ulivo velletri


novembre 30 2007

Taxi driver

Una corporazione blocca una città contro un provvedimento mini liberista, 500 licenze in più (niente in confronto alla liberalizzazione totale delle licenze). Ti fai un giro per i siti liberisti, tocquevillisti, popololiberisti, per i giornali e per tutto il ciarpame pubblicitario che vendono come liberista. E non trovi neanche una parola di solidarietà per il sindaco di quella città. Nulla.
Lo dico da più di un decennio: qualcuno ha fatto un'analisi pubblicitaria, e hanno trovato un buco nel mercato; nessuno parlava di libertà e liberismo. E l'hanno riempito. Il bello è che c'è pure chi ci crede.
Meglio le Macine del Mulino Bianco, molto meglio. Almeno quando le mangi sono buone.http://carlettodarwin.blogspot.com/


È di moda succhiare radici cristiane, come una volta quelle di liquirizia

 

Durante la pausa pubblicitaria tra due blocchi di Anno Zero, passo per caso su Raiuno: trovo Roberto Benigni che fa una lectio magistralis sul V canto dell’Inferno di Dante Alighieri, e ci resto. Ci resto fino a quando fa un inciso sul cristianesimo che ricorda uno dei Leitmotiv dell’apologetica socciana (“Se Gesù non fosse nato, non ci sarebbero, per esempio, né università, né ospedali, e nemmeno la musica”): Roberto Benigni dice che prima di Cristo non c’era la pietà, e qui non posso fare a meno di tornare da Michele Santoro.
Prima di Cristo non c’era la pietà? E allora perché metterle il nome di una divinità pagana, a questa cosa tanto inaudita? Pietas – mi spiegavano 35 anni fa, al liceo – presiedeva al dovere verso le altrui sofferenze e 200 anni prima che nascesse Cristo, a Roma, le fu dedicato un tempio di una certa importanza. E anche lì, come nei vangeli, voleva i suoi bei sacrifici, perfino fatali – sempre stata così, la pietas. Questo bisogna sentirsi dire, in prima serata, sulla rete di una tv pubblica: che, prima di Cristo, la pietas non c’era (e non era l’Alighieri a dirlo – era Benigni che ce lo metteva di suo).
Eccolo qui, il topos eversivo di Televacca: il Cioni ha fatto una scoperta eccezionale nella stalla – precisamente nella mangiatoia – e si adegua. Quando afferma che, se Gesù non fosse nato, ora saremmo tutti spietati, chi potrà mai dissentire? Siamo lItalia del 2007, via, è di moda succhiare radici cristiane, come una volta quelle di liquirizia.

A parte Per le insulse melensaggini di La vita è bella, Giuliano Ferrara voleva tirargli due uova – ora starà lì, dietro le quinte, a sbattergliene due, con molto zucchero e un goccio di marsala, perché Robertooo merita davvero uno zabaione, stasera, per come sta dando l’anima a miglior gloria della cristianità.
http://malvino.ilcannocchiale.it/


avviso ai naviganti


Avverto oggi è l'ultimo giorno utile per insultare ed odiare Berlusconi (in privato, non su questo blog, per via della netiquette). Da domani è un imprenditore nel ramo comunicazione che ha creato UN PARTITO ORMAI FORTEMENTE RADICATO NEL TERRITORIO E LEGITTIMATO DAL VOTO DEGLI ELETTORI.http://francescatoblog.blogspot.com/

Unioni Civili a Roma

Pare che il Segretario di Stato Vaticano abbia convocato prima Berlusconi e poi Veltroni per parlare di Unioni Civili. Pare che il sindaco sia andato nella Città del Vaticano a tranquillizzare i cardinali. Come se il sindaco per parlare della concessione di nuove licenze andasse a trattare a casa di un sindacalista di tassinari. Un motivo in più per sostenere le iniziative municipali e cittadine a sostegno della istituzione di una forma di registrazione civica delle unioni civili. Vedi anche http://santilli.ilcannocchiale.it

Mario b

http://www.marioemario.ilcannocchiale.it/


Letizia e i suoi cari

Letizia Moratti è indagata per abuso di ufficio per irregolarità nelle nomine di decine di dirigenti comunali. Oggi gli uffici del municipio sono stati perquisiti dai militari della Guardia di Finanza e dai carabinieri della Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica. Con lei sono indagati Giampiero Borghini, direttore generale del Comune ed ex sindaco (concussione, abuso d’ufficio e truffa aggravata), il vice direttore generale Rita Amabile (concussione), l’ex direttore centrale delle risorse umane del Comune, Federico Bordogna, e il capo di gabinetto di Letizia Moratti, Alberto Bonetti Baroggi, accusato di truffa aggravata.
Tra le ipotesi formulate dal pubblico ministero Robledo quella che alcuni dirigenti abbiano costretto alcuni dipendenti ad andare in pensione per liberare gli incarichi.
Il reato di abuso d’ufficio contestato al sindaco va dal luglio del 2006 al febbraio 2007 e si riferisce al fatto che al primo cittadino spetta l’individuazione delle persone da nominare secondo criteri di esperienza, competenza e professionalità, rispettando il principio della pubblicizzazione all’interno della pubblica amministrazione. Nell’inchiesta è emerso che una decina di funzionari di alto livello sarebbero stati forzati a rinunciare alla propria carriera, andando in pensione con incentivi che andavano dalle 4 alle 15 mensilità, decidendo nel giro di soli tre giorni. In seguito sarebbero stati nominati in totale una novantina di funzionari, con stipendi a volte triplicati (e criteri si stratta lottizzazione partitica, ndr). (Fonte: Ansa)

L’indagine muove da un esposto del consigliere comunale Basilio Rizzo, che oggi commenta: “Non sono contento che debba arrivare la magistratura e non la politica a dare risposte”. Sulla questione infatti non c’è stato alcun dibattito in consiglio comunale, nemmeno dopo che la Corte dei Conti, su esposto dello stesso Rizzo, ha notificato alla Giunta Moratti un primo provvedimento, che potrebbe portare al risarcimento di almeno undici milioni di euro.
QUI trovate il video della mia intervista su questo tema a Basilio Rizzo.

In quest’altra intervista Rizzo parla della questione degli immobili a Milano, da Affittopoli a Svendopoli. Dovremo attendere un’altra inchiesta della “giustizia a orologeria” (Fonte: Bondi) per saperne di più?


http://www.pieroricca.org/


I cari amici di Letizia
Oreste Pivetta
l' Unità

Non vorremmo disturbare il coro della solidarietà al sindaco di Milano, Letizia Moratti, e potremmo persino abbracciare l’opinione di un ex ministro di Grazia e Giustizia, che nessuno rimpiange, secondo il quale «la notizia sarebbe se qualche amministratore, ministro o sindaco di grandi città, non fosse mai indagato per abuso d’ufficio». Si dovrebbe precisare che i reati contestati ai solerti e stipendiati collaboratori della Moratti sono di ben altra entità, a chi la concussione, a chi la truffa aggravata, entrambi (con l’aggiunta dell’abuso d’ufficio) a Gianpiero Borghini, il direttore generale del Comune, altrimenti detto city manager. Come dire, non proprio una figura di secondo piano, anzi ai piani nobili di Palazzo Marino, e inoltre consigliere regionale (in questo caso al soldo di Roberto Formigoni). Siamo certi che tutti sapranno dimostrare i loro virtuosi comportamenti, il candore delle loro anime, la trasparenza delle loro azioni, la loro dedizione alla causa (a una modica cifra che oscilla intorno ai duecentomila euro all’anno, più del doppio per Borghini che ovviamente non ha rinunciato allo stipendio di consigliere). Ma, con tutta l’innocenza del caso, trascurando la fallace giustizia dei tribunali, la signora Moratti dovrebbe render conto almeno ai poveracci che amministra di tanta generosità nei confronti di un cospicuo manipoli di amici e compagni, di tanta solerzia nel buttare a mare funzionari promossi dal suo predecessore (Albertini, come lei insediato peraltro da Berlusconi), di tanta liberalità e soprattutto di quell’idea, già agitata dall’ex sindaco e da lei esaltata, che il Comune non sia la casa dei milanesi, ma sia casa sua dentro al quale imbiancare quando le pare, girare i mobili come crede, senza dover render conto a nessuno, senza combinar nulla che giustifichi tanto movimento di suppellettili.
Avremmo pagato volentieri la rivoluzione in campo a Palazzo Marino, avremmo contribuito volentieri al sostentamento di Gianpiero Borghini, avremmo offerto qualcosa per arrotondare il modico compenso orario (centottanta euro) per il collega giornalista Paolo Glisenti, un co.co.co. della consulenza. E avremmo incentivato, come sapremmo fare, le dimissioni di quei funzionari riottosi, collocati da Albertini e poco disposti a lasciar le loro poltrone. In cambio ovviamente di luminosi traguardi. Il guaio è che i risultati non si sono visti. Non solo non si vede la Moratti in consiglio comunale (lo si sa: una perdita di tempo), ma soprattutto non si vede che cosa abbiano prodotto tanto lavorio, tanta innovazione, tanta burocrazia creativa: forse, nel giro di un anno e mezzo, un mediocre provvedimento sul traffico (che in forma sperimentale dovrebbe avviarsi dal gennaio prossimo). Il peggio, è vero, lo aveva combinato l’ex sindaco, con i suoi parcheggi sotterranei e con i suoi grattacieli di superficie: il segno perfetto della rinascita della speculazione edilizia di vecchio rito ambrosiano, che si rinnova invadendo i cieli e gli inferi del sottosuolo. Certo la Moratti non ha toccato neppure un rigo di tanto disastro. Neppure una piega di fronte alle proteste dei cittadini.
Purtroppo un’indagine per abuso d’ufficio, le visite della guardia di finanza, le conclusioni dei magistrati non cambieranno il corso di una brutta storia milanese. La Moratti continuerà a recitare la parte del sindaco, tra alleati sempre più litigiosi, lei sempre più debole. Milano non si merita troppo, ma neppure così “poco”.


Follines
Marco Travaglio
l' Unità


Marco Follini, a vederlo così, dev’essere proprio una cara persona. Sempre felpato, aggraziato, flautato. Fin da quando, ancora in fasce, Babbo Natale e Mamma Dc gli portarono in dono sotto l’albero la sua prima poltroncina: un posto ben infiocchettato nel consiglio di amministrazione della Rai. Lui vi si accomodò senza far rumore né dare fastidio, anche perché il suo sederino d’oro era ammortizzato con soffici pannolini Lines, anzi Follines. Con la stessa grazia l’altro giorno s’è morbidamente assiso sull’ultima poltrona in ordine di tempo: quella di «responsabile per le politiche dell’informazione» del Partito democratico. La sua fu un’infanzia difficile. Mentre i suoi coetanei andavano all’asilo, con il cestino e il grembiulino, lui si faceva portare in viale Mazzini sul passeggino blu con la sirena, spinto da Biagio Agnes. Mentre i compagni di scuola si baloccava- no con Big Jim e si scambiavano le figurine Panini, lui giocava ai palinsesti. Mentre gli amichetti dell’oratorio guardavano i cartoni di Heidi e Mazinga, lui li mandava in onda. Gli altri, compreso l’inseparabile Piercasinando, abbordavano le ragazze: lui intanto riceveva Don Lurio, Pippo Baudo e Raffaella Carrà. Nel 1994, al seguito di Pier, Follines approdò al Ccd, poi ribattezzato Udc. Di cui, nel 2001, divenne il leader nazionale. Finché, nel 2005, fu promosso addirittura vicepresi- dente del Consiglio nel governo Berlusconi 2-bis. Difficile rintracciare, nella sua attività politica della passata legislatura, una traccia, un segno, un vagito che giustifichi la nomina di responsabile del Pd per l’informa- zione. Nel senso che per cinque anni Follines votò tutte le leggi vergogna, dalla prima all’ultima, senza eccezione alcuna. E senza nemmeno la faccia malmostosa per la sbobba che gli toccava ingurgitare: anzi, digeriva tutto con quell’arietta soave e spensierata da vecchio bambino, da ministro al Plasmon. Votava le leggi sulla (anzi, contro la) giustizia: rogatorie, falso in bilancio, scudo fiscale, condoni, Cirami (uomo dell’Udc), Maccanico-Schifani, Cirielli, Pecorella. Ma anche sulla (anzi,contro la) libertà d’informa- zione: Gasparri 1, Gasparri 2, decreto salva-Rete4, Frattini sul (anzi, pro) conflitto d’interessi. Mai l’ombra di un dubbio, un cenno di ripensamento. Intanto i diktat, bulgari e non, si susseguivano contro giornalisti e attori dotati di un briciolo di libertà. E lui sempre lì con l’estintore in mano a spegnere le polemiche: in fondo non stava accadendo nulla e bisognava «abbassare i toni». Mentre Berlusconi, da Sofia, cacciava Biagi, Santoro e Luttazzi, Follines alzava il ditino e metteva sullo stesso piano epuratore ed epurati: «Non mi piacciono Biagi e Santoro, ma mi piacciono ancora meno le liste di proscrizione. E, poiché sono ottimista, dico che quelle liste non ci saranno. Certe reazioni sono sproporzionate». Naturalmente le liste ci furono, Biagi, Santoro e Luttazzi scomparvero per cinque anni dal video, sostituiti da un plotone di uomini Mediaset, ma lui non se ne avvide. Anzi, quando il 9 marzo 2003 Santoro reclamò i propri diritti violati, Follines lo zittì: «Ho letto l’intemerata-intervista di Santoro: faccio notare che lui non è Matteotti, Berlusconi non è Mussolini e quando tornerà in video non sarà lo sbarco in Normandia». Dimenticò di spie- gare quando sarebbe tornato in video. Poi rientrò in letargo per tre anni. Alla vigilia delle elezioni, attaccò il Corriere della sera perché Paolo Mieli aveva invitato i lettori a votare Unione: «Il Corriere ha perso un pizzico della sua credibilità». Poi attaccò l’Unione: «Sembra un ballo a corte, frivolo e variopinto. Sulla sua bandiera si potrebbe scrivere il motto della Rai “Di tutto di più”. C’è posto per chi tifa per gli elettori iracheni e per chi sfila in piazza con la kefiah. Riescono a essere a favore delle famiglie e a favore dei Pacs. Per tenere la legge Biagi, per riscriverla e cancellarla. Per l’alta velocità, ma non tutti. Contro il ponte dello Stretto, ma poi a Messina dicono che lo faranno loro. Ci piacerebbe che la Margherita non fosse tanto insopportabilmente educata e compiacente verso i propri alleati. Abbiamo scoperto una sinistra una e bina». Un anno dopo si schierava con la sinistra una e bina, frivola e variopinta. Talmen- te variopinta che l’ha nominato responsabile per l’informazione. Forse nella speranza che, nel frattempo, Follines s’informi.


Silvio, Walter e il paese in mano a Guzzetta
 
 
 
«Penso che il referendum sia ormai lo sbocco più probabile, pur sapendo che la legge che ne uscirebbe danneggerebbe gravemente la governabilità del Paese». Bobo Maroni è uscito sconsolato dall’incontro sulle riforme con Walter Veltroni. Il leader del Pd non ha lasciato speranze sulla proposta di riforma elettorale portata in dote al vertice dalla delegazione leghista (oltre a Maroni, l’ex ministro Roberto Calderoli): un fritto misto (75 per cento proporzionale, 25 per cento maggioritario) con indicazione preventiva di premier e alleanze. E adesso, alla vigilia dell’incontro più importante, quello di oggi con Silvio Berlusconi, il bilancio del giro veltroniano di incontri, un «gioco dell’oca» secondo il sarcasmo mastelliano di Mauro Fabris, può essere visto in due modi. L’ottimista Dario Franceschini dice: «Ci sono posizioni di partenza differenti dei partiti, ma c’è sostanziale condivisione su un impianto proporzionale, con uno sbarramento che riduca la frammentazione e senza premio di maggioranza». Il pessimismo delle cronache permette però anche di ribaltare il punto di vista e sottolineare che finora Veltroni non si è mai sentito ripetere due volte la stessa proposta di legge elettorale: dall’agnostico Fini al tedesco Casini, dal Mattarellum di Dini al Tatarellum dei Verdi, l’arco parlamentare è tutto un proliferare di marchingegni e ispirazioni geografiche. Intervistato da Le Figaro Romano Prodi rimpiange il Mattarellum, sentito da Panorama Piero Fassino caldeggia una riforma elettorale alla tedesca con sbarramento al 5 per cento. Quella più gradita da Fausto Bertinotti, ma non da Oliviero Diliberto, al quale non dispiace troppo il Porcellum e che ieri ha spiegato a Veltroni le sue preoccupazioni per la difesa del pluralismo, cioè dei micropartiti. Né può mettere ordine in questo caos l’incontro di oggi tra Veltroni e Berlusconi, a meno che i due decidano di votarsi il Vassallum, o meglio la sua versione più spagnoleggiante, da soli contro tutti gli altri. Risultato: ormai anche il periodico dei gesuiti Civiltà cattolica la pensa come Maroni: «Si andrà al referendum».
L’Italia è nelle mani di Giovanni Guzzetta, il costituzionalista che presiede il comitato referendario, con la inconfessabile benedizione dei dialoganti Silvio e Walter. Nel referendum c’è il sogno politico di sempre di Berlusconi, governare col 51 per cento anche senza averlo raccolto nelle urne, e la speranza che basti la messa in calendario della consultazione per dare il colpo di grazia a Prodi; ma c’è anche la scommessa di Veltroni, creare un bipartitismo imperfetto nel quale, come in altri paesi europei, sia sufficiente al primo partito il 35 per cento, o giù di lì, per fare maggioranza. E gli altri partiti? «Ciascuno andrà per conto suo», prevede Maroni, e di certo, assicura, «lo farà la Lega».
Il clima di non belligeranza tra i due leader («Vado con spirito positivo», ha detto il Cavaliere dopo aver ascoltato dai leghisti il report del loro incontro con il leader del Pd) e le previsioni ottimistiche di Goffredo Bettini sono bastate per spingere preventivamente Clemente Mastella a convocare d’urgenza l’ufficio politico dell’Udeur. Il Guardasigilli chiede a Prodi di espropriare il dossier della riforma dalle mani di Veltroni e trovare una sintesi di coalizione da presentare poi al centrodestra: «Non siamo disposti - dice Mastella - a fare gli ascari del Pd e del Ppl. Noi ci opponiamo alla logica per cui è più facile aspettare il referendum per arrivare ad un bipartitismo coatto». Perché il destino dei piccoli, quando il referendum sarà alle spalle, è segnato: o sparire o chiedere accoglienza ai partiti principali. Per Mastella, che nutre ambizioni di terzo polo, fa lo stesso.
Per altri piccoli, invece, no. La Dc di Gianfranco Rotondi, che aspetta solo la cooptazione nel partito berlusconiano, saluta plaudente l’incombere delle urne referendarie. Autolesionismo? Tutt’altro. Il trucchetto, cui molti partiti minori si adegueranno, è quello già in voga ai tempi del Mattarellum: il “piccolo” mette nel mucchio il suo zero virgola, il “grande” gli garantisce l’elezione della truppa parlamentare. A essere maliziosi, si potrebbe pensare che l’urgenza con la quale Veltroni e Franceschini stanno proponendo a destra e a manca di modificare subito i regolamenti parlamentari abbia a che fare proprio con la previsione che il referendum si farà. E che occorre renderlo «servibile». Perché l’unica possibilità che la legge uscita dalle urne funzioni in modo virtuoso è impedire che, una volta eletti i propri candidati nel cartello principale, i vari partiti e partitelli costruiscano poi ciascuno il proprio gruppo. Può bastare questo accorgimento a evitare la formazione di listoni fasulli e a superare il «bipolarismo coatto»? Per il leader del Pd (e per quello di Forza Italia) la risposta sembra affermativa. Con la modifica anti-proliferazione dei gruppi, il referendum aprirebbe una corsa a due: Pd contro Pdl. E chi prende un voto in più sbanca. Davanti a questo scenario il Prc ha un motivo in più per raccogliere i bagagli e salutare l’Unione. Mastella pure. Quanto ad An e Udc, non avrebbero che da tornare all’ovile berlusconiano, o rischiare il massacro. A Guzzetta, nel frattempo, sarà riuscito il miracolo: trasformare in pochi mesi il premio di maggioranza da causa di tutti i mali a rimedio taumaturgico.
Stefano Cappellini

 

 

http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002


Si è appena concluso a St. Petersburg (Florida) il dibattito tra i pre-candidati repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti per le elezioni del 2008. Aberranti le risposte alle domande fatte dal pubblico attraverso Youtube, in particolare sui temi dell’immigrazione e della guerra in Iraq.

Poteva essere un dibattito interessante. Tutti i candidati repubblicani alla Casa Bianca sulla CNN che rispondono in diretta e sullo stesso palco a domande fatte dagli elettori ed inviate tramite Youtube (innovativo ma molto americano). Lo spettacolo purtroppo ha deluso ed il risultato è stato pessimo. Si credeva che il pubblico potesse proporre domande dirette, precise e pungenti, invece quasi tutte sono state banali e scontate. Emerge però da parte di tutti i candidati la stessa volontà di accaparrarsi, in vista delle primarie, i voti dell’estrema destra conservatrice. Tutti infatti si sono trovati d’accordo sui temi dell’immigrazione, della guerra in Iraq e della sicurezza.

Il partito repubblicano attualmente non gode di grandi consensi negli Stati Uniti e si crede che solo il partito democratico possa perdere le prossime elezioni. Fatto sta che i repubblicani cercheranno il candidato da presentare alle presidenziali tramite elezioni primarie. Il favorito è Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, che però dovrà concorrere con Willard Mitt Romney, attuale governatore del Massachussets, e John Sidney McCain, attuale senatore dell’Arizona. Gli altri candidati sono Thomas Tancredo, rappresentante alla Camera del Colorado, Tommy Thompson, ex governatore del Wisconsin, Duncan Hunter, congressista per la California, Ronald Paul, rappresentante alla Camera per il Texas, e Mike Huckabee , ex governatore dell’Arkansas.

Mentre tra il pubblico continuava ad essere inquadrato l’attore che interpreta Chuck Norris, (quello della celebre serie televisiva di "Walker Texas Ranger") divenuto icona della campagna elettorale per la sicurezza proprio del predicatore Mike Huckabee, nel video scorrevano le pessime domande inviate dal pubblico. Mi sento obbligato a citarne qualcuna:

-“Quante armi hanno in casa? Di che calibro?” – con tutti i candidati a lottare per chi avesse più pistole e fucili;
- “Quale sarebbe l’opinione di Gesù (sic…) rispetto alla pena di morte?”;
-“Credete totalmente a quello scritto nella Bibbia?”;
-“Siete disposti a finanziare missioni spaziali con destino Marte?”.

Questi sono solo alcuni degli esempi di domande tragicomiche che si è dovuti sopportare durante la serata. La più esilarante (ma di tono serissimo), quella su Marte, veniva dopo una delle poche domande intelligenti della serata che faceva riferimento al deficit di spesa pubblica che affrontano ad oggi gli Stati Uniti. Solo McCain ha fatto notare che non sono tra le priorità spese spaziali, dati i problemi più impellenti dell’economia.

Proprio McCain a mio parere è riuscito a distinguersi dal mucchio. Molti lo danno come l’unico candidato realmente capace di affrontare il candidato democristiano (Hilary, Obama o chi per loro). Forse però si è dimostrato troppo poco conservatore e nazionalista per poterla spuntare nelle elezioni primarie dove va a votare lo zoccolo duro del partito repubblicano, formato da puri conservatori cattolici di estrema destra.

Tutti gli altri candidati, compreso Giuliani e capeggiati da Romney (non vedo un dopo Bush peggiore di questo governatore del Massachussets), hanno preferito tentare di aggiudicarsi i voti degli ultra-conservatori puntando su discorsi populisti e estremamente nazionalisti.

Uno dei temi principali è stato di fatto quello dell’immigrazione, argomento attesissimo. La linea comune è stata quella di dare addosso agli immigrati. Per tutto il tempo, tutti i candidati senza esclusioni, hanno fatto riferimento ad “illegali” e non come sarebbe più opportuno ad “indocumentati”. In un clima di assoluta mancanza di rispetto e di dignità non si è fatto altro che parlare di barriere, di difesa delle frontiere ed addirittura di deportazioni (proposta del candidato Tancredo). Da segnalare lo scontro verbale tra Mitt Romney e Rudy Giuliani. Romney, accanito sostenitore della tesi secondo cui tutti i cittadini senza documenti non debbano avere nessun diritto e debbano tornarsene al loro paese, ha accusato Giuliani di aver accolto a New York i clandestini durante il suo mandato di sindaco. Giuliani ha risposto per le rime, dicendo che Romney aveva invece dato rifugio ai clandestini assumendone molti per lavorare in casa propria. Scene penose…

Per non parlare della proposta del congressista Duncan Hunter di una doppia barriera di protezione su tutto il confine tra Messico e Stati Uniti (sic…). A nessuno invece è venuto in mente di parlare di come si possa prevenire l’immigrazione, delle misure per migliorare la situazione in America Latina, di come tentare di ridurne la povertà e fare in modo che immigrare negli Stati Uniti non sia l’unica soluzione per vivere meglio. Non capisco con quale coraggio quasi tutti questi candidati abbiano accettato un dibattito destinato alla popolazione hispano-latina fissato per il prossimo 9 dicembre all’università di Miami. Con quali argomenti chiederanno i voti della comunità latinoamericana, spero che non facciano riferimento a muri di frontiera o deportazioni…

Anche gli altri temi toccati erano sulla stessa linea ultra-conservatrice. Un adolescente texano che rivendicava la sua libertà di disporre di armi da fuoco è stato rassicurato da tutti i presenti che non potevano mica negare la libertà alla difesa per un cittadino statunitense. Nessuno ha preso in considerazione misure restrittive che limitassero la concessione ed il commercio di armi.

Il tema dell’aborto è stato condannato da tutti, e la pena di morte mai messa in discussione. Non si riesce però a capire che tipo di coerenza ci sia nel giudicare l’aborto come una ingiusta privazione di vita, contraria alle leggi della Bibbia, ed invece osannare la pena di morte come giusta condanna. Non si tratta di una privazione di vita umana anche nel secondo caso, forse anche peggiore della prima?

Per la conclusione del dibattito si è lasciato il tema della guerra in Iraq. Una domanda è stata: “Come pensate di rispondere al danneggiamento dell’immagine statunitense a livello mondiale causata dalle guerre”? Le risposte quasi tutte coerenti facevano riferimento all’obbligo di continuare l’offensiva, sia in Iraq che in Afganistan, negando il fallimento delle strategie e rinnovando la convinzione di una vittoria finale (sic…).

Un’interessante domanda è stata posta da un ex militare in pensione, che dichiaratosi omosessuale ha chiesto ai candidati un parere sulla presenza di omosessuali nell’esercito degli Stati Uniti. All’unanimità ha ricevuto come risposta che l’omosessualità rischierebbe di affettare l’unità delle truppe, e per questo rimane inaccettabile.

Infine la ciliegina sulla torta alla serata l’ha regalata ancora una volta Willard Romney che, rispondendo ad una domanda che chiedeva una posizione rispetto alla tortura per i prigionieri politici, ha dichiarato che non spetta ad un presidente degli Stati Uniti parlare a riguardo di pratiche d’interrogatorio. “Per ottenere le informazioni necessarie al Paese non si può escludere neanche la tortura” – ed ha poi aggiunto l’intenzione di mantenere attivo il carcere di Guantanamo. Ha dovuto interromperlo McCain ricordando che la tortura è condannata dalla convenzione di Ginevra e punita dal diritto internazionale…

Insomma per concludere nessuno dei candidati ha prevalso. La linea comune è stata quella di cercare i voti dell’estrema destra con l’unica eccezione del senatore McCain. Con lui in prima linea per le primarie ci sono logicamente Giuliani, Huckabee, in ascesa nell’ultimo periodo grazie all’appoggio dei cattolici (senza dimenticare Chuck Norris) e Romney, che sinceramente ritengo che sia decisamente la soluzione peggiore e quella che mi spaventa di più. Si tratta del solito belloccio statunitense, che sembrerebbe più un attore di Holliwood che un politico, dal passato centrista ed attualmente trasformatosi in un repubblicano doc. Durante il dibattito ha dovuto con difficoltà difendersi dall’accusa sollevata dai rivali di un atteggiamento favorevole all’aborto sostenuto in giovinezza. Romney ha chiaramente fatto intendere che fu solo un errore di gioventù, che non tornerà a ripetersi, perché crede nei principi della Bibbia.

Ed io che pensavo che con G.W. Bush si era ormai toccato il fondo… forse è vero che al peggio non c’è mai fine...
http://www.verosudamerica.com/2007/11/che-pena-questi-repubblicani.html

Via i guantoni, tra i repubblicani e’ l’ora del tutti contro tutti

Il fioretto usato nei sette dibattiti precedenti e’ sparito: complici le provocazioni di YouTube e i guai del ‘capoclasse’ Rudy Giuliani per soldi spesi per l’amante, i candidati repubblicani alla Casa Bianca hanno sfoderato sciabola e pugnali e cominciato gli assalti all’arma bianca. A sei settimane dal voto in Iowa, con gli elettori in buona parte indecisi, gli aspiranti successori di George W.Bush hanno messo da parte gli attacchi comuni a Hillary Clinton, per assalire gli avversari diretti nella corsa alla nomination. […]

Giuliani, in testa nei sondaggi nazionali, e’ arrivato in difficolta’ al dibattito organizzato da Cnn e YouTube in Florida. L’ex sindaco di New York rischia di fare un flop nel voto del 3 gennaio in Iowa, dove rincorre Mitt Romney e Mike Huckabee. Indietro anche negli altri stati dei primi voti, Giuliani punta tutto sul Supermartedi’ 5 febbraio, quando voteranno 22 stati, ma potrebbe arrivarci molto ammaccato.

Poco prima di salire sul palco in Florida, Giuliani si e’ trovato a fare i conti con rivelazioni imbarazzanti su spese di soldi pubblici che avrebbe fatto quando era sindaco per andare a trovare l’amante (ora sua moglie), in vacanza al mare. Il candidato ha respinto le accuse e sostenuto che erano spese legittime della scorta, che gli era stata assegnata ‘’per minacce che ho ricevuto'’. Ma l’episodio va ad aggiungersi agli imbarazzi provocati da un’inchiesta in corso sul suo ex capo della polizia, Bernard Kerik. Fiutando l’opportunita’, in Florida sia Romney, sia l’attore ed ex senatore Fred Thompson sono andati all’attacco diretto di Giuliani.

Prendendo spunto dalle videodomande della gente comune sull’ immigrazione, Romney ha accusato Giuliani di aver creato a New York un ‘’rifugio sicuro per i clandestini'’ quando era sindaco. La reazione di Giuliani ha stupito gli osservatori per la virulenza: ‘’Tu ha costruito un rifugio sicuro a casa tua'’, ha sibilato, accusando Romney di aver assunto immigrati illegali per lavorare nella sua villa. Dichiarandosi ‘’offeso'’, l’ex governatore del Massachusetts lo ha sommerso con un fiume di parole, in uno dei confronti piu’ accesi visti fino a ora nella campagna. Thompson si e’ inserito con un riferimento a Kerik, sostenendo che Giuliani non ha le carte in regola ‘’quando si tratta di persone che ha assunto'’.

Mentre sul palco volavano accuse incrociate, che per la prima volta hanno incluso anche Huckabee - un segnale che gli avversari ne temono l’ascesa in Iowa - su Internet gli staff dei candidati si scontravano con email velenose inviate ai media e con blogger scatenati. Il clima rovente ha finito per scottare la stessa Cnn, accusata di non aver controllato le simpatie politiche degli elettori di cui ha proposto videodomande. Un ex generale gay che ha sfidato in diretta i candidati e’ risultato un attivista di Hillary Clinton, mentre altri due video sono emersi come ispirati da Barack Obama e John Edwards.

Il formato YouTube del dibattito, temuto alla vigilia dai repubblicani, alla fine ha dato loro l’opportunita’ di esprimersi su molti temi che stanno a cuore ai repubblicani: l’immigrazione, la guerra in Iraq, il porto d’armi, il ruolo della fede nella vita pubblica. John McCain e’ apparso il piu’ ‘presidenziale’ quando il dibattito si e’ spostato su politica estera e lotta al terrorismo e ha piazzato una potente denuncia delle torture: ‘’Non ci sono scuse, e’ semplicemente qualcosa che, come americani, non dobbiamo fare'’.

Huckabee, un ex pastore battista che alcuni sondaggi danno addirittura in testa in Iowa, e’ apparso il piu’ a suo agio quando gli hanno chiesto se la Bibbia vada interpretata in modo letterale e se l’e’ cavata con una battuta alla domanda su come Gesu’ Cristo giudicherebbe la pena di morte: ‘’Gesu’ era troppo intelligente per candidarsi a una carica pubblica'’. Huckabee, la sorpresa d’autunno, ha anche ottenuto il piu’ lungo boato d’approvazione promettendo di cancellare tutte le imposte sul reddito, per sostituirle con una ‘fair tax’ nazionale sugli acquisti. Time.com, nel dare le pagelle al dibattito, lo ha dichiarato il vincitore. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/11/29/via-i-guantoni-tra-i-repubblicani-ora-e-tutti-contro-tutti/#more-420


Elezioni in Kosovo: dopo il boicottaggio il vuoto

a Pristina, scrive Saša Stefanović

In Kosovo ci si prepara a formare un nuovo governo centrale e nuove amministrazioni locali. Nelle aree a maggioranza serba si devono però affrontare le conseguenze del boicottaggio elettorale: i cittadini si ritrovano senza rappresentanti, o con rappresentanti che non riconoscono tali
Mentre sono iniziati, almeno in modo informale, i colloqui che dovrebbero dare vita al nuovo governo del Kosovo, che sarà guidato quasi certamente dal Pdk di Hashim Thaci, ci sono questioni aperte che preoccupano la comunità internazionale ben più del del nuovo esecutivo. Prima fra tutte, il fatto che non c'è alcun serbo nelle amministrazioni locali, e vista la bassissima affluenza, e nonostante la legge garantisca alla comunità serba dieci seggi al parlamento di Pristina, i deputati che almeno in teoria siederanno su quei seggi avranno in realtà una credibilità politica molto dubbia.

L'appello di Belgrado al boicottaggio delle elezioni dello scorso 17 novembre ha avuto effetti dirompenti, e i serbi non avranno rappresentanza politica in nessuna delle 33 municipalità della regione. Il successo del boicottaggio è stato così schiacciante che a nord di Mitrovica solo tre elettori si sono recati alle urne. A Strpce, municipalità a maggioranza serba al confine con la Macedonia, solo 12 elettori hanno esercitato il proprio diritto al voto. Il nuovo partito di maggioranza qui sarà proprio il Pdk, visto che i sette partiti serbi che si erano registrati per le elezioni si sono ritirati dopo l'appello al boicottaggio di Belgrado. “Perché andare alle urne, se la Serbia ha invitato al boicottaggio? Anche se avessi insistito nel portare avanti la mia candidatura, non sarebbe cambiato nulla, visto che la gente ha deciso di non prendere parte al voto”, ha dichiarato nei giorni scorsi Zoran Boskocevic, uno dei candidati alle municipali di Strpce. “Qui la popolazione è preoccupata, e davvero non sappiamo cosa aspettarci”, ha aggiunto poi Boskocevic.

Il giorno successivo alle elezioni è stato amaro per i serbi di Strpce, ora che si prospetta la possibilità che il nuovo sindaco sia un albanese del Pdk. In realtà c'è ancora poca chiarezza su quanto avverrà nelle cinque municipalità del Kosovo a maggioranza serba, visto che l'Unmik ha deciso di rinviare ogni decisione al 4 dicembre, data in cui verranno annunciati i risultati definitivi delle consultazioni del 17 novembre.

Al momento, come deciso dal capo missione dell'Unmik Jochim Ruecker, i rappresentati serbi di Novo Brdo, Strpce, Zubin Potok, Leposavic e Zvecan rimangono ai propri posti. Lunedì 19 lo stesso Ruecker si era recato a Strpce, mentre giovedì scorso ha visitato Novo Brdo, dove ha parlato con la leadership serba locale, che dovrebbe lasciare i propri posti nell'amministrazione municipale ai rappresentanti eletti da Pdk, Ldk e dagli altri partiti albanesi. Ruecker ha invitato le due comunità ad incontrarsi, per discutere insieme di una possibile via d'uscita alla difficile situazione. Capiremo presto se il rappresentate dell'Unmik si aspetta davvero che una soluzione possa venire dal basso, o se semplicemente non sa che pesci prendere.

Subito dopo le elezioni l'attuale sindaco di Novo Brdo, Petar Vasic, aveva dichiarato: “Il nostro governo è il governo serbo, e se questo c'invita a non votare, dobbiamo rispettare la sua voce. D'altra parte, credo che se avessimo partecipato, grazie ai risultati elettorali, oggi conosceremmo meglio la situazione sul campo. Ora dobbiamo aspettare e vedere cosa succede”, ha concluso Vasic, “per capire cosa hanno in mente gli albanesi, ed ascoltare le loro proposte su come risolvere la situazione”.

Il lavoro del rappresentante dell'Unmik nel tentare di mettere una pezza a una situazione complessa e condizionata anche dagli scarsi risultati del processo negoziale sullo status finale del Kosovo, sembra tutt'altro che facile. “La Serbia ora intende nominare "sindaci paralleli" serbi nelle municipalità dove la nostra comunità e maggioritaria, in quelli che dovrebbero essere una specie di consigli municipali di transizione. Quello che l'Unmik deve evitare è un dualismo di poteri, e riconoscere questi sindaci”, ha dichiarato Oliver Ivanovic, uno dei leader più ascoltati della comunità serba del Kosovo.

Quello che appare certo è che, al di là dei grandi giochi politici e diplomatici, i serbi del Kosovo non hanno sentito le elezioni del 17 novembre come un momento di possibile svolta o almeno di cambiamento della propria vita. “La gente è stanca della politica, ed ha boicottato le elezioni perché, in tutta sincerità, non ha mai pensato che andando a votare sarebbe successo qualcosa di nuovo. Noi continueremo a vivere in enclaves, come abbiamo fatto fino ad ora”. E' questa l'opinione, raccolta a Gracanica, di Bogoljub Marinkovic, che negli ultimi otto anni, con il suo pulmino, ha svolto un vero ruolo di "legame vivo" tra le enclaves serbe del Kosovo centrale e la Serbia.

“Penso che non partecipare alle elezioni sia stato giusto, e questa mia opinione è uscita rafforzata nel momento in cui si è capito chi le aveva vinte”, ha commentato, il giorno dopo le consultazioni, Vesna Kostic, anche lei di Gracanica, insegnante di scuola e madre di due bambini. “Come madre, non vedo molta speranza per un futuro di pace in Kosovo, nel caso in cui lo status finale della regione dovesse essere l'indipendenza”.

La maggioranza dei serbi del Kosovo, a otto anni dalla fine del conflitto armato, vive in aree chiuse, soprattutto a sud dell'Ibar, guarda la tv serba e continua a sperare che alla fine il Kosovo rimarrà, in qualche modo, entro i confini della Repubblica di Serbia. In questi anni difficili, i serbi della regione sono stati marginalizzati anche politicamente, e se da una parte Belgrado denuncia continuamente il loro stato di esclusione, dall'altra con le sue scelte politiche ha spesso contribuito a questo processo di esclusione. I serbi che vivono isolati nelle enclaves, sentono di aver avuto poco da guadagnare dal boicottaggio.

Con i politici albanese-kosovari concentrati in modo esclusivo verso l'obiettivo dell'indipendenza, e quasi sempre orientati solo verso la propria comunità, i serbi del Kosovo si sentono presi nel mezzo, dimenticati, e adesso anche senza rappresentanza politica nelle municipalità dove sono maggioranza. E se da una parte è difficile prevedere miglioramenti, dall'altra il rischio che la situazione possa scivolare rapidamente verso direzioni pericolose ed indesiderate è sempre dietro l'angolo.

Ora spetta anche e soprattutto alla comunità internazionale dimostrare di essere in grado di salvaguardarli in questo momento così delicato, e salvare così anche la propria faccia.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8616/1/51/

RUSSIA
L’astensionismo, unica “minaccia” alla vittoria (scontata) di Putin
Il presidente è capolista del partito “Russia Unita”, dato già per vincitore nelle imminenti elezioni per il rinnovo della Duma. Ma per rendere inattaccabile la sua credibilità, “zar Vladimir” ha bisogno di un’alta affluenza alle urne. Per questo usa enfasi e toni apocalittici nel suo ultimo “spot elettorale” trasmesso oggi dal Primo canale nazionale: “O me o la disintegrazione del Paese!”.

Mosca (AsiaNews) – Con quello che alcuni hanno definito uno spot elettorale camuffato da discorso alla nazione, il capo di Stato russo Vladimir Putin - nonché capolista del partito di maggioranza “Russia Unita” - ha parlato oggi alla popolazione sul Primo canale nazionale, avvertendo: O votate per me o il Paese rischia la disintegrazione!.
 
A tre giorni dalle elezioni per il rinnovo della Duma, fissate il prossimo 2 dicembre, i toni della campagna elettorale non si abbassano. Putin ha chiesto il voto dei russi alle elezioni politiche, avvertendo che un successo dell'opposizione liberale riporterebbe il Paese in uno stato di "umiliazione, dipendenza e disintegrazione". "E' una pericolosa illusione pensare che tutto sia predeterminato e che il ritmo dello sviluppo e il nostro progresso verso il successo siano automaticamente garantiti". Putin ha poi aggiunto che ora l’obiettivo è andare avanti per “accrescere la capacità difensiva e la sicurezza della Russia, la sua autorevolezza nel mondo”.
 
Sebbene il risultato che uscirà dalle urne appaia già scritto - con il presidente che vanta consensi superiori all’80 per cento - la minaccia da scongiurare è quella dell’astensionismo. Che spiega in parte l’enfasi e i toni apocalittici utilizzati da Putin – spiega Andrei Lipisky di Novaja Gazeta – è intrappolato nella costruzione da lui stesso ideata: egli ha più volte definito l’appuntamento di domenica prossima come “referendum” sul suo “piano” per la Russia, mai apertamente spiegato, e sulla sua figura politica. Qualora alle urne si recasse poco più del 50 per cento degli elettori, sarebbe un risultato inaccettabile per “zar Vladimir”, come lo chiamano i suoi oppositori. “Un leader nazionale non può essere ignorato da metà della popolazione!”, commenta sarcastico l’editorialista.
 
Putin, inoltre, ha bisogno del maggior numero possibile di seggi alla Duma per “Russia Unita”, qualora volesse apportare i cambiamenti alla Costituzione, necessari per consentirgli di correre per un terzo mandato presidenziale, al momento vietatogli dalla legge. Lo scenario è ipotizzato da diversi analisti in vista delle elezioni presidenziali del 2 marzo 2008. E a ribadire le sue ancora imperscrutabili intenzioni di “continuità”, Putin ha ricordato oggi che “il risultato delle elezioni per la Duma, senza dubbio, fornirà l'orientamento in vista dell'elezione del nuovo presidente della Russia”.

Filippine, i Magdalo ci riprovano
I ‘militari del popolo’ contro il governo della Arroyo
I Magdalo ci hanno provato ancora. Il militari ‘rivoluzionari’ capeggiati dal generale e senatore Antonio Trillianes hanno occupato questa mattina un lussuoso hotel, il Peninsula, nel quartiere finanziario di Makatì, a Manila. I soldati, non più di una trentina, chiedevano le dimissioni della presidentessa Gloria Macapagal Arroyo e facevano appello alla popolazione perché scendesse in strada a protestare contro il governo. Insomma, speravano in una riedizione della rivoluzione di velluto del People Power che nel 1986 mise fine al regime dittatoriale di Ferdinand Marcos. Ma l’esercito, intervenuto in forze, ha fatto irruzione con mezzi corazzati e ha arrestato tutti i ribelli.
 
Il blitz dell'esercitoIl sostegno delle sinistre. All’appello dei ribelli in divisa hanno risposto centinaia di sostenitori del partito d’opposizione Genuine Opposition e del partito di sinistra Bayan Muna, attivisti dei movimenti contadini e di altri gruppi della sinistra antigovernativa che hanno cercato di raggiungere l’albergo, ma sono stati bloccati da centinaia di soldati governativi armati appositamente schierati nel quartiere.
Diversi parlamentari dell’opposizione hanno dichiarato la loro solidarietà ai ribelli di Trillianes, e l’ex vicepresidente della repubblica Teofisto Guingona si è addirittura unito a loro, finendo agli arresti pure lui. Fonti locali assicurano che i Magdalo contavano anche sul sostegno di alcuni vescovi, del sindaco di Makatì, Jejomar Binay, e perfino dell’ex presidente Corazon Equino che però, alla fine, hanno preferito non esporsi.  
 
Il generale ribelle TrillianesLe ragioni della ribellione. Le ragioni dell’azione dei militari ribelli di Trillianes erano spiegate in un sito internet messo appositamente online per l’occasione, dove i ‘soldati del popolo’, come si fanno chiamare i Magdalo, accusano la Arroyo di aver corrotto le istituzioni filippine trasformandole in un sistema di arricchimento personale di una ristretta élite che vive nel lusso affamando la popolazione.
“Questo governo – si legge nel sito – commette gravi crimini contro il nostro popolo, che non ha più nemmeno da mangiare mentre pochi ricchi vivono come re. Il potere della maggioranza è stato sostituito dal potere di una corrotta minoranza. Responsabile di questa situazione è la presidente Arroyo, il cui governo è ritenuto illegittimo dalla maggioranza della popolazione”.
 
La presidentessa ArroyoRagioni condivise da molti. “Queste rivendicazioni – spiega a PeaceReporter dalle Filippine il giornalista Al Jacinto – non sono campate per aria: esprimono effettivamente il sentire della stragrande maggioranza dei filippini. La Arroyo è coinvolta in gravi scandali, corruzione e concussione, frodi elettorali, ma la magistratura è dalla sua parte. Sotto il suo governo questo Paese sta vivendo una dura recessione economica e le condizioni di vita della popolazione, soprattutto nelle zone rurali, sono sempre più drammatiche. Per non parlare delle centinaia di oppositori politici e attivisti antigovernativi fatti sparire o uccisi in questi anni. Trillianes è considerato da molti un sincero difensore del popolo e della patria, non solo dai partiti d’opposizione della sinistra ma anche dai settori più progressisti della Chiesa filippina e delle forze armate”.
 
I ribelli nell'hotel occupatoLe origini dei Magdalo. Il debutto ‘politico’ del generale Antonio Fuentes Trillanes IV e del suo movimento risale al 27 luglio 2003, quando guidò l’ammutinamento di trecento soldati che occuparono il centro congressi Oakwood, sempre a Makatì, Manila, per denunciare la corruzione del governo Arroyo e l’esistenza del piano governativo ‘Green Base’: attentati organizzati dai servizi segreti facendo ricadere la colpa sugli indipendentisti islamici del Fronte Moro (Milf).
Nonostante la resa e l’arresto, l’istrionico Trillanes divenne amatissimo dalla gente che infatti ha sostenuto la sua candidatura al Senato e, nonostante la detenzione, lo ha fatto eleggere alle elezioni dello scorso maggio. Una carica simbolica, visto che non può partecipare alle sedute parlamentari.
Il movimento dei Magdalo si rifà ai patrioti della rivoluzione nazionale filippina di fine ‘800 contro i dominatori spagnoli. Il ribelli anti-spagnoli si chiamavano Katipunan (La società): il gruppo più combattivo era quello dei Magdalo, che per simbolo aveva una bandiera rossa con un sole bianco e la ‘K’ dei katipuneros scritta nell’antico alfabeto filippino (simile alla lettera‘I’): lo stesso simbolo che portavano al braccio i soldati di Trillianes.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9429

Budapest: vivere nel sottopassaggio

Sono circa 30mila i senzatetto nella capitale ungherese. Abbiamo passato una notte con loro nella Stazione Ovest della città.
Senzatetto dormono su una panchina nel centro di Budapest (Foto Spetzi/flickr)
Gli striscioni sventolano sotto la luce al neon della Stazione Ovest di Budapest. Alcuni senzatetto sono sdraiati sui materassi. Dei rasta suonano i bonghi. Altri ballano. Dalle gallerie della metropolitana sbuca una moltitudine di gente che con la coda dell’occhio guarda i “fagotti” sotto le coperte di lana, le mani tese e gli occhi dei cani che riposano accanto. La manifestazione dei circa cento tra senzatetto, attivisti e assistenti sociali, disturba i passanti, costretti ad alzare lo sguardo di fronte alle pareti della mostra allestita in occasione della quarta "Notte delle Solidarietà”. Timidamente, alcuni curiosi osservano i disegni fatti dai bambini di strada che rappresentano dei senzatetto. L’incontro tra il mondo sotterraneo e quello in superficie è finalmente possibile.

Nel 2008 via i senzatetto dalle strade

Bálint e Katalin, due giovani attivisti della rete ungherese “L’uomo in strada”, tengono un discorso. Invitano lo Stato e l’Amministrazione comunale di Budapest a revocare i tagli sociali. Chiedono maggiori spazi abitativi popolari nella capitale e maggiori risorse da investire in formazione e istruzione. Protestano contro la delibera approvata una settimana prima da parte di un’amministrazione distrettuale secondo cui, a partire dal 2008, i senzatetto saranno cacciati via dalle strade con la forza. Chiedono che il diritto fondamentale ad avere un'abitazione venga sancito nella Costituzione. Pastor Gábor Iványi del Centro per senzatetto “Il Rifugio” avverte: «La scarsità di alloggi non è dovuta alla mancanza di risorse, ma alla mancanza di rispetto». Vengono distribuiti del gulasch, delle scarpe e dei vestiti usati. Una festa per i barboni della città, che in autunno si rintanano sottoterra, fuggendo dai parchi. Ma oggi non ci sono solo i senzatetto alla Stazione ovest. Anche il Ministro per gli Affari Sociali Mónika Lamperth si getta nella mischia.
«Mi hanno asportato la cistifellea perché bevo. Non trovo lavoro. Per favore, mi aiuti», supplica un uomo quasi completamente sdentato sui trent’anni. «Perché beve?», chiede la Lamperth. «Senza l’alcool il gelo è insopportabile». E il Ministro risponde: «Gli assistenti sociali possono aiutarla. Mi scriva il suo numero di telefono, cercheremo di fare il possibile». Ma quest’uomo non ha un telefono.

«Dopo due anni difficile tornare alla stabilità»

Dal 2006 il Governo ha ridotto del 5% le spese di bilancio per pareggiare il debito pubblico. L’economia ungherese è in crisi. Il tasso di inflazione è alto e le persone scarsamente qualificate difficilmente trovano lavoro. Il Consiglio comunale di Budapest ha adottato la politica del risparmio. Nel 2006 solo le spese per i servizi sociali sono state decurtate di 1,8 milioni di euro, e nel 2007 addirittura di 5,2 milioni. A rimetterci sono i più deboli. Lo Stato paga per sei mesi un sussidio di disoccupazione e, in seguito, un’indennità limitata di pubblica assistenza. Ma gli 80-120 euro per persona certo non bastano per pagare l’affitto, anche solo di una stanza. «Molti senzatetto, poi, non ricevono neanche tale aiuto statale perché, per disperazione, hanno comprato i documenti d’identità per un paio di euro sul mercato nero», racconta Róbert Képe, assistente sociale in un alloggio del “Movimento Umanitario.” «Dopo i primi due anni, la possibilità di riportare qualcuno dalla strada ad una vita stabile si riduce drasticamente», conclude.

Sono migliaia gli ungheresi che vivono per strada, arrabattandosi con lavori occasionali dalla fine del regime socialista, quando i pensionati per i lavoratori vennero chiusi. Oggi si stima che a Budapest il numero di senzatetto sia di 30mila. La maggior parte dei quali non riesce a trovare posto neanche nei dormitori. «Per ospitarli tutti, lo Stato dovrebbe stanziare molti più fondi», afferma Képe. E allora i barboni si accalcano sui cartoni, avvolti nelle coperte di lana, davanti ai centri commerciali e nei sottopassaggi della metropolitana.
Cala la notte sulla Stazione ovest. Il chiasso della manifestazione sfuma nel sibilo delle luci al neon. Nel silenzio, il freddo cola giù dalle strade.
Dennis Maschmann - Budapest http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13052


novembre 29 2007

Pd e Pdl, il nuovo bipolarismo?
intervento di Stefano Draghi*, trascrizione dell'incontro a Milano a c. di Olga Piscitelli,

 

Dal 1961 sono iscritto al Pci; ho alle spalle 40 anni di fumose riunioni per decidere destini del Paese o di qualche dirigente politico. Questa vostra modalità d’incontro è piacevole, un modo nuovo di fare politica al tempo stesso fuori dal rito del discorso del politico.
Parto da una domanda: chi si sarebbe aspettato che il governo sarebbe passato indenne dalla Finanziaria, senza dover porre la fiducia (l'incontro è precedente alla discussione alla Camera del 28 novembre ndr), e chi si sarebbe mai aspettato che come contraccolpo il centrodestra sarebbe imploso? La Cdl, la forza con cui il centrodestra ha vinto a mani basse negli scorsi anni, si trova ora in una situazione imprevedibile; il maggior partito, Forza Italia, è sul punto di sciogliersi.
Le cose però non accadono così, per caso. Si vede che qualcosa stava covando. Ma cosa? Tentiamo un’analisi.
Innanzitutto, credo, il fatto che il centrosinistra si stia riorganizzando, e abbia fatto la più grande innovazione politica degli ultimi anni, almeno in Italia.
Le svolte precedenti, in particolare il passaggio dal Pci al Pds e il dopo Tangentopoli, non avevano visto un cambiamento radicale come questo. Ora il Pd tenta una rivoluzione non da poco: cerca di riunificare la grande cultura cattolica e quella social-comunista. Non è uno scherzo. Le due grandi ideologie che avevano fornito valori, ideali, norme e stili di vita, erano state due grandi macchine politiche. E’ stato quello che chiamiamo comunemente il bipolarismo imperfetto. C’erano stati altri tentativi di riunificazione nella sinistra. Se vi ricordate, Ds e Dl avevano già tentato di unirsi nel 2004, con Uniti nell’Ulivo, con la Fed. Ci sono volute le primarie di Prodi e un gruppo tenace di persone per rimettere il treno sui binari, perché alcuni, principalmente esponenti della Margherita, lo avevano fatto deragliare. Poi si sono ravveduti. Non a caso Franco Marini, l’attuale presidente del Senato, disse, subito dopo la consacrazione di Prodi nel 2005, con i suoi 4 milioni di elettori, “Ci è passato addosso un tir”. E aveva ragione. Per la prima volta, in quella occasione, gli italiani hanno visto che il centrosinistra è capace di innovazioni. Con quelle primarie il centrosinistra ha sottratto a Berlusconi il titolo di innovatore della politica.
Siamo qui per parlare di Partito democratico e Partito delle libertà o Popolo delle libertà, vedremo che nome gli darà Berlusconi, ma anche per provare insieme a voi a stendere una serie di domande in vista dell’incontro con Dario Franceschini. Ecco, la prima che propongo potrebbe essere: caro Dario, sei contento di come sono andate le cose fin qui?
Il centrodestra non ha mai voluto seriamente le elezioni. Gli alleati di Berlusconi, certamente Fini e Casini, non vogliono che Berlusconi sia ancora leader della coalizione. Berlusconi è bravo, come si dice tra gli osservatori della politica, nel “momento dello stato nascente”, cioè ha inventiva, è capace di creare nuove cose, ma poi, nel lungo periodo, non tiene. Cosa che del resto, anche i suoi più stretti collaboratori vedono bene, per le sue aziende.
Dunque la Cdl non voleva le elezioni per l’eredità berlusconiana. Il medico di Berlusconi, e cioè Scapagnini, dice che l’ex presidente del Consiglio è eterno. Ma dietro le possibili battute sul tema, c’è il problema di come avviene il ricambio generazionale della nostra classe politica. Ed è un problema serio. A fatica riesco a cooptare giovani; anche i più interessati, per la maggior parte dei casi, limitano il loro impegno al voto. Poi spariscono e non ne vogliono sapere di darsi da fare.
Sono più che favorevole al ricambio, ma tra la mia generazione e quella dei 25enni ci sono vuoti paurosi. Credo che ci voglia tempo per capire come funziona la macchina della politica, non ci si può improvvisare. Occorre molto lavoro, molta formazione, molta dedizione. Per fare un quadro politico di livello cittadino occorrono tra i 10 e i 15 anni. Tenete presente che tra il 92 e il 93 c’è stato un ricambio un po’ forzato della classe politica. Tangentopoli ha azzerato i vertici e per sostituirli spesso si è fatto ricorso ai cosiddetti cooptati, cioè a persone di area, ma non politicamente impegnati – è il caso del sottoscritto. Quando mi hanno chiesto di candidarmi, ero nell’ufficio statistiche e studi del Pci, ma non avevo mai fatto politica in prima persona.
Oggi la situazione è diversa, i giovanissimi, i figli cioè dei sessantottini si riavvicinano alla politica, ma bisogna reinventare i corpi intermedi. Del resto è comprensibile. Ai nostri figli è stato detto che non esiste una felicità pubblica e per tutti gli anni ’80 Albert Hirschman è andato ripetendo che la felicità è solo privata e che alla vita attiva, cioè pubblica, era preferibile una vita privata migliore per sé e per la propria famiglia. Negli anni ’90, poi, abbiamo assistito al crollo delle ideologie e a Tangentopoli che hanno convinto i più del fatto che, chi fa politica è un ladro. Infine, con il berlusconismo, ai giovani è stato spiegato e dimostrato che per fare politica bisogna essere dei bravi imprenditori.
Ora, troppo spesso, anche da amici della mia stessa parte politica sento dire che anche all’interno dei nuovi partiti c’è un problema di contendibilità delle cariche. Non credo proprio: non è questione del numero due che vuol diventare numero uno. Il problema è che non ci sono nuovi soci, nuovi ingressi, giovani. Non c’è selezione, perché non c’è ingresso di nuove forze.
Ecco, a Franceschini chiederei come pensa il pd di motivare i ragazzi a fare politica.
I giovani tornano a votare centrosinistra, questo è evidente, ma perché? Primo, si sono socializzati alla politica nella fase del berlusconismo; secondo, sono i figli dei sessantottini.

Torniamo alla situazione politica in generale. C’è da osservare che le scelte avventurose fatte da noi hanno messo in moto il sistema politico: tre sistemi elettorali cambiati dal ’93, ma i partiti sono sempre gli stessi, da 15 anni a questa parte.
La domanda dunque è: sono le leggi che cambiano i partiti? La mia risposta è “No”. A meno che, quelle leggi non siano così incisive da cambiare anche la Costituzione.
Anche il referendum Guzzetta, che ha appena ottenuto il primo via libera dalla Cassazione, non incide sui partiti, ma sulle liste. Le conseguenze, alla fine, non saranno tantissime.
Vi invito a leggere il decalogo di Veltroni, cioè quelle dieci riforme che servono a rimettere in moto l’Italia, secondo il leader del Pd. E sono per esempio, il superamento del bicameralismo perfetto, la riforma elettorale, un presidente del consiglio più forte. Non sono idee campate per aria, toccano anche la nostra Costituzione.
Non sono un grande sostenitore del Vassallum, della proposta di sistema elettorale che tiene in piedi una parte del sistema tedesco (uninominale e proporzionale) e una parte di quello spagnolo (proporzionale puro con circoscrizioni piccole). Ma una cosa è chiara: il maggioritario a doppio turno, il sistema francese, per intenderci, non piace alla Cdl, perché tutti ritengono che assegnerebbe vantaggi sicuri alla coalizione di centrosinistra. Io tifo per questo sistema. Paradossalmente, la grande frammentazione del centrosinistra, riuscirebbe a far passare la coalizione al primo turno, per eleggere i rappresentanti territoriali e quindi il parlamento, ma poi darebbe sicuri vantaggi sempre al centrosinistra anche per il secondo turno, quando cioè si elegge il governo, perché avrebbe più facilità a coalizzarsi, proprio in virtù della sua frammentazione.
Per l’uninominale, sapete, ogni collegio elegge una persona.
Con il maggioritario si assegna una maggioranza di governo ma in Italia ci vuole la protesi, cioè nessuna forza politica può farcela da sola, è necessario il premio di maggioranza.
Sul Conflitto d’interessi: sono pessimista, non ci sono le condizioni politiche per approvare la legge. Non esiste una maggioranza coesa;  Berlusconi alzerebbe le barricate. Si arriverebbe al risultato doppio di non riuscire a far approvare la legge e al contempo di far cadere il governo.

* Trascrizione dell'incontro dal titolo Pd e Pdl, il nuovo bipolarismo? organizzato da LeG, a Milano, il 27 novembre 2007


La Repubblica delle mani libere
Antonio Padellaro
l' Unità
Mani libere strilla Dini. Mani libere ripete Boselli. Mani libere conferma Diliberto. Mani libere ringhia Fini. La repubblica delle mani libere, ribelle e trasversale, è sicuramente figlia del sistema elettorale che potrebbe esserci ma non c’è ancora. Quel tedesco più o meno annacquato che prima del voto libera tutti dai vincoli di coalizione, e poi si vede. Forse però c’è dell’altro. Drappelli di senatori sul mercato. Minuscole rendite di posizione da ottimizzare. Minacce cifrate. Ma anche insofferenze personali troppo a lungo sopite. Mani libere per fare cosa? Quelle dell’Unione, intendiamoci, sono sempre state legate dall’interesse comune a non farsi male. Scontri, polemiche, annunci di cataclismi ma poi al momento del voto in Parlamento tutti inquadrati e coperti. Mani libere adesso vuol dire: caro Prodi potremmo farti cadere ma non lo faremo se non esageri. È il preannuncio di qualcosa di sgradevole per il governo che solo un evento salvifico e alquanto nebuloso potrebbe impedire. È la cosiddetta verifica che il premier ha retrocesso a innocua riunione per fare il punto, e poi si ricomincia. Più pericolose (per Berlusconi) le mani libere di Fini. Espresse con parole inconcepibili per le orecchie del cavaliere. Giustizia e tv ha sibilato gelido il leader di An, parlando con la stessa lingua dei perfidi comunisti quando attentano alla roba del sire di Arcore. Giustizia significa rinvangare le orribili leggi ad personam, l’epoca buia di quando la legge era uguale per tutti tranne che per uno. Ma evocare le tv vuol dire, orrore, che perfino il cuore Mediaset dell’impero non è più al sicuro. Televisioni che l’alleato tradito vuole disarmare prima che siano puntate contro di lui come lo furono contro la sinistra. Ci si chiederà: ma non è quello stesso Fini che allora approvò sottomesso tutte le schifezze richieste? Mani libere sì ma anche memoria corta.


Paralleli inquietanti

fez fascista 

In cerca di qualche novità da comprare, apro il catalogo del Mulino e leggo: Danilo Veruso, L’Italia fascista, 1922-1945. Scorro l’indice e vedo il titolo del primo capitolo: Dalla grossa coalizione al grosso partito.

Alle volte, a metterti addosso la paura, bastano gli incipit.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/


(...)

Marco Follini non è uno specialista in oscenità politiche, a differenza di molti colleghi, distribuiti peraltro fra le due coalizioni. Le sue oscenità, e a cercarle ci sono, sono discrete, poco vistose, e poi gli è di aiuto la sua espressione pensante e pacata, che varia dalla disponibilità al dialogo (tanto quello che devo fare faccio) alla rabbia trattenuta.
Evidentemente tutto ciò secondo Veltroni merita un premio.
A questo stiamo.
Belladonna è lo pseudonimo di un'attrice porno americana, una delle poche che riescono a interpretare ruoli da dominatrice e   da dominata con la stessa passsione; sul set impreca come uno scaricatore, sputa, sculaccia, fa le smorfie. I suoi colleghi e le sue colleghe fanno a gara per lavorare con lei.
Su suo sito in myspace, lei si commuove e ringrazia i suoi ammiratori, che la supportano e la adorano. In quei video sembra una ragazzina contenta.
Accomuno i due personaggi perché hanno la stessa disinvoltura.
Seguirà dibattito sul concetto di oscenità, e sui significati dell'espressione "faccia da culo".http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


A cosa serve il canone Rai

deborah-bergamini_tn.jpg
A me piacerebbe sapere questa indignata signorina - i cui meriti professionali consistono fondamentalmente nell’aver fatto campagna elettorale per Berlusconi - quanto guadagna grazie ai soldi del nostro canone per fare in Rai gli interessi del Cavaliere - e rifiutarsi di rispondere a chi gliene chiede ragione.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Annapolis: il dovere di essere ottimisti

David Bidussa


Questo articolo è tratto da Il Secolo XIX di mercoledì 28 novembre 2007

Alla fine dunque c’è un progetto con un calendario.
Ad Annapolis si è delineata una nuova “Road map” per il conseguimento della pace tra israeliani e palestinesi. Sono volate parole alte. Olmert ha riconosciuto la tragedia dei palestinesi. Abu Mazen ha garantito che l’accordo deve dare pace e stabilità alla regione e pace e sicurezza a Israele. Bush ha dichiarato come non ci sia tempo e che tutto va regolarizzato nel 2008.

Dunque alla fine c’è un calendario “stretto”che non lasci passare molto tempo. La terapia, così devono aver pensato in molti, se non tutti, deve essere rapida, scioccante e senza porre intermezzi per riordinare le idee. Sono i fatti dunque che dovrebbero far parlare nei prossimi mesi. E i fatti dovrebbero dire da soli della direzione di marcia.

Abbiamo il dovere di essere ottimisti. In politica se si vogliono raggiungere degli obiettivi bisogna muoversi come se questi fossero possibili per davvero. E’ anche un modo per dire che oggi la politica deve riacquistare non solo spazio e dignità, ma divenire protagonista. Politica, laddove con questo termine si intenda una capacità che si fonda non sullo slogan identitario, bensì sulla capacità di mediare e addivenire a un compromesso. Insomma la politica come trama di eventi intessuta e costruita sulla pazienza e sull’intelligenza.

Ma una volta che si dichiara che non si può non essere ottimisti, bisogna anche avere chiaro che non sarà solo una dichiarazione di intenti a risolvere un conflitto che si trascina da sessanta anni, che è divenuto incandescente da almeno quaranta, che è stato segnato da 6 guerre, 2 rivolte interne costate svariate migliaia di vite dall’una e dall’altra parte, il panico generalizzato in conseguenza del terrorismo, la violenza sul corpo del nemico, l’incubo della distruzione.

Un conflitto che oggi si dichiara superato senza che a quel tavolo sia presente Hamas, un attore politico che non è solo il rappresentante del radicalismo religioso palestinese. Più profondamente è l’attore politico che negli ultimi due anni ha voluto dire lotta alla corruzione interna tra i palestinesi. E anche lotta alle grandi famiglie palestinesi che per un secolo hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Hamas è tutto questo insieme e ridurlo alla sua facciata politica, senza comprendere l’origine della sua forza e del suo radicamento – la rabbia che esprime tra i palestinesi, prima ancora dell’odio contro Israele – significa non comprendere che lavorare per la pace ed escluderla implica andare a gestire un conflitto interno dall’esito incerto. Comunque correre il rischio di una guerra civile. E’ un rischio di cui dobbiamo essere consapevoli. Il primo scoglio della pace sarà qui.

Il secondo sarà nelle rivendicazioni dei coloni israeliani. Anche qui non sarà facile, forse è un conflitto interno meno radicale rispetto a quello che contrappone Hamas ad Abu Mazen ma non è meno esistente. Da questo punto di vista le scene forse melodrammatiche ma non per questo meno di rottura, che abbiamo visto a Gaza nell’agosto 2005 durante il ritiro forzato dei coloni sono solo un assaggio.

Sette anni dopo Camp David, quando i protagonisti di allora (Bill Clinton, Ehud Barak, allora Primo ministro di Israele e Yasser Arafat, ancora capo indiscusso dei palestinesi) tornarono ognuno a casa, si riapre una timida porta.

Abbiamo il dovere di essere ottimisti. Ma la scena di sette anni fa non è smentita da quella di oggi. Ad Annapolis al di là dell’annuncio, ci sono troppi problemi non risolti messi sul tavolo nello stesso momento E con tutti occorre fare i conti: quello della Siria che non va tagliata fuori da un processo di riscrittura della carta geopolitica del Medio Oriente; quello della Lega araba che deve ritrovare un ruolo di mediazione che non svolge più da tempo; quello di Abu Mazen che deve di fare politica interna ripresentandosi come l'unico garante internazionale per il benessere dei palestinesi; quello di George W Bush che ambisce a chiudere il suo secondo mandato presidenziale con un evento, almeno per un momento, metta in secondo piano il fallimento della guerra in Irak. E c’è infine, quello di Hamas, che ad Annapolis non c’era, che si rifiuta a oggi di andare a un tavolo con il suo nemico di sempre e che nei fatti non riconosce al Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese la delega a rappresentarlo e dunque a trattare anche in suo nome.

Quel nodo non può essere affrontato da Abu Mazen da solo. E affrontarlo significa decidere di scegliere: o scontrarsi definitivamente con Hamas - come del resto sta ormai avvenendo in forma non dichiarata, ma nei fatti da almeno un anno, o trovare una soluzione di mediazione. Quel problema non è interno ai palestinesi, riguarda anche tutti noi (europei per primi) e non possiamo pensare di giocare partite oblique.

Al di là dell’annuncio nessuno sembra in grado di sostenere per davvero tutto questo peso. E’ anche per questo, nonostante l’obbligo di essere ottimisti, che ad Annapolis più che la politica sta andando in scena la sua rappresentazione. Ovvero una copia artefatta della realtà.

 


Il monastero di Visoki e l’imposizione della tolleranza

 

[ EN ]
Matteo Tacconi

 

Il monastero ortodosso di Visoki, in Kosovo, è il più importante museo religioso dei Balcani, nonché un luogo di pellegrinaggio per i fedeli di tutta la Serbia. “Fuori” dalle mura di Visoki, l’area di Decani è stata teatro di un’opera certosina di contropulizia etnica: così Visoki è come un puntino nell’oceano, è un piccolo bastione serbo sprofondanto nel bel mezzo di territori etnicamente puri, monolitici. Il piano dell’ex inviato Onu Ahtisaari ha previsto per chiese e monasteri serbi uno status extraterritoriale, simile a quello concesso alle ambasciate, con lo scopo di arginare possibili devastazioni e di garantire il libero culto. I kosovari albanesi si oppongono. Ma l’extraterritorialità serve a “imporre” la tolleranza.


Visoki, Kosovo

Barbe lunghe ma ordinate, codino, tonaca nera. I pope del monastero di Visoki sembrano soldatini, uno uguale all’altro. Alle otto del mattino il cortile di Visoki è già in fermento. Alcuni operai allestiscono un’impalcatura. Devono effettuare piccole riparazioni alle mura esterne. I monaci scorrazzano qua e là, fanno la spola tra il monastero e la chiesa, che sorge qualche metro più in là. La visitiamo. È un gioiellino. Affreschi ovunque, cristi e madonne, rilievi d’oro. C’è un’aria di misticismo e devozione, che non può sfuggire. Neanche a un profano. La fede serbo-ortodossa affonda le radici in questo monastero e nella vicina cattedrale di Pec (Peja in albanese), che marcano rispettivamente il massimo periodo di potenza dello stato serbo medievale e la nascita dell’autocefalia serba, sorta nel 1219, quando Sava, fratello del principe Stefan Nemanja, si staccò dal patriarcato di Costantinopoli, scegliendo Pec come sede del patriarcato. Ancora oggi il patriarca serbo (il metropolita di Belgrado) riceve le funzioni nella elegante cattedrale di Pec.

Il Kosovo, culla della civiltà serba

Fu, il 1219, l’origine non soltanto della chiesa, ma anche della nazione serba. Autocefalia e nazione sono infatti due concetti che nei paesi di tradizione ortodossa spesso coincidono. Grecia, Ucraina, Russia, Bulgaria, Romania: ognuno di questi paesi ha una sua chiesa nazionale. Quella serba, come detto, nacque sotto la monarchia dei Numanja, consolidatasi ulteriormente, attraverso conquiste territoriali, durante il regno di Stjepan III e Dusan (il figlio). Fu proprio Stjepan III a volere la costruzione di Visoki. Correva l’anno 1327. Ancora oggi, le reliquie del penultimo sovrano della dinastia dei Nemanja (dopo Dusan lo stato serbo si sgretolò sotto i colpi degli ottomani, ndr) sono conservate nel monastero di Visoki.

Sovrastato dalla sagoma imperiosa delle montagne che separano il Kosovo occidentale da Montenegro e Albania, il monastero, che sorge nei pressi della vicina cittadina di Decani, è un formidabile esempio di preziosismi architettonici e artistici. Padre Ilarion, che ci accompagna della visita, sottolinea come Visoki, che vanta anche una biblioteca sterminata, composta prevalentemente da opere trascritte da amanuensi, sia il più importante museo religioso dei Balcani. Nonché un luogo di pellegrinaggio. Sono molti i fedeli che, organizzati in comitive, giungono a Visoki da Belgrado, Novi Sad, Nis e dalle altre città serbe. Le loro offerte rappresentano un’importante voce nel bilancio dei pope visokiani, che si guadagnano di che vivere producendo vino, icone religiose, candele e rakija, una sorta di grappa, spesso aromatizzata con frutta (in maniera particolare con prugne) che nei Balcani è una vera e propria istituzione.

La questione extraterritoriale

La vita, all’interno del monastero, scorre via tranquilla. Non altrettanto si può dire per quello che accade “fuori” dalle mura di Visoki. Il punto è che l’area di Decani, roccaforte dell’ex comandante dell’Uck (Esercito di liberazione kosovaro) Ramush Haradinaj, ora sotto processo all’Aja per crimini di guerra, è stata teatro di un’opera certosina di contropulizia etnica, che ha portato i serbi, vessati, minacciati e pestati, a emigrare dopo il cruento biennio del ’98-‘99. Visoki è come un puntino nell’oceano, è un piccolo bastione serbo sprofondanto nel bel mezzo di territori etnicamente puri, monolitici. Ciò comporta una particolare attenzione da parte dei militari italiani della Kfor, il contingente Nato. I nostri soldati, di stanza a Villaggio Italia, alle porte di Pec, presidiano la via d’accesso al monastero, minuto su minuto.
Già diverse volte i nazionalisti albanesi hanno lanciato colpi di mortaio sulla cinta muraria di Visoki. Questioni di intolleranza etnica, di contrabbando (il monastero “ostruisce” la via ai valichi di montagna che conducono in Montenegro e Albania) e di extraterritorialità. Quest’ultimo concetto rappresenta uno dei cardini del rapporto elaborato qualche mese fa da Martii Ahtisaari, ex inviato speciale dell’Onu per il Kosovo, incaricato di tratteggiare il futuro assetto socio-politico della provincia, formalmente ancora serba, ai sensi della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza dell’Onu. Ahtisaari ha previsto per chiese e monasteri serbi uno status extraterritoriale, simile a quello concesso alle ambasciate. Uno strumento capace di tutelare il patrimonio artistico e culturale del Kosovo dalle sfuriate albanesi e di garantire che i pope serbi possano continuare a diffondere il loro verbo, anche in terra straniera (il piano Ahtisaari appoggia l’indipendenza del Kosovo).

Il punto è che più volte gli ex guerriglieri dell’Uck hanno vandalizzato gli edifici religiosi serbi del Kosovo. Basterà ricordare i tumulti del 17 marzo del 2004, divampati a Mitrovica e diffusisi in tutto il Kosovo. In quell’occasione, i nazionalisti albanesi usarono un evento luttuoso (la morte di due ragazzini a Mitrovica, annegati nel fiume Ibar) per lanciare un’offensiva spietata contro la minoranza serba. A leggerlo a posteriori, quell’evento è apparso ai più pianificato: l’accusa che gli albanesi hanno rivolto ai serbi, considerati gli esecutori materiali dell’annegamento dei due giovani albanesi, non è stata suffragata da prove convincenti. Resta il fatto che in tutte le cittadine del Kosovo, la furia nazionalista s’è abbattuta, in quel fatidico 14 marzo, contro il nemico serbo. Il bilancio di quella giornata è stato tragico: una dozzina di serbi hanno perso la vita e sono stati incendiati oltre venti siti religiosi, tra chiese e monasteri. L’extraterritorialità accordata a Visoki e agli altri siti ortodossi del Kosovo (se ne contano a centinaia) ha quindi lo scopo di arginare possibili devastazioni. Ma anche la funzione di garantire, rispettando i principi di multietnicità, il libero culto, requisito fondamentale per costruire uno stato kosovaro tollerante e moderno, rispettoso della minoranza serbe, tutt’oggi ghettizzati nelle enclavi, protette dai militari del contingente di peace-keeping.

Albin Kurti contro i pope

Non la pensa così Albin Kurti, guida storica di Vetevendosje (Autodeterminazione), un gruppo movimentista kosovaro, nemico giurato della missione dell’Onu e dei monasteri. Kurti ha più volte spiegato – lo ha fatto anche per la rivista italiana Limes – che l’extraterritorialità darebbe modo alla Serbia di conservare la propria sovranità sul Kosovo. Belgrado, questo il Kurti-pensiero, punterebbe infatti a sfruttare i monasteri come depositi di armi e come centri logistici, per continuare a controllare il Kosovo e impedire agli albanesi l’affrancamento dall’ipoteca esterna serba. In questa sua battaglia, Kurti, ex leader studentesco, s’è trascinato dietro una discreta pattuglia di ex combattenti dell’Uck, che più volte, provocatoriamente, hanno organizzato manifestazioni di protesta a Decani, contro l’extraterritorialità del monastero di Visoki e ipso facto di tutti gli edifici religiosi serbi presenti nella regione.

Secondo i calcoli del numero uno di Vetevendosje, se venisse concessa l’extraterritorialità a chiese e monasteri, il 9 per cento del territorio kosovaro rimarrebbe nelle mani di Belgrado. A giudicare dal precedente nefasto del 14 marzo 2004, i ragionamenti di Kurti fanno acqua da tutte le parti. Il Kosovo ha bisogno di multietnicità e tolleranza. Certo, se si avesse a che fare con uno stato “normale” non si ricorrerebbe all’extraterritorialità. Ma nel Kosovo, spicchio di Balcani grande appena quanto l’Abruzzo, risentimenti e veti incrociati, strascichi d’odio e muri, impediscono la dialettica tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. La tollerenza, in altre parole, va imposta. L’extraterritorialità serve a questo. Malgrado i teoremi di Kurti.

resetdoc.org


Bolivia: approvata la struttura della nuova Costituzione Politica

L’Assemblea ha approvato i lavori di 15 delle 21 commissioni, tra cui Visión de País, che promuove l’idea di uno stato plurinazionale e comunitario

Il presidente dell’Assemblea costituente della Bolivia, Silvia Lazarte, ha annunciato che nella notte tra sabato e domenica si è giunti all’approvazione della struttura generale dell’attesissima Costituzione politica. I lavori dell’Assemblea, iniziati il 6 agosto 2006, erano sospesi da tre mesi a causa delle manifestazioni contro il loro svolgimento. Negli ultimi giorni si sono verificati nuovi scontri tra forze dell'ordine e studenti a Sucre, centro amministrativo e politico dove si riunisce l'Assemblea, nel corso dei quali un uomo è stato ucciso e molti altri feriti. Lo scontento popolare è anche legato all'intenzione del governo Morales di modificare la distribuzione dei proventi derivanti dall'imposta diretta sugli idrocarburi.

L’Assemblea ha approvato i lavori di 15 delle 21 commissioni, tra cui Visión de País, che promuove l’idea di uno stato plurinazionale e comunitario. Secondo questa norma la Bolivia è una nazione libera, indipendente, sovrana, democratica, sociale e decentralizzata con autonomie territoriali. Lo Stato si fonda sul pluralismo politico ed economico, giuridico, culturale e linguistico. L’opposizione rigetta questa iniziativa, difendendo il riconoscimento di diritti collettivi: di identità culturale, autodeterminazione, autogoverno, autogestione e territorialità e accusa il nuovo progetto di intendere il potere sociale come meccanismo di controllo per i rappresentanti dei movimenti di tutto il paese e critica la proposta di una redistribuzione equitativa dal punto di vista economico. Un punto dolente sembra essere anche la proposta di spostare la sede di tutti i poteri dello Stato da La Paz a Sucre, già capitale boliviana nel 19° secolo. Sembra che tale cambiamento non solo costerà all’amministrazione miliardi di dollari, ma potrebbe dividere in modo irreparabile il paese.

L’approvazione della struttura costituzionale potrebbe costituire un’arma a doppio taglio per il presidente Morales: infatti se da una parte rappresenta un importante traguardo del partito di maggioranza, il Movimento al Socialismo, che ha puntato molto sul progetto costituente, dall’altra , a partire dalla prossima assemblea plenaria, i 139 delegati dovranno discutere, capitolo per capitolo il testo costituzionale e, considerando che quest’ultimo è stata ampiamente boicottato dall’opposizione, non sarà facile evitare ulteriori e più gravi fratture istituzionali e popolari.

Eleonora Maria Pani http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31055


Cancella il debito

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
La Bulgaria ha ottenuto dall'Iraq 360 milioni di dollari, per chiudere il capitolo del debito accumulato dal tormentato paese mediorientale verso Sofia negli anni della guerra fredda, soprattutto a causa del commercio di armi. Ed ora si apre il dibattito: cosa fare di questi soldi?
La Bulgaria si è accordata con l'Iraq per ricevere 360 milioni di dollari in contanti, nel 2008, quale compenso per estinguere il debito estero contratto dal paese arabo nei confronti di Sofia. La somma, in realtà, compre soltanto parzialmente il debito complessivo, pari a 1,860 miliardi di dollari, che verrà in gran parte condonato. L'accordo con l'Iraq è stato sottoscritto dal governo bulgaro lo scorso 8 novembre, dopo un negoziato durato due anni. La Bulgaria diviene così il primo paese del “Club di Parigi” a raggiungere con l'Iraq post-bellico un accordo per la risoluzione della questione del debito, come annunciato dal ministro delle Finanze bulgaro Plamen Oresharski. Secondo il ministro, è molto meglio assicurarsi oggi 360 milioni, piuttosto che aspettare 23 anni per ottenerne, almeno potenzialmente, il doppio, soprattutto vista la difficile situazione del paese mediorientale.

360 milioni: pochi o molti?

Secondo i quotidiani “Sega” e “Monitor”, la Bulgaria riceverà 360 milioni di dollari rispetto a crediti maturati per 3,5 miliardi. Bagdad, infatti, non accetta di pagare interessi nell'ordine di 1,8 miliardi di dollari, scrive “Monitor”. A Sofia, gli analisti economici si sono divisi sulla bontà dell'accordo raggiunto con le autorità irachene. Il professor Georgi Genov, decano della Facoltà di Economia Internazionale e Politica presso l'Università per il Commercio Nazionale ed Internazionale, ha commentato con favore l'iniziativa del governo bulgaro, ricordando che già in passato si era spesso parlato della possibilità che il debito iracheno venisse pagato attraverso forniture di petrolio, ma che poi non se ne era fatto nulla.

Fino al crollo del regime di Saddam Hussein, rovesciato dalla guerra condotta dalla “coalizione dei volenterosi” guidata dagli Usa, della quale ha fatto parte anche la Bulgaria, l'Iraq aveva accumulato 38,9 miliardi di dollari di debiti nei confronti dei paesi del cosiddetto “Club di Parigi”, di cui fanno parte 19 paesi, inclusi gli stessi Usa, la Russia, il Giappone e vari paesi dell'Ue. Alla fine del 2004 il nuovo governo iracheno ha firmato un memorandum con il Club per la remissione del debito. L'80% della somma dovuta è condonata, mentre il restante 20% dovrebbe essere restituito nel corso di 23 anni. Il debito dell'Iraq corrisponde al 12% del prodotto interno lordo bulgaro, e la Bulgaria si è trovata ad essere uno dei maggiori creditori del tormentato paese mediorientale. Dopo la firma dell'accordo, con cui la Bulgaria ha accettato “ora e subito” 360 milioni di dollari, è apparso subito chiaro quanto siano state poco realistiche le speranze di un diretto ritorno economico del supporto fornito all'epoca della guerra agli Usa da parte di Sofia, che nel 2003 partecipò con un contingente militare alla campagna della “coalizione dei volenterosi”. I miliardi del debito iracheno sembrano scomparsi nella sabbia, così come le altisonanti promesse del deputato del Movimento Nazionale Simeone Secondo (NDSV) Salomon Pasi, allora ministro degli Esteri, che assicurava l'appoggio degli Usa nella vertenza del debito iracheno, in cambio di un impegno diretto della Bulgaria nella guerra. Senza fondamento anche le promesse della possibilità di grossi guadagni per le compagnie bulgare, che avrebbero dovuto partecipare alla ricostruzione dell'Iraq post-bellico. Fino ad oggi nemmeno una ditta bulgara ha messo piede sul suolo iracheno. L'unica realtà è che il mantenimento di un contingente militare costa alla piccola Bulgaria milioni di leva, sottratti ad un magro budget insufficiente, ad esempio, per pagare uno stipendio dignitoso agli insegnanti.

Martin Dimitrov, deputato dell'Unione delle Forze Democratiche (SDS), partito dell'opposizione di destra, ha dichiarato che la decisione sul debito iracheno è stata presa dal governo “al buio”, che l'accordo è svantaggioso e che avrebbe dovuto essere discusso in parlamento. “L'accordo non mi sembra vantaggioso, visto che il governo ha recuperato appena il 30% del capitale, e se consideriamo anche gli interessi, di fatto ci hanno restituito solo il 18-19% del debito accumulato. Concessioni di questo tipo sono alla portata di stati come gli Usa e la Gran Bretagna, ma non è logico che vengano fatte da un paese come la Bulgaria”, ha detto Dimitrov. L'ex ministro delle Finanze, Stoyan Aleksandrov, ha dichiarato: “Con l'Iraq non si possono fare accordi, oggi, senza il benestare degli americani”, ricordando che il debito è il risultato dell'esportazione di armi verso il paese mediorientale, e che il mondo finanziario ha in generale un atteggiamento negativo verso tali tipi di rapporti commerciali, cosa che rende più difficile ottenere sostegno nelle risoluzione delle diatribe economiche. D'altra parte, sempre secondo Aleksandrov, l'esportazione di armi ha comunque fornito alla Bulgaria grossi guadagni, attraverso prezzi gonfiati del 200-300%.

“Kinteks”: vendita a credito, armi in regalo

Gli enormi guadagni della vendita di armi da parte dell'allora regime comunista bulgaro, in realtà, sembrano essere più mito che realtà. In una serie di articoli sul tracollo economico del regime, il quotidiano “Dnevnik” ha messo in luce il fatto che la “Kinteks”, gruppo produttore di armi, aveva sottoscritto una serie di contratti senza ricevere una contropartita in contanti. Iraq, Algeria, Iran e Libia compravano, sì, armi, ma a credito. Il debito dell'Iraq verso la Bulgaria si è accumulato ai tempi della guerra fredda, quando i due paesi erano buoni partner economici. Oltre all'esportazione di armamenti, ai tempi del socialismo reale la Bulgaria, attraverso la “Kinteks” giocava anche un ruolo importante nella realizzazione delle infrastrutture irachene, mentre molti ingegneri e medici bulgari lavoravano a Bagdad. Con l'inizio della guerra Iran-Iraq (1980-88) il flusso di armi bulgare verso l'Iraq ha attraversato cambiamenti profondi. L'esportazione di armi dalla Bulgaria all'Iraq era cominciata nel 1976, e fino all' '80 ogni anno il regime di Bagdad ha comprato circa 15-20 milioni di dollari di armamenti. Fino al 1983 i pagamenti vengono effettuati in contanti, poi l'Iraq ha iniziato ad acquistare a credito, accumulando così miliardi di debito, il cui pagamento è stato sempre dilazionato nel tempo. Così, nel 1986, il commercio di armi rappresentava in realtà una perdita per il governo di Sofia, perdita inserita nella categoria “debito di paesi terzi verso la Bulgaria”, capitolo che al crollo del regime è arrivato a pesare 1,5 miliardi di dollari. Il complesso militar-industriale bulgaro lavorava in perdita, e “rifilava” armi a clienti non in grado di pagare. Nonostante l'Iraq fosse il suo maggior debitore, la Bulgaria, nel 1988 ha venduto al regime di Saddam Hussein armi per il valore di più di 200 milioni di dollari, tutte, naturalmente, rimaste non pagate.

Soldi al vento o investimenti mirati?

Anche se rappresentano solo una piccola parte del debito, 360 milioni di dollari sono pur sempre una bella somma. Dopo la firma dell'accordo, sono iniziate le discussioni su come spendere questi soldi. Il quotidiano “Trud” ha scritto che questi soldi andrebbero investiti, e non spesi per stipendi e pensioni. “Trud” ha sviluppato alcune idee. La prima, provocatoria, è di gettarli al vento, comperando 3100 Mercedes per i parlamentari. Con questa somma, poi, si potrebbero dare 64 leva ad ogni cittadino, soluzione di sapore populista. Oppure, 2,3 milioni di pensionati potrebbero ricevere 208 leva una tantum. Con questi milioni, si potrebbero poi costruire alcune infrastrutture, come terminare l'autostrada “Trakiya” da Stara Zagora a Karnobat, oppure realizzare uno stadio coperto a Sofia o, infine, scavare tunnel che attraversino la catena dei Balcani.

Capiremo presto se questi 360 milioni di dollari saranno soldi gettati al vento, oppure una boccata d'ossigeno per il budget dello stato. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8601/1/51/

SRI LANKA
Per una centrale a carbone, il governo riduce in miseria Norochcholai,
di Melani Manel Perera
Lo denuncia un gruppo interreligioso di cattolici e musulmani che ha svolto una giornata di preghiera comune come forma di protesta. La centrale avrebbe un impatto ambientale disastroso sul territorio e già molte famiglie soffrono degli sfratti ordinati dal presidente: le nuove abitazioni, fornite dal governo, crollano e sono isolate da ogni servizio di base.

Colombo (AsiaNews) – Per soddisfare il fabbisogno energetico del Paese il governo dello Sri Lanka sta portando avanti progetti controversi, che espongono il territorio ad un alto rischio inquinamento e illudono la popolazione in un futuro migliore e in uno sviluppo, che si rivela solo una falsa promessa. Anzi getta numerose famiglie in una condizione ancora più misera di quella in cui vivevano. È dura la condanna delle autorità religiose cattoliche e musulmane, che a Norochcholai, nel distretto di Puttalam, a nord di Colombo, continuano la loro battaglia contro la costruzione di una centrale energetica a carbone. In un’ultima iniziativa di protesta il Gruppo interreligioso si è riunito in una giornata di preghiera comune al santuario di S. Anna a Talawila lo scorso 24 novembre. Oltre 1500 persone erano presenti a questa manifestazione pacifica, tutti convinti che “l’insistenza con cui il presidente Mahinda Rajapakse cerca di concludere il progetto della centrale a Norochcholai, riveli la malvagità che si cela invece dietro il suo apparente impegno umanitario”.
 
Una joint venture tra governo cingalese e una compagnia cinese prevede la costruzione a Norochcholai di una centrale a carbone, la cui realizzazione costerebbe 450 milioni di dollari. La centrale, da 300 MW, sarà la prima a carbone nel Paese. Ma le emissioni della combustione di carbone in centrali elettriche rappresentano la più grande fonte artificiale di anidride carbonica, che secondo la maggior parte degli studiosi del clima è causa primaria del riscaldamento globale. Una centrale a carbone, durante il suo funzionamento, emette inoltre più radioattività di quella di una centrale nucleare di pari potenza.
 
P. Sarath Iddamalgoda, membro della “Alleanza per la protezione delle risorse naturali e dei diritti umani”, spiega ad AsiaNews: “Da anni combattiamo contro questo progetto e il presidente stesso è intervenuto più volte per metterci a tacere. È venuto qui a fare alla gente promesse di un futuro migliore grazie alla centrale, ma solo per guadagnare consensi al progetto”. Gli abitanti, però, hanno capito la realtà: 81 famiglie sono state sfrattate dalle loro terre di origine per fare spazio ai lavori, e trasferite in aree dove non possono soddisfare nemmeno i loro bisogni primari. “Le difficoltà di trasporti, accesso a strutture sanitarie e scolastiche sono enormi”, denuncia lo stesso sacerdote. Le nuove case in cui sono state trasferite queste persone, inoltre, non rispettano gli standard di sicurezza e le mura stanno già iniziando a cedere.
 
“Per non contare i danni al territorio e all’economia della popolazione, che vive della terra e del mare”, aggiungono alcuni abitanti, che hanno partecipato all’incontro di preghiera: le piogge acide che seguiranno all’attivazione della centrale distruggeranno intere coltivazioni e la pesca verrà compromessa. “Il governo ha il dovere di salvaguardare i contadini e i pescatori – ricorda suor Christine Fernando, anche lei a Talawila – quando pensa a mega-progetti come questo deve prima di tutto rispettare al dignità e i diritti della sua gente”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10913&size=A

LO TSUNAMI FINANZIARIO: IL DEBITO IPOTECARIO SUBPRIME

E’ SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG

DI F.WILLIAM ENGDAHL
Global Research

Parte 1: la dolorosa lezione della Deutsche Bank

Perfino i miei amici esperti banchieri mi assicurano che a parer loro il momento peggiore del cataclisma da cui sono state colpite le banche statunitensi è oramai superato, e che la situazione sta lentamente tornando alla normalità. Ma nel loro roseo ottimismo manca la percezione dell'ampiezza del deterioramento in atto sul mercato mondiale del credito, che ruota attorno al mercato americano dei titoli garantiti, e in particolare a quello delle COD (Collateralized Debt Obligations) e delle CMO (Collateralized Mortgage Obligations). Ogni attento lettore ha senz'altro sentito dire "Si tratta di una crisi del mercato statunitense del debito ipotecario subprime". Ma quasi nessuno di quelli che conosco ha capito che il problema dei subprime è solo la punta di un colossale iceberg, ora in lento scioglimento. Vi faccio un esempio recente per spiegarvi la mia convinzione che lo "tsunami finanziario" stia solo cominciando.

Pochi giorni orsono la Deutsche Bank ha subito un rude colpo quando un giudice dell'Ohio (USA) ha emesso una sentenza in cui dichiara che la banca non ha il diritto legale di pignorare 14 case i cui proprietari non erano riusciti a rispettare le scadenze di rimborso del mutuo. Può sembrare roba di poco conto per la Deutsche Bank, che con 1,1 trilioni di euro di beni patrimoniali in tutto il mondo è una delle banche più grandi. Come direbbe Hilmar Kopper, "noccioline". Ma per il mondo bancario anglosassone e per i suoi alleati europei (Deutsche Bank, BNP Paribas, Barclays Bank, HSBC, e altri) non si tratta affatto di noccioline. Perché?



C.A. Boyko, un giudice statunitense del distretto federale di Cleveland (Ohio) ha respinto una richiesta della Deutsche Bank National Trust Company. La sussidiaria americana della Deutsche Bank stava cercando di pignorare 14 case abitate da residenti di Cleveland, per poterle includere tra i propri beni patrimoniali.

Ed ecco il sassolino nell'ingranaggio. Il giudice ha chiesto alla Deutsche Bank di esibire i documenti che provavano il diritto legale sulle 14 case, e la banca non ha potuto farlo. Tutto quello che i legali della DB potevano esibire era un documento che mostrava solo un "intento di far valere i diritti nell'ipoteca", ma non l'ipoteca vera e propria, elemento fondamentale dei diritti di proprietà in Occidente sin dai tempi della Magna Charta.

E perché la Deutsche Bank non poteva esibire le 14 ipoteche sulle 14 case? Perché viviamo nell'esotico nuovo universo della "cartolarizzazione globale", in cui banche come la DB o Citigroup comprano decine di migliaia di ipoteche da piccole banche di credito locali, le "raggruppano" in nuove emissioni Jumbo - che ricevono poi un rating di Moody, Standard & Poors o Fitch ­- e le rivendono come obbligazioni ai fondi pensionistici, ad altre banche o agl'investitori privati, ingenuamente convinti di stare acquistando obbligazioni con un rating AAA (il più alto) e ignari che il loro pacchetto di, diciamo, 1.000 differenti ipoteche immobiliari, contiene forse un 20% di prestiti "subprime", con una qualità di credito dubbia.

I profitti ricavati negli ultimi sei anni dai più grandi operatori del mercato finanziari – da Goldman Sachs a Morgan Stanley, a HSBC, a Chase, e, proprio così, alla Deutsche Bank – erano d'altronde così strabilianti che ben pochi si sono presi il disturbo di esaminare a fondo i rischiosi modelli usati dai professionisti che li avevano messi a punto. E di certo non le tre grandi società di rating, responsabili di un criminale conflitto d'interessi nell'assegnare i punteggi. Lo scorso agosto la situazione è bruscamente cambiata e da allora, una dopo l'altra, le più importanti banche hanno pubblicato rapporti sulle disastrose perdite legate ai subprime.

Un nuovo imprevisto fattore

La sentenza dell'Ohio che ha respinto la richiesta della DB di pignorare e mettere le mani su 14 case a causa del mancato pagamento delle rate è molto più di un semplice sfortunato incidente della banca di Josef Ackermann. È un precedente disastroso per tutte le banche che posseggono quella che avevano pensato fosse una garanzia sotto forma di bene immobiliario.

Come mai? Perché la complessa struttura dei titoli garantiti e la proprietà largamente frazionata dei titoli ipotecari (non le ipoteche vere e proprie ma solo i titoli basati su tali ipoteche) non permette a nessuno di sapere chi esattamente possiede il documento ipotecario fisico. Oplà. Un piccolo dettaglio legale che i nostri superesperti di strumenti derivati di Wall Street hanno ignorato quando, negli ultimi sei o sette anni, si sono dedicati a raggruppare e distribuire centinaia di milioni di dollari di CMO. A gennaio 2007 negli Stati Uniti erano in circolazione 6,5 trilioni di dollari in crediti ipotecari cartolarizzati. Troppo, qualunque sia il criterio di misura!

Nel caso dell'Ohio, la Deutsche Bank agisce come "curatore" del "pool di cartolarizzazione", o dei gruppi di investitori vari che possono essere dovunque. Ma il curatore non ha mai posseduto il documento legale noto come "ipoteca". Il giudice Boyko ha ordinato alla DB di provare che era il possessore dell'ipoteca o dei titoli, e la banca non ha potuto farlo. La DB ha solo potuto affermare che in casi simili le banche avevano ottenuto il pignoramento per anni, senza nessuna opposizione. Il giudice ha quindi affermato che le banche "sembrano aver adottato il punto di vista secondo cui, poiché è stata usata per tanto tempo senza obiezioni, la procedura equivale all'approvazione legale. Messa finalmente alla prova" - ha concluso il giudice - "i deboli argomenti legali a sostegno spingono questa corte a bloccarla". La Deutsche Bank ha rifiutato di commentare la decisione.

E adesso?

Mentre le informazioni su questo precedente legale si diffondono negli USA come un incendio forestale in California, centinaia di migliaia di pugnaci proprietari che avevano abboccato all'esca in tempi di tassi d'interesse storicamente molto bassi e avevano comprato un casa – spesso senza caparra e con un piano ARM (Adjustable Rate Mortgages) di "soli interessi", caratterizzato da rimborsi estremamente ridotti per i primi due anni – si trovano adesso con rate del prestito salite alle stelle, fino al punto da spingere l'economia americana in una dura recessione (chiedo scusa per la quantità di abbreviazioni usate, ma è colpa dei banchieri di Wall Street, non mia).

Il picco della bolla immobiliare statunitense (iniziata all'incirca nel 2002, quando Alan Greenspan aveva ripetutamente effettuato i più aggressivi tagli dei tassi nella storia della Federal Reserve) si è avuto nel 2005-2006. L'intento di Greenspan, come da lui stesso ammesso all'epoca, era quello di rimpiazzare la bolla delle azioni Dot.com con una bolla di investimenti e crediti immobiliari. Era infatti arrivato alla conclusione che non c'era altra scelta, se si voleva evitare una profonda recessione dell'economia statunitense. Col senno di poi, una recessione nel 2002 sarebbe stata di gran lunga più moderata e meno dannosa di quella che stiamo affrontando adesso.

Naturalmente, nel frattempo Greenspan si è confortevolmente ritirato, ha scritto le sue memorie e ha passato il controllo del (e i rimproveri per il) pasticcio a un giovane ex professore di Princeton, Ben Bernanke. Essendomi laureato proprio a Princeton, lasciatemi dire che non affiderei mai e poi mai la politica monetaria della più potente banca centrale al mondo a un professore di economia di Princeton. Lasciamoli nelle loro torri d'avorio.

L'ultima fase delle bolle speculative è sempre quella in cui l'istinto animale si scatena. È stato così in tutti i casi più importanti, dalla speculazione Holland Tulip negli anni intorno al 1630 a quella del South Sea del 1720, fino al crollo di Wall Street nel 1929. Ed è stato così anche con la bolla speculativa immobiliare del 2002-2007. Negli ultimi due anni del boom delle vendite di mutui immobiliari, le banche erano sicure di poter rivendere le ipoteche a qualche istituto finanziario di Wall Street, che le avrebbe poi unite a migliaia di altre ipoteche, migliori o peggiori, e rivendute come obbligazioni ipotecarie garantite. In preda all'ingordigia, le banche diventavano sempre meno attente alla solvibilità finanziaria dei potenziali proprietari, e in molti casi non si preoccupavano nemmeno di controllare se il cliente aveva un lavoro. Chi se ne fregava? L'ipoteca sarebbe stata rivenduta e cartolarizzata, e poi il rischio di operazioni in sofferenza era storicamente basso.

Eravamo nel maggio 2005. La maggior parte dei prestiti ipotecari subprime con la formula ARM è stata emessa nel 2005-2006, l'ultima e più furiosa fase della bolla statunitense. Una nuova ondata di ipoteche in sofferenza si prepara dunque a irrompere sulla scena agl'inizi del 2008: tra dicembre 2007 e luglio 2008 gl'interessi di oltre 690 miliardi di dollari di ipoteche schizzeranno verso l'alto, come previsto dai termini dei contratti ARM stipulati due anni orsono. E ciò significa che i tassi d'interesse sul mercato faranno innalzare di botto le quote di rimborso mensile, proprio quando la recessione provoca un ribasso delle entrate. Centinaia di migliaia di persone saranno costrette a ricorrere all'ultima risorsa di tutti i proprietari: sospendere i pagamenti mensili.

Ed è qui che la decisione della corte dell'Ohio farà in modo che la prossima fase della crisi dei mutui statunitensi assuma le dimensioni di uno tsunami. Se il precedente della Deutsche Bank viene confermato in appello dalla Corte suprema, milioni di proprietari saranno in difetto, ma le banche non potranno usare le case come garanzia patrimoniale da rivendere. Robert Shiller di Yale, controverso e spesso corretto autore del libro Irrational Exuberance (che prevedeva il crollo delle Dot.com nel 2001-2002) stima che in certe aree del paese i prezzi delle case potrebbero crollare anche del 50%, visto il crescente differenziale tra prezzi di acquisto e di affitto.

I 690 miliardi di dollari di "soli interessi" degli ARM in scadenza da adesso a luglio 2008 sono in massima parte non proprio dei subprime ma qualcosa di leggermente, però solo leggermente, migliore. Secondo la First American Loan Performance, un'agenzia di ricerche americana, sono stati emessi contratti ARM di "soli interessi" per un valore di 1,4 trilioni di dollari. Un recente studio ha calcolato che, siccome nei prossimi 9 mesi questi ARM avranno costi d'interesse estremamente più alti, oltre 325 miliardi di dollari di mutui andranno in sofferenza, lasciando 1 milione di proprietari tecnicamente in difetto. Ma se le banche sono impossibilitate a usare le case come valori per controbilanciare i mutui ipotecari in perdita, il sistema bancario statunitense e buona parte di quello mondiale dovranno far fronte a un caos finanziario al cui confronto gli avvenimenti attuali sembreranno vere "noccioline". Discuteremo le implicazioni geopolitiche mondiali della situazione nel nostro prossimo articolo, Lo tsunami finanziario: parte 2.

F. William Engdah, autore di A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, è un ricercatore associato del CRG (Centre for Research on Globalization). Il suo libro più recente, appena pubblicato da Global Research, è Seeds of Destruction, The Hidden Agenda of Genetic Manipulation.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7413
23.11.07

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura DI CARLO PAPPALARDO


LA BOMBA DELLA DISCORDIA UCCIDE 25 AFGANI

Un caso emblematico della confusione dovuta alla doppia catena di comando tra Isaf/Nato e coalizione a guida americana il balletto di cifre e il palleggio di responsabilità nell'ennesimo raid aereo con bombardamento e vittimi civili. Venticinque secondo fonti locali. Dodici per il governatore del Nuristan, provincia afgana del Nordest dove mercoledi una "bomba amica" ha ucciso tecnici e operai

Dall'inviato

Emanuele Giordana

Giovedi' 29 Novembre 2007

Kabul – Sarebbero almeno una dozzina, ma forse addirittura venticinque, le vittime di un ennesimo raid aereo, avvenuto nella notte tra mercoledì e giovedì tra le montagne del Nuristan, una zona impervia del Nordest afgano. Una bomba sganciata da un aereo ha seminato la morte nel sonno in un gruppo di operai e tecnici che lavoravano alla costruzione di una strada nel cuore di una regione montagnosa e nota per le sue ricchezze minerarie. Si erano rifugiati nelle loro tende nel disperato tentativo di scampare a un bombardamento quando, nei pressi del villaggio di Kamdesh, gli aerei delle forze multinazionali, col compito di proteggere la popolazione afgana dai talebani, sbagliando clamorosamente bersaglio, hanno centrato i loro ricoveri provvisori. Ma l’operazione resta ancora confusa e, mentre scriviamo, l’Isaf/Nato non ha smentito nè accreditato il numero delle vittime fornito dalle autorità locali, anche se ha ammesso di aver bombardato la zona ma senza dire quando. Nel contempo la coalizione a guida americana, citata dall’Associated Press, starebbe accertando quanto accaduto in Nuristan dopo che funzionari afgani le avrebbero attribuito il raid dovuto a un errore di intelligence. Un caso emblematico della confusione dovuta alla doppia catena di comando tra Isaf/Nato e coalizione a guida americana.
In un paese dominato dall’incertezza anche nel modo di condurre la guerra, nemmeno i numeri sono certi. Dodici morti è la cifra che il governatore della provincia del Nuristan, Tamimi Nuristani, ha fornito alla France Press, sostenendo che effettivamente i talebani era nei dintorni. Ma l’agenzia di stampa Pajhwok, un’accreditata quanto giovane testata giornalistica della capitale, ha fatto salire il bilancio a 25. E in effetti in giornata il loro numero ha continuato a lievitare, da 12 a 14, da 22 a 25. Forse è ancora per difetto visto che secondo fonti locali, citate dall’edizione in pashtun della Bbc, il bilancio sarebbe ancora piu’ alto. Il malik locale, Taj Mohammad, ha detto però di non avere dubbi, avendo contato personalmente le bare nel numero di venticinque. Alla strada, tra il distretto di Noorkaram e quello di Duap, stavano lavorando diverse maestranze. Almeno 14 vittime farebbero parte di una Ong afgana finanziata con denaro coreano. Gli altri sembra appartenessero a una società di costruzioni afgana.
L’ennesimo passo falso della Nato o della coalizione (la responsabilità non è ancora stata accertata), rischia di compromettere il già fragile equilibrio interno all’Isaf dopo che, proprio settimana scorsa, il segretario generale dell’Alleanza atlantica Jaap de Hoop Scheffer aveva ribadito che la Nato farà il possibile per evitare vittime civili. E dopo l’uscita di qualche mese fa sulle “bombe piu’ piccole” per far meno male, de Hoop Scheffer dovrà ora spiegare che speranze ci sono di evitare che tutto continui come prima. L’ennesimo errore è da mettere in conto a un’opzione militare che non sembra tener conto della richiesta di una svolta che, seppur a fatica, comincia a farsi strada in diverse cancellerie. Ma che già da tempo dev’essere nella testa degli afgani.
Avere notizie da e sul Nuristan è difficile oggi ma lo è stato anche in passato. La “terra nascosta” dell’Hindukush è una delle zone piu’ impervie, magiche e forse piu’ ricche del paese. Nota un tempo come Kafiristan, la terra degli infedeli perché i nuristani erano tra i pochi afgani non musulmani, è diventata solo nel 2001 una delle 34 province del paese. E’ formata dalla parte Nord delle province di Laghman e Kunar, quest’ultima ad alta infiltrazione guerrigliera, e confina a Nord col Badakshan, la regione piu’ povera del paese, e a Est col Panjshir, la famosa terra di Shah Massud. Ma il Nuristan ha anche un lungo confine col Pakistan ed e’ considerata una zona di passaggio chiave per i talebani o i loro sodali. Non e’ la prima volta che se ne parla per la caccia ai guerriglieri. Si dice che ai tempi dell’invasione sovietica, Mosca fece fare prospezioni e carotaggi per verificarne la ricchezza che le ricerche confermarono. Minerali quasi a cielo aperto ma difficilissimi da trasportare cosi’ che la partita venne chiusa aspettando tempi migliori. Che non arrivarono. Ma adesso ci si sta lavorando, forse proprio per metter mano a quelle ricchezze.

su il manifesto


Nell'immagine una riunione della Nato


CLIMA: LULA, “I PAESI RICCHI PAGHINO PER I GAS SERRA”




“È opportuno che i paesi ricchi sappiano che a Bali discuteremo seriamente il prezzo che loro devono pagare affinché i paesi poveri possano preservare le loro foreste. Perché nessuno convincerà un povero, di qualsiasi paese, che non può tagliare alberi se non in cambio del diritto a lavorare e a magiare. È la contropartita di chi è responsabile del 70% delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra”: lo ha detto il presidente brasiliano Luiz Ignácio Lula da Silva riferendosi all’imminente Conferenza mondiale sul clima dell'Onu prevista dal 3 al 14 dicembre a Bali, in Indonesia, dove 180 paesi saranno chiamati a decidere su un nuovo protocollo per l’ambiente destinato a succedere a quello di Kyoto, in scadenza nel 2012. “A Bali vogliamo un dialogo profondo e serio per vedere se riusciamo a uscire dalla fase dei documenti, delle intenzioni, e adottare un comportamento, almeno uno, che sia concreto” ha proseguito Lula, aggiungendo che in quella sede il Brasile “non accetterà di essere trattato come un ‘cittadino di seconda classe’. Oggi l’85% dell’energia elettrica brasiliana è rinnovabile e pulito, lo stesso accade per il 45% di tutta l’energia. Per questo non accetteremo lezioni, siamo disposti al dialogo ma non alle imposizioni”. http://www.misna.org/



Repubblicani con i nervi tesi al dibattito CNN-YouTube

 

L’idea di dover rispondere alle domande di un pupazzo di neve o di una coppia gay, come e’ accaduto ai democratici lo scorso luglio, li tiene con i nervi tesi. Ma stavolta non c’e’ scampo: dopo un primo rinvio lo scorso settembre, dovuto alle riserve di Rudy Giuliani e Mitt Romney, per i repubblicani e’ venuto il momento di fare i conti con il dibattito ‘modello YouTube’. […]
   A sei settimane dai primi voti, con lo scenario ancora aperto a ogni sorpresa e nessun candidato in fuga, gli aspiranti presidenti repubblicani si sono riuniti a St.Petersburg, in Florida, per confrontarsi in un evento che potrebbe segnare una svolta. Molti segni di nervosismo hanno preceduto il dibattito organizzato dalla CNN, con un copione analogo a quello dei democratici a luglio: domande della gente comune affidate a video di 30 secondi messi in rete sul popolare sito Internet YouTube.com (controllato dal colosso del web Google).
   Il momento e’ critico per i repubblicani, con Romney che in Iowa - dove si vota il 3 gennaio - vede insediata la propria leadership nei sondaggi dall’emergente Mike Huckabee, e Rudy Giuliani che sta cercando di trovare il modo di risalire negli stati dei primi voti, dove e’ indietro nel gradimento degli elettori. Alla vigilia del dibattito, la preoccupazione degli strateghi politici era che una qualche domanda poco ortodossa potesse creare imbarazzi a un candidato. ‘’La presidenza dovrebbe venir decisa a un livello piu’ alto'’, disse con una punta di sdegno lo scorso luglio Romney, dopo aver assistito al dibattito in cui Hillary Clinton, Barack Obama e gli altri democratici si sono trovati a dover rispondere, tra l’altro, a domande sull’effetto serra pronunciate da un pupazzo di neve.
   La CNN ha ricevuto oltre 5.000 video e ha passato giorni a selezionarne una quarantina da sottoporre ai candidati. Gli staff politici hanno tenuto il fiato sul collo al network, nel timore che tentasse qualche colpo basso. A settembre, i candidati avevano fatto saltare il primo appuntamento con il dibattito CNN-YouTube, ma alla fine hanno dovuto rassegnarsi e adeguarsi al nuovo modo di far politica nell’era di Internet. ‘’Capisco che ci sia chi e’ cauto di fronte alle nuove tecnologie - ha detto Anderson Cooper, il giornalista della CNN chiamato a moderare il dibattito - ma ormai Internet non puo’ piu’ venir considerata una novita’ e se i candidati respingessero questo tipo di iniziative, correrebbero il rischio di apparire completamente slegati dalla realta’. E stupidi'’.
   I repubblicani pero’ non si fidano molto della CNN, che accusano di avere tendenze troppo liberal rispetto alla loro beniamina, FoxNews. Una battuta diffusa negli staff dei politici repubblicani e’ che CNN significa ‘Clinton News Network’. Il timore e’ che attivisti democratici, sotto mentite spoglie, abbiano inviato decine di videodomande a tradimento, dopo aver imparato a luglio la lezione su quali abbiano piu’ possibilita’ di venir accettate. Quel che e’ certo e’ che un candidato presidente democratico, il senatore Chris Dodd, ha sottoposto una sua domanda senza nascondersi dietro pseudonimi, maschere o pupazzi di neve: il suo video chiede ai repubblicani come intendono preservare il rispetto dei diritti individuali previsto dalla costituzione americana.
   Il dibattito e’ il primo cui si sottopongono da oltre un mese i repubblicani e le previsioni della vigilia sono state di molti attacchi a Huckabee, che sta salendo in modo sorprendente nei sondaggi. Giuliani ha avuto il vantaggio di giocare in qualche modo in casa: in Florida ha il 30% dei consensi, il doppio del piu’ immediato inseguitore, e St.Petersburg e’ una comunita’ di pensionati piena di anziani newyorchesi che adorano l’ex sindaco Rudy. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/11/28/repubblicani-con-i-nervi-tesi-al-dibattito-cnn-youtube/#more-419


Spagna: porta d'ingresso della cocaina

Consumo di droga in Europa, concorsi Epso, il futuro del Kosovo e la Serbia alle porte dell'Ue. Le ultime da Bruxelles.
Concorsi Ue (Foto Xufa/ Flickr)
Guarda su Epso per lavorare a Bruxelles

Vuoi lavorare a Bruxelles? D’obbligo, questa settimana, dare un'occhiata alle offerte di Epso, l’Ufficio per la selezione del personale dell’Unione europea. Cercano aspiranti talenti provenienti da Romania e Bulgaria, domande presentabili da giovedì 22 novembre. Si cercano esperti di diritto, economia e pubbliche relazioni. Stesse opportunità anche per gli altri abitanti dei Paesi entrati nell'Ue nel 2004, fatta eccezione per Cipro. Ma attenzione: non servono traduttori. La potente eurocrazia ne ha già a sufficienza per conquistare il mondo.

Il tormentone Kosovo

(Foto, Litscher/Flickr)Non importa quanto vicini o lontani siano i paesi candidati all’ingresso nell’Ue: tutti possono sentire il fiato sul collo delle istituzioni europee. La Serbia è ancora disperatamente alla ricerca di un pass per l’Unione. Dovrebbe riuscire a strappare lo status di candidato il prossimo anno, con o senza la provincia sud del Kosovo, che potrebbe perdere sulla strada verso Bruxelles. Martedì 20 novembre i leader di Belgrado e Pristina si sono incontrati per l’ennesimo faccia a faccia alla Commissione europea per cercare un accordo. Il Kosovo vuole l’indipendenza. La Serbia vuole il Kosovo: provate voi a metterli d’accordo…

Più bimbi per l’Europa

“(Foto,Questa settimana Bruxelles si è fatta sentire. In un rapporto del Comitato per l’occupazione discusso mercoledì 14 novembre si è parlato di vicende private dei cittadini, come il futuro demografico dell’Europa. Un problema che ha sottolineato come «la scelta di avere figli spetti all’individuo», anche se ritiene sia «possibile incrementare la natalità.» Il messaggio del Parlamento europeo non potrebbe essere più chiaro: l’Europa ha bisogno di più bambini, datevi da fare gente! Sicuramente Bruxelles troverà il modo di influenzare la natalità, magari con una politica inversa a quella cinese: fai un figlio, avrai il secondo gratis.

L'1,3% degli europei sniffa

(Foto, jpIreland photline/Flickr )È quanto ha affermato il dossier 2007 dell'Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze reso pubblico il 22 novembre. È la Spagna il Paese europeo col più alto tasso di consumo di droghe e la porta principale per l’ingresso della cocaina nell’Ue. Un vero paradosso secondo il Direttore dell’Osservatorio Wolfgang Götz visto che in Spagna i controlli sul traffico di stupefacenti sono i più severi dell'Ue.

Foto nel testo: Kosovo (Litscher/ Flickr), Bebè(fsilva/Flickr), cocaina (jpIreland Photoline/ Flickr)
Ivana Petricevic - Bruxelles - http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13030

Cecenia, divide et impera
Il fronte indipendentista si spacca dopo la svolta jihadista del suo leader
Da settimane a Grozny, nelle comunità dei rifugiati ceceni in Europa e sui siti internet ceceni non si parla d’altro: la proclamazione dell’emirato del Caucaso da parte del leader della guerriglia cecena Dokka Umarov e la conseguente definitiva spaccatura della leadership indipendentista, con i ‘giovani’ integralisti e i ‘vecchi’ moderati che si scomunicano e si accusano a vicenda di tradimento.
 
UmarovDal nazionalismo al jihadismo. In un video diffuso a fine ottobre, il barbuto e paffuto capo dei ribelli Dokka Umarov ha annunciato una svolta ideologica radicale: non più guerra d’indipendenza per la liberazione della nazione cecena dall’occupazione russa, bensì jihad per la creazione di un emirato nord-caucasico, intesa come guerra globale contro l’Occidente intero. “Respingo tutti i nomi che gli infedeli usano per dividere noi musulmani”, ha detto Umarov. “Dichiaro illegali quelle entità territoriali etniche coloniali chiamate ‘Repubbliche del Caucaso del Nord’. Dichiaro quindi ufficialmente la creazione dell’Emirato del Caucaso, comprendente le attuali Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Ossezia del Nord, Canarino-Balcaria e Karachievo-Circassia”. E poi: “Il nostro nemico non è solo la Russia, ma tutti i nemici dell’Islam come Israele, Stati Uniti e Gran Bretagna”. Firmato: “L’emiro del Caucaso”.
 
ZakayevLa reazione dei moderati. Immediata e durissima la reazione della ‘vecchia guardia’ degli indipendentisti ceceni, nazionalisti moderati, gli esponenti del governo in esilio della Cecenia indipendente – quello presieduto dal defunto presidente Aslan Maskhadov nel periodo 1996-1999.
Il loro capofila, il rappresentante dei ribelli ceceni in Europa, Akhmed Zakayev, ha accusato Umarov di aver fatto un gran regalo a Putin. “Condanno categoricamente le sue dichiarazioni – aveva detto da Londra Zakayev – perché così la nostra legittima causa indipendentista viene assimilata al cosiddetto terrorismo internazionale”.  Zakayev ha addirittura accusato Umarov di aver agito su ordine dei servizi segreti russi in cambio di danaro.
Il 6 novembre il ‘parlamento ceceno in esilio’ ha ufficialmente spodestato Dokka Umarov dalla guida del movimento indipendentista ceceno: al suo posto, il 23 novembre, è stato nominato Zakayev.
Umarov e i suoi luogotenenti, che dalle montagne della Cecenia meridionale guidano concretamente la guerriglia, hanno contrattaccato accusando di insubordinazione e tentato golpe Zakayev e i suoi amici esiliati.
 
Donne ceceneLa rabbia della gente. “I miei tre figli – dice a Iwpr Satsita Mazhayeva, 59 anni, di Grozny –sono morti in guerra per l’indipendenza della loro patria, per poter vivere liberi nella terra dei loro avi, non per avere un emirato!”.
“Umarov ha sbagliato perché così danneggia l’immagine della causa cecena – commenta uno studente della capitale – ma quello che ha fatto è tutta colpa dell’Occidente che, per non compromettere gli accordi energetici con Mosca, si è sempre rifiutato di appoggiare gli indipendentisti moderati ceceni, consegnando così la guerriglia in mano ai radicali islamici”.
“Questa storia dell’emirato serve solo ai russi”, dichiara a Caucasian Knot Ramzan, insegnante in pensione di Grozny. “Come gli attacchi in Daghestan e gli attentati di Mosca del 1999, o le prese di ostaggi al teatro Dubrovka nel 2002 e alla scuola di Beslan nel 2004: sono tutte cose che servono al Cremlino per giustificare la guerra contro la Cecenia agli occhi del mondo”.
“L’annuncio di Umarov è una follia – gli fa eco un ex militante indipendentista – perché farà perdere quel poco di sostegno che la causa cecena ha ancora nel mondo e perché Putin ora potrà urlare ai quattro venti che lui in Cecenia combatte una guerra contro il terrorismo islamico internazionale”.
“Ma cosa importa a noi ceceni dell’emirato?!”, si domanda un altro veterano della guerra. “Alla gente ormai interessa solo tornare a vivere in pace, ricostruire le proprie case, mandare a scuola i figli. Non certo combattere una jihad senza fine per obiettivi assurdi”.

 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9418

Voli CIA : Claudio Fava eletto eurodeputato dell'anno
di osservatoriosullalegalita.org

L'europarlamentare italiano Claudio Fava e' stato eletto "deputato europeo dell'anno" dai cittadini europei attraverso European Voice, rivista del prestigioso settimanale 'The Economist'. Claudio Fava, siciliano, e' giornalista e figlio del saggista e giornalista della testata "I Siciliani" Giuseppe Fava, ucciso da Cosa Nostra.

L'esponente del Gruppo Socialista al Parlamento europeo era stato selezionato dalla giuria dell'Economist per il lavoro svolto alla guida della commissione di inchiesta sui voli e prigioni CIA in Europa, una vicenda che il nostro sito ha seguito fin dagli albori. "E' un riconoscimento per l'intero Parlamento europeo- ha commentato Fava - per la nostra determinazione nel pretendere la verità, tutta la verità, su ciò che è accaduto nei nostri Paesi dopo l'11 settembre".

Nella sua relazione Fava aveva avuto critiche sia nei confronti dell'attuale che del passato governo. Si era quindi mostrato super partes e desideroso di difendere solo i diritti umani. Anche oggi si e' espresso negativamente nei confronti della decisione del collega di coalizione Clemente Mastella che, in qualita' di ministro della Giustizia si e' adoperato per fermare la messa in onda dell'ultima puntata del "Capo dei capi".

L'elezione dell'europarlamentare dell'anno era aperta a votanti di ogni Paese europeo ed e' avvenuta in questi mesi via Internet. La giuria che aveva effettuato le nomination era formata da Carl Bildt, ex ministro degli esteri sevedese, Wilfried Martens, presidente del PPE (centrodestra europeo), John Micklethwait, direttore dell'Economist, Maria João Rodriguez, docente all'Universita' di Lisbona, George Vassiliou, ex presidente di Cipro, Paul Demaret, rettore del College of Europe, Helen Wallace direttore del Centro studi avanzati Robert Schuman e dell'European University Institute di Firenze, Mario Monti, presidente dell'Universita' Bocconi ed ex commissario europeo, Dana Spinant, Direttore di European Voice, la rivista dell'Economist che promuove il premio.

Fra gli altri europarlamentari selezionati dalla giuria figurava anche la baronessa Sarah Ludford, dell'ALDE, scelta sempre per la sua opera di difesa dei diritti umani. Assieme a Claudio Fava, ma in altre categorie, sono stati premiati anche Angela Merkel e il dissidente russo Garri Kasparov



novembre 28 2007

Lettera di Augusto Barbera
Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera che Augusto Barbera ha inviato il 23 novembre 2007 a Giovanni Guzzetta e Mario Segni per l'incontro dei comitati referendari tenutosi il giorno dopo:

"Caro Giovanni e caro Mario,
la concomitanza con gli impegni assunti come componente della “costituente“ del Partito democratico - dobbiamo oggi eleggere il segretario provinciale di Bologna - non mi consente di essere tra Voi.
Bisogna - io credo - mantenere alta la mobilitazione e la vigilanza per evitare di sprecare sia il lavoro fin qui compiuto per la raccolta delle firme, sia per evitare di disperdere il patrimonio fin qui accumulato dal Paese con le battaglie referendarie del 1991-1993. Condivido pertanto il lavoro da Voi egregiamente svolto.
Che l’attuale legge meriti di essere profondamente modificata è ormai affermazione comune anche fra quanti l’hanno voluta e sostenuta (a partire dalla ormai celeberrima definizione del Ministro Calderoli). E c’è da sperare ancora, nonostante tutto, che il legislatore possa intervenire per modificarla ancor prima della consultazione referendaria. E comunque anche dopo - io credo -potrebbero essere utili aggiustamenti della normativa di risulta consentendo al legislatore parlamentare di intervenire laddove il legislatore referendario non può intervenire (per esempio rendendo più “corte“ le liste bloccate o re-introducendo il collegio uninominale).
Ma dubito che i propositi fin qui manifestati dalle varie forze politiche siano in grado di darci subito una buona legge. Lo scopo perseguito è quello di rifiutare “questo bipolarismo” ovvero quello di superare comunque ogni forma di bipolarismo e tornare ai riti della così detta prima repubblica? Si vuole solo superare la legge Calderoli, che costringe i partiti ad essere contemporaneamente alleati e concorrenti, ovvero si rifiuta tutta l’esperienza maggioritaria compiuta dal 1993 in poi?
La riforma maggioritaria del 1993 - lo sappiamo - non ha dato tutto quello che avrebbe potuto, però sono stati raggiunti importanti risultati positivi, dei quali devono essere fieri quanti hanno contribuito alla stagione referendaria del 1991 e del 1993. Con le riforme elettorali maggioritarie si sono avviati processi di alternanza e per la prima volta nella storia d’Italia - dobbiamo sempre sottolineare questo punto per i più distratti - si sono avuti cambiamenti di governo per effetto diretto del voto degli elettori (anche pronunciandosi sui candidati alla Presidenza del Consiglio). Inoltre si sono rese stabili le amministrazioni regionali e locali e tendenzialmente sono risultati più stabili i governi nazionali. E c’è un altro risultato da sottolineare: formazioni politiche inizialmente emarginate hanno concorso alla formazione dei governi, allargando le basi della democrazia parlamentare. Così è avvenuto con l’Msi nel 1994 avviando la svolta di Fiuggi; così con la Lega nel 2001 mettendo da parte le posizioni secessioniste; e così con Rifondazione comunista che per la prima volta si è posta obbiettivi di governo. I risultati positivi prima indicati verrebbero salvaguardati tornando a sistemi proporzionali?
E soprattutto il Partito democratico può dimenticare che deve la propria esistenza al sistema maggioritario? Può dimenticare di essere il frutto maturo dell’Ulivo, soggetto politico cui forze di provenienza così diverse, proprio in forza della bipolarizzazione indotta dal sistema maggioritario, hanno dato vita guardando a ciò che li univa e mettendo da parte ciò che invece tendeva a dividere?
Dobbiamo chiedere a Veltroni e a Berlusconi: ha senso costruire partiti a “vocazione maggioritaria” - intenzione assai lodevole - e collocarli in un quadro proporzionalistico? Gioverebbe alle loro strategie costruire le coalizioni dopo l’esito delle elezioni, sottraendole al giudizio degli elettori? E addirittura i sistemi proporzionali non metterebbero in moto pericolose spinte centrifughe nell’uno e nell’altro partito ?
Capisco la loro insofferenza verso le coalizioni artificiose, ma delle due l’una: o trovano sistemi coerenti con tale vocazione o sappiano che il referendum può dare una importante risposta anche alle loro aspirazioni , proprio in quanto il quesito referendario evita il ricorso a coalizioni coatte. Certamente non è una risposta adeguata il ritorno, sotto vesti teutoniche, al sistema proporzionale. Significherebbe contrapporre al bipolarismo un sistema “tripolare” che faccia perno su un centro immobile che si rivolga ora o all’uno ora all’altro dei due poli (all’uno o all’altro “forno”) ma cui sia assicurata una ininterrotta permanenza al governo. Aspirazione legittima ma poco igienica per il buon funzionamento della democrazia che non tollera partiti destinati a governare comunque. Soluzione comoda per taluni “poteri forti” che avrebbero interlocutori meno alternanti ma non altrettanto utile al Paese. In alternativa, a quel triste scenario, potrebbe essere necessaria una Grande coalizione tra i partiti maggiori, almeno per un lungo periodo. Anche questo uno scenario non auspicabile, da democrazia bloccata al centro e senza alternanza, che in altri Paesi è praticata come eccezione momentanea e che qui invece potrebbe essere la regola. In un editoriale del Corriere del 21 novembre, Sartori sostiene che c’è sempre stato in Italia un bipolarismo naturale, che l’alternanza non c’era solo per ragioni di ordine internazionale e che pertanto qualsiasi sistema proporzionale non scalfirebbe, oggi, il bipolarismo. Si sbaglia di grosso: basti pensare alla conflittualità fra Dc e Psi e basti pensare ai sistemi politici locali dove, in assenza dei vincoli esistenti sul piano nazionale, venivano sperimentate le più varie e traballanti combinazioni all’oscuro degli elettori e a prescindere da qualsiasi rapporto tra consenso, potere e responsabilità.
Credo che questi giudizi siano ancora forti nel paese e che, quindi, il movimento referendario debba connettersi con queste domande e possa coltivare la sua originalità dei momenti migliori: la vocazione bipartisan, non minoritaria e trasversale agli schieramenti.
Non mancheranno, infine, i soliti tentativi di influenzare il giudizio della Corte. Le proteste e le conseguenti dimissioni del Giudice Vaccarella ne sono state un primo sintomo. Ma la Corte - io credo - saprà reagire con la consueta serena fermezza. I quesiti sono certamente in linea con la giurisprudenza della Corte. Anzi il compito della Corte è questa volta ancora più lineare. Come sappiamo - dopo la Sentenza n. 29 del 1987 che ha richiesto che l’effetto abrogativo di un quesito in materia elettorale mantenesse in piedi una normativa auto-applicativa - i quesiti ammessi dalla Corte hanno sempre necessariamente assunto un carattere “manipolativo”. Questa volta così non è. Essi, infatti, si limitano ad abrogare una delle alternative previste dalla legge Calderoli: assegnare il premio di maggioranza alla singola lista vincente anziché a liste collegate (e per i candidati presentare la propria candidatura in un solo collegio anziché in più collegi). Né - come qualcuno pretenderebbe - la Corte può spingersi a valutare la costituzionalità della normativa di risulta. A parte il fatto che in tal caso dovrebbe pronunciarsi sulla legittimità della stessa legge con cui è stato eletto l’attuale Parlamento, in più occasioni (l’ultima in materia di fecondazione assistita) la Corte ha escluso che questo esame rientri fra i suoi compiti in sede di ammissibilità di quesiti referendari.
Auguro a Voi e agli altri amici referendari i migliori auguri di buon lavoro."
http://referendumelettorale.ilcannocchiale.it/

“La mia pazienza paga ora i consensi crescono”
Fabio Martini, La Stampa,
Romano Prodi non è tipo da confessarlo, ma lo fa capire. Nel giorno in cui Rifondazione comunista non ritira i ministri ma reclama a gran voce la verifica, l’evento che più intriga il Professore si chiama Celentano. Certo, quell’elogio davanti a 9 milioni di telespettatori gli ha fatto piacere: «Sono ovviamente lieto per quel che ha detto e lo ringrazio, anche se mi fanno ridere tutti quei creatori di scenari che ci leggono dietro chi sa quale accordo o quale trama. Vuol dire che non conoscono né Celentano né il sottoscritto». Ma le parole inattese di uno showman che spesso coglie gli umori profondi del Paese («I politici hanno fretta per la paura di disperdere voti e perciò nasce il clamoroso sospetto che Prodi sia sulla strada giusta, lui fa promesse che può realizzare»), per il Professore quelle parole sono la prova che qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica. Domenica mattina, nella rassegna stampa che ha letto ad Abu Dhabi, per quanto un po’ nascosto, ha letto l’ultimo sondaggio di Renato Mannheimer: nell’ultimo mese il governo ha recuperato quattro punti e il presidente del Consiglio addirittura otto.
Presidente, un piccolo boom. Lei può pensare che i giornali le siano ostili, ma almeno lei poteva valorizzare quel dato, non le pare?
«E’ vero i sondaggi ci danno in ripresa, i segnali di affetto e di incitamento si moltiplicano, piano piano l’opinione pubblica - come è giusto che sia - si sta accorgendo che noi abbiamo scelto di raccontare solo ciò che si può veramente fare, senza illudere, senza promettere che l’orizzonte è sempre rosa. Ma sarei in contraddizione con me stesso se mi mettessi a sventolare i sondaggi dal primo pulpito che mi si offre. La scelta di fare prima e comunicare solo a cose fatte dà per forza risultati a medio-lungo termine».
Certo, in politica le parole stanno diventando irrilevanti, ma nessuno avrebbe mai pensato che il suo “adagio adagio” potesse diventare sexy, forse neanche lei...
«Senta, lo so che è un concetto antitetico con il machismo televisivo, con la sovraesposizione dell’ego a cui abitua la comunicazione politica di questi anni, ma bisogna mettersi in testa che governare è un’altra cosa rispetto alla semplificazione di chi dice “basta fare così o cosà”, “si può fare tutto e subito”. Le parole-chiave di questo governo sono due: “insieme” e “pazienza”. Le decisioni si prendono insieme, insieme si discute e si progetta, insieme si superano gli ostacoli e si respingono gli attacchi della destra. E’ ovvio che per agire in questo modo ci vuole tanta, tanta pazienza. Sta diventando la nostra cifra e sembra che cominciamo un po’ tutti a prenderci gusto».
Ma sulla vicenda del Protocollo, di pazienza lei sembra averne avuta poca: la fiducia era davvero indispensabile?
«Il combinato disposto dei diversi calendari di Camera e Senato e della Finanziaria e dei suoi collegati non suggeriva francamente altra strada. Inoltre il governo aveva anche l’impegno a rispettare nella sostanza il Protocollo firmato con le parti sociali e approvato da milioni di lavoratori».
Rifondazione chiede la verifica, socialisti e diniani si sentono le mani libere, a gennaio lei pensa davvero di potersi limitare alla manutenzione ordinaria?
«Non è che prima di oggi tutti questi soggetti avessero le mani legate e dunque continueremo nel dialogo, ma con l’anno nuovo bisognerà partire con slancio e convinzione per un ulteriore salto in avanti dell’economia. Un rimpasto non è all’ordine del giorno».
Ma quando si farà la storia di questa legislatura resterà memorabile la sbalorditiva distanza tra i partner. A gennaio servirebbe una magia...
«Certo, siamo un insieme di culture distanti. Ma lo è anche il centrodestra. Non credo che tra Casini e Storace ci siano molti punti di affinità, così come tra Borghezio e Fini. Così come non ci sono tra l’ala moderata e quella trotzkista del Partito laburista inglese. Tuttavia deve far premio nella coscienza di ciascuno la necessità di accettare mediazioni rispetto ai propri punti di partenza culturali e ideologici. Io stesso, non mi vergogno di dirlo, anzi ne sono fiero, rinuncio a qualche mia priorità a qualcosa che riterrei più urgente, per consentire alle urgenze di altri di trovare spazio».
Rifondazione chiede sempre qualcosa in più, senza compiacersi più di tanto sui risultati già ottenuti. Ma lei è davvero soddisfatto del suo “carniere”?
«Non succedeva da molto tempo che le pensioni più basse avessero degli incrementi come quelli varati dal nostro governo, così come non si vedevano da molti anni misure strutturali per le imprese come il taglio del cuneo fiscale, le riduzioni dell’Ires, le semplificazioni amministrative, liberalizzazioni e politiche per la casa. Solo che i frutti di giorni e giorni di lavoro paziente non fanno accendere i riflettori, come invece succede per gli annunci clamorosi. Anche se poi, finito il clamore, questi spesso rimangono solo quello che erano: promesse vuote».
A gennaio si riproporrà l’eterna questione: ce l’hanno con lei poteri forti e giornali, oppure è lei che non riesce a farsi capire?
«Guardi, la situazione generale dell’informazione desta preoccupazione. Non sta a me dire se sia la tv a fare l’agenda ai giornali o viceversa, tuttavia quel che noto è una sorta di rincorsa al ribasso nella qualità, un eccessivo ricorso alla notizia urlata, un concentrarsi quasi ossessivo su casi di cronaca che solleticano il voyeurismo e le curiosità più morbose. Datemi pure del moralista, ma non mi piace».


DOPPIO TURNO, IL GRANDE ASSENTE

di Enzo Balboni

La proposta da Vassallo ha indubbi vantaggi rispetto alla legge elettorale attuale. Il meccanismo delle liste bloccate e il potere dei partiti nello scegliere l'ordine degli eletti rimangono, ma sono ridimensionati a favore del potere di scelta degli elettori. Mentre le dimensioni ridotte delle circoscrizioni dovrebbero determinare un certo effetto di sbarramento, la cosiddetta soglia implicita. Non ha però l'effetto di forte semplificazione del sistema partitico che, almeno in linea teorica, discenderebbe dall'adozione del modello maggioritario a doppio turno.

In premessa di ogni commento su un progetto di legge elettorale va chiarito a tutte lettere che le generalizzazioni valgono poco, perché la coda del diavolo sta nei dettagli. Inoltre l’assenza di effettiva esperienza induce a pronostici aleatori, spesso dominati dall’ansia di avveramento dei desideri di chi partecipa al gioco, vuoi come protagonista, vuoi come interprete.

Dalla Germania…

Ciò detto il sistema Vassallo-Chiaramonte-Ceccanti (ma ciò che conta è che provenga da Walter Veltroni) sembra funzionare così: 1) metà dei seggi sono messi in palio in collegi uninominali, in cui si sfidano singoli candidati, ciascuno collegato a una lista; 2) l'elettore sceglie tra i candidati in lizza per il suo collegio e, così facendo, assegna il proprio voto anche a una lista “bloccata” di candidati; 3) i candidati che vincono le sfide uninominali entrano comunque in Parlamento; 4) ciascuna lista ha diritto ad avere un numero di seggi rispetto al totale in palio – compresi quelli acquisiti dai suoi candidati vittoriosi nei duelli maggioritari – che sia proporzionale ai voti conseguiti; 5) se la quantità di voti raccolti da una lista le dà diritto a più seggi di quelli già conquistati dai suoi candidati nelle sfide uninominali, questi seggi sono assegnati ai migliori perdenti collegati con quella lista o, in mancanza, ai candidati inseriti nella lista bloccata.
Quindi, tendenzialmente, il numero di seggi che sarà assegnato a ciascuna lista dipenderà dalla percentuale di voti conseguiti dalla lista nell'insieme. Tuttavia la selezione degli eletti, tra i soggetti collegati o inseriti nella lista, dipenderà in primo luogo dal grado di consenso che ciascun candidato avrà raccolto tra i cittadini. Un candidato molto gradito agli elettori entrerà in Parlamento direttamente dalla porta principale, quella del maggioritario. Un candidato meno popolare dovrà sperare di raccogliere comunque un livello di consenso relativamente alto, rispetto agli altri 'perdenti' del suo partito; un candidato che faccia affidamento solo sul proprio inserimento nella lista 'bloccata' non dovrebbe avere grandi speranze.
Per le ragioni appena dette il sistema che si vorrebbe adottare è prima di ogni altra cosa “proporzionale”: in termini geografici questo è l’apporto “tedesco”.

…alla Spagna…

Vediamo adesso i correttivi che dovrebbero recare un effetto maggioritario: e qui andiamo verso la Spagna. Un elemento molto importante è che la ripartizione dei seggi dovrebbe avvenire separatamente per ciascuna circoscrizione. Quindi, la proporzione sarà calcolata rispetto a un numero limitato di seggi da distribuire: al massimo sedici. Questo vuol dire che, anche senza soglie di sbarramento stabilite per legge, un partito molto piccolo, ad esempio con meno del 2,5 per cento di voti, difficilmente raccoglierà anche un solo seggio. In compenso, partiti deboli a livello nazionale, ma forti a livello locale possono sperare di “sfondare” almeno nelle circoscrizioni di riferimento. E anche un partito piccolissimo potrebbe riuscire ad avere un proprio rappresentante in Parlamento, se presentasse un candidato “eccellente”, che fosse in grado di vincere la sfida uninominale.
Il sistema proposto presenta indubbi vantaggi rispetto alla legge elettorale attuale, che del resto è quanto di peggio la tradizione costituzionale occidentale abbia mai visto. In primo luogo, il meccanismo delle liste bloccate – e in generale il potere dei partiti nello scegliere l'ordine degli eletti – rimane, ma è ridimensionato a favore del potere di scelta degli elettori. In secondo luogo, le dimensioni ridotte delle circoscrizioni dovrebbero determinare un certo effetto di sbarramento, la cosiddetta soglia implicita.

…Senza passare per la Francia

Naturalmente, il sistema non ha l'effetto di forte semplificazione del sistema partitico che, almeno in linea teorica, discenderebbe dall'adozione del modello maggioritario a doppio turno. Del resto, ci sarebbe anche da chiedersi se l'adozione di un simile modello non indurrebbe comunque tutti i partiti a formare già prima delle elezioni coalizioni molto ampie, ma per ciò stesso soltanto di facciata e fragili. È proprio questo uno dei punti che il progetto in esame intende affrontare, sul presupposto che sia meglio che i partiti corrano da soli, in un sistema trasparente, piuttosto che dare vita ad alleanze tanto estese, quanto perennemente in bilico e incerte al momento di governare sulla base del mandato democratico conseguito. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché non venga analizzata e discussa, ma sia stata anzi rimossa dal tavolo, l’ipotesi maggioritaria modellata sul doppio turno alla francese, pur apportando a essa talune correzioni. Francamente fa sorridere che siano tanti quelli che iniziano i loro discorsi o interventi dicendo: "premetto che la mia prima opzione sarebbe per il maggioritario, tuttavia..." In fondo, non è di un secolo fa il referendum che, pur tra mille difficoltà, arrivò a sfiorare la maggioranza.

 
 
 

L’ottimo Follini

Vedo che a Luca Sofri non dispiace la scalata di Follini ai vertici del PD.

Io invece credo che essere “un’ottima persona e un politico intelligente” non sia di per sè una buona ragione per essere promosso ai vertici del centrosinistra. Ci sono ottime persone e politici intelligenti in ogni schieramento, non per questo hanno la cifra politica per essere cooptati tra i massimi dirigenti democratici. Il problema non è la rettitudine del Follini, né la sua abilità politica: il problema è se iniziare “la nuova stagione” del PD mettendo a capo dell’informazione uno che non si è mai pentito di aver votato la legge Gasparri - ad esempio - sia politicamente opportuno o no.

A me non pare, anche perché non ho letto alcuna autocritica di Follini rispetto a quel che ha fatto, votato e approvato quando era il numero 2 di Berlusconi. http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


farsi gli affari tuoi

Deal or No Deal

Il culto del Presentatore
Per molto tempo il successo italiano di Affari Tuoi è stato attribuito unicamente a Bonolis, alle sue doti d’imbonitore di piazza. Non è bastato che se ne andasse; occorreva sostituirlo con una mezza calza perché ci si rendesse conto che le sue piazzate occultavano il vero fulcro della trasmissione: il format.
La conduzione di Pupo fu uno psicodramma. Sostanzialmente Affari Tuoi è la cosa più simile a un giuoco d’azzardo che si possa trasmettere sui canali in chiaro: mettere in cabina di comando una persona che aveva un problema di dipendenza dal gioco era la scelta più dissennata che si potesse fare: non basta essere incompetenti, bisogna anche essere un poco criminali. Come affidare a un ex eroinomane la distribuzione del metadone, se mi spiego. Che poi come conduttore, oggettivamente, facesse schifo, pazienza: è già miracoloso che non si sia rimesso a giocare immediatamente. Io al suo posto l’avrei fatto. Massimo rispetto a Pupo.

Con Insinna finalmente la versione italiana ha trovato un suo equilibrio; ancora un po’ sbilanciato sul presentatore (che suda, soffre e impiega il tempo sparando sequenze randomizzate di aforismi) mentre all’estero il protagonista è piuttosto il concorrente. Ma che ci vuoi fare. Se la tv è una pandemia mondiale, il Culto del Presentatore è la variante specifica italiana. E chissà, se ci fosse stata concessa, anche solo una volta nella Storia della Repubblica, la possibilità di votare Mike Bongiorno, ci saremmo finalmente tolti questo maledetto sfizio. E invece la nostra passione frustrata per il signore che a turno domina il video ci ha portato a cercare sulla scheda elettorale i surrogati più pittoreschi. Ma in fondo è lui che volevamo. L’ossessione italiana per l’uomo che conduce i telequiz è forse quel che resta dell’antica attrazione per il Tribuno, il Capo-popolo, l’oratore da balcone. Sì, in un certo senso è ancora fascismo, ma in una forma, come dire, benigna: non è un complimento, si dice la stessa cosa di certi tumori.

Matematica pratica
Resta da capire cos’ha questo format di irresistibile, più o meno in tutto il mondo. Ciò che lo rende diverso da ogni altro gioco a premi è il fatto che mancano le domande. Quindi la cultura generale non serve più. In questo modo è finalmente abolito il vantaggio che di solito godono gli enigmisti enciclopedici, gli antenati dei geek: quel tipo di persone che quando vengono a cena corri a nascondere il Trivial Pursuit.
Affari Tuoi sostituisce l’enciclopedia con le cifre; ma anche la sua matematica è la più pratica e universale che si possa immaginare: il linguaggio dei soldi. Se non vi è capitato di insegnarla a scuola, non avete idea di come diventi più intuitiva e facile la matematica appena aggiungiamo alle cifre il simbolo €. Bambini assolutamente refrattari all’idea astratta di “frazione”, non esiteranno a sommare due mezzi euro per ottenerne un intero. In questo senso la macchinetta delle merendine, arnese diabolico sotto quasi tutti gli aspetti, assolve una funzione pedagogica da non sottovalutare.
La cultura è di chi se l’è potuta permettere, ma l’aritmetica degli € è alla portata di tutti. Ciò rende, in teoria, Affari Tuoi il gioco veramente democratico: un verduraio ha più possibilità di vincere di un laureato per il semplice motivo che sa fare meglio i conti.
Il problema in Italia è che persino l’accorto verduraio, quando va ad Affari Tuoi lascia i suoi istintivi algoritmi a casa e si gioca i numeri come se fosse il lotto, col pretesto che tanto è un…

…gioco d’azzardo
E senz’altro lo è. Però, attenzione.
La fortuna è importante. Ma non è l’unico fattore, e non è poi molto più determinante che in tanti altri giochi a premi. In realtà Affari Tuoi non è che una forma semplificata del poker. A poker la fortuna conta; ma quante possibilità avremmo noi di vincere una mano col campione del mondo in carica?
Ciò che rende Affari Tuoi un vero gioco di azzardo non è tanto il caso, quanto la funzione assegnata ai soldi: ad Affari Tuoi si possono perdere. Dopo decenni di quiz che attiravano l’attenzione degli spettatori erogando soldi a pioggia sui vincitori, qualcuno ha capito che la medesima attenzione si può ottenere anche con la sottrazione. Naturalmente, la pruderie del ventunesimo secolo ci impedisce di saccheggiare i risparmi dei concorrenti (anche quelli che per condotta di gioco lo meriterebbero ampiamente); il colpo di genio sta appunto nel regalare in un primo momento i soldi al concorrente, soltanto per lo spettacolo di toglierglieli in un secondo momento. Il successo di questa innovazione è stato tale da contagiare altre produzioni; per esempio da due anni a questa parte un quiz molto più tradizionale, come L’eredità, funziona in una maniera simile: prima ti fanno vincere cifre nominali molto alte, e alla fine te le tolgono, per il gusto del sadico telespettatore.

La messa in scena
Se dunque per vincere mezzo milione occorre una notevole dose di fortuna, per uscire da Affari Tuoi con meno di ventimila euro in tasca bisogna essere un imbecille. Il fatto è che tutto è messo in scena appositamente per farti fare una figura da imbecille.
Il gioco in sé è molto semplice. Il tuo avversario ha una carta in mano, e tu devi scartarne altre 19. Quelle blu sono brutte, quelle rosse sono buone. Ogni tre carte l’avversario ti fa un’offerta. È chiaro che scartando le blu l’offerta sale, viceversa scende. Se te la spiego in questo modo, ti ho già suggerito la strategia di gioco ottimale: quando vedi che hai scartato più rosse che blu, accetti l’offerta. Se ti offre di cambiare carta, rifiuti, perché le possibilità di cambiare un rosso con un blu sarebbero aumentate (se invece avessi già scartato molte blu, dovresti accettare). Non c’è nient’altro che tu possa fare, razionalmente.
Questo discorso razionale va invece a farsi benedire nel momento in cui alle carte sostituisco i famigerati pacchi. Tutto l’inganno sta nell’ultimo pacco: è la carta in mano all’avversario, eppure è il “mio” pacco, ce l’ho davanti a me, mi è stato consegnato dalla Dea Fortuna, dal destino, dal povero nonno buonanima, da Padre Pio, da Rai1. Il risultato di questa messa in scena è che, invece di prestare attenzione al numero di pacchi rossi e blu ancora in gioco, e a cogliere i segnali impliciti nelle offerte dell’avversario, la maggior parte dei concorrenti va semplicemente avanti a testa bassa, come al bingo. L’errore è credere che tu abbia già vinto qualcosa, e che qualcosa sia nel tuo pacco, e che tutto quello che sta in mezzo sia solo un’agonia in attesa di scartare finalmente il tuo pacco. Mentre invece il premio finale dipende semplicemente dalla tua contrattazione col nemico. Di solito i concorrenti se ne rendono conto soltanto verso la fine della partita. E piangono. Quelli che alla fine del match hanno preso di più della prima offerta rifiutata sono veramente pochi.

La cabala
Nel frattempo, piuttosto di piegarsi a un vile compromesso, hanno sciorinato tutte le cabale possibili e immaginabili. L’anniversario di matrimonio. Il numero fortunato. L’oroscopo, la smorfia, i ritardatari. E intanto lo spettatore da casa oscilla tra la pietà e il cinismo. Quest’ultimo scatta di fronte a conclamati casi umani, come quel tizio che si ritrovò all’ultima scelta tra un euro e centomila. È chiaro che qualsiasi animale razionale avrebbe preferito un’offerta intermedia piuttosto che ritrovarsi in questa situazione. Ma il concorrente preferiva giocarsi il compleanno della madre. E perse. Insinna, diabolico, lo congedò con un pistolotto che in sostanza diceva: hai perso i soldi, ma hai salvato l’affetto di tua mamma. Nel frattempo probabilmente mamma sua lo diseredava e malediva.

Mort aux cons (Vaste programme)
Veramente, quando certi fessi piangono, non sai se piangere con loro o ridergli in faccia.
Personalmente ammetto un pregiudizio: per me vincere soldi in un gioco a premi è moralmente ingiusto; e probabilmente c’è anche un po’ d’invidia, perché se non lo trovassi moralmente ingiusto anch’io parteciperei, e siccome conosco l’abc del calcolo delle probabilità, sicuramente porterei a casa qualcosa di più del fesso di turno. Ma insomma, la mia è la vita del pigro razionalista nel paese in cui la religione di Stato è l’oroscopo: un po’ li odio, i miei simili, un po’ vorrei salvarli, ma di fronte a spettacoli del genere mi rendo conto che non ce la farò mai, e allora ripasso all’odio. Se fossi un po’ meno Pigro diventerei semplicemente Cattivo, ed entrerei a far parte in una di quelle entità che distribuiscono i pacchi e si prendono gioco della povera gente superstiziosa. Siccome lavoro nella scuola di Stato, non è detto che io non l’abbia già fatto senza accorgermene.

Il pacco mondiale
Quando mi sono messo a scrivere, volevo usare i pacchi come un pretesto per scrivere degli italiani e di certi loro vizi (irrazionalità, fatalismo, culto del presentatore). Strada facendo mi sono ricordato che Affari Tuoi è un format internazionale, che funziona bene in un sacco di Paesi. Anche se dovunque è un po’ diverso. Per cui un discorso serio sull’italianità dei pacchi dovrebbe passare attraverso uno studio comparato delle versioni nazionali; una cosa che non ho tempo di fare, ma se fossi laureando di Scienze della Comunicazione ci farei un pensiero (non esistono solo le tesi sui blog. Faccina ironica). L’unica cosa che posso dire è che la versione francese è molto più glamour, con flash e lustrini che confrontati al calore del nostro legno e del nostro cartone ondulato danno comunque un’impressione ospedaliera; che in Francia colui che Bonolis battezzò l’“infame” si chiama “banque” ed è persino fuggevolmente inquadrato, ma solo di spalle; tutt’un altro rispetto per le autorità, come si vede; e che almeno l’anno scorso c’era una cassaforte con davanti un figo pazzesco. Non faceva niente, stava lì nell'uniforme di guardia giurata: in confronto la Gregoraci si guadagna il pane. E mi è venuto in mente che Affari Tuoi è l’unico gioco italiano senza vallette. I pacchi italiani non hanno bisogno nemmeno del sesso. Notevole.

Non si patteggia
Mettiamola così: Affari Tuoi è un gioco che insegna ai cittadini del mondo l’importanza di contrattare, di venire a patti col destino. Ciò che rende la versione italiana uno spettacolo struggente, drammatico, irresistibile, è che gli italiani non imparano mai. Sono convinti che ci sia qualcosa di eroico nel rifiutare le offerte e andare avanti. Il pubblico applaude e loro si convincono vieppiù di stringere tra le mani il Pacco Finale, nel quale ci sono Meno Tasse per Tutti, o le Riforme, o le 35 Ore, o la Commissione d’Inchiesta, eccetera eccetera. Vanno verso la rovina tra gli applausi, e si credono anche dei grandi personaggi. Invece sono dei poveri cristi ai quali, se solo avessi più coraggio, dovrei semplicemente ridere in faccia.http://leonardo.blogspot.com/

Agli amici africani: la Svizzera è bella

Il governo svizzero ha realizzato uno spot tanto di cattivo gusto quanto ingannevole che ha fatto trasmettere in tv durante l'intervallo dell'amichevole di calcio Svizzera-Nigeria. Lo spot racconta una Svizzera inverosimile, composta da gente brutta e razzista, che maltratta gli immigrati e in particolare gli africani, dove si mangia male e d'inverno fa un freddo siberiano. Un paese inospitale e malvagio, nel quale certamente nessuno straniero vorrebbe recarsi. Bugia. Amici africani, vogliono prendervi per il culo. La Svizzera è un paese bellissimo e molto efficiente. Si lavora bene e la gente, una volta rotto il ghiaccio dei primi giorni, è addirittura allegra e ospitale. Il governo, come avrete potuto capire, lo è un po' meno. Ma da queste parti i governi cambiano e magari prima o poi anche questo Blocher ce lo toglieremo dalle palle. Dunque, non fatevi infinocchiare e, se cercate un paese sereno, un buon guadagno, una vita tranquilla, andate senza paura in Svizzera. C'è solo l'imbarazzo della scelta: Basilea o Zurigo, Losanna o Ginevra, Locarno o Lugano. Piste da sci d'inverno, laghi e prati d'estate e fonduta di formaggio tutto l'anno.http://walkingclass.blogspot.com/


Sarko-Usa: manovre di avvicinamento

Fabio Liberti con Luca Sebastiani


Riavvicinamento con gli Stati Uniti, reintegro della Nato e rilancio dell’Europa della difesa. Al di là di quello che può apparire, il super attivismo e le mosse a sorpresa di Nicolas Sarkozy per rilanciare l’Europa politica con il beneplacito Usa, hanno poche possibilità di concretizzarsi. Ne è convinto Fabio Liberti, ricercatore dell’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche di Parigi e membro del Club Europeo di Riflessione Prospettiva del ministero degli Esteri francese, l’organismo che lavora sulla possibilità di un budget europeo della difesa. Secondo Liberti, infatti, avere il via libera degli statunitensi alla creazione di un'Europa della difesa, è “solo una parte del problema”. Poi ci sono le contraddizioni con i Ventisette e soprattutto con “i britannici”.

Quali sono le priorità europee di Nicolas Sarkozy?

La Francia assicurerà la presidenza dell’Unione europea il secondo semestre del 2008 e il presidente francese in quell’occasione vuole rilanciare il tema dell’Europa politica puntando su quattro priorità: Immigrazione, Energia, Politica industriale e, dossier chiave, la Difesa europea.

In particolare su quest’ultimo punto il presidente francese si è speso molto in questi ultimi tempi. Un’altra rupture sarkozista?

In realtà la creazione di un’Europa della difesa è sempre stata una priorità francese, storicamente nata per limitare l’influenza americana sul continente. Nel 1952 ci si era quasi riusciti con il progetto di Comunità europea della difesa (Ced) che doveva riunire i sei paesi fondatori dell’Unione per creare una sorta di Europa politica con un’Assemblea parlamentare che avrebbe deciso di un vero esercito europeo. Furono i francesi a lanciare il progetto e a cassarlo. L’Assemblea nazionale non lo ratificò nel 1954. Evidentemente non erano ancora pronti a stare nello stesso esercito con i tedeschi. Da allora e per una quarantina d’anni nessuno ha più osato parlare di difesa europea. Varie volte si è parlato di fare qualcosa all’interno della Nato, ma non è mai stato concluso niente, anche per il gap con il budget della difesa statunitense.

Quali sono gli ostacoli sulla via della difesa comune?

Quelli politici anzitutto. La politica estera e di difesa non possono essere disgiunte e quindi fino a quando non avremo una politica estera non avremo neanche una politica di difesa. Cosa sarebbe successo se in occasione della guerra in Iraq avessimo avuto un’Europa della difesa? Poi c’è la divergenza strategica tra britannici e francesi in materia di difesa, una divergenza che ha cominciato ad essere operativa a partire dalla crisi di Suez nel 1956, quando l’intervento franco-inglese per evitare la nazionalizzazione del canale di Suez fu bloccato all’Onu dagli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Da allora la Francia ha deciso di non voler più dipendere dagli Stati Uniti per intervenire in difesa dei propri interessi nazionali, mentre i britannici, al contrario, di non intervenire mai più senza gli Stati Uniti. Una differenza che si è ripresentata anche in occasione della guerra in Iraq.

Una costante degli ultimi decenni

In realtà c’è stato un primo riavvicinamento nel 1998 con il summit di Saint Malo tra Jacques Chirac e Tony Blair. Per la prima volta in un documento franco-britannico si parla infatti di un’Europa della difesa per dare all’Unione una capacità d’intervento miltare autonomo. Un passo avanti enorme da parte dei britannici, ma si tratta di un equivoco, perché per loro l’Europa dovrebbe intervenire solo in missioni a bassa intensità, in missioni di peace keeping. Insomma la contraddizione non è mai stata risolta. Oggi Sarkozy spera di poterla sorpassare con l’Europa della difesa, ma le possibilità di successo sono labili.

Sarkozy, invece, si sta muovendo per sbloccare il “veto” statunitense sulla creazione dell’Europa della difesa.

Certo la grande novità di Sarkozy è che, barattando l’Europa della difesa con la reintegrazione francese della Nato, per la prima volta ha fatto passare il messaggio che la prima non è contro la seconda, ma a fianco. Da un punto di vista concettuale è una grande trovata, ma dal punto di vista pratico ha zero possibilità di portare a dei risultati. Il problema di Parigi è che non riesce a capire che l’Europa della difesa si fa con i Ventisette. Certo parlare con Washington per averne il via libera è una buona cosa, ma non risolverà niente. La mossa del presidente francese sembra non tenere in considerazione Londra. A questo si aggiunga che altri paesi, come l’Italia e la Germania, hanno sempre visto con una certa diffidenza le iniziative francesi in materia di difesa perché portatrici di un germe egemonico.

Ma gli Stati Uniti non hanno sempre rimproverato gli europei di non spendere abbastanza nella difesa?

Certo, e sarà così anche in futuro perché l’Europa sconta un problema demografico. Se si fa una prospettiva geostrategica a vent’anni, a trent’anni, si può prevedere un invecchiamento della popolazione che imporrà come priorità di budget la spesa sociale, per la sanità. Inoltre in Europa non si prevede un conflitto maggiore, per cui continuerà a spendere meno degli Stati Uniti, è uno stato di fatto.

 

caffeeuropa.it


La presidenza imperiale di George W. Ecco come un tragico cocktail di ideologia noconservatrice e nixonismo ha cambiato gli Stati Uniti

SIDNEY BLUMENTHAL


Per la prossima presidenza, davanti a una situazione di crisi di straordinaria magnitudine, sarà necessaria una leadership politica del livello più elevato. Il danno è vasto, profondo e diffuso, è evidente non solo nel caos e nella violenza internazionale, nel declino senza precedenti del prestigio degli Stati Uniti e nella derisione della nostra sicurezza e dei nostri interessi economici, ma anche nello svuotarsi dei dipartimenti e delle agenzie del governo federale e nella loro crescente incapacità di svolgere le proprie funzioni: dal Federal emergency management al dipartimento di giustizia.
Più l’attuale presidente si irrigidisce in risposta al disordine che ha alimentato, più i repubblicani che ancora lo sostengono si stringono intorno a lui come se fosse una colonna.
La sua piatta curva d’apprendimento, il suo rifiuto di ammettere i propri sbagli e il raddoppio dei propri errori vengono visti come dimostrazioni della sua forza di carattere.
Per quanto scenda nei sondaggi in ogni momento, la sua ostinata aderenza al fallimento viene ammirata come prova della sua potenza.
La nozione palesemente perversa, secondo la quale la debolezza è forza, rappresenta la base di quel che resta della credibilità di Bush all’interno del suo partito. L’abuso dei poteri presidenziali viene interpretato come la sua grande risorsa, invece di capire che si tratta di uno stato duraturo di debolezza. Ma quando accade che il presidente si assume tutta la responsabilità, è allora che gli si fa carico di tutte le colpe, in modo unitario e unilaterale.
Il giudice della Corte suprema Robert Jackson ha affermato questo principio costituzionale nel caso Youngstown Steel del 1952: «Quando il presidente prende iniziative non compatibili con la volontà esplicita o implicita del Congresso, il suo potere è al nadir. Una rivendicazione presidenziale di potere insieme tanto assoluta e inattaccabile dovrà essere messa attentamente sotto scrutinio, perché in ballo c’è l’equilibrio stabilito dal nostro sistema costituzionale».
Negli anni del suo declino Bush è visibilmente indifferente alle prevedibili conseguenze della sua caduta. Stando a chi l’ha incontrato di recente, si vede come un nobile idealista, le cui virtuose decisioni faranno sì che gli venga resa giustizia dalle generazioni future.
Nonostante gli ovvi difetti della sua politica Bush è sorprendentemente riuscito a dare all’esecutivo la forma di una presidenza imperiale che non rende conto a nessuno.
E i principali candidati repubblicani che aspirano a succedergli considerano la sua interpretazione della presidenza l’unica versione accettabile. Ognuno di loro ha promesso di aumentarne i poteri, per quanto arbitrari. Il loro sposare l’idea di una presidenza imperiale rende perciò le elezioni del 2008 un punto di svolta del governo costituzionale.
Questa campagna vede l’uno contro l’altro due partiti che si fondano su idee diametralmente opposte della presidenza e della Costituzione. È forse dal 1860 che non si verificava una divergenza tanto acuta sulle basi del sistema federale.
Ci sono due modelli di presidenza in conflitto, uno è quello il cui padre fondatore era George Washington, l’altro è quello il cui ideatore è stato Richard Nixon. Sotto l’egida di Dick Cheney, che considerava lo scandalo Watergate uno stratagemma politico per far capitolare Nixon, quella visione originale è stata rafforzata ed estesa. Cheney è il migliore uomo di staff possibile, lo ha dimostrato nei suoi esordi come assistente di Donald Rumsfeld nella Casa Bianca di Nixon e poi nel ruolo di burattinaio nella Casa Bianca di Ford, quando da capo dello staff era stato giustamente soprannominato “(l’uomo sul) sedile posteriore” dai servizi segreti. Per Cheney e per il presidente sotto la sua tutela – tanto ansioso di interpretare il ruolo del “decisionista” messo davanti a promemoria di decisioni già attentamente impacchettate dal “sedile posteriore” – la Costituzione è uno strumento i cui difetti vengono ovviati da un potere esecutivo illimitato.
Come Nixon, Bush e Cheney si comportano in base all’idea che più si agisce al di fuori del sistema costituzionale, più si è forti. Ma a differenza di Nixon, disdegnano caparbi fatti e testimonianze, nella convinzione che un potere senza ostacoli dia loro l’autorità di creare o imporre la propria.
Bush e Cheney hanno rifinito e semplificato il concetto nixoniano, purgandolo del suo pragmatismo e della sua flessibilità.
Non ci sarà alcuna apertura nei confronti dell’Iran, come all’epoca era invece successo con la Cina.
Nella presidenza imperiale di Bush il neoconservatorismo s’incontra col nixonismo, l’ideologia che propone l’elevato concetto di una politica greve.
Bush è riuscito dove neanche Nixon aveva potuto, riducendo l’intera presidenza, con tutte le sue funzioni, al suo ruolo di comandante in capo in tempo di guerra. E per poter conservare questo ruolo ha proiettato una guerra infinita contro un nemico distante e senza volto, ubiquo e letale. Paura e panico sono diventati i principali leit-motiv invece della persuasione democratica per architettare il consenso dei governati, come spiega Jack Goldsmith, ex direttore dell’ufficio consulenza legale (Olc, ndt) del dipartimento di giustizia, ne La presidenza del terrore. «Come mai l’amministrazione ha imposto tanto spesso il potere presidenziale – scrive – e in modi che apparivano inutili e politicamente autolesionisti? La risposta, io credo, è che la concezione del potere presidenziale dell’amministrazione possedeva un qualche significato teologico che spesso aveva la meglio sulle conseguenze politiche».
Il presidente imperiale, per sua definizione, dovrà essere leader infallibile. Stephen Bradbury, il sostituto direttore dell’Olc al dipartimento di giustizia, che scrisse memoriali segreti per giustificare la politica delle torture nel 2005, fornì una definizione della dottrina Bush durante una testimonianza davanti al Congresso nel 2006: «Il presidente ha sempre ragione». Per inserire la sua dichiarazione in un contesto, Bradbury spiegò che si stava riferendo al “paradigma di guerra”, l’idea neoconservatrice della presidenza Bush, ossia “la legge della guerra”, per la quale il presidente incarna la legge. Un simile concetto sembrerà medievale, ma è centrale per la nozione di presidenza dei neorepubblicani radicali. Quando Bradbury ha pronunciato queste straordinarie parole non pensava di aver detto niente di insolito. La sua dichiarazione, dopo tutto, era un mero corollario di quella, famigerata, di Nixon, pronunciata durante l’intervista rilasciata a David Frost dopo le dimissioni, «Quando è il presidente a farlo, allora non è illegale». Con la sua rivendicazione di una ispirazione divina da parte dell’Alto Padre, Bush supera Nixon. (…) La tortura è il perno della tesi neorepubblicana del potere presidenziale. L’abuso dei detenuti è una metafora dell’inganno ai danni dell’opinione pubblica per convincerla a sostenere gli abusi della presidenza.
L’estasi sadomasochista della tortura e il brivido della vendetta sono l’attrattiva principale del partito della tortura. Proiettare la propria violenza contro coloro che vengono accusati di terrorismo in una guerra senza fine è una sofisticata strategia politica per forgiare e fortificare un nuovo regime. Questa nuova forma di governo, mai prima d’ora insediata negli Usa – ma che trova precursori nel piano di Nixon per impossessarsi del potere – viene cementata per renderla straordinariamente impenetrabile e difficile da rimuovere. E coloro che si prenderanno il compito di ricostruire la struttura saranno vulnerabili agli aspri attacchi politici di chi li chiamerà sovversivi e antipatriottici. Perciò restaurare il governo costituzionale americano dopo Bush richiederà il più strategicamente dotato genio politico e burocratico.
La tortura è tanto indispensabile alla presidenza imperiale che Bush ha puntato la nomina del suo nuovo attorney general, Michael Mukasey, sul suo rifiuto di opporsi a un rituale concepito durante l’Inquisizione spagnola per purgare i peccatori dall’eresia: il waterboarding (consiste nell’immobilizzare un individuo, e versare acqua sulla sua faccia per simulare l’annegamento, ndt). Se Mukasey avesse definito il waterboarding una tortura – cosa che evidentemente è – sarebbe stato obbligato a perseguire coloro che si sono resi responsabili di crimini di guerra.
La testimonianza di Mukasey era sintomatica del nuovo ordine costituzionale forgiato da Bush. E, cosa ancor più insidiosa, il processo segreto al quale l’amministrazione ha sottoposto Mukasey per metterlo in riga sottolinea il fatto che i cambiamenti radicali che Bush ha apportato alla presidenza non valgono solo per una amministrazione, ma per tutte quelle che seguiranno.
(…) Tutti i principali candidati repubblicani alla presidenza hanno abbracciato l’idea di Bush di una presidenza imperiale, ma non c’è nessuno che superi in fervore Rudy Giuliani. La possibilità di avere potere e non renderne conto a nessuno, così come quella di condurre una presidenza nel quadro di quello che uno dei suoi più stretti consiglieri – il critico letterario ed esperto di politica estera mancato Norman Podhoretz – ha definito “la Quarta Guerra Mondiale”, lo ha eccitato oltre ogni misura. È il momento di Giuliani, davvero.
Che Giuliani diventi o meno il candidato repubblicano, sarà stato lui ad aver definito più chiaramente di tutti gli altri i temi dell’ormai prossima campagna repubblicana 2008. La sua premessa politica, candidatosi a sindaco di New York, era che la città si trovava sotto assedio, infestata dal crimine e dal caos. La sua risposta alla criminalità era stata la nomina del nuovo commissario di polizia: Bernard Kerik, l’uomo di legge senza legge.
L’immagine che Giuliani aveva dato di New York allora viene oggi così trasformata nell’immagine del paese, assediato dall’interno e dall’esterno. Quando era sindaco aveva fatto divampare le fiamme degli scontri razziali, crogiolandosi nella demagogia.
Il suo stile infuocato, cinico e paranoico è diventato internazionale. Che lui diventi o meno il candidato conservatore, avrà comunque aiutato a consolidare il modello autoritario di Bush come l’unico accettabile per i repubblicani.
(Con questo articolo l’autore sospende la sua attività di giornalista per diventare consigliere a tempo pieno della campagna elettorale di Hillary Clinton.
Traduzione di stefano pitrelli)

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Giovani thai: etica ed onestà, valori chiave per le prossime elezioni
di Weena Kowitwanij
I giovani chiedono ai politici di mantenere la parola data ed impegnarsi per i poveri, per l’ambiente e lo sviluppo del Paese. Le urne si aprono il 23 dicembre prossimo: 480 seggi per più di 800 candidature.

Bangkok (AsiaNews) – L’etica dei candidati, la loro capacità di mantener fede alla parola data, il rispetto della popolazione e dei suoi bisogni primari. Sono questi i requisiti che i giovani thailandesi ritengono indispensabili per i candidati delle prossime elezioni parlamentari, previste per il 23 dicembre. I seggi disponibili sono 480, contro le 800 candidature presentate dai membri dei 20 partiti in lizza.
 
Quelle di dicembre saranno le prime elezioni democratiche dalla presa di potere della giunta militare, che lo scorso settembre ha effettuato un golpe pacifico – benedetto dal re Bhumibol – per cacciare il primo ministro Thaksin Shinawatra, accusato di corruzione.
 
Secondo Sasimaporn Ka-ngen, universitaria cattolica, il primo parametro da considerare è “come i candidati intendano gestire il grave problema della povertà, una delle situazioni che più affligge il nostro Paese. Per questo, non penso che valuterò soltanto la politica del Partito, ma cercherò di sapere il più possibile sul candidato, per capire se è uno che mantiene le promesse”.
 
U-tain Pipatpokaisri, che studia al tempio buddista di Rajjaborpit, sottolinea l’importanza del rispetto per l’ambiente: “Sono convinto che alla base di tutta la nostra vita c’è il modo in cui ci poniamo nei confronti dell’ambiente. Spero che i candidati condividano questa visione, che per me è fondamentale”.
 
Yos Tansakul, che studia Scienze sociali, aggiunge: “Sembra che tutti i nostri candidati dicano di volere educazione gratuita per tutti, ma in concreto io non l’ho mai vista. Sarei veramente impressionato se qualcuno presentasse un progetto di bilancio, reale, che prevede questa opzione. Inoltre, credo che l’onestà dei politici potrebbe essere un altro grande tema”.
 
Juthaporn Taepakdee, rappresentante degli studenti dell’Istituto Sacro cuore di Gesù, conclude: “Considererò l’etica dei candidati e la sincerità con cui vogliono impegnarsi per lo sviluppo della Thailandia”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10904&size=A

Iraq, Difesa, Petrolio, Commercio i ministeri piú corrotti
Osservatorio Iraq,


I ministeri iracheni della Difesa, del Petrolio, e del Commercio sono fra le istituzioni più corrotte del Paese.

L'accusa viene dal nuovo responsabile della Commissione di Pubblica integrità, citato dal quotidiano iracheno Azzaman.

La causa principale della corruzione dilagante in questi tre ministeri è la pressione e l'ingerenza da parte delle fazioni politiche più influenti, dice Musa al-Shuwaili, che però non si spinge fino a fare il nome di queste fazioni, e non vuole dire se nella corruzione siano coinvolte anche figure importanti, compresi i ministri.

Anche il ministero degli Interni è impantanato nella corruzione, a detta di Shuwaili, che tuttavia non precisa se la commissione da lui presieduta convocherà qualcuno dei suoi funzionari per interrogarlo oppure lancerà delle azioni legali.

Ma le critiche più dure sono riservate al ministero della Difesa.

Shuwaili critica una legge approvata di recente, in base alla quale se qualcuno appartenente a detto ministero dovesse essere riconosciuto colpevole potrebbe essere processato solo da un tribunale militare.

La legge – sostiene – impedisce i tentativi della sua commissione di portare alla luce i dossier relativi alla corruzione nel ministero e di chiamare i responsabili a rispondere delle loro malefatte.

“Il ministero della Difesa è il ministero più corrotto del Paese", dice Shuwaili categorico. "E' in cima alla piramide irachena della corruzione. Altri ministeri dove la corruzione abbonda sono gli Interni, il Commercio, il Petrolio, e l'Elettricità”.

Alla domanda se intenda portare in tribunale uno qualunque dei ministri, la risposta è però diplomatica.

“Il ministro non è necessariamente implicato. Il malfunzionamento amministrativo e le pratiche corrotte si diffondono ai livelli intermedi della gestione", dice.

Il ministero della Difesa, scrive il quotidiano iracheno, non ha risposto alle sue ripetute richieste di commenti.

Secondo Shuwaili, un altro aspetto preoccupante della corruzione in Iraq è il dilagare del contrabbando, in particolare di petrolio e derivati.

La commissione da lui presieduta – sottolinea - ha preparato dei rapporti specifici sul contrabbando, nei quali si fanno i nomi dei funzionari, delle compagnie, e delle controllate implicate, e li ha inviati all'ufficio del Primo Ministro Nuri al Maliki.

Tuttavia, quella di porre fine al contrabbando è una impresa che va al di là della capacità dei tribunali, dice.

“Abbiamo bisogno di assistenza militare per aiutarci a eseguire le decisioni dei tribunali riguardo alle reti del contrabbando”.

Le inchieste della sua commissione, aggiunge Shuwaili, hanno scoperto che funzionari governativi sono stati coinvolti nell'importazione di quantità enormi di generi alimentari scaduti, e che nei libri paga del governo ci sono migliaia di nomi falsi.

“Persino la rete di sicurezza sociale creata per aiutare i poveri e i bisognosi è stata infiltrata da commercianti, funzionari governativi, e titolari di imprese private”, sottolinea.

Shuwaili smentisce le informazioni secondo le quali il Primo Ministro Maliki e altri ministri starebbero esercitando pressioni sulle indagini della commissione da lui presieduta per insabbiare alcune pratiche corrotte all'interno del governo.

Ammette tuttavia che “alcune fazioni politiche” stanno interferendo nel lavoro dell'organismo di controllo.

Shuwaili è stato nominato da poco a presiedere la Commissione di pubblica integrità, uno degli organismi indipendenti previsti dalla Costituzione irachena.

Il suo predecessore, il giudice Radhi Hamza al Radhi, si era dimesso in settembre, fuggendo negli Stati Uniti, da dove ha accusato il governo del premier Maliki di alimentare e incoraggiare una cultura della corruzione.

Il governo di Baghdad ha reagito dicendo che gli farà causa, per avere portato via clandestinamente documenti ufficiali, diffamato il Primo Ministro, e per corruzione.



[O.S.]


Fonte: Azzaman


A pochi giorni dal referendum costituzionale in Venezuela, fissato il 2 dicembre, si sbizzarriscono le previsioni e i sondaggi elettorali. Quasi tutti danno il “Sì” largamente vincente, ma non mancano le contraddizioni. Stranamente ad avere risalto nella stampa internazionale è un sondaggio che dà sconfitto il presidente Chávez.

Domenica i cittadini venezuelani saranno chiamati per l’ennesima volta alle urne (11esima tornata elettorale dal 1999). Questa volta dovranno pronunciarsi circa la riforma costituzionale voluta dal presidente Chávez e dal suo governo per gettare le basi di uno stato ed una economia socialista. Saranno elezioni limpide dal punto di vista del processo elettorale, l’ormai ferrato sistema di voto elettronico venezuelano infatti non lascia spazio a possibilità di brogli o manipolazioni delle urne (un sistema che farebbe comodo a molte democrazie sparse per il mondo, soprattutto ad esempio in Messico, ma anche in Italia non dispiacerebbe…). A 6 giorni dalla tornata elettorale sono però i sondaggi elettorali a tenere realmente banco.

Quasi tutte le previsioni danno il “Sì” alla riforma costituzionale largamente avanti nelle intenzioni di voto. Secondo la agenzia “North American Opinión Research”, che ha realizzato un sondaggio su una base di 3'000 cittadini venezuelani, il voti per il “sì” si attesterebbero al 57%, contro un 33% che invece respingerebbero il referendum. Questo sondaggio mostra un incremento delle intenzioni di voto per il “sì” di 5 punti percentuali rispetto alla stessa inchiesta svolta da questa agenzia nei mesi scorsi.

Ancora maggiore il vantaggio per il presidente Chávez è invece dato da altre agenzie di sondaggi. L’Istituto Venezuelano di Analisi di Dati, dopo aver raccolto i dati durante il periodo che va dal 15 al 28 ottobre, attesta i voti a favore del referendum al 62,3%. La stessa agenzia vede il “No” al 17,4% e il popolo degli indecisi al 20,3%.

Anche il sondaggio effettuato da “Consultores 30-11” da una chiara vittoria del “Sì” che è dato con un 63,4% delle preferenze ed un “No” al 30,1%. I risultati di questa inchiesta sono ancora più recenti dato che lo studio si è concluso il 21 novembre. La stessa indagine ha fatto emergere un dato interessante, il 78% degli intervistati infatti si dichiara con un alto livello di informazione circa i contenuti della riforma costituzionale.

Decisamente differenti sono invece alcuni sondaggi che invece hanno trovato grosso risalto a livello internazionale. L’agenzia Reuters ha ieri diffuso con una agenzia i risultati dell’agenzia Hinterlaces secondo cui le preferenze dei venezuelani sono ad oggi attualmente quasi equamente divise tra un “sì” al 45% ed un “no” al 46% con solo il 9% di indecisi. Questo studio è stato effettuato dal 20 al 24 novembre su 1'300 cittadini aventi diritto al voto.

Una è stata però l’agenzia che invece ha dato ampio vantaggio al “no”,si tratta di Datanálisis, stranamente quella più considerata dai media internazionali ed in particolare dalla BBC. Questa inchiesta dà i contrari alla riforma al 44,6%, mentre i cittadini che avallerebbero la riforma sarebbero il 30,8%. L’inchiesta sarebbe stata effettuata su un campione di 1.854 di possibili elettori tra il 14 ed il 20 novembre.

Fa pensare però il fatto che la stessa agenzia lo scorso anno, prima delle elezioni presidenziali, dava un Chávez in crisi rispetto ai rivali per una progressiva perdita di consensi. Peccato che poi invece il presidente venezuelano è stato rieletto con un 61,35% di voti a favori, molti di più del 45% attestatogli da Datanálisis. Ma allora c’è da chiedersi come mai proprio questa agenzia è quella che è stata più ripresa a livello internazionale?

Per fortuna un totale di 1.200 osservatori nazionali controlleranno l’andamento del referendum per la riforma costituzionale che si svolgerà domenica in Venezuela, lo ha reso noto il rettore principale del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Vicente Díaz che ha poi annunciato anche la presenza di molti osservatori internazionali a questo processo elettorale.

Il sistema venezuelano è considerato tra i più affidabili al mondo e nelle precedenti elezioni non sono mai stati sollevati dubbi di irregolarità da parte degli osservatori esterni.

A quanto pare però la voglia di interferire e di tentare di influire sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale è però sempre viva come lo dimostra la guerra dei sondaggi (chissà a volte manipolati a piacimento) entrata ormai nel vivo.http://www.verosudamerica.com/2007/11/referendum-venezuelano-sondaggi.html


GENOCIDIO: VERSO LA PROROGA DEI TRIBUNALI TRADIZIONALI ‘GACACA’




Sarà necessario prorogare il mandato dei ‘gacaca’ , erba in kinyarwanda ovvero i tribunali popolari che, in scadenza a fine anno, dal 2002 affiancano la giustizia ordinaria per gli autori del genocidio del 1994: lo ha detto Domitille Mukantanganzwa, segretario generale del Servizio nazionale dei gacaca (Snjg), precisando che il 95% dei sospettati classificati nella categoria ‘esecutori’ sono stati processati ma che alcuni tribunali avranno bisogno di più tempo per lavorare. "Il bilancio sull’esperienza dei gacaca comporta aspetti positivi, ma anche limiti" ha detto alla MISNA Esther Mijawayo, a margine della presentazione dell’edizione italiana del libro ‘Il fiore di Stephanie’ scritto con Souad Balhaddad. “Di Sicuro - ha aggiunto la Mijawayo che nel genocidio ha perso gran parte della sua famiglia - hanno permesso di far venire alla luce molta verità. Le testimonianze di vittime e assassini messi a confronto hanno chiarito gli eventi, consentendo anche di ritrovare i resti di molte persone uccise, per una degna sepoltura. E anche se si tratta di una formula giudiziaria impropria, già riservata solo ai casi minori, i tempi sarebbero stati troppo lunghi con la con la giustizia ordinaria e il Tribunale penale internazionale di Arusha (Tpir), che non ha emesso più di una trentina di verdetti a 13 anni dai fatti”. Inoltre, aggiunge Mujawayo, “questa formula partecipativa dei ‘tribunali sull’erba’ ha permesso di sensibilizzare tutti i rwandesi sul concetto di impunità e di giustizia”. I circa 11.000 gacaca, che possono pronunciare condanne a pene detentive fino a 30 anni, hanno comunque le loro zone d’ombra; è difficile individuarei cosiddetti “saggi” che li presiedono e avrebbero spinto alla fuga o impedirebbero il ritorno di numerosi sospettati o di persone che temono di essere ingiustamente accusate. Tra aprile e giugno del 1994, tra 500.000 e 800.000 persone, la maggioranza tutsi, ma anche decine di migliaia di hutu moderati, sono state uccise in Rwanda. “Abbiamo sofferto tanto a causa della visione degli stranieri sul nostro paese. Per anni il Rwanda è stato visto attraverso gli ‘occhiali’ dei belgi impregnati dal loro dualismo interno, quello tra fiamminghi e valloni. Quello che chiedo adesso a tutti quelli che vogliono bene al popolo rwandese – ha detto in conclusione Mujawayo – è di essere meno tutsi dei tutsi e meno hutu degli hutu”.
http://www.misna.org/


Europee in Romania, vince l’opposizione

scrive Mihaela Iordache

La sala del parlamento europeo
Per la prima volta la Romania ha chiamato i suoi 18 milioni di elettori alle elezioni parlamentari europee. Solo il 29% degli elettori si è recato alle urne. Vittoria dell’opposizione con in testa il Partito democratico, vicino al presidente Basescu
Per la prima volta nella sua storia, in Romania si sono svolte le elezioni parlamentari europee. Più di 18 milioni di elettori sono stati chiamati a scegliere 35 parlamentari europei sui 551 candidati presentati da 13 partiti. Ma la maggior parte degli aventi diritto al voto non si è presentata ai seggi e di conseguenza la partecipazione è stata scarsa. Con una percentuale intorno al 29% è stata registra la più bassa affluenza alle urne tra tutte le consultazioni elettorali del periodo post rivoluzionario.

Il mandato degli eletti durerà solo un anno e mezzo perché nel giugno del 2009 si dovranno comunque tenere le elezioni in tutti i 27 paesi dell'UE. Su una scena politica già movimentata, le elezioni di domenica scorsa sono state un vero e proprio test per i partiti, con risultati che hanno prodotto uno tsunami politico per tre piccoli partiti presenti nel parlamento di Bucarest e che non sono riusciti a superare la soglia elettorale di sbarramento del 5% per quello europeo. Dato significativo soprattutto nella prospettiva delle elezioni politiche ed amministrative che si terranno l’anno prossimo.

Sorprese si sono avute anche per altre formazioni politiche, con la consacrazione di un nuovo partito forte, il Partito democratico, sostenuto tenacemente dal presidente delle Repubblica, Traian Basescu.

Secondo i risultati finali provvisori (non sono previsti grandi cambiamenti per quelli definitivi) forniti dall’Ufficio elettorale centrale (Biroul electoral central, BEC), il Partito democratico (PD - gruppo PPE) ha ottenuto il 28,81 % dei voti, il Partito social democratico (PSD, gruppo dei socialisti europei) il 23,11 %, il Partito nazional liberale (PNL - gruppo Alde al Parlamento europeo) il 13,44 %, il Partito liberal democratico (PLD) il 7,78 %, l’Unione dei magiari della Romania (UDMR - PPE) il 5,52 %, il Partito nuova generazione di Gigi Becali (PNG) il 4,85 %, l’indipendente Laszlo Tokes, pastore riformato ungherese, il 3,44 %, il Partito Romania grande (Partidul Romania mare, PRM) il 4,15 %, il Partito conservatore (PC) il 2,93 %.

Avranno quindi rappresentanti al Parlamento europeo PD, PSD, PNL, PLD, UDMR e l’unico candidato indipendente Laszlo Tokes (che ha superato la soglia del 3% riservata ai candidati indipendenti), mentre PRM e PNG sono le sorprese negative. Il partito dei rom “Pro Europa” non è riuscito a raggiungere la soglia di sbarramento del 5% e dunque non avrà nessun seggio all’europarlamento.

A sorpresa ha invece conseguito un risultato più che soddisfacente il Partito liberal democratico dell’ex primo ministro, Theodor Stolojan. Costituito l’anno scorso il PLD è riuscito a superare agevolmente il suo primo test elettorale e la soglia del 5%.

Sia i liberaldemocratici che i democratici sono vicini al presidente Basescu, noto per i suoi discorsi anticorruzione e dotato di un grande carisma sulla popolazione, che anche stavolta non è stata indifferente alle simpatie politiche del capo dello stato, nonostante sia accusato da altri partiti e da alcuni analisti di mancata equidistanza politica oppure di adottare un comportamento dittatoriale.

Dall’altra parte, con l’ascesa del Partito liberal democratico, ha perso voti il Partito democratico, formazione da cui proviene Basescu, il quale ora appoggia i due partiti preparati a continuare la lotta contro il nemico numero uno del capo dello stato ed ex alleato, il premier liberale Tariceanu.

E’ spettacolare anche il risultato dei partiti della coalizione che nel 2004 aveva vinto le elezioni politiche. I democratici, i liberal democratici e i liberali hanno ottenuto intorno al 50% delle preferenze degli elettori, un risultato doppio rispetto a tre anni fa, con la differenza che ora della vecchia coalizione sono rimasti al potere solo i liberali del premier Calin Popescu Tariceanu.

Con in testa il Partito democratico la vittoria di queste elezioni europee è tutta dell’opposizione, visto che i liberali e i magiari che si trovano al governo hanno insieme circa il 19-20%, cioè un governo senza maggioranza in parlamento. L’Unione democratica dei magiari della Romania riconferma la sua tradizionale percentuale intorno al 6 % .

L’elettorato romeno ha sanzionato senza diritto d’appello i partiti che portano avanti un discorso estremista, nazionalista, demagogico e populista come il Partito Romania grande di Corneliu Vadim Tudor e il partito nuova generazione di Gigi Becali che non superando la soglia del 5% non accedono al parlamento di Strasburgo.

La bassa affluenza al voto troverebbe spiegazione soprattutto nella mancanza di fiducia dell’elettorato nei confronti della classe politica. “Direi che ci posizioniamo nello specifico di alcuni stati di recente entrata nell’UE, dove la tematica europea è meno dibattuta”, è stata una delle spiegazioni del capo dello stato in merito al massiccio assenteismo al voto. Un assenteismo che dimostra però anche l’incapacità dei politici nel riuscire a mobilitare l’elettorato, deluso dall’andamento delle riforme.

Ancora una volta l’elettorato rurale si riconferma più interessato di quello urbano che supera quest’ultimo in affluenza di oltre il 10%. Nei remoti villaggi romeni, privi di acqua corrente e strade asfaltate, dove l’agricoltura si pratica ancora con il cavallo e l’aratro, il voto per il parlamento europeo di Strasburgo (e comunque per le elezioni in genere) ha interessato più persone che nei grandi centri urbani. Nella classifica delle più basse affluenze al voto, tra i nuovi stati membri dell’Unione europea la Romania si trova al quarto posto dopo l’Estonia dove era stato raggiunto solo il 26,8 %.

Domenica scorsa si è votato in Romania anche per un referendum sull’introduzione del sistema uninominale, proposto dal capo dello stato, scontento della variante proposta dal governo liberale. Ma la scarsa partecipazione al voto non ha permesso di raggiungere metà più 1 del totale di elettori con diritto di voto e quindi il referendum è fallito, nonostante i votanti si fossero pronunciati nella stragrande maggioranza per la variante proposta dal presidente.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8607/1/48/

 

COMMONWEALTH-PAKISTAN:
Sospeso, non espulso
Analisi di Sanjay Suri



Il gruppo “ha anche ribadito il suo forte impegno nel mantenere un legame col Pakistan, in quanto membro stimato del Commonwealth, (e) a lavorare per aiutare la ripresa della democrazia in quel paese”. Il Pakistan, dunque, rimane ufficialmente membro dell’organizzazione, e un membro valido, nonostante i titoli sui giornali.

La Gran Bretagna si era battuta per dare al presidente Pervez Musharraf la possibilità almeno fino a gennaio di mantenere la sua promessa di elezioni giuste. Il ministro degli Esteri britannico David Milliband ha annunciato che “vedremo dei passi molto concreti [che dimostrano] che il Commonwealth è deciso a tendere la mano al Pakistan, prevedendo anche la possibilità di una missione del CMAG nel paese”.

Il rifiuto di isolare completamente il Pakistan potrebbe anche essere una cosa positiva. “Vogliamo che il Commonwealth intraprenda un’azione contro il governo del Pakistan, non contro il popolo del Pakistan”, ha detto all’IPS Claire Doube, del gruppo della società civile Civicus. “Dopotutto non è colpa loro se si trovano di fronte a tale negazione dei diritti”.

All’inizio di questo mese, in Pakistan è stato dichiarato lo stato d’emergenza, e la costituzione è stata sospesa. I funzionari hanno destituito i giudici e arrestato gli attivisti per i diritti umani, i membri dell’opposizione, giornalisti e avvocati - e questo mentre il tribunale stava deliberando sulla legittimità della rielezione di Musharraf avvenuta lo scorso mese. Giovedì scorso, i giudici simpatizzanti del presidente - che è anche capo delle forze armate - hanno confermato il suo nuovo mandato.

Secondo Musharraf, lo stato d’emergenza era necessario, in parte, a causa della minaccia di estremismo islamico.

Negli ultimi giorni, secondo Doube, il governo del Pakistan avrebbe avviato delle azioni promettenti. Alcuni detenuti sono stati rilasciati, e le restrizioni su alcune organizzazioni di media sono state allentate. Ma il Pakistan deve fare di più per poter riacquisire la piena appartenenza al Commonwealth, ha aggiunto.

La visione ottimistica del Commonwealth è che questa “sospensione-light” non ostacoli l’impegno col governo. La visione meno ottimistica è anche la più ovvia. È difficile per chiunque affermare che il Pakistan abbia perso materialmente qualcosa tra il 1999 - quando Musharraf prese il potere con un colpo di stato - e il 2004, quando il Pakistan fu riammesso con la promessa di un ritorno alla democrazia - che poi non sia tornato. Perciò, è anche difficile sostenere che il Pakistan possa perdere materialmente qualcosa adesso.

Ma certo si è deteriorata la sua posizione internazionale. La decisione del Commonwealth giunge come un ultimo avvertimento: non proprio una punizione, ma comunque una situazione imbarazzante agli occhi di tutti. E si potrebbe argomentare che i leader eletti democraticamente che rappresentano un paio di miliardi di persone ora si sono espressi formalmente contro Musharraf.

La sospensione ferisce evidentemente il Pakistan, al punto che i suoi leader hanno deciso di scrivere al CMAG (che comprende Malta, Lesotho, Sri Lanka, Malaysia, Gran Bretagna, Canada, Tanzania, Papua Nuova Guinea e Santa Lucia) per protestare contro una simile iniziativa. Le loro argomentazioni hanno sufficientemente convinto i membri del CMAG, che ha rinunciato ad eventuali azioni più dure fino alle elezioni, fissate per l’8 gennaio.

La sospensione del Pakistan dai consigli del Commonwealth significa l’esclusione dei suoi rappresentanti dalla partecipazione a qualsiasi incontro intergovernativo e da altre attività intergovernative, come il CHOGM (Meeting biennale dei capi di governo del Commonwealth, appena concluso nella capitale ugandese Kampala).

Il Pakistan sembra aver anticipato la decisione. Il CMAG ha dichiarato di aver “notato la decisione del Pakistan di non partecipare al CHOGM di Kampala”. Poteva rivelarsi imbarazzante dover dire ai funzionari appena arrivati per partecipare agli incontri che forse avrebbero dovuto riprendere l’aereo prima del previsto.

Il Commonwealth sta portando avanti con serietà le sue attività con il Pakistan, in nome della “solidarietà con il popolo del Pakistan”. E finora la sua decisione ha almeno fornito alla gente un’argomentazione contro Musharraf.

Non tutte le dichiarazioni congiunte del CMAG, comunque, appaiono totalmente oscure. Il gruppo ministeriale ha precisato in una dichiarazione scritta: “Il CMAG ha constatato la volontà del presidente Musharraf di togliersi l’uniforme, e si augura che lo faccia al più presto”.

KAMPALA, (IPS) - I titoli di prima pagina che annunciano la sospensione del Pakistan dal Commonwealth nascondono alcune sfumature. Sfumature che derivano da importanti differenze emerse all’interno del Gruppo ministeriale d’azione del Commonwealth (CMAG), responsabile della decisione finale.

 

http://www.ipsnotizie.it/


Faccia a faccia con la dittatura
Entro la fine dell'anno i brasiliani sapranno tutti i segreti di una dittatura lunga e sanguinaria
 Scritto da
Gisele Barbieri

Entro la fine di quest’anno, il governo ha intenzione di mettere a disposizione del popolo brasiliano gli archivi segreti riguardante il periodo della dittatura militare degli anni ‘60. L’Archivio Nazionale, organismo legato alla Casa Civil che si occupa della politica nazionale degli archivi, organizzerà un centro per renderne più facile l’accesso.

Ragazza fatta prigioniera dall'esercitoIl Centro che si chiamerà “Memórias Reveladas” (Memorie Rivelate) riunirà un insieme di organismi pubblici presso i vari Stati Membri oltre agli archivi degli organismi legati al governo militare como l’SNI ossia il Servizio Nazionale di Informazione (Serviço Nacional de Informação) e la Commissione Generale di Investigazione (Comissão Geral de Investigações). Tutti questi dati saranno organizzati ed aperti al pubblico. La legge che regola l’accesso pubblico a questi documenti, dipendendo dalla sua classificazione, è stata modificata dal presidente Lula nel 2002, durante il suo primo anno di mandato. Gli archivi ultra-segreti potranno, per esempio, essere aperti al pubblico entro un periodo di 30 anni, prolungabile per altri trent’anni.

Per saperne di più sulla nascita e sul funzionamento del centro, Radioagência NP, ha incontrato il direttore generale dell’Archivio Nazionale, Jaime Antunes.
 
Com’è nata l’idea della creazione di questo centro?

Il progetto di questo centro di riferimento, la cui creazione è prevista per settembre o ottobre, è nato da una proposta della segretaria speciale per i diritti umani, in un primo momento con l’idea di riunire tutti i documenti raccolti o ancora da raccogliere sul periodo della dittatura. Dal dicembre del 2005, con la raccolta dei documenti estinti del Servizio Nazionale di Informazione (SNI), della Commissione generale di Investigazione e del Consiglio di Sicurezza Nazionale, fino a quel momento sotto la tutela dell’Agenzia Investigativa Brasiliana (Agência Brasileira de Inteligência - Abin), ha inizio nell’archivio nazionale l’entrata continua di documentazione riguardante il periodo della dittatura fino a quel momento archiviata presso vari organismi dell’amministrazione pubblica. La ministra della Casa Civil, Dilma Roussef, con un’azione determinata, ha inviato a tutti gli organismi pubblici avvisi e notifiche affinché si desse inizio nei diversi archivi alla ricerca, identificazione e trasferimento all’archivio nazionale dei documenti riguardanti il periodo della dittatura.

Ragazzo inseguito da due militariQual’è attualmente la dimensione della raccolta dell’archivio nazionale?

L’archivio nazionale possiede oggi un insieme già consistente di documenti riguardanti il periodo della dittatura. Al momento, se provassimo a quantificare il numero di pagine si parlerebbe di un totale di 13 milioni 850 mila pagine di documenti provenienti da organismi ed enti dell’amministrazione pubblica e da tre archivi privati. In tutto contiamo su 15 archivi pubblici di documentazioni e tre archivi privati che ci sono stati donati.
 
Tutti questi documenti possono essere messi a disposizione per essere consultati?

In base alla classificazione prevista in Brasile per la documentazione si prevede un limite massimo di trenta anni per i documenti ultra-segreti, limite che può essere rinnovato per altri trenta anni mentre per gli archivi con diversa classificazione si parla di vent’anni per quelli segreti, dieci anni per quelli confidenziali e cinque anni per i documenti classificati come riservati. Se per ventura l’organismo di provenienza della documentazione non ha attribuito nessuna classificazione, la documentazione risulterà immediatamente aperta al pubblico. Ciò vuol dire che si potrà consultare immediatamente un documento ultra-segreto degli anni ’70 che non ha nessuna classificazione e che è stato trasferito all’archivio nazionale. Regola dell’amministrazione pubblica è che il documento non possieda nessuna classificazione anche se nel periodo della dittatura in alcuni organismi, sopratutto quelli che integravano la rete d’informazione del Sistema Nazionale d’Informazione (SNI), la tendenza fosse quella di classificare tutti i documenti come segreti.

Vittima della tortura durante la dittatura militare in BrasileQuali sono le attese una volta consolidato il Centro “Memórias Reveladas”?

Il progetto renderà possibile e permetterà lo sforzo comune delle diverse parti con l’obiettivo di approfondire il processo di conoscenza degli archivi documentali raccolti dagli organismi coinvolti rendendo possibile l’incrocio dei dati. Sara inoltre possibile identificare le differenze esistenti tra le versioni inviate. Se sono le stesse oppure sono state integrate da altre informazioni. Sono state create le condizioni per realizzare un grande progetto di identificazione e allo stesso tempo dimostrare che la creazione di questo centro non ha un obiettivo revanchista, il suo obiettivo sarà occuparsi obiettivamente dell’informazione storica ricevuta.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9262


novembre 27 2007

Partita doppia
Massimo Giannini
la Repubblica

CRONACHE da un altro mondo. Un partito laburista vince le elezioni con una solida maggioranza, 83 deputati su 150. Può governare da solo, anche se conterà sul voto coalizzato dei Verdi. Il premier conservatore, sconfitto, telefona al leader vincente: "concede" la vittoria, saluta e se ne va. Non è Marte. È l'Australia, dove la sinistra riformista di Kevin Rudd, dopo dodici anni di dure battaglie politiche, è tornata al potere battendo la destra conservatrice di John Howard. Miracoli del sistema maggioritario. Semplice, efficace, trasparente.

Le cronache del nostro mondo sono altrettanto "marziane". Ma per ragioni opposte. Raccontano di un Paese in cui fior di professori rimpiangono una mai esistita "età dell'oro" del proporzionale, fior di politici fingono di credere a un dialogo sulla riforma della legge elettorale con la ragionevole certezza che, purtroppo e salvo sorprese clamorose, un accordo per cambiarla non si troverà. Questa settimana si gioca un partita doppia. Veltroni scommette tutto nel confronto sulle riforme con i dirigenti dell'opposizione, Prodi scommette tutto nello scontro sul Welfare con i dissidenti della maggioranza. Ma forse, nell'uno e nell'altro caso, di realmente decisivo non ci sarà granché. Si è aperta una fase di grande confusione, e di grande fibrillazione. Nei due schieramenti prevale il posizionamento tattico, e non è ancora il tempo del ricollocamento strategico. Le vere scadenze, quelle esiziali, sembrano solo rinviate.

Si ballerà fino a Natale, e oltre. Sul Welfare, dopo tante retromarce e altrettante fughe in avanti, il governo sembra aver trovato un compromesso sull'unica scelta sensata, che in realtà non sarebbe mai dovuta tornare in discussione. Si torna al punto di partenza, cioè al testo varato in Consiglio dei ministri, sulla base dell'accordo sottoscritto con le parti sociali il 23 luglio, e approvato da 5 milioni di lavoratori con tanto di consultazione nelle fabbriche. Questa mossa ristabilisce le regole della concertazione, restituendo al loro ruolo negoziale la Confindustria e i sindacati.
Placa gli ardori "liberaldemocratici" di Dini, che avrebbe qualche difficoltà a giustificare la caduta del governo per un no alle norme sullo staff leasing. Scontenta la sinistra radicale, con la quale tuttavia il premier già prefigura misure di compensazione sulla lotta al precariato. In questo scenario, Prodi supera un altro ostacolo. Ma rimette il suo destino all'ordalia di fine anno, quando la Legge Finanziaria tornerà al Senato in seconda lettura. Solo lì, nella resa dei conti finale tra i centristi di Dini e i comunisti di Giordano e Diliberto, si capirà se il governo regge.

Anche sulla legge elettorale ogni possibile svolta è rinviata a gennaio. Sarà la Corte costituzionale, con il suo quasi certo via libera ai quesiti, a innescare sul serio la bomba ad orologeria del referendum. E solo in quel momento si vedrà chi vuole davvero un accordo, per impedirne lo svolgimento, e chi invece punta le sue carte sul pronunciamento del "popolo sovrano", per lucrarne i vantaggi. Ma nel frattempo, anche ieri, qualche movimento si è prodotto.

In attesa del primo faccia a faccia con Berlusconi, in agenda per venerdì prossimo, Veltroni ha incontrato Fini. Sul modello elettorale non c'è stata alcuna intesa, né poteva esserci. Il Pd oscilla, dal sistema tedesco al modello misto cucito su misura da Vassallo, tendenzialmente proporzionale. An, al contrario, per coerenza non si sposta dall'impianto bipolarista, e tendenzialmente maggioritario. Ma dopo quell'incontro si fissano almeno quattro punti fermi, sull'incerto sentiero delle riforme.

Primo: si può dialogare con tutti, anche con quelli che per un anno e mezzo ti hanno preso a schiaffi, gridando al golpe. Non è scritto forse nel programma dell'Unione che il centrosinistra non ripeterà l'errore del Titolo V, poi clamorosamente ribadito dal centrodestra con la devolution, e che nessuna riforma di sistema sarà più varata a maggioranza? Secondo: si deve dialogare con tutti, senza canali preferenziali con nessuno. Terzo: le leggi sul conflitto di interessi e sull'assetto del sistema radio-tv sono necessarie per la qualità della nostra democrazia, ma non possono essere merce di scambio nella trattativa con il Cavaliere. Quarto: si può e si deve dialogare su tutto, non solo sulla legge elettorale ma anche sulle riforme istituzionali: dal bicameralismo ai regolamenti parlamentari.

Forse è proprio quest'ultimo, il paletto più importante piantato da Veltroni con Fini. Se la stessa disponibilità sarà espressa anche dall'Udeur di Casini e dalla Lega di Bossi, forse cadrà la più inaccettabile delle pregiudiziali fin qui poste dall'opposizione. Berlusconi resterà l'unico a dire no alle riforme istituzionali, perché "sarebbero solo un espediente per far durare il governo Prodi". Se la sentirà il Cavaliere di assumere una posizione così ostinatamente solitaria, e così palesemente strumentale?

Il primo voto di Palazzo Madama sulla manovra doveva sancire un cambio di fase, e cambio di fase c'è stato. Doveva implodere il centrosinistra, è esploso il centrodestra. Ora è nella Cdl, ridotta ad "ectoplasma" secondo il suo stesso inventore, che si respira quel "clima libanese" che solo un mese fa Mastella denunciava nell'Unione. La berlusconiana "rivoluzione del predellino" ha rimesso in campo il piccolo Murat di Arcore, ma al prezzo di un profondo isolamento.

Può darsi che la tentazione del Cavaliere sia proprio questa, come ha scritto Roberto D'Alimonte sul Sole 24 Ore: far saltare tutti i tavoli, cavalcare selvaggiamente il referendum e presentarsi subito dopo alle elezioni in splendida solitudine. Uno contro tutti, a caccia del "premio" che lo farebbe governare da solo. Silvio e il suo popolo. Senza mediazioni, senza parrucconi. Per lui è un sogno, per noi è un incubo.

Oppure, al contrario, può darsi che nel suo inesauribile, parossistico "fregolismo" politico, il Cavaliere punti davvero a un governo di larghe intese, e poi al Quirinale. Dal bipolarismo coatto al bipolarismo contraffatto. Altro che lezione australiana.


Patti chiari
Antonio Padellaro
l' Unità


Sarebbe bello che dopo l’incontro Veltroni-Fini di ieri la parola dialogo, troppo spesso usata a sproposito come sinonimo di accordo sottobanco o di manovra diversiva, riacquistasse il significato originario. Che tornasse ad essere cioè quel confronto di idee e programmi allo scopo di raggiungere un’intesa che, per esempio, nel dopoguerra consentì a forze diversissime, comunisti e democristiani, azionisti, socialisti e liberali di scrivere il testo mirabile della nostra Costituzione. Il leader del Pd osserva che dopo tempo immemorabile sinistra e destra sono tornate a parlarsi, ed è certo una novità importante. Come lo è che nella stessa destra si sia deciso di mettere da parte il triste linguaggio degli insulti e delle minacce, delle spallate e delle implosioni. Tutte cose buone e giuste che, tuttavia, a ben poco servirebbero se non portassero a compimento un’intesa effettiva sulle cose da fare. Intesa è la parola chiave che sottintende una volontà concreta e determinata per superare difficoltà e intralci pur di fare uscire il Paese dal tunnel dell’ingovernabilità. La domanda allora è se questa intesa la vogliono davvero tutti. Su Veltroni non dovrebbero esserci dubbi, se non altro perché l’iniziativa l’ha presa lui e non si vede perché non debba desiderare di concluderla con un successo. Speriamo che uno spirito analogo animi Fini, a dispetto di chi lo immagina impegnato in una sorta di partita doppia alla fine della quale ci sarebbe il referendum sulla legge elettorale. Speriamo che il presidente di An e Casini e i leghisti, non pensino ad un uso momentaneo e strumentale del dialogo per difendersi dal nuovo partito personale di Berlusconi; e dopodiché grazie e arrivederci. Sarebbe un grave danno alla credibilità già scossa di tutto il sistema politico se una grande occasione venisse buttata al vento come una delle tante piccole manovre di palazzo.


IL SENATORE E L'AMANTE - Telefonate ferroviarie

 

Nord Italia. Tardo pomeriggio di domenica. Scompartimento di prima classe. Posto 66, il mio. Di fronte a me una ex-figa che ha ancora qualcosa da dire, non solo a parole. Gonna corta, stivaloni, bel vestito, capello lungo e liscio. Affianco a lei il figliolo adolescente con l’i-Pod, che fortunatamente non ha rotto le balle per tutto il viaggio. Infine un signore sulla settantina, capello candido e ben pettinato, abito elegante, occhiali. È un viso noto. Per chi si occupa di politica direi molto noto. Ex-senatore, settentrionale. Sta leggendo. Ma è inquieto. Lasciamo la stazione e, in pochi istanti, è già al telefono. Presto realizzerò che il suo è uno di quei telefoni a lunga durata, perché la conversazione dura oltre due ore. L’interlocutore è una donna (tale B.), si capisce subito. Il loro rapporto è chiaramente irregolare. Lui vuole uscire a cena e già pregusta una piccante seratina intima dopo un lungo periodo di assenza. Lei, che immaginiamo giovane e bella, come tutte le amanti navigate alza il prezzo e si fa desiderare. La conversazione si infiamma quando lui commette l’errore che non bisognerebbe mai commettere: “La mia famiglia è una cosa, tu sei un’altra”. Il tentativo di recupero è vano. Lui si alza, esce in corridoio, piagnucola (“non puoi farmi soffrire così, in treno”), fa la vittima (“dimmi che mi ami!”). Ma lei tiene duro e non cede. Alla fine, prima del triplice fischio della batteria, lui spara l’ultimo colpo disperato (“Compriamo una casa e andiamo a viverci insieme!”), ma resta senza risposta. Rimane qualche istante incredulo con il cellulare fra le mani, poi se lo infila in tasca e se ne va, presumibilmente in bagno, per qualche minuto. Torna e, come se nulla fosse, si rimette a leggere. Ma si vede che è sconvolto. Osserva in giro. Adocchia il libro che ho posato sul sedile accanto al mio (l’ultimo di Macaluso) e, appena incrocia il mio sguardo, mi fa: “Letture impegnative …”. Io annuisco. Scambiamo due parole. Ma ormai siamo a Lambrate, il treno sta arrivando. Entrambi ci infiliamo il cappotto e la sciarpa (lui ne ha una bellissima, bianca). Afferro la valigia e, uscendo dallo scompartimento, mi congedo “Buona serata, senatore”. Lui accenna un sorriso e risponde al saluto. Chissà cosa avrà fatto ieri sera, tutto solo. Poveraccio.  http://titollo.ilcannocchiale.it/

Il massimo del circo
Pacciani2.jpg Roma, 26 nov. (Adnkronos) - Sarà Marco Follini il responsabile delle Politiche dell'informazione per il Partito democratico. Lo ha annunciato il segretario Walter Veltroni durante la riunione dell'esecutivo del Pd che si è svolta stamattina nella sede del Circo Massimo.
PS secondo voci di corridoio sarebbe Pietro Pacciani, fervente cattolico, espressione della cultura contadina, frequentatore storico delle feste de l'Unità, patriarca di una grande famiglia unita, il prescelto come responsabile per le politiche sociali in favore delle donne maltrattate. http://www.onemoreblog.it/archives/017885.html

L'inverno della politica italiana è irreversibile?
di Claudio Croci,
La riproposta del proporzionale annulla,per così dire, un cammino che partendo dal 1992 voleva riformare la politica in Italia , restituendo al cittadino-elettore un potere reale, quello cioè di incidere sul governo del proprio territorio : Sindaco, Presidente di Regione, Primo Ministro. La formula Veltroni-Vassallo dà al maggiore partito( maggiore post ) la facoltà di proporre un programma sul quale poi convergano post altri soggetti , non una coalizione decisa dagli elettori ante, ma una coalizione decisa dai soggetti politici post.
Dire che questo prefigura la fine dei partiti di massa o addirittura , come dice Ilvo Diamanti ,in un incontro con Parisi all’Università di Urbino, la fine dei partiti tout court mi sembra un po’ eccessivo , è la riproposizione dei partiti come figure di mediazione ,spesso, purtroppo, indipendentemente dal voto degli elettori . Partiti che , proprio per questo perdono la loro identità e si riconoscono solo nel leader , che a nome e per conto di tutti propone e disfa. Ma proprio per questo lo stesso leader diviene l’ostaggio di gruppi e gruppetti di sottopotere che ne limitano l’autonomia . La introduzione del proporzionale sicuramente porterà , presto , l’abbandono delle primarie come scelta delegata agli elettori , l’abbandono di sistemi più o meno diretti di scelta del leader all’interno dei partiti , cosa peraltro utilizzata per ora solo da ds e margherita , il trionfo della mediazione a tutti i costi basata su rapporti di appartenenza e non di proposta. Non è detto che ,se l’influenza del Grande Centro si dilaterà elettoralmente , non si vedrà tolta al cittadino anche la facoltà di scelta del Sindaco o del Capo della Regione.
Partiti dunque divenuti etichette comunicative , come sostiene Parisi ? Forse , ma indubbiamente nonostante una incombente affermazione della leaderschip, come unica forma di intervento e di sublimazione di tale leaderschip nell’apparizione televisiva nella quale rappresentare la proposta , resta comunque vero che molti moltissimi non solo credono , ma sentono profondamente che questa non è la Politica. Sentono questo in fabbrica, in ufficio , nelle scuole , nelle strade , nel divertimento , sentono che la Politica è un ‘altra cosa. Sommessamente , testardamente , umilmente riprendono a tessere quelle fila interrotte da chi ci guida e / o ci dovrebbe guidare e riprendono il capo della matassa , pronti a tessere la nuova tela . La strada della democrazia è sempre stata in salita , lo sappiamo , sociologhi , filosofi dubitano , molti cittadini no , e riprendono il lavoro che altri , spesso incautamente , hanno abbandonato e costruiscono di nuovo soggetti che forse qualcuno non chiamerà partiti veri , ma in sostanza lo sono. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10261

Dura lex


29 gennaio 2005, corso Magenta 61 - Milano

Dovrebbe esserci un maggiore equilibrio nell’applicazione della legge. Che so, uno ruba la più grande casa editrice italiana corrompendo giudici e se la gode accumulando soldi e consenso, ma in compenso è consentito a tre o quattro italiani su sessanta milioni di gridare allo scandalo sulla pubblica piazza senza chiedere il permesso. Invece no. Rubare case editrici è lecito, gridare al ladro è tassativamente vietato.

Mi è giunta voce di un’altra denuncia per manifestazione non autorizzata. Tutta per me. Relativa a uno speakers corner di cinque persone di Qui Milano Libera nell’afa di luglio all’indomani della sentenza che ha stabilito che la Mondadori è posseduta da Berlusconi in virtù dI un atto di corruzione. Questa mattina, quattro mesi e mezzo dopo quello speakers corner, svoltosi in piazza Duomo in presenza di una nutrita pattuglia di polizia, due agenti della digos sono andati a casa del mio amico Diego, operatore e montatore di Qml, per convocarlo in questura a testimoniare la sua versione dei fatti.

Hanno i nostri indirizzi di casa, conoscono il mio numero di cellulare, ci hanno identificati mille volte, sanno benissimo che non abbiamo mai commesso e mai commetteremo un atto di violenza, hanno capito che il nostro unico obiettivo è dire la nostra e fare informazione controcorrente, ogni volta che ci vedono in qualche evento pubblico ci chiedono dove stiamo andando e che intenzioni abbiamo piantonandoci per tutto il tempo, ma hanno ricevuto l’ordine di procedere, con effetto retroattivo. Vuol dire che diamo fastidio. E qualcuno vuole farcela pagare.

Questa è la seconda denuncia relativa a iniziative contro la corruzione Mondadori (e l’abusivismo Rete 4). Me ne aspetto altre, d’archivio. Non sempre, in effetti, mi viene da chiedere il permesso per esprimere il mio diritto al dissenso mediante voce e volantini: per varie ragioni di sostanza e di contesto, non ultima il fatto che nell’era di internet per avere il nulla osta da parte della questura devi prima mandare un fax e poi recarti presso i loro uffici, perdendo almeno quattro ore. Visto che ne facciamo spesso e non posso perdere una mattinata ogni volta, avevo proposto un patto fra gentiluomini: inviare una mail e far valere il silenzio-assenso. Niente da fare, non vale. Con i branchi di tifosi in trasferta c’è maggiore tolleranza. La pena varia da una multa a sei mesi di galera.

Poi ci sono le due querele per diffamazione, entrambe infondate, di Emilio Fede (che ha chiesto e ottenuto per un mese l’abusiva sospensione di questo blog) e Pietro Caltagirone, dirigente dela Sanità lombarda e pregiudicato per abuso d’ufficio e falso. Giudico infondata la querela di Fede perché lamenta come diffamatorio un nostro video che in realtà abbiamo deciso di pubblicare per documentare un fatto, sopperendo alla parzialità di un servizio di Canale 5. La querela di Caltagirone è infondata in quanto si riferisce a un post, poi diffuso come volantino a Lecco, in cui lo criticavo per alcuni fatti veri. Ad oggi le due querele non hanno prodotto alcun rinvio a giudizio e non dovrebbero produrne, se è vero che la giustizia non è l’utile del più forte.

La mia querela contro Fede, invece, si è magicamente insabbiata. A distanza di cinque mesi, non ho notizia di alcuna indagine e non ho ricevuto alcun avviso di avvenuta archiviazione. E’ ancora uguale per tutti, la legge?

S’è definitivamente impaludata pure la mia denuncia contro la polizia di Milano, che sabato 29 gennaio 2005 mi sequestrò per un pomeriggio in corso Magenta per consentire a Berlusconi di commemorare Craxi senza dissidenti in platea. Tendo a credere che sia più grave il reato commesso da chi ha dato ordine a cinque agenti di polizia di buttarmi a forza in una macchina rispetto a quello imputabile a cinque cittadini che gridano allo scandalo: voi che ne dite?

Chi dice la verità, chi non fa parte di alcun clan, chi non ha altro potere che la propria voce e non rinuncia a esercitarlo, un prezzo lo paga sempre. Ti chiudono dalla sera alla mattina collaborazioni professionali. Ti mettono la digos alle calcagna. Diventi un obiettivo visibile, setacciato nella privacy. Ti diffamano senza contraddittorio a mezzo stampa e tv padronale. Ti viene impedito di far valere i tuoi diritti davanti alla legge. Sei costretto a difenderti secondo le regole dalle accuse di chi delle regole ha fatto strame. Vieni attaccato, insolentito e talora minacciato dalle opposte tifoserie politiche, che si offendono per conto terzi. Ti denunciano, sapendo che comunque ti faranno perdere tempo e soldi. Cercano di isolarti, mettendo paura a chi ti sta vicino.

Tutto questo e altro ancora fa parte dell’esperienza quotidiana di chi, come me, ha scelto di mettersi in gioco senza inibizioni per pura passione ideale. Continua a farmi rabbia, ma non me ne lamento. Ne ero perfettamente consapevole quando ho iniziato. E altri hanno pagato un prezzo ben più alto. Non è facile essere liberi in un Paese di servi. Ma ne vale sempre la pena. Smetterò solo quando non mi diverto più. http://www.pieroricca.org/


 
PEPPINO CALDAROLA

C’è un beppegrillo in ognuno di noi. La stagione della brutalità, non della franchezza, rischia di prendere il sopravvento. Si arriva all’opinione pubblica cercando messaggi forti, non sempre nuovi, non sempre intelligenti. Prendiamo il dibattito sul Pd. È giusto chiedere una data certa per il congresso, è giusto chiedere che una leadership forte sia accompagnata dal protagonismo di tanti leader.
Ma che senso ha descrivere il Pd come se fosse un partito senza congresso e senza libertà democratiche e il suo capo come un imperatore inamovibile? Più cautela e, soprattutto, più senso del ridicolo.
Stiamo discutendo su come sarà il nuovo partito. Se avete assistito a un’assemblea di dirigenti dedicata a eleggere i “provinciali” avrete visto che operazione complessa sarà mettere assieme sul lungo periodo linguaggi, modalità di discussione, tic parti- tici consolidati negli anni. Sappiamo che il nuovo partito o sarà ver a m e n t e nuovo o è meglio dire alla gente che abbiamo scherzato. Berlusconi, che ha capito quello che stiamo per fare, non a caso vuole fare una cosa che sia partito ma del popolo, cioè aperto e diretto. Anche lui sa che non basta il leader, che un partito deve essere un partito, ma non si pone il problema di chiudere le iscrizioni, anzi si prende pure (e se lo tenga) Lele Mora.
E noi? Usciamo dalla logica del sospetto. Fa male al cervello ed è utile solo ai cretini. Tutti vogliamo il meglio. Il tema è come discuterne.
Proviamo a ragionare con esempi. Io sono il signor Mario, ho votato centrosinistra, ho criticato il centrosinistra, mi piace la svolta del Pd, lavoro e penso a me.
Se mi volete in sezione, ve lo scordate.
Ho altro da fare, poi sono timido e non parlo in pubblico.
Però questo partito è il mio partito.
Io sono la signora Maria. Nel partito di prima (uno dei due) ci stavo con amarezza e passione. Il pomeriggio andavo in sezione a litigare e a preparare cose. Mi facevo un coso così più quanto me ne facessi a casa. Parlo in tutte le riunioni, non vi permettete di decidere senza di me. Che fa il Pd? Sceglie Mario o Maria? La discussione sul tesseramento è tutta qui.
La risposta ovvia è che sceglie Mario e Maria. C’è chi dice: Maria ha più diritti di Mario e poi Maria la conosco, so dov’è, dove cercarla. Mario va e viene, il suo nome è nell’elenco ma chi lo conosce? Ci possiamo fidare? Che palle! Il Pd o si fa con tutti e due o lasciamo perdere.
Hanno tutti e due gli stessi diritti.
Le primarie su tutto ciò che comporta una scelta li mettono sullo stesso piano.
Maria ha la possibilità in più di andare alle primarie per essere scelta. Il Pd le dà di più perché di più ha dato. Mario vota e decide come Maria, ma il giorno che avrà voglia di dirigere dovrà diventare un po’ Maria; ma nessuno può dirgli che fa parte di una rete di iscritti di rango inferiore. Le Marie saranno brave quanto più andranno a cercare i Mario lontano da casa, là dove la politica arriva appena e talvolta non arriva.
I nomi di Mario e Maria non devono essere segreti. Il signore delle tessere deve fare un’altro mestiere, ormai.
Il dirigente è scelto perché è bravo, non perché ha gli amici giusti, soprattutto lo zar o la zarina delle tessere. Maria non ha più bisogno di loro, e Mario se decide di entrare in partita si porta le sue relazioni, del tutto impreviste e imprevedibili per chi un tempo aveva in mano il tesseramento.
Immaginiamo Mario e Maria di fronte alla scadenza importante del Pd.
Prima, il congresso era affare solo per Maria. Conquistare Maria, fare promesse a Maria, affascinare Maria. Oggi c’è Mario. Il trenta, quaranta, cinquanta, sessanta per cento del lavoro è da rifare e senza gli automatismi di prima. Dove diavolo trovo Mario? cosa pensa Mario? conosco un amico di Mario? La data del congresso si può fissare per domani o fra sei mesi. Ma il congresso che cosa è? Se è solo per Maria (brava persona per carità, i gazebo senza di lei non ci sarebbero!), non si va da nessuna parte. Se non c’è Mario il gazebo sarà vuoto. Il congresso deve essere anche per Mario. Trovate la quadra, ma il congresso è per Mario e Maria. Maria non ha allora più diritti di Mario.
Infine, dove li metto Mario e Maria? Maria vuole la sezione. Bene, vada nella sezione. Ma il Pd non nasce e non muore, né vive solo sulla base di quello che si fa là dentro. Perché Mariuccio e Marietta hanno un circolo, Marialisa organizza forum, Marta naviga e trova tanti amici disponibili. Conclusione.
Va bene mettere da parte le culture del Novecento, ma non avete pensato a mettere nel ripostiglio la carrozza a cavalli? Totalmente nuovi su un vecchio calesse, siamo tutti un po’ buffi.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Il Pd si divide in Europa, parola di Watson
 
 
 
Come si risolverà la questione della collocazione in Europa del Partito democratico? Graham Watson, presidente dell’Alleanza dei liberali e democratici, il gruppo di cui fa parte la Margherita, una sua idea ce l’ha. E la spiega al Riformista: «Secondo me, tra il 2009 e il 2014, il Pd manderà alcuni eletti nel Pse e alcuni da noi, nell’Alde. Immagino che il gruppo verrà diviso a seconda delle persone che arriveranno al Parlamento europeo. Naturalmente, avremo sicuramente un coordinamento forte tra gli eletti dei due gruppi. E poi, quello del Pd potrebbe non essere l’unico caso. C’è anche il Lid dei polacchi...».
Gli ex diessini andranno nel Pse con gli ex margheritini che torneranno a sedersi al fianco degli attuali colleghi dell’Alde? Watson, lo scozzese che più di un decennio addietro fu il pioniere in Europa dei lib-dem d’Oltremanica, risponde: «Io la vedo così. Nessuno vuole costringere un socialista del Pd a venire nel gruppo liberale. Non si può. Allo stesso modo, nessuno può imporre a un ex dl di entrare nel Pse se non vuole. L’importante è che tutto avvenga nello spirito del “venirsi incontro”».
La road map del capogruppo dell’Alde è chiara: «Nella prossima legislatura, quella che inizierà nel 2009, noi e i socialisti dovremo collaborare in modo che dal 2014 si possa davvero tentare di archiviare l’egemonia democristiana nell’Unione europea. Al consiglio dei ministri, ci sono 13 democristiani, solo 6 socialisti e 5 liberali. Siamo minoritari dentro la Commissione e in Parlamento. Se vogliamo recuperare, possiamo farlo solo lavorando insieme». Watson sa bene che i critici del Pd (e non solo loro) potrebbero rilevare che la soluzione di tornare a Bruxelles da “separati” ricalca la scelta fatta nel 2004, ai tempi del listone “Uniti nell’Ulivo”. «Di critiche - replica - ce ne saranno ancora tante. Anche nel mondo liberale, soprattutto da parte di chi è rimasto sulla scia del liberalismo economico di Friedman e Hayek».
Al capogruppo liberal-democratico il progetto del Pd piace, e molto. Watson l’ha detto anche a Walter Veltroni, che ha rivisto ieri pomeriggio a un mese e mezzo dal loro primo incontro, avvenuto - come ha scritto il Foglio sabato - qualche giorno prima delle primarie. «La partenza del Pd - ragiona l’europarlamentare britannico - è stata un grande sprint. Credo che Veltroni abbia fatto bene a sfruttare l’onda favorevole». E poi, aggiunge, «queste primarie sono state un successo enorme. Nessun partito in Europa sarebbe in grado di far mettere in fila tre milioni di persone che hanno addirittura pagato per il privilegio di votare». Quanto all’esperimento di tenere insieme i riformisti socialdemocratici e liberali, Watson annota: «Il Pd italiano ha fatto da pioniere di una nuova via. Sono sicuro che la Francia seguirà, visto che c’è la possibilità che Delanoë e Bayrou diano vita a un percorso comune. Ho parlato con Bayrou tre settimane fa e mi ha confermato che il suo futuro va in questa direzione. Analoghi processi sono avviati o si stanno avviando anche in Polonia, Bulgaria, Romania e Ungheria. E chissà, magari un giorno anche in Gran Bretagna».
A Bruxelles, però, ci vuole più tempo per “metabolizzare” i processi nazionali. Vale per il Pse ma anche per i liberali. Sui primi, Watson dice: «Io sostengo che il manifesto adottato dai socialisti europei a Oporto, quello scritto da Delors e Rasmussen, rappresenti davvero un passo avanti. Questo renderà possibile una cooperazione più strutturata tra liberali e socialisti. Noi siamo già pronti alle nuove sfide. Rispetto a dieci anni fa, serve più liberalismo “sociale”. Perché, a livello sovranazionale, abbiamo visto che il mercato globale dà troppo ai ricchi, non dà abbastanza ai poveri e danneggia il pianeta».
Con Veltroni, Watson ha fatto il punto sulla situazione italiana e sulle prospettive europee del Pd. Il capogruppo dell’Alde si dice «sicuro che il Pd abbia davvero l’intenzione di fare le riforme. Certo, le difficoltà ci saranno, sia per la risicata maggioranza del Senato e sia per i veti della sinistra antagonista. Quest’ultima però si sta indebolendo, crolla nei sondaggi». Di conseguenza, Watson prevede «per l’Italia quello che successe in Francia vent’anni fa. A partire da una graduale sparizione dei partiti comunisti».
Quanto allo scenario di breve periodo, a proposito del Pd era stata ventilata l’ipotesi di dar vita subito a un nuovo gruppo “democrat”, in Europa. «Walter - spiega Watson - mi ha garantito che per adesso tutto rimarrà com’è. Credo che l’idea di un nuovo gruppo fosse di Francesco Rutelli. Non posso escludere nulla ma mi sembra un progetto difficile, molto difficile. Per fare un gruppo al Parlamento europeo ci vogliono rappresentanti di almeno cinque paesi. Meglio essere realisti: visto che socialisti e liberaldemocratici saranno in minoranza per un’altra legislatura ancora, è meglio concentrare gli sforzi e lavorare per una prospettiva unitaria in vista del 2014». A sentire Watson, «Veltroni si sta muovendo bene, facendo molta attenzione. Direi che il segretario voglia tenere ancora aperto il discorso sulle alleanze. È una cosa che rispetto. Anche perché non tutti i socialisti europei sono d’accordo con la prospettiva Pd. Rasmussen, ad esempio, è entusiasta. Martin Schulz lo è molto meno, visto che l’Spd ha nuovamente svoltato a sinistra».
Quello con Veltroni non era l’unico incontro della tappa romana di Watson, che ha visto anche l’ex segretario del Pli Valerio Zanone e Lamberto Dini. Il capogruppo dell’Alde, esperto di “cose italiane” (è anche sposato con un’italiana), ha indagato soprattutto nell’animo di Lambertow. Ieri mattina, prima di incontrarlo, diceva: «Voglio capire esattamente quello che Lamberto vuol fare. Ho sempre pensato che sia un politico “di potere” ed è molto intelligente. Lo incontrai per la prima volta quando era presidente del Consiglio, nel ’95. Oggi, che ha cinque senatori, forse sta ragionando su un progetto interessante». Dopo il faccia a faccia, Watson ha aggiunto: «Non credo che Dini andrà con Berlusconi. Immagino che punti a far sì che il centrosinistra prenda sul serio le riforme economiche, facendo da contrappeso alla sinistra antagonista». Se così fosse, anche Prodi tirerebbe un (piccolo) sospiro di sollievo. «A Romano - dice Watson - sono molto legato. Con lui e Bayrou ho fondato l’Alde. Ora sta facendo un lavoro enorme, da capo del governo. Quando è diventato per la seconda volta premier, mi disse: “Mi sono candidato di nuovo perché la nuova generazione non è ancora pronta”. Immagino che anche lui sappia che ora le cose sono cambiate».
Tommaso Labate
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002

Ma se l'uomo morde il cane non fa notizia? La torbida xenofobia dei media italiani


di Gennaro Carotenuto - da www.gennarocarotenuto.it

Cosa succederebbe in Italia se un pregiudicato romeno ubriaco investisse sulle strisce una signora italiana con due bambini e la riducesse in fin di vita? La risposta è facile, diverrebbe in un lampo prima notizia su tutti i media e molti sciacalli sarebbero pronti a organizzare fiaccolate, a chiedere mano dura, espulsioni e a fare passeggiate vestiti come Humphrey Bogart.

Cosa succede se avviene il contrario? Questa settimana ne abbiamo avuto una ATROCE dimostrazione pratica. E i media italiani ne escono in maniera vergognosa.

La storia, nella sua crudezza, è semplice. Il giorno 20 novembre in pieno giorno, nella città di Roma, la cittadina rumena Marinela Martiniuc, 28 anni, attraversava sulle strisce nei pressi di una scuola. Spingeva una carrozzina con suo figlio Elias di appena quattro mesi e teneva per mano sua nipote Adina di 12 anni.

Sono stati spazzati via da un'auto guidata da un cittadino italiano, in evidente stato di ebbrezza, e appena uscito di galera. Il neonato è stato sbalzato a 20 metri di distanza, la piccola Adina ha avuto multiple lesioni alle gambe. La signora Martiniuc è stata per 24 ore incosciente ed in pericolo di vita. Tutt'ora è ricoverata in condizioni critiche.

Nessun giornale o gr o tg ha ritenuto opportuno diffondere la notizia. Questa è stata diffusa oggi, cinque giorni dopo, solo in una lettera inviata da Anna Maffei, presidente dell'Unione cristiana evangelica battista italiana, pubblicata dal quotidiano Il Manifesto.

Maffei invita a una riflessione sul ruolo dei media nella costruzione del clima di insicurezza e di crescente intolleranza e xenofobia fra la gente comune. Ha ragione: i media mainstream oramai formano un compatto partito del pregiudizio e utilizzano il loro sterminato potere per diffonderlo ad arte. Per un'elementare regola giornalistica infatti, se i romeni e solo i rumeni (o i rom che per il giornalista medio è lo stesso) sono tutti stupratori, assassini, ladri, autisti ubriachi, l'ennesimo cane che morde l'uomo non deve far notizia. Ma se è l'uomo italiano (pregiudicato e ubriaco) a mordere la cagna rumena, questa non dovrebbe essere una notizia più del suo stereotipato opposto? Non dovrebbe causare scandalo e vergogna che un nostro connazionale abbia ridotto in fin di vita una donna straniera e due bambini?

Sarebbe un triste paradosso, ovviamente, se solo per questo i media facessero un buon servizio all'informazione. La Maffei centra perfettamente il punto. Oggi i media mainstream, manipolando e scegliendo le notizie in maniera intenzionale, rappresentano un generatore di insicurezza sociale, intolleranza e xenofobia. E i giornali italiani che strillano l'investimento (o lo stupro, o l'omicidio) di una cittadina italiana da parte di un cittadino straniero, ma nascondono il caso opposto e sminuiscono sistematicamente i crimini dei quali gli stranieri sono vittime, vanno definiti per quel che sono: razzisti.

Per turpi fini (politici o commerciali che siano) si stanno prestando a mettere in pericolo la convivenza civile in questo paese e stanno giocando con la nostra democrazia. E' tempo che chi ha a cuore la convivenza civile in questo paese chieda sistematicamente loro conto delle loro intenzioni e malintenzioni. Un altro giornalismo è possibile.


La fabbrica del conformismo


di Mona Chollet (*) - da Le monde diplomatique. Traduzione per Megachip di Cristina Falzone

Appassionare le masse. "A Hollywood è tutto pulito. Non gettano la loro spazzatura, ma ne fanno dei programmi televisivi" Questa battuta di un personaggio di Woody Allen esprime bene, a modo suo, l'amarezza di quelli che non hanno rinunciato al sogno di un'arte emancipatrice, quando constatano la potenza devastatrice di cui si può fare portatrice la cultura di massa.

Intervenuta all'inizio del XX secolo, l'estensione alle opere di spirito del modello di produzione ha rappresentato uno sconvolgimento maggiore.

Se, nei limiti di questo sistema, sussistono o s'inventano forme originali, questa cultura globalizzata è lei stessa diversa ed attraversata da contraddizioni. Un'opera di fiction si presta alla standardizzazione fino ad un certo punto. La strategia hollywoodiana che mira a sconfinare il più possibile è in tal modo pervenuta a produzioni di una tale insipidità da aver provocato la fuga degli sceneggiatori più talentuosi verso la televisione, per cui hanno immaginato delle serie di un'innegabile qualità. Gli individui che costituiscono gli ingranaggi di questa macchina conservano un margine di manovra che li può portare sia a garantire il livellamento dal basso che a porre le basi per una nuova creatività.

Le ambizioni egemoniche di questa industria richiedono delle lucide analisi; ma la sua penetrazione in tutte le sfere della società non permette più di soddisfarsi di una posizione "a rischio ".

Per fare centro la critica deve fondarsi su una conoscenza approfondita del suo funzionamento, come anche delle pratiche a cui dà luogo.

Sedurre il cliente. Come il gatto dal sorriso smagliante di Alice nel Paese delle meraviglie, la figura tutelare del Signor Silvio Berlusconi, ben prima di mischiarsi alla politica, regnava sull'universo del consumo. In Italia, la sua società Fininvest ha a lungo posseduto contemporaneamente i grandi magazzini Standa, e i canali privati che invitavano il telespettatore a precipitarcisi. Contemporaneamente all'evasione dal quotidiano, l'industria del divertimento vende delle attitudini, dei valori, dei modelli di vita… ed i loro simboli consumabili. In seno all'Unione europea, la direttiva "Televisione senza frontiere" dovrebbe generalizzare dal 2008 il "piazzamento dei prodotti", come succede già negli Stati Uniti, che consiste a rendere ben visibile, dietro remunerazione, il marchio di un oggetto in un film o in un feuilleton.

La consanguineità del cinema e della pubblicità rimonta al film realizzato dai fratelli Lumière per uno champagne, nel 1904. Numerosi realizzatori si sono prestati all'esercizio dello spot pubblicitario senza avere il sentimento di rinnegarsi. Ciononostante, l'ideologia del consumo, il suo universo asettico, manipolatore e menzognero, il suo modo di piegare alla sua logica tutte le attività umane, di distruggere il carattere proprio delle città come dei loro confini per saturarle d'insegne pubblicitarie vistose ed interscambiabili, fanno nasceva re una certa esasperazione. La portata delle critiche è attenuata dai media, che dipendono dai loro inserzionisti, e dai poteri pubblici, più occupati a difendere gli interessi degli industriali che quelli dei loro amministrati. Questa contestazione obbliga tuttavia il sistema a concepire stratagemmi per tentare di contenerla e recuperarla.

Motivare il lavoratore. Forsennato al punto da esserne leggermente inquietante, l'ottimismo di rigore nell'universo del consumo si ritrova nell'impresa. Non si consuma per assicurare la propria sussistenza, ma per essere in comunione nel mito di un progresso incessante e provvidenziale, per ostentare i simboli della felicità e della riuscita; non si coglie l'occasione di un'offerta di lavoro per necessità, ma per prendere parte ad "una grande avventura", "realizzarsi", "oltrepassarsi". Nata dalle ricerche di Elton Mayo negli anni 1930, la gestione partecipativa attraverso i "laboratori delle idee" ed altri "circoli di qualità", cerca di arruolare al servizio del disegno patronale fino alla sfera più intima degli individui e gli impedisce di conservare la minima distanza critica di fronte al loro mezzo di sostentamento - una mutazione che, quando si generalizza, negli anni 1980, fa scivolare i sindacati in uno smarrimento durevole.

Allora, anche se possono essere licenziati dal giorno dopo, i salariati sono dunque invitati ad identificarsi all'impresa. Più le ricchezze create disertano le loro tasche e più la cultura interna nega gli interessi divergenti, vedere antagonisti, del capitale e del lavoro, per mettere in scena il raggiungimento esaltante di un obiettivo comune. Più il lavoro si fa raro, precario, noioso e mal pagato, più è reputato colmare interamente tutte le aspirazioni degli individui. Ma la paura della disoccupazione e forse l'assenza di un ideale alternativo limita le possibilità di ribellione. Essa inoltre dispensa i datori di lavoro dalle precauzioni eccessive: la sorveglianza - ottimizzata dalle nuove tecnologie - i colloqui inquisitori, i regolamenti pignoli, lasciano spesso i loro obiettivi (i lavoratori n.d.t) senza illusioni sulle loro reali possibilità di " sboccio" in questo contesto.

(*) L'articolo è tratto dal supplemento omonimo a Le monde diplomatique

link articolo originale: http://www.monde-diplomatique.fr/mav/96/


Elezioni in Croazia: vittoria dell’HDZ ma chi sarà il premier?

Da Osijek, scrive Drago Hedl

Usciti i risultati preliminari della Commissione statale elettorale. All’HDZ di Ivo Sanader 60 seggi, 57 al SDP di Zoran Milanovic. Ed entrambi annunciano la possibilità di formare il governo
La Croazia, dopo le elezioni politiche del 25 novembre, potrebbe trovarsi in una crisi istituzionale causa le percentuali molto simili ottenute dai due partiti più forti: l’Unione democratica croata (HDZ), dell’attuale premier Ivo Sanader e il Partito socialdemocratico (SDP) di Zoran Milanovic. Secondo i risultati non ufficiali della Commissione elettorale statale l’HDZ nel parlamento croato (Sabor) ha ottenuto 60 seggi, mentre l’SDP 57. Ma, al numero di seggi dell’HDZ vanno aggiunti anche i voti della diaspora dell’XI collegio elettorale, ciò significa che potrebbe ottenere altri sei seggi. Il governo verrà formato da chi porterà al Presidente della Repubblica Stjepan Mesic la firma di non meno di 77 deputati. La mattina dopo le elezioni sembra che ciò sia più facile per l’HDZ, dal momento che ha ottenuto la vittoria relativa.

Il problema, tuttavia, è che entrambi i partiti dichiarano di poter formare il governo. Venti minuti dopo la mezzanotte, quando era già sicuro che l’HDZ avrebbe avuto più seggi, Ivo Sanader ha dichiarato la vittoria elettorale.

“Mi sono sentito col presidente Stipe Mesic e gli ho detto, e lui era d’accordo, che aspetto il mandato per formare il governo dopo che saranno stati contati tutti i voti. Ci sentiremo domani e continueremo a collaborare bene come abbiamo fatto negli ultimi quattro anni”, ha detto Sanader.

Anche Zoran Milanovic, presidente del SDP, ha dichiarato che inizierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo. “Discuteremo, ci accorderemo e ci consulteremo con tutti quelli che sono a favore di un cambiamento e di un governo più rispettoso” ha detto Milanovic. Anch’egli ha detto di aver parlato col Presidente della Repubblica, ma a differenza di Sanader non ha reso noto il contenuto del colloquio.

Mentre ancora si contavano le schede, il presidente Mesic, cui spetta il compito di affidare il mandato per la formazione del governo, ha dichiarato che lo affiderà a chi gli porterà prova certa di avere la maggioranza nella nuova composizione del Sabor croato.

“E questo potrebbe anche essere l’attuale premier Ivo Sanader”, ha detto Mesic all’Agenzia statale Hina.

Si è speculato anche sul fatto che Mesic potrebbe affidare il mandato a chi in Croazia, quindi senza i voti della diaspora, ha ottenuto il maggior numero di seggi. Tutti i sondaggi avevano previsto che questi sarebbe stato l’SDP. Tuttavia, dal momento che nei 10 collegi della Croazia l’HDZ ha ottenuto tre seggi in più rispetto all'SDP, Mesic adesso non ha più la possibilità di affidare il mandato a qualcun altro.

Con 60 seggi propri e sei della diaspora, l’HDZ avrà bisogno di altri 11 seggi per poter formare il nuovo governo. Otto probabilmente li avrà dalla coalizione tra il Partito croato dei contadini (HSS) e il Partito social-liberale della Crozia (HSLS) i quali hanno dichiarano che probabilmente si accoderanno al vincitore. In questo caso a Sanader servirebbero solo altri 3 seggi che potrebbe trovare tra i deputati delle minoranze nazionali, ai quali, secondo la Costituzione, appartengono otto seggi al Sabor. Col che riuscirebbe ad avere una maggioranza risicata ma sufficiente per formare il governo.

È invece difficile prevedere come funzionerà un governo del genere dal momento che al Sabor croato avrà una maggioranza debole, ma nemmeno nell’attuale composizione del parlamento Sanader aveva una posizione migliore e ciò nonostante è riuscito a tenere il mandato fino alla fine.

Dall’altra parte, l’SDP coi suoi 57 seggi in parlamento può contare su altri sette deputati del Partito popolare croato (HNS) e tre deputati della Dieta democratica istriana (IDS), ma per il momento gli servirebbero pur sempre altri 10 deputati. Se ne ottenesse due dalla lista delle minoranze nazionali, allora gli servirebbero i voti della coalizione HSS-HSLS (otto seggi) e solo in quel caso potrebbe ottenere la maggioranza. Però questo è un conto molto tirato e di sicuro l’HDZ, come vincitore relativo delle elezioni, non starà ad aspettare con le mani in mano.

È difficile anche supporre che il presidente Mesic si lasci andare ad un gioco fuori dal quadro costituzionale e dal ruolo di colui che dovrà affidare il mandato, forzando l’SDP. Nonostante Mesic sia più incline all’opzione di sinistra, cosa che non ha nascosto nemmeno durante la campagna elettorale, è certo che affiderà il mandato per formare il nuovo governo al premier uscente Ivo Sanader.

Per come stanno le cose, la Croazia continuerà ad avere un governo di centro destra, e la carica di premier sarà ricoperta ancora da Ivo Sanader. Il suo obiettivo principale è portare il Paese nella NATO e nell’Unione europea. La possibilità che la Croazia entri nella NATO si realizzerà molto probabilmente il prossimo anno, mentre per l’ingresso nell’UE dovrà attendere la fine di questo decennio o l’inizio del prossimo.

È interessante che tutti i sondaggi avevano previsto la vittoria stretta dell'SDP, e così anche gli exit poll, tanto che la Televisione croata così come TV Nova, sulla base dei sondaggi raccolti all’uscita dalle urne, già alle 19, dopo la chiusura dei seggi elettorali, avevano dato la vittoria all'SDP. Dato raccolto dal candidato premier di questo partito, Ljubo Jurcic, che alle 19.35 si era dichiarato nuovo premier. Il conteggio ufficiale dei voti, tuttavia, ha cambiato completamente le cose.

I veri sconfitti delle elezioni sono stati la destra estrema. Il Partito croato del diritto (HSP) secondo i dati non definitivi, avrà solo un deputato (al posto degli otto attuali). Una grande sorpresa sono i tre deputati dell’Unione democratica croata della Slavonia e Baranja (HDSSB), partito regionale fondato da Branimir Glavas, sotto processo a Zagabria per crimini di guerra, tuttora nell’ospedale carcerario della capitale croata.

E così al Sabor croato è stato eletto un uomo accusato del reato penale più grave. Senza di questo, si sarebbe potuto dire che le elezioni in Croazia hanno mostrato la completa maturità democratica dei suoi cittadini. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8592/1/44/

Anche i democristiani bavaresi scoprono l’elettore musulmano

L’immigrazione impone ai partiti politici di ripensarsi. Nell’Unione cristiano-sociale bavarese, cattolica e conservatrice, si discute se aprire il movimento politico all’Islam, ai cittadini tedeschi di religione musulmana. Nei giorni scorsi, il presidente del parlamento regionale Alois Glück, 67 anni, ha spiegato: «Dobbiamo cercare di allearci con le forze costruttive dell’Islam che vogliono trovare con noi un cammino comune». E il leader dei giovani Csu, Manfred Weber, 35 anni, ha aggiunto: «Possiamo trovare tra i concittadini musulmani molti sostenitori. Molti di loro sono conservatori e le nostre idee nel campo della famiglia o della sicurezza sono molto vicine».

 

Nuove regole meno stringenti permettono agli immigrati di acquisire la nazionalità tedesca. Oggi i cittadini tedeschi di religione islamica sono un milione, erano 56mila nel 1980. Possono i partiti politici ignorarli? Nello stesso modo in cui la CDU, sorella maggiore della CSU, vuole modernizzare la sua immagine con una politica più femminista, il movimento bavarese non può non guardare al grande mondo dell’immigrazione. Per ora, tuttavia, la posizione di Glück e di Weber è probabilmente minoritaria: ancora recentemente il presidente del partito Erwin Huber ha detto che le moschee non possono essere più grandi delle chiese.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2007/11/anche-la-democr.html


La Grande Romania diventa piccola

In Romania si è votato per eleggere i deputati al parlamento europeo. E da quel paese, che in Italia viene ormai considerato un covo di pirati, giunge una lezione di democrazia. Il partito xenofobo di estrema destra Grande Romania è stato rimpicciolito dagli elettori. Non ha raggiunto il 4,5 per cento dei voti e la sua componente non rafforzerà il gruppo di estrema destra di Strasburgo (già andato in frantumi proprio per la defezione dei rumeni a seguito delle frasi razziste pronunciate dalla ex collega europea Alessandra Mussolini dopo i fatti di Roma). Per il vecchio leader Corneliu Vadim Tudor, un populista che aveva fatto dipingere le panchine della sua cittadina con i colori nazionali blu, giallo e rosso, una cocente sconfitta.http://walkingclass.blogspot.com/


Le banlieues sull'orlo di una crisi di nervi

 

Lo scenario assomiglia molto a quello che due anni fa aveva provocato le sommosse nelle periferie francesi, e portato l’allora ministro degli interni Nicolas Sarkozy a decretare lo stato di emergenza: due giovani di 15 e 16 anni sono morti ieri pomeriggio a Villiers-le-Bel, periferia nord di Parigi, in un incidente stradale con una macchina della polizia. Secondo la polizia, la macchina «era in pattuglia e andava a velocità regolamentare, senza sirene». Poco dopo le cinque del pomeriggio la macchina «attraversando l’incrocio è stata urtata dalla moto sull’ala sinistra e i due giovani sono morti sul posto». Secondo molti testimoni, i due non portavano caschi. La voce si è sparsa subito e fino a mezzanotte la cittadina è stata teatro di scontri tra giovani e polizia. 25 poliziotti e un vigile del fuoco sono rimasti feriti, due in modo grave. Nove persone sono state fermate. Stazioni di polizia, garage, negozi e un benzinaio sono stati incendiati. Almeno 28 automobili e diversi cassonetti dell’immondizia hanno fatto la stessa fine. La stazione di Arnouville-Villiers-le-Bel, chiusa, è stata danneggiata. Una gioielleria è stata derubata, il colpevole sarebbe già stato fermato. Questa mattina il sindaco socialista del comune, Didier Vaillant, ha lanciato un appello «all’insieme degli abitanti e in particolare i giovani, a ritrovare la calma. Da ieri siamo in lutto, questa notte la città ha sofferto. Dobbiamo tutti fare in modo che questi fatti non si ripetano. Chiamo gli uomini e le donne di Villiers-le-Bel di buona volontà ad aiutarmi in questo compito». Si vedrà questa sera se l’appello è bastato a placare gli animi. Anche perché sono sempre più insistenti le voci che dicono che la macchina della polizia avrebbe percutato volontariamente la moto dei due ragazzi.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/11980


 

 

Sui due campi opposti dello scacchiere mediorientale

La ricerca di un nuovo ordine politico in Medio-Oriente, dilaniato dalla Fitna che si propaga dall’Iraq, pone le condizioni per un cauto ravvicinamento tra Egitto e Iran, dopo quasi un trentennio di interruzione di formali relazioni diplomatiche. Se la riduzione del peso politico americano nell’area è un obiettivo comune, in quanto non percepito come principio stabilizzatore, nondimeno restano aperte alcune importanti questioni.

Le relazioni diplomatiche tra Egitto e Iran furono formalmente interrotte nel 1979 a seguito dell’ospitalità accordata al deposto Shah Muhammad Reza Pahlavi dall’allora presidente egiziano Anwar El-Sadat. I leader delle rivoluzione islamica interpretarono quel gesto come un atto ostile. Sadat, già considerato quale elemento sospetto a causa della pace firmata nel 1978 con Israele, fu ucciso tre anni dopo, il 6 ottobre 1981, da un gruppo islamista radicale denominato al-Jihad, nel corso di una parata militare. I sospetti egiziani circa un coinvolgimento iraniano nell’attentato, peraltro mai provati, si rafforzarono da quando ad una delle strade principali di Tehran fu dato il nome di Khaled Al-Islamboli, uno dei membri del commando del 6 ottobre. L’Iran rivoluzionario ha intrapreso dagli inizi degli anni ottanta una politica di revisione dello status quo, al fine di affermare la propria egemonia sullo spazio politico regionale. L’Egitto, invece, allineatosi agli Stati Uniti - seppur non senza ambiguità e con ricorrenti dissidi più o meno celati - si è quindi prontamente accodato alla strategia di contenimento dell’onda d’urto della rivoluzione iraniana. La strategia del contenimento anti-iraniano è ancora oggi uno dei pilastri delle politiche estere della maggior parte dei regimi arabi, Egitto compreso. Il regime di Hosni Mubarak partecipa infatti a un gruppo diplomatico informale nominato “6+2+1” che lo raggruppa, sotto l’egida degli Stati Uniti, con i sei Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) e la Giordania. Lo scopo dichiarato delle riunioni è il monitoraggio e il controbilanciamento dell’influenza politica iraniana nel Medio-Oriente. Nonostante la sua opposizione ad un paventato attacco militare statunitense alle installazioni nucleari sul suolo iraniano, l’Egitto ripetutamente comunica la sua contrarietà allo stile di politica estera di Tehran, con rinnovato vigore da quando si è insediato alla Presidenza della Repubblica Islamica il radicale Mohahmud Ahmadinejad. Le principali controversie politiche tra i due paesi vertono sulle interferenze iraniane in Palestina oltre e sul presunto finanziamento iraniano di movimenti islamisti egiziani.

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31040


KURDISTAN: DELITTI D’ONORE? NO, PURA VIOLENZA CONTRO LE DONNE



“Negli ultimi quattro mesi, 97 donne sono morte bruciate e 27 altre uccise nelle tre province del Kurdistan”: è il bilancio diffuso dal ministro per i Diritti umani della regione curda, Aziz Muhammad Yussuf, in occasione della Giornata internazionale per la violenza contro le donne. “Purtroppo non posso dire che la violenza contro le donne sia diminuita – ha detto Yussuf – poiché i rapporti parlano di 60 donne bruciate a Erbil, 21 a Duhuk e 16 a Suleimaniya”. Lo studio indica inoltre che altre 10 donne sono state assassinate a Erbil, 11 a Duhuk e sei a Suleimaniya, e che la percentuale degli omicidi commessi ai loro danni nel 2006 (118) è raddoppiata, se paragonata a quella del 2005 (59). “In alcuni casi – ha aggiunto il ministro – le donne coinvolte in crimini d’onore sono costrette dai parenti a darsi fuoco per salvare la rispettabilità della famiglia, o vengono uccise dai loro stessi padri e fratelli”. Yussuf, che dirige una commissione per investigare la violenza contro le donne, ha proposto di sostituire il termine “delitto d’onore” con quello di “violenza di genere”. E il fenomeno non sembra delimitato alle sole zone dell’entroterra: “La violenza contro le donne è diffusa anche nelle città – ha detto il segretario generale della Lega per le donne curde, Ismail Snober – e le sue cause risiedono in una concezione arcaica e patriarcale della società, in cui le donne sono relegate a ruoli di dipendenza dai maschi della famiglia”.
http://www.misna.org/

 

STATI UNITI: ARRIVA LA PSICOPOLIZIA

 

DI RALPH E. SHAFFER E R. WILLIAM ROBINSON
Baltimore Sun

Con schiacciante appoggio bipartisan è passata alla Camera lo scorso mese, ed è ora nelle mani del Comitato per la Sicurezza Nazionale del senatore Joe Lieberman, la legge numero 404-6 proposta dall'onorevole Jane Harman e denominata "Legge per la prevenzione della radicalizzazione violenta e del terrorismo interno" ["Violent Radicalization and Homegrown Terrorism Prevention Act"]. Appare certo un rapido passaggio al Senato.

Nessuna legge ha minacciato in un modo simile i nostri diritti costituzionali dal "Patriot Act" del 2001.

Lo storico Henry Steele Commager, denunciando la soppressione della libertà di parola da parte del presidente John Adams negli anni 90 del 1700, disse che la Carta dei Diritti non era stata scritta per proteggere il governo dai dissidenti ma per fornire ai cittadini un mezzo legale per opporsi a un governo nel quale non riponevano fiducia. La Dichiarazione di Indipendenza di Thomas Jefferson non solo proclamava il diritto al dissenso ma definiva un dovere del popolo, sotto certe condizioni, alterare o abolire il governo.

Con questi argomenti diversi gruppi si oppongono vigorosamente allo sforzo della Harman di soffocare il dissenso. Sfortunatamente la stampa mainstream e i maggiori candidati alle presidenziali rimangono in silenzio.

La Harman, una democratica della California, pensa che sia probabile che gli Stati Uniti dovranno fronteggiare una forma nazionale di terrorismo nell'immediato futuro e offre un piano per affrontare la violenza con base ideologica.

Ma il suo piano è per noi una minaccia peggiore di quelle che lei teme. Il suo disegno di legge calpesta i diritti costituzionali creando una commissione con ampi poteri di indagine e il compito di proporre leggi che proibiscano qualunque cosa la commissione stessa definisca "terrorismo interno". La commissione che viene proposta è una minaccia a causa del suo potere di stabilire udienze, raccogliere testimonianze e gestire dichiarazioni giurate, un'autorità che è garantita a ogni singolo membro della commissione--dei piccoli Joe McCarthy che gireranno il paese per tenere le loro sedute private. Un’aura di autorità accompagnerà automaticamente questo mandato, autorizzato dal Congresso, di scoprire il terrorismo interno.

La proposta della Harman comprende un assurdo attacco contro Internet, che viene criticato perché fornirebbe agli americani "accesso ad ampi e costanti canali di propaganda legata ai terroristi" e legalizza un'insidiosa infiltrazione delle organizzazioni prese di mira. Quello che viene erroneamente chiamato "Centro di Eccellenza", che funzionerebbe dopo 18 mesi quando viene sciolta la commissione, fa sembrare ricerca intellettuale ciò che invece è soppressione del dissenso.

Anche se il suo scopo è quello di prevenire il terrorismo, la legge non criminalizza ogni specifica condotta né contiene delle pene. Ma quanto viene trovato dalla commissione verrà citato da coloro che vedono un terrorista sotto ogni letto e che chiedono la messa in atto di condanne che restringano ulteriormente la libertà di parola e altre libertà civili. Qualunque azione contraria a quanto viene trovato dalla commissione verrà interpretata come segno di tradimento, nel peggiore dei casi, o mancanza di patriottismo nel migliore.

Anche se la Harman nega che la sua proposta crei una "psicopolizia", essa definisce il "terrorismo interno" l'uso della forza "pianificato" o "minacciato" per costringere il governo o la gente allo scopo di promuovere "obiettivi politici o sociali". Ciò significa che non dovrà di fatto essere avvenuta alcuna azione di forza dal momento che basta che il governo accusi l'individuo o il gruppo di avere pensato di usarla.

Qualunque riforma sociale o economica potrebbe venire colpita. Se tenete una marcia di 100 o 100.000 persone per chiedere una riforma --che sia l'amnistia per gli immigrati illegali o il ribaltamento della sentenza Roe vs. Wade [un importante caso legale che portò la Corte Suprema a ritenere legale l’aborto n.d.t.] -- qualcuno potrebbe percepirla come uso della forza per intimidire la gente, i tribunali o il governo.

La legge definisce "radicalizzazione violenta" il promuovere un "sistema estremista di convinzioni". Ma i governi americani, statali e nazionali, hanno molte volte nella storia interpretato "sistemi di convinzioni" radicali come inevitabilmente volti alla violenza per facilitare il cambiamento.

Esempi delle azioni repressive che sono seguite a queste proteste comprendono l'arresto e la condanna a morte degli anarchici legati alla Sommossa di Haymarket nel 1886 a Chicago. Le udienze condotte dal Comitato per le Attività Antiamericane per diversi decenni durante la guerra fredda, e le udienze tenute in solitaria da un membro del corrispondente al senato di tale commissione, Joseph McCarthy, dimostrano i pericoli legati alla legge proposta dalla Harman.

La Harman nega che la sua proposta di legge sia una minaccia al Primo Emendamento. Essa afferma chiaramente che nessuna misura per prevenire il terrorismo interno debba violare i "diritti costituzionali, i diritti civili o le libertà civili".

Ma l'attuale amministrazione ha dimostrato, nella sua risposta alle critiche riguardanti la tortura, che non ci si può fidare che essa rispetti questi diritti.

Ralph E. Shaffer, professore emerito di storia presso la California State Polytechnic University, Pomona, e R. William Robinson, direttore eletto dello water district della California Meridionale hanno scritto questo articolo per History News Service.

Titolo originale: " Here come the thought police"

Fonte: http://www.baltimoresun.com
Link
19.11.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO


Uno che neppure ha diritto al suo nome
Intervista a Zakariya Zubeidi, tra i leader delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa
a cura di Francesca Borri 
 
Zakariya Zubeidi, trentuno anni, sette di carcere, il volto bruciato da un’esplosione e cinque tentativi di assassinarlo, ha il pedigree del terrorista e una vita da romanzo, e personaggio alla fine lo è diventato davvero, ultimo sopravvissuto dei Ragazzi di Arna*, miglior documentario nel 2004 al Tribeca Film Festival. Brigate Al-Aqsa, leader indiscusso e amato del Refugee Camp di Jenin (16mila persone impilate in meno di un chilometro quadrato, qui dal 1953, espulsi da villaggi ancora visibili giù dalla collina, ma proprietà adesso di coloni israeliani). Zakariya è tra i most wanted di Israele. Anche se è una definizione che per lui non ha molto senso. “Mia madre era una civile. Guardava fuori dalla finestra, colpita e uccisa. E quei bambini che vedi nelle foto, qui nelle case, per le strade? Erano combattenti, forse? Eppure sono stati uccisi. E anche gli israeliani, certo. Anche tanti di loro. Civili, e sono morti lo stesso. Siamo tutti wanted, qui”.

foto di francesca borriIl primo israeliano che incontri nella tua vita è il soldato che arresta tuo padre. Accusato di affiliazione a Fatah, morirà in carcere per un cancro non curato. E però un ruolo fondamentale lo ha per te Arna, ebrea. Cresci nel suo teatro. Qual è il tuo rapporto, il tuo sentimento verso gli israeliani?
Questa guerra non è sull’identità e sulla religione. Io non ho problemi né con gli israeliani né con gli ebrei in generale, ma con la loro occupazione e i crimini che compiono contro noi palestinesi. Siamo tutti esseri umani, e il problema non sono mai gli uomini in quanto tali, ma quello che pensano, le loro idee quando queste idee si chiamano sionismo. Abitiamo tutti la stessa terra, questa terra appartiene a tutti. Accetto chiunque voglia vivere qui, ma in pace e nel rispetto delle leggi. Nessuno di noi è così stupido da pretendere che Israele non debba esistere, quello che contestiamo è che la sua esistenza debba fondarsi sulla negazione della nostra esistenza. Il sionismo è un’ideologia che esclude gli altri, che li cancella. Che rende impossibile la convivenza. Il sionismo, non l’ebraismo. Non Israele.

Hai interrotto gli studi perché ti hanno arrestato. Avevi tredici anni, lancio di pietre. Hai lasciato il carcere con una ferita a una gamba mai più guarita, e hai cominciato una vita di lavori più o meno precari, fino alla Seconda Intifada... Cosa significa nascere in un posto come Jenin? Come immaginavi il tuo futuro?
In che senso?

Nel senso... Prima operaio in Israele, ma sei stato arrestato perché privo di permesso di lavoro. Poi furti d’auto, e ancora il carcere, poi ancora, trasportatore di olio, fino a quando con l’attuazione degli accordi di Oslo e la riorganizzazione - chiamiamola così - del territorio, l’economia entra in crisi, zone A, B, C... E scegli di unirti alla resistenza.
Non ho mai avuto nessun futuro. Nessuno qui dentro ha mai avuto futuro.
(mostra la sua carta di identità, in ebraico). Io non ho neppure un’identità nella lingua che parlo. Voi stranieri dopo Oslo pensate che questa sia la Palestina, che questo sia un paese normale. Che in un modo o nell’altro abbiamo un governo, un territorio su cui muoverci liberamente, abitare, lavorare. Vivere. L’unica cosa che abbiamo di uno stato è la festa dell’indipendenza. Una festa e la bandiera. Io non posso uscire da Jenin, e non sono il solo. Non sono un rifugiato, sono un prigioniero. Sono uno che neppure ha diritto al suo nome nella lingua che parla.

foto di francesca borriCosa hanno rappresentato per te gli internazionali come Arna? Cosa ti ha dato la loro presenza?
Arna è stata una madre, ed è stata un dono. Un dono proprio perché era ebrea e israeliana. Perché non sono qui, diceva, per mostrare che ci sono degli ebrei buoni e gentili che fanno del bene agli arabi, non sono qui per la carità. Sono qui per combattere un’occupazione ingiusta. Arna è stata un dono perché era ebrea e israeliana e voleva la liberazione della Palestina. Di tutta la Palestina, di tutti i suoi abitanti. Insieme.

L’Occidente ti definisce un terrorista, cosa rispondi? Avete colpito civili israeliani, un quinto degli attentatori suicidi della Seconda Intifada sono arrivati da qui...
All’inizio avevamo deciso di attaccare solo in Cisgiordania, soldati e coloni. Ma la tecnologia ha cambiato tutto. Gli israeliani hanno gli elicotteri, volano da Tel Aviv a Jenin e lanciano missili. Entrano nel campo dentro i loro carri armati da 70 tonnellate di ferro, e noi, noi cosa abbiamo? Un M-16. Un M-16 non scalfisce neppure l’uniforme di un soldato. Non avevamo scelta. Abbiamo elicotteri, carri armati forse? Abbiamo una diversa tecnologia. Una persona, come un missile, esce da Jenin e va in Israele. Ci uccidono dai carri armati. Ci uccidono dagli elicotteri. Abbiamo forse le armi per tirare giù un elicottero? Hanno gli F-16, i migliori aerei al mondo... Ci siamo difesi con quello che avevamo. E non abbiamo mai cominciato, non abbiamo mai attaccato per primi. Dopo che ci hanno ucciso, abbiamo ucciso.
 
Vi si accusa di fondamentalismo islamico. L’odio contro l’occidente.
Ma quale fondamentalismo? Io voglio solo la libertà per i palestinesi, il mio anno non è il 2001, l’Undici Settembre, ma il 1967, e prima ancora il 1948 e tutti gli anni, tutti i giorni... Guarda le cartine, guarda come stiamo affondando, pezzo per pezzo, insediamentoper insediamento... Il vero problema è che gli israeliani hanno mezzi di comunicazione infinitamente più potenti dei nostri, armi di carta e parole, oltre che di acciaio. Deve diventare la nostra priorità, l’informazione. Se sosteniamo, come è vero, che siamo diversi da come ci descrivete, dobbiamo essere capaci di raccontare, argomentare, convincere. E invece non abbiamo modo di spiegare le nostre ragioni. Siamo invisibili. Ci chiamate effetti collaterali, ma siamo dei volti, dei nomi. Storie, vite. Non sto negando le mie azioni e le mie responsabilità. Sto dicendo che dovete guardare gli israeliani prima di venire da noi a dire che siamo terroristi. Venite qui, venite a Jenin. Internet è una grande illusione. Siete dietro il vostro schermo, sicuri e al caldo, e vi sentite cittadini del mondo. Ma non lo siete. Siete solo dietro uno schermo. Fate gli embedded tra i soldati americani. Venite qui. Venite a fare gli embedded nella nostra vita.

P foto di francesca borriensi di stare combattendo solo per la liberazione della Palestina? O per qualcosa di più? Per un diverso Medio Oriente, un diverso assetto delle relazioni internazionali, non so, l’unità araba... Vedo tante immagini di Saddam e Arafat insieme, qui. Ti senti parte di un movimento più ampio?
Ricordiamo Saddam perché è stato tra i pochi a sostenerci concretamente. Se Bush ci sostenesse, vedresti le sue foto. Io sono con tutti quelli che aiutano la causa palestinese. Ma la guerra tra arabi e israeliani è finita nel 1967, gli arabi non vogliono più avere problemi. Siamo soli. Egitto, Libano, Siria, Giordania... Hanno tutti altro da fare. E certamente non trattano i rifugiati palestinesi come fratelli arabi. Dicono di rivolgerci ad America ed Europa. La verità è che siamo soli. Il mio unico obiettivo è la libertà per i palestinesi, ed è già abbastanza ambizioso.

Noi europei crediamo spesso di essere diversi, nessuno scontro di civiltà e... E’ vero, secondo te?
Diversi in cosa? Fate forse un embargo contro Israele? Siamo soli.

Una figura fondamentale è stata per te Yasser Arafat. Allo stesso tempo, sei uno dei grandi critici dell’Autorità Palestinese, a Jenin hai a lungo agito come l’autorità locale - in assenza di legge hai detto, io sono la legge. Quale è stato il contributo di Arafat alla Palestina? E cosa pensi adesso dello scontro tra Fatah e Hamas?
Arafat è stato il leader di tutti, ci ha dato un’identità. Arafat è stato la Palestina. Ci ha consentito di esistere. Ma non è rimasto che il vuoto, al suo posto. Abbiamo perso la nostra identità, infinite idee diverse di Palestina, infiniti modi di essere palestinesi. Abbiamo smarrito il nostro obiettivo, la libertà, a Gaza ma anche qui, in Cisgiordania. Nell’Autorità Palestinese troppi cercano solo denaro e potere. Ho lavorato in polizia... La polizia palestinese garantisce sicurezza per un’occupazione che non sta finendo ma, al contrario, si sta consolidando, è come essere in subappalto da Israele, intralci il traffico e basta. Non sono contro l’Autorità Palestinese, ma voglio che svolga efficacemente, onestamente il suo ruolo sul terreno. Che governi davvero. E d’altra parte Hamas è del tutto al di fuori della legge. La resistenza è inutile adesso. Aveva un senso nel contesto di Oslo e sotto la guida di Arafat, che era capace di utilizzarla politicamente. Ma adesso è solo violenza inutile. Fatah e Hamas non arriveranno da nessuna parte. Dobbiamo cambiare strategia. L’esperienza di Hamas è drammatica. Democraticamente eletti, espressione dei palestinesi... Ma non sono che un’altra, nuova forma di occupazione. Hamas è il simbolo del nostro fallimento.

Nel 2004, in un’intervista al Jerusalem Post, hai dichiarato: quarant’anni di lotta, e non abbiamo ottenuto che la nostra sopravvivenza. Pensi a volte di avere sbagliato qualcosa? Ieri Arna, oggi il Freedom Theatre, ieri tu, oggi tuo figlio e il figlio di Arna... E’ la storia che si ripete sempre uguale, mentre Israele vi divora, anno dopo anno? Hai detto: se ci arrendiamo, vivremo una vita di umiliazione, ma combattere non porta che distruzione.
Perché, cosa altro abbiamo ottenuto con la Seconda Intifada? Ho perso una madre, un fratello, gli amici più cari, e cosa ho ottenuto? Il muro e la guerra civile. Abbiamo sbagliato tutto. Sono cresciuto nell’Intifada, e non voglio che un’altra generazione si perda nell’Intifada. Il mio unico impegno al momento è il teatro. I bambini, insegnare loro a immaginare un futuro diverso, come io non ho mai imparato a fare. Forse non è molto - ma è tutto quello che posso dare, in questo momento, e tutto quello che per me ha un senso dare. Questo teatro. Si chiama Freedom Theatre perché non avremo libertà senza cultura. Senza immaginazione. L’unica cosa che abbiamo capito in quarant’anni di guerra è che né noi né gli israeliani possiamo vincere militarmente. Non esistono opzioni militari qui, solo opzioni politiche. Noi siamo troppo deboli, ma loro non possono cancellarci. Assassinarci tutti. E allora la sola vera arma rimasta è l’immaginazione. Io non ho che questo. La capacità di immaginare un futuro diverso per i palestinesi. Né Fatah né Hamas. Perché è questo che manca, oggi, a tutti noi, capacità di visione. Di pensiero nuovo.

Un teatro? L’immaginazione? Non ho capito... Stai dicendo che rinunci alla resistenza armata.
Non ho cambiato obiettivo. Il mio unico obiettivo, da sempre, è la libertà. Continuo a difendermi, perché gli israeliani continuano a cercarmi. Ma non attaccherò per primo. E’ ovvio, se dovesse esserci un altro massacro qui a Jenin, io mi difenderò e difenderò la mia gente. Davanti a un attacco la difesa è un diritto, non un crimine. Jenin non sarà un’altra Sabra e Chatila. Devo forse aspettare l’Onu? Ma non attaccherò per primo perché non ha senso. Sei alla mitragliatrice, e ti accorgi di mirare al deserto - cosa fai, continui a sparare? Continui a seguire istruzioni senza senso? O forse lasci la mitragliatrice, e ti fermi, rifletti? Avevamo Ziad, ed è stato ucciso. Lo ha sostituito Zuheir, ed è stato ucciso. E’ arrivato Alaa, e hanno ucciso anche Alaa. Ed è arrivato Zakariya. Probabilmente uccideranno anche Zakariya. Ma io non sono né il primo né l’ultimo. Dopo Zakariya verrà Hamoudi, mio figlio. E dopo Hamoudi ancora Zakariya, suo figlio... Se gli israeliani vogliono continuare così. All’infinito. Ma se interromperanno questo inferno di azioni e reazioni, attacchi e difese, allora Zakariya forse morirà, ma Hamoudi vivrà in pace.

Ma dopo quarant’anni, in che senso per te è ancora possibile vincere questa guerra? In cosa consiste la vittoria?
Istituzionalmente, la Palestina può essere tante cose. Ma non è questo il punto. L’obiettivo vero è la libertà. La libertà dall’occupazione, ma anche dalla nostra violenza. Questo è il momento per me di lavorare alla libertà della Palestina dall’interno. Il momento di lavorare a una visione del futuro. La libertà è un concetto ricco di sfumature e significati. Non è Oslo. La libertà è molto più difficile di un già difficile trattato di pace. Questa non è una resa, e io non mi sento uno sconfitto. Lo hai detto tu prima... Ieri Arna, oggi mio figlio. Sono qui. E’ questa la mia vittoria. Sono qui immaginando una Palestina diversa, una Palestina per tutti i suoi abitanti. Perché sono libero solo se sono liberi gli altri, e gli altri saranno davvero liberi solo quando sarò libero anche io. La libertà degli israeliani e la libertà dei palestinesi sono la stessa cosa. Viviamo attraverso gli altri, diventiamo noi stessi attraverso gli altri... No, non è una resa. Io sarò qui fino alla fine dell’occupazione, raccontando cosa accade. Non vi lascerò fingere che non esisto.

Le tue parole somigliano a quelle di Martin Buber. Era un filosofo, era...
Era un ebreo. Ma quanti israeliani oggi possono dire di conoscere l’arabo e la cultura palestinese?

*Arna Mer, ebrea, pioniera sionista ai tempi del Mandato britannico, sposa un arabo palestinese e si unisce alla lotta di liberazione, organizzando a Jenin un sistema scolastico alternativo quando le scuole vengono chiuse dall’occupazione. La storia del suo teatro, Arna’s House, e dei suoi ragazzi è raccontata in un documentario, Arna’s Children, dal figlio Juliano, che torna a Jenin negli anni della Seconda Intifada. Youssef e Nidal hanno sparato tra la folla a Hadera, in Israele, uccidendo quattro persone prima di essere a loro volta uccisi. Ashraf è stato ucciso in combattimento, dietro la sua mitragliatrice mentre sparava da un foro nel muro. Alaa, il bambino che apre il film seduto sulle macerie della sua casa, è diventato il leader delle Brigate Al-Aqsa ed è stato ucciso da un missile insieme al leader della Islamic Jihad in un assassinio mirato. Haifal e Jamal sono morti sepolti vivi dalle ruspe. Oggi Juliano ha fondato a Jenin il Freedom Theatre. L’edificio originario, donato dalla madre di Zakariya, è stato distrutto nel 2002, quando in poco più di una settimana, mentre il mondo concentrava le sue telecamere su Betlemme e l’assedio alla Chiesa della Natività, gli israeliani hanno ucciso 63 persone, principalmente civili, e raso al suolo buona parte del campo in quello che Shimon Peres ha definito ‘un massacro’. Dopo che Israele ha impedito un’inchiesta internazionale, Kofi Annan - il campo è formalmente responsabilità delle Nazioni Unite - ha infine scritto un rapporto, condannando entrambe le parti per le vittime civili. Nessuna indagine è mai stata aperta, nessuno è mai stato incriminato. Negli stessi giorni, una coalizione di occidentali volenterosi pianificava l’attacco all’Iraq e l’esportazione della democrazia in Medio Oriente.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9395




BEIRUT, (IPS) - Quattro mesi fa, Eric e sua moglie Karen hanno lasciato le Filippine per trasferirsi in Libano, in cerca di una vita migliore per la loro famiglia. Mentre era autista di autobus nelle Filippine, Eric ha conseguito il diploma di elettricista, per avere più possibilità di trovare lavoro all’estero.

 



“Il lavoro è duro ma ho bisogno di soldi per i nostri figli”, ha detto Eric. “Abbiamo fatto un sacrificio, lasciando nostro figlio nelle Filippine, a causa della povertà. Lì alle volte il salario di un mese non basta neanche per pagare l’affitto”.

Secondo un recente studio delle Nazioni Unite (Onu), “Mandare i soldi a casa”, l’Asia riceve annualmente quasi 114 miliardi di dollari in rimesse. Dallo studio è poi emerso che l’anno scorso, i lavoratori filippini all’estero (overseas Filipino workers, OFW) hanno inviato 14,6 miliardi di dollari.

Gli OWF rappresentano in tutto il mondo circa il 23 per cento della forza lavoro del paese. Le rimesse straniere attualmente ammontano a circa il 13 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) totale delle Filippine, secondo l’agenzia statale per il lavoro delle Filippine (Philippine Overseas Employment Administration, POEA).

Secondo i dati di POEA, in Libano ci sono più di 30mila lavoratori filippini. Lo scorso anno, sempre POEA parlava di uno spiegamento di oltre 8mila nuovi lavoratori. “Stiamo dando soldi ai nostri governi”, ha aggiunto Eric.

Il 18 novembre, il ministero del lavoro e lo sviluppo (DOLE) ha annunciato che le procedure per l'ingresso di lavoratori filippini sarebbero state riaperte, dopo l'eliminazione delle restrizioni imposte dal Libano l’anno scorso a causa delle tensioni nel paese.

Secondo le nuove norme, i lavoratori filippini migranti possono andare in Libano solo se il loro salario raggiunge i 400 dollari al mese. Attualmente le tariffe fissate sono di 200 dollari per i filippini, 100 dollari per gli africani e 150 dollari al mese per i lavoratori dello Sri Lanka.

Lo Sri Lanka prevede meno tutele per i propri lavoratori migranti rispetto ad altri paesi asiatici che inviano manodopera, come le Filippine.

L’ufficio per il lavoro all’estero dello Sri Lanka calcola la presenza di oltre 86mila donne srilankesi impiegate come lavoratrici domestiche in Libano. Rappresentano la percentuale di lavoratori migranti più ampia nel paese.

Bernadette, una mamma single di 32 anni dello Sri Lanka, cercava un modo per provvedere alla figlia. La possibilità di lavorare all’estero sembrava molto promettente, e da quasi 3 anni lavora in Libano come domestica. Ogni giorno, Bernadette di sveglia alle 6 del mattino per affrontare 18 ore di lavoro estenuante.

”In Sri Lanka si trova lavoro, ma viene pagato pochissimo, e a me servivano i soldi per prendermi cura di mia figlia”, racconta Bernadette. “150 dollari sono quasi 20mila rupie dello Sri Lanka, che è molto poco. Ho un po’ di terra, ma ora voglio costruire la mia casa”.

Lo scorso anno, lo Sri Lanka ha ricevuto 3,4 miliardi di dollari in rimesse provenienti dai lavoratori migranti all’estero. La Banca centrale del paese ha riportato una crescita economica del 7,4 per cento nel 2006, in gran parte dovuta al denaro dall’estero, che è andato in servizi legati a tecnologia, edilizia e abbigliamento.

All’inizio di questo mese, Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato “Esportati ed esposti” (Exported and Exposed), un rapporto sui lavoratori espatriati. Lo studio, di 131 pagine, critica diversi Stati del Golfo, il Libano e lo Sri Lanka, per la scarsa tutela nei confronti delle donne lavoratrici migranti dello Sri Lanka.

”Da parte sua, il governo dello Sri Lanka è soddisfatto del denaro che queste donne mandano a casa, ma fa così poco per proteggerle dai capi o dagli agenti che le sfruttano”, spiega Jennifer Turner, ricercatrice nella divisione per i diritti delle donne di HRW.

I datori di lavoro del Libano pagano fino a 3mila dollari ad un’agenzia di reclutamento. L’agenzia sostituisce il contratto firmato nel paese d’origine del lavoratore con un nuovo contratto che è in arabo, una lingua incomprensibile per il migrante.

“Adesso stiamo lavorando per creare un contratto unificato che sia chiaro per entrambi, impiegato e datore di lavoro, e firmato da entrambe le parti. Uno è in arabo e l’altro nella lingua del lavoratore”, segnala l’avvocato per i migranti Roland Tawk. “Abbiamo queste agenzie che prendono denaro, ed è proprio questo denaro a creare il problema delle scarse condizioni di vita e di lavoro”.

Secondo Tawk, che ha rappresentato i lavoratori domestici per oltre 10 anni, le leggi sul lavoro in Libano sono obsolete. Le leggi in genere non comprendono i lavoratori migranti perché questi sono considerati servi, non impiegati.

Sono invece coperti dal sistema di tutela di Kafala, secondo cui i lavoratori devono avere un garante legale, o kafil, fornito da un datore di lavoro libanese per tutta la durata del loro contratto. Il datore di lavoro confisca il passaporto del lavoratore e i suoi documenti d’identità, che gli vengono restituiti al termine del contratto.

Le agenzie di reclutamento dello Sri Lanka preparano le donne per viaggiare all’estero. Nel documentario “Giovani domestiche in Libano”, del regista Carol Mansour, la sedicenne Sureika si prepara a lasciare lo Sri Lanka per il Libano. Nel suo villaggio manca l’elettricità.

”In 12 giorni devono imparare l’arabo e l’inglese, e a conoscere le apparecchiature elettriche come l’aspirapolvere e la lavatrice, e la cucina libanese”, racconta Mansour. “Arrivano qua e restano traumatizzate. Credo sia un problema molto grave”.

Secondo HRW, benché il governo dello Sri Lanka abbia creato un sistema di regolamentazione per le agenzie di reclutamento, ci sono ancora molte lacune e le norme devono essere migliorate.www.ipsnotizie.it

Violenza alle donne : varie iniziative per la giornata mondiale
di Elisa Mabrito

Molte le iniziative in occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Le Nazioni Unite hanno scelto il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (Risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999) in ricordo delle tre sorelle Mirabal, violentate e uccise il 25 novembre 1960 nella Repubblica dominicana.

Quest'anno, una manifestazione nazionale e' stata promossa per sabato 24 novembre a Roma. Essa prendera' il via alle ore 14 in Piazza della Repubblica per concludersi in Piazza Navona.

Fra fli altri incontri, Amnesty International Torino invita a partecipare a tre eventi:

-Venerdì 23 novembre, ore 18.00, presso la Biblioteca Civica Villa Amoretti (corso Orbassano 200, Torino) Inaugurazione delle mostre fotografiche “Mai più violenza sulle donne” (a cura di Amnesty International) e “Vista da noi. La violenza contro le donne” (a cura del Settore Pari Opportunità del Comune di Torino). A seguire, presentazione del libro “Della nobiltà ed eccellenza delle donne” di E.C. Agrippa con il curatore Marco Ricagno.
-Venerdì 23 novembre, ore 21.00, presso la Cascina Roccafranca (via Rubino 45, Torino) “Donne di sabbia”, lettura teatrale di testimonianze, tradotte da Monica Livoni Larco, sugli omicidi di donne a Ciudad Juárez, in Messico. Lo spettacolo sarà introdotto da una fiaccolata in memoria delle vittime, per ricordare le quali sarà inoltre allestito negli spazi della Cascina un cimitero di croci rosa, simile a quello che realmente esiste nella città di Juárez.
-Sabato 24 novembre, ore 21.00, sempre presso la Cascina Roccafranca (via Rubino 45, Torino) Presidio con fiaccole in occasione dello spettacolo “I maltrattanti”, messo in scena da “Il Cerchio degli Uomini”. A seguire, dibattito sul tema della violenza di genere. In occasione di tutti gli eventi, sarà inoltre presentata la “Campagna del fiocco bianco” in collaborazione con l’Associazione Artemisia: lanciata in Canada nel 1991, questa campagna invita tutti gli uomini a indossare un nastrino bianco simbolo della loro opposizione alla violenza contro le donne.

Secondo i dati Istat, in Italia:

• oltre 14 milioni di donne sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita;

• il 90% delle violenze è commessa nell’ambito familiare o dei conoscenti;

• il 69,7% degli stupri arrivano dal partner;

• 1.400.000 donne hanno subito uno stupro prima dei 16 anni;

• oltre il 94% delle violenze non sarebbero mai state denunciate.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



novembre 26 2007

Bindi: Walter, no alle mani libere 
Corriere della Sera
SAINT VINCENT (Aosta) — «E' apprezzabile che Veltroni continui a respingere la pretesa di andare al voto dopo la riforma elettorale. Ma il silenzio sul conflitto di interessi continua a preoccuparmi. E poi, dobbiamo parlarci. Non si può più rimandare la nascita di un ufficio politico».
Rosy Bindy, proprio come il segretario del Pd, è in Val d'Aosta per l'ormai tradizionale convegno della fondazione Donat Cattin. Però, i due esponenti Democratici non s'incontrano: la rappresentazione fisica di una distanza che rimane. Perdoni: le pare così strano che Veltroni, in vista del confronto con Berlusconi, non enfatizzi il tema del conflitto d'interessi?
«Io posso essere d'accordo sul principio che certe intercettazioni non debbano essere pubblicate. Ma dai rapporti Rai-Mediaset appena documentati appare in modo nettissimo che uno dei principali problemi dell'Italia è proprio quello: il conflitto d'interessi. E dunque, non possiamo sacrificarlo ancora una volta ad altre pur nobili ragioni: questa è la più nobile. Tra l'altro, anche gli ex alleati di Berlusconi ora sembrano interessati».
Ma il proclamarlo non rischia di mandare a monte la trattativa prima che incominci? «La trattativa non può essere un rapporto esclusivo ed escludente con Berlusconi. E' necessario un dialogo dentro la maggioranza, e un confronto con tutta l'opposizione. Senza rapporti privilegiati».
Veltroni ieri ha cercato di dissipare i dubbi: il bipolarismo va salvaguardato. E' soddisfatta?
«A me non basta sentir dire che il modello tedesco va corretto. Con il "vassallum" resta l'ambiguità sulle alleanze, la politica delle "mani libere" è tutt'altro che scongiurata. E poi, guardi: per essere sicuri di rafforzare il bipolarismo, basta fare una legge maggioritaria. L'involuzione verso il proporzionale mi preoccupa, anche per la cultura stessa del partito democratico».
In che senso?
«Il Pd deve essere davvero il partito di centrosinistra. In quel che dice Massimo D'Alema, io vedo un premier eletto con il suo partito che decide in un secondo momento con chi allearsi. Una nuova edizione di partito socialdemocratico, in cui il ruolo assegnato ai cattolici è quello di fare la cosa bianca».
Lei a quale tipo di legge elettorale pensa?
«A una legge che metta in sicurezza il bipolarismo. Tra l'altro, ricordo che dal punto di vista costituzionale, le leggi messe in campo per evitare il referendum non possono essere troppo distanti da quelle tratteggiate dal quesito referendario».
Perché dice che è ora di cominciare a parlarvi?
«Per il momento lo facciamo soltanto attraverso le interviste. A lei pare normale?» Veramente, esiste la direzione del Pd...
«Che però, non si è mai riunita. Quindi, è urgente che venga convocata. Soprattutto, nel momento in cui neppure abbiamo uno statuto, un ufficio politico è assolutamente necessario».

Bindi: "Il Veltronellum sa di Prima repubblica"
Antonella Rampino, La Stampa,
«Ha un bel dire Franceschini che nel Partito democratico la democrazia c’è davvero... Io la bozza di riforma elettorale per ora l’ho vista solo sui giornali, mentre Gianni Letta ce l’ha, il Veltronellum gli è stato consegnato personalmente dal coordinatore del partito Goffredo Bettini, alla sua festa di compleanno. Per carità, Bettini è più amico di Gianni Letta che mio e può invitare alle feste chi gli pare, ma andando avanti così Veltroni riuscirà pure ad avere il via libera di Berlusconi, ma magari io poi quella riforma non gliela voto...». Giornata di riposo a spasso per le amate Dolomiti. Ossigenazione profonda e rigenerazione. Dunque, una Rosy Bindi più grintosa del solito, se possibile.
Ministro Bindi, dica la verità: il punto è che il Veltronellum proprio non le piace. E ancora meno la gestione del Partito democratico.
«Infatti. Non è pensabile che la fase costituente del partito, quella che deve essere di maggiore coinvolgimento e pluralità, sia affidata alle decisioni di Veltroni e dei segretari regionali, e con regole improvvisate che cambiano a ogni riunione. Serve un ufficio politico ristretto, nel quale si condividano le decisioni politiche».
Bindi, ma così le replicheranno che lei vuole un politburo che affianchi Veltroni. Proprio lei chiede spazio per i Rutelli, i Fioroni, i D’Alema, i Fassino?
«Noto che il coordinamento nazionale non si è mai riunito, e che l’esecutivo non è un luogo decisionale, ma un organismo operativo del segretario. L’ufficio politico serve. E poi, scusi, quelle di cui lei parla sono figure istituzionali, vicepremier, capigruppo in Parlamento, segretari di partito, il gestore della fase costituente che è Bettini. E poi ci sono gli altri candidati alle primarie, certo».
E la proposta di riforma elettorale avanzata da Veltroni?
«Non è possibile che la si debba apprendere dai giornali. Io rappresento almeno le 500 mila persone che mi hanno votato, avrò diritto a conoscerla prima che la conosca l’opposizione, o no? La gestione personale del Pd rischia di far tornare proprio il partito delle tessere. Lo farà tornare, il partito delle tessere si riorganizzerà, e annullerà il percorso innovativo iniziato con le primarie. E una mano in questa direzione la darà proprio anche il tipo di riforma elettorale che si propone».
Addirittura?
«E’ una legge elettorale che ci riporta all’antico, perché i cittadini non scelgono le alleanze e i governi, ma lasciano il segretario del maggior partito, cioè il Pd, libero di decidere poi con chi allearsi per governare. Questo è un ritorno alla Prima Repubblica, alla vecchia Dc col proporzionale, ai governi con crisi extra-parlamentari. E, mi creda, di quella stagione non c’è nulla da rimpiangere. Dobbiamo avere la forza di scegliere una legge elettorale che restituisca al Paese un bipolarismo maturo».
Questo è proprio il fine che Veltroni dice di perseguire. Non la convince?
«No, perché la legge che ha proposto non persegue il bipolarismo, persegue una politica delle mani libere, nella quale a decidere non sono gli elettori. E le elezioni potrebbe vincerle Berlusconi, ricordiamocelo: il lancio della proposta di legge elettorale da parte di Veltroni ha coinciso con la fine della Casa delle Libertà, tanto che oggi apprendiamo dallo stesso Berlusconi che per cinque anni gli italiani sono stati governati da un ectoplasma... E’ come se Veltroni e Berlusconi dicessero: facciamo la competizione tra noi, e poi chi di noi vince decide che fare, con chi allearsi, con chi fare il governo. No, per il bipolarismo occorre una cosa sola: il maggioritario. Anche perché il Veltronellum non ferma il referendum. Che si vuol fare? Se il referendum si tiene, il governo cade, questo è chiaro. Si vuol far cadere il governo?».
Possiamo dedurre che lei non apprezza nemmeno la Cosa Bianca di Pezzotta-Tabacci?
«Che non piace nemmeno a D’Alema... Apprendo con piacere che non l’apprezza nemmeno Franceschini. Ma a Dario vorrei dire che se non gli va un Pd che è una evoluzione della socialdemocrazia, allora i cattolici devono fecondare il Pd, e questo può avvenire solo se si fa un partito plurale. Io voglio sapere: se nasce una Cosa Bianca e una Cosa Rossa, il Partito democratico con chi si allea?».
Lei con chi si alleerebbe?
«Io vorrei un Pd davvero di centrosinistra, che renda inconsistente la Cosa Bianca, e che lavori per una Cosa Rossa davvero democratica, con la quale allearsi. Ma soprattutto un Pd con la capacità di interpretare anche il riformismo cattolico, altrimenti saremmo una riedizione in salsa socialdemocratica dei diesse, con qualche satellite annesso».
Lei ha consigliato a Prodi la fiducia sul Welfare. Perché?
«Perché non si può lasciare un protocollo frutto di un accordo tra le parti sociali nel tira-e-molla tra Dini e Rifondazione. Ciò detto, quell’accordo non è l’omega: quello che manca davvero all’accordo di luglio è tutta la politica per le donne e la politica per la famiglia. Congedi parentali, asili nido, incentivi all’occupazione femminile, il part-time... Tutto ciò che serve a un Welfare moderno».



Mediaset tracolla? Per salvarla basta che la Rai perda audience e pubblicità
Marco Travaglio
l' Unità
ALL’INIZIO DEL 1993 la Fininvest è sull’orlo del fallimento. Indebitata e inquisita fino al collo. I «comitati corporate» dei top manager e dei dirigenti del gruppo si riuniscono quasi ogni giorno con Silvio Berlusconi nel quartier generale di Milano2 per l’estremo salvataggio. L’ingegner Guido Possa, segretario particolare del Cavaliere, verbalizza in «report» che finiranno in mano al pool di Milano. Il 22 gennaio direttore finanziario Ubaldo Livolsi fa il punto sui debiti: 4550 miliardi di lire, 700 in più del ’91. E «il sistema bancario non è disposto ad aumentare l’affidamento nei nostri confronti (alcune banche anzi han chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell’esposizione (...). La situazione è molto seria». Il rischio è il fallimento: «Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della tv (non improbabile vista la recessione) (...) per porci in grosse difficoltà». Anche il Cavaliere vede nero: «La nostra tv è un’azienda matura, con buona redditività, ma lentamente si avvia al declino». Ci vorrebbe un’idea.
Un’idea meravigliosa
I dirigenti suggeriscono di vendere un pezzo di Telepiù o di quotare la partecipazione della Silvio Berlusconi Editore in Mondadori, così da rimborsare le banche. Ma il Cavaliere dice no e il 22 febbraio illustra, ai suoi uomini attoniti, un piano temerario. Possa annota: «L’unica concreta azione possibile a breve è un accordo con la Rai: potrebbe ridurre i costi di 300-350 miliardi l’anno. È urgente intervenire nel processo di ridefinizione della struttura Rai, per far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (coi quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto Spingardi (capo del personale Fininvest) di suggerirgli nominativi di persone papabili (congiuntamente a G. Letta)». Il padrone della Fininvest vuole scegliersi i capi della Rai. Imbottirla di manager «amici» perché «tengano bassa» la programmazione, dando fiato alle boccheggianti reti di Milano2. Nel ’93 la guerra dell’audience ha dissanguato le casse Fininvest. Se - ragiona Berlusconi- si convince la Rai a un disarmo bilanciato, i due contendenti abbassano gl’investimenti, la qualità e i costi. Intanto la Rai perde il primato negli ascolti e Fininvest incamera più spot e alza i prezzi (mentre la Rai ha un tetto di spot invalicabile, già al limite). Ma nel nuovo governo «tecnico» Ciampi non ha amici. E nemmeno nel nuovo Cda Rai. In Viale Mazzini arrivano i «professori», sotto la presidenza di Claudio Demattè, che danno spazio a professionisti come Guglielmi, Iseppi, Freccero, Aldo Grasso. Torna persino Beppe Grillo. Il Cavaliere è disperato, ricorderà Dell’Utri: «Nel settembre ’93 Berlusconi mi convocò ad Arcore e mi disse: “Marcello, dobbiamo fare un partito”(…). C’era l’aggressione delle Procure e la Fininvest aveva 5000 miliardi di debiti. Franco Tatò,amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d’uscita: “Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale”». Così Berlusconi si fa avanti con Demattè e butta lì la proposta indecente: un accordo di cartello per spartirsi audience e pubblicità. Come annoterà il consigliere Paolo Murialdi, i rappresentanti delle due aziende discutono come «ridurre le spese degli acquisti e di produzione di Rai e Fininvest». Con tanti saluti al libero mercato, il Cavaliere pretende «una ripartizione dell’audience in parti uguali, nella misura del 45%». A vantaggio di Mediaset, che sta sotto la Rai: «All’epoca un punto di audience equivaleva 20 miliardi di introito pubblicitario».
Proposta indecente
Demattè rifiuta perché «era inaccettabile: un accordo di ferro per dividerci in partenza le quote di audience. Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il palinsesto (...): inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete concorrente di riguadagnare le quote perdute». Demattè pagherà caro il gran rifiuto. Il 9 giugno ’94, al governo da un mese, Berlusconi attacca la Rai perché fa concorrenza a Fininvest: «È un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di raggiungere il massimo di ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti». Il 26 giugno, in gran segreto, riunisce ad Arcore i manager di Publitalia per esaminare il piano triennale di risanamento Rai elaborato da Demattè: aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario. Ma i manager Fininvest lo bocciano: se la Rai cresce ancora, il Biscione tracolla. La contro-proposta è contenere i ricavi pubblicitari della Rai, con «un tetto di 1000-1100 miliardi annui». Berlusconi boccierà come «scandaloso» il piano triennale della Rai e, visto che i professori non si dimettono, il 31 giugno li licenzia con un emendamento di 5 righe al decreto salva-Rai. Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana. Presidente Letizia Moratti, al Tg1 Carlo Rossella, al Tg2 Clemente Mimun, e così via.Qualche mese più tardi, cambio della guardia anche al vertice della Sipra: via Edoardo Giliberti, che nel ’93 sha aumentato il fatturato del 7% (contro l’1.5% di Publitalia), dentro Antonello Perricone, ex Publitalia. La presidente Moratti è stata chiara: «La Rai dev’essere complementare alla Fininvest». Dice Demattè: «Giliberti ha ottenuto risultati straordinari, ma non si sarebbe fatto corrompere». Giliberti conferma: «Era un accordo sull’audience che avrebbe inciso sulla pubblicità. Abbassare l’audience è facile: basta spostare i programmi pomeridiani in prima serata e viceversa. L’audience crolla nello spazio di un mattino».
Pubblicità, la grande torta
Il primo governo Berlusconi dura solo 7 mesi. Ma nel ’96 Berlusconi quota in Borsa le sue tv (nuovo marchio: Mediaset), scaricando i debiti sul mercato. Nel 2001 torna a Palazzo Chigi, infiltra i suoi uomini alla Rai e il piano del ’93-’94 si concretizza. Per cinque anni. Calisto Tanzi, patròn della Parmalat racconta che Berlusconi nel ’94 gli aveva chiesto «un aiuto»: «Insieme concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per finanziare occultamente Forza Italia. Trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se non ne sono sicurissimo, ma certamente l’accordo con Berlusconi prevedeva che le tariffe degli spot non godessero di particolari sconti e/o promozioni. Parlai con Barili, capo del settore, dicendogli di favorire Mediaset, cosa che fece». Non c’è solo Parmalat, a trasferire i suoi spot dalla Rai alle reti Mediaset per compiacere il nuovo inquilino di Palazzo Chigi: nel 2001 Telecom ritira dalla Rai investimenti per 77,5 miliardi di lire, la Nestlè per 20, la Fiat per 9. Nel 2003 70 aziende distolgono i loro investimenti dalla stampa per girarli alle reti Mediaset, sottraendo 165 milioni di euro alla stampa e trasferendone un centinaio al Biscione. Secondo il Garante, i ricavi di Mediaset salgono dai 1497 milioni di euro del 1998 ai 2157 del 2004, mentre quelli della Rai salgono solo fino al 2000, poi si bloccano dal 2001 al 2003. Anche perché tra il 2002 e il 2003, grazie alla gestione Baldassarre-Saccà e alla cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi, la Rai ha perso la sfida -prima sempre vinta- del prime time, passando dal 47.6% di share (contro il 43 di Mediaset) a un misero 43.6% (contro il 46.4% di Mediaset). Uno crollo di 4 punti, talmente plateale da portare al «Raibaltone» del 2003, con l’arrivo del duo Annunziata-Cattaneo che recupererà qualche punto, portando i due colossi al pareggio. Intanto però alla Rai comandano uomini Mediaset, da Deborah Bergamini ad Alessio Gorla, in costante contatto con la "concorrenza" e con lo staff del premier padrone. Proprio quel che Berlusconi sognava nel ’93. Mediaset ormai è una gigantesca macchina da soldi: altissimi ricavi pubblicitari (2,5 miliardi di euro l’anno), bassissime spese per i palinsesti (1 miliardo). Il 22 marzo 2005 Mediaset annuncia «i migliori risultati economici e finanziari dal ’96». Utile netto a 500 milioni (+35.3%), raccolta pubblicitaria a +9.1. Un’azione Mediaset vale 187% in più del ’96. E Berlusconi, ha triplicato il suo patrimonio dal ‘94: da 3,1 a 9.6 miliardi di euro. Niente male. Nel ’94, diceva a Montanelli e Biagi: «Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti».


Oggi a me, domani a te

Le reazioni interne alla sedicente e ormai funerea Casa delle Libertà danno il senso di cosa è stata quell'esperienza; quelle parole di commento l'altra parte politica, composta secondo la definizione occidentale di democrazia dall'intero arco costituzionale da Dini a Beritnotti, le ha dette decine di volte, beccandosi epiteti di tutti i tipi.
Sinceramente fa tenerezza sentire un Cesa oggi uscirsene con una frase del tipo:
Consiglierei a Berlusconi di fare uno sforzo di umiltà. Ciascuno di noi può aver commesso degli errori, ma le principali responsabilità sono le sue perchè troppo spesso ha anteposto i propri interessi privati a quelli generali del Paese.
Un po' la stessa tenerezza che mi suscitò la lettera della Signora Bartolini a Repubblica. Ma scusate, lo conoscete da decenni e adesso ve ne uscite così?http://carlettodarwin.blogspot.com/


La superiorità di Vespa e il difficile mestiere del servo


di Giulio Gargia - Megachip

Scusate, ma stavolta ha ragione lui. Berlusconi. Perché tutto questo scandalo? E' normale che ci si senta, tra Rai e Mediaset, in alcuni frangenti difficili. Per non allarmare. Per non turbare. Per porgere al pubblico una realtà che potrebbe incrinare alcune certezze. Lo fanno i direttori dei grandi giornali, che concordano le prime pagine. Se c'è un'ipocrisia, questa è quella del pubblico


Andiamo, chi è che non sapeva che le cose andassero così? Che Rai e Mediaset non fossero che un'unica azienda, con una sola missione? Rimbecillire, involgarire, disinformare. Tutti lo avevano chiaro, che questa era/è la situazione. Il pubblico si è forse ribellato? La finzione dell'Auditel è stata messa in discussione? C'è stato lo sciopero del canone? No. Solo qualche mugugno, dei soliti invidiosi e/o comunisti. E allora, che vuole adesso il pubblico parruccone?

Certo, fa un po' impressione vedersele spiattellate in faccia, queste verità. Ma è solo una questione di gusto. Perché c'è sempre qualcuno che ha una remora ad ammettere che le cose stanno così. Allora, una patina di finzione ci vuole. Obiettività, imparzialità, terzismo. Guardate il Corriere, che non pubblica le intercettazioni perché “non ci sono profili di reato”. A differenza di quelle di Fassino e D'Alema. E soprattutto, guardate Vespa. Lui, sì che sa come fare. Sarà impagabile la sua audizione, semmai ci sarà, all'Ordine dei Giornalisti. Altro che processo di Perugia o di Erba. L'Ordine dei Giornalisti farebbe una gran cosa a riprenderla e proiettare il video nelle scuole di giornalismo. Solo così gli aspiranti colleghi avranno una chiara nozione di cosa li aspetta, se mai riusciranno a lavorare. Non perché Vespa sia un servo. Chi ha un contratto come il suo, serve solo la sua auto perpetuazione.

Ma “ Vespa è Vespa”, come dice la Bergamini. Si è creato uno stile. E' riuscito a rendere arte il difficile mestiere del galleggiamento. Lui c'era prima, e ci sarà ancora. Per gli altri, invece, è più complicato. Si tratta di non essere ingrati verso chi ti ha procurato un posto in paradiso. E allora si spiega che chi veniva da Mediaset – come Gorla, direttore dei palinsesti, la stessa Bergamini, ex segretaria del Cavaliere, Carlo Rossella, Clemente Mimun – non avesse che una chance: uniformarsi e fare quello che già sapeva fare. Una Tv stile Mediaset. Altrimenti, pensate che fatica. Avrebbero dovuto mettersi a lavorare sodo. Crearsi degli altri modelli televisivi. Pensare dei format magari diversi da quelli della Endemol. E magari, per un attimo, ci hanno pure pensato. Ma poi il loro super-io ha preso il sopravvento. E si sono chiesti: ma mi hanno davvero messo qui per questo ? Per aiutare la Rai a fare bene informazione, a rilanciare il servizio pubblico senza perdere ascolti ? E la risposta è stata onesta, perché con se stessi, nel buio dei propri palinsesti, non si può barare. Ed è stata: no, non posso farlo.

Il resto è venuto di conseguenza. Invece di indovinare, di precedere, di improvvisare ciò che è più conveniente per svolgere al meglio la propria funzione, è meglio chiedere alla fonte. Soprattutto quando le cose si mettono male. In fondo, si tratta di una telefonata a un paio di vecchi amici. E una telefonata, come diceva un famoso slogan, allunga la vita. Professionale e politica.


Rai, quale scandalo


di Furio Colombo - da unita.it

«Qui urge una legge che impedisca questo sconcio. L'indignazione? Svanita. Le reazioni? Dagli all'intercettato. Il garantismo? Momentaneamente sospeso». Sto citando il corsivo (tradizionalmente autorevole, non firmato) apparso a pag. 2 del Corriere della Sera, il 22 novembre.


«Di questo passo rischiamo di diventare uno stato di polizia. Sarebbe bene che le intercettazioni telefoniche restassero dove devono stare». Con questo editoriale Roberto Martinelli aggiunge il suo impegno all'impegno anti-intercettazioni del Corriere della Sera (Il Messaggero, 23 novembre). Si aggiungono subito innumerevoli, vigorose, identiche dichiarazioni.

Tutto ciò compone una sola pesante risposta a un articolo del quotidiano la Repubblica (21 novembre). Documentava un efficace accordo segreto fra Rai e Mediaset per il controllo, il dosaggio, i tempi, i modi, eventualmente l'esaltazione o soppressione delle notizie politiche, da parte di dirigenti Rai (Clemente Mimun del Tg 1, Bruno Vespa di Porta a Porta, Fabrizio Del Noce, di Rete Uno, Francesco Pionati, principale notista politico della Rai, Deborah Bergamini capo del Marketing in Rai) durante il periodo di governo di Silvio Berlusconi.

Significa che ogni gaffe o errore del capo del Governo veniva cancellato, ogni successo inventato o ingigantito, ogni critica internazionale ignorata o irrisa, ogni aperta opposizione italiana taciuta, oppure - se necessario -, svilita fino alla calunnia pubblica, ripetuta, ostentata. Quando possibile il licenziamento di chi aveva osato interferire con la celebrazione continua dell'allora capo del governo. Qui occorre resistere all'impulso di dire (con toni un po' alti, che forse ci saranno di nuovo rimproverati) “finalmente c'è la prova di ciò che - agli occhi di molti di noi - era, allo stesso tempo, delittuoso e ovvio, clamorosamente illegale e sfacciatamente evidente. Finalmente si ammette, usando materiali legali, resi disponibili da un regolare processo a un complice di quella vicenda: sì, è vero, era un regime. Primo carattere di un regime è il pieno controllo delle notizie. Con ricchi premi per chi sta al gioco ed esclusione, con minacce, accuse, denigrazione di chi non sta al gioco”.

I lettori hanno già capito che questa vicenda riguarda in modo diretto e rovente l'Unità, il lavoro del direttore, del condirettore, e dei giornalisti di questo giornale, che, durante tutti gli anni del governo di Berlusconi, hanno deciso di non tacere e di correre il rischio. Uno di noi ha perso il posto e tutti, da allora, anche coloro che avevano nome, firma e prestigio, vivono in un limbo di non esistenza mediatica, editoriale e televisiva di tipo sovietico. Ma hanno - abbiamo - documentato ogni giorno il dominio sulle notizie di Berlusconi, cadendo, per questo, nel ruolo di fazioso, loquace disturbatore di solito attribuito a Marco Pannella, dunque irrisioni e silenzio, con forte propensione ad accennare a disturbi della personalità.

* * *

Eppure non è da allora che si deve cominciare, ma è da qui, da oggi, dalla rivisitazione della combutta Rai-Mediaset, che ha impunemente sospeso la democrazia in un Paese dove quasi l'ottanta per cento dei cittadini si affida solo alla televisione per sapere le notizie, per formarsi un giudizio destinato a durare, dunque una schiuma di conseguenze che si espande anche adesso, anche oggi, fino a cambiare il paesaggio, qualunque cosa stia realmente accadendo.

Lo scandalo è qui, adesso quando si dichiara scandalo la pubblicazione di intercettazioni pubbliche e legali e su cui non grava alcun vincolo o segreto. «Non pubblicare quelle conversazioni sarebbe un ritorno alla censura fascista», ha detto Gerardo D'Ambrosio, ex procuratore di Milano e ora senatore del Pd.

Qui si aprono due percorsi, sorprendenti e diversi. Il primo è quello di prendere netta e pubblica posizione contro la pubblicazione di intercettazioni che pure rivelano una grave violazione dei doveri professionali di alcune persone e un vero e proprio attentato contro la democrazia: un governo che vive per cinque anni - come il Mago di Oz - al riparo di una cortina di notizie false.

Occorre notare che queste intercettazioni non sono chiacchiere di sentito dire, insinuazione di terzi o giudizi o opinioni - che possono sempre essere infondati - di qualcuno su qualcun altro. No, questa volta si tratta di discorsi diretti tra parti interessate, coinvolte e responsabili, una chiara lista di progetti e intenzioni e ordini da eseguire, che infatti - come dimostra ciò che è accaduto - sono stati sempre prontamente eseguiti. l'Unità del 23 novembre ha offerto una esemplare ricostruzione del rapporto adulterato tra fatti realmente accaduti e notizie realmente adattate al tornaconto del regime.

Ma, è importante ripetere, si tratta di materiali giudiziari pubblici, legali, depositati. Farli conoscere ai cittadini è necessario perché non si tratta di mettere alla gogna questo o quel partecipante alla “struttura” bi-aziendale che faceva capo a Berlusconi, ma di togliere dalla gogna coloro che hanno denunciato l'accordo illegale in tempo reale e sono stati subito spinti ai margini della vita pubblica e professionale italiana, soltanto per avere detto che era stato rubato ai cittadini il prodotto originale (le vere notizie) dando in cambio un prodotto alterato.

C'è a questo punto una domanda che è inevitabile: qualcuno conosce un Paese democratico in cui sia proibita o sconsigliata o malvista la pubblicazione di documenti legali e pubblici? Ma c'è una domanda più imbarazzante: ci sono, nel mondo, giornali liberi che chiedono di non essere liberi e invocano, per iniziativa di editorialisti, la proibizione di pubblicare notizie di fonte legale che hanno direttamente a che fare con la libertà e il diritto di informazione dei cittadini?

Credo proprio che non si possa rispondere sì né all'una né all'altra domanda. E questo è lo scandalo nello scandalo. È così allarmante una simile esortazione che il Capo dello Stato, che aveva parlato lo stesso giorno della cautela con cui vanno trattate le intercettazioni quando sono segreto istruttorio (raccomandazione di civiltà giuridica) ha fatto immediatamente chiarire che non stava parlando dello scandalo Rai-Mediaset. Per questo scandalo ha voluto subito incontrare il Presidente Rai, Petruccioli. Allarmato come tanti italiani, avrà certo voluto saperne di più.

* * *

Abbiamo già detto che ci sono due percorsi per guardare in faccia la turbolenza estranea alla democrazia in cui l'Italia è stata gettata nel teatrale e illiberale periodo del governo Berlusconi. In questi giorni due personaggi di primo piano, della maggioranza e della sinistra italiana, hanno espresso in modo diverso, ma con altrettanta enfasi, il loro stupore. Sono due personaggi direttamente coinvolti nell'impegno di tener testa a Berlusconi. Però ascoltate e ditemi se non restate, come dire, sorpresi dello stupore e colpiti (non proprio con entusiasmo) per la ammirazione che sarà anche cavalleresca ma è certo disorientante per noi che non veneriamo la “genialità” di Berlusconi.

La sera del 22 novembre, nel corso del programma Controcorrente su Sky, organizzato in questi giorni difficili dal conduttore Formigli per il Presidente della Camera, interlocutore unico in studio, Fausto Bertinotti ha confermato una sua dichiarazione già resa ai giornali: «Silvio Berlusconi è l'alfa e l'omega della politica italiana». Intendeva dire che l'audace uomo politico prima ha inventato e aperto, tutto da solo, con la sua famosa discesa in campo, la stagione del maggioritario uninominale, schieramento di destra contro schieramento di sinistra, una stagione nuova nella politica italiana. Poi, genialmente, l'ha chiusa liquidando alleati e Forza Italia e gettando in campo il "Partito del Popolo Italiano", coraggioso faccia a faccia con il Pd di Veltroni.

Strana dichiarazione, perché in essa ci sono alcuni errori e alcune omissioni. Un errore è dimenticare che “la nuova stagione politica italiana” è cominciata con Mario Segni e con il referendum che ha cambiato radicalmente il sistema elettorale italiano. Un altro errore è ignorare quel passaggio cruciale della vita pubblica del nostro Paese in cui Berlusconi "sdogana" la destra italiana quando è ancora creatura diretta del fervente sostenitore de La difesa della razza, Giorgio Almirante, quando Fini e i suoi, poi destinati ai migliori Ministeri berlusconiani, erano ancora, per la stampa italiana e mondiale, "neo-fascisti". Eravamo al tempo delle elezioni comunali di Roma (vincitore Rutelli) molto prima della svolta di Fiuggi.

E poi due omissioni: dimenticare che Berlusconi - l'alfa e l'omega della vita italiana - è l'unico politico che sia mai "sceso in campo" con cassetta pre-registrata a cura della sua azienda televisiva Mediaset (regia e luci incluse), l'unico a fare dichiarazioni azzardate (”salverò l'Italia dal comunismo”) senza uno straccio di giornalista a fargli domande, evento mai avvenuto in Paesi democratici. La ragione? L'uomo che “scende in capo” è titolare di una delle ricchezze più grandi del mondo, ciò che spiega il buon viso che, da quel momento, moltissimi decideranno di fare ad ogni sua decisione padronale o arbitraria.

A quel tempo non ero il reietto che ha osato dirigere l'Unità, e si è permesso di smentire giorno per giorno Berlusconi. Ero un editorialista de La Stampa, e in tale veste autorevole ero stato invitato a commentare la famosa “discesa in campo” dallo studio del Tg1. Devo essermi messo in cattiva luce fin da allora quando ho detto: «Una cassetta pre-registrata che impedisce le domande dei giornalisti non sarebbe stata accettata da alcuna televisione occidentale perché è un fatto estraneo alla democrazia».

È una omissione pericolosa dimenticare che non solo l'alfa ma anche l'omega di cui sarebbe geniale ed esclusivo inventore Berlusconi (la marcia su Piazza San Babila, osannato da una claque di sei-settecento scritturati) non sarebbe mai avvenuta senza il pieno impiego della potenza mediatica-imprenditoriale-finanziaria. La controprova è semplice: dite dove e come un simile fenomeno - inventare in un giorno un nuovo partito e accreditarlo subito presso le migliori fonti giornalistiche come esistente - potrebbe prodursi senza la mobilitazione della ricchezza.



Non resta che rimpiangere che il Presidente della Camera non abbia mai dato una occhiata a l'Unità, quando su Padellaro, su di me e su tutti i colleghi di questo giornale si scatenava la campagna più feroce, l'ostracismo più ferreo, l'esclusione più completa e duratura che mai abbia colpito giornalisti italiani, oltre alla valanga di querele, per fortuna infondate, però costosissime.



Ma lo stupore dello stupore è ravvivato da una intervista dolce e cauta del Ministro Gentiloni che dice e ripete e garantisce che nulla ma proprio nulla della sua legge deve allarmare Berlusconi. Gentiloni afferma testualmente e incredibilmente: «Non accetto la tesi che di là ci sia il regime. Per quale motivo dovremmo gettare al vento questa occasione? In nome della purezza della razza? La verità è che c'è un oggettiva convergenza tra il Pd e il progetto del Pdl, che hanno la stessa vocazione maggioritaria».



Per fortuna gli hanno già risposto gli uomini-azienda di Berlusconi, quelli del Senato, quelli della Camera, quelli di Publitalia, quelli restati a Segrate. Hanno detto e ripetuto: «Non provate a toccare Mediaset o sarà guerra». Fossi Gentiloni andrei tranquillo. Peggio di ciò che hanno fatto non possono fare. Ma non dimentichi che alla sua legge, per quanto mite, si chiede solo di rendere impossibili l'illegalità, l'imbroglio, la falsificazione, l'invenzione delle notizie.


La governance di internet dopo Rio

Di Fiorello Cortiana
Ospitiamo un intervento del verde Fiorello Cortiana, membro della delegazione italiana all'Internet Governance Forum, tenutosi a Rio de Janeiro.

 

Ban Ki-Moon, Segretario Generale dell'ONU, nel suo discorso di saluto, ha definito l'Internet Governance Forum "modesto nei suoi mezzi, ma non nelle sue aspirazioni". Quella che potrebbe sembrare una elegante definizione di velleitarismo definisce, invece, una modalità di azione inedita quanto è inedita la modalità di relazione costituita da Internet. 

L'IGF è nato come una soluzione di compromesso delle Nazioni Unite, visto che il Summit Mondiale sull'Informazione non aveva trovato l'accordo sul controllo della comunità internazionale sul sistema di attribuzione dei domini Internet curato dall' organizzazione no-profit californiana ICANN su mandato del governo statunitense, che ha il diritto di veto. La questione non ha trovato soluzione ma, a fronte della richiesta della Russia di partecipare al controllo. è significativo che il Brasile, paese ospitante l'IGF 2007, abbia optato per la richiesta di un ICANN indipendente. 

La caratteristica dell'IGF è quella di una paritetica partecipazione tra governi, imprese e società civile secondo la modalità "multistakeholder" e proprio la condivisione delle problematicità della Rete nell'IGF costituisce un esempio di web 2.0, di cosiddetto "social networking". 1363 partecipanti da 109 Paesi non potevano approvare soluzioni ma, attraverso coalizioni dinamiche, animano processi capaci di produrre pratiche condivise e decisioni comuni a diversi livelli istituzionali, sociali ed economici. Tutti coloro che sono connessi ad Internet contribuiscono a definirne la natura e le possibilità, per questo la neutralità e l'interoperabilità della Rete sono un valore costitutivo e nessuno, se non questo processo partecipato, ha la titolarità del controllo sulla sua evoluzione verso architetture e soluzioni ora non pensate. 

La condivisione di questa consapevolezza ha trovato a Rio una piena conferma con la richiesta di decisioni coerenti e cogenti, ma se la Rete è globale l'articolazione sociale sul pianeta è altamente differenziata, in particolare sul piano politico-giuridico-normativo: qui sta il problema. Insieme alla modalità aperta ed inclusiva di partecipazione in tutti i workshop è emersa, come forte elemento comune, la questione dei diritti umani, dal diritto all'espressione libera, a quello dell'accesso per la condivisione della conoscenza. Proprio Vint Cerf, uno dei padri di Internet, ha affermato la necessità di arrivare ad un accordo sui diritti e le responsabilità in Rete, proponendo una matrice simile a quella che ha portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla "Legge del Mare". 

Gli anni costituiscono una eternità al tempo di Internet, per questo nel suo intervento a conclusione dei lavori Markus Kummer , il Coordinatore Esecutivo del Segretariato ONU per l'IGF, condividendo la necessità sollevata da Cerf ha detto che per la legge del Mare "ci sono voluti circa 20 anni per negoziare il trattato. Credo che abbiamo bisogno di qualcosa di più urgente. Forse l'iniziativa dell'Internet Bill of Rights ci porterà più avanti."

Ha trovato così un riconoscimento ufficiale la proposta di una Carta dei diritti di Internet che anima l'omonima coalizione dinamica supportata e promossa dall'Italia e dal Brasile. Ora il nostro Paese deve essere all'altezza della questione che ha sollevato, così come ha fatto con successo per la moratoria sulla pena di morte. Generare progetti specifici, come processi istituzionalmente multilevel e metodologicamente multistakeholder, quasi spin off politici, può rivelarsi l'esito più efficace di un Forum ONU.

http://www.visionpost.it/index.asp?C=8&I=2662


Senza gli arabi si rischiava l’effetto déjà vu
 
 
 
Lo show deve ancora cominciare, la grande tenda sul palcoscenico è ancora tirata. E già tutti pensano al dopo Annapolis. Senza il documento comune condiviso da israeliani e palestinesi, della cui assenza Mahmoud Abbas ha parlato venerdì scorso, l’unico risultato che ci si può attendere dalla «grande occasione» del Maryland è che i numerosi patron di Annapolis si rimbocchino veramente le maniche.
Si ricomincerà - se si ricomincerà - dal dopo conferenza. Quando non solo gli Stati Uniti, ma gli europei e gli arabi avranno deciso che parte in commedia vorranno svolgere, e quanto vorranno spingere i riottosi protagonisti della vicenda mediorientale su di un binario diverso, dove si usi un metodo diverso rispetto a quello utilizzato per la road map. Stop con le condizioni prioritarie, come il rispetto delle diverse fasi della road map, e via libera a un percorso molto più stringente sulle questioni cruciali.
Se però i grandi analisti, gli strateghi, i diplomatici stanno già pensando al post, Annapolis è comunque lì. L’ennesimo luogo «della pace» da aggiungere alla lunga e defatigante lista delle location che in questi ultimi decenni hanno visto il circo della politica mondiale e del giornalismo accamparsi per un giorno o due, vivisezionare qualsiasi sguardo, parola, cenno dei protagonisti. E poi smontare velocemente le tende per tornare alla normale - si fa per dire - cronaca quotidiana del conflitto.
Come ogni vertice che si rispetti, comunque, anche l’incontro che domani si svolge nel Maryland ha i suoi atout. I suoi menu speciali. I suoi convitati inattesi. Si è già detto tutto degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Bush e della loro voglia di acquisire, prima della fine del mandato, almeno un risultato in un Medio Oriente deflagrato dopo l’apertura del vaso iracheno. Dei due comprimari, israeliani e palestinesi, uniti da una diversa e peculiare debolezza, anche. Degli europei, che non riescono a esprimere una politica comune credibile, nonostante - almeno sul fronte arabo-palestinese - la si chieda a gran voce, conosciamo tutte le fragilità.
L’unica vera new entry sono gli arabi. Su cui gli Stati Uniti, e soprattutto Condoleezza Rice, hanno lavorato davvero. Non bastavano, infatti, Egitto e Giordania, gli unici “sicuri” su cui Washington sapeva di dover contare. Anche se i rispettivi regimi sono segnati dalla debolezza tipica e pericolosa delle fasi di transizione, debolezza diversa, a seconda che si guardi a sud verso il Cairo, o a oriente verso le colline di Amman. Ci voleva qualcun altro, per rendere non solo credibile, ma anche percorribile il cammino che dovrebbe cominciare da Annapolis. E il punto interrogativo sull’Arabia Saudita è quello che ha veramente rannuvolato sino alla fine il cielo sopra il Maryland. La partecipazione di Ryiadh è stata definita dall’esperto ministro degli Esteri saudita, Saud al Faysal, come una partecipazione riottosa. Decisa solo per non rompere il fronte arabo, ha precisato il principe degli Ibn Saud, alla fine di una difficile riunione dei ministri degli Esteri della Lega Araba. Che la riottosità sia solo una espressione per alzare la posta, o la rappresentazione di uno scetticismo profondo, questo non è dato si sapere. Ma è certo che la presenza saudita cambia le carte in tavola, perché rimette gli arabi in gioco.
Ci saranno anche i i siriani, che fino all’ultimo hanno condizionato la loro presenza alla parola «Golan» scritta sulla lettera d’invito. Una parola che non era comparsa, facendo irritare non poco - dice qualche osservatore - la dirigenza siriana. La questione della presenza di Damasco, però, potrebbe essere più complessa. C’è infatti, tra gli analisti, chi ricorda Madrid, e il ruolo che la Giordania ebbe nel rappresentare in absentia l’Olp. La Siria, insomma, potrebbe rappresentare allo stesso modo almeno la parte di Hamas che ospita a Damasco. Anche se le parole di fuoco dei dirigenti di Hamas a Gaza contro la partecipazione della Lega Araba non sono certo un buon viatico. E forse sono state usate per ricordare che sul piatto della discussione, magari rimandata al dopo Annapolis, c’è anche la spaccatura palestinese, che tutti considerano come una non-priorità, in questo momento.
Gaza o non Gaza, the show must go on. Anche se quel miscuglio di indistinto, confuso, possibile, futuribile che è stato partorito alla vigilia di Annapolis continua a essere abbastanza perché la speranza - ancora una volta - non venga spenta del tutto. Poi, gli strateghi penseranno a come evitare che Annapolis venga considerato un fallimento.
Paola Caridi
http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003

 

DENTRO LA GUERRA SEGRETA DELLA FRANCIA

 

DI JOHANN HARI
The Indipendent

Da 40 anni il governo francese sta combattendo una guerra segreta in Africa, ignota non solo al suo popolo ma a tutto il mondo. Ha portato la Francia a massacrare democratici, installare dittatori su dittatori – e a fondare e alimentare il più bestiale genocidio dai tempi dei nazisti. Oggi, questa guerra è così violenta da costringere migliaia di persone a varcare il confine dalla Repubblica Centrale Africana verso il Darfur – cercando rifugio nei più noti campi di sterminio del mondo.

 

Ho sentito sussurri di questa guerra in marzo, quando i giornali hanno riportato che i militari francesi stavano bombardando la lontana città di Birao, nel nord est della CAR. Perché i francesi stavano combattendo là, migliaia di miglia lontano da casa? Perché intervenivano in questo modo nell’Africa Centrale da molti decenni? Non potevo trovare qui alcuna risposta, per cui decisi di recarmi là, nel grembo della guerra dimenticata della Francia.

Sul campo di battaglia - Birao

Sono in piedi ora su questo ultimo campo di battaglia, gettando lo sguardo sulle strade fangose con tracce di cenere. La città di Birao è vuota, per la prima volta in 200 anni. Tutto intorno si vedono case bruciate e abbandonate, con bambini denutriti che saltellano tra le macerie. Che cosa erano questo edifici? Su una insegna verde scolorito si legge 'Ministero della Giustizia', una struttura ora ridotta ad un ammasso di carbone. Nella piazza del mercato, la gente che è ritornata sta vendendo poca merce – riso e manioca, il locale alimento base con lievito – e parla tranquillamente. Ai confini della città, ci sono soldati africani armati e istruiti dai francesi, sdraiati dietro sacchetti di sabbia, che mostrano nervosamente ai passanti le proprie mitragliatrici. Cantano noiosi inni nazionalisti sognando la propria casa.

Per arrivare qui, devi viaggiare otto ore su un volo settimanale dell’ONU che trasporta otto passeggeri al massimo, e poi per un’ora sul retro di un autocarro arrugginito lungo strade devastate e sconnesse. E’difficile capire quando sei arrivato, perché tutto è silenzio e vuoto. Che cosa è successo qui? Seduto nel mezzo al fango, polvere e desolazione, incontro Mahmoud, uno del 10% della popolazione di Birao tornata tra le macerie.

E’ un contadino di 45 anni con il viso smunto, che spiega con un voce lenta e bassa come la sua casa è venuta giù.

"Mi sono alzato per le preghiere del mattino il 4 marzo e c’erano sparatorie dappertutto. Eravamo molto spaventati e così siamo rimasti in casa sperando che tutto finisse. Ma nel primo pomeriggio i bambini di mio fratello corsero in casa mia, gridando e piangendo. Dicevano che le Forcés Armées Centrafricanes [Faca – l’esercito equipaggiato e addestrato dalla Francia, nell’interesse dell’amico e uomo forte della regione, il Presidente François Bozize] erano entrate nella loro casa. Non riuscivano a calmarsi e spiegarsi. Allora corsi là, e vidi mio fratello sul terreno all’esterno, morto. La moglie mi spiegò che essi fecero irruzione, lo radunarono insieme a tre uomini che vivevano nelle vicinanze. Li portarono sulla strada e gli spararono uno ad uno in testa".

L’amico di Mahmoud, Idris, che viveva vicino, temeva che gli avrebbero sparato. Ora racconta:

"Si potevano vedere i villaggi in fiamme e i bambini che urlavano impauriti, così corremmo per 2 chilometri all’interno della giungla. Da dove abbiamo visto la nostra città in fiamme. Ci siamo sistemati vicino al fiume, mangiavamo pesce ma non ce n’era molto. Alcuni giorni non siamo riusciti a prenderne così siamo rimasti senza cibo. I bambini erano terrorizzati. Anche ora, quando sentono un rumore forte, pensano che stiano tornando i cannoni e iniziano a tremare". "Il quarto giorno, abbiamo visto arrivare gli aerei francesi. Ciascuno aveva sei missili che furono sparati. Le esplosioni furono intense. Non sapevamo cosa erano i bersagli e perché. Poi arrivarono i soldati francesi". Era un carro pieno di soldati, con occhiali da sole firmati e con un’espressione ansiosa del tipo "Perché sono qua?".

Mentre Mahmoud e Idris parlano si fa scuro e un'oscurità ed un silenzio soffocanti calano sulla città. Non c’è elettricità né la luce della luna. Spiegano in questa oscurità che, a marzo, le truppe appoggiate dai francesi hanno iniziato a sparare e l’esercito francese a bombardare per una ragione: gli abitanti della zona disperati hanno iniziato a sollevarsi contro il presidente Bozize, perché non faceva niente per loro. La gente qua era stanca del fatto che "non ci sono scuole, ospedali, strade". "Siamo completamente isolati" – spiegano - "Quando piove, rimaniamo tagliati fuori dal mondo, perché le strade diventano melma. Non abbiamo niente. Tutto ciò che i ribelli chiedevano era l’aiuto del governo". Girando per Birao, ho udito sempre questa ragione: i ribelli stavano semplicemente chiedendo aiuto al governo per la gente affamata e abbandonata. Lo hanno ammesso in privato perfino gli sconcertati soldati francesi e i lacché di Bozize. Eppure la risposta francese è stata quella di bombardare le postazioni dei ribelli. Perché? Che cosa vogliono qui?

Guardo verso la giungla e mi rendo conto che molti degli abitanti di Birao sono ancora nascosti là, esposti alle bestie feroci. In zone ugualmente distrutte dalle fiamme nel nord-ovest, entro in auto nella giungla con l’Unicef e trovo gruppi di famiglie affamate sparse dappertutto. In un appezzamento disboscato, incontro un gruppo di 4 uomini con mogli e madri, intenti a ripulire un’area di terreno con le loro mani nude per piantarvi arachidi. Vivono in capanne fatte con le mani e fabbricano trappole per catturare topi da mangiare. Ariette Nulguhom sta cullando il suo nipote di 8 mesi con il piccolo addome disteso e prega che il bimbo sopravviva ancora un’altra notte. Mi dice: "E’ malato da molto tempo. Vorremmo portarlo in una infermieria ma non ce ne sono.Pensiamo sia la malaria ma non abbiamo medicine. Non sappiamo quello che succederà… Siamo tutti indeboliti e febbricitanti. Siamo esausti perché lavoriamo tutto il giorno, ogni giorno. Io non mangio da giorni". Abbandonando le loro case, non hanno più disponibilità di acqua pulita, elettricità e medicine. Quando le Faca bruciarono le loro case, hanno distrutto con le fiamme anche il 18°, 19° e 20° secolo per queste famiglie.

Questo è un angolo dimenticato di un paese dimenticato. Birao si trova e muore nel lontano nord-est della Repubblica Centrale Africana. Questa ha una popolazione di solo 3,8 milioni, sparsa in un territorio più grande della Gran Bretagna, localizzata esattamente nel cuore geografico dell’Africa. E’ il paese meno raccontato della terra. Perfino il fatto che 212.000 persone siano state spinte via dalle loro case in questa guerra non ha avuto una risonanza mondiale. A Birao, mi rendo conto di essere troppo preso da questo orrore per cercare spiegazioni più profonde per questa guerra. Comincio solo a scoprire le origini di questa storia quando incontro un molto raro trovare nella CAR – un uomo anziano.

Un paese di bambini - Paoua

Nella CAR, vinci una scommessa se vivi fino a 42 anni. A volte questo sembra un paese di bambini, che si accalcano con i loro fucili e i loro duri sorrisi, senza un adulto all’orizzonte. Così mi sembra un miraggio quando vedo Zolo Bartholemew che zoppica dietro le macerie di un’altra città bruciata – questa volta nel lontano nord-ovest, fuori della città di Paoua. Non ha denti e una faccia rugosa, e quando lo chiedo, non sa dirmi la sua età. Ma lui ricorda. Ricorda la prima volta che i francesi furono qui – e il perché.

"Vidi i miei genitori forzati a lavorare nei campi quando ero un bambino" dice in Sango, la lingua locale. "Quando erano stanchi, erano frustati e battuti per farli lavorare più veloce. Era sempre così".

La bandiera francese fu la prima che sventolò nel cuore dell’Africa il 3 ottobre 1880, impossessandosi della sponda destra del Congo per la causa della Liberté, Egalité, Fraternité – per l’uomo bianco. Il territorio venne suddiviso tra società francesi, alle quali venne dato il diritto di rendere schiavo il popolo, come i genitori di Zolo, e forzarlo a raccogliere il caucciù. Questo veniva processato a formare copertoni da vendere a Parigi, Londra e New York. Un missionario francese, Padre Daigre, descrisse ciò che vide: "E’ comune incontrare lunghe file di prigionieri,nudi e in uno stato pietoso, trascinati con un corda intorno al collo. Sono affamati, malati e cadono in terra come mosche. I bambini piccoli e gli ammalati vengono lasciati nei villaggi a morire di fame. Le persone meno malate spesso uccidono i moribondi per cibarsene".

Zolo accenna di sì con la testa mentre racconto questo. "Quando i bianchi erano qui, soffrivamo ancora di più" egli dice "Ci forzavano a lavorare. eravamo schiavi".

Un esterrefatto amministratore francese scrisse negli anni 20 che i locali reagirono all’essere schiavizzati dalle società diventando "un troglodita, che si tiene in vita miseramente con le radici finché non muore di fame, piuttosto che accettare questi terribili fardelli". Zone che "solo pochi mesi prima erano ricche, popolose con residenti in grandi villaggi" divennero – scrive - "terra desolata, disseminata di villaggi dilapidati e piantagioni abbandonate".

Ma negli anni 50, uomini come Zolo insorsero e rifiutarono di fare gli schiavi. "Seguimmo Boganda" dice. Barthélemy Boganda era nato in un villaggio dell’Africa Centrale vicino qui nel 1910, e, da bambino, vide sua madre battuta a morte dalle guardie incaricate di ritirare il caucciù per una società francese. Egli crebbe con il clero cattolico, sposò una donna francese, e, quasi improvvisamente, divenne il capo del movimento pro-democrazia della CAR. Parlò alla Francia presentandosi come il figlio di un cannibale poligamo, e tenne discorsi sui valori della Rivoluzione Francese con una capacità tale da lasciarli stupefatti e umiliati. Aveva una visione di un’Africa democratica al di là delle tribù, delle razze e del colonialismo. Era appassionato della necessità di partiti politici, di una stampa libera e dei diritti umani, e della visione degli Stati Uniti d’Africa.

"E lo uccisero" dice Zolo, scuotendo la testa e battendo i piedi sul terreno. Il 29 marzo 1959, non molto tempo dopo che era finita l’era del dominio diretto francese, l’aereo del presidente Boganda esplose in aria. La stampa francese scrisse che vi erano "materiali sospetti" trovati nella fusoliera dell’aereo – ma su ordine del governo francese, l’inchiesta locale venne abbandonata. La Francia installò al suo posto il dittatore David Dacko, che abbatté le riforme democratiche di Boganda, fece tornare molte società francesi e reintrodusse il vecchio sistema di lavoro forzato, rinominandolo "lavoro del villaggio". Il dominio francese sopra la CAR non finì con l’"independence". Semplicemente cambiò, in una forma nuova e viscida, che è alla base dell’attuale guerra. Gli indizi si trovano lontano ad occidente, nella capitale. "Niente succede qui che non sia azionato a Parigi" mi dice un tassista mentre parto per Bangui nel sud del paese, viaggiando tra nuvole di polvere rossa e nugoli di bambini da strada. Ho un appuntamento con un personaggio nascosto.

Un presidente tormentato - Bangui

Bangui appare una città, sorta nella giungla un secolo fa, che ha il desiderio di tornarci. Ogni edificio appare arrugginito, e grandi esplosioni di vegetazione stanno spostando case e negozi. Ad ogni angolo vi sono statue-caricature, enormi e ripugnanti, che rappresentano uomini neri con capelli crespi e labbra spesse, dando alla città l’aspetto di una rivendita del Ku Klux Klan.

Ogni poche ore, la corrente muore. La gente ozia nelle strade, giocando a carte e asciugandosi il sudore con la parte posteriore dei polsi. E’ durante uno di questi blackout che giungo all’ufficio di un capo dell’opposizione con una delegazione del gruppo inglese Waging Peace. Il suo ufficio è sopra un gruppo di negozi ed è una semplice stanza piena di sculture in legno e dipinti africani di passate e sfiorite glorie. Cammina verso noi con un vestito verde, e – sebbene non lo dica – si sta prendendo un grosso rischio a incontrarci segretamente. Lo scorso anno, 40 politici che criticavano il governo del presidente Bozize furono imprigionati e torturati. "Hanno cercato di uccidere mio figlio. Stanno cercando di assassinarmi" dice, alzando le spalle. Ci fornisce lunghi e orribili dettagli. Non posso ripeterli perché potrebbero farlo identificare, - e risultare in una condanna a morte.

"Il paese è in una situazione spaventosa" afferma. "Siamo stati descritti dalla rivista Foreign Policy come uno degli stati più falliti del mondo, dopo Iraq e Afghanistan". Aggiunge che la CAR è ora "una dittatura totale e feroce" sotto il commando assoluto di Bozize. Le radici delle guerre a nord-est e nord-ovest sono semplici. "Il popolo in queste regioni si sta ribellando contro il governo, perché il governo non gli dà niente. Non ci sono servizi. Non ci sono neppure le strade. Così i ribelli insorgono per avere attenzione – e il governo si vendica setacciando l’area, uccidendo civili e bruciando le case".

Ma chi è questo Francois Bozize, e perché la Francia lo appoggia con battaglioni e bombe? Telefono al vasto palazzo presidenziale per incontrare l’uomo che guarda fisso, da dietro un paio di baffi abilmente spuntati, nelle immagini che si vedono su ogni muro, e l’addetto stampa del presidente mi risponde "Mi richiami, sto finendo il credito sul cellulare" e chiude di scatto. Poi mi promette un incontro con il presidente ma trova misteriose "complicanze" che ogni volta lo annullano. Ci sono voci a Bangui che Bozize stia divenendo sempre più paranoico e nascosto, avendo assunto assaggiatori di cibo per evidenziare veleni e rifiutandosi di incontrare stranieri. Allora vado in cerca dei pochi scampoli di giornalismo indipendente che sopravvive qui per ottenere indicazioni su chi sia realmente questo figlio amato dalla Francia.

Le Citoyen è distribuito su carta fotocopiata ogni giorno e venduto agli angoli delle strade per pochi soldi – ma è uno dei bastioni delle residue libertà nell’Africa Centrale. Il suo editore Maka Obossokotte ha una bella barba grigia, zigomi squadrati e una volontà di ferro. E’ stato imprigionato più di una volta per criticare il Presidente e i suoi compari, ma insiste perché lo citi per nome. "In prigione, ti viene dato come cibo pesce marcio. Mi sono preso la gotta. I bagni…." scuote la testa "E’ un inferno". Dice di sapere adesso che "è molto probabile che qualcuno del clan presidenziale mi ucciderà…. Ogni mattina quando mi sveglio, penso che ci siano tre letti in cui finirò la notte: qui a casa, all’ospedale o nella stanza mortuaria". Ma dice: "Io non voglio aver paura. E’ quando hai paura che hai perso".

Seduto in una deliziosa nube di fumo, traspirando sigarette forti, Maka mi racconta la biografia del presidente. E’ nato nel vicino Gabon, figlio di un ufficiale della polizia della CAR. Non fu brillante a scuola, ma si adoperò per ottenere un impiego come guardia del corpo di Jean-Bedel Bokassa, uno dei più malvagi dittatori adulati e lisciati dalla Francia. Bokassa fu famoso per essere un pazzo, si dichiarò " Imperatore della CAR", mangiò il capo dell’opposizione, e aprì il fuoco su un gruppo di bambini che stavano protestando per richiedere un sostegno per l’acquisto dei vestiti scolastici. Bozize portava il bastone e la borsa di Bokassa, e spiega Maka: "Era osservando lui che a Bozize venne il gusto del potere". L’"Imperatore" lo promosse generale.

Poco dopo, la pazzia di Bokassa lo rese un inaffidabile servo della Francia, così i francesi appoggiarono un colpo di stato contro di lui. Bozize andò a studiare all’Ecole Spécial Militaire di Saint-Cyr in Francia, e ritornò solo per organizzare un farsesco colpo di stato. Nel 1982, prese il controllo di una delle stazioni radio nazionali e annunciò che egli era il nuovo presidente. Tutti risero; Bozize fuggì. Alcuni anni dopo fu riportato a Bangui per essere punito. "Lo torturarono" racconta Maka. "Gli orinarono in bocca, gli ruppero le coste, lo maltrattarono realmente per tre anni".

Infine lo lasciarono tornare in Francia per essere curato – e il governo francese iniziò a costruirlo come un presidente alternativo, nel caso che la loro attuale scelta divenisse troppo disobbediente e avesse proprie idee. Dall’essere un pover’uomo, improvvisamente Bozize ebbe il denaro per dare il via ad un’imponente campagna presidenziale. Corse ma perse.

Allora nell’ottobre 2002 si finanziò un grande esercito privato mercenario (provate ad indovinare con quale denaro) con lo scopo di invadere la CAR dal vicino Ciad, deporre il presidente in carica e installarsi come supreme governatore. Da allora ha " vinto" una contestata elezione che aveva accomodato per sé e che ottenne l’approvazione della Francia.

"La Francia vede la CAR come una colonia" mi dice Maka. "I presidenti sono scelti dalla Francia, non eletti dal popolo. Non servono gli interessi del paese, ma quelli della Francia". Poi elenca le società francesi che usano la CAR come una base per derubare le risorse dell’Africa centrale. Questo comportamento francese è alla radice delle guerre che attualmente sconvolgono il nord del paese. Chiunque diviene presidente sa che il suo potere deriva da Parigi, non dal popolo – in questo modo egli non ha incentivi a sostenere lo sviluppo del paese. Le ribellioni sono dunque inevitabili, e il presidente le reprime bruciando le case e sganciando bombe francesi come avevo imparato a Birao.

"Il paese non potrà svilupparsi a meno che la Francia non cessi di mettere al potere questi ditattori e il popolo inizi a scegliere" aggiunge Maka, schiacciando la sigaretta in un portacenere colmo. "La CAR progredirà solo quando avrà un presidente scelto dal popolo e non dalla Francia".

Dentro il paese dei ribelli - Bossangoa

Ora sto guidando nel caldo bollente di Bossangoa, città natale di Bozize – e l’ultimo avamposto del suo potere prima di entrare nel territorio dei banditi-e-ribelli. I villaggi di Marie Celeste si distendono per miglia uno dietro l’altro. Silenzio. Muri mangiati dalle fiamme. Città morte. Nelle case ci sono stoviglie fracassate, abbandonate quando gli abitanti fuggirono agli assassini e saccheggiatori di Bozize. In un altro villaggio, la campana che chiama i bambini per la scuola sta ancora ciondolando da un albero, dimenticata. Sulla lavagna c’è l’ultima lezione: una mappa della CAR in gessetto.

Poi, dopo un’ora di viaggio oltre Bossangoa nell’interno della giungla, si trovano segni di vita. 0into the jungle, there are signs of life. In un villaggio bruciato ci sono 20 giovani, sudati, con i Kalashnikov. Ci fermiamo e ci rendiamo conto di essere in un inaspettato campo di ribelli. Il leader dei ragazzi si avvicina – uno più anziano, di circa 24 anni – e stringe le nostre mani. Spiega che fanno parte del ribelle Esercito per la Restaurazione della Repubblica e della Democrazia (acronimo francese APRD), che ha conquistato quest’area. Le sue “ truppe” sono vestite in modo strano. Uno indossa occhiali e berretto da sci, in un luogo della terra più lontano da un pista da sci. Un altro indossa niente altro che un costume da bagno rosso acceso, una mezza dozzina di corde di proiettili intorno al collo, una ciabatta da donna argentata e splendente sotto il sole.

Ci spiegano che non è loro consentito rilasciare dichiarazioni – solo il loro capo può farlo – e di essere felici di farsi fotografare, assumendo pose scomposte. Si mettono proiettili in bocca, flettono la muscolatura, e assumono false smorfie di aggressività, come se stessero riproducendo un poster di Rambo. Il soldato con la faccia da bambini in un angolo, mi dicono, ha 13 anni. Sembrano giovani di una qualunque strada in qualunque parte del mondo, che giocano a fare i ribelli. Ed invece sono veri ribelli con vere armi. Un ragazzo di 13 anni con un fucile è una visione comica – finché non ti guarda e sorride in modo strano.

Perché, chiedo, avete aderito alla ribellione? "Bozize ha ucciso mio padre, mia madre e mio fratello" dice il loro capo facendo un passo avanti e a bassa voce. Si scopre la veste e mostra una cicatrice infiammata dove afferma di essere stato colpito con una baionetta. "Pensavano fossi morto e mi hanno lasciato". Chiedo quello che vogliono i ribelli. " Vogliamo pace, scuole, strade". La maggior parte di loro accennano di sì con la testa. Volete il potere? "Sta a Dio decidere. Noi vogliamo strade e scuole".

Ce ne andammo mentre loro agitavano sorridendo i loro fucili nella nostra direzione. Seguo la scia di case bruciate fino a Poua, città estrema del nord ovest – e ora siedo su una panchina con l’uomo che ha ordinato molti incendi. Un luogotenente della Guardia Presidenziale (GP) mastica una gomma al sole, dietro un filo spinato con guardie della sicurezza addormentate. La GP è al vertice dell’esercito del paese e risponde solo al presidente Bozize – la sua milizia privata. Quando li vedi avvicinarsi sulle strade, con i loro sguardi folli e le armi pronte, ti viene il batticuore e i brividi alla schiena. Nella piazza del mercato a Paoua, un " ufficiale" mette un fucile alla tempia di un dottore di Médecins sans Frontières dicendogli: "Faremo quello che hanno fatto in Rwanda". Mentre io cerco di parlare con uno dei capi.

Indossa una lunga vesta di color porpora brillante e un bianco fez, e mi dice in modo esitante che farà l’intervista in modo anonimo. E’ un giovane di 33 anni dalle spalle curve. La sua guardia del corpo è un muscoloso concentrato di ansietà, che osserva ogni mossa che facciamo come se fosse pronto a saltare addosso. Allora, luogotenente, perché pensa che la gente appoggi i ribelli e combatta contro di voi? Scambia un’occhiata con la guardia del corpo. "Non lo so". Perché la gente è così spaventata della GP? "Ci sono stati alcuni elementi indisciplinati, ma li abbiamo sistemati". Allora sono solo i soldati indisciplinati quelli che bruciano migliaia e migliaia di case? Non avete dato voi l’ordine? " Se bruciano case, noi li sistemiamo". Come li sistemate? " Usiamo la punizione". Veramente? E quante persone sono state punite? E quando? Alla guardia del corpo non piace questa domanda e mi guarda di traverso. "Avevo un ufficiale che si recò al mercato senza ordine. L’ho punito". Cioé? " Lo abbiamo punito". Questo non è quello che la gente dei villaggi dice. Sono terrorizzati. " Mi mostri i villaggi. Io le mostrerò che abbiamo fatto del bene". Dopo aver lasciato il complesso in auto, ci imbattiamo in due pallidi e disturbati lavoratori dell’opera di carità italiana Coopi. Mi spiegano che mentre il luogotenente ci stava rassicurando sul fatto che le sue forze sono disciplinate, un ufficiale della GP, a bordo di un motociclo, li aveva agitato un fucile in faccia.

Ad ognuna di queste scene mio torna in mente la domanda: perché? Perché i francesi appoggiano e addestrano questa milizia? Il governo francese afferma di trovarsi nella CAR in conseguenza di un accordo militare stilato negli anni 70 per proteggere il paese dalle aggressioni esterne. Le ribellioni nel nord, dicono, sono appoggiate dal Sudan – questo è ciò che conta. Mes amis, stiamo proteggendo un presidente democraticamente eletto da un vicino tirannico e genocida.

Ma non sono riuscito a trovare nessuna persona nel CAR – neppure la più filofrancese – che pensi che il Sudan abbia qualcosa a che fare con i ribelli. Così decido di incontrare a Bangui Louise Roland-Gosselin, una direttrice anglo-francese del gruppo Waging Peace, che sta studiando la Repubblica Centrale Africana. " Le politiche qui nella CAR sono parte di un molto più grande approccio della Francia verso l’Africa" ci dice. " Chiamiamo questo sistema 'Franceafrique', e fu messo in piedi da Charles de Gaulle per sostituire il vecchio sistema coloniale. Esiste una chiara continuità dal sistema imperiale ad oggi".

I motivi di questa guerra sono, afferma Roland-Gosselin, dollari, euro e uranio. "L’obiettivo principale è prendere le risorse dell’Africa e travasarle nelle tasche delle società francesi" ci dice. " La stessa CAR è una base dalla quale la Francia può accedere a tutte le risorse dell’Africa. Ecco perché è così importante. La usano per tenere il petrolio che fluisce alle compagnie francesi nel Ciad, le risorse che vengono dal Congo, e così via. E naturalmente questo stesso paese ha le sue risorse. La CAR ha molto uranio, di cui la Francia necessita per la sua dipendenza dall’energia nucleare. Al momento ottengono l’uranio dal Niger, ma la CAR è il loro piano di riserva". Allora questa è in parte una guerra per l’energia nucleare? "Sì, ma anche molto denaro che attraverso la corruzione entra nel processo politico francese. Diciamo che sia necessario costruire una strada qui nella CAR. Il governo francese insisterà perché a farli sia un’azienda francese – e questa azienda per ottenere appoggio donerà molto denaro al 'giusto' partito politico francese".

Questa guerra neo-imperiale rahhiunse il suo apogeo psicotico nel 1994, quando il governo fancese utilizzò la CAR come base per finanziare e alimentare il genocidio ruandese, il genocidio più sanguinoso dalla morte di Adolf Hitler. Vincent Mounie è un personaggio di primo piano in Sur Vie, un’organizzazione francese che le azioni del proprio governo in Africa. Spiega: "La Francia era pienamente complice nel genocidio. C’erano truppe francesi nella zona prima, durante e dopo il genocidio, in appoggio delle forze Hutu più estremiste mentre massacravano i Tutsi. Sai chi fece le carte di identità che separavano la popolazione ruandese in Hutu e Tutsi prima della carneficina? Furono stampate a Parigi".

La base militare francese a Bangui doveva essere abbandonata nel 1996 dopo che fu incendiata dalla rabbia dei locali, stanche dei tiranni imposti dalla Francia. Oggi la base è ricoperta di vegetazione e i militari francesi si sono spostati in nuovi insediamenti a Birao. Gli aerei francesi che appoggiarono l’olocausto ruandese partirono da qui.

Il Presidente François Mitterrand iniziò la sua carriera appoggiando una forza genocida e la finì appoggiandone un’altra. Da giovane crebbe nei ranghi del regime di Vichi, con l’appoggio di Hitler, che abbandonò unendosi alla resistenza quando ormai era chiaro che i democratici avrebbero vinto. Divenne allora nominalmente un socialista e, infine, presidente. Il governo francese aveva a lungo visto i nazionalisti Hutu in Ruanda come i Loro Uomini, le persone che amichevolmente richiedono alla Francia accesso militare e industriale. Quando nel 1989 i rifugiati Tutsi spinti via decenni prima incominciarono a chiedere di poter tornare alle loro case, la Francia si infuriò. Mitterrand vide questo movimento per i diritti dei Tutsi come una creazione della CIA con lo scopo di colpire un regime pro-Francia e di sostituirlo con un amico dello Zio Sam. I suoi aiutanti gli dissero che non vi erano prove di un legame alla CIA – ma egli rifiutò di ascoltarli e annunciò che i Tutsi erano i "Khmer Neri" , una forza malefica antifrancese, e iniziò a costruire rapidamente le forze del Potere Hutu per combatterli.

In appena 4 anni, a partire dal 1990, la Francia fece crescere le forze militari nazionaliste Hutu da 10000 a 40000. Le forze moderate ruandesi cercarono disperatamente di arrivare ad un accordo tra i due lati, "e il governo francese deliberatamente distrusse qualsiasi tentativo di giungere ad un accordo di pace" dice Mounie. Allora ebbe inizio il fare a pezzi uomini, donne e bambini Tutsi. Mitterrand fornì più grandi finanziamenti agli Hutu, che essi usarono per comprare armi e munizioni. Poi pubblicamente derise chiunque parlava del genocidio perpetrato dagli Hutu.

Poi quando l’indignazione internazionale si fece così grande che Mitterand non poteva più ignorarla, la Francia annunciò che avrebbe inviato una forza militare per mettere fine alla carneficina. " Era l’ultima bugia della Francia e la più crudele" aggiunge Mounie. " Anche a questo punto il vero scopo di Mitterrand era di riconquistare Kigali e restaurare il potere Hutu. A Birao oggi, molti dei soldati che pattugliano la città sono veterani dell’’operazione di salvezza’". Sto sorseggiando tè dolce in una delle case fatiscenti di un pezzo grosso locale quando giunge un gruppo di soldati in pattugliamento. Sono lavoratori delle banlieue di Parigi e Lione che nel corso di un breve dialogo ammettono di essere stati in Ruanda – e sono ancora traumatizzati da ciò che Mitterand e i suoi uomini li ordinarono di fare.

"I bambini ci portavano le teste mozzate dei loro genitori e ci uirlavano chiedendo aiuto" dice uno di loro " ma i nostri ordini erano di non aiutarli".

Un anno dopo la fine dell’olocausto, Mitterrand disse ad un collaboratore: "Nessuno in Francia si preoccupa del genocidio". Questi turbati soldati, che siedono alla luce di un sole in tramonto, dimostrano che il vecchio cinico si sbagliava, almeno riquardo questo.

Madre, non colpirci - Bangui

Nel cuore insanguinato di Bangui, c’è una metafora di questa guerra. Su un lato della strada c’è il grande stadio che il governo francese costruì per Bokassa negli anni 70, perché si auto-incoronasse Imperatore dell’Africa Centrale e Signore di Tutto Ciò Che Vede. Sta cadendo ora, un pericoloso relitto. Dal lato opposto c’è uno nuovo stadio splendente con sedili tappezzati e gradini in marmo. E’ stato costruito dai cinesi. La Francia è solo una fetta di questo nuovo grande gioco, di questa lotta globale per le risorse dell’Africa. Ogni potenza mondiale rampante – USA, Gran Bretagna, Cina – sta depredando le restanti ricchezze dell’Africa, accantonando problemi quali democrazia e diritti umani. Ma perfino i dittatori cinesi si ricordano di lanciare in aria qualche spicciolo dei ricchi che essi hanno depredato a Bangui. I francesi hanno smesso da lungo tempo di farlo. Ora vengono solo con proiettili e bombe.

Mentre mi preparo a lasciare la CAR, mi viene detto da fonti francesi e africane che Parigi starebbe per mollare il presidente Bozize. Come una sfilza di dittatori dell’Africa Centrale prima di lui, egli si è stato trascinato al guinzaglio della Francia, immaginando di essere un governatore indipendente di un paese indipendente. Ha deciso di nazionalizzare alcune industri energetiche che operano nel paese, compreso le mega-multinazionali Total e ELF. " Se vuole che la Francia combatta i ribelli e lo tenga al potere, deve fare quello che gli dicono" dice la mia fonte. Bozize sta cercando di agire in modo preventivo, offrendo ai capi ribelli un posto nel suo governo. Mentre guidando passo davanti per l’ultima volta al suo palazzo presidenziale, mi chiedo se la paranoia che mi ha trattenuto dall’incontrarlo fosse così giustificata.

Ma quando finalmente l'aereo mi sospinge via da questo luogo, una voce della CAR – adirata e pazza – sembra seguirmi. Nella giungla intorno a Paoua, fui portato all’ingresso di un villaggio distrutto e abbandonato per incontrare Laurent Djim-Woei, il portavoce dei ribelli nel nord-ovest.

Un gruppo di giovani ci dette il benvenuto. Stavano trasportando lance con i loro berretti da sci e le loro cicatrici. Silenziosamente ci invitarono a seguirli attraverso villaggi inceneriti, una densa vegetazione e oltre. Alla fine raggiungemmo uno spazio disboscato. Laurent era vestito con una colorata divisa da combattimento. Aveva un grande sorriso, rovinato dalla mancanza di quasi tutti i denti. C’erano tre cellulari pendenti dal suo colo. Fece per noi un’ispezione delle sue forze brancaleone, ordinando di stare sull’attenti e urlando ordini con la voce rauca in Sango. Poi Laurent ci disse di sederci e si imbarcò in una delirante e poco comprensibile lettura.

C’eravamo solo noi in una giungla silenziosa, ma lui guardava oltre noi e parlava con voce profonda, come se si tesse esibendo in uno stadio pieno di sostenitori. La CAR ha bisogno di un " cane da guardia" che "abbai per la giustizia" e non di "quel genere di cane che ci guida e che abbiamo avuto nel passato". E’ la prima di una sfilza di metafore. Cerci di condurlo su argomenti specifici: Cosa è che vuole? Risponde usando solo nomi astratti – giustizia, pace – per poi dare momentaneamente risalto alle sue lamentele prima di ritornare alle metafore e alla incomprensibilità: "Bozize brucia i nostri villaggi. Una nazione non dovrebbe bruciare i propri villaggi. E’ come una madre con un figlio, una madre non brucia il figlio, se non è pazza". I suoi occhi danzavano nervosamente verso al giungla mentre parlava , come se stesse aspettando un raid.

"La Francia è la madre dell’Africa Centrale, e noi siamo i figli" dice raccogliendo la vecchia metafora razzista e facendola propria. "La Francia deve ora cambiare lato e appoggiare noi, non Bozize. La Francia rappresenta i nostri genitori, noi vogliamo che siano dei buoni genitori". Questo è un sentimento che salta fuori inaspettato di fronte alle macerie causate dall’intervento francese – un appello alla Francia perché improvvisamente diventi una madre amorevole, che agisca sul versante giusto, nonostante tutto ciò che si vede. La Francia e la CAR sono, questo mi colpisce alla fine, strette in un abbraccio malsano. La Francia brama le ricchezze offerte da questo pezzo di Africa, rigoglioso e affamato, e il popolo dell’Africa Centrale si strugge dal desiderio che un deus ex machina entri sulla scena e risolva le loro dispute interne con la violenza.

Guardando lontano, Laurent grida: "Noi diciamo alla Francia: 'Madre, noi siamo i tuoi figli, amaci come una madre dovrebbe. Non picchiarci".
Nella giungla, la sua voce riecheggia per miglia, finché muore, inascoltata.

Johann Hari
Fonte: news.independent.co.uk
Link: http://news.independent.co.uk/world/africa/article3030349.ece
5.10.07

Traduzione a cura di www.comedonchisciotte.org

LIBANO
Lahoud esce di scena, vuoto politico in Libano
Il presidente pro-Siria lascia l’incarico ed affida il potere all’esercito. Il primo ministro Siniora ricorda invece che il governo ad interim deve essere guidato da lui e dal suo Gabinetto. Washington invita alla calma.

Beirut (AsiaNews/Agenzie) – Il Libano rischia in queste ore di dover affrontare un vuoto di potere politico, dopo che questa notte il presidente Emile Lahoud ha lasciato la carica senza un successore eletto. Prima di andarsene, il politico pro-Siria ha raccomandato all’esercito di assumere la gestione della situazione.
 
Il primo ministro Fouad Siniora, tuttavia, ha respinto l'iniziativa presidenziale ed ha ricordato che, secondo la Costituzione, il governo ad interim deve essere guidato da lui e dal suo Gabinetto. Al momento, la situazione è in stallo, ma è palpabile la tensione nel Paese: i soldati sono infatti in tutti i luoghi importanti della maggiori città, e scuole e negozi sono chiusi.
 
L’ultimo tentativo in ordine di tempo per ristabilire una situazione politica accettabile è fallito ieri, quando i parlamentari dell'opposizione (vicini a Damasco) hanno impedito di raggiungere il quorum necessario per l’elezione di un nuovo presidente. Una nuova sessione di voto è stata fissata per il prossimo 30 novembre.
 
Washington ha invitato tutte le fazioni politiche a rimanere calme, ed ha ricordato che “la legge prevede che per il momento il potere di guidare la nazione è nelle mani del Gabinetto libanese”. In risposta, Lahoud ha emesso un comunicato che dice: “Vi sono condizioni e rischi tali che si può temere uno stato di emergenza". Tuttavia, egli non può dichiarare lo stato di emergenza senza il voto favorevole del governo.
 
Siniora ha risposto dicendo che “il documento presidenziale non ha valore ed è incostituzionale. E’ come se non fosse mai stato emesso”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10887&size=A

Gli iracheni divisi dal trattamento delle donne nella Costituzione
I sostenitori dicono che l’articolo 41 terrà lo Stato fuori dalle questioni civili; i critici che aprirà la strada alla shari'a.


di Tina Susman
Los Angeles Times,


Baghdad – Sono passati quasi 30 anni da quando si è sposata, ma la parlamentare irachena Samira Musawi continua a indignarsi di fronte a quello che considera l’oltraggio finale: una legge che richiede testimoni per certificare la cerimonia.


Lei e il suo futuro marito hanno acchiappato una coppia di estranei, dato loro circa 10 dollari a testa, e sono stati legalmente sposati.


“Non conoscevo neppure queste persone; avrebbero potuto essere teppisti”, dice la Musawi degli uomini che hanno convalidato la cerimonia civile del 1979, in un tribunale della zona ovest di Baghdad.

Questo ricordo è una delle ragioni per cui la Musawi, che presiede la Commissione parlamentare per l’infanzia, la famiglia e le donne, sostiene l’articolo 41, una clausola della costituzione a interim irachena che per i sostenitori impedirà l’intromissione statale nelle questioni civili, consentendo agli iracheni di sposarsi, divorziare, decidere sulle successioni ereditarie, e sistemare altre questioni personali secondo la propria confessione religiosa. Per esempio, secondo la legge sciita, non sono necessari testimoni per sposarsi, ma per i sunniti ne servono due.


Ma una battaglia sulle potenziali conseguenze dell’articolo ha rappresentato uno scoglio per i parlamentari che cercavano di portare a termine una costituzione entro la fine dell’anno.


L’articolo 41 è solo una riga di un documento di 16 pagine, ma, secondo i critici, è la peggiore.


Chi si oppone, inclusi gli attivisti per i diritti delle donne e gli studiosi di legge, dice che quella frase mal formulata apre la porta per deliberare secondo interpretazioni draconiane della legge islamica che potrebbero approvare la lapidazione delle donne adultere, consentire che ragazze minorenni vengano costrette al matrimonio, e permettere agli uomini di abbandonare le proprie mogli declamando per tre volte “io ti ripudio”.


Nella città meridionale di Bassora, ci sono già avvisaglie di estremismo religioso utilizzate per tenere sotto controllo le donne. La polizia dice che bande che stanno imponendo la loro idea di legge islamica il mese scorso hanno assassinato 15 donne. “Ci sono bande che scorrazzano per le strade…che perseguitano, che minacciano e che uccidono le donne per quello che indossano o perché usano truccarsi”, ha detto questo mese il comandante della polizia di Bassora, Generale Abdul Jalil Khalaf.


A volte sui corpi delle donne vengono lasciati biglietti che dicono che sono state assassinate per aver violato la legge religiosa o le tradizioni sociali.

“E’una presa in giro per noi, quando si parla di libertà”, dice Hanaa Edwar, che dirige l’associazione irachena Amal, un gruppo per i diritti umani che si oppone all’articolo 41. “Non ci saranno scelte per le donne se un uomo prende la decisione di vivere in un certo modo. Passo dopo passo, finiremo in uno Stato religioso”.


La controversia sottolinea la presenza di un dibattito più vasto qui su quanto ampio dovrebbe essere il ruolo che la religione gioca nella vita degli iracheni. Sottolinea anche le insufficienze della Costituzione originale, che è stata scritta nel 2005 da parlamentari iracheni eletti di recente alle prese con una scadenza imposta dagli Stati Uniti.


Una nuova stesura del documento è uno dei parametri voluti dall’amministrazione Bush per porre le premesse di un eventuale ritiro delle truppe Usa. Ma è stata rimandata per tre volte, mentre i parlamentari contrattano su questioni come i poteri delle province, le libertà culturali e religiose, e la distribuzione dei proventi petroliferi.


Dei 25 membri della commissione incaricata di riscrivere la Costituzione sono solo tre le donne. Si scontrano con una formidabile opposizione da parte dei deputati sciiti che dominano il Parlamento iracheno, compreso Humam Hamudi, che presiede la commissione.


Hamudi, le cui tuniche e il cui turbante attestano la devozione religiosa, si fa beffe dell’opposizione all’articolo 41. “State considerando la questione come un grosso problema!”, dice ridendo. “Questo è un tipo di libertà. Questa è l’era della democrazia”.


La Musawi è d’accordo. Sciita, che indossa una formale tunica nera e un velo leopardato in testa, lei dice di non volere che i non musulmani siano governati dal suo credo. L’articolo 41 garantisce che ciò non possa accadere, dice.


Ma, aggiunge, esso riconosce anche la realtà dell’Iraq del dopo Saddam Hussein, dove la maggior parte dei deputati, comprese molte delle 75 donne nel Parlamento composto da 275 seggi, rappresentano partiti religiosi sciiti.


Se mi chiedi se desidero una società teocratica, ti risponderò di no. Ma, allo stesso tempo, non posso ignorare il fatto che la religione è parte della nostra esistenza, e dobbiamo accettarlo” dice la Musawi.


Per molte donne irachene, la cosa che ha fatto loro ricordare la posta in gioco è diventata chiara a maggio, quando è circolato un video di una ragazza di 17 trascinata da una folla chiassosa di uomini che l’hanno colpita a morte con sassi e sampietrini. La giovane, la cui orribile morte era stata ripresa da alcune telecamere di cellulari, aveva violato le regole della sua minoranza yazida intessendo una relazione con un uomo musulmano. Il suo omicidio e le rappresaglie contro i yazidi che ne sono seguite illustrano i problemi inerenti al non avere un’unica legge per tutte le questioni domestiche irachene, dicono i critici dell’Articolo 41.


Tre dei cugini della ragazza sono in galera in attesa di processo in relazione alla sua morte. Molti yazidi hanno condannato l’incidente, ma dicono anche che si tratta di una questione tribale interna che non giustifica l’attenzione dei media o degli stranieri. Questa attitudine preoccupa gli attivisti per i diritti delle donne, che dicono che la religione e la cultura tribale potrebbero essere utilizzate per difendere coloro che perpetrano simili violenze.


“Sono sicura che ascolteremo sempre più storie come questa”, dice Luma Ali, una studentessa di ingegneria di 23 anni che è contraria a qualsivoglia ruolo della religione nel governo. “Non posso credere che questo ancora accade a noi donne”.


“È davvero un mondo insicuro l’Iraq per le donne”, dice un’amica che ha avuto paura di rivelare il suo nome. “In Iraq tutto è soggetto a sviluppo – tutto escluso il modo in cui le donne dovrebbero vivere, sposarsi, e morire”.


I sostenitori dell’Articolo 41 dicono che la legge penale e gli accordi internazionali sui diritti umani impedirebbero ai killer della giovane yazida di utilizzare la disposizione per giustificare le loro azioni. Ma gli oppositori non sono disposti a correre questo rischio.


Durante una conferenza stampa che si è svolta ad agosto a Baghdad, 10 parlamentari donne avevano proposto di sostituire l’articolo 41 con la vecchia legge sul diritto di famiglia del periodo di [Saddam] Hussein, che traeva spunto dagli insegnamenti islamici e dalle tradizioni tribali ma era stata considerata radicalmente liberale per il Medio Oriente.


Prima approvata nel 1959 e più tardi emendata, la legge consentiva a un uomo di avere fino a  quattro mogli, ma solo dopo aver ottenuto il permesso della prima moglie, e dopo aver persuaso un giudice di essere in grado di mantenere più di una donna. Alle figlie femmine si garantiva un’eredità pari a quella per i figli maschi e, in caso di divorzio, la custodia dei figli non andava automaticamente al padre. Le donne potevano divorziare da mariti violenti, e i matrimoni forzati erano vietati.


Ufficialmente, l’Iraq è una Repubblica Islamica: la Costituzione dichiara l’Islam religione di Stato e “una fonte essenziale della legge”. Le leggi sono promulgate da una assemblea legislativa rappresentativa, attuate da un ramo esecutivo, e soppesate da uno giudiziario.


Culturalmente, le radici di uno Stato religioso stanno diventando evidenti: le strade di Baghdad sono un mare di donne velate, e i cartelloni pubblicitari che mostrano i più influenti leader sciiti del Paese sono comuni. Le organizzazioni non governative sono ostacolate nei loro tentativi di migliorare l’educazione e la formazione professionale delle donne. I gruppi per i diritti umani dicono che i così detti delitti d’onore, per quanto non diffusamente riportati dalla cronaca, sono comuni nelle regioni remote.


Isobel Coleman del Council on Foreign Relations, che ha fatto da consulente a gruppi di donne durante la stesura della costituzione, dice che aveva messo in guardia sulla possibilità che la shari'a si potesse infiltrare nella vita quotidiana degli iracheni.


“Non è che questi temi non siano stati dibattuti e sviscerati, ma si è cercato di ignorali da parte di tutti”, dice. “Tutti volevano tralasciarli”.


“Dicevo loro: ‘Cosa avete intenzione di dire sulla shari'a nella costituzione?’ E loro dicevano:‘Non ci sarà shari'a nella costituzione’. Credo che ci fosse una sensazione di rifiuto tra alcuni dei più gruppi di donne più laici, e forse una disconnessione tra il loro mondo e quello dei religiosi iracheni che stavano andando al potere”, dice.


Da allora, i problemi di sicurezza dell'Iraq hanno duramente ostacolato la capacità degli attivisti di organizzare proteste, come avevano fatto nel 2003, quando il Governing Council provvisorio aveva tentato per la prima volta di ripristinare decreti dell’era di Saddam.


“Ci sono troppe paure ora”, dice Alia Nasayif Jassim, una delle due donne della commissione di revisione della costituzione, che è diventata visibilmente frustrata quando ha parlato della sua incapacità di imporre un cambiamento. “Le nostre voci sono semplicemente troppo deboli”.


La Jassim, che è sciita, dice che è una sfida esprimersi pubblicamente contro l’Articolo 41 senza essere considerati difensori della legge di [Saddam] Hussein. “Ci sono timori su qualunque questione legata al vecchio regime”, dice.

Gli attivisti dicono di avere poche speranze nell'aiuto da parte degli Stati Uniti, che nel 2003 misero un veto a un tentativo di imporre la legge islamica.


“È difficile per noi esercitare pressioni in modo incisivo, e dire ‘questo è sbagliato, questo è giusto’”, dice un diplomatico occidentale. “Se dai il messaggio con troppa forza, sembra che tu non sia sensibile alla loro religione o alla loro storia”.


La Edwar dice che la sua organizzazione ha chiesto aiuto alla presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi (Democratica eletta a San Francisco), ma non ha ricevuto risposta a una lettera spedita a maggio.

Hanno contribuito a questo articolo Zina Karim e Wail Alhafith, giornalisti del Los Angeles Times


(Traduzione di Simona Cataldi)

Articolo originale

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5227


MOLTE LE NOVITA' POLITICHE CON IL NUOVO PRIMO MINISTRO LABURISTA




E' stato l'omaggio reso a Bernie Banton, un lavoratore gravemente ammalato a causa dell'amianto, uno dei momenti più intensi e applauditi dei festeggiamenti per l'elezione del 26esimo primo ministro australiano, il laburista Kevin Rudd che ha conquistato anche un'ampia maggioranza alla Camera, 85 seggi su 150 secondo calcoli non ancora definitivi e ufficiali. La ratifica immediata del "Protocollo di Kyoto" per il controllo delle emissioni inquinanti nell'atmosfera, il ritiro di 500 soldati dall'Iraq entro la prima parte del 2008, una nuova e diversa politica "includente" per gli aborigeni e per gli immigrati, relazioni internazionali da ritarare (sia verso Washington che Pechino) dovrebbero essere tutti argomenti prioritari nelle prime e più importanti scelte di Rudd. Fonti di stampa di tutto il mondo, rilanciando la notizia delle elezioni , sottolineano tra l'altro che l'Australia parteciperà all'imminente Conferenza Onu di Bali sui cambiamenti climatici. Il primo ministro sconfitto John Howard, al potere per 11 anni - in gran parte dei quali si era guadagnato l'appellattivo di "vice-sceriffo di Bush" per il suo totale allineamento alla politica di Washington sia sulle questioni ambientali sia sulla guerra in Iraq - aveva annunciato che l'Australia sarebbe stata assente. Mentre il conteggio elettorale continua, diventa intanto chiaro che alcuni ministri del governo Howard non verranno rieletti, primo fra tutti quel Mal Brough che aveva adottato drastici provvedimenti contro le comunità aborigene. La rielezione dello stesso Howard appare, almeno fino a questo momento, in dubbio.
http://www.misna.org/

MOSCA, PROVE (FALLITE) D'OPPOSIZIONE Ieri nella capitale russa in scena l’opposizione che non conta nulla, ma che Putin ha attaccato definendoli "sciacalli" che con soldi di paesi esteri vogliono fomentare rivolte. Finale scontato, 20 fermi. Tra una settimana si vota.

Lucia Sgueglia



Sabato di manifestazioni a Mosca, a una settimana dal voto parlamentare, nel mezzo di una campagna elettorale sempre più atipica. Da un lato, la piazza antistante il Cremlino offerta dal Comune ai giovani pro-Putin Nashi, a pochi passi uno sparuto gruppo di giovani “verdi” (partito inesistente in Russia), in altri punti della città i comunisti del Kprf, unici seri contendenti elettorali dei giganti di Russia Unita, e i ragazzi della Giovane Guardia filogovernativa: tutti autorizzati a marciare.
Dall’altro lato, confinati sulla Prospettiva dedicata al dissidente antisovietico Sakharov, il sit in dei “Nesoglasni” (‘quelli che non sono d’accordo’), circa 1500, cui l’amministrazione cittadina ha negato il diritto di sfilare, isolati da 1000 tra poliziotti, Omon antisommossa e reparti speciali, cancellate, blindati, posti di blocco. Il copione è quasi identico a quello di aprile scorso, quando finì a manganellate e fermi dei ‘disobbedienti’. Ma all’una qui, nei pressi del metro Krasnie Vorota, l’atmosfera è tranquilla. Sotto gli sguardi di 300 giornalisti va in scena l’opposizione che non conta nulla: quella riunita sotto il nome Altra Russia e composta dal Fronte Civico Unito di Kasparov (che non è riuscito a registrarsi per il voto del 2 dicembre), i Nazionalbolscevichi di Limonov da tempo messi al bando, per la prima volta però affiancati dall’Unione delle Forze di Destra (Sps) che corre per le politiche pur senza speranze. Mercoledi Putin li ha attaccati pesantemente definendoli "sciacalli".
Un quadro sconfortante per Vika, giurista, 50 anni: “Non solo siamo pochi, ma disuniti: neppure i tre gruppi liberali sono riusciti a mettersi d’accordo per un candidato unico alle presidenziali”. Già, a giugno il clamoroso divorzio dell’ex premier Kasyanov da Drugaja Rossija, in polemica con Kasparov, ha spezzato il già debole e frammentario scenario dell’opposizione. Mancano oggi anche i liberali di Yabloko, forse saranno presenti domani a Pietroburgo per una marcia gemella.
“Russia senza Putin” gridano i più giovani. Già, cosa sarebbe la Russia oggi senza il suo presidente attuale, che in tv continua a ricordare il disastro economico del paese negli anni Novanta, quando a governare erano proprio i liberali? A rispondere è dal palco Boris Nemtsov, nominato ieri candidato per le presidenziali di marzo dal SPS: “il prezzo del petrolio ultimamente è aumentato del 10% - ma solo una piccola parte del benessere è stato ridistribuito ai cittadini, e principalmente a Mosca. Per Putin e il suo entourage, la Russia non è che una fonte di arricchimento personale”. Conferma Vitali, ex ingegnere in pensione, ora tassista: “Nella provincia il livello di vita resta basso. Eppure proprio là il supporto per RU è altissimo…”. La gente non vede alternative, spiega Vika, la tv non gliele mostra e nessuno legge i giornali. Il comizio è disturbato da rumori sparati a tutto volume dai mezzi della polizia. “Sono disposto a votare anche i comunisti del KPRF - dice Vitali - almeno loro entreranno alla Duma”. Ma, sussurra, c’è aria d’inciucio, pare siano pronti a mettersi d’accordo con Russia Unita una volta in parlamento. E i nazionalisti di Zhirinovski, unico piccolo partito con una minima chance elettorale? Supercritici nella campagna, dice Vika, ma una volta sugli scranni son i primi a votare le leggi proposte da RU. “Io voto per la prima volta – dice uno studente. – Dobbiamo smettere di parlare e fare, essere costruttivi, non solo contro Putin. Kasparov non è all’altezza”.
Poi i limonovtsy sfondano il cordone delle forze dell’ordine, puntano verso il Cremlino ma l’obiettivo dichiarato è la Commissione Elettorale Centrale. Si rischia lo scontro coi Nashi, prevedibilmente la polizia parte all’inseguimento. Il gruppo si spacca, gli adulti seguono in coda distaccati ma non abbandonano il campo. La carica seria parte però solo a corso Kirov, contro un Kasparov circondato dalle telecamere che rilascia interviste. Finiscono sui cellulari caricati di peso l’ex scacchista, Limonov, la figlia del primo premier postsovietico Gaidar, Ponomarev di una ong per i diritti umani. 20 fermi. Una donna piange: che bisogno c’era? Eppure è chiaro che è la stessa Altra Russia ad avallare una strategia che pare ormai l’unico mezzo di visibilità pubblica e internazionale per il gruppo.
A pochi chilometri i Nashi agitano palloncini col tricolore nazionale. Molto piu a sud, in Inguscezia, una marcia contro Russia Unita finisce con un centinaio di arresti.

Il manifesto


Quanto pesa la Scozia a Westminster

La storica vittoria riportata lo scorso maggio dallo Scottish National Party (SNP) alle elezioni per il parlamento scozzese può indebolire il consenso dei laburisti nel caso di nuove elezioni generali. Il leader dello Snp, Alex Almond è però chiamato alla delicata prova di guidare la Scozia con un governo di minoranza dai cui atti, primo fra tutti l’indizione di un referendum per l’indipendenza, dipenderà il mantenimento del consenso ai nazionalisti.

Sebbene non sia costretto a farlo prima del 2010, il primo ministro Gordon Brown cercherà di cogliere al più presto un momento propizio per indire nuove elezioni generali in Gran Bretagna, così da essere pienamente legittimato nella sua carica e guidare il proprio governo con maggior forza e capacità di leadership. L’aumento di popolarità registrato nelle ultime settimane a favore del leader dei conservatori, David Cameron, ha però spinto il primo ministro ad escludere prossime elezioni entro l’autunno. Sulla scelta l’opinione pubblica è divisa, con il 47% dei britannici che la ritiene giusta e il 41% che la ritiene sbagliata. La decisone di Brown ha tenuto certamente conto anche del sorpasso che i laburisti hanno subito in Scozia ad opera del Partito nazionale scozzese, lo Scottish National Party (SNP), alle elezioni dello scorso maggio.

Le ultime elezioni generali del 2005 per il parlamento di Westminster, infatti, hanno visto i laburisti mantenere la maggioranza nel paese grazie ai seggi ottenuti a Londra, nei grandi centri industriali del nord dell’Inghilterra (Manchester, Newcastle, Liverpool, Leeds) e della Scozia (Edimburgo e Glasgow). Dei 59 seggi in palio in Scozia, 41 sono andati ai laburisti (5 in meno rispetto al 2001), 11 ai liberal-democratici (2 in più), 6 al Partito nazionalista scozzese (2 in più) e 1 ai conservatori. Quando poi, nel maggio 2007, si sono tenute le elezioni per rinnovare i membri del parlamento scozzese, il labour ha dovuto cedere il posto di primo partito della Scozia allo Snp

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=30730


La Pac, politica agricola sotto pressione

L'aumento dei costi dell’agricoltura compromette il rilancio della Pac. Istituita dopo la II Guerra Mondiale, è ancora in grado di adattarsi alle nuove regole del mercato?
Mariann Fischer-Boel, Commissario per l'agricoltura e lo sviluppo rurale (Foto, Commissione europea)
Prima politica europea, prima voce del budget dell’Unione, prima potenza agricola mondiale, ma anche donatore di fondi (e di lezioni?) numero uno, la Pac è un soggetto sensibile e non manca di suscitare i dibattiti più conflittuali. Tutto ciò che è stato costruito dopo i Trattati di Roma del 1957 , però, rischia di essere vanificato dagli stravolgimenti del paesaggio agricolo mondiale. A 50 anni la Pac è già vecchia?

Vendo. Ma non compro

La Pac muove i suoi primi passi sotto forma di coordinamento comune delle politiche agricole nazionali per fare della nascente Comunità Economica Europea il primo esportatore mondiale. È normale per le economie che escono distrutte dalla Seconda Guerra Mondiale: tutto deve essere ricostruito. Scarsità di mezzi, disuguaglianze, disparità, così la Pac rimette pian piano a posto le cose.
Per recuperare il mercato interno è necessario per prima cosa isolarlo dall’esterno con dazi doganali per limitare le importazioni e sovvenzioni agli agricoltori e sostenere quindi le esportazioni. Si importa poco e si esporta molto: un sogno. Termina così la volatilità del mercato mondiale, ma almeno si possono vendere i propri prodotti. I vantaggi senza gli inconvenienti sono certo un beneficio, ma non piacciono a tutti.
I paesi poveri accusano l'Ue di concorrenza sleale. Il ciclo di Doha, cominciato nel 2001 dal Wto (l'Organizzazione mondiale del commercio ndr), e volto a liberalizzare gli scambi per sostenere i Paesi più fragili, è stato bloccato nel 2006. L'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) ne imputa il fallimento ai grandi produttori che non sono disposti a perdere i propri vantaggi competitivi.

Qualità o quantità?

All’interno dell’Unione, la Pac distribuisce fondi agli agricoltori per incoraggiarli a sviluppare la propria produzione, ma dal momento che i sussidi sono proporzionali alle quantità prodotte, gli agricoltori sono costretti a produrre sempre di più, anche se ciò non è redditizio. Più si produce e più si ricevono fondi, anche se non si riesce a vendere.
All’inizio degli anni Ottanta le produzioni agricole diventano eccedenti. La corsa al profitto distrugge le economie locali, assorbite dalle grandi aziende. La quantità vince sulla qualità. Questo finisce per costare troppo caro all'Ue che si batte contro gli agricoltori che si aggrappano ai finanziamenti e i Paesi beneficiari della Pac.
Quote, terreni a riposo, divario tra i finanziamenti e le quantità prodotte, così la produzione deve essere limitata. La seconda Pac prevede di ricostruire il tessuto rurale che aveva smantellato in precedenza. Seguendo i consigli dell’Ocse, le azioni vengono calibrate meglio, si preferisce la promozione della ruralità ai risultati economici e si cerca di non sovvenzionare più le aziende deficitarie.

Il prezzo dei cereali aumentato del 95,8%

A causa di tempeste, alluvioni e calamità naturali sempre più spesso i raccolti mondiali, sono cattivi. Se poi si aggiunge un aumento della domanda dovuto all'uso massiccio di biocarburante, alle diverse abitudini alimentari e un’offerta inferiore, il risultato è solo uno: i prezzi aumentano vertiginosamente. Il 95,8% in un anno per i cereali. I consumatori hanno l’acqua alla gola, ma gli agricoltori si lamentano perché non beneficiano degli aumenti a causa delle quote imposte. Fino a poco tempo fa i prezzi erano così bassi che era necessario ricevere i finanziamenti per sopravvivere, mentre oggi sono tanto elevati da far incassare fior di quattrini. Chi in passato difendeva i propri benefici fiscali, oggi è il primo a non volerne più.
Di conseguenza la Francia, primo produttore di cereali e principale beneficiaria della Pac, chiede di rivedere i capisaldi della politica agricola, ma tutti sono coscienti che la gestione amministrativa dell’agricoltura è molto spesso inefficace. Caso per caso, fluttuazione delle quotazioni agricole mondiali, difficoltà a essere gli intermediari tra il mercato interno e quello mondiale.

Da molto tempo l'Unione Europea sta cercando di riportare le tariffe europee al livello dei prezzi mondiali. Per questo motivo ha diminuito i finanziamenti, passando dal 38% al 27% del budget della Pac in vent’anni, secondo i dati dell'Ocse. Lo scopo è quello di adattare le coltivazioni alle esigenze dei consumatori. L'aumento dei prezzi, però, accelera la manovra. La commissaria per l'agricoltura Mariann Fisher Boel ha proposto di sospendere i dazi doganali a partire dal 2008. Alcuni, però, temono che in caso di capovolgimento dei mercati l'Unione Europea rimanga senza difese.
Franck Lirzin - Paris - http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=12964

Pace nel deserto di Swat
L'esercito ordina ai civili di lasciare la valle di Swat. In 50mila ci avevano già pensato
Oltre 40 mila, forse 50 mila persone in fuga. La Valle di Swat sta per essere desertificata e, forse, pacificata per inerzia. L'esercito pachistano, che sta combattendo gli estremisti talebani lungo tutta la frontiera afgano-pachistana, ha deciso di intensificare la controffensiva (iniziata una settimana fa) nella valle natia dell'Agha Khan e del Tantra Yoga. Oggi le forze armate hanno ordinato ai civili di abbandonare la zona. Intanto il bilancio delle vittime parla di 35 soldati, 40 talebani e almeno 7 civili uccisi tra ieri e oggi.
 
talebano di SwatGià visto Non che ci fosse bisogno di ordini militari. Circa 50mila erano già gli 'internally displaced' (sfollati interni) che avevano abbandonato le principali città della valle come Kanju, Barikot, Mingora, durante le offensive di agosto e settembre, che videro per la prima volta l'uso degli elicotteri e dei bombardamenti a tappeto E durante questa settimana tra le 40 e le 50mila persone, secondo i calcoli di PeaceReporter, hanno deciso di abbandonare questi campi improvvisati per i profughi interni, per non mettere a repentaglio le vite dei propri familiari. Nell'ultima campagna iniziata a fine ottobre, oltre 100 talebani sarebbero stati uccisi dall'esercito, mentre 2.500 soldati regolari si sono aggiunti agli altrettanti già stanziati in zona. Adesso i 20mila occupanti del recente campo di Kabal, installato in ottobre dalla Mezzaluna Rossa, andranno via. “Scappavano già da giorni su camion e furgoncini stipati di ogni tipo di bagaglio” ha detto il responsabile della Mezzaluna Rossa (versione islamica della Croce rossa) Mohammad Munir. Campi osteggiati dai talebani, che non vogliono intromissioni delle organizzazioni umanitarie internazionali nel loro territorio. Anche un campo messo su dai medici internazionali vicino Barikot, nei dintorni della città di Saidu Sharif che accoglieva 5mila famiglie (oltre 30mila persone) è stato sgombrato su ordine dei talebani, già due giorni or sono.
 
Ashfaq Kiani passa in rassegna le truppeOnde corte per Mullah Radio Adesso si hanno lamentele degli occupanti dei villaggi nel nord di Swat, ai quali non arrivano più rifornimenti di cibarie a causa del blocco stradale imposto dall'esercito. E nei prossimi giorni, a seguito dell'attacco finale il cui preludio è lo svuotamento premeditato della vallata, sarà guerra metro per metro tra i soldati pachistani e i seguaci di Mullah Radio , o Maulana Fazlullah, il religioso che vuole imporre la Sharia nella vallata e ha stretto alleanze con Al Qaida. Ahmed Shuja Pasha, generale a capo delle operazioni in Swat, ha dichiarato ai media lunedì che la vallata sarà “riaperta a dicembre, quando l'avremo liberata dai talebani. Da adesso, in qualsiasi momento, può iniziare la controffensiva finale”. Gli elicotteri da giorni sorvolano i distretti di Shangala e bombardano i villaggi di Bara Banda e Kora banda, roccaforti del Mullah, noto per i suoi sermoni trasmessi sulle onde radio.

dove si trova la valle di SwatCivili, talebani e soldati. Tutti morti. E le vittime stanno aumentando di numero. Almeno sette i civili, per i calcoli di PeaceReporter: due ordigni hanno colpito altrettante case private in due distinti villaggi. Nell'area di Kaba Kale, (vicino Kabal) un obice ha colpito la casa del decano del villaggio, Sardarul Mulk, uccidendogli due nipoti. Altri due civili sono morti nell'attacco talebano all'aeroporto di Saidu Sharif, in cui sono periti anche due militi. Un altro colpo di mortaio militare ha colpito la casa del capovillaggio Haji Tur Khan a Kabal, uccidendo 4 membri della famiglia. Secondo il foglio locale 'Dawn', nei dintorni del campo profughi 20 case e due scuole elementari - una femminile - sono state distrutte dai bombardamenti militari. Un portavoce dell'esercito ha annunciato la soppressione di circa 35 seguaci di Mullah radio nella strada che porta da Alpuri nello Swat a Besham, città principale di Shangala. L'esercito ha così ripreso possesso del passo di Manai sar tra le due vallate. Nello stesso comunicato le truppe del generale Shuja Pasha hanno ammesso la perdita di circa 40 uomini negli scontri di terra per riconquistare il distretto di Shangala. Ed è solo l'inizio. Quando altre 100mila persone avranno lasciato le due valli, i seguaci di Maulana Fazlullah e gli uomini del Pascià Shuja inizieranno la loro quadriga letale.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9367

Voli CIA : nessun agente rischia la prigione, ma il danno e' fatto
di Giulia Alliani

Negli Stati Uniti puo' capitare di vederlo in TV o di sentirlo alla radio, collabora con il New York Times e il Washington Post, i suoi argomenti sono la politica estera, la sicurezza nazionale, e tutte le questioni che riguardano l'intelligence: Jeff Stein e' stato uno dei fondatori di "CQ Homeland Security", la piu' letta, a Washington, di tutte le pubblicazioni del genere, molto diffusa fra i membri del Congresso, ma seguita anche negli ambienti accademici, specialistici, e dell'industria.

Dal 2005, il ruolo di Jeff Stein, all'interno di CQ (Congressional Quarterly, un gruppo che conta un bel numero di quotidiani e riviste), e' stato ulteriormente ampliato e la sua voce e' ormai riconosciuta come una delle piu' autorevoli nel suo campo.

Gia' nel febbraio scorso Stein si era occupato di renditions o, per meglio dire, se n'era preoccupato. Molto realisticamente Stein ha scritto di essere sicuro che gli agenti della CIA, incriminati da Italia e Germania non verranno mai estradati o incarcerati, a meno che "non siano tanto stupidi da tornare in Europa", dove sono ricercati dall'Interpol.

Tuttavia Stein e' anche sicuro che le inchieste europee sulle renditions siano state un pugno in un occhio per l'amministrazione Bush, non tanto dal punto di vista delle relazioni politiche internazionali, vista la timidezza dimostrata dai governi alleati, quanto da quello dell'impressione negativa che hanno determinato nell'opinione pubblica europea.

L'atteggiamento tenuto nei confronti di persone che in qualche caso si sono rivelate estranee ai fatti loro contestati, la mancanza di considerazione per l'attivita' di controllo e repressione svolta dalle autorita' dei paesi alleati, hanno suscitato fastidio. Per non parlare della scoperta del modo di agire disinvolto e approssimativo dei presunti agenti CIA, tra alberghi a cinque stelle e tracce lasciate da carte di credito e cellulari: un comportamento che li ha coperti di ridicolo.

"La maggior parte degli Americani - scriveva Stein in febbraio - puo' essere anche disgustata per il modo in cui l'amministrazione Bush ha gestito l'Irak, l'Afghanistan, e una guerra al terrorismo che sembra fondata sui rapimenti e le torture, ma per adesso gli Americani si accontentano di 'odiare', come si dice, 'la guerra e non il guerriero'". E poi concludeva: "Ma potrebbe non essere per sempre cosi'".

La preoccupazione di Stein e' condivisa da alcuni dei membri piu' avvertiti del Congresso, mentre invece molti altri politici americani sembrano totalmente impermeabili, se non addirittura disinteressati, alle proteste europee, come si e' visto lo scorso aprile, in occasione della presentazione del rapporto della commissione dell'Europarlamento sulle renditions a una sottocommissione del congresso americano.

In fondo non e' poi troppo strano se un rappresentante di qualche stato dell'interno degli Stati Uniti non manifesta interesse per il punto di vista europeo. La distanza tra le nostre due culture e i nostri sistemi non aiuta certo a comprendere. Ben vengano dunque gli articoli di Jeff Stein, se riusciranno a mettere in luce alcuni aspetti che facilitino i rapporti tra alleati.

Anche ieri, con un'intervista al procuratore aggiunto Armando Spataro, uno dei titolari dell'inchiesta sul rapimento di Abu Omar, Jeff Stein ha fatto un ulteriore passo per chiarire ai suoi lettori la posizione della magistratura italiana, e per smentire una serie di luoghi comuni che rimbalzano e circolano infelicemente sulla stampa dei nostri due paesi. Non pochi i punti messi in chiaro nel corso dell'intervista, ovvi, forse, per tanti di noi, ma non per un uomo politico straniero.

Per esempio, Il pm Spataro non ha chiesto il rinvio a giudizio degli agenti CIA perche', come ha detto l'ex ministro Castelli, e' "un magistrato militante" che nei confronti degli Stati Uniti non e' poi "così imparziale", ne' perche' e' un "pm canaglia", come ha scritto il "Wall Street Journal". In Italia, spiega Spataro nelle sue risposte a Stein, la legge prevede l'obbligatorieta' dell'azione penale, un magistrato e' tenuto a perseguire ogni reato di cui venga a conoscenza e, in particolare, a lui la legge richiede di proseguire nell'inchiesta per sequestro di persona indipendentemente dalla qualita' dei soggetti in cui l'inchiesta si imbatte.

Anche Spataro si e' sempre reso conto che le probabilita' di vedere in un'aula del tribunale di Milano gli agenti della CIA erano vicine allo zero, ma il suo dovere era quello di chiederne l'estradizione al ministro della Giustizia. Per adesso Spataro e' in attesa della decisione della Corte costituzionale, che il 29 gennaio dovra' rispondere al Governo, secondo il quale non dovrebbe essere possibile discutere in un pubblico tribunale materiale riguardante la cooperazione tra servizi di intelligence, perche' si tratterebbe di segreto di Stato, anche se, nota Stein, si tratta di notizie "gia' pubblicate dalla stampa molto tempo fa".

Tuttavia, "indipendentemente dal tipo di decisione che prendera' la Corte costituzionale", spiega Spataro a Stein, il processo andra' avanti, perche' "dispongo di tanti altri elementi di prova". E poi "anche in questo caso e' il codice che lo prevede". Il processo 'in absentia', proibito in America salvo rarissimi casi, e' consentito dalla legge italiana, che "protegge i diritti delle vittime come quelli degli accusati. Il fatto che l'accusato non si presenti al processo non ci impedisce di rendere giustizia alle vittime". E comunque, gli imputati assenti possono ottenere un secondo processo "se si presentano e dimostrano che non erano a conoscenza del primo".

Spataro sa che chi lo critica "vede il processo in contumacia degli Americani come un ostacolo alla lotta al terrorismo", perche' agire contro la CIA, che combatte contro i terroristi, costituirebbe un errore. Ma "se Abu Omar non fosse stato rapito, adesso sarebbe in prigione, senza bisogno di infrangere il diritto internazionale" replica Spataro "E forse, se avessimo potuto continuare la nostra azione di sorveglianza, avremmo potuto rintracciare altri suoi complici, una dozzina dei quali sono gia' stati arrestati nel 2005".

"Non possiamo avere leggi diverse a seconda delle persone alle quali vanno applicate - sottolinea infine Spataro - non e' solo razzista, ma significa che vogliamo rinunciare a qualsiasi forma di collaborazione da parte della comunita' musulmana", mentre "i rapporti tra le autorita' italiane e i musulmani a Milano sono migliorate dopo il caso CIA".

Anche per Daria Pesce, l'avvocato di Lady, uno degli agenti CIA, la condanna degli Americani e' virtualmente certa, vista la mole dei mezzi di prova presentati da Spataro. "Il processo - dice - potrebbe produrre risultati curiosi: in caso di condanna, Abu Omar, che e' ricercato dagli Italiani con l'accusa di terrorismo, potrebbe chiedere i danni ai funzionari americani e italiani. Ma l'egiziano, che verrebbe subito arrestato se mettesse piede in Italia, non ha bisogno di venire qui per ottenerli: potrebbe farlo attraverso il suo avvocato. Allo stesso modo, in forza dei mandati spiccati dall'Italia, anche gli agenti accusati verrebbero subito arrestati se venissero in Europa".

Daria Pesce non e' piu' l'avvocato di Lady: l'estate scorsa ha deciso di rinunciare all'incarico per protesta contro l'imminente processo in contumacia, ed e' quindi stato nominato un difensore d'ufficio. Secondo l'avvocato Pesce, interpellata da Stein, il caso non dovrebbe essere discusso in tribunale, ma andrebbe affrontato dai due governi, quello di Roma e quello di Washington. L'avvocato sostiene che la difesa dovrebbe essere facile perche' un imputato, secondo la legge italiana, puo' anche non dover rispondere di un reato se esso e' stato commesso nel tentativo di impedire un attacco contro se stessi o contro altri soggetti.

Poiche' Lady e gli altri agenti CIA hanno catturato un terrorista che progettava attacchi contro obbiettivi americani e italiani, andrebbero assolti. Tuttavia l'avvocato ha ammesso, e Spataro conferma, che i presunti terroristi non avevano discusso di nessun obbiettivo americano in particolare.

Dice Spataro: "Abbiamo registrato molte conversazioni dei terroristi. Discutevano di attacchi in Tunisia e di mandare kamikaze in Irak, ma non abbiamo sentito parlare di nessun attacco specifico contro Americani, o Italiani, in Italia" In ogni caso, secondo l'avvocato Pesce, Lady e gli altri agenti della Cia, accusati di sequestro di persona, non avrebbero mai dovuto essere perseguiti perche'"erano persone che eseguivano degli ordini".


www.osservatoriosullalegalita.org



novembre 25 2007

El chupacabrones

Come padre di tutti i misteri e gli x-files del cosmo, Silvio Berlusconi si incarna a volte nella più temibile delle creature fantastiche: il chupacabrones.

Parente stretto del chupacabra, che addenta le proprie vittime: capre, vacche e altri animali, succhiando loro il sangue fino a prosciugarle e lasciandole a pezzi sul terreno, il chupacabrones preferisce gli avversari politici, anche se ultimamente è stato segnalato attaccare anche gli alleati.

«Dalle fogne li ho fatti uscire e nelle fogne li faccio tornare» avrebbe detto, dopo aver sollvato la bocca dal fiero pasto di Fini e colleghi.
Lui ha smentito come sempre. Si sa che il chupacabrones è un mito, una leggenda rurale, una bufala per il popolino credulone e creata ad arte per spaventarlo e soggiogarlo.

Stiano attenti gli ex avversari politici che potrebbero diventare neo amici ed alleati. Il suo morso è dorce e nun se sente. Te fa crede che t'è amico e poi te spolpa.
Poi uno passa e dice: "Ma che è quella pecorella così tenera ridotta così? Aho, e assomija pure a Walter."
http://ilblogdilameduck.blogspot.com/

Il partito di plastica
Hai voglia a dire che Forza Italia non era un partito di plastica! Per carità, non che la cosa fosse necessariamente un male, anzi, se vogliamo il lato positivo di tutta la storia è la totale smontabilità del giocattolo: c'è aria di crisi? E chissenefrega, io cambio il nome al partito, rivolto un pò l'aria come un calzino e voilà, i soci diffidenti sono serviti e i sondaggi schizzano alle stelle. In tutto ciò parecchi servi sciocchi plaudono e annuiscono, timorosi esclusivamente di restare indietro rispetto alle provocazioni del padrone. Roba che le primarie del Pd adesso in confronto sembrano il referendum del '48. Con me o contro di me, tuona sua emittenza in un nuovo inevitabile delirio di onnipotenza: niente primarie, niente classe dirigente, niente selezioni: quando si hanno tanti soldi la politica si fa così. Ma gli italiani ci crederanno ancora? I prossimi mesi ci diranno quanto questa rinfrescata alle pareti abbia davvero ridato impulso alla politica italiana. Io ho i miei dubbi. http://esagono.splinder.com/

Sistemi elettorali.

Il PD deve fare attenzione perchè, Veltroni o non Veltroni, se sbaglia il sistema elettorale finisce all'opposizione per l'eternità.
http://www.blogperlamargherita.com/?p=979

Inaugurare il PD con un bell'inciucio
«Caldarola è un giornalista prestato alla politica, che fortunatamente non l’ha più restituito. Dunque, anziché augurarsi che le notizie escano, possibilmente tutte, invoca "interventi per fermare l’ennesima fuga di veleni". Un po’ come fa Liberazione, che denuncia due scandali: la berlusconizzazione della Rai e la pubblicazione delle telefonate che la dimostrano».
Le vespe cocchiere

È davvero seccante, per chi sognava di inaugurare il Pd con un bell’inciucio, che le intercettazioni Raiset abbiano riportato alla ribalta lo scandalo del conflitto d’interessi. Tant’è che, al solito, il problema sono diventate le intercettazioni e non il loro contenuto. Claudio Petruccioli, divenuto presidente della Rai in seguito a una visita a casa Berlusconi, addita il vero pericolo che incombe sul servizio pubblico, anzi sul servizietto privato: “i professionisti dell’anti-inciucio”. Giuseppe Caldarola regala un’intervista al Giornale berlusconiano per invitare tutti ad analizzare la questione con «una bella borsa del ghiaccio sulla testa». Ma Caldarola è un giornalista prestato alla politica, che fortunatamente non l’ha più restituito. Dunque, anziché augurarsi che le notizie escano, possibilmente tutte, invoca «interventi per fermare l’ennesima fuga di veleni». Un po’ come fa Liberazione, che denuncia due scandali: la berlusconizzazione della Rai e la pubblicazione delle telefonate che la dimostrano. Come se ci fosse qualcosa di scandaloso nel legittimo e doveroso lavoro dei colleghi di Repubblica che han raccontato notizie vere in base a documenti ufficiali, non più coperti da segreto. Caldarola sposa in pieno le corbellerie del senatore Paolo Guzzanti (altro giornalista prestato alla politica, si spera in esclusiva) sullo stesso Giornale e da Bruno Vespa sul Gazzettino: è normale che i direttori di giornali e tg si consultino per «concertare». Avvenne anche ai tempi del terrorismo e di Tangentopoli. Alle vespe cocchiere sfugge un particolare da niente: lo scandalo non è che i direttori si telefonino, ma quel che si dicono. Ai tempi di Tangentopoli e del terrorismo, quando circolavano notizie e indiscrezioni spesso incontrollate che potevano mettere in pericolo, rispettivamente, la democrazia e le vite umane, i direttori si consultavano per dare le notizie nel migliore dei modi, senza cadere in trappole né avallare polpette avvelenate. Cioè per informare nel modo più attendibile possibile. Ora, dalle intercettazioni, risulta che dirigenti Rai infiltrati da Berlusconi concordavano con Mediaset e lo staff del premier come occultare, edulcorare, mascherare, ritardare, falsificare le notizie, a maggior gloria del Capo. Tant’è che i suddetti dirigenti Rai sono tutti ex assistenti, segretari, visagisti, deputati dello stesso Silvio, non giornalisti interessati a servire i cittadini. Caldarola, che negli ultimi anni deve aver vissuto molto all’estero, respinge come «grottesco» il sospetto di «una regìa in questa consultazione»: che cioè Berlusconi, «chiuso in una stanza, faccia il burattinaio della storia italiana, decidendo i dettagli dei programmi o i titoli». Ecco, questo proprio no: è un’orrenda calunnia inventata dai nemici dell’inciucio,anzi della «pacificazione fra due eserciti che sono stati in guerra». Capìta l’antifona? Un ducetto occupa militarmente la Rai epurando giornalisti, attori e soprattutto notizie, sostituendo quelle vere con quelle false. E alla fine salta su il Caldarola di turno a invocare «la pacificazione fra gli eserciti in guerra»: le vittime chiedano perdono ai carnefici, i censurati si scusino con i censori. Naturalmente è la stessa teoria del Cavaliere e dei suoi cari. I quali però si possono capire: di servi sciocchi e furbi è piena l’Italia. Poi c’è il sen. Polito margherito. Vorrebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, ma non sullo scandalo Raiset: «sull’ uso improprio delle intercettazioni». E teme «un’inchiesta giudiziaria a orologeria per fini politici». E scrive tutto ciò sul Foglio di Berlusconi. Vespa, che pubblica i libri con Mondadori (Berlusconi- Previti),scrive impavido: «Ha ragione Confalonieri: la nuova guerra contro Berlusconi è solo all’inizio», ma «del polverone resterà solo un mucchietto di polvere». Con qualche insetto che ci ronza sopra, s’intende. Non si accorgono, le vespe cocchiere, che più parlano, più confermano lo scandalo del conflitto d’interessi. L’altroieri, a Otto e mezzo, Ferrara & Armeni intervistavano Berlusconi. Lui, stipendiato da Berlusconi, definiva «strepitose» le sue ultime mosse. Lei invece le giudicava soltanto «geniali». Infatti, è quella di sinistra.


di Marco Travaglio
fonte l'Unità

Ceccanti: "Il nostro No
al sistema tedesco"




"Il PD non può, per salvare l’attuale governo, approvare una riforma che renderebbe il prossimo governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati".




-----------------------------------------


RIFORME: DICO NO AL SISTEMA TEDESCO

di Stefano Ceccanti

Quello delle riforme istituzionali, e soprattutto di quella elettorale, sarà il primo vero test dopo la legge Finanziaria. Qualche giorno dopo che essa sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la sentenza di ammissibilità del referendum elettorale, con tutta probabilità positiva, segnerà le priorità dell’agenda politica. La possibilità di approvare incisive riforme delle istituzioni esiste, ma solo a patto di collegare strettamente l’iniziativa in Parlamento a quella nel Paese con obiettivi chiari e coerenti. Il Partito Democratico dovrà infatti promuovere, come ha preannunciato Walter Veltroni nel convegno dello scorso 6 ottobre al Cinema Capranica, una campagna di sensibilizzazione sulla necessità di ridurre i poteri di veto che affollano il nostro sistema. Le primarie hanno del resto dimostrato che c’è una forte domanda di semplificazione del sistema politico, come avevano già dimostrato le oltre 800.000 firme per il referendum, oltre ai dati delle ricerche di opinione ricordate nel citato seminario del 6 ottobre da Marco Filippeschi, che danno alle liberalizzazioni politiche, compreso il possibile voto al referendum, livelli di consenso pari all’80%. L’impegno sulle regole deve essere coerente e collegato con quello sul piano dei soggetti.

Il Convegno del Capranica, uno degli eventi programmatici qualificanti della campagna di Veltroni, merita di essere richiamato anche per alcuni passaggi fondamentali. Il posizionamento strategico sui nodi della chiusura della transizione istituzionale era già stato chiarito da Veltroni con un decalogo sul “Corriere della Sera” del 24 luglio, enunciando varie riforme costituzionali, legislative, regolamentari. Al centro di quel decalogo stava il vero costo della politica: la sua impotenza, il suo essere oggi abbandonata a una somma di veti che intralciano e bloccano. A sua volta il decalogo di Veltroni, nonché il convegno del Capranica, si sono posti in stretta continuità con la Tesi 1 del programma dell’Ulivo del 1996, il primo atto con cui quel simbolo e quel nome si sono sottoposti al giudizio degli elettori. Un testo che a distanza di anni rivela tutta la sua attualità e che spesso le forze che hanno dato vita al Pd non sono state in grado di potenziare coerentemente, correndo il rischio, negli anni di opposizione, di una deriva prevalentemente conservatrice. Quella tesi anzitutto esordiva parlando di “Un patto da riscrivere insieme” e precisava: “Il mandato che chiediamo agli elettori su questi temi non ha lo stesso significato di quello sugli ulteriori contenuti programmatici in cui è giusto che la maggioranza applichi il suo programma. Sulle regole comuni il mandato è per aprire un confronto aperto e libero, non per conclusioni unilaterali.” Il tema di nuove regole per il Paese è quello su cui lo sforzo di farsi carico delle ragioni altrui deve essere il maggiore, senza strumentalità di collocazione momentanea al Governo o all’opposizione. Non ci si schiera per questa o quella soluzione perché ciò risponde a esigenze elettoralistiche o perché può essere momentaneamente utile a creare divisioni nello schieramento avverso, ma perché essa serve al Paese sul lungo periodo. La Tesi 1 dell’Ulivo del 1996, entrando nel merito, recitava poi in questo modo: “Il nostro Paese ha bisogno di completare la transizione aperta dalla stagione referendaria senza indugiare oltre in una terra di nessuno dove rischiano di cumularsi i difetti del vecchio sistema e quelli del nuovo. Si tratta di rifarsi allo spirito riformatore di quella stagione per realizzare un equilibrio organico tra diritti della maggioranza e contropoteri dell'opposizione, nonché tra centro e periferia all'insegna di un federalismo cooperativo.” Anche se varie innovazioni sono state introdotte da allora, alcune nel segno di quel programma e altre nel segno opposto, si pensi in particolare all’ultima legge elettorale, le indicazioni di linea restano giuste, come pure l’esigenza di un raccordo, nella distinzione di ruoli, col movimento referendario, la cui rinascita negli scorsi mesi, anche per opera di molti che sono impegnati nel Pd, è stato uno dei segni più positivi di impegno civico di questo periodo. Anche sullo specifico terreno elettorale, su cui è rinato il movimento referendario, non lasciando così la scena a sole pulsioni negative, di critica senza sbocco, la Tesi 1 del 1996 diceva: “Ai fini di una maggiore legittimazione democratica per ciò che concerne il sistema elettorale, appare preferibile l'adozione del collegio uninominale maggioritario a doppio turno di tipo francese.” Questa indicazione risponde a due obiettivi di massima: il primo è quello di garantire un rapporto effettivo dell’eletto con i suoi elettori, evitando il rapporti del tutto spersonalizzato dell’ultima legge elettorale senza cadere nel difetto opposto, nell’anomalia italiana del sistema delle preferenze, che nessuna grande democrazia europea ha mai pensato di introdurre e contro le cui degenerazioni nacque il movimento referendario dei primi anni ’90. La competizione nei partiti per la designazione alle candidature, attraverso primarie, deve avvenire in una fase temporale diversa rispetto a quella della competizione tra partiti e coalizioni, altrimenti essa degenera e ogni eletto, avendo come rivale il proprio sodale di lista, finisce per ragionare in chiave individualistica, fuori da una coerenza complessiva, prima e dopo il voto. Il secondo obiettivo, garantito anch’esso dal collegio uninominale, è quello di condurre il più naturalmente possibile l’elettore a concepire la scelta della rappresentanza anche come una scelta in vista del Governo, per progetti in grado di essere tradotti in un indirizzo politico coerente. Come scriveva il filosofo Jacques Maritain nel 1944 “il suffragio universale non ha lo scopo di rappresentare semplicemente opinioni e volontà atomistiche, ma di dar forma ed espressione, secondo la loro importanza rispettiva, alle correnti comuni d’opinione e di volontà che sono in atto nella nazione” e per questo “la linea politica di una democrazia dev’essere francamente e decisamente determinata dalla maggioranza…La maggioranza e la minoranza esprimono la volontà del popolo in due modi opposti, ma complementari e egualmente reali”. Dopo di che, è evidente che trattandosi di materia pattizia è ragionevole ipotizzare anche delle subordinate a questa ipotesi principale, ma non fino al punto in cui le subordinate contraddicano la principale. Sarebbe ben strano, infatti, dopo aver evocato il sistema francese, optare dal punto di vista della scelta dei rappresentanti per gli opposti errori delle liste bloccate lunghe in cui i candidati non possono essere presenti sulla scheda o delle preferenze che scardinano i partiti e la coerenza interna dei gruppi. Sarebbe altrettanto strano, dal punto di vista della scelta dei Governi, superare i gravi limiti del sistema attuale per imboccare quella del ritorno ad alleanze post-elettorali, forse ugualmente eterogenee e per di più prive di un chiaro mandato elettorale, andando così in direzione opposta a quella richiesta dai referendum. Al di là delle scelte tecniche, resta la discriminante individuata da Maurice Duverger: c’è “una contraddizione insuperabile tra l’espressione delle opinioni e quella delle volontà..La prima implica che i seggi attribuiti siano esattamente in proporzione ai voti ricevuti. La seconda ha bisogno dei meccanismi opposti”, ma “un buon sistema elettorale non è una macchina fotografica” la cui “qualità principale sta nella somiglianza delle persone raffigurate”, è invece “un trasformatore che deve convertire in decisioni politiche le opinioni enunciate con le schede”. Possiamo e dobbiamo ragionare sui vari sistemi che funzionano da trasformatore, ma credo dobbiamo chiaramente escludere quelli che si limitano a fotografare e che, così facendo, sottraggono agli elettori la scelta effettiva sul Governo del Paese. A queste condizioni il Parlamento può essere in grado di rispondere in proprio con una nuova legge, unita anche a coerenti interventi sul piano regolamentare e costituzionale, alla sfida referendaria, che migliora già la legge vigente, prima o anche dopo la consultazione.

Detto ciò sui contenuti emersi al Capranica, pochi giorni dopo alla Camera dei Deputati, in Commissione affari Costituzionali, l’opposizione si è astenuta sul progetto di riforma della II Parte della Costituzione. Questa scelta rappresenta un dato ambiguo: per un verso segnala la difficoltà di opporsi a una serie di riforme che godono del favore dell’opinione pubblica (Camere più snelle e differenziate, corsia preferenziale per il governo, potere di revoca dei ministri al Presidente del Consiglio e così via), per altro, col richiamo alla maggioranza a produrre una riforma elettorale unitaria, evidenziano l’intento tattico di dividere l’Unione. Come fare in modo di cogliere la disponibilità evitando la strumentalità? Se si ragiona solo in termine di equilibri dentro il Palazzo la quadratura del cerchio sembra impossibile, soprattutto sulla riforma elettorale. Sembra che ci si debba arrendere a un’alternativa comunque inaccettabile. Da una parte stanno una gamma di sistemi coerenti in positivo col discrimine di Duverger, che possono ridurre la frammentazione e realizzare il bipolarismo molto meglio di quello attuale: il sistema francese, quello spagnolo, il vecchio Mattarellum nella versione Senato, per limitarci ai principali. Hanno modalità che incentivano al bipolarismo, diversi dal premio di maggioranza ma anche più incisivi, o grazie al collegio uninominale o a piccoli collegi plurinominali. Proprio perché questi sistemi riducono i poteri di veto, i depositari di quei poteri minacciano ritorsioni sul Governo e pertanto favoriscono involontariamente la celebrazione del referendum o volontariamente scenari traumatici di elezioni anticipate. Il Pd non può non farsi carico di mantenere l’impegno preso con gli elettori di governare per la legislatura. Dall’altra parte sta però un sistema, quello tedesco, che viene brandito da alcuni alleati e dall’Udc come un ricatto sul Governo e sulla legislatura: se non ci date quel sistema, che in Italia distruggerebbe sicuramente il bipolarismo, si dice, faremo cadere l’esecutivo. Ma il Pd non può neanche propter vivendi vitam perdere causam, cioè per salvare l’attuale Governo approvare una riforma che renderebbe il prossimo Governo ancora più debole, perché derivante da accordi post-elettorali continuamente rinegoziati e magari produrre subito una democrazia di nuovo bloccata al centro, con un’alleanza innaturale fino a Forza Italia. Per questo, in nome della coerenza del principio della scelta diretta dei cittadini sulla maggioranza e sul Governo e della distinzione tra centro-destra e centrosinistra che non può essere appannata, il ricatto è rifiutato chiaramente anche da ministri dell’attuale esecutivo come Arturo Parisi e Rosy Bindi, che schierandosi per il referendum hanno d’altronde optato per una strada opposta a quella del sistema tedesco. Non è neanche pensabile di ricorrere allo strattagemma di prendere quel sistema e di inserirvi un obbligo preventivo di alleanze: se non c’è un preciso incentivo bipolarizzante (o il collegio uninominale o il premio o piccoli collegi plurinominali) un partito come l’Udc indicherebbe semplicemente il proprio leader come candidato Premier e o direbbe di andare da solo aspirando al 50 +1% o, se fosse consentito, esprimerebbe una preferenza per una coalizione Pd-Udc-Fi. Stiamo quindi parlando di una correzione che semplicemente non esiste sul piano tecnico. Se poi vogliamo aggiungervi di nuovo un premio o qualcos’altro allora possiamo continuare a chiamarlo tedesco, ma sarebbe un’altra cosa e rientreremmo tra i sistemi accettabili.

Visto così il quadro sembrerebbe insolubile e tuttavia la campagna di opinione che dovrà promuovere il Pd nel Paese, se ben condotta, potrebbe cambiare i rapporti di forza. Perché da parte del primo partito italiano non obbligare a giustificarsi chi non vuole tornare a candidature vicine alle persone, come quelle garantite dai collegi uninominali o dai piccoli collegi plurinominali e/o chi non vuole realizzare processi di aggregazione solo per andare avanti in tanti isolotti autosufficienti ed egoistici chiamandoli partiti? Perché non debbono aver diritto ad elezioni primarie anche gli elettori del centro-destra? Perché l’opposizione deve ambire solo a riconquistare il potere a breve in un sistema che non funziona? Se queste domande e le relative risposte diventassero subito dopo l’apertura della Costituente un patrimonio diffuso, forse alleati ed avversari potrebbero cambiare attitudine. La nostra, pur con tutte le ovvie attenzioni in una materia per sua natura pattizia, non può che essere coerentemente quella del 14 ottobre, massimo di partecipazione e massimo di decisione.


 

Fonte : Le nuove ragioni del socialismo -

A CHE SERVE LA TESSERA?


Silvio Mantovani


Proviamo a metterci nei panni di chi è andato a votare il 14 ottobre: che tipo di partito vorrebbe? Certo, un partito che gli offre di queste opportunità: scegliere dirigenti e candidati, essere informato sull’attività politica e di governo, proporre idee e soluzioni amministrative nella sua realtà, avere la possibilità, se ne ha voglia, di competere per cariche in condizione di pari opportunità con altri contendenti. Che partito vogliono invece i leader, ai vari livelli? Un partito capace di mobilitarsi per elezioni e campagne, in cui si possa scegliere e attuare linea politica e programmi in modo rapido e non contraddittorio, in particolare nelle assemblee elettive. Lo statuto del PD deve assumere entrambi i punti di vista e trovare una sintesi soddisfacente.

La tessera aiuta la formazione di un partito che rispecchi le esigenze degli aderenti e dei leader? Dal punto di vista dell’aderente, la tessera dà maggiore sicurezza che avrà dei diritti e che questi saranno rispettati, ma al tempo stesso, poiché il nuovo partito non viene dal nulla, è possibile che gli chiuda più porte di quante non glie ne apra, per il condizionamento di burocrazie, riti e clientele consolidati. La nomenclatura DS e DL si giova di ambiti ristretti e noti di partecipazione, come le attuali sezioni, che non hanno quasi più alcuna utilità politica, ma sopravvivono perché consentono, a chi ne conosce e controlla procedure e riti, di accedere facilmente a candidature e cariche. Per altro verso, la tessera nel passato era funzionale alla capacità di mobilitazione del partito di massa, perché simboleggiava l’impegno volontario e alimentava la retorica della militanza, mentre oggi, dal punto di vista del leader, non serve praticamente a nulla, visto che le risorse per le campagne vengono sempre più attinte o al lavoro volontario occasionale (come nel caso del partito democratico USA) o nel mercato. In definitiva, perciò, la tessera è utile se stimola l’iniziativa individuale e associata, non serve o addirittura è dannosa se serve a perpetuare una forma organizzativa che scoraggia la partecipazione e consolida le posizioni di rendita dei notabili.

La tessera, soprattutto per chi viene dal PCI/PDS/DS simboleggia il partito “pesante”: verso le istituzioni, che tende ad invadere, verso la società civile, che tende ad irreggimentare: l’eredità di cui ci dobbiamo liberare. Ma può servire, se innerva un forma organizzativa nuova, basata sul protagonismo di singoli e gruppi, che formano circoli, associazioni, riviste, siti e chiedono di essere “accreditati” come parte del PD e di poterne usare il simbolo, avendone in cambio l’assegnazione di alcuni diritti (partecipazione a decisioni che non possono essere prese dall’insieme degli elettori, accesso a risorse pubbliche) e doveri (finanziamento del partito, rispetto dello statuto). http://www.libertaeguale.com/

Referendum. Comitato attacca: proporzionale? Indietro non si torna
DIRE -
 
(DIRE) . - "Nessuno tocchi il referendum". E' il perentorio messaggio del presidente del comitato promotore del referdum sulla legge elettorale Giovanni Guzzetta, impegnato oggi in un incontro in piazza San Lorenzo in Lucina. La macchina referendaria, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sull'ammissibilita' del quesito prevista per il 15 gennaio, torna a scaldare i motori e chiude a qualsiasi ipotesi di ritorno al proporzionale, come ventilato da Berlusconi e Veltroni: "Indietro non si torna".
Nella sua relazione introduttiva, Guzzetta mette in guardia dalle "nostalgie del passato" che hanno "sdoganato" il sistema proporzionale mettendo "in pericolo i quindici anni di bipolarismo" e avverte: "Il dibattito di questi giorni, in cui con il sorriso sulle labbra ci viene proposto di smantellare il bipolarismo e il maggioritario per tornare al proporzionale, e' un dibattito irresponsabile e pericoloso. Le parole che sono state pronunciate- affonda- sono inaccettabili".
Gli fa eco Mario Segni, coordinatore del comitato: "Stiamo scaldando i motori per la campagna referendaria". Il primo appuntamento e' quello del 28 novembre, quando la Cassazione daro' il responso finale sulle 821.000 firme depositate. Poi bisognera' attendere il 15 gennaio per la pronuncia della Corte costituzionale. Segni e' ottimista: "Non penso ci siano problemi, abbiamo fiducia che la Corte faccia il suo compito". Dello stesso parere Guzzetta: "Sono ottimista, ma certo il timore del ceto politico verso il referendum e' molto forte...".
Presenti all'incontro anche il senatore dei Liberal democratici di Dini Natale D'Amico, tesoriere del comitato, e il deputato di An Italo Bocchino, che dice: "An conferma il sostegno al referendum, perche' la nostra prerogativa e' quella di preservare il bipolarismo. In questo contesto la proposta di Veltroni- ribadisce- non e' accettabile: noi siamo assolutamente contrari alla politica delle 'mani libere'".
Guzzetta esprime lo stesso timore: "Il referendum serve a dare piu' forza alla democrazia e al bipolarismo. E serve ad evitare le manovre di palazzo dopo le elezioni, perche' queste sono tentazioni nostalgiche di cui i cittadini si sono liberati col referendum del 1993".
Previsto ma assente per motivi legati alle tragiche vicende afgane il ministro Parisi. Che pero', in una lettera al comitato, ribadisce la sua posizione: "Conferma la mia partecipazione alla difesa dei cittadini contro chi vuole riportarci alla democrazia della delega".

I GIOVANI E LA POLITICA

Non ci credono più. Sono insoddisfatti, delusi. Vorrebbero risposte concrete ai loro problemi, soprattutto il lavoro, ma vedono sempre le stesse facce.

Il quadro che si delinea nei risultati della indagine "I giovani e la politica" è quello di un mondo giovanile lontano dalle logiche politiche tradizionali, in cui l’interesse personale e il gradimento verso l’operato della politica sono entrambi scarsi: ben il 90 per cento del campione si dichiara infatti poco o per nulla soddisfatto dei politici. Se è comunque vero che esistono ancora giovani interessati alla politica (39 per cento), soprattutto tra quelli che si "autocollocano" a sinistra, la maggior parte degli under 30 sbandiera disinteresse verso queste tematiche, atteggiamento giustificato soprattutto con la convinzione che la classe politica sia un mondo "autoreferenziale" che persegue in maniera autonoma i propri scopi: la quasi totalità del campione pensa che i politici dovrebbero essere più controllati, che dovrebbe esserci più ricambio e che i politici fanno i propri interessi. Siamo quindi vicini all’idea che i politici rappresentino una vera e propria "casta".

In questo quadro è curioso che i due personaggi che raccolgono maggior fiducia tra i giovani siano il nostro massimo rappresentante istituzionale, Giorgio Napolitano, e quello che viene visto da molti come il capofila dell’antipolitica, Beppe Grillo. Non si tratta quindi di scarsa fiducia nelle istituzioni, come dimostrano anche i buoni punteggi registrati da Ue, forze dell’ordine e scuola, quanto di una radicata diffidenza verso i "professionisti della politica". Quello che invece preoccupa gli intervistati sono le incertezze e le incognite del mondo del lavoro ed è soprattutto su questo campo che i giovani aspettano risposte concrete dalla politica. Il lavoro è considerato così prioritario da venire indicato come il valore più importante da difendere, con la famiglia e la sicurezza; si delinea quindi il desiderio da parte delle nuove generazioni di poter raggiungere sicurezza e stabilità economica per il proprio nucleo familiare, mettendo in soffitta le grandi utopie e le aspirazioni di cambiamento.

Alessandro Amadori - (Istituto Coesis Research)

  
Vi sono interessanti segni di novità nella nuova indagine su I giovani e la politica promossa da Famiglia Cristiana, pur in una stagione che sembra dominata dal vento dell’antipolitica. La disaffezione in questo campo è certamente diffusa e maggioritaria, ma non è generalizzata, visto che quasi il 40 per cento dei giovani dimostra interesse per le vicende politiche, si tiene informato, segue gli eventi.

Può darsi che questo "interesse" non sia seguito dalla voglia di approfondimento e di partecipazione. In tutti i casi, il rifiuto o il disgusto della politica non sembra prevalere e accanto al distacco di molti si registra l’attenzione di altri sulle questioni che riguardano il Governo e l’organizzazione della vita pubblica.

http://www.sanpaolo.org/fc/0747fc/0747fc28.htm

Sul banco degli imputati non vi sono dunque i temi politici in quanto tali, non c’è la messa in discussione del ruolo della politica nella società. Quello che fa problema è come i politici di professione interpretano il loro compito pubblico. Qui l’allarme è fortissimo: solo un giovane italiano su 10 giudica (più o meno) positivamente l’operato dei politici; in tutti gli altri giovani regna l’insoddisfazione, a conferma che la vera questione è la distanza delle giovani generazioni dalla "casta" politica.

In questo giudizio negativo si ritrovano molti luoghi comuni: i politici italiani coltivano solo i loro interessi, godono di troppi privilegi, hanno una bassa competenza "professionale", in parte sono ritenuti anche disonesti. Si tratta di giudizi tranchant, di tipo affettivo-emotivo, che non considerano attenuanti.

Non si accenna alle difficoltà di esercitare un ruolo politico nell’attuale stagione storica, o al fatto che i politici di professione possano rispecchiare la società che li ha eletti. Per contro, giudizi più riflessivi e più legati alla situazione si riscontrano nel ristretto gruppo di giovani che hanno una certa fiducia nell’operato dei politici italiani.

Il disagio più avvertito

In questo caso, si riconosce che i politici "fanno quello che possono" per risolvere i problemi della gente; o si ammette che i politici nel bene e nel male ci rappresentano, in quanto hanno avuto un mandato elettorale. La sfiducia che molti giovani hanno nei confronti della politica è dovuta anche a cause concrete. Ai politici si imputa l’incapacità di affrontare seriamente i problemi sociali emergenti, e tra questi – in particolare – di trovare soluzioni adeguate alla precarietà occupazionale.

Sembra questo il disagio più avvertito dai giovani, che mina la loro possibilità di inserirsi a pieno titolo nella società, di costruirsi un futuro positivo e tendere all’autonomia di vita. Siamo forse di fronte a una svolta culturale dei giovani italiani. Per molto tempo le nuove generazioni non hanno avuto "fretta di crescere", moltiplicando le esperienze e ritardando l’assunzione di responsabilità. Anche l’ingresso nel lavoro ha sovente seguito questo cliché. Ci si rendeva disponibili per occupazioni precarie e occasionali, sia perché il sistema sociale richiedeva flessibilità di ingresso nel mondo del lavoro, sia perché in tal modo si ampliava il proprio bagaglio di esperienze.

I grandi valori del vivere civile

Oggi, si vive questa condizione più come limite che come opportunità. Per cui si chiede alla politica di intervenire, di favorire ingressi certi e programmati nel lavoro, di ridurre il precariato. Dalle forze politiche, dunque, i giovani si attendono risposte a questioni oggi giudicate decisive e impellenti, quali il lavoro, la stabilità della famiglia, la sicurezza; tutti aspetti da cui dipende la possibilità di realizzare una vita dignitosa, una cittadinanza piena, un’esistenza normale e ordinata. Oltre a questo, a detta dei giovani, la politica deve anche promuovere i grandi valori del vivere civile, come libertà, uguaglianza, benessere economico, ambiente. Ma a questi "valori" i giovani dedicano meno attenzione dei precedenti, come a dire che la possibilità di affermare i diritti sociali passa anzitutto per la risposta che le forze sociali e politiche sono in grado di dare ai problemi concreti che la gente vive (lavoro, famiglia, sicurezza).

Passando infine ai personaggi più apprezzati, emerge una grande domanda di rinnovamento. L’hit-parade della fiducia non spetta ai leader delle due coalizioni (Prodi e Berlusconi), quanto a figure come Giorgio Napolitano, e in ordine decrescente Beppe Grillo, Luca di Montezemolo, il magistrato De Magistris, Walter Veltroni eccetera. Al di là del riconoscimento al ruolo svolto dal presidente della Repubblica, è evidente che i giovani tendono a premiare nuovi ingressi in politica o volti che siano portatori di nuove speranze e istanze.

Mescolare Grillo a personaggi che ricoprono ruoli più istituzionali (sia in politica che in altre sfere della società) non è di per sé un bel segno, in quanto può indicare che i giovani sono incerti se privilegiare una politica di protesta, contestazione e agitazione, o una politica che si rimbocca le maniche e si misura con i problemi concreti.

In tutti i casi, è forte la domanda di voltare pagina, e con essa la voglia di un personale politico anagraficamente più giovane, che non sia fotocopia del precedente, che esca dal Palazzo e si interessi dei cittadini.

In sintesi, l’onda dell’antipolitica ha contagiato non pochi giovani, anche se si fa strada l’idea che la politica è una risorsa quando è giovane e concreta.

Franco Garelli
   
   

 
Nota informativa

(in ottemperanza al regolamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in materia di pubblicazione e diffusione dei sondaggi sui mezzi di comunicazione di massa: delibera 153/02/CSP, pubblicato sulla G.U. n. 185 dell’8/8/2002)

Soggetto realizzatore:

8.514 contatti. Il campione è stato anche controllato, a posteriori, per quote sociodemografiche.

Fonte per la distribuzione dei parametri:

Universo di riferimento:

Date di realizzazione del sondaggio:

5-9 Novembre 2007.
popolazione italiana in età 16-29 anni, pari a circa 9.300.000 individui.
dati Istat. Raccolta delle informazioni ed elaborazione dei dati: gli intervistati sono stati contattati e intervistati individualmente mediante telefono. Margine di errore: pari a ±4,4 punti percentuali.
Coesis Research. Committente e acquirente: Famiglia Cristiana. Tipo e oggetto del sondaggio: interviste telefoniche CATI per comprendere gli atteggiamenti e le opinioni dei giovani italiani nei confronti del mondo politico e dei suoi principali protagonisti. Numero delle persone interpellate e criteri di formazione del campione: sono stati intervistati 505 soggetti, campione rappresentativo della popolazione italiana in età 16-29 anni residente sul territorio nazionale, mediante estrazione casuale di nominativi da liste telefoniche. Per la realizzazione delle interviste sono stati effettuati
 

SCARICA IL SONDAGGIO COMPLETO


Profondamente dispiaciuto


La formula del "dispiacere" l'ha coniata Marco Esposito, con il beneplacito di Salvatore Maiolino e Massimo Cardone, che insieme a me rappresentavano oggi Generazione U all'assemblea romana del Pd. Questo il comunicato appena diramato alla stampa.

ADINOLFI: A ROMA NON VOTO, METODO NON DEMOCRATICO
"Nella Capitale il Pd punta sul vecchio, nel 2008 cominciamo da capo"

"La scheda su cui votare Riccardo Milana era costruita con il modello del plebiscito, si poteva dire sì o no alla sua elezione a segretario romano del Partito democratico. Milana rappresenta la continuità con le vecchie logiche dei partiti delle tessere e allora io a Roma non voto". Nella giornata delle assemblee provinciali del Pd, Mario Adinolfi e Generazione U si schierano contro il leader scelto per guidare il Pd: "Abbiamo costruito un partito che nella commissione statuto sta lavorando per inventare modalità del tutto nuove di selezione della classe dirigente. A Roma io ho scelto di non partecipare voto perché è prevalso un metodo non democratico e mi dichiaro profondamente dispiaciuto. Per fortuna, nel 2008 il Pd comincerà da capo e affido alla provvisorietà della nomina di oggi la speranza di un Partito democratico che anche a Roma sia capace di rinnovamento".http://www.marioadinolfi.it/


Ali Bakhtiari parla di Iran - Esclusiva Petrolio

Restringi post Espandi post

Pubblicato da Debora Billi


L'intervista ad Ali Bakhtiari che già conoscete, quella in cui si parla di gas russo, è solo una parte dell'intervista che ho fatto, durata quasi due ore. Un'ampia parte non è stata mai pubblicata: ed è quella in cui Ali analizza il suo Paese, l'Iran.

Voglio offrirvela oggi, perchè non rimanga in un cassetto neppure una delle parole che Bakhtiari ha pronunciato. Le ultime che mi ha detto, qualche tempo fa, sono state le seguenti:

"No Comment"

----------

D: Dott. Bakhtiari, secondo il senso comune iraniano, il petrolio è un diritto. Lei è d'accordo con questa affermazione?

R : E' solo il governo che sostiene che il petrolio è un diritto per la popolazione. Il governo vanta 132 miliardi di barili, poi propone il razionamento perché è costretto ad importare il 40% di prodotti raffinati. La popolazione non capisce. Si parla di alzare il prezzo, si parla di razionamenti, stanno cercando di trovare un via d'uscita.

D: E' vero che nel budget del governo il prezzo del barile è calcolato a 33,70 dollari? (Marzo 2007 NdR)

R: Si. E la differenza tra il prezzo a cui viene venduto il petrolio e quella calcolata è previsto sia depositata in un fondo... ma il fondo è sempre vuoto. Non è chiaro che fine facciano questi soldi: probabilmente servono per pagare le importazioni di benzina, oppure finiscono in mano ad alcune entità con la speranza che in qualche modo tornino indietro con gli interessi.

D: Il ministro degli Esteri iraniano al Los Angeles Times, e l'ambasciatore iraniano in Algeria hanno rilasciato interviste in cui sostanzialmente sostengono che gli impianti nucleari sono indispensabili per affrontare il declino della produzione petrolifera, prima che sia troppo tardi. Cosa significa?

R: Il governo iraniano non sa nulla di picco petrolifero, ma hanno enormi problemi per l'uso interno, che cresce esponenzialmente e non sanno come fermare. E' ancora lo stesso problema: quando lasci la benzina a 7 centesimi al litro per tre anni, il consumo va alle stelle. Ma sanno anche che i giacimenti sono in declino. Il Ministro del petrolio, lo scorso novembre, ha ufficialmente annunciato che nostri giacimenti hanno un declino di 500.000 barili al giorno. Lo ha ripetuto a Febbraio, ed in Iran è un dato di fatto e di dominio pubblico. La principale preoccupazione al momento, quindi, è il conseguente declino delle esportazioni. Crescita dei consumi, crescita della popolazione e declino della produzione: un'equazione esplosiva, di cui non si conosce la data, cinque, dieci anni, ma prima o poi il nodo verrà al pettine. Ci sarà il problema di nutrire 75 milioni di persone senza i proventi del petrolio.  

D. Come mai oggi l'Iran ha questa importanza sullo scacchiere internazionale, a suo avviso?

R: Si sembra essere il posto più importante del mondo in questi giorni! E forse lo è. Tutti i continenti sono ben delimitati politicamente oggigiorno, l'unico luogo che non appartiene a nessun "continente politico" è il ME. Chi controlla il ME è il padrone del mondo, lo capirono gli inglesi e poi i Russi, con Pietro il Grande. oggi è la stessa cosa. E la chiave per il ME è l'Iran, che ha la maggior popolazione, la cultura più radicata, e chi lo controlla controlla il mondo. per questo è importante. E' importante per l'EU per le risorse e come mercato; è importante per i Russi, che non vogliono avere un altra potenza così vicina, ed per il loro interessi tra i quali il nucleare; è importante per i cinesi, che usano 7,6 milioni di barili al giorno. Per tutti costoro è importante. Tutti vogliono essere presenti e controllare la situazione. E' anche l'unico Paese che ha uno sbocco sul Mar caspio ed uno sul Golfo Persico. Guardiamolo dal punto di vista italiano: l'ENI sta sviluppando Kashagan, che dovrebbe produrre 1,5 milioni di barili al giorno in futuro. E come esportare poi questo petrolio? Una soluzione è inviarlo nel sud del Caspio, e poi usare l'oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che  è cruciale. Ma come farlo? I russi non consentiranno di realizzare un oleodotto fino a Baku; lo controllerebbero loro.

D: E gli Stati Uniti?

R: Non importano né petrolio né gas dall'Iran, non hanno un mercato sostanzioso. Il loro interesse è il controllo, e non possono lasciarlo a qualcun altro. La chiave era in mano loro, nel 1953, poi l'hanno perduta. L'Iran sarà il campo di battaglia, alla lunga.

 http://petrolio.blogosfere.it/


Neofascismo terrorista in Spagna
  

carlosrepubblica Carlos Palomino era un ragazzo antifascista di 16 anni. E' stato assassinato la settimana scorsa a Madrid da un militare professionista, militante del partito neonazista "Democracia Nacional". Carlos andava a manifestare contro un presidio razzista organizzato dall'estrema destra spagnola e autorizzato dall'amministrazione del Partido Popular del comune di Madrid, che da sembra corteggia e gioca col consenso offerto dall'intolleranza della destra xenofoba.

Ieri almeno 2000 militanti antifascisti (nella foto sventola -come sempre più spesso accade- la bandiera repubblicana spagnola) sono tornati a manifestare -questa volta a Barcellona- per ricordare Carlos e hanno denunciato la presenza in Spagna di David Duke, uno dei leader storici del Ku Klux Klan statunitense, ed ex-deputato del partito repubblicano statunitense, venuto a commemorare il 32° anniversario della morte di Francisco Franco e a presentare pubblicazioni razziste e omofobiche e in apologia del nazismo, crimine che anche in Spagna è reato.

Con l'assassinio di Carlos sono almeno dieci i militanti antifascisti assassinati negli ultimi anni da militanti dell'ultradestra, che negli ultimi mesi si è dedicata sistematicamente alle aggressioni ad immigrati. Almeno un cittadino ecuadoriano ed uno colombiano sono stati assassinati, mentre un cittadino congolese e uno colombiano, in aggressioni diverse, sono stati massacrati fino a renderli paraplegici, mentre una ragazza latinoamericana è stata orribilmente sfregiata. Sono solo gli episodi più gravi di uno stillicidio silenzioso ed impune.

Esteban Ibarra, presidente del movimento contro l'intolleranza (vedi il video sotto) ha denunciato con forza l'impunità totale dei crimini di intolleranza razziale dell'ultradestra, chiede che non venga più autorizzata alcuna manifestazione xenofoba e considera che tali azioni siano terroristiche e che venga applicata la legislazione speciale in merito.

In direzione opposta sono andate le farneticanti commemorazioni del 32° anniversario della morte del dittatore Francisco Franco e del fondatore della Falange, José Antonio Primo de Rivera. Dal palco l'assassino di Carlos Palomino è stato definito "un eroe e un vero soldado spagnolo, che meriterebbe una decorazione". Sarebbe apologia di reato...

 

 

http://www.gennarocarotenuto.it/public/post/neofascismo-terrorista-in-spagna-1429.asp


La nuova crisi dell´Iraq: padri e madri che abbandonano i figli
di Jomana Karadsheh e Jennifer Deaton
CNN,


BAGHDAD, Iraq
 – Il capo del principale gruppo umanitario iracheno racconta che una diciottenne gli si era avvicinata con un neonato malato di leucemia. La madre disperata aveva detto che avrebbe fatto "qualunque cosa" per curare il suo bambino – e poi si era offerta per fare sesso.


Said Ismail Hakki scoppia in lacrime mentre ricorda questa storia. La leucemia può essere curata fino a un certo grado in gran parte del mondo, ma non in Iraq. Il neonato è morto due mesi dopo.


"Mi ha scosso terribilmente", dice Hakki, il presidente della Iraqi Red Crescent [la Mezzaluna Rossa irachena NdT]. "Per tutta la vita sono stato un chirurgo. Ho visto sangue; ho visto morte. Questo non mi ha mai turbato – in nessun modo. Ma quando vedo la sofferenza di queste persone, questo mi ha scosso davvero".


La condizione difficile dei bambini iracheni sta avvicinandosi a proporzioni epidemiche, dice, con madri e padri che abbandonano i loro figli "perché stanno diventando una responsabilità". I genitori non lo fanno per comodità, lo fanno per disperazione.


"Quando si diventa così disperati, si tende solo a gettar via tutto e andare", dice Hakki.


"Ogni volta che guardo questi bambini, mi chiedo prima: ‘Quale crimine hanno commesso?'".


Hakki dice che la Red Crescent ha il compito monumentale di curare e nutrire più di 1,6 milioni di bambini sotto i 12 anni che sono diventati senzatetto nel loro stesso Paese. E’ circa il 70 per cento dei 2,3 milioni di iracheni che - secondo le stime – sono senzatetto all’interno dell’Iraq.


Con 95.000 volontari e 5.000 dipendenti, la Iraqi Red Crescent è l’ultima linea di difesa per i poveri, gli ammalati, e gli sfollati del Paese. Cercano di mescolarsi meglio che possono, con sciiti, sunniti, e kurdi che lavorano nei quartieri dove predomina la loro etnia o la loro confessione religiosa.


Negli ultimi quattro anni sei dei suoi dipendenti sono stati uccisi. Otto sono stati feriti, sei dei quali rimasti invalidi per la gravità delle ferite.


Hakki dice che l’aumento brusco del numero dei bambini abbandonati è particolarmente allarmante - risultato della violenza confessionale e di problemi socio-economici estremi. La maggioranza dei genitori in Iraq, dice, lasciano i loro figli a un solo parente che spesso ha dai 20 ai 30 bambini di cui occuparsi. Alcuni genitori lasciano i loro bambini e basta.


Molte delle famiglie vivono in zone prive di servizi essenziali, come l’acqua e l’elettricità, e non ci sono lavori disponibili. "E’ una situazione disperata", dice. "I figli stanno diventando una responsabilità sia per il padre che per la madre".


La preoccupazione maggiore riguarda l’effetto di espansione che questo avrà a lungo termine: un’intera generazione priva delle abilità essenziali alla vita, che sopravvive senza un’ istruzione, senza un reddito, e senza una famiglia.


"Il trauma di ciò che sta succedendo a questi bambini è enorme", dice Hakki. "Se qualcuno viene ferito da un proiettile o da una scheggia, ci vuole una settimana o due e sta bene. ... Il danno psico-sociale è molto profondo, e possono volerci mesi, se non anni, per guarire.


"Questo è il compito – il compito gigantesco – che attualmente ha di fronte la Iraq Red Crescent".


Il gruppo riceve un po’ di sostegno finanziario dal governo centrale. Sta inoltre negoziando con l’ambasciata Usa, dice Hakki, per vedere se può offrire aiuti finanziari. Ma i fondi sono scarsi.


Proprio di recente, il gruppo ha chiuso 18 campi per l’inverno, e sta cercando di alloggiare queste migliaia di persone in edifici governativi abbandonati.


In una sala d’attesa, in un centro di cura della Iraqi Red Crescent, nel distretto di al Mansur, a Baghdad, alla CNN è capitato di incontrare parecchi bambini che avevano disperatamente bisogno di cure. Ma erano fra quelli fortunati – se è possibile applicare questo termine – perché i genitori sono ancora con loro.


Baha, un ragazzo di 12 anni, aspettava di vedere un medico, ricordava la data esatta – il 16 gennaio 2004 – in cui aveva perso l’occhio sinistro. "Voglio che il mio occhio guarisca", diceva.


Baha era assieme a suo padre in un mercato quando qualcuno aveva aperto il fuoco contro dei soldati Usa. Quando questi avevano risposto al fuoco, alcune schegge gli avevano colpito l’occhio. Nonostante quello che è successo, questo ragazzo coraggioso va ancora nello stesso mercato. “Non ho paura”, dice.


Dall’altra parte della stanza, Saja, 3 anni, sollevava l’umore. "Iracheni, siamo ancora fratelli!", cantava.


Faceva risatine, rideva, e correva in giro, facendo sorridere tutti quelli che la vedevano. Tuttavia, lei non poteva vedere la maggior parte di ciò che aveva attorno: è cieca da un occhio e sta perdendo la vista dall’altro – il risultato di cure mediche scadenti.


Suo padre, Dia'a, diceva di essere venuto a sapere della Iraqi Red Crescent dalla televisione e da altri che erano stati curati lì. Diceva di non potersi permettere di andare fuori dal Paese per le cure mediche della figlia. Questo ambulatorio, diceva, gli aveva dato "un raggio di speranza che avevo perso".


Anche lui aveva espresso disperazione per la situazione difficile della generazione più giovane irachena.


"I nostri bambini stanno soffrendo. Parlano solo di armi e di bombe", diceva. "Sono bambini. Noi siamo più vecchi, i capelli ci diventano grigi. Che cosa succede a loro, sentendo tutte le esplosioni e e le bombe?


"Non possiamo farli sentire meglio, perché siamo avviliti".


E’ un sentimento che ossessiona il capo della Iraqi Red Crescent.


"Ci sono volte in cui mi sveglio nel mezzo della notte e dico: 'Oh mio Dio, come faremo a risolvere questa situazione? Dio aiutami ad aiutare questi bambini!'"

Wayne Drash, di CNN.com, ha contribuito a questo articolo da Atlanta


(Traduzione di Ornella Sangiovanni)

Articolo originale


Guarda il video del servizio http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5241


Cambio direttore allo Spiegel

 

Aust cacciato dai suoi dipendenti. il più grosso settimanale tedesco cerca un sostituto


Stefan Aust guida dal 1994 lo Spiegel, quello che si autodefinisce Deutschlands bedeutendstes und Europas auflagenstärkstes Nachrichtenmagazin [Il più importante settimanale di informazione della Germania e quello con la tiratura più grande d'Europa].

Il contratto di Aust scade il 31 dicembre 2008, eppure nei giorni scorsi, mentre lui si trovava in vacanza in Asia, gli editori del giornale hanno deciso di mettersi alla ricerca di un sostituto.

L'importanza dello Spiegel in Germania


Antje Vollmer, una delle menti migliori dei Verdi tedeschi, ha detto nel 1992 che lo Spiegel aveva perso importanza e acquistato potere. Antje Vollmer si riferiva alla fine della cosiddetta era Augstein, il padre fondatore della rivista, il cui primo numero era apparso nel 1947. Questa tendenza sembra venire confermata da uno studio condotto un paio di anni fa dall'università di Amburgo che rivela come l'importanza dello Spiegel sia in realtà diminuita. Tra oltre 1500 giornalisti intervistati, infatti, solo il 33,8% indicava nello Spiegel la rivista di riferimento del giornalismo tedesco, relegandolo al secondo posto dietro alla Süddeutsche Zeitung, il quotidiano di Monaco di Baviera. Questo dato colpisce ancora di più perché ai tempi della frase appena citata di Antje Vollmer circa due terzi dei giornalisti affermavano che lo Spiegel rappresentasse il prodotto giornalistico di riferimento per loro (i dati di questo studio sono riportati da Wikipedia).

I rapporti di potere all'interno dello Spiegel


Organigramma del gruppo Spiegel Verlag
Lo Spiegel è il fiore all'occhiello dello Spiegel-Verlag Rudolf Augstein GmbH & Co. KG, con sede ad Amburgo. Nel 1974 Rudolf Augstein, fondatore della casa editrice, regalò il 50% della sua società ai suoi collaboratori e nel 2002, alla sua morte, stabilì nel proprio testamento che ai suoi eredi non dovesse toccare una quota sufficiente ad avere un pacchetto azionario in grado di bloccare le decisioni all'interno dell'azienda. Gli eredi ricevettero quindi il 24% (invece del 25%) del capitale. La società di controllo dei dipendenti dello Spiegel detiene la maggioranza assoluta con il 50,5% e il restante 25,5% è in mano ad una società controllata dalla Bertelsmann.

L'era di Stefan Aust


Quando Stefan Aust nel 1994 prende in mano le sorti della rivista, lo Spiegel deve fare i conti con la concorrenza agguerrita di Focus, un settimanale concepito chiaramente come alternativa allo Spiegel, non tanto negli argomenti trattati, ma nel modo di trattarli, nello stile (articoli più corti, linguaggio meno pomposo) e nel pubblico a cui si rivolgeva.

Sotto la sua direzione lo Spiegel ha accusato un cambio di rotta, con correzione verso destra. Molti lettori hanno infatti notato, parafrasando una dichiarazione di Augstein ("Liberal, im Zweifelsfalle links" - liberale, nel dubbio a sinistra) come il settimanale nell'ultimo quindicennio sia diventato Neoliberal, im Zweifelsfalle rechts [neoliberale, nel dubbio di destra].

Nonostante i modi poco ortodossi della sua cacciata e l'assurdità che una delle più importanti riviste del panorama giornalistico tedesco si trovi di fatto senza timoniere e con nessun sostituto in vista, molti, all'interno dello Spiegel, sembrano salutare con sollievo questo epilogo. Aust viene infatti accusato di avere metodi poco collegiali, di privilegiare giornalisti accomodanti alla sua linea e punire giornalisti meno plasmabili. Ad Aust non ha giovato neppure quello che è uno dei suoi più grandi successi e cioè lo sviluppo del canale televisivo Spiegel-TV, a cui ha continuato a dedicarsi troppo anche quando, nel 1994, ha assunto il ruolo di caporedattore dello Spiegel. I contrasti con gli editori del settimanale erano già stati evidenti nel 2005, quando la società che controlla le azioni in mano ai dipendenti e gli eredi di Augstein gli avevano rinfacciato una mancanza di qualità nel servizio informativo. A questo proposito si incolpa Aust, ad esempio, di non aver mai pubblicato un solo articolo sull'energia eolica, di cui è acerrimo nemico, oppure di aver sfruttato il giornale per una campagna personale contro la fabbrica della Airbus sorta ad Amburgo per la produzione di parti del modello A380.

Dal primo gennaio 2009 Aust non sarà più il caporedattore ufficiale dello Spiegel e conoscendolo c'è da credere che non accetterà di sopravvivere questi tredici mesi come re sotto scacco, preferendo quindi dare le dimissioni e lasciare il settimanale che, dietro a quello che a molti è sembrato un impacciato e dilettantesco Putsch, ha la grande possibilità di tornare ad essere il monumento del panorama giornalistico tedesco.http://1poddanubio.blogspot.com/

La palla é mia e me la porto via: non si gioca piú

A molti di noi sará capitata una situazione del genere. Una bella partita di strada, di pallone o di qualsiasi altro gioco, il momento é magico, le mamme tra poco chiameranno per il pranzo, tutti sudati ed entusiasti cercano l'ultimo gol... tutti meno uno, il magrolino che da mezz'ora vuole giocare in attacco e che invece gli altri relegano in porta. Finché proprio lui - approfittando di una facile parata - mette la palla sottobraccio e se ne va. "La palla é mia, e non gioco piú", e s'infila nel portone di casa.

L'immagine (azzeccatissima) é di Luis Noé Ochoa, ed é riportata nel suo editoriale su El Tiempo di oggi, ed il bambino ricco e viziato é Álvaro Uribe Velez, presidente colombiano; invece di una partita lui ha lasciato incompiuta una mediazione che poteva risultare nella liberazione di 50 sequestrati in mano delle FARC a cambio di 500 guerriglieri attualmente in carcere.

Il pretesto (una chiamata di Chávez al capo dell'Esercito) non deve nascondere la vera ragione per cui Uribe ha deciso di mandare tutto all'aria: la mediazione rischiava di tradursi in un successo politico per le FARC - e questo non lo poteva permettere. Se la scelta é tra la liberazione dei sequestrati o il mantenimento del suo capitale politico interno, non deve sorprendere che Uribe scelga la seconda opzione.

Si potrá essere o meno d'accordo con le sue idee, ma non si puó chiedere ad un politico di permettere o addirittura facilitare un processo che culmini con un successo politico internazionale per a) le FARC, contro le quali ha sempre giuato di voler combattere con le armi e non con le parole, b) un vicino scomodo, nemico dei suoi principali alleati e c) una senatrice dell'opposizione che é tra le poche a dire pane al pane nel mezzo dell'ipocrisia del liberalismo colombiano.

E c'é un altro punto a mio vedere fondamentale: all'opinione pubblica colombiana (la massa) non gliene importa molto dei sequestrati, e meno ancora di Ingrid, Clara Rojas e compagnia. Non esiste una mobilitazione umanitaria, non ci sono associazioni nei quartieri che organizzano veglie, non ci sono campagne d'informazione, i partiti politici non dibatono sul tema, i giornali lo trascurano. Naturalmente qualcosa c'é: non voglio dire che sul tema ci sia silenzio assoluto e neppure negare l'esistenza di voci e gruppi - voglio solo dire che sono isolati e lontani.

In questo contesto, ogni liberazione di prigionieri deve essere presentata come una vittoria di Uribe, o al massimo come un pareggio - altrimenti non potrá contare col suo appoggio. Se poi consideriamo il ruolo dei militari, ancora piú estremisti di lui sulla soluzione da dare al conflitto, appare ancor piú evidente che la ragione della rottura non é stata una telefonata di pochi minuti ma la mediatizzazione delle trattative e la sensazione che entrambi i mediatori fossero troppo vicini alle FARC e che stessero preparando un palcoscenico internazionale su cui riportarle alla ribalta.

Come dice Luis Noé Ochoa ai sequestrati: "la luce in fondo al tunnel si é spenta di nuovo. Disgraziatamente le vostre vite sono in mano di tre matti. Da una parte Chávez, generoso, che stava portando avanti uno sforzo coraggioso e gigantesco ma che é pazzerello e getta la diplomazia alle ortiche. Dall'altra Uribe, pazzo per la propria popolaritá , per la ri-elezione che giá non cerca di negare e - dice - per gli interessi della patria. [...] E l'altro pazzo, questo sí matto da legare, armato ed assassino, é Tirofijo. Arrogante e pazzo per arrivare al potere con le armi e coi soldi dei suoi narcoaffari non gli importano le vite né il dolore della gente".http://bogotalia.blogspot.com/


La cellulosa continua a dividere

 

La Botnia è pronta per processare la cellulosa sul fiume Uruguay. La fabbrica della discordia è agli ultimi ritocchi, mentre le proteste da parte di ambientalisti e dei vicini argentini di Gualeguaychú non cessano. Ieri, la “Buenos Aires” che trasportava il secondo carico di pasta di cellulosa per la fabbrica, è rimasta incagliata su un banco di sabbia e la fermata obbligata è stata approfittata da alcuni attivisti che ne hanno dipinto le fiancate con frasi di ripudio.
Intanto, durante le prove di produzione, si è dovuta chiudere una scuola che sorge nelle vicinanze della Botnia perchè, a causa del forte odore proveniente dalle installazioni, sei bambini hanno sofferto nausea e forti capogiri. Secondo l’azienda, nulla di cui preoccuparsi, ovviamente. Sulla situazione sul fiume Uruguay vi linko le foto di Nicolás Bietti su flickr:
http://www.flickr.com/photos/nicolasbietti/
e la pagina dell’associazione dei cittadini di Gualeguaychú: http://www.noalapapelera.com.ar
La Botnia offre nel suo sito in spagnolo i risultati dello studio d‘impatto ambientale della sua pianta di Fray Bento (formato Pdf): http://www.metsabotnia.com/es/default.asp?path=284,1530,1391

http://luiro.blogspot.com/



Barbabietole OGM, cotone e tante altre immagini

I campi europei non vanno in sciopero in autunno e in inverno. Ecco alcuni alimenti tipici dei periodi più freddi dell'anno.
Siccità, inondazioni, rincaro dei prezzi di cereali, latte e olio. La commissaria all’Agricoltura e allo sviluppo rurale Mariann Fischer-Boel propone di modificare la riforma della Politica Agricola Comune che lei stessa aveva pensato. Di fronte ai limiti di produzione, quest’inverno la Commissaria Ue permetterà, in via eccezionale, la coltivazione nei terreni a maggese obbligatorio. I campi europei sono a pieno rendimento per approfittare dei prezzi alti e fare affari.

Colza: campi in Boemia e Repubblica Ceca

Campos de Colza en Bohemia, Chequia (Foto, Bianca Koendgen)

Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, i coltivatori di colza utilizzano il raccolto di questa pianta per la produzione di olio e vanno a piantare altri semi. Il consumo di questo olio, scoperto dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stato oggetto di discussione nei paesi europei produttori di olio di girasole e di oliva a causa dei suoi presunti effetti nocivi sulla salute. Anche se sembra aver prevalso il suo effetto benefico. I maggiori produttori in Europa sono la Germania, la Repubblica Ceca, la Francia e la Svezia. Ora, anche in Spagna si sta favorendo la sua coltivazione, vista la grande domanda che si prevede per i biocombustibili.

Vigneti in Toscana, Italia

Vigneti di San Giminiano (Foto Gabriela Scilleta)


L’inizio dell’autunno è il periodo della vendemmia in tutto il continente europeo. Il 2% della sua superficie agricola è destinato ai vigneti. La riforma dell’Organizzazione comune di mercato del vino venne introdotta nel 2006 ed entrerà in vigore al 100% nel 2013. Lo scopo è favorire una minore produzione, ma più competitiva. Ogni anno l’Unione Europea spende 500 milioni di euro per estinguere la sovrapproduzione. Così si concederanno aiuti a coloro i quali decidano di sradicare delle viti, ed al tempo stesso si sopprimono i limiti di piantagione per i vigneti più competitivi, si elimineranno aiuti all’uso di zucchero per aumentare il grado alcolico, o aiuti per la produzione di sottoprodotti del vino. Gli aiuti, calcolati in base alla superficie coltivata, si potranno incassare mediante il sistema del Pagamento Unico e verrà destinato più denaro per spingere i giovani a lavorare in questo settore. Francia, Spagna, Italia e Portogallo sono i maggiori produttori.

Coltivazioni di lamponi in Scozia

Coltivazioni di lamponi in Scozia (Foto Maciej Lewandowski)

Oggi, nel 2007, il settore della frutta e degli ortaggi è il cavallo di battaglia della riforma della Pac di Mariann Ficher-Boel. L’obiettivo principale è che ci sia una maggiore concentrazione dell’offerta dei produttori attraverso la denominata Organizzazione dei Produttori (Op), qualcosa che la Pac non ha ottenuto fino ad oggi. La Op controlla solo il 38% dell’offerta, di fronte all’obiettivo comunitario del 60%. Così si stabilizzerebbero meglio i prezzi e si avrebbe un fronte migliore alla crisi dei consumi che in tutta sicurezza aumenteranno a causa dell’esigenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che la Ue elimini i suoi aiuti alle esportazioni. Aiuti che, assicura l'Ue, spariranno.

Agrumi a Valencia, Spagna

Naranjal a Valencia (Foto, Txapulin/Flickr)

L’inverno è il tempo delle arance, prodotte soprattutto in Spagna, Italia e Grecia, insieme ad altri agrumi. La riforma del settore della frutta e degli ortaggi (che entrerà in vigore il 1° gennaio del 2008 ndr), prevede di aumentare gli aiuti alla Op, integrare il settore nel sistema del Pagamento Unico per superficie, speciali aiuti transitori per la coltivazione di frutta rossa (fragole e lamponi) in cinque anni.

Campi di cotone a Cordoba, Spagna

Algodonal en Córdoba (Foto, rbolance/Flickr)

La coltivazione europea di cotone rappresenta appena il 2% di quella mondiale, ma è molto importante per la Grecia (75%) e la regione spagnola dell'Andalusia (24%). La precedente regolamentazione di questo settore fu annullata nel 2007 dalla Corte Europea di Giustizia tramite una domanda da parte delle autorità andaluse. In novembre Fischer-Boel ha presentato una nuova proposta per il settore, che però non soddisfa i produttori, e non fornisce aiuti alle industrie di trasformazione di cotone. Il 35% degli aiuti viene distribuito in relazione alla superficie, il restante 65% come Pagamento Unico ad ogni attività agricola.

Barbabietola (geneticamente modificata) nelle Fiandre, Belgio

Cultivo de remolacha en Flandes (Foto, OliBac/Flickr)

La barbabietola da zucchero si coltiva soprattutto in Francia, Germania, Italia e Spagna. Fu Napoleone a diffondere la sua coltivazione in Europa. Viene raccolta in inverno, come le patate. Nell’ottobre del 2007 la Ue ha approvato la coltivazione, commercializzazione e consumo di una varietà di barbabietola transgenica, suscitando le proteste degli ecologisti e degli agricoltori ecologici.

Oliveti a Siviglia, Spagna

Océano de olivos en Jaén (Foto, Phranet/Flickr)

Spagna, Italia e Grecia sono i maggiori produttori e consumatori di olio di oliva in Europa e nel mondo. Questo tipo di olio si estrae dall’oliva, il cui raccolto si realizza in pieno inverno. Anche se molto calorico, è un prodotto benefico per i problemi relativi al colesterolo.

Foto nel testo: Campi di Colza in Boemia (Foto Bianca Koendgen); Vigneti di San Giminiano (Foto Gabriela Scilleta); Coltivazioni di lamponi in Scozia (Foto Maciej Lewandowski); Arance a Valencia (Foto Txapulin/Flickr); Campi di cotone a Cordoba (Foto, rbolance/Flickr); Coltivazioni di barbabietola nelle Fiandre (Foto OliBac/Flickr); Ulivi in Jaén (Foto Phranet/Flickr)
Fernando Navarro Sordo - París http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=12968

Un film dallo spirito panafricano

a cura di Maria Coletti

Incontro con Charles Burnett

Tra i film più interessanti – e da noi più attesi – alla seconda edizione della Festa di Roma era senz’altro Namibia: The Struggle for Liberation di Charles Burnett, un regista di culto del cinema indipendente afroamericano. Un autore veramente panafricano e libero di assimilare e reinterpretare diverse lezioni di cinema, dal neorealismo al cinema underground fino al cinema popolare e d’autore africano. Recentemente è stato omaggiato al Festival di Berlino, dove è stata presentata la versione restaurata della sua opera prima, Killer of Sheep, da lui realizzata alla Ucla di Los Angeles nel 1977. E non è un caso che al Festival di Amiens, proprio in questi giorni, Killer of Sheep e To Sleep with Anger (1990) siano in programma in una sezione omaggio a Ousmane Sembène, come esempio dell’influenza del maestro senegalese sulla cultura e sul cinema afroamericano indipendente.
All’unica presentazione alla Festa di Roma, nello spazio del Teatro Studio, gli spettatori hanno avuto il privilegio di poter incontrare – fuori programma – un maestro del cinema indipendente, grazie alla presentazione di Mariuccia Ciotta, prima del film e poi alla fine, con un breve incontro con il regista: quelle che ormai, all’americana, vengono definite Q&A Sessions. Il film, che era stato presentato in prima mondiale a Los Angeles, non è certo passato senza suscitare reazioni, anche contrastanti, come ha fatto notare Roberto Silvestri che ha ricordato la stroncatura da parte di Variety. Il film, una vera epopea africana sulla lotta di liberazione della Namibia, ha suscitato in sala un grande applauso, ed il regista si è presentato – molto emozionato e molto disponibile – per rispondere alle domande.

Qual è stata la storia produttiva del film?
E’ una lunga storia… In ogni caso l’idea è venuta proprio da parte della Namibia, interessata a realizzare un film sul primo presidente Sam Nujoma. In effetti la prima sceneggiatura era tratta dal libro scritto da Nujoma [Where Others Wavered: The Autobiography of Sam Nujoma, 2001]. I produttori della Namibia mi hanno poi inviato la sceneggiatura ed io ho pensato che sarebbe stata una bella storia da raccontare, una storia che già avevo avuto modo di approfondire durante il mio periodo di studi. Un anno dopo ci siamo incontrati ad abbiamo deciso di ampliare la storia. Così abbiamo messo mano alla prima sceneggiatura e ne abbiamo scritta una seconda. Ne approfitto per ringraziare i rappresentanti della Namibia Film Commission – qui presenti – perché è anche grazie a loro che il film è stato realizzato [calorosi applausi in sala].

Come è stato finanziato il film? Si tratta di una coproduzione panafricana? Il Sudafrica è coinvolto a livello produttivo?
No, in realtà il film è stato interamente prodotto dal governo della Namibia. Però è vero che il progetto del film è panafricano e per questo abbiamo voluto che nella troupe lavorassero persone provenienti da diversi paesi africani e della diaspora, oltre che della Namibia, come Zimbabwe, Camerun, Sudafrica e anche dagli Stati Uniti.

Come è stato il lavoro sulla sceneggiatura? E’ stato libero di apportare modifiche, di interpretare in maniera personale la figura di Nujoma?
Una bella domanda… Sono stato coinvolto nel film a partire dall’idea di panafricanismo ed era chiaro che i ruoli produttivi principali sarebbero stati dei rappresentanti della Namibia. La prima sceneggiatura era una sorta di versione televisiva dell’autobiografia di Nujoma. Dopo molte conversazioni a riguardo, ho capito che il governo della Namibia era interessato a raccontare non solo la storia di Nujoma, ma anche quella di tutto il popolo namibiano coinvolto nella lotta di liberazione. Così abbiamo cercato di assumere una prospettiva diversa, proprio per dare una visione più ampia del racconto che era incentrato sulla figura di Nujoma. Per quanto riguarda la seconda sceneggiatura, abbiamo rinunciato comunque ad eccessivi effetti drammatici che potessero essere coinvolgenti ma al contempo nuocere alla verità storica, anche se abbiamo creato il personaggio immaginario di Sam Hosea, il giovane orfano che per questo non appartiene a nessuna etnia in particolare e quindi può rappresentare più facilmente – e far identificare in lui – tutto il popolo della Namibia. Per me era molto importante non commettere delle inesattezze storiche. Ad esempio, in una versione della sceneggiatura avevo voluto che Sam Hosea conoscesse il giovane soldato bianco, sudafricano, perché questo poteva creare un momento drammatico molto intenso. Però poi alcuni ex combattenti mi hanno detto che non poteva essere così, perché era stata proprio la cattura di quel soldato a far scatenare poi il massacro nel campo profughi namibiano. Questo è stato, per dire così, l’unico vero limite che ho avuto, ossia quello di non allontanarmi dalla verità storica.

Il film è stato presentato in Namibia? Come è stato accolto? Ha saputo della critica molto negativa di Variety?
In realtà il film ancora non è uscito in Namibia, non è stato proiettato nelle sale, anche se speriamo che entro l’anno possa finalmente essere distribuito. A proposito delle critiche negative, non è una sorpresa: già prima che il film fosse terminato, abbiamo ricevuto molte critiche negative dal Sudafrica, quindi su Internet credo troverete molto materiale a riguardo…

E cosa ci può anticipare del nuovo progetto africano?
Purtroppo non posso dire molto di questo nuovo progetto di film, perché per ora è stato sospeso… Avremmo dovuto cominciare le riprese proprio in questo periodo, e invece l’accordo di distribuzione non è andato in porto. Ora siamo in attesa di un nuovo accordo di distribuzione per poter riprendere il progetto.http://www.cinemafrica.org/spip.php?article495


UN SITO INTERNET IN ARABO CONTRO MINE E BOMBE ‘CLUSTER’

Un sito internet in lingua araba per sensibilizzare i governi dei paesi di Medio Oriente e Nord Africa ad aderire al Trattato per la messa al bando delle mine è stato presentato ieri in Giordania dove in questi giorni è in corso l’VIII riunione degli stati che hanno sottoscritto la convenzione. “Informare e contribuire alla costruzione di una coscienza su questo problema è uno dei nostri obiettivi” ha detto alla MISNA Ayman Sorour, direttore di una associazione umanitaria egiziana tra i promotori dell’iniziativa. “Risolvere le varie questioni ancora aperte in Medio Oriente – ha aggiunto Sorour - contribuirebbe all’adozione del Trattato anche da parte di quegli 11 stati della regione che non lo hanno ancora firmato. La soluzione del conflitto israelo-palestinese, una pace tra Libano, Siria e la stessa Israele, la questione del Sahara occidentale, che vede di fronte popolo sahrawi, Marocco e Algeria, sono tutti fattori che hanno finora in qualche modo bloccato l’adesione al trattato”. Per Sorour la vera sfida del futuro sarà quella di dar vita a un trattato per la messa al bando delle bombe a frammentazione o ‘cluster’: “E’ uno dei nostri obiettivi, per il quale è in corso un processo che dovrebbe concludersi il prossimo anno. Come abbiamo visto in Libano nell’estate del 2006 (con i bombardamenti dell’aviazione israeliana durante la guerra in Libano, ndr) le bombe ‘cluster’ sono perfino peggio delle mine”. Il Trattato per la messa al bando delle mine è stato firmato a Ottawa, in Canada, il 3 dicembre del 1997: a non aver aderito sono ancora 40 paesi, 11 dei quali in Medio Oriente e Nord Africa.

http://www.misna.org/

PRESENTATA LA MOZIONE DI IMPEACHMENT CONTRO CHENEY, NONOSTANTE IL NEW YORK TIMES

 

 DI DAVE LINDORFF
Conterpunch

Il New York Times, che afferma di tracciare una chiara divisione tra i suoi articoli di informazione e i suoi editoriali ha abbandonato qualunque falsa apparenza di un una tale distinzione nella sua "copertura" minimalista del drammatico sforzo di ieri da parte del membro del Congresso Dennis Kucinich di costringere la camera a prendere in considerazione l'impeachment del vice presidente Dick Cheney.

In un breve articolo di 230 parole sulla mozione esecutiva di Kucinich, e sul successivo voto per mandare la sua risoluzione 333, ora chiamata risoluzione 799, allo House Judiciary Committee, dopo che è stata consegnata al limbo per più di sei mesi dalla leadership della camera, il Times è riuscito a maltrattare tanto Kucinich quanto l'idea di mettere sotto impeachment il vice presidente.

Come ha scritto l'anonimo giornalista del Times in apertura della sua diatriba:

È difficile dire quale sforzo abbia meno probabilità, se il tentativo dell'onorevole Dennis J. Kucinich, democratico dello Ohio, di diventare presidente degli Stati Uniti, o il suo tentativo di cacciare il vice presidente Dick Cheney mettendolo sotto impeachment.


Il resto dell'articolo, in cui non è stato fatto alcun tentativo di mostrare la dura esposizione da parte di Kucinich del ruolo criminale del vice presidente nel mostrare false prove al Congresso e al popolo americano per giustificare un'invasione dell'Iraq, e la sua condanna del vice presidente per il crimine internazionale di minacciare guerra all'Iran, viene speso nel descrivere come i leader democratici e repubblicani della camera si siano fronteggiati sulla mozione di Kucinich, con i repubblicani che cercavano di sconfiggere uno sforzo democratico di metterla all'ordine del giorno, e i democratici che la spingevano poi fuori dalla porta mandandola allo Judiciary Committee.

Il Times ha chiaramente deciso che, nonostante abbia preso nei suoi editoriali la posizione di criticare duramente le azioni criminali e i palesi abusi di potere di questa amministrazione, non ci debba essere alcuna udienza di impeachment né per Bush né per Cheney. Ciò potrebbe andare bene come opinione espressa in un editoriale, ma quello che, almeno per reputazione, è il giornale di punta della nazione, ha anche deciso che rafforzerà questa posizione ignorando il crescente movimento nazionale a favore dell'impeachment, che ha oramai due anni, o usando le sue pagine di cronaca per boicottare e ridicolizzare gli sforzi verso l'impeachment. Ciò non va bene per una pubblicazione che finge ipocritamente che i suoi articoli di cronaca siano onesti e bilanciati.

Invece di assegnare ad una squadra di reporters d'assalto il compito di indagare gli attuali crimini del vice presidente--per esempio il suo recente sforzo di trascinare gli Usa in guerra contro l'Iran facendo pressioni sul Dipartimento di Stato e su Israele perché compia un attacco in modo che l'Iran, tramite una rappresaglia, porti gli Usa a scendere in difesa di Israele (un atto di tradimento da parte di Cheney che è stato riferito dalla rivista Newsweek)-- o del presidente (come il suo ruolo nell'ostacolare l'indagine nel caso Valerie Plame, o il suo ruolo diretto nell'autorizzare dure torture di prigionieri), il Times sta usando le sue risorse giornalistiche per affossare il movimento di massa a favore dell'impeachment.

Il giornale si sta anche unendo al resto dei media corporativi in un altro vergognoso sforzo di negare al popolo americano una genuina campagna politica sulle idee, decidendo con ampio anticipo sulle primarie quali candidati siano degni di copertura mediatica, e quali idee e questioni siano accettabili per un dibattito pubblico. Kucinich [foto], che è stato, nella lista dei candidati democratici, l'oppositore più coerente e onesto alla guerra all'Iraq e alla spinta per attaccare il Iran, il meglio informato e più coerente sostenitore di un'autentica riforma della sanità, il più solido difensore della Costituzione e il più ardente difensore dei lavoratori americani e dei poveri, semplicemente non riceve alcuna copertura mediatica dal Times e viene ora indicato come ineleggibile in un presunto articolo di cronaca!

Davvero una patetica dimostrazione di pregiudizio ed un insulto ai lettori.

Ciò almeno mi aiuta a capire il motivo per cui il giornale non ha mai recensito il libro "The Case for Impeachment," ["I motivi per un impeachment" n.d.t.] mio e di Barbara Olshansky, ne lo ha fatto per alcuno degli eccellenti libri su tale questione che sono stati pubblicati nel corso dei passati due anni.

L'impeachment, per il Times, è una non-storia, degna evidentemente solo di scadente ironia.

Dave Lindorff è autore di Killing Time: an Investigation into the Death Row Case of Mumia Abu-Jamal. Il suo libro di articoli per CounterPunch intitolato "This Can't be Happening!" è pubblicato da Common Courage Press. L’ultimo libro di Lindorff è "The Case for Impeachment"
Può essere contattato all'indirizzo mail: dlindorff@mindspring.com


Titolo originale: " Ridiculing Impeachment: Double Standards at the New York Times"

Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link
08.11.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Non ci restano che i cammelli
La missione Onu disposta a usare gli animali per sostituire gli aerei da trasporto in Darfur
L'ultima trovata dell'Onu, per sopperire alla mancanza di mezzi di trasporto per la missione di peacekeeping in Darfur, è stata chiedere all'India la disponibilità dei “cammelli da combattimento”, impiegati dall'esercito alle frontiere con il Pakistan. Nonostante il sostegno diplomatico alla missione, che dovrebbe sbarcare nella regione sudanese nei prossimi mesi, i Paesi occidentali sono restii a impegnarsi in prima persona, mettendo a disposizione i mezzi per garantirne il buon esito. Vanificando così un anno di sforzi diplomatici per far accettare a Khartoum l'invio dei caschi blu.

I cammelli da combattimento dell'esercito indianoMissione. Non sono bastati gli appelli di Jean-Marie Guehenno, responsabile Onu per le missioni di peacekeeping, il quale aveva più volte avvertito che, senza mezzi adeguati, la missione Onu – Unione Africana è destinata a fallire. A poche settimane dallo sbarco dei primi contingenti, che dovranno integrare la missione di 7.000 uomini dell'Ua già presente sul terreno, l'organizzazione è in alto mare. E così, l'Onu dovrà ricorre agli animali indiani, capaci di trasportare armi, munizioni, viveri e acqua per circa 80 km al giorno, addestrati a non impaurirsi in caso di scontri e a seguire le mosse dei soldati, strisciando per terra se necessario.
Oltre a mancare i mezzi aerei, l'installazione delle basi e delle infrastrutture necessarie non decolla, nonostante la comunità internazionale abbia investito molto, soprattutto a livello diplomatico, per far accettare al Sudan l'invio dei caschi blu. Un braccio di ferro, quello tra Khartoum e i membri del Consiglio di Sicurezza, durato più di un anno. Da una parte, i Paesi occidentali non hanno molta fiducia nella leadership militare (quasi tutta africana) che guiderà la missione, dall'altra il Sudan ha più volte annunciato che non tollererà contingenti non venuti dal continente, ad eccezione di qualche reparto di specialisti messo a disposizione dalla Thailandia e dai Paesi scandinavi.

Campi profughi. Intanto, oggi l'esercito sudanese darà il via a una vasta operazione di sicurezza, che nei sei giorni successivi dovrebbe portare al sequestro di tutte le armi illegali presenti nei campi di sfollati del Darfur. Il primo a essere interessato sarà il campo di Kalma, presso la città di Nyala, nel Darfur meridionale, una struttura che ospita circa 90.000 persone. I tre giorni di tempo, dati dall'esercito ai civili perché consegnassero spontaneamente le armi, non hanno sbloccato la situazione. Anzi, gli sfollati ne avrebbero approfittato per erigere barricate all'interno del campo e impedire così all'esercito di entrarvi. I civili temono i possibili abusi dei soldati, e hanno paura che il provvedimento sia un pretesto per evacuare il campo e trasferire la popolazione. Una pratica che, secondo alcune testimonianze, il governo avrebbe cominciato ad adottare dallo scorso mese.
Anche le trattative di pace sono al palo: il meeting di Tripoli, che avrebbe dovuto segnare la riconciliazione tra i gruppi ribelli e il governo, si è concluso con un nulla di fatto, con i gruppi armati che da quattro anni combattono il regime di Khartoum incapaci di trovare una posizione comune al tavolo dei negoziati. Per la fine della guerra, cominciata nel febbraio 2003 e costata finora almeno 200.000 vittime, bisognerà ancora attendere. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9384

 

Rapporto Segreto da Iron Mountain

 

di Federico Povoleri

Un vecchio modo di dire recita: "Vedere soltanto la punta dell'Iceberg", è noto infatti che gli Iceberg , visti in superfice, possono apparire come innocue isolette di ghiaccio; ma in realtà la parte sommersa nasconde vere e proprie montagne con una tale estensione e sviluppo da risultare assai pericolose per la navigazione delle incaute navi che si avventurano nelle zone di mare da essi popolate.

Oggi stiamo assistendo al ritorno di un nuovo oscurantismo in cui i neo-negazionisti come provetti comandanti del Titanic non hanno semplicemente deciso di ignorare l'iceberg dell' 11 settembre; ma negano che le montagne di ghiaccio erranti siano mai esistite. Un paradossale tentativo di cancellare molti tragici fatti e tante cospirazioni che hanno segnato la storia dell'umanità portato avanti con un'improbabile inversione di ruoli: chi infatti dimostra di assumere un dogma di fede a livello di fanatismo non è chi evita di porsi domande scomode ma chi avanza dubbi e incertezze. Non è “razzista” chi è convinto che gli arabi siano un popolo incivile e fanatico, ma lo è chi vorrebbe evitare uno scontro di civiltà che non ha ragione d'essere. “Chi non ha rispetto per i morti” non è colui che non si chiede il perchè di tutti quei morti, ma sono quelli che tentano di amplificare le voce dei molti familiari di ogni razza e religione che quei morti li piangono, invocando una giustizia che tarda ad arrivare. Teoricamente, quindi, anche le stesse famiglie “non avrebbero rispetto” per le loro perdite.

Gli Iceberg, in poche parole, non esistono e non sono mai esistiti; e il Titanic non è mai affondato, anzi è probabile che non sia mai nemmeno stato costruito. L'invenzione del termine "Complottista" è in realtà l'ultima spiaggia di chi spera ardentemente che la creazione di una nuova categoria umana da disprezzare (la creazione del personaggio "Complottista" si sta arricchendo infatti di nuovi particolari: razzista, negazionista dell'olocausto, ...

... sfruttatore del nuovo mercato che promette di essere più sporco e redditizio di quello del porno e via dicendo) induca i dubbiosi a rinunciare alle loro domande per non vedersi additati da parenti, colleghi e datori di lavoro.

Ai fini di un'indagine ufficiale che ancora non è stata fatta (se escludiamo la pagliacciata della commissione ufficiale che per stessa ammissione dei suoi componenti "non ha indagato"), risulta determinante sapere, solo per fare un esempio, che va contro ogni logica e statistica il crollo e la polverizzazione di tre palazzi in acciaio nello stesso giorno e con le stesse identiche modalità. Ma per capire gli eventi dell'11 settembre e il loro significato può essere più produttivo studiare il contesto storico. In questa ottica gli Iceberg esistono e conoscendo le esperienze di chi ci ha avuto a che fare in passato si può anche prevedere la stagione in cui incontrarli e perfino la rotta da essi seguita al fine di evitarli. Nonostante questo però, qualcuno può sempre decidere di ignorarli andandoci a sbattere contro.

Ogni "tassello storico" infatti rappresenta il pezzo di un puzzle che aiuta la composizione del quadro generale permettendo di comprendere eventi altrimenti difficilmente interpretabili se presi singolarmente. E' utile ad esempio conoscere, la storia della famiglia Bush, così come è utile conoscere l'esistenza di un'ideologia che si è concretizzata in un movimento chiamato "Neocon", così come è utile sapere chi è davvero Osama Bin Laden e qual'è stato il suo ruolo e i suoi rapporti negli anni precedenti all'11 settembre. Collegando i punti con una linea, inizia a formarsi un disegno.

In questa ottica c'è un'episodio che si è sviluppato tra il 1963 e il 1967 che può aiutare i ricercatori ad unire nuovi fili: stiamo parlando del: "Rapporto Segreto da Iron Mountain sulla Possibilità e Desiderabilità della Pace".

Si tratta di un libro pubblicato dalla "Dial Press" nel 1967, che ha scatenato un vero putiferio sulla stampa dell'epoca, e un forte imbarazzo nei palazzi del potere a Washington. Ma che cosa conteneva di tanto sconvolgente questo libro?

Era lo studio segreto di un gruppo di 15 esperti in vari campi (politica, sociologia, economia etc.), finanziato dal governo, che in seguito alla crisi di coscienza di uno di loro - un eminente sociologo di una grande università del Mid-West che si fa chiamare John Doe (il nome che viene dato nei documenti di carattere legale alla persona di cui non si conosce il vero nome) - è stato consegnato nel 1965 al giornalista indipendente Leonard C. Lewin, perchè lo facesse pubblicare.

In sintesi questo rapporto arrivava alla conclusione che per garantire la prosperità dell'economia degli Stati Uniti e mantenere un equilibrio nella società e la sopravvivenza dei governi è necessario uno stato di guerra permanente, mentre la pace porterebbe il mondo alla catastrofe. La tesi sostenuta è che i preparativi bellici e la guerra sono culturalmente, psicologicamente e politicamente necessari all'equilibrio mondiale e agli interessi degli Stati Uniti.

Secondo "U.S. News & World Report" (20 Novembre 1967), fonti vicine alla Casa Bianca affermano che dopo la consegna del libro da parte della casa editrice a recensori e funzionari governativi, prima della pubblicazione, sono state diramate istruzioni telegrafiche alle ambasciate statunitensi perchè minimizzassero la discussione pubblica su Iron Mountain, dichiarando la totale estraneità con la politica governativa. Le stesse fonti confermerebbero che lo studio è stato costituito da un alto funzionario dell'Amministrazione Kennedy (lo studio fu commissionato nel 1963), e che la successiva presentazione al presidente Johnson abbia provocato l'immediato ordine di insabbiamento da parte dello stesso.

Molte opinioni allarmate e disparate si sono susseguite nelle alte sfere; da chi bolla il rapporto come l'abile truffa di un mistificatore, a chi teme si tratti di un filone di propaganda filocomunista, a chi, addirittura sostiene trattarsi di un tentativo delle forze di Kennedy per screditare Lyndon Johnson.

Secondo il "The Wall Street Journal" (13 Novembre 1967) si tratta soltanto di un commentario politico analogo a molti altri, usciti di recente e firmati da funzionari della Casa Bianca sotto pseudonimo, che miravano a screditare Johnson. Il giornalista Felix Kessler, autore dell'articolo, ricorda come l'uso di pseudonimi nella pubblicistica politica abbia una storia lunga e insigne e cita, tra gli altri, il caso in cui un articolo sui Vietcong, apparso su una nota rivista e attribuito a George A. Carver Jr., presentato come studioso di politica e esperto di affari asiatici, fosse in realtà un dipendente della CIA che provocò l'aspra critica del senatore Henry Steele Commager, che accusò l'ente governativo di propaganda sleale.

John Leo (New York Times, 5 novembre 1967) si chiede se Iron Mountain, che l'anonimo autore colloca vicino alla città di Hudson, nello stato di New York, sia in realtà lo Hudson Institute dove, sotto la direzione di Herman Kahn, vengono portati avanti studi sui "giochi di guerra" e sulla vita futura per conto del Governo e di altre organizzazioni private. Ma il signor Kahn smentisce categoricamente che il suo istituto sia coinvolto in questa storia.

Una curiosa analogia sta nel fatto che negli stessi anni del rapporto da Iron Mountain un altro gruppo di studio si riunì nel "Centro di Washington per la Politica Estera", producendo un documento destinato "all'Organizzazione per il Controllo degli Armamenti e per il Disarmo", che venne pubblicato il 10 luglio 1966, e in cui si affermava che il piano di disarmo del presidente Johnson avrebbe potuto sconvolgere l'equilibrio mondiale invece di promuovere la pace. Entrambi gli enti hanno in ogni caso negato che quello studio possa aver fornito la base per il Rapporto da Iron Mountain.

Ma oltre alle conclusioni del Rapporto, cosa fu a scatenare un tale putiferio di dichiarazioni sulla carta stampata, che propenderà anche per la tesi di "Un'abile Montatura" e da parte di molti enti governativi che prenderanno imbarazzate distanze dal documento?

Si tratta dei sistemi suggeriti nel rapporto stesso per realizzare ciò che viene auspicato nelle sue conclusioni; vediamone alcuni (New York Times, 20 Novembre 1967):

La fine della guerra comporterebbe automaticamente la fine della nazione-stato;

alcuni rimedi auspicabili come surrogati della guerra per mantenere il controllo e l'equilibrio potrebbero comprendere:

la reintroduzione in una forma sofisticata della schiavitù;

l'invenzione di nemici inesistenti con la pianificazione di minacce credibili, se necessario anche al di fuori del nostro pianeta;

l'avvelenamento deliberato in un modo politicamente accettabile dell'atmosfera e delle fonti d'acqua;

un programma spaziale volutamente dispendioso (non soggetto alle fluttuazioni del libero scambio) e deliberatamente improduttivo con obiettivi irragiungibili;

procreazione controllata da calcolatori;

possibilità di reintroduzione dell'omicidio rituale;

possibilità di genocidio.

Poiché l'efficacia di alcuni di questi metodi verrebbe ad essere gravemente compromessa ed anche annullata dalla consapevolezza pubblica della loro deliberata messa in atto, essi devono essere mantenuti segreti.

"La guerra stessa nel sistema sociale di base, entro il quale altre organizzazioni sociali entrano in conflitto o cospirano, è il sistema che ha governato la maggior parte delle società umane... I sistemi economici, le filosofie politiche e i "Corpora Juris" servono e allargano il sistema basato sulla guerra e non viceversa. Bisogna mettere bene in evidenza che la priorità del potenziale di guerra d'una società sulle sue altre caratteristiche non è il risultato della presupposta minaccia da parte di un'altra società in qualsiasi momento. E' invece l'inverso della situazione di base; le minacce contro l'interesse nazionale sono di solito create o accelerate per andare incontro ai bisogni mutevoli del sistema di guerra..."

La guerra dunque, sintetizza Hoke Norris (Book Week, Chicago Sun Times, 5 novembre 1967), si serve per perpetrarsi di tutti i principali elementi della società; è superiore alla società, all'infuori dei suoi normali controlli... Produce benefici per entrambe le parti... Fornisce i mezzi per l'impiego del surplus; serve da asilo per gli anti-sociali; da lavoro a molta gente eliminando la disoccupazione; riproduce la popolazione; intrattiene; drammatizza la lotta del bene (noi) contro il male (loro); appaga il bisogno ritualistico e tribale del versamento di sangue; preserva i sistemi di classe e tiene unita la nazione.

Il Gruppo, prosegue Norris, non ha saputo trovare un sostituto all'altezza di operare le molteplici funzioni svolte dalla guerra per i suoi appassionati seguaci.

Robert Lekachman (New York Times, 26 Novembre 1967), parlando del rapporto di Iron Mountain afferma: "Tutto ciò è redatto nello stitico linguaggio della commissione pubblica, coscienziosamente libera da personalismi stilistici o da espressioni pittoresche. Il modo è quello tipico del testo partorito da un comitato, il tono naturale di una società burocratica contemporanea."

Eccoci dunque tornati ai nostri Iceberg in navigazione come mine vaganti; ai nostri puzzle ai quali manca sempre il pezzo che cerchiamo ma se ne trovano altri che aiutano a comporre il quadro, e a un mondo che sembra aver proceduto a colpi di burle come chi è convinto che questa sia la vera essenza del rapporto da Iron Mountain; perchè le cospirazioni non esistono ed è per questo che dovrebbe apparire chiaro come il sole che il Vajont è stato una disgrazia, Ustica un cedimento strutturale, Kennedy l'attentato di un folle, l'11 settembre l'opera del fondamentalismo islamico e...

Avete tempo? La lista è lunga.

Federico Povoleri (Musicband)


NOTA AGGIUNTIVA: Nel 1972 il giornalista Lewin ammise di essere stato lui l'autore del controverso rapporto. Rimane interessante l'imbarazzo provocato negli ambienti governativi alla sua uscita e il fatto che il rapporto anche dopo l'ammissione del falso d'autore abbia continuato a far parlare dei suoi contenuti. Ecco alcuni interessanti articoli sull'argomento:

http://www.philipcoppens.com/ironmountain.html

http://www.theforbiddenknowledge.com/hardtruth/iron_mountain.htm

http://www.mega.nu:8080/ampp/ironmtn.html

 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2225


Distrutto dal carcere preventivo, dissidente rinuncia all’appello
Guo Feixiong, noto dissidente cinese in detenzione preventiva da 14 mesi, ha deciso di rinunciare al processo di appello perché fisicamente e psicologicamente distrutto dal trattamento subito in carcere. Hu Jia denuncia: il governo vuole fare di lui un caso esemplare, per intimidire tutti gli altri dissidenti.

Pechino (AsiaNews) – Guo Feixiong, noto dissidente cinese in detenzione preventiva da 14 mesi, ha deciso di rinunciare al processo di appello contro la condanna a cinque anni di carcere emessa contro di lui la scorsa settimana. Lo hanno annunciato sua moglie ed il suo legale, che sottolineano come “il peso psicologico e fisico di questi 14 mesi lo ha distrutto del tutto”.
 
La Corte distrettuale della metropoli meridionale di Guangzhou ha condannato lo scorso 14 novembre Guo – noto anche come Yang Maodong, avvocato che ha sempre operato in difesa dei diritti umani – a cinque anni di galera e ad una multa di 40mila yuan (circa 4mila euro) perché “ha condotto affari illegali”. L’affare illegale di cui è stato riconosciuto colpevole è in realtà un giornale, il Shenyang Political Earthquake [il “Terremoto politico di Shenyang” ndr], pubblicato dall’attivista, che ha più volte denunciato la corruzione dei quadri comunisti della provincia del Liaoning.
 
Il processo contro l’attivista è iniziato il 9 luglio scorso, ma la Corte ha chiesto diversi mesi di proroga per “trovare prove” contro di lui. Secondo la legge cinese, un procedimento non può durare più di sei settimane.
 
Yang è in carcere sin dal settembre del 2006. L’avvocato è noto per aver offerto aiuto legale gratuito agli abitanti del piccolo villaggio di Taishi, vicino alla città di Yuwotou, nel Guangdong meridionale. Questo paese, di circa 2mila abitanti, è divenuto famoso in Cina e nel mondo per le proteste nate alla fine dell'aprile 2005, quando Chen Jinsheng, alto dirigente del Partito comunista, viene rieletto capo villaggio - carica simile a quella di sindaco - nonostante le accuse di appropriazione indebita e malversazione mosse contro di lui dagli abitanti. Il 28 luglio una petizione al governo locale denuncia brogli elettorali, ls gente del villaggio accusa Chen di appropriazione di denaro pubblico e ne chiede la rimozione.
 
Il 29 luglio inizia una protesta pacifica, con scioperi della fame e blocchi stradali. Nei tre mesi successivi le autorità locali fanno intervenire la pubblica sicurezza che spara con cannoni ad acqua contro la folla ed arresta i dimostranti. Vengono pagati sicari che percuotono gli attivisti, i legali e i reporter stranieri. Le autorità rigettano la petizione, poi annunciano che è stata accolta, ma subito dopo comunicano che la protesta è finita.
 
Mo Shaoping, il suo avvocato, dice: “Guo mi ha detto di essere molto provato da questa vita di incertezze, e non crede di poter reggere ancora il regime imposto dal carcere preventivo. Ha preso questa decisione non perché ammette la sua colpa, ma soltanto per protesta contro il sistema legale cinese”.
 
Secondo l’attivista Hu Jia, “questo modo di trattare il caso Guo serve da avvertimento per gli altri dissidenti. Lo hanno costretto a subire tutto questo perché è molto amico dell’avvocato Gao Zhisheng, anche lui in carcere, e perché si è permesso di difendere i contadini di Taishi. Le autorità vogliono dare una lezione a tutti gli attivisti”.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10886&size=A

Iran: la questione curda è insufficiente per avvicinarsi ad Ankara

Le recenti azioni e i proclami del governo di Teheran hanno rilanciato la questione curda iraniana

L’esecutivo, infatti, ha deciso in più di un’occasione la chiusura delle frontiere con il Kurdistan iracheno per motivi di sicurezza e molteplici sono stati i proclami del Presidente Ahmadinejad sulla minaccia della minoranza curda in Iran e dell’eventuale creazione della “nazione curda”. Le azioni del governo iraniano sono dirette principalmente contro il Partito Curdo della Libertà (conosciuto con l’acronimo curdo PJAK). Il PJAK è stato creato dopo la caduta di Saddam Hussein sotto l’influenza del PKK, raggruppa i soggetti più estremisti delle altre fazioni ed anche membri delle guerriglie curde irachene.

Tale fazione si è proposta come riferimento per un’eventuale politica statunitense di destabilizzazione ma il suo carattere eccessivamente radicale ha spinto Washington a rifiutare ogni tipo di contatto, almeno per via diretta, temendo di compromettere gli sforzi in corso in Iraq e i dialoghi strategici con la Turchia. Proprio la Turchia è l’obbiettivo di Teheran, che mira ad un incremento ed estensione della cooperazione, e proprio sulla centralità della questione curda per Ankara l’Iran si confronta con gli USA, messi in difficoltà dalle recenti azioni del PKK di stanza nel Kurdistan iracheno. La pericolosità del PJAK per Teheran può essere rilevante soltanto in una prospettiva futura considerando il grado di repressione che l’Iran ha costantemente esercitato e il debole appoggio esterno al movimento, viste le nuove priorità turco-irachene del PKK. La strategia politica iraniana al riguardo è dunque quella di una strumentalizzazione della problematica curda per indurre Ankara a cercare l’appoggio di Teheran in quanto soggetto sensibile alla questione. L’ampia disponibilità che gli Usa hanno dimostrato alla Turchia per risolvere la crisi degli attacchi del PKK e la presenza di un Kurdistan iracheno maggiormente autonomo hanno, però, vanificato gli sforzi iraniani. L’eventuale rilancio di Teheran agli occhi di Ankara sembra essere dunque subordinato all’efficacia della gestione statunitense della tensione tra Kurdistan iracheno, PKK e Turchia.

Alessio Orlando
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31003


Kosovo: modellistica


Il settimanale belgradese “Vreme” ripercorre le tappe recenti dei negoziati sul Kosovo, prendendo in esame l’analisi di tre modelli comparati, Honk Kong, Isole Aland, autonomia sostanziale del Kosovo, quest'ultima presentata dal team serbo. Nostra traduzione
Di Milan Milošević, 22 novembre 2007, Vreme (tit. orig. Olandski argument)

Traduzione a cura della redazione


Prima del viaggio a Bruxelles, per il quinto round dei colloqui sul Kosovo del 20 novembre, il presidente serbo Tadic e il premier Kostunica sono giunti a conoscenza del fatto che all’incontro del Consiglio dei ministri dell’UE, previsto per lunedì prossimo a Bruxelles, sarà chiesto un approccio più flessibile ai negoziatori di Belgrado e Pristina; che i ministri europei appoggeranno gli sforzi della Troika, e soprattutto del loro inviato Wolfgang Ischinger, il quale la scorsa settimana ha cercato di assicurarsi il sostegno diplomatico a Washington e New York per la sua proposta di uno status neutrale del Kosovo.

Secondo questa proposta, definita da alcuni come un’“indipendenza rinviata” Belgrado non si dovrà immischiare sulla questione Kosovo e la Serbia e gli albanesi kosovari - a prescindere dalla soluzione dello status del Kosovo - dovrebbero collaborare e consultarsi sul commercio, l’economia, l’ecologia, la lotta alla criminalità organizzata, il ruolo della minoranza serba, il patrimonio culturale, le frontiere comuni…

Il ministro serbo per il Kosovo e Metohija Samardzic e membro del team negoziale di Belgrado ha rigettato questa proposta (senza aspettare che venisse presentata a Belgrado), dicendo che si basa sull’accordo del 1972 sui due stati tedeschi indipendenti, questione che esula dal mandato di Ischinger.

Il premier Kostunica due giorni prima della partenza per Bruxelles, domenica 18 novembre, ha dichiarato che la proposta dell’ambasciatore Ischinger è solo un altro nome da dare all'indipendenza, motivo per cui la Serbia non la accetterà. Egli ha precisato che nelle proposte dei mediatori è stata ispezionata l’indipendenza limitata, poi la confederazione, e poi delle variazioni sul modello delle due Germanie, per concludere con lo status neutrale, ma ora è tempo che i mediatori internazionali propongano una qualche forma di autonomia sostanziale.

La proposta sullo status neutrale non è stata presa in considerazione nel round di Bruxelles, perché non è ancora stata accolta dalla Troika di mediatori, e Ischinger alla vigilia dei colloqui di Bruxelles ha detto che adesso dovrà discuterne con Vizner e Harcenko.

Modelli comparati

In Serbia alcuni media hanno erroneamente riportato che Belgrado dopo la proposta “Hong Kong” ha avanzato una nuova proposta “alandese”, ma il team negoziale della Serbia a dire il vero ha presentato un’analisi comparata di tre esempi di autonomia sostanziale:

a) lo status speciale di Honk Kong, (dal 1° luglio 1997, quando per l’accordo del 1984 Honk Kong dopo 155 anni di potere coloniale britannico, è tornata sotto la sovranità della Cina) come Regione ad amministrazione speciale abitata da cinesi;

b) lo status speciale del Territorio delle isole Aland, secondo la Convenzione della società delle Nazioni del 1921 sulla defortificazione e neutralizzazione delle isole finlandesi abitate dagli svedesi, dopo la petizione per l’annessione alla Svezia del 1917, che è stata firmata dal 96,2 percento della popolazione adulta;

c) e la proposta belgradese sull’autonomia sostanziale del Kosovo e Metohija, con scadenza a 20 anni. Dicono di aver cercato di dimostrare che la soluzione proposte da Belgrado (autonomia sostanziale garantita internazionalmente) possa essere funzionale. È stata permessa la possibilità di potere combinare alcuni elementi di queste proposte. Pristina, secondo le parole di Tadic, Kostunica e Samardzic ha rifiutato di dialogare su questa proposta, ha ripetuto la richiesta che i colloqui riguardino le relazioni fra due stati indipendenti; hanno calcolato che gli giova di più aspettare che non discutere.

Il sesto round si terrà dal 26 al 28 novembre a Baden presso Vienna.

Intanto trascorrono giorni difficili non solo per la Serbia (così il presidente Tadic all’Accademia Serba delle Arti e delle Scienze), durante i quali si decide se si divideranno le competenze o il territorio, aumentano le speculazioni sulla possibile data in cui Washington potrebbe appoggiare l’indipendenza del Kosovo, e per adesso si fa riferimento a gennaio.

Si parla di un congelamento del conflitto per 12 anni, sono state fatte speculazioni anche su una qualche soluzione giuridica, secondo la quale la missione europea partirebbe con uno stiracchiato riferimento alla Risoluzione 1244, e poi ci sono quelli che dicono che l’UE ha abbandonato questa posizione e che è sempre più vicina al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, ma secondo le informazioni attuali, è ancora lontana dall’unitarietà: il rapporto tra indipendentisti e legalisti all’interno dell’UE è di 20 a 7.

Per quanto concerne le elezioni kosovare appena concluse a Belgrado l’attenzione è rivolta a cosa farà il vincitore delle elezioni, Hashim Thaci. Dopo le dichiarazioni secondo le quali potrebbe proclamare subito dopo il 10 dicembre l’indipendenza, e gli avvisi degli europei a non aver fretta di farlo, di non proclamare l’indipendenza prescindendo dalla comunità internazionale (Bilt), Thaci ha rilasciato alcune dichiarazioni dalle quali si può desumere che forse aspetterà il “semaforo verde” da Washington. Dopo l’incontro con i mediatori della Troika e Solana, anche il presidente del Kosovo Sejdiju ha dichiarato che sono pronti per l’indipendenza ma che le mosse future saranno coordinate con la comunità internazionale.

Si chiedono pressioni

Ischinger ha dichiarato di aver chiesto alla Russia di esercitare pressioni sulla Serbia, ma il ministro degli Affari Esteri russo Lavrov, la scorsa settimana a Lubiana, ha dichiarato che non si possono esercitare pressioni né su una né sull’altra delle parti in causa quando non esistono alternative. A Belgrado si cita Lavrov, il quale afferma che la Russia in Europa già intravede il timore delle conseguenze che potrebbero esserci nella regione, in particolare in Macedonia e in Bosnia Erzegovina, a seguito di una proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo.

Il ministero russo degli Affari Esteri ha avvertito, a seguito della visita a Mosca del ministro serbo degli Esteri Jeremic, che gli scenari di un’auto-proclamazione d’indipendenza provocherebbero una nuova spirale di violenza nei Balcani. Dalle capitali occidentali arriva sempre la stessa risposta: il Kosovo è un caso unico.

[...]

Dopo le notizie sugli scontri in Macedonia e le notizie dell’Associated Press sull’apparizione di membri armati dell'Esercito nazionale albanese (ANA), il capo di Stato maggiore dell’esercito serbo Ponos, il 14 novembre scorso, ha chiesto agli interlocutori del Comitato militare del partenariato euroatlantico a Bruxelles che la KFOR faccia i passi necessari e impedisca le attività di gruppi estremisti in Kosovo e Metohija. Il ministro della Difesa Sutanovac ha dichiarato a Podgorica che il segretario generale della NATO Jaap de Hop Scheffer e il comandante della sezione meridionale dell’Alleanza in Europa, generale Urlih, gli hanno dato garanzie sul fatto che la KFOR sta controllando la situazione e che non si arriverà all’escalation di violenze in Kosovo…

I tre modelli: competenze

Regione ad amministrazione speciale Hong Kong (HK)

Competenza esclusiva della Cina: politica estera, difesa, controllo legislativo;

Competenza esclusiva di Hong Kong: tutto il resto.

Autonomia speciale del Territorio delle isole Aland

Competenza esclusiva della Finlandia: politica estera, difesa, politiche migratorie, politica fiscale, controllo legislativo;

Competenze divise: commercio estero, diritto penale e del lavoro, sanità;

Politiche di collaborazione: protezione civile;

Competenza esclusiva delle Isole Aland: cittadinanza domiciliare, ordine pubblico e sicurezza, introduzione di tasse aggiuntive e comunali, contratti collettivi per i lavoratori delle Isole Aland, pianificazione territoriale, difesa ambientale, difesa del patrimonio storico e culturale, educazione.

Autonomia sostanziale del Kosovo e Metohija (KiM)

Competenza riservata alla Serbia: politica estera, controllo delle frontiere, difesa dell’eredità culturale e religiosa serba;

Difesa: competenza riservata alla Serbia che non viene applicata al KiM;

Politiche di collaborazione: politica monetaria, politica doganale;

Competenza esclusiva del KiM: tutto il resto (bilancio, politica economica, agricoltura, media, educazione, difesa ambientale, gioventù, sport, politica fiscale, affari interni, sanità, settore energetico, infrastrutture, impiego).

Tre modelli: divisione dei poteri

Hong Kong

- Honk Kong ha il potere legislativo negli ambiti di competenza esclusiva, ma il Congresso nazionale cinese può cancellare le leggi adottate dal Consiglio legislativo di Hong Kong;

- la Cina partecipa all’elezione del capo del territorio e del governo;

- Hong Kong ha un sistema giudiziario indipendente .

Isole Aland

- le Isole Aland hanno un parlamento e un governo;

- il governatore delle Isole Aland rappresenta la Finlandia, lo nomina il capo dello stato in accordo con il presidente del parlamento delle Isole Aland;

- la Delegazione delle Isole Aland è un organo comune della Finlandia e delle Isole Aland, risolve un determinato numero di controversie;

- il parlamento delle Isole Aland ha il potere legislativo sulle competenze esclusive;

- il ministero della Giustizia finlandese, la delegazione delle Isole Aland e il presidente della Finlandia partecipano al controllo legislativo.

KiM

- Il KiM autonomamente sceglie e amministra le proprie istituzioni: la Serbia non si immischia;

- il KiM ha il potere legislativo negli ambiti di competenza esclusiva del KiM e in altri casi approvati mediante accordo; la Serbia non può modificare e cancellare le leggi del KiM;

- il KiM ha il potere esecutivo;

- il KiM ha un sistema giudiziario indipendente competente per le controversie di competenza esclusiva del KiM e di altri casi approvati mediante accordo;

Periodo di transizione: controllo UE; giudici internazionali.

Tre modelli: affari esteri

Hong Kong

- la Cina è un soggetto del diritto internazionale;

- Negli ambiti di competenza esclusiva, Hong Kong negozia sugli accordi con gli altri stati e le organizzazioni internazionali;

- Hong Kong ha relazioni economiche internazionali autonome (commerciale, finanziaria e monetaria), del traffico, delle comunicazioni, turistiche, culturali e sportive;

- Negli ambiti di competenza della Cina, Hong Kong non è compreso nei negoziati e nella preparazione degli accordi;

Hong Kong ha 33 rappresentanti commerciali o economici nei paesi di proprio interesse;

- Hong Kong è membro delle iniziative regionali e delle organizzazioni internazionali che consentono territori non sovrani;

- La Cina offre una difesa consolare e diplomatica a tutti i cittadini;

- Il ministero degli Affari Esteri ha un ufficio per le relazioni a Hong Kong;

- lo status delle rappresentanze diplomatico-consolari straniere a Kong Kong: fino al livello del consolato generale.

Isole Aland

- la Finlandia è un soggetto del diritto internazionale

- Il governo delle Isole Aland può proporre negoziati su determinati accordi al governo statale;

- Il governo delle Isole Aland viene informato sugli accodi internazionali che riguardano le competenze dell’Isole Aland;

- Se esiste un motivo particolare, il governo delle Isole Aland può partecipare ai negoziati della delegazione finlandese.

KiM

- La Serbia è un soggetto del diritto internazionale;

- Negli ambiti di esclusiva competenza del KiM, il KiM negozia gli accordi con altri stati e organizzazioni internazionali, ma prepara gli accordi in consultazioni con la Serbia. La Serbia formalmente sottoscrive gli accordi con la firma del KiM. Nel caso di richiami alla Serbia alla responsabilità per inadempimento degli impegni internazionali di competenza del KiM, il KiM risponde alla Serbia;

- Negli ambiti riservati alla competenza della Serbia, i rappresentanti del KiM sono coinvolti nei negoziati e nella preparazione degli accordi che la Serbia sottoscrive;

- Il KiM ha una rappresentanza commerciale ed economica nei paesi di proprio interesse;

- Il KiM è membro delle iniziative regionali e delle organizzazioni internazionali che consentono territori non sovrani;

- La Serbia offre una difesa diplomatico-consolare a tutti i cittadini, gli uffici per gli affari consolari del KiM sono nelle rappresentanze diplomatico-consolari della Serbia;

- Il ministero degli Affari Esteri ha un ufficio per le relazioni in KiM;

- Lo status delle rappresentanze diplomatico-consolari straniere a Pristina: fino al livello del consolato generale… http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8587/1/45/


novembre 24 2007

Traslochi della politica

senato romano 


Berlusconi, ieri sera, da Ferrara, ha spiegato il suo personale metodo per capire gli umori delle folle: è andato al Bagaglino e qui, osannato dal pubblico, ha scoperto che lì dentro solo tre persone avevano votato per il Centrosinistra.

Sospetto che il suo progetto di riforma costituzionale prevedrà lo spostamento della sede del Senato: da Palazzo Madama al Salone Margherita.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/


Movimentismi maoisti

Sorprende sempre di più che, nell'eccitazione di questi giorni sulla nuova mossa peronista populista del belusca, tutti si ingegnino a disegnare scenari del tipo "azione-reazione"; Allora Veltroni fa questo; poi Prodi fa quest'altro. Allora poi Fini. E quindi poi Casini. E quindi così poi il berlusca. Etc etc.
Tutti si dimenticano che c'è un modo semplicissimo per impedire ad una persona di farti l'agenda. Il modo si chiama "do nothing": quando uno ti martella e ti tartassa e cerca di muovere le pedine sulla scacchiera, si può anche stare lì a guardarlo aspettare la tua mossa; e non farla la mossa che lui ti ha dettato.
Semplicemente continuare a governare, fare le riforme, rimettere a posto le leggi deturpate da cinque anni di governo peronista. Perchè in una maratona vince chi ha passo, non chi fa lo scatto.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Dove vanno i quotidiani (e il Corriere)

Per capire dove va l'editoria si deve guardare al Corriere della Sera. Perché, al di là della gara di leadership con Repubblica, è la testata italiana più antica e "autorevole". L'universo Corriere ha appena subito un restyling di un certo rilievo. Ha perso tre centimetri, nella speranza di diventare più maneggevole, ha alleggerito la grafica e abbreviato gli articoli. Se l'obiettivo era quello di stare al passo con i nuovi media, allora si può dire già che è fallito. Perché, ovviamente, con i nuovi media non si può stare al passo. Li si può contrastare, battendoli su un altro terreno, quello dell'autorevolezza e dell'approfondimento. Strada che il Corriere ha scelto di non battere, scimmiottando la free press con articoli brevi (ma perché allora devo spendere un euro) e dando scarso o nullo rilievo alle foto che, vedi Guardian e dintorni, sono una risorsa importante del nuovo giornalismo. Effetto collaterale grave della nuova grafica, l'invadenza della pubblicità. Non perché sia variato di molto il carico (circa la metà dello spazio). Ma perché la frammentazione degli articoli, il minor piombo in pagina, gli spazi bianchi aumentati, hanno messo in primo piano i monoblocchi a colori della pubblicità che spesso spiccano a prima vista in pagina e intorno ai quali, metaforicamente, passa l'articolo. Il giornalismo come contorno al piatto principale, la pubblicità. Del resto l'invadenza del marketing è spiegata, se non giustificata, dall'imminente crollo della stampa quotidiana tradizionale. Prendiamo il Corriere: in calo costante di copie, con un'età media dei lettori avanzatissima, ha visto anche il clamoroso crollo dei collaterali, meno venti per cento in un anno.
Non va meglio il panorama collegato al Corsera. Il nuovo Magazine di Di Piazza ha cambiato copertina, più pesante e verniciata, e ha raccattato firmoni dal Corsera, senza guadagnarne molto in freschezza. Il sito Internet macina introiti pubblicitari, ma sconta un'arretratezza degli uomini non meno che delle macchine (due blackout di molte ore in pochi giorni hanno fatto crollare gli accessi). Resta un Vivimilano rinnovato e molto bello, che però non può fare la differenza.
Come si possa fare fronte a un pubblico e a un mercato che cambiano a ritmi vertiginosi, è cosa che nella carta stampata nessuno ha ancora capito. Salvo che, come dimostrano Giornale e altri quotidiani, la cassa integrazione incombe. Gli editori non hanno più molta voglia di rimetterci danaro. E a poco a poco anche il Potere dei quotidiani, inteso come capacità di influenzare la politica e la società, potrebbe venire meno. A quel punto, la marginalizzazione dei quotidiani sarà completata ed entraremo in una nuova era, di cui per ora si intravvedono solo i contorni. http://stamparassegnata.splinder.com/


PIL: GIOVANNINI (OCSE),POCA CRESCITA E SPAGNA RAGGIUNGE ITALIA

(AGI) - Roma, . - La ‘profezia’ di Zapatero si e’ avverata: la Spagna ha praticamente raggiunto il pil pro-capite dell’Italia. Tra il 2002 e il 2005 il reddito pro-capite degli italiani (calcolato a parita’ di potere d’acquisto) e’ diminuito rispetto a quello medio dei Paesi OCSE, mentre quello degli spagnoli e’ rimasto costante. E se si proietta questa tendenza al 2006, si puo’ desumere che siamo alla pari.
A indurre ad una riflessione sulla flessione del reddito reale degli italiani - e dei loro consumi - e’ stato Enrico Giovannini, direttore del servizio statistico dell’Ocse, nell’ambito di un incontro di studio su “Corte dei Conti-Media-opinione pubblica, per una corretta informazione istituzionale”. Giovannini nel suo intervento (Come valutare il progresso di un Paese), si e’ soffermato su una tabella contenuta nell’ultimo documento dell’Ocse che mette a confronto pil e consumi pro-capite dei 30 Paesi, calcolati tenendo conto del livello dei prezzi di ciascun paese, cioe’ a parita’ di poteri d’acquisto. “Nel 2002, fatto 100 il pil pro-capite dell’area Ocse, l’Italia segnava 105: cioe’ 5 punti sopra” ha spiegato Giovannini. “Nel 2005 tale indice e’ sceso a 96, con una perdita di 9 punti in tre anni. Nello stesso periodo i consumi pro capite sono passati da quota 100 del 2002, a quota 93 del 2005. La Spagna, per citare un esempio, era a livello 94 nel 2002 per il pil pro capite ed ha mantenuto lo stessa posizione nel 2005. I consumi pro capite degli spagnoli hanno registrato una flessione di 3 punti: da quota 94 a 91.
“Se fa un certo effetto vedere che la Spagna abbia di fatto raggiunto il pil pro-capite dell’Italia come il suo leader, Jose Luis Zapatero, aveva promesso poco dopo il suo insediamento - prosegue Giovannini - ben maggiore allarme dovrebbe suscitare la constatazione che la riduzione dei 9 punti del pil pro capite e’ il risultato di anni di mancata crescita. Se ogni anno l’economia ristagna, se le percentuali di incremento del prodotto interno lordo restano intorno allo zero, succede che poi una mattina ci si sveglia e si scopre che gli italiani sono diventanti piu’ poveri degli spagnoli. La scienza statistica non e’ fatta di numeri fini a se stessi, ma e’ uno strumento di analisi e comprensione della societa’. La sensazione che molti italiani riferiscono e’ che negli ultimi dieci anni sia diventato piu’ difficile mantenere il proprio livello di vita, salvo poi accanirsi contro un’inflazione ‘percepita’ che sembra prosciugare le tasche dei cittadini. Ebbene questi dati indicano la vera causa di tutto cio’, cioe’ una prolungata stagnazione nella prima meta’ degli anni 2000, registrata nelle tabelle dell’Ocse. E’ di questo che ci si deve preoccupare ed a questo che occorre reagire”, ha concluso Giovannini. (AGI)
http://www.statistiche-oggi.it/archives/0006274.html


L'Africom cerca casa ma trova l'ennesimo rifiuto

 

Il comando regionale statunitense in Africa, l’Africom, è senza casa. Gli Stati uniti, alla ricerca di un paese che opsiti la loro base sul continente africano, devono fronteggiare l’ennesimo rifiuto. Dopo il Sudafrica e la Libia è la volta Nigeria, che tramite il suo governo, ha fatto sapere che non permetterà l’installazione di una base militare straniera sul proprio territorio. Nel corso di un incontro del Consiglio nazionale di stato, il presidente Umaru Yar’Adua ha anche dichiarato che il paese era contrario all’installazione di questa base nell’Africa occidentale. La settimana scorsa il segretario di stato John Negroponte aveva incontrato diversi capi di stato africani per tentare di smorzare le preoccupazioni suscitate dall’Africom e ribadire che la base non mira alla militarizzazione del continente ma a consolidare e riunire le operazioni che già esistono sotto un unico comando. A quanto pare non è riuscito a convincere il gigante petrolifero, convinto come altri paesi che la base sia un tentativo di proteggere gli interessi statunitensi sulle risorse africane, nella corsa contro la Cina.
A questo punto, l’unico paese pronto ad accogliere il comando statunitense è la Liberia.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/11921


Epopea partigiana

scrive Andrea Rossini

Giacomo Scotti (foto L. Zanoni)
Dalla memoria della Jugoslavia socialista alla memoria delle guerre degli anni '90: intervista allo storico, poeta e scrittore fiumano d'adozione Giacomo Scotti
Come veniva ricordata la seconda guerra mondiale nel periodo della Jugoslavia socialista?

Lo slogan e la politica del dopoguerra erano quelli del “Bratsvo i Jedinstvo”, Fratellanza e Unità. E' su questa linea che Tito ha cercato un modo per uscire dagli orrori di una guerra che non era stata solo di liberazione ma anche guerra civile, oltre che naturalmente una battaglia di ideali.

Se ad esempio facciamo il confronto con le guerre che sono venute dopo lo sgretolamento della Jugoslavia, fra croati e serbi oppure in Bosnia tra serbi da una parte e croati e musulmani dall'altra, ma anche di croati contro musulmani, vediamo che nessuna di quelle parti, né i croati di Tudjman né i musulmani di Izetbegovic o i serbi di Mladic avevano degli ideali. I partigiani hanno combattuto per un ideale. È stata una guerra che dava la prospettiva di una società migliore e più giusta per tutti. Ma quali ideali hanno avuto Mladic, Tudjman e gli altri? Soltanto quello di ammazzare, di fare pulizia etnica, di cacciare il nemico che poi era il fratello che parlava la stessa lingua ma aveva una religione diversa.

Il fatto che nel periodo socialista la seconda guerra mondiale non venisse ricordata anche come guerra interetnica può aver contribuito alle guerre degli anni novanta? E' valida la teoria secondo cui sono rimaste delle pagine bianche, non scritte, che hanno potuto essere riempite in fretta dai nazionalisti?

Senz'altro sono rimaste delle pagine vuote, si cercava anche di idealizzare la storia... Per forza, se si cominciava a parlare di quello che avevano fatto gli ustascia si veniva a criminalizzare un intero popolo, il popolo croato; se si parlava troppo delle stragi fatte dai cetnici si metteva sul banco d'accusa e si criminalizzava il popolo serbo, e così via. Si è cercato di attutire queste cose affinché almeno le giovani generazioni non crescessero in questo odio.

Però c'è un altro fatto, emerso dopo la morte di Tito, che ha portato allo sfacelo e alla guerra. In Croazia, Tudjman ha fatto rientrare in patria più di mille ustascia, e tra loro c'erano alcuni tra i più incalliti criminali che si erano macchiati di sangue. Ha fatto ambasciatore della Croazia in Argentina uno che era ricercato come criminale di guerra dalle Nazioni Unite. Per non parlare di Gotovina, che era ufficiale della Legione Straniera. Questi credevano di poter di nuovo creare uno Stato basato sul nazionalismo più sfrenato.

Dopo la morte di Tito sono tornati di nuovo i fantasmi del passato, l'emigrazione ustascia e cetnica dall'Argentina e dall'Australia, approfittando di un clima di democrazia che si era già instaurato negli ultimi anni di vita di Tito e in quei dieci anni dopo la sua morte, dal maggio '81 all'aprile del '91. Sono stati dieci anni di guerra mass-mediologica che hanno creato il terreno per queste nuove guerre.

Uno degli elementi di questa battaglia mass-mediologica è stato quello della memoria di Jasenovac: c'è stata una forte polemica sulle cifre delle vittime del famigerato campo di sterminio ustascia, e questo è stato uno dei terreni di scontro tra le forze nazionaliste...

Nella storiografia ufficiale jugoslava, che si studiava nelle scuole, si parlava di 700-800 mila vittime a Jasenovac, che era il simbolo di tutto il complesso concentrazionario della seconda guerra mondiale. Jasenovac era il fulcro di tutto questo, ma c'erano anche Stara Gradiska, Pago, una trentina di campi...

Il primo a lanciare una cifra al ribasso era stato proprio Tudjman. Dopo che Tito lo aveva messo a riposo cacciandolo dall'esercito, lui era generale, gli aveva dato il posto di direttore dell'Istituto storico di Zagabria, così che per una decina di anni Tudjman ha fatto lo storico pubblicando varie cose. Tra le prime cose che ha pubblicato c'era uno scritto secondo cui a Jasenovac non ci sarebbero stati più di 40 mila morti. A parte il fatto che fossero anche stati 40 mila era già una cifra enorme, era comunque una corsa al ribasso. Oggi gli studiosi più seri parlano di 80-90 mila vittime di Jasenovac. Il fatto è questo, che a Jasenovac si mandavano le persone proprio per eliminarle fisicamente. Mentre i nazisti nei campi di sterminio utilizzavano le camere a gas, qua a Jasenovac camere a gas non ce n'erano. Solo nel febbraio-marzo del '45, quando ormai tutto già stava crollando, fu chiamato un ingegnere italiano, un friulano, per costruirne una. Che poi non fu realizzata. E il modo di ammazzare la gente, e ne ammazzavano a centinaia ogni giorno, era il più brutale. Venivano uccisi con le mazze di ferro, squarciati, scannati con i pugnali, le cose più barbare. Questo è stato il regime fascista. E bisogna ricordare che le stragi si ripetevano, non c'era soltanto Jasenovac. Le stragi sono state dappertutto.

Il cosiddetto Stato Indipendente di Croazia, cioé lo Stato ustascia, creato tra l'altro da Mussolini, non dimentichiamolo, comprendeva tutta la Bosnia Erzegovina. È vero che Pavelic aveva dovuto cedere con gli accordi di Roma del maggio '41 gran parte dei territori del Gorski Kotor alla provincia di Fiume, gran parte della Dalmazia era stata ceduta all'Italia per creare le nuove provincie di Zara, di Spalato, delle Bocche di Kotor. Ma lui è stato poi premiato e gli è stata data l'intera Bosnia Erzegovina, quindi fino a Foca era Stato ustascia. E in questo territorio immenso gli eccidi sono stati giornalieri. E con queste stragi si arriva sì a 800 mila vittime degli ustascia. Se noi consideriamo simbolicamente tutte queste vittime come un grande Jasenovac, ci arriviamo. Quindi non sarebbero vere né le 40 mila vittime menzionate da Tujdman, né le 80 mila, anche se credo che questa cifra per quanto riguarda soltanto il campo di Jasenovac si avvicini alla verità.

Purtroppo c'è stato anche un periodo in cui il direttore di quel campo era un frate francescano, lo chiamavano fra Diavolo: fra Majstorovic, un croato della Erzegovina...

Qual è stato il ruolo della Chiesa cattolica nel periodo del cosiddetto Stato Indipendente di Croazia?

Adesso hanno beatificato Stepinac, l'allora primate della Chiesa cattolica croata e arcivescovo di Zagabria. Ma io non credo che lui non fosse al corrente delle stragi che si compivano ogni giorno a cominciare dall'aprile del 1941. Non credo che non fosse a conoscenza del fatto che centinaia di frati francescani, di semplici sacerdoti, erano diventati leader ustascia. La Chiesa cattolica in Croazia ha scritto pagine nere, e Stepinac era il capo di questa Chiesa.

Ma da un punto di vista storico è corretto sostenere che lui fosse direttamente coinvolto in Jasenovac?

Ha taciuto e comunque non si è ribellato a quei massacri, e fino alla fine del '45 non ha fatto che osannare in tutte le sue missive, in tutti i suoi discorsi, il regime di Pavelic. Non dico che abbiano fatto bene a condannarlo, dopo la fine della guerra. Ma non si può fare santo una persona che... Si è comportato da fascista insomma, ecco tutto.

Un Memoriale a pochi chilometri da Jasenovac che rappresenta un altro tassello importante della memoria della Seconda Guerra Mondiale in Jugoslavia è quello di Mrakovica, sul Kozara, presso Prijedor. Qual è stata la storia del Kozara?

Il monte Kozara non è una grande montagna, da Prijedor si può raggiungere senza inerpicarsi troppo, è un vasto altipiano, che era diventato sede di una piccola repubblica partigiana. L'esercito croato ustascia lo aveva circondato insieme ai tedeschi, conducendo un'operazione a vasto raggio per eliminare questa sacca [di resistenza]. Dalle cittadine come Prijedor e altre alle pendici del Kozara tutta la popolazione, in gran parte musulmana, si era rifugiata sulla montagna. Man mano poi il cerchio si strinse, i partigiani combatterono strenuamente per giorni e settimane poi non ce la fecero più e sacrificando brigate andarono all'assalto del cerchio sfondando in un punto. Attraverso questa breccia alcune migliaia di partigiani insieme con una piccola parte di civili riuscirono a mettersi in salvo. Naturalmente ci furono enormi perdite.

Dopo questo, gli ustascia raccolsero tutta la popolazione civile che avevano trovato su questo altopiano, che non era riuscita a seguire i partigiani e a mettersi in salvo, per lo più vecchi, donne e bambini, e li portarono via. I bambini li affidarono a istituti religiosi, ma anche a civili, li fecero battezzare alla religione cattolica e gli altri li misero nel campo di Jasenovac e in altri, a Stara Gradiska c'era ad esempio gran parte delle donne. In questo senso sono collegati Jasenovac e Kozara perché appunto gran parte della popolazione civile caduta in mano agli ustascia e ai tedeschi finì a Jasenovac.

Un'altra battaglia che ha assunto grande importanza nella memoria della Jugoslavia socialista è quella della Sutjeska. Uno dei più importanti film della cinematografia jugoslava è dedicato a questo episodio, così come un'imponente area monumentale frequentata da migliaia di studenti jugoslavi. Qual è stato il significato di quella battaglia?

Insieme all'aspetto militare e strategico, straordinario, c'era l'aspetto morale, il grande eroismo di questi uomini. Quella [della Sutjeska] è stata definita la battaglia per i feriti e quindi rappresentava un grande valore morale che era giusto far conoscere alle nuove generazioni. Tito si portava dietro circa 4.000 feriti e ammalati di tifo. Sarebbe stato facile abbandonarli nei villaggi e liberare le truppe combattenti in modo che potessero avanzare con più rapidità. Invece una delle cose positive della guerra partigiana era stato proprio questo, di non lasciare mai un ferito, mai un ammalato, mai un compagno in difficoltà, ma di portarselo appresso. Sono riusciti a salvarne una parte, mentre chi è caduto in mano ai tedeschi è stato massacrato, ma questo si è saputo dopo. Ecco perché nelle scuole si parlava molto di questo episodio della guerra e si portavano i ragazzi in questi canyon a visitare i luoghi della battaglia.

Come è cambiata la memoria della guerra partigiana in Croazia negli ultimi anni, dopo la proclamazione dell'indipendenza?

Oggi è difficile per le nuove generazioni conoscere cosa è stata la guerra partigiana. In Croazia, non so se è successo anche nelle altre repubbliche, sono stati abbattuti, distrutti dai cosiddetti patrioti croati, neo-ustascia, io li chiamo neo-fascisti, più di tremila monumenti e lapidi partigiane. 50 mila strade hanno cambiato nome, e da quasi tutte le strade sono stati tolti i nomi degli eroi partigiani e gli hanno dato i nomi dei peggiori nazionalisti. Però posso dire che la situazione è cambiata rispetto ad esempio a dieci anni fa, quando c'erano i raduni di questi cosiddetti eroi della guerra patriottica [la guerra '91-'95, ndr], in cui arrivavano 100, 150 mila persone con labari perfino con croci uncinate, con gagliardetti neri e saluti romani e mettevano il terrore nella gente. Grazie ai quattro anni del governo Racan dopo la morte di Tudjman, tra il 2000 e il 2004, e al lavoro dei successori di Tudjman, in particolare Sanader, che hanno ripulito le fila del partito dagli estremisti neri creando un partito più europeo, democristiano, in qualche maniera rispettabile per poter entrare nell'Unione Europea, il clima è cambiato.

C'è poi un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: qui in Croazia, ma anche in Bosnia, in Serbia e soprattutto in Slovenia, si sono create decine di associazioni dedicate a Josip Broz Tito. Nella sola città di Fiume non c'è una associazione che possa contare così tanti membri: 3.500 soci. Ogni 25 maggio, in occasione del compleanno di Tito, dalla Slovenia, dalla Serbia, dalla Bosnia, ci sono migliaia di persone che vanno a Kumrovac, la cittadina natale di Tito. C'è un risveglio della cosiddetta Tito nostalgija, la nostalgia di Tito. Non solo perché adesso si pagano i medici, le medicine, si paga tutto, anche i libri della scuola, mentre prima non si pagava niente: c'era una politica sociale per cui i ragazzi all'università ricevevano addirittura una paghetta. Adesso chi li può mandare? Se non sono figli di benestanti non vanno all'università. Ma non è soltanto per questo. La gente vuole di nuovo conoscere questa storia che da oltre 15 anni non viene loro raccontata. E vanno a studiarsela o ad ascoltarla dai loro padri o dai loro nonni.

Oggi come potrebbe essere ricordato il decennio di guerre degli anni '90?

Qui a Fiume, quando collaboravo con associazioni italiane che portavano aiuti a profughi e sfollati, ho conosciuto una giovane donna serba, sopravvissuta alla campagna “Oluja” (Tempesta). Mi ha detto: “Io sono salva perché un soldato croato, un istriano, mi ha salvata, mandando via gli altri del suo reparto. Aveva detto che se la sarebbe vista lui con me, e loro hanno capito che mi avrebbe ammazzato o che mi avrebbe stuprata e dopo una sghignazzata sono andati via”. Invece questo soldato l'ha coperta con qualche vestito, l'ha fatta rivestire e poi ha fatto una telefonata a Fiume dove questa aveva una zia, l'ha aiutata ad arrivare in città, prima all'ospedale dove l'hanno curata e poi a casa.

Ecco, io farei un monumento ai soldati che hanno fatto queste cose. Ho raccolto molti racconti come questo. C'era ad esempio una brigata istriana, sempre in Krajina, che era stata impegnata a fare il rastrellamento di un bosco per vedere se c'era ancora qualche serbo disperso. A mezzogiorno, arrivato il rancio, i soldati si sono messi a mangiare e a cantare. Da buoni istriani, sia che siano croati che italiani, quando si mettono a cantare cantano canzoni popolari italiane, nel dialetto istro-veneto, tipo “La mula de Parenso” o altre.

Nel bel mezzo della canzone sono sbucati dal bosco una ventina di soldati serbi con le mani alzate per arrendersi. Li hanno presi e poi gli hanno chiesto: “Ma perché vi siete arresi?” E quelli: ”Abbiamo sentito cantare in una lingua che non era croato e abbiamo pensato che fossero forze ONU”. Questi, mi ha raccontato uno di questi soldati di cui non faccio il nome, quando li hanno consegnati ai superiori croati con la lista di nomi e cognomi sono stati gli unici serbi che non sono stati sterminati, perché non si facevano prigionieri. Le altre brigate li ammazzavano anche quando si arrendevano. Vedi, io farei il monumento anche a questo gruppo di soldati istriani che ha salvato queste venti persone. Sono stati questi per me gli eroi della guerra. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8423/1/51/

Una penna tra due fuochi
Il calvario dei giornalisti somali raccontato a PeaceReporter
Oggi, l'Unione Nazionale dei Giornalisti Somali ha rivolto al nuovo premier, Nur Adde, un appello perché tuteli l'attività dei reporter somali. Dall'inizio dell'anno, sono otto i giornalisti somali uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. Un numero che, secondo i dati di Reporter Senza Frontiere, fa della Somalia il secondo Paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, dopo l'Iraq. E per gli otto che sono morti, decine di altri sono dovuti fuggire a causa delle minacce, mentre emittenti radiofoniche e testate vengono periodicamente chiuse dalle autorità. PeaceReporter pubblica le testimonianze di tre giornalisti somali, contattati durante un reportage del nostro inviato in Kenya e Somalia.

Nairobi, 15 agosto. Il giornalista Sahal Abdulle sorseggia lentamente un tè alla cannella nel Mug Cafè, un locale aperto di recente nel centro di Nairobi, frequentato in maggioranza da somali. Con ancora una vistosa fasciatura sul viso e i cerotti che coprono due profonde ferite sul collo provocate dalle schegge di una bomba, Sahal non fa una piega nonostante il dolore sia insopportabile. Per lui, scampato pochi giorni prima a un'autobomba nel centro di Mogadiscio, il solo fatto di essere qui a Nairobi, vivo, è un grande risultato.

Il cadavere di Mahad Elmi avvolto da un lenzuoloQuattro giorni prima, Sahal era in macchina con altri tre colleghi per le strade di Mogadiscio. Stava tornando dal funerale di un collega, Mahad Elmi, un giornalista radiofonico ucciso la mattina stessa davanti a casa, con un colpo di pistola. Un'esecuzione in piena regola. “All'improvviso, ho visto un lampo alla mia destra, accecante, e subito dopo ho sentito un boato”, racconta mentre le sue mani ancora tremanti lottano per non far rovesciare la tazza di tè. “Dopo pochi secondi, mi sono ritrovato fuori strada, con un occhio coperto di sangue. Appena mi sono guardato attorno, ho visto che Ali era morto”.
Ali Sharmarke era un altro giornalista somalo, collega di Elmi presso l'emittente HornAfrik, da tempo in pericolo di vita per le inchieste scomode che conduceva. La bomba esplosa al passaggio dell'auto era destinata proprio a lui. “Sono stato uno stupido”, continua Sahal, con gli occhi velati dalle lacrime per la morte di uno dei suoi migliori amici. “Ogni volta che uscivo per le strade di Mogadiscio usavo mille precauzioni, quella è stata l'unica volta che non ho fatto attenzione. Perché sapevo che Ali era stato preso di mira”.

Dall'inizio dell'anno, sono otto i giornalisti somali uccisi mentre svolgevano il loro lavoro, mentre decine di altri sono finiti in carcere o sono dovuti fuggire a causa delle minacce ricevute.
Abukar Albadri, che lavora per il Los Angeles Times e il Chicago Tribune, è uno tra questi. “Poco dopo la morte di Sharmarke, ho cominciato a ricevere in media otto telefonate al giorno, in cui si annunciava la mia morte”, racconta telefonicamente da Gibuti, dove ha trovato rifugio assieme alla famiglia. “Mi dicevano che sarei stato punito per quello che scrivevo, e che non meritavo di vivere. Non potevo fare altro che andarmene”.
Ma la cosa più preoccupante è che i giornalisti non sanno neanche da dove arrivi la minaccia. Dai rappresentanti del governo di transizione, che non amano che si parli di Mogadiscio come di un inferno messo a ferro e fuoco quotidianamente dagli scontri tra esercito e insorti? O dagli insorti stessi, che vogliono mettere a tacere per sempre delle voci scomode? “Sei preso tra due fuochi, e non puoi fare niente perché non sai da quale parte potrebbe arrivare il colpo”, prosegue sconsolato Abukar.

Ali Sharmarke (a sinistra) in una foto di pochi giorni prima dell'attentato“All'inizio, abituarsi al clima della città è molto pesante, ma dopo un po' ci fai l'abitudine”, dice con un largo sorriso Guled Mohammed, mentre fa zapping distrattamente tra i canali della tv satellitare, assieme al computer l'unico segno di modernità nella sua abitazione a Mogadiscio. “Bisogna seguire alcune regole base, tra le quali non tornare mai a casa seguendo lo stesso percorso, per non dare punti di riferimento. E, quando si esce per lavorare, telefonare sempre per sapere se nel posto dove devi andare ci sono scontri, o se nel tragitto c'è qualche posto di blocco della polizia”. Guled lavora per la Reuters, e sta addestrando due nuovi reporter che lo sostituiscano nelle prossime settimane che trascorrerà in Kenya, in attesa che le acque si calmino.
Per i giornalisti stranieri inviati a Mogadiscio, la situazione è molto diversa: pagando 500 dollari al giorno, ci si garantisce un ottimo albergo, una macchina da affittare e una scorta armata. Il prezzo è molto alto, ma non trattabile. Non pagare significa andare incontro a una morte certa. Ma mentre per gli stranieri trascorrere una settimana a Mogadiscio per raccogliere storie è relativamente semplice e in parte elettrizzante, per i somali è tutta un'altra faccenda.

I giornalisti locali rischiano da 17 anni la vita per raccontare al mondo una guerra civile che ha devastato questa città, un tempo incantevole, facendo più di mezzo milione di morti e almeno un milione di sfollati. Costretti a non potersi fidare di nessuno, a limitare allo stretto necessario i propri spostamenti, a non fermarsi più di dieci minuti nello stesso posto per non dare nell'occhio, i reporter somali sacrificano la propria vita quotidiana sull'altare del lavoro. Solo nell'ultimo anno, Abukar è stato minacciato di morte da un miliziano che gli ha puntato una pistola alla tempia, accerchiato da una folla urlante che lo voleva linciare perché lo credeva una spia degli etiopi (che controllano la città dallo scorso dicembre), arrestato dagli agenti governativi che l'avevano attirato fuori di casa con un tranello, annunciandogli che il primo ministro voleva concedergli un'intervista.

Giornalisti somali a MogadiscioAlla fine del racconto, Sahal è provato. Gli ultimi giorni sono stati un inferno, tra telefonate dei familiari e dei colleghi, che si felicitavano per lo scampato pericolo, e le testate internazionali che l'hanno contattato per sentire la sua storia. “E' strano. Dopo vent'anni di carriera, una volta tanto sono io l'intervistato, la persona 'famosa'”, scherza, mentre sul viso gli si stampa un sorriso che solo un uomo che ha visto la morte in faccia può avere. Sahal ora andrà a Toronto, in Canada, per trovare la famiglia e riposarsi qualche mese. Nonostante i rischi, non mette neanche in conto di abbandonare per sempre Mogadiscio. “Non posso lasciare quella città baciata dal sole, quel mare blu, quel verde... E poi, se non ci prendiamo noi la briga di raccontare cosa succede là, chi lo farà?”. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=9380

INDONESIA
La corruzione nelle carceri vanifica la lotta al terrorismo islamico
di Mathias Hariyadi
Secondo un rapporto dell’International Crisis Group, la dilagante corruzione tra il personale delle prigioni indonesiane permette ai militanti islamici della JI di continuare a fare proseliti e gestire i loro traffici anche da dietro le sbarre. Appello al governo per un’ampia riforma del sistema carcerario.

Jakarta (AsiaNews) – La dilagante corruzione che regna nelle carceri indonesiane vanifica i risultati del governo nella lotta al terrorismo islamico. Secondo un recente rapporto del gruppo di studio International Crisis Group (ICG), i detenuti appartenenti alla Jemaah Islamiah (JI) - formazione operativa nel sud-est asiatico e presumibilmente legata ad al Qaeda – continuano a gestire operazioni terroristiche, a fomentare l’estremismo e a fare proseliti anche da dietro le sbarre. L’ICG paragona, ad esempio, la prigione Cipinang, la più grande di Jakarta est, ad un “hotel”; dove con una “mazzetta” agli agenti, si può disporre di tutti i comfort necessari. Una sorta di “piccole libertà provvisorie”.
 
“Il fenomeno – spiega ad AsiaNews Sidney Jones, direttrice dell’ICG – era già noto nel campo del narcotraffico: è stato scoperto che numerosi boss della droga riescono a mantenere le fila dei loro interessi anche dalle celle di massima sicurezza. Questo è possibile perché in Indonesia vige un sistema per cui con soldi e potere si può acquistare ogni cosa”.
 
Tutto parte dalla corruzione tra il personale amministrativo delle carceri, che “in cambio di denaro concede alcuni privilegi a determinati prigionieri”, denuncia la Jones. Questo, si sottolinea nel rapporto, compromette i cosiddetti programmi di “de-radicalizzazione” tra le cellule terroristiche, portati avanti con discreto successo dal governo. La polizia, cioè, utilizza ex detenuti come “agenti di cambio”, persone che tornate nei rispettivi gruppi ne persuadono i membri ad assumere posizioni più moderate. Ad esempio tra molti detenuti ex terroristi nel Paese si è diffusa la convinzione che far esplodere bombe contro obiettivi civili, come nel caso di Bali, sia ingiusto e non c’entri nulla con il jihad. Molti si dimostrano disponibili a collaborare con la polizia, anche perché le autorità garantiscono in cambio per le loro famiglie un aiuto economico.
 
Per i terroristi detenuti, inoltre, secondini e responsabili delle carceri corrotti rappresentano la conferma che i funzionari governativi sono anti-islamici e quindi vanno combattuti. La Jones parla di fenomeno “preoccupante” e nel suo studio l’ICG invita Jakarta a potenziare i corsi di preparazione del personale carcerario e a stanziare fondi per il controllo della corruzione, In particolare nelle prigioni della capitale, di Surabaya, Medan, Bandung, Semarang, Bali e Makassar. L’International Crisis Group, infine, invita il governo ad un’ampia riforma del sistema carcerario senza la quale la lotta al fondamentalismo nel Paese rischia di incassare successi solo parziali.
 
In Indonesia al momento sono circa 170 i detenuti per legami con il terrorismo islamico, di questi meno della metà sono membri della JI. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10880&size=A

ACCORDI A RISCHIO, RIBELLI MINACCIANO DI ROMPERE CESSATE-IL-FUOCO




"Il 25 novembre, gli accordi di pace di Tripoli saranno reputati nulli e il cessate-il-fuoco non sarà più in vigore"; "Niente è stato fatto. Il cessate-il-fuoco scadrà domenica ": questi gli annunci dei capi di due gruppi ribelli che il 25 ottobre scorso avevano firmato un "accordo definitivo di pace" con il governo di N’Djamena nella capitale libica. La notizia è riferita dall’Agenzia France presse, che dice di aver parlato con Mahamat Nouri, capo dell’Unione delle Forze per la democrazia e lo sviluppo (Ufdd), e con Timan Erdimi, capo del Raggruppamento delle forze per il cambiamento (Rfc). Fonti umanitarie della MISNA contattate nell’est del Ciad non hanno per ora conferme a questa notizia, anche se alcuni segnali - come l’annullamento all’ultimo minuto del viaggio del presidente Idriss Deby negli Stati Uniti - lasciano presagire che qualcosa stia per succedere. Se la sospensione del cessate il fuoco fosse vera, dicono le stesse fonti, "saranno di nuovo a rischio le popolazioni e le centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati del Darfur (Sudan) nell’est del paese". I capi della ribellione sarebbero delusi dall’applicazione degli accordi: "dovevamo incontrarci a Khartoum per studiare gli aspetti pratici, ma il governo non ha inviato alcuna delegazione” ha detto Nouri, che non esclude di riprendere la “lotta armata” dopo domenica. Erdimi sarebbe un po’ più conciliante e dice di aspettare una decisione dei mediatori sudanesi e libici. Di fronte ai presidenti Muhammar Gheddafi e Omar el Bashir, i gruppi Ufdd, Ufdd-F, Rfc e Cnt avevano firmato un accordo che prevedeva un cessate il fuoco immediato, l'assoluto rispetto della Costituzione, la liberazione di tutti i prigionieri e l'insediamento di un organismo per l'integrazione dei ribelli nelle istituzioni statali.

http://www.misna.org/

Annapolis, dalle memorie di Washington alla pace in Medio Oriente

 

George Washington vi depose le armi, rinunciando al potere all’apice della propria popolarita’. Thomas Jefferson e gli altri padri fondatori degli Usa vi ratificarono il Trattato di Parigi, mettendo fine alla guerra d’Indipendenza. E ora George W.Bush tenta di scrivere un’altra pagina storica ad Annapolis, una citta’ coloniale che la prossima settimana diverra’ un palcoscenico insolito per i decennali negoziati tra israeliani, palestinesi e paesi arabi. […]

Con il via libera della Lega araba alla partecipazione alla conferenza del 27 novembre e la decisione dell’Arabia Saudita di essere presente con il ministro degli Esteri Saud al Faysal, Bush e il suo segretario di Stato, Condoleezza Rice, hanno centrato un primo obiettivo. I paesi arabi garantiranno spessore all’incontro internazionale promosso dagli Usa ad Annapolis, offrendo uno sfondo significativo ai colloqui tra il primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas), ai quali Bush fara’ da moderatore alla Casa Bianca e nella cittadina del Maryland a mezz’ora da Washington. Ma gli esiti della conferenza sono incerti, un documento comune su cui lavorare sembra lontano dall’emergere e la stessa Rice sta cercando di ridimensionare le aspettative, abbassando la soglia del successo: la conferenza, sostiene il segretario di Stato, servira’ come piattaforma di lancio per un negoziato che gli Usa sperano di concludere entro la fine del mandato di Bush (gennaio 2009).

Il presidente americano ha scelto di distaccarsi da iniziative analoghe dei predecessori anche nella logistica. Niente isolamento nei boschi di Camp David, come ai tempi dello storico accordo di pace del 1978 gestito da Jimmy Carter. Niente discussioni a oltranza come nel 1998 a Wye River, il centro congressi dove Bill Clinton tenne chiusi per otto giorni Yasser Arafat e Benjamin Netanyahu, cercando di farli mettere d’accordo. L’incontro di Annapolis durera’ invece un solo giorno e assomigliera’ piu’ alla conferenza di Madrid del 1991, con la partecipazione di leader di un gran numero di paesi, che alla Camp David di Carter. Bush avra’ pero’ la possibilita’ di lavorare da solo con israeliani e palestinesi alla Casa Bianca sia alla vigilia della conferenza, sia il giorno dopo.

Arabi e israeliani, insieme ai rappresentanti di una cinquantina di paesi e organizzazioni internazionali (per l’Italia ci sara’ il ministro degli Esteri Massimo D’Alema), si troveranno a discutere di pace all’interno dell’Accademia Navale dove l’America dal 1845 addestra i propri ufficiali della US Navy e dei Marines. Dall’Accademia affacciata sulla baia di Chesapeake, uscirono tra gli altri lo stesso Carter e uno degli attuali candidati presidenti, il senatore John McCain.

Annapolis, capitale del Maryland, ha 36.000 abitanti e una ricca storia. Nel 1783 fu la prima capitale degli Stati Uniti e la vigilia di Natale di quell’anno il generale Washington, vittorioso nella guerra con gli inglesi, vi arrivo’ per mettere nelle mani del Congresso il proprio comando, per ritirarsi a vita privata. Fu un gesto che segno’ la storia americana, perche’ Washington avrebbe avuto teoricamente il potere di farsi nominare re o dittatore. Il 14 gennaio 1784, il Congresso ratifico’ ad Annapolis il Trattato di pace di Parigi, che mise formalmente fine alla guerra tra le ex colonie e gli inglesi.

La prossima settimana i negoziati tra Israele e palestinesi porteranno ad Annapolis anche le questioni religiose del confronto tra ebrei e musulmani, ma anche questa non e’ una novita’ assoluta per la citta’. Il Maryland era nato come unica colonia a maggioranza cattolica nel ‘nuovo mondo’ e la sua prima capitale era stata la cattolica St.Mary City. Ma ai protestanti che dominavano le altre colonie, e che provenivano dall’ Inghilterra all’epoca spaccata sulla religione, l’idea non piacque. Nel 1694 imposero come capitale Annapolis, dedicata alla regina protestante Anna e fondata da protestanti, tra vivaci proteste dei cattolici.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/11/23/annapolis-dalle-memorie-di-washington-alla-pace-in-medio-oriente/#more-416


Elezioni in Romania: l'ombra dell'euroscetticismo

Il 25 novembre 2007 i rumeni si recano alle urne per scegliere i propri rappresentanti al Parlamento europeo. Durante le europee nel maggio scorso nella vicina Bulgaria, l'altro Paese entrato nell'Ue nel gennaio 2007, l'affluenza era stata del 28,6%.
Sulle Elezioni europee di domenica 25 novembre in Romania cala l'ombra dell'euroscetticismo. A pochi mesi di distanza dall’adesione all'Ue, avvenuta nel gennaio 2007 insieme alla vicina Bulgaria, l’entusiasmo europeista sembra già drasticamente in calo. La disillusione si aggiunge ad un momento particolarmente delicato per Sofia e Bucarest. Scandali di corruzione e giochi di potere hanno aumentato la sfiducia tra la popolazione. Una prova? Durante le Europee in Bulgaria del maggio del 2007 l'affluenza alle urne raggiunse solo il 28,6%.

Tra euroscetticismo e giochi di potere

Traian BsaescuPer Martin Ivanov, politologo bulgaro, il poco interesse è da ricondurre alla visione troppo semplicistica proposta dai media che sembrano aver alimentato false speranze. Ivanov, che lavora per la fondazione Elias Canetti, non ha dubbi: «C’è stato il tentativo di costruire un’immagine nemica: la burocrazia europea tutela solo gli interessi delle superpotenze, noi veniamo declassati», questo il messaggio trasmesso. Sembra che vengano percepiti solo gli aspetti negativi dell’adesione all’Ue, come racconta Strahil Karapchanski, uno studente del Centro Interuniversitario bulgaro-rumeno. «L’Ue viene associata prima di tutto agli aspetti economici e viene dipinta come la responsabile dell’aumento dei prezzi e delle tasse», sostiene lo studente. Per questo sembra imperversare l’euroscetticismo.

Popescu-Tariceanu (Foto Hijodelaluz/flickr)In Romania dilagano problemi simili a quelli dello Stato vicino. Anche se l’interesse politico è più alto. Alle prossime Europee ci si attende una partecipazione di votanti del 50%. Se ciò avvenisse si supererebbe il 44,2% del 2004. L’interesse maggiore sembra risiedere nelle dispute politiche interne: lo scontro tra il Presidente Basescu e il Governo sta creando una scissione all’interno della popolazione. Il tentativo di ribaltare il Presidente ha portato un anno fa al rinvio delle elezioni, che avrebbero dovuto aver luogo il 13 maggio 2007. Da quando Basescu il 19 maggio 2007 è stato riconfermato alla carica di Presidente per via referendaria l’atmosfera tra lui e il suo nemico, il premier Popescu-Taricenau si è fatta ancora più elettrica.

Un referendum sul sistema elettorale

Il Presidente rumeno ha proposto, parallelamente alle elezioni europee, un referendum sul sistema elettorale. Basescu propone un maggioritario sul modello francese. I cittadini sembrano d'accordo ma il Premier è invece a favore di un sistema proporzionale alla tedesca. Gli esperti si attendono un esito positivo dal referendum, ma mettono in guardia da una compartimentazione crescente all’interno del panorama politico del Paese. Per le elezioni europee i 13 partiti rumeni hanno proposto una rosa di 531 candidati, che concorrono per i 35 seggi della Romania in seno all’Europarlamento. I partiti, sette dei quali non rappresentati in Parlamento, sono uno spaccato della scena politica del Paese. E date le profonde linee di demarcazione tra questi, c’è da attendersi un risultato poco unitario.

D'obbligo un confronto con la Bulgaria dove le elezioni europee hanno dimostrato un sorprendente equilibrio di forze. Il Partito socialista del Premier Stanishev è riuscito ad assicurarsi solo il 21,41% dei voti, nettamente al di sotto delle attese. L'inaspettato vincitore fu il nuovo partito di centrodestra Cittadini per uno sviluppo europeo in Bulgaria (Gerb), che con il 21,69% ha superato di poco i socialisti. Con questi risultati entrambi i partiti hanno inviato a Bruxelles 18 dei loro deputati. La rappresentanza della minoranza turca del Partito per diritti e libertà (Dps) ha sorpreso aggiudicandosi il 20,26% dei voti e quattro deputati all’Europarlamento.
Nel panorama dei partiti rumeni si fronteggiano anche il Partito Nazionale Liberale, il Partito Social Democratico e il Partito Democratico, altri tre grandi gruppi in lizza per raccogliere consensi. Che le previsioni possano sbagliare lo ha dimostrato l’esempio bulgaro in seguito ad uno scandalo dei sondaggi d’opinione che avevano dato per certa una partecipazione del 45%. L'affluenza alle urne non avrebbe poi superato il 28,6%.
Antonia Schäfer - Lille -http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13020

Russia: la Duma ratifica la sospensione del trattato CFE proposta da Putin

La Duma di Mosca ha approvato all’unanimità la sospensione del trattato sugli armamenti convenzionali in Europa, il decreto passerà ora all’esame del consiglio federale

L’accordo CFE siglato durante la guerra fredda tra gli aderenti al Patto di Varsavia e la Nato prevede una limitazione per carri armati ed altre armi convenzionali. La decisione del parlamento russo segue una dichiarazione del presidente Putin, rilasciata a luglio, che prevedeva la sospensione del trattato dopo 150 giorni di “attesa”. La decisione delle autorità di Mosca sarebbe dovuta ufficialmente all’incapacità della NATO di approvare il nuovo accordo che tiene conto della fine della guerra fredda e prevede limiti negoziati con ogni singolo paese.

Per i vertici dell’Alleanza atlantica la ratifica del nuovo trattato, negoziato ad Istanbul nel 1999, è però subordinata alla rimozione delle truppe russe stanziate in Georgia e Moldova. Furono le stesse autorità di Mosca a promettere di rimuovere le proprie truppe dai due paesi ex sovietici durante le trattative per il nuovo trattato, l’attuale rifiuto viene giustificato col fatto che si tratterebbe di forze di peacekeeping che esulerebbero perciò dagli accordi presi nella capitale turca. In realtà la mossa di Putin più che diretta a ristabilire una parità strategica con i paesi europei, sembra essere un messaggio alla Russia alla vigilia delle elezioni parlamentari. La proposta di sospensione del trattato è giunta infatti dopo che gli Stati Uniti hanno proposto la creazione di uno scudo missilistico che avrebbe avuto le sue basi in Polonia e Repubblica Ceca. Una situazione questa che avrebbe frustrato il nazionalismo russo e le stesse mire egemoniche di Mosca sui paesi ex sovietici.

In definitiva, sul piano diplomatico dei rapporti con l’Occidente, i nuovi screzi con i paesi europei potrebbero essere dovuti alla volontà russa di alzare la posta per ottenere più leva nella trattativa con la controparte americana.

Felice Di Leo http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31002


SVILUPPO:
Se è globalizzazione, che sia di tutti
Intervista con Amartya Sen, Premio Nobel per l’economia

Amartya Sen
Foto: Tsar Fedorsky/Getty Images

LONDRA, (IPS) - La “guerra al terrore” non appartiene alla lingua di tutti, e neanche “globalizzazione”, secondo il Premio Nobel Amartya Sen. E non ha ragione chi pensa che il radicalismo religioso sia in realtà un problema islamico, sostiene.

Queste idee hanno fatto sì che Sen, un indiano, fosse scelto per guidare la Commissione del Commonwealth sul rispetto e la comprensione (Commission on Respect and Understanding) nella sua ricerca di un cammino civile verso la pace. Il rapporto del gruppo, “Percorsi civili per la pace”, è stato lanciato a Londra la scorsa settimana.

Il dossier è stato presentato al segretario generale del Commonwealth Don McKinnon in occasione del Meeting dei capi di governo del Commonwealth nella capitale ugandese Kampala (23-25 nov.).

Il rapporto fa seguito al mandato dei capi di governo del Commonwealth di guardare alle cause di conflitto, violenza e estremismo nei 53 paesi membri dell’organizzazione, che un tempo facevano parte dell’Impero britannico.

L’editor dell'IPS per l'Europa Sanjay Suri ha intervistato Amartya Sen dopo il lancio del rapporto:

IPS: Quali sono le cause principali di conflitto secondo il suo rapporto?

Amartya Sen: Credo che così come la Prima guerra mondiale fu alimentata sottolineando le divisioni di nazionalità, al momento gran parte dei dibattiti, e il clima di fuoco, sono collegabili alle divisioni e distinzioni religiose. E credo che per superare questo dobbiamo guardare alla ricchezza delle relazioni umane. E siamo molto impegnati in questo senso.

È un tema complesso. Ma se non ci impegneremo nella battaglia per aprire le menti delle persone, non sarà possibile sconfiggere la violenza e il terrorismo nel mondo. Non è possibile riuscirci solo con il militarismo. Questo non significa che pensiamo che le azioni militari non facciano mai la differenza. Possono fare la differenza, ma di certo l’iniziativa civile, l’impegno civile e una varietà di strumenti legati ai media, all’educazione, al processo politico e all’impegno della società civile, possono fare la differenza.

IPS: Si parla comunemente e in termini generali di un problema religioso, ma moltissime persone lo vedono prima di tutto come un problema islamico.

AS: Non credo che sia un problema di religione in sé, perché, io non sono un credente, ma vedo che per chi crede, la religione può avere un ruolo piuttosto arricchente nella vita. Ma è un’altra cosa usare le divisioni religiose con l’obiettivo di una divisione settaria, e con l’obiettivo di infliggere violenza contro le persone che non condividono la stessa religione e credono in un’altra religione.

Ma questo non si limita all’Islam, a ciò che adesso voi chiamate terrorismo islamico. È un piccolissimo gruppo di persone di fede musulmana con una visione particolare di come questa debba evolversi; credo che la vasta maggioranza dei musulmani non condivida questa visione.

E anche in altri casi assistiamo allo stesso tipo di violenza. In occasione dei disordini nel Gujarat in India, sono state le sette indù ad avere un ruolo negli scontri. Allo stesso modo, sono state le sette buddiste ad avere un ruolo negli scontri in Sri Lanka, e così via. Credo che la confusione riguardi il ruolo arricchente della religione, che è un’identità tra una marea di identità che gli esseri umani hanno.

IPS: Ma quella che viene chiamata guerra globale al terrorismo è effettivamente contro la violenza islamica.

AS: Beh, “guerra globale al terrorismo” non appartiene di certo alla nostra lingua. Quando ne parliamo, la chiamiamo la ‘cosiddetta’ guerra al terrore. Credo che a prescindere da ciò che pensiamo delle azioni militari, e molti membri della Commissione ora pensano che i metodi militari fossero più adeguati in Afghanistan che in Iraq, ma a prescindere da come valutiamo la questione, tutti concordiamo che la comprensione filosofica di base che mette in luce la ‘guerra al terrore’ sia di gran lunga troppo limitata. Trascura la battaglia per aprire le menti delle persone.

E così è successo che concentrandosi su una sola causa specifica delle violenze, è prevalsa una lettura del mondo in cui lo scontro di civiltà, in particolare tra la cosiddetta civiltà occidentale e la cosiddetta civiltà islamica, ha un ruolo molto importante.

Ma non è così che il mondo si divide. Diversi individui tra i musulmani, o tra i cristiani, ebrei, indù o sikh possono partecipare alle stesse attività imprenditoriali, possono partecipare agli stessi eventi di lingua e letteratura, apprezzare lo stesso tipo di musica, e sono tutte realtà in cui sono uniti. Solo che poi si prende un piccolo sottogruppo di un gruppo molto ampio, e si identifica l’intero gruppo in base a quel piccolo sottogruppo. E questo non porta a una buona comprensione.

IPS: Quindi l’idea dello scontro fra le civiltà è mal posta?

AS: È un’espressione completamente sbagliata. Per almeno tre diverse ragioni.

La prima, che queste divisioni di civiltà vengono considerate in base alla religione. Ma non abbiamo un’identità solo religiosa o di civiltà. Quando parlo con un amico musulmano - io provengo da un contesto indù - quando parlo con un amico musulmano, che sia in India o in Pakistan o in Bangladesh, o in Egitto o in Gran Bretagna, non c’è una relazione tra una civiltà indù e una civiltà musulmana. Potrebbe essere una conversazione tra due indiani, o tra due subcontinentali; o tra due persone del Sud-est asiatico, o tra due abitanti di paesi in via di sviluppo. Ci sono tantissimi casi in cui si hanno delle cose in comune. Quindi, la divisione tra civiltà è un modo molto impoverito di comprendere gli esseri umani. Infatti, classificare la popolazione mondiale in civiltà e vederla solo così, è un sistema molto rapido ed efficace per fraintendere assolutamente tutti nel mondo.

Secondo, nell’evoluzione di queste culture, ci sono stati grandissimi legami reciproci. Il cibo indiano ha appreso l’uso del peperoncino dai conquistatori portoghesi. Il cibo inglese oggi è profondamente influenzato dalla cucina indiana. Allo stesso modo, la matematica e la scienza e l’architettura viaggiano tra le diverse regioni. E lo stesso per la letteratura. Quindi, le civiltà non sono cresciute in piccole scatole chiuse e isolate.

Il terzo errore è pensare che in qualche modo si sia arrivati ai ferri corti. È solo una divisione tra tante. E ce ne sono altre; ci sono uomini e ci sono donne. La divisione di genere. Poi, se questo porta ad un’ostilità reciproca, è un altro discorso. E allora bisogna capire che tipo di retorica ha portato a questo. E se c’è una scarsa giustizia nei confronti delle donne, in che modo uomini e donne possono impegnarsi insieme per superarlo.

È la trascuratezza generale di questi temi, la molteplicità di identità, l’emergere interattivo ‘non insulare’ di civiltà mondiali che sono sempre più un tutt’uno, e la mancanza di ragioni per una battaglia fatta sulla spinta di classificazioni, sono questi i modi in cui la retorica dello scontro di civiltà non solo è fraintesa, ma sta provocando gravissimi danni oggi.

IPS: Il Commonwealth viene spesso definito un microcosmo di diversità. Cosa potrebbe fare simbolicamente o concretamente?

AS: Nel Commonwealth non stiamo cercando di arrivare a una posizione in cui ciascuno deve avere la stessa politica. O la stessa identica idea sulle relazioni economiche. C’è una varietà di punti di vista. Ma abbiamo anche interessi in comune, e un impegno comune per la pace e la prosperità e una buona qualità di vita. Questi sono gli impegni che vogliamo perseguire, e che possono essere perseguiti senza dover risolvere tutte le nostre differenze.

Perciò il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale nel gestire le differenze reciproche, ed è questo che abbiamo cercato di fare in passato. Per esempio quando ci siamo battuti con il Sud Africa per superare l’apartheid, allo stesso modo quando ci sono differenze religiose e scontri ci impegniamo a superarli. Così il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale, in cui le iniziative civili hanno priorità su quelle militari. È qui che sta il contributo del Commonwealth.

IPS: Ma alla fine di chi è la globalizzazione? E' quella dell’Occidente? Delle merci, del mercato? O delle persone, delle idee?

AS: Dipende da cosa intendiamo per globalizzazione. La globalizzazione delle idee è stata una delle modalità più importanti con cui è avvenuto il progresso umano. I popoli hanno imparato le tecniche scientifiche da qualche parte, le tecniche matematiche da altre parti. Al momento il mondo non-occidentale sta imparando molto dai progressi dell’Occidente in termini di scienza e ingegneria.

D’altra parte, durante il Rinascimento e anche dopo, all’epoca dell’illuminismo europeo, ci sono state le scienze cinesi che hanno contribuito moltissimo alla comprensione europea. La matematica indiana e araba che ha cambiato il modo in cui si faceva matematica nel mondo dell’XI, XII e XIII secolo. E analogamente, l’eredità araba nel fornire un impegno dialogico interattivo all’epoca in cui il mondo arabo era molto potente.

Spesso si ignora oggi che quando Aristotele e Platone furono dimenticati nei cosiddetti “secoli bui” dopo il periodo classico, è stato solo grazie alla traduzione araba che i due filosofi sono sopravvissuti. E furono ritradotti in latino per far rivivere quella parte di civiltà occidentale. Perciò la globalizzazione delle idee è stata una cosa enormemente costruttiva.

E lo stesso per la globalizzazione delle relazioni economiche. Ma non si tratta di essere contro la globalizzazione; si tratta di assicurarsi che le diverse comunità, le diverse parti del mondo possano beneficiare tutte del processo di globalizzazione, e che non vi sia una distribuzione impari dei benefici, diretti prevalentemente ad alcuni e non ad altri.

È proprio la condivisione, e l'eliminazione delle disuguaglianze, di cui ci stiamo occupando. Non si tratta di essere contrari alla globalizzazione. E non credo che il punto sia di chi è la globalizzazione. Se c’è globalizzazione, allora la globalizzazione è di tutti.

Ma lei ha ragione, è una buona domanda, bisogna assicurarsi che la globalizzazione sia davvero quella dell’intero globo. E non solo di una parte del globo.

 


Stati Uniti : hai un cellulare ? L'FBI potrebbe spiarti
di Rico Guillermo*

Le informazioni sui cellulari richieste dall'FBI vengono concesse con sempre maggiore facilita' dai magistrati federali americani. E' la denuncia del Washington Post, secondo cui i funzionari federali chiedono ormai continuamente ai giudici di ordinare alle compagnie di telefonia mobile di fornire i dati riservati in modo da poter localizzare trafficanti di droga, criminali latitanti e altri indagati.

In alcuni casi, i giudici hanno concesso le richieste senza richiedere al governo di dimostrare che vi e' motivo di ritenere probabile che si stia svolgendo un crimine o che con quei dati si otterranno elementi di prova di un crimine per l'inchiesta. I difensori della privacy temono che la pratica possa esporre il cittadino medio americano ad un nuovo livello di controllo governativo sulla loro vita quotidiana.

Peraltro, nota il quotidiano USA, tali richieste sono in contraddizione con la raccomandazione interna del Dipartimento di giustizia che invita i procuratori federali a chiedere mandati basati sulla probabilita' di ottenere determinate informazioni in precise zone private. Poiche' pero' le richieste e i mandati vengono secretati, e' difficile sapere se e come i mandati siano stati emessi o negati.

La questione sta assumendo maggiore rilevanza a causa di particolari servizi offerti dalle compagnie di telefonia mobile che consentono agli utenti di sapere con il tocco di un pulsante dove si trovino i loro amici o familiari, o addirittura inviano un messaggio di avviso quando un amico e' vicino "per porre fine alla perdita di coincidenze nella posta elettronica, al cinema o in citta'". Il sistema utilizza segnali satellitari o la triangolazione di segnali radio. Un altro servizio permette ai genitori che ne chiedano l'attivazione di sapere se il loro figliolo - dotato di cellulare - esce fuori da una zona cittadina predeterminata.

Secondo il gruppo di difesa della privacy Electronic Frontier Foundation, "La maggior parte delle persone non se ne accorgono, ma stanno trasportando un dispositivo di monitoraggio in tasca. I cellulari possono rivelare informazioni molto precise circa la propria posizione, e le tutele giuridiche sono ancora molto in alto mare". Ed infatti in un caso un magistrato ha persino affermato che il governo non aveva installato il "dispositivo di monitoraggio" e che la scelta del'utente di portare il telefono cellulare e consentire la trasmissione di sue informazioni ad un vettore, non rendeva necessario un mandato.

D'opinione opposta almeno altri 17 giudici che dal 2005 hanno rifiutato di concedere il mandato all'FBI in assenza della dimostrazione di una connessione con la commissione di un reato. Alcuni di loro hanno anche reso pubblici i loro pareri, come il magistrato texano Stephen William Smith, secondo cui e' "surrettizio" consentire la conversione di un cellulare in un dispositivo di monitoraggio senza causa probabile e che in base al "quarto emendamento derivano gravi preoccupazioni soprattutto quando il telefono è in una casa o altro luogo in cui la privacy e' ragionevolmente prevedibile".

La tutela degli individui e' lasciata quindi alla scrupolosita' dei magistrati, i quali talora non concedono il mandato se la richiesta e' imprecisa e non giustificata da adeguate motivazioni in ordine alla correlazione delle possibili prove con fatti criminosi. Tuttavia talvolta i federali procedono d'urgenza, ma non riescono poi a far omologare dal giudice la loro richiesta. E comunque, per i difensori delle liberta' civili, non e' accettabile che su una questione cosi' delicata di tutela della privacy non vi siano regole precise che uniformino i criteri di scelta di tutti i magistrati del Paese.

* si ringrazia Claudio Giusti

www.osservatoriosullalegalita.org

 



novembre 23 2007

Le tre priorità di Grillo: la legge in Parlamento, le liste civiche e il referendum contro i media

Ho trascritto (per altri motivi) e ripubblico un discorso di Beppe Grillo al raduno nazionale dei Meetup degli amici di Beppe Grillo che si è tenuto a Bologna lo scorso sabato 17 novembre. Stranamente nessun mezzo di comunicazione (o quasi) ne ha parlato, a quanto dice Google.
Ho tagliato il pezzo del discorso in cui parla del Parlamento Europeo e delle inefficienze e degli sprechi collegati. Il discorso è visibile liberamente sullo streaming di AntenneAttive dal minuto 37′ al minuto 55′. Ecco qua la mia trascrizione:

“In tre anni e mezzo abbiamo fatto una cosa eccezionale. Dobbiamo vedere queste cose nella loro prospettiva storica. Si sono materializzate 1 milione e mezzo di persone, che si sono materializzate attraverso la rete. In 250 città d’Italia…
La nostra forza iniziale è stata la disgregazione, non l’unità, l’opposto di un partito. Senza organizzazione, unità, congressi.

All’inizio abbiamo fatto una cosa che nessuno di noi sapeva cos’era… nessuno di noi aveva capito un cazzo cosa eravamo. Ed è stata la forza di non farci collocare in nessun sistema politico, mentre facevamo politica in strada; l’antipolitica la stanno facendo queste salme che abbiamo al governo; voi da 3 anni, 3 anni e mezzo che fate delle cose; siamo riusciti a fare una legge popolare, nessun cittadino è mai riuscito a discutere una legge popolare in parlamento; adesso ci stanno arrivando le firme…
Questa cosa, ragazzi, ve la siete fatta voi; ora la mia priorità è far mettere in scaletta questa legge al Presidente della Camera o al Presidente del Senato per la discussione [in parlamento].

Questa legge io vi garantisco dovrà essere discussa in Parlamento. Ecco, una legge così, che se viene applicata implica che il 90% di quei parlamentari {ride, ndr} deve andare a casa, io vorrò vedere la reazione; non succederà niente [in Parlamento], chiaramente: non passerà mai una legge così. Ma succederà una cosa straordinaria, un effetto mediatico straordinario: un cittadino entra in parlamento e commenta una legge fatta da dei cittadini.

[…]

La rete sta funzionando. ogni tanto parlo con questi al Governo, anche con quelli più dentro a queste cose, e non hanno capito cosa sta succedendo;
Noi ci dovremmo organizzare. Entro primavera vi garantisco che questa legge sarà dentro il Parlamento. Poi ci sono le liste civiche. Noi abbiamo una chiave di svolta straordinaria che è la rete. La Banca Mondiale ha detto poco tempo fa una cosa: il grano che viene dato in beneficienza al terzo mondo non sappiamo dove va a finire; e hanno detto: “vogliamo che ogni centesimo adesso venga pubblicato in rete, su dove va” .

[…]

Dobbiamo diversificare le forze, questo è giusto, così non sanno cosa fare – vedono la mia faccia… Io dico che bisogna fare come il Meetup di Torino, che sono andati al Consiglio Comunale, magari con una webcam e la cosa cambia da così a così. Questi signori hanno paura della trasparenza… La trasparenza è una cosa straordinaria!

Abbiamo queste cose [da fare]: la legge popolare che siamo a buon punto; cominciare a preparare le liste. Secondo me la gran cosa è che se uno viene eletto, le tessere non dovrebbero essere possibili. Poi, non è detto che i Meetup devono fare delle liste, quelli dei Meetup che si sentono di fare una carriera politica la faranno, gli altri rimangono lì e controllano {applausi della sala}. […] La cosa bella della rete è che se vieni eletto assessore e hai conflitto d’interessi la cosa viene fuori subito. Sei per forza condannato a essere una brava persone. … {ride} Pensate a Mastella, come sarà incazzato…

Quindi noi abbiamo delle cose [da fare]. E’ chiaro che ci saranno liste che si scioglieranno, è chiaro che ci saranno dei malandrini dentro… ma la legge della rete sono i numeri. Faremo mille liste, 800 andranno male, ma ne resteranno 200! E’ la legge dei numeri: 1000 cervelli fanno meglio che 2 e meglio che 3. La folla… basta lasciarla in pasto ai leader che pensano che la folla vada guidata. Basta. La folla ha un’intelligenza e fa un culo così a chiunque. E’ la base della rete: è la base di Wikipedia, è la base di Google, è quello che ci può mandare avanti.

Poi, dobbiamo preparare in maniera straordinaria il 25 aprile. Ecco, questi 3 obbiettivi io vi consiglierei. Poi va benissimo l’acqua, la critical mass, quello che volete, ma questi 3 obbiettivi sono fondamentali, perchè il 25 aprile sarà la festa della liberazione, per andare al cuore delle cose.

Guardate che sul V-Day quelli che si sono incazzati di più sono stati i giornalisti, non i politici. Perchè? Perchè la vera casta, se andiamo a vedere, sono quelli lì, non i partiti. Gli abbiamo smontato un giochino. La fruizione, i finanziamenti, ci togliamo dalle balle questo ordine dei giornalisti. Oggi ognuno può scrivere, ognuno è editore di sé stesso.

Andiamo a toccare il cuore del vero grandissimo problema di questo Paese che è l’informazione, che tiene in vita questa classe politica decomposta. Se facciamo arrivare il messaggio un messaggio semplice alla gente che non ha i computer, e sarà un messaggio semplice che però sta volta non è una legge popolare, ma un referendum per cui servono 500 mila firme…

Poi dovremo per fare le cose che dite voi, la democrazia dal basso, per questo dovremo parlare anche della costituzione. Io mi sono un po’ rotto i coglioni che per parlare della Costituzione bisogni essere un costituzionalista. Allora, i nostri grandi padri uscivano da una guerra, i vari Calamandrei, Togliatti che facevano ancora dei grandi casini a Mosca se vi ricordate. E’ ancora valida questa Costituzione? La Costituzione è stata fatta perché il Paese non finisse in mano a una persona. Venivamo da una dittatura.

Da questa Costituzione hanno tagliato fuori il popolo. O referendum abrogativi, o leggi popolari che non si possono fare o petizioni per modificare una parte di qualche cosa. Basta, non c’è altro, il popolo è tagliato fuori. Quindi dovremmo anche avere il coraggio di sederci lì e di dire [che questa Cosituzione è antiquata].
Secondo me la Rete, anche se la uso da poco perchè ho 60anni, sta cambiando come [ci guardiamo, come comunichiamo], come comprare, come vendere, come sentire la musica, come leggere un libro. Stiamo vivendo un momento straordinario… invece che mangiare il belino dalle formiche – come si dice a Genova [?] - potremmo fare delle grandi cose.

Dopo, rispondendo a una domanda, minuto 60′ circa della registrazione:

Ma una lista civica [nazionale] è un partito. A noi non interessa fare un partito. Un po’ di dilettantismo, un po’ di provincialità secondo me è la nostra natura, un po’. {applausi, “bravo”}… così, di gente un po’ prestata. E’ 3 anni che stiamo facendo queste cose. Non possiamo fare dei miracoli, cambiare la politica [in un giorno]. Probabilmente questo governo cade, tornerà lo psiconano e quando tornerà lo psiconano e io potrò avere di nuovo la mia seconda vita di comico. E quando cadrà di nuovo [Berlusconi] ci potremo veramente preparare a cambiare la struttura di questo paese. Preparatevi in questo senso [a questo tipo di futuro].

Dopo il Vday c’era gente che mi chiamava  tutto il tempo, chiedendomi {urlando} “cosa facciamo adesso? Allora?!? Adesso cosa facciamo?!?” {risate} E quindi bisogna anche vederla nel tempo. Secondo me stiamo facendo una cosa straordinaria. Questa classe politica ha una fottuta paura di quello che sta succedendo. Gliela stiamo dando noi pian piano, ogni giorno. Non c’è politico oggi che possa uscire e prendere un autobus, se non forse Di Pietro e pochi altri ma pochissimi. Non c’è nessuno che possa andare a fare la spesa al mercato. E quando succedono queste cose, che tu hai paura dei tuoi cittadini, è finita. Questa classe politica è finita. {applausi} “http://www.morbin.it/2007/11/20/le-tre-priorit-di-grillo-la-legge-in-parlamento-le-liste-civiche-e-il-referendum-contro-i-media/#more-1126


Gazebi.

Ieri ho aperto il figro, e c'era un gazebo per la raccolta firme dentro.
"Abbiamo raccolto dieci milioni di firme per scegliere il menu al posto tuo", mi ha detto una cipolla.
L'ho soffritta. http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


"Non pubblicare quelle conversazioni sarebbe un ritorno alla censura fascista"
Liana Milella
la Repubblica

ROMA - L´ex procuratore di Milano Gerardo D´Ambrosio, oggi senatore del Pd, apre il codice di procedura penale all´articolo 329, primo comma, e lo legge: «Gli atti d´indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l´imputato non ne possa avere conoscenza, e comunque non oltre la chiusura delle indagini preliminari».
Significa che le carte di quest´inchiesta potevano essere pubblicate?
«Vuol dire esattamente che quando l´imputato può avere conoscenza degli atti, perché le indagini preliminari sono state chiuse e gli atti sono stati depositati, le carte non sono più coperte dal segreto. E quindi non ne è neppure vietata la pubblicazione anche parziale. L´articolo 114, al comma 2, non lascia dubbi su questa interpretazione».
Quindi riportarne il contenuto sui giornali è pienamente lecito?
«Se non fosse così, la pubblica opinione, tramite la stampa, non potrebbe più avere alcun controllo sull´operato della magistratura e verrebbe meno di conseguenza qualsiasi possibilità di critica. Finché è in corso il processo la riservatezza, tutelata dallo stesso codice che infatti dà al pm la possibilità di segretare gli atti, è pienamente giustificata. Ma dopo rischia di compromettere il gioco stesso della democrazia»
Sarebbe un sopruso?
«Si passerebbe a uno Stato che mette il bavaglio alla stampa. E ciò sarebbe molto grave specialmente in un caso come questo che riguarda la televisione, uno dei mezzi più diffusi e più determinanti per formare l´opinione pubblica. Sarebbe stupefacente se qualcuno si lamentasse della pubblicazione di atti che si risolvono in una denuncia di fatti così gravi per la stessa convivenza democratica».
Ma è quello che sta avvenendo. Anche Napolitano ha richiamato la necessità di maneggiare con cura lo strumento delle intercettazioni.
«Il nostro codice è già molto attento a tutelare la riservatezza delle conversazioni che non hanno a che fare col processo. Ma in questo caso c´è un altro diritto altrettanto importante, quello di essere informati correttamente su fatti che riguardano anche la tv di Stato».
E perché il Guardasigilli Mastella vede violate riservatezza e privacy?
«Qui non è in ballo la vita privata di una singola persona, ma la gestione di un organo pubblico d´informazione, e quindi le regole della privacy che valgono per il singolo cittadino e la sua vita privata, in questo caso non possono essere invocate. Ci mancherebbe che questa roba non possa essere pubblicata. Ma vogliamo tornare all´Italia di 80 anni fa quando era in vigore la censura fascista e venivano impartite alla stampa le direttive da seguire? Per questo è stato scritto, all´articolo 21 della Costituzione, che i giornalisti non possono essere soggetti né ad autorizzazioni né a censure. E se qualcuno avesse impedito di pubblicare questi resoconti ci troveremmo di fronte proprio a una sorta di censura».


Nuove frontiere del giornalismo di regime

Sbaglia chi considera supina l’intervista di Augusto Minzolini a Berlusconi oggi su La Stampa. E’ direttamente a 90 gradi.

Che differenza c’è tra un comunicato stampa di Forza Italia e un’intervista il cui tono delle domande è - cito testualmente - “Presidente, si deve essere proprio stufato, questa volta…”? Alla faccia delle domande incalzanti.

Siamo ai livelli di Carlo Pellegatti, quello che quando intervistava il nano brianzolo si faceva una cervicale così a furia di annuire con la testa. Ma almeno lui parlava di sport e non aveva pretese da grande firma del giornalismo italiano.

Come con Forattini qualche anno fa, mi chiedo cosa aspetti la Stampa - che pretende di essere un giornale serio - a vendere il cartellino di Minzolini al Giornale nel mercato di gennaio. http://www.suzukimaruti.it/


Silvio: condottiero o mago del marketing politico?

Elisabetta Ambrosi

“Che qualcosa dovesse cambiare nella strategia di Berlusconi, dopo l’insuccesso dei tentativi di far cadere il governo Prodi in sede parlamentare, era scontato. Così come ci si poteva aspettare che la sua familiarità con le tecniche del marketing politico lo avrebbe portato ancora una volta a sfruttare l’effetto-annuncio di cui è maestro”. Per Marco Tarchi, docente di Scienza Politica a Firenze ed esperto analista della struttura e del bagaglio ideologico dei partiti, fare una rapida lettura dell’ultima mossa berlusconiana è cosa assai agevole. “Il lancio del presunto 'Partito del popolo delle libertà' – continua – ha consentito al leader del centrodestra di riconquistare, d’un colpo, il centro della scena mediatica, il profilo dell’innovatore e il ruolo di galvanizzatore di quell’area elettorale che vede nella 'sinistra' il proprio nemico”.

Certo, non basta lanciare un nuovo simbolo e sbandierare presunti milioni di firme (che, tra l’altro, nessuno sa come siano state raccolte: vedi la denuncia del lettore di Repubblica che si è ritrovato iscritto senza che nessuno gli avesse chiesto un bel nulla), per azzerare il gruzzolo di contenuti e consenso che il centrosinistra ha accumulato grazie alla faticosa costruzione del Pd. Al di là della boutade pubblica, infatti, il Cavaliere si trova di fronte a quesiti complessi, che vanno dalla ridefinizione del rapporto con gli alleati storici, An e Udc (davvero Forza Italia pensa di andare da sola al voto?), alla trattativa colla maggioranza per un nuova legge elettorale, all’ipotesi di una grande coalizione da creare dopo il voto con la nuova normativa.

Insomma, Berlusconi, al di là dell’abile sparigliamento delle carte, si trova comunque a scegliere. Radicalizzare la fisionomia politica di Forza Italia o avvicinarsi al centro, e cercare poi di allargarlo a piacimento dopo le elezioni? “Con tutta probabilità – spiega Marco Maraffi, sociologo milanese autore del libro Gli italiani e la politica (Il Mulino 2007) – questo nuovo partito sarà una ridenominazione di Forza Italia. Che poi questa nuova formazione possa estendersi nella direzione di un partito dei moderati è possibile, ma ciò richiederà dei tempi certamente più lunghi, un lavoro di fusione, inclusione dell’attuale Udc: proprio ciò che più teme Fini”. Tanto che il leader di An, dal canto suo, dopo la scenografica rottura televisiva con il Cavaliere, sta a sua volta studiando la 'mossa del cavallo', una Fiuggi 2 in cui far confluire, come ha scritto Claudio Tito su Repubblica, i centristi e i seguaci del Family day di Pezzotta, nonché i membri dell’establishment finanziario, in primis, ovviamente, Montezemolo (che rischia di diventare, ahinoi, il nuovo ago della bilancia della politica italiana).

Plebiscito. Oppure dialogo.

Peronista o degasperiano? Il dilemma che Berlusconi si trova di fronte si può tradurre anche così, dice Stefano Folli sul Sole. Perché il Cavaliere sarà pure Napoleone, coma ha scritto Libero piazzando in copertina un’immagine del condottiero francese con le fattezze di Silvio; oppure (peggio?), simile a Lenin che sbarca in Russia col treno piombato, secondo quando ha suggerito lo stesso Confalonieri. Ma il punto, sostiene l’editorialista del Sole, è che assai “difficile far combaciare l’appello populistico plebiscitario con quello istituzionale del dialogo e delle intese”.

Il fatto è che Berlusconi vuole entrambi. Ma tra i due certamente non rinuncerà al primo, perché sarebbe come abdicare alla sua identità, a ciò che è sempre stato e sarà: un leader “catodico” che dialoga, senza mediazioni, coi suoi telespettatori. In questo senso, la possibilità che nel nome del partito sia contenuta la parola “popolo” è una scelta coerente che, pare, i sondaggi già premiano (c’è da chiedersi come abbiano fatto in poche ore ad avere risultati così netti. Miracoli dei sondaggisti).

Il populismo, d’altro canto, paga bene in epoca di antipolitica. “Fiutata, grazie anche al V-Day di Beppe Grillo e ai successi editoriali di Stella e Rizzo, l’atmosfera di crescente avversione nei confronti dei partiti e della classe politica professionale – spiega ancora Tarchi (che proprio sul populismo, di destra e di sinistra, ha scritto un libro per il Mulino) – Berlusconi si è scagliato contro i 'parrucconi della politica' senza più distinguere tra alleati e avversari, mettendo alla berlina i limiti di quella Seconda Repubblica di cui si era presentato come il profeta”.

Più cauto, invece, sull’inevitabilità del populismo berlusconiano è Marco Marraffi, che per spiegare le sue tesi parte da un’analisi dell’elettorato cui il nuovo partito potrebbe rivolgersi. Il punto è, secondo il sociologo milanese, che la stessa società di centrodestra ha esigenze contraddittorie, perché si tratta di un elettorato socialmente e culturalmente composito, dove ci sono da un lato componenti moderate in senso politico, ma liberali in senso etico e culturale; dall’altro segmenti moderati tradizionali e clericali (tra cui i ceti popolari - casalinghe, famiglie, pubblico impiego – e i ceti medi indipendenti, commercianti e piccole imprese). Insomma, “siamo di fronte ad un pubblico eterogeneo, in cui c’è sicuramente una forte componente sensibile ad un appello di tipo populista giocato in chiave antipolitica, che Berlusconi sarebbe in grado di cavalcare molto bene avendo il physique du role”. Però, aggiunge il sociologo, “un conto è se il partito del popolo diventa una versione più radicale di Forza Italia, un conto se va verso un partito dei moderati, perché in questo caso il minimo comune denominatore sarebbe appunto il moderatismo sociale e politico; e l’appello populistico andrebbe ridimensionato, poiché farebbe meno breccia”.

La danza del proporzionale

L’accesa discussione sul sistema elettorale è una conseguenza dell’interrogativo circa la direzione che il nuovo partito prenderà. Si può dire ad esempio che fa parte del Berlusconi populista la proposta di buttare al secchio il già malconcio sistema maggioritario, tra l’altro da lui stesso creato e difeso? Oppure è la sua anima moderata e dialogante che prevale, quando propone il nuovo sistema? A questa domanda analisti e politologi rispondono in maniera diversa. E lo fanno a seconda, facile da intuire, del loro modo di vedere il sistema elettorale.

Da un lato, coloro che accolgono il proporzionale “con grida di giubilo e di vittoria”, come diceva il salmista biblico, non possono che vedere nel Berlusconi proporzionalista un’espressione di sobrio raziocinio. Il nuovo sistema sarebbe “una salutare semplificazione del sistema politico”, dice il solito Ostellino, malcapitato scelto per commentare a caldo l’uscita berlusconiana sul giornale di Mieli. “Era ora”, gli fa eco Sartori: “Il bipolarismo di Prodi era rigido e cementificato”, dice il professore, senza spiegare però bene perché. “E comunque – conclude il bipolarismo non muore, perché se finisce a livello di governo è invece ben radicato a livello elettorale”. Ragionamento simile è quello di Franco De Benedetti. Certo, occorre salvare la capacità degli elettori di scegliere leader e programma, dice il senatore, ma di sicuro “la svolta di Berlusconi contribuisce ad indebolire una certa visione del bipolarismo, quella muscolare girotondina, secondo cui tra 'noi' e 'loro' c’è una diversità etica che richiede di tenere separate persino le relazioni sociali e l’inciucio è un peccato dello spirito”.

Dall’altro lato della barricata, invece, ecco coloro che non hanno dubbi sulla preferibilità del sistema maggioritario, e che vedono nella svolta proporzionalista del leader di Forza Italia un vero e proprio “sonno della ragione”. Primo tra tutti, naturalmente, il referendario Mario Segni, che su La Stampa definisce la nuova proposta “una pugnalata all’Italia”, dal momento che il proporzionale “è il governo dei segretari di partito, il trionfo della partitocrazie e della lottizzazione esasperata”. A chi gli parla di “bipolarismo imperfetto”, Segni fa sennatamente notare che “laddove il bipolarismo si è fatto davvero, cioè nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni, funziona eccome”. “Si torna dritti dritti alla prima Repubblica”, afferma a sua volta Galli della Loggia. “Ma il bipolarismo – dice lo storico – è fallito a livello politico, non elettorale, perché nessuno dei due schieramenti è stato capace di forti battaglie politico-ideologiche contro gli avversari”.

Motori accesi nel Pd. Ma per dove?

La vista dello champagne stappato nel loft del Pd deve aver turbato i sonni del Cavaliere. E difatti uno dei principali obiettivi della muova mossa berlusconiana è l’oscuramento del successo dell’operazione-Partito. Democratico. I dadi (o semplicemente il turno, visto che siamo su una scacchiera) passano, dunque, di nuovo alla nuova formazione progressista che, secondo Marco Tarchi, è “l’indispensabile garante della riuscita della mossa strategica di Berlusconi”. Ecco perché, aggiunge il politologo, “resta da capire se essa vorrà approfittare della situazione assecondandola, per imbrigliare simmetricamente le forze della sinistra radicale e accettare la prospettiva di un duopolio concorrenziale all’interno di un futuro scenario di multipartitismo limitato e tendenzialmente bipolare, o se si riterrà ancora troppo debole elettoralmente per raccogliere la sfida”.

Più in soldoni, si tratta di capire come Veltroni si muoverà rispetto alle aperture berlusconiane. In questo senso, forse, anche il Pd si trova di fronte stretto tra estremismo e moderatismo, con i correlati rischi di populismo (come ha detto Bertinotti, parlando di un populismo dolce di centrosinistra, “che si concentra sul fenomeno di opinione piuttosto che sul radicamento nella società e sulla individuazione dei soggetti di riferimento”) e di desolato annacquamento ideologico.

Il primo scoglio è, naturalmente, quello della scelta della legge elettorale da difendere (cui seguirebbe secondo alcuni un paventato quanto futuristico Grande Centro). Con le efficaci parole di Mariotto Segni, anche Veltroni deve decidere se stare con Kennedy, e difendere il maggioritario, oppure con Metternich, col rischio di divenire anch’egli “un grande restauratore”. Ma il leader del Pd la sua preferenza l’ha già espressa, facendo intendere chiaramente la possibilità di un dialogo con Berlusconi. Una scelta di dubbia condivisibilità. Perché una cosa è certa, avvisa Marco Maraffi: “Gli elettori si sono abituati alla possibilità esplicita, anche se non formalizzata, di scegliere col voto non solo il partito ma anche il capo del governo: da questo non si può tornare indietro”. Napoleone e Metternich sono avvisati.

 

caffeeuropa.it


Tutta

C'è tutta la cultura italiana nella frase dell'anziano leader del partito del popolo, quando commenta le telefonate fatte per parlare del più e del meno tra i dirigenti dei due gruppi concorrenti televisivi:
Queste telefonate sono la normalita' per chi fa televisione...E' logico che si telefonino

http://carlettodarwin.blogspot.com/


Se tornano i due forni
di Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera -
E così oggi dovremmo convincerci che negli anni '70, tanto per fare un esempio, e cioè ai bei tempi della proporzionale, quando la Dc prendeva intorno al 40 per cento dei voti e il Pci intorno al 30 (percentuali che il nascituro berlusconiano Partito del popolo o il neonato Partito democratico ancora devono dimostrare di riuscire a conquistare), dovremmo convincerci che allora il sistema politico italiano godeva ottima salute e tutto filava liscio come l'olio.

Dal momento che in quel tempo, appunto, c'era la proporzionale, e dunque — dovremmo credere anche questo — i partiti minori non esercitavano alcun potere di veto ed erano docilissimi, nessuno si sognava di demonizzare i propri avversari, e i governi erano liberi dai vincoli delle coalizioni. Ma vogliamo scherzare? Chi ricorda sa benissimo che le cose non stavano affatto così. In realtà non c'è alcun vero o presunto inconveniente dell'attuale pur bastardissimo maggioritario italiano che non ci fosse pure venti o trent'anni fa, con la proporzionale, e che si ripresenterà più o meno identico anche se domani adottassimo nuovamente il sistema elettorale di un tempo.

A cominciare dal problema, chiamiamolo così, del coalizionismo. Escluso, come sembra ragionevole, che in futuro Berlusconi o Veltroni possano con il loro solo partito riuscire ad avere la maggioranza assoluta, non dovranno forse anch'essi allearsi allora con qualche altro partito se vorranno governare? E perché mai, mi chiedo, questo futuro alleato dovrebbe essere meno riottoso o indisciplinato di quanto oggi non siano gli alleati di Prodi o del proprietario della Fininvest? La reintroduzione della proporzionale potrebbe, almeno in teoria, dare luogo a una sola rilevante novità: la creazione di un autonomo spazio politico-elettorale di centro, potenzialmente capace di rappresentare domani l'ago della bilancia tra destra e sinistra.

Si tornerebbe cioè ad una situazione da «due forni» tipica della prima Repubblica, con tutti i giochi rimandati al dopo-elezioni e con l'unica differenza, questa volta, di un centro almeno inizialmente più debole delle ali (a meno che non riesca a Berlusconi la non facile e paradossale impresa di fare lui, con il suo nuovo partito, la parte del partito di centro). E a quel punto sarebbe davvero la Restaurazione. Da tenere sempre a mente è che le leggi elettorali non possono supplire ai deficit di natura politica.

Il maggioritario italiano è fallito perché in quindici anni né Forza Italia né i Diesse- Margherita, nati entrambi in circostanze assai diverse ma egualmente ambigue, e dunque gravati entrambi da problemi di identità, essendo l'una e gli altri incerti su che cosa essere, hanno di fatto rinunciato a lungo a qualunque battaglia ideologico-politica a fondo contro gli altri attori del proprio versante elettorale, non hanno preso nessuna iniziativa forte contro di essi, e così non sono riusciti ad espugnare elettoralmente la stragrande maggioranza di quel versante. Il bipolarismo italiano è fallito perché i due candidati naturali a esercitare la sovranità sui rispettivi poli hanno mancato al proprio compito per propria incapacità. Adesso, per favore, non cerchino finte vie d'uscita.


La guerra in Iraq è diventata un disastro che abbiamo scelto di dimenticare
Con i media assoggettati, i governi non sono stati chiamati a rendere conto della più grossa calamità politica del nostro tempo.

Madeleine Bunting
The Guardian,
"Tu pensi di essere innocente, ma non lo sei”, ha detto l’attentatrice suicida britannica e musulmana nel dramma televisivo Britz la settimana scorsa su Channel 4. Nella sua coinvolgente interpretazione, l’attrice Manjinder Virk ha recitato la sua dichiarazione suicida davanti alla telecamera, parlando di migliaia di donne e bambini che muoiono ogni giorno in Iraq e in Afghanistan, e ciò nonostante i governi responsabili di questo sono stati confermati al potere.

La sua affermazione rimane in testa perché va dritta alla questione di come noi scegliamo di dimenticare, scegliamo di non capire; e come da scelte di questo tipo diventa possible immaginare la nostra innocenza.

Questo non significa che le sue scelte morali fossero difendibili – lei si è fatta saltare in aria, assieme al suo amato fratello, in mezzo a una folla di correligionari musulmani e moltissime donne – ma la sfida rimane, anche se viene da un personaggio moralmente imperfetto come questo. Possiamo sostenere la nostra innocenza rispetto alla caotica violenza dell’Iraq, ora normalizzata e ridotta a sfondo delle nostre vite? Le notizie di attentati suicidi da molto tempo sono diventate rumori di routine della radio. Siamo insensibili alle atrocità; fatta eccezione per alcuni determinati, l'attivismo iniziale contro la guerra è stato distratto da altre responsabilità. La vita continua, anche se a Baghdad spesso non è così.

E ad accompagnare l’indifferenza c'è lo strisciante diniego delle responsabilità. Ministri del governo ora parlano dell’Iraq come di una tragedia, come se fosse un disastro naturale e loro non avessero avuto alcuna parte nella sua creazione. C’è una repulsione pubblica nei confronti delle violente lotte confessionali, meglio descritte come “una peste su tutte le loro case” [espressione tratta da "Romeo e Giulietta" NdT], mentre persino l’orrore lascia il posto alla stanchezza.

L’ironia è che, in questa grande era delle comunicazioni, e di saturazione dei media, questa è forse la guerra più importante a diventare quasi impossibile da raccontare. A meno che il giornalista non sia "embedded" con le forze di occupazione, ci vuole o un coraggio terrificante o una straordinaria ingegnosità per portare sui nostri schermi immagini di coloro che sono presi nel terribile vortice di questo Paese imploso. Senza le storie umane che fanno vedere in modo così vivido le persone e le loro sofferenze, ci sono poche possibilità che l’opinione pubblica si coinvolga nuovamente nella più grande calamità politica del nostro tempo.

La guerra in Iraq rappresenta la fine dei media come attori rilevanti in guerra.

In Bosnia, i giornalisti commossero la coscienza dell’Europa occidentale con i loro vividi resoconti. Queste erano persone che imparammo a capire, riconoscere, e con cui imparammo a immedesimarci, e l’opinione pubblica obbligò i governi recalcitranti a prendere nota e agire.

Fu una lezione appresa dai kosovari: si assicurarono che i media vedessero ogni atrocità, e la copertura venne utilizzata per garantirsi un risultato paragonabile a quello della Bosnia – i governi occidentali vennero obbligati ad agire.

Ma in Iraq il numero dei giornalisti uccisi (adesso almeno 138) significa che questa guerra è quasi privata: le immagini e le persone che potrebbero renderne reale l’orrore non raggiungono i nostri schermi. Non è più una guerra accessibile a un controllo pubblico minuzioso o alla partecipazione democratica.


Potrebbe essere stato il sospetto degli iracheni nei confronti dei media occidentali ad avere garantito questo risultato, ma è un risultato che fa comodo agli interessi statunitensi. L’indifferenza, la stanchezza, e la difficoltà di raccontare lascia le forze Usa con una libertà di azione maggiore di quella che non abbiano mai avuto in qualunque campo operativo da decenni.

Mentre gli americani e i britannici continuano a cercare di convincere il loro pubblico che la guerra è finita – una abitudine iniziata da George Bush stesso quando annunciò la sua vittoria di Pirro su una portaerei nel Golfo nel maggio del 2003 – possono continuare a combatterla. E ci sono molte persone assai desiderose di sperare che i loro leader politici abbiano ragione, e che l’intero problema di un Paese di cui non hanno mai saputo molto, scompaia.

Tutto questo rende tanto più degni di nota i risultati ottenuti dai pochi che rompono questo blackout informativo: ad esempio, Ghaith Abdul-Ahad su questo giornale, e il film che ha vinto l'Emmy [un premio NdR] del Guardian, fatto da un medico iracheno sul suo ospedale a Baghdad. Questa settimana viene pubblicato un libro di un altro autore: Dahr Jamail, faceva la guida di montagna in Alaska, e nel 2003 ha iniziato a interessarsi della politica estera Usa e ha finito per raccogliere il suo zaino e scambiare le montagne americane con Baghdad e Falluja, guidato da un fiero imperativo morale che “come cittadino statunitense, lui era complice della devastazione dell’Iraq”. Dopo più di tre anni di attività giornalistica, soffre di un disordine da stress post-traumatico, ma non ha perso la sua convinzione che “se la gente degli Stati Uniti conoscesse la storia reale di ciò che il suo governo ha fatto in Iraq, l’occupazione sarebbe già finita”.

Quello che fa venire i brividi nei resoconti di Jamail è l'atteggiamento distruttivo di routine delle forze Usa; il modo in cui demoliscono le case vicine dopo l’esplosione di una bomba collocata sul ciglio della strada, in cui lasciano munizioni inesplose nei campi dei contadini che non danno informazioni, in cui distruggono i frutteti con i bulldozer. Mezzi di sostentamento distrutti, famiglie costrette ad andarsene ogni giorno, incubazione di odio. Uno degli episodi peggiori è accaduto allorché un amico di Jamail si è trovato casualmente all’ora della preghiera in una moschea quando i fedeli sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco, con bambini intrappolati in mezzo al caos: un luogo sacro profanato in un'operazione militare Usa. Noi potremo non sapere nulla di questi dettagli quotidiani della continuazione di questa guerra, ma queste sono le storie che riempiono i media arabi. In tutto il mondo musulmano sono assunte a prove inconfutabili dell’umiliazione e della persecuzione della fede islamica. Noi possiamo solo far finta di non capire.

Nel frattempo, è in atto la più grande crisi dovuta a uno spostamento forzato di esseri umani in Medio Oriente da 60 anni, la crisi di rifugiati che aumenta in modo più veloce al mondo. Un iracheno su sei è adesso stato costretto a spostarsi, 60.000 al mese stanno lasciando il Paese, riversandosi in Siria (1 milione e 400.000) e in Giordania (750.000). In una amplificazione sovrannaturale delle nostre ansietà nei confronti dell'immigrazione e della pressione che essa produce sui servizi pubblici, le capacità di questi due Paesi mediorientali di educare migliaia di bambini traumatizzati o di fornire assistenza sanitaria di base sono state inondate. Il budget delle Nazioni Unite per i rifugiati in Siria per il 2007 è di 700.000 dollari – meno di un dollaro a persona. Ma questa crisi non offre immagini telegeniche – le persone sono ammassate negli appartamenti di amici invece che in tende in una ventosa pianura africana. Quindi riceve ancora meno attenzione. 

Di questi milioni [di rifugiati], la Gran Bretagna ha confermato la settimana scorsa che ne prenderà solo 500, fra quelli che hanno lavorato per le forze britanniche. Rinvia l'offerta di una qualsiasi ulteriore assistenza per la diffusione dei rifugiati, nonostante le richieste delle Nazioni Unite. Dei 123 rifugiati dalla Giordania che l’Onu aveva assegnato alla Gran Bretagna secondo i rigidi criteri che avessero parenti in questo Paese in grado di provvedere a loro, ne abbiamo accettati finora solo tre.

La Gran Bretagna si lava le mani delle conseguenze della sua invasione, fatta insieme agli Stati Uniti. Qui c’è un’orribile contraddizione: quelli che sono al potere non accettano alcuna responsabilità. Quelli che un senso di responsabilità potrebbero averlo si sentono completamente impotenti.

Potrebbe volerci una generazione o più perché la gente afferri il significato e la scala degli eventi storici. Fatti che sono infinitamente più bizzarri e terribili della fantasia – come documenta il libro di Naomi Klein - The Shock Doctrine [La dottrina dello shock] – richiedono molto tempo per essere assorbiti completamente. La guerra in Iraq ha riguardato il fallimento abietto della democrazia: i governi non sono stati chiamati a render conto di una guerra che ha sprecato vite, miliardi di soldi pubblici, e la stabilità di un’intera regione con una criminalità sconsiderata.


(Traduzione di Piergiorgio Rosetti e Kristin Anderson Rosetti per Osservatorio Iraq)

“Libano, un abisso”. Con gli italiani dentro

È scontro feroce sul nuovo presidente, già esplose delle scaramucce, si riparla di milizie armate. Nel paese ci sono 2.400 soldati italiani

di Michele Giorgio
Il Manifesto,
“Il Libano è sull'orlo dell'abisso”. Il segretario dell'Onu Ban Ki-Moon non usa mezze parole per descrivere la situazione del paese. E in quell'abisso ci sono 2.400 soldati italiani.

A meno di una settimana dalla scadenza del mandato del presidente Emile Lahoud, i partiti della maggioranza filo Usa e quelli dell'opposizione guidata dal partito sciita Hezbollah (appoggiato dalla Siria), sono lontani dall'intesa sul nome del nuovo capo di stato che, secondo il sistema politico-confessionale libanese, deve appartenere alla minoranza cristiana. Sono minime le possibilità che il 21 novembre le due parti riescano a trovare in parlamento l'intesa che eviti una crisi al buio dalle conseguenze imprevedibili in un paese già devastato da una guerra civile. È invece elevato il pericolo che la maggioranza, spinta dagli Stati Uniti, dalla Francia e dai suoi esponenti più oltranzisti - il leader druso Walid Jumblatt e il capo dell'estrema destra Samir Geagea (Forze Libanesi) - nomini il presidente con la maggioranza assoluta del 50 per cento più uno dei voti, e non con la maggioranza dei due terzi disposta dalla Costituzione. Il caso è previsto nei dieci giorni precedenti la scadenza del mandato del capo dello stato uscente, ma è respinto seccamente dall'opposizione perché porterebbe alla scelta di un presidente rappresentativo solo di una parte del Libano.

Ieri il generale a riposo Michel Aoun, candidato dall'opposizione alla presidenza e leader del movimento cristiano dei “Liberi Patrioti” alleato di Hezbollah, ha condannato le pressioni statunitensi e minacciato di non riconoscere il nuovo capo dello stato. La tensione è altissima. Scontri tra attivisti di Hezbollah e di Mustaqbal, il principale partito di maggioranza guidato da Saad Hariri, sono esplosi due giorni fa nella cittadina di Bchamoun. Una scaramuccia con due feriti, che però ha fatto parlare con insistenza della ricostituzione di milizie armate, come ai tempi della guerra civile.

In questo clima infuocato arriva oggi a Beirut il ministro degli esteri Massimo D'Alema, a meno di un mese dalla sua ultima missione in Libano, per svolgere, ha comunicato la Farnesina, “un ruolo politico forte”. A differenza del mese scorso, stavolta D'Alema non avrà incontri con esponenti di Hezbollah. E' una scelta infelice poiché, in un momento decisivo, colloca di nuovo l'Italia accanto ad Hariri (che controlla il premier Fuad Siniora) e non nella posizione di mediatrice neutrale tra gli schieramenti opposti. L'impressione è che il ministro degli esteri italiano arrivi a Beirut allo scopo di dare sostegno all'iniziativa francese portata avanti dall'inviato Jean-Claude Cousseran - appoggiato dagli Stati Uniti e dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, anch'egli in Libano - il quale ha convinto il riluttante patriarca cattolico-maronita Nasrallah Sfeir ad indicare i nomi di possibili candidati alla presidenza. Il passo fatto da Parigi è contestato dall'opposizione. Aoun, che punta alla presidenza, ha accusato Cousseran di aver “invertito i ruoli”. “Eravamo d'accordo che Sfeir non avrebbe indicato nomi ma invece ricevuto una lista tra i quali scegliere il più rappresentativo. Qualcuno messo fine a settimane di colloqui tra le parti”, ha protestato.

La lista, composta da sei nomi, ora è nelle mani dello speaker del parlamento Nabih Berri (Amal), che è anche uno dei leader dell'opposizione, e di Saad Hariri. Ora i due, in teoria, dovrebbero scegliere un candidato accettabile dalle due parti. Tre sono i nomi più rilevanti: Nassib Lahoud e Boutros Harb, della maggioranza, e Michel Aoun dell'opposizione. La stampa e gli analisti locali hanno avvertito che senza un accordo sul presidente, il Libano rischia la catastrofe. Da parte sua il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha fatto la voce grossa con gli avversari politici e, indirettamente, ha chiesto al presidente uscente Lahoud di formare un governo alternativo a quello di Siniora, se Hariri e i suoi alleati nomineranno un capo dello stato senza maggioranza qualificata. Hariri ha replicato affermando che il nuovo presidente dovrà garantire “l'indipendenza del Libano e respingere l'egemonia di potenze straniere”, chiaro riferimento alla Siria e all'Iran, sponsor di Hezbollah (per il capo della maggioranza sembra invece normale che gli Stati uniti cerchino di controllare il Libano).

Come si muoverà il contingente internazionale dell'Unifil (Onu), dislocato in Libano del sud e che include 2.400 soldati italiani, nel caso la crisi libanese sfociasse in scontri armati e violenze? Punterà le sue armi contro Hezbollah, come certo vorrebbero Washington e Israele? Il comandante della missione, il generale italiano, Claudio Graziano, si tiene a distanza e si limita a dichiarare che la situazione politica in Libano “è complessa, ma nel sud regna la calma”. A distanza però non possono rimanere D'Alema e il governo italiano.

Primarie Usa: l'Ue nelle parole dei candidati

Matteo Manzonetto


Nelle elezioni americane del dicembre 2008 la visione internazionale proposta dai candidati alla Casa Bianca conterà quasi come quella interna. Gli Usa si trovano da diversi anni in una situazione di difficoltà sullo scacchiere mondiale, dovendo cercare un equilibrio difficile tra l’impegno bellico in Iraq e le ambizioni di portare la pace e sconfiggere il terrorismo, la necessità di ricucire o rinsaldare i ponti con gli alleati europei vecchi e nuovi, e l’obbligo di relazionarsi con i giganti emergenti Cina, Russia, India.
La rivista statunitense Foreign Affairs ha chiesto ai candidati presidenziali di illustrare la propria visione del ruolo internazionale degli Stati Uniti nel caso venissero eletti. Al momento la prestigiosa rivista americana ha raccolto le risposte di sei candidati (tre democratici: Hillary Clinton, Barak Obama, John Edwards; e tre repubblicani: Mitt Romney, Jo