: “Il suicidio del boss dell’impresa Lee Deer, colpevole di aver esportato giocattoli tossici, può diventare un sinistro presagio della sorte che toccherà un giorno al regime cinese, se si ostina a rifiutare le riforme politiche”.
Effettivamente allora, questo grido al “pericolo giallo” mi sembrò un tantino esagerato, soprattutto perchè il vero nocciolo della questione veniva gettato lì in un rigo solo: “Le Multinazionali occidentali vi hanno colto un’opportunità”.
Le multinazionali occidentali hanno colto da sempre infatti un’opportunità per far soldi e trarre enormi profitti approfittando di situazione economiche e sociali che lasciano spazio allo sfruttamento più bieco e infimo, quello della mano d’opera.
Se la Mattel decise si spostare la produzione delle famigerate bambole in Asia fu per la necessità di ridurre i costi e quindi, trarre maggior profitto dalle vendite.
I costi in Asia,. come generalmente avviene nei paesi del Terzo Mondo, si riducono sfruttando gli operai ed economizzando sui materiali.
Già Green Peace aveva portato avanti una campagna informativa nel 2005 sostenendo che nei giocattoli prodotti dalla Mattel ci fossero tracce superiori alla media di ftalato, prodotto altamente cancerogeno e risulta quanto meno improbabile che un colosso come la Mattel non effettui dei test di sicurezza o dei controlli sui suoi articoli prodotti in altri paesi.
L’impietosa analisi e condanna del “made in China” che fa Federico Rampini nel suo articolo del 15 agosto, non analizzando completamente la responsabilità della Mattel nella vicenda, peccava essenzialmente di sensazionalismo, infatti era di appena un mese prima la notizia del Colgate tossico contraffatto di origine cinese. Tutti siamo d’accordo che dalla Cina giungono tonnellate e tonnellate di merci contraffatte e quindi potenzialmente pericolose e che mancano di controlli di sicurezza, non credo però che la responsabilità di questo sia a senso unico e che giovi alla sicurezza dei nostri figli gridare al “pericolo giallo”.
Mi è capitato di comprare un giocattolo “made in China” in una nota catena di giocattoli italiana e all’aprire la confezione mi sono accorta che peccava del più elementare sistema di sicurezza per i bambini e cioè i vani portabatterie erano sprovvisti delle viti” , oltre che di scadentissima qualità, il giocattolo infatti non funzionava . Ho riportato l’articolo in questione al negozio e alle mie rimostranze il commesso mi ha fatto notare il marchio CE sulla confezione. Gli ho fatto notare d’altra parte come se oggi si falsifica tutto dalle Ferrari al dentrificio, non vedo nessuna difficoltà a falsificare un marchio su una scatola di giocattoli. Questo per dire che evidentemente se c’è un paese produttore di prodotti falsi e pericolosi, è perchè esiste ed è compiacente un mercato dove distribuirli e leggi aggirabili in vari modi.
Purtroppo l’analisi di Rampini sembrava andare a senso unico, un’Occidente buono e socialmente evoluto dopo secoli di lotte e conquiste e una Cina appena uscita dal Medioevo che deve stare alle regole se non vuole “risparmiarsi un’ondata di protezionismo”.
E secondo questa analisi la colpa del demonio cinese è da riscontrarsi nella “nomenklatura comunista” corrotta che permetterebbe a quei diavoli di capitalisti di calpestare impunemente le leggi cinesi che potrebbero anche essere almeno sulla carta accettabili.
Invece è di questa settimana la notizia che la Mattel ha dovuto chiedere mondialmente scusa alla Cina perchè il difetto riscontrato nelle Barbie non era imputabile alla Lee Der, l’azienda cinese produttrice della celebre bambola, il cui dirigente si suicidò pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo.
Pace all’anima sua. Tutti allora gridarono alla colpa, tranne i dipendenti dell’uomo che lo difesero strenuamente come un persona integra e tutta d’un pezzo. Forse troppo.
La Mattel praticamente per poter immettere subito nel mercato i nuovi giocattoli, avrebbe ridotto i test sulla sicurezza, sfornando prodotti difettosi. Le vernici tossiche cinesi non c’entravano nulla ma si trattava di piccoli magnetini pericolosi se ingeriti e risultanti essere un difetto di progettazione imputabile direttamente alla Mattel, un errore “made in Usa” quindi.
Federico Rampini però nel suo articolo di ieri, 22 settembre non analizza così impietosamente l’accaduto, come pure sarebbe stato logico fare, anzi tiene a precisare che se la Mattel ha agito con così tanta leggerezza è stato a causa della fretta dei “dirigenti della Mattel di lanciare nuovi prodotti sul mercato prima della concorrenza e prima delle copie contraffatte”.
Alla fine è sempre colpa dei cinesi, il “giallo” (nel senso di colore) assume toni più sbiaditi ma rappresenta sempre un pericolo.
E quasi quasi dovremmo sentirci in colpa, suggerisce Rampini, in un altra sua conclusione lapidaria, se per un attimo abbiamo osato pensare malissimo della multinazionale americana, perchè così facendo si rischia di “dimenticare i dentifrici tossici, gli alimenti contaminati, i medicinali falsi. O il milione di “culle killer” sempre made in China – ritirate precipitosamente ieri dal mercato Usa dopo la morte di due neonati soffocati da una barra del lettino”.
Come sempre, il nemico non è fra noi in casa nostra e ci minaccia alla porta.
Annalisa Melandri
Fonte: www.annalisamelandri.it
Link: http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=326
IN TRE GIORNI PIU' DI 100 VITTIME: APPELLO DEL GRANDE AYTOLLAH SCIITA
Sette autobomba sono esplose ieri in diverse località dell’Iraq, facendo salire a oltre 100 il numero delle vittime e a più di 200 quello dei feriti nelle ultime 72 ore; solo a Baquba, soltanto lunedì, le vittime sono state una trentina. “Un aumento della violenza negli ultimi giorni” è stato sottolineato da un ufficiale americano in una conferenza stampa a Baghdad; fonti di stampa americana aggiungono che sarebbe in corso un’offensiva settaria “minacciata per il mese di Ramadan" dagli insorti. "Vi esorto a dimenticare le vostre divergenze con i fratelli sunniti" ha intanto implorato in un appello indirizzato ai suoi fedeli il grande ayatollah Sayyid Ali Husaini al-Sistani, massima autorità spirituale sciita in Iraq. "Ponetevi come montagne contro i tentativi di alcuni mezzi d’informazione che esagerano il numero delle vittime e definiscono interconfessionale questa guerra " ha aggiunto al-Sistani.
http://www.misna.org/

Sono molte le personalita’ del partito democratico che si stanno schierando a fianco di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca, ma l’annuncio dell’ appoggio del senatore dell’Indiana Evan Bayh e’ stato accolto con piu’ interesse del solito negli Usa. Comparsi fianco a fianco per rendere noto l’accordo, la Clinton e Bayh sono apparsi come una possibile coppia presidenziale. […]
Bayh, che in passato aveva considerato la possibilita’ di candidarsi alla presidenza, viene ritenuto nella lista ristretta di nomi che la Clinton potrebbe considerare come vice, se vincesse la nomination. Gli addetti ai lavori sottolineano come sia raro per un senatore diventare presidente - l’ultimo a riuscirci fu John F.Kennedy - e sia quindi plausibile che se Hillary sara’ il candidato democratico, scelga come compagno di corsa un governatore, anche per non ripetere il passo falso dei due senatori John Kerry-John Edwards nel 2004. Ma Bayh ha il vantaggio di essere stato per due volte governatore dell’Indiana e puo’ quindi vantare esperienza di potere esecutivo.
‘’Il suo curriculum nel servizio pubblico e’ straordinario'’, ha detto la Clinton di Bayh, in risposta a una domanda se il senatore possa essere considerato ‘’materiale da vicepresidenza'’.
Il nome di Bayh negli ultimi mesi e’ stato indicato nella lista dei possibili vice di Hillary insieme a quello dell’ex governatore della Virginia Mark Warner (che pero’ ha appena annunciato di candidarsi di nuovo a governatore) e all’ex governatore dell’Iowa Tom Vilsack, attualmente alla guida della campagna elettorale della Clinton. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/25/coppia-presidenziale/#more-369
| Gli amici del regime |
| Riunione d'emergenza al Consiglio di Sicurezza Onu. Ma nessuna sanzione per l'opposizione di Russia, Cina e Indonesia |
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Affari urgenti Nessuna sanzione. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunito d'urgenza ieri sera su richiesta della presidenza di turno francese, non è riuscito a trovare un accordo. Cina, Russia e Indonesia si sono opposte alla proposta europea e statunitense di emanare sanzioni commerciali pesanti per la dittatura militare birmana che mercoledì 26 settembre ha ucciso almeno quattro pacifici manifestanti; per l'Alleanza birmana dei monaci buddisti le vittime sarebbero di più, con almeno cinque religiosi morti sotto i colpi dei mitra. L'inviato speciale Onu per Myanmar Ibrahim Gambari è in volo per arrivare a Rangun. Ma dovrà attendere che la Giunta militare cambi idea sul suo visto, perchè, per il momento, sarà obbligato ad attenderlo da un paese confinante con Myanmar.
Alleati fedeli L'approvazione di sanzioni Onu era comunque un evento poco probabile, senza l'assenso dei due maggiori alleati del regime, Cina e Russia, che già lo scorso dicembre bloccarono col loro potere di veto una Risoluzione di condanna della Giunta per obbligarli a "dialogare con minoranze e opposizioni" ed evitare un blocco totale dell'import e dell'export. La Cina è il maggiore partner commerciale dei birmani, con gli scambi che nel 2006 hanno toccato un miliardo 460 milioni di dollari. I russi sono invece i maggiori sponsor militari della Giunta, specie per gli armamenti pesanti. La Birmania è ricca in petrolio (per raffinare il quale non ha comunque impianti adatti, tanto da dover importare la benzina) e in gas naturale, che viene quasi unicamente esportato verso Pechino e Nuova Dehli, un altro alleato diplomatico e commerciale di prima importanza.
Non ingerenza, reciproca "Come vicini del Myanmar, speriamo che la situazione si stabilizzi per il bene del loro sviluppo economico - ha detto martedì 25 alle Nazioni Unite Jiang Yu, la portavoce del ministro degli Esteri cinese -ma la Cina adotta con insistenza la pratica della non interferenza negli affari interni di altri Paesi". Un atteggiamento che Pechino gradirebbe anche il resto del mondo avesse verso i suoi standard di rispetto dei diritti umani, e della libera espressione del dissenso. E' quindi altamente improbabile che i leader comunisti chiedano ai loro alleati socialisti di stare a sentire le proteste pacifiche che si ritrovano per strada, un suggerimento che qualcuno potrebbe poi rigirare loro. Secondo il politologo Zhang Xizhen dell'università di Pechino è "da escludere che la Cina faccia approvare una mozione di condanna della Giunta birmana, ma non può nemmeno tollerare, (dopo le figuracce rimediate per l'appoggio al suo primo fornitore petrolifero, il Sudan, sul Darfur, ndr) che il loro migliore alleato in Asia reprima l'opposizione a suon di kalashnikov. E' più probabile che i diplomatici attivino i canali informali per tentare di riportare i militari alla ragione, aprendo un tavolo di trattative". In vista delle Olimpiadi del 2008, l'immagine cinese va ripulita. Ma da Pechino hanno anche motivi pratici di preoccupazione: la Birmania è tra i 4 maggiori produttori illegali di oppio al mondo, e il fiume di eroina che i militari birmani contrabbandano nello Yunnan (cina meridionale) attraverso la frontiera nord potrebbe straripare.
Con i kalashnikov in braccio Il discorso è molto simile per quanto riguarda Mosca, che sui metodi usati per tacciare il dissenso interno può vantare un record discutibile, omicidi politici sospetti inclusi. I russi non esportano quasi nulla verso Myanmar, a differenza dei vicini cinesi. "Se girate per le strade a Rangun, quasi ogni manufatto che vedrete è di produzione cinese; la Birmania ha un patrimonio industriale quasi nullo" spiegano dalla sede di Hong Kong della ong Asian Human Rights Commission. Infatti l'export cinese verso Myanmar è aumentato del 50 percento nei primi 7 mesi del 2007, oltre i 600 milioni di euri. Mosca invece fornisce Mig e k alashnikov, elicotteri e mine. Un affare per la sua industria bellica; e sempre più lo sarà con l'avvio del programma nucleare militare, per il quale tecnici dell'esercito asiatico vengono formati in questo momento a Mosca. Ma al Consiglio di sicurezza si parla solo di "minaccia nucleare" nordcoreana o iraniana. Degli amici birmani, i cinesi e i russi non hanno mai gradito che si chiacchierasse troppo.
Qualche remota speranza? Gli interessi del Dragone in Myanmar hanno anche progetti di lungo termine; un ricerca del gruppo 'EarthRights international' di pochi giorni or sono ha mostrato come 26 multinazionali cinesi sono coinvolte in 62 opere pubbliche di portata strategica in Birmania. La più importante è forse la costruzione di un gasdotto-oleodotto lungo 2.440 chilometri, dalla costa birmana di Arakan fino allo Yunnan. Lungo questa rete verrà inviato il greggio che le petroliere cinesi scaricheranno dall'Africa e dal medio Oriente. E senza petrolio il gigante asiatico non può sopravvivere. Pechino non ha interesse ad avere un regime così instabile vicino, e in giugno ha già segretamente ospitato dei colloqui informali Usa-Myanmar, mentre Tang Juaxuan, decano dei diplomatici Han, ha visitato a inizio settembre il ministro degi esteri birmano Hu Nyan Win. Secondo l'agenzia ufficiale 'Xinhua' il 'consigliere cinese' agli affari esteri avrebbe dichiarato che la "Cina si augura di cuore che Myanmar ritrovi la stabilità interna e si avvii un processo democratico adatto alla propria realtà". Come la democrazia che vige in Cina, ovviamente. Purchè il business sia lasciato in pace |
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8866
settembre 26 2007
| Il grande V-scherzo |
I sondaggi danno al 75% Veltroni alle primarie del Pd. Si tratta, in fin dei conti di 400mila persone, di estrazione Ds e Margherita. Con l'aria di disincanto, di rifiuto della Casta e di truffa precostituita che tira non me ne aspetto più di un milione alle urne. Tra politici professionisti e collegati vari.
Un flop già annunciato, sul loro versante. Così, questo Pd nasce morto.
Possiamo batterli, quindi. E a casa loro, sul loro terreno di gioco, che credevano già di loro esclusiva proprietà.
Ne abbiamo la forza, ora.
L'ha capito e lo dice persino l'onesto Sartori, oggi, sul Corriere.
Per le prossime elezioni amministrative Grillo sosterrà liste civiche spontanee «certificate » (da lui) che escludano iscritti ai partiti e personaggi penalmente sporchi. Ne potrebbe risultare uno tsunami.
Supponiamo che un milione e passa di italiani incacchiati (e i numeri, l'8 settembre erano questi...) vada compatto a votare per la Bindi. E che lei raggiunga il 51% o anche di più.
Trasformeremmo, di colpo, primarie finte e blindate in un evento anti-politico (quindi pienamente politico e trasformativo).
Con la sconfitta eclatante in casa, sarebbe in pratica la fine politica di D'Alema e della sua nomenklatura (che sta dietro a Veltroni), e il ridimensionamento netto di Rutelli e di De Mita.
Un colpo di ariete potente, se ben assestato tutti assieme, capace forse di aprire un varco in una delle due muraglie che ci imprigionano.
Perchè non ci inventiamo una Rosy Bindi (peraltro anche una brava persona, non falsa) vincente alla grande? Perchè dobbiamo dargliela già vinta ai boss?
In fondo non è stata la prima (e forse l'unica) a non demonizzare e a rispondere seriamente ai Grilli parlanti?
Veniamo considerati dei privilegiati e quasi inutili per la comunità. Per questo ci chiedono quanto costa la politica. Dobbiamo spogliarci dei nostri privilegi. Il vitalizio, ad esempio, va dato a 65 anni e deve essere un'assicurazione privata. Va rivista anche la legge sui rimborsi elettorali e sui giornali di partito. Anche la vita "finanziaria" dei partiti andrebbe controllata di una agenzia indipendente.
Una vittoria con i voti determinanti dei Grilli parlanti non sarebbe un chiarissimo mandato, per lei, a mandarli a casa, quelli della nomenklatura dalemiana (e rutellian-demitiana), o quantomeno ridimensionarli di brutto?
E se non lo fa, con tale mandato esplicito ricevuto da un milione e passa di italiani, sarebbe, credo, la morte politica definitiva del Partito Democratico. Amen.
Sarebbe forse, in ambedue i casi, una rivoluzione possibile a sinistra. Un cambiamento degli equilibri nel potere.
Riaprirebbe forse finalmente i giochi di un Paese bloccato.
Metterebbe in crisi tanti satrapi (oggi già un po' innervositi) che avevano già fatto assegnamento sul risultato scontato delle primarie e sul nostro snobistico e impotente disgusto.
E assegnerebbe a noi una vittoria indelebile. Forse una svolta.
Perchè non provarci, invece di rinchiuderci in un inutile astensionismo?
Tanto, peggio di così? Che cosa abbiamo da perderci, in fondo, un euro?
Non vale una bella crepa nel muro di Lorsignori?
Per favore, non facciamo la fine dei girotondi.
C siamo conquistati queste primarie, dopo anni di lavoro politico calpestato e di pressione dal basso.
Un piccolo spiraglio apparentemente finto. Ma che sta a noi ora trasformare in varco vero.
Sta solo a noi, alla nostra capacità di non farci annebbiare dall'odio o dalle urla, o da chi ci vuole annebbiati e solo urlanti.
Facciamo lucida politica attiva, ovunque, politica dinamica che attacca e incide, e non pippe o lamenti.
Ma facciamola a modo nostro.
Facciamogli, ora, il grande V-Scherzo. |
http://blogs.it/0100206/categories/community/2007/09/19.html#a7104
Ho scoperto, chiacchierando con lui, che il presidente del mio cortile non sa che alle primarie si voterà col sistema delle liste bloccate.
Questo può sembrare impossibile a chi è giornaledipendente, a chi rinuncerebbe a un pasto piuttosto che alla lettura dei quotidiani, a chi segue con attenzione il dibattito politico, legge Scalfari e guarda Ballarò.
Ma a pensarci bene non è poi tanto strano. Sia ben chiaro che il presidente non è uno sprovveduto, né è poco informato. Solo che è informato delle cose che gli interessano.
Infatti è informatissimo di tutto quello che avviene nel suo territorio: in ambito politico e anche fuori. Conosce gli umori della gente, sa di cosa sono contenti e di cosa si lamentano, sa di cosa si sta discutendo in quel momento nei bar, quali fatti si commentano nelle famiglie attorno al tavolo della cena, e sa discernere di cosa è necessario occuparsi subito, cosa si può rimandare e cosa tralasciare. In politica è perfettamente al corrente dei malumori degli alleati e delle trame dell’opposizione, sa distinguere a primo colpo d’occhio se una questione creerà una grana o se passerà liscia.
Tutto questo non attiene al dibattito politico, ma alla gestione del potere.
Scopro che la gestione del potere ha le sue leggi: ognuno occupa il suo spazio, e, se possibile, non interferisce in quello degli altri. Così il presidente del cortile, è informatissimo delle questioni attinenti al cortile, perché ciò gli consente di gestire al meglio il potere in quest’ambito; è informato di quello che avviene ai piani superiori solo nelle parti e in quanto interferisce con la gestione del cortile. Entra in conflitto con questi solo quando è indispensabile a difendere la fetta di potere che gli è stata assegnata, altrimenti li ignora.
Tutto il resto è “politica”… quasi un rito, necessario per mantenere quel consenso che gli permette di continuare da lustri ad esercitare il potere. Ma da sbrigare alla svelta e senza farsi tante domande: è stato deciso – ad un livello cui non appartiene e che, pertanto, non gli interessa - che si faranno le primarie, e che saranno vinte da Veltroni, è questo è tutto quel che c’è da sapere. Il resto- sistemi elettorali, formazione delle liste, quote rosa, outsider, ecc.ecc. – è un fumus di cose superflue e adatte solo a far perdere tempo. Tanto niente di tutto ciò inciderà nell’ambito in cui si esercita il suo potere.
Tuttavia non sono riuscita a contenere un moto di sorpresa per questa sua confessione. Allora abbozza sorridendo: “Non vado quasi mai alle riunioni di partito”. Ha ragione lui, le riunioni di partito sono, per quel che ricordo, una cosa noiosissima, e soprattutto non servono a niente. Tanto le cose che contano si decidono e si apprendono altrove e in altri momenti.
E alla fine concludo che quelli che si appassionano alla discussione, come me, sono proprio quelli che non hanno – e non avranno mai – alcun potere di decidere alcunché. http://www.ulivoselvatico.org/territor/newindice.htm
Ipotesi Hong Kong
scrive Davide Sighele
Sullo status del Kosovo ancora pieno stallo. Secondo il quotidiano belgradese Blic si discuterebbe ora in seno alla comunità internazionale dell'ipotesi Hong Kong. L'ennesima boutade o qualcosa di più?
Il vecchio modello di Hong Kong: secondo il quotidiano di Belgrado Blic sarebbe questa la nuova ipotesi negoziale in merito allo status futuro del Kosovo. Secondo “fonti vicine” al Gruppo di Contatto - il forum di mediazione sui Balcani composto da Usa, Russia, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna - sarebbe questa l'ultima opzione dibattuta in seno alla comunità internazionale per superare lo stallo nei negoziati tra Pristina e Belgrado.
Tale ipotesi prevede uno status transitorio – ma ben definito – di lungo periodo: la Provincia rimarrebbe formalmente entro i confini della Serbia ma acquisirebbe i connotati di uno 'Stato nello Stato', di fatto indipendente sebbene sotto tutela europea.
L'ipotesi - tutta da verificare - postula che Pristina possa partecipare fin da subito alle istituzioni internazionali, Onu esclusa, e sottoscrivere accordi economici bilaterali o multilaterali.
Secondo il quotidiano Blic non sarebbe invece contemplato un esercito kosovaro propriamente detto, mentre verrebbe rimandata a tempi lunghi l'eventuale formalizzazione, a condizioni prestabilite, della piena indipendenza giuridica.
Da una parte la Serbia potrebbe rivendicare la vittoria di non aver permesso una secessione di parte del proprio territorio, vittoria formale più che sostanziale, dato che il Kosovo è già da anni al di fuori del controllo di Belgrado. E' ormai palese che molti politici nella capitale serba si ergano a risoluti difensori del Kosovo più per raccogliere voti che non perché abbiano a cuore il futuro di quella Provincia.
L'ipotesi Hong Kong garantirebbe ai kosovari un'indipendenza de facto subito e quella de iure più avanti. Certo, per ora mancherebbero alcuni simboli (il seggio all'Onu) e un esercito, ma i kosovari potrebbero finalmente pensare in modo sereno al proprio futuro, concentrandosi sui bisogni del paese e non più sulla questione dello status.
Per tutti, comunità internazionale compresa, si allontanerebbe lo spettro della divisione del Kosovo. Nel caso infatti si temporeggiasse ancora troppo a lungo vi è il rischio concreto di una dichiarazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo da parte albanese, a cui corrisponderebbe una speculare reazione da parte delle aree del nord del Kosovo abitate da serbi. Con conseguenze drammatiche.
Anche per l'Unione Europea quella di Hong Kong potrebbe essere un'ipotesi per evitare di spaccarsi. Potrebbe ottenere il sostegno di Stati come Spagna, Cipro e Grecia che per ragioni diverse sono perplessi rispetto ad un'indipendenza che arrivasse tout court, senza l'avvallo Onu. E infine la missione europea ormai programmata in sostituzione dell'Unmik avrebbe un mandato politico chiaro: portare il Kosovo in Europa entro la fine di questa fase transitoria, e prima del Kosovo portare in Europa la Serbia.
Se nel frattempo l'Unione Europea dimostrerà di non essere esclusivamente un'Unione di Nazioni con la N maiuscola, ma qualcosa di diverso, non sarà un problema se lo status definitivo verrà deciso con un referendum. E se il Kosovo divenisse indipendente.
Venerdì prossimo verranno riaperti i negoziati diretti tra Pristina e Belgrado. Si capirà rapidamente se “l'ipotesi Hong Kong” discussa dai media porterà a nuovi spiragli negoziali e se Russia e Stati Uniti intendano trovare un accordo sul futuro di questa Provincia.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8283/1/51/
Sfida aperta: i monaci in corteo contro le minacce e i carri armati della giunta
Per la prima volta appaiono soldati in divisa, dopo gli avvertimenti di ieri a non manifestare. La comunità internazionale teme un bagno di sangue e chiede alla giunta di non esercitare la forza.
Yangon (AsiaNews) – Migliaia di monaci hanno sfidato stamane i pesanti avvertimenti della giunta militare iniziando un nuovo giorno di marcia dalla pagoda Shwedagong, circondata dall’esercito e da carri militari. Dopo l’imponente manifestazione di ieri, che ha radunato fra i 50 e i 100 mila partecipanti, camion militari hanno percorso la città con altoparlanti minacciando misure repressive contro chi oserà ancora manifestare: “Avvertiamo i monaci e la popolazione di non prendere parte alle marce di protesta… Prenderemo misure conformi alle leggi in vigore”. Gli avvertimenti e le minacce sono riportate anche sulla stampa nazionale controllata dalla giunta.
I messaggi non spiegano quali misure saranno prese, anche se tutti temono che succeda qualcosa come nell’88 quando i militari hanno violentemente attaccato le manifestazioni pro-democrazia e ucciso circa 3 mila persone.
I messaggi con gli altoparlante accusano “fazioni” del mondo buddista di “istigare la popolazione alla rivolta” e puntano il dito a “forze straniere” il cui piano è destabilizzare il Paese.
Dalle prime dimostrazioni contro l’aumento dei prezzi dei carburanti, il 19 agosto scorso, i militari hanno arrestato almeno 150 persone, ma la giunta non aveva ancora spiegato militari sulle strade.
Oggi è il primo giorno i cui i monaci e la popolazione marciano alla presenza di soldati in divisa.
Ieri, dopo l’imponente manifestazione a Yangon – e altre in Pakokku, Mandalay e Sittwe – il gen. Thura Myint Maung, ministro degli Affari religiosi, in un messaggio alla radio di stato ha minacciato di prendere misure contro le gerarchie monastiche se non riusciranno a frenare le loro comunità. Secondo il ministro le proteste sono prodotte da “elementi distruttivi che non vogliono vedere la pace, la stabilità e il progresso nella nazione”.
La comunità internazionale continua a chiedere alla giunta di non rispondere con la violenza e di ascoltare i problemi della popolazione. La Cina, il maggiore alleato economico e militare nella regione, finora è rimasta in silenzio. Il People’s Daily di Pechino oggi dà ampio spazio soprattutto agli avvertimenti e alle minacce della giunta, dicendo che la manifestazione di ieri ha radunato solo 10 mila persone.
Negli Usa, si vocifera che George W. Bush annuncerà oggi nuove sanzioni contro la giunta militare e nel suo discorso all’Assemblea Generale dell’Onu chiederà il sostegno per un cambiamento democratico del Myanmar.
Ibrahim Gambari, inviato speciale Onu in Myanmar, chiede ai generali di non dare mano libera alle truppe, ma aprire un dialogo con i monaci e con l’opposizione democratica e con la leader Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari.
Anche il Dalai Lama ha espresso tutta la sua solidarietà ai monaci e ha chiesto alla giunta di non ricorrere alla violenza.
Le dimostrazioni iniziate come una critica contro l'innalzamento dei prezzi sono ormai divenute un fiume di sfida contro la dittatura militare. Ieri i monaci portavano cartelli del Buddha, ma anche foto di Aung San Suu Kyi, insieme a bandiere e scritte che chiedono "migliori condizioni di vita" e il "rilacio dei prigionieri politici". http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10386&size=A
| Carceri per malati |
| Argentina, un rapporto racconta le verità sui problemi degli istituti che si occupano di salute mentale |
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Il rapporto preparato dalle associazioni che si occupano di salute mentale in collaborazione con il Cels (Centro de Estudios Legales y Sociales) parla chiaro: almeno 15 mila persone sono “detenute” senza motivo alcuno nelle strutture dedicate alla cura delle malattie mentali.
La cifra è davvero spaventosa e adesso, in qualche modo, vi si dovrebbe porre rimedio. Quindicimila persone, circa il 60 percento del totale degli internati nelle strutture argentine dedite alla cura delle malattie psichiatriche, dovrebbero essere “liberate”. E' quanto emerge da un dettagliato rapporto presentato davanti al congresso argentino dal Cels in collaborazione con diverse associazioni. “Il sistema argentino di salute mentale è sfasato rispetto ai cambi avvenuti nel mondo negli ultimi 30 anni – si legge nel rapporto - La segregazione di migliaia di persone in questi istituti è una pratica proibita dal diritto internazionale”.
C'è di più. Chi ha redatto il rapporto ha voluto raccontare anche gli orrori che si vivono quotidianamente all'interno di questi istituti, che non sempre esercitano il loro compito in modo impeccabile. E quindi si apprende delle difficoltà che incontrano i malati una volta rinchiusi in celle di isolamento, le violenze fisiche che talvolta subiscono e non per ultimo gli abusi sessuali.
Le buone intenzioni del Cels. Il lavoro del Cels e delle altre organizzazioni che si sono occupate del rapporto è stato lungo e faticoso. Dal 2004 (anno in cui è iniziato il lungo pellegrinaggio per istituti psichiatrici) a oggi sono stati contati migliaia di casi dove gli abusi e le negligenze da parte delle istituzioni rendevano il ricovero delle persone con disfunzioni mentali una vera e propria detenzione.
“Nella maggior parte delle nazioni del mondo i grandi centri psichiatrici sono stati chiusi - si nota ancora all'interno del rapporto – mentre in Argentina il 75 percento delle persone ricoverate negli asili di salute mentale è costretto a vivere in strutture che ospitano migliaia di malati”.
Ma la notizia che fa rabbrividire è quella secondo cui chi si è occupato di investigare sui centri di salute mentale si è scontrato con realtà raccapriccianti. Molti gli abusi di ogni tipo: negligenza da parte dei responsabili degli istituti, abusi sessuali, svariati casi di persone morte bruciate, assenza di assistenza sanitaria, detenzione coatta in celle di isolamento e via discorrendo.
Il rapporto fa luce non solo sulla situazione degli ospiti, ma anche sulla condizione delle strutture. In alcuni casi, come si legge nel rapporto, sono state segnalate la mancanza di acqua nei bagni, l'assenza di fognature, l'assoluta insicurezza delle strutture ritenute a forte rischio di incendio.
L'esempio che ha fatto pensare riguarda quello che i funzionari del Cels si sono trovati di fronte una struttura denominata Unidad Penal 20, presso l'ospedale Borda: uomini detenuti in celle di isolamento lunghe un metro per due, da sette mesi. Detenuti nudi (ma secondo i dirigenti sanitari solo per evitare i suicidi), poca luce e poca acqua.
Lo spiraglio. Il documento però, lascia spazio anche a considerazioni generali sulla possibilità di risoluzione dei problemi. L'Argentina è una nazione in grado di sopperire a queste mancanze e attualmente ci sono anche le condizioni politiche e sociali adatte per fare una riforma che riguardi il sistema di salute mentale. La cosa importante è che, se una riforma si farà, dovrà essere quanto più rispettosa possibile della dignità umana. Nel frattempo, fanno sapere dagli uffici del potere politico argentino, diverse proposte di legge e altre iniziative politiche innovative sono già in fase di studio.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8846
MAROCCO:
Le urne confermano lo status quo per le donne in Parlamento
Amina Barakat
RABAT, (IPS) - Le elezioni parlamentari di questo mese in Marocco hanno visto scendere il numero delle donne da 35 a 34, su un totale di 325 membri. Con 30 rappresentanti donne elette col sistema delle quote, i risultati sembrerebbero indicare che per le donne è una sfida far sentire la loro presenza nella Camera bassa - nonostante il sistema elettorale proporzionale.
I 30 seggi assegnati alle donne vengono occupati da candidate provenienti dalle liste nazionali. Per gli altri 295 seggi si utilizzano invece le liste locali, che comprendono uomini e donne, e gli scranni vengono assegnati in base alla percentuale di voto dei rispettivi partiti (il sistema permette anche ai candidati indipendenti di presentarsi).
Il sistema rappresentativo proporzionale viene scelto in genere per favorire una maggiore rappresentatività politica femminile, rispetto al sistema dei collegi elettorali; e questo per diverse ragioni. Spesso, si riesce ad affrontare il problema della discriminazione di genere in modo più efficace nei partiti politici, che non a livello dei collegi.
Ma secondo Mohamed Regragui - giornalista politico del settimanale Al Ayam paper - la difficoltà di aumentare la rappresentatività delle donne in questo paese dell’Africa settentrionale risiederebbe proprio nei partiti politici, e non a caso le donne continuano ad essere in minoranza negli organismi decisionali di questi gruppi. Molti marocchini hanno una visione tradizionale della condizione femminile.
Un altro articolo più ottimistico indica invece che il numero delle donne in corsa quest’anno è aumentato da 266 (il dato delle elezioni del 2002) a 299. In totale, circa 6.700 candidati si sono sfidati alle elezioni del 7 settembre - ed erano presenti 33 partiti politici.
Una delle quattro donne elette alla Camera dei Rappresentanti su una lista locale, Latifa Jbabdi, ha espresso un giudizio positivo sull’esito del voto.
“Benché ancora debole, il numero delle donne elette può rappresentare una forza. Ciò che conta sono i dibattiti, la qualità delle iniziative in parlamento, e la capacità di convincere”, ha detto all’IPS. Jbabdi rappresenta l’Unione socialista delle forze popolari. L’ex prigioniera politica è anche membro del comitato esecutivo del partito, ed è nota per il suo sostegno alle cause delle donne in Marocco. Moustafa Zaari, opinionista del quotidiano Assabah Arabic, ha espresso un giudizio analogo: “Ciò che caratterizza questa nuova ondata di donne elette è la qualità delle rappresentanti stesse. Sono giovani, istruite, funzionari di alto livello nelle amministrazioni, e accademiche. Per questo hanno la capacità di dibattere. È una ricchezza per il paese”.
Oltre a Kbabdi, anche Yasmina Badou, del Partito Istiqlal (indipendenza), è stata eletta dalle liste locali, insieme a Fatna Khiel del Movimento popolare, e a Fatiha Lyadi, un’indipendente.
Nel precedente governo, Badou era segretaria di stato per la famiglia, la solidarietà e l’azione sociale, mentre Lyadi era a capo dell’informazione nel Ministero delle comunicazioni.
I 30 seggi speciali destinati alle donne sono stati divisi tra il Partito Giustizia e Sviluppo (sette seggi), Istiqlal (sei), Movimento Popolare (cinque), Movimento Nazionale degli Indipendenti (cinque seggi), Unione Socialista delle Forze Popolari (quattro), e Partito del Progresso e Socialismo (tre seggi).
Il Partito Istiqlal, di tendenza conservatrice, e membro della coalizione al governo nella precedente amministrazione, ha ottenuto il maggior numero di seggi alle elezioni (52), seguito dal Partito per la Giustizia e lo sviluppo (Parti pour la Justice et le Développement, PJD), un raggruppamento islamico moderato che si pensava avrebbe ottenuto il maggior numero di voti. Il PJD è emerso con 46 seggi.
Il numero complessivo dei seggi in mano alle donne sarebbe stato maggiore se si fosse presentata l’Union Constitutionnelle (UC), dal momento che nel comitato esecutivo di questo gruppo ci sono più di dieci donne, che avrebbero occupato una buona posizione nella lista locale del partito. Ma una disputa interna al partito ha portato all’annullamento della lista UC da parte del Ministero dell’Interno.
Secondo Fatima Bekkari, del Partito democratico nazionale, “la campagna è stata… una esperienza ricca per quanto riguarda il contatto con la gente. Anche se questa (campagna) non ha portato a nessun risultato specifico, vedo un futuro roseo, e spero che mia figlia potrà raccogliere i frutti della nostra lotta”.
Dopo la nomina dell’assemblea legislativa, le donne elette devono ora preoccuparsi di guadagnare posizioni nel gabinetto. Il precedente governo aveva solo tre donne in un consiglio di circa 30 ministri.
La scorsa settimana, re Mohamed VI ha nominato il leader di Istiqlal, Abbas el Fassi, nuovo primo ministro del Marocco. Il monarca ha un ampio potere nel paese, di cui è anche capo militare e religioso.
El Fassi sta per prendere in mano un paese che lotta contro la povertà e l’analfabetismo - il 14,3 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, secondo il Rapporto Onu 2006 sullo sviluppo umano - ed è a rischio di terrorismo islamico.
All’inizio di quest’anno, Casablanca, capitale finanziaria del Marocco, ha subito gli attacchi kamikaze di sette attentatori suicidi; e la rete terroristica di Al Qaeda ha annunciato di aver puntato l’obiettivo sul Nord Africa. Il Marocco è considerato un alleato degli Stati Uniti nella regione.
El Fassi sta poi per cominciare il suo incarico in un momento di forte sfiducia dell’opinione pubblica sull’efficacia del governo.
Come già riportato dall’IPS, molti marocchini guardano con scetticismo ai propri legislatori ('POLITICS-MOROCCO: Quotas Overpowered by Machismo' su www.ipsnews.net).
E questo si è visto nella scarsa partecipazione alle ultime elezioni: solo il 37 per cento dei circa 15 milioni di abitanti registrati hanno effettivamente votato: un record negativo senza precedenti.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1010
Repubblica centrafricana e Ciad : ONU approva missione
di Carla Amato
Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha approvato ieri sera all'unanimita' una risoluzione che dispone una missione in Ciad e nella Repubblica centrafricana per contribuire a proteggere i civili e facilitare l'accesso ai sussidi umanitari per le migliaia di sfollati generati dallo stato di insicurezza nei due Paesi e nel vicino Darfur.
Secondo l'ultima relazione sulla travagliata regione africana del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, infatti, la situazione umanitaria "non ha dato segni di miglioramento" da febbraio, con oltre un milione di rifugiati totali, ed una missione ONU potrebbe dare un significativo contributo alla sicurezza generale.
Preoccupati per il rischio umanitario costituito dai gruppi armati alle frontiere della regione travagliata del Darfur, in Sudan, i 15 hanno quindi deciso la presenza di un anno della missione "per contribuire a generare lo stato di sicurezza che favorisca il ritorno volontario, sicuro e sostenibile dei rifugiati e delle persone spostate". La missione, guidata dall'ONU, sara' comprensiva di diverse entita', fra cui militari dell'Unione Europea e sara' acquartierata nella capitale del Ciad, N' Djamena.
Con la stessa risoluzione, il Consiglio ha approvato per lo stesso periodo lo schieramento di una forza militare UE con l'autorita' "per approntare tutte le misure necessarie" a sostegno della presenza ONU. Inoltre ha stabilito l'istituzione di una nuova unita' di polizia in Ciad per far rispettare la legge e l'ordine negli accampamenti dei rifugiati.
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 25 2007
| Sul reale potere di un onesto cittadino italiano, oggi |
In una normalissima democrazia chi governa male viene punito dagli elettori, e chi bene premiato.
Così la politica migliora, di solito. I peggiori vengono mandati via, i migliori restano e nuovi entrano.
E' il ricambio. E' successo a Jospin, Schroeder, Major, Aznar..... In Italia no, questo non è possibile.
Alle elezioni politiche noi della sinistra non possiamo punire i nostri perchè, se li puniamo, rischiamo di far vincere uno come Berlusconi.
Ci siamo capiti....
Loro della destra non possono punire i loro perchè il loro inamovibile, unto boss supremo, quello che decide e tira i fili con i soldi, è sempre quello lì.
Lui aspetta, tranquillo, che i suoi sudditi dimentichino i suoi fallimenti.
Lui aspetta, ferocemente tranquillo, che noi ci autodistruggiamo. E ci stiamo riuscendo bene.
Gliela diamo vinta una terza volta?
Siamo in stallo completo. Bilaterale. E in stallo si perde quota, fino a....
Noi non riusciamo a cambiare, a selezionare, a mollare zavorra, a riprendere quota.
Non possiamo punire nemmeno uno come Mastella, perchè lui i suoi voti e la sua posizione se li gestisce dentro un piccolo feudo ceppalonico, attentamente controllato. Invulnerabile alla democrazia.
Usa come filo spinato elettrificato una legge elettorale fatta per quelli come lui o come Bossi....per i cespugli da ricatto...
E pensate che uno come lui è oggi stato nominato come massimo custode e arbitro delle più delicate regole di questa Repubblica....
Possiamo dargli, ai nostri nomenklati, qualche piccola sberla a livello locale, amministrativo, ma i grandi boss possono fregarsene.
Gli abbiamo dato segnali di ogni genere negli scorsi anni, ma sono sempre tutti lì, inamovibili. Se ne fregano.
Perchè la realtà vera è che, in questa falsa democrazia furbolandica in cui viviamo, noi cittadini italiani, di destra, di centro o di sinistra, non abbiamo reale potere di sanzione su di loro. Non abbiamo potere contrattuale.
Non abbiamo potere di controllo di qualità sul servizio politico che abbiamo accordato e ci viene reso, non abbiamo potere di selezione delle persone che ci rappresentano, non abbiamo alcuna possibilità reale di essere ascoltati.
A meno di non appartenere a qualche corrente dalemiana o forzitaliota, a qualche centro di potere palese o occulto, loggia massonica, lobby, organizzazione, persino fuorilegge, criminale e omicida.
Contano loro di più di noi, in questa finta Repubblica. Loro fanno potere (come ben sa De Magistris su Calabria e dintorni, e come ben si sa di Trapani e della Campania, non solo a Ceppaloni...). Qui contano logge massoniche occulte, cosche, club e famiglie dentro i partiti. E non sono casi limite...un terzo dell'Italia (e non solo al Sud) è controllato da questa metastasi cancerosa sociale.
Noi no. Noi non facciamo contropotere. Noi siamo merce da consenso generico, numeri da sondaggio. Da marketing berlusconiano, da bei paroloni veltroniani. Noi siamo sudditi. E abbiamo pochi alleati, gran parte dei quali rischiano in silenzio e quotidianamente la pelle....fino a rimozione e trasferimento in altra sede.
In Italia, oggi, noi cittadini abbiamo più potere di scelta reale quando compriamo un'automobile, un televisore, un sacco di patate o forse un telefonino. Di quando andiamo a votare.
La nostra Repubblica non è fondata sulle necessità o sul volere del popolo, ma sulle nomenklature, gli amici e gli amici degli amici, i giri di potere, di soldi, di ricatti e di accordi sottobanco. Sui cavilli elettorali, sulle liste bloccate e sui voti di scarto e di ricalcolo. E non ha ricambio.
E' un acquitrino che si carica continuamente di liquami, mentre la poca acqua evapora da sè al sole....resta sempre più carico il marrone.
Non aveva ricambio la prima repubblica e non ce l'ha, a conti fatti, la seconda. Passiamo alla terza? Magari autoritaria?
Cornuti e mazziati?
Oppure facciamo funzionare, già oggi, regole e democrazia?
Avete visto come D'Alema e Fassino hanno dato le dimissioni dopo lo spettacolo indegno, il tradimento di tanti anni di ideali con la pornografia dei furbetti e dell'Unipol? E la spoliazione di Telecom? E il caso Tanzi? E i misteri della notte elettorale dell'aprile scorso? Persino Storace che spiava, via Security Telecom, la Mussolini....
Tutto pompato dentro l'acquitrino silente e fumigante. Tutti ancora e sempre in scena. Senza un plissè.
Fino a condanna definitiva. E pure oltre....
Figuriamoci se poi ci arriva, come è cronometricamente certo (prima o poi), una crisi di questa razza....
L'affrontiamo con i Baffino, con i Fassino e i Rutelli, i De Mita e i Mastella oppure, alternativamente, con i centristi alla Cesa e Mele, o con la destra dei Berlusconi, i Bossi, gli Storace e i Gasparri al comando?
E il resto di una Casta vorace, tra cui anche un bel po' di delinquenti conclamati, che pensa solo a se stessa.....il Pus, partito unico siciliano, la regione dove i cittadini hanno il record negativo storico di potere sulle proprie vite. Il modello del nascente Pui?
Ma siamo diventati tutti matti? Stop. E subito.
In Francia si stanno attrezzando con Sarkozy, in Germania con la Merkel, in Spagna con Zapatero, in Gran Bretagna con Brown. In Usa, spero vivamente, con un Al Gore o equivalente tale. E hanno a destra uno Schwartzenegger , sposato a una Kennedy, che fa un milione di tetti solari in California....
La puzza d'acquitrino italiota però continueremo a sentirla. Per due anni non avremo, di fatto, significativi test elettorali (a meno di elezioni anticipate da terremotati permanenti) nemmeno per segnalare debolmente il nostro parere. O disgusto.
Dovremo aspettare molto, forse troppo, per i meetup nei Comuni...
Stavolta però possiamo dargliela una lezione, anche piuttosto seria.
Tra sole tre settimane, al costo di un euro e di una passeggiata,
possiamo, con un colpo ben assestato, sfilargli il partito democratico da sotto le grinfie, il loro nuovo giocattolo reso finto.
Metterli in minoranza a casa loro. Un segnale serio.
Un segnale pubblico, patente, clamoroso.
E con qualche conseguenza vera negli organigrammi dei cooptati a tavolino.
Possiamo rompergli molte lobby di potere, locali e persino nazionali, già preconfezionate (alle nostre spalle).
Scegliere un male minore, un meno peggio, ma sceglierlo liberamente. A ragion veduta, clamorosamente.
Perchè tutti gli italiani possano capire chi ha scelto chi. Come, quanto. E perchè.
Come mai improvvisamente sulla Bindi si è rovesciato l'apparente e imprevedibile miracolo di 300mila, mezzo o un milione di voti volontari?
Quando oggi a malapena ne fa centoventimila, tra i suoi militanti anziani.....
Insomma, una salutare punizione democratica. Senza nemmeno urla o parole piccole o grosse. Nei fatti.
Solo con il passaparola e la determinazione necessaria.
Testa, piedi, un euro e una matita. E idee e messaggi chiari nel cervello, acceso.
Una rete di contropotere enorme, capace di fare politica, e non solo protesta.
Di assicurarsi l'iter effettivo della sua legge di iniziativa popolare, firmata l'8 settembre, con una seconda vittoria,
e ancora più clamorosa.
Una risposta classicamente democratica. Nel miglior spirito del supposto nuovo partito.
Poi però, se non abbiamo l'intelletto e la forza morale di farlo,
non lamentiamoci troppo (alla Moretti) che sono sempre lì....
.....diventeremmo un po' lagnosi, e impotenti. Anche se terribilmente snob.
E daremo ragione a chi dice in tivvù che non siamo poi tanto migliori di lorsignori.
Non credo ci convenga tornarcene a cuccia come Nanni.
Perchè, semplicemente, non possiamo più permettercelo.
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Il tempo dei cialtroni è finito.
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Caro spettatore di reality – ma a chi la vogliamo raccontare?
Cara spettatrice di reality, la stagione è iniziata - e la tregua è finita.
Ricomincia l’eterno dibattito tra me, barbogio critico dei reality, e tu, che ancora non ti sei annoiata, macché, insisti. Dopo tanti anni c’è ancora qualcosa di originale da dirci? Mah, chissà, a scavare forse c’è. Comincio io.
Con una concessione: molte delle cose che credevo sui reality non sono vere. Forse erano vere all’inizio. Ma poi i reality sono cambiati, più delle chiacchiere che ci sono cresciute intorno.
Oggi piacciono soprattutto a signore e ragazzine, ma quando arrivarono in Italia (più o meno era l’11 settembre), la curiosità era spalmata su una fetta di pubblico molto più estesa. Faranno vedere tutto? Ma proprio tutto tutto? Riprese nella doccia, sul serio? E poi, seriamente, cosa succede a una persona chiusa in una stanza per mesi con le telecamere? Insomma, all’inizio avrebbero potuto essere un programma per guardoni. O per sociologi. O per sociologi un po’ guardoni. O per guardoni con velleità sociologiche (quelli che tengono videoporno sull’hard disk perché “stanno facendo una ricerca”).
Col tempo abbiamo iniziato a capire che il reality era qualcosa di diverso, o meglio: col tempo è stato il reality italiano a coagularsi in una forma differente (in Italia: in altri Paesi l’opzione pornosoft è tutt’altro che scartata). Però quando critichiamo i reality, e quando litighiamo con voi che ancora vi ostinate a guardarli, abbiamo tutti ancora in bocca le stesse parole che usavamo nel 2001: noi vi diciamo “guardoni!”, e voi rispondete “macché, non capite che è un esperimento sociologico?”
Cerchiamo almeno di cambiare un po’ le posizioni (come si cambiano le regole dei reality: giusto per quella falsa sensazione di freschezza). Non è vero che siete guardoni, probabilmente non lo siete mai stati: però non è nemmeno vero che i vostri programmi preferiti contengano tutta questa sociologia. Non dico che all’inizio non ci volessero provare. Ai tempi della Bignardi ricordo una volta di aver intravisto davvero uno psicologo in trasmissione (non Meluzzi, uno vero), ma lo cassarono presto, probabilmente perché annoiava. Oggi nessuno osa dichiarare che i concorrenti di un reality siano uno spaccato della società eccetera eccetera: al limite possiamo dire che in una società differenziata e complessa si sono scavati la loro nicchia autoreferenziale (Vip di serie B, aspiranti vip, sconosciuti di area tamarra, ecc.).
Per descrivere questa progressiva emancipazione dei reality dalla realtà possiamo giocare sui titoli. Nel 2001 l’espressione “Grande Fratello” suonava ancora minacciosa: Orwell era stato riesumato per avvertire gli italiani che una trasmissione li avrebbe spiati (anche in bagno, sì, anche in bagno). Al confronto “L’isola dei famosi” è un titolo tranquillizzante: tutto quello che succederà sarà confinato in un’isola, e inflitto a un gruppo sociale ben definito (i “famosi”). In pratica il bacino d’utenza dei reality si è lentamente avvicinato e sovrapposto a quello delle riviste di gossip (sono cose scontate, lo so: ma vi giuro che non lo erano nel 2001).
Quindi, cara spettatrice di reality, prometto di non accusarti più di essere un guardone. Al massimo sei una sciampista pettegola, toh.
Ma non finisce qui. Da qualche anno a questa parte ho anche la sensazione che tu sia una… una terribile bacchettona, ecco. Una moralista. E questa davvero la devo spiegare, perché fino all’altro ieri ancora ti accusavo di spiare nei bagni, e questa cosa i moralisti non la fanno. Come faccio a rivoltare la frittata fino a questo punto?
Vorrei provare a illustrare questo paradosso attraverso un caso umano. Rocco del Grande Fratello. Lo so che non ha il carisma di Taricone o Jonathan. Ma secondo me è stato grazie a lui (o perlomeno attraverso lui) che il reality italiano ha trovato la sua via verso il perbenismo da divano.
Quando il reality cominciò (l’11 settembre), Rocco faticò molto a farsi notare. Gli altri inquilini della casa avevano tutti qualche caratteristica facilmente riconoscibile, lui un po’ meno. Il suo personaggio era ancora in fase di costruzione al momento di uscire – come se da quella casa poi si uscisse veramente. Andava alle serate e la gente lo fischiava. Andava alle serate, si faceva fischiare, firmava autografi e incassava. A un certo punto deve aver capito che quello era il suo mestiere, il suo personaggio: il fischiato.
Ed è andato avanti. Nel lungo tunnel verso l’oblio allestito da Costanzo e co., Rocco ha avuto il tempo di perfezionare il suo personaggio ( cito wiki) “fortemente eccentrico, ambiguo (soprattutto a causa del suo abbigliamento) e attaccabrighe”. Mentre ai tempi della Casa Rocco era una persona a tutto tondo, difficile da comprendere e riassumere esattamente come ciascuno di noi, in seguito Rocco ha avuto un po’ di successo in tv trasformandosi in un mostro morale: un personaggio che serve esclusivamente a titillare il moralismo che è in ognuno di noi. All’inizio un gay, per farsi fischiare dagli omofobi: poi un riccastro che sputa alla miseria, eccetera. Non so se sia stata una scelta consapevole, ma di sicuro non è stata una scelta del solo Rocco: è stata la via percorsa da tutto il mondo del reality italiano (Rocco è stato solo il personaggio che l’ha imbroccata prima, o nel modo più smaccato). I reality potevano dire qualcosa dell’Italia in cui viviamo: le possibilità c’erano. Ma in nove casi su dieci hanno preferito fare la caricatura dell’Italia che ci piace di meno.
È una deriva che non interessa solo i reality. Nell’arte di farsi detestare Rocco è rimasto un dilettante, rispetto a professionisti come Corona. Ma guardiamo anche fuori dall’Italia. Da qualche anno in qua, l’avrete notato, sono tornati di moda i personaggi sesso-droga-e-rock’n’roll: Pete Doherty, Kate Moss, eccetera. Una cantante soul è diventata una celebrità internazionale sostanzialmente in virtù dei suoi passaggi in clinica. Poi ci sono quelle sulla ribalta già da un po’, come Britney Spears, che erano emerse ai tempi in cui la parola d’ordine è “se m’impegno sin dalla culla posso riuscire in qualsiasi cosa”, e che per adattarsi all’epoca finiscono in clinica anche loro. La differenza con altre epoche di eccessi è enorme. A fine anni sessanta ci si stonava per rivoluzionare la propria percezione delle cose, alla vigilia della rivoluzione (non era una buona idea, col senno del poi): nel ’77 ci si autodistruggeva per nichilismo… oggi ci si stona per la clinica. Quando sei in clinica la gente può giudicarti per quello che sei, e già che c’è compra i tuoi dischi o i tuoi occhiali. L’ideale a questo punto è entrarne o uscirne a intervalli sempre più frequenti. A questo punto è abbastanza inutile criticare Doherty o la Spears: non fanno che incarnare un’esigenza del pubblico, e lo fanno “col loro corpo” (direbbero le tute bianche), senza recite: ingrassano, dimagriscono, vanno in overdose. Per il ludibrio di migliaia di lettori e spettatori, Paris Hilton è stata in prigione: io mi sono sempre chiesto qual è il tipo di spettatore che ama Paris Hilton. No, Paris Hilton sta al mondo per essere giudicata e disprezzata. Ma da chi?
Più o meno dallo stesso pubblico dei reality. Un pubblico all’apparenza pacifico e disincantato, ma con una sete neanche tanto segreta di lacrime e sangue. Un pubblico che non cerca in tv il documento sociologico, ma il mostro negativo, con il quale consolarsi della propria piccolezza. Un pubblico che giudica, con o senza televoto: un pubblico che passa anche tre ore di dopocena a giudicare degli estranei. Un pubblico che, a parte giudicare, non fa poi molto altro.
Io in questo pubblico non ci voglio entrare. Non si tratta di criticare i reality: i reality esistono per essere criticati. Si tratta proprio di sospendere il giudizio. Può darsi che io abbia una morale, ma non passa necessariamente dal divano del giudice-qualunque. Non ho bisogno di disprezzare un vip caduto in disgrazia per sentirmi una persona buona. Perlomeno, non dovrei.
E tu, spettatrice, sei sicura di averne bisogno?http://leonardo.blogspot.com/
La mia scelta per Rosy Bindi, candidata di libertà
- Qualche riflessione sulle primarie del Pd -
di Mario Barbi, www.scelgorosy.it - |
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| Dal giugno dello scorso anno seguo nel gruppo di coordinamento dell’Ulivo[1] i preparativi per la nascita del Partito Democratico. Ora, nel pieno della campagna elettorale per le Primarie, a liste presentate, vorrei fare alcune riflessioni sulle scelte fatte e sul processo in corso.
Fin dall’inizio, nei primi abboccamenti dei coordinatori, a cui il “direttivo” dell’Ulivo aveva affidato il compito di preparare il seminario di Orvieto e di “istruire” una proposta di road-map per la fondazione del Partito, si discusse di dare vita ad un processo fosse “aperto” nel quale venisse chiamato a esprimersi il cosiddetto popolo delle primarie. A lungo questa opzione (quando, come, su che cosa) rimase tuttavia indefinita.
Le ragioni, a mio avviso, sono diverse. Da un lato i vertici dei due partiti promotori, alle prese con congressi difficili – ricordiamoci che non trovavano il coraggio di pronunciare la parola “scioglimento” - erano fermi in una concezione di “democrazia degli iscritti” vista come incompatibile con una logica più larga che spostasse la sovranità verso una “democrazia dei cittadini”. Dall’altro, applicare a una platea tanto larga quanto indeterminata la regola “una testa – un voto” (Salvatore Vassallo al seminario di Orvieto, ottobre 2006: prima occasione di dibattito pubblico congiunto, promossa da Romano Prodi, tra Ds, Margherita, associazioni uliviste e personalità indipendenti), suscitava forti dubbi nei gruppi dirigenti dei partiti, timorosi di innescare un processo per loro incontrollabile e inclini a favorire un metodo pattizio (con componenti pesate, quote concordate eccetera).
La Costituente dei Cittadini
Ancora prima della celebrazione dei congressi paralleli dei Ds e della Margherita, si affermò tuttavia, nei gruppi dirigenti di questi partiti (sospinti anche da una opinione pubblica ulivista assai attiva), l’idea che la fondazione del Partito Democratico avvenisse con l’elezione diretta da parte di tutti i cittadini interessati di una Assemblea Costituente, che avesse il compito di decidere Statuto e Manifesto del partito nuovo, al termine di un confronto pubblico in tutto il Paese. Questo esito – sancito nel dispositivo comune dei congressi Ds e Dl – non poteva che essere salutato con grande favore e considerato estremamente positivo.
La scelta per una Costituente dei Cittadini lasciava ben sperare. Si era affermata la condizione necessaria perché il Partito nascente fosse nuovo, aperto e plurale, affidato alla partecipazione decidente dei suoi sostenitori.
Le decisioni successive e le regole approvate per le Primarie del 14 ottobre hanno confermato questi princîpi, con un’accelerazione che ha portato ad accoppiare l’elezione della Costituente nazionale alla designazione del Segretario del Partito (e alle Costituenti regionali). Sulle ragioni e, se si vuole, sull’opportunità di tale accelerazione andrebbe fatto un discorso a parte.
Ora che le Primarie sono avviate, a me sembra comunque che i comportamenti e le scelte compiute dal vertice dei Ds e da gran parte del vertice dei Dl siano caratterizzate per lo sforzo straordinario di precostituirne il risultato a livello nazionale e regionale con un patto di vertice che contraddice lo spirito delle primarie. Ciò può essere politicamente comprensibile e legittimo dal punto di vista della lettera delle regole approvate. Tuttavia, l’esito di questa operazione, se avrà successo, potrebbe essere quello di avere sterilizzato il metodo delle Primarie.
La “cultura patrizia” (quella che si richiama insistentemente al valore dell’unità e che si perfeziona nell’unicità) avrà sconfitto la “cultura della libertà” e della competizione (amichevole). Ora quella cultura, forte di strutture coese e ben distribuite nel territorio, si sentirà confermata e rafforzata se potrà celebrare la conferma degli accordi di vertice da parte di centinaia di migliaia di cittadini, pure estranei e disinteressati alle intese di caminetto.
Cultura vecchia per un partito nuovo
Si è parlato molto della “cultura politica” del nuovo partito.
Purtroppo, i maggiori protagonisti della nascita del Partito si sono dati da fare perché esso nascesse da un atto di obbedienza e non da un atto di libertà. Io, invece, penso che avremmo avuto bisogno di un partito che nascesse sotto il segno della libertà, a partire dalle candidature alla segreteria.
A farmi dire questo è l’evento cruciale delle Primarie: la candidatura di Walter Veltroni. E il segno pattizio di quella candidatura. Ricordo che la candidatura-Veltroni nasce come candidatura di Partito in una sequenza che va dal pre-annuncio di Piero Fassino (“Una candidatura che, naturalmente, tutti i Ds sosterrebbero con grandissima convinzione…”, ANSA 20 giugno) alla rinuncia di Pierluigi Bersani (“Per come sono andate le cose, quello che avrebbe potuto essere un arricchimento del nostro percorso rischierebbe oggi di diventare un elemento di disorientamento di una parte importante del mondo a cui ci rivolgiamo”, ANSA 9 luglio). A questa “intesa” nei Ds, si aggiunge l’accordo con la parte maggioritaria della Margherita, espresso dal ticket con Dario Franceschini, e poi, con atto distinto, giacchè la Margherita, ormai da tempo, a differenza dei Ds, non funziona più come partito, l’intesa con Francesco Rutelli. Al patto nazionale si è infine aggiunto l’accordo sui segretari regionali, suddivisi tra Ds e Margherita (incluse le correnti di quest’ ultima). Accordo che, nonostante i travagli locali, ha sostanzialmente tenuto. Pensiamo alla filiera dei candidati segretari di Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Lazio, dichiarati non-negoziabili da Goffredo Bettini già all’inizio di agosto, nel momento stesso in cui respingeva con indignazione l’idea che esistesse un patto ds-dl sui segretari regionali. In questo accordo i Ds hanno dimostrato la loro tenuta di partito: basti pensare che nelle regioni “assegnate” alla Margherita nessun candidato diessino di rilievo ha presentato una propria candidatura. Ci sono stati riottosi, ma alla fine ha prevalso la disciplina. Con le poche eccezioni che confermano la regola. C’è da osservare che il “patto delle Regioni” e la forza centripeta dei sistemi locali, al di là dei contrasti manifestatisi, ha favorito e rafforzato la cultura “unitarista”, creando difficoltà alle stesse candidature nazionali alternative a Veltroni.
Veltroni prigioniero?
Taluni dicono, appellandosi anche alla possibilità di collegare più liste a uno stesso candidato segretario, che Veltroni sarebbe il candidato della innovazione e del rinnovamento. Non lo credo. Per quanto riguarda le liste, io sono sempre stato a favore della linea un “candidato–una lista”, proprio per non creare disparità tra i candidati e per incentivare più candidature, nello spirito della competizione amichevole, alimentate da una idea e da una visione programmatica e non, come è il caso dei sostenitori di Veltroni, da una contraddittoria somma di idee e visioni: da Francesco Rutelli a Vincenzo Vita, passando per Paola Binetti. Il tutto condito con una spruzzata di “polvere di stelle”.
Questo per dire che non capisco – e non condivido – le analisi di un Veltroni prigioniero degli “apparati” e ansioso di liberarsi di quella morsa. E grato agli aspiranti “liberatori”. Peraltro, a chi invoca questo come prova di una positiva dialettica interna al fronte veltroniano rispondo che la logica “ciascuno disegni il Veltroni che gli piace di più”, ammessa dall’interessato e resa possibile da più liste, è un rimedio peggiore del male. La molteplicità di liste collegabili a un unico candidato disincentiva il coraggio (anche quello dei “coraggiosi”) e non favorisce il confronto politico nitido e univoco su questioni pure strategiche per il Pd, quali le alleanze e le opzioni istituzionali.
Io penso che Veltroni si sia consegnato ai vertici che lo hanno scelto così come i vertici che lo hanno scelto si sono consegnati a lui, facendosi l’uno e gli altri prigionieri di un accordo volto a vanificare l’atto di libertà (il gesto) necessario alla nascita di un partito veramente nuovo, veramente aperto, veramente plurale.
Come sarebbero state diverse le cose se Fassino, anziché impegnare il suo partito su una candidatura “unitaria” e in un patto di vertice, avesse dichiarato la libertà dei dirigenti Ds a candidarsi per la segreteria e la libertà dei quadri locali e degli iscritti di schierarsi secondo preferenze politiche e non secondo vecchie obbedienze e discipline. Purtroppo il gruppo dirigente Ds ha scartato questa opzione e, invece di predicare e praticare la libertà dei dirigenti e degli iscritti, ha preferito impegnarsi per l’unità interna, portando così il partito di ieri nel partito di domani. La Margherita, nel suo asse centrale, ha fatto la sua parte pur non potendo assicurare, in ragione di una diversa cultura e di una minore solidità, una disciplina compatta e completa.
Bindi, la speranza di uno spiraglio
Io sono convinto che condizione necessaria ancorché non sufficiente per fare un partito nuovo – e non soltanto, appunto, un nuovo partito – sia non trasferire nella nuova formazione vecchie discipline e vecchie obbedienze. Quando si predica l’unità e si assume come un valore l’unità di un partito intorno a un candidato, e a quel solo candidato, si va nella direzione opposta.
La candidatura di Rosy Bindi, seguita da quella di Enrico Letta, ha aperto uno spiraglio in una partita che si voleva chiusa nel segno di una unità (o unicità) per me incomprensibile ed in contrasto con il metodo delle primarie.
La sua è una candidatura libera da discipline di partito e coerente con lo spirito delle Primarie aperte e competitive.
Già questo sarebbe un motivo sufficiente per sostenerla.
E infatti, penso che chi vuole che il Pd nasca bene e che le Primarie non siano soltanto un successo di partecipazione, ma anche di libertà e di indipendenza, dovrebbe scegliere un candidato libero e che, per le modalità stesse della sua candidatura, può promettere di costruire un partito nuovo e che vada oltre vecchie discipline e antiche obbedienze.
Ma ci sono anche altri due motivi per i quali considero la candidatura di Rosy Bindi preferibile politicamente a quella, altrettanto libera, di Enrico Letta.
I motivi sono riassunti nella formula “un Pd democratico, davvero”.
Bindi ha sviluppato un confronto politico che obbliga a fare chiarezza nel Pd relativamente alla prospettiva del governo e della coalizione di centrosinistra.
Bindi ha sottolineato un’impostazione accentuatamente “democratica” per il Pd. E quell’accento su “democratico” non è un riferimento alla mera forma delle scelte ma ad un contenuto programmatico forte. Ad un ancoraggio senza incertezze nei valori fissati nei principi fondamentali della Costituzione repubblicana e in un progressismo moderno. Per uno sviluppo economico e sociale sostenibile con una attenzione non imbarazzata al disagio e ai meno fortunati e con una promessa di impegno per una cittadinanza piena, a partire dal lavoro, e per una società più giusta e con minori disuguaglianze. L’idea di Pd che la Bindi propone è quella di un partito non centrista, di un partito che non vagheggia alleanze di nuovo conio e che non dà un giudizio sbrigativo e ingeneroso sul governo dell’Unione guidato da Romano Prodi. Al contrario, Bindi contrasta l’idea caricaturale, ma che molti considerano una ovvietà, di una Unione condannata al fallimento per la presunta incompatibilità delle sue componenti “riformista” e “radicale”. Certo, se continuiamo a dare l’idea che l’Unione sia solo “unione della discordia”, i cui partner non vedono l’ora di liberarsi l’uno dall’altro le cose non potranno migliorare e le profezie di sventura evocheranno il proprio auto-adempimento. Ma sarebbe una scelta. Bindi ha anche compiuto un passo coraggioso, per chi ha la sua storia e la sua cultura politica, nel senso di dichiarare il proprio impegno per una conferma del bipolarismo e del maggioritario. In questi tempi di neo-proporzionalismo non è poco.
Conclusione
Spero di avere spiegato le ragioni politiche della mia scelta. Aggiungo, per concludere, che io mi auguro che il voto per Rosy Bindi sia vincente e mi azzardo a dire che dal successo della sua candidatura non dipenderà soltanto la “curvatura” politica del nascente Partito democratico, ma anche il successo delle primarie come metodo e come embrione della cultura politica di cui il Pd avrebbe bisogno non soltanto per nascere ma soprattutto per crescere e prosperare.
[1] Coordinamento di cui faccio parte su incarico di Romano Prodi, insieme a Maurizio Migliavacca, per i Ds, e ad Antonello Soro, per Dl-Margherita.
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Ucraina al voto: Julia balla da sola
di Pierluigi Mennitti
Ivano Frankivsk (Ucraina) - Se si dovesse misurare il cammino compiuto dall’Ucraina verso la modernizzazione dai comportamenti e dagli stili della sua popolazione, si potrebbe essere piuttosto ottimisti. Soprattutto osservando i teenager, ragazzi senza complessi e pieni di speranza che si affacciano ai tempi nuovi con entusiasmi e timori del tutto identici a quelli dei loro coetanei occidentali. Se la misura del cambiamento, invece, dovesse venire dalla politica, allora dovremmo ammettere che le cose non stanno tanto bene. E forse non staranno meglio. Neppure dopo il voto del prossimo 30 settembre.
Vista dalla sua metà più occidentale, quella antica Galizia che offre cuore e fiato a ogni partito che voglia portare l’Ucraina a Ovest, appare stanca e delusa dagli esiti della rivoluzione arancione, ma per nulla disposta a cedere al disincanto. Resta aggrappata ai suoi leader, anche se non li considera più idoli, e prova a immaginare un futuro più dinamico e pulito di quello che il presidente Yuschenko è riuscito a offrirgli in questi quasi tre anni di incerto cammino. Gli arancioni, qui a ovest, a Lviv, a Ivano Frankivsk, nei villaggi alle pendici dei Carpazi, ci sono ancora. Anche se i duri e puri, quelli che ci credono, si tingono di bianco, il nuovo colore che caratterizza il partito di Julia Timoshenko. È lei che incarna le speranze di rinnovamento. Ha governato per pochi mesi, troppo pochi per caricarsi addosso il peso del fallimento. E ora gioca la carta del fascino e del populismo, denuncia la rivoluzione tradita, attacca gli oligarchi che si muovono dietro i due falsi litiganti, l’avvelenato e l’avvelenatore della scorsa campagna che hanno stretto un patto mortale per farla fuori.
I sondaggi l’accreditano del 27 per cento, cinque punti dietro il rivale dell’Est, Yanukovich. Ma soprattutto dieci punti davanti al suo rivale interno, Yuschenko, che oltre alla sua Ucraina Unita viene supportato da un blocco compatto di piccolo partiti. L’interesse di questa elezione è in fondo tutto qui. Assodato che ad est Yanukovich farà il pieno, si tratta di vedere chi sarà lo sfidante occidentale. Se la bella Julia, tornata sugli scudi dopo una grintosa e facile opposizione, o l’icona della rivoluzione arancione, quello Yuschenko che dopo aver fatto il patto col diavolo si affanna adesso di piazza in piazza per convincere i suoi elettori prima che se stesso che la politica è una dura realtà e i compromessi una medicina da sopportare. Magari per non spaccare il paese. Passando dalla città alla provincia, da Lvov a Ivano Frankovsk, l’umore dell’elettorato si fa però più crudo. C’è meno spazio per i sofismi di Kiev, per il gioco politico che appassiona i professionisti ma irrita la gente commune. Qui a ovest spira il vento di una protesta delusa ma forte che le bandiere arancioni di Yuschenko non riescono a intercettare. E che gonfia invece I vessilli bianchi col cuore rosso di Julia Timoshenko.http://www.ideazione.com/plus/2007-09_17_p_mennitti.htm
Provaci, ragazzo che Gordon t’aiuta
di Mauro Bottarelli
Londra. L’ex grigio ragioniere di sua maestà, il premier scozzese e brontolone ha conquistato tutti ma ora deve prendere una decisione epocale con se stesso: andare o no al voto tra un mese come gli chiede ormai in coro l’intero partito? Parlando di fronte a una platea osannante - ci sono voluti diciassette «thank you so much» del premier perché cessassero gli applausi e potesse cominciare il discorso - Gordon Brown ha parlato della sua Gran Bretagna, quella che verrà, conseguenza diretta della rivoluzione blairiana ma anche capace di aggiustare il tiro per quanto riguarda il processo riformatore: un comizio elettorale nei fatti, ma nessuno ha osato citare quella parola. Educazione e famiglia, punti centrali dell’agenda di governo, vedranno interventi statali per garantire ai ragazzi fino a 21 anni di poter andare al college anche se provengono da famiglie povere, e l’aumento da sei a nove mesi della licenza di maternità per le donne. «La mia parabola preferita era quella dei talenti e io penso che tutti abbiano un talento: il nostro compito è dire a tutti i giovani di questa nazione: sei tu ci provi fino in fondo noi ti aiuteremo. Io voglio un Regno Unito meritocratico, basato sul concetto delle opportunità per tutti. La mia è la Gran Bretagna di chi lavora sodo, gioca secondo le regole, crede nella famiglia ed è patriottico», ha detto il primo ministro coperto a più riprese dagli applausi.
Poi, alcuni temi dichiaratamente Old Labour: la decisione di riformare fino in fondo la Camera dei Lords portando al 100% l’eleggibilità diretta dei suoi membri, l’aumento del salario minimo nazionale a 5,52 sterline l’ora, il riallineamento delle pensioni minime ai guadagni, la conferma che sarà il Parlamento e non più il premier ad avere l’ultima parola su guerra e pace, una sanità pubblica forte che non verrà privatizzata ma resa efficiente e competitiva. Ma Brown ha giocato a 360 gradi, parlando di lotta al terrorismo e alla criminalità («Occorre sia prevenire che punire»), impegno per l’ambiente e per la pace in Medio Oriente e nel tormentato Darfur. «Lotterò sempre per i diritti umani, per il mio paese ma soprattutto per voi. Non vi abbandonerò», ha concluso. Insomma, un trionfo.http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=94012
Hacibektash e la politica
scrive Fabio Salomoni
Ad Hacibektash, in Turchia, ogni anno a metà agosto si ritrova la comunità alevita. Il nostro corrispondente vi ha incontrato e intervistato Zeki Sezer, presidente del Partito Democratico di Sinistra (DSP). L'ultimo articolo del dossier aleviti
Perché il segretario del DSP si trova ad Hacibektash?
Hacibektaş per la Turchia, per l’Anatolia, rappresenta un centro che esprime valori importanti. In queste terre 700 anni fa si è realizzato un movimento progressista, prima dell’illuminismo europeo, che riconosceva pari dignità a uomini e donne. Benché ci siano ancora problemi ai giorni nostri, il popolo turco continua ad alimentarsi a questa fonte. Non c’è niente di più naturale quindi per il mio partito di essere qui, dove si difendono l’eguaglianza di uomini e donne ed il progresso.
Quali punti in comune tra la filosofia di Hacibektash e il suo partito?
Sono molti. Noi diamo importanza ai diritti umani, all’eguaglianaza tra uomini e donne, alla democrazia, le stesse cose che ritrovate nel pensiero di Hacibektash, la cui filosofia “mirava a trattare 72 popoli diversi come fossero uno solo”, un filosofia che coincide con quella del nostro partito.
Hacibektash sosteneva principi che con un espressione moderna potremmo definire giustizia sociale, ed il nostro partito sotiene la giusizia sociale. Al contempo noi sostemiamo la necessità di lavorare, impegnarsi per crescere, ed anche questo è un punto in comune con Hacibektash.
La fratellanza e la pace tra le diverse fedi e culture sono altri elementi che ci uniscono a Hacibektash. Il nostro fondatore Bulent Ecevit diceva “che noi abbiamo preso ispirazione da Yunus Emre, da Mevlana e soprattutto da Hacibektash, dal grande Atatürk”. Queste sono le premesse filosofiche che fanno sì che ci sia un legame organico tra il nostro partito ed la filosofia alevi-bektashi.
Un osservatore straniero potrebbe però trovare strana la presenza della politica in un luogo religioso...
Non è strano perché noi qui non facciamo politica, non credo però che qui si tratti solamente di religione. L’alevismo non è solamente una tradizione religiosa ma anche una tradizione culturale. Questo festival mostra entrambe queste dimensioni dell’alevismo, quella religiosa e quella culturale.
Tradizionalmente gli aleviti sono sempre stati molto vicini al CHP.......
Tra noi c’è una concorrenza di tipo politico che non riguarda solo gli aleviti. Noi crediamo che il CHP non abbia fatto un'opposizione convincente.. Non dimentichiamo poi che il leader che ha saputo nel passato fare del CHP un partito di massa è stato proprio Ecevit, che poi ha fondato il nostro partito. Noi adesso siamo molto vicini agli aleviti, difendiamo gli stessi valori.
Il dibattito sulla laicità non cessa di occupare l’attualità politica, qual è la posizione del suo partito?
Noi difendiamo una laicità che sia rispettosa di tutte le fedi. Gli aleviti devono poter vivere tranquillamente la loro fede e come loro tutti gli altri gruppi religiosi. Io poi credo fermamente una cosa, che l’Islam sia la religione che meglio si adatti alla laicità e questo senza mancare di rispetto alle altre religioni. Nell’Islam manca la classe clericale, il credente stabilisce un legame diretto con Dio. Una religione che non ha bisogno di intermediari rappresenta per me la religione nella quale la laicità si puo integrare più facilmente.
E’ stato veramente così?
Purtroppo in molti paesi non è stato così, per centinaia di anni. Credo che la Turchia rappresenti il migliore esempio, nonostante i suoi problemi, della possibilità di realizzare la laicità in un paese musulmano. Noi crediamo fermamente che si possa essere contemporaneamente religiosi, laici e di sinistra.
Lei crede che attualmente in Turchia si rispettino gli aleviti?
Ci sono delle carenze. Guardate però qui ad Hacibektash, a questo bel festival. Certo, ci sono quelli che vorrebbero ignorare la cultura alevita, alcuni che la vorrebbero negare. La gran parte delle persone però, al di fuori della politica, rispetta gli aleviti. Purtroppo in politica ci sono molti che usano strumentalmente la religione, a cominciare dal partito che oggi è al potere. Io però non vedo nelle persone d’Anatolia questo atteggiamento discriminatorio: siedono nelle stessi caffè, bevono lo stesso the. Purtroppo quando si passa alla politica, cominciano gli atteggiamenti discriminatori.
Gli aleviti hanno rivendicazioni ben precise: il riconoscimento delle cemevi come luoghi di culto, l’abolizione dei corsi di religione obbligatori. Qual è la posizione del suo partito?
La più grande cemevi è stata costruita a Mersin, ed io ho partecipato all’inaugurazione. La progettazione, costruzione e inaugurazione si sono svolte mentre il nostro partito era al governo1, questo mostra chiaramente la nostra posizione.
Io credo che i luoghi di culto di ogni religione siano indiscutibili. Se io dico che questo per me è un luogo di culto, lo si deve riconoscere. La moschea e la cemevi non debbono essere in contrapposizione. Chi vuole andare alla moschea e chi vuole andare alla cemevi debbono poterlo fare in tutta tranquillità.
Il saz è un aparte importante della cultura e dei rituali aleviti e noi abbiamo proprosto l’introduzione dei corsi di saz nelle scuole. Sosteniamo le cemevi, la cultura e la fede degli aleviti in ogni occasione. Siamo l’unico partito a scrivere queste cose anche nel proprio programma. Ad esempio siamo stati noi, quando eravamo al governo, qui ad Hacibektash a sostenere la creazione di un centro culturale ed un monumento al santo.
(1) 1999-2002, governo di coalizione tra DSP, ANAP e MHP
Onu, i manifestanti hanno fame di risultati
La 62esima Assemblea generale delle Nazioni Unite si apre il 24 settembre a New York. E la fame nel mondo? Snobbata.
L'ex Miss Nepal Malvika Subba fischia insieme agli altri manifestanti in Ralph Bunche Park, New York (Foto Charles Eckert/ ActionAid)
«È la prima volta che vengo negli Stati Uniti. E non posso che essere disgustata dall’indifferenza di cui sta dando prova la comunità internazionale di fronte a ciò che nel mio Paese rappresenta una gravissima piaga.» Malvika Subba, ex Miss Nepal, è diventata celebre nel suo Paese d’origine per il suo impegno nella lotta contro la povertà. La bella nepalese è anche impegnata nella campagna Hunger Free (Un mondo senza fame), lanciata nel luglio 2007 in più di 30 paesi per fare riconoscere il diritto all’alimentazione come un diritto fondamentale.
Una settimana prima dell’inizio della consueta sessione Onu, Malvika partecipa alle manifestazioni organizzate dalle Ong e dagli attivisti dinanzi all’edificio sulla First Avenue. Il motivo della collera dei manifestanti? Il problema della fame non compare neanche tra i temi da trattare dalla 62esima Assemblea generale delle Nazioni Unite. È per questo che si sono dati appuntamento a New York per l'apertura, il 24 settembre 2007, del grande evento annuale.
Dal Duemila oltre cinquanta milioni di affamati in più
Nel Duemila 189 leader degli Stati membri Onu decidevano di fare della lotta contro la povertà la loro priorità assoluta, definendo otto obiettivi da raggiungere entro il 2015. Erano i famosi “Obiettivi del Millennio”. Sette anni dopo, lontano dai grandi discorsi, le cifre sono abbastanza scoraggianti. Mentre uno dei principali obiettivi mirava a ridurre la metà delle persone in stato di malnutrizione, l’ultimo rapporto della Fao annuncia che il numero delle persone che soffrono la fame non solo non sono diminuite, ma sarebbero progressivamente passate da 800 milioni circa nel Duemila a 854 milioni nel 2006.
All’interno dell’Istituzione nessuno prova a contestare l’insuccesso del sistema. Ma ad un mondo senza fame l’ex reginetta nepalese ci crede veramente? «Quando i poliziotti americani, durante il controllo dei passaporti, mi chiesero quale fosse la ragione della mia visita a New York, spiegai che venivo a partecipare ad una campagna internazionale per ridurre la fame. È stato allora che uno di loro mi rise in faccia dicendomi: “Ma questo non è possibile, non succederà mai”.»
«Gli ostacoli sono per lo più politici»
Eppure Malvika sembra essere davvero convinta. «Certo, io non sono un' ingenua», spiega «ma i rapporti della Fao e di molte agenzie per lo sviluppo dimostrano che ci sarebbero abbastanza cibo e risorse naturali per sfamare tutto il pianeta. Gli ostacoli alla lotta contro la fame sono per lo più politici», sottolinea. «Le difficoltà di accesso alla terra per le donne di molti paesi africani sono un esempio». Lo stesso messaggio arriva dai manifestanti venuti dall’Africa: «In Senegal le donne partecipano a più della metà della produzione agricola ma solo l’1 o il 2 % di loro ha accesso alla terra e ai mezzi di produzione», spiega Ibrahima Nasse, rappresentante dei produttori di arachidi in Senegal.
 Per molti, una nota di speranza potrebbe trovarsi in Brasile. Agli occhi di Marcelo (nella foto a destra), giovane attivista brasiliano, «la messa in opera del programma ‘Zero Fame’ del Presidente Lula, in seguito ad una mobilitazione senza precedenti della società civile, ha permesso di cominciare a ridurre significativamente la malnutrizione nel Paese».
Editing PA. Foto Charles Eckert/ActionAid
Energia: Le prospettive di espansione e gli investimenti nel settore downstream
Entro il 2030 il settore dowstream richiederà investimenti in una duplice direzione: espansione della capacità di raffinazione da un lato, adeguamento degli impianti ai nuovi standards di produzione dall’altro.
I nuovi progetti per ampliare la capacità di raffinazione (la miglioreranno di 7,4 mb/g entro il 2015), saranno soprattutto in Medio Oriente, India e Cina, zona che assorbiranno il 70% di questa nuova capacità. La maggior parte dalla capacità di raffinazione addizionale sarà operativa non prima del 2010-2012.
La Cina ha la necessità di espandere la sua capacità di raffinazione di 350 mila b/g per supportare la crescente domanda interna e allo stesso tempo adattare i suoi impianti di raffinazione in funzione degli standard europei per la produzione di carburanti. Mentre a breve inizierà al costruzione della raffineria di Jinling, sono solo sei gli altri progetti in cantiere per il 2010, due dei quali joint ventures con Saudi Aramco e Kuwait National Petroleum Company (KNPC). Con la prima, già nel 2005, è stata inaugurato un campo di estrazione di 160 mila b/g a Fujian, comprensivo di un impianto di raffinazione operativo solo da quest’anno. Nel 2006 la KNPC e la SINOPEC hanno costruito un impianto di raffinazione, con capacità di 250 mila b/g, nella provincia del Guangdong, annunciando per il 2010 la prima produzione. Un altro progetto della SINOPEC sta per essere lanciato a Tianjin, per una capacità di 160 mila bb/g.
L’India è passata da un deficit di produzione per l’approvvigionamento interno a un surplus netto per le esportazioni. Questa inversione nasce dalla decisione da parte della compagnia Reliance, di costruire una raffineria nella Jamnagar Special Economic Zone, con una capacità di 600 mila b/g da esportare. A partire dal 2006 la Reliance e la Compagnia Petrolifera Statale hanno annunciato una serie di progetti di espansione con l’obiettivo di trasformare l’India nel maggiore centro di raffinazione e maggiore esportatore di greggio dell’Asia. Se i progetti annunciati dovessero essere portati a compimento la capacità di raffinazione entro il 2010 raggiungerebbe i 3 mb/g (il doppio della capacità del 2005). Gli altri progetti asiatici di una certa rilevanza sono quelli della tailandese Thai Oil (raffineria da 58 mila b/g) e quello della coreana S-Oil Corp (raffineria da 300 mila b/g entro il 2012). L’Indonesia ha annunciato che entro il 2010 migliorerà la sua capacità di raffinazione di 600 mila b/g per eliminare completamente le importazioni. Giappone e Australia stanno recuperando la loro riduzione della capacità di raffinazione con nuovi progetti di idro-trattamento per combustibili a bassa concentrazione di zolfo.
In Canada l’unico progetto concreto per aumentare la capacità di raffinazione è quello della raffineria di Valero St. Romuald in Quebec (50 mila b/g). Si parla anche di un progetto nella Placient Bay per una raffineria di 300 mila b/g che dovrebbe entrare in funzione entro il 2011. Negli Stati Uniti l’espansione della capacità di raffinazione entro il 2010 fa perno su tre progetti: uno da 325 mila b/g (joint ventures tra Shell e Saudi Aramco per la raffineria di Motiva Port Arthur), uno da 200 mila b/g (della Chevron per la raffineria di Pascagoula), e uno da 180 mila b/g per incrementare la raffineria della Marathon a Garyville.
In Europa l’unico progetto degno di nota è quello di La Rapida Huelva in Spagna, che aggiungerà 90 mila b/g di capacità di distillazione entro il 2012. Il Medio Oriente presenta i maggiori progetti a lungo termine. In Arabia Saudita oltre ai due da 400 mila b/g ciascuno (a Yanbu e Jubail), ci sono quelli per espandere le raffinerie di Ras, Tanura e di Yanbu per una capacità complessiva di 165 mila b/g (entro 2010-2012). Il Kuwait sta portando avanti il progetto di Al-Zour, con una capacità di 615 mila b/g, che costerà 15 miliardi di dollari e che sarà completata entro il 2011. Gli Emirati Arabi stanno portando avanti due progetti: uno a Ruwais, l’altro a Fujairah, insieme amplieranno la capacità di raffinazione di 500 mila b/g. A Fujairah l’americana Sulphco sta installando un totale di sette unità da 30 mila b/g nella quali userà la sua tecnologia ultrasuono per la desolfurizzazione. L’Iran ha annunciato una espansione della sua capacità di 350 mila b/g attraverso sei raffinerie, cinque delle quali sono già esistenti. Il più grande progetto è quello di espandere la raffineria di Bandar Abbas in collaborazione con l’India’s Essar Group (sarà operativa nel 2011 con una capacità iniziale di 160 mila b/g). In Qatar ci sono piani per migliorare la capacità di 200 mila bb/g.
In Africa una nuova raffinerie verrà costruita entro il 2011 nella regione centrale di Tiaret in Algeria con una capacità di 300 mila b/g, metà dei quali per prodotti di esportazione in base agli standards europei. In Angola, nella città portuale di Lobito, entro il 2011 sarà completata una raffineria dalla sudcoreana Samsung per una capacità di 200 mila b/g: produrrà carburante sufficiente per soddisfare la domanda interna dell’Angola. In Africa ci sono anche altri due piccoli progetti: uno in Tunisia a La Skhira di 129 mila b/g e l’altro a Port Sudan, di 100 mila b/g entrambi previsti entro il 2010. In America Latina il più importante progetto è quello brasiliano che dovrebbe migliorare la capacità produttiva di 300 mila b/g.
Quello appena descritto è lo scenario possibile ipotizzando una crescite media della domanda. Più essa sarà bassa, più la produzione, e quindi le scorte, tenderanno a declinare per mancanza di investimenti. Le nuove stime prospettano un ulteriore calo della domanda entro il 2030, causata soprattutto dalle nuove politiche energetiche. Per il settore downstream, quello che ha ancora margini di investimento, i progetti si dimostrano insufficienti nel lungo periodo. In Europa e Stati Uniti non si investe più, i costi di raffinazione (in base all’indice Nelson Farrar), registrano un aumento del 10%, mancano le professionalità necessarie. Nel periodo 2007-2015, la capacità addizionale che emerge dai progetti (7,4 mb/g) rappresenterà l’86% del totale della crescita della domanda. Il totale richiesto di investimenti nei processi di raffinazione per il 2020 sarà di 455 miliardi di dollari.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30364
Iran: terrorismo e guerra
Uccidere, in particolare in pubblico, è considerato un atto barbarico in tutto il mondo civile. Al contrario in Iran è una pratica quotidiana (207 impiccati dall'inizio dell'anno). Ufficialmente vorrebbe essere una lezione alle persone che osano disobbedire alle leggi del giureconsulto medioevale della Repubblica Islamica dell'Iran, ma in realtà vengono eseguite per creare paura e terrore in tutta la popolazione .
Gli osservatori e le organizzazioni umanitarie (Amnesty International, Osservatorio di Human Rights e “Nessuno tocchi Caino”), denunciano quotidianamente le violazioni dei diritti umani in Iran. L'ultimo gruppo di 21 persone impiccate in pubblico risale al 5.9.2007 ( in un mese 41 persone sono state impiccate - rispetto allo stesso periodo nel 2006 l'aumento è stato del 100%). Le accuse sono basate su incerte definizioni giuridiche, appartenendo il codice religioso all'epoca dei califfati del primo millennio d.C. nella penisola arabica.
Sono definizioni non chiare, tipo guerriero contro Dio, degenerati sulla terra e così via. Si tratta di reati contro il regime e di spionaggio, a questi vanno aggiunti altri reati come l'adulterio, l'omosessualità, che sono definiti anche essi, reati contro Dio. La cosa più agghiacciante è che qualora si tratti di reati definiti contro i poteri dello Stato, è il giudice stesso che definisce il grado della pena (quasi sempre il massimo, per impiccagione).
Inoltre nel codice penale islamico, sono previste alcune modalità per l'esecuzione capitale, ma il modo in cui viene attuata dipende esclusivamente dal giudice. Il giudice può decidere di fare impiccare la persona condannata in modo tradizionale oppure in modo “moderno”, mediante scosse elettriche, oppure davanti a un plotone di esecuzione o, addirittura, mediante lapidazione o, infine, decidere l'esecuzione capitale con una propria personale modalità. Se il giudice non dà indicazioni sulle modalità dell' esecuzione, questa avverrà per impiccagione. www.hoqouq.com/law/article363.html
Nei Paesi ove ancora esiste la pena di morte (purtroppo ci sono ancora 68 Paesi che la praticano), si cerca di non far soffrire il condannato e l'esecuzione dovrà avere luogo lontano dalle persone, addirittura sono vietate le fotografie. In Iran, secondo i dettami del codice penale islamico, il metodo più diffuso è l'esecuzione capitale in pubblico. Esiste anche la crocifissione del condannato, il cui corpo rimarrà esposto al pubblico per tre giorni. La persona condannata, prima di essere inviata all'esecuzione, dovrà essere sottoposta alle procedure di ablazione e purificazione, indossando una tunica bianca (Kafan). Ciò viene definito un privilegio per il condannato. http://www.ohchr.org/english/law/pdf/protection.pdf
Si possono vedere alcune differenze rispetto alla precedente legislatura di Mohammad Khatami (anche lui sostenitore del codice penale islamico), poiché nell' attuale regno dei Passdaran di Mahmmud Ahmadinejad, una buona parte degli impiccati appartengono alle minoranze etniche ( kurdi, beluci ecc.). Regna, su questo aspetto, un silenzio da parte di tutte le fazioni islamiche al governo e non, ad esempio l'ex presidente della Repubblica ed altri uomini forti della gerarchia del giureconsulto, che passano in occidente come ala riformista, non hanno assunto, fino a questo momento, una posizione chiara e netta sulla pena di morte ed in particolare, contro il massacro dei giovani. Perché dei 207 uccisi, solo 7 risultano con età superiore a 37 anni
Persino nell'Afghanistan ed in Iraq, dopo anni di terrore, di guerra civile e di insicurezza sociale, le esecuzioni capitali dello Stato, non superano le 10 persone. E questo accade mentre in 130 Paesi, tra i 198 nel mondo, non esiste la pena di morte. L'Iran, insieme alla Cina, all'Arabia Saudita e agli Usa, rappresenta il 90% del totale delle esecuzioni capitali di tutto il mondo e detiene la medaglia d'argento dopo la Cina.
La maggior parte dei condannati a morte non ha commesso reati come omicidio, tutte le statistiche evidenziano nonostante il numero imprecisato di prigionieri e l'aumento esponenziale di persone uccise, che la società iraniana continua ad essere sempre meno sicura (oltre 5 milioni all'estero), con narcotrafficanti sempre più potenti (una parte del traffico gestito dai poteri oscuri legati allo Stato). Questo è anche il contributo delle sanzioni economiche prodotte dalle risoluzione dell'Onu (come avevamo già visto nell'Iraq di Saddam: le restrizioni non colpiscono chi è nei gangli degli apparati ma la gente che sta alla base della piramide sociale). Chi può guadagnare lo fa di più e meglio, mentre la popolazione continua a soffrire per soddisfare i bisogni primari e la povertà è molto evidente.
Ogni gruppo che viene ucciso (da sempre in Iran le persone condannate vengono uccise in gruppo e in pubblico), viene presentato dai media governativi come costituito da elementi legati alla malavita e al traffico di droga. Si scopre puntualmente che all'interno del gruppo ci sono anche gli oppositori al regime (studenti, giornalisti, insegnanti, operai, ecc), che sono stati uccisi per aver rivendicato elementari garanzie democratiche.
Tutto ciò succede in un Paese ove viene alimentato il terrore di un attacco da parte degli Usa e dei suoi alleati. Da alcuni giorni la stampa occidentale, ed in particolare quelle statunitense e britannica, evidenziano la preparazione militare per un attacco rapido e mirato. Continua la singolare convergenza tra le azioni dell'amministrazione Bush, che vorrebbe realizzare il suo progetto del 2002 di un grande Medio Oriente ridotto a marionetta filo-occidentale, ed il governo messianico di Mahmmud Ahmadinejad che puntella il suo apparato di potere proprio sfidando la comunità internazionale, accelerando le sue azioni propagandistiche (come la negazione dello sterminio degli ebrei e la vicenda del nucleare) per prepararsi all'attacco militare con un paese compattato e controllato.
Sicuramente la probabilità dell'attacco militare in Iran esiste, ma il momento dell'attacco non è prevedibile, ciò potrebbe succedere anche alcuni giorni prima che Bush junior lasci la presidenza degli Stati Uniti. E' certo che tutte le premesse per riportare, con l'uso delle armi, l'equilibrio in Medio Oriente è ampiamente fallito e la politica americana (ed israeliana) pare aver posto le condizioni per un conflitto ancora più ampio.
Quali possono essere i movimenti e la diplomazia, che potranno intervenire contro l'attacco militare? Innanzitutto la diplomazia dei Paesi che contano (Russia Cina e Ue), e poi il popolo americano che si batte contro la guerra può avere un peso rilevante ed infine tutti i popoli del mondo contro la guerra ed in particolare quello iraniano che dovrà essere compatto contro il regime barbaro della Repubblica islamica e contro l'intervento militare degli Usa...
di Mohsen Hamzehian - Megachip
| Fino alle estreme conseguenze |
| I monaci buddisti, riuniti in 'Alleanza Birmana' sfidano il regime e continueranno a marciare. Fino alla cacciata dei militari |
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I monaci buddisti di Myanmar hanno radunato oggi oltre 100mila persone in una marcia di protesta contro il regime militare. E' la maggiore manifestazione nel Paese dai moti degli studenti del 1988. I monaci avevano già fatto scalpore venerdì 21, quando al quinto giorno di marcia pacifica di protesta contro gli aumenti dei beni che hanno piegato il popolo birmano, avevano annunciato di "non voler smettere di marciare fino a quando il regime dittatoriale non crollerà".

La marcia dei 100mila, lunedì 24. Sono partiti dalla pagoda Shwedagon, la più sacra di Myanmar, e hanno marciato attraverso Yangun passando anche per il campus universitario. Venti mila monaci erno alla testa del corteo che si è gonfiato fino ad arrivare a 100mila unità, secondo gli ultimi resoconti. La manifestazione è tuttora in corso al momento di impaginare questo articolo. Per ora non ci sono reazioni violente dei militari, ma tutti i giornalisti internazionali accorsi per l'occasione hanno timore della reazione dei militari, che stanno scontando un crollo di popolarità senza precendeti nella storia del Paese indocinese.
La Marcia dei 1.500, venerdì 21 L'annuncio viene dall'Alleanza di tutti i Monaci Buddisti ( Alliance of all Burmese Buddhist Monk) che dopo 4 giorni consecutivi di protesta pacifica e di sciopero della questua nei confronti delle donazioni dei militari era riuscita ad organizzare la marcia più imponente dal 1988 (fino a quella odierna) con 1.500 religiosi inzuppati sotto le piogge monsoniche nei loro sai arancio. Da quasi 20 anni le proteste studentesche che portarono la Giunta militare ad organizzare le prime libere elezioninel Paese non avevano trovato manifestazioni capaci di attirare così tanto consenso tra la popolazione.
Spazzare via la Giunta Adesso la silenziosa protesta religiosa guadagna la simpatia dei birmani, sia per l'autorità morale indiscussa in un Paese al 99 per cento composti di fervidi buddisti sia perchè gli aumenti di ferragosto (raddoppio del prezzo della benzina, dei trasporti, del gas da riscaldamento e a cascata della carne di pollo) fanno evaporare gli stipendi a metà mese. Funzionari Onu in visita nel Paese hanno espresso "viva preoccupazione" per la crisi dopo aver sentito i rappresentanti dell'Alleanza chiamare i militari "nemici del popolo" e promettere ddi non interrompere la marcia "fin quando il potere militare non verrà spazzato via dalla terra di Birmania".
Un quarto d'ora di preghiera. I monaci avevano chiesto a tutti i birmani di pregare per 15 minuti di fila fuori dalle loro case, in tutta la nazione, alle 20 di domenica sera. E l'iniziativa ha avuto successo, anche se il regime probisce di diffondere un resoconto accurato dell'adesione popolare alla protesta pacifica. Una protesta 'gandhiana' che sta scuotendo il regime dalle fondamenta, soprattutto perchè 'The Lady' , la Signora come la chiama il popolo birmano, sabato si è unita alle proteste dei cittadini. Aung Saan Suu Kii, la pasionaria della lotta per la libertà, ha lasciato la villa sul lago dove vive segregata agli arresti domiciliari da quattro anni e si è unita ai maniestanti in silenzio.
Evento rivoluzionario, i poliziotti che dovrebbero tenerla d'occhio, si sono fatti da aprte per fare passare la premio Nobel della Pace e faro delle proteste anti-regime.
Sotto la pioggia Intanto sotto un monsone battente oltre 1.500 sai arancioni attraversavano l'ex capitale Yangun tra ali di folla plaudente fino alla pagoda Shwedagon il cui accesso è stato proibito a tempo indeterminato, mentre centinaia di fedeli in tutto il paese manifestavano in loro nome da martedì per chiedere al Governo scuse formali, per l'arresto e le botte rimediate alcuni religiosi ad una manifestazione pacifica il 5 settembre nella città di Pakokku. Adesso tutti i corrispondenti stranieri accorsi nella repubblica socialista si aspettano una reazione violenta dei militari. L 'inviato speciale Onu Ibrahim Gambari ha chiesto in una sessione del Consiglio di Sicurezza in New York venerdì che la comunità internazionale "prenda misure immediate" contro la repressione della Giunta e per una soluzione diplomatica dello stallo.Gli ambasciatori Usa e britannico alle Nazioni Unite si sono detti "esterrefatti dalle mosse del regime birmano per reprimere una protesta pacifica".
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8830
A YANGON, IN STRADA, “TRA PAURA E SODDISFAZIONE”
“C’è uno strano clima di gioia mista a paura” secondo una fonte locale che da Yangoon descrive il clima tra la popolazione della principale città del Myanmar, teatro delle più imponenti manifestazioni che il paese ricordi. “Più che di manifestazioni si potrebbe parlare di processioni. I monaci buddisti aprono questi brevi cortei pregando ad alta voce mentre la gente si unisce a loro nelle preghiere e nella marcia. Le processioni vengono organizzate con una cadenza fissa, così da mandare un chiaro segnale al governo sul sostegno popolare di cui gode la protesta” spiega la fonte che ha chiesto di restare anonima per motivi di sicurezza. “I militari guardano ma non intervengono per varie ragioni: la prima è che la protesta non è esplicitamente politica e rivolta contro di loro, ma contro il carovita; la seconda è che i vertici del regime hanno lasciato Yangon e si trovano al sicuro a Pimana (la capitale amministrativa nel nord del paese, ndr); e la terza è che ormai il movimento di protesta è di dominio pubblico internazionale” aggiunge ancora la fonte della MISNA. Clima completamente diverso nelle zone rurali del paese dove la gente, lontana dai clamori e dall’attenzione dei media internazionali, non esce di casa nel timore di reazioni delle forze di sicurezza. Le proteste pacifiche delle ultime settimane starebbero causando alcuni problemi agli operatori umanitari attivi in Myanmar; quasi tutti gli stranieri presenti nel paese preferiscono disertare le strade e farsi vedere in giro il meno possibile.
http://www.misna.org/
COMMERCIO-AFRICA:
Lotta di potere nei negoziati sbilanciati sugli EPA
David Cronin
BRUXELLES, (IPS) - I paesi africani hanno dovuto ridursi ad “elemosinare” nei negoziati sui loro futuri legami economici con l’Unione europea (Ue), in quello che è diventato un esercizio di vero e proprio “assalto alla democrazia”, secondo i sindacati e gli analisti politici sia del Nord che del Sud.
Nelle ultime settimane, si sono intensificati i colloqui tra capi dell’Unione, Commissione europea (CE) e rappresentanti dei governi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). La Commissione vorrebbe far firmare ai paesi ACP gli accordi di apertura del mercato, o “Accordi di partnership economica” (EPA), entro la fine di quest’anno.
Secondo Timothy Kondo, dal gruppo sindacale Alternatives to Neoliberalism in Southern Africa (ANSA), la Commissione non avrebbe preso seriamente in considerazione le preoccupazioni dei paesi poveri nei colloqui, ma si sarebbe piuttosto concentrata sul tentativo di limitare gli ostacoli affrontati dalle imprese occidentali desiderose di fare affari all’estero.
”L’atteggiamento dell’Ue deve cambiare”, ha detto Kondo all’IPS. “I nostri governi in Africa non hanno negoziato nel vero senso della parola. Non sono stati coinvolti in ciò che noi sindacalisti chiamiamo contrattazione collettiva, ma sono invece rimasti implicati in una sorta di ‘supplica collettiva’”.
”Non lo dico per biasimare i nostri governi. Non si deve biasimare il più debole. Il livello di sviluppo di Europa e Africa non è lo stesso. Ma l’attenzione degli EPA è stata puntata sulla rimozione delle barriere al commercio tra partner che non sono uguali”, ha proseguito Kondo.
Kondo ha preso parte alla conferenza del 18 settembre sugli EPA, organizzata dai membri di sinistra del Parlamento europeo.
L’attivista ha lamentato che i suggerimenti avanzati dai governi ACP durante i negoziati sono stati respinti dai funzionari Ue.
I paesi ACP hanno a lungo sostenuto, ad esempio, che i negoziati non dovevano occuparsi di temi quali la concorrenza e gli investimenti del governo. Eppure, la bozza degli EPA stilata dalla Commissione nei mesi scorsi conteneva provvedimenti su questi temi, prevalentemente legati all’accesso delle imprese straniere ai mercati ACP.
Secondo Marc Maes, attivista del gruppo belga per la lotta alla povertà 11.11.11., la maggior parte delle sei configurazioni regionali ACP con cui l’Ue sta negoziando hanno rifiutato di accettare le proposte di bozza della Commissione. “L’Africa occidentale è stata molto chiara su questo punto”, ha osservato.
Ciononostante, la Commissione ha deciso di lasciare le sue proposte sul tavolo. “I testi che la Commissione ha presentato riflettono la visione della Commissione sul commercio globale”, ha detto Maes. “Non rispecchiano gli interessi e i bisogni dei paesi ACP”.
La Commissione ha minacciato di imporre tariffe punitive sui i limiti imposti alle esportazioni ACP verso l’Europa, se i loro governi non firmeranno gli EPA entro il 31 dicembre.
All’inizio di settembre, il commissario europeo Peter Mandelson aveva detto ai parlamentari dell’Unione che, se non si fosse rispettata la scadenza del 31 dicembre, non avrebbe neanche preso in considerazione la proposta di un trattamento preferenziale per i paesi ACP rispetto al sistema tariffario generale Ue.
La parlamentare europea del Partito dei verdi britannico Caroline Lucas ha raccontato di aver fatto l’abitudine alle “maniere molto brusche” di Mandelson sin dai suoi esordi nella politica britannica, quando era il più stretto confidente dell’ex Primo ministro Tony Blair. “Ma sono rimasta ugualmente colpita dal tono aggressivo e prepotente che ha adottato (nell’elaborare alternative agli EPA), ha commentato.
Rivolgendosi alla commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo, l’undici settembre scorso Mandelson ha definito “irresponsabile” da parte degli attivisti contro la povertà pretendere di non imporre tariffe sui paesi ACP se questi non firmeranno gli EPA entro la fine dell’anno. In questa eventualità, Mandelson ha detto di non avere “altra scelta in termini legali” che imporre delle tariffe, secondo le norme previste dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La deroga sulle norme dell’OMC relative agli attuali accordi commerciali Ue-ACP scade il primo gennaio 2008.
”Non ho la bacchetta magica per poter fare marcia indietro”, ha detto Mandelson.
Mamadou Cissokho, presidente della Rete di organizzazioni contadine e produttori dell’Africa occidentale (ROPPA), ha osservato che i governi ACP “non stanno negoziando; stanno solo cercando di reagire alle proposte imposte su di noi dall’Europa”. “I documenti dell’Unione europea sono stati presi come base per i negoziati”, ha detto. “E tutti gli incontri di negoziati sono stati finanziati dall’Ue”.
Ha poi sottolineato che l’Ue spende 130 miliardi di dollari l’anno in sussidi agricoli, benché gli agricoltori rappresentino appena il 4 per cento della popolazione dell’Unione. Nonostante gli enormi vantaggi concorrenziali di cui godono gli agricoltori europei, la Commissione ha sollecitato i governi ACP a ridurre, e in molti casi eliminare, le tariffe applicate sulle importazioni alimentari dall’Europa.
Una simile liberalizzazione degli scambi avrà profonde ripercussioni sui piccoli agricoltori africani e “minaccerà” la capacità del continente di alimentarsi da sé, secondo Cissokho. “L’apertura dei mercati volente o nolente significa che i tradizionali metodi di produzione che abbiamo in Africa non verranno garantiti, né mantenuti”, ha spiegato.
Secondo il parlamentare europeo Vittorio Agnoletto, la Commissione sta cercando di “sostenere che Davide e Golia sono uguali”, nei negoziati sugli EPA.
”Francamente, è tutta una farsa”, ha aggiunto”. “In questo caso, Golia - cioè l’Ue - sta facendo un gioco sporco perché non sta eliminando i sussidi agricoli diretti alle sue esportazioni”.
Agnoletto si dice anche preoccupato dell'intenzione della Commissione di richiedere agli ACP una 'robusta' protezione dei diritti di proprietà intellettuale. In questo modo, ha sostenuto, questi paesi non potrebbero eludere i brevetti sulle medicine importando farmaci generici più economici per il trattamento dell’Aids e altre malattie gravi. In Africa, circa 30 milioni di persone sono positive all’Hiv.
Secondo Alexandra Strickner, dell’Istituto per le politiche agricole e commerciali (AITP) in Austria, c’è stato uno scarso dibattito sia in Europa che nei paesi in via di sviluppo sulle possibili implicazioni degli EPA. È essenziale, ha detto, che i parlamenti abbiano un ruolo formale nel vagliare gli accordi.
“Mandelson sta dicendo che vorrebbe attuare immediatamente gli EPA, senza alcun processo di ratificazione nei paesi ACP o in Europa”, ha spiegato. “Si tratta di un vero e proprio assalto alla democrazia”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1009
Giornali e siti potranno parlare solo dei gruppi politici autorizzati da Ahmadinejad
A Teheran si stringe ancora la morsa della censura, che viene estesa anche a quanti operano sul web. Le nuove norma violano anche una disposizione del Consiglio dei guardiani, per il quale era incostituzionale e contrario alla sharia qualunque modifica alla legge sulla stampa.
Teheran (AsiaNews) – Sarà vietato scrivere di partiti o gruppi politici che non abbiano una autorizzazione governativa e la censura sarà estesa ad agenzie di stampa e privati che operano su internet. L’Iran di Ahmadinejad annuncia altre restrizioni alla già così poco rispettata libertà di stampa, perfino in violazione di un esplicito divieto posto anni fa dal Consiglio dei guardiani, la suprema autorità dottrinale del Paese.
Intervistato dalla ISNA, Alireza Afshar, da poco nominato capo della Commissione 10 sui partiti politici e viceministro degli Interni per gli affari politici, ha annunciato che “è vietato alle pubblicazioni ed ai restanti media, scrivere di partiti o altri gruppi politici che non hanno avuto una autorizzazione governativa dalla Commissione 10. A questo scopo sarà fornita alla stampa una lista di tutti i partiti o i gruppi politici che hanno avuto l’autorizzazione”.
Poco prima dell’annuncio di Afshar, un portavoce del governo aveva rivelato che l’amministrazione intende proporre un emendamento alla Legge sulla stampa, per comprendere sotto il dettato della norma anche le agenzie ed i siti web, che essa non contempla. Sulla semiufficiale agenzia Fars, l’autore della norma spiega che quando fu emanata la Legge sulla stampa, agenzie e siti in rete non erano così diffusi ed attivi come oggi, “così il legislatore non ha prestato attenzione ai benefici legali ed ai limiti alle attività di media di tale tipo”.
Nel dare conto della nuova stretta della censura, Rooz, giornale on line di oppositori, evidenzia che i nuovi provvedimenti violano un tabù: nel periodo del governo dei riformisti, infatti, citando una lettera della Suprema guida Ali Khamenei, il Consiglio dei guardiani aveva affermato che qualsiasi emendamento o aggiunta alla Legge sulla stampa era incostituzionale e contrario alla legge islamica.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10384&size=A
USA : Rudolph Giuliani cambia idea sulle pistole
di Rico Guillermo*
Anche gli uomini d'acciaio non mantengono a lungo la propria tempra quando sono in politica, e cosi' Rudolph Giuliani ha cambiato idea sulle pistole. Quando era sindaco di New York sosteneva le leggi sul controllo delle armi come strumento per contenere la violenza urbana. Oggi, candidato repubblicano alla presidenza, sposa la causa della lobby delle pistole e promette che non sosterra' piu' quelle stesse leggi.
La dichiarazione e' stata fatta sabato davanti ad un pubblico di membri dell'associazione nazionale delle armi da fuoco, prendendo anche le distanze da una causa che aveva intentato 7 anni fa contro i produttori di pistole, accusati di essere corresponsabili dei danni prodotti dai consumatori del loro prodotto. Ha dichiarato che quella causa e' andata in una direzione che egli oggi non si sente di condividere. "Dopo tutto, e' la gente che commette i crimini, non le pistole".
Il Times ricorda che nel 1995 Giuliani aveva definito l'associazione "estremista" ed aveva condannato la difesa del gruppo delle armi d'assalto come "errore terribile". Oggi dialoga invece con la potente lobby ed elogia una recente decisione del tribunale che ha revocato le dure leggi di controllo delle armi nel distretto di Columbia ed a elogiato quel giudice affermando che egli lo promuoverebbe, qualora divenisse presidente.
* si ringrazia Claudio Giusti
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 24 2007
Veltronomics in slalom tra i palazzinari e la New Economy
DI ALBERTO STATERA
Con l'"arma micidiale", la "bomba atomica" della rivolta fiscale, condita di doppiette che "non sparano cartucce ma voti", Umberto Bossi ha rilanciato a Venezia il vecchio slogan di "Roma ladrona", che era stato un po' accantonato nel quinquennio in cui la Lega a Roma spadroneggiava. Ma dopo tre lustri lo slogan appare alquanto usurato, tanto che andrebbe forse cambiato in "Roma furbona".
Milano, ex "capitale morale" perde appeal, il "grande hub padano" di Malpensa, fiore all'occhiello della Lega di lotta e di governo, ha fatto flop, il Nord arranca, con la maggioranza delle piccole imprese che già hanno perso il treno della ripresa per l'incapacità di trasformarsi, come il mercato richiede. Nel frattempo Roma, che era attanagliata dalla stagnazione e da una fama di burocratica sgangheratezza, si è presa la rivincita, al punto da essere definita dal Censis la "locomotiva d'Italia", con l'8 per cento del Pil, in crescita più della media nazionale, come l'occupazione, che è aumentata nel 2006 di 15 per cento, contro l'8,4 italiano. Le imprese iscritte alla Camera di Commercio hanno raggiunto nel giugno 2007 il numero record di 416 mila, le presenze turistiche i 20 milioni, con un introito che rappresenta il 16 per cento di tutto il turismo nazionale.
Questi ed altri dati sono contenuti in un volumetto in uscita per Donzelli dal titolo "La rivincita di Roma ladronaViaggio nel modello che può conquistare l'Italia", firmato da Stefano Marroni.
Secondo il quale la performance brillante della capitale è fondata sul superamento di un'economia abituata da decenni a bordeggiare spinta solo dai due motori tradizionali, l'edilizia e il pubblico impiego. Ma Roma non è più solo la città dei palazzinari, né dei travet, che sono diminuiti dal 17,7 per cento del totale nel 1991 al 13 per cento di oggi. Quello che Marroni chiama il "Modello Roma", con entusiasmo non celato, nasce, a suo avviso, dall'avvio di un ciclo virtuoso fondato anche sul controllo della correttezza degli appalti, delle commesse, delle procedure, oltre che da un'accorta regia d'immagine, che attribuisce non solo al sindaco Walter Veltroni e anche al suo predecessore Francesco Rutelli, ma a una squadra innovativa. Il ruolo di allenatore è attribuito a Goffredo Bettini, ex segretario del Pci romano, oggi senatore diesse e inventore della festa del Cinema, dopo esserlo stato dell'Auditorium di Renzo Piano, che a Marroni racconta come fu ribaltata la politica dei vecchi sindaci rossi della capitale Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli e Ugo Vetere fondata sui pilastri della pubblica amministrazione e dell'edilizia, invece che sul tentativo di liberare energie inespresse aprendo "un confronto e una concertazione con i ceti più dinamici che erano sotto il tallone di una politica con a cuore solo il potere per il potere".
Bettini è tutt'altro che uno sciocco vanaglorioso, sa bene che qualche successo non pareggia gli storici problemi di Roma: deficit di infrastrutture, traffico d'inferno, servizi pubblici scadenti, criminalità diffusa. Né ignora che il "Modello Roma", poggiato in buona parte sulla cultura, il terziario e il turismo, rischia di trasformarsi nell'"Incubo Venezia", con le botticelle al posto delle gondole, che Roma non ha più Capitalia e Bnl, che l'Alitalia è tecnicamente fallita, che Fiumicino è un disastro governato da azionisti che nell'ultimo quinquennio hanno investito 60 milioni l'anno contro i 200 degli aeroporti concorrenti.
La "performance seduttiva" ha funzionato, è vero. Ma la sfida è appena all'inizio, non è più il tempo di "macinare parole", come dice lo stesso Veltroni. Altrimenti la "locomotiva d'Italia" sarà un'iperbole velleitaria. Rimarrà soltanto "Roma furbona".
a.statera@repubblica.it
«Pronto ad allearmi con Marchionne. Lui sì che è un vero socialdemocratico»
Daniele Manca
Corriere della Sera
MILANO — «Un articolo importante quello di Marchionne. E con un impianto largamente condivisibile. Lo definirei fortemente riformista: vuole cogliere tutte le opportunità che offre il mercato e la concorrenza ma non chiude gli occhi di fronte ai rischi sociali che questo comporta». Piero Fassino ha appena finito di leggere l'intervento dell'amministratore delegato della Fiat. E sembra quasi considerare Sergio Marchionne un alleato. Un alleato naturale contro quello schieramento trasversale «a destra e a sinistra» dice, che non vuole accettare «il cambiamento e la sfida di una società che non è più quella nella quale la nostra generazione è cresciuta». Non si tratta tanto di modelli di capitalismo più o meno validi o più o meno in concorrenza tra di loro, «quanto di comprendere che c'è uno scenario tutto nuovo. Averne paura o semplicemente difendersi dal cambiamento, significa condannarsi a subirne solo le conseguenze senza governarne gli effetti e coglierne le opportunità».
Se a parole chiunque sembra pronto ad accettare una situazione molto diversa rispetto a qualche anno fa, la novità sta nel fatto che il leader dei Ds individua chiaramente l'asse trasversale e conservatore che si è creato e che frena il potenziale di crescita dell'Italia. È certo a destra. «Quella destra — dice — che ha ingenerato nel Paese negli anni scorsi la paura ad esempio dell'Europa e dell'euro, di un mercato aperto, di confini che dovevano allentarsi, esaltandone invece sempre e solo tutti i rischi e i potenziali pericoli. Una destra, ancora, che vede nell'immigrazione una minaccia più che un'opportunità e una necessità. E che dire di un certo antiscientismo che cavalca la paura delle tecnologie, della ricerca?». Ma anche a sinistra — aggiunge — «ci sono settori dove è manifesta l'ostilità, ad esempio, alla flessibilità del lavoro. Si fa fatica a capire che se è giusto essere contro la precarietà, è invece sbagliato rifiutare una flessibilità connaturata a un mercato non più racchiuso nei confini nazionali. Il tema non è "flessibilità sì o no" ma come gestirla. È qui che Marchionne coglie nel segno. Quando dice che va accettata la sfida dell'innovazione e del nuovo, senza abbandonare al suo destino chi subisce le conseguenze del cambiamento». «Una forte impostazione riformista, direi socialdemocratica » come la definisce Fassino. Che non nega si scontri con gli atteggiamenti di «certa sinistra che vede, ad esempio, in un'autostrada, in una grande opera infrastrutturale, solo il peggioramento momentaneo della qualità della vita e non l'opportunità legata allo sviluppo e alla crescita. Pensi all'accordo sulle pensioni e sul lavoro sottoscritto a luglio tra governo e sindacati, è esattamente questo: riuscire a dare tutele sul fronte degli ammortizzatori sociali a quanti dovessero trovarsi in difficoltà a causa dell'innovazione». Anche se è da dentro la maggioranza che quell'accordo dovrebbe varare, che arrivano invece critiche che puntano a smontare l'intesa. Addirittura ben quattro ministri dell'attuale governo hanno proposto la classica politica dei due tempi. «Vedremo con il referendum sindacale di ottobre se passerà la linea della conservazione o se invece, come credo, milioni di lavoratori diranno sì a quell'accordo sconfessando coloro che si arroccano nella difesa del passato. Che sono una minoranza, questo non va mai dimenticato. È certo che coniugare modernità e diritti non è facile. Una linea di semplice resistenza ai cambiamenti come quella ad esempio della Fiom quali diritti veri riesce a tutelare?».
Parole che riecheggiano il paradosso evidenziato dal recente libro di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina "Il liberismo è di sinistra", dove la sfida è esattamente accettare la modernità perché permette di tutelare i più deboli. La reazione a sinistra però, ancora una volta, non è stata così favorevole. «La sinistra ha sempre difeso i deboli — dice il leader dei Ds — e chi è più debole se perde quel poco che ha è privo di tutto. Comprensibile una reazione istintiva di difesa che però rischia di essere velleitaria e perdente, non è arroccandosi che si ottengono maggiori certezze». Forse tutto sta nel riuscire a definire chi oggi è più debole. «Non avrei dubbi: sono i giovani. Se il 60% dei matrimoni avvengono tra i 25 e i 35 anni, se 4,5 milioni di persone nella stessa fascia vivono ancora con i genitori è evidente che esiste il problema». Marchionne lega il ragionamento sul cambiamento ad alcuni principi precisi che sono il mercato, la concorrenza, ma anche il merito che può permettere a un giovane appunto di farsi valere. Ma la sola parola «merito» in Italia è ancora tabù. «Sì, perché si è sempre pensato che il merito fosse un trucco dei ricchi per fregare i poveri, non capendo che è esattamente il contrario. È grazie al merito, al talento che il povero può annullare le differenze sociali e avere le stesse opportunità ». Eppure quando Pietro Ichino pone la questione del cambiamento nella Pubblica amministrazione per aprirla ai giovani, per introdurre elementi di giudizio sugli impiegati, arrivando anche al licenziamento dei «fannulloni », la reazione è di totale chiusura. «Ichino pone problemi veri. Si può e si deve licenziare l'impiegato fannullone. Ma il nodo è appunto l'efficienza, anche lì accettare la sfida del nuovo, fare sì ad esempio che la mobilità nella Pubblica amministrazione non sia una parola ma che si possa attuare superando tutte le resistenze corporative che oggi la rendono impossibile, come dimostrano le barriere immediatamente alzate alle proposte innovative del ministro Nicolais». Discorsi che però non hanno vita facile nel governo, nella maggioranza. Anzi. «Non è vero. Non credo di essere una mosca bianca. Questi concetti sono scritti nelle tesi del congresso Ds, Veltroni nel suo discorso proprio a Torino li ha ribaditi. Lo stesso Mussi con la sua azione contro i concorsi truccati e le lauree facili dimostra che il processo è iniziato. Basti pensare alle liberalizzazioni di Bersani». Già ma sempre Marchionne citando "Braveheart" dice che gli uomini non seguono gli uomini ma il coraggio... «Ha ragione. Se avesse tenuto la Fiat che c'era, se Marchionne non avesse innovato, non avesse avuto il coraggio di dire che la Fiat aveva un futuro mentre tutti dicevano che doveva essere solo venduta, oggi probabilmente il Paese sarebbe più povero». Ma accettando la sfida dell'innovazione e del nuovo ha pagato anche dei prezzi, è sicuro che a sinistra si abbia lo stesso coraggio? «Stiamo facendo decollare il Partito democratico per cambiare la politica italiana, per questo obiettivo non abbiamo avuto paura di pagare prezzi anche dolorosi: se si vuole guidare il cambiamento si deve essere i primi a mettersi in gioco
LA PROVA D´ORCHESTRA DI PIFFERI E TROMBONI
di EUGENIO SCALFARI
La pessima esibizione del Senato nel dibattito sulla Rai di giovedì scorso è stata in realtà una sorta di prova generale di quanto potrà avvenire nell´appuntamento parlamentare con la legge finanziaria 2008. La sessione di bilancio: così si chiama quell´appuntamento che ha inizio con la presentazione del disegno di legge al capo dello Stato e al Parlamento e si conclude tassativamente entro la fine dell´anno sgombrando in quei tre mesi ogni altra iniziativa legislativa salvo i casi di urgenza e la conversione in legge di eventuali decreti pendenti.
Una prova generale assolutamente «sui generis». Infatti – a differenza delle prove generali vere – qui non c´era un regista. Ciascuno recitava a soggetto e ciascuno aveva un soggetto proprio e mai come in questa deplorevole occasione è utilissimo riandarsi a vedere «Prova d´orchestra», uno dei più bei film di Federico Fellini, indimenticabile lezione artistica, umana, politica.
In «Prova d´orchestra» un gruppo di orchestrali che fino a quel giorno avevano lavorato insieme sotto la guida d´un celebre direttore, decidono di fare da loro. Il direttore tenta in tutti i modi di battere il tempo con la sua bacchetta e di far rispettare a ciascuno il suo ruolo e la corretta esecuzione dello spartito, ma ogni suo sforzo è vano, i violini vanno per conto loro e così i bassi, il clarinetto, l´oboe, i timpani, i tromboni. Finisce in una vera e propria rissa a colpi di archetto e di tamburo.
Ero amico di Fellini e un paio di volte andai ad intervistarlo a Cinecittà durante la lavorazione dei suoi film. Gli chiesi in una di quelle interviste quale fosse il film che gli era più caro.
Ci pensò un po´ e poi – tipico suo – mi rispose: «Mentre li giravo mi piacevano, dopo il montaggio rivedevo tutte le imperfezioni e ne ero scontento. E poi non li ho mai più rivisti». Tutti? gli ho chiesto. Scontento di tutti? «Tutti salvo uno: Prova d´orchestra. Ogni tanto me lo rivedo».
Suggerisco ai membri del Senato che hanno mandato in scena uno spettacolo vergognoso per inconcludenza e dimostrazione d´ignoranza dell´argomento di cui dibattevano, di comprarsi la cassetta di quel film e meditarci sopra. Ne trarrebbero certamente diletto ma soprattutto sgomento, lo specchio gli rimanderebbe infatti l´immagine che tutti noi spettatori abbiamo visto ma che le loro mediocri vanità e personali ambizioni insieme all´ossessiva contemplazione del proprio ombelico gli hanno nascosto. Se avessero un briciolo di senso di responsabilità ne sarebbero sconvolti come noi spettatori e cittadini ne siamo rimasti.
* * *
Comunque la singolare prova generale di quanto potrebbe accadere ad ottobre nel dibattito sulla Finanziaria c´è stata. E´ stata commentata da Prodi in Consiglio dei ministri, da Berlusconi e da tutto il teatrino politico, come se gli attori parlamentari fossero persone diverse da quelle che il giorno seguente commentavano quanto è avvenuto. Queste dissociazioni rispetto al proprio operato sono frequenti quando la politica si avvita su se stessa dimenticando il suo alto ruolo e le sue responsabilità. Miserie, che gettano discredito su tutto incoraggiando le urla degli istrioni di ogni genere e conio.
Il disegno che emerge è chiaro e si può riassumere così:
1. Il dibattito sulla Finanziaria sarà il momento culminante della strategia della «spallata ».
2. Il governo non reggerà a causa delle interne divisioni della maggioranza e dunque imploderà, almeno in Senato dove ormai anche l´esiguo margine di vantaggio del centrosinistra è scomparso.
3. Dini ha in mente la presidenza del governo interinale che sarà inevitabile quando Prodi sarà stato sfiduciato dal Senato. Perciò troverà mille modi per votare contro e sfiancare la maggioranza, articolo dopo articolo.
4. Mastella vede con crescente preoccupazione l´avvicinamento di Dini al centrodestra, verso il quale anche lui è da tempo in movimento. Chi ci arriva prima (nella visione di questi due «statisti») meglio alloggia. Di qui i loro ambigui e ondivaghi comportamenti.
5. Di Pietro ha scoperto Grillo e ambisce a rinverdire i fasti di «Mani pulite». Il leader dell´«Italia dei valori» è affascinato dalle insorgenze in nome della «legalità». Cantavano nel nostro Risorgimento: «Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà». Di Pietro pensa di poter esser lui quella folgore relegando Grillo al ruolo maieutico ma non politico. Le sue preannunciate dimissioni da ministro e l´uscita dei suoi parlamentari dalla coalizione servirebbero egregiamente a consolidare la sua fama di difensore della legalità disinteressato, mettendo nelle sue mani un seguito per ora valutabile al 17 per cento che la sua leadership (secondo lui) potrebbe portare oltre il 20. Insomma un grande partito alla faccia di Veltroni che gli ha impedito di candidarsi per la guida del Partito democratico.
6. Il quale Veltroni (e Rutelli con lui) non può assistere inerte a questo sfascio dell´Unione e alle difficoltà che si ripercuotono anche sul nascituro Pd. Quindi dovrà prendere qualche iniziativa spettacolare. Ma poiché nelle condizioni attuali ogni iniziativa spettacolare rischia di accrescere la litigiosità della maggioranza, ecco che i rischi d´implosione possono venire anche dal sindaco di Roma.
Questa è la diagnosi di quelli che lavorano per la spallata. Ed ora vediamo chi sono.
Anzitutto il centrodestra al completo. Su questo punto la Casa delle cosiddette libertà è compatta da Bossi a Casini, passando anche per Tabacci. Tutti puntano sulla cacciata di Prodi. Dopodiché si dividono: Berlusconi e i suoi fedeli vorrebbero le elezioni immediate; Casini punta su un governo istituzionale che prepari la nuova legge elettorale con tutto il tempo necessario, almeno un anno, per intraprendere la creazione di un piccolo-grande centro.
Questo disegno d´altra parte è condiviso anche da forze di diversa provenienza, economiche, editoriali, culturali: cacciata di Prodi, governo istituzionale che duri almeno fino al 2009, scomposizione degli attuali schieramenti bipolari, aggregazione centrista con Udc, la parte moderata dei Ds, i cattolici di Pezzotta, le comunità di Cl e di Sant´Egidio alle ali, la Confindustria alle spalle e i grandi giornali di proprietà banco-industriale ai fianchi.
Questo disegno prevede anche, oltre alla cacciata di Prodi con disonore – la giubilazione di Berlusconi con premi e medaglie e la nascita d´una nuova leadership non centrista ma centrale. E qui il ventaglio è largo e va da Montezemolo a Draghi, a Mario Monti, e perché no a Veltroni.
Grillo ha un ruolo in questo disegno: il lavoro sporco. Deve spazzar via i disturbatori di professione, la sinistra radicale, i diessini non abbastanza flessibili, il potere della Cgil e dei sindacati in genere. Poi – come ha scritto il buon Giovanni Sartori sul «Corriere della Sera» – non servirà più. Butteremo l´acqua sporca (Grillo) ma non il bambino che in quell´acqua ha emesso i suoi primi vagiti.
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Spero d´esser stato chiaro nell´esporre i vari elementi di crisi che dovrebbero produrre l´implosione del governo e della maggioranza. Elementi diversi ma tutti convergenti su quell´obiettivo.
Ci sono però alcuni elementi avversi e anch´essi vanno considerati. Uno anzitutto: affinché l´implosione si verifichi deve avvenire sulla Finanziaria, che è la regina di tutte le battaglie parlamentari. Se la Finanziaria dovesse invece passare indenne, la strategia della spallata di fatto risulterebbe sconfitta.
Provocare la crisi con la bocciatura della Finanziaria avrebbe tuttavia come conseguenza l´esercizio provvisorio, il declassamento del debito pubblico italiano sui mercati internazionali, un terremoto nei nostri rapporti con l´Unione europea, il fallimento della riforma delle pensioni e il ritorno dello «scalone», la rivolta dei sindacati, la fine della pace sociale.
Chi si prenderà una così drammatica e storica responsabilità? Mastella? Lamberto Dini? Rifondazione? Diliberto? Pecoraro Scanio? Cesare Salvi? Di Pietro? Bordon? Mandare il paese ai margini dell´Europa, azzerare i timidi accenni di crescita economica, aprire la guerra sociale? E´ vero che si vedono in circolazione molti irresponsabili, ma fino a questo punto?
Il disegno suddetto si fonda anche sulla giubilazione di Berlusconi. Ma il «patron» di Fininvest e di Mediaset ha la vittoria a portata di mano. Vi pare che si farebbe mettere in soffitta proprio adesso? Vi pare che si separerebbe dalla Lega, che è carne della sua carne e costola del suo corpo? Berlusconi è certamente un uomo di pulsioni improvvise che lui stesso non riesce a controllare, ma è anche guidato da un fortissimo istinto di sopravvivenza. Sa che un governo istituzionale per lui sarebbe una soluzione a perdere. Ma sa anche che questo è l´obiettivo di gran parte dei suoi alleati. Potrebbe anche operare in modo che la spallata sulla Finanziaria sia tentata ma non abbia esito, seguendo i suggerimenti moderati di Gianni Letta e di Marcello Dell´Utri.
Infine, piaccia o non piaccia, c´è «testa di ferro», cioè Romano Prodi. Chi lo sottovaluta commette un grave errore. Chi pensa che sia svagato, distratto, sonnacchioso, bravo soltanto nel tirare a campare, sbaglia ancora di più.
Prodi ha molti difetti. Non è un principe della comunicazione (ma da Vespa andò benissimo) è sospettoso. E´ rancoroso. Ma è riuscito a governare in mezzo ad un´incessante tempesta dovuta in gran parte a quella «porcata» della legge elettorale imposta dal precedente governo.
In un anno nel quale la sua popolarità è crollata al 26 per cento (ma quella di Berlusconi non supera il 32) insieme a Padoa-Schioppa, a Visco e a Bersani è riuscito a rimettere a posto i conti con l´Europa, a far emergere da zero a 2 punti l´avanzo primario, a realizzare un recupero dell´evasione di molti miliardi e un super-gettito tributario senza nessuna tassa in più. Ha diminuito l´Irap di 5 miliardi a beneficio delle imprese e dei lavoratori. Sta per decretare il bonus per le pensioni minime e il loro aumento stabile. Nella Finanziaria semplificherà il pagamento delle imposte per le micro-aziende (sono tre milioni e mezzo) istituendo un´imposta unica senza nessun altro adempimento; abbatterà l´Ires di 5 punti stimolando la crescita come e forse più di quanto la Merkel abbia fatto per le imprese tedesche.
Per uno che è stato definito Mortadella, Valium, Prozac e – secondo l´ultima diagnosi di Grillo – Alzheimer, direi che non c´è male.
Io non sono nella sua testa e perciò non so prevedere che cosa farà nei prossimi giorni, ma di una cosa sono certo: non resterà esposto ai colpi senza reagire. Se deve implodere, sarà lui ad esplodere. Anticiperà i tempi. Andrà magari a dimettersi al Quirinale. O qualche cosa del genere. Oppure sfiderà avversari esterni o interni ponendo la fiducia sulla sua Finanziaria. Con l´appello nominale e le eventuali assenze, tutto sarà chiaro e ciascuno si assumerà le sue responsabilità. Ivi compresi noi giornali e giornalisti. Ci vuole almeno un po´ di grandezza quando si affronta la bufera.
Post scriptum. Nel corso di una trasmissione televisiva (Speciale Tv 7) cui ho partecipato venerdì, andata in onda all´una di notte,) ho ascoltato gli insulti e alcune falsità indirizzatimi dalle urla del comico Giuseppe Grillo. Poiché la mia risposta non sarà stata ascoltata da molti a causa della tardissima ora, la riferisco qui di seguito.
Grillo ha detto che ho ricevuto venticinquemila «email» di protesta contro un mio articolo critico nei suoi confronti. In realtà le lettere a me indirizzate sono state in tutto – fino ad oggi – sessantanove, sette delle quali in mio favore e sessantadue contro.
Ho anche ricordato, in cortese polemica con Giovanni Sartori in studio con me insieme al direttore del Tg1 Gianni Riotta, che nel 1919 i fasci mussoliniani nacquero più o meno con un programma analogo, eccitando gli italiani ad insorgere contro la decrepita classe politica, contro i partiti esistenti, contro la monarchia costituzionale, per far vincere l´Italia dell´ordine e delle persone perbene.
Dal ´19 al ´23 personalità come Benedetto Croce e Luigi Albertini, che hanno dedicato la propria intelligenza e la propria vita alla difesa della libertà, appoggiarono quel movimento o perlomeno non ravvisarono i rischi cui esso sottoponeva la fragile democrazia italiana. Giudicarono che poteva essere utile per recuperare «legge e ordine». Poi Mussolini e i suoi sarebbero stati rimandati a casa con tanti ringraziamenti per il lavoro sporco che avevano effettuato.
Anche i grandi filosofi e i grandi giornalisti possono commettere gravi errori e questo fu il caso di Croce e di Albertini.
Nella trasmissione di venerdì mi sono limitato, senza proporre alcun confronto improprio, a ricordare quanto accadde 88 anni fa e gli effetti che ne derivarono per questo sempre immaturo Paese. www.repubblica.it
La discussione più brutta
di Furio Colombo - fonte l'Unità
«Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: "La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... "». Mentre i maggiorenti di centro sinistra si affannano a ventilare ipotesi di elezioni anticipate, Furio Colombo racconta desolato l'atroce giornata Rai in senato, con una vittoria del governo tanto risicata - un solo voto - da diventare sconfitta.
Rai e Senato, la vera storia
di Furio Colombo
Se non ci fosse Blob, unico programma chiave della televisione italiana (gli eventi non li commenta, li fa vedere) gli italiani non saprebbero quale impulso ha gettato Loretta Goggi contro Mike Buongiorno, durante una litigata dal vivo sul palco di Miss Italia. Blob c’era e tutti hanno visto tutto e capito quel poco che c’era da capire.
Purtroppo Blob non c’era al Senato quando la Camera Alta italiana si è riunita intorno al ministro dell’Economia Padoa-Schioppa per ascoltare le ragioni della sostituzione di un consigliere di Amministrazione della Rai e la nomina di un nuovo consigliere.
O almeno questo era il mite ordine del giorno, una questione di routine nella vita - a momenti ben più drammatica - di una Repubblica parlamentare.
Perché allora, nel corso di una concitata e confusa manifestazione di rabbiosa incontinenza verbale, scritta, stilistica, procedurale, mentre si passavano freneticamente di mano mozioni di quattro, cinque pagine, spazio uno, cinquemila parole, la destra ha perduto per un voto (l’ormai celebre voto Storace) e la sinistra ha perduto al punto da ritirare la sua sterminata mozione che non è stata votata, e poi l’Unione si è limitata a sostenere, insieme alla destra, frammenti divelti da una mozione ribelle, fuoriuscita (forse un segno simbolico per il prossimo futuro) dal centrosinistra, in cui si dichiarava, insieme alla destra, scontento e disprezzo per ciò che avviene comunque, alla Rai, le cose fatte, quelle non fatte, l’Isola dei famosi e i telegiornali, le presenze di lungo corso e i nuovi arrivi, il tutto unito da una euforia distruttiva sorprendente, visto che tutti quei pezzi di politica rappresentati in Senato, tutti, hanno il loro pezzo di rappresentanza dentro la Rai (vedi la sgridata del leader Fini al libero giornalista Mazza).
Come vedete da queste righe, in tanti sono caduti nella trappola del finto dibattito in cui ciascuno ha posizionato battaglioni o pattuglie intorno alle fragili mura della Rai per dire: se si tratta di fare peggio di come si è fatto finora (ovvero pesare il più possibile con la forza dei partiti dentro il servizio pubblico) noi siamo qui e siamo pronti. E nessuno si sogni di ignorare neppure coloro che rappresentano quasi niente per cento del voto popolare o di trascurare qualcuno dei nuovi venuti dalle frantumazioni sulla destra del centrodestra e sulla destra del centrosinistra.
La scena è confusa? Sì è confusa. Lo è al punto che chi sta in quell’Aula, se non ha partecipato al progetto dei trucchi, degli effetti speciali, delle frasi scritte a rovescio - che si leggono solo nello specchio di qualche ricatto di potere - non capisce niente neppure dall’Aula.
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Che cosa sto cercando di fare ad uso dei lettori, nel mio piccolo? Ho raccolto i frammenti della più brutta discussione mai avvenuta nella mia esperienza in Parlamento (brutta nel senso di cieca, inutile, senza politica) prima che passassero le donne delle pulizie.
Ma devo far precedere l’inventario da un paio di precisazioni.
Una è che quel dibattito, anche se fosse stato di buon livello e senza segnali di frantumazione a destra della maggioranza, non solo non era necessario o dovuto ma era del tutto inutile. Si trattava di un capriccio della opposizione che intendeva mettere sotto accusa una decisione (la rimozione del Prof. Petroni, la nomina di Fabiano Fabiani nel Consiglio di Amministrazione Rai) che era un fatto compiuto, dovuto, legale, non discutibile dal punto di vista giuridico perché compiuto all’interno di una legittima (e dovuta) responsabilità. Il ministro ha deciso ché poteva e doveva decidere. La decisione è apparsa subito ovviamente normale (un competente nominato in un’area di competenza) tanto che persino gli oppositori più aspri hanno dedicato minuti a spiegare che non discutevano la persona. E solo il senatore avvocato Schifani ha portato in Aula un articolo del Corriere della Sera del marzo 2005 per citare un inciso in cui Fabiani - che nella sua vita non ha mai rilasciato interviste - veniva indicato dall’articolista come “simpatizzante” di Prodi, cosa che - secondo il sen. avv. Schifani - dovrebbe squalificare chiunque.
Il dibattito, o voto in una Camera del Parlamento era dunque non solo pretestuoso (la decisione era competenza esclusiva del ministro dell’Economia che ha la responsabilità di far funzionare tecnicamente un ente di cui lo Stato è azionista di riferimento). Ma quello stesso ministro non ha alcuna competenza o responsabilità per discutere di programmi o di organigrammi della Rai. Il fatto è che - voto o non voto - quel dibattito non poteva avere alcuno sbocco né giuridico né politico. E infatti ha prodotto soltanto caos.
Ma - seconda precisazione - il caos è il grande, continuo contributo politico della Casa delle Libertà. Lo era anche al tempo del loro governo, irrazionale e improduttivo (salvo le convenienze personali del proprietario Berlusconi). Ma era, almeno, festoso perché continuamente celebrato da uno schieramento di giornalisti pensatori, da Vespa a Socci e di autorevoli opinionisti, da Panebianco a Galli della Loggia. In quella festa si perdeva almeno il senso del lutto per il crollo della politica che adesso invece attanaglia il Paese. Perché se è vero che nessuno più parla al Paese per mentire, come Berlusconi, nessuno parla al Paese, comunque: niente spiegazioni, niente indicazioni di percorso, e - al posto delle bugie - niente ragioni per volere o fare insieme qualcosa. O almeno per sostenerla. Solo uno strano silenzio che isola e allarma. E spinge, a volte, come si sta constatando, a sentimenti vendicativi.
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Quanto ai reperti di quel brutto giorno al Senato, può essere utile citarne qualcuno, ricordando che la discussione, voluta dall’opposizione, intendeva contrastare e svilire solo la nomina del consigliere Fabiani. Ecco parte del testo di una risoluzione:
«Noi impegniamo il governo a determinare l’immediato azzeramento e il conseguente rinnovo del Consiglio di amministrazione Rai. Ad adottare tutte le iniziative urgenti e necessarie per evitare che si possa procedere a nuove nomine. A mettere in campo le iniziative necessarie a consentire che tutte le nomine già approvate siano “rivisitate” dopo l’approvazione del piano industriale». È il testo delle cose dette dalla Casa delle Libertà in cerca di tanto meglio-tanto peggio, desiderosa di oblio per l’immenso danno realizzato dentro la Rai dal gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi, che con una mano colonizzava la Rai e con l’altra triplicava il valore di Mediaset? No. Su tutta questa parte della questione Rai non una parola. Sul fatto che la Rai è un frammento teleguidato dalla famosa legge Gasparri-Berlusconi che consente controllo totale dei media e della pubblicità non una parola. Il testo parzialmente citato che - come Grillo - vuole “mandare tutti a casa”, ma, a differenza di Grillo, è un “tutti” meno le leggi e gli interessi di Berlusconi, è di due di noi, due importanti senatori dell’Unione, Manzione e Bordon.
Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: «La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... ». Ma l’assemblea, riunita giovedì 20 settembre a Palazzo Madama, era il Senato della Repubblica, in cui la maggioranza di centrosinistra che sostiene il governo (e quell’unico ministro in Aula che si è preso, pensate, la sfacciata responsabilità di nominare Fabiano Fabiani nel Consiglio di amministrazione della Rai) doveva tener testa alla spallata della destra che sventolava carte per dimostrare che Fabiani non era post fascista, non era leghista, non era nel libro paga di Berlusconi e dunque era indegno di accostarsi alla Rai? O era un convegno fra tanti - solo meno colto e più caotico - su “Ombre e luci del servizio pubblico radiotelevisivo”?
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Ma noi, la maggioranza che avrebbe il dovere politico di respingere l’attacco pretestuoso della Casa delle Libertà con un grande “Amarcord” di ciò che è stata quell’azienda in tempi di programmazioni Rai organizzate in modo da non disturbare i buoni programmi (e la buona pubblicità) di Mediaset, ai tempi dei licenziamenti di regime, ai tempi dei telegiornali taroccati per non far sentire agli italiani le gaffe di Berlusconi che intanto facevano il giro del mondo, ha scelto invece di unirsi agli avversari per attaccare da ogni lato il Titanic già un po’ inclinato della televisione pubblica, senza sostare un momento a pensare al regalo immenso che, ancora una volta, il Parlamento italiano stava facendo a Mediaset.
Che poi la situazione, grazie anche alle tipiche maniere del ceto berlusconiano, ai discorsi stentorei di Schifani (che esige dai suoi di essere applaudito, come Petrolini, ogni 5-6 secondi, qualunque cosa dica, il segnale lo dà quando alza la voce e subito fior di professori, avvocati, giudici in aspettativa e futuri imprenditori fanno crepitare gli applausi) agli scherzetti del Hobbit-gigante Calderoli, l’uomo dei maiali da lanciare contro gli islamici, alla vendetta personale di Storace che non perdona così poco fascismo nelle fila dei sui ex amici di pestaggi giovanili e poi di cariche istituzionali, sia precipitata nel caos, è stata una cosa buona, anzi l’unica cosa buona della giornata, saggio colpo di mano, all’ultimo istante, della senatrice Finocchiaro. L’Unione ha potuto ritirare il suo brutto testo privo di luce politica l’opposizione ha perso la sua modesta occasione causa vendetta privata di uno di loro. I due senatori distaccati Manzione e Bordon si sono persino visti votati da quasi tutta l’Aula un paio di paragrafi altrettanto privi di senso politico quanto il testo dell’Unione. Nessuno ha discusso della libertà dei mezzi di informazione ancora profondamente feriti e intimiditi da Berlusconi. E la conclusione triste, lettori, è che nessuno è stato peggiore dell’altro. Quella gara, quel giorno, non si poteva vincere.

Sono convinta che i movimenti degli anni 2003-2004 abbiano fallito perché hanno rinunciato ad occuparsi della riforma della politica. Il primo grido di Moretti: “con questi non vinceremo mai!”, indicava proprio l’imprescindibile necessità di un ricambio totale della dirigenza politica; grido quanto mai azzeccato, perché quella classe dirigente ci ha portato ad un vittoria che tale non è (vincere per NON governare?), e soprattutto ci sta portando – con il suo pervicace reiterare gli stessi errori – verso una deriva di cui non conosciamo gli esiti, ma possiamo prevederli non belli.
Ma i movimenti, che su quel grido sono nati, hanno poi rinunciato a rivendicarlo coerentemente e costantemente, e si sono avvitati più sui contenuti della politica, che sulla forma. Hanno cioè rinunciato ad occuparsi della riforma della politica e di una rifondazione morale della stessa. Si sono occupati di temi certamente nobili – il pacifismo per esempio - ma che di per sé schiacciavano il movimento su quei partiti che questi temi avevano fatto propri; col risultato che i movimenti della società civile si sono appiattiti sulla richiesta di “più sinistra” nelle scelte politiche, e hanno finito per accontentarsi di inserire qualche bel nome nelle liste elettorali, convinti che questo sarebbe bastato a “purificare” la politica.
A quei tempi pensavo – e lo penso ancora – che i movimenti avrebbero dovuto essere moderati nei contenuti e radicali nelle forme: chiedere le primarie per scegliere i candidati (allora si votava ancora con il sistema maggioritario), chiedere trasparenza nei percorsi decisionali, chiedere soprattutto che il gruppo dirigente rispondesse delle sue scelte con assunzioni di responsabilità. Poiché non è lo spostarsi di un asse un po’ più al centro o a sinistra che avrebbe potuto dare risposta alla separatezza fra società politica e società civile, né avrebbe potuto ricostruire la politica su solide basi morali.
Pare invece che i temi che quei movimenti hanno eluso, preferendo esercitarsi con cavillosità politiciste su quale partito potesse più o meno rappresentarli, tornino adesso, protagonisti del V-day di Grillo. Vorrei lasciare da parte le mie opinioni sul comico: quello che mi ha intrigato è il ritorno a concetti di cui si discuteva nei primi tempi del movimenti, poi messi da parte tranne che da pochi ostinati, fra i quali mi conto. In fondo i tre punti delle proposta di legge di Grillo (lasciamo perdere se, dal punto di vista puramente giuridico sono o meno corretti: sappiamo tutti benissimo che qualsiasi proposta di legge di iniziativa popolare ha zero probabilità di arrivare in aula) pongono
la necessità di un ricambio della classe politica - vincolo dei due mandati e scelta diretta dei candidati - e di una responsabilità della stessa: elemento che c’è sia nel primo punto (divieto di candidare condannati) sia nel terzo(scelta dei candidati: si suppone che il candidato scelto da me, una volta eletto, a me debba rispondere delle sue scelte).
Se queste esigenze escono prepotentemente ora, è forse perché il movimento di Grillo è formato per lo più da giovani. Il ceto medio riflessivo, come lo chiamò con felice espressione Ginsborg, aveva in fondo molto da perdere: buone carriere, buoni stipendi… troppo per non accontentarsi di quello che i partiti potevano dare – un posto in lista, un richiamo alla società civile nei documenti, cose così. I giovani non hanno quasi mai nulla da perdere perché non hanno ancora accumulato nulla; questa generazione meno ancora, cosa potrebbe perdere, un posto da precario? Per questo ho l’impressione, forse sbagliata, che dietro Grillo si sia in realtà scatenata una generazione che dà battaglia perché non ne può più di fare anticamera e vuole prendere il potere; sono giovani che si reputano (e per lo più sono) più colti e più preparati della attuale classe dirigente, sono più europei, sanno di avere più conoscenze e più agilità con le nuove tecnologie: semplicemente vogliono prenderne il posto.
Cosa che ritengo più che legittima. Vedremo se ne saranno capaci. E’ inutile dire che le mie simpatie vanno tutte a loro.


Il Partito Democratico ha un Padre Nobile: CIRIACO DE MITA.
Sarà Lui il Responsabile della Formazione dei Giovani Dirigenti del Partito.
Prima ancora di diventare segretario, Veltroni gli ha conferito questo incarico, nel disperato tentativo di convincerlo a non candidarsi alla guida del Partito in Campania, dove il Padre Nobile (che fino a pochi mesi fa era contrario al progetto del Partito Democratico) regna ancora.
I Giovani Democratici sono in buone mani. Il Miglior Maestro su piazza, con il suo italiano fluente, li erudirà nell’arte di fare politica convivendo con la camorra, di occupare le istituzioni con logica da clan, di fidelizzare elettori distribuendo favori, di elevare il benessere delle clientele mettendo a frutto terremoti e altre calamità naturali e conseguenti finanziamenti a pioggia.
I compagni post-diessini digeriranno anche questa, in nome dell’Idea.
Propongo a chi è bravo in grafica di farne un volantino, da diffondere fino al 14 ottobre incluso, il giorno delle primarie.
Inviatemi una bozza.http://www.pieroricca.org/
Non è un sindacalista, è Marchionne
Sergio Marchionne, che è un innovatore, ha fatto bene a parlare di responsabilità sociale dell’impresa e di capitalismo europeo al convegno di una rivista economica che raccoglie da anni la lezione di Romano Prodi e della sua scuola accademica: L’Industria. Perché - anche se la grande stampa ha inteso il suo discorso, come una sorta di rafforzamento delle ragioni renane tipiche della cultura di Prodi - Marchionne ha spiegato che la novità del ventunesimo secolo è rappresentata dal fatto che non esista un antinomia di struttura economica tra capitalismo anglosassone e capitalismo renano. Fatta la globalizzazione, cioè la integrazione dei mercati alla scala del mondo intero, capitalismo renano - il socialismo, che per molti versi gli somiglia - e capitalismo anglosassone appaiono tutti e tre per quello che sono: ordinamenti sociali fondati su culture e valori, competitivi e contraddittori tra loro. Il mercato, invece, meglio sarebbe dire la competizione, è solo un regime economico. Questo regime domina ormai il mondo, quale che sia l’ordinamento culturale che disciplina la struttura sociale delle molte nazioni che lo compongono. La capacità dell’impresa, comunque essa disponga le proprie strutture in un mondo dove la connessione attraversa i perimetri nazionali e la contiguità vale sempre meno, sta nel cavalcare l’onda positiva dei valori in cui essa è nata ma nel rispettare, contemporaneamente, la tagliola, il vincolo, del regime di competizione che il mercato globale le impone. Ma questo è proprio il contrario di quello che i teorici del capitalismo renano, tra i quali si colloca certamente Romano Prodi, hanno sempre predicato. E cioè: rispondere ai bisogni degli stakeholders (i cittadini, le istituzioni locali, i sindacati) è opzione migliore di quella che aderire ai grevi interessi degli shareholders, gli azionisti. Mentre, simmetricamente, dicono la medesima cosa i fan del capitalismo americano, stile Alesina & Giavazzi, che confondono il liberismo con il pensiero liberale, essendo attenti solo al regime economico, la competizione, e non agli ordinamenti sociali ed ai valori della cultura che li sostiene.
Una società liberale deve difendere chi è colpito dal cambiamento, dice Marchionne. E, se la società ne è capace, utilizza una forma democratica di Stato per farlo, senza creare inutili rigidità nelle relazioni tra gli individui coinvolti dal cambiamento. Ed è proprio vero. Perché una società liberale vive solo se cambia senza troppe frizioni, rapidamente almeno quanto impone il regime diffuso della competizione: che è una garanzia di efficienza e, dunque, di giustizia sociale. In una società efficiente, il secchio che porta l’acqua dai ricchi ai poveri non ha troppi buchi. Libertà, efficienza e giustizia sociale si tengono quindi tra loro, e tutte e tre assicurano la crescita e l’espansione del benessere, se la società crea istituzioni capaci di sostenere i deboli nella difficile traversata verso i nuovi equilibri. Crediamo sia questa la interpretazione autentica del pensiero di Marchionne. Anche perché il suo ragionamento sanziona la burocrazia che «non fa che alimentare se stessa» e premia chi sappia andare «altrove perché sceglie di correre due volte più veloce (Carroll)» come riesce a fare «una azienda libera in un mercato aperto». Singolare parallelo, questo, con gli effetti dell’euro sulla struttura economica italiana. Le imprese, libere di trasformarsi, hanno usato la forza dell’euro per ridurre il costo dei propri consumi energetici e reinventarsi una produzione competitiva sui mercati del mondo. Ma quella medesima forza palingenetica dell’euro è stata sterile verso la burocrazia: che produce scuola, sanità, uffici del collocamento e cassa integrazione. Dilatando, come effetto finale, il debito pubblico. Un complicato sistema, che si dice figlio ed erede della cultura renana, ma è solo un’isola autarchica, estranea, per definizione, al regime della competizione. Marchionne sembra rubare la scena ai leader sindacali con le sue opinioni. Ma, invece e paradossalmente, sono i leader sindacali che avrebbero dovuto dire le cose che oggi ha detto Marchionne. Mentre il governo, quale che sia il suo leader, dovrebbe garantirci un turnaround delle strutture dello Stato almeno della medesima qualità di quello che ha realizzato Marchionne alla Fiat.
Massimo Lo Cicero http://www.ilriformista.it//documenti/testofree.aspx?id_doc=94011
Partecipazione, V-day, destra e sinistra
Non scorderò mai una pellicola importante di Sidney Lumet, Quinto potere. Il protagonista Peter Finch, invitava gli spettatori ad andare alla finestra e gridare: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più". E poi? Mi ricorda Grillo. Come con Lumet anche con Grillo, finora, siamo appena alla funzione catartica.
Con Francesco Auricchio e Giulio Raffi, con risposta mia
Francesco Auricchio: Dando un'occhiata al suo blog, agli argomenti trattati ed alla partecipazione attiva degli utenti, ed alle "primarie dei cittadini", consegnate dal comico a Prodi nel 2006, vorrei chiederti: non credi che Grillo possa non essere il pifferaio magico di turno ma piuttosto qualcuno che un pezzetto di democrazia partecipativa sta tentando di costruirlo realmente?
Giulio Raffi: Vedi Carotenuto, la lettura dei tuoi commenti sul fenomeno Grillo mi porta fare una serie di considerazioni sulla tua visione della realtà italiana. La prima, come altri a sinistra non hai colto l'evoluzione che hanno subito i movimenti, diciamo di massa, in questo ultimo scorcio di tempo specie con l'avvento della rete e con il graduale ritirarsi della politica ufficiale nel mezzo televisivo, rimasto, per lo più strumento di raccolta del consenso della grande massa, quella si, per la maggioranza, ammaestrata al qualunquismo. Si sono formate così due distinte italie che per ora non si compenetrano. L'una ormai disinibita e antagonista l'altra dormiente e inattiva. Grillo ha saputo interpretare bene l'umore della prima. Tutto qui. Altra tua caratteristica è continare a dividere le opinioni tr destra e sinistra. Non che questo non sia iusto in linea teorica ma non pensi che in questa fase di confusione ideologica continuare ad applicare queste categorie non aggiunga altra confusione? Quindi per favore continua a svolgere con l'apprezzabile solerzia e competenza l'ottimo, insostituibile lavoro di vigilanza sull'informazione sul mondo in fermento della tua america latina ed usa una maggiore prudenza di giudizio sui fatti di questa povera Italia in declino.
Gennaro Carotenuto: L'opinione di Giulio è abbastanza esemplificativa di quello che mi preoccupa del grillismo: "siccome esprimi perplessità su Grillo, restatene in America Latina". Che è la stessa becera risposta data ad un immigrato che pone questioni sul tappeto, come per esempio volere una moschea in un paese dove c'è libertà di culto: se non ti sta bene tornatene a casa tua.
Non ne voglio ovviamente fare una questione personale, anche se mi risulta interessante quell'invito rivolto ad un cittadino italiano residente in Italia a non impicciarsi di cose italiane. Entro nel merito.
1) Non sono convinto che chi segue Grillo sia l'Italia antagonista. E' ben facile essere contro la corruzione dei politici. Lo siamo tutti, in tutti i bar d'Italia. Ma è tutta qui l'Italia che s'è desta?
2) Non solo continuo ad usare le categorie di destra e sinistra ma le rivendico come fondamentali per la comprensione della realtà che ci circonda. Lo spiego sul caso Grillo. Questo è contro la precarietà, che mi risulta sia un'idea meravigliosa solo per Oscar Giannino e Francesco Giavazzi. Per gli altri è una dura necessità. Ma si può essere contro la precarietà senza mettere in discussione il modello economico? Secondo me, no.
Grillo è rigorosamente bipartisan e questo impedisce alla sua denuncia, nel merito pienamente condivisibile, di passare alla proposta. La proposta di sinistra è uscire dal modello economico neoliberale. La proposta di destra sulla precarietà... non c'è.
Se sei bipartisan e berci contro il sistema, come fa Grillo, ti iscrivi a quel ribellismo di centro della Lega costola della sinistra (poi abbiamo visto cos'era) buono per tutte le stagioni dal quale viene in genere poco di buono. O credete che la precarietà l'ha davvero inventata Marco Biagi e una volta abrogata la legge omonima sparirebbe?
Riguardo il pifferaio, io non affermo che il pifferaio sia Grillo. Ma proprio nella scelta di un modello partecipativo si capirà dove si vuole andare a parare. Fin'ora io ho visto un modello di spettacolo nel quale vengano esaltati i (giusti) malumori del pubblico.
Non scorderò mai una pellicola importante di Sidney Lumet, Quinto potere. Il protagonista Peter Finch, invitava gli spettatori ad andare alla finestra e gridare: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più". E poi? Mi ricorda Grillo. Come con Lumet anche con Grillo, finora, siamo appena alla funzione catartica. E temo che le proposte non si facciano proprio per evitare di discernere. Tra destra e sinistra.http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/partecipazione-v-day-destra-e-sinistra-1338.asp
Terroristi in bagno
Non soffro di paura di volare: è la paura degli aeroporti che mi blocca. Può succedere di tutto, in un aeroporto: si può essere fermata dalla Tsa, dalla Dea, oppure coma abbiamo appena appreso col caso di Larry Craig, dalla buoncostume. Sono arrivata al punto di cominciare a sviluppare fobie aggiuntive: ai Cinnabon, agli Sbarros, e più recentemente ai gabinetti degli aeroporti.
Non so se le lesbiche adeschino nei gabinetti delle donne negli aeroporti. A giudicare dalle mie amiche lesbiche, pare che non adeschino proprio. Si innamorano, vanno a vivere insieme, e iniziano a dedicarsi ai lavori di casa. Ma se per caso incrociano nei gabinetti degli aeroporti, come fanno certi senatori Usa, che tecniche di segnalazione usano? Potrei averle utilizzate inavvertitamente anch'io?
Perché, diciamocelo, quanti di noi sapevano che un modo per adescare un maschio nel gabinetto accanto era di battere il piede e strisciare la mano sul pavimento? Solo tre giorni fa, al DFW (aeroporto Dallas/Fort Worth, per chi non vola di frequente), stavo nel gabinetto delle donne impegnata nel ben noto gesto per azionare i rubinetti automatici: agitare freneticamente le palme delle mani sotto il rubinetto, sperando di attivare il sensore. Poi, un attimo prima di gridare “ma perché non ce li lasciano girare da noi, questi dannati rubinetti?” ho capito che agitare le mani poteva essere un segnale, e che la signora al lavandino di fianco poteva essere un funzionario di polizia. Ho rapidamente abbandonato ogni tentativo di lavarmi.
Una volta – lo ammetto con qualche trepidazione – ho anche consapevolmente comunicato con qualcuno nel gabinetto accanto. Ho detto: “Può passarmi un po' di carta igienica?” Poi ho messo la mano sotto il pannello divisorio per raccogliere la carta che mi veniva offerta. Solo adesso capisco che sarebbe stato più saggio andarsene dal gabinetto senza pulirsi, perché una mano che si infila nel gabinetto accanto è di sicuro un segnale del tipo di quelli di Craig.
Negli ultimi sei anni, dall'11 settembre a oggi, la mia principale preoccupazione da aeroporto era che avrei potuto sembrare o comportarmi da terrorista. Niente orecchini pendenti o rossetto scuro, era la mia regola, anche se non avevo nessuna prova concreta che le donne terroriste li prediligessero. Nessuna occhiata ansiosa al personale in uniforme. Mai leggere Armi e Munizioni ; invece portarsi sempre Cento Cose e La Vita di Martha Stewart . Nessuna scenata quando la Tsa mi ha confiscato l'ombretto. Ma ora vedo che i miei sforzi per assomigliare meno a una terrorista potrebbero avermi fatto assomigliare di più, il cielo non voglia, a una lesbica.
In mancanza di prove non divulgate, secondo cui gli assassini dell'11 settembre erano omosessuali wahabiti chiusi in un gabinetto, ci si potrebbe chiedere, come faccio io, perché mai – con il “livello di rischio” pericolosamente sull'arancione –i tutori della legge vengano schierati a scoprire persone dalla sessualità alternativa. Larry Craig è stato fermato da un uomo a quanto pare destinato a trascorrere l'intera giornata sulla tazza, a cercare dita vaganti. É possibile che l'uomo abbia problemi intestinali che rendono necessario questo posizionamento. Ma, controllo dello sfintere permettendo, non avrebbe potuto essere più utilmente impiegato, diciamo, a discutere coi passeggeri sulla loro eventuale volontà di farsi saltare in aria per guadagnare dei punti teologici?
É quello che fanno a El Al, la compagnia israeliana, che si ritiene abbia i livelli di sicurezza più alti del mondo. Lì gli incaricati senza dubbio si prendono delle pause al gabinetto, ma passano anche parecchio tempo in piedi, a parlare coi potenziali passeggeri: Perché viaggia? Chi va a trovare? Perché non ha delle guide turistiche? A El Al non ci si fida solo di queste conversazioni, naturalmente. Hanno anche confiscato il mio sacchetto di noccioline, anche se non saprei quale devastazione avrei potuto provocare, con quelle.
La giustificazione ufficiale per le misure di sicurezza che hanno reso tanto spaventoso volare, è che ci proteggono, mantenendoci liberi. Ma mi sentirei molto più protetta, e moltissimo più libera, se non dovessi preoccuparmi di apparire per caso omosessuale. Mi sentire più libera, se sapessi che non conta, dal punto di vista del viaggiare, se sono omo o etero. Se le lesbiche vogliono incrociare per i gabinetti delle signore sperando in una sveltina, cosa che dubito parecchio facciano, e se a una capitasse di beccare me, cosa ancora più improbabile, potrei sempre dire, “Ah, beh, proprio adesso no: devo prendere un aereo”.
Per il tizio che involontariamente ha reso nota la presenza della polizia sessuale nei gabinetti degli aeroporti: spero che Larry Craig ritorni, e si riveli. Ciò comporterà senza dubbio rinunciare piangendo in pubblico alla propria omofobia del passato, all'appartenenza all'associazione dei Repubblicani della Capanna di Tronchi. Ma incontrerà un sacco di ragazzi, e alla fin fine sarà molto più semplice, non dover fingere di dover fare due gocce ogni volta che si vuole un po' d'amore.
Nota: il testo originale di questo articolo anche sul mio sito Mall_int, sezione Society (f.b.)
di Barbara Ehrenreich - da the Nation
Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini
AL SERVIZIO DI MADRE TERESA: MEMORIE DI UN VOLONTARIO RIBELLE
DI MICHAEL DICKINSON
Counterpunch
Se due celebrità muoiono a pochi giorni di distanza, è inevitabile che i media riservino una maggiore attenzione ad una piuttosto che all’altra. Nella stessa settimana, di dieci anni fa, morivano due donne molto famose: una principessa ed una suora.
L’attenzione dei media sulla morte di Madre Teresa di Calcutta è stata sicuramente grandissima. Tuttavia, sarebbe stata persino più grande se la stampa non si fosse freneticamente gettata poi sull’improvviso shock destato dalla morte della Principessa del Galles a causa di un incidente stradale. La morte di Madre Teresa è stata pertanto sminuita da quella di Lady Diana.
Il tempo cambia la prospettiva delle cose, in particolare una ricorrenza e, adesso, con gli occhi senza lacrime, le prime pagine del Time mostrano non più il delizioso volto di Lady D. bensì il viso rugoso di Madre Teresa. Perché?
Un nuovo libro, in uscita questa settimana, Mother Teresa: Come Be My Light (Doubleday), contiene alcune lettere private della candidata Santa, secondo cui ella avrebbe trascorso gli ultimi giorni della sua vita spirituale nell’oscurità, dubitando sull’esistenza del Paradiso e di Dio.
Nel 1979, verso i tent’anni, ho fatto un viaggio da Londra a Calcutta per lavorare come volontario dell’organizzazione fondata da Madre Teresa, le Missionarie della Carità. Ho lavorato con i confratelli dell’ordine presso le loro strutture di Nabo Jibon, nell’area di Howrah. Sono stato lì alcuni mesi e, in quell’occasione, ho perso le ultime vestigia di qualunque fede avessi mai riposto nella Chiesa Cattolica.
Di seguito, alcune righe tratte dal mio diario durante quei giorni:
Madre Teresa ha vinto il Premio Nobel per la Pace! “Per il suo impegno nella battaglia contro la povertà e la sofferenza, minacce anch’esse per la pace nel mondo”. Dinanzi ad un simile riconoscimento, lei ha semplicemente risposto: “Non ne sono degna”. Cosa che ha destato il nostro unanime piacere, poiché ciò vuol dire che più persone si renderanno maggiormente conto della sua opera e del suo valore.
Ai fratelli è stata concessa una vacanza speciale per raggiungerla e potersi congratulare. Abbiamo lasciato Padre Vinander ed un altro paio di fratelli più anziani a guardia del forte, per così dire, e ci siamo recati alla Casa Madre in Lower Circular Road, a bordo di una vecchia ambulanza e intonando gioiosamente alcuni vecchi canti tra i nostri preferiti quali "He's got the Whole World in his Hands", "Michael Row the Boat Ashore" e "My Bonny Lies over the Ocean" .
Al nostro arrivo, troviamo alcuni giornalisti che intervistano Madre Teresa. Abbiamo pertanto dovuto aspettare un po’. La porta del suo ufficio è aperta e possiamo osservare la sua figura, nell’abito blu e bianco, seduta alla scrivania. Il sari cattura la luce e risplende nell’oscurità.
Una Sorella si sporge lievemente per dirle che i Fratelli sono arrivati. L’intervista viene interrotta e lei esce dalla stanza.
Appare talmente piccola ed esile, che potrebbe stare in una mano ed entrare in una tasca. Le rughe del volto sono ancora più accentuate dalla sua espressione. E’ felice di vederci. Dopo qualche parola amichevole in indi, ritorna dai giornalisti.
Malgrado i pochissimi minuti trascorsi insieme, e seppure non si sia personalmente rivolta a me, avverto ancora in modo molto forte la sua presenza. Dopotutto, lei è la ragione per la quale sono qui.
Ci svegliamo all’alba, acqua fredda per sciacquarci il viso. Ci incamminiamo verso la cappella per i canti e le preghiere, mentre il sole che si leva colora di rosa le pareti bianche.
La colazione è per le 6,30: ceci al curry, pane bianco tostato the e latte. Bene! E’ ora di mettersi all’opera! Ad ognuno viene assegnato un compito. I miei sono ormai una routine. Potrei elencarli tranquillamente uno per uno.
Scendiamo le scale a piedi nudi e indossiamo le infradito di gomma. Alcuni fratelli indossano la mascherina da chirurgo (io la mia l’ho tolta dopo un paio di giorni… poco uso e mi impediva di sentire gli odori!). John non usa né le scarpe né la mascherina ed è la persona con cui divido il primo compito (raccogliere le bottiglie e le padelle di plastica che abbiamo utilizzato durante la notte. Qualche volta il contenuto si è rovesciato sul pavimento). Successivamente, dopo una rassettata veloce, svuotiamo i contenitori, li disinfettiamo e li mettiamo ad asciugare.
Dopodiché iniziamo con le latrine vere e proprie. Circa sette, in cunicoli senza porta. Escrementi e rifiuti di ogni forma e consistenza devono essere levati. Si passa poi a lavare e pulire con estrema accuratezza. E’ aberrante, ma qualcuno deve pur farlo e John ed io abbiamo dato la nostra disponibilità come volontari anche per i lavori più duri. Dopo avere pulito il pavimento, usciamo e gettiamo i contenuti nel canalino situato all’esterno che conduce al serbatoio sterilizzato all’altra estremità del giardino.
Il lavoro successivo consiste nel lavare i pazienti, lavoro da espletare nella stanza umida e buia attigua alle latrine. Arrivano a gruppi di tre o quattro, nudi. Si insaponano il corpo solitamente deperito, mentre noi li sciacquiamo con il tubo o li bagniamo con getti di acqua fredda. Portiamo avanti e indietro i più anziani che si accucciano sul pavimento a causa delle abluzioni. Alcuni uomini non ce la fanno a lavarsi da soli la schiena o i piedi ed hanno bisogno di una mano. Ma la maggior parte ci riesce e lo fa senza un lamento.
Sopportano qualsiasi cosa, non importa quanto fastidiosa. Dopo essersi lavati, per esempio, chiedono di radersi ma non ci fidiamo a farglielo fare da soli. Sono pertanto il barbiere incaricato per chi lo desideri, ma l’unico rasoio disponibile è un vecchio Permatic, con la lama spuntata. Mi scuso per i tagli causati. Ma essi, con un silenzio stoico, si prendono tutto o continuano tranquillamente a conversare con i propri vicini.
“Paziente” è il termine giusto? Sebbene questo non sia propriamente un ospedale, si, credo di poterli chiamare pazienti. Fratello Zachary, il padre un po’ più severo incaricato dei lavori della mattina, mi ha rimproverato un paio di volte per aver dato abiti puliti troppo spesso. Dice che li sporcano apposta e che devo distribuire un abito pulito a persona ogni settimana. Ma i pazienti molto spesso sanno come prendermi e, dopo una rapida occhiata per controllare se Padre Zachary è in giro, glielo do.
Il giovedì è il giorno della lavanderia. Dei calderoni enormi vengono riposti nel cortile e riempiti di acqua calda presa da una sorta di boiler scaldato a legna. Gli abiti sporchi vengono fatti bollire, mescolati e messi ad asciugare.
La maggior parte dei pazienti qui sono mutilati, claudicanti, paralizzati o malati di TBC in fase avanzata. Questo, per loro, è semplicemente un luogo dove morire con un po’ più di dignità , più di quanta ne avrebbero per strada. Il nome dell’istituto, “Istituto per i malati ed i bisognosi moribondi” , certo, non è di buon auspicio.
Il mio primo giorno qui ho visto un uomo morire. Barcollava, era nudo e stava camminando dal bagno alla veranda dove stavo spazzando. Il suo corpo scarno, gli occhi incavati, rivolti al cielo, bianchi denti in fuori, rigidamente stretti in una smorfia. Si capiva che sarebbe morto di lì a poco. Persino Padre Zachary era lì, inerme, incapace di qualunque gesto, a guardare quell’essere pronto ad andarsene.
Sembra così facile e semplice morire per lui, la sua anima sembra uscirgli dagli occhi e volare via, libera finalmente da quell’esistenza miserabile e dolorosa. Sono sorpreso del mio sangue freddo mentre aiuto a trasportare il corpo nel giardino per la sepoltura. Non è più una persona, sembra più una crisalide abbandonata.
Un’altra mansione che – piuttosto riluttante – mi tocca svolgere su richiesta è la pulizia delle orecchie. Un batuffolo di cotone viene avvolto intorno ad un cerino e poi introdotto nell’orecchio, passato tutt’intorno per togliere il cerume. Il paziente si mette seduto e pazientemente aspetta mentre io svolgo il mio compito, talvolta con grande trepidazioni al ritmo di qualche urlo se spingo troppo forte. Altre volte, la vittima di turno preferisce finire il lavoro per me.
Altri tipi di lavori mi girano intorno (bendatura delle ferite, iniezioni, consulenze mediche), ma sono ben felice con le mansioni assegnatemi, le quali culminano nell’evacuazione dai cortili di tutti i pazienti, il lavaggio dei pavimenti con acqua e disinfettante, mentre la radio trasmette musica pop Indiana.
Dietro il crocifisso sull’altare vive un geco. Esce fuori durante le preghiere della mattina, attratto forse dal ritmo dei canti di noi fratelli e, allegramente, va per il muro banchettando a base della moltitudine di zanzare che trova sulla via. Ormai, non vi è mattina che si dimentichi di fare la sua apparizione ed è diventato il mio centro di attrazione segreto durante le letture dei salmi. Considero la lucertola la mia creatura di Cristo vendicatrice, colei che offre un giusto Giorno del Giudizio alle nostre nemiche zanzare.
Chissà se c’è qualcun altro che osserva il processo che clandestinamente sta avendo luogo sul muro? Probabilmente no. Sarebbe imbarazzante chiederlo, si capirebbe che non sono attento come dovrei – la Messa, questo automatismo prosaico fatto di domande/risposte, invocazioni, imparati dai ragazzi, molti dei quali nemmeno conoscono il significato delle parole che la loro bocca pronuncia in quella sorta di cantilena… Le sei del mattino, per amor di Dio!
Cosa ci faccio qui? In ginocchio, nella cappella di una casa di cura a Calcutta, osservando un rettile su un muro... Sono un disadattato, girono dopo giorno sempre più cosciente della cosa.
Un uomo che sembra “ustionato” giace su un materasso coperto di plastica nella veranda del giardino. La sua pelle è nera, completamente priva di peli. Le ciglia sono lì lì per cadere. Di tanto in tanto lo giro, poiché non va bene che resti sempre nella stessa posizione. La pelle viene via e mi resta sulle dita. Non è conscio, ma è in uno stato delirante. Pare che le sue condizioni siano dovute ad alcune medicine prescritte dall’ospedale. Una sorta di reazione allergica, senza antidoto.
Una raffica di attività ieri in cortile. I cancelli di ferro si aprono per far entrare un risciò che trasporta un fratello ed un bambino magrissimo, sudicio, con i capelli talmente lunghi al punto che non si riesce a distinguere se si tratta di un maschio o una femmina. Sicuramente la prima opzione, visto che le donne non sono ammesse all’istituto. Mi chiedo quale sia il problema, mentre osservo la creaturina sulla barella che viene trasportata dentro.
La mia domanda trova risposta la mattina successiva quando mi viene assegnato il compito di somministrargli una supposta nell’ano, infestato da malattie veneree.
E’ stato trovato a Howrah Station, insieme ad altri bambini, che, se solo hanno la disgrazia di essere un po’ più graziosi, subiscono abusi da parte di vagabondi che si sono accasati da quelle parti. Sembra grave, e spero vivamente che la glicerina di antibiotico che gli sto somministrando possa servire a qualcosa.
Mi preparo a conoscere i pazienti. Uno è l’immagine esatta dell’uomo-cane del Tempio d’oro di Amritsar. Le stesse sopracciglia unite su uno sguardo fiero. La stessa identica espressione su una dentatura ben pronunciata. Solo, il ragazzo è completamente nudo. Non capisce l’utilità dei vestiti e non ne indossa. Preferisce andarsene in giro a carponi, sulle proprie mani. E’ innocuo, ma come tutti i cani, diventa ostinato se non gli si fa fare quello che vuole. Per fortuna non teme l’acqua. Gliene ho gettata un po’ addosso e sembra divertirsi.
Un altro uomo che devo lavare ha un enorme paio di testicoli che gli pendono fin sopra le ginocchia, della dimensione quasi di un pallone. Si pensa ad una forma di elefantiasi. Sembra un po’ svitato e borbotta frasi sconnesse in Indi. Non capisco quello che dice. Sembra avercela con la Regina Vittoria, questo nome lo ripete spesso, accompagnato da ammiccamenti maliziosi
Una creatura patetica, con dentro agli occhi una espressione di panico, stringe la mano in un pugno serrato. Riesco a fargliela aprire, mentre lo avvolgo in un sari pulito, quando scopro un biglietto sgualcito da cinque rupie.
"Queste persone sono delle ladre!" urla. "Sono un Bramino! Non devo stare quei tra questi poveracci!”
Il trattamento giornaliero dell’allettato consiste nell’aprire e richiudere una cavità profonda sotto la natica sinistra con un batuffolo di cotone imbevuto di iodio. Sembra una cosa insensata, non vi sono infezioni o ferite. Il trattamento è terminato tempo fa, la ferita non sembra essere altro che una cavità nella carne. Si sottopone al trattamento allegramente, supino, tirando boccate da un bidi – il piccolo sigaro indiano molto in voga tra i poveri.
Il che non piace a Padre Zachary, il quale disapprova i pazienti che fumano. Ma ne ho scoperta una scorta nel magazzino e li dò ai “viziosi” quando Padre Zachary non è in giro.
Un altro compito che ritengo inutile, persino dannoso, è il cambio delle bende sul braccio di un anziano e saggio signore. Una serie di ferite gli coprono il gomito destro, quasi a scoprire la carne viva. Il mio compito consiste nell’ungere le ferite con un balsamo e ricoprirle con delle bende. Ma sono convinto che il fatto di togliere le bende ogni giorno per poi rimetterle non aiuti di certo il rimarginarsi delle ferite. L’unguento, inizialmente utilizzato come protezione contro eventuali infezioni, agisce adesso a malapena come blocco. Il gomito, secondo me, dovrebbe essere lasciato scoperto per consentire alla pelle di respirare.
Nessuno dei fratelli ha ricevuto una adeguata formazione medica, e i materiali a disposizione per lavorare non sono un granché. Come i rasoi Permatic che uso per la barba, gli aghi per le iniezioni sono usati e ben lungi dal rispetto di qualsiasi norma igienica. Le medicine consistono in pillole e pozioni inviate dalle organizzazioni umanitarie o dall’esercito americano. Un paradosso, se si pensa al Vaticano, il cui benessere potrebbe fare miracoli, non solo qui ma in tutto il mondo.
Se c’è tempo, darò una mano a smaltire la fila di persone malate di scabbia. Molte di loro non sono interni, e vengono da fuori per farsi curare con la lozione bianca. La scabbia si sparge ovunque, sulle braccia, sulle gambe, sul dorso, sui genitali. Ma la lozione sembra funzionare: ho notato dei miglioramenti in coloro sui quali è stata passata più di una volta.
L’uomo ustionato è deceduto. Vedo dal balcone un gruppo di parenti ed amici che corre a riprendersi il corpo durante un blackout. La fioca luce emanata dalle torce si riflette sui muri. Urlano ed imprecano, tirando pugni all’Istituto. Mi viene in mente la scena di Frankenstein in cui gli abitanti del villaggio si avventano contro il castello perché vogliono uccidere il mostro. Cosa si aspettavano? Un miracolo?
Un medico francese visita una volta ogni due settimane i pazienti più gravi, raccomandandosi per il loro trasferimento – in caso di amputazione o interventi di urgenza – presso strutture ospedaliere più adeguate.
Arriva senza preavviso, e i fratelli sono sempre lieti di riceverlo. Ne hanno gran rispetto ed agiscono rispettando alla lettera ogni sua indicazione. Va e viene, è un modello di esperienza ed efficienza, esatto, preciso nell’azione e nella diagnosi. Avrà una quarantina d’anni, moro, barba ben curata, sguardo intellettuale, devo ancora vederlo sorridere una volta. L’ilarità non fa parte evidentemente dei suoi programmi. Indossa una maglietta lunga, marrone a girocollo su dei pantaloni in cotone. Visita i malati presso gli altri centri gestiti dalle sorelle e cliniche per i bisognosi. Vive da solo in un monolocale e parla fluentemente l’Indi. Ne ho una certa soggezione.
Prima di rientrare la sera alle nove, ci riuniamo nella Cappella. Innanzitutto ci raccogliamo in silenzio per analizzare e riflettere sugli avvenimenti della giornata, le emozioni e per fare una sorta di autoesame sulle nostre capacità. Mentalmente cerchiamo di scacciare ogni preoccupazione per prepararci ad un sonno ristoratore, custode di nuove forza per affrontare il giorno successivo.
Padre Zachary ci offre una lettura prima di andare. La notte scorsa ha raccontato la storia di un ragazzo arrestato per furto, che stava per esser portato in prigione dove vi avrebbe trascorso un lungo periodo. Come ultima richiesta, aveva detto che voleva abbracciare la sua povera mamma. Gli concedono il permesso. Le si è avvicina con tenerezza, le poggia le labbra sul viso e, con fare quasi selvaggio, le da un morso sul naso. Improvvisamente le urla contro, mentre lo portano via, che lei è la responsabile dei suoi guai, che gli ha avvelenato la vita facendolo diventare un ladro. Sogni…!
Ricevo all’improvviso una lettera di mio padre, con la quale mi chiede se ho problemi di soldi, ed un assegno! Soldi! Gli sono grato in modo disgustoso.
Giovedì, mio giorno di riposo, vado a Calcutta a cambiare l’assegno. Dopo essere stato per un bel po’ di tempo in una libreria, ne esco con in mano l’Opera Competa di Shakespeare.
Sulla strada di ritorno verso l’istituto, mentre passo di fronte ad un albergo costoso solitamente frequentato da occidentali, un ragazzino a bassa voce:
"Eroina! Cocaina! Acidi! Hashish! Erba!"
Torno indietro.
"Hai detto erba?”
"Il nostro oppio è fantastico; e per ... "
"L’erba è ok. Dammene un po’ per favore"
Lo seguo chiedendomi se sto facendo la cosa giusta. Posso permettermela ora ma come la metto con la decisione che ho preso di rinunciare ai piaceri della vita…? Ma l’erba è diversa, mi dico. E’ una pianta che cresce naturalmente. E’ persino considerate sacra dai Rastafariani. Mi manca.
Entriamo in un piccolissimo negozio di scarpe e, dopo aver accettato un tè dal proprietario ed un paio di canne della famosa erba di Calcutta, me ne vado con due piccole bustine piene di erba. Roba di qualità e sono contento di averla presa. Nessun problema. Solo uno: come la nascondo all’istituto?
Trovato il nascondiglio ideale, lo scaffale del dormitorio, tra le pagine del mio libro di Walt Whitman Leaves of Grass! Non desterà sospetti e nessuno si aggirerà tra le pagine dello Zio Walt tranne me.
E adesso, mentre tutti si concedono l’ora di siesta del dopo pranzo, mi trovo dove nessuno può trovarmi, nella parte più a zenit dell’edificio, sul tetto, raggiungibile solo da una scala di bambù. Mentre gli altri ronfano, salgo: tiro fuori una sigaretta con il filtro, la giro tra le dita per svuotarla del tabacco. Riempio poi la cartina svuotata con l’erba, la presso, la chiudo, l’accendo all’estremità e via!!! Come un razzo!
Il cielo è un’enorme cupola di blu. Dal mio nido, scorgo il cimitero cristiano dove alcune mucche, lentamente, sembrano delle mietitrici. Le lapidi fuoriescono dal prato come le unghie di giganti sepolti. Un trio di palme al centro, le foglie verdi smeraldo fanno da rifugio a corvi voraci che, di tanto in tanto, piombano giù e portano via I bendaggi scabbiosi dalla discarica nel giardino dell’istituto.
Il mio spirito vola via insieme al fumo. Le urla dei venditori ambulanti, accompagnati dal suono dei campanelli delle biciclette, diventano una sorta di nenia. Sento all’improvviso una certa compassione per il mondo, avverto la fragilità della vita e realizzo il passare del tempo. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. La sigaretta finisce. Apro il mio Shakespeare.
Le sistemazioni per la notte organizzate dai fratelli sono un po’ strane. I volontari occidentali, protetti da zanzariere, dormono sui materassi provvisti di deliziose coperte e teli amorevolmente donati dalle signore americane. E, sebbene molti pazienti, di sotto, non abbiano letti sui quali stare, hanno tutti dei materassi – se così puoi chiamare quei sacchi pieni di bozzi e sottili. Ma i giovanotti indiani, stacanovisti e gioiosi, non hanno niente. Dopo l’ultimo incontro serale per le preghiere, essi si prendono le coperte e vanno a cercarsi un posto sul pavimento, su un tavolo del refettorio o sul tetto di una terrazza sotto le stelle.
E’ previsto un periodo di prova pari a tre anni prima di prendere i voti e diventare un fratello a pieno titolo. Impresa ardua, ma almeno qui hai assicurati tre pasti al giorno e lavori in amicizia con colleghi della tua età e religione.
Il ragazzo con la gonorrea sta meglio! E’ trascorsa qualche settimana da che gli ho somministrato la supposta e non lo vedo da allora. Oggi l’ho visto che giocava a scacchi, i capelli tagliati, lievemente ingrassato, sorridente, urlante e che camminava sui suoi piedi. Tutta un’altra cosa rispetto al relitto che era arrivato qui. Triste a dirsi, ma adesso che sta meglio uscirà e tornerà alla stazione, in balia di un circolo vizioso senza fine.
Questa mattina c’è un funerale per un paziente deceduto di recente, il quale era cattolico. Potrebbe essere il tipo intontito che ho visto aggirarsi nei corridoi l’altro giorno, oppure l’anziano corpo nudo irrigidito che John ed io abbiamo portato all’ossario un paio di mattine fa. Non so cosa fanno con gli altri, ma trattandosi di un Cristiano, questo corpo è degno di sepoltura in una bara di legno, che aiuterò a trasportare. Seguiamo Padre Vinander all’esterno della cancellata, fino al cimitero cristiano, e mettiamo la bara in una tomba appena scavata. Padre V dice due parole e terminiamo la sepoltura.
Al ritorno dal cimitero, ci accompagna un chiassoso suono di cembali, flauti e tamburi. Una folla di gente in strada. Dopo lo stupore iniziale, realizziamo che non si tratta di celebrazioni per il nostro funerale ma di un gruppo di donne alte che indossano sari neri e dal trucco vistoso, intente a suonare, cantare suscitando l’ammirazione dei passanti.
Osservo che, a parte l’altezza, le mani ed i piedi delle donne sembrano più grandi della media, così come i loro visi, e, malgrado il trucco, si intravede una lieve ombra di barba incolta. Il cuoco dell’istituto, mi dà una gomitata e mima due grandi seni sul petto, ed un pene tra le gambe che “Zac” … taglia.
"Uomo-donna! Donna-uomo!" esclama, senza contegno.
Si tratta degli Hijras – una casta di eunuchi e di travestiti, devoti a Bahuchara, Dea della Fertilità. Sono considerati come “né donne né uomini” ed ostentano una femminilità esagerata
Verso l’ora di pranzo, da una vetrata all’angolo, vedo un gruppo di fratelli e pazienti che sorridono. Che succede? Il centro dell’attenzione è un bambino di tre o quattro anni con un sorriso raggiante, in braccio alla madre, e un’altra donna al loro fianco. Il bambino è un raggio di luce in quel cortile così scuro. Mi ritrovo a mia volta a sorridere fino a quando non mi accorgo di uno dei suoi pollici avvolti in una benda vecchia e sporca. Diverse settimane fa si è chiuso il pollice in una porta e la madre glielo ha bendato. Si vede che ora pensa sia venuto il momento di togliere la fasciatura e ha deciso quindi di portare il bambino qui.
"E togliamola!" grida Padre Zachary mentre inizia a sciogliere un groviglio di nodi. Il bambino impaurito guarda la madre ed inizia a dimenarsi mentre la mamma cerca di tenerlo fermo. Il suo frignio diventa un grido, un urlo, sempre più forte, mentre gli si fanno intorno sempre più voci che cercano di placarlo. Non ce la posso fare… Devo andare. E volo sul tetto con la mia erba. Il mio unico calmante.
Il cimitero cattolico si è trasformato. Le tombe sotto di me sono ora uno spargimento di rombi colorati e splendenti. Poiché domani è il giorno dei morti, amici e parenti sono venuti e hanno dipinto i mucchi di terra con colori vivaci, rosa, turchese, giallo…
Candele poste al di sopra, ghirlande di fiori rosso e arancione. Ogni tomba sembra una torta di compleanno. Una vacca sonnecchiante vagabonda tra di esse, mangiando qua e là. Questa è la bellezza. Alla vista di un simile panorama il mio cuore torna ad essere felice. E’ poesia per me. Certo, accentuata dal fumo aromatico della mia sigaretta. Anche se per poco, ho trovato la pace.
Ho smesso di andare alle preghiere del mattino. John mi ha detto che non è obbligatorio per i volontari prendervi parte ma, adesso, ho deciso di essere più onesto verso me stesso. Ed ho scelto di non andare. Se non fossi stato obbligato ad alzarmi prima del sorgere del sole, e mormorare nenie sulle ginocchia fasciate, la mia scelta sarebbe stata diversa. Rimanendo a letto, almeno, non sarò tacciato di ipocrisia, un peccato che credo sempre di più sia uno dei peggiori. Anche John, di tanto in tanto, resta a dormire ma, più spesso, si reca alla cappella, per “salvare le apparenze”. Io non lo faccio più. Riservo la mia “apparenza” per la colazione.
Il nostro lavoro nel cortile questa mattina viene improvvisamente interrotto da Padre Zachary il quale chiama a raccolta i fratelli per riunirsi di fronte ad una piccola teca in vetro che mai avevo visto prima posta sul muro dell’ingresso. Contiene una statua della Vergine Maria. Padre Zac accende una candela e la pone ai suoi piedi. I fratelli intonano un inno, si fanno il segno della croce e ritornano a lavoro.
Ma Gesù voleva davvero che sua madre fosse venerata come una Dea o fosse una statua posta sopra un altare da adorare dopo la sua morte?
Nessuna religione sembra immune dal peccato della idolatria. Cosa avrebbe pensato Budda sulle milioni di immagini incise che vorrebbero essere una sua rappresentazione? Gli Ebrei hanno il loro Muro del Pianto, i Musulmani hanno la Kaba alla Mecca, intorno alla quale girare, un feticcio pagano inventato ancora prima di Allah.
La religione viene tramandata di generazione in generazione, un’eredità accettata indiscutibilmente come un tesoro. I rituali vengono imparati ed assimilati, una sorta di lavaggio del cervello. E ci vorrebbe davvero un animo coraggioso e temerario per reagire e mostrare i propri dubbi al riguardo, senza sapere che molti altri hanno gli stessi sentimenti.
Grande eccitazione!
Madre Teresa ha accettato l’invito a visitare l’istituto per una festa del ringraziamento per farle le nostre congratulazioni per il Premio Nobel della Pace. Arriverà la settimana prossima! Una specie di ovazione ha accolto la notizia comunicataci la settimana scorsa nella Cappella, al termine della Messa. Da allora, c’è stato un susseguirsi di pulizie e imbiancature. I fratelli hanno ripassato canti, salmi e discorsi. Grandi calderoni di acqua sono stati fatti bollire perché i pazienti possano apparire nel massimo del loro splendore.
Anche i volontari sono stati persuasi a dare un contributo. Gunter ha suggerito il pezzo di Simon and Garfunkel Sound of Silence e ci siamo esercitati ogni sera prima di andare a letto, anche se è difficile sincronizzare I tempi ed abbiamo anche pensato che il pezzo è troppo triste per un’occasione del genere.
Per le presunte migliorie in onore della imminente visita di Madre Teresa sono stati fatti anche degli errori madornali. I kilt che i fratelli usano per inginocchiarsi nella cappella sono stati scartati e il pavimento è stato ricoperto con un tappeto rosso, decorato con fiori gialli. Non solo è un cazzotto in occhio, ma anche dannoso per il corpo. Dopo qualche minuto che sei inginocchiato, inizi a sentire una sensazione di bruciore e, una volta in piedi, le ginocchia sono ricoperte da macchie dolorose che ci mettono un po’ a sparire e quando ciò accade è di nuovo l’ora di rimettersi in ginocchio per un’altra messa o per le preghiere. L’intero pavimento è stato trasformato in una specie di penitenza!
Il giorno del ringraziamento di Madre Teresa!
L’edificio è tutto agghindato ed in perfetto ordine, così come i suoi “inquilini”. Le due ambulanze procedono su Belilious Road e girano entrando dai cancelli aperti. La strada all’esterno è in fermento, tutti si sono riversati fuori a guardare. La maggior parte dei fratelli ha formato una sorta di comitato di benvenuto ed io mi posiziono sul balcone, al primo piano, dal quale posso vedere tutto molto bene.
Un gruppo di giovani sorelle nei loro sari bianchi e blu scendono dalla prima ambulanza. Si aprono poi le porte della seconda, dalla quale scende Madre Teresa. Scoppia l’applauso. La folla si spinge in avanti e le si mette intorno per guardare. La donnina corre il rischio di essere calpestata. C’è una grande confusione. Alcuni si gettano persino a terra per baciarle i piedi. Lei sorride, fa cenno di rialzarsi. Procede verso la veranda. Piccola ma tenace, capace di grande carisma ed energia.
Cori di festa accompagnano l’ascesa verso la cappella dove, come prima cosa del programma, avrà luogo una Messa di ringraziamento.
Decido di vedere Madre Teresa più da vicino, la donna che mi ha condotto fino in India. Scivolo dentro la cappella vuota e mi metto proprio dietro la porta. Il cuore in fibrillazione. Il tappeto rosso risplende minaccioso.
Il vociare aumenta sempre di più man mano che la folla si avvicina e si ferma appena fuori alla porta. Molti sono Indù e, malgrado stimino e apprezzino Maria Teresa per la sua caritatevole devozione per i poveri ed i bisognosi, la sua religione è tabù per loro. La cappella sembra essere custode di un Dio alieno.
Sono tutti in piedi. Lei entra, da sola.
Sono di nuovo colpito dalla sua piccola statura, non mi arriva nemmeno alla spalla. Mi inchino e sorrido.
Gira la testa per una frazione di secondo. Per un istante i nostri occhi si incontrano e nei suoi ritrovo, piuttosto che rassicurazione, cortesia e compassione per il fatto di essere diventata famosa, un misto tra sbigottimento, indignazione e ripugnanza.
Finisce tutto in un istante. Entra nella cappella, si inginocchia su quell’orripilante tappeto, unisce le mani in preghiera e osserva profondamente il crocifisso sull’altare. Ferito e confusa dallo sguardo che abbiamo condiviso decido di andare e vado a fumarmi una canna sul tetto. Spero che il geco non rovini le fattezze dell’Istituto con la sua improvvisazione giornaliera durante la celebrazione.
Nel salire, noto un sacco di riso soffiato nella cucina annessa e ne butto qualche manciata nel giardino. I corvi, stupiti, ci si fondano sopra. E’ festa per tutti, anche per le creature di Nostro Signore.
Ho deciso di partire. La verità è che non sono fatto per questo posto e questo posto non è fatto per me. Tutto si riduce ad una mera questione religiosa ed io non ci credo più. La trovo falsa e sbagliata e non penso di essere tagliato per tutto ciò.
Mentre mi preparo la canna, mi chiedo come interpretare lo sguardo che Madre Teresa mi ha lanciato. Forse era semplicemente sorpresa di non essere la prima ad entrare nella Cappella o forse aveva guardato nella mia anima e riconosciuto in me l’eretico che sono. Forse persino una specie di nemico satanico. Ma le ferite si dissolvono come il fumo che, dalla sigaretta, arriva su nel cielo. Ogni boccata mi riempie di bontà e perdono.
Più tardi scendo e mi unisco alla festa. Bevande di colore nero, verde e arancione vengono servite in tazze di plastica insieme a piatti di cibo indiano. Madre Teresa, seduta su un palco come una regina, ascolta educatamente poesie, discorsi e canti in suo onore
Con grande sollievo da parte nostra, John, Gunter ed io non veniamo chiamati a cantare The Sound of Silence, causa mancanza di tempo.
Qualche paziente confuso si affaccia dalle scale per vedere che sta succedendo, compreso l’uomo-lupo. C’è anche “Regina Vittoria”.
Improvvisamente finisce tutto. Madre Teresa, da dietro il vetro, saluta vigorosamente mentre l’ambulanza abbandona l’edificio passando attraverso uno stuolo di fan, quasi come fosse un idolo della musica pop, una specie di santa superstar dei giorni nostri.
Me ne vado senza salutare. Non mi sono mai piaciuti gli addii, soprattutto quando si parte. Malgrado le mie proteste, John e Gunter insistono per venirmi a salutare.
Mentre scendiamo le scale di Howrah Station ci imbattiamo in un ragazzino che giace a terra, seminconsciente, ed una folla di passanti intorno. Gunter mi dice che andranno a dare un’occhiata una volta che si saranno assicurati di avermi visto sul treno. La stazione è un ammasso di povertà e degrado, un mulino di sporcizia e squallore. Spiantati e squattrinati, iniziano i nuovi adepti con i loro riti da gang metropolitane. Eppure abbondano sorrisi e chiacchiere. Manifesti pubblicitari di film con gli attori più famosi. Di marche di tè, insieme alle sigarette. Puoi anche morire, e nessuno se ne preoccuperebbe.
Se avessi saputo all’epoca che Madre Teresa nutriva tali dubbi sull’esistenza del Paradiso e di Dio, l’avrei invitata nel mio nido a farsi una canna insieme a me. L’avrei aiutata a stare meglio. Qualche anno fa ho letto di una suora in un isola della Grecia che era stata arrestata perché coltivava cannabis nel giardino della sua cella. In sua difesa, sosteneva la suora, che il fumo l’aiutava nelle preghiere e la faceva sentire più vicina a Dio. Ben detto Sorella! Questo è il mio prototipo di santità!
Michael Dickinson, le cui opere d'arte adornano le copertine di Dime's Worth of Difference, Serpents in the Garden e Grand Theft Pentagon, vive a Istanbul. Può essere contattato tramite il suo sito web: http://yabanji.tripod.com/ o all'indirizzo: michaelyabanji@gmail.com
Titolo originale: "Working for Mother Teresa: Memoirs of a Rebellious Volunteer"
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link
05.09.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA POMPEI
Vacanze finite per Fujimori
Le vacanze di Alberto Fujimori sono finite. In una veloce successione di fatti, venerdì la Corte Suprema cilena ha deciso infine di concedere l’estradizione ed in poche ore el Chino è stato portato dal lusso del Chicureo ad Antofagasta, messo su un aereo e spedito a Lima.
Per il Perù si aprono nuovi scenari. Fujimori torna a casa e già all’aeroporto si è capita l’aria che tira. Alcune centinaia di simpatizzanti si sono radunate ed hanno festeggiato il ritorno del loro leader, mentre al Callao altri sono scesi in strada e si sono scontrati con la polizia. Boia o salvatore della patria, il Chino è pronto per ribaltare l’ordine ed il suo processo oltre a riaprire ferite mai sanate si presterà certamente a manipolazioni e pressioni. Il presidente García ha bisogno dei voti dei deputati fujimoristi per governare e, dall’altro lato, dovrà processare il loro capo. Avrà Fujimori un processo giusto in questo clima? O non stiamo piuttosto assistendo ad una commedia? García si vendicherà di quando fu messo alla gogna dall’ex dittatore, che pose su di lui un ordine di cattura internazionale? O penserà all’opportunismo politico? Si farà giustizia per i ragazzi della Cantuta e per le famiglie di Barrios Altos?
Il ritorno di Fujimori dà spazio più agli interrogativi che alle risposte. Il Perù, che è paese dalle mille possibilità, può serbare sempre grandi colpi di scena e sorprese. Come quella di García, dieci anni fa in esilio e con una condanna sulla testa ed oggi di nuovo presidente. Magari, Fujimori sta proprio pensando a questo ed essere a casa, in fondo, gli giova.
La galleria del Comercio che segue in diretta gli avvenimenti dell’estradizione:
http://www.elcomercio.com.pe/especiales/fujimoriextraditado/especial_fujimori.html
La torcia olimpica non passerà da Taiwan
Pechino e Taipei non sono riuscite a trovare un accordo sulle modalità di consegna del simbolo olimpico. L’isola diviene così il primo Paese a non essere toccato dal percorso della torcia sin dalla riapertura dei Giochi Olimpici, nel 1896.
Taipei (AsiaNews/Agenzie) – La torcia olimpica non passerà da Taiwan. Il governo cinese e quello taiwanese, infatti, non hanno raggiunto un accordo sulle modalità di consegna del simbolo olimpico. L’isola diviene così il primo Paese a non essere toccato dal percorso della torcia sin dalla riapertura dei Giochi Olimpici, nel 1896.
Lo ha annunciato il Comitato olimpico internazionale: “Il tempo corre e la logistica ha le sue necessità. Per questo, la torcia non toccherà Taipei”. Yang Chung-ho, presidente del Consiglio taiwanese per gli affari sportivi, ha commentato: “Siamo profondamente addolorati. Il simbolo olimpico non verrà a Taiwan a causa delle irragionevoli richieste di Pechino”.
Il riferimento è alle condizioni imposte dal governo cinese: durante la permanenza a Taiwan, accanto alla torcia non avrebbero dovuto essere issate bandiere nazionali, emblemi o cantati inni locali. Anche Taipei aveva posto le sue condizioni: la torcia non doveva provenire da Macao o Hong Kong, ma non doveva neanche essere portata in Cina dopo lo stop sull’isola: questo “per timore che Taiwan venga considerata una parte del territorio cinese”.
La vera partita dietro la sentenza di condanna di Microsoft
Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato una multa da 497 per Microsoft. Ma la partita non è solo economica, nè tecnologica. Ecco perché
La notizia della condanna di Microsoft ha suscitato diverse reazioni nei giorni scorsi sulla stampa e in rete. Per alcuni è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Per altri si è trattato di una sentenza annunciata che, anzi, è arrivata con notevole ritardo. Quello che manca, probabilmente, è una analisi un po' più accurata delle conseguenze e degli scenari.
Intanto ricostruiamo i fatti. Lo scorso 17 Settembre il Tribunale di Prima Istanza della UE ha confermato l'accusa a Microsoft di aver violato l'articolo 82 per "abuso di posizione dominante" nel settore informatico con riferimento a due procedimenti aperti dalla Commissione Europea. Il primo riguardava il lettore multimediale Windows Media Player che serve a leggere cd, vedere filmati, ecc. Un programma installato automaticamente sul computer degli utenti in ogni copia di Windows e che pertanto la commissione ha considerato di ostacolo per altre offerte del mercato. Per questo la Commissione aveva imposto a Microsoft di commercializzare in Europa una versione priva di Windows Media Player. Il secondo era relativo al mercato del software per server, ovvero di quei programmi che permettono ai computer di scambiarsi dati in Internet come nelle reti casalinghe o aziendali. La Commissione aveva imposto a Microsoft di rendere noti i dati tecnici essenziali per permettere ad altri concorrenti di poter produrre software per server "interoperabile" con quello di Microsoft, ovvero in grado di collegarsi e condividere dati. A questa ingiunzione Microsoft aveva risposto appellandosi al segreto industriale e al rischio di fornire informazioni coperte dalla proprietà intellettuale, come il codice dei suoi programmi, ai concorrenti. La corte ha invece confermato l'ingiunzione poiché ha ritenuto fondante l'accusa di posizione dominante per la quale era stata condannata il 7 Giugno 2004 (il 95% dei computer desktop, utilizzati dagli utenti, utilizzano Windows di Microsoft), non fondanti le obiezioni di Microsoft (la Commissione aveva chiesto di conoscere il funzionamento dei protocolli, le regole della comunicazione tra computer, non i codici che le mettono in pratica) e reticente l'atteggiamento di Microsoft rispetto alle richieste della Commissione che aveva aperto 4 procedimenti nei confronti di Microsoft fin dal 1998 ottenendo "insufficiente collaborazione". Per questi motivi è stata confermata la multa di 497 milioni di Euro più altri 208 inflitti sempre dalla Commissione nel giugno 2006 per "insufficiente ottemperanza". L'unica nota positiva, per la multinazionale di Bill Gates, è che il Tribunale ha decretato che non è nei poteri della Commissione obbligare Microsoft a fornire informazioni e codici ad un fiduciario nominato dalla Commissione stessa e a spese di Microsoft.
Ora la Microsoft ha due mesi per ricorrere in appello ma solo per motivi di diritto. Intanto tramite Brad Smith, numero uno dei consiglieri legali, ha fatto sapere che studieranno la sentenza prima di decidere il da farsi ed auspicano che questo serva "a costruire un rapporto nuovo e più forte con la commissione Ue".
Le reazioni
Molti i commenti politici alla sentenza.Il presidente della commissione Barroso l'ha definita una conferma "dell'obiettività e la credibilità della politica di concorrenza della Commissione Europea". Per la commissaria olandese Neelie Kroes la sentenza dimostra "quanto i consumatori stanno soffrendo per colpa di Microsoft" e "manda un chiaro segnale che le società super-dominanti non possono abusare della propria posizione per danneggiarli e frenare l'innovazione escludendo concorrenti in mercati connessi". Brilla invece, per il suo silenzio, la politica italiana (governo incluso).
Altri commenti si potevano leggere sui giornali. Il Sole24Ore di ieri affida a Carlo Scarpa un editoriale in prima pagina dal titolo "L'antitrust arma debole nel mercato high tech". La sentenza viene definita un "attacco a Microsoft" utile ai consumatori nel breve periodo soprattutto se facendo "più spazio ai nuovi concorrenti consenta di avere prezzi minori o di stimolare la qualità dei prodotti". Negativa se "questo significasse tarpare le ali della innovazione". Di Chi? Di Microsoft e del suo straordinario successo "basato sulla capacità di convincere (con i fatti, non solo con "fumo negli occhi") i consumatori" in un settore che ha una cararatteristica, chi afferma lo standard: "vince e prende tutto, o quasi" come dimostrerebbero le vicende dei "monopoli" di Google e Ipod citate da Microsoft. "Ma si tratta di posizioni costruite sul merito e questo va bene", mentre sbaglierebbe la commissaria Kroes ad auspicare una contrazione delle quote di mercato di Microsoft. Inoltre per Scarpa sarebbe a rischio l'autorevolezza di un istituto come l'antitrust, non certo per le sanzioni (500 milioni di euro ad una impresa che vanta un utile netto di "12,6 miliardi di dollari per il 2006"), ma perché avrebbe imposto a Microsof di "aprire completamente l'accesso ai propri prodotti per il futuro" e se Microsoft si rifiutasse in "mercati molti innovativi" rischierebbe comunque di essere "un'arma per sua natura debole".
Non è stato da meno Franco Debenedetti, ex Senatore dell'Ulivo, che intervistato da Repubblica ha parlato di "scelta sbagliata". La sentenza per De Benedetti sarebbe una "punizione per chi ha innovato con successo" perché la Microsoft sarebbe ora costretta a "rivelare i suoi segreti indistriali per permettere ai concorrenti di sviluppare applicazioni per i server che usano il sistema operativo Windows", mentre invece la protezione intellettuale servirebbe "a incentivare la ricerca". D'altra parte "quando è iniziato il procedimento (per abuso sui lettori multimediali, ndr) Microsoft e Real erano gli unici e nel frattempo sono esplosi fenomeni come Itunes e You Tube. Si diceva che il mercato era bloccato, e il mercato stesso ha prodotto spontaneamente i suoi anticorpi". Insomma la commissione "ha peccato di interventismo" e "non ha saputo guardare avanti".
Gli scenari: la guerra dei brevetti.
In realtà la vicenda Microsoft in Europa c'entra con il tema della "proprietà intellettuale", ma in una maniera particolare: attraverso il problema dei brevetti software. Sia Scarpa che Debenedetti sbagliano, Microsoft non era stata costretta a rivelare il codice di funzionamento dei suoi programmi, ma solo come funzionano i protocolli di rete utilizzati da Windows. Ovvero l'insieme di regole che governano la comunicazione tra computer. Se l'Internet è quel mezzo di comunicazione mondiale che conosciamo al quale possono collergarsi computer (ma anche telefonini di terza generazione e in futuro Tv e perfino elettrodomestici) di qualsiasi tipo e marca, è perché tutte queste tecnologie condividono uno stesso protocollo di comunicazione (chiamato TCP/IP ) reso pubblico fin dall'inizio dagli ambienti accademici dove venne sviluppato e migliorato 30 anni fa. Un nuovo mercato è stato possibile grazie al fatto che la competizione era basata sulla qualità della produzione di programmi e computers (macchine più veloci, più semplici da utilizzare) e non sul monopolio delle modalità con le quali potevano interagire tra loro creando il fenomeno prima tecnologico e poi sociale delle reti. Insomma ognuno poteva costruire quel che voleva, come voleva, e rispettando un insieme di regole pubbliche avrebbe avuto accesso alla rete. Windows stesso è l'esempio di un software proprietario che per collegarsi a Internet usa un protocollo pubblico. Il problema nasce quando un computer con software diverso prova a collegarsi ad uno con Windows, ovvero in situazione come reti aziendali ma anche in pubbliche amministrazioni. In quel caso bisogna usare i protocolli di Windows che hanno un problema: sono brevettati. Un po' come se in una comunità di persone l'alfabeto e la grammatica del linguaggio che serve per comunicare fosse stato brevettato da qualcuno e per conoscerlo (e utilizzarlo) io debba pagare o farmi tradurre. Se questo linguaggio è utilizzato dal 95% delle persone come cittadino dovrei adeguarmi (e pagare), come imprenditore ho poche chance di inventare un'altra grammatica e alfabeto sperando che prenda piede.
Però in ambito informatico c'è l'alternativa. Ovvero capire come funzionano dei protocolli "chiusi" con la tecnica, cosiddetta, del "reverse engineering". In pratica si tratta di scoprire come funziona una "scatola nera" intuendo le regole a partire dai risultati prodotti inserendo certi dati. Con un esempio un po' tirato è come se sapessi che prendendo due numeri "2" la scatola mi tiri fuori "4". Posso intuire che l'operazione che compie sia un'addizione (2+2), ma anche una moltiplicazione (2 per 2, che da lo stesso risultato). Quindi mi serve un altro esperimento per individuare meglio le regole. A quel punto posso cominciare a costruire una mia scatola che riproduca lo stesso comportamento. Non ho copiato il codice, infatti la legge in Italia non lo punisce, ma in una situazione complessa come un protocollo di comunicazione di rete non ho la certezza che funzioni nello stesso modo. Quindi tanto vale aprire la mia scatola, come software libero, e finanziarne lo sviluppo nell'interesse della comunità. Samba è nato così. Si installa con qualsiasi distribuzione recente di software GNU/Linux come Debian, Ubuntu o Fedora e permette di condividere dati e informazioni con computer sui cui gira Microsoft Windows ottenendo un sufficiente livello di "interoperabilità" e dentro reti dette "miste", pur non avendo copiato il codice di Microsoft. Grazie a questo programma il software libero stava diventando un'alternativa concreta per imprese e pubbliche amministrazioni che hanno il problema di collegare in reti interne i loro computers.
Stando così le cose Debenedetti si sbaglia, e per due volte. Non è stato il mercato, o almeno non quello classico, che ha fatto nascere i suoi "anticorpi". Per esempio, per quanto riguarda i player multimediali, una decisa diffusione si è avuta solo quando è stato trovato il codice del sistema proprietario Div della Microsft, creando il Divx, vero incubo delle major, perché è quel sistema di compressione che permette di condensare un DVD in un file da condividere nelle reti di scambio file. I lettori sono venuti di conseguenza. Probabilmente qualcuno lo chiamerebbe "mercato" lo stesso, ma non è certo nato sulla scia del pensiero classico che in economia difende la "proprietà intellettuale" in rete come fossero le "enclosure" della prima rivoluzione indistriale come fanno all'Istituto Bruno Leoni sostenendo che la sentenza allenta i vincoli della "proprietà privata".
Alla stessa maniera, per quanto riguarda la vicenda dei server, è evidente che i concorrenti (eclusi) di Microsoft non sono quelli che vorrebbero commercializzare software per server Windows, come sostiene Debenedetti, ma chiunque provi a scrivere software minimamente abilitato a dialogare con quelle macchine, specie se libero. E infatti Microsoft, per mettere fuori mercato gli altri, ha oscillato tra le ventilate azioni legali contro linux, prima annunciate poi smentite, (vere e proprie azioni di FUD, ovvero "disseminazione di informazioni negative, vaghe, inaccurate o false" a fini di marketing, esemplare il caso SCO raccontato nel libro "Noscopyright"), fino all' accordo con Novell, distributrice di software open source con la quale Microsoft ora condivide dei brevetti software, per permettere l'interoperabilità tra loro prodotti. Un accordo contestato nel mondo del software libero perché comunque non argina il problema dei brevetti e del loro monopolio, quindi della possibilità di competizione, ma soprattutto discrimina gli altri distributori di sofware libero. D'altra parte, con buona pace di Scarpa, per capire che alla Microsoft la pensano diversamente intorno al problema "innovazione", basterebbe ricordare le parole che Bill Gates disse nel 1991: "Se la gente avesse capito in che modo sarebbero stati concessi i brevetti quando fu inventata la maggior parte delle idee di oggi e avesse depositato un brevetto, l'industria sarebbe oggi completamente paralizzata. La soluzione è brevettare tutto quello che possiamo. Un'azienda agli esordi che non disponesse di propri brevetti verrà obbligata a pagare qualsiasi prezzo che i giganti decidono di imporre".
Ecco perché la Free Software Foundation Europe e il team di Samba hanno ringraziato la commissione accogliendo "la decisione della Corte come una pietra miliare per la concorrenza. Essa mette fine all'idea che offuscare deliberatamente gli standard e intrappolare i clienti costituisca un modello di business accettabile, e obbliga Microsoft a tornare a competere sul terreno della tecnologia software".
UE vs USA
Il problema di tutta la vicenda, però, è un altro. E bisogna andarsi a leggere Washington Post o il New York Times, per capirlo. Ovvero la diatriba che si aperta da tempo tra le due sponde dell'Atlantico sulle politiche in materia di "proprietà intellettuale". Negli USA i brevetti software sono legali, in Europa no. Infatti la vicenda Microsoft in Europa si è intrecciata con il tentativo di armonizzare la legislazione dei paesi membri legalizzando i brevetti software vietati dall'art. 52 della Convenzione di Monaco del 1973. Nonostante questo, e in modo surrettizio, comunque 30.000 brevetti riconducibili a codice informatico sono stati depositati presso l'Ufficio Brevetti Europeo (EPO), di cui il 60% appartiene a multinazionali USA e Giapponesi.
La prima proposta di legalizzazione risale al 2002 e da allora, tra alterne vicende, si è trascinato un dissidio tra commissione e parlamento che più volte hanno presentato e rigettato la proposta in prima e seconda lettura. Fino alla definitiva bocciatura nel 2005 soprattutto grazie alla pressione di una petizione europea firmata da 150.000 persone, l'interesse di 2 milioni di piccole e medie imprese e di associazioni che si occupano di diritti ed accesso nella società dell'informazione (tutta la vicenda è stata documenta sul sito della campanga della Free Informatio Infrastructure - http://eupat.ffii.org/). Non sono mancati, però, momenti delicati. Come quando si è scoperto che Arlene McCarthy, laburista blariana relatrice della proposta per il gruppo dei Socialisti Europei, aveva presentato il suo testo in un documento di Microsoft Word che aveva come autore originale un esperto di brevetti software della BSA (Business Software Alliance), ovvero un cartello lobbystico di multinazionali, per lo più statunitensi, tra le quali anche Microsoft. O quando il governo USA, in pieno iter della proposta di legge, ha scritto al parlamento europeo esprimendo le sue perplessità sulle decisioni del rigetto, e in particolare sulle nome che "vietano il rilascio di brevetti quando limitano l'interoperabilità".
Alla luce di questi fatti bisognerebbe, quindi, leggere l' intervista di Mario Monti al Corsera. Perché ha il pregio di mettere in chiaro almeno due punti. Intanto che la vicenda in Europa è nata sulla scia di una analoga iniziativa dell'Antitrust negli USA contro Microsoft. C'è da aggiungere, però, qualche dato. L'amministrazione Bush al suo insediamento nel 2000 non solo aveva ribaltato la linea perseguita fin a quel momento dall'antitrust a guida democratica, ma nel novembre 2001 lascia cadere le accuse più pesanti per Microsoft. Un anno dopo arriverà la soluzione definitiva della vicenda ( qui si può trovare una cronologia dei fatti). Una identità di vedute, tra Microsoft e amministrazione Bush, neanche tanto nascosta. Prima della campagna elettorale lo stesso Bush affermava sul caso Microsoft "Io sto dalla parte dell'innovazione e non delle dispute" mentre perfino alcuni analisti finanziari consideravano la vittoria del presidente texano come una manna dal cielo per i problemi giudiziari di Gates vista "l'antipatia ideologica dei repubblicani per le regolamentazioni". Una "manna" stimolata, però, anche dai contributi elettorali. Secondo il "Center for Responsive Politics" nel 2000 Microsoft ha donato 4 milioni e mezzo di dollari divisi per il 53% ai repubblicani e il 47% ai democratici mentre nel 2002 stanzia un milione e mezzo con un deciso 60% al partito di Bush.
In conclusione
L'altra questione che chiarisce bene Monti nella sua intervista è il problema degli interessi pubblici fatti nel nome dei consumatori. Ma sarebbe meglio dire in nome della cittadinanza. Oggi attraverso le reti pubbliche e private passano dati essenziali per la nostra società. Transazioni finanziarie, informazioni mediche, email personali, ecc. Poter avere ilcontrollo dei protocolli e dei software che gestiscono è diventato un problema sempre più importante e di interesse pubblico. Le reti stesse sono ormai diventate l'equivalente di beni comuni. E come tali hanno bisogno di poliche che ne assicurino efficienza e sicurezza. Le loro sorti possono essere affidate agli interessi di un mercato e per di più monopolistico? Evidentemente no. Come è evidente che in materia di innovazione tecnologia e interessi pubblici occorra cambiare un po' di parametri e atteggiamenti tra quelli fin qui adottatti. E chissà che la politica, una volta tanto, non possa avere un ruolo più autorevole in questo senso.
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_13302.html
| Autogol del fronte del sì |
| Costa Rica, entra nella fase finale la campagna referendaria sull'approvazione del Cafta |
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Scritto per noi da
Maurizio Campisi
La campagna referendaria in Costa Rica, sull’approvazione o no del Cafta con gli Stati Uniti, è entrata in questi giorni nella sua fase finale. Il voto è previsto per il 7 ottobre e la sua portata storica (si tratta del primo nella storia di questo piccolo paese centroamericano) sta scaldando gli animi dei due schieramenti.
I fatti. I toni sull’intera vicenda si sono improvvisamente alzati nei giorni scorsi, quando è stato reso pubblico un memorandum privato inviato dal vicepresidente Kevin Casas e dal deputato di maggioranza Fernando Sánchez al presidente della Repubblica, Óscar Árias. I due, fautori del Sì, suggerivano senza mezzi termini di organizzare una campagna sporca, che infondesse la paura e il dubbio nei cittadini chiamati a votare. Nelle sette pagine del documento, le elucubrazioni di Casas (il cui fratello maggiore pochi mesi fa fu coinvolto in un narcoscandalo) e del deputato Sánchez assumono toni da polizia segreta. La relazione sosteneva la tesi della creazione di una strategia della paura indirizzata soprattutto alle fasce meno istruite della popolazione, attraverso un uso massiccio dei mezzi di comunicazione, con slogan semplici e di facile assimilazione. Nella sostanza, bisognava dire agli elettori che, in caso di vittoria del No, non ci sarebbe più stato lavoro, che le istituzioni democratiche si sarebbero indebolite, che il Paese si sarebbe trovato in mano all’ingerenza di Fidel Castro ed Hugo Chávez e perciò ingovernabile. Infine, si suggeriva al Presidente di castigare tutti quei sindaci tesserati del partito al potere (Liberación Nacional) che avessero perso il referendum nelle loro giurisdizioni.
Le reazioni. Le reazioni sono state immediate e per la prima volta il fronte del Sì, finora compatto e quasi inattaccabile, si è trovato a dover affrontare una seria crisi. Il numero degli indecisi è ancora alto e quello di Casas e Sánchez è apparso come un ingenuo autogol. Il Sì, che riunisce gli imprenditori e la maggioranza di governo, dispone infatti di risorse praticamente inesauribili ed ha finora occupato quasi tutti gli spazi informativi.
Più del coro delle proteste –provenienti anche da settori del Sì convinti della pericolosità del memorandum- preoccupa invece il silenzio adottato da Óscar Árias su tutta la questione. Il presidente non è super partes, e sebbene non stia partecipando in prima persona alla campagna, è un fervido sostenitore del Sì. Una non si sa quanto provvidenziale lesione al tallone d’Achille lo ha tenuto lontano dalle apparizioni pubbliche, ma è certo che la sua mancanza di posizione, su un fatto che viene visto come un attentato alla vita democratica della nazione, ha sorpreso cittadini e osservatori. Kevin Casas è però il volto nuovo di Liberación Nacional, nonchè delfino di Árias, che vede in lui il suo erede politico. Da qui la superficialità con cui l’ex premio Nobel starebbe trattando il tema.
I sondaggi. I sondaggi ufficiali danno in testa il Sì, ma l’esperienza delle ultime due elezioni presidenziali –terminate con la differenza di una manciata di voti tra i due candidati al ballottaggio- suggerisce prudenza. L’ultimo, effettuato nei primi giorni di settembre, ad un mese dal voto ma pubblicato dalla Nación, quotidiano vicino al Sì, dava a questo schieramento il 56 percento delle preferenze, contro un 36 percento del No. La campagna prosegue, ma il danno provocato al Sì dal documento di Casas –che è stato anche messo sotto inchiesta dal Tribunale elettorale- non è stato ancora quantificato. Il fronte del No, eterogeneo ma oberato da difficoltà finanziarie, ha optato per una campagna porta a porta, con i propri sostenitori impegnati soprattutto in riunioni di quartiere, dibattiti e manifestazioni di piazza.
Nel frattempo. Il clima elettorale, a due settimane dal voto, non è dei migliori. Al di là dello scandalo Casas ci sono stati altri episodi, alcuni di violenza, che danno l’idea di come sia sentito l’appuntamento. Alcune frange più estremiste del No hanno già dichiarato che, in caso di vittoria del Sì, non accetteranno il risultato delle urne per prendere le piazze.
Il referendum va al di là della firma di un semplice trattato commerciale ed ha diviso i costaricensi più di quanto sia successo in passato nelle varie presidenziali. L‘impressione che si ricava è quella di un confronto ideologico sul quale si giocano le sorti della nazione. Votare Sì o No determinerà il futuro e ogni elettore è cosciente di questa grande responsabilità di cui sarà investito, per la prima volta in 186 anni di storia democratica, il prossimo 7 ottobre.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8825
"INACCETTABILE" POVERTA' E NUOVA ONDATA DI CRIMINALITA'
La situazione di povertà e disoccupazione nel paese è ormai “insopportabile e inaccettabile”: è il parere di 114 associazioni ed istituzioni di vari settori, raggruppate in seno al Consiglio haitiano degli enti non governativi (Conhane), che chiedono un’intensificazione degli investimenti pubblici e privati per creare nuovi posti di lavoro. Il Conhane chiede anche maggiore vigilanza sull’utilizzo dei fondi della comunità internazionale e la creazione di piattaforme a favore della popolazione. Secondo le statistiche, più del 70% dei circa 8 milioni di haitiani vive con meno di 1,5 euro al giorno. Nelle grandi città, povertà e disoccupazione vanno anche di pari passo con violenza e delinquenza; anche se si era registrato un calo dell’insicurezza in questi ultimi mesi nella capitale Port-au-Prince, gli ultimi giorni hanno segnato un’inversione di tendenza: un ‘pastore’ non meglio identificato, rapito insieme a sua moglie, è stato ammazzato martedì sera durante l’intervento della polizia per liberarlo a Montanara 27, nella periferia sud della capitale. Un uomo d’affari, di nome David Guiteau, è stato assassinato da due individui armati lo stesso giorno nella zona di Delmas, anche teatro dell’omicidio di un funzionario civile della polizia e di sua moglie. Mancano ancora all’appello due haitiani sequestrati, tra cui un esponente del partito Fanmi Lavalas, mentre sono stati rilasciati dai loro rapitori, forse in cambio di denaro, un ex-colonnello e un cittadino statunitense. Dal canto suo, la polizia riferisce che 272 individui sono stati arrestati nelle ultime due settimane.
http://www.misna.org/
OSCE : crescono i crimini dell'odio verso Islamici ed Ebrei
di Carla Amato
Crescono in molti Paesi europei i crimini dell'odio. Lo ha rivelato un nuovo rapporto dell'Ufficio OSCE per le istituzioni democratiche ed i diritti dell'uomo ringuardante i crimini dell'odio e le manifestazioni di intolleranza, che sottolinea anche la maggior violenza che contraddistingue tali atti rispetto al passato.
Il rapporto, presentato venerdi' a Varsavia, mette in evidenza che i leader politici europei usano un linguaggio sempre piu' razzista, xenofobo, antisemita, omofobico e discriminatorio e che gli operatori per i diritti dell'uomo continuano ad essere obiettivi delle azioni motivate da odio. Inoltre nota un aumento del numero dei gruppi razzisti organizzati e di siti razzisti su Internet e sottolinea che gli attacchi razzisti e xenofobi violenti sono sempre piu' commessi da giovani.
Obiettivi di violenza e aggressioni gli ebrei ed i musulmani visibilmente identificabili, quali i rabbini, gli ebrei ortodossi e le donne che portano il hijab, quindi manifestare apertamente la propria fede e' diventato pericoloso in molti contesti. Il rapporto sottolinea anche la tendenza preoccupante degli incendi o dissacrazioni di moschee, cimiteri e centri culturali. In parecchi casi, teste di maiale sono state lasciate in posti di culto o su tombe.
Anche nel Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, riunito a Ginevra una settimana fa, era emerso che nel mondo crescono il razzismo e gli attacchi alla liberta' di religione, in particolare l'Islamofobia. Gli esperti ONU puntavano il dito sulla politica post 11 settembre 2001 ma anche sui media, accusati di veicolare pregiudizi e stereotipi.
Il rapporto, "Crimini dell'odio nella regione dell'OSCE: i fatti e le risposte" e' basato invece sulle informazioni raccolte dagli Stati OSCE come pure dalle organizzazioni internazionali non governative e fornisce anche esempi di come gli Stati rispondono a tali fatti. Mentre alcuni Stati hanno deciso di condannare pubblicamente tali crimini ed accertarsi dell'efficacia della risposta, in altre nazioni c'e' un'omissione continua sia nel riconoscimento che nella sanzione di questi crimini.
Secondo l'ambasciatore Christian Strohal, dell'Ufficio OSCE per le istituzioni democratiche ed i diritti dell'uomo, i crimini dell'odio hanno il potenziale di minacciare la sicurezza e la stabilita'.
Lunedi' iniziera' il maggiore congresso su diritti dell'uomo in Europa, che durera' due settimane e che si focalizzera' fra l'altro sulla tolleranza e sulla non discriminazione.
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 23 2007
IL PAESE DEI FURBI
SI CONDANNA DA SOLO
Sembrava uno scandalo come tanti altri. Poi, col passare dei giorni, si è rivelato un fatto molto più grave di quanto apparisse all’inizio. (foto Ansa/La Presse).
I concorsi truccati non sono un’invenzione di oggi, come non lo sono le raccomandazioni e il ricorso ai mille sotterfugi escogitati dagli studenti per superare un compito in classe o un esame. Ma qui non si tratta di semplici raccomandazioni o di indebite protezioni o di ingegnose invenzioni escogitate dalla fantasia degli esaminandi.
Qui c’è un’associazione a delinquere fatta di infiltrati, galoppini, tecnici, professionisti, centrali operative, favorita da un clima umano degradato, dove troviamo giovani che cinicamente si vantano di essere passati senza studiare (il linguaggio usato è più colorito, ma irripetibile); genitori irresponsabili che esultano perché il figlio è riuscito a entrare nell’ingranaggio del trucco e telefonano alla moglie di preparare lo champagne; tecnici senza scrupoli che mettono la loro competenza a servizio dell’inganno; professori che vendono la loro competenza e la loro dignità e diventano così il fulcro indispensabile del concorso truccato.
Non è venuto a galla solo quello che da sempre esisteva, ma si è visto che c’è stato un salto di qualità: una consistente équipe di persone qualificate che hanno formato una società a delinquere che certamente non si scioglierà alla fine del concorso, ma continuerà a imperversare e a prestare il proprio servizio truffaldino a quanti lo richiederanno. Un cancro che si estenderà per metastasi a tutta la società, infettandola.

Un’immagine di archivio del test d’ingresso in un università italiana
È vero che questi sconsiderati sono una minoranza; ma fanno testo. Perché logorarsi sui libri se si può raggiungere lo scopo senza fatica? Perché far parte della categoria dei secchioni quando si può entrare nella categoria dei furbi?
Questi irresponsabili un giorno entreranno in circolazione e li troveremo negli ospedali ad aumentare la malasanità, nelle aule ad abbassare il livello culturale della scuola, negli uffici a trattare gli affari dei cittadini e dello Stato con incompetenza, nelle amministrazioni pubbliche a pensare più ai loro interessi che al bene dei cittadini, e a occupare posti per i quali non sono preparati.
Pessimismo eccessivo? Forse. Ma certamente sono almeno tre i mali prodotti da queste truffe organizzate
Il secondo male è lo scadimento della vita sociale. C’è il pericolo che ai posti di responsabilità non si trovino i competenti, ma i furbi, che occupano quei posti per motivi che nulla hanno a che fare con le qualità richieste. È una forma di suicidio della società, un tarlo che la distrugge svuotandola dall’interno, un inganno organizzato che avrà ripercussioni negative nella vita dei cittadini, che hanno il diritto di trovare persone preparate nei posti di responsabilità, e trovano invece degli incompetenti.
Il terzo male è l’ingiustizia che viene commessa nei confronti di chi ha la preparazione per occupare quel posto, ma non ha le raccomandazioni giuste e i mezzi leciti per ottenerlo, e deve subire la sofferenza, la rabbia e l’umiliazione di vedersi superato da chi ha il protettore che lo impone. Sono una nuova categoria di poveri e di oppressi che dovrebbero trovare nella società l’aiuto per il riconoscimento dei loro meriti e che, invece, vedono il loro grido cadere nel vuoto di un’opinione pubblica che non ha tempo per pensare a coloro che non riescono a farsi strada sgomitando e calpestando gli altri.
L’onorevole Mussi ha citato la frase di Gesù: «È necessario che gli scandali avvengano». E sta bene. Il male deve venire a galla e manifestare il suo volto deforme e il suo potere deformante. Ma Gesù ha continuato la sua invettiva dicendo: «Guai, però, a coloro per i quali gli scandali avvengono». Alla constatazione del male deve seguire l’impegno a eliminarlo. Altrimenti, si diventa conniventi del male stesso.
Giordano Muraro
www.famigliacristiana.it
. Il primo è la sfiducia nella giustizia che porta i cittadini a pensare che nella società non valgano il merito, la professionalità, la preparazione, ma la furbizia e le raccomandazioni. È una mentalità che fa regredire la convivenza sociale allo stadio in cui non è la legge a prevalere, ma sono la prepotenza, la violenza, la furbizia, la truffa, il potere.

Dal Corriere.it del 22 settembre
“Sono 26.752 i detenuti usciti fino ad oggi dal carcere grazie all’indulto. Di questi, circa il 22% (per l’esattezza 6.194, di cui 4.318 italiani) sono finiti di nuovo in cella per essere tornati a delinquere. Ciò non significa però - fa notare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che in occasione della festa della polizia penitenziaria a Napoli ha reso noto i dati aggiornati al 18 settembre - che il tasso di recidiva sia aumentato dopo l’indulto: il tasso era infatti al 44% prima dell’approvazione dell’atto di clemenza il 31 luglio del 2006, mentre ora è al 42%. Un dato sottolineato anche dal ministro della Giustizia Clemente Mastella nel suo discorso.
LA SITUAZIONE - Attualmente nelle carceri italiane ci sono 46.118 detenuti di cui i definitivi sono 17.369, quelli in attesa di primo giudizio 15.718, mentre il resto si suddivide tra appellanti (8.952), ricorrenti (2.632) e internati (1.447). Grazie all’indulto le sovraffollate carceri italiane (i detenuti erano arrivati a sforare quota 60 mila nel luglio del 2006) hanno respirato una boccata d’ossigeno che, però, sembra durata solo un anno: i dati del Dap mostrano, infatti, che dai 38.847 detenuti dell’agosto 2006 (vale a dire subito dopo il varo dell’atto di clemenza) si è arrivati nel giro di un anno a 46.118, mentre la capienza regolamentare degli istituti penitenziari è di 43.140 posti. Su 26.752 indultati, il 69,2% è rappresentato dai condannati in via definitiva, l’1,8% da coloro che erano in attesa di primo giudizio, il 5,9% da appellanti, il 3% da ricorrenti, e il 20,1% da detenuti con più procedimenti a carico. Dei 6.194 detenuti che, una volta aver beneficiato dell’indulto, hanno fatto rientro in carcere, la maggior parte (4.939), sono persone nuovamente arrestate in flagranza di reato, mentre 1.190 per provvedimenti dell’autorità giudiziaria”.
Come volevasi dimostrare. A un anno dall’indulto (abbuono di tre anni di pena per molti reati commessi fino al maggio 2006) l’affollamento delle csarceri è di nuovo oltre il limite di guardia.
Entro un altro anno, in assenza di riforme incisive, è prevedibile che si arrivi alla situazione antecedente al provvedimento di clemenza. I dati ufficiali parlano chiaro. Ma il ministro Mastella preferisce parlar d’altro, vantando il fatto che la percentuali di recidivi è in lieve diminuzione. Un modo come un altro per eludere la vera questione. Che è questa: non erano escogitabili altri modi per sfollare le galere di poveri cristi? Non era possibile, ad esempio, depenalizzare alcuni reati per evitare di congestionare strutture giudiziarie e penitenziarie? Non era pensabile, se proprio indulto doveva essere, affiancare ad esso un provvedimento di amnistia, in modo da impedire ai tribunali di girare a vuoto per anni? Per arrivare all’indulto mastelliano, che nel solleone di fine luglio 2006 fu votato con sorprendente sollecitudine dall’ottanta per cento del Parlamento, fu necessario inserire nel novero dei reati indultati i tipici reati da malaffare politico e da criminalità economica, con il risultato - in abbinamento alla prescrizione breve - di depotenziare molte inchieste sul potere. Fu una bella mossa in termini di trasparenza ed etica pubblica, dopo cinque anni di governo su misura?
Prima di blaterare di antipolitica, occorrerebbe dare risposte credibili a semplici domande come questa. Vero, onorevole Piero Fassino?http://www.pieroricca.org/

La corsa alla Casa Bianca richiede una valanga di soldi e le leggi che regolano la raccolta di fondi stimolano la creativita’ dei candidati. Ne e’ un esempio Barack Obama, che nel pieno della volata finale verso i conti di fine settembre ha lanciato un nuovo metodo: i suoi finanziatori vengono ora uniti in coppiette online, con modalita’ non diverse da quelle che usano i siti web specializzati nel trovare l’anima gemella. […]
Il 30 settembre, come alla fine di ogni trimestre, gli aspiranti presidenti degli Stati Uniti devono rendere pubblici i loro conti in banca. In casa democratica gira voce che il senatore nero dell’Illinois, indietro nei sondaggi rispetto a Hillary Clinton, potrebbe ancora una volta batterla sul piano finanziario. Una prova di forza che dimostrerebbe che la base di sostenitori su cui conta Obama e’ in crescita, a pochi mesi dai primi voti per la nomination.
Sono giorni di frenetica caccia ai soldi per i candidati. Per legge, ogni americano non puo’ donare piu’ di 2.300 dollari per le primarie a ogni candidato. L’analisi dei conti mostra che la Clinton ha gia’ spremuto fino al limite i suoi donatori, mentre Obama conta su una base piu’ vasta, circa 250.000 persone, che fino ad ora hanno versato piccole somme.
Per stimolare i sostenitori ad estrarre di nuovo libretti degli assegni e carte di credito, gli strateghi di Obama hanno lanciato la campagna ‘Match’. In pratica, un donatore sceglie sul sito web del candidato la somma che vuol versare, accompagnata da un commento. Poco dopo gli viene segnalato il nome e la citta’ di un altro donatore che ha scelto di uguagliare (match) la somma con un versamento analogo. A questo punto i due vengono messi in contatto, si scambiano pareri e via email nascono amicizie unite dalla passione comune per Obama.
Nei primi giorni in cui e’ stata attivata, secondo gli esperti di finanziamenti elettorali, la campagna ‘Match’ ha gia’ dato frutti. Lo staff di Obama ha diffuso estratti dei messaggi che i piccoli finanziatori si stanno scambiando: lettere di soldati in Iraq che scoprono di essere stati accoppiati con genitori di altri militari al fronte, per esempio. ‘’Grazie per aver uguagliato la mia somma - ha scritto una mamma del Massachusetts - mio figlio e’ in Iraq e voglio che questa guerra finisca'’.
L’esperimento e’ stato paragonato dal Chicago Tribune a ‘eHarmony.com’, il piu’ popolare servizio online per trovare l’ anima gemella. Ma David Plouffe, il capo della campagna elettorale di Obama, ha sottolineato che si tratta di un esempio della mobilitazione di base che soprattutto i candidati democratici stanno cercando di costruire in vista del 2008, utilizzando le potenzialita’ di Internet. E la guerra in Iraq e’ un potente catalizzatore in questo senso. ‘’E’ importante ricordare - ha detto Plouffe - che nessuna singola persona, compreso Barack Obama, puo’ metter fine a questa guerra da sola. Occorre un movimento che elegga un nuovo presidente con le capacita’ di giudizio e il coraggio di cambiare direzione'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/09/22/obama-e-le-coppiette-online-nuovo-metodo-per-far-soldi/#more-368
Lo sdegno da poche lire
Lo sdegno da poche lire è una delle migliori armi dei media “di sinistra” (curioso, ma per la seconda volta in 24 ore torniamo a parlare di “Repubblica”), i peggiori e più subdoli gatekeepres del sistema, che denunciano il palazzo in nomen populi, raccogliendo facili applausi, su piccoli eventi tanto vistosi quanto innocui per la preservazione dello satus quo.
Per i pecoroni dei “grandi numeri”, come sappiamo, basta lo stadio alla domenica: una bella caterva di legnate fra curva nord e curva sud, e anche per questa settimana la preservazione del potere è assicurata. Per gli intellettuali, ovvero le quattordici menti pensanti sopravvissute in qualche modo all’Olocausto della Ragione, ci vuole invece qualcosa di più sofisticato: e lo sdegno da poche lire è una delle armi usate con maggiore frequenza.
E‘ il caso, ad esempio, dello studente della Florida “taserato” ieri dai poliziotti, mentre poneva domande scomode a John Kerry. Ecco l’episodio, ripreso e messo in onda dalle TV locali.
(in coda un secondo video, meno traballante ma incompleto)
Allegando il video, ieri Repubblica titolava: “Studente fa domande scomode a Kerry - Arrestato e immobilizzato col Taser”.
Ma non è esattamente così. La percezione dell’evento è falsata, nel titolo di Repubblica (come in molti altri casi) ...
... da una sequenza logico-temporale decisamente incompleta, che secondo Repubblica sarebbe questa:
1 - Studente pone domande scomode.
2 - Kerry balbetta
3 - Studente arrestato, condotto fuori
4 - Studente urla “che ho fatto?”
5 - Studente taserato
6 – Sdegno
Ma rispetto ai fatti reali, verificabili dallo stesso video, mancano altrettanti piccoli ma fondamentali passaggi intermedi:
1 - Studente pone una domanda scomoda.
2 - Kerry balbetta
2B (manca) – Studente incalza, e nonostante l’avviso aggiunge altre domande a Kerry, che è così ben felice di “non riuscire” a rispondere alla prima.
3 - Studente arrestato, condotto fuori.
3B (manca) – Studente si dimena, cerca di divincolarsi dalla stretta dei poliziotti.
4 – Sempre dimenandosi, studente urla “che ho fatto?”
4B (manca) – Poliziotto lo avvisa che se non si lascia portare fuori verrà “taserato”.
5 - Studente taserato
5B (manca) – ... poichè ha continuato a dimenarsi, nonostante l’avviso.
6 – Commento: Sdegno
6B (manca) – Studente se l’è cercata.
Nell’abbandonarsi al facile sdegno, infatti, c'è un problema di cui nessuno tiene conto: nei rapporti con la polizia, in America, ci sono delle precise “regole di ingaggio”, che tutti conoscono, e che vanno rispettate nelo stesso interesse del cittadino. Faccio un esempio:
Io vivo a Los Angeles, in una delle classiche “villette a schiera” che si vedono in mille film. Un giorno sento un elicottero girare in circolo sopra la casa, e contemporaneamente sento arrivare voci concitate dal giardinetto che sta sul retro. Esco a vedere cosa succede, e mi trovo davanti un individuo con in mano la pistola, puntata verso il basso. C’è un istante che si congela nel tempo, nel quale ci guardiamo negli occhi e ciascuno di noi si domanda “Chi cazzo è questo qui?”. Nel frattempo noto che l’uomo tiene il dito fuori dalla “gabbia” del grilletto, appoggiato cioè sul lato della stessa, parellelo alla canna della pistola. A mia volta, tengo le mani bene in vista.
L’uomo alza l’altra mano e mi mostra un “badge” della polizia, mentre mi dice: “LAPD. Under cover. We’re chasing a suspect”. “Polizia di Los Angeles, in borghese. Stiamo inseguendo un ricercato”. Faccio due più due, calcolo l’elicottero, vedo che l’uomo ha un auricolare all’orecchio, e deduco che non stia mentendo. Ci rilassiamo tutti e due, gli dico “fate pure”, e rientro in casa chiudendo subito porte e finestre. Risulterà che stessero inseguendo un rapinatore, che pareva avesse scavalcato il muro di cinta posteriore, ma del quale a quel punto avevano perso le tracce.
Ora, nel momento in cui io sono uscito, se fossi stato armato, avrei potuto sparare tranquillamente in faccia al poliziotto in borghese, senza fare un solo giorno di prigione. In America infatti la regola è, per coloro che oltrepassano i limiti di una propietà privata, “First we shoot, then we ask questions”. Prima spariamo, poi facciamo le domande. A loro volta i poliziotti lo sanno, e sono particolarmente solleciti nel farti sapere chi sono e cosa fanno nel giardinetto di casa tua.
Se a mia volta invece avessi fatto una mossa repentina, o non avessi tenuto le mani bene in vista, era suo diritto puntarmi conto la pistola e ordinarmi di stendermi immediatamente a terra, a faccia in giù e con le braccia allargate sul terreno. Teoricamente, l’uomo che cercavano potevo anche essere io.
Non è certo il massimo della civiltà, ma queste sono le regole del gioco, e tutti le conoscono.
La stessa cosa vale per lo studente della Florida, che non poteva non sapere che in America NON ci si divincola quando la polizia ti tiene fermo, ti ammanetta o ti porta via. Se infatti tu fossi armato, potresti cercare di sparare a uno di loro, o accoltellarli, oppure potresti cercare di impadronirti della loro pistola, e quindi i poliziotti hanno tutto il diritto di ridurti al più presto all’impotenza fisica. Saranno dei fetenti finchè vuoi, ma di vite da spendere ne hanno una sola pure loro. E anche loro hanno figli da cui amano tornare a casa, la sera.
Ora, si può discutere sul fatto che sei poliziotti non riuscissero a ridurre all’impotenza lo studente senza bisogno di taserarlo, ma il ragazzo, visto nel video, non sembrava certo un anoressico, ed evidentemente, se hanno fatto ricorso al taser, è perchè non riuscivano ad ammanettarlo diversamente. Ma prima di usarlo lo hanno avvisato. Nel video si sente chiaramente.
Di fatto quindi lo studente ha sbagliato due volte: prima nell’ impedire a Kerry di (non) rispondere alla prima domanda, aggiungendone stupidamente altre, e offrendo così alla polizia un’ottima scusa per arrestarlo (poco prima lo avevano avvisato di tagliar corto, ma lui aveva continuato), e poi dimenandosi (resisting arrest), pur cosciente che in quel modo avrebbe obbligato i poliziotti a ridurlo all’impotenza con qualunque mezzo a disposizione.
E’ quindi sbagliato scrivere “Studente fa domande scomode a Kerry - Arrestato e immobilizzato col Taser”. Il titolo giusto doveva essere “Studente fa troppe domande a Kerry, e quindi viene arrestato. E siccome resiste all’arresto, viene pure taserato”. Ma a quel punto chi si “indignava” più?
Ancora una volta, quindi, è stata abilmente montata una notizia spostando l’attenzione su un falso problema, nel momento in cui quello vero - la mancata protesta di Kerry per le frodi elettorali – stava per venire a conoscenza del grande pubblico televisivo.
E’ facile, signori giornalisti, farci indignare col povero studentello disarmato che urla “don’t taser me, don’t taser me”. Perchè invece non indagate su quello che lo studente non è riuscito a sapere? Perchè John Kerry non ha protestato per le evidenti frodi elettorali dei repubblicani nel 2004?
Io la risposta credo di conoscerla, ma non ve la dico. E’ vostro compito quello di scoprirlo, e voi siete pure pagati per farlo.
Massimo Mazzucco
NOTA: Se si vuole contestare un grosso personaggio in pubblico, in America, questo è il modo di farsi portare via senza essere “taserato”, e facendo comunque sapere a tutti quello che pensi:
Questo invece è il modo di porre domande imbarazzanti a un big shot come Rumsfeld, senza nemmeno farsi portare via. (In realtà c’è un istante in cui la security cerca di intervenire – non lo si vede ma lo si capisce, ma McGovern reclama semplicemente “Siamo in America” - riferendosi alla libertà di espressione - mentre lo stesso Rumsfeld in qualche modo è costretto a farlo rimanere, pagando così il giusto prezzo che McGovern intendeva fargli pagare. Un imbarazzo prolungato.
Grande Ray. Riuscire a fischiare un “non sequitur” a Rumsfeld non è male.
M.M.
Un secondo video dello studente “taserato”
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2048
Clima di rivolta verso il taglio dei tassi sul dollaro. La Banca Centrale saudita ha annunciato il rifiuto di applicare il tasso di 4,75 deciso dalla Fed. Motivo? Non aumentare le pressioni inflazionistiche sul petrolio, e il governatore non ha voluto aggiungere altro.
Secondo il Telegraph, la mossa è il segnale che l'Arabia Saudita si sta preparando ad abbandonare il dollaro come moneta di riferimento, con il rischio che la medesima decisioni si propaghi come un incendio per tutto il Medio Oriente dando il colpo di grazia al dollaro.
Malgrado nessun media in Italia ne parli, a me questa pare una notizia davvero inquietante. Se i sauditi, da sempre ottimi alleati USA, mollano il dollaro nel momento del bisogno significa che per il biglietto verde stanno arrivando tempi duri. http://petrolio.blogosfere.it/
DOVE LA GIUSTIZIA SEMBRA ESSERE PROPRIO LONTANA: LETTERA DAL LIBANO
DI KARIM MAKDISI
Counterpunch
La tregua estiva è ufficialmente terminata in Libano. Verso le cinque del pomeriggio una bomba pesante 40 Kg a occhio e croce, collocata in una Mercedes, è stata fatta esplodere in una zona affollata del quartiere Sin el-Fil di Beirut. L’obiettivo diretto dell’azione è stato Antoine Ghanim, membro del Parlamento, appartenente al partito conservatore Falangista Maronita e alla coalizione 14 Marzo [una formazione sunnita, drusa e cristiana, capitanata da Hariri, Joumblatt e Geagea ndt], considerata favorevole al governo. Ghanim è il quarto parlamentare ad essere ucciso da quando l’omicidio dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri, avvenuto nel Marzo del 2005, lacerò il paese e paralizzò lo stato.
A causa dell’esplosione sono stati contati altri sei civili morti e una cinquantina di feriti, con la maggior parte dei Libanesi che oscilla tra apprensione e disgusto nei confronti di una classe dirigente che non si è preoccupata di loro dal punto di vista politico, sociale, economico e della sicurezza.
Tuttavia, l’obiettivo effettivo della strage è stato l’accordo, apparentemente non troppo remoto, tra gli attori chiave del governo e dell’opposizione. Attori che sono alla ricerca di una risoluzione della crisi che avvolge le imminenti elezioni presidenziali, programmate per la settimana successiva all’attentato. Al momento, la coalizione 14 Marzo detiene un esile (benché discutibile) maggioranza parlamentare – adesso resa, tragicamente, ancor più esigua – e ha lasciato intendere che potrebbe mettere fine alla tradizionale interpretazione della costituzione [che lo impedisce ndt] ed eleggere il prossimo presidente a maggioranza semplice piuttosto che con il consueto quorum richiesto dei due terzi. Ciò ha reso furiosa l’opposizione, che considera l’attuale governo filoamericano di Fouad Siniora illegittimo e sostenitore dei desiderata statunitensi e israeliani, che intendono disarmare la resistenza.
Dopo diversi mesi di vani negoziati e amare recriminazioni da entrambe le fazioni, il portavoce del Parlamento, Nabih Berri, ha varato, di recente, un iniziativa tesa al compromesso – dal sapore di ultima spiaggia -, cui è stato ampiamente riconosciuto il raggiungimento di una breccia [nel muro contro muro tra governo e opposizione ndt]. Come l’ex-Presidente Amin Gemeyal ha correttamente sottolineato: “La politica libanese funziona così. All’ultimo minuto, tutti si rendono conto del fatto che il tempo della contrattazione è scaduto e mettono le carte in tavola, accordandosi su un compromesso che salverebbe la nazione. L’alternativa è il disastro.”
Il compromesso sponsorizzato da Berri esige che l’opposizione – che annovera Hizbullah e il FPM (Free Patriotic Movement) guidato dal generale Michel Aoun, il leader cristiano più popolare in Libano – partecipi a una seduta parlamentare il 25 settembre che elegga il nuovo Presidente, in ricompensa dell’esplicito riconoscimento, da parte della formazione 14 Marzo, del fatto che la maggioranza qualificata (due terzi) sia effettivamente richiesta per l’elezione (come recita la Costituzione libanese). A seguito di ciò, un governo di unità nazionale sarebbe nominato.
Dopo aver ricevuto il beneplacito da parte del leader della coalizione 14 Marzo, Saad Hariri, ci si aspettava che il portavoce Berri incontrasse il Patriarca Maronita, che è ritenuto l’ago della bilancia tra i candidati presidenziali in gioco (che deve essere cristiano maronita secondo il patto, vigente nel paese, di divisione di forze). Un tale incontro, se coronato dal successo, avrebbe potuto aprire la strada a un candidato presidenziale maggioritario; ciò avrebbe rappresentato, ma è lecito anche dubitarne, l’inizio di una più vasta risoluzione della crisi libanese, aggravatasi dalla sanguinosa invasione israeliana della scorsa estate.
L’autobomba di questa settimana, in questo caso, va letta sullo sfondo di questo contesto. Mentre non sapremo mai chi realmente abbia guidato questo assassinio – questi casi, considerando simili, passati affaire, non risultano essere stati mai risolti dagli investigatori libanesi, solitamente per ragioni legate alla politica –, non ci vorrà molto perché si litighi sulle accuse.
Durante trasmissioni in diretta TV, diversi parlamentari e dirigenti della coalizione 14 Marzo affermarono chiaramente che “tutti” sanno chi stia dietro non solo a questa atroce strage, ma anche a tutte quelle dei passati due anni e mezzo: la Siria. Bizzarramente, anche Saad Hariri ha accusato la Siria di aver assassinato Ghanim in rappresaglia del recente attacco aereo israeliano nei territori siriani. Anche alcuni politici appartenenti alla coalizione 14 Marzo hanno colto l’opportunità di incolpare pubblicamente di tradimento tutti i parlamentari dell’opposizione che hanno deciso di non partecipare alla seduta del 25 settembre, accusandoli pertanto, anche se indirettamente, di complicità nell’omicidio di Ghanim.
Gli esponenti dell’opposizione libanese e i portavoce siriani, che avevano tutti inequivocabilmente condannato l’atto terrorista, hanno respinto con rabbia una tale logica, accusando chiunque si sia avvantaggiato di questa tragedia per calcolo politico di fomentare la discordia e di essere al soldo di interessi “stranieri”. A detta loro, questi attacchi arrivano sempre proprio quando il momentum pare distaccarsi dagli interessi israelo-statunitensi per attestarsi in prossimità del consenso interno.
È troppo presto per discernere quale sarà l’esatta ricaduta di quest’ultimo assassinio. Ahimé, autentici statisti, capaci di superare i biechi interessi di bottega, scarseggiano da queste parti e il popolo libanese si aspetta adesso ulteriori assassinii mentre il Libano si dirige verso un worst case scenario, vale a dire la costituzione di due governi (nel caso in cui non si raggiunga l’accordo prima della scadenza del mandato dell’attuale Presidente, ovvero entro il 24 novembre) e la reale divisione del paese, per non parlare delle istituzioni dello stato. Se si permette che ciò accada, il futuro potrebbe essere davvero sinistro.
Gli avvenimenti di ieri [riferimento alla strage ndt] non possono essere visti in modo astratto rispetto al più vasto contesto regionale. Proprio quando le prospettive dell’unità libanese sono duramente sotto attacco – e l’Iraq prosegue la propria violenta spirale verso la spartizione in unità etnicamente distinte – la Palestina viene ulteriormente divisa, con Israele che dichiara ufficialmente la striscia di Gaza – al momento un’immensa prigione con un milione e mezzo di persone che vivono in atroci condizioni – “territorio ostile” (con il beneplacito statunitense). Lasciando in disparte le ovvie considerazioni legali e umanitarie di una tale provocatoria mossa di Israele, come osservato dal Segretario Generale dell’ONU, è palese come la regione araba stia sopportando, per l’ennesima volta, un altro ciclo di violenza sponsorizzata dalla comunità internazionale e, forse, persino la ripartizione [in altre entità territoriali ndt], ridisegnando la mappa dell’area lungo i confini fantasticati da qualche neocon. L’obiettivo di una tale politica è istituire una serie di regimi filostatunitensi (e neoliberisti) da una parte all’altra della regione e punire i “mascalzoni”, ovvero quegli stati (come l’Iran e la Siria) o fazioni (Hizbullah, Hamas) che rifiutano la Pax Americana e l’egemonia regionale israeliana.
È consuetudine concludere articoli come questo con un appello alle persone equilibrate, di qualunque fazione esse siano, ad assicurare che equi accordi siano raggiunti in Libano, Palestina e Iraq. Tuttavia, oggi ho l’impressione che abbiamo appena iniziato una fase particolarmente violenta della nostra storia e che accordi duraturi – per non parlare della Giustizia – sembrino davvero assai lontani.
Karim Makdisi è Assistente in Relazioni Internazioni al Dipartimento di Studi Politici e Amministrazione Pubblica presso l’Università Americana di Beirut. Gli si può scrivere presso makdisi007@yahoo.com
Titolo originale: "Letter from Lebanon. Where Justice Seems Very Far Away"
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link
21.09.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PG
Per un refuso tipografico, questo articolo è stato pubblicato ieri in versione incompleta. Mi scuso con i lettori. gc
E se fossimo alla fine dell'era del dollaro? E se fosse necessaria una nuova Bretton Woods per un'uscita non traumatica dal predominio del dollaro?
I paesi petroliferi amici degli Stati Uniti, a cominciare dai sauditi, hanno gradito ben poco, anzi per niente, la decisione della FED sul taglio dei tassi che ha fatto svalutare pesantemente il dollaro. La banca centrale saudita se n'è apertamente svincolata rifiutando di tagliare i propri tassi. Perché dovremmo farci pagare in una moneta sempre più deprezzata, è la domanda alla quale sempre più economisti rispondono: nessuna. Se la FED continua a far andare il dollaro in caduta libera, c'è un limite al farci pagare con carta straccia. Ci vogliono un dollaro e 41 centesimi per comprare un Euro. Appena nel febbraio di 5 anni fa bastavano 87 centesimi. Il dollaro brucia, ed è una notizia molto preoccupante. Molto preoccupante per più motivi.
Innanzitutto per l'Unione Europea. Questa si è costruita un mercato interno da 350 milioni di persone, per poi puntare tutto (per una scellerata scelta ideologica neoliberale) sulla relazione con Cina e Stati Uniti, svilendo molti dei vantaggi che da quel mercato interno potevano derivare. Commerciare con i nostri partner storici, la Germania innanzitutto, con il dollaro più o meno debole è indifferente, ma competere (forse bisognerebbe ridefinire questa sinonimia esasperata tra commerciare e competere) con Cina e Stati Uniti significa legarsi a doppio filo al destino del dollaro e obbligarsi a sostenerlo continuamente.
Come si può competere (noi italiani ci abbiamo costruito il nostro miracolo quasi mezzo secolo fa) con un dollaro che vale pochissimo e con la macchina produttiva statunitense (intatta ed enorme, ovviamente) che funziona a tutto vapore e oliata dal favore di una moneta debole? Allo stato attuale la BCE e la FED giocano una commedia nella quale la FED scappa al ribasso, si fa quasi raggiungere (a costi enormi per la BCE), poi riscappa.
Ovviamente in molti tentano di correre ai ripari. Proprio ieri a Manaus in Amazzona, Lula da Silva e Hugo Chávez (con il contemporaneo assenso di Nestor Kirchner e Rafael Correa da Buenos Aires) hanno confermato che il Banco del Sud vedrà la luce.
Ma il problema per gli Stati Uniti è enorme. Nel più catastrofico degli scenari, l'economia statunitense perderebbe 800 miliardi di dollari l'anno dalla fine del dollaro come moneta di riferimento. Nell'improbabile scenario "atomico", la vendita cinese di una parte consistente dei 900 miliardi di dollari posseduti come riserva da quel paese, per gli SU, che sul potere del dollaro come moneta di riferimento fondano la loro capacità di vivere al di sopra delle loro possibilità e finanziare il loro enorme passivo, sarebbe la bancarotta. E' uno scenario altamente improbabile, perché lo sviluppo cinese è legato a doppio filo alla sinergia con il dollaro. Il Banco Centrale Cinese, come del resto la BCE, prenderebbero una decisione molto grave, per le loro stesse economie innanzitutto, se decidessero di smettere di sostenere il corso del dollaro che oggi sembra interessare loro più di quanto non interessi alla stessa FED che per il caso dei mutui si è mosso sul tasso di sconto senza alcuna considerazione per le ripercussioni internazionali, come il clamoroso NO saudita dimostra.
Gli Stati Uniti dimostrano continuamente di muoversi da impero senza poterselo più permettere. Al di là di scorciatoie belliche che i fondamentalisti protestanti al potere in quel paese hanno nel loro DNA, non sarebbe necessaria una nuova Bretton Woods che ridisegni completamente i nuovi equilibri monetari mondiali, pensando ad una uscita soft e non traumatica dal predominio del dollaro sull'economia mondiale?
Al momento non è all'ordine del giorno, perché sarebbe la presa d'atto del fallimento finanziario prima ancora che etico del modello neoliberale di globalizzazione. Aspettiamoci traumi.http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/il-dollaro-brucia-1328.asp
Ahiska: esodo in una terra sconosciuta
Nel gennaio 2004 è iniziato il programma di trasferimento dei turchi Ahiska dalla Russia agli Stati Uniti. Ma cosa c'è ad attanderli dall'altra parte dell'Atlantico?
Comunità in esilio (Foto Asli Kadan aka Heliothrope/ Flickr)
L'America fa ancora sognare. Dopo anni di preparazione, nel gennaio 2004 è iniziato un programma per trasferire la minoranza turca degli Ahiska, discriminata dalla Russia di Putin, dal territorio di Krasnodar (nel Caucaso russo) verso gli Stati Uniti. Il programma terminerà il 1° ottobre 2007, ma non tutti gli Ahiska hanno raggiunto la serenità negli Usa e molti continuano a vivere in una situazione di incertezza e ingiustizia.
Il terzo esodo in meno di un secolo
Per i più anziani tra gli 11mila Ahiska emigrati finora, questo viaggio rappresentava il terzo esodo in una terra sconosciuta. Nel Ventesimo secolo la storia dei 300mila Ahiska è stata caratterizzata da esodi e espulsioni. Fino alla Seconda Guerra Mondiale vivevano nel Sud della Georgia (parte dell'Urss) come musulmani di lingua turca, nella provincia di Meskheti al confine con la Turchia. Joseph Stalin ne fece deportare in un solo colpo 90mila nella valle centroasiatica Fergala, che si estende per buona parte in Uzbekistan (sempre parte dell'Urss). Nell'Unione Sovietica, a causa della vicinanza con i turchi, erano considerati un «popolo inaffidabile». Fino alla seconda fase della Perestroika, alla fine degli anni Ottanta, non ebbero alcuna possibilità di tornare indietro. Negli anni 1989 e 1990 si giunse a scontri cruenti di stampo nazionalistico in cui morirono più di cento Ahıska e più di mille rimasero feriti. Iniziava la seconda emigrazione nella quale 20mila Ahiska fuggirono dall'Asia centrale. L'amministrazione sovietica temeva ulteriori contrasti tra gli Ahiska e le popolazioni locali dovuti ad un possibile ritorno in Georgia e li spinse quindi nelle zone interne della Federazione Russa. Ma molti Ahiska non si fermarono nei domicili assegnati, ma tornarono velocemente nella vecchia patria all'interno della (per loro) inaccessibile Georgia, il territorio di Krasnodar a Sud della Russia.
Gli Ahiska, cittadini senza Patria
«A Krasnodar», così raccontava alla tavola rotonda Vadim Karastelev, membro del Comitato per i Diritti Umani di Novorossiisk, «vissero da emarginati e furono spesso discriminati dalle autorità». In contrasto con le leggi esistenti, a molti di loro venne negata la cittadinanza russa. In Russia esiste l'obbligo di registrare ogni persona nel suo luogo di soggiorno, ma senza cittadinanza gli Ahiska non ottengono alcuna registrazione. Senza registrazione i bambini non possono frequentare la scuola gratuitamente come i bambini russi. Senza registrazione non c'è alcun lavoro legale o in qualche modo ben pagato. E senza lavoro non c'è denaro per pagare le rette scolastiche. Senza registrazione la milizia, durante i frequenti controlli di documenti, distribuisce multe a tutti i «non slavici».
Fino a quando nel 2004 Vadim Karastelev e i suoi colleghi del Comitato per i Diritti Umani di Novorossiisk, sono riusciti a creare con i rappresentanti statunitensi un programma attraverso cui la maggioranza degli Ahiska potesse trasferirsi dal territorio di Krasnodarer negli Stati Uniti. Il diciottenne Mustafa Konnijew ha potuto trasferirsi due anni fa con i suoi genitori e suo fratello nello Stato federale dell'Arizona. In visita ai parenti nel territorio di Krasnodarer racconta delle sue esperienze ai partecipanti alla tavola rotonda: «In America un manager speciale ci aiuta con tutti i documenti, con la scuola e per trovare lavoro. Ora sono all'ultimo anno della Cortés High School di Phoenix. Se i miei risultati fossero buoni vorrei diventare un banchiere o un avvocato.» Ciò che gli piace particolarmente è che «In America sono tutti uguali, mentre in Russia ero l'unico di colore in tutta la scuola e l'insegnante di russo mi umiliava».
Speranza appesa ad un filo
Circa 2mila Ahiska non hanno ancora raggiunto gli Stati Uniti, ma continuano a vivere nel territorio di Krasnodar. Alcuni volevano rimanere, ma sono stati rifiutati dalle autorità statunitensi. Tra questi anche la trentunenne Kamila Lamidze che durante la tavola rotonda ha colto l'occasione per rivolgersi al rappresentante dell'amministrazione Wladimir Nikolajewitsch Koschel: «Ci è stato detto: avrete la cittadinanza solo quando comprerete una casa, quando vi verrà intestata. Ma noi viviamo in un appartamento e non abbiamo una registrazione. Come facciamo a vivere? Ditecelo.» Koschel si segna il nome della signora, ma per la Lamidze questa non è più solo una questione di registrazione. I suoi genitori, entrambi i suoi fratelli e sua sorella vivono negli Stati Uniti, mentre lei è rimasta qui sola con il figlio di sei anni. La famiglia è importante per lei e vorrebbe raggiungerli negli Usa, ma finora ha ricevuto solo dei rifiuti. È confusa: «Non sappiamo più a chi rivolgerci».
Un colloquio privato tra Vadim Karastelev e gli Ahıska ha luogo dopo la tavola rotonda. Solo qui possono discutere senza paura dei loro prossimi provvedimenti: quali documenti possono ancora raccogliere per sfruttare le piccole chance di andare negli Stati Uniti anche dopo la fine del programma ufficiale il prossimo 1° ottobre, attraverso regolamentazioni di casi isolati. Il filo a cui molti si appendono si chiama "speranza". Kamila Nadzira dice: «La nostra speranza è riposta nel Comitato sui Diritti Umani.» Una speranza che è rivolta ad un luogo nel mondo in cui gli Ahiska possono vedere riconosciuto il diritto umano fondamentale: il diritto di avere dei diritti.
MYANMAR
Migliaia di monaci manifestano a Yangon “finchè non cadrà il regime”
Una sfida aperta alla dittatura militare. Le dimostrazioni in diverse città si susseguono sotto l’occhio vigile della polizia. “Serie preoccupazioni” dell’Onu.
Yangon (AsiaNews/Agenzie) – I monaci buddisti del Myanmar hanno affermato che essi continueranno a marciare e pregare fino alla caduta del governo militare. L’Alleanza dei monaci buddisti birmani ha diffuso un comunicato in cui si bolla la giunta come “un nemico del popolo”. La dichiarazione afferma pure che essi continueranno le dimostrazioni “fino a che la dittatura militare non verrà cancellata dal Paese”.
La sfida così aperta giunge proprio in contemporanea con una marcia organizzata da 1600 monaci per le vie di Yangon, in protesta contro la giunta militare, responsabile di soffocare il dissenso e lo scontento della popolazione.
È il quinto giorno in una settimana che i monaci si radunano alla Shwedagong Pagoda e da lì marciano pregando per le strade della città. Un cordone di folla li protegge da attacchi delle forze armate, mentre altri fedeli si aggiungono alla marcia. La marcia di oggi è stata filmata e osservata dalla polizia, ma non si è registrato alcun incidente.
Intanto a Mandalay, un’altra grande città del nord del Paese, migliaia di monaci hanno partecipato a un’altra manifestazione. Ieri a Yangon vi è stata un’altra marcia che ha radunato migliaia di monaci e persone comuni dalla Pagoda Shwedagong alla pagoda Sule, mentre imperversava una forte pioggia monsonica.
Dall’inizio della settimana i monaci hanno lanciato queste dimostrazioni in risposta alle violenze della giunta contro un monastero a Pokokku agli inizi di settembre, per le quali i monaci chiedono le scuse ufficiali del governo.
I monaci di Pokokku stavano sostenendo una manifestazione non violenta contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e dei trasporti. Il loro sostegno sta dando nuova vita ai critici del regime, responsabile dell’impoverimento del Paese e di molte violazioni ai diritti umani.
Ibrahim Gambari, inviato speciale Onu in Myanmar ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza che le recenti proteste contro il caro-vita e la conseguente repressione del regime fanno destano “serie preoccupazioni” nell’organismo internazionale. Gambari pensa di poter visitare il Myanmar quanto prima.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10372&size=A
Siria: gli effetti dello sconfinamento israeliano nello spazio aereo
Giovedì 6 settembre 5 caccia F-15 dell’IAF sono entrati in territorio siriano
Dopo essere stati ingaggiati dalla contraerea siriana avrebbero poi ripiegato verso il Mediterraneo, per rientrare nelle proprie basi. I cacciabombardieri avrebbero anche sganciato i serbatoi ausiliari vicino al confine siriano con la Turchia, prima di uscire dallo spazio aereo di Damasco. Quest’ultimo particolare sarebbe più verosimile, rispetto alla versione che propone un bombardamento da parte israeliana. E’ plausibile che per alleggerire il peso e permettere così una ritirata più agile, i caccia abbiano effettivamente sganciato i loro serbatoi (tra l’altro in una zona desertica e disabitata). A tal riguardo le autorità israeliane e siriane non hanno ancora fornito una loro versione ufficiale, alimentando così il mistero.
Alcune fonti statunitensi riferiscono di un’operazione mirata a colpire obiettivi militari ben precisi. Le ipotesi sono due: o un carico di armi destinate verso il Libano (in tal caso non ci sarebbero dubbi sul fatto che il destinatario sarebbe stato Hezbollah); oppure delle installazioni nucleari che Israele avrebbe scoperto nel corso di alcune ricognizioni effettuate nei mesi scorsi. In questo caso le fonti di intelligence riferiscono di un possibile trasferimento di materiale e tecnologia nucleare dalla Corea del Nord a Damasco. Il fatto che le stesse autorità siriane, invece di denunciare pubblicamente l’apparente atto ostile di Gerusalemme, preferiscano non fornire particolari, potrebbe far pensare proprio ad un obiettivo di questo tipo (in ogni caso un bersaglio strategico e segreto). Da notare anche come la maggioranza degli stati arabi non abbia sfruttato particolarmente l’episodio per attaccare il governo di Gerusalemme, confermando l’attuale spaccatura mediorientale tra l’asse Iran-Siria e il mondo arabo sunnita.
In ogni caso non sembrano verosimili, per il momento, risposte di tipo militare da parte di Damasco, che da questa vicenda ha anche avuto la prova di essere ancora vulnerabile. Molti analisti si soffermano proprio sul carattere dimostrativo dell’operazione delle Forze aeree israeliane: un segnale alla Siria che il suo spazio aereo è violabile (gli aerei sono stati intercettati ben dentro il territorio siriano) e che i servizi di difesa di cui dispone non possono competere con la moderna tecnologia militare israeliana. A tal proposito è bene anche sottolineare che gli F-15 sono entrati in Siria aggirando il confine Sud con Israele e Sud-Ovest con il Libano, passando dal Mediterraneo; questo a conferma che non tutte le frontiere sarebbero ben controllate. Dal punto di vista militare l’avvertimento sembrerebbe costringere Damasco a non prendere in considerazione l’eventualità di un conflitto con Israele. Se così fosse l’operazione israeliana potrebbe addirittura avere un effetto stabilizzante nella regione.
Stefano Torelli http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30335
| Il bastone e la carota |
| Pattugliamenti, espulsioni e spot televisivi per scoraggiare l'immigrazione |
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 Potrebbe essere definita a buon diritto la politica del bastone e della carota. Da un lato espulsioni forzate, dall'altro finanziamenti e campagne televisive nei Paesi di origine per scoraggiare l'immigrazione nella Fortezza Europa. Il bastone sono frontiere blindate, pattugliamenti via mare e via terra, rimpatri forzati. La carota sono 1,4 milioni di euro di campagna mediatica cominciata ieri sulla televisione senegalese. Le immagini degli spot realizzati dal ministero dell'Immigrazione e quello del Lavoro hanno un impatto emotivo molto forte, e sono accompagnate da testimonianze di parenti delle vittime dei 'viaggi della speranza' verso le Canarie. "Mio figlio è partito da otto mesi - dice una donna senegalese che appare sul video con le lacrime agli occhi - e io non ne so più nulla".
Una goccia nell'Oceano. Successivamente, compare l'immagine di un ragazzo di colore che giace su una scogliera, probabilmente trascinato dal mare dopo essere annegato. "La fine della storia la sapete già", conclude lo spot il cantante senegalese Youssou N'Dour, testimonial dello spot. "Migliaia di famiglie distrutte. Non rischiate la vita per niente. Voi siete il futuro dell'Africa". La campagna, che è stata definita dai critici 'una goccia nell'Oceano', fa parte di una politica dell'immigrazione difesa con forza dal Primo ministro spagnolo José Luis Zapatero. Il piano per prevenire l'assalto alle coste spagnole comprende accordi con alcuni Paesi africani, tra cui Mauritania, Mali, Guinea Conakry, Guinea Bissau, Capo Verde e, appunto, Senegal.
Ottomila espulsioni. Il sostegno erogato a questi Paesi consta soprattutto di aiuti finanziari (in quattro anni la Spagna ha triplicato il budget per la cooperazione, che adesso ammonta a 700 milioni di euro), ma è costituito anche da sostegno legale, formazione (con la costruzione di scuole professionali che forniscano professionalità nel campo dell'edilizia, dell'agricoltura, della pesca, del turismo, del catering) e quote di emigrazione legale. In cambio, i Paesi africani dovranno riammettere gli illegali espulsi dalla Spagna, un problema, quest'ultimo, di non facile soluzione, considerato il trattamento che ricevono gli immigrati che tornano a casa, spesso sbattuti direttamente in prigione. Tra gennaio e agosto hanno raggiunto le coste delle Canarie 9.400 immigrati. Una netta diminuzione rispetto ai 24.300 dello stesso periodo del 2006. Il calo è dovuto alla politica di sorveglianza delle frontiere nell'ambito del programma europeo Frontex, ma soprattutto alla scelta di nuove rotte da parte dei migranti: Sardegna, isole greche e coste meridionali della penisola iberica. Nel 2007, la Spagna ha espulso oltre 8 mila migranti africani.
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http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8818
BUFERA BIRMANA (ANCHE) SULL'ITALIA
Continua la protesta dei monaci buddisti birmani che ieri hanno marciato sotto la pioggia a Rangoon. Ma un tifone d'altro tipo si abbatte su Roma quando si viene a sapere che il nostro paese, in barba alle raccomandazioni dell'Unione europea, ha organizzato e finanziato la partecipazione di funzionari birmani a un corso di formazione in diritto umanitario e diritti umani a Sanremo. Che ora la Cisl chiede di sospendere con urgenza
Nell'immagine Than Shwe, il capo della giunta birmana
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Emanuele Giordana
Mentre al terzo giorno della loro protesta non violenta almeno un migliaio di monaci hanno marciato ieri sotto la pioggia per le strade di Rangoon, una bufera birmana ha investito il governo italiano. Bufera politica ovviamente e originata, paradossalmente, da una cosa buona: la mozione votata alcuni giorni fa al Senato di condanna della giunta birmana. Ma che nascondeva una pessima notizia: e cioè che l'Italia, in barba alle raccomandazioni dell'Unione europea, ha organizzato e finanziato, per il prossimo ottobre, la partecipazione di funzionari birmani a un corso di formazione in diritto umanitario, diritti umani e diritto dei conflitti armati presso l'Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo.
Apriti cielo quando la sindacalista della Cisl Cecilia Brighi, uno dei più accreditati cani da guardia sulle nefandezze della giunta birmana, legge il resoconto dell'intervento al Senato del sottosegretario Donato di Santo in cui si dà conto dell'appuntamento di Sanremo. Brighi prende carta e penna e scrive a Gianni Vernetti, responsabile politico per l'Asia alla Farnesina: “sconcerto e sorpresa” per le parole pronunciate dal collega. Sia per la richiesta di “indebolimento di parti politicamente importanti della bozza di mozione” (presentata da Albertina Soliani e da altri settanta senatori e la cui approvazione viene comunque “molto apprezzata” dalla Cisl), ma soprattutto per quel passaggio sul “corso di formazione in diritto umanitario” a cui funzionari della giunta sono stati invitati. Secondo la Cisl dunque, nelle parole dell'emissario del governo, non c'era solo una “valutazione riduttiva della gravità della situazione” in Birmania che, a parere del sindacato, la Farnesina sembra “trascurare”, ma una patente “violazione” dei “principi e dello spirito” della posizione comune europea. E' facile immaginare che Brighi si riferisca alle sanzioni decise tra l'altro già diverso tempo fa e che prevedono, se non ricordiamo male, il divieto ad ospitare nei paesi Ue funzionari della giunta militare con un grado superiore a caporale. E' facile immaginare che quelli invitati a Sanremo abbiano un profilo un tantino più elevato. E infatti la lettera firmata dalla responsabile Asia del dipartimento internazionale della Cisl chiede che “in considerazione dei tempi stretti e della gravità della situazione” venga sospesa con urgenza organizzazione e finanziamento da parte dell’Italia “di qualsiasi programma di formazione di funzionari della giunta militare”.
La protesta dei “mantelli porpora” intanto continua nella Birmania dei governanti in divisa che, nei giorni scorsi, non hanno esitato a usare i gas e a caricare ed arrestare alcuni monaci che, da lunedi, hanno iniziato in varie città e centri minori del paese una sorta di “boicottaggio” del regime, attuato con preghiere e sfilate pacifiche che coinvolgono però migliaia di monaci a cui si associano, sempre di più, anche normali cittadini. Il sito della rivista Irrawaddy – sempre ben informato sulla situazione nel paese di cui è al corrente da fonti dirette – testimoniava ieri di un'ennesima marcia a Rangoon, la città più importante del paese. Almeno un migliaio di mantelli porpora hanno sfilato nel centro circondati da un cordone di studenti e cittadini che, tenendosi per mano, facevano da “servizio d'ordine” - diremmo noi – per proteggere i sacerdoti del verbo buddista. Durante la manifestazione, che si è conclusa senza incidenti nel pomeriggio, i monaci hanno esibito bandiere religiose ma anche ciotole per l'elemosina rovesciate, a significare che i monaci non vogliono nessun supporto da un regime che non riconoscono come governo legittimo e che l'altro ieri, in un discorso pubblico davanti a diecimila persone, un monaco di Rangoon ha accusato di essere “retrogrado” e responsabile della sofferenza e della povertà dei birmani. La marcia, iniziata alla pagoda di Shwedagon, si è conclusa, passando sotto le ex ambasciate di Stati Uniti e Regno Unito, alla grande pagoda di Sule. Mascherati tra la folla o passeggeri di auto civili, le forze di sicurezza si sono limitate a filmare e scattare fotografie.
Vai al sito Birmania democratica organizzato dalla Cisl
Il sito dell' International Institute of Humanitarian Law (IIHL) di Sanremo
http://www.lettera22.it/showart.php?id=7804&rubrica=50
Aifo: il Brasile cambia rotta nella lotta alla lebbra
Ministero della Sanità brasiliano in un documento del 20 settembre riconosce che il calo del numero dei malati di lebbra in cura in Brasile negli ultimi anni "era un dato non corretto". Dietro pressioni internazionali, i responsabili del programma di eliminazione della lebbra avevano adottato diversi espedienti per far risultare dati più ottimistici rispetto alla realtà, al fine di ottenere il raggiungimento dell'obiettivo dell'eliminazione della malattia nei termini fissati dall'OMS. Tra l'altro, denuncia il documento, era stato deciso di basarsi sui numeri presenti nel sistema informatico sanitario nazionale al 15 gennaio dell'anno successivo invece che prendere i dati al 31 marzo. Con questo stratagemma il numero di nuovi casi di lebbra nel 2004 era sceso a 38.423 invece degli effettivi 51.000 - riporta l'Aifo.
"La strategia fondata sull'eliminazione della lebbra era stata approvata dall’Assemblea Mondiale della Sanità nel 1991. In quel periodo soltanto una piccola parte dei malati riceveva la polichemioterapia e molti malati non venivano diagnosticati, e l’obbiettivo della strategia era quello di assicurare che tutti i malati ricevessero la polichemioterapia per un periodo adeguato" - scrive Sunil Deepak per l'Aifo. "La parola “eliminazione” usata in questa strategia per parlare della cura dei malati aveva un significato molto particolare - significava “ridurre il numero di persone in cura specifica a meno di 1 per 10.000 persone”, e non che la lebbra sarebbe scomparsa, anche perché l’obbiettivo non riguardava i nuovi casi di lebbra, ma solo i casi in cura" - nota il ricercatore.
Il raggiungimento di tale obbiettivo era stato fissato per il 2000, ma nel 2000 vi erano ancora 10 paesi dove “l’eliminazione” intesa come riduzione del numero dei malati in cura, non era ancora stata raggiunta. Le associazioni ILEP chiesero a livello internazionale che l’obiettivo dell’eliminazione fosse abbandonato in quanto creava confusione. Infatti diversi governi, convinti di aver “eliminato” davvero la malattia, avevano deciso di smantellare le attività di controllo della lebbra anche se il numero di nuovi casi di lebbra era rimasto più o meno invariato. La decisione finale fu invece di prolungare l’obiettivo fino al 2005 “per dare tempo ai 10 paesi di allinearsi”. Come conseguenza, negli ultimi 7 anni molti altri paesi in linea con l’obbiettivo hanno dimenticato il significato specifico dato alla parola “eliminazione” e l’hanno inteso come “Eliminazione” vera e propria della malattia. Allo stesso momento, vi è stata forte pressione internazionale sui 10 paesi ritardatari affinché raggiungessero l’obiettivo.
India e Brasile erano le nazioni più importanti in questo gruppo di paesi i quali non erano riusciti a raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione per l’alto numero dei malati. Durante le riunioni internazionali si era diffusa l’impressione che, se questi paesi non erano riusciti a raggiungere l’obbiettivo di eliminazione, non era a causa dell'alta endemia della malattia, ma perché i loro programmi di lotta alla lebbra non erano gestiti bene.
Questa forte pressione internazionale ha dato i suoi frutti. In India il numero di nuovi malati di lebbra ha iniziato a decrescere in maniera vertiginosa. Da più di 500.000 nuovi malati di lebbra all’anno nel 2002 si è passati a circa 150.000 nel 2006. Tutte le organizzazioni non governative e missionarie che lavoravano per il controllo della lebbra in India hanno avuto il veto di ricerca e di cura dei malati e il Governo ha deciso che questi servizi saranno svolti esclusivamente nei servizi sanitari statali. Alcuni scienziati internazionali legati all’ILEP e medici indiani hanno sollevato dubbi su un calo così preciso e drastico dei malati che non trova paralleli nella storia della malattia, ma queste critiche sono state ignorate. Alcuni esperti hanno ipotizzato che forse i numeri così alti di nuovi malati di lebbra in India in passato erano malati “falsi” registrati per sbaglio o eccessivo zelo del personale. Infatti, miracolosamente, nel dicembre 2005 l’India è riuscita a “eliminare” la malattia.
Anche il Brasile ha avuto un calo dei malati di lebbra negli ultimi 3-4 anni, ma ciò nonostante non è riuscita a raggiungere l’obbiettivo di eliminazione. In aprile 2007 il governo del presidente Lula, sotto pressione internazionale, ha deciso di cambiare i responsabili nazionali del programma lebbra. La dott.ssa Maria Leide, una leprologa con grande esperienza e ex consulente AIFO nello Stato di Bahia, è tornata ad essere la responsabile nazionale del programma lebbra. Dopo 4 mesi, il 6 settembre 2007 il Ministero della Sanità brasiliano si è espresso con un documento coraggioso che denuncia il calo artificiale dei malati di lebbra a causa della pressione internazionale e dichiara una nuova strategia, basata non su una falsa “eliminazione della lebbra”, ma piuttosto su una seria lotta alla malattia.
Per esempio, il documento spiega che per ridurre il numero di nuovi malati durante l’anno, qualche anno fa era stato deciso di basarsi sui numeri presenti nel sistema informatico sanitario nazionale al 15 gennaio dell’anno successivo invece che prendere i dati al 31 marzo. Infatti con questo stratagemma il numero di nuovi casi di lebbra nel 2004 era sceso a 38.423 invece degli effettivi 51.000. Il caso della Tanzania era invece venuto alla luce già nel 2002, quando il nuovo responsabile del programma lebbra aveva confessato che continuavano ad esserci molti malati e il calo presentato per dimostrare di aver raggiunto l’eliminazione era fittizio.
Due studi indiani nell’ultimo numero della rivista Leprosy Review (giugno 2007) sollevano dubbi anche sull’affidabilità della situazione della lebbra in India. Uno studio portato avanti nella città di Agra dimostra che la reale prevalenza della malattia è 6 volte superiore a quella dichiarata ufficialmente. In un altro studio sul numero di nuovi malati di lebbra portato avanti in un villaggio per 23 anni, si dimostra che non vi è nessun significativo e improvviso calo nel numero dei nuovi casi.
L’OMS ha già deciso di non parlare più di eliminazione ma di controllo della malattia. "Resta da vedere se la coraggiosa decisione del programma lebbra in Brasile sarà seguito da altri paesi, i quali decideranno di fare i conti con la reale situazione della malattia" conclude l'analista dell'Aifo. http://www.unimondo.org/ |
Palestina, Politica e povertà: Tony Blair e la parabola dei jeans
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=4941
Il nuovo inviato per il Medio Oriente oggi si troverà di fronte gli stenti che sta sopportando Gaza a causa della chiusura del valico di Karni da parte di Israele. Donald Macintyre ascolta la storia di un uomo
di Donald Macintyre
Abed Rabbo Aziz è seduto dietro la scrivania profeticamente ordinata, nel piccolo ufficio della sua fabbrica di abbigliamento ai margini del campo profughi di Jabalya, e dice con fare dimesso: "Sono così stanco di questo".
Ai bei tempi, si sarebbe riusciti a malapena a sentire il 39enne parlare, per il frastuono delle macchine da cucire e della musica araba che usciva a tutto volume senza sosta, mentre i suoi 100 dipendenti, uomini e donne, tagliavano e cucivano i jeans che la fabbrica produce qui da quando suo padre ha aperto lo stabilimento nel 1969. Ma da quando Israele ha chiuso completamente il valico merci di Karni che consente di entrare a Gaza, a metà giugno, i macchinari moderni che vengono dal Giappone e dagli Usa, e il cui valore totale è di 125.000 sterline, sono silenziosi . Buste di plastica impacchettate con cura che contengono 4.000 paia di pantaloni finiti sono ammucchiate subito fuori dalla porta, ognuna etichettata a pennarello con l’indicazione le aziende israeliane alle quali sono destinati. Nel suo magazzino dall’altro lato della strada, forse 30 rotoli di tela grigia, 4.000 metri, raccolgono la polvere perché, finché il passaggio non aprirà, Aziz non potrà spedire i suoi capi finiti e ricevere il denaro per pagare la sua forza lavoro altamente specializzata, al momento lasciata a casa al completo, e ricominciare a lavorare.
Gestire una fabbrica a Gaza è tutt’altro che facile anche nei tempi migliori: incursioni delle forze armate israeliane, e raid aerei da quando è iniziata la rivolta palestinese nel 2000, le interruzioni di elettricità dopo che l’unica centrale elettrica di Gaza è stata bombardata come conseguenza del sequestro del caporale israeliano Gilad Shalit da parte di alcuni miliziani l’estate scorsa. Ma niente è stato brutto come gli ultimi due mesi e mezzo, dopo i sanguinosi combattimenti tra fazioni del giugno scorso – che hanno lasciato a Hamas il controllo delle strade di Gaza, provocato la morte di cinque dei suoi dipendenti, e portato alla chiusura del valico di Karni.
Nei primi giorni della chiusura, dice Aziz, "i lavoratori venivano da me quando avevano bisogno di soldi". "Gli davo del denaro, ma adesso non posso”, aggiunge l’imprenditore, che ha sette figli, e sei fratelli che come lui dipendono dalla fabbrica la cui gestione è di tutti.
Fino a oggi, non è riuscito ad andare al piano di sopra, al primo piano della fabbrica in cui regna un silenzio innaturale, dove i rotoli di filo dai colori vivaci sono appesi ai muri accanto alle macchine da cucire ferme. Prendendo a caso un modello di carta per pantaloni inviato dai designer di Tel Aviv, scopre sul banco da lavoro sottostante una colonia di minuscole formiche, indaffarate nel caldo opprimente di un pomeriggio umido a Gaza. "Vede cosa succede quando non lavoriamo?", dice.
La storia di Aziz è esemplificativa della assai più vasta catastrofe economica che probabilmente si troverà di fronte Tony Blair, il nuovo inviato internazionale in Medio Oriente, con il primo di molti dilemmi scoraggianti. I massimi funzionari delle Nazioni Unite che Blair incontrerà oggi a Gerusalemme solleveranno certamente le loro preoccupazioni crescenti riguardo alla devastazione che la chiusura del terminale di massima sicurezza di Karni da parte di Israele ha provocato a ciò che resta dell’economia produttiva di Gaza.
E vorranno sicuramente il suo aiuto per quella che è adesso probabilmente la priorità politica numero uno tra i donatori internazionali, i diplomatici, e le agenzie umanitarie.
Cibo e medicinali per lo più riescono a entrare a Gaza, grazie agli valichi a cui Israele permette ancora di funzionare. Ma non passa praticamente nient’altro. Il risultato è la chiusura quasi totale dell’industria, in una Gaza già devastata dalla povertà e dalla disoccupazione. Senza materie prime che entrano, e nessuna possibilità di fare uscire le esportazioni, il settore manifatturiero nella Striscia si è quasi totalmente fermato. Il governo di emergenza di Mahmud Abbas a Ramallah sta pagando centinaia di poliziotti di Gaza, con i soldi dei contribuenti dell’Unione Europea, perché restino a casa in modo da non aiutare Hamas andando al lavoro, e anche 80.000 dipendenti del settore privato – dai quali dipende direttamente un numero di persone pari ad almeno sei volte tanto, stanno languendo a casa, senza niente.
Prima della sanguinosa presa del potere da parte di Hamas, in giugno, il lato palestinese di Karni era protetto dalla guardia presidenziale di Abbas. Adesso che se n’è andata, e Gaza è sotto il controllo di una fazione non riconosciuta da Israele, dall’Occidente, o dal governo palestinese di emergenza di Ramallah, non c’è alcun coordinamento fra Israele e i palestinesi, e il passaggio è rimasto completamente chiuso.
L’attività umanitaria non è immune; la Commissione Europea ha già dovuto sospendere un progetto per il trattamento dell’acqua da bere di cui c’era urgente necessità, per la mancanza di una pompa che deve essere importata attraverso il valico.
Ma l’effetto principale è sull’industria, dalla fabbrica di Pepsi Cola che non riesce ad avere l’anidride carbonica e i cui dipendenti lasciati senza lavoro adesso stanno vedendo la Pepsi prodotta altrove, compreso Israele, che passa il confine come parte dei rifornimenti di generi alimentari permessi, al maggiore settore industriale di Gaza, le 964 aziende tessili e di abbigliamento, come quella di Aziz, che impiegano un totale di 25.000 lavoratori ora tutti a casa.
Può sembrare strano che in sette anni di conflitto sanguinoso qui, la linea di comunicazione economica tra aziende di sartoria di Gaza come queste e i loro clienti israeliani sia riuscita a rimanere aperta finora. Molte fabbriche di abbigliamento israeliane hanno chiuso i battenti a causa della concorrenza globale, ma la Cina, che in parte ne è stata la causa, non è l'alternativa adatta al giovane mercato della moda di Tel Aviv, dove le tendenze cambiano quasi ogni mese, e le merci spedite dall’Estremo oriente fino a quando arrivano possono già essere fuori moda, il che rende Gaza competitiva sui prezzi, e, cosa altrettanto importante, sulla qualità.
Fin troppo consapevole della volubilità del mercato della moda che serve, Aziz dice di essere ora preoccupato che, anche se Karni dovesse aprire presto, i suoi jeans - quando arriveranno nei negozi di Israele - potrebbero essere già superati. Ma è orgoglioso della reputazione che ha costruito per la professionalità della sua forza lavoro. "Qui possiamo fare tutto. A volte ci mandano la stoffa tagliata; a volte mandano i modelli, e il taglio lo facciamo qui".
Aziz, che paga i suoi dipendenti dalle 5 alle 10 sterline al giorno, a seconda della loro professionalità, dice che i jeans che vende al suo principale cliente, il negoziante di abbigliamento Yehuda Shoshani a Tel Aviv, possono costare a chi li acquista in negozio 25 sterline o più. Ma lui, che si rende perfettamente conto della differenza fra le due economie, non si lamenta. "E’ eccellente, il migliore che c’è", dice di Shoshani. "Fra noi c’è il 100 per cento di fiducia" .
Grazie alla chiusura di Karni, Shoshani, che a sua volta ha già perso 500.000 sterline, e ha dovuto mandare a casa 18 lavoratori per mancanza dei capi finiti, dice del suo fornitore palestinese, che in tempi più facili otteneva un permesso da uomo d’affari per recarsi in Israele: "E’ stato qui molte volte. Mangiamo insieme, beviamo insieme; è come se facesse parte della famiglia". E l’abilità nella lavorazione dell’azienda di Aziz? "Possono competere sulla qualità con qualunque posto del mondo".
Grandi sforzi dietro le quinte, compresi quelli di alcuni diplomatici europei, finora non sono riusciti a risolvere le questioni di alta politica che stanno ritardando una soluzione alla crisi crescente di Karni. Da un punto di vista tecnico, il problema probabilmente si può risolvere facilmente: una presenza internazionale di una parte terza – che sia governativa o del settore privato – potrebbe quasi certamente soddisfare le preoccupazioni israeliane riguardo alla sicurezza.
Funzionari israeliani hanno detto in precedenza che Abbas non vuole che il valico venga aperto. Questo viene smentito dal governo di emergenza, il cui Primo Ministro Salam Fayad mercoledì ha insistito con un gruppo di parlamentari britannici che si trovavano lì in visita che vuole che i camion tornino a circolare attraverso il punto di transito.
Ma alcuni diplomatici ritengono che come minimo sarebbe più facile risolvere il problema se il governo di Ramallah, che adesso ha un dialogo quasi continuo con Israele, si facesse sentire di più nell’insistere perché il valico venga riaperto, e continuano ad avere, come alcuni uomini d’affari e leader della società civile di Gaza, un forte sospetto che Ramallah voglia continuare la stretta su Hamas, e crede che il fatto che il valico continui a restare chiuso sarà di aiuto.
Un diplomatico occidentale ha detto questa settimana che quando viene affrontato l’argomento, Ramallah dice che si sono complicazioni perché la responsabilità dei valichi di frontiera è stata passata dal negoziatore capo, Saeb Erekat, a un nuovo comitato ministeriale sull’economia nazionale. "Sembra che stiano procrastinando", ha aggiunto.
Eyad Sarraj, il direttore del programma comunitario sulla salute mentale a Gaza, crede che il fatto che la chiusura continui sia una "decisione americana" alla quale Abbas si sta adeguando, e dice che una perdita di popolarità ammessa da parte di Hamas non deriva dall’assedio economico, ma dalla sua "stupidità" nel compromettere la reputazione che aveva costruito per la sicurezza dopo giugno con il trattamento brutale dei dissidenti.
"Se Hamas verrà eccessivamente isolata”, aggiunge, “il suo isolamento farà prevalere gli estremisti, e saranno questi a governare con il fucile". Lo stesso Aziz si sente intrappolato da una lotta politica sulla quale non ha alcun controllo. Inizia dicendo che "Abu Mazen [Abbas] non ha le chiavi del valico”. Poi sbotta: "Do la colpa a entrambi [Fatah e Hamas] perché non agiscono nell’interesse della gente.
"Questo non sta danneggiando Hamas: loro hanno i soldi. E l’Autorità [di Ramallah] sta dando soldi ai suoi dipendenti. Siamo noi quelli che stanno pagando il prezzo, la gente. Fatah e Hamas non sono tutto il popolo palestinese".
Il ministero degli Esteri israeliano ha detto di essere aperto "a ogni soluzione fattibile e pratica” nel contesto di non conferire legittimità a Hamas. Il governo di Hamas ha detto di essere aperto a una "parte terza europea" che protegga il valico.
Ma finora non è arrivata nessuna soluzione. Che è dove potrebbe inserirsi Blair.
John Ging, che dirige a Gaza le operazioni dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi, ed è uno dei tre alti funzionari dell’Onu che incontreranno oggi Blair, non ha dubbi sull’urgenza. Sottolinea che il Quartetto – composto da Usa, Unione Europea, Nazioni Unite, e Russia (verso il quale è responsabile Blair) ha messo in evidenza la necessità che i valichi rimangano aperti.
Ma, aggiunge, la chiusura delle fabbriche ha semplicemente aggiunto decine di migliaia di palestinesi, molti dei quali profughi, a quelli che già dipendono dall’aiuto di una UNRWA già sollecitata ai limiti.
"Il tempo stringe, certamente per il settore delle aziende", dice. "Le suppliche che arrivano dalla gente sul posto chiedono che li si aiuti a mantenere gli elementi fondamentali di una esistenza umana dignitosa. La gente è disperata, vedendo che oggi è peggio di ieri e che domani sarà ancora peggio".
Le chiusure arrivano in un momento in cui continua la crisi nella società di Gaza. Lo stesso Ging questa settimana aveva annunciato un calo spaventoso degli standard educativi, con tassi di bocciatura in matematica che vanno dal 66 al 90 per cento fra gli allievi di età compresa fra gli 8 e i 14 anni, dopo un anno di conflitto senza sosta e di povertà.
Con i lanci dei razzi da parte dei miliziani su Israele che continuano, incursioni più pesanti da parte delle sue forze armate sono fin troppo possibili. Ieri sono stati uccisi 10 miliziani palestinesi; oggi ci sono minacce di nuove violenze fra Hamas e Fatah se quest’ultima continuerà con le manifestazioni contro Hamas.
Ging dice di essere "molto ottimista" riguardo all’arrivo di Blair, dati i precedenti di quello che è riuscito a fare in Irlanda del nord, e sottolinea che i progressi economici sono un punto centrale del suo mandato.
Quanto alle nuove mosse fra Israele e il governo di emergenza a Ramallah per stabilire i "principi" di una futura soluzione basata sui due Stati, egli richiama l’attenzione sullo stretto rapporto fra le aziende di Gaza e le ditte israeliane che esse forniscono.
"Questo è un rapporto che dovrebbe porre le basi di tutto ciò che è buono e positivo. Ma [i fornitori di Gaza] hanno perso la loro capacità di essere all’altezza del loro lato del rapporto, e questo non rende un servizio alla nuova agenda politica di stabilità, pace, e sicurezza".
Per Aziz e Shoshani, fra molti altri, i commenti di Ging non sono solo un’astrazione.
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Articolo originale
LA GRANDE OCCASIONE
Al rientro dal suo viaggio in Darfur, Ban Ki-moon indica le sue proposte per risolvere la crisi. L’arrivo di 26.000 Caschi blu e l’inizio il 27 ottobre in Libia dei colloqui tra le parti in causa sono le premesse per una pace duratura.
Si parla spesso e con leggerezza del Darfur. Ma cosa si può dire con certezza di questa regione? In parole semplici, si tratta di una società in guerra con sé stessa. I ribelli combattono contro il Governo e il Governo combatte contro i ribelli. Eppure la realtà è molto più complicata di quello che potrebbe sembrare e spesso non è facile definire chiaramente quali sono le parti che si fronteggiano. Ultimamente, ad esempio, i combattimenti contrappongono assai di frequente tribù contro tribù, signori della guerra contro signori della guerra.
Ormai non è più possibile delimitare al solo Darfur una crisi che si è invece estesa oltre le frontiere del Sudan, destabilizzando l’intera regione. Il Darfur è afflitto anche da un’emergenza ambientale: un conflitto che si è sviluppato almeno in parte a causa della desertificazione, del degrado ecologico e della carenza di risorse, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento di acqua.
Sono rientrato da poco da una missione di una settimana in Darfur e nella regione circostante. Sono andato là per ascoltare le schiette opinioni della popolazione, dei funzionari del Governo sudanese, degli abitanti dei villaggi sfollati a causa dei combattimenti, degli operatori umanitari, dei governanti dei Paesi limitrofi. Sono rientrato con una visione più chiara della situazione. Non può esserci un’unica soluzione alla crisi. Il Darfur è un caso da studiare nella sua complessità. Se vogliamo costruire la pace, dobbiamo tenere in considerazione tutti gli elementi che hanno portato al conflitto.
Tutto quello che ho visto e sentito mi ha convinto che questo progetto è realizzabile, quindi dobbiamo riuscirci. Fuori da El Fasher, la più grande città del Nord del Darfur, ho visitato il campo di El Salam, che accoglie circa 45.000 sfollati. Ho percepito la loro disperazione, la loro frustrazione. Ho visto bambini che non sanno cosa sia la vita fuori dai campi. Volevo dare loro un segnale e per questo ho promesso che faremo tutto quanto in nostro potere per portare la pace e aiutarli a ritornare nei loro villaggi.
Abbiamo fatto un primo passo positivo in questa direzione. Il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il dispiegamento di 26.000 operatori di pace provenienti da diverse nazioni, sotto l’egida congiunta di Onu e Unione africana. Andando in Darfur, ho constatato le difficili condizioni nelle quali le nostre forze sono costrette a lavorare, verificando anche lo stato dei preparativi logistici per la missione.
Nessuna missione di pace può avere successo se non esiste una pace da mantenere. Dobbiamo allora esercitare la maggiore pressione possibile affinché si trovi un accordo anche a livello politico. È stato questo il principale obiettivo del mio viaggio.
L’impegno di Khartoum
A Khartoum, il Governo del presidente Omar al-Bashir ha rinnovato il suo impegno a sostegno sia della missione di pace sia dei negoziati aperti a tutte le parti in causa. D’accordo con lui, abbiamo deciso che questi incontri cominceranno in Libia il 27 ottobre sotto la direzione congiunta di Nazioni Unite e Unione africana. Il Governo ha inoltre confermato l’impegno a favore della cessazione immediata delle ostilità, come del resto avevano fatto il mese scorso ad Arusha i gruppi ribelli. Tuttavia, solo poche ore dopo la mia visita si sono diffusi resoconti di tensioni, scontri e bombardamenti nella città di Haskanita, nel Darfur settentrionale. È quindi importante che entrambe le parti si disciplinino, creando nel contempo le condizioni appropriate per l’avvio dei colloqui di pace.
Per comprendere la situazione del Darfur dobbiamo guardare oltre. A Juba, la capitale del Sudan meridionale, i leader politici temono che l’emergenza in Darfur distolga l’attenzione dall’accordo di pace sottoscritto due anni fa per porre fine a una lunga guerra civile. Pur occupandoci del Darfur, non dobbiamo però trascurare i fragili equilibri locali, nel timore che un conflitto più ampio scoppi nuovamente e comprometta tutti i nostri sforzi.
Per essere durevole, qualsiasi pace deve avere radici profonde. A Juba e a El Fasher, ho compreso l’importanza di prestare attenzione alle voci che si levano da ampi settori della società civile locale: capi tribali, rappresentanti dei movimenti politici indipendenti, gruppi di donne e di rifugiati, funzionari del Governo locale e nazionale. C’è bisogno di una sorta di "contratto sociale" per la pace.
Quando l’ho incontrato nella sua tenda a Sirte, il leader libico, il colonnello Muammar Gheddafi, si è generosamente offerto di ospitare i colloqui di pace, garantendomi di fare quanto in suo potere per far sì che il dialogo dia i risultati sperati. «Ora o mai più», ha detto Gheddafi, enfatizzando l’opinione diffusa che questi negoziati debbano essere definitivi.
Durante la visita, Gheddafi mi ha mostrato il grande fiume costruito dall’uomo, centinaia di chilometri di condutture che convogliano milioni di litri di acqua dal cuore del deserto del Sahara: uno spettacolo sorprendente in una regione in cui le risorse idriche sono così scarse. Il giorno prima, sorvolando il lago Ciad – un vasto mare interno che si è ridotto di dieci volte rispetto alle dimensioni originarie – mi ero reso conto con chiarezza di come il futuro di questa regione dipenda dall’acqua.
Una sfida ardua, non impossibile
A N’Djamena, il presidente del Ciad Idriss Deby mi ha fatto notare che senza acqua non ci può essere sviluppo economico. «Senza una prospettiva di progresso economico», mi ha detto, «i 250.000 rifugiati del Darfur, che vivono nella parte orientale del mio Paese, non potranno rientrare in patria. Sicurezza e sviluppo vanno di pari passo, ed è in questo contesto che la comunità internazionale può svolgere un ruolo importante».
Tutto questo sottolinea la necessità di un approccio globale al conflitto in Darfur. Le soluzioni non possono essere di piccolo cabotaggio. Il peggioramento della crisi è imputabile a numerose cause, ed è con ciascuna di esse che dobbiamo fare i conti: sicurezza, politica, risorse, acqua, questioni umanitarie e di sviluppo. Confrontarsi con la complessità rende il nostro lavoro una sfida più ardua. Ma è l’unica strada che possa condurre a una soluzione duratura.
A MOGADISCIO “PAURA MAI COSÌ FORTE” SECONDO ESPERTO DIRITTI UMANI
“Non è mai stata così forte la paura tra gli abitanti di Mogadiscio, che ogni giorno temono di essere uccisi, arrestati da chiunque, da presunti insorti, dalle forze del governo ad interim, dalle forze etiopiche”: questo il duro quadro della situazione presentato oggi da Ghanim Alnajjar, rappresentante speciale dell’Onu per i diritti umani in Somalia. Parlando da Nairobi (Kenya) dopo un breve soggiorno nel paese limitrofo, Alnajjar ha descritto un clima di pericolo costante, con denunce di esecuzioni sommarie, torture, detenzioni illegali, che “richiedono indagini”. Parlando della chiusura forzata di Radio Shabelle, emittente indipendente i cui locali sono stati assediati tre giorni fa, “il primo ministro Ali Mohamed Gedi mi ha promesso che investigherà e spero che risolverà la faccenda” ha detto il professore universitario del Kuwait, che ha anche incontrato il presidente Adullahi Yussuf. Nel suo colloquio con Gedi, Alnajjar ha deplorato i problemi di accesso alle zone dove l’aiuto è necessario alla popolazione, chiedendo la garanzia del passaggio per il personale umanitario. L’ultimo rapporto dell’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari (Ocha) conferma “una persistente insicurezza a Mogadiscio" con attacchi di insorti contro soldati governativi o etiopici, e omicidi mirati. I prezzi dei generi di prima necessità sono inoltre aumentati, persino raddoppiati, aggravando ancor di più le difficoltà dei civili.
http://www.misna.org/
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Il Fidel che io conosco
Un ritratto di Fidel Castro.
Gabriel García Márquez
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La sua visione futura dell’America Latina è la stessa di Bolívar e Martí, una comunità integrata e autonoma, capace di muovere i destini del mondo. Il paese di cui sa di più dopo Cuba, sono gli Stati Uniti. Conosce a fondo l’indole della gente di quel paese, le sue strutture di potere, le intenzioni nascoste dei suoi governi. E tutto ciò lo ha aiutato a barcamenarsi nella tormenta incessante dell’embargo.
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La sua devozione per la parola. Il suo potere di seduzione. Cerca i problemi ovunque siano. L’impeto dell’ispirazione è proprio del suo stile. I libri riflettono perfettamente l’ampiezza dei suoi gusti. Ha smesso di fumare per poter avere l’auorevolezza per combattere il tabagismo. Gli piace preparare le ricette con una specie di fervore scientifico. Si mantiene in eccellenti condizioni fisiche grazie a varie ore di ginnastica al giorno e nuotando con frequenza. Ha una pazienza invincibile e una disciplina ferrea. La forza dell’immaginazione lo trascina verso gli imprevisti. Imparare a riposare per lui è importante come imparare a lavorare. Stanco di parlare, riposa parlando. Scrive bene e gli piace farlo. Il più grande stimolo nella sua vita è l’emozione suscitata dal rischio. La tribuna di improvvisatore sembra essere il suo ambiente ideale. Comincia sempre a voce molto bassa, con una rotta incerta, però approfitta di qualsiasi spunto per guadagnare terreno, palmo a palmo, finché dà una specie di zampata e si impossessa dell’uditorio. È l’ispirazione, lo stato di grazia irresistibile e accecante, che negano solo coloro che non hanno avuto la gloria di viverlo. È l’antidogmatismo per eccellenza.
José Martí è il suo autore preferito e ha avuto il talento di assimilare il suo ideario al torrente sanguigno della rivoluzione marxista. L’essenza del suo pensiero potrebbe risiedere nella convinzione che lavorare per le masse significa fondamentalmente occuparsi dell’individuo.
Ciò può spiegare la sua fiducia absoluta nel contatto directo. Possiede una lingua per ogni occasione e un modo diverso di persuasione secondo i diversi interlocutori. Sa mettersi al livello di tutti e dispone di una informazione vasta e variegata che gli permette di muoversi con facilità in qualcsiasi ambiente. Una cosa si sa con certezza: ovunque si trovi, comunque stia e con chiunque si trovi, Fidel Castro sta lí per vincere. La sua attitudine di fronte alla sconfitta, persino nelle piccole circostanze della vita quotidiana, sembra obbedire a una logica privata: neanche la ammette e non si rilassa un attimo finché non riesce a trasformare la situazione e convertirla in una vittoria. Nessuno sa essere più ossessivo di lui quando si propone di arrivare in fondo a una cosa. Non esiste progetto colossale o minimo, in cui non si impegni con una passione accanita. E in particolare se deve affrontare avversità. Mai come in questo caso sembra del miglior umore. Qualcuno che è convinto di conocerlo molto bene, gli ha detto: “Le cose devono andare molto male, perché lei è molto su di giri".
La ripetizione è uno dei suoi modi di lavorare. Per esempio, il tema del debito esterno dell’America Latina era apparso per la prima volta nelle sue conversazioni alcuni anni fa ed era andato evolvendo, ramificandosi, approfondendosi. La prima cosa che aveva detto, come una semplice conclusione aritmetica, era che il debito non era solvibile. Poi vennero altre intuizioni in successione: le ripercussioni del debito nell’economia dei diversi paesi, il suo impatto politico e sociale, la sua influenza decisiva nelle relazioni internazionali, la sua importanza provvidenziale per una politica unitaria dell’America Latina...fino a giungere a una visione totalizzante, che ha esposto in una riunione internazionale appositamente convocata e che il tempo si è incaricato di dimostrare.
La sua virtù politica più peculiare è la capacità di intuire l’evoluzione di un fatto fino alle sue conseguenze più remote... Però questa facoltà non la esercita per illuminazione, ma come risultato di un raziocinio arduo e tenace. Il suo più importante aiuto è la memoria e la usa fino all’abuso per sostenere discorsi e interventi privati con ragionamenti sorprendenti e operazioni aritmetiche di una rapidità incredibile.
Tutto ciò richiede l’ausilio di un’informazione inesauribile, ben masticata e digerita. Il suo compito di accumulazione informativa inizia dal momento in cui si sveglia. Fa colazione con non meno di 200 pagine di notizie dal mondo intero. Durante la giornata gli fanno pervenire le información urgenti, ovunque si trovi. Ritiene di dover leggere ogni giorno circa 50 documenti, a cui si devono aggiungere i rapporti dei servizi ufficiali e dei suoi ospiti e tutto ciò che possa interessare la sua curiosità infinita.
Le risposte devono essere esatte, poiché è capace di scoprire la minima contraddizione in una frase casuale. Altra fonte di informazione vitale sono i libri. È un lettore vorace. Nessuno si spiega come gli basti il tempo né di che metodo si serva per leggere tanto e in modo tanto rapido, sebbene lui insista nell’affermare che non ne ha nessuno. Spesso ha iniziato un libro all’alba e il mattino seguente già lo commentava. Legge l’inglese però non lo parla. Preferisce leggere in spagnolo e a qualsiasi ora è disposto a leggere un manoscritto che gli finisca nelle mani. Legge abitualmente di argomenti economici e storici. È un buon lettore di letteratura e la segue con attenzione.
Ha l’abitudine degli interrogatori rapidi. Domande istantanee a raffica fino a scoprire il perché del perché del perché ultimo. Una volta che un ospite latinoamericano gli riferì un dato affrettato a proposito del consumo di riso dei suoi concittadini, fece i suoi calcoli mentali e disse: “Che strano, che ciascuno si mangi quattro libbre di riso al giorno!” La sua tattica maestra è chiedere di cose che sa, per confermare i suoi dati. E in alcuni casi per misurare il calibro del suo interlocutore e trattarlo di conseguenza.
Non perde occasione di informarsi. Al tempo della guerra di Angola descrisse una battaglia con tale minuzia di particolari durante un ricevimento ufficiale, che fu difficile convincere un diplomatico europeo che Fidel Castro non vi avesse partecipato. Il racconto che fece della cattura e assassinio del Che, quello dell’assalto a la Moneda e della morte di di Salvador Allende o delle stragi del ciclone Flora, erano grandi reportage orali.
La sua visione futura dell’America Latina è la stessa di Bolívar e Martí, una comunità integrata e autonoma, capace di muovere i destini del mondo. Il paese di cui sa di più dopo Cuba, sono gli Stati Uniti. Conosce a fondo l’indole della gente di quel paese, le sue strutture di potere, le intenzioni nascoste dei suoi governi. E tutto ciò lo ha aiutato a barcamenarsi nella tormenta incessante dell’embargo.
In un colloquio di alcune ore, si sofferma su ogni argomento, si avventura per i suoi versanti meno pensati senza trascurare mai la precisione, cosciente che una sola parola mal usata può causare danni irreparabili. Non si è mai rifiutato di rispondere a nessuna domanda, per provocatoria che fosse, né ha perso mai la pazienza. Sa anche che a volte qualcuno gli nasconde la verità per evitargli ulteriori preoccupazioni. A un funzionario che lo aveva fatto gli disse: “Mi nascondono la verità per non preoccuparmi, ma quando alla fine le scoprirò morirò per la sensazione di dover far fronte a tante verità che non mi hanno detto.” Le più gravi, tuttavia, sono le verità che gli si nascondono per occultare le carenze, poiché malgrado le incredibili conquiste politiche, scientifiche, sportive e culturali che ha significato la Rivoluzione, esiste una incompetenza burocratica colossale, che colpisce quasi tutti i livelli della vita quotidiana, soprattutto quello della felicità personale.
Quando parla con la gente della strada, la conversazione acquista l’espressività e la franchezza cruda degli affetti reali. Lo chiamano Fidel. Lo circondano senza paura, gli danno del tu, discutono con lui, lo contraddicono, lo reclamano, con un canale di comunicazione immediata in cui circola verità a fiotti. È allora che emerge l’essere umano insolito, quello che la luminosità della sua immagine non permette di vedere. Questo è il Fidel Castro che credo di conocere: un uomo di abitudini austere e illusioni insaziabili, con una educazione formale all’antica, di parole attente e modi tenui e incapace di concepire nessuna idea che non sia fuori dal comune.
Sogna che i suoi scienziati scoprano la medicina risolutiva per il cancro e ha creato una politica estera da potenza mondiale, in un’isola 84 volte più piccola del territorio del suo nemico principale. È convinto che il risultato più grande per un essere umano sia una buona formazione della propria coscienza e che gli stimoli morali, più che quelli materiali, possono cambiare il mondo e guidare la storia.
L’ho visto, nei suoi rari momenti di nostalgia per la vita, evocare le cose che avrebbe potuto fare in altro modo per guadagnare tempo. A vederlo tanto accorato per il peso di tanti destini di altri esseri umani, gli ho chiesto che cosa ancora avrebbe desiderato fare più di ogni cosa in questo mondo e mi ha risposto senza esitare: “Fermarmi in un angolo.”
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Polonia rifiuta delegazione OSCE per elezioni parlamentari
di Gabriella Mira Marq
La Polonia ha rifiutato una delegazione di osservatori dell'OSCE alle prossime elezioni parlamentari del 21 ottobre.
Venerdi' Varsavia ha informato l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa con sede a Vienna che la presenza di un gruppo di osservatori internazionali non sarebbe stata benvenuta. L'ufficio per le istituzioni democratiche ed i diritti dell'uomo dell'OSCE (PDHIR), che ha sede proprio a Varsavia, e il portavoce del ministero degli esteri polacco hanno confermato la notizia.
"Siamo sorpresi - ha dichiarato quest'ultimo all'agenzia di stampa PAP - la Polonia e' un paese con una democrazia stabile e non vediamo la necessita' di una missione dell'OSCE". Il ministero degli esteri ha sottolineato anche che l'OSCE non ha presentato alcun documento su possibili irregolarita' elettorali. Ma l'OSCE controlla le elezioni in molti dei suoi 56 Stati membri.
L'ex presidente ceco e dissidente Vaclav Havel aveva chiesto invece che gli osservatori presenziassero alle elezioni polacche, considerate come un voto di verifica sul governo dei gemelli conservatori-nazionalisti Kaczynski, assurto al potere nel 2005 con il sostegno di una coalizione instabile.
La richiesta di Havel, fatta "nell'interesse di tutti i cittadini polacchi", segue le polemiche sul fatto che il Primo Ministro Kaczynski userebbe il Ministero dei servizi segreti e della giustizia nel tentativo di neutralizzare gli avversari politici grazie alla legge sulla 'Lustracja' (emblematico il caso di Tadeusz Matyjek, per il quale la Polonia e' stata condannata dalla Corte dei diritti dell'uomo).
Ad un mese dalle elezioni, infatti, partito di governo e opposizione sono testa a testa nei sondaggi.
www.osservatoriosullalegalita.org
settembre 22 2007
il nascente Pd è troppo un merdaio e io non posso accettare il ricatto per cui bisognerebbe necessariamente votare per loro perchè il resto è anche peggio.
I piccoli partiti di sinistra sono un cancro della sinistra italiana ma il nascente Pd non è neanche piu' di sinistra!
Condividevo anche, fino a qualche settimana fa, la speranza espressa di poter entrare in uno dei "varchi stretti"....ma nell'osservare la gazzarra, a livello nazionale e soprattutto locale, che si è scatenata sui candidati regionali al Pd, ho perso definitivamente ogni speranza. Sono arrivato alla conclusione che questa classe dirigente è davvero da spazzare via (ovviamente il discorso vale all'80%....ma la presenza di un 20% di politici "sani" non modifica le cose).
Qui in Campania l'asse di ferro tra Bassolino e De Mita che in 15 anni ha definitivamente sfasciato il territorio e le istituzioni tra rifiuti, voragine di debito della sanità e consulenze d'oro garantite da una piovra di potere degna, ma forse peggio, del peggior laurismo, appoggia il candidato Iannuzzi (demitiano doc) in una lista per...Veltroni.
A quest'asse si oppone il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca (parlamentare Ds) e il Presidente della provincia Villani (Margherita) unitamente a vari esponenti qua e là per la regione con una lista collegata a.... Veltroni!!!
Ieri De Luca in una intervista televisiva ha chiamato al voto, alle primarie del Pd del 14 Ottobre, anche gli elettori della Cdl....(gli stessi che ne hanno consentito l'elezione a sindaco nella sua battaglia alle comunali dello scorso anno, contro il candidato del centrosinistra...)...tanto, ha detto, il voto alle primarie è aperto a tutti e la ns necessità prima è quella di mandare a casa Bassolino e De Mita...
E' chiaro che ci troviamo di fronte ad una "perversione" della politica che non si sa piu' nemmeno come definire...
Vorrei comunque rassicurare la mia amica Sissi : il mio non è disfattismo (lo è invece quello dei gruppi dirigenti Ds/Margherita) piagnone....anzi io sono allegrissimo....vedo infatti avvicinarsi sempre piu' la distruzione politica di questa classe dirigente che ha depauperato in modo ignominioso la tradizione socialdemocratica dell'elettorato italiano di centrosinistra (che, oltre al Pri, Psi e Psdi, anche quando votava Pci era socialdemocratico).
Naturalmente la cosa passerà attraverso una nuova vittoria elettorale del centrodestra che, questa volta credo durerà due/tre legislature, come l'era Thatcher in Uk.....tempo necessario, purtroppo, perchè nasca e si affermi una classe dirigente di centrosinistra tutta nuova.
Vittorio
Caro Vittorio,
ho fatto a maggio 44 anni. Tu mi parli di un centrosinistra che si rifonda, dopo un auspicabile tracollo, in tre legislature: avro' allora 60 anni, tenendo conto che le elezioni avvengano entro maggio (e nessuno di noi sara' comunque un ragazzino). Se Prodi e Padoa-Schioppa mi dicessero che devo fare sacrifici per soli 15 anni, poi posso godere di una vita piu' prospera, penserei che sono impazziti; ma tra noi ulivisti selvatici questo tipo di ragionamento e' sempre piu' comune.
La verita' e' che al reducismo ci siamo gia' arrivati: non essendo piu' capaci di ragionare sul qui e ora, visto che siamo ancorati al nostro recente passato, ci coccoliamo sul lontano futuro e sull'altrove. Ma come sono barvi in Francia, Spagna e Inghilterra. Quali e quante possibilita' ci si aprono nel secondo quarto di secolo. Che sfiga essere nati in questo paese.
Da tempo diamo addosso solo alla nostra maggioranza, sia quando sta ferma che quando si muove. E dire che eravamo proprio noi (io, almeno) a invocare unita': "non litigate", "state uniti"...
Invochiamo riforme radicali della politica, ma non si capisce da quale percorso queste riforme debbano venir fuori. Chiediamo un ricambio radicale del ceto politico, ma non diciamo mai perche' quello nuovo dovrebbe essere migliore. Proprio noi, che siamo nati manifestando contro il nuovo ceto politico del centrodestra.
La madre di tutte le riforme istituzionali la stanno facendo Prodi e Padoa-Schioppa, cercando di ridurre debito e deficit entro limiti normali. Sarebbe riforma vera, quella di un ceto politico e di un paese che spende quello che guadagna, liberandosi gradualmente dal peso degli interessi sul debito che ci schiacciano. Noi, pero', di queste cose non ne parliamo mai: siamo troppo presi a sparare addosso a quelli per cui noi (io) abbiamo votato.
Iddio non voglia che non si finisca nel circo Barnum degli scontenti: Rifondazione, Beppe Grillo, Di Pietro, Pecoraro Scanio e "Pancho" Pardi; tutti amorevolmente insieme il 20 ottobre, in attesa -come d'uso- di finire a spararsi addosso a palle incatenate. A meno che non sia questo il futuro dell'Italia: lo sapremo quando vedremo i soliti opportunisti scendere dal carro dei partiti e salire su quello di Grillo&C. A quel punto, avremo un nuovo bersaglio su cui puntare le nostre cerbottane.
Comincio a pensare, caro Vittorio, che abbiamo perso il contatto con la realta', molto piu' di quanto non abbiano fatto politici, che almeno hanno a che fare con la realta' del potere.
Ciao,
Nicola
Lei non sa chi ero io
di Marco Travaglio -
fonte l'Unità
Il grande Rino Gaetano cantava «autoblu nuntereggaecchiù», ma non poteva immaginare che, un giorno, non contenti delle auto blu, degli aerei blu e delle ambulanze blu, i politici italiani avrebbero ottenuto addirittura il diritto di guidare contromano. È accaduto a Genova domenica scorsa, come ha raccontato ieri Massimo Calandri su Repubblica. Il governatore ds della Liguria Claudio Burlando s'è fatto un chilometro e mezzo di superstrada nel senso di marcia sbagliato, rischiando una mezza dozzina di frontali con altrettanti automobilisti esterrefatti che stavano per imboccare il casello autostradale. Poi, prima che qualcuno ci lasciasse la pelle, è stato fermato da una pattuglia della polizia. Solita scena: patente, libretto eccetera. Solo che gli agenti non avevano di fronte un cittadino normale. Costui infatti, al posto della patente, ha estratto il tesserino di deputato, per giunta scaduta da un paio d'anni visto che ha lasciato il Parlamento nel 2005. Inutile pronunciare la fatidica frase «lei non sa chi sono io», il tesserino parlava da sé: trattandosi di un ex, equivaleva a un «lei non sa chi ero io». Un normale automobilista si sarebbe disperato, viste le conseguenze previste dalla legge in questi casi.
Burlando invece non ha fatto una piega: ha solo ammesso che i guidatori fermi ai lati della strada non avevano tutti i torti a protestare. Ops, ho imboccato la strada dalla parte sbagliata e cercavo un buco nel guard rail per fare inversione a U. Proprio qualche mese fa, il 16 marzo, il ministro dei Trasporti Bianchi annunciava un pacchetto di norme draconiane per la «tolleranza zero» contro i pirati della strada: tra queste «la revoca della patente per chi inverta la marcia in auto o superstrada e percorra tratti contromano». A questo punto, se è vera la ricostruzione di Repubblica, la cronaca supera la fantasia, e persino il celebre film «Il vigile» con Alberto Sordi, che viene punito perché fa la multa al sindaco Vittorio De Sica, e poi perché non gliela fa. Gli agenti della Polstrada appena han visto il tesserino, hanno accuratamente evitato di multare l’incauto automobilista e l'hanno lasciato andare, scrivendo nel rapporto di non avere «accertato l'infrazione».
L’incauto aveva confessato, c'erano lì vari testimoni della sua impresa, ma gli agenti non hanno accertato. E morta lì, almeno fino a ieri, quando la notizia è uscita. Burlando ha convocato una conferenza stampa per spiegare che lui aveva già avvertito il prefetto, che gli sarà ritirata la patente, che ha esibito il tesserino perché aveva dimenticato la patente sull'autoblu, insomma lui non ha chiesto alcun favoritismo: colpa dell'eccesso di zelo dei poliziotti.
In attesa di sapere che cosa risponde la Polstrada e di appurare chi ha ragione e chi ha torto, ma soprattutto che qualcuno paghi (o Burlando o gli agenti zelanti), è interessante la data del fatto: otto giorni dopo il V-Day, due giorni dopo il caso Air Force One, con Mastella e Rutelli e relative famiglie in gita di Stato al gran premio di Monza. Un politico prudente, con l’aria che tira, si sarebbe comportato come un cittadino comune: si sarebbe fatto multare e, se quelli l'avessero riconosciuto e tentato di graziarlo, avrebbe preteso su due piedi di essere sanzionato. La notizia sarebbe stata una boccata d'aria per una classe politica screditata anche più di quel che qualche singolo membro non meriti.
Ma ai nostri politici manca anche la furbizia. L'Espresso, oltre a svelare l'altra faccia dello scandalo degli aerei di Stato, quella dell'era Berlusconi (molto più grave e indecente di quella dell'era unionista), racconta un altro caso emblematico: quello di un sontuoso corteo di autoblu, un'Alfa 159 in testa seguita da una Lancia Thesis tallonata da un'altra Alfa 159 che il 7 settembre avrebbe cinto d'assedio un'area di servizio dell'autostrada del Sole.
Il corteo del capo dello Stato? No, quello del segretario di Rifondazione Giordano, diretto alla festa dell'Unità di Bologna e sfrecciante a sirene spiegate sulla corsia di emergenza. Poi dice che uno va al V-Day.
diamo il lato positivo della cosa
Nobody was really sure
If he was from the House of Lords”
The Beatles, A day in the life, 1967
“A crowd of people stood and stared
They'd seen his face before
Guardiamo il lato positivo della cosa: già è tanto che non abbiano multato gli automobilisti che viaggiavano nel senso di marcia opposto a quello in cui viaggiava il signor Governatore.
http://malvino.ilcannocchiale.it/
San Siro, il gancio e la fallacina

Cara Stampa Rassegnata
è possibile fermare questa mandria di inetti e improvvisati che si catapulta su pezzi di realtà già codificati (e perciò facilmente titolabili) come muggini sui pezzi di pane al porto? L'ultima è di ieri, sul Corriere. Una ragazza che, credo, da grande vuole fare la giornalista se ne inventa una nuova: fa finta di essere un'ultrà e va allo stadio. A parte che credo che nell'ultimo anno siano entrati negli stadi più giornalisti vestiti da tifosi che tifosi veri. Ma non è questo il punto. Il punto è che la nostra si traveste per uno scopo preciso: dimostrare che si può andare in curva con il biglietto nominale intestato a un'altra persona. Cioè che uno può entrare in uno stadio con il biglietto di un altro. Ed in effetti lo dimostra. Il problema è che nessuno ha mai detto che non si possa entrare in uno stadio con il biglietto di un altro. Anzi: è perfettamente lecito. La "giornalista" ignora che il biglietto nominale serve solamente a risalire a chi lo ha comprato in caso di incidenti. Perdio mica siamo in aereo, siamo allo stadio. Ha messo su un casino complicatissimo, che descrive pure nell'articolo - con grave dispendio di energie sue e del lettore -, per far comprare il biglietto a due amici suoi. Poi si è introdotta furtiva nello stomaco di San Siro. E chissà come si sentiva, chissà il fremito, mentre con il biglietto intestato al suo fidanzato o a chi per lui (definito "il gancio", nell'articolo, nemmeno Tomas Milian...) aggirava i "non controlli" della polizia. (E mi pare di vedere pure sti poveri poliziotti che nemmeno si pongono il problema mentre la fallacina gli sfila davanti con l'occhietto furbo). E chissà con che entusiasmo la nostra ha comunicato al suo capo che la missione era compiuta. E con che zelo si è messa a scrivere l'articolo (per altro usando impunita l'espressione "Ci siamo recati").
Ps. Il pezzo si conclude in maniera appena appena didascalica. Oggi ero io, "nella fattispecie una giornalista. E se invece si fosse trattato di un Hooligan?". La risposta è semplice, cara te la do io: se si fosse trattato di un Hooligan "i poliziotti inefficienti" sarebbero andati dal tuo "gancio" e prima lo avrebbero rovesciato di mazzate e poi buttato in carcere.
saluti gonzalez
http://stamparassegnata.splinder.com/
Scandalo Formula1: la mente sarebbe José María Aznar
 Ci sarebbe l'ex primo ministro spagnolo di destra, José María Aznar, e soprattutto suo genero Alejandro Agag, dietro l'intero scandalo della Formula1, con la condanna per spionaggio della scuderia britannica McLaren e l'assoluzione dei due piloti, il britannico Hamilton e lo spagnolo Fernando Alonso.
La figura chiave di tutta questa storia è Alejandro Agag (nella foto con Alonso). E' l'intrigantissimo genero di Aznar, speculatore spericolato, famoso per le nozze imperiali (Silvio Berlusconi può dire "io c'ero") all'Escorial con la figlia dell'allora primo ministro post-franchista. Appena poche settimana fa Agag, insieme a Flavio Briatore, patron della scuderia Renault e a Bernie Eccleston, capo dell'intera Formula1, hanno acquistato insieme un club calcistico inglese, il QPR, Queens Park Rangers. Poca roba, una sessantina di milioni di Euro, per un club che langue in serie B, rispetto ai soldi che girano in Formula1, ma un sodalizio, Agag, Briatore, Eccleston, molto interessante rispetto alla storia che su GennaroCarotenuto.it raccontiamo oggi.
Infatti, proprio in Formula1 ritroviamo il nostro Agag orchestrare lo scandalo dello spionaggio di McLaren contro la Ferrari, vissuto in Italia come una questione di slealtà sportiva, ma dietro il quale c'è un complicato giro che muoverebbe intorno ad un miliardo di Euro.
L'obbiettivo iniziale di Agag, l'uomo che ha portato la Formula1 a Valencia (la città del Levante più alla moda ed in ascesa di tutta l'Unione Europea, Berlino compresa), era semplicemente far divorziare il pilota Fernando Alonso, che secondo più voci è completamente manipolato da Agag, dalla McLaren, e riportarlo alla Renault di Flavio Briatore, scuderia con la quale si è laureato campione del mondo in due occasioni. Anzi, l'obbiettivo ultimo, il pericolo più grave da sventare, sarebbe stato evitare l'arrivo di Alonso alla scuderia italiana Ferrari.
Il genero di Aznar infatti ha nelle mani la fetta più importante dei grandi sponsor spagnoli, tra i quali Telefónica, Banco Santander e Mutua Madrileña che possono essere fatti fruttare a pieno solo se il pilota asturiano si tiene lontano dai grandi giri di sponsorizzazioni di Gran Bretagna, Germania e Italia. Non solo, Agag ha nelle sue mani i diritti televisivi spagnoli del circuito, un paese che impazzisce per gli sport a motore ed è sempre meno medio e sempre più grande nel muovere denari, soprattutto quando la stella sportiva è un ragazzo del posto, in questo caso il 26enne Alonso.
LA MANIPOLAZIONE DEI MEDIA Il pilota spagnolo sarebbe così stato indotto da Agag al ruolo non ingenuo di gola profonda dello scandalo spionistico (probabilmente ingigantito) e, usando la propria relazione di amicizia e di socio d'affari con Bernie Eccleston, avrebbe pilotato l'assoluzione del pilota nonostante questo sia di fatto reo confesso. A questo punto sarebbe orchestrata perfino la campagna di discredito di Alonso sui mercati inglese, tedesco ed italiano della Formula1, molto più pacata sulla stampa francese e soprattutto spagnola, dove Alonso continua ad essere un eroe. Ed è proprio in Francia, dove regna il terzo socio dell'affare QPR, Flavio Briatore, dove Fernando Alonso dovrà tornare per far fruttare l'intera operazione che ha ridicolizzato l'interesse di decine di milioni di appassionati in tutto il mondo. Se è vera tutta questa storia, la McLaren sarebbe più vittima che colpevole, e la vittima Ferrari risulterebbe in realtà solo una pedina di un gioco più grande, con buona pace dei media italiani che si sono stracciati le vesti per tutta l'estate.
In questo i piloti dovevano essere assolti perché lo spettacolo deve continuare, e nel 2008 deve andare in onda una grande sfida tra franco-spagnoli e anglo-tedeschi, Renault contro McLaren BMW, Alonso contro Hamilton, dove Alonso farebbe la parte del cattivo per il pubblico nordeuropeo, una parte scomoda ma necessaria per la riuscita di ogni copione. La Ferrari, infine, con due piloti bravini ma con scarso appeal mediatico, un finlandese e un brasiliano, sarebbe chiamata a fare da tappezzeria.
Per la famiglia Aznar, che ha concertato un colpo di stato in Venezuela l'11 aprile 2002 e la guerra in Iraq con George Bush e Tony Blair, ed ha mentito spudoratamente agli spagnoli di fronte alle 200 vittime di Atocha, uno scandaletto in Formula1 è ordinaria amministrazione. Ma se segui il flusso del denaro sempre lì andiamo a parare.http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/scandalo-formula1-la-mente-sarebbe-jose-maria-aznar-1325.asp
Zapatero vara la Finanziaria senza lacrime
di Sonia Oranges
Hanno risparmiato per tutta la legislatura e ora spendono, investendo prima di tutto sulle riforme sociali. E, soprattutto, abbassando la pressione fiscale: un taglio dell’Irpf (l’omologo iberico della nostra tassa sul reddito Irpef) di 2 miliardi e 290 milioni di euro. Il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero ieri si è giocato il tutto per tutto, facendo approvare dal suo esecutivo la sua proposta di Finanziaria per il prossimo anno, l’ultima prima delle politiche del prossimo anno, grazie alla quale Madrid prevede per il prossimo anno un surplus pari allo 0,3% del prodotto interno lordo.
Certo, si fa presto a dire meno tasse per tutti, soprattutto nel pieno di una campagna elettorale che si annuncia durissima. Più difficile decidere che delle riduzioni fiscali si gioveranno soprattutto le fasce sociali più deboli, come prova a fare l’esecutivo socialista, perfettamente in linea con il modello di welfare sostenibile incarnato da Zapatero. Come? Degli oltre due miliardi di euro di Irpf in meno, uno corrisponde alla nuova deduzione sulle nascite o le adozioni (quello che impropriamente è stato chiamato bonus-bebè, ovvero il contributo statale di 2500 euro per ogni figlio nato o adottato dal luglio scorso), 348 milioni di euro invece sono invece riferiti alle deduzioni sugli affitti delle case per i giovani, mentre altri 939 milioni di sgravi Irpf verranno da una riduzione di fatto della tassa sul reddito legata all’andamento dell’inflazione, probabilmente grazie all’innalzamento dei livelli di reddito riferiti ad aliquote che invece non saranno toccate. Un intervento collegato all’innalzamento, senza precedenti, del tetto dei redditi non tassati perché troppo bassi, e all’aumento delle deduzioni sul reddito da lavoro. Con quest’ultimo pacchetto, insomma, l’esecutivo del Psoe intende neutralizzare l’effetto dell’inflazione, evitando che i contribuenti paghino più tasse senza veder aumentare il proprio potere di acquisto. Ma non basta. La borsa della spesa (sociale) della Spagna 2008 è assai ricca: si prevede un incremento degli investimenti del 6,8%, fino a 157 miliardi di euro, 86 dei quali destinati alle pensioni (7,4% in più rispetto a quest’anno) e altri due a complemento di quelle minime (con un aumento del 16,6%), tanto per fare qualche esempio.
Naturalmente, nella manovra di bilancio si tiene conto del mondo economico e imprenditoriale che pure, in questi anni, tanto ha contributo al boom spagnolo. Non a caso, ieri, l’esecutivo ha ricordato che durante la legislatura l’Irpf è già stata ridotta di quasi di 5 miliardi e mezzo di euro, e che alle nuove misure fiscali bisogna aggiungere l’entrata in vigore della seconda parte della riduzione dell’imposta sulle società, per un totale di 3 miliardi e 250 milioni di tasse in meno per gli imprenditori. Secondo le anticipazioni, peraltro, la pianificazione economica studiata dal ministro dell’Economia Pedro Solbes per il prossimo anno dà priorità alla crescita economica e alla ripresa della produttività, investendo in capitale umano e tecnologico, oltre che nelle infrastrutture. E poi protezione sociale, aiuti allo sviluppo, rafforzamento della stabilità di bilancio e miglioramento dei servizi pubblici. Per farlo, il governo non potrà utilizzare più di 152 miliardi e 560 milioni di euro, un limite di spesa comunque superiore del 6,7% rispetto a quello dell’anno in corso (pari alla previsione di crescita del pil nominale, ovvero senza il calcolo dell’inflazione). E le entrate? Al netto di quanto sarà devoluto agli enti territoriali (basti pensare che, in virtù del nuovo statuto d’autonomia, alla sola Catalogna, nel 2008, andranno più di quattro miliardi di euro, che segnano un bel 25% rispetto al 2007), si prevede che il gettito verso lo stato aumenterà del 4,2%.
Ora tocca al parlamento, cui Solbes martedì presenterà il documento di bilancio. Dai banchi dell’opposizione, c’è già chi parla di una Finanziaria elettoralistica. Sarà, ma i conti, almeno sulla carta, tornano.http://www.ilriformista.it/documenti/testofree.aspx?id_doc=93896
L’ex presidente peruviano, Alberto Fujimori, sarà estradato in Perù. La Corte Suprema cilena approva la richiesta di estradizione del governo peruviano per 7 dei 13 capi d’imputazione che pendono sul “Chino”.
Il Cile ha autorizzato l’estradizione di Fujimori, accusato di corruzione e atrocità. “La Corte suprema che ha sede a Santiago ha approvato sette capi di accusa su 13 (2 legati alla violazione dei diritti umani e 5 alla corruzione)”, ha precisato oggi 21 settembre il presidente della Corte suprema, Alberto Chaigneau. Il via libera è arrivato nelle scorse ore anche dalla presidente del Cile, Michelle Bachelet che ha reso noto alle autorità di Lima la decisione della Corte Suprema per il rientro in patria del “Chino”.
Il caso ora passa nelle mani di Orlando Alvarez, il giudice cileno che dovrà dare l’ordine di procedere con la sentenza, dopo che in prima istanza aveva respinto l’estradizione. Sembrano comunque non esserci questa volta possibilità concrete per la difesa di Fujimori che possano evitare che la polizia cilena proceda all’arresto dell’accusato per metterlo a disposizione delle autorità peruviane.
La decisione della Corte Suprema è dunque inappellabile, l’unica chance è ritardare l’esecuzione della sentenza con un ricorso di rettificazione che comunque non andrebbe ad intaccare la decisione di estradizione.
Per chi non conoscesse bene il personaggio, Alberto Fujimori, nato a Lima da immigrati giapponesi, è stato presidente del Perù dal 28 luglio 1990 al 17 novembre 2000. Il suo governo si contraddistinse per il suo stile decisamente autoritario, specialmente dopo il 1992, quando furono praticamente cancellate le libertà democratiche.
Per l'organizzazione umanitaria “Amnesty International” si tratta di un "passo avanti fondamentale perché vi sia giustizia per le migliaia di vittime di tortura, uccisioni, sparizioni forzate e altre violazioni dei diritti umani commesse sotto i governi Fujimori". "Le autorità peruviane devono dare seguito alla decisione della Corte suprema cilena - prosegue il comunicato di Amnesty - e assicurare che tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani commesse sotto il governo di Fujimori ricevano giustizia e riparazione".http://verosudamerica.blogspot.com/2007/09/cile-autorizzata-lestradizione-di.html
In vino veritas
scrive Iulia Postica
Il vino moldavo occupava il 65% del mercato russo. Ora non p |