Il premier in vacanza sulla neve: possiamo dare una svolta alla dinamica
sociale del paese
"Nuova concertazione nel 2008 e faremo correre l'economia"
Prodi: ci riusciremo perché abbiamo risanato i conti
di EDMONDO
BERSELLI
DA gennaio la parola chiave per spingere lo sviluppo è "nuova
concertazione". Nel frattempo le piste di Passo Campolungo sono
perfette,
anche se il nevischio della mattinata rende difficile sciare bene.
Qualche
turista passa davanti a Romano Prodi nella sua tuta fiammante e scatta
una
foto col telefonino, per poi arrischiare la domanda: "Ma lei è un
bravo
sciatore, presidente?" Risposta allegra, che evoca discese ardite
da cartoni
animati. "Non sono bravo, ma sono veloce!". Risate. Anche
nella mimica Prodi
non nasconde la convinzione che dopo la conferenza stampa di fine anno,
con
l'elencazione puntigliosa dei dati e delle tendenze, qualcosa stia
cambiando
nell'opinione pubblica.
Qual è il suo atteggiamento, presidente, di fronte alla verifica, ai
numeri
del Senato, ai sette punti programmatici di Lamberto Dini? Risposta alla
Prodi: "Fiducia, fiducia".
Ci vuole l'ostinazione quadrata di "Romano" per ricorrere
alla parola
"fiducia" per un governo sempre a rischio di essere
sfiduciato; e anche di
fronte alle cifre di quelli che lui chiama con nonchalance accademica
"opinion polls", i sondaggi che lo danno alla miserabile
soglia del 25 per
cento. "Ma il fatto è che tutti sottovalutano un aspetto
fondamentale, e
cioè la possibilità di recupero del governo e del centrosinistra".
Sulla
fiducia di Prodi non esistono dubbi: il premier è davvero convinto,
anzi di
più, intellettualmente sicuro che lavorando con coerenza il governo non
si
limiterà a galleggiare, ma risalirà la china.
Ottimismo gratuito? No, dice lui: realismo pragmatico. Eppure in estrema
sintesi il quadro è il seguente: una serie discretamente coerente di
dati
positivi, sui conti pubblici come sui dati dell'economia reale, si è
tradotta fra l'opinione pubblica nella percezione di una
catastrofe, tanto
da avere indotto a una delusione grave anche ampie fasce del voto di
centrosinistra.
Com'è stato possibile? Per Prodi il disagio nelle famiglie è reale.
Ma è
sulle ragioni del disagio che si deve ragionare senza pregiudizi:
"Parlare
di un effetto dell'inflazione rispetto a salari rimasti bloccati
conduce a
una diagnosi generica. La realtà appare molto più sfaccettata: oggi le
famiglie hanno una struttura dei consumi in cui le componenti nuove
rispetto
ai consumi tradizionali sono diventate incomprimibili".
Già, ma non ci sono solo i cellulari, la televisione satellitare, la
connessione adsl, le rateazioni, i mutui. In realtà si assiste anche a
una
lievitazione incontrollata delle tariffe (nonché a misure di
contenimento
dell'aumento del carburante che sono rimaste lettera morta: molti
discorsi
sulle accise e pochi effetti sui distributori). Ma si ha la sensazione
che
il premier voglia guardare più in là della contingenza: "Tutto
vero, ma noi
oggi ci troviamo davanti a una possibilità importante, cioè alla chance
di
cambiare di segno alla dinamica socio-economica del nostro paese. E
questo è
praticabile oggi non per un miracolo inopinato, ma perché abbiamo posto
le
premesse giuste nei diciannove mesi di governo. Abbiamo fatto il
risanamento, adesso proviamo a fare il miglioramento".
Nella sua concezione d'ora in avanti c'è l'opportunità di
un "irripetibile"
salto di qualità. Bisognerebbe spiegarlo bene anche a tutto il
centrosinistra: stabilizzato il bilancio pubblico, si può puntare tutto
sulla crescita, chiamando a confronto con l'esecutivo le parti
sociali,
sindacato e organizzazioni imprenditoriali, per impostare un progetto
complessivo di ulteriore rilancio, fondato su due capitoli centrali:
aumento
della produttività e recupero del potere d'acquisto, grazie alla
riduzione
della pressione fiscale sulle retribuzioni fino alla soglia dei
quarantamila
euro. Si tratterebbe soltanto di capire come si combina, il
"realismo
pragmatico" di Prodi, con il realismo esplicito e
"impolitico" di Tommaso
Padoa-Schioppa, il quale ieri ha fatto sapere che i chiari di luna delle
tasse dureranno fin verso il termine della legislatura.
Ma anche su questo punto il premier non si scuote. Esclude di risolvere
la
questione con una mediazione al ribasso, tipo un bonus fiscale una
tantum.
"Non se ne parla, non faccio una tantum. Dobbiamo procedere a un
mutamento
strutturale, niente palliativi". E allora? E allora si segue il
metodo
Prodi. Una riedizione aggiornata del vecchio "metodo Ciampi".
Si fa una
ricognizione precisa delle risorse disponibili, si osservano le
opportunità
di crescita, si chiede il coinvolgimento dei soggetti interessati
impostando
e decidendo obiettivi reali da conseguire. Un metodo alla giapponese, il
noto schema neocorporativo. Eccola, la concertazione. "Sì, non ho
esitazioni
a definirla "nuova concertazione". Nuova perché non è più
difensiva, è tutta
orientata alla crescita. Perché sono convinto che un impulso alla
ripresa lo
dà il sostegno ai lavoratori con stipendi da mille euro, e qui è anche
questione di equità, ma ci vuole anche il contributo effettivo e
psicologico
del lavoro qualificato, quello che fa da traino alla dinamica
economica".
Naturalmente ad ascoltare Prodi sembra di vivere su un altro pianeta
rispetto alla turbolenza politica quotidiana, ai ricatti parlamentari,
agli
sbandamenti in Senato, alle manovre trasformistiche in corso, alle
proposte
più o meno provocatorie di Dini. Già, Dini. Con un piede nella
maggioranza e
uno all'opposizione. Proiettato verso le larghe intese e la
presidenza del
Senato, come minimo. Che fare con Dini? Calma innanzitutto: "Noi
elaboriamo
le nostre proposte, e le collochiamo in un quadro razionale di
compatibilità. Dopo di che vediamo se e come Dini potrà dire di
no".
Tuttavia a quanto si capisce la preoccupazione primaria del premier, se
possibile ancora più forte della tenuta della maggioranza, è di
ricostituire
un consenso in funzione della crescita. Non solo, come ha riferito ieri
su
queste colonne Massimo Giannini, per "cercare una blindatura con
le parti
sociali, e costruire con loro un sistema di paratie stagne che
proteggano il
governo dalle fibrillazioni della sua maggioranza". C'è
un'ambizione in più:
"Perché nel primo anno della legislatura io avrei tanto insistito
sul taglio
del cuneo fiscale? In parte per dare respiro ai ceti medio-bassi. E in
parte
per imprimere una prima spinta alla crescita. Per questo mi sarei
aspettato
un atteggiamento diverso da parte dell'establishment. E invece una
sua parte
consistente si è chiamata fuori, mettendosi all'opposizione, come
se volesse
investire sulla turbolenza. E i risultati si sono visti, almeno sul
terreno
del consenso. Non è passato un giorno senza il dileggio sui giornali,
senza
le manifestazioni più plateali di sfiducia".
Forse l'atteggiamento degli ambienti confindustriali e delle
categorie era
dettato dall'incertezza della prospettiva politica. E anche adesso
viene da
chiedersi chi è in grado di scommettere positivamente sui numeri di
Prodi.
C'è in vista una parte dell'establishment disposta ad assumersi
il rischio e
la responsabilità di una nuova scelta concertativa? Per dire, su un
programma fondato sul recupero di produttività e reddito sarebbe
possibile
avere l'appoggio di un neokeynesiano come Sergio Marchionne? E
quale sarebbe
l'atteggiamento di un Montezemolo? "Io mi auguro che sia
positivo, e non
sulla base di una simpatia maggiore o minore per il centrosinistra, ma
sui
risultati empirici che possiamo mostrare. Dentro la politica mi sembra
che
una personalità come D'Alema sia perfettamente d'accordo. E che
anche
Veltroni condivida l'idea che questo governo è in grado di produrre
un
risultato favorevole alla competitività del Partito democratico".
L'obiezione fisiologica è già sul tappeto, in realtà: come si fa a
credere
nella razionalità del metodo Prodi, e all'ambizione della nuova
concertazione, con una maggioranza in Senato tenuta con le unghie, e
che può
cedere alla prima prova, per un voto, per un niente? "Certo, le
leggi
naturali dicono che se mi cade un mattone sulla testa sono morto".
Tuttavia?
"Tuttavia non è che non torno a casa perché mi può cadere una
tegola sulla
nuca. Vado a sciare, torno e vado a dormire. Domani è un altro
giorno".
Personalmente non c’è cosa che mi dia più fastidio di dover partire da casa e fare una coda (solitamente in mezzo ad anziani malaticci e sputacchianti) in orari mattutini demenziali in un ufficio pubblico, al fine di compilare pile di fogli di carta che avrei tranquillamente potuto riempire a casa via computer e inviare via Internet.
Il fatto è che lavoro in proprio e se perdo un’ora alle Poste o chissà dove, perdo dei soldi. E li perdo rompendomi le balle. E visto che normalmente mi faccio pagare per rompermele, il danno è doppio.
Ecco una cosa di sinistra, di buon senso, intelligente e moderna. E una cosa che “sentiremo” molto nella nostra vita quotidiana, magari più di cose economicamente più importanti ma meno tangibili.
L’unica ansia è che la casta burocratica (per cui fosse per me passerei negli uffici pubblici a fare licenziamenti al volo con l’ascia bipenne) si inventi nuovi ostruzionismi per bloccare questa innovazione che non esito a definire epocale.
Purtroppo i burocrati sono una casta di brutte persone, spesso corrotte e clientelari, che conferma la propria autorità e superiorità facendosi forza di regolamenti, gerghi e di fatto ostruzionismo al cittadino.
Insomma, il mansionario, i regolamenti alla lettera, i requisiti documentali, ecc. sono il loro potere: se lo Stato li elimina, questi si ritrovano ad essere ciò che sono: semplici dipendenti pubblici che al massimo possono maltrattare qualche nonnina che non ha Internet e non ha nipoti.
Il prossimo che prova a parlarmi male di questo Governo (e continua a dare retta alla TV, che ricordo essere controllata ancora da Berlusconi: 6 canali su 6) si aspetti come risposta il lancio letale sulla nuca di un faldone di documenti a caso, voluti dal Governo Berlusconi. http://www.suzukimaruti.it/
«Tutti si preoccupano del Kosovo ma non capiscono che la vera bomba a orologeria è la Padania. Le battaglie per liberare il Nord e ridare dignità e diritti al cittadino padano non possono passare dai venditori di padelle o dalle autoreggenti delle rosse di turno. Purtroppo questa battaglia passerà attraverso il rosso del sangue» (Roberto Calderoni, la Padania 29 dicembre).
Dalla “striscia rossa” dell’Unità di oggi.
Non è abbastanza per dichiarare indegno e incompatibile con la vicepresidenza del Senato il rivoltante autore del porcellum, caro presidente della Repubblica?
Felice tra le righe
Umberto Eco, L' espresso,
Richiesto da 'L'espresso' di suggerire un elenco di buoni propositi per il 2008, convinto che, quando si suggeriscono ad altri dei buoni propositi, per istinto d'eccellenza si citano sempre quelli che non si metteranno mai personalmente in atto, ho individuato finalmente un proposito realizzabile, di moderato impegno anche se di non poca utilità morale e sociale, che io stesso so di poter mantenere - e ora ve lo dico.
Tutto nasce dalla lettura della prima pagina di un quotidiano di metà dicembre, compiuta come al solito distrattamente, perché da un lato conoscevo tutte le notizie importanti per averle udite al telegiornale della sera prima, e dall'altro venivo informato di una qualche inchiesta in cui era coinvolto Berlusconi e di alcune tensioni nel centrosinistra, talché avevo l'impressione di leggere il quotidiano di cinque, dieci, quindici anni prima.
Tuttavia non demordevo perché avendo vissuto l'infanzia sotto l'infausto regime, avevo acquisito per istinto il sapere di una pratica che vedevo sapientemente applicata dai miei maggiori, e cioè quella di leggere i giornali o tra le righe o nei trafiletti di fondo pagina. Ovvero il regime ti celava la notizia, ma in fin dei conti non riusciva a nasconderla del tutto, perché le bugie hanno le gambe corte, e ti faceva capire in un angolino quello che non aveva strillato a piena pagina. Per fare un esempio, nel febbraio 1941, alcune settimane dopo averci raccontato di come le nostre truppe coloniali stessero vittoriosamente penetrando dall'Etiopia nel Kenya e nella Somalia britannica, un quotidiano annunciava improvvisamente: "Contrattacchi delle nostre truppe sul fronte nord dell'Africa orientale". Oh perbacco, ma il Kenya non era fronte sud e la Somalia britannica al massimo fronte est? E allora? Allora la verità era che il giornale aveva taciuto nei giorni precedenti che gli inglesi erano penetrati vittoriosamente in Eritrea. Ecco l'utilità di leggere tra le righe e comunque di non lasciarsi sfuggire le notizie veramente importanti, magari relegate in una parentesi.
Ma come si fa? I giornali contano troppe pagine, e la maggior parte sono dedicate a descrivere la stessa inchiesta criminale con cinque articoli diversi che raccontano tutti la stessa storia, e cioè che l'assassino non è stato ancora scoperto - per cui si sarà poi indotti a cercare le informazioni, che la polizia non ha, in 'Porta a Porta'. Possibile che non ci sia altro da apprendere, qualcosa che sia capace di stringerci alla gola tanto quanto lo scempio a coltellate di una ragazza o il massacro di una intera famiglia? Tra l'altro, sotto l'infausto regime, per non raccontare che una famiglia era stata massacrata a colpi di martello (il che avrebbe costituito cattivo esempio) ci si soffermava invece di preferenza su una 'intera famiglia avvelenata dai funghi'. Forse che oggi, quando non viviamo sotto infausto regime (al massimo Fausto), non certo per malizia ma per cattiva abitudine, non accada qualcosa di analogo?
Torniamo alla mia lettura di quel giornale. A fondo pagina (con rinvio poi alle pagine interne) vi trovo la notizia di un ragazzo arabo, e musulmano per giunta, che sulla metropolitana di New York corre in aiuto di due ragazzi ebrei assaliti da un gruppo di fanatici razzisti; li salva e rimane ferito nella rissa. Nobile ed edificante impresa, che profuma di fraternità pre-natalizia, e che era giusto dare e anzi enfatizzare. Quello che rimane confinato in una riga è che, presentatosi all'ospedale per essere medicato, l'eroico salvatore è stato respinto perché non aveva assicurazione sanitaria.
Ora la vera notizia, da meditare per l'anno che viene, era proprio questa: in una grande nazione, certamente la più ricca del mondo, chi è povero non ha assistenza sanitaria gratuita (e le trasmissioni come 'Medici in prima linea' non ci fanno mai vedere che per essere ammessi bisogna subire qualche controllo al banco d'ingresso). Aggiungo che questo rilievo non deve essere preso come un'ennesima manifestazione di antiamericanismo, perché la stessa cosa (come ho appreso nel corso di un viaggio recente dalla bocca dei nativi) sta succedendo in Cina - dove anzi fa più impressione perché, se queste sono le conseguenze del passaggio dal comunismo al capitalismo, allora - quasi quasi - era meglio quando si mangiavano i bambini. Insomma, noi in Italia, e nei Paesi scandinavi, siamo ancora i figli felici di una società che era stata inquinata da ideali socialisti di solidarietà, ma non sappiamo se durerà a lungo, perché la tendenza post-post sembra un'altra.
Sempre in quella pagina di giornale appariva, proprio sopra la notizia di cui dicevo, una foto di Sharon Stone che piangeva lacrime di commozione a un'asta benefica per la lotta contro l'Aids a cui aveva preso parte nel Dubai. Massima simpatia per la bella Sharon, non solo perché sa commuoversi sulle sventure altrui ma anche perché dedica parte del suo tempo a iniziative benefiche; e credo che parimenti si commuoverebbe sui pancini gonfi dei bambini africani che muoiono di fame. Meno male che al mondo esistono ancora pietà e solidarietà. Ma le accadrebbe mai di commuoversi su chi le passa accanto a Hollywood o a New York, e che non sarà assistito perché non ha assicurazione sanitaria? Né vale dire che di Aids si muore mentre il ragazzo musulmano alla peggio si sarà disinfettato a casa con acqua e sale, perché moltissimi muoiono anche e proprio perché l'ospedale li respinge. Moltissimi muoiono nel mondo tardocapitalistico (in Usa o in Cina) perché non hanno assistenza sanitaria (faccenda sulla quale peraltro la coppia Clinton è già stata sconfitta una volta).
È che la tragedia dell'Africa va ancora in prima pagina mentre quella del musulmano di New York scompare tra le righe di un articolo tutto sommato consolante. E dire che sulla tragedia dell'Africa (o del Dubai) le persone comuni (che non sono Sharon Stone) hanno poche capacità di intervento (salvo inviare un obolo), mentre sull'assistenza sanitaria nel loro paese avrebbero pur sempre quella potenza d'intervento che consiste nel voto (dico almeno in Usa se non in Cina).
Ed ecco dunque una buona ragione per leggere attentamente i giornali tra le righe, anche e specialmente là dove sono scritti in piccolo. In modo da non poter dire (come i tedeschi degli anni Quaranta) che loro non potevano sapere. Noi possiamo. E questo non vale solo per l'assistenza sanitaria al di là degli oceani, ma per tante cose di casa nostra, comprese molte che ci accadono proprio sotto casa.
Ecco il mio proposito per il duemilaotto. Sottrarre mezz'ora al giorno alla tele-visione per dedicarla alla decifrazione sospettosa della carta stampata.
Sto tornando da Lisbona, dove ho passato qualche giorno con Federico. Non ero mai stato in Portogallo e devo dire che la città mi ha fatto molta impressione. Camminando per le viuzze e i vicoli di Lisbona non ho potuto fare a meno di riconoscere quel senso di familiarità che le salite, i panni stesi alle finestre, i bassi, i volti stessi delle persone, sollecitavano in me. E più camminavo e più l’immagine della città lusitana e il ricordo di Napoli finivano col sovrapporsi. E da un lato vedevo una città pulita, riqualificata, piena di turisti, una città che non dà mai un senso di insicurezza, una città i cui vicoli sono pieni di vita, di giovani, di baretti, ristoranti e più mi saliva la rabbia al pensare ai vicoli di Napoli, all’invasione dell’immondizia, alla criminalità, al degrado, alla sporcizia, alla paura che hai se ti inoltri nei quartieri spagnoli, al fatto che mai una persona sensata aprirebbe un ristorante o una birreria da quelle parti.
Si badi bene, Lisbona non è Zurigo e mai lo sarà (per fortuna, forse) ma con Federico ci dicevamo ieri - davanti a una birra al Bairro Alto, in mezzo alla folla, all’una di notte – che Lisbona è la dimostrazione che anche una città di porto, piena di vicoli e vicoletti, può essere riqualificata, risanata, e che le persone lì possono vivere e fare soldi legalmente.
A voler poi mettere il naso fuori dal Centro Storico quello che si vede è una città dove, per dire, si cena a pesce per trenta euro a testa, si va in taxi dall’aeroporto al centro con meno di dieci euro, e, a tarda sera, dal nostro hotel al Centro Storico (dieci minuti di macchina) con un prezzo di gran lunga inferiore di quanto indichi a Milano il tassametro appena saliti in macchina.
A chi me lo chiede, dico sempre che non avrei mai cominciato a fare politica se ad un certo punto della mia vita non mi fossi trasferito all’estero. Basta viaggiare un po’ - e non verso paesi esotici all’altro capo del mondo: anche soltanto a due ore di volo da qui, in posti dove circola la nostra stessa moneta - per capire quanto la politica dei nostri perpetui sia stata incapace di gestire l’Italia negli ultimi trent’anni. La Spagna ci ha già superati e il Portogallo che ho visto in questi giorni sembra sulla buona strada. A vedere cosa si è fatto in questi paesi sembra che non solo da noi non si sia fatto niente, ma che si sia invece si sia distrutto con deliberata intenzione. Perché a far nulla non si sarebbe potuto di certo ridurre l’Italia nello stato in cui è.
A confrontare Malpensa e l’aeroporto di Lisbona c’è da arrossire per la vergogna: il tanto celebrato hub del nord, per il quale oggi tanto ci preoccupiamo, è un aeroporto inadeguato, inefficiente, assolutamente carente quanto a servizi (dai gabinetti ai negozi), e certamente non degno di una capitale e di un territorio importante come l’Italia settentrionale. A Lisbona stanno costruendo un nuovo e modernissimo terminal. E stanno costruendo pezzi nuovi di metropolitana attingendo, lo si legge bene sui cartelli, per il 75% ai fondi dell’Unione Europea, quelli che noi non usiamo o che intercettiamo a botta di truffe per arricchire magari la grande criminalità, ma certo non per rafforzare le infrastrutture del paese.
E così viaggiando da un capo all’altro dell’Europa, da Mosca all’Atlantico, continuo a vedere un continente che, tra mille contraddizioni, tra luci ed ombre, cresce. Cresce e corre. Mentre andavamo verso l’aeroporto in una giornata di sole radioso, guardavo le strade, i quartieri popolari, popolari ma lindi, di Lisbona. Guardavo i grandi manifesti della bellissima campagna che reclamizza il Portogallo (“Europe's West Coast” batte “Pleez visit Italy” 4 a zero) e non ho potuto che chiedere a Federico se secondo lui i perpetui viaggino oppure no. Perché se viaggiassero forse non si arrenderebbero a passare la mano ma almeno si vergognerebbero. Basterebbe che facendo un rapido confronto si vergognassero anche soltanto un po’.http://www.ivanscalfarotto.it/2007/12/lisbonapoli.html#more
«Due cose debordano scandalosamente in questo finale di commedia 2007. La spazzatura a Napoli e Lamberto Dini. Non si assomigliano nell’aspetto, non si assomigliano nell’odore, ma entrambi violano il senso comune, l’estetica delle cose. La prima è troppa, il secondo troppo poco. Disarmano chi guarda, avvelenano chi respira. Una è assai colorata, l’altro è perfettamente grigio, eppure emanano la medesima infelicità».
Mi ero ripromesso di non scrivere mai più di Alitalia. Come non detto.
Da giorni sui media tiene banco la decisione del cdaAlitalia di appoggiare la proposta Air France a scapito di quella di Air One & Co. A me questo pronunciamento pare ineccepibile. La scelta di un acquirente straniero ha una serie di effetti positivi: (i) minimizza la probabilità che in futuro continuino le pressioni su autorità aeroportuali a favorire Alitalia nell'attribuzione degli slot; (ii) in pratica elimina il governo come referente del sindacato; (iii) infine evita la formazione di una compagnia aerea nazionale di dimensioni tali da consentirle di continuare a richiedere privilegi e rendite di ogni tipo. In altre parole, la vendita ad Air France finalizza la liberalizzazione del mercato aereo.
Molte voci pseudo-autorevoli si sono espresse in proposito, illuminandoci con le loro sapienti considerazioni. Si è trattato di un'autentica galleria degli orrori. Iniziamo con i sindacalisti. Epifani (fonte: Sole24ore):
...perché se questa doveva essere la scelta si sono persi due anni di tempo buttando via soldi pubblici e impoverendo le prospettive della compagnia?
Il perché è ovvio. Finché c'erano risorse in cassa di cui il sindacato ed altri gruppi di potere potessero appropriarsi, la vendita non era possibile. In altre parole, la transversalitycondition doveva essere rispettata: la vendita sarebbe stata possibile solo quando il valore della compagnia avesse raggiunto lo zero assoluto. Ancora Epifani:
il piano Air France non spiega nulla su come intende garantire i collegamenti interni...
Evidentemente il cervello di Epifani si è congelato una trentina di anni fa e pensa in termini di piano quinquennale. Epifani vorrebbe che fosse lo Stato a determinare quali collegamenti la compagnia di stato dovrebbe servire, in quali orari, e a quali prezzi. Eh si', tutti ricordano i bene amati tempi in cui il monopolista Alitalia serviva una miriade di mercati, a prezzi contenuti e a costo zero per il contribuente... Congetturo che Epifani viaggi solo con Alitalia, forse perché la CGIL ha diritto a forti sconti. Se così non fosse, si sarebbe accorto che la maggior parte dei collegamenti interni sono serviti da altri vettori. E che i loro aerei sono pieni! Perché i prezzi sono finalmente agli stessi livelli che negli altri paesi europei.
Bonanni, come al solito, fa schiattare dal ridere (fonte: ANSA)
Affidare la compagnia ad una paese concorrente è un errore davvero imperdonabile... l'Italia ha un'importante industria turistica per questo siamo appetibili...
Paese concorrente? Chissà cosa penseranno in Francia del buon Todt, che da anni guida la Ferrari di vittoria in vittoria. Per quanto riguarda l'industria turistica italica, è ovvio che non potrà che beneficiare da un ridimensionamento di Alitalia, da cui c'è da aspettarsi un abbassamento dei prezzi.
Air France ha annunciato che il nuovo sistema ruoterà attorno a tre hub: ParisCDG, Amsterdam Schiphol, e Roma Fiumicino. La notizia ha scatenato le ire dei politici lumbard. Ire che a me paiono del tutto ingiustificate. In primo luogo, il ridimensionamento di Alitalia è un'occasione di sviluppo per Malpensa, hub o non hub. Infatti l'aeroporto, liberatosi dai vincoli imposti dal dover ospitare un sì ingombrante ospite, potrebbe finalmente allocare le risorse (gli slots, in in primo luogo) in maniera efficiente e attirare altri vettori (si è parlato di Ryan Air, ad esempio).
Una ulteriore considerazione è che sempre più il traffico intra-europeo si sta organizzando in una dimensione point-to-point invece che di hub-and-spoke. Ciò limita fortemente il costo di perdere lo status di hub. Per viaggiare da Valencia a Bologna, per esempio, così come da Orio al Serio a Cluj, non v'è bisogno di transitare per alcun hub. Lo stesso fenomeno sta interessando i collegamenti transatlantici, e li interesserà sempre più in seguito all'accordo Open Skies tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti, accordo che liberalizzerà l'entrata sulle rotte tra le due aree. Delta, per esempio (non Alitalia), già offre voli di linea tra New York JFK e ben quattro città italiane: Pisa e Venezia oltre a Milano e Roma. Durante le scorse tre estati, Eurofly (ora parte del gruppo Meridiana) ha garantito collegamenti diretti tra lo stesso JFK e Roma, Napoli, Palermo, e Bologna. Anche le compagnie low-cost hanno finalmente iniziato ad operare sul mercato del Nord-Atlantico. Per esempio, Flyzoom.com.
È poi ovvio che l'appetibilità di un aeroporto come hub, sia regionale che intercontinentale, dipende dal volume di traffico che si può originare nell'area limitrofa e dal costo/qualità dei servizi che l'aeroporto stesso può offire. La prima variabile è pressoché costante nel breve periodo. È della seconda che i politici lumbard, come azionisti SEA, si dovrebbero occupare, in modo da rendere Malpensa un partner credibile per una grande compagnia aerea.
Veniamo alle dichiarazioni dei politici, cominciando con il dottor Formigoni, presidente della Regione Lombardia (al cui confronto anche il nostro VascoErrani pare un genio della lampada). Secono l'AGI, Formigoni avrebbe così commentato il pronunciamento del management Air France:
Mi sembra una scelta folle, concepibile solo da una compagnia come Air France che ha interesse strategico a sviluppare i propri hub di Parigi e Amsterdam avendo poi una piccola propaggine al Sud, a Roma e togliendo di mezzo il proprio concorrente più importante che è determinato da Malpensa.
Da dove iniziare? Quale sia questo interesse strategico, non è dato sapere. Se l'area milanese veramente rappresenta un'opportunità di profitto, una Air France che punta a massimizzare il valore ne saprà trarre vantaggio. Se al contrario, come è certamente possibile, il valore per i propri azionisti ad AF non interessa, altri vettori sapranno approfittarne. Malpensa concorrente più importante? Prima di tutto, Malpensa sarebbe semmai un concorrente per l'aeroporto Charles De Gaulle, non per Air France. Ma, viene da chiedere, Formigoni lo lascia mai il Pirellone? C'è mai stato a CDG o a Schiphol? Chiunque viaggi sa che Malpensa non è più che un aeroportucolo provinciale mal progettato, che sicuramente offre pessimi servizi ai viaggiatori e, immagino, anche alle compagnie aeree. Non potrebbe essere altrimenti. In caso contrario, non ci spiegheremmo come un'area ad alta densità e ad alto reddito pro-capite come quella in cui si trova non generi un traffico ben maggiore. Perché dunque, invece di occuparsi di affari che non gli competono, Formigoni non si adopera per migliorare l'appetibilità di Malpensa? Sempre secondo l'AGI, Formigoni ha aggiunto:
...che Alitalia si metta in mano al proprio nemico storico limitandosi a diventare una compagnia regionale...
Nemico storico? Di cosa sta parlando Formigoni? Di guelfi e ghibellini? Di Toro e l'altra squadra? Non da meno è stata Letizia Moratti che, dopo essersi distinta per l'editto fascista che nega il diritto all'istruzione ai figli di immigrati irregolari, dichiara lapidaria che
Lasciando Malpensa, Alitaliasarà fuori mercato.
Poniamo che abbia ragione. Che le frega? Ripeto: che le frega? La popolare signora Brichetto-Moratti deve essere un'altra entusiasta del modello superfisso. Infatti aggiunge:
...una volta completate Tav, Pedemontana e Bebremi, i nostri scali (scali lombardi, ndr) serviranno un bacino potenziale di 17 milioni di persone. Ignorare questa realtà è una follia.
Poniamo che per qualche ragione AF la ignori, questa realtà. Perché non dovrebbero esserci vettori, nuovi o vecchi, pronti ad approfittarne?
È ovvio che, tra i moventi delle affermazioni appena commentate, non v'è solo l'estrema ignoranza che contraddistingue questi soggetti. Vi sono anche motivi di opportunità politica. Ciò che lascia esterrefatti è la pochezza dei giornalisti italiani, che si limitano a riportare le raccapriccianti dichiarazioni dei politici, senza nemmeno chiedere ai tecnici di commentare la decisione del cdaAlitalia.
Solamente il Corriere, lasciando la penna a Francesco Giavazzi, fa eccezione. Giavazzi si chiede, a ragione, perché Prodi abbia deciso di aspettare due settimane prima di produrre una decisione definitiva. Scrive :
Che cosa pensa il governo? Di essere più bravo di molti tecnici che hanno contribuito a quella decisione? Dandosi due settimane Prodi corre un grande pericolo. I variegati interessi particolari che ieri (22 dicembre, ndr) sono usciti sconfitti non andranno certo in vancanza: le pressioni, gli ammiccamenti, le promesse che ieri non ce l'hanno fatta ci proveranno di nuovo. Solo che la prossima volta non sarà un consesso di persone per bene, ma un consiglio dei ministri vociferante nel quale gli uni difenderanno i piloti, altri i dipendenti della Sea, altri ancora i sub-fornitori Alitalia
e nessuno i cittadini.
Mi limito ad aggiungere che, a scambi azionari aperti, due settimane offrono ampie possibilità di speculazione e di insider trading. Episodi che nuoceranno solo ai piccoli azionisti.
Ciò di cui non si è proprio parlato è il livello di concentrazione che il mercato europeo raggiungerebbe a seguito dell'operazione AF-AZ, anche in considerazione della recente acquisizione della compagnia VLM da parte del gruppo Air France-KLM. Nel medio periodo, tale concentrazione non desterebbe particolari preoccupazioni, se non fosse il caso che i tre maggiori gruppi, Air France, Lufthansa, e BA, possiedono la maggior parte degli slot in aeroporti principali e che tali slot siano stati assegnati essenzialmente a costo zero e a tempo illimitato.
Santità, Le scrivo per farLe umilmente sapere che nel 2007 mi ha fortemente deluso. Come del resto nel 2006. In verità aveva iniziato a deludermi nel 2005, ma al tempo ero propenso a considerarLa con la benevolenza che si riserva agli esordienti.
Santità, chi le scrive è uno dei tanti cristiani – senz'altro uno dei peggiori – che non può più soffrire di sentirsi minoranza in casa sua. Non è forse l'Italia un Paese di salde radici cristiane? Non è Roma la capitale della Cristianità? E allora perché noi cristiani dobbiamo sentirci, giorno dopo giorno, una minoranza sotto assedio? E perché i nostri pastori non fanno nulla di concreto per difenderci? E perché Colui che dovrebbe guidarli, il Vicario di Cristo in terra, sembra piuttosto assorto in preoccupazioni mondane, come ripassare le declinazioni del latino o provarsi le nuove frangette rosse che piacciono tanto a quella vecchia zia di Zeffirelli? Eh? Sto parlando di lei, Santità: crede che ci basti un'enciclica, mentre qui fuori i barbari ci inquinano le sorgenti?
Santità, la prego, volga uno sguardo al suo povero gregge italico, che come ogni trentun dicembre si ritrova sbalordito davanti alla televisione e constata una volta di più l'amara verità: la Chiesa ha perso. L'Italia è pagana. Forse non ha mai smesso di esserlo, in ogni caso negli ultimi anni lo è diventata sempre di più. Fino a qualche tempo fa gli oroscopi erano un passatempo da parrucchiere, ora ormai sono una presenza istituzionale in tutti i canali. Compreso quelli di Stato. Compreso quello in quota CEI, e Lei che fa? Cosa ne pensa? Niente, lei continua a prendersela con gli atei. Ma Santità, si può sapere dove li ha visti tutti questi atei in Italia? Magari ce ne fossero. Almeno gli atei sono razionalisti, ci si può discutere. In fondo gli atei e i monoteisti hanno centinaia di cose in comune, basti pensare a tutti gli Dei a cui non credono.Ma in Italia non ce n'è, si fidi, hanno tutti almeno un cornetto al collo, e cosa vuoi discutere con qualcuno che crede ai poteri invisibili del corallo? O ai poteri di Venere nello Scorpione? O nella sfiga? O nel malocchio? O nei maghi che conoscono in anticipo i numeri del lotto, e invece di giocarseli te li vendono in offerta speciale? Ci vuoi anche discutere, con questi qui? L'unica è bruciarne un po'. Potremmo cominciare con gli stregoni – gli indirizzi sono sulle pagine gialle.
Santità, i suoi uomini continuano a prendersela con Odifreddi, e intanto Wanna Marchi è a piede libero. Si rende conto? Magari nessuno le ha mai parlato di Wanna Marchi, mentre le hanno raccontato che Odifreddi è una grave minaccia; è possibile essere così mal consigliati? Odifreddi non è che un cane sciolto, sconosciuto ai più, mentre la Marchi rappresenta l'Italia profonda, l'Italia crapulona e bottegaia, l'Italia credulona e felice d'esserlo, l'Italia pagana, la Babilonia, la Grande Meretrice! E Lei, Santità, vive al centro di tutto questo e... di cosa si preoccupa? Delle radici cristiane dell'Europa, mentre qua fuori i santoni ancora ci curano con gli estratti di mandragola? Contro gente come questa, andrebbe rifatto un tribunale della Santa Inquisizione, e subito. E Odifreddi, lo si potrebbe cooptare come membro esterno. C'è tanto da imparare dagli scettici come lui.
Santità, all'inizio del 2008 vogliamo finalmente porci il problema delle cosiddette “previsioni astrali”? Vogliamo dire che è un rito pagano e repellente, e che nessun editore o responsabile di rete cristiano dovrebbe averci a che fare? Se lei va al balcone a ordinare di bruciare tutte le riviste astrologiche nei chioschi, io son pronto; ma è meglio se me lo dice un po' per tempo, così mi tengo anche da parte la benzina. Perché anche in questo 2007 mi è capitato di vedere in tv persone sorridenti dichiarare che loro non assumerebbero mai un Ariete o un Sagittario o un vattelapesca; e sono sicuro che non scherzano. Ci vogliamo rendere conto di questo? Se le stesse persone dicessero che non assumono neri, o musulmani, o circoncisi, cascherebbe giustamente il mondo; in quest'Italia hypocritally correct la segregazione razziale è proibita e la segregazione religiosa un'eresia; invece la segregazione zodiacale è perfettamente tollerata. Andate poi a lamentarvi della fuga dei cervelli – se la selezione del personale la fanno coi tarocchi, vi lamentate? In Italia, nel 2007, c'è gente che perde opportunità di lavoro perché è Scorpione. Nessuno dice niente, e intanto tutti si toccano le parti basse. È uno schifo, Santità, uno schifo.
Santità, prima ancora di essere cristiano, io sono un monoteista. E so cosa significa. Banalmente: c'è un solo Dio, e il resto sono stronzate. Idoli. Vanno bruciati, e va bruciato chi si ostina ad adorarli: perché chi è tanto stupido da adorare pezzi di legno, o addobbi dorati, o astri lontani anni luce, o è in malafede o ignorante senza redenzione.
Prima della sua elezione avevo udito mirabilie sul suo conto. Mi aspettavo dunque da lei lo zelo del vero Monoteista. Il Mosè che fonde il vitello d'oro e lo fa bere agli ignoranti. O il Maometto che torna alla Mecca e spazza via tutta la chincaglieria pagana intorno alla Ka'ba. O almeno il Gesù che frusta i mercanti al Tempio. Invece lei si preoccupa degli... aborti. Ma Santità, col dovuto rispetto, che problema saranno mai gli aborti? Non ci sono più, non ci sono mai stati, se esistono non possono più essere nel Limbo e quindi probabilmente stanno in Paradiso. Problema risolto, direi. Vogliamo dunque cominciare a preoccuparci anche dei poveri cristiani adulti, costretti a destreggiarsi in un mondo di ignoranza e superstizione? Non si vive di soli feti, Santità. Suo devoto
Leonardo
OK, OK, s'è presentato candidato sindaco a Bogotà, e non aspirava alla Presidenza della Repubblica. Per un ruolo amministrativo non possiamo aspettarci doti da statista, nè l'equilibrio di un navigato leader nazionale o regionale.
Ma William Vinasco ha esagerato quando ha incluso Adolf Hitler tra i cinque personaggi che avrebbe invitato a cena a casa sua.
Quando un sondaggio lo ha collocato a pochi punti percentuali da Peñalosa, William Vinasco è diventato la sorpresa delle elezioni bogotane. Il radiocronista più famoso del Paese sembrava aver fatto presa su una grande fetta degli elettori, e El Espectador del 22 Settembre gli ha dedicato un'intervista a pagina intera.
Il simpaticone (a destra nella foto che illustrava l'articolo) ha detto che il dittatore tedesco l'avrebbe invitato "perché dev'essere stato una persona molto interessante: non tutti riescono a metter il mondo ai propri piedi".
Gli ha risposto Daniel Coronell con una delle sue pagine su Semana. Io mi limito a richiamare il curioso caso di un altro 22 di Settembre (dell'anno scorso), quando il Presidente Uribe designò il Direttore del Programma Colombia Giovane.
PS: Vinasco ha preso il 16,72% dei voti, a Bogotà...http://bogotalia.blogspot.com/
La giustizia italiana ha disposto nei giorni scorsi l’arresto o l’estradizione di almeno 140 persone vincolate con il Plan Condor e giudicate responsabili della sparizione di 25 cittadini italiani in America Latina durante gli anni Settanta ed Ottanta.
Tra questi c’è l’ex generale Morales Bermúdez (che oggi ha 86 anni), che guidò la Giunta militare peruviana dal 1975 al 1980. La richiesta italiana ha trovato un fronte compatto nel governo e nella giustizia peruviana, che pur dichiarandosi disposti a “collaborare”, hanno rifiutato qualsiasi richiesta di estradizione ed hanno difeso l’operato del militare e del suo Primo ministro dell’epoca, Pedro Richter Prada, anche lui richiesto in Italia.
Alan García, fiutata l’occasione per rinfocolare il nazionalismo, ha subito parlato ai media per ricordare agli europei in generale che il Perù è uno Stato di diritto e non una repubblica delle banane e che bisognerebbe solo ringraziare Morales Bermúdez per quello che ha fatto.
Ma cosa ha fatto appunto, l’ex numero uno della Giunta militare? Intanto, era il Capo di Stato maggiore durante la disastrosa dittatura di Juan Velasco che depose il governo democratico di Fernando Belaunde. Migliaia di oppositori (di destra e di sinistra, già che Velasco perseguiva una terza via) furono incarcerati o costretti all’esilio. Poi, nell’agosto 1975, con un colpo di Stato, si autoproclamò presidente della Repubblica, sciolse l’assemblea internazionale dei Paesi non allineati che si stava tenendo a Lima e continuò il piano rivoluzionario di Velasco. Lo storico Basadre lo chiama “un fellone”: in meno di dieci mesi di potere si liberò di tutti quei collaboratori che lo avevano portato alla dittatura. Il suo governo fu almeno disastroso come quello di Velasco, fino a che la pressione interna lo portò ad accettare –come Pinochet, ricordate?- elezioni libere nel 1980 che, puntualmente, perse.
Morales Bermúdez venne salvato dal fatto di essere stato un dittatore “light” se paragonato agli altri tiranni dell’epoca. Desaparecidos pochi; diritti civili relegati in secondo piano, ma almeno presenti; mano debole nei confronti delle richieste della massa: insomma, non passa l’esame per essere ricordato come un vero cattivo.
Perchè, però, Alan García lo difende a spada tratta? La risposta è semplice: García ne ha combinate ben peggiori di Morales Bermúdez, come le famose stragi nel carcere del Frontón o la repressione militare nella sierra. Se cede ora con l’ex generale, un domani si troverà alla sbarra degli imputati in qualche aula processuale d’Europa o d’America, a rispondere di reati ben più gravi della scomparsa di un montonero con passaporto italiano.
Sui blog peruviani, sempre interessanti e puntuali, la discussione è accesa: http://puenteareo1.blogspot.com/2007/12/qu-exageracin.html http://nauseapolitica.blogspot.com/2007/12/militares-peruanos-y-montoneros.html http://desdeeltercerpiso.blogspot.com/2007/12/condores-morales-y-derechos-humanos.html http://magisterioperu.blogspot.com/2007/12/el-felon-con-los-dias-contados.html
Ritorna la 'dolce vita' nella capitale estiva del Kashmir dopo 18 anni di integralismo
Srinagar torna a rinascere dopo gli anni bui dell'oltranzismo sunnita, scrivono i quotidiani indiani a proposito della nuova vita notturna che agita la capitale estiva del Jammu e Kashmir. Il lungolago Dal è tornato a popolarsi fino a tarda sera, attirando la curiosità di diversi inviati di testate locali e asiatiche che sono venuti a descrivere il rifiorire della 'Svizzera d'India', fino al 1990 la capitale estiva non solo del Jammu e Kashmir, ma soprattutto dei set di Bollywood e residenza festiva dei suoi divi più conosciuti, così come di star occidentali del calibro dell'ex Beatle George Harrison che viveva in una barca ormeggiata sul lago Dal.
Una Sankt Moritz sul lago Il quotidiano cinese 'AsiaTimes' ha indagato sul risveglio della vita notturna di Srinagar, con nuove 'case da tè' o caffetterie in stile 'StarBucks' dove tirar tardi. Impiegati artisti e giornalisti si riappropriano della Dolce Vita che caratterizzava il resort preferito della borghesia settentrionale indiana che d'estate sfuggiva qui alla calura delle pianure dell'Uttar Pradesh, del Rajasthan o del Madhya Pradesh
Alcuni eventi lo scorso giugno hanno attirato curiosi da tutta l'Asia: la riapertura del Centro Congressi per il primo Festival del cinema tenuto sulle rive del lago Dal da quasi 20 anni. E pochi giorni dopo il nuovo teatro dell'Opera, nel Parco Zabarwan, ha ospitato per tre giorni il Festival della musica Sufi e Kashmira.
In mezzo alla guerra. Tutto questo sotto gli occhi vigili delle pattuglie dell'esercito indiano, che dal 1990 sono dispiegate in tutta la valle del Kashmir per cercare di reprimere la rivolta indipendentista attizzata dall'oltreconfine islamico pachistano; gli estremisti islamici da allora hanno portato anche degli eccessi di integralismo religioso sconosciuto alla tradizione musulmana tollerante dei Sufi Kashmiri. Adesso Boulevard street, sul lungolago Dal, è un fiorire di rosticcerie Kashmire e Cinesi o fast food in stile McDonalds, di barbecue in stile mongolo, ma negli ultimi 17 anni il rigore dei Gruppi per la morale, condotti dalle donne del Dukhtaran - i -Millat sono stati protagonisti di spedizioni mirate a distruggere negozi di liquori, ristoranti che accoglievano giovani coppie e persino negozi che esponevano cartoline di San Valentino, per "difendere il Kashmir dal degrado morale".
Whisky e Burqa I primi costumi a cadere sotto l'occhio dei nuovi fustigatori sunniti arrivati in città dopo le prime rivolte anti-indiane del 1989 furono i capi d'abbigliamento dei giovani. Nel 2000 una pattuglia d'integralisti sparò nelle ginocchia a un ragazzo perché indossava jeans e pullover. Durante i primi anni '90 si registrarono anche i tentativi di far passare l'uso del Burqa, ancora adesso rifiutato come 'non conforme alla tradizione musulmana kashmira', come riferisce una giovane giornalista, Afsana. Ben presto, dopo l'insurrezione islamica del 1989, chiusero tutti i cinema e i centri di bellezza, tra uno scontro a fuoco e un attacco a suon di bazooka. Tutti i negozi di liquori vennero distrutti. Adesso negli hotel a cinque stelle o in alcune temerarie botteghe si possono trovare bottiglie di liquore, anche se vengono vendute dietro una grata di ferro; ma gli Srinagaresi non devono più fare 150 chilometri fino a Ramban per procurarselo.
Il rovescio della medaglia. Il mese scorso ha anche riaperto il cinema Niilam, anche se ancora non c'è la coda per entrare: in 20 anni i Kashmiri si erano ormai abituati a vedere i film di Bollywood con la tv via cavo, i video registratori e i Dvd più di recente. Adesso, gli idoli della gioventù, a sentire gli ultimi sondaggi, sono comunque il fondatore della Infosys Narayana Murthy, con la promessa di integrazione nel miracolo tecnologico indiano, o Qazi Tauqir, il vincitore kashmiro dell'ultima edizione del 'Saranno Famosi' in salsa curry. La pace è ancora di là da venire, con sei attacchi terroristici a suon di mortaio solo nell'ultima settimana, uno nella zona piena di centri commerciali di 'Porta di Dal' venerdì 27; e nemmeno la pace sociale è assicurata, con le periodiche scorribande dei moralisti del 'Forum islamico contro i Mali sociali', che ultimamente ha picchiato parecchie coppiette che non erano accompagnate da parenti.
VIETNAM Chiedendo giustizia, scendono in piazza, per la prima volta, i cattolici di Hanoi In 4-5mila, portando in mano candele accese, hanno pacificamente chiesto e pregato per la restituzione dell’edificio che ospitava il delegato apostolico e che fa parte del complesso dell’arcivescovado. La riconsegna del palazzotto, ultimamente usato anche come night club, è oggetto di una petizione alle autorità governative locali.
Hanoi (AsiaNews) – Per la prima volta i cattolici di Hanoi sono scesi in piazza. La notte di Natale (nella foto) 4-5mila persone hanno pacificamente manifestato per chiedere al governo di restituire alla Chiesa l’edificio della Delegazione apostolica, requisito dalle autorità pubbliche ed attualmente usato anche come night club.
Portando candele, i cattolici hanno pregato perché alla fine la giustizia trionfi, come chiede in una lettera pastorale del 15 dicembre l’arcivescovo della capitale, Joseph Ngo Quang Kiet.
Per la restituzione dell’edificio, che fa parte del complesso dell’arcivescovado e della cattedrale, il 23 dicembre è stata anche presentata una petizione alle autorità governative locali. “Spero – dice ad AsiaNews uno studente – che le autorità locali consentano ai problemi sociali della gente. Vogliamo dire la verità, presentando le nostre aspettative secondo la tutela offerta dalla legge vietnamita. Le autorità locali usano terreni ed edifici legalmente dei cattolici per affari o lavoro amministrativo”.
La questione non riguarda, solo l’edificio che era del diplomatico vaticano. “Dopo il 1954 (presa di potere dei comunisti nel Nord Vietnam, ndr) – aggiunge un giovane -proprietà ecclesiastiche, come le chiese di San Paolo, quella De La Salle, il seminario Lieu Giai, la scuola Dung Lac, la Teresa Printing House sono state requisite e trasformare in ospedali o uffici governativi”.
Ad Hanoi si dice che quando il governo prende dei posti, significa che sono “creduti religiosi”. “Pensano – dice ancora - che qualcuno organizza azioni o persone contrarie al governo. Ma noi cattolici svolgiamo solo attività religiose secondo la nostra fede, non facciamo politica contro il nostro Paese”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11123&size=A
Benazir (unica, senza eguali) è stata prima donna, a soli 35 anni, ad essere eletta primo ministro in un Paese musulmano. E durante il suo governo il fratello Morteza viene assassinato dagli uomini dell'esercito. Se il padre Zulfagar, a sua volta capo del governo eletto democraticamente è stato fucilato dal generale golpista Zia, l'assassinio di Benazir “figlia del destino” porta la responsabilità del plurigolpista generale Musharraf, attuale alleato di Bush in quella che chiamano "guerra al terrorismo".
. L'assassinio rivendicato da al - Qaeda, in realtà è il risultato dell'intesa tra quei settori dell'ISI (servizi pakistani) e l'esercito che convivono e spesso gestiscono l'estremismo confessionale, il quale ha prolungamenti e radici ideologico-finanziarie nel wahabbismo e sede nei ricchi scieccatti petroliferi arabi. La stessa Benazir, dopo l'attentato che ha funestato il suo rientro dall' esilio il 18 ottobre scorso, costato la vita a 140 suoi sostenitori, ha denunciato settori eversivi dei servizi e dell'esercito al comando di Musharraf , facendo i nomi dei responsabili.
Al generale golpista Musharraf (anch'egli sotto la minaccia dei suoi colleghi più giovani che hanno un'intesa con gli estremisti taleban e al - Qaeda) rimane il disonore di aver difeso i militari che violentano le donne – vedi il caso del colonnello Hemad e della dottoressa Shayazeh Khaled e quello di Mukhtar Mai – e anche l'ignominia di “aver lasciato fare” ai propri generali e agli estremisti taleban di al - Qaeda, un assassinio ampiamente annunciato, per beneficiarne politicamente.
Benazir l'”Antigone del Pakistan”, era l'espressione delle istanze di democrazia e la speranza di un intero popolo per uscire dal sistema basato sul feudal-taleban-militarismo, sottoposto ai generali golpisti, gestori del narcotraffico e del traffico nucleare.
Aveva scritto e detto di essere tornata in Pakistan per portare la democrazia in cui credeva profondamente e per porre fine al potere tirannico dei generali golpisti e al protagonismo dei partiti religiosi estremisti che nella storia del Paese “mai hanno superato 11% dei voti “ . Cadendo durante una manifestazione per mano di chi cerca di dare volto politico al crimine, al sopruso e all'usurpazione dei diritti della collettività, ha dimostrato di essere una coraggiosa combattente per la democrazia, simbolo di speranza e di molte altre bellezze.
Sri Lanka : ONU , prosegue reclutamento bimbi soldato
di Carla Amato
I ribelli separatisti dello Sri Lanka Tigri Tamil e la fazione Karuna continuano a rapire bambini per arruolarli come soldati nel sanguinoso conflitto nello Sri Lanka. Lo dice una nuova relazione dell'ONU letta due giorni fa dal segretario generale Ban Ki-moon che copre il periodo dal 1 novembre 2006 al 14 settembre 2007.
La relazione di 20 pagine osserva che "entrambe le parti non sono riuscite a porre fine al rapimento, reclutamento e impiego di bambini". Le Tigri Tamil (LTTE) e il TMVP / fazione Karuna - separati dalle Tigri Tamil e oggi sostenitori del governo - non sono nemmeno riusciti a "liberare tutti i bambini incglobati nelle loro forze e ad impegnarsi in procedure trasparenti per il rilascio e la verifica" che consentirebbe alla Task Force delle Nazioni Unite il monitoraggio e il pieno accesso ai siti militari sotto il loro controllo.
Nel periodo preso in esame dal rapporto, circa 262 bambini sono stati reclutati dall'LTTE, il che - seppur conferma il fenomeno crimonoso - rappresenta una diminuzione significativa rispetto al precedente periodo di 12 mesi, quando erano stati reclutati 756 minori. Negli stessi periodi il numero di bambini reclutati dalla fazione Karuna e' salito invece da 193 a 207, secondo l'UNICEF. Secondo l'ONU, i Karuna hanno mostrato particolare malafede fingendo di rilasciare i bambini durante le visite dell'UNICEF in un falso cmpo di reclutamento rireclutandoli dopo pochi giorni.
Il reclutamento di bambini e' in violazione del diritto nazionale e internazionale, secondo cui e' 18 anni l'eta' minima per il reclutamento e comunque per il combattimento in prima linea.
Vi siete chiesti perchè l’opposizione è tanto critica con il Governo Prodi e non vede l’ora di metterlo fuori gioco ?
La mia risposta è fin troppo semplice, forse addirittura scontata, ma credo sia la vera essenza di tanto accanimento contro l’attuale esecutivo. Prodi, infatti, con la sua calma, quasi esasperante per i tanti oppositori, sta cambiando la storia della politica italiana. In una situazione di estrema difficoltà economica per il Paese e con un esiguo
margine di maggioranza al Senato, il Presidente Prodi è riuscito a cambiare il corso della politica italiana come nessun altro statista era riuscito a fare prima di lui.
L’inversione di tendenza è stata talmente drammatica per il centrodestra che più passa il tempo più tutti, ma proprio tutti, si stanno rendendo conto che sarà impossibile tornare indietro dalle posizioni progressiste che si sono già assunte in molti settori chiave della politica italiana. Oltre agli uomini politici, anche elettori, per quanto superficiali possano essere, non sono poi così condizionati dalle menzogne propinate quotidianamente con gli slogan berlusconiani per non rendersi conto che l’Italia sta crescendo. Che in questi mesi di governo del centrosinistra l’attenzione della politica è rivolta alla gente, quella che lavora tutti i santi giorni per guadagnarsi uno stipendio per mandare avanti la famiglia. Gente che "prima del centrosinistra" non era neppure considerata come forza-lavoro in grado di muovere l’economia. Gente che non rientra nei parametri imprenditoriali presi in considerazione, anzi sfacciatamente aiutati, dal governo di centrodestra.
Perché questa è la differenza fondamentale tra la concezione dei due "poli". La destra pensa ai ricchi (meglio chiamarli benestanti per non confonderli con i grandi industriali “paperoni”) perché conservino il loro status e continuino ad alimentare la grande macchina del consumismo sfrenato. La sinistra che, invece, ha cominciato (perché il lavoro è appena iniziato) a guardare con attenzione la stragrande maggioranza dei lavoratori salariati, quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese e che non hanno soldi da spendere per il superfluo. Questa la causa di tanto trambusto, di tanta fretta di cacciare Prodi. L’inversione di tendenza che tanto "preoccupa" tutta la destra (non solo Berlusconi). Perché si da il caso che l’economia dei ricchi imprenditori sia strettamente legata all’aumento delle vendite dei prodotti che ci vengono offerti dai mille spot pubblicitari che interrompono i programmi TV.
Allora cosa ha fatto il Governo Prodi per ovviare al calo delle vendite interne ?
Mentre risolveva le beghe di Palazzo, ha sviluppato in pochissimo tempo un programma per realizzare un sensibile aumento dell’esportazione. Mai prima d’ora l’Italia aveva esportato tanto. Non lo dico io, lo dicono le statistiche ufficiali. L’incremento dell’export è stato tanto importante da farci diventare in pochissimo tempo il terzo paese europeo per livello di fatturato con l’estero.
Tutto questo (e molto di più che ancora non è affiorato alla superficie dei risultati tangibili alla platea degli elettori più distratti) ha fatto il Governo Prodi per attirarsi addosso le continue invettive di tutta l’opposizione che, se mai riuscisse a tornare al governo del Paese, si troverebbe in serie difficoltà ad affrontare un opinione pubblica ormai adulta, "cresciuta" nei mesi di duro (a volte durissimo) scontro politico che ha messo in evidenza molte problematiche che nessuno aveva mai voluto sollevare per non "cambiare l’andazzo" estremamente favorevole ai grandi affari, di tante situazioni ai margini della legalità (per essere buoni) che sono venute allo scoperto in questi ultimi mesi. Situazioni che nessuno poteva sospettare. Scandali coperti da moltissimi, troppi interessi, per venire a galla fino ad essere denunciati dalla stampa come, prima di adesso, si era visto soltanto in una democrazia avanzata come quella degli Stati Uniti dove la libertà di stampa conta su di un forte potere appoggiato da tutta l’opinione pubblica. Dove gli "intoccabili" sono ormai un vecchio ricordo degli anni ruggenti del proibizionismo, mentre da noi sono ancora una scottante attualità che stiamo cominciando a conoscere.
Ecco perché ce l’hanno tanto con Prodi.
unodisinistra
P.S.: INTANTO IL GOVERNO CERCA DI PROSEGURE LA SUA OPERA DI RINNOVAMENTO NELL’INTERESSE DEL PAESE
Il fatto è che ho un problema politico. Grosso. Immenso. Si chiama Binetti.
d il problema è talmente grave che, per ora, smetto di militare per il Partito Democratico e ora come ora non lo voto.
Di qui in poi il post prosegue per un numero fastidioso di caratteri. Proseguite la lettura solo se siete in vacanza e fuori piove o c’è nebbia. Ah, dimenticavo, il post è NSFC (not suitable for catholics).
Per proseguire, cliccate qui sotto.
Come avranno capito i pochi coraggiosi che hanno cercato di fare surf sullo tsunami di parole con cui periodicamente innaffio i post in cui (s)ragiono di politica, sono uno tra quelli “presi bene” dall’idea di fare il Partito Democratico.
L’idea, dicevo, mi piace: unire i vari riformismi, uscire dallo steccato di vecchie identità e cercare di mettere d’accordo idee e persone che, pur avendo storie e stili di vita diversi, alla fine vogliono le stesse cose, cioè un paese un po’ più dinamico, con meno privilegi, meno incrostazioni burocratiche e più giustizia in tutti i sensi.
Insomma, per la prima volta fare una vera casa comune tra riformisti veri e onesti. E non, come è capitato in passato con le varie “cosa 1″ e “cosa 2″, dare una copia delle chiavi di casa nostra (di noi di sinistra) agli alleati, proponendogli di trasferirsi da noi.
E’ per quello che prendo a male parole quelli che - da sinistra - attaccano la puntina sul disco che fa “sì, ma il Partito Democratico non è più una cosa di sinistra…” e quelli che - dal centro - dicono “Ossignore, ci siamo spostati a sinistra, coi comunisti!”.
Il fatto è che in un panorama tristanzuolo e mediocre come l’elettorato italiano (e ciò che esprime, ma la colpa è prima di tutto della gente) e in uno scenario in cui il dibattito politico tra la ggggente è sospeso tra il “signora mia” e il “vi rompereeeemo il culo”, l’idea di costruire una cosa “terza” senza essere accusati a seconda dei casi di aver venduto il culo ai democristiani o ai comunisti è semplicemente puro wishful thinking.
Poiché facciamo una cosa del tutto nuova, ci sta pure che si perda un po’ di identità e che le vedute su alcuni temi di frontiera spesso non coincidano. Francamente è un rischio che vale la pena correre, vista l’opportunità e il beneficio che ne trarrebbe la politica italiana.
Insomma, io non mi nascondo il fatto che alleandosi con un pezzo di riformismo di centro, la sinistra responsabile si va a mettere in un mezzo guaio coi cattolici, ma si può fare. Tanto prima o poi si estinguono. Sono più (e più importanti) le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.
D’altronde se l’obiettivo a lungo termine è fare un partitone che conti il 40% dell’elettorato e abbia un peso politico notevole, ci sta che candidi gente che non la pensa esattamente al millimetro come me, che già ho problemi a trovare gente che mi piaccia in un partito che prende solo il 16%.
Però, cazzarola, ci sono dei limiti. Non so capire bene dove sono di preciso, ma so capire quando li si supera. E la senatrice Binetti li ha superati. Tutti.
Mi spiego meglio. Per amore dell’unità io sono disposto ad avere nel PD anche gente che pensa - per fare un favore alla Chiesa - che sia giusto finanziare la scuola privata (io, in quanto liberale, sono contrarissimo e in quanto ateo, anticattolico, avversatore dell’insegnamento di tipo confessionale e nemico dei diplomifici a pagamento, ancora più contrario) o che, per andare dietro al Papa, è contraria ai DICO/PACS. Mi turo un po’ (tanto) il naso, ma capisco che possano esserci e non possiamo regalarli tutti alla barbarie destrorsa.
Però se un domani il PD mi candida Er Pecora, Hitler o Calderoli, lo scenario è ben diverso: non si tratta di gente che ha molti punti in contatto con me e *alcuni* punti di diversità ideologica e di stili di vita. No, sono persone di cui combatto tutto: le idee, lo stile, il linguaggio, ecc.
In un partito che si chiama “democratico” non può assolutamente stare uno che nega l’Olocausto. E infatti non c’è. E non può nemmeno starci uno che fa il solito trito razzismo contro i meridionali. E infatti non c’è. E non può starci un fan di Stalin, un monarchico o un supporter non pentito di Prima Linea o di Al Qaeda.
Ecco, non può starci nemmeno chi - come la Binetti - dichiara di considerare l’omosessualità una “malattia da curare” e vota contro ad una legge - su cui era stata posta la fiducia - che considerava reato punibile gli atti di omofobia. Si tratta di un’opinione talmente stupida, antiscientifica e assurdamente bigotta (ma esistono bigottismi non assurdi?) da essere quasi patetica nella sua mostruosità. Lo sanno perfino gli omofobi che non è così e tra l’altro questo non gli impedisce di odiare gli omosessuali.
E vorrei far notare che mi indigno pur non essendo uno di quelli che considera la “causa omosessuale” tra quelle centrali per il Paese (ciò non toglie che io continui ad essere favorevole al matrimonio tra omosessuali e all’adozione da parte di coppie gay, ma le considero battaglie meno importanti rispetto, per dire, al risanamento del deficit o alla lotta al precariato)
Ormai la questione Binetti è una comica e una tragedia al tempo stesso. Lo sanno perfino i muri che una così non può stare in un partito di centrosinistra o in un qualsiasi partito che si dichiari democratico (a parole teoricamente lo sarebbero tutti, inclusa Forza Italia) e dovrebbe limitarsi al (sempre più piccolo e disabitato) recinto maleodorante dell’estrema destra clerico-fascista, intendo quella extraparlamentare.
Fa semplicemente ridere vedere quanto sia fuori posto, incomprensibile, assurda, inspiegabile e aliena una figura così in un partito moderno, progressista, anti-razzista e intelligente. Cioè, ci sono persone a destra (anche molto più a destra, perfino tra gli impresentabili) che hanno visioni più progressiste e meno razziste di lei!
E fa piangere il fatto che - per quanto tutti noi ci affanniamo nel progettare un PD innovativo, “avanti”, ecc. - tutto crolla di fronte alla “questione Binetti” e ai cosiddetti “teo-dem”. Sopporto a fatica i “teo”, ma questa è tutto tranne che “dem”. Diciamolo con franchezza: è una razzista, del livello dei Borghezio, dei Calderoli, dei Prosperini, ecc. Solo che sa coniugare i verbi e non ha la bava alla bocca (sennò le si macchia il cilicio), quindi a noi superficialoni sembra più presentabile.
Questa qui, oltre a disgustarmi e ad essere in palese contrasto con le fondamenta di un “partito democratico”, fa perdere credibilità al progetto del PD e fa perdere voti.
Perché una persona sana di mente non vota un partito che candida una nazista omofoba di quel genere lì. E un partito sano di mente non ammette tra i suoi iscritti una persona di quel genere lì, con quelle idee lì, con quella pericolosità politica lì (a momenti, a causa del suo mancato voto di fiducia sulla legge che, seguendo una direttiva europea, metteva fuori legge il razzismo omofobo, cascava il Governo).
Ovviamente è tutta colpa di Rutelli. Cicciobello, dopo aver flirtato per anni con la comunità ebraica, un mattino batte la testa e si sveglia cattolico, perché ha capito che se vuoi contare qualcosa nella politica italiana devi baciare qualche pila. E passi. Ma un bel giorno si presenta in casa con la Binetti e non contento la candida pure alle politiche nella Margherita e la fa eleggere. ”Cavoli loro”, pensai all’epoca, visto che io votavo i DS. Mi sembrava un’operazione brutta a livello ideologico (una così sarebbe troppo perfino per Forza Nuova) e loffia dal punto di vista strategico, visto che è pura fantascienza sperare che, candidando una clerico-fascista, i clerico-fascisti inizino a votare il centrosinistra.
Ma ora sono cavoli miei, visto che la Binetti sta nel PD. E io non ho niente contro il PD, anzi l’idea mi piace, il segretario pure, ci milito e lo voterei senza problemi.
Ad una condizione. Fuori la Binetti. Via dalle balle. Davvero, lo dico col cuore in mano e la dedizione alla causa di uno che ha preso la prima tessera a 14 anni e da allora non ha più smesso di militare; uno di quelli dello zoccolo duro, che alla fine ha fatto sempre il suo dovere di militante e di elettore, anche quando gli candidavano Rutelli, Livia Turco o facevano alleanze incomprensibili con gli estremisti No-Tav.
Fino a quando c’è la Binetti (ed eventualmente quelli come lei, ma credo siano sì e no in 3), il PD non è una cosa seria. E dio (che non esiste) solo sa quanto mi costa scriverlo.
Sì, perché tutte le cose belle teorizzate e scritte crollano di fronte alla pratica.
Cosa scriviamo a fare una carta dei valori e uno Statuto se poi li facciamo calpestare da gente come lei? Con che faccia ci poniamo come alternativa alla destra becera se poi candidiamo una come lei? Con quale credibilità presentiamo il PD come un partito moderno e laico se poi candidiamo una come lei, con le sue idee apertamente razziste (che nel resto d’Europa sarebbero considerabili reato)?
[modalità prepolitica]
Cavoli, io sono di sinistra perché, tra mille cose, voglio che i razzisti e il razzismo spariscano dalla faccia della terra, perché voglio che lo Stato sia laico e che le chiese di ogni genere smettano di dettare legge al di sopra dello Stato, perché voglio che la gente possa fare sotto le lenzuola tutto quello che preferisce, senza che nessuno si permetta di giudicare.
[/modalità prepolitica]
Ecco, uso il blog a fini meramente personali e vanamente politici.
Letterina al Segretario.
Caro Veltroni o chi per lui.
Sappi che, per quanto vale, riguardo al PD pongo una condizione: o me o la Binetti.
Il mio voto puoi anche perdertelo (e sarò costretto a votare i radicali, se la smettono di fare gli ultras pro-Israele), ma non so se puoi perderti il voto di quelli come me, cioè i militanti nei secoli fedeli che finora non hanno mai mollato il “partito” in tutte le sue incarnazioni, anche quando facevate cazzate immani, tipo dare un posto di sottosegretario ad un missino come Misserville o candidare un ex AN monarchico (per di più monarchico in Italia, coi Savoia! Capito? I Savoia! S-A-V-O-I-A.) come Fisichella o candidare Livia Turco alle regionali in Piemonte (risultato: il minimo storico della Sinistra in regione).
E guarda che se perdi il voto dei cretinetti fedelissimi come me, perdi anche tutta la fatica che facciamo ogni giorno per convincere l’elettorato potenziale a votare per il PD. E sappi che se molli l’elettorato di sinistra a se stesso, quello segue chi grida di più.
Li hai mai visti i ragazzini ad un corteo? Alla fine vanno tutti dietro al camioncino degli autonomi, perché c’è la musica a palla, le ragazze hanno un look più strappone e fanno i duri, nonostante dicano un sacco di stronzate. Ecco gli elettori fanno lo stesso, se non c’è qualcuno che li fa ragionare.
E se il mio voto è perdibile (per di più porto sfortuna: da quando voto abbiamo vinto solo 2 volte! Entrambe le volte male, peraltro), non so quanto lo sia quello dei tanti laici che magari non militano ma guardano i titoli dei giornali e - giustamente - non votano per un partito in cui c’è qualcuno che, mentre indossa un cilicio, pensa che i gay siano dei malati da curare.
E vorrei che ti rendessi conto che basta una sola persona sbagliata a mandare in vacca un partito intero. Sì, l’elettorato è superficiale, i media pure. Adeguati, cazzarola! L’immagine di questi tempi è tutto. E qui ci giochiamo l’immagine e pure la sostanza.
Ci metti poco ad accompagnare la Binetti alla porta. Per di più, visto il cilicio, è abituata alle umiliazioni e ai patimenti e pensa pure di meritarseli un po’. Dai, è stata una mattana di Rutelli ma ora basta.
E non attaccarmi la solita pippa su “ma, i cattolici, ecc.”. I cattolici nel PD ci sono. E per quanto mi riguarda sono anche troppi e rompono fin troppo le balle, ma ci siamo alleati con loro, alcuni - come la Bindi - sono pure cool e bisogna conviverci bene.
Ma se non sai distinguere, per dire, tra Letta junior e la Binetti, cioè tra un moderno cattolico democratico e progressista e una razzista senza se e senza ma, allora smetti di fare politica e fai altro. O vai da un buon oculista, perché hai dei problemi.
Quindi, caro Walter, poche balle: sai bene anche tu che ci ride dietro mezza Italia per questa storia della Binetti nel centrosinistra. E’ come se domani Cossutta fosse improvvisamente candidato senatore per l’UDC e alla prima riunione in Vaticano iniziasse a gridare che la religione è l’oppio dei popoli.
Se sei segretario e hai preso una barca di voti (incluso il mio), allora conterai qualcosa.
Prendi Rutelli, spiegagli la questione (en passanti digli che prima o poi sarà il caso che si fermi nella sua deriva a destra) e fagli capire che va bene fare da specchietto per le allodole cattoliche, ma ci sono dei limiti di credibilità che sono stati ampiamente superati e che il bilancio-Binetti è molto negativo. Se va bene ha preso il voto di qualche suorina del suo giro che prima votava per Casini, ma in compenso ha fatto scappare via migliaia e migliaia di persone laiche ed intelligenti.
Sì, lo so pure io che nel PD ci sono i sette ottavi dei DS, meno la parte più stupida e antimoderna che alla fine è “confluita in Rifondazione” con il nome di Sinistra Democratica e che conta uno zerovirgola, ma non ti rendi conto che basta una Binetti qualsiasi a far sparire i Bersani, i Rodotà, ecc.?
Boh, Walter, fatti tu i conti e vedi se è il caso di continuare questa farsa imbarazzante e questo connubio impresentabile con miss-cilicio. Nel mentre, senza offesa, mi astengo dal militare e - in caso di elezioni (speriamo di no) - dal votare PD. E, te lo dico con franchezza, stai perdendo il voto di uno di quelli che, in condizioni normali, sarebbe affogato nella nave che affonda ma non avrebbe mai abbandonato la causa. Il giorno che ti limiterai a far notare che in un partito democratico ci possono stare solo quelli che hanno idee democratiche e accompagnerai alla porta tutti quelli che hanno idee diverse, il tuo karma migliorerà enormemente e mi sa perfino le tue sorti elettorali.Sempre speranzoso che tu mi dia retta (o al limite smetta di tifare per la juve), ti porgo i miei saluti militanti.
Intorno al senatore lib-dem (Lamberto Dini NdS) si compattano, come previsto, i centristi della maggioranza. Per Willer Bordon "la maggioranza non c'è più". Il senatore dell'Unione democratica conferma che il 15 gennaio consegnerà "la lettera di dimissioni" e popi cercherà le firme "per un governo ponte" perchè è necessario concordare "un tempo per varare le riforme necessarie al Paese" per poi andare alle elezioni. Si tratta di "un'iniziativa che potrebbe avere l'appoggio di Dini e dell'area centrale della maggioranza. Mi piacerebbe -aggiunge Bordon- che partecipassero esponenti del centrodestra".
Inizialmente ho pensato ad un refuso: il 15 gennaio consegnerà "la lettera di dimissioni" e poi cercherà le firme "per un governo ponte".
Ma forse no. Forse sarà popi a cercare le firme per il governo ponte. Il nostro futuro è nelle mani di popi. Ma chi è popi? L'ho cercato su google e l'ho trovato: è quello della foto.http://francescatoblog.blogspot.com/
Scarabocchi di un sabato pomeriggio. La Binetti nell'inconscio.
Nel tardo pomeriggio, in casa irritabile perché – come previsto – tra Natale e Capodanno ho i nervi a fior di pelle, decido di fare un giro di telefonate visto che Vodafone è buona e mi fa pagar poco. Mentre chiacchieravamo di molte cose (principalmente “cosa fai stasera” e “cosa facciamo a Capodanno”, che poi è la cosa che mi irrita) con una giovane dirigente del Partito Democratico lei mi fa, con la voce colma di orrore:
Pd: Oddio... Suibhne: che succede? Pd: no sai com'è... stavo facendo scarabocchi su un foglio mentre parlavo con te... e... Suibhne: Sì? Pd: Mi sono accorta che sto disegnando delle svastiche! Suibhne: Svastiche? Pd: Beh sì... ma ho iniziato che facevo le onde e ora... beh... svastiche... ma no, forse poi non sono proprio svastiche più tonde... Suibhne: tipo una celtica? Pd: eh sì, tipo...
Nel giorno in cui il governo stralcia dal pacchetto sicurezza le norme contro l'omofobia la cosa assume una luce assai sinistra...
Mi sa che quest'anno non scrivo il resoconto di Natale...
Dopo essersi trovato più volte faccia a faccia con i pezzi grossi neocons (vedi filmato in coda), Ray McGovern ha scelto di rincarare la dose, schierandosi apertamente per l’impeachment (*) di Dick Cheney e George W. Bush.
Ray McGovern non è un “qualunque” agente della CIA che ha deciso di schierarsi contro l’amministrazione Bush: nella sua carriera quasi trentennale è stato a lungo incaricato dei “daily briefings“ presidenziali, sia per Ronald Reagan che per George H. Bush (padre di George W.). I “daily briefings” sono il rituale incontro, che avviene ogni mattina alle 8 alla Casa Bianca, nel quale alti personaggi della CIA e dell’FBI aggiornano il presidente sulle novità delle ultime 24 ore. E’ un compito delicatissimo e super-riservato, ovviamente, e coloro che ne sono responsabili hanno letteralmente in mano il futuro della nazione, in quanto controllano di fatto le informazioni di cui dispone – oppure “non” dispone – il presidente. Nei momenti cruciali i daily briefings vengono tenuti direttamente dagli stessi capi della CIA e dell’FBI.
Se c’è quindi un ex-agente CIA che sa bene di cosa parla è certamente Ray McGovern.
In una conferenza tenuta ieri alla Biblioteca Pubblica di Porthsmouth, McGovern ha sostenuto che ormai i capi d’accusa per dare inizio a un processo di impeachment contro l’attuale presidenza sono “overwhelming”, cioè “strabordanti”, sovrabbondanti, travolgenti.
In effetti, qualunque avvocatucolo fresco di laurea potrebbe oggi mettere insieme un quadro di accusa che comprenda i seguenti capi di imputazione:
1 - Aver violato il Charter delle Nazioni Unite, lanciando una guerra di aggressione illegittima contro l’Iraq, dopo aver ingannato il pubblico e il Parlamento con false motivazioni, e mettendo inutilmente a rischio l’incolumità dei propri militari.
2 - Aver violato leggi nazionali e internazionali autorizzando la tortura di migliaia di prigionieri, tenendo poi i medesimi nascosti ...
... al personale della Croce Rossa Internazionale.
3 - Aver violato la Costituzione arrestando e processando americani e stranieri con residenza legale senza seguire le procedure previste (due process), e negando loro il diritto all’assistenza legale.
4 - Aver violato la Convenzione di Ginevra prendendo di mira civili, giornalisti, ospedali e ambulanze, e aver usato armi illegali come il fosforo bianco o l’uranio impoverito.
5 - Aver violato la legge e la Costituzione americane intercettando senza autorizzazione migliaia di comunicazioni private dei loro cittadini.
6 - Aver violato più volte la Costituzione aggirando il Parlamento con “leggi speciali” non previste dalla medesima.
7 - Aver violato leggi statali e federali impedendo più volte lo svolgimento di elezioni politiche regolari. [Un eufemismo per “brogli elettorali”].
8 - Aver violato la legge nell’utilizzare propaganda e diffondere informazioni consapevolmente ingannevoli, e per aver rivelato l’identità di un’agente CIA a scopo di ritorsione politica e personale [caso Valery Plame].
9 - Aver violato la Costituzione nel perseguire una teoria del “potere esecutivo unificato” che desse al presidente poteri illimitati, avendo ostacolato le indagini parlamentari sulle azioni stesse del presidente, dopo aver abolito illegalmente il principio dell’Habeas Corpus, garantito dalla stessa Costituzione.
10 - Essersi resi colpevoli di negligenza lampante nel mancato aiuto alle popolazioni di New Orleans in occasione dell’uragano Katrina.
Come dire, rispetto al sesso orale di Clinton ci sarebbe da preoccuparsi un attimino di più.
Manca solo un piccolo particolare, però: non si trovano i voti sufficienti per avviare, e possibilmente concludere con successo, il processo di impeachment.
Già... Come mai i democratici - ci si domanda - che hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, non colgono al volo questa occasione irripetibile per abbattere una volta per tutte l’odiato nemico, prenotandosi nel contempo una probabilissima vittoria alle prossime elezioni?
Qui si possono fare solo illazioni, naturalmente, ma mai come in questo caso “a pensar male si rischia di indovinare”. Non si tratta però di pensar male dei democratici, o meglio, non soltanto di loro: è vero infatti che sono tutti collusi fino all’osso, che sono tutti ricattabili, e che sono tutti (o quasi) potenzialmente comperabili, ma qui ci deve essere anche qualcosa di più.
Abbiamo infatti assistito al passaggio di una vera e propria meteora, chiamata Nancy Pelosi, che dopo essere arrivata a Washington con il dichiarato intento di porre fine alla guerra in Iraq, e di abbattere senza pietà la dittatura neoconservatrice, è letteralmente scomparsa nel nulla, nell’arco di pochi mesi. Ormai non ne sente più parlare nessuno. La stessa cosa si può dire per il suo corrispettivo Harry Reid, il leader della maggioranza democratica alla Camera (la Pelosi lo è di quella al Senato), che all’inizio le faceva regolarmente eco in parlamento, ma che da tempo compare ormai soltanto per inaugurare un ponte o un nuovo ospedale.
Tutti “comperati” così, a suon di bigliettoni, in così poco tempo, al punto da meritarsi l’epiteto ormai indelebile di “traditori del partito e del popolo democratico”? E’ vero che Nancy Pelosi, come ha denunciato lo stesso McGovern, ha la coscienza particolarmente sporca, dopo aver ammesso di essere stata al corrente per molti anni delle intercettazioni illegali da parte degli uomini di Bush, senza aver mai detto nulla, ma a mio parere la ricattabilità politica a questo punto non basta.
Non si può infatti non ricordare il clamoroso “salto nel buio“ – molto simile in tutto e per tutto – che fece Tom Daschle all’alba degli attentati dell’undici settembre. L’allora leader della minoranza democratica al Senato aveva pubblicamente denunciato le pressanti richieste giuntegli da Bush e Cheney di “non insistere troppo“ per una commissione parlamentare sull’undici settembre. Dopo essere stato per molti giorni sulle prime pagine, alla guida di un potenziale partito della chiarezza, scomparve improvvisamente di scena – insieme a quel partito, mai nato – e da allora non se ne seppe più nulla. Due anni dopo rinunciò addirittura alla candidatura presidenziale, da tempo preannunciata.
Nel frattempo era successo che i cattivi arabi avevano deciso di mandare proprio a lui – e non, ad esempio, a Rumsfeld, a Wolfowitz, o allo stesso Cheney, cioè a coloro che avallavano in quel periodo il massacro dei confratelli palestinesi – un delicata letterina all’antrace, di cui naturalmente erano entrati in possesso avendo le chiavi del laboratorio militare da cui proveniva lo “strain” incriminato.
Parimenti, due senatori particolarmente scomodi ai repubblicani, Mel Carnahan e Paul Wellstone, avevano fatto una pessima fine in due incidenti aerei molto curiosi e molto simili, proprio alla vigilia di una loro probabilissima rielezione (Carnahan, ex-governatore del Missouri, alle elezioni del 2000, e Wellstone, vera anima dei liberal democratici, a quelle del 2002). Per non contare un certo Jasper Baxter, il democratico che aveva avuto la sfortuna di essere invitato ad un seminario al 92° piano della Torre Sud (World Trade Center), proprio la mattina dell’11 settembre 2001.
Sono solo illazioni, come abbiamo detto, e nient’altro. Ma da gente che non ha esitato a far fuori tremila suoi concittadini e a massacrare un milione di civili iracheni, solo per portare avanti la propria agenda di controllo e di potere, davvero non dovremmo aspettarci delle “marachelle” di questo tipo?
Massimo Mazzucco
* IMPEACHMENT:
1) Secondo la Costituzione americana, la procedura di impeachment presidenziale può essere attuata solo dal Senato, e deve concludersi con due terzi dei voti a favore per diventare effettiva. (Clinton ad esempio dovette sottostare al processo, ma l’accusa non raggiunse il quorum per condannarlo).
2) Il termine “impeachment” non equivale a “impiccagione”, nel senso di punizione, ma a “impedimento”, nel senso di semplice rimozione dal pubblico ufficio. Non comporta cioè dirette conseguenze penali, ma solo operative.
RAY MC GOVERN accusa Rumsfeld di aver mentito sulle armi di distruzione di massa, mettendolo in gravi difficoltà:
VEDI ANCHE:
The political graveyard (Il cimitero politico), una pagina dedicata alle morti accidentali in aereo dei politici americani nella storia.
E' un articolo di TOD di qualche giorno fa, che fa il punto sulla situazione gas in Europa. Oltre a consigliarvi di leggerlo, vorrei sottolineare alcune evidenze molto interessanti.
La maggior parte del gas europeo, forse non tutti lo sanno, è di produzione "indigena": dal giacimento gigante olandese di Slochteren (in lento declino dal 1976) e da altri due giacimenti norvegesi. Il resto arriva principalmente da Russia ed Algeria.
Quel è però la situazione che si prospetta in futuro? Per quanto riguarda la Russia, l'articolo sostiene che tutti i giacimenti giganti russi (quelli dell'immagine) siano in declino, e a parte la penisola di Yamal di cui ci aveva parlato Ali Bakhtiari (e di cui si vocifera addirittura che, per venirne a capo, la Gazprom progetti reattori nucleari galleggianti) pare proprio che non ce la farà a mantenere le sue esportazioni verso l'Europa a meno di diminuire quelle verso altri Paesi. Possiamo immaginare le enormi implicazioni geopolitiche di un simile scenario.
Interessanti anche le osservazioni riguardo l'Italia. Il nostro Paese ha una modesta produzione di gas proprio. I principali fornitori, come sappiamo, sono la Norvegia, l'Olanda, la Russia e poi Algeria e Libia. Ma c'è una notizia curiosa: nel 2004 abbiamo avuto un bel po' di importazioni di gas liquido da Algeria, Egitto e Nigeria, poi completamente interrotte dal 2005 (Algeria a parte). Cosa è successo? Pare che le navi gasiere si siano dirette in Francia anzichè da noi. Dà da pensare, in questo quadro, l'ansia rigasificatrice che pervade i nostri politici... sarà la solita ennesima guerra del vino coi cugini? O c'è dell'altro? http://petrolio.blogosfere.it/
DI JAGS Remarking on the Unremarkable Politics of Today
Immaginatevi di crescere in Iraq, ossia nel Paese che gode del titolo di conflitto più conosciuto al mondo, con la sua molto meno conosciuta emergenza umanitaria.
1. La continua violenza in Iraq costringe a sfollare 25.000 bambini al mese poichè le loro famiglie sono costrette a cercare rifugio in altre parti del paese o fuori dai confini.
2. Circa 75.000 bambini alla fine di quest’anno vivevano in rifugi o campi temporanei.
3. Solo durante quest’anno, 1350 bambini sono stati trattenuti dalla polizia e dalle autorità militari per presunte violazioni alla sicurezza.
4. In tutto l’Iraq ci sono dai 3 ai 4 milioni di orfani, secondo il ministro per la pianificazione e lo sviluppo.
Considerato che il 90% delle morti violente è rappresentato da uomini, il numero di vedove e orfani nel paese è in continua ascesa. Secondo Nadira Habib, un membro del comitato per la famiglia e l’infanzia del parlamento iracheno, tra i milioni di orfani in Iraq solo 470 ricevono sostegno dal governo.
5. Si stima che 122.000 bambini iracheni sono morti nel 2005 prima di festeggiare il loro quinto compleanno.
La mortalità infantile sotto i cinque anni (U5MR, Under 5 Mortality rate) è considerata un indicatore critico del benessere infantile. Si esprime come un rapporto ogni 1000 nati vivi e rappresenta la probabilità di morire tra il parto e i cinque anni esatti di vita. La moortalità infantile sotto i cinque ani in Iraq nel 2005 fu 125 contro un valore di 7 per lo stesso anno negli Stati Uniti.
6. In Iraq, un bambino su tre è malnutrito e sottopeso.
La malnutrizione acuta tra bambini di età inferiore ai 5 anni nei due anni precedenti alla decisione statunitense di invadere l’Iraq era in declino costante.
7. Nel maggio 2007, l'UNICEF ha riportato che il 25% dei bambini iracheni di età compresa tra i sei mesi e i cinque anni soffre di malnutrizione cronica o acuta.
Sapevate che il disturbo alimentare prevalente tra i bambini iracheni della scorsa generazione era l’obesità? La malnutrizione apparve come un problema sono negli anni ‘90 con le sanzioni commerciali delle Nazioni Unite contro l’Iraq.
8. Si stima che 760.000 bambini iracheni nel 2006 non frequentassero una scuola elementare
I rapporti dell’UNICEF dicono che altri 220.000 bambini di età scolare potrebbero aver avuto la loro educazione distrutta nel solo anno 2007.
9. Solo il 28% dei diciassettenni iracheni ha sostenuto i propri esami finali la scorsa estate.
Inoltre solo il 40% di quelli che hanno affrontato i loro esami finali nel Sud e nel Centro ha ottenuto un diploma.
10. Le situazioni sopra descritte possono solo tentare di catturare una minima parte dell’esperienza traumatica che un bambino iracheno affronta tutti i giorni.
Qualsiasi parola non riuscirà a far giustizia per la loro sofferenza... per i genitori, famigliari, case, salute, risate e pace che i bambini iracheni hanno perso come risultato di questa guerra.
Poco prima di essere assassinata aveva detto: “il prossimo obiettivo di Al Qaeda sono io”. Strana frase, a ben pensarci. Perché tutti – almeno molti dei commentatori- avevano pensato che il suo nemico numero uno fosse il generale “non ancora uscente” che guida il Pakistan da molti anni, Pervez Musharraf . E così molti avevano pensato quando Benazir Bhutto venne accolta al suo ritorno in patria, qualche mese prima di morire, da una bomba che era stata fatta esplodere sulla strada che dall'aeroporto la portava a Islamadab. La sorte la salvò , ma uccise oltre 100 dei suoi sostenitori, che si assiepavano entusiasti e pieni di speranza sui bordi della strada.
Dunque non era da Musharraf che Benazir aspettava la morte. Oppure dobbiamo pensare che Musharraf sia stato, o sia, un alleato di Osama bin Laden (sempre che Osama sia ancora vivo, naturalmente)? O del mullah Omar, che vivo lo è ancora, sicuramente? O di Ayman Al Zawahiri, che ogni tanto ci diletta con le sue esternazioni, prontamente messe in circolo da Al Jazeera?
Risulta difficile pensarlo, visto che il dittatore pakistano è stato in questi anni di lotta al terrorismo internazionale l'alleato numero uno, il fedelissimo degli Stati Uniti. Tanto fedele che Washington, per tenerselo caro, ha chiuso un occhio e anche tutti e due, sui principi democratici violati che – a dire di Bush – l'hanno spinta a fare la guerra in Afghanistan e in Irak.
Vero è - cerchiamo di capirci qualche cosa, con molta fatica – che Musharraf era già alla testa del Pakistan in quel fatidico 11 settembre 2001, e non fu molto vigile sul comportamento dei suoi servizi segreti militari (Isi) che l'avevano portato al potere. Fu l'Isi che fece assassinare Masood il 9 settembre. Fu l'Isi che, a quanto risulta inequivocabilmente, mandò 100 mila dollari a Mohammed Atta nei giorni immediatamente precedenti l'attentato contro le Twin Towers.
Certo è che agli americani cominciava sempre di più a piacere Benazir Bhutto, più che l'ormai impresentabile Musharraf. Erano stati molto prudenti per non irritare i militari pakistani, gli uomini di Bush, ma s'era capito che volevano le elezioni in Pakistan il più presto possibile, e che non si sarebbero stracciati le vesti se Benazir le avesse vinte. Una donna in primo luogo, meglio di un uomo. Non implicata in alcun modo con l'11 settembre, quindi non in condizione di ricattare nessuno (cosa che, invece, Musharraf ha fatto più d'una volta). E presumibilmente più maneggiabile. Ma doveva essere una transizione senza troppe scosse. Il Pakistan è una polveriera. Per giunta atomica. Nell'ultimo anno è il paese che ha registrato il più alto numero di attentati in tutto il mondo. Se si rompe il Pakistan le vibrazioni del terremoto si sentiranno molto lontano dai suoi confini. Chi ha ucciso Benazir questo si proponeva.
IL PROCESSO AL CONDOR E LO SPETTRO DELL’ “OBEDIENCIA DEBIDA”
Gennaro Carotenuto
“Ho solo obbedito agli ordini” ha detto nell’interrogatorio di garanzia ieri a Regina Coeli, Jorge Troccoli. Il marinaio uruguayano, arrestato il 24 dicembre a Marina di Camerota, in provincia di Salerno, è al momento l’unico detenuto dei 140 militari latinoamericani ricercati dall’Interpol per quello che potrebbe essere il più grande processo al mondo contro il Piano Condor, l’organizzazione terroristica internazionale creola, ma orchestrata da Washington come evidenziano anche le carte del processo, che negli anni ’70 ha realizzato migliaia di sequestri e sparizioni di persone nel Cono Sud dell’America latina. Jorge Troccoli sa benissimo di avere usato lo stesso insultante argomento di Eric Priebke per giustificare il massacro delle Fosse Ardeatine: “Ho eseguito ordini”, che è lo stesso insultante argomento che da sempre viene apposto, e spesso fa giurisprudenza e sancisce assoluzioni, per giustificare dietro la gerarchia tutti i crimini che il militarismo, sotto ogni regime e bandiera, ha compiuto nella storia dell’umanità.
Il processo istruito a Roma dal giudice Giancarlo Capaldo è importante e sarà bene che l’opinione pubblica italiana se ne preoccupi, visto che la strage di 25 cittadini italiani (in realtà sono alcune centinaia, ma i processi vanno avanti con prudenza) si colloca tra i maggiori massacri di italiani commessi negli anni ’70, terrorismo di stato incluso. Quello di Capaldo tira le fila di molti processi svoltisi negli ultimi otto anni in America e in Europa, e li confronta con quelli dei primi anni post-dittatura, che poi furono amnistiati e li mette insieme agli atti istruiti in Spagna da Baltazar Garzón contro Augusto Pinochet ed i suoi.
Il processo che si terrà a Buenos Aires nei prossimi mesi (e del quale demmo conto qui) individua per la prima volta il reato associativo: “Il Piano Condor è stato una vasta associazione a delinquere attiva nel Cono Sud, diretta al sequestro, alla sparizione, tormento e morte, senza considerare limiti territoriali o la nazionalità delle vittime” ha scritto il giudice federale argentino Sergio Torres nel dispositivo di rinvio a giudizio. Ma lo ha potuto fare solamente per 19 militari argentini.
Il processo istruito in Italia chiama in causa i responsabili della sparizione di 25 cittadini italiani, appartenenti a sette diverse gerarchie militari, per disegnare finalmente i contorni del Condor. I nomi sono oramai noti: 61 argentini, 33 orientali, 23 cileni, 11 brasiliani, 7 boliviani, 7 paraguaiani e quattro peruviani. Tra i nomi dei repressori vi sono primi tra tutti quelli degli argentini Jorge Videla y Rafael Massera, e degli uruguayani Juan María Bordaberry e Gregorio Álvarez, entrambi detenuti in attesa di giudizio, del colonnello brasiliano di origine italiana Carlos Alberto Ponzi e dell’ex presidente peruviano Francisco Bermudes Morales e del suo primo ministro Pedro Richter Prada. Con loro Juan Manuel Contreras, il cileno, anch’esso detenuto, e che si vanta di essere stato l’inventore del Piano Condor. Contreras, già vent’anni fa, fu condannato in Italia a 20 anni per un delitto compiuto nell’ambito del Piano Condor, il tentato omicidio a Roma dell’ex presidente della Democrazia Cristiana cilena, Bernardo Leighton.
Se i processi istruiti in America latina hanno un’indubbia valenza politica, sociale e riparatoria, quelli stranieri, basti pensare a quanto scatenato dall’arresto di Pinochet a Londra nel 1998, hanno il pregio di fare da catalizzatori per nuove ricerche di verità. E comunque sono processi, per crimini commessi : per ogni vittima c’è un assassino, e né l’obbedienza agli ordini del militarismo, né amnistie estorte sotto minaccia debbono fermarli.
Fukuda in visita a Pechino: un 'disgelo' nel solco paterno
E' cominciata il 26 dicembre la missione 'distensiva' di Yasuo Fukuda in Cina. Moderato, conciliatorio, diplomatico, il Primo ministro giapponese, giunto a Pechino nel primo pomeriggio, è considerato l'interlocutore ideale per dare impulso al processo di riavvicinamento tra i due Paesi. Segue le orme paterne, Fukuda, nel suo viaggio in un Paese che, da ostile antagonista politico-economico, è ormai diventato il terzo partner commerciale del Sol Levante. Takeo Fukuda, il padre, Primo ministro in carica dal '76 al '78, firmò infatti un accordo di 'pace e amicizia' con la Cina nel 1978, aprendo la strada allo sviluppo di relazioni che, a dispetto delle frequenti liti storiche e geo-politiche sul massacro di Nanchino o sui giacimenti nel Mar cinese orientale, si sono intensificate fino a fare del Celeste Impero la seconda fonte di investimenti diretti da parte di Tokyo. Oggi le transazioni commerciali con la Cina hanno raggiunto i 207 miliardi di dollari.
Mare conteso. Spiccano, sul tavolo della trattativa, la questione nucleare nord-coreana, l'ambiente, la composizione delle controversie storiche sul passato coloniale nipponico (incluse le contestate visite al sacrario militare di Yasukuni, simbolo dell'aggressività e dell'imperialismo giapponese). Ma il punto più caldo all'ordine del giorno dei colloqui sarà il difficile tentativo di trovare un accordo sullo sfruttamento delle risorse di gas e petrolio nel Mar cinese orientale. Nei suoi fondali sono racchiusi circa 200 miliardi di metri cubi di gas naturale e 25 miliardi di tonnellate di greggio. Giacimenti che la Cina ha già cominciato a esplorare, trivellando le riserve di Tianwaitian, Chuxiao e Longjing e pompando gas nella provincia orientale di Zhejiang. Pechino sostiene che il suo territorio si estenda fino alla piattaforma continentale, in prossimità dell'isola giapponese di Okinawa. Il Giappone rivendica invece che la linea di confine si trovi a metà strada tra i due Paesi, e ha già denunciato l'attività di sfruttamento tra Okinawa e Shangai, in un'area che Tokyo sostiene essere ad appena 5 chilometri dal confine.
Confucio. Superare l'impasse tra le due posizioni non è impresa facile, anche se entrambi i Paesi sanno che l'unica via d'uscita è un accordo. Meglio se commerciale, considerata la fame di energia di entrambi. In questo senso è orientata maggiormente la Cina, che propone uno sfruttamento congiunto, mentre il Giappone rimane arroccato sulla ridefinizione dei confini. La visita di Fukuda assume in ogni caso un significato rilevante, se osservata alla luce del rafforzamento di rapporti che in passato hanno attraversato fasi alterne. La visita diplomatica si compie dopo la decisiva sortita di Abe, nell'ottobre scorso, grazie alla quale si chiuse un periodo quinquennale di rifiuto, da parte di Pechino, di intrattenere relazioni diplomatiche ad alto livello con Tokyo. Un periodo, quello del premierato di Koizumi (2001-2005) che coincise con le proteste più intense contro il Giappone. Si scatenarono nell'aprile 2005, coinvolsero decine di città e migliaia di persone. I cinesi scesero in piazza, manifestando (a volte in maniera devastante) davanti ad ambasciate, negozi, banche e ristoranti giapponesi perchè in un testo di storia si minimizzavano le atrocità commesse da parte dell'esercito imperiale di Tokyo negli anni dell'occupazione cinese e coreana (dal 1937 al 1945). Nella missione cinese, Fukuda visiterà anche la città di Qufu, luogo di nascita di Confucio. Proprio alla sua filosofia sembrerebbe essere ispirato il nuovo corso del disgelo tra i due Paesi. Confucio esortava infatti ad una condotta politica basata sulla virtù e sulle riforme, oltre che all'etica del 'buon governo'. Nel rapporto con la Cina, sono in molti a sperare che abbia successo, laddove i suoi predecessori (a parte il padre) hanno quasi sempre fallito.
CINA – HONG KONG Pechino ritarda la democrazia di Hong Kong: “forse” nel 2017 L’Assemblea nazionale del popolo pospone al 2017 la possibilità di elezioni del capo dell’esecutivo; al 2020 quelle del parlamento. Per il card. Zen, già il 2012 è “un’attuazione in ritardo”. I commenti di Giustizia e pace. Marcia di protesta prevista per oggi.
Hong Kong (AsiaNews) – Grande disappunto per le forze democratiche e per lo stesso cardinale di Hong Kong: Pechino ha escluso la piena democrazia nel territorio per il 2012, che “forse potrebbe” scegliere il capo dell’esecutivo nel 2017 ed avere il suffragio universale per il 2020, a 30 anni dalle prime richieste della popolazione, avvenute nel 1988.
Il comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo (Anp), che dal 2004 ha avocato a sé ogni decisione di riforma politica del territorio, ha decretato oggi che le elezioni del 2012 “non avverranno secondo il metodo del suffragio universale”; che l’elezione del capo dell’esecutivo nel 2017 “potrebbe essere attuato col metodo del suffragio universale”; che dopo l’elezione del cap dell’esecutivo, quelle del Consiglio legislativo (Legco, il parlamento di Hong Kong) “potrebbero avvenire col metodo di elezione di tutti i membri col suffragio universale”.
La decisione dell’Anp ricalca i “suggerimenti” contenuti in un rapporto sulle riforme politiche ad opera dell’attuale governatore di Hong Kong, Donald Tsang. In esso si afferma che la maggioranza della popolazione di Hong Kong vuole elezioni dirette entro il 2012, ma che la data del 2017 ha “più possibilità di essere accettata” [da Pechino e dagli imprenditori economici legati a Pechino].
Attualmente il capo dell’esecutivo è scelto da un comitato di 800 elettori in maggioranza scelti da Pechino; dei 60 membri del Legco, solo la metà è scelta per elezioni dirette; l’altra metà è scelta da corporazioni economiche.
La decisione – prevista e scontata – di Pechino genera forte disappunto nelle forze democratiche del territorio. Audrey Eu, del Civic Party, fa notare che Pechino non ha promesso nulla di preciso: “se dici che potresti avere il suffragio universale, non vuol dire che questo avverrà… Ci potrebbe essere un ulteriore veto”.
I gruppi democratici hanno lanciato una marcia di protesta per oggi.
Intanto, proprio ieri il card. Joseph Zen, vescovo di Hong Kong, citato dal quotidiano Apple Daily, aveva detto che la popolazione ha chiesto da tempo il suffragio universale nel 2007 (per il capo del governo) e nel 2008 (per il Legco). La data del 2012 è già “un’attuazione in ritardo”.
La Commissione diocesana di Giustizia e pace, in un articolo sul settimanale diocesano Gong Jiaobao, fa notare che la popolazione di Hong Kong ha iniziato a domandare la piena democrazia fin dal 1988; ora la gente dovrà aspettare altri 10 anni (dal 2007 al 2017). “Perché – si chiede l’autore dell’articolo - dovrebbe aspettare altri 10 anni? Dal 1988 al 2017 significa che aspettiamo da 30 anni, quasi la metà della vita di una persona!”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11128&size=A
Il 27 scorso, la procura di Roma ha aperto un procedimento di cattura per 140 ex mandatarios latinoamericani per gravi crimini contro cittadini italiani. La procura romana sta aprendo forse il più importante processo internazionale alla c.d. “Operazione Condor”, che negli anni ’70 e ’80 alimentava la strategia della tensione e faceva desaparecer gli oppositori politici dei regimi militari. Regimi che assicuravano il “Washington consensus” su tutto il contenente latinoamericano: erano i governi “buoni” di H. Kissinger. Ora, tra i 140 militari ricercati dall’Interpol figurano alcuni esponenti di spicco del terrorismo di stato argentino e uruguayano: Videla, Massera, Brodaberry, anche il cileno Contreras. Addirittura, gli argentini ricercati dalla giustizia italiana sono 61, come si apprende da Desaparecidos.org. Addirittura, in maniera grottesca (ma assolutamente efficace) il sito definisce l’Operazione Condor come un “Dream Team della desaparición”. Calzante, no? Non solo, il quotidiano peruviano "El Comercio" dice qualcosina in più sui "requeridos":
En un principio, la jueza Figliolia había firmado 146 órdenes
de arresto para 61 argentinos, 7 bolivianos, 13 brasileños, 22 chilenos, 7
paraguayos, 4 peruanos y 32 uruguayos, pero de éstos, seis han fallecido, como
el ex dictador chileno augusto Pinochet, y otros también podrían estar ya
muertos.De la larga lista guardada celosamente por las autoridades judiciales,
estas afirman que se encuentran el ex dictador argentino Jorge Rafael Videla y
el ex responsable de la Marina argentina, Emilio Massera.Entre los uruguayos
está el ex presidente Juan María Bordaberry; su sucesor Gregorio Alvarez; el
ministro de Defensa Walter Ravenna, y los de Exteriores Juan Carlos Blanco y
Alejandro Rovira. Asimismo, figuran entre los uruguayos, los miembros de los
servicios de inteligencia de la marina militar, Tróccoli y Juan Carlos Larcebau
y el ex jefe de esta fuerza Victor Ibargoyen.También se ha pedido el arresto del
ex jefe de la policía política de la dictadura militar chilena (DINA), Juan
Manuel Contreras, que ya fue condenado en contumacia en Italia a 20 años por el
atentado contra el presidente de la DC, Bernardo Leighton, en octubre de 1975
mientras se encontraba exiliado en Roma.Otros investigados son Augusto Sebino
Ciarletti Montanaro, ex ministro del Interior de Paraguay (1967-1989), y también
el presidente peruano (1975-1980) Francisco Morales Bermúdez y el primer
ministro de este país Pedro Prada Richter (1979-1980). Mientras que entre los
brasileños se encuentra el ex coronel de la policía Carlos Alberto
Ponzi.
Purtroppo i media mainstream italiani – imperdonabilmente, visto che le indagini sono state avviate da Giancarlo Capaldo già nel 1998, partendo proprio dall’Italia con i suoi 25 desapercidos – hanno taciuto. Ci si deve aggiustare con i blog “speakeasy” dell’informazione, come quello di G. Carotenuto…
Le indagini, come già detto coinvolgono maggiormente i paesi del Cono Sur e il Cile, dove la macchina del Condor colpì con maggiore efficacia, precisione ed efferatezza. Tuttavia, mi voglio occupare di un caso un po’ marginale, ma significativo per gli sviluppi di un altro processo in corso. Tra le 140 persone che la giustizia italiana ricerca, c’è anche un peruviano: tale Francisco Morales Bermúdez Cerruti. Generale e presidente peruviano dal 1975 al 1980. Per intenderci, fu presidente “de facto”, in quanto nessuno gli diede un mandato per essere presidente, ma semplicemente (dal 1974 al 1980) fu capo di stato maggiore dell’esercito ed evidentemente si pensava fosse assimilabile alla presidenza del paese. Io non mi esprimo giudizi in merito alla figura di Cerruti, anche perché sarà la procura di Roma a verficiare l’attendibilità delle accuse a lui rivolte. Tuttavia, sottolinea alcuni atteggiamenti che – fomentati dalla massima carica dello stato peruviano – serpeggiano all’interno del paese.
In primis, FMB Cerruti si è mostrato sopreso (strano...tutti i generali reagiscono allo stesso modo!), dichiarando all’emittente radiofonica RPP: "nunca, ni como país ni como gobierno, formó parte del Plan Cóndor". Uno stupore che contrasta con il fatto che la richiesta di detenzione non cade dall’alto solo sulla sua testa. I ricercati dalla giustizia italiana in Perù sono quattro, tra cui l’ex primo ministro Pedro Prada Richter (1979-1980). In realtà, devo ammettere che il regime militare di FMB Cerruti è stato tra i più docili e ha portato alla transizione del paese verso un tentativo democratico, con le elezioni del 1980. Certo, non fu qualcosa di meppure assimilabile alle atrocità della DINA o della coppia Videla-Massera. Questo no. Come in altri casi, Cerruti si rimitte all’autorità peruviana per espletare "lo que más convenga al Perú", anche perché (sempre virgolettato suo) "está en juego el nombre del Perú". Il nome del Perù? Quello che più conviene? Sembra una difesa da “ragion di stato”, che poi è quella che i vari generali (compreso Fujimori, che generale non era) adducono come difesa delle proprie azioni. Anche in questo caso, Cerruti – alla radio – parla di “necessità di garantire la pace e la sicurezza”, strategia-chiave del suo mandato. Pur, personalmente, non giudicandolo colpevole a priori, questa excusatio non petita suona un po’ strana.
Ma a chi somiglia questa strategia? Ma sì, a Fujimori. Attualmente si trova sotto processo e gli hanno già inflitto (dopo una vergognosa e sputacchiante difesa) una manciata di anni (sei). Le due indagini, che sondano due periodi abbastanza foschi della storia peruviana, hanno un particolare agghiacciante che le unisce. Questo particolare è la violazione dei diritti umani, che è un po’ il perno sui cui ruota l’asse accusatorio sia contro Fujimori, che contro FMB Cerruti. Già durante l’anno passato, quando “El Chino” era stato fermato in Cile e verteva un procedimento di estradizione, ci si domandava se in patria avrebbe trovato un terreno facile su cui muoversi per sfuggire alla giustizia. Si additava l’attuale presidente García come una sorta di Pilato, che si lava le mani e libera Barabba. Per Fujimori si arrivati ad un processo storico, con una delle prime sentenze comminate ad un ex-presidente per crimini di stato. In questa occasione, García non si è sbilanciato più di tanto.
Per Cerutti, il presidente peruviano in carica sta facendo di più. Dai principali quotidiani del paese andino si apprende della strenua difesa verbale di García del FMB Cerruti: “A nosotros nos toca respaldar a quien devolvió la democracia al Perú y a quien encabezó un movimiento que deshizo errores antidemocráticos que se fueron cometiendo”. Un prova di vero servilismo, che testimonia l’avvenuta traformazione (evolutiva?) di García. Negli anni ’80, egli era il candidato social-democratico alla presidenza, oggi ultra-liberista e, da ultimo, anche un po’ amico dei generali. Che progressi! Occorre precisare che la transizione democratica di Cerutti passò anche per la sospensione delle garanzie costituzioni per più di un anno (1976-77); inoltre, quando il generale lasciò il potere a favore della contesa elettorale (dopo 12 anni di regime militare) il concetto di “democrazia” era abbastanza inapplicabile ad un paese diviso in tre tra militari e due guerrillas. Il governo peruviano ha annunciato un appoggio totale all’ex generale, "todo el apoyo que sea necesario y dentro del cumplimiento de la ley”, porque es una persona "muy respetable a la cual todos debemos honra y honor”. Bell’onore essere su quella lista della procura romana…Tristemente, le parole di García suonano come un secco “no” alla richiesta da parte della procura italiana. Infatti, una richiesta di estradizione verso l’Italia deve passare per il Poder Judicial per poi essere ratificata dall’Esecutivo, presieduto appunto da García. Qui, per la cronaca egli potrebbe saltare fuori con un proverbiale “libero tutti!” e negare l’estradizione. Cosa velatamente preventivata dello stesso presidente: “diré mi palabra en el sentido que acabo de señalar”. Portroppo, in una democrazia presidenziale, il “sentido” del presidente diviene legge.
Un esempio davvero encomiabile. E soprattutto tempestivo, visto che un processo simile è ancora in corso: quello contro Fujimori. Il 28 dicembre è stato l’ottavo giorno di processo per violazione dei diritti umani. La difesa de “El Chino” è stata: “Con la politica antiterrorista del mio governo salvai il Perù”. Nessuno gli ha detto che non si tratta di un processo che lo accusa di aver rovinato il paese...Come detto, una strategia pari pari a quella del Cerruti. Basta dire “Salvai il paese!” e ti salvi anche tu...Tanto più che il presidente peruviano gode anche della possibilità di “grazia ed indulto”. L’ennesima via di fuga per i criminali peruviani. García sta già mettendo le mani avanti perché un secondo “processo Fujimori” non si ripeta. A tratti lo trovo un comportamento inspiegabile, poiché FMB Cerruti – davanti al giudice italiano – avrà la possibilità di difendersi e soprattutto di chiarire la propria posizione. Certo è che, se l’ex generale peruviano è finito su quella lista, esistono prove (più o meno verificate) di un suo rapporto con la dittatura argentina e cilena. Il comportamento del presidente peruviano è collaborazionismo bello e buono, è la vergona delle immunità “da tutto e da tutti” garantite ai criminali di stato. E’ una malattia continentale, che a volte apre sprazzi di speranza, ma (troppo spesso) ricompare bruscamente (come recentemente accaduto in Guatemala). Uno schiaffo morale alla Riconciliazione di paesi dilaniati dalle violenze di stato, dalle sparizioni, dai “voli della morte”, dalle esumazioni. Uno schiaffo anche ai 25 nostri connazionali che si sono “volatilizzati” nel continente latino-americano.
PS: Lo so, mi ero ripromesso di concludere l'anno blogghistico con la simpatica registrazione di ieri. Putroppo (o per fortuna) sono convinto che la Verità non possa e non debba mai andare in vacanza...http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/
Da alcuni giorni è in atto un circo mediatico sulla liberazione dei tre ostaggi in mano alle Farc (Clara Rojas, suo figlio Emmanuel e Consuelo González). Ci si sono messi di mezzo un poco tutti: Chávez, Sarkozy, Uribe –piccatissimo-, Piedad Córdoba, i giornali colombiani –anche questi piccatissimi per l’ingerenza venezuelana-, otto governi differenti in uno spiegamento di diplomazia che non si vedeva da tempo.
Durante questi giorni (al momento nove, dall’annuncio) sono apparsi tutti in televisione, a ribadire l’imminente liberazione e a ritagliarsi, soprattutto, una parte di merito nelle trattative. Sarkozy, che tratta la tragedia dei sequestri come parte del gossip; Chávez, che ne trae ulteriori vantaggi di immagine; la Córdoba, pasionaria che non disdegna di presentarsi alle conferenze stampa abbigliata come se fosse alla consegna dell’Oscar.
Il dramma diventa di nuovo un circo, insomma, ed anche i meriti –veri o falsi che siano- rimpiccioliscono di fronte al misero spettacolo della vanità umana. Le televisioni mostrano un Chávez gongolante, in versione “faso tuto mi”, mentre i tigì hanno fatto della località di Villavicencio (dove atterrerà l’aereo con gli ostaggi) un palco degno appunto di una finale. Ci saranno le lacrime, il dramma delle famiglie da mostrare in tutto il loro splendore di audience in mondovisione, la telenovela fatta realtà. Ci si collega persino con il servizio meteorologico per sapere le condizioni del tempo, come se si dovesse giocare una partita di calcio. Insomma, si perde il senso della misura, del rispetto per la tragedia altrui. I sequestrati diventano non solo merce di scambio ma anche merce per rilucire, agevolare carriere, gonfiare ego. Merce, appunto, solo merce.http://luiro.blogspot.com/
MORTE BHUTTO: FORSE AUTOPSIA, DUBBI SU CAUSE E RESPONSABILI, MANIFESTAZIONI
I crescenti dubbi sulle vere cause della morte di Benazir Bhutto - capo del partito di opposizione Pakistan people’s party (Ppp) e in passato due volte primo ministro prima di un lungo esilio volontario a Dubai - hanno convinto il governo di Islamabad ha annunciare oggi la disponibilità a un’autopsia se richiesta dal Ppp. Nonostante il gran clamore di molti mezzi d’informazione pronti a puntare il dito in ogni occasione contro “al-Qaida”, non è infatti neppure certo in che modo sia morta la Bhutto: dopo le notizie iniziali di colpi d’arma da fuoco alla testa, si è fatta strada la voce che la morte sarebbe invece stata causata dall’aver sbattuto violentemente il capo contro una sporgenza dell’auto blindata dal cui tettuccio si era sporta per salutare la folla. Una possibilità che, lasciando immutata la tragedia della morte, ne modificherebbe non poco il senso politico. Alla notizia della possibile autopsia se ne è aggiunta oggi un’altra: “Il popolo tribale ha i suoi costumi e i capi fondamentalisti non uccidono le donne” ha detto un portavoce di Baitullah Mehsud, comandante dei gruppi filo-talebani del Sud Waziristan, ritenuto dal governo di Islamabad responsabile dell’uccisione di Benazir Bhutto. Interessante la precisazione comparsa oggi sull’agenzia di stampa italiana ANSA: “Da ieri, per necessità di semplificazione e sulla scia delle dichiarazioni fatte da fonti ufficiali pakistane la stampa internazionale ha spesso definito Mehsud ‘leader di al-Qaida’. La stessa stampa, non appena né ha la possibilità, ha proceduto anche ai necessari distinguo, come "il militante pakistano legato ad al Qaida" (agenzia inglese Reuters), o "il leader tribale del Waziristan" (Bbc). La stessa amministrazione americana ha manifestato dubbi sulla precipitosa attribuzione dell'attentato ad al-Qaida. Mehdsud, per bocca del suo portavoce, oggi non ha fatto alcun riferimento a un suo ruolo in al-Qaida. Per l'Ansa rimane valida la dizione di capo tribale filo talebano con legami con al-Qaida”. Non poche fonti, inclusi lo Fbi e la Cia dagli Stati Uniti, hanno nel frattempo continuato a manifestare dubbi sia sulle cosiddette “rivendicazioni”, formulate peraltro con mezzi e in sedi per le meno insolite, sia su qualsiasi possibile attribuzione di responsabilità. «Nei fatti abbiamo contribuito a far precipitare la dinamica che ha portato all'assassinio della Bhutto» ha detto intanto l’ex-ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu John Bolton intervistato da un’emittente americana. Mentre nel paese perdura la tensione, con manifestazioni e scontri nelle principali città, resta sospesa la questione delle elezioni, previste per l’8 gennaio prossimo. Ieri le autorità di Islamabad avevano manifestato l'intenzione di mantenere la scadenza fissata, mentre la commissione elettorale ha dichiarato, senza prendere una posizione ufficiale, che il processo elettorale è stato “sfavorevolmente influenzato” dall'attentato e dalle violenze che ne sono seguite. Nawaz Sharif, esponente di spicco dell'opposizione al presidente Pervez Musharraf, aveva minacciato il boicottaggio, mentre il Ppp ha annunciato che prenderà una decisione entro domani. Oltre 10.000 persone hanno sfilato a Lahore, capitale della provincia orientale del Punjab, considerata una roccaforte dell’opposizione, per protestare contro il governo che – a dire dei dimostranti – non avrebbe protetto a sufficienza la Bhutto. Intanto a Karachi, città costiera considerata il feudo della famiglia Bhutto, cinque persone sono rimaste uccise oggi in scontri, mentre l'esercito, posto in stato d'allerta, è stato dispiegato in 16 distretti della provincia sud-orientale del Sindh, compresa Karachi. Il governo ha divulgato una lista dei danni causati dalle violenze scatenatesi nel paese, secondo cui centinaia di edifici, uffici, banche e distributori di benzina sarebbero stati dati alle fiamme. Anche in considerazione del clima di tensione diffuso, con un messaggio televisivo Musharraf ha mostrato oggi particolare fermezza: ''Quelli che cercano di sfruttare la situazione rubando e saccheggiando saranno trattati con durezza - ha detto - e il governo farà di tutto per garantire la sicurezza dei cittadini”, precisando anche che la decisione finale sulle elezioni farà seguito a consultazioni con i partiti. (ADL/PMB)
Per saperne di piu’, ecco tre miei ritratti di candidati presidenti repubblicani: John McCain, Mitt Romney e Mike Huckabee. […]
MCCAIN - La prima volta in cui l’America noto’ John McCain, nel 1973, fu in immagini televisive che mostravano un giovane militare che tornava dal Vietnam da eroe con le stampelle, dopo cinque anni trascorsi nel famigerato ‘Hanoi Hilton’. E’ su un’immagine caratterizzata dal coraggio, ma anche dalla sfrontatezza, che McCain ha costruito la carriera politica che lo ha portato per due volte, nel 2000 e nel 2008, a candidarsi alla Casa Bianca.
Nella politica americana quelli come McCain si chiamano ‘mavericks’, in pratica cani sciolti. Maverick era il nome del personaggio interpretato da Tom Cruise in ‘Top Gun’ e molti tratti del ribelle del grande schermo sembrano presi in prestito dalla biografia del futuro senatore repubblicano dell’Arizona, che e’ stato per anni un pilota di caccia della Marina. Il fatto che a 71 anni sia ancora un vigoroso aspirante presidente ha del miracoloso, guardando al suo passato militare.
Quando era ancora un allievo pilota, McCain sopravvisse alla caduta di un jet durante un addestramento. Nel 1967 in Vietnam il suo aereo prese fuoco mentre si preparava al decollo da una portaerei: il giovane John si mise in salvo prima che esplodessero le bombe sul jet. Pochi mesi dopo il suo A-4 Skyhawk fu abbattuto dalla contraerea nordvietnamita vicino a Hanoi. McCain sopravvisse di nuovo, con le gambe e un braccio a pezzi. I vietnamiti lo catturarono, lo colpirono ripetutamente con le baionette e lo chiusero nella prigione di Hanoi, dove trascorse anni da incubo, torturato e usato dai vietnamiti per fini di propaganda dopo la scoperta che era il figlio dell’ ammiraglio che comandava tutte le forze nel Pacifico.
McCain proviene da una famiglia in cui la tradizione militare risale all’epoca della guerra d’Indipendenza. Ma da padre, nonno e bisnonni non ha ereditato solo la passione per la divisa, ma anche quella per la battuta graffiante, la polemica e, in gioventu’, le donne e l’alcool. All’Accademia navale di Annapolis, dove si diplomo’ tra gli ultimi nel suo corso, era noto per essere sempre in punizione. In Florida, dove si addestro’ al volo, tra una birreria e l’altra si lancio’ in una intensa relazione con una spogliarellista nota con il nome d’arte di ‘Marie the Flame of Florida’. Sposo’ poi una modella, Carol Shepp, che divorzio’ da lui quando era quarantenne perche’ stufa dei continui tradimenti. ‘’Ero egoista e immaturo'’, ha raccontato McCain, che un mese dopo il divorzio’ si sposo’ di nuovo, stavolta con Cindy Hensley, ricca figlia di un magnate della birra dell’Arizona e oggi aspirante First Lady.
Come per il democratico John Kerry, ma dall’altra parte della barricata, per McCain alla carriera militare e al ritorno dal Vietnam segui’ la politica, affrontata con la franchezza che lo caratterizza. A un avversario elettorale che lo accusava di non aver vissuto abbastanza in Arizona per potersi ritenere uno del posto, McCain rispose demolendolo in un dibattito televisivo: ‘’Ascolta, amico, io ho trascorso 22 anni nella Marina e il luogo dove ho vissuto piu’ a lungo in vita mia e’ stato Hanoi'’.
Da senatore dell’Arizona, McCain e’ stato protagonista di miriadi di iniziative spesso non condivise dal suo stesso partito. Portano la sua firma, per esempio, le leggi sulla riforma del finanziamento elettorale e quella contro le torture che i repubblicani hanno digerito di malumore. Anche la sua campagna per la Casa Bianca nel 2000 fu fuori dagli schemi del partito e divenne celebre per le lunghe conferenze stampa sull’ autobus che aveva ribattezzato ‘Straight Talk Express’. Alla fine i repubblicani si coalizzarono intorno al rivale George W.Bush e diedero a lui la presidenza.
Alla campagna del 2008, pero’, e’ arrivato nell’insolita veste di candidato dell’establishment e con la fama di vecchio saggio. I tempi del cane sciolto imprevedibile sono passati.
ROMNEY: Un padre governatore e candidato presidente, un ricco clan familiare, un nome di battesimo preso in prestito dal fondatore della catena alberghiera Marriott: tra i candidati repubblicani alla Casa Bianca, Mitt Romney e’ quello con la storia personale che piu’ assomiglia a quella dell’uomo di cui spera di prendere il posto, George W.Bush.
Come Bush, anche Romney e’ figlio d’arte ed e’ stato uomo d’affari e poi governatore, prima di tentare il grande balzo. Del presidente condivide molto anche sul piano delle scelte, dalla guerra in Iraq alla politica fiscale. Romney ha il profilo perfetto per piacere al mondo repubblicano che ha sostenuto Bush, tranne che per un particolare, tutt’altro che secondario: la fede mormone. La religione e’ il grande ostacolo che si frappone tra l’ex governatore del Massachusetts e la nomination.
A Romney tocca un compito in qualche modo simile a quello che John F. Kennedy affronto’ nel 1960, quando convinse l’America che da primo presidente cattolico non avrebbe preso ordini dal Papa. Convincere i cristiani evangelici a non diffidare di quella che per molti di loro resta una setta, e’ stata una delle sfide principali della campagna di Romney, che l’ha affrontata anche con un discorso di alto profilo sul ruolo della fede in America ricco di ispirazioni kennedyane.
Willard Mitt Romney e’ nato il 12 marzo 1947 a Detroit, quarto figlio di George e Lenore Romney, subito ribattezzato ‘baby miracle’ perche’ la madre, secondo i medici, non avrebbe potuto piu’ restare incinta. Il primo nome era in onore del miglior amico del padre, J.Willard Marriott, fondatore mormone dell’omonima catena di hotel. Il secondo nome era invece ispirato a Milton ‘Mitt’ Romney, un cugino di George, celebre come ‘quarterback’ nei Chicago Bears. Mitt divenne ben presto il prodotto della buona borghesia dei sobborghi, oltre che il favorito del padre, eletto governatore del Michigan quando Mitt era alle scuole superiori, e la politica repubblicana permeo’ la sua formazione fin dall’adolescenza. Nel 1965 Mitt si trovo’ all’universita’ di Stanford in un periodo in cui nella vicina Berkeley cominciavano i bollori della protesta studentesca. Romney era il perfetto giovane repubblicano, impegnato in furibondi dibattiti contro fumo, droga e sesso.
Come Bush, anche a Romney fu risparmiato il Vietnam. Prima che esplodesse il ‘68, parti’ per due anni e mezzo per fare il predicatore mormone in Francia ed evito’ la leva per motivi religiosi. Nel frattempo, aveva gia’ chiesto di sposarlo alla fidanzatina del liceo, Ann Davies, quando questa aveva 16 anni. Durante la permanenza di Mitt all’estero il padre George - che intanto aveva fallito una campagna presidenziale - converti’ Ann alla fede mormone. Romney la sposo’ nel 1968 e hanno avuto cinque figli maschi: una famiglia perfetta per il candidato che si propone come difensore dei valori familiari in mezzo ad avversari quasi tutti divorziati. Anche in questo, assomiglia a Bush. I ‘five brothers’ Romney, come un tempo i Kennedy, in questo periodo spuntano dovunque in campagna elettorale.
Romney ha un MBA e un dottorato in legge presi ad Harvard, e’ stato manager di successo nella societa’ di consulenza Bain & Company e nel 2002 divenne il salvatore delle Olimpiadi invernali di Salt Lake City, prendendone la guida a un passo dal tracollo organizzativo. Subito dopo e’ stato eletto governatore del Massachusetts, lo stato dei Kennedy e di John Kerry, un baluardo dei democratici. Il successo in casa del ‘nemico’ lo ha lanciato verso la Casa Bianca.
HUCKABEE - Dal pulpito alla politica, passando per la dieta, la maratona e la musica rock. Mike Huckabee e’ una figura insolita anche per il variopinto panorama politico americano. Ex pastore battista, ex obeso trasformato in atleta dopo aver perso 50 chili, Huckabee e’ un conservatore populista che attira gli elettori della destra evangelica sui temi sociali, ma propone idee fiscali che lasciano inorridita l’ala repubblicana liberista e nemica delle tasse.
All’America propone di eleggere, dopo Bill Clinton, un altro presidente nato a Hope, in Arkansas e un altro ex governatore dello stato del sud, ma molto diverso dal precedente. Nonostante i due abbiano nel curriculum lo stesso asilo (Miss Mary’s Kindergarten), tra il 52enne Huckabee e l’ex presidente le differenze vanno ben oltre i nove anni d’eta’ che li separano. Huckabee ha costruito una carriera politica proprio proponendosi come un’alternativa ai Clinton e ai democratici dell’Arkansas. Dal marito della candidata senatrice Hillary lo dividono anche i gusti musicali: al sax e ai toni jazz dell’ex presidente, Huckabee contrappone la chitarra basso che suona in una band rock da lui fondata, ‘Capital Offense’.
Fu proprio un colpo di mano contro un clintoniano che porto’ nel 1996 Huckabee al potere. All’epoca era il vice repubblicano del governatore democratico Jim Guy Tucker, finito in disgrazia perche’ coinvolto nello scandalo Whitewater, una delle indagini che presero di mira i Clinton. Tucker decise di dimettersi, ma cinque minuti prima che Huckabee prestasse giuramento per assumere il controllo dello stato, cambio’ idea e annuncio’ di voler restare. Il futuro candidato presidente reagi’ affrontando di petto la prima crisi della carriera politica: giuro’, prese il controllo della Guardia Nazionale e costrinse in poche ore Tucker alle dimissioni, evitando una guerra civile in Arkansas.
L’episodio serve ora a Huckabee per sostenere di essere un leader pronto per la Casa Bianca, dopo 10 anni da governatore. Ma a differenza degli avversari, non e’ la leadership la qualita’ che ha puntato a esaltare. I suoi punti di forza sono la personalita’ brillante, le capacita’ oratorie e il bagaglio di valori che sostiene di voler difendere.
Huckabee si e’ fatto notare presto. A 14 anni era gia’ un annunciatore per la radio; a 15 avverti’ la chiamata spirituale che a 16 anni lo porto’ a cominciare a predicare dal pulpito. Ritenuto uno studente brillante che avrebbe potuto far carriera in molti settori, scelse la vita religiosa e divenne un pastore battista a 18 anni, sposando lo stesso anno la fidanzatina del liceo, Janet. Ma la politica era gia’ nel mirino. Nel 1980, 25enne, fu l’organizzatore di un mega-evento della destra evangelica a Dallas per Ronald Reagan, che segno’ il decollo di una realta’ religiosa divenuta in seguito importante nelle elezioni dello stesso Reagan e di George W.Bush.
Con l’uomo della strada, Huckabee riesce a connettersi anche per la storia di ex obeso dimagrito, che ha raccontato in un libro ricco di consigli a una popolazione sovrappeso. Il titolo: ‘Smetti di scavarti la fossa con coltello e forchetta’.
In Arkansas, Huckabee ha preso iniziative che ora suscitano perplessita’ tra i conservatori fiscali, come l’aver scelto di pagare la scuola ai figli di immigrati clandestini. La scarsa esperienza in politica estera e i suoi dubbi sulla teoria dell’ evoluzione suscitano ulteriori interrogativi.
Huckabee e’ finito sotto attacco anche per aver concesso secondo alcuni la grazia con troppa leggerezza, oltre ad aver bloccato varie condanne a morte. Di una grazia pero’ va fiero: uno dei suoi primi gesti da governatore fu cancellare una vecchia violazione al codice stradale che dal 1975 si trovava sulla fedina penale del chitarrista dei Rolling Stones, Keith Richards, uno dei suoi idoli. A chi protesto’, chiedendo se avrebbe fatto lo stesso per una persona qualunque, Huckabee replico’: ‘’Trovatemi uno che suona come Richards e perdonero’ anche lui'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/29/ritratti-presidenziali-mccain-romney-e-huckabee/#more-443
Ciad : condannati a 8 anni ma rimpatriati i sei volontari francesi
di Carla Amato
Il governo del Ciad ha infine risposto favorevolmente alla richiesta di Parigi di rimandare in patria i sei membri della ONG francese "L'arca di Zoeè" condannati a otto anni di lavori forzati per "tentato sequestro di minori". Lo ha dichiarato il ministro della giustizia del Ciad, Albert Pahimi Padacké.
I quattro giungerano oggi nella capitale francese. Il ministro ha spiegato che "nulla piu' si oppone" al trasferimento ed una fonte giudiziaria ha confermato questa mattina che il visto per il viaggio dei detenuti e dei loro accompagnatori era in corso.
La richiesta del ministero della giustizia francese - accolta probabilmente anche per via del sostegno della Francia all'attuale presidente del Ciad - si e' basata su un accordo bilaterale sottoscritto nel 1976 che regola la cooperazione giudiziaria fra i due Paesi, consentendo ai condannati di scontare la pena nel proprio Stato di appartenenza.
I sei sono stati condannati per il tentato sequestro - lo scorso ottobre - di 103 bambini del Paese africano fra uno e dieci anni, con lo scopo di portarli in Europa. Secondo l'accusa, i sei, giudicati insieme a tre cittadini del Ciad e un sudanese accusati di complicita', non avevano il permesso di lasciare il Paese con i bambini e che avevano ingannato i genitori legittimi con la promessa di far studiare i minori.
I sei imputati rifutano ogni accusa di sequestro e frode e dicono di aver creduto che i bambini fossero orfani di guerra della vicina regione sudanese del Darfur e che tentavano di trovare famiglie europee che si occupassero di loro. Per questo accusano intermediari locali di averli ingannati sulla reale identita' dei bambini.
Determinante per la condanna e' stata la testimonianza della delegata in Ciad dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Annet Rehrl, che ha confermato la nazionalita' dei bambini - nativi per lo piu' di una regione del Ciad al confine con il Darfur - ed ha aggiunto che i membri della ONG avevano bendato i bambini per simulare la loro invalidita'.
GOVERNO: MERLO (PD), SU DINI SILENZIO PROFESSIONISTI ANTIPOLITICA
"Di fronte all'iniziativa politica di Dini e dei suoi seguaci registro il silenzio assordante dei 'professionisti dell'antipolitica', cioè di tutti coloro che in questi ultimi mesi hanno urlato contro la casta, i suoi privilegi, additandola al pubblico ludibrio e, soprattutto, contro ogni azione trasformistica". Lo dice Giorgio Merlo (Pd), che aggiunge: " Ora, di fronte ad una iniziativa concreta che punta ad abbattere il Governo di centro sinistra e che nasce dall'interno della maggioranza stessa infischiandosene di qualsiasi coerenza, mi riferisco al programma sottoscritto da tutta l'Unione e ai partiti che hanno candidato questi esponenti politici, registro che i nostri censori quotidiani tacciono. Che l'antipolitica funzioni a giorni alterni e a seconda di chi provoca simili atteggiamenti? Sarei curioso di conoscere dai vari blog dei nostri campioni dell'antipolitica cosa pensano di un'azione trasformistica capace di far crollare un governo e di filare dritti alle elezioni anticipate. E' troppo chiedere ai nostri censori di pronunciarsi nel merito?". http://ottopassi.splinder.com/
Tra tutte quelle che ho letto ieri, a seguito della ennesima polemica tra Dini e Prodi, ho particolarmente apprezzato le opinioni di Luca Ricolfi, sociologo già autore di un bel libro, sulla Stampa.
Non l'avevo trovato sull'online. Poi mi è stato segnalato nei commenti. Sono uno sbadato, faccio ammenda ma mantengo questo post esegetico. Come se fossero chiose a Ricolfi.
1) La polemica Dini-Prodi non è la solita lite da ballatoio. Ma c'è sotto una questione, abbastanza fondamentale, di linea politica e di Governo per l'Italia nei prossimi anni.
- Conclusa la fase della Finanziaria, compresi i suoi piccoli giochi di retrobottega (ma così importanti per i politici) esplode la polemica tra Dini (partito del rigore o dei banchieri, lo aggettiva Ricolfi) e Prodi ("Un esecutivo dannoso e scomposto" ma...).
La questione sul tappeto è il passaggio rapido a un nuovo governo, in apparenza istituzionale (ma di fatto di centro, senza l'estrema sinistra).
2) La domanda è: ci conviene?
Ricolfi individua due caratteristiche salienti di questo ipotizzabile nuovo governo:
a) Sarebbe un Governo prevalentemente concentrato sulle riforme istituzionali (nuova legge elettorale, percorsi decisionali parlamentari...) e molto meno sui problemi reali del Paese (crescita, welfare, povertà, infrastrutture, squilibrii...)
"un governo divertentissimo per loro ma noiosissimo per noi", dato che lorsignori pensano che la politica in Italia sia bloccata per mancanza di decisionismo, e che trasformando le istituzioni da una 500 in una Ferrari si risolve tutto...
b) Il nuovo Governo istituzionale (magari a guida Draghi), ardentemente desiderato da Casini, Berlusconi - e Dini - sarebbe di fatto il governo del "Partito del Rigore", quindi su una linea di "politica tecnocratica che punta a risanare i conti tenendo alta la pressione fiscale e tagliando la spesa corrente".
Nei fatti sarebbe un governo "contro Rifondazione e i sindacati", su una linea che "non passa".
Immaginiamoci lo scontro sociale, dato anche il livello di tensione e di impoverimento....
3) Ricolfi, poi, passa alla sinistra estrema.
Colpevole di chiedere soltanto, illudendosi che una massiccia redistribuzione dei redditi risolva ogni cosa. La "sindrome da Robin Hood".
Al netto di questo la sinistra estrema è portatrice di due istanze reali, autentiche:
a) Il potere d'acquisto delle famiglie ha subito, anche quest'anno, colpi gravissimi;
b) Lo stato sociale italiano (welfare) è monco: "mancano asili nido, servizi agli anziani, politiche contro la povertà". E queste cosette il "partito del rigore" non ama sentirsele ricordare.
Quindi, bisogna "prendere sul serio i problemi posti dalla sinistra estrema ma senza sposarne le soluzioni".
"Liberarci dal partito della spesa ma senza consegnarci a quello dei banchieri"
Ma, per ora, è un'avanguardia, ed è necessario che questa inversione positiva si allarghi nel corpo sociale....
Poi c'è una considerazione elementare da fare. Per abbattere il rapporto debito/pil, che ci paralizza (anche in termini di interessi da pagare) è meglio far crescere il denominatore, il prodotto interno lordo:
"Se negli scorsi dieci anni fossimo riusciti a realizzare uno 0,8% in più di crescita annua del Pil avremmo abbattuto il rapporto tra debito e pil a livelli ragionevoli senza sacrifici aggiuntivi".
Quindi: destinare i proventi della lotta all'evasione fiscale non alla spesa ma, in primo luogo, alla detassazione delle attività produttive (con un effetto di maggiore crescita) e, poi, all'alleggerimento del peso fiscale sulle famiglie.
b) Riequilibrare il nostro stato sociale (welfare) traendo le risorse esclusivamente dagli sprechi:
"Una stima prudente indica in almeno 50 miliardi all'anno le risorse sprecate nella Pubblica Amministrazione".
Il sottoscritto sostiene che il 2008 è l'anno buono per un'operazione da lungo tempo dovuta: l'abolizione delle Province (e l'inizio di un riordino strutturale di un'Amministrazione elefantiaca, 4 volte più numerosa di quella olandese, a parità di territorio amministrato...).
Le risorse risparmiate possono e debbono andare in quei servizi sociali mancanti indicati sopra.
"Ogni ministro deve co-finanziarsi un nuovo servizio con il 30% fornitorgli dal bilancio centrale, ma per il 70% con fondi da lui ricavati via riduzione di sprechi".
c) Terzo impegno: "non bruciare l'avanzo primario solo sulla riduzione del debito. Ma investirlo in crescita e, se necessario, in un'ulteriore fase di dismissioni e privatizzazioni".
Si può agire anche sul conto capitale. Per esempio liberandoci, una volta per tutte, del bubbone Alitalia. Del patrimonio edilizio delle province e altri enti inutili.....
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Ho riportato, spero fedelmente, le tesi di Ricolfi perchè mi convincono. L'editoriale è ovviamente migliore di questo scarno riassunto.
Una delle poche cose lucide, equilibrate e con proposte concrete operative che ho letto negli ultimi tempi.
Più che di Lamberto Dini, fossi nel centro-sinistra mi preoccuperei del rapido e precoce invecchiamento di Walter Veltroni. A guardare i TG di ieri, un grintoso Romano Prodi (stranamente pettinato) sembrava il fratello minore del sindaco di Roma. http://titollo.ilcannocchiale.it/
RES PUBLICA – PARTITO DEMOCRATICO DI BOLOGNA
Bologna, 3 dicembre 2007 – Sala del Baraccano in Bologna
“QUALE LEGGE ELETTORALE PER L’ITALIA?”
GIANFRANCO PASQUINO
Nessuno potrà mai riuscire a fare una legge elettorale decente se non è in grado di delineare la visione di sistema politico democratico e competitivo che vuole contribuire a creare. Non esiste nessuna visione precisa, ma molta manipolazione, nelle parole di Veltroni e dei suoi improvvidamente selezionati consiglieri. Non importa che Veltroni tratti anche con Berlusconi. E’ il merito che conta e sembra che l’accordo per ragioni diverse, su una proposta confusa, che, pertanto, è impossibile valutare, avvenga proprio sul terreno meno adatto, ovvero il tentativo di fare fuori i piccoli partiti ovvero di ridurli a minime pretese.
Questo Partito Democratico che, per rassicurarsi, immagino, deve continuare ad affermare di essere un partito “a vocazione maggioritaria”, mira sostanzialmente a fare approvare una legge elettorale che lo favorisca. Tuttavia, dovrebbe essere noto che leggi di questo genere raramente, come ha convincentemente dimostrato il Porcellum, conseguono il loro obiettivo. Le riforme particolaristiche rovinano; quelle sistemiche vincono. Ma per elaborare riforme sistemiche non bastano gli annunci e neppure supplisce una debole volontà politica. Ci vogliono conoscenze e competenze.
Marmellate indigeribili fatte con il mixaggio di ingredienti di leggi elettorali esistenti, corpose e collegate al loro sistema politico-istituzionale (il sistema elettorale tedesco ha uno stretto e inscindibile collegamento sia con il voto di sfiducia costruttivo che stabilizza il Cancelliere e il suo governo sia con il Bundesrat) hanno sapore acidulo. Alcuni sistemi elettorali sono importabili, ma in blocco, con tutte le loro clausole. A maggior ragione, meritano di essere considerati e valutati nelle loro conseguenze in toto perché laddove funzionano da tempo offrono insegnamenti fondati e credibili, applicabili (che è una cardine dell’analisi comparata: tenere conto dei rapporti fra le componenti di un sistema).
Quanto al bipolarismo, non sono i sistemi elettorali che lo creano, lo mantengono, lo distruggono. Sono, da un lato, il sistema dei partiti, dall’altro, i comportamenti delle leadership partitiche che gli danno vita e lo fanno funzionare. Tutto il discorso sul bipolarismo unito all’idea balzana che, nelle democrazie parlamentari, debbano essere gli elettori a votare direttamente per il governo, è semplicemente sbagliato, con intenti terribilmente manipolatori, producendo aspettative che non potranno essere soddisfatte. Il sistema tedesco che, in maniera patetica, viene criticato da chi lo ha in passato considerato, giustamente, un buon sistema elettorale, può funzionare e, nella pratica, ha funzionato garantendo competizione, bipolarismo e alternanza, nonché stabilità dei governi.
Non si capisce perché dal novero dei sistemi elettorali che producono competizione, consolidano il bipolarismo, danno grande potere agli elettori, favoriscono i partiti capaci di creare coalizioni potenzialmente governanti, debba venire escluso pregiudizialmente il doppio turno francese. E debba essere abbandonato qualsiasi discorso sul semipresidenzialismo. Non è un mistero, ma, probabilmente, dipende dal fatto che questi sedicenti “democratici” non desiderano davvero che ci sia competizione in campo aperto e, ancor meno, nei collegi uninominali. Vogliono la rete di protezione delle leggi elettorali proporzionali e vogliono essere messi in posizione vincente in liste bloccate.
Piuttosto che una riforma pasticciata, senza precedenti, senza basi e senza senso, molto meglio nessuna riforma, en attendant il referendum.
Il Pakistan è in fiamme. Mentre l’ex premier Benazir Bhutto veniva sepolta nel mausoleo di famiglia a Garhi Khuda Baksh, i disordini sono scoppiati in tutto il paese. Quando le pagine di questo giornale sono state chiuse, si contavano almeno trentadue morti tra manifestanti e poliziotti. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Interni pachistano, la maggior parte degli scontri si sarebbe concentrata nella proprio nella provincia meridionale di Sindh, dove si sono svolti i funerali della leader dell’opposizione assassinata giovedì in un attentato terrorista che è costato la vita ad almeno altre venti persone.
Il governo pachistano ha rilasciato un comunicato in cui afferma di avere le prove: è stato il leader di Al-Qaeda a Islamabad, Baitullah Mehsud, a ordinare l’assassinio di Benazir Bhutto, ci sarebbe un’intercettazione telefonica che lo dimostra. Ma in molti, a cominciare dal corrispondente della Bbc Frank Gardner, ritengono che sia troppo presto per sapere davvero chi ha ucciso Lady Pakistan. I sostenitori della Bhutto accusano il governo di non avere fatto abbastanza per proteggerla. L’ex marito aveva puntato il dito direttamente contro Pervez Musharraf, ma la sua è rimasta una voce isolata. Il Washington Post fa luce sul ruolo degli americani: il ritorno di Benazir Bhutto in Pakistan sarebbe avvenuto dietro garanzia diretta di Condoleezza Rice, la Casa Bianca sosteneva la nomina di Benazir a primo ministro e aveva tentato di ottenere garanzie dall’esecutivo.
Intanto, il presidente Musharraf ha annunciato che le elezioni generali si svolgeranno, come previsto, il prossimo 8 gennaio. Anche la comunità internazionale fa pressioni per il regolare svolgimento delle elezioni. Eppure, con la scomparsa di Benazir, le speranze di portare la democrazia in Pakistan appaiono sempre più esigue. http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3003
Decine di viaggi ai confini della nostra Europa al seguito di diplomatici e parlamentari europei. E una serie di riflessioni di chi nelle istituzioni europee ci sta per passione. Una recensione
Paolo Bergamaschi lavora al Parlamento Europeo. E’ un esperto della commissione Affari Esteri. Gira il mondo per mestiere quindi, e in particolare viaggia molto nelle aree ai confini dell’Unione cruciali per la pace e la sicurezza alle sue frontiere.
Area di crisi. Guerre e pace ai confini dell'Europa
Di Paolo Bergamaschi
Prefazione di Daniel Cohn-Bendit
Edizioni La Meridiana, 2007
Ma i racconti riuniti in questo libro non sono banali resoconti di incontri diplomatici. Mostrano l’attenzione ai particolari del viaggiatore curioso, e la riflessione sincera di chi nelle istituzioni ci sta per passione. Magari soffrendo, perché “le delegazioni parlamentari sono sempre alloggiate in hotel di lusso che non rispecchiano e rispettano la cultura del posto”. Però cercando di preservare il proprio stile: “Io preferisco un piccolo hotel a conduzione familiare situato nella parte vecchia della città” (pag. 81).
Torna alla mente il viaggiatore leggero Alexander Langer, non per niente la persona che a suo tempo chiamò Bergamaschi al Parlamento Europeo. E così un veterinario di Viadana è diventato funzionario a Bruxelles. Mantenendo la schiettezza mantovana (“non capisco una mazza di georgiano”, pag. 70), ma anche la capacità di guardare oltre le carte, per inquadrare luoghi, paesaggi, colori, cibi e profumi.
Cinque anni, dal 2002 al 2007, e ventiquattro viaggi tra Balcani, Caucaso, Mediterraneo e Medio Oriente. Toccando anche Russia e Stati Uniti, voci imprescindibili nelle dinamiche politiche di tutte queste regioni. E soprattutto tenendo nel cuore e nella mente l’Europa, il suo straordinario sogno di pace e le sue più misere impasse quotidiane.
Viaggi veloci: qualche giorno, massimo una settimana. I racconti perciò sono brevi flash, non descrizioni esaustive o analisi elaborate. Pensieri ad alta voce ed in presa diretta, da parte di una persona che ha il privilegio di stare nel centro della macchina europea – le istituzioni di Bruxelles – e insieme la capacità di non farsi stritolare mantenendo una visione disincantata da viaggiatore del mondo. Visione che guarda fuori, ai “confini d’Europa” come recita il sottotitolo. Ma che in fondo da lì scruta l’Unione stessa, il suo potenziale ruolo pacificatore e i suoi drammatici ritardi.
Le pagine più appassionate sono quelle dal Caucaso. Sukhumi, Stepanakert, Batumi, Gyumri… posti che quasi nessuno conosce in Europa, ma crocevia di conflitti e tensioni alle nostre porte. O forse già dentro le nostre case, se pensiamo ai riverberi che producono in termini di approvvigionamenti energetici, di diaspore influenti, di (presunti) scontri di civiltà. Bergamaschi nei suoi racconti ci guida in questi luoghi. E insieme ci parla dell’Europa che non c’è, e che tanti aspettano.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8736/1/51/
Oggi il centro del Pakistan è Garhi Khuda Baksh, un villaggio nel distretto di Lariana, provincia meridionale del Sindh. Qui, nel grande mausoleo di famiglia dei Bhutto – un’imponente costruzione bianca che ricorda il Taj Mahal – si stanno svolgendo i blindatissimi e affollatissimi funerali di Benazir, arrivata chiusa in una semplice bara di legno chiaro.
Nel Paese la tensione è altissima. Da ieri sera i sostenitori del Partito del popolo pachistano (Ppp), di cui la Bhutto era a capo, stanno mettendo a ferro e fuoco tutto il Sindh, da Karachi a Hyderabad: auto bruciate, uffici pubblici dati alle fiamme, treni assaltati e incendiati e soprattutto violenti scontri con la polizia, che ha ricevuto l’ordine di sparare a vista. Il bilancio delle violenze è per ora di almeno 32 morti.
Chi guiderà l’opposizione? Il governo provvisorio pachistano, guidato dal primo ministro Mohammadian Soomro, ha confermato che le elezioni parlamentari previste per l’8 gennaio si terranno regolarmente, senza rinvii. Un voto sul quale già c’erano gravi dubbi di regolarità – sono ancora in carcere centinaia di oppositori arrestati durante lo stato d’emergenza – ma che ora rischia di trasformarsi in una farsa.
Dei due partiti d’opposizione, uno, la Lega Musulmana di Nazaw Sharif, ha confermato oggi che boicotterà le elezioni, e l’altro, il Ppp della Bhutto, non ha più un leader. Il più probabile successore alla guida del partito, l’attuale vicesegretario Makhdoom Amin Fahim, non pare in grado di convogliare tutto il consenso che la ex premier avrebbe potuto raccogliere. L’unica carta vincente potrebbe essere Aitzaz Ahsan, esponente del Ppp e leader del forte e combattivo movimento democratico degli avvocati, oltre che difensore dell’ex presidente della corte suprema rimosso da Musharraf, il popolarissimo giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry. Ahsan, attualmente in carcere, appare l’unica figura – a parte lo stesso Chaudhry – capace di intercettare e convogliare nelle urne la rabbia antigovernativa del popolo pachistano.
E gli Stati Uniti cosa faranno? Sulla scelta del ‘successore’ di Benazir Bhutto peserà l’ultima parola degli Stati Uniti, che avevano puntato tutto sulla ex premier come ‘stampella democratica’ di Musharraf e che ora si trovano davanti a una scelta assai difficile: benedire la mera prosecuzione del regime di Musharraf – che però ora ha tutto il Paese contro e quindi potrebbe rivelarsi altamente instabile – oppure scaricarlo e puntare sul meno compromesso generale Ashfaq Pervez Kiyani, recentemente nominato capo dell’esercito pachistano su indicazione del vicesegretario di Stato Usa, John Negroponte. Nelle ultime settimane, Kiyani ha diligentemente eseguito gli ordini di Washingotn scatenando una massiccia offensiva militare contro i talebani delle aree tribali, dimostrando così la propria affidabilità come alleato dell’Occidente. Ma, proprio per questo, Kiyani è malvisto dalla potente ala integralista dell’esercito e dei servizi segreti pachistani, quella legata ad Al Qeada e coinvolta nell’assassinio della Bhutto.
La messa fuori gioco di Musharraf – legato a questa fazione – provocherebbe una pericolosa spaccatura nell’esercito e un concreto rischio di guerra civile.
Forse, per questo, gli Usa preferiranno rischiare continuando a sostenere Musharraf. A meno che non spunti un valido successore della Bhutto alla guida dell'opposizione democratica.
New York Times: la Cia ha mentito sull'11 settembre
Giulietto Chiesa, europarlamentare e presidente dell'associazione Megachip, ha così commentato la notizia uscita il 24 dicembre in prima pagina sull'Herald Tribune e già apparsa sul New York Times il 22 dicembre scorso, riguardante le menzogne di cui la Central Intelligence Agency americana si sarebbe resa responsabile nei confronti della commissione d'inchiesta del Congresso sui fatti del 2001: « Apprendiamo che la Cia avrebbe nascosto alla commissione d'inchiesta, presieduta da Thomas Keam, materiale video concernente gli interrogatori di sospetti terroristi. I fatti risalirebbero al 2003/2004. Si tratta di una pesante e inequivocabile conferma di quanto io e il Gruppo “Zero”, con cui ho realizzato l'omonimo film documentario di recente proiettato alla Festa del Cinema di Roma, sosteniamo da anni, ovvero che gli Stati Uniti e tutto il mondo hanno bisogno di una nuova commissione d'inchiesta indipendente su quanto accaduto l'11 settembre del 2001 » .
Il documentario “Zero – Inchiesta sull'11 settembre” ( www.zerofilm.info ) ha visto la partecipazione di Moni Ovadia, Lella Costa e del premio Nobel Dario Fo, che si sono associati alla richiesta della riapertura delle indagini, già sottoscritta in Italia da più di 4000 cittadini e da diversi intellettuali che hanno firmato il manifesto “Rompere il muro del silenzio” presente sul sito dell'associazione Megachip ( www.megachip.info ). Il film ha visto anche la pubblicazione in parallelo di un libro, “Zero. Perché la versione ufficiale sull'11 settembre è un falso”, edito da Piemme, che ha raggiunto il 15° posto nella classifica Arianna dei saggi nell'ultima settimana di ottobre. « I sondaggi dicono che negli Stati Uniti oltre la metà della popolazione ritiene che il governo le nasconda la verità – dichiara Chiesa – e il successo che la nostra inchiesta qui in Italia riscuote presso il pubblico continua a confermare che c'è una grande sete di verità in tutto il mondo. Due guerre sono state scatenate nel nome della “lotta al terrore”, una terza è ancora possibile nei confronti dell'Iran, e noi abbiamo il diritto di fare piena luce sui fatti dell'11-9, perché è sulla base di questi che tutto ha avuto inizio: fino ad ci hanno raccontato decine e decine di menzogne, e quanto rivelato dal New York Times è solo l'ennesima conferma » . http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5500
Il 16 dicembre 2002 facevano il loro esordio le licenze alternative ideate da Lawrence Lessig. Iniziava una nuova fase nella gestione della creatività e dei diritti d'autore nell'era digitale. Parla Juan Carlos De Martin
Domenica prossima compiranno cinque anni. Ere geologiche per la società dell’informazione. Eppure anni importanti se il progetto in questione sono le Creative Commons (CC) che hanno cambiato sensibilmente il modo di discutere e praticare il diritto d’autore. La prima versione delle licenze, infatti, è stata infatti resa pubblica il 16 dicembre 2002 dall’omonima associazione nata nel Massachusetts. L’idea era semplice quanto geniale: creare un spazio tra il classico copyright, quello del “tutti i diritti riservati”, e il pubblico dominio, dove l’opera è a disposizione di tutti. Uno spazio alternativo nel quale autori e fruitori possono scegliere tra un ampia gamma di diritti: copiare, distribuire, creare opere derivate, per fini commerciali o meno.
Il passo successivo è stato creare un sito (www.creativecommons.org) dove scegliere le opzioni preferite e ottenere una etichetta, leggibile in maniera chiara anche dai non esperti di materie giuridiche, da apporre sulla propria opera elettronica, sito, documento o cd che sia. Un problema di libertà, come ha più volte sottolineato Lawrence Lessig, ideatore del progetto e di diversi libri tra i quali Cultura Libera (ed. Apogeo), ma anche di tutela di quella creatività resa possibile dalle nuove tecnologie.
Esattamente due anni più tardi sbarcheranno in Italia grazie all’interessamento del Cnr e della Facoltà di Scienze Giuridiche dell’Università di Torino. Ma soprattutto grazie all’impegno di persone come Juan Carlos de Martin, professore associato e responsabile di CC Italia, nonché, da pochi giorni, coordinatore di “Communia”, una nuova rete europea sul pubblico dominio digitale (www.communia-project.eu). «In realtà il lavoro più importante è stato fatto durante il 2003–racconta De Martin–c’era bisogno di tradurre e adattare le licenze alla giurisprudenza italiana. Un impegno faticoso, ma non impossibile perché nonostante le differenze tra i sistemi giuridici, gli accordi internazionali assicurano dei principi di base. Le CC hanno cercato una localizzazione per permettere anche agli artisti, e nella loro lingua, di poter tutelare le loro opere con gli stessi principi. Grazie a questa scelta oggi esistono nel mondo 40 progetti di CC locali, principalmente gruppi di lavoro che partecipano al dibattito e aggiornano le licenze quando vengono modificate negli Stati Uniti. «Di volta in volta–continua De Martin–troviamo i termini giuridicamente più adatti. Inoltre promuoviamo convegni e produciamo documenti informativi per il sito ».
Un lavoro prettamente tecnico, anche perché le indicazioni di Lessig erano di non creare associazioni che promuovessero in prima persona iniziative politiche. Cosa che invece è lasciata alla libera iniziativa dei membri, con alterne fortune. Come nel caso della campagna Scarichiamoli (www.scarichiamoli.org) che mirava a far approvare una legge per rendere disponibili sotto CC tutte le opere realizzate con fondi pubblici. O come quando nella bozza del nuovo contratto di servizio della Rai entrò la proposta pubblicare l’archivio sotto CC (come fa la Bbc, d’altronde), poi tolta dal testo finale.
Potrebbe invece rivelarsi positivo l’accordo tra Siae e l’associazione Free Hardware Foundation sulla scia di un analogo progetto olandese, per permettere l’utilizzo di licenze alternative, come le CC, anche ad un iscritto alla Siae, cosa ora impossibile. «Nei dibattiti ai quali partecipiamo–continua De Martin–preferiamo lasciare fuori la politica e parlare di utilizzi. E i risultati si vedono: dal 2004 a oggi per esempio sono usciti molti libri sotto CC, di Feltrinelli come di Stampa Alternativa. Stessa cosa accade per gli inserti culturali de La Stampa. E, ancora, molte etichette e artisti emergenti, blog e siti di informazione come Punto Informatico. Perfino alcuni siti del ministero della Ricerca e della Polizia di Stato». Non mancano, ovviamente, le novità per il 2008. «Ai primi dell’anno uscirà la nuova licenza, la 3.01, che marcherà in maniera ancora più forte la differenza tra un opera e gli utilizzi derivati».http://www.carta.org/campagne/beni+comuni/conoscenza/12268
La visita di Fukuda per nuovi, cordiali rapporti Pechino - Tokyo
I due Paesi vogliono lasciarsi alle spalle decenni di guerre e di rapporti gelidi, per iniziare una sempre più stretta collaborazione. Tra i problemi: l’energia del mar Cinese orientale e la questione militare. Prevalgono le dichiarazioni di buona volontà, in attesa di esiti concreti.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il secondo giorno della visita in Cina del premier giapponese Yasuo Fukuda prosegue in un clima di cordialità e disponibilità reciproca, anche se mancano immediati risultati concreti. Oggi, dopo un colloquio di due ore e mezzo con il premier cinese Wen Jiabao, Fukuda ha detto che ci sono stati “progressi” sul diritto di cercare ed estrarre il gas dal mar Cinese orientale (stimato contenere 200 miliardi di metri cubi di gas e 25 miliardi di tonnellate di petrolio), disputato tra i due Paesi, e che “i colloqui proseguono e speriamo di risolvere la questione al più presto”.
Fonti diplomatiche nipponiche riferiscono un “significativo avvicinamento” delle posizioni e per la prima volta esprimono la speranza di trovare un accordo quando il presidente Hu Jintao verrà in Giappone a primavera. Intanto si concludono accordi minori, come per lo scambio di informazioni e tecnologie per combattere i cambiamenti climatici e in materia nucleare: 10mila scienziati cinesi andranno in Giappone per studiare le tecnologie per la conservazione dell’energia.
Wen ha sottolineato il clima di “reciproca sincerità” e ha espresso la volontà che il mar Cinese orientale diventi un “oceano di pace e amicizia” tra i due Paesi. A sua volta Fukuda si è detto contrario al progetto di Taiwan di fare un referendum riguardo la sua richiesta di diventare membro delle Nazioni Unite: Pechino considera l’Isola come una sua provincia "ribelle" e teme che il referendum sia considerato come una dichiarazione di indipendenza.
Fukuda si è incontrato oggi anche con il capo del parlamento Wu Bangguo e con il presidente Hu, per discutere di collaborazione per economia, ambiente ed energia: Pechino ha interesse alla tecnologia pulita ed efficiente del Giappone, per contenere il grave inquinamento industriale.
I rapporti tra i due giganti asiatici sono rimasti gelidi tra il 2001 e il 2006 quando è stato premier Junichiro Koizumi, criticato per le sue visite dal tempio shintoista Yasukuni, che Pechino considera simbolo del passato militarismo nipponico. Sono ripresi 14 mesi fa con la visita del premier Shinzo Abe a Pechino ed entrambi gli Stati hanno interesse ad incrementarli: tra i due Paesi nel 2006 ci sono stati scambi commerciali per 249,3 miliardi di dollari.
Fukuda, parlando all’università di Pechino, ha ribadito che gli Stati debbono avere “il coraggio e il buon senso di considerare il passato con onestà”. Suo padre, l’ex premier Takeo Fukuda, siglò nel 1978 uno storico trattato di pace e amicizia con la Cina. I due Paesi vogliono lasciarsi alle spalle decenni di guerre atroci e Fukuda ha parlato di “una cooperazione strategica” per la sicurezza regionale e la pace mondiale.
Ma rimangono problemi irrisolti, specie per le reciproche ambizioni militari: il Giappone ha chiesto a Pechino maggior trasparenza sulle crescenti spese militari, mentre la Cina non vede di buon occhio il desiderio di Tokyo di rispistinare una propria forza militare. (PB)
A sei giorni dal voto in Iowa per la nomination per la Casa Bianca e a 11 giorni dalle primarie in New Hampshire, i senatori democratici Hillary Clinton e Barack Obama risultano praticamente testa a testa in entrambi gli stati-chiave delle presidenziali Usa. Sul fronte repubblicano, Mike Huckabee e’ in fuga in Iowa, mentre in New Hampshire domina Mitt Romney, seguito da John McCain. […]
Le indicazioni sono di un sondaggio Los Angeles Times/Bloomberg che offre un quadro della grande incertezza che circonda le elezioni americane, in entrambi gli schieramenti. Sia i democratici, sia i repubblicani, vanno in pratica al voto senza un chiaro leader. La serie delle primarie si apre il 3 gennaio in Iowa, per proseguire l’8 in New Hampshire.
La Clinton, per il sondaggio, e’ al comando in Iowa con il 29% dei consensi, seguita da Obama al 26% e da John Edwards al 25%. I tre candidati sembrano destinati a dominare i ‘caucus’, le assemblee di partito con cui si esprimono gli elettori dell’ Iowa: gli altri sfidanti sono tutti molto indietro nei sondaggi. In New Hampshire, e’ Obama che ora comanda con il 32%, seguito da Hillary al 30% ed Edwards al 18%.
Huckabee, l’ex governatore dell’Arkansas protagonista negli ultimi mesi di una clamorosa rimonta nei sondaggi, viene ritenuto in Iowa in testa con ben il 37% dei consensi, seguito a larga distanza da Romney al 23% e da John McCain e Fred Thompson indicati alla pari all’11%. Rudy Giuliani, che guida ancora i sondaggi nazionali, in Iowa e’ solo quinto al 6%. In New Hampshire, Romney guida con il 34%, McCain e’ secondo con il 21% e Giuliani terzo con il 14%, seguito da Huckabee al 9%.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/28/sei-giorni-al-voto-e-sono-ancora-tutti-quasi-alla-pari/#more-442
Jacob Zuma, neo-eletto presidente dell’African National Congress (Anc), partito di maggioranza, ha ricevuto oggi un invito a comparire in tribunale per rispondere ad accuse di corruzione. Secondo i suoi legali, Zuma è chiamato a presentarsi davanti all’Alta corte il 14 agosto del 2008, per rispondere di “racket, corruzione, riciclaggio di denaro e frode”. Zuma, 65 anni, è stato eletto dieci giorni fa alla guida dell’Anc, battendo l’attuale capo dello stato Thabo Mbeki che aspirava a un terzo mandato alla testa del partito. L’ex vice-presidente dell’Anc è stato per lungo tempo al centro di complesse vicende giudiziarie risalenti a un’inchiesta del 1999 che vedeva implicato il gruppo di armamenti francese Thales. Nel 2005 era stato allontanato dalla vice presidenza del partito, dopo la condanna a 15 anni di prigione del suo consigliere finanziario Schabir Shaik, ma nel settembre 2006, aveva beneficiato di un non luogo a procedere per mancanza di prove. Zuma è accusato di aver chiesto, attraverso Shaik, tangenti per circa 50.000 euro per favorire le filiali del gruppo Thales e impedire che l’azienda fosse coinvolta in un’indagine su una fornitura di armamenti. E’ accusato inoltre di aver preso tangenti su contratti per appalti pubblici. Gli avvocati difensori hanno parlato di “campagna di denigrazione politica”; come capo del partito di maggioranza, Zuma potrebbe aspirare infatti a succedere a Mbeki nel ruolo di capo di stato nelle prossime elezioni presidenziali del 2009. http://www.misna.org/
Australia : sara' liberato il primo condannato di Guantanamo
di Gabriella Mira Marq
David Hicks, il primo prigioniero condannato a Guantanamo Bay per accuse di terrorismo, sara' liberato da un carcere australiano domani, dopo piu' di sei anni di detenzione.
Egli intende scusarsi con il popolo australiano per l'inconveniente che ha provocato quando lascera' il carcere di massima sicurezza di Adelaide, ha detto suo padre, il quale pero' ha insistito sul fatto che l'ammissione di colpevolezza di suo figlio e' stata dovuta a pressioni per ammettere le accuse di terrorismo in modo da essere rispedito a casa da Guantanamo a maggio.
"Nulla e' stato davvero dimostrato - ha detto il padre al Guardian - non c'e' stato un vero e proprio sistema giudiziario, tutto quello che e' successo e' che David ha firmato un pezzo di carta per uscire dal luogo".
Il governo USA ritiene che Hicks, che e' stato catturato insieme forze dei Talebani in Afghanistan nel dicembre 2001, fosse affiliato di al-Qaeda e sostenitore di Osama bin Laden. I suoi avvocati dicono che egli e' stato solo un avventuriero immaturo (aveva poco piu' di vent'anni) che e' andato in Afghanistan dopo che la sua richiesta di arruolarsi nellesercito australiano e' stata respinta.
Hicks ha trascorso piu' di cinque anni al centro di detenzione statunitense di Guantanamo - dove la sua famiglia afferma che egli e' divenuto depresso - ed e' divenuto la prima persona condannata negli Stati Uniti in un giudizio per crimini di guerra.
Gli USA hanno permesso ad Hicks di scontare il resto della sua pena ad Adelaide, ma senza diritto di appello e con l'accordo di non parlare con i media per un anno dalla sua data di condanna. Il governo australiano, pero', afferma che l'ordine non puo' essere esecutivo nel suo Paese d'origine, dove non e' stato condannato per un crimine, per cui egli sara' rilasciato, con obbligo di firma tre volte alla settimana, coprifuoco e altre restrizioni.
Il nuovo primo ministro, il laburista Kevin Rudd, che ha sconfitto il liberale Howard nelle elezioni di novembre, era stato un forte critico del trattamento subito da Hicks, come il tribunale militare che lo ha condannato.
la loro e la nostra
Un colloquio con Tariq Ali, seconda parte.
Tariq Ali e David Barsamian
Io vedo che i giornalisti statunitensi, Seymour Hersh ed altri, stanno dicendo che questo è il governo più brutale e stupido che abbiano mai visto. Posso capire la loro rabbia, ma storicamente questo non è vero. Ci sono stati dei governi negli Stati Uniti che erano ancora più brutali.
Tariq Ali, uno scrittore noto in tutto il mondo, è nato a Lahore nel 1943. All'epoca questa regione faceva parte dell'India, governata dalla Gran Bretagna, ora è in Pakistan. Da tanti anni Ali risiede a Londra ed è uno dei redattori della New Left Review. Ha scritto più di una dozzina di libri sulla storia mondiale e sulla politica. Nel tempo libero è regista, drammaturgo e romanziere. E' autore di Lo scontro dei fondamentalismi, Bush in Babilonia e Impero e resistenza con David Barsamian. Il suo libro più recente è Pirati dei Caraibi.
BARSAMIAN: Qual è la tua valutazione dell'opposizione alle forze di occupazione in Afghanistan? I Talebani ora comprendono tanti gruppi diversi.
ALI: Non ne vedo emergere nulla di positivo. Io penso che bisogna essere molto avveduti e realisti; in Afghanistan, non ci sono delle forze democratiche laiche. Fondamentalmente abbiamo dei raggruppamenti etnici rivali. L'Afghanistan è sempre stata una confederazione tribale governata da un re per conto di tutte le tribù. E' rimasto più o meno quello. Tranne per il fatto che un re al comando non c'è. Il fatto è che una condivisione del potere dovrà esserci. Altrimenti, dei piccoli pezzi si staccheranno dall'Afghanistan. Come Herat, nell'Afghanistan occidentale.
Ho la sensazione che la Nato ha creato una situazione in cui tutti questi gruppi stanno diventando popolari di nuovo in quanto sono gli unici che stanno resistendo. E se le forze democratiche laiche in Afghanistan, a prescindere da quanto siano piccole, hanno sostenuto la Nato, è stata una cosa stupida. Potevano tenersene lontani e sostenere una posizione indipendente. Ma non l'hanno fatto. Persino molti ex-comunisti hanno sostenuto l'occupazione degli americani e della Nato e ora non hanno più alcuna credibilità nel paese.
Di recente, "Il secondo avvento", il poema di William Butler Yeats, ha ricevuto un po' di attenzione. "Il centro più non tiene", etc. Tuttavia, in "Meditation in Times of Civil War" egli scrive: "Abbiamo nutrito il cuore di fantasie; con quel cibo il cuore si è fatto brutale".
Potrebbe essere la descrizione di tutti gli imperi all'inizio del loro periodo di declino. Io penso che l'Impero americano abbia cominciato il suo periodo di declino. Quando collasserà è una questione aperta, ma sicuramente [il collasso] è iniziato. Lo si può vedere nei disastri che stanno affrontando in Iraq e in Afghanistan. Si poteva pensare - e loro l'hanno pensato - che il potere militare ed economico americano fosse arrivato ad un punto in cui potevano farla franca con qualsiasi cosa. Ma non è così facile. E i loro rivali in economia - i cinesi, i giapponesi, i coreani, questo è il settore più forte, il settore dell'Estremo Oriente - osservano l'Impero americano, che passa da un disastro all'altro, e si domandano quello che sta succedendo alla leadership imperiale.
Io vedo che i giornalisti statunitensi, Seymour Hersh ed altri, stanno dicendo che questo è il governo più brutale e stupido che abbiano mai visto. Posso capire la loro rabbia, ma storicamente questo non è vero. Ci sono stati dei governi negli Stati Uniti che erano ancora più brutali. Dopotutto, la decisione di buttare le bombe nucleari sul Giappone non fu presa dal Partito Repubblicano. Fu la decisione di Truman che portò alla perdita di centinaia di migliaia di vite umane. Io penso che sia sciocco dire che questa particolare amministrazione non stia funzionando proprio come dovrebbe. Tornate indietro agli anni 40 del XIX sec. quando James Polk, presidente, decise di invadere il Messico. Invase il Messico perché si rifiutarono di vendergli la California. E il suo equivalente delle armi di distruzione di massa era: "Abbiamo invaso il Messico perché hanno invaso noi", cosa che tutti sapevano essere falsa. Ma lui vinse e la fece franca perché era la marea crescente dell'Impero.
Dopo la guerra al Vietnam, molta gente disse: "Questo è quanto". Ma dopo la guerra al Vietnam, la Cina diventò l'alleato principale degli Stati Uniti, l'Unione Sovietica si dissolse e oggi il Vietnam è una florida economia capitalista. Non esattamente una sconfitta seria per l'Impero. Quindi sono prudente nel dire quello che dico. Ma io penso che il fallimento in Iraq e in Afghanistan indichi certe debolezze in questo particolare Impero.
Rispetto all'Iraq, Robert Fisk dice che gli Stati Uniti sono veramente in difficoltà perché dovrebbero andare via ma non possono.
Non ha senso dire che non possono. Io penso che possono andare via e che probabilmente dovranno andare via, ma dovranno decidere quello che si lasceranno dietro. Questo è il grosso dibattito. Alcuni, come Peter Galbraith, che criticano Bush, dicono che l'Iraq dovrebbe essere diviso. Questo, secondo me, sarebbe disastroso perché creerebbe una serie di protettorati: l'Iraq settentrionale, l'area curda, che diventerebbe un protettorato israeliano-americano; il triangolo, non solo sunnita perché ci vivono anche tanti sciiti, ma prevalentemente sunniti, che diventerebbe un protettorato saudita; e il resto dell'Iraq diventerebbe una repubblica sciita con una stretta alleanza con l'Iran.
Che questa amministrazione andrà così lontano, o che questo sarà effettuato da un nuovo presidente democratico, rimane da vedere. Ma io penso che questa è la soluzione che preferiranno per cercare di salvare la faccia in patria, perché il semplice ritiro sarebbe un disastro politico.
La dimensione del disastro per gli iracheni è travolgente. Centinaia di migliaia sono stati ammazzati, tanti altri menomati e feriti, due quinti della classe dei professionisti è fuggita dal paese, il numero di profughi sfiora i due milioni, i più in Giordania e in Siria. La crisi dei profughi interni potrebbe essere persino peggio di Darfur. Il sistema di istruzione è collassato - due bambini su tre non vanno a scuola, c'è poca sicurezza. Comunque, stante questo panorama caotico, il governo iracheno è riuscito in qualche modo a mettere insieme in fretta una legge sugli idrocarburi che allocherà le risorse petrolifere del paese.
L'hanno fatto perché il petrolio è la risorsa più importante del paese e il modo in cui viene diviso è la questione centrale. Chi ha il controllo di Kirkuk, ricco di petrolio, al nord del paese, per esempio. I curdi hanno tentato di pulire la città delle etnie turcomanne e arabe ed altre. Non penso che questo funzionerà necessariamente, senza il sostegno degli Stati Uniti, ma questo è certamente quello a cui stanno giocando.
La cosa chiave è che la situazione in Iraq è un disastro umanitario totale. La crisi dei profughi è peggiore di quanto abbiamo visto negli ultimi anni. E' un paese distrutto. Ed è stato distrutto dall'occupazione. Per questo, a qualsiasi sondaggio, la gente risponde: "Stavamo molto meglio sotto Saddam Hussein".
L'occupazione occidentale l'ha distrutto a tal punto che la gente ora guarda all'era precedente con nostalgia. Il che non sorprende affatto visto che dopo la Prima guerra del Golfo, quando la fornitura dell'elettricità e dell'acqua fu interrotta, il regime di Saddam Hussein ci mise due mesi per far funzionare tutto di nuovo. Poi imposero delle sanzioni per cercare di distruggerlo. Ma fondamentalmente non ci fu fame di massa, non ci fu un esodo vasto. Fecero funzionare il paese. Questa gente non ne è stata capace. E questo, penso io, è la prova schiacciante dell'accusa contro l'occupazione.
Zalmay Khalilzad, di origine afghana, era ambasciatore a Kabul, poi a Baghdad, ed ora è stato nominato rappresentante alle Nazioni Unite da Bush. Lui dice che nell'invadere l'Iraq "abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora".
Ovviamente lui sa che questo è vero perché vi è stato e lo può vedere con i suoi stessi occhi. Ma trae qualche conclusione da questo? Questa è la domanda importante. Questa è la persona che, quando era consigliere di Bush padre, scrisse un opuscolo in cui fece prima questa domanda: visto che il mondo è ora uniforme e il capitalismo è primario dovunque, è possibile esercitare l'egemonia americana senza l'utilizzo della forza? O dovremo combattere contro altri paesi capitalisti per assicurarci di restare in cima? E lui disse che dovevamo usare la forza. Quindi lui è una delle persone responsabili di questo nuova strategia di sicurezza. Ma il fatto che lui la veda come un disastro dice molto.
Se qualcuno è armato e ha commesso una aggressione, ti aspetteresti che ripeta lo stesso schema [di aggressione]. Sto parlando degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Tuttavia, quando si tratta di Iran, tu pensi che gli Stati Uniti non l'attaccheranno anche se hanno dispiegato una quantità massiccia di forze militari nel Golfo Persico.
Questa è la mia opinione basata su certi fatti inconfutabili. Ci sono due modi in cui lo potrebbero fare. Possono fare un attacco chirurgico sui 150 siti nucleari diversi che esistono in varie parti dell'Iran. Non sono tutti in un unico punto, quindi sarebbe una campagna di bombardamenti pesanti che toccherebbe il paese intero. Questa è l'unica cosa militarmente possibile. Non è possibile invadere l'Iran perché gli Stati Uniti non hanno forze a sufficienza per farlo. Non hanno truppe sufficienti per governare l'Iraq, non parliamo di invadere un altro paese. Quindi militarmente un'invasione da terra è totalmente fuori questione.
Secondo punto. Quale sarà l'effetto di un attacco aereo sull'Iran? L'effetto immediato sarà l'apertura di due nuove fronti. Gli iraniani probabilmente diranno: "Va bene, via i guanti bianchi", e diranno ai loro sostenitori in Iraq: "Bene, prendeteli!". Probabilmente diranno la stessa cosa ai loro sostenitori in Afghanistan. E possibilmente, anche se gli Hezbollah in Libano non sono totalmente sotto il loro comando, diranno: "Aprite un nuovo fronte lì". Quindi c'è una buona probabilità che un qualsiasi attacco sull'Iran destabilizzerebbe completamente grosse parti di quella parte del mondo.
Se io fossi un generale del Pentagono che conduceva la guerra in Iraq, determinato a conservare quante più possibili delle mie truppe, e un politico venisse da me e dicesse: "Ehi, gente, attaccheremo le centrali nucleari in Iran", io direi: "Un secondo, signor Presidente", o signor Vice Presidente, o Segretario di Stato", o quel che sia, "ha una benché minima idea di quanto ci costerebbe sul campo? Non siamo preparati a fare questo". Io penso che probabilmente ci sarebbe una ribellione dietro le quinte se venisse presa questa decisione.
E poi la buona parte degli europei è contraria. I tedeschi sono contrari, i francesi sono contrari e anche i britannici non sono favorevoli, per dirla con moderazione. Quindi ci sarebbe una divisione ancora più grossa di quella avuta sulla guerra all'Iraq. Allo stesso tempo, i russi stanno vendendo abbastanza apertamente tecnologia anti-aerea di ultimo grido agli iraniani. Sono stati accusati di questo. Perché l'ultima cosa che la vecchia Unione Sovietica fece fu sviluppare tecnologia anti-aerea di alta qualità che stavano per dare ai serbi, gli jugoslavi, ma non lo fecero perché volevano un accordo. Invece la stanno vendendo apertamente agli iraniani. Quindi i russi non saranno favorevoli di certo. I cinesi hanno firmato un accordo trentennale con l'Iran per la fornitura di petrolio e di energia. Loro non saranno favorevoli. Quindi questa è un'azione che gli Stati Uniti possono intraprendere se volessero isolarsi totalmente e creare disastri per se stessi.
Io penso che uno degli obiettivi di queste minacce che abbiamo visto è il cambio di regime in Iran senza alcuna invasione del genere, per dire: "Ahmadinejad è una figura che potrebbe portare il vostro paese vicino alla distruzione. Liberatevene!".
Spiegaci la divisione Sunnita/Sciita. Qual'è il problema principale?
La divisione Sunnita/Sciita è un retaggio del Profeta Maometto. E' una disputa politica sulla successione. La gente che ora è sciita dice che il califfo che sostituì Maometto doveva essere Ali, il suo genero, sposo della sua figlia Fatima. Gli altri dicono che il Profeta aveva sempre detto che il suo successore doveva essere scelto dall'Umma, la comunità nella sua totalità. La comunità nella sua totalità si unì ma non scelse Ali, votò per Omar che lo succedette e fu un leader politico e militare molto dotato. Probabilmente fu una decisione giusta. Poi queste rivalità interne, fratricide, produssero delle divisioni e i nipoti di Maometto, i figli di Ali, furono incoraggiati a ribellarsi al califfo legittimo. Lui fece quello che fanno la buona parte dei governatori, e cioè annientò la ribellione. Quella diventò la cosa più grossa - che il nipote del Profeta, Hussein, era stato ammazzato. L'altro non fu ammazzato. Visse ed incontrò una morte normale. Visse in Medina - non fu nemmeno punito - e accettò il califfato. Quindi era essenzialmente una lotta per il potere.
Una volta che si produce una divisione così presto in una confessione, essa si riproduce e si riproduce e si riproduce. Naturalmente hanno i loro costumi, interpretazioni diverse dell'Islam. Alcune sono così esoteriche che è meglio non discuterle davanti ai bambini. Spesso, fino alla rivoluzione di Khomeini, le differenze venivano esagerate. Poi la vittoria della rivoluzione iraniana riavvivò le divisioni, anche se si deve ricordare che la vittoria di Khomeini fu gradita dai musulmani ovunque, dai sunniti e dagli sciiti. Ma l'utilizzo di questa particolare fazione dell'Islam ha fatto innervosire molto i monarchi sauditi e gli Stati del Golfo perché l'80 percento della popolazione del Baharain è sciita. In Arabia Saudita, le zone con il petrolio sono dominate dagli sciiti.
In Pakistan c'è stata una storia di violenza anti-sciita. Le processioni vengono attaccate e si danno fuoco alle moschee.
Questa è una storia molto recente, che iniziò nei tardi anni 80 e 90. Non è mai esistita nel passato. Gli sciiti erano parte della comunità mussulmana. Gli sciiti giunsero delle posizioni molto alte nell'esercito e nel servizio civile. Non c'erano grossi problemi. Questo è uno sviluppo in Pakistan del Salafismo e del Wahhabismo e dell'estremismo religioso, che è talmente settario che considera gli sciiti non mussulmani, dicendo: "Come possono essere dei mussulmani? Credono in questi Imam. L'Islam non lo fa. L'Islam crede in Allah e nel Profeta. Questo è tutto. Nessuno tra di loro". Cosa che, ci piaccia o no, è corretta tecnicamente, se si studia la teologia. Quindi dicono che gli sciiti non sono mussulmani, che sono degli eretici e che dovrebbero essere eliminati.
Le cosiddette teorie sull'11 settembre, 2001, sono persistenti. Di recente, The Guardian ha scritto che "più di un terzo degli americani crede che la versione ufficiale degli eventi non è mai successa o che i funzionari statunitensi sapevano che l'attacco era imminente ma non fecero nulla per fermarlo". Incontri queste idee nei tuoi discorsi?
Le incontro, devo dire, ma più che altro negli Stati Uniti. Faccio un discorso e alla fine c'è tempo per le domande e una voce afflitta dice: "Tariq, credi che l'abbiamo fatto da soli?". Ho argomentato nel mio libro Lo scontro dei fondamentalismi e continuò ad argomentare che no, non era un'azione condotta dagli Stati Uniti, che è un segno di totale alienazione dalla realtà credere che gli Stati Uniti abbiano condotto gli attacchi sulle Torri Gemelle e sul Pentagono. Poi i cospirazionisti dicono: "Ma il Pentagono non è stato veramente colpito", e numerose altre teorie che hanno sviluppato che trovo psicologicamente interessanti ma di nessun valore politico.
Sono interessanti psicologicamente dal punto di vista del perché la gente si innamora di queste teorie. Negli Stati Uniti c'è una sfiducia profonda nel governo, per buone ragioni, perché questo governo - non solo questo governo, ma storicamente molti governi - ha mentito per fare quello che voleva. Ma non credo che alcun governo abbia effettivamente condotto delle azioni di questo tipo contro il proprio paese. Sarebbe folle farlo perché una cosa che riguarda gli Stati Uniti è che è molto difficile tenere le cose totalmente segrete. Se questo fosse successo, prima o poi uscirebbe fuori. E se fosse successo effettivamente, discrediterebbe l'intera struttura del sistema americano e della politica in questo paese.
Io di certo non sostengo queste teorie di cospirazione che dicono che gli Stati Uniti organizzarono questi attacchi. Per quale diavolo di motivo l'avrebbero fatto? Avevano bisogno di una scusa per fare le guerre? Non ne hanno mai avuto bisogno prima. E' bizzarro.
Nel mondo mussulmano è diverso. La prima cosa è l'anti-americanismo cieco, non essere capaci di vedere che gli Stati Uniti non l'hanno fatto. La seconda è un elemento di auto-denigrazione, e cioè che non siamo sufficientemente intelligenti per fare una cosa del genere. Mi ricordo dopo l'11 settembre, mi si avvicinava gente piuttosto intelligente. Medici ed insegnanti della classe media mi fermavano in strada dopo un mio discorso e mi dicevano: "Pensi davvero che eravamo capaci, mentalmente, di farlo?". E io dicevo: "Be', in effetti, il fatto che questo gruppo l'ha fatto dimostra che non erano mentalmente molto forti perché è una cosa stupida. Non ha rafforzato loro o la loro causa, l'ha solo indebolita. Un giorno se ne renderanno conto. Ma sì, tecnicamente sono perfettamente capaci di fare una cosa del genere". Dopo tutto, la gente che li ha addestrati come piloti ha detto che non volevano sapere nulla di come decollare o atterrare, solo come volare in mezzo all'aria. Così, io dicevo: "Loro sapevano quello che stavano facendo. E che certamente qualsiasi idiota lo può fare. Non è una gran cosa".
E poi arriva l'altro argomento. "Ma può una sola persona seduta in qualche grotta nelle montagne afghane ...". Io dissi: "Non ha nulla a che fare con quello. Questa è gente della classe media, addestrata, abile. Non sono contadini quelli che l'hanno effettuato. Sono laureati, istruiti in scienze e in medicina, in ingegneria. E' una sorta di atto politico che hanno condotto. Sono in torto, ma l'hanno fatto. Non c'è da discutere su questo".
"Perché non siete preoccupati per quello che succede in Iraq? Perché non mantenete costantemente una barricata di propaganda nelle strade contro quella guerra e contro gli assassinii lì, invece di spendere tanto tempo e tanta energia su queste teorie di cospirazione?". Questa è una domanda che si dovrebbero fare. Anche se avessero ragione, dovrebbero essere contro la guerra in Iraq.
Pensi che ci sia un fattore razzista in tutto questo - 3000 americani sono stati ammazzati l'11 settembre?
Sì, erano americani. Ma erano anche indiani, pakistani, e tanti altri da diversi paesi che lavoravano nelle Torri Gemelle. Ma naturalmente, nell'Impero, quando muore un americano vuole dire molto di più che in qualsiasi altro posto. Ne Lo scontro dei fondamentalismi ho raccontato la storia di un tassista, con il Suv decorato a stelle e strisce. Quando gli chiesi nell'ottobre di quell'anno perché mai era decorato con stelle e di strisce e che cosa ne pensava di tutto quanto, quando si accorse che non ero americano disse che era contento che fosse successo. Lui era dell'America Centrale e talmente tanta della sua gente era stata ammazzata da governi pro-americani che loro sanno come ci si sente. Cercai a dirgli: "Ma questo non porterà da nessuna parte". Lui disse: "Sì, lo so, ma sono contento lo stesso". L'America Latina è il posto dove ha ricevuto il consenso maggiore. Il mondo mussulmano era in uno stato di shock perché sapevano cosa c'era da aspettarsi.
La questione del genocidio armeno si trascina avanti da oltre 90 anni, da quando è accaduto in Turchia nel 1915. Il 19 gennaio, 2007, Hrant Dink, un giornalista noto e indipendente, fu assassinato ad Istanbul. Orham Pamuk, il vincitore del Premio Nobel in Turchia, è stato minacciato perché ha parlato del genocidio armeno. Un altro scrittore ed accademico, Elif Shafak, pure è stato minacciato.
Penso che ci siano due o tre fattori correlati qui. Uno è che lo stato nazionale creato da Kemal Ataturk - o la gente ancora prima di lui, i Giovani Turchi sotto cui il genocidio degli armeni fu condotto - suppose che l'unico modo in cui uno stato nazionale poteva essere creato in Turchia e sopravvivervi era attraverso l'eliminazione di tutte le forze estranee. E gli armeni erano una comunità grossa, vecchia e stabilita, specialmente nella parte orientale della Turchia. Ma, naturalmente, ci fu un'implosione, perché il fatto che la Turchia diventò uno stato prevalentemente mussulmano dopo l'espulsione dei greci, il genocidio degli armeni, ecc., non la salvò. La lotta dei curdi per l'autonomia voleva dire che il problema non sarebbe sparito.
Ora che si guarda indietro, è ironico che lo fecero. Quando ero in Turchia orientale, dissi: "Certo, i vostri avi eliminarono gli armeni, che fu una tragedia grossa, perché se gli armeni fossero ancora parte della Turchia orientale, come avreste potuto parlare del Kurdistan visto che loro erano la maggioranza?". Certo, in Diyarbakir lo erano - i non-curdi erano la maggioranza. "Quindi, sareste stati costretti a vivere insieme e non diventare dei nazionalisti miopi". E, naturalmente, non c'è risposta a questo. Ci sono tutti i tipi di contraddizioni in come e perché succedette. Ma era la logica letale dell'ultranazionalismo. Funziona così in buona parte del mondo quando la gente prende questa strada.
Perché non lo ammettono? Uno, perché per un tempo molto molto lungo sono stati ultradifensivi. Penso che ora gli eventi siano così lontani nel tempo che una parte dell'élite e della classe politica turca probabilmente lo ammetterebbe. Una volta chiesi ad un funzionario del servizio civile turco: "Perché non lo ammettete e chiedete scusa? Non l'avete fatto voi". Ma dite: "Quelli che lo fecero, è stato reprensibile, inaccettabile, chiediamo scusa, diamo il benvenuto agli armeni che possano tornare a vedere i loro villaggi, ecc.". Fu molto schietto. Mi disse: "Non possiamo permetterci di pagarli. Se accetti l'uso della parola 'genocidio', allora - grazie agli accordi di riparazione dei tedeschi nei confronti degli israeliani per quanto riguardo l'Olocausto - noi porteremo il peso per sempre. Non abbiamo proprio i soldi per questo. Non sottostimare quello che ti dico". Allora io dissi: "E se vi riferiste a questa cosa dicendo: 'Il massacro organizzato degli armeni per mano di irregolari curdi è stata una tragedia. Ne chiediamo scusa'?". Lui disse: "Se le parole fossero queste, molta gente in Turchia le accetterebbe".
La ragione di quel massacro era sloggiare una popolazione. Non era per sostenere che fossero inferiori, vedi? Non era sulla base di razza ma di etnia. Non dissero che gli armeni erano inferiori a loro perché sposavano tante donne. Quello andava bene. Ma i massacri ebbero luogo per motivi di nazionalismo e per la proprietà. I curdi erano molto più poveri. Erano tra le sezioni più povere della comunità. Molti curdi diventarono ricchi sulle proprietà armene, terre che essi avevano rubate. Yasar Kemal, il grande scrittore turco, ha scritto in diversi romanzi di quello che fu fatto agli armeni dai militanti curdi. Quindi è qualcosa che è accettata e questo è quello che bisogna fare. Ma io sostengo che i turchi dovrebbero dire pubblicamente: "I massacri ci sono stati". Se non vogliono usare la parola 'genocidio', facciano solo questa dichiarazione e poi vediamo che succede.
Ti stai ora occupando di un argomento che chiami l'industria dei diritti umani. Di che si tratta?
E' lo sfruttamento dei diritti umani. Ovviamente siamo tutti favorevoli ai diritti delle persone. Tutti i diritti sono diritti giuridici. Devono essere conquistati. Ma dalla fine del comunismo un'industria è nata che sfrutta il concetto dei diritti umani - interventi umanitari, militarismo umanitario - essenzialmente come la nuova ideologia del mondo post-comunista e per venire incontro alle esigenze dell'Impero statunitense. Si è sviluppata e ingigantita.
Se vai nelle università statunitensi, vi sono dei dipartimenti di diritti umani. Non ce n'erano prima. Allora ti devi domandare: perché questi si sono sviluppati in questo periodo della storia americana? Perché Harvard non ha istituito un centro per i diritti umani nel diciannovesimo secolo quando la memoria degli Indiani che erano stati eliminati era ancora fresca nelle menti americane? Perché ora?
Io la chiamo l'industria dei diritti umani come fa Norman Finkelstein, i cui genitori erano ad Auschwitz, e che ha scritto un libro intitolato L'Industria dell'Olocausto che è l'uso che viene fatto dell'Olocausto per giustificare A, B e C. Quello, secondo me, è qualcosa che sta succedendo con l'industria dei diritti umani oggi, sia a livello ideologico, sia nel proliferare delle organizzazioni non-governative in tutto il mondo.
Queste sono organizzazioni, cui mi riferisco come Ogo - Organizzazioni governative dell'Occidente - impiantate in diverse parti del mondo, con i soldi delle fondazioni e dei governi dell'Occidente, e che hanno acquisito una grossa fetta dell'intellighenzia in molti paesi e che mi ricorda delle attività del Congresso per la Libertà Culturale durante la Guerra Fredda, i soldi che la CIA riversò per creare dei magazzini, etc. Questo è una cosa che bisogna discutere semplicemente per fornire un modo alternativo di vederlo. Perché la gente dice: "Come puoi opporti ai diritti umani?". Non ci opponiamo. Ci opponiamo all'utilizzo che se ne sta facendo e ai grotteschi criteri di giudizio asimmetrici che sono impiegati in questa situazione.
(La prima parte di questa intervista può essere letta qui.
Caro Gesù Bambino, che vedi tutto: non ti sarà sfuggita l'ultima iniziativa di Giuliano Ferrara.
Da qualche giorno sta facendo una dieta di soli liquidi, che probabilmente gli gioverà. Il pretesto è una specie di moratoria contro l'aborto, bla bla. Il vero motivo per cui Ferrara si sottopone a questa innocua privazione è chiaro a ogni povero di Spirito: Ferrara ha intenzione di vedere Dio entro la fine dell'anno, e metter fine alla manfrina dell'“ateo devoto”, che oggettivamente fa ridere. Ormai lo dice a chiare lettere: “E' un mezzo di contatto subliminale”; e chi dovrebbe contattare, se non Tuo Padre? Bene, sono abbastanza sicuro che durante un calo di zuccheri ci riuscirà (è il vecchio trucco degli anacoreti), e sono altrettanto certo che da quel momento le porte di Santa Romana Chiesa si spalancheranno definitivamente per questo figliol prodigo. Del resto sono fatte per questo, quelle benedette porte, no? Per spalancarsi. Bene, molto bene. Salvo che io non vorrei esserci, in quel momento. Per questo ti scrivo, Gesù Bambino. Ti saluto. Mi prendo un po' di ferie.
Caro Gesù, mio Buon Pastore: io sono uno delle 99 pecorelle che non hanno mai dato pensieri ai tuoi cagnoloni – a parte quando schitarravo i salmi in chiesa con una certa foga, ai bei tempi del Vaticano II. Per il resto ho frequentato con profitto anni di catechismo, arrivando puntuale a ogni sacramento. Ho pregato, sin da bambino, e ho letto le Scritture. Tutte. Senza smettere di credere in te, il che è già un miracolo della fede. Proprio per questo motivo so bene che c'è più gioia in cielo per una pecorella smarrita e ritrovata che per 99 come me, che beeelano beeelano la loro devozione da una vita. Proprio per questo motivo so che nelle cucine pontificie sono già indaffarati a condire il vitello grasso. Tutto giustissimo, ma io stavolta non ne assaggerò. Il mio amore per il prossimo ha evidentemente un grosso difetto: se domani entrasse da quella porta Bin Laden, sinceramente pentito, me ne rallegrerei. Ma Giuliano Ferrara, Santo Dio, no. C'è incompatibilità.
Caro Gesù, che tornerai sulla terra per giudicare i vivi e i morti, mi rendo conto che il motivo del mio traviamento è sciocco e gretto, però Ferrara veramente non lo reggo. Non so neanch'io il perché. Probabilmente l'insofferenza nasce dall'averlo visto sempre in cattedra. È da quando sono al mondo che me lo trovo in una posizione di privilegio, a farmi lezioni d'ogni tipo.
Quando ho cominciato a pensare d'essere di sinistra, lui era già là, nella foto di famiglia, senz'altro merito fuorché un cognome illustre. Poi si è convertito alla socialdemocrazia e ha voluto insegnarla a tutta una generazione. Siccome è stata la stessa generazione che ha tirato le monetine a Craxi e ancora ne va fiera, forse il maestro non era così buono, ma che importa? Il tempo di fiutare il vento, e si è fatto liberale. È stato il cervello dietro a Berlusconi, e in quanto cervello si è trovato ad avere molto tempo libero. Allora si è messo in testa d'essere un giornalista, e a molte persone perbene e ragazzi ambiziosi è convenuto credergli. Nell'anno in cui il capo del governo poteva contare su due canali nazionali filogovernativi ed era proprietario privato di altri tre, Ferrara ha occupato stabilmente la prima serata del settimo. Nel frattempo scrive un giornale a spese mie, in cui ha insegnato il laicismo ai laici, il radicalismo ai radicali, l'America agli americani, il conservatorismo ai conservatori, la democrazia ai fondatori del PD e... e adesso è venuto il momento di spiegare il catechismo ai chierichetti. Mi pare giusto, ma non ci sto.
Caro Gesù, ti rendi conto? Lui che non sa distinguere una virtù cardinale da una teologale, gli Efesini dai Tessalonicesi, Sant'Antonio da Padova da Sant'Antonio Abate, domani salirà in cattedra e m'intimerà di convertirmi e credere al Vangelo! A me, cresciuto a Vespri e Lodi mattutine! Fino a questo momento tu eri l'unico con cui potevo parlare senza che lui ci si mettesse in mezzo. Ma da domani sarà diverso. Domani, quando proverò a dirti le preghiere, sentirò la sua presenza non discreta. Probabilmente disapproverà il modo in cui m'inginocchio o incrocio le mani, mi darà dell'ingenuo o del fighetto, o del gnégnegne... le solite cose. Non mi dirà nulla che non so già, e lo dirà con un sacco di parole brutte e strane, annoiandomi come un qualunque prete di campagna, ma con un sacco di ammiccamenti a cose e persone che non conosco e non m'interessano. Non m'insegnerà niente.
E dire che nella mia vita ho imparato da tutti: meccanici, casalinghe, venditori porta a porta. Addirittura qualche volta persino dagli insegnanti. Tutti mi hanno detto qualcosa che ancora non sapevo. Tranne lui. Lui in fin dei conti parla solo e sempre di sé, perché dovrebbe interessarmi?
D'altro canto, caro Gesù, io so che quando dicevi “Beati gli ultimi perché saranno i primi” ti riferivi anche a quelli come lui, che arrivando all'ultimo momento all'appuntamento con la Fede, ci sopravanzano, proprio come i velocisti nello sprint. Dunque Ferrara, già burocrate PCI e fonte riservata CIA, giunto al Vangelo in zona Cesarini, sarà uno dei primi nel tuo Regno...c'è una scandalosa giustizia in tutto questo, te lo riconosco. Ma d'altro canto devi pur immaginare che la prospettiva di un paradiso dove ogni sera alle otto e mezza c'è lui che mi spiega come stare all'Altro Mondo non mi sembra un'alternativa così interessante al fuoco eterno.
Per questo pensavo di andarmene un po'. Non so neanche dove. Da Maometto no, a meno che non venga lui. Budda, con quella storia delle respirazioni, mi spaventa. Probabile che me ne resti qua fuori nel parcheggio, come fanno tanti. Giusto il tempo di sbollire. Sono la 99ma pecorella, non ho diritto anch'io almeno a un giorno da leone?http://leonardo.blogspot.com/
FERRARA SCRIVE SU UN BLOG, GRASSO CI PENSI di Mario Adinolfi per Europa
Abbiamo fatto un prigioniero
Per noi fissati del blogging c'è una notizia divertente ed è questo Giuliano Ferrara che prende a prestito uno spazio nel blog di Christian Rocca per raccontare il suo digiuno natalizio per appoggiare la propria campagna per la "moratoria sull'aborto". Il direttore del Foglio deve essersi appassionato parecchio allo strumento, visto che nella giornata festiva per eccellenza ha scritto tre post e altri tre alla vigilia: sei post in ventiquattro ore, quanto neanche un blogger di stazza come il sottoscritto ha mai fatto in anni e anni di gestione del proprio sito. La lettura è interessante, ci sono i refusi e c'è lo stile diverso, confidenziale, direi intimo, che il blog permette e la grande carta paludata proprio no. Insomma, abbiamo fatto un prigioniero.
La sottovalutazione
In questi giorni un intelligente collaboratore delle pagine web de la7, Damiano Crognali, sta scrivendo la sua tesina per l'esame da giornalista e mi ha gentilmente intervistato sul futuro del blogging, comunicandomi una serie di dati che fanno il paio con altri che arrivano dalla rivista americana Forbes. Non starò a farla lunga, ma la sintesi è che paragonando "persone note" (vip, per semplificare) e "blogger" (very normal people che hanno un sito sul web) il ruolo di formatori dell'opinione pubblica si sta lentamente spostando a favore dei blogger. Insomma, conta più il parere dei blogger che quello dei vip, per formare la coscienza di una comunità. E i vip che si fanno blogger non sempre hanno successo, anzi, accade raramente. In Italia verso la rivoluzione dei blog (ormai milioni anche nel nostro paese) le cosiddette élites intellettuali stanno a metà tra il compatimento e la sottovalutazione. Ma adesso, abbiamo fatto un prigioniero. Aldo Grasso e il potere Il simbolo di queste élites spocchiose assise su un trono in disfacimento è il critico televisivo Aldo Grasso, a cui sono legato da una sorta di riconoscenza. Quando mi sono candidato alle primarie mi ha sdoganato sui media scrivendo una paginata per dire: "E' un blogger, non lo voterò mai". A lui piacciono i potenti, potenti veri, potenti all'italiana: di cricca, di clan, con il cognome che in uno, massimo due gradi di separazione conduce dritto a un luogo dell'élite. Come si permette un blogger incapace di affiliazione, di infilarsi in una sfida tra potenti veri? Così a settembre parte una sparata contro i blog (ovviamente pubblicata dal Foglio) rei di aver interrotto il processo top-down della comunicazione, dal potente al volgo. Ma poiché il potere prima ignora, poi irride, i pochi voti raccolti consentono a Grasso una sparata ottobrina contro il blogger candidato, che poi si mette pure a condurre trasmissioni in prima serata e allora (terza fase della lotta del potere contro gli outsider dopo ignorare e irridere) eccoci alla delegittimazione: il blogger non può condurre trasmissioni, Grasso la patente non la concede. Ma Grasso non conta più un cazzo. E poi, noi abbiamo fatto un prigioniero.
Una guerra in corso
Nei media c'è una guerra in corso. C'è chi crede che questi giornali e questa tv in mano a pochi, pochissimi, con un pubblico ancora numericamente prevalente, ma che va sempre più riducendosi, continueranno a dominaro lo scenario e ad esprimere autorevolezza e potere; c'è invece chi ha scoperto, nel pubblico, di potersi riappropriare del proprio ruolo di essere pensante facendosi media egli stesso, senza intermediari. E' un conflitto mediatico e, ovviamente, un conflitto politico. Da una parte ci sono i sessantenni alla Aldo Grasso, dall'altra milioni di under 40 che credono nella democrazia diretta e stanno facendo prigionieri nel campo avversario. Vedremo, alla fine, chi vince.
Tutte le sfide del Professore
Bruno Miserendino
l' Unità
Veltroni lo incoraggia: «Ha fatto moltissimo per il risanamento e i suoi obiettivi per il 2008 sono i nostri». Anche il resto della maggioranza lo sostiene.
Insomma, se l’obiettivo era scacciare il fantasma del governo istituzionale, e isolare Dini, che continua a minacciare defezioni, Prodi sembra aver segnato un punto a favore. Almeno per ora. Alla fin fine quell’accenno un po’ misterioso del premier alla «maggioranza cospicua della Camera», che ieri ha scatenato i cultori del retroscena, vorrebbe solo significare che Prodi continua a considerarsi senza alternative. Una maggioranza c’è, afferma, è quella voluta dagli elettori, e alla Camera è chiarissima, perché occuparsi solo del Senato, dove i numeri permettono il gioco dei ricatti individuali? È una sfida chiara a Dini: sfiduciami, ma non solo al Senato, e sarà chiaro che nessuno nella mia maggioranza vuole la crisi e il governo istituzionale.
È la realtà, probabilmente. Eppure ieri, alla fine della conferenza stampa, è aleggiata anche tra gli alleati un’impressione di debolezza. Come se quel puntello che ha sostenuto Prodi negli ultimi mesi, ossia la mancanza di alternative credibili, da solo non fosse più sufficiente a descrivere un futuro accettabile al governo e alla maggioranza. Indicativa la reazione di Veltroni alle parole di Prodi: pieno sostegno per i progetti economici di rilancio, silenzio sulla parte riguardante le riforme. È ovvio che quella parte del discorso del premier non può aver entusiasmato Veltroni ed è chiaro che qui si nasconde il punto debole. Prodi ha tranquillizzato i «piccoli» partiti, sostenendo che non può essere fatta una legge «che li penalizzi». Ha ricordato nuovamente il «Mattarellum», «legge che funzionava bene e che il centrodestra ha cancellato» per mettere i bastoni tra le ruote a chi governa. Ma poi quando ha risposto sull’eccessivo numero dei ministri e sulle fibrillazioni della maggioranza, il premier ha spiegato che molto dipende proprio dalla legge elettorale e dall’eccessivo numero dei partiti. Insomma, Prodi è il primo a sapere che una riforma elettorale ha senso solo se riduce la frammentazione, costringendo i piccoli ad aggregarsi e impedendo che si ridividano in frammenti dopo le elezioni. Solo che al momento vuole o deve per forza di cose interpretare il ruolo di paladino dei «piccoli» partiti. È questo che gli garantisce una verifica meno burrascosa, è questa la sua polizza per l’immediato futuro. Qualcuno al loft la mette così: «Al momento, se si stesse alle parole di Prodi, non si farebbe nessuna legge elettorale, oppure si tornerebbe al Mattarellum, che però costringe in ogni caso all’ammucchiata, perché solo così si vince...» Il problema è che c’è il referendum e quindi il nodo andrà sciolto. «Ma se l’intenzione è garantire con una riforma elettorale la presenza anche dei piccoli partiti è chiaro che non si fa nemmeno il sistema tedesco annacquato». Al Pd, o almeno a Veltroni, questa prospettiva continua a non piacere.
Naturalmente bisogna aspettare la verifica di gennaio, anche se la parola non piace a Prodi. La scontata riluttanza a parlare di riforme non potrà durare a lungo. E probabilmente non basterà che Prodi dica agli alleati “io mi occupo del rilancio del governo, le riforme le fa il parlamento”. Si sa cosa pensa Veltroni: una prospettiva di riforme nel 2008 aiuta il paese e il governo Prodi, non lo indebolisce. Quanto all’ipotesi di un esecutivo istituzionale per fare la riforma elettorale, il leader del Pd la considera al momento inesistente. Si prenderà in esame se la caduta di Prodi lo imporrà, ma sapendo che a quel punto il voto resta l’ipotesi più probabile. Del resto, osservano nel Pd, questa è materia del capo dello stato. Ma non si può ipotizzare un governo, tecnico-istituzionale per le riforme sostenuto da una maggioranza sbilanciata verso il centrodestra. Si ricorda il precedente proprio del governo Dini, ex ministro del governo Berlusconi e scelto dal presidente Scalfaro dopo la caduta del Cavaliere per mano di Bossi.
Del resto politicamente è stato questo il leit-motiv del discorso di Prodi. Il mandato popolare, dice il premier, è stato dato a me e a questa maggioranza e non si potrà non tenerne conto. Ieri a Palazzo Chigi hanno passato il pomeriggio a smentire le ipotesi più fantasiose sorte intorno all’accenno di Prodi al tema dei governi alternativi che devono avere una larga maggioranza alla Camera. Persino la vecchia e molto teorica ipotesi di scioglimento del Senato è stata rievocata per spiegare quell’accenno, ma a Palazzo Chigi hanno smontato tutto.
Quanto a Dini «uomo che parla e non chiede», Palazzo Chigi continua a non capire «cosa vuole davvero». Ma tanti brutti sospetti albergano. Infatti facevano notare la dichiarazione di Berlusconi: «Non sembra sua, ha qualcosa di diniano...». Prodi di certo non molla e avverte che non sarà certo Dini a ribaltare un mandato popolare: «Dobbiamo prendere sul serio l’impegno preso con l’elettorato. Non lo possiamo cambiare sulla base di sensazioni».
Nel 2008 l’Italia sarà proiettata nel futuro. Lo ha garantito Prodi nella conferenza stampa di ieri, accennando – fra l’altro – alla ripresa della produttività e del potere d’acquisto, a salari più alti, a imposte più basse per i lavoratori, alla “svolta verde” del governo, alla giustizia, alla ricerca e, problema dei problemi, alla pubblica amministrazione.
Un bel 2008. Mancano tuttavia le riforme istituzionali elettorali e regolamentari, che o l’attuale governo, se riconquisterà la fiducia, o un altro governo finalizzato alle riforme, dovranno favorire, lavorando in parallelo col parlamento.
Già sei volte in un quarto di secolo le riforme hanno fallito: o frustrate dalla loro intrinseca inefficienza (Titolo V del centrosinistra nel 2001, riforma omnibus di Berlusconi nel 2006); o fermate in uno solo ramo del parlamento (nuova forma di governo, approvata dal senato nel 1990); o naufragate per strada: le inutilmente l a b o r i o s e commissioni bicamerali di Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema. Fallite per ragioni diverse.
Ma la bicamerale D’Alema e l’omnibus di Berlusconi per un errore comune: miravano a obbiettivi politici attraverso l’ingegneria riformista.
Quella di D’Alema perseguiva un negoziato col polo di reciproca legittimazione, quella di Berlusconi mirava allo strapotere di una sola coalizione e del suo leader.
Entrambe avevano dimenticato che la riforma delle regole costituzionali, elettorali e regolamentari dev’essere un tutt’uno rivolto a creare un nuovo ordinamento repubblicano.
Dal quale possono discendere, via via che la vita va avanti, legittimazioni, metodologie di governo e quant’altro, nel rispetto del sistema rinnovato e dei suoi principi. Nell’anno e mezzo dalla vittoria dell’Unione, tra la decrescente popolarità del governo Prodi per sue scelte e per la congiuntura mondiale, e la Cassandra jettatoria che ne preconizzava ogni giorno la caduta, la camera dei deputati ha tenuto presente la lezione dei grandi errori prospettici commessi nei ricordati tentativi di riforma.
E ha lavorato proficuamente, in commissione affari costituzionali, a un progetto bipartisan di riforma in sei punti. Esso è ora davanti all’aula, con due relatori: Amici dell’Ulivo e Bocchino di An.
I sei punti sono questi: - una sola camera politica, quella dei deputati, che dà la fiducia al presidente del consiglio, e un senato federale composto di consiglieri regionali e locali che conservano il loro mandato nella regione nel comune e nella provincia, per garantire il legame diretto tra parlamento e consigli; - la riduzione dei parlamentari eletti a 500 deputati (oggi sono 630 e 315 senatori); - i poteri del presidente del consiglio, il quale riceve solo lui la fiducia della camera e solo lui ha il potere di proporre al capo dello stato la nomina e la revoca dei ministri.
È un governo del premier, che elimina l’attuale presidente primus inter pares; - il procedimento legislativo, che si svolgerebbe in una sola camera, e in due, sulle sole materie previste esplicitamente come bicamerali; - il controllo del governo sul parlamento, anche con la richiesta di fissare un termine per l’approvazione dei suoi disegni di legge; - la riforma della revisione costituzionale, elevando il quorum per impedire che una sola delle due coalizioni possa cambiare la carta fondamentale e appropriarsene.
Di tale riforma, che l’aula dovrà iniziare a discutere dopo la befana, se Berlusconi e Dini non regaleranno al paese una crisi, cui non segua almeno un governo di transizione per le riforme, s’è discusso anche fra costituzionalisti e tecnici di leggi elettorali e di regolamenti parlamentari (Pace, Violante, D’Onofrio, Villone, Luciani, Elia, Ceruli Irelli e tanti altri).
Non sono mancate critiche costruttive.
La più importante (Pace) è l’assenza dello statuto dell’opposizione, la sola materia costituzionale che nella patria del parlamento, l’Inghilterra, è regolata per legge e non dalle consuetudini.
Manca anche la sfiducia costruttiva, che è la vera chiave di forza (più dello stesso sbarramento elettorale) del cancellierato tedesco. Troppo aleatoria appare infine l’attribuzione al senato del potere di scegliere le materie da demandare alla legislazione concorrente (cioè quelle sulle quali concorrono la competenza del parlamento nazionale e delle assemblee regionali). E manca una rigorosa esclusione della pluralità delle materie nei decreti del governo: il “Bersani 2” contempla 15 materie fra loro diversissime: è la stessa contestazione che il centrosinistra fece alla riforma omnibus della destra.
A queste obiezioni ha già risposto Violante, ma è prevedibile che su di esse si appunteranno i dibattiti in aula. Qui converrà a noi (anche per esigenze di spazio) concludere con due annotazioni: sulla riforma elettorale e su quella dei regolamenti.
1) Non sappiamo quale riforma elettorale alla fine sarà decisa, in questa ragnatela di partiti grandi e piccoli, di governo e di opposizione, di modelli stranieri e italiani, di parlamento e governo; non sappiamo dunque se essa incardinerà il bipolarismo su due partiti forti (come fanno sia il maggioritario inglese e francese sia il proporzionale corazzato tedesco). Sappiamo tuttavia che le Costituzioni, anche se non contengono in sé la legge elettorale, tuttavia non ne prescindono, nel senso che modellano la loro ingegneria delle istituzioni in coerenza col sistema di voto. Sarebbe desiderabile, anzi necessario, che le due riforme – della Costituzione e della legge elettorale – procedessero separate sì, ma parallele.
2) Tutto però sarà inutile se i regolamenti delle camere conserveranno le loro attuali scelleratezze.
Ricordava Pace che i regolamenti, autovotati da lor signori deputati e senatori, non solo permettono gruppi di 20 componenti alla camera e 10 al senato, ma, con “certi requisiti”, consentono di scendere sotto quelle quote.
I cani sciolti li mandano al gruppo misto: che da refugium peccatorum si trasforma tuttavia in refugium beatorum visto che, a ogni pattuglia, è consentito di costituirsi in «componente politica del gruppo misto»: con tanto di sede, dipendenti e spese a carico del parlamento, cioè del contribuente.
Donde gli attuali 20 o 30 “partiti”, prodotti non dalla legge elettorale, ma dai regolamenti di lorsignori.
Il 2008 può essere l’anno del futuro, come dice Prodi, e non dell’ennesimo furto di speranze italiane, solo se affronterà tutte queste cose insieme. Se fallirà, non è che la situazione resterà quella di oggi, ma peggiorerà perché la Costituzione, sempre riformanda e mai riformata, perderà ancor più legittimità nell’opinione dei cittadini, la casta apparirà ancor più estranea al paese, molti potrebbero smettere di cercare i rimedi nelle vie della politica.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp
L’avevano accolta con le bombe non appena aveva rimesso i piedi in patria dopo otto anni di esilio. Ma l’attentato che il 18 ottobre a Karachi aveva causato la morte di più di 130 persone l’aveva miracolosamente risparmiata. Ieri, Benazir Bhutto non ce l’ha fatta. Quando l’esplosione ha scosso la città-guarnigione di Rawalpindi uccidendo almeno 16 persone, dove aveva da poco finito un comizio elettorale, il suo corpo era già stato trafitto da proiettili alla gola e al petto. È morta poco dopo nell’ospedale della città, attorniato dalla disperazione violenta dei militanti in lutto per la scomparsa del leader politico più popolare di un paese che da ieri appare più che mai sull’orlo del baratro.
Se n’è andata l’ultima erede di una dinastia decimata dalla violenza politica. Impiccato il padre Zulfikar nel 1979, che aveva guidato uno dei primi governi civili dopo l’indipendenza, per ordine della giunta militare guidata dal Generale Zia Ul-Haq. Uccisi negli anni Ottanta in circostanze mai chiarite i fratelli Muntaza e Shahnawaz. Uccisa ieri Benazir, la prima donna primo ministro di un paese musulmano, un incarico abbandonato due volte perché accusata di corruzione, a meno di due settimane dalle elezioni politiche che avrebbero potuto riportarla alla guida del governo.
Uccisa da chi? La pista ufficiale, paradossalmente la più rassicurante, conduce alle milizie jihadiste che dal luglio scorso puntano ad estendere la guerra in corso dalla periferia tribale all’intero paese, prendendo di mira ufficiali di sicurezza ed esponenti politici. Gli stessi elementi che hanno più volte attentato alla vita del presidente Musharraf e che stanno conducendo la loro campagna elettorale a colpi di attentati avrebbero ucciso ieri il loro nemico numero uno. Era un bersaglio mobile la Bhutto da quando era tornata in patria presentandosi come una pasionaria anti-islamista. Rifiutava le ipotesi di compromesso o cessate il fuoco con i jihadisti, più volte tentati dall’establishment politico-militare. Chiedeva la chiusura delle madrasse più politicizzate, argomento tabù in Pakistan, accusate di formare terroristi. E si dichiarava favorevole, in un paese attraversato da una ondata di anti-americanismo, a interventi militari statunitensi sul territorio nazionale nel quadro della guerra al terrore.
È l’ipotesi più accreditata perché la Bhutto aveva ricevuto minacce da almeno tre gruppi jihadisti. La televisione pachistana punta l’indice contro il più pericoloso di questi, guidato dal leader talebano Bailtullah Mashud, ritenuto responsabile di diversi attentati quest’anno, mentre già ieri Sheik Saeed, portavoce di Al-Qaeda, avrebbe rivendicato l’attentato a nome di Ayman al Zawahiri, la principale mente del network del terrore.
È l’ipotesi più rassicurante perché permette al presidente, come ha fatto ieri subito dopo l’attentato, di chiedere al paese di mantenere la calma, invocando l’unità nazionale contro il nemico comune. Ma le parole della stessa Bhutto gettano un’ombra sull’establishment politico-militare pachistano. «Non temo tanto qaedisti e talebani», aveva fatto sapere alla vigilia del ritorno in patria, «temo più i vecchi nemici annidati nella struttura di governo e nei servizi segreti». All’indomani dell’attentato del 18 ottobre il clan Bhutto aveva precisato le accuse, scagliandosi contro i seguaci del defunto dittatore Zia Ul-Alq, che avrebbero trovato comodo riparo all’interno dell’attuale struttura di potere. Ieri, Asif Ali Zardari, il vedovo di Benazir, ha accusato senza mezzi termini il governo.
Bhutto vittima della tradizionale collusione tra intelligence militare e estremisti islamici, perchè da primo ministro avrebbe sferrato una lotta senza quartiere contro i jihadisti. O peggio: Bhutto vittima della trentennale lotta tra il suo clan e i militari. Uccisa perchè, qualora avesse vinto le elezioni, avrebbe lanciato una svolta anti-militarista e democratica che avrebbe cambiato gli equilibri e il volto del potere pachistano.
Sono ipotesi che nessuno è in grado di confermare, anzi la fresca nomina del Generale Ashfaq Pervez Kayani a capo dell’esercito, uno dei pochi militari che aveva buoni rapporti con la Bhutto, avevano lasciato sperare in una storica intesa tra un governo guidato dalla Bhutto e i vertici militari. Ma i sospetti oggi non risparmiano nessuno, neanche Pervez Musharraf, che le elezioni potevano costringere a una coabitazione con la rivale di sempre che neanche gli americani, che avevano imposto il suo ritorno in patria, erano riusciti a trasformare in un’alleata.
Sospetti che non sarà facile scacciare dalle menti dei militanti del Partito Popolare, il più grande partito politico pachistano che ieri si sono riversati nelle strade delle principali città del paese, da Peshawar a Karachi dove già si conterebbero i primi morti in seguito a scontri con la polizia. Oggi di certo non c’è nulla. Neanche la conferma delle elezioni previste per l’otto gennaio. Ma è chiarissima l’impressione che, dopo essersi lasciata alle spalle lo stato d’emergenza voluto da Musharraf, l’interminabile crisi pachistana rischi di andare incontro ai suoi giorni più neri. Che potrebbero portare il paese a un passo dalla guerra civile.
Luigi Spinola http://www.ilriformista.it/news/rif_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=3002
I potenti servizi segreti pachistani dietro l’assassinio di Benazir Bhutto
“So esattamente chi mi vuole uccidere”, disse Beanzir Bhutto dopo essere scampata all’attentato dello scorso 19 ottobre, puntando il dito contro l’Isi: i potentissimi servizi segreti pachistani. “Sono stati gli uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq che ora alimentano il fanatismo e l’estremismo. Queste persone hanno un grande potere e sanno che lo perderanno se in Pakistan tornerà la democrazia”.
L’Isi di Zia-ul-Haq. Il generale Muhammad Zia-ul-Haq salì al potere in Pakistan il 5 luglio del 1977 con un colpo di Stato che depose il governo democratico del primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, padre di Benazir, che fu sommariamente processato e poi impiccato.
Zia, musulmano integralista, impose al Paese un regime di impronta fortemente islamica, emettendo decreti e ordinanze tesi a fare del Pakistan una società islamica basata sulla sharìa.
Negli anni ’80, durante la guerra in Afghanistan tra sovietici e mujaheddin, i servizi segreti di Zia divennero il braccio operativo della Cia statunitense per il reclutamento, l’addestramento, il finanziamento e l’armamento dei combattenti islamici afgani. L’Inter-Services Intelligence (Isi) diretta da Akhtar Abdur Rahman si trasformò in un covo di estremisti islamici frequentato da tutti quei personaggi che vent’anni dopo diventeranno la cupola di Al Qaeda e i leader dei movimenti jihadisti di mezzo mondo.
L’Isi è rimasta la principale centrale jihadista del pianeta anche dopo la fine del conflitto russo-afgano nel 1989, continuando a sostenere per tutti gli anni ’90 i movimenti integralisti sia in Afghanistan (i talebani sono una creatura dell’Isi) che in Kashmir (come arma contro il nemico indiano). Ma il potere degli “uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq” di influenzare la vita del Paese fu assai ridimensionato con il ritorno alla democrazia durante i governi di Benazir Bhutto (1988-1990 e 1993-1996) e Nazaw Sharif (1997-1999).
L’Isi di Musharraf. I ‘falchi islamici’ tornarono politicamente in sella nel 1999, dopo il colpo di Stato che portò al potere il generale Pervez Musharraf.
Da allora, questi personaggi non solo hanno continuato a intrattenere regolari rapporti con tutti i protagonisti del jihad antisovietica, Bin Laden compreso (Osama fu più volte ricoverato sotto protezione dell’Isi nella clinica militare di Peshawar, sia prima che dopo l’11 settembre 2001), ma hanno riacquistato una forte influenza sulla vita politica del Paese, ben consapevoli che questo loro potere può esistere solo sotto una dittatura.
Nonostante la decisione di Musharraf (obbligata e di facciata) di schierarsi a fianco degli Usa nella ‘guerra al terrorsimo’, l’Isi proseguì sulla sua strada sostenendo i partiti integralisti dell’opposizione islamica e dando riparo ai talebani e ai capi di Al Qaeda che fuggivano dall’Afghanistan nelle aree tribali di confine. Una strategia antioccidentale alla quale Musharraf non ha mai avuto la forza di opporsi concretamente, lasciando che in Paksitan nascesse un nuovo emirato islamico e un potente movimento integralista che rischia di prendere il potere in tutto il Paese, arsenali nucleari compresi.
Uno scenario di fronte al quale Washington ha deciso che fosse il caso di agire, promuovendo una transizione dalla instabile e ambigua dittatura di Musharraf a un’affidabile democrazia guidata da Benazir Bhutto, decisa nemica dell’integralismo islamico e dei suoi protettori all’interno dell’Isi.
Un programma che, ovviamente, non è piaciuto affatto né a Musharraf né ai servizi segreti pachistani.
Subito dopo l’attentato di oggi, il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, ha dichiarato: “E’ opera del governo”.
capitale di rischio avanza
Non c'è fine all'ingordigia del capitale.
Ignacio Ramonet
Per acquisire una compagnia che vale 100 unità il fondo investe di tasca propria una media di 30 unità e prende in prestito dalle banche le restanti 70, [...] In seguito vende la compagnia per 200 unità, spesso ad un nuovo fondo che rimette in moto lo stesso processo.
Mentre i critici discutono sugli orrori economici della globalizzazione, una nuova e più violenta forma di capitalismo prende corpo. I nuovi avvoltoi sono le società a capitale di rischio, fondi di investimento con notevole quantità di capitale a disposizione ed un enorme desiderio di guadagnare ancora.
I loro nomi, tra i quali figurano Carlyle Group, KKR, Blackstone Group, Colony Capital, Apollo Management, Cerberus Partners, Starwood Capital, Texas Pacific Group, Wendel, Euraze non sono ancora ben conosciuti. E stanno posando le mani sull'economia globale. Tra il 2002 e il 2006 il capitale che questi fondi hanno ottenuto da banche, assicurazioni, fondi di pensioni è passato da 135 miliardi di dollari a 515. Il potere finanziario che detengono è fenomenale, stimato in oltre 1600 miliardi di dollari e non è possibile bloccarli. Negli Stati Uniti l'anno scorso le più grandi società a capitale di rischio hanno investito circa 417 miliardi di dollari in acquisizioni e più di 317 nel primo trimestre del 2007 ottenendo il controllo di 8000 aziende. Un americano su quattro e un francese su dodici lavora per queste società.
Ormai la Francia è diventata il loro principale obbiettivo. Dopo Inghilterra e Stati Uniti. Le società a capitale di rischio, in gran parte americane ed inglesi, lo scorso anno hanno acquisito 400 aziende francesi per una cifra totale che si aggira sui 14 miliardi di dollari. Allo stato attuale sono 1600 le aziende controllate, e tra queste sono inclusi nomi di un certo rilievo quali Picard Surgelés, Dim, the Quick restaurant chain, Buffalo Grill, Pages Jaunes (the French Yellow Pages), Allociné and Afflelou. Inoltre stanno puntando ad altri grandi nomi presenti nell'indice borsistico francese, il CAC40. Queste società non sono una novità. Sono comparse la prima volta circa 15 anni addietro ma solo recentemente, stimolate da crediti a basso tasso d'interesse e da sofisticati strumenti finanziari, hanno raggiunto dimensioni allarmanti. Il principio guida è semplice: un gruppo di ricchi investitori compra un'azienda e la gestisce privatamente, senza legarsi alla borsa e alla sue restrittive regole e senza dover rendere conto agli azionisti. L'idea è di scavalcare i principi fondamentali della morale capitalista e tornare alla legge della giungla.
Che non è certo il modo in cui funziona adesso il sistema. Per acquisire una compagnia che vale 100 unità il fondo investe di tasca propria una media di 30 unità e prende in prestito dalle banche le restanti 70, avvantaggiandosi degli attuali tassi di interesse estremamente bassi. In 3 o 4 anni il fondo riorganizza la compagnia con il management disponibile, razionalizzando la produzione, sviluppando nuove attività, e prendendosi parte o tutto il profitto per ripagare il debito. In seguito vende la compagnia per 200 unità, spesso ad un nuovo fondo che rimette in moto lo stesso processo. Dopo aver pagato le 70 unità prese in prestito si porterà via 130 unità a fronte di un investimento iniziale di 30 con un guadagno del 300% in 4 anni. Non male.
Mentre gli amministratori di questi fondi diventano ricchissimi non mostrano alcun rimorso nell'applicare i quattro grandi principi di razionalizzazione: diminuire il numero di dipendenti, ridurre i salari, intensificare il ritmo di lavoro e delocalizzare. Con la benedizione delle autorità pubbliche che sognano, come adesso si sta verificando in Francia, di modernizzare la produzione. Questa situazione inoltre va a detrimento dei sindacati dato che il processo implica la fine del contratto sociale. Diverse persone hanno ritenuto che, con l'avvento della globalizzazione, il capitale si fosse saziato.
Il Natale ha portato in dono a Hillary Clinton il primo sondaggio positivo in Iowa da molti giorni, un segnale importante di ripresa per l’ex First Lady a pochi giorni dai caucus che aprono la serie dei voti per la Casa Bianca. Ma il sorriso sul volto della senatrice e’ durato poco: il tempo di aprire all’indomani della festa il New York Times, per trovare in prima pagina un’inchiesta che mina il punto di forza della campagna clintoniana: il fattore esperienza. […]
Con il voto del 3 gennaio ormai dietro l’angolo, la Clinton e’ entrata nella volata dell’ultima settimana in apparenza in rimonta su Barack Obama, che negli ultimi tempi era sembrato avviarsi verso la vittoria nei caucus. Un sondaggio dell’ American Research Group ha indicato la senatrice saldamente al comando con il 34% delle preferenze, seguita non da Obama, ma dall’ex candidato vicepresidente John Edwards (20%), che in Iowa dispone di una forte organizzazione elettorale. Obama e’ solo terzo in pratica alla pari con Edwards, al 19%. Secondo la rilevazione, una larga fetta del voto maschile si sarebbe spostata dal senatore nero alla Clinton e l’ex First Lady sarebbe riuscita a far fruttare l’offensiva lanciata nelle ultime settimane in Iowa, dove ha fatto scendere in campo il marito ex presidente Bill e un battaglione di familiari e politici schierati al suo fianco.
In aggiunta al sondaggio in Iowa, lo staff della Clinton ha fatto circolare una rilevazione della Gallup che indica come Hillary sia risultata, per il sesto anno consecutivo, la donna piu’ ammirata dagli americani (George W.Bush ha vinto tra gli uomini, anche lui per il sesto anno). La senatrice ha battuto, di pochissimo, la regina dei salotti televisivi Oprah Winfrey, che nelle ultime settimane e’ scesa in campo al fianco di Obama.
Ma la soddisfazione del Team Clinton e’ temperata da un ampio servizio di prima pagina del New York Times, che dopo aver intervistato l’ex First Lady e 35 ex membri dell’amministrazione Clinton e dopo aver esaminato libri e documentazione, ha concluso che l’esperienza negli affari internazionali che Hillary sventola contro il giovane Obama, in realta’ e’ poca cosa. La Clinton, sottolinea il quotidiano, all’epoca in cui il marito era alla Casa Bianca e’ sempre stata tenuta lontano dalle decisioni che contano e ha imparato ‘’piu’ per osmosi, che non per aver preso effettivamente parte alle scelte'’.
Alcune delle maggiori crisi gestite dall’amministrazione Clinton, come la Somalia, il Ruanda o Haiti, videro l’allora First Lady lontana dalla stanza dei bottoni, senza alcun accesso alle informazioni d’intelligence o alle riunioni del Consiglio per la sicurezza nazionale. Quando il presidente Bill Clinton si trovo’ a gestire la difficile decisione di lanciare missili contro Al Qaida in Afghanistan e Sudan, per reagire alle stragi nelle ambasciate Usa in Africa del 1998, Hillary non fu minimamente coinvolta: la coppia era nel pieno della crisi per la scoperta della relazione di Bill con Monica Lewinsky e i due si parlavano a malapena.
Intanto tutti i candidati di entrambi i partiti, finita la pausa natalizia, sono tornati a far campagna a pieno ritmo in Iowa e New Hamsphire (dove si vota l’8 gennaio). Mike Huckabee, che guida i sondaggi tra i repubblicani in Iowa, ha ammiccato all’elettorato locale amante delle armi, facendosi ritrarre di buon mattino a caccia di fagiani. L’ex governatore dell’ Arkansas, un outsider per gran parte del 2007 diventato d’improvviso l’uomo al comando, deve difendersi dall’intensa campagna del suo diretto avversario, Mitt Romney, che ha scommesso tutto sull’Iowa e sembra ora recuperare: l’ultimo sondaggio indica i due quasi alla pari, 23-21%. Nel campo repubblicano, pero’, la vera novita’ degli ultimi giorni e’ la crescita costante del senatore John McCain, che e’ ora indicato al terzo posto in Iowa e al secondo in New Hampshire, alle spalle di Romney. http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/27/iowa-cresce-la-clinton-e-crescono-i-dubbi-su-di-lei/#more-441
Pechino: solo con la collaborazione internazionale si potrà inquinare di meno Nel primo “libro bianco” sull’energia pubblicato dal governo viene negata l’accusa di accaparrarsi le risorse energetiche e assicurato l'uso prioritario del proprio carbone. Si potrà evitare un drammatico inquinamento solo se tutti i Paese collaborano nella ricerca di energie pulite. Esperti: la rapida inflazione del Paese ostacola cambiamenti radicali.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) -Cresce sempre più la sete della Cina per l’energia, necessaria per la crescita economica, ma il Paese”non è stato, non è e non diventerà una minaccia per il fabbisogno mondiale”, perché sfrutterà anzitutto le proprie riserve di carbone e di gas naturale, svilupperà fonti alternative e migliorerà l’efficienza. Nel primo “libro bianco” sull’energia, pubblicato ieri dal Consiglio di Stato, Pechino riconosce il rapido aumento del consumo di energia, che dal 1980 al 2006 è cresciuto alla media del 5,6% annuo, in corrispondenza di una crescita economica annua del 9,8%.
Pechino brucia soprattutto carbone, mentre il consumo del petrolio pro capite è circa la metà della media mondiale e l’importazione di petrolio è il 25%.
Questi dati causano preoccupazione nella comunità mondiale, che ritiene che il continuo rapido aumento del prezzo del petrolio e di altre fonti d’energia sia anche diretta conseguenza della crescente domanda dei Paesi in via di sviluppo, anzitutto Cina, India e Brasile, e che teme la loro concorrenza per l'approvvigionamento di fonti energetiche, anche da Stati boicottati dalla comunità internazionale come Iran e Sudan. L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che entro 10 anni la Cina consumerà più energia degli Stati Uniti.
In risposta, il libro bianco evidenzia che la Cina “per lungo tempo” ha coperto da sola il 90% del proprio fabbisogno e che stima di avere scoperto “solo il 13% dei suoi giacimenti di carbone, il 14% di gas naturale e il 33% di petrolio, e di avere usato solo il 20% del proprio potenziale idroelettrico”.
Pechino conferma la volontà di sviluppare energie pulite e rinnovabili e di aumentare l’efficienza del proprio consumo energetico. Ma il documento avverte che “l’uso del carbone resterà primario e immutato per lungo tempo”. Il carbone fornisce il 70% dell’energia, ma Pechino è ormai il primo produttore di gas serra. Lo sviluppo di energie alternative –conclude il documento- non riguarda solo la Cina ma può avvenire solo con la collaborazione internazionale di tutti i Paesi.
Il documento è stato apprezzato per la sua franchezza, anche se mira a placare la preoccupazione internazionale sulla fame energetica della Cina. Ma analisti ritengono che al momento Pechino non possa attuare radicali interventi nel settore energetico, per evitare conseguenze sulla crescente inflazione. Ad esempio, il prezzo di benzina ed elettricità sono controllati dallo Stato, che vorrebbe liberalizzarli in modo progressivo, così da armonizzare – dice il libro bianco - il consumo con la scarsità delle risorse e la domanda di mercato. Ma Lin Boqiang del Centro cinese per la ricerca sulle economie energetiche, esprime la convinzione generale che “ora il governo darà massima priorità all’inflazione, per cui è probabile che la riforma dei prezzi dell’energia sia rallentata”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11117&size=A
Ciad : sei volontari francesi di fronte a condanna a lavori forzati
di Carla Amato
Il procuratore generale del Ciad ha chiesto al tribunale che giudica sei volontari della ONG francese 'Arca di Zoé' di condannarli a pene che vanno da 7 a 11 anni di lavori forzati per tentato sequestro - lo scorso ottobre - di 103 bambini del Paese africano fra uno e dieci anni per portarli in Europa.
Il governo del Ciad sostiene che i sei, giudicati insieme a tre cittadini del Ciad e un sudanese accusati di complicita', non avevano il permesso di lasciare il Paese con i bambini e che avevano ingannato i genitori legittimi con la promessa di far studiare i minori. Anche funzionari locali dell'ONU confermano che i bambini sono cittadini della regione del Ciad ai confini con il Darfur.
I sei imputati rifutano ogni accusa di sequestro e frode e dicono di aver creduto che i bambini fossero orfani di guerra della vicina regione sudanese del Darfur e che tentavano di trovare famiglie europee che si occupassero di loro. Per questo accusano intermediari locali di averli ingannati sulla reale identita' dei bambini.
Il governo di Yamena si trova ora di fronte ad una forte pressione popolare che spinge a punire i membri de l'"Arca di Zoé', ma si ritiene che vi possa essere un accordo diplomatico bilaterale con Parigi per la consegna degli accusati alla Francia, o un indulto del presidente chadiano Idriss Deby, alleato di Parigi, che detiene un contingente militare in Ciad a sostegno delle forze governative contro i ribelli locali.
Prodi: vado avanti. E dopo di me ci sono solo le urne
Francesco Alberti
Corriere della Sera
BOLOGNA — Santo Stefano con il mal di pancia per Romano Prodi. Ma la colpa non è dell'ennesimo smarcamento (a parole, per ora, solo a parole) di Lamberto Dini, ma di uno di quei virus contro il quale non c'è verifica che tenga. Dopo una due giorni natalizia trascorsa tra Bologna e Reggio Emilia, alle prese con una parentela che, quanto a numeri, non ha nulla da invidiare al governo (85-90 persone, tra figli, fratelli, nuore e nipoti), il Professore è rientrato ieri sera a Palazzo Chigi, deciso a giocarsi fino in fondo la verifica del 10 gennaio a dispetto dei tanti necrologi politici che gli svolazzano attorno. «Se cado? Uffa, sono 18 mesi che me lo chiedete... » è stata la risposta, più annoiata che stizzita: «Vi posso solo dire che noi governiamo, andiamo avanti, stringiamo i bulloni e poi quello che sarà, sarà...». Il no di Prodi a un governo di larghe intese è grosso come un macigno: per lui, dovesse cadere questa maggioranza, «c'è solo il voto». Che poi il Paese attraversi un momento complicato, il Professore non lo nega, ma si ribella a chi dipinge un'Italia triste e perennemente sull'orlo di una crisi di nervi: «Non intendo farmi sopraffare dai problemi, non possiamo solo dare l'immagine che tutto va male: c'è un'Italia che vuole crescere e cambiare e noi siamo al suo fianco».
No quindi all'ideologia del declino e a chi, come Silvio Berlusconi, ne sta facendo una sorta di piattaforma politica: «Siamo stanchi — ha proseguito il Professore — di queste continua grida che fanno male alla democrazia: questa affannosa gioia della spallata non serve a nessuno, se non a trasmettere ai cittadini un'inquietudine dannosa». Convinto che alla fine i fatti gli daranno ragione e che il via libera a Finanziaria e welfare «è un mattone importante per la ripresa», il premier sta preparando la verifica del 10 gennaio lungo tre direttrici che anticiperà oggi nella conferenza stampa di fine anno: rafforzare le politiche «a favore dei poveri e delle famiglie numerose », affrontare la questione «dei salari e il loro adeguamento al costo della vita», farsi carico del peso fiscale «sui lavoratori dipendenti». Il tutto, senza perdere di vista il risanamento e alimentando «ricerca, innovazione, efficienza della pubblica amministrazione».
Potrebbe bastare per placare i tormenti di Rifondazione, difficilmente quelli di Dini. Prodi, pur non sottovalutando i minacciosi annunci dell'ex premier, è convinto di avere buone carte da giocare, e ieri sera ne ha parlato con Padoa-Schioppa. «Non sarà facile per nessuno — dicono i suoi — motivare una crisi nel momento in cui il governo comincia a restituire ai cittadini e prende impegni sul fronte salariale ». La prossima mossa comunque spetta a Dini, che ha annunciato una sorta di programma alternativo: «Vedremo di che si tratta, pronti a discutere... ». Infine la riforma elettorale. Tra cautela: «Io aiuto a spingere, ma è un compito del Parlamento». E un avviso ai naviganti (Veltroni e Berlusconi): «Spero che il loro dialogo sia aperto anche alle altre forze politiche». Nulla di esclusivo, insomma.
Mi riprometto al più presto di inviare una più degna
lettera Augurale a tutti voi.
Ma francamente l'uscita di Dini è stata troppo
irritante.
Sarò breve.
La strategia sulla redistribuzione della ricchezza è
stata ispirata, se Dini ricorda, anche, ad es., da
Draghi.
Nell'ultimo periodo i redditi da impresa sono
aumentati del 84%, quelli da presatazione d'opera del
4%.
Chi sa fare di conto sa anche che i flussi di reddito
creano la base dell'assorbimento del mercato interno e
della ricchezza di una Nazione.
Fisichella ha annunciato di non voler più essere con
Prodi. Non ha detto perchè.
A me da italiano piacerebbe sapere perchè dato che lo
pago!
Dini ha "smanie" da prima donna.
Ha lui la ricetta liberl democratica per risolvere..
Caro Dini vorrei darla io la ricetta:
Stabilità, innanzitutto.
Sarà forse lei il Senatore al quale fa riferimento
Berlusconi che baratterebbe il suo voto per una ...
attrice?
Non tifo per i Riformisti Radicali perchè sono ancora
troppo legati a schemi ideologici, anche se stanno
migliorando.
Non sopporto i piccoli gruppi che si schierano solo
dietro a piccole battaglie (dico, cus, omofobia), e in
questo devono ancore imparare da quelli come Pannella
(leggi moratoria pena di morte).
C'è da riconoscere però che i riformisti radicali
stanno imparando a mettere a fuoco i macro problemi e
anche a cercare dialetticamente le soluzioni con i
riformisti più moderati, che mediano con uno spettro
di rappresentatività più ampio del Paese.
Legalità e Sicurezza, Redistribuzione, Cultura.
Caro Dini da liberal democratico cosa mi dice del
Conflitto d'Interessi nell'Editoria Mediale
ascrivibile a Silvio Berlusconi che oltre ad essere
un'enorme emorragia Democratica, che sta rendendo
schizofrenico l'Umore del Paese grazie ad una
Propaganda efferata degna dei migliori Regimi
totalitari, ha ormai strozzato completamente un
mercato potenzialmente enorme per le risorse Italiane
ad es. nell'Audio-Visivo?
Opero nel settore da anni e so quello che dico.
In un Paese come il Nostro dove respiriamo Cultura,
che ha insegnato il Cinema ai più grandi, oggi
produciamo e sponsorizziamo solo cinepanettoni..
E la Tv serve ormai solo come banco da offerta
commerciale, quando per decenni Rai insieme a BBC
aveva tenuto la rotta della modernizzazione non solo
delle loro Nazioni.
Signor Dini 5 anni di berlusconismo hanni dilaniato il
tessuto Legale della nostra Repubblica.
Lei vive nell'ovatta della sua facoltosa esistenza
mentre il Paese più bello del mondo sta morendo.
Si prenda le sue responsabilità e si allinei al
Governo Prodi, l'unico, in questa delicatissima fase
storica, capace di provare a farci rialzare la testa e
toglierci dalla deriva in cui, anche lei, non lo
dimentichi mai, ha contribuito ad metterci.
Oppura si dimetta oggi stesso ma motivi
dettagliatamente la sua scelta perchè la cittadinanza,
quella vera, è ormai al limite della sopportazione.
Io ho 41 anni, e il berlusconismo mi ha già tolto i
miei anni migliori, a me come ad altri milioni di
Italiani forti, giusti, liberi, che volevano essere
presenti e protagonisti in pienezza e legalità al
processo di modernizzazione del Paese, cosa che è
puntualmente successa in Spagna, Germania, Francia,
etc. Si guardi intorno e guardi il Paese.. Chi è
cresciuto col berlusconismo? Mafie, illegalità,
ignoranza e sottocultura.
Cesare Squitti
Una "carta dei valori" del Partito Democratico: ci serve davvero? E se sì, quale delicata alchimia va cercata nella formulazione di punti più che controversi – e in particolare quelli sui quali di più ci si è scontrati in queste ultime settimane, ovvero laicità e diritti civili? Ricordiamo, alla spicciolata, solo gli ultimi e più recenti momenti delicati, per non dire drammatici, relativi ad uno scontro sui valori: la possibilità concreta che il governo – un governo di sinistra – cadesse a causa di una norma contro l’omofobia che rischiava, secondo alcuni, di metter fuori legge le opinioni del Vaticano; poi, la battaglia sul rifiuto del comune di Roma ad una apertura del registro delle unioni civili, sulla scia di quello di Padova (una prospettiva secondo i vescovi allarmante e doppiamente grave – Roma è città santa – tanto che Mons. Sgreccia si è spinto a rilasciare una intervista in cui invitava gli omosessuali a curarsi di cui ancora si discute sul web); infine, il recente caso della bocciatura del Tar di Firenze sul divieto di diagnosi preimpianto della legge 40, legge fatta dal governo Berlusconi ma sulla quale il Partito Democratico non ha ancora indicato la sua posizione.
Di fronte a tali scontri, avvisaglie di futuri e aspri conflitti, c’è da chiedersi allora se una carta dei valori possa bastare a dirimere le controversie di un partito "post-ideologico", il Pd, che sembra essere caratterizzata da un doppio, e contrapposto, "male". Da un lato, appunto, la sua eccessiva inclusività, talmente manifesta da essere diventata un tormentone (il famoso "ma anche" del comico Crozza): inclusività che certo è anche un bene, ma che diventa un ostacolo peggiore del settarismo quando pretende di mettere insieme posizioni molto diverse, tra loro radicalmente eterogenee, delle quali è ben difficile trovare la sintesi.
Dall’altro, invece, una inconsueta polarizzazione delle idee: come se, insomma, nel progressivo diluirsi delle ideologie in un gran calderone fatto di concetti vaghi come ambiente, lavoro, più spazio alle donne e ai giovani – esiste qualcuno che è contrario? – si verificasse un’improvvisa radicalizzazione delle posizioni, che finiscono su opposte barricate, sulle quali nessuno intende fare un passo in avanti verso l’altro. Il fenomeno più lampante è quello della coppia Odifreddi-Binetti, dei quali non a caso "La Stampa" ha pubblicato a ridosso di Natale un "epico" confronto.
Eccessiva dissolvenza dei valori, tanto vaghi da apparire sbiaditi e inservibili, da un lato; difesa a spada tratta delle proprie credenze contro quelle degli altri, in maniera monolitica e ottusa, specie quando il bene comune, nella sua semplice ovvietà ed evidenza (è questo il caso ad esempio del testamento biologico, invocato disperatamente dai medici), dall’altro: il risultato è una paralisi etico-pratica del Pd, già evidente fin nei suoi primi mesi di vita, e che talvolta fa persino rimpiangere la convergenza tra comunisti e democristiani su un terreno di laicità, (certo laicità cattocomunista, una specie di ossimoro), capace produrre, se anche attraverso processi sofferti, leggi di mediazione come la 194. Nessuno intende indulgere alle malinconie, però certo ha colpito piccola provocazione che la sociologa Chiara Saraceno ha buttato qualche giorno fa nel dibattito pubblico: "Ma se negli anni Settanta ci fosse stato il Partito democratico, avremmo avuto leggi come aborto, divorzio e riforma del diritto familiare?". E la risposta "sì", purtroppo, non è scontata.
Ad ogni modo, gli studiosi sono al lavoro, all’interno del Pd, per redigere una carta dei valori che funzioni da bussola – con un nord e sud condivisi – per laici e cattolici del neonato partito. Una prima bozza, preparata da Mauro Ceruti, relatore della Commissione per il Manifesto dei Valori del Pd, presieduta da Alfredo Reichlin, ha già ricevuto così tante polemiche che fatto parecchio discutere, tanto che a quanto pare l’epistemologo di Bergamo sta lavorando per inserire le numerose, e polemiche, proposte di modifica (ma a quanto pare, l’intero impianto sarà sostituito da un nuovo documento).
Infatti, al di là del fatto che la parola "etica" viene pronunciata nella bozza solo a ridosso della religione (laddove, in un precedente Manifesto del Partito democratico, poi superato e redatto tra gli altri da Michele Salvati, si parlava spesso e volentieri di "etica pubblica"), che la famiglia viene messa al centro della società; che, ancora, alla ricerca scientifica sembrano posti seri limiti laddove si dice che centrale è il principio "per cui non tutto ciò che tecnicamente è possibile è moralmente lecito, e nemmeno conveniente dal punto di vista sociale ed economico", nella bozza è la stessa definizione di laicità che sembra sbilanciata a favore delle "energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa". Energie che, al contrario, non sembrano, secondo Cerutti, bruciare in campo agnostico. Certo, la laicità non viene, correttamente, concepita come "indifferenza o rifiuto di ogni riferimento alla religione e alla religiosità in nome di una illusoria neutralità". Tuttavia, un po’ bizzarramente, per laicità qui si intende "il rispetto e la valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e dei convincimenti morali" (e fin qui ci siamo), ma soprattutto "il riconoscimento della rilevanza nella sfera pubblica, e non solo privata, delle religioni e delle varie forme di spiritualità".
Ora, il fatto che la laicità à la francese abbia limiti noti (un deficit di pluralismo delle voci, uno statalismo a tratti soffocante) non dovrebbe però far passare al convincimento che la difesa del pluralismo equivalga alla presa d’atto della centralità della religione nello spazio pubblico.
Enfasi che, tra l’altro, lascia del tutto in secondo piano la necessità che, nell’allegro coro delle voci, si trovi una mediazione che permetta al Partito democratico di prendere anzitutto posizioni nitide (e riconoscibili dagli elettori); e, conseguentemente, scelte politiche tempestive e coraggiose. Come ha detto laconicamente Ignazio Marino in una recente intervista a "Repubblica": "È giunta l´ora che il dibattito si sposti tra credenti e non, per passare alle persone pensanti".
Il governo afgano ha ufficialmente dichiarato persona non grata uno dei massimi rappresentanti dell’Unione europea a Kabul. Stando a quanto riportato dal corrispondente della Bbc Alastair Liethead, la decisione sarebbe arrivata direttamente dall’ufficio del presidente Hamid Karzai. Quando le pagine di questo giornale sono state chiuse, i rappresentanti di Bruxelles e delle Nazioni Unite ancora stavano lavorando per evitare l’espulsione. Ma salvo insperati risultati Michael Semple, cittadino irlandese e massimo incaricato della missione Ue in Afghanistan, dovrebbe essere rimpatriato d’autorità entro oggi, insieme al rappresentante Onu Mervin Patterson, cittadino britannico e terza carica nella gerarchia delle Nazioni Unite a Kabul. I due sono accusati di avere tentato un negoziato con alcuni talebani, o meglio con alcuni capi tribali legati agli studenti coranici, nei pressi di Helmand. Il loro arresto è stato ordinato dal governatore della provincia Assadullah Wafa, ma è poi stato confermato dallo stesso ministro dell’Interno Ali Jalili, pare con l’intervento diretto del capo dello Stato.
Chi dubitava della rottura diplomatica tra l’esecutivo di Hamid Karzai e i governi europei ha dovuto ricredersi. Poco importa che gli uffici delle Nazioni Unite a Kabul continuino a smentire qualsivoglia contatto di Semple e Patterson con i talebani. La vicenda riguarda da vicino il ruolo delle nazioni europee in Afghanistan e l’approccio che i governi europei hanno rispetto al dialogo con i talebani. Ebbene, più passa il tempo, più gli europei sembrano convinti della necessità di un negoziato. Certo, non tutti ne parlano apertamente, ma un numero crescente di cancellerie europee, a cominciare da Italia e Gran Bretagna, ci sta facendo un pensiero e soprattutto si moltiplicano le voci di diplomatici che sarebbero passati all’azione sul campo. Ma più passa il tempo, più la posizione di Hamid Karazai si fa intransigente. All’Italia il governo afgano non ha certo risparmiato schiaffi diplomatici. Basti pensare a Ramatullah Hanefi, l’impiegato di Emergency che trattò coi talebani per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo e che fu a lungo incarcerato nonostante i ripetuti appelli da Roma in quella che molto somigliava in una ritorsione per la liberazione del giornalista. Oppure alle esecuzioni lo scorso ottobre di Reza Kahn, il bandito che nel 2001 ha ucciso Maria Grazia Cutuli e tre altri giornalisti, e di Farhad, il responsabile del rapimento di Clementina Cantoni, nonostante i ripetuti appelli della famiglia Cutuli contro la pena di morte e nonostante la battaglia italiana per la moratoria.
I fatti degli ultimi giorni dimostrano che neppure la Gran Bretagna è immune da questo genere di ritorsioni. Certo, i due diplomatici arrestati sono in Afghanistan per rappresentare Onu e Unione europea. Ma non sono in pochi, soprattutto nella stampa inglese, a leggere dietro le azioni di Semple e Patterson il placet, se non l’impulso, di Londra. Patterson è un cittadino britannico, mentre l’Independent definisce Semple come «un fidato consigliere dell’ambasciatore britannico Sir Sherard Cowper-Coles». Gordon Brown non ha mai autorizzato apertamente negoziati con i talebani e si era anzi impegnato a non cedere su questo fronte. Ma ieri il Daily Telegraph pubblicava in prima pagina indiscrezioni secondo cui Downing Street avrebbe già dato luce verde ai servizi segreti per aprire il dialogo. Secondo Independent, poi, le trattative sarebbero già in atto da settimane e, quel che più conta, Brown starebbe lavorando alacremente per intensificare i negoziati con i capi tribali che offrono sostegno esterno ai talebani, specialmente a Helmand: «Brown ha invitato ad aumentare i rapporti con i gruppi tribali dell’area per assicurare una pace duratura, pur escludendo il dialogo con i talebani più intransigenti», scrive il quotidiano. Inoltre: «La Gran Bretagna sostiene gli sforzi di Karzai, che sta tentando di raggiungere egli stesso i talebani di livello inferiore». Come a dire: la ragione di questo schiaffo diplomatico proprio non si capisce.
Del resto il lavoro dei due diplomatici europei è diretto non agli studenti coranici, bensì ai leader tribali loro alleati, proprio con l’obiettivo di convincerli a prendere le distanze. I primi frutti, sottolineava sempre Independent, cominciano a vedersi: un importante capo tribù, Musa Qala, è già passato dalla parte degli occidentali. A ben vedere, i britannici non possono neppure essere accusati di cercare il dialogo per vigliaccheria. Quando c’è stato da combattere, i soldati di Sua Maestà non si sono mai tirati indietro: i negoziati con Musa Qala si sono avviati anche grazie a un’azione militare delle truppe britanniche, che hanno recentemente riconquistato alcune postazioni strategiche in mano ai talebani che lo proteggevano. Le azioni militare e i negoziati fanno parte di una strategia “colpisci e poi tendi la mano”, una vecchia tradizione britannica fatta di azioni lente e coordinate. Lawrence d’Arabia diceva che vincere una guerra di guerriglia è «come imparare a mangiare la zuppa con il coltello»: è un lavoro lento e complesso, ma si può fare.
Anna Momigliano
2007, 5mila lavoratori sottomessi in schiavitù liberati dal governo brasiliano
Cinquemila persone sottomesse a condizioni di vita “analoghe alla schiavitù” sono state liberate in un anno dal Governo brasiliano, che da sempre ha inserito questa piaga fra le emergenze da debellare, tanto da costruire un ufficio operativo che non si occupa d'altro.
Un po' ovunque. Erano tutti contadini, costretti a turni massacranti, in condizioni di vita misere, pagati con frustrate e violenza. Nessun diritto. Nemmeno alla salute. Gli uomini di Lula li hanno scovati nelle più sperdute fattorie del Brasile, ridotti a pelle e ossa. “Il 2007 è stato uno degli anni più vittoriosi in questa lotta - ha commentato con tono fiero il portavoce della Segreteria dei diritti umani, che dipende dalla Presidenza della Repubblica -. Ma la schiavitù continua a essere una realtà in molte regioni. Sradicarla è, comunque, una delle nostre priorità, e i risultati dimostrano quanto finora siamo stati efficaci”.
La lotta di Lula. Passo complementare sarà, però, sconfiggere l'impunità. “C'è ancora tanto da fare – ha ammesso il portavoce – in troppo luoghi i fazenderos sfruttano la gente, senza subire nessuna conseguenza, sguazzando nell'impunità”. Dal 1995, il governo ha riscattato 25mila lavoratori, mentre il numero dei responsabili finiti in carcere è miseramente basso.
Il segretario dei Diritti Umani, Paolo Vanucci, ha annunciato durante una riunione della Commissione nazionale per lo sradicamento del lavoro schiavo che nel 2008 si “rafforzerà” la lotta, sfruttando l'energia di un anniversario tanto importante, “60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”. La Commissione coordina i lavori dei diversi ministeri le cui competenze si intersecano in questa missione. Fra questi il ministero del Lavoro e la Polizia Federale, che è colei che direttamente affronta la battaglia sul campo.
Bolsa Familia. “Essere uno schiavo del lavoro significa non percepire un salario, essere costretti a fatiche sovrumane e non poter uscire dalla fazenda senza il permesso del padrone”, ha voluto tornare a sottolineare il portavoce, quasi per essere sicuro che il problema venga inquadrato in tutte le sue luci e ombre. Quindi, indagini, pedinamenti e blitz. Questi gli step principali, ma dopo esser stato liberato, il lavoratore dove finisce? “Non appena viene riscattato, il lavoratore viene inserito in un registro e riceve un indennizzo per i danni morali, quindi viene aiutato dal programma Bolsa Familia”, il criticato sussidio che circa 40mila brasiliani poveri ricevono dallo Stato. È degli ultimi giorni, infatti, la notizia diffusa dal governo, che 20milioni di brasiliani over 16 sarebbero passati dalle fasce D ed E - che per l'Istituto brasiliano di geografia e statistica corrispondono a povertà e povertà assoluta – a una “povertà relativa”, proprio grazie al cosiddetto “piano di distribuzione del reddito”, fortemente voluto dal presidente Lula. Ne ha dato notizia il giornale Folha de Sao Paulo, riportando uno studio basato su cifre di Datafolha: nel 2003 le classi sociali D ed E rappresentavano il 46 percento dei 190 milioni di brasiliani, oggi il 26 percento. Ma a criticare come agisce la Bolsa Familia sono in tanti. Fra questi, addirittura Frei Betto, che di Lula è amico da sempre e che nel governo ricopriva un ruolo di primo piano proprio nella gestione dei piani sociali.
La critica. Come ha sottolineato a Peacereporter Chiara de Poli, di Amici dei Sem terra, il piano "bolsa familia" era nato come piano di emergenza, per garantire un minimo di sostentamento alle famiglie più povere. Purtroppo, però, non è mai stato sostenuto da una politica sociale adeguata ed è diventato una mera elemosina. “Non si tratta quindi di 20 milioni di poveri in meno – precisa - e nemmeno di redistribuzione del reddito. A spiegarlo le parole di Frei Betto che si è dimesso dal suo incarico governativo proprio perché in dissenso con le politiche sociali del governo. 'Se il programma sociale Bolsa Familia non sarà affiancato da riforme strutturali, sarà il disastro. Già è stato pensato al giorno in cui i benefici finanziari saranno sospesi? I beneficiari diventeranno non solo più poveri ma anche incapaci di far qualcosa. Ma se ci fosse una sinergia con la riforma agraria, sanitaria, dell'educazione, del cooperativismo, del microcredito, avremo una rivoluzione pacifica in questo paese”. Tutto questo, per ora, è molto lontano dal Brasile di Lula e dai suoi passi avanti.
Il dittatore dell’Estado Novo è stato eletto, dai portoghesi, il personaggio più grande del Portogallo. Lo scrittore Jaime Nogueira Pinto ci spiega perchè. A modo suo.
Ponte 25 aprile, simbolo di Lisbona (Foto javier/Flickr)
Era il 25 marzo 2007 quando sugli schermi di Rtp, l’emittente televisiva più importante del Portogallo, veniva reso noto il vincitore del sondaggio televisivo sul più grande personaggio della storia lusitana: Antonio de Oliveira Salazar, dittatore al potere per 35 anni. Una vittoria che ha rischiato di gettare il Paese in una crisi d’identità assolutamente impensabile. L’enorme 41%, su 200mila preferenze totali (numero spropositato se rapportato agli appena 9 milioni di votanti potenziali del Paese ndr), con cui il dittatore lusitano si è imposto staccando di oltre 20 punti percentuali il secondo classificato, il “nemico di sempre” Cunhal, leader storico del Partito Comunista, morto nel 2005.
Una sorta di plebiscito che ha fatto supporre a più di uno che i “nostalgici” dell’Estado Novo potrebbero costituire un vero e proprio partito. E pensare che, nella lista iniziale, il nome di Salazar non figurava neppure: semplice dimenticanza da parte degli autori o vero e proprio ostracismo nei confronti di un personaggio “scomodo”?
De Gaulle, Churchill e Franco
«Precisiamo subito: non c’era alcuna possibilità di barare. Questo sondaggio esprime semplicemente e fedelmente il pensiero dei portoghesi», tiene a precisare Jaime Nogueira Pinto dell’Università di Lisbona, noto in tutto il Paese per aver difeso la figura di Salazar in diverse trasmissioni televisive, e per aver scritto la biografia del dittatore giunta alla sua quinta edizione. Nogueira Pinto ha uno stile impeccabile, con il suo elegante blazer scuro e la cravatta che non concede centimetri al collo. C'è un sole cocente, nonostante sia già autunno inoltrato. L'asfalto è bollente e rende ancor più faticosi i labirinti ripidi dell’Alfama, su, verso il Castello di Sao Jorge.
L’esito del sondaggio, un format di copyright della Bbc già svolto in altri paesi europei, è ancora più sconvolgente se comparato con gli altri suoi “fratelli”: in Francia ha vinto il generale De Gaulle, in Inghilterra Churchill. «Ed in effetti sono tutti profili estremamente affini», incalza Nogueira Pinto. «Gente con un carisma fuori dal comune, uomini guida, che hanno tenuto le redini del potere per lungo tempo, guidando il proprio paese fuori da snodi storici fondamentali». Nulla in contrario, ma non osiamo immaginare cosa sarebbe successo se nell’edizione spagnola della trasmissione al posto del re Juan Carlos avesse vinto Franco, con cui Salazar ha d’altronde flirtato politicamente a lungo, o se nell’equivalente italico (mai realizzato, per il momento ndr) si imponesse Mussolini, cui pure il leader portoghese si ispirava pubblicamente (l’edizione tedesca, per togliersi d’impaccio i problemi, ha cancellato Hitler dalla lista degli eleggibili ndr). Certo, i quadri politici sono ben differenti: in Germania o in Italia l’apologia del fascismo è un reato, (sancito dalla Legge 20 giugno 1952ndr), e l’opinione pubblica non è tollerante con i nostalgici dei dittatori.
«Bisogna distinguere tra carisma e politica»
Ma, seppur meno pregno di significati intrinseci in Portogallo che, è bene ricordarlo, proprio grazie a Salazar è rimasto fuori dalla Seconda Guerra Mondiale, un risultato di questo genere può comunque avere un impatto reale sulla politica attuale del Paese? Nogueira Pinto lo esclude: «Bisogna distinguere tra carisma e politica: chiunque oggi può arrogarsi una parte dell’eredità del pensiero del teorizzatore dell’Estado Novo. Non è questione di destra e sinistra: il campanello d’allarme è suonato per tutti». A cosa allude, con quest’ultima frase sibillina? «La corruzione e l’immobilismo di questa politica a volte fanno rimpiangere gente risoluta ed onesta», continua il professore, che con frecciate rapide ed imperscrutabili arriva al cuore della questione. Una questione, quella della credibilità della politica dei giorni nostri, spesso paneuropea. Basti pensare alla situazione familiare di Nicolas Sarkozy descritta dai giornali francesi nel periodo del divorzio da Cécilia o al “Vaffanculo day” del comico Beppe Grillo, che in Italia ha scatenato una sorta di rivoluzione popolare, iniziata sulle pagine del blog (il terzo più visitato al mondo ndr), per approdare nelle piazze di tutto il Belpaese.
Eppure, c’è da dire che la politica portoghese sembrava comunque uscire dal semestre di Presidenza europea in gran forma, dopo aver messo in mostra alcune brillanti figure di sintesi – di cui l’Uomo-del-Compromesso Barroso è solo il più mediatico esempio – ed aver fatto da balia alla nascita del tanto sospirato mini-Trattato dell’ottobre scorso a Lisbona. «In politica, la prima cosa è il rispetto: e Salazar è una figura che, per integrità morale, dialettica e competenza economico-finanziaria, sicuramente la gente rispettava», afferma convinto Nogueira Pinto. «Per valori e modi di essere, non c’è nessuno di più lontano da me di Salazar: non aveva una famiglia, non ha mai viaggiato, non leggeva romanzi. Non era certo uno che ispirasse simpatia, per quanto avesse un grande senso dell'humour. Per certi versi siamo proprio agli antipodi. Ma non per questo ignoro la sua grandezza».
Difendere la democrazia contro il fascismo
Il rischio, per gli USA, è quello di precipitare in un fascismo silenzioso.
Cyndy Sheehan
E' certo che l'attuale governo del nostro paese non attua una politica di oppressione e dominazione come accade in quello del Myanmar in Birmania . Tuttavia, noi che osserviamo attentamente gli eventi vediamo come anche l'America rischia seriamente di precipitare nel fascismo , e solamente le azioni coraggiose di movimenti che lottano per la libertà, la democrazia e la pace, forse, fermeranno la nascita di questo governo neo-fascista che non marcia per le strade a passo cadenzato e con le svastiche, ma che comunque si insinua nelle nostre vite furtivamente come un gatto.
Penso alla marcia per la democrazia in Birmania e nutro speranze ma anche timori . La mia speranza è nutrita mentre osservo migliaia di monaci buddisti nelle loro tonache rosse sfilare dimostrando, la paura invece cresce al timore che subiscano violenze da parte degli apparati militari . Guardo le immagini dei monaci percossi e mi ricordo della Convention Democratica del 1968 quando la polizia di Chicago picchiò i primissimi dimostranti che stavano cercando di spingere il partito ad avvicinarsi , condividendo, agli ideali del movimento buddista contro la guerra . Ma, non funzionò . Invece di un candidato dal cuore umano a favore della pace, Gorge McGowen, il partito nominò Johnson, Hubert Humphrey . Sappiamo bene cosa accadde poi : ci fu Nixon . Dopo il dibattito democratico della scorsa notte temo e sono certa che i democratici nomineranno un altro candidato a favore della guerra .
Gli altri eventi che ricordo legati al movimento per la democrazia in Birmania sono quelli del Kent, nello Ohio nel maggio del '70, dove furono assassinati quattro studenti e altri nove vennero feriti mortalmente mentre marciavano contro l'escalation di violenza del disastro vietnamita . Ho saputo da molte persone che protestarono contro la guerra a quel tempo, che gli assassini cercavano di intimidirli affinchè rinunciassero a protestare o per ridimensionare comunque l'ondata di ribellione .
E' certo che l'attuale governo del nostro paese non attua una politica di oppressione e dominazione come accade in quello del Myanmar in Birmania, dove il premio Nobel per la pace Aung Sang Suu Kyi è stata costretta agli arresti domiciliari per anni . Tuttavia, noi che osserviamo attentamente gli eventi vediamo come anche l'America rischia seriamente di precipitare nel fascismo, e solamente le azioni coraggiose di movimenti che lottano per la libertà, la democrazia e la pace, forse, fermeranno la nascita di questo governo neo-fascista che non marcia per le strade a passo cadenzato e con le svastiche, ma che comunque si insinua nelle nostre vite furtivamente come un gatto .
Secondo Chris Rowthorn, in uno dei suoi più bei articoli, se l'America divenne fascista, lo fu l'11 Dicembre del 2000, quando la corte suprema indicò Gorge Bush come nostro Presidente non rappresentativo, non democratico e contro la legge . Nonostante venga spontaneo cercare di biasimare Bush e company , non sono d'accordo con ciò che è scritto nell'articolo .
Allora che dire del regime Clinton ? Qualcuno poi ricorderà certamente Elian Gonzales o il ramo dei Davidians nel Waco ? Proseguiamo ancora : c'è Truman che ordinò di sganciare l'atomica su migliaia di vittime innocenti in Giappone, c'è la guerra di Corea ; e ricordiamo tutto l'apparato industriale militare di Eisenhower ? Ma c'è anche la guerra del Golfo di Tonkin, il Watergate, la questione di Panama, il Kosowo, il Nicaragua . E, si aggiungono anche gli accordi per il libero commercio che hanno fiaccato gli operai di tutti i paesi coinvolti, e che dire ancora degli abusi della nostra razza sulle altre ?! ; c'è il Patriot Act ; quello per la difesa della patria, quello del Clear water e Clean skies, e poi quello ancora chiamato " nessun bambino abbandonato", che invece li abbandona ; e si capisce che forse tutti questi atti sono una specie di pozzo da cui si attinge per fare proseliti per la politica ?
Esistono pochissimi mezzi a disposizione per fermare questo disastro, e in modo particolare Rowtorn ha saputo articolare quella che è diventata una parte fondamentale del mio programma . Un voto per ogni candidato presidente che promette solo una di queste cose sotto elencate, o comunque per ogni effettivo atto politico :
Abolizione del Patriot Act
Abolizione del No child left behind
Ridimensionamento del Dipartimento per la Sicurezza della Nazione e Rinomina in modo che perda il suo tono intenzionalmente nazista fino ad essere portato sotto il controllo civile .
Ristabilimento dell'habeas corpus e chiusura di ogni campo di tortura con conseguente abolizione della commissione militare .
Revoca di tutti in contratti con le compagnie retribuite di mercenari assassini .
Ricostituzione del Posse Comitatus Act del 1878 .
Revoca di ogni ordine presidenziale di Bush ( Specialmente l'ordine direttivo 5 ) e riforma di ogni legge indicata con firma in calce .
Ricostituzione del 4 emendamento che da forza all'autorizzazione allo spionaggio degli americani .
Mettere sotto atto d'accusa la presidenza Bush insieme con Cheney affinché non ricevano benefici federali .
Ritiro immediato di tutte le truppe dall'Iraq e dall'Afganistan e rivisitazione del vero bisogno di truppe in altre parti del mondo .
Revoca di tutti gli accordi per il libero commercio .
Divieto di partecipazione al Congresso sia per l'AIPAC che per tutte le altre lobby per bloccare i loro affari .
Un altro tra più importanti mezzi che abbiamo per evitare questa ascesa verso il fascismo è la denuncia, la rimozione da ogni incarico politico e l'incarcerazione di Gorge Bush e Dick Cheney . Sono abbastanza scettico riguardo ad un certo coinvolgimento da parte del Congresso, e non voglio aggiungere altro, ma, sono anche scettico riguardo alla leadership militare fascista che giurerebbe di eseguire gli ordini e soprattutto di quella recente obbedienza corporativo-militare al braccio dell'Esecutivo che si rivelerebbe come un generale tradimento da parte degli US ; escludo poi, tra l'altro, un colpo di stato militare o comunque il rischio di una dittatura militare .
Qualcuno magari pensa che avrei dovuto essere al mio processo a Washington oggi per quel mio ultimo arresto, ma non mi sono presentato poiché non devo obbedienza al governo e ripudio anzi tutti quei fascisti che lo rappresentano e i poteri occulti che rafforzano il loro giogo nazista con l'esecuzione immediata dei loro ordini e reprimendo ogni diritto degli americani .
Perché mai stanno abbandonando un venerando che ha servito la Forza Aerea, e onorevolmente dimenticato dopo l'invasione ingiusta e amorale dell'Iraq, per poi spingerlo a partecipare a una udienza al congresso ?
Per quale motivo stanno arrestando una madre per aver esercitato la libertà, che Bush ritiene un capriccio, di dire che suo figlio è morto ?
Come mai sia mia figlia che la mia assistente sono sotto accusa per disobbedienza al Congresso quando invece Bush e Co si sono rifiutati di testimoniare sotto giramento di fronte alla commissione ? Perché come dimostrano i fatti, il tradimento degli US non è stato mai messo sotto accusa .
E come mai i collegi studenteschi si sono arrovellati con le stesse domande da cui noi tutti attendiamo risposte da John Kerry che ha gettato la nostra rappresentanza repubblicana nei rifiuti durante la campagna elettorale del 2004 ?
Perché i nodi che riguardano il sud sono venuti al pettine ?
Perché versiamo tasse federali a un governo che tutti detestiamo e con il quale siamo costantemente in disaccordo ? E perché permettiamo ancora che i nostri risparmi costatici sacrifici siano ancora usati per assassini e oppressioni ?
E come mai il Congresso sta dando a Bush e Co sempre più autorità affinché ordinino una nuova guerra mondiale ?
E dove sono i leader religiosi che non ci guidano assolutamente nelle dimostrazioni a favore della democrazia ? La maggior parte anzi di questi movimenti religiosi soffrono della stessa smania di neo-fascismo alla stessa maniera dei leader politici .
Perché marciamo ogni sabato davanti al DC per essere arrestati correndo sul serio questo rischio ? In realtà sarebbe ora di dimostrare davanti al DC ogni giorno della settimana e fare qualcosa di concreto per questo mondo e per i nostri posteri, e liberarci davvero di questo fascismo .
Quando organizzeremo davvero un enorme sciopero di massa in tutto il paese ?
Alcuni recenti articoli rivelano che Saddam propose all' America attraverso la mediazione dell'UAE e la Spagna di andare in esilio prima dell'invasione irachena del marzo del 2003 . Ma, tali offerte sicuramente vennero rifiutate a causa del cervello limitato di Gorge Bush, che nel frattempo già progettava l'invasione e prima ancora forse che diventasse presidente nel modo oscuro che sappiamo riuscendoci con la spinta da parte di una famiglia tutta stramba . Ma quali sarebbero state le conseguenze se invece il Presidente spagnolo Aznar fosse intervenuto sulla questione irachena ? E se lo avessero fatto anche Colin Powelll , Gorge Tenet, o qualsiasi dei nuovi criminali per prevenire questa orribile perdita di vite umane e sofferenze prima che iniziasse ?
Ora, io, non sarei sotto accusa ; Rev non sarebbe costretto a riprendersi da quella brutta slogatura alla caviglia ; Casey sarebbe ancora vivo assieme a migliaia di altra gente, che invece vivrebbe .
Non possiamo più contare su nessuno ma soltanto su noi stessi . E' ora che anche noi americani seguissimo l'esempio dei nostri fratelli e sorelle in Birmania per combattere coraggiosamente quegli elementi antidemocratici e a favore del fascismo che distruggono la nostra società .
Kurdistan dell'Iraq : Turchia bombarda presunte postazioni PKK
di Mauro W. Giannini
Piu' di 10 cacciabombardieri dell'aviazione turca partiti dalla base aerea di Diyarbakir, nel sud est della Turchia, hanno bombardato questa mattina presunte postazioni del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nella regione si Amediya, nel nord dell'Iraq. Gia' ieri quattro F 16 turchi avevano bombardato le regioni irachene di Hakurk e Cinere, vicino alla frontiera con la Turchia.
Poco prima che l'azione odierna venisse confermata dallo Stato Maggiore turco, ne hanno dato notizia la televisione NTV, che cita fonti curde, e l'agenzia di stampa Firat, vicina al PKK. Secondo l'esercito turco, le postazioni bombardate erano state approntate per dare rifugio ai ribelli curdi, che Ankara combatte da anni e che hanno sconfinato nelle regioni curde dei Paesi limitrofi.
Sempre secondo lo Stato maggiore turco, il raid avrebbe distrutto una quantita' significativa di munizioni del gruppo ribelle, mentre nelle operazioni del 16 e 22 dicembre sarebbero stati eliminati almeno 150-175 membri dell'organizzazione separatista curda.
Si e' saputo che il presidente del Kurdistan iracheno, Masud Barzani, e il presidente dell'Iraq, il curdo Jalal Talabani, si riuniranno nelle prossime ore per affrontare la questione dell'operazione nel territorio nordiracheno e per prendere una decisione sulle dichiarazioni da fare. Nel frattempo, il portavoce dell'amministrazione locale irachena ha dichiarato che l'operazione militare e' durata un'ora.
L'operazione era stata paventata e criticata preventivamente (nonostante il PKK sia dichirato illegale da UE e USA) da diversi esponenti internazionali, dal Consiglio d'Europa alla UE agli Stati Uniti, mentre il solo ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema aveva mostrato comprensione per lo sconfinamento turco nel territorio sovrano dell'Iraq.
Tecniche di depressione a mezzo stampa Perché nessuno parla del boom delle esportazioni italiane
Ancora un articolo internazionale che descrive la depressione italiana. E ancora molti commenti orientati a chiosare, con poca critica e molte lamentazioni. Uno psicodramma italiano che continua. E che deriva da una tecnica mediatica molto nota, della quale dovremmo essere più consapevoli.
Si chiama frame setting. Il frame è una sorta di quadro interpretativo generale che consente di leggere un periodo storico in modo semplice e chiaro. Tutti lo accettano e grazie ad esso tutti scrivono articoli che trovano consenso. Poco importa se il frame sia una semplificazione o una banalizzazione della realtà. Le notizie che stanno in frame passano con grandi titoli, le notizie che non confermano il frame vengono messe in secondo piano.
Tutte le notizie che confermano il frame della depressione italiana trovano grandi titoli e numerosi commenti. Perché chi scrive quei titoli e quei commenti sa di conquistare facilmente il consenso del contesto. Ma questo acceca di fronte alle notizie di segno contrario.
Questa Italia "depressa" ha aumentato le esportazioni dell'11.5 per cento nei primi nove mesi del 2007. E ha conquistato quote di mercato mondiale. Solo Germania e Cina hanno fatto qualcosa di simile. Mentre tutti gli altri grandi paesi, compresi ovviamente Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, hanno perso quote di mercato nel mondo.
Ricordo perfettamente che quando l'Italia perdeva quote di mercato, all'inizio del nuovo millennio, quel fatto era considerato una prova del declino italiano e se ne parlava molto. Ma di questo boom di esportazioni italiane del 2007 non si parla molto. Quasi per nulla. Perché non è in frame. Non si trova consenso richiamando questo dato: anzi, si fa la figura dell'ottimista a tutti i costi, un po' pazzo un po' interessato a sostenere qualcuno o qualcosa. E invece il fatto è che se le esportazioni italiane sono aumentate dell'11.5 per cento vuol dire che l'Italia non è soltanto un paese depresso.
E' evidente che questo dato non annulla tutti i motivi di preoccupazione posti dalla situazione sociale ed economica italiana. E' evidente che l'invecchiamento della popolazione, la gestione erratica dell'immigrazione, la perdita di potere d'acquisto dei salari, il peso del debito pubblico e tutte le nostre altre palle al piede sono realtà. Ed è evidente che il senso di disapprovazione generale che la classe politica si è conquistata non deriva solo dalla polemica spicciola o dal fuoco incrociato degli scandali.
Il paese attraversa una trasformazione profonda. Usciamo dall'epoca industriale. Entriamo nell'epoca della conoscenza. La globalizzazione è una sorpresa continua. E la paura del futuro è comprensibile perché una larga parte della popolazione soffre per la trasformazione. E manca un'elaborazione vera, un progetto che serva anche a capire in che direzione andiamo.
L'elaborazione di questa visione del futuro è la grande responsabilità della leadership. E questa manca. Ma la qualità della narrazione collettiva dipende anche dal sistema dei media. Se i media si appiattiscono sul frame ogni notizia di segno contrario sparisce. Si scopre oggi che i mutui hanno smesso di salire per fortuna. Forse si attuerà un piano di riduzione fiscale per i lavoratori dipendenti (valuteremo). La comprensione può avvenire solo tenendo conto di tutte le notizie e le tendenze, non solo quelle che fanno il gioco del frame.
Se il sistema mediatico usa la tecnica del frame acceca il pubblico. Sta ai nuovi media emergenti criticare il frame e tentare di testimoniare che il caos nel quale ci sentiamo di vivere può essere anche creativo. Senza sciocco ottimismo. Ma con sano realismo storico: la storia è tutto insieme, leggerla è leggere tutto insieme, per quanto possiamo. Gli innovatori, in Italia, ci sono. Che si facciano sentire! Una visione progettuale, della quale abbiamo tanto bisogno, può venire fuori solo se contribuiamo a vedere i fatti nella loro giusta e complessa prospettiva.http://blog.debiase.com/
Mettiamo che un viaggiatore ritorni in Italia dopo lunga assenza. Ieri mattina prende il Corriere della sera e legge: «Intercettazioni, l'ira di Berlusconi». Apre il Messaggero: «Berlusconi e Rai, è bufera». Un'occhiata al Mattino: «Berlusconi all'attacco della Rai». E così via.
Povero cavaliere chissà cosa gli avranno ancora combinato, penserà il reduce colpito soprattutto da quella parolona, ira, gonfia di mitici furori, Achille e il Giudizio Universale.
Vi si legge un comprensibile moto di sdegno alimentato da un'esigenza superiore di giustizia tale da scatenare la furia degli elementi. Però, se prima di riscappare velocemente il nostro viaggiatore s'informasse sui fatti realmente accaduti apprenderebbe che all'origine di tutto c'è la telefonata che mezzo milione di persone hanno già ascoltato sul sito dell'espresso.it, e rilanciata da radio e tv. Con la viva voce del capo dell'opposizione che chiede al direttore (adesso ex) di Rai Fiction, Agostino Saccà, di sistemargli alcune giovani e non famosissime attrici. Una delle quali, «segnalata» da un senatore del centrosinistra potrebbe convincere costui a cambiare casacca, il che lo aggiungerebbe ad altri possibili voltagabbana già contattati. E allora, gongolano i due, addio Prodi.
Per chi ancora non lo sapesse la frase centrale di Berlusconi è questa: «Io sto cercando di avere la maggioranza in Senato e questa Evelina Manna può essere... perché mi è stata richiesta da qualcuno con cui sto trattando». Non v'è chi non veda, e non senta, che di compravendita di senatori si sta palesemente trattando. E che l'intimità svelata tra due signori pervasi da libidini diverse ma cooperanti è soltanto il contesto che avvolge il reato, non il reato.
L'intercettazione, infatti, è un importante elemento probatorio nell’indagine che la Procura di Napoli ha avviato nei confronti dell’ex premier. Le ipotesi sono appunto quelle di corruzione e istigazione alla corruzione per la presunta compravendita di voti al Senato. Ora, non è poi così difficile riconoscere che esiste un evidente, preciso e robusto nesso tra l’indagine sul reato di corruzione finalizzato alla compravendita di parlamentari e l’indagato sorpreso a confidare (e a confessare) che proprio quella compravendita sta trattando. Fino al punto che ne dichiara perfino il prezzo pattuito nella persona dell’attrice suddetta che il direttore-compare dovrà sbrigarsi a sistemare in una qualche produzione Rai.
In qualsiasi altro paese del mondo la notizia sarebbe l’indagine sulla CORRUZIONE di Berlusconi, corredata di clamorosa prova sonora. Perché sui maggiori giornali italiani, la notizia diventa invece l’IRA di Berlusconi? Non solo. Quale perverso cortocircuito informativo può far sì che colui che ha tentato di uccidere la Rai, una volta colto con le mani nel sacco possa dichiarare impunemente su molte autorevoli prima pagine che tutti coloro che in Rai vi lavorano o sono dei comunisti o sono delle puttane? Perché l’informazione di questo paese appare a tal punto intimidita?
E come mai, tranne poche e lodevoli eccezioni i vertici del centrosinistra sembrano colti da improvvisa afonia davanti ai complotti messi in atto dal capo dell’opposizione? Perché tanto silenzio davanti alle sue volgarità e alle sue offese?
La risposta più semplice, e forse più vera l’abbiamo trovata in questo titolo della Stampa di ieri: «Ma ora il cavaliere può dire ciò che vuole». E può dirlo, aggiungiamo noi, anche perché, dopo tredici anni di quasi ininterrotta emissione il gas narcotico del cavaliere ci sta impregnando tutti quanti.
Torniamo alla questione Rai, ma per respirare una boccata d’ossigeno. Sere fa c’erano tanti bravi giornalisti del servizio pubblico a festeggiare i loro colleghi premiati (insieme con l’Unità) dall’associazione Articolo 21. Autori di trasmissioni che indagano con rigore e coraggio su temi difficili come la mafia e le morti sul lavoro. Reporter che rischiano la pelle nelle zone di guerra. Professionisti che con il loro lavoro e la stima del pubblico danno credibilità all’azienda (che bene ha fatto a replicare agli insulti con estremo vigore). Ma per Berlusconi tutto questo non conta e la sua terribile frase secondo cui si entra in Rai «se sei di di sinistra o se ti prostituisci», è un modo collaudato per insozzare la reputazione altrui. Per abbassare tutti a uno stesso infimo livello morale. Per affermare il principio che onestà e merito non servono a niente e che sarà ricompensato solo chi serve bene Silvio e per lui si mostra pronto ad ogni bassezza. Davvero troppo imbarazzante il balbettio di Saccà davanti alle profferte del padrone per aggiungere qualcosa. Se non che la cupidigia di servilismo è un virus che attacca gli organismi debilitati dalle cordate, dalle spartizioni, e dove alla fine i santi in paradiso contano più della capacità personali e del rispetto delle regole. Forse è per questo che l’altra sera quei colleghi premiati da Articolo 21 mi sono apparsi un po’ smarriti e un po’ soli.
Non vorremmo infine che il narcotico berlusconiano finisse per contagiare coloro che con le migliori intenzioni si adoperano per la riuscita del dialogo istituzionale. Il possibile accordo sulle regole condivise, infatti, non può costituire un salvacondotto morale che d’incanto trasforma un corruttore in una figura benemerita. Le riforme sono un valore da perseguire non un indulto. Tanto più quando chi ti offre con un mano il ramoscello della pace con l’altra impugna un nodoso bastone e persegue dolosamente la tua rovina. A.Padellaro Unità
I contenuti della Finanziaria: un tentativo inedito di combinare risanamento e fiducia
Filippo Piccione
La manovra economica del 2008 è in dirittura d'arrivo. In pochi avevano scommesso sulla possibilità che con questa maggioranza Prodi potesse superare una serie di ostacoli come quelli che ha incontrato sulla sua strada. Per evitare di compromettere o snaturare l'impianto generale della legge Finanziaria e del Bilancio dello Stato, il Presidente del Consiglio ha dimostrato d'aver saputo operare bene anche nel trovare un accordo accettabile con i suoi numerosi alleati, spesso litigiosi e, nel contempo, soddisfare le parti sociali non sempre disposte a cedere qualcosa per favorire un'intesa.
L'atteggiamento dei leader dell'opposizione merita di essere segnalato per l'insistita monotona tediosa cantilena, sintetizzabile nella non azzeccata previsione dell'imminente caduta del governo. Non sono mancate dimostrazioni esasperate, messe in atto dalle corporazioni più agguerrite: prima i taxisti che hanno bloccato la Capitale, poi i camionisti che hanno paralizzato le autostrade. E' cresciuta la sfiducia dei cittadini, sui quali si stanno scaricando gli effetti negativi della speculazione sui prezzi. Si è ancora in presenza di un appannamento del ruolo della politica e delle istituzioni. Il mare che la nave dell'Esecutivo ha dovuto attraversare prima di attraccare sana e salva con il suo "prezioso" carico che si chiama Finanziaria 2008, era disseminato da quel tipo di scogli e iceberg. Un carico prezioso e necessario per consentire all'Italia di intraprendere un cammino verso mete più tranquille e promettenti. Vediamo. Il governo aveva trovato un deficit vicino al 4 per cento, con un avanzo primario prossimo allo zero. Oggi la situazione è invertita: il debito è in forte calo e il risparmio pubblico è ricostituito. Le spese crescono meno del quinquennio precedente, anche se persistono larghe zone di privilegi e di sprechi. La Commissione europea – per nulla prodiga nel dare giudizi positivi – riguardo alla strategia per la crescita economica riconosce all'Italia di aver compiuto un aggiustamento "sostanziale" dei conti pubblici tra il 2006 e il 2007 e sottolinea i progressi nell'attuazione del programma delle riforme che però deve continuare.
Risanamento, ripresa economica e maggiori entrate costituiscono il paradigma incontrovertibile che segna una marcata differenza nell'azione di questo governo rispetto a quello precedente. Tre elementi molto importanti, cui va aggiunto l'extra gettito fiscale, ottenuto grazie ad una nuova normativa e ad un'efficiente organizzazione finanziaria, adeguatamente attrezzata e pronta a scovare e colpire gli evasori.
La legge Finanziaria del 2008 da undici miliardi iniziali passa a sedici. Tale incremento è giustificato dal fatto che gran parte delle risorse aggiuntive saranno destinate ad abbattere il carico fiscale, come il bonus per le famiglie numerose e l'eliminazione dei ticket sanitari. Molte sono le misure a favore del consumatore, da "Mister Prezzi", alla class action – la possibilità cioè del ricorso collettivo contro le aziende che praticano prezzi poco trasparenti –, agli sgravi delle accise sulla benzina. Fondamentale è la manovra sulla casa. Con il decreto collegato si è cominciato il finanziamento dell'edilizia popolare, mentre con la Finanziaria si stabilisce l'abbattimento dell'Ici sulla prima casa per molte famiglie (si tratta di uno sconto di 200 euro per tutti, escluse le ville) e sgravi fiscali irpef di 300 euro annui – fino a 15.000 euro di reddito – per chi vive in affitto. La riduzione è più consistente per i giovani tra i venti e i trent'anni, che godranno di uno sgravio di quasi mille euro se il reddito non supera i 15.453 euro all'anno. Per i mutui casa le novità consistono nell'aumento del 10% della cifra degli interessi passivi ammessi alla detrazione Irpef. Chi dovesse trovarsi in difficoltà, potrà chiedere la sospensione dei pagamenti per un periodo massimo previsto di 18 mesi.
Per quanto concerne le imprese, il pacchetto fiscale non è meno rilevante. L'aliquota Ires scende dal 33 al 27,5%, quella dell'Irap dal 4,25 al 3,9 % e al tempo stesso si allarga la base imponibile. Nei confronti dei piccoli contribuenti, che non superano i 30.000 euro annui, passa l'aliquota fissa del 20%.
Ai lavoratori dipendenti, sarà devoluto del futuro maggior gettito la parte che non sarà utilizzata per ripianare il deficit. A proposito della lotta all'evasione fiscale, cui ha contribuito egregiamente la Guardia di Finanza e l'Agenzia delle Entrate, su cui il vice ministro Visco ha concentrato tutta la sua attenzione e il suo talento, c'è da sottolineare che quest'anno l'extragettito raggiunge l'importo di quasi 20 miliardi di euro. Una quota serve a diminuire le tasse. L'altra a colmare il distacco sempre più netto fra chi possiede molto e chi vive ai margini della sopravvivenza. Ha detto bene il capo del governo: alzare i redditi bassi oltre a rispondere ad una questione di giustizia sociale e di moralità è un'operazione che paga anche dal punto di vista economico.
Senza perdere di vista l'abbassamento del debito, per il quale dobbiamo pagare ogni anno quasi 60 miliardi d'interessi, la sfida è far crescere i redditi bassi e medio bassi. In questa scelta è racchiuso il messaggio, nuovo e positivo, contenuto nella manovra dell'anno che si va ad aprire.
In un tempo in cui la ricchezza prodotta non si distribuisce equamente tra tutti gli strati della popolazione, e il 10% appartenente al ceto più ricco ne possiede quasi la metà, con questa manovra – che non ha certo la pretesa di ridurre in un sol colpo il divario esistente – si tenta non solo di porre un freno all'ingiustizia sociale, ma anche di aiutare l'economia del paese.
Se si volessero esaminare con oggettività le cifre del bilancio che sta per essere varato dal Parlamento e contemporaneamente cogliere qualche analogia con quanto è accaduto durante la grande crisi del 1929, durata dieci anni, potremmo giungere alla conclusione che le misure adottate si muovono nella direzione di prevenire o quantomeno scongiurare gli eventuali effetti nefasti prodotti in quel lungo periodo.
Allora la crisi, che investì tutto il mondo, compresa l'Italia, aveva seguito una lunga fase di bassi salari e di alti guadagni delle classi ricche; risultato, speculazioni finanziarie da un lato e la drastica riduzione dei consumi di gran parte della popolazione, dall'altro. Il paragone forse risulterà esagerato ma qualche punto di somiglianza è evidente. Basta guardare i dati dei salari e degli stipendi: 1.300 euro al mese dell'infermiere con venti anni di anzianità, 820 euro di una operatrice di un Call Center. Secondo la Banca d'Italia la ricchezza (case, titoli e moneta) del 10% delle famiglie più ricche è passata dal 41 al 48% del totale, quella del 40% della classe media dal 34 al 29% mentre quella del 50% delle famiglie più povere dal 25 al 23%.
Cosa può fare un governo che si trova di fronte ad un'ineguale distribuzione della ricchezza così abnorme? Non può che cominciare, come sta facendo il governo Prodi, a cambiare i termini della questione. Per allontanare i vènti di una crisi. Per l'equità sociale. Per il rilancio dell'economia e la salvaguardia del sistema civile e democratico del Paese.http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=1022
Stamattina mi sono alzato e non ricordavo nulla. Ho provato a capire chi fossi.
Sono uscito di casa.
Un rifondarolo ha detto che sono un fascista.
Un tizio di AN mi ha dato del comunista.
Per i rutelliani, i popolari, i teodem e Pieroni sono un laicista, ma appena mi giro un attivista del movimento LGBT mi garantisce che sono una specie di chierichetto, e che Veltroni è il mio profeta.
Mentre Chiamparino di sfuggita mi dà del cattocomunista, i compagni di Sd si chiedono come ho fatto ad imbroccare la carriera del turboliberista a tempo pieno.
C'è ancora spazio per beccarmi dello xenofobo dai ragazzi di un centro sociale, poco prima di essere bollato come amico dei tagliagole da un vecchio leghista che passava di lì.
Direi che, dopo un attento esame, l'unica certezza che ho è che sto sulle palle a tutti. Ma come è bella, la geometria politica.http://a_sinistra.ilcannocchiale.it/
Venerdì sera sono stato a Siena ad una iniziativa promossa dal Comitato contro l'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano-Siena. L'ospite d'onore era Luca Mercalli, noto meteorologo e soprattutto persona molto impegnata nel promuovere la consapevolezza dei problemi globali di cui si occupa questo blog. La presentazione di Mercalli è stato un affascinante concentrato di sapienza, che prendendo le mosse da cose apparentemente slegate come la "tecnologia" dei cairn (ometti), che da millenni consentono di orientarsi in montagna quando cala la nebbia, la consapevolezza dell'imminenza del picco del petrolio o la civiltà Walser, arrivava a mostrare come le attuali politiche di "sviluppo" a base di cementificazione, autostrade, centri commerciali ed aeroporti siano una follia senza senso sponsorizzata da una politica ormai incapace di una visione a lungo raggio. In particolare, Luca ha ricordato che ogni ettaro di territorio cementificato è perso per sempre, sulle scale temporali umane, alla sua funzione primaria, ossia la produzione di cibo o piante, vista la lentezza con cui il suolo fertile si riforma.
La sala era piena, e gente si accalcava fuori. Non facinorosi o estremisti, ma gente comune, che sta acquisendo consapevolezza della necessità di riprendere in mano il proprio destino, e di ribellarsi a politiche insensate che la defraudano della loro ricchezza: quale assurdità può ma portare a pensare di cementificare un territorio magico come quello del senese per farci un aeroporto, quando aeroporti sono presenti a Pisa, Firenze e Grosseto, e basterebbe un minimo di organizzazione del serivizio ferroviario, con check-in alla stazione, per renderli fruibili con facilità anche ai senesi? Bene ha detto un membro del comitato, nell'introduzione: è da queste iniziative che sta ripartendo la politica, quella vera, che vede la gente coinvolta in prima persona. Ed è con queste iniziative che le Case del Popolo, così diffuse in Toscana, vanno ripopolandosi di persone che si recano lì non solo per la sagra della pastasciutta (pur pregevole), ma per fare politica.http://verso-il-baratro.blogspot.com/
Il cadavere di un uomo annegato nella sua piscina con mani e piedi legati non è il set di un telefilm americano, ma la scena di un delitto che fa tremare le oligarchie del Cremlino. La vittima è Oleg Zhukovsky, top-manager di VTB, la seconda banca russa e la numero uno per capitalizzazione, con un patrimonio stimato all’aprile 2007 di 52 miliardi di dollari, che sta disfacendo gli equilibri di potere incentrati sul Cremlino.
Omicidi eccellenti. Odintsovo è un lussuoso quartiere nei pressi di Mosca. Il 6 dicembre una delle tante dacie terreno riservato dell’aristocrazia finanziaria moscovita è diventata il luogo di un delitto. Le ultime parole di Oleg Zhukovsky sono scritte a mano su un biglietto: “Sono davvero stanco della vita. Non è colpa di nessuno”. Questo commiato così laconico colpisce per la preoccupazione di scagionare qualcuno – specialmente quando le modalità di una morte del genere contraddicono palesemente l’ipotesi del suicidio, pista investigativa che la polizia ha subito abbandonato per aprire un’inchiesta per omicidio. Sarebbe irrealistico credere all’ipotesi del suicidio quando ci sono tracce di effrazione nella casa di Zhukovsky e il suo corpo presenta evidenti tracce di tortura. Ma la morte violenta di un banchiere scavalca l’ambito della criminalità per addentrarsi nella penombra dove gli affari si confondono col potere. Se poi lo scenario è la Russia, allora le distinzioni formali si vaporizzano, lasciando spazio ad un coacervo di forze in lotta per il predominio sulle risorse della potenza russa. Zhukovsky era uno dei principali dirigenti della banca VTB, uno dei polmoni bancari che finanziano il capitalismo russo sotto la ferrea egida dello stato – lo stesso che fino al dicembre 2006 controllava il 99,9% di VTB, scendendo dallo scorso gennaio al 50,1%. VTB è il cordone ombelicale tra lo stato, cioè il Cremlino, e l’economia. Dove arriva lo stato, arriva anche VTB. L’ultimo esempio è l’India. Il primo ministro Zubkov infittisce i rapporti con l’India e VTB inaugura la sua filiale a Delhi per celebrare la cooperazione tra Russia e India. La politica estera è anche annodata all’economia e al potere interno. La crisi di liquidità che ha prosciugato i mercati internazionali è affrontata in Russia con una stretta sinergia tra governo, banca centrale e istituti di credito per iniettare capitali nel sistema economico. La politica del presidente di VTB, Andrey Kostin, supera l’interesse del banchiere, perché punta ad impedire che la corsa alla liquidità si traduca in una destabilizzazione delle grandezze macroeconomiche. Parole degne di uno statista – forse perché Kostin parlava seduto al fianco di Putin?
Ecologia ed ecomafia. L’ultimo incarico di Zhukovsky era la responsabilità sulla concessione di ingenti crediti all’industria della deforestazione. Per numero di lavoratori e risorse impiegate, l’industria della deforestazione è pari a quella petrolifera. Ma la sua ascesa è appena iniziata. Abbattere le foreste in modo indiscriminato è il nuovo business su cui i tentacoli della criminalità si sono avvinghiati. Centinaia di milioni di dollari che vanno in fumo bruciando anche vaste superfici perché il crimine non persegue la tutela dell’ambiente. La Russia ha la percentuale più bassa al mondo per superficie di foreste sotto tutela, nonostante il patrimonio boschivo russo sia pari a quello di Brasile e Canada messi insieme. Il primo ministro Zubkov ha avviato una riforma generale del settore, per promuovere cospicui investimenti ed estendere la filiera industriale anche alla lavorazione. Impiantare nuovi rami produttivi nel ciclo di lavorazione del legno serve ad impedire che la Russia resti soltanto un grande magazzino verde. Il primo effetto di questa svolta stratetica è stata la modifica della legislazione. Tuttavia le nuove regole risultano opache e diffondono ambiguità. Ma il colpo più duro è stato l’annullamento di ogni contratto precedente all’entrata in vigore dei nuovi regolamenti. In questo modo il business del legno si è degradato in un far west dove l’unica legge è quella delle armi.
Mosca underground. La morte di Zhukovsky potrebbe non essere un fatto isolato. Il suo omicidio traccia una scia di sangue che nasce proprio dentro VTB. Alexander Plokhin, il responsabile della sede sud di VTB a Mosca, fu assassinato da due sconosciuti nello scorso ottobre con un colpo d’arma da fuoco alla testa. La procura di Mosca sostiene che l’assassinio presenta i tratti tipici dell’omicidio su commissione. Lo sparo risuona nell’opinione pubblica, perché quel proiettile penetra nel cranio di Plokhin il giorno dopo i funerali della giornalista Anna Politkovskaya, uccisa secondo modalità analoghe. Non finisce qui. A settembre anche il vice-presidente della Banca Centrale russa, Andrei Kozlov, fu ucciso con colpi d’arma da fuoco alla testa e al collo. Troppe concessioni revocate a banche colluse con il riciclaggio di denaro sporco. “Contract killing” è il gergo americano per designare gli omicidi su commissione – mafia. In Russia l’applicazione della legge può costare cara, anche alla Banca Centrale. La successione a Putin sembra una pratica scontata. Se in una democrazia l’avvicendamento tra due governi si ripercuote su una estese filiere di nomine e contratti pubblici, figurarsi in un’autocrazia dove ogni sussulto del vertice fa tremare fino gli angoli più remoti. La potenza di Putin si appoggia su circuiti economici dove mercato significa monopolio e la legge è interpretata, e quindi applicata, a seconda dell’interesse delle autorità che normalmente coincidono con l’interesse del monopolista. Quando la suprema autorità rischia di cadere da cavallo per questo intralcio chiamato democrazia allora scatta il corto-circuito finanziario. La tutela degli interessi non è più garantita e, come nei mercati azionari, si attivano le prese di posizione per correre ai ripari – solo che in Russia si usano le armi per risolvere i problemi sui conti correnti. I soldi scavano cunicoli sotterranei tra le cripte del Cremlino, mentre in superficie il potere ostenta una patina rocciosa. Come nel gioco della morra, il pugno di ferro di Putin può finire fasciato in queste cartoline dall’underground russo – ovviamente in carta filigranata. http://www.loccidentale.it/node/10928
Un parlamento, un consiglio di governo, un consiglio di giustizia: l'organizzazione dei popoli nativi si trasforma, contro il progetto di «paese paramilitare» di Uribe.
da Bogotà - articolo di Giuseppe De Marzo ( pubblicato nel Manifesto del 18 dicembre).
«Da oggi costruiamo un nostro proprio cammino. Da oggi noi siamo governo proprio. Da oggi noi esercitiamo autonomia e giustizia nei nostri territori. I potenti non costruiranno un nuovo paese, né faranno la pace, né faranno giustizia e nemmeno faranno pace con la natura: non è per loro necessario e non sarebbero capaci di farlo. La lotta indigena è pacifica, ma allo stesso tempo non è possibile rimanere passivi mentre continuano a sterminarci. Resistenza, autonomia, equilibrio e governo proprio, affinché ci sia pace, giustizia e diritti per tutti». Il presidente Luis Evelis Andrade chiude così il VII congresso della Onic, l'organizzazione indigena colombiana che raggruppa 84 delle 97 etnie del paese e rappresenta un milione e trecentomila nativi. Tenuto a Ibaguè, nella regione colombiana del Tolima, il congresso ha celebrato 25 anni di lotte e di resistenza del movimento indigeno, nato proprio nel Tolima nel 1982, e sancito rilevanti scelte politiche. La Onic ha deciso di trasformarsi da associazione che raccoglie le istanze delle comunità in un organo di «governo proprio» con il quale lo stato dovrà confrontarsi d'ora in avanti. E' un'enorme novità strutturale, che radicalizza la lotta indigena. Il movimento cambia forma e decide di entrare in piena autonomia, creando organi propri. Accanto al Congresso nazionale, che continuerà a riunirsi ogni quattro anni, nascono l'Assemblea delle autorità di tutti i popoli, il Consiglio di governo, il Parlamento indigeno, che avrà funzioni legislative a partire dal «diritto proprio» e il Consiglio nazionale di giustizia indigena, che applicherà la giustizia nei territori indigeni. Una trasformazione che rappresenta una risposta alla drammatica situazione che i popoli indigeni stanno vivendo in Colombia, segnata negli ultimi quindici anni da un progetto di paese paramilitare poggiato sullo sfruttamento delle risorse energetiche e sul narcotraffico, che ha sgretolato le conquiste ottenute con la Costituzione del 1991, proprio a partire dalle lotte indigene. Il quadro che emerge dai documenti preparati è impressionante: 18 popoli a rischio di estinzione, il 12% della popolazione indigena che ha subito violazioni dei diritti umani, 2800 omicidi negli ultimi quindici anni, quasi centomila sfollati, distruzione dei territori ancestrali, persecuzione sistematica. L'85% delle responsabilità sono da imputare allo stato, accusato di etnocidio e genocidio. Nemmeno i continui richiami delle agenzie delle Nazioni unite e dell'Alto commissariato per i diritti dei popoli indigeni, che più volte hanno chiesto al governo Uribe di fermare i massacri e le violazioni dei diritti umani e collettivi, hanno modificato la situazione. Autonomia a partire anche dalla crisi del diritto internazionale e dal riconoscimento della propria differenza in quanto portatori di cultura propria, basata su quella che definiscono la «legge di origine», e cioè la scienza tradizionale della saggezza e delle conoscenze ancestrali indigene che si riflettono nella gestione sia materiale che spirituale della vita e della comunità. Secondo i popoli indigeni al di fuori di questa legge c'è solo disgregazione sociale ed ecologica, in quanto è la legge di origine che garantisce la permanenza della vita, dell'universo e che regola le relazioni tra gli esseri viventi. Nella tradizione indigena tutto ciò che ha vita ha «origine» ed ha diritto di vivere e di esistere secondo una legge di reciprocità. Tutto possiede un luogo nella creazione e nel mondo indigeno e non in un funzione dell'essere umano individuale. La Onic dopo 25 anni di resistenza si propone quindi di assumere l'impegno di essere «governo indigeno», non costruendo un altro stato indipendente ma consolidando l'esercizio dell'autonomia del governo indigeno sul piano locale, regionale, nazionale e internazionale in tutti gli aspetti della vita politica, sociale ed economica, strutturando «piani di vita» come assi fondamentali della resistenza, per garantire vita, cultura, territori. Una visione integrale dalla quale emerge una lucida critica alla globalizzazione neoliberista, strettamente collegata alle scelte del governo Uribe, accusata di concepire lo sviluppo non come un modello in quanto tale, ma come una strategia per mantenere un ordine economico che si fonda sulla logica del mercato come regolatore della società. Un modello che ha invaso le comunità con i suoi megaprogetti estrattivi, le infrastrutture agroindustriali, le fumigazioni del Plan Colombia, le guerre e il disconoscimento dei principi e dei diritti delle comunità. Come soggetto politico che si costituisce come incompatibile con il modello economico attuale, il movimento indigeno ha deciso tra i suoi obiettivi principali anche il rafforzamento e la costruzione di alleanze con gruppi, movimenti e popoli in resistenza. Già da un anno la Onic guida il processo che mette insieme nel coordinamento dei movimenti sociali colombiani, le comunità nere afro-colombiane, i movimenti di donne, i contadini e le comunità cristiane di base. Alleanze ovviamente in America Latina ma anche con i movimenti sociali che in altri continenti contestano gli organismi internazionali come il Wto, il Fmi o la Banca mondiale che si battono, come ci dice Luis Evelis Andrade, per un altro mondo possibile.
C'è una nuova invasione coloniale in Africa: quella per la produzione agricola di biocarburanti.
Ad un recente congresso ambientalista in Mali, gli esperti di tutto il continente hanno lanciato il grido d'allarme ai governanti: resistere alle pressioni delle multinazionali occidentali che vogliono trasformare l'agricoltura africana in un serbatoio di "petrolio vegetale". Naturalmente e come sempre, il tutto viene spacciato come "opportunità di crescita e di benessere" per l'affamato continente, tacendo graziosamente sulla devastazione delle foreste e sulla contaminazione da OGM che già si sta verificando in molti Stati.
Tutti noi sappiamo che l'Europa avrebbe bisogno di coltivare il 70% del proprio territorio a biocarburanti per coprire il fabbisogno: ma visto che il Nord non si sogna di cedere la propria sovranità alimentare, torna comodo usare i territori di gente che non conta nulla.
Si stanno formando gigantesche partnership di cui fanno parte le multinazionali dei settori più disparati, quali Monsanto, Chevron, Volkswagen, BP, DuPont e Toyota, sempre gli stessi, quelli che devastano il pianeta da decenni. Come degli spietati uragani Katrina, dove passano tutto diventa fango. Il sistema sarà il solito, quello di cacciare i piccoli contadini dalle proprie terre per trasformarle in latifondi da "gasolio", così come è già successo a migliaia di persone in Brasile, Argentina e Bolivia.
L’Iraq e le elezioni USA
La vera questione politica è cosa significhi "centro"...
Immanuel Wallerstein
In elezioni bipartitiche (o perfino multipartitiche) la questione tattica importante non è se sia più probabilmente efficace essere più “centrista” o più “radicale”. La questione reale è cosa si definisce come “centro”. Negli ultimi 25 anni negli Stati Uniti i repubblicani sono stati capaci di spingere la definizione di “centro” sempre più a destra.
Il 4 novembre 2008 gli Stati Uniti eleggeranno un nuovo presidente, una nuova Camera dei Rappresentanti, un nuovo terzo del Senato. L’elefante nella stanza è la guerra in Iraq. Tutti sanno che sta lì. Tutti sanno che sarà il maggior fattore che determinerà l’esito delle elezioni. E nessuno è del tutto sicuro di come trattarlo in termini di vittoria elettorale.
La maggior parte dei politici si preoccupa prima di tutto della propria (ri)elezione, in secondo luogo del fatto che il proprio partito ottenga una maggioranza, e solo al terzo posto mette i problemi ideologici. I principali candidati alle nomination presidenziali, e la maggior parte di quelli che concorreranno per seggi al Congresso, stanno calcolando dove posizionarsi per perdere il minor numero di elettori che normalmente voterebbero per loro, e attrarre più elettori possibile “al centro”. Viste da un analista, le decisioni da prendere non sono facili, e questo si riflette nelle ambigue prese di posizione cui stiamo assistendo.
Cominciamo con i possibili candidati presidenziali. Comunemente si crede che la guerra in Iraq ha traghettato dei voti in favore del candidato democratico, chiunque possa essere. Questo sembra essere costantemente confermato dai sondaggi. Ma cosa conclude da questo un potenziale candidato? Sembra che i principali candidati repubblicani stiano concludendo tutti che non si possono permettere di essere meno che falchi, per non disgustare gli ultimi elettori sui cui possono fare affidamento, la cosiddetta base. Ma sembrano poter concludere anche di dover prendere le loro distanze da Bush, in effetti biasimandolo non per una posizione sbagliata ma per l’incompetenza nel metterla in atto. E ovviamente sperano che i principali candidati democratici faranno o diranno qualcosa attaccabile come “antipatriottica” e così recuperare elettori “al centro”. Potrebbero anche contare su qualche evento drammatico che possa riaccendere le ire popolari contro il “nemico” e recuperare così al cam! po repubblicano indipendenti e repubblicani scontenti. Come ha detto il senatore Chuck Hagel, egli stesso un repubblicano scontento, “il partito repubblicano ha vinto due elezioni sul tema della paura e del terrorismo [e] ci proverà ancora.”
» chiarissimo che i principali candidati democratici stanno facendo più o meno la stessa analisi. Sulla guerra vogliono sembrare moderatamente delle colombe per propiziarsi la loro base, ma non tanto da poter essere effettivamente etichettati come in qualche modo “traditori”, per non perdere gli indipendenti e repubblicani scontenti. Sono cauti, sentendo che sarà solo colpa loro se riusciranno a non ottenere l’elezione di un Congresso e di un presidente democratico. In ogni caso alla maggior parte di loro sembra inutile adottare al Congresso una linea molto più forte, dal momento che in realtà non hanno i voti per approvare alcunché. Al Senato non hanno i 60 voti che servono anche solo per ottenere una votazione formale sulle loro proposte, e certamente non hanno i 67 che servono a superare un sicuro veto presidenziale.
Nell’ultimo dibattito fra i candidati democratici, nessuno era pronto a impegnarsi a un ritiro totale di tutte le truppe entro il 2013. Chiaramente questa cautela sta irritando sempre di più la loro base più militante. Eppure finora non c’è segno che il forte sentimento contrario alla guerra fra questi elettori più militanti porterà da parte loro a un rilevante abbandono del candidato democratico alla presidenza.
Il vero problema sono le elezioni per il Congresso. Già nel 2006 gli strateghi democratici erano profondamente divisi fra chi era sicuro che più “moderato” era il democratico, più probabile era la vittoria locale, e chi sosteneva esattamente il contrario, che solo un candidato ideologicamente audace poteva mobilitare gli elettori. I risultati del 2006 sembrano indicare che nessuno dei due argomenti fosse corretto per tutti i distretti. E così ci possiamo aspettare che la discussione tattica continui.
In elezioni bipartitiche (o perfino multipartitiche) la questione tattica importante non è se sia più probabilmente efficace essere più “centrista” o più “radicale”. La questione reale è cosa si definisce come “centro”. Negli ultimi 25 anni negli Stati Uniti i repubblicani sono stati capaci di spingere la definizione di “centro” sempre più a destra. Nel 2006 la tendenza è leggermente rimbalzata. La questione irrisolta è se fra ora e le elezioni del 2008 ciò che negli Stati Uniti viene definito “centro” si sposterà ancora più a sinistra. È qui che la retorica pubblica svolge un ruolo chiave, così come gli eventi politici “inaspettati”. In un certo senso si tratta di Cheney contro MoveOn in un corpo a corpo retorico.
Se MoveOn dovesse prevalere, anche solo un po’, non conterebbe molto quanto fosse “centrista” la linea che il candidato democratico alla presidenza proporrebbe nella campagna. I risultati elettorali determinerebbero in larga misura la posizione politica dopo le elezioni. Ma, se dovesse prevalere nella retorica, Cheney potrebbe non impedire a un candidato democratico di diventare presidente, ma gli renderebbe assai difficile un rapido ritiro dall’Iraq.
Dopo l’autoscioglimento di Forza Nueva, a causa della sua strepitosa batosta elettorale nel 1982, l'ultradestra spagnola non ha avuto né un partito né un leader che riuscisse ad agglutinare il voto ultra. Caratterizzata da costanti contrasti tra gruppi e da monumentali baruffe tra i suoi leader, l'estrema destra spagnola guarda con invidia i risultati dei suoi amici del Fronte Nazionale francese e la leadership unificatrice di Jen Marie Le Pen. Tuttavia le differenze persistono e nella scommessa per la via elettorale già si profilano varie correnti chiaramente opposte.
Manuel Canduela, leader di Democracia Nacional (DN), agglutina i residui neofascisti più violenti ed estremisti. Nella sua orbita pullulano altri gruppi minoritari, come Alianza Nacional (AN), direttamente vincolata al terrorismo ultra, o Combat Espana, che coordina neonazisti estremamente violenti. Dall'arrivo di Canduela alla direzione di DN, quattro anni fa, il partito nato come intento di imitare i passi di Le Pen, è degenerato in un gruppo filonazista.
Canduela, condannato per associazione illecita, vede ora con un certo sgomento il panorama che si presenta a causa dell'assassinio a Madrid del giovane antifascista Carlos Javier Palomino per mano di un soldato di estrema destra simpatizzante per il suo partito.
Il massimo nemico e antagonistadi Canduela, José Luis Roberto, leader di Espana 2000 (E 2000), ci ha messo poche ore a condannare l'assassinio del giovane antifascista riferendosi alla colpevolezza di "chi ha convocato irresponsabilmente una manifestazione", con chiara allusione al presidente di DN.
España 2000
Perché E 2000 "ha acquisito una vita e una traiettoria proprie che l'hanno allontanata progressivamente dall'estrema destra", secondo una dichiarazione pubblicata dopo le elezioni municipali dello scorso 27 di maggio. Elezioni in cui il partito di Roberto ha aumentato i voti e ha ottenuto la rappresentanza in due località valenzane di più di 15.000 abitanti. Il citato documento, la cui paternità viene attribuita al recentemente arrivato Ernesto Milá, annuncia la nuova strategia degli ultra(s). Questa via lepenista pretende di unire alla Plataforma per Catalunya (PxC), che annovera 18 consiglieri, e ad Iniciativa Habitable (IH), una candidatura ultra travestita da una ecologista capeggiata dall'ex falangista Manuel Leal Gil. Per questo pretendono, ad immagine del FN francese, di introdurre presso le classi lavoratrici il loro discorso facile e populista contro l'immigrazione, specialmente nelle cinture industriali delle grandi città. La strategia è semplice: adattare il loro discorso ai nuovi tempi, guadagnarsi presenza istituzionale e visibilità mediatica, e trasformare gli immigrati in autentiche bestie nere. Nella Comunità Valenzana e in Catalogna il discorso degli ultrasi allontana – anche se non lo abbandona neanche un po' – dall'anticatalanismo e dallo spagnolismo ad oltranza e sbandiera l'islamofobia. È il caso delle campagne del leader di PxC, ex membro di Fuerza Nueva in Catalogna, contro le moschee. A Valencia il partito di Roberto è solito organizzare manifestazioni legali contro l'immigrazione e partite di calcio "solo per spagnoli" in quartieri con forte presenza straniera caratterizzati da una convivenza pacifica.
L'arrivo ad E 2000, lo scorso gennaio, di Ernesto Milá ha consolidato questa via. La sua alleanza con José Luís Roberto ha un chiaro obiettivo: articolare la rappresentanza delle tre formazioni – IH, PxC ed E 2000 fanno in totale 30 consiglieri – ed ottenere una candidatura unitaria per le elezioni al Parlamento europeo. Ma il cammino verso l'unità è pieno di ostacoli. Nella capitale spagnola ci sono, inoltre, antagonisti.
È bene ricordare che il nuovo marchio elettorale del tradizionalismo spagnolo, il Frente Nacional, si presentava in una manifestazione del 28 ottobre cui hanno partecipato, secondo gli organizzatori, da 5.000 persone. Il suo presidente, il falangista José Fernando Cantalapiedra, si è proposto in una scenografia accurata e moderna come il leader della "nuova Spagna". Madrid è anche il campo di battaglia che si disputano DN ed FN, giacché in varie occasioni hanno messo alla prova le loro capacità di mobilitazione con azioni simultanee. Per esempio, l'11 novembre hanno convocato separatamente marce contro l'arrivo in massa di immigrati extracomunitari. Una attraverso il quartiere di Salamanca, organizzata dal FN; l'altra, di DN, ad Usera, vicino dove moriva Carlos.
L'assassinio del giovane antifascista ha fatto suonare tutti gli allarmi tra gli ultra lepenisti. Le richieste di ampi settori sociali e politici – persino del Partido Popular – di rendere illegali le organizzazioni fasciste possono mandare in fumo i piani dalla nuova ultradestra spagnola. La rapida condanna da parte di Roberto dell'assassinio vuole distanziarlo dalle aggressioni fasciste, ma i suoi impressionanti trascorsi e quelli dei suoi lo smascherano. L'attività, per nulla discreta, dei fascisti che patrocina include pestaggi, minacce e accumula numerose denunce. Inoltre il suo partito E 2000, malgrado un'immagine rinnovata e un repertorio di ideali "populisti sociali e democratici" no riesce a trasformarsi nella "casa comune del patriottismo".
I suoi rapporti con la polizia, così come le sue attività imprenditoriali nella prostituzione, fanno preoccupare molti dell'ultradestra, specialmente il fondamentalismo cattolico, capitanato dal Movimiento Católico Español e Alternativa Española, e dal razzismo senza remore di DN e AN. Roberto è il cervello di ANELA, il padronato della prostituzione, e intasca soldi con il suddetto affare (vedasi DIAGONAL n. 47). Il fatto che nove su dieci lavoratrici dei club di ANELA siano straniere irrita notevolmente anche settori ultra. Inoltre Roberto accoglie nelle sue liste proprietari di bordelli, luoghi che si sono trasformati in autentici centri culturali per gli ultra valenzani. E come leader ha dei difetti: può essere la chiave del patrocinio politico ed economico del FN francese.
PANORAMA ULTRA
Il cervello Il progetto di rinnovare il movimento ultra spagnolo ha, secondo diverse fonti, come principale ideologo Ernesto Milá Rodríguez. Nato a Barcellona 55 anni fa, è stato un attivo dirigente dei gruppi neofascisti spagnoli più violenti fin dalla Transizione. Strettamente vincolato al terrorismo fascista europeo degli anni ’70 – era amico intimo del fascista italiano Stefano Delle Chiaie, implicato in numerosi attentati – la polizia spagnola lo ha considerato l’ultra meglio relazionato con le trame nere internazionali. Nel 1995 entra nella direzione di DN, ma qualche anno più tardi abbandona la formazione dopo l’arrivo di Canduela. Nel gennaio del 2007 si integra al partito España 2000, del quale è addetto stampa. Dopo le elezioni municipali di maggio, a Milá viene attribuita la paternità della dichiarazione strategica: “Prepariamo la risposta identitaria del movimento anti-immigrazione”
Una patina ecologista Manuel Leal Gil, nato a Madrid nel 1968, è il fondatore della piattaforma elettorale Iniziativa Habitable/Madrid Habitable, della quale è coordinatore per tutto lo Stato. Malgrado il suo nome amabile, che suona come ecologista, e un programma apparentemente di centro-sinistra, è una piattaforma xenofoba. Inoltre, il passato di Leal lo tradisce: numero 12 nella candidatura di Falange Española por Madrid nel 1996, candidato di España 2000 al collegio elettorale di Madrid nel 2000, posteriormente appare nelle liste del partito nazista Movimento Social Republicano (MSR) alle municipali del 2003 e alle politiche del 2004. Il suo gran successo, i dieci consiglieri comunali in Extremadura che Iniziativa Habitable otteneva nelle elezioni municipali del 2007, vincendo nel municipio di Miramontes e soprattutto contro la stessa rappresentanza del PSOE e del PP – cinque consiglieri – nella località di Talayuela, dopo aver capeggiato una campagna contro la costruzione di una moschea.
Il tradizionalismo La corrente forse più divisa ed esperpentica del panorama ultra spagnolo è quella che raggruppa il tradizionalismo. Oltre l’avanzata età di buona parte della sue basi, sono cronici i contrasti al suo interno. Per esempio, ci sono cinque organizzazioni che si proclamano falangiste. Tuttavia, alcuni settori del tradizionalismo pretendono di rinnovare il loro discorso spagnolista incorporando il rifiuto dell’immigrazione. Così, il presidente del Fronte Nazionale (FN), José Fernando Cantalapiedra, che recentemente ha abbandonato La Falange, affermava nell’atto di presentazione di questa iniziativa elettorale di voler difendere “i lavoratori spagnoli di fronte all’immigrazione”. Il nuovo marchio elettorale tradizionalista, che si avvale del rinforzo di Infonacional, portale ultra di riferimento, vuole presentarsi alle elezioni di marzo e alle europee del 2009. Propone di “chiudere le porte agli immigrati non europei”.
Parlando catalano “In questo momento in Catalogna non ci interessa relazionarci con tutto ciò che sia franchista, la bandiera spagnola, l’aquila, che ce le abbiamo nel cuore, ma politicamente non ci interessa”. Queste dichiarazioni di José Anglada Ruis trasmesse qualche anno fa da un canale televisivo valenziano (controllare sopra come è stato tradotto) lo dipingono alla perfezione perché, sebbene Anglada parli catalano abitualmente, ha militato a lungo tra gli spagnolisti. Leader di Forza Nueva in Catalogna, dopo il suo scioglimento è passato per diverse organizzazioni ultra fino a far parte della candidatura della Agrupación Electores Ruiz Mateos al Parlament de Catalunya nel ’92. Erede del discorso del Moviment Patriòtic Català e del gruppo terroristico Milizia Catalana, che avvolgeva di catalanismo una realtà fascista e spagnolista, è il creatore del partito ultra PxC. Afferma che “l’Islam è un pericolo. La gente della strada è stufa dell’invasione”. Alle scorse municipali ha triplicato i suoi voti in Catalogna. Originale da: Diagonal
L'ossessione della stabilità (e il cinismo). Ci si ritorna spesso da queste parti perché i realisti-conservatori di destra e di sinistra te la sbattono in faccia senza ritegno ogni volta che provi a invocare un cambiamento. Adesso va di moda Putin, l'uomo forte, il perno attorno a cui si fa la Russia. C'è cascato anche Time che lo designa personaggio dell'anno con una motivazione, come nota anche Jimmomocitando Glucksmann, assai significativa dell'equivoco che circonda il dogma della stabilità. Una frase su tutte:
(...) occorre ignorare di proposito i regolamenti di conti, gli omicidi su commissione, le detenzioni, le cure speciali negli ospedali psichiatrici e le deportazioni arbitrarie (Khodorkovsky) per chiamare «stabilità» il clima di intimidazione permanente che organizza la spartizione delle ricchezze tra oligarchi e gallonati dell'Fsb.
Ovviamente per i putiniani Glucksmann è solo un vecchio rimbambito (lo sono tutti quelli che si oppongono al capo) ma non è questo il punto. Il punto è che ci vuole una notevole dose di cinismo per confondere deliberatamente e continuamente la rassegnazione al ricatto con la fiducia nella stabilità. Il totem appare sempre quando si manifesta un minimo di vitalità democratica nelle zone di influenza (vera, presunta o sperata) di Mosca. Ecco il commento di Poganka sulla sofferta elezione della Timoshenko a primo ministro ucraino:
Certo é che con questo governo l'Ucraina é ben lontana da quella stabilità che le serve per rimettersi in piedi.
Diciamo che più che per rimettersi in piedi la stabilità - quella vera, non quella della minaccia - serve per rimanerci una volta conquistati l'autonomia decisionale, la libertà d'espressione, la certezza del diritto, il processo democratico (e pur con i suoi tentennamenti l'Ucraina può dare lezioni alla Russia al proposito). La stabilità consolida il risveglio di una società civile, non lo sostituisce. Il cinismo invece fa solo i gattini ciechi, come la fretta. http://www.1972.splinder.com/
Fukuyama: i neocon hanno fallito, torniamo al 'containment'
Sara Bracceschi
In questa intervista esclusiva ad AffarInternazionali Francis Fukuyama, uno dei più noti analisti politici americani, ribadisce la sua distanza dal movimento neocon e parla a tutto tondo delle prospettive della politica estera americana: dalla sfida con la Cina, “che strategicamente potrebbe diventare per gli Usa più pericolosa di quanto non lo fosse stata l’Unione Sovietica”, alla necessità di ritirarsi dall’Iraq, dall’esigenza di non usare la forza contro l’Iran fino al futuro dei rapporti transatlantici e al ruolo dell’Italia che “con il declinare della potenza americana potrebbe anche acquisire maggiore influenza”, sempre che sappia giocar bene le sue carte. Dopo aver ricoperto negli ultimi 15 anni vari incarichi sia all'interno della Rand Corporation di Washington che al Dipartimento di Stato americano, oggi Fukuyama è professore di economia politica internazionale al Sais della Johns Hopkins University di Washington D.C. È divenuto celebre a livello internazionale per il suo controverso libro La fine della storia e l’ultimo uomo del 1992.
Professor Fukuyama, a poco più di un anno alla fine del mandato dell’amministrazione Bush quali sono le prospettive della politica estera americana?
Da qui in avanti, credo che la politica estera americana si baserà fondamentalmente sul principio del contenimento. In concreto, ciò significherà che, a meno di un cambiamento strategico radicale, si continuerà lungo le direttrici di marcia intraprese da Condoleezza Rice. Come Segretario di Stato, la Rice si è attivamente impegnata per evitare la proliferazione delle armi nucleari in Iran e Corea del Nord attraverso strumenti diplomatici e negoziati multilaterali, ha ridato impulso al processo di pace in Medio Oriente e, più in generale, ha cercato di offrire un’immagine più ‘soft’ della politica estera americana. A mio avviso, sarebbe estremamente opportuno proseguire lungo questi assi strategici.
Cosa cambierebbe nella politica estera americana in caso di vittoria di un candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2008?
Nel breve periodo verranno certamente introdotti elementi di discontinuità di carattere prevalentemente simbolico: dalla chiusura della prigione di Guantanamo, all’abiura di alcune categorie utilizzate dall’amministrazione Bush come la guerra preventiva o il regime change. Ma dal punto di vista sostanziale, non credo che ci sarebbe alcuna differenza significativa. Lo stesso vale per l’Iraq. Entrambi i partiti, probabilmente, sosterranno il ritiro dall’Iraq, con l’unica differenza che un presidente democratico inizierà il ritiro circa sei mesi prima di uno repubblicano.
Secondo diversi analisti un’amministrazione democratica cambierebbe tattica, ma non strategia in Iraq. È d’accordo?
La verità, a mio avviso, è che noi non possiamo rimanere in Iraq. Il fatto che l’aumento delle truppe stia dando risultati relativamente positivi rende più facile contemplare il ritiro. Consente di sostenere che, una volta sconfitta l’insurrezione, sia più facile lasciare il controllo della situazione nelle mani dei militari iracheni. Sia il presidente un democratico o un repubblicano, per gli Stati Uniti è giunto il momento di porre termine a questa missione. L’unico che può crederci ancora, o fingere di crederci ancora, è Bush e per fortuna non può essere rieletto. Come già detto, un’amministrazione democratica sarebbe solo un po’ più rapida di una repubblicana nell’avviare il ritiro. Ciò significa che, con ogni probabilità, questo inizierà dodici o diciotto mesi dopo l’elezione del nuovo Presidente.
Per lungo tempo lei si è dichiarato un neocon. Dopo l’avvio della guerra in Iraq lei ha preso le distanze da questo movimento. Questo cambiamento è avvenuto per un’evoluzione dei suoi studi o perché ritiene che i neocon abbiano applicato erroneamente principi e teorie in cui lei crede ancora?
Ultimamente, purtroppo, il pensiero neo-conservatore è stato associato al Weekly Standard e al suo redattore, Bill Kristol. Quest’ultimo ha dato particolare enfasi ad alcune idee riguardo l’uso della forza e l’egemonia americana che io non condivido e che mi hanno fatto allontanare da questa scuola di pensiero. Ciò che ho sostenuto nel mio libro America at the Crossroads, è che l’interpretazione che queste persone danno dell’eredità lasciata dal neo-conservatismo è sbagliata. In riviste come il Public Interest e l’American Interest, si è parlato a lungo dei limiti del neo-conservatismo, soprattutto quando tale ideologia si è fatta portatrice di concetti quali “la trasformazione sociale” o “l’ingegneria sociale”. Innestati nel contesto della politica estera americana, questi concetti hanno indotto a credere che si potesse giungere a una profonda trasformazione dell’Iraq e poi dell’intero Medio Oriente. Ma realmente questa possibilità non è mai esistita. Quest’idea della politica estera americana basata prevalentemente sull’uso della forza è una pura distorsione dei principi neo-conservatori ed è per questo che me ne sono allontanato, anche se ancora condivido molte delle loro idee, a partire dall’universalità dei principi democratici. È giusto che gli Stati Uniti cerchino di promuovere la democrazia in altre zone del mondo, ma questa strategia non può certamente basarsi sul mero ricorso all’uso della forza militare.
Quindi, se i principi e i valori alla base dell’ideologia neocon fossero stati rispettati e applicati correttamente, lei si potrebbe ancora considerare un neocon?
In questo caso sì, mi si potrebbe considerare ancora un neocon.
Quando è avvenuto il suo distacco dall’ideologia neo-conservatrice?
Durante tutto il 2002, proprio prima della guerra, ho viaggiato molto in Europa per parlare della politica estera americana e mi sono reso conto che l’amministrazione Bush non stava preparando il paese alla fase della ricostruzione che avrebbe fatto seguito al conflitto, che si preannunciava già lungo e difficile. Quando mi sono reso conto che la guerra in Iraq sarebbe stata più complicata di ciò che i neo-conservatori avevano preannunciato, ho iniziato a prendere le distanze da loro.
Qual è oggi, secondo lei, la principale minaccia internazionale alla sicurezza degli Stati Uniti?
Non è facile individuare un’unica minaccia. Parlerei piuttosto di sfide. La principale che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel lungo periodo sarà la crescita della potenza cinese. In un mondo in cui la maggior parte della produzione si sta spostando verso l’Asia, gli Stati Uniti dovranno, nel breve periodo, fronteggiare una sfida prettamente economica e cercare di aumentare la competitività dei propri prodotti. Nel lungo periodo, invece, la potenza cinese potrebbe diventare, dal punto di vista strategico, una minaccia ancora più pericolosa di quanto lo fu l’Unione Sovietica, dato che si baserebbe su una economia molto più stabile. Non credo, tuttavia, che la Cina possa diventare una vera minaccia militare, nemmeno rispetto a Taiwan. Se invece volessimo individuare una minaccia prettamente militare, allora credo che questa sia da individuare nell’islamismo radicale, che può condurre a un’intensificazione del conflitto nel Golfo Persico e in altre aree del mondo.
A proposito della Cina, nel suo libro “La fine della storia” lei sottolinea che la modernizzazione economica porta con sé anche una richiesta di maggiore partecipazione politica e, tendenzialmente, allo sviluppo di istituzioni liberali. Questa valutazione si può applicare anche alla Cina?
La Cina mi sembra ancora lontana da una transizione democratica. Si sta certamente modernizzando e sta gettando le basi per una eventuale transizione alla democrazia, ma probabilmente dovremo aspettare ancora un’altra decade, se non due, prima di vedere se tale sviluppo economico determinerà il rafforzamento di tendenze democratiche. La mia previsione è che ciò accadrà anche in quel paese, ma ciò non toglie che al momento la Cina, e in misura minore la Russia, siano in aperta contraddizione con la mia tesi.
Quale strategia dovrebbero adottare gli Stati Uniti per evitare che l’Iran giunga a dotarsi dell’arma nucleare?
L’Iran è senza dubbio uno dei principali problemi della politica estera americana. E’ chiaro, infatti, che Ahmadinejad vuole l’arma nucleare a tutti i costi. Il regime iraniano, tuttavia, non è ben coeso e una parte dell’establishment sembra avere pessime intenzioni, il che crea una miscela esplosiva per l’intera regione. Ciò detto, non credo che la minaccia posta dall’Iran possa condurre alla terza guerra mondiale, come l’amministrazione Bush in alcuni casi sembra ritenere. Nei confronti dell’Iran, sono più incline a privilegiare una politica di contenimento, anche nel caso in cui quel paese dovesse giungere a dotarsi dell’arma nucleare. Nonostante la retorica di Ahmadinejad, infatti, gli iraniani sono un popolo tendenzialmente razionale e sia che l’Iran acquisti il rango di potenza nucleare, sia che non lo faccia, a mio avviso l’unica politica perseguibile da parte degli Stati Uniti è quella del contenimento. Dal 1979 in poi è stato possibile contenere l’Iran così come era stato possibile contenere l’Unione Sovietica. Ciò mi induce ad essere contrario ad ogni tipo di azione preventiva nei confronti del regime di Teheran. Non esiste alcuna alternativa plausibile a quella del dialogo e dell’isolamento economico e politico. Se continueremo ad usare il canale diplomatico, le componenti più moderate del regime acquisteranno crescente fiducia e influenza. E certamente non possiamo continuare sul canale diplomatico senza l’aiuto degli europei.
Come reagirà Israele alla prospettiva di un Iran nucleare? Se gli Stati Uniti non interverranno, crede che lo farà Israele?
Mi sembra che il senso di forte preoccupazione che si era diffuso lo scorso anno in Israele si sia parzialmente ridotto. Ma non sono in grado di dire nulla sulle possibili scelte di Israele.
Crede che possiamo aspettarci un Iran più democratico tra 10 anni?
Direi che possiamo aspettarci che l’Iran diventi più liberale. Al suo interno la società iraniana è infatti molto diversificata e complessa e non approva l’attuale teocrazia. I primi importanti cambiamenti si potrebbero vedere già tra una generazione, ma non vorrei creare aspettative eccessive, commettendo lo stesso errore che recentemente si è commesso sopravvalutando il potere che gli studenti e i gruppi di opposizione detengono realmente all’interno della società iraniana. Ciò che gli iraniani vogliono in realtà è ben più semplice della democrazia: vogliono trovare cibo sulle loro tavole e bassi prezzi per il petrolio e per il gas, e appoggeranno chiunque e qualunque regime possa soddisfare questi loro bisogni.
Intanto cresce l’influenza sciita in tutta la regione, dall’Iraq, al Libano, alla Siria. Quali sono, in questo contesto, le possibilità di un’affermazione dei valori della democrazia nell’area?
Il problema è che sia i gruppi sciiti che quelli sunniti, Al Qaeda, i salafisti, e il gruppo Al-wahabi, sono incompatibili non tanto con il principio democratico, ma con il nostro concetto di democrazia liberale, visto che la loro religione non ammette tolleranza e libertà, ma al contrario profetizza l’imposizione della sharia in ogni società gestita sotto strette forme di controllo. Ciò rappresenta una minaccia per i regimi della regione molto più che per Israele o per gli Stati Uniti. Questi regimi sono consapevoli di questa minaccia e hanno già assunto delle misure per contrastare l’espansione delle componenti sciite più estremiste. Non ritengo, dunque, ci sia motivo di sopravvalutare particolarmente questa minaccia.
Rispetto al conflitto israelo-palestinese, crede che possano emergere dei risultati concreti dal processo che si avviato con la conferenza di Annapolis?
Credo che le basi per una risoluzione del problema oggi siano di nuovo sul tavolo. Il leader di Fatah, Abu Mazen, sembra ben disposto ad andare avanti verso la risoluzione del problema. Il governo e la popolazione israeliane sono frenati nelle loro ambizioni dal ricordo degli esiti nefasti della guerra con il Libano della scorsa estate. La pecora nera continua ad essere Hamas, ma ciò nonostante credo esista la possibilità concreta di un compromesso. Tuttavia ci vorrà molto tempo, e credo che Annapolis rappresenti solo un piccolissimo passo iniziale.
Quel è la sua valutazione del Pakistan e della sua situazione interna?
Il Pakistan è un paese debole con cui gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto un rapporto piuttosto positivo. Il paese potrebbe diventare un problema molto serio se degenerasse da Stato debole a Stato fallito. La minaccia non proviene tanto da un Governo ostile, ma dalla possibile degenerazione in anarchia e instabilità, nel qual caso si potrebbe perdere il controllo dell’arma nucleare posseduta dal governo pakistano. Ad oggi, tuttavia, non credo che il Pakistan possa o voglia esportare materiale nucleare a gruppi terroristi di proposito. E’ vero che il Pakistan ha già esportato materiale nucleare in Siria e Libia, ma dubito che rifornirà gruppi di terroristi, a meno che si dovesse determinare una totale perdita di controllo e potere da parte del Governo. Sicuramente Musharraf sta contribuendo alla debolezza del Governo, usando il sostegno dei militari come unica fonte di legittimazione e controllo del potere.
Qual è il futuro della comunità transatlantica, e quale ruolo spetta, in questo quadro, a una media potenza come l’Italia?
Il concetto di comunità transatlantica risale all’epoca della guerra fredda e non credo che potrà sopravvivere a lungo dopo la fine di tale era. Prima del 1945 non esisteva alcuna comunità transatlantica, ma solo stati indipendenti come gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia o l’Italia, e le loro relazioni reciproche. Credo che stiamo lentamente tornando a quel sistema e che quei legami transatlantici che ci hanno accomunato per lungo tempo stiano scemando. Le implicazioni per un paese come l’Italia sono piuttosto positive, dato che in un sistema più multipolare ogni Stato giocherà un ruolo maggiore. Con il declinare della potenza americana, ogni singolo Stato dovrà decidere se allearsi o meno agli Usa e questo - in aggiunta alla partecipazione in alcune istituzioni internazionali o regionali - darà a un paese come l’Italia maggiore influenza. Un po’ lo si è già visto durante la guerra in Iraq, quando il governo Berlusconi ha usato il sostegno alle guerra per avvicinarsi agli Stati Uniti e con ciò guadagnare più influenza, cosa che la Francia o la Germania, invece, non hanno fatto.
Oggi in Italia c’è un diffuso sentimento antiamericano. Non crede che questo raffredderà le relazioni con gli Stati Uniti?
Forse, ma solo nel breve periodo perché gli Stati Uniti e l’Italia hanno interessi comuni ben più forti. Una volta stabilizzata la situazione in Iraq, i legami economici e politici tra i due paesi avranno la meglio. Per di più, fino a quando gli Usa rimarranno l’unica super-potenza, l’Italia avrà solo da guadagnare nell’appoggiarla, e a mano a mano che la potenza americana verrà meno, questa relazione diverrà sempre più bilanciata. Date le relazioni storiche tra i nostri due paesi, non credo che questo latente antiamericanismo in Italia durerà molto a lungo.
Sara Bracceschi, già stager presso lo IAI, è Marketing & Communications Manager per Control Risks, una società di consulenza internazionale specializzata in crisis management e business risks.http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=691
Dopo gli articoli del NY Times e del Times, che hanno descritto il popolo italiano come sostanzialmente pessimista, è interessante leggere quanto riportato oggi sul portale internet dello Spiegel. Senza voler commentare le osservazioni degli opinionisti anglosassoni, è bello sapere che non siamo soli.
In un confronto internazionale - recita l'articolo pubblicato oggi - i tedeschi fanno parte del campo dei pessimisti. E' quanto sostiene un sondaggio dell'istituto Emnid su incarico del quotidiano domenicale "Bild am Sonntag". Il 32 per cento dei cittadini tedeschi prevede per il 2008 un peggioramento delle proprie condizioni di vita. E' il livello più alto misurato dai sondaggisti dal 2001.
Il 39 per cento teme, inoltre, che il nuovo anno porterà difficoltà economiche. Solo il 14 per cento crede in uno sviluppo della congiuntura.
Spiega il diretto di Emnid, Klaus-Peter Schöppner: "i tedeschi sono molto insicuri sulla direzione che prenderà lo sviluppo economico l'anno prossimo. Temono in particolare un inasprirsi del clima nel paese e conseguenti conflitti tra le fasce sociali. Nell'agenda politica del 2008 il tema della giustizia sociale sarà destinato ad occupare una posizione sempre più centrale."http://www.politicagermania.net/
Gli ex guerriglieri maoisti torneranno nel governo di unità nazionale
Il governo nepalese ha decretato l'abolizione della monarchia, soddisfacendo così la principale condizione che gli ex ribelli maoisti avevano posto per rientrare nel governo di unità nazionale di transizione. Secondo l'accordo raggiunto, la fine della monarchia sarà decretata dopo le elezioni generali che si terranno il prossimo aprile.
Nessuna data è stata invece specificata per l'ingresso dei maoisti al governo. "Il Nepal - hanno dichiarato congiuntamente i maoisti e i sei partiti che attualmente formano il governo - sarà una repubblica federale, e questa decisione verrà formalizzata durante la prima riunione della assemblea costituente".
I maoisti avevano dichiarato il cessate il fuoco unilaterale nell'aprile del 2006, dopo la decisione del re Gyanendra di rinunciare ai poteri assoluti e di ricostituire l'assemblea parlamentare che era stata sciolta nel 2005.
La guerra in Nepal durata circa dieci anni, è costata la vita ad oltre 13mila persone, in gran parte civili.
NATALE NEL SUD DEL MONDO: GIOVANI MUSULMANI IN STRADA A DIFESA DEL NATALE
Oltre 15.000 ragazzi dell'ala giovanile della 'Nahdlatul Ulama', una grande associazione mussulmana di indirizzo tradizionalista, si sono mobilitati per essere di guardia a chiese cristiane e altri luoghi di raduno cristiani, in più parti del paese, in occasione delle celebrazioni natalizie e proteggerle da malintenzionati. "Lo facciamo ogni anno" ha precisato il presidente dell'organizzazione giovanile, Syaifullah Yusuf. Anche esercito e polizia hanno dispiegato allo stesso scopo 17.000 uomini, in particolare nella capitale Jakarta. Durante la notte di Natale del 2000, una serie di esplosioni contro chiese cristiane, inclusa la cattedrale di Jakarta, provocò 18 vittime e decine di feriti, sia cristiani che mussulmani. Degli attentati furono accusati estremisti, collegati al gruppo della 'Jemaah Islamiah', intenzionati a scatenare un clima di violenza interreligiosa nel paese mussulmano più popoloso del mondo e con circa il 10% dei cittadini di religione cristiana. Da allora, nessun analogo episodio, condannato da tutte le forze del paese, si è ripetuto nella notte di Natale.
Nel centro della capitale moldava sparisce un grande albero di Natale. Il colpevole? Addirittura il Presidente della Repubblica. Sullo sfondo le divisioni in seno alla comunità cristiano-ortodossa della Moldavia
Si stanno avvicinando le festività e gli alberi di Natale abbelliscono le piazze di molte città europee e di altre parti del mondo. Vi sono luoghi dove la nascita di Gesù Cristo viene addirittura festeggiata due volte. Questo avviene anche per i moldavi. Ma quella che in passato era una doppia gioia, si è trasformata questa volta in una fonte di preoccupazione. Le autorità centrali della Repubblica di Moldova hanno infatti dichiarato guerra alle autorità locali della città di Chisinau, la capitale, ed hanno trasformato le festività natalizie in una questione tutta politica.
Lo scorso 9 di dicembre il comune di Chisinau ha fatto installare nella Grande Piazza Nazionale, in centro città, un bellissimo ed imponente albero di Natale. Con addirittura, tutt'attorno, una protezione. Non causale. Qualche giorno prima il governo centrale aveva dichiarato infatti che avrebbe installato il proprio albero di Natale solo qualche giorno prima di Capodanno. Entrando in polemica con l'ente locale. Dorin Chirtoacă, il sindaco, era ben consapevole dei rischi che correva il “suo” albero.
Per evitare problemi nella notte tra il 9 e il 10 dicembre l'albero è stato piantonato da tre giovani appartenenti al Partito liberale, quello del sindaco. Seduti in una macchina della municipalità hanno ripreso con telecamere tutto quanto avveniva. A mezzanotte qualcuno è arrivato: la polizia. Ed ha chiesto ai tre giovani di seguirli confiscando loro telefonini e videocamere.
Petru Apostol, uno degli arrestati, ha dichiarato che per due ore sono stati portati a fare una passeggiata tra le vie principali della città e ad un certo punto rilasciati sul viale Ştefan cel Mare, la principale arteria di Chisinau. Sono stati restituiti loro gli oggetti personali ma non le cassette video. Sparite, come l'albero che avrebbero dovuto proteggere. Che infatti era stato spostato e successivamente ritrovato dietro l'Arco di Trionfo situato nella Piazza della Cattedrale.
Il giorno successivo il comune ha tentato di riportare l'albero dove era originariamente ma la polizia l'ha impedito. Alla richiesta del sindaco di aiutare il personale nell'installare l'albero il vice-commissario della polizia di Chisinau, Iacob Gumetiţă, ha rifiutato.
La questione, che ha superato il ridicolo, è direttamente legata alla polemica in corso tra due Chiese ortodosse che si stanno contendendo i fedeli moldavi.
Per molti secoli in Europa si festeggiava il Natale nella stessa data. Poi ci si rese conto che il calendario iuliano perdeva un giorno per strada, rispetto all'anno solare, ogni 120 anni. Venne quindi introdotto, nel 1582, il calendario gregoriano. Ma la chiesa ortodossa, con sede a Costantinopoli, si rifiutò di riconoscere il nuovo calendario data la rivalità con Roma. Nonostante questo alcune chiese ortodosse adottarono il nuovo calendario. Quella russa rimase al vecchio calendario nonostante nel 1917 la Russia adottò ufficialmente il calendario gregoriano. Il patriarcato rumeno ha invece adottato quello gregoriano e, dato che la Chiesa ortodossa moldava ha due diverse Chiese ortodosse – una soggetta al Patriarcato di Bucarest e l'altra a quello di Mosca – adotta di conseguenza due diversi calendari, e di conseguenza festeggia due volte Natale (uno il 25 dicembre e l'altro il 7 gennaio), due volte Pasqua ecc..
Nella sua politica rispetto ai culti religiosi il governo centrale favorisce la chiesa legata a Mosca. Di qui la disputa con il sindaco che ha voluto installare l'albero prima del 25 di dicembre. E il governo lo ha fatto togliere ritenendolo eccessivamente in anticipo rispetto al 7 di gennaio...
L'opinione pubblica ha criticato severamente questo tentativo estremo di impedire il festeggiamento del Natale il 25 dicembre, assieme con altri paesi Europei e con i 600.000 emigrati moldavi che in quei paesi vivono.
Il 12 di dicembre è stata promossa una mobilitazione nel centro di Chisinau. I partecipanti chiedevano il ritorno dell'albero nella piazza. L'annuncio della mobilitazione è apparso su internet e a tutti è stato richiesto di portare con sé un piccolo albero di Natale per rimpiazzare quello “rubato”. Nella piazza sono stati collocati 50 piccoli alberelli di Natale.
“L'ho comperato per il nostro presidente, dato che mi sembra di capire che fosse alla ricerca di alberi. Voglio sentirmi in clima natalizio molti giorni prima di Natale e e non voglio che nessuno mi imponga il giorno in cui festeggiare il Natale”, ha affermato un giovane partecipante alla manifestazione.
Con in mano immagini del festeggiamento del Natale in altre capitali europee i giovani dopo qualche ora hanno smobilitato. E la sera, le decine di alberelli, sono sparite di nuovo. I deputati dell'opposizione hanno chiesto spiegazioni su quanto avvenuto durante una sessione parlamentare. Chiedendo, in una mozione, che il presidente moldavo Vladimir Voronin, il primo ministro Vasile Tarlev e altri ministri attendessero alla riunione. La mozione è stata però bocciata.
Intanto Chisinau non ha ancora il proprio albero di Natale e probabilmente si dovrà aspettare sino al 28 di dicembre. In altre città moldave invece non è così, e anche Tiraspol, capitale dell'autoproclamata Repubblica di Transnistria, ha il suo albero. Nonostante l'influenza di Mosca, lì, sia più forte che mai. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8728/1/358/
Miloš Lazin : «Mediatore tra Jugoslavia e Francia»
Il suo Paese non esiste più. Eppure, il 55enne Miloš Lazin si dichiara jugoslavo, e continuerà a farlo. Più volte premiato in occasione di festival teatrali, è giunto nel 1989 a Parigi, dove conduce una seconda vita da apolide.
Miloš Lazin mi ha dato appuntamento in un ristorante del Marais, in una viuzza nascosta. Il locale, giapponese, non sembra un granchè. Ma Miloš, assiduo frequentatore del posto, al solo pensiero di gustarsi il gelato al timo o alla rosa, ha già l’acquolina in bocca. Il regista jugoslavo vive da perfetto parigino ormai da anni, ma non ha mai dimenticato gli innumerevoli spettacoli portati sulle scene nei Balcani e il suo Paese. Prima di espatriare, Lazin era un uomo impegnato contro tutte le forme di nazionalismo, ricordo dello scenario di guerra del suo luogo natale. Il drammaturgo rifiuta la violenza, quella che prende di mira la sua identità necessariamente jugoslava. E oggi si batte per impedire l’oblio e per non doversi «inventare un’identità serba o croata» a partire dal nulla. Rifiutando di mettere una croce sulla «sua infanzia jugoslava.»
La Francia, asilo involontario
Professore presso la Facoltà di Arte Drammatica di Belgrado dal 1982 al 1990, Direttore artistico del Teatro di Belgrado Atelje 212 dal 1985 al 1987, ha dato vita a produzioni teatrali ovunque nella Ex-Jugoslavia. E mentre parla con entusiasmo della nuova generazione di registi dei Balcani, cita dalla A alla Z nomi bosniaci, serbi e croati.
Nel suo percorso l’origine etnica non ha alcuna importanza: «La città con cui mi identifico di più è Sarajevo». E non è un caso. La capitale bosniaca è la più cosmopolita tra le città dell’Ex-Jugoslavia. «È una città consapevole delle sue ricchezze», prosegue. Durante l’adolescenza di Miloš Lazin, proprio a Sarajevo prende il via il rock "made in Balkans". È il periodo in cui l’Ex-Jugoslavia si apre al mondo occidentale: «A quell’epoca sognavamo tutti il capitalismo», ricorda con un pizzico di nostalgia.
«Il teatro è difficilmente esportabile»
Già affascinato dal teatro, Lazin legge Peter Stein che lascia in lui un ricordo indelebile. È testimone della nascita del teatro balcanico, malgrado la dominazione austro-ungarica che ha avuto luogo in questa regione.
Eppure, «la mia visione del teatro è piuttosto tedesca o nordica», afferma senza una predilezione particolare per il teatro alla francese. Secondo lui, la creazione, in Germania, è il prodotto di compagnie permanenti. Mentre in Francia, il mondo teatrale sarebbe troppo chiuso, troppo provinciale, autosufficiente: «Qui non vedo una vera auto-analisi», prosegue, da specialista. Tuttavia è convinto che la situazione possa migliorare. «Non ho mai voluto immigrare in Francia», afferma con un sorriso appena accennato. Riconosciuto per il suo lavoro in Jugoslavia, deve emigrare nel 1989. Non per il suo successo: «Sapevo che non sarei mai potuto essere un regista francese», ricorda. «Il teatro è difficilmente esportabile».
Ma sua moglie, la madre dei suoi bambini è francese. La raggiunge e inizia a vivere a Parigi. Si immagina, allora, di diventare un «mediatore tra la Ex-Jugoslavia e la Francia».
Mai fatalista
Lazin sceglie il suo ruolo: quello del ponte, dell’intermediario, del traduttore. Realizza inizialmente L'île des Balkans, un adattamento del testo di Vidosav Stevanovic, con la compagnia Mappa Mundi Hôtel Europe che lui ha creato. Lo spettacolo è una coproduzione dei Centri drammatici nazionali di Limoges e Montluçon, due città nelle quali tiene anche dei corsi di teatro per studenti del liceo. In seguito mette in scena Ines & Denise di Slobodan Snajder, una coproduzione stavolta franco-bosniaca.
Con il distacco, Lazin pensa che «è più facile immigrare che rientrare in un Paese nel quale si è vissuti e cresciuti, ma che non esiste più». L’artista, alla fine senza patria, non è però fatalista. Dopo il suo arrivo in Francia, se la cava molto bene ed esercita anche più mestieri. Giornalista a Radio France Internationale presso il servizio franco bosniaco, teorico (redige numerosi articoli sulle nuove scritture teatrali), non vive nella nostalgia del passato.
Si congeda parlando del suo ultimo progetto, La donna bomba, la storia di una terrorista che si fa saltare in aria portando via con sé la vita di un politico importante. Un’opera di Ivana Sajko, messa in scena dalla compagnia Mappa Mundi.
Nei giorni scorsi sono balzati agli onori delle cronache grazie allo sciopero della fame di Don Luiz Flavio Cappio, che per 23 giorni ha tenuto in scacco il governo Lula intenzionato a deviare il corso del fiume Sao Francisco. Sono gli abitanti del Sertão, una regione semiarida a Nord del Brasile che abbraccia una decina di stati, per il quali Lula vorrebbe realizzare quest’opera da due miliardi di euro con l’aiuto dell’esercito. Un progetto al quale si stanno opponendo diversi movimenti sociali, come Movimento Sem Terra chesono riuniti sotto la sigla Asa [Articulação do Semi-Árido] della quale fa parte anche una Ong come l’Irpaa. Un acronimo che sta a significare «Istituto regionale per un’appropriata agricoltura delle piccole coltivazioni». Il suo obiettivo? Aiutare le famiglie che vivono in un’area di 800 mila chilometri quadrati, di cui soltanto il 20 per cento fertile e con forti escursioni nelle precipitazioni, a portare avanti un’agricoltura sostenibile e in armonia con la natura. Per queto negli anni scorsi l’IRPAA con altre realtà stava portando avanti il progetto «Un Milione di cisterne» finanziato dal 20 per cento da loro e all’80 per cento dal governo. Governo che ha provato a barattarlo, in questi giorni, ad un sì per la trasposizione del Sao Francisco, ottenendo un rifiuto. Elisabeta Costa di IRPAA ospite del convegno «Saperi tradizionali e gestione sociale dell’acqua nei Sud del Mondo» organizzato dal Cospe e da Civilità dell’Acqua a Bologna [i materiali su www.cospe.org e www.civiltacqua.org] lo scorso Ottobre, ci aveva spiegato perché, l’importanza di questo progetto e le difficoltà con le quali realtà come la sua si confrontano quotidianamente in una regione come il Sertão. «Ne abbiamo sostanzialmente due – ci racconta Elisabeta – le scarse precipitazioni e la distribuzione sbilanciata. C’è un problema di tecnologie da utilizzare per accedere all’acqua, ma anche di mercati sui quali è difficile arrivare con le produzioni tradizionali come casaca [distillato di canna da zucchero], miele, caffè». Difficoltà alle quali l’Irpaa risponde con l’educazione e la mobilitazione sociale. «Da una parte – continua Elisabeta – diffondiamo la coscienza che è possibile vivere nel Sertão, organizzando corsi e servizi sociali rivolte alle famiglie e alle donne, in particolare. Dall’altra facciamo pressione sulle istituzioni perché si applichino politiche pubbliche in questo senso. Il diritto all’acqua è sancito dalla costituzione brasiliana, invece spesso prevale la logica dell’emergenza, come la distribuzione con autocisterne. O le grandi opere, come appunto la trasposizione del Rio San Francisco, 700 kilometri di canali per spostare il secondo fiume più grande del Brasile». Una scelta contestata perché funzionale all’interesse di stravolgere l’intero ecosistema locale a favore di produzioni agroindustriali da esportazione. “Insomma, la fine dell’agricoltura tradizionale del Sertão – continua Elisabeta – aggravando i problemi dei contadini, tanto più che non si tratta di acqua potabile. Invece la nostra risposta è il progetto «Un milione di cisterne», da costruire da qui al 2010. Si tratta di strutture incassate nel terreno per trattenere l’acqua e immagazzinarla dal tetto delle case durante la stagione delle pioggie, per poi fornirla all’uso umano durante quella secca. Fino ad oggi siamo riuscite a costruirne 300 mila. Un risultato ottenuto grazie alla mobilitazione di diverse reti locali, come il forum Asa che conta 700 associazioni in Brasile, e molte ong internazionali, che ci sembra un modo per coinvolgere la partecipazione e i saperi locali». Un tema che non poteva non intrecciarsi a quello della riforma agraria che i movimenti continuano a chiedere al secondo governo Lula, ovvero l’obiettivo del progetto «Una tera, dos aguas». «Una terra – ci racconta ancora Elisabeta – perché il problema è che spesso i contadini che occupano le terre del governo o dei privati che vengono occupate, non possono esibire dei documenti. Noi cerchiamo di aiutare questi contadini facendo pressione sul governo per risolvere il problema. Due acque, invece, perché oltre al consumo umano garantito dalle cisterne, c’è quello agricolo dei piccoli contadini da risolvere con piccoli bacini, istruzione ed una politica di migliore distribuzione». Info: http://www.irpaa.org.br
Per Luca Barbareschi, quello contro Agostino Saccà è un “linciaggio da vigliacchi. Saccà”, dice l’attore, “ha dato la vita per l’azienda”.
Sono abbastanza d’accordo sulla faccenda del linciaggio: la famosa telefonata non dice niente che già non si sappia avvenire ed essere avvenuto in qualunque segreteria dirigenziale televisiva italiana, pubblica e privata.
Detto questo, sul fatto che Saccà abbia dato la vita per l’azienda è difficile non pensare che sia avvenuto esattamente il contrario.http://thepetunias.it/blog/
Sull'intercettazione tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, scaricabile dal sito de L'Espresso, sono stati scritti fiumi di parole. Riascoltandola colpiscono però due particolari. Il primo: Berlusconi dà del tu a Saccà che risponde usando sempre il lei. Il secondo: Berlusconi definisce il consigliere di amministrazione Rai, in quota Lega, Giovanna Bianchi Clerici «la soldatessa di Bossi». Non credo che sia un caso: solo nell'esercito, infatti, i superiori si rivolgono col tu ai sottoposti, i quali rispondono con il lei. Per questo è sbagliato definire ciò che resta del centro-destra la Casa delle Libertà. Quella non è una casa, è una caserma.
Intendiamoci, non che dall'altra parte, le cose vadano molto meglio. Nel 2005, quando si è trattato di nominare il nuovo consiglio di amministrazione della Rai, i partiti del centrosinistra, al pari di quelli del centrodestra, non hanno esitato a violare la legge Gasparri appena approvata. Il quarto comma dell'articolo 20 della nuova, orribile, normativa, infatti recita: «Possono essere nominati membri del cda Rai [...] persone di riconosciuto prestigio, competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti...». Il risultato è stato che l'Ulivo ha messo ai vertici della tv di Stato Giancarlo Rognoni, deputato Ds, Nino Rizzo Nervo, già direttore di Europa, il quotidiano della Margherita, Sandro Curzi, ex direttore di Liberazione, il giornale di Rifondazione Comunista, mentre presidente è stato scelto Claudio Petruccioli, parlamentare della quercia.
A prescindere dalle qualità delle persone, si tratta di uno spettacolo mai visto nemmeno negli anni più bui della Prima Repubblica. Prendersela con Saccà e Berlusconi, dunque, va bene, ma per favore non chiudiamo gli occhi
A leggere questa accurata e intrigante monografia sul grande maestro egiziano, realizzata in occasione di una retrospettiva a lui dedicata dalla prima edizione del festival Cines del Sur, che si è svolto nello scorso giugno a Granada, promosso dalla Junta de Andalucía e finanziato con un budget di 2 milioni di euro, il primo pensiero che ci è sorto è un sentimento di positiva invidia, contemperato da un riflesso di soddisfazione. L’invidia è quella per un paese (la Spagna) che, con l’impresa di questo festival (e del volume, ad esso collegato), dimostrano alla nostra italietta provinciale che si può fare politica culturale persino senza aspettare gli aggiustamenti di bilancio. La soddisfazione è quella per un brillante collega (Alberto Elena, docente alla Universidad Carlos III di Madrid), che, approfittando di una serie di circostanze favorevoli, è riuscito con il suo staff a far decollare al meglio un nuovo festival, in Europa, dedicato alle cinematografie del sud, cui auguriamo una lunga e fortunata vita.
Nello specifico, va ricordato che, se il volume va a coprire un’oggettiva assenza di studi dedicati al cinema di Chahine in terra iberica, fa ri-uscire dal cono d’ombra il maestro alessandrino, rapidamente dimenticato dopo la consacrazione tardiva giunta a Cannes esattamente dieci anni fa con la Palma d’Oro del 50° anniversario per Al massir/Le Destin (Il destino, 1997). Anche in Italia del resto, se si esclude il Quaderno del Lumière edito a cura di Luisa Ceretto e Cristiana Querze per la Cineteca di Bologna nel 1997, che è poi la traduzione italiana dello speciale dedicato dai «Cahiers du Cinéma» a Chahine l’anno prima, nessun editore ha mai pensato di dedicare al nostro una monografia. E solo alcuni degli ultimi film di Chahine - El Akhar/L’Autre, (1999) e Sukut... hansawar/Silence... on tourne (La vita è un incantesimo) (2001) - hanno avuto da noi una qualche forma di distribuzione.
Il volume curato da Elena, redatto in edizione bilingue spagnola e inglese, e corredato da un’aggiornata filmografia e bibliografia, raccoglie contributi di importanti storici e critici del cinema arabo, spagnoli e internazionali. Samir Farid inquadra il profilo di Chahine nel contesto del cinema egiziano, sottolineando come il nostro abbia sappia saputo attraversarne tutte le fasi salienti da protagonista e imponendosi come il regista più egiziano di tutti, proprio lui che agli inizi della sua carriera era stato bollato dall’allora più celebrato collega Salah Abu Seif con l’epiteto spregiativo di jawaga, attribuito agli egiziani che padroneggiavano meglio il francese e l’inglese dell’arabo. Fernando Gonzáles García, appoggiandosi peraltro a una bibliografia critica anche italiana, analizza il primo ventennio (1950-70) della sua filmografia, contrassegnato anzitutto da una riscrittura dall’interno degli stilemi e stereotipi del genere (melodramma, musical, kolossal storico), e quindi da una relazione di prossimità conflittuale con le direttive culturali del regime panarabo di Nasser.
Viola Shafik si è assunto il dedlicato compito di indagare il ruolo centrale che Chahine si è trovato ad assumere tra gli anni ’70 e ’80, allorché, sulle ceneri del cinema di stato e soprattutto del regime nasseriano, ha fondato una casa di produzione (la Misr International, nel 1972) e ha osato con The Sparrow (1971) e The Return of the Prodigal Son (1976), appoggiarsi a capitali stranieri (algerini, in questo caso; francesi, dal 1985 con Adieu Bonaparte) pur di difendere la propria libertà di autore. Proprio questa capacità di cercare partner all’estero lo ha messo in una condizione ideale per fare i conti con i rapporti problematici che l’Egitto ha sempre avuto con l’Altro (in termini religiosi, culturali e sessuali). Àngel Quintana ci ricorda che questa ricerca sull’alterità Chahine l’ha per giunta sempre condotta senza trincerarsi dietro doppi simbolici, ma esponendosi in prima persona (nel controverso documentario Le Cairé... raconté par Youssef Chahine, 1991, girato durante la prima Guerra del Golfo), e osando esprimersi in un discorso che sfocia nell’autobiografismo dichiarato, nel cosiddetto Alexandria Quartet (Alexandria...Why? (1978), An Egyptian Story (1982), Alexandria Again and Forever (1989), Alexandria-New York (2004).
Il volume si chiude con un prezioso contributo storico-filologico su un capitolo poco noto della filmografia chahiniana, un film di coproduzione libano-spagnola, girato in Andalusia nel 1967 col titolo Rimal min dhahab/Como un ídolo de arena, e con un omaggio testimoniale al maestro da parte del regista e storico tunisino Férid Boughedir. In coda, un’intervista metatemporale a Chahine, composta da un collage di dichiarazioni e interviste, rilasciate in più di trent’anni, dal 1970 al 2004. Ed è, a mio avviso, l’unico neo di questo ricco volume, che avrebbe meritato una conversazione originale. Ma forse, le ragioni di questa scelta stanno tutte nello stato di salute purtroppo sempre più precario in cui il grande maestro alessandrino si trova da alcuni mesi, come ha potuto vedere chi si trovava a Venezia nei giorni della recente Mostra 2007, dove è stato presentata in anteprima mondiale la sua ultima fatica (Heya fawda/Le Chaos, 2007) cofirmata con Khaled Youssef.
Breve incursione nel Messico della violenza diffusa
di Fabrizio Lorusso
Il funerale del cantante messicano Sergio Gómez, volto noto del gruppo “K-Paz de la Sierra” , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale. Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007.
Nell’ultima settimana, sono stati tre gli artisti messicani uccisi da scariche di pallottole e, per il momento, sembrano ignoti i moventi precisi degli omicidi. José Luis Equino, trombettista del gruppo “Los Condes”, è stato trovato morto in un fiume dello Stato di Oaxaca; Zayda Peña, cantante della banda “Zayda y Los Culpables”, è stata raggiunta da colpi di pistola in un motel di Matamoros e poi finita mentre era all’ospedale; infine, Sergio Gómez, il più famoso a livello nazionale e negli Stati Uniti, è stato sequestrato da alcuni uomini armati che l’hanno torturato e ucciso nello stato di Michoacan, nel centro del paese. L’anno scorso morì un altro idolo delle masse, Valentin Elizalde, alias El Gallo de Oro, che venne raggiunto insieme al suo manager da un gruppo di sicari dopo un concerto a Renosa, città di frontiera con gli Stati Uniti. Tornando ancora un po’ più indietro, nel 1995, un’altra morte per molti versi oscura ha fatto entrare nel mito la cantante di cumbia–pop Selena, vittima in Texas della ex presidentessa del suo stesso fan club, probabilmente per motivi passionali.
L’ondata di violenza che sta colpendo il mondo dei gruppi messicani ha suscitato numerosi commenti e ipotesi circa le possibili implicazioni dei loro membri in affari illeciti collegati, più o meno direttamente, ai potenti cartelli del narcotraffico che, come la maggior parte di questi artisti, hanno le loro radici e il loro pubblico nel nord del Messico. Si dà adito all’idea semplificatrice che dietro agli omicidi di questi personaggi pubblici, amati e seguiti dalla gente, ci siano i sicari dei narcotrafficanti che vogliono offrire punizioni esemplari ribadendo che “non esiste immunità” possibile per le loro vendette nemmeno per i cantanti.
Nonostante in alcuni casi possa essere esistita una qualche connessione tra la scena musicale popolare e il mondo del narco, è probabile che i motivi di questa violenza “normalizzata” siano più profondi e radicati nella stessa società, nei suoi costumi e nella diffusione di modelli comportamentali basati sulla violenza, il machismo, le armi, la cultura dell’eccesso, dell’alcol e, infine, dell’impunità quasi sicura. Sono gli stessi motivi che lasciano presupporre una responsabilità importante da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie nel costante proliferare delle mattanze di donne a Ciudad Juarez e nella relativa tolleranza che si concede agli uomini rei di delitti contro le loro stesse mogli, figlie e vicine, in un ambiente dominato dalla corruzione e la connivenza delle autorità con i boss mafiosi della regione.
Un altro fattore che supporta questa tesi è l’eterogeneità delle vittime, che sembrano avere in comune la professione di musicisti, ma che non formano un movimento musicale e culturale compatto, anzi, si distinguono nettamente tra di loro tanto per il successo che ottengono quanto per il genere di cui sono i portatori. Infatti, è necessario distinguere tra il genere del “corrido” o “narco-corrido”, che sviluppa temi legati all’illegalità e al mondo del traffico di droga, dalla musica grupera in generale, la quale canta temi festaioli e d’amore invitando al ballo di coppia con il tipico movimento detto paso duranguense. A questo ambiente, in particolare, appartengono le vittime degli omicidi “eccellenti” degli ultimi mesi e sembra che non vi fossero relazioni né tra di loro né con alcun gruppo di narcotrafficanti o mafiosi.
L’allarmismo creato da alcuni mezzi di stampa e televisione ha portato alla cancellazione di concerti e ha accresciuto il mito della maledizione delle band messicane che, invece, costituiscono semplicemente un bersaglio facile e riconoscibile, come altri (ad esempio i giornalisti), di una violenza diffusa capace di esplodere dovunque vi siano grilletti facili, fiumi d’alcol, omertà, conflitti repressi e assenza istituzionale. Como citavo poco sopra, anche quella del giornalista sembra essere una professione a rischio in Messico e, in questo caso, è stata riscontrata una responsabilità diretta dei cartelli del narcotraffico: dal 2000 al 2007 l’ONG Giornalisti senza Frontiere (1) ha contato 28 omicidi di giornalisti, quasi sempre immischiati in ricerche sul mondo della droga, e ha collocato il Messico al secondo posto per pericolosità nell’esercizio di questa professione dopo l’Iraq. L’ultimo omicidio, il sesto del 2007, è avvenuto il 9 dicembre scorso a Uruapan, Michoacan, dove il giornalista de “La Opinion”, Gerardo Garcia Pimentel, è stato freddato da 45 colpi di pistola dopo un inseguimento in moto per le strade della cittadina. Si ipotizzano dei nessi personali con il narcotraffico anche se non si esclude la possibilità che la criminalità organizzata abbia voluto dare un avvertimento forte alla società messicana e, in particolare, alla popolazione dello Stato natale del presidente Calderón, che, proprio con l’operazione denominata “Michoacan”, ha intrapreso una lotta armata senza quartiere impiegando oltre ventimila soldati in tutta la Repubblica contro i cartelli della droga (2).
NOTE REDAZIONALI DI V.E.
1) ONG peraltro molto contestata a livello internazionale, per via dei suoi finanziatori. Per esempio, si legga qui.
2) Gli esiti risibili dello spiegamento di forze contro il narcotraffico tentato da Calderón stanno nei risultati: l'arresto di qualche coltivatore di piantine di marijuana nel proprio campo. Chi fosse interessato può trovare centinaia di commenti feroci negli archivi del quotidiano La Jornada e del sito El Sendero del Peje.http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.html
Il presidente García ha rinnovato parcialmente il suo esecutivo continuando sulla linea neoliberale. Il ministro dell’Interno, Luis Alva, il più impopolare, rimane al suo posto.
Aveva bisogno di aria fresca, di una boccata d’ossigeno visto gli ultimi sondaggi che vedevano il suo governo godere solo del 29% dei consensi dei peruviani, per questo il presidente Alan García ha pensato di rinnovare in parte i suoi ministri. Tutti i cambiamenti, però, riflettono chiaramente un ulteriore avvicinamento del governo alla destra e la continuità nella scelta di politiche economiche a forte stampo neoliberale. Sono stati in totale quattro i ministri sostituiti mentre due gli avvicendamenti.
Il rinnovamento c’è stato, ma è stato a senso unico. Un’ulteriore svolta a destra del governo di García, nell’intento di continuare una politica economica recentemente rafforzata dalla ratificazione del trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Nonostante la caduta di consensi al di sotto del 30%, le proteste, e gli scioperi di alcuni importanti settori dell’economia peruviana dell’ultimo anno, infatti, il presidente García ha deciso di continuare sulla stessa linea neoliberale, ed anzi, forse, di inasprirla.
Un ulteriore passo in questo senso è stata la nomina di Mario Pasco, un avvocato molto legato ai settori impresariali, al Ministero del Lavoro. Al partito del governo (Apra) è stato poi assegnato anche il Ministero delle Infrastrutture, la scelta in questo caso è caduta sull’economista Enrique Cornejo. Rimane invece al suo posto saldissimo il Ministro dell’Economia, Luis Carranza, un neoliberale dal passato vincolato con la Banca Mondiale e alle teorie fondomonetariste, strettamente appoggiato dalla componente di destra dell’attuale governo. Ma moltissime sono state le scelte contestabili.
Ad esempio la designazione di Rosario Fernandez come Ministro di Giustizia. La Fernandez infatti è stata l’avvocata di Ernesto Schutz, un impresario televisivo indagato e processato corruzione (aveva infatti ricevuto 10 milioni di dollari per appoggiare attraverso il suo canale televisivo il regime di Fujimori).
Sembra quasi un affronto questa nomina proprio in coincidenza con l’inizio del giudizio all’ex dittatore, viste anche le recenti dichiarazioni del presidente Alan García a favore di altri loschi personaggi legati al fujimorismo e attualemente processati per corruzione.
Una conferma anche dalla conferma ricevuta al Ministro della Produzione, Rafael Rey, fujimorista incallito, membro dell’ultra destra Opus Dei e promotore della legge di amnistia nel 1995 a favore degli integranti degli squadroni della morte Colina.
Anche il Ministro della Difesa Antero Florez Araoz ha conservato il suo incarico. Ex presidente del partito di destra (Partido Popular Cristiano), Araoz è uno dei sostenitori della discussa proposta di García per la reintroduzione della pena di morte. La sua conferma sembra un contentino per i settori più aggressivi delle Forze Armate in un momento in cui molti dei loro componenti iniziano ad essere processati per violazione dei diritti umani.
Per concludere la scelta più impopolare del tentativo di rinnovamento di Alan García. Mentre tutti si aspettavano la destituzione del Ministro dell’Interno, Luis Alva, la cui popolarità era crollata agli occhi della nazione in seguito alle accuse di concessioni per l’acquisto di armi per il corpo di polizia illecite ed irregolari, García ha deciso invece di confermarlo al suo posto. C’è da ricordare che Alva era stato salvato dai voti fujimoristi quando la sua destituzione era stata proposta in Parlamento.
Il quadro finale che emerge è quindi quello di un Gabinetto parzialmente nuovo, formato in larga parte dal dirigenti del suo partito (APRA) ed integrato da politici e tecnocrati di orintamento di destra, molti anche con passato fujimorista, il che non fa altre che riflettere l’alleanza politica in atto per governare il paese, legata saldamente ancora al passato.
Se questa è la ristrutturazione pensata da García per rinnovare il suo governo, si può benissimo affermare che appare molto improbabile la boccata d’ossigeno ed il recupero dei consensi su cui si puntava.http://www.verosudamerica.com/2007/12/il-per-tende-sempre-pi-destra.html
TENSIONE NEL PACIFICO: LA CINA BLOCCA UNA PORTAEREI AMERICANA
DI JOHN CHAN World Socialist Web Site
Una lite diplomatica tra gli Stati Uniti e la Cina sull’ormeggio di navi da guerra americane nel porto di Hong Kong testimonia delle crescenti tensioni tra i due paesi.
Le Tensioni sono diventate di dominio pubblico quando la Cina ha annullato la sua decisione di autorizzare la portaerei USA Kitty Hawk ed altre navi d’appoggio, a gettare l’ancora a Hong Kong il giorno 21 novembre per la Festa del Ringraziamento. Centinaia di parenti ed amici dei membri dell’equipaggio erano convenuti a Hong Kong per l’occasione, ma all’ultimo momento alle navi da guerra è stato impedito l’accesso [al porto]. Pechino ha fatto marcia indietro il giorno successivo, dichiarando che le navi da guerra potevano entrare in porto per "ragioni umanitarie", ma che era troppo tardi per le visite.
La marina americana ha subito protestato. L’ammiraglio Timothy Keating, alla testa del comando militare per il Pacifico, ha detto ai giornalisti che la posizione della Cina non "mostra un paese che comprende i suoi obblighi di nazione responsabile". Qualche giorno prima, Pechino aveva rigettato la richiesta di due cacciamine americani di ripararsi ad Hong Kong per evitare una tempesta. Il 28 novembre il Pentagono aveva convocato l’addetto militare cinese a Washington per una nota di protesta ufficiale.
Con un gesto deliberatamente provocatorio, il gruppo di combattimento diretto dalla Kitty Hawk si è diretto verso il suo porto di base in Giappone passando per lo stretto di Taiwan, una regione estremamente sensibile. La Cina, che considera Taiwan come una provincia ribelle sotto la sua sovranità, ha emesso un comunicato manifestante la "sua profonda preoccupazione" davanti al gesto della marina americana. Nel 1996, in occasione di un conflitto tra Pechino e Taipei, l’amministrazione Clinton aveva inviato due portaerei nell’area dello stretto di Taiwan.
Le navi da guerra americane hanno fatto scalo a Hong Kong per decine di anni. Da quando l’antica colonia britannica è passata sotto il governo cinese nel 1997, gli scali al porto devono sottostare all’autorizzazione di Pechino, per la maggior parte delle volte una pura formalità. C’è stato qualche rifiuto in periodi di alta tensione, quale nel 1999 dopo che gli Stati Uniti avevano bombardato l’ambasciata cinese in Yugoslavia e nel 2001 quando un aereo spia americano entrò in collisione con un caccia cinese sopra il mare cinese meridionale.
Pechino ha sulle prime tentato di minimizzare il significato dell’ultimo incidente. In occasione di un incontro a Washington il 28 novembre, il ministro cinese degli Affari Esteri Yang Jiechi sembra aver detto al presidente Bush che si era trattato di "un semplice malinteso". Il giorno successivo, tuttavia, il portavoce del ministro degli Affari Esteri, Liu Jianchao, ha contraddetto gli articoli di stampa dichiarando che non si era trattato di "un malinteso".
Lo stesso Yang aveva espresso la sua "grande preoccupazione" davanti alla recente decisione di Washington di vendere un sistema antimissile ad alta tecnologia a Taiwan. Egli ha anche parlato dell’incontro dell’ottobre scorso tra il presidente Bush e il Dalai Lama in esilio dal Tibet, dicendo come ciò nuocesse alle relazioni tra i due paesi. Anche se non è stato detto esplicitamente, il rifiuto di permettere l’entrata delle navi americane a Hong Kong è stata un ripicca politica.
Il commento di Liu è stato fatto poco dopo che un ufficiale di alto grado della marina cinese aveva dichiarato al Global Times, il giornale portavoce di Pechino sugli affari internazionali e la politica estera, che gli Stati Uniti recavano danno agli interessi cinesi ed alle relazioni tra i due paesi. Egli ha indicato che la vendita di armi a Taipei aveva dato un "cattivo segnale" e portava acqua al mulino del presidente indipendentista di Taiwan, Chen Shuibian, e rafforzava la sua campagna per essere riconosciuto come stato membro delle Nazioni Unite. "Ecco perché buona parte delle attività tra la Cina e gli Stati Uniti sono state arrestate" ha detto l’ufficiale di marina.
Questo scontro dimostra la fragilità dei legami militari tra la Cina e gli Stati Uniti. In occasione della sua visita a Pechino in ottobre, il segretario alla Difesa americano Robert Gates aveva proposto di installare un "telefono rosso" tra i due paesi per smorzare le potenziali tensioni. Tuttavia, poco dopo il Pentagono aveva annunciato la vendita a Taiwan di un sistema di missili Patriot da 940 milioni di dollari, sollevando le proteste di Pechino.
Il conflitto riguardo gli scali a Hong Kong continua ad intensificarsi. La settimana scorsa un responsabile del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha rivelato che la Cina aveva negato l’autorizzazione al cacciatorpediniere USA Reuben James di fermarsi nel porto per il giorno di Capodanno. Anche un’altra richiesta per permettere ad un aereo cargo C-17 di compiere voli trimestrali per Hong Kong per i rifornimenti del consolato americano è stata respinta.
Anche il Giappone è coinvolto nel conflitto. Il 28 novembre il cacciatorpediniere Shenzen ha fatto la prima visita di una nave da guerra cinese ad un porto giapponese dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche se l’obbiettivo della visita era quello di migliorare le relazioni tra i due paesi, Tokyo ha improvvisamente annullato la visita da parte di marinai cinesi ad una sofisticata nave da guerra giapponese di tipo Aegis dopo l’obiezione del Pentagono.
Collisione d’interessi
L’emergere di tensioni riguardanti l’attracco di navi da guerra americane nel porto di Hong Kong è un segnale della crescente rivalità tra i due paesi. Sulla scia della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno considerato il Pacifico come un "lago americano", cercando di assicurare nella regione l’incontrastata superiorità militare di Washington. La rete di basi militari americane in Giappone, Corea del Sud e Guam, così come il centro di comando del Pacifico con base alle Hawai facevano tutte parte della strategia diretta contro la Cina e l’Unione Sovietica durante la guerra fredda.
Nel corso degli ultimi due decenni, le imprese americane hanno partecipato alla corsa allo sfruttamento della Cina in quanto enorme riserva di manodopera a buon mercato, ma negli Stati Uniti esistono gravi preoccupazioni nelle alte sfere a proposito dell’espansione della Cina come potenziale rivale in campo economico e strategico. Quanto alla Cina, si preoccupa dei tentativi sostenuti da Washington di accerchiarla attraverso una serie di alleanze strategiche, particolarmente con il Giappone, l’Australia e l’India. Le invasioni americane dell’Afghanistan e dell’Iraq sollevano la possibilità che i crescenti bisogni della Cina in materie prime, compreso l’accesso al petrolio e al gas del Medio-Oriente e dell’Asia centrale, siano sottoposti al veto di Washington.
La reazione della Cina è stata di formare un "partenariato strategico" con la Russia allo scopo di contrastare gli Stati Uniti, in particolare la loro presenza militare in Asia centrale e la minaccia di un attacco all’Iran. La dottrina strategica della Cina si evolve attualmente dalla difesa del proprio territorio ad una "difesa attiva" aldilà delle proprie frontiere, concentrandosi sullo sviluppo di una marina oceanica e, in particolare, di una flotta di sommergibili. In questa ottica Pechino ha costruito una rete di installazioni portuali nell’oceano indiano e nel Mar della Cina meridionale che potrebbe essere utilizzata per proteggere il petrolio proveniente dal Medio-Oriente. E’ attualmente in corso un dibattito interno sulla necessità di costruire delle portaerei che rappresenterebbero il suo emergere come "potenza marittima".
La portaerei USA Kitty Hawk è stata coinvolta in un altro incidente nell’ottobre 2006. Anche se l’importanza dell’incidente è stata minimizzata dai media, durante un’esercitazione di routine di navi da guerra americane nel Mar della Cina meridionale, un sottomarino cinese di classe Song è affiorato a pochi chilometri di distanza dalla portaerei. La capacità del sottomarino cinese di emergere a distanza ravvicinata da una nave da guerra americana così ben difesa, senza essere stato intercettato, avrebbe provocato la costernazione del Pentagono a proposito del rapido sviluppo della flotta cinese di sottomarini. La Cina ha negato le accuse degli Stati Uniti secondo le quali [il sottomarino] avrebbe "pedinato" la flotta americana.
Negli ultimi quattro anni si sono aggiunti alla marina cinese 16 nuovi sottomarini. A parte i sottomarini convenzionali di classe Song e di classe Kilo comprati dalla Russia, la Cina sta costruendo una nuova classe di sommergibili a propulsione nucleare di Tipo-093 e di Tipo-094, armati di missili nucleari a lunga gittata. Sembra che Pechino abbia ricevuto la determinante assistenza tecnica dei cantieri navali russi.
Gli Stati Uniti sono in procinto di accrescere il proprio potenziale navale nella regione. La portaerei USA Kitty Hawk, che è dotata di sistemi di propulsione convenzionali, è il cuore della settima flotta americana il cui compito è di impedire alla Cina di attaccare Taiwan. L’anno prossimo dovrà essere sostituita dalla portaerei George Washington, più potente e a propulsione nucleare.
In una dimostrazione di forza della sua potenza aerea, il Pentagono a febbraio ha inviato i suoi ultimi F-22 Raptor a Okinawa come loro prima missione al di fuori degli Stati Uniti. Benché gli aerei siano poi rientrati in patria, il messaggio è stato chiaro. Pechino si è mostrato particolarmente preoccupato dai rapporti sulle esercitazioni militari americane che si sono svolte nel luglio 2006, consistenti nella simulazione di una campagna di bombardamenti su città cinesi costiere e su altri bersagli strategici utilizzando aerei F-22 e F-35 decollati da Okinawa e dalle portaerei.
Malgrado gli sforzi di Pechino per modernizzare le sue forze armate, il budget della difesa americano è dodici volte maggiore di quello cinese e la sua supremazia nelle tecnologie chiave rimane invariata. Gli Stati Uniti hanno undici portaerei dislocate nel mondo, ciascuna con 90 aerei a bordo. La Cina, da parte sua, non ne possiede nessuna. Nel 2005, la stazza totale della marina americana si trovava sopra i tre milioni di tonnellate, quasi dieci volte quella della marina cinese che è solamente di 340.000 tonnellate. Anche nel campo dei sottomarini, gli Stati Uniti ne hanno 95 e sono tutte imbarcazioni sofisticate a propulsione nucleare, mentre la Cina ne possiede 85 la maggior parte dei quali di tipo convenzionale.
Ma malgrado la loro potenza militare, gli Stati Uniti perdono influenza. L’economia della Cina in rapida crescita ha sostituito gli Stati Uniti come principale partner commerciale nella maggior parte dei paesi asiatici. Inoltre, altre potenze stanno emergendo nella regione. La Russia prevede di costruire sei portaerei nei prossimi due decenni e tre di esse saranno dispiegate nel Pacifico. Anche il Giappone e la Corea del Sud stanno accrescendo il loro potenziale navale e l’Australia interviene attivamente nella regione. Anche se formalmente si tratta di alleati degli Stati Uniti, questi tre paesi hanno propri interessi economici e strategici.
Il potenziale conflitto, particolarmente tra gli Stati Uniti e la Cina, è stato messo in evidenza nei commenti dell’ex-consigliere alla sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski. In ottobre, indirizzandosi al periodico Foreign Policy, ha invitato Washington a cercare una più stretta cooperazione con Pechino e ha dichiarato: "Non è nell’interesse degli Stati Uniti ripetere l’errore fatto nel 1914 e che ha portato allo scontro da cui ha avuto origine la prima guerra mondiale. La Cina deve essere integrata nel sistema. Ciò significa che essa ha il diritto di godere di un posto adeguato al suo interno."
In occasione di una vista in Cina a novembre, Brzezinski ha detto ad un gruppo di analisti strategici cinesi che un conflitto tra gli Stati Uniti e la Cina non era "inevitabile".
"Nel corso del secolo precedente – ha affermato – i cambiamenti nelle forze globali hanno portato alla dipendenza, ai conflitti ed anche alle guerre, [ma] ciò fa adesso parte della storia". Lo scacco delle potenze mondiali nell’integrare la Germania e il Giappone in un ordine globale ha portato a due guerre mondiali catastrofiche e Brzezinski non dice come il capitalismo possa evitare un terzo disastro.
In realtà, i recenti "incidenti" navali tra gli Stati Uniti e la Cina mostrano che gli interessi economici e strategici conflittuali potrebbero benissimo diventare la base per una terza guerra mondiale.
Articolo originale in inglese: "China’s blocking of US aircraft carrier highlights naval tensions in the Pacific"
Pubblicato in francese su mondialisation.ca il 18 dicembre 2007
LIBANO
DOPO L ASSASSINIO DEL GENERALE FRANÇOIS AL HAJJ
L’ESERCITO
L’uccisione dell’ufficiale dimostra che qualcuno vuole indebolire le forze armate. Come, forse, anche l’indicazione del generale Suleiman alla presidenza.
Non è più nemmeno la presidenza della Repubblica la posta in palio in Libano, bensì l’unica istituzione che si è salvata in questi anni da un’astiosa lotta alimentata da forze straniere: l’esercito.
Se dal 2005 il Paese non è scivolato nello scontro a tutto campo, nonostante le devastazioni del conflitto del 2006, gli attentati terroristici, la battaglia a Tripoli con gli islamici militanti durata tutta l’estate scorsa, un Governo delegittimato, una presidenza a lungo vacante, lo si deve alle forze armate libanesi che sono rimaste unite e neutrali.
Questo esercito è stato colpito pesantemente il 12 dicembre scorso con l’assassinio del generale François al Hajj, responsabile delle operazioni militari presso lo Stato maggiore, l’ufficiale che ha guidato l’assedio ai miliziani islamici a Tripoli. Beirut ne ha viste di tutti i colori in tre anni, ma un attacco terroristico ai vertici militari è una novità.
Polizia davanti al Parlamento.
Con l’uccisione di al Hajj si è entrati nella fase del tentativo di destabilizzazione dell’Esercito con un probabile obiettivo: sgomberare il terreno dall’ultima difesa dello Stato. Senza le forze armate coese, in Libano non rimangono che le singole comunità, ciascuna con le proprie milizie e le proprie rivendicazioni. Uno scenario perfetto per gli apprendisti stregoni.
Al Hajj, cristiano maronita, ucciso da una bomba fatta esplodere a distanza al passaggio della sua auto, era già considerato in qualche modo il futuro comandante dell’esercito. Avrebbe sostituito il generale Michel Suleiman, che lo ha guidato dalla fine degli anni Novanta, chiamato ora a ricoprire la carica di presidente.
Anche la repentina decisione di optare per Suleiman da parte della maggioranza parlamentare libanese ha destato non poca sorpresa a Beirut, vista la precedente perplessità espressa sul suo conto dallo stesso schieramento politico.
Un soldato libanese mostra una fotografia del generale François al Hajj ai funerali dell’ufficiale, ucciso a Beirut in un attentato il 12 dicembre.
Qualcosa è comunque cambiato e dalla sera alla mattina Suleiman si è ritrovato come il candidato più gettonato. Fonti vicine alle forze armate hanno fatto notare che destinarlo a un incarico prevalentemente protocollare, come quello del presidente, può rientrare nel disegno di voler svuotare l’esercito.
Al problema della successione qualcuno ha pensato di porre... rimedio, assassinando il generale al Hajj. Che la sua uccisione abbia toccato tasti sensibili lo si è capito da quanto sia rimasto scosso il generale Michel Aoun, leader storico dei cristiano-maroniti, a capo del Libero movimento patriottico, oggi colonna dell’opposizione, il quale senza esitazione ha accusato il Governo libanese, quello appoggiato dalle cancellerie di mezzo mondo, di non essere estraneo al crimine: «Siamo abituati a vedere un gruppo che sfrutta il crimine politico a livello locale e internazionale ogni volta che un crimine viene compiuto», ha detto il generale Aoun. «Utilizzare il crimine ed esentare sé stessi dalle responsabilità indica un complotto tra il beneficiario del crimine e gli esecutori del crimine, i quali potrebbero essere gli stessi... Sospettiamo che coloro che dovrebbero difenderci ci uccidano... Questi crimini non sono distanti dal Governo libanese».
La scena dell’attentato, in un sobborgo cristiano di Beirut,
nel quale è rimasto ucciso il generale al Hajj.
Gli ex nemici oggi al potere
Aoun e al Hajj hanno combattuto fianco a fianco numerose battaglie negli anni Ottanta, quando Aoun era a capo dell’esercito e al Hajj un suo aiutante. Tra i nemici di quegli anni c’erano le Forze libanesi, cristiano-maronite anch’esse, accusate di numerosi attentati e di collaborazionismo con le forze di occupazione israeliane. Oggi le Forze libanesi sono al potere a Beirut, membri della maggioranza che governa.
Ma durante gli anni della guerra civile Aoun e al Hajj hanno fronteggiato anche le milizie del druso Walid Jumblatt, anch’egli influente membro dell’attuale maggioranza, e hanno combattuto pure contro i siriani. Aoun è stato poi costretto all’esilio, mentre al Hajj, rimasto in ombra per qualche anno, è riemerso con forza una decina di anni fa.
Il generale Michel Suleiman, capo di Stato maggiore delle forze armate,
chiamato alla carica di presidente.
Originario del Libano meridionale, del villaggio di Rmeish, a due passi dal confine israeliano, al Hajj, come tutti gli abitanti dell’area, a un certo punto ha dovuto scegliere: stare con o contro Israele. Il generale ha scelto quest’ultima strada. Eppure le forze di occupazione israeliane, che nell’area di Rmeish sono rimaste sino al maggio 2000, gli avrebbero persino offerto il comando del famigerato Esercito del Libano del Sud, un’armata di collaborazionisti locali al servizio degli occupanti, che reclutava, se necessario, strappando con la forza i ragazzi alle famiglie della zona. Al Hajj rifiutò. La casa della famiglia a Rmeish fu bombardata, come pure l’auto con l’ufficiale a bordo.
Una fonte vicina ai militari ha voluto essere esplicita. Tra la fine di ottobre e i primi di novembre Hezbollah ha organizzato un’autentica esercitazione nel Libano del Sud, nonostante la presenza delle forze internazionali, senza però l’utilizzo di armi, né di uniformi, per non violare la risoluzione Onu che ha posto fine alla guerra del 2006. L’esercito avrebbe chiuso un occhio su istruzione del generale al Hajj. Questo potrebbe essergli costato la vita.
Si fermano le proteste, il governo per adesso ha vinto. Usando la mano pesante
Dal nostro inviato Enrico Piovesana
Nel centro di Yangon si respira aria pesante.
Non solo per l’asfissiante caldo umido provocato dalle piogge stagionali; o per il penetrante odore misto - di terra bagnata, legno ammuffito, rifiuti marci, fogne scoperte e smog - che caratterizza questa come tante altre città asiatiche.
Ad appesantire l’atmosfera dell’ex capitale birmana è la massiccia presenza dell'esercito, solo parzialmente ridotta negli ultimi giorni.
Ogni angolo di strada è presidiato da soldati con il fucile spianato, l’elmetto con la stella bianca in testa e un fazzoletto rosso al collo. O dai poliziotti delle forze speciali, anch’essi armati, ma con elmetto e divisa celesti.
Le vie attorno alla Sule Pagoda, chiuse da rotoli di filo spinato e transenne di legno, sembrano retrovie di un campo di battaglia: frotte di soldati sono accampati sotto gli alberi, sui marciapiede e all’ombra dei camion militari, con i fucili appoggiati ai muri e gli scudi accatastati a terra.
Nei giorni scorsi, le stesse pagode buddiste, comprese la Sule e la grandiosa Shwedagon, erano state trasformate in fortini militari dopo essere state chiuse e occupate dall’esercito, con le canne dei fucili che spuntavano dai cancelli al posto delle bacchette d’incenso.
La folla di uomini in longyi – i tipici parei portati al posto dei pantaloni – e di donne truccate con il thanaka – polvere profumata ricavata dall’omonima pianta locale – cammina per le strade tirando dritto davanti ai soldati, senza degnarli di uno sguardo.
I pochi giovanissimi monaci che si aggirano per la città per raccogliere le offerte, allungano il passo davanti ai drappelli di soldati.
In un bar all’ombra di uno dei tanti edifici coloniali del centro – ruderi cadenti e marci, così infestati dalla vegetazione da ricordare le rovine cambogiane di Angkor – tre monachelli novizi, bambini di meno di dieci anni, entrano dalla porta senza dire una parola e si siedono sotto un ventilatore. Aprono le loro ciotole da cui estraggono piccole gavette di latta. Un cameriere le prende e va in cucina. I piccolo monaci, nell’attesa, fissano il televisore acceso sul canale nazionale, Mrtv, dove trasmettono parate militari e soldati che cantano cori patriottici. Il cameriere torna con le gavette piene di riso bollito fumante. I novizi le chiudono nelle ciotole ed escono senza proferire verbo.
“Sono rimasti in giro solo i bambini”, dice un ragazzo avvicinandosi al nostro tavolino. “ I monaci adulti sono tutti finiti in galera o deportati nelle loro regioni d’origine”. U Than Wen è uno studente universitario laureando in fisica e militante del movimento democratico. “L’esercito ha occupato e chiuso tutti i monasteri delle città, arrestando migliaia di monaci e monache e rispedendoli nei loro villaggi natale. Lo stesso sta succedendo a Mandalay e negli altri centri urbani. I militari non sembrano umani, sono degli animali, non hanno rispetto per niente, nemmeno per la religione! I soldati vengono arruolati nelle zone più povere del paese: disperati attratti dalla paga di 10 dollari al mese e dal vitto e alloggio gratis; ignoranti che vengono indottrinati all’obbedienza incondizionata: se gli ordinano di sparare, sparano. A Mandalay, i cadetti del 77° battaglione si sono inginocchiati davanti ai monaci solo perché il lavaggio del loro cervello non era ancora completo”.
U Tha Wen chiama al tavolo un suo compagno di studi e di lotta, Ko Wing, che ascoltava la conversazione dal bancone e ha voglia di parlare. “ Qui a Yangon i soldati non hanno avuto pietà, hanno sparato su tutti: monaci e monache, studenti, donne e bambini. Non sapremo mai quanti morti ci sono stati veramente, ma c’è chi dice che in tutto il paese ve ne sono stati almeno quattrocento. L’altro ieri, quando hanno ucciso il reporter giapponese vicino alla stazione centrale, io ero lì. I soldati sparavano alla cieca dai camion. Un monaco accanto a me è stato colpito alla spalla ed è rimasto lì a terra. Io l’ho preso in braccio provando a fuggire e sono scivolato sull’asfalto bagnato di pioggia di sangue. Vedi?”, dice mostrando il gomito ferito.
“Io invece – interviene U Than Wen – quel giorno ero al monastero del quartiere di Kanbe, dove l’esercito aveva fatto irruzione la notte prima uccidendo due monaci. Quel mattino erano tornati per chiudere il monastero e arrestarli tutti, così noi studenti abbiamo fatto cordone. I soldati hanno aperto il fuoco uccidendo una quindicina di persone”
“Un’altra strage – lo interrompe Ko Wing – è avvenuta alla scuola numero 3, nel quartiere di Tamwe: gli scontri erano vicini e i genitori aspettavano i figli all’uscita dalle lezioni. I soldati hanno pensato che fossero un gruppo di dimostranti e hanno aperto il fuoco, ammazzando diciassette persone”.
Chiediamo loro cosa succederà adesso.
“I monaci sono stati messi fuori gioco”, dice U Than Wen. “Adesso tocca a noi studenti e militanti della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) continuare a lottare. I fucili non ci fanno paura. Anche se la città è ancora presidiata dall’esercito, continueremo a organizzare proteste sporadiche. Oggi pomeriggio, per esempio, proveremo a manifestare sotto il Traders Hotel, quello dei giornalisti. Tenetevi alla larga da quella zona”.
Il pomeriggio però trascorre tranquillo. Il dispiegamento militare scoraggia e stronca sul nascere ogni tentativo di protesta. Una ventina di studenti radunatisi nella 35esima strada vengono subito stati arrestati dai militari. Ne fa le spese anche un turista straniero, fermato dai soldati mentre stava facendo una foto.
L’indomani prendiamo un taxi – come tutti, un rottame arrugginito che arranca sputando fumo nero – e andiamo all’Università’ di Yangon nella speranza di entrare in contatto con i due super-ricercati leader del movimento studentesco: Htay Kywe e Ma Nilar Thein, una ragazza. Purtroppo, i soldati che presidiano l’ingresso del campus non ci fanno nemmeno entrare.
Non rimane che andare là dove nessun tassista vuole portarci: il quartier generale della Nld. A grandi sorrisi d’intesa fanno seguito altrettanti cordiali rifiuti: “Sorry sir, it’s a big problem for me to go there”. Finché Song Wen, tassista militante, non accetta a patto di fermare l’auto a distanza di sicurezza dalla pericolosa destinazione.
“ Se scarico qualcuno davanti alla Nld mi fotografano la targa e per me è finita”, si giustifica. “Le spie sono ovunque”. In vena di confidenze si confessa militante democratico. “The Lady – la signora Aung San Suu Kyi, ndr – e la Nld sono la nostra unica speranza per liberarci da questi mostri. Hanno neutralizzato i monaci, ma la lotta non si fermerà! Stia attento a non farsi seguire quando esce dall’ufficio”.
Con questo suggerimento il tassista-attivista ci lascia in un quartiere periferico indicando una curva tra gli alberi di banyano. “È lì, buona fortuna”.
Il quartier generale della Nld è un anonimo edificio scalcinato con un portone di legno. Da fuori sembra una bettola qualsiasi, finché non si scorgono dietro gli alberi le bandiere che spuntano dal tetto, quelle rosse con il pavone da combattimento giallo e la stella bianca.
All’interno, uno stanzone buio pieno di tavoli affollati da gente che mangia, discute, scrive e legge. Le pareti sono tappezzate di manifesti politici e foto della 'Signora', di suo padre – l’eroe nazionale Bogyoke Aung San – e dei ‘martiri’ della rivolta del 1988. Al piano di sopra – un labirinto di stanzette divise da pareti di legno – due portavoce dell'Nld sono seduti a un tavolaccio, intenti a scrivere su un foglio.
"È una lettera per l'inviato dell'Onu, Gambari", ci spiega Nyan Win offrendoci una tazza di tè e presentandoci il suo collega Hantha Myint. "Speriamo che la sua missione abbia successo - dice Nyan - perché la situazione è drammatica. La repressione di questi giorni ha ucciso decine di persone nella sola Yangon: impossibile avere certezze sul numero complessivo delle vittime in tutto il paese. Molti monaci sono stati uccisi fuori città, durante i raid compiuti dall’esercito nei monasteri. Questa mattina ci hanno detto che due cadaveri di monaci galleggiavano nelle acque del fiume Than, a nord di Yangon. Per non parlare degli arresti: almeno settemila persone sono state finite in galera”.
“Finché le città rimarranno blindate e presidiate dall’esercito – interviene Hantha Myint – le proteste sono praticamente impossibili. Ne era prevista una per ieri pomeriggio, ma è fallita sul nascere. Oggi ce ne doveva essere un’altra, con la partecipazione di monaci e studenti provenienti da fuori città, ma sono stati bloccati alla periferia. Ciononostante, continueremo a provarci e al contempo porteremo avanti la strada del dialogo confinando nel ruolo dell’inviato dell’Onu, Gambari. Chiediamo la scarcerazione di tutte le persone arrestate in questi giorni, l’abbassamento dei prezzi del carburante e sopratutto l’apertura di un dialogo politico con la giunta militare per avviare un processo di transizione democratica. Non ci facciamo illusioni, non ci aspettiamo cambiamenti rapidi. Perché qualcosa inizi veramente a muoversi abbiamo bisogno del sostegno concreto della comunità internazionale”.
“Le sanzioni economiche – dice Tyan Win – non servono a nulla se non prevedono il blocco totale degli investimenti stranieri nel paese, blocco che finora non c’è stato. Francia, Gran Bretagna, India, Russia e sopratutto Cina continuano a fare affari con la giunta del generale Than Shwe. L’occidente, Stati Uniti e Europa, devono fare pressione su Pechino, dalle cui decisioni dipende il nostro futuro. Noi birmani siamo consapevoli di questo: il destino del nostro paese è legato a quello della Cina. La giunta militare si ispira apertamente al modello politico ed economico cinese, attribuendone il successo alla fermezza con cui Pechino ha saputo stroncare sul nascere, nell''89, l'emergere di quelle cosiddette 'forze distruttive' che invece qui in Birmania continuano a creare 'instabilita' e disordine' ritardando il progresso del paese. Questo è quello che si legge sulla stampa di regime in questi giorni, guardate qua", dice Tyan mostrandoci i titoli del 'New Light of Myanmar' che esaltano l'operato degli 'eroici' soldati contro 'i nemici della pace'. "Questa dittatura - continua - concepisce solo la logica della repressione. Solamente la Cina, da cui questo regime dipende politicamente ed economicamente, può convincere i generali a cambiare strada".
Usciamo dal quartier generale della Nld. Nessuno ci segue. Scoppia l’ennesimo acquazzone. La stagione delle piogge non è ancora finita. E, almeno per ora, nemmeno quella della dittatura militare birmana.
Inaciditi di tutto il mondo unitevi e combattete lo spirito natalizio. Lottiamo contro il consumismo a muso duro. Siamo seri: il mondo va a rotoli e la colpa è del Natale.
(Foto FranJa/Flickr)
Confesso che vivo un periodo di serie ristrettezze economiche, pertanto celebrerò il Natale nell’unico modo possibile: con energia, illusione, utopia, sentimento, immaginazione e colori. In definitiva: con la voglia di cambiare il mondo.
Poesie, disegni e dichiarazioni d'amore
La cosa principale da fare in queste ricorrenze, è non confondere il valore con il prezzo. Il regalo fatto a Natale ha smesso di avere un senso perché è percepito come un obbligo, un’imposizione sociale. Questi tanto criticati regali sono in realtà un test di autostima. Facciamo regali per essere amati dagli altri e pensiamo che, facendo dei regali costosi, saremo amati anche di più. Errore madornale. («Amici e parenti che volete farmi un regalo costoso, non lasciatevi fuorviare da queste righe, per favore»).
Il problema non è comprare o no. Esiste un’ampia e variegata gamma di possibilità per omaggiare e mostrare il nostro affetto agli altri: vinciamo la tentazione di comprare tutto con il denaro, siamo creativi!
L’immaginazione, una certa dose d’alternativa e dei pacchetti divertenti garantiscono il successo di regali poco costosi. Possiamo, ad esempio, accompagnarli con dei bigliettini, delle poesie, dei disegni in stile Picasso o fare folli dichiarazioni d’amore non corrisposto ad un fantomatico mister X. L’importante non è soltanto che il regalo piaccia a chi lo riceve, ma anche che sia divertente sceglierlo e presentarlo per chi lo regala.
Famiglia: leggere attentamente le avvertenze
Per evitare gli effetti collaterali causati dall’overdose di contatti familiari, è necessario prendere misure preventive e mettere a punto delle tecniche d’isolamento davanti a commenti e conversazioni indesiderati.
A tavola, per non cadere vittime di molestie in stile Bridget Jones, propongo una duplice strategia alle zitellone incallite come me. Innanzi tutto, fate sempre delle porzioni enormi, specialmente al momento del dessert, e combattete l’arsura mettendo in tavola una quantità di bottiglie sufficienti a stendere dieci studenti Erasmus ad un party di fine corso. Il che implica tante bottiglie. In secondo luogo, per allontanare i temuti commenti del tipo «vediamo un po’ se l’anno prossimo ci fai una bella sorpresa e ti fai il fidanzato» (che non mi tentino, vediamo cosa succede se faccio sedere a tavola un poveretto, il prossimo Natale), niente funziona meglio di un cd con canti natalizi e dei balli. Non scordiamoci che «la musica doma le belve».
Impariamo a dire «no»
Gli istituti nazionali di statistica hanno già annunciato che i consumi aumenteranno del 30% durante il periodo natalizio. Per tanto, chi come me difende il slow food, dovrà mangiare ancora più lentamente per assaporare gli scarsi piatti che potrà permettersi. Non importa, in tal modo eviteremo di spendere in diete quello che precedentemente abbiamo speso per il cibo, siamo positive. Credo nelle virtù del minimalismo gastronomico: meno (cibo) implica più (divertimento). Le cene non saranno copiose e questo ci permetterà d’essere più che brilli avendo bevuto soltanto due bicchieri di vino. Conclusione: risparmieremo in bevute.
Come per i regali, l’importante non è quello che c’è nel piatto. Il principale ingrediente di cene e riunioni familiari lo portiamo noi: il buon umore. E se non ci va di andare alle cene, non sacrifichiamoci inutilmente, impariamo a dire «no».
Non sono una santa. Tuttavia in certe occasioni soffro d’improvvisi attacchi di solidarietà che si aggravano durante il periodo natalizio. Posso rinunciarvi soltanto perché siamo a Natale? Ammetto che, a volte, salutare o prestare delle attenzioni ad una persona che considero infinitamente antipatica è una forma sottile di vendetta. Mi commuove vedere come queste persone – che di solito non parlano, ma abbaiano – si sentono obbligate a sorridere ed essere amabili.
Ogni 6 gennaio organizzo una festa a casa con i miei amici per salutare il Natale. Nel 2005 per aiutare le vittime dello tsunami, abbiamo raccolto dei fondi per un’Ong e da allora è diventata una tradizione. Celebriamo il Natale, ma non rimaniamo sordi al dolore, alle privazioni, alla sofferenza di milioni di persone, tornando ad essere di nuovo bambini.
A seguito di una sua recente visita in Rwanda per partecipare all’assemblea paritetica Ue-Paesi dell’area Africa-Caraibi-Pacifico (o Paesi Acp, sono 79 ex colonie), per discutere di rapporti commerciali tra Europa e Acp, l’europarlamentare Vittorio Agnoletto ci ha inviato la seguente riflessione che volentieri pubblichiamo.
Il Rwanda resterà per sempre nell’immaginario collettivo come la terra dove sono state trucidate oltre ottocento mila persone, in cento giorni, nell’indifferenza del mondo “occidentale”. Per molti di noi, sarà la storia di Paul Rusesabagina, lo Schindler africano, protagonista del film «Hotel Rwanda», o le pagine di Hatzfeld Jean, autore del libro «A colpi di machete». Invece, com’è logico che sia, a Kigali la vita è continuata e il genocidio è stato in parte, in modi diversi, metabolizzato dalla società. Il processo di riconciliazione è in atto e ho avuto modo recentemente di partecipare ad una seduta del Gacaca, il tribunale ove la riconciliazione ha luogo, sistema ispirato ad un’omonima istituzione tradizionale ruandese, uno strumento che è parte della cultura ruandese. Ero a Kigali come eurodeputato per partecipare all’assemblea paritetica Ue-Paesi dell’area Africa-Caraibi-Pacifico (o Paesi Acp, sono 79 ex colonie), per discutere di rapporti commerciali tra Europa e Acp, appunto.
Dal 1996 il Rwanda si è dotato di una legge ad hoc per chi ha organizzato e condotto il genocidio e i crimini contro l’umanità a partire dal 1990, ma in 5 anni furono giudicati solo 6 mila persione su 120 mila, per tanto si sentì l’esigenza di un altro strumento giuridico, i tribunali Gacaca, appunto. A loro, dal 2005, spetta il compito di rivelare la verità su quanto accaduto, sradicare la cultura dell’impunità, rinforzare l’unità e la riconciliazione dei ruandesi e provare la loro capacità di risolvere da soli i problemi del Paese. Esistono attualmente circa 11 mila Gacaca, suddivisi per i tre livelli di giudizio un po’ come accade in Italia. Entro il 2009 dovranno terminare il loro lavoro di raccolta dati e categorizzazione dei diversi episodi e dei reati commessi dai singoli: oltre 85 mila casi di crimini.
Come si svolge allora un processo? Un uomo viene accusato da uno o più testimoni di aver commesso un dato crimine, o aver istigato qualcun altro a compierlo, decide o meno di ammettere i propri crimini e raccontarne i dettagli; un gruppo ristretto di anziani lo ascolta ed esprime al termine del processo un giudizio, altre decine di persone partecipano alla seduta, non ci sono avvocati. Chi partecipa di norma conosce l’imputato e la discussione è un momento pubblico.
Lo scopo è la confessione della colpa, il pentimento dell’autore di tale crimine, la commutazione di una pena, se possibile sotto forma di lavori sociali. I Gacaca sono garantisti, il 30 per cento degli accusati vengono prosciolti. Questo anche perché, inizialmente, chi era accusato finiva direttamente in prigione, solo a quel punto se ne accertavano le responsabilità e tra il ‘95 e il ‘96 molte di quelle persone furono liberate perché dimostratesi innocenti.
Con i Gacaca, dunque, il Rwanda tenta di coniugare la necessità di giustizia con la pacificazione. Il processo sociale e culturale in atto è molto complesso: il presidente Paul Kagame sostiene l’importanza di non distinguere più tra hutu e tutsi, mentre molti giovani chiedono che sia riconosciuta la loro identità di appartenenza, perché solo riconoscendo la pluralità si può vivere come un solo popolo. Le nuove generazioni pensano che non sia possibile fare altrimenti, quando convivi ogni giorno con un vicino di casa che magari ha ammazzato un tuo famigliare o amico.
D’altro canto il bisogno del perdono accomuna migliaia di persone che hanno partecipato, o anche solo visto, o volutamente non visto. È evidente che riemergono, processo dopo processo, ferite insanabili. Come l’episodio di una scuola in cui gli studenti non vollero dire alle milizie se fossero hutu o tutsi e vennero tutti uccisi. Non esistono però i fondi per provvedere al supporto psicologico dei superstiti, vittime o carnefici che siano. È il Gacaca che deve supplire a questa mancanza e cercare di risolvere, collettivamente, anche il trauma del singolo.
Sul genocidio ho potuto solo ascoltare esperienze e cercare di capire; forse è questo il ruolo possibile per ogni “occidentale” cosciente della colpevole indifferenza dell’Europa e degli altri stati del nord del mondo di fronte alla tragedia ruandese.
Ma come vi dicevo il Rwanda ha reagito al proprio incubo collettivo e alcuni settori della vita sociale ne sono una dimostrazione. È quanto accade nel sistema sanitario ruandese, a proposito del quale ho avuto una serie di incontri e colloqui, come medico, oltre che parlamentare europeo, soprattutto in riferimento alla lotta all’Aids. E ho scoperto un sistema impressionante, che riesce a fornire farmaci antiretrovirali per il 50% di coloro che ne avrebbero necessità. Un dato notevole per un Paese dove il 60% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno.
Il Rwanda è uno dei maggiori beneficiari del Fondo Globale per la lotta all’Aids, Tubercolosi e Malaria. Negli ultimi quattro anni ha ricevuto dal Fondo stanziamenti pari a 230 milioni di dollari per sette progetti specifici. L’elemento di maggiore interesse è la modalità di intervento: in Rwanda i soldi del Fondo sono stati integrati completamente nel sistema sanitario nazionale, dunque hanno avuto se possibile un’efficacia ancora maggiore che se fossero stati utilizzati per le singole attività mirate alle tre pandemie.
Grazie ai contributi stanziati dal Fondo è stato sviluppato un servizio sanitario con ambulatori nei villaggi. La formazione è stata rivolta specificamente a persone che ricoprivano in precedenza ruoli di leadership nei villaggi. È stato distribuito materiale informativo di facile consultazione, molto utile non solo per le tre patologie di cui si occupa il Fondo ma per un miglioramento generale delle condizioni sanitarie e lo stesso è stato fatto per il personale medico (1 medico ogni 50 mila abitanti, mentre l’Oms ne reputa necessario 1 ogni 10 mila abitanti).
Ancora, il Rwanda è il primo stato africano ad avere applicato una clausola degli accordi Trips (accordi del Wto sulla proprietà intellettuale), in materia di brevetti farmaceutici, che per un Paese in stato di epidemia permette l’importazione di versioni generiche dei farmaci necessari. Se questo progetto dovesse funzionare a pieno regime, si aprirebbero scenari importanti per tutto il continente africano riguardo alla possibilità di "bypassare" (o quasi) le multinazionali farmaceutiche.
Tutto ciò dipende però in qualche modo dal motivo centrale della mia visita in Rwanda, ovvero la discussione sugli Epa, gli accordi di partenariato economico tra Unione Europea e Paesi Acp. Attualmente la Europea sta cercando di convincere con ogni mezzo gli stati Acp a firmare gli Epa La maggior parte delle ex colonie, ad oggi, ha deciso di non siglare gli accordi. Se questi venissero applicati, infatti, i Paesi africani sarebbero obbligati ad abbattere i propri dazi doganali (che proteggono i loro prodotti), mentre l'UE manterrebbe le sovvenzioni per l'esportazione dei propri prodotti agricoli: per l'Africa sarà una catastrofe. In un solo anno si stima che il Rwanda perderà oltre 17 milioni di dollari. Un bel modo per cercare di saldare il debito morale dei Paesi ricchi nei confronti del popolo ruandese.
Ad un mese dalla tornata elettorale in Croazia è praticamente sicuro che la carica di nuovo premier verrà ricoperta da Ivo Sanader, già premier e presidente del partito di centrodestra HDZ. La cronaca del nostro corrispondente
L’attuale premier croato Ivo Sanader, il cui partito Unione democratica croata (HDZ) è il vincitore relativo delle elezioni parlamentari del 25 novembre scorso, con ogni probabilità riuscirà a formare il governo e mantenere la posizione di premier. Sanader il 15 dicembre ha ricevuto ufficialmente il mandato per la formazione del nuovo governo dal presidente della repubblica Stjepan Mesic, nonostante quest’ultimo sia rimasto indeciso per ben tre settimane, attenendosi in modo rigoroso alle norme della Costituzione croata secondo la quale il mandato lo riceve chi è in grado di garantire di avere il sostegno della maggioranza dei deputati del parlamento. Dal momento che il risultato elettorale era risicato e dal momento che l’HDZ ha ottenuto 66 seggi e l’SDP 56, e che entrambi i leader di partito – Ivo Sanader e Zoran Milanovic – hanno affermato di essere in grado di garantire la maggioranza necessaria dei 77 deputati, Mesic ha atteso i risultati dei loro colloqui preliminari coi potenziali partner di coalizione, per vedere chi sarebbe stato più vicino ad avere la maggioranza.
Quando due parlamentari – quello che al parlamento rappresenta la minoranza nazionale rom e il deputato del Partito croato dei pensionati (HSU) - hanno sottoscritto la dichiarazione con cui hanno promesso l’appoggio all’attuale premier e presidente dell’HDZ Ivo Sanader, e quando la coalizione verde-gialla dei contadini (Partito croato dei contadini) e dei liberali (Partito social liberale croato – HSLS), i quali insieme hanno otto deputati in parlamento si è espressa per Sanader, Mesic ha ritenuto che con 76 deputati sicuri Sanader è quello più vicino ad avere la maggioranza.
Ma nonostante ciò Zoran Milanovic, presidente del Partito socialdemocratico (SDP), ha continuato a dichiarare che non rinuncia alla formazione di un governo di centrosinistra e che riuscirà a farlo. Milanovic, che quest’anno ha sostituito alla guida del partito il defunto Ivica Racan (che fu premier della coalizione di governo durante il mandato del 2000-2003), è riuscito ad ottenere il maggior numero di seggi nella storia di questo partito. Ma pur sempre 10 in meno del HDZ.
Il calcolo di Milanovic si basa sul fatto che l’HDZ in Croazia ha ottenuto 61 seggi, e cinque dalla diaspora, quindi complessivamente 66 seggi al parlamento, ma anche i partiti di centrosinistra (SDP, HNS e IDS) insieme hanno ottenuto 66 seggi. Milanovic durante la campagna elettorale si era posto duramente contro il diritto della diaspora di votare per le elezioni in Croazia, perché la diaspora è prevalentemente composta da croati che vivono nella vicina Bosnia Erzegovina. Dal momento che loro sono un popolo costituente di quello stato, non dovrebbero, ritiene Milanovic, avere il diritto di voto anche in Croazia. Ma per la Costituzione croata funziona così, e la diaspora in BiH è sempre stata una riserva di voti per l’HDZ. Così è accaduto anche questa volta. E senza quei cinque seggi Sanader probabilmente non sarebbe stato in grado di formare il governo.
L’ostinazione di Milanovic nel continuare ad insistere di poter formare il governo, quando è ormai del tutto certo che lo farà Sanader, il quale ha già ricevuto la benedizione del presidente della repubblica Mesic, può essere spiegata, secondo gli analisti politici, in due modi.
Primo è che nonostante il fatto che la coalizione dei contadini e liberali si sia orientata verso Sanader, tutti i deputati di questi due partiti non sono inclini all’alleanza con l’HDZ. Potrebbe accadere che, quando ci sarà la votazione in Parlamento, almeno due di loro non votino. In modo simile potrebbe accadere anche coi deputati delle minoranze nazionali, e se ciò dovesse accadere allora Milanovic sarebbe in vantaggio.
Il secondo motivo della caparbietà di Milanovic, affermano gli analisti, è che il continuo esercitare pressioni su Sanader fa in modo che questi faccia maggiori concessioni ai suoi partner di coalizione. Perché Milanovic, sostengono gli analisti, sa che non riuscirà a formare il governo ma desidera indebolire il più possibile Sanader sì da poterlo danneggiare maggiormente dai banchi dell’opposizione. Sanader sta facendo abbastanza concessioni ai suoi partner di coalizione, voto doppio per le minoranze, divieto di lavoro degli esercizi durante la domenica, referendum sulla decisione sull’ingresso del Paese nella NATO o sulla dichiarazione di una zona ittico-ecologica nell’Adriatico, contro la quale, sotto la pressione dell’Italia e della Slovenia, si oppone l’Unione europea.
Con 56 seggi al Parlamento e l’appoggio del HNS e dell’IDS (insieme 10 deputati) Milanovic potrebbe rappresentare un’opposizione piuttosto scomoda, pronta in ogni momento critico non solo a scuotere il governo ma forse pure a buttarlo giù. Ecco perché un Sanader debole, pronto a sempre maggiori concessioni che non riuscirà a mantenere, è proprio ciò che Milanovic con la sua tattica sta cercando di ottenere.
I rivali di Milanovic, invece, sostengono che lui desidera formare il governo ad ogni costo, consapevole che Sanader, se riuscirà di nuovo ad essere premier, sarà colui che porterà il Paese nell’Unione europea, cosa che alle prossime elezioni politiche del 2011 non darà alcuna chance al SDP di ottenere il potere. Gli oppositori di Milanovic come miglior prova di questa tesi sottolineano la sua prontezza a cercare l’appoggio anche dei tre deputati del partito regionale HDSSB, partito che dopo l’uscita dal HDZ è stato fondato da Branimir Glavas. Quest’ultimo, a dire il vero, è sotto processo a Zagabria per crimini di guerra e sospettato di essere responsabile della morte di almeno 12 civili serbi a Osijek nel 1991.
Nonostante Glavas sia uno di quei tre deputati (è stato eletto anche nella nuova composizione del Parlamento, nonostante sia in carcere), non ha impedito a Milanovic di discutere con lui un possibile sostegno. E non solo: il partito di Milanovic, a livello locale, nella città di Osijek, la quarta città della Croazia, sta ultimando gli accordi sulla coalizione di questi due partiti per il governo della città. Questo perché a Osijek si sono tenute le elezioni amministrative anticipate quando ci sono state le politiche, e questa coalizione del tutto insolita era stata la concessione al partito di Glavas per ottenere il sostegno in Parlamento. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8755/1/51/
AMAZZONIA: RAFFORZATE SANZIONI CONTRO DISBOSCAMENTO ILLEGALE
Pesanti multe colpiranno la deforestazione indiscriminata delle foreste dell’Amazzonia e chi “acquista, agisce da intermediario, trasporta o commercializza” le sue ricche risorse naturali: lo stabilisce un decreto che, firmato dal presidente Luiz Ignacio Lula da Silva, prevede anche nuove misure preventive per evitare l’ulteriore saccheggio del ‘polmone verde’ del pianeta. Secondo gli ultimi dati, forniti dopo la firma del decreto dal ministro dell’Ambiente Marina Silva, il disboscamento in Amazzonia è diminuito negli ultimi quattro anni: dai 27.000 chilometri quadrati che risultavano distrutti nel biennio 2003-2004 si è passati a 11.200 nel biennio 2006-2007, una diminuzione del 59%; dall’agosto scorso a oggi è segnalata però una tendenza inversa, con un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo del 2006, che ha spinto il governo a prendere nuovi provvedimenti. Si stima che in totale almeno il 17% dell’intera Amazzonia brasiliana sia stato raso al suolo principalmente per creare nuovi pascoli per l’allevamento di bestiame; una percentuale che secondo alcuni studiosi rischia di salire fino al 40% entro il 2050.
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CINA Presentata la “Fenice volante”, primo jet passeggeri cinese Può portare fino a 100 passeggeri su voli regionali, previsto l’utilizzo entro il 2009. Può essere adottato dal robusto mercato cinese, ma analisti ritengono arduo conquistare il mercato, che già vede modelli collaudati e meno costosi. Il vicepremier: è una questione di orgoglio nazionale.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La statale China Aviation Industry Corp I (Avic I) ha presentato ieri il primo jet interamente ideato e costruito in Cina. L’ARJ21 (jet avanzato per il raggio regionale per il 21mo secolo) può portare da 70 a 100 passeggeri. Farà il primo volo di prova a marzo e si prevede che sia operativo per la fine del 2009.
Ma la Cina, secondo mercato mondiale per l’acquisto di aerei passeggeri, vuole realizzare velivoli più grandi, competitivi con il Boeing 737 o l’Airbus 320 di cui sta facendo importanti acquisti. Intanto dice di avere già ordini per 170 di questi jet regionali e prevede di venderne centinaia nei prossimi 20 anni, grazie soprattutto al mercato interno. Una compagnia aerea laotiana si è già impegnata a ordinarne 2. Anche se analisti considerano la previsione molto ottimistica.
Comunque l’ARJ21, chiamato Xiang Feng (“Fenice volante”), è prodotto della tecnologia cinese solo al 60% e si è avvalso della collaborazione di almeno 19 compagnie estere: la General Electric Co. ha fornito i motori, la Hamilton Sundstrand l’impianto elettrico, la Rockwell Collins Inc. l’elettronica per sistemi di pilotaggio e di volo.
Analisti hanno osservato che il progetto non è vantaggioso da un punto di vista economico, ma il vice premier Zeng Peiyan ha spiegato durante la cerimonia, trasmessa in diretta tv nell’intero Paese, ma vietata alla partecipazione dei media esteri, che è anzitutto una questione di orgoglio nazionale e che questo “dimostra che la Cina è capace di ideare e realizzare un aereo passeggeri”.
Esperti osservano che il mercato già offre molti modelli aerei ben collaudati in questo segmento e che non sarà facile conquistare la fiducia internazionale. L’ARJ21 costa 250 milioni di yuan (34 milioni di dollari), mentre il suo omologo Embraer 175 costa circa 30 milioni di dollari. Anche il direttore generale della Avic, Lin Zuoming, ha detto che la Cina “volta pagina” e “diventa parte dell’industria aviatoria mondiale”, ma che ci vorrà molto tempo prima che ciò sia “vantaggioso economicamente”.
Negli anni ’70 la Cina ha realizzato un quadrimotore da 150 passeggeri simile al Boeing 707. Ma non è stato mai utilizzato per voli commerciali. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11098&size=A
Sotto l’albero dei manager ci sono doni anche per i cattivi
DI ALBERTO STATERA
Per i manager delle società italiane quotate in Borsa sembra che la Befana col naso adunco e la calza col carbone dei bambini cattivi non arrivi mai, neanche quando i risultati che hanno ottenuto nelle loro aziende sono più che deludenti. Per loro c'è sempre un rubizzo Babbo Natale che scende benedicente dal camino carico di bonus, stock option, premi di operosità, scivoli, uscite morbide, "exit ratchet", che non sappiamo bene cosa siano ma che gonfiano comunque di centinaia di migliaia di euro, quando non di milioni, i già cospicui redditi di questa "casta", per usare un termine di moda, che quasi sempre ha il potere di autodefinire il livello delle proprie retribuzioni, dei colossali "ammennicoli" e degli spesso incredibili benefits: barca con equipaggio all'ancora ai Caraibi, jet privato pronto a decollare in pista, garconierre per le serate solitarie fuori sede. Ciò che ci induce persino a qualche simpatia per gli odiatissimi manager pubblici, reduci in questi giorni da una forsennata campagna di lobbing per evitare che nella Finanziaria il loro reddito massimo fosse fissato autoritativamente dal governo in miseri 275 mila euro, poco meno di un settimo di quanto mediamente incassano in un anno gli amministratori delegati delle aziende quotate in Borsa.
Cioè, circa un paio di milioni tra stipendio e bonus, secondo l'ultima rilevazione condotta per "Il Mondo" da Taxis, società di consulenza specializzata in "analisi retributive". Naturalmente, la media di Taxis, per la logica del pollo, non fa giustizia delle punte, che sono tante e spesso ignote. Noi, per dire, vorremmo avere l'opportunità nella vita di conoscere di persona tale Rosario Bifulco, ex amministratore delegato di Lottomatica, che ha portato a casa l'anno scorso 37 (diconsi trentasette) milioni di euro. Quest'anno la sua società ha perso in Borsa il 24%, ma non dubitiamo che Babbo Natale sarà magnanimo con lui e soprattutto col suo successore Marco Sala. In assenza di Bifulco, ci accontenteremmo pure di stringere la mano, diciamo a caso, a Francesco Saverio Vinci, che di milioni ne ha messi via 17,3, o a qualcuno degli altri cinque manager di Mediobanca che nell'esercizio chiuso al 30 giugno scorso ne hanno incassati 40. O persino a uno solo di quei sei manager che l'anno scorso, cambiando azienda, hanno incassato liquidazioni per 65 milioni.
E' vero, il più delle volte i manager pubblici vengono nominati non tanto per le loro qualità professionali e per la capacità di produrre ricchezza o efficienza, ma per le amicizie giuste, per la fedeltà al partito di appartenenza. Ogni volta che si prende un treno si maledice infatti il politico o i politici che hanno dato uno stipendio di 1,2 milioni di euro a quel sindacalista, Mauro Moretti, che dovrebbe far funzionare le ferrovie, e liquidazioni di 6,7 e 7 milioni a Giancarlo Cimoli e Elio Catania, che il disastro ferroviario hanno gestito negli anni precedenti. Ma come vengono nominati il più delle volte i manager privati, se non anche loro per logiche di "clientela e parentela", come le chiamava Guido Carli, o di garantita e assoluta fedeltà alla loro "cordata"?
Quest'anno alcuni dei principali grandi gruppi hanno perso in Borsa, per cui i bonus dovrebbero scemare. Ma saremo curiosi, in aprile, quando arriveranno i bilanci delle società quotate, di vedere se Babbo Natale, nonostante le negative preformance è stato, come fieramente sospettiamo, egualmente generoso. E faremo magari un test per verificare se anche quest'anno c'è qualche manager per eguagliare il cui reddito con un normale stipendio di 30 mila euro l'anno, bisognerebbe lavorare all'incirca per 1.238 anni. O lavorare in 1.238 per un anno solo.
a. statera@repubblica.it
Prodi sta tagliando un panettone per molti impossibile, anche triste e anche serio, prima con gli operai di Torino e ieri con i nostri in Afghanistan.
Lavoro standard europeo per un Presidente del Consiglio, finita quell'assurdità della Finanziaria e quell'altra assurdità, detta Casa della Libertà.
Il meno peggio si conferma, in fine d'anno. Nonostante squali e caimani.Teniamocelo finchè regge. Che, tutto sommato, è meglio.
E facciamo politica sulle politiche e sui progetti.
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Nel 2005-2007, se ci pensate bene, hanno iniziato a formarsi, qui in Italia, degli anticorpi ben più visibili e aggreganti, antagonisti all'infezione sistemica. Si chiamano Beppe Grillo, Marco Travaglio, Michele Santoro, Milena Gabanelli....e tanti altri (tanti, ho citato solo i più visibili). Hanno trovato terreno favorevole nella prima maturità di questo (questa rete) ambiente attivo di replicazione.
L'azione fertilizzante e replicativa di questi anticorpi, a mio modesto avviso, ci ha fruttato, in buona parte, questa inattesa stabilità politica, avvenuta nella sostanza non tanto per valore in sè dell'attuale governo, ma principalmente per crisi e declino a catena dei nani e ballerine pretendenti al trono (basti pensare all'asse D'Alema-Berlusconi, così aggressivo fino alla prima metà del 2005).
Forse è un inizio di cambiamento, di sicuro da non interrompere. Anche se, di per sè, degli anticorpi sono solo organismi mirati ad combattere contro avversari pericolosi per l'organismo generale. Ma le cellule giovani e semplici possono, una volta superato il pericolo, rapidamente mutare e evolvere anche a uno status di organizzazione costruttrice.
Non sarà un semestre europeo ordinario, quello che vedrà impegnato la Slovenia a partire dal primo gennaio 2008. Il nostro piccolo vicino di casa ha fatto in questi anni passi da gigante, segnando una serie di record da fare invidia a tutti gli altri paesi est-europei entrati nell'Ue nel 2004. E' da sempre il primo della classe, ha l'economia più stabile, ha già introdotto l'euro senza particolari scossoni, sarà anche il primo a gestire per sei mesi la politica del continente. Ieri notte, la festa europea dell'allargamento di Schengen ha toccato anche l'Italia, proprio nel suo confine nord-orientale, fra Trieste, Gorizia e Nova Gorica: da Venezia a Lubiana senza più frontiere e controlli, lungo un limes che ha raccontato pagine tragiche di storia. Anche così l'Europa cura le ferite del passato e apre nuovi scenari. Da gennaio la Slovenia prende il timone e si troverà a gestire la questione del Kossovo. Come dire, nessuno sconto per i nuovi arrivati: subito la prova più difficile. Ma, ovviamente, per la sua storia recente, la Slovenia ha tutte le carte in regola per gestire la crisi che si apriràhttp://walkingclass.blogspot.com/
Giornata storica per i diritti umani in Uruguay. L’ex dittatore uruguayano Gregorio Álvarez è stato arrestato questa mattina a Montevideo. Il giudice Luís Charles ha ordinato che venga processato come responsabile diretto del sequestro, trasferimento clandestino, tortura, assassinio e sparizione di 30 cittadini uruguayani esiliati in Argentina nel 1978, quando esercitava il ruolo di comandante dell’Esercito. Con Álvarez, soprannominato “el Goyo”, è stato arrestato anche l’ufficiale della marina in pensione Juan Carlos Larcebeau, mentre per un terzo repressore, Jorge Tróccoli, latitante, già due mesi fa era stato emesso un mandato di cattura internazionale.
Con l’arresto di Álvarez si conferma che anche l’Uruguay, che era rimasto silente per molti anni nel colpire l’impunità delle dittature fondomonetariste degli anni ’70 è oggi un fiume in piena nel riscatto della memoria e nella ricerca di giustizia. Chiave di questo cambiamento è la lunga battaglia che portò nell’ottobre del 2006 ad includere il crimine di “sparizione forzata” nella legislazione uruguayana. A poco più di un anno da quell’evento i risultati stanno arrivando.
L’arresto del Goyo segue quello del suo predecessore Jorge María Bordaberry e si inserisce pienamente nel contesto del Piano Condor per il quale a Buenos Aires, appena due settimane fa, è stato rinviato a giudizio l’ex dittatore Jorge Rafael Videla. Il giudice federale argentino Sergio Torres, che ha istruito il processo e disposto il rinvio a giudizio, ha definito “il Piano Condor una vasta associazione a delinquere attiva nel Cono Sud, diretta al sequestro, alla sparizione, tormento e morte, senza considerare limiti territoriali o la nazionalità delle vittime”. Oggi dalle carte del rinvio a giudizio di Álvarez emerge che lo stesso, proprio con la partecipazione al Piano Condor acquisì i “meriti” che gli permisero dall’81 all’84 di essere capo supremo della dittatura militare.
Secondo Óscar López Goldaracena, avvocato di parte civile per l’associazione dei familiari di detenuti desaparecidos, “è un giorno fondamentale per la giustizia e per la memoria, ma il lavoro continua perché adesso è il momento di sapere veramente che cosa è successo e dove sono i desaparecidos”.
L'edizione 1334 di Semana (che è del 26 Novembre, ma che solo ora ho avuto in mano in forma cartacea) contiene un'intervista di María Isabel Rueda a Piedad Córdoba; l'occasione è lo "strappo" di Uribe, la sua decisione di ritirare a lei ed a Chávez il mandato per la negoziazione dell'intercambio umanitario con le FARC.
Ci sono vari passaggi da sottolineare, sia essenziali al processo di pace che "curiosi".
Tra i primi, l'affermazione che gli U.S.A. sono pronti a negoziare la liberazione di "Sonia" e "Trinidad" una volta avute le prove di sopravvivenza. È la conferma dell'esistenza concreta della "sponda" americana, nonostante il silenzio ufficiale del governo americano sul tema. E poi il tono generalmente positivo con cui tratta Uribe, al quale riconosce - ad esempio - di non aver dato retta alle "male lingue" del Parlamento che temevano una sua esposizione mediatica eccessiva ed il conseguente vantaggio politico per la senatrice dell'opposizione.
Tra i passaggi curiosi ce ne sono almeno un paio incredibili.
Il primo riguarda l'incontro tra Chávez e Sarkozy. Per trasmetterci la cordialità esistente tra i due, la Córdoba cita le prima parole del Presidente francese all'omologo venezuelano: "A me piacciono le donne quanto a te". Incredibile.
Ed ancora sul filone della misoginia, racconta della prima riunione tra Chávez e le FARC, a Caracas, e di quando decide di ritirarsi e "lasciarli parlare tranquilli". La ragione di questa discrezione? Quasi certamente ce n'è una politica, ma quella che decide di citare all'intervistatrice (donna) è questa: "Per una donna, con o senza discussione, con questi personaggi è dura. A loro sembra strano che noi donne pensiamo".http://bogotalia.blogspot.com/
Morales ed i suoi hanno approvato domenica la Carta Magna che indirizza la Bolivia verso una nuova Costituzione. L’opposizione non c’era, a rendere evidente come la spaccatura con il governo sia difficilmente sanabile. Lungi dal trovare la via al negoziato e al dialogo, le province ribelli, capeggiate al solito da Santa Cruz, hanno scelto la via della disobbedienza –e spesso della violenza-, organizzando proprie assemblee nel tentativo di legittimare i processi di autonomia politica dal governo centrale.
Sulla Costitizione pesa soprattutto un articolo, il 398, che regola la proprietà privata. L’articolo è stato voluto per combattere il latifondo e l’abbandono in cui versano migliaia di ettari, in mano a proprietari che non hanno la volontà o la possibilità di renderli produttivi. Il 398 pone quindi un tetto –di 10.000 o 5.000 ettari, lo deciderà un referendum- di proprietà per persona. Un esperimento socialista, secondo l’opposizione; una misura necessaria di giustizia sociale, secondo il governo.
Fatto sta che si è tornati di nuovo a parlare di secessione, un progetto che Santa Cruz e Tarija rincorrono da tempo. Morales, però, ha ottenuto in questo difficile momento l’appoggio dei paesi vicini. Lunedì ha ospitato Lula e la Bachelet per lanciare il corridoio commerciale tra i due oceani, ricevendo così un’importante dimostrazione di stima e legittimità (il corridoio passerà infatti proprio nelle province disubbidienti).Nella foto dell’AP, Henry Flores mostra la sua “invenzione”: la banconota da 100 cruceños, la moneta della futura (?) Repubblica di Santa Cruz.http://luiro.blogspot.com/
Grande passo in avanti in tema di riconoscimenti di diritti e parità sociale.L’Uruguay sarà il primo paese della regione latinoamericana a permettere le unioni tra persone dello stesso sesso a livello nazionale. Il senato uruguayano ha infatti approvato la “Ley de Unión Concubinaria”.
La legge, che probabilmente sarà promulgata prima della fine del 2007, fa dell’Uruguay un paese all’avanguardia in materia di ricoscimento di diritti omosessuali a livello mondiale e il primo paese latinoamericano a fare una apertura di questo tipo a livello nazionale. Tra i vari aspetti legiferati, la Ley de Unión Concubinaria, approvata dal governo di sinistra di Tabaré Vázquez, stabilisce che le persone che abbiamo convissuto per più di cinque anni ininterrottamente mantenendo una relazione affettiva e sessuale hanno pieno diritto ad avere riconosciuta la loro unione dal punto di vista giuridico.
Inoltre la legislazione definisce anche altri aspetti regolando la divisione dei beni e stabilendo i diritti delle parti per quanto riguarda l’eredita e la previdenza sociale.
Il grande passo in avanti, festeggiato dalle comunità omosessuali dell’intera America Latina, è l’articolo 2 della legge, che l’opposizione ha tentato di boicotteare con l’appoggio della Chiesa Cattolica, ma su cui la maggioranza non ha ceduto.Quest’articolo stabilisce che per “unione concubinaria” si deve intendere una comunità di vita affettiva stabile tra due persone indipendentemente dal loro sesso, la loro identità e la loro orientazione sessuale”.
La senatrice uruguayana Percovich ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione di questa legge da parte del Senato in quanto implica di fatto il riconoscimento della possibilità di esistenza di “famiglie diverse”. La Percovich è stata una delle promotrici di questa legge sin dalla passata legislatura, quando per la prima volta venne fatto riferimento a coppie dello stesso sesso.
Secondo uno studio effettuato dal quotidiano uruguayano “El Pais” negli ultimi vent’anni in Uruguay si sono tripliate le unioni di fatto (indipendentemente se etero o omosessuali).
A livello continentale americano il piccolo Uruguay diventa quindi il primo stato a riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, i precedenti tentativi, come quelli delle capitali Buenos Aires e Città del Messico, avevano solo effetti giurisdizionali e non erano estesi all’intero territorio nazionale.
Quanti di voi si sentono tristi e malinconici proprio durante il periodo delle feste? Forse sarà perchè avete smesso di credere a Babbo Natale...
Come era bello il Natale di quando ero piccolo (Foto Flickr/disco~stu)
La magia delle luci, l’abete, lo stupore dei bambini, senza dimenticare i regali. Il Natale è il periodo dell’anno in cui sorridere è d’obbligo e le preoccupazioni devono essere messe da parte. Nonostante ciò, alcune volte, i brutti pensieri non hanno voglia di andare via e ci sono buone ragioni per essere giù di morale. Basta visitare i forum e i post sulla depressione post-natalizia o fare un rapido sondaggio tra gli amici per rendersene subito conto.
Natale: inno alla spesa
Il periodo delle feste può essere fonte di angoscia perché “fare buon viso a cattivo gioco” non è per nulla facile e spesso comporta compromessi e costrizioni. Come per ogni tradizione che si rispetti Natale significa: famiglia. Ma non sempre la riunione familiare è gradita. Senza dimenticare, però, che lo spirito natalizio resta legato ad una tradizione religiosa, incrollabile. Anche se bisogna riconoscere che l’aspetto marketing è ormai predominante. Gli inviti al consumo sono accesi ad ogni angolo di strada, su ogni volantino. Un vero inno alla spesa. L’organizzazione del pranzo e l'acquisto dei regali diciamolo pure: sono compiti ingrati. Per lo scrittore tedesco Andreas Meier, occorrerebbe «ristabilire il senso cristiano della festa accordandole un po’ meno importanza. Bisognerebbe conservare una certa distanza con l’aspetto religioso, come facciamo durante il resto dell’anno.»
«Personalmente non attribuisco alcuna importanza a tutte queste 'feste', e non mi sento molto felice», scrive qualcuno su un forum. Quando si diventa grandi, la magia del Natale non funziona più: «ha perso il suo incanto e mi rende triste. Mi riporta alla mia infanzia e a tutti quei meravigliosi Natali che passavamo in famiglia», scrive una giovane donna.
Questa pressione a essere felici a tutti i costi, può anche condurre alla depressione. I 'Samaritani', un servizio di sostegno psicologico telefonico in Gran Bretagna, affermano di prendere molto sul serio il periodo critico delle festività di fine anno, con una chiamata ogni 6 secondi. Secondo la loro esperienza, così come il benessere e la felicità, anche le sensazioni di malessere possono intensificarsi in questo periodo.
Dominic Rudd, Vice-Presidente dell’associazione, aggiunge che: «Nessuno è al riparo dalla sensazione di solitudine. Possiamo essere circondati dalla famiglia e dagli amici, ma sentire il bisogno di parlare con qualcuno che non conosciamo».
Per la prima volta Cina e India hanno tenuto manovre comuni con le loro truppe di terra
Cina e India hanno inaugurato i giochi di guerra. E' la prima volta che i due giganti demografici ed economici d'Asia dispongono in azione congiunta le loro truppe di terra. La loro mira è diventare anche giganti strategici. Un semplice invio di truppe indiane – un reggimento – nella regione di confine nel Meridione cinese, lo Yunnan. E' la prima volta che truppe dei due stati cooperano per una manovra, dopo il breve conflitto himalayano dell'ottobre 1962, per dispute di confine ancora irrisolte. Per il ministero della difesa di Pechino la cooperazione servirà a “portare pace e prosperità ai due Paesi” e a combattere “i tre nemici comuni: separatisti, terroristi e estremisti”. Infatti le truppe dei due eserciti vengono dalle fila di reparti speciali destinati a pattugliare regioni di confine con una forte spinta autonomistica. Kashmir e Assam per gli indiani, per esempio.
Un passo sulla via della normalizzazione dei rapporti diplomatici, dopo che nel 1987 alcune schermaglie sulla frontiera di montagna stavano rivitalizzando il conflitto. Ma l'abbandono definitivo del conflitto è arrivato l'anno scorso, quando Pechino ha virtualmente abbandonato ogni propria rivendicazione sul Sikkim. Occasionali focolai di tensione si sono avuti nel corso dell'anno passato, quando gli indiani hanno approfondito i loro legami strategici con gli Usa, avviando esercitazioni navali congiunte nel Golfo del Bengala. Cooperazione strategica destinata ad approfondirsi a luglio 2008, quando in una base aerea Usa nel deserto del Nevada, parteciperanno diversi paesi asiatici ad esercitazioni di guerra aerea. Diversi Paesi asiatici attueranno 'war games' di evcchio stampo antisovietico, imitando le tattiche d'attacco dei Mig Urss. Oltre a Nuova Delhi, manderanno propri caccia Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Giappone. Per l'ira di Mosca, che si considerava un buon alleato degli indiani.
Gian Andrea Gaiani, direttore della pubblicazione 'Analisi & Difesa', cerca di minimizzare la portata di queste esercitazioni al telefono con PeaceReporter.” Sicuramente sono delle esercitazioni di basso profilo militare. Dopo che le parti hanno firmato un accordo strategico (l'anno passato, ndr), un normale scambio di visite a livello di reggimenti è un pro forma che non cambia la sostanza delle esigenze strategiche dei due giganti.
Le due parti non arriveranno mai a essere buoni alleati..
“Rimangono dei sani rivali. Non si sono risolte le dispute territoriali, anche se c'è un clima più disteso. C'è anche un cambio bipolare nella relazione tra Nuova Delhi e Pechino: da una parte gli indiani guardano con più rispetto ai cinesi. Negli ultimi 20 anni il peso militare della repubblica Popolare si è grandemente espanso, in termini di armamenti ed ambizioni. Da parte cinese, gli indiani vengono invece visti con più preoccupazione, visti i loro recenti rapporti sempre più amichevoli con gli Usa. Gli indiani si approvvigioneranno direttamente dagli arsenali americani, il che fa pensare agli ufficiali cinesi che non sia il caso di cercare nuove scaramucce con il vicino meridionale.
Va tutto inquadrato nel nuovo peso cinese nel quadrante asiatico, per esempio dopo le esercitazioni della Sco (Shangai Cohoperation Organisation, organismo regionale di difesa che include Russia, Cina, e repubbliche ex Urss) la scorsa estate,,,,
“Tutte e tre, Russia India e Cina per ora cercano la collaborazione; una intesa destinata a saltare, quando i nodi verranno al pettine, per esempio quando la sovrappopolazione cinese spingerà per riempire gli spazi vuoti siberiani. Per adesso certo i cinesi vogliono tenersi buoni i vicini dell'ovest, così come il miliardo di indiani a sud. E hanno un collante molto forte: la comune lotta contro il terrorismo internazionale, ultimamente soprattutto di matrice musulmana. Non credo che ci sia però per il momento nessuna ragione di attrito tra le tre potenze: Pechino al contrario, sta cercando l'espansione militare nel settore navale. Due anni fa ha fatto un ottimo affare col regime amico dei militari del Myanmar e ha ottenuto la concessione militare per le isole a nord delle Nicobare, sotto il Golfo del Bengala. E' stato messo un primo piede nell'oceano indiano, un evento fondamentale. E' in quella direzione che bisogna monitorare l'espansionismo strategico di pechino.
di George Monbiot - da The Guardian . Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini
Signore e signori, Ho trovato la risposta! Per quanto incredibile possa sembrare, sono inciampato per caso nell'unica tecnica che ci salverà da un cambiamento climatico fuori controllo! Per pura bontà di cuore, ve la offro gratis. Nessun brevetto, nessuna condizione particolare stampata in caratteri illeggibili, nessuna clausola nascosta.
Si tratta di una tecnologia legata a un nuovo metodo radicalmente innovativo di captazione e immagazzinamento del carbonio, che sta già provocando forti reazioni nel mondo scientifico. É economica, efficiente, e può essere sfruttata da subito. Si chiama: lasciamo i combustibili fossili nel sottosuolo.
Una sporca giornata della scorsa settimana, mentre i governi erano riuniti a Bali a prevaricarsi sul cambiamento climatico, con un piccolo gruppo abbiamo cercato di mettere in pratica questa strategia. Siamo piombati nella miniera di carbone a cielo aperto in attività a Ffos-y-fran nel Galles meridionale e abbiamo occupato gli impianti di escavazione, impedendo per un giorno le attività. Eravamo spinti da un fatto, che i saggi di Bali hanno in qualche modo tralasciato: se si estraggono, i combustibili fossili, poi saranno utilizzati.
Gran parte dei governi nel mondo ricco ora esortano i propri cittadini a usare meno carbonio. Ci spingono a cambiare lampadine, isolare i tetti, spegnere la televisione. In altre parole, utilizzano una strategia orientate alla domanda per affrontare il cambiamento climatico. Ma per quanto ne so io, nessuno di loro ha adottato una politica dell'offerta. Nessuno cerca di ridurre la disponibilità di combustibili fossili. Così lavorare sull'offerta non funzionerà. Ogni barile di petrolio, tonnellata di carbone, portata in superficie, verranno bruciate.
O forse dovrei dire che ce l'hanno, una politica sul versante dell'offerta: estrarre il massimo possibile. A partire dal 2000, il governo britannico ha versato alle compagnie carbonifere 220 milioni di sterline per contribuire all'apertura di nuove miniere o mantenere in attività quelle esistenti. Secondo il documento di orientamento sull'energia, il governo intende “ sfruttare economicamente al massimo ... le riserve di carbone rimanenti ”.
Il pozzo di Ffos-y-fran ha ottenuto autorizzazione dopo che due inviati del governo di Westminster avevano fatto andirivieni con Rhodri Morgan, primo ministro per l'assemblea gallese. Stephen Timms del ministero delle attività produttive ha elencato i vantaggi del piano chiedendo che la domanda “ sia evasa col minimo di ulteriore rinvio ”. Il suo successore, Mike O'Brien, ha avvisato delle gravi conseguenze nel caso il pozzo non avesse avuto l'autorizzazione. Il solo carbone estratto da Ffos-y-fran produce 29,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica: secondo le ultime cifre dello Intergovernmental Panel on Climate Ch'ange, l'equivalente delle emissioni sostenibili di 55 milioni di persone per un anno.
L'anno scorso le autorità britanniche hanno preso in considerazione 12 nuove domande per miniere di carbone a cielo aperto. Le hanno approvate tutte, tranne due. Due settimane fa, Hazel Blears, la ministra responsabile per le autorizzazioni alle trasformazioni territoriali, ha scavalcato il governo di contea del Northumberland per dare il permesso a un impianto a cielo aperto a Shotton, sulla base del fatto che il progetto – che produrrà 9,3 milioni di tonnellate di CO2 – è “ambientalmente accettabile ”.
Il governo britannico ha anche una strategia di “massimo sfruttamento delle riserve nazionali esistenti di gas e petrolio”. Per sostenere nuova produzione, ha concesso alle imprese uno sconto del 90% sugli oneri di autorizzazione che si pagano per i sondaggi nella piattaforma continentale. Si spera che queste prospezioni aprano nuove frontiere per quanto riguarda i mari a ovest delle isole Shetland. Ci sono anche due piani per “spingere di nuovo in gioco le quote non sfruttate”. Se le compagnie petrolifere non utilizzano le proprie licenze, esse vengono revocate, e girate ad altri. In altre parole, si è pronti ad essere spietati interventisti quando si spinge al cambiamento climatico, non quando si tratta di prevenirlo: non c'è un ministro che parli di “obbligare” le compagnie a ridurre le proprie emissioni. Tutti sperano che il settore riuscirà ad estrarre sino a 28 miliardi di barili fra petrolio e gas dalla piattaforma continentale.
La scorsa settimana il governo ha annunciato nuove agevolazioni fiscali per le imprese che operano nel Mare del Nord. La ministra del Tesoro, Angela Eagle, spiega che l'obiettivo è “ assicurarsi di non lasciare non sfruttato il petrolio estraibile ”. Funziona così, la strategia per il cambiamento climatico: estraiamo sino all'ultima goccia di combustibile fossile, e poi preghiamo Dio perché nessuno lo usi.
E anche a livello mondiale si applica la medesima fede. Il nuovo rapporto della International Energy Agency avverte che “ è necessaria un'azione urgente ” per tagliare le emissioni. Poi l'azione che raccomanda è di investire 22 trilioni in nuove infrastrutture energetiche, gran parte dei quali verranno spesi a estrarre, trasportare, bruciare combustibili fossili.
Aha, direte voi, ma che ne è dei progetti di trattenere e immagazzinare carbonio? Ufficialmente quando si usano questi termini, si vuol significare captare e seppellire l'anidride carbonica prodotta quando si bruciano combustibili fossili. Cosa fattibile, ma ci sono tre problemi. Il primo è che questi combustibili vengono estratti e bruciati oggi, mentre non esistono ancora programmi per captare alcunché. Il secondo è che questa tecnologia funziona solo per le centrali energetiche e i grandi processi produttivi: non c'è modo possibile di misurarsi con le auto, aeroplani, sistemi di riscaldamento. Il terzo, come ha anche ammesso ai Comuni lo scorso maggio l'allora responsabile per l'energia Alistair Darling, è che le tecnologie necessarie “ potrebbero non essere disponibili ”(il governo è pronto ad ammetterlo quando si tratta, come in questo specifico caso, dell'energia nucleare, non quando si tratta di carbone).
Quasi tutte le settimane mi arriva qualche e-mail dove mi chiedono di cosa diavolo io stia parlando. Ma non la capisco, che l'esaurimento del petrolio risolverà il problema per noi? I combustibili fossili finiranno, torneremo a vivere nelle caverne e nessuno dovrà più preoccuparsi del cambiamento climatico. Queste persone che mi scrivono, fanno l'errore di mescolare le normali scorte di petrolio con l'insieme dei combustibili fossili. Certo, il petrolio raggiungerà un picco e poi la produzione calerà. Non so quando possa avvenire, e avvertirei gli ambientalisti a ricordare come se abbiamo avuto ragione sulla gran parte delle cose, abbiamo invece sicuramente sbagliato per quanto riguarda gli esaurimenti dei minerali. Ma molto prima del picco petrolifero, probabilmente la domanda supererà l'offerta e il prezzo lieviterà. Di conseguenza le compagnie petrolifere avranno incentive anche maggiori ad estrarre.
Già, spinti dai prezzi attuali, gli inquinatocrati stanno riversando miliardi sui carburanti non convenzionali. La scorsa settimana la Bp ha annunciate enormi investimenti nelle sabbie catramose canadesi. Il carburante prodotto in questo modo crea emissioni maggiori di quelle dall'estrazione petrolifera. In Nord America ci sono catrame e bitume a sufficienza per far bollire il pianeta varie volte.
E se finisce questo, passeranno al carbone, di cui esistono scorte sufficienti per centinaia di anni. Sasol, compagnia sudafricana creata nel periodo dell' apartheid – quando c'era l'embargo sul petrolio – per trasformare il carbone in carburante liquido per i trasporti, sta conducendo studi di fattibilità per nuovi impianti in India, Cina e Usa. Né la geologia, né le forze del mercato, ci salveranno dal cambiamento climatico.
Quando si guardano i programmi per l'estrazione di combustibili fossili, emerge l'orribile verità, che qualunque piano di taglio è un imbroglio. Senza strategie sul versante dell'offerta, non si può evitare un cambiamento climatico incontrollabile, per quanto drasticamente si cerchi di ridurre la domanda. Le discussioni di Bali non hanno senso se non producono un piano per lasciare i combustibili fossili dove stanno.
Nota: il testo originale anche sul mio sito Mall_int sezione Environmen t ; qui su Megachip si vedano soprattutto gli scenari prefigurati da James Howard Kunstler (f.b.)
MEDIA: Aumenta il numero di giornalisti uccisi Haider Rizvi
NEW YORK, (IPS) - Per i giornalisti di tutto il mondo, il 2007 è stato l’anno più letale degli ultimi dieci, secondo il rapporto pubblicato da un importante organismo di controllo dei media all’inizio della settimana.
Secondo la consueta analisi di fine anno della stampa libera di tutto il mondo, il Comitato per la Tutela dei Giornalisti (CPJ) segnala che quest’anno sono stati uccisi 64 giornalisti mentre svolgevano il loro lavoro. L'anno scorso erano 56 morti.
I ricercatori del CPJ, che stanno ancora indagando su altre 22 morti per determinare se fossero legate al lavoro, hanno definito le cifre di quest’anno “insolitamente alte”.
Secondo l’organismo per i diritti dei media con sede a New York, il 1994 è stato l’anno peggiore, con 66 giornalisti uccisi. Quasi tutti i morti in quell’anno stavano lavorando in zone di conflitto come Algeria, Bosnia e Ruanda.
Il dossier parla poi dell’Iraq come del “paese più letale nel mondo per la stampa”. Per il quinto anno consecutivo, l’Iraq rimane il luogo più pericoloso per i lavoratori dei media. Le sue 31 vittime rappresentano circa la metà di tutti i morti nel 2007.
Secondo il CPJ, molti giornalisti che hanno perso la vita in Iraq, come il reporter del Washington Post Salih Aldin, morto a Baghdad con un solo colpo d’arma da fuoco alla testa, erano vittime di omicidi mirati.
L’analisi mostra che 24 morti in Iraq quest’anno sono stati il risultato di veri e propri “omicidi”. Cecchini non identificati, kamikaze, e l’attività militare Usa rappresentano un grave rischio per i giornalisti. Tutti tranne uno dei 31 giornalisti uccisi erano di nazionalità irachena. Lavoravano soprattutto per i media locali, ma nove collaboravano con agenzie di stampa internazionali come The New York Times, ABC News, Reuters e Associated Press.
Secondo il CPJ, il bilancio del 2007 in Iraq è “compatibile” con quello del 2006, in cui sono morti 32 giornalisti.
”Fare il giornalista in Iraq rimane uno dei mestieri più pericolosi del pianeta”, ha detto il direttore esecutivo di CPJ Joel Simon. “I membri della stampa vengono presi di mira e assassinati con una regolarità allarmante. Vengono sequestrati sotto la minaccia di un’arma da fuoco, e poi ritrovati morti in seguito, oppure vengono colpiti a morte su due piedi.
”Quelli che muoiono sono quasi sempre iracheni, e molti lavorano per agenzie internazionali. Questi giornalisti hanno dato la loro vita perché tutti noi potessimo ricevere informazioni su ciò che sta accadendo in Iraq”, ha aggiunto Simon in una dichiarazione.
Sono morti in Iraq anche dodici collaboratori dei media, come guardie del corpo e autisti. Dall’inizio della guerra Usa a marzo 2003, sono stati uccisi più di 120 giornalisti e quasi 50 collaboratori dei media, rendendo questo conflitto il più letale della storia recente per la stampa.
Più di un terzo delle persone uccise durante questo arco di tempo lavorava per organizzazioni di stampa internazionali.
Il rapporto descrive la Somalia come il secondo paese più letale per i media nel 2007, con sette giornalisti uccisi. "Le terribili violenze in Iraq hanno oscurato un ambiente sempre più deteriorato per i media in Somalia", ha detto Simon. "I giornalisti che lavorano in Somalia devono affrontare ogni giorni enormi rischi".
Tra le sette persone morte in Somalia, vi sono anche due eminenti giornalisti, uccisi a poche ore di distanza uno dall’altro: Mahad Ahmed Elmi, direttore di radio Capital Voice a Mogadiscio, ucciso con quattro colpi sparati alla testa; e il co-direttore di HornAfrik media Ali Iman Sharmarke, rimasto coinvolto nello scoppio di una mina proprio mentre si allontanava dal funerale di Elmi.
Nel complesso, secondo il CPJ, le morti sono aumentate anche in Africa, da due l’anno scorso a 10 quest’anno. Nel 2007, due giornalisti sono stati uccisi in Eritrea e uno in Zimbabwe.
Insieme a queste terribili cifre, la ricerca del gruppo mostra anche alcuni sviluppi positivi. Non ci sono state uccisioni di giornalisti in Colombia nel 2007 - per la prima volta dopo 15 anni. E, sempre per la prima volta dal 1999, non ci sono state morti di giornalisti legate al lavoro nelle Filippine.
In tutto il mondo, secondo il CPJ, l’omicidio rimane la causa principale delle morti legate al lavoro per i giornalisti. Quanto alle uccisioni avvenute nel 2007, il gruppo sostiene che in sette casi su 10 si è trattato di omicidi. Gli altri tre casi erano comunque legati ai combattimenti, o il risultato di incarichi pericolosi.
Il mese scorso, il CPJ ha lanciato una campagna globale contro l’impunità, per chiedere giustizia nei casi di omicidi di giornalisti. La campagna è centrata sulle Filippine e la Russia, due dei paesi che hanno registrato più morti nel mondo della stampa negli ultimi 15 anni.
Nonostante le recenti condanne in entrambi i paesi, il tasso di impunità si aggira intorno al 90 per cento. “Gli omicidi irrisolti hanno diffuso paure e auto-censura, minando il lavoro dei media”, ha detto Simon. “Dobbiamo rompere questo circolo vizioso, consegnando alla giustizia i responsabili degli omicidi di giornalisti”.
In ogni regione del mondo, i giornalisti che hanno prodotto reportage scomodi o che si sono occupati di storie delicate sono stati messi sotto silenzio, ha spiegato Simon, osservando che in Pakistan e Sri Lanka, cinque giornalisti sono stati uccisi a causa del loro lavoro. In Pakistan, Muhammad Arif, di ARY One world TV, e altri due giornalisti hanno perso la vita a seguito di attentati suicidi.
In Sri Lanka, alcuni jet da combattimento dell’aviazione militare hanno bombardato la stazione radio Voice of Tigers, uccidendo tre impiegati. Un omicidio è avvenuto anche negli Stati Uniti, dove un killer a viso coperto ha colpito il redattore capo dell’Oakland Post Chauncey Bailey mentre si recava a piedi al lavoro, in un vero e proprio “agguato”, secondo le dichiarazioni della polizia.
Il rapporto ricorda poi come milioni di persone in tutto il mondo abbiano assistito all’omicidio, apparentemente intenzionale, del fotografo giapponese Kenji Nagai da parte delle truppe birmane, durante la repressione delle proteste antigovernative a Rangoon. Non risulta che sia stata avviata alcuna azione per consegnare l’omicida alla giustizia.
Nel dossier si parla anche dell’assassinio dell’editor turco-armeno Hrant Dink, fuori dalla redazione del suo giornale a Istanbul, che ha scosso profondamente l’intera stampa turca, oltre alla comunità internazionale. In Kyrgyzstan, il giornalista indipendente uzbeko, Alisher Saipov, è stato colpito e ucciso a distanza ravvicinata, mentre in Perù, il popolare commentatore radiofonico Miguel Pérez Julca è stato freddato davanti alla sua famiglia.
Anche Nepal, territori palestinesi occupati, Haiti, Honduras e Russia figurano nella lista dei paesi con vittime tra i giornalisti quest’anno. Cinque giornalisti risultano dispersi, di cui tre in Messico.
Osservando che anche i collaboratori dei media sono sempre più a rischio, il CPJ ha stilato una lista dei morti tra i lavoratori dei media. In tutto il mondo, 20 traduttori, guardie e autisti sono stati uccisi nel 2007. Tra le vittime, tre fattorini di un quotidiano messicano uccisi da alcuni trafficanti di droga che volevano mettere a tacere il loro datore di lavoro
Una “velina democratica” – organizzazione e partecipazione
Stando alle bozze che circolano, il pd prevederà due livelli di adesione: quello dei sostenitori – cioè tutti quelli che hanno partecipato alle primarie, in verde nel disegno - e quello degli iscritti – cioè quelli, tra i partecipanti alle primarie che prenderanno la tessera, in rosso nel disegno.
Un milione di iscritti. Se il primo dato, quello dei partecipanti alle primarie, è ormai consolidato (circa 3.500.000), quello degli iscritti è tutto da costruire. Un buon obiettivo sarebbe quello di un milione di iscritti. Dato significativo ma non impossibile da raggiungere. Si tratterebbe, infatti, di riuscire a portare a casa la gran parte degli iscritti ds (circa 600.000) e della margherita (dato incerto, ma che potremmo stimare in circa 300.000 al netto delle questioni tesseramento) e circa 150/200.000 nuovi iscritti.
Entra qui la seconda questione, quella del modello organizzativo, cioè di come si articola la presenza e la rappresentanza sui territori del PD. Qui si sta giocando la partita di questi giorni.
a) La tesi organizzativista. Soprattutto gli ex-DS spingono per un modello organizzativo in cui sia centrale la struttura-partito, con un ampio impiego di funzionari che ne siano la spina dorsale. Funzionari e strutture che assicurino continuità a prescindere dagli equilibri politici. Cioè, sia che vinca una opzione politica piuttosto che un’altra, la struttura fisica e di personale rimane stabile nel tempo. Ovviamente, a seconda degli equilibri politici cambierebbe il gruppo dirigente di prima linea (segreteria ed esecutivo), ma solo questo. Vantaggi: continuità organizzativa
Svantaggi: creazione di una burocrazia “resistente” a cambiamenti di linea politica
b) La tesi correntizia. Sul fronte opposto, gli ex-Margherita preferiscono un modello che abbia strutture e corpo organizzativo di partito molto leggeri, lasciando così spazio all’organizzazione per correnti (associazioni, fondazioni, circoli culturali etc.). Vantaggi: adeguamento rapido della struttura organizzativa a cambi di orientamento politico
Svantaggi: perdita del senso di appartenenza al partito a favore delle correnti
Esiti politici È evidente che l’una non esclude l’altra, ma dal peso che avranno l’una o l’altra tendenza si determineranno gli equilibri di lungo periodo. Þ La prima tesi avvantaggia notevolmente il quadro organizzativo e l’idea di militanza dei ds, con una implicazione politica non secondaria – qui sta il vero punto: la linea da portare all’esterno, alla fine (dopo tutti i confronti interni del caso) è quella che dà il segretario e la maggioranza che lo sostiene Þ Nell’altro caso, si avrebbe una pluralità permanente, in cui convivono stabilmente più linee anche nei livelli istituzionali (vd. Il recente voto della Binetti).
Il paradosso.
Allo stato attuale, l’una e l’altra opzione portano a situazioni di ingessamento, per capirci:
Il nodo irrisolto. L’optimum sarebbe quello di un partito in grado di arrivare ad una linea politica forte e con una flessibilità nell’organizzazione che permetta di perseguirla con efficacia (nella tabella è l'incrocio tra "adeguamento a cambi di maggioranza interna" e "una linea"). Nessuna delle due tesi è adeguata a ciò, perché non tiene conto del valore più importante del nuovo partito: quei due milioni e mezzo circa di cittadini-sostenitori. Per come è nato il PD, infatti, la forza della linea politica è data da una decisione che coinvolga la base più ampia di simpatizzanti. E solo con la forza di questo mandato, si potrà avere una organizzazione capace di seguirla, evitando sia il rischio di una burocrazia resistente che di un indecisionismo correntizio. Qui sta la vera sfida, quella su cui oggi il re è(o, almeno, appare) solo.http://qualcosadiriformista.go.ilcannocchiale.it/
Sarkozy lascia la moglie e si mette con Carla Bruni. La porta anche a Disneyland, sembra proprio felice. E' proprio vero: tira più un pelo di made in Italy che un carro di buoi;
Quando il decreto sicurezza è diventato un po' meno contro i rumeni e un po' po' più civile con gli omosessuali, il PD l'ha abbandonato. Il PD vuole essere in prima fila contro rumeni e omosex, e non c'è niente di male, visto che ci sono molti partiti che la pensano allo stesso modo. Tutti di destra.
Due notizie del giorno: 6 studenti su 10 non sanno perché si alternano giorno e notte, e l'Italia vince all'Onu, che approva la moratoria sulla pena di morte. Da noi, la notizia è stata prontamente derubricata: cazzarola, se 6 su 10 non sanno che la Terra gira su se stessa, quanti possono sapere il significato di moratoria?
Dini minaccia di non votare la Finanziaria. Dini minaccia, finalmente una novità!
Giordano rimpiange la DC; Sansonetti rimpiange la DC; Rizzo rimpiange già la falce e martello; D'Alema rimpiange ancora il PCI. Compagni, basta piangere sulla vodka versata;
Sembra una barzelletta: in Italia non bastano i politici che non governano, i burocrati che non lavorano, gli imprenditori che non investono, i poliziotti che non arrestano. Ci siamo dovuti inventare anche il TAR del Lazio, che da solo fa più danni di tutti gli altri messi insieme;
Bill Clinton è ai ferri corti con lo stratega della campagna elettorale della moglie. A quanto pare, per fargli capire che i loro rapporti non erano idilliaci, Bill gli avrebbe detto: "Ecco il mio sigaro. Indovina dove devi metterlo, stavolta?"http://roma2011.blogosfere.it/
Tre pensieri mi assillavano ieri. Il primo è che noi italiani abbiamo il reddito fra i più bassi d’Europa. Il secondo è che il NYT ha detto che siamo tristi. E fra le due cose forse c’è anche una qualche connessione. Ma a farmi sentire decisamente inadeguato è stato il Presidente Illy che, in una intervista alla Rai, ha detto che “dobbiamo abituarci a ragionare in termini di euroregione”. Io mi sono sforzato, ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Come si fa? Si cena con una europizza? Si va a dormire fra le eurolenzuola? Si fa dell’eurosesso con un’euroamichetta? Insomma, non sono venuto a capo di nulla. Mi sono sentito povero, triste e pure cretino.
Poi, però, l’illuminazione. Se invece di calcolarlo su scala italiana, lo stimiamo sull’area dell’euroregione, scopriamo che il nostro reddito medio è molto alto, sicuramente a livello del resto d’Europa. E lo stesso vale per gli standard sanitari, ambientali, e di qualsiasi altro parametro di qualità della vita. Quindi diventiamo di colpo tutti più ricchi, meno tristi e più felici.
Ma cacchio: è l’uovo di Colombo.http://francescatoblog.blogspot.com/
Ho letto da parecchie parti in giro l'affermazione che, dopo la pubblicazione delle telefonate tra il nano e il dirigente RAI, ci troveremmo praticamente in un regime sudamericano.
A coloro che lo pensano vorrei porgere un gioioso buongiorno: paese sudamericano lo siamo dal 1994, nel caso loro avessero dormito.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Va bene, il dialoghetto poco socratico ma molto istruttivo tra Saccà e Berlusconi conferma lo stranoto: il cavaliere, come Moggi, fa quello che ha sempre fatto. Inamovibile, inarrestabile è, socialmente parlando, un papa, come si commenta lui stesso.
Quel brivido di imbarazzo che scuote le membra mi rammenta che sono vivo. Non sto sognando, il paese di cretini è qui davanti a me. Ci sono due che parlano al telefono. In pratica si dice che la televisione pubblica è ancora nelle mani di Berlusconi. Lo avevamo intuito. Chi dice che è tutto normale è fuori dalla democrazia.
Ma è ora di guardare un po’ più in là.
Avete mai provato ad ascoltare una radio che non sia radio Capital o radio Deejay?
E’ anche peggio del tg4. http://www.insolitacommedia.it/?p=1005
Un sindaco di Roma, segretario di un partito che non si è mai presentato alle elezioni. Un prescritto multiplo con amici e sodali finiti in galera. Queste due persone stanno negoziando il nostro futuro. Decidono come gli italiani dovranno votare. Disegnano la geografia degli eletti. Percentuali, circoscrizioni, accorpamenti, premi di maggioranza, deputati, senatori.
Topo Gigio Veltroni non è neppure deputato, potrebbe al massimo fare una proposta per le elezioni comunali. Lo psiconano è un compratore professionista, tutto per lui ha un prezzo. Sta cercando di capire il prezzo del PD, ma sa che sarà un affare, si sono sempre venduti per poco.
Due persone decidono per 58 milioni di italiani senza averne l’autorità istituzionale. La legge elettorale va discussa in Parlamento alla luce del sole. In termini chiari, semplici, comprensibili dai cittadini. Oggi, invece, è peggio della nebbia in Val Padana. Ogni partito deve illustrare la sua posizione, se ne ha una, in diretta televisiva alla Camera, gli italiani ascolteranno, giudicheranno. Sono loro che votano. La legge è per loro. Devono sapere tutto, ma proprio tutto. Non possono mangiare un piatto preconfezionato.
Paghiamo (troppo) un Parlamento (che non abbiamo eletto) per fare le leggi. Topo Gigio e lo psiconano non hanno alcuna legittimazione per fare da soli una nuova legge elettorale. Se la nuova legge la decideranno loro, nei loro palazzi, allora questo si chiama colpo di Stato. Bertinotti si è preoccupato per la privacy di un signore che voleva comprare un senatore. Invece di espellere questo (basso) insulto alla democrazia dalla Camera ne tutela la privacy. Boia Faust(o). La RAI, un servizio pubblico, si fa bordello per far cadere il Governo. Questo è quello che è successo. Scusi Bertinotti, non me ne frega un c…o della privacy di queste persone. Le voglio fuori dal Parlamento, fuori dal servizio pubblico. E’ gente immorale, che della legalità ha sempre fatto carne da porco. E lei, tenera mammola, pensa alla loro privacy mentre viene chiesto il trasferimento dei giudici di Mastella e di D’Alema da una Letizia Vacca qualsiasi.http://www.beppegrillo.it/
Bamboccioni, pedofili e antropologicamente diversi
Una giornata di ordinaria immersione nei quotidiani può produrre effetti psichedelici, con disorientamento e vertigini. Leggi Augusto Minzolini sulla Stampa e scopri che Berlusconi tentava solo di far spazio alle meritevoli e di mandar via le vere raccomandate. Una delle ragazze, racconta il Cavaliere con la consueta discrezione e il rispetto dovuto, cioè urlando in un negozio, ora "vuole suicidarsi, perché teme che non la faranno più lavorare". Quelli dei centri sociali gli tirano un uovo, neanche marcio, che non ci sono più i comunisti di una volta. E lui nota che sono "antropologicamente diversi", che con questa storia dell'antropologia criminale e non, già tirata fuori con i magistrati, ci fa fare un bel tuffo lombrosiano indietro di un secolo. Ma intanto aumentano i nomi delle raccomandate: Vittoria Ferranti e perfino Marta Flavi, spinta da Gianni Letta per interpretare Incantesimo. Del resto ieri sul Secolo l'anonimo Conan aveva proposto, senza alcuna ironia, Carlo Vanzina come ministro della cultura di un prossimo governo di centrodestra. Quindi ci poteva stare anche la Flavi. Sulla Stampa vengono giù valanghe di merda su AlbertoStasi, che finirà per starci simpatico se continua così. Con i magistrati che gli avrebbero trovato materiale pedofilo, ma come altri casi insegnano magari è meglio aspettare per capire. Con l'amica di Chiara che dice che lui era "ossessionato" dal porno. La Padania, parlando dei file del pc, infila un titolo immaginifico e magnifico nella sua stoltaggine: "Il tesoretto pedofilo di Stasi". I compaesani di Stasi sulla Stampa gli danno del gay in quanto pedofilo, "dai, lo sapevano tutti". Intanto il libro più letto è di Fabio Volo, "il Nick Hornby dei bamboccioni", dice Egle Santolini, sulla Stampa. L'eroe delle lettere rivendica di aver fatto solo la terza media, con fatica, e accusa "l'invidia dell'intelligentsia". Meno male che su Libero troviamo un altro libro che si annuncia un sicuro capolavoro, scritto dal Paolo Coelho dei bamboccioni, Luca Casarini. Titolo: "Gabbie" per Mondadori, datore di lavoro l'odiato Berlusconi. Il Giornale riesce a superare in ferocia ideologica Giuliano Ferrara, che ha iniziato una dieta liquida per chiedere la moratoria sull'aborto. Giordano scodella due paginate in "Cultura e spettacoli" (?) nelle quali vengono analizzati i delitti compiuti "in tinello". "Cosa spinge un padre a uccidere moglie e figlia? Una madre ad ammazzare il bimbo?". Semplice, spiega in un'intervista lisergica Claudio Risè, psichiatra, "è l'aborto la causa di tutto, è lui il nulla osta alla violenza: se si può eliminare legalmente un essere inerme, passa il concetto che l'uccisione è un'opzione praticabile". E voilà. Su Liberazione intanto il grido accorato di Bifo, "Lo dico disperato, la politica è morta". Sulla Padania, intanto, prosegue la pubblicazione delle foto con "il presepe più bello". Scendiamo dalla giostra con Maurizio Milani, quarta del Foglio: "Ogni due tre anni lavo la macchina, per cui vado al self service. Qui incontro sempre le stesse persone. Sono lavatori di macchina compulsivi, stanno lì ore e ore tutti i sabati a lavare e lucidare la macchina. Avendo senso civico molto spiccato, mi sono sentito in dovere di andare a parlare con un parente di questi lavatori. E' una signora anziana, mi fa: almeno so dov'è".http://stamparassegnata.splinder.com/
Non c'è più l'entusiasmo di diciotto anni fa e i giornali dell'Europa occidentale sono ripiegati su se stessi, sulle notizie interne, sui nuovi amori di Sarkozy, sulle raccomandazioni maschiliste di Berlusconi alla Rai, sulle gaffes di Gordon Brown, sugli scioperi minacciati dei macchinisti tedeschi. Eppure questa notte l'Europa si unisce ancora di più. Il trattato di Schengen si allarga ai paesi che sono entrati nell'Ue nel 2004. Qui in Germania si aprono le frontiere con Polonia e Repubblica Ceca. Senza passaporti e controlli si entra da questa notte anche nelle Repubbliche Baltiche. Da Berlino a Tallin senza più frontiere, nel nome di un'unica identità e di un progetto che sessant'anni fa appariva visionario. L'Europa fa sempre fatica ma la sua unità procede, inesorabile, come un diesel. Schengen, la moneta unica, l'allargamento. Nomi burocratici che non scaldano i cuori ma cambiano, lentamente, la nostra vita di tutti i giorni. In meglio. L'Europa racconta oggi una storia di successo. A pochi chilometri da Vienna cadono le frontiere con Slovacchia e Ungheria e Budapest festeggia la caduta di un altro filo spinato, dopo quella di diciotto anni fa che diede il via al gioco del domino. Anche l'Italia vive la sua apertura, a Trieste e Gorizia, dove un confine di conflitti e di sangue viene giù, finalmente, aprendo prospettive nuove. Benvenuti, fratelli ritrovati.http://walkingclass.blogspot.com/
Abbattute le cabine di polizia e doganieri, via sbarre e segnaletica. Nella nottata tra ieri e oggi si è festeggiato l'ingresso della Slovenia nell'area Schengen. Un confine che svanisce, ma non sparisce. Si sposta a sud-est
Tra brindisi, sorrisi e tagli del nastro anche la Slovenia entra oggi solennemente nello spazio europeo di libera circolazione sancito dall'accordo di Schengen. Un fatto storico, un giorno di festa per gli Sloveni; con l'introduzione dell'euro - un anno fa - la caduta, o più precisamente lo spostamento a sud del confine esterno dell'UE, i cittadini della Slovenia possono finalmente usufruire di alcuni dei principali vantaggi dell'Europa integrata anche in termini meno astratti.
Abbattere un confine è sempre motivo di gioia, tantopiù se la frontiera che scompare è stata per decenni considerata una sorta di »cortina di ferro«, almeno sul piano ideologico, visto che su quello funzionale il confine tra Italia e Jugoslavia fu - dalla firma e l'entrata in vigore dell' accordo di Udine sul piccolo traffico di frontiera alla fine degli anni 50 - un modello di permeabilità senza paragoni lungo gli altri confini dell'Est europeo.
Trieste, con la sua complessa e sofferta realtà storica, fatta anche di pregiudizi, nazionalismi e animosità antislovena, è ora di fronte ad una nuova appassionante sfida in cui dovrà sfoderare la sua pragmatica flessibilità ma anche riabilitare – senza provinciali sotterfugi – il suo tanto decantato talento cosmopolita.
Una prova difficile da superare per partiti come Alleanza Nazionale che ieri ha manifestato a Trieste, insieme all' Unione degli Istriani (organizzazione degli esuli legata tradizionalmente alla destra), il suo dissenso per tanti festeggiamenti e per »la scarsa sensibilità« sui temi ancora non risolti dell'esodo istriano.
Ma Schengen - soprattutto in Istria - non è solo festa. Per un confine che crolla, uno - a soli dieci chilometri in linea d'aria più a sud - si irrigidisce. Sembra paradossale che a irrigidirsi sia una frontiera di stato tra popoli »fratelli«, uniti per più di 70 anni, e nata solo sedici anni fa, a seguito dell' indipendenza di Slovenia e Croazia e della disintegrazione della Jugoslavia.
Il 25 giugno del 1991 non furono in pochi a brindare con spumante alla sbarra che tagliava in due la penisola istriana, una penisola multiculturale in cui veniva mozzata anche una comunità italiana dai connotati regionali specifici ora rimessi in gioco solo in funzione delle nuove realtà geopolitiche nell'area. E così, se gli sloveni hanno un valido motivo per festaggiare, i croati - e soprattutto i multiculturali istriani - difficilmente condividono la gioia dei loro »cugini« settentrionali.
Anche perché le autorità di Lubiana il regime di Schengen sono decise ad applicarlo con particolare zelo lungo i seicento e passa chilometri di frontiera con la Croazia. L'hanno lasciato intendere - oltre che con una legislazione particolarmente restrittiva in tema di immigrazione o di asilo politico – abbattendo - nel corso dei preparativi al nuovo regime di controllo- alcuni vecchi ponti con una lunga storia locale di convivenza e persino di vincoli famigliari sul fiume Sotla/Sutla, risparmiando invece quelli sul Kolpa/Kupa, dopo le proteste della popolazione locale e alcune interrogazioni dell'opposizione in parlamento. L' accesso ai ponti residui, alcuni dei quali in verità pensili o quasi fatiscenti, ma con una forte carica simbolica ed emotiva per le genti di confine, è ora impedito da una serie di sbarre. La gente di confine spera che ad attutire il colpo di scure sia l'accordo di piccolo traffico di frontiera (SOPS) in vigore tra i due paesi vicini da alcuni anni. Questo accordo, predisposto sulla falsa riga dell'estinto accordo di Udine, agevola parzialmente la circolazione della popolazione locale. Ma non è stato facile tutelarlo dalle pressioni della burocrazia europea. E' chiaro però che le iniziative frontaliere basate sulla libera circolazione tra Croazia e Slovenia verranno ora fortemente ridimensionate.
Inoltre il contenzioso territoriale lungo il confine con Zagabria non è concluso; alle spalle ci sono 16 anni di fastidiosi incidenti, potenzialmente sempre in procinto di riattivarsi, l'arbitrato internazionale o una soluzione alla Corte dell' Aia, paventata dai premier Janez Janša e Ivo Sanader alcuni mesi fa, rimangono nel congelatore e ancor oggi non si capisce bene quale sia o sarà l'esatto percorso del confine esterno europeo tra Slovenia e Croazia.
Schengen potrebbe comunque avere un impatto positivo nel fissare una situazione di fatto che soprattutto Lubiana contesta nei negoziati, con particolare enfasi in Istria, dove qualcuno - anche tra i partiti di governo (ad esempio quello popolare SLS)- vorrebbe spostare l'attuale confine almeno di una ventina di chilometri più a sud. C'è poi l'inesistente confine di mare, dove il contenzioso si fa particolarmente aspro alla luce della zona ittico-ecologica dichiarata nel 2004 sulla metà orientale dell' Adriatico dalla Croazia, zona congelata allora per i paesi dell'Ue su pressione di Italia e Slovenia, ma che dal primo gennaio dovrebbe entrare in vigore anche per questi due paesi dell'Ue. E' probabile che si raggiunga un compromesso in extremis e la Croazia possa evitare così un fuoco di sbarramento italo-sloveno contro la sua adesione all'Ue.
La linea di Schengen quindi si trasferisce oggi a sud tra mille incognite, ma i festeggiamenti non amano i dubbi. Barroso arriva oggi a Škofije-Rabuiese sorridente per brindare con Janša e Amato ad un evento storico. Prodi e D'Alema invece non ci saranno. La caduta di un confine lo è, indubbiamente. Come lo è l' ulterione innalzamento di quello recente a soli pochi chilometri dal primo.
Fine d'anno non liberista. Il nuovo multilateralismo
Raúl Zibechi
Molte delle situazioni più complesse per i movimenti sociali latinoamericani hanno in comune due elementi: sono parte della nuova ondata neoliberista e si producono con governi progressisti che invocano un mondo multipolare. Queste caratteristiche si trovano tanto nel digiuno del vescovo brasiliano Luiz Flavio Cappio contro la deviazione del fiume Sao Francisco, in Brasile, quanto nella repressione contro gli abitanti di Dayuma [Ecuador] che nel conflitto per fabbrica di cellulosa Botnia che oppone i governi di Uruguay e Argentina. Considerazioni simili valgono per le monocolture di soia e canna da zucchero, e per le concessioni minerarie nell’area andina.
Le deviazione del fiume brasiliano viene realizzata con la scusa di portare acqua a dodici milioni di abitanti poveri del Nordest. Diversi studi però dimostrano che le opere da 3 miliardi di dollari favoriranno i grandi imprenditori che producono per il mercato internazionale. L’Agenzia nazionale per l’acqua e l’energia propone un’alternativa: 530 interventi per rifornire 1300 municipi della regione alla metà del costo. Colpisce e indigna la reazione del governo Lula. Per due settimane, silenzio assoluto. Poi domenica 10 dicembre, un articolo del ministro per l’integrazione nazionale Gedder Vieira Lima, sulla Folha de Sao Paulo, accusa il vescovo di «disprezzare le istituzioni» e di «terrorismo simbolico».
A Dayuma, nella provincia di Orellana, nell’Amazzonia ecuadoriana, il governo ha giustificato la repressione perché la protesta degli abitanti per alcune ore ha paralizzato la produzione petrolifera. Il governo progressista di Rafael Correa ha inviato l’esercito, decretato lo Stato d’emergenza e impedito – con la minaccia di dimissioni – che l’assemblea costituente si occupasse del tema. Dayuma è una zona povera: mancano acqua ed elettricità, i suoli sono sterili a causa dell’inquinamento prodotto dalle attività petrolifere.
In Uruguay, il governo di Tabaré Vazquez ha militarizzato la zona dov’è la multinazionale finlandese Botnia per evitare le manifestazioni degli ambientalisti. Esasperando il nazionalismo, ha chiuso i ponti internazionali con l’Argentina e ha schierato poliziotti per impedire che i membri dell’assemblea ambientale della città argentina di Gualeguaychù potessero attraversare il fiume per protestare.
La giustificazione è sempre la stessa: nulla può mettere a rischio lo sviluppo dei nostri paesi, e lo sviluppo sono i megaprogetti che suppongono una crescita basata sulle esportazioni di materie prime. In tutti e tre i casi, la protesta sociale viene criminalizzata perché è un elemento di disturbo per i progetti sviluppisti della seconda ondata neoliberista.
La potente crescita economia del Brasile – dicono dal governo – è un requisito per elevare tutto il paese e tutta la regione al rango di potenza globale, il che permetterà di fare un passo in avanti verso il multilateralismo. In Ecuador, il richiamo al multilateralismo è esplicito nell’annuncio di Correa di voler consegnare la base di Manta alla Cina, e dell’avvio del collegamento Manta-Manaus. In questo corridoio stradale e fluviale gioca un ruolo determinante l’asse petrolifero Itt [nelle province di Napo e Pastaza, in Ecuador], che sarà consegnato a Petrobras [in Brasile], Sinopec [Cina] e Enap [Cile].
Dal punto di vista dei movimenti sociali, un mondo multipolare è più favorevole di uno egemonizzato dagli Stati uniti. Tuttavia, l’esito della decadenza dell’impero nordamericano non è un passo avanti se fa parte dello stesso modello. Negli anni novanta, il nostro continente è stato invaso dalle multinazionali europee che hanno approfittato delle privatizzazioni. Il disastro che hanno provocato non è stato inferiore a quello delle multinazionali yankees. Ora arrivano le imprese cinesi, indiane, messicane e brasiliane. Vogliamo davvero credere che non sfrutteranno le risorse e non umilieranno i popoli? http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/12376
FIUME SAÕ FRANCISCO: DOM’ CAPPIO TERMINA IL DIGIUNO, "MA RESTO CON I POVERI"
“Chiudo il mio digiuno, ma non la mia battaglia”: inizia così la lettera di ‘dom’ Luiz Flavio Cappio letta ieri notte a Sobradinho (Bahia), nella cappella di São Francisco, lungo le rive dell’omonimo fiume per la cui salvezza il vescovo francescano di Barra ha scelto di ritirarsi in ‘digiuno e preghiera’ per 24 giorni, prima del mancamento occorso nella serata di mercoledì dopo la sentenza con cui il Supremo tribunale federale ha autorizzato la ripresa dei lavori del progetto di deviazione del terzo corso d’acqua brasiliano. ‘Dom’ Cappio ha lasciato l’ospedale di Petrolina, dove era stato ricoverato, per recarsi a celebrare una messa, a cui hanno partecipato anche il vescovo della diocesi locale e di Juazeiro: “Ieri ho completato 36 anni di sacerdozio, 36 anni al servizio degli abitati delle ‘favelas’ di Petropolis (Rio de Janeiro), della periferia di San Paolo e del popolo del sertão senza fine del Nord-Est brasiliano. Ieri abbiamo vissuto con scoraggiamento i potenti festeggiare la dimostrazione di servilismo del potere giudiziario. Ieri quando le forze mi sono mancate ho ricevuto il soccorso di coloro che mi hanno accompagnato in questi giorni lunghi e sofferti” ha detto il vescovo francescano di Barra nella lettera, di cui ha dato lettura Adriano dos Santos Martins, della 'Coordenadoria Ecumênica de Serviços' (Cese). "Ma – ha proseguito – la nostra lotta continua ed è basata sul fondamento che tutto sostiene: la fede nel Dio della vita e nella mobilitazione organizzata dei poveri. La nostra lotta principale è garantire la vita del Rio São Francisco e del suo popolo, garantire l’accesso all’acqua e al vero sviluppo per l’insieme delle popolazioni di tutto il semi-arido, non solo una parte. Questo vale una vita e sono felice di dedicarmi a questa causa che fa parte della mia consegna al Dio della vita, all’Acqua Viva che è Gesù e che si dà a coloro che vivono massacrati dalle strutture che generano oppressione e morte. Una delle nostre grandi gioie in questo periodo è aver visto il popolo alzarsi in piedi e reagire nel suo cuore alla coscienza della forza dell’unione, bambini e giovani cantare la speranza , gridare con le braccia alzate e gli occhi che guardano al futuro che desideriamo per il nostro caro Brasile. Un futuro di tutti, dove tutti, senza alcuna eccezione, hanno diritto a mangiare, all’acqua da bere, alla terra da coltivare, alla dignità e alla cittadinanza. Ho ricevuto con amore e rispetto la solidarietà di ciascuno, vicino o lontano. Ho ricevuto con gioia la solidarietà dei miei fratelli vescovi, padri e pastori che hanno manifestato in modo così fraterno la loro comprensione per la gravità del momento che viviamo. Attraverso la sua presa di posizione coraggiosa la Cnbb (Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile) ci ha restituito la speranza di vederla tornare a essere quella che è sempre stata nei suoi tempi d'oro: fedele a Gesù e al suo Vangelo, un’istituzione votata alle grandi cause del Brasile e del suo popolo con una posizione chiara e determinata nella difesa della dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili, soprattutto mettendosi al fianco dei poveri e degli emarginati di questo paese. Ho ascoltato con profondo rispetto l’appello dei miei familiari, degli amici e delle sorelle e dei fratelli di lotta che mi accompagnano e mi hanno sempre voluto vivo a lottare per la vita. Lottare contro la distruzione della nostra bio-diversità, dei nostri fiumi, della nostra gente e contro l’arroganza di coloro che vogliono trasformare tutto in merce e moneta di scambio. In questo grande movimento formato a partire da Sobradinho abbiamo vissuto un momento senza pari di intensa comunione ed esercizio di solidarietà. Dopo questi 24 giorni chiudo il mio digiuno – ha concluso nella sua lettera ‘Dom’ Cappio – ma non la mia lotta che è anche la vostra, che è la nostra. Vogliamo ampliare il dibattito, diffondere informazioni vere, far crescere la nostra mobilitazione. Fino a quando non sconfiggeremo questo progetto di morte e conquisteremo un vero sviluppo per il semi-arido e il fiume São Francisco. È per voi che avete lottato con me e percorso lo stesso cammino che chiudo il mio digiuno. So che posso contare su di voi e voi contare su di me per continuare la nostra battaglia affinché «tutti abbiano la vita e la abbiano in abbondanza»”. Dopo la messa il vescovo è tornato all’ospedale di Petrolina dove proseguirà il suo recupero
Naxaliti e indipendentisti in Assam e Manipur alzano il livello dello scontro. Contro una legge di polizia
Arresti di capirivolta naxaliti. Attentati su treni e autobus di linea da parte di indipendentisti di Assam e Manipur. Evasioni di massa. Il nord est indiano riserva scenari da guerriglia urbana simili a Gaza o l'Iraq; ma reportage su questi avvenimenti non arrivano dalla “più popolosa democrazia del mondo”. Che replica dal 1958 a ogni richiesta di autonomia, con una repressione brutale legalizzata
Naxaliti Domenica 298 detenuti del carcere di Dantewada nello stato di Chhattirsgah sono evasi, su istigazione di 105 di loro, guerriglieri maoisti. I maoisti sono attivi in 15 stati indiani su 28 e in 182 distretti; una guerra che ha causato 6mila morti in 30 anni. Evasi ancora alla macchia. Diversa la storia del leader naxalita Malla Raji Reddi, (che comandava la guerriglia maoista in Kerala, Karnataka Maharashrta e Tamil Nadu), arrestato martedì dopo 30 anni da latitante. Per il premier Maonmanh Singh “un colpo durissimo inferto ai ribelli”, dopo la cattura di altri venti capi maoisti nel corso del 2007.
Assam e Manipur Piazzano anche bombe i guerriglieri indipendentisti nel nordest del Paese. Un ordigno sul treno notturno Golaghat – Nuova Delhi è esploso in un villaggio di montagna dell'Assam, uccidendo una dozzina di persone venerdì 14 dicembre. Attentato attribuito alla guerriglia Asom Liberation front. Due giorni dopo, gli indipendentisti dell'Unfl (Fronte unito di liberazione nazionale) nel Manipur hanno piazzato una bomba sopra un bus di linea tra Lamlai e Keibi, uccidendo una decina di donne, di cui una adolescente. I ribelli indipendentisti dell'Assam hanno anche nel fine settimana assaltato una caserma di polizia a colpi di granata, uccidendo tre agenti nel distretto di Dimaja. A rivendicare l'azione, le Black Widow (Vedove nere), gruppo capeggiato da Jewel Galossa.
Leggi speciali Ma come reagisce a queste sfide lo stato indiano? Con una legge del 1958 che dà poteri eccezionali all'esercito, tuttora in vigore e la cui applicazione viene estesa geograficamente di anno in anno. La legge, secondo gruppi umanitari come Human Rights Watch è oramai una scusa per i poliziotti verso la violenza impunita. Il governo di Singh aveva anche organizzato una Commissione per le riforme amministrative, che alla fine del suo mandato ha chiesto un mese fa al premier di revocare la legge di emergenza nazionale, Afspa. La commissione per la riforma amministrativa (Arc) ha chiesto di separare i poteri di chi ha compiti di sicurezza da quelli di chi indaga sui reati; di fissare un massimo di tre anni per la permanenza in carica dei comandanti di polizia. Babloo Loitongbam di Human Rights alert del Manipur lamenta che “da sei anni il nostro attivista Irom Sharmila fa lo sciopero della fame chiedendo l'abrogazione della legge, dopo che sette anni or sono alcuni soldati hanno ucciso dieci ragazzi a una fermata d’autobus a Moreh nel Manipur". L'attivista del Manipur Lenin Raghuvanshi denuncia come “in questo Stato spesso sia negato accesso a persone straniere o di altre province. L'informazione è controllata dal governo. I politici eletti non contano, l'amministrazione è controllata da agenzie paramilitari. La popolazione subisce discriminazioni dal 1949, quando re Budhachandra è stato costretto a ratificare l'annessione all'India. La polizia non ha poteri: un agente a Moreh è stato schiaffeggiato da un soldato perché si rifiutava di ricevere false accuse contro innocenti”.
Centro indiano per i Diritti umani Il direttore dell'agenzia Asian Center for Human rights, Sumas Chakma, ha spiegato a PeaceReporter perché i cittadini del Manipur e dell'Assam così come di altri stati nordorientali, non hanno molte speranze. “E' già la seconda volta che una commissione di parlamentari – era successo cinque anni fa – chiede al premier di revocare le leggi speciali di polizia. Ma in tutti e due i casi il Governo ammette di essere impotente di fronte alle esigenze dei militari.
Lo stato Maggiore è più forte del Governo?
“Singh lo ha detto chiaramente: le esigenze di sicurezza permettono ai militari di ribattere al Governo non può ingerirsi in queste questioni
Ma in uno Stato di diritto l'esercito non prende ordini dall'Esecutivo? E come può esistere una polizia senza controllo della magistratura?
“Beh, (ride forte) benvenuto nella democrazia più popolosa del mondo!”
E se qualcuno prova a reagire?
"Dopo l’invio dei soldati, per controllare le spinte secessioniste, la vita della popolazione è peggiorata, perché uccidono, torturano e stuprano, sicuri dell’impunità".
Ma qualcuno denuncerà pure questi soprusi ai magistrati..
“ I tribunali non possono intervenire contro l’esercito. Siamo impotenti. Soprattutto i poveri cittadini del nord est, che si sentono discriminati dal Nuova Delhi a causa di queste leggi. Ed hanno ragione”.
Russia: implicazioni della nomina di Medvedev a candidato presidenziale
La saga del periodo di avvicinamento alle elezioni presidenziali russe di marzo 2008 si è arricchita nel corso della scorsa settimana di due nuovi importanti capitoli.
La saga del periodo di avvicinamento alle elezioni presidenziali russe di marzo 2008 si è arricchita nel corso della scorsa settimana di due nuovi importanti capitoli. L’incoronazione, da parte di Vladimir Putin, di Dimitrj Medvedev come candidato presidenziale e la reciproca offerta di Medvedev all’attuale inquilino del Cremlino di occupare il posto di Primo ministro.
Nel vortice di annunci, analisi e scenari susseguitisi negli ultimi tempi, queste due tappe presentano valenze e risvolti non secondari e vanno analizzati in modo separato.Il primo, l’incoronazione de facto di Medvedev come successore di Putin, era uno dei possibili scenari previsti dagli analisti, i quali davano coma alternativa altrettanto gettonata che la scelta ricadesse sull’altro vicepresidente, l’ex ministro della difesa Serghej Ivanov. Tecnocrate liberale e moderno, Medvedev spicca tra i fedelissimi di Putin per il fatto che non proviene dai servizi di sicurezza, cosa che gli vale un punto a favore quando si tratta di rappresentare la Russia all’estero.
Quel che pare abbastanza probabile, e che pochi commentatori (se non nessuno) tengono in considerazione, è che in realtà Medvedev non sia quell’“uomo della transizione” tra due presidenze Putin che troppi si sono affrettati ad identificare. Il presidente di Gazprom, infatti, oltre ad essere uomo giovane, è persona di indubbie capacità e molto stimato all’estero. Se Putin avesse voluto al Cremlino un outsider in tutto e per tutto a lui obbediente, la scelta sarebbe ricaduta altrove. In secondo luogo, Putin non si ritiene padrone della Russia e la nomina di Medvedev risponde alla necessità di creare le premesse per un’evoluzione della Russia “oltre Putin”, meno oppressiva e più aperta al mercato internazionale.
Per quanto riguarda la seconda questione, è importante sottolineare come Putin non abbia ancora risposto all’appello del suo delfino: ciò risponde alla volontà del presidente di non scoprire ancora le carte di quella che è la variabile fondamentale il sistema politico russo, ovvero il futuro dell’attuale presidente. Manca infatti ancora troppo tempo alle elezioni di marzo e anticipare eccessivamente le proprie decisioni potrebbe favorire i gruppi di potere ostili presenti sia nel Paese che all’estero. A questo quindi serve il balletto di annunci e rivelazioni (non ultima la possibilità di presiedere un’unione Russia-Bielorussia, per ora impossibile a causa dell’opposizione di Lukashenko), in parte creato dal Cremlino in parte risultato della “Cremlinologia”: a rendere maggiormente incerto il quadro politico e più difficili le strategie di chi mira ad approfittare del riequilibrio di potere che investirà Mosca la prossima primavera.
Se è vero che la scelta di Medvedev rispecchia la volontà di proiettare la Russia verso il futuro, è altrettanto vero che la Russia senza Putin è difficile da immaginare. Il Presidente è il fulcro di tutti gli equilibri di potere, attorno a lui si è creato un complesso di persone che, senza Putin, andrebbero in ordine sparso.
Londra : Blair tento' di fermare inchiesta su corruzione
di Gabriella Mira Marq
Il ruolo personale di Tony Blair nel suo ruolo di primo ministro nel bloccare l'inchiesta sulla vicenda di corruzione riguardante la vendita di armi saudite e' stata rivelata in alcuni documenti che il Guardian ha pubblicato integralmente sul suo sito.
Memorandum governativi classificati "Segreto" rivelano che l'allora procuratore generale, Lord Goldsmith, tento' due volte - invano - di impedire a Blair di inteferire nell'indagine penale dato che riteneva non avesse il diritto di sospendere un'indagine fondata su solide basi.
L'intervento di Blair sarebbe giunto a seguito delle minacce saudite di "ripercussioni" se fosse stata consentita la prosecuzione dell'inchiesta dell'Ufficio Antifrodi britannico, corredata di accuse di corruzione coinvolgenti la famiglia reale saudita e elementi del gruppo BAE.
Blair scrisse quindi una lettera "Riservata e personale" a Lord Goldsmith, l'8 dicembre 2006, esigendo che egli fermasse l'inchiesta, esprimendo preoccupazione per la "critica difficolta'" nei negoziati sul contratto di vendita di un nuovo caccia Typhoon e di un "reale ed immediato rischio di un crollo della sicurezza, dell'intelligence e della cooperazione diplomatica Gran Bretagna-Arabia Saudita". Il tentativo di Blair, vista la resistenza di Goldsmith, si ripete' alcuni giorni dopo.
I politici di solito non hanno il diritto di interferire in un procedimento penale, sottolinea il Guardian.
SRI LANKA Il governo caccia le vittime dello tsunami dai campi profughi di Melani Manel Perera Minacce, ricatti economici, distacco di elettricità e acqua per farli andar via. Il governo vuole chiudere i campi entro il 26, per dire che ha risolto il problema. A tre anni dal disastro la vita nei campi è precaria, ma migliaia di famiglie non sanno dove andare.
Colombo (AsiaNews) – Con minacce e ricatti, il governo vuole cacciare i profughi dello tsunami dagli accampamenti in cui ancora vivono, per potere dire il 26 dicembre, in occasione del terzo anniversario del disastro, che non ci sono più profughi. Sugala Kumarie, coordinatore della Commissione per la pianificazione della popolazione (PPC), denuncia ad AsiaNews che “nel distretto di Colombo sono state tolte agli accampamenti le forniture di elettricità e idriche. E nel distretto di Matara, nel meridione del Paese, funzionari pubblici hanno ammonito i profughi a lasciare i campi entro il 23 dicembre”. “Il governo vuole dire che lo Sri Lanka è lo Stato che ha meglio affrontato il problema delle vittime dello tsunami”.
“Il 18 dicembre – racconta Saranapala Da Silva, altro funzionario Cpp – nel campo profughi di Kothalawalapura, nei sobborghi di Colombo, funzionari del villaggio, della polizia, del segretariato e altre persone hanno minacciato tutti e detto di andare via entro il 23 dicembre”.
D. Sepalika, vedova con 5 figli che vive nel campo Kothalawalapura, spiega al telefono che “ieri a mezzogiorno i funzionari del Segretariato provinciale ci hanno detto di lasciare il campo, minacciando che altrimenti ci sarà tolta la somma di 2.500.000 rupie (circa 2.275 dollari) che il Segretariato ci ha dato qualche giorno fa. Ma non sappiamo dove andare. Qui abitano 20 famiglie, ma 6 famiglie possono restare fino al 26 dicembre perché dipendono da un altro Segretariato”.
La somma costituirebbe un indennizzo per i danni causati dallo tsunami. Ma Sepalika aggiunge che “pochi giorni fa il Segretario provinciale ci ha detto di predisporre un affidavit che abbiamo ricevuto 2.500.000 rupie quale indennizzo finale e che entro il 26 dicembre avremmo lasciato il campo. Ma io ed altri abbiamo ricevuto solo 50mila rupie (450 dollari). Hanno detto che ci daranno il resto la prossima settimana”. Janitha e Mainona, pure profughi, dicono con Sepalika che “i soldi sono per costruirci una casa. Ma non abbiamo la terra dove costruirla. Il governo non è interessato ai nostri problemi, vuole solo che obbediamo ai suoi ordini. Così ora dovremo usare queste 50mila rupie per lasciare il campo e andare via, non sappiamo dove, con ogni nostra cosa”.
Ora il Cpp si è appellato al presidente Rajapaksa, al segretario provinciale e ad altre cariche per lasciare i profughi nei campi, fino a quando non abbiano un’abitazione definitiva.
Sugala osserva che “è davvero triste che ci siano ancora 15 campi per profughi tsunami nel distretto di Colombo. E altri 5 nel distretto di Matara, dove vivono circa 2mila famiglie. E, ancora, altre migliaia di famiglie ancora senza casa nel nord est del Paese”. Il Cpp parla di circa 2mila famiglie ancora profughe per lo tsunami e la guerra nel distretto di Trincomalee e altre 3mila nel distretto di Batticaloa.
La vita nei campi, poi, è precaria e piena di problemi. Almeno 7 capifamiglia sono stati arrestati nel campo di Kothlawalapura per avere spacciato droga e commesso furti, per portare qualcosa alla famiglia. Ma Sugala osserva che il governo è più interessato a cacciar via queste persone, che a occuparsene.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11096&size=A
BILL CLINTON SU HILLARY: E' GENIO DI PORTATA PLANETARIApostato
1 giorno fa da APCOM
New York, . (Apcom) - Sembra un paradosso ma le critiche più pepate contro l'operato del governo dell'impopolarissimo presidente americano George W. Bush arrivano dai Repubblicani in corsa per la nomination per la Casa Bianca. Il più critico tra i colleghi di partito di Bush è stato il governatore dell'Arkansas Mike Huckabee. Per distinguersi dall'attuale inquilino della Casa Bianca ha criticato la politica estera "arrogante e unilaterale" del governo. E oggi, nella conferenza stampa di fine anno ci ha pensato il capo della diplomazia Condoleezza Rice a rispondergli: "Semplicemente ridicolo - ha detto - bisogna proprio essere distratti per dire una cosa simile.
Huckabee, un outsider fino a un mese fa, ha accelerato la corsa nell'ultima fase di campagna elettorale e in Iowa - suggeriscono i sondaggi - è in testa, dopo aver staccato il favorito della vigilia, l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney.
- BILL CLINTON SU HILLARY: E' GENIO DI PORTATA PLANETARIA Nel campo minato della tesissima campagna delle primarie nche un comunicatore di razza come l'ex presidente Bill Clinton può fare un mezzo passo falso. Ha definito la moglie, candidata democratica alla presidenza Hillary Clinton "un genio di portata planetaria" quando si tratta di migliorare la vita negli altri. A nome dell'ex first lady lo ha detto in un intervento in New Hampshire, un comizio a sostegno della campagna elettorale in vista delle primarie dell'8 gennaio.
Il complimento è diventato ben presto un'ironica etichetta su blog avversari, un'etichetta della quale il "genio" Hillary avrebbe fatto a meno.
- CHELSEA CLINTON, ADULTA E NON PIU' RICCIA, TORNA IN PUBBLICO Proprio in New Hampshire ieri Clinton ha fatto campagna elettorale con la figlia Chelsea e la madre, Dorothy Rodham. Chelsea, ventisettenne, non più la first daughter riccia e goffa di un tempo, si èpresentata di fronte alle telecaemere con una cascata di capelli biondi e lisci. Erano anni che non appariva in pubblico al fianco dei genitori in campagna elettorale.
- OBAMA CONTINUA A RAFFORZARSI, VOLA ANCHE IN CALIFORNIA Obama e Clinton sono alla pari in New Hamphire. Lo suggerisce un sondaggio condotto da Gallup per Usa Today che vede i due senatori democratici appaiati al 32 per cento dei consensi in vista del voto di gennaio. Terzo l'ex senatore della Carolina del Nord John Edwards con il 18 per cento. Un ulteriore segnale del buon momento che sta attraversando il candidato afroamericano di Chicago il dato della California dove il ritardo da Clinton è ormai a soli dieci punti percentuali contro i 30 del mese scorso.
Sempre in New Hampshire, sul fronte repubblicano, Mitt Romney non è più il superfavorito. Secondo Gallup il senatore dell'Arizona John McCain è tornato alla carica ed è ora a soli sette punti di distanza. Almeno il 40 per cento degli elettori di entrambi i partiti si dice tuttavia ancora indeciso sulla scelta il giorno delle primarie.
- SONDAGGIO ZOGBY: OBAMA IL PIU' FORTE CONTRO REPUBBLICANI Si ricreda chi teme che Barack Obama, giovane senatore dell'Illinois, non abbia le carte in regola per sfidare un avversario repubblicano in caso di vittoria nelle primarie. A dar retta a un sondaggio Zogby è proprio Obama il democratico più forte, batterebbe e con svariati punti di vantaggio tutti i candidati repubblicani in corsa nelle primarie, da Mike Huckabee a Rudy Giuliani. Obama fa meglio di Hillary Clinton, a lungo giudicata la candidata con le carte migliori nella sfida decisiva del novembre 2008.
- SONDAGGIO ZOGBY: ATTENTI A RON PAUL, REPUBBLICANO CONTRO GUERRA "Ho imparato che nella politica americana non si può parlare di vittoria inevitabile". Lo dice il sondaggista John Zogby in un editoriale sul blog conservatore Newsmax e avverte: "Ron Paul vi sorprenderà". Nella corsa per le primarie non è certo nelle primissime posizioni, ma l'unico repubblicano che chiede il ritiro immediato dall'Iraq avrebbe secondo Zogby la possibilità di emergere. "E' diverso. Lo si nota. E' contro la guerra e ha dalla sua parte un quarto degli elettori repubblicani che la pensano come lui. Quel che gli manca sono un paio di sponsor in Iowa. In New Hampshire sarà più semplice". http://notizie.alice.it/notizie/esteri/2007/12_dicembre/22/usa_2008_diario_primarie_repubblicani_anti_bush_rice_ridicolo,13687856.html
Pubblico con molto piacere un articolo apparso su liberazione di ieri. Si tratta di un'intervista al Jantschke Valdrack, viceministro degli esteri del Nicaragua sandinista. Ci tengo molto che faccia il giro dei blog perché si tratta di una persona che ha capito il vero significato del termine "cooperazione allo sviluppo". Washington dovrebbe prendere esempio da queste persone. In Nicaragua - sotto almeno tre presidenti Usa - l'unica cooperazione la facevano i contras. Cliccare <> per scaricare l'articolo in .pdf.
-Viceministro, dopo le elezioni di gennaio e il ritorno di Daniel Ortega, il Frente è di nuovo alla guida del Paese. Qual è la situazione che avete ereditato e in che direzione si sta muovendo il suo governo?Il Nicaragua ha scontato ed è transitato attraverso tutti i meccanismi del neoliberismo. Le precedenti amministrazioni hanno privatizzato lo Stato e le sue risorse, smantellato la capacità nazionale di leadership, ridotto al minimo lo stato sociale promettendo che tutto questo sarebbe servito a generare sviluppo. Il risultato? L'ottanta percento del popolo del Nicaragua vive oggi con meno di due dollari al giorno, il 40% di questi con meno di un dollaro che è la soglia con cui la Banca Mondiale indica l'assoluta povertà. La povertà e l'esclusione sociale aumentano, nonostante gli sforzi economici profusi. Questi risultati indicano che o si cambiano metodi o otterremo sempre gli stessi risultati. Crediamo che sia necessario riappropriarsi dello Stato e metterlo al servizio del popolo aumentando le forme di partecipazione diretta alle decisioni dei governanti. E' necessario migliorare la capacità produttiva del Paese ripartendo da chi finora ha ricevuto meno di tutti: campesinos e piccola e media imprenditoria.
-Nel suo intervento lei ha parlato di tre punti cardine nella cooperazione con il Nicaragua: appropriazione, allineamento e armonizzazione. Può chiarirci meglio questi tre concetti?Apprezziamo gli aiuti del Nord, ma le soluzioni devono nascere da noi. Non si può continuare ad immaginare ad un Nord che dalla cabina di controllo esercita i suoi interessi nel Sud. Appropriazione significa che è il governo centrale l'attore principale che deve gestire gli aiuti. Che devono essere allineati con quelli che sono i piani di sviluppo e i sogni nazionali e non rivolti verso quello che i Paesi che intervengono ritengono sia giusto fare. Questi aiuti provenienti da diverse nazioni devono poi essere armonizzati tra di loro. Quarantasei Paesi che hanno aperto progetti di cooperazione in Nicaragua senza coesione hanno creato interi ministeri che abbiamo ereditato e che hanno spesso più fondi dei ministeri "ufficiali". Stato forte e autonomia del governo centrale nella gestione dei fondi. L'orientamento attuale della cooperazione internazionale sembra invece più orientato ad affidare agli enti locali, alla società civile, a decentralizzare gli interventi e riuscire a seguire il modo in cui questi fondi vengono poi amministrati. Il nostro assoluto convincimento è che il primo nemico da sconfiggere è la povertà. Per farlo c'è bisogno di un governo forte che ampli la partecipazione in esso dei suoi cittadini. Bisogna rifocalizzare il ruolo dello Stato e dello spazio pubblico. Cosa che facciamo ad esempio attraverso i consigli di partecipazione cittadina. Il popolo deve essere non solo consultato, ma deve essere parte attiva dei processi decisionali.
-Se guarda bene queste posizioni sono allineate con la conferenza di Parigi del 2005. Gli aiuti sono per combattere la povertà? Bene, significa che devono essere destinati ai poveri e non spesi in consulenti e simili. Lo stato della povertà è il migliore indicatore che i vecchi paradigmi non hanno funzionato. Può non piacere come diciamo le cose, ma questo è un momento di grande cambiamento. E' quello che qui da noi si chiama rivoluzione. Un governo forte con una forte partecipazione. Quando si dice governo si pensa ad un ristretto gruppo di burocrati con molto potere in mano. Il nostro scopo è cambiare questo paradigma.Difficile non pensare al Venezuela del presidente Chávez.
-L'America Latina ha cominciato a cambiare. Siete voi che dovete porvi la domanda: perché sta succedendo questo? I popoli si stanno alzando. L'America Latina è la regione con più diseguaglianza sociale al mondo nonostante il suo sviluppo economico possa essere considerato medio. Un enorme quantità di poveri che hanno tutti la stessa faccia: donne, neri, indigeni, campesinos. La rivoluzione serve ad includere gli esclusi. Questo è il dialogo con la cooperazione italiana di cui siamo contenti. Ma l'Europa non può continuare a pensare di trasferire da noi i suoi interessi politici e i suoi dibattiti.Tra la maggioranza degli esclusi ha citato per prime le donne che sono nella catena dell'oppressione la parte se possibile più oppressa.Come succede anche in Europa, sono gruppi di maschi a detenere il potere. Il problema è riuscire ad affidare alle donne la possibilità di decidere. Per farlo è necessario raggiungere il primo obiettivo che è acquistare forza economica che permetta loro l'emancipazione.
-Come? Lo strumento non sembra quello di una decisione di imperio del presidente, ma va raggiunto con programmi che avviino questo percorso. Quello più importante che abbiamo messo in piedi si chiama "Fame Zero". Ai campesinos vengono affidati mezzi di produzione, una mucca incinta, tre scrofe incinte e delle galline. Ma vengono gestiti dalle donne, una scelta che crea spesso tensioni nelle famiglie che rappresentano il primo luogo di dibattito dove superare i vecchi schemi. Così il programma "Usura Zero", prestiti alle donne di 300 dollari a zero interessi per avviare piccole attività. Ne abbiamo già lanciati 15mila e la percentuale di restituzione è stata del 100%. L'unico modo di superare l'esclusione è includere: nove gabinetti sono stati affidati ad indigeni e afrodiscendenti. I ministeri di Agricoltura e Pesca sono stati affidati a Mixitos. I ministeri della Difesa e dell'Interno sono guidati da due donne. Io stesso sono viceministro. Non è un'inclusione formale, ma di qualità.Nei meccanismi di esclusione un altro ruolo importante lo giocano alfabetizzazione e l'accessibilità allo studio.
-Come state procedendo in questo settore?Nel 1979 quasi il 60% della popolazione era analfabeta. Eravamo riusciti a ridurre questi livelli al 12%. RIcevemmo persino un premio dall'Unesco per questo motivo. Dopo sedici anni siamo tornati al 40%. Questa è una barbarie. Dobbiamo liberare il Nicaragua dall'analfabetismo entro il 2010, dare il diritto alla sanità e alla salute a tutte e tutti. Naturalmente questo ha un costo ed è su queste mete che vogliamo dirigere i fondi della cooperazione. Meno costi per l'organizzazione per dirottarli sugli obiettivi e portare avanti un idea di sviluppo umano, non solo economico.http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/
Time magazine è uscito con la copertina più attesa dell'anno. Quella che consegna al protagonista di turno la corona di “Person of the year”, quella di cui tutti, volenti o nolenti, saranno costretti a parlare. La motivazione: per aver dato stabilità alla Russia.
E' quando si leggono notizie come queste che improvvisamente si capisce che le parole non hanno più senso. Che non vale la pena di continuare a opporre idee e filosofie a qualcosa che meriterebbe risposte più concrete.
Dunque non ha senso elencare tutti i misfatti di Putin, l'orrore della Cecenia, la soppressione di giornalisti come Anna Politkovskaja, la repressione dell'opposizione nelle recentissime elezioni.
Per ora iniziamo con una serie di dati, tanto per capire dove siamo, in una geografia che ci sta dimostrando che non siamo ragni che camminano sulla tela, ma piuttosto le zanzare imbozzolate e che aspettano di essere divorate.
Time magazine, settimanale diffuso in tutti i paesi di lingua anglosassone e non solo, preso a modello dai giornalisti di tutto il mondo, e letteralmente copiato da quelli italiani, è di proprietà della Time warner Company , un colosso di produzioni multimediali che ha sede ufficiale a New York e che risulta dalla fusione della Warner e di Time, nel 1990. Warner è stata fondata nel 1972 come costola della Warner Bros picture, produttrice della maggior parte dei film. Nel 2000 è protagonista di una spettacolare fusione con Aol, che apparentemente “compera” Time Warner mantenendo il 55% (dunque la maggior parte) delle quote, ma che viene poi “ridimensionat”a nel . 2002 e diventa invece una costola.
Siamo di fronte a uno dei grandi produttori di informazione a tutto campo, in grado di decidere quali contenuti debbano passare (e non certo in modo subliminale) e debbano essere condivisi da milioni di persone su questo pianeta.
La divisione Time produce un centinaio di giornali (e anche in quest'ambito sono avvenuti trasferimenti e fusioni , con spostamenti di capitali, lavoratori, testate), tra i quali Fortune, Life, Sports illustrated, tanto per citare i più noti in Italia libri, broadcasting, musica e praticamente qualsiasi media possa circolare. Per quanto riguarda la rete, ecco un breve elenco di marchi: oltre ad Aol, MapQuest, Winamp, Icq, Netscape, Amazon. Sotto il cappello di Time infatti compaiono anche tutti i canali Cnn, New York Tv, Kabletv, i canali satellitari Turner. Del cinema si è già parlato: sono di Time Warner anche Cartoon network e tutti i cartoni di Hanna e Barbera.
Nel board dei direttori compaiono persone che fanno parte di Hilton corporation, Kleiner Perkins, Johns Hopkins University (molte informazioni scientifiche che sono sui nostri giornali provengono da questa università), Colgate Palmolive, Motorola.
Questi signori non si limitano a provvedere interessanti storie, o a divertire la gente insomma. Puntano a fare in modo che il pubblico impari ad essere fedele, grazie a una costante e sempre presente offerta di un mondo perfetto, dove per carità si possono trovare anche qualche morto e qualche rapito perché il sangue attira sempre, ma la cui attinenza con la realtà è solo apparente. O meglio era. La perfezione dell'intera operazione infatti si basa sul fatto che il mondo fasullo alla fine diventa effettivamente realtà, perché la gente cerca di vivere quello che risiede nell'immaginario di cui si circonda.
Puntano anche a fare piazza pulita delle pericolosissime alternative. Internet e i siti comunitari gli sono un pochino scappati di mano, ma stanno velocemente correndo ai ripari.
Nel frattempo la mossa vincente è fare piazza pulita di ogni alternativa prima ancora che possa anche solo fare capolino. Nei giorni scorsi la Fcc ( Federal communication commission), la commissione che in teroia dovrebbe controllare i monopoli dell'infromazione negli Usa, ha permesso a un altro titano dei media, Rupert Murdoch, di impossessarsi e annientare altri piccoli produttori, rendendo possibile la proprietà di una televisione e di un giornale nella stessa città. Il primo tentativo era già stato fatto nel 2003, ma milioni di americani avevano sottoscritto petizioni come quella che circola ora ed erano riusciti a frenare la firma del Congresso. E guarda un po', qualche giorno prima della votazione finale, proprio su Time compare un editoriale di Kevin Martin, il chairman della Fcc, il quale ovviamente spiega che anullare il divieto si possedere contemporaneamente giornali e stazioni tv è un problema “minore”.
Questo Santo Natale non voglio che arrivi senza che io abbia sciolto almeno un cantico per i veri liberali, i difensori della privacy, gli eroi che ci hanno difeso, per un anno intero, dalla morbosità impicciona della stampa schifosa e dei blog maldicenti.
Sto pensando ai politici, agli opinionisti, che quando un cronista bavoso ha provato ad appoggiare un microfono al citofono della vedova e dell'orfano, hanno fermamente protestato, hanno scritto e detto parole di fuoco, ottenendo così che i nostri tg si liberassero di quel pietismo da terzo mondo.
Sto pensando a chi ha avuto il coraggio di non intervistare più Azouz quando lui stesso stava cercando di defilarsi, a chi ha subito cancellato le foto delle gemelline di Erba da ogni archivio, evitando loro, in un momento delicato della loro crescita, una brutta figura molto difficile da metabolizzare.
Sto pensando a chi ha fatto il possibile, in tv e sui giornali, per difendere l'immagine di privati cittadini come Meredith, Amanda, Raffaele, Rudy, evitando che ai loro nomi fossero associate le immagini goliardiche che pure erano reperibilissime su Internet.
Grazie, veramente. Senza di voi Azouz, Amanda, le gemelle Cappa, oggi non sarebbero più privati cittadini, ma involute celebrità. Il vostro impegno quotidiano ha migliorato sensibilmente l'opinione pubblica italiana. E anche voi ne avete guadagnato in credibilità.
E oggi che difendete Berlusconi, barbaramente attaccato nella sua privacy, sappiamo che lo fate senza secondi fini, esattamente come avete difeso Azouz, Meredith, Sollecito. Perché per voi non c'è differenza tra uno studente sfigato e il proprietario di tre canali televisivi. Che tu sia leader dell'opposizione o magrebino con precedenti penali, che tu stia facendo boccacce alla webcam o mercanteggiando favori sessuali in cambio di un voto di sfiducia, la tua privacy è sacra, e santo, santo, santo è chi la difende.
Buon Natale, piccoli grandi eroi. Io mi sento veramente al sicuro, con gente come voi su tutti i canali e i giornali. So che posso scrivere quel che voglio, e che nessuno lo userà contro di me. So che se, un indomani, io fossi indagato per una cosa che non ho commesso, voi vegliereste sulla cache di google, affinché qualcuno non ci peschi cose che imbarazzerebbero un innocente. So che qualora saltasse fuori un'intercettazone piccante di una mia telefonata, voi mi difendereste con la stessa olimpica serenità con cui difendete Berlusconi, perché dopotutto c'è una cosa in cui io e Berlusconi siamo veramente uguali, e non è la statura, no, ma è la legge. Che è incredibile, se ci pensi, eppure è così. Io e lui, davanti al giudice, uguali. Che sensazione strana.
Vien voglia di non pagare più le multe. Andranno bene in prescrizione, prima o poi.http://leonardo.blogspot.com/
Mieli: "Andate a ballare" Paolo Mieli concludendo il brindisi di oggi in sala Albertini si è così rivolto alla marmaglia dei redattori impanettonati: "Bravi, siamo andati bene anche quest'anno. E ora andate, andate a ballare, a divertirvi". Sono andati, ma a fare titoli, i suoi bravi redattori, ché a ballare troppo sembra di stare sul Titanic, visto i tempi che tirano e con il vento della Casta che spira anche in redazione, tra tagli alle spese e licenziamenti in arrivo. Paolino: "Me ne vado a febbraio"
Primo perché Paolino Mieli - visto spesso con simpatiche fanciulle dalle parti di casa sua, corso garibaldi a Milano, e Roma (vicino a piazza Fiume) - ha confidato a un amico che è in partenza. Le voci corrono ormai da mesi, ma è la prima volta che il Paolino la mette giù così piatta: "Il Corriere? Me ne vado a febbraio". Corsera, niente regalo aziendale
Secondo perché i tempi sono cupi, come sanno bene i manager e non solo del Corriere. Tanto per cominciare, in via Solferino, causa riduzione budget, quest'anno è stato abolito il regalo aziendale. L'anno scorso era arrivata una macchina fotografica digitale, l'anno prima un simil I-pod. Quest'anno nulla. A parte il solito panettoncino che è in uso alla generosità redazionale devolvere in beneficienza. Sole, il padrone in redazione
Se al Corriere stanno messi male, al Sole stanno messi peggio. Tanto che proprio oggi hanno proclamato uno sciopero di 24 ore per protestare contro la nomina del capo del personale MarcoMenardi a caporedattore. Come a dire: il padrone in redazione. Repubblica, stato di crisi?
Neanche a Repubblica ridono. Anzi. Circola la voce, a metà tra leggenda metropolitana e premonizione, che stia per arrivare come una mannaia lo stato di crisi. Ovvero licenziamenti, taglio del personale. Si vuole cominciare dai prepensionamenti e altri segnali sono scoraggianti. Per esempio all'ufficio centrale non arriveranno più le mazzette dei giornali. Dai telefonini dei redattori, dopo la scoperta che molti avevano scaricato sonerie e vari, è stata eliminata la possibilità di usare servizi vari come l'avviso di chiamata. Gli inviati, le note spese e il tragico vuoto Poi ci sono le note spese degli inviati. Ezio Mauro, raccontano, si è infuriato quando ha saputo dei milioni di euro, si mormora cinque, spesi per le trasferte degli inviati. Sicuro il taglio, anche se non è chiaro se sarà delle note spese dei lord redattori, alberghi a cinque stelle e Amarone, o tout cour delle trasferte. A far tracimare il vaso dell'indignazione, la scoperta che tre inviati del gruppo espresso sono stati per giorni in Giappone, al Salone dell’auto, a spese del giornale. Righe uscite sul giornale in totale: una quindicina. Largo Fochetti, pacco dono light
Più misero anche il pacco dono a Largo Fochetti. I redattori hanno calcolato che pesa come tre copie di Velvet, più un Venerdì. Considerato che Velvet pesa un chilo quattro etti e venti grammi, fanno meno di cinque chili. Eliminato quest'anno il caffè. C'è una confezione di lenticchie di marca Orti italiani dell’Umbria (ma non di Castelluccio, che è la zona migliore). Un litro di olio di marca Colle dei frati (campano). Poi panettone, torrone e cioccolatini. Della Valle, palle solidali
Che poi, diciamoci la verità, questa dei regali aziendali e dei pacchi dono è una pratica medievale, che sa di carità padronale e un po' pelosa. Meglio allora, fare come ha fatto quest'anno Diego Della Valle, il patron della Fiorentina, che ha comprato a un ospedale di bambini uno stock di palle di Natale viola e le ha inviate come dono simbolico e solidale. Si poteva fare così anche per i quotidiani. Con tutte le palle che escono sui giornali, una in più non avrebbe fatto male. http://stamparassegnata.splinder.com/
Questa qui sopra è Hillary Clinton. Strano, la facevo più giovane, avvenente, "tirata". Questa immagine sta dividendo l'America - come riporta un articolo di "Repubblica" di ieri. Nei giorni scorsi ho avuto la sensazione di essere stato un po' troppo cattivo nel giudicare i candidati alle prossime presidenziali. Il dibattito politico che sta dividendo con. e liberals è...le rughe di Hillary. Tuonano i conservatori: "La Clinton è una vecchia megera che non può essere eletta alla Casa Bianca!". E ovviamente, come la palla di neve diviene valanga, la polemica sullo "sfacelo" della candidata democratica si ingigantisce, occupando l'intera scena politica. Almeno per un po'. Di fatto, è comprensibile in un sistema elettorale che muove masse di capitali pari al pil di qualche stato africano: la verdurina tra i denti, il ciuffo galeotto contano, eccome! Quindi la Clinton diviene la "vecchia megera", Obama il "pivello"; l'una troppo vecchia e l'altro troppo giovane; Obama ha "tirato" crack in gioventù, la Clinton ha un'amante ed è lesbica in gran segreto. Mi intristisce vedere che la più longeva forma di democrazia moderna sia ridotta a reality show: l'importante è che non si parli di politiche pubbliche, che annoiano e abbassano lo share. Tutti gli americani (dem. o rep.) dibattono sulla gioventù di Obama, su mogli, amanti o mariti e sulle rispettive righe, ma qualcuno conosce effettivamente chi ha intenzione di fare cosa negli Usa? Perché, vedete, gli stessi teo-con che oggi criticano la "tirata", la "scappatella", la ruga (strano che nessuno si renda conto che ad una certa età vengano in maniera spontanea, salvo crio-congelamento) elessero per ben due volte R. Reagan che di anni ne aveva 70 quando arrivò la prima volta alla presidenza e che appoggiarono per ben due mandati Bush jr. G.W. Bush ha avuto una storia travagliata con l'alcool (e non un semplice goccetto), tanto che il Washington Post riporta alcune frasi dell'interessato che definisce la sua giovinezza come "nomade" e "irresponsabile". Il tritacarne elettorale vuole costruire l'immagine dell' "american candidate" che - per intenderci - è un'immagine prettamente televisiva, camaleontica. Un'altra somiglianza tra i due schieramenti (cfr. post appena sotto) è proprio questo ricorso all'adesione al "partito della bellezza", della perfezione americana. Putroppo una perfezione (solo) fisica, estetica...di politica se ne sta vedendo davvero poca. Se ci fosse Moretti, ulerebbe: "Hillary dì qualcosa di sinistra!". Anche questa richiesta sembra troppo avventata: meglio approdare ad un moderato "Dite qualcosa...!". Almeno che riguardi, anche di sfuggita, la gestione del paese. Per completare l'opera, visto che ormai la politica americana è stata completamente dissacrata e profanata nel suo intimo (anche a livello di utilità teleologica), vi lascio canzone e testo di "Elected!" di Alice Cooper (1972). La canzone termina "trionfalmente" con l'espressione: "We have problems on the North, South, East and West, New York City, Saint Louis, Philadelphia, Los Angeles, Detroit, Chicago. Everybody has problems. And personally, I don't care." Basta non avere le rughe!http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/2007/12/la-ruga-della-politica.html
L’assassinio del generale François al-Hajj, probabilmente destinato a succedere a Michel Suleiman alla guida delle forze armate libanesi in caso di elezione di quest’ultimo alla presidenza della repubblica, ha sospeso per un paio di giorni l’aspra contrapposizione tra maggioranza e opposizione che paralizza il paese da mesi.
Le esequie pubbliche, svoltesi venerdì nella basilica maronita di Harissa, hanno fornito una insolita immagine di compattezza, con i principali esponenti di entrambi gli schieramenti politici seduti fianco a fianco. È tuttavia improbabile che questa temporanea sospensione delle ostilità, sorta sulla scia del forte impatto emotivo che l’ennesimo attentato ha provocato sull’opinione pubblica, alteri in maniera sostanziale la partita a scacchi relativa all’elezione presidenziale. Proprio venerdì, Naim Qassem (il numero due di Hezbollah) ha fatto sapere che nessun emendamento costituzionale e dunque nessuna elezione “consensuale” di un nuovo presidente saranno possibili senza il previo accordo su un “pacchetto” di condizioni, in particolare sul numero dei ministri legati ai movimenti di opposizione in un eventuale rimpasto di governo. Qassem ha indicato il generale Michel Aoun quale negoziatore ufficiale dell’opposizione, mentre finora era stato il presidente del parlamento Nabih Berri a svolgere in maniera informale questo ruolo durante gli incontri con il leader della maggioranza Saadeddine al-Hariri. In un’intervista rilasciata domenica, Wael Abu Faour, uno degli strateghi dell’Alleanza del 14 Marzo, ha replicato dichiarando che la maggioranza potrebbe adottare “opzioni categoriche” per procedere all’elezione di Suleiman nel caso in cui si dovessero registrare nuovi slittamenti delle sessioni parlamentari.
Mentre, secondo una fonte citata dal quotidiano As-Safir, le indagini militari sull’attentato di mercoledì si starebbero concentrando su “gruppi terroristici di matrice fondamentalista” (sulla base di una serie di somiglianze con analoghi episodi che nei mesi scorsi hanno coinvolto vari esponenti politici e un veicolo dell'Unifil), numerosi commentatori ed editorialisti libanesi, che prudentemente non esprimono ipotesi sui possibili mandanti, convengono che l’assassinio di al-Hajj rappresenti un chiaro avvertimento inviato alle forze armate, che ormai sarebbero diventate un attore e non più solo uno spettatore esterno dei conflitti politici interni e regionali. Secondo questo punto di vista, l’attentato di mercoledì sarebbe un avvertimento che il basso profilo non basta a chiamarsi fuori dagli aspetti più deteriori di questi conflitti.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31262
Fissata la data delle presidenziali in Serbia, resta da capire che esito avranno i dissapori tra il premier Kostunica e l’attuale presidente Tadic, rispettivamente leader dei partiti di governo DSS e DS, per comprendere meglio che direzione prenderà il Paese
Il primo turno delle elezioni presidenziali in Serbia si terrà il 20 gennaio prossimo, mentre il secondo turno del ballottaggio è previsto per il 3 febbraio. La decisione sull’indizione delle elezioni è stata presa da Oliver Dulic, presidente del Parlamento serbo, il 12 dicembre scorso. Ad un anno esatto dalle elezioni parlamentari, i cittadini della Serbia eleggeranno il presidente che, secondo un’opinione ampiamente diffusa, prenderà in mano il timone dello Stato in uno dei momenti più difficili della storia moderna del Paese.
Nel comunicato stampa di Dulic si legge che “ogni nuova elezione è un’occasione per rinforzare i valori democratici e per consolidare la stabilità dello Stato. Ciò è particolarmente importante oggi se si tengono presenti le sfide davanti alle quali si trova la Serbia, e che riguardano il mantenimento dell’unità territoriale del Paese”.
La decisione sull’indizione delle elezioni ha suscitato aspre polemiche e nuovi problemi per la coalizione di governo. Mentre il Partito democratico (DS) di Boris Tadic è certo che le elezioni siano state una buona mossa, il suo partner di coalizione, Partito democratico della Serbia (DSS) sostiene che sia stato infranto l’accordo di coalizione. I radicali invece hanno accolto preparati la decisione e si aspettano di ottenere il massimo vantaggio dal recente conflitto tra Tadic e Kostunica, vale a dire la vittoria del loro candidato alle elezioni.
La Serbia ancora una volta aspetta l’esito di questa gara d’astuzia tra Tadic e Kostunica. Ricordiamo che la coalizione di governo, composta dal DS, DSS e G17 Plus, durante l’autunno si era accordata in modo tale che i deputati delle file della maggioranza preparassero e adottassero tutte le leggi necessarie per l’indizione delle elezioni presidenziali. Questa serie di attività è prevista dalla Costituzione della Repubblica della Serbia. Il Parlamento serbo al 10 dicembre aveva adottato un pacchetto di sei leggi chiave. Parallelamente con la procedura parlamentare sono stati condotti i colloqui ai più alti livelli di partito, mediante i quali si sarebbe dovuta precisare la data delle elezioni presidenziali.
I democratici di Tadic avevano fretta, mentre i portavoce di Kostunica affermavano che per le elezioni c’è tempo, e che è più importante che le forze si impegnino nella soluzione del futuro status del Kosovo. I deputati del DSS hanno annunciato che sulla data dell’indizione delle elezioni presidenziali sarebbe stato necessario pensarci dopo il 19 dicembre, ossia dopo la seduta del Consiglio di Sicurezza.
Ma questa volta Tadic ha sorpreso Kostunica. E solo dopo il 3 febbraio sapremo se il sorprendente cambiamento di corso gli farà ottenere un nuovo mandato presidenziale. Fino ad ora Tadic aveva atteso le decisioni del DSS e aveva rinviato le mosse fino all’ultimo minuto, cosa che parte del suo elettorato gli ha rimproverato. Per una parte dell’opinione pubblica Tadic è stato “richiamato” per via del suo atteggiamento cedevole rispetto alle (troppo) frequenti concessioni al DSS. Questa posizione è giustificata dalla serietà dei problemi con cui il Paese deve confrontarsi e con la necessità di avere delle decisioni sagge e di compromesso. Ma a quanto pare il tira e molla sulla data delle elezioni presidenziali è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Tadic ha rischiato, mentre Kostunica per la prima volta dalla formazione della coalizione si trova in una posizione un po’ diversa, sulla difensiva. Da lui ci si aspetta che risponda alla sfida e che decida o di appoggiare Tadic o di appoggiare i radicali. Tutti gli scenari sono in gioco, e persino anche quelli che i più fantasiosi analisti politici non riescono ad immaginare. Non bisogna poi dimenticare che il premier serbo è noto per la sua pazienza e per il lungo ponderare le mosse successive.
La sostanza dello scontro tra il DS e il DSS si rispecchia nel disaccordo delle posizioni riguardanti due questioni. La prima è, come abbiamo detto, sapere se è stato violato l’accordo di coalizione. Al DS affermano che con l’accordo di coalizione è previsto che le elezioni presidenziali si indicano dopo il 10 dicembre, mentre al DSS sostengono che ogni presa di decisione unilaterale, senza il consenso all’interno della coalizione, rappresenta una violazione delle regole comportamentali precedentemente accordate.
Il capogruppo parlamentare del DSS Milos Aligrudic in una dichiarazione per l’emittente B92 ha precisato che il DS ha violato l’accordo di coalizione. Aligrudic ha aggiunto che il DSS prenderà una posizione sulle elezioni presidenziali, ma che “non lo farà assolutamente prima del 19 dicembre e prima della seduta del Consiglio di Sicurezza”.
La seconda questione che “spacca” la coalizione di governo è se le elezioni sono state indette in accordo con la Legge costituzionale. I partiti di governo, ma anche le istituzioni e gli analisti, interpretano in modo differente la mossa del presidente del Parlamento.
I deputati del DSS affermano che le elezioni si sarebbero potute indire solo dopo l’entrata in vigore di tutte le leggi necessarie, cosa che, secondo loro, non è accaduta. Motivo per cui Milos Aligrudic nella seduta parlamentare ha dichiarato che Dulic ha violato la Legge costituzionale, perché la legge sull’esercito entra in vigore il 1° gennaio.
Rispondendo alle accuse, la portavoce del DS Jelena Markovic sostiene che le elezioni siano state indette in modo legale perché la Legge costituzionale prevede che le elezioni presidenziali debbano essere indette entro il 31 dicembre, pertanto non sarebbe stato possibile aspettare che anche l’ultima legge del pacchetto entrasse in vigore.
A chi credere? si domandano i cittadini della Serbia. Affinché sia ancora più interessante, anche gli esperti non hanno una risposta unica.
Come riporta B92, il professore della Facoltà di Giurisprudenza di Belgrado, Stevan Lilic, ritiene che le elezioni siano state indette in modo legale. Egli afferma che guardato da un punto di vista legale si deve tenere presente “il contesto in cui la legge viene applica e non solo il testo della legge. Ogni forma di ostruzione procedurale e giuridica delle elezioni da parte di alcuni partiti politici sarebbe molto dannosa per la Serbia e i suoi cittadini”.
L’ex presidente del Tribunale costituzionale, Slobodan Vucetic, ritiene che la decisione potrebbe essere considerata illegale perché non è stata rispettata una delle condizioni previste. Vucetic dice che “la decisione del presidente del Parlamento è in accordo con la Legge costituzionale per quanto concerne il termine ultimo, e cioè il 31 dicembre”. Tuttavia, Vucetic ritiene che la Legge all’articolo 3 prevede un’altra condizione, e cioè l’entrata in vigore di tutte e sei le leggi necessarie. E come abbiamo già detto, la Legge sull’esercito entrerà in vigore il primo giorno del nuovo anno.
Le elezioni sono state indette legalmente oppure no? A questo siamo già abituati. Con una Legge costituzionale come questa c’è da chiedersi piuttosto se le elezioni avrebbero potuto essere comunque indette in modo del tutto legale.
In queste elezioni presidenziali legali-illegali incroceranno le spade Boris Tadic per il Partito Democratico (DS) e Tomislav Nikolic, il leader dei radicali serbi, per il quale questa sarà la terza candidatura. Nikolic è convinto che finalmente sarà il vincitore.
Alle elezioni prenderanno parte anche altri candidati. Cedomir Jovanovic per il Partito liberal democratico (LDP), mentre il Partito socialista della Serbia (SPS) ha proposto Milutin Mrkonjic, e nei prossimi giorni sono attese altre candidature ufficiali di alcuni leader di partito. Per il momento le candidature sono state presentate solo da Nikolic e Jovanovic.
Per ora Tadic è sostenuto dal G17 e dal Partito democratico del Sangiaccato di Rasim Ljajic. Il leader della Lega socialdemocratica della Vojvodina (LSV) Nenad Canak ha invitato i suoi membri e simpatizzanti a decidere in base alla propria volontà al primo turno. Ci si aspetta che l’appoggio a Tadic al secondo turno sia di gran lunga maggiore ed esplicito. Tomislav Nikolic è sostenuto dall’elettorato del suo partito, mentre al secondo turno prenderà parte dei voti dei socialisti e dei popolari.
L’enigma maggiore è come si comporterà Vojislav Kostunica e il suo partner di coalizione, il ministro delle Infrastrutture Velja Ilic. Quest’ultimo ha annunciato la sua candidatura, ma spetta di discuterne con Kostunica. Il premier serbo, a causa del Kosovo, non ha molto tempo di occuparsi delle elezioni presidenziali e il suo partito prenderà una decisione durante la seduta dell’incontro generale prima del Capodanno.
Alla fine possiamo avanzare alcune previsioni, anche se è ancora troppo presto. La Serbia di sicuro non eleggerà il presidente al primo turno. Tutti pensano che il secondo turno sarà incerto fin dall’inizio. Secondo tutte le previsioni, il primo turno sarà vinto da Nikolic, mentre le chance di Tadic emergeranno al secondo turno. Ma anche questo dipende dalla decisione di Kostunica e dalla prontezza degli elettori di andare a votare. Se Kostunica non chiama i suoi elettori a votare per Tadic, il presidente serbo dovrà convincere la gran parte degli indecisi e degli astinenti a votare per lui.
Gli animi non sono ancora incandescenti. Finché in Serbia non passeranno tutte le feste, da San Nikola al Bajram, al Capodanno e al Natale, non ci si aspetta un’aspra campagna elettorale. In verità, i partiti iniziano già a visitare la base. I democratici faranno il loro primo meeting pre-elettorale sabato 22 dicembre a Novi Sad, probabilmente con l’intento di motivare gli appartenenti alle minoranze a votare per Tadic. I radicali iniziano la gara dal cuore della Sumadija, contando sul fatto che lì ci sarà più ascolto per la loro retorica nazionale.
Sottovalutavo la quantità di incontri in programma… Tre giorni decisamente intensi, senza un attimo di tregua, e nei brevi trasferimenti da un appuntamento all’altro il “lavoro” di ordinaria amministrazione (che in questa fase è piuttosto straordinaria) che dall’Italia faceva capolino e richiedeva attenzione e cura. Così mi trovo ora, nella mia ultima sera parigina, a raccontare le impressioni sedimentate durante questa breve ma intensa immersione nella Francia di Sarkozy.
1. Parto da qui perché il Presidente è un elemento non aggirabile. Iperattivo, popolare (nazional-popolare), umano (fin troppo), la rappresentazione plastica del politico “uomo comune” (pur non essendolo affatto). Un portento della natura, ha ben studiato la lezione di Berlusconi (a lui mancano le televisioni ed i soldi, ma ha amici che ne hanno in abbondanza) e ne ha tratto una semplice indicazione: accorciare la distanza con il popolo, non negare il lato umano, mostrarsi sicuro e felice. Forse l’invidia è la via più breve al rispetto, all’ammirazione. Questa sembra la sua filosofia. Per il resto, “chi mi ama mi segua!” (e gli altri muoiano pure): avanti senza esitazioni e senza prigionieri, con obiettivi fermi e nitidi, e gli aggiustamenti di rotta utili a schivare con flessibilità gli ostacoli senza ridisegnare la rotta.
Non è amato. Semplicemente, gode di un’apertura di credito – a tempo. Lo aspettano al varco: ha promesso miracoli, ora li faccia. E’ stato eletto sulla sicurezza, ora è chiamato ad affrontare l’emergenza del potere d’acquisto ed il dialogo sociale sulle riforme. Parigi appare sospesa, negozi vuoti e poco traffico, facce un po’ tristi, tensione. Non è una luna di miele serena, piuttosto l’ultima speranza di farcela (senza cambiare)
2. Sarko appare come una ruspa del cambiamento. In realtà, credo siano piccoli aggiustamenti, e tanta immagine. Quello che a Roma si chiamerebbe “buttarla in caciara”. D’altra parte, cambiare cosa…? I francesi adorano i propri servizi pubblici, la macchina di una pubblica amministrazione (costosa ma efficiente) che è elite al servizio del cittadino (sull’ENA, Scuola Nazionale dell’Amministrazione, racconterò nel dettaglio); l’economia cresce, non enormemente ma sufficientemente; le istituzioni funzionano, in Parlamento ci sono 4 partiti e le decisioni hanno percorsi chiari e tempi rapidi. Certo, c’è chi chiede (i MoDem ma non solo) di introdurre una quota di proporzionale nella legge elettorale per dare maggiore rappresentatività e centralità ad un Parlamento che viene percepito come il passacarte del governo (il quale a sua volta sembra esserlo del Presidente). Certo, i tempi della giustizia sono lunghi anche qui. Ci sono più livelli amministrativi che in Italia (con relativa confusione di competenze e sovrapporsi di responsabilità). E ieri sera ho aspettato un taxi 20 minuti, con 3 gradi sotto zero (l’acqua delle fontane ghiacciata è uno spettacolo meraviglioso). I nodi veri, tuttavia, sembrano altri.
3. L’Eurobarometro ieri dava un indice di fiducia nell’UE che per i francesi è il più alto degli ultimi 15 anni. Ed oggi, con l’entrata in Schengen dei Paesi dell’est, la Francia si ritrova ad affrontare la paura dell’invasione degli idraulici polacchi. Il Trattato di Lisbona sarà ratificato in Parlamento a febbraio, prima che gli antieuropeisti di destra e di sinistra abbiano il tempo di far crescere una campagna per il Referendum (s’è fatto per il Trattato precedente, perché non ora…?). E’ cambiato il sentimento dei francesi verso l’Europa? Non sembra. Non erano euroscettici all’epoca, non lo sono adesso. Semplicemente, hanno scoperto che parte consistente del progetto europeo riguarda la libera concorrenza ed il libero mercato – insostenibile per chi fa dei propri servizi pubblici una questione di identità culturale, e della difesa dalla globalizzazione la missione prioritaria dell’Europa. E poi, c’è la Turchia che preme – ed il vero dato di sorpresa per me è che l’argomento principale contro l'adesione non sono gli standard sui diritti umani, e neanche l’elemento religioso (che pure non è poca cosa), bensì la preoccupazione che un domani il primo Paese dell’Unione, il più grande, possa essere la Turchia… non la Germania, la Turchia, che non è neanche Europa!!!
4. L’accettazione senza riserve dell’economia di mercato ancora fa fatica ad affermarsi. Sarà perché lo Stato è ovunque, sarà perché il Partito Socialista è fermo da Mitterand (quando i comunisti erano al 20% ). Sembra esserci lì un nodo irrisolto – l’identità politica della sinistra francese. Qual è il progetto di società, il modello di sviluppo, la missione storica che la sinistra francese propone al Paese? Non ho trovato risposte. Non ce ne saranno per un po’, temo. Il PD è da alcuni elevato a modello, mentre altri non credono neanche che l'abbiamo fatto davvero. Sulle loro prospettive, il massimo che ottieni è un ragionamento su chi farà cosa nei prossimi mesi ed anni, chi sta con chi contro chi, un quadro confuso di cannibalismo feroce. Per ora si preparano alle municipali (qualche speranza di ripresa c’è, ma debole), e si posizionano per lo scontro Segolene – Delanoe.
5. Ieri sera ho visto Delanoe, alla presentazione delle sue liste per le elezioni di marzo. Ha la passione di chi ama quello che fa. Una certa simpatia e facilità comunicativa. Candidati molto giovani, per metà donne, diversi neri. Credo abbia pronunciato la parola “partito” una volta in un’ora. Mentre ha insistito molto sul cambiamento (ma chi non lo fa?), sulla capacità di decisione, sull’anima di Parigi, l’amore per la propria città. Facile – è splendida…
6. Qui di Alitalia non si parla. Quelli a cui ho chiesto un'opinione mi guardavano come se fossi un marziano - a nessuno sembrava un argomento di conversazione...
Mentre la generazione dei ‘babyboomers’ sta cominciando a ritirare i primi assegni delle pensioni, l’America e’ di fronte a un nuovo baby boom, un fenomeno in controtendenza nel panorama dei paesi piu’ industrializzati, in particolare quelli europei. Il centro per le statistiche nazionali che analizza il tasso di fertilita’ del paese, ha reso noto che nel 2006 ha raggiunto quota 2,1, il livello piu’ alto dal 1971 per gli Stati Uniti. […]
Dopo aver superato lo scorso anno quota 300 milioni, la popolazione americana e’ ora avviata verso una crescita piu’ sostenuta del previsto che portera’ gli Usa a quota 400 milioni intorno al 2040. Secondo gli ultimi dati diffusi dal National Center for Health Statistics, e’ la prima volta da quando si esaurito il baby boom del secondo dopoguerra che il tasso di fertilita’ ha raggiunto quello che gli esperti indicano come il livello di rimpiazzo, cioe’ la capacita’ di una generazione di sostituire pienamente se stessa.
‘’Gli Stati Uniti sono uno dei rari paesi industrializzati che hanno un tasso di fertilita’ ai livelli di rimpiazzo'’, ha commentato Jose Antonio Ortega, responsabile della sezione fertilita’ all’Undp, l’organismo dell’Onu che segue i trend della popolazione mondiale. Il numero di bambini che nascono, rispetto alla popolazione, risulta aver superato anche il tasso della Francia, dove sono in atto molte politiche di sostegno alla famiglia. ‘’Cio’ che e’ paradossale - ha aggiunto Ortega - e’ che gli Usa non hanno analoghi provvedimenti di aiuto alla famiglia, eppure hanno una fertilita’ piu’ alta'’.
L’America cresce mentre gli altri paesi industrializzati si restringono e gli esperti negli Usa sono concordi nel ritenerlo un segno di prosperita’ futura. Il tasso di fertilita’ dell’ Italia e’ per esempio di 1,37, e anche Giappone, Corea del Sud, Germania e Russia sono ben al di sotto della nascita di 2 bambini per ogni donna. ‘’Molti leader in Europa, che ne parlino o no, sono invidiosi del tasso di fertilita’ americano - ha detto Bill Butz, presidente del Population Reference Bureau - perche’ le nostre difficolta’ previdenziali non arriveranno cosi’ in fretta come le loro'’. Il boom di forze ‘giovani’, sostiene Butz, aumenta la competitivita’ economica, perche’ e’ portatore di idee nuove e creative.
Il tasso di fertilita’ negli Usa ha raggiunto il minimo nel 1976, a quota 1,7, sulla scia di una serie di fenomeni come la diffusione della pillola negli anni Sessanta e la sentenza ‘Roe contro Wade’ del 1973, con la quale la Corte Suprema rese legale l’aborto. ‘’Non e’ stato tanto l’aborto ad abbassare il tasso delle nascite - afferma Stephanie Coontz, una studiosa del Council on Contemporaries Families - ma e’ chiaro che l’aborto, andando ad aggiungersi alla pillola, ha reso assai piu’ chiaro per le donne che una gravidanza era pienamente una loro scelta'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2007/12/21/il-nuovo-baby-boom-americano/#more-438
Giudice federale 'spoglia' dell'immunità i contractors Usa
E' stata la decisione di un giudice federale di Washington, presa un mese fa, ad aprire la strada ad una causa collettiva presentata da ex prigionieri contro i contractors coinvolti nelle torture e negli abusi di Abu Ghraib e di altre carceri irachene amministrate dai militari statunitensi. Centinaia di vittime innocenti si sono fatte avanti. la settimana scorsa, per puntare l'indice contro i loro torturatori, dopo che il giudice distrettuale James Robertson ha negato il mese scorso alla Caci International l'immunità che gli sarebbe servita per rigettare il ricorso. Gli avvocati di quest'ultima si erano opposti con l'argomentazione che la compagnia lavorava per conto dell'esercito Usa, ma il giudice ha disposto che una giuria civile dovrà ascoltare il caso perchè la Caci aveva la propria catena di comando e perchè in taluni casi non rispondeva direttamente ai militari. Alcuni analisti legali ritengono che la decisione potrebbe influire anche su altre compagnie di contractors accusate di aver recato danni ai civili. Anche se il governo statunitense non vuole o non può perseguire individiui nelle corti penali. Un precedente potrebbe crearsi in special modo nella gestione del caso 'Blackwater', protagonista, a settembre in Iraq, di un incidente in cui persero la vita 11 civili.
'Big Steve' e 'Dj' La causa contro la Caci enumera una vasta fattispecie di reati. Secondo quanto riportato sul sito dell'organizzazione di legali statunitense 'Centre for Constitutional Rights', i ricorrenti hanno denunciato di essere stati sodomizzati, tenuti nudi nelle celle, ammanettati o incatenati alle sbarre, costretti a portare in testa indumenti intimi femminili, sottoposti a elettroshock, a condizioni di caldo o freddo estreme, ad aggressioni di cani e a pestaggi sistematici. Secondo Michael Ratner, presidente e fondatore del Centre for constitutional rights, il ricorso evidenzia come i dipendenti della Caci non abbiano giocato un ruolo limitato, passivo o secondario in queste torture, ma bensì vi abbiano preso parte in prima persona. Due contractors, in particolare, vengono ricordati per la loro aggressività: Stephen Stefaniowicz, conosciuto come 'Big Steve', e Daniel Johnson, conosciuto come 'Dj'. Entrambi sono denunciati come responsabili per aver diretto il personale militare statunitense, tra cui il famigerato Charles Graner, Ivan Frederick e altri, nelle torture ai danni di decine e decine di persone. Graner e Frederick furono in seguito condannati a 10 e 8 anni.
L'avvocato del diavolo. Michael Ratner, contattato da PeaceReporter, ha reso noto che "tali contractors privati non possono agire impunemente, né negli Stati Uniti né altrove nel mondo. Gli impiegati della Caci hanno cospirato con Graner, Frederick e tutti quelli che sono stati condannati per la loro partecipazione nelle atrocità di Abu Ghraib e di altri carceri". Anche loro, secondo lei, dovrebbero ricevere lo stesso trattamento dei militari, anzichè esserne esentati' "Anche e più di loro. Soprattutto per aver fissato il famoso 'codice' nel quale erano contenute le indicazioni su come torturare le persone. Ma finora sono sfuggiti alla legge, civile o militare che sia. La Caci ha accumulato profitti enormi dal Pentagono, e quindi dai contribuenti degli Stati Uniti. E' questa la condotta che noi americani dovremmo assecondare con le nostre tasse?".
Tra i più strenui e autorevoli difensori dei diritti umani e delle libertà civili, Ratner è il capofila degli avvocati difensori dei detenuti di Guantanmo. Ha combattuto e combatte battaglie contro le violazioni della privacy da parte del governo ed è paladino della campagna per porre fine alla tortura e alle 'consegne straordinarie' orchestrate dalla Cia. Il 10 dicembre 2007 è stato insignito del Premio Puffin/Nation per la cittadinanza creativa.
L’andreottismo ha causato danni devastanti al cinismo in politica: imborghesendolo in uno scontato gestionismo ministeriale; riducendolo a poterismo spietato, in senso stalinista; trasfigurandolo per mezzo secolo in collusione opportunistica, stavolta in senso corleonese. Poi c’è stato D’Alema e anche lui, alla soglia dei sessanta, ha avuto una deludente deriva tattica, perché è triste invecchiare senza ambizioni. Un cinismo nudista, che poi è l’unico modo come dice Valery di nascondere la faccia, si è preso beffe di lui dal Quirinale a Montecitorio e lo ha esiliato alla Farnesina. In quel momento il mio dalemismo è diventato una nostalgia, un doppio sogno schnitzleriano al punto che un giorno manifestai a Velardi il mio atroce sospetto, durante una seduta mattutina per il suo libro (L’anno che doveva cambiare l’Italia, Mondadori): “Comincio a pensare che D’Alema sia stato solo una vostra invenzione. Eravate solo dei Lothar senza Mandrake”. Lui fece un ghigno dei suoi e non rispose.
Oggi D’Alema è ritornato D’Alema e ne sono felice. Non ho problemi a scriverlo. Anche perché non ho un seggio da conservare (a differenza di chi lo ha tradito per riscoprirsi prima boselliano poi veltroniano) e non ho una carriera giornalistica agganciata a convenienze di partito. Certo, non ho approvato la sua conversione al Pd, abbandonando il progetto di un labour italiano. Ma qui il suo cinismo me lo fa immaginare seduto alla scrivania mentre dice: “Questo paese si merita Veltroni, non ci sono alternative”. Già, l’Italia. Uno dei 192 Stati delle Nazioni Unite.http://uqbar.ilcannocchiale.it/
I sette minuti del padrone
Curzio Maltese
la Repubblica
Per capire cos´è stata la politica ai tempi di Berlusconi un saggio serve meno di una telefonata di sette minuti fra il "Presidente" e "Agostino" che chiunque può scaricare dal sito di Repubblica e L´espresso.
Ancora una volta un´intercettazione disvela per caso il vero volto del potere in Italia. Ancora una volta gli intercettati, Berlusconi in testa, reagiscono lamentando la violazione della privacy, senza mai entrare nel merito dei contenuti. Devastanti.
Andiamo alla scena. Protagonisti il presidente, naturalmente Berlusconi, e Agostino Saccà, direttore della fiction Rai, l´uomo più potente della prima azienda culturale italiana, in teoria il capo della concorrenza a Mediaset. I rapporti sono chiari dal "pronto". Saccà dà del "lei" a Berlusconi e lo chiama sempre "presidente". Berlusconi risponde con il "tu" a Saccà, lo chiama "Agostino" e lo tratta come i servi ai tempi di Swift.
Nei sette irresistibili minuti di conversazione, dai quali forse un giorno una Rai libera trarrà finalmente una bella fiction, si mescolano generi teatrali, perlopiù comici, e argomenti. Si parla di televisioni, attrici raccomandate e politica. Senza soluzione di continuità perché sono la stessa cosa.
"Agostino" declama dall´ingresso in scena la sua natura di servo contento. Batte le mani al padrone, che fa il ritroso, lo gratifica di «uomo più amato d´Italia» («lei colma un vuoto nel Paese, anche emotivamente»), usa il "noi" di parte per vantare la sua fedeltà. «Abbiamo mantenuto la maggioranza nel consiglio d´amministrazione Rai». Quindi, sempre in posizione genuflessa, il servo Agostino porta idealmente la bocca dalla scarpina rialzata del signore all´orecchio per sussurrargli i nomi dei traditori. Non quello «stronzo» di Urbani, come pensa il signore ma «i nostri alleati», An e Lega, «che hanno spaccato la maggioranza per un piatto di lenticchie». Lo implora di «richiamarli all´ordine».
Il Presidente prende nota e passa alle comande di giornata. Ha bisogno che vada avanti la fiction sul Barbarossa («Bossi mi fa una testa tanta...»). Il fido Agostino acconsente con entusiasmo, ma segnala che il regista Renzo Martinelli ha creato problemi vantandosi troppo con la Padania. Il Martinelli è uno di quegli intellettuali molto di sinistra con eccellenti rapporti a destra e con Mediaset, eppure sempre liberi e alternativi e «contro», checché ne dicano alcuni moralisti borghesi di merda. Nella sintesi di Saccà, a tratti acuta, «un vero cretino».
Comunque non c´è problema, assicura il boss Rai. La fiction s´ha da fare «perché poi Barbarossa è Barbarossa, Legnano è Legnano». Argomenti inoppugnabili. Senza contare l´autocitazione. Saccà è infatti il geniale inventore dello slogan «perché Sanremo è Sanremo». D´altra parte, insiste il servitore, il padrone è così modesto, così liberale, gli chiede sempre tanto poco che è un piacere contentarlo. «Per la verità, ogni tanto ti chiedo di donne», lo corregge Berlusconi, introducendo la seconda comanda. Si tratta di piazzare la solita Elena Russo e una certa Evelina Manna, per conto di un senatore della maggioranza di centrosinistra col quale Berlusconi tratta la caduta di Prodi. «Io la chiamo operazione libertà» chiarisce Berlusconi, che quando non racconta barzellette, rivela un involontario ma formidabile sense of humour.
Esaudito il terzo desiderio, il genio Saccà, invece di rientrare nella lampada, come nella tradizione, continua a profondersi in inchini e profferte di servigi. Tanto che perfino Berlusconi si stufa e lo liquida.
L´intercettazione è allegata all´inchiesta per cui Berlusconi è indagato con l´accusa di corruzione per la