i solito, quando succedono cose simili, si parla di "agguati parlamentari". C'è un voto, magari insicuro, magari simbolico, che rimandi a tutte quelle belle chiacchiere ideali da programma. L'opposizione sembra non esserci, tutto è tranquillo e poi, zac: mezzora prima delle votazioni arriva in massa, dalla maggioranza non si fa in tempo a chiamare l'adunata, una spruzzata di franchi tiratori ed ecco fatta la frittata: la commissione sui fatti del g8 di Genova muore in culla, strozzata, come le verità che avrebbe eventualmente fatto emergere. Su quelle che qualcuno definì "responsabilità politiche e istituzionali" il sipario è calato per sempre. Non stupisce che a voler insabbiare qualcosa sia l'opposizione, cui eventualmente quelle responsabilità avrebbero fatto capo per mere questioni di legislatura. Quello che stupisce è, ancora una volta, l'incomprensibile comportamento di due nomi abbastanza noti all'italiano medio che legge il blog di Beppe Grillo: Clemente Mastella e Antonio Di Pietro.
QUELLO CHE FIRMA SENZA LEGGERE - Sul conto del primo, il caro Clemente, fiumi di parole sono stati spesi a destra e a manca (ma soprattutto ad Annozero). Eppure lui riesce sempre a tirarne fuori una dal cappello: oggi scopriamo che non è avvezzo alla lettura. Eh si, perchè dovete sapere che lui - che comunque la Commissione non la voleva, sia ben chiaro, 'che il posto è sempre meglio tenerselo libero, ma soprattutto buono - firma le cose senza leggerle. Oppure non sa leggere. Infatti, ai cronisti che gli fanno notare che la commissione era nel programma di governo dell'Unione, il leader dell'Udeur risponde: "Io non l'ho letta". Allora delle due l'una: o a pagina 77, righe 40-41-42 (titolo compreso) non c'è scritto "sui quali [fatti di Genova NdR] l’Unione propone, per la prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta" e migliaia di persone hanno le traveggole, o Mastella ha firmato una cosa di cui non conosceva assolutamente il contenuto. Analfabetismo? "Non ho tempo e poi devo ancora finire 'Le Tigri di Mompracem'"? Non è dato sapere quali gravissimi impedimenti abbiano impedito ad un Ministro dello Stato di leggere il programma del proprio Governo prima di firmarlo.
QUELLO CHE "LA CERTEZZA DELLA PENA!" - Il caso di Di Pietro è però più complesso e deludente. Ex magistrato, fustigatore di mani sporche, strenuo oppositore del motto "La legge è uguale per tutti, ma per alcuni di più",Antonio Di Pietro si è addirittura unito al suo acerrimo nemico di sempre (l'individuo di cui sopra) per votare contro la Giustizia. Che senso ha blaterare contro la certezza della pena, se in questo paese manca quella del reato? Hanno votato contro un'inchiesta che accertasse "responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari)" (Programma dell'Unione, pagina 77, versetti 39,40) degli scontri sessantottini di cui Genova fu teatro. Che significa dire "Abbiamo chiesto una commmissione che indaghi a 360 gradi sulle anomalie comesse da chi ha provocato la rivolta e anche sugli abusi che sono stati fatti dalle forze dell'ordine"? Se la Commissione nasceva per accertare responsabilità politiche ed istituzionali, cosa vuol dire che "avrebbe indagato solo sui poliziotti"? Sembra quasi di sentire odor di Cdl, il cui commento è stato un soddisfatto "Sconfitto chi voleva processare le forze dell'ordine". Ma qui nessuno voleva processare le forze dell'ordine: qui si volevano inchiodare eventuali responsabilità politiche. La politica non c'entra, con i poliziotti. Però, magari, eventualmente, c'entra con i loro capi, e con i capi dei loro capi, che poi magari sono amici degli amici. O lo saranno presto. http://giornalettismo.ilcannocchiale.it/post/1667585.html
l'articolo straordinario che Barbara Spinelli ha scritto ieri su La Stampa
Igina Barchi
BARBARA SPINELLI
Caro direttore,
ti scrivo perché la linea editoriale che esprimi non mi trova del tutto consenziente. Non è questione di convinzioni diverse, né di diversa collocazione politica.
Che in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti mi pare non solo normale, ma arricchente. Quel che sento davanti al tuo articolo, e a tanti che somigliano al tuo nei giornali indipendenti, non è dissenso, ma un disagio molto profondo. Ho l’impressione di assistere a una sorta di disfacimento della democrazia rappresentativa, e di perdita di senso del voto espresso alle urne dagli elettori. Dalla primavera dell’anno scorso l’Italia ha un governo, scelto dagli italiani per la durata di cinque anni, che è stato messo in questione quasi fin dal primo giorno: non dagli elettori tuttavia, ma da un capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che il giudizio delle urne non l’ha mai accettato e che ogni sera da diciotto mesi annuncia a televisioni e giornali la fine di Prodi: prima negando i risultati, poi denunciando brogli, poi intimidendo i senatori a vita, poi appellandosi al cattivo umore della gente, in dispregio costante dei dettami costituzionali. Una strategia di delegittimazione del tutto anomala, ma che molto rapidamente è stata banalizzata e fatta propria da tutti coloro che fanno opinione, essenzialmente giornali e televisioni pubbliche oltre che private.
Adesso questo governo ha circa un anno e mezzo ed è giudicato spacciato, finito, senza che io come elettore abbia in alcun modo concorso a questo sviluppo. In un certo senso mi sento defraudata del mio voto: organismi intermedi si sono insediati tra l’elettore e la rappresentanza da esso scelta, e sono questi organismi che hanno deciso e decidono tutto: i giornali appunto e questa o quella corporazione sindacale, questa o quella lobby, questo o quel personaggio della maggioranza, ansioso di cambiar casacca per ottenere posti che non ha avuto nel presente governo. Sono questi organi intermedi che stanno decretando che questo governo è caduto (che è «una carcassa che si trascina», scrivi con linguaggio che, ti confesso, mi ha scosso per la violenza che contiene). Sono questi organi che per la seconda volta nella storia recente - e in modo ancor più inquietante che nel 1998 - accettano che il crimine contro il ministero Prodi venga compiuto. E lo decretano prima che il tempo costituzionalmente assegnato al governo sia concluso. Prima che gli italiani siano chiamati a votare, allo scadere normale della legislatura. Non sono defraudata solo del voto. Mi vien tolta anche la sacralità del tempo conferito col mandato, così preziosa nelle democrazie: la certezza che il tempo che ho dato al governo eleggendolo non sarà interrotto da forze interessate e sondaggi senza rapporto con le urne.
Tu scrivi che il centro-sinistra deve andare a casa perché mai c’è stato in Italia governo impopolare come questo. Anche qui provo vero disagio, non fosse altro perché non manca giorno in cui i riformisti chiedono ai governanti di «rischiare l’impopolarità». I governi non vanno a casa perché a un certo punto (dopo una settimana o un mese o un anno) si constata che non si vendono troppo bene: nella democrazia rappresentativa un governo non è un sapone, né un’automobile, e neppure un giornale che conquista o non conquista lettori. È qualcosa di radicalmente diverso, costruitosi lungo i secoli, reso sempre più complesso da una storia lunga. Il disagio cresce se penso ai Paesi europei che mi è capitato di conoscere negli ultimi decenni: tutti hanno prima o poi traversato periodi anche assai lunghi di impopolarità (è stato così per i governi Schmidt, Kohl, Schröder; per i primi ministri e Presidenti francesi; per i premier inglesi a cominciare dal governo Thatcher) e mai ho visto all’opera il tumulto che esiste da noi: il gusto apocalittico che si espande, l’inestinguibile sete di andare alle urne prima del tempo, trascinati da sondaggi e da opinioni che prevalgono nei salotti. Mai ho visto un così vasto schieramento di forze distruttive, che quasi hanno timore di costruire e pazientare. Forze che prese una per una sembrano aver dimenticato il proprio mestiere, oltrepassandolo sempre. Che confondono, in maniera inaudita, il criticare anche severo con l’esigere, perentorio, che il governo cada al più presto. Neppure George W. Bush, eletto grazie a una decisione indecorosa della Corte Suprema che ha escluso il vero vincitore delle presidenziali, nel 2000, ha avuto davanti a sé una sì intensa volontà demolitrice. Mai ho visto tanta gente uniformemente invocare la fine d’una legislatura, e volontariamente servire il disegno di chi parla di democrazia ma non ne rispetta la regolamentazione. Tra la strategia di riconquista apprestata da Berlusconi fin dal 10 aprile 2006 e quel che mi dicono oggi giornali e tv non riesco, per quanto ci provi, a scorgere più differenza alcuna.
Il fatto è che queste forze distruttive si comportano come se non sapessero la storia che stanno facendo, e cosa precisamente vanno disfacendo. Hanno anzi l’impressione di essere indipendenti, libere come non lo sono state in passato.
Non mi paiono libere. Tranne alcune eccezioni, ancor più luminose perché rare e solitarie, quasi tutti son sedotti da questo desiderio di dissoluzione, che allarga i cuori e trasforma ogni commentatore critico in governatore dell’universo, oltre che dell’Italia. Commentatori che constatano un disastro che essi stessi, giorno dopo giorno, hanno contribuito a creare. Non è l’idea che mi faccio né della democrazia, né della vocazione di testimone e pensatore affidata alla figura del giornalista.
Un caro saluto.
Cara Barbara, pubblico con piacere la tua lettera, convinto come te dell’opportunità che «in un giornale libero si esprimano opinioni anche contrastanti», senza entrare nel merito della tua risposta e dell’interpretazione che tu hai dato del mio fondo pubblicato giovedì 25 ottobre. Un caro saluto. [G.A.]
Via il carabiniere che indagava col pm di Catanzaro
Antonio Massari
La Stampa
Dopo aver perso due inchieste in nove mesi – «Why Not?» e «Poseidone» – adesso il pm Luigi de Magistris perde anche il suo principale investigatore in Basilicata. Il capitano dell’Arma Pasquale Zacheo, considerato un pilastro dell’indagine «Toghe Lucane», è stato trasferito al comando provinciale di Fermo, nelle Marche, dopo cinque anni di lavoro in Lucania. Uno spostamento fisiologico, poiché già da luglio scadevano i termini del trasferimento, ma che ancora una volta farà discutere: Zacheo infatti aveva chiesto di poter restare fino alla conclusione delle indagini. Stessa richiesta era stata avanzata da De Magistris.
Il trasferimento arriva mentre le indagini sulle «Toghe Lucane» sembrano in dirittura d’arrivo. Indagini complesse poiché - come in «Why Not?» e «Poseidone» - s’ipotizza un «comitato d’affari» dedito alla speculazione sui fondi pubblici. L'inchiesta vede, tra gli indagati, il senatore di An Nicola Emilio Buccico, il sottosegretario alle Attività Produttive Filippo Bubbico (Ds) e ben cinque magistrati.
Il capitano Zacheo aveva lavorato anche in Calabria, per la precisione a Lamezia Terme, e questo elemento aveva rafforzato l’intesa investigativa con De Magistris. Intanto Zacheo evita qualsiasi polemica. Anzi, ringrazia. Eppure, indagando sulle «Toghe Lucane», le amarezze non sono mancate. Nel corso dell’indagine, infatti, il capitano dei carabinieri s’è trovato iscritto nel registro degli indagati. E’ uno dei paradossi del «caso De Magistris». In seguito alle denunce presentate da Buccico, Zacheo è stato indagato dalla pm Annunziata Cazzetta, della procura di Matera, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione. D’intesa con cinque giornalisti (Carlo Vulpio del «Corriere della Sera», Gianloreto Carbone di «Chi l’ha visto?», Nicola Picenna, Emanuele e Nino Grilli de «Il Resto») avrebbe diffamato Buccico. Il punto è che Zacheo, su mandato di De Magistris, sta indagando proprio sulla procura di Matera, e viene intercettato quando parla al telefono con il pm: «E’ vero – conferma Zacheo – sono stato intercettato, dalla procura di Matera, mentre parlavo con De Magistris. E stavamo indagando proprio sulla procura di Matera». Anche per questo, alla vigilia della promozione e del trasferimento, tiene a qualche precisazione: «Il dottor De Magistris non solo ha dimostrato un alto senso dello Stato, ma anche un coraggio che, mi dispiace dirlo, non appartiene a tutti». Oltre le belle parole, c’è il suo atto di «difesa» per il pm della discordia, ovvero De Magistris, a sua volta sotto inchiesta a Salerno per abuso d’ufficio, insieme con altri colleghi della procura di Catanzaro. E qui la situazione si complica. Perché a Salerno si giocano molte partite, inclusa quella sui presunti «poteri occulti», che De Magistris ha denunciato con un esposto a Salerno già a marzo.
Dinanzi al Csm, ieri, è intervenuto il procuratore capo di Salerno Luigi Apicella. Ha spiegato che la procura conta di chiudere le sue indagini entro la fine dell’anno. E tra i magistrati di Catanzaro indagati, da ieri, sono spuntati altri nomi: Domenico Pudia, Antonio Baudi e Pietro D’Amico. Che si aggiungono al procuratore capo Mariano Lombardi. Tutti nomi che, secondo indiscrezioni, sarebbero emersi in una consulenza, firmata da Gioacchino Genchi, su una presunta fuga di notizie a favore degli indagati nell’inchiesta «Poseidone». Consulenza presentata, a Salerno, dal pm De Magistris, per dimostrare l’esistenza di collusioni, nella procura di Catanzaro, tra indagati, politici, imprenditori, magistrati e forze dell'ordine.
Per dare un'idea della differenza nella comunicazione politica che esiste tra paesi diversi, esistono modalità populiste (e.g. meno tasse per tutti, banconota da un Euro, più figa per tutti) e ci sono modalità di comunicazione molto dettagliata.
In Germania tiene banco da molto tempo ormai la discussione sui rimborsi dele spese di trasporto per andare a lavoro. In sostanza è la possibilità di presentare al commercialista o direttamente all'ufficio delle imposte i propri costi della tratta casa-lavoro-casa, siano essi una macchina, una bici o i mezzi pubblici. In base a una serie di calcoli, questi costi vengono rimborsati, ovvero detratti dalle tasse; e questo per ogni cittadino, non solo per le persone giuridiche.
Per darvi un'idea della discussione, l'anno scorso era stato introdotto un limite superiore al rimborso, ovvero solo chi percorreva una distanza maggiore a 20 Km aveva diritto. Ora si pensa di togliere il limite. E si discute di quanti centesimi di Euro debbano venir rimborsati per ogni Km.
Non scherzo, ma le trasmissioni televisive locali tipo Ballarò e i maggiori quotidiani (nella foto la FAZ, paragonabile al Corriere della Sera come orientamento) hanno come notizie principali e argomento di discussione se si debba rimborsare 30 centesimi, o 25 o 20 al Km.
Immaginate la stessa discussione con Floris e Tvemonti. Impossibile. Non so se dipenda dalla capacità intellettiva dei giornalisti e dei politici italiani; o dal fatto che la platea non riesca a digerire una discussione complessa su temi economici. O forse dipende dal grado di istruzione ovvero di cultura quadratica media, per cui certi argomenti non vengono mai presentati.
Resto il fatto che in Germania di discussioni di questo tipo ce ne sono in continuazione e le comunicazioni politiche ovvero le campagne elettorali si giocano molto di fino. Non c'è spazio per messaggi sempliciotti che poi, ovviamente, nel contesto di una società post-industriale, non si potranno mai e poi mai applicare. E che lasceranno sempre la via d'uscita al peronista di turno di dire: "eh, non ho potuto ridurre le tasse perchè l'UDC non me l'ha permesso"http://carlettodarwin.blogspot.com/
L'illuminazione l'ho avuta al cinema, naturalmente. Stavo guardando l’ultimo film di Soldini, quando all’improvviso ho capito (finalmente) perché in Italia si fanno quasi solo film bruttini.
Guardate che è una cosa da niente. Però si vede che non c’è ancora arrivato nessuno.
La fotografia è ok – certe volte è proprio ottima. I costumi sono sempre buoni. Il montaggio, professionale.
Gli attori forse un po’ legnosi – ma non è colpa loro, coi dialoghi che devono recitare.
I dialoghi sono banali, ma non è questo il problema – con dei soggetti così, neanche Shakespeare avrebbe delle buone battute. Quindi il problema è il soggetto.
Secondo me nell’industria cinematografica italiana manca un ruolo fondamentale: credo che si tratti di un signore che sta in un ufficio e fuma un sigaro. Non so perché il sigaro mi sembra così fondamentale. È una cosa che puzza e incute rispetto.
Questa persona non dovrebbe leggere i soggetti, badate bene. Tutti sono buoni a leggere i soggetti. Questa persona dovrebbe semplicemente ricevere i soggettisti quando sono a metà lavoro.
Giorni, nuvole e uomini verdi (OCCHIO: SPOILER!)
PERSONA COL SIGARO: Ciao, che piacere. Ti dispiace se fumo?
SOGGETTISTA: Parecchio
PCS: Fa lo stesso. Pof, pof. Come va col nuovo soggetto? Procediamo?
SOG: Cough. Sono più o meno a metà, infatti sono qui.
PCS: Eh, già. Me ne vuoi parlare?
S: Credo di non aver scelta.
P: Ho sentito che è una storia di quarantenni. Ottimo. I quarantenni ne andranno matti.
S: Già. Beh, in effetti, c’è questo ingegnere, sposato, con figlia già fuori di casa, che perde il lavoro. I suoi soci lo estromettono dall’azienda…
P: Ah, bello. Sotterfugi, tradimenti, coltelli alle spalle. Questo nel primo tempo, immagino.
S: No, in realtà è già successo quando il film comincia.
P: È tutto già successo.
S: Già.
P: Quindi niente sotterfugi, tradimenti…
S: No, preferivo concentrarmi sul dramma interiore.
P: Eh, beh, già, il dramma interiore. Insomma, questo qui perde il lavoro, e poi che fa?
S: Ne cerca un altro, ovviamente. Però non lo trova.
P: Finché?
S: Finché nulla, non lo trova e basta.
P: Sì, e siamo più o meno a dieci minuti di pellicola. E poi cosa succede?
S: No, veramente il film finisce così.
P: Pof.
S: Cough.
P: Non sapevo che tu stessi lavorando a un cortometraggio.
S: Infatti è un lungometraggio.
P: Ma insomma, fammi capire, come fai ad arrivare all’ottantesimo minuto? Cosa ci metti?
S: Beh, per esempio, a un certo punto gli mancano i soldi e si ricorda che c’è un suo amico che gliene doveva… allora lui va a prendere un caffè con questo amico…
P: Aaaah! Ho capito! E quindi flashbacks, nostalgie, il bel tempo che fu…
S: No.
P: No? E i soldi glieli rende?
S: No. Trova una scusa qualsiasi e non glieli rende.
P: E lui s’incazza e lo mette sotto con la macchina!
S: No. Esce dal bar.
P: Tutto qui?
S: Beh, è un po’ scosso.
P: Ah, è un po’ scosso. E il debitore poi che fa? Si sente in colpa? Rimorsi, rimpianti, sussurri e grida?
S: Nulla. Non fa nulla. In effetti è un personaggio che non torna più.
P: Quindi, fammi capire, il tizio gli chiede i soldi, lui gli risponde "non te li do", il tizio si arrabbia e se ne va.
S: Esatto.
P: Pof. Appassionante.
S: Non mi piace questo tuo sarcasmo.
P: No, hai ragione, scusa. Siamo professionisti. Però finora siamo più o meno a quindici minuti. Non riesco a capire come… insomma, cosa succede in questo film? Per esempio, la moglie…
S: Ah, la moglie è il personaggio più interessante! È quella che reagisce meglio, rinuncia al suo lavoro di ricercatrice, si ritrova in un call center, e poi…
P: Gli mette le corna?
S: Beh, ma non è importante.
P: Come non è importante. Gliele mette o no?
S: Beh, una sera, con un collega affascinante…
P: Aaaah! Il bel tenebroso! La scena di sesso!
S: Ma no, macché. Al primo bacio stacchiamo. Tanto se ne pente subito e torna a casa molto nervosa.
P: E lui la mena! Dimmi almeno che la mena! Dimmelo!
S: Mah, in effetti…
P: Oooh! Finalmente! La violenza domestica!
S: Bah… appena una strattonata, nulla di più.
P: E poi?
S: E poi si lasciano.
P: Beh, almeno è qualcosa.
S: Sì, ma solo per mezza giornata, poi tornano assieme.
P: Pof.
S: Cough.
P: Pof.
S: (Fa per andarsene) Va bene, ho capito, il mio soggetto non ti piace.
P: Ma no! Come fai a dirlo, non l’ho nemmeno… senti, fa una cosa. Prova a raccontarmi la scena più emozionante del film.
S: La scena più emozionante?
P: Quella che secondo te farà venire l’ansia allo spettatore! Quella che gli spettatori si ricorderanno a dieci anni di distanza. Raccontamela.
S: Dunque, beh, in effetti c’è… c’è questo 45enne che ormai per vivere si arrangia coi lavoretti, no? e sta incollando della carta di parati in una stanza. Poi prende la carta, sale su una scala e… e si rende conto che non è in grado di farlo. A quel punto…
P: La scala cade!
S: Ma no, per carità. È lui che scende dalla scala e se ne va. Torna a casa e si versa un bicchiere…
P: Di whisky secco. Si dà al bere.
S: …d’acqua. Cough.
P: Questa è la scena topica.
S: Esattamente. Cosa ne pensi?
P: Pof. Vuoi sapere cosa ne penso. Beh, in effetti la disoccupazione è un bel problema. Di solito i quarantacinquenni disoccupati picchiano i partner, si danno al bere, fanno incidenti stradali.
S: Ma non sempre, via.
P: Ma li leggi i giornali? Le statistiche sulle violenze domestiche o sull’alcolismo? C’è un sacco di gente a cui succede. Ma nei tuoi soggetti no. Nei tuoi soggetti la gente beve bicchieri d’acqua, si strattona appena e poi si chiede scusa immediatamente.
S: I miei sono soggetti realisti. La realtà…
P: La realtà è molto più emozionante e tragica dei tuoi soggetti! E comunque noi stiamo facendo cinema! In novanta minuti è normale che calchiamo un po’ i toni! Io sono stanco di andare al cinema e vedere gente che ha una vita più noiosa della mia! Sono stanco di dover dire a Margherita Buy “Ehi, Margherita, pianta la lagna e guardami, la mia giornata da questa parte dello schermo è più ricca di colpi di scena del tuo copione!” È una cosa che succede solo nei film italiani! Negli altri paesi agli attori succedono le disgrazie per davvero! Se due litigano, si fanno male! Se c’è una scala pieghevole, prima o poi cade! E magari cade sul passeggino del bambino! Guarda solo a quando avevamo Muccino…
S: Muccino mi dava la nausea. Troppo movimento.
P: Appunto. Muccino usava storie banali come le tue, ma ce ne metteva tante e shakerava! Se voleva parlare del 45enne disoccupato, ne parlava… però nello stesso film ci metteva anche la moglie insoddisfatta, la figlia velina, il nipote pusher, la nonna demente…
S: Il nonno demente ce l’ho messo anch’io.
P: Oooh! Finalmente una buona notizia. E cosa fa? Mena gli infermieri?
S: No, macchè. Sta in camera sua buono buono e… (cough)
P: E…
S: Guarda i pesci rossi.
P: Ma non ci credo. Ma l’hai mai visto un vero vecchio demente? Ma non lo sai che sono spettacolari? Dicono cose bibliche e terribili! E sono anche violenti! Prendi il film dei Simpson, ecco, fammi una scena tipo nonno Simpson in chiesa.
S: Ma il dramma interiore…
P: Un nonno che sragiona e picchia gli inservienti non ti sembra abbastanza drammatico? Insomma, qual è il problema con te? Hai paura di far succedere cose brutte ai tuoi personaggi? Ma sono personaggi, mica persone vere.
S: Lo so, però…
P: Tu li devi odiare i tuoi personaggi. Come Dostoevskij. Se Dostoevskij avesse amato Raskolnikov, non gli avrebbe mai permesso di ammazzare la vecchia.
S: In effetti, ammazzare la vecchia… è una cosa un po’ forte.
P: Se Flaubert avesse amato la signora Bovary, non le sarebbe successo nulla di male, e il libro sarebbe una palla tremenda.
S: Ma quel libro è una palla tremenda.
P: Auf. Se Manzoni avesse amato Renzo e Lucia… ma che te lo dico a fare. Facciamo così. Il tuo soggetto va bene.
S: Sul serio?
P: Fino al primo tempo. Nel secondo tempo atterrano gli alieni.
S: Eeeeh?
P: Dopodiché… continua tu. Vediamo cosa sei capace di fare.
S: Ma il dramma interiore?
P: Il dramma interiore sarà fi-ghi-ssi-mo. T’immagini? “Sono un ingegnere disoccupato 45enne, mantenuto da sua moglie e… che altro c’è adesso? Oh, no. Pure gli alieni! Tutte a me, capitano”.
S: Cough.
P: Magari salta fuori che gli alieni hanno una proposta di lavoro interessante. Lui fa carriera, diventa manager risorse umane, esternalizza tutti i call center su un asteroide e sua moglie resta senza lavoro. Pensaci.
S: Cough cough.
P: Le scenate della moglie: In questo modo tu penalizzi il made in earth! E lui: Me ne frego del genere umano! Cos’ha fatto per me il genere umano?! Ha ha ha! È una risata diabolica, senti? Mi piace quando nei film fanno le risate diaboliche. Cosa ne pensi?
S: Penso che tu… cough… penso che quelli come te…
P: Sì?
S: State distruggendo il cinema italiano.
P: Già. Ed è divertente. Ha ha ha. Allora mi raccomando. Gli alieni sul golfo di Genova. Sarà una cosa fighissima. M’immagino già le locandine. Pof.http://leonardo.blogspot.com/
Hugo Chavez e la riforma costituzionale
Storia di una manipolazione.
Salim Lamrani*
Per i padroni del mondo Hugo Chavez è un esempio pericoloso, un leader che respinge il loro appoggio e mette in discussione la loro egemonia devastatrice. Per questo motivo tentano di screditarlo in qualunque modo possibile con la vigliacca complicità dei mezzi di comunicazione occidentali che, tirando la deontologia giornalistica nella spazzatura, non vacillano davanti a niente nel manipolare la realtà e brillano nel campo della disinformazione.
Il progetto di riforma costituzionale che lanciò il presidente venezuelano Hugo Chavez il 15 agosto 2007 ha provocato un'isteria mediatica internazionale senza precedenti. Durante vari giorni, la stampa occidentale si concentrò in maniera ossessiva su questo evento, dopo tutto banale. La proposta propone di modificare 33 dei 350 articoli della Costituzione del 1999(1), ma i mezzi hanno messo a fuoco unicamente un solo punto: l'Articolo 230 e la deroga del limite dei mandati presidenziali che attualmente sono due(2). La stampa francese, tra le altre, ha denunciato immediatamente la volontà di Chavez di "rimanere al potere"(3) ed ha criticato "la tentazione del potere totale" del presidente venezuelano che vuole "prendere la posizione di leader intoccabile"(4).
È curioso ed ironico contemporaneamente poter osservare come si offende la stampa francese per vedere Hugo Chavez pretendendo un terzo mandato quando in Francia il numero di mandati presidenziali non è limitato costituzionalmente. Così, secondo la Magna Carta francese, il presidente Nicolas Sarkozy potrebbe governare durante i prossimi trenta anni senza nessun problema, se è rieletto. È lo stesso in paesi come Regno Unito, Germania, Italia, Portogallo e la maggioranza delle altre nazioni europee. Questa realtà non ha suscitato mai la minore critica da parte dei mezzi occidentali. Perché quello che è accettabile in Occidente non lo sarebbe per le nazioni del Terzo Mondo? Gli attacchi a questo rispetto esalano un tanfo colonialista inammissibile ed illustrano chiaramente la volontà delle multinazionali dell'informazione di satanizzare a qualunque prezzo il governo democratico e popolare del presidente Chavez.
In effetti, la riforma venezuelana, completamente legale, non sarà adottata per decreto. Per prima cosa, deve essere ampiamente dibattuta in tutto il paese. Quindi deve essere approvata dai 167 deputati dell'Assemblea Nazionale. E alla fine, deve sottomettersi ad un referendum popolare(5). Per riassumere, il paese avrà l'ultima parola. Nessuna riforma potrebbe essere più democratica. Inoltre, l'attuale Costituzione permette all'opposizione di partecipare al dibattito e formulare proposte concrete(6). Ma ai detrattori di Hugo Chavez poco loro importa e si sono lanciati ad una campagna di disinformazione a scala mondiale con la complicità dei mezzi occidentali, la Casa Bianca e l'Unione Europea(7).
In effetti, gli oppositori hanno giurato di bloccare a tutti i costi la riforma costituzionale, col pretesto che costituisce una minaccia per la democrazia. Il leader dell'opposizione, Manuel Rosales, che partecipò nel colpo di Stato del 2002, denunciò un "colpo di Stato costituzionale" ed annunciò che si oppone al progetto riformatore(8).
Da parte sua Hugo Chavez lanciò un appello alla popolazione col fine di lottare contro la propaganda dei mezzi e moltiplicare i dibattiti a scala locale e nazionale intorno al progetto(9). Ha messo anche in guardia contro i tentativi di destabilizzazione che ha orchestrato l'opposizione, responsabile di un sanguinante colpo di Stato nell'aprile del 2002 e di un disastroso sabotaggio petroliero in dicembre dello stesso anno(10). "Hanno già incominciato le cospirazioni [...]. Ieri sera sono stato riunito fino a tardi nella notte col signor ministro del Potere Popolare per la Difesa, i membri dell'alto comando militare, il comandante dell'Esercito, della Guardia Nazionale, della Marina; valutando dei fatti, perché hanno già cominciato a circolare ed ad arrivare messaggi alle caserme, [...]. Dietro a tutto ciò c'è la mano della CIA", ha accusato Chavez(11).
Alla fine ha confermato la sua convinzione che l'opposizione sarà "schiacciata e polverizzata" durante il prossimo referendum consultivo sul Progetto di Riforma Costituzionale(12). Un nuovo trionfo dell'uomo più popolare di America Latina è molto probabile, dal momento che ha già vinto circa dodici turni elettorali consecutivi dalla sua elezione nel 1998. L'Assemblea Nazionale dovrebbe approvare la riforma nel novembre del 2007, dopo tre mesi di discussioni e dibattiti(13). Il referendum si convocherà in un termine di trenta giorni dopo l'approvazione del progetto(14).
Conviene segnalare anche che i mezzi, tanto prolissi su questo tema, non si sono trattenuti molto nel resto delle riforme proposte. Oltre all'annullamento della limitazione dei mandati che passeranno da sei a sette anni, è previsto stabilire un "fondo di stabilità sociale" che garantisce ai lavoratori "i diritti fondamentali come pensioni, ferie, permessi prenatale e postnatale ed altri che stabiliscano le leggi"(15). La durata giornaliera del lavoro si limiterà a sei ore con un totale di 36 ore settimanali. Si proibirà d'ora in poi ai padroni di obbligare i loro salariati a lavorare dei tempi straordinari. "Lo sfruttamento dei lavoratori" sarà inaccettabile(16).
Inoltre si sopprimerà l'autonomia della Banca Centrale col fine di permettere l'applicazione di sovvenzioni ai programmi sociali. La riforma prevede anche la moltiplicazione dei consigli comunali che svolgeranno un ruolo diretto nella presa di decisione per promuovere una democrazia più participativa. Si creeranno nuove forme di proprietà, che avranno un statuto cooperativo, senza che si sradichi la proprietà privata. Le terre non produttive si distribuiranno ai contadini. La riforma iscive "l'interdizione espressa del latifondo" nella Costituzione come la proibizione di ogni monopolio. "Lo Stato si riserva, per ragioni di sovranità, di sviluppo e di interesse nazionale, l'attività di sfruttamento degli idrocarburi liquidi, solidi e gassosi". Così, non sarà possibile privatizzare le risorse naturali della nazione(17). Tutte queste riforme sono state censurate dai mezzi di comunicazione.
"Questa ambizione di accumulare denaro e beni capitali è una delle cause della perdizione dell'essere umano", dichiarò Chavez, che fece partecipe della sua volontà di edificare una società più giusta(18). Così, dal suo accesso al potere, il presidente venezuelano ha portato a termine riforme sociali spettacolari che hanno migliorato ampiamente il livello di vita della popolazione. Dopo avere ripreso il controllo dell'impresa nazionale petrolifera PDVSA e nazionalizzare i settori petrolieri, elettrici e telefonici, sconfisse l'analfabetismo nel 2005, distribuì tre milioni di ettari di terra tra i contadini, universalizzò l'accesso all'educazione e alla salute, operò gratuitamente circa 200.000 persone che soffrivano di cataratta ed altre malattie oculari, costruì abitazioni in massa per i più necessitati, sovvenzionò i prodotti alimentari di base di un 40%, aumentò il salario minimo che si è trasformato nel più elevato dell'America Latina (286 dollari al mese), e diminuì la durata settimanale di lavoro da 44 a 36 ore. Nessun governo del mondo ha fatto tanto in tanto poco tempo(19).
Hugo Chavez ha esteso il suo aiuto alle altre nazioni americane. "Lavoratori brasiliani hanno recuperato i loro impieghi, fattori nicaraguensi hanno ricevuto crediti e sindaci boliviani possono costruire centri di salute, e tutto grazie al presidente venezuelano Hugo Chavez", annuncia Associated Press. Attualmente il Venezuela offre un appoggio finanziario, diretto al continente, più importante di quello che offrono gli Stati Uniti. Per l'anno 2007, Chavez ha dedicato non meno di 8.800 milioni di dollari in donazioni, finanziamenti ed aiuto energetico contro solo 3.000 milioni dell'amministrazione Bush. L'aiuto che concede il governo bolivariano non ha precedenti nella storia dell'America Latina, a parte le missioni umanitarie di Cuba. Perfino i cittadini statunitensi, abbandonati dal loro stesso governo, si avvantaggiano della politica altruistica del Venezuela, ricevendo combustibile sovvenzionato(20).
Pertanto è poco sorprendente che il presidente venezuelano si sia convertito nel leader più popolare del mondo. Auspicando l'emancipazione delle popolazioni costantemente vilipese da un ordine economico insostenibile, Chavez ha restituito la speranza non solo al suo stesso popolo, che è ora un attore ineludibile nella vita del paese, ma anche ai diseredati del resto del pianeta che vedono in lui una fonte di ispirazione. Per i padroni del mondo Hugo Chavez è un esempio pericoloso, un leader che respinge il loro appoggio e mette in discussione la loro egemonia devastatrice. Per questo motivo tentano di screditarlo in qualunque modo possibile con la vigliacca complicità dei mezzi di comunicazione occidentali che, tirando la deontologia giornalistica nella spazzatura, non vacillano davanti a niente nel manipolare la realtà e brillano nel campo della disinformazione.
(1) Hugo Chávez Frías, «Presentación del proyecto de Reforma Constitucional ante la Asamblea Nacional, por parte del presidente Hugo Chávez», Agencia Bolivariana de Noticias, 15 de agosto de 2007. (<<)
(2) Le Monde, «Au Venezuela, Hugo Chávez présente sa réforme constitutionnelle», 16 de agosto de 2007. (<<)
(3) Libération, «Hugo Chávez veut modifier la Constitution pour rester au pouvoir», 16 de agosto de 2007. (<<)
(4) Stéphanie Schüler, «Chávez - la tentation du pouvoir total », Radio France International, 16 de agosto de 2007. (<<)
(5) Agencia Bolivariana de Noticias, «Batallones socialistas crearán voluntariado para debatir reforma constitucional», 25 de agosto de 2007. (<<)
(6) Agencia Bolivariana de Noticias, «Chávez exhorta arreciar batalla ideológica para frenar campaña contra reforma», 26 de agosto de 2007. (<<)
(7) Christopher Toothaker, «Ex mentor de Chávez rechaza su reforma», Associated Press, 22 de agosto de 2007. (<<)
(8) Fabiola Sánchez, «Opositores a Chávez lucharán contra reforma constitucional», Associated Press, 17 de agosto de 2007. (<<)
(9) Agencia Bolivariana de Noticias, «Carta Magna garantiza a la oposición hacer propuestas sobre reforma ante la AN», 25 de agosto de 2007. (<<)
(10) Agencia Bolivariana de Noticias, «Reforma constitucional profundizará la Revolución Bolivariana», 25 de agosto 2007; Agencia Bolivariana de Noticias, «Chávez denuncia que comenzó conspiración contra Reforma Constitucional», 19 de agosto de 2007. (<<)
(11) The Associated Press, «Chávez acusa a opositores de conspirar en su contra», 20 de agosto de 2007. (<<)
(12) Agencia Bolivariana de Noticias, «Oposición será aplastada en próximo referendo sobre la reforma», 25 de agosto de 2007. (<<)
(13) The Associated Press, «Congreso venezolano espera aprobar pronto reforma constitucional», 23 de agosto de 2007; Agencia Bolivariana de Noticias, «Todos los sectores del país analizarán Proyecto de Reforma Constitucional», 23 de agosto de 2007. (<<)
(14) Agencia Bolivariana de Noticias, «CNE convocará a referendo tras aprobación del proyecto por la Asamblea Nacional», 23 de agosto de 2007; Agencia Bolivariana de Noticias, «CNE trabaja en el diseño del referendo constitucional», 22 de agosto de 2007. (<<)
(15) Hugo Chávez Frías, «Presentación del proyecto de Reforma Constitucional ante la Asamblea Nacional, por parte del presidente Hugo Chávez», op. cit.; Agencia Bolivariana de Noticias, «Gobierno nacional trabaja en reivindicación del derecho a la pensión», 22 de agosto de 2007; Pascual Serrano, «El golpe de Estado de Chávez», Rebelión, 17 de agosto de 2007. (<<)
(16) Hugo Chávez Frías, «Presentación del proyecto de Reforma Constitucional ante la Asamblea Nacional, por parte del presidente Hugo Chávez», op. cit.; Agencia Bolivariana de Noticias, «Rivero: Nueva jornada laboral planteará horarios de mutuo acuerdo», 22 de agosto de 2007; Pascual Serrano, «El golpe de Estado de Chávez», op. cit. (<<)
(18) Agencia Bolivariana de Noticias, «Chávez destacó moral socialista como base de nuevo modelo de país», 20 de agosto de 2007. (<<)
(19) Agencia Bolivariana de Noticias, «Venezuela con el salario mínimo más alto de Latinoamérica», 20 de abril de 2007; Ignacio Ramonet, «Hugo Chávez», Le Monde Diplomatique, agosto de 2007, p. 1. (<<)
(20) Natalie Obiko Pearson & Ian James, «Exclusiva AP: Venezuela ofrece miles de millones a Latinoamérica», Associated Press, 26 de agosto de 2007; The Associated Press, «Ayuda venezolana a Latinoamérica y el Caribe en el 2007», 26 de agosto de 2007. (<<)
Oggi la Spagna attende la sentenza sugli attentati dell’11 marzo 2004, l’attacco terroristico che più ha segnato la storia recente di un paese pur avvezzo (tristemente) a vivere sotto la minaccia delle bombe targate Eta. E forse proprio per questo, l’aggressione di matrice islamica ha segnato più di altri avvenimenti il corso della storia, soprattutto politica, spagnola. Ai giudici del tribunale dell’Audiencia Nacional di Madrid, a ben guardare, è affidato un compito che avrà una doppia valenza. Da un lato, c’è la necessaria condanna dei responsabili di quella carneficina (191 furono le vittime) che sconvolse uno dei cuori della vecchia Europa: 28 gli imputati alla sbarra, 39mila anni di carcere il cumulo delle pene richieste dall’accusa. Dall’altro lato, però, la sentenza avrà un peso più “politico”.
Se sarà confermata (come è dato per scontato da chi ha seguito da vicino lo svolgersi dell’inchiesta) la matrice islamica dell’attentato, si porrà la pietra tombale sull’ipotesi di un coinvolgimento della Eta, su cui in questi anni ha tanto insistito il Partito popolare per recuperare un minimo di credibilità alle affermazioni dell’ex premier Josè Maria Aznar che all’indomani del terribile attentato puntò il dito contro gli indipendentisti baschi, probabilmente per fugare da sé l’ipotesi di una qualche responsabilità visto l’accordo di ferro stretto con il presidente americano George Bush e l’impegno consolidato in Iraq. Aznar ignorò le prove raccolte dalla polizia che rivelavano chiaramente la provenienza jihadista degli attentatori, tentando addirittura di convincere le ambasciate straniere che di Eta si trattava e che all’estero doveva arrivare questo messaggio univoco. Fu punito dagli stessi spagnoli, che tre giorni dopo l’attentato elessero l’attuale premier socialista Josè Luis Rodriguez Zapatero in maniera plebiscitaria. Da allora, il “complotto” è andato avanti e periodicamente sono spuntati riferimenti a possibili coinvolgimenti della Eta. Puntualmente smentiti dagli inquirenti. Ora, questo triste capitolo potrà essere chiuso nella sua sede naturale: un’aula di tribunale. In modo che le elezioni spagnole, oramai alle porte, possano essere un agone trasparente in cui i contendenti si misurino su idee e progetti. E non, come in un film dell’orrore, sui morti.
Mentre Parigi assapora il successo dell’avventura Vélib’, il fenomeno della bicicletta urbana messa a disposizione dai vari comuni, continua a contagiare l’Europa.
Un sistema che funziona al di là di ogni aspettativa (Foto Ruipereira/flickr)
È un’invasione, un’epidemia. Il 15 luglio 2007 oltre diecimila biciclette grigie metallizzate sono diventate parte integrante del paesaggio urbano parigino, suscitando la curiosità e l'entusiasmo dei cittadini. Un mese dopo il lancio, l’operazione festeggia già il milionesimo utente. Un successo inaspettato anche per gli organizzatori. Questa piccola “rivoluzione” nei trasporti si basa molto sul concetto apparentemente innovatore del Vélib', abbreviazione di vélo e liberté (bici e libertà, ndr). Un servizio quasi gratuito (l’abbonamento simbolico costa un euro al giorno, cinque alla settimana, 29 euro l’anno, ndr) e una disponibilità totale grazie ai 750 parcheggi presenti sul territorio.
Quando la bici è trendy
Sommerso dall’entusiasmo degli utenti il comune di Parigi intende rendere stabile il sistema con circa 20mila biciclette e 1450 parcheggi. Tuttavia ci sono ancora alcuni inconvenienti come il sistema informatico qualche volta in panne o gli ingorghi in alcuni parcheggi.
Sviluppate da JC Decaux nel sistema Cyclocity, le Vélib' si inseriscono perfettamente nelle aspirazioni moderne. La bicicletta: un mezzo pubblico, ecologico per l’ambiente e sano per i cittadini. «L’iniziativa riflette un’immagine positiva», confida Judith Perker sul suo blog velib.fr «quella di una città ideale dotata di mezzi ecologici». Senza dimenticare l’individualismo comune. Se la mediatizzazione è recente, l’idea ha invece più di trent’anni. I Paesi Bassi, come d’altronde tutti gli stati nordici, sono stati i pionieri in termini di cyclomania. Un esempio? Sono anni che all’uscita della stazione di Amsterdam, un parcheggio-bici si staglia su più piani e permette ai turisti di visitare e scoprire il fascino della città su due ruote.
Clear Channel e JC Decaux
Nel 1998 Clear Channel lancia a Rennes «Vélo à la carte», il primo servizio di bici pubblico informatizzato al mondo. Una tendenza che ha poi avuto seguito in tutta Europa. Anche se i media francesi hanno voluto fare di Vélib' l’invenzione del secolo, sono mesi se non anni che i punti di affitto di bici esistono nella maggior parte delle città del Vecchio Continente (Citybike a Vienna o Cyclocity a Bruxelles).
I costi d’investimento contenuti hanno permesso anche ai piccoli comuni di dare adito alle proprie ambizioni. Così pure Gíjon nelle Asturie o Mulhouse in Alsazia possono ormai orgogliosamente proporre rispettivamente 64 e 200 bici, piccoli sforzi per grandi biciclettate cittadine.
A dividersi il mercato due attori, i principali magnati della pubblicità e dell’arredo urbano, Clear Channel et JC Decaux.
A Parigi JC Decaux finanzia l’installazione e la gestione di Vélib', in cambio del monopolio per l’affitto dei pannelli pubblicitari sul territorio comunale.
Il principio del regalo d’altronde si è verificato in tutte le città coinvolte dall’iniziativa: «Peccato che le buone idee spesso non siano che la conseguenza di un’operazione commerciale», pensa la gran parte degli utenti. Ma la bici pubblica, che permette di scoprire la città da una prospettiva ecologista, favorisce paradossalmente lo sviluppo di pubblicità affissa, un’altra fonte di inquinamento, visivo in questo caso.
Se lo sbarco di biciclette nelle città europee avrà seguito, perché non immaginare che questo mezzo possa presto essere un comune denominatore geografico dell’Unione?
I comuni francesi già riflettono sulla possibilità di uniformare i sistemi di gestione con una sola carta compatibile ovunque. E non è così strano immaginare che un giorno quest’idea si possa estendere all’Europa intera.
Forse in futuro, gli utenti si ispireranno al modello della svizzera Chaux-de-Fonds, dove delle bici rosa sono sparse per tutta la città e ciascuno può prenderne una liberamente per lasciarla poi in un posto visibile dove il ciclista successivo possa facilmente trovarla e servirsene.
Lo scorso 25 ottobre è stato un giorno importante per le relazioni Belgrado-UE. Il Parlamento europeo ha infatto approvato un rapporto a favore di una rapida integrazione della Serbia in Europa. Questa sembra ormai essere una priorità sia a Strasburgo che a Bruxelles
“Il futuro della Serbia è nell'Unione europea”. Questo il messaggio chiave suggellato il 25 ottobre scorso dal Parlamento europeo con l’approvazione del rapporto di Jelko Kacin, deputato sloveno del gruppo dell'alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa (ALDE). È stato un giorno importante per le relazioni Belgrado-UE, un passo in avanti sul cammino che da Belgrado va verso le riforme e verso l'Europa.
Tanti i punti di encomio sottolineati nella relazione. Tra gli altri, la dissoluzione pacifica dell'Unione statale di Serbia e Montenegro, le elezioni parlamentari libere, la successiva formazione di un governo di ispirazione pro-europea ed il completamento dei negoziati tecnici per l'accordo di stabilizzazione e associazione (ASA). Un capitolo di grande rilievo, quest’ultimo, dato il suo stretto vincolo con la piena collaborazione della Serbia con il Tribunale penale internazionale per l'ex Iugoslavia (ICTY). Sulla questione, nervo da sempre scoperto delle relazioni UE-Belgrado, il Parlamento europeo ha dichiarato che i recenti arresti “provano che le autorità serbe sono in grado di trovare e catturare quanti sono accusati di crimini di guerra”. Conseguente l’appello a continuare sul cammino intrapreso.
Una menzione particolare nel rapporto è per Srebrenica, piaga nella memoria della ex-Yugoslavia ed altro elemento spinoso dei rapporti UE-Belgrado. Invitando il Parlamento serbo ad adottare una dichiarazione che denunci il genocidio, Strasburgo ha precisato che a suo parere le sentenze del Tribunale serbo per i crimini di guerra a carico di quattro membri del gruppo paramilitare "Scorpioni" per l'esecuzione di sei musulmani di Srebrenica “non riflettono l'odiosa natura del crimine”. I cittadini serbi hanno il diritto di conoscere la verità “sulle politiche di guerra e genocidio condotte in loro nome” e l'identità dei criminali di guerra. A tal proposito, il Parlamento europeo promuove la riapertura della commissione sulla verità e la riconciliazione, così da favorire un clima più positivo nelle zone devastate dal conflitto interetnico.
Ma non sono state solo Srebrenica e L'Aja di scena sul fronte dei diritti umani. Le minoranze da proteggere, in particolare in Vojvodina, i rom che vivono in una condizione di perenne discriminazione e la condizione di precarietà dei profughi croati e bosniaci e degli sfollati interni dal Kosovo restano tutti punti aperti sui quali sì, qualcosa si è fatto, ma ancora molto, moltissimo resta da ancora fare.
Come ancora resta molto lavoro in materia di criminalità e corruzione. Le forze di polizia, i servizi di sicurezza e l'esercito devono essere riformati sostanzialmente, sentenzia il rapporto, così come il sistema giudiziario, schiavo di tempi processuali troppo lunghi e debole sul fronte della protezione dei testimoni e dell'indipendenza dei giudici.
Anche i media sono stati poi oggetto di approfondimento da parte della relazione Kacin. L'aula di Strasburgo ha richiesto la definizione di regole “assolutamente democratiche” che disciplinino la concessione di licenze per la trasmissioni radiotelevisive, prevedendo anche la possibilità di ricorso. I deputati hanno espresso poi un profondo lamento per i casi di assassinii di giornalisti, sui quali purtroppo non sono stati compiuti progressi, e per l'odio che pervade i media e la politica nei confronti di attivisti, giornalisti e politici impegnati nel campo dei diritti umani. Il fronte della comunicazione di massa e della libertà di espressione permangono quindi temi forti, sui quali l'Europa, memore del suo passato e di quello della stessa Serbia, non intende scendere a patti.
Da ultimo la questione della facilitazione del visto, vero punto di svolta nei rapporti UE-Belgrado. I deputati hanno accolto con favore la firma, il 18 settembre scorso, degli accordi di facilitazione e di riammissione e hanno sollecitato il Consiglio a garantirne l'entrata in vigore entro fine 2007. Sul punto si era espresso il giorno prima anche Olli Rehn, commissario europeo per l'allargamento. Circa l’intenzione della Commissione di avviare un dialogo a inizi 2008 con ogni Paese dei Balcani occidentali per una roadmap di liberalizzazione dei visti, Rehn ha dichiarato che tale passo è “di immensa importanza, se non altro per dare alle giovani generazioni un'evidenza concreta di cosa significhi l'Europa”.
La Serbia si trova dunque a un crocevia delle sue scelte future. L'accordo di stabilizzazione ed associazione sembra quanto mai a portata di mano, ma la collaborazione con L'Aja e la risoluzione dello status del Kosovo restano spettri dalle ombre lunghe sulla via verso l'Europa. Sul fronte opposto, “l'Ue - come fa notare lo stesso Kacin - non avrà completato la sua composizione fino a quando i Balcani non ne saranno parte integrante. "Ma – ammonisce – non a qualsiasi prezzo”. Per Belgrado, un monito sufficiente a non abbassare la guardia. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8459/1/51/
Evo Morales in visita in Italia. La lotta indigena dei popoli latinoamericani ha molto da insegnare alle generazioni futuro
Scritto per noi da
Rocco Vazzana
“Benvenuto Presidente, è un onore vederla qui. Lei oggi si trova all’interno di un’occupazione di un palazzo privato. Un’occupazione nata dalla lotta degli ultimi di questa città, e che a questi ultimi ha dato una casa”. Così, Nunzio D’Erme, figura di spicco di Action, l’agenzia romana per i diritti, saluta il Presidente boliviano Evo Morales.
I fatti. Sono le cinque del pomeriggio e siamo a Roma, nel quartiere San Lorenzo. E’ il secondo appuntamento del suo viaggio italiano. Appena arrivato, domenica scorsa, Morales si era recato in Campidoglio per ricevere un'onorificenza dal consiglio comunale della città, e per incontrare la comunità boliviana residente in Italia. Fa un certo effetto vedere entrare un capo di Stato nello scantinato di un palazzo occupato, adibito a sala riunioni. Non c’è nessun protocollo. Evo Morales è venuto qui per confrontarsi con le realtà che portano avanti istanze di conflitto e lo fa in casa loro. Lo stanzone è saturo di fumo, ma l’ex cocalero non fa una piega. E’ venuto qui per ascoltare. Si siede attorno a un tavolo e lascia la parola ai suoi interlocutori. Ci sono associazioni, comitati territoriali, organizzazioni sindacali e centri sociali.
Tutti raccontano le loro esperienze avanzando domande e proposte. Un incontro informale per pochi intimi, non più di quaranta persone, stampa compresa. Prende appunti Morales, mentre la traduttrice si affanna a sussurrargli parole all’orecchio. Lui sorride e annuisce. Quando arriva il suo turno, nella sala cade un silenzio tombale. La platea si concentra sulle labbra dell’ospite di lusso e aspetta che Evo l’indigeno inizi a parlare. “Grazie a tutti per essere venuti- esordisce Morales- non pensavo che avrei incontrato così tante realtà di lotta in Italia”.
Esperienza. Parla dell’esperienza boliviana, della nazionalizzazione delle risorse, della nuova costituzione, dell’importanza strategica della foglia di coca, del progetto di legge del suo governo sulla rendita vitalizia di vecchiaia, dei rapporti con Chavez e con Castro. “Vogliamo che la nuova Costituzione politica dello Stato boliviano, a cui stiamo lavorando con molti problemi e difficoltà, contempli la messa al bando della guerra. Deve esser chiaro però a tutti che rinunciamo alla guerra d’aggressione, ma non rinunciamo a difenderci. Vogliamo chiudere tutte le basi militari di paesi terzi presenti nel nostro territorio per riacquistare la nostra sovranità nazionale. La Bolivia in questo momento ha molti nemici interni ed esterni. Quelli interni sono i partiti neoliberali che vorrebbero restaurare l’ordine precedente, in cui gli indigeni venivano considerati come animali. Il nemico esterno, invece, è l’imperialismo nordamericano. Gli Stati Uniti hanno interessi occulti nel nostro Paese, stanno finanziando economicamente la destra, i partiti conservatori e neoliberali, per destabilizzare il mio governo”.
La folla. Va avanti per mezz’ora, è un fiume in piena e poi deve congedarsi. A pochi metri di distanza ha un altro appuntamento. Questa volta ad attenderlo ci sono migliaia di studenti stipati all’interno dell’aula magna dell’Università La Sapienza. E’ un clima di festa, colorato. Tra gli oratori, un commosso Gianni Minà che nel presentare il leader cocalero afferma: “Chi pensava che Guevara fosse un visionario oggi deve ricredersi. Evo Morales è la testimonianza viva del fatto che l’America Latina poteva e può essere liberata. La Bolivia, il Paese più povero del continente americano ha lanciato una sfida al mondo: ristabilire un equilibrio sociale tra i cittadini lì dove non c’è mai stato”.
Londra : giustizia indipendente , cambiare perche' poco cambi ?
di Giulia Alliani
E' molto probabile che l'attorney general, la figura che in Inghilterra funge da consigliere legale del governo, perda il diritto di intervenire nelle decisioni della pubblica accusa.
Lo riferiva ieri il Guardian, attribuendo questo cambiamento, e alcune altre misure, compreso un accresciuto ruolo dei membri del parlamento in caso di decisioni sull'entrata in guerra, al desiderio del primo ministro Gordon Brown di recuperare la fiducia del pubblico.
I molteplici incarichi attualmente ricoperti dall'attorney paiono ai critici fonte di preoccupanti conflitti di interessi. Si ritiene difficile che un membro del governo possa fornire consulenze indipendenti e imparziali, e si pensa che l'incarico di consigliere legale dovrebbe essere ricoperto da un esterno o da un funzionario.
La decisione, che comportera' una riforma delle istituzioni, segue il periodo di tensioni che ha caratterizzato gli anni in cui la carica e' stata affidata a Lord Goldsmith. Il Guardian ne elenca i momenti critici: dal parere fornito sulla legalita' della guerra in Iraq, alle osservazioni sull'opportunita' di perseguire personaggi vicini a Downing Street nell'inchiesta 'cash for honours', fino al ruolo giocato nella decisione di bloccare le indagini per corruzione nei confronti di BAE Systems.
L'attorney, secondo il nuovo progetto, perderebbe ogni potere di interferire nelle indagini di pertinenza del capo della pubblica accusa (Director of Public Prosecutions: DPP), fatti salvi alcuni casi riguardanti la sicurezza nazionale o la minaccia di gravi danni alle relazioni internazionali.
Anche queste eccezioni sono tuttavia controverse, perche' e' chiaro che, a tali condizioni, l'attorney sarebbe ancora in grado di dire la sua in un eventuale futuro scenario simile all'affare BAE Systems. Resterebbe anche l'obbligo del consenso dell'attorney per le indagini che coinvolgono l'Official Secrets Act (cioe' il segreto di Stato).
A differenza del parlamento, il governo non ritiene necessario privare l'attorney del suo ruolo di consigliere. Secondo il Guardian, che cita una fonte di Whitehall, i ministri si rivolgono all'attorney general perche' si tratta di un collega, e da un loro pari sono piu' propensi ad accettare anche messaggi di una certa durezza.
A cio' si aggiunge la consapevolezza che la consulenza fornita non e' solo qualificata tecnicamente, ma anche politicamente avvertita.
Che in Italia le raccomandazioni fossero diffuse lo sapevo. Si veniva raccomandati per trovare un lavoro, per non fare il militare, per avere una pensione di invalidità e per tante altre cose. Ma, forse ingenuamente, pensavo che nello sport le raccomandazioni non potessero avere efficacia. Buffon gioca in Nazionale perchè è il più forte portiere italiano e questo lo dimostra ogni domenica. Non si può mettere al posto di Buffon un raccomandato perchè tutti se ne accorgerebbero e griderebbero allo scandalo. Paolo Maldini ha avuto la sua impressionante carriera per i suoi meriti e non certo perchè era figlio di Cesare.
Ma non tutti i Cesare son fatti della stessa pasta, evidentemente, e nelle squadre giovanili non c'è lo stesso livello di attenzione mediatica e le raccomandazioni possono essere efficaci. Lo dimostra la vicenda che viene raccontata su repubblica.it e che vede protagonista il figlio di Cesare Previti alla Lazio. Va notato che il mese scorso Previti jr. è stato messo nella lista dei 25 per la Champions League (mentre Adriano non è stato messo in quella dell'Inter!), anche se finora non è stato convocato. Vedremo quali saranno gli sviluppi della sua carriera. Magari esordirà presto in prima squadra: in fondo, fare meglio di Muslera non è difficile.http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/La_nuova_frontiera_delle_raccomandazioni#body
Perchè ce l'hanno con Parisi
di Gad Lerner, l'Unità -
“Caro direttore,
sono sospinto a scriverti dall’affetto personale che provo per Arturo Parisi e anche dal fatto che –nel mio piccolo- spesso è capitato pure a me di ricevere l’accusa di rompiscatole, guastafeste, antipatico, spigoloso, incapace di buon rapporto con il prossimo.
Mi delude l’insistente ricorso all’attacco personale, all’evocazione del cattivo carattere, là dove emergono differenze politiche. Prima ho letto di Franceschini che consiglia a Parisi di ubriacarsi per festeggiare il coronamento del suo sogno politico. Sabato è sopraggiunto Soro nell’invitarlo a festeggiare anziché protestare. Ieri sul tuo giornale si è cimentato il novello psicanalista Mario Adinolfi: “Mi auguro di non trasformarmi mai in un signor-no alla Parisi, sempre stizzito”.
Non ho bisogno di ricordarvi quanto sia stata preziosa la tenacia di Arturo Parisi nel tenere viva la prospettiva unitaria dell’Ulivo, quando tanti odierni entusiasti neofiti del Partito democratico remavano in direzione opposta. E prima ancora, come ripete sempre Romano Prodi, ma come sa bene anche Walter Veltroni, determinante è stato il contributo di Parisi all’ideazione del partito che oggi vede la luce.
Il disinteresse personale con cui Arturo sfida l’impopolarità, anziché godersi la comoda posizione di protagonista della nascita del Pd, dovrebbe se non altro indurre i suoi critici a replicargli con argomenti politici. Personalmente, da delegato alla Costituente, condivido la sua delusione per le forzature verticistiche con cui si è sbrigativamente conclusa la bellissima assemblea di Milano. Dobbiamo evitare che, in assenza di opportune rettifiche, si riproducano presto nel nuovo partito le medesime storture che già hanno disincentivato la militanza nelle formazioni in via di scioglimento. Mi auguro che se ne possa ragionare pacatamente, superando gli schieramenti del passato.
Ma qui mi preme soprattutto segnalare il pericolo che una discussione indispensabile sulla democrazia interna del Pd venga sepolta col sarcasmo irrispettoso, riducendo Parisi a macchietta. Come se il problema fosse il suo tono stizzito, e non l’obiettiva difficoltà di sperimentare in Italia un nuovo percorso politico autenticamente democratico.
Militanti-cooperanti volontari. «Al Pd non ci si iscrive, necessariamente...»
Eduardo Di Blasi, l' Unità,
Se l’indicazione data dal segretario del Pd Walter Veltroni sulla forma partito verrà accolta dalla Commissione Statuto del medesimo soggetto politico, negli anni a venire gli iscritti e i «professionisti remunerati» del Pd dovranno convivere con la figura del «cittadino elettore attivo». Soggetto che, nelle parole del segretario, rappresenta una persona «che non intende dedicarsi stabilmente alla politica, ma rivendica il diritto di far sentire e pesare la propria voce nei momenti decisivi».
È un modello di «partito aperto» in cui convivono iscritti, rappresentanti e cittadini. Il costituzionalista (e costituente del Pd) Stefano Ceccanti, lo paragona all’organizzazione delle chiese. È già stato sperimentato, in questi anni, con il ricorso che l’Ulivo e l’Unione hanno fatto delle primarie. «I cittadini - spiega - saranno chiamati a pronunciarsi quasi ogni anno nei quali sceglieranno in un “election day” i candidati alle diverse elezioni locali e nazionali e gli organi interni del partito». È un metodo relativamente nuovo, quello che tiene conto, all’interno della vita del partito, del parere dei cittadini. Ceccanti ricorda che negli anni ‘70 i laburisti inglesi decisero di scegliere le proprie candidature attraverso la consultazione dei soli iscritti. Il risultato «fu che i trotzchisti, che avevano un gruppo meglio organizzato, riuscivano a far candidare diversi esponenti tra le loro fila. Poi, però, alle elezioni questi candidati venivano sconfitti». Non essendoci una scelta da parte dei cittadini vicini al partito, questa la tesi di Ceccanti, «quei candidati venivano sconfitti perché non erano approvati dai cittadini, ma solo dall’oligarchia del partito». Esempio di segno opposto è quella delle primarie che portarono alla candidatura (e alla successiva vittoria) di Nichi Vendola in Puglia. In quel caso il «cittadino elettore attivo» si era pronunciato, aveva rovesciato anche quella che pareva essere l’intenzione dei vertici dei partiti, e il risultato era stato positivo («anche perché - annota Ceccanti - Vendola si mosse verso quell’elettorato»).
Ma gli iscritti dei partiti che ruolo hanno in un modello del genere? Il professor Salvatore Vassallo (anche lui costituente del Pd) parte da un dato di fatto: «Intanto già nella vita degli attuali partiti esistono persone che volontariamente, e non necessariamente essendo iscritti, si occupano di comunicazione, raccolta di fondi, elaborazione di programmi o di progetti di legge». I cosiddetti «volontari», afferma Vassallo, «fanno attività che possono fare comunque, che siano o no tesserati». Mentre «le decisioni a cui gli iscritti partecipano all’interno del partito, sono sostanzialmente circoscritte alla elezione degli organismi interni». Vassallo riassume così il nuovo modello: «Per paradosso, nel modello di partito di cui si sta parlando da un po’ di tempo, le cose che adesso si possono fare solo in virtù dell’iscrizione, tendenzialmente verrebbero affidate anche a quelli che non hanno intenzione di iscriversi. Si iscriveranno quelli che hanno voglia di fare tutte le altre cose che oggi fanno gli iscritti ma che gli iscritti fanno indipendentemente dal fatto di avere la tessera». E all’obiezione sul perché uno dovrebbe iscriversi a un partito a queste condizioni, risponde: «Ma secondo lei oggi gli iscritti sono disposti a sobbarcarsi quegli oneri perché c’è uno scambio tra quegli oneri e il fatto che votino sezione per sezione al momento del congresso del partito? Io non credo. La mia idea è che i militanti non sono militanti perché gli si consente in forma esclusiva di partecipare ai congressi. Penso che quegli stessi militanti sarebbero ugualmente motivati a cooperare nell’attività del partito se questo volesse dire coinvolgere tanta più gente nella vita del partito».
Le proposte sulla forma partito saranno comunque discusse dalla commissione Statuto del Pd: entro il 31 gennaio questo istituto dovrà formulare una proposta che sarà sottoposta all’approvazione dell’assemblea costituente entro il 28 febbraio seguente. Solo allora vedrà probabilmente la luce, per statuto, il «cittadino elettore attivo».
De Magistris accusa Mastella “Sapeva che indagavo su di lui”
Francesco Grignetti, Antonio Massari, La Stampa,
Tre ore per difendersi e per contrattaccare. E’ stato un lungo esame per Luigi De Magistris, nell’aula magna del Consiglio superiore della magistratura. Il giovane magistrato è arrivato a piedi, con una cartellina sotto il braccio. Sorriso tirato. Fuori dal palazzo lo aspettavano tanti giornalisti e qualche curioso. C’erano anche tre «nonne» con un piccolo striscione fatto in casa: «Resisti: l’Italia onesta è tutta con te». Ma De Magistris non ha certo bisogno di incoraggiamento. Ha appena presentato in Cassazione un ricorso contro l’avocazione. E quando esce, ci tiene a ribadire un principio: «I magistrati devono poter parlare in alcuni momenti. Non ritengo di aver violato il codice etico».
Al Csm, De Magistris doveva spiegare il senso di alcune sue interviste che potrebbero costargli un trasferimento di sede per «incompatibilità ambientale». Ma De Magistris, per l’appunto, non ritiene affatto di avere esagerato. Anzi. Se si è esposto in prima persona, ha spiegato dapprima ai consiglieri del Csm, poi alle telecamere, «piuttosto bisogna chiedersi perché si è arrivati al punto che un magistrato denunciasse pubblicamente alcuni fatti gravi». E poi aggiunge sottovoce: «Di cui molti erano a conoscenza».
Di «fatti gravi» ha parlato a lungo. Sono i suoi sospetti sul procuratore capo Mariano Lombardi e sull’aggiunto Salvatore Murone, che ritiene amici di un indagato, il senatore di Forza Italia Pittella. Troppo amici. Tanto che ha promesso di inviare al Csm una relazione del suo superconsulente al traffico telefonico, Gioacchino Genchi, il quale, attraverso uno studio sui flussi, dimostrerebbe come e quando c’è stata fuga di notizie.
Questi fatti sono descritti nella sua denuncia alla procura di Salerno, ma in parte anche nel ricorso in Cassazione contro l’avocazione dell’inchiesta «Why Not». Un ultimo, forse disperato tentativo, per riottenere l’inchiesta. Di nuovo tira in ballo il procuratore Lombardi, che avrebbe «vistato» il provvedimento di avocazione da una posizione di palese conflitto d’interessi: «E’ interessato dalla vicenda procedimentale – obietta De Magistris - comparendo il suo nome in una rilevante intercettazione telefonica, nonché in un verbale di informazioni testimoniali». Per quindi concludere: «L’avocazione è stata emessa in violazione di legge».
Parole dure anche sul ministro della Giustizia, Clemente Mastella, indagato per finanziamento illecito al partito, truffa e abuso d’ufficio. Mastella circa un mese fa aveva richiesto, sulla base delle ispezioni ministeriali, il trasferimento d’ufficio del pm. De Magistris, nella memoria presentata alla Cassazione, commenta: «Il ministro era ben consapevole che atti del fascicolo avevano a oggetto la sua persona». Scrive che l’iscrizione del ministro Mastella appartiene al «naturale percorso investigativo» e sostiene che adesso «l’iter procedimentale, a seguito dell’avocazione, viene ostacolato». Da cosa? Proprio dalla richiesta di trasferimento avanzata da Mastella. «L’iniziativa cautelare, diviene, addirittura, il pretesto per l’avocazione».
E non è finita. Il pm ha qualcosa da obiettare anche sul trasferimento degli atti al Tribunale dei Ministri, che ora è competente solo per la parte d’inchiesta che coinvolge Mastella, poiché nessuno, tranne lui, conosce le indagini nel merito: «Non conoscendo i vertici della procura di Catanzaro il merito delle investigazioni e le ragioni dell’iscrizione, lascia perplessi su come si sia potuto argomentare sulla necessità d’investire il Tribunale dei Ministri, dando, in qualche modo, per scontato che i fatti posti a fondamento dell’iscrizione nel registro degli indagati riguardassero l’epoca in cui il senatore Mastella ricopriva la carica di ministro di Giustizia». Spiega infine che, se soltanto gli avessero dato il tempo, «avrebbe potuto ben procedere a separare alcuni atti e a trasmetterli a Roma per competenza».
La prima a lanciare l’allarme è stata Rosy Bindi: «Speravo che si superassero i simboli di Ds e Margherita - ha detto il ministro della Famiglia al Corriere della sera - ma non quello dell’Ulivo». Ma Bindi non è stata certo l’unico delegato all’Assemblea costituente a stupirsi del fatto che non ci fosse traccia di Ulivo nella bio-scenografia di Roberto Malfatto né in alcun altro anfratto della fiera di Rho dove sabato scorso è andato in scena il primo atto ufficiale del Pd targato Walter Veltroni. Niente ramoscelli, zero foglie, nemmeno un virgulto. Perché il partito senza tessere è, per ora, anche partito senza simbolo. O meglio, in attesa di simbolo nuovo.
Non è infatti un caso che Veltroni abbia scelto di archiviare l’icona sotto la quale - con protagonisti e fortuna alterne - il centrosinistra si è presentato negli ultimi dodici anni, l’ultima volta alle scorse politiche riunendo Ds e Margherita proprio in vista della già annunciata fondazione del Pd. Il segretario ha deciso: il simbolo si cambia. Il passaggio che molti davano per scontato, cioè che l’Ulivo rimanesse l’insegna della nuova casa comune, è stato subito smentito da Veltroni. Il quale ha già spiegato a quanti hanno lavorato con lui all’organizzazione della convention democratica il perché della sua scelta: questione di correttezza storica, ma soprattutto di necessità politica. Della correttezza è presto detto: per il neosegretario, l’Ulivo rappresenta le tante stagioni e i tanti partiti che negli anni vi si sono riconosciuti. Nel 1996 e nel 2001 è stato la casa anche di formazioni e correnti che poi hanno deciso, per un motivo o per l’altro, di non concorrere alla fondazione del Pd. L’Ulivo è insomma agli occhi di Veltroni una stratificazione delle diverse ere progressiste e, sebbene nell’ultima stagione sia stato usato per anticipare la nascita del Pd, «noi - dice il sindaco di Roma - non possiamo appropriarcene».
Ma, storiografia a parte, è il progetto politico di Veltroni a consigliargli di fare tutt’al più un parco uso della vecchia icona. Nei piani del sindaco di Roma l’Ulivo costituisce, al pari dei partiti fondatori, le fondamenta del Pd, ma non può e non deve essere il simbolo che gli elettori del Pd troveranno sulla scheda elettorale. Pena il fallimento nella costruzione del «partito a vocazione maggioritaria», che per essere tale - è convinto Veltroni - ha bisogno di attrarre una fetta di elettorato oggi astenuta oppure ostile che non si identificherebbe mai in un simbolo troppo compromesso col passato nonché, ma questo Veltroni non può dirlo, con l’attuale fallimentare esperienza del governo Prodi. Inoltre, un domani non troppo lontano, senza l’ostacolo simbolico dell’Ulivo sarà più semplice riaccogliere nel Pd chi ora ne è fuori, a cominciare dai fuoriusciti Ds.
Tra i neo-veltroniani democrat la questione del simbolo, che dovrebbe essere risolta nel giro di un mese, è sospesa tra la voglia di innovare e la paura di scostarsi dalla tradizione. Dice il senatore Giorgio Tonini: «Prima di archiviare l’Ulivo bisogna riflettere cento volte, anche perché è un simbolo legato a molte vittorie. Però è chiaro che se l’ambizione è espandersi molto oltre gli elettorati dei partiti fondatori, cambiare ha senso. A patto di trovare un’idea geniale». Ma Veltroni ha già in testa il brand del futuro?.
C’è chi giura che la questione sia già in mano ai semiologi della Ipsos, istituto di cui il segretario si fida molto. Il presidente Nando Pagnoncelli smentisce («Al Pd - dice - forniamo solo le nostre rilevazioni settimanali sugli orientamenti di voto»), ma suggerisce l’iscrizione del tema all’ordine del giorno: «La scelta del simbolo non va sovraccaricata di aspettative, però non c’è dubbio che se il Pd vuole passare dall’attuale 28/29 per cento al suo potenziale del 38 per cento ha bisogno di attrarre chi non si è riconosciuto nel processo di integrazione tra Ds e Margherita. E per questo c’è bisogno di qualcosa che dia il senso della novità». E il rischio di disorientare gli aficionados dell’Ulivo? «Questo genere di transizioni - risponde Pagnoncelli - sono in genere accompagnate dalla compresenza del simbolo vecchio e di quello nuovo, con quest’ultimo più in evidenza».
Ultras ulivisti a parte, la scelta del cambio di simbolo potrebbe incontrare il favore dei principali leader del Pd. Così la pensa un altro osservatore privilegiato, Roberto Weber di Swg, istituto da sempre molto consultato a sinistra: «Se mi chiedessero un parere - dice - suggerirei di trovare qualcosa di nuovo. L’Ulivo è un simbolo vecchio e legato a una stagione della politica tutt’altro che esaltante. Marcare una discontinuità è vitale per il Pd». E se dovesse suggerirlo Weber il nuovo simbolo? «Lo cercherei nel mondo dello sport: competizione, merito, velocità, performance». In effetti, l’ultima volta che si è cercato da quelle parti, sull’altra sponda della politica, non è andata male.
Stefano Cappellini
Halloween è dappertutto. Più appuntamento commerciale che festa pagana, la celebrazione di fine ottobre è diventata comune a tutta l’America Latina, con l’immancabile critica della Chiesa cattolica. In Messico ed in Argentina, in particolare, i vescovi avvertono i fedeli del carattere satanico della festa, che “sovvertela fede e la vita cristiana ed è un’espressione malefica di correnti sataniche” (inciso dell’Arcidiocesi messicana).
Sarà, ma a passare di porta in porta nel nostro quartiere a chiedere “trick or treat”, mio figlio ed io ci siamo divertiti parecchio. Più che un rito demoniaco, ci è sembrata una bella occasione per passare del tempo insieme.
Piuttosto, la polemica maggiore su Halloween è in Perù, dove la data del 31 ottobre si sovrappone al festival della Canzone creola, uno degli appuntamenti culturali più importanti d’America Latina. I locali si fanno la concorrenza ed i cantanti di questo genere –una vera e propria istituzione nel paese andino, al punto da ricevere anche una pensione statale- hanno cercato in tutti i modi di arginare, senza successo, il fenomeno Halloween. Tra le più agguerrite c’è Bartola, una delle interpreti rappresentative del genere: http://es.youtube.com/watch?v=_uaB0iYnq6s Un blog sulla musica creola peruviana: http://nuestramusicasepasa.blogspot.com/
Tornando su Habacuc, è di ieri la notizia che il Costa Rica manderà comunque questo artista alla Biennale centroamericana d’arte, nonostante il cane e la petizione che viaggia ormai sulle 160.000 firme. Che dire?http://luiro.blogspot.com/
Il Congresso approva la modifica di 69 articoli della Costituzione: gettate le basi per una economia socialista. Questa volta però la riforma sembra eccessiva e minaccia le basi democratiche.
L’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato la riforma costituzionale proposta dal presidente Hugo Chávez che creerebbe le basi per una economia socialista e amplierebbe di fatto i poteri in mano al presidente. La riforma comunque dovrà essere sottoposta a consulta popolare per decidere sulla sua approvazione.
Il progetto originale di riforma proposto da Chávez prevedeva la modifica di 33 articoli, che i deputati venezuelani hanno portato a 69 su un totale di 350 articoli attualmente previsti dall’attuale Costituzione. La scorsa settimana è stata approvato dal Congresso anche il polemico articolo che reprimerebbe la libertà d’informazione in caso di stati d’emergenza come crisi finanziarie, disastri naturali e rivolte sociali.
Il presidente dell’Assemblea, la signora Cilia Flores ha giustificato l’approvazione del controverso articolo: “E’ la garanzia per non trovarci più di fronte ad un settore che utilizzando i mezzi di comunicazione attente contro la democrazia ed il popolo venezuelano”. Il riferimento era chiaramente al periodo d’instabilità precedente al golpe di Stato contro il governo Chávez dell’aprile 2002.
I deputati hanno fatto invece marcia indietro per quanto riguarda il progetto che cercava di limitare le garanzie al diritto di un giusto processo giuridico e alla difesa. Approvato al contrario il diritto ad una condanna massima di 30 anni e alla integrità personale garantita anche in stati d’emergenza.
La riforma costituzionale ora tornerà questa settimana alla Camera per la lettura completa di tutti gli articoli ed in seguito sarà inviata al Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), che avrà il compito di fissare la data del referendum. Si prevede che la consulta popolare avrà luogo il 2 dicembre.
Il progetto di riforma attuale include norme come la re-elezione presidenziale senza limiti, il cambio di nome delle forze armate a “corpo Bolivariano patriottico ed anti-imperialista”, l’eliminazione dell’autonomia della Banca Centrale e la riduzione della giornata lavorativa a sei ore diarie.
Nella anteriore sessione il Parlamento venezuelano aveva stabilito la facoltà al Presidente della Repubblica di nominare vicepresidenti per governare nuove regioni, che potranno essere create per decreto, così come nuove provincie, e la possibilità di dare statuto federale a città.
Allo stesso modo, nella riforma vengono impulsate nuove forme di proprietà sociale con lo scopo di delineare le basi per un sistema socialista, nell’ambito di una politica di redistribuzione economica. La deputata Flores ha segnalato che “il modello capitalista ha escluso in passato la maggioranza della popolazione dall’accesso alla proprietà”.
Le strade di Caracas intanto sono state teatro di proteste studentesche contro la riforma, proprio mentre il Congresso la approvava con il voto favorevole di 161 deputati dei 167 presenti. Si sono pronunciati contro solo i sei legislatori del partito “Podemos”, un partito di sinistra moderata che ha contribuito alla vittoria di Chávez alle scorse elezioni con un 10%. Podemos, guidato da Ismael Garcia, si è dichiarato contrario alla riforma in quanto considera eccessiva l’attribuzione di poteri al Presidente.http://www.verosudamerica.com/2007/10/venezuela-avanza-la-riforma.html
Nord America: l’Alleanza per la Sicurezza e il Progresso dell’America del Nord (ASPAN)
Che cos’è l’ASPAN e cosa lo differenzia dal NAFTA
Nel marzo del 2005 Stati Uniti, Messico e Canada, già firmatari del trattato di libero commercio dell’America del Nord (NAFTA), si impegnano, a Waco in Texas, a perfezionare l’accordo vecchio ormai di dieci anni e ad allargarlo anche ad altri argomenti. Ma l’accordo solleva critiche di diverso tipo, dalla metodologia di attuazione alla natura dei temi trattati, simili a quelle riguardanti il più ampio processo di integrazione continentale voluto da Washington attraverso il FTAA.
L’Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità in America del Nord (ASPAN) è la più recente prosecuzione del North American Free Trade siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada nel 1994. Tuttavia sono evidenti delle importanti differenze rispetto al trattato di libero commercio che lo ha preceduto.
Innanzitutto dal punto di vista giuridico. L’ASPAN difatti, a differenza del NAFTA, non ha carattere di trattato internazionale ma è un processo trilaterale di cooperazione permanente.La formula utilizzata ha permesso una più snella procedura di approvazione senza alcun passaggio alle rispettive camere sollevando così non poche polemiche di legittimità.
Dal punto di vista sostanziale, l’ASPAN non è limitato ad aspetti commerciali ma tratta anche questioni relativealla sicurezza. La sicurezza diventa condizione previa e necessaria perché la relazione fra i tre paesi possa continuare ad evolversi adattandosi così, sotto ogni aspetto, al nuovo panorama internazionale tanto diverso da quello del ’94.
La struttura portante è costituita da due pilastri. Da una parte, vera novità, l’agenda per la sicurezza che si prefigge obbiettivi quali:
Stabilire strategie comuni di sicurezza alle frontiere e controlli biometrici;
Implementare un modello comune di risposte di fronte alle emergenze;
Apportare migliorie per quanto riguarda la sicurezza aerea e marittima;
Migliorare le alleanze in materia di scambio di informazioni ed intelligence;
Implementare una strategia che permetta che queste misure non si trasformino in un ostacolo al movimento legittimo di merci e persone.
Il secondo pilastro è invece l’agenda per la prosperità, in cui la continuità con il NAFTA è senza dubbio più evidente. Gli obbiettivi di questo secondo pilastro sono:
Aumentare la produttività mediante la cooperazione mantenendo al tempo stesso alti standard di salute e sicurezza;
Ridurre ulteriormente i costi del commercio e di transazione;
Promuovere una corresponsabilità a riguardo degli effetti sull'ambiente e la creazione di un’offerta alimentare più affidabile facilitando contemporaneamente il commercio di prodotti agricoli.
A sottolineare l’importanza che è data alla sicurezza all’interno dell’accordo viene prevista una struttura operativa particolarmente agile che vede i presidenti di Stati Uniti e Messico e il primo ministro canadese al vertice. In secondo luogo ci sono gli uffici incaricati della gestione strategica dell’ASPAN: in Messico l’Ufficio della Presidenza delle Politiche Pubbliche (OPP), in Canada il Privy Council Office, negli USA il National Security Council.
Un pomeriggio tra gli scaffali più antichi di Parigi con l'ultra-novantenne George, i suoi capelli bruciacchiati e le sue mele caramellate.
37 di rue de la Bûcherie Paris (Foto Vt professor/Flikr)
Pareti tappezzate di cultura. Libri a migliaia. Dickens, Cervantès, Aristotele, Nietzsche. Volumi antichi rilegati in pelle, ma anche fotografie ingiallite dagli anni, articoli di giornale, lettere d’amore, poesie. Scaffali di legno, pieni zeppi fino al soffitto. È tutto fuori dal tempo e meravigliosamente polveroso. Siamo al numero 37 di rue de la Bûcherie, a due passi da Notre Dame, nel paradiso perduto di «Shakespeare & Company», la più bella libreria di Parigi.
Quella generazione perduta
Tutto ha inizio nel 1919 quando la giovane statunitense Sylvia Beach decide di creare sulla rive gauche della Senna un centro di poesia inglese, ben presto crocevia di intellettuali e laboratorio culturale. Qui si raccolgono gli scrittori della cosiddetta "generazione perduta" da Hemingway a Ezra Pound, da Henry Miller a James Joyce che proprio qui, grazie a Sylvia, dopo anni di tentativi, riuscirà a pubblicare L’Ulisse.
Gli anni e le mode sono passati, ma qui tutto è rimasto come allora. Le scalette traballanti che portano al secondo piano, l’odore di legno vecchio degli scaffali, il silenzio. Una magia squisitamente demodé avvolge anche le persone che ci vivono, come George Whitman, l’attuale proprietario. Molti pensano sia il discendente di Walt Whitman, il celebre poeta americano del XIX secolo. Di certo i due hanno in comune, oltre al cognome, l’amore incondizionato per i libri.
Un covo di anarchici
C’è un viavai di giovani da ogni dove: Inghilterra, Irlanda, Polonia, Stati Uniti. «Siamo studenti, scrittori, viaggiatori squattrinati che soggiornano qui per qualche tempo», ci racconta Elisabeth, una statunitense in giro per l’Europa. «Vivo qui per qualche giorno grazie all’ospitalità di George», il quasi centenario che, dal canto suo, definisce il posto «un covo di anarchici camuffato da libreria». «Ricambiamo l’ospitalità con qualche lavoretto in cucina, facendo piccole riparazioni, impilando libri e lavando i pavimenti», spiega Anna, una giovane inglese. In cinque decenni almeno quarantamila sono stati gli ospiti di questa strana e un po’ fiabesca libreria.
Saliamo al primo piano. Un gatto nero dorme indisturbato su un divanetto. Accanto un ragazzo è immerso nella lettura delle dediche per George. Pezzetti di vita raccontati su un fazzoletto di carta, sul retro di una foto, su un biglietto usato della metro. Sono i giovani dell’eurogeneration che bussano alla porta di George (vedi scheda in basso).
Pollo al curry & scarafaggi
Lui accoglie, osserva, si compiace in silenzio. Sembra un attore hollywoodiano anni Trenta, solo un po’ invecchiato, con la barba rada e i capelli “sparati” e bianchissimi (che taglia in modo alquanto originale come si vede nel video al fondo).
Eppure il suo sguardo azzurro cielo non inganna. È sempre il ragazzo entusiasta di quando rilevò la libreria. È un uomo stravagante, un po’ angelico e un po’ diabolico: un vero “bohémien”. Sono le cinque del pomeriggio. Offre del tè e una fetta di torta, nel suo salotto, come ogni domenica. È qui che abita, da sempre, avvolto e coccolato dai suoi libri. C’è chi declama versi, chi conversa in inglese, chi ascolta e chi osserva gli scarafaggi sul muro (come me). C’è profumo di mele cotte caramellate e pollo al curry. È lui in persona che se ne occupa con Sylvia, la sua unica figlia. Bionda, poco più che ventenne, disinvolta e dolce come suo padre. Sarà lei a ereditare il tesoro di rue de la Bûcherie. Qui è tutto gestito alla vecchia maniera: niente carte di credito, niente loghi. Solo alcune frasi, dipinte sui muri, come quella che in sé racchiude lo spirito di questo posto incantevole: «Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise» (non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere angeli mascherati).
D'obbligo comprare un libro, anche solo come ricordo, con il timbro della libreria «Shakespeare & Co. kilometer 0». Già, perché da Notre Dame parte il conteggio dei chilometri per sapere quanto si è distanti da Parigi. Intorno alla libreria tutto è cambiato. I turisti sbucano da ogni parte, il traffico, i ristoranti etnici, le botteghe di souvenir. Tutto è veloce, lontano, fastidioso. Ma si sa, la magia di Parigi è nascosta e bisogna cercarla. E chissà se un giorno, passerà ancora di qui.
A.A.A. CERCASI SCRITTORE IN ERBA
Per i ragazzi innamorati dell’atmosfera parigina e della letteratura, il rifugio di George è un vero paradiso. Si può vivere qui solo per una settimana. Ecco la procedura da seguire.
Prima di tutto bisogna contattare Sylvia Whitman al suo indirizzo e mail sylvia@shakespeareco.org oppure per telefono +33 (0)1 43.25.40.93
In seguito sostenere con lei un colloquio nel quale si presenta il proprio progetto e si dimostra di essere scrittori (o aspiranti tali) e di essere in procinto di scrivere un libro.
Infine: saper parlare inglese.
Per ulteriori informazioni clicca qui per visitare il sito della libreria
Foto nel testo: Pisolino tra i libri (Foto idlefortmat/Flikr) e Scritta sul muro (Foto bastian/Flikr)
Circa 25mila persone hanno marciato pacificamente su Delhi chiedendo condizioni di lavoro più dignitose al Governo
Anche senza casa La battaglia degli oltre 20mila senza terra indiani sembra abbia avuto un esito positivo. Dopo l'arrivo a delhi domenica 28 ottobre di circa 25mila persone indigene che protestavano per la loro esclusione dalla coltivazione delle terre a beneficio del latifondo, il governo del partito induista al comando ha deciso di avviare una riforma agraria. Il governo ha concesso al movimento dei senzaterra un 'Tavolo di confronto sulla riforma della Terra coltivabile, che studi punto per punto le proposte dei senza terra e dei popoli indigeni, molto sensibili sulle lotte per i terreni coltivabili, a discapito delle aree boschive. Gli aborigeni e i contadini delle caste più basse e meno abbienti, hanno marciato per quattro settimane attraverso le giungle per arrivare fino a Nuova Delhi dai politici. Sostengono di essere gli unici nel miliardo di persone del Paese, a non essere nemmeno sfiorati dal benessere che sta investendo tutta l'India.
Soddisfatti e ben accolti “Le nostre richieste sono state accolte. Al momento possiamo dirci soddisfatti” ha detto Bharat Bhushan Thakum, uno dei capi della rivolta “le misure previste abbasseranno drammaticamente i tempi per l'assegnazione di terreni ai senza terra. Adesso ce ne possiamo tornare contenti ai nostri campi” ha detto alle agenzie di stampa il campione sportivo. Il governo indiano ha informato che circa metà dei seggi nel Tavolo permanente dovranno rimanere sotto il controllo del Cremlino, se non effettivamente dell'uomo che in quel momento sta in cima al vertice del potere”. Ma inodi irrisolti verranno al pettine, sostengono molti corrispondenti stranieri, principalmente perché il Governo non ha ancora fornito delle date certe per scandire secondo un tragitto di Pace (come la Road map in Terra Santa). La composizione sociale della folla dei protestanti era formata, in primo luogo, da persone realmente bisognose, che finora non avevano ottenuto niente, se non che il conflitto venisse portato a casa loro attraverso la tv. Adesso anche chi arriva dalle regioni meno povere può passare delle ore seduto da solo, senza che i suoi maestri, o professori, non la mettano sul pignolo.
MEDIA-PAKISTAN: Sempre maggiori i rischi per i giornalisti Beena Sarwar
Bus di giornalisti all'arrivo di Bhutto poco prima dell'esplosione
Foto: Beena Sarwar/IPS
KARACHI,(IPS) - Il cameraman televisivo Arif Khan è uno degli oltre 140 morti negli attacchi terroristici che il 18 ottobre hanno colpito la cerimonia di benvenuto per l’ex Primo Ministro Benazir Bhutto. La sua morte riporta sotto i riflettori i tanti rischi che anche i giornalisti corrono oggi in Pakistan.
Bhutto ha ricordato Khan in conferenza stampa il giorno successivo all’attentato, mentre rendeva omaggio agli "shuhada” (martiri), esprimendo la sua solidarietà alle famiglie: “Ho visto il cameraman che ha perso la vita, si trovava su un mezzo della polizia vicino a noi, e ho visto quanto si desse da fare”.
L’entusiasmo per il suo lavoro e la sua inclinazione a stare sempre al centro degli eventi sono costati la vita a Khan, come hanno ricordato alcuni colleghi in un incontro al Karachi Press Club. “Arif Khan è diventato un simbolo della libertà di espressione, per la quale ha sacrificato la sua vita”, ha detto Javed Chowdhry, segretario generale della Karachi Union of Journalists.
Arrampicato sul furgone della polizia vicino al veicolo blindato del leader del Partito popolare del Pakistan, Khan, padre di sei figli, rappresenta tutti i giornalisti uccisi nell’adempimento del proprio dovere, in un paese sempre più prigioniero della violenza. “La maggior parte degli avvenimenti comportano oggi una certa quantità di rischio; diversi soggetti (pericolosi) possono provocare giocando con la telecamera oppure romperla”, ha detto Syed Talat Hussain, direttore esecutivo di notizie e attualità della Aaj TV.
Hussain ha sperimentato personalmente questo genere di violenza. Bande armate si aggiravano per le strade per inibire l’arrivo a Karachi – successivamente sospeso – del Responsabile della giustizia, e il 12 maggio di quest’anno avevano attaccato l’ufficio della Aaj, che riprendeva dal vivo la situazione. I telespettatori rimasero scioccati nel vedere Hussain che continuava a parlare con il presentatore, mentre lui e i suoi colleghi dovevano rifugiarsi dietro le scrivanie per salvarsi da un’interminabile pioggia di proiettili.
Si erano già verificati simili attacchi, ma per la prima volta succedeva in una trasmissione dal vivo. Tra gli aggressori vi erano poliziotti, penetrati all’inizio di quest’anno fino agli uffici di Geo TV a Islamabad, così come altre bande armate con affiliati vari. Gli uffici dei media sono stati incendiati, e come se non bastasse, una folla inferocita ha frantumato i finestrini delle auto dei giornalisti parcheggiate all’esterno, agendo indisturbata.
Negli ultimi anni i rischi si sono moltiplicati. In un rapporto del settimanale Usa “Newsweek” del 20 ottobre 2007, il Pakistan viene definito come il paese più pericoloso del pianeta – malgrado l’Iraq – e viene elencata una serie di cause, come l’instabilità politica, una rete di islamici radicali, una diffusa rabbia anti-occidente e il fatto di disporre di armi nucleari.
I giornalisti devono affrontare gli stessi pericoli degli altri cittadini – anche di più - perché la loro professione li porta in situazioni ad alto rischio. Sono come poliziotti o guardie, con la differenza che non portano armi, attrezzatura di sicurezza e operano senza alcuna formazione specifica, il che li rende particolarmente vulnerabili nel caso di esplosioni, per esempio, di cui non sono obiettivo diretto, ma di cui possono diventare vittime.
”Le esplosioni ci sono, ma siamo professionisti, dobbiamo uscire e fare il nostro lavoro”, ha detto Munizae Jahangir, di NDTV, canale televisivo indiano. La giornalista stava salendo sul veicolo blindato di Bhutto al momento della prima esplosione. Prevedendone una seconda, lei e il suo cameraman sono scappati e dopo pochi secondi l’altra esplosione è arrivata proprio dove si trovavano loro poco prima.
Illesi, ma scossi e coperti da schizzi di sangue e pezzi di carne umana, hanno dichiarato all’IPS: “Conosci i rischi, sai che puoi morire, ma che succede se perdi un arto o diventi in qualche modo disabile? Quello è il pensiero peggiore”.
Oltre ad uccidere Arif Khan, le esplosioni hanno colpito in modo grave altri due giornalisti, entrambi di CNBC Pakistan. Salman Farooq, un cameraman, è rimasto gravemente ferito a una gamba, e un reporter, Shehzad, è ricoverato in condizioni critiche all’ospedale di Karachi.
”Se le esplosioni si fossero verificate quando il mezzo di Benazir era vicino al camion dei media, sarebbe stato molto più alto il numero dei giornalisti feriti o uccisi”, ipotizza Mazhar Abbas, segretario generale dell’Unione federale dei giornalisti del Pakistan (PFUJ) e tra i destinatari dell’International Press Freedom Award 2007, annunciato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione per la libertà di stampa con sede a New York.
In una conversazione telefonica con l’IPS da Islamabad, Abbas ha riferito che l’incredibile crescita dei media elettronici in Pakistan ha reso più vulnerabili cameraman e reporter. Innanzitutto, il loro numero è drasticamente aumentato; ad ogni evento sono presenti dai 100 ai 150 giornalisti. Inoltre, la pressione per avere un’esclusiva spinge cameraman e reporter della TV sempre più vicino al centro della storia da raccontare.
Questa vulnerabilità è diventata assolutamente evidente nell’aprile 2006, quando una bomba ha squarciato un palco di legno allestito per un incontro di preghiera al Nishtar Park di Karachi. Oltre 50 i morti, tra cui molti dei capi supremi dell’organizzazione religiosa Jamaat-e-Ahle Sunnat, che aveva organizzato l’incontro.
Tra i tanti feriti, una decina di giornalisti. Shoaib Khan, fotografo di un quotidiano locale in lingua urdu, ha perso un occhio, è rimasto parzialmente paralizzato, e ha perso l’uso della parola. La sua condizione ha messo in luce la questione dell’assicurazione per giornalisti che seguono eventi a rischio, tutela praticamente inesistente.
”La sua organizzazione lo ha messo da parte. Non gli hanno nemmeno pagato lo stipendio di quel mese”, ha raccontato Abbas. “Le cure mediche sono costose, e anche l’operazione all’occhio di cui aveva bisogno è stata rimandata per problemi economici”.
”Ci dobbiamo svegliare di fronte alla realtà che il Pakistan è un luogo pericoloso, e non finirà presto”, ha detto Tahir Ikram, direttore dei programmi della CNBC Pakistan. “Dobbiamo garantire la formazione ai nostri giornalisti”.
In Pakistan mancano le basi per occuparsi di giornalisti come Shoaib Khan, o delle loro famiglie. Alcuni grandi gruppi in Pakistan offrono un’assicurazione sulla vita o per gli incidenti, ma la maggior parte non garantisce una formazione specifica né attrezzature di sicurezza ai propri corrispondenti.
Circa 21 giornalisti sono stati uccisi da quando il Presidente Gen. Pervez Musharraf è salito al potere, nel 1999. “La diffusione di tanti canali televisivi indipendenti ha incoraggiato il pluralismo e la qualità dell’informazione”, fa notare Reporter senza frontiere (RSF) nel suo rapporto annuale del 2007. “Ma le forze di sicurezza hanno inasprito i loro metodi di repressione: molti sono i giornalisti rapiti e torturati dai militari, e la situazione è anche peggiore nelle aree tribali (lungo il confine con l’Afghanistan)”.
L’omicidio del reporter Hayatullah Khan nel giugno 2006, rapito e fatto prigioniero per sei mesi da “sconosciuti”, ha dolorosamente acceso i riflettori sulla situazione dei media in Pakistan, innescando proteste nel paese e nel mondo. “Il caso ha posto l'accento sulla brutalità delle forze di sicurezza nei confronti dei giornalisti che si avvicinano troppo a quanto accade nelle aree tribali e nel Baluchistan”, fa notare RSF.
Il cameraman Munir Sangi, è stato assassinato nel maggio 2006 mentre riportava gli scontri tribali nella provincia meridionale di Sindh. A luglio, altri due cameraman televisivi sono stati gravemente feriti nel primo giorno dell’offensiva militare alla Moschea Rossa di Islamabad, dove si erano rifugiati i miliziani. Dopo una corsa all’ospedale, uno di loro, Javed Khan, è morto durante l’operazione. L’altro, Israr Ahmed, è stato ricoverato in condizioni critiche con ferite al cordone spinale.
Data la situazione, Talat Hussain, di Aaj TV, ha detto all’IPS che i giornalisti dovranno modificare le loro tecniche di ripresa e registrazione. “Dovremo usare lenti a distanza, microfoni senza fili, e il reporter dovrà entrare, riprendere e uscire subito”, ha riferito Hussain.
Avvicinandosi alle elezioni, la situazione non può che peggiorare. “Ci saranno palchi, discorsi, incontri... e i giornalisti dovranno essere presenti”; ha detto Mazhar Abbas, ribadendo le richieste del PFUJ ai proprietari dei media: fornire un’assicurazione sulla vita, attrezzature di sicurezza e formazione specializzata per le riprese durante i conflitti. “Dato che investono già molto, le organizzazioni dei media dovrebbero spendere qualcosa in più e garantire anche questi termini”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1035
Effetto Lucifero : come si diventa torturatori
di Rico Guillermo*
Chiunque potrebbe diventare un carceriere crudele, se posto in adeguate condizioni ambientali e quindi i torturatori di Abu Ghraib non sono mele marce. Lo afferma l'ultimo studio del Professor Philip Zimbardo, dell'Universita' di Stanford, dal significativo titolo "Effetto Lucifero".
Parte del libro illustra un esperimento condotto nel 1971 dallo stesso Zimbardo e la sua squadra di investigatori selezionati. A ventiquattro giovani fu proposto di partecipare adu uno studio sulla psicologia della reclusione. Gli uomini, solo alcuni dei quali erano studenti, aveva risposto ad un annuncio messo sul giornale studentesco e sul quotidiano locale che offrova quindici dollari al giorno per due settimane per partecipare allo studio di "vita in prigione".
I candidati furono assegnati in maniera casuale ai ruoli di guardia e prigioniero. I prigionieri doveano restre in carcere tutto il tempo, menre le guardie facevano turni di otto ore. La prigione fu costruita nell'Universita', dato che la polizia locale aveva rifiutato di partecipare all'esperimento, pur prestandosi ad arrestare i futuri prigionieri a sorpresa nelle loro case, per accentuare la verosimiglianza della situazione.
Zimbardo aveva concepito lo studio come un'indagine sull'isolamento e la perdita di individualita' che si verificano durante la prigionia e non aveva dato ai detenuti istruzioni dettagliate, eccetto il fatto che chiunque era libero di lasciare l'esperimento in qualsiasi momento rinunciando al compenso. Egli aveva anche assicurato che non ci sarebbe stato abuso fisico, ma le guardie furono autorizzate sin dall'inizio a privare i prigionieri del sonno e ad agire in modo energico, indossando occhiali a specchio per eliminare il contatto umano con i detenuti.
Fin dall'inizio, i prigionieri erano stati resi anonimi con uniformi e con l'uso di un numero al posto del nome. Zimbardo, che assunse il ruolo di supervisore del progetto ma anche di sovrintendente della prigione, chiese alle guardie di creare una esperienza che comprendesse frustrazione, paura, perdita di controllo e senso di impotenza, per poter studiare come i detenuti avrebbero tentato di ottenere il potere, di ritrovare un certo grado di individualita', liberta' e privacy.
In breve, la situazione comincio' a degenerare. I prigionieri iniziarono a manifestare i sintomi della depressione e dislocazione. Le guardie, nel frattempo, operavano atti di umiliazione mentre i piu' aggressivi tra loro prendevano il comando e gli altri non protestavano. Alcuni prigionieri abbandonarono l'esperimento, altri due si impegnarono in forme di resistenza contro le guardie. Il quinto giorno Zimbardo blocco' l'esperimento, convinto dalla futura moglie, una psicologa scioccata dagli abusi cui aveva assistito.
Ovviamente l'autore non si basa su quello studio per trarre le sue conclusioni, dato che esso era affetto da diversi problemi che ne falsavano in parte il risultato, ad esempio il doppio ruolo del capoprogetto, l'orientamento dato alle guardie e il fatto che i soggetti studiati erano consapevoli di star partecipando ad un gioco di ruolo per uno studio e quindi sono portati a comportarsi come credono che lo sperimentatore si aspetti.
Zimbardo invece aggiunge la descrizione di molte altre ricerche condotte in modo piu' scientifico. Fra questi lo studio di Solomon Asch sul fatto che la pressione psicologica puo' portare le persone a fare dichiarazioni false e gli esperimenti sull'autorita' di Stanley Milgram - replicati in molti Paesi.
Uno studio mostrava ad esempio le dinamiche comportamentali in una classe in cui l'insegnante "informava" gli scolari che i bambini con gli occhi azzurri sono superiori ai bambini con gli occhi scuri. Ne derivava un comportamento gerarchico e vendicativo. Quando l'insegnante diceva ai bambini che era stato commesso un errore, e che la realta' era invertita, i ruoli si scambiavano, e i ambini dagli occhi scuri sembravano non aver imparato nulla dalla discriminazione provata.
Zimbardo conclude che le caratteristiche della situazione, molto piu' che la predisposizione personale, spiegano il motivo per cui le persone hanno comportamenti crudeli e di abuso sugli altri. Collegandosi alle vicende di Abu Ghraib, egli afferma quindi che le umiliazioni e i tormenti subiti dai prigionieri non sono stati prodotti dalle caratteristiche personali delle "mele marce" (come sostenuto dall'amministrazione USA), ma da una situazione che - come il sistema carcerario creato nel suo esperimento degli anni '70 - praticamente garantisce che le persone si comportino male. E' il sistema dunque, che va cambiato, e' infine il messaggio dello studioso.
Progetti
I guai della Germania con il sistema tedesco
di Salvatore Vassallo, Corriere della Sera -
La vicenda della Große Koalition in Germania è istruttiva per chi sia sinceramente alla ricerca di un sistema elettorale utile a rimettere su binari più solidi il bipolarismo italiano. La prima lezione è banale. Il sistema tedesco fotografa il peso elettorale di tutti i partiti sopra il 5%. Non aiuta la formazione di maggioranze politicamente omogenee e coese. Non sovrarappresenta infatti i partiti maggiori consentendo loro di governare da soli o con pochi alleati minori, come fanno in vario modo i sistemi francese, britannico, spagnolo, portoghese, greco, ungherese. Non attribuisce, d'altro canto, un premio esplicito al raggruppamento che prende più voti, come fanno le leggi elettorali attualmente in vigore a tutti i livelli di governo in Italia. Quindi, fino a che i partiti di massa del Novecento hanno retto elettoralmente, ha prodotto una dinamica bipolare. Se questi cedono voti alle estreme, il «bipolarismo maturo» va a farsi friggere. Siccome l'aritmetica parlamentare non è un'opinione, nell'impossibilità di sommare postcomunisti (Die Linke), Verdi ed Spd — e in assenza di una maggioranza di centrodestra — nel 2005 fu necessario (e in Germania possibile) far sposare i due principali concorrenti. La Merkel ha poi potuto fino a ora muoversi, con moderazione, lungo la linea indicata sin dal 2003 da Gerhard Schröder con la sua Agenda 2010. Non ha prodotto tutte le incisive riforme promesse, ma tiene la barra dritta verso il pareggio di bilancio nel 2011. L'idea che abbia «mano ferma» (ancorché non tanto «forte») è bastata a renderla popolare. È stata in questo aiutata dalla tradizionale benevolenza dei tedeschi verso il Cancelliere in carica (attivata dalla partecipazione al G8 e dal semestre di presidenza del Consiglio Europeo) oltre che, soprattutto, dalla ripresa economica. Secondo indagini commissionate della rete televisiva Ard, il 44% degli elettori è oggi soddisfatto della grande coalizione (rispetto al 20% del novembre 2006), mentre la Merkel verrebbe «votata» come Cancelliere dal 67% (contro il 39 di allora). Vanno bene, a titolo individuale, anche i componenti schröderiani del governo: Steinbrück (Finanze), Steinmeier (Esteri) e Müntefering (vicecancelliere e ministro del Lavoro), ancora oggi sostenitori della Agenda 2010. Ma il presidente dell'Spd Kurt Beck, attivo sostenitore di una conversione a sinistra del partito, come candidato alla cancelleria vale intorno al 20%! La Cdu viene data al 40% (rispetto al 35 del 2005), mentre la Spd è al 27 (rispetto al 34 del 2005). Nel frattempo, Die Linke dei postcomunisti dell'Est e di Lafontaine può capitalizzare il malessere di chi ha perso protezione sociale. A est è il secondo partito e nel complesso sta nei sondaggi all'11%, contro l'8,7 del 2005, già sufficiente a destabilizzare la dinamica bipolare. L'Spd è quindi in un vicolo cieco, e il Congresso concluso ieri ha risolto solo apparentemente il dilemma che oppone schröderiani e sostenitori della linea Beck. Non può uscirne chiedendo le elezioni anticipate, proprio perché continua a perdere consensi. Se darà seguito sul serio alla conversione a sinistra invocata da Beck non è detto che ne recuperi, mentre è certo che la fermezza del governo ne risentirà. D'altro canto, se l'Spd, con una diversa leadership, guadagnasse di nuovo consensi ai danni della Cdu, si allontanerebbe ulteriormente il ritorno della dinamica bipolare, che appare oggi plausibile solo se l'attuale squilibrio tra i due maggiori partiti dovesse permanere fino alle elezioni del 2009, come premessa alla formazione di una maggioranza risicata della Cdu con i liberali o, come alcuni ritengono anche possibile, con i Verdi. Da qui la seconda lezione. La grande coalizione non ha risolto ma ha invece accentuato i problemi per i quali era nata: ha radicalizzato e rafforzato elettoralmente la sinistra antagonista, ha messo l'Spd sotto scacco, senza che sia al momento prevedibile la formazione di una maggioranza politicamente omogenea di centrodestra. I problemi tedeschi, con il loro sistema elettorale, in Italia si ripresenterebbero quintuplicati per intensità, perché sono più fragili l'assetto costituzionale e la struttura di partenza del sistema partitico. Francamente non si capisce perché, se non per interessi partigiani di corto respiro, dovremmo far allegramente imboccare un simile tunnel alla nostra già inefficiente democrazia.
Progetti
"Una partenza non democratica Walter cambi o potrei lasciare"
di Claudio Tito, la Repubblica -
ROMA - «Un´occasione sciupata, se non addirittura sprecata». Arturo Parisi sospira. Quasi non vuole credere a quello che è successo sabato all´Assemblea del Pd. «Con tre colpi di sciabola», è stato definito l´intero organigramma. Una procedura cui mettere riparo, altrimenti «non potrei non interrogarmi sulla possibilità di aderire». «E dire - premette il ministro della Difesa - che nella mattinata la consonanza profonda tra la relazione di Veltroni e quella di Prodi, mi avevano indotto a riconoscere nel Pd di Veltroni una nuova stagione dell´Ulivo. Una stagione guidata dalla stessa speranza che ci ha guidato negli ultimi 15 anni».
E poi cosa è successo?
«La gelata del pomeriggio non ci voleva».
Si è discusso poco?
«No, non si è discusso per niente. Se ci si fosse fatti carico di continuare sotto il segno dell´unità il cammino che stavamo aprendo, si sarebbe potuto anche accettare la riduzione di quello che era il primo passo del partito ad un momento di festa. Ma l´unico rischio che un Partito Democratico non può correre è quello di minare la base della qualifica di "democratico"».
Cioè?
«In tre minuti l´assemblea si è vista paracadutare dall´alto un partito preconfezionato. L´inesorabile finale del disegno iniziale. La conferma definitiva del peccato d´origine che ci aveva portati a pensare come primo atto del partito la consacrazione plebiscitaria del segretario designato dai vertici dei partiti passati, anziché il riconoscimento delle ragioni ideali del partito. E poi la sanzione di un vicesegretario prima ancora di definire nello statuto la presenza e i poteri di una figura di questo tipo».
Insomma si è perseverati nell´errore?
«È così. Questa era un´assemblea costituente e non una festa costituente. I partiti sono chiamati ad anticipare al loro interno la visione della democrazia che propongono ai cittadini come regola della Repubblica. Qui si è fatto tutto con tre colpi di sciabola. Chi avrebbe il coraggio, chi potrebbe mai essere orgoglioso di essere cittadino di una Repubblica governata con questo metodo?».
E la responsabilità è di Veltroni?
«Dal punto di vista formale mi sembra fuori discussione. Mi rendo anche conto che le condizioni in cui si è svolta l´Assemblea possono essere considerate delle attenuanti. Quello che mi preoccupa è l´indebolimento della cultura della legalità nei partiti. Sembra non interessare più a nessuno».
Anche Prodi in qualità di presidente del partito ha delle colpe?
«È evidente che se noi disponiamo di uno statuto che configura delle responsabilità, tutti quelli che fanno parte di quel processo ne sono coinvolti. A cominciare dalle mie responsabilità, dalle azioni ed omissioni che sento di dover imputare a me stesso come membro del comitato dei 45. Ma Romano ha una collocazione diversa, un ruolo distinto».
Quali sono le conseguenze?
«Dobbiamo mettere riparo a quel che è accaduto. Ma bisogna prima verificare se esista o meno una condivisione di giudizio».
E se non riscontrasse questa «condivisione di giudizio»?
«Ognuno deciderà ciò che la coscienza gli suggerisce. Abbiamo detto che partecipare al processo costituente non corrispondeva ad una adesione al partito, ma alla condivisione di una speranza, alla accettazione di una scommessa. È una scelta che farò da cittadino e da eletto all´Assemblea caricato almeno del dovere di dare conto dell´aggettivo "democratico" che abbiamo scelto per il partito».
È il primo effetto del partito "liquido", senza tessere?
«Quello che mi preoccupa è il partito delle tessere non quello dei tesserati. Io sono per il partito dei partecipanti, che si affida nelle grandi scelte alla partecipazione dei cittadini, e alla partecipazione degli aderenti per le scelte quotidiane. Noi corriamo invece da una parte il rischio di un partito inesistente e personale, e dall´altra parte di un partito anche troppo esistente come sempre nelle mani delle oligarchie costituite. Vorrei evitare il rischio peggiore. Sommare cioè i due rischi, dando luogo ad un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale».
Da Veltroni si attendeva una linea diversa anche sulla riforma elettorale?
«È stato prudente. C´è stata una certa incompiutezza ma era doveroso accettare le sue spiegazioni per consentire al confronto la massima apertura. Mi sembra, comunque, che sia stata confermata la sua contrarietà - o il minor favore - nei confronti del sistema tedesco o pseudo-tedesco. In presenza delle diverse posizioni, svolte con chiarezza da D´Alema e Rutelli, nella prudenza di Veltroni ho visto il segno di una svolta. Forse è solo la mia speranza. Ma a questa mi aggrappo».
Un passaggio decisivo riguarda la possibilità per il Pd di presentarsi alle prossime elezioni senza la sinistra radicale. È un rischio per il governo Prodi?
«Vocazione maggioritaria significa sentirsi chiamati a governare da soli, ma con la consapevolezza dei propri limiti. Nel partito c´è chi crede che il nuovo soggetto nasca per dare compimento al progetto dell´Ulivo. Ci sono altri, che con coraggio, - lo dico senza ironia - ritengono che esso sia invece lo strumento per poter uscire dalla stagione dell´Ulivo. Non vorrei che qualcuno pensasse ancora al Pd come ad una gamba di un sistema duale: prima c´erano il Ppi e i Ds, poi la sinistra e il centro, ora il Pd e la sinistra radicale. Sempre uniti e divisi dal trattino, da quel maledetto trattino».
In conclusione che consiglio darebbe a Veltroni?
«Più che un consiglio, un memento sulle sue responsabilità. Svolga la guida di un processo unitario, guidato da uno spirito di unità all´interno di regole condivise. Insomma, faccia il segretario. Se, come mi auguro, saprà essere il segretario democratico di tutti i democratici, tutti i democratici saranno con lui».
Bindi: «Walter? Regole antidemocratiche»
di Maria Teresa Meli, Corriere della Sera -
ROMA — «Non fatemi passare per quella "solita guastafeste" della Bindi: giuro che io l'altro ieri mattina ero contentissima. A sera è cambiato tutto. C'era solo una cosa che mi rammaricava molto. Speravo che si dovessero superare i simboli di Ds e Margherita ma non quello dell'Ulivo. Non aver trovato traccia delle radici vere del Partito democratico alla Fiera nuova mi ha colpito. Ma nel simbolo elettorale ci dovranno essere le foglie dell'Ulivo». A sera, però, ha cambiato umore. «Le regole della democrazia interna di un partito non possono essere sostituite dal leader dal volto umano. Io la penso così: un segretario che ha il 76 per cento dei voti è forte, e tanto più è forte tanto più deve rispettare l'altro 24 per cento. E invece c'erano più di cinquecento delegati che non sapevano quello che sarebbe successo. Ora, io non voglio un partito immobilizzato, bloccato da accordi: voglio un partito che corra spedito, ma ci deve essere una condivisione per realizzare il progetto che aveva illustrato in mattinata. Anche Walter è stato eletto da una pluralità di liste in cui non la pensano tutti allo stesso modo. E infatti l'altra sera io e Parisi ci siamo arrabbiati, Letta ha fatto qualche mugugno, ma di facce felici in giro ne ho viste poche, anche tra i suoi sostenitori». Prima di entrare nel merito della questione, lei pensa che almeno tra Veltroni e Prodi vi sia sintonia? «In mattinata sì. Ma la conclusione di Veltroni ha lasciato qualche ambiguità perché in tempo improprio ha stressato così tanto il concetto di partito a vocazione maggioritaria fino ad apparire alla ricerca dell'autosufficienza. Non doveva farlo adesso, con una coalizione così complicata. Lo si è visto dalle reazioni degli alleati, che, tra l'altro, ti potevi aspettare. Insomma, ieri sera qualche dubbio mi è nato. Non puoi dire quanto è brutta la coalizione perché questo non aiuta Prodi. Per tornare all'antico, non al vecchio, il segretario della Dc che era il partito più forte dava una grande mano al governo tenendo unita la coalizione e quando voleva invece mandarlo a casa, bastava che avesse certi atteggiamenti con gli alleati... E vorrei aggiungere che anche l'uscita di Montezemolo non è stata d'aiuto ». Tornando al merito della questione di sabato. «Posso anche mettere tra parentesi l'elezione di Franceschini: non era prevista da nessuna regola, però non infierisco. Ma ci sono due cose che non tornano e che non posso non far notare. Primo: dare i pieni poteri al segretario nazionale e a quelli regionali. Secondo: nominare a sorpresa i coordinatori provinciali e comunali». Ma sono provvisori. «Con le regole che Veltroni ha annunciato ha mortificato il cittadino- elettore che aveva esaltato al mattino. La stragrande maggioranza dei coordinatori era stata già decisa da Ds e Margherita, e coincide con i segretari, tant'è che alcuni nomi erano stati pubblicati da settimane. Sono metodi da vecchia, vecchissima politica. Non si vogliono eleggere direttamente? Almeno ci si impegni a prevedere l'incompatibilità tra ex segretari, coordinatori provvisori e nuovi segretari ». Prodi, commentando le reazioni sue e di Parisi ha detto: «Il cammino dei pellegrini è lungo». Come a dire: calma. «Intanto ha citato una metafora utilizzata da me sabato e ne sono onorata. So che il cammino è lungo, ma la partenza non è indifferente. Veltroni deve condividere, deve capire che il nostro è un partito plurale. Sennò poi sa che succede? Che Letta, che alla vigilia dell'assemblea non ha convocato i suoi, finirà per farlo la settimana prossima». Non è che volete fare delle correnti? «A me non interessa proprio fare una corrente, né interessano le tessere. Mi interessa contribuire all'indirizzo del partito e non deludere le attese di partecipazione che abbiamo suscitato con le primarie. Io so solo che in questi ultimi due giorni mi sono arrivati sms ed email di tanta gente, eletta con me, ma anche con Veltroni, che non è affatto contenta di questo avvio. E alcuni delegati hanno strappato la loro delega perché c'è gente che non è abituata a questi giochini di potere. Il Pd deve essere la casa di tutti».
Patrimonio pubblico la quarta stagione del tesoro dimenticato
DI ALBERTO STATERA
Elisabetta Spitz, direttrice dell'Agenzia del Demanio, ha annunciato con legittimo orgoglio di aver pubblicato il bando di gara per l'affidamento in concessione cinquantennale di Villa Tolomei, dimora rinascimentale di Firenze. Si tratta del primo tentativo di valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato, al via dopo la conclusione del censimento che ha catalogato 30 mila beni pubblici, di cui 20 mila edifici e 10 mila terreni. Di questi, 2.500 sparsi in 153 comuni soprattutto in Lombardia, Toscana, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Campania e Sicilia, sono considerati "ad alto potenziale di valorizzazione". Ma nonostante il pregio, non solo sono degradati, rappresentano un costo e non hanno una funzione pubblica, se non quella di alimentare rendite politiche.
Il professor Sabino Cassese, giudice costituzionale e massimo esperto di diritto amministrativo, ha calcolato che il nostro patrimonio immobiliare pubblico è dieci volte superiore a quello del Regno Unito, per un valore stimato tra i 500 e gli 800 miliardi di euro. Se rendesse solo l'1%, le entrate sarebbero la metà di una manovra economica annuale; se poi rendesse il 2%, tutti gli idonei dei concorsi universitari potrebbero tranquillamente entrare in ruolo. Ma purtroppo il rendimento è nullo, quando non negativo per gli alti costi di gestione ordinaria e straordinaria, che sono fino a tre volte superiori a quelli di mercato.
Il professor Cesare Vaciago, che è stato presidente della Commissione ministeriale per la dismissione degli immobili e anche sindaco di Piacenza, sostiene giustamente che questa è la misura del declino dell'Italia: "Basta guardare alla qualità architettonica di molti di questi edifici per capire come eravamo migliori una volta, quando sapevamo fare queste cose, di come siamo oggi lasciandole andare in malora". E identifica almeno tre cause: l'irresponsabilità degli uffici competenti, l'incapacità politica e amministrativa a realizzare "giochi cooperativi" e l'assenza di una politica in grado di conciliare obiettivi e risorse locali.
L'annuncio della Spitz e il completamento del censimento dei beni immobiliari aprono perciò il cuore alla speranza, anche se i precedenti sono tutt'altro che confortanti. Dal 1991 si sono susseguite tre stagioni di tentate dismissioni. Prima l'esperimento di Immobiliare Italia, che non ha neppure iniziato l'attività. Poi l'invenzione dei fondi immobiliari pubblici, che fu un altro fiasco. Cinque anni dopo Patrimonio dello Stato Spa.
Ora il progetto Valore Paese, che non punta più tanto sulle dismissioni, quanto sulla valorizzazione degli immobili pubblici, di cui viene affidata la gestione ma non la proprietà. Dopo quasi vent'anni di tentativi, potrebbe essere la volta buona, con il supporto del censimento condotto dall'Agenzia del Demanio. Per questo, l'annuncio del bando di gara per Villa Tolomei ha un valore simbolico.
Dopo i beni immobili, poi forse qualcuno dovrà pur occuparsi dei beni mobili: dipinti, statue, stampe, oggetti d'arte, manufatti archeologici, mobili, pietre preziose, libri antichi, di cui sono stracolme migliaia di cantine umide e polverose in tutta Italia.
Il professor Edoardo Reviglio ha calcolato che si tratta di circa 3 milioni e 200 mila singoli beni, di cui solo il 30 per cento è esposto nei musei, tutto il resto giace nei magazzini. Quanto vale questo ben di dio lasciato ad ammuffire, di cui non esiste neanche un inventario completo? Il valore riportato nel Conto generale del patrimonio dello Stato parla di 13 miliardi, una somma che andrebbe moltiplicata chissà per quanto. Più che tanti esercizi di finanza creativa, forse per risanare il debito e restaurare la dignità del paese, come chiede Vaciago, basterebbe un po' di saggezza amministrativa.
a.statera@repubblica.it
I veri talenti dell'Italia
Francesco Giavazzi
Corriere della Sera
Due anni or sono, quando il cambio fra dollaro ed euro raggiunse 1,34, il Cotonificio Albini, che dalle valli bergamasche serve le maggiori catene americane (Banana Republic, Crew, Brooks Brothers), si trovò in difficoltà: con un euro così forte esportare negli Stati Uniti diventava praticamente impossibile. Anziché abbandonare, l'azienda decise di trasformarsi: una nuova organizzazione del lavoro con un uso intenso di tecnologia, un nuovo stabilimento (in Puglia, non in Cina), nuovi disegni, spostamento degli acquisti verso l'area del dollaro e delle vendite verso la Russia, l'Oriente, l'America Latina, i Paesi che crescono di più. Oggi il cambio fra l'euro e il dollaro è 1,43 ma l'azienda prospera.
La Banca d'Italia ha analizzato un campione di 4.200 piccole e medie imprese per capire che cosa hanno fatto negli ultimi cinque anni. Ne emerge il ritratto di un mondo pieno di vita: alcune aziende marginali sono uscite dal mercato ma quelle che sono rimaste hanno investito, soprattutto a monte (in ricerca e sviluppo e in nuovi prodotti) e a valle (marchi, distribuzione in mercati lontani). Molte sono anche riuscite nel passaggio più difficile, quello generazionale, dal padre fondatore ai figli e ai nipoti, più raramente al mercato.
Partendo da Udine, l'Eurotech di Roberto Siagri ha conquistato una nicchia mondiale nei nano- computer, un settore che sembrava precluso a chi non risiedesse in California; un anno fa ha acquistato un'azienda negli Usa e una in Cina, Chengdu Vantron Technology. A Padova, Morellato si è trasformata da un'impresa artigianale in una piccola multinazionale, imitando la strada intrapresa molti anni prima da Luxottica. A Milano, Saes Getters è leader nella tecnologia dei cristalli ottici e dei sistemi che operano sotto vuoto o in atmosfere di gas puro. Ad Alessandria, Alberto Tacchella è tra i primi al mondo nelle macchine rettificatrici ad alta precisione. Non esiste solo la Fiat, che pure ha compiuto una svolta straordinaria.
E poi vi sono gli innovatori, imprenditori che vivono a cavallo tra l'azienda e i laboratori dell'università (sì, accade anche in Italia). Qualche volta non ce la fanno ma se un progetto fallisce passano a un altro. Uno dei settori più vivaci è la biotecnologia. La Newron di Luca Benatti, che collabora con l'Università di Milano su progetti per la cura del Parkinson ed è quotata in Svizzera. Dialectica di Dorotea Rigamonti, in cui ha investito State Street, una grande banca di Boston. Le aziende di Claudio Bordignon (Molmed), Alessandro Sidoli (Axxam) e Francesco Sinigaglia (Bioxell), quest'ultima pure quotata in Svizzera, nel parco scientifico del San Raffaele. Gentium di Laura Ferro, quotata al Nasdaq, che sviluppa farmaci per oncologia e malattie rare, e mi scuso se ho citato solo alcuni dimenticandone tanti. Di questi imprenditori i giornali si occupano raramente. E' un mondo molto lontano dai politici che ogni giorno ripetono che è essenziale rifare la legge elettorale ma poi, anziché chiudersi in Parlamento e non uscirne finché non ne abbiano approvata una nuova, passano le sere a parlarne alla televisione. Lontano anche da imprenditori più famosi, grandi banchieri e monopolisti di telefoni ed energia che non sanno cosa sia la concorrenza internazionale e si sostengono a vicenda incrociando le partecipazioni azionarie.
A Walter Veltroni mi permetto di dare un consiglio. Prima di iniziare la sua nuova avventura chieda a uno di questi imprenditori di ospitarlo nella sua azienda per un periodo «sabbatico» e cerchi di capire che cosa significhino in concreto talento, eccellenza, merito, concorrenza, che cosa vuol dire saper decidere e rischiare.
In questi ultimi tempi mi chiedevo continuamente perché, nonostante non ci sia praticamente nulla nelle idee finora esposte da Veltroni che urti profondamente con quanto credo, io non riesca, non riesca proprio ad entusiasmarmi per il PD. Non capivo.
Stamattina, aprendo la Repubblica ho scoperto che Giuliano Ferrara ha dichiarato di essere attirato dalla “follia” del PD, e di non poter escludere - così, in linea di principio – che dentro al PD stesso possa trovare asilo, un domani, un piccola lobby del Foglio.
Ecco, adesso ho capito.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
L’ultima convention che mi ero sorbito era per i 175 anni di Generali, in settembre a Trieste. E non c’è nulla da fare, appena arrivi al parcheggio e iniziano le frecce verdi - a settembre erano rosse ed alate stile Leone Generali - ti inizi a sentir parte di un baraccone di accrediti e pass, staff e stuff, logistica e adesivi che spesso rintontisce fino a poco prima di andarsene. Così poi torni a casa, con in testa le ali del leone di turno, il verde democratico stavolta, e almeno per la serata che segue ci ripensi, e intimamente pensi che è giusto ripensarci almeno un po’, almeno quel po’ che giustifichi la spesa milionaria degli organizzatori hanno investito per accudirti.
Poi, visto che il paragone è quello, bisogna subito dire che Generali aveva speso molto più di un milione di euro - questa la cifra che si dice l’Ulivo abbia speso per l’organizzazione del PD-day di ieri a Milano - con rinfreschi e ricordini per tutti i venditori della rete italiana. 4000 persone, 80 pullman, record storico di traffico aereo al ridente aereoporto di Ronchi dei Legionari e tutti quei bei numeri che fanno contento un giornalista svogliato.
2852 erano invece ieri ufficialmente i “costituenti” eletti in tutte le regioni e pure all’estero e giunti alla bella Fiera di Rho (che si legge rò). Ma se ci aggiungiamo gli “ospiti”, la stampa, gli addetti vari e i tecnici, ai 4000 arriviamo facile facile.
Alle 8.00 di mattina il freddo di Rho sfida i più coraggiosi democratici, quelli che però avevano l’aereo presto, oppure quelli che hanno avuto un’alzataccia perchè per l’assemblea del piddì in qualche modo ci lavorano. Il padiglione 16, quello dove poi avverrà tutto, è un enorme hangar grigio con sprazzi di verde dappertutto. Entrando sulla destra si viene accolti da una sfilza di banchetti che sulle prime possono sembrano dei rozzi banchetti di controllo bagagli di qualche areoporto non proprio all’ultimo grido. Invece, regione per regione, arzilli volontari militanti si piazeranno dietro ai tavolini per distribuire i badge verdi che per i “costituenti” sono anche arancioni. Sui badge c’è uno spazio e tutti riempiono a pennarello con nome e cognome. E’ bello scoprire poi in prima fila che anche Massimino D’Alema e Piero Fassino si siano presi il badge e il pennarello. Oppure è suggestione, un qualche tirapiedi gli avrà preparato tutto, ma insomma.
Walter, invece, non ha il badge. Nemmeno Prodi. Ma loro sono giustificati.
L’inizio è in scaletta alle 10.30, ma le file ai banchetti fanno pensare che si ritarderà. Fuori dal padiglione le tv sono tutte allineate e pronte, sul palco arrivano per i ritocchi finali i giardinieri. Sì, perchè il palco, coperto fino all’ultimo da un telone bianco, è tutto tappezzato di verde prato vero e lombardo, mentre il percorso che solcheranno i big è di un legno rosso che fa molto circolo dei canottieri o del tennis. Tutto intorno schermi su schermi, videoproiettori a uffete e led democratici in ogni dove.
L’immagine conta, si direbbe. I giornali freschi di stampa riportano per filo e per segno chi ha preparato cosa, ipotizzano colonne sonore e in sala stampa ci si diverte assai non stupendosi più di nulla.
E proprio ai chioschi dei giornali in entrata si rischia la prima rottura tra ex diccì e vecchi comunisti. Due ignari distributori dell’Unità e di Europa (mai viste tante copie di Europa tutte assieme) si mettono a bisticciare tra loro ma per fortuna presto torna la calma. Fusione è anche questo, anche vedere panzuti signorotti che raccontano di quando erano parlamentari con Aldo Moro sfogliare l’Unità. Democratici e unici, si inizia con le specialità; il Pd è necessariamente l’unico partito con due giornali ufficiali.
L’atmosfera, bisogna pur ammetterlo, è però affabile. Il calore umano dei 2852 si sente. Uno poi spera sempre che dalla porta da cui entra il più giovane eletto d’Italia, un povero 16enne dai profondi ideali, e dai genitori un po’ fuori - si immagina -, entrerà anche lui, il segretario, Walter. E invece non va proprio così, ma va bene lo stesso. Walter e Romano, che sono “due di noi” dice la gente, possono anche arrivare all’ultimo e andare via per primi, direttamente nel backstage come Bono.
Manca poco all’inizio di tutto, quando una voce femminile invita tutti a sedersi inflessibile. Arrivano un paio di big, dalla famosa porta umile, ed è bello. Arrivano Gad Lerner, Enrico Letta, alcuni ministri e membri del governo si fermano a rivendicare la durata dello stesso.
Pronti, via. Sala stracolma, la gente si siede per terra sulla moquette verde democratica. La voce fuori campo chiama sul palco a presiedere Anna Finocchiaro (che la sera prima aveva detto una grande verità sul nuovo partito alle Invasioni Barbariche: “Meno riunioni”, più sostanza) che a sua volta invita a parlare Romano Prodi. Il presidente lascia la platea, un’onda di fotografi si scansa. Lui sorride, ed è giusto che sia così, ma non sprizza proprio di gioia. Proprio per la difficoltà del processo che ha portato alla giornata di ieri era anche lecito aspettarsi i salti di gioia, insomma.
Prodi parla per circa 50 minuti interrotto da applausi e supportato da una platea a 180° gradi che lo circonda d’affetto e di fiducia. Ma sostanzialmente dice che lui al governo ci resta, che il Pd è una gran bella cosa, che è necesaria, e poi incorona Walter Veltroni.
Lui, invece, pare davvero emozionato. Durante il discorso di Prodi sembrava quasi pallido, l’occhio vivo ma non proprio arzillo. Si riprende quando il fiato gli torna, dopo l’abbraccio democratico con “Romano” - tutto è personale, i cognomi quasi aboliti -, e nel discorso inanella una serie di cose già chiare del Walter-pensiero, ma giuste, e che in effetti sono da fare subito.
E’ giusto parlare del governo e della legge elettorale ma fa bene Veltroni a non soffermarsi troppo sul momento attuale. Quindi dopo la rassicurazione a Prodi, che poi diventerà lo slogan per i titoli dei giornali (”Il tuo Pd ti sostiene”) si passa alla materia davvero importante. Perchè la cosa che si deve costituire è un partito, mica un governo e nemmeno un festival: e un partito era fatto di sezioni, riunioni, direttivi e incarichi e non potrà più essere strutturato sulle brillanti idee di De Gasperi e Togliatti. Prende piede così l’idea del partito senza tessera, sostenuta da Giuliano Ferrara, e subito a Bersani e compagni viene un po’ il mal di pancia.
Altra cosa nuova - e studiata, si dice -, oltre al scenico verde speranza ecologico e vitale è la disposizione dei posti a sedere. In prima fila ci sono i grandi capi, ma capita pure di beccare ministri o pezzi grossi, molti sindaci per esempio, in piedi, per terra, o sul verde prato a lato del palco. Il tutto per la gioia delle assistenti dei pezzi grossi, abituate per lavoro a riverire e programmare le giornate di ministri o sottosegretari così fedelmente da non vedere il bene comune dell’immagine nuova e positiva che Veltroni avrebbe ordinato facendo riempiendo le prime file di facce giovani e pure carine. Quindi, pezzi grossi perplessi, quanto meno, assistenti imprecanti al telefonino e via così.
Anche dal punto di vista grafico lo scenario è cambiato del tutto, e l’occhio assuefatto ai marchi rimane quasi sbigottito non trovando nei cartelloni nemmeno un richiamo al giallo primarie, o all’Ulivo. Niente, quello è passato.
C’è molta America, in questa giornata. E’ una convention, non un’assemblea. Anche perchè, per inciso, le decisioni sono già prese dal tavolo di presidenza. L’obiettivo è quindi di emozionare, dare fiducia. E il paragone con la convention Generali è facile: là gli organizzatori lo dicevano chiaro e tondo: “Vogliamo caricare i nostri venditori, emozionarli e farli sentire una grande famiglia”.
Accettata questa verità, e considerati i voti che SWG ha registrato tra i delegati (”In una scala da 1 a 10 sia l’emozione della giornata odierna sia la fiducia nel nuovo partito si attestano tra l’8 e l’8 e mezzo”) il risultato è raggiunto.
E allora? Per mettere a tacere quel remoto ma presente dubbio morale che sembra tacciare il tutto come mera operazione di manipolazione delle masse, ci vorrà molta sostanza.
Romanticamente a qualcuno potrà sembrare una sconfitta. Ma forse è dell’uomo del 2007 l’avere bisogno di essere suggestionato per poi agire davvero, eventualmente anche a fin di bene.
Il comunicato di SWG:
SWG: PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA DEL PD EMOZIONATI E FIDUCIOSI, 8 E MEZZO AL DISCORSO DI VELTRONI Milano, 27 ottobre 2007
Molto emozionato e fiducioso: è questo il profilo medio dei partecipanti all’Assemblea costituente del Partito Democratico che si è svolta oggi alla fiera di Milano. Nel corso della giornata Swg ha condotto delle interviste tra i delegati all’assemblea per inquadrare le priorità ed individuare i possibili ostacoli che il nuovo soggetto politico si appresta ad affrontare. Ai “costituenti” è stato anche chiesto di indicare con un voto, in una scala da 1 a 10, il personale “livello” di emozione, la fiducia nel nuovo partito ed il giudizio al discorso del primo segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni.
In una scala da 1 a 10 sia l’emozione della giornata odierna sia la fiducia nel nuovo partito si attestano tra l’8 e l’8 e mezzo. Lusinghiero anche il dato relativo all’intervento di Walter Veltroni che in un’ipotetica “verifica” prende un 8,5 e una buona percentuale di “10” che confermano il risultato raggiunto nelle elezioni primarie del 14 ottobre.
Si può parlare dunque di una buona partenza per il Partito Democratico, che trova consenso e fiducia diffusa nelle varie correnti che nell’arco della campagna elettorale si erano date battaglia.
Si nota comunque la quota di partecipanti all’assemblea che si è dimostrata non emozionata o poco fiduciosa, scegliendo un voto pari o minore al 6. Si tratta di circa il 10% degli intervistati, e l’incidenza di questo tenue scetticismo si registra maggiormente negli intervistati più esperti, già parlamentari o membri del governo, mentre in politici locali o giovani alla prima esperienza si registra grande entusiasmo.
Su 2800 delegati sono state effettuate 120 interviste. Il campione delle interviste è casuale, e comprende dunque varie fasce d’età e geografiche.
Parte dei video delle interviste girate a Milano verranno pubblicati sul sito di Swg, www.swg.it e sulla rivista di analisi e discussione politica di Swg www.postpoll.it.
Dopo una notte di agitati pensieri, giungo alla conclusione che non si può dare tutta, proprio tutta la colpa a Mastella.
Chi l’ha votato, chi l’ha portato fin lì, sapeva di che pasta era fatto.
E’ ora che gli elettori si prendano le proprie responsabilità.
Propongo dunque, qui e ora, l’abolizione del voto segreto.
E in certi collegi di bassa italia, in collegi diciamo “caldi”, un bel tatuaggio sul dorso della mano.
Con simbolo e nome del candidato votato.http://thepetunias.it/blog/
Blitz sulle poltrone e scoppia la rissa
di Fabio Martini, La Stampa -
Dopo cinque ore di apprezzata «ninna nanna», Walter Veltroni li aveva tranquillizzati tutti. Romano Prodi, seduto lassù al tavolo della presidenza, era tutto contento per la ritrovata popolarità tra il popolo ulivista, che lo sta riscoprendo come tenace capo della «resistenza» ai voltagabbana e al ritorno di Berlusconi.
Massimo D’Alema, seduto in prima fila, sorrideva e non lasciava trasparire emozioni. Franco Marini, col cartellino «Invitato» sul taschino della giacca, scherzava su quella condizione per lui inusuale: «Che eresia!». Piero Fassino, gratificato da applausi e complimenti, si era andato a sedere nella terza fila delle poltroncine, come un delegato qualunque. Nessuno se lo aspettava, ma proprio in coda, durante la replica finale, Walter Veltroni ha strappato la tela nella quale, bene o male, si stavano ritrovando quasi tutti i notabili e quasi tutti i duemilaottocento costituenti.
E’ stato quando, senza preavvisi, il nuovo leader del Pd ha chiesto all’assemblea di «votare» un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini, l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi, quelli che saranno poi i veri costituenti, addetti a scrivere le bozze di Statuto e di Manifesto del nuovo partito; la decisione di far eleggere i segretari provinciali del Pd direttamente dai delegati eletti in ciascuna provincia per la Costituente, una formula originale, inedita e di cui non c’era traccia nel dibattito delle cinque ore precedenti.
Finito di leggere il decalogo, Veltroni si è appellato al cuore dei delegati («Fare questo partito è stato il sogno mio e di Romano») e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Notabili e delegati si sono alzati per cantare l’inno nazionale. Ma finita la musica - con tutti i delegati in piedi - si è «scoperto» che bisognava ancora votare. Si sono alzati mugugni e urla di dissenso, soprattutto quando sono stati letti i nomi di alcuni dei membri (come Ciriaco De Mita) chiamati a far parte delle Commissioni. Si è passati subito dopo al voto, col metodo de «prendere o lasciare», anche perché nessuno - dalla platea ma neppure dalla presidenza - ha proposto una votazione punto per punto. Formalmente una procedura ineccepibile, ma condotta secondo una regia tutta tesa a dissipare il dissenso. Ma prima che si voti per alzata di mano, senza dare nell’occhio, se ne va il ministro della Difesa Arturo Parisi, uno dei padri del Pd, e sussurra a Franco Monaco: «Un golpe, questo è un golpe!». Commento per gli amici, irriferibile in pubblico.
E gli altri big del partito? Basta avvicinarsi a Massimo D’Alema e chiedergli cosa ne pensa del decalogo e lui: «Quale decalogo? Sono le decisioni dell’Assemblea, è stato votato dal popolo...». Una risposta velata di sottilissima ironia, ma un professionista dell’esperienza di D’Alema non è tipo da mettersi a guastare il primo compleanno del Pd. Ma se, a caldo, si chiede al vicepresidente dei senatori dell’Ulivo Nicola Latorre, se lui e gli altri notabili sapessero qualcosa del «pacchetto Veltroni», lui sorride e sostiene: «No, l’ho appreso poco fa, assieme agli altri delegati». E Rosy Bindi: «Sono preoccupata e delusa ma confido e spero di non trovarci davanti al caso di Hyde e Jackyll...».
Certo, il Veltroni della relazione di apertura aveva invocato la «centralità del cittadino-elettore», la nuova figura attorno alla quale far ruotare un nuovo modello di partito, incardinato sul sistema delle primarie continue, dei forum, consultazioni a tema via Internet. Un modello che aveva entusiasmato un personaggio come Parisi, aveva fatto storcere il naso a qualche notabile abituato alle logiche di apparato e dunque nulla lasciava presagire lo strappo del pomeriggio. Sopraggiunto nella giornata in cui Romano Prodi e Walter Veltroni sono tornati a scambiarsi attestati di stima, frutto anche di contatti personali che si sono intensificati negli ultimi giorni. E il leader del Pd - che non vuole una riforma elettorale alla tedesca che scardinerebbe il progetto del Pd - ha lasciato intendere che lui preferirebbe «il referendum» alla permanenza dell’attuale legge elettorale. Proprio come Romano Prodi.
Per favore uno psicanalista. E anche bravo. Meglio: un’équipe di psicanalisti. Da pronto soccorso, se ce ne sono. Perché qui c’è una folla di personaggi in preda a turbe che vanno guarite in fretta. Non tanto per loro. Ma per i cittadini che se le vedono rovesciate addosso. Per il paese che qualche diritto ce l’ha pure lui, per quanto vecchio e maneggione sia, accidenti. Vengano gli psicanalisti, mettano su comodi lettini i (dis)turbati, scegliendoli «per titoli» nel variegato mondo dei dirigenti del centrosinistra italiano e li curino in fretta.
Perché psicanalitica, assai più che politica, è la crisi che divora il governo dell’Unione e che vuole riconsegnare il paese a Berlusconi, ora o tra un anno. Basta guardarsi intorno. Si affastellano le sindromi più varie.
Ecco a voi la sindrome dei capponi di Renzo, che si beccano furiosi tra loro mentre vanno a farsi tirare il collo. Ecco a voi la sindrome da suicidio egoistico, affermo davanti al mondo la mia identità uccidendomi. Ma anche quella da suicidio anomico, mi uccido perché perdo il senso delle cose, perché non ho più né regole né significati. Ecco a voi la sindrome dei trenta denari, pagatemi e tradisco (finisce con altro suicidio, come è noto). E poi quella di Narciso, innamorato della sua immagine fino (è destino...) a morirne, sia pure poeticamente. Sindromi. Sindromi a bizzeffe, che si richiamano e si esaltano tra loro. Un campionario squisito e interminabile, che viaggia tra parlamento, partiti e ministeri. E non risparmia neanche pezzi di opinione pubblica. E dietro questa follia autodistruttiva, guizza la fiamma della follia estrema, la convinzione che da questo spettacolo si possa uscire più forti e rigenerati, in grado di ricevere un nuovo mandato a governare prima del 2025.
C’è del metodo, occorre convenirne. Era l’autunno del 1997, lo ricordo come fosse oggi, quando alla Camera un deputato della sinistra diessina mi incontrò una sera prima di cena per dirmi che si andava alle elezioni. Alle elezioni?, chiesi stupito e soprattutto sbigottito. Perché alle elezioni dopo un anno che governiamo, e per giunta dopo aver vinto per grazia ricevuta, ossia solo per la corsa solitaria della Lega? Non si può più andare avanti, mi venne risposto. Con Rifondazione non si resiste, torniamo alle urne. Riunione del gruppo parlamentare. Osai dire che mi sembrava una follia. Ma quasi tutti marciavano in quella direzione, qualcuno temeva di giocarsi il collegio a esprimersi contro. Poi gli stati maggiori ci ripensarono.
Un anno e tre mesi; erano bastati un anno e tre mesi, comunque, per pensare che si potesse buttare all’aria un governo, il primo governo dell’Ulivo. Poi venne il ’98 e Prodi e Veltroni caddero davvero, e per carità di patria non riapro quella pagina. Traversie e governi vari si susseguirono, giusto per consentire alla destra di dire che avevamo fatto quattro governi in cinque anni, altro che la seconda Repubblica. Vennero le elezioni del 2001. E siccome i sondaggi, dopo cotanta dimostrazione di coerenza e di affidabilità, pronosticavano sconfitta, invece di unirci ci dividemmo per tre: l’Ulivo, Di Pietro e Rifondazione. Insieme prendemmo più voti del centrodestra ma, genialmente, mandammo lo stesso al governo Berlusconi. Furono cinque anni di attacchi continui alle finanze dello Stato e ai princìpi di legalità e decenza civile, fino al limite del collasso istituzionale. Ma nessuno (lo vogliamo dire?) ha mai pagato per quella assurda divisione.
Finché è arrivato il 2006. Con le nuove elezioni. Una notte al cardiopalma. Le splendide previsioni che vanno in frantumi. E alla fine una vittoria risicata, risicatissima; annunciata da Fassino in diretta televisiva prima dei conteggi ufficiali. Un autentico miracolo: al governo di una delle maggiori potenze industriali per ventiquattromila voti di scarto. Roba da tenerselo stretto, il governo. Caro, ma proprio tanto caro. Da provare verso di lui e verso gli italiani che avevano votato Unione un senso di responsabilità infinito, come quando si maneggia un bambino appena nato, al quale ogni urto e ogni imprevisto può essere fatale. Roba da sentire ogni giorno all’alba l’imperativo kantiano di esibire il meglio di sé, di dimostrare di avere meritato quello scarto fortunoso.
Di mantenere gli impegni elettorali, quelli possibili naturalmente (già, perché in effetti tanti critici a gogo dimenticano che al Senato c’è un solo voto di differenza, che si traduce subito in più voti di svantaggio appena si toccano alcuni temi). L’imperativo di mettere ovunque le donne e gli uomini migliori. Di seguire una rigorosa disciplina di squadra. Di ascoltarsi con rispetto. Di porre da parte ogni vanità personale. Di dare un’immagine di armonia e di serietà. Così doveva essere. Così dovrebbe essere. Se si vuole dare a questo paese un governo responsabile. E soprattutto se si vuole spiegare agli italiani che il centrosinistra sa governare, che l’amore per il proprio paese sa tenere uniti perfino più dei soldi e del potere di Berlusconi.
Un po’, un bel po’ ci si è sberciati, ci si è sfregiati. Un po’ di aria tossica la si è lasciata lungo i propri passi. Un po’ si hanno gli abiti sgualciti. Ma si è ancora in tempo per intervenire, per rassettarsi, per pettinarsi e magari cambiare d’abito. Per incominciare (ma sì!) a mettere sulla scrivania una bella foto capace di simboleggiare l’Italia o la sua storia migliore; da guardare con rispetto e anche un poco di emozione ogni mattina invece di fare un compiaciuto inchino alla foto propria o alla bandiera del proprio partito (il che è molte volte la stessa cosa). Ma per riuscirci occorre un bravo psicanalista, anzi un gruppo di psicanalisti. Bisogna fare in fretta per guarire questa follia che ci sta portando verso il baratro.
La follia di chi, avendo vinto la lotteria, butta poi il biglietto al vento affacciandosi al balcone. Così, giusto per provare il brivido di vedere se riesce a ritrovarlo per strada dopo cinque minuti. L’importante è che chi soffre o ha sofferto di turbe sia disposto, anche in silenzio, anche in un recesso dell’animo, ad ammetterlo. Se no, come è noto, sul lettino nessuno sarà mai capace di portarcelo. E addio speranze di resipiscenza. E allora, fuor di metafora, il popolo italiano trarrà la conclusione che il centrosinistra non è in grado di governare. Buono per amministrare le città, d’accordo. Ma il governo non è cosa.
Chi non ricorda Pietro Cambi e il suo cinquino modificato elettrico? E il video in cui ci scorrazzava sopra per Firenze tutto contento?
Ebbene: anche Tom Hanks sta facendo altrettanto. La sua auto non è la celeberrima cinquecentina ma una meno conosciuta Scion xB, retrofittata con la E-box che l'ha trasformata in auto elettrica. Naturalmente noi ci guarderemo bene dal comprarla perchè preferiamo di gran lunga EuroZev.
Nel frattempo godiamoci Tom Hanks in versione Pietro Cambi:
(Tra l'altro, come segnalato sul blog Aspo, il cinquino continua la sua tournèe. Oggi è a Firenze al Festival della Creatività) http://petrolio.blogosfere.it/
Pochi mesi fa era un disastro, un «navigatore a vista» inesperto e «populista», un impaccio dal quale liberarsi al più presto, quasi un caso umano da subissare di fischi nelle assemblee di partito. Ieri, al termine del congresso di Amburgo, il presidente della Spd Kurt Beck è stato acclamato dai 500 delegati come König Kurt, Re Kurt, «tattico geniale», uomo «capace di integrare», portatore di idee nuove e speranze rinnovate. E il congresso è stata una «messa solenne per la sua incoronazione». Miracoli della politica: da quando Beck ha impresso una decisa sterzata a sinistra al partito che gli si stava ribellando contro, la sua stella è tornata a brillare. E i due giorni del congresso di Amburgo hanno coronato tutti e due i movimenti: quello politico generale della socialdemocrazia tedesca verso sinistra e quello personale del leader un tempo meno tradizionalmente sozialdemokrat verso la riconquista dei favori perduti a sinistra.
La cosa un po’ paradossale è che questa improvvisa e insperata retrouvaille di se stessa della Spd non è avvenuta sul campo dei grandi principi, ma sul terreno più prosaico delle cose da fare nell’immediato. Le cinque ore di discussione che il congresso ha dedicato al progetto del nuovo Programma Fondamentale (che da ieri come Hamburger Programm ha sostituito la sfortunata Berliner Erklärung approvata nel dicembre dell’89 mentre la Germania cominciava a galoppare verso la riunificazione e la Spd sembrava dormisse) sono state, secondo chi ha seguito i lavori, la parte forse meno interessante delle assise. Il nuovo Grundsatzprogramm è stato approvato pressoché all’unanimità - due soli voti contrari - e dopo un dibattito privo di asprezze ma anche di entusiasmi. Tutti, meno due, d’accordo con Beck sul fatto che dal documento emerge la «visione di una società libera, giusta, solidale», che bisogna battersi per una «Europa più sociale», opporsi al «capitalismo globale che porta con sé mancanze di giustizia e di democrazia» e, last not least, sul fatto che «una società davvero umana (menschlich) deve superare quella degli uomini soltanto (männlich)». Insomma: che molto va ancora fatto sul piano della parità tra uomini e donne.
L’impressione è che i socialdemocratici tedeschi abbiano, almeno ad Amburgo, perso un bel po’ della loro storica attitudine a occuparsi preferibilmente dei massimi sistemi e si siano concentrati su più prosaiche, ma nel momento attuale importanti, svolte programmatiche. La più significativa è quella che riguarda la privatizzazione delle ferrovie, tema molto controverso nella grosse Koalition e, fino a ieri, anche all’interno della stessa Spd. Il congresso, dopo una discussione accesa, ha approvato uno schema che prevede l’emissione di azioni popolari senza diritto di voto. Si tratta di un compromesso tra chi contemplava solo l’ipotesi di grandi azionisti e chi avrebbe voluto una forma di azionariato diffuso “vero”. Ma è un compromesso - ha chiarito la mozione congressuale - che non sarà oggetto di negoziazioni nella Koalition: se la Cdu, com’è possibile ma non scontato, non ci starà, la questione tornerà agli organismi direttivi della Spd che sul tema saranno tenuti a convocare un congresso straordinario.
Linea dura, insomma. Così come anche su un’altra storica vexata quaestio della politica tedesca: il limite di velocità sulle autostrade. I delegati di Amburgo, a sorpresa, hanno votato un documento che chiede l’introduzione di un tetto generalizzato a 130 chilometri orari: un’ipotesi che i potentissimi costruttori automobilistici considerano una specie di proposizione del demonio ma che, stando ai sondaggi, raccoglie il consenso di una buona fetta dell’opinione pubblica, nonché il parere favorevole della totalità degli esperti.
La sorpresa del limite a 130 è stata molto apprezzata dalla concorrenza di sinistra della Spd. Oskar Lafontaine, a conferma di quanto il clima sia cambiato tra socialdemocrazia e sinistra-sinistra, ha elogiato la mozione e ha offerto subito, in materia, una linea d’azione comune al Bundestag, dove è già depositata una proposta di legge della Linke. Anche sulla privatizzazione della Deutsche Bahn le linee dei due partiti dovrebbero essere convergenti. Nonché, va da sé, sui temi che Beck e la Spd hanno sollevato negli ultimi tempi sconfessando le durezze di Agenda 2010 licenziata al tempo del governo Schröder: l’allungamento del sussidio di disoccupazione per gli ultracinquantacinquenni, la richiesta di ridiscutere la base pensionabile a 67 anni, l’introduzione del concetto di lavoro usurante e altro ancora.
Lo stesso Franz Müntefering, ministro del Lavoro e vicecancelliere, non ha battagliato più di tanto in difesa di Agenda 2010, alla cui definizione collaborò a suo tempo pienamente, e, sorvolando con ironia sulle asprezze delle recenti polemiche con Beck e la direzione del partito, ha tenuto a ricordare che anch’egli ha, nella sua sporta, una proposta «molto sociale», ovvero l’introduzione generalizzata del salario minimo garantito almeno ai giovani.
Paolo Soldini
Il governo sudafricano si aggiunge alla crescente lista di istituzioni governative che sposano gli standard aperti e promuovono Odf come il formato di riferimento per il salvataggio dei documenti.
L'onda lunga di Odf, il formato aperto promosso dal consorzio Oasis, raggiunge anche l'estremo emisfero sud, più precisamente il Sudafrica. Il governo sudafricano ha infatti appena messo a punto un piano per promuovere il ricorso agli standard aperti all'interno degli uffici pubblici che, fra le altre cose, fa esplicito riferimento al formato basato su Xml e sostenuto a gran voce da colossi del software come Sun Microsystems, Ibm e Adobe.
SOTTO LA LENTE
Sudafrica verso Odf
- Marzo 2008: tutti i dipendenti dei dipartimenti governativi devono poter leggere i file Odf.
- Fine 2008: tutti i documenti prodotti dal governo dovranno essere salvati in Odf o in altri formati non proprietari.
- Marzo 2009: tutti i documenti interni dovranno essere salvati in Odf
- Fase finale: i documenti precedentemente salvati in altri formati dovranno essere convertiti in ODF o altri formati non proprietari.
Il piano, esposto in un documento intitolato Minimum interoperability standards for informationsystems in government, da una parte offre una definizione di standard aperti a uso e consumo delle agenzie governative. Dall'altra, stila un vero e proprio calendario riguardo all'introduzione di Odf (che è uno dei 3 standard menzionati per quanto riguarda i documenti di testo, fogli di calcolo e presentazioni) all'interno degli uffici pubblici.
Il primo passo di questa roadmap prevede, entro il 2009, che tutti i documenti prodotti all'interno degli uffici governativi siano salvati in formato Odf e, in una fase successiva, che anche tutti i documenti salvati in passato siano convertiti nel nuovo formato.
Una tendenza aperta
La decisione del governo sudafricano arriva a conferma della crescente esigenza espressa da parte dei governi di tutto il mondo che si chiedono in che modo saranno letti tra dieci o vent'anni i documenti elettronici da loro prodotti. E la risposa è che per avere garanzia che siano sempre accessibili, anche in futuro, bisogna ricorrere a formati aperti e dunque non proprietari, come è invece, per esempio .doc, che appartiene a Microsoft.
Questo vuol dire, specifiche pubbliche, magari certificate da un ente apposito, e dunque liberamente disponibili per chiunque le voglia implementare. In questo modo, ragionano gli enti pubblici, si evita di restare incastrati ad un singolo produttore con il rischio che questi fallisca portando nel dimenticatoio il suo formato. A questa preoccupazione se ne aggiunge un'altra di carattere economico. Scegliere un formato aperto e dunque supportabile da differenti applicazioni concorrenti allarga il ventaglio dei fornitori potenziali con conseguenti possibili risparmi sulle licenze.
Nel caso del Suadafrica uno standard è considerato aperto se:
è gestito da un'organizzazione non a scopo di lucro;
la partecipazione allo sviluppo è basata su un processo decisionale aperto a tutte le parti interessate;
chinque può accedere ai documenti di lavoro, alle bozze e allo standard completo gratuitamente o dietro il pagamento di una tariffa irrisoria;
chiunque può copiare, distribuire e usare lo standard gratuitamente;
i diritti intellettuali richiesti per implementare lo standard sono sempre disponibili, senza posiiblità di revoca;
non ci sono riserve sul riuso dello standard;
esistono varie implementazioni dello standard.
L'avanzata di Odf...
Al momento, il formato standard per i documenti che offre le maggiori garanzie in questo senso è Odf, supportato, per esempio, dalla suite open source per la produttività in ufficio OpenOffice. Il formato ha ricevuto l'8 maggio dello scorso anno l'approvazione da parte dell'Iso. Anche grazie al crescente supporto di grandi nomi del settore e all'attiva promozione di una serie di organizzazioni come Odf Alliance e OpenDocument Foundation, varie autorità pubbliche come lo stato del Massachusetts, e i governi di Francia, Norvegia, Belgio stanno valutando, quando non lo hanno già fatto, l'adozione di Odf.
... e la risposta di Microsoft
E' per reagire a questa offensiva e venire incontro alle esigenze del mercato pubblico che Microsoft ha deciso di sviluppare un proprio formato aperto, OOXML, e sceglierlo come formato di default in cui salvare i documenti nell'ultima versione di Office. Ed è sempre per questa ragione che, dopo avere ottenuto la ratifica da parte dell'Ecma, il gigante di Redmond ritiene che l'avallo dell'Iso sarebbe il viatico decisivo per indurre governi ed organizzazioni pubbliche ad adottare OOXML per i loro documenti.
La rapida crescita economica cinese fa cadere le borse Perdite intorno al 5% per le borse di Shanghai e Shenzhen, crescita a Hong Kong. Gli investitori temono nuove misure del governo per aumentare il costo del denaro. Intanto gli analisti ammoniscono che borsa e mercato immobiliare sono vere “bolle speculative” e consigliano “prudenza”.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Secca perdita delle borse cinesi dopo la notizia che la crescita economica è stata dell’11,5% nel terzo trimestre 2007, appena inferiore all’11,9% del secondo trimestre nonostante i ripetuti interventi del governo per contenerla. Gli investitori temono nuove misure antinflazionistiche di Pechino. Ma analisti commentano con preoccupazione l’estrema volatilità delle borse di Shanghai e Shenzhen.
La borsa di Shanghai ha perso il 4,8%, maggiore perdita dal 5 luglio. Quella di Shenzhen ha perso il 5,43%. Si prevede che Pechino, per contenere la crescita economica, aumenterà al più presto il costo del denaro e adotterà misure come un nuovo aumento delle riserve monetarie obbligatorie delle banche per diminuire la liquidità. Gli investitori temono che l’aumento del tasso di interesse sui finanziamenti intacchi i profitti delle ditte, per cui in molti sono corsi a vendere azioni.
Bene invece Hong Kong, con l’indice Hang Seng che è cresciuto dell’1,78%, al proprio massimo storico. Ma Yam Chi-kwong, capo esecutivo dell’Autorità monetaria di Hong Kong, ha ammonito che l’aumento dell’inflazione nella Grande Cina avrebbe “gravi implicazioni” anche per la stabilità finanziaria e monetaria di Hong Kong.
Nel 2007 il governo ha già aumentato 5 volte il tasso di interesse sui prestiti e ha adottato altre misure, ma è riuscito solo in minima parte a contenere la crescita economica e resta elevato il rischio di inflazione. La produzione industriale è comunque aumentata dal 18,9% a settembre.
Il miliardario Warren Buffett, presidente della Berkshire Hathaway ed esperto finanziario, ha richiamato gli investitori delle borse cinesi alla massima cautela, perché il mercato è “davvero surriscaldato”. Le borse cinesi nel 2007 sono cresciute del 107% e il mercato azionario ha un valore aggiunto di 2,5 trilioni di dollari, pari al Prodotto interno lordo del 2006. Intanto lo yuan ha proseguito il lento ma sicuro apprezzamento sul dollaro, arrivando al valore di 7,4834 dollari per yuan: gli esperti ritengono che un suo più rapido apprezzamento renderebbe più costosi i prodotti cinesi, rallentando l’esportazione e diminuendo l’arrivo di nuovo denaro contante.
Tra le cause della crescita c’è il perdurante boom edilizio, con maggiori investimenti del 25,7% nel 2007, mentre i consumi in generale sono cresciuti “solo” del 15,9% in un anno.
Fan Gang, direttore dell’Istituto nazionale per la ricerca economica, ha commentato che borsa e mercato immobiliare sono vere “bolle” speculative e una possibile minaccia per l’economia del Paese. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10653&size=A
Passo falso degli Springboks, la nazionale sudafricana di rugby, e sul terreno più scivoloso. Reduci vittoriosi dai campionati mondiali appena conclusi in Francia, gli Springboks sono stati accolti da eroi. Il Quindici sudafricano aveva programmato un tour nel paese, e nella zona di Johannesburg era prevista una tappa nella città di Soweto, uno dei luoghi simbolo della lotta contro l’apartheid.
All’ultimo momento, però, la visita a Soweto era stata cancellata e il responsabile comunicazione della Federazione sudafricana di rugby [Sarfu], Rayaan Adriaanse aveva cercato senza successo di sfuggire al placcaggio dei media adducendo «ragioni logistiche» ben poco convincenti. L’ondata di proteste partita dalla squadra di rugby di Soweto ha infine convinto gli Springboks a cambiare ancora idea e a inserire di nuovo Soweto tra le tappe del «victory tour».
Nonostante la popolarità dell’ala «nera» Bryan Habana, miglior giocatore del mondiale 2007, e nonostante la presenza di Thabo Mbeki alla finale contro l’Inghilterra, il rugby sudafricano non riesce a scrollarsi del tutto di dosso lo stigma pesante di sport white-only.http://www.carta.org/campagne/11689
Le difficoltà dell’Airbus A380, lo scandalo dell’inside trading, i ritardi nella consegna del nuovo aerotaxi militare l’A400M. La cooperazione franco-tedesca sembra avere le ali piombate. Eppure…
Il 25 ottobre 2007 l'Airbus A380 ha compiuto il suo primo volo da Singapore a Sidney con 455 passeggeri a bordo. (Foto telstar logistics/Flickr)
Tutti ricordano le immagini del 1999 a Strasburgo quando i rappresentanti politici di Francia e Germania crearono l’Eads, il primo gruppo aeronautico che dava un quadro giuridico univoco al Progetto Airbus e permetteva di integrare tutte le tecnologie di eccellenza dell’aviazione. Era la risposta alla fusione tra Boeing e McDonnell Douglas avvenuta nel 1996 per cercare di riconquistare una posizione dominante di fronte al crescente successo dell’Airbus.
Airbus A380
Il 27 aprile 2005 a Tolosa fu un giorno storico per l'aviazione civile: l’Airbus A380, il più grande aereo della storia, effettuò il suo primo volo di prova alla presenza di numerose personalità politiche e migliaia di spettatori venuti da tutta Europa. Produttore del più grande aereo del mondo, l’A380, e del più grande razzo Ariane 5, l’Eads costruisce anche l’elicottero più venduto al mondo l’Eurocopter ed ha creato, assieme al suo aerotaxi commerciale, l’A320, le condizioni per lo sviluppo delle compagnie low-cost.
L'Affaire Forgeard
Tuttavia l'enorme successo viene minacciato da ambizioni personali e da suscettibilità nazionali. Noel Forgeard, l’ex Presidente di Eads, non è l’unico presidente della storia che abbia cercato di approfittare della propria posizione per arricchirsi assicurandosi un “Golden Parachute”, un'indennità iniziale piuttosto cospicua, di più di 8 milioni di euro. Semplicemente, all’interno di Eads, tutto diviene un affare di Stato. L’allontanamento di Noel Forgeard è piuttosto complicato, considerato che è un parente di Jacques Chirac.
La messa in atto del piano di ristrutturazione “Power 8” (che prevede il licenziamento di 10mila lavoratori di Airbus) è una conseguenza dei ritardi nella produzione dell’A380, ma anche la preparazione di una nuova generazione di aeroplani a base di materiale compositi che comincerà con l’A350. Immediatamente, i politici delle due sponde del Reno, si preoccupano dell’avvenire delle loro rispettive regioni. Fortunatamente, i sindacati hanno una cultura d’impresa ed evitano la fiera dell’accaparramento.
Controversie franco-tedesche
Appena tornata la calma sul fronte “Power 8”, ricompare la questione della gestione franco-tedesca. La riunione franco-tedesca del 16 luglio a Tolosa ha deciso che: «La direzione bilaterale è soppressa e l’uomo più credibile per dirigere gli affari dell’Eads, Louis Gallois, ex Pdg della Sncf (Le ferrovie dello Stato francesi ndr), è stato confermato come direttore esecutivo».
Gli articoli di stampa in Francia e Germania sono molto simili. In Germania si legge che la nuova struttura assegna un certo vantaggio ai francesi mentre in Francia l'esatto contrario(anche se 3 delle 6 filiali sono dirette da tedeschi ed il Presidente del Consiglio di Amministrazione è tedesco). Questa è la dimostrazione evidente di un compromesso ben equilibrato.
Ma rimane ancora molto da fare. Gli accordi dei quadri intermedi richiedono ancora molto equilibrio e spirito di gruppo al di là degli eccessivi conti nazionalistici troppo spesso al servizio di ambizioni personali. La riflessione comune su un nuovo piano azionario e sulla necessità di proteggere questa impresa strategica da eventuali Opa ostili da parte dei fondi di Stati asiatici è appena cominciata.
Alla base dei problemi di Eads c'è la mancanza di una cultura europea e di una conoscenza reciproca della maggior parte dei responsabili economici e politici, degli alti funzionari e dei giornalisti. I visionari degli esordi vanno in pensione e la generazione ”Erasmus” non è ancora ai posti di comando.
Babette Nieder è la segretaria generale dell'Ofaj, l'Ufficio franco-tedesco per la gioventù.
Regno Unito: il fattore scozzese alle prossime elezioni legislative
Quanto pesa la Scozia a Westminster
La storica vittoria riportata lo scorso maggio dallo Scottish National Party (SNP) alle elezioni per il parlamento scozzese può indebolire il consenso dei laburisti nel caso di nuove elezioni generali. Il leader dello Snp, Alex Almond è però chiamato alla delicata prova di guidare la Scozia con un governo di minoranza dai cui atti, primo fra tutti l’indizione di un referendum per l’indipendenza, dipenderà il mantenimento del consenso ai nazionalisti.
Sebbene non sia costretto a farlo prima del 2010, il primo ministro Gordon Brown cercherà di cogliere al più presto un momento propizio per indire nuove elezioni generali in Gran Bretagna, così da essere pienamente legittimato nella sua carica e guidare il proprio governo con maggior forza e capacità di leadership. L’aumento di popolarità registrato nelle ultime settimane a favore del leader dei conservatori, David Cameron, ha però spinto il primo ministro ad escludere prossime elezioni entro l’autunno. Sulla scelta l’opinione pubblica è divisa, con il 47% dei britannici che la ritiene giusta e il 41% che la ritiene sbagliata. La decisone di Brown ha tenuto certamente conto anche del sorpasso che i laburisti hanno subito in Scozia ad opera del Partito nazionale scozzese, lo Scottish National Party (SNP), alle elezioni dello scorso maggio.
Le ultime elezioni generali del 2005 per il parlamento di Westminster, infatti, hanno visto i laburisti mantenere la maggioranza nel paese grazie ai seggi ottenuti a Londra, nei grandi centri industriali del nord dell’Inghilterra (Manchester, Newcastle, Liverpool, Leeds) e della Scozia (Edimburgo e Glasgow). Dei 59 seggi in palio in Scozia, 41 sono andati ai laburisti (5 in meno rispetto al 2001), 11 ai liberal-democratici (2 in più), 6 al Partito nazionalista scozzese (2 in più) e 1 ai conservatori. Quando poi, nel maggio 2007, si sono tenute le elezioni per rinnovare i membri del parlamento scozzese, il labour ha dovuto cedere il posto di primo partito della Scozia allo Snp.
Come la pensano i moderati
Il dibattito in Israele è diventato mostruoso
Gideon Levy
Ramon è molto orgoglioso del suo piano demoniaco: “E’ la prima volta che un governo discute questo tipo di proposte” ha affermato. Secondo lui l’aspetto legale è “allucinante”: non ci sono differenze fra Hamas e Al-Qaida. E che cosa accadrà se questo taglio delle forniture di acqua e di elettricità a Gaza non sarà efficace ? “Finché non si prova non lo si può sapere” ha risposto il ministro ad un intervistatore. In altre parole, stiamo facendo un esperimento sugli esseri umani.
Haim Ramon ha fatto una grossa revisione. Come aggiornamento della lingua ebraica ha coniato il termine “ossigeno infrastrutturale” – Israele dovrebbe colpire l’ossigeno infrastrutturale di Gaza. Fedele alle opinioni espresse durante la Seconda Guerra del Libano (“E’ lecito distruggere qualsiasi cosa”) è ora il precursore della teoria del taglio dell’elettricità e della fornitura di carburante e di acqua a Gaza.
Ramon è molto orgoglioso del suo piano demoniaco: “E’ la prima volta che un governo discute questo tipo di proposte” ha affermato. Secondo lui l’aspetto legale è “allucinante”: non ci sono differenze fra Hamas e Al-Qaida. E che cosa accadrà se questo taglio delle forniture di acqua e di elettricità a Gaza non sarà efficace ? “Finché non si prova non si può sapere” ha risposto il ministro ad un intervistatore. In altre parole, stiamo facendo un esperimento sugli esseri umani.
Come ben sappiamo, Ramon rappresenta un partito di centro ed è considerato uno dei moderati del partito ! Anche il Ministro degli Esteri Tzipi Livni è una moderata. E anche lei sostiene la dottrina di Ramon. Infatti dichiara che “E’ inconcepibile che la vita a Gaza continui ad essere normale”. Secondo il Ministro degli Esteri moderato, la vita a Gaza è “normale” – sembra che non abbia alcuna idea di come sia realmente la vita là – e il taglio delle forniture farà cessare i razzi Qassam. Affamare, assetare e soffocare la gente susciterà pressione e, miracolosamente, non ci saranno più razzi Qassam. Queste idee folli hanno suscitato meno obiezioni fra di noi che le proposte di imporre ai ciclisti di indossare il casco.
L’intera discussione è stata portata avanti con serietà: uno propone di tagliare la fornitura di elettricità mentre un altro suggerisce di interrompere la fornitura di sigarette e profumi. Nessuno esprime una qualsiasi forma di opposizione o di protesta – tutto quel che dobbiamo fare è sentire l’opinione dei consiglieri legali per decidere e poi mettere in pratica.
Avigdor Lieberman, Shaoul Mofaz e Avi Dichter sono diventati superflui: i moderati stanno facendo il lavoro necessario. Il dibattito in Israele è diventato mostruoso – e la cosa terribile è che non si tratta più delle proposte di estremisti folli, ma della corrente centrista. Come si esprime allora la destra? “Non ci sono palestinesi moderati.” Beh, non ci sono israeliani moderati. Quando si tratta di noi, il centro è una destra camuffata. Ma per fortuna, mentre si sollevava questa istigazione a commettere crimini di guerra, la scorsa settimana è stato pubblicato un rapporto di Human Rights Watch, un’organizzazione americana stimata ed obiettiva. Il rapporto cita le prove che evidenziano la responsabilità degli ufficiali dell’esercito israeliano nei crimini di guerra in Libano e delle gravi violazioni da parte di Israele delle leggi internazionali nell’uccisione indiscriminata di civili. Le proposte di Ramon e di Livni hanno preparato il terreno per il prossimo rapporto. Dopo l’attuazione del piano di Ramon, si intensificheranno le richieste di boicottare Israele e di processare i responsabili del prossimo crimine.
Non c’è spazio per parlare di sfumature legali: recar danno intenzionalmente alla popolazione civile costituisce un crimine di guerra. E i 40 anni di occupazione a Gaza non sono finiti – hanno solo cambiato forma. Ma il percorso di Ramon, non solo è immorale e illegale, ma è anche inefficace. Per quanto tempo ancora continueremo a credere che colpire una popolazione la renderà più moderata? Non sono sufficienti 40 anni di amara esperienza ad insegnarci che è vero il contrario?
Un’altra domanda: ci sta più a cuore il destino di Gilad Shalit di quello dei bambini di Sderot? Perché è lecito negoziare con Hamas quando si tratta di Shalit, mentre la possibilità di simili colloqui per il cessate il fuoco – l’unico modo di garantire la sicurezza dei bambini di Sderot – viene considerata un’eresia?
I genitori di Sderot dovrebbero essere i primi a chiedere al governo di raggiungere un cessate il fuoco, invece di mandare i soldati a Gaza ad attuare i folli propositi di Ramon. Dovremmo ricordarci per un momento l’ultimo blackout elettrico che abbiamo avuto. Nel giugno 2006 l’Electric Corporation israeliana interruppe l’erogazione della corrente per varie ore – solo varie ore. Si verificò un inferno: le comunicazioni telefoniche subirono un collasso perché la gente bloccata negli ascensori chiedeva aiuto; un abitante di Ofakim attaccato a una macchina per l'ossigeno andò in ospedale in gravi condizioni. Livni e Ramon sono consapevoli di quello che significa tagliare “l’ossigeno infrastrutturale” per giorni e settimane? Sono pronti ad assumersi la responsabilità di farlo dopo che il mondo ha espresso la propria opinione e magari prenderà anche qualche provvedimento? Parecchi capi di stato dichiarati colpevoli sono già rinchiusi nelle prigioni dell’Aia.
E’ un regalo ricevuto negli anni Sessanta e che oggi equivale a quasi un miliardo di dollari, ma l’universita’ di Princeton, una delle piu’ prestigiose degli Usa, rischia di perderlo per l’accusa di aver sprecato soldi. I figli di un magnate che dono’ una grossa somma all’ateneo dove lavoro’ Albert Einstein, hanno fatto causa per riaverla indietro con gli interessi. […]
I 35 milioni di dollari che Charles Robertson lascio’ in eredita’ a Princeton, l’universita’ dove aveva studiato, attraverso investimenti e interessi sono diventati oggi circa 880 milioni di dollari, pari al 6% del patrimonio su cui conta l’ateneo dell’Ivy League (15,8 miliardi). Gli eredi di Robertson, che oggi controllano una grossa catena di supermercati americani, A&P, hanno sostenuto che i soldi non sono stati utilizzati allo scopo previsto: coprire le spese di studio degli allievi della prestigiosa Woodrow Wilson School of Public and International Affairs, la scuola di affari internazionali di Princeton.
Un giudice del New Jersey, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, ha ritenuto legittima la causa avviata dagli eredi e ha aperto la strada per un processo che potrebbe concludersi con l’ordine a Princeton di restituire quasi un miliardo. L’ateneo ha riconosciuto alcuni errori di gestione del fondo, ma ha respinto l’accusa di aver sprecato soldi, sostenendo di averli investiti tutti in attivita’ di ricerca. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/10/28/princeton-nei-guai-rischia-di-perdere-regalo-da-1-miliardo/#more-399
ELEZIONI: AL VOTO DOMENICA TRA VIOLENZA E CORRUZIONE
È ancora una volta un clima di alta tensione, marcato da una grave insicurezza e da ripetute denunce sulla diffusa pratica della compravendita di voti, che accompagnerà domenica alle urne i colombiani chiamati a scegliere tra 86.467 candidati alle elezioni regionali. Il governo ha annunciato la chiusura della porosa frontiera col Venezuela decretando la massima allerta in tutta la rete ospedaliera del paese, prevedendo nuove violenze dopo gli attacchi, attribuiti in larga parte alla guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), che hanno provocato già 29 vittime tra i candidati. Circa 250.000 uomini di esercito e polizia sono stati mobilitati per controllare poco più di 9.500 seggi sparsi in tutto il Paese e garantire l’incolumità di ben 30.000 candidati che hanno richiesto la protezione dello stato. Rischi di brogli, pressioni ‘indebite’ sui cittadini e nuovi attentati sono stati segnalati dalla ‘Misión de Observación Electoral’ (Moe), formata da organizzazioni della società civile, secondo cui si profilano forti limitazioni al diritto di voto in almeno 576 dei 1.099 comuni del Paese. Le denunce di compravendita di voti, in cambio di denaro, elettrodomestici, alcolici o bestiame, normalmente provenienti dalle zone rurali, hanno intanto raggiunto le grandi città, inclusa la capitale Bogotá, dove, secondo alcune fonti un suffragio è pagato anche 100 dollari. Il governo ha intanto annunciato l’uccisione in combattimento di un comandante delle Farc, Gustavo Rueda Díaz, alias Martín Caballero, accusato di numerosi attentati nonché del sequestro dell’attuale ministro degli Esteri, Fernando Araújo, e di altri 18 ribelli. http://www.misna.org/
Si aprono oggi in Libia i negoziati di pace per il Darfur, mediati dall'Unione Africana e dalle Nazioni Unite. Negoziati che però, con ogni probabilità, non porteranno a nulla di fatto: circa la metà dei circa dodici gruppi ribelli attivi in Darfur hanno annunciato che non si presenteranno al tavolo negoziale. Nonostante l'annunciato boicotaggio dei gruppi ribelli, i mediatori, Salim Ahmed Salim per l'AU e Jan Eliasson per l'Onu, hanno deciso di andare avanti e di aprire come previsto i negoziati che avranno luogo a Sirte. Intanto la situazione politica interna sudanese rimane molto tesa. La frattura tra gli ex ribelli meridionali dello Splm e il partito del presidente Beshir, che ha causato il ritiro dello Splm dal governo di unità nazionale, non si è ancora ricomposta. E difficilmente lo sarà a breve. Nei giorni scorsi, la tensione tra i due partner della pace Nord-Sud ha riguardato anche la questione del Darfur. Ma, quel che è peggio, pare che gli scontri non si siano fermati alle sole parole: secondo il comando dello Spla, ala militare dello Splm, nel Sud ci sono stati scontri a fuoco con l'esercito nazionale. Aria di crisi, pesante, in tutto il paese quindi. Ma, come spiega nel suo blog Alex de Waal, profondo conoscitore e attento osservatore del Sudan, la crisi è un'opportunità e la sua soluzione passa per le mani dello Splm più che per Khartoum. http://www.lettera22.it/
Come anticipato dai sondaggi, gli argentini hanno scelto Cristina Kirchner per guidare il Paese nei prossimi 4 anni
scritto per noi da Adriano Seu
I risultati delle elezioni presidenziali di questa notte hanno confermato il potere in seno alla famiglia Kirchner. Dopo una campagna elettorale scontata e priva di colpi di scena, ma ricca di elementi inediti – mai i principali candidati erano stati due donne, per la prima volta anche i carcerati hanno potuto votare e mai erano giunti così tanti osservatori internazionali per vigilare la trasparenza del processo elettorale (ben ottanta) – gli argentini avranno il primo presidente donna dell’era democratica.
Come da pronostico. In una giornata di votazioni in cui il risultato era già stato ampiamente anticipato dalle proiezioni della vigilia, le uniche incertezze riguardavano l’affluenza alle urne e il distacco percentuale con cui Cristina Kirchner si sarebbe imposta sulla diretta avversaria, Elisa Carriò. Rispetto alle anticipazioni, che davano la moglie del presidente uscente al 40,9%, con un vantaggio di più di venti punti percentuali sulla candidata della Coaliciòn Cìvica, l’ex senatrice Fernandez de Kirchner si è imposta con il 42% dei consensi, a dispetto del 16% di Carriò e del 15% di Roberto Lavagna, dell’Uniòn Cìvica Radical. Il clima di diffuso distacco nei confronti delle elezioni – i sondaggi previ hanno parlato di un 75% privo di interesse rispetto al nome del nuovo presidente – è stato confermato dal numero di persone che hanno espresso il loro voto: solo 16 milioni sui 27 aventi diritto.
“Grazie a Dio, non cambia nulla”. Il giudizio di Guillermo, tassista, esprime il clima di soddisfazione che si respirava nei dintorni dell’Obelisco, luogo dove tradizionalmente i cittadini di Buenos Aires si riuniscono per festeggiare le vittorie nazionali. “Oggi guadagno e arrivo regolarmente alla fine del mese, prima ero fortunato se tornavo a casa con un pugno di monete dopo dodici ore di lavoro”, racconta prima di scandire a gran voce il nome di Cristina. Accanto a lui, un uomo di mezza età spiega la bontà del risultato: “Non cambierà nulla, ed è il meglio che potesse capitare. Chiunque altro avrebbe rischiato di modificare equilibri che a fatica si sono stabiliti negli ultimi quattro anni. I biglietti dei trasporti non sono rincarati, le tasse nemmeno; i professori guadagnano di più e le pensioni sono aumentate. Perché mai avremmo dovuto cambiare governo?”, si chiede, riconoscendo che, sebbene il benessere sia tutt’altra cosa, dopo il collasso del 2001 la semplice tranquillità è già di per sé un’enorme ricchezza. Per Esteban, impiegato, la ripresa economica e la mancanza di alternative plausibili sono state le chiavi del successo kirchnerista. “Con un’economia così forte, era impossibile cambiare rotta. Sei anni fa il paese era in fiamme, ora cresce a un ritmo spaventoso e, anche avendo voluto un’alternativa, l’opposizione era così divisa che non c’è stata scelta”, afferma Esteban.
Voto sulla fiducia. Pur avendo condotto la campagna elettorale quasi interamente all’estero e avendo rifiutato il confronto con la stampa sino all’ultimo, la popolarità di Cristina, e le sue chances di vittoria, non sono mai state in discussione. “L’ho votata per quello che ha fatto il marito”, ha detto Emilia, studentessa. “Anche se gli argentini non la conoscono bene, sanno che non potrà allontanarsi da quanto fatto negli ultimi quattro anni”. C’è anche chi, nell’andamento di queste elezioni, ha individuato un parallelismo con la storia recente: “Come accadde con Menem, dopo un primo mandato di successo, la rielezione è stata quasi automatica, anche in virtù della mancanza di un’opposizione valida. Come allora, oggi la gente ha preferito le certezze e la relativa tranquillità acquisiti col kirchnerismo, anziché l’incertezza rappresentata da qualsiasi altro partito”, ha spiegato Facundo, commerciante, augurandosi che, questa volta, la stabilità non sia un’illusione.
MILLE DOMANDE A VELTRONI Indagine conoscitiva tra i partecipanti alle elezioni per il PD del 14 ottobre 2007
a cura di
Pino Nazio (coordinatore), Gerardo De Rosa (elaborazione dati), Cynthia Canti, Lorella Cedroni, Roberto De Rosa
Nota bene: Di seguito i dati più significativi, con un primo commento tra parentesi. Per ulteriori approfondimenti, si rimanda alla categoria del blog apposito: ricerca pd.
genere %
maschio: 51,1
femmina: 46,8
non risponde: 2,1
Totale: 100,0
(Una valutazione riguarda un possibile trascinamento sul voto femminile che avrebbe dovuto avere la “rivoluzionaria” proposta nella politica italiana, e non solo, di attribuire il 50% di cariche nell’Assemblea nazionale e in quelle regionali alle donne. Le donne non si sono sentite particolarmente spronate da questa opportunità e sono state – anche in questo caso - superate dagli uomini.)
(E’ straordinario il dato sul grado d’istruzione dei votanti, dove – aldilà dei numeri della popolazione italiana - la presenza maggiore è quella dei laureati. Questo dato assume una ancor più alta rilevanza se si tiene conto che al voto sono andati coloro che per età non possono materialmente aver conseguito la laurea.)
età (%)
da 16 a 20: 5,8
da 20 a 30: 15,8
da 30 a 40 anni: 11,2
da 40 a 50 anni: 15,9
da 50 a 60 anni: 21,7
da 60 a 70 anni: 15,4
oltre 70 anni: 6,9
non risponde: 7,3
Totale: 100
(Il dato sull’età dei partecipanti è stato accorpato per classi di dieci anni, salvo il primo gruppo, 16/20, in cui confluiscono tutti quelli che hanno votato per la prima volta.)
1. Hai già votato alle primarie? %
no: 24,3
sì: 72,3
non risponde: 3,3
Totale: 100,0
1a. primarie Prodi %
no: 31,4
sì: 65,1
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
1b. primarie locali %
no: 87,8
sì: 7,6
non risponde: 4,6
Totale: 100,0
(Il dato da noi rilevato appare diverso da altre rilevazioni che indicavano che la metà degli elettori non aveva partecipato alle primarie per Prodi di due anni fa. Nella nostra ricerca questo dato è superiore a un terzo dei votanti, che arriva fino a circa tre elettori su quattro se si indicano anche altre primarie.)
3. E’ iscritto ad un partito? %
no: 73,3
sì: 22,7
non risponde: 4,0
Totale: 100,0
(Poco meno di un elettore su quattro dichiara la propria iscrizione a un partito, generalmente Ds e Margherita, assolutamente in linea con il dato di affluenza generale.)
5. Per chi ha votato alle ultime elezioni? %
non ha votato: 0,9
Ds: 57,2
Margherita: 13,4
Rifondazione: 4,3
Comunisti Italiani: 3,5
Verdi: 1,7
Rosa nel Pugno: 3,6
Udeur: 0,9
Italia dei Valori: 2,5
Udc: 1,5
Forza Italia: 2,4
An: 0,7
Lega: 0,1
Bianca o nulla: 0,5
Altro: 0,7
non risponde: 6,1
Totale: 100,0
(La maggior parte di coloro che hanno preso parte alla consultazione per il Pd hanno votato in passato per i Ds. Ridotta la quota dei votanti Margherita (13,4), mentre per il 16.5% provengono da coloro che votano per altri partiti del centrosinistra, che potrebbe far dire che la seconda formazione che concorre – a livello di base elettorale - alla nascita del Pd non sono i Dl ma gli “altri di centrosinistra”. Significativa è la presenza del 4,7% di votanti che dichiarano di votare per i partiti di centrodestra.)
7. Cosa le è piaciuto di più del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,7
la fusione di due partiti (semplificazione sistema): 26,6
l’elezione diretta del Segretario: 18,5
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 2,4
l’obbligo del 50% di quote femminili: 20,7
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 6,1
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 4,2
la partecipazione della gente: 17,9
tutto: 0,4
non risponde: 2,6
Totale: 100,0
8. Cosa le è piaciuto di meno del PD? (una sola risposta, %)
niente: 0,4
le polemiche tra dirigenti Ds e Margherita: 55,6
il meccanismo delle liste bloccate: 24,3
l’elezione diretta dei Segretari Regionali: 1,9
l’obbligo del 50% di quote femminili: 2,2
possibilità per i sedicenni di votare e essere votati: 4,3
possibilità per gli immigrati di votare e di essere votati: 3,2
l’esclusione della gente: 4,1
tutto: 0,5
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
10. E’ d’accordo su come il PD ha gestito la comunicazione sulla sua nascita? %
non sa: 2,6
per niente: 8,2
poco: 35,2
abbastanza: 41,6
molto: 6,5
non risponde: 6,0
Totale: 100,0
11. Pensa che queste primarie possano avere influenza sul governo Prodi? %
no: 14,8
sì: 63,2
non sa: 8,8
non risponde: 13,3
Totale: 100,0
12. E’ soddisfatto del governo Prodi? %
non sa: 0,6
per niente: 11,8
poco: 37,7
abbastanza: 40,2
molto: 6,2
non risponde: 3,5
Totale: 100,0
(Poco meno di due elettori su tre affermano che il voto del 14 ottobre avrà influenza sul governo, ma la metà dei votanti non è soddisfatto del suo operato. I delusi (poco/per niente) 49,5 sono in maggioranza rispetto ai sostenitori (moto/abbastanza) 46,4, segno che il Pd viene avvertito come un’occasione di cambiamento anche tra coloro che in maggioranza alle ultime elezioni politiche hanno sostenuto Romano Prodi.)
14. Le testate l’Unità ed Europa devono continuare a restare separate? %
no: 21,3
sì: 35,4
non sa: 32,8
non risponde: 10,5
Totale: 100,0
15. Le Feste dell’Unità e della Margherita devono restare separate? %
no: 40,2
sì: 27,3
non sa: 21,6
non risponde: 10,9
Totale: 100,0
(Capire cosa pensano gli elettori delle testate e delle feste di due simboli riconducibili a Ds e Dl è in qualche modo scoprire se esiste una profonda convinzione circa la fusione delle due entità. Le risposte fornite fanno capire che molta strada è stata fatta per far passare a livello di base il concetto di unità. Questo dato è ancor più rilevante leggendo la prevalenza della volontà di fusione delle feste rispetto alle testate. E’ notorio che gli appuntamenti estivi dei due partiti vengono percepiti quanto di più identitario rispetto a una testata giornalistica come L’Unità (da tempo non più organo ufficiale di partito).
17. Ritiene che L’Unione sia l’unica alleanza possibile per il PD? % no: 28,7
sì: 44,3
non sa: 20,0
non risponde: 7,1
Totale: 100,0
18. Pensa che su grandi temi il PD debba aprire un dialogo col centro destra? %
no: 23,9
sì: 58,7
non sa: 7,7
non risponde: 9,7
Totale: 100,0
(Più della metà degli elettori ritiene che si debba superare l’Unione come alleanza di governo o quantomeno non è convinto che si debba restare all’interno dell’attuale maggioranza. Solo meno della metà ritiene che il Pd debba restare ancorato all’Unione anche in futuro.)
19. Condivide l’azione di Beppe Grillo? %
non sa: 1,5
per niente: 31,4
poco: 27,0
abbastanza: 21,6
molto: 14,0
non risponde: 4,5
Totale: 100,0
(Più di un terzo degli elettori si dice d’accordo con Grillo, ma ben il 58,4 non è dalla sua parte.)
20. Con quale dei leader dell’Unione non andrebbe mai a cena? %
Sondaggio Master Comunicazione Politica – Associazione MODEM. Campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 16 e gli 86 anni. Numero totale soggetti coinvolti: 1612. Metodo di rilevazione con questionario semistrutturato autosomministrato. Rilevazione effettuatali 14 ottobre 2007. Elaborazione SPSS. Documentazione disponibile c/o segreteria MODEM
La presente ricerca è licenziata con una creative commons. Ovvero è possibile segnalare la ricerca, senza alterazioni o fini commerciali, e a patto di indicarne la fonte e questa pagina. Per ulteriori informazioni: info@spindoc.it
Se è lecito, dunque, (e per capire), un aneddoto personale. Una spastica grave che non ho mai visto di persona ma con la quale intrattengo da decenni un rapporto epistolare, molto imparando dal suo sensus fidei. La sua desolazione, anni fa, per il ritardo nel ricevere posta, a causa di miei viaggi e di superlavoro, il suo rivolgersi a padre Pio, di cui è ovviamente devota, e l'immediato, forte profumo di fragola che è per lei il segno di essere stata ascoltata. Il mattino dopo, ecco la lettera. Ma, dall'annullo sul francobollo, risultava spedita il giorno stesso, soltanto un'ora prima: e tra le nostre case corrono più di 300 chilometri. L'esclusione, da parte del direttore dell'ufficio, che fosse possibile un errore nel timbro, errore impensabile ma che, comunque, avrebbe portato a un ritardo, non a un anticipo della data. Poco tempo dopo, una mia visita a un convento lombardo di cappuccini, l'incontro con un vecchio frate che fu a lungo segretario del Santo, sul Gargano. Al racconto dell'episodio, nessuna sorpresa ma un gesto di condiscendenza: «Roba normale, niente da stupirsi. Quando aveva una lettera che gli stava a cuore, mi diceva di metterla nella buca in piazza: ma al recapito provvedevano gli angeli custodi. Un'ora dopo, puntualmente, arrivava».Che fare, con un tipo così?
Be', l'ideale sarebbe farci un francobollo.
Come dite? Già fatto?
Ah ecco, dicevo io...
Lui era uno capace di definire Franco Baresi "il miglior libero d'Italia dopo Freda e Ventura". Uno faceva il giornalista sportivo e scriveva cose come Vincenzina e la fabbrica e Romanzopopolare. Uno che all'esame di giornalismo aveva risposto così a Enzo Biagi che gli chiedeva se Fanfani stava a destra o a sinistra della Dc: "Dipende dai giorni". Uno che scriveva al direttore della Rai dicendo: "Cosa devo fare per avere una scrivania, iscrivermi alla Dc?". Uno che stava al Derby a ridere e a scherzare con Jannacci e che è morto a 43 anni, in una domenica di ottobre, dopo Inter-Napoli. A 25 anni dalla sua morte, la Rai poteva ricordarlo mettendo in onda "Beppe Viola. Sportivo sarà lei", documentario girato con l'aiuto della figlia Anna. Naturalmente non l'ha fatto e giustamente Valeria Gandus, su Panorama, se ne lamenta.
Sono in casi come questi che uno, dopo avere ascoltato uno speciale lungo e bellissimo su Radio Popolare, capisce perché sia giusto pagare un abbonamento e a chi. http://www.stamparassegnata.splinder.com/
Abbiamo avuto modo di capirlo durante questa intervista a Beda Romano: in Germania è in corso una lotta all’ultimo sangue tra sindacati di piccole dimensioni e sindacati storicamente e numericamente più grandi. Il tutto, per accaparrarsi un numero sempre maggiore di affiliati in ordine ad un progetto di condizionamento delle imprese. Solo così si può spiegare per quale ragione Manfred Schell, capo del combattivo sindacato della GDL, abbia accettato talune proposte provenienti dalle compagnie locali- dove non v’è alcuno spazio di lotta- ma non altre fatte dalla Deutsche Bahn, la quale proprio lunedì scorso, era scesa a patti, offrendosi addirittura di stipulare un contratto separato con i macchinisti aderenti a questo piccolo sindacato, il cui fine è, in sostanza, riuscire a infrangere del tutto, con l’arma dello sciopero, le regole contrattuali unitarie valide per tutti i lavoratori di un’azienda e imporre la propria volontà. Soltanto in questo modo, scardinando l’uniformità contrattuale e indebolendo l’azienda, piccole formazioni sindacali come queste saranno in grado di salire alla ribalta e agli onori della cronaca: in poche parole, contare qualche cosa. Parimenti comprendiamo per quale ragione anche Ver.di ,che rappresenta i lavoratori impiegati nei servizi, abbia deragliato dalle consuete regole che ripartiscono la competenza dei sindacati per settore e che hanno lo scopo di tutelare l’unicità del contratto dalle cosiddette “Spaltungsversuchen” ossia da tentativi di frammentazione. E’ proprio Ver.di, infatti, ad aver siglato un accordo con una delle associazioni dei datori di lavoro dominanti in Deutsche Post per l’introduzione del famigerato Mindestlohn (di cui ci siamo occupati e di cui ci occuperemo ancora a Novembre in una puntata web-radiofonica con Danilo Taino del Corriere della Sera), la cui validità il Governo di Grosse Koalition vuole ora dichiarare vincolante per tutto l’ex monopolista. Con il medesimo intento, ovvero quello di reagire e recuperare terreno nei confronti dell’ormai dilagante preponderanza dei sindacati di categoria, è da inquadrare anche l’intervento di Ig-Metall storica federazione sindacale che ha lanciato la proposta, fatta propria in questi giorni da Kurt Beck, di elevare il periodo di assegnazione dei contributi di disoccupazione agli over-50 da uno a due anni. Il sindacato onnicomprensivo, insomma, tenta di non morire e insegue sulla stessa pista i concorrenti. Si profila una bella lotta.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Stamattina mi leggevo tranquilla (si fa per dire) un articolo su Yahoo News riguardante la nuova impennata del barile. Essendo fonte Associated Press, l'articolo si trova, ripetuto tale e quale, per tutta la Rete.
Ad un certo punto leggo queste testuali parole:
Eventi geopolitici hanno influenzato le prime contrattazioni, con il petrolio in salita dopo che le truppe libanesi hanno fatto fuoco sull' Air Force israeliana. Un conflitto tra Israele e Libano non avrebbe molto impatto sui prezzi, ma...
Fermi un attimo: i soldati regolari libanesi hanno sparato agli aerei israeliani? Beh, questa è una notizia. Fammi vedere Google News Italia... niente. Allora Google News International? Niente. L'unica menzione, ripetuta infinite volte, è ancora il pezzo AP. Finalmente trovo un giornale turco che riporta la questione (sempre fonte AP), titolando Tensions in South Lebanon:
I soldati libanesi hanno aperto il fuoco con mitragliatrici e armi antiaeree montate su blindati, a due aerei che volavano ad est di Marjayoun.(...) Sono stati sparati 150 caricatori. Un ufficiale ha dichiarato inoltre che l'esercito "si è confrontato" con gli aerei israeliani, ma non ha fornito ulteriori dettagli. (...) Questa è la prima volta che l'esercito spara sugli aerei dal cessate il fuoco dell'agosto 2006.
Io non so se davvero tutto ciò faccia salire il barile. Ma diamine, a me pare che sia una notizia che merita di essere raccontata. O no?http://petrolio.blogosfere.it/
Stieg Larsson (1954-2004) era un giornalista esperto a livello mondiale di movimenti di estrema destra, collaboratore di diverse testate e dell’agenzia di stampa TT, corrispondente dall’Inghilterra, consulente del ministero di Giustizia, inviato per l’OSCE, ha lavorato anche come consulente di Scotland Yard. Nel 1995, dopo l’omicidio di cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra, fondò la rivista EXPO, con intenti antirazzisti.
Stieg Larsson riteneva di avere una missione: sempre impegnato in prima linea contro razzismo, antisemitismo, fascismo, movimenti nazionalisti, discriminazioni, abusi sulle donne, si identificava totalmente con il proprio lavoro.
Bersaglio di gruppi neonazisti, visse per anni protetto dalla polizia, costretto a tenere segreta la propria abitazione e a modificare quotidianamente i suoi tragitti.
Un autore che la critica svedese ha acclamato come una rivelazione, una voce veramente nuova, fuori dal coro, capace di rilanciare il genere rivelandone le nuove potenzialità, per doverlo subito piangere, perché morto improvvisamente per un attacco cardiaco, nel novembre 2004, poco prima dell’uscita in libreria del primo episodio della trilogia che aveva appena concluso.
Stieg Larsson, morendo, ha portato con sé molti segreti.
Amava il poliziesco anglosassone. A un giornale confidò: «Più che fare propaganda o tentare di fare letteratura classica, un poliziesco deve in primo luogo intrattenere il lettore. La narrativa di genere è tra le forme più popolari d’intrattenimento. E solo catturando completamente l’attenzione e la fiducia del lettore posso usarla per trasmettere un messaggio, ed è quello che voglio fare, naturalmente.» La televisione svedese SVT e la compagnia di produzione Yellow Bird (di cui è socio anche Henning Mankell) stanno lavorando a una serie televisiva tratta dai tre romanzi della Millennium Trilogy, oltre che a un film per il grande schermo ispirato al primo episodio della serie, Uomini che odiano le donne (in uscita italiana per i tipi Marsilio). La Millennium Trilogy di Stieg Larsson è una trilogia poliziesca dalla singolare storia editoriale: ha venduto 150.000 copie in meno di un mese dall’uscita e solo in patria ha ormai raggiunto 1.800.000 copie, facendo di Larsson l’autore di thriller attualmente più venduto in Svezia.
Clamoroso caso editoriale internazionale, tradotto in 20 paesi, Larsson ha già venduto tre milioni e mezzo di copie dei suoi romanzi in Europa: in Francia Uomini che odiano le donne, uscito in sordina, grazie a un inarrestabile passaparola ha raggiunto le 60.000 copie vendute; in Germania è stato il tascabile più venduto dell’anno; in Danimarca il terzo volume della trilogia, con 110.000 copie, è il libro con la più alta prima tiratura del paese dopo la Bibbia.
L'autointervista che segue è stata redatta poco prima della morte dell'autore.
La fondazione Expo
Expo è una fondazione per la ricerca con uno scopo molto semplice: difendere la democrazia e la libertà di parola contro i movimenti razzisti, antisemiti, di estrema destra e totalitari.
Expo è libera da legami con partiti politici. Nel lavoro della fondazione sono impegnate persone di estrazione molto diversa, dai giovani moderati agli ex comunisti.
Chi lavora a Expo deve lasciare il proprio bagaglio politico fuori dalla porta.
Il lavoro alla rivista Expo e le minacce
Abbiamo iniziato nel 1995 quando sette persone furono assassinate da un gruppo di neonazisti. All’inizio, in redazione c’erano alcuni ragazzi che per due anni hanno lavorato fino allo sfinimento. Io stavo su anche la notte cercando di mandare avanti le cose.
Non abbiamo avuto alcun sostegno e nel 1998 la rivista fu sospesa. Allora tre-cinque di noi erano ancora nel direttivo e abbiamo ricevuto l’incarico di ristrutturare l’attività e saldare i debiti. Ci siamo riorganizzati con un nuovo direttivo nel 2001.
Mi è capitato di ricevere minacce. Ma capita a tutti quelli che scrivono di questi movimenti.
Le minacce arrivano subito. Anche per i testi più “innocenti”. Se le minacce aumentano, telefoniamo alla polizia. Per esempio, qualcuno ha sparato alla finestra dell’ufficio di Kurdo Baksi, la tipografia è stata danneggiata da un gruppo di vandali e qualcuno ha assalito uno dei distributori di Expo. Ma siamo stati costretti a telefonare alla polizia soltanto in tre occasioni.
La Millennium Trilogy
Ho iniziato a scrivere nel 2001. All’inizio lo facevo per divertimento.
Era una vecchia idea degli anni Novanta. Io e Kenneth A dell’agenzia di stampa TT non avevamo molto da fare e così abbiamo iniziato a scrivere un testo sui vecchi Gemelli Detective, una serie per bambini degli anni Cinquanta. Era divertente e ci siamo detti che avremmo dovuto scrivere che ora avevano quarantacinque anni e che stavano affrontando il loro ultimo mistero. Così ebbe inizio la mia idea, ma subì dei cambiamenti. Cominciai a pensare a Pippi Calzelunghe. Come sarebbe stata oggi? Come sarebbe stata da adulta? Come l’avrebbero definita? Sociopatica? Donna-bambina? Pippi ha un’altra visione della società. La trasformai in Lisbeth Salander, venticinque anni, una ragazza completamente al di fuori della società. Non conosce nessuno, non ha alcuna capacità di socializzare.
Poi pensai che ci volesse un contrappeso per Lisbeth. E fu Mikael “Kalle” Blomkvist, un giornalista di quarantatré anni. Un “fratello in gamba” che lavora alla propria rivista, Millennium. L’azione si svolge intorno alla redazione della rivista. Ma anche intorno a Lisbeth, che non vive una vita molto attiva.
Le persone coinvolte sono molte, di tutti i tipi. Lavoro con tre gruppi distinti. Uno intorno a Millennium, che ha sei dipendenti. I personaggi secondari non entrano in scena soltanto per dire qualcosa. Agiscono e influenzano l’azione. Non è un universo chiuso.
Poi c’è il gruppo intorno alla Milton Security, una società di sicurezza diretta da un croato.
E poi c’è il corpo di polizia, attori che agiscono da soli.
Solo nel terzo romanzo tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto e si capisce quello che è successo. Ma si tratta anche di qualcos’altro. Nei romanzi gialli in genere non si vedono mai le conseguenze di quello che è successo in una storia precedente. Nei miei romanzi sì.
Scrivere romanzi gialli
È tutta la vita che leggo romanzi gialli. Alla TT scrivevo due colonne all’anno, una d’estate e una a Natale. Scrivevo sui cinque migliori romanzi del momento. Fra i quali Sara Paretsky, Val McDermid, Elisabeth George, Minette Walters. Strano, ma i romanzi che ho lanciato erano quasi tutti scritti da donne.
So quello che mi irritava dei romanzi gialli. Spesso i protagonisti non descrivono la società che li circonda.
Scrivo molto rapidamente. È facile scrivere romanzi gialli. È più difficile scrivere un articolo di 5000 caratteri che deve essere corretto al cento per cento. Non dobbiamo mai sbagliare a Expo, perché in quel caso possiamo essere attaccati dalla stampa avversa.
Scrivere un romanzo giallo significa scrivere qualcosa di divertente. Non è come scrivere propaganda o letteratura classica. I romanzi gialli sono fra i più popolari mezzi di intrattenimento che esistono. E se poi si cerca di inviare un messaggio... io lo faccio.http://www.carmillaonline.com/archives/2007/10/002418.html
La corte di giustizia europea cassa la legge che protegge il colosso automobilistico tedesco
In questi giorni di intenso lavoro sono contento che Germanynews abbia già dato la notizia e spiegato il nocciolo della questione, così io mi posso riservare solo qualche commento veloce.
La cosiddetta legge Volkswagen (VW-Gesetz) venne emanata nel 1960 per porre fine in realtà alla turbolenta contesa sorta dopo la seconda guerra mondiale fra lo stato federale, il Land di competenza (la Bassa Sassonia), e i sindacati, dal cui scioglimento forzato durante il nazionalsocialismo era venuta una buona parte dei mezzi finanziari che erano serviti a far crescere l'azienda al tempo di proprietà statale. Al paragrafo 2 di questa legge si stabilisce la famosa clausola del 20%, già illustrata da Germanynews. A questo punto è interessante notare come la legge avrebbe dovuto proteggere la Volkswagen dall'acquisizione da parte di investitori stranieri. Ora, invece, la Volkswagen verrà acquisita da Porsche, che negli ultimi mesi, prevedendo la sentenza della corte europea, aveva già provveduto a comprare grosse quantità di azioni della VW. Con questo pronunciamento da Bruxelles l'11% di azioni "inutili" di Porsche (31%, di cui appunto finora solo il 20% con diritto di voto e rappresentanza) acquistano enormemente di valore. E ora che sono stati rimossi tutti gli ostacoli, sembra che la piccola Porsche voglia prendersi tutta la grande Vokswagen. Vi immaginate la Ferrari che si compra la FIAT?http://1poddanubio.blogspot.com/
Fumo dalla cenere. E' in corso da qualche settimana una macabra danza intorno al corpo agonizzante del popolo birmano. Cominciata con la stretta di mano di Gambari alla triade in uniforme e proseguita con un'abile campagna propagandistica volta a promuovere l'immagine di un regime "aperto al dialogo", la messinscena della giunta (ex socialista, ora nichilista, mai comunista, se i termini hanno ancora un senso) ha trovato negli ultimi giorni altri due protagonisti involontari. Il primo è Paulo Sergio Pinheiro, prossimo candidato al ruolo di marionetta nel tour guidato alla scoperta delle meraviglie birmane (lui non sta più nella pelle), la seconda è purtroppo Aung San Suu Kyi il cui potenziale redentore i generali hanno recentemente scoperto e alla quale hanno nuovamente regalato un'ora d'aria per la foto di domani insieme al vice-ministro del lavoro nonché rappresentante speciale: una pedina illustre da spostare a piacimento nello scacchiere della repressione e dell'inganno. Puntando sulla parola d'ordine della riconciliazione nazionale la diplomazia gioca ancora una volta a favore della dittatura, accreditandola come interlocutore legittimo in un dialogo inesistente e contribuendo ad attutire l'eco del recente massacro: invece l'obiettivo vero non dovrebbe essere un avvicinamento impossibile tra vittime e carnefici ma la fine di decenni di oppressione e sottosviluppo. Troppo difficile in un mondo in cui per agire contro un crimine di stato devi chiedere il permesso alla Cina.http://1972.splinder.com/
ONG francesi denunciano Donald Rumsfeld per crimini contro l'umanità
Quattro organizzazioni per i diritti umani americane ed europee hanno presentato una denuncia per crimini contro l'umanità contro l'ex-ministro della difesa statunitense Donald Rumsfeld, che si trova al momento in Francia. La documentazione presentata al tribunale francese, che la esaminerà entro la prossima settimana, concerne le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib e nel campo di concentramento di Guantanamo a Cuba.
Le quattro ONG, le francesi 'Lega francese per i diritti umani' (LDH) e 'Federazione internazionale delle leghe per i diritti umani' (FIDH), la statunitense 'Centro per i diritti costituzionali' (CCR) e la tedesca 'Centro europeo per i diritti umani e costituzionali (ECCHR) sostengono che per i casi di lesa umanità vige una giurisdizione universale che obbliga i tribunali francesi ad agire anche contro i cittadini stranieri, secondo quanto previsto dalla Convenzione contro la tortura del 1984.
"Rumsfeld -ha dichiarato il portavoce delle quattro ONG- deve sapere che è un nemico dell'umanità e che per un torturatore non c'è un posto dove nascondersi nel mondo per sfuggire alla giustizia".http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/ong-francesi-denunciano-donald-rumsfeld-per-crimini-contro-l-umanita-1400.asp
Nella città che tutto divora, tutto distrugge, tutto reinventa e ricostruisce, ogni tanto capita che il meccanismo s'inceppi. E da qualche tempo Berlino prova a sedimentare anche un po' di memoria, un po' di passato. Così la prevista chiusura del terzo aeroporto cittadino, quello di Tempelhof, in favore del nuovo mega-aeroporto internazionale di Berlin-Brandenburg (BBI), ha scatenato una serie di reazioni a catena che hanno finora dilazionato il provvedimento. Tempelhof incarna la storia civile e militare dell'aviazione berlinese. Lo spazio nacque come campo di parata, poi all'inizio del secolo scorso cominciò ad essere utilizzato come campo di volo. Divenne ufficialmente aeroporto negli anni Venti: la Lufthansa venne fondata nel 1926 proprio a Tempelhof. Nel decennio successivo il piano urbanistico di Albert Speer ne prevedette l'ampliamento. I lavori furono eseguiti dal professor Ernst Sagebiel dal 1936 al 1941. Ma la sua fama resta legata al ponte aereo americano, che tra il 1948 e il 1949 fece fallire il blocco sovietico di Berlino rendendo il nome dell'aeroporto famoso in tutto il mondo. Contro la chiusura si sono schierate le compagnie aeree che ancora realizzano voli da Tempelhof (piccole compagnie per voli interni, alcune low cost, aerotaxi, la pista troppo corta non consente decolli e atterraggi di aerei intercontinentali), che si erano dette disposte a gestire in proprio lo scalo. A scendere sul terreno legale è stata la Icat (Interessengemeinschaft City Airport Tempelhof), un'associazione che raccoglie milleduecento membri e che ha avviato le procedure per indire un referendum popolare. Non la faccio troppo lunga: adesso siamo al punto che ci vogliono 170mila firme entro il 14 febbraio 2008. Nei primi 9 giorni di sottoscrizione, si è arrivati a quasi 30mila firme, il che lascia sperare che il tetto possa essere abbondantemente superato. E che saranno i cittadini di Berlino, e non i politici, a decidere se chiudere o meno un pezzo di storia che potrebbe ancora funzionare.http://walkingclass.blogspot.com/
11 settembre : Il NIST è stufo di sentirsi in colpa
Ricordate – visivamente, intendo – il crollo delle Torri Gemelle, avvenuto a New York l’11 di settembre 2001? Di fatto, si è trattato di crolli assolutamente anomali nell’intera storia dell’architettura moderna: non si erano mai visti, infatti, edifici in grado di autodistruggersi in quel modo - dall’ultimo al primo piano, quasi integralmente - grazie alla sola energia gravitazionale.
Senza bisogno di essere laureati in nulla, la nostra esperienza quotidiana ci dice che qualunque oggetto si abbatta su un oggetto sottostante, (a meno che sia dieci volte più grande) lo distrugge fino a un certo punto, e basta.
Se un signore cammina per strada, e gli casca in testa un vaso di fiori, questo gli romperà il cranio, e forse la prima, o anche la seconda, o forse pure la terza vertebra. Ma prima o poi, lungo la verticale, quell’impatto sarà stato assorbito per intero dal corpo del malcapitato, che si abbatterà a terra ululante. Non vedremo mai quella spina dorsale “attivarsi” verso il basso, distruggendo a sua volta tutte le vertebre sottostanti, a catena, fino a polverizzare l’osso sacro, proseguire distruggendo il bacino, e facendo a pezzi femori rotule e tibie varie, per lasciare infine sul selciato solo un paio di caviglie a cielo aperto. (“Di chi sono quei piedi lì?” “Del Signor Rossi. Pensa, poveraccio, stava passeggiando tranquillamente, quando gli è caduto in testa un vaso di fiori e si è autodistrutto completamente.”)
Battute a parte, questo è più o meno quello che è successo alle Torri Gemelle. Il blocco superiore – rispetto al livello d’impatto degli aerei - a un certo punto è crollato sul resto della Torre, ...
... mettendo in moto un effetto domino verso il basso che ha distrutto i due edifici praticamente per intero.
Ma la parte inferiore delle Torri (più di 70 piani per la Torre 2, e più di 80 per la Torre 1) era rimasta sostanzialmente integra dopo gli impatti e i conseguenti incendi.
Perchè quindi la parte inferiore delle Torri non ha progressivamente assorbito – come ci si aspetterebbe dalla schiena del Signor Rossi – l’impatto della parte superiore, arrestandone ad un certo punto la caduta? Potevano cedere dieci, quindici, o anche trenta piani, ma prima o poi la cosa doveva arrestarsi. A osservarlo invece sembrava quasi che il meccanismo avrebbe potuto proseguire inalterato per centinaia e centinaia di piani. C’è chi ha notato addirittura che verso la fine accelerava.
La domanda, in realtà, deve essere molto meno stupida di quello che può apparire, visto che il National Institute Of Standards and Technology - il glorioso NIST di tante discussioni sul 9/11 – ha ufficialmente riconosciuto di non avere una spiegazione valida per il completo collasso delle Torri Gemelle.
Il documento in questione, datato 27 settembre 2007, è nato in risposta ad una richiesta ufficiale di “correzioni” da apportare al noto rapporto del NIST sul crollo delle Torri Gemelle, pubblicato in forma definitiva nel 2006. La richiesta è stata avanzata da parte di un gruppo di ricercatori e scienziati – fra cui l’inossidabile Steven Jones – “in nome della correttezza dell’informazione”.
Con giusto orgoglio, il NIST “non ha ritenuto” di dover apportare grandi modifiche, ma di fronte alla precisa richiesta di spiegare proprio ciò di cui parlavamo sopra (la capacità di assorbimento del corpo “sano” delle Torri rispetto all’energia gravitazionle del bocco in caduta), ha riconosciuto di non essersi assolutamente occupato della dinamica complessiva del crollo, limitandosi ad ipotizzare ciò che gli avrebbe dato inizio. (Attenzione a quel “dato inizio”. Ne parliamo dopo).
Al punto (1) si richiedeva documentazione “trasparente” rispetto all’energia potenziale rilasciata dalle torri in caduta, e sulla capacità di assorbimento della parte rimanente, mentre al punto (2) si chiedeva di “rivedere la sezione del rapporto se il NIST avesse trovato che la capacità di assorbimento della parte di struttura intatta al di sotto della zona del crollo fosse risultata maggiore dell’energia rilasciata dai piani in caduta”. Vaso, cranio, spina dorsale.
Al primo punto, il NIST ha risposto (A) di non aver analizzato i crolli delle torri per intero, ma di aver portato le analisi solo fino al momento di inizio dei crolli.
Pensate: avevamo un’occasione d’oro per derimere una volta per tutte questa maledetta querelle sui crolli delle Torri, ma i tecnici del prestigiso istituto americano hanno preferito lasciarci per sempre nel dubbio.
Ma come giustifica il NIST questa clamorosa “leggerezza” nella propria indagine? Il documento spiega disinvoltamente che (B) “una volta che il crollo è iniziato, è evidente dagli elementi a disposizione che l’edificio non è stato in grado di resistere alla massa in caduta dei piani superiori delle Torri. “
In altre parole, è crollato perchè è evidente che non ha retto. Come metodo scientifico è tutto da raccomandare.
Ma attenzione, questa curiosa “negligenza” contiene anche un perfido “trucchetto” linguistico, in grado di ingannare anche i più esperti in materia: in realtà noi abbiamo di fronte DUE fasi del crollo nettamente separate: una è il cedimento delle strutture “ferite” direttamente da impatti e incendi (il blocco superiore di ciascuna Torre). L’altra è il totale collasso della parte restante - quella sana - della struttura.
Non si tratta quindi di un crollo unico, analizzato “solo” nella sua parte iniziale, ma di due eventi ben distinti e separati, che necessitano ciascuno di spiegazioni indipendenti. Parlando invece di “parte iniziale del crollo”, si dà l’impressione che si tratti di un evento unico, analizzato solo “fino a un certo punto”, che sarebbe poi proseguito come conseguenza naturale del proprio inizio. (Come se fosse una valanga, che dopo aver iniziato a rotolare “travolse ovviamente tutta la vallata”. Ma non è così).
In effetti, avevamo già notato una curiosa “sbigratività” al riguardo, nella pagina riassuntiva che il NIST dedicava alla sua analisi del crollo delle Torri Gemelle.
Gli elementi specifici nelle sequenze dei crolli che riguardano ambedue le Torri (nel dettaglio, le due sequenze differiscono) sono:
* Ciascun aereo ha tranciato delle colonne perimetrali, danneggiato le colonne di supporto centrali, e distaccato la protezione antincendio dell'acciao nel momento in cui gli aerei penetravano. Il peso sopportato dalle colonne tranciate è stato redistribuito su altre colonne.
* Ne sono quindi nati degli incendi, causati inizialmente dal combustibile degli aerei, ma che sono stati alimentati per la maggior parte dai contenuti dell'edificio e dal ricambio di aria che è derivato dai muri lacerati e dalle finestre rotte dal fuoco.
* Questi incendi, unitamente alla rimozione della protezione antincendio, sono stati responsabili per una serie di eventi concatenati nella quale la struttura centrale dell'edificio si è indebolita e ha iniziato a perdere la sua capacità di sopportare i carichi.
* I pavimenti si sono indeboliti e deformati a causa degli incendi, tirando verso l'interno le colonne perimetrali [a cui sono agganciati - n.d.t.].
* Le deformazione dei pavimenti e l'esposizione alle alte temperature ha fatto piegare verso l'interno e oscillare le colonne perimetrali - un fenomeno che si è esteso alle facciate degli edifici.
* I crolli sono quindi conseguiti.
Già allora “i crolli sono quindi conseguiti” lasciava leggermente a desiderare come spiegazione complessiva. Ora l’imbarazzo per quella “lacuna” è diventato una ammissione ufficiale di negligenza, che resta davvero difficile da spiegare.
Per quel che riguarda la risposta al terzo punto - la possibile presenza di esplosivi nelle Torri Gemelle -la risposta del NIST è talmente “preconfezionata” da commentarsi da sola: “Il NIST non ha trovato prove - dice il documento - a supporto del fatto che siano stati usati esplosivi per abbattere le Torri”.
Sappiamo tutti che le prove basta non cercarle, o cercarle nel posto sbagliato, e stai tranquillo che “non le trovi” di sicuro.
A questo punto resta solo da domandarsi perchè mai il NIST non abbia ancora intrapreso una analisi esaustiva del crollo del WTC7. Forse sono stufi di prendersi colpe - e patate bollenti - che di certo non hanno messo loro in forno?
CILE
INCONTRO CON LA BACHELET, PRESIDENTESSA IN UN PAESE MOLTO MASCHILISTA LA FORZA GENTILE DEL DOTTOR MICHELLE
«Le donne sanno coniugare attenzione alle persone e risanamento economico». E poi: «Il ruolo della Chiesa è prezioso, da noi e da voi».
Bella e solare, appassionata e sensibile, Michelle Bachelet è una di quelle donne che ti fanno ritrovare l’orgoglio di appartenere al genere femminile, anche se tu sei una donna normale e lei è la presidenta del Cile. Quando frequentava il liceo, cantava i Beatles in una band di ragazze, era brava a scuola e amava molto la politica. Una passione che l’ha portata a insediarsi alla Moneda nel 2006 come prima donna presidente del Cile, dopo essere stata ministro della Difesa.
La sua storia ha impressionato il mondo: medico, figlia di un generale morto in carcere dopo il golpe del 1973, fu a sua volta rinchiusa con la madre a Villa Grimaldi, carcere della polizia segreta del regime. È il 10 gennaio del 1975. Liberate alla fine del mese, le due donne vanno in esilio in Australia, poi in Germania Est, dove Michelle prosegue gli studi. Torna in Cile nel 1979, nel 1982 ottiene il diploma di chirurgo, ma non avrà un posto in un ospedale pubblico "per motivi politici". Grazie a una borsa di studio si specializza in pediatria e salute pubblica e lavora per un’organizzazione non governativa che sostiene i figli delle vittime della dittatura.
Dopo la transizione democratica (1990), si impegna a fondo come medico della mutua, membro della Commissione nazionale per la lotta all’Aids e consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Non tralascia di studiare strategia militare a Santiago e a Washington, dato che ritiene che il Partito socialista, in cui milita, trascuri indebitamente la questione. Nel 2000 il presidente Lagos la chiama al Governo affidandole il ministero della Sanità e una riforma profonda del settore. Nel 2002 diventa la prima donna ministro della Difesa dell’America latina. In occasione del 30° anniversario del golpe si fa promotrice di una riconciliazione tra esercito e società civile. Single e madre di tre figli, la Bachelet è diventata il simbolo del difficile cammino di riconciliazione del Cile, ancora diviso tra sostenitori e vittime di Augusto Pinochet.
Il suo desiderio di riconciliazione, la sua volontà di essere presidente di tutti i cileni non può essere discussa: a Santiago, tra i ministri, c’è il figlio del presidente uscente Ricardo Lagos al posto di segretario generale del Governo. Ha detto, nella biografia Michelle Bachelet, Una nuova speranza (lunga intervista di Subercaseaux e Sierra, Tea): «Sbagliano coloro che credono che riscattare la memoria possa dividerci. Al contrario, conoscendo e capendo quello che ci è successo, potremo meglio lottare perché non succeda di nuovo. Come Paese dobbiamo imparare dal passato, per non commettere gli stessi errori».
Nel suo Governo ci sono 10 donne ministre e 10 signori ministri. Aveva promesso di aiutare a migliorare lo status delle donne in Cile, considerato un Paese molto sessista.
Alle femministe più accanite che in quei giorni le avevano chiesto se le donne in politica agissero diversamente dagli uomini, lei equilibrata aveva risposto: «non è una questione di sesso. Ci sono molte donne che lavorano in modo molto tradizionale in politica, come per esempio Margaret Thatcher».
La base di uno Stato sociale
Ma nello stesso tempo non smette di rivendicare, ancora oggi, qui in Italia, a Siena, dove l’abbiamo incontrata, in occasione della consegna di una Laurea ad honorem in Medicina e Chirurgia, di rimarcare il suo essere donna: «Noi donne siamo capaci da una parte di pensare al Paese, a un progetto a favore della nazione, però non tralasciamo i dettagli. Vogliamo che l’economia cresca, ma vogliamo anche un Paese più solidale».
E nello specifico, a proposito di Sanità, Michelle Bachelet ha aggiunto che «la Sanità pubblica è la base di uno Stato sociale, democratico e di diritto, e che quindi occorre farci carico di eliminare o diminuire le disuguaglianze e migliorare la qualità dell’educazione e dell’istruzione». Tutto questo è tutt’altro che semplice, ovviamente.
«C’è molto da fare per conciliare il welfare e il sistema liberista. In questo senso, e lo dico soprattutto qui a Siena, a Santa Maria della Scala (ospedale sorto sulla via Francigena, proprio di fronte alla cattedrale, uno dei primi esempi europei di ricovero e ospedale, con una propria organizzazione autonoma e articolata per accogliere i pellegrini e sostenere i poveri e i fanciulli abbandonati, ndr.), mi piace sottolineare come, nelle difficoltà, la Chiesa sia da sempre attenta ai diritti sociali e quanto la sua volontà di supplenza sia indispensabile. In Italia come in Cile».
RIMESSE DEI MIGRANTI PER LO SVILUPPO E CONTRO I PROTEZIONISMI
“Il protezionismo agricolo attuato da tutti i paesi ricchi, con le uniche eccezioni di Australia e Nuova Zelanda, è una delle cause principali delle ondate migratorie che spingono milioni di persone del Sud del mondo a lasciare i loro paesi”: Kevin Cleaver, presidente aggiunto del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), a Roma per presentare le anticipazioni di un rapporto di prossima pubblicazione sulle rimesse dei migranti, punta il dito su una questione spesso passata sotto tono, che pure pesa enormemente sulla bilancia delle cause della migrazione. “Gli agricoltori del Senegal – dice, facendo un esempio – non possono accedere ai ricchi mercati europei, giapponesi, americani perché in quei paesi esistono sussidi alla produzione locale e barriere doganali che rendono proibitivo l’ingresso di qualunque merce prodotta all’estero”. Per il Senegal diventa allora più facile e anche necessario esportare mano d’opera; e quella stessa mano d’opera con le sue rimesse contribuirà poi a generare ricchezza nel paese di origine. Una ricchezza che l’Ifad ha per la prima volta calcolato, in questo rapporto, tenendo conto del sommerso, di quanto viene spedito dai migranti usando canali informali. “Il risultato – sottolinea Cleaver – è abbastanza significativo: ogni anno 150 milioni di migranti inviano a casa tra il 10 e il 20% dei loro guadagni, ovvero 208 miliardi di euro; una cifra che è il triplo di quella offerta ai paesi in via di sviluppo da altri stati e istituzioni internazionali”. Il futuro del Sud del mondo, secondo il rappresentante dell’Ifad, può dunque passare per le mani degli stessi migranti: “Le loro rimesse attualmente coprono per l’80-90% i bisogni delle famiglie di provenienza; il resto costituisce investimenti. La sfida è quella di aumentare la parte dedicata agli investimenti perché rappresenta un vero e concreto aiuto allo sviluppo”. Per far sì che ciò diventi realtà, i paesi più poveri devono fare affidamento sulle loro stesse capacità, senza aspettare improbabili aiuti dal Nord; una strada che il Messico ha intrapreso cercando di favorire il microcredito e di incanalare con incentivi una parte delle rimesse verso investimenti diretti a creare realtà produttive. Resta, soprattutto per quanto riguarda l’Africa, il problema delle commissioni: chi invia i soldi a casa, deve in genere pagare una commissione che varia a seconda del paese dal 2 all’8%; questi indici – bassi rispetto ai tassi applicati fino a dieci anni fa – salgono, e salgono anche i rischi, nel caso di trasferimenti informali (chi invia soldi tramite un conoscente o per posta). Ed è l’Africa a pagare i costi più alti in termini economici e umani: “Gli africani – conclude Cleaver - sono in media i lavoratori retribuiti peggio, quelli che impiegano più tempo per risparmiare, ma sono anche quelli costretti a pagare le commissioni più alte per far arrivare le rimesse ai loro parenti”. http://www.misna.org/
Un reportage tra i bosniaci che vivono in Albania. Li chiamano i muhaxhir, che in turco significa profughi. Si tratta di famiglie venute dalla Bosnia Erzegovina cento anni fa e stabilitesi in due villaggi, Boraka e Koxhas, dove risiedono circa 3000 persone. Nostra traduzione
Di Fatos Baxhaku, Gazeta Shqip 7 ottobre 2007 (tit. orig. Me boshnjakwt e Shqipwrisw)
Traduzione per Osservatorio Balcani: Marjola Rukaj
Morbide colline scendono fino al caos dell’autostrada Durrazzo-Tirana. Ai loro piedi, dall’altra parte della strada c’è Shijak. Il baccano che predomina in basso, si spegne a poco a poco salendo per le colline. Qui si trovano due villaggi Boraka e Koxhas. Gli abitanti dicono che in entrambi i villaggi abitano 3000 persone. Se per caso vi trovate da queste parti, tra le viuzze regolari, tra le case circondante da verdi cortili fioriti, vi stupirà la lingua con cui si salutano tra di loro le persone del posto. A volte vi capiterà anche di sentire una lingua fatta di un misto tra una lingua slava e un dialetto dell’Albania centrale, però nei cortili, nei campi, nei caffè e ovunque si sente solo una lingua: la lingua bosniaca. Boraka e Koxhas sono infatti due villaggi di muhaxhir bosniaci che si sono stabiliti da queste parti più di 100 anni fa. Gli albanesi da tempo li chiamano i muhaxhir, che in lingua turca significa profughi.
Nella piccola Bosnia d’Albania, ci accompagnerà Lutfi Duka, “In realtà il mio cognome è Dukaliq, però nei documenti da tempo è rimasto Duka”. La famiglia di Lutfi è arrivata da una cittadina nei pressi di Mostar, che porta il curioso nome di Caplin. Lutfi è vicepresidente dell’associazione “Zambaku”, il giglio, il simbolo di questa comunità, che cerca di mantenere i contatti con la Bosnia e che mira a tramandare la lingua bosniaca presso i propri giovani.
Storie antiche
Nel luglio 1878, l’Impero austro-ungarico raggiunse il suo vecchio obiettivo, impossessandosi della Bosnia Erzegovina, abitata anche da slavi islamizzati. Il congresso di Berlino, che gli albanesi conoscono come il momento in cui i territori albanesi incominciano a frammentarsi, e per lo storico detto di Bismarck “L’Albania non è che un’espressione geografica”, sancì anche il passaggio di questi territori al dominio di Vienna. Per i bosniaci incominciò un periodo travagliato. Erano musulmani sotto un imperatore cattolico. Nel XIX secolo la religione era un indicatore molto importante nell’Impero Ottomano. Spesso prevaleva sull’etnia o sulla nazionalità. Poi tutti gli equilibri immutati per secoli saranno compromessi e in nome delle riforme, avrà inizio un periodo di denazionalizzazione. Molti di loro si sentirono minacciati sin dall’inizio e pensarono di emigrare altrove. Secondo i dati dell’associazione “Zambak” le prime ondate dei muhaxhir, che fuggivano agli shvabi – come chiamavano all’epoca gli austro-ungarici – risalgono al 1878, e pare che siano continuate fino al 1897. Più di 159 mila bosniaci lasciarono la propria terra per stabilirsi in Macedonia, Kosovo, Albania e Turchia. In quei tempi la Bosnia aveva poco più di 600.000 abitanti.
Si può immaginare come si imbarcavano a Cattaro, senza sapere neanche dove andassero. Lasciarono la propria terra con le poche cose che potevano portare con sé. Alcuni anziani dicono che si trattò semplicemente di un’avaria nella nave che fece sì che i bosniaci d’Albania mettessero piede per la prima volta su questa terra. Altri dicono che alcune famiglie sempre della regione di Mostar, avevano deciso di stabilirsi nelle colline vicino a Durazzo, per vari motivi. I primi bosniaci arrivati da queste parti si stabilirono inizialmente vicino alla palude e in seguito iniziarono a popolare le colline dove si trovano tuttora. I boschi, le terre incolte, iniziarono a diventare campi coltivati e i bosniaci ritrovarono la loro vecchia passione: la laboriosità.
Gli albanesi, che li accolsero bene sin dall’inizio, erano affascinati da questi uomini corpulenti, robusti, dalla carnagione chiara, che lavoravano duro dalla mattina alla sera, e dopo si mettevano a intonare delle canzoni malinconiche in una lingua straniera. I muhaxhir insegnarono agli abitanti del posto anche tecniche agricole che migliorarono i raccolti. Dalla Bosnia continuavano ad arrivare altre famiglie e molte ragazze di Mostar sposarono ragazzi bosniaci di Boraka e di Koxhas. I bosniaci diventarono presto parte della vita degli albanesi. Molti di loro si trovarono in prima linea nelle vicende turbolente dell’Albania centrale all’inizio del XX secolo. Dicono che con gli albanesi andava tutto bene. Nel 1936, un ragazzo dei Baçiq ruppe per primo il ghiaccio sposando una ragazza albanese. Da allora questo è diventato normale. Le mogli albanesi imparavano il bosniaco in brevissimo tempo. “Altrimenti come facevano a capirsi con il marito, e i parenti?” dicono i bosniaci sorridenti.
Addii e reincontri
Le storie dei Bosniaci di Boraka e di Koxhas sono piene di due parole: addii e reincontri. Addii dagli occhi lacrimanti e reincontri commoventi. Lutfi, il nostro accompagnatore ci racconta la storia della sua famiglia. “La mia famiglia, mio nonno, mio padre e due zii, si stabilirono a Koxhas tanto tempo fa – racconta mentre guarda verso il villaggio – erano di Caplin. Dopo essersi trasferito qui, mio nonno sposò una ragazza dei Sabliqi, un’altra famiglia bosniaca. Ebbero due figli, Ali e Halil. Ma per le dure condizioni di vita, mia nonna morì e il nonno andò in Bosnia a risposarsi e non ritornò più in Albania. Mio padre per parecchio tempo ha pensato che fosse suo padre quello che in realtà era suo zio. Solo nel 1987 il nonno si rifece vivo con i figli che aveva lasciato qua. Aveva avuto un figlio che era morto nella Seconda Guerra Mondiale. Mi ricordo quando venne qui da noi. Dell’albanese ricordava solo qualche parola, bukë, djath (pane, formaggio)… Nel 1981 fu mio padre ad andare in Bosnia. E’ morto a 106 anni. Era tra gli ultimi che ricordava bene come siamo arrivati noi, qui.”
Lutfi tace per un po’. Sembra prendersi tempo per ordinare i ricordi. “Dopo nel 1990 – continua – io e mia madre che è di Scutari, siamo andati in Bosnia a vedere i nostri cugini. Ero molto intimidito perché non sapevo se potevo parlare come si deve la nostra lingua che parlavamo in casa e ovunque ma che non avevamo mai studiato e scritto. Ma mi è passato subito. Ci hanno accolto benissimo e quei giorni in Bosnia tra la nostra gente sono volati in un batter d’occhio. Abbiamo anche dovuto posticipare la partenza perché una nostra parente si era offesa perché non avevamo programmato di andare anche da lei. E’ stata un’accoglienza che ricorderò per tutta la vita”. Poi Lutfi ci racconta dell’incontro con Alija Izetbegovic nel 1998, quando sette bosniaci albanesi sono andati a trovarlo a Sarajevo. “Trovava incredibile che avessimo conservato la lingua e l’identità bosniaca dopo tanto tempo”.
Le ombre del massacro
A casa dei Klariq, regna il silenzio, ma basta bussare alla porta per sentirsi il famoso invito: Hajde bujrum! E’ l’ora di pranzo e non vogliamo disturbare il vecchio Ramadan Klariq, 84 anni. “Non vi preoccupate dice, noi non abbiamo orari di ricevimento per gli amici”, ci accoglie all’entrata della casa. Ramë Klariq era un agricoltore come la maggior parte dei suoi connazionali del villaggio. Ma non sembra insoddisfatto della propria vita da agricoltore. “Il lavoro ci ha fatto andare avanti. Noi da queste parti anche quando abbiamo avuto grossi affanni non abbiamo mai trascurato il lavoro.” La storia dei Klariq è simile a quelle di altre famiglie del villaggio, la stessa nave che non si sa perché fu ancorata a Durazzo, le stesse peripezie dei primi tempi nelle capanne fatte di alberi tagliati, lo stesso sforzo immane per procurarsi la terra nei colli intorno.
Mentre prendiamo il caffè, la conversazione va da sé verso i dolori più recenti che hanno afflitto la loro terra d’origine. “All’inizio non potevamo crederci. Non potevamo credere che la follia e l’odio potessero spingersi fino a questo punto. La nostra gente aveva convissuto in pace sia con i serbi sia con i croati. Era evidente quando siamo andati a trovarli prima degli anni ’90 in Bosnia. Avevano persino amicizie di lunga data e rapporti reciproci. Avevamo anche incontrato molti di loro. All’improvviso tutto è cambiato”. Lutfi sospira esprimendo la sua impotenza ad afferrare i meccanismi sinistri che hanno trasformato in inferno la sua terra.
Lutfi inizia a menzionare i cugini che sono rimasti vittime del lungo conflitto. “Un mio cugino dei Sinjari è morto in guerra, un mio cugino dei Meshiq è stato deportato in un campo di concentramento. Prima era un omone gigantesco di 126 chili poi quando è uscito dal campo si era ridotto ad un pugno di ossa, pesava solo 46 chili. I familiari lo hanno riconosciuto a stento. Quando abbiamo visto che la situazione stava diventando sempre più critica, li abbiamo invitati a venire qua da noi, ma non hanno potuto lasciare il paese. Sono rimasti lì per tutta la durata di quella follia sanguinaria. Noi non sapevamo come aiutarli, eravamo tutti inchiodati davanti alla televisione. E’ stato un periodo tragico”.
Dai Kapitanoviq
Abdulla Kapedani è un professore di agraria molto conosciuto. Da anni ha lasciato Tirana preferendo vivere nella terra in cui si sono stabiliti i suoi antenati, nel lontano 1875. Il nonno del professore si stabilì in questa terra insieme a due fratelli e una sorella. Anche per i Kapetanoviq era incominciata l’avventura albanese. Hanno fatto parte della storia che li ha legati con la gente del posto con cui non hanno mai avuto alcun problema di convivenza. Il professore è uno dei numerosi bosniaci altamente istruiti che oggi svolgono le proprie attività sparsi in tutta l’Albania. Sono in molti gli insegnati, i giornalisti, gli sportivi e gli artisti rinomati che da questi villaggi hanno fatto molta strada. Ma sembra che l’agricoltura sia stata la loro prima occupazione.
In questo villaggio si ricordano ancora di una donna che aveva lasciato a bocca aperta alcuni esperti bulgari con le sue profonde conoscenze sull’elaborazione del tabacco. Quando hanno lasciato la Bosnia hanno portato con sé un’antica tradizione bosniaca. Si dice che in Bosnia questo non si sappia più, ma a Boraka la tradizione continua. Si dice che uno dei bulgari abbia detto all’agricoltrice Hava Kapetanoviq: “Tu devi essere bosniaca, non è possibile che si conosca qua questa tecnica!”. In tutta l’Albania poi è famosa la varietà dei pomodori di Koxhas che viene tuttora coltivata in questa terra.
Il professore ci accoglie all’entrata del suo giardino ben tenuto. E’ un tipico bosniaco di queste parti, dalla corporatura robusta, dai capelli ormai bianchi e gli occhi chiari che gli brillano attraverso gli occhiali. Si saluta con il nostro accompagnatore in bosniaco e ci invita tra le piante in fiore del suo giardino. I fiori sono un altro amore per cui i bosniaci sono conosciuti in Albania, si trovano dappertutto in questo villaggio come se facessero anch’essi parte di questa minoranza.
La famiglia del professore era originaria di Pocitelj sempre nei pressi di Mostar. Il nonno morì nella guerra di Scutari nel 1913. “Nel 1936 mio padre sposò mia madre che era venuta per lui dalla Bosnia. Ebbero sette figli. Lei ci trasmise la lingua e le tradizioni e anche l’amore per i fiori. Io iniziai a imparare l’albanese solo quando iniziai ad andare a scuola. Fino alla prima elementare non sapevo neanche una parola in albanese. Poi ho trascorso una vita normale come tutti i bambini albanesi. Ma non ho mai abbandonato né la lingua né il ricordo dell’identità, della nostra origine comune in questo villaggio.” La casa del professore è piena di oggetti che fanno pensare alla Bosnia. Una grande bandiera della Bosnia Erzegovina sulla parete di fronte a noi, poi quadri, tantissimi quadri, Pocitelj, Mostar, moschee, castelli, viuzze antiche. Sembra che non siamo più a Shijak ma da qualche parte nelle vicinanze di Mostar.
“Nel 1990 sono andato per la prima volta in Bosnia. Ci sono rimasto per tre mesi. Ho ancora dei cugini da parte di mia madre, e anche da parte di mio padre, dei Kapitanoviq.” Ci mostra un album di fotografie mentre ha l’aria pensierosa. “Quando è incominciata la guerra in Bosnia sono stato letteralmente per tre anni con il fiato sospeso. Tutta la mia famiglia di là ha patito gravemente quella dannata guerra.” Dice mentre riesce a malapena a trattenere le lacrime.
I giovani bosniaci
Nella famiglia degli Cigiq, ci accolgono molto amichevolmente. Avevamo conosciuto questa famiglia anni fa. I Cigiq sono conosciuti per aver accolto e ospitato molti bosniaci durante la guerra in Bosnia. In casa sono allegri, anche perché Astrit, uno dei loro figli che vive e lavora in Italia è tornato per qualche giorno a casa. Astrit non sembra avere molta voglia di raccontarci di come ha aiutato tanti suoi connazionali che fuggivano dalla guerra. “Non abbiamo fatto niente di straordinario – dice - io all’epoca lavoravo a Tirana, dove vivono molti bosniaci che vi si sono trasferiti da molto tempo. Così ho avuto modo di vedere i bosniaci che venivano dalla Bosnia senza sapere dove andare. I primi che ho incontrato erano due ragazzi che sono venuti nel 1992, poi sono venuti anche molti altri. C’è stata anche gente di Srebrenica. Erano tutti disorientati. Una coppia l’ho conosciuta per caso a Tirana. Poi sono partiti per la Svezia dove avevano famiglia. Ma come noi c’erano anche molte altre famiglie in questo villaggio.”
In casa ci sono le nuore e nipoti, mentre la nonna della casa prepara il burek, tipico dei bosniaci. Agim Faja, un famoso pittore di Shijak scriveva nelle sue memorie di come fosse rimasto affascinato da questo burek, la prima volta che l’aveva mangiato. “Volevo sempre quello che preparavano nelle case bosniache, solo le donne bosniache sanno prepararlo come si deve”. Vicino al nonno c’è anche il nipote, Amel, che quando gli chiediamo che classe fa ci risponde nella propria lingua, ma poi si corregge in albanese, “faccio la terza”. Ormai i bambini bosniaci frequentano la scuola nella propria lingua, che è stata aperta solo di recente. Una delle bambine ci recita in bosniaco quello che ha imparato a scuola, mentre il nonno sembra commosso per la gioia, con lo sguardo tra la nipotina e il giglio bianco bosniaco.
Le presidenziali di domenica non promettono sorprese: Cristina Fernandez prenderà il posto di suo marito Nestor Kirchner
Le presidenziali di domenica prossima in Argentina si preannunciano pressoché scontate. Cristina Fernandes de Kirchner, moglie del presidente uscente, si attesta quale favorita, e i sondaggi danno come probabile una sua vittoria al primo turno. Candidata per il Frente para la Victoria, Cristina è la prosecuzione naturale della politica di Nestor Kirchner, e per questo avrà la strada spianata. Le uniche incertezze riguardano i numeri che la porteranno alla Casa Rosada.
Effetto Macri. Se supererà il 40 percento dei suffragi, registrando anche un vantaggio di 10 punti sull’immediato inseguitore, Cristina diventerà il primo presidente donna dell’Argentina. L’opposizione, infatti, avendo dovuto rinunciare all’unico personaggio che avrebbe dato del filo da torcere ai Kirchner, ossia Mauricio Macri, appena eletto governatore di Buenos Aires e quindi fuori dai giochi presidenziali, si è presentata disunita e adesso non può che sperare di posticipare un destino già scritto. Votare Cristina è scegliere quello che di buono ha realizzato il marito, è optare per il mantenimento della crescita economica e per l’apertura di nuove istanze di dialogo.
La cristiano-liberale. La candidata che i sondaggi danno quale inseguitrice a distanza della Kirchner è Elisa Carrió, della Coalizione Civica, appostata sul 17 percento dei consensi. La Carrió si definisce una cristiana liberale e, pur essendosi alleata con il Partito socialista, raccoglierà i voti della borghesia urbana che avrebbe voluto votare per Macri. Il suo fine è il ballottaggio, tanto da aver tappezzato la capitale con cartelloni che recitano: “Andiamo al ballottaggio. Vieni?”. Subito dietro si attesta Roberto Lavagna, peronista ed ex ministro di Nestor Kirchner, adesso unitosi, però, allo storico rivale del peronismo, la Unione Civica Radicale. Lavagna, infatti, prenderà i voti più conservatori.
Gli indecisi. L’unica curiosità, dunque, in queste elezioni dal basso profilo che non promettono colpi di scena, la desta la marea degli indecisi, che secondo i sondaggi ammonta al 10 percento. Ed è a loro che, in questi ultimi giorni di campagna elettorale, stanno dando la caccia i candidati. La Carrió, per attrarre i disorientati, ha puntato il tutto per tutto sul concetto del voto utile anti-kirchnerista. Con questo scopo ha incontrato molti industriali, accompagnata dal suo candidato a ministro dell’Economia, Alfonso Prat Gay, e ha cercato un’unità fra le varie correnti dell’opposizione. “Andiamo al ballottaggio e sono presidente - continua a ripetere -. Nascerà un nuovo paese”.
Il peronista anti-peronisti. Come ex ministro dell’Economia durante la crisi, invece, Roberto Lavagna ha cercato, sin da subito, di porsi quale oppositore più capace a gestire il paese. Strada facendo, però, si è accorto che il suo problema non stava nel risultare credibile, quanto nell’apparire più umano. Quindi, ha cambiato in corsa la sua immagine fra la gente, risultando più sciolto, apparendo con le maniche della camicia arricciate, brindando con la birra, giocando a biliardo nei bar, facendosi fotografare con una patata in mano per lamentarsi della crescita dei prezzi, oppure andando in giro con un cartello raffigurante uno struzzo, per sottolineare come il nascondere la testa sotto la sabbia sia stata la caratteristica di questo governo. Un uomo più vicino al sociale, dunque, è stato il cuore del messaggio gridato ultimamente da Lavagna.
Caccia grossa. Grandi manovre per gli indecisi anche in casa Kirchner. È degli ultimi giorni la decisione del governo di abbassare i tassi di interesse sui prestiti fino a 6000 pesos (pari a circa 1300 euro) e sugli acquisti rateali con carta di credito fino a 1200 pesos (2.600 euro). Viste le cifre, si tratta di una mossa per avvantaggiare le classi basse, convincendole delle buone intenzioni di Kirchner e compagnia. Altra decisione tesa a far emergere una Cristina Fernandez vicina ai poveri è quella del luogo dove la senatrice ha tenuto il discorso di chiusura della campagna elettorale: La Matanza, cuore dei quartieri poveri e culla dei piqueteros, nonché “capitale del peronismo”, ribattono al quartier generale cristinista. E medesimo luogo in cui l’illustre marito chiuse la campagna elettorale che lo portò alla Casa Rosada. Che sia anche questione di cabala?
TURCHIA - IRAQ Pkk, si escludono ulteriori colloqui tra Iraq e Turchia Lo sostengono fonti ufficiali da Ankara, dove ieri si sono incontrati il governo turco e la delegazione irachena senza raggiungere un accordo sulla questione della guerriglia curda lungo il confine. Attesa per la visita della Rice il prossimo 2 novembre ad Istanbul.
Ankara (AsiaNews/Agenzie) - Non sono in programma ulteriori negoziati tra il governo turco e la delegazione irachena in visita ad Ankara per cercare un accordo su come sradicare la guerriglia separatista del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), con basi nel nord dell'Iraq, e scongiurare una possibile guerra.
La notizia – riferita da fonti ufficiali anonime - arriva all'indomani dell'incontro in cui la Turchia ha respinto una serie di proposte del ministro della Difesa iracheno, Abdel Qader Jassim, come inefficaci e con tempi di attesa troppo lunghi. Le fonti dichiarano che la delegazione, composta da membri dell’esercito Usa e da funzionari del governo del Kurdistan iracheno, sta per lasciare la capitale turca.
Baghdad si era offerta di interrompere il sostegno logistico ai guerriglieri del Pkk, di limitare i loro movimenti e di chiudere i loro uffici. Ma Ankara chiede l'arresto e la consegna dei guerriglieri, compresi i loro capi, e la chiusura dei loro campi nel nord dell'Iraq. Che a sua volta dichiara di non avere controllo sui separatisti.
I colloqui Iraq-Turchia precedono di una settimana la visita a Istanbul del segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, in programma per il prossimo 2 novembre in occasione di una Conferenza dei donatori per l'Iraq. Ankara vorrebbe un'operazione militare congiunta con gli Stati Uniti, ma il comandante delle forze Usa nel nord dell'Iraq, il generale Benjamin Mixon, ha avvertito i militari americani non faranno "assolutamente nulla" riguardo a questo conflitto.
La Turchia ha già dispiegato lungo la frontiera 100mila uomini, minacciando un intervento su “vasta scala” in territorio iracheno contro i circa 3mila ribelli curdi del Pkk, che in queste ultime settimane hanno dato il via ad un escalation di attacchi contro i militari di Ankara. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10658&size=A
Non proliferazione
L'era della "distruzione mutua assicurata".
Immanuel Wallerstein
Gli Stati Uniti affermano che l’Iran sta sviluppando armi nucleari, e ci sono molte ragioni per crederlo. [...] Quanto all’ultimo trattato fra Stati Uniti e India, offre considerevole assistenza americana all’India nella sfera dello sviluppo pacifico, senza tuttavia vincolare in alcun modo l’India a non sviluppare ulteriormente le armi nucleari. In questo modo chiaramente sta premiando l’India, piuttosto che punirla. E l’interpretazione corretta che tutti stanno dando a questo trattato è che, quando gioverà ai loro obiettivi politici, gli Stati Uniti non si opporranno alla proliferazione. E dunque perché qualcun altro si dovrebbe limitare?
Il concetto di non proliferazione nucleare è nei guai fin dal bombardamento atomico di Hiroshima il 6 agosto 1945. Se lo shock iniziale portò in tutto il mondo a un forte sentimento favorevole alla proibizione in qualche modo di quest’arma, tale sentimento da allora è andato perdendo appoggio. Il concetto si è trascinato avanti per 62 anni, che è un bel po’ di tempo, considerando quanto sia sempre stato improbabile che un paese rinunciasse all’accesso ad armi potenti possedute da altri paesi. Tuttavia l’Iniziativa sulla cooperazione nucleare civile USA-India, annunciata ufficialmente il 27 luglio 2007, può essere considerato l’ultimo chiodo nella bara di un’idea senza speranza.
Quella delle armi nucleari è tutta una storia di paura degli altri. Nell’estate del 1939, prima ancora che la seconda guerra mondiale fosse cominciata, Leo Szilard, un fisico di primo piano, era profondamente preoccupato che la Germania nazista realizzasse bombe atomiche e lo facesse più velocemente degli Stati Uniti. Notò che la Germania aveva già arrestato l’esportazione di uranio dalla Cecoslovacchia sotto occupazione tedesca. Convinse Albert Einstein a scrivere la sua famosa lettera al presidente Franklin D. Roosevelt, in cui Einstein portava tale situazione all’attenzione del presidente e suggeriva che il governo USA assistesse urgentemente la ricerca in questo campo.
Questo portò al Progetto Manhattan, nel quale durante la guerra degli scienziati nucleari lavorarono alla produzione di una bomba atomica. La Germania non riuscì mai a risolvere i problemi tecnici connessi, ma gli Stati Uniti sì. Il 16 luglio 1945, due mesi dopo che la Germania si era arresa, il Progetto Manhattan condusse a Los Alamos il cosiddetto Trinity Test, la prima esplosione nucleare controllata della storia. Gli Stati Uniti avevano la bomba.
Gli USA erano ancora in guerra con il Giappone. In quel momento il Giappone non stava sviluppando armi nucleari. La questione era se la bomba dovesse essere usata o meno nella guerra con il Giappone. Come sappiamo, il presidente Truman decise di lanciare due bombe, una su Hiroshima il 6 agosto e una su Nagasaki il 9 agosto. I giapponesi offrirono la resa il 10 agosto. Si è discusso a lungo sul perché gli Stati Uniti abbiano lanciato le due bombe. La spiegazione ufficiale è che ciò abbreviò la guerra e quindi salvò vite americane. Non c’è dubbio che, abbreviando la guerra, salvò vite americane – al costo ovviamente di molte vite giapponesi.
La tempistica è sempre stata sospetta. Sappiamo che l’Unione Sovietica si era impegnata a entrare in guerra esattamente tre mesi dopo la fine della guerra con la Germania. I tedeschi si arresero l’8 maggio, e quindi l’Unione Sovietica avrebbe dovuto dichiarare guerra al Giappone l’8 agosto, cosa che fece. La bomba su Hiroshima fu sganciata il 6 agosto. Sembra plausibile suggerire che uno dei messaggi americani destinati all’Unione Sovietica comunicati dal momento scelto fosse: noi abbiamo la bomba – che funziona – e voi no. Perciò state attenti!
Nella sua dichiarazione al popolo americano il 6 agosto il presidente Truman disse che Roosevelt e Churchill nel 1940 avevano concordato un programma congiunto di sviluppo nucleare, e dunque condivideva la tecnologia connessa alla bomba atomica con la Gran Bretagna. A questo punto la Gran Bretagna divenne la seconda potenza nucleare. Gli Stati Uniti cercarono di arrestare qui la proliferazione. L’Unione Sovietica ovviamente non fu d’accordo, e nel 1949 ottenne la sua prima esplosione atomica e poi l’esplosione di una bomba all’idrogeno nel 1953. Il mondo era entrato nel periodo del MAD – distruzione mutua assicurata [Mutually Assured Destruction]. Molti hanno attribuito a questo “equilibrio” fra capacità americane e sovietiche il fatto che la cosiddetta guerra fredda non divenne mai una guerra calda.
Sia Stati Uniti che Unione Sovietica sarebbero stati felicissimi di arrestare qui la proliferazione. Questo non andava affatto bene all’alleato più indisciplinato di ognuno dei due – Francia e Cina. Entrambi pensavano fosse essenziale ottenere armi nucleari come un modo per tenere politicamente sotto controllo il loro più potente alleato. La prima esplosione della Francia fu nel 1960 e quella della Cina nel 1964. Il mondo aveva raggiunto il punto in cui tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU avevano una capacità nucleare. I cinque procedettero a cercare di arrestare qui la proliferazione.
Nel 1968 un gran numero di paesi firmò il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Il trattato “riconosceva” come potenze nucleari i cinque membri del Consiglio di Sicurezza. Stipulava la propria entrata in vigore quando Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e altri 40 paesi lo avrebbero ratificato, il che accadde nel 1970. Alla fine nel 1992 lo ratificarono anche Francia e Cina, e al suo apice il trattato era ratificato da un massimo di 187 paesi.
Il TNP poggiava su tre pilastri: (1) le cinque potenze nucleari “riconosciute” si impegnavano a non aiutare in alcun modo nessun altro paese a diventare una potenza nucleare; (2) gli stessi cinque paesi si impegnavano a procedere in direzione di un disarmo effettivo; (3) tutti gli altri paesi ricevettero la promessa di assistenza per gli usi pacifici dell’energia nucleare. Nessuna di queste disposizioni è stata ben rispettata. Primo, anche se i cinque “riconosciuti” potrebbero solo occasionalmente aver aiutato direttamente altre potenze a diventare degli stati nucleari, queste ultime potevano farlo per proprio conto, e cercarono di farlo. Secondo, non si è verificato nessun disarmo significativo. Tutto il contrario. Le cinque potenze “riconosciute”, e in particolare gli Stati Uniti, hanno esteso i loro arsenali nucleari. E la terza disposizione sugli usi pacifici dell’energia atomica è diventata estremamente controversa, dato che gli Stati Uniti sono arrivati a considerarla una scappatoia che permette ad “altri” paesi di procedere senza impedimenti molto avanti sulla strada dello sviluppo nucleare.
In ogni caso, come sappiamo, tre paesi hanno rifiutato anche solo di firmare il TNP – India, Pakistan e Israele. Tutti e tre hanno sviluppato armi nucleari. In teoria gli Stati Uniti hanno preso delle misure per punire India e Pakistan (che non hanno mai negato il loro sviluppo nucleare); e hanno sempre taciuto su Israele (che non ha mai ammesso il suo sviluppo nucleare, anche se tutti ne sono a conoscenza). Nel 2003 la Corea del Nord si è ritirata dal TNP e poi ha ammesso di essere una potenza nucleare.
Gli Stati Uniti affermano che l’Iran sta sviluppando armi nucleari, e ci sono molte ragioni per crederlo. Negli ultimi anni ci sono state dichiarazioni ambigue di numerosi altri paesi che sembrano o già impegnati nello sviluppo di tali armi o sul punto di lanciare progetti del genere. Quanto all’ultimo trattato fra Stati Uniti e India, offre considerevole assistenza americana all’India nella sfera dello sviluppo pacifico, senza tuttavia vincolare in alcun modo l’India a non sviluppare ulteriormente le armi nucleari. In questo modo chiaramente sta premiando l’India, piuttosto che punirla. E l’interpretazione corretta che tutti stanno dando a questo trattato è che, quando gioverà ai loro obiettivi politici, gli Stati Uniti non si opporranno alla proliferazione. E dunque perché qualcun altro si dovrebbe limitare?
I romani avevano un detto: De mortuis nihil nisi bonum dicandum est. Non parlar male dei morti. La non proliferazione è morta – nihil nisi bonum!
COME SI POSSONO UCCIDERE INNOCENTI COSI' SEMPLICEMENTE?
DI LAITH McClatchy Washington Bureau
Volendo avere maggiori dettagli sull’avvenimento di Piazza Al Nosoor, ci siamo incamminati verso l’obitorio: lungo il cammino abbiamo incontrato una colonna di mercenari, dall’altro lato della strada. Ricordo di aver detto al mio collega, il guidatore, "Bene, amico, sta’ in campana e non fare niente che loro non si aspettino. Occhio a quelli e occhio anche al checkpoint dell’esercito iracheno. Ci potrebbero sparare per qualsiasi cosa, amico, e sono sicuro che tu non lo vuoi. Vogliamo fare un servizio sulla gente uccisa ma non vogliamo certo fare la stessa fine, giusto? Ricorda, amico, che entrambi teniamo famiglia e ci stanno aspettando a casa."
Non avrei mai immaginato che la sicurezza di alcuni avrebbe significato, per altri, essere uccisi per niente. È un pensiero orribile. Un incubo che non si sognerà di finire in fretta.
Non so proprio come esprimere i sentimenti che provai quando Leila, il mio capo, ed io facemmo visita all’uomo che perse la moglie a Piazza Al Nosoor, tredici giorni orsono. Lo vedevo combattere per trattenere le lacrime, per non permettere loro di scappare dai suoi occhi. Percepivo distintamente la fatica che faceva per parlare. Sentivo come volesse scegliere le parole più appropriate per dimostrare amore alla donna che gli era stata al fianco per quarant’anni. Quando il mio capo gli chiese di raccontarle la storia d’amore che culminò nel loro matrimonio, egli restò ammutolito per poi parlarle, rivolto verso di noi, "è proprio come il vostro amore e il vostro amore e il vostro amore".
Avrei voluto fare qualcosa per lui ma non potevo. Mi chiese una cosa sola. Disse : "puoi portarmi una copia del giornale in cui pubblicherete la mia storia; altrimenti, finirò col pensare che mi avete preso in giro". Mi scusai dicendogli di non riuscire a farlo, in quanto la mia agenzia [di stampa] era negli Stati Uniti, ma gli promisi di portargli una copia dell’articolo presa da Internet. L’uomo accettò sia le mie scuse sia la mia controfferta.
Ieri ho scaricato una copia dell’articolo da Internet e sono andato a trovarlo a casa. Suo figlio mi disse che era via. Gli dissi di voler vedere suo padre. Vidi l’uomo. Sembrava persino più fiacco di tre giorni prima. Aveva perso una parte della sua vita. La visita si rivelò brevissima. Gli dissi "Bene, volevo solo darle questo", dandogli copia dell’articolo. Mi sorrise mestamente, di ritorno. Fu lo stesso sorriso a dirmi: "Grazie per avermi portato la storia della morte del mio amore".
Venendo al lavoro ieri, mentre mi trovavo vicino al ponte che porta per via diretta a uno dei varchi della Zona extraterritoriale, mi accorsi di un’autocolonna di security contractor [agenti delle ditte appaltatrici dei servizi di sicurezza e di scorta N.d.T]. Li vidi nascondere i visi dietro le mitragliatrici, che puntavano chiunque, appollaiati su veicoli a trazione integrale che sfrecciavano come proiettili. Accelerai i passi verso una svolta vicina in modo che, se fosse avvenuta una sparatoria, non mi ci sarei trovato immischiato.
Un campo di battaglia immaginario si disegnò velocemente nella mia mente. Una visione triste si muoveva nella mia testa. Vidi il mio corpo sanguinare. Vidi la mia famiglia gridare di dolore e mia moglie piangere. Oh mio Dio! Non potrò vedere i miei adorati figli un’altra volta! Chi annuncerà la mia morte alla mia famiglia? Ok. Ritorniamo alla realtà. Sono vivo e il convoglio dalle facce nascoste è un ricordo. Grazie ad Allah, non era successo nulla e avrei potuto rivedere i miei cari. Mi tormentava un solo interrogativo. Come si possono uccidere innocenti così semplicemente?
Titolo originale: "How can man kill innocent people so simply?"
Fonte: http://www.mcclatchydc.com/ Link
27.09.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PIERLUIGI ARMEGONI (PG)
Oltre a provocare la morte di 16 soldati, l’azione ha causato almeno 20 feriti e un numero imprecisato di militari sono stati presi in ostaggio
Nella notte tra sabato e domenica guerriglieri del PKK, posizionati nella regione del Kurdistan iracheno, hanno attaccato soldati dell’Esercito turco schierati al confine con l’Iraq settentrionale. Oltre a provocare la morte di 16 soldati, l’azione ha causato almeno 20 feriti e un numero imprecisato di militari sono stati presi in ostaggio. In risposta all’attacco dei guerriglieri curdi, Ankara, che durante la settimana aveva approvato in Parlamento il dispiegamento di forze ai confini con l’Iraq, ha effettuato dei bombardamenti in alcuni villaggi curdi, in territorio iracheno. A seguito di queste operazioni almeno 30 ribelli del PKK sarebbero rimasti uccisi.
L’episodio alimenta ulteriormente le tensioni esistenti tra Turchia e Stati Uniti, così come con l’Iraq stesso. Il Presidente Bush si era detto preoccupato per un’eventuale azione dell’Esercito turco in territorio iracheno, essendo questa regione la meno colpita da episodi di conflitto interno, come quelli riguardanti gli scontri tra sciiti e sunniti che hanno portato il Paese ad una vera e propria guerra civile. Nella zona curda irachena inoltre sono presenti molti giacimenti petroliferi, quindi una destabilizzazione della regione crerebbe dei problemi nell’approvvigionamento del greggio, con conseguenti aumenti dei prezzi. L’aumento del prezzo del petrolio potrebbe anche essere collegato ad eventuali attacchi terroristici mirati ai giacimenti o agli oleodotti presenti nel Kurdistan e nei dintorni di Kirkuk, cosa che sarebbe possibile nel caso in cui la regione diventasse teatro di nuovi scontri.
Oltre alle questioni relative ai problemi di tipo economico ed energetico legati alla presenza di pozzi petroliferi, un elemento centrale è quello relativo al ruolo di Ankara nel Medioriente. Alleato storico degli Stati Uniti e dotata del secondo esercito più grande all'interno della NATO, la Turchia sta adottando politiche che la allontanano dalla strategia d’azione statunitense e, da qualche tempo, anche israeliana. In questo senso è da sottolineare come la Siria abbia manifestato pieno appoggio al governo di Ankara circa le azioni in Kurdistan, come ribadito dal Presidente Bashar al-Assad nell’incontro della settimana scorsa con Erdogan. Nei confronti della questione curda Siria ed Iran hanno lo stesso punto di vista della Turchia, preoccupati proprio dall’esempio iracheno, in cui invece il Kurdistan sta vedendo riconosciuta la propria autonomia. Verosimilmente l’Esercito di Ankara continuerà ad effettuare operazioni mirate per scovare i guerriglieri del PKK qui rifugiati, rischiando di compromettere ulteriormente la situazione interna irachena. Per quanto anche lo stesso Presidente dell’Iraq, il curdo Jalal Talabani, abbia duramente condannato le azioni terroristiche dei ribelli e abbia manifestato l’intenzione di combatterli, non è del tutto credibile una lotta intestina ai curdi. Per questo motivo la Turchia riterrebbe di dover agire in prima persona, aprendo in Iraq l’ennesimo fronte di guerra tra parti sostanzialmente esterne al Paese.
«Non mi piace il sistema elettorale tedesco perché non solo non risolve i nostri problemi, ma rischia addirittura di complicare il quadro politico del nostro paese. Perché non torniamo a discutere di un modello italiano? Il Mattarellum, che ha un suono latino, ci darebbe molte più garanzie». A ventiquattr’ore dalla prima riunione dell’assemblea costituente del Pd, in programma oggi a Milano, Rosy Bindi fa il punto con il Riformista sulla riforma elettorale e sullo spettro del governo tecnico, sul rischio del dualismo Prodi-Veltroni e sull’esordio della nuova forza a vocazione maggioritaria del centrosinistra. Senza trascurare, in linea teorica, «il pericolo» che si torni alle urne in primavera.
Il ministro della Famiglia, reduce dalla sfida per la segreteria del Pd alle primarie («Non è stata una sfida “accesa”, semmai vivace...»), sostiene che il modello tedesco (rilanciato ieri anche da Massimo D’Alema, al Tg1) comporterebbe solo rischi per il paese. «Non amo quel sistema elettorale», è la premessa della Bindi. Che spiega: «Credo che questo tipo di modello potrebbe obbligarci, almeno per la prossima legislatura, alla “grande coalizione”». E la grande coalizione, aggiunge il ministro, «avrebbe gli stessi effetti negativi del governo tecnico». Oltre a rappresentare, puntualizza la Bindi, «la fine del progetto del Pd». E ancora: «Per carità, io comprendo pure chi, per perseguire la vocazione maggioritaria, sarebbe pronto a scommettere sul modello tedesco con uno sbarramento alto. Io però la penso in maniera diversa».
Secondo il ragionamento della Bindi, sarebbe meglio convergere tutti sul Mattarellum. «È un sistema che ci ha dato ampie garanzie in passato: ha il pregio di non intaccare il bipolarismo e garantisce sia l’alternanza sia il diritto di tribuna per le forze più piccole sia la funzione dei partiti. Nessuno dimentichi, tanto per fare un esempio, che la Margherita nacque grazie al risultato delle elezioni politiche del 2001».
Ma l’eventuale accordo sulla legge elettorale è subordinato ad altre variabili. È necessario un governo tecnico? La Bindi, sul punto, è irremovibile. «Vorrei che tutta la maggioranza si mettesse attorno a un tavolo per rispondere a una domanda: a chi serve il governo tecnico?». Il ministro della Famiglia dà le sue risposte. «Non ci serve certo a fare una riforma elettorale perché a quella provvede il Parlamento, non il governo. Di conseguenza, dovrebbe essere compito del centrosinistra, e in particolar modo del suo partito principale, trovare le condizioni perché maturi un’ampia convergenza alle Camere». In sintesi, il ragionamento della Bindi tiene conto di due ipotesi. «Se dobbiamo continuare a governare, allora tutta l’Unione e soprattutto il Pd si devono far carico di aumentare la stabilità dell’esecutivo. Se poi qualcuno ha deciso che si deve per forza votare nella primavera del 2008, e secondo me sarebbe una sciocchezza, allora facciamo in modo di arrivare all’appuntamento cercando il dialogo con l’opposizione su una legge elettorale e sostenendo il governo Prodi». Quanto alle ultime mosse della Cdl, la Bindi ricorda che «in tutte le altre democrazie occidentali, l’opposizione rispetta il risultato delle urne, anche quando è risicato. Il centrodestra, invece di attaccare la Montalcini, avrebbe l’obbligo di collaborare con noi per il bene del paese». Resta in primo piano il tema della coesistenza Prodi-Veltroni, che in molti (e non da ora) archiviano alla voce “dualismo”. Così la Bindi: «Guardi, su questo tema sono sensibile anche dal punto di vista sentimentale. Prodi e Veltroni hanno cominciato la loro avventura insieme. Oggi che il loro progetto politico trova una realizzazione nel Pd, io, che posso tranquillamente rivendicare di essere stata loro compagna di viaggio sin dalla prima ora, mi auguro che la loro collaborazione sia totale. Nel 1995 c’ero anch’io, con Sergio Mattarella e Giovanni Bianchi, nel momento in cui Nino Andreatta, per sbarrare la strada a Buttiglione, decise di chiamare Romano Prodi. Anche per questo, lo spettro di un dualismo tra Romano e Walter mi addolora». Il ministro della Famiglia sottolinea che «il dualismo non conviene a nessuno dei due. Se ci sono tentazioni in questo senso, dovrebbero essere accantonate. Quandanche avessero obiettivi diversi, il fallimento del premier danneggerebbe il segretario del Pd e viceversa». Morale? «Confido quindi che Prodi e Veltroni riescano a trovare una linea comune. Devono decidersi a collaborare, se non altro per un calcolo politico». La Bindi, sul punto, arriva fino in fondo. «Ho parlato dello spettro del voto in primavera solo per ribadire che, a mio avviso, l’ipotesi di un governo tecnico è una clamorosa bufala. Si tratterebbe di un altro governo politico che sovvertirebbe il mandato degli elettori. Inoltre, spero che la collaborazione tra Prodi e Veltroni ci consenta di evitare di dover scegliere tra l’uno e l’altro».
E visto che oggi a Milano si aprirà ufficialmente la nuova stagione del Partito democratico, Rosy Bindi - che il 14 ottobre ha ottenuto 453mila voti - lancia un appello al segretario: «Il Pd dev’essere una forza politica plurale. Per questo, da Veltroni mi aspetto un discorso plurale ma allo stesso tempo unitario. Dal segretario vorrei ascoltare “una cosa”, non “una cosa e il suo contrario”. Mi rendo conto che la richiesta non è delle più semplici. Ma in questo momento - conclude la Bindi - abbiamo tutti un gran bisogno di chiarezza».
Tommaso Labate http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002
Docenti in sciopero a due giorni dalle elezioni, in un Paese che fatica a crescere
Da cinque settimane, gli insegnanti delle scuole medie bulgare stanno attuando uno sciopero a oltranza. Dieci mesi dopo l'ingresso in Europa, e a due giorni dal voto per le amministrative, la protesta dei docenti, che ieri hanno bloccato la principale arteria di comunicazione bulgara, non è che la spia di un malessere diffuso a causa di condizioni di vita inaccettabili per un Paese membro della Ue. Gli insegnanti hanno deciso di continuare la protesta anche dopo che il ministero dell'Istruzione aveva raggiunto un accordo coi sindacati, lunedì scorso, per un aumento del 20 per cento, a partire dal primo novembre. Il salario attuale di un insegnante bulgaro è di circa 220 euro. Se il governo di Sergey Stanishev, Primo ministro, ha superato martedì un voto di sfiducia chiesto dall'opposizione proprio a causa della crisi nel settore scolastico, il futuro di un governo che mesi fa ha promesso a Bruxelles riforme strutturali, tuttora inattuate, non può certo definirsi roseo.
Corruzione, povertà, criminalità. Prima del 1 gennaio 2007, Stanishev aveva dichiarato che l'ingresso nell'Unione Europea è "la vera caduta del muro di Berlino". Il muro deve essere caduto tutto addosso alla Bulgaria, se quasi metà della popolazione vive con meno di 2 euro al giorno. Lo stipendio medio é cresciuto negli ultimi cinque anni del 40%, ma 170 euro (lo stipendio medio netto) non bastano per una vita decente. Quello minimo è di 92 euro. Corruzione e criminalità organizzata continuano a frenare lo sviluppo economico del Paese. Negli ultimi 10 anni si sono registrati 200 omicidi su commissione. Dall'inizio dell'anno i casi di corruzione amministrativa sono stati più di mille, mentre solo a fine 2006 sono partiti i primi processi contro poliziotti e magistrati. Dall'estate i prezzi al dettaglio dei generi di prima necessità hanno subito una forte impennata, l'inflazione è ancora al 13 percento, rispetto al 6 percento previsto da Stanishev. Per giunta, in adeguamento agli indici fissati da Eurostat, la soglia di povertà è stata elevata di 7 euro, raggiungendo gli 83 euro pro-capite. Siamo in Europa, si sa: qui è fuori moda essere poveri.
Candidati 428 ex agenti segreti. Le amministrative chiameranno al voto 7 milioni di bulgari su otto milioni di abitanti. Dalla caduta del regime comunista nel 1989, è la quinta volta che si tengono elezioni democratiche di sindaci e giunte comunali. Secondo quanto reso noto dalla commissione che fa luce sugli ex servizi segreti, chiamati Derzhavna Sigurnost (Ds), 428 candidati alle amministrative sarebbero proprio ex agenti dei servizi. Tra di loro, anche il candidato a sindaco di Sofia del partito socialista (Psb), Brigo Asparukon. Secondo gli osservatori, le elezioni saranno tutt'altro che un trionfo per il Psb, che governa dal 2005 con il Movimento Simone Secondo (centrodestra) e il Movimento per i diritti e la libertà (il partito liberale della minoranza turca).
Se Rudy Giuliani punta a rafforzare la fama di duro, per far dimenticare ai repubblicani le sue posizioni sui temi sociali, le ultime 24 ore sono state un trionfo per l’ex sindaco in corsa per la Casa Bianca. L’Fbi ha svelato un piano di Cosa Nostra per ucciderlo quando era procuratore antimafia, il ‘nemico’ New York Times lo ha accusato di circondarsi di falchi in politica estera e Giuliani stesso ha ricevuto applausi in Iowa parlando di tortura ai terroristi. […] Uscito con le ossa rotte lo scorso fine settimana dal confronto a Washington con i leader della destra evangelica, che non sembrano disponibili ad accettare le sue idee in tema di aborto, matrimoni gay e ricerca sull’embrione, Giuliani punta con sempre maggior convinzione sulle credenziali di leader dal pugno di ferro. Il New York Times, il quotidiano della sua citta’, ha lanciato l’allarme sullo staff dei consiglieri di politica estera di cui si sta circondando Giuliani, dipingendoli come una cricca neocon che promette una politica sul Medio Oriente ancora piu’ aggressiva di quella di George W.Bush.
A finire nel mirino sono stati soprattutto tre consulenti che stanno lavorando per l’ex sindaco: il neocon Norman Podhoretz, forte sostenitore di un attacco militare all’Iran; l’esperto di Islam Daniel Pipes, che sostiene la necessita’ per l’Occidente di frenare l’espansione musulmana in Europa e Usa; e Michael Rubin, uno studioso del think tank conservatore American Enterprise Institute e un altro ‘falco’ su Iran e Iraq.
In realta’ Giuliani per ora non e’ sembrato abbracciare molte delle teorie dei suoi consulenti e sull’Iraq in particolare non ha risparmiato critiche a Bush. Ma la politica estera sembra il terreno sul quale puo’ conquistare tra i conservatori i consensi che le idee su altri temi potrebbero alienargli.
L’Fbi ha in qualche modo dato una mano alla costruzione dell’ immagine da sceriffo a cui lavorano gli strateghi di Giuliani. Un agente del Bureau ha raccontato in un processo come nel 1986 i boss delle cinque principali ‘famiglie’ di Cosa Nostra a New York abbiano discusso la possibilita’ di uccidere l’allora procuratore federale antimafia. John Gotti, all’epoca il boss del clan dei Gambino, sostenne la necessita’ di far fuori Giuliani, che aveva fatto processare e condannare vari esponenti della cupola. Erano gli anni in cui il procuratore newyorchese cominciava a collaborare anche con Giovanni Falcone e la mafia lo teneva nel mirino.
La proposta di Gotti, secondo l’Fbi, fu appoggiata dal capo della famiglia Colombo, Carmine Persico. Ma i leader degli altri tre clan storici di New York - Bonanno, Lucchese e Genovese - non erano d’accordo e Gotti fini’ in minoranza. La vicenda e’ stata ricostruita dall’agente dell’Fbi William Bolinder, nel corso di un processo a Brooklyn.
Per Giuliani le rivelazioni non sono una novita’, anche al recente gala degli italoamericani della Niaf aveva raccontato dei progetti della mafia per ucciderlo. E nella stessa occasione l’ex direttore dell’Fbi Louis Freeh, che ora ne appoggia la candidatura, aveva definito Giuliani e Falcone ‘’i veri uomini d’onore'’, per come si erano battuti contro Cosa Nostra.
Le notizie sulle vecchie storie di mafia hanno raggiunto Giuliani in Iowa, uno stato-chiave per la nomination, dove in un incontro pubblico Giuliani ha rifiutato di definire tortura il ‘waterboarding’, un contestato metodo d’interrogatorio che la Cia avrebbe usato contro terroristi di Al Qaida. ‘’Dipende da come viene fatto - ha detto l’ex sindaco - perche’ se e’ come e’ descritto dalla stampa liberal, allora sono d’accordo che non vada usato. Ma ho imparato che i giornali spesso esagerano, non descrivono in modo accurato'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/10/26/giuliani-un-vero-duro/#more-398
Russia: le critiche di Parigi e Berlino nei confronti di Moscanon vanno sopravvalutate
Un evento impensabile soltanto due anni fa, quando tra Putin, Chirac e Schröder vi era forte sintonia su molti punti
Quando mancano pochi giorni al summit UE-Russia di Lisbona, le relazioni tra Mosca e due dei paesi più importanti dell´Unione, Francia e Germania, hanno subito un forte contraccolpo, a seguito delle dichiarazioni dei leader di Parigi e Berlino. Un evento impensabile soltanto due anni fa, quando tra Putin, Chirac e Schröder vi era forte sintonia su molti punti. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono invece pronti a scontrarsi con Mosca per le questioni relative ai diritti umani, alla democrazia e soprattutto ai rapporti della Russia con i paesi ex-sovietici.
Il presidente francese ha definito “brutale” l’approccio di Mosca con i propri vicini. Le dichiarazioni del leader dell'Eliseo sono da ricondurre soprattutto a quanto è accaduto ad aprile in Estonia, a seguito della decisione di spostare un monumento risalente all’epoca sovietica che ha scatenato forti scontri nel Paese, attacchi al sistema informatico e lo stesso ambasciatore estone in Russia é stato vittima di attacchi personali. Il nuovo atteggiamento di francesi e tedeschi nei confronti di Mosca può quindi essere considerato come il frutto di una più forte presa di posizione all’interno degli organismi comunitari da parte dei paesi ex-sovietici e, anche se in minima parte, dalla storia personale dei due nuovi leader. La Merkel è infatti cresciuta nella ex Germania Democratica e la famiglia di Sarkozy, originaria dell’Ungheria, è scappata per sfuggire all’occupazione sovietica. Le prese di posizione di Parigi e Berlino influenzeranno sicuramente il prossimo summit UE-Russia ma i loro effetti non vanno sopravvalutati.
Se da un lato, infatti, la questione dei diritti umani e della democrazia farà registrare forti contrasti, l’Europa non può al momento permettersi di fare a meno della Russia per il suo fabbisogno energetico. Nonostante le forti prese di posizione, almeno nel breve periodo è da escludersi un acuirsi di tale contrasto. Basti pensare che lo stesso Sarkozy durante la sua visita a Mosca ha affermato che sulla questione iraniana, sul Kosovo e sulla questione energetica si sono registrate importanti convergenze con il leader russo.
USA : piu' crimini per spostamento fondi da polizia a guerra al terrorismo
di Rico Guillermo*
Uno studio americano ipotizza che fra le principali cause dell'insicurezza nelle citta' USA ci sia il dirottamento dei fondi dall'investimento nelle forze dell'ordine locali a quello nella guerra e nel terrorismo, con conseguente aumento della criminalita'.
Gli esperti USA hanno rilevato che i finanziamenti per il programma della polizia locale sono stati notevolmente ridotti nel corso degli ultimi anni negli Stato Uniti, una scelta che gli studiosi legano all'impegno del governo nella lotta al terrorismo. Il Dipartimento di giustizia statunitense ha fornito 7 miliardi di dollari in fondi federali per i programmi di polizia tra il 1994 e il 2001, ma solo 208 milioni sono stati stanziati per i servizi locali di quest'anno.
"Molti di questi fondi sono stati trasferiti alla sicurezza nazionale, che pure e' molto importante, di questi tempi", ha detto il criminologo dell'Universita' del Nevada William Sousa. "Penso tuttavia che, spostando i fondi, quello che non si riesce a capire", ha detto riferendosi al traffico di droga e' che "un bel po' di terrorismo diventa domestico".
Molte citta' hanno avuto significativi tagli all'importo di fondi federali ricevuti per programmi come ad esempio l'incremento del numero di agenti di polizia per le strade e l'acquisto di attrezzature destinate a migliorare l'efficienza nell'applicazione della legge, e hanno avuto aumenti della criminalita'.
A Philadelphia, il tagli hanno ridotto di cinquecento unita' la forza di polizia in 18 anni e gli omicidi hanno avuto un picco nel 2006 rispetto ai precedenti dieci anni, mentre il numero e' destinato a salire nel 2007. Anche a Camden, nel New Jersey, e' diminuito il numero di agenti in uniforme, mentre il parco informatico e' estremamente ridotto. In parallelo sono cresciuti gli omicidi.
Il capo della polizia di Camden, Arturo Venegas, ha osservato che e' diminuita la capacita' di rispondere e distribuire con intelligenza in base a cio' che occorre alla comunita'. E 'più facile finanziare infrastrutture a Baghdad piuttosto che a finanziare infrastrutture a Philadelphia o Camden, New Jersey". Venegas ha aggiunto che lo stanziamento di fondi federali per preparare alcuni leader della comunita' a collaborare con la polizia locale, sono stati "il migliore strumento per garantire la sicurezza".
Legge elettorale. A Lanzillotta: l'Ulivo non è la destra del centrosinistra
di Franco Monaco, Corriere della Sera -
In una lettera al Corsera, il ministro Lanzillotta spiega a Parisi l'idea
originaria dell'Ulivo. Sarebbe stato più prudente che avesse fissato, con
più umiltà e con più schiettezza, come a lei piacerebbe che fosse il PD e
cioè la destra del centrosinistra. L'Ulivo al contrario fu pensato come
progetto e soggetto di centrosinistra aperto e inclusivo, che esclude solo
chi si esclude, posto al centro del centrosinistra come fattore di unità di
esso dentro un maturo bipolarismo. Ancora una volta dovremmo intenderci
sull'idea-concetto di "riformista", inteso quale cifra dell'Ulivo-PD: esso
per noi non è sinonimo di moderato-centrista. Una posizione che ci si
affanna a rivestire di un'altra parola magica e abusata: quella di
"innovazione".
Circa il referendum, Lanzillotta farebbe bene a riflettere sulle ragioni
per cui Veltroni, il leader del PD con il quale lei si è candidata, pur non
firmando, ha dichiarato di sostenerlo e sul perchè i suoi consiglieri
giuridici sono tutti schieratissimi sul fronte referendario. La risposta è semplice: un partito a vocazione meggioritaria non può che preferire il
maggioritario. Dovendo allearsi (perchè così è, salvo ipocrisie), dovrà di
necessità fare i conti con altri. Per dirla al modo della Lanzillotta,
comunque si espone a veti e ricatti. Evidentemente quelli di un centrino
mobile e trasformista cui consegnare la sorte di qualsiasi governo, un
esito al quale condurrebbe la soluzione pseudotedesca, per la nostra
ministra non è un problema. Per noi sì.
on. Franco Monaco,
deputato Ulivo
Ma ora si tolga il segreto di Stato
Giudeppe D' Avanzo
La Repubblica
Mario Lozano non può essere processato nel nostro Paese. Per la Corte d´Assise di Roma, l´Italia non ha alcuna giurisdizione – nessun potere a giudicare – sul soldato americano che ha ucciso il 4 marzo del 2005, a Bagdad, Nicola Calipari mentre portava in salvo verso l´aeroporto Giuliana Sgrena.
Difetto di giurisdizione è la formula tecnica. Vuol dire che il nostro Paese ha accettato una risoluzione del Consiglio di sicurezza che, per gli uomini delle forze della coalizione, assegna quel potere esclusivamente «agli Stati di invio».
«Hanno ucciso Nicola per la seconda volta e stavolta in nome del popolo italiano», è stato il commento di Rosa Calipari. Si deve un grande rispetto alla sua amarezza e al suo dolore. Sarebbe tuttavia un esercizio di ipocrisia collettiva se ci nascondessimo – tutti – dietro il legittimo sentimento di chi ha subito un lutto irrimediabile. Quell´emozione, quella rabbia è concessa a Rosa Calipari, soltanto a lei e ai suoi figli. Tutti gli altri, che combinano risentimento e protesta inconcludente, farebbero meglio a riflettere, se non vogliono tacere. Tutti gli altri che, in queste ore, declinano l´identità nazionale come orgoglio ferito e rivendicativo – accade sempre quando posiamo a "patriottici" – non onorano la memoria di Nicola Calipari. Si può comprendere la sinistra comunista ideologicamente antiamericana. Passi per Giuliana Sgrena che non sembra aver ancora capito che non sono stati gli americani a sequestrarla. Ma Fassino, Finocchiaro, Brutti o D´Alema – che, appena il 17 aprile, all´apertura del processo, sosteneva : «Si accerti la verità e si individuino le responsabilità. Questo è il compito della giustizia» – non fanno un buon servizio né a se stessi, né alle istituzioni che rappresentano né alla verità e alla giustizia che invocano.
Nicola Calipari è morto per mano di Mario Lozano. Per gli americani, il "caso" comincia e finisce qui. Si può essere d´accordo o no, ma è difficile contestare che per loro l´Iraq sia una zona di guerra e capita che in guerra si muoia per "fuoco amico". A quel posto di blocco di Bagdad, un´auto senza alcun contrassegno, non segnalata dal comando, si avvicina a velocità sostenuta o così appare a soldati spaventati e inesperti. Sparano. Uccidono. E´ capitato (e capita) in migliaia di occasioni agli iracheni. E´ capitato (e capita) finanche ai soldati americani. E´ una guerra. Da questo approdo, Washington non si è mossa né si muoverà di un millimetro. Può dirsi soltanto rammaricata e chiedere scusa, come ha fatto. Se si vuole metterla con le spalle al muro, in nome della verità – ammesso che ci sia una sola possibilità – bisogna essere capaci di fare noi i conti, per primi, con quella virtù crudele e mettere a fuoco l´affare senza manipolarlo, senza nasconderci il rosario di circostanze e decisioni che hanno condotto alla liberazione di Giuliana Sgrena. Se si vuole imporre la ricerca della verità agli altri, bisogna imporla a se stessi. Non si possono tacere i nomi e le responsabilità di chi ha condiviso – anche fuori dalle regole e dai compiti istituzionali, come la procura di Roma – le soluzioni avventurose che hanno aperto la strada alle drammatiche condizioni operative che hanno "costretto" Calipari e il maggiore Andrea Carpani ad affrontare in solitudine la notte di Bagdad a bordo di un´auto a noleggio. Non si può eliminare la decisiva e incontestata circostanza che, alleati fedeli, ci siamo mossi contro l´amico americano: fino a prova contraria, può piacere o meno, il padrone del campo in Iraq. Non si può dimenticare come Nicola e i suoi uomini fossero isolati nel Sismi, quasi degli "alieni". Non condividevano né qualche metodo storto né le ragioni dei più influenti. Anche quella notte, ci fu chi (Pio Pompa) tentò di far pesare a Nicola questa differenza e l´"estraneità" invitandolo a spostarsi in un misterioso e imprevisto luogo di Bagdad. Richiesta così sorprendente che Calipari sbottò: «Accidenti, questi vogliono farci ammazzare!».
Forse erano possibili altre interpretazioni della legge che non quella accettata dalla Corte d´Assise. La lettura delle motivazioni ce lo dirà. Ma, per intanto, ci sono decisioni politiche che concretamente a Roma, non a dall´altro capo dell´oceano, possono scucire il velo che copre la morte di Calipari. Tre funzionari del Sismi (Pio Pompa, Giuseppe Scandone, Andrea Carpani), interrogati sulle trattative che hanno preceduto la missione di Nicola Calipari a Bagdad, hanno opposto il segreto di Stato al pubblico ministero. Per quel che se ne sa, il governo non l´ha rimosso. Lo rimuova. Dica esplicitamente che, per la liberazione di Giuliana Sgrena e la morte di Nicola Calipari, non c´è alcun segreto di Stato. Se gli accordi con gli Stati Uniti umiliano la nostra dignità nazionale – e la umiliano – c´e una sola strada da percorrere: rivedere i trattati di collaborazione giudiziale con Washington. Lo si faccia. In assenza dell´una e dell´altra mossa, si dovrà credere che le sdegnate dichiarazioni di oggi sono ciance che offendono la memoria di un eccellente italiano morto per rendere il suo servizio al Paese.
Non ho il tempo fisico per fare un post sulla ridda di ansia che si è sviluppata sulla blogosfera a causa del ddl sulla riforma dell’editoria, che anche qui si è preso la sua bella dose di critiche.
Ora che la questione è prontamente rientrata, con tanto di proposte pratiche per rimediare, butto lì un elenchino di riflessioni/spunti che mi vengono a bocce ferme:
- la blogosfera (il termine è improprio, ma non so che sinonimo usare: diciamo “un bel pezzo dei blog più attivi”) è sempre più isterica e si comporta sempre più da folla: francamente, i toni con cui è stata trattata la questione sono stati molto sopra le righe, salvo rari casi. Insomma, prima di usare parole come “bavaglio”, “liberticida”, ecc. rifletterei davvero sul loro significato. Il peggiore insulto che sarei riuscito a produrre sulla proposta del ROC sarebbe stato “burocratismo di merda”.
Credo sarebbe carino interrogarsi sul perché di questi toni allarmati a fronte di una norma che era palesemente una svista e/o una legge che non voleva occuparsi di blog e che era formulata male. Io qualche idea ce l’ho (malsana voglia di protagonismo, cascami di grillismo urlante, una precisa strategia politica che prolifera sul clima qualunquista, ecc.).
- la blogosfera è sempre più penetrabile da maneggiamenti politici di bassa lega; il solo fatto che una proposta di ddl sia stata battezzata *da alcuni* (mi sono segnato i nomi) “Levi-Prodi”, coinvolgendo l’incolpevole mortadellone in una cosa sulla cui ideazione non ha messo becco, è un segno preciso del fatto che qualcuno intende marciarci politicamente.
Chi? Io un sospetto ce l’ho: gli stessi che hanno chiamato “Legge Biagi” una legge che di fatto legalizza il precariato, in modo tale che ci sentissimo un po’ in soggezione a criticarla e a modificarla, perché ha il nome di un martire del terrorismo.
- la blogosfera è sempre più preoccupantemente pecorona. Il post indignato sul ddl dell’editoria è diventato una sorta di moda, un meme con la bava alla bocca. Ed è stato bello leggere post fotocopia e post inutili (o post clamorosamente sbagliati) sui blog di gente che in precedenza non ha mai scritto una singola riga di politica.
Gli stessi che stavano zitti o indifferenti quando veniva approvata la Legge Urbani (quella per cui vai potenzialmente in rovina se ti beccano con un mp3 tarocco), che è infinitamente peggio (ed è stata approvata!) o il decreto Pisanu (quello intelligente per cui se vuoi navigare su Internet da uno spazio pubblico devi fornire le generalità tue e di tua nonna alle Autorità).
Siamo arrivati al paradosso di blog “pucci pucci” (quelli scritti con le “k” al posto delle “c” dure, con “non” abbreviato “nn”, con le immagini di Hello Kitty, i post coi testi di Gigi D’Alessio e le immagini di gattini, cagnolini, pangolini, ecc.) che riversavano indignazione e carineria nello stesso post: 4 righe a base di “liberticida”, “bavaglio”, “no all’Internet tax” e un bel gattino ad illustrare coerentemente il tutto. E poi via, verso il post seguente intitolato “Oggi Gaetano nn mi ha limonata”.
(nota: io sarei felicissimo se le persone disinteressate, quelle che si umiliano dicendo “io non mi occupo di politica”, iniziassero a formarsi, anche sbroccando, una coscienza e un’identità politica, ma credo che questa volta si tratti di un caso transitorio)
- il livello della discussione politica tra blogger è basso: salvo rari casi apprezzatissimi, mi sconsola un po’ vedere quanto è tristanzuolo il grado di impegno politico e quanto si parla male di politica, con toni da osteria verso l’orario di chiusura.
Ho l’impressione che si proceda a fiammate, con gente che parla solo in base ad allarmismi, sbraiti e una paranoia generica e qualunquista. La politica, per quanto ne capisco, è una cosa bellissima da fare, ma ha senso solo se praticata al di fuori delle emergenze e dei toni da emergenza. E lo dico ben conscio del fatto che la politica è forse una delle cose che mi tira fuori maggiormente la passione.
- ci sono sempre i furbi che ne approfittano: ci ho già fatto un post e non ve la faccio lunga, visto che basta rileggerlo.
EMANCIPARSI DA BEPPE GRILLO
Facendo due somme spannometriche, mi è venuta la forte impressione che la “battaglia” vinta dalla blogosfera sia stata un po’ un pacco.
Mi spiego: sì, vero, ora ci raccontiamo (ci ho creduto per un po’ pure io) che la voce collettiva dei blogger ha avvertito chi ci governa e ha impedito che facessero un ddl che sarebbe potuto essere interpretato male e comportare qualche fastidio.
Però non riesco a togliermi dalla testa quella vocina maligna che mi spernacchia dicendomi che lo so benissimo (e non lo voglio accettare) che l’attenzione della politica sul caso ROC è stata attirata non dai tanti post della “gente comune”, ma dal post allarmato di Beppe Grillo.
Insomma, non sono convinto che la blogosfera si sia realmente “fatta sentire” dal mondo politico e sto cercando di capire il perché. Perché conta più un blogger fasullo come Grillo rispetto ad una “scena” più ampia, più dialogante e più partecipata? E’ solo una questione di visibilità mediatica? Non credo.
Credo che il limite della blogosfera come (eterogeneo) soggetto attivo sia il fatto che non ha interlocutori nel mondo politico che la riconoscano in quanto soggetto con cui interloquire.
C’è qualche deputato o senatore in grado di dialogare davvero con la parte abitata della Rete? La mia impressione è che a parte il verde Fiorello Cortiana (persona rispettabilissima, ma mi spiace constatare che nel suo caso veleggiamo dalle parti delle carte basse a briscola, in quanto a peso politico) le attenzioni della politica nei confronti della Rete siano bassissime.
Come blogosfera non possiamo pensare di avere credibilità e visibilità “politica” se non interagiamo con alcuni politici. Cioè, se domani esce una legge che ci dà noia e Grillo quel giorno ha altro da dire, chi ci ascolta? E come ci ascolta? E perché mai dovrebbe ascoltarci?
Questo è un problema grosso e di difficile superamento, soprattutto se la blogosfera continua in buona parte a rifiutare e insultare (spesso a priori, in modo antipolitico o qualunquista) la politica e i suoi protagonisti.
Purtroppo serpeggia per la Rete un massimalismo un po’ infantile (forse tutti i massimalismi lo sono, ma sto leninianamente divagando) per cui anche solo l’idea di trovare degli interlocutori competenti in campo politico sarebbe un atto interpretato dai più come mostruoso, uno “sporcarsi le mani” da censurare.
Ovvio che, ghettizzandoci così per una forma malata di purismo, finiamo per non contare un bel niente. E capita che la politica non solo non si occupi della Rete, ma si senta pienamente legittimata a continuare a non capire niente di Internet.
E invece dovremmo iniziare a contare qualcosa, politicamente parlando, anche solo per puri fini di autodifesa.
Come fare? Boh, magari cercare le “teste” politiche più attente al mondo della Rete e cercare di farle entrare (senza farsi usare, come ha fatto Grillo con un pezzo di blogosfera) ancora di più nelle dinamiche, nelle discussioni, che caratterizzano il nostro “fare” rete.
E far capire loro che la Rete, nella sua eterogeneità, è a modo suo un soggetto politico che merita attenzione.
Sono assolutamente pessimista sul fatto che una cosa simile possa accadere (i pochi a provarci finirebbero crocifissi dai blogpuristi), ma provare a buttare lì l’idea non costa nulla. http://www.suzukimaruti.it/
Io soprascritto Leonardo, in qualità di blog-più-vecchio-d’Italia -a-parte-Valido-e-Ludik, dichiaro formalmente guerra ai modi di dire più abusati, alle frasi fatte e strafatte, ai luoghi comuni troppo affollati.
Cosa c’è di male in un modo di dire?
Niente. Ma trovo giusto rinnovarli ogni tanto. Altrimenti continuiamo a citare film che nessuno vede più, o libri che non abbiamo neanche letto, o saggi che probabilmente intendevano il contrario di quel che gli mettiamo in bocca, eccetera eccetera.
Così invece del solito pippone oggi redarrò, con la vostra collaborazione, una lista di modi di dire che da oggi in poi sono definitivamente out, perché? Perché l’ho deciso io, e io sono maledettamente vecchio e saggio, va bene?
Quando il saggio indica la luna…
Lo stolto mostra il dito.
Medio. Saggio, rispettosamente hai sfracellato i coglioni. 14.000 risultati su Google! Prova a indicare qualcos’altro. Ci sono più cose in cielo e in terra che... ops.
Un silenzio assordante
Confesso, non ricordo chi l’ha inventata. Ma a chi la racconto? Non lo so proprio. Senz’altro un poeta: è un’espressione meravigliosa, il più bell’ossimoro che io conosca. Però è da 5-6 anni che tutti i silenzi che sento in giro sono “assordanti” (74.400 pagine su google!) Ormai questi due termini fanno coppia fissa: la sera si trovano sul divano e litigano perché “silenzio” vorrebbe vedere il dottor House e “assordante” l’isola dei famosi. ASSORDANTE: Ma si può sapere perché stiamo insieme, noi due? Non abbiamo niente ma niente in comune! Chi è che ci ha presentati? Eh? Si può sapere chi è stato? SILENZIO:
È la democrazia, bellezza(versione originale:è la stampa, bellezza)
Sarei curioso sapere quanti tra quelli che la usano hanno visto il film con Bogart giornalista (Deadline USA, in italiano L'ultima minaccia, 1952) che dice (al suo avversario) “that’s the power of the press, baby, the power of the press”. Io, per esempio, no. La frase “è la stampa bellezza” nasce da lì, l’autore è uno di quegli anonimi traduttori che leggevano “shut up” e traducevano “chiudi il becco”. Avete mai sentito qualcuno in carne e ossa dire “chiudi il becco”? E tra colleghi e antagonisti, vi dite mai “bellezza”? No, direi di no. Tutte le volte che la sento in tv o (infinitamente più spesso) su internet, mi sembra che il monitor viri in bianco e nero.
Oltre che antica, è pure un po’ provinciale. Da qualche parte (non trovo più dove) Eco faceva notare che la frase era diventata famosa più in Italia che all’estero, proprio perché da noi a quei tempi il “potere della stampa” era ancora un frutto proibito. Insomma, non usatela all’estero, perché non capiranno il riferimento. È quel tipo di tormentone che ereditiamo inconsapevolmente da qualche vecchio giornalista che passava i pomeriggi a guardare vecchi MGM in bianco e nero. In teoria noi dovremmo essere quelli giovani...
...Infatti continuiamo a dire
Ho visto cose che voi umani
Come no. Scommetto che hai visto i cancelli di Tannhauser al largo dei bastioni di Orione. Beh, li abbiamo visti anche noi. E poi? Visto qualche altro bel film di recente?
Ho sempre sentito dire che il monologo se lo fosse improvvisato Hauer lì per lì. In realtà sembra che abbia solo tagliato di sua sponte una battuta ancora più lunga, aggiungendo “le lacrime nella pioggia”, che sono poetiche, seppure un tantino banali, eh. Io sono sempre stato felice che una frase lontanamente riconducibile a Dick abbondasse sulla bocca di tutti. Ma dopo 83.100 pagine su Google comincio ad avvertire una certa stanchezza. Siamo tutti replicanti, abbiamo tutti visto cose che gli umani non si immaginano, probabilmente nel frattempo gli umani si sono stancati di starci a sentire e sono fuggiti su Orione a far cose che noi replicanti ci sogniamo.
E compagnia bella
Questo in realtà non mi sembra così abusato: continuate pure a scrivere “e compagnia bella”. Si parlava di modi di dire e mi è venuto in mente.
L’origine non la conosco, ma di solito in Italia tutti la considerano un marchio di fabbrica di Salinger. Quando tra giovani andava di moda imitare Salinger, a tutti scappava almeno un “e compagnia bella”. (Perché adesso non va più di moda, vero?)
In realtà Salinger, non ha mai scritto “e compagnia bella”, essendo americano. Il suo famoso giovane Holden finiva quasi tutte le frasi con l’intercalare “and all”. Ora, siccome la traduttrice italiana era una signorina perbene e di mondo, non riteneva giusto tradurre sempre nello stesso modo “and all”, perché l’italiano, che è già tanto ridondante di suo, soffre le ripetizioni più dell’inglese. Così doveva cercare i modi più disparati di tradurre quel maledetto “and all”. Perciò a sua discrezione variava con "...e tutto quanto", "...e tutto il resto", "...eccetera eccetera", "...e quel che segue", "...e via discorrendo"… e quello che è rimasto più in mente ai lettori, “compagnia bella”. Questo per dire che molti italiani convinti di essere appassionati di Salinger, in realtà erano appassionati della prosa di questa signorina perbene, Adriana Motti. Qui c’è una bella intervista di Luca Sofri, dove dice di avere appreso "e compagnia bella" dai suoi nipoti. In quei tempi all’Einaudi comandava Calvino e i traduttori avevano il tempo di uscire all’aria aperta e interagire coi bambini che giocavano nei cortili: in effetti poi le traduzioni uscivano migliori.
Oggi al suo posto subappalterebbero tutto a un anemico dottorando di scienze della traduzione che recluso nel suo soppalco più servizi per un pezzo di pane tradurrebbe sempre con “e tutto”. “E tutto”. “E tutto”.
“Scusa, ma è una noia tremenda così”.
“Lo so bene, ma non posso a nessun costo derogare alla manifesta volontà autoriale di incidere subliminalmente il preconscio del lettore con l’iterazione martellante della funzione fatica, e…”
“…e compagnia bella”.
“Eh?”
“Scusa, era un modo di dire della lingua italiana”.
“Mai sentito”.
Una frase a caso di Nanni Moretti
In realtà non saprei quale, ma in generale sono troppe. Metà della mia valigetta di frasi pronte è piena di roba che ha detto lui in un film: è quasi imbarazzante, non siamo mica parenti. Datemi una mano a decidere: - di’ una cosa di sinistra - faccio cose, vedo gente - mi si nota di più se non vengo - il dibattito no! - continuiamo così, facciamoci del male
- (ne ho senz’altro scordata qualcuna memorabile)
Che faccio, vado avanti?http://leonardo.blogspot.com/
Legge elettorale: Monaco, con tedesco Fi sarebbe padrona
Adnk -
Roma, . - (Adnkronos) - "I sostenitori, dentro l'Unione, del cosiddetto modello tedesco dovrebbero assolutamente leggere lo studio del professor D'Alimonte sul Sole 24 ore. Le sue proiezioni, persino generose nella stima dei voti di Pd e centrosinistra, conducono alla sicura conclusione che, se si votasse con quelle regole, sarebbero possibili due sole maggioranze: quella di centrodestra o una grande coalizione imperniata sull'asse Fi-Pd". Lo afferma Franco Monaco dell'Ulivo.
"In ogni caso, sarebbe indispensabile Fi. Voglio sperare che non sia questo il risultato cui mirano i sostenitori del modello pseudotedesco nel costituendo Pd. Perche', oltre ai calcoli, c'e' anche la politica", conclude.
Scopo del gioco: arrivare vivi alla fine. Dotazione iniziale di vite: molto bassa, stante una maggioranza certa in una sola Camera, e la quasi parità al Senato. Bonus iniziale: 4 milioni e mezzo di votanti alle primarie e un programma sottoscritto da tutti i partiti della coalizione. Possibilità: durante il percorso si possono raccogliere bonus, per esempio la redistribuzione dei tesoretti, o l’approvazione di riforme apprezzate dal paese; si possono perdere vite, per l’approvazione di leggi o riforme sbagliate e impopolari. Il percorso è obbligato e prevede alcuni ostacoli fissi da superare: per esempio, la scadenza della legge finanziaria. Durante il cammino occorre difendersi dagli attacchi dei nemici e da quelli degli amici, nonché reagire correttamente ad imprevedibili eventi esterni. Lo scenario è un paese duramente provato da 15 anni di transizione dalla prima alla seconda Repubblica, 5 anni di governo della destra, mafia, familismo industriale, pratiche di cooptazione, arretratezza storica delle infrastrutture, ecc. ecc.
START
Prodi procede tenendo a guinzaglio con una mano una muta di partiti che vanno dall’estrema sinistra al centrodestra, cercando di non farsi mordere e impedir loro di azzannarsi a vicenda; con l’altra mano deve sventare gli attacchi che gli vengono portati.
La parte più facile è scrollarsi di dosso i facoceri dell’opposizione fastidiosi per il loro continuo blaterare – prodisidimettaprodisidimettaprodisidimetta – ma incapaci di un’azione veramente pericolosa. Nel primo livello perde un paio di vite a causa di errori grossolani: per esempio l’indulto.
Raccoglie i bonus tesoretto e decreto Bersani. Sciupa l’accredito lasciando litigare la muta su come utilizzare il gruzzolo, affronta e si fa travolgere dall’ondata risentita degli interessi corporativi – sbagliato: cntr+P, accucciarsi e aspettare che passi…
Al secondo livello gli attacchi si fanno più duri. Grillo attacca sui costi della politica, la reazione è troppo debole e non ha effetto; la muta si guarda sempre più in cagnesco, qualcuno gli addenta i polpacci. Poi la muta strappa il guinzaglio e gli si avventa contro; tutte le forze sono impegnate a difendersi dai cani sciolti, non ne rimangono abbastanza per i facoceri dell’opposizione che rialzano la cresta, diventando perfino pericolosi.
Si accende la spia verde: una vita recuperata, no, due: il successo del referendum sull’accordo sul welfare e i tre milioni e mezzo di votanti alle primarie.
Prodi si rialza e riprende il cammino. Ma inciampa contro la manifestazione della sinistra radicale – prodinondevecadereprodinondevecadereprodinondevecadere – vacilla: una vita in meno. Mastella lo azzanna al fianco: un’altra vita in meno. Di Pietro rincara la dose, Prodi ha perso le armi, si guarda intorno, cerca Veltroni perché gli vada in aiuto, Veltroni è alla festa del Cinema, l’opposizione attacca attacca attacca, poi la sinistra radicale, Mastella, Di Pietro, ancora Mastella…
Spunti per una discussione politica Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito Democratico di Cremona ha discusso, integrato ed infine approvato il documento allegato, sulla scorta di una relazione introduttiva proposta dall’amico Deo Fogliazza.
La forma volutamente schematica concentra l’attenzione sulla problematica attinente i temi del partito, del suo insediamento e delle modalità del suo funzionamento.
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Spunti per una discussione politica
Documento dell’Assemblea degli aderenti al Comitato “Cremona per l’Ulivo” e all’Associazione per il Partito democratico di Cremona
L’Italia ha bisogno di essere governata. Il Paese ha bisogno di certezze. Gli italiani meritano di avere un Governo che sia in grado di governare, all’interno di istituzioni efficaci ed efficienti. In un clima ed all’interno di regole che prevedano, per la maggioranza, l’agibilità politica atta a permettergli di esprimere al massimo la propria azione di Governo e, per l’opposizione, la massima possibilità di svolgere fino in fondo una vasta azione di controllo, di proposta e di protesta.
Il contesto istituzionale.
1) Occorre ribaltare in maniera netta e chiaramente percepibile il rapporto tra eletti ed elettori. A questo fine occorre riportare l'elezione dei parlamentari in Collegi ristretti, nei quali l'eletto abbia un rapporto ravvicinato con i suoi elettori, che consenta all'eletto di informare delle propria attività i propri elettori e, nel contempo, consenta agli elettori un'azione di verifica attraverso la quale sia possibile chieder conto al proprio eletto delle sue attività.
2) E' coerente con questo obiettivo un sistema maggioritario a doppio turno, con collegi uninominali o anche una legge elettorale di tipo proporzionale (come quella spagnola) con collegi piccoli e con liste pur bloccate ma brevi.
3) In ogni caso i candidati devono sempre essere scelti attraverso il ricorso ad elezioni primarie di collegio e deve essere formalizzato il fatto che alle elezioni primarie possono votare tutti gli elettori del Collegio, così come tutti gli elettori del Collegio hanno la possibilità di candidarsi alle primarie medesime.
4) Lo Statuto deve stabilire in maniera esplicita che il Partito Democratico selezionerà le proprie candidature a tutte le cariche istituzionali (Parlamento europeo e nazionale, Presidenza e consiglio regionale, Sindaco e consigliere Comunale, Presidente e Consigliere provinciale ecc) sempre attraverso l'utilizzo delle elezioni primarie.
5) Dovrà essere definito un regolamento attuativo dei vari tipi di Primaria, che sia incardinato con nettezza al principio invalicabile che prevede la parità di condizioni, di agibilità politica e di accesso alla comunicazione da parte dei diversi contendenti.
La governabilità
1) Gli elettori devono aver chiaro per quale maggioranza di governo votano, perché agli elettori spetta di scegliere a quale coalizione affidare la responsabilità del Governo del Paese. Le alleanze vanno dunque dichiarate prima del voto e non possono essere modificate, pena lo scioglimento delle Camere ed il ricorso ad elezioni anticipate.
2) Un parlamentare deve far parte del Gruppo parlamentare per il quale é stato eletto e, se ne ravvede la necessità, può passare dal Gruppo parlamentare originario al Gruppo misto. Tranne nel caso del Gruppo Misto, non deve essere ammessa la formazione di Gruppi parlamentari composti da un numero inferiore ai 20 parlamentari.
La forma Partito
Il partito al quale vogliamo dare vita intende partecipare alle elezioni per candidarsi a governare: dal piccolo comune fino al Governo nazionale. Sarà un partito che, attraverso la propria attività, tende a selezionare la classe dirigente diffusa del Paese. Un partito che, in quanto tale, avrà una propria struttura, una propria vita democratica interna, valori condivisi, progetto politico, programmi politico-amministrativi, una complessiva lettura di come vanno le cose del mondo.
Un partito che - pur non disdegnando l’uso della tecnica dei sondaggi per conoscere meglio la situazione del Paese - saprà dotarsi di nuovi strumenti di analisi e nuove categorie di pensiero e di conoscenza, per individuare efficacemente i bisogni e le tendenze della società, le dinamiche della sua rappresentanza. Un partito che, radicandosi nel territorio ed perseguendo il metodo del confronto positivo con le diverse categorie sociali ed economiche, si pone nelle condizioni di affrontare i nodi e le strategie più coerenti per la loro soluzione.
Un partito Accogliente:
Un partito per aderire al quale il cittadino debba operare un’azione volontaria: quella di iscriversi.e di poter partecipare. Un partito accogliente apre le proprie porte al massimo della possibilità, fissa una cifra minima di adesione anche simbolica, agevola l’ingresso di tutti quei cittadini interessati anche ad un’adesione limitata sia temporalmente che tematicamente.
Un Partito nel quale tutte le cariche interne vengono decise con voto segreto di tutti gli iscritti. Un partito che si dota di regole di vita interne largamente democratiche ed improntate alla massima apertura, che riconosce cittadinanza ed agibilità politica a sensibilità politico-culturali diverse e che – nel contempo - inserisce nel proprio Statuto modalità tali che evitino la formazione di correnti di potere, incrostazioni burocratiche, cordate di potentati
Un partito Partecipato
Un partito partecipato non da tessere o da numeri, ma da persone (massima trasparenza interna dell’albo degli iscritti) . Di volta in volta nel Partito democratico – a tutti i livelli – decide chi c’è, opera, si impegna, lavora. Un partito che riserva, dunque, agli iscritti le decisioni di fondo (elezione degli organismi, scelta su diverse opzioni politico-programmatiche ecc), in occasione dei Congressi che dovranno prevedere la possibilità di iscrizione larga ed aperta.
Un partito, in buona sostanza, che vuole corrispondere pienamente allo spirito ed alla lettera dell’art. 49 della Costituzione Italiana.
Un partito Interattivo
Un partito che vive il proprio tempo e che assume modalità di decisione non soltanto valutando ovviamente il merito delle questioni, ma ponendo la massima attenzione anche ai tempi del dibattito e della decisione. Per questo le modalità tradizionali di vita interna saranno affiancate fortemente dall’utilizzo delle nuove tecnologie: mail, MMS, SMS, Blog ecc. Su opzioni precise, su tematiche locali o nazionali, sarà utilizzato lo strumento del referendum decisionale svolto anche per via telematica. A questo fine ogni iscritto sarà dotato di password unica e personale volta a facilitarne l’utilizzo.
Un partito che sa decidere
Nel quale la fase del dibattito e del confronto deve essere aperta e condivisa e la fase delle decisioni sia limpida, trasparente ed altrettanto condivisa. Ma che poi – una volta presa la decisione - sa praticarla, in un clima che prevede, da parte delle minoranze, il rispetto delle decisioni assunte.
Un partito Federale
L’esistenza di Assemblee Costituenti regionali sostiene la necessità di una struttura federale del PD. Ogni regione potrà assumere regole organizzative anche molto diverse l’una dall’altra. Momento unificante nazionale sarà il rispetto dello Statuto nazionale, del Decalogo Etico che indicherà regole di comportamento trasparenti e del Manifesto politico e valoriale.
Un partito Trasparente
Un partito che rende pubblicamente conto delle proprie posizioni, delle proprie azioni, delle proprie proprietà con modalità assolutamente trasparenti ed in tempo reale, anche attraverso un uso adeguato del web. Dal punto di vista finanziario e della gestione economica la trasparenza dovrà essere assoluta, attraverso la tenuta dei propri conti a disposizione di tutti e la pubblicazione on line.
Un partito Contendibile
Nel quale gli aspetti che riguardano l’“ambizione personale” non siano ipocritamente vissuti come un peccato del quale dolersi. Ma che, al contrario, rendendoli palesi e riconoscendo loro cittadinanza, stimola i propri aderenti a mettersi in gioco – con le proprie idee, con la propria storia, il proprio volto, la propria intelligenza – al fine di rendere aperto il confronto, far divenire prassi quotidiana la battaglia delle idee e la volontà di metterle in pratica.
Ci muove la convinzione che, anche nel confronto politico e delle idee, la libera concorrenza – governata ed organizzata con intelligenza, trasparenza e raziocinio – non può che fare del bene al Partito democratico e, di conseguenza, all’intero Paese.
Un partito dei Diritti e dei Doveri
Un partito che – sia nella vita interna che nell’azione esterna – sia organizzazione politica che si batte per il rispetto dei diritti di ciascuno, in un’azione che pretende, da parte di tutti, il rispetto dei propri doveri, a partire dalla indiscussa integrità penale dei propri candidati e rappresentanti.
Un partito dei Preventivi e dei Consuntivi
Un partito che volta pagina rispetto alla prassi del mero “Preventivo”: alla fase nella quale si determinano programmi, progetti, ipotesi di lavoro, assunzione di impegni deve sempre corrispondere uguale azione volta alla verifica di quanto progettato, al rendiconto delle azioni realizzate ed a quelle non realizzate.
In un sano e positivo equilibrio tra “fase preventiva” e “fase consuntiva” risiede la concreta possibilità di assumere decisioni corrette , positive , credibili e vincolanti per tutti gli aderenti, sia in ordine alla scelta delle linee di azione sia in relazione alla scelta degli uomini e delle donne incaricati di metterle in pratica.
Per concludere
Nella fase attuale è attorno a questi temi che attendiamo decisioni chiare da parte delle Assemblee Costituenti nazionale e regionali.
L’elezione dei Segretari provinciali del PD non può che avvenire – in questa fase costituente ed entro il prossimo mese di dicembre – che attraverso modalità uguali a quelle con le quali abbiamo eletto in ottobre il segretario nazionale e quelli regionali. In subordine, e nel caso la situazione lo richiedesse, è ipotizzabile che detta elezione venga effettuata dai componenti eletti delle Assemblee Costituenti. In questo caso verrebbe ad aprirsi con ciò una fase temporanea e transitoria che conduca al Congresso nella prossima primavera, chiamato ad eleggere in forma aperta e democratica gli organismi dirigenti provinciali del partito.
Il lavoro delle Assemblee costituenti non potrà che rispettare tempi adeguati, comunque non biblici.
Incalza, infatti, una situazione politica a dir poco fluida e portatrice di opzioni anche molto diverse tra loro in cui il P.D. dovrà mostrarsi - nelle sue regole, nei processi decisionali, nella formazione dei quadri e nell’apertura alla partecipazione dei cittadini – come la principale novità distintiva offerta agli elettori.
Occorre dunque mettere in campo il massimo sforzo affinché venga al più presto data vita alla fase congressuale (la prima fase congressuale) del nuovo PD. Fase alla quale sia demandata la decisiva funzione della scelta delle opzioni politiche e programmatiche e della selezione dei gruppi dirigenti locali, regionali e nazionali.
In Sicko, il nuovo film di Michael Moore, c’è una breve scena in cui si vede un giovane Ronald Reagan mentre consiglia ai lavoratori americani di respingere “la medicina socialista” come eversione comunista. Negli anni 40 e 50 Reagan era stato alle dipendenze dell’American Medical Association e faceva grossi affari come affabile portavoce di un certo neo-fascismo deciso a persuadere l’uomo qualunque che i suoi veri interessi, come il diritto alla tutela della salute, fossero “anti-americani”.
Guardando questo, mi sono ritrovato a pensare alle effusioni di commiato a Reagan quando morì tre anni fa. “Molti credono – disse Gavin Esler nel programma Newsnight della BBC – che lui ristabilì fiducia nelle azioni militari americane e che fu amato persino dai suoi oppositori politici”. Sul Daily Mail Esler scrisse che “Reagan personificò il meglio dello spirito americano – l’ottimismo di credere che tutti i problemi possono essere risolti, che il domani sarà meglio dell’oggi, e che i nostri figli saranno più ricchi e felici di quanto lo siamo noi”.
Cotanto sbavare per un uomo che, da presidente, fu responsabile del bagno di sangue del 1980 nell’America centrale, e della nascita proprio di quel terrorismo che produrrà al-Quaeda, diventò accettabile. La breve parte di Reagan in Sicko ci mostra un raro momento di verità sul suo tradimento della nazione dei “colletti blu” che affermava di rappresentare. Le slealtà di un altro presidente, Richard Nixon, e di un possibile presidente, Hillary Clinton, sono altresì smascherate da Michael Moore. Proprio mentre sembrava che ci fosse poco ancora da dire sul grande infame del “Watergate”, Moore tira fuori una conversazione registrata alla Casa Bianca nel 1971 tra Nixon e John Erlichman, il suo aiutante che finì poi in prigione. Un ricco sostenitore del partito repubblicano, Edgar Kaiser, presidente di una delle più grandi compagnie di assicurazioni contro le malattie, è alla Casa Bianca con un piano per “un’industria nazionale per la tutela della salute”. Erlichman lo presenta a Nixon, che ascolta annoiato finché non sente la parola “profitto”. “Tutti gli incentivi vanno nella direzione giusta – dice Erlichman – meno cure (mediche) offrono, più soldi fanno”. A questo Nixon replica senza esitazione: “Bene!”. Il fotogramma successivo mostra il presidente che annuncia alla nazione che un pool di persone darà loro la “miglior tutela della salute possibile”. In effetti è una delle peggiori e più corrotte al mondo, come Sicko dimostra, un’assistenza medica che nega un basilare trattamento umano a circa 50 milioni di americani e, per molti di loro, il diritto alla vita.
La sequenza più angosciante è quella catturata da una telecamera di sicurezza in una strada di Los Angeles. Vi si vede una donna, con ancora indosso il pigiama ospedaliero, che barcolla in mezzo al traffico, dove è stata scaricata dall’azienda che gestisce l’ospedale (quello fondato dal sostenitore di Nixon) a cui era stata ammessa. È malata e sconvolta, e non ha l’assicurazione contro le malattie. Porta ancora il braccialetto di ammissione, da cui però è stato cancellato il nome dell’ospedale.
Più avanti incontriamo quell’affascinante coppia liberale, Bill e Hillary Clinton. È il 1993 e il nuovo presidente sta proclamando la nomina della first lady, colei che soddisferà la promessa fatta di dotare l’America di una “tutela della salute pubblica” per tutti. E qui è la stessa “affascinante e arguta” Hillary, come un senatore la descrive, a vendere la sua “visione” al Congresso. Il ritratto fatto da Moore della loquace, civettuola, bieca Hillary ricorda la splendida satira politica di Tim Robbins, Bob Roberts. Ci si accorge subito che il cinismo le riempie la gola. “Hillary – spiega Moore nel commento – fu premiata per il suo silenzio (nel 2007) come la seconda più grande destinataria di contributi dall’industria della sanità al Senato”.
Moore ha rivelato che Harvey Weinstein, la cui ditta produsse Sicko, e che è amico dei Clinton, voleva che questo commento fosse tagliato, ma lui si rifiutò. L’attacco al candidato del Partito Democratico è una digressione per Moore, che nella sua campagna personale contro Bush nel 2004 sostenne il generale Wesley Clark, il bombardatore della Serbia, alla presidenza, e difese Bill Clinton stesso, affermando che “nessuno è mai morto a causa di un pompino”. (Forse no, ma mezzo milione di bambini iracheni morirono per colpa delle sanzioni medievali imposte da Clinton al loro Paese, insieme alle migliaia di haitiani, serbi, sudanesi e altre vittime di queste sconosciute prevaricazioni.)
Con questa nuova apparente indipendenza, l’abilità e il black humour di Moore in Sicko – che è un brillante lavoro di giornalismo, satira e filmografia – spiega forse meglio dei suoi film precedenti, Roger and Me, Bowling for Columbine e Fahrenheit 9/11, la sua popolarità, influenza e capacità di procurarsi nemici. Sicko è un film talmente valido che gli si possono perdonare le lacune, in particolare il romanticismo circa il Servizio Nazionale della Salute inglese, ignorandone il sistema a “doppio strato” che trascura gli anziani e i malati di mente.
Il film apre con l’ironia di un falegname che descrive come, dopo essersi amputato due dita con una sega elettrica, avesse dovuto scegliere tra il pagare 60.000 dollari per farsi ricostruire l’indice o 12.000 per il medio. Non poteva permettersi tutti e due, e non era assicurato. “Essendo un romanticone – dice Moore – scelse il dito dell’anello”, su cui portò la fede. L’arguzia di Moore ci porta a scene roventi, tuttavia non sdolcinate, come quella della sacrosanta rabbia di una donna alla cui bambina fu negata l’assistenza ospedaliera e che di conseguenza morì. Entro pochi giorni dalla comparsa di Sicko negli USA, più di 25.000 persone intasarono il sito internet di Moore con testimonianze simili.
L’Associazione Infermieristica della California e il Comitato Organizzativo Nazionale degli Infermieri hanno mandato volontari per le strade con il film. “Dal mio punto di vista – dice Jan Rodolfo, un infermiere di oncologia – questo dimostra che esiste il potenziale per un movimento nazionale, perché è ovvio che ispira moltissime persone ovunque”.
La “minaccia” di Moore è la sua infallibile vista dal basso. Abroga il disprezzo che l’élite e i media americani hanno per la gente comune. Questo è un soggetto tabù tra molti giornalisti, specialmente quelli che affermano di essere arrivati al “nirvana” dell’imparzialità e altri che si professano insegnanti di giornalismo. Se Moore si fosse limitato a presentare le vittime nel modo tradizionale di corse in ambulanza, lasciando gli spettatori con gli occhi gonfi di lacrime ma paralizzati, avrebbe pochi nemici. Non sarebbe guardato in cagnesco come un polemico o un arrivista, e tutti i termini peggiorativi che si accollano a quelli che oltrepassano l’invisibile linea di confine in una società dove la ricchezza è equiparata alla libertà. I pochi che scavano a fondo nella natura di un’ideologia liberale che si considera superiore, ancorché responsabile di crimini di proporzioni epiche e solitamente negati, rischiano di essere tagliati fuori dal “circuito virtuoso”, specialmente se sono giovani – un procedimento che un mio ex editore mi descrisse come “una specie di defenestrazione indolore”.
Nessuno ha fatto breccia come Moore, e i suoi detrattori sono maligni nel dire che non è un “giornalista professionista”, quando il ruolo del giornalista di professione è spesso quello del furtivo zelota, servo dello status quo. Senza la “lealtà” di quei professionisti al New York Times e altri augusti giornali (perlopiù liberali), di queste istituzioni mediatiche “documentate”, l’invasione criminale dell’Iraq potrebbe non essere avvenuta e un milione di persone sarebbero oggi ancora vive. Collocato nel sancta sanctorum di Hollywood – il cinema – il film di Moore, Fahrenheit 9/11, ha gettato una luce in faccia a loro, ha raggiunto il vuoto di memoria, e detto la verità. Ecco perché spettatori di tutto il mondo gli riservarono una standing ovation.
Quello che mi colpì quando vidi Roger and Me, il primo film importante di Moore, fu l’invito ad apprezzare la gente comune americana per le loro battaglie, per la loro tempra, per la loro politica che va oltre l’assordante e finta industria democratica americana. Inoltre, è chiaro che la gente si rende conto che nonostante Michael sia ricco e famoso, dentro, è uno di loro. Uno straniero che facesse qualcosa di simile sarebbe attaccato come “anti-americano”, termine spesso usato da Moore per dimostrarne la scorrettezza. Con un sol colpo lui si libera di quella semplificazione usata da una recente serie di Radio 4 della BBC che presentava l’umanità come pro o anti-America, mentre il cronista trasudava ossequio per l’America “la città sulla collina”.
Proprio come tendenzioso è un documentario chiamato Manufacturing Dissent, che sembra essere stato cronometrato per screditare, se non Sicko, Moore stesso. È stato girato dai canadesi Debbie Melnyk e Rick Caine, e la dice lunga sui liberali cerchiobottisti e le lamentose gelosie suscitate tra gli alti papaveri. Melnyk ci spiega fino alla nausea quanto lei ammiri i film di Moore, la sua politica e quanto sia ispirata da lui, per poi tentare di diffamarlo con una serie di spropositate affermazioni per sentito dire circa i suoi “metodi”, condite da veri e propri insulti, come quello del critico che contestava il “gruzzolo” di Moore e di qualcun altro che riteneva che Moore odiasse l’America – che fosse anti-americano, nientemeno!
Melnyk insegue Moore per chiedergli perché, nel cercare un’intervista con Roger Smith della General Motors, ha omesso di dire che gli aveva già parlato. Moore disse di avere sì già intervistato Smith, ma questo molto tempo prima di iniziare il film. Quando lei in altre due occasioni intercetta Moore durante una tournée, rimane giustamente imbarazzata dalla sua gentile risposta. Se esiste un revival di documentari, Manufacturing Dissent non è tra i più meritevoli.
Non intendo dire che Moore non dovrebbe essere ripreso e sfidato se prende scorciatoie o meno, proprio come il lavoro del padre dei documentaristi inglesi, John Grierson è stato riesaminato e rimesso in discussione, ma non con parodie irresponsabili. Facendo però come ha fatto Moore, con giri di telecamere che rivelano un “governo invisibile” di poteri forti e la loro spesso subdola propaganda, è certamente il modo giusto. Nel far questo, il documentarista rompe con il silenzio e la complicità descritta da Günther Grass nella sua candida autobiografia Sbucciando la cipolla, silenzio e complicità mantenuti da coloro che “fingendo la loro ignoranza dei fatti e garantendo quella di altri sviano l’attenzione da qualcosa che si intende dimenticare, qualcosa che comunque si rifiuta di essere dimenticato”.
Per me, il primo Michael Moore è stato quell’altro grande denunciatore “anti-americano” , Tom Paine, che ha dovuto subire la collera dei poteri corrotti quando ammoniva che se alla maggioranza della gente erano negate “le idee della verità”, allora era tempo di assaltare quella che lui chiamò “la Bastiglia delle parole”, e noi chiamiamo “i media”. Quel tempo è scaduto.
John Pilger
Fonte: http://pilger.carlton.com/
Link: http://pilger.carlton.com/page.asp?partid=458
17.10.2007
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da GIANNI ELLENA
11 settembre, il boomerang degli anti-complottisti
di Enzo Modugno - da il Manifesto
C'è un movimento in espansione che conta già centinaia di milioni in tutto il mondo. Scriveva infatti Pierluigi Battista sul Corriere della sera (10 settembre): «La grande setta dei complottisti», che compra milioni di video e di libri contro la versione ufficiale sull'11/9, è «dilagata esercitando forza di suggestione e praticando una sorta di monopolio immaginario della controverità» che non riguarda più soltanto «sparute minoranze di maniaci». Insomma ci siamo, si tratta ormai di un movimento imponente: solo negli Usa oltre il 50 per cento dei cittadini è favorevole a una nuova commissione d'inchiesta sui fatti dell'11 settembre 2001.
Per questo Battista chiama alla «guerra culturale seria» i suoi debunkers, si chiamano così negli Usa gli «smontatori» che sono pagati per «sgretolare le invenzioni della setta complottista». Battista è perentorio: bisogna far «emergere la volontà di rispondere colpo su colpo, foto contro foto, cifra contro cifra, video contro video». Ma non è facile addestrare i debunkers, che non sono riusciti a rispondere «video contro video» alla Festa internazionale del cinema di Roma». Dove ieri e oggi è in programma, nella sezione Extra, il film Zero - Inchiesta sull'11 settembre, che contesta la versione ufficiale con le voci narranti di Lella Costa, Dario Fo e Moni Ovadia. Verrà proiettato anche domani, alle 20,30 al cinema Farnese.
Non sono stati capaci dunque di contrapporre alcunché. Almeno nei programmi annunciati finora. È andata un po' meglio con la carta stampata, perché sono riusciti a opporre «libro contro libro». Le Edizioni Piemme infatti hanno pubblicato contemporaneamente, con singolare tempismo, due volumi di saggi contrapposti sullo stesso argomento.
Il primo volume Zero, come il film, ha per sottotitolo «Perché la versione ufficiale sull'11/9 è un falso».
Nel secondo volume invece, «11/9, la cospirazione impossibile», elogiato da Battista, sono all'opera i debunkers che difendono la versione ufficiale.
Ma anche qui si sono rivelati inaffidabili: si direbbe che siano incorsi in una svista, forse un'appropriazione indebita. Perché la postfazione di Piergiorgio Odifreddi, finita nel secondo volume, sembra proprio adatta a figurare nel primo. Possibile che Battista non se ne sia accorto? Ha taciuto sconfortato o anche lui non legge i libri che recensisce?
Scrive infatti Odifreddi che applicando il test del cui prodest ai fatti dell'11 settembre, si arriva facilmente ai colpevoli morali, anche se non materiali, e cioè il vice-presidente Usa Cheney, l'ex ministro della Difesa Rumsfeld e il suo ex sottosegretario Wolfowitz. Infatti - ricorda Odifreddi - questi avevano affermato, nel Project for the New American Century e in altri documenti ufficiali, che fosse necessario «un evento catastrofico e catalizzante come una nuova Pearl Harbor» per giustificare «un aumento sostanziale della spesa per la difesa e per sfidare i regimi ostili ai nostri interessi». «E cosa meglio potrebbe soddisfare una tale descrizione - conclude Odifreddi - degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono? A questo punto, che l'amministrazione Bush abbia attivamente organizzato gli attentati di New York e Washington, che li abbia passivamente subiti sapendo che essi sarebbero stati compiuti, o che si sia limitata a accoglierli come una benedizione celeste una volta che erano avvenuti a sua insaputa, potrebbe anche passare in secondo piano. Ciò che mi preme veramente sottolineare è che l'11 settembre le abbia fornito la scusa formale per attuare una politica che era in gestazione da almeno cinque anni, e che ha portato per ora a due guerre».
Dunque sembra proprio un intervento per il primo volume che chissà come è scivolato nel secondo. Così adesso il nome di Odifreddi campeggia in alto sulla copertina di «11/9, la cospirazione impossibile», a dare prestigio ai debunkers che difendono la versione ufficiale. Siamo certi che l'editore Piemme vorrà porre rimedio con l'autore e con i lettori al banale disguido.
Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, intervistata per VeroSudamerica, sente vicina la liberazione della figlia. Ha fiducia nell’intermediazione del presidente Chávez, a cui chiede di aiutarla a riabbracciare la figlia dopo cinque anni di prigionia e spera che il presidente colombiano Uribe ammorbidisca la posizione di chiusura verso la guerriglia più antica dell’America Latina, per il bene di tutti.
di Antonio Pagliula
Negli ultimi tempi si sta seguendo con molta attenzione il tentativo di negoziazione di Hugo Chávez con le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Differenti sono le opinioni a riguardo. Molti sperano nel raggiungimento di un accordo umanitario che permetterebbe la liberazione dei sequestrati, altri, come il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, criticano fortemente la gestione Chávez. La situazione sembrerebbe attualmente bloccata e l’incontro tra i leader delle Farc e il presidente venezuelano è stata rimandata per l’ennesima volta, però qualcosa è cambiato rispetto al passato: ai familiari degli ostaggi è tornata la speranza.
Yolanda Pulecio, madre di Ingrid Betancourt, ex candidata alla presidenza della Colombia sequestrata nel 2002 e da quel momento in mano alla guerriglia, rivela di aver cancellato un viaggio in Spagna previsto per la fine di questo mese, preferisce rimanere in Colombia: "Sento che da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa..."
- Si parla molto di un accordo umanitario realmente vicino, Lei cosa pensa a riguardo?
Da cinque anni lotto con tutte le mie forze per raggiungere un accordo. Ho sempre trattato con il governo colombiano sperando che si creassero i presupposti per tentare una negoziazione con la guerriglia. Purtroppo però mi sono sentita ingannata molte volte, per troppo tempo mi sono illusa per poi disilludermi. Ora però sento che è qualcosa è cambiato, ho un poco più di speranza e di sicurezza da quando la senatrice colombiana Piedad Córdoba ha chiesto l’intervento del presidente venezuelano Hugo Chávez nella negoziazione e da quando il presidente colombiano Uribe ha accettato questa negoziazione.
- Sente finalmente vicina la liberazione di Ingrid?
Vedo una via d’uscita, ci conto. Le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) si fidano più del presidente Chávez che di Uribe e il fatto che si siano instaurate delle trattative confidenziali, e non alla luce del sole, mi dà ancora più fiducia perché la situazione qui in Colombia è realmente difficile.
- Crede che il governo colombiano avrebbe dovuto fare di più per la liberazione di sua figlia e degli altri sequestrati?
Certo, se ci fosse stata realmente la volontà si sarebbero dovute superare le considerazioni politiche per dare spazio a considerazioni umanitarie. Questo è quello che abbiamo da sempre implorato di fare al presidente Uribe. Io e le famiglie degli altri famigliari soffriamo immensamente pensando ai nostri amati sequestrati nella selva. Abbiamo cercato in tutti modi di convincere Uribe affinché superasse le sue posizioni politiche, la sua testardaggine e la sua politica di sicurezza democratica visto e considerato che in questo caso ci sono di mezzo le vite di tante persone.
- L’incontro tra Chávez e i leader delle Farc è stato ancora rimandato, crede realmente possibile un incontro fisico tra le due parti?
Sono sicura che l’incontro ci sarà e spero che avvenga il più presto possibile. So che si sta trattando tutto con le pinze a causa delle minacce del Ministro della Difesa colombiano (Juan Manuel Santos). Credo che avverrà fuori dalle frontiere della Colombia, al sicuro e al riparo dalle minacce militari del governo colombiano.
- Quindi lei ha piena fiducia nel ruolo di Chávez nella negoziazione? Crede che possa essere decisiva per il raggiungimento di un accordo umanitario?
Sì, ho piena fiducia. Ho fiducia nel suo impegno e nelle sue parole. Durante l’ultimo incontro che ho avuto con Chávez e tutte le famiglie dei sequestrati, comprese quelle statunitensi, il presidente venezuelano ci ha assicurato che le avrebbe provate tutte. Ci ha detto che se per Uribe ci sono posizioni inamovibili nella negoziazione, lui ne aveva solo una: la certezza che non abbandonerà la negoziazione sino a quando non assisteremo alla liberazione dei sequestrati.
- Che pensa delle dichiarazioni secondo cui la Betancourt già non si trovi in territorio colombiano?
Sono falsità, Uribe ed il suo governo non sanno più che inventare e rispondere. Hanno tutti i giornalisti del mondo addosso. Mia figlia non si trova in Venezuela, mi farebbe felice che si trovasse in qualsiasi altro paese ma purtroppo non è così.
- Che ruolo gioca il governo statunitense nella negoziazione?
Loro hanno interesse a non peggiorare la situazione più di quello che è danneggiata. Da poco hanno dimostrato interesse per i sequestrati statunitensi in maniera differente rispetto al passato. Ricordo che fui a parlare con il precedente ambasciatore Usa in Colombia (William Braucher Wood) e le riposte che ricevetti furono molto dure. Mi disse che gli Stati Uniti non avrebbero negoziato con dei terroristi e che per loro gli statunitensi sequestrati erano solo dei malati terminali. Ora per fortuna c’è un nuovo ambasciatore (William Brownsfield) che sembra meno radicale rispetto al suo antecessore e che sembra accettare gli sforzi di Chávez mirati a raggiungere l’accordo umanitario e la liberazione degli ostaggi.
- Molti presidenti latinoamericani hanno manifestato appoggio al presidente Chávez: Correa, Lula, Morales, Kirchner. Pensa che lo scambio possa avvenire fuori dai territori colombiani e venezuelani?
Magari! Perché se a Uribe non interessa, allora spero possa avvenire in qualsiasi altro paese fuori dalla Colombia.
- Seguendo il caso, sono venuto a conoscenza che Lei aveva un viaggio programmato per assistere ad una conferenza a Barcellona il 26 ottobre e che in seguito ha disdetto cancellando il volo. E’ per caso relazionato a una risoluzione della negoziazione e quindi alla possibile liberazione di sua figlia?
Sì, è vero non partirò. Ho cancellato il volo perché non voglio allontanarmi dal paese in questo momento. Sono sicura che da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa ed io voglio esserci. Mi sentirei malissimo non essere presente perché sto aspettando Ingrid con ansia da troppo tempo.
- Però da circa tre anni e mezzo non ha prove che sua figlia sia ancora in vita. Non ha paura per il suo stato di salute?
No, non ho più paura da quando la senatrice Piedad Córdoba ha recentemente incontrato un comandante delle Farc (Raúl Reyes) rassicurandomi. Mi ha detto che posso stare tranquilla perché Ingrid è viva e sta bene.
- Sono passati cinque anni dal sequestro, è preparata ad un’eventuale liberazione?
Certo, sono a braccia aperte e con tanta voglia di riabbracciarla. Confido in che Dio me la riporti sana e salva. Spero che si possa finalmente raggiungere l’accordo, è una grande speranza che ho.
articolo pubblicato in spagnolo su "La voce d'Italia" del 23 ottobre 2007 (consultabile qui)http://www.verosudamerica.com/2007/10/intervista-alla-madre-di-ingrid.html
Pakistan: il ritorno di Benazir Bhutto non risolve la situazione politica
Il rientro in patria di Benazir Bhutto, capo del partito d'opposizione Pakistan People's Party (PPP), avvenuto il 18 ottobre, costituisce una svolta per la scena politica del Pakistan
Esso è però inserito all'interno un processo che deve ancora concludersi. L'attentato che l'ha funestato ha poi aggiunto un elemento di incertezza.Il ritorno della Bhutto è frutto di un accordo faticosamente raggiunto col Presidente della Repubblica, generale Pervez Musharraf. In cambio della non opposizione del PPP alla sua rielezione, Musharraf si è impegnato a concedere un'amnistia che cancellasse le accuse di corruzione contro la Bhutto. Il 5 ottobre Musharraf ha fatto per questo emanare la National Reconciliation Ordinance (NRO), che ha aperto la strada verso casa per la Bhutto, e il giorno successivo i parlamentari del PPP si sono astenuti favorendo la conferma di Musharraf.
Resta da vedere se verrà realizzata la restante parte dell'accordo. Musharraf ha anche promesso di dimettersi dalla carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito per favorire, dopo le elezioni politiche (da tenersi nel gennaio 2008), la nascita di un governo guidato dalla Bhutto. L'accordo ha incontrato tuttavia resistenze, sia tra i sostenitori di Musharraf sia nel PPP. La NRO è stata portata in giudizio e potrebbe essere annullata, costringendo la Bhutto a difendersi in tribunale. Infine, non è stata ancora abolita la norma, voluta da Musharraf, che impedisce alla Bhutto di diventare Premier per la terza volta.
Al momento chi ha guadagnato è stato Musharraf, che ha ottenuto la conferma e ha concesso alla Bhutto solo l'amnistia, che peraltro potrebbe essere annullata. Lei ha accettato l'intesa per varie ragioni. Innanzitutto deve liberarsi dai procedimenti giudiziari (avviati in patria e all'estero), che le fanno rischiare la prigione e limitano la sua azione. In secondo luogo, vuole rientrare in possesso dei suoi capitali che sono stati congelati. IL PPP, poi, difficilmente sopravviverebbe ad altri cinque anni lontano dal potere. Infine gli USA (e la Gran Bretagna) hanno fatto pressione perché si accordasse col generale, che continuano ad appoggiare.Musharraf, presumibilmente, cercherà di realizzare anche quanto resta dell'intesa, ma è libero di rimangiarsi quanto promesso in qualsiasi momento.
Il recente arresto del giornalista Zeljko Peratovic, sospettato di aver scoperto presunti segreti di stato poi pubblicati sul suo blog, ha riportato all’attenzione la libertà di stampa in Croazia. Dura la reazione dell’Ordine dei giornalisti croati
In Croazia l’arresto del giornalista indipendente Zeljko Peratovic, sospettato di aver scoperto presunti segreti di stato poi pubblicati sul suo blog, ha scatenato ormai da giorni una bufera che non accenna a placarsi. Questo “avvenimento inammissibile” – tale è stato definito l’arresto del giornalista dal Comitato di Helsinki croato per i diritti umani nella dichiarazione pubblica del 23 ottobre - ha di nuovo messo in primo piano la questione della libertà dei media croati, che fino alla fine del 1999, durante il governo dell’ex presidente croato Franjo Tudjman, è sempre stata sotto seria minaccia.
Peratovic, ex giornalista del settimanale politico “Globus” e poi del quotidiano “Vjesnik”, oggi giornale filo-governativo, è stato arrestato mercoledì scorso, dopo che la polizia con mandato di perquisizione del suo appartamento gli ha chiesto la consegna dei computer, dei cd e dell’archivio. Nel pomeriggio dello stesso giorno, la polizia ha fatto irruzione anche nei locali di TV Nova, una delle tre televisioni croate con la licenza nazionale, chiedendo che i tecnici dei computer cancellassero dal blog di Peratovic i due contenuti in questione. Questo perché TV Nova è proprietaria del server sul quale Peratovic aveva il suo blog.
Quando giovedì scorso, dopo l’interrogatorio, la polizia lo ha rilasciato, Peratovic ha dichiarato che non gli è chiaro di quali presunti segreti statali si tratti. Uno dei documentati pubblicati sul suo blog “45 lines” si riferiva al pedinamento della polizia, di cui è stato oggetto insieme ad altri cinque giornalisti a causa dei testi su Ante Gotovina, il generale accusato dall’Aja per crimini di guerra e al tempo latitante. Gli altri due documenti sui contatti dei servizi segreti britannici con i servizi segreti croati non ha fatto che prenderli dai testi già pubblicati dal settimanale “Nacional” e dal Hrvatski list. “Questi documenti sono stati pubblicati sui giornali e io li ho soltanto presi e pubblicati sul mio blog”, ha detto Peratovic.
Peratovic si occupava d’indagini scottanti, è il giornalista che ha scritto in modo più dettagliato su Milan Levar, il testimone dell’Aja assassinato nel 2000. Levar aveva detto ai media quello che sapeva sul conto del generale Mirko Norac (sotto processo a Zagabria insieme al generale Rahim Ademi per crimini di guerra commessi nell’operazione Sacca di Medak) coinvolto nei crimini di Gospic, per i quali è stato condannato a 12 anni di carcere dal Tribunale distrettuale di Rijeka. Levar è stato ucciso in modo misterioso da una bomba davanti alla sua casa di Gospic e il suo assassino non è mai stato identificato.
Peratovic si è occupato anche dei temi della criminalità organizzata e spesso era in contatto anche con informatori del sottobosco croato. Temi dei suoi articoli sono stati il presidente Stjepan Mesic, il premier Ivo Sanader e il capo dei servizi segreti croati Tomislav Karamarko. Peratovic di recente ha pubblicato sul suo blog anche la testimonianza di una tale Fatima Skule che accusa pesantemente il vicepresidente del Parlamento croato Darko Milinovic (membro del partito di governo del premier Sanader, Unione democratica croata, HDZ) perché coinvolto nei crimini di guerra di Gospic.
L’arresto di Peratovic è presto diventato oggetto della campagna elettorale che, a fronte delle elezioni parlamentari in Croazia, fissate per il 25 novembre, si è già infiammata alla grande. Dal Partito socialdemocratico (SDP) all’opposizione, che i sondaggi prevedono vincitore delle prossime elezioni, è giunta la seguente dichiarazione: “Di nuovo gli organi giudiziari, come alla fine degli anni novanta, si sono gettati contro i giornalisti invece di indirizzare la loro attività verso quelli che dall’interno degli organi statali consegnano i dati classificati ai giornalisti”.
“Il mio punto di vista è noto e lo ripeterò di nuovo: io sono per una totale libertà dei media e, per quanto riguarda me e il mio governo, non possono esserci restrizioni di alcun tipo. Ovviamente la libertà dei media e la libertà in generale includono anche la responsabilità di ciò che viene detto e scritto. Nessuno può prescindere da questa responsabilità, né i politici, né i giornalisti, né nessuno altro, ma io sto sempre dalla parte dei giornalisti”, ha detto Sanader promettendo un’indagine con la quale si accerterà in che modo si è giunti all’arresto del giornalista.
“Lui [Sanader] è per la libertà dei media ma ama arrestare i giornalisti e a questi arresti e al maltrattamento partecipa anche il ministero diretto dal suo ministro (degli Affari Interni, Ivica Kirin)”, ha replicato a Sanader il capo del SDP, Zoran Milanovic.
L’Ordine dei giornalisti croati ha reagito in modo severo all’arresto del loro membro, valutando questo gesto come “un drastico esempio di minaccia alle libertà giornalistiche in Croazia e come un’immemorabile pressione contro la libertà dei media e dei giornalisti”. Se sono stati minacciati dei segreti di stato, allora gli inquirenti dovrebbero occuparsi delle persone che passano i segreti e non dei giornalisti che li pubblicano”, fa sapere l’Ordine dei giornalisti croati.
L’editorialista dello “Jutarnji list” di Zagabria, Davor Butkovic afferma che l’arresto di Peratovic sia stato “un errore madornale” e aggiunge che una cosa del genere non accadeva nemmeno al tempo del presidente Franjo Tudjman, noto per il suo modo autoritario di governare e per il suo continuo conflitto con i giornalisti. “Lo Stato non deve arrestare i giornalisti a causa della loro attività professionale, dunque nemmeno per la pubblicazione dei segreti di stato”, dice Butkovic.
Secondo il comunicato di Freedom House, che valuta lo stato di libertà dei media nel mondo, la Croazia l’anno scorso era al 87-imo posto insieme al Brasile, Timor Est e il Perù. Gli analisti avvertono che l’arresto dei giornalisti, come nel caso di Zeljko Peratovic, non contribuirà di certo al miglioramento della già bassa valutazione della Croazia ottenuta quest’anno. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8442/1/44/
Si riaccendono le voci sulla produzione cinematografica di "Killing Pablo", il reportage di Mark Bowden sulla caccia ll'uomo che culminò nel 1993 con l'uccisione del "Patrón".
Il film é giá su IMDb, la pagina dedicata all'industria del cinema, e viene dato in uscita nel 2009. Il ruolo di Escobar dovrebbe essere affidato a Javier Bardem (spagnolo, nella foto a destra), mentre Christian Bale (di American Psycho) sarebbe Steve Jacoby, il maggiore delle forze speciali americane che venne distaccato in Colombia per un anno sulle tracce del capo del "Cartel de Medellín".
Circolano voci anche sulla partecipazione di Antonio Banderas, nel ruolo di un avvocato colombiano.http://bogotalia.blogspot.com/
La metamorfosi dei ribelli darfurini, da portavoce degli oppressi a ostacolo per la pace
La pietra tombale sui colloqui di pace per il Darfur, previsti per questo weekend a Sirte, in Libia, l'hanno messa i gruppi ribelli riunitisi a Juba nell'ultima settimana. Ideato dai mediatori per permettere alle formazioni armate del Darfur di trovare una posizione negoziale comune, l'incontro di Juba è andato fin troppo bene. Tanto che sei delle sette fazioni del Sudan Liberation Movement, compresa quella guidata dal leader storico Abdel Wahid al Nur, hanno comunicato che non si recheranno in Libia, così come il principale gruppo armato della regione, il Justice and Equality Movement. Oltre ad aver affossato il summit, i ribelli si sono così esposti al fuoco di fila della diplomazia internazionale, facendo il gioco delle autorità sudanesi.
Sono ormai lontani i tempi in cui l'Occidente, che a parole è stato sempre molto solerte nel condannare la politica del regime sudanese, vedeva nei ribelli i portavoce delle popolazioni darfurine oppresse dal giogo di Khartoum. Dal maggio 2006, quando il governo sudanese firmò in Nigeria un accordo di pace con una delle fazioni del Slm, tutto è cambiato: il Slm si è spaccato in almeno sette gruppi, il Jem in cinque, senza contare la nascita di almeno altre quattro formazioni armate.
I motivi di questa scissione di massa sono molteplici: divergenze sulla linea da tenere nei confronti di Khartoum, divisioni etniche tra le comunità darfurine, o semplice opportunismo di alcuni comandanti che, secondo quanto dichiarato recentemente a PeaceReporter da un leader politico del Slm, hanno raccolto qualche decina di uomini e poche armi per entrare a forza nel processo di pace e goderne i benefici in termini di visibilità politica e facilitazioni economiche. Un portavoce ribelle è arrivato a dichiarare a PeaceReporter che le spaccature sarebbero un processo naturale e ben accetto, perché portatore di nuove idee. Peccato che, a livello pratico, abbiano avuto un solo risultato: far perdere punti nella battaglia forse più importante, quella per la conquista dell'opinione pubblica.
I ribelli non sono riusciti neanche a trovare una posizione unitaria per giustificare la mancata presenza a Sirte: la maggior parte ha chiesto di rimanere a Juba più tempo (almeno tre settimane) per trovare una posizione comune e ha criticato la scelta della Libia come mediatore; altri hanno incolpato l'Unione Africana e le Nazioni Unite, che non avrebbero tenuto conto della reale forza sul campo delle formazioni ribelli, dando a tutte uguale rappresentanza; altri ancora (non a torto) non ritengono di poter trattare con il governo sudanese, mutilato dalla mancata presenza del Sudan People's Liberation Movement, che rappresenta il sud del Paese e ha sospeso la partecipazione all'esecutivo due settimane fa. Le prospettive sono talmente grigie che i mediatori hanno fissato come obiettivo realistico quello di tenere in vita i colloqui di Sirte, nella speranza nel prosieguo alcuni gruppi decidano di parteciparvi. Per ora, i pochi che si presenteranno in Libia non sembrano avere neanche una precisa agenda politica.
Stavolta, però, i diplomatici non sembrano disposti ad ascoltare scuse o motivazioni, e minacciano sanzioni verso i “disertori” di Sirte. Provvedimenti che non risolverebbero il problema, ma che lasciano intendere come il vento sia cambiato e la posizione negoziale di Khartoum si sia rafforzata. Da stato “pariah”, ora il governo sudanese si può permettere di annunciare una tregua unilaterale durante i colloqui, per mostrare al mondo la sua volontà di pace. Poco importa se, dall'altra parte del tavolo, vi sarà uno sparuto gruppo di rappresentanti ribelli senza alcun vero peso in un conflitto che, in quattro anni, ha provocato almeno 200.000 morti. Una volta tanto, i mediatori occidentali non potranno incolpare il regime di Khartoum, rassegnandosi a distribuire in maniera più equa le responsabilità della guerra.
Metrosessuali, ubersessuali, pomosessuali hanno sostituito l’uomo “vero”. Ormai retrocesso tra le specie in via di estinzione.
Un uomo. Tra mito e leggenda. (Foto Fernanda TrinSky/flickr)
Chi sono io? È questa la domanda che si pongono gli uomini contemporanei. Persi, castrati, isolati, si sono visti con la rivoluzione femminista degli anni Settanta crollare addosso due millenni di dominio incontrastato: potere finanziario, professionale, superiorità legale e imposizioni famigliari. Da allora l'uomo è in cerca di un'identità. Reinventarsi ed evolvere. Ed ecco che i pubblicitari, le agenzie di tendenze e le industrie cosmetiche l’hanno compreso perfettamente.
Uber-incomprensibile
Il metrosessuale, un esemplare ormai molto diffuso, è stato immortalato dal britannico David B., conosciuto in tutto il mondo per i suoi capelli colorati e perennemente spazzolati e per il suo look hype fino al midollo. Oltre a mettersi in mostra nelle serate mondane, l’uomo giocherebbe, secondo i giornali, anche a calcio.
Il metrosessuale è soprattutto un metropolitano, che si considera pienamente eterosessuale pur rivendicando la sua parte di femminilità ed il suo gusto per l’estetismo. Si prende cura del proprio corpo, non esce senza una buona ora trascorsa in bagno e non prende neanche in considerazione di coricarsi prima di essersi spalmato la sua crema da notte alla verbena.
Un altro prototipo inventato da un pubblicitario americano come reazione all’invasione del precedente è l’ubersessuale, spesso rappresentato dall’attore americano George Clooney. Si distingue dal metrosessuale per la sua apparenza più virile. Maschile senza essere macho, sfoggia spesso una barba di tre giorni, un'aria da avventuriero disincantato, si mostra sicuro di sé ma non pretenzioso. In breve un uomo “al di là dell’uomo” che ama la vita e le cose buone. Quanto al retrosessuale è un uomo considerato “maturo”, tra i 40 ed i 65 anni, che mostra la propria età senza complessi, coltiva un'eleganza classica, impressiona per il suo carisma naturale in società e sa far uso dell’esperienza che la vita gli ha dato. La sua incarnazione tra gli esseri umani? Il buddista e brizzolato Richard Gere.
Perché io valgo
Per quelli che vogliono brillare nelle serate, perché non evocare anche i “pomosessuali” o anche “omnisessuali”, una pallida variante del metrosessuale che pratica allegramente tutte le forme di sessualità. Decisamente l’abitudine alle etichette è molto di moda ed i comunicatori adorano confinare gli stili di vita in scatole. Un altro esempio, gli “eterofolli”, ad immagine dello stilista francese Jpg, questi uomini piuttosto androgini, frequentano gli ambienti gay, ma amano le donne. Da non confondersi con le "lesbiche", uomini che amano le donne ma si sentono allo stesso tempo donne. Oppure con gli “eteroflessibili”, uomini spesso sposati o padri di famiglia (ed a volte orgogliosi di esserlo), ma che di tanto in tanto si concedono una piccola avventura omosessuale.
L’apparizione di questi energumeni ben accessoriati si è rivelata una fortuna per le compagnie di cosmetica e di profumeria che hanno colto al volo l’occasione e, a colpi di colossali campagne pubblicitarie, hanno trasmesso l’immagine dell’uomo attraente “che si prende cura di sé”, per aumentare le proprie vendite. Il settore è in piena crescita e nel 2005 i francesi hanno speso quasi 800 milioni di euro in creme antirughe o lozioni. Nel mondo, questo mercato rappresenterebbe quasi 10 miliardi di euro. Nel 2007 un terzo degli uomini che vivono nei paesi industrializzati fa uso di prodotti dermo-cosmetici, contro il 4% del 1990.
Se le riviste maschili, un settore in piena espansione tra PlayBoy, G&Q e Men’s Health straripano di consigli per la depilazione, abbronzatura o dieta, non rimane un granché per aiutare il povero ragazzo neo-moderno a trovare il suo posto. Che cos'è diventato Marlboro Man? «Trasformato in barboncino» risponde Nicolas Riou, autore dell’opera Pourquoi mon mec est comme ça (Perché il mio uomo è così). Cosa fare? «Giocare al grande duro ed esprimere la propria sensibilità».
Eric Zemmour all’inizio di un pamphlet contro l’ideologia femminista Le premiere sexe (il primo sesso), afferma che «l’uomo ha un altro ruolo nella famiglia che non quello di cambiare i pannolini» e che non dovrebbe partecipare alle faccende domestiche perché ciò farebbe di lui «un bambino come gli altri» sotto il giogo di una «madre molto potente». Altri esperti in psicologia, in relazioni di coppia, in giardinaggio, consigliano agli uomini di esprimere la loro «vulnerabilità, la loro tenerezza e le loro emozioni» per uscire dalla crisi e ridiventare «un amico della donna».
Rimane il fatto che questo “sconforto” generalizzato avrebbe già delle conseguenze sulla salute. Degli studi condotti nel Regno Unito sulla depressione mostrano che lo squilibrio tradizionale che esisteva tra donne e uomini sembra invertirsi. Povere creature.
Pechino si gode la sonda lunare e promette sviluppi pacifici nello spazio Entusiasmo in Cina, mentre tecnici e politici ripetono che non c’è alcuna corsa alla luna, né competizione. Il volo ha solo "finalità scientifiche". Qualcuno fa notare che c'è troppa povertà sulla terra cinese.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Vola sicuro il satellite lunare cinese Chang’e, lanciato ieri alle 18,05 (ora di Pechino) dal centro Xichang nel Sichuan, con diretta televisiva nazionale e mondiale. La sonda, del costo di 1,4 miliardi di yuan, si è staccata dal razzo 24 minuti dopo il lancio ed è entrata in un’orbita di 16 ore intorno alla terra. I media cinesi sono pieni dei commenti entusiasti e orgogliosi di tecnici, funzionari, gente della strada, scene di bandiere nazionali al vento e dita alzate per la V di vittoria, quasi che il lancio apra una nuova epoca nella storia cinese.
Molte persone sono andate nei planetari per cercare di vedere il razzo in volo e c’è persino chi discute se ci sia vita sulla luna, o chiede se la sonda pianterà sulla luna una bandiera cinese. Tecnici e funzionari parlano di “un passo cruciale” nel programma spaziale cinese, ma sottolineano che il lancio ha finalità soltanto scientifiche e che – come dice Luan Enjie, capo del progetto orbita lunare – “non ci sarà alcuna corsa alla luna con altri Paesi”.
Al contrario, Stati Uniti, Giappone, India e anche il Brasile mostrano un rinnovato interesse per la luna e progettano missioni. Gli scienziati ritengono che lo studio della luna possa rivelare importanti misteri sull'universo e che la luna sia ricco dell'isotopo elio-3, fonte di energia, molto raro sulla terra.
Chen Yongqi, capo del dipartimento di studio del territorio e di geoinformatica, commenta al South China Morning Post che “ad altri Paesi sono occorsi decenni per pianificare e programmare [un progetto lunare]… Ma in Cina si procede con grande velocità”.
“Sembra un dragone” è il commento di Zhu Yousheng, commerciante di Chengdu che ha pagato 800 yuan per assistere al lancio dalla base.
Qualcuno, con un po’ di cinismo, osserva che è subito esploso il commercio dei gadget: i modelli della sonda in scala 1:30, di metallo con base in cristallo, sono venduti a 1.880 yuan, contro gli 880 yuan di qualche settimana fa.
Ma molti rimangono indifferenti. Liu Chuanmei, ingegnere di Pechino, commenta che “lo Stato dilapida così tanto denaro nel progetto spaziale solo per mostrare la sua potenza”.
Il contadino Wu Minga della contea di Chuanxing (Xichang), vicina al centro di lancio, si lamenta delle ingiustizie dei funzionari locali. “Se [il governo] è capace a mandare un satellite fino alla luna – si chiede - perché è così difficile mandare tutti i funzionari corrotti in carcere?”
Nessun commento dalle autorità di Taiwan, mentre fonti militari esprimono “preoccupazione” per questo “passo in avanti nel programma spaziale di Pechino”. Ma Alexander Wang Chieh-cheng, professore dell’università di Tamkang, dice che Pechino non ha bisogno di razzi in orbita per Taiwan: le bastano i 1.000 missili sempre puntati sull’Isola.
Ma Sun Jiwen, consigliere dell’esercito cinese per la sicurezza spaziale, osserva che lo studio della luna riguarda l’intera umanità e ritiene “inevitabile” una futura cooperazione internazionale. Teng Jianqun, dirigente dell’Associazione per il controllo delle armi cinesi e il disarmo, ritiene invece alto il rischio che lo spazio sarà militarizzato: “le negoziazioni su regole per lo spazio – conclude – debbono iniziare ora, o potrebbe essere tardi”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10643&size=A
La guerra in Iraq non solo provoca vittime innocenti ma compromette seriamente la salute mentale di tante persone travolte dalla violenza: bambini che hanno visto i parenti morire o che hanno assistito a violenze inaudite sui propri familiari; donne stuprate; fidanzati e fidanzate ai quali hanno ucciso il loro promesso sposo/a a pochi giorni dal matrimonio; uomini che hanno visto parenti e amici dilaniati dalle bombe senza poter fa nulla. Sono le ‘altre vittime’ che ogni giorno si presentano al reparto psichiatrico dell’ospedale Ibn-Rushd di Bagdad. "Visitiamo un centinaio di pazienti al giorno” ha detto il direttore del reparto Shalan Aboudy, intervistato dalla rete informativa ‘Irin’ che ha dedicato un lungo servizio alle conseguenze psico-sociologiche del conflitto iracheno. Aboudy ha poi precisato che in ospedale si presentano “in maggioranza donne e tantissimi bambini”; la sua struttura guidata poteva contare su 14 specialisti, ma oggi assistono i pazienti solo quattro psichiatri, avendo gli altri lasciato il paese. Dall’inizio del 2007 l’organizzazione irachena ‘Keeping children alive’ (Kca), che procura anche una sistemazione ai bambini traumatizzati e rimasti orfani, ha registrato 1800 bambini e 1100 donne visitate dagli psicologi nei propri centri di assistenza, ma solo il 6% torna a farsi curare. “Nelle famiglie più tradizionali la malattia mentale è ancora vista come una vergogna e dopo la diagnosi si preferisce chiudere i bambini in casa” ha detto Mayada Marouf, portavoce della Kca, una delle rare strutture per l'assistenza psicologica ancora attive a Baghdad; le minacce di morte hanno costretto altre sei associazioi simili a chiudere. È vivere costantemente nella paura, oltre che l’esperienza della violenza, a far crescere sempre più la sofferenza mentale tra la popolazione della capitale. “La paura è come il cancro - dice il neurologo Fazi Mahamoud, docente all’Università di Baghdad – perché assume il controllo sul corpo fino a un livello tale che né i dottori né le medicine sono in grado di impedirne le conseguenze”.
Una tra le donne attualmente piu’ influenti in Vaticano, sara’ con ogni probabilita’ il prossimo ambasciatore degli Usa presso la Santa Sede. Il presidente George W.Bush ha scelto per l’incarico diplomatico Mary Ann Glendon, professoressa di legge a Harvard e attuale presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. […]
L’annuncio ufficiale della Casa Bianca dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. La Glendon, secondo quanto si e’ appreso, aveva chiesto nelle scorse settimane al presidente di poter riflettere sulla proposta, visto il ruolo che riveste alla Pontificia Accademia, che le fu assegnato nel 2004 da papa Giovanni Paolo II. Adesso la studiosa di Harvard avrebbe sciolto la riserva e l’amministrazione Bush conta di sottoporre la nomina al Senato in tempo per far debuttare il nuovo ambasciatore a gennaio.
In attesa di un’annuncio ufficiale della Casa Bianca, il Dipartimento di Stato non ha commentato le indiscrezioni, cosi’ come ha fatto la Glendon.
La studiosa, che ha 69 anni, e’ un’esperta di bioetica, diritto costuzionale comparato e diritti umani. Nota per le sue posizioni contro l’aborto, e’ stata in passato rappresentante della Santa Sede in conferenze dell’Onu. Nel 1995, guido’ la delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulle donne, diventando la prima donna a rivestire un incarico del genere per conto della Santa Sede. Uno dei suoi ultimi libri esplorava il ruolo di Eleanor Roosevelt nella promozione dei diritti umani nel mondo.
La Glendon tra il 2001 e il 2005 ha fatto parte della Commissione Bioetica della Casa Bianca, l’organismo che orienta le scelte di Bush in materia. Di recente ha fatto ingresso anche nella campagna presidenziale 2008, accettando di presiedere una commissione che offre consulenza su temi costituzionali all’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, uno dei piu’ accreditati candidati repubblicani alla successione di Bush.
DIRITTI-BIRMANIA: Visita dell’inviato Onu: lifting per la Giunta? Marwaan Macan-Markar
Donne birmane rifugiate manifestano a New Delhi
Foto: Mizzima
BANGKOK, (IPS) - Mentre accolgono il ritorno dell’inviato per i diritti umani dell’Onu in visita in Birmania, gli esiliati politici birmani all’estero pongono interrogativi pungenti, come chi trarrà più vantaggi da questa visita di alto profilo.
Le preoccupazioni di gruppi come l’Associazione di assistenza per i prigionieri politici (AAPP) e la rete degli ex prigionieri politici birmani fuggiti dal paese, sono legittime. Dopotutto, quasi un mese dopo la brutale repressione della giunta birmana nei confronti dei monaci buddisti inermi e dei civili che protestavano per le strade di Rangoon e altrove, il paese del Sud-est asiatico vive ancora intrappolato nella morsa della paura.
”Chi trarrà beneficio da questa visita? Avrà lo scopo di aiutare il popolo birmano, vittima delle azioni repressive dei regimi militari, oppure di aiutare a ripristinare l’immagine del regime?”, chiede Bo Kyi, un ex prigioniero politico e membro dell’AAPP, che ha sede a Mae Sot, un piccolo villaggio al confine con la Tailandia. “Temo che questa visita non servirà ad altro che ad allentare le pressioni internazionali sul regime”.
I rappresentanti del governo di coalizione nazionale dell’Unione della Birmania (NCGUB), il governo eletto democraticamente e dal 1990 costretto all’esilio, hanno altrettante ragioni per essere scettici: “Non vogliamo che questo sia un altro tentativo della giunta di prendere tempo per portare avanti la propria agenda politica. Il regime militare propone sempre questo tipo di iniziative quando è sotto una forte pressione internazionale”, ha detto Zin Linn, responsabile dell’informazione del NCGUB.
Questi commenti rilasciati all’IPS sono seguiti alla decisione della giunta, lunedì scorso, di abolire l’espulsione per quattro anni del diplomatico brasiliano Paolo Sergio Pinheiro, permettendogli di tornare in Birmania nelle prossime settimane. L’inviato per i diritti umani dell’Onu si era recato nel paese l’ultima volta nel novembre 2003; una visita che aveva lasciato il segno, quando Pinheiro aveva scoperto la presenza di cimici in una stanza riservata al colloquio con i prigionieri politici.
Il Consiglio di stato per la pace e lo sviluppo (SPDC), nome ufficiale della giunta, ha subito un’ondata di forti critiche internazionali per le severe misure adottate nel soffocare le proteste di piazza, nate per un improvviso rialzo dei prezzi della benzina e poi sfociate in una manifestazione contro il governo. Alla fine di settembre, i generali hanno fatto alcune concessioni, permettendo all’inviato speciale dell’Onu per la Birmania, Ibrahim Gambari, di visitare il paese in missione politica.
Ma questa concessione non ha fermato la giunta, che ha rinominato il paese Myanmar, dal perseguire con la forza altri dissidenti, monaci buddisti e qualunque sospetto simpatizzante dell’opposizione. Secondo alcune fonti a Rangoon, la recente abolizione da parte del regime del coprifuoco notturno non ha alleviato le tensioni, visto il continuo timore di sentire bussare alla porta di casa dopo il tramonto, per poi essere arrestati.
E anche l’annuncio dell'SPDC all’inizio di ottobre della nomina di un viceministro come intermediario tra il leader della giunta e il capo dell’opposizione per la democrazia, non si è tradotto in realtà. Aung Sang Suu Kyi, la leader per la democrazia che ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari, continua a restare isolata da qualsiasi possibile iniziativa di riconciliazione. E lo stesso accade per i membri del suo partito politico, la Lega nazionale per la democrazia.
Nel week-end, la giunta ha ammesso di aver detenuto circa 3mila persone dopo la repressione di fine settembre, e ha avvertito che sarebbero state prese di mira altre persone sospettate di coinvolgimento nelle manifestazioni antigovernative. Le proteste di piazza cominciate a metà agosto sono state un raro riflesso di indignazione pubblica cui non si assisteva da vent’anni.
La visita di Pinheiro è stata considerata una prova del nove del grado di apertura della giunta verso l’impegno con la comunità internazionale. “La sua visita non dovrebbe limitarsi a un esercizio diplomatico di soli incontri con funzionari, ma gli dovrebbe essere consentito di condurre un’indagine su tutte le violazioni dei diritti umani commesse”, ha detto all’IPS Debbie Stothard di ALTSEAN, un’organizzazione regionale per i diritti umani. “Vorremmo che Pinheiro parlasse con i monaci e gli altri detenuti, per poter conoscere il loro destino”.
È altrettanto importante, secondo Bo Kyi, che l’SPDC assicuri all’Onu che i testimoni e le vittime che parleranno con Pinheiro non verranno arrestate dopo che l’inviato avrà lasciato la Birmania. “Ci sono seri dubbi sul fatto che riuscirà a condurre le sue inchieste in modo libero e aperto. E per questo gli deve essere garantito che le persone con cui parlerà non subiranno abusi dal regime e non verranno arrestate”.
L’AAPP, infatti, ha documentato casi in cui l’SPDC avrebbe preso di mira i prigionieri politici e gli attivisti che avevano rivelato dei dettagli a Pinheiro nelle sue precedenti visite. “Alcuni inviati dell’SPDC seguivano Pinheiro ovunque andasse, e minacciavano le persone di dire solo cose favorevoli se intervistate da lui”, aggiunge Bo Kyi. “Il popolo birmano lo sa, e questa volta avrà paura di parlare con Pinheiro”.
Simili impedimenti, comunque, non hanno frenato l’inviato dal tracciare un tetro scenario delle violazioni dei diritti umani in Birmania, nel presentare i suoi regolari rapporti all’Assemblea generale e al Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In passato, Pinheiro aveva fatto luce sulle sventure dei 1.100 prigionieri politici del paese, l’uso del lavoro forzato, le dure restrizioni alle libertà politiche e civili e gli abusi sistematici contro le minoranze etniche della Birmania.
Che l’imminente visita di Pinheiro vada aldilà di ogni sua visita precedente quanto a pressioni politiche e forti aspettative, è prevedibile per la presenza di un altro elemento inquietante: dopo la brutale repressione delle proteste pacifiche, non è emerso nessun dato chiaro sul numero delle persone rimaste uccise. Mentre la giunta parla di 10 morti, secondo i gruppi antigovernativi le vittime sarebbero circa 200.
”È ancora tutto da vedere, prima di poter dire che ci sono stati dei progressi, e che la sua visita è stata un successo”, ha detto Zin Linn, dell’NCGUB. “Pinheiro dovrebbe sapere che attualmente in Birmania regna il terrore”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1033
India : forze di sicurezza impunite per massacri nel Punjab
di Gabriella Mira Marq*
Il governo indiano deve prendere iniziative concrete per responsabilizzare i membri delle sue forze di sicurezza che hanno ucciso, fatto sparire e torturato migliaia di insorti Sikh durante la sua campagna in Punjab.
Lo afferma un rapporto di Human Rights Watch ed Ensaaf - diffuso la settimana scorsa - che evidenzia le difficolta' affrontate dalle famiglie delle vittime per veder riconosciute legalmente la verita' e le responsabilita' e mostra l'impunita' di cui godono i funzionari responsabili delle violazioni, nonche' la quasi totale inerzia di magistrati e istituzioni dello Stato nel fornire giustizia.
Per porre fine alle lacune istituzionali che favoriscono l'impunita' in Punjab ed altrove nel Paese, quindi, il governo dovrebbe adottare nuove misure giuridiche e pratiche, compresa l'istituzione di una commissione d'inchiesta, un apposito ufficio del procuratore e un vasto programma di risarcimenti.
A partire dal 1980, i separatisti Sikh del Punjab hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, compreso il massacro dei civili, attacchi alle minoranze indu' e attentati indiscriminati in luoghi affollati. Nelle loro operazioni contro gli insorti, dal 1984 al 1995, le forze di sicurezza indiane hanno pero' commesso altrettanto gravi violazioni dei diritti umani contro decine di migliaia di Sikh e nessuno dei principali artefici di questa strategia repressiva costellata di atrocita' e' stato portato davanti alla giustizia.
Un caso discusso in modo approfondito nella relazione e' quello delle "cremazioni di massa", che vede membri dei servizi di sicurezza implicati in migliaia di uccisioni e cremazioni segrete in tutto il Punjab per nascondere le prove di illeciti. Il caso e' attualmente all'esame della Commissione nazionale per i diritti umani, un organismo appositamente abilitato dalla Corte Suprema indiana ad affrontare questo caso.
Tuttavia la commissione - che opera sulla vicenda da oltre 10 anni - ha ridotto suoi sforzi solo a stabilire l'identita' degli individui che sono stati segretamente cremati in tre forni crematori, in un unico distretto del Punjab, mentre ha respinto i casi provenienti da altri distretti ed ha ignorato intenzionalmente le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza, rifiutando esplicitamente di identificare qualsiasi funzionario responsabile, anche in presenza di esplicite richieste e di prove schiaccianti.
Non mancano nel frattempo le pressioni e le minacce ai familiari che non si arrendono e che continuano a chiedere giustizia dopo quasi un ventennio di lunga attesa, con processi rimandati e prolungati ad oltranza in maniera palese.
Ma non e' tutto: il governo indiano continua a citare ancor oggi la strategia antiinsorti in Punjab come un modello per preservare l'integrita' nazionale, senza tenere in considerazioni le leggi internazionali, che vietano azioni come quelle messe in opera a suo tempo e prevedono giustizia per le vittime.
Passate le primarie, assalto al sistema maggioritario!
di Claudio Croci,
Non si è ancora spento l’eco delle primarie con la cosiddetta investitura plebiscitaria di Walter Veltroni , che le varie anime del centrosinistra interna ed esterna al P.D. reclama a gran voce la riforma del sistema elettorale.
In altre parole celebrate le primarie in cui anche il sistema elettorale poteva essere un argomento di dibattito e non lo è stato , ed ecco che gli eletti si esercitano successivamente al voto a prospettare le soluzioni per i nuovi criteri elettorali. Arturo Parisi giustamente rimarca la questione che è un po’il nocciolo di tutto il problema . La classe dirigente del paese si esercita a richiedere mandati dal “ popolo “ a sé stessi , per poi dopo , e solo dopo, mettere in campo gli oggetti del contendere . Le battaglie di Segni , Guzzetta , Parisi hanno proprio questo scopo di chiedere agli eligendi prima la loro posizione e poi sulle proposte e non sulle cosiddette affinità ideologiche chiedere il voto. L’elezione di Walter Veltroni ne è l’emblema i Democratici per Veltroni , la Sinistra per Veltroni , Con Veltroni quale progetto unitario avevano in mente solo quello di eleggere Segretario Veltroni per poi dopo e solo dopo proporre soluzioni contrastanti ed in particolare ad uno dei più critici problemi che da anni accalora la politica italiana e cioè il sistema di governo del paese e la metodologia di scelta della classe dirigente.
Marini , Bertinotti , Franceschini , Rutelli si trovano ormai indiscutibilmente a favore del sistema alla tedesca che è un sistema proporzionale puro . Tale sistema che in Germania ha tre correttivi non riscontra più nella stessa Germania molte simpatie perché foriero di instabilità. Infatti i tre correttivi tedeschi :
1) la istituzionalizzazione dei partiti soggetti ad un controllo della legittimità democratica da parte della Corte Costituzionale ;
2) lo sbarramento del 5 % su base nazionale;
3) “il Cancellierato” come forma di governo dell’esecutivo basata sull’elezione del Capo del Governo da parte della sola Camera Bassa sostituibile solo e soltanto attraverso l’elezione di un nuovo Cancelliere ,
in Italia sono tutti da costruire , inoltre grazie alla riunificazione della Germania ed alla nascita di un partito di sinistra frutto dell’unificazione della sinistra della SPD con il del PSD ( ex-partito comunista dell’Est ) , l’equilibrio alternativo tra i due gruppi formato da Gruen-SPD da un lato e CDU-FPD dall’altro si è spezzato per cui occorre per governare l’alleanza tra i due grandi partiti mettendo in crisi il principio dell’alternanza e della governabilità decisa dagli elettorii. Pertanto è sicuro che il sistema tedesco introdotto in Italia con la pochezza percentuale delle forze polticvhe italiane ( il PD con il 30 % , primo partito italiano , è distante dal 34 % dell’SPD il secondo partito tedesco ) porterà all’istabilità permanente che la politica correggerà attraverso il ritorno ad una grande colazione moderata che da una parte emergini la sinistra e dall’altra consenta attraverso la scissione del PD la costruzione di una grande forza di centro che si alleerà alternativamente con AN o con la sinistra riformista . Alla cosiddetta sinistra radicale condannata ad un ‘opposizione eterna , resterà l'immagine di purezza, di fronte alla piazza, frutto dell’esclusione dalla stanza dei bottoni , lontana dai riprovevoli compromessi imposti da una funzione governante e propositiva.
Questo quadro su cui ormai evidentemente giocano forze economiche influenti e grandi quotidiani al fine di ricondurre la politica ad una visione meno decisionista e più di mediazione tra gli interessi economici e i poteri pubblici , porta alla liquidazione a breve del governo Prodi, alla riforma elettorale , alla celebrazione di elezioni anticipate nel 2008 ed alla consacrazione di una svolta moderata con vernice più o meno di sinistra.
La posizione di Veltroni che in sede di pre-primarie non ha delineato alcuna preferenza netta su soluzioni elettorali se non per un vago ed anticostituzionale sistema mediato dall’elezione dei sindaci, ritorna oggi sulla questione proponendo un sistema tedesco , proporzionale puro , temperato da un premio fisso di deputati alla coalizione vincente , una sottospecie, di nuovo, del sistema dei comuni . Credo che non ci si renda conto che il sistema delle primarie , la volontà di scelta dei cittadini è coincidente col sistema maggioritario che è l’essenza e la motivazione ultima della nascita del P.D., se il suo attuale neo-Segretario non lo percepisce credo che sia l’inizio della fine di tutto il progetto dell’Ulivo. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=9789
Chiacchiere shopping spallate
di Lietta Tornabuoni, La Stampa - Pare dunque che Berlusconi, oltre a fare niente da più di un anno, faccia quello che sa fare meglio: chiacchiere pubblicitarie e shopping di persone (adesso, di senatori, per vedere se votando contro il governo riescono a far cadere Prodi. A quest’ultimo scopo, già all’indomani della vittoria elettorale del centrosinistra, il leader dell’opposizione séguita una vera campagna parolaia: Prodi non è stato eletto, Prodi deve andare a casa, il governo è alla frutta (o alla fine della corsa, alla deriva, all’ultimo respiro, all’estremo). Per affrettare o facilitare questa caduta, ora promette un’altra grande manifestazione, come se la prima avesse ottenuto qualche risultato, così il governo riceverà la famosa spallata che da un bel pezzo viene promessa.
Ora, Berlusconi come tutti noi non è affatto sicuro dell’efficacia di una simile tattica, che è stata estesa all’intero centrodestra (e fa una certa impressione sentire tanti pappagalli che ripetono l’identico slogan). Spera almeno che l’assedio parolaio arrivi ad avvilire Prodi, a scoraggiarlo, a farlo sentire maltollerato (il che non è certo una sensazione piacevole) e a sminuirlo, a renderlo spregevole bersaglio d’insulti agli occhi dei futuri elettori, quando sarà. Naturalmente nessuno più di Berlusconi può avere fede e fiducia negli slogan, ma forse il calcolo stavolta è azzardato: agli insulti Prodi non risponde, non c’è caso che susciti canee né che dia agli aggressori un’importanza sproporzionata e per loro lusinghiera, non è il turbolento Mastella.
Senza esagerare, per Prodi si può avere una certa ammirazione. Coi suoi modi serafici da parroco e la sua dizione pasticciata, coi suoi sorrisi bonari e la sua bicicletta, si è mostrato bravo: paziente, resistente, riduttivo, di gran carattere. Magari non tanto bravo nel governare (ha fatto quel che era sinora possibile), quanto nel tenere insieme i suoi e nel tenere lontana l’opposizione. È stato capace di non perdere i nervi e di conservare una almeno apparente serenità di fronte a ogni pretesa e ogni attacco di amici e avversari, di mantenere una calma positiva da ex democristiano, una forza lucida da ex manager. Insomma «ha fatto bene», come diceva l’avvocato Agnelli: nel gruppo dei politici, è uno dei meno ridicoli.
Il primo segnale veramente importante di discontinuità sulla scena pubblica italiana non è venuto, come tutti si aspettavano e come era stato lungamente annunciato, dal mondo della politica, bensì da quello delle imprese. La decisione dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, di non aspettare la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici e di procedere subito alla concessione di un acconto salariale (30 euro nella busta paga mensile) viene presentata come un espediente per aggirare, almeno in parte, le lungaggini di un contratto arenato su questioni normative, ma si tratta in realtà di molto di più.
Manda in frantumi procedure e schemi consolidati e appare destinata a profonde ripercussioni, forse ben al di là delle trattative sindacali. Queste trattative vengono condotte secondo una procedura consolidata, quasi immutata, nei suoi elementi essenziali, negli ultimi sessant’anni che, di fatto, considera il rinnovo contrattuale come un gioco a somma zero: gli aumenti salariali rappresentano una riduzione dei profitti aziendali, quello che una parte guadagna è tolto all’altra. Nella decisione della Fiat si può scorgere la proposta di considerare il tutto come un gioco a somma positiva: se l’impresa va bene, tutte le sue componenti devono trarne vantaggio e gli aumenti salariali possono motivare e stimolare, aiutando l’impresa ad andare ancora meglio. Si tratta di un discorso in tempi lunghi, non troppo dissimile, nei suoi principi, da quello che le imprese sempre più spesso propongono ai loro dirigenti.
Nelle sue recenti prese di posizione, del resto, l’amministratore delegato della Fiat, dirigente di formazione squisitamente internazionale, si è allontanato dalla visione semplicistica di «creazione di valore (immediato) per gli azionisti» tipica del capitalismo anglosassone; nel suo intervento di un mese fa al convegno della rivista L’Industria, ha mostrato un’ampia apertura al concetto «europeo» di capitalismo e all’accettazione di una responsabilità sociale delle imprese. La «creazione di valore per gli azionisti» rimane sicuramente uno degli obiettivi-guida di Marchionne; se applicato, com’è giusto fare, a tempi lunghi, essa induce alla conclusione che non possono sussistere azionisti soddisfatti se i lavoratori nel loro insieme e, al limite, il Paese intero è insoddisfatto.
La mossa di Marchionne non solo costituisce una presa di distanza dalla concezione prevalente del recente capitalismo finanziario ma chiama anche in causa il principio sindacale dell’unità e della necessità di un «fronte comune», di soluzioni uguali per tutti. Giudicata con questo metro, la decisione della Fiat che differenzia i propri lavoratori dagli altri può apparire un passo indietro; occorre però riflettere sul fatto che la politica sindacale del «fronte comune» e della solidarietà, condotta per decenni, ha contribuito a conferire ai lavoratori italiani il poco invidiabile privilegio di portare a casa una delle buste paga più striminzite d’Europa e di subire ritenute sociali percentualmente tra le più alte d’Europa; ha inoltre contribuito a mantenere in vita imprese decotte e a far perdere terreno al Paese rispetto ai suoi concorrenti internazionali.
Per conseguenza, oggi le retribuzioni della maggior parte dei lavoratori dipendenti italiani si collocano a un livello non molto superiore alla sopravvivenza e il loro potere d’acquisto è fortemente diminuito nel corso degli ultimi 10-15 anni. L’intensa partecipazione alla manifestazione romana di domenica mostra quanto sia diffuso il disagio per questa situazione. Su questa condizione oggettiva lavoratori e imprese possono oggi sicuramente concordare e di qui è forse possibile partire alla ricerca di qualcosa di nuovo che non può essere un semplice riferimento a formule contrattuali e metodologie ormai vetuste.
Per questi motivi, la decisione della Fiat non può essere considerata, in maniera riduttiva, come un ritorno al paternalismo industriale degli Anni Cinquanta, anche se l’«attenzione» che l’azienda oggi dichiara di avere nei confronti dei suoi lavoratori costituisce un elemento comune con la situazione di allora. Anziché volto a mantenere situazioni di potere all’interno dell’impresa, il discorso di Marchionne segnala la necessità di uscire dalla stagnazione normativa e sociale, di costruire nuovi rapporti, interni ed esterni alla Fiat, in un’economia globalizzata.
La costruzione di tali rapporti potrebbe risultare indispensabile per garantire l’esistenza stessa non solo della Fiat ma dell’intera industria italiana. In questo contesto, l’amministratore delegato della Fiat ha sicuramente titolo a parlare perché dal «sistema Fiat» proviene circa un terzo dall’attuale, per quanto debole, fase di crescita economica. L’importante è che si trovino interlocutori che, soprattutto tra i politici, corrono il rischio di essere troppo distratti da faccende interne al loro mondo per occuparsi davvero di questi problemi di fondo.
Senza nulla togliere al ribaltino che ha sfiduciato Petruccioli in commissione di vigilanza Rai, quanto accaduto nella commissione Diritti umani rende al meglio (anzi al peggio) il clima farsesco della politica italiana in questo malinconico ottobre. Qui dovendosi eleggere il presidente, alcuni dell’Unione hanno pensato bene di impallinare il candidato della sinistra votando l’uomo della destra, e il tutto condito dall’imbroglio di chi ha votato due volte. Per gente che dovrebbe occuparsi del rispetto delle persone, non c’è male. Intrighi e tranelli fanno parte del gioco politico nella sua versione meno nobile, ma se nelle aule parlamentari si fa ogni tipo di mercato significa che la situazione è fuori controllo.Parliamo ovviamente del governo Prodi che ogni giorno deve fronteggiare un problema nuovo, dai litigi tra ministri alle tensioni sul pacchetto sicurezza. Un governo, ed è qui la rabbia, che per quanto gli è consentito dai numeri al Senato molte cose buone le ha fatte migliorando i conti, aiutando i più deboli, combattendo sul serio l’evasione fiscale. Un governo composto soprattutto da uomini competenti e per bene, e che non passano il tempo negli studi televisivi a distruggersi l’uno con l’altro. Tutto questo rischia però di scomparire sotto i colpi di una opposizione a cui del paese importa nulla, capace solo di seminare zizzania e che ha come unico obiettivo quello di andare alle elezioni subito per riprendersi il bottino. Questa corsa disordinata verso le urne, che con il pessimo sistema elettorale che ci ritroviamo non farà che perpetuare l’ingovernabilità, sembra aver contagiato pezzi della maggioranza. Che immemori delle risse del giorno prima (vedi i mastelliani e i dipietristi) il giorno dopo si alleano per destabilizzare la Rai sperando in chissà quali vantaggi nella campagna elettorale che si annuncia. Come in un suk.
L’assemblea costituente del PD che si riunisce sabato dovrà discutere e definire la forma partito. Nel corso della campagna elettorale il tema è stato appena sfiorato. I candidati –chi più chi meno- hanno usato parole molto generiche: partito radicato nel territorio, federale, a grande partecipazione. Insomma affermazioni che non dicono molto. La crisi dei partiti italiani è sotto gli occhi di tutti ed è stata una delle ragioni che hanno ispirato il progetto dell’Ulivo, poi del PD. Dunque serve una forma partito che sia in netta discontinuità con le esperienze precedenti. Quando però si inizia a dare sostanza alle proposte emergono subito le difficoltà. Per esempio si dice radicato nel territorio: bene, ma strutturato come e per fare cosa? Non potrà essere l’organizzazione piramidale dove alla base stanno le sezioni, quindi se non si vuole ripetere il modello organizzativo precedente e necessario che la struttura non sia piramidale, ma orizzontale e a rete dove i percorsi decisionali sono sostanzialmente aperti alla partecipazione (degli iscritti o degli elettori?) e dove la sintesi si attua applicando il principio della contendibilità delle cariche e delle idee. In altre parole se si vuole un Partito Democratico sia tale per definizione è necessario che la struttura sia aperta sottraendo ogni spazio a logiche che in qualche modo possono dare l’idea di apparato e di cooptazione. Dunque un partito “aperto” dove non necessariamente per partecipare è necessario essere iscritti. La definizione dei percorsi della formazione delle decisioni e della scelte dei dirigenti e dei candidati sarà lo snodo fondamentale per determinare il carattere del partito. Le primarie dovranno essere la norma e non l’eccezione, i referendum su questioni facilmente definibili dovranno diventare una prassi normale, le votazioni sui programmi non potranno rimanere all’interno degli organismi dirigenti, ma aprirsi al confronto e al voto attraverso strumenti moderni, agili (internet). Una volta definito il “mandato” di programma o di altro il gruppo dirigente avrà la responsabilità della sua attuazione. Questo per dire che nel PD deve affermarsi la cultura della responsabilità.
In questi ultimi anni abbiamo assistito al declino dei grandi partiti e chi ha avuto possibilità di discutere di questi temi sa bene che tutte le proposte che tendevano ad apportare variazioni alla struttura senza modificare profondamente il meccanismo sono fallite. Il problema è molto più grande bisogna ripensare radicalmente la forma partito e non ci aiutano gli esempi che possiamo andare a prendere in altri paesi. La società italiana è profondamente cambiata, nuove generazioni si sono affacciate sulla scena sociale e politica: partiamo da qui e, senza alcuna pretesa di ingessare la forma partito dentro un modello, percorriamo la strada della sperimentazione. Sperimentando, appunto, nuove forme di partecipazione: che rimane il criterio fondamentale su cui si deve basare il nuovo Partito Democratico.
Nella formazione del nuovo governo polacco si inserisce una questione piuttosto interessante, quella del veto che il presidente della Repubblica può opporre alle proposte parlamentari. Per superarlo, occorre una maggioranza qualificata, dei due terzi. E siccome Lech Kaczynski ha dichiarato di voler fare un uso intenso del veto, ecco che spunta l'ipotesi di un governo di larghe intese che metta assieme Piattaforma Civica di Donal Tusk, il partito contadino e il blocco socialdemocratico che riunisce diverse formazioni politiche, dai postcomunisti dell'ex presidente Kwasniewski ai liberali di sinistra guidati dal dissidente di Solidarnosc, lo storico ed europarlamentare Borislaw Geremek. Appunto, per superare lo scoglio del veto presidenziale. Come scritto ieri, l'era Kaczynski non è affatto finita e il futuro nuovo premier Tusk dovrà essere molto abile a districarsi nei primi mesi di lavoro. Ovviamente, qui si fa il tifo per lui.http://walkingclass.blogspot.com/
Verrebbe quasi voglia di pensare: «Finalmente non si può più dire che certe cose succedono solo in Italia». Poi si guarda i fatti più da vicino, e ci si rende conto che tra noi e il Regno Unito la differenza di stile è ancora enorme. Ieri lo speaker dei Commons Michael Martin ha ammonito il primo ministro Gordon Brown, colpevole di utilizzare toni troppo «infiammatori» nei confronti del suo principale rivale, il giovane leader conservatore David Cameron. Per la politica britannica, si sa, è un momento particolarmente teso: Brown, divenuto premier senza voto alcuno, aveva annunciato le elezioni anticipate, poi è saltato fuori che i Tories sono in costante ascesa e Downing Street ha cambiato idea. David Cameron non l’ha presa bene. Come se non bastasse, c’è anche la debacle delle elezioni in Scozia, dove un sistema inefficiente ha portato all’invalidamento di 140 mila schede: l’ex segretario di Scozia Douglas Alexander si è cosparso il capo di cenere, ma Gordon Brown ha (certo, poco elegantemente) tentato di addossare una parte di colpa all’opposizione, visto che anche i Tories hanno sostenuto la legge elettorale in Scozia. Per farla breve, tralasciando i particolari: la tensione è alta e a Londra volano i coltelli, quindi lo speaker dei Commons invita ad abbassare i toni. Sembra quasi un quadretto da politica italiana.
Ma in realtà non lo è. Infatti i toni «infiammatori», che sono valsi al premier inglese una pubblica tirata d’orecchie, a un osservatore nostrano appaiono decisamente innocenti. Brown è colpevole di avere accusato il suo avversario Cameron di avere utilizzato elementi «fuorvianti» per sostenere la legge elettorale scozzese. I casi sono due. Può darsi che il termine misleading sia considerato una parolaccia in qualche improbabile dialetto che noi ignoriamo (nel qual caso ce ne scusiamo). Oppure, se lo slogan mind the gap, preso in prestito dalla metropolitana, regge ancora, forse c’è un perché. http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3004
Komikazen: quando in Europa il fumetto è indipendente
Ha preso il via la terza edizione del Festival internazionale del fumetto di realtà. Una sorta di nuova forma di neorealismo. Tendenze innovative, pochi soldi e star internazionali.
Grecia (Foto Marco Riciputi)
Dal 12 al 13 ottobre 2007 si è tenuta a Ravenna la terza edizione di Komikazen il Festival internazionale del fumetto di realtà. Due giorni fitti di incontri tra autori, editori e inaugurazioni di mostre, in esposizione fino al 2 dicembre 2007. Un viaggio a spasso per il Vecchio Continente, da Nord a Sud, in un percorso a tappe alla scoperta di riviste di fama internazionale.
Balcani, quando l'arte nasce dalle api
Da Bucarest la romena Hardcomics tenta, con fatica, di portare la cultura del fumetto in un Paese che la ignora del tutto. Continuando il nostro girovagare incrociamo i destini di due Paesi dell'ex-Jugoslavia: Slovenia e Bosnia-Erzegovina. Se a Lubiana fiorisce dal 1992 Stripburger, da Sarajevo si affaccia timidamente sul web Stripopeka. Quest’ultimo è uno spazio nato nel 2007 per dare visibilità agli autori bosniaci mentre il primo è ormai una realtà affermata capace di iniziative notevoli. Come la recente produzione Honey Talks, una collezione di storie disegnate che traggono ispirazione dalla tradizione folk slovena di dipingere i pannelli delle arnie delle api.
Continuando a scendere per la penisola balcanica incontriamo ad Atene la rivista Babel attiva dal 1981 non solo nel fumetto, ma anche nella grafica e nel giornalismo di denuncia e dal 1996 organizzatrice dell’omonimo festival.
Mediterraneo, e le serigrafie limitate
Se ci imbarchiamo per un giro nei Paesi mediterranei e giungiamo in Italia, scoviamo il fumetto d’autore nelle pagine di Inguine MAH!gazine e nei collettivi Canicola e Monipodio. In Francia incrociamo l’immaginazione senza freni dei marsigliesi Le dernier cri con le loro folli, impressionanti e costose serigrafie in tiratura limitata. Per arrivare fino al Portogallo, dove l’esangue scena lusitana si raccoglie intorno all'associazione Chili com carne.
Nordeuropeo, e i colori di Glomp
Chi spinto dalla curiosità si avventurasse fino in Finlandia, non mancherà di stupirsi di fronte all’esplosione di colori di Glomp semestrale tutto a fumetti. In realtà il Paese nordico vanta una notevole tradizione, un Festival internazionale di prestigio ad Helsinki ed un’associazione che promuove il fumetto, la Finnish Comic Society, attiva fin dal 1971. Sempre in area nordica staziona l’olandese Zone5300.
FOTOGALLERY DAL KOMIKAZEN FESTIVAL
REPORTAGE DAL KOMIKAZEN FESTIVAL
Ma quale Europa rappresenta la scena del fumetto indipendente e d’avanguardia? Chi si aspetta una risposta netta rimarrà deluso. «Gli autori illustrano quasi sempre esperienze personali, microstorie autobiografiche», spiega Elettra Stamboulis curatrice del Festival insieme a Gianluca Costantini.
Esperienze accomunate dagli stessi problemi: la mancanza di soldi, la difficoltà di farsi accettare all’esterno come forma d’arte e la mancanza di spazi. Così i giovani di Sarajevo che animano Stripopeka, ma anche navigati bucanieri dell’underground come i Le dernier cri, si sono spostati dalla troppo affollata Parigi a Marsiglia. Come lamenta Paul Gravett, giornalista e critico di fumetti, che vorrebbe più risorse per il prestigioso Comica Festival di Londra di cui è curatore.
Poi ci sono proposte coraggiose, come la recente Hardcomics, «esperienza incredibile, sorta dove prima non c’era nulla», sottolinea Tommi Musturi di Glomp. Inoltre, non mancano le idee per rinvigorire la scena del fumetto underground. «Servono un network europeo, un blog per mantenere i contatti, mostre itineranti e i fondi europei» propone Elettra.
Ma c’è altro. Gravett pensa a un fumetto con le nuvolette staccabili e sostituibili a seconda della lingua che si preferisce. «Guarda le opere esposte» dice mentre osserva le tavole di Honey Talks, «sono molto interessanti e dovrebbero essere lette nella propria lingua». Pakito Bolino dei Le dernier cri immagina invece una mappa europea interattiva aggiornabile con le ultime novità della scena indipendente di ogni paese. Solo buoni auspici? «Ho più ascoltato che parlato» dice il taciturno Kostas Maniatopoulos di Babel, «ma temo che una volta ritornati a casa ognuno riprenderà la vita di tutti i giorni».
Pakito Bolino mette il sigillo finale con una performance notturna a base di batterie selvagge, video allucinati e assenzio offerto ai visitatori della mostra dei Le dernier cri. Una chiusura gradita dal pubblico e anche da Ho Che Anderson, la superstar canadese autore della graphic novel Martin Luther King, per la prima volta con una personale in Italia.
Parte la sonda cinese per la luna Per un anno la sonda girerà intorno alla luna per raccogliere immagini e dati. Prevista per il 2020 una missione umana sulla luna. Pechino vuole affermarsi come potenza spaziale, per ragioni economiche e politiche.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Parte oggi, se le condizioni atmosferiche lo permettono, la prima sonda lunare cinese, dal centro di lancio di Xichang (Sichuan) alle 18,05 ora di Pechino, lanciato da un razzo a tre stadi Long March 3°. Una pioggia torrenziale nelle prime ore della giornata ha fatto temere un rinvio.
Li Guoping, portavoce dell’Amministrazione nazionale cinese dello spazio, dice che il razzo Chang’e (dal nome di una dea cinese che volò sulla luna) è previsto entri in orbita lunare il 5 novembre. Per circa un anno userà videocamere e spettometri a raggi x per prendere immagini tridimensionali della superficie lunare e per studiarne la composizione chimica e minerale. Pechino cerca anche nuove fonti energetiche: la luna è ritenuta ricca di elio-3, un isotopo non radioattivo di elio raro sulla terra, che gli scienziati reputano un potente carburante per la fusione nucleare. I turisti possono assistere al lancio pagando 800 yuan (circa 105 dollari) dalle due piattaforme di osservazione della base.
A settembre il Giappone ha lanciato con successo un missile in orbita lunare. Anche l’India programma di inviare per aprile la propria sonda lunare. La Cina è stata il primo Stato asiatico a inviare un astronauta nello spazio nel 2003 e vuole inviare sulla luna un veicolo per raccogliere rocce e esemplari di suolo per il 2012 e una missione umana per il 2020. Lo stesso anno che anche la Nasa dichiara di voler inviare astronauti sulla luna. Nel 2007 Pechino ha distrutto un proprio vecchio satellite atmosferico colpendolo con un missile lanciato da terra, suscitando timori di un’escalation delle armi spaziali.
La sonda ha anche un rilevante significato economico perché la Cina vuole competere con Stati Uniti, Europa, Giappone e Russia nel mercato dei lanci di satelliti: Pechino negli anni ’90 era il 3° maggior fornitore di razzi nel mondo e dal 1990 al 1998 ha inviato nello spazio 29 satelliti da oltre 10 Paesi, pari a circa l’8% del mercato. Ma nel 1999 il Dipartimento di Stato degli Usa ha vietato la cessione alla Cina di qualsiasi tecnologia per la creazione e il lancio di razzi, per evitare che Pechino la copiasse e potesse migliorare i propri missili, anche a scopi militari. Ma Pechino è riuscita a sviluppare propria tecnologia e ha venduto un satellite alla Nigeria nel 2004 e uno al Venezuela nel 2005, entrambi lanciati nel 2007 con razzi cinesi. Pechino sollecita anche l’orgoglio nazionale, ripetendo di avere sviluppato in proprio la tecnologia necessaria. (PBhttp://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10626&size=A
DIRITTI-ARGENTINA: Torturate durante il travaglio e poi private dei loro figli Marcela Valente
BUENOS AIRES, (IPS) - “La tortura con l’elettricità negli ultimi mesi di gravidanza induceva il travaglio anticipato”, si legge nel rapporto “Maternidades Clandestinas”, che racconta la storia di decine di donne imprigionate illegalmente in Argentina durante la dittatura del 1976-1983.
Lo studio dell’Associazione delle “Nonne di Plaza de Mayo” è stato pubblicato quest’anno su Internet, e viene aggiornato ogni qualvolta emergono nuove prove, o i giovani nati dai prigionieri politici negli anni di prigionia si riuniscono con le loro famiglie, trent’anni dopo.
Da quando hanno formato l’associazione per ritrovare i loro nipoti, scomparsi durante la dittatura, le Nonne sono riuscite a ricostruire le identità originarie di 88 giovani. Ma non hanno ancora finito, visto che altri 400 risultano rapiti insieme ai genitori, e molti bambini nati nei campi di tortura sono poi stati adottati illegalmente.
Vanina Wiman, membro dell’équipe di ricerca nella sede di La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, ha detto all’IPS che “per il momento”, il lavoro si concentra su otto centri di detenzione illegali che operavano nella provincia, ma si sa di “molti altri casi” sui quali si spera di poter indagare.
Il rapporto documenta la storia di 77 donne incinte negli otto campi di prigionia. Di queste, 43 sono disperse; 16 sono state liberate e 18 non sono state identificate. È una ricostruzione particolarmente penosa, in quanto le donne hanno partorito nelle peggiori condizioni immaginabili.
”Lo scopo è ricostruire le storie individuali, capire come erano strutturati i “reparti di maternità” clandestini e ottenere una lista completa delle detenute che si trovavano nelle diverse prigioni e del personale che partecipò ai parti, per riuscire a ritrovare i nipoti”, ha detto Wiman.
Dopo un’introduzione generale, il rapporto si divide in otto capitoli che descrivono le condizioni degli otto centri di detenzione clandestini, per poi esaminare nei dettagli le storie delle donne rapite durante la gravidanza e che partorirono o abortirono nella prigionia.
”Il trattamento delle gestanti non era diverso da quello degli altri detenuti”, segnala il rapporto sul centro di La Cacha. “In generale, venivano picchiate ed erano soggette a torture fisiche e psicologiche”. Secondo i testimoni, le torture subite da Lucía Marroco le provocarono un aborto spontaneo.
Secondo i ricercatori, 91 detenuti, tra cui sei donne incinte, furono rinchiusi nella Brigada de Investigaciones di La Plata. Liliana Galarza, tuttora scomparsa, qui diede alla luce una bambina che fu battezzata da Christian von Wernich, un prete cattolico che il 9 ottobre è stato accusato di genocidio per le sue attività di cappellano della polizia.
Il “Commissariato 5” di La Plata, invece, ospitò 180 prigionieri politici, tra cui 10 donne incinte. Quando cominciava il travaglio, le donne venivano portate nel vicino ospedale, ma una di loro, Inés Ortega, dovette partorire “su un sudicio tavolo di cucina”, secondo il dossier.
“Rinchiusa, coi polsi legati e davanti a tutte le guardie della prigione, Inés diede alla luce un bambino, che chiamò Leonardo”, si legge nel rapporto. Cinque giorni dopo la nascita, il neonato le fu tolto. Il figlio ha scoperto la sua vera identità solo all’età di 28 anni, grazie al lavoro delle Nonne di Plaza de Mayo.
A La Cacha c’erano 158 detenuti, sia uomini che donne, tra cui 14 gestanti. La prigione di Olmos, dove erano rinchiuse altre 10 madri in attesa, si trovava nello stesso caseggiato e aveva un ospedale. Il rapporto parla del numeroso personale medico che si occupava di queste donne.
Pediatri, anestesisti, levatrici, ostetriche e infermiere; tutti sapevano che quelle donne erano state vittime di rapimento, e molti erano complici nel sequestro dei neonati. Ma alcune levatrici e infermiere risultarono a loro volta scomparse per mano della dittatura, per aver rivelato ai parenti delle donne il destino delle loro congiunte.
”Quando si avvicinava il momento del parto, le gestanti venivano portate nella stanza del travaglio al primo piano, che veniva usato come infermeria”, dice il rapporto, descrivendo il Pozo de Banfield, un altro centro di detenzione dove venivano tenuti illegalmente 182 prigionieri per alcuni periodi di tempo, e dove altre 16 donne partorirono in condizioni di prigionia.
”Ammanettate a una barella e senza la minima igiene, le donne partorivano tra gli insulti del dottore della polizia Jorge Bergés e degli altri addetti del personale. Subito dopo il parto, le donne venivano costrette a ripulire l’infermeria”, riferisce il documento.
Un’altra donna detenuta nel centro di Banfield era Laura Carlotto, figlia dell’attuale capo dell’Associazione delle Nonne di Plaza de Mayo. Rapita nel 1977 quando era incinta di due mesi, la donna diede alla luce un bambino che chiamò Guido, ma che venne subito ucciso dai suoi sequestratori.
Il nipote di Estela Barnes de Carlotto risulta ancora disperso.
L’Associazione delle Nonne di Plaza de Mayo fu fondata nell’ottobre 1977 dalle madri dei giovani adulti dispersi, che si impegnarono solennemente a ritrovare i figli dei loro figli. Poco prima, il 30 aprile 1977, era stata costituita l’Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, per cercare le loro figlie e figli scomparsi.
Plaza de Mayo è una piazza quadrata su cui affaccia la sede del governo argentino a Buenos Aires, dove tutti i giovedì le madri si riunivano per protestare, camminando senza sosta tutt’attorno alla piazza, nonostante il clima di brutale intimidazione.
Questa ed altre organizzazioni per i diritti umani non hanno mai interrotto la loro richiesta di pene legittime per i crimini commessi durante la dittatura, che hanno portato alla scomparsa di 30mila persone prima detenute illegalmente, secondo le loro stime.
Inizialmente, le Nonne erano solo una decina di donne che per disperazione avevano scritto una lettera all’allora segretario di stato Usa Cyrus Vance (1977-1980), sotto la presidenza di Jimmy Carter (1977-1981), consegnata durante la visita di Vance in Argentina nel 1977.
L’Associazione ha poi creato una banca dati genetica nazionale per ricollegare le persone ai loro parenti e restituire loro l’identità, elaborando una serie di progetti per educare ai diritti umani e diffondere la consapevolezza sul diritto all’identità.
All’inizio degli anni ’90, sembrò che le leggi sull’amnistia e la grazia presidenziale avrebbero permesso ai responsabili delle atrocità commesse durante la dittatura di sfuggire per sempre alla legge. Ma gli avvocati delle Nonne, tra gli altri, riuscirono a far riaprire i procedimenti legali contro gli ex funzionari militari, in base alle prove che i figli dei prigionieri politici erano stati sistematicamente rapiti sotto il regime militare.
Adesso, solo una ventina di Nonne sono ancora attive. Molte sono morte, o sono troppo anziane per proseguire la loro ricerca. Ma il loro lavoro sopravvive. Nel luglio 2007 è stata ritrovata Belén Altamiranda, nata nel 1977 nell’ospedale militare di Campo de Mayo, alla periferia di Buenos Aires.
La madre, Rosa Luján Taranto, era stata sequestrata mentre era in attesa di Belén, e tenuta nel centro di detenzione di El Vesubio, insieme ad altre 15 donne incinte. Quando cominciò il travaglio fu portata via, ma secondo i testimoni tornò e disse di aver partorito una femmina. In seguito, Luján non fu più rivista.
La sua storia è nota perché Elena Alfaro, un’altra detenuta a El Vesubio, è sopravvissuta e ha potuto raccontarla. Anche Alfaro “venne torturata con l’elettricità, picchiata, frustrata e bruciata con le sigarette, nonostante il suo evidente stato di gravidanza”.
”Le ripetevano in continuazione che avrebbero ucciso il suo bambino”, dice il rapporto.
”Mentre era incinta, Alfaro fu anche stuprata dal capo del centro clandestino, Pedro Durán Sáenz. Nonostante tutto questo, diede alla luce un bambino, Luis Felipe, in prigionia. Entrambi furono poi liberati e fuggirono in esilio in Francia.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1032
Anche la Moldavia ha il suo sbocco al mare, o meglio, sul Danubio. E vi ha costruito un terminal che sta iniziando ora ad operare. Sperando di uscire dalla morsa di due scomodi vicini, e soprattutto da quella di Mosca
La prima consegna di prodotti petroliferi al terminal fluviale di Giurgiulesti, Moldavia, è avvenuta lo scorso 12 settembre. La Danube Logistics SRL, proprietaria del porto e operatrice nello stesso, ha ricevuto il primo cargo carico di 3750 tonnelalte di prodotti petroliferi: benzina A98 e A95 e Eurodiesel importate dall'azienda Bemol Trading SRL. Entrambe le compagnie fanno parte della galassia controllata dall'olandese EasEur Holding BV.
“Stiamo assistendo ad un evento storico”, ha dichiarato Edgar Martin, direttore della Danube Logistics “la prima consegna di prodotti petroliferi con un cargo. Ora la Moldavia ha la possibilità di importare questi prodotti direttamente dai mercati internazionali e a prezzi competitivi”. Essendo situato sulle rive del Danubio la cui profondità in quell'area supera i sette metri, il porto di Giurgiulesti può accogliere imbarcazioni sia fluviali che marittime.
Qualche settimana prima, durante gli ultimi test del terminal, lo scorso agosto, il primo ministro moldavo Vasile Tarlev aveva definito quanto stava avvenendo come uno degli eventi più significativi per la Moldavia negli ultimi anni”. Tarlev ha poi aggiunto che il “terminal petrolifero di Giurgiulesti è molto importante dal punto di vista economico, politico e strategico. Assicura infatti l'accesso della Moldavia al Mar Nero e rappresenta l'affermazione dell'indipendenza economica della Moldavia”. E' stata un'ottima decisione costruirlo – ha continuato il primo ministro – perché garantirà la sicurezza energetica del paese.
Il villaggio di Giurrgilesti è situato all'estremo meridionale della Moldavia, al confine con Romania e Ucraina. Sulla riva destra del fiume Prut, nel punto in cui si immette nel Danubio. Nei secoli passati la Moldavia ha avuto accesso diretto al Mar Nero, sia in periodo medioevale (15mo- 18mo secolo), che durante il dominio russo (veniva chiamata allora Bessarabia) tra il 1812 e il 1918 che tra le due guerre, quando fu parte della Romania (1918-1940). Le cose cambiarono dopo la Seconda guerra mondiale quando la Moldvaia divenne una repubblica dell'Unione Sovietica. La parte meridionale nel suo territorio, che garantiva l'accesso al Mar Nero, venne annessa ad un'altra Repubblica, l'Ucraina.
Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica emersero alcune - seppur limitate - dispuite territoriali tra Moldavia e Ucraina. In particolare, nel 1999, si discusse dell'appartenenza all'uno o all'altro paese del villaggio di Palanca, situato nel punto più a sud-est della Moldavia, al confine con L'Ucraina. Lì passa l'autostrada ucraina Odessa-Reni, che sconfina per un tratto di 7,7 chilometri in territorio moldavo. L'Ucraina ha rivendicato il controllo di quella fetta di terra. La disputa è stata risolta attraverso la firma di un accordo realtivo all'austostrada Odessa-Reni nel quale di fatto la Moldavia ha rinunciato a quei 7,7 chilometri di territorio.
Nello stesso accordo l'Ucraina riconosceva il diritto della Moldavia a 430 metri di sponda lungo il Danubio, nei pressi di Giurgiulesti. Attualmente la Moldavia possiede un tratto navigabile di circa 500 metri lungo la riva del Danubio e questo è l'anello della Moldavia verso il resto del mondo: via fiume e poi via mare.
Il progetto di costruire un ponte nel sud della repubblica nacque nel 1995. Venne allora creata una società mista per la costruzione del terminal posseduta per il 41% dallo stato, 39% dalla società greca Technovax e il restante 20% della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD). La società ottenne un prestito di 18 milioni di euro dalla EBRD con la promessa di chiudere i lavori netro il 1999. Ma l'intero progetto affondò nella bancarotta nel 2001.
Nel 2004 il governo moldavo riuscì a coinvolgere nel progetto degli investitori dell'Azerbaijan: Azpetrol, Azertrans e le raffinerie Azpetrol. In seguito l'intero pacchetto venne venduto alla olandese EasEur Holding BV che attualmente lo gestisce.
La superfice del porto franco internazionale di Giurgiulesti è di 120 ettari ed ha uno status molto simile ad una zona free tax. Una volta terminati i lavori sarà costituito da un terminal petrolifero (la cui capacità dovrebbe essere estesa in un secondo momento dalle attuali 10.000 tonnellate a 20.000, con una capacità massima di ricezione di 2 milioni di tonnellate all'anno), un porto merci e passeggeri e un'area industriale. Per la fine del 2008 ci si aspetta che terminino i lavori. Sino ad ora sono stati investiti 21,2 milioni di euro nel progetto Giurgiulesti.
Lo scarso sviluppo delle infrastrutture circostanti, a partire dalla rete viaria, rappresenterà comunque un problema fin da subito. Quest'anno è stato avviato un progetto per la costruzione di una rete ferroviaria che colleghi Giurgiulesti al resto del Paese. La conclusione dei lavori è prevista per la fine dell'anno prossimo.
Altra questione, non meno importante, è l'impatto ambientale che il porto avrà sull'area circostante. Il terminal è infatti situato in una zona molto vulnerabile, non lontano dalla riserva naturale rumena che tutela il delta del Danubio, protetto dall'UNESCO. Non distante anche l'altra riserva naturale dell'area, in territorio moldavo, quella lungo il fiume Prut. L'impatto del termianl andrebbe a sommarsi a quello di un altro terminal petrolifero, situato nella località ucrina di Reni, a pochi chilometri da Giurgiulesti.
E' dal 1995 che le associazioni ambientaliste moldave, ucraine e rumene esprimono dissensi rispetto alla costruzione di un nuovo terminal in quell'area. Le autorità moldave sono andate avanti ugualmente. “Nel 1995 abbiamo effettuato studi di impatto ambientale sul sistema ecologico del Danubio che ha dato esiti rassicuranti” ha dichiarato il ministro per l'Ecologia e le Risorse Naturali della Moldavia “inoltre la struttura è moderna, con sette livelli di protezione. Non penso che il vicino porto ucraino di Reni sia fornito di tali strumentazioni”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8383/1/358/
Nessuna giustizia per la strage di Tak Bai del 25 ottobre 2004
Tre anni fa – nei primi mesi della rivolta separatista nel sud musulmano della Thailandia – la cittadinanza di Tak Bai, provincia di Narathiwat, scese in piazza per protestare contro l’arresto di sei giovani del posto, accusati di far parte del movimento armato indipendentista. L’esercito reagì sparando sulla folla e uccidendo sul colpo sette manifestanti. Poi arrestò tutti i presenti, circa 1.200 persone, legandoli, facendoli stendere a terra a torso nudo. I prigionieri vennero poi caricati su camion militari, impilati nei cassoni in cinque o sei strati di corpi: durante il viaggio verso il carcere di Pattani 78 di loro morirono soffocati.
Benzina sul fuoco. “I fatti di Tak Bai – ha dichiarato ieri Brad Adams, direttore della sezione asiatica di Human Rights Watch – sono stati un evento scioccante. Ma nonostante le schiaccianti prove a carico dell’esercito nessun procedimento penale è stato ancora avviato. L’impunità istituzionalizzata del governo, che nega la giustizia ai suoi cittadini musulmani, rende questa comunità un facile obiettivo della propaganda e del proselitismo del separatismo islamico”.
E’ infatti indubbio che la strage governativa di Tak Bai abbia reso un grande servizio alla guerriglia musulmana attiva nel sud della Thailandia, che dopo quei fatti ha intensificato i suoi sanguinosi attacchi sprofondando quella regione in una situazione di guerra civile. Una guerra che, dal 2004 a oggi, ha ucciso oltre 2.500 persone.
Altro che giustizia. Dopo la strage di Tak Bai non solo non è stato avviato alcun procedimento nei confronti degli ufficiali che gestirono quell’operazione, ma altre centinaia di violazioni dei diritti umani sono stati commesse dall’esercito nei confronti della popolazione civile delle province musulmane di Narathiwat, Yala e Pattani: abusi di forza, torture in carcere, esecuzioni extragiudiziali.
“Quello che più indigna – prosegue il rappresentante di Hrw – è il fatto che tra le vittime di queste azioni vi siano proprio i locali difensori dei diritti umani impegnati nella campagna sul massacro di Tak Bai. L’ultima vittima risale a una decina di giorni fa: uomini armati hanno assassinato, proprio a Tak Bai, Ma-usoh Ma long, marito di Yaena Solaemae, nota attivista in prima fila nella richiesta di giustizia per le vittime della strage”.
Hanno il coraggio di parlare di elezioni anticipate, dopo appena un anno dalle ultime consultazioni. Berlusconi per primo perché spera di risalire sul trono e ricominciare a fare il padrone d’Italia, che gli piace tanto.
Anche dall’altra parte però c’è chi si farebbe volentieri allettare dall’idea di un eventuale successo elettorale del nuovo partito democratico.
E’ uno schifo, una vergogna, una cosa assolutamente vomitevole, perché l’Italia ha bisogno di tutto meno che di elezioni anticipate.
Forse hanno ragione gli amici che mi consigliano di smetterla di guardare TG e leggere giornali ma io continuo sempre a sperare che da qualche parte, in questi mezzi di informazione fantoccio, vi sia qualcuno che prima o poi faccia notare a questi politici quanto stiano abusando della nostra pazienza e che magari ponga loro la fatidica domanda: “Onorevole, lei parla di elezioni anticipate, ma si rende conto di quanto costano e di quanto si potrebbe fare con la stessa cifra per cose più utili e che servano a noi e non al vostro culo?”
Per le elezioni politiche del 2006 lo Stato stanziò 393 milioni di euro, più altri 34,6 milioni per l’esperimento del voto elettronico. Totale 427 milioni di euro, quasi 827 miliardi del vecchio conio. E’ come se ognuno di noi elettori avesse sborsato 7 euro per votare.
Beh, per la democrazia sono soldi ben spesi, era un appuntamento elettorale previsto e normale ma che accadrebbe se questi 427 milioni di euro li dovessimo sborsare anche l’anno prossimo? E’ qualunquismo chiedersi cosa si potrebbe fare con quei soldi invece di mettere in piedi per l’ennesima volta il gran circo elettorale con le pagliacciate dei partiti e dei politicanti?
Invece i reggitori di microfono, spacciandosi per notisti politici, ogni sera ci trapanano le palle con le dichiarazioni puramente propagandistiche delle più infime nullità della politica, i portavoce, tanto più inutili in quanto devono solo dire ovvietà e cose trite e ritrite, come “questo governo deve dimettersi”. Mai che uno dei sedicenti intervistatori e reggimoccolo replichi: “va bene, ma voi in concreto cosa proponete, a parte la propaganda?” Invece di fare il controcanto e ribattere alle cazzate, da perfetti fiancheggiatori si limitano a girare silenziosamente le pagine al pianista.
L’anno scorso andammo a votare con la famigerata legge porcata di Calderoli, fatta scientificamente da Berlusconi per danneggiare il governo entrante, dato che secondo tutti i sondaggi, inclusi quelli seri, si sapeva che avrebbe vinto il centrosinistra. Dopo aver messo il sasso in mezzo alle rotaie ha continuato a ripetere dai suoi almeno cinque megafoni mediatici che questo governo era una porcheria e che bisognava ritornare a votare. Solo perchè lui non aveva vinto.
Dal canto suo il governo, invece di muoversi per cambiare subito la legge, costringendo anche l’opposizione a porre rimedio ad uno sfacelo legislativo, per il bene del paese, cazzo!, ha tergiversato fino a ritrovarsi con un Mastella che, dall’alto del suo partitello feudale, ogni giorno minaccia di far cadere il governo e chiede elezioni anticipate, un Dini che, riesumato non si sa da quale avello, parla come se avesse il 52% e una sinistra comunista che ovviamente, come da copione, si prende tutta la colpa dell’instabilità politica del governo Prodi.
In questi giorni che finalmente pare si decidano a mettere mano alla porcata, ci tocca sentire un Piercasinando Casini che dice “si alla riforma ma poi alle elezioni”. Cosa crede di ottenere, la maggioranza relativa?
Noi che ascoltiamo i telegiornali, a costo di passare per pazzi che parlano ad alta voce da soli ce le facciamo queste domande: “per chi parlano questi politici?”, “quale interesse fanno, il nostro o il loro?”, “non hanno paura di allontanare ancora di più la gente dalla politica?”
O forse è proprio questo ciò che vogliono?http://ilblogdilameduck.blogspot.com/
Governo/Veltroni: no al teatrino, da noi massimo sostegno a Prodi Apc -
Roma, . (Apcom) - Basta con il "teatrino quotidiano delle dichiarazioni". Il leader del Partito democratico Walter Veltroni si smarca dalle interpretazioni che dei suoi pensieri appaiono sui quotidiani e precisa: "per sapere cosa penso bisogna fare riferimento alle cose che dico". A tutti, quindi, appuntamento a Milano sabato alla costituente del Pd, quando "dirò quello che penso sul tema che riguarda le riforme elettorali e istituzionali".
"Vedo molte interpretazioni su quello che penso, su quello che sto facendo e mi rendo conto che forse si deve ancora prendere la misura con un uomo politico che non ha l'abitudine di partecipare al teatrino quotidiano delle dichiarazioni, delle risposte e delle smentite", ha infatti detto a margine di una conferenza stampa in Campidoglio.
"Mi sottraggo a questo e per sapere cosa penso - ha continuato - bisogna fare riferimento alle cose che dico: sabato a Milano dirò quello che penso sul tema che riguarda le riforme elettorali e istituzionali".
"Per ora il mio impegno - ha sottolineato ancora Veltroni - è stato ed è un impegno volto a cercare di ottenere il massimo sostegno all'azione del Governo e, dall'altra parte, a cercare un clima che sia il più favorevole possibile al raggiungimento di un dialogo tra le forze politiche. E' necessario sia per la riforma elettorale che per quella istituzionale".
"Tutte queste interpretazioni, tra di loro assolutamente contraddittorie, perchè poi sui giornali mi si attribuisce una cosa diversa dall'altra. Con me ci si deve abituare, piuttosto che guardare a se stessi e attribuire quello che si pensa agli altri , ad aspettare che si parli nei momenti in cui si può fare un discorso che non sia divorato dalla bulimia comunicativa quotidiana. E' così - ha concluso - che si ottengono dei risultati".
De Magistris non vuol mollare l´inchiesta
Francesco Viviano
la Repubblica
CATANZARO - «L´avocazione? È stato uno "scippo" che non mi aspettavo ma spero di potere riavere l´inchiesta Why Not». Così ha commentato con un collega il pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, cui il procuratore generale Dolcino Favi, ha tolto l´indagine nella quale sono indagati tra gli altri il premier Romano Prodi e il Guardasigilli Clemente Mastella. E per riappropriarsi dell´indagine, che secondo il Pg dovrebbe essere inviata al Tribunale dei ministri di Roma, De Magistris, da ieri in ferie, farà ricorso alla Procura Generale della Cassazione.
Il pm ritiene illegittimo il provvedimento di Favi che da fatto bloccato tutto. Compresa una perquisizione nella sede del "Campanile", giornale dell´Udeur, dove, secondo l´accusa, sarebbero confluiti finanziamenti illeciti al partito. Ipotesi di reato contestato a Mastella nell´atto di iscrizione nel registro degli indagati. Ed è stata bloccata anche un´altra perquisizione negli uffici della Giafi, che fa capo all´imprenditore Valerio Carducci, altro indagato insieme ad Antonino Saladino, il protagonista principale della "Why Not". Una perquisizione disposta nell´ambito di una pista investigativa che porterebbe nelle banche di San Marino dove da settimane erano al lavoro i funzionari dell´antiriciclaggio della Banca D´Italia per tentare di individuare i flussi di denaro che dalla Calabria, ma anche da Roma, venivano spediti nella repubblica del Titano. Indagini che, confida De Magistris ai suoi colleghi, potevano essere utili a provare o meno la responsabilità degli indagati.
Secondo De Magistris, l´avocazione (gli atti dell´inchiesta non stati ancora inviati al Tribunale dei ministri) non sarebbe legittima perché sia la Procura sia la Procura Generale non potevano e non dovevano conoscere il contenuto dell´inchiesta. Quindi come hanno potuto a stabilire che la competenza era del Tribunale dei ministri? Inoltre, dice il magistrato, l´indagine era ancora in corso e i reati si riferivano a un periodo in cui Prodi e Mastella non erano ministri. E se fossero emerse ipotesi di reato quando ricoprivano cariche ministeriali, avrebbe potuto fare uno stralcio e inviarlo al Tribunale dei ministri. «Ma non mi hanno dato il tempo di valutare - ha affermato De Magistris- quello che avevo acquisito e quello che stavo per acquisire». Il pm replica anche all´accusa di non avere "concertato" con i suoi capi l´iscrizione di Mastella nel registro degli indagati. «L´iscrizione è un atto del pm e io - sottolinea - ho poi informato il mio diretto superiore, il procuratore aggiunto Salvatore Murone». Altra contestazione, l´incompatibilità con il ministro Mastella. «Se c´era incompatibilità era quella del ministro che ancor prima di essere indagato, nel giugno scorso - ricorda De Magistris - aveva telefonato in Procura per sapere se era iscritto nel registro e se le telefonate intercettate "erano penalmente rilevanti". La Procura rispose con una nota secondo cui "allo stato" non era indagato. Per quanto riguardava le intercettazioni, non abbiamo e non potevamo rispondere».
«Sono costretto a parlare quasi per legittima difesa, a causa del silenzio assordante generale. Allora mi chiedo come mai - ha detto De Magistris a Radio 24- il Pg non esercita il potere di avocazione in tutti quei casi di centinaia e centinaia di fascicoli scaduti che si trovano nelle procure della Repubblica».
Anche a me. Però quel tale bisogna metterlo in galera.
Ma non ha fatto niente. Anzi, è stato un gesto artistico.
Precisamente. Guarda, fosse per me istituirei tutta una categoria di Reati Artistici, a cui riserverei la parte più soleggiata delle galere.
L’Arte, un reato? Ma non ti vergogni?
Un po’ sì, mi vergogno. Ma vedi, è per il loro bene e dell’arte. Gli artisti che violano la legge hanno assolutamente bisogno di leggi da violare. Macchiare di rosso l’acqua della fontana diventa artistico soltanto se è un reato. Se lo derubrichiamo, tutti cominceranno ad andare alla Fontana con i secchielli di tutti i colori, e fidati, smetterà di essere bello dopo poche ore. Sarà diventata una cosa banale, istituzionale, verrà anche Veltroni a tinger l’acqua d’arcobaleno nel Giorno delle Minoranze,vogliamo ridurci così? Se invece desideriamo che l’acqua rossa resti un vero gesto artistico, dobbiamo ribadire che esiste una legge che la impedisce: e se la legge non c’è, ci toccherà scriverla. È un po’ lo stesso discorso dei writers. I writers sono artisti-contro. Se smettono di essere contro, smettono di essere artisti, per cui la società è costretta a dargli contro. Dalle mie parti a volte un assessore concede un muro ai writers: il risultato è sempre deludente. Il writer ha bisogno di avere fretta, freddo, paura dei poliziotti col manganello. Altrimenti diventa solo un decoratore di camion con aerografo, un madonnaro, e neanche dei migliori.
Scusa, ma in pratica stai dicendo che le pratiche artistiche fuorilegge ottengono il risultato opposto a quello che si prefissavano: rafforzare il controllo, inasprire le leggi…
Mi sembra una cosa abbastanza ovvia. Da quando nella mia città ci sono i writers, sono nati i comitati cittadini che ricoprono le scritte dei writers. Io penso che l’artista moderno (non l’artista classico, che era un grande artigiano al servizio di una committenza)... dicevo, penso che l’artista moderno sia quasi sempre un grande bambinone, e il contenuto ultimo delle sue opere sia, nel 50% dei casi: “Ehi, papà guardami, esisto”. Mi sembra di averne già parlato. Questo è un tipo di arte che, prima ancora di soldi, ha bisogno di un Papà. È un’arte che trasforma gli spettatori in padri, in borghesi da épater. Se la apprezziamo, dobbiamo fare esattamente quello che l’artista chiede: dargli tanti scapaccioni.
E allora Sgarbi…
Sgarbi è un critico d’arte. Se gli artisti dobbiamo mandarli tutti in galera, a Sgarbi propongo il ruolo di secondino. Lo trovo molto appropriato: gli altri dopo un po’ escono, lui resta lì.
Il tizio si è qualificato come futurista. Io ci avrei visto più certo situazionismo, oppure Christo, o un happening…
Guarda, è una questione di riferimenti culturali. Una fontana rossa è una provocazione. Durante il Novecento molti artisti hanno praticato la provocazione come arte, e ogni 5-6 anni cambiavano etichetta. Se poi nel tuo percorso personale hai studiato più gli anni ’70, magari lo chiamerai Happening. Il tizio è un fanatico di estrema destra, per cui ci vede il Futurismo. Ognuno alla fine è libero di sfoggiare l’etichetta in cui si riconosce.
Ma i futuristi macchiavano l’acqua delle fontane?
Che io sappia, no. Però non gli sarebbe dispiaciuto, anzi. Del resto il rosso era il colore preferito di Filippo Tommaso Marinetti, che proponeva di aumentare a dismisura la banda rossa sulla bandiera italiana. Il bianco e il verde dovevano rimanere due striscioline sul bordo. Lui però probabilmente avrebbe usato una vernice corrosiva.
Un criminale!
Ecco, hai centrato il punto. L’artista moderno è un criminale vero o un criminale per finta? Non lo so. Posso dire che molta neoavanguardia, dai Cinquanta-Sessanta in poi, ha trasformato in gesti teatrali quelli che all’inizio del secolo erano atti criminali veri e propri. I futuristi non andavano così per il sottile. Quel Guido Keller che sorvolò Montecitorio con un biplano, non credo che urlasse: “Scostatevi, sto per tirare un pitale”. Probabilmente non escludeva di ammazzare qualcuno mentre effettuava il suo gesto artistico.
Sì, ma Marinetti è vissuto per anni a Roma e non ha mai danneggiato in alcun modo la Fontana di Trevi.
Per un motivo molto preciso: voleva venderla ai turisti.
Prima di Totò?
Forse Totò si è ispirato in qualche modo a un manifesto composto tra il 1913 e il 1919, in cui Marinetti proponeva al Governo di vendere il patrimonio artistico italiano.
Dato che soltanto le Gallerie degli Uffizi e Pitti furono valutate più di un miliardo, l’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per: 1. avere la prima marina mercantile del mondo; 2. avere una grande navigazione fluviale; 3. intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti; 4 sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le zone malariche; 5. vincere completamente l’analfabetismo; 6. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno; 7. dare un utile compenso ai combattenti.
Prevediamo tutte le obbiezioni e le distruggiamo: La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte, come un aristocratico intelligente rinuncia ad ogni fasto vano e lancia il proprio oro nell’industria.[…]*
Ma il turismo…
Aspetta, aspetta:
Si obietterà anche che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume rimunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni, è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto, ed è sempre dannosa poiché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degl’italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hôtel.
Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero, poiché la nostra penisola fa il clima più dolce, il cielo più bello [ecc. ecc.]*
Aspetta. Marinetti non era lo stesso che proponeva di asfaltare Venezia?
Proprio lui. Se fosse andato al potere avrebbe trasformato l'Italia in un un’enorme Porto Marghera. Anche se probabilmente il risultato sarebbe stato più simile a un enorme Agro Pontino.
Mi sfugge l’apparentamento dei futuristi coi fascisti, con il loro culto della tradizione, dell’antichità…
È un discorso molto lungo.
Allora lasciamo perdere, non mi interessa più.
Ti dico solo questo: il fascismo nel 1919 non è il fascismo del 1930. Il Mussolini di fine anni Dieci, che vive a Milano e scrive vibranti editoriali sul suo giornale finanziato dall’Ansaldo, è un appassionato di motori, di automobili e aeroplani. Per lui esistono ormai soltanto due classi sociali, i “produttori” (operai, industriali, ecc.) che fanno la ricchezza del Paese, e quelli che vivono alle spalle dei produttori (i politici corrotti di Roma ladrona).
Stai dicendo che Mussolini è nato leghista!
No. È nato socialista. Poi è stato anarcosindacalista, socialista-interventista, nazionalista… nella fase del flirt con Marinetti aveva idee molto simili a quelle dei padroncini di oggi. Quando è andato a Roma la musica è cambiata. Sai, il cupolone, il fontanone… è roba che alla lunga ti rammollisce.
Aveva ragione Marinetti? Dovevamo vendere tutto?
Non lo so. Però è da duemila anni che facciamo la figura di quelli che pisciano sui monumenti eterni. I monumenti restano abbastanza eterni, e il nostro piscio dopo un po’ se ne va via. I futuristi ormai son roba più vecchia del Colosseo. Personalmente preferisco non coltivare nostalgie per il passato, figurati se metto a nutrirle per un futuro andato male.
(*)F. T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Milano, Mondadori, 1983, pagg. 432-434.http://leonardo.blogspot.com/
Leggo sul blog di Peppino Caldarola un post che credo rappresenti una interpretazione diffusa del rapporto tra PSE e PD. Ovvero, che il socialismo europeo si sia oggi - finalmente - convertito all'idea che il PD rappresenti un elemento positivo sulla scena politica europea, sull'onda dei 3 milioni e passa di elettori (per di più paganti). E che, invece, il PSE abbia inizialmente sofferto la nascita del PD come l'ennesima, sospetta, anomalia italiana, accogliendone il progetto con "contrarietà".
Capisco che si possa immaginare che le cose possano siano andate così. Lo capisco perchè c'è un fondamento, nell'idea che il PSE sia una "montagna ideologica" che solo milioni di voti possono smuovere. Lo capisco perchè poteva essere fondato il timore che il PD rappresentasse l'occasione per riprendere il tentativo di frattura che l'avvio della "terza via" aveva costituito. A ben vedere, era la stessa radice che poteva animare l'entusiasmo dei sostenitori "meno socialisti" del progetto PD - gli inglesi, gli scandinavi, gli ex comunisti dell'est Europa... ed i Democratici americani, ovviamente. Alcuni di loro (e forse anche qualcuno in Italia) ha probabilmente accarezzato l'idea che il progetto del PD potesse essere il pretesto per riprendere la strada intrepresa a Firenze da D'Alema - l'Ulivo mondiale, fatto per selezione naturale dei riformisti dai massimalisti ideologici.
Mi è capitato, a giugno, di avere una illuminante conversazione a Washington con Will Marshall (presidente del Progressive Policy Institute - Third Way, il tempio della terza via Clintonian-Blairiana). Si ragionava del fatto che in relatà, il fallimento della terza via è dipeso principalmente dal suo essere "ad escludere", "divisivo": prendi il campo (ampio) del progressismo mondiale, togli tutto ciò che c'è di ideologico, e restano i riformisti (chiedo perdono per la brutalità della semplificazione - la lingua inglese porta a schematismi a volte eccessivi ma anche utili). Ovvio che un percorso di questo genere provoca una reazione di chiusura e difesa da parte di ciò che esiste già - a cominciare dalle famiglie politiche esistenti. Ed in fondo, anche i Laburisti inglesi fanno parte (e continuano a far parte) del PSE e dell'IS - anzi, all'epoca se non sbaglio date il presidente del PSE era Robin Cook.
Ora, credo di aver visto da molto vicino e fin dall'inizio le reazioni che "la famiglia socialista" ha avuto di fronte al nascere del PD. Alcuni episodi li ho raccontati qui, in questo ultimo anno. Ho raccontato il congresso di Porto del PSE, e le riunioni di Bruxelles. Le visite di Segolene Royal, le delegazioni di austriaci, l'aria che si respirava. E posso dire con tutta sincerità che ho sempre visto reazioni molto positive. Non tutte, ovvio. Ma quasi. E credo ci sia un motivo.
Il PD oggi non rappresenta la minaccia di spaccare la famiglia socialista (la dico in modo brutale, proprio come se la traducessi dall'inglese), ma l'opportunità per allargarla. E cambiarla, anche (nel nome, nelle politiche, nei linguaggi). Ma in un momento in cui tutti i partiti del socialismo europeo si chiedono come cambiare, e come allargare il campo dei progressisti - nei loro Paesi, ed a livello europeo. Per questo il PD è stato visto, da subito e da tutti, con favore. Per questo il PSE a Porto ha cambiato il proprio statuto, e per questo oggi è pronto a cambiare nome - ed in parte missione. Perchè il PD è parte della risposta, non del problema.
Quindi direi, sinceramente, che no: Rasmussen non ha cambiato idea (anzi, lui personalmente è sempre stato uno dei più convinti!). Non abbiamo smosso le montagne ideologiche perchè siamo bravi, convincenti, o perchè abbiamo fatto il miracolo di far votare 3 milioni e passa di elettori (che, certo, ha aiutato). Sono le montagne che avevano cominciato, per fatti loro, a guardarsi intorno...http://blogmog.ilcannocchiale.it/
In Parlamento non c’è modo di avere una maggioranza per una seria riforma elettorale e tornare a votare con il porcellum sarebbe dannoso per il paese. L’Unione, però, può fare una cosa utile: approvare una legge che ripristina il mattarelum. Il mattarelum ha consentito l’alternanza, ha garantito la rappresentanza anche alle forze minori e soprattutto si basava sul principio del maggioritario voluto da un referendum.
Basterebbe solo un po’ di buon senso per capire che questa è l’unica via d’uscita. Temo però che il buon senso, anche dentro all’Unione, sia merce rara. http://www.ulivoselvatico.org/stilelib/nuovostile.htm
Dialogo tra un manifesto e un deluso della politica
Il racconto
Rosanna Pilolli
"Alle Primarie del Partito Democratico! No, non vado". Era questo il pensiero di un uomo sulla cinquantina, fermo davanti al manifesto che annunciava la data ed i luoghi in cui si sarebbe svolta la votazione.
Il manifesto, però, la pensava diversamente ed era intenzionato a convincere proprio lui, quel cinquantenne ben messo. Era il suo mestiere di annunciatore murale "di servizio" e sperava di svolgerlo al meglio.
Rifletteva, però, che sarebbe stata dura con quel tizio che gli stava davanti e lo guardava con l'aria insistita e quasi provocatoria. L'osservò con attenzione per tentare di coglierne il profilo psicologico.
Sicuramente l'uomo era stato giovane negli anni in cui molti ragazzi della sua età sognavano la politica. E affollavano le sezioni dei partiti. Ma non era detto che fosse stato tra questi. Forse in gioventù il cinquantenne di oggi era stato un "integrato" e non un "impegnato". Gli tornò anche in mente che per alcuni di quei ragazzi il sogno politico di una società più giusta si era trasformato in incubo: si era sciolto in una realtà di ferocia senza senso.
Il manifesto delle primarie sospirò. Si disse che quei tempi erano lontani anni luce e che contava il futuro. Lui , modestamente, stava lì proprio per questo: era il futuro. Intanto bisognava convincere il cinquantenne, che continuava a guardarlo, a dare il suo voto nelle primarie del piddì. Il quattordici ottobre.
Prima, però, doveva assolutamente capire chi era l'uomo che continuava a stargli davanti. Se avesse almeno detto una mezza frase! Il manifesto elettorale l'avrebbe afferrata al volo.
Forse aveva sognato una società migliore, giusta, etica, capace di rendere possibile a ciascuno una vita decente, fuori dal bisogno e dall'ignoranza del bisogno. Forse era stato "l'uomo nuovo, in piedi, con gli occhi rivolti alle stelle", ben fermo nella realtà del suo tempo fatta di militanza democratica, di fratellanza etica.
"Basta, non vado – sbottò finalmente il cinquantenne direttamente in faccia al manifesto delle primarie – Non voglio correre il rischio di un'altra delusione".
Si era scoperto, finalmente. Era un deluso. Anzi, "il" deluso politico. Certo, era andata così: contemporaneamente al trascorrere del tempo il sogno politico per il quale si era battuto era impallidito, travolto da una brutta serie di circostanze e di responsabilità, mai analizzate del tutto. Diventato definitivamente adulto, il cinquantenne di oggi aveva smesso di sognare la politica, si era fatto da parte e si era arreso. Con un dolore immenso, un lutto che pian piano si era trasformato in rancore. Forse, come ultimo strappo, aveva rinunciato anche al voto nelle elezioni politiche.
"No, non vado – si disse ancora l'uomo scuotendo la testa – Io continuo a chiamarmi fuori". Aveva promesso a sé stesso che non avrebbe più sofferto, che non avrebbe mai più sognato il sogno della sua magnifica gioventù.
Il manifesto delle primarie pensò che non aveva tutti i torti, ma che proprio per questo sarebbe stato indispensabile restituirgli la speranza politica che gli era stata tolta. Strapparlo alla sua vecchiaia definitiva. Il piddì era la chiave di volta.
"È inutile – disse a bassa voce l'uomo rivolto al manifesto – non puoi insistere. Non mi freghi".
Continuava tuttavia a leggere le frasi asciutte ed essenziali del manifesto delle primarie. Inequivocabili, attuali, irraggiungibili/vicinissime. A portata di mano. L'uomo sentiva dentro di sé un movimento vitale che giudicò pericoloso. "Provaci, ancora una volta. Che ci rimetti al punto in cui sei? Fallo per i giovani, quelli che non hanno avuto la giovinezza bella come la tua!" gli gridò il manifesto con tutta la sua forza.
"No, non vado" pensò ancora una volta il cinquantenne ma non osò dirlo a quell'accidente di manifesto delle primarie del piddì, con la sua grande scommessa.
"Ma funzionerà davvero? La fusione con i cattolici...", balbettò.
"Ma se siete sempre stati sempre tali e quali!" gli rispose con una certa impazienza il manifesto. Ebbe però paura di ricordargli che si trattava del piano di valori profondi e non degli schemi.
"I valori della solidarietà. Doveri e diritti – disse il manifesto delle primarie – Non eravate voi quelli?"
Ma perché quel manifesto continuava, così stringato e diretto a buttargli addosso i suoi intenti di gioventù? Ce l'aveva proprio con lui. Lo voleva protagonista di una svolta d'epoca. Per la prima volta dopo tanto tempo.
Si disse con il "senso della realtà" che tanto gli piaceva: "Vado o non vado? Se vado lo faccio per i giovani. Se vado, però, non l'ho ancora deciso".
E intanto controllava nel portamonete se avesse la moneta da un euro, per il contributo. Un euro preciso. Il manifesto sorrise ma non disse la frase che avrebbe voluto: "Guarda che se vieni, lo fai anche per te". Temeva d'indispettire il cinquantenne che forse aveva ricominciato a sognare di politica. http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=964
Varsavia. La prima domanda che viene in mente guardando Donald Tusk, il vincitore delle elezioni polacche, finalmente sciogliersi in un sorriso timido dal palco del quartier generale di Piattaforma Civica (PO), è se ce la farà a reggere il peso delle aspettative. Perché il 41 per cento ricevuto in dote dagli elettori nel voto di domenica lo carica di una responsabilità enorme: quella di ricostruire l'immagine europeista e moderna del paese dopo due anni di irrequietezze del suo predecessore. E' stata certamente una bocciatura per la politica dei gemelli Kaczynski, rimarcata dalla scomparsa parlamentare dei due piccoli partiti estremisti che il gemello premier, Jaroslaw, si era caricato al governo. Ma il consenso che Piattaforma Civica ha raggiunto, grazie soprattutto alla performance televisiva del suo leader nel faccia a faccia con il premier dell'ultima settimana, significa qualcosa di più: che Donald Tusk ha la possibilità di consolidare il vero, grande partito di centrodestra moderato erede della storia e dello spirito di Solidarnosc. E di aprire una nuova stagione politica della Polonia, dopo la lunga, positiva ma controversa fase di transizione dal comunismo alla democrazia.
Chissà se ne sarà capace, questo minuto professore di storia di Danzica, appassionato di foto d'epoca, sposato con due figli, la cui timidezza innata consiglierebbe tutt'altro ruolo che quello del leader politico. Due anni fa perse la corsa alle presidenziali anche a causa di una bugia su suo padre lanciata in corsa da un assistente di Lech Kaczynski, alla quale non seppe ribattere con la tempestività necessaria. Eppure proprio lui, con la sua timidezza e la sua moderazione, è l'uomo che ha determinato la svolta in questa campagna elettorale. Quel faccia a faccia televisivo, che ha inchiodato allo schermo milioni di polacchi, è stato paragonato al famoso duello che oppose negli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon. Lui, Tusk, ha sostenuto il ruolo di Kennedy, giovane, spigliato, addirittura aggressivo. Chissà quanto avrà forzato il suo carattere per aggredire Jaroslaw Kaczynski e inchiodarlo alle responsabilità di un governo disastroso. E il premier è rimasto sorpreso, spiazzato: il suo copione – che fino ad allora aveva funzionato alla perfezione – s'è scompaginato e il gemello cattivo è apparso di colpo un piccolo provinciale capitato per caso alla guida di un grande paese europeo.
Donald Tusk ha pescato voti un po' dovunque. Secondo le prime analisi del flusso elettorale, Piattaforma Civica ha eroso in parte l'elettorato più moderato del PiS, il partito dei gemelli, (presumibilmente il voto giovanile, nel 2005 attirato dal messaggio moralista dei Kaczynski ma poi imbarazzato per le brutte figure internazionali) e in parte ha riportato alle urne cittadini che due anni fa si erano astenuti. Un piccolo afflusso è venuto anche da sinistra, moderati che hanno individuato nel PO l'unica forza politica in grado di contrastare i Kaczynski. Al nuovo vincitore si presenta dunque una sfida tutta politica che va al di là della stessa esperienza amministrativa di capo del governo: costruire le basi di un moderato partito liberal-conservatore. Certo, c'è anche da governare il paese, ma questa sembrerebbe quasi la cosa più facile giacché la Polonia continua a offrire performance economiche di tutto rispetto e presenta una società vitale e aperta, forse la più dinamica fra quelle dell'Europa centro-orientale. Gli investimenti dall'estero proseguono, l'ingresso nell'Unione Europea garantisce fondi che tranquillizzano il settore agricolo e contribuiscono al boom di quello edilizio, l'organizzazione con l'Ucraina dei campionati europei di calcio nel 2012 assicura flussi finanziari anche per i prossimi anni. Il problema è semmai convincere i troppi lavoratori qualificati emigrati all'estero (in Gran Bretagna e in Irlanda soprattutto) a rientrare in patria: lì non basterà il richiamo del cuore, serviranno paghe più alte.
Il compito è dunque grande per Donald Tusk. Servirà la grinta e la tenacia che si nascondono dietro la timidezza. Anche perché l'opposizione sarà agguerrita. I gemelli Kaczynski hanno subito una dura sconfitta ma la politica polacca resta instabile e volatile. E se si guardano le differenze con le elezioni di due anni fa, Giustizia e Libertà ha addirittura accresciuto i consensi in termini percentuali. Lech resta presidente della Repubblica e di fatto, dal punto di vista istituzionale, si apre una nuova era di coabitazione. il premier sconfitto ha riconosciuto la vittoria dell'avversario, gli ha augurato buon lavoro, ha accusato stampa e tv di aver influenzato la campagna elettorale e ha promesso un'opposizione dura. le ragioni di fondo che due anni fa diedero il successo ai gemelli non sono venute meno. Giustizia e Libertà mantiene un robusto consenso specie nelle zone rurali e nella provincia e sarebbe una lettura affrettata quella di considerare chiusa la loro stagione politica. http://walkingclass.blogspot.com/
Nell'attuale parlamento del Kosovo le donne rappresentano il 30%, una “quota rosa” imposta dall'OSCE all'epoca delle prime elezioni dopo la guerra. Però la loro influenza reale sulla scena politica è modesta. Qualcosa cambierà col voto del prossimo 17 novembre?
Di Valbona Mehmeti, per Koha Ditore, 9 ottobre 2007.
Traduzione di Nerimane Kamberi per Le Courrier des Balkans, e di Carlo Dall’Asta per Osservatorio sui Balcani
Se Olof Palme fosse ancora vivo, di certo riderebbe del modo in cui viene applicato il principio di parità tra i sessi nelle istituzioni del Kosovo. Sarebbe stupito dell'assenza di donne nei posti direttivi, ma lo sarebbe ancora di più del modo in cui in queste istituzioni viene rispettata la quota del 30% di participazione delle donne.
Questa quota del 30% le donne non l'hanno guadagnata col loro impegno, ma l'hanno ricevuta in regalo da parte dell'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), all'atto delle prime elezioni parlamentari dopo la guerra. Esse devono comunque essere fiere di questa percentuale, dato che nei Paesi della regione – ma anche in numerosi Paesi europei – la percentuale delle donne nelle assemblee parlamentari è ancora assai inferiore. Per esempio, in Albania questa rappresentanza non va al di là del 9%.
Ma che profitto hanno ricavato le donne da questa rappresentanza del 30%? Questo elevato tasso è loro servito? Ha permesso di difendere meglio gli interessi di più della metà della popolazione kosovara, supponendo che le donne rappresentino la metà della popolazione?
Le sedute del Parlamento del Kosovo, trasmesse in televisione, sarebbero state il luogo ideale perché le donne mostrassero ciò di cui sono capaci e provassero ai loro elettori di non essere invisibili, ma di essere là per far sentire la propria voce sui problemi che preoccupano i cittadini. Per provare che esse non siedono nella più alta istituzione della regione per gareggiare con le altre a chi è la più bella, a chi ha i gioielli più costosi o le gambe più slanciate, ma che sono là per proporre delle leggi e per criticarle, per discutere dei problemi del Paese, e per migliorare l’immagine e la posizione della donna nella nostra società, che considera sempre la donna incapace di affrontare i problemi politici.
Durante le sedute parlamentari le donne si sono sentite raramente. Prendiamo per esempio i deputati dei maggiori partiti all'interno dell'attuale Parlamento kossovaro. Delle 14 deputate della Lega democratica del Kosovo (LDK), solo due o tre sono state attive in seduta. Si ritrova la stessa situazione con le 10 deputate del Partito democratico del Kosovo (PDK). Malgrado una rappresentanza così forte, nessuna delle deputate è arrivata a diventare membro della presidenza dell’Assemblea. Su 11 commissioni parlamentari, solo due sono presiedute da donne: la commissione dei Servizi pubblici, dell’amministrazione locale e dei media, nonché la commissione della Sanità.
Allo stesso modo delle elezioni precedenti, il 30% della rappresentanza parlamentare del Kosovo sarà femminile dopo lo scrutinio del 17 novembre. Tale è la quota che i partiti, volenti o nolenti, dovranno rispettare. Con l'approssimarsi della campagna elettorale, i partiti politici presentano i loro candidati nella corsa elettorale. Si trova un gran numero di donne, conosciute e sconosciute. L’importante è che la quota sia rispettata: tale è, a quanto sembra, la logica di funzionamento dei partiti diretti dagli uomini. In effetti, secondo le ultime regole dettate dalla UNMIK per le elezioni, ogni partito che conquista dei seggi in Parlamento dovrà cederne il 30% a delle donne, anche se esse non hanno ottenuto voti sufficienti.
Se un uomo ottiene più voti della candidata che viene dopo di lui, egli dovrà automaticamente rinunciare al suo seggio per lasciare il posto alla sua collega di partito che ha ottenuto meno voti, che è meno professionale, meno conosciuta, e questo solamente per raggiungere la quota richiesta. Nessuno si preoccupa della qualità di questo 30%. Una donna sarà nominata ad un posto direttivo? Una di loro otterrà un posto di vice primo ministro, andrà a dirigere un ministero oppure un comune? No. L'attuale governo conta solamente una ministra donna, una ministra aggiunta che non si sente mai.
Nessuno dei 30 comuni del Kosovo è diretto da una donna, e solo due di essi hanno una donna a capo dell'esecutivo. Altri due comuni hanno una donna come sindaco aggiunto e nessuno ha mai sentito le poche consigliere. Perché le donne dovrebbero aspettarsi qualcosa di più dal governo che sarà formato dopo le elezioni del 17 novembre? Perché la loro posizione nelle istituzioni decisionali sia rafforzata, le donne dovranno attendere tempi migliori. Esse devono pregare affinché nasca un Olof Palme albanese che cambi questa percentuale e l'ordine in cui sono elencati i candidati nelle liste elettorali, come aveva fatto il premier svedese.
Grazie ad Olof Palme, gli svedesi hanno risolto il problema della loro rappresentanza istituzionale. Negli anni '70, quando era alla guida della Svezia, Olof Palme aveva deciso di instaurare la parità tra uomini e donne in Parlamento, 50/50%. L’ordine sulle liste elettorali era: una donna, poi un uomo. Questa è forse una delle ragioni per cui oggi la Svezia è uno dei Paesi più democratici e più sviluppati d'Europa. Qualcuno può ridere di questa constatazione, ma da molto tempo si sa che senza il progresso e l'avanzamento delle donne nessuna società può progredire. I leader maschi dei partiti politici devono comprendere una volta per tutte che senza un rafforzamento della posizione della donna nel loro partito non ci potrà essere successo di governo. Questo rafforzamento si farà inserendo nei propri ranghi il maggior numero possibile di donne capaci, meritevoli, che professionalmente abbiano già dato prova di sé. Dunque è tempo che gli uomini non vedano più le donne come numeri per raggiungere una quota, ma come delle compagne di squadra nella battaglia per il potere. E che le donne stesse, principalmente quelle che entrano in Parlamento, non si considerino come un 30% di facciata!
Abbiamo un leader in Iran che ha annunciato di volere distruggere Israele. Così dico ai leader: se sperate di evitare una terza guerra mondiale, forse sarebbe meglio evitare che ottengano le conoscenze necessarie per costruire un'arma nucleare. Prendo molto sul serio la minaccia di un'Iran con armi nucleari....”
George W. Bush, 17 Ottobre 2007
Lo credo. Credo che (la rivolta dei passeggeri del volo 93 dirottato l'11 Settembre 2001) fosse il primo contrattacco alla terza guerra mondiale”.
George W. Bush, 6 Maggio 2006
L'idea che gli Stati Uniti si stiano preparando ad attaccare l'Iran è semplicemente ridicola... Detto ciò, tutte le opzioni sono sul tavolo”
George W. Bush, Febbraio 2005)
Non viviamo in un mondo sano e razionale dove le decisioni di vasta portata del presidente USA sono basate su una comprensione delle probabili conseguenze.
Una terza guerra mondiale non è più uno scenario ipotetico.
Durante la Guerra Fredda, il concetto di “mutua distruzione assicurata” (MAD) [“mutual assured destruction”, ndt] veniva messo in conto. Una comprensione delle devastanti conseguenze di una guerra nucleare contribuì largamente ad evitare lo scoppio della guerra tra gli USA e l'Unione Sovietica.
Oggi, nell'era del dopo guerra fredda, una simile comprensione non prevale. Lo spettro di un olocausto nucleare, che ha ossessionato il mondo per mezzo secolo, è stato relegato al ruolo di “danno collaterale”.
La politica estera USA sotto i Neocon è basata su un'agenda diabolica e criminale. La “guerra al terrorismo” è una menzogna; l'Iran non costituisce una minaccia alla sicurezza globale come conferma un recente rapporto dell'AIEA. L'Iran non costituisce una minaccia per Israele.
Il presidente USA è un bugiardo che crede alle proprie bugie.
[Sorrisi: Ecco la sua espressione mentre pronuncia le parole 'Terza Guerra Mondiale'” (Huffington Post, 17 Ottobre 2007)]
Mentre si dice che le inesistenti bombe atomiche iraniane costituiscono una minaccia letale e funesta, le cosiddette armi nucleari tattiche “Made in America” vengono descritte nei documenti del Pentagono come “innocue per la circostante popolazione civile”.
Per ironia amara della sorte, quelli che decidono di usare le armi nucleari credono alla loro stessa propaganda. Si sostiene che un attacco nucleare preventivo all'Iran sia un impegno umanitario in buona fede che contribuisce alla sicurezza globale.
E adesso il Capo di Stato USA, che ha una limitata comprensione di geopolitica, per non parlare di geografia, sta suggerendo che se l'Iran non abbandona il suo inesistente programma nucleare, potremmo di malavoglia essere costretti ad una situazione da terza guerra mondiale. Bush ha insinuato che come Comandante in Capo, potrebbe decidere di muovere guerra all'Iran, il che potrebbe dare il via a una terza guerra mondiale.
“Il Dottor Stranamore cavalca ancora”. In una logica completamente contorta, la terza guerra mondiale viene presentata dal presidente USA come un modo per prevenire danni collaterali.
La guerra verrebbe scatenata dall'Iran, che si è rifiutata di attenersi alle “richieste ragionevoli” della “comunità internazionale”.
Le verità vengono distorte e rivoltate sottosopra. L'Iran viene accusata di voler cominciare la terza guerra mondiale.
Il Blackout dei media
L'opinione pubblica mondiale ha gli occhi inchiodati sul cataclisma del “global warming”. D'altra parte la terza guerra mondiale non è una notizia da prima pagina. Stiamo parlando della perdita di decine di migliaia di vite: le conseguenze dell'agenda militare USA che comprende l'utilizzo preventivo di armi nucleari in modo molto concreto minaccia il futuro dell'umanità.
Al momento le forze USA e della coalizione che include la NATO e Israele sono in uno stato avanzato di preparazione per lanciare un attacco contro l'Iran. I leader della coalizione capiscono perfettamente che una tale azione risulterà in uno scenario da terza guerra mondiale. Gli scenari di escalation sono già stati considerati ed analizzati dal Pentagono. I giochi di guerra sponsorizzari dagli USA hanno anche previsto il possibile intervento di Russia e Cina.
La terza guerra mondiale è stata sulla bocca degli architetti Neocon della politica estera USA dall'inizio del regime di Bush. È contenuta in un documento pubblicato nel Settembre 2000 dal Project of the New American Century (PNAC),
Gli obiettivi dichiarati del PNAC implicano una “lunga guerra”, una guerra globale senza confini::
“difendere il territorio americano;
combattere e vincere decisivamente in diversi e contemporanei importanti teatri di guerra;
svolgere i compiti “di polizia” associati al modellamento di un ambiente di sicurezza nelle regioni critiche;
trasformare le forze USA per compiere la “rivoluzione negli affari militari”;
L'ex vice segretario alla difesa Paul Wolfowitz, l'ex segretario alla difesa Donald Rumsfeld ed il Vice Presidente Dick Cheney avevano commissionato il piano del PNAC prima delle elezioni presidenziali del 2000. Il PNAC delinea un programma di conquista.
La dottrina nucleare preventiva contenuta nel Nuclear Posture Review è sostenuta dal Partito Repubblicano e dai think tank conservatori di Washington.
George W. Bush è uno strumento di potenti interessi economici. Una guerra preventiva in Iran gode di un diffuso consenso nel Congresso USA, ed è anche appoggiata dai partner e dagli alleati dell'America in Europa. La dirigenza repubblicana ha espresso il proprio sostegno per uno scenario da terza guerra mondiale preventiva. In un'intervista del 2006, al culmine dei bombardamenti israeliani sul Libano (16 Luglio 2007), l'ex Presidente repubblicano della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich ha ammesso candidamente:
“Siamo ai primi passi di quella che descriverei come la terza guerra mondiale e, francamente, la nostra burocrazia non risponde abbastanza velocemente e noi non abbiamo l'atteggiamento giusto. Inoltre questo è il 58esimo anno della guerra per distruggere Israele e, francamente, gli Israeliani hanno tutto il diritto di pretendere che ogni singolo missile abbandoni il sud del Libano, e gli Stati Uniti dovrebbero aiutare il governo libanese a trovare la forza per eliminare Hezbollah come forza militare — non come forza politica in parlamento — ma come forza militare nel sud del Libano”.
L'amministrazione Bush ha adottato una linea politica di first strike nucleare “preventivo” [si tratta di una metodologia di attacco preventivo contro le installazioni nucleari del nemico, ndt], che ha recentemente ricevuto l'approvazione del congresso. Le armi nucleari non sono più l'ultima opzione come durante l'era della Guerra Fredda.
In un documento classificato del Pentagono (il Nuclear Posture Review) presentato al Senato USA all'inizio del 2002, l'amministrazione Bush stabilì i cosiddetti “piani di emergenza” per un uso offensivo “first strike” delle armi nucleari, non solo contro l'asse del male (Iraq, Iran, Libia, Siria e Corea del Nord), ma anche contro Russia e Cina.
ALLEGATO:
Passi della Conferenza Stampa del Presidente Bush alla Casa Bianca il 17 Ottobre (enfasi aggiunta)
D Signor Presidente, vorrei proseguire sulla visita di Mr. -- del Presidente Putin a Tehran. Non sull'immagine del Presidente Putin e del Presidente Ahmadinejad, ma sulle parole che Vladimir Putin ha pronunciato lì. Ha lanciato un grave avvertimento contro un potenziale intervento militare USA – l'intervento militare USA contro Teheran --
IL PRESIDENTE: Ha detto USA?
D Si.
IL PRESIDENTE: Oh, lo ha detto?
D Lo ha detto – cioè, perlomeno così lo hanno citato – e ha detto anche che “Non trova alcuna prova che suggerisca che l'Iran voglia costruire una bomba nucleare”. Si sente rammaricato da questo messaggio? E ciò potrebbe indicare che la pressione internazionale sull'Iran per abbandonare il proprio programma nucleare non sia così intensa come pensavate?
IL PRESIDENTE: Come ho già detto, non vedo l'ora – se questi sono effettivamente i suoi commenti, non vedo l'ora che li chiarisca, perché quando sono andato in visita da lui, ha capito che è nell'interesse del mondo assicurarsi che l'Iran non abbia la capacità di costruire un'arma nucleare. Ed è per questo che su – nella prima fase di negoziati alle Nazioni Unite si è unito a noi, e nella seconda fase ci siamo uniti insieme per mandare un messaggio. Voglio dire, se non fosse preoccupato per tutto ciò, Bret, allora perché avremmo fatto questi ottimi progressi alle Nazioni Unite nelle prime due fasi?
Quindi gli farò visita per parlarne. Come sai, non ho ancora avuto informazioni da Condy [Condoleeza Rice, ndt] o da Bob Gates sulla loro visita a Vladimir Putin.
D Ma allora crede davvero che l'Iran voglia costruire un'arma nucleare?
IL PRESIDENTE: Penso – finché loro non sospenderanno e/o chiariranno di volerlo fare – che le loro affermazioni non siano veritiere, si, credo che vogliano raggiungere la capacità, la conoscenza, per costruire un'arma nucleare. E so che è nell'interesse del mondo impedirgli di farlo. Credo che gli Iraniani – se l'Iran avesse un'arma nucleare, sarebbe una pericolosa minaccia per la pace nel mondo.
Ma questo – abbiamo un leader in Iran che ha annunciato di volere distruggere Israele. Così dico ai leader: se sperate di evitare una terza guerra mondiale, forse sarebbe meglio evitare che ottengano le conoscenze necessarie per costruire un'arma nucleare. Prendo molto sul serio la minaccia di un'Iran con armi nucleari. E continueremo a lavorare assieme a tutte le nazioni sulla serietà di questa minaccia. Inoltre continueremo a lavorare alle misure finanziarie che stiamo per intraprendere. In altre parole, penso – che tutta la strategia sia, sia che ad un certo momento, i leader o la gente responsabile dentro l'Iran possano stancarsi dell'isolamento e dire, non ne vale la pena. E per me, vale la pena di mantenere la pressione su questo governo.
E in secondo luogo, è importante che gli Iraniani sappiano che non coltiviamo alcun risentimento verso di loro. Siamo delusi dalle azioni del governo iraniano, rispetto a come dovrebbero essere. L'inflazione è troppo alta; l'isolamento sta causando sofferenza all'economia. Questo è un paese con un futuro molto migliore, le persone hanno una migliore – dovrebbero riporre maggiori speranze sull'Iran di quante questo governo ne fornisca loro.
È così – guarda, è un problema complesso, senza dubbi. Ma il mio scopo è quello di continuare a organizzare il mondo per mandare un preciso segnale al governo iraniano: continueremo a lavorare per isolarti, nella speranza che ad un certo momento qualcun altro si faccia avanti e dica che l'isolamento non paga.
Michel Chossudovsky è l'autore del bestseller internazionale "America’s 'War on Terrorism' "Global Research, 2005. È professore di economia presso l'Università di Ottawa e direttore del Center for Research on Globalization.
Titolo originale: "Bush's World War Three"
Fonte: http://www.globalresearch.ca Link
17.10.2007
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STIMIATO
La Prensa Libre del Guatemala ha pubblicato nella sua edizione domenicale le vicissitudini di “Jorge” un kaibil finito in Iraq a lavorare per una agenzia di sicurezza, la Your Solution per l’esattezza, responsabile di una delle ultime mattanze di civili.
I kaibiles sono le forze speciali dell’esercito guatemalteco che, rimasti senza lavoro, vengono contrattati come mercenari o come specialisti al soldo del narcotraffico.
“Jorge” racconta degli addestramenti clandestini in Honduras e di come gli sia stato inculcato come comportarsi in Iraq: “Tutti sono nemici –donne, uomini, bambini-, nel caso di un incidente bisogna uccidere”. Il prezzo delle stragi: uno stipendio di 2500 dollari al mese, sufficienti per tornare a casa e, con il quetzal svalutato, mettere su un negozio.
Il reportage: http://www.prensalibre.com/pl/2007/octubre/21/185640.html
La resa di Microsoft: niente ricorso e sì alle richieste Ue
Di Gabriele De Palma La società di Bill Gates rinuncia a presentare l'ennesimo ricorso contro la sentenza di Bruxelles. Pagherà i 497 milioni di euro e aprirà il proprio sistema operativo agli sviluppatori per un compenso di 10 mila euro. Nelie Kroes plaude all'intesa: "una vittoria per i consumatori".
Microsoft ha rinunciato a fare ulteriore ricorso alla sentenza di primo grado che multa la società di Bill Gates di 497 milioni di euro per abuso di posizione dominante.
Al di là della sanzione pecuniaria, la sentenza prevede che Microsoft renda interoperabile (concedendo parte del codice di programmazione) il proprio sistema operativo, previa il pagamento di royalties (prezzo stabilito in 10mila euro una tantum).
Il commissario europeo per la concorrenza, Neelie Kroes, ha plaudito alla scelta di Microsoft ribadendo che si tratta di una "vittoria per i consumatori".
Di seguito tutte le tappe della vicenda di Microsoft e dell'antitrust comunitaria.
13 ANNI DI PROBLEMI GIUDIZIARI
1994
Microsoft raggiunge un accordo con il Dipartimento della Giustizia americano: le licenze del sistema operativo non riguarderanno anche altri software Microsoft. Un simile accordo è raggiunto con la Commisisone europea: Microsoft sarà soggetta allo scrutinio della Ue per 6 anni e mezzo. 1997
Il Dipartimento della giustizia accusa Microsoft di avere violato l'accordo del '94 inserendo Legando Internet Explorer a Windows 95 e impedendo la sua eliminazione. La Commissione europea investiga sulle licenze. 1998
Dopo una protesta di Sun Microsystems la Commissione espande la sua inchiesta su Microsoft: la società di Bill Gates. Questa volta sotto esame è il rilascio delle interfacce di Windows Nt 1998
Il Dipartimento di stato e un manipolo di stati americani chiamano Microsoft in giudizio. Obiettivo: un'ingiunzione permanete contro Microsoft per l'inclusione del suo browser nel sistema operativo Windows. 19 ottobre 1998
Comincia il dibattimento. 2000
Il verdetto. Microsoft ha "mantenuto il suo potere monopolistico attraverso mezzi anticompetitivi e ha tentato di monopolizzare il mercato dei software per navigare il web". Il giudice ordina inoltre la divisione di Microsoft in due differenti società: una per il sistema operativo, una per le applicazioni. Il giudizio è sospeso in attesa dell'appello. 2001
La Corte di appello accoglie le richieste di Microsoft sulla separazione delle due società ma conferma che Microsoft ha messo in atto pratiche anticompetitive.
Settembre 2001
Il Dipartimento di giustizia rinuncia all'idea di dividere Microsoft in due società differenti e afferma di non essere più intenzionato a cercare di dimostrare che Microsoft ha integrato illegalmente il suo browser in Windows 95 e 98. Novembre 2001
Microsoft, il Dipartimento di giustizia e 9 stati raggiungono un accordo: l'azienda di Redmond è obbligata a condividere informazioni sul suo sistema operativo con i rivali per consentire ai concorrenti di sviluppare meglio software interoperabili. Altri nove stati riflettono se continuare la causa. Novembre 2002
Una Corte distrettuale approva la proposta di accordo. Le sanzioni dureranno 5 anni. La Commisisone europea estende le sue indagini all'integrazione di Windows meda Player nel sistema operative Windows. 2003
L'autorità antitrust europea annuncia una decisione preliminare che impone a Microsoft di fornire una maggiore quantità di informazioni tecniche ai suoi concorrenti nel mercato dei server e di allentare i legami tra il sistema operativo e Windows media Player. 2004
Le trattative tra la Commissione europea e Microsoft si interrompono. L'Antitrust europeo condanna Microsoft a pagare oltre 450 milioni di euro. Settembre 2007
I giudici del Tribunale di prima istanza della Corte di Giustizia europea respingono la richiesta di appello di Microsoft. La società di Bill Gates sarà costretta a pagare la multa di 497 milioni di euro originariamente stabilita per abuso di posizione dominante. http://www.visionpost.it/index.asp?C=9&I=2563
Si è concluso il 17 ottobre a Pretoria, con la volontà di consolidare i risultati raggiunti, il secondo vertice IBSA, il forum trilaterale di cooperazione politica e commerciale lanciato nel 2003 da India, Brasile e Sudafrica
Nata per promuovere nuove sinergie economiche tra i partecipanti, grazie alle offerte opportunità di accrescimento del volume degli scambi, l’alleanza rappresenta oggi un sempre più importante interlocutore internazionale, portavoce dei tentativi per la ripresa dei negoziati di Doha e per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel quale i Paesi dell’asse chiedono un seggio permanente.
Se da un lato le regole del commercio internazionale e i negoziati in seno alla World Trade Organization (WTO) hanno occupato un posto di primo piano nell’agenda del vertice, altrettanto importanti sono stati i temi del multilateralismo e della cooperazione politica, economica e strategica. Nonostante i flussi commerciali tra i tre Paesi siano ancora ridotti, l’IBSA può sviluppare un immenso potenziale: l’India rappresenta infatti la più grande democrazia del mondo, il Brasile è il Paese guida del MERCOSUR e il Sudafrica, riconosciuto come il motore trainante dell’Africa australe, può contare su un’economia attiva e in continua espansione, anche grazie al suo ruolo guida all’interno della SADC. Manmohan Singh, Luiz Ignácio Lula da Silva e Thabo Mbeki hanno così concluso diversi accordi trilaterali, dal settore commerciale a quello energetico, in vista di un più ampio accordo di libero scambio che leghi India, MERCOSUR e Sudafrica-SADC.
Le opportunità per i tre Paesi, ed in particolare per il Sudafrica, sono quindi enormi, spaziando dall’apertura dei mercati nazionali e regionali alla stimolazione reciproca degli investimenti, soprattutto nel settore della ricerca tecnologica, dal maggior peso in seno alle Nazioni Unite all’attrazione di sensibili investimenti diretti esteri, caratterizzando in prospettiva la nuova alleanza come uno dei mercati più attraenti a livello internazionale.
Il 26 ottobre 2007 a Lisbona il vertice Russia-Ue dovrebbe chiarire le idee sulle ambizioni dello zar russo. L'analisi di Dmitry Golinko, poeta e critico d’arte russo.
Dmitry Golinko, 38enne è poeta, ricercatore storico e critico d'arte al Russian Institute e Arte storiche di S. Pietroburgo (Foto DG)
Vladimir Putin ha annunciato di voler diventare Primo Ministro, concluso il suo mandato presidenziale. Come hanno reagito i russi a quest’annuncio?
Dal 2004 numerosi dibattiti sul successore di Vladimir Putin animano i media russi. L’idea più diffusa era alla fine del suo mandato, nel 2008, nulla sarebbe più stato come prima. Da qui ne è conseguita una situazione di vero e proprio isterismo. Putin ha prima proposto due candidati quali Dmitry Medvedev e Sergey Ivanov (per poi nominare Primo Ministro e probabile successore Viktor Zubkov, ndr). Tutto fa pensare che il panorama politico cambierà ancora parecchie volte prima del 2008.
Dopo essere stato Presidente, Putin può diventare Primo Ministro e operare correttamente agli ordini del suo successore?
I dubbi non mancano. Innanzitutto perché Putin è un leader carismatico e il suo successore dovrebbe essere una specie di suo “clone”, applicare il suo programma e obbedire ai suoi voleri. Ma un tale personaggio non esiste ancora. Putin è il tipico esempio della globalizzazione: aderisce all’economia neo-liberista facendo prova di pragmatismo, ma persevera nella consolidazione di un apparato burocratico conservatore. Per quanto riguarda la gestione dell’economia petrolifera russa se la è cavata piuttosto bene. Un leader capace di opporsi a Putin potrebbe solo essere un nuovo “Savonarola”, un agitatore, che non provenga né dal proletariato né dalla borghesia, e che sia capace di ridare priorità alle idee.
Pensa che ci potrà essere un miglioramento delle relazioni Ue-Russia?
Credo che attualmente ci siano due tendenze nell’ambito della politica estera in Russia. Da un lato, un’aspirazione ad avvicinarsi all’Europa poiché l’identificazione della maggioranza dei cittadini russi sembra più vicina al modello occidentale, basato più sui valori e l’umanesimo dell'Illuminismo, che a quello asiatico capitalista. Dall’altro, alcuni mirano a mantenere il Paese come un’entità geopolitica isolata e ripiegata su stessa, pretendendo il titolo di superpotenza mondiale, mentre dalla fine dell’Unione Sovietica il Paese ha perso il suo status di impero invincibile. Queste due tendenze sono in conflitto permanente e la verità storica sta nel mezzo.
Lei è critico d’arte e scrittore. Come definirebbe la situazione degli scrittori in Russia?
La situazione della letteratura e dell’arte russa contemporanee è ricca di contraddizioni. L’ambito culturale subisce fortemente l’attuale crisi delle istituzioni: quelle ereditate dall’epoca sovietica sono obsolete e quelle nate nel periodo post-sovietico sono totalmente corrotte e inerti. Gli artisti non ricevono alcun sostegno, né dallo Stato né dalle fondazioni private, per cui si rivolgono a finanziatori internazionali. Senza contare che esiste sempre una certa censura estetica. La burocrazia culturale esige che un’opera sia bella e divertente. L’arte nella Russia contemporanea deve contribuire alla felicità della classe media emergente, esprimendo ricchezza e benessere. Una richiesta che porta alla semplificazione dei valori culturali russi e l’arte stessa diventa una sorta di piacevole Disneyland per consumatori fortunati.
TENSIONE AL VERTICE DI LISBONA
Dopo il fallimento del precedente vertice a Samora nell’aprile 2007, le relazioni Ue-Russia non sono migliorate. Un ordine del giorno gravido di questioni da affrontare, interessi diversi e un’agenda politica russa piena lasciano ben poco da sperare per questo incontro. Terminato con un fallimento, il vertice non ha fatto avanzare i negoziati fra i due partner economici. La questione del Kosovo, la ridefinizione dell’attuale partenariato economico con l’Ue, l’embargo russo sulla carne polacca e soprattutto il mantenimento dell’influenza russa sui paesi baltici, rappresentano dei veri e propri ostacoli che continuano ad inasprire le relazioni diplomatiche ed economiche fra le due potenze. Nemmeno la nuova Presidenza di turno del Consiglio, affidata al Portogallo, rappresenta un punto a favore per migliorare le relazioni. Da maggio 2007 le discussioni sono rimaste a un punto morto: la Russia non è disponibile a fare alcuna concessione tant’è che cinque mesi dopo, è come se si ricominciasse da zero.
Foto: homepage (DWinton/ Flickr), nel box(opendemocracy/ Flickr)
MALDIVE L’estremismo islamico contro i turisti stranieri La bomba di settembre può far parte di una strategia che vuole cacciare i turisti, portatori di abitudini “contrarie” all’islam. Ma la popolazione è in maggioranza moderata e vuole mantenere la lucrosa industria turistica. La polizia arresta più di 50 estremisti.
Male (AsiaNews/Agenzie) – L’improvvisa crescita della militanza islamica pone una minaccia senza precedenti al turismo delle Maldive, dopo che il 29 settembre una bomba al parco Sultan a Male ha ferito 12 turisti stranieri, tra cui una coppia britannica in luna di miele. Ma il governo del paradiso turistico è determinato a stroncare l’estremismo.
Il presidente Maumoon Abdul Gayoom ha proibito l’ingresso agli imam provenienti dall’estero senza un permesso speciale; ha vietato alle donne di coprirsi da capo a piedi; ha disposto che le madrasse (scuole islamiche) straniere e i seminari musulmani non siano riconosciuti come istituti d’istruzione.
Mohamed Zahir Hussain, ex ministro per l’Istruzione, ha detto che solo una minoranza della popolazione (330mila abitanti, soprattutto islamici sunniti moderati) ritiene il turismo contrario all’Islam, specie per l’adozione di abitudini vietate ai musulmani, come la vendita di liquori. “Ma possiamo affrontare il problema, grazie alla geografia delle Maldive”.
Delle 1.192 isole solo 200 sono abitate e gli alberghi per turisti sono separati dalle zone abitate. Ai turisti non è permesso passare la notte su isole abitate, eccetto per la capitale Male. I maldiviani lavorano negli alberghi ma non nei bar.
Il ministro al Turismo Mahamood Shougee ritiene che “l’estremismo non abbia sostegno popolare”. Il turismo è la principale risorsa del Paese, che spera – dice Mahamood - di avere 650mila presenze nel 2007, il 10% in più del 2006, per un giro tra i 200 e i 300 milioni di dollari annui.
All’inizio di ottobre la polizia ha compiuto un’incursione in un’isola, circa 100 chilometri a sud di Male, ritenuta l’epicentro dell’estremismo musulmano. Ci sono stati scontri e più di 50 arresti.
STATI UNITI E GRAN BRETAGNA “PREDICANO ACQUA E BEVONO VINO”…
Un incontro pubblico a Nairobi si è inaspettatamente trasformato in una reprimenda contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna quando un ministro del governo keniano ha messo da parte l’intervento preparato e colto l’occasione della presenza dell’ambasciatore statunitense per dire che “i governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sono i maggiori violatori dei diritti umani e della trasparenza” nel mondo. Newton Kulundu, capo del dicastero del Lavoro, ha proseguito la sua invettiva affermando che “questi due governi hanno perfezionato l’arte dell’ipocrisia chiedendo al Kenya e agli altri paesi di mantenere quei principi, mentre loro - ha aggiunto citando un proverbio - predicano acqua ma bevono vino”, utilizzando un’espressione simile alla più nota, in Italia, ‘predicano bene e razzolano male’. L’intervento ha irritato l’ambasciatore americano Michael Ranneberger, che per due volte ha rifiutato di stringere la mano al ministro, davanti ad un pubblico che assisteva costernato. “Milioni di nostri fratelli e sorelle in Iraq e in altri paesi del medio Oriente - ha detto inoltre il ministro di Nairobi, che già in altre occasioni ha espresso chiaramente le sue opinioni sulla politica americana - sono uccisi dalle forze armate di Usa e Gran Bretagna che hanno invaso i loro paesi in cerca delle cosiddette armi di distruzioni di massa”. Alla fine della conferenza, l’ambasciatore Ranneberger, parlando con i giornalisti, ha detto che le affermazioni di Kulundu sarebbero tutte “sciocchezze” espresse a titolo personale che “non meritano una risposta”, pertanto non seguirà nessuna protesta ufficiale. Nonostante gli organizzatori dell’incontro abbiano tentato di ridimensionare l’accaduto, le dichiarazioni di Kulundu hanno trovato ampio risalto sulla stampa keniana. http://www.misna.org/
La Polonia dice addio all'era dei gemelli Kaczynski. Dopo due anni di governo ultraconservatore, ultracattolico ed euroscettico del premier Jaroslaw e del presidente Lech, domenica nelle elezioni legislative anticipate i polacchi hanno premiato il liberale Donald Tusk. Un “trionfo” secondo Gazeta Wyborcza, il più popolare quotidiano di centrosinistra che parla di “plebiscito” per “ la Polonia della speranza contro quella del risentimento” (nella foto, il vincitore Donald Tusk).
Lucia Sgueglia
La Polonia dice addio all'era dei gemelli Kaczynski. Dopo due anni di governo ultraconservatore, ultracattolico ed euroscettico del premier Jaroslaw e del presidente Lech col loro partito Legge e Giustizia (PiS), domenica nelle elezioni legislative anticipate gli elettori hanno premiato gli avversari di Piattaforma Civica (PO), coalizione guidata dal liberale Donald Tusk. Un “trionfo” secondo Gazeta Wyborcza, il più popolare quotidiano di centrosinistra che parla di “plebiscito” per “ la Polonia della speranza contro quella del risentimento”. Più del 41 % dei suffragi sarebbe andato a Tusk, 31 % al PiS. L’affluenza alle urne – 53,8% - è la più alta dal 1989. A passare lo sbarramento anche il blocco di Democratici e Sinistra (13,2%) e il Partito dei contadini con l'8,93. Escono invece dal parlamento le ultradestre ex alleate del Pis, Autodifesa e la Lega delle Famiglie.
Il ribaltone politico a Varsavia è anche un pronunciamento contro le tendenze nazionaliste, razziste e populiste dei gemelli terribili. “Ora bisogna riparare i danni. Ci vuole un accordo tra le parti” è l’invito dell’ex presidente e leader di Solidarnosc Lech Walesa, distanziatosi polemicamente negli ultimi anni dal PiS, che auspica una riconciliazione politica tra avversari - appoggiato dallo stesso Tusk.
Felicitazioni, e un sospiro di sollievo, arrivano subito dalla Ue, con la quale la Polonia dal 2005, anno della salita al potere del Pis, ha avuto rapporti burrascosi: dall’impuntatura sulla clausola di Ioannina alla paralisi del Trattato Costituzionale. Contrari allo spirito europeo del compromesso i Kaczinski, che più volte hanno minacciato il veto: dall'Iva al no a una giornata europea contro la pena di morte, al bilancio comunitario. Così, passando sopra alla consueta discrezione che vuole che gli stati membri non si pronuncino sulla politica interna dei partner, la vicina Germania, che con i gemelli ha avuto relazioni difficili, si rallegra “all’idea di collaborar con il nuovo governo polacco”. Il presidente della Commissione Ue Barroso omaggia lo “spirito europeo del popolo polacco” dicendosi “fiducioso in una fruttuosa cooperazione con il futuro governo”. E immediatamente arrivano segnali di distensione da un portavoce del PO: Varsavia applicherà la Carta dei diritti fondamentali contenuta nel Trattato riformatore, approvato venerdì scorso a Lisbona dopo mesi di dure trattative. La speranza è che le posizioni di Varsavia si ammorbidiscano anche sullo scudo spaziale Usa, che tante tensioni causa con Mosca bloccando l'accordo di cooperazione tra Ue e Russia sull’energia.
Non sono mancate le polemiche intorno al voto: alla vigilia Kaczinski ha scelto ancora la discussa Radio Marija per chiudere la campagna elettorale, e Tusk è stato ricevuto dal cardinale di Cracovia ed ex segretario di Woytila Dziwiscz; poi i ritardi “sospetti” su chiusura dei seggi e annuncio degli exit poll. Altri dissidi potrebbero ora crearsi se il Presidente, con cui Tusk dovrà suo malgrado convivere fino al 2010, deciderà come ipotizzato di intromettersi nelle nomine di importanti dicasteri. La strada insomma per il probabile neopremier non è spianata.
COMMERCIO-AFRICA OCCIDENTALE: EPA, nessuna proroga alla scadenza David Cronin
BRUXELLES, (IPS) - L’Unione europea ha respinto gli appelli degli Stati dell’Africa occidentale per rinviare la scadenza di fine anno per la firma definitiva degli accordi di libero scambio.
All’inizio di questo mese, i governi dell’Africa occidentale hanno chiesto all’Ue di non ostinarsi a voler concludere gli accordi di partnership economica (EPA) entro il 31 dicembre.
Secondo Ablasse Ouedrago, funzionario commerciale della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), in questa fase la regione “non è pronta” a firmare un simile accordo di liberalizzazione degli scambi, poiché gli agricoltori impoveriti e le nascenti industrie rischiano gravi danni, se dovranno competere con un afflusso di merci a basso costo provenienti dall’Europa.
Come alternativa agli EPA, l’Africa occidentale ha chiesto che le attuali agevolazioni concesse dall’Ue alle importazioni delle loro merci vengano mantenute per altri due anni. Anche se queste agevolazioni hanno ottenuto una deroga grazie alle normative stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), l’esenzione scadrà all’inizio del 2008.
La Commissione europea, esecutivo dell’Ue, non ha voluto accettare la richiesta dell’Africa occidentale di chiedere l’approvazione dell’OMC per un’estensione della proroga.
In una lettera esaminata dall’IPS, la Commissione sostiene che “mancano le basi legali” per poterlo fare, e che una simile mossa comprometterebbe la reputazione sia dell’Ue che dell’Africa occidentale.
"Ci troviamo nell’ultima fase di un percorso, e chiedere una proroga minerebbe la nostra credibilità internazionale”, recita la lettera, firmata da Peter Mandelson, commissario europeo per il commercio e Louis Michel, commissario per lo sviluppo e gli aiuti umanitari.
”Abbiamo avuto sette anni per concludere i negoziati EPA. La Commissione europea non può mantenere illegalmente un regime che insieme abbiamo promesso di portare a termine sette anni fa”, si legge ancora.
Le preferenze commerciali sono indicate in un accordo firmato nel 2000 a Cotonou, Benin, tra la Ue e almeno 80 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). Secondo Mandelson e Michel, qualsiasi intento di prolungare questo accordo verrebbe contestato dai paesi poveri esterni al blocco ACP.
I produttori di banane dell’America Latina, ad esempio, sono insoddisfatti dell’accesso preferenziale al mercato che l’Ue ha concesso alla frutta coltivata negli ACP. Le agevolazioni sulla produzione di banane “rischiano di essere dichiarate illegali” dall'OMC il prossimo anno, secondo i commissari.
La lettera, datata 11 ottobre, è stata inviata a 16 governi, tra cui quelli del Ghana, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Benin.
Tuttavia, pur avendo respinto la richiesta dell’Africa occidentale, i commissari hanno detto di voler firmare un EPA meno ambizioso di quello voluto inizialmente.
La lettera dichiara che, “come minimo”, un accordo relativo allo scambio di merci dovrà essere concluso quest’anno. Questo sarà un “trampolino di lancio verso un pieno accordo EPA”, hanno aggiunto i commissari, “per cui i negoziati continueranno nel 2008”.
Fino a poco tempo fa, l’Ue sosteneva che gli EPA relativi a tutta una serie di questioni dovevano essere conclusi entro il 31 dicembre. Oltre allo scambio di merci, gli ambiti proposti dalla Commissione includevano liberalizzazione dei servizi, concorrenza, investimenti, appalti pubblici, e proprietà intellettuale.
Gli attivisti ritengono però che un accordo limitato allo scambio di merci possa ostacolare i progressi sociali ed economici negli ACP. ”Un accordo sulle merci potrebbe imporre una liberalizzazione indesiderata”, secondo Alexander Woollcombe, membro di un gruppo di pressione in ambito Ue per l’organizzazione non governativa (Ong) internazionale Oxfam.
”La scadenza non dovrebbe essere usata come una leva per spingere i paesi ACP a firmare qualcosa che non risponde ai loro interessi a lungo termine. La priorità dovrebbe essere data a fare le cose nel modo giusto, invece che a dover concludere un qualsiasi accordo entro la fine di quest’anno”, ha sostenuto.
Mariano Lossa, attivista dell’Ong internazionale ActionAid, ha definito l’accordo sull’accesso delle merci al mercato un “EPA-light”.
Secondo Lossa, i piccoli agricoltori potrebbero non riuscire a difendersi dalle importazioni dall’Europa, e perciò non essere in grado di sfamare le loro famiglie. Questo minerebbe le garanzie di diritto al cibo sancite nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, ha commentato.
“Questo tipo di accordo non risolverebbe le preoccupazioni dei produttori nel mercato agricolo, principale fonte di sopravvivenza per la grande maggioranza degli agricoltori in Africa”, ha aggiunto. “E non risolverebbe la questione della possibile violazione del diritto al cibo”.
L’Africa occidentale è una delle quattro regioni africane coinvolte nei negoziati EPA, insieme a Africa centrale, Africa orientale e meridionale, e Comunità per lo sviluppo dell’Africa del Sud (SADC).
Benché secondo Mandelson l’Africa centrale potrebbe firmare un EPA relativo sia alle merci che ai servizi, sono emersi dei dubbi sulla possibilità che anche le altre regioni lo facciano.
L’IPS ha appreso che Rob Davies, viceministro sudafricano di commercio e industria, ha detto di recente che il suo paese non intende “cedere” e accettare un accordo incompatibile con gli obiettivi di sviluppo della SADC.
Secondo Davies, i membri SADC volevano creare dei propri servizi che fossero in grado di competere con quelli europei, prima di accettare di liberalizzarli; il funzionario si è detto indignato delle intenzioni della Ue di permettere alle imprese straniere di invadere i trasporti, le telecomunicazioni e i settori finanziari dell’Africa.
Nel frattempo, durante gli ultimi negoziati, la regione dell’Africa orientale e meridionale ha puntato in gran parte sullo scambio di merci e sulle tematiche dello sviluppo. Mentre nei colloqui è stata data meno importanza ad altri “temi caldi”, come servizi e industria della pesca.
Il 15 ottobre, i 27 governi Ue hanno concordato una strategia che prevede una spesa di 2 miliardi di euro annuali in “aiuti al commercio” entro il 2010. Circa la metà di questi aiuti verrà usata per aiutare i paesi ACP ad adattarsi al libero scambio, secondo quanto dichiarato dai governi.
Ma l’ambasciatore etiope presso l’Ue Berhane Gebre-Christos ha dichiarato che la dimensione dello sviluppo degli EPA è più ampia del dossier “aiuti al commercio”. Molti paesi ACP non sono riusciti a trarre pieno profitto delle preferenze accordate dall’Ue a causa delle loro limitate capacità, ha spiegato, sostenendo che questi problemi dovrebbero essere affrontati nei negoziati.
”Se realizzeremo delle riforme, ciò comporterà un costo, che dovrà essere coperto. Perciò servono delle risorse”, ha detto all’IPS.
”I paesi ACP in generale si sono impegnati politicamente a firmare gli EPA quest’anno”, ha aggiunto Gebre-Christos. “Sono persone di larghe vedute, e vogliono concludere gli accordi, ma ciò che realizzeremo in concreto dipenderà dall’esito dei negoziati”.
”È molto difficile dire adesso quale sarà la conclusione. Ci sono una serie di questioni sul tavolo che devono essere ancora risolte”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1031
Birmania : la globalizzazione della liberta'
di Giovanni Falcone*
In diretta mondiale stiamo assistendo alla cruenta repressione in atto da parte della dittatura al potere in Birmania da circa mezzo secolo.
A fronte di una popolazione inerme, stremata dalla fame e dalla miseria che con tanta dignità e coraggio, manifesta pacificamente per rivendicare il solo diritto di esistere, il regime reagisce con inaudita violenza, senza alcun pudore e certo di farla franca nel mentre il mondo intero guarda, fa pressioni diplomatiche, minaccia sanzioni. In pratica, aria fritta, nulla cambia, la gente muore sparata in faccia dai soldati in armi.
Questi regimi, tenuti in vita grazie agli immensi privilegi di pochi, ad una ricchezza mal distribuita, ad una corruzione ai massimi livelli, interna ed internazionale, continuano a opprimere ed affamare i loro popoli. Sono dittatori che sanno di avere le spalle larghe nonché l'appoggio di grandi potenze, di Paesi apparentemente estranei e che hanno peraltro una lunga tradizione totalitaria, dove il termine "democrazia, libertà" non si trova neanche sui vocabolari.
Sono Paesi, questi, molto potenti, inseriti come membri permanenti nell'Organizzazione delle Nazioni Unite ed aventi addirittura il "Diritto di veto". In pratica, la comunità internazionale, pur di fronte a queste scene di inaudita ferocia, è ingessata, non può agire neanche in termini di sanzioni collettive. In questi casi, ci si limita alla "Moral suasion" che ahimè, abbiamo visto che non funziona, non spaventa nessuno.
Dopo tanto sangue innocente, quando cade una dittatura, ci si meraviglia, si esprime rammarico per qualche testa che rotola oppure penzola , appartenenti a despoti che hanno massacrato intere generazioni in spregio a qualunque regola della comunità internazionale.
Quella stessa comunità internazionale che, attraverso l'ONU ha bisogno di darsi una organizzazione che possa fronteggiare crisi della specie e che purtroppo, quando serve in situazioni di emergenza, è purtroppo quasi sempre mancata.
Da comune cittadino, volendo fare una riflessione a voce alta, mi chiedo: "Come è possibile che vi possano essere delle grandi potenze in seno a questa importante ed unica Organizzazione Mondiale (ONU) che tutela ed assecondano repressioni così feroci in danno di un intero popolo." C'è qualcosa che non funziona, che non torna.
Cara ONU, diamoci delle regole che valgano per tutti…la prima delle quali, senza veti e senza limiti deve riguardare la "Globalizzazione della libertà".
Domenica prossima, nella basilica di San Pietro, saranno beatificati 498 religiosi spagnoli uccisi alla fine della Seconda Repubblica spagnola e durante la guerra civile. Si tratta della più grande beatificazione di massa mai realizzata ed è previsto a Roma, manco a dirlo, l’arrivo di centinaia di migliaia di pellegrini (c’è chi dice che saranno un milione). A destare grande perplessità, fra le altre cose, è la scelta della data: si tratta dell’85° anniversario della marcia su Roma e del 25° della vittoria dei socialisti di Gonzales alle elezioni politiche spagnole.
Benché le gerarchie ecclesiastiche si affannino ad assicurare che si tratta di mere coincidenze, la scelta compiuta dalla Chiesa non inganna il quotidiano El País, che commenta così la notizia: “I vescovi vogliono riempire Roma per dimostrare che la loro egemonia continua anche nella Spagna del cosidetto fondamentalismo laicista” (questa espressione vi ricorda qualcosa?). Assurdo che la Chiesa pretenda di riscrivere la storia di una lotta della quale fu parte attiva negli anni 30, contribuendo ad alimentare la confusione su chi aveva fortemente voluto quella guerra civile e chi invece si difendeva dal sollevamento militare guidato da Francisco Franco. Il giornale di Madrid ricorda la feroce opposizione dei membri del clero alla Repubblica spagnola e il loro aperto sostegno al franchismo: “Così è stato sparso il seme di quello che loro chiamano ‘la più grande persecuzione religiosa della storia di Spagna’, vittime – ma anche carnefici – di una guerra incivile che i prelati suscitarono, applaudirono e benedirono”.
Altra curiosa “coincidenza”: la Spagna ha appena approvato una legge proprio per commemorare le vittime della guerra civile e della dittatura franchista. Così, per l’ennesima volta, la Chiesa interviene pesantemente nel dibattito politico di uno Stato sovrano. Se la pratica di beatificazione di questi “martiri” era stata bloccata fino al pontificato di Paolo VI ed è stata iniziata solo da Giovanni Paolo II, quale miglior occasione dell’elezione di Ratzinger per completare l’opera?
Fonte: El País.E chi ne ha parlato fino adesso in Italia? Mistero (della fede?). Per fortuna, però, ci sono loro: qui il comunicato di Facciamo Breccia, dal quale ho preso il titolo per questo post. Diffondete il più possibile.
Legge elettorale - Il mio no a Rutelli
di ARTURO PARISI, Corriere della Sera -
Caro direttore,
Francesco Rutelli mi cita, unico del centrosinistra, per accusarmi di una eccessiva fretta nella promozione del referendum per l'abrogazione del porcellum. Troppo onore! Omettiamo pure Mario Segni e Giovanni Guzzetta, che hanno promosso il referendum senza altro riferimento politico che la loro passione per la Repubblica.
Ma molti e non meno qualificati sono gli esponenti dell'Unione, tra i quali Realacci, Melandri, Santagata, Letta e Bindi, che hanno condiviso la nostra iniziativa, sia pur con motivazioni talvolta contrastanti, e tra essi innanzitutto le centinaia di migliaia di cittadini dell'Unione che hanno sottoscritto il referendum. Se non ho capito male, la mia colpa sarebbe quella di aver preso sul serio l'impegno assunto davanti agli elettori per una immediata abrogazione della legge che ci aveva eletti, e di aver dato seguito all'unanime indicazione dei partiti che a febbraio indicarono al Presidente Napolitano come priorità assoluta la riforma della legge elettorale. Troppo onore! Rutelli sembra dare a intendere che la differenza tra noi fosse e sia solo sul quando della abrogazione, che lui avrebbe preferito rinviare.
La ricostruzione delle alternative in campo mostra senza alcuna incertezza come il nostro dissenso sia invece soprattutto sul come cambiare il porcellum. Perché non riconosce Rutelli senza infingimenti che le sue preferenze vanno alla reintroduzione del proporzionale secondo il sistema che giustamente Panebianco chiama oggi pseudotedesco? Perché non riconosce che questa preferenza è parte di una concezione del sistema politico aperto ad alleanze di nuovo conio radicalmente diverso dal mio? Perché non riconosce pure che la sua stessa idea di Pd nasce per fuoriuscire dalla stagione dell'Ulivo che era stato pensato come anticipazione di una formazione che organizzasse stabilmente all'interno di uno schema bipolare tutto il centrosinistra? Perché non riconosce che sostituendo in questo modo l'Ulivo, il suo Pd è un partito pensato come la destra della sinistra pronto a trattare con la sinistra della destra all'interno di un centro così stabilmente ricostituito?
È per questo che ora che, seppure attraverso un metodo discutibile, a Veltroni è stata riconosciuta la leadership del Pd ed è finalmente possibile passare dal chi al che cosa ritorno perciò a dire che è giunto il momento della scelta. Anche chi volesse fermarsi ai soli giornali di oggi non riesce infatti proprio a capire come nella stessa maggioranza veltroniana possano stare i «moderati coraggiosi» come Rutelli che chiede ancora una volta a suo modo il ritorno al centrismo e gli «estremisti assennati» come Moni Ovadia che sfila con la cosiddetta sinistra radicale, o meglio come possano stare assieme senza una chiara linea politica che li tiene assieme. Pensa Veltroni come oggi Polito che il suo 75% sia sufficientemente compatto per contrastare le ragioni del 14% dei «Democratici davvero» e dire in tedesco la sua scelta di ritorno al proporzionale? Io non lo credo. So tuttavia che il 100% già gli chiede o prima o poi gli chiederà di scegliere. Lui sa che se scegliesse in direzione opposta a quella svolta oggi nitidamente e direi senza ironia coraggiosamente da Rutelli noi saremmo con lui.
I due quesiti dell´indagine
Franco Cordero
la Repubblica
Soppesata in chiave tecnica, l´inchiesta «Why not» pone due quesiti. Primo, chi debba indagare quando tra i concorrenti dell´ipotetico reato risultino Presidente del consiglio o ministri, essendo commessi i fatti de quibus nell´esercizio delle rispettive funzioni.
Rispondono gli articoli 6 e 11, comma 1, della legge costituzionale 16 gennaio 1989: il procuratore della Repubblica, «omessa ogni indagine», nei 15 giorni dalla notizia, trasmette gli atti al collegio istituito presso il tribunale nel capoluogo del distretto competente. Organo a tre teste. Lo compongono magistrati designati dalla sorte; è rinnovato ogni due anni (articolo 7); ha i poteri che competono al pubblico ministero nonché al gip (inscena incidenti probatori e archivia quando non vi sia materia su cui procedere: articolo 1, legge 5 giugno 1989, numero 219). Questione chiusa, «Why not» finirà lì.
Secondo dubbio: fin dove sia corretto l´atto con cui la Procura generale avoca le indagini qualificando incompatibile l´indagante, perché nei suoi confronti pendono inchieste disciplinari avviate dal ministro che gli eventi istruttori lambivano. Ecco un falso sillogismo. Che il guardasigilli lo persegua, è fatto ambiguo: tra le ipotesi possibili c´è anche quella d´una mossa intesa a spiazzare l´avversario scomodo; aspettiamo l´esito del giudizio disciplinare. Da notare come il requirente non sia ricusabile: diversamente dal giudice, equidistante, è parte, attore pubblico. Infatti accusa: e come potrebbe se non cercasse le prove? I soliti pseudogarantisti deplorano l´accanimento investigativo: chiamiamolo fisiologia del contraddittorio. I processi diventano commedia, piuttosto ignobile, quando requirenti timidi risparmino boiardi, ricchi, confratelli e varie exceptae personae.
Motivata così, persuade poco questa scelta. Già il nome suona male, relitto dei tempi in cui l´apparato requirente, gerarchico, lavorava quale braccio del potere esecutivo. Le avocazioni hanno una lunga storia malfamata e destano sospetti: spesso risultavano fondati. Stavolta la eviterei, non foss´altro perché riesce equivoca; il corso del procedimento era predeterminato; «why», allora, compiere un gesto discutibile? L´argomento richiedeva poche parole ma il discorso rimarrebbe monco se non toccassimo due punti. Primo, valgono ancora metri berlusconiani: durano intatte le norme che s´era affatturato il padrone, indecorose, meno due leggi su cui è caduta la scure della Consulta; e aveva radici organiche l´inglorioso epilogo parlamentare del caso Unipol.
Secondo, gli eventi calabresi lasciano intuire cosa sarebbe una giustizia selettiva le cui leve stiano in mano a requirenti comandati dal ministro (lo dicano o no, è quel che chiedono i fautori delle carriere separate, finiremmo lì): intuitus personarum; disturba il governo, diamogli addosso; e tanta disattenzione benevola verso gli amici. L´Italia è moralmente gobba, quindi tagliamole l´abito ad hoc, ripeteva Giolitti scusando le soperchierie elettorali prefettizie nel meridione. Lui, uomo d´inesorabile onestà.
C’è ben poco di nuovo nel modello di welfare disegnato dall’accordo di luglio, confermato dal referendum sindacale e ora dal compromesso raggiunto in Consiglio dei ministri. Ancor meno di nuovo s'intravede nelle posizioni di chi a quell’accordo s’è opposto e spera di modificarlo in Parlamento. L’accordo, i suoi oppositori e la stessa proposta di legge finanziaria condividono il modello di welfare all’italiana che rende così squilibrate e poco efficaci la spesa e le politiche sociali orientate a redistribuzioni monetarie, in particolare verso le età più anziane, senza neppure riuscire a contrastare davvero la povertà tra gli anziani perché di fatto privilegiano alcune categorie rispetto ad altre. È significativo che nell’accordo la misura più importante rivolta ai giovani riguarda una promessa a futura memoria che la loro pensione non scenderà sotto il 60% del reddito da lavoro. Si promette (con la fragilità delle promesse in questo campo) una garanzia in vecchiaia, mentre la questione che molti dei giovani devono affrontare è una continuità e adeguatezza del reddito che consenta loro oggi di rendersi autonomi dalle famiglie d’origine e di fare piani per una propria famiglia se lo desiderano.
Soprattutto, nel gran conflitto di questi mesi sul welfare, le politiche per le famiglie e di sostegno alle responsabilità famigliari sono state le grandi assenti. Dopo l’ubriacatura ideologica in tema di famiglia della scorsa primavera, dopo il Family day e il Convegno nazionale sulla famiglia promosso dal ministro Bindi, le politiche per la famiglia continuano a mantenere nell’agenda politica italiana una posizione marginale ed estemporanea, anche se più di altre potrebbero essere considerate vere e proprie politiche d’investimento.
Assenti del tutto dall’accordo con le parti sociali - che pure assorbe gran parte delle risorse - le politiche per la famiglia sono anche largamente assenti dalla proposta di legge finanziaria. Le misure di maggior rilievo presenti in quest’ultima riguardano certamente una dimensione importante del benessere famigliare, la casa, tramite la maggiorazione della detrazione dall’Ici sulla prima casa per i contribuenti con un reddito individuale non superiore ai 50 mila euro e l’introduzione di una detrazione a favore di chi è in affitto, di nuovo legata al reddito individuale. Queste due misure di fatto assorbono tutte le risorse disponibili. Perciò, sul piano dei trasferimenti monetari, la riforma degli assegni al nucleo familiare per renderli più equi e meno frammentati di fatto è ancora una volta rimandata sine die. E non è chiaro se e quanti fondi rimarranno per i servizi, che ogni ricerca mostra essere essenziali per il benessere delle famiglie, anche perché facilitano l’occupazione delle donne con carichi famigliari. La riduzione dell’Ici, incidendo negativamente sui bilanci dei Comuni sui quali grava in larga misura la responsabilità di fornire i servizi, potrebbe anche avere un effetto negativo in termini di offerta e di costo per le famiglie.
Ma le misure per la casa sono almeno eque dal punto di vista redistributivo? A prima vista sembrerebbe di sì, dato che sono legate al reddito. Ma anche qui si sconta il vecchio errore di usare il fisco, che nel nostro Paese è basato sul reddito individuale, per effettuare redistribuzioni tra famiglie. Come già in passato, potranno beneficiare delle detrazioni famiglie in cui entrambi i coniugi, o anche uno solo, hanno un reddito inferiore alla soglia, ma che insieme la superano ampiamente; mentre non potranno beneficiarne le famiglie in cui l’unico percettore di reddito supera la soglia anche solo di un euro. Molte ricerche hanno segnalato che il welfare italiano sostiene poco la conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro ed è anche poco redistributivo, sia perché privilegia i trasferimenti monetari rispetto ai servizi sia perché nei primi privilegia la redistribuzione via imposte rispetto ai trasferimenti diretti. L’accordo tra le parti sociali e la legge finanziaria confermano, ahimè, proprio queste caratteristiche negative.
Legge elettorale: Monaco, dissentiamo da Rutelli, nodo va sciolto
ANSA -
(ANSA) - ROMA, 'Sulla legge elettorale, ci convince di piu' Panebianco che non Rutelli. Lo si nobilita col nome di modello tedesco, ma in salsa italiana e' tutt'altra cosa. Come si puo' mettere nelle mani di Casini, padre del porcellum, la sorte di qualsiasi governo? Come non vedere che sarebbe la morte del bipolarismo? Come si puo' volere un partito a vocazione maggioritaria senza maggioritario? Come non comprendere che una legge elettorale che da' a un centro mobile e a politici disinvolti un esorbitante potere di coalizione metterebbe a rischio l'unita' dello stesso Pd?'. Lo sottolinea Franco Monaco, deputato dell'Ulivo, commentando l'editoriale del 'Corriere della Sera' dal titolo 'Veltroni e Fini, la strana coppia' secondo il quale Veltroni non sarebbe interessato all'approvazione del modello tedesco cosi' come Fini con il quale potrebbe trovare convergenze sulla riforma elettorale.
'Perche' mai certi centristi approdati al Pd dovrebbero consegnare ai soli Casini e Mastella - dice - un potere tanto grande? Su un solo punto concordiamo con Rutelli: questo e' il primo, decisivo nodo da sciogliere per Veltroni e per il PD.
Scegliere con chiarezza e' un preciso, urgente dovere'. (ANSA).
IL SUGGERITORE SEGRETO - Chi c'è dietro la legge Maroni
È goffo il tentativo con cui numerosi e autorevoli esponenti del mondo accademico ed imprenditoriale stanno cercando di difendere la legge Maroni dagli attacchi che ormai provengono un po’ da tutte le parti, Vaticano compreso. Un premio per l’originalità andrebbe assegnato ad Innocenzo Cipolletta che, udite udite, spiega ai lettori del Corriere della Sera come gli sciagurati contratti a progetto (i co.co.pro.) non siano frutto della foga liberista dei vari Sacconi e Cazzola, spalleggiati dalla Confindustria, ma arrivino direttamente dal programma di Rifondazione Comunista, motivo per cui Franco Giordano dovrebbe immolarsi per la difesa della legge Biagi invece che scendere in piazza a manifestare per cambiarla. Geniale. http://titollo.ilcannocchiale.it/
La domanda che tutti si pongono è se davvero ci sarà un intervento massiccio in Iraq. Dopo i bombardamenti turchi sul Kurdistan iracheno e dopo i raid dei peshmerga che sono costati ad Ankara dodici soldati caduti e otto dispersi, il governo di Recep Tayyip Erdogan si spingerà oltre, con una vera e propria invasione dell’Iraq settentrionale? Il Parlamento turco ha ufficializzato nei giorni scorsi l’autorizzazione a operazioni militari, e le pressioni interne sono forti. Per il momento, tuttavia, tutti gli attori coinvolti sembrano determinati a scongiurare questa eventualità. Ieri il ministro degli Esteri turco Ali Babacan ha ribadito che il suo governo intende ancora privilegiare le «iniziative diplomatiche», ma ha anche aggiunto che se queste dovessero fallire «non avremo altra scelta se non la forza». Le milizie curde del Pkk hanno reso noto, attraverso il loro sito, di essere pronti a una tregua se Ankara interrompesse le azioni militari e il presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, ha assicurato che presto il Pkk annuncerà un cessate il fuoco unilaterale. Quel che più importa, poi, è che oggi sono previsti incontri ad Ankara tra rappresentanti dei governi turco e iracheno. Non a caso Massimo D’Alema, che ha espresso una forte preoccupazione da parte italiana per la situazione nel Kurdistan, ieri ha affermato che la cooperazione tra le autorità turche e irachene è «l’unica via d’uscita»: finché Ankara e Baghdad continuano a parlarsi la guerra aperta è scongiurata. Almeno a breve termine.
Che Ankara decida o meno di invadere l’Iraq settentrionale, resta un dato di fatto: il conflitto iracheno si sta estendendo agli altri Stati della regione. Sono mesi, ormai, che tra Ankara e il Kurdistan iracheno c’è una guerra, e neppure troppo sotto traccia: i bombardamenti e i blitz militari risalgono a molto prima che il Parlamento desse il via libera. Un discorso simile, poi, vale per Teheran: gli scontri lungo il confine tra i miliziani curdi e l’esercito iraniano sono già una realtà. La Siria, poi, ha già espresso il proprio sostegno politico, che presto potrebbe trasformarsi in sostegno militare, ad Ankara. Quanto a Giordania e Arabia saudita, stanno aspettando il ritiro delle truppe americane per intensificare il proprio sostegno alla guerriglia sunnita, ma alcuni analisti non escludono che i paesi arabi stiano pensando a un intervento militare, volto soprattutto ad arginare la crescente egemonia di Teheran, che nell’Iraq post-baathista ha trovato il suo satellite privilegiato. Come l’Europa, anche l’America invita la Turchia alla moderazione, ma mentre il ritiro americano sembra vicino le parole di Bush servono a poco. Insomma, si sono avverate le tre profezie che molti analisti avevano formulato all’inizio del conflitto. Uno: l’Iraq sarebbe sprofondato in una guerra civile. E qui i fatti parlano per sé. Due: una guerra civile irachena avrebbe rischiato di destabilizzare l’intera regione. Gli sviluppi di questi giorni lasciano pensare che l’estensione del conflitto alla regione sia uno scenario assai plausibile, se non un fatto. Tre: l’unico attore che potrebbe uscire rafforzato dal collasso iracheno è Teheran. Anche qui, i fatti parlano da soli. Dal punto di vista europeo, questo è forse il lato più preoccupante.
L’ascesa della potenza iraniana nella regione è una realtà. Il crescente caos in Medio Oriente e l’indebolimento degli Usa hanno contribuito a fomentare le ambizioni del regime iraniano, già aggressivo per vocazione, che ora si sente legittimato nel suo programma nucleare e nel suo desiderio di egemonia. A questi fattori si sono aggiunte anche le divisioni interne europee, che sono risultate in una posizione ondivaga, e quindi poco incisiva, dell’Europa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, Teheran non è disposta a cedere sul nucleare, e non sembra prendere sul serio quanto dovrebbe i negoziati europei: la sostituzione del capo negoziatore Ali Larijani, un pragmatico poco gradito ad Ahmadinejad, con un uomo più vicino al presidente, Saeed Jalili, non lascia presagire nulla di buono. Proprio oggi Jalili dovrebbe essere a Roma per incontrare Javier Solana. Sul risultato dell’incontro, in pochi si fanno illusioni.
Anna Momigliano http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002
I sondaggi, questa volta, non hanno sbagliato e l'alta percentuale dei votanti ha nel corso della giornata dato corpo all'ipotesi che Donald Tusk, questa volta, ce l'avrebbe fatta. Cosi' e' andata e adesso per la Polonia si apre una nuova stagione politica, anche se quella dei gemelli Kaczynski non si chiude del tutto, come affrettatamente si dice sulla stampa europea occidentale. In Italia sorprende per superficialita' e faziosita' il reportage di un giornalista esperto e solitamente molto informato come Andrea Tarquini di Repubblica. Piu' equilibrato e rispondente al vero quello di Sandro Scabello sul Corriere della Sera. Secco e preciso il breve articolo di Leonardo Maisano sul Sole 24 Ore.
Detto della "concorrenza", i miei reportage dei giorni precedenti (che potete rileggere scorrendo giu' per il blog) sono uno spaccato fedele di quanto si agita oggi sulla scena polacca. Una sola cosa voglio segnalare qui, in attesa di proporvi gli articoli scritti oggi per i giornali cui collaboro a commento del voto. Appena e' stata comunicata la prima proiezione elettorale che dava chiaramente la misura del risultato, il vincitore Donald Tusk si e' presentato davanti ai suoi sostenitori per la dichiarazione di vittoria. Un breve e secco discorso. Appena ha finito, Jaroslaw Kaczynski e' apparso davanti ai suoi sostenitori per concedere la vittoria all'avversario. Anche per lui brevi, pacate parole, poi un rimbrotto alla stampa a suo dire partigiana nella campagna elettorale (i cliche' non vanno abbandonati), infine gli auguri di buon lavoro a colui che adesso prendera' il suo posto. Una piccola lezione di stile da un paese nuovo membro dell'Ue che pur vive campagne elettorali intense e combattute come le nostre.http://walkingclass.blogspot.com/
Il 15 ottobre scorso il Montenegro ha firmato l’Accordo di Associazione e Stabilizzazione con l’Ue. E' il quarto paese dei Balcani a farlo. Intanto scoppia una disputa sull'uso dell'euro
Il Montenegro e l’Unione europea hanno firmato il 15 ottobre scorso a Lussemburgo l'Accordo di Stabilizzazione e Associazione, primo passo ufficiale verso l’integrazione nell’Ue.
Prima di entrare in vigore, l'accordo dovrà essere ratificato dai 27 stati membri e dal Montenegro, una procedura che potrebbe durare anche due anni. Per non perdere tempo prezioso, un accordo economico provvisorio entrerà in vigore il primo gennaio prossimo.
L’Accordo di Associazione e Stabilizzazione prevede l’ingresso graduale nell’area di libero commercio dell’Ue, questo permetterà l’accesso immediato dei prodotti montenegrini sul mercato europeo, in cambio di un'apertura progressiva del mercato montenegrino alle merci europee.
Il Montenegro aveva iniziato i negoziati per l'Accordo di Stabilizzazione e Associazione già nell'ottobre del 2005, quando faceva ancora parte dell’Unione Serbia e Montenegro. Dopo la dichiarazione d’indipendenza montenegrina, l’Unione europea ha iniziato ad adottare gli strumenti necessari per il processo di Associazione e Stabilizzazione, sono stati avviati i negoziati per il futuro accordo e nel novembre 2006 la Commissione ha pubblicato un primo Progress Report annuale sul Montenegro.
Il 22 gennaio 2007 a Bruxelles, i ministri esteri dell’Ue, hanno stabilito i principi, le priorità e le condizioni della partnership con il Montenegro. L’accordo ha individuato i passi da compiere per l’avvicinamento all'Unione europea che rappresentano una guida a cui il Montenegro dovrà affidarsi per compiere gli sforzi necessari all’ingresso nell’Ue, dove compaiono gli obiettivi da raggiungere a breve e lungo termine.
La condizione più importante riguardava l’adozione della nuova costituzione: fondata sul consenso generale, in linea con gli standard europei, particolarmente nell’ambito dei diritti umani e nell’ambito dell’organizzazione del sistema giuridico, del sistema della pubblica sicurezza e della difesa del Paese.
Nonostante le differenze politiche esistenti, il Montenegro è riuscito a raggiungere un consenso generale sulle questioni statali più importanti e ad adottare la carta costituzionale dentro il parlamento, il 19 ottobre scorso.
L’approvazione della carta costituzionale è la pre-condizione per la preparazione e l’adozione di una serie di leggi strategiche, ma, prima di tutto, era anche una pre-condizione per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione.
Dopo la Croazia, la Macedonia e l'Albania il Montenegro è il quarto paese dei Balcani occidentali a firmare l’accordo con l’Ue.
”Questo è un giorno straordinario per il Montenegro ed i suoi abitanti”, ha sottolineato il Primo ministro Zeljko Sturanovic al momento della firma.
Dall’altra parte il Commissario europeo per l’allargamento, Olli Rehn ha dichiarato: “Questo accordo dovrebbe rappresentare una motivazione per gli altri paesi dei Balcani occidentali. Il successo di oggi mostra che l’Unione europea continua a dedicarsi alla prospettiva europea dei paesi dei Balcani occidentali. Il loro futuro e dentro l’Ue”.
L’Accordo di Associazione e Stabilizzazione tra la Ue e il Montenegro non soltanto stabilizza la zona di libero commercio tra l’Unione europea e il Montenegro, ma prevede anche l’introduzione degli standard europei e la creazione dei meccanismi istituzionali necessari per l’integrazione con l’Ue.
C’è stato un momento però in cui la firma dell’Accordo a Lussemburgo non era più così scontata, perché i ministri degli Esteri dell’Ue hanno incontrato un problema con la Bulgaria in merito ad una disputa linguistica sulla scrittura “euro”. La Bulgaria aveva minacciato di bloccare l'accordo con il Montenegro, se non le fosse stato concesso di tradurre in cirillico la parola “euro”, che in bulgaro è scritto “evro”, mentre una disposizione europea vorrebbe che tutti i paesi scrivessero “euro” a prescindere dalla propria lingua e alfabeto. La situazione si è risolta adottando una dichiarazione comune in cui si stabilisce che nella traduzione bulgara dell’accordo invece di “euro” sia utilizzata la sigla “Eur” usata nei mercati finanziari internazionali.
Avvicinandosi all’Unione europea, il Montenegro affronta un altro problema da risolvere: la valuta ufficiale nel Paese è l’euro, pur non facendo parte dell’Unione europea. Ricordiamo, il Montenegro aveva prima introdotto il marco tedesco e poi l’euro, per poter determinare la sua politica economica indipendentemente dalla Serbia, allora sotto il regime di Milosevic. Così, il Paese ha ottenuto la libertà economica con una moneta stabile e si è aperto agli investimenti stranieri, offrendo una stabilità macroeconomica agli investitori.
Ad ogni modo, la Commissione europea ha ricordato al Montenegro che l’eurozona rappresenta gli stati membri dell’Unione europea, che hanno adottato l’euro come valuta ufficiale. Le politiche monetarie dell'eurozona sono regolate esclusivamente dalla Banca Centrale Europea e il Montenegro riceverà un avvertimento ufficiale, dopo la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione.
Il portavoce per gli Affari Economici e Monetari della Commissione europea, Amelia Torress, spiega che, per poter adottare l’euro come valuta ufficiale, un paese deve essere prima di tutto membro dell’Ue. “Anche quando il paese sarà diventato membro dell’Ue, dovrà rispettare determinati criteri”, ha aggiunto Torress.
La Commissione europea insiste sul fatto che soltanto gli stati membri possono adottare l’euro come valuta ufficiale. Degli otto paesi che sono diventati membri nel 2004, soltanto la Slovenia è riuscita a diventare membro della eurozona. Gli altri stanno ancora cercando di raggiungere gli standard richiesti: una bassa inflazione, un basso deficit di bilancio e un basso debito pubblico.
La Banca Centrale Europea concorda con la Commissione che il Montenegro non è autorizzato ad usare l’euro come valuta ufficiale.
Comunque, i funzionari montenegrini non aspettano che il Paese venga chiamato a rinunciare alla sua valuta ufficiale. Si pensa, piuttosto, che una soluzione del problema verrà trovata. Ci sono due ragioni importanti per questo ottimismo: primo, Bruxelles non vuole danneggiare l’economia del Montenegro; secondo, non è un logico chiedere al Montenegro di rinunciare all’euro adesso, per poi chiedergli, fra qualche anno, di introdurlo di nuovo.
I funzionari dell’Unione europea porranno la questione sul sistema monetario del Montenegro probabilmente durante le prossime sedute sull’adesione del Paese all’Unione europea.
Il ministro delle Finanze montenegrino, Igor Luksic, è convinto che questa questione non causerà alcuna complicazione al Montenegro: “Non mi aspetto alcun problema speciale. La questione sull'uso dell’euro significa determinati obblighi per il Paese e questo sarà preso in considerazione durante il processo d’integrazione.” Luksic ha anche aggiunto che: “L’euro era la base per il nostro sviluppo economico e questa questione dovrebbe essere osservata da questo punto di vista.”http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8428/1/51/
Il Commissario di Giustizia e Affari Interni Franco Frattini presenterà il 23 Ottobre la risposta europea alla Green Card americana. Obiettivo: attirare in Europa i cervelli del mondo.
(Foto Dr John 2005/ Flickr)
Non si tratterà di un permesso di residenza definitivo come la "green-card" Usa, ma dovrebbe consentire ai lavoratori altamente specializzati di spostarsi all'interno dell'Unione dopo un paio d'anni di lavoro in uno stato e successivamente di tornare al proprio Paese e rientrare anche dopo 4-5 anni senza riavviare tutta la pratica d'immigrazione.
Basta con le regolarizzazioni di massa
«Non credo che gli immigranti in Europa vogliano essere una risorsa di comodità né di manodopera», afferma Mohammed Yasser Boubekri, responsabile del Collettivo nazionale di Appoggio alla Cittadinanza e alla Democrazia a Tetuàn, prima grande città marocchina. Si riferisce al commento di «un ministro europeo che l'anno scorso si riferì alla comodità che portano gli immigrati al loro paese» e al beneplacito dell'Europarlamento all'idea di questa carta blu in base a motivazioni di utilità pratica.
Due anni di lavoro in un paese dell'Ue dunque. Poi si avrebbe già il diritto di muoversi verso un altro stato europeo. Si tratta di conquistarsi lavoratori qualificati fuori dai confini europei, poichè Eurostat calcola che soltanto nel settore dell'informazione e delle telecomunicazioni dell'Ue ci sono 300mila posti vacanti. Obiettivo dichiarato è quello di «frenare » l'immigrazione illegale così come ha annunciato Franco Frattini nel settembre 2007 a Lisbona durante la conferenza Ue sull'immigrazione legale.
Il timore che hanno gli immigrati di esser sfruttati contrasta con l'entusiasmo ufficiale della Ue. La Carta Blu si ispira alla formula della Carta Verde che negli Stati Uniti ha tre obiettivi: diminuire l'immigrazione illegale, essere un antidoto contro l'invecchiamento della popolazione e colmare la mancanza di forza lavoro. A questo si deve aggiungere che, secondo dati della Commissione Europea, il 55% degli immigranti qualificati arrivano negli Stati Uniti, mentre solo il 5% arriva in Europa.
Studi recenti parlano della necessità di aumentare il volume di questa forza lavoro in Europa ed assicurano che l'Unione Europea avrà bisogno nei prossimi dieci anni di quasi 20 milioni di immigrati, cifra che Franco Frattini smentisce categoricamente.
Forza lavoro o lavoro forzato?
Un'altra idea ancora diversa è quella che avanza da Tetuàn, Yasser Boubekri: «Il cammino degli immigranti deve essere deciso sempre in qualunque momento da loro stessi. Devono formare una rete, una rappresentanza, una commissione: avere la garanzia che non solo lavoreranno in Europa, ma anche che avranno diritto di voto, beneficiare della democrazia». In ogni caso questa misura offre come beneficio «la possibilità di vivere in un paese europeo».
«Ma cosa succederà una volta concluso il contratto di lavoro? Cosa succederebbe se un immigrato inserito per esempio in Francia, incontrasse un nuovo datore di lavoro in Germania? Potrebbe cambiare lavoro e paese?» domanda Boubekri.
Per il momento la proposta non va oltre. Ma già Paesi come Francia e Inghilterra, che stanno rendendo più dura la loro politica di accoglienza degli immigranti, non vedono di buon occhio la proposta. Stesso scenario anche tra i conservatori tedeschi che non vogliono sentir parlare di Carta Blu.
Per ciò che riguarda la percezione negativa dell'immigrato, Boubekri si mostra scettico: «il concetto di immigranti, nel senso dispregiativo non sparirà» assicura. «L'immigrato continuerà a sentirsi vittima di un linguaggio che lo riduce ad un termine specifico, che lo rende solo un oggetto, un semplice tema di dibattito per l'opinione pubblica, ma senza poter esprimersi sul proprio bagaglio culturale o sulla propria identità».
A suo parere c'è il rischio che «gli europei si dimentichino di ciò che sentono o soffrono gli immigranti e si limitino a vederli come potenziale forza lavoro o lavoro forzato, a seconda di come si vede la situazione».
Foto in homepage: Poppyseed Bandits/Flickr
Merce de Luís - Tetuán -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=12631
Attacco congiunto terra-aria delle Tigri tamil ad una base aerea dell'esercito in territorio cingalese
L'ultimo attacco delle tigri Tamil costa 33 morti. Un azzardo militare con pochi precedenti nella pur spericolata storia trentennale dei combattenti per l'indipendenza delle zone Tamil. Obbiettivo militare dei ribelli era una base aerea dell'esercito regolare: una mossa militare congiunta da terra e dall'aria.
Da terra e dall'aria Quattro membri dell'esercito sono morti e 20 combattenti suicidi delle tigri sono stati uccisi nell'assalto. Altri quattro uomini dell'aviazione sono morti mentre il loro elicottero, mandato in appoggio alle altre truppe, è precipitato. Questo dopo che due aeroplani ribelli avevano lanciato bombe sulla base di Anuradhapura a nord della capitale Colombo; la prima azione combinata terra-aria nella storia tattica delle Tigri Tamil. A qualche ora dall'attacco i ribelli reclamavano ancora parti del presidio militare, in mano ad alcuni dei loro squadroni kamikaze. Erano 21 i componenti del commando, secondo il portavoce delle Tigri Rasiah Ilanthirayan, infiltrato nella base di Anuradhapura, antica capitale cingalese e grande attrazione turistica dello Sri Lanka. Il sito si trova ampiamente dentro il territorio controllato da Colombo, in teoria non raggiungibile da squadroni ribelli. Lo squadrone era composto da tigri Nere, l'élite suicida che comanda tutte le azioni che implicano bombardamenti, protagonisti anche il mese scorso di una spettacolare azione in mare aperto, che ha visto la Marina ufficiale attaccare imbarcazioni delle Tigri Tamil.
Caccia biposto Come ha riferito il comandante Velupillai Prabhakaran, mentre i 21 agivano da terra, due velivoli ribelli a volo radente sganciavano bombe sulla base. Il ministro della Difesa ufficiale ha riferito che 9 soldati dell'esercito erano morti durante l'attacco e che 20 Tigri erano state uccise. Riguardo l'elicottero abbattuto, dalla Difesa hanno detto che sarebbe caduto per un problema tecnico, e non perchè abbattuto dal fuoco nemico. Secondo fonti di ntelligence, risulta che le Tigri abbiano minnuscoli jet a due posti di fabbricazione ceca, assemblati nei piccoli pezzi fatti entrare clandestinamente nel paese. In marzo questi velivoli si erano resi protagonisti di una incursione ancor più spettacolare nei pressi dell'aeroporto della capitale, Colombo.
SVILUPPO-AMERICA LATINA: L’Italia vuole fare la sua parte Sabina Zaccaro
Uno degli eventi pereparatori a Milano
Foto: CeSPI-IILA
ROMA, 22 ottobre 2007 (IPS) - L’Unione Europea potrebbe contribuire ad una distribuzione più equa dei benefici della crescita economica in America Latina, secondo le proposte emerse dalla terza conferenza nazionale sui rapporti fra Italia e America e Caraibi.
La presidente cilena Michelle Bachelet, in apertura della conferenza tenutasi a Roma il 16 e 17 ottobre, ha dichiarato che la collaborazione dell'Ue è 'molto importane, per raggiungere una maggiore coesione sociale'.
La conferenza è stata organizzata dal Ministero degli Affari Esteri, l’Istituto Italo-Latino Americano (IILA) con sede a Roma e il Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), associazione indipendente di ricerca anch’essa con sede a Roma.
L’incontro è il risultato di una dichiarata politica del governo italiano, ribadita alla conferenza dal Primo Ministro Romano Prodi, che considera “le relazioni con l’America Latina una priorità per la nostra politica estera”.
Hanno partecipato al vertice rappresentanti di 11 paesi di America Latina e Caraibi, e di diversi paesi europei. Il summit è stato preceduto da altri 11 incontri tenutisi in diverse città italiane dall’inizio dell’anno, ciascuno rivolto ad un aspetto chiave della collaborazione tra le due regioni tramite accordi economici, per lo sviluppo di infrastrutture, tecnologia e comunicazioni.
Bachelet ha chiesto il supporto di Italia e Ue per promuovere l’inclusione sociale in America Latina, e ha dichiarato che malgrado i successi del suo governo nella riduzione della povertà, nel 2006 il numero di persone disagiate in America Latina ha sfiorato i 220 milioni, 20 milioni in più rispetto al 1996.
”L’America Latina vive un vero paradosso, dove il periodo di pace e democratizzazione dei suoi governi – un processo iniziato 15 anni fa – non sta tuttavia portando alla coesione sociale”, sostiene Bachelet. “Ora dobbiamo costruire una globalizzazione più giusta, e il percorso richiede una convergenza politica più forte con l’Unione Europea”.
”Negli ultimi cinque anni, il mercato latino americano è cresciuto del 4,5 per cento annuo, e tra il novembre 2005 e la fine del 2006, abbiamo avuto 34 elezioni democratiche nella regione”, ha dichiarato José Miguel Insulza, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). “Dato che democrazia e sviluppo socio-economico sono collegati, il problema è se questa crescita sia sostenibile”.
L'OSA è un forum multilaterale con sede a Washington che comprende 35 nazioni di America del Nord, America centrale, e America Latina e Caraibi. Il suo mandato è rafforzare la democrazia, promuovere i diritti umani, e affrontare problemi come povertà, terrorismo e corruzione.
America Latina e Caraibi sono fra le aree più violente del pianeta, con un elevato tasso di povertà e disuguaglianza, sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). “La domanda di istruzione, assistenza sanitaria, tutela dell’ambiente e sicurezza pubblica può essere soddisfatta solo rinforzando le istituzioni, e la cooperazione congiunta con l’Europa è di grande importanza per questo processo”, ha dichiarato Insulza.
La questione è se l’America Latina rappresenti una priorità per l’Ue. Secondo Insulza, mentre l’Europa ha giocato un ruolo chiave nel processo di stabilità dell’America Latina durante i difficili anni di dittature e crisi interne (1980), negli anni più recenti “ sia Europa che Stati Uniti hanno spostato la loro attenzione verso altre arre del mondo”.
La sola eccezione significativa di questo atteggiamento “distratto" dell’Ue è la Spagna, il cui interesse verso l’America Latina ha trovato la sua espressione in investimenti, progetti di cooperazione e partecipazione politica.
Donato Di Santo, Sottosegretario agli esteri italiano con delega per l’America Latina, ha dichiarato che l’Italia intende diventare “un solido ponte tra Europa e America Latina, ed esserne il secondo interlocutore europeo dopo la Spagna”.
Alcuni passi concreti sono previsti a breve. Prodi ha detto che il suo governo ha avviato i negoziati per entrare nella Corporación Andina de Fomento (CAF), istituzione finanziaria latino americana per lo sviluppo sostenibile. Alcuni progetti congiunti sono invece già stati avviati con la Banca interamericana di sviluppo (IADB), istituzione finanziaria per lo sviluppo dei paesi latino americani.
L’Italia si impegnerà in particolare nella cooperazione per le energie rinnovabili, come lo sviluppo dei bio-combustibili in Brasile e dell’energia geotermica in Cile. Ma senza dimenticare i diritti umani, come ha spiegato Di Santo all’IPS.
”Condividiamo la linea dell’Ue ribadita durante il recente vertice Euro-Latino americano di Santiago”, ha dichiarato. “La linea dell’Ue è di sostenere – non solo formalmente ma praticamente – la lotta contro l’esclusione sociale, combattendo le cause strutturali della povertà, e in difesa di tutti quei cittadini privati della loro libertà e dei loro diritti”.
L’Italia si è recentemente unita ai paesi promotori del dialogo tra il governo della Colombia e l’Esercito di liberazione nazionale (Ejército de Liberación Nacional), nelle cui controversie sono state spesso registrate violazioni dei diritti umani.
Alla vigilia della conferenza di Roma, Yolanda Pulecio, madre dell’ex candidata presidenziale Ingrid Betancourt, sequestrata cinque anni fa dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), il principale gruppo di ribelli coinvolto nel decennale conflitto armato della Colombia, ha chiesto aiuto a Prodi e al Ministro degli esteri Massimo D'Alema per il rilascio di Betancourt e degli altri prigionieri politici.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1030
Attacco turco al Kurdistan dell'Iraq : sfida all'occidente
di Shorsh Surme*
La decisione del parlamento Turco di invadere il territorio del Kurdistan dell'Iraq è una decisione molto grave in quanto viene calpestata la sovranità della regione del Kurdistan che è parte integrante della Repubblica Federale Irachena. Bisogna dire che la Turchia non è nuova a queste iniziative. Dal 1992 ad oggi il governo di Ankara ha oltrepassato per ben 42 volte il confine con il Kurdistan, ma purtroppo questo dato è rimasto sotto il totale silenzio.
I dirigenti Turchi, e in primis i generali, con questo gesto non fanno altro che spaventare la popolazione locale curdo- irachena, ma soprattutto destabilizzano la situazione politica in Kurdistan che rimane l'unica zona sicura in tutto l'Iraq coinvolto sia dalla guerra settaria tra gli Sciiti e i Sunniti sia dal terrorismo internazionale. I membri del PKK girano a 360° gradi tra il confine del Kurdistan dell'Iran, del Kurdistan dell'Iraq e del Kurdistan della Turchia facendo la guerra partigiana. Una guerra imposta dal governo turco da più di ottant'anni a una popolazione di 16 milioni di Curdi che vivono in Turchia.
Come ho già scritto in passato su queste pagine, la costruzione della Turchia moderna, attuata da Mustafa Kemal Ataturk, ha sempre visto nell'esistenza dei Curdi un pericolo gravissimo ed un serio ostacolo alla omogeneizzazione della patria. I Curdi sono stati visti come elemento orientale, quindi reazionario e contrastante con i processo di civilizzazione occidentalizzante.
Del resto in Turchia il nazionalismo è fortissimo: ogni giorno la scuola inizia con l'alza bandiera, l'inno nazionale e con continui richiami alla patria e al dovere di servirla. Ed è severamente vietato anche solo citare la parola Kurdistan. Infatti, in continuazione vengono processati scrittori, intellettuali e giornalisti sia Curdi e Turchi perche osano adoperare la parola Kurdistan nei loro scritti.
Si sperava che con le vittoria dell'AKP, il partito di Erdogan, nelle ultime elezioni in Turchia, si arrivasse ad una soluzione politica alla questione curda in quel Paese. I governi che occupano il Kurdistan non hanno mai cercato di trovare una soluzione politica e pacifica alla questione curda e, al contrario, hanno firmato accordi per reprimere il popolo curdo. Il fatto che ora una parte del grande Kurdistan - quella irachena - abbia trovato la libertà dopo anni di massacri e genocidi, non è mai stato digerito non solo dai governanti di Ankara ma anche dall'Iran e dalla Siria. Il presidente di quest'ultima è volato in Turchia nei giorni scorsi per esprimere il suo appoggio alla decisione turca.
Con questa azione il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sta sfidando gli Stati Uniti e l'Unione Europea, per la quale il responsabile per la politica estera e di sicurezza della UE Javier Solana aveva messo da parte i toni classici della diplomazia per lanciare un duro monito alla Turchia: "si astenga da ogni incursione militare nel nord dell'Iraq per combattere i ribelli curdi... Ogni possibilità di complicare ancora più la situazione della sicurezza in Iraq non dovrebbe essere accolta positivamente ed è quindi questo il messaggio che mandiamo ai nostri amici turchi".
Non dimentichiamo anche che gli imprenditori stanno guadagnando in questo momento milioni di dollari proprio grazie al governo regionale curdo che sta investendo per la ricostruzione del Kurdistan dell'Iraq e con una simile azione anche loro giustamente possono rivedere la loro posizione nei confronti della Turchia. Per quest'ultima sarebbe un'ingente perdita dal punto di vista economico.
Chi muove mari e monti per realizzare Milano4 e salvare il soldato Paolo
DI ALBERTO STATERA
Milano2, Milano3 e ora finalmente Milano4, a coronamento dell'epopea del Berlusconi palazzinaro. Sessanta palazzi da sei piani ciascuno che, secondo il progetto iniziale, sorgeranno alla Cascinazza, 723.467 metri quadrati più o meno quanto il parco reale alla periferia di Monza, ex proprietà della famiglia Ramazzotti (quella dell'amaro), che arriva fino a Brugherio. A riprova che anche l'opposizione fa bene agli affari della famiglia Berlusconi. Perché si dà il caso che Paolo Berlusconi, fratello dell'ex premier, sia ufficialmente il proprietario di quell'area salvo passaggi di proprietà delle ultime ore e si batta da anni per ottenerne l'edificabilità, nonostante la classificazione attuale di assoluta inedificabilità, visto che i fiumi Lambro e Lambretto spesso esondano e la Cascinazza finisce sott'acqua.
Quando Berlusconi senior era presidente del Consiglio non trascurò di occuparsi della questione familiare, tanto che il governo favorì la progettazione di un canale scolmatore, un bypass dalla settecentesca Villa Mirabello, più o meno delle dimensioni del canale Villoresi, che dovrebbe attraversare la città di Monza con ponti, ponticelli, svincoli e sovrappassi. Costo iniziale dell'opera 168.294.491 euro. Una specie di piccolo ponte di Messina in Brianza, secondo il paragone fatto dall'ex assessore all'Urbanistica di centrosinistra Alfredo Viganò.
Ma nel giugno scorso Viganò e il sindaco uscente Michele Faglia, dopo una campagna elettorale del centrodestra condotta con mezzi finanziari praticamente illimitati, sono andati a casa, sostituiti dal leghista Marco Maria Mariani e, soprattutto, dal neo assessore comunale all'urbanistica Paolo Romani, deputato di Forza Italia e personaggio di prima fila negli affari di famiglia dell'ex premier.
Passati pochi mesi, la pratica Cascinazza si è miracolosamente sbloccata anche ad opera del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e dell'assessore regionale leghista al territorio Davide Boni, con una proroga dei termini per la presentazione del piano generale del territorio, passata dopo due giorni di dibattito e 1.800 emendamenti presentati dall'opposizione di centrosinistra, che in consiglio regionale ha fatto esclamare all'ex leghista Alessandro Cè: "Dopo questa porcheria non potrete più guardarvi allo specchio". Tenero Cè. Figurarsi se le questioni estetiche possono pesare qualcosa in un business da 3 o 400 milioni di euro perseguito per interi lustri non da un'impresa qualunque, ma dalla famiglia dell'ex duplice presidente del consiglio e oggi capo dell'opposizione. Tanto che, passata la proroga in consiglio regionale, dopo un incontro ad Arcore con Berlusconi senior, a sprezzo del ridicolo, è emersa la trattativa per la vendita della Cascinazza dalla famiglia Berlusconi a Valentino Giambelli, ex presidente del Calcio Monza e costruttore delle Torri Bianche di Vimercate.
Prezzo concordato, stando alle cronache locali, 92 milioni di euro. Ma chi pagherebbe mai un prezzo del genere per acquistare un terreno agricolo senza la certezza di poter realizzare una speculazione agognata da tanti anni?
State certi, perciò, che Milano4, a completamento palazzinaro della triade berlusconiana lombarda, vedrà presto la luce, nonostante il Lambro e il Lambretto, le alluvioni, la Villa Reale e l'ingiuria al polmoncino verde della Brianza. Sopratutto perché si tratta di salvare il soldato Paolo, l'augusto fratello della "Pbf", Paolo Berlusconi Finanziaria, impiombata da tante operazioni fallimentari e dal peso del "Giornale" di famiglia.
a.statera@repubblica.it
Non sappiamo se e come si possa porvi rimedio, ma l’aver tolto al pm di Catanzaro Luigi de Magistris l’inchiesta «Why not» rischia di trasformarsi in un disastroso boomerang politico e istituzionale.
Una decisione che si ripercuote prima di tutto sul governo che da ieri ha aggiunto ai suoi non pochi problemi la richiesta di sostituzione del ministro Mastella rivolta a Prodi dall’altro ministro Di Pietro. Lo scontro tra i due dura da tempo ma questa volta l’ex magistrato di Mani Pulite va giù dritto contro il rivale sostenendo che quell’avocazione è stata provocata proprio da chi era o poteva essere messo sotto indagine dal magistrato destituito. Si parla ovviamente del titolare della Giustizia iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta sul comitato d’affari che in Calabria si spartisce da anni la gigantesca torta dei finanziamenti pubblici e privati. Vedremo se anche questa volta il premier riuscirà a trovare una soluzione di compromesso. Sarà dura.
Ma il danno peggiore che scaturisce da tutta questa storia è quello inferto alla credibilità della classe politica e all’immagine stessa della giustizia. Lo si voglia o no colpendo De Magistris si conferma l’idea, già abbastanza diffusa tra i cittadini, che di fronte alla legge i potenti di turno hanno un trattamento privilegiato. E se qualche magistrato prova a mettersi in mezzo, allora peggio per lui. Se nel migliore dei casi è un atto intempestivo, nell’ipotesi peggiore il caso Catanzaro dimostra che purché non sia toccato «l’intreccio perverso tra politica malata, dipendenti pubblici corrotti e massoneria deviata» («Il Sole 24Ore») perfino un governo può andare in frantumi. Si può permettere che tutto questo accada in uno Stato di diritto?
Intervista molto sincera ad un industriale di Ascoli Piceno, Enzo Rossi, che ha provato a ridursi lo stipendio a livello di un suo operaio, e ha capito che così non si campa; simpatico soprattutto quando capisce un concetto che Ford applicò quasi un secolo fa e che sfugge ancora a molti industriali italiani:
E poi, lo confesso, io ho aumentato i salari anche perché sono un egoista. Secondo lei, come lavora una madre di famiglia che sa di non poter arrivare a fine mese? Se è in paranoia, dove terrà la testa, durante il lavoro? Le mani calde delle mie donne che preparano la pasta sono la fortuna della mia azienda. E' giusto che siano ricompensate.
Lavorare vuol dire dare una fetta enorme della propria vita. E questo deve portare soddisfazione, salariale, materiale e mentale.
Altrimenti è anzitutto un'inutilità sociale, e ci perdono tutti a cominciare dall'imprenditore medesimo. Secondo poi toglierebbe il retrogusto morale della vita.
Imparare dagli imprenditori di successo mondiali non guasterebbe; e guardare i salari delle persone che lavorano nelle aziende di successo sarebbe anche un bene.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Non so, gli piace quel numero lì.
Da Repubblica, la “sinistra radicale” in piazza. “Siamo cinquecentomila”.
Gianfranco Fini, sabato scorso: “Siamo cinquecentomila”.
Sabato prossimo toccherà a me e mia figlia, andremo a comprare una tovaglia nuova a San Giovanni.
Noi però puntiamo in alto: saremo un milione.
Considerata la popolazione di Roma, voglio vedere chi ci smentisce. http://thepetunias.it/blog/
Leonid Hurwicz, Eric Maskin and Roger Myerson hanno ricevuto il premio Nobel per l’economia da pochi giorni: per avere contribuito alla comprensione dei meccanismi che consentono di evitare le perdite economiche generate dal controllo privato delle informazioni. In inglese questi “meccanismi” vengono chiamati institutions, cioè processi ordinati che consentono alle informazioni private di generare scambi sul mercato, che alimentano la ricchezza e il benessere, o di governare meglio l’azione collettiva, che conduce alla produzione di beni pubblici. Nella realizzazione dei quali lo scambio e il mercato falliscono. Perché se chiedete a un individuo di pagare per produrre beni di interesse comune, ai benefici generati dai quali egli parteciperà in proporzione al suo contributo finanziario, create un incentivo perché egli riduca la rappresentazione del proprio beneficio, per ridurre il costo da imputargli, visto che, comunque, egli non verrà escluso da quei benefici comuni. Si capisce, da questo dato, che la pressione fiscale non è esteticamente apprezzabile dai cittadini ma che, con qualche meccanismo accettabile, essa possa essere realizzata in termini condivisi, ed efficaci, in presenza di ragionevoli risultati accettabili per ognuno. Detto così sembrerebbe che il mestiere di questi progettisti di istituzioni condivisibili sia logicamente intrigante ma poco fungibile nelle questioni pratiche. E invece è proprio il contrario, il rigore della loro logica si accompagna sempre all’attenzione verso la realtà sociale.
In un working paper dell’agosto 2007 (Learning From Schelling’s ’Strategy Of Conflict at http://home.uchicago.edu/~rmyerson/research/stratofc.pdf) Myerson propone una interpretazione assolutamente calzante della contrapposizione in atto tra questione settentrionale e questione meridionale nelle politiche pubbliche del nostro paese. Il tema è spiegare come interagiscano tra loro le relazioni interpersonali, le patologie sociali e la espansione della povertà. Contrapponendo, con gli strumenti della teoria dei giochi, comportamenti aggressivi e comportamenti amichevoli egli individua due possibili equilibri dominanti. Cooperazione e conflitto: due disponibilità che si incontrano o due volontà che si oppongono. Cooperare dà un vantaggio più alto a entrambe le parti. Confliggere restituisce almeno una spartizione del bottino, che andrebbe tutto al “rissoso” in presenza di una reazione amichevole, e perdente, dell’altro. Questo pareggio, in ogni caso, è un malloppo inferiore a quello che otterrebbero entrambi, in caso di cooperazione: perché il risultato finale si espande in assenza di conflitti. L’esito dipende dal contesto, perché tende all’equilibrio inferiore, il conflitto, quando «un comportamento aggressivo diventa l’aspettativa normale». Ora, dice Myerson, immaginate due “isole” in cui la cultura locale privilegi, rispettivamente, la cooperazione e il conflitto. «Le due isole avrebbero i medesimi fondamentali economici ma il prodotto economico sarebbe peggiore nella seconda perché sono diverse le aspettative». Siamo in presenza di “una patologia sociale” che deriva dal fatto che consideriamo la cultura dominante solo come un fattore locale e non come un dato endogeno alla psicologia dei singoli individui. Data quella cultura è razionale optare per il conflitto, anche da chi, per sua natura sarebbe amichevole verso gli altri. Ma questa è la radice della povertà della seconda isola rispetto alla prima. Questa patologia potrebbe, e dovrebbe, essere rimossa da un cambiamento sociale, governato da un “leader” - un attore politico autorevole e legittimato - che possa spostare gli attori della seconda isola verso l’opzione, migliore, della cooperazione.
Altrimenti anche chi volesse commerciare tra la prima e la seconda isola, provenendo dalla prima, opterebbe razionalmente per un modello, rissoso e spartitorio, con alcuni locali dell’area debole e non per una ipotesi, reciprocamente vantaggiosa, di cooperazione. Chi avesse la pazienza di leggere questo paper troverà una robusta cultura politica, centrata sulla differenza tra Hobbes e Hume, e una scarsa propensione al formalismo matematico. Ma anche un grande rispetto della logica. Myerson, altrove, (Fundamental Theory of Institutions: A Lecture In Honor of Leo Hurwicz, at http://home.uchicago.edu/~rmyerson/hurwicz.pdf) cita in epigrafe la preoccupazione di Hayek sulla matematica, che oscura e non illumina i punti opachi della teoria economica. Ma, subito dopo, spiega che i dubbi di Hayek non investono la logica formale in sé ma chiedono agli economisti di usarla per accrescere la conoscenza, proprio come ha fatto, nella sua operosa vita intellettuale, Leo Hurwicz.
Massimo Lo Cicero http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003
Unione Europea: la Politica Europea di Vicinato rivela nuove ambizioni politico-economiche
Gli allargamenti del 2004 e del 2007 hanno inciso significativamente sul concetto geografico-politico di Europa
I nuovi membri dell’Unione Europea trascinano -fino al confine- anche nuovi vicini. Tale visibile mutamento implica la necessità di elaborare un indirizzo per l’azione e la relazione con i paesi confinanti. Tuttavia, gli scenari e gli attori delle varie scacchiere regionali europee sono diversi. La riva sud, demograficamente esplosiva e, se non padrona, proprietaria di un patrimonio culturale di riferimento distinto. Ad est, il molle confine culturale ed economico e la sprezzante chiusura bielorussa. La rivalità interetnica e la corsa al petrolio nell’eldorado del Caucaso. Il tentativo di delineare un quadro complessivo di azione nei confronti dell’immediato esterno attraverso la Politica Europea di Vicinato è lo specchio della forza o della debolezza geopolitica europea. Il suo mutamento è in grado di rivelare le strategie e le aspettative attuali dell’Unione Europea.
La Politica Europea di Vicinato. Uno sguardo al cambiamento
Le origini dell’idea di PEV risalgono al 2002. Dalla prima stesura nel 2004 lo scopo è garantire la stabilità e il benessere della macroregione europea e mediterranea. Una politica necessaria, considerato che prevenire un terremoto politico ed economico il cui epicentro è in periferia significa anche cercare di evitare dissesti al centro. Gli interlocutori di questa politica sono gli attori rivieraschi del sud del Mediterraneo; Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, Egitto, Israele, Autorità Palestinese, Giordania Siria e Libano. I nuovi vicini paesi ad Est (Bielorussia, Ucraina e Moldova) e a Sud-Est (Georgia, Armenia e Azerbaijan). All’interno del quadro della PEV si definiscono dei Piani di Azione, accordi bilaterali di medio e lungo periodo.
Integrazione economica, mobilità, sicurezza energetica e maggiore assistenza tecnica e finanziaria sono state le parole d’ordine all’apertura della conferenza dello scorso settembre da parte del membro della Commissione Europea Benita Ferrero-Waldner. Nessun riferimento al raggiungimento degli standard nel campo dei diritti umani e dei valori democratici. Nessuna diversificazione regionale per la definizione dei programmi. Rispetto alle promettenti linee guida della PEV disegnate nel 2004, l’Europa si dimostra pronta nell’ambito della cooperazione, ma di certo non accogliente.Tale scenario che ha come sfondo la ristrutturazione del sistema dei finanziamenti. Se nella programmazione finanziaria del 2000-2006 i fondi venivano drenati per la maggior parte dai programmi regionali TACIS per i paesi della Comunità degli stati Indipendenti e MEDA, per l’area mediterranea, nella programmazione 2007-2013 il quadro di riferimento è cambiato. I finanziamenti per i progetti di cooperazione vengono attinti da un fondo unico; l’European Neighbourhood and Partnership Instrument (ENPI), che diventa sostegno diretto dei singoli Piani d’Azione. Nella pianificazione indicativa 2007-2010, circa un miliardo è destinato alla voce dei programmi regionali e alla cooperazione transfrontaliera. I restanti cinque miliardi costituiscono i fondi dei singoli progetti. Per lo più cospicui per i paesi della regione mediterranea.
In questo modo, la specificità della relazione tra l’UE e il paese vicino migliora ma perde coerenza nel quadro generale di riferimento. In sintesi, molto è rimesso alla volontà di interagire dei paesi confinanti, ma le capacità di fascinazione dell’Unione Europea non sono per tutti scontate.
Costretti a lasciare l'Ecuador, puntano a costruire una base in Perù
L'Ecuador di Rafael Correa sta per segnare un altro punto nel braccio di ferro con il cosiddetto primo mondo. Dal 1999, la base di Manta è usata dagli Stati Uniti, che la considerano punto strategico per il controllo della regione. Ma fra poco, quell'accordo scadrà e il governo non ha nessuna intenzione di rinnovarlo. A spiegarci come la Casa Bianca abbia reagito a questa presa di posizione del piccolo paese sudamericano è Ana Esther Cecena, ricercatrice messicana esperta in materia.
I fatti. “L'accordo sulla base di Manta con gli Stati Uniti è decennale, dunque scadrà nel 2009 – racconta - Tutto andava a gonfie vele per Washingotn fino all'arrivo di Correa alla presidenza dell'Ecuador, che ha coinciso con una forte pressione del movimento contro la guerra, di quello contro le basi militari e della campagna per la smilitarizzazione delle Americhe. Questi hanno cercato di convincere il presidente a non ratificare un nuovo accordo con gli Usa e lui li ha ascoltati. Così, per la prima volta nella storia latinoamericana, un presidente ha detto no a una collaborazione militare con gli Stati Uniti. E i militari nordamericani non potranno fare altro che andarsene da Manta, uscendo definitivamente dal territorio ecuadoriano”.
La reazione. “Adesso è però importante vedere quale sia il progetto Usa per sostituire Manta, dato che quella base ha una posizione molto strategica – racconta Cecena - Da lì controllano una grande fetta del territorio. Perderla, dunque, implica due possibilità: o rinunciare a quel potere di supervisione o conquistare altre posizioni che permettano loro di coprire almeno il medesimo raggio di azione, se non di più”. E chiaramente gli Usa hanno puntato sulla seconda opzione. “Quando gli Stati Uniti decisero di trasferirsi a Manta – riprende l'esperta messicana - fu perché dovettero ritirarsi da Panama. Ma per supplire a tale perdita crearono un triangolo che moltiplicò la loro influenza. Costruirono la base Compalapa in Salvador, la Reina Beatriz in Aruba, isola dei Caraibi a nord del Venezuela, la Hato Rey in Curacao e, appunto, Manta in Ecuador. Quindi, lasciarono, sì, un luogo strategico, ma solo fisicamente, dato che continuarono a controllarlo spostandosi poco più in là e conquistando, in più, molte altre postazioni, col risultato di ampliare la loro influenza sulla regione”. E, secondo Esther Cecena, con Manta sta succedendo qualcosa di molto simile. Per rimediare alla perdita della base ecuadoriana c'è già il progetto di costruirne una in Perù e un'altra in Colombia, col risultato di ampliamento del loro raggio di azione. “Se in Colombia non vanno che a rafforzare una presenza già massiccia, quella del Perù è una novità importante. La Casa Bianca – precisa la studiosa - è ultimamente molto preoccupata per quanto sta avvenendo in quell'area. Quella del Cono Sud è una zona dove guadagnare posizione è costato molta fatica. E adesso, questa sorta di fuoco rosso incrociato fra Morales in Bolivia, Correa e il venezuelano Chavez complica molto le cose. Per questo mettere piede in Perù è fondamentale. Da un lato garantisce la loro presenza nello stesso paese andino, da sempre molto inquieto; e dall'altro permette loro di pressare l'Ecuador e di tenersi a due passi dalla Bolivia. Quella da Manta è dunque contemporaneamente un'uscita e un riposizionamento”.
Uscita e riposizionamento. Ma Ana Esther Cecena tiene a precisare che la presa di posizione inedita di Correa non perde, comunque, di importanza. “Il no dell'Ecuador segna una sconfitta storica degli Stati Uniti, che di fatto vengono cacciati fuori – spiega -. E questo è importantissimo. La reazione che sta avendo Washington non sminuisce la politica di Correa, bensì conferma quante risorse abbiano gli Usa, dimostra come ancora possano contare su paesi alleati che lo lasciano entrare, fare e disfare. Il Perù, per esempio, in cambio di aiuti umanitari, ha permesso agli Stati Uniti non solo di iniziare a costruire la base, ma anche di stanziarsi nel nord del paese dove avvengono, da due anni, esercitazioni di ogni genere. Si tratta di vere e proprie ricognizioni militari sul territorio, molto meticolose. E non solo: parlano con la gente, si inseriscono nella società e magari, capita pure che costruiscono anche qualche scuola o centro medico, dove tutti vengono curati con gli analgesici. Intanto, occupano un'area fondamentale nello scacchiere geopolitico: non dimentichiamo l'importanza strategica del nord del Perù e le sue risorse naturali. Stando là si ha accesso all'area amazzonica e quindi a tutte le sue risorse. È un modo per occupare il territorio”.
Paesi amici. Attualmente in America Latina le basi più importanti, oltre a Manta sono otto: 5 in Colombia, ossia due al nord-est, al confine con il Venezuela, due a sud, al confine con l'Ecuador, e una nei pressi di Panama, nel Choco, area indigena e di afrodiscendenti, dove si registra un numero impressionante di sfollati; una in Honduras, una in Salvador, e quella di Guantanamo. Ma Ester elenca anche Haiti, “che in qualche modo è un paese occupato, che si può paragonare a una sorta di base militare di controllo regionale”. Mentre, nella tanto agognata Triple Frontera, Brasile-Paraguay-Argentina, ancora non hanno potuto costruire una vera e propria base, grazie alle reticenze argentine. “Ma in compenso – sottolinea Cecena - hanno costruito l'ufficio della Cia e della Dea e hanno stretto un accordo bilaterale con il Paraguay che dà alle truppe nordamericane la totale immunità. C'è anche un accordo per ripristinare una vera e propria base militare in Paraguay, ma è stato sospeso per le proteste del movimento pacifista, arrivate proprio in periodo elettorale. Ugualmente, la presenza Usa nel paese latinoamericano si fa sentire con l'occupazione di un areoporto immenso che permette l'atterraggio degli aerei Galaxy, quelli che trasportano squadroni, carrarmati e via dicendo. E comunque – conclude - in tutti i luoghi più importanti per le risorse energetiche e ambientali ci sono truppe Usa. Nell'acquifero Guarani, per esempio, ci sono le basi operative della Dea. E così è per ogni zona calda del continente”.
Centinaia di orfani in cerca di un patrigno si sono riuniti all’Hilton di Washington, l’hotel dove un pazzo nel 1981 sparo’ al loro beniamino, Ronald Reagan. La destra evangelica, decisiva nel lanciare George W.Bush verso la Casa Bianca, per due giorni ha ascoltato perplessa candidati repubblicani che non la scaldano, preoccupata di non avere un eroe da lanciare contro una Hillary Clinton in apparenza inarrestabile. E dalle retrovie e’ sembrato emergere un insolito outsider: l’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee. […]
Riuniti dall’organizzazione antiabortista e conservatrice ‘Family Research Council’, gli esponenti di spicco della destra religiosa si sono dati appuntamento nella capitale per cercare di decidere dove orientare il voto. Una scelta certo non secondaria nella corsa alla Casa Bianca, visto che i bianchi protestanti evangelici rappresentano quasi un quarto dell’ elettorato Usa e nel 2000 e 2004 si sono indirizzati in massa verso Bush. All’Hilton sono stati letti con attenzione gli ultimi sondaggi in Iowa, lo stato che aprira’ la serie dei voti per la nomination 2008. Numeri che alimentano quella che il settimanale conservatore ‘Weekly Standard’ ha battezzato ‘Hucka-Mania’, una crescente attenzione che sta emergendo per un candidato fino a ora ritenuto senza possibilita’.
Chi vince o si piazza bene in Iowa, di solito, ottiene una spinta dal punto di vista della copertura mediatica che viene quantificata nell’equivalente di una campagna pubblicitaria da 60 milioni di dollari (piu’ o meno la somma che la Clinton o Barack Obama stanno investendo nelle primarie). Il sondaggista Scott Rasmussen, tastando il polso alla irrequieta base repubblicana, ha scoperto che in Iowa il 25% dei repubblicani e’ orientato a votare per Mitt Romney e il 19% e’ un sostenitore di Fred Thompson, l’attore entrato per ultimo nella campagna, che pero’ non sta entusiasmando e sembra a corto di fiato. La vera sorpresa pero’ e’ Huckabee al 18%, terzo a un passo da Thompson e soprattutto davanti a Rudy Giuliani.
‘’Ci sono molte ragioni per cui Huckabee puo’ avere una chance realistica di vincere la nomination repubblicana'’, ha scritto sul New York Times l’influente opinionista conservatore David Brooks. Prima di tutto, secondo Brooks, e’ l’unico candidato che piace e sembra accettabile da tutte le fazioni di un partito che ha riserve di ogni genere su Romney, Giuliani e McCain ed e’ gia’ deluso da Thompson. Provenendo dall’Arkansas, lo stato dei Clinton, viene visto come una valida risposta a Hillary. Essendo un ex pastore battista, piace alla destra evangelica, ma molti tratti ne fanno un candidato ‘vendibile’ anche ad altre parti dell’elettorato. La sua storia di obeso che ha sconfitto il diabete perdendo decine di chi