ulivo velletri


gennaio 31 2008

Pd: Statuto; nodo elezioni, spunta querelle candidature
ANSA - 31 Gennaio 2008
 
PRIMARIE O COOPTAZIONE? COMMISSIONE MEDIA, SI SENTIRA' LA BASE (di Giovanni Innamorati) (ANSA) - ROMA, 30 GEN - Chi decidera' le candidature nel Pd se si andra' subito al voto, mentre il partito e' ancora privo di organismi eletti (tranne il segretario) e non sono stati ancora fissati i rapporti di forza iunterni? Veltroni sara' il 'dominus' o anche altri potranno dire la loro? La contingenza politica entra con forza nel dibattito sullo statuto del Partito democratico, che tra domani e sabato sara' approvato dalla commissione incaricata di redigerlo. La questione e' se tenere o meno delle primarie per scegliere i candidati di Camera e Senato, specie se si andra' a votare con il 'porcellum' e le liste bloccate.
Nelle scorse settimane il tema era stato sollevato dai Ds e dai Popolari che, con Maurizio Migliavacca e Nico Oliverio, avevano proposto una norma dello statuto che prevedesse le primarie tra gli iscritti al partito per scegliere i candidati nei collegi. I veltroniani avevano sollevato delle obiezioni, interpretate da alcuni come segno dell'intenzione del segretario di mantenere in capo a se' tutti i poteri di scelta.
Dario Franceschini, alla riunione della commissione del 18 gennaio, aveva spiegato i motivi delle resistenze alle primarie di collegio: 'Se vogliamo candidare Umberto Eco - osservo' allora - che facciamo? Lo sottoponiamo a primarie?'. E poi, notavano i professori Salvatore Vassallo e Stefano Ciccanti, non si conosce nemmeno con quale legge elettorale si votera': un regolamento del Coordinamento nazionale decida i criteri per scegliere i candidati. Ora che le urne incombono portando con se' porcellum e liste bloccate, il tema ritorna.
I duri e i puri rimangono gli esponenti dell'area vicina a Enrico Letta. 'Noi - spiega Francesco Sanna - siamo per la formula 'primarie senza se e senza ma'. Se si vota con le liste bloccate o i collegi uninominali, i candidati vengano scelti con primarie, in cui possano correre il maggior numero di persone (per esempio basterebbe raccogliere un certo numero di firme)'.
Su questa linea, spiega Margherita Miotto, sono anche gli esponenti dell'area Bindi-Parisi: 'un parito nato nei gazebo, non puo' rinunciare alle primarie per i candidati'.
In una serie di incontri tra Migliavacca, Oliverio e il veltroniano Walter Vitali e' tuttavia emersa una linea di mediazione che potrebbe aver successo, come sta accadendo su altre questioni dirimenti: 'D'altra parte un partito che va ad elezioni deve avere uno statuto approvato all'unanimita'', osserva Migliavacca.
Secondo indiscrezioni, l'accordo prevede 'primarie nelle circoscrizioni o un altro metodo di consultazione larga della base', quest'ultima da stabilire con un regolamento del Coordinamento nazionale. La formula puo' sembrare vaga, ma essa dipende dal fattore tempo: se si vota a giugno (qualora dovesse aver successo il tentativo di un governo Marini che modifica la legge elettorale) allora ci sara' il tempo per le primarie; se invece le urne saranno ad aprile (eventualita' molto probabile) allora le primarie sono quasi impossibili, ma ci sara' comunque 'una consultazione larga' della base, il che non lascia tutto in mano al solo segretario. 'Per noi e' importante prevedere comunque il principio', insiste Miotto.
Roberto Zaccaria, componente della commissione Statuto in quota Bindi-Parisi, invita a 'non leggere tutte le norme dello statuto alla luce dei fatti di questi giorni. Certe scelte, poi, non possono essere affidate a una norma statutaria ma alla politica. La cosiddetta 'unita' di crisi', che comprende tutti i leader del Pd, non e' prevista da nessuna parte, eppure quando Prodi e' caduto si e' riunita e nessuno la contesta'.
In ogni caso, i possibili candidati non si affidano inermi alle sole norme di statuto. 'Le candidature - spiega il popolare piemontese Giorgio Merlo - non verranno decise dal centro, ma in primo luogo dalla periferia. I segretari regionali sono stati eletti alle primarie, e sono ci sono anche quelli provinciali. E le primarie regionali hanno anche fotografato i rapporti di forza tra le componenti del partito. Le liste si possono fare in serenita''. Resta da vedere se Veltroni e' disposto a lasciare tanto spazio alle componenti-correnti del nuovo partito.(ANSA).

Addio Milano bella

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Tra gli effetti collaterali dell’ictus che ha azzerato la politica italiana, c’è anche la sempre più probabile sconfitta di Milano nella corsa con Smirne per l’Expo 2015.

Ne parla oggi il Sole 24 ore, rivelando come perfino il governo greco - che da mille anni ha in uggia i turchi - appoggerà Smirne, insieme a Germania, Polonia, paesi ex sovietici e paesi islamici.

Insomma, si profila un disastro.

Perfino Bobo Craxi (che in questi ultimi due anni, gli va dato atto, si è sbattuto tantissimo per l’Expo) parla di «aria di resa» attorno alla candidatura di Milano.

Prima o poi qualcuno dovrà fare i conti con il declino di questa città che è stata nel secolo scorso avanguardia del paese ma da troppo tempo è completamente abbandonata nei pensieri di una sinistra che considera l’Italia utile e interessante solo da Modena in giù.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


 

Berlusconi, il falso in bilancio e il Centrosinistra

Udienza lampo, una manciata di minuti. La sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi arriva alla fine di uno dei processi più veloci della storia giudiziaria italiana, su fatti che risalgono agli anni tra il 1986 e il 1989 quando l’allora presidente di Fininvest avrebbe falsificato i bilanci per accantonare la provvista utile a corrompere i giudici romani del caso Sme, la lunga guerra con Carlo De Benedetti per il controllo del colosso alimentare pubblico. La corruzione era già stata cancellata, con la prescrizione in primo grado, l’assoluzione nel merito in Appello e la definizione della Cassazione. Ora è arrivata l'assoluzione per il falso in bilancio, "perché il fatto non costituisce reato", nonostante il pm Ilda Boccassini avesse chiesto la prescrizione. 

Cosa è successo? Come mai una delle leggi ad personam che pure il governo Prodi aveva riscritto e inserito nel decreto sulla sicurezza, non è stata approvata?
A ottobre il Consiglio dei Ministri aveva approvato un nuovo testo di modifica della legge che riportava il falso in bilancio tra i reati, sempre e comunque, indipendentemente dalle somme occultate. Il testo, inserito nel cosiddetto "pacchetto sicurezza" s'era arenato in Parlamento, sull'emendamento anti-omofobia. Richiamando il Trattato di Amsterdam, ratificato dall'Italia, si cita l'articolo sbagliato: il 13 invece che l’articolo 2, comma 7.

La norma anti omofobia, era già passata a fatica, grazie ai voti dei senatori a vita, rischiando addirittura di far cadere il governo. La votazione mette in luce la profonda spaccatura che divide la sinistra: Paola Binetti e i teodem da un lato, sinistra e laici del Pd dall'altro. All'interno del Governo è l'ex Guardasigilli Mastella che alimenta le tensioni: minaccia il ritiro della fiducia, nel caso in cui il Prc o altre forze della sinistra si ostinino a non far modificare il punto del Dl sicurezza relativo alla norma anti-omofobia e alla lotta alle discriminazioni sessuali. Un messaggio che Mastella lancia da Bruxelles, dove si trovava all'inizio di dicembre, e che sottolinea "vale per il capo dello Stato e per il capo del governo". C'era un accordo stipulato con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, al fine di modificare la norma in questione durante il prosieguo dell’iter di approvazione del Dl sicurezza, che prevede pene severe per chi incita a commettere o commette atti di discriminazione fondati su religioni o tendenze sessuali. Mastella è categorico: "se Rifondazione comunista o altre forze della sinistra, come mi riferisce il mio capogruppo alla Camera, non intendono modifica il testo, noi toglieremo la fiducia al governo e questa esperienza politica per noi finisce qui". 

Sarcastico il commento di Prodi che si trovava a Lisbona, in quei giorni, partecipare al vertice Ue-Africa."La forza si misura dal sorriso e dalla serenità".

Pochi giorni dopo, a metà dicembre, è lo stesso ministro Chiti ad annunciare che il decreto sicurezza verrà fatto decadere dal governo che però ne ripresenterà un altro per cercare di evitare il rientro in Italia dei clandestini espulsi. Il decreto muore il 31 dicembre. E con esso la riforma del falso in bilancio. La discussione sarebbe dovuta ripartire a gennaio. Il governo - è la cronaca di questi giorni - è caduto prima.

I processi a Berlusconi a Milano non sono finiti. Resta il procedimento sui presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset, dove, dopo la dichiarata prescrizione del falso in bilancio e dell’appropriazione indebita, resta solo la frode fiscale. Poi c’è il processo per la presunta corruzione dell’avvocato inglese David Mills, la compravendita della presunta falsa testimonianza nei processi All Iberian e tangenti Gdf. Processo che riprenderà domani con la deposizione del testimone più importante ad avviso di accusa e difesa, Benjamin Marrache. Infine, Berlusconi è indagato per appropriazione indebita per Mediatrade, controllata Mediaset al 100 per cento, sempre diritti tv.http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1791&id_titoli_primo_piano=1


L’imputato s’è assolto da solo



Se non fosse l’ingrato che è, il Cainano erigerebbe a sue spese un monumento equestre al centrosinistra, che per la seconda volta gli riconsegna il Paese esattamente come lui l’aveva lasciato. Almeno per i settori che gl’interessano, cioè la giustizia e l’informazione. Pareva brutto cambiare qualcosa, c’era il rischio di offenderlo. Ieri, per esempio, la giustizia ha dimostrato che, volendo, può essere rapida, fulminea: un quarto d’ora di udienza, cinque minuti di camera di consiglio, poi la sentenza del processo Sme-Ariosto bis per i falsi in bilancio Fininvest connessi alle mazzette pagate al giudice Squillante. “Il fatto non è più previsto dalla legge come reato”, nel senso che l’imputato l’ha depenalizzato.

Il processo era l’ultima coda del filone “toghe sporche” aperto dalla Procura di Milano nell’estate del 1995 in seguito alla testimonianza di Stefania Ariosto. E riguardava i falsi in bilancio contestati al Cavaliere, come titolare del gruppo Fininvest, per far uscire clandestinamente dalle casse delle società estere il denaro necessario a corrompere, o comunque a pagare, alcuni magistrati che stavano sul libro paga del Biscione. Inizialmente il processo Sme-Ariosto era uno solo e vedeva imputati per corruzione giudiziaria Berlusconi, i suoi avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico e i giudici Filippo Verde (per la presunta sentenza venduta sul caso Sme del 1988) e Renato Squillante (per una tangente di 434 mila dollari del 1991); in più Berlusconi rispondeva anche di falso in bilancio. Poi, nel febbraio 2002, il suo governo depenalizzò di fatto i reati contabili, fissando soglie di non punibilità così alte da sanare cifre stratosferiche di fondi neri. Su richiesta della Procura, il Tribunale stralciò il capitolo del falso in bilancio e ricorse contro la nuova legge dinanzi alla Corte di giustizia europea, che però lasciò ai giudici italiani la decisione se applicare la legge italiana o quella (più rigida e prevalente) comunitaria. Intanto, nel processo principale, Previti, Pacifico e Squillante se la cavano con la prescrizione, solo Verde viene assolto. E così Berlusconi, ma solo per insufficienza di prove.

Le accuse
Resta, ormai sul binario morto, il processo sul falso in bilancio che s’è chiuso ieri. Nel capo d’imputazione si legge che “Berlusconi Silvio, in concorso con gli altri amministratori e dirigenti delle spa Fininvest ed Istifi, in esecuzione di un unico disegno criminoso, quale presidente della spa Fininvest e azionista di riferimento dell’omonimo gruppo, fraudolentemente concorreva a esporre nei bilanci di esercizio delle precitate società, relativi agli anni 1986/’87, ‘88, ‘89, nonché nelle relazioni allegate ai bilanci e nelle altre comunicazioni sociali, notizie false e incomplete sulle condizioni economiche delle medesime: operando perché Istifi gestisse la tesoreria del gruppo in modo tale da non consentire l’attribuzione e la ricostruzione delle operazioni finanziarie finalizzate a creare provviste di contanti nonché l’effettivo impiego in operazioni riservate ed illecite ed anche per l’esecuzione dei pagamenti di cui ai capi precedenti (le presunte tangenti ai giudici Squillante e Verde, ndr); creando, attraverso operazioni eseguite presso la Fiduciaria Orefici di Milano, delle disponibilità extracontabili utilizzate per operazioni riservate e illecite nonché per eseguire i pagamenti di cui ai capo che precedono; cosí occultando, nelle diverse comunicazioni sociali, sia la creazione di disponibilità finanziarie, sia il loro impiego, sia l’esistenza di società correlate e di posizioni fiduciarie riferibili alle precitate società (nonché gli impegni per la loro capitalizzazione, i costi relativi e le plusvalenze realizzate)”. Indipendentemente dalla conclusione dei processi, i versamenti in nero della Fininvest sono documentali e incontestabili. I primi risalgono al 1988, poco dopo la sentenza di Cassazione che chiuse la causa civile sulla mancata cessione, nel 1985, della Sme dall’Iri di Prodi alla Buitoni di De Benedetti per l’azione di disturbo inscenata dal trio Berlusconi-Barilla-Ferrero (Iar) su ordine di Bettino Craxi. Il 2 maggio e il 26 luglio 1988, da un conto svizzero di Pietro Barilla, partono due bonifici: il primo di 750 milioni, il secondo di 1 miliardo di lire, entrambi diretti al conto Qasar Business aperto presso la Sbt di Bellinzona dall’avvocato Pacifico. I 750 milioni vengono ritirati in contanti da Pacifico, che li porta in Italia e – secondo l’accusa – ne consegnati una parte (200 milioni) brevi manu al giudice Verde, che nel 1986 ha sentenziato a favore della Iar (che però viene assolto: manca la prova dell’ ultimo passaggio). Il miliardo invece lascia tracce documentali fino al termine del suo percorso: il 29 luglio ’88 Pacifico ne bonifica 850 milioni al conto Mercier di Previti e 100 milioni al conto Rowena di Squillante, trattenendone solo 50 per sè. Perché tutto quel denaro targato Barilla-Berlusconi (soci nella Iar) approda – secondo i pm - sui conti di due magistrati e di due avvocati che l’imprenditore parmigiano non conosce e che non hanno mai lavorato per lui? Perché mai il socio di Berlusconi dovrebbe pagare un miliardo e 750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a un giudice di Roma, anch’egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare?

Il bonifico Orologio
C’è poi il versamento del 1991, sganciato dall’affare Sme, ma rientrante – per l’accusa – nello stipendio aggiuntivo che Squillante riceveva da Fininvest per la costante disponibilità al servizio del gruppo: lo attesta un’impressionante sequenza di contabili bancarie svizzere sul passaggio di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) dal conto Ferrido (All Iberian, cioè Fininvest) al conto Mercier (Previti) al conto Rowena (Squillante), il 5 marzo 1991. Due bonifici diretti, della stessa identica cifra, nel giro di un’ora e mezza, siglati con il riferimento cifrato “Orologio”. Previti, sulle prime, parla di un semplice errore della banca. Poi cambia piú volte versione. All Iberian è la tesoreria occulta del Biscione e bonifica decine di miliardi di lire sui conti svizzeri Polifemo e Ferrido, gestiti dal cassiere centrale Fininvest, Giuseppino Scabini. Da dove arrivano i soldi? Da tre diversi sistemi. Anzitutto dai bonifici della lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria. Poi, dall’aprile 1991, dal contante versato dalla Diba Cambi di Lugano: il denaro proveniva da due diverse operazioni effettuate grazie alla Fiduciaria Orefici di Milano. La prima è l’operazione «Bica-Rovares», condotta dal gruppo Berlusconi con l’immobiliarista Renato Della Valle, che frutta una ventina di miliardi; la seconda è strettamente legata al «mandato 500»: un mandato personale del Cavaliere aperto presso la Fiduciaria Orefici e utilizzato per acquistare 91 miliardi in Cct. I titoli di Stato vengono poi monetizzati a San Marino e il contante viene consegnato a Milano 2 a Scabini. Parte di questi soldi (18 miliardi circa) finiscono sui conti esteri del gruppo. A portarli in Svizzera provvede lo spallone Alfredo Bossert, che li consegna alla Diba Cambi di Lugano. Insomma, i conti esteri di All Iberian dai quali partono i versamenti ai giudici (ma anche 23 miliardi a Craxi) sono alimentati da denaro della Fininvest e –come ammettono i suoi stessi difensori - «dal patrimonio personale di Silvio Berlusconi». E allora come può il Cavaliere non saperne nulla?

Una partita craxian-berlusconiana
La provvista del bonifico “Orologio” All Iberian-Previti-Squillante proviene da un altro conto del gruppo: il Polifemo, sempre gestito da Scabini. Il 1° marzo 1991, un venerdí, Polifemo riceve da Diba Cambi un accredito di 316.800.000 lire. Il denaro è giunto in Svizzera in contanti quattro giorni prima, il 26 febbraio, direttamente da palazzo Donatello a Milano 2 (sede Fininvest), trasportato dagli uomini di Bossert (la somma non fa parte della provvista creata col «mandato 500», che sarà operativo solo dal luglio 1991). Il lunedí successivo, 4 marzo, quei 316 e rotti milioni permettono a Polifemo di disporre il bonifico di 434.404 dollari a Ferrido (sempre All Iberian), dando cosí il via alla trafila che, attraverso Previti, approda al conto di destinazione finale: Squillante. Insomma, Polifemo gira 2 miliardi a Previti e (tra febbraio e marzo ’91) 10 miliardi a Craxi. Nello stesso periodo Previti riceve un’altra provvista (2,7 miliardi) che utilizza in parte per girare a Pacifico i soldi necessari (425 milioni) a comprare la sentenza del giudice Vittorio Metta che annulla il lodo Mondadori e regala la casa editrice a Berlusconi: un altro affare che sta molto a cuore a Craxi. Nella primavera ’91 dunque Berlusconi completa l’occupazione dei media e paga il politico, gli avvocati e i giudici che l’hanno aiutato. La sequenza temporale ricostruita dall’accusa è impressionante. Il 14 febbraio ’91 Previti versa 425 milioni al giudice Metta tramite Pacifico. Il 6 marzo ’91 bonifica 500 milioni a Squillante. Il 16 aprile ’91, ancora tramite Pacifico, dirotta 500 milioni sul conto «Master 811» di Verde (poi assolto). Sempre con fondi Fininvest.

Non potendo negare i versamenti plurimiliardari a Previti in barba al fisco, Berlusconi li spiega cosí: «Normalissime parcelle professionali”. Ma non esiste una sola fattura che le dimostri. E d’altronde: se quei soldi – come dice la difesa berlusconiana – erano «patrimonio personale di Berlusconi», che c’entrano con le parcelle? Berlusconi pagava le parcelle agli avvocati del gruppo di tasca propria? Assurdo. Ultima perla. Dice Berlusconi che «da uno di quei conti vengono effettuati da Fininvest una serie di acconti ai vari studi legali del gruppo, fra cui lo studio Previti». Ma altri studi non ne risultano: Polifemo finanzia solo l’avvocato Previti e poi Craxi. Anche Craxi era un legale del gruppo Fininvest? Beh, in un certo senso…

"I fatti non sono più previsti dalla legge come reato". Con questa formula i giudici della I sezione penale del Tribunale di Milano hanno prosciolto Silvio Berlusconi dall'accusa di falso in bilancio nell'ultimo stralcio di procedimento nato con il caso-Sme. Gli episodi contestati all'ex premier, infatti, risalivano alla fine degli anni Ottanta. All'inizio dell'udienza, durata meno di un quarto d'ora, l'accusa aveva chiesto la prescrizione, mentre la difesa aveva sollecitato i giudici ad un verdetto di proscioglimento perché i fatti non costituiscono più reato. Era stato, infatti, proprio durante il governo Berlusconi che il falso in bilancio era stato derubricato. Una interpretazione, quest'ultima, che è stata accolta dai giudici. I fatti contestati all'ex premier risalivano al periodo che va dal 1986 al 1989, e, quindi, sarebbe comunque state coperti dalla prescrizione. I giudici, come detto, hanno però deciso di prosciogliere Berlusconi perché il fatto non è più previsto come reato, invece che dichiarare la prescrizione, come richiesto dal pm Ilda Boccassini. Il procedimento in cui Berlusconi era imputato di falso in bilancio era stato stralciato dal troncone principale del processo Sme, in quanto i giudici avevano investito la Corte europea affinché valutasse la congruità della normativa italiana sul falso in bilancio con le direttive comunitarie. La Corte europea aveva deciso però di non entrare nel merito delle leggi in vigore nei singoli Paesi. "Dopo sei anni è stata pronunciata una sentenza che il Tribunale e la Procura avevano cercato in ogni modo di evitare rivolgendosi addirittura alla Corte di Giustizia europea", ha commentato l'avvocato Nicolò Ghedini, difensore insieme al collega Gaetano Pecorella di Silvio Berlusconi. La legge che depenalizza il falso in bilancio è stata una delle prime cosiddette "leggi ad personam" approvate dal passato governo Berlusconi. Il provvedimento è diventato infatti operativo già dal gennaio 2002 grazie a un decreto varato a tempo di record dall'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. "Le fattispecie di minore gravità del falso in bilancio - spiegava il Guardasigilli - sono state depenalizzate e saranno punite con sanzioni amministrative in linea con l'attuale tendenza a limitare ai casi realmente gravi l'intervento penale". Lo scorso ottobre la Casazione aveva chiuso definitivamente un altro troncone del procedimento Sme a carico di Silvio Berlusconi assolvendolo dalle accuse di corruzione nell'intricata vicenda della vendita del comparto agro-alimentare dell'Iri alla Cir, la finanziaria di Carlo De Benedetti. La posizione del leader di Forza Italia era stata stralciata da quella degli altri sei imputati, compresi il senatore Cesare Previti e il giudice Squillante, in seguito all'approvazione del "Lodo Schifani", un'altra delle cosiddette "leggi ad personam" (successivamente dichiarata incostituzionale) che introduceva l'immunità per le cinque più alte cariche dello Stato.

MILANO - Silvio Berlusconi è stato assolto nel processo stralcio per la vicenda Sme. Il pm Ilda Boccassini aveva chiesto che fosse dichiarata la prescrizione per il reato di falso in bilancio relativo alle attività della Fininvest negli anni 1986-1989 di cui era accusato l'ex premier. I suoi
difensori, Nicolò Ghedini e Gaetano Pecorella, aveva invece chiesto l´assoluzione perché il fatto non è più rubricato come reato, dopo la modifica della normativa sul falso in bilancio nell´aprile 2002.

SENTENZA-LAMPO - La sentenza di assoluzione è stata letta dopo 5 minuti di camera di consiglio dai giudici della prima sezione penale presieduti da Antonella Bertoja. Il tribunale ha pronunciato il non doversi procedere perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, accogliendo così la richiesta della difesa di Berlusconi. Complessivamente l'udienza è durata circa un quarto d'ora.

STRALCIATO - Il capitolo Sme in questione era stato separato dal troncone principale - in cui Berlusconi è stato assolto dall'accusa di corruzione in atti giudiziari - perché i giudici si erano rivolti alla Corte europea per chiedere di valutare la corrispondenza tra la normativa italiana e le direttive comunitarie. A ottobre la Cassazione ha confermato l'assoluzione per Berlusconi, dopo che il 27 aprile l'ex premier era stato assolto con formula piena dalla Corte di Appello di Milano.

«IN RITARDO» - «Una sentenza che arriva in ritardo di sei anni, alla fine di un processo che la Procura e il Tribunale di Milano avevano fatto di tutto per evitare rivolgendosi addirittura alla Corte di giustizia europea - commenta l'avvocato Ghedini -. I giudici europei e la Corte Costituzionale avevano detto che la modifica di legge dell´aprile del 2002 era corretta e rispondente alle direttive comunitarie per cui a Milano sono stati costretti, sia pure in ritardo, a celebrare un processo scomodo che è finito come doveva finire».

RUSSO SPENA - «L´assoluzione di Berlusconi dall´accusa di falso in bilancio era scontata: la legge che abolisce il reato se l´era fatta, come molte altre, su misura». Parole di Giovanni Russo Spena, capogruppo di Prc al Senato. «Il governo di centrosinistra - aggiunge - stava reintroducendo il reato di falso in bilancio con il decreto sicurezza, il mondo giuridico e gli imprenditori onesti infatti chiedevano proprio questo ed è ovvio che, se Berlusconi vince le
elezioni, falsificare i bilanci delle aziende diventerà uno sport nazionale».http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1766915.html


Castine


Venerdì, come partecipante generico alle primarie, mi arriva la lettera del partito democratico che indice a domenica l'elezione dei circoli del pd. Io, a poche ore di distanza, ho il week-end in famiglia già combinato, come il 60% dei milanesi, e non ci vado.

Perchè la convocazione mi arriva venerdì, boh. Forse gli iscritti delle vecchie sezioni Ds e Margherita sono stati avvertiti ben prima...

Un mio amico, di Porta Genova, che ha fatto volontariato per anni là, invece ci va e chiede la lista dei candidati, e non gliela danno. Si vota a scatola chiusa. Lui si oppone, rivolta il circolo (è uno stimato là) e si vota: diessini e margheritini perdono. Facce livide.

Dice che non ha mai visto gente tanto assatanata. E che forse li molla al loro destino.
http://blogs.it/0100206/

Grecia - Turchia: incontro storico

scrive Gilda Lyghounis

Erdogan e Karamanlis
Per la prima volta dopo quasi cinquanta anni un premier greco va in visita ufficiale nella capitale della Turchia. L’incontro storico tra Karamanlis e Erdogan, la questione di Cipro e le relazioni tra i due paesi nella cronaca della nostra corrispondente
Per la prima volta dopo mezzo secolo, un premier greco è sbarcato in visita ufficiale ad Ankara. Nel 1959 era stato l’allora primo ministro conservatore Konstantinos Karamanlis, dal 23 al 25 gennaio scorsi di nuovo un Konstantinos Karamanlis: suo nipote e omonimo. Ad accoglierlo, il collega Recep Tayyp Erdogan. Un summit storico. “La Grecia stringe relazioni con la Turchia” ha commentato, entusiasta, il settimanale americano Newsweeek nella rubrica Pillole di saggezza spicciola (Conventional Wisdom) “perché non possiamo farlo noi con il nostro vicino di scrivania?”

In realtà, il processo di distensione fra i due Paesi dura da quasi dieci anni. A inaugurarlo è stato l’ex ministro degli Esteri socialista George Papandreu, oggi leader dell’opposizione. Era stato Papandreu a lanciare nel 2001 la politica dello “zeibekiko”, dal nome di una danza tipicamente maschile che affonda le sue radici nella millenaria comunità ellenica di Istanbul.

Cosa c’entra il ballo nella politica estera dei due Stati? C’entra, perché in quell’anno, sull’isola greca di Samos, in una cena di gala seguita a un convegno fra economisti greci e turchi sullo sviluppo della regione, Papandreu si era messo a danzare un “a solo”. Ad applaudirlo, a cadenzare il ritmo dei suoi passi con entusiastici lanci di fiori, c’era proprio il collega anatolico Ismail Cem. Insieme, i due ministri degli Esteri hanno avviato la strategia dei sorrisi, degli accordi commerciali e di cooperazione tecnologica e culturale, evitando di affrontare di petto le grandi questioni in sospeso fra due Paesi che, solo nel 1996, avevano sfiorato la guerra per il possesso di uno scoglio in mezzo al mare fra Rodi e la costa anatolica: l’isolotto Imia (Karnak per i turchi).

La ricetta della nuova Ostpolitk dell’Egeo? A piccoli passi verso la risoluzione dei conflitti (Cipro, il limite delle acque territoriali e dei rispettivi spazi aerei, lo sfruttamento petrolifero della piattaforma continentale). Mentre la Grecia sceglieva di togliere il decennale veto all’ingresso di Ankara nell’Unione europea, di cui Atene è membro dal 1981. “Una Turchia che aspira a entrare nell’euroclub ha tutto l’interesse ad avere rapporti di buon vicinato” è stata la parola d’ordine dell’allora premier ellenico Costas Simitis.

Il governo attuale, in carica dal 2004, non ha cambiato rotta. E se Karamanlis ed Erdogan non hanno ballato insieme, il leader turco ha già fatto una visita ufficiale ad Atene tre anni fa. Mentre, sul piano personale, i due premier sono amici, al punto che Erdogan ha invitato Karamanlis alle nozze del figlio.

Se l’atmosfera è cambiata, i grandi temi che dividono le due sponde dell’Egeo sono gli stessi. E questo viaggio non li ha risolti. Anche se il primo ministro greco, tornato ad Atene, ha dichiarato che “Ormai abbiamo imparato a dialogare serenamente. Il bilancio di questo viaggio è abbastanza positivo”.

Cipro è ancora presidiata per un terzo da 36mila soldati turchi, mandati da Ankara nel 1974 in seguito a un tentativo di golpe nell’isola dell’allora dittatura dei colonnelli di Atene. Nonostante reiterate condanne e risoluzioni dell’Onu, la linea verde taglia ancora in due la capitale Nicosia. In questi 34 anni, Ankara ha portato nell’autoproclamata “Repubblica di Cipro nord”, non riconosciuta dalle Nazioni Unite, più di 80mila coloni anatolici che nulla avevano a che fare con la nativa comunità turco-cipriota che costituiva il 12% degli abitanti prima dello sbarco militare e che da allora è stata concentrata nella parte settentrionale dell’isola. Con una differenza rispetto al 1974: la parte a maggioranza greco-cipriota (i 750mila cittadini della “Repubblica di Cipro”) è entrata a pieno titolo nell’Unione europea dal 2004. Ankara, invece, non la riconosce.

Nel summit dei giorni scorsi, Karamanlis ha ricordato al collega l’obbligo di farlo, per un pieno ingresso della Turchia nell’Ue. Da parte sua, Erdogan non ha più parlato di “due stati autonomi a Cipro”, aprendo spiragli a uno sblocco della situazione. La comunità internazionale mira, infatti, a una Federazione, i cui requisiti sono ancora in discussione a Nicosia. Dopo la bocciatura, da parte greco-cipriota, di un primo piano per la riunificazione presentato dall’Onu, giudicato troppo favorevole alle richieste turche, le trattative sono in stallo.

Karamanlis ha ribadito che lo scopo del negoziato sull’isola di Cipro dovrà essere la sua riunificazione, e ha confermato la richiesta della riapertura del seminario ortodosso di Hebelyada (chiuso da decenni dalle autorità turche), sottolineando l'importanza primaria del problema delle minoranze. Erdogan ha assicurato che l'ipotesi della riapertura di Hebelyada “è allo studio”, manifestando un atteggiamento possibilista di Ankara.

Oltre alla riapertura del seminario, molto importante è la quasi accettazione dell'appellativo Ecumenico per il patriarca di Costantinopoli (Istanbul) Bartolomeo I, capo spirituale di 300
milioni di cristiani ortodossi nel mondo secondo una tradizione millenaria, quando Costantinopoli era la capitale dell'impero romano d'Oriente prima e bizantino poi. “L'appellativo ecumenico del
Patriarca è una cosa che riguarda il mondo ortodosso” ha dichiarato Erdogan, ponendo di fatto fine alla linea dura che vede Bartolomeo come un semplice parroco dei cristiani ortodossi di Istanbul, e che l’ha persino trascinato davanti ai tribunali turchi per insistere a fregiarsi del titolo di ecumenico.

Quanto allo spazio aereo e alle acque territoriali, non è un caso che durante la visita greca ad Ankara, si è fatto di tutto per evitare un nuovo “incidente”, uno scontro fra due aerei come quello avvenuto nell’estate 2006 (gli sconfinamenti dei jet di Ankara durante esercitazioni militari raggiungono i 50 al mese nel cielo sull’Egeo), o un altro caso Imia. Non sarebbe stata una novità, durante il soggiorno di un politico ellenico in Turchia. Ma ora, con un primo ministro in visita ufficiale per la prima volta dopo 50 anni, l’affronto sarebbe stato scottante. “Siamo l’unico Paese al mondo che ha un’estensione dello spazio aereo diverso da quello della propria fascia di piattaforma continentale” scrive Pavlos Eleftheridis, docente di Legge all’università di Oxford, sull’autorevole quotidiano ateniese “To Vima”. In pratica: lo spazio aereo greco è fissato a 10 miglia, quello marino a 12 miglia da una serie di trattati internazionali di cui l’ultimo sotto l’egida Onu del 1982 (che la Turchia non ha firmato, sostenendo che al massimo si può arrivare a 6 miglia. La Grecia ribatte che Ankara deve discuterne davanti al Tribunale internazionale dell’Aja).

Quanto alla piattaforma continentale, si tratta di un punto dolente dal 1973, da quando sono stati scoperti i primi giacimenti di petrolio e di gas naturale racchiusi nella “zolla” in fondo al mare fra i due Paesi. Idrocarburi trovati nel 2003 anche al largo di Cipro, per una probabile quantità stimata intorno agli 8 milioni di barili.

Fin qui i problemi ancora aperti. Ma ci sono anche le note positive. Il volume di interscambio economico fra Grecia e Turchia è passato da 592,9 milioni di dollari del 2000 a quasi 2 miliardi di euro del 2007, di cui un miliardo e 39 milioni sono esportazioni di Ankara verso Atene. Lo scorso novembre i due premier hanno inaugurato un gasdotto che dall’Azerbaigian arriva in Grecia attraverso la Turchia. Nel 2006 la Banca nazionale ellenica ha comprato un corposo pacchetto (47 per cento) di azioni di una delle maggiori banche anatoliche, la Finansbank. “La cooperazione economica apre la strada a un ulteriore avvicinamento fra i nostri due Paesi e aiuta a riparare i danni causati da scontri e tensioni politici” ha perciò detto Karamanlis nel suo ultimo giorno a Istanbul. Erdogan ha aggiunto: “I nostri popoli trarranno beneficio dal processo che abbiamo iniziato per assicurare stabilità nel Mediterraneo, nei Balcani e anche in Europa”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8899/1/51/

POLITICA-KENYA:
Il problema del Kenya va oltre le etnie e le elezioni politiche
Analisi di Najum Mushtaq

NAIROBI, (IPS) - C’è qualcosa di più nelle violenze post-elettorali in Kenya che i problemi nei conteggi elettorali o le cosiddette rivalità etniche. Mentre le proteste degenerano in violenze etniche organizzate nelle città e nelle campagne di Rift Valley, le ragioni profonde del malcontento vanno cercate altrove.

“Dobbiamo risolvere le questioni fondamentali che stanno dietro ai disordini - come la distribuzione equa delle risorse - altrimenti saremo punto e a capo tra tre o quattro anni”, ha detto l’ex capo dell’Onu Kofi Annan domenica scorsa ai giornalisti nell’Hotel Serena di Nairobi, dopo aver parlato ai sopravvissuti alle violenze che hanno provocato più di mille morti e 250mila sfollati dalle elezioni di dicembre.

Benché l’intento di mediazione di Annan di avviare un dialogo strutturato tra il presidente Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga stia producendo qualche progresso - Kibaki e Odinga si sono stretti la mano la scorsa settimana, promettendo di portare avanti il dialogo per uscire dalla crisi - l’ondata di violenze ha ormai assunto una dinamica propria.

Anche se Kibaki, a Kikuyu, e Odinga, a Luo, dovessero concludere la pace e raggiungere un accordo di divisione dei poteri, le cause croniche economiche e politiche alla radice delle violenze tribali non verrebbero risolte.

“Definirle ostilità etniche è semplicistico - l’accesso alla terra, all’alloggio e all’acqua sono le vere questioni che appaiono come problemi etnici ma vengono innescati dalle dispute politiche”, ha detto un operatore umanitario danese membro di un gruppo di valutazione delle emergenze a Rift Valley. “C’è un inequivocabile elemento di classe nelle agitazioni della società keniana”, ha detto l’uomo, che ha scelto di rimanere anonimo. “E' una sola categoria di persone ad aver scatenato le proteste contro le irregolarità elettorali: i più poveri tra i poveri, i disoccupati, e i senza terra. Solo le persone di una certa classe sociale vengono viste commettere violenze e rivelano un forte risentimento contro i brogli elettorali”, ha detto Millicent Ogutu, che lavora in un'agenzia di comunicazione di Nairobi.

A Nairobi, le violenze post-elettorali sono scoppiate solo negli slum di Libera, Mathare, e altre baraccopoli. E la stessa cosa è avvenuta anche per le altre regioni colpite, come Kisumu nella provincia natale di Odinga, Nyanza, e nelle città della Rift Valley come Eldoret, Molo, Nakuru e Naivasha.

Dopo i discorsi conciliatori pronunciati in presenza di Annan da Kibaki e Odinga fuori dalla sede presidenziale di Harambee House, Ogutu e altri che hanno parlato con l’IPS si sono detti scettici sulla possibilità di una qualsiasi possibile soluzione a lungo termine ai problemi della enorme disparità economica del Kenya, i favoritismi tribali e la corruzione.

“Ha forse visto qualche persona della classe media di una qualsiasi tribù gridare slogan contro Odinga o Kibaki?”, ha chiesto Raphael Karanja, un radiogiornalista. “Ad aver sollevato le proteste è stato solo chi aveva una fiducia mal riposta nel potere delle urne, e chi credeva davvero che il suo voto avrebbe portato a un cambiamento di rotta e a migliori politiche economiche in grado di alleviare i problemi fondamentali legati alla terra, all’alloggio e all’acqua potabile”.

La maggior parte dei dimostranti - negli slum di Nairobi e in altri posti - appartiene alle tribù Luo e Klenjin, mentre quasi tutte le vittime delle recenti violenze erano Kikuyu. Ma dietro queste linee di combattimento semplicistiche ci sono le ragioni storiche di un’iniqua distribuzione delle risorse.

Il problema principale è quello della terra. “Lo stato ha mostrato una predilezione sfacciata per una tribù a spese delle altre, all’epoca dell’indipendenza, quando la terra lasciata dai britannici doveva essere distribuita tra la popolazione locale”, ha spiegato un professore di economia dell’Università di Nairobi, che ha preferito restare anonimo essendo un impiegato statale. I Kikuyu comprarono gran parte delle terre in Kenya - anche nelle regioni non kikuyu - ai tempi della loro egemonia nel primo governo di Jomo Kenyatta, quando gli fu concesso un trattamento preferenziale con l’assegnazione di prestiti per l’acquisto delle terre.

“Questo ha portato le famiglie kikuyu a possedere diverse terre in mezzo ai territori di altre etnie, soprattutto nella fertile Rift Valley, la regione che è stata la sede principale delle agitazioni in ogni ondata di violenza elettorale cui il Kenya ha assistito dopo l’introduzione del sistema multipartitico nel 1992”, ha proseguito il docente.

Le elezioni di dicembre 2007 non sono state le prime in cui si è parlato di brogli; non sono state le prime ad aver provocato violenze post-elettorali. Manifestazioni analoghe di violenza tribale - soprattutto anti-Kikuyu - si sono verificate durante la corsa alle elezioni del 1992 e, su scala più ampia, durante e dopo le elezioni del 1997.

Un’altra questione fondamentale è quella dell’alloggio e dell’acqua nelle località in cui vive la popolazione più povera. “Il divario tra i pochi ricchi e la maggioranza dei poveri si è ampliato tanto negli ultimi dieci anni, che se anche un keniano comune fosse in grado di trovare le risorse e volesse costruirsi una casa propria, troverebbe ad ogni passo ostacoli burocratici che non possono essere superati senza avere del denaro in più per corrompere i funzionari”, sostiene Ogutu.

Non esistono quartieri della classe media a Nairobi. Si passa dagli slum alle case signorili, nelle zone ricche.

“Sotto i governi [del presidente Daniel arap] Moi e Kibaki, i ricchi sono diventati super ricchi e hanno adottato una cultura di forte consumo, con grandi macchine e case sempre più grandi. Dall’altra parte, i poveri si sono impoveriti ancora di più e in modo cospicuo. La classe media si è ridotta; pochissimi sono saliti nella scala sociale ma la maggior parte è a mala pena sopravvissuta alla discesa nell’abisso economico e sociale”, secondo il professore. La violenza che ha assunto caratteristiche tribali in realtà ha origine nelle sempre più ampie divisioni di classe tra ricchi e poveri del paese.

I poveri hanno pensato che la democrazia e le elezioni li avrebbero aiutati ad influenzare la politica del governo. Odinga ha sollevato aspettative, presentandosi come candidato del popolo e come campione dei poveri. Ha ottenuto voti al di là delle divisioni etniche.

“Dopo la transizione pacifica del potere nel 2002, la maggior parte dei keniani ha avuto fiducia nel fatto che il suo voto avrebbe potuto produrre un nuovo cambiamento. Da qui, i grandi numeri e le pacifiche elezioni di dicembre”, ha detto Ogutu. “Questa fiducia è stata intaccata irrimediabilmente. Raila che stringe la mano a Kibaki è un puro fatto estetico e, nel migliore dei casi, una piccola tregua momentanea. Non cambierà niente per loro. Torneranno a scendere in piazza, prima o poi”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1096

L'Australia chiede scusa agli aborigeni

 

Il governo australiano del primo ministro laburista Kevin Rudd ha annunciato che alla ripresa dei lavori del parlamento, il prossimo 13 febbraio, ci sarà un atto formale di scuse nei confronti dei popoli aborigeni del paese, vittime dello sterminio ai tempi della colonizzazione, ma anche della discriminazione nei decenni successivi. Oggetto delle scuse, però, sarà una politica in particolare, che gli aborigeni ricordano come «generazione rubata»: dal 1915 al 1969 migliaia di bambini aborigeni e meticci furono sottratti alle famiglie di origine per essere allevati come bianchi. Spesso, però, nelle famiglie «adottive» i piccoli venivano maltrattati e vessati, quando non usati come forza lavoro. Per i popoli indigeni australiani si è trattato di un vero e proprio etnocidio, poiché oltre al «semplice» dato numerico, è stato enorme il danno culturale. Oltre alle scuse, gli aborigeni chiedono un risarcimento, ma il governo australiano rifiuta ogni compensazione e promette nuovi fondi per i programmi di istruzione e salute dedicati alle comunità indigene.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/12615

 


TURCHIA
Serrato confronto sul divieto del velo a scuola
Il confronto tra favorevoli e contrari coinvolge l’intero Paese. Pur maggioritari in Parlamento, i favorevoli all’abolizione temono che la Corte costituzionale blocchi un provvedimento in contrasto con la “immodificabile” laicità dello Stato.

Ankara (AsiaNews) – Non si ferma in Turchia il dibattito – popolare, oltre che politico - sull’abolizione del divieto di indossare il velo islamico nelle scuole e nelle università sul quale, secondo alcuni sondaggi concorda l’80% della popolazione. L’accordo raggiunto lunedì tra il partito di maggioranza del premier Recep Tayyp Erdogan, l’AKP, ed il nazionalista Partito di azione nazionale (MHP), se garantisce il quorum necessario per emendare il divieto costituzionale non è riuscito a fermare i contrasti, né è garantire che l’eventuale modifica divenga esecutiva. Da più parti, infatti, si pensa che la Corte costituzionale annullerebbe un cambiamento della Carta fondamentale sul divieto, in quanto contraria alla “immodificabile” laicità dello Stato.
 
Anche se non direttamente previsto dalla Costituzione del 1925 di Kemal Ataturk - il padre della patria – il divieto del velo fu sancito dalla Corte costituzionale, in analogia a quello rivolto agli uomini che vieta di indossare un copricapo che indichi l’appartenenza religiosa. Su tale base negli anni ’80 la Corte annullò una legge che ammetteva il velo.
 
Adesso sembra si stiano cercando vie d’uscita al potenziale impasse: da una parte si pensa ad una formulazione della norma che vieti discriminazioni basate sull’abbigliamento (sena nominare il velo), dall’altra si formula una distinzione tra il “basortusu”, che corrisponde più o meno al foulard che si usa per difendersi dal maltempo, ed il “turban”, che è il velo islamico che copre completamente capelli e collo.
 
Erdogan, moglie e figlia del quale indossano il velo ed è a capo di un partito islamico, fin dalle elezioni del 2002 ha promesso di abolire il divieto, sostiene ora che indossare il velo rientra nei diritti umani. Ma gli oppositori, che trovano sostegno nel Partito popolare repubblicano (CHP) il più antico raggruppamento politico del Paese, dicono che la presenza nelle scuole di ragazze col velo produrrebbe una insopportabile “pressione” su quelle che non lo vogliono portare, così da costringerle ad omologare il loro abito, violando la loro libertà. La questione non è chiusa.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11393&size=A

Filippine, esercitazioni in zona di guerra
In arrivo 6mila soldati Usa a Mindanao, dove infuriano i combattimenti tra esercito e ribelli
Il 18 febbraio, seimila soldati statunitensi sbarcheranno a Cagayan de Oro, nel sud delle Filippine, per l’annuale esercitazione congiunta con le forze armate filippine denominata ‘Balikatan’, che in taglog significa “spalla a spalla”. Un’invasione temporanea mal vista dalla popolazione musulmana della regione coinvolta, Mindanao e Sulu, teatro di due pluridecennali conflitti armati: quello contro i ribelli indipendentisti islamici del Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf) e quello contro i guerriglieri comunisti del Nuovo Esercito Popolare (Npa).
 
Marines Usa a MindanaoMindanao, zona di guerra. Quest’anno l’arrivo delle truppe Usa a Mindanao giunge in un momento di particolare tensione.
Lo stallo dei negoziati tra governo e Milf, interrotti a dicembre, stanno provocando nervosismo in molti comandanti locali del movimento armato, dando luogo a numerosi scontri armati. L’ultimo è di ieri, quando soldati filippini del 44° battaglione di fanteria sono stati attaccati da un gruppo di guerriglieri del Milf nel distretto di Sibuco, a nord di Zamboanga. Tra le vittime dei combattimenti c’è anche un civile: una donna residente nel villaggio di Lakiki. Un migliaio di persone sono fuggite dalla zona della battaglia.
Sempre ieri, all’altro capo di Mindanao, nel distretto di Compostela Valley, due poliziotti e due civili sono stati uccisi durante scontri a fuoco tra agenti e guerriglieri comunisti dell’Npa. Nelle stesse ore, decine di ribelli dello stesso gruppo ingaggiavano un combattimento con l’esercito nel distretto di Davao Oriental: il bilancio della battaglia è di cinque soldati e numerosi guerriglieri uccisi.
 
Forze Speciali Usa a MindanaoVittime civili di Balikatan. Se il Milf e l’Npa accusano le truppe Usa di svolgere operazioni militari camuffate da esercitazioni, la gente del posto e le organizzazioni civili locali sono preoccupate per gli episodi che in passato hanno segnato queste ‘esercitazioni’ e, in generale, la presenza delle forze speciali statunitensi, stabilmente schierate nella regione dal 2002 per ‘assistere’ l’esercito filippino nella sua ‘campagna antiterrorismo’.
Il caso più clamoroso è lo stupro, nel 2005, di una ragazza filippina da parte di un marine, Daniel Smith, in un villaggio dove le truppe Usa stavano svolgendo operazioni del Balikatan: su pressione di Washington, il soldato è stato scarcerato e rimpatriato.
Ma gli ‘incidenti’ che coinvolgono i militari statunitensi sono innumerevoli.
Nel 2006 le schegge di una granata lanciata dai marines Usa hanno gravemente ferito Bizma Juhan, un’anziana in un villaggio dell’isola di Sulu. Nel 2004 un uomo di nome Arsid Baharun è stato ferito da una pallottola sparata da soldati Usa a Zamboanga. Nel 2002, nel corso di uno scontro a fuoco sull’isola di Basilan, un civile di nome Buyung-Buyung Isnijal è stato colpito dal fuoco di un arma: a sparare fu un sergente, Reggie Lane.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9976

Blair il seduttore nella Francia di Sarkozy

Tony Blair è recentemente venuto a dar man forte ai quadri dell’UMP nella battaglia delle elezioni comunali francesi. Utilizzando con destrezza lo humour come arma di comunicazione politica, l’ex Primo Ministro avrà dato una lezione di comicità al nostro « energetico » presidente ?

Come prendere in giro un parterre di funzionari e militanti UMP impegnati in una lotta, quella per le elezioni comunali, dalla posta in gioco evidentemente locale (qualsiasi accostamento fra questo congresso e le convention del sarko-superstar dei tempi delle presidenziali è puramente casuale)?

Tony, che non lesina mai una bella battuta

Risposta : chiamate Tony, il cugino inglese, che non lesina mai una bella battuta ed è sempre pronto a distendere gli animi degli invitati. Un tempo cantore della « Cool Britannia », l’ex Primo Ministro britannico non ha perso neanche un po’ della sua verve e della sua disinvoltura. Dopo aver ricordato che in Inghilterra lui è stato laburista, aggiunge, in un francese che tradisce un leggero accento british, che in Francia sarebbe "... probabilmente al governo". E vai con le risate. Ma no, tranquilli, ci rassicura Tony ; sarebbe nel Partito Socialista « fra le fila di coloro che lavorano per rinnovarlo.» L’avranno presa bene al PS, regalmente snobbato da Tony in occasione della sua scappata in Francia. Si capisce, questo neo-convertito non è particolarmente in odore di santità fra i socialisti francesi.

Che importa, il nostro amico, ex-inquilino del numero 10 di Downing Street, sapeva di aver già incantato il suo pubblico. Si è così concesso un altro piccolo strappo al protocollo dei meetings dei conservatori. Ha salutato il nostro presidente « energetico in ogni ambito ». Sarkozy ha riso tanto che a stento è riuscito a bloccarsi la mascella; neppure Bigard da Benedetto XVI faceva tanto ridere.

Le virtù dello humour politico, differenze di stile

I momenti comici che ci ha regalato Blair sono ricchi di insegnamenti. Mostrano a coloro che ancora ne dubitavano che l’umorismo è molto utile nella comunicazione per far inghiottire i rospi più grossi. In questo caso, quello di un leader del rinnovamento socialista europeo che si mette a gareggiare con un presidente di destra che predica un’apertura piuttosto contestata.

E’ interessante mettere a confronto la prestazione britannica e la conferenza stampa fiume tenuta da Nicolas Sarkozy il giorno prima. Si è visto lo stesso presidente cimentarsi nella stessa strategia. Un po’ di umorismo può rivelarsi utile per rabbonire le masse in questi tempi grigi. Problema : quando Sarko scherza, digrigniamo i denti. Alla giornalista che l’interroga su Carla Bruni risponde : "mi stupisce che abbia aspettato la seconda domanda ». A Laurent Joffrin (redattore capo del quotidiano Libération) , preoccupato delle derive da monarchia elettiva, risponde per le rime : "siamo nella società dello sviluppo sostenibile, si metta al passo coi tempi". Sarko usa l’umorismo contro i suoi interlocutori, con l’intento di ridurli al silenzio e rendere ben chiaro a tutti che è lui a stabilire le regole del gioco. Abbiamo osservato esattamente la stessa strategia durante la campagna elettorale, il candidato se la prendeva con i suoi oppositori a suon di (belle) parole attentamente scelte. 

Blair, dal canto suo, gioca secondo le regole dello humour britannico, a piccoli tocchi, quasi con  goffaggine (lo scivolone su "energetico" era forse calcolato?). Si affida al  lato assurdo della politica e sfiora il tema della vita privata del presidente facendo solo un’allusione discreta. Questa strategia risulta più accattivante e conquista il favore del pubblico (già ammaliato, a dire il vero).

Blair, vincitore della prova d’improvvisazione

Nel gioco della comunicazione politica fatta a colpi di humour, l’inglese ha dimostrato anche la sua superiorità quanto a capacità di improvvisare. Tatto, finezza e malizia valgono più della replica assassina e del disprezzo ostentato. Sorvoleremo sulla smorfia di autocompiacimento di Nicolas quando lancia le sue frecciate, così sgradevole rispetto allo sguardo smarrito alla Archimede Pitagorico di Blair.

Riconosciamolo lo stesso un vantaggio a Sarkozy: almeno quando lui cerca di raggirarci a furia di battute, noi restiamo in guardia. Un Blair, invece, con la sua retorica affilata, ha sicuramente sparato molti colpi a vuoto con la sua aria maliziosa.

 http://paris.cafebabel.com/it/post/2008/01/30/Blair-il-seduttore-nella-Francia-di-Sarkozy


La ‘Dottrina McCain’, ecco cosa farebbe alla Casa Bianca

 

Una Lega delle Democrazie che agisca la’ dove l’Onu si mostra inefficace. Un rapporto privilegiato con ‘’un’Unione Europea forte'’, per sfidare insieme ‘’la Russia revanscista'’. Una nuova struttura del G8, facendo fuori Mosca e inserendo Brasile e India. Sono alcune idee che l’America portera’ sullo scenario mondiale se a gennaio 2009 si insediasse un’amministrazione guidata da John McCain. […]

La vittoria nelle primarie in Florida ha catapultato il senatore dell’Arizona e veterano del Vietnam in testa alla corsa alla Casa Bianca dei repubblicani. E ora, in vista del voto del Supermartedi’ 5 febbraio che puo’ risultare decisivo, gli americani cominciano a interrogarsi su quale direzione darebbe al paese, se diventasse il successore di George W.Bush.

Le risposte emergono dai suoi programmi e dai discorsi che pronuncia in questi giorni. Il 71enne senatore si propone di introdurre novita’ e anche rivoluzioni sulla scena mondiale.

- PACE COSTRUITA SULLA LIBERTA’: Il tema di fondo della campagna di McCain e’ che l’America e’ impegnata in una lotta ‘’contro gli estremisti radicali islamici'’. Per il senatore e’ la sfida di quest’epoca ed e’ una guerra che gli Usa e gli alleati devono vincere a tutti i costi, per costruire ‘’una pace globale duratura basata sulle fondamenta della liberta”’. L’Iraq e’ una tappa decisiva del cammino e l’America non puo’ fallire. Per McCain non c’e’ piano B e la prospettiva di una sconfitta americana sarebbe catastrofica, perche’ gli islamisti, dopo aver battuto i sovietici in Afghanistan, ‘’penserebbero che il mondo e’ loro'’.

Per lo stesso motivo, occorre stabilizzare l’Afghanistan, dove le forze Nato devono rinunciare alle restrizioni che si sono imposte e combattere di piu’.

- LA LEGA DELLE DEMOCRAZIE: McCain appoggia il ruolo dell’Onu e spera che agisca con piu’ decisione su Iran, Darfur e altre crisi. Ma il senatore ha pronta un’altra carta. Una Lega delle Democrazie, che riunisca i paesi a democrazia di mercato in un club operativo che stimoli l’Onu e agisca quando il Palazzo di Vetro esita. Un’idea che lo stesso McCain paragona non tanto alla Lega delle Nazioni di Woodrow Wilson, quanto alla visione di Theodore Roosevelt di nazioni sulla stessa lunghezza d’onda che lavorino insieme per la pace e la liberta’.

- ASSE TRANSATLANTICO: Per McCain, e’ vitale per l’America rivitalizzare l’Alleanza Atlantica, e gli americani a suo avviso hanno tutto l’interesse a vedere l’ascesa ‘’di un’Unione Europea forte e fiduciosa'’. Insieme all’Ue, McCain prefigura ‘’un nuovo approccio occidentale nei confronti della Russia revanscista'’.

- L’ANTI-PUTIN: Nel corso della campagna, McCain non ha nascosto la diffidenza per la situazione a Mosca. Ironizzando sulla scelta di Time di proclamare il presidente Vladimir Putin come ‘Persona dell’anno’, McCain ha spiegato che a lui Putin ‘’fa venire in mente tre lettere: K, G e B'’. Secondo il candidato presidente, e’ l’ora tra l’altro di far tornare il G8 ad essere ‘’un club delle principali democrazie di mercato'’, escludendo la Russia e invitando invece Brasile e India.

‘’L'America - ha scritto McCain sulla rivista Foreign Affairs - ha bisogno di rivitalizzare la solidarieta’ democratica che ha unito l’Occidente durante la Guerra Fredda. Non possiamo costruire una pace duratura basata sulla liberta’ solo per noi stessi. Dobbiamo avere la capacita’ di ascoltare i nostri alleati democratici. Essere una grande potenza non significa fare cio’ che vuoi quando vuoi. Per essere buon leader, l’ America deve essere buon alleato'’.http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/30/la-dottrina-mccain-ecco-cosa-farebbe-alla-casa-bianca/#more-477


     

Kosovo : Amnesty , crimini di guerra rischiano di restare impuniti
di Gabriella Mira Marq*

I crimini di guerra e i crimini contro l'umanita' commessi durante il conflitto in Kosovo alla fine del 1990 rischiano di essere lasciati impuniti a causa del fallimento della missione delle Nazioni Unite nel settore della giustizia.

Lo afferma una relazione di Amnesty International che descrive il fallimento dell'opera di giudici e procuratori della missione ONU per l'amministrazione ad interim in Kosovo (UNMIK) nel rispettare il diritto internazionale e le norme relative al diritto ad un processo equo. Il rapporto sottolinea poi l'errore di lasciare un patrimonio di esperienza e di addestramento dei procuratori, giudici e avvocati in grado di provare tali crimini, dato che l'Unione Europea si appresta a prendere una decisione sulla sua responsabilita' per quanto riguarda il Kosovo.

"Centinaia di casi di crimini di guerra, crimini contro l'umanita' (compresi stupri e sparizioni forzate), oltre ad altri crimini inter-etnici - denuncia la ONG - restano irrisolti sette anni dopo che le Nazioni Unite hanno iniziato i loro sforzi per ricostruire il sistema giudiziario del Kosovo" e centinaia di casi sono stati chiusi per mancanza di prove a causa del fatto che queste non sono state raccolte con tempestivita' ed efficacia da chi di dovere.

Il programma era stato creato nel 2000, dopo il crollo del sistema giudiziario del Kosovo. Anche se il Tribunale penale internazionale per l'ex Iugoslavia aveva giurisdizione sul Kosovo, e' stato chiaro che sarebbe stato in grado di seguire un numero molto limitato di casi. E' stato quindi necessario trovare un'altra soluzione per celebrare la maggior parte dei processi per i crimini commessi in Kosovo, e le Nazioni Unite hanno stabilito il programma di inserimento di un numero limitato di giudici e pubblici ministeri stranieri nel locale sistema della giustizia penale.

Questo personale internazionale avrebbe dovuto garantire che i processi si svolgessero in modo indipendente e imparziale, in linea con il diritto internazionale e le leggi, ed inoltre contribuire a formare un pool di procuratori e giudici locali che fossero in grado di seguire questi casi in autonomia.

Tuttavia, sottolinea la relazione, il programma non e' riuscito a soddisfare le aspettative: se i pubblici ministeri e i giudici sono leggermente piu' preparati a condurre i processi in casi di crimini afferenti il diritto internazionale, le riforme giuridiche essenziali per lo svolgimento di tali procedimenti non sono state ancora emanate per legge. Inoltre non e' stata fissata una data per il completamento della ricostruzione del sistema giudiziario, in modo che possa funzionare senza la presenza continua di una componente internazionale.

Secondo Amnesty, lo sforzo fatto ha ampiamente fallito per una serie di motivi, tra cui difetti nella sua concezione e realizzazione, la limitatezza delle risorse e la scarsa priorita' che e' stata data alla giustizia internazionale rispetto ad altri obiettivi dalla missione.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org



gennaio 30 2008

Dopo la caduta del governo: Lettera a Prodi

 

Conosco un uomo che ci ha provato fino in fondo

Nello smarrimento e nello sconcerto di questi momenti mi sento in dovere di ringraziare chi, tra mille difficoltà e traversie, ha cercato di riportare questo paese da una squallida atmosfera  da "grande fratello" ad una prospettiva europea basata su equità fiscale , solidarietà , sviluppo ecomomico improntato su  solidi parametri reali, efficienza della pubblica amministazione.
Cinque anni di "governo spettacolo" non solo hanno  richiesto interventi correttivi drastici e poco popolari ma, soprattutto hanno creato aspettative, ad arte amplificatie dai media , che hanno reso il lavoro del governo immediatamente arduo e difficile nonostante una buona squadra (abbiamo avuto il miglior ministro dell'economia degli ultimi trent' anni). La situzione di oggettiva debolezza al senato ha fatto il resto portando alla ribalta quei navigatori della politica che non garantiranno mai un futuro moderno ed europeo a questo paese.
Non sempre abbiamo approvato l'agenda del governo ,specie sul conflitto di interessi, ma ci rendiamo conto di quanto problematica fosse la gestione del quotidiano.
Abbiamo apprezzato la sua calma la sua fermezza, la sua determinazione ostinata, i suoi richiami alla nostra costituzione che implica l'esercizio di una memoria senza la quale non c'è un futuro per i nostri figli, la sua laicità autentica tipica del credente che si riconosce nel pensiero
del compianto Pietro Scoppola, ultimi baluardi contro una chiesa che si deve guardare soprattutto da se stessa  e che mai come oggi ha perduto la spinta dirompente del Vangelo.
Ci stiamo attrezzando per tempi difficili,
vedremo scambi senatori-veline e calciatori-deputati, i potenti, gli evasori, gli impuniti rideranno dalla tv  e dai rotocalchi patinati, mentre l'Europa corre verso altri traguardi,
a volte, penso,  che non riusciremo mai ad essere un paese normale
affettuosi saluti

Paolo e Patrizia Lazzari

 

http://www.viverelucca.it/articolo.php?id=499


Ego me absolvo

Nel raccontare ai suoi lettori che Berlusconi è stato assolto, il Giornale si dimentica di scrivere che la legge in base alla quale falsificare i bilanci non è più un reato se l’era fatta il Berlusconi medesimo.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


 

CHE CI FA RUTELLI NELLA POLITICA ITALIANA?

 

Questi tristi giorni saranno ricordati come la più assurda crisi di Governo d'inizio millennio: spero che tra qualche anno i nomi di Mastella, Dini, Fisichella, Bordon siano solo un lontano, opaco ricordo (politicamente parlando), e che il futuro dell'Italia sia governato da una classe dirigente degna di tal nome. Ma la responsabilità, al di là delle tesi complottarde attorno al nome di Veltroni, può essere accollata tutta a loro? Non converrebbe chiedersi come molti di loro siano entrati in Parlamento, prima di affossare il Governo di mortadella?

Mi spiego: la legge elettorale Calderoli ha portato le liste bloccate alla Camera e al Senato, grazie alle quali l'elezione di deputati e senatori da parte dei cittadini si è tramutata come per magia in una nomina dell'intero Parlamento da parte dei segretari di Partito. Da quando è stata fatta la legge, infatti, non c'è stato un oppositore che non abbia lamentato la mancanza di legame tra elettore ed eletto, e i guasti di un Parlamento di nominati. Lo stesso beppe Grillo nel suo V Day si scagliava contro questo sistema. Allora adesso la conseguenza logica è una: se il Parlamento è fatto di nominati, la responsabilità e la colpa della caduta del Governo è di chi li ha nominati. È di chi ha fatto delle liste elettorali che prevedevano i pugnalatori di Prodi, gli artigiani dell'instabilità italiana: con una legge in cui la differenza tra stare o non stare in Parlamento è la decisione inappellabile del capo del tuo partito, se fai una cappellata (come diciamo noi dei salotti buoni) la responsabilità politica non può essere solo tua, ma anche di chi ti ha scelto. Allora Dini, Mastella, Fisichella e compagni non sono da considerare come una semplice causa della crisi di Governo, ma anche come una conseguenza: il Governo Prodi è caduto perché loro sono stati piazzati in Parlamento. E chi ha messo la maggior parte dei loro onorevoli sederi nelle Istituzioni?

La risposta è molto semplice: sono entrati grazie alla (fu) Margherita, il (fu) partito di Rutelli. Che poi si è sfilacciata con la nascita del PD, ma questo non cambia il giudizio. Ora, visto che anche Rutelli è andato in giro a parlar male degli effetti di questa legge elettorale, dovrebbe agire in coerenza, e prendersi la respondabilità politica delle sue azioni. Lui che ha imbottito le sue liste di ex monarchici come Fisichella, di cristotalebani come la Binetti, di ex radicalcomunisti come Bordon, di veneratori di poteri forti come Dini, ora non può rimanere al suo posto: il Governo Prodi è caduto per colpa di quelli che lui ha nominato, e quindi è sua la colpa. Un politico serio, in queste situazioni, dovrebbe dimettersi, lasciare per sempre l'attività politica. Peccato che Rutelli si atteggi a statista solo quando deve fare il bravo bambino col parroco della chiesa di fronte, e faccia finta di leggere Il Sole 24 ore quando deve conquistare qualche imprenditore: se Rutelli è un uomo di Stato io sono Eva Henger. E così, alla faccia della nuova stagione che il PD doveva portare nella politica italiana, anche lui rimarrà immutabile al suo posto, e agli italiani, per l'ennesima volta, rimarrà solo l'ombrello alla Altan (e chi vuole capire, capisca)...http://roma2011.blogosfere.it/2008/01/che-ci-fa-rutelli-nella-politica-italiana.html#more


Prepariamoci la valigia per Ventotene

 



Sarà il caso di non tagliare nulla, perché sempre più spesso, quando si citano parole del Sommo Pastore pur fermissime nel senso che hanno in sé stesse, si è accusati dalle sue pecore più petulanti di averle distorte per il solo averle estrapolate  da una sempre iperprolissa serie di ripetizioni dello stesso concetto, variamente graduato.
Sarà il caso di prendere tutto il passo:
“Ai tempi di Gesù – dice Sua Santità all’Angelus – il termine «vangelo» era usato dagli imperatori romani per i loro proclami. Indipendentemente dal contenuto, essi erano definiti «buone novelle», cioè annunci di salvezza, perché l’imperatore era considerato come il signore del mondo ed ogni suo editto come foriero di bene. Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l’imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo”.
Solo per prendere fiato e fare il punto: se bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, evidentemente i proclami spettano a Dio, e Cesare può farne solo parodie. La
“novella” è propriamente “buona” solo se l’annuncia Dio, o chi ne fa le veci, non foss’altro perché l’unica e vera salvezza solo da Dio può venire…
Ma lasciamo dirlo a Sua Santità:
“La «buona notizia» che Gesù proclama si riassume in queste parole: «Il regno di Dio – o regno dei cieli – è vicino» (Mt 4, 17; Mc 1, 15). Che significa questa espressione?”.
Sia chiaro: nel corso della sua storia, su questa espressione, la Chiesa ha detto tutto il possibile, una cosa e il suo contrario, e poi il contrario del contrario, a seconda di cosa le interessasse fottere a Cesare al momento, e momento per momento. E dunque: porgiamo orecchio all’opinione di Sua Santità, per capire esattamente cosa gli serve al momento, e perché ha il diritto di fotterselo, se non glielo si dà.
Mi pare che Sua Santità sia abbastanza esplicito al riguardo con l’affermare che
«Il regno di Dio è vicino» “non indica certo un regno terreno delimitato nello spazio e nel tempo, ma annuncia che è Dio a regnare, che è Dio il Signore e la sua signoria è presente, attuale, si sta realizzando. La novità del messaggio di Cristo è dunque che Dio in Lui si è fatto vicino, regna ormai in mezzo a noi, come dimostrano i miracoli e le guarigioni che compie”.
Nel lessico che vien detto
“curiale” questo brano significa: sì, abbiamo fatto cadere noi il governo Prodi.
Cesare sappia: “Dio regna nel mondo mediante il suo Figlio fatto uomo e con la forza dello Spirito Santo, che viene chiamato «dito di Dio» (Lc 11, 20)”. Vogliamo vederci un doppio senso? Pure Mino Pecorelli usava un lessico “curiale”, quindi potremmo vedercelo.
Cade il governo Prodi: “Dove arriva Gesù, lo Spirito creatore reca vita e gli uomini sono sanati dalle malattie del corpo e dello spirito”. E se adesso Cesare non scioglie subito le Camere, il dito di Dio spinge in piazza milioni di persone a fare la marcia su Roma. Così Roma ritorna – insieme – capitale della Chiesa e dell’Impero, il Duce e il Papa ci daranno ancora pace sociale, innervata da valori sempiterni: Dio, Patria e Famiglia. Aveva ragione don Gianni Baget Bozzo, e dunque si chiamerà Provvidenza 2 - La vendetta
«Il regno di Dio è vicino», prepariamoci la valigia per Ventotene, si va in villeggiatura.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Invadeteli, per favore

Si parva licet, comincio a sentirmi un po' come quegli antifascisti emigrati in America e Inghilterra negli anni '20, che vedevano il proprio Paese, amato nonostante tutto, sprofondare in un baratro da cui non sarebbe riuscito ad uscire integro.

Come già fecero quegli antifascisti, consci che il dolore di un'occupazione militare sarebbe stato comunque inferiore a quello causato dalla prepotenza fascista, mi associo al doloroso e sofferto appello che viene in queste ore dall'Italia: invadeteli, per favore! Meglio, molto meglio una forza multinazionale di occupazione che questi qui.

Fratelli Europei: Invadeteci


SOS Invadeteci!


Hat tip: troppi per contarli, ma originariamente Mentecritica, via Annarella e Mmax.

(note for Will: the appeal has an English translation)http://inminoranza.blogspot.com/

Per non dimenticare


Secondo il Cavaliere, «la presente legge elettorale ha consentito una piena governabilità alla Camera a una coalizione che aveva vinto di soli 24 mila voti, mentre non l'ha consentita al Senato perché lì la sinistra aveva avuto meno voti del centrodestra».

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Bibliografia.

Video

Immagine:

http://blogs.it/0100206/images/Sviluppo_camera2006.jpg

Questo grafico è un mistero ancora non chiarito, di quella notte del 10 aprile 2006.

Tutti i sondaggi davano l'Unione centinaia di migliaia di voti avanti a Berlusconi e i suoi....che avevano pesantemente deluso l'Italia.

Poi però successe questo mistero.

Con uno spoglio normale, con dati come gli altri del passato, l'Unione avrebbe avuto oltre venti seggi di maggioranza al senato.

Questo grafico ce l'ho ancora sul gozzo...e Voi?

Il responsabile della riconta delle schede bianche è tal Giuliano Amato, vecchio craxiano e massone.

In due anni non ha fatto nulla, salvo insabbiare. E tutta l'Unione gliel'ha consentito, per vigliaccheria.

Salvo pochissimi.

Guardate qui un vigliacco. Uno che si faceva gli affari suoi.

Deaglio è stato denunciato, emarginato, il suo Diario è stato zittito, chiuso.

L'epilogo di questa sporca vicenda è in questi giorni.

Non credete troppo alle balle che vi raccontano.

Finchè non si chiarisce questa vicenda (se mai si chiarirà):

Che l'Unione fosse un fallimento è solo un'ipotesi.

Che Mastella potesse ricattare tutti è solo una conseguenza di fatti ancora sconosciuti;

Che Berlusconi, Bossi e Fini, e l'immacolato Casini siano paladini della libertà è un'altra pura presunzione;

Che il personale politico, tutto, del Pd sia fatto di persone perbene un'altra ipotesi;

Che Nando dalla Chiesa sia una persona perbene (isolata) è ben più di una ipotesi;

Che il resto del teatro, Rifondazione, Verdi e altro di sinistra, sia fatto di gente valida e seria è tutto da dimostrare;

E infine che anche Antonio Di Pietro sia una persona su cui fare affidamento è del tutto aleatorio.

La vera domanda, oggi, per me è:

Ci stiamo giocando quel poco di libertà che ci resta?

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L'immagine �http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif� non può essere visualizzata poiché contiene degli errori. Chi si fa pecora, il lupo se lo mangia.

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http://blogs.it/0100206/images/casini.jpg

(o alle famiglie?)

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Giuliano Ferrara, stasera a 8,30: "Io voglio vedere Berlusconi a palazzo Chigi per farmi una grandissima risata"


Bello scherzo su di Noi, non è vero?

(scommetto pubblicamente una posta da stabilirsi che alle prossime elezioni, se trionfali per Berlusconi, quel grafico sarà molto, molto diverso dal suo immediato predecessore. E che i sondaggi, stavolta, saranno confermati al millimetro)

www.caravita.biz

 


Che cattivo Udeur

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Sembra incredibile, ma ieri a inaugurare l’anno giudiziario a Potenza c’era ancora il Pg indagato Vincenzo Tufano, quello che perseguita da anni magistrati perbene come John Henry Woodcock e Alberto Iannuzzi, mentre non s’è mai accorto dei giudici del suo distretto che rubavano, colludevano con la criminalità e insabbiavano inchieste anche su omicidi, infatti furono arrestati o indagati per iniziativa del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Il quale invece è stato punito dal Csm per aver scritto un mandato di perquisizione “troppo ampio” (sic) nei confronti dello stesso indagato Tufano. Curiosamente il Csm non ha ritenuto di sospendere Tufano dal suo incarico, nonostante i pesanti sospetti che gravano su di lui, così come non ha sospeso la pm Felicia Genovese, pure lei indagata, che s’è fatta trasferire al Tribunale di Roma, dove ora partecipa al collegio giudicante del processo Calciopoli (sic!). Naturalmente Tufano, inaugurando l’anno giudiziario, s’è scagliato contro le inesistenti “fughe di notizie”, attribuendole ai magistrati (non quelli indagati, si presume, ma a quelli perbene). Intanto, negli ultimi giorni, l’Espresso ha rivelato che il presidente dell’Anm Luerti è membro di Comunione e Liberazione e, come tale, quando lavorava a Catanzaro, aveva fatto amicizia col capo calabrese della Compagnia delle Opere Antonio Saladino, poi indagato da De Magistris. Il fatto che Luerti e l’Anm abbiano emesso un gelido comunicato di condivisione della condanna inflitta dal Csm a De Magistris è puramente casuale. E, anzichè pretendere chiarezza sull’”obbedienza” che Luerti deve a questo gruppo religioso, e magari aprire un dibattito analogo a quello avviato a suo tempo sui magistrati iscritti ad altre obbedienze, l’Anm e molti magistrati si sono scagliati contro l’Espresso, reo di aver “attaccato” Luerti: il tutto nel perfetto stile berlusconiano, che definisce “attacchi” le notizie vere, ma sgradite al potere.

Intanto, a Santa Maria Capua Vetere, sta per verificarsi un nuovo caso De Magistris: riguarda il gip Francesco Chiaromonte, che in ottobre ricevette le richieste cautelari del procuratore Maffei e dei sostituti Cimmino e Maffei sulla famiglia Mastella e che il 15 gennaio, dopo aver studiato il voluminoso dossier, ne ha accolte alcune e respinte altre, disponendo gli arresti domiciliari per la signora Mastella, il consuocero dell’ex ministro e vari esponenti Udeur. Finora pareva che gli arresti li avesse fatti la Procura: con la sua squisita competenza giuridica, il Guardasigilli uscente ha puntato il dito contro il procuratore, come se fosse stato lui a decidere date e arresti. In realtà - come sa qualunque studente al primo anno di giurisprudenza - gli arresti li ordina il gip e gli arrestati possono ricorrere al Tribunale del Riesame e poi in Cassazione. Dunque è stato Chiaromonte, non la Procura. Oggi il Riesame di Napoli dovrà confermare o annullare gli arresti per lady Mastella & C. Cioè valutare se ne ricorressero i presupposti quando furono decisi, e in subordine se quei presupposti ricorrano tuttoggi, o se siano venuti meno dopo il primo giro di interrogatori. Ora, non vorremmo essere nei panni dei tre giudici del Riesame, visto quel che è accaduto negli ultimi giorni e soprattutto sabato all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Proprio a Napoli, dove ha sede il Riesame che si occuperà del caso, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino ha dichiarato davanti alle toghe schierate (comprese quelle del Riesame chiamate oggi a decidere): “Ritengo non ci fossero le condizioni che legittimano la custodia cautelare” per Sandra Mastella. Subito dopo il sottosegretario uscente alla Giustizia, Luigi Scotti, ha rincarato la dose, definendo “inconcepibile” l’arresto della moglie del suo ministro. Ora, di inconcepibile in questa storia c’è solo l’entrata a piedi giunti in un’inchiesta in corso da parte del vicepresidente del Csm e del sottosegretario alla Giustizia. Se si trattasse di due beceri berlusconiani abituati a tutto, ogni commento sarebbe inutile. Ma Mancino e Scotti sono due figure eminenti e prestigiose della politica e della magistratura. Ed è proprio questo che rende inconcepibili le loro esternazioni. Come ha osservato il segretario dell’Anm di Napoli Antonello Ardituro, l’uscita manciniana è “inopportuna” e potrebbe preludere a una futura incompatibilità di Mancino nella sua veste di presidente della sezione disciplinare del Csm.

Intendiamoci: chi conosce tutte le carte può benissimo criticare un provvedimento giudiziario. D’Ambrosio e Di Pietro, si spera conoscendo le carte, han detto che al posto del gip non avrebbero arrestato Sandra Mastella. Altri ribatteranno che i presupposti per l’arresto (peraltro domiciliare) c’erano. Normale dialettica.

Ma ci sono alcune figure che, per l’incarico che ricoprono, non possono parlare in libertà di questo o quel provvedimento giudiziario. Anzitutto il vicepresidente del Csm e presidente della sezione disciplinare che, come tale, potrebbe esser chiamato a valutare la condotta del gip se i titolari dell’azione disciplinare – il ministro della Giustizia (di cui Scotti è sottosegretario in carica) e il Pg della Cassazione – ritenessero di attivarla. La stessa scena s’è appena verificata con Luigi De Magistris, che Mancino accusò su Repubblica di “violare il codice di autodisciplina dei magistrati” con alcune dichiarazioni tv, salvo poi presiedere l’organo che l’ha condannato.

Accusare un magistrato di attività “illegittima” non è cosa da poco: significa addebitargli un reato di abuso d’ufficio e un’infrazione disciplinare grave. La presunta abnormità di un atto, come nel caso De Magistris, può costare al magistrato sanzioni disciplinari molto pesanti: come potrà quel gip fidarsi dell’imparzialità del suo “giudice” disciplinare, se questo ha già anticipato il suo verdetto? Non solo: oggi, quando dovranno confermare o annullare l’arresto di Sandra Lonardo, come potranno i giudici del Riesame decidere in serenità, “sine metu ac spe”, già sapendo che il presidente della Disciplinare ritiene illegittimo l’arresto e riterrà dunque illegittimo anche un provvedimento che lo confermi? E, se dovessero annullarlo, chi libererà il comune cittadino dal sospetto che siano stati influenzati da un intervento politico? Insomma, siamo sicuri che sia la magistratura a “invadere il campo” della politica, e non viceversa? Quando mai una persona arrestata, oltrechè dai propri avvocati e amici, viene difesa dal vicepresidente del Csm?

Fortunatamente l’Anm di Napoli non ha lasciato passare sotto silenzio questa ennesima entrata a gamba tesa della politica nella giurisdizione e ha difeso i suoi iscritti, cioè i pm e il gip di Santa Maria Capua Vetere. L’Anm nazionale non ha proprio nulla da dire sul tema? Eppure quelle di Mancino e di Scotti non sono critiche, e nemmeno notizie: sono proprio “attacchi”. http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/1763224.html

Fango sulle istituzioni. Come Voleva Gelli
di Tina Anselmi, Repubblica -
Caro direttore, sono stata una moderata, non certo per la forza della mia passione civile, quanto per i modi in cui ho fatto politica e i luoghi della mia collocazione politica: ho sempre militato nella Dc e di quel partito sono stata a lungo parlamentare. Mi rivolgo pertanto a quei moderati che hanno a cuore come me le sorti dell´Italia, che rispettano le istituzioni e le regole democratiche e che sovente ho sentito dichiararsi discepoli di Alcide De Gasperi. Non metto in dubbio la loro buona fede allorché li vedo non solo chiedere a gran voce, con la forza del loro potere di parlamentari, elezioni subito; ma li vedo già scendere in campagna elettorale in un momento tanto delicato, in cui gli stessi presidenti del Senato e della Camera hanno ribadito che questo è il tempo della riflessione, del silenzio, del lavoro del capo dello Stato. Mi rendo conto – pur con un notevole sforzo di immaginazione e andando contro quello che è il mio modo di intendere la politica e di considerare gli avversari mai nemici e mai indegni di rispetto – che solo il loro desiderio di mettersi al più presto al servizio del Paese, di tornare a governare per "salvare" l´Italia, li abbia portati a brindare in Senato alla fine di un governo, pur sempre eletto democraticamente dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine di cui faccio parte anch´io. Tuttavia, da moderata e da cattolica – educata negli ideali di Dossetti e di De Gasperi a rispettare, a difendere la laicità dello Stato e a legare strettamente l´onestà dei comportamenti all´operato politico – mi rivolgo ai tanti che ho visto maturare e crescere nelle file del mio partito, e a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che vorranno ascoltare le mie parole. E, aggiungo, da partigiana. Come potrei non fare riferimento a quella mia intensa, dolorosa, forte, esperienza, di giovane staffetta partigiana, in questi giorni del 2008, in cui si celebrano i sessant´anni della nostra Carta Costituzionale? Permettetemi di ricordarvi, quale testimone di quei lontani anni del primo dopoguerra, che rispettare la Costituzione non vuol dire solo rispettarne i contenuti, ma rendere omaggio ai tanti che hanno concorso a elaborarla, a quelle donne e a quegli uomini, quegli italiani, che sacrificarono la loro vita per la democrazia. Vuol dire non dimenticare le tante vittime civili, i tanti giovani e meno giovani morti in una guerra scatenata dalla follia di onnipotenza della Germania di Hitler e delle tante nazioni, tra cui ahimé l´Italia fascista di Mussolini, che combatterono al suo fianco. Purtroppo ciò che ho visto, ho analizzato, ho capito, durante gli anni del mio lavoro quale presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, mi spinge a vedere nella attuale crisi politica una grave situazione di emergenza democratica. Mi rendo conto che gli anni di Gelli e dei suoi compagni oggi appaiano lontani, ma quanto lontani? Ebbene, insisto, e aggiungo che la parte del progetto di Gelli legato al discredito delle istituzioni democratiche, attuato dall´interno delle medesime e dalla loro esasperata conflittualità – che molti ultimi avvenimenti testimoniano – rischia di giungere all´atto conclusivo. Immaginate quali guasti potrebbe arrecare al tessuto connettivo del nostro Paese una campagna elettorale – e ne abbiamo già visto un anticipo – vissuta all´insegna della selvaggia contrapposizione tra i due poli, della violenza verbale, degli insulti, di altro fango gettato sulle nostre istituzioni. Anch´io ho vissuto la stagione infelice di tangentopoli, e in quegli anni mi sono battuta a viso scoperto perché non si cadesse nel facile qualunquismo del: così fan tutti. Vorrei pregare le persone per bene di ribellarsi a questo luogo comune scellerato: chi ha le mani pulite, chi ha la coscienza a posto, pretende, ottiene, i distinguo. Concludo con una frase di Jacques Maritain: «Non si può costruire una democrazia se non c´è amicizia».

Mattarellum contro Porcellum
Michele Ainis
La Stampa
Giorno dopo giorno la crisi di governo s’avvita su se stessa, e come nel gioco dell’oca rimbalza al punto di partenza. Sicché a fine gioco c’è un’altra elezione nel nostro orizzonte collettivo. Diciamolo: con questa legge elettorale sarebbe una vergogna, una sciagura nazionale. Non solo perché il marchingegno escogitato da Roberto Calderoli ha già dimostrato di rendere ogni esecutivo precario come un co.co.co. Ma anche perché il porcellum espropria i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, degradando il voto a un trucco, una finzione. Da qui l’imperativo di non ripetere l’esperienza consumata nel 2006. Tuttavia l’imperativo s’infrange contro una duplice obiezione, sollevata da Berlusconi nonché dai suoi alleati. Primo: è una chimera, e forse anche un imbroglio, immaginare che i partiti siglino un accordo sulla bozza Bianco o su altre soluzioni, quando non vi sono mai riusciti nei 18 mesi precedenti. Secondo: prima d’arrendersi di fronte all’evidenza, l’Italia getterebbe in un cestino molti mesi, mentre la crisi economica e sociale reclama tempi rapidi, decisioni repentine.
Le obiezioni sono ambedue plausibili, se non anche fondate. Ma una via d’uscita esiste, e a pensarci sopra è un po’ come l’uovo di Colombo. Difatti se suona pressoché impossibile chiamare i carpentieri all’opera su una nuova legge elettorale, si può sempre riaprire la vecchia costruzione. Perché una legge elettorale bell’e pronta ce l’abbiamo già, anzi ne abbiamo due in alternativa. Intanto il mattarellum, che ha funzionato per oltre un decennio, dando la stura al sistema bipolare. Per riesumarlo basta una norma di due righe, e bastano due giorni per votarla. Questa: «E’ abrogata la legge n. 270 del 2005; in sua vece s’applica la legge n. 277 del 1993». E se i partiti non s’accordano neppure su questa reviviscenza del passato? Avrebbero qualche difficoltà a spiegarne le ragioni, dato che il mattarellum ha consegnato a turno le chiavi del governo alla destra e alla sinistra, e dato inoltre che esso ospita un impianto maggioritario con un 25 per cento di proporzionale, consentendo in ogni caso un diritto di tribuna alle forze politiche minori. Ma in tale ipotesi c’è pronta pure la soluzione di riserva: il referendum.
Resta sul campo la seconda obiezione, perché Berlusconi chiede le elezioni in primavera, e perché aspettando il referendum le rinvieremmo alle calende greche. Ma non è vero, si può votare a maggio. La legge sui referendum li situa in una finestra temporale fra il 15 aprile e il 15 giugno; tuttavia si tratta pur sempre d’una legge, superabile con un decreto legge del nuovo esecutivo. Insomma nessun ostacolo giuridico vieta d’anticipare a marzo la consultazione sui quesiti di Guzzetta e Segni, e allora delle due l’una: o nel frattempo il Parlamento avrà ripristinato la vecchia legge elettorale, oppure la legge la scriveranno direttamente gli elettori. In un caso o nell’altro saluteremmo aprile con il decreto di scioglimento delle Camere, dopo di che la Costituzione stabilisce che il nuovo Parlamento s’insedi «entro 70 giorni». Significa che bastano due mesi, anche di meno: appunto, maggio.
Questo itinerario ci risparmierebbe lo spettacolo di deputati e senatori non già eletti bensì nominati dalle segreterie politiche; a replicarlo una seconda volta, il vento dell’antipolitica si trasformerebbe in un tifone. Sulla carta, esso presenta inoltre tre vantaggi. Primo: è agibile, perché s’affida a soluzioni normative già confezionate. Secondo: è efficace, o almeno dovrebbe, non foss’altro perché fa leva su due gambe (mattarellum e referendum). Terzo: restituisce lo scettro ai cittadini, strappandolo dalle mani dei partiti. Vale per il referendum, ma vale altresì per la vecchia legge elettorale, che nel 1993 tradusse l’esito d’un altro referendum. Di questi tempi non è poco.



 

RIFLESSIONI

Su “La Repubblica” del 25.1.2008 il fondo del Direttore Ezio Mauro ha titolo: “Così muore il centrosinistra”.
Ne consiglio la lettura; e ne condivido l’analisi, incentrata sulla incapacità dell’Unione di creare una cultura comune riconosciuta e riconoscibile, capace di governare e di parlare al Paese con unica voce.
Ma c’è un passo che mi ha particolarmente colpito ed è dove si dice che a fronte delle continue risse del centrosinistra, la destra “è in qualche modo sintonica e addirittura interprete del sentimento italiano dominante, che è insieme di protesta e di esclusione, forse di secessione individuale dallo Stato, probabilmente di delusione repubblicana, certamente di solitudine civica”.
Questa “solitudine civica” rischia di diffondersi anche in quella parte della società che, per cultura e senso morale, vorrebbe riconoscersi come comunità e perseguire l’interesse comune.
Non che non ci siano ragioni di un tale “estraniamento”: ma, al di là delle delusioni e dello scoramento individuali, vi è la oggettiva impossibilità di partecipazione a causa della sostanziale impermeabilità degli apparati politici.
Ciò che è avvenuto con la costituzione del Partito Democratico è, da questo punto di vista, esemplare: la partecipazione è stata richiesta al solo scopo di costituire l’evento, ma poi tutti i meccanismi per l’elezione dei delegati erano palesemente escludenti.
Come non bastasse, i delegati sono stati rapidamente trasformati in apparati, nominalmente provvisori: di fatto, i posti che contano sono già stati occupati, in attesa di diventare definitivi.
Non staremo a ripetere quanto è stato detto e scritto sulla “casta”.
Ma non possiamo non rilevare che la sconfitta di Prodi e del centrosinistra appare così traumatica anche perché trova un Partito Democratico tutt’altro che in fase di entusiastica crescita, come pure avrebbe consentito la generosa partecipazione che ne aveva accompagnato la nascita.
La politica di chiusura da parte dei due apparati riuniti ha avuto come conseguenza la irresponsabile dilapidazione di un patrimonio di energie, di idee, di sentimenti desiderosi di volgersi al bene comune.
La sistematica occupazione di ogni ambito di potere, le lottizzazioni, le spoliazioni – pratiche correnti di tutti i partiti – calpestano, tra l’altro, totalmente un principio fondamentale di democrazia: il principio di uguaglianza; sopprimono lo status di cittadino sostituendolo con le categorie dei clienti e degli esclusi.
Ciò posto, ciascuno di noi è di fronte ad una non facile alternativa: rassegnarsi a quella situazione di “solitudine civica” di cui dicevamo; oppure insistere pervicacemente nella volontà di partecipare.
Ma se si sceglie questa seconda strada e se si sono condivise le ragioni che hanno portato a far nascere il Partito Democratico, bisogna combattere fermamente e riconoscibilmente, in quella sede, ancor prima che fuori, comportamenti, persone e gruppi, che sviliscono la partecipazione, minano la fiducia dei cittadini, rendono la politica incapace di risposte ai bisogni della collettività e le istituzioni inefficienti.
Al di fuori di tale alternativa, altro non vedo.

Felice Maria Spirito
Comitato Per L'ULIVO/Partecipazione (Frosinone)

Prodi: «Lascio una bella eredità»

Ha ricordato, tra l'altro, l'aumento delle entrate
ad aliquote fiscali invariate e la lotta all'evasione

 

Romano Prodi (Ansa)
LONDRA
- Romano Prodi è andato a Londra per quella che potrebbe diventare l'ultima missione internazionale e ha rivendicato con orgoglio quanto fatto dal suo governo in questi mesi. «Mi sento benissimo» ha spiegato ai giornalisti, dicendosi convinto di lasciare «una bella eredità». Sul volo che lo ha portato nella capitale inglese il Professore si è mostrato sorridente e orgoglioso del lavoro fatto.

I FATTI POSITIVI - A sostegno del suo orgoglio ha ricordato l'aumento delle entrate ad aliquote fiscali invariate, la lotta all'evasione, i dati di Bankitalia e addirittura le lodi, seppur postume, di un economista sempre critico come Tito Boeri. Quasi un messaggio a quegli alleati, Pd compreso, che preferirebbero non dover farsi carico in campagna elettorale dell'eredità del suo governo. «I tassi di imposizione fiscale non sono aumentati - ha detto Prodi - anzi. In alcuni casi sono diminuiti ma aumentano gli introiti. La lotta all'evasione fiscale va avanti in modo serio, in settori e in situazioni in cui non vi è stato alcun aumento, anzi c'è stata una diminuzione di tasse, abbiamo un aumento di introiti. Questo vuol dire che la lotta all'evasione è stata seria e anche indispensabile». Anche i dati di Bankitalia di lunedì, che Prodi sottolinea si riferiscono al 2000-2006 «indicano che era necessaria una seria lotta all'evasione fiscale e una seria opera di redistribuzione, cosa che il governo ha fatto». «Questi sono i dati, vedete voi...». Il Professore affida ai numeri una lettura critica dell'operato del suo governo e glissa le domande sui suoi sentimenti personali: «Non è il momento di esprimere sentimenti, la vita è fatta di eventi e circostanze. Il problema è dare sempre una risposta positiva alle cose e guardare in modo positivo il futuro». Poi ripete: «Ho una grande soddisfazione per i dati economici perchè si imprime serietà ad un sistema fiscale che serietà non aveva mai avuto». Tanto che alla fine anche un commentatore impietoso come Tito Boeri ha lodato il mancato ricorso ai condoni fiscali: «Boeri ha fatto sempre e solo critiche al governo, e poi in limine mortis, anzi post mortem, ha cantato l'alleluia, ma non il resurrexit».

NESSUN COMMENTO SULLA CRISI POLITICA - Prodi ha invece evitato commenti sulla crisi politica: «Non è un problema che trattiamo in questa gita a Londra». Poi però, quando, giocando sull'orgoglio, i cronisti ricordano che lui ha già battuto due volte Berlusconi, sorride: «Quell'orgoglio non ha bisogno di parole, si vede dagli occhi...». http://www.corriere.it/

Ci scrivono...
Il valore del Parlamentarismo
di Costanzo Ferraro,
La crisi di governo e' gia' alle spalle, ma ritengo comunque doveroso
spendere anncora due parole su come e' stata limpidamente gestita dall'
ormai ex Premier. Piu' di qualcuno all' interno del PD (ne sono
convinto!!!) stara' accusando Prodi di testardaggine, o - peggio ancora
- di non aver voluto evitare una " brutta figura " (gia', perche' in
questo Paese non sono mai i voltagabbana a fare brutta figura).

La verita' e' una sola ed estremamente semplice. Romano Prodi e' l'
unico Premier ad aver avuto pieno ed assoluto rispetto per la
Costituzione. Egli, con la sua " Testardaggine", ha voluto ribadire che
l' Italia e' ancora (ed io aggiungo, " Grazie al Cielo!") una
Repubblica Parlamentare, e soltanto il Parlamento puo', accordandone o
meno la fiducia, decretare la legittimita' di un esecutivo. C' e' da
augurarsi che questo serva da monito e lezione per chi (anche nel nostro
Partito) paventa riforme in senso semi-presidenziale

Grazie Presidente Prodi per la straordinaria lezione che ci hai
lasciato. Il PD, ed il Paese tutto, ha ancora bisogno di te.
Non gettare la Spugna!

Costanzo Ferraro
Pisa
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10992


LA SCOMMESSA DELLA POLITICA FISCALE

di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra

La politica in materia di fisco del governo Prodi si è articolata in molte direzioni. Prima fra tutte, però, la lotta all'evasione fiscale, dove i successi sono ormai ampiamente riconosciuti. Positivo in particolare il fatto che l'intervento normativo sia andato di pari passo con il potenziamento dell'azione dell'amministrazione. Più discutibile l'intervento sull'Ici. Ma come per altri importanti provvedimenti, dalla riduzione del cuneo fiscale alla tassazione delle rendite finanziarie, ha seguito, nel bene e nel male, gli impegni presi in campagna elettorale.

La politica in materia di fisco del governo Prodi (giugno 2006 - gennaio 2008) si è articolata in molte direzioni, prima fra tutte la lotta all’evasione fiscale, dove i successi sono innegabili e ormai ampiamente riconosciuti. I più importanti provvedimenti hanno seguito, nel bene e nel male, gli impegni presi in campagna elettorale.

IL CONTRASTO ALL’EROSIONE, ELUSIONE ED EVASIONE FISCALE

Da subito, vi è stata una brusca inversione di rotta rispetto alla politica seguita dal precedente governo di centrodestra (e alla stagione dei condoni). L’azione normativa di contrasto all’evasione e all’elusione, avviata con il decreto Visco-Bersani del luglio 2006), è stata decisa e continuativa, seppure, soprattutto all’inizio, un po’ frettolosa, con norme che hanno creato tensioni e proteste e in alcuni casi hanno richiesto successivi correttivi.
Un aspetto positivo è che l’intervento normativo ha proceduto parallelamente al potenziamento dell’azione dell’amministrazione, senza la quale è illusorio pensare di poter contrastare evasione ed elusione. Si sono ampliate le informazioni a disposizione dell’amministrazione stessa e si è rafforzata la sua potestà di controllo, accertamento e sanzione. L’attività di accertamento, contrariamente a quanto spesso si ritiene, non è stata diretta esclusivamente nei confronti delle piccole imprese (studi di settore, scontrini eccetera), ma ha interessato ampiamente e con risultati apprezzabili, anche i soggetti di grandi dimensioni.
La stima governativa di un aumento di gettito imputabile alla lotta all’evasione di 11,2 miliardi di euro nel 2006 e di altri 6,7 miliardi nel 2007 trova principale riscontro nell’incremento dell’Iva, in misura superiore a ciò che sarebbe giustificato dall’andamento della base imponibile, nel settore del commercio e dei servizi immobiliari e come effetto degli interventi sugli studi di settore ( Si veda l'articolo di Santoro e quello di Guerra ).

LA RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE SUL LAVORO

In campagna elettorale erano stati promessi 5 punti di riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, di cui il 60 per cento a favore delle imprese. L’impegno è stato onorato con la Legge finanziaria per il 2007, per la parte a favore delle imprese con una detassazione media pari a circa 3 punti percentuali di retribuzione. Non è possibile valutare ora gli effetti di questo provvedimento, entrato in vigore nella seconda metà del 2007. È comunque condivisibile lo strumento utilizzato: un intervento sull'Irap. La deducibilità dei contributi sociali dalla base imponibile di questo tributo può essere infatti letta non come una semplice agevolazione, ma come una norma di sistema. La deduzione di 5mila euro per ogni lavoratore a tempo indeterminato, differenziata territorialmente, ha reso l’agevolazione più marcata per le fasce retributive più basse e per il Mezzogiorno e le Isole, dove i tassi di partecipazione sono più bassi.
L’intervento di riduzione del cuneo per i lavoratori è stato realizzato attraverso una mini-riforma dell’Irpef, operata con la Finanziaria per il 2007. La riduzione, che ha interessato la maggior parte dei contribuenti con reddito dichiarato inferiore ai 40mila euro, ha avuto un costo molto ridotto per l’erario e un effetto redistributivo modesto (che comunque risulta confermato anche a seguito dell’aumento delle addizionali locali. Il merito principale di questa riforma è stato quello di introdurre una razionalizzazione nel disegno sia dell’Irpef, soprattutto grazie al passaggio dalle deduzioni alle detrazioni per tipologie di reddito e carichi familiari, con una riduzione delle aliquote marginali sui redditi per i quali l’elasticità dell’offerta di lavoro al reddito netto è più alta, sia degli assegni familiari. Era pensata come un primo passo in direzione di un intervento di più ampio respiro finalizzato all’unificazione degli strumenti fiscali (detrazioni) e di spesa (assegni familiari) a sostegno dei carichi familiari; ad affrontare il problema dell’incapienza (cui è stata dedicata anche un’apposita misura una tantum con il collegato alla Finanziaria per il 2008) e a disegnare meglio la struttura degli incentivi implicita nella detrazione per lavoro. Questi temi sono oggetto del Libro bianco sull’Irpef atteso per il mese di febbraio 2008, che avrebbe dovuto ispirare una nuova riforma del più importante tributo del nostro ordinamento.

L’INTERVENTO SULL’ICI E LE DETRAZIONI PER GLI AFFITTI

La campagna elettorale si era chiusa con la promessa di Silvio Berlusconi di abolire l’Ici sulla prima casa. L’attenzione posta su questo tributo, che interessa circa l’80 per cento delle famiglie italiane, ha spinto il governo Prodi a intervenire, con la Finanziaria per il 2008, aumentando la detrazione Ici sulla prima casa. Si è trattato di un intervento discutibile sotto molti aspetti. Viola l’autonomia tributaria dei comuni, in quanto interessa il più importante tributo proprio a loro assegnato (si veda Bordignon-Guerra , Muraro e Barbero). Limita una fonte di prelievo a cui tutti i paesi fanno ampio ricorso, data anche la difficoltà di eludere l’imposta portando il relativo patrimonio all’estero, posto che si tratta di fattori “immobili”. Ha effetti redistributivi negativi (per quanto di modica entità). 
Ha invece effetti redistributivi positivi, anch’essi però contenuti, l’introduzione di detrazioni, variamente articolate, per i contribuenti, con basso reddito, in affitto. Una importante novità, con la funzione di potenziare gli effetti redistributivi dell’intervento, è che queste detrazioni si traducono in trasferimenti positivi a favore dei contribuenti, nel caso in cui gli stessi risultino incapienti. Nel complesso, tuttavia, chi è in affitto resta discriminato, sotto il profilo fiscale, rispetto a chi vive nella casa di proprietà. 

RIFORMA DELL’IRES E DELL’IRAP

Un altro importante intervento realizzato dalla Finanziaria 2008 riguarda la riforma della tassazione societaria. Si è agito, con obiettivi simili, sia sull’Ires che sull’Irap. È apprezzabile, innanzi tutto, che nonostante i cambiamenti, non si siano operate nuove radicali riforme, né rotture con il passato. Le imprese chiedono stabilità e soprattutto maggiore chiarezza degli ordinamenti e certezza nell’applicazione della norma. La riforma rivela una forte volontà di semplificazione degli adempimenti, sia per l’Ires che per l’Irap. Molto, tuttavia, dipenderà dall’effettiva applicazione della riforma.
Si è proceduto a significative riduzioni di aliquota: dal 33 al 27,5 per cento per l’Ires e dal 4,25 al 3,9 per cento per l’Irap. Per evitare perdite di gettito si è ampliata la base imponibile. Gli effetti sugli investimenti sono incerti, data anche la loro forte dipendenza da altri fattori, ma nel complesso la riforma ha consentito all’Italia di recuperare competitività, sul piano fiscale, rispetto ad altri paesi.

LA TASSAZIONE DELLE ATTIVITÀ FINANZIARIE

Il governo Prodi ha messo in cantiere anche un’importante riforma della tassazione delle attività finanziarie, che ha il suo perno nell’unificazione delle aliquote riservate alle diverse tipologie di redditi di capitale, e nella omogeneizzazione del trattamento riservato al risparmio, sia esso intermediato da gestioni individuali o collettive, o affidato in amministrazione o custodia a qualche intermediario finanziario . Il disegno di legge delega di iniziativa governativa che avrebbe dovuto portare a questa riforma, approdato alla Camera nell’autunno del 2006, è rimasto tuttavia bloccato dal mancato accordo all’interno della maggioranza su come gestire la fase di transizione dal vecchio al nuovo regime, senza smentire la ridda di promesse (contraddittoriamente a favore sia dei possessori dei titoli pubblici sia dei piccoli risparmiatori) avanzate in campagna elettorale.

REGIME FORFETARIO PER LAVORATORI AUTONOMI E PICCOLE IMPRESE

Sempre nell’ottica della semplificazione e della riduzione dei costi degli adempimenti richiesti ai contribuenti, la Finanziaria 2008 ha introdotto un nuovo sistema di tassazione, opzionale, per circa 900mila lavoratori autonomi e piccole imprese con un giro di affari inferiore a 30mila euro l’anno . Per questi soggetti, Iva, Irap e Irpef, vengono sostituiti da un’unica imposta del 20 per cento commisurata al reddito imponibile definito come differenza fra il valore del giro di affari annuale e il valore dei costi sostenuti per l’impresa. Una valutazione compiuta del provvedimento, che affronta in modo innovativo l’annoso problema dei contribuenti minimi e marginali, sarà possibile solo fra qualche mese, quando si saprà anche quanti soggetti vi avranno effettivamente aderito. In questo senso, decisivo sarà l’atteggiamento che verrà preso dalle organizzazioni dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e dei consulenti fiscali.
Posto che la norma, in omaggio alla semplificazione, prevede la deroga all’utilizzo del principio di progressività – e di misurazione, il più fedele possibile, della capacità contributiva – è importante che venga monitorata al fine di garantire che la sua applicazione resti limitata ai contribuenti che effettivamente sono “minimi” o marginali”, evitando di trasformarsi nell’ennesimo possibile circuito disponibile, per i contribuenti e i loro consulenti, per ridurre il più possibile il carico tributario soggettivo.http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000236.html

 
 
 
 

 
NANDO DALLA CHIESA

«Ma che te ne fotte dello stipendio.
Cioè, ma quando hai me, cretino, tu che puoi fare? Ti prendi i diecimila euro di consigliere? E che cazzo sono?». Così parlò, debitamente intercettato nella sua auto, il consigliere regionale calabrese Domenico Crea, già Ccd, poi Margherita, infine Democrazia cristiana.
Domenico Crea, un nome simbolico della politica meridionale quanto quello (senz’altro più famoso) di Totò Cuffaro, anche lui, un dì lontano, assessore regionale con il centrosinistra.
Un nome, quello di Crea, catapultato sul proscenio nazionale dopo l’assassinio del rivale Francesco Fortugno, che lo aveva battuto in preferenze alle elezioni regionali e al quale egli subentrò in consiglio regionale grazie ai killer. Domenico Crea e Totò Cuffaro. Tutti e due personaggi dotati di corposi patrimoni di voti.
Tutti e due coinvolti pesantemente in vicende che hanno sullo sfondo la mafia o i mafiosi (pare che faccia differenza). Tutti e due ben accolti – per i loro patrimoni elettorali – dal centrodestra e dal centrosinistra e di nuovo dal centrodestra. Perché i voti, come i soldi per le banche, non hanno proprio odore. Perché al sud, così ci viene spiegato, è così che si fa la politica. E chi si ostina a non capirlo è un perdente, un’ anima bella o un moralista che preferisce la “poesia” alla “prosa”. Un fesso insomma.
Ma il Partito democratico può avere qualche chance di offrire al paese una nuova classe dirigente, di portare l’Italia nel cuore dei processi di modernizzazione economica, civile, culturale, del costume, se accetta (un po’ alla Lunardi) questa politica, se se ne lascia succhiare il sangue, se cammina fianco a fianco con chi frequenta e aiuta i criminali, contemplandoli nel proprio portfolio elettorale? Ricordo la mortificazione che provai un giorno a Napoli, dov’ero andato con la commissione antimafia nella scorsa legislatura. Un magistrato riferiva delle relazioni tra politica e camorra e a un certo punto fece il nome di un sindaco o ex sindaco particolarmente colluso. Solo per rendermi meglio conto della situazione chiesi al magistrato di quale partito fosse quel signore. «Della Margherita », rispose.   Sentii un gelo interiore. Del mio stesso partito, pensai. Lui e io nello stesso partito. Sotto lo stesso simbolo. E il rischio, per me, di vedere sfregiare la mia credibilità politica da quella convivenza, da altre possibili convivenze. Come sfregiata esce (purtroppo) l’immagine del Pd napoletano dal sodalizio tra il consigliere regionale (ex verde) Roberto Conte e il capo camorra Giuseppe Misso, il quale ne ha raccontato ai magistrati che lo stanno interrogando in carcere.
Davvero la politica che si propone di cambiare il paese deve accettare queste compromissioni? A esse, pare, non è riuscito a sottrarsi finora alcun partito di governo.
Non seppe farlo la Dc, cui non bastò il sacrificio di Piersanti Mattarella per uscire con decoro dalla sua storia siciliana.
Non seppe farlo il Psi di Craxi, il partito della modernizzazione del paese che, per avere più birra in corpo, non si fece scrupoli di prendere al sud anche il voto più ambiguo (che ha il decisivo vantaggio di essere offerto e preso a pacchetti interi), venendone soffocato. Non ci riuscì La Malfa, il moralista Ugo La Malfa, che fece di Aristide Gunnella («io non ho bisogno della scorta») il suo ambasciatore in terra di mafia.
Ecco, se il Partito democratico deve davvero rappresentare la rottura rispetto alle tradizioni ai costumi politici che hanno tarpato le ali al paese, all’economia, ai giovani talenti, non ha da che prendere davanti a tutti una solenne decisione.
Che quei voti non li cercherà. Cercherà tutti i voti singoli che potrà, ma rinuncerà ai voti offerti in blocco dai clan di ogni tipo. E quindi proporrà e filtrerà le sue candidature senza aspettare le sentenze dei tribunali. Direi anzi che la vocazione maggioritaria, la capacità orgogliosa di andar da soli dovrebbero trovare proprio qui loro vero banco di prova. Perché se toglie credibilità un trenino che parta da Mastella e arrivi Turigliatto, toglie dieci volte credibilità, a pensarci, una coalizione che tenga insieme i ragazzi di Locri e i cacciatori di voti mafiosi. Veltroni ci sta pensando ma sarà bene che ci pensiamo tutti.
Roma come nelle venti regioni. Nessuna esclusa.http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp


Kenya, il Paese è in fiamme
La mediazione tra Kibaki e Odinga non ferma il massacro: oltre mille morti
Mentre nelle stanze della politica si riunivano i principali attori della crisi, il presidente Mwai Kibaki, il candidato dell'opposizione sconfitto Raila Odinga, e l'ex Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, attorno a loro esplodeva l'inferno. Il Kenya brucia, devastato da una guerra civile che giorno dopo giorno sta assumendo proporzioni sempre più catastrofiche. Ieri decine di cadaveri sono rimasti sul terreno dopo gli scontri tra le etnie minoritarie, coalizzatesi contro i kikuyo, 'padroni' dell'economia e della politica kenyota. Le violenze sono iniziate dopo che Kibaki ha vinto - secondo molti in modo illegittimo - le elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso.
 
Un kykuyu si allontana dall'esercitoMigliaia di sfollati. Sale il bilancio dei morti, di pari passo con l'estensione del conflitto a numerose città del Paese. Nella Rift Valley, regione occidentale del Kenya, la mattanza ha sinora mietuto oltre mille vittime. Kakamega, Kisumi, Eldoret, Nakuru sono in guerra, mentre scontri sono segnalati anche al confine con l'Uganda. Nella capitale Nairobi è stato ucciso un deputato del partito di opposizione Orange Democratic Movement, Mugabe Were. Elicotteri dell'esercito hanno sorvolato ieri Navaisha, aprenso il fuoco su una folla di persone che aveva attaccato la stazione di polizia. Sempre Nairobi, la baraccopoli di Kibera, un milione di abitanti, è attraversata da bande armate di machete, e numerosi edifici sono in fiamme. Testimonianze raccolte da PeaceReporter negli ambienti dell'organizzazione di Padre Kizito, Africa Peace Point (App), hanno raccontato che la polizia sta pattugliando le strade della capitale. In alcuni casi la gente viene dispersa sparando.
 
Fiamme a NairobiCase confiscate. Nei sobborghi di Satelite, Kawangare e Waithaka, fonti della App hanno detto che ai kikuyu residenti nella zona restano 24 ore, dal pomeriggio di ieri, per andarsene prima che alle loro case venga appicato il fuoco. L'organizzazione, che lanciò numerosi appelli all'indomani delle prime - sottovalutate - violenze innescate dalla terza etnia del Paese, quella dei Luo, ha reso noto che gli sfollati negli slums della capitale, dall'Eastland a Kibera, si contano nell'ordine delle decine di migliaia. "Migliaia di famiglie - si legge nel comunicato della App - non sono state in grado di recuperare i loro beni, e le loro case sono state bruciate o confiscate. La maggior parte di loro sono arrivate senza cibo ai campi profughi. Molti, soprattutto tra gli abitanti di Kibera, non hanno voluto abbandonare le loro abitazioni nemmeno sotto costrizione, perchè una volta abbandonate, le case non sarebbero state loro restituite".

Annan, Kibaki, OdingaMediazione disperata. Alcune zone di uno dei sobborghi più grandi dell'Africa sono inaccessibili, e l'emergenza umanitaria è destinata ad aggravarsi man mano che il tempo passa. La stima, ma sono cifre del tutto aleatorie, parla di oltre 270 mila profughi. La disperata mediazione di Kofi Annan, che ieri vaticinava una soluzione politica entro un mese, giunge dopo cinque settimane di violenze, esplose dopo le elezioni ma, secondo molti, preordinate per rovesciare il potere dei kikuyu. Tuttavia, la sensazione predominante tra le voci raccolte sul luogo da PeaceReporter, è che, anche se Kibaki e Odinga trovassero un accordo, le faide e le vendette tra comunità potrebbero continuare a lungo. L'odio etnico, la storia dell'Africa insegna, è un fuoco assai difficile da spegnere.

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9957

Gli USA dettano alla Slovenia

Da Capodistria, scrive Franco Juri

Rupel nell'ombra dice: "Trovatemi la talpa che ha mandato in giro il rapporto dove ci accordiamo con gli Americani su come fregare i Russi e Ban Ki Moon!" (F. Juri)
In Slovenia trapela sulla stampa il contenuto di un verbale sloveno-americano col quale si dimostrerebbe un coordinamento diretto tra Washington e Lubiana sul futuro immediato del Kosovo. La cronaca del nostro corrispondente
E scoppia a Lubiana un incredibile caso di vassallaggio europeo nei confronti di Washington. Lo rivela il quotidiano “Dnevnik” di Lubiana pubblicando nei dettagli il contenuto di un verbale “segreto”che scotta e su cui in parlamento è stata già inoltrata dall’opposizione un’interrogazione parlamentare. Il verbale dimostra un coordinamento diretto tra Washington e Lubiana sul futuro immediato del Kosovo e sui passi da intraprendere per garantirne l’indipendenza con una presenza europea e con legittimazione delle Nazioni unite proprio durante la presidenza slovena.

A impartire le istruzioni sul Kosovo ad un alto diplomatico sloveno, Mitja Drobnič, accompagnato dall’ambasciatore Samuel Žbogar, ricevuto allo State department il 24 dicembre scorso, è stato Daniel Fried, aiutante di Condoleeza Rice. Istruzioni dettagliate: i come, dove e quando dell’indipendenza del Kosovo, del suo riconoscimento e dell’arrivo della missione internazionale civile (ICO) “invitata” dal parlamento kosovaro subito dopo la dichiarazione di indipendenza, secondo un timing prestabilito e concordato con Washington.

La vice di Fried, Rosemary Di Carlo, arriva persino a rivelare che al parlamento kosovaro hanno consigliato di dichiarare l’indipendenza di domenica, in modo che la Russia non abbia il tempo di convocare il Consiglio di Sicurezza. Il verbale è una bomba; la prova inconfutabile di una preparazione meticolosa pianificata a tavolino dagli USA e delegata alla Slovenia e ai paesi europei pronti ad un rapido riconoscimento di Priština già alla fine dello scorso anno.

Ci sono alcuni paesi UE (forse 6) che non sono disposti a riconoscere subito un Kosovo indipendente. Per Washington non è un problema; ne bastano quindici dei ventisette e andrà benissimo. Fried consiglia all’ospite di Lubiana che la Slovenia sia – in qualità di presidente di turno dell’UE - il primo paese europeo a riconoscere Priština. Anche gli USA saranno naturalmente tra i primi.

Che pasticciaccio! Lo scandalo coglie di sorpresa il ministro degli Esteri Dimitrij Rupel che non controlla il colabrodo del suo ministero e commenta infuriato sul sito dello stesso. Il premier Janša non nega l’autenticità del documento, ma nega tassativamente l’evidenza, cioè le pressioni americane sulla Slovenia, e grida al complotto adducendo come prova la pubblicazione contemporanea del rovente documento sul lubianese Dnevnik e sul belgradese Politika. Infatti i colloqui sloveno-americani appaiono sul giornale serbo lo stesso giorno della loro pubblicazione in Slovenia. Ma il documento sul sito on-line di Dnevnik è in verità già disponibile a mezzanotte. O qualcuno lo ha mandato anche a Belgrado. Dal ministero degli Esteri arriva una serie di note di palese imbarazzo e l’ambasciatore Žbogar viene immediatamente convocato in patria. La diplomazia è scioccata: chi sarà la “talpa”?

E i desideri americani non finiscono con il Kosovo. C’è, nelle istruzioni per l’uso dell’UE, anche la data del vertice UE-USA, da fare in giugno. Niente di tanto strano, consultazioni regolari, si potrebbe dire. Se non fosse per il resto delle richieste che l’amministrazione Bush si aspetta siano esaudite durante la presidenza “amica” di Lubiana. E salta fuori anche una lista di “paesi canaglia” che l’UE dovrebbe condannare decisamente in occasione del vertice: l’Iran, la Siria, le Filippine e persino Cuba e il Venezuela. Nella dichiarazione “suggerita” all’UE dagli americani, ci dovrebbe essere inoltre un’esplicita presa di posizione a loro favore in Iraq e nella guerra al terrorismo.

Come reagiranno le capitali europee a questo scandalo?http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8893/1/50/

E IL PERÙ SI VENDE L’AMAZZONIA

 

Gennaro Carotenuto

Il presidente peruviano Alan García, la scorsa settimana in visita in Spagna, ha annunciato che vuole vendere alle multinazionali del legname 8 milioni di ettari di foresta primaria in Amazzonia.
Secondo Alan García solo con la privatizzazione la foresta potrà produrre “ossigeno, legname e lavoro in beneficio di tutti i peruviani”. Ma per dirlo è dovuto andare ad annunciarlo a Madrid, nella cosiddetta madre patria dove ha trovato l’appoggio convinto delle multinazionali del legname. Queste finalmente vedrebbero superare i limiti sanciti dalle leggi degli anni ’70, che davano le terre solo in concessione e non in vendita, e solo in piccoli lotti di modo di modo che lo stato potesse controllarne l’uso e favorire lo sfruttamento artigianale delle risorse della selva amazzonica. Tra queste vi è il gruppo Romero, uno dei principali nel paese, con capitali cileni, e che punta con la nuova legge ad appropriarsi di almeno due milioni di ettari di foresta.
Alan García, uno degli ultimi presidenti neoliberali dell’America latina, eletto nel luglio del 2006 e con indici di gradimento in picchiata, continua a puntare sugli investimenti stranieri, siano come siano, per risalire la china. Ha firmato il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, quindi con il Canada e ora sta cercando di firmarne un terzo con l’Unione Europea. Proprio a Madrid ha accusato i governi di Ecuador e Bolivia di tentare di impedire l’accordo. Oggi, se il regime di Alberto Fujimori (1990-2000), aveva svenduto e privatizzato tutti i beni dello stato, ad Alan García restano da vendere i beni naturali, come la foresta primaria parte del principale polmone verde del pianeta.
Il progetto di privatizzazione dell’Amazzonia peruviana sta comunque trovando forte opposizione da parte delle popolazioni locali, comunità indigene e contadine che si considerano non solo escluse, ma addirittura a rischio di estinzione in un modello industriale di sfruttamento della foresta quale quello neoliberale voluto da Alan García. Gli abitanti dell’Amazzonia peruviana convivono da sempre con un modello estensivo di economia forestale che coincide con lunghi periodi di riposo della selva. È il modello che ha preservato fino ad oggi la foresta primaria evitandone lo sfruttamento intensivo che caratterizza vaste zone dell’Amazzonia brasiliana.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Pyongyang inaugura il suo primo “negozio virtuale”
Dal sito del Chollima, agenzia ufficiale di commercio con l’estero, è possibile acquistare macchinari per l’agricoltura, prodotti della medicina tradizionale, motociclette, sottomarini, armi e materiale di propaganda. Tutto dedicato all’estero, data la povertà della popolazione.

Seoul (AsiaNews) – Il governo nordcoreano ha inaugurato oggi il suo primo “negozio virtuale”, che da Internet cercherà di promuovere il commercio e le esportazioni nazionali. In realtà, si tratta di un’aggiunta al sito ufficiale per le informazioni commerciali con il Paese, il “Chollima”, e si trova all’indirizzo www.dprk-economy.com/en/Shop/index.php.
 
Fra i 14 oggetti in vendita vi sono macchinari per l’agricoltura, prodotti della medicina tradizionale, motociclette, sottomarini, armi e munizioni. Una sezione speciale è dedicata ai cartoni animati, che i disegnatori coreani producono per il mercato della parte meridionale della penisola e per il Giappone. Il sito “accetta carte di credito”.
 
Il “negozio” è stato preparato da funzionari governativi e da esperti di un’industria di Shenyang, metropoli cinese. Dopo aver selezionato il prodotto, basta ordinarlo online: l’industria cinese provvede a contattare il compratore per verificare il metodo di pagamento.
 
Nella prima pagina spiccano i materiali di propaganda: manifesti, bandiere, testi scritti dal “Caro Leader” Kim Jong-il e dal padre, il “Presidente eterno” (nonostante sia morto) Kim Il-sung.
 
E’ la prima volta che la Corea del Nord “apre” al mondo i suoi confini, seppur virtuali. All’interno del sito, che trasmette in inglese, coreano e cinese notizie sulla finanza e sull’economia locale, si auspica che “la novità venga apprezzata dai tanti amici della Corea del Nord che vivono all’estero”. In effetti, dato che l’80% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno, è difficile immaginare che si possa permettere acquisti online, o anche un computer per vederli.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11382&size=A

Turchia: l’andamento della borsa di Istanbul

I momenti di crisi e le connessioni con la politica interna

Dalla metà degli anni ’80, l’ISE (Istanbul Stock Exchange) è l’unica società autorizzata per gli scambi azionari delle 320 le compagnie quotate nel listino della borsa turca. L’indice di riferimento, l’IMKB (Istanbul Menkul Kiymetler Borsasi), ha fatto registrare negli anni un andamento fortemente fluttuante in diretta correlazione con l’ instabile politica interna. Ma nonostante le frequenti tensioni che hanno attraversato nel corso degli ultimi anni la Turchia, la Borsa di Istanbul è risultata essere, alla fine del 2007, il quinto listino mondiale per rendimento.

Al 30 aprile 2007 va datata una delle crisi più pesanti subite dalla borsa di Istanbul. La Turchia attraversava un momento istituzionale delicatissimo, con le forze armate e gran parte dell’opinione pubblica in rotta di collisione con il governo filoislamico. Fra le parti non si riusciva a trovare un accordo in merito alla nomina del nuovo presidente della repubblica. La possibilità di un golpe militare si faceva sempre più concreta ed i mercati azionari reagirono con molto nervosismo. Nella mattinata del 30 aprile la lira turca arretrò del 4% rispetto all’euro e al dollaro e solo il sostanzioso intervento della Banca centrale turca permise di contenere le perdite. L’indice di riferimento del mercato azionario aprì in calo dell’8% a 43.116,1 punti, per poi recuperare in parte e chiudere a –4%. Sul mercato obbligazionario si ebbe una forte risalita dei rendimenti, conseguenza a sua volta della caduta dei prezzi dei bond. In tre giorni fu perso circa il 10% e solo quando furono annunciate le elezioni anticipate la borsa e la lira turca ripresero la loro corsa.

Anche il 2008 è cominciato all’insegna dell’instabilità. Il 4 gennaio la borsa ha guadagnato circa 300 punti, ma dopo appena 3 giorni già li lasciava tutti sul campo partendo addirittura da un segno negativo. Il trend sfavorevole è continuato per alcuni giorni: l’11 gennaio l’indice IMKB chiuse alla fine della giornata di scambi con una flessione dello 0,8% a quota 51.920, in scia ai segnali negativi dai mercati globali. In quella giornata a contribuire in maniera negativamente decisiva furono i titoli bancari. Crollarono Garanti Bank e Akbank, perdendo rispettivamente il 4,2% e l’1,8%. Il 16 gennaio la borsa partì già in forte ribasso cedendo circa 1.200 punti a quota 49.177. Questa volta a contribuire alla crisi incisero le forti perdite fatte registrare da Wall Street. Finalmente il 18 gennaio si è potuta osservare una ripresa, con l’ISE salito di 50 punti a quota 48.950 punti. Determinante, ancora una volta, l’intervento della Banca Centrale turca che ha tagliato i tassi dei punti base. Ma a conferma della cronica inaffidabilità, solo 4 giorni dopo il listino turco chiuse in forte calo – 6,4% - a quota 45.544,08, causato dai timori di una recessione per l’economia statunitense. Il 23 gennaio 2008 l’indice IMKB è salito nuovamente di circa 900 punti a quota 45.500, grazie alla mossa della Fed (Eederal Reserve System) di tagliare i tassi di 75 punti base e alla conseguente ripresa dei mercati globali, soprattutto quelli asiatici...

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31606


Presidenziali in Serbia - La dolorosa spaccatura di Belgrado sul Kosovo




QuadrantEuropa


Divisa tra nazionalisti e chi cerca la vicininza all'Ue, la Serbia va verso le presidenziali spaccata in due. Per domenica il favorito è Nikolic, ma sarà il ballottaggio a dire chi sarà il nuovo presidente.




“Nel mio cellulare risuona l’inno russo”, questo il titolo con cui il quotidiano moscovita Vremja Novostej, ha presentato ai suoi lettori Tomislav Nikolic, candidato del partito radicale serbo per le presidenziali di domenica 20 gennaio.

Tra misticismo nazionale e voglia di Europa

Parole condivise da chi in Serbia si riconosce in una forma quasi mistica di nazionalismo e ritiene che quanto divide Belgrado dall’occidente sia maggiore di ciò che lo unisce. Nel paese balcanico esiste però anche un’altra opinione pubblica, di casa in Europa e vicina all’Ue, che al momento non gode di ottima salute.

Inutile dire che questa contrapposizione si svolge, come avviene ormai da anni nella politica interna serba, nel segno del Kosovo. Molto del futuro dell’Europa e dei Balcani, dipende dagli sbocchi che essa troverà. Un primo momento di chiarezza verrà dalle presidenziali di domenica 20 gennaio.

Dei nove candidati già si sa chi arrivera al secondo turno. Saranno il presidente in carica e leader del Partito democratico, Boris Tadic, e il nazionalista, vice presidente dei radicali serbi, Tomislav Nikolic, a sfidarsi di nuovo tra quindici giorni.

L’uomo forte del radicalismo etnico serbo, Vojislav Seselj, non c’è. Il leader dell’ultra nazionalismo nel 2004 si è consegnato al Tribunale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia. Deve rispondere delle scelleratezze commesse da lui e dai suoi uomini nelle guerre jugoslave negli anni ’90 del secolo scorso. Nikolic tenta per l’ennesima volta la scalata ai massimi vertici dello Stato. Anche se i precedenti, nel 2003 non ha raggiunto il quorum, e l’anno successivo ha perso il ballottaggio contro Tadic, non promettono nulla buono, lui crede che questa sarà la volta buona.

Un vittimismo pedante appoggiato anche dalla chiesa ortodossa

Anche quest’anno si andrà al ballottaggio. I chiamati alle urne sono 6,7 milioni. Non più di 100mila i serbi del Kosovo. I kosovari albanesi invece, benché ritenuti cittadini a pieno diritto della Serbia, non avranno la possibilità di esprimersi.

É comunque il Kosovo a dominare la campagna elettorale. Come nessun altro argomento, il destino della provincia a maggioranza albanese risveglia il dualismo tra il necessario salto in avanti nella modernità europea e un etno-nazionalismo, mitico e spesso fatale per la storia della nazione, ma tuttora presente.

Nel paese esistono due maggioranze. Una che rifiuta l’indipendenza del Kosovo, come se questa non fosse già cosa fatta, mentre l’altra composta da un numero quasi identico di cittadini, chiede l’avvicinamento all’Ue. Una ambiguità che non risparmia nemmeno l’attuale capo dello Stato Tadic che vuole, “mantenere il Kosovo ed entrare in Europa”. Irrealistico e difficile gioco di equilibrio tra vecchio continente, Stati Uniti e Russia che persino il suo primo ministro ritiene impossibile.

Kostunica sa che la scelta, “il Kosovo o l’Unione”, sarà inevitabile. I due leader divisi da molte cose ma uniti da un vittimismo pedante, accusano il mondo interno di manipolare il diritto internazionale per distruggere la nazione.

Un atteggiamento che la chiesa serba invece di moderare porta a livelli apocalittici. Nel messaggio di Natale, che il calendario giuliano festeggia 13 giorni dopo quello cattolico e protestante, i vescovi ortodossi hanno attaccato le grandi potenze che vogliono strappare al popolo serbo “la sua culla, la sua anima e il suo cuore”. Per gli alti dignitari religiosi, oggi il mondo “gioca a dadi con la terra di san Lazaro” come una volta gli empi si sono giocati a dadi “la tunica del redentore”. Questo tono che fa del Kosovo una creazione di ordine metafisico rende difficile ogni accento diverso e, a parte Ceda Jovanovic, rende tutti i candidati presidenziali prigionieri del nazionalismo.

Serbia, cullata dalla terra ma anche dal cielo. Serbia, trafitta dalle infami trame della storia. Con questi masochistici clichè, Kostunica e i dirigenti del Partito democratico della Serbia, Dss, giustificano la volontà di Belgrado di cercare la vicinanza con Mosca. Il fratello slavo e ortodosso che sbarrerà la strada all’indipendenza di Pristina.

Con Mosca ma per cosa fare?

Mosca farà quello che può. Putin ribadisce il suo appoggio ma non è certo un caso se Lavrov, il suo ministro degli esteri, il mese scorso si sia recato a Cipro, il membro dell’Ue che più degli altri si oppone al riconoscimento dell’indipendenza di Pristina.

All’avvicinamento di Belgrado al Cremlino, si accompagna l’annuncio del primo ministro serbo, di non firmare l’accordo di associazione e stabilizzazione con l’Ue se Bruxelles invierà nel Kosovo il contingente per il controllo del processo di indipendenza della provincia. I democratici di Tadic non prendono sul serio queste dichiarazioni. Solo vuoto fracasso elettorale affermano, mentre uno dei loro leader, il vice primo ministro Djelic, sventola la prenotazione del volo per Bruxelles sicuro che, alla fine, il documento europeo si firmerà.

Un ottimismo che trascura la posizione dei membri più importanti dell’Ue i quali, toccando un argomento tabù della campagna elettorale, prima di sottoscrivere l’importante atto simbolico vogliono vedere alla sbarra i responsabili dei crimini commessi dai serbi durante le ultime guerre balcaniche. Finché Mladic resta uccel di bosco, nessun accordo. Solo i radicali hanno fatto sapere che in caso di vittoria di Nikolic la Serbia, non solo consegnerà Mladic, ma anche gli altri potranno continuare la loro clandestinità dorata.

Complessivamente però tutti evitano di giocare col fuoco. Anche i simpatizzanti del partito di Seselj smorzano i toni. Difficile vedere, a una manifestazione nazionalista o a un comizio di Nikolic, un ritratto del leader in prigione. I radicali per ora puntano piuttosto sui bisogni dei ceti più poveri ed emarginati della popolazione, non trascurando nemmeno quelle appartenenti alle minoranze etniche della Serbia.

Nonostante il suo antioccidentalismo il partito radicale, secondo quanto riporta il quotidiano Blic, si è affidato alla agenzia statunitense di pubbliche relazioni che ha già portato alla vittoria Bill Clinton e George Bush. Sono i nuovi “spin-doctors” ad aver scelto la retorica antiamericana come strumento di campagna elettorale.

Venerdì scorso la commissione elettorale con il sostegno nazionalista ha deciso di vietare la partecipazione degli osservatori americani e inglesi. Nelle motivazioni del provvedimento è fondamentale il fatto che Londra e Washington sostengano l’indipendenza del Kosovo. Questo rifiuto, senza precedenti in Europa occidentale, non ha finora sollevato nessuna reazione. La comunità internazionale, già tesa per la decisione di Pristina di giungere in ogni modo all’indipendenza, non ha nessuna voglia di buttare altro sale su ferite ancora fresche.

La moderazione non sembra essere invece l’atteggiamento preferito del ministro delle infrastrutture. Velimir Ilic, potente boss della cittadina di Cacak e presidente del partito Nuova Serbia, rispecchia i più stereotipati clichè balcanici. Senza temere di mettere in discussione la credibilità che si era conquistato in occidente, il partito di Kostunica lo sostiene. Gli analisti ritengono questa una mossa tattica del capo del governo di Belgrado, che pagherebbe cosi in anticipo il possibile sostegno a Tadic al secondo turno delle presidenziali.

Che tali manovre bizantine siano la regola e non l’eccezione della politica interna serba, lo dimostra il crescente disinteresse di molti cittadini nei confronti della politica. Una sacca elettorale che fa gola a Cedomir Jovanovice e al suo minipartito. I liberal-democratici sono tra i pochi a criticare l’ossessione kosovara della politica serba.

Zoran Dijndjic: riconoscere la realtà

Jovanovic ritiene invece necessario andare incontro alle esigenze degli albanesi di Pristina. Anche il suo mentore, l’ex primo ministro Zoran Djindjic, poco prima di venire assassinato aveva fatto considerazioni identiche riconoscendo la forza dei fatti e la necessità della Serbia di piegarsi ad essi. Allora i nazionalisti serbi, che dall’azione di Dijndijc non si aspettavano nulla di buono, facevano finta di non sentire e non vedere credendo che il problema si sarebbe risolto da solo. Oggi questo tema, per la maggioranza delle potenze mondiali del resto già risolto, può addirittura determinare l’elezione del capo dello Stato.

Tomislav Nikolic è il favorito del primo turno delle presidenziali serbe. Tutti i sondaggi lo danno in testa, davanti al presidente in carica, Boris Tadic. Non è dunque un caso se Nikolic abbia scelto di chiudere la sua campagna elettorale a Mitrovica. In questa città avvolta da una atmosfera da fronte, gli squilli nazionalisti del leader radicale serbo trovano l’eco più naturale. Eppure a un decennio dalla fine della guerra, la vita quotidiana di Mitrovica è cambiata. Basta andare in qualche caffé nella zona meridionale della città per vedere serbi e albanesi parlare insieme, in serbo, senza problemi. Sarà ancora cosi dopo il secondo turno delle presidenziali?



COMMERCIO:
Con gli EPA, l’Ue vuole aumentare le proprie quote di mercato in Africa
Julio Godoy

PARIGI, (IPS) - Benché l’impatto reale degli Accordi di partnership economica (EPA) sulle economie di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) sarà “modesto”, il ritmo dei negoziati e della liberalizzazione dei loro mercati è troppo veloce, e danneggerà le loro economie, sostengono diversi esperti dello sviluppo ed economisti francesi.

“Il problema principale con gli EPA è che l’Unione europea vuole andare troppo veloce con i negoziati, troppo veloce con l’integrazione regionale nel gruppo ACP, e troppo veloce con la liberalizzazione del mercato lì”, secondo Bénédicte Hermelin, direttrice esecutiva di GRET, organizzazione con sede a Parigi che comprende diversi gruppi di cooperazione internazionale.

Gli EPA, la cui entrata in vigore era prevista per il 1 gennaio 2008, propongono la creazione di un’area di libero scambio tra l’Europa e i 79 paesi ACP firmatari della Convenzione di Lomé, che risale agli anni ’70.

Gli EPA fanno parte dell’accordo di Cotonou - un trattato più ampio firmato tra Unione europea e paesi ACP nel giugno 2000 nella capitale del Benin, riguardante gli aiuti e la cooperazione commerciale e politica tra i due gruppi.

L’accordo di Cotonou sostituiva la convenzione di Lomé, che concedeva un accesso preferenziale alla vendita di alcuni prodotti specifici nei mercati europei.

I funzionari Ue difendono gli EPA come strumenti per il commercio e lo sviluppo, come ha sottolineato il commissario Ue per il commercio Peter Mandelson. In un discorso del 20 gennaio 2005, Mandelson descriveva gli EPA come “un contributo potenzialmente cruciale, e fortemente positivo, che l’Europa può e deve dare per il commercio e lo sviluppo” in Africa.

“Lo scopo [degli EPA] è riuscire ad integrare le economie ACP nell’economia globale - e intendo con ciò indirizzare gli ACP sulla strada della prosperità, per porre fine alla povertà opprimente che costituisce l’esperienza quotidiana di tanti cittadini dei paesi ACP”, aveva detto Mandelson.

Ma diversi governi ACP e organizzazioni non governative (Ong) europee si oppongono agli EPA, poiché li ritengono uno strumento del “neocolonialismo economico europeo”, che rischia di distruggere queste economie poco sviluppate, costringendo i paesi ACP ad aprire i loro mercati ai prodotti agricoli sovvenzionati dall’Europa. Secondo Hermelin, tuttavia, almeno per quanto riguarda l’agricoltura, “per l’Africa, le importazioni di pollame dal Brasile sono più pericolose di quelle provenienti dall’Europa”. E analogamente, ha aggiunto, l’Africa avrà bisogno di importare il latte dall’Europa “ancora per molto tempo, finché la sua produzione di latte non sarà in grado di soddisfare la domanda locale”.

Secondo altri esperti, gli EPA rafforzeranno la posizione commerciale dell’Europa in Africa a scapito del commercio interno dell’Africa.

”Se i paesi africani della costa, come il Senegal, apriranno completamente i loro mercati ai prodotti agricoli dell’Europa, i paesi sahariani che allevano bestiame perderanno le loro quote di mercato in questi paesi vicini”, ha spiegato all’IPS Benoit Faivre-Dupaigre, esperto di economia all’Istituto francese per la ricerca e lo sviluppo.

Come Hermelin, anche Faivre-Dupaigre ha denunciato i ritmi imposti dall’Ue ai negoziati EPA. “Questa liberalizzazione spietata contraddice l’esperienza dei paesi industrializzati, che hanno impiegato decenni per costruire i loro mercati interni, prima di aprirli alla concorrenza internazionale”, ha osservato.

Secondo uno studio del Centro di economia internazionale di Parigi (CEPII, l’acronimo francese), l’impatto degli EPA sulle economie ACP sarà negativo, e ridotto.

Da una parte, la liberalizzazione del commercio con l’Ue rappresenterebbe una crescita del 22 per cento delle importazioni dall’Europa. Ma se il 20 per cento di queste nuove importazioni vengono bloccate dalla clausola dei “prodotti sensibili”, la crescita scenderebbe al 16 per cento, rappresentando circa 3,5 miliardi di euro in nuove importazioni dall’Europa.

Queste nuove importazioni dall’Europa andrebbero però a sostituire i prodotti che oggi i paesi ACP importano da Usa, Brasile, Cina, Giappone e altri paesi, riducendo così il nuovo saldo passivo della bilancia commerciale per i paesi ACP a 1,8 miliardi di euro. Come osserva il CEPII, avendo importato un totale di 102 miliardi di euro in beni e servizi nel 2005, questo nuovo deficit sarebbe trascurabile per i paesi ACP.

Sono più importanti invece le perdite del gettito doganale negli ACP a causa degli EPA, secondo le valutazioni del CEPII. Queste perdite potrebbero salire di 3 miliardi di euro all’anno per i paesi ACP, con conseguenze individuali che variano dal cinque al 35 per cento del bilancio statale.

Nel caso dei paesi più poveri, queste perdite possono essere di enorme importanza per gli stati quasi privi di reddito, osserva il CEPII.

Questi dati hanno portato Roger Blein, consulente allo sviluppo della Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale (ECOWAS), a ritenere che “seppure l’impatto degli EPA sarà modesto, è chiaro che l’Ue sta cercando di espandere le proprie quote di mercato nei paesi ACP”.

”Quando la Commissione europea dice che l’Europa non ha un interesse economico nei negoziati EPA, sta mentendo”, ha aggiunto Blein.

Nell’insieme, le critiche francesi agli EPA ricordano che mentre gli agricoltori Ue godono di sussidi sostanziosi - circa 50 miliardi di euro nel 2005 - la stessa cosa non vale per i piccoli produttori agricoli dei paesi ACP.

Secondo il gruppo francese ATTAC; per esempio, i sussidi per i prodotti agricoli europei incoraggiano già la sovrapproduzione e, se si aggiungono ai cosiddetti accordi di libero scambio come gli EPA, promuoveranno anche esportazioni sotto costo (export dumping).

Questo porterà alla distruzione del sistema di sostentamento dei paesi in via di sviluppo, rappresentando una minaccia reale e tangibile per la “sovranità alimentare” di quei paesi.

Attac sta per Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini, e si oppone alla globalizzazione neoliberista in generale: dall’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) alle politiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI).

In un documento di posizione diffuso lo scorso dicembre, ATTAC ricorda che la produzione di pomodori in Ghana è rimasta colpita dai programmi di aggiustamento strutturale imposti dal FMI negli anni ’80 e ’90. “L’importazione di pomodori è salita vertiginosamente, da 3.600 a 24mila tonnellate”, riferisce ATTAC nel dossier.

Questa crescita delle importazioni ha portato a “indebolire gli agricoltori del Ghana, i commercianti e l’industria di lavorazione dei generi alimentari del paese”. Gli EPA lancerebbero un processo analogo in tutta l’Africa”, denuncia ATTAC.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1094

L'Alba tra soldi e armi

 

La banca dell’Alba è ufficialmente nata. A firmarne l’esecuzione sono stati i governi di Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Cuba e Dominica, piccola isola dei Caraibi, che ne autorizzano la creazione con un capitale di mille milioni di dollari. Secondo i suoi ideatori la banca muoverà i finanziamenti seguendo ragioni politiche e non economico/finanziarie, in netto contrasto con le linee finora imposte, per esempio, dal Fondo Monetario Internazionale ed i grandi istituti di credito.
I primi ad ottenerne i privilegi saranno la Dominica –dove sarà costruita una pianta geotermica- ed il Nicaragua, dove si svilupperà un progetto a favore dei piccoli coltivatori di caffè. Il Banco del Alba –questo il suo nome e da non confondere con il Banco del Sur- ha già una sede centrale a Caracas.
Ma nell’ultima riunione nel seno delle nazioni partecipanti all’Alternativa bolivariana, si è parlato anche di armamentismo. Hugo Chávez e Daniel Ortega si sono trovati d’accordo sulla creazione di una forza militare congiunta, già che –secondo le parole del presidente venezuelano- “il nemico è lo stesso per tutti”.
La dichiarazione finale del summit si trova sulla pagina web dell’Alba:
http://www.alternativabolivariana.org/http://luiro.blogspot.com/

«Polonia antisemita dopo la Shoah». Il j'accuse di uno storico

L'uscita del nuovo libro dello studioso americano Jan Gross sull'antisemitismo nel dopoguerra ha scatenato forti reazioni. Riaprendo una ferita
Foto Princeton University Press
Fear: anti-semitism in Poland after Auschwitz (Paura. L’antisemitismo in Polonia dopo Auschwitz) è l'ultima fatica di Jan T. Gross . Il libro ha innescato forti polemiche nella Chiesa polacca, tra gli storici, e nei media. L’autore, un professore americano di origine polacca, aveva già fatto parlare di sé nel 2000, con la pubblicazione de I carnefici della porta accanto, opera controversa che modifica la lettura storiografica classica del massacro di Jedwabne. Secondo gli studi di Gross, infatti, quello che si è consumato nel 1941 nel paesino polacco non fu un massacro, ma un pogrom: centinaia di ebrei di Jedwabne e di paesi vicini vennero uccisi a bastonate o bruciati vivi. Si pensava che il massacro fosse stato compiuto dai tedeschi, ma Gross ha dimostrato che si trattò di un'azione compiuta dalla popolazione polacca.

Antisemitismo, un demone che non muore

Oggi Gross torna a infastidire. Fear è stato fortemente criticato già due anni fa al momento della pubblicazione della versione originale negli Stati Uniti perché nell'opera i polacchi vengono accusati di antisemitismo nel Dopoguerra, con un'attenzione particolare ai pogrom di Kielce, nella regione polacca di Santacroce. La tesi di Gross? La violenza contro gli ebrei deriva dall'incrocio di due tendenze: da un lato il senso di colpa per il conmportamento tenuto durante la guerra, e dall'altro per la paura del ritorno degli ebrei a casa. Spesso infatti, dopo le deportazioni, le popolazioni locali si impadronivano dei beni degli ebrei.
Lo storico accusa anche la Chiesa, la quale ha sempre sostenuto che l'antisemitismo del Dopoguerra dipendesse dalla forte presenza ebraica all’interno delle autorità comuniste.

La memoria è bianca o nera, la storia ha un colore cangiante.

Le maggiori accuse mosse dagli storici contro Gross riguardano la assenza di veridicità. Gli viene rimproverata la noncuranza con la quale si accosta a fatti e cifre, e la parzialità nell'uso delle citazioni dei testimoni. Janusz Kurtyka, capo dell’Ipn (Instytut Pamięci Narodowej, l’Istituto per la memoria storica nazionale polacca) definisce Gross «un vampiro della storiografia», sostenendo che il suo libro non ha alcun valore scientifico.
Jan T. Gross (Foto: Princeton University Press)In un'intervista con Halina Bortnowska su TVN24 lo storico Andrzej Paczkowski ha affermato che «gli studiosi dovrebbero fare ricerca per passione, non per una missione. Gross è ossessionato da una missione». Sostiene inoltre che «è impressionante la rapidità con la quale Gross generalizza i problemi. Nel libro si scontrano due memorie: quella polacca e quella ebraica. Una cosa è la memoria, un’altra la storia. La memoria è bianca o nera, la storia ha un colore cangiante. Sono due cose diverse». Chi critica il libro sottolinea la semplificazione delle relazioni polacco-giudaiche, deformando la portata politica del conflitto nonché il ruolo degli ebrei nelle strutture dell’apparato comunista. Anche gli apparti militari hanno rivolto allo studioso lo stesso tipo di critiche. Il cardinale Stanisław Dziwisz, dal canto suo, ha scritto una lettera alla casa editrice di Gross, nella quale sostiene che l’opera «risveglia i demoni dei sentimenti antipolacchi e antisemiti».Anche il quotidiando di destra Rzeczpospolita, ha definito il libro «antipolacco». Le dure reazioni all'opera di Gross dimostrano quanto ancora l'antisemitismo sia una ferita aperta in Polonia. Seppur con delle imprecisioni l'opera ha riaperto il dibattito sui delicati rapporti polacco-giudaici. Da questo punto di vista la missione è compiuta.
Agnieszka Niezgoda - Warszawa http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13652

Obama mia, Obama mia

New York. Comunque andranno a finire, queste elezioni saranno ricordate come quelle di Barack Obama, il quarantaseienne senatore nero del Partito democratico in lizza per la Casa Bianca. Non c’è soltanto che ha prima vinto i caucus in Iowa, uno stato al 98 per cento bianco, e poi travolto la potente macchina dei Clinton alle primarie della Carolina del sud, uno stato al 50 per cento nero. C’è che la corsa di Obama è già andata oltre la stretta contingenza della candidatura alla presidenza, cosa peraltro ancora ben lontana dall’essere acquisita (qualcosa di più si saprà il 5 febbraio, quando voteranno i grandi stati americani).
L’America, però, sta vivendo a pieno regime il fenomeno Obama ed è percorsa da uno straordinario entusiasmo che non conosce confini partitici e ideologici, solo clintoniani. C’è chi descrive il senatore dell’Illinois come il nuovo Kennedy, a scelta John o Bob, chi come il nuovo Reagan. Per tutti è il nuovo messia di Washington, una rock star prestata alla politica, un salvatore della patria capace, come ripete lui stesso a ogni comizio, di poter “guarire il paese” e tirarlo fuori dalle trincee delle battaglie culturali degli anni Sessanta e da quelle partitiche dei Novanta. I democratici hanno finalmente trovato un candidato di cui innamorarsi, gli indipendenti pensano di aver realizzato un sogno, i repubblicani sono disposti a perdonargli la consolidata ortodossia liberal nei contenuti e si stanno convincendo, nelle loro primarie, a scegliere il conservatore più simile a Obama, cioè John McCain.
Ma il fenomeno Obama non sta nelle sue proposte politiche, nella sua opposizione alla guerra in Iraq, nelle sue ricette economiche. Non è questo che entra nelle viscere e nella pancia degli elettori o spiega l’obamamania. Quella, semmai, è la sua debolezza. La forza di Obama è il suo messaggio di cambiamento, speranza e unità, reso credibile dalla sua storia personale di figlio di una donna bianca del Kansas e di uno studente nero del Kenya. Sebbene sia cresciuto al riparo dei valori della famiglia del midwest bianco, Obama è uno che ce l’ha fatta a superare le barriere razziali, a diventare un leader ad Harvard e a rifiutare lavori remunerativi a Wall Street per difendere da avvocato e da volontario i diritti civili dei neri nei ghetti di Chicago. Obama, a differenza dei tradizionali leader afroamericani, non rinfaccia all’America bianca le colpe della segregazione nera, ma è attento a sfruttare con grazia l’inconsapevole “white guilty” di quell’America anglosassone che non vede l’ora di riconquistare l’innocenza e l’autorità morale compromesse dal suo passato razzista. L’arma di Obama è la sua retorica ispirata alla fede e all’ottimismo, le due più grandi tradizioni politiche americane, che pesca a piene mani dall’arte della predicazione religiosa e dai gospel delle chiese afroamericane (anche se il suo speechwriter, Jon Favreau, è un ventiseienne bianco del Massachusetts che legge Bob Kennedy, JFK e Martin Luther King prima di scrivergli i discorsi). L’editorialista del New York Times Maureen Dowd ha detto che l’America sente di avere a portata di mano la realizzazione del “sogno di un presidente figo, intelligente, elegante, ragionevole, acculturato, saggio e modesto”, come quelli che si vedono nei film o nelle foto ingiallite di JFK. Caroline, Ted e Patrick Kennedy, la figlia, il fratello e il nipote del leggendario presidente stanno dalla sua parte proprio perché annusano in lui aria di famiglia ed è notizia di ieri che il premio Nobel per la letteratura Toni Morrison, nota per aver definito Bill Clinton “il primo presidente nero”, abbia deciso di abbandonare l’ex first family per sostenere Obama.
(segue dalla prima pagina)  L’entusiasmo nei confronti di Obama è contagioso e difficilmente subirà contraccolpi alla notizia dell’arresto, ieri mattina, di Tony Rezko, un costruttore di Chicago che è stato prima suo cliente e poi amico e finanziatore e dispensatore di favori immobiliari. I Clinton proveranno a riutilizzare questa carta, come ha già fatto Hillary all’ultimo dibattito tv, sebbene quando si tratta di favori immobiliari per i Clinton è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Il loro appeal è diminuito, la crisi di rigetto evidente e le triangolazioni centriste non elettrizzano più. La carica idealista di Obama è un fattore più ammaliante dell’esperienza e della nostalgia che possono offrire Hillary e Bill. L’idea di giocare la carta razziale, suggerendo sotto voce che un nero non potrà mai vincere le elezioni, è sembrata subito disperata, oltre che cinica di cattivo gusto.
I grandi opinionisti liberal, con l’eccezione di Paul Krugman, sono quasi tutti schierati con lui ed evitano di chiedergli spiegazioni sul suo pericoloso rapporto con Jeremiah Wright, il predicatore radicale che legge la Bibbia come un’analisi sociologica del degrado della vita nei ghetti di Chicago causato dal razzismo dell’America bianca. Il reverendo Wright è l’ideologo del black power che l’ha convertito, battezzato, sposato e poi anche guidato e ispirato nella sua avventura politica (“L’audacia della speranza” che dà il titolo al libro di Obama è tratto dal titolo di un sermone del reverendo). Wright rischia di offuscare l’immagine obamiana di politico capace di sanare la ferita razzista dell’America. Molti credono che le radici miste di Obama abbiano fatto crescere un uomo nuovo, indifferente alla razza e all’identità. Eppure la scelta di aderire a una chiesa così radicale forse nasconde l’anima complicata, divisa e contraddittoria di un uomo che vive al suo interno in modo profondo e doloroso quella stessa idea di superamento della questione razziale che lo rende così irresistibile.
Gli editorialisti conservatori ne scrivono altrettanto bene, un po’ perché sono affascinati, un po’ perché Obama li sta liberando dai Clinton. L’ex capo del centro studi della Casa Bianca, Peter Wehner, l’uomo che gli ha costruito la cornice intellettuale della sua presidenza, non fa che ripetere quanto siano eccezionali i discorsi di Obama e quanto facciano capire perché il senatore, grazie alla capacità di suscitare emozioni vere, sia “uno dei più considerevoli talenti politici della nostra vita”. Wehner crede che “le debolezze di Obama siano le sue posizioni ampiamente e convenzionalmente di sinistra”, ricorda che “la politica è fatta di idee e filosofia, non solo di retorica”, ma è convinto che, “anche la retorica è importante, come hanno dimostrato tutti i grandi presidenti”. Hillary e Obama sono entrambi progressisti, “ma la differenza è che Obama è una persona aggraziata e dignitosa che attrae le persone invece che allontanarle. E’ impossibile che non piaccia”. Ai conservatori piace l’approccio etico e religioso di Obama, le sue ricorrenti citazioni bibliche e i suoi continui inviti a superare i limiti di una società, di una cultura e di una politica cinica, frivola ed egoista.
Un anno fa Obama ha lanciato la sua candidatura a Springfield, nel luogo dove nel 1858 il repubblicano Abramo Lincoln aveva pronunciato uno dei suoi più famosi discorsi contro la schiavitù, ma è stato il suo intervento alla convention democratica di Boston, nel 2004, ad averlo lanciato. Obama era un senatore locale, candidato al Senato di Washington. Quattro anni prima, alla convention di Los Angeles che incoronò Al Gore, non lo avevano nemmeno fatto entrare ed è stato costretto a tornare a casa. Il discorso di Boston è lo stesso che in questi anni ha ripetuto centinaia di volte, ottimista, speranzoso e kennedyano. John Kennedy è stato eletto a 43 anni, tre in meno di quanti ne ha oggi Obama, ma – sostengono i suoi critici – a differenza di Obama, Kennedy aveva combattuto la seconda guerra mondiale ed era da 14 anni al Congresso. (chr.ro)http://www.camilloblog.it/archivio/2008/01/29/obama-mia-obama-mia/


Muore ‘papa’ dei mormoni, un guaio in piu’ per Romney

 

A 97 anni d’eta’, ogni giorno puo’ essere l’ultimo e la morte e’ sempre in agguato. Ma Gordon B.Hinckley, il ‘papa’ dei mormoni, se n’e’ andato forse nel momento piu’ scomodo possibile per il primo seguace della sua chiesa che puo’ diventare presidente degli Stati Uniti. La scomparsa di Hinckley complica la vita a Mitt Romney: alla vigilia di un delicato voto in Florida, l’aspirante presidente ha dovuto ricordare a tutti di appartenere a una realta’ religiosa che molti americani giudicano una setta. […]

Il presidente della Chiesa di Gesu’ Cristo dei Santi dell’ Ultimo Giorno - il nome ufficiale della chiesa mormone - si e’ spento per vecchiaia a Salt Lake City, nello Utah, lo stato fondato dai mormoni nel XIX secolo. Tra pochi giorni il Consiglio dei 12 apostoli, l’organo che guida la denominazione, come tradizione eleggera’ il piu’ anziano dei propri membri come successore di Hinckley: un incarico che andra’ a Thomas Monson, 80 anni, un ‘apostolo’ dal 1963.

La morte di Hinckley ha inevitabilmente riportato al centro dell’attenzione i problemi di Romney con la propria fede. L’ex governatore del Massachusetts spera di rilanciare la corsa alla Casa Bianca con una vittoria domani in Florida, uno stato dove i sondaggi lo indicano in testa alla pari con il senatore John McCain. Ma con un quarto dell’elettorato repubblicano rappresentato da cristiani evangelici, Romney punta tutto sulle proprie doti di ex manager capace di salvare l’economia americana, mentre non ha alcun interesse a ricordare di voler diventare il primo mormone nello Studio Ovale.

Hinckley pero’ gli ha giocato un brutto scherzo. Romney aveva convocato i giornalisti di buon mattino in una stazione di benzina a West Palm Beach, per una conferenza stampa con le palme e la scritta ‘Texaco’ alle spalle del candidato, che doveva servire ad attaccare le proposte di McCain sulla limitazione dei gas effetto serra. E invece in mezzo alle pompe di carburante Romney si e’ trovato a dover commentare la morte di Hinckley, avvenuta poche ore prima. ‘’Ci manchera’, e’ stato un uomo di carattere e coraggio - ha detto il candidato - ma ci mancheranno soprattutto la sua umilta’ e l’abilita’ di toccare le vite di ogni persona'’.

Romney ha promesso che nei prossimi giorni sara’ a Salt Lake City, per i funerali di Hinckley. Difficile per lui evitare l’evento, ma c’e’ da scommettere che il suo staff non gioisce all’idea delle telecamere che riprendono il candidato presidente in mezzo alle cerimonie di una chiesa vista con sospetto da molti evangelici, che non la considerano veramente ‘cristiana’ e ritengono il mormonismo un’eresia.

Romney nei mesi scorsi ha dovuto pronunciare un discorso solenne sulla fede, per cercare di dimostrare che il suo essere mormone non e’ un ostacolo sulla strada della presidenza, come l’essere cattolico non lo fu per John F.Kennedy. Ma negli ultimi tempi l’ex governatore ha cercato di evitare di toccare il tasto religioso, sapendo che non e’ certo un vantaggio per lui.

Hinckley, nipote di uno dei primi pionieri mormoni, ha guidato per 13 anni la chiesa che sotto la sua presidenza ha conosciuto un’espansione enorme. La presenza dei mormoni nel mondo si e’ estesa da 49 a 120 paesi e il numero dei seguaci e’ passato da 9 a 13 milioni di persone. Salt Lake City, il ‘vaticano’ dei mormoni, nel 2002 ha avuto visibilita’ mondiale come citta’ organizzatrice delle Olimpiadi invernali: un evento che ora risulta tra i successi nel curriculum di Romney, che ne fu l’artefice come presidente del comitato organizzatore.

I mormoni hanno anche aumentato il loro peso nella vita pubblica e nell’economia americana. Alla chiesa di Romney appartengono, per esempio, il leader dei democratici in Senato, Harry Reid, e altri 13 membri del Congresso, cosi’ come leader del mondo imprenditoriale come J.W. ‘Bill’ Marriott, che guida l’impero dell’omonima catena di alberghi. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/29/muore-papa-dei-mormoni-un-guaio-in-piu-per-romney/#more-473


Presidenziali USA : gli sfidanti democratici e la pena di morte
di Rico Guillermo*

I tre candidati democratici alle primarie per la presidenza USA sono favorevoli alla pena di morte, un argomento difficile da trattare soprattutto negli Stati del sud, dove i bianchi sono per lo piu' sostenitori della pena capitale e i neri ne sono per lo piu' vittime.

Mentre il 12% degli abitanti degli Stati Uniti sono afro-americani, infatti, oltre il 40% della popolazione nel braccio della morte e' nera. Sebbene poi neri e bianchi siano vittime di omicidio in quasi ugual quantita', l'80% dei detenuti giustiziati dal momento che la pena di morte e' stata reintrodotta erano stati condannati per un omicidio in cui la vittima era bianca. Vari studi effettuati negli Stati Uniti hanno poi evidenziato pregiudizi razziali in ogni fase del procedimento di pena capitale. Uno di essi ha rilevato che piu' l'imputato e' percepito aderente alle stereotipo del nero, piu' e' probabile che sia condannato a morte. A ciò si aggiunga il fatto che oltre il 20% dei neri accusati che sono stati giustiziati erano stati condannati da giurie tutte bianche.

Insomma, nessun progresso dai tempi de "Il buio oltre la siepe", il film degli anni '60 (ma ambientato nel 1932) in cui un Gregory Peck da Oscar porto' all'attenzione nazionale e mondiale il problema dei preconcetti razziali in tribunale (anche li', peraltro, la giuria che condannava un nero innocente accusato di stupro era di tutti bianchi). E' quindi impossibile ignorare il fattore razziale nella realta' odierna della pena di morte, mentre se ne parla poco o punto nella campagna democratica.

I tre sfidanti democratici hanno toccato qualche volta il tema della giustizia penale razzista. In un dibattito, Barack Obama ha riconosciuto come "qualcosa di cui dobbiamo parlare" il fatto che "afroamericani e bianchi... vengono arrestati con tassi molto diversi, vengono condannati a tassi molto diversi, ricevono pene molto diverse". Hillary Rodham Clinton, in tema di giustizia penale, ha dichiarato di volere "una profonda revisione di tutte le sanzioni", mentre John Edwards ha detto "Come persona cresciuta nel Sud segregazionista, sento una responsabilita' speciale a parlare della intolleranza razziale".

Eppure nessuno dei tre leader democratici ha posto come punto centrale del suo programma la giustizia penale, e tantomeno la pena capitale. E questo perche' Clinton, Obama ed Edwards sostengono tutti la pena capitale, anche se non lo dichiarano durante i discorsi della campagna per le primarie.

Quando era in corsa per il senato, Obama ha spiegato che "ci sono crimini straordinariamente odiosi - terrorismo, abuso di bambini", in cui la pena di morte "può essere opportuna". Anche di recente ha detto di ritenere che sia importante preservare l'opportunita' di una sanzione estrema in determinate circostanze. Per il candidato nero si tratta quindi di "un male necessario", anche se i suoi sostenitori lo presentano come un oppositore della pena di morte. Sostanzialmente sulla stessa lunghezza d'onda Edwards, che riconosce i pregiudizi razziali in tribunale, il problema delle condanne errate e la disparita' di rappresentanza legale, ma difende la propria posizione a favore della pena di morte.

Hillary ha evitato piu' degli altri due il discorso della pena capitale nella sua campagna, limitandosi a parlare genericamente di "riforme". Anche se nel 2003, ha cosponsorizzato la legge per la protezione degli innocenti, per rendere disponibile il test del DNA per i condannati a morte nei tribunali federali, aveva contribuito a limitare i ricorsi braccio della morte negli anni '90. L'amministrazione di Bill Clinton porto' infatti ad un enorme incremento della pena di morte federale, grazie alla 'legge penale', nonche' ad una forte riduzione dei ricorsi nel braccio della morte, grazie alla legge per la lotta al terrorismo e per l'efficacia della pena di morte. Infatti fra il 1996 e il 1999 le esecuzioni piu' che raddoppiarono.

Per fortuna le decisioni della Corte Suprema che vietavano l'esecuzione dei ritardati mentali e dei minorenni all'epoca dei fatti, nonche' la rivoluzione delle prove introdotta grazie al test del DNA, hanno ridotto le esecuzioni ed evidenziato i limiti morali e gli errori giudiziari correlati alla pena di morte, inducendo un ripensamento in intellettuali, politici ed opinione pubblica tale da portare l'abolizione legale o di fatto della pena capitale in alcuni Stati.

Nessun merito va pero' riconosciuto alla politica dei Democratici, i cui leader mantengono la stessa posizione pro pena di morte quasi ininterrottamente da circa vent'anni. Ed invece proprio questa campagna elettorale potrebbe essere l'occasione per marcare la differenza dai Repubblicani su un tema che rappresenta un cardine del conservatorismo e nella retorica di questi ultimi.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org



gennaio 29 2008

Si vota, 300 milioni di euro in più ai partiti

Mariolina Sesto per il Sole 24 Ore:

C’è un motivo per il quale il voto anticipato conviene a tutti i leader nessuno escluso: se si andasse alle urne i partiti incasserebbero fino al 2011 rimborsi elettorali doppi. Sia quelli maturati per la quindicesima legislatura che quelli relativi alla sedicesima.

Per le forze politiche la fine anticipata della legislatura si trasformerebbe in un business finanziario, per lo Stato in un aggravio di costi pari a circa 300 milioni di euro. E a poco vale a questo punto il taglio del 10% al fondo annuale per i rimborsi scattato con la Finanziaria: l’aggravio per lo Stato sarà di 270 milioni anziché di 300.

I fondi elettorali di Camera e Senato ammontano infatti a circa 50 milioni di euro ciascuno e sono costituiti calcolando la cifra di 1 euro per ogni avente diritto al voto. Per le elezioni di aprile 2006 gli aventi diritto al voto erano precisamente 50.098.305 (47.258.305 gli aventi diritto al voto in Italia e 2.840.000 quelli all’estero).

Da questo fondo ad ogni partito è attribuita una quota sulla base delle percentuali di voto ottenute. Una leggina ad hoc approvata con voto bipartisan a inizio 2006, poco prima di andare a votare, sancì il diritto dei partiti a continuare a incassare i rimborsi anche in caso di voto anticipato.

Da qui l’affare: se la legislatura si esaurisce prima della sua naturale scadenza lo Stato deve comunque pagare le somme già maturate per tutti e cinque gli anni. Proprio in base a questa leggina Forza Italia ha potuto cartolarizzare i contributi che deve ancora riscuotere. Ed anche il Pd potrebbe avere la sua convenienza: Ds e Dl continueranno a incassare le risorse relative alla XV legislatura; il Pd avrà i fondi della XVI.

«È evidente che se si fosse abolita la norma inserita nel febbraio 2006 si potevano risparmiare circa 100 milioni all’anno, che invece saremo costretti a spendere se le Camere verranno sciolte a giorni», calcola Silvana Mura, deputata dell’Idv. «Cosa che avevamo ampiamente annunciato e che per ben due volte abbiamo cercato di evitare con degli emendamenti alla finanziaria 2007 e 2008. Purtroppo questo non è stato possibile per l’ostilità di tutte le altre forze politiche».

 

 

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/01/29/si-vota-300-milioni-di-euro-in-piu-ai-partiti/#more-1259


Torna Berlusconi: vietato intercettare

Si fa fatica a stare con il centrosinistra. Una fatica improba.E' come quando hai un parente che fa cazzate a ripetizione, che si soffia il naso con il tovagliolo e oscilla tra l'ottusità e la presunzione. Tu che fai, lo scarichi, lo butti fuori di casa? Ma no, ci litighi, lo mandi a fare in culo, cerchi di farlo rientrare nei ranghi, ma poi te lo tieni in casa. Salvo che non esageri. Però a fartelo tornare simpatico, il parente cazzaro e sfigato, bastano pochi minuti a guardar fuori dalla finestra. Vedi personaggi pericolosi che brandiscono rivoluzioni armate. Gente che non racconta solo barzellette, che dice e fa di peggio. Prendete i provvedimenti dei primi cento giorni, già annunciati da Berlusconi. In pole position ce n'è uno che fa sobbalzare sulla sedia: vietate tutte le intercettazioni telefoniche, salvo che nelle inchieste di mafia e terrorismo. Tutte. Chi le ordina si becca cinque anni. Chi le esegue pure. Chi le pubblica paga due milioni di euro. Cioè chiude. Ora, non ho voglia di fare il conto ed è complicato. Ma quante delle inchieste giudiziarie, quelle vere, fatte bene, quelle necessarie a una democrazia che vuole mantenersi sana, quante di queste inchieste si sarebbero potute fare? Quante? Pochissime. E un'enormità del genere, contro la quale non ci sono reazioni e che magari trova qualche consenso anche nelle file del centrosinistra, magari ricordatevela quando il solito grillino, il solito disilluso, si presenta con la frasetta d'obbligo: "Prodi? Veltroni? Sono uguali a Berlusconi".http://stamparassegnata.splinder.com/


La rivoluzione in Parlamento
Curzio Maltese
la Repubblica


C´era una vignetta di Vauro l´altro giorno sul manifesto: «Prodi se n´è andato, Berlusconi non è ancora tornato. Godiamoci questo magico momento». È una battuta che rende lo stato d´animo di molti italiani. Alla vigilia di un altro passaggio di consegne fra il vecchio e il più vecchio. La deludente seconda volta di Prodi, la (probabile) terza volta di Berlusconi, all´insegna dell´eterno ritorno. Ma esiste un modo per sfruttare davvero il "magico momento", addirittura per fare una piccola rivoluzione.
Le rivoluzioni, com´è noto, in Italia sono possibili soltanto nei brevi intervalli fra una restaurazione e l´altra. Con una dose minima di buona volontà la famigerata casta politica può usare le poche settimane che ci separano dalle elezioni anticipate per dimostrare appunto di non essere una casta e rispondere alla profonda domanda di democrazia del Paese. Sia chiaro che non si tratta di un espediente per rinviare di un anno le elezioni. Basterebbe soltanto spostarle a giugno e permettere il costituirsi di un governo istituzionale, di larghe intese, con un mandato preciso, limitato nel tempo e negli obiettivi: questi.
Prima di tutto, una riforma della legge elettorale nota come «porcata», principale responsabile del presente disastro e rinnegata, almeno a parole, dallo stesso centrodestra. In modo da limitare, con un sistema o l´altro, purché condiviso dalla maggioranza, il numero dei partiti presenti in Parlamento e il relativo potere di ricatto sulla coalizione vincente.
Secondo obiettivo, la riduzione del numero dei parlamentari dagli attuali mille a seicento, quattrocento alla Camera e duecento al Senato. Si tratta di una proposta sbandierata da quindici anni in tutti i programmi elettorali, di destra e di sinistra. Per una serie di circostanze certo molto sfortunate, nessuno dei governi eletti l´ha poi messa in pratica. Se abbiamo una certezza nella vita, questa è che la riduzione del numero dei parlamentari sarà ancora al centro della prossima e imminente campagna elettorale. Ma dal momento che esiste già una teorica unanimità perché non tradurla in pratica prima e non dopo le elezioni? Sono sufficienti pochi giorni di votazioni.
Il terzo punto, logica conseguenza, riguarda la riduzione del numero dei ministeri a dodici. Prevista dall´ultima Legge finanziaria, ma destinata a finire nella fossa delle Marianne dei buoni propositi, con l´eventuale cambio di maggioranza.
Quarto e ultimo obiettivo, una correzione del cosiddetto bicameralismo «perfetto» per cui Camera e Senato, unico caso nelle democrazie occidentali, risultano doppioni l´una dell´altra.
Su questi quattro semplici obiettivi, davvero una "modesta proposta", esiste nel Paese reale una larghissima intesa di fatto che va dal presidente della Repubblica al milione di firmatari del referendum, fino al novanta per cento dell´opinione pubblica, stando ai sondaggi. Un accordo fra i grandi partiti può realizzarli in due o tre mesi di lavoro parlamentare. Sarebbe una rivoluzione vera, fra le tante finte e annunciate che hanno scandito il cammino della seconda repubblica. Sarebbe la miglior risposta al montare dell´anti-politica. Vogliamo vederlo poi Beppe Grillo radunare folle oceaniche sulla proposta del "bollino blu" sulle liste o il divieto del terzo mandato, riforme infinitamente meno importanti, radicali e popolari. Infine, è l´unico modo per svelenire in partenza un clima elettorale già gravido in partenza di volgarità, violenza, stupidità e risse da curva calcistica.
La differenza fra accettare o rifiutare questa opportunità di cambiamento si traduce, in termini temporali, in appena due mesi. Si voterebbe a giugno e non ad aprile. Sul piano culturale e politico invece corre un abisso. Un accordo pre-elettorale sulle regole rappresenterebbe un grande segnale di modernità, riformismo, civiltà. La corsa alle urne in queste condizioni si traduce invece in una conferma del teorema antipolitico della "casta". Nella certezza che in questo Paese, chiunque vinca, non cambierà mai nulla.
Il Partito democratico è favorevole a percorrere la strada, benché in realtà punti a rinviare il voto oltre i tre mesi, fino alla primavera del 2009. Ma non dovrebbe essere difficile convincere Walter Veltroni a limitare la missione al tempo strettamente necessario. A quel punto, quali argomenti seri potrebbero avanzare i partiti del centrodestra? Berlusconi e Forza Italia strombazzano da anni, in pratica dalla discesa in campo del 1993, la ferma volontà di combattere il "professionismo della politica" e di semplificare il sistema di rappresentanza democratica. Hic Rhodus, hic salta. Ecco un´occasione d´oro, forse irripetibile, per tradurre in fatti le chiacchiere da spot. Qui e subito. La Lega campa dagli albori sulla lagna circa "Roma ladrona". È vero che nella favoleggiata Padania il partito di Bossi ha dato vita a un sottogoverno da far invidia ai vecchi democristiani. Come del resto ha quasi ammesso con la difesa a spada tratta del diritto di Mastella e famiglia a nominare primari ospedalieri di partito. Esistono poi i casi clamorosi, se lo scandalo fosse ancora di moda in politica, di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. Il leader di An è stato fra i promotori più entusiasti di un referendum che oggi vuole già buttare alle ortiche, nell´urgenza imposta dalla voce del padrone. Il capo dell´Udc è tornato all´ovile dopo aver sollevato la questione della legge elettorale per primo, ai tempi in cui faceva parte del governo di centrodestra. Per entrambi vale oggi la celebre alternativa di Totò: uomini o caporali?


Basta Moniti, Avvisi e Procedure di Infrazione. Invadeteci per Favore

Forse non si è capito, ma qui dei moniti e delle procedure di infrazione non se ne fotte nessuno. Basta cazziatelle. Bisogna passare alle maniere forti. Noi non possiamo fare più molto. I signori qui sopra si sono fatti una legge elettorale ad hoc che non ci consente di cacciarli via. Dicono che ora “la parola deve passare al popolo“. Ma che parola? Al massimo possiamo mettere una croce su un simbolo dopo che loro hanno già deciso tutto nelle segreterie di partito. Mettere una croce non è parola, è analfabetismo.
Per questo, gentilissimo José Manuel Durão Barroso, ci faccia la santissima cortesia di formare un bell’esercito europeo e di venire a liberarci. Il destino della classe politica italiana, dal senato alle comunità montane, passando per regioni province e comuni, lo lasceremo decidere a voi. Basta che ve li portiate via. Poi ci arrangiamo noi.
Per aiutarla nel compito di diffondere il messaggio abbiamo redatto un appello in diverse lingue. E’ venuto un po’ così così perché abbiamo dovuto fidarci del traduttore di google. A differenza dei mangia mortadella e dei bevitori di champagne, non disponiamo di laute prebende, segretarie multilingue e macchine blindate. Ci siamo dovuti arrangiare. Venite e prendeteveli tutti.

Chi conosce bene le lingue che abbiamo utilizzato e vuole correggere qualche errore, ce lo segnali nei commenti. Aiutateci a propagare l’appello segnalandolo ai media. Dopo il “continua a leggere” troverete gli indirizzi di alcuni giornali. Mandate un messaggio chiedendo di leggere il nostro appello. Se avete un sito e volete diffondere il nostro appello, dopo il “continua a leggere” troverete il banner ed il codice per linkare l’appello sul vostro sito. Grazie a tutti.

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Fratelli d’Europa, il popolo di questo paese è schiacciato sotto il tallone di una classe politica corrotta che ha creato leggi che ci impediscono di cacciarla via, leggi che sfruttano il nostro lavoro come schiavi e ci privano della meritata sussistenza nella nostra vecchiaia. In nome di quello che Roma e le le sue legioni hanno fatto per questo continente, in nome dell’antica fratellanza storica e culturale, vi chiediamo di allestire un esercito europeo ed invadere il nostro paese per liberarci dal giogo di questa tirannia.
Fateci sapere il giorno preciso, così facciamo i distratti e lasciamo le frontiere aperte e i carri armati con i cingoli sgonfi. Fate girare questo appello.
In preparazione del vostro arrivo ci mettiamo a cucinare un pranzo di benvenuto che non dimenticherete mai, così vi facciamo assaggiare la vera pasta al dente e la mozzarella, che quella che avete voi, senza offesa, fa anche un po’ schifo.

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Dear European fellows, the people of this country claim your attention. We suffer under the oppression of corrupt politicians, who established laws that prevent us from kicking them out, who exploit our work turning us into slaves, who deprive us of our means of subsistence and aid when we retire.
On behalf of everything Rome and its legions accomplished in the entire continent and in the name of the history and culture that bind us together since those glorious ancient times, we ask you to set a European army ready and invade our country to help us getting rid of this tyranny and set us free.
Just let us know the exact day you come so we can leave our borders unguarded and our tanks out of gas. Please, spread the word around.
Awaiting for your arrival, we’ll be cooking an unforgettable welcome dinner so that you’ll finally appreciate what “slightly underdone pasta” means, and taste the real mozzarella cheese – don’t get this wrong, but the one you use does honestly suck.

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Frères d’Europe, le peuple de ce pays est écrasé sous le talon d’une classe politique corrompue. Cette derniere a crée des lois qui la rendons entouchable.
Ces lois sont faites seulement pour exploiter notre travaille; nous ne pourrons en tirer ainsi aucun fruit dans notre vieillesse.
Au nom de ce que Rome et ses légions on fait puor ce continent, au nom de l’ancienne fraternité historique et culturelle, nous vous demandons de préparer une armée européenne et d’envaihir notre pays pour nous libérer du joug de cette tyrannie.
Faites-nous savoir le jour précis ainsi nous ferons les distraits et nous laisserons les frontières ouvertes et le tanks avec le chenilles dégonflées.
Fait circuler cet appel.
Dans l’attente de votre arrivée nous nous preparons a cuisiner un repas de bienvenu que vous n’oublierez jamais.
Nous vous ferons gouter la vrai paste al dente et la mozzarella:
Celles que vous cuisinez, sans offense, font bien rire!

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Brüder in Europa! Das Volk in diesem Land lebt unter der erdrückenden Last einer korrupten Politikerklasse, welche mit Unterjochungsgesetzen unsere Handlungsfähigkeit beschneidet. Gesetze, welche unsere Arbeitskraft ausbeuten, uns zu Sklaven verkommen lassen, und uns ausserdem unserer Existenz im Alter berauben.
Im Namen dessen, was das antike Rom und seine Legionen für diesen Kontinent getan haben, und im Namen der althergebrachten, historischen und sozialen Brüderlichkeit bitten wir Euch eindringlich, uns und unser Land mit einer Europäischen Invasionsarmee von diesem Joch der Tyrannei zu befreien.
Teilt uns den exakten Tag Eures Angriffs mit und wir werden uns unachtsam geben, die Grenzen offen lassen und unsere Panzer werden bewegungsunfähig in den Kasernen zurückbleiben.
Bitte erhebt Eure Stimme und verbreitet diesen Aufruf über alle Medien, wir brauchen Eure Hilfe. Wir werden uns auf Eure Ankunft vorbereiten und Euch ein Willkommensmahl vorbereiten, welches Ihr niemals vergessen werdet, Ihr werdet die echte Pasta “al dente” und den echten Mozzarella kosten können, denn Eurer- ohne Euch zu nahe treten zu wollen - ist schrecklich.

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Irmãos europeus, o povo deste pais vive baixo a presao de uma classe politica corrupta, a qual criou leis para impedir que os tirem do poder, leis que exploram o nosso trabalho convertendonos nuns escravos e nos privam da nossa subsistência do nosso retiro ao descanso da velhice.
En nome da antiga Roma e seus discípulos que fizeram por este continente, e no nome da antiga fraternidade histórica e social, pedimos que organizem um exercito europeu e que invadam nosso pais para liberarmos do sumo da tirania.
Avisem quando for o dia exacto do vosso ataque, desta maneira fingimos que estamos distraidos, deixaremos as fronteiras abertas e os nossos tanques blindados desarmados.
Facam o favor de passar a voz sobre esta petição desesperada, através dos vossos meios, precisamos da vossa ajuda.
Vamos prepararmos para a vossa chegada com uma fabulosa comida de boas vindas que nunca se vão esquecer, assim podem provar a verdadeira “pasta al dente” e a “mozzarella”, porque a que vocês tem, sem ofensa, esta horrível.

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Hermanos europeos, el pueblo de éste país vive aplastado bajo la presión de una clase política corrupta, la cual ha creado leyes para impedir que los podamos quitar del poder, leyes que explotan nuestro trabajo convirtiéndonos en esclavos y además nos privan de la subsistencia en nuestra vejez. En el nombre de lo que la antigua Roma y lo que sus legiones hicieron para éste continente, y en el nombre de la antigua fraternidad histórica y social, os pedimos que organicéis un ejército europeo y que invadáis nuestro país para liberarnos del yugo de la tiranía.
Hacednos saber el día exacto de vuestro ataque, en éste modo nos haremos los distraídos, dejaremos las fronteras abiertas y nuestros tanques con las orugas desinfladas.
Por favor corred la voz sobre ésta apelación a través de todos los medios, necesitamos vuestra ayuda.
Nosotros nos vamos a preparar para vuestra llegada, cocinaremos una comida de bienvenida que nunca olvidareis, así podréis probar la verdadera pasta “al dente” y la “mozzarella”, la que tenéis vosotros, sin ánimo de ofender, es horrible.

Abbiamo due bottoni a disposizione, scegli quello che preferisci:

Bottone 1

Fratelli Europei: Invadeteci

SOS Invadeteci!

Codice per Bottone 1

 

 

http://www.mentecritica.net/basta-moniti-avvisi-e-procedure-di-infrazione-invadeteci-per-favore/democrazia-e-diritti/redazione/2873/


OCCHETTO VS. VELTRONI - Confronti politici

 

Achille Occhetto, a differenza di Walter Veltroni, si é trovato ad operare in un periodo nuovissimo: caduta del muro di Berlino, terremoto di Tangentopoli in Italia, scomparsa del PSI, discesa in campo di Silvio Berlusconi ed esordio di Francesco Totti con la maglia della Roma. In un contesto del genere era difficile capire cosa fare e programmare un futuro. Povero Occhetto ... aveva una capacità di analisi politica incredibile: ci arrivava sempre 2-3 anni dopo, ma almeno ci arrivava. Di Veltroni non si può dire altrettanto.http://titollo.ilcannocchiale.it/

 

Ma che bello stare all'opposizione!

Registro due dichiarazioni di autorevoli rappresentanti del nostro partito:

Al raduno del decennale della Fondazione Italianieuropei, in un passaggio del suo discorso, Massimo D'Alema afferma (cito da La Repubblica del 27 gennaio u.s., pag. 9):
Non siamo mossi da timori perché il peggio che può succedere è tornare all'opposizione, cioè quello che abbiamo fatto per una vita ...

Sempre su La Repubblica (ieri, 28 gennaio, a pag. 5) in una intervista Anna Finocchiaro a domanda risponde:

Se perdiamo stiamo all'opposizione. L'ho fatto per tre quarti della mia vita politica e prometto che se faranno cose non utili o dannose per il Paese non avranno vita facile.

Come l'altra volta (n.d.A.). Allora stiamo tranquilli.

Ma che bello stare all'opposizione. Specie con lo stipendio e la pensione da parlamentari.

Dopo il clamoroso fallimento dell'ultimo esperimento di centro-sinistra (non lo chiamo UNIONE per pudore), seguito ai numerosi precedenti ('94, caduta di Prodi I, 2001), non uno che abbia la dignità di dire "se anche questa volta perdiamo mi ritiro dalla vita politica". Ma per carità. Continuano a fare quello che hanno fatto per una vita. Alla faccia dei poveri gonzi. Tanto sono loro a pagare il conto.

Come qualcuno ha ricordato, questa volta i berluscones non faranno prigionieri. Senza contare poi il disastro economico, stile Argentina, che ci attende.

Ragazzi non preoccupatevi. Stare all'opposizione è bello!

Ferdinando Longoni http://romanordxilpd.blogspot.com/2008_01_01_archive.html


La fine del prodismo



Scelto da un prodiano della prima ora, quello qui sopra è un titolo che nasconde una qualche - spero passeggera - tristezza.
La fine del governo Prodi significa la fine del progetto prodiano: è bene che noi ci si pensi ben bene, perché da oggi alcune delle cose che abbiamo dato per scontate negli ultimi dodici anni non sono più d'attualità e faremo bene a guardare ciò che si profila all'orizzonte, se vogliamo essere in grado di fare scelte sensate e consapevoli nel futuro.
Il progetto di Prodi è consistito nell'innestare sulla realtà italiana - tenendo conto del contesto europeo - alcuni moduli politici americani: la coalizione dei diversi (ciò che negli USA è il Partito Democratico), l'apertura ai sostenitori non organici (le primarie), l'attenzione alle grandi variabili di sistema: debito, crescita, istruzione, ricerca, distribuzione della ricchezza. Su alcuni di questi temi Prodi non è riuscito ad andare al di là dell'enunciazione; su altri ha realizzato poco; su altri ancora lascia un'eredità importante, ma che non è mai riuscito a gestire in prima persona. Alla fine dei conti, Prodi rimarrà come l'uomo del risanamento della finanza pubblica.
La classe politica di centrosinistra non ha mai abbracciato appieno il progetto di Prodi, e nemmeno lo han fatto gran parte dei sostenitori di Prodi: quelli di Piazza San Giovanni, quelli in fila per le primarie.
Il prodismo, come l'azionismo d'antan, è rimasto un progetto d'élite.
A differenza dell'azionismo, il prodismo è riuscito comunque ad arrivare due volte ai vertici governativi e, spegnendosi, lascia un partito di massa. Ha portato l'Italia in Europa e lascia i conti pubblici in uno stato decente (così come fece la prima volta).

Adesso sta a Veltroni trovare un progetto alternativo. Per farlo, avrà bisogno di tempo. Veltroni è, nella forma, più "americano" di Prodi, lo è molto meno nella sostanza. Può darsi che questo sia un pregio: forse Veltroni riuscirà a elaborare una linea politica più vicina al paese così com'è, non così come dovrebbe essere (il grande limite di Prodi).

Agli amici che auspicano un modello terzo, il suicidio della classe politica, l'arrivo di un ceto giovane e non compromesso (e a me vengono in mente i Miccichè), dico che quello che auspicano è un sogno, se non si realizzerà; un incubo, se dovesse realizzarsi.

(autore: Nicola)http://suez-politicalblog.blogspot.com/


L'ombra del genocidio
Un migliaio di morti, nuove violenze: il Kenya sprofonda nella guerra civile

La strada principale di Naivasha"Abbiamo avuto l'impressione che le violenze siano andate oltre la questione delle elezioni presidenziali, assumendo vita propria". La dichiarazione dell'ex Segretario dell'Onu, Kofi Annan, in visita ieri nella Rift Valley, teatro in questi giorni di ulteriori, più feroci violenze tra le due etnie in conflitto in Kenya, non brilla sicuramente per perspicacia. Da un mese esatto, il Paese è avvolto in una spirale di violenza inter-etnica, dopo che le elezioni presidenziali del 27 dicembre scorso hanno decretato la vittoria di Mwai Kibaki, a spese dell'oppositore Raila Odinga. Questi non ha riconosciuto i risultati ufficiali, confortato anche dalle denunce degli osservatori della Ue. Da allora, il Kenya si è trasformato da stabile economia che ha fatto del turismo il suo fiore all'occhiello, in un inferno.

Poliziotti portano via un morto a NaivashaMassacro preordinato? Le violenze hanno avuto come bersaglio l'etnia kikuyu del presidente Kibaki. I carnefici sono in maggioranza Kalenjin, o Luo, politicamente all'opposizione. Dopo la rielezione di Kibaki, la popolazione Kalenjin è insorta, scatenando disordini ferocemente repressi dalla polizia. Con il passare dei giorni, e l'aumentare dei morti (un migliaio in un mese), il movente politico ha progressivamente perso rilievo rispetto alla matrice sociale, etnica, tribale. Il copione è sin troppo familiare, nell'Africa post-coloniale del divide et impera: un'etnia si avvantaggia sull'altra, privandola di diritti, dell'accesso all'istruzione, all'economia, alla vita politica. Si arricchisce a sue spese, le confisca le terre o la costringe a venderle. La esclude dal godimento delle ricchezze del Paese, dai posti di lavoro, dai privilegi, dal potere. Per questo alcuni hanno avanzato l'ipotesi che il massacro sia stato preordinato, e che la persecuzione nei confronti dei kikuyu sia stata attuata con scientifica premeditazione. L'ampiezza della carneficina e le modalità di 'eliminazione' del nemico (assalito a colpi di machete, bruciato vivo, lapidato) alimentano sempre più lo spettro del genocidio, la cui ombra si staglia inquietante sul presente di un Paese sino ad ora tra i più solidi e stabili del continente.

Case bruciate nella Rift ValleyColloqui difficili. Nel fine settimana sono state almeno 65 le vittime delle violenze scoppiate nella Rift Valley. Tanti sono i cadaveri allineati all'obitorio di Nakuru, capoluogo della regione. Ma i morti sarebbero molti di più, secondo fonti locali. Non tutti i corpi, infatti, sono stati condotti nelle camere mortuarie di Nakuru. Ancora incerto il bilancio nella città di Naivasha, non lontana da Nakuru, dove solo ieri sarebbero state uccise oltre 30 persone. Gli sfollati in tutto il Paese sono oltre 250 mila, e il futuro del Kenya è oggi nelle mani del presidente Kibaki e del rivale Odinga. Ciascuno dovrà nominare tre negoziatori per i colloqui di pace, che si terranno entro una settimana. Almeno secondo quanto annunciato da Kofi Annan.

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9937

ARABIA SAUDITA
La crisi del dollaro preoccupa Riyadh, che ridiscute il cambio col riyal
Dal 1986 la valuta saudita ha un cambio fisso con la valuta americana. Ma la sua perdita di valore ha causato la maggior inflazione da 16 anni, con grandi difficoltà per la popolazione. Ora il taglio dei tassi di interesse operato dalla Federal Reserve Usa accresce questi effetti negativi.

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) – Il ministro saudita delle Finanze Ibrahim Al Assaf e il governatore della Agenzia monetaria dell’Arabia Saudita (la Banca centrale) Hamad Saud Al Sayyari discuteranno il 10 febbraio con il Consiglio della Shura se rivedere il tasso di cambio tra il locale riyal e il dollaro. La perdita di valore della moneta Usa  è ritenuta la principale causa della grave inflazione del Paese, che è stata del 6,5% a dicembre, record da 16 anni. Nel 2007 il dollaro ha ceduto oltre il 10% verso l’euro e circa il 7% sullo yuan, causando l’aumento dei costi delle merci importate da questi Paesi.

La moneta saudita ha un cambio fisso con il dollaro, stabilito nel 1986 a 3,75 riyal per dollaro, per cui risente in via diretta della perdita di valore della valuta Usa. Le critiche sono aumentate dopo le recenti iniziative della Federal Reserve Usa, con il taglio dei tassi di interesse sui prestiti nel tentativo di stimolare una ripresa economica interna, perché la Banca centrale saudita ha dovuto seguire una analoga politica, con ulteriori effetti inflattivi. Tutti prevedono che questa settimana gli Stati Uniti diminuiscano ancora i tassi di interesse. Il problema è grave anche perché le riserve monetarie della Banca centrale sono in gran parte dollari (pari a 285 miliardi di dollari al 30 novembre), come pure lo Stato ha investito in titoli Usa buona parte del proprio surplus commerciale.

Al Zulfa, membro del Consiglio, dice che la Shura ha chiesto di discutere “riguardo al cambio con il dollaro, le sue conseguenze e cosa il governo intende fare”.

Nella monarchia saudita il Consiglio della Shura ha 120 membri, scelti da re Abdullah. Può proporre leggi e fare raccomandazioni che non sono vincolanti per il governo. L’aumento dei prezzi al consumo colpisce con forza i 25 milioni di sauditi e il re a dicembre ha disposto vari aiuti, come sussidi sul riso importato e il latte per bambini.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11370&size=A


Benazir e l’infelicità araba

 

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Amara Lakhous

 

L’elezione di Benazir Bhutto nel 1988 fu uno shock culturale nel mondo arabo. Nessuna donna araba ha potuto mai competere per la carica di Premier o Presidente della Repubblica. Ancora oggi le donne in Arabia saudita non hanno diritto di guidare la macchina, in base a regole consuetudinarie davvero ridicole. Perché Benazir è riuscita a conquistare il potere all’età di 35 anni, mentre le donne musulmane arabe sono rimaste indietro? Il fortunato caso politico di Benazir Bhutto è la dimostrazione che i pachistani non attingevano al modello saudita wahabita come i taliban afgani, bensì a quello inglese ed indiano.


C’è un passaggio nell’introduzione dell’autobiografia di Benazir Bhutto che riassume al meglio la sua straordinaria vicenda privata e pubblica. “Il Pakistan – scriveva Benazir – non è un paese come gli altri e la mia vita non è stata una vita ordinaria: mio padre e i miei due fratelli sono stati assassinati. Mia madre, mio marito ed io stessa siamo stati incarcerati. Ho trascorso tanti anni in esilio. Nonostante tante disgrazie e sofferenze, sono una donna felice. Felice, perché sono riuscita ad aprire una breccia nel muro della tradizione, diventando la prima donna nel mondo musulmano nominata Primo ministro. Questo evento ha marcato una svolta decisiva nel dibattito chiassoso sul ruolo delle donne in una società islamica”.

Ricordo che l’elezione di Benazir Bhutto nel 1988 fu uno shock culturale nel mondo arabo. In quegli anni, la sociologa marocchina Fatima Mernissi diede il via ad una dura polemica con l’establishment religioso, mettendo in discussione un hadith, citazione di Maometto, in cui si dice: “Dio maledica il popolo che sceglie come capo una donna”. Seguendo le tecniche di valutazione adoperate dai giuristi musulmani da secoli, Mernissi dimostrò che l’hadith in questione non è attendibile, in quanto uno dei trasmettitori aveva testimoniato il falso in una vicenda personale. Di conseguenza la sua parola non è ammissibile. Malgrado questo chiarimento religioso, la questione della capacità della donna di governare è ancora all’ordine del giorno. Purtroppo, il dibattito non ha mai superato l’ostacolo dei pregiudizi. Per questo, nessuna donna araba ha potuto mai competere per la carica di Premier o Presidente della Repubblica. Ancora oggi le donne in Arabia saudita non hanno diritto di guidare la macchina, in base a regole consuetudinarie davvero ridicole. Il diritto al voto è una conquista molto recente per le donne del Kuwait.

Allora è legittimo chiedersi: perché Benazir Bhutto è riuscita a conquistare il potere all’età di 35 anni, mentre le donne musulmane arabe sono rimaste indietro? Come cambiano le mentalità delle società? Penso che l’analisi del modello culturale di riferimento sia una chiave di lettura per comprendere sia il progresso sia l’arretramento delle società musulmane sui diritti delle donne. Il fortunato caso politico di Benazir Bhutto è la dimostrazione che i pakistani non attingevano al modello saudita wahabita come i taliban afgani, bensì a quello inglese ed indiano. Benazir aveva una grande ammirazione sia per Margaret Thatcher che per Indira Gandhi.

Per decenni, l’Arabia Saudita è riuscita ad esportare il suo modello di società fuori dalle sue frontiere. La guerra in Afganistan contro i sovietici ha permesso agli integralisti arabi di addestrarsi militarmente grazie soprattutto ai fondi sauditi. Basti ricordare il paese di provenienza di Osama Bin Laden o di diciassette dei diciannove attentatori dell’11 settembre 2001. Ci sono tanti intellettuali arabi come l’egiziano Alà Al Asswani, autore del fortunato romanzo Palazzo Yacoubian, che puntano il dito contro i sauditi per la diffusione dell’integralismo islamico nei loro paesi. In Algeria si è discusso molto sulle presunte pressioni saudite per la promulgazione del codice di famiglia del 1984. Questa legge, ancora in vigore, condanna la donna algerina ad essere una minorenne sotto la tutela maschile. Sarebbe un errore attribuire al modello saudita tutta la responsabilità dell’‘infelicità araba’, per citare un libro dell’intellettuale libanese Samir Kassir, assassinato nel 2005. Tuttavia bisogna ammettere che lo stato di salute culturale rimane ancora in profonda crisi.

La prima sfida dei musulmani oggi è quella di riconciliare l’Islam con la modernità, la fede con la scienza e le tradizioni con i diritti universali dell’uomo. Il Pakistan, rispetto ad altri paesi musulmani, è riuscito a vincere una parte di questa sfida per avere raggiunto due importanti traguardi. Primo: è l’unico paese musulmano a possedere l’atomica e ad essere entrata così nel club dei potenti del mondo. Secondo: la prima donna ad essere eletta come Premier è pachistana e si chiama Benazir Bhutto.

Amara Lakhous è uno scrittore e antropologo algerino. Vive a Roma ed è l’autore del romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” (Editore E/O, vincitore del premio Flaiano nel 2006).

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Libano senza pace per le troppe influenze esterne
di Shorsh Surme

Ci è voluto poco perché una manifestazioni di protesta si trasformasse in una tragedia. La manifestazione che ha dato vita agli scontri era stata organizzata per protestare contro i tagli dell'elettricità: da Shiyah, il quartiere a maggioranza sciita dove era in corso la protesta, ieri sera gli scontri si sono estesi alla zona di Al Rihab, Qafaat, Mar Elias.

Tutto ha avuto inizio intorno alle 16 ora locale, quando alcune decine di dimostranti hanno bloccato la circolazione all'incrocio nei pressi della chiesa cristiano-maronita di Mar Mikhael, nel quartiere di Shiyah. I soldati sono intervenuti per disperdere i manifestanti, ma la situazione è rapidamente degenerata e ha avuto inizio la sparatoria. L'esercito ha operato numerosi arresti, ma - non appena si è diffusa la notizia che tra i morti c'era un militante di Amal, maggior gruppo sciita dopo Hizbollah - altre centinaia di giovani dimostranti hanno cominciato ad accorrere e i soldati hanno preferito ritirarsi dalla zona degli scontri.

Dicevamo che è bastato poco per far esplodere la tensione e la rabbia che il popolo libanese ha accumulato in questi mesi nei confronti dei partiti politici che hanno portato il paese in una crisi politica ed istituzionale profonda, che non sarà risolta a breve termine. La ragione principale sta nel fatto che l'elezione del presidente libanese non è una questione esclusivamente libanese. Numerose potenze estere vogliono dire la loro, in primis la Siria, poiché quest'ultima guarda agli sviluppi in Libano come ad una questione di vita o di morte.

A torto o a ragione, la Siria sente la necessità di esercitare il proprio potere di veto nella scelta del presidente libanese. Sicuramente giungere ad un accordo fra i partiti e le confessioni religiose non è un compito facile, e richiederà probabilmente ancora del tempo. Il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, ha dato fondo a tutte le sue energie nel tentativo di mediare tra le fazioni libanesi rivali ed i loro sostenitori esterni, finora senza successo.

Queste potenze esterne includono paesi rivali come l'Arabia Saudita e l'Iran, ma anche l'Egitto, la Francia, gli Stati Uniti, e perfino Israele (che opera attraverso gli Stati Uniti). In ogni caso, nel contesto libanese, il più importante di questi attori esterni è la Siria.

Si dice a Damasco che il presidente Bashar al-Assad avrebbe chiesto ad Amr Moussa di recarsi a Riyadh al fine di trasmettere un messaggio di riconciliazione al re Abdallah dell'Arabia Saudita. Secondo alcune fonti, il presidente al-Assad avrebbe anche affermato che non farà un passo senza essersi assicurato in precedenza l'appoggio saudita. Se queste voci fossero confermate, potrebbero essere indice di una distensione nei rapporti interarabi - e dunque della speranza di una soluzione in Libano.

Al-Assad, partecipando al vertice arabo di Riyadh nel marzo del 2007, aveva discusso a lungo con il re Abdallah. Il Libano era stato l'argomento principale allora, così come lo è adesso. Una distensione fra Damasco e Riyadh è assolutamente necessaria, poiché l'attuale freddezza, che rasenta l'ostilità, è uno dei principali impedimenti al raggiungimento di un compromesso libanese.

Il ricordo della guerra civile che sconvolse il Libano e che durò più di 15 anni è ancora vivo nella mente della popolazione, che ha paura di un'altra guerra settaria. Anche la chiesa cattolico-maronita libanese ha chiesto dal canto suo la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dall'Onu per scongiurare un "bagno di sangue".

Quasi tre anni fa, i Libanesi credevano fosse finalmente giunta l'ora della pace: con il ritiro delle truppe siriane, nell'aprile 2005, il Paese si sbarazzò di una tutela a dir poco invadente, o almeno questo era ciò che si pensava. I suoi dirigenti, apparentemente abbandonate le proprie velleità settarie, si dissero pronti a costruire uno Stato di diritto. La speranza era immensa, tutto era deciso ed i Libanesi credettero che il peggio fosse passato.

Una reale ripresa del Libano non sembrerebbe possibile se non a condizione di una riforma strutturale interna ed una neutralizzazione dei fattori esterni, come l'Iran di Ahmadinejad e la Siria di Assad.


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Salvare la voce, una priorita’ per i candidati alla Casa Bianca

 

John McCain si e’ salvato piu’ volte dagli imbarazzi grazie a cucchiai di olio d’oliva. Barack Obama ricorre a un intruglio a base di acqua calda, limone, miele e zenzero. I candidati alla Casa Bianca sono a corto di voce, nel pieno di una campagna stremante, e come tenori di successo (o soprano, nel caso di Hillary Clinton) hanno tutti uno specialista che si prende cura delle loro corde vocali, con metodi che sembrano presi in prestito da quelli delle nonne. […]

Il terrore degli stremati candidati presidenti, ormai impegnati a ritmi di una decina di eventi pubblici e interviste al giorno, e’ che qualcuno faccia il bis del ‘caso Pete Wilson’. L’allora governatore della California nel 1996 fu costretto a ritirarsi dalla corsa alla Casa Bianca per una lesione alle corde vocali, provocata dalla superattivita’ politica: Wilson provo’ di tutto, compreso assumere un allenatore vocale, fare soffumi e gargarismi, ma fu tutto inutile. I medici gli ordinarono tre mesi di silenzio assoluto, o sarebbe diventato muto. E la sua campagna fu condannata.

Con 32 primarie compresse per la prima volta in un arco di tempo strettissimo, tra il 3 gennaio e il 5 febbraio, i candidati sono alle prese con rischi simili. Il Wall Street Journal e’ andato a indagare sulle loro abitudini oratorie e ha scoperto che tutti hanno un otorinolaringoiatra in squadra, metodi per il recupero della voce e abitudini per risparmiarla, come i viaggi in auto in assoluto silenzio di Mitt Romney.

Obama ha fatto preoccupare lo staff in New Hampshire, quando la sua voce si e’ ridotta a un sussurro due giorni prima del voto. Un medico che lo ha visitato in quei giorni gli ha raccomandato tre giorni di silenzio: un suggerimento prontamente ignorato. Tommy Vietor, un portavoce di Obama, ha spiegato che il senatore dell’Illinois si e’ salvato con il suo rimedio preferito, il cocktail a base di miele.

Giorni fa in South Carolina il calo di voce ha colpito anche il settantunne McCain. Nel suo caso si e’ rivelato provvidenziale l’olio d’oliva, un rimedio noto tra chi lavora con la voce. E ora il senatore dell’Arizona gira con la bottiglietta d’olio sempre pronta.

Su questo come su molti altri aspetti della sua campagna, Hillary Clinton puo’ invece contare sull’esperienza del marito Bill. L’ex presidente usa dai tempi della sua corsa alla Casa Bianca nel 1992 un metodo sviluppato dal suo esperto vocale personale, il dottor James Suen: canticchiare a bocca chiusa. Gli agenti del Servizio Segreto sono ormai abituati a sentire Bill Clinton impegnato in un’esecuzione a bocca chiusa di ‘Amazing Grace’, prima di un comizio o di un evento pubblico. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/28/salvare-la-voce-una-priorita-per-i-candidati-alla-casa-bianca/#more-472



gennaio 28 2008

Wiesbaden, Italia

Una doccia fredda per chi sostiene che il sistema elettorale tedesco possa essere la panacea dei mali italiani. Dall'Assia, al termine di una giornata piena di colpi di scena, emerge una situazione di ingovernabilità che potrà essere risolta solo con una buona dose di Realpolitik da parte di quei leader che fino a due minuti fa hanno giurato e spergiurato che non avrebbero mai governato assieme. In realtà non è più il sistema elettorale a garantire la governabilità del sistema tedesco ma la condivisione, pur fra partiti alternativi, di un minimo comun denominatore. Cosa che, mi pare, manca in Italia.

Da Wiesbaden giungono dunque questi segnali contrastanti. La CDU perde sonoramente ma per uno 0,1 per cento rimane primo partito. Roland Koch e la sua visione di destra identitaria escono sonoramente sconfitte: un campanello d'allarme a Berlino non tanto per la Merkel (come suggerisce erroneamente Repubblica: ma chi gliela racconta a Ezio Mauro la politica tedesca?) quanto per l'ala più cattolico-conservatrice della CDU. L'SPD ottiene un risultato insperato e la sua candidata può legittimamente considerarsi la vera vincitrice della campagna elettorale. Ma resta quello 0,1 per cento indietro e dunque, per prassi consolidata, in caso di Grosse Koalition, le toccherà il ruolo di sorella minore. Cioè, può scordarsi di diventare presidente. Chi trionfa è la Linke, che a parole resta fuori da qualsiasi gioco di alleanze. Mai così bene i liberali che tuttavia, per bocca del suo esponente di spicco della regione, chiudono le porte a una coalizione con SPD e Verdi e si dichiarano disposto all'opposizione: il manuale di scienza della politica considererebbe una posizione di questo genere estremamente impolitica. Non bene i Verdi, almeno qui in Assia, nonostante il soccorso di Joschka Fischer nella volata finale: perdono un po' di voti (il 2 e mezzo per cento) e non arrestano la tendenza degli ultimi anni a un costante calo. Serve a poco consolarsi con la sconfitta di Koch: non è merito loro.

Soluzioni. Grosse Koalition con un presidente CDU diverso da Roland Koch. Sarebbe uno strappo alle consuetudini della politica tedesca in quanto presidente diventerebbe un esponente che non ha nemmeno partecipato alla campagna elettorale. Grosse Koalition con Ypsilanti presidente: strappo anche questo, l'SPD è comunque un soffio dietro la CDU. Ampelkoalition, SPD, Verdi e liberali, ma i "gialli" come visto nicchiano. Jamaikakoalition, CDU, liberali e Verdi, difficile con la CDU di Koch. Coalizione rosso-rosso-verde, magari solo con l'appoggio esterno della Linke (peraltro già offerto dal leader locale della sinistra). Tutte queste alternative (esclusa la Grosse Koalition) prefigurano il futuro della politica tedesca, che ormai dovrà trovare soluzioni inedite in un quadro politico probabilmente destinato ad esprimere stabilmente cinque partiti. Per il momento i partiti hanno appena iniziato a sondare nuove alleanze (il dibattito nell'SPD sull'agibilità della Linke o gli ammiccamenti della CDU verso i Verdi) ma siamo ben lontani dall'aver trovato terreni comuni. Per questo motivo i giorni prossimi saranno interessanti. L'instabilità politica dell'Assia apre la strada verso soluzioni inedite e dunque innovative. Difficile condividere l'opinione secondo la quale tutto questo non avrà riflessi sulla politica nazionale tedesca. A Berlino, al contrario, si sta con le orecchie ben tese verso quanto accade a Ovest del paese. E per un giornalista, che deve raccontare e non tifare o teorizzare, il risultato di Wiesbaden è quanto di meglio ci si potesse aspettare. Ne vedremo delle belle nei prossimi giorni. E saremo felici di raccontarvelo.http://walkingclass.blogspot.com/


Inventario degli spunti
Nei giorni della crisi di governo, in particolare prima durante e dopo il voto di fiducia al Senato, chiunque abbia girato un po' in rete ha percepito espressioni chiare di un malessere genarale nei confronti della politica. Non è una novità, la rete è piena di documentazione esplicita e qualitativa della distanza non della politica ma della classe dirigente dal mondo reale. Alcuni spunti, in particolare, mi hanno fatto pensare.

Tutti allenatori, tutti politologi
Carlo ha fatto una battuta, sostenendo che in Italia ci sono sessanta milioni di allenatori della nazionale e, nei momenti di crisi, sessanta milioni di politologi. Sul calcio non so dire, credo di aver fatto il CT solo durante i mondiali americani (volevo Baggio in campo dal primo minuto) e mi torna lo stimolo solo quando la nazionale schiera Del Piero (che proprio non lo sopporto, ma è solo antipatia). Schiererei Totti e Cassano sempre, ma Totti non vuole e Cassano magari è già in squadra. Non lo so, non vedo una partita della nazionale dai mondiali e non capisco nulla di calcio. Non sarei in grado di sostenere una conversazione da bar.
Sulla politica, invece, la penso diversamente. Il fatto che ciascuno esprima "pubblicamente" in rete la sua opinione politica è il vero aspetto "politico" della Rete. Il resto, tutto il resto che di solito leggiamo a proposito dei rapporti tra politica e web è solo marketing politico, o comunicazione politica. Ma se i mercati hanno già preso atto che la comunicazione è diventata bidirezionale, dobbiamo applicare lo stesso metro alla politica. Gli elettori hanno parola come i consumatori. E come questi ultimi acquistano peso scambiandosi esperienze e consigli per le decisioni di acquisto, gli elettori contribuiscono ad arricchire (conversando e con il confronto) una "visione sociale" della politica agita, per costruirci sopra le proprie decisioni di voto.
E' questo l'aspetto maggiore di innovazione che hanno portato i network al sistema politico, non lo è invece il modo in cui la politica sta usando i network. Se vogliamo ragionare di politica e web interessandoci di come la politica lo usa, dovremmo chiarirci bene che stiamo considerando aspetti di marketing politico e che la "politica" in quando sistema ne è totalmente estranea.
Se prendiamo un qualsiasi manuale di Scienze Politiche e leggiamo una descrizione di "sistema politico", scopriremo che -come qualsiasi altro processo- viene descritto in termini di input (richieste e sostegno), trasformzione (ovvero quella che viene definita "la lotta per la gestione del potere e il suo esercizio nel bene del paese") e output (che sono le decisioni e le azioni). Ovviamente ogni output torna a generare nuovi input.
A questo punto sorgono due problemi. Innanzitutto il problema di distinguere tra richieste che nascono all'esterno e richieste che sorgono all'interno del sistema. In secondo luogo, sapere se e quanto le richieste si trasformano in questioni politiche e quindi entrano a far parte di un dibattito pubblico che si conclude con una decisione.
[Giorgio Sola, Incontro con la Scienza Politica]
Semplifico assai: la rete, in quanto spazio pubblico, dovrebbe intervenire nel sistema tra gli input producendo richieste e dando feedback sulle decisioni (quindi una misura del sostegno). Prima della rete (ma nella realtà ancora oggi) le richieste politiche venivano da gruppi di pressione, opinion leader e -in maniera sfumata- dall'opinione pubblica che però era rappresentata soprattutto dagli organi di informazione. Oggi noi tutti vivivamo in un mondo in cui l'ingresso dei network in questo sistema è considerato una nostra aspettativa, ma il sistema politico continua a ignorarlo come possibilità di innovazione.
Siamo tutti molto più informati, molto più attivi o comunque almeno portatori di una opinione pubblica. Il sistema politico perde i nostri dati e la nostra frustrazione aumenta. E cresce la distanza tra un mondo più evoluto, più collettivamente in grado di prendere decisioni informate (ecc.) e l'attuale classe politica, che si è formata in epoche in cui il mondo funzionava in maniera differente.

Ostaggi della politica
Una delle frasi che si legge più spesso è "un paese in ostaggio della politica". Il Rapporto Eurispes 2008 cambia i termini e dice che la politica è ostaggio dei poteri forti, ma sempre lì siamo. Il punto è che il nostro sistema politico ha smesso completamente di leggere gli input esterni o fa una clamorosa selezione sugli input che legge. Non sente minimamente più la pressione dell'opinione pubblica. Pensate a come è difficile dimettersi in Italia: Selva, il portavoce di Prodi, tutti gli altri. O ci si dimette per non mettere in difficoltà i valori di un partito (Mele), o perchè è funzionale a input interni al sistema (Mastella), o perchè a un certo punto intervengono i poteri forti (Cuffaro). Se la magistratura indaga, viene screditata. Se si compie un errore si comunica il contrario.
Pensate alla legge elettorale attuale in cui sono le segreterie di partito a decidere chi deve essere eletto e in che ordine (e non più l'elettorato a scegliersi i suoi rappresentanti).
Tutto è improntato a sostenere la conservazione della classe dirigente, a prescindere (ormai) anche da quel minimo di buon gusto istituzionale che dopo anni ho finito per riconoscere alla DC.
Il punto è che questa classe dirigente ha deciso di chiudersi, di valutare solo gli input interni (come se fosse abilitata a vivere in una supersfera che collettivamente assomiglia al Leviatano di Hobbes). Questa operazione ha progressivamente "liberato" la classe politica da quella che gli anglofoni chiamano shadow of future, l'ombra del futuro, la sottomissione ad un giudizio sull'operato e, di conseguenza, alla remissione o alla conferma del mandato. nelle nostre democrazie moderne. Il controllo sull'operato di un politico è costruito sulla shadow of future, ovvero sulla possibilità che in futuro l'elettorato possa giudicare e punire. Quando questo controllo perde di significato, c'è una specie di "buco" che toglie responsabilità. Quello che stiamo vivendo.
Ma c'è un altro aspetto ancor più inquietante. Se possiamo accettare che in una interpretazione persino Mastelliana, ma da manuale, la politica sia "lotta per il controllo e la gestione del potere" non possiamo prescindere dalla seconda parte della definizione: questa lotta deve agire "in funzione dell'interesse collettivo". Ovvero produrre decisioni che assomiglino sempre più a giochi a guadagno condiviso. E se leggiamo la letteratura sul concetto di "bene pubblico" ci rendiamo conto che è proprio il controllo sociale e reciproco a far funzionare le cose. Senza questo controllo (senza la shodow of future), se legge solo gli output interni, il sistema politico è abilitato a prendere le decisioni funzionali solo al suo vantaggio (e alla sua sopravvivenza). Benvenuti in Italia.

Che possiamo fare?
La presenza dei network e la loro capacità di creare relazioni, sistemi, gruppi (e di scambiare conoscenza) ha accelerato la consapevolezza dei sistemi sociali ma non ancora di quello politico. Non in Italia almeno, visto che negli USA certi segnali forti ci sono.
Luca sta lavorando da giorni per costruire una riflessione comune sull'agenda dei cittadini, da contrapporre a quella politica o dei media di massa. La situazione attuale, per come la vedo io, è questa: è vero che la rete connette milioni di cittadini, ma gli input che produce sono (per definizione) frammentati. Frammentati tranne quando si raggruppano (con un meccanismo di consenso) in una ad-hoc-crazia, ovvero in un gruppo forte che si raggruma su un interesse condiviso e fa massa critica. In questi casi, poichè come dice zetavu i media s'imbevono, l'agenda dei cittadini confluisce in quella politica. E' accaduto raramente, in Italia, e attualmente non è un processo assecondato nè socialmente nè tecnologicamente. Perchè davvero si possa pensare ad un miglioramento del sistema politico che tenga conto della comunicazione bidirezionale dell'elettorato (e che non alimenti sempre maggior frustrazione nei confronti della classe dirigente) occorrerebbe:

a) che la classe dirigente attivi nuovamente il suo ascolto nei confronti della società. E' improbabile, perchè va contro il suo istinto di autoconservazione;

b) che il sistema politico scopra che partecipazione non è più l'ormai ottocentesca partecipazione alle attività di un partito (come sbandiera il PD), ma una forma di partecipazione alle decisioni informate di una classe politica che oggi è tecnologicamente possibile, ma culturalmente incompresa. E', se ci pensiamo bene, una grande necessità di ripensare a livello di filosofia politica il concetto di rappresentanza. E' un processo lungo e complicato, che si accelera solo facendo funzionare al meglio il punto c);

c) aumentare la spinta dell'elettorato connesso sui media tradizionali, che sono oggi il canale preferenziale per trasformare in input un consenso ad-hoc su un dato tema. Se la politica riceve input solo dai media tradizionali, bisogna lavorare su questo. E' principalmente un problema di leggibilità e di strumenti. Mille opinioni politiche da coda lunga, frammentate su mille blog o social network non sono leggibili. Va studiato un modo di rendere leggibile, a chi dai media tradizionali legge la realtà, la formazione di una massa critica di consenso/dissenso su un tema.
Altrimenti il grande motore sociale che esprime opinioni e fa politica in rete continua a girare a vuoto.

Come si fa tutto questo? Non ho una soluzione pronta. Credo però che sia fatale che il peso dell'elettorato connesso trovi modo di pesare. La vera variabile è il tempo: quando accadrà? E la buona domanda è: visto che siamo così stanchi di quanto accade, come possiamo accelerare questo processo? :)http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=777

Quando la politica diventa oscura
> di GIAN GIACOMO MIGONE
>
> Alcide De Gasperi amava affermare che, alla resa dei conti, la politica risulta relativamente semplice. Così, nel momento in cui il Senato si pronuncerà (forse) sulla vita o la morte del secondo governo Prodi, alcune semplici verità sono di per se evidenti, anche se tenacemente negate da molti.
> Alle forze politiche che tuttora fanno parte dell`Unione di centrosinistra non può sfuggire che esse, nel loro insieme e singolarmente, saranno giudicate dall'elettorato per il modo in cui hanno governato il Paese; se meglio o peggio di coloro che li hanno preceduti.
> La forza dell`argomentazione svolta da Romano Prodi di fronte al Parlamento consiste nella sua rivendicazione, cifre alla mano, di avere impostato una politica di risanamento economico e finanziario che, grazie ai fondi reperiti attraverso la lotta all`evasione fiscale, consente di intervenire a favore di cittadini, precedentemente penalizzati, che percepiscono un reddito medio-basso.
> Si tratta a un tempo di un`ineludibile esigenza di giustizia sociale e di un necessario stimolo ad un`economia sempre più minacciata da un`avversa congiuntura internazionale.
> Avere trascurato questo semplice dato di fatto, significa correre il rischio, piuttosto avere la certezza, di preparare una bruciante sconfitta elettorale, oggi come nel 1998, nel momento della caduta del primo governo Prodi. Avere consentito che la Bicamerale ieri, la ricerca di convergenze sulla legge elettorale oggi, facesse premio sull`opera di governo significa, con alto livello di probabilità, affrontare il giudizio dell`elettorato nelle condizioni peggiori; oggi, colmo del paradosso, con le regole elettorali giustamente denunciate come inique. Perché il distacco tra politica e cittadinanza è tale che la Bicamerale ieri, la trattativa sulla legge elettorale oggi, vengono percepite dalla maggioranza dei cittadini come una forma di riorganizzazione di strumenti di potere di una corporazione di cui non si percepiscono più i confini politici, a spese dell`azione di governo. I fatti dimostrano che non riconoscere la priorità di quell`azione di governo significa perdere l`una e l`altra: la possibilità di migliorare le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini e sostituire una legge elettorale delle peggiori (debolmente osteggiata dall`opposizione nel momento in cui fu instaurata), perdendo la fiducia del Paese per molti anni a venire.
> Ciò è stato lucidamente percepito da chi ha condotto il dialogo per conto del centrodestra, perseguendo alcuni scopi prioritari: ostacolare e destabilizzare il governo in carica, utilizzando gli interessi elettorali divergenti dei partiti politici che l`hanno sostenuto per giungere ad una resa dei conti elettorale, non importa con quale legge, fintanto che i sondaggi d`opinione premiano l`opposizione; evitare l`abrogazione delle leggi più inique introdotte dal governo precedente e, sopra ogni altra cosa, impedire la preclusione del conflitto d`interesse vigente che, in maniera importante se non decisiva, predeterminerebbe l`esito della consultazione elettorale; sfruttare fino in fondo la tentazione di ogni partito per un sistema che sottrae ai cittadini la scelta dei propri rappresentanti (condizione garantita dalla legge vigente e nemmeno messa pubblicamente in discussione nel corso delle trattative).
> Ma vi è di più. Coloro che hanno invocato un metodo bipartisan hanno ignorato, o finto di ignorare, che il centrodestra italiano, con la leadership e nella sua configurazione attuale, non corrisponde a canoni di democrazia vigenti nel resto dell`Occidente.
> Sottrarre questa consapevolezza ai cittadini significa perdere la fiducia non solo dei propri naturali sostenitori, ma anche degli incerti e degli elettori disillusi dello schieramento di centro-destra,incentivandone l`astensionismo in quanto prigionieri di una logica soltanto interna a sedi di potere complessivamente screditati.
> Questi sono i duri fatti con cui tutti i protagonisti della politica di centro sinistra devono fare i conti. A cosa serve evocarli, alla vigilia del (possibile) voto del Senato? Certo, a segnalare l`importanza vitale per il Paese della sopravvivenza del governo in carica ma, nell`eventualità di un esito favorevole, a concorrere a condizioni di chiarezza politica senza la quale persino quell`esito costituirebbe poco più di una proroga di una tempesta che si abbatterebbe non sulle forze di centrosinistra ma sull`ordinamento democratico.
> Anche nell`eventualità di un esito negativo di quel voto, soltanto lo schietto riconoscimento di queste semplici dati di fondo potrebbe offrire una possibilità di affrontare un cammino comunque impervio.
>
> g.gmigone@libero.it
UNITA'

Jovanotti, nuova musa del Pd

In principio c'era la Canzone popolare di Ivano Fossati (Alzati che mi sto alzando), con il retrogusto di resistenziale che quel che restava dei Ds poteva ancora permettersi. Poi Il cielo è sempre più blu, che segnava la svolta del superamento delle ideologie, con in non etichettabile Rino Gaetano, nichilista e vitalista insieme, lanciato verso un mondo di non sense ma anche di "chi vive in baracca". Verdi e sinistra radicale restavano attaccati con fervore adolescenziale e noglobal alla Bella Ciao versione Modena City Ramblers. La Margherita provava a darsi un tono moderno con One degli U2.
Ora è arrivato il Pd. Se è vero (ma è vero?), che un partito si capisce anche dalla musica che ascolta, beh l'inno ufficiale del Pd, sappiatelo, è Fratelli D'Italia. Walter Veltroni a Firenze, l'altro giorno, l'ha cantata tutta, parola per parola, comprese quelle che recitano "schiava di Roma che Iddio la creò". Subito dopo è partito l'ultimo tormentone di Jovanotti, l'ex ragazzone ignorante e qualunquista, nel frattempo cresciuto e maturato, un cattocomunista moderno, che veleggia con nonchalance da Madre Teresa a Che Guevara, da Veltroni a Gino Strada. All'atto del passaggio di testimone da Prodi a Veltroni, qualche perfido stratega ulivista aveva fatto risuonare sinistramente "Mi fido di te".
Ora è la volta di Fango. Veltroni si smarca, manda al diavolo Prodi e Bertinotti, e prova a prendere la fuga solitaria, sperando che il gruppone dietro lo segua: "Io lo so che non sono solo anche quando sono solo".
http://stamparassegnata.splinder.com/


Bindi: non è detto che Walter debba essere candidato premier
di Monica Guerzoni, Corriere della Sera -
ROMA — «Andare al voto da soli è un lusso che la situazione del Paese non ci consente». Rosy Bindi, lei non crede nella sconfitta come purificazione? «Ne abbiamo avute abbastanza, di sconfitte. E non ci hanno purificato per niente. Gli effetti buoni li anneghiamo nei nostri limiti, nei nostri vizi e anche in qualche peccatuccio. Preferisco purificarmi con le vittorie, io. Ma sia chiaro che noi siamo determinati a costruire un governo istituzionale per fare la legge elettorale». Le urne però si avvicinano e Veltroni dice «io faccio il programma e chi mi ama mi segua». «Il Pd deve presentarsi con la forza e l'autonomia della sua proposta, ma in una coalizione i programmi si fanno insieme». Coalizione? Al loft è parola tabù. «La pazienza esercitata da Prodi non può essere richiesta mai più né a lui né a nessun altro e solo per questo la coalizione che ha sostenuto Romano non potrà ripetersi. La forza dell'Ulivo è la vocazione a governare, ma non da soli». Quindi pensate a una lista dei prodiani doc, magari con dentro i Verdi e Di Pietro. «Fantasie, in questi giorni se ne sentono tante. Qualcuno può davvero pensare che Prodi, come ha detto Rovati, voglia Gianni Letta alla guida di un governo per le riforme?». Ferrara ha sfidato Veltroni a farsi avanti. «Non è elegante offrire un boccone avvelenato a un leader che è stato un tuo interlocutore». Non è vero che nel Pd c'è aria di scissione? «Non esiste, nessuno verrà privato della fatica di costruire una unità vera. Il discorso è un altro, il Pd deve andare da solo o in coalizione?». Lo dica lei. «Posso dirle con chi non ci potremo alleare mai più. Mastella, Dini, Scalera, Fisichella, Turigliatto...». Radicali, socialisti e dipietristi possono entrare? «Per me vocazione maggioritaria vuol dire vocazione a governare con un programma coerente e condiviso, quel che si deve fare è dire subito con chi ci si allea». Con Rifondazione, sì o no? «Dipende da loro. La vocazione maggioritaria intesa come solitudine può piacere a qualche partito che chiede il sistema tedesco per riprendersi la sua libertà». Insisto, il Prc dentro o fuori? «Il Pd deve avere un dialogo con la sinistra democratica. Lo stato dell'Italia non ci consente di tirarci fuori, tutti dobbiamo fare uno forzo. La coalizione deve restare unita». D'Alema ha dichiarato chiusa la stagione di Prodi. «Sarebbe un suicidio politico dal quale prenderei le distanze. Io mi chiamo Rosy Bindi, ho fatto una corsa per la segreteria autonoma da Veltroni e, mi par di capire, anche da D'Alema. L'ultima cosa che ci possiamo permettere è creare discontinuità col governo Prodi, entreremmo in contraddizione con noi stessi». Si arrenda, la stagione dell'Ulivo è finita. «Il passato non torna, ma questo non significa perdere la forza e l'impronta di un progetto politico. Lo spirito dell'Ulivo non è morto e sepolto e il Pd in campagna elettorale non può che rivendicare i grandi risultati di questi venti mesi, dei quali purtroppo gli italiani non hanno avuto il tempo di accorgersi». Infatti. La popolarità di Prodi è molto bassa. «Ha fatto un giro sui blog? La sua chiarezza per come ha gestito la crisi è stata apprezzata». Non al vertice del Pd. «Ma dagli italiani, sì. Non ce lo dimentichiamo, Romano è l'uomo che per due volte ha battuto Berlusconi, lui è l'unico che ci è riuscito. Rutelli avrà pure fatto la rimonta nel 2001, ma fu sconfitto». Prodi pensa di riprovarci? «Avere Prodi come fondatore e presidente del Pd fa la differenza rispetto ad altre storie politiche. Nessun partito può vantare di avere come presidente una persona che ha il percorso politico e istituzionale di Prodi. Romano non può non essere protagonista della gestione di questa fase, come dell'apertura della campagna elettorale. E noi dobbiamo andarci a testa alta, convinti che la partita è aperta». Veltroni è il vostro candidato premier? «Non è scontato, non c'è un automatismo. Dobbiamo mettere in campo una sintesi intelligente di novità e tradizione. Il Pd ha grandi risorse e una si chiama Veltroni, ma c'è anche Prodi e ci sono altri leader. Chi sarà il candidato premier è una scelta che noi faremo insieme». Lo statuto dice che il segretario corre per Palazzo Chigi. «Stiamo ancora discutendo. Fare lo statuto oggi non è come farlo quando le elezioni sono lontane...».

Il vecchio che avanza
di Barbara Spinelli, La Stampa - 
Basterebbe fare una semplice operazione aritmetica - due più due uguale quattro, ad esempio - per fugare parecchi equivoci sulla caduta di Prodi e vedere l’Italia così come s’accampa davanti a chi sa vedere: nello stesso momento in cui il governo di centro sinistra è sfiduciato in una delle due Camere, l’opposizione che si prepara a tornare al potere fa quadrato attorno a personaggi del ceto politico o dell’amministrazione condannati dalla giustizia: attorno al governatore della Sicilia Cuffaro, condannato a 5 anni per favoreggiamento a mafiosi e interdetto in perpetuo dai pubblici uffici; attorno a Contrada, condannato definitivamente a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; attorno a chiunque chieda che il politico o l’alto funzionario dello Stato non sia, come ogni cittadino, imputabile quando infrange la legge. Cuffaro ieri si è dimesso ma Casini insiste ad accusare gli «sciacalli» che avrebbero screditato un’onesta persona.

Questa è l’evidenza matematica che abbiamo di fronte: nell’Italia che sta richiamando Berlusconi ai comandi non ci si fida di Prodi ma ci si fida di Cuffaro, di Contrada, di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata. Non ci si fida di Prodi, ma si fa capire a Mastella che la magistratura, caso mai dovesse giungere a un giudizio negativo sul suo operato in Campania, non avrà l’autonomia per farlo. Quando si parla di tramonto del prodismo e di una scommessa invecchiata e morta conviene tenere a mente questa realtà, limpida e ben visibile. Quel che viene offerto oggi agli italiani non è un nuovo che caccerà il vecchio, non è la fine dello spadroneggiare dei partiti sulla cosa pubblica, come chiesto da tanti cittadini. I partiti tornano a essere decisivi, e sono loro a far quadrato attorno alla presunzione d’impunità che sostituendo la presunzione d’innocenza diverrà il marchio del rinnovamento promesso. Di questa restaurazione Berlusconi è principe, e tutto quel che ha detto nell’ultimo decennio sul teatrino della politica si copre di polvere e frana. Il teatrino è imperante, e quel che vediamo non è quel che appare. Prodi non è riuscito a imporre il nuovo, ma nuovo resta pur sempre quel che ha proposto e tentato. L’aura di novità abbandona Berlusconi e quel che propone è in realtà il vecchio.

Anzi è vecchissimo. Poco prima del voto al Senato, il capo dell’opposizione fece capire che se Prodi avesse ottenuto la fiducia in ambedue le Camere, lui si sarebbe appellato alle Piazze. Bossi ha rincarato la dose assicurando che quelle piazze avrebbero «trovato facilmente le armi», per una rivoluzione. Hanno detto queste cose nell’indifferenza generale: della destra, dei leader di sinistra, di stampa e televisione, delle Istituzioni della Repubblica. Anche questo non è davvero nuovo. Nella storia recente d’Europa c’è memoria viva di tempi simili, quando si pensava che le parole non pesassero e invece pesarono: la Repubblica di Weimar aveva queste caratteristiche, questa violenza linguistica, questi demagoghi. Due più due non ha fatto cinque nella storia passata e non farà cinque neppure in quella che si sta tessendo, opaca ma consequenziale, sotto il nostro sguardo.

La storia presente non è tuttavia fatale, così come non lo è il futuro. A differenza del passato, il futuro che fabbrichiamo oggi è aperto a soluzioni molteplici, è libero. Ed essendo libero consente domande che sono decisive e che dunque vale la pena porsi: sono veramente nuove le politiche proposte da chi affossando Prodi assicura una sorta di palingenesi o comunque un’alternativa migliore? C’è una sinistra, c’è una destra che hanno fatto i conti con l’esperienza di centro sinistra e che avendo fatto tali conti sanno discernere una categoria politica dall’altra, e distinguere quindi tra il ritorno al potere cui anelano e il piano di governo su cui pervicacemente tacciono?

Dicono che il nuovo consiste in modifiche profonde della Costituzione, che diano più poteri all’esecutivo e diminuiscano quello dei partiti. Dicono non senza ragione che il Presidente del consiglio è fallito perché i particolarismi potenti nella maggioranza hanno corroso la sua autorevolezza, il suo governare, il suo desiderio di risanare non solo l’economia ma l’etica pubblica. Ma le forze vincenti sono ben più vecchie dei vecchi impedimenti che hanno reso così difficile il compito di Prodi e che ce l’hanno mostrato negli ultimi venti mesi così solo, come Franca Rame ha scritto con cristallina sconsolatezza sulla Stampa del 25 gennaio: «Prodi, in quel suo governo, di fatto, si è trovato come un condannato agli arresti domiciliari con manco un cane che gli portasse le arance... non l’avete mai considerato? Andavano da lui solo a imporgli, a chiedere e a ricattare. Bella gente!». Questa bella gente gli ha impedito di fare quel che si era ripromesso: una legge sul conflitto d’interessi, una legge che sottraesse le televisioni al dominio dei politici. Questa bella gente ha chiuso e chiude gli occhi davanti alla triplice violazione della Costituzione di cui Berlusconi si è reso colpevole: delegittimazione non solo dell’iniziale voto alle legislative ma anche del voto delle Camere (il ricorso alle piazze in caso di fiducia del Senato vuol dire questo); controllo dei mezzi televisivi da parte di un candidato alla guida del Paese; corruzione dei senatori come appare dalle intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Saccà, manager della Rai.

I partiti che hanno partecipato all’esperienza Prodi escono particolarmente malconci, perché più d’ogni altro si prestano all’equivoco, scambiando il vecchio per il nuovo. Cosa resta infatti del centro sinistra? Resta lui, Prodi, che si è battuto usando la forza durissima della sua testa («Sembra un ferro da stiro o il muso di un’escavatrice», scrisse Eugenio Scalfari) e che contro praticamente tutti ha deciso di contare i fedeli in Parlamento e dunque di far politica pubblica in pubblico, non nelle segrete dei partiti. Resta un’estrema sinistra, che ha fatto il tentativo di governare contro se stessa, contro il proprio istinto, che ha ripetutamente teso la corda ma sarà influenzata da un esperimento di gestione responsabile che non è stata lei a rompere.

Ma soprattutto resta il Partito democratico, che il nuovo pretende di costruirlo seppellendo l’Unione come fosse un logoro vestito di cui spogliarsi. Per la verità non si sa che partito sia, che programmi di governo abbia, che militanza vanti, che alleati cerchi. Anche in questo caso, è il potere ciò cui sembra aspirare e non il governare, e l’equivoco è esistito in fondo sin dalle primarie del 14 ottobre, che suscitarono l’adesione di più di tre milioni di cittadini ma a questi cittadini non chiarì, per l’occasione, né quale fosse il programma né quale fosse la politica di alleanze. Chiarì che Veltroni sarebbe stato il leader, creò innanzitutto una personalità, alla maniera berlusconiana. Il 19 gennaio, a Orvieto, Veltroni ha poi detto che il suo partito «correrà da solo alle prossime elezioni», e con questo ha di fatto screditato la scommessa di Prodi e dell’Ulivo (2 giorni prima dell’uscita di Mastella dalla maggioranza, 5 prima della caduta di Prodi). Per suggerire che cosa, anch’egli, che non sia il vecchio, e cioè un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà? In una lettera a Repubblica, il 2 settembre 2006, l’odierno segretario citò Tahar Ben Jelloun: «I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti». Il libro da cui sono tratte queste parole è un romanzo, Creatura di sabbia. Ma la politica non è letteratura, e nel libro è scritto anche questo: «Nella vita bisognerebbe poter avere due facce... sarebbe bene averne almeno una di ricambio. Oppure, e questo sarebbe ancora meglio, non avere nessuna faccia, semplicemente... essere solo delle voci.. un po’ come i ciechi». Può darsi che Veltroni ce la faccia, ma grande è il rischio e strana la velleità di sconfitta che lo anima: lui avrà insegnato al partito democratico i vizi della prima repubblica, mentre Berlusconi continuerà a battersi con vaste alleanze tipiche del bipolarismo.

C’è un passaggio nel discorso di Prodi al Senato, che vale la pena rimeditare: «Sarebbe necessario innanzitutto rileggere la nostra Costituzione con lo spirito con cui i padri costituenti la scrissero. Non vi troveremmo, se la rileggessimo così, la debolezza dell’Esecutivo che paralizza chiunque sieda a Palazzo Chigi; non l’ammissibilità di voti di sfiducia individuali nei confronti di singoli ministri; né la prassi delle crisi extraparlamentari; né l’asservimento dell’informazione pubblica al potere politico». È un passaggio che nessuno a sinistra ha fatto proprio, e non stupisce oltre misura. I partiti riprendono il potere, e presentano tutto questo come Nuovo che avanza. Ma i partiti sono come gli Stati nazione: la loro forza sovrana è del tutto fittizia. Un partito che decide di correre da solo e poi di allearsi con chi vuole è un partito in costante metamorfosi coatta, non è sovrano, è più che mai prigioniero delle forze extraparlamentari (mezzi di comunicazione, istituti di sondaggio, potentati non eletti) che hanno voluto la fine di Prodi.

La parola «popolo delle primarie» non significa niente; se non significa nulla non ha poteri. È un’illusoria figura. Immagino che la stragrande maggioranza degli elettori di Veltroni lo sappia: la loro forza, i loro diritti-doveri, il loro peso, sono infinitamente più insignificanti del peso e dei diritti che nei vecchi tempi avevano gli iscritti, figura scomparsa nel vocabolario del Pd. Chi ha forza sono i poteri che perdurano nonostante il voto, sono le Piazze sempre di nuovo invocate, sono gli uomini con capacità di dominio sui telegiornali, e sono, non per ultimi, i politici decisi a riconquistare l’impunità che per un breve lasso di tempo hanno visto minacciata.


La crisi di governo, una notizia tre volte cattiva
Jean-Marie Colombani
La Stampa


Com’è possibile? Come si può, nel mezzo di una gravissima crisi finanziaria internazionale, di cui nessuno sa ancora dire con certezza se è appena cominciata, né quali saranno le conseguenze per l’Europa, come ci si può privare del lavoro di un governo competente, che ha preso decisioni coraggiose e che era guidato da una personalità di cui tutta l’Europa conosce la saggezza, la probità e la tenacia?
Certo, sapevamo tutti che la coalizione di centro-sinistra, vittoriosa meno di due anni fa, era fragile, troppo fragile. A nessuno era sfuggita la manifesta ostilità del Vaticano a un governo che avrebbe voluto modernizzare, in senso più laico, la legislazione italiana: e il governo cade per la defezione di un piccolo partito cattolico. Né si poteva ignorare lo choc provocato nell’opinione pubblica italiana dalla scoperta che alcuni dei fondamentali dell’economia nazionale sono ormai peggiori di quelli della Spagna; o dal trauma causato dall’inverosimile crisi della spazzatura di Napoli: tutte questioni logicamente destinate ad alimentare il risentimento di quella stessa opinione pubblica.
Ciò non toglie che per la seconda volta nella storia recente Romani Prodi aveva incominciato a rimettere in ordine i conti dell’economia italiana, succedendo questa volta a un periodo particolarmente lassista, quello di Silvio Berlusconi.
L’uscita di scena di Prodi è dunque tre volte una cattiva notizia. Innanzitutto per l’Europa: la prima cosa che fece dopo aver vinto le elezioni fu di proclamare il «ritorno» in Europa dell’Italia, senza la quale non esisterebbe l’Unione Europea; l’Italia aveva dunque ripreso il proprio posto dopo l’allineamento di Berlusconi sulle posizioni del suo amico Bush, nella stagione del peggior governo americano. Dove sarà domani l’Italia, mentre la Ue ne ha disperatamente bisogno per essere rilanciata?
È una cattiva notizia per le sinistre europee: la sintesi tentata da Romano Prodi tra una sinistra riformista e una sinistra estrema alla resa dei conti è fallita; come sempre gli estremisti hanno giocato contro l’interesse dei loro elettori nel nome di posizioni che rappresentano promesse di regressione. In Francia, dove la bilancia è sempre in bilico, a sinistra, tra un polo riformista e una tentazione populista, demagogica e ormai trockista, la sconfitta di Prodi è un brutto segnale e il prossimo a rischiare potrebbe essere José Luis Zapatero, che tra qualche settimana sarà sottoposto al giudizio degli elettori. A beneficio di tutti, Prodi aveva impegnato l’Italia sulla via dell’indispensabile ristabilimento dei conti e delle riforme, mentre la Francia di Nicolas Sarkozy, pur proclamandosi anch’essa riformista, esita ancora.
La caduta di Prodi, infine, è una cattiva notizia per l’Italia che aveva recuperato la sua immagine e ora si ritrova prigioniera dei cliché negativi sulla sua vita politica, così difficile da interpretare da scoraggiare anche chi è dotato della migliore volontà. Esempio: il caso Mastella, nessuno dovrebbe dubitare che l’ex Guardasigilli sia una persona realmente onesta. Allora, perché Mastella? Sarebbe molto importante sapere perché e attraverso chi un missile armato per distruggerlo è stato lanciato contro di lui. Risultato: coloro che hanno mirato hanno anche affondato Prodi, e con lui una certa idea dell’Italia.


Ciampi: «La partita è quasi disperata»

L'ex capo di Stato: «L'unica strada è strettissima, ma bisogna tentare. Il Pd? Non è l'origine della crisi»

 

L'ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi (Lapresse)
Presidente Ciampi, quale sarà lo sbocco della crisi? Il voto è inevitabile?

«Il quadro d'insieme mi pare complicato e l'aria che tira nel Paese piuttosto allarmante. Comunque, ortodossia vuole che le mie considerazioni io le esprima martedì, davanti al capo dello Stato».

Abbia pazienza, ma lei sembra preoccupato che non si riesca a imporre una tregua, per quanto breve, prima di chiudere la legislatura.
«Esatto, temo proprio questo. E posso soltanto dire che considero assurdo andare alle urne con una legge elettorale come quella che abbiamo adesso. Tutti, del resto, hanno riconosciuto nei mesi scorsi che queste regole provocano problemi. Cioè esecutivi deboli, frammentazione, un rapporto poco corretto tra elettori ed eletti e una fragilità complessiva del sistema, che è in torsione ormai da tempo. Ecco perché mi chiedo come si possa pensare di chiudere la legislatura senza prima aver fatto un minimo di cambiamenti. È il buonsenso a sconsigliarlo».

Servirebbe dunque una soluzione tecnico-istituzionale, un governo «di scopo» per riformare quella legge e magari fare qualche altro ritocco.
«Non entro sul terreno delle formule che potranno emergere dalle consultazioni del presidente Napolitano. Ma insisto, a costo di sembrare stucchevolmente esortativo: bisogna trovare in fretta delle vie d'uscita in grado di dare motivate ragioni di fiducia su un doppio fronte. Fiducia ai cittadini, che sono confusi, in ansia per il futuro e tentati da giudizi liquidatori verso l'intero ordinamento dello Stato, come dimostrano anche certe manifestazioni d'antipolitica. E fiducia ai nostri partner stranieri, in primo luogo quelli dell'ambito europeo. Questo è oggi l'interesse generale su cui tutti dovrebbero riflettere e impegnarsi: riconquistare la fiducia».

Ma come si fa a ricostruire in pochi mesi un clima di fiducia, un fattore che si alimenta di infinite variabili?
«Occorrerebbe cominciare da una sorta di patto tra le forze più responsabili, perché stavolta è più che mai in gioco l'interesse nazionale. E l'impegno dovrebbe andare oltre lo stesso mondo politico, nel senso che tutti dovremmo imparare a essere meno autolesionisti di quanto abitualmente non siamo».

Che c'entra l'autolesionismo?
«Guardi che all'estero alcuni comportamenti sui quali qui si tende a sorvolare hanno invece un effetto devastante. Una crisi di governo dovrebbe essere un passaggio normale, fisiologico, in ogni democrazia. Ma certe "coloriture" e drammatizzazioni tipiche di noi italiani e ormai tipiche anche del modo di fare politica — coloriture, frutto del nostro temperamento e del linguaggio politico che si è imposto e che vengono enfatizzate attraverso giornali e televisioni — risultano pesantemente costose per il Paese. Anche se magari non sono cose di sostanza, ciò che è andato in scena l'altro giorno a Palazzo Madama è stato tutt'altro che edificante. Ci facciamo del male da soli e non ce ne rendiamo conto, come ho provato a spiegare in questi giorni a un amico straniero che mi ha telefonato per chiedermi che cosa stia accadendo in Italia».

A proposito di drammatizzazioni, c'è chi contesta a Prodi di aver «avvelenato i pozzi» e reso impossibili soluzioni alternative al suo governo, portando la sfida alle estreme conseguenze.
«L'hanno chiamata testardaggine, la scelta di Prodi, e di sicuro ha a che fare anche con il suo carattere. Ho considerato giusto il consiglio che gli aveva dato Napolitano, di prendere atto dello strappo nella maggioranza e di dimettersi prima di farsi sfiduciare. Tuttavia, il voto del Senato è almeno servito all'ex premier a chiarire il suo personale futuro, e infatti si è chiamato fuori...».

Se è per questo, ha certificato in modo definitivo pure l'inconsistenza del centrosinistra.
«Sì, ha chiarito certe contraddizioni e certi equivoci — ma forse si potrebbe dire ambiguità — interni alla maggioranza. Che da mesi si reggeva solo su pochi, esilissimi fili. Tra continue scuciture e rammendi. Prodi ha mediato finché ha potuto, con un'incredibile pazienza, ma poi...».

E le recriminazioni verso il Partito democratico, la cui nascita è stata indicata come il vero detonatore della crisi?
«Non condivido queste analisi. Ho guardato con favore alla nascita del Pd. L'ho considerato un buon segnale, in quanto poteva e doveva favorire un utile processo di semplificazione di un versante politico cruciale. Ho sperato che fosse imitata sul fronte del centrodestra. No, non è il Partito democratico l'origine della crisi».

In definitiva, presidente Ciampi: se la sente di scommettere su un governo di tregua?
«È una partita difficile, che oggi come oggi può sembrare quasi disperata. L'unica strada percorribile è purtroppo strettissima. Io però, per natura, ripeto sempre, anche a me stesso, che non bisogna arrendersi. Il che oggi, in quest'Italia di umori cupi, inquieta, impaurita e stremata da un conflitto permanente iniziato oramai quindici anni fa, significa far lievitare nel Paese — a partire dalla classe politica — una salda volontà positiva. Per riuscirci, bisognerebbe mobilitare delle figure di riferimento. Ne esistono, per carità. Ma sono poche quelle in cui tutti si riconoscono».http://www.corriere.it/politica/08_gennaio_27/breda_intervista_ciampi_fa882682-ccb0-11dc-bed8-0003ba99c667.shtml


Parlamentarismi sondaggievoli

A leggere in giro si notano alcune cose tipiche della cultura peronista della CdL: danno le elezioni per scontate, danno per scontato che le vinceranno e parlano del Centro-Sinistra come opposizione. Fanno l'agenda. E appena uno si discosta dalla loro agenda, giù manganellate mediatiche.
La realtà, come le stesse elezioni del 2006 hanno rappresentato, è per fortuna molto diversa. Nelle prossime settimane ci sarà da ridere.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Cittadini a voce alta
Siamo stati i primi a additare la legge elettorale e l’insipienza della gran parte della classe politica come le cause dell’ingovernabilità. I fatti di questi giorni purtroppo ci danno ragione.

Abbiamo 820.916 ragioni per dire che ci vuole il referendum.
Ragioni tecniche, perché il referendum si può svolgere nella prima data utile senza pregiudicare né le elezioni - per chi ritiene che quella sia la soluzione naturale della crisi politica - né un governo per le grandi riforme, per chi ritiene che questa sia l’opzione migliore.
Ragioni politiche, perché il Parlamento non è riuscito ad elaborare in due anni nemmeno uno straccio di proposta. Anzi le uniche soluzioni abbozzate (Bozza Bianco) vanno in direzione del tutto opposta a quella referendaria e promettono ancor più ingovernabilità.

Il Comitato sta elaborando una serie di iniziative. Ci siamo già dati appuntamento con tutti i comitati d’Italia per sabato 2 febbraio a Roma (al Torre Rossa Park Hotel, via di Torre Rossa n. 94: voglio vedervi tutti lì!). Abbiamo scritto al Presidente della Repubblica, abbiamo fatto conferenze e comunicati stampa e, ancora, interviste sui giornali. Altre iniziative saranno assunte da domani in poi, in modo da coinvolgere tutti coloro che vogliono darci una mano.

Purtroppo però scontiamo la non appartenenza alla Casta politico-informativa. E questo dato si può misurare con un semplice indicatore.
Abbiamo contato approssimativamente (per difetto) il numero di puntate delle principali trasmissioni di approfondimento politico di Rai e Mediaset (Porta a Porta, Matrix, Primo Piano, Tv7, Ballarò, Anno Zero) dal 24 ottobre 2006, giorno in cui si è avviata l’iniziativa referendaria, ad oggi. Le puntate sono circa 650 in 15 mesi.
Sapete a quante di queste hanno preso parte (in studio o con interviste trasmesse) persone in rappresentanza del Comitato? 5 su 650! Lo 0,7 % del totale!

Quale altro commento si può fare?
Possiamo solo ringraziare La7, in particolare Omnibus di Piroso, l’Infedele di Lerner e OttoeMezzo di Ferrara, per lo spazio che ci hanno offerto.

Ma siamo certi che il vento cambierà. Il re è nudo e ormai la voce gira… e si fa sempre più forte! http://www.referendumelettorale.ilcannocchiale.it/

Polonia-Repubblica Ceca

implicazioni diplomatiche della questione scudo anti-balistico

In attesa dell’evoluzione dei negoziati ed in vista del vertice NATO di Bucarest di aprile, i paesi coinvolti nel progetto di scudo anti-missilistico statunitense stanno cercando di coordinarsi per trovare un punto di svolta che possa cosi porre fine agli attuali contrasti circa il programma.Donald Tusk e Mirek Topolanek, leaders politici di Varsavia e Praga, al seguito di un vertice bilaterale tenutosi a Varsavia a metà gennaio, hanno stabilito di coordinare le proprie decisioni riguardo al progetto che prevede l’installazione di un radar in territorio ceco e di dieci missili anti-balistici in quello polacco. I due paesi devono altresì gestire la forte disapprovazione da parte dell’opinione pubblica.

La Polonia sembra nuovamente stretta tra due poli. Non tra Germania e Russia ma stavolta tra Washington e Mosca. Varsavia, dopo il cambio di governo dello scorso 21 ottobre, vuole rivedere la “questione scudo”, sia in virtù dei costi sociali e finanziari di tale progetto ma soprattutto in riferimento a Mosca. Il Cremlino ha sin dall’inizio dichiarato la propria ferma opposizione al progetto, che secondo i vertici politici e militari avrebbe un carattere esclusivamente anti-russo. Varsavia non può e non vuole innescare uno scontro politico-diplomatico, con possibili implicazioni militari, con Mosca. Quest'ultima, malgrado le esperienze storiche passate, rimane, assieme a Berlino, un vicino determinante e necessario economicamente e politicamente. Washington tuttavia, con cui Varsavia sembra aver instaurato un solido partenariato strategico, potrebbe sostenere la Polonia a livello atlantico anche in caso di forte contrasto russo-polacco.

Polonia e Repubblica Ceca, sembrano dunque in attesa di ulteriori sviluppi di una questione che momentaneamente appare in stallo, sia per l’opposizione russa, sia anche per la mancanza di una diplomazia multilaterale in merito al contrasto. Il problema di fondo rimane che i quattro paesi coinvolti hanno avviato una rete di negoziati bilaterali e non collettivi. Questi primi mesi del 2008 saranno mesi cruciali per il progetto, in quanto avranno luogo i principali negoziati tra i paesi interessati, ossia Polonia, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Russia, negoziati che conosceranno un banco di prova importante durante il Vertice Nato di Bucarest di Aprile.

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31550


Iraq, Verso una alleanza delle forze nazionaliste?
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,

Una nuova alleanza politica tra forze nazionaliste. Questo potrebbe prefigurare il documento firmato domenica 13 gennaio a Baghdad dai rappresentanti di una dozzina di gruppi parlamentari – sunniti, sciiti, turcomanni, yazidi, e da diversi indipendenti.

L’obiettivo: mantenere un Iraq unito, libero dalle divisioni confessionali, e in cui le ricchezze del Paese, a cominciare dal petrolio, siano gestite da un forte governo centrale.

Tutto il contrario cioè, della posizione dell’attuale governo guidato dal premier Maliki, ridotto ormai a una coalizione fra quattro partiti sciiti e kurdi che perseguono mire separatiste, battezzate “federalismo”.

I punti qualificanti del “memorandum di intesa nazionale” sono la soluzione del problema di Kirkuk, e la gestione delle risorse petrolifere – due fra le questioni più spinose, se non le più spinose, che oggi si trova di fronte l’Iraq – oltre al nodo centrale che riguarda la presenza delle truppe di occupazione.

Riguardo a Kirkuk, l’importante centro petrolifero situato nel nord Iraq che i kurdi vorrebbero annettere alla loro regione autonoma, i firmatari del documento rompono un tabù: la soluzione va trovata attraverso un “accordo politico”, non con il referendum previsto dall’articolo 140 della Costituzione irachena, che avrebbe dovuto tenersi entro fine 2007, ma è stato appena rinviato di sei mesi, per disinnescare, almeno per il momento, una situazione potenzialmente esplosiva.

Sul petrolio, la posizione non potrebbe essere più chiara: si tratta di una risorsa che appartiene a tutti gli iracheni, e come tale deve essere gestita dal governo centrale.

Così viene espressa “profonda preoccupazione” per atti individuali fatti senza consultare il governo centrale, “come la firma di contratti con compagnie straniere”: un chiaro riferimento al governo della regione autonoma kurda, che dall’agosto 2007 di questi contratti ne ha firmati 15 con una ventina di compagnie petrolifere straniere.

Quanto alla presenza delle forze di occupazione, si chiede al governo iracheno di fissare un calendario per il loro ritiro.

Fra i principali gruppi che hanno firmato il memorandum d’intesa: gli sciiti del movimento di Muqtada al Sadr e quelli di al Fadhila, altro partito di ispirazione ‘sadrista’, la Iraqi National List, coalizione nazionalista e non confessionale guidata dall’ex premier Iyad Allawi, i sunniti dell’Iraqi Front for National Dialogue, coalizione di forze nazionaliste di ispirazione neo-ba’athista guidata da Saleh al Mutlak, e quelli del National Dialogue Council, una delle tre componenti dell’Iraqi Accord Front, la maggiore coalizione sunnita rappresentata in Parlamento. Ci sono poi i deputati – sciiti - di al Da’wa-Tandhim al Iraq, una delle fazioni in cui è diviso al Da’wa. Ma persino dalle fila del partito del premier sono arrivate adesioni: quelle dei sostenitori del suo predecessore, Ibrahim al Ja’afari. Hanno sottoscritto il documento anche i turcomanni dell’Iraqi Turkmen Front, i yazidi, e diversi indipendenti.

Secondo Usama al Najafi, un deputato della coalizione guidata da Allawi, i firmatari sarebbero almeno 120 (sui 275 che compongono il Parlamento iracheno). Il quotidiano arabo al Hayat parla [in arabo] di 150.

Si tratta del preludio a una nuova alleanza parlamentare che potrebbe mettere in difficoltà l’attuale coalizione di governo fra kurdi e sciiti, che si regge su una maggioranza di circa 110 seggi ?

E' una ipotesi che diversi fra i promotori del nuovo patto smentiscono. Almeno per ora.

“Questo è un memorandum di intesa per correggere le vedute espresse in Parlamento e risolvere le dispute”, ha dichiarato Nasser al Rubai’e, il capogruppo dei deputati ‘sadristi’. “Non stiamo formando una coalizione nel frattempo, ma se in futuro attraverso questa alleanza riusciremo a uscire dalle nostre crisi politiche, potremmo benissimo farlo”.

Quello che è certo è che nel panorama politico iracheno qualcosa ha iniziato a muoversi.


 

Fonti: Associated Press, Al Hayat,

C come Condoleezza

Quando il ministro degli esteri degli Stati Uniti d'America visita la Colombia é sempre notizia da prima pagina. Il motivo ufficiale del viaggio é far "toccare con mano" a dieci parlamentari della maggioranza Democratica gli effetti positivi della politica di "Sicurezza Democratica" del Presidente Uribe, nella speranza che questa ricognizione "sul terreno" li convinca ad approvare il TLC. L'obiettivo é ambizioso. Ma c'é dell'altro?

Ad onor del vero, la Rice é giá tornata a casa: le sue 24 ore a Medellin sono infatti terminate ieri sera. Per fortuna Bogotalia non é un giornale, costretto ad inseguire le "notizie", e puó permettersi tempi piú lunghi e le distrazioni della vita privata...
Proveró comunque a spulciare un po' su Internet per capire cosa ha fatto la Rice in Colombia, chi ha visto e cosa c'é dietro oltre alla versione ufficiale.

Cominciamo dalla presentazione del viaggio. Thomas Shannon - Vice Ministro degli Esteri per l'Emisfero Occidentale - lo ha annunciato a sorpresa il 23 Gennaio scorso: neppure Plan Colombia and Beyond (blog attentissimo ed informatissimo sui rapporti USA-Colombia) ne sapeva nulla.

Durante la conferenza stampa (qui il video completo) chiarisce che la Rice sta facendo "lobbying" per l'approvazione del TLC (ma anche per salvare il fast track, la prassi che consente al Presidente di negoziare gli accordi di libero scambio al posto del Congresso). C'é anche un secondo obiettivo, un "secondary purpose": sottolineare il ruolo della Colombia in un piú ampio approccio USA verso le Americhe, come la Colombia puó cambiare il volto dell'America Latina se dimostra che uno stato democratico puó essere "sicuro" e "ricco". Stimolato da una giornalista, Shannon aggiunge - con un sorriso sornione - che data la posizione geopolitica del Paese non si puó pensare ad un partner meglio collocato...

C'é quindi una parte di appoggio nella disputa con il Venezuela (o meglio, per essere giusti, nella continua aggressione verbale di Chávez contro Uribe ed il suo Governo, che potrebbe tradursi in decisioni restrittive del commercio col vicino): non é una sorpresa, questa. Ma secondo me c'é dell'altro: cercheró indizi che confermino questa intuizione.http://bogotalia.blogspot.com/


Finalmente si parla di Patricia

 

Ci sono voluti 102 giorni di digiuno perchè il caso di Patricia Troncoso, la mapuche cilena in sciopero della fame, finisse finalmente sulla stampa internazionale. La Efe, agenzia di stampa spagnola ed i più importanti giornali latinoamericani stanno infine parlando di lei.
Il caso ha ormai dell’incredibile e rivela come gli organi di stampa siano anche fin troppo compiacenti con la Bachelet ed il suo governo. L’affanno dei media è sempre stato quello di mostrare le bontà di un governo moderato di sinistra nel quadro di un’America Latina in ebollizione. Il Cile, insomma, sarebbe un esempio da seguire, dove tutto funziona a dovere, perchè qui viene seguito il modello di una democrazia illuminata, simile a quelle europee.
Quello dei Mapuche è quindi un grosso fastidio.
La Troncoso è in sciopero della fame dal 12 ottobre dello scorso anno, in segno di protesta non solo per il trattamento che viene dato agli attivisti Mapuche, ma anche per la condanna che –avvalendosi delle leggi pinochetiste sul terrorismo- l’ha destinata a dieci anni di carcere duro. Patricia Troncoso -condannata perchè risultata colpevole di aver appiccato un incendio su dei terreni proprietà della Forestal Mininco, ma reclamati dalla comunità Mapuche- oggi sarebbe già in libertà se fosse stata trattata come gli altri detenuti, avendo già scontato la metà della pena.
Il governo cileno, in un goffo tentativo, sta cercando di nutrire la Troncoso alla forza ed evitare così che si trasformi in un problema internazionale, soprattutto quando la Bachelet fa bella mostra in Europa del suo Cile all’avanguardia in quanto a diritti umani e sviluppo sociale.
Ora Patricia rischia davvero di morire, ma le autorità sembrano disinteressate a riaprire la causa e a concederle un processo giusto. Amnesty International ha presentato una supplica alla Bachelet perchè riconsideri la posizione del suo governo, ancorato però su un ostinato impiego del legalismo.
La pagina della Coordinadora Arauco Malleco, di cui è attivista la Troncoso:
http://www.nodo50.org/weftun/
http://luiro.blogspot.com/

Sembrerà strano ma è una delle persone più seguite dal giornalismo argentino ed internazionale. Ha un foto-blog con sempre più visite, ed è tra le parole più ricercate negli ultimi mesi nei motori di ricerca. Sorge però la solita questione: è possibile nella rete distinguere vita pubblica e vita privata o tutelare la privacy?

Vi starete domandando chi sia FlorKey, ma forse qualcuno ne ha già sentito parlare come fenomeno mediatico. Bene, FlorKey è il nome d’arte usato per un foto-blog da Florencia Kirchner, figlia dell’attuale “presidenta” argentina Cristina e dell’uscente presidente Nestor Kirchner. Il legame parentale basta a spiegare perché un foto-blog di una normale diciassettenne si possa trasformare in una delle pagine più visitate on line. Ma si può speculare sulla vita di una teenager per un basso giornalismo in Argentina (e non solo), cercando di scovarne vizi o intercettare movimenti e foto della "dinastia" presidenziale?

E’ vero il gossip è sempre esistito e la vita privata dei presidenti o famiglie reali è sempre stata anche al centro della vita politica, basta guardare solo agli ultimi mesi con i casi Sarkosy/Carla Bruni o Chávez/Naomi Campbell. Sino a che punto però è giusto che si usi una pagina on line ma pur sempre personale (ed anonima, non appare mai il nome di Florencia Kirchner nel foto-blog) di una ragazzina per un giornalismo di basso profilo?

Criticare le pose sexy o i drink alcolici della figlia degli ultimi due presidenti argentini ed aspettare la pubblicazione di nuove foto con la speranza di scovare una immagine famigliare è diventato negli ultimi mesi lo sport preferito per giornali di gossip ma non solo. Basti guardare questi articoli del Time, del Guardian o del Observer per parlare solo della stampa internazionale.

Così una ragazzina 17enne si è trasformata in un fenomeno web, il suo spazio visitatissimo, e il suo nick (FlorKey) una delle parole più ricercate in internet con "blog florencia Kirchner" o "blog hija Kirchner". Ora anche una rivista politica d'opposizione (Noticias) gli dedica la prima pagina titolando "La Kirchner rebelde".

http://www.verosudamerica.com/

Morto Suharto, per 32 anni a capo del maggiore Paese islamico
Il dittatore fu responsabile, tra l’altro, della repressione a Timor est che gli è valsa un’accusa di genocidio. L’aggravarsi delle sue condizioni di salute ha fermato quelle di corrruzione.

Jakarta (AsiaNews) – E’ morto stanotte Suharto, uno dei dittatori di maggiore sopravvivenza della storia recente: per 32 anni è stato a capo dell’Indonesia, il più popoloso Paese muslmano del mondo.
 
Nato l'8 giugno 1921 da una famiglia contadina, Suharto, per la difficile situazione familiare, dovette dedicarsi a studi islamici, pur essendo la sua vera passione il misticismo giavanese di cui poi si e' intriso. Impiegato di banca, a 19 anni si arruolò prima nell'esercito coloniale olandese, poi a quello indo-giapponese durante l'occupazione dal 1942 al 1945, ed infine alla guerriglia contro gli olandesi tornati nel dopoguerra.
 
Dopo l' indipendenza, nel 1961, divenne vice capo di stato maggiore e poi capo del comando strategico. Nel 1965 sventò un tentativo di colpo di Stato del Partito comunista contro l'allora presidente Sukarno. Ma la lealtà al presidente finì presto, nel 1966 lo depose, assumendone i poteri.
 
Nel 1975 ordina di invadere la parte orientale di Timor, in precedenza portoghese. L’insofferenza della popolazione – che, tra l’altro, è a stragrande maggioranza cattolica – verso il dominio indonesiano dette il via ad una violenta repressione: persino la messa che il 12 ottobre 1989 vi celebrò Giovanni Paolo II finì in scontri della folla con le milizie indonesiane.
 
Il 12 novembre 1991 un gravissimo episodio evidenzia del tutto l’insostenibbilità della situazione: i funerali di un giovane nazionalista a Dili, capitale di Timor orientale, si trasformano in una manifestazione di protesta, brutalmente repressa. Le truppe indonesiane sparano sulla folla, causando morti e feriti. In risposta all'indignazione internazionale, il governo di Suharto sostiene la tesi della provocazione.
 
Suharto viene accusato di genocidio, l’Onu invia una forza internazionale e viene indetto un referendum che sancisce l’indipendenza di Timor est.
 
Ma nel 1998, dopo essere stato rieletto, a seguito di un'ondata di violenze, di massicce manifestazioni studentesche e del crollo dell'economia indonesiana, il regime di Suharto vacilla e il dittatore è costretto a dimettersi.
 
Accusato di corruzione e di aver accumulato un patrimonio immenso, il continuo peggioramento delle sue condizioni di salute blocca le accuse.

Austria - Una grande coalizione che ricorda una grande stagnazione




QuadrantEuropa


A differenza della Germania, dove la groβe Koalition sta ridando fiducia alla popolazione e respiro all'economia, in Austria le rivalità tra i due maggiori partiti spingono il paese all'immobilismo




L’11 gennaio dello scorso anno socialdemocratici (Spö) e popolari (Övp) austriaci, dopo uno snervante tira e molla durato tre mesi, riuscivano a unirsi per dare vita al governo. La groβe Koalition in salsa viennese non era solo conseguenza dell’incerto risultato delle legislative dell’ottobre 2006. In quella direzione spingeva sia la volontà del presidente federale Heinz Fisher, deciso ad impedire la formazione di un esecutivo rosso verde di minoranza, che quella dell’opinione pubblica nazionale timorosa di trovarsi di fronte a un periodo di instabilità politica. La guida del governo spettava di diritto al socialista Alfred Gusenbauer. La Spö con un inaspettato balzo elettorale aveva raggiunto il 35,3 percento dei voti, diventando il primo partito del paese.

Un risultato contraddittorio

Il risultato aveva però un aspetto paradossale. Uno spostamento a sinistra insieme a una estrema destra più forte conseguenza della relativamente debole partecipazione elettorale, 74%. La crescita dell’estrema destra avvenuta a spese dei democristiani, ha messo il punto finale non solo ai sei anni di coalizione di centro destra, ma anche alla carriera politica di Wolfgang Schüssel. Per l’ex cancelliere austriaco la scommessa fatta nel 2000, allearsi con Jorg Haider per poterlo meglio controllare, si è risolta in una sconfitta. Il leader populista privato della direzione del partito liberale, passata in mani ben più estremiste delle sue, è stato costretto a fondarne un altro. Questa frattura, insieme alla vittoria elettorale dell’ala più xenofoba dell’estrema destra austriaca, ha reso impossibile la rinascita della coalizione destra-centrodestra.

Se i popolari non riuscivano a metabolizzare la sconfitta, i socialisti a loro volta sembravano paralizzati dall’ inattesa vittoria. Superata rapidamente la sbornia post elettorali, le responsabilità di governo mettevano i dirigenti Spö di fronte alle promesse fatte ma impossibili da mantenere. Il primo passo indietro di Alfred Gusenbauer, la mancata abolizione delle tasse universitarie, e la reazione rabbiosa degli studenti, spiazzava la leadership della sinistra austriaca.

Le successive, obbligate, concessioni ai popolari contribuivano all’aumento del disincanto popolare. Impegni per l’acquisto degli Eurofighter da rispettare. Riforma dell’istruzione ridotta a un mini esperimento scolastico. Persino il divieto di fumare nei ristoranti, una delle poche leggi che accomuna i paesi europei, diventava una chimera. La lobby del tabacco bloccava gli sforzi del ministro popolare della sanità, Andrea Kdolsky. La nuova normativa sulle badanti clandestine provenienti dai vicini paesi orientali, messa fuori gioco dalla richiesta Övp di amnistia per il lavoro nero, diventava il fiore all’occhiello di questo festival dell’impotenza governativa.

Accuse tra i ministri

Un quadro reso ancora più opaco dall’atteggiamento dei ministri che continuano a rinfacciarsi la reciproca “incapacità a rispettare i patti”, per citare solo una delle tante accuse tra i membri dell’esecutivo. Tutti contro tutti tranne, forse, il cancelliere federale. Gusenbauer ha raggiunto l’armistizio solo grazie a una politica interna condotta, a differenza di quanto faceva il suo predecessore, in maniera scialba e sotto tono. Schüssel era però favorito dalla debolezza del partner liberale. Al contrario gli attuali alleati condividono gli stessi rapporti di forza.

Se a queste difficoltà contingenti della coalizione, si somma il fatto che il cancelliere austriaco non ha poteri di indirizzo politico si capisce l’impasse austriaco. Una situazione paralizzante, e non priva di lati assurdi. Così è possibile vedere il capo del governo criticare apertamente i suoi ministri, deplorarne le decisioni, senza però poter far nulla per impedirle.

L’opinione pubblica del paese danubiano, pur solidarizzando con Gusenbauer, lo ritiene un personaggio incapace a decidere. Il primo ministro è forse diventato un “cancelliere del popolo”, come lui steso amava definirsi in campagna elettorale, ma non è certo il forte capo di governo indispensabile per guidare partiti politici differenti, forti e radicati. Che siano gli elettori popolari a essere soddisfatti dell’operato del governo più di quelli socialisti, dovrebbe far riflettere il capo dell’esecutivo.

Persino il presidente federale, il socialista Fischer che tanto ha fatto per permettere l’insediamento al governo della groβe Koalition, nel discorso di fine anno ha ammonito che l’impasse in cui si trova il paese potrebbe avere conseguenze spiacevoli per le forze che formano l’esecutivo.

Opinione pubblica disgustata

Un governo ritenuto peggiore dei precedenti e con ministri posseduti dalla “smania dello scontro”, questo il giudizio popolare se si legge quanto scrivono i lettori ai giornali. Scegliere tra socialisti e popolari si afferma, è come scegliere tra peste e colera. Anche i politologi condividono questi giudizi sprezzanti, dipingendo l’attuale esecutivo mediocre e insufficiente.

Un grande governo per grandi riforme, lo slogan che ha dato fiducia ai tedeschi non è di casa a Vienna. Non solo non si vede nessun grande progetto all’orizzonte, ma anche trovare un minimo comun denominatore tra i due partiti è quasi impossibile.

Un partner che teme il successo dell’altro perché potrebbe significare la vittoria alle prossime elezioni, non sarà mai un collaboratore affidabile. Questa strategia impegna particolarmente i popolari che vogliono sottrarre a Gusenbauer il valore aggiunto del premierato. Nessuno pensa però alle elezioni anticipate, tutti sperano di sopravvive fino al 2010 e molti credono che andrà proprio cosi. Nel frattempo ci si prepara ai prossimi scrutini. Amministrative, europee e presidenziale. È ipotizzabile che prima di questa chiamata alle urne a valanga, non ci saranno novità e le questioni più scottanti del paese verranno evitate ad arte.

I commenti dei principali giornali confermano l’ impressione di stagnazione nazionale. “Non va meglio”, è il titolo del settimanale Falter che a sostegno delle sue tesi cita il politologo Anton Pelinka, secondo cui al comportamento meschino dei socialisti si contrappone quello identico dei popolari. Secondo la Salzburger Nachrichten, il governo non ha avuto il coraggio di sfruttare la buona congiuntura economica dei mesi scorsi per far entrare aria nuova nel paese. Una possibilità ormai sfumata. Tutte le iniziative rosso-nere sono andate a finire in un binario morto. Per Die Presse l’atteggiamento del governo non è molto diverso da quello del resto del paese. L’Austria si rassegnerà alle riforme solo quando non sarà possibile farne a meno. E il Kurier rileva sconsolato che questo modo di fare politica, evitare i problemi essenziali e quelli di lungo periodo, “mette in pericolo il futuro”.

È certo però che una parte di responsabilità di questo quadro sconsolato va al sistema elettorale austriaco che impedisce maggioranze chiare, costringe a coalizioni di governo e stimola populismi di ogni colore.

Le critiche più pesanti arrivano dall’opposizione verde. Per il partito ecologista l’Austria, con la sua dura politica sull’immigrazione, si sta trasformando in uno Stato di polizia. Ma a differenza di quanto successo negli anni ’90 con Jörg Haider, oggi difficilmente i piccoli partiti di destra e sinistra si avvantaggeranno delle difficoltà dell’esecutivo. Le forze politiche maggiori non temono la voce della critica. L’opposizione è parte dell’attività di governo.



Cohn-Bendit 40 anni dopo: «Il Sessantotto? Bello ma ora basta»

Il 62enne franco-tedesco esponente dei Verdi ripercorre il '68, al quale ha partecipato attivamente. E spiega perché oggi è il momento dell'Europa.
La rivoluzione oggi: che ne pensa? I giovani si occupano meno di politica rispetto al passato?
Oggi è molto più difficile essere giovani rispetto a quarant’anni fa. A quel tempo non sapevamo cosa fosse la disoccupazione, né le emissioni di Co2 o le catastrofi climatiche. Era un periodo di rivoluzione sessuale, di emancipazione. Quarant’anni fa era possibile pensare a qualsiasi pazzia ideologica: c'era chi sosteneva la rivoluzione culturale cinese, a dispetto dei morti che stava causando. Altri erano per la dittatura a Cuba. Eravamo, come sono solito dire, prometeici. Il mondo ci apparteneva ed eravamo nelle condizioni di cambiarlo. Oggi la gioventù sa che molte cose non vanno. I giovani sono diversi, più sensibili, in parte timorosi, ma non meno militanti.

Com'è la politica agli occhi dei giovani d’oggi?
Ci sono moltissimi giovani che combattono la globalizzazione, attraverso organizzazioni non governative o umanitarie. La differenza è che tutte queste iniziative non sono assemblate in un progetto globale, vero o assurdo che fosse. Ma sono in tanti a ribellarsi.

Possiamo dire che oggi la rivoluzione
è “istituzionalizzata”?

No, direi di no. Nemmeno in passato c'era una rivoluzione. C'era una rivolta, che oggi avviene con modalità diverse. Più complessa, più stratificata, e non si può fare un discorso standard. È proprio questo quello che la rende più difficile da capire.

Qual è, secondo lei, lo scopo delle rivolte odierne? Le grandi battaglie per le libertà personali le ha già fatte la sua generazione. Cosa resta ai giovani di oggi?
C’è la rivolta contro la globalizzazione, il cui scopo è evidente. Le manifestazioni contro il G8 vogliono dimostrare che si tratta di un'ingiustizia. Esiste poi una rivolta contro la distruzione ecologica del pianeta. C'è anche semplicemente il tentativo di opporsi a una società improntata solo al rendimento, che ti propone o di lavorare come un matto, o di restare disoccupato. Le pressioni sociali sono molto forti, e le si sopportano con grandi sforzi. Questo è il motivo per cui molti giovani rifiutano il dovere di “essere produttivi”, anche se questo viene loro rimproverato. Tutto ciò, anche se non ha una connotazione politica precisa, ha un peso e un effetto politico e sociale evidente.

Ma niente di tutto ciò è paragonabile a quello che è successo quarant'anni fa?
Bisogna smetterla di fare dei paragoni con quello che è successo quarant'anni fa. Il ’68 è andato, finito, passato. È stato bello per quelli che lo hanno provato, ma adesso è finito. Abbiamo un altro mondo, un’altra società. Il ’68 ha cambiato la società, ma ora bisogna confrontarsi con il mondo di oggi, e smetterla di guardare indietro.

Cosa è cambiato in questi quarant'anni?
Che ho 40 anni in più. Questo è fondamentale. Oggi non sono più un giovane pazzo sconosciuto, ma qualcuno con una storia politica, integrato in un sistema politico.

Ora, dall'alto delle sue esperienze, come pensa che si possano cambiare le cose? Da dentro o da fuori al sistema?
In entrambi i modi, perché tutti i movimenti sociali cambiano la società. Ma prima che i cambiamenti facciano effetto sul sistema ci vuole tempo. Ma arrivano.

In quale campo pensa che abbiate portato più cambiamento?
Abbiamo dato un contributo decisivo all'autonomia degli individui e delle collettività. Abbiamo contribuito a far passare l'idea che lo Stato deve essere meno invadente, che non possono rientrare nelle sue competenze le questioni private dell'individuo.

Lei pensa esista un’identità europea per il '68?
Sì, il 1968 è stato un movimento europeo. Ha avuto diversi motivi ispiratori in paesi diversi e in diverse città d'Europa. La ribellione del '68 contro l'autorità ha fondato una nuova forma di società. Finalmente oggi siamo sulla via di un'identità comune nel continente.

http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13630

Trieste Film Festival, vince la Polonia

Da Trieste, scrive Nicola Falcinella


Plac Zbawiciela di Krzysztof Krauze e Joanna Kos-Krauze
Concluso il 19° Film Festival di Trieste. Cinema polacco e sloveno tra i favoriti della giuria e del pubblico. Dominio della Turchia nei cortometraggi. La rassegna del nostro inviato
La Polonia ha vinto il 19° Trieste Film Festival conclusosi ieri sera. “Plac Zbawiciela - Piazza del Redentore” di Krzysztof Krauze e Joanna Kos-Krauze ha ottenuto il premio ufficiale, mentre “Pora lumiera - Tempo di morire” di Dorota Kędzierzawska, che ha pure avuto una menzione “per la straordinaria interpretazione della protagonista del film Danuta Szaflarska”, è stato premiato dal pubblico.

Gli spettatori, che come sempre hanno affollato le sale per l’intera settimana hanno poi votato la commedia romantica slovena “Estrellita - Pesem za domov” di Metod Pevec e la sfida tra bene e male nel serbo “Klopka - La trappola” di Srdan Golubović.

I giurati hanno menzionato anche l’altro sloveno “Instalacija ljubezni - Installazione d’amore” di Maja Weiss “per l’originalità del linguaggio cinematografico e per la satira sul consumismo materiale e culturale”.
Vai al nostro dossier sul cinema

Nella dozzina di pellicole in gara c’erano altri titoli validi. Su tutti “Import / Export” dell’austriaco Ulrich Seidl, che mostra in parallelo due storie tra est e ovest. Una giovane infermiera ucraina arriva in Austria e finisce in un ospedale geriatrico, un quasi coetaneo pieno di debiti fa il percorso opposto per installare macchinette per il videopoker.
Pur non all’altezza di “Canicola”, il secondo film di fiction del documentarista austriaco ha grande valore nel rimarcare lo scadimento dei rapporti e lo scambio di merci umane che trapela fin dal titolo.

Molto bello anche “Iska’s Journey” dell’ungherese Csaba Bollock già passato al Sarajevo Festival, come pure “California Dreamin’ (Endless)” del rumeno Cristian Nemescu passato fuori competizione.

Tra i cortometraggi dominio turco, che avevano tra i lunghi “Yumurta – Uovo” di Semih Kaplanoglu, significativa storia di un quarantenne poeta fallito che torna al villaggio per la morte della madre. Si trova in eredità il compito di sacrificare un montone, ma anche la bella diciannovenne che accudiva l’anziana.

La giuria ha valorizzato tra i registi di film brevi Nesimi Yetik per “Annem sinema öğreniyor - Mia madre studia cinema”. “Per la sua semplicità, per la sua purezza e per il suo senso dell’umorismo. Quest’inno al cinema è un buon esempio di come, per fare un buon film, sia più importante una grande passione che un grande budget” la motivazione che ha colto l’ironia dei brevi flash in cui il figlio insegna alla donna i nomi dei registi più importanti di oggi trovandosi alla fine risposte spiazzanti.

Menzione a “Bende sira - Ich bin dran!” (Tocca a me!) di Ismet Ergün e ”Na sončni strani Alp - Sul versante ridente delle Alpi” dello sloveno Janez Burger. Il pubblico ha premiato “Între ziduri - Fra i muri” della moldava Ana-Felicia Scutelnicu e l’ungherese “Szalontüdő - Trippa e cipolle” di Márton Szirmai. Quest’ultimo ribalta stereotipi sui tavoloni di un venditore ambulante del cibo del titolo. Un giovane rampante ordina un piatto e mentre chiude a distanza la sua automobile tedesca sbaglia tavolo e si trova a contendere la porzione con uno che sembra un “barbone”. Solo alla fine si accorgerà dell’errore.

Tra i documentari la giuria ha premiato ex-aequo il tedesco “Das Leben ist Ein Langer Tag - La vita è un’unica lunga giornata” di Svenja Klüh e l’estone “Plošča - Piazza Kalinovski” di Jurij Chaščevatskij. Il pubblico ha invece colto la bellezza formale e i sacrifici delle piccole ginnaste rumene che sognano le Olimpiadi di “Das Geheimnis von Deva - Il segreto di Deva” di Anca Miruna Lazarescu. Un genere, il documentario “sportivo”, di solito poco presente nei festival di cinema.

Tra gli altri eventi proposti da Alpe Adria – Trieste Film Festival la retrospettiva all’ungherese Istvan Gaal (con pubblicazione curata da Paolo Vecchi e Judith Pinter), l’omaggio a Tullio Kezich produttore, critico e scrittore e i principali film tratti dalle opere di due letterati di spicco a cavallo tra ‘800 e ‘900, Arthur Schnitzler e Italo Svevo.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8878/1/51/

SOUTH CAROLINA: VINCE OBAMA, APPOGGIO KENNEDY

Barack Obama festeggiato a Columbia, South Carolina Barack Obama festeggiato a Columbia, South Carolina

COLUMBIA (SOUTH CAROLINA) - Barack Obama, il senatore nero dell'Illinois, ha vinto con il 55 per cento delle preferenze le primarie democratiche della South Carolina, schiacciando i suoi due rivali, Hillary Clinton, seconda con un povero 27 per cento, mentre John Edwards, arrivato terzo con il 18 per cento soltanto nel suo Stato natale, è virtualmente fuori gara. Poco prima che Obama prendesse la parola di fronte ai suoi sostenitori, nel Convention Center di Columbia, la capitale dello Stato, la Cnn ha annunciato che Caroline Kennedy, la figlia del presidente assassinato cui Obama viene spesso paragonato, ha deciso di sostenere la sua corsa alla Casa Bianca, come spiega oggi nel suo 'endorsement' la signora al New York Times. Poco dopo avere ricevuto la telefonata di congratulazioni dall'ex first lady, da Nashville, nel Tennessee, accolto dalle note di 'It's a Beautiful DAy' degli U2, Obama ha spiegato ai suoi elettori che in South Carolina il "futuro ha vinto sul passato" . "La scelta in questa elezione non è di razza, religione, sesso", ha spiegato Obama scatenando gli applausi, "Non è di ricchi contro poveri, neri contro bianchi. E' di passato verso futuro". Nonostante il terzo posto nello Stato dove è nato, Edwards ha detto che resterà in gara, almeno fino al Super Martedì del 5 febbraio, quando si voterà in una ventina di Stati. "Sono qui per restare", ha detto l'ex senatore della North Carolina rassicurando i suoi sostenitori: "Finanziariamente, siamo a posto". Il 5 febbraio vanno al voto una ventina di Stati per un totale di circa 1.600 delegati alla Convention del partito democratico che a fine agosto investirà il candidato per la corsa alla Casa Bianca. Tra questi i popolosi California e New York. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusahp/visualizza_new.html_10588151.html


 

UNA GIORNATA DI AZIONE GLOBALE PER UN MONDO SENZA POVERTÀ




E’ ancora in svolgimento in diverse parti del mondo la giornata di azione globale del Forum sociale mondiale organizzato in concomitanza con il Forum economico di Davos che si concluderà domani in Svizzera. Centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per ribadire la speranza di un mondo diverso non regolato da fredde ragioni di calcolo. Una parata di barche ha attraversato Mumbay, in India, chiedendo giustizia per i milioni di poveri del paese schiacciati da una crescita economica che ne calpesta i diritti. In Australia, gli aborigeni hanno sfilato per le strade di Melbourne ricordando le violenze subite di fronte ai discendenti degli antichi colonizzatori inglesi. In Giappone è stata la coalizione anti-G8 a rinnovare le sue proteste in vista del prossimo vertice che le nazioni più industrializzate terranno nell’isola di Hokkaido. In Africa sono tuttora in corso il Forum sociale del Maghreb e quello del Mozambico; in Turchia, migliaia di persone hanno manifestato contro la guerra e per i diritti umani e la giustizia sociale sfilando a Istanbul, Ankara, Izmir e Adana; a Samarra, in Iraq, sono stati i bambini a ricordare l’inutilità della guerra consegnando armi giocattolo e ricevendo in cambio palloni. Concerti e altre iniziative chiuderanno la giornata a Parigi, Barcellona e Mosca e nelle altre grandi città europee. In Italia, si sono concluse o si stanno ancora tenendo 300 diversi eventi con dibattiti sui temi della pace, del disarmo, dei diritti del lavoro, delle economie solidali, dei conflitti e del razzismo: 40 di queste iniziative sono state ospitate a Firenze, quindici a Roma. Tra poco, in questa staffetta ideale partita dall’Asia che viaggia lungo i diversi fusi orari, entreranno nel vivo le iniziative organizzate nel continente americano, da sud a nord, con il Brasile che farà da apripista.

 

http://www.misna.org/



gennaio 27 2008

 

FINE 

Osservazioni di un cittadino per L'ULIVO

E’ assai arduo trovare in questo momento di sbandamento, le ragioni – il filo – del nostro impegno e le sue prospettive possibili.

Non possiamo neppure, però lasciare che, per motivi di bassa politica, se non addirittura di “qualunquismo istituzionale” qual è quello che ha animato l’iniziativa di Turigliatto – lo cito per primo perché da sinistra non ci aspettavamo la stilettata del voto contrario al governo Prodi insieme a fascisti, berlusconiani, inquisiti e leghisti – Mastella, Dini e altri simili squallidi personaggi, si perda tutto.

Si perda il patrimonio costruito da milioni di persone in qualche misura anche in nome degli altri (che non sanno quello che fanno… mi verrebbe da dire), per far proseguire il nostro paese sulla via del recupero di credibilità economico-politica di cui siamo ancora molto carenti.
Le ragioni del nostro impegno vanno aldilà dell’esigenza di scoprire quando e dove abbiamo sbagliato e ci richiama all’appello per ricominciare a operare pragmaticamente sul territorio, nei paesi e nelle città per ricostruire prima di tutto la fiducia nella Politica e quindi negli schieramenti democratici.

La forza della nostra esistenza, della nostra iniziativa e anche dei risultati ottenuti, sta nella libertà di analisi e comportamento cui non dobbiamo mai rinunciare.
Ecco perché, pur lavorando nel solco del partito democratico che in sostanza ha raccolto gran parte delle nostre opzioni e aspirazioni, dobbiamo continuare a operare a tutto campo per recuperare consensi al nostro programma che va oltre il contingente.

L’ho detto non è facile trovare argomenti positivi in questo momento. Ma non trascurerei il risultato che abbiamo ottenuto quando nel 2006 abbiamo battuto le destre: abbiamo “spostato la notte più in là”, abbiamo evitato due anni di Berlusconi a Palazzo Chigi e, mi vengono i brividi solo a pensarlo, la possibilità che lo stesso venisse eletto al Quirinale. Cosa non possibile, ma certa: se avessero vinto loro oggi avremmo quel presidente della repubblica.
Abbiamo dunque evitato di precipitare il nostro paese in un baratro simile, solo un po’ aggiornato, a quello vissuto dai nostri padri.
Non è un caso che il suddetto non abbia mai fatto cenno, se non per sminuirli, a tutti i momenti “nobili” della nostra storia moderna. Non solo alla Resistenza al fascismo, alla Shoah, alla guerra di Liberazione, ai Partigiani, ecc., ma addirittura allo stesso Risorgimentio e all’Unità nazionale e neppure alla Costituzione (che stava per tradire stravolgendola).
Si è sempre comportato e ha sempre agito addirittura peggio dello stesso Fini e dello stesso Bossi, di cui è uno schiavo psicologico (interessato).

Non so se esistono ancora le condizioni organizzative e anagrafiche per proseguire l’opera e l’azione intrapresa nel 1994 con la costituzione dei primi gruppi di cittadini “indignati”: i comitati per “l’Italia che vogliamo” evoluti poi per l’Ulivo e quindi Cittadini per l’Ulivo e per il PD.

Certo è che non possiamo, per la nostra stessa dignità, rinunciare a fare tutto il possibile per contribuire a recuperare un minimo di speranza politica nel futuro.
Gustavo Credazzi
Coordinatore del Comitato Montemario & Girotondi per L'ULIVODI UN SOGNO
Due tentazioni ci inseguono nella amarezza di questi momenti: piantare tutto perché non c’è salvezza per questo paese, sfogarci fra amici. Sono entrambe inutili. Nella seconda però c’è almeno un germe. Sforzarci di capire insieme per ricominciare da capo.

Non facciamoci illusioni. Il 24 gennaio non è solo caduto un governo e non si è forse chiusa una legislatura. Rischia di essere seppellito un sogno, quella della riforma della politica in Italia, quello di una rinascita, etica prima che politica, collettiva, quello di un rinnovamento vero della democrazia, il sogno che ha dato e deve poter dare ancora senso al Partito democratico. E questo entro un conflitto che traversa il nostro paese da trent’ anni, un conflitto che ha segnato la vita politica italiana, da una parte con le stragi e il terrorismo ma dall’ altra con la paura e il condizionamento dei tentativi di innovazione che pure ci sono stati.

Quella che ha vinto, e potrebbe stravincere se non siamo attenti, è stata la repubblica dei partiti e non dei cittadini, nella sua forma peggiore; non dei grandi partiti interpreti delle attese popolari; hanno vinto i partiti costruiti su interessi di singoli, sulla difesa di rendite di posizione politiche o personali, utilizzando spietatamente tutte le difese della frammentazione che hanno caratterizzato il quadro politico, le pratiche della cooptazione e dell’oligarchia anche quelle che di cui sono responsabili partiti veri, dotati di una loro dignità politica. Ha vinto la logica della frammentazione e della difesa politica di sé, non un’altra politica.

Il partito democratico è stato doppiamente sconfitto; non solo perché caduto il governo del suo Presidente, il governo costruito sulla vittoria della sua strategia. Ed e’ stato sconfitto anche perché non è riuscito a trovare ancora la strategia coerente per opporsi alla logica della frammentazione essendone ancora troppo segnato al suo interno.

I precedenti che hanno portato a questa sconfitta vanno oggi declinati con reciproca franchezza non per alimentare inutili polemiche ex-post ma per capire dove dobbiamo andare. Sono le prolungate resistenze a dare vita al soggetto Ulivo nella sua pienezza originaria; a presentarsi sotto un tale simbolo anche al Senato in ragione della propria quota di rappresentatività formale da difendere ( possiamo dimenticare che sta qui la responsabilità politica della debolezza al Senato?); la spaccatura esiziale del PDS di fronte alla ipotesi unitaria, in difesa non di una politica altra ma di un’appartenenza, una spaccatura subita e troppo presto archiviata come un incidente inevitabile e forse addirittura opportuno; un processo di unificazione troppo segnato dalle garanzie di sicurezza per la vecchia dirigenza, che ha ridotto nel segno dei vecchi equilibri la novità d’immagine dei principi accolti, “una testa un voto” e il 50% di genere.

Un segno da non trascurare di questa forza della logica che divide è stata il continuo riprodursi dell’immagine di uno scontro interno, o per lo meno del perdurare di una reciproca incomprensione fra laici e cattolici, che non corrisponde alla realtà delle coscienze della grande maggioranza degli aderenti,. Per essa la laicità è ormai un approdo comune, in cui le stesse divergenze sulla gestione politica dei rapporti fra Chiesa Stato sono segnate semmai da una trasversalità fra laici e cattolici. Da una parte e dall’altra.

Tutto questo ha portato, anche inconsapevolmente, all’identificazione del bipolarismo, di fatto troppo debole di fronte al prevalere della logica della frammentazione e dell’autodifesa, come un bipolarismo da superare perché “coatto”, anziché come un bipolarismo da ridisegnare nei suoi confini e nel suo stile politico. Si è rischiato così di accreditare una deriva proporzionalistica del PD, più che una concessione parlamentare agli interlocutori. Paradossalmente in questo quadro la stessa ribadita vocazione maggioritaria, ha finito con l’essere assunta come segno, foss’anche involontariamente, insieme di arroganza politica e del suo contrario, di stile proporzionalistico, attraverso il concetto tutto proporzionalista del “presentarsi da soli”.

E’ questo insieme di debolezze del centrosinistra che ha reso ulteriormente difficile anche costruire consenso nel paese sui risultati del governo e consenso fra le forze politiche sulle riforme, in primo luogo nella maggioranza stessa, ma con effetti disastrosi anche nei rapporti con l’opposizione. Siamo sempre stati tutti per cultura politica a favore e in attesa di un bipolarismo mite e civilmente fecondo; ma questo non può portarci a illuderci della praticabilità facile d’intese con una controparte che ne può né vuole muoversi su questo terreno, ha sempre praticato logiche diverse e che quindi poteva essere costretta a farlo solo attraverso posizioni forti che esprimessero l’unità della maggioranza.

Condividiamo tutti il giudizio che da questa crisi non si esce, il paese non esce, con elezioni anticipate sulla base della legge elettorale vigente. Condivido l’ipotesi di un governo super partes che garantisca questo passaggio difficile della nostra economia in forme alte, affronti almeno le più urgenti riforme di struttura, e, a questo punto, approvi una legge elettorale come che sia dignitosa.

Quando si è sconfitti bisogna saper definire qual’è la linea di resistenza giusta. A questo punto della crisi italiana la cosa più importante è che i cittadini abbiano uno spazio reale di scelta dei loro rappresentanti, che cada la delega in bianco ai partiti nelle forme più adeguate ( che non sono il voto di preferenza). Lo stesso principio maggioritario, che deve restare in modo esplicito il nostro riferimento ideale e il nostro obiettivo programmatico, oltre che impraticabile parlamentarmente, in questa situazione può rischiare solo di garantire la formazione di maggioranze coatte intorno al potente di turno. Ciò che conta è riaprire tutte le possibilità di convergenze programmatiche reali sulla strategia delle riforme.

Se questa diagnosi è giusta ne discendono le terapie. A un malato o un convalescente spesso il medico suggerisce, a seconda delle malattie, aria di mare o di montagna. Io credo che il paese e il PD abbiano bisogno oggi piuttosto che di aria marina, di aria di monti.

Paola Gaiotti de Biase
Eletta all'Assemblea Nazionale del PD

De imitatione Christi

 

Pastori e pecore: quando si fingono corretti e modesti, sono superlativi. Cristo fa miracoli, ma ci tiene a far sapere che è il Padre che ha agito attraverso lui e raccomanda di non spargere la voce in giro: de imitatione Christi, Bagnasco afferma che la Chiesa non fa politica, si schiera solo in favore di “certi valori, che sono sì anche di ordine evangelico, ma innanzitutto sono di ordine razionale, riguardano il buonsenso, la riflessione comune, la ragionevolezza” *. Poi, se questi valori si trovano tutti nell’Udeur, la cosa non è da mettere in conto di implicazioni. Sicché, volendo, de imitatione Christi pure per Mastella: ha agito per mano del Signore; e, per piacere, se andiamo alle elezioni, prendetene atto senza farci troppo chiasso sopra. Fate come fa Bagnasco: “Delle dinamiche si prende atto, come tutti”, dice. Valga come bollettino di guerra.
Eminenza, come siete bello. Sembrate bello quasi quanto il Boss. Se non vi fottono con un pizzino in mano in un blitz, avete una carriera lanciatissima.
Onorevole, pure voi, siete stato splentito, salutatemi quella santa della vostra signora.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Cronache surreali, quell'ispettore Fmi piovuto a Roma

di Fabrizio Galimberti

È originario della Mongolia l'ispettore-talpa del Fondo monetario inviato per un esame urgente della situazione italiana. Rigor Khan – lontano discendente di Gengis – non sa molto dell'Italia (finora era responsabile del desk Burkina Faso), ma proprio per questo è stato scelto dal nuovo capo del Fondo, Dominique Strauss-Khan (nessuna parentela), per questa insolita missione.
Abbiamo bisogno di uno sguardo vergine sulla situazione italiana, deve aver pensato il Managing Director. All'insaputa della missione ufficiale in arrivo, l'astuto Dominique ha voluto inviare un "ispettore parallelo". Gli "italiologi" del Fondo, quelli che hanno lunghe consuetudini e fitti commerci con le italiche vicende rischiano di essere vittime della "sindrome di Stoccolma", di considerare normale, forse perfino amabile, quel luciferino e intricato sviluppo di conti pubblici e conti politici, eccellenze e impudicizie, precarietà e protezioni, lacciuoli e anarchie che formano il nexus politico-economico della Penisola.
Il bravo Rigor è scrupoloso, e appena arrivato ha voluto mettere alla prova la sua "full immersion" nella lingua di Dante (due settimane in Toscana, nove ore al giorno di lezioni, generosamente pagate dal Fondo), prendendo un taxi a Fiumicino e attaccando discorso col tassista: non mi interessa quello che mi dicono i ministri, io voglio sentire la verità dalla bocca del Popolo, deve aver pensato.
Il tassista stava ascoltando una trasmissione di pareri radiofonici sulla crisi politica, e a un certo punto si è messo a urlare: «Andate a casa, andate a casa!». Scusi, gli dice Rigor, chi è che deve andare a casa? Il Governo, risponde il tassista, non ha più la maggioranza. Perché, insiste Rigor, ha governato male? No, perché Mastella non lo appoggia più. Perché non lo appoggia più? Perché gli hanno arrestato la moglie.
Rigor si appunta il fatto nel taccuino, anche se questo primo brandello d'informazione lo lascia perplesso. Ma persevera: chi l'ha fatta arrestare, il Governo? No, i magistrati. Allora, cosa c'entra il Governo? Ah, non lo so, ma il Governo deve andare a casa. Questo "pensiero unico" del Governo che deve andare a casa è interessante, annota Rigor.
Il tassista, forse intuendo che il suo cliente non è un discepolo del "pensiero unico", lo apostrofa: perché, lei non pensa che il Governo debba andare a casa? Mah, io sono appena arrivato, risponde Rigor, cerco di capire; sui giornali c'era scritto che il Governo ha avuto la fiducia alla Camera. Sì, ma al Senato non ha la maggioranza, esclama il tassista. Rigor si gratta la testa; in Burkina Faso c'è una sola Camera e questi problemi non si pongono. Ma c'è una cosa che lo intriga: come è possibile che ci sia una maggioranza alla Camera e una diversa al Senato? È la legge elettorale, risponde il tassista. Ma allora non è meglio cambiare questa legge elettorale? Qui il tassista è d'accordo e può dare un'informazione piccante: sa come l'ha definita quello che l'ha fatta? Una "porcata". Ma allora perché l'ha fatta? Ah, non lo so, risponde il tassista.
A Rigor comincia a girare la testa, ma gli è stata affidata una missione e non bisogna arrendersi di fronte alle prime difficoltà. Allora, continua, se il Governo va a casa, poi chi governa? Bisogna andare alle elezioni!, tuona il tassista. Ma non mi ha appena detto che la legge elettorale è una porcata?, chiede l'ingenuo Rigor. Sì, ma poi la cambiano quelli nuovi. E quelli nuovi chi saranno? Saranno quelli vecchi, quelli che c'erano prima. Ma le legge elettorale chi l'ha fatta? L'avevano fatta loro. E allora perché dovrebbero cambiarla? Perché è una porcata. Ma se è una porcata perché bisogna andare a votare con quella?
La pressione intellettuale della conversazione comincia a essere troppo intensa per chi deve anche guidare nel traffico romano, e il tassista ripiega sulle antiche certezze: in ogni caso il Governo deve andare a casa! E poi, aggiunge, l'economia va male; ci hanno aumentato le tariffe ma non basta, la benzina aumenta troppo, ci vuole un Governo diverso, col Governo di prima la benzina costava meno, e non c'era la spazzatura nelle strade – ha visto Napoli? Rigor non sa molto della microeconomia italiana ma sa qualcosa della macro; sfoglia il taccuino dove aveva appuntato un po' di cifre: veramente – dice – nella legislatura precedente l'economia non è andata bene, è stato il quinquennio di crescita più lenta del dopoguerra. Ma il tassista insiste sul micro: e le strade son piene di buche, l'altro giorno ho rotto un ammortizzatore…
Rigor cerca di riordinare le idee e si ripassa mentalmente gli ultimi dati: l'economia rallenta, i mercati sono turbolenti ma i conti pubblici migliorano. Sia le cose che vanno bene che quelle che vanno male richiedono stabilità, ma in Italia le vicende della moglie di Mastella sembrano più importanti dell'economia, dei mercati e dei conti. Fa un ultimo tentativo di sondare il Popolo: ma lei non pensa che se si va a votare di nuovo con questa legge elettorale ci sarà di nuovo un Governo che fa fatica a governare? Devono andare a casa!, urla di nuovo il tassista monocorde. Rigor sospira: «Mi riporti a Fiumicino».

fabrizio@bigpond.net.au http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2008/01/fmi-ispettori-roma.shtml?uuid=689ffe1c-cb1f-11dc-a2df-00000e251029&DocRulesView=Libero


Il web, i giornali, Mastella e Neruda (più Gianni Bella)

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Una che non ha la TV e non ha nemmeno dimestichezza con le sue trasmissioni, in generale, come vuoi che segua la diretta dal Senato? Su Twitter, la segue. Che ieri era un po’ come quando si segue il Mondiale di calcio su Radio Popolare e colmava tutte le mie esigenze informative, quindi.

Poi qualcuno ha scritto che Mastella stava citando Neruda, qualcun altro ha scritto che non so chi citava i blog, e mi è venuta voglia di vedermela pure io, la diretta. Un’anima pia mi ha fatto notare, su Gmail, che bastava andare sul sito di Repubblica per vederla lì in video ed io, festosa, ho proceduto a trasformarmi in telespettatrice, che qua è sempre una novità. E tra i video di Repubblica c’era quello che diceva “Mastella cita Neruda” e ci ho fatto click sopra, sono apparse le prime immagini e io mi sono stropicciata gli occhi, perplessa assai: ma quello mica era Neruda, gessù.

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E quindi l’ho scritto su Twitter, corrucciata: “Ma la poesia che ha letto Mastella non è di Neruda, che io sappia.” E poi, stupefatta ma possibilista perché si deve: “A me risultava essere una bufala, poi magari mi sbaglio…” Qualcuno mi risponde che mi sbaglio, appunto; io mi intigno e la prof che è in me comincia a scandagliare la rete in spagnolo, ché quella in italiano ne ha migliaia, di voci che attribuiscono quei versi a Neruda. Qualcuno, tra gli italiani, scrive persino che è tratta da Odas Elementales, la cosa, ma io giuro che non l’avevo mai sentita nominare, prima di vederla a suo tempo su internet, quindi da lì non viene di sicuro. Eccheccavoli. Tiro fuori i miei libri di Neruda, cerco in giro e finalmente trovo le segnalazioni che mi danno ragione e, tra queste, un link all’autentica autrice dei versi.

La prof che è in me ha il sangue agli occhi, ormai, ché va bene fare cadere il governo, va bene devastare il già devastato paese, va bene dare i numeri, sputarsi addosso, coprirci tutti di ridicolo e fare un ulteriore passo verso la resa incondizionata alla mancanza di prospettive più plumbea: ma pure Neruda devono trascinare nelle loro pagliacciate? Ma non si fermano proprio davanti a niente, dico io? E quindi scrivo, guerresca, che ho controllato e che, cribbio, quella cosa non è di Neruda, e lo scrivo pure sul blog e, per non sbagliare, lo metto pure su Macchianera, e sono proprio indignata perché continuo a vedere su Google News che parlano di Neruda, tutti i giornali, e a me sembra di stare in mezzo ai pazzi.

Tempo pochi minuti e la cosa comincia a circolare: ho la sensazione che mi credano tutti istantaneamente e ci rimango pure un po’ male, ché avrei preferito un contraddittorio, un dibattito, qualcuno che mi desse torto da potere sbranare. In fondo, di dichiarazioni ufficiali di prima mano, su quella poesia, io non ne ho trovate. Ed io lo so, che ho ragione, ma quando le voci che la attribuiscono a Neruda sono migliaia e i giornali sono compatti nel ribadirlo, una preferirebbe dirlo da sola, quello che ha da dire, e magari difendere la propria posizione. E quindi mi faccio pure da avvocata del diavolo da sola, visto che nessuno lo fa per me, e penso: “Sì, ma Neruda ha scritto anche cose poi dimenticate e sepolte, metti che sia stata nascosta in una scatola di scarpe fino a quando non è approdata in rete, ’sta cosa qua?” Ma poi no, lo so che non può essere. E riguardo Google News, a sera inoltrata, e sono sempre più incredula:

Il Messaggero scrive: “Dopo aver letto una lunga poesia di Pablo Neruda, Ode alla vita - Lentamente muore , Mastella, visibilmente emozionato, ha annunciato il voto contrario sulla fiducia”.

Peccato che Ode alla vita sia un po’ diversa, e cercandola in italiano, vedo che Gilgamesh l’ha pubblicata in originale ANNI fa scrivendolo, che l’altra è una bufala.

E così tutti i giornali, tutti lanciati nell’attribuzione farlocca fino ad arrivare a una clamorosa agenzia Apcom che scrive, testualmente: “[…]l’ex Guardasigilli, che legge “non si può morire lentamente” di Pablo Neruda prima di annunciare il No del Campanile alla fiducia.”

“Non si può morire lentamente“. E con quest’ibrido tra Mastella, Neruda e Gianni Bella, spengo la luce e mi addormento avvilita, pensando: “Dai, che domani qualche ispanista protesterà di sicuro, eccheccavoli.”

Questa mattina, poi, riguardo un attimo Google News dalla sala prof per vedere se la bufala è stata chiarita e mi ritrovo con l’ineffabile Agenzia Radicale che scrive: “Il suo esordio è la lettura integrale di una poesia di Pablo Neruda (che il “colto” Corriere della Sera attribuirà poi alla poetessa Martha Medeiros)”.

Cerco l’articolo del “colto” Corriere sbeffeggiato dai radicali e non lo trovo. Vado in classe e racconto la storia ai miei alunni, cogliendo l’occasione per un discorsetto sull’importanza delle fonti, i rischi delle ricerche su internet etc. I ragazzi ci ridono parecchio, su ’sta storia, e mi danno l’impressione di pensare che il rischio di somigliare a Mastella, da grandi, sia un ottimo incentivo per mettersi a studiare un po’ sul serio.

E poi finalmente arriva la voce del buon senso con Passigli, editore di Neruda in Italia, che fa un comunicato stampa e chiude la questione: “Non è di Neruda quella poesia e lui non avrebbe gradito la citazione”.

E Repubblica chiosa:

Da anni passa come una catena di sant’Antonio dalle caselle di posta elettronica ai blog: una ricerca su Google produce quasi cinquantamila risultati per le parole Neruda e “muore lentamente”, ma solo pochissimi siti segnalano l’errore: il 10 gennaio 2007, più di un anno fa, Lorenzo Masetti lo scriveva sul suo blog; un altro blog sul sito internet del Pais lo ha scritto l’8 luglio 2007.
Poche segnalazioni rispetto ai tantissimi siti che avevano diffuso questa “ode alla vita”, come una poesia di Neruda, ma la lettura di Mastella ha svelato l’errore.

Poche segnalazioni, come no. Una nel 2007 e l’altra in Spagna, sicuro. Adesso è colpa del web, ovvio. Mentre è dal giorno prima, che c’è mezza blogosfera che li sta fischiando, ’sti giornalisti che attribuiscono le poesie a Neruda perché glielo ha detto Mastella.

A me sembrano tutti matti, davvero.

P.S.: qui il post di Fulvio Totaro, autore dell’articolo su Repubblica, che la sera prima invocava dal suo blog (Krazny) una “fonte certa” su ciò che si stava dicendo in rete.

E qui Totaro che chiede lumi a Catepol su Twitter:

@catepol: hai una fonte certa sulla poesia di Mastella?

 

@krazny si ci sono i due link ma ti rimando al blog di @haramlik dove ho letto10:52 PM January 24, 2008 from twhirl in reply to krazny Icon_star_empty

 


Italia - Per lo Spiegel ci stiamo suicidando politicamente. Sarà vero?



QuadrantEuropa


Forse è solo la sfiducia nei confronti di un paese incomprensibile che spinge il settimanale di Amburgo a titoli di questo tipo. Sta di fatto che la stampa europea sembra unita su una sola cosa, non fare come in Italia.




Italia, un suicidio politico. Ma cos’è? Un augurio di chi ci vuole male? Una previsione di un astrologo da strapazzo? Una maledizione di chi non ne può più del Bel Paese? Un tentativo di addolcire la pillola della fine della penisola, omettendo il possibile suicidio dell’economia, della cultura, e cosi via?

O forse solo il tentativo di indebolire ancora di più il prestigio internazionale di un paese che qualche volta mette i bastoni tra le ruote, soprattutto sulla questione della riforma del consiglio di sicurezza dell’Onu?

Niente di tutto questo. È solo un titolo, un po’ apocalittico, dell’edizione online di un grande settimanale tedesco che annuncia l’ennesima commedia del parapiglia nella politica interna del nostro paese. Questa volta ad Amburgo però non si sono spremuti le meningi più di tanto. Niente vulcani che eruttano spazzatura, in ricordo di una celebre copertina: una P38 poggiata su un piatto di spaghetti. Erano gli anni settanta di un secolo fa e il terrorismo lacerava la convivenza sociale. In Italia e in Germania, ma lo Spiegel se la cavava cosi.

Oggi il settimanale che ha impedito a Franz Joseph Strauss di diventare cancelliere federale è più prosaico. Fa solo la cronaca di una coalizione che esplode, di una maggioranza futsch, scassata, di un governo ai bordi dell’abisso, di un primo ministro cocciuto. Che succede? Merkel contro Prodi per aiutare Berlusconi? Steimaier contro D’Alema? Assolutamente no.

Forse è solo sfiducia nei confronti di un paese incomprensibile che può diventare la zavorra d’Europa. Lo scorso governo, nella persona del presidente del consiglio che era stato anche il ministro degli esteri di se stesso, aveva capito che in Germania non solo la sinistra, ma anche il campo “borghese” dava un giudizio sull’anomalia italiana a volte più duro degli stessi elettori del nostro paese.

Da qui quel clima di “gelida distanza” tra l’esecutivo di centrodestra e il cancelliere democristiano, descritto dalla Frankfurter Allegemeine Zeitung alla vigilia del Natale 2005. Il primo soggiorno a Roma di Angela Merkel non era stato dei più felici. Troppo breve, come ammetteva lo stesso giornale tedesco, e troppo impegnato il governo italiano a preparare le elezioni dell’anno successivo per poter entusiasmare il capo del nuovo esecutivo di Berlino.

Proseguendo una tradizione in cui si trova in buona e numerosa compagnia - c’è bisogno di tornare a Calvino che si chiedeva “ma chi sono questi italiani”? - la stampa tedesca si impegna a far comprendere ai suoi lettori il rebus nostrano anche col nuovo esecutivo.

Questa volta è Giovanni di Lorenzo, il direttore della Zeit, a tentare l’ardua impresa. Un giornalista italo-tedesco, uno che l’Italia la conosce bene al punto che, per conto del magazine della Suddeutsche Zeitung, aveva fatto un’inchiesta per spiegare la criminalità della costa jonica calabrese, kalabriska, come hanno detto a Berlino dopo la strage di Duisburg dello scorso agosto.

A giugno del 2006 il direttore dell’altro settimanale di Amburgo, metteva 15mila battute a disposizione del professore che spiegava come il paese fosse ormai sull’orlo della schiavitù. Il lettore tedesco avrà fatto un salto sulla sedia. L’Italia semi anarchica della pizza e mandolino, il paese che visto dal Bundestag appare “un casino permanete”, il luogo della cuccagna dove finalmente anche i tedeschi possono fare quello che vogliono, quando sono in vacanza, stava diventando una galera?

Veramente a dicembre, durante le giornate della spazzatura di Napoli, l’Italia dava invece l’impressione del contrario. Nessuno disposto a prendersi la responsabilità di quello che fa o che ha fatto. Tutti che vogliono tutto. La stampa tedesca, ma non solo, inizia a preoccuparsi. Attenzione a non diventare come l’Italia, ecco il senso degli articoli della cronaca degli ultimi avvenimenti campani.

“Non fare come in Italia”. Il pericolo per noi è che questo possa diventare l’unico programma condiviso dell’Europa qualsiasi governo, destra o sinistra, ci sia a Roma.

Mefistofele a un Faust annoiato che gli chiede il salvacondotto verso l’entusiasmo risponde, “du bist am Ende was du bist”. Alla fine sei solo quello che sei. L’Italia è sicuramente qualcosa di più del caos degli ultimi anni.

LA CASA BIANCA HA RILASCIATO 935 DICHIARAZIONI FALSE IN DUE ANNI

, il presidente Usa George Bush e altri alti funzionari hanno rilasciato quasi 1000 dichiarazioni false sulla minaccia alla sicurezza nazionale rappresentata dall'Iraq dopo gli attacchi dell'11 settembre.

La Associated Press ha riferito che lo studio, pubblicato sul sito Web del Centre for Public Integrity, ha concluso che le dichiarazioni “erano parte di una campagna orchestrata che ha efficacemente galvanizzato l'opinione pubblica e, con ciò, portato la nazione in guerra con dei pretesti palesemente falsi”.

Secondo lo studio 935 false dichiarazioni sono state rilasciate dalla Casa Bianca nei due anni successivi agli attacchi dell'11 settembre 2001.

In discorsi, briefing e interviste, il presidente Bush e altri funzionari hanno affermato “inequivocabilmente” in almeno 532 occasioni che l’Iraq aveva legami con al Qaeda, o aveva armi di distruzione di massa o stava cercando di ottenerle.

“È ormai fuori discussione che l'Iraq non possedesse alcuna arma di distruzione di massa o avesse significativi legami con al Qaeda”, hanno scritto gli autori dello studio Charles Lewis e Mark Reading-Smith.

“In breve, l'amministrazione Bush ha portato la nazione in guerra sulla base di informazioni erronee che sono state metodicamente propagate e che sono culminate in una azione militare contro l'Iraq il 19 marzo 2003”.

Lo studio ha scoperto che il solo presidente Bush ha reso 259 dichiarazioni false-- 231 sulle armi di distruzione di massa e 28 sui legami dell'Iraq con al Qaeda.

Gli altri funzionari citati nello studio sono il vicepresidente Dick Cheney, l'allora consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, l'allora segretario alla difesa Donald Rumsfeld, l'allora segretario di Stato Colin Powell, il vice segretario alla difesa Paul Wolfowitz i portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer e Scott McClellan.




[Sopra: Powell e Rumsfeld. Sotto: il numero di dichiarazioni false per mese tra l' Ottobre 2001 e l'Agosto 2003 (cliccare per ingrandire)]

“L'effetto cumulativo di queste false dichiarazioni--amplificato da migliaia di servizi giornalistici e trasmissioni--è stato enorme, e la copertura mediatica ha generato un muro di suono praticamente impenetrabile per molti dei mesi critici nell'avvicinamento alla guerra”, conclude lo studio.

“Alcuni giornalisti--e di fatto persino alcune organizzazioni giornalistiche--hanno poi riconosciuto che la loro copertura durante quei mesi precedenti alla guerra era sin troppo acritica e deferente. Nonostante questi mea culpa, gran parte della onnicomprensiva copertura mediatica ha fornito un'addizionale convalida ‘indipendente’ delle false affermazioni dell'amministrazione Bush sull’Iraq”

Titolo originale: " George Bush and White House issued 935 false statements after September 11"

Fonte: http://www.news.com.au/
Link
23.01.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Romania: NATO a primavera

   scrive Mihaela Iordache

Bucarest ospiterà ad aprile il vertice NATO, la cui nutritissima agenda include sia l’Afghanistan che l’apertura dell’Alleanza a nuovi paesi. Si discute anche di sicurezza e spinte separatiste in Caucaso, con gli sguardi puntati sul Kosovo
Bucarest si prepara ad ospitare, tra il 2 e il 4 aprile, “il più grande summit NATO mai realizzato”. A definirlo in questo modo è lo stesso segretario generale dell’Alleanza Nord-Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, che si dichiara inoltre convinto che il vertice sarà un successo soprattutto per gli aspetti organizzativi. Parole di incoraggiamento da parte del segretario generale che all’inizio di gennaio si è recato nella capitale romena per verificare come procedono i preparativi. In una Romania dove procede il braccio di ferro tra il presidente Basescu e il premier Tariceanu, ripercuotendosi sull’attività delle stesse istituzioni.

Bucarest è dopo Praga (2002) e Riga (2006) la terza capitale di un paese dell’ex blocco comunista ad ospitare un vertice NATO, il principale nemico di Mosca durante la guerra fredda. Secondo le previsioni il vertice dei 26 stati membri della NATO godrà di una partecipazione nettamente superiore a quella del precedente vertice di Riga. Saranno presenti oltre 6.500 invitati e 3.500 giornalisti. Sono attesi 48 capi di stato e di governo tra cui il presidente George W. Bush. Niente di sorprendente visto che gli Stati Uniti sono fra i principali sostenitori della Romania, e che il paese est-europeo ricambia quest’appoggio con una disponibilità indiscussa in ambito militare.

Il ministro degli Esteri romeno, Adrian Cioroianu, spiega che la Romania ha convinto gli alleati ad organizzare il summit anche grazie al suo coinvolgimento nelle azioni intraprese dalla NATO. "Durante gli ultimi anni, a partire dal 2002, la Romania ha trasmesso il suo messaggio, ovvero che oltre ad usufruire della garanzia di sicurezza offerta dalla NATO, si assume anche la responsabilità di contribuire a garantire questa sicurezza", ha detto Cioroianu.

Il paese ex-membro del Patto di Varsavia è ora un alleato fedele degli Stati Uniti e della Nato, impegnato in Afghanistan e in Iraq, pronto ad accogliere con entusiasmo le richieste USA di aprire una base militare in territorio romeno. Un territorio che per la sua posizione geo-strategica ha visto crescere negli ultimi anni l’interesse militare nei propri confronti.

Il summit di aprile si propone di trovare soluzioni per l’Afghanistan, per la questione energetica, per i progetti di allargamento dell'Alleanza, per la sicurezza degli stati membri e dell’area del Mar Nero.
Al vertice di Bucarest gli USA chiederanno un cambio di strategia della missione Nato. Secondo il capo del Pentagono, Robert Gates, in Afghanistan la Nato deve spostare la propria attenzione dall'obiettivo iniziale della ricostruzione a quello di condurre una vera e propria contro-insurrezione. Proprio per questo si è già chiesto a Italia, Spagna, Germania e Francia di rimuovere i 'caveat' che impediscono ai contingenti nazionali la partecipazione alle operazioni di guerra.

Un'altra voce nell’agenda politica della NATO riguarda l’avvicinamento all’Alleanza dei paesi dell’area balcanica come la Serbia, la Bosnia Erzegovina e il Montenegro. Come ha dichiarato il presidente rumeno, Traian Basescu, la Romania appoggia senza riserbo l'allargamento NATO verso Croazia, Macedonia e Albania. Meritano attenzione anche la Georgia e l’Ucraina, paesi per cui ci si dove sforzare di elaborare soluzioni possibili, considera Basescu.

L’Ucraina ha gia chiesto ai paesi membri dell’Alleanza di esaminare la possibilità di una sua adesione al patto nell’ambito del vertice di aprile a Bucarest.

In merito alla futura espansione della NATO, il suo segretario generale Scheffer aveva fatto sapere in passato che per l'allargamento “non esiste alcuna certezza, poiché agli stati candidati sono richieste delle ottime performance e gli standard di accesso sono molto alti”. Per Scheffer “è chiaro che, anche se la NATO non è un poliziotto globale, ha moltissimi partners a livello globale. Oltre ai membri ufficiali del Consiglio euro-atlantico ci sono i partners dell'Asia Centrale che noi riteniamo molto importanti", aveva precisato.

Secondo l'alta autorità NATO, un tema importante del summit sarà legato al sistema di difesa anti-missile. Scheffer afferma che il principio base che dovrà essere affermato in queste discussioni deve essere quello dell'indivisibilità della sicurezza degli Stati membri Nato.

La NATO, il Mar Nero e la Russia

Si sta ventilando l’ipotesi che sia proprio il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin a recarsi a Bucarest per rappresentare il suo paese nell’ambito del più grande summit Nato. Sarebbe la prima volta di Putin in Romania, un paese le cui relazioni con la Russia non possono certo dirsi distese.

Alcuni analisti notano come la scelta della Romania come paese ospite non sia stata casuale. La Romania fa parte dei Balcani, è un paese chiave nelle strategie americane, membro dell’UE ed affacciato sul Mar Nero.

I cambiamenti politici in Ucraina e Georgia hanno reso possibile che questi due paesi siano invitati ad entrare nella Nato, ma gli ultimi avvenimenti interni nonché i conflitti congelati delle ex-enclave russe, l’Ossezia e l’Abkhazia, complicano il quadro soprattutto nel caso della Georgia.

Mosca continua a dimostrare insofferenza per la presenza sempre più estesa della NATO nella regione, ricca in risorse energetiche, che prima si trovava nella sua sfera d’influenza incontrastata.
Metà dei conflitti congelati in Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia potrebbero trasformarsi in guerre di secessione, nota in un analisi la testata canadese Globe and Mail, aggiungendo che i movimenti militanti separatisti della regione godono dell’appoggio di Mosca.

Tra le zone calde nella area del Mar Nero ci sono la Transnistria, l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Per i 100 milioni di persone che vivono intorno al Mar Nero, il 2008 potrebbe significare un ritorno alla guerra fredda, anche se stavolta non è chiaro da che parte stia una nazione, una regione o un popolo. “Come l’America del Sud o l’Asia del Sud Est durante il precedente confronto tra Washington e Mosca, la regione del Mar Nero è diventato un territorio sempre più conteso, oggetto della divisione delle sfere d’influenza, mentre alle popolazioni vengono distribuiti soldi e armi”, scrive Globe and Mail.

La Transnistria, una striscia di terra che confina ad est con l’Ucraina, si è staccata dalla Moldavia nel settembre del 1990 durante una guerra civile. E' un crocevia di traffici di tutti i tipi, una repubblica auto-proclamatasi di 550.000 persone prevalentemente di lingua russa. Qui sono presenti circa 1200 militari russi che nonostante gli impegni presi in sede internazionale, non si sono ancora ritirati.
Ci sono poi l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud, regioni all’interno della Georgia in cui le spinte separatiste vengono alimentate dalla Russia. Mosca dispone di oltre 2000 militari dislocati in territorio georgiano "con compiti di pace", e come nel caso della Transnistria non da segni di volerli ritirare. Il pretesto di mantenere la pace nelle due repubbliche separatiste - peraltro non riconosciute da alcuno stato al mondo, abitate da gruppi etnici filo-russi e teatro di ripetute violenze - dall'inizio degli anni Novanta permette alla Russia di mantenere truppe sul territorio della Georgia, che anche per questo si sforza di accelerare i negoziati per l’adesione alla NATO.

E’ in questo quadro che la regione del Mar Nero guarda con ansia alla soluzione che verrà data alla questione del Kosovo. Nonostante gli sforzi di definirlo un caso unico e non passibile di fare da precedente per altri movimenti separatisti, le repubbliche separatiste di questa regione aspettano il “precedente Kosovo” come una possibilità che potrebbe aprire la strada per il loro riconoscimento come entità indipendenti.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8860/1/48/

Iran

le future elezioni quali specchio della labirintica struttura politica del paese

La stagione delle elezioni parlamentari iraniane si è di fatto aperta il 5 gennaio quando centinaia di persone sono accorse a registrarsi prima della scadenza dell’11 gennaio. Si tratta di tutti coloro che dovranno essere scelti dal Consiglio dei Guardiani per le elezioni parlamentari del prossimo 14 marzo.

Il fermento politico tipico di ogni tornata elettorale, in questo caso è ancora più intenso dal momento che il risultato delle elezioni del 14 marzo sarà senza dubbio un importante indicatore delle elezioni presidenziali che si terranno nel 2009. Il tutto sommato a quello che è stato l’esito alquanto deludente per i conservatori delle scorse elezioni municipali del 2006. A tal proposito i conservatori stanno basando la loro strategia elettorale su un disegno completamente diverso rispetto a quello delle citate elezioni municipali in cui il loro fallimento dipese in buona parte dalla mancanza di unità, presentandosi da un lato i conservatori pro Ahmadinejad e dall’altro la cosiddetta ala conservativa moderata.

Quindi la strategia dei conservatori sembra fondata sull’unità, e i “6 Plus 5 commitees” ne sono una conferma: l’obiettivo è quello di superare, almeno momentaneamente, la miriade di linee di divergenza al fine di trovare un accordo su un’unica lista parlamentare. Ad ogni modo nonostante i successi dei “6 Plus 5 commitees”, ci sono ancora molte questioni irrisolte per i conservatori, soprattutto in relazione a quelle fazioni di destra che continuano a rimanere indipendenti e ai dissidenti dell’ala conservatrice che supportano il capo dei Guardiani della Rivoluzione, Mohsen Rezai, e l’attuale sindaco di Teheran, Mohmmad-Bagher Ghalibaf. Infine non bisogna dimenticare che per la complessità della struttura politica iraniana, risulta difficile basarsi su coalizioni non affatto solide. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31559


Francia - Medio oriente, Stati Uniti e Afghanistan, le prove della nuova diplomazia di Sarkozy




QuadrantEuropa



La rivoluzione nella politica estera francese comincia a delinearsi. Apertura per il nucleare civile al mondo arabo, impegno in Afghanistan e relazioni rafforzate con Washington. Questi i prossimi impegni di Parigi.




Il Jerusalem Post lo aveva scritto prima delle elezioni. Alla fine del regno di Chirac farà seguito un cataclisma nella politica estera francese. Soprattutto in quella mediorientale. Oggi, a sette mesi dall’ingresso all’Eliseo di Nikolas Sarkozy, la “piccola rivoluzione geopolitica” di Parigi, come l’ha definita l’ammiraglio Edouard Guillaud, responsabile dello staff del presidente, ha iniziato a muovere i primi passi. Per la prima volta da cinquanta anni la Francia non solo sta creando una nuova base militare, ma lo fa fuori dalla sua sfera storica di influenza, i territori delle ex colonie francesi.

In pianta stabile nel Golfo persico

Dal 2009 forze militari di Parigi saranno presenti in pianta stabile alle porte dello stretto di Ormuz, nelle acque tempestose del Golfo persico, di fronte all’Iran. La base, a forte componente navale, è parte di un progetto più ambizioso. Nel porto di Abu Dabhi, negli Emirati arabi uniti, non ci sarà solo la marina. Anche esercito e aviazione faranno la loro parte. In totale gli effettivi militari di Parigi saranno circa cinquecento. Mezzo migliaio di uomini in stato di mobilitazione permanete, disposti proprio al centro dei conflitti mediorientali.

Per le navi da guerra francesi il nuovo punto d’appoggio nel Golfo persico sarà operativo a partire dall’anno prossimo. In queste acque Parigi comunque già dispone di unità della marina militare. Complessivamente sono trenta le navi di Parigi ammesse al pattugliamento del Golfo. Su tutte spicca la portaerei Charles De Gaulle che incrocia periodicamente Abu Dabhi.

Il ministero della difesa francese ha fatto sapere che la nuova base, pensata per il controllo dell’oceano Indiano, permetterà di ridurre le forze della marina da guerra presenti a Gibuti, finora il principale punto militare francese in quelle acque.

Il ministro della difesa Herve Morin ha dichiarato che l’accordo rafforza il “partenariato strategico” con gli Emirati, con cui il paese transalpino intende dare il suo contributo alla “stabilità dell’intera regione”, senza allinearsi completamente alla concezione della politica mediorientale di Washington.

Fermezza verso Teheran

In realtà la nuova base è il nuovo messaggio di fermezza che Sarkozy invia all’Iran. Una mossa che potrebbe avere sviluppi imprevisti e spiacevoli per Teheran. In medio oriente tutti ricordano quanto avvenuto con la flotta americana nel Bahrein. Partito come semplice punto di rifornimento, questo avamposto in cinquanta anni si è trasformato in una zona di importanza strategica per gli Usa e residenza del comando della quinta flotta Usa.

Con Abu Dabhi i francesi hanno da tempo strette relazioni militari. Una prima intesa, siglata 30 anni fa, è stata integrata nel 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo, da un accordo di cooperazione militare. Quattro anni dopo l’accordo è stato sostituito da un patto difensivo. Allora la minaccia principale per gli emirati era rappresentata dall’Iraq di Saddam Hussein.

L’anno precedente lo stesso patto era stato stipulato col Qatar, ma l’intesa con gli Emirati, che prevedeva una collaborazione più stretta tra gli stati maggiori dei due paesi, ha avuto anche ricadute economiche per l’industria degli armamenti di Parigi.

La metà dei blindati da combattimento a disposizione degli emiri sono infatti del tipo Leclerc, ossia gli stessi in dotazione all’esercito francese. Dal punto di vista commerciale però l’affare ha avuto anche qualche clausola negativa. Per i suoi clienti arabi, gli unici stranieri a disporre dei mezzi corazzati Leclerc, la Francia si è dovuta impegnare ad ammodernare a proprie spese tutti i veicoli acquistati.

I rapporti speciali tra Francia e Abu Dabhi sono testimoniati anche dall’accordo sul nucleare civile tra i due paesi, nel quale è prevista la fornitura al paese arabo di due reattori nucleari del tipo Epr.

Un ponte di reattori nucleari per il mondo islamico

Con simili accordi, stipulati anche nei confronti di Algeria e Libia, il presidente francese intende ribadire la sua politica nei confronti degli stati mediorientali. Far si che i paesi arabo-musulmani possano avere accesso alla tecnologia nucleare civile e utilizzare i reattori come ponte tra l’occidente e il mondo islamico. Un modo questo per disinnescare anche la tesi di Teheran, secondo cui l’occidente punta a discriminare l’Iran in quanto paese musulmano.

Rafforzando le basi francesi nel Golfo Sarkozy vuole contemporaneamente proseguire il suo avvicinamento agli Stati Uniti e rafforzare il peso di Parigi nella Nato. L’Eliseo non lo dice, ma è indubbio che gli ultimi accordi mediorientali di Sarkozy siano anche il frutto di nuove e più strette relazioni con Washington. Una coordinazione che dovrebbe estendersi fino a permettere il completo rientro di Parigi nelle strutture militari della Nato, da dove nel 1966 la Francia per volontà di de Gaulle era uscita. Il parziale ritorno transalpino nelle strutture transatlantica, avvenuto con Chirac nel 1996, non comprendeva però la programmazione nucleare e la commissione della pianificazione per la difesa, settori nei quali Parigi non ha voce.

Il riavvicinamento franco-americano, iniziato con la visita al ranch di Bush in Texas lo scorso agosto, e proseguito a novembre con il discorso tenuto da Sarkozy al congresso Usa definito da le Monde una “ode all’America”, si rispecchia anche nell’aumentata presenza militare francese in Afghanistan.

Se dopo il discorso di novembre al congresso americano, il mondo arabo ha reagito manifestando la propria “costernazione”, l’impegno nel Golfo e in Afghanistan non dovrebbe spiacere ai dirigenti sunniti della regione impegnati soprattutto a fare fronte al pericolo della “mezzaluna sciita” e a quello dell'integralismo di Al Qaeda. Certo accrescendo il proprio coinvolgimento militare nel Golfo persico, Parigi diventa parte in causa di in un possibile, futuro, nuovo scontro militare. Ma, aspettando di conoscere il vero prezzo della sua “piccola rivoluzione geopolitica”, Sarkozy sa che questo è forse l’unico modo per crescere di importanza agli occhi statunitensi.




Il Risiko di Washington
Guam sostituirà Okinawa come avamposto geostrategico Usa nel lontano Oriente
La 'pacifica invasione', come è stata ribattezzata dai vertici militari Usa, terminerà nel 2014. Entro quella data, la popolazione dell'isola di Guam, 14 mila chilometri di distanza dalle coste della California ma ufficialmente territorio statunitense sarà aumentata del 25 per cento. I nuovi finanziamenti predisposti dal Pentagono porteranno 13 miliardi di dollari e quarantamila uomini, tra marines, ausiliari e contractors, che scorrazzeranno su un territorio di 549 chilometri quadrati, aggiungendosi ai 173 mila residenti. Questi ultimi sono solo in parte soddisfatti della decisione di Washington di fare dell'isola l'avamposto Usa più avanzato, per mostrare i muscoli alla Cina. Nei prossimi 6 anni, approderanno sulle spiagge tropicali di Guam sommergibili Trident, una task force per il lancio di missili balistici, caccia F-22 e forze speciali della Marina. I bombardieri B-2 'Stealth' sono già in loco, così come i sottomarini nucleari d'attacco, e i lavori per preparare la base all'accesso alle portaerei sono in corso da un pezzo.
 
Ingresso a GuamLavori in corso. L'isola cambierà radicalmente, più di quanto non abbia già fatto nel corso degli ultimi anni. Afflitta da tifoni e tempeste tropicali, tormentata dai terremoti, intasata dal traffico e dalla spazzatura, invasa da serpenti che si sono mangiati tutti gli uccelli, l'isola attende l'arrivo dei marines come una maledizione, più che una manna dal cielo. E' vero che gli introiti dell'erario pubblico, che già riceve 500 milioni di dollari, saliranno a 700 con i nuovi contribuenti. E' anche vero che i lavori infrastrutturali per l'ammodernamento della base costeranno al Pentagono 13 miliardi di dollari. Ma, nonostante la legge preveda che le imposte sul reddito - anche dei militari - debbano essere reinvestite a Guam, i soldi arriveranno un bel po' di tempo dopo che i nuovi arrivati avranno già messo piede nell'isola. Prima di allora, serviranno nuove strade, nuovi porti, nuove scuole. E i guamiani dovranno anticiparli.
 
GeostrategicaUna vita migliore? Lo sviluppo, per Guam, sarà inevitabile. Ma ai residenti - 45 percento di etnia 'chamorro', 25 percento filippini, il resto bianchi o altri asiatici - spetterà ben poco. A nulla vale che i guamiani siano un popolo straordinariamente patriottico, che ha sacrificato alla causa delle guerre americane molti più uomini - in percentuale alla popolazione, ovviamente - che la stessa madrepatria. "Siamo orgogliosi - ha detto Michael W. Cruz, colonnello della Guam National Army che ha combattuto in Iraq e attualmente è il 'coordinatore' loca  del piano di espansione della base - di essere 'la punta dello sperone', ma vogliamo anche che il governo federale garantisca la stessa qualità della vita anche al di qua del recinto militare. Vogliamo che la nostra vita sia migliore dopo l'arrivo dei marines, non peggiore".
 
L'isola dal satelliteCome comportarsi. A Guam arriveranno i marines trasferiti (a spese anche del governo giapponese) da Okinawa. Tokyo ha siglato un accordo di 6 miliardi di dollari con gli Stati Uniti per liberarsi di una presenza durata 60 anni, e per niente fulgida sotto il profilo del comportamento. Nel 1996, tre marines e un marinaio Usa rapirono e stuprarono una dodicenne giapponese. Per evitare questo tipo di episodi, a ciascun militare che metterà piede sull'isola di Guam verrà fatto seguire uno specifico corso su come comportarsi. I nuovi arrivati saranno in maggioranza giovani, in maggioranza single, e in maggioranza guerrieri. Chissà se avranno tempo e inclinazione per dedicarsi al Galateo.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9930

Un popolo affamato di democrazia

 

Ahmad Ejaz

 

Cosa ne sarà del Pakistan e del suo sogno di democrazia appena sfiorato? Del suo riscatto dopo decenni di colpi di Stato? Nel suo precedente mandato, Musharraf aveva iniziato con buoni propositi, ma ora vuole impedire di divenire soggetto politico a una classe media che avanza, a una borghesia nuova di un paese diviso tra ricchi e poveri, dove la farina è sparita dal mercato e il suo prezzo ha raggiunto il 400% in più alla borsa nera. Il popolo pachistano è certo di brogli elettorali. Dall’Italia la comunità pachistana chiede la presenza di osservatori internazionali per scongiurare brogli sicuri.


“E’ mancata con un gesto, che ha cambiato la stagione
una persona ha inaridito tutta la città…..”
Così scriveva il poeta. E mai versi sono stati più appropriati per descrivere l’ultimo fotogramma della superba vita di Benazir Bhutto. Una donna fiera che con la mano sposta il velo che le copre una parte del volto e con il mento alto guarda diritto d’innanzi a sé. Poi il boato. Il buio. La corsa in ospedale. La fine. La fine di un sogno. Un’immagine che è ormai un’icona. E rimarrà impressa per sempre negli occhi dei pachistani. Una donna. Uccisa come un uomo. La sua vittoria elettorale era ormai indiscussa. E il suo futuro potere faceva gia paura. Tanti i suoi nemici. Quindi il verdetto: eliminarla. Così, appena un’ora dopo l’assassinio, operai del Comune e polizia hanno lavato via tutte le tracce di sangue con gli idranti. Cancellando in un sol colpo prove e speranze.

Il presidente Musharraf, dopo tutte le sue trasformazioni con gli abiti civili è ora, ancora, meno credibile. Le elezioni dell’8 gennaio, prima confermate poi slittate al 18 febbraio e poi forse ancora spostate, non rassicurano nessuno. Non la comunità internazionale che nel tira e molla delle date interpreta l’incapacità e l’insicurezza di un governo che non sa quale sia la “do right thing”. Non i pachistani che paventano brogli. E ora nel caos più sanguinoso regna l’incertezza. Cosa ne sarà del Pakistan e del suo sogno di democrazia appena sfiorato? Del suo riscatto dopo decenni di colpi di Stato? Ma soprattutto cosa ne sarà del vuoto incolmabile che Benazir Bhutto, lascia con il suo assassinio? Da madre a martire ormai il passo è compiuto. Anche chi non credeva in lei la piange e la rimpiange. Nell’immaginario collettivo è gia la parte migliore del Pakistan. Sì. Perché questa volta il popolo ci credeva. Credeva nel possibile cambiamento. Invece è stato tradito. Tradito e sacrificato sul becero altare dei giochi di potere.

Nel suo precedente mandato, Musharraf aveva iniziato con buoni propositi. Come nel gioco del bastone e la carota aveva allentato le maglie della censura. I media avevano acquisito maggiore libertà. E così free press e circolazione dell’informazione avevano aiutato a rafforzare coscienza politica e giustizia sociale. Poi, prima un gruppo di avvocati ora un movimento nazionale di toghe si sono fatti interlocutori del governo. Reclamavano uno Stato di diritto, primo passo verso lo Stato democratico. Sono stati loro i primi a manifestare contro il licenziamento dei giudici della Corte Suprema e contro lo stato d’emergenza voluti dal Presidente. E sono diventati sostenitori accaniti della politica del PPP (Pakistan People Party), il partito di Benazir. Ora, Musharraf, vuole impedirgli di divenire soggetti politici. A una classe media che avanza, a una borghesia nuova di un paese diviso tra ricchi e poveri, dove adesso la farina è sparita dal mercato e il suo prezzo ha raggiunto il 400% in più alla borsa nera. Prove di rivoluzione. In un Pakistan annichilito da sempre dalla zavorra dei suoi politicanti. Lo Stato Maggiore sta a guardare, il nuovo Generale delle Forze armate, Ashfaq Parvez Kayani, filo-occidentale, non si schiera, evitando quella spaccatura gia esistente al suo interno. Anzi dichiarando l’esercito lontano dai politici. Banco di prova sarà per Kayani ricucire lo strappo con una parte dell’Isi, la famigerata intelligence militare, filo-Taliban. Sicuramente manovre che isolano Musharraf, guardato sempre più in cagnesco anche dal suo partito, la Lega Musulmana di Quaid-e-Azam.

La campagna elettorale va avanti. Il PPP e la Lega Musulmana di Nawaz Sherif, antichi nemici, avanzano ora con un programma unico contro il Presidente e i suoi alleati. Sicuri di vincere solo alla luce di elezioni trasparenti e monitorate dalla comunità internazionale. Il popolo pachistano è certo di brogli elettorali. Così come la maggior parte delle comunità pachistane all’estero. E’ anche per questo che partiti come Insaf di Imran Khan e Jamat Islami, wahabiti filo sauditi, non parteciperanno alle elezioni, boicottando questo governo e pretendendo nuove elezioni accompagnate da un governo provvisorio. Un governo formato dalla rappresentanza di tutti i partiti in Parlamento. A loro si sono uniti anche altri piccoli partiti che compatti chiedono le dimissioni di Musharraf. E la novità di queste elezioni più o meno legittime è l’assenza dei partiti religiosi. La Jmaia Ulmai Islam di Fazal-u- Rehman, filo-Taliban, la cui roccaforte è nel nord del Pakistan, è oramai spaccata al suo interno. E quello spazio verrà occupato ora dal PPP e dall’Awami National Party, nazionalista e vicino all’etnia pashtun.

Dall’Italia la comunità pachistana, preoccupata dal susseguirsi degli eventi, chiede la presenza di osservatori internazionali per scongiurare brogli sicuri. Da Vicenza, Saqib Nazir, Presidente della associazione Aman Society, è certo della illegittimità delle elezioni e ha paura della possibilità di disintegrazione del paese come avvenne nel 1971, con il paese spaccato in due e la successiva perdita dei territori del Pakistan dell’est, oggi Bangladesh. Shaukat Hussain, presidente del PPP in Italia, da Venezia, è convinto del trionfo del suo partito. Mentre da Brescia Basharat Jazbi, rappresentante della Lega Musulmana di Quaid-e-Azam, loda Musharraf e spera in una sua prossima continuità. Da Milano, invece, il giornalista in lingua urdu Yusaf Amin sostiene Nawaz Sherif, aggiungendo che il PPP perderà consensi in seguito alla nomina di Asif Zardari, marito di Benazir Bhutto e già coinvolto in scandali giudiziari, a copresidente del partito. Comunque non si sa come andranno le elezioni. Ma una cosa è certa. Il popolo pachistano è pronto e ha voglia di democrazia.

L’autore, Ahmad Ejaz, è membro della Consulta islamica e uno dei principali esponenti della comunità pachistana in Italia.

resetdoc.org


Socialisti francesi e Europa : si però senza di me

Man mano che Nicolas Sarkozy continua le sue OPA sui dirigenti del partito, ci sono sempre meno membri in seno al Partito socialista. Ma più passa il tempo, più è difficile capire la linea politica di questo gruppo politico... in particolare per quanto riguarda l'Europa.

Dopo la decisione in novembre, dell'ufficio nazionale del Partito Socialista di approvare il testo del Trattato di Lisbona, pensavamo che il problema europeo del primo partito di sinistra francese fosse risolto. Malgrado certamente alcune resistenze di ex "nonisti" che gridevano al tradimento, al clopo di Stato. Niente molto originale.

Allora ci ideavamo già, la famiglia socialista, ben vestita, prendendo il RER C per andare a Versailles e votare al congresso (Assemblea Nazionale + Senato, previsto il 4 febbraio) le modifiche costituzionali preliminari alla ratifica del nuovo trattato europeo.

Eh no… Martedì 8 gennaio, il presidente del gruppo socialista, Jean-Marc Ayrault, ha dichiarato che gli sembrava "impossible che noi [i deputati socialisti] partecipiamo alla revisione preliminare della Costituzione mentre difendiamo la via parlamentare". Allora sul momento, possiamo pensare che il sindaco di Nantes abbia fatto una gaffe... e niente di questo perchè subito dopo, conferma François Hollande, segretario generale del PS.

Essere assente, uguale approvare

Che in novembre 2007, se l'ufficio nazionale del PS ha dichiarato che sosteneva il nuovo trattato, non aveva assolutamente preso una decisione sulla partecipazione o no al Congresso. Quello che permette di fare un abile raggiro.

Perchè questa decisione è tinta di ipocrisia, dalla parte dei dirigenti del PS. Non assistere a un voto, non farà apparire un referendum il week end dopo in tutti i municipi di Francia! Al contrario. Perchè durante un voto al Congresso, sono contabilizzate per le statistiche, solo le persone presenti. Quindi, essere assente, uguale approvare. E essendo assenti, come i socialisti vogliono fare in modo che un referendum esca del cappello?

Sopratutto, che un voto al Congresso, non si approva a maggioranza semplice. Ma a maggioranza dei tre quinti. In altre parole, l'UMP deve rinsaldare i ranghi, perchè sia al Senato, o all'Assemblea Nazionale, il partito del Presidente non dispone dei 60% necessari

UMP : 55.46% e 46.8% (Assemblea e Senato)

PS : 35.36% e 29.3%

I socialisti non possono bloccare la ratifica da soli ma se arrivano a radunare gli altri partiti come i Verts, i Comunisti, i Non Iscriti, i Centristi e anche alcuni membri della maggioranza (si può del sicuro trovare alcuni sovranitisti nella maggioranza), se lo vogliono da vero questo dannato referendum che farebbe allora tremare l'Europa intera, è fattibile...

E quello che denunciano i detentori del no della sinistra francese. In questa manovra, vedono solo un sostiene indiretto alla ratifica del trattato. Un grande : SI PERO SENZA DI ME.

"C'è solo una soluzione per che la nostra esigenza del referendum ufficialemente proclamata abbia un esito positivo (...), per che la sovranità popolare non sia schernita: opporsi alla revisione costituzionale preliminare, ritiene Henri Emmanuelli in una lettera destinata ai suoi colleghi del gruppo. Tutta altra posizione è dinta, per non dire di più".

Cosa faciamo capo?

Rimane la questione del voto riguardando il trattato lui stesso? E sempre si come in novembre o è finito? "Ma, dopo, al momento della ratifica [del trattato al Parlamento, ndlr] prenderemo la responsabilità di Europei che siamo." Che significa : SI, si mille volte si ! Tuttavia, Jean-Marc Ayrault, in qualità di libero pensatore e democratico, ha precisato che la "libertà di voto" sarà improrogabile.

Quindi una grande parte dei deputati socialisti è pronta a ratificare il testo per il quale chiedono un referendum, non avendo fatto niente per che accada...

Giorno non lavorativo

Per la forma, hanno previsto con i verts e i comunisti di deporre una mozione all'Assemblea Nazionale il 7 febbraio, per il mantenimento di un referendum. Certo è molto improbabile che sia approvata, visto che i deputati UMP hanno la maggioranza.

Rimane a sapere come voteranno i deputati socialisti il 15 gennaio. Perchè prima di un Congresso, ciascuna camera deve già approvare il testo individualmente. Allora, 15 gennario, giorno di sciopero per gli eletti socialisti?

 

Jean-Sébastien Lefebvre.

Traduzione: Sophie Janod

http://paris.cafebabel.com/it/post/2008/01/20/Socialisti-francesi-e-Europa-:-si-pero-senza-di-me


Afghanistan : fermiamo l'esecuzione di Parwiz Kambakhsh
di Mauro W. Giannini

Il giornalista democratico afghano Sayed Parwez Kambaksh e' stato condannato per blasfemia e rischia l’impiccagione per aver stampato e diffuso un articolo ripreso da un sito Internet, che mette in evidenza alcuni versi del Corano controversi riguardo ai diritti delle donne.

La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha esortato ieri le autorita' del Paese a rivedere la condanna a morte pronunciata contro Kambaksh, notando che "le pressioni per una punizione-avvertimento ai giornalisti, così come lo svolgimento di questo caso, in camera di consiglio, senza che Kamabaksh avesse una rappresentanza legale, portano al possibile abuso nel processo giudiziario". La missione aggiunge che "Ciò non serve la causa della giustizia".

La dichiarazione, rilasciata da un portavoce UNAMA, sottolinea che la Costituzione afghana impegna il Paese a sostenere i valori islamici e universali dei diritti umani, che sono chiaramente compatibili. La missione ha sollecitato una "corretta e completa revisione" del caso di Kamabaksh durante il processo d'appello. "I casi riguardanti la religione e la liberta' di espressione si verificano in molti paesi, e richiedono attenzione e sensibilita' nella gestione", ha detto la missione ONU.

L'Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane (RAWA) e altre hanno chiesto una mobilitazione per questo caso. Secondo RAWA, "Parwiz Kambakhsh è in prigione non solo per i suoi illuminati articoli che scriveva per un giornale locale (“Jahan-e-Now” – The New World), ma anche per punire suo fratello Yaqub Ibrahimi, un reporter molto conosciuto, coraggioso e onesto che ha denunciato molti criminali della mafia jehadista afghana ai suoi lettori... Per provare la sua colpevolezza di fronte alla corte - sottolinea l'organizzazione - è stato usato il fatto che a casa sua è stato trovato il libro di Will Durant 'Religione nella storia della civilizzazione'".

"Il consiglio dei religiosi di Balkh, che non ha mai condannato gli atti criminali dei signori della guerra fondamentalisti nel nord dell’Afghanistan - afferma RAWA - ora emette una sentenza di condanna a morte per Parwiz Kambakhsh", una condanna che "è un’enorme disfatta per il presidente Karzai e i suoi protettori occidentali".

RAWA fa appello a tutti coloro, singole persone e organizzazioni, che credono nei diritti umani e nella democrazia, perché esprimano il loro dissenso nei confronti dell’ingiusta incarcerazione di Parwiz Kambakhsh e chiedano la sua immediata liberazione: "Solo il vostro deciso appoggio a istanze di giustizia e libertà puo' fermare le azioni oscurantiste del governo afghano e dei suoi alleati; azioni che richiamano quelle operate dal brutale regime iraniano".

Riportiamo gli indirizzi e-mail delle istituzioni a cui inviare le richieste di liberazione di Parwiz (in inglese o italiano)

Presidential Office:
president@afghanistangov.org

United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA):
spokesman-unama@un.org

The Supreme Court of Afghanistan:
aquddus@supremecourt.gov.af

Ambasciata d’Italia in Afghanistan:
ambasciata.kabul@esteri.it

*si ringraziano Doriana Goracci ed Elisa Mabrito


www.osservatoriosullalegalita.org


Voi a Davos, noi in tutto il mondo

 

Quello in corso a Davos potrebbe essere ricordato come il primo summit sulla crisi mondiale. Che non è soltanto quella che tormenta in questi giorni la borse a causa della più complessa e profonda recessione dell’economia statunitense, quanto piuttosto quella che riguarda l’intero pianeta che, ubriaco di liberismo, si è lanciato negli ultimi venti anni oltre ogni limite imposto dalla natura alla crescita economica esponenziale con conseguenze terribili sulla vita di miliardi di persone e sull’ambiente.
A ricordarlo in centinaia di città di tutto il mondo sono milioni di persone che il 26 gennaio promuovono una giornata di mobilitazione globale per il Forum sociale mondiale [Fsm]. Qualche anno fa, organizzare un’iniziativa internazionale durante le giornate del World economic summit di Davos – dove si incontrano capi di stato e rappresentanti di multinazionali – per mostrare altre idee di società, sembrava una proposta da marziani. Oggi il Forum è un appuntamento importante per moltissime reti sociali e probabilmente la nuova formula, mille azioni globali in tutto il mondo invece di un unico grande appuntamento, sostiene e racconta in modo più adeguato i tentativi, sperimentati il tutto il mondo, per rovesciare immaginari, liberare spazi sociali, tutelare la dignità dei più esclusi, resistere a soprusi e iniquità, costruire nuovi legami conviviali.
E se la storia de cambiamenti sociali, come scrive lo storico statunitense Howard Zinn, è fatta da milioni di atti piccoli e grandi, che a un dato momento finiscono per cumularsi, fino a costituire una forza che nessun governo può reprimere, allora poco importa se a Dovos e al Quirinale il 26 gennaio si raccontano un’altra storia.http://www.carta.org/campagne/partecipazione/forum+sociali/12567


11 settembre : Cronaca di un’epifanìa

 

 

Ho appena ricevuto la visita di un vecchio amico che non vedevo da molti anni. Era di passaggio nella mia città, per motivi di lavoro, ed è stato un grande piacere incontrarlo.

Si tratta di un persona abbastanza particolare: profondamente innamorato del suo lavoro, al quale ha dedicato la vita intera, è sempre stato poco interessato alle faccende del mondo esterno. Persona pratica, di poche parole, non vota, guarda raramente la TV, e l’ultima volta che è stato al cinema deve aver avuto diciott’anni. Tutt’altro che un sempliciotto, però, è semplicemente un individuo che si fa gli affari suoi: vive intensamente la sua sfera personale, e chiede solo in cambio di non essere disturbato.

Dopo aver esaurito i bei ricordi, e dopo aver stabilito una volta per tutte chi dei due fosse ingrassato di più (lui ha continuato a fare sport, io no), ho provato a nominare l’undici settembre. Con mia sorpresa ho scoperto così che esiste qualcuno che non solo non ha mai sentito parlare del dibattito in corso (fin qui, purtroppo, ben poche sorprese), ma che non conosceva nemmeno la versione ufficiale dei fatti. Ricordava cioè il fatto puro e semplice – le Torri colpite e crollate – ma chi fosse stato, perchè lo avesse fatto, e quali fossero state le conseguenze, non lo aveva mai nemmeno sfiorato.

Se gli avessi raccontato che erano stati i marziani, forse mi avrebbe pure creduto.

Mi sono così ritrovato, curiosamente, a “raccontare” prima di tutto la versione ufficiale. “Pare che siano stati degli arabi – gli ho detto – che hanno dirottato questi aerei, e li hanno guidati contro le Torri Gemelle e contro il Pentagono.” Nuovamente, il mio amico non ha fatto una piega: a lui stava bene così.

“C’è però anche chi sostiene – ho aggiunto - che siano stati gli stessi americani a organizzare l’attentato, perchè gli serviva una scusa per andare in guerra contro gli arabi”. A quel punto ho visto comparire un sorrisetto malizioso, e il mio amico mi ha detto: “Non so perchè, ma sento che tu sia uno di quelli”.

Mezz’ora dopo eravamo seduti davanti a Inganno Globale.

Ho potuto così assistere da vicino al percorso completo di nascita-morte e resurrezione - che molti di noi hanno compiuto nel corso di lunghi mesi, ...

... se non addirittura anni – nell’arco di soli 90 minuti. Anche meno, in realtà, perchè già nell’introduzione, alla prima immagine della cosiddetta “cement fountain” (la fontana di cemento che sprizza nelle 4 direzioni dalle Torri che crollano), ho visto muoversi un sopracciglio. Ma non ho detto nulla, e ho aspettato che fosse lui a farmi delle domande.

Di fronte agli strani percorsi dei dirottatori, che si allontanavano di centinaia di chilometri da bersagli che avevano a portata di mano, ho visto scuotere la testa. Di fronte allo stallo della difesa aerea ho sentito una specie di brontolìo, del tipo “ma dormivano tutti, quel giorno?” Quando siamo arrivati alla dichiarazione di Mineta, il mio amico mi ha chiesto di fermare il film, perchè non ci capiva più niente. “Ah già – ho dovuto spiegare – quel giorno Bush non era a Washington, per cui al comando c’era Dick Cheney, il vice-presidente.” “Si, ma questo aereo che si avvicinava, qual’ era?” “Quello che ha colpito il Pentagono”. Ovviamente, mi ero anche dimenticato di spiegare che il Pentagono sta a Washington.

Avevo cioè di fronte una vera e propria tabula rasa, un cervello perfettamente funzionante, ma totalmente privo di qualunque informazione relativa al problema.

La conferma che il suo cervello fosse in piena funzione l’ho avuta dopo le interviste del pilota dell’Alitalia e di Nela Sagadevan, che spiegavano la difficoltà estrema nel tenere attaccato a terra un grande aereo passeggeri, a causa del cuscino d’aria che si forma sotto la sua pancia, e che aumenta con l’aumentare della velocità: “In effetti – ha detto il mio amico, che era appena arrivato dall’Italia – ho notato che negli ultimi metri l’aereo si è praticamente fermato, eppure continuava a stare in aria. Il pilota ha dovuto letteralmente togliere il gas, per fargli toccare terra, se no non scendeva”.

“E pensa che tu andavi a meno di trecento all’ora - gli ho detto - Quello del Pentagono andava praticamente al massimo, a quasi 900 all’ora.” Il mio amico mi ha guardato di traverso, e a quel punto ho capito che aveva capito.

“In compenso - ho aggiunto – chi guidava l’aereo del Pentagono non aveva mai guidato prima un jet nella sua vita”.

“Va beh - ha detto il mio amico ridendo – allora diteci che ci pigliate per il culo e facciamo prima!”

Da lì in poi è stato solo un crescendo di incredulità e stupore che sembrava non finire mai. La manovra del tutto inutile di Hanjour, che già aveva il Pentagono sotto gli occhi, ma ha voluto fare un giro per perderlo di vista e arrivare rasoterra; la parete ancora in piedi dopo l’impatto, nonostante la massa di cento tonnellate lanciata a 900 Km. all’ora; la mancanza di rottami di grosse dimensioni sul prato antistante; la patetica ricostruzione della Purdue, con l’aereo che “perde i motori” prima dell’impatto, diventa “trasparente” e attraversa come un fantasma la parete di cemento, e poi si infila sotto la volta del piano terra come se fosse un vagoncino del metrò; e infine il foro al terzo anello, mai spiegato ufficialmente da nessuno... insomma, ogni volta che sembrava di aver raggiunto il picco massimo della tollerabilità – in termini di rispetto per la propria intelligenza – arrivava qualcosa che riusciva a superarlo di almeno una spanna.

Già, avevo dimenticato: l’effetto dell’accumulo, ovvero il processo indiziario. Noi che siamo abituati (costretti, in realtà) a discutere un argomento alla volta, ci dibattiamo sempre e soltanto al suo interno, ma per chi viene “da fuori”, e assorbe tutte queste informazioni in una volta sola, l’accumulo delle “implausibilità” – altri preferiscono chiamarle “stronzate” – dopo un pò diventa intollerabile.

Ed eravamo soltanto al Pentagono.

Vi lascio quindi immaginare i commenti “coloriti” di fronte alla buca vuota di Shanksville, o la sonora risata di fronte alla spiegazione dell’FBI che il piccolo aereo visto dai testimoni fosse “un Lear Jet sceso a fare delle fotografie”, prima ancora che l’aereo si schiantasse.

Interessante anche la domanda che l’amico mi ha fatto, quando ha sentito Ernie Stuhl che diceva con chiarezza ”There was no plane”, non c’era nessun aereo: “E che fine ha fatto quel signore, dopo?”

“Infatti - gli ho risposto – guarda caso, è stato obbligato a “correggersi”. E’ capitato anche a molti altri”.

Avevo davanti a me una chiara espressione di sconcerto, ma è stato soltanto con le Torri Gemelle che mi sono reso conto di quanto "inquinata" sia ormai la nostra visione del problema, rispetto a chi lo affronta per la prima volta: mentre noi cerchiamo disperatamente la tremilionesima prova, che possa finalmente inchiodare anche lo scettico più refrattario, una mente sgombra di pregiudizi si ribella già davanti alla serie infinita di casualità che diventano necessarie per sostenere la versione ufficiale.

Silverstein che prende il controllo delle Torri proprio a sei settimane dagli attentati; Silvestein che fa subito una nuova assicurazione, e si ricorda di stipulare che in caso di distruzione del WTC starà a lui decidere come ricostruirlo; il WTC7 che va giù come se tutte le colonne portanti avessero ceduto nello stesso momento; Silverstein che aveva pagato 300 milioni di dollari per il WTC7, e ne prende 700 dall’assicurazione per ricostruirlo; le altre due Torri che si sbriciolano educatamente su sè stesse, invece di andare magari a stritolare un intero quartiere confinante (che poi tocca ricostruire con i soldi dello stato, perchè quello dalla polizza di Silverstein non era coperto), ... Insomma, giuro che non siamo nemmeno riusciti a vedere la fine del film, perchè a un certo punto il mio amico si è alzato e ha detto “Basta, spegni perfavore perchè adesso cominciano a girarmi seriamente i coglioni. Ma cosa pensano, che siamo tutti deficienti?”

E’ stata per me un’esperienza illuminante, che mi ha mostrato quanto tempo di troppo sia stato dedicato, a livello tecnico, ad un problema che conferma ancora una volta di esistere soprattutto a livello psicologico. Per chi non parte dal presupposto che la cosa “è impossibile”, perchè “gli americani non si farebbero mai una cosa del genere da soli”, basta un centesimo degli elementi finora raccolti per mostrare con chiarezza assoluta come la versione ufficiale sia l’unica reale “teoria del complotto” mai esistita all’interno del dibattito.

Inutile dire che il mio amico è partito con una copia di Inganno Globale sotto il braccio, dicendo con malizia: ”Adesso lo vedi, quando arrivo a Milano, che bella sorpresina faccio a un paio di persone che conosco...”

Anche se servisse a poco, sono già molto contento che il mio amico abbia deciso, per una volta, di occuparsi di cose che non lo riguardano direttamente. Ma che evidentemente, a questo punto, riguardano anche lui molto da vicino.

Massimo Mazzucco

 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2394


Palestina: Inquinamento senza confini

Irin News,

Beer Sheba/Ramallah – Dentro ciò che dovrebbe essere un letto di un fiume asciutto, in questo periodo dell’anno, scorre, invece, acqua grigia, rivelando l’entità dell’inquinamento del fiume Hebron, che scorre dalla West Bank fino ad Israele. La puzza sottolinea il problema.

“La maggior parte dei fiumi della regione sono contaminati e caratterizzati da un inquinamento diffuso da sorgenti palestinesi (tipicamente fogne a cielo aperto), come da una varietà di sorgenti all’interno di Israele”, riferisce una rivista, chiamata Monitoring Transboundary Palestinian-Israeli Streams, distribuito a dicembre dall’Arava Institute e da altre organizzazioni palestinesi ed israeliane. 

In alcuni casi, le città palestinesi a valle raccolgono la perdita di Israele. Ci sono 10 transboundary fiumi nella regione che scorrono in entrambi i sensi. La perdita dell’acqua non sanata dalla West Bank può arrivare perfino a scorrere, via Israele, alla Striscia di Gaza e poi al mare.

L’inquinamento non distrugge solo I fiumi ed I relativi ecosistemi, ma filtra anche nel terreno danneggiando le fonti di acqua potabile. Inoltre è a capo delle infestazioni di zanzare le quali portano malattie in diffusione, come la Febbre del Nilo Occidentale.
“Quando le persone vedono un fiume inquinato, ci buttano la propria spazzatura causando ancor più inquinamento e contaminazione”, Ofer Shaulker, dal Besor Drainage Authority, che è responsabile dell’area, riferisce ad IRIN, su una montagna di residui industriali sulla sponda del fiume.

Dopo aver speso 3 anni studiando I contenuti dei fiumi Hebron e Alexander (Al-Khalil e Zomar, in arabo), I ricercatori hanno concluso che “ I risultati confermano la necessità di cooperazione nella gestione dello spartiacque.”

 Cooperazione intralciata

Ad ogni modo, mentre ci sono alcuni esempi di sforzi comuni di palestinesi ed israeliani, in generale, la sicurezza e la situazione politica nella regione hanno influenzato negativamente la cooperazione.

Esperti della materia, incluse persone come Gershon Baskin dell’Israel/Palestinian Centre for Research and Information (Centro per la ricerca e l’informazione israelo palestinese), e Nader al-Khatib del Palestinian Water and Environmental Development Organisation (Organizzazione palestinese per lo sviluppo dell‘acqua e dell‘ambiente), dicono che il problema risiede nell’insistenza del Governo israeliano nel sostenere che i macchinari per il trattamento delle acque reflue nella West Bank, è d’aiuto alle colonie israeliane.

I palestinesi hanno rifiutato l’idea che i macchinari di trattamento siano legati alle colonie israeliane perchè significherebbe legittimare  l’esistenza di queste colonie considerate illegali dalla legge internazionale.

I due esperti hanno anche condiviso un’altra opinione: perchè – negli ultimi 30 anni tra l’ occupazione israeliana nel 1967 e gli accordi di Oslo, che hanno fatto nascere l’ Autorità Palestinese “ Israele non ha costruito centri di trattamento” nella West Bank, hanno domandato retoricamente.

"E' una vera vittoria od una vera perdita per  entrambe le parti!” Dice Khatib , consigliando che nonostante I corpi politicamente contingenti,  Israele ed i palestinesi  realizzino indipendenti working groups per l’ambiente  per risolvere tali problemi. 

Le barriere danneggiano l’ambiente?

Jamil Matour, vice direttore  del Palestinian Environmental Quality Autorithy (Autorità palestinese sulla qualità dell‘ambiente), un’ agenzia PA , sostiene che Israele, oltre a rifiutare di finanziare i palestinesi, permette che si costruiscano diversi centri di trattamento dei rifiuti per se stesso, ha anche danneggiato l’ambiente con il suo sistema di barriere e checkpoint.

“Il mio staff non può viaggiare liberamente. Non possono recarsi nell’Area C,“ la parte della West Bank sotto il completo controllo di Israele”,  per fare investigazioni e rapporti sui problemi dell’area”, dice,  inoltre, che  la barriera di Israele  era “una minaccia strategica contro l’equilibrio biologico nella regione, interrompendo il ciclo naturale della vita.“

Mentre la maggior parte delle acque reflue provengono dalle case, una percentuale non indifferente proviene dalla zona industriale della West Bank, come le cave di pietra. Un nuovo progetto finanziato dall’ Italia ha lo scopo di aiutare a ridurre la fuga  dalle cave.

“Spero che sarà implementato al più presto” dice Matour. “L’inquinamento del fiume Hebron è molto pericoloso per tutti noi, israeliani e palestinesi”.

L’amministrazione civile israeliana nella West Bank non ha dato risposta alle ripetute domande riguardanti i permessi.

L’acqua sotterranea è danneggiata

L’acqua reflua che scorre dalla West Bank a Israele è trattata  dalle centrali   israeliane, sebbene abbia  già  danneggiato il groundwater. Israele incarica l'Ap per questo servizio, ma le acque trattate rimangono in Israele, privando i palestinesi della possibilità di riutilizzare l’acqua per l’agricoltura. 

Lior Assaf, un idrologo israeliano ed uno dei ricercatori di sport, dice che sarebbe meglio per i palestinesi di occuparsi delle loro propri rifiuti e poi prendere l’inquinamento alla fonte. Così sarebbero anche in grado di riutilizzare l’acqua per scopi agricoli.

Con il termine della conferenza dei donatori ed oltre 7,5 miliardi di dollari stanziati, Matour e molti altri gruppi ambientalisti sperano che i progetti fermi - come quelli sospesi con l’elezione di Hamas - ripartiranno, ma insiste che una soluzione vera richiede un cambiamento in alcune politiche  israeliane, anche.

Un progetto finanziato dalla Germania per costruire  centri di trattamento impiegherà molti anni, lasciando ancora un vuoto.

Nello stesso tempo, Israele progetta di costruire ciò che si dice sarà il più grande parco sul fiume - una pubblica amenità ed una zona non inquinata - in Medio Oriente, dove il fiume Hebron incontra il fiume Beersheba, in un tentativo di frenare il danno a questi due corsi d’acqua. 

(Traduzione di Ingrid Colanero)

L’articolo in lingua originale http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5436


INDONESIA
Si chiude il caso Munir, 20 anni all’ex pilota della Garuda
di Mathias Hariyadi
Pollycarpus Priyanto era l’unico imputato per l’avvelenamento del noto attivista indonesiano Munir, ucciso nel 2004. Un anno fa era stato prosciolto dalle accuse a suo carico, ma l’estate scorsa il caso era stato riaperto sulla base di nuove prove che chiamavano in causa i servizi segreti.

Jakarta (AsiaNews) – La Corte Suprema indonesiana chiude la lunga inchiesta sull’omicidio del noto attivista per i diritti umani, Munir Thalib. I giudici, ribaltando una precedente sentenza,  condannano in via definitiva a 20 anni di detenzione l’ex pilota della Garuda, Pollycarpus Priyanto, colpevole di aver avvelenato l’uomo, mentre era in viaggio tra Jakarta e Singapore nel 2004.
 
Munir era un personaggio scomodo in Indonesia: aveva denunciato il coinvolgimento dei militari nella repressione a Timor est, ed era stato nominato nel 1999 membro di una commissione d'inchiesta dell'Onu sulle violazioni dei diritti umani nell'ex colonia portoghese occupata da Jakarta.
 
In questi anni il caso è stato molto seguito dalla stampa indonesiana e internazionale. Pollycarpus, dopo la lettura della sentenza di colpevolezza, si è detto un “capro espiatorio”, vittima di una “campagna mediatica montata” contro di lui. L’uomo, un cattolico che ha vissuto tra Papua e Timor est, continua a respingere le accuse.
Nel dicembre 2005 il tribunale distrettuale di Jakarta centrale aveva condannato il pilota a 14 anni di detenzione come esecutore del delitto e per "falsificazione di documenti". Nel 2006 l'Alta Corte di Jakarta stabilisce che non ci sono prove sufficienti per la responsabilità dell'assassinio, ma conferma i due anni di carcere per la falsificazione di documenti. Sentenza poi ribadita anche dalla corte Suprema. Fino a che nel luglio 2007 il procuratore generale di Jakarta non riapre il caso sulla base di nuove prove e testimoni, tra cui l’ex presidente della compagnia area, Indra Setiawan, e un agente dell’intelligence nazionale, Raden Muhammad Patma Anwar. Sono in molti gli attivisti che continuano a puntare il dito sui servizi segreti indonesiani come reali mandanti dell’assassinio.


gennaio 26 2008

Prodi

Prodi ha dato prova in questi anni, ed ancora nel corso questa crisi, che un'Italia migliore c'è, è ancora possibile.http://soluzionesalinas.ilcannocchiale.it/


SPALLATE - Vignetta on demand

























Avere l'idea buona può non bastare. Bisogna avere la persona che la realizza. E io ce l'hohttp://titollo.ilcannocchiale.it/

Il caucus italiano

"Barbato si è diretto verso il banco del collega di partito dell'Udeur, Nuccio Cusumano, e gli ha "sputato in faccia, cercando anche di colpirlo", facendogli con le mani il segno della pistola. Cusumano, sentitosi aggredito, "è svenuto".
"In aula intanto era scoppiato l'inferno con insulti - "cesso", "troia" e "frocio" - indirizzati a Cusumano"http://www.camilloblog.it/


Governo, Lettieri (prodiano): Veltroni ha dato alibi a Mastella
Velino -
Roma, (Velino) - "Veltroni ha offerto una copertura politica a Mastella, che non aveva motivi, oltre he quelli di interesse illegittimo personale, di scatenare la crisi e far cadere il governo. Credo che il popolo italiano abbia capito perfettamente questo, sia nella parte di responsabilita' veltroniana, sia di quella mastelliana".
Lo afferma il sottosegretario all'Economia Mario Lettieri, interpellato dal VELINO sulle ipotesi di nascita di un "Asinello-bis", una lista che raccolga i prodiani della ex-Margherita, che possa valutare anche l'ipotesi di presentarsi alle prossime elezioni al di fuori del Pd. "Ieri sera - aggiunge Lettieri - ci siamo visti a Palazzo Chigi per un breve saluto, e ho visto un Prodi sereno, e un Parisi serenissimo. Noi prodiani siamo tranquilli, ma cio' non toglie che ora si apre una nostra riflessione sul momento politico e sulle prospettive". (baz)

Un vecchio attore, altro che predellino




L’abolizione dell’Ici, il ponte sullo Stretto, i comunisti dappertutto, proibiamo le intercettazioni, avanti col Porcellum e sempre viva Forza Italia. Ma quale rivoluzione del predellino, quale innovatore, quale Pdl, quale centrodestra rifondato.
Giuliano Ferrara ha toppato un’altra volta, tanti appresso a lui, e i nemici eterni del dialogo possono ben dire: avevamo ragione noi, Berlusconi non c a m b i a mai. Tratta solo q u a n d o sta spalle al muro, poi tu gli porgi la mano e lui ti dà un calcio negli stinchi.
Per un applauso in più non esita a insolentire il capo dello stato a consultazioni aperte, accusandolo di complicità nell’occupazione comunista delle istituzioni.
Tanto per non lasciare dubbi sulle proprie intenzioni, e bruciare ogni possibile terreno di discussione su governi istituzionali o riforme elettorali: dopo il comizio napoletano di ieri, mandare Vito a farsi consultare al Quirinale è fin troppo.
Bene, meglio così che perdere altro tempo. Ci faccia i conti Casini, col suo eterno capo-coalizione.
Si allineino docili, i dialoganti della rifondazione parallela di centrosinistra e centrodestra.
Berlusconi è parallelo a Diliberto, non a Veltroni: è conservazione allo stato puro, voglia di rivincita senza progetto. «Persona pratica», lo giustifica il sognatore Ferrara. A proposito, tanti saluti alla Brambilla.
Questa però è anche la chance del Pd. Fate scendere in campo Walter, dategli quattro mesi di tempo e una macchina elettorale più professionale di quel loft a conduzione famigliare, fatelo parlare ispirato di ragazze malate, fine dell’odio, un paese da riunificare, nullafacenti da punire, criminali da braccare.
Circondatelo di Chiamparini, Emiliani, Errani, tanti sceriffi buoni. Poi vedrete come cambia faccia Berlusconi, se solo il vantaggio al senato si assottiglia.
È una foresta pietrificata che fa ancora paura, ma andrà in frantumi tutta insieme.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Coro unanime: questa  politica è indecente
Daniele Castellani Perelli

La “tempesta della casta” si è abbattuta sul governo Prodi, ma non festeggiano a spumante e mortadella i principali quotidiani italiani, come hanno invece fatto in aula i senatori del centrodestra. Non lo fanno quelli vicini al centrosinistra, ma nemmeno quelli “indipendenti”, che vedono nello sfascio della maggioranza l’ennesima dimostrazione dell’impotenza della politica italiana, l’irrimediabile ingovernabilità di un paese che non cambia mai e che viene guardato con sempre maggiore stupore dalla stampa internazionale. È singolare, ma forse neanche tanto, che i primi quattro grandi giornali del paese (Corriere della Sera, Repubblica, la Stampa e il Sole 24 Ore) esprimano nei propri editoriali pressoché lo stesso punto di vista. Tutti e quattro, anzitutto, osservano con una sorta di disprezzo il panorama generale della politica italiana.

Giulio Anselmi, direttore de la Stampa, si indigna con “la sceneggiata volgare fatta di corna, sputi e insulti”, che dimostra il “livello di parlamentari che si ammantano del primato della Politica per poter continuare a nominare bidelli e primari”. Stefano Folli, commentatore de Il Sole 24 Ore, scrive che al Senato “si è superata la soglia del grottesco”. Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere della Sera, parla di “Carnevale politico”, di politica che si fa “circo”. Ezio Mauro, direttore de la Repubblica, racconta come il chiasso delle troppe anime della maggioranza abbia spaventato l’opinione pubblica. In questo scenario da commedia in stile Vanzina, la figura di Prodi sembra tuttavia salvarsi. Si salva sicuramente nelle parole di Anselmi, che gli riconosce meriti in economia, gli riconosce di essere stato “capace di una visione del Paese né mediocre né chiusa al futuro” e di essere “caduto da combattente, con dignità e fermezza”. E anche Folli scrive: “Prodi merita rispetto”.

Ezio Mauro esprime il paradosso dello “strano e ingiusto destino di un uomo politico che per due volte ha battuto Berlusconi, per due volte ha risanato i conti pubblici e per due volte ha dovuto interrompere a metà la sua avventura di governo per lo sfascio della maggioranza che lo aveva scelto come leader”. Ma il punto in cui i quattro giornali sono unanimi è lo scenario futuro. Tutti e quattro si augurano che il capo dello Stato Giorgio Napoletano riesca a convincere i più volenterosi ad accettare un esecutivo istituzionale, che si occupi in breve tempo principalmente della legge elettorale e del regolamento parlamentare (Anselmi). “Un governo di tregua, senza profilo politico”, lo definisce Folli. Anche Di Vico è della stessa opinione. Il vicedirettore del Corriere, tuttavia, auspica che la mission del nuovo esecutivo consista anche “nell’impostare un pacchetto di misure economiche capaci di affrontare la tempesta recessiva e riavviare il meccanismo della crescita”. Per Repubblica, “la strada è quella di un governo istituzionale guidato dal presidente del Senato Marini, formato da poche personalità scelte fuori dai partiti, sostenuto dalle forze di buona volontà per giungere al risultato che serve al Paese”. L’obiettivo dovrebbe essere “riformare la legge elettorale, e se fosse possibile, riformare anche Camera e Senato, cambiando i regolamenti, riducendo il numero dei parlamentari, correggendo il bicameralismo perfetto”.

Tutti riconoscono che l’Italia è a una nuova svolta. È morto il centrosinistra, scrive Mauro, “e l´idea di un’ampia coalizione che raggruppi insieme tutto ciò che è alternativo alla destra, comunque assemblato, e dovunque porti la risultante”. In questo nuovo scenario, per Mauro, il Pd, andando da solo alle elezioni, giocherà una partita rischiosa ma importante. Anche Stefano Menichini, direttore di Europa, trova un motivo di speranza nel Pd: “Il Pd di Veltroni non è la causa di questa crisi ma al contrario l’unica possibilità di uscirne”. I quotidiani vicini al centrosinistra sperano nel Pd, ma intanto si ritrovano con un vecchio fantasma che gongola. Ne parla Furio Colombo, nel suo editoriale su l’Unità: “Alla fine, nel brutto show, torna a farsi avanti, sia pure con esuberanza un po’ consumata, il corpo da ballo della compagnia Berlusconi. Arriva fino al punto da stappare bottiglie in aula come a una festa un po’ volgare delle matricole. È una replica triste e dobbiamo domandarci che cosa abbiamo fatto per meritarcela”.

caffeeuropa.it


Highway 443: la strada proibita di Israele

The Independent,

È passato da poco il crepuscolo sulla Route 443, dove il pesante traffico da Gerusalemme in direzione nord rallenta avvicinandosi al checkpoint di Maccabim. I pendolari israeliani, impazienti di arrivare a casa a Tel Aviv o nella città-dormitorio di Modiin, non hanno idea che nell’oscurità alla sinistra dell’autostrada a quattro corsie, le scene quotidiane raccontano un’altra storia di questa terra e del conflitto che l’ha segnata per 40 anni.

Siamo in una strada secondaria, quella che gli automobilisti erano soliti prendere quando si dirigevano a Beit Sira e oltre, verso gli altri villaggi della Cisgiordania, prima che l’esercito israeliano chiudesse l’accesso alle autovetture con due file di blocchi di cemento. Al di là di esse, si possono distinguere una trentina di autovetture parcheggiate con le caratteristiche targhe palestinesi verdi e bianche. Appartengono alla piccolissima minoranza di palestinesi in possesso dell’ambito permesso per lavorare in Israele. I lavoratori tornano a casa dopo una giornata iniziata anche alle 3.30 di mattina, per consentirgli di fare la fila al checkpoint in tempo per iniziare il lavoro, pagato circa 12 sterline (16 euro, ndt) al netto delle spese di viaggio e del costo del permesso.

Non appena i lavoratori dotati di permesso cominciano ad arrivare alla barriera, una donna ebrea sta contrattando con una giovane sarta araba, proveniente dal villaggio, sui tempi necessari per ricamare un abito per la sua attività di abbigliamento nella comunità israeliana ortodossa di Bnei Brak. “Vengo qui perché mi costa il 200 per cento in meno”, spiega la donna, che si presenta solo come Naomi. Non appena comincia a parlare, un cellulare della polizia israeliana si ferma bruscamente, le luci blu lampeggiano, all’interno due fratelli arrestati il pomeriggio stesso a Tel Aviv perché lavoravano in Israele senza permesso.

Il fratello più anziano, Walid, 53 anni, è un lavoratore illegale di vecchia data, tanto bravo nella sua occupazione di elettricista, quanto nell’affrontare i 10 chilometri o quasi di percorso in salita che gli permette di evitare checkpoint e pattugliamenti dell’esercito israeliano, fino a prendere un bus della Egged (compagnia di trasporti pubblici israeliana, ndt) che conduce in città. Dice che no, non sono stati picchiati o maltrattati dai poliziotti in questa occasione, sebbene fossero legati, e che no, questo non lo dissuaderà dal rischiare di nuovo. “Tornerò a Tel Aviv domani,” dice in modo provocatorio.

Ma è l’autostrada stessa che sottolinea qui la separazione tra israeliani e palestinesi. Per Naomi è una strada comoda e straordinariamente veloce per incontrare i suoi lavoratori. I palestinesi, come Walid, affrontano una multa solo per camminarci sopra o attraversarla, figuriamoci per guidarci. Sebbene questo spazio attraversi proprio la West Bank, in realtà solo gli israeliani sono autorizzati a usarlo. Decine di migliaia di persone lo fanno ogni giorno. E la prossima settimana il traffico potrebbe essere addirittura peggiore. Mentre le autorità israeliane sono comprensibilmente reticenti riguardo le misure di sicurezza adottate per la visita del Presidente George Bush, l’ipotesi è che la principale Route 1 che attraversa Israele da Tel Aviv, sarà chiusa per consentire al presidente di lasciare in tutta sicurezza l’aeroporto Ben Gurion, mentre il traffico normale sarà deviato sulla 443.

C’è una sottile ironia nella prospettiva che la visita di un presidente Usa, il cui obiettivo dichiarato è accelerare la nascita di uno stato palestinese, finisca per obbligare molte migliaia di israeliani a guidare proprio attraverso i territori occupati su cui i palestinesi sperano che il loro stato nasca. Per gli automobilisti israeliani che la percorrono abitualmente, è una innocua e comoda strada per risparmiare sul tempo di viaggio. Per l’Associazione dei Diritti Civili in Israele, invece, il divieto di far usare ai palestinesi la strada è “un grave ed estremo esempio” di quello che definisce “la linea politica israeliana, pubblicamente dichiarata, di separazione e discriminazione [illegale] su basi etniche nei territori sotto il suo controllo.”

Sino al 2002, la 443 era la principale arteria che collegava i sette villaggi lungo la strada con la gran parte delle loro fattorie e con Ramallah, la città dove i 37 mila abitanti dei villaggi sono soliti recarsi per lavorare, per fare acquisti, per l’assistenza medica, in particolare ospedaliera, e per far visita a parenti ed amici. Prima dell’Intifada, le autorità israeliane, in cerca di un percorso alternativo per la città-dormitorio di Modiin, in rapida espansione, e per decongestionare la Route 1, la principale autostrada Tel Aviv-Gerusalemme, cominciarono ad allargare la strada, inglobando parte dei terreni di proprietà palestinese. La Suprema Corte israeliana aveva approvato l’esproprio delle terre più di dieci anni prima, basandosi sul presupposto che dell’allargamento avrebbero beneficiato i palestinesi che vivevano lì, così come gli israeliani. Cinque anni fa comunque, dopo una serie di attentati, tra cui, durante i primi anni dell’Intifada, attacchi con armi da fuoco contro gli automobilisti israeliani, le forze armate hanno chiuso tutte le strade d’accesso alla 443 dai villaggi palestinesi circostanti.

Israele sostiene che il divieto è necessario per garantire agli utenti israeliani la sicurezza della strada. Ma un’altra organizzazione umanitaria israeliana, B’Tselem, sebbene riconosca il dovere di Israele di proteggere i propri cittadini, dice che l’assoluto divieto di passaggio “sembra essere basato su ragioni estranee, la più importante delle quali è il desiderio di Israele di annettere, de facto, l’area lungo cui corre la strada.” E aggiunge: “Se Israele fosse realmente interessato solo a proteggere le vite degli israeliani che usano la strada, senza annettere l’area, allora potrebbe limitarne o addirittura proibirne il transito, e magari costruire altre strade e fornire altri mezzi di trasporto per connettere Gerusalemme a Tel Aviv.”

Le forze armate hanno costruito tre strade per i Palestinesi, chiamate “Fabric of Life”, confiscando ancora una volta territori palestinesi, che collegano i villaggi con una strada ad una corsia, tortuosa e malandata, che conduce a Ramallah. I militari dicono sia in manutenzione, ma che anche così “risponde in maniera perfettamente adeguata alle necessità del traffico dei palestinesi nell’area.” Il sindaco di Beit Sira, Ali Abu Safa, dice che in questo modo hanno creato un percorso per la città che dura tra i 60 e i 90 minuti, rispetto ai 12 che ci volevano usando la 443.

Abu Safa, 51 anni, fa presente che questo è più di uno stressante inconveniente. “Non ha senso chiamare un’ambulanza se qualcuno ne ha bisogno, perché ci impiegherebbe più di un’ora per arrivare,” dice. Il sindaco lamenta che molti degli abitanti dei villaggi sono morti durante il lungo tragitto per l’ospedale con un’automobile privata; l’ultimo, quattro mesi fa, è stato un bambino di dieci anni che si chiamava Ahmed Yusef Ali, rimasto gravemente ferito in un incidente stradale.

I pazienti del villaggio che hanno bisogno della dialisi, dice, pagano 150 shekel – poco meno di 19 sterline (25 euro, ndt) – tre volte alla settimana per un taxi per la città. Gli studenti delle superiori o universitari devono pagare 20 shekel al giorno per il “servizio” di minibus per Ramallah e ritorno. “Se un uomo ha cinque figli, questo significa 100 shekel al giorno o 3,000 al mese,” dice il Abu Safa, il quale afferma che “l’80 per cento degli studenti non va all’università perché non ci sono abbastanza soldi”.

L’impatto economico è stato di sicuro pesante. Abu Safa, un imprenditore edile, afferma che il costo di un carico di aggregato è salito da 350 shekel al giorno a 1,200 a causa “dell’itinerario che deve percorrere”. E poi c’è l’impatto sulle attività economiche che dipendevano dai clienti israeliani i quali – ironia della sorte – non possono più raggiungerle a causa dei blocchi di cemento e dei cancelli di metallo che chiudono le strade secondarie della 443. L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha calcolato che, lungo la strada, più di 100 piccoli negozi hanno chiuso da quando ci sono i blocchi, “tra  questi stabilimenti di piastrelle, fiorai, mobilifici e ristoranti”. In un’area famosa per le piastrelle, la fabbrica e il magazzino da 4 milioni di dollari (2 milioni di sterline) del sessantasettenne Ali Al Ori, distante solo tre minuti dalla strada principale, occupavano 40 lavoratori con un giro d’affari di più di un milione di shekel, considerando solo i clienti israeliani.

“Ora quella cifra è pari a zero,” dice il Ori, 67 anni, che dà lavoro ad appena sei dipendenti per soddisfare la scarsa domanda del mercato locale. Il sig. Ori sottolinea come questo sia solo un esempio del profondo declino dell’economia della West Bank causato dalle restrizioni fisiche agli spostamenti e avverte che il fondo d’emergenza di 7.4 miliardi di dollari che si è assicurato lo scorso mese il Primo Ministro Salam Fayyad alla conferenza dei donatori di Parigi “è inutile, a meno che i checkpoint e i blocchi stradali non vengano rimossi.”

Abu Safa una volta intratteneva ottime relazioni con gli israeliani; quando la 443 era aperta a entrambe le nazionalità “io andavo con gli amici ebrei a Ramallah”, dice. Yusef Mohammed Yusef, 61 anni, uno dei vecchi mukhtar di Beit Sira, come suo padre prima di lui, afferma che il Mandato britannico adoperò manodopera locale palestinese “senza stipendio” per costruire la vecchia strada che ora è la 443. E aggiunge: “Mio padre diede una mano a costruire questa strada. Ora noi non possiamo usarla e impieghiamo un’ora e mezza per raggiungere Ramallah. E’ incredibile.”

Un piano del governo d’emergenza dell’Autorità Palestinese a Ramallah prevede un ospedale – finanziato da donatori internazionali – di cui i villaggi non avrebbero mai avuto bisogno quando la Route 443 era aperta. Ma Abu Safa dice: “Noi abbiamo detto sì, ma in realtà pensiamo che sia l’idea sbagliata. Questo significa che stiamo legittimando l’idea che la strada resti chiusa per sempre”. Allo stesso modo, l’amministrazione civile dell’esercito ha proposto lo scorso anno che i sette villaggi possano avere in tutto 80 automobili autorizzate ad utilizzare – solo durante il giorno – parte della 443. Ma il leader della campagna contro la chiusura, Abu Safa, ha rifiutato perché questo avrebbe creato divisioni e “perché la strada dovrebbe essere aperta a tutti”.

Abu Safa è profondamente scettico sulle ragioni di sicurezza che sono alla base del divieto, su una strada monitorata da quattro torrette di guardia dell’esercito e che comunque corre così vicina ai villaggi da mettere gli automobilisti israeliani sulla loro linea di tiro. In ogni caso, l’esercito dice che, sebbene la strada fosse stata progettata per servire sia gli israeliani che i palestinesi, “è dovere del comando militare, secondo il diritto internazionale, adottare le misure necessarie per garantire la sicurezza di coloro che vivono nell’area,” inclusi gli utenti israeliani della strada. L’esercito ha quindi adottato “una disposizione di separazione del traffico, finalizzata a evitare che terroristi raggiungano la strada”. L’ultimo attacco armato – che uccise tre Israeliani – risale all’agosto del 2001. Da allora, comunque, si sono verificati lanci sporadici di pietre e bottiglie molotov, con tre israeliani feriti e 13 automobili danneggiate dall’agosto del 2007.

Dal momento che la strada passa proprio attraverso i territori occupati della Cisgiordania, l’Associazione dei Diritti Civili in Israele spiega che è “il principale dovere” dell’esercito è permettere alla popolazione locale di usare la strada. “Solo una volta compiuto questo dovere, l’esercito potrà autorizzare gli israeliani a usare la strada, dopo aver risolto il problema di fornire loro una adeguata protezione.”

Nel villaggio di At Tira, Madi Bassem, 29 anni, si accingeva ad intraprendere il lungo viaggio per tornare a Ramallah da suo marito, dopo aver fatto visita ai suoi genitori per la festività dell’Eid, camminando oltre i blocchi di cemento che impediscono il passaggio agli autoveicoli, per attendere uno dei pochi taxi in servizio autorizzati ad avvicinarsi al villaggio. (Un piccolo numero di permessi sono stati rilasciati ad At Tira esclusivamente perché non ci sono strade secondarie alternative alla 443 per raggiungere i villaggi palestinesi limitrofi). Dall’altra parte della strada c’è l’insediamento ebraico di Beit Horon, che ha inghiottito cinque acri di terreni di proprietà di suo padre e che, a differenza dei villaggi palestinesi, gode di un accesso ininterrotto alla Route 443. Prima della chiusura, Bassem avrebbe potuto fare il viaggio da Ramallah e ritorno in pochi minuti. Ora, dice, è “più facile andare in Giordania che a Ramallah”.

Di ritorno a Beit Sira, Abu Safa dice che in attesa di un esito positivo delle cause in atto contro il divieto, gli abitanti dei villaggi continueranno le loro abituali manifestazioni contro la chiusura, proteste in cui si evita volutamente di coinvolgere le principali fazioni politiche palestinesi. Dice di essere sicuro che la Corte Suprema israeliana alla fine ordinerà la riapertura della 443 perché “la strada è nostra.
Questo è del tutto evidente.” Se non dovesse farlo, aggiunge, gli organizzatori della protesta non sarebbero più in grado di frenare la partecipazione alle manifestazioni, fino ad oggi pianificate con attenzione e limitate a circa 100 persone. “Ce ne sarebbero 37,000 di persone là fuori, a bloccare la strada”, dice.

(Traduzione di Palmiro Notizia)

L’articolo in lingua originale http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5441



Caucaso russo senza pace
Guerra senza sosta in Cecenia e Daghestan; militarizzata l'Inguscezia
“Entro al fine dell’inverno, tutti i ribelli di Dokka Umarov saranno eliminati”. Parola di Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia, secondo il quale i guerriglieri sono ormai ridotti a “un piccolo gruppo di banditi che si aggira sulle montagne” e a combatterli sono ormai solo “poliziotti ceceni”, non più truppe federali russe.
 
Ribelli ceceniCombattimenti in Cecenia. Le notizie che filtrano dalla repubblica cecena però lo contraddicono. Basta dare un’occhiata a quelle degli ultimi giorni, che registrano un’intensa attività di guerriglia, e non solo sulle montagne.
Domenica 20 gennaio due soldati russi sono morti in una battaglia nei pressi del villaggio di Niki-Khita, nel distretto di Kurchaloi. Nelle stesse ore altre truppe federali erano impegnate in un combattimento vicino al villaggio di Benoi, nel distretto di Vedenò.
Mercoledì 23 nelle foreste vicino ad Avtury, nel distretto di Shali, i militari russi sono caduti in un’imboscata: diversi soldati sono rimasti feriti. Secondo la guerriglia alcuni sarebbero anche morti.
Il giorno dopo, giovedì 24, i guerriglieri hanno attaccato un mezzo della polizia cecena nel pieno centro di Grozny, nel quartiere di Zavod: un agente è morto.
I ribelli sostengono di aver attaccato, lo stesso giorno, anche un mezzo degli militari russi a Nozhay-Yurt, uccidendone due, ma la notizia non ha ancora ricevuto conferma.
 
Nord CaucasoBattaglie e operazioni militari in Dagehstan. Se in Cecenia i barbuti di Umarov sembrano tutt’altro che sconfitti, le cose non vanno meglio nelle confinanti repubbliche di Daghestan e Inguscezia.
Nel distretto daghestano di Kazbek, confinante con quello ceceno di Nozhay-Yurt, mercoledì le truppe russe hanno ingaggiato una dura battaglia con i ribelli, uccidendone almeno tre. Non sono state fornite notizie sulle perdite russe.
Nel vicino distretto di Untsukul prosegue intanto da oltre un mese l’occupazione del villaggio di Gimry da parte delle truppe federali russe: a metà gennaio i servizi segreti russi (Fsb) dichiararono ‘zona di operazione antiterrorismo’ di questo piccolo paesino di montagna, dove pochi giorni prima un parlamentare locale era stato ucciso in un agguato dalla guerriglia islamica, orinandone l’occupazione militare.
 
Omon disperdono protesta a NazranInguscezia blindata contro le opposizioni. La stessa cosa, ma su più vasta scala e con inquietanti risvolti politici, sta accedendo nella repubblica d’Inguscezia. Venerdì 25 l’Fsb ha dichiarato le aree urbane di Nazran e Magas e i villaggi di Barsuki e Nesterovskaya ‘zone di operazione antiterrorismo’, dispiegando per le strade forze speciali e mezzi blindati dell’esercito per prevenire il “rischio attentati” in occasione delle manifestazioni dell’opposizione anti-putiniana previste per oggi. “Il regime vuole intimidire la gente per impedirle di scendere in strada e manifestare”, ha dichiarato alle agenzie Magomed Yevloev, uno dei leader dell’opposizione. “Se l’esercito interverrà per disperdere le manifestazioni, Nazran si trasformerà in un campo di battaglia”.
Le proteste riguardano i risultati locali delle elezioni dello scorso 2 dicembre: il partito di Putin avrebbe ottenuto il 99 per cento dei voti con un affluenza al 98 per cento, ma l’opposizione ha raccolto le firme di 88mila persone (il 55 per cento degli elettori) che non hanno nemmeno votato.
 

USA : contro sovraffollamento carceri alleggerite politiche penali
di Rico Guillermo*

Mentre alcuni Stati europei tendono ad appesantire le pene con giustificazioni relative alla sicurezza urbana, nella politica carceraria e penale statunitense si nota invece una inversione di tendenza rispetto alla precedente durezza delle pene.

Almeno 18 Stati, a fronte dell'aumento della popolazione carceraria e dei costi delle carceri, che talora superano (o addirittura succhiano) le risorse destinate all'universita', hanno preso provvedimenti nel corso del 2007 per esaminare l'efficacia dei loro sistemi di giustizia penale o per limitare la recidiva e la lunghezza delle condanne. Lo rileva un rapporto pubblicato ieri dalla ONG Sentencing Project.

L'organizzazione americana per i diritti umani nota che con il risparmio derivante da piu' accurate politiche sulle carceri e sulle pene si potranno ridestinare le risorse ad importanti voci di bilancio, quali l'istruzione e le infrastrutture, alle quali spesso era stato necessario attingere per sostenere l'onere finanziario della giustizia penale.

Fra gli sviluppi delle politiche penali e carcerarie avutisi in alcuni Stati USA durante il 2007, va segnalato che nove Stati hanno creato comitati di sorveglianza per esaminare le leggi di condanna, il sovraffollamento carcerario, la difesa degli indigenti e altri servizi, sette Stati hanno modificato le regole per la concessione della parola e rafforzato le politiche di reinserimento degli ex detenuti.

Quattro Stati, segnala ancora il rapporto, hanno rivisto le politiche che trattano i minori come adulti, tre Stati hanno alleggerito le leggi sui delitti sessuali relative ad atti consensuali fra adolescenti e due Stati hanno riformato in senso migliorativo le politiche di condanna obbligatoria (cioe' quelle che, in presenza di taluni reati, non lasciano discrezionalita' al giudice).

In California, dove ferve il dibattito sul trattamento penale dei criminali minorenni e si prevede di ridurre alla meta' nel corso di tre anni il numero di persone in stato di detenzione nei centri giovanili, e' stata concessa ai funzionari penitenziari una maggiore autorita' per il rilascio anticipato di alcune categorie di detenuti al fine di alleviare il sovraffollamento degli istituti di pena.

Nella generalita' dei casi, si sta modificando la concezione della politica penale, accentuando fra l'altro il peso della prevenzione e della sicurezza pubblica, cercando di abrogare le pene minime obbligatorie ed ampliando le opzioni che riducono la durata delle pene detentive.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org


La Francia si mette alla flessicurezza ?

Esaltata a Bruxelles, già esistente nei paesi del Nord Europa, la flessicurezza dovrebbe apparire fra poco in Francia. E nato un accordo tra sindacati e padronati, dopo quattro mesi di negoziati.

In discussione tra le forze sociali, la riforma del mercato del lavoro sta per avere un esito positivo.

I sindacati (FO, CGT, CFE-CGC, CFTC, CFDT) e il padronato (MEDEF, CGPME, UPA) sembrano aver trovato un terreno d’intesa. Le prime dichiarazioni riguardando i dettagli dell’accordo confermano la tendenza attuale che prevale in Europa : la flessicurezza.

Agenda di Lisbona

La flessicurezza è valorizzata dalle istituzioni europee, che la vedono come il modo di adattarsi alla mondializzazione, nel quadro della strategia di Lisbona.Elaborata, nel 2000, deve fare dell’Unione euopea, la zona economica più competitiva del mondo.

I paesi del Nord Europa, hanno creato questo concetto di flessicurezza negli anni 90, quando hanno iniziato le loro riforme del mercato del lavoro. E spesso citato a esempio il Danimarca.

Dal lato della flessibilità

Il testo francese prevede il prolungamento del periodo di prova. Sarebbe di uno a due mesi per gli operai e gli impiegati, di due a tre mesi per gli impiegati di concetto, e di tre o quattro mesi per i quadri. Sarebbe possible il rinnovo solo una volta.

In parallelo, un nuovo contratto a durata determinata apparirebbe, di una durata di 18 a 36 mesi, riservato ai quadri e agli ingegneri. Sarebbe strettamente regolamentato, e servirebbe solo alla realizzazione di missioni precise.

Soggetto di dibattiti, la rottura sul contratto a durata indeterminata in via amichevole sarebbe accettata dai sindacati, con parapetto, la necessità che sia validata su una dilazione a quindici goirni dal direttore dipartimentale del lavoro.

Dal lato della sicurezza

In cambio di queste concessioni, i sindacati hanno ottenuto per i lavoratori, liquidazioni più importanti dopo un anno di anzianità e il diritto di fare trasferire alcuni diritti (formazione, cassa mutua e previdenza), da un’impresa a un’altra, nel caso di un licenziamento.

« Che stanno bene »

Il 17 gennaio, quattro organizzazioni di lavoratori su cinque avevano firmato l’accordo. Solo la CGT ha fatto sapere che rifiuterebbe di firmare questo testo. Considera che farà solo crescere la precarietà dei lavoratori : una flessicurezza, senza sicurezza in un certo qual modo…

Il testo della riforma dovrebbe essere votato, senza emendamenti da parte del governo o dei parlamentari, dopo le elezioni municipali del marzo 2008. Quindi la sua applicazione dovrebbe entrare in vigore dal secondo semestro 2008.

Dopo l’annuncio di questi risultati, il primo ministro francese, François Fillon ha dichiarato che la Francia entrerà prossimamente « nel gruppo dei paesi europei che hanno scelto la flessicurezza e che stanno bene ».

Tuttavia, la Francia conserva la sua norma abituale : il contratto a duratta indeterminata rimane la norma. Se ne è rallegrato il sindacato FO : « contrariamente alle volontà europee di flessicurezza, il CDI rimane la norma (…) e qualsiasi licenziamento deve avere un motivo vero e serio ».

Per quando riguarda il ministro del Lavoro, Xavier Bertrand, anche se il testo è meno ambizioso che quello che prevedeva il governo, non ha l’intenzione di rimetterlo in discussione. « Se hanno trovato un accordo, sopratutto se sono numerosi ad averlo firmato, io, ministro del Lavoro, non romperò o cambierò il loro accordo”.http://paris.cafebabel.com/it/post/2008/01/24/La-Francia-si-mette-alla-flessicurezza


FORUM SOCIALE MONDIALE:
Se il FSM non esistesse, bisognerebbe inventarlo
Intervista con Aminata Dramane Traoré

Aminata Dramane Traoré
BAMAKO, (IPS) - Secondo Aminata Dramane Traoré, tra i principali leader del movimento anti-globalizzazione del Mali, il Forum sociale mondiale (FSM) è un movimento rappresentativo fondamentale per la lotta comune dei popoli, oppressi da una “economia mondiale violenta” che spesso si prende gioco dei diritti fondamentali.

Traoré - scrittrice ed ex ministro della cultura del Mali - ha parlato con il corrispondente dell’IPS Almahady Cissé delle relazioni economiche internazionale e del futuro del FSM.

C’è ancora molto da fare per fare luce sulla relazione “tra la natura distruttiva del neoliberismo e i conflitti armati”, ha detto Traoré.

IPS: Sono previsti diversi eventi legati al FSM per il 26 gennaio, lo stesso giorno in cui si riunirà anche il Forum Economico Mondiale (FEM) di quest’anno a Davos, in Svizzera.

Aminata Dramane Traoré: Per questo sarò a Ginevra il 26 gennaio, dove, in stretta collaborazione con altri gruppi, come “Les Jardins de Cocagne”, presenterò i risultati del forum che abbiamo appena organizzato qui, guardando all’emigrazione africana verso l’Europa e ai rischi degli Accordi di partnership economica (EPA), che sono attualmente il pomo della discordia tra Europa e Africa.

IPS: Quando il forum riprenderà quest’anno, il processo del FSM sarà già in atto da almeno dieci anni. Quali sono stati i successi del forum in questo arco di tempo - e quali i fallimenti?

ADT: Il FSM è stato e continua ad essere un evento privilegiato - con una mobilitazione della società civile senza precedenti - in tutto il pianeta. Se non esistesse, bisognerebbe inventarlo, in modo che possa resistere al violento ordine economico troppo spesso indifferente nei confronti dei diritti economici, politici, sociali e culturali dei popoli.

Il FSM è a maggior ragione necessario, in quanto la democrazia ha perso il proprio significato, riguardo al potere del popolo, attraverso il popolo e per il popolo. Gli interessi delle multinazionali determinano le politiche dei paesi ricchi, che a loro volta impongono forti condizionamenti nell’influenzare le politiche dei paesi indebitati e dipendenti del Sud. Le democrazie locali - come testimoniano i diversi conflitti legati alle elezioni locali - sono una pura formalità, e non mettono in nessun modo a rischio gli interessi macroeconomici e geo-strategici.

In questa drammatica situazione, le questioni sollevate dal FSM hanno ampiamente contribuito a risvegliare le coscienze dei popoli, come anche la coscienza di alcuni leader politici, che adesso cominciano a riconoscere che i nostri dibattiti trattano questioni imprescindibili. Così, nel dibattito sugli EPA è nata una certa complicità tra alcuni leader, in particolare il presidente [del Senegal] Abdoulaye Wade, e alcuni membri della società civile critica, che hanno trovato una conferma alle loro richieste in alcune posizioni ufficiali adottate contro gli EPA.

La classe politica africana riconosce anche che, davanti al peso del debito estero e ai sussidi agricoli dei paesi ricchi, i margini di manovra che ha ottenuto, seppure piccoli, sono in parte il frutto della società civile critica che ha alzato il proprio scudo contro la globalizzazione. In altre parole, il FSM non ha per niente fallito. Ciò che abbiamo visto è solo una pausa per valutare il terreno conquistato finora, e per consolidare le nostre fondamenta.

IPS: Crede che il forum sia ancora la sede più adatta per discutere i temi che tradizionalmente vengono messi in luce nel FSM, come i problemi associati alla globalizzazione?

ADT: Non solo credo che il FSM sia la sede più appropriata per discutere delle questioni legate alla globalizzazione, ma per di più non vedo nessun’altra occasione o processo o dibattito critico contro questo sistema che sia stato portato avanti al di fuori del FSM con lo stesso impatto.

IPS: Come potrebbe evolversi il forum per fronteggiare le nuove sfide che si pongono alla società civile? Quali sono le sfide più pressanti per quanto riguarda l’Africa?

ADT: Siamo molto attenti agli attuali sviluppi, a tal punto che nessuna delle sfide sempre più pressanti per l’umanità è sfuggita al controllo e alle valutazioni degli attori dei movimenti sociali.

Con il problema del riscaldamento globale - sin dal suo primo insorgere - la questione dell’ambiente è stata inserita nell’agenda del FSM. Quando abbiamo discusso delle possibili alternative nel settore agricolo, l’acqua potabile, le fonti energetiche e gli OGM [organismi geneticamente modificati], siamo stati i precursori nella critica dell’impatto della globalizzazione sugli ecosistemi.

Ed è lo stesso con la maggior parte dei conflitti, che oggi gettano un’ombra sul mondo intero. Ne abbiamo timore, e riteniamo che se non troveremo risposte giuste e credibili ai mali dell’umanità, avanzeremo verso infinite guerre interne e tra i diversi stati. Il controllo delle fonti delle materie prime da parte delle multinazionali - che sono legate alla maggior parte dei conflitti - è uno dei temi principali del movimento sociale africano.

Attualmente, stiamo riflettendo sulle modalità per poter ancorare il movimento, e su come fare in modo che la maggioranza dei popoli di Africa, Asia, Europa e del mondo possano sostenerlo. Stiamo anche riflettendo su nuove possibili forme di mobilitazione delle risorse finanziarie.

IPS: Chiederà che il FSM torni in Africa il prossimo anno? ADT: Data la vulnerabilità del nostro continente verso i mali della globalizzazione, un altro FSM non sarebbe inopportuno.

IPS: Nel caso in cui il forum venisse ospitato in un altro continente, a quali sistemi innovativi potrebbero ricorrere le organizzazioni non governative (Ong) africane per assicurare la propria rappresentatività nel prossimo FSM? Quali strategie per la raccolta fondi potrebbero utilizzare, che magari non sono mai state usate prima? ADT: Il forum sociale africano sta esaminando diverse modalità per generare reddito che possano dare più autonomia ai movimenti sociali. In particolare, stiamo pensando di più alle reti e ai processi che in parte vengono dal movimento stesso, come il commercio equo, la mobilitazione di artisti e intellettuali, e anche ad altre risposte innovative che stiamo ancora valutando.

IPS: Crede che il FSM abbia un ruolo in situazioni come quelle che attualmente si profilano in Kenya, sui controversi risultati delle elezioni presidenziali del mese scorso?

ADT: La situazione in Kenya, a mio parere, ha evidenziato la natura profonda del discorso predominante su come dovrebbe essere lo sviluppo dell’Africa. Come non sorprendersi che un paese così esemplare e apprezzato dalla comunità internazionale come modello politico ed economico, esploda a tal punto a causa di un processo elettorale contestato? I media dominanti, che sottolineano la dimensione etnica del conflitto, si sono deliberatamente sbagliati sulla posta in gioco. L’impoverimento dei keniani - nonostante i suoi leader figurino ampiamente nei lucenti rapporti della comunità internazionale - dimostra che proprio là dove il modello dominante trionfa, i popoli sono sempre più sottomessi.

A mio parere, nessun paese africano è al riparo da un’esplosione di questo tipo, finché [i donatori e] gli stati sottomessi continuano ad autoincensarsi davanti ai progressi che arricchiscono i paesi ricchi e i loro compagni locali. Chi realmente si oppone a questa situazione dovrebbe parlare della devastazione dell’economia di mercato e sfidare i propri concorrenti su questa base.

IPS: Quali passi concreti dovrebbero adottare il FSM, i suoi organizzatori o i gruppi che fanno parte di questo processo? ADT: C’è ancora molto da fare a livello del FSM, soprattutto su quel che riguarda la relazione tra la natura distruttiva del neoliberismo e i conflitti armati. Se avessimo raggiunto i nostri obiettivi a questo proposito, il Kenya, dove il FSM si è riunito nel gennaio 2007, non avrebbe subito il bagno di sangue che sta vivendo in questi giorni.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1092

 

Su McCain piovono soldi e appoggi

 

Un’incursione serale in casa di Rudy Giuliani, per strappare appoggi importanti e raccogliere soldi. Con un blitz a New York, John McCain ha dimostrato di essere il candidato repubblicano piu’ in forma del momento nella corsa alla Casa Bianca: tornato in Florida con le tasche imbottite di dollari di Wall Street e con sponsor importanti, il senatore ha ulteriormente rafforzato l’immagine di favorito per la nomination in vista del voto-chiave del 29 gennaio. […]

Da Manhattan alla Florida e alla California, si susseguono le brutte notizie per Giuliani, che non e’ piu’ favorito da nessuna parte, mentre Mitt Romney vede in paricolo il proprio primato di candidato del mondo degli affari e Mike Huckabee, con il portafogli vuoto, puo’ solo guardare da lontano - con un pizzico d’invidia - i soldi che piovono su McCain.

Il senatore dell’Arizona era alle prese pochi mesi fa con seri problemi finanziari per tenere in piedi una traballante avventura presidenziale. Ma le vittorie in New Hampshire e South Carolina hanno messo le ali ai piedi del settantunenne ex prigioniero del Vietnam. E nel mondo dei ricchi e potenti si staccano sempre piu’ assegni a suo nome.

Martedi’ sera, per esempio, nelle lussuose sale del St.Regis di New York il senatore ha incassato in un colpo solo un milione di dollari. Nonostante l’aria di crisi che tira a Wall Street, all’appello si sono presentati un gran numero di esponenti della finanza, riuniti dal CEO di Merrill Lynch, John Thain, dal gigante dei fondi ‘private-equity’ Henry Kravis e dall’ex presidente di Goldman Sachs, John Withehead. A dar pacche sulle spalle a McCain c’era anche Henry Kissinger, che da tempo ha garantito il proprio appoggio al senatore, e c’erano nuovi amici come il boss dei repubblicani di New York, Alfonse D’Amato, rimasto orfano di un candidato dopo il ritiro di Fred Thompson.

Un’altra buona notizia McCain l’ha trovata non appena tornato a far campagna in Florida, dove si vota martedi’ prossimo. L’ex generale Norman Schwarzkopf, il vincitore della prima Guerra del Golfo, si e’ messo al lavoro al suo fianco: una carta in piu’ per attirare i numerosi veterani della Florida.

Galvanizzato da vittorie, soldi, sponsor e sondaggi al rialzo - viene ora indicato in testa anche in California, la preda piu’ ambita del voto del Super Martedi’ 5 febbraio - McCain si e’ messo a parlare da candidato in pectore, sfidando direttamente i democratici come fosse gia’ novembre. ‘’Vogliono aumentare le vostre tasse - ha detto McCain agli elettori, riferendosi a Hillary Clinton e Barack Obama -, vogliono l’assistenza sanitaria universale. Io voglio un sistema sanitario privato che funzioni e voglio abbassare le tasse'’.

Giuliani, per il quale la Florida e’ diventata una questione di vita o di morte politica, appare sempre piu’ indebolito. L’ immagine di uomo forte, eroe dell’11 settembre e candidato esperto sul fronte della sicurezza e della politica estera, poteva funzionare in un testa a testa contro Romney, ma ha poche chance contro una figura come McCain.

Anche per Romney l’aumento di appoggi a McCain da parte dell’ establishment politico e finanziario e’ una cattiva notizia. Ma l’ex governatore del Massachusetts vede anche crescere i segnali positivi. L’uscita di scena di Thompson e l’indebolimento di Huckabee - che e’ a corto di soldi e sta in pratica gettando la spugna in Florida - giocano a suo vantaggio. Cosi’ come lo aiuta il fatto che l’economia sia ormai diventato il tema centrale. Da ex manager di successo, Romney puo’ giocare sull’immagine di esperto capace di creare posti di lavoro: una carta che ha gia’ funzionato per lui in Michigan, dove ha sconfitto giorni fa McCain. ‘’So come funziona l’America - ha detto Romney agli elettori di Sarasota, in Florida - perche’ ho trascorso la mia vita in mezzo all’economia reale. Da presidente, non avro’ bisogno di un briefing per capire come va l’economia: lo so gia’, e il mio piano rendera’ l’America di nuovo forte'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/24/su-mccain-piovono-soldi-e-appoggi/#more-471



gennaio 25 2008

Vedi, cara Robba, al netto delle cialtronerie - che, siamo d’accordo, stanno dall’una e dall’altra parte - in questo paese non si può essere di destra senza essere rappresentati da autentiche bestie. A-n-i-m-a-l-i. E questo non lo puoi negare. http://thepetunias.it/blog/


Berluskon Writer


Italiani, goti e australopitechi
Facce di palta, merdacce e froci
Questo messaggio per dirvi che
Vi ho fottuti un’altra volta.

Quale pena, quale pietà,
se Dio vuole vi salirò di sopra
e vi sputerò peggio che al Cusumano
vi strizzerò il cuoio e la pelle agra

Ve l’ho pianificata la trappoletta
Con quell’insipido ceppalonico
E ho ri-tirato a me i miei valvassini
Da quell’ex FascioFini al CattoCasini

Ma con chi credete d’avere a che fare
Io sono io e voi non siete una mazza
Avete il Veltroni certo ma quello
Come tutti gli Zar corre da solo

Avete i Sinistri e i Verdi
Avete palle rancorose questo è certo
Piene di parole e di minchie piene di vento
Avete democraticismi cattolicismi liberismi

Io guardo all’uovo sodo mio e lo guardo bene
Voi siete saturi dei mille problemi di coscienza
Non avete nessuna pietà per voi stessi
E perdete e io godo, guardate come godo

Un bel tifo da stadio, evviva Turigliatto
Che, ve lo dico io, l’unico coerente
In quella vostra Bucherellanza
E più i magistrati mi tiran giù e più io vado su

Ma non vi venga da dire che vado su
Come gli stronzi, perché io non galleggio
Vado sull’acque, Io, sono un Natante
Ho preso la patente di Psico e poi di Santo Nano

Vi scorticherò e sarete ben contenti di lasciarmi fare
Dato che vi elargirò solo i bruscolini
Io, amico dell’Italia e degli Italiani
Amico della Chiesa e dei Vaticani

Amo soprattutto farmi bello quanto la gatta
Davanti al suo fringuello ma la lista mia è lunga
degli Amici dell’Amici di questa bella Italia
Ne vado fiero e onorato sono

Quando qualcuno me lo fa notare
Vuol dir che ho lavorato bene
Dentro questo Stivale ci ho lasciato un pelo
Un calzino e un dentino che sono tutti miei

E non per conflitti d’interessi ma per diritto
Di nascita e d’autore lasciati lì per
Testimoniare ad nuova età che Io,
Unto del Signore, ho lavorato bene
Per gli interessi Miei e quando dico miei
Intendo dire che se mi lasciate fare
Sarete ben contenti di sbavare dietro a me.
Ora subito elezioni, ora subito canzoni
L’Italia che prenderò in mano
Non sarà più la stessa. E quello che
Avete visto di me prima non regge
Al paragone di ciò che vi farò dopo!
Dio ci aiuti tutti quanti persino
Io ho paura di me stesso, ecchediamine!

http://ideateatro.blogspot.com/2008/01/berluskon-writer.html




24/01/2008
 

Lei non sa chi sono io. D'altra parte neanch'io lo so.

"non ero e non sono un tizio qualunque, a cui viene regalato un posto in Parlamento"
On. Domenico Fisichella gruppo misto (già Margherita, già Alleanza Nazionale, già monarchico) che forse non partecipa al voto, non lo sa. Dipende da ciò che faranno Franca Rame e Willer Bordon.
http://giudamaccablog.splinder.com/post/15652760/Lei+non+sa+chi+sono+io.+D%27altr#15652760

Loro no, loro non perdono occasione di dimostrare ciò che valgono. Questo sono i centristi, gli uomini di mezzo, quelli che hanno paura a definirsi, quelli che sono un po' di qua e un po' di là, alla fine sempre dove fa più comodo stare. Una volta con una maggioranza, un'altra volta con l'altra, l'importante e esserci sempre ... al centro degli affari.
Ieri hanno veramente dato prova di loro, dei loro valori cattolici, della loro fratellanza. “Traditore” gridavano a chi voleva dare il suo appoggio a Prodi, quando in realtà i veri traditori erano loro. Cosa importa del mandato che gli hanno dato i cittadini, loro devono essere vicini e attenti alle vicende del loro boss. Gli uomini dall'indulto facile e il perdono difficile. Il mistero è poi capire cosa abbiano da lamentarsi tanta è stata la generosità di Prodi nei loro confronti e in questo almeno il ranocchietto, l'altra mummia traditrice, aveva qualche ragione. Quale altro governo avrebbe dato a Mastella uno dei ministeri più importanti della nazione, se non quello di Prodi. E mi chiedo anche dove sia il guadagno di questa mossa, perché no, ormai non ve n'è che si creda che dietro ad ogni mossa politica non ci sia un guadagno e grande. Poveri sciocchi noi, che non andiamo a gridargli in faccia il nostro dissenso come fanno loro tra i banchi del Senato o quelli della Camera, peccato che non possiamo tradirli noi come loro tradiscono noi. Quanto impegno e quale mente eccelsa servono per fare le corna ad un collega, per sputargli addosso, quale senso politico ed istituzionale per votare contro un governo, soltanto perché non ti esprime solidarietà in una tua personale esperienza giudiziaria. Ma qui non ci sono giornate di squalifica per uno sputazzo o un insulto, anche se dovrebbe esserci l'indignazione, ancora più severa di qualsiasi tribunale, ma no, da noi no, da noi è tutto apposto così. Da noi sei delinquente ed estremista se manifesti il tuo pensiero, mentre sei moderato se in Parlamento sputi o offendi qualcuno brutalmente ... ma in fondo forse la vera moderazione sta proprio nel prendersela solo con gli amici o solo in Parlamento. Comunque Prodi is gone ... bye bye che succederà non lo so. Qualche parola sul passato governo? Ci vediamo magari domani. http://politicoantipolitico.splinder.com/post/15662338/I+Moderati+Traditori

HOMBRE VERTICAL - La caduta dell'Impero Romano

 

È caduto bene. È caduto in piedi. È caduto raccogliendo consensi aperti, ma anche approvazioni tacite e applausi inespressi, in una misura che forse non immaginava e, di certo, per ironia della sorte, molto, molto più numerosi di quelli che aveva raccolto nella sua esperienza a Palazzo Chigi. Portando in Parlamento questa crisi ha sbattuto in faccia a tutti gli italiani la profonda crisi della nostra democrazia e del nostro sistema politico. Malori, sputi, insulti. Ma anche partiti bi-familiari che si scindono, senatori con le crisi di coscienza, senatori che si mettono sul mercato in attesa di essere acquistati dal miglior offerente. Sullo sfondo il grande stratega, quello che in tre mesi è riuscito ad inanellare una impressionante serie di decisioni sbagliate da far passare per statista europeo pure una macchietta come Silvio Berlusconi(*). Quando Romano Prodi governava, tante volte l'ho criticato, punzecchiato, avversato, e, a parer mio, spesso con ragione. Ma il passato non può impedirmi di dire che oggi 24 gennaio 2008, Prodi cade in piedi, da hombre vertical, con la schiena diritta. E questo, nell’Italia degli ultimi decenni, è un onore capitato a poche persone.

(*) made in Ja
http://titollo.ilcannocchiale.it/

Futuri governanti

Futurigovernanti.JPG
Se tutto va come dicono i sondaggi, presto saremo governati da tipi così... povera Italia.http://www.imille.org/


Lontano, lontano nel mondo
Sandra Bonsanti,

Ha ragione chi pensa che la pagina politica scritta ieri a palazzo Madama, tra i brindisi e la sboccata violenza non solo verbale di una parte dei senatori, non segni solo la fine di un governo fra i tanti che si sono succeduti nella storia repubblicana, ma chiuda anche il capitolo di una lunga storia. E’ probabile anche che l’onda lunga prodotta dalla fine del governo Prodi non si esaurisca tra i palazzi del potere nazionale, ma travolga i santuari del potere della sinistra in Italia, e cioè il potere nelle città e nelle regioni. Un’Italia diversa si profila all’orizzonte, figlia naturale di questa Italia anomala e divisa. Come sarà, questa nuova Italia?

Serve, per cercare una bussola di orientamento, il tentativo di fare un bilancio. E’ presto, perché esso sia davvero giusto e completo. Ma è impossibile, nelle ore stesse in cui il Capo dello Stato tenta la difficile ma sacrosanta mediazione per un accordo su una nuova legge elettorale e un nuovo breve governo, non ragionare su quanto è accaduto il 24 gennaio, in quel Senato che da due anni e mezzo ci sorprendeva con quei voti che all’ultimo secondo salvavano il governo.

Ieri no. Non è accaduto. La prima causa dunque va detta chiaramente: non fu vera vittoria del centro sinistra, in quella primavera del 2006. Fu un sei meno meno, ottenuto mettendo insieme tutto ciò che era raccattabile per un’alleanza la cui nascita avveniva attorno a un programma assolutamente ingestibile da un governo (comunque il più affollato della storia): senza un’anima, un motore principale che non fosse una stiracchiata idea di solidarietà e di rinascita del Paese ma che prevedeva soluzioni non solo diverse, ma addirittura opposte fra loro. Quante volte abbiamo ascoltato qualcuno dei sottoscrittori di quel testo invocare, contraddetto da un altro, il senso autentico, la vera interpretazione di ciò che era stato deciso nella fabbrica di Bologna. Non poteva funzionare. E non ha funzionato. A seconda degli interessi dei singoli, il governo si è concentrato su sue “priorità”. Così, per l’ennesima volta, è rimasto nel cassetto il conflitto di interessi e la legge sulla Rai che avrebbero reso il paese un po’ meno anomalo e assai più moderno. Si fece invece, come primo atto, un indulto le cui conseguenze si scontano ancora. Ma questo è solo un esempio.

Sin dall’inizio fu chiaro che i piccoli partiti e la sinistra sinistra non avrebbero fatto a Prodi alcuno sconto, anzi avrebbero adoprato la visibilità offerta dall’essere al governo come uno strumento appunto per accrescere attraverso la visibilità la loro fetta di potere. E’ stato uno spettacolo assolutamente ignobile. Fa male ripensare oggi alla disinvoltura con cui i minuscoli leader di pacchetti di voti si affrontavano in dibattiti televisivi contraddicendo politiche generali, in cerca di battute spiritose per un applauso immaginario, che sentivano essi soltanto, tronfi di un potere immaginario che però minava sia la fiducia degli elettori, sia le speranze per il futuro, sia la capacità stessa di Prodi di sopravvivere a tanta vanagloria e insipienza politica.

Il danno è stato immenso e mentre crescevano, è vero, anche i distinguo a destra fra chi era stato sconfitto alle elezioni (cosa del tutto fisiologica, come sa chi conosce un poco le regole della politica), nel centro sinistra ci si cullava nell’euforia da partito democratico.

Questa euforia, che abbiamo scambiato per voglia di rinnovamento, ha colto tanta gente, elettori e cittadini giovani e anziani. E’ stata la stagione della speranza e dei progetti per il futuro. Ma tutti, tutti noi che ci abbiamo creduto e che ancora ci crediamo, dobbiamo ammettere che mancata la percezione di quanto fosse imminente la caduta, di quanto in fretta si dovesse fare e è stato concesso ai due principale attori, Ds e Margherita, di crogiolarsi nelle difficoltà comprensibili del fondersi, del fare i congressi, delle decisioni lunghe, sofferte e democratiche.

Nessuno ha dato l’allarme sulla necessità assoluta di essere pronti. E’ mancato chi imponesse un “estote parati”.

Chi avrebbe dovuto farlo? Il presidente del consiglio, forse, ma lui era sicuro di arrivare a fine legislatura, contava sul fattore C. o come altro chiamava la sua dea protettrice. Il neo segretario del Pd? Se lo avesse fatto si sarebbe detto che lavorava contro il governo. Dunque, calma, ragazzi e via con le commissioni, le assemblee, i manifesti, i tempi infiniti di una bella nuova politica.

Ma nei tempi lunghi lavoravano bene i nemici del Pd: dentro e fuori. Dal vaticano con la sua nuova politica di forte ingerenza agli atei devoti che incantavano il nuovo Pd con il fascino dell’intelligenza e di un modernismo all’insegna del rompiamo le regole e le fila. Alla fine, si dirà, a tradire sono stati i diniani e l’Udeur. Ma quanti hanno lavorato per quel rompiamo le fila? Quanti hanno avuto interesse, nel centro sinistra e nella destra (ovviamente) affinché questo fosse il risultato?

Guardiamo al Pd, il Pd oggi. Proprio ieri mi diceva un importante segretario regionale che a livello locale si intravede già un disastro: le alleanze vecchie si frantumano. E quelle nuove? “Non ce le fanno fare”. Già, perché mentre si rompe l’incontro fra centro sinistra e sinistra dovrebbe arrivare insperato un aiuto dal Centro- centro destra? Perché questi regali?

L’accelerata di Veltroni ad Orvieto ha avuto il pregio di far capire meglio ancora quale fosse la strategia della segreteria del Pd a chi non l’avesse capito e stesse giocando a cercare di fare una legge elettorale utile a schemi della “vecchia politica”. Ma ha contribuito a colpire al cuore un governo che su una strategia politica assolutamente diversa era nato e cercava di sopravvivere.

Ecco perché oggi i cocci sono soprattutto quelli del centro sinistra. Che è finito quanto a capacità di governo. Nessuno potrebbe pensare di ripresentarsi oggi a delle elezioni con la stessa alleanza del 2006. Essa ha perso e non si sente la necessità di riesumarla. Ma cosa c’è di pronto? Nulla, solo il progetto nobile, importante e molto difficile di Veltroni. Il quale deve vedersela non solo con gli ostili (e sono tutti di primo piano) dalla parte degli ex diesse, ma anche con la voglia di Prodi di far serrare le fila e colpire adesso la tendenza leaderistica di Walter. L’Unione è finita e il futuro non è pronto. Berlusconi si sente già a Palazzo Chigi, con la possibilità di spostarsi al Quirinale quando sarà il momento.

Ecco come l’onda lunga del 24 gennaio rischia di travolgere il sogno di dare una speranza di giustizia, laicità e democrazia alle nuove generazioni e invoglia gli anziani a fuggire lontano lontano nel mondo.


alla ricerca di nuove rotte (purché portino al solito Fanculo)

Io non ci credevo, ma ne ho appena visto almeno uno nell'approfondimento notturno del tg2: ci sono degli osservatori politici intelligentissimi che sostengono che il PD, da solo, se s'impegna potrebbe battere il Polo. "Questo è un nuovo centrosinistra, non ha più paura delle sconfitte del passato". Contro l'aritmetica, contro i sondaggi, contro la logica, contro tutto.

Gente più veltroniana di Veltroni (che invece cincischia, vorrebbe le larghe intese, e forse realizza che è stato preso in giro). Kamikaze coi culi degli altri, temo. Alla larga.http://piste.blogspot.com/search?updated-min=2008-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&updated-max=2009-01-01T00%3A00%3A00%2B01%3A00&max-results=30


Grazie Prodi

 

A Cuffaro hanno confermato la fiducia, a Prodi l’hanno tolta. Arbitri: la magistratura, la mafia, Clemente Mastella, sua moglie, le loro vicende personali e la solita tiritera sul complotto ordito - udite, udite - della procura di Santa Maria Capua Vetere. Complice la cattiva politica, l’assenza di senso dello Stato. Fino a due giorni fa l’opposizione era a pezzi. Ora si ricandida unita a guidare il paese. Ieri Berlusconi voleva un accordo con Veltroni sulla legge elettorale. Oggi non lo vuole più e dice che questa legge elettorale è buona. L’Italia è questa.
A me questo governo piaceva poco o nulla. E’ morto senz’altro meglio di come è vissuto. Ma lo avrei sostenuto fino al 2011. Per disciplina, anche di quel partito a cui non sono iscritto ma che mi piacerebbe esistesse, e per non far morire la speranza che prima o poi qualcosa anche questo governo sarebbe riuscito a realizzare del suo programma, anche grazie alla tenacia del suo presidente del consiglio. Uno da cui avrei comprato una bicicletta. http://www.insolitacommedia.it/


Molti meriti, molti errori
di MASSIMO GIANNINI


Stavolta è finita sul serio. Il "guerriero", come l'ha orgogliosamente ribattezzato Diliberto, si è arreso. Triste destino, quello di Romano Prodi. L'unico leader politico di centrosinistra che riesce a vincere contro Silvio Berlusconi per ben due volte, ma per una ragione o per l'altra non riesce a governare per più di 600 giorni. Il Professore ha combattuto fino all'ultimo, ridando uno straccio di orgoglio e un briciolo di dignità a quel pezzo di coalizione che l'ha sostenuto fino all'ultimo. Ma al Senato, il suo vero Vietnam, nulla ha potuto contro il "fuoco amico" dei proto-comunisti alla Turigliatto, dei soliti trasformisti alla Mastella, degli pseudo liberisti alla Dini.

Romano si è fermato a Ceppaloni. Si compie così il destino di un governo che ha finito per pagare un prezzo di immagine e di credibilità molto più alto dei suoi effettivi demeriti. Il risanamento dei conti pubblici in appena un anno e mezzo è un risultato vero, che già di per sé basterebbe a considerare tutt'altro che inutile la pur breve e rissosa stagione del "prodismo da combattimento".

Certo, Prodi ha commesso molti errori. Se dopo il voto della primavera 2006 avesse accettato l'idea di non aver stravinto una tornata elettorale sostanzialmente pareggiata, e avesse lasciato all'opposizione la presidenza di almeno un ramo del Parlamento, oggi forse racconteremmo un'altra storia. Se avesse saputo mettere in riga giganti e nanetti dell'Unione in conflitto permanente effettivo con la stessa grinta sfoderato in questi ultimi tre giorni di crisi, oggi forse non sarebbe caduto per mano dei suoi stessi alleati.

Se avesse compreso fino in fondo la strumentale irriducibilità della scelta ribaltonista consumata dalle truppe mastellate e dal manipolo diniano, oggi forse ci avrebbe risparmiato lo spettacolo, indecente per gli eletti e umiliante per gli elettori, di un Palazzo Madama trasformato in osteria, tra insulti, sputi e bocce di spumante.

Ma l'uomo è così. Alla fine ha prevalso la linea del "meglio perdere che perdersi". Meglio affrontare la sconfitta a viso aperto, offrendo in pasto al Paese il nome e il cognome dei congiurati che uccidono il governo, e degli sciagurati che hanno reso ingovernabile l'Italia, architettando alla fine della scorsa legislatura una riforma elettorale vergognosa che proprio ieri ha prodotto l'ultimo, insostenibile corto-circuito: la fiducia alla Camera, la sfiducia al Senato. Ora che il ciclo di Prodi è finito, quello che comincia è un'avventura in una terra incognita. È quella che Giulio Tremonti definisce la "crisi perfetta", quella dove nessuno controlla niente, e nessuno capisce come se ne possa uscire.

Sul terreno politico-istituzionale restano solo macerie. Per il Professore un reincarico è impensabile. Per un governo tecnico-istituzionale alla Marini i margini sono strettissimi. Per il centrosinistra non si vedono sbocchi unitari: la Cosa Rossa di Bertinotti e company riconquista l'allegra e irresponsabile adolescenza del non-governo e delle mani libere, il Pd di Veltroni sostiene il costo più alto precipitando nel baratro del governo, e rischiando di veder trasformata la sua legittima "vocazione maggioritaria" in una traversata nel deserto incerta e solitaria.

Per il centrodestra, in mille pezzi solo fino a due settimane fa, quando le mura della Casa delle libertà erano crollate sotto i colpi di piccone della "rivoluzione del predellino" del Cavaliere, si rivede invece un orizzonte unitario. E soprattutto si riapre la strada per Palazzo Chigi. Sarà difficile se non impossibile, perfino per il presidente Napolitano, fermare la "macchina da guerra" berlusconiana, che l'uomo di Arcore vuole lanciata a folle corsa verso il voto anticipato. Con tanti saluti alla crisi dei salari, al tracollo dei mercati, al referendum di Segni e Guzzetta. Sta per cominciare, temiamo, tutto un altro film. Berlusconi Tre. La vendetta. O l'eterno ritorno. Con la stessa legge elettorale, la "porcata" di Calderoli, che ha massacrato il sistema repubblicano. Con un'altra armata Brancaleone, che andrà dal neo-fascista Tilgher al catto-populista Mastella, incrociando l'eversore padano Bossi e forse lo stesso "traditore" toscano Dini. Con l'ennesima accozzaglia di mezzi partitoni e di micro-partitini che, per garantirsi la sopravvivenza, non esistano a tenere in ostaggio un'intera nazione. Povera Italia. Meritava di più. http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/politica/crisi-governo/caduta-prodi-giannini/caduta-prodi-giannini.html

E' la politica, bellezza?

ore 16.05 Nuccio Cusumano (Udeur): "Scelgo in solitudine e in coerenza, senza prigionie politiche, scelgo per la probità, scelgo per il Paese, scelgo per Romano Prodi"
ore 16.10 Tommaso Barbato (Udeur) fa il segno della pistola verso Cusumano e urla: "Sto pezzo di merda...Sto pagliaccio, venduto, cornuto, frocio". Il senatore Nino Strano verso Cusumano: "Vattene, checca squallida"
ore 16.11 Malore di Cusumano, che piange e viene portato via dall'aula a braccia.
ore 16.15 Sergio De Gregorio: "Barbato è arrivato e gli ha sputato addosso"http://stamparassegnata.splinder.com/


Palestina, crisi di povertà diffusa

di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq,

L’intera società palestinese si trova dinanzi a un dramma senza precedenti, che colpisce tanto gli abitanti della striscia di Gaza quanto quelli della Cisgiordania. A sostenerlo è l’Onu, che parla di una “crisi generalizzata di povertà”, che “si accresce” col passare delle settimane.

"Abbiamo una crisi generalizzata di povertà che si accresce, un aumento della disoccupazione, un deterioramento delle condizioni di vita e delle ferite pesanti alla dignità dei palestinesi", ha dichiarato oggi in una conferenza stampa Maxwell Gaylard, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite nei Territori palestinesi occupati.

Dell’attuale situazione, ha affermato il funzionario Onu, i palestinesi sono le prime vittime, vessate "da una mancanza di protezione contro le violenze, dalla negazione dei diritti umani, economici, politici e sociali", dalla "frammentazione" del loro territorio e dalle restrizioni alla circolazione.

Per sostenere le proprie affermazioni Gaylard cita i dati dell’ufficio statistico palestinese, secondo cui il 57 per cento delle famiglie arabe vivono in stato di povertà (49 per cento in Cisgiordania e il 79 a Gaza), mentre  nel corso del 2007 il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 32,3 nella Striscia e il 22,6 in Cisgiordania.

La affermazioni del funzionario delle Nazioni Unite sono state riprese dal ministro palestinese della Pianificazione, Samir Abdallah, secondo cui "le condizioni di vita ed economiche della società palestinese hanno raggiunto un livello di declino senza precedenti", dimostrato dal fatto che più di un milione di loro dipende dagli aiuti umanitari.

Preoccupazione ha espresso anche il responsabile dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa), Filippo Grandi, che in virtù dell’allarmante situazione di Gaza, ha chiesto a Israele di aprire gli attraversamenti diretti alla Striscia, chiusi dalla scorsa settimana.

[fonte Agence France Presse]


Afghanistan, salute e propaganda
Molti esaltano i progressi della sanità afgana dal 2001 a oggi. Ma le cose non stanno proprio così
“La ricostruzione in Afghanistan ha ottenuto enormi risultati: oggi l’ottanta per cento della popolazione ha accesso alle cure mediche”, ha dichiarato in un’intervista a Repubblica il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer.
Nelle stesse ore, l’Unicef pubblicava il suo rapporto annuale e IrinNews, l’agenzia di informazione umanitaria dell’Onu, lo presentava scrivendo che in Afghanistan “si sono fatti grandi progressi nella fornitura di cure mediche di base, oggi accessibili a circa l’80 percento della popolazione: questo ha prodotto una riduzione del 25 per cento nel tasso di mortalità infantile dal 2001 a oggi”.
 
Il rapporto UnicefNessuna riduzione della mortalità per l’Unicef. Nelle rapporto Unicef però non c’è traccia di questo paragone con il 2001. Nelle tabelle infondo al documento si legge che in Afghanistan la mortalità infantile entro il quinto anno di vita è del 257 per mille (circa un bambino su quattro non arriva a vivere cinque anni) e quella entro il primo anno è del 165 per mille (uno su sei non sopravvive nemmeno un anno): l’anno di paragone è il 1990, quando i due dati erano rispettivamente al 260 e 168 per mille, ovvero sostanzialmente uguali.
Per trovare i dati riferiti al 2001 bisogna andarli a cercare nel rapporto Unicef del 2003. Ma chi si aspetta di trovare tassi del 25 per cento superiori a quelli attuali rimarrà deluso: a pagina 84 si legge che nel 2001 la mortalità infantile entro il quinto anno era del 257 per mille e quella entro il primo anno del 165 per mille, esattamente gli stessi di oggi.
 
Pediatra afganoI dati presentati dal governo di Kabul. Ricercando più a fondo, si scopre che le trionfalistiche dichiarazioni del segretario generale della Nato e quelle dell'agenzia Onu ricalcano altri dati, non quelli dell’Unicef, resi noti lo scorso 4 novembre dal ministero della Salute afgano. “Quasi l’85 per cento della popolazione ha accesso alle cure mediche - sostiene il ministro - e secondo uno studio condotto dall’Università Johns Hopkins il numero dei bambini che muoiono prima dei cinque anni è sceso del 25 per cento, dai 257 su mille del 2001 ai 191 su mille del 2006”. Analoga diminuzione viene registrata per la mortalità entro il primo anno di vita: dal 165 per mille del 2001 al 129 per mille del 2006. Tutto grazie, si legge negli articoli, alla cooperazione degli Usa (UsAid) e della Banca Mondiale.
 
Bambini afganiGli studi “indipendenti” made in Usa. Gli studi che l’università privata Johns Hopkins di Baltimora, negli Stati Uniti, conduce dal 2004 sulla sanità pubblica in Afghanistan in collaborazione con la Banca Mondiale sono presentati come “indipendenti”. Ma basta dare un’occhiata al sito Internet della facoltà di Medicina dell’università statunitense per leggere che la Johns Hopkins conduce questi studi per conto dello stesso ministero della Sanità di Kabul, il quale ha ovviamente tutto l’interesse nel mostrare grandi progressi. Progressi che i rapporti dell’Unicef non registrano affatto. Anzi. La stessa nota stampa di IrinNews che esalta gli avanzamenti della sanità afgana dal 2001 a oggi, sottolinea che in Afghanistan, polmonite, malnutrizione, diarrea e altre patologie curabili uccidono ogni giorno 600 bambini sotto i cinque anni, ovvero 25 ogni ora, uno ogni due minuti e mezzo.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9911

Voli CIA in Europa : Berna congela indagine su caso Abu Omar
di Gabriella Mira Marq*

Le autorita' svizzere hanno congelato a novembre scorso un'indagine su operatori della CIA sospettati di aver trasportato illegalmente l'imam egiziano Abu Omar rapito a Milano attraverso lo spazio aereo svizzero. Lo ha dichiarato venerdi' una portavoce della Procura federale svizzera.

L'ipotesi e' che la CIA avesse volato con il presunto terrorista dalla base aerea di Aviano in Italia sulla Svizzera fino alla base di Ramstein, in Germania, e poi al Cairo, in Egitto (dove sarebe stato torturato), nel febbraio 2003. Berna aveva autorizzato l'inizio del procedimento penale a febbraio, unendosi cosi' alle inchieste dell'Italia e della Germania sulla vicenda.

La Svizzera, che e' neutrale ed ha collaborato strettamente con gli Stati Uniti nelle indagini e nel contrasto del finanziamento al terrorismo, ha in genere evitato di aprire contenziosi con Washington, ma il governo federale aveva detto lo scorso anno di non poter tollerare l'uso dello spazio aereo svizzero per un rapimento, citando prove della violazione di norme fondamentali del diritto internazionale.

Secondo il diritto svizzero, gli stranieri colpevoli di operazioni non autorizzate in territorio svizzero rischiano una pena fino a tre anni di carcere. Inoltre la pena per rapimento con violenza, inganno o minacce e consegna ad un organismo straniero e' almeno un anno di detenzione.

La Svizzera, che non fa parte della UE, e' pero' membro del Consiglio d'Europa, l'organizzazione paneuropea nata sulla base della Convenzione europea per i diritti dell'uomo. L'Assemblea parlamentare del Consiglio incarico' due anni fa proprio uno svizzero - l'ex magistrato Dick Marty - di effettuare una inchiesta sulle accuse (e prove) di scorribande dell'agenzia di intelligence americana in Europa e sulla possibilita' che nel continente vi siano stati centri di detenzione segreti gestiti dagli Americani.

Le conclusioni dell'inchiesta, riassunte in una relazione approvata dall'Assemblea, hanno accusato numerosi governi europei, fra cui quelli dell'Italia, di aver coperto o finto di ignorare le operazioni segrete dalla CIA in Europa ed ha evidenziato le carenze legislative in fatto di controlli alle frontiere e conseguentemente di tutela dei diritti umani di persone prelevate e trasportate contro la loro volonta'.

* si ringrazia Giulia Alliani


www.osservatoriosullalegalita.org


Banlieu, precarietà e università. Cambia l'impegno giovanile in Francia

L’anniversario della ribellione del Maggio '68 francese si avvicina. Anche oggi i giovani scendono in campo. Ma a loro modo.
 Après la déclaration de Sarkozy, les grafs soixante-huitards envahissent Paris (Photo : Werner Haug/FLickr)


In Francia le reazioni alle dichiarazioni del 29 aprile 2007 del candidato presidente Nicolas Sarkozy, che affermava di volerla « fare finita con il Sessantotto» non si sono fatte attendere. Una provocazione per coloro, giovani e vecchi, che credono nel progresso sociale, nella libertà e nell’umanesimo. Già il giorno dopo la sua elezione sul sito My Space è stato lanciato un Revival Maggio '68, mentre sui muri di Parigi sono apparse scritte che ricordavano le rivolte del periodo.

Nostalgia delle barricate per alcuni, vecchi fantasmi per altri: il ricordo del '68 ritorna a galla ad intervalli regolari. Soprattutto quando i giovani fanno sentire la loro voce. Durante le manifestazioni francesi del 2005 contro il Contratto di primo impiego (il cosiddetto Cpe), alcuni immaginavano un fenomeno della stessa portata. In quel momento si era infatti creata una miscela potenzialmente esplosiva: repressione da parte delle forze dell’ordine, disuguaglianze sociali, restrizioni delle libertà individuali, rimessa in discussione di alcune conquiste sociali.

Ma, in quarant’anni, ne è passata di acqua sotto i ponti. Parte dei valori difesi in quel periodo hanno già trasformato la società. La globalizzazione e Internet hanno modificato le regole del gioco. Quelli a cui viene affibbiata l’etichetta svilente e massificante di “giovani” crescono in una società in cui le redini sono tenute in parte da esponenti della generazione che ha fatto il '68, in qualità sia di sostenitori che di oppositori del movimento.

Ad ogni epoca le sue forme di militanza


Le collectif Jeudi noir (Photo, William Hamon/Flickr)Oggi l’attivismo è cambiato. Non necessariamente lo si concepisce come dipendente dall’adesione o dal sostegno ad un’organizzazione. Come nel mondo del lavoro, i giovani hannola tendenza a moltiplicare le esperienze.
Le forme di contestazione classiche, come manifestazioni, scioperi, boicottaggi, restano, ma non necessariamente con lo stesso impatto. I giovani oggi hanno molti titoli e qualifiche, spesso sono precari, e al di fuori dei circuiti politici e sindacali. Gli strumenti di attivismo sono stati completamente rinnovati, dando vita ad azioni mirate e spesso divertenti.
Che si tratti dei collettivi Antipub (Antipubblicità, movimento di imbrattatori dei pannelli pubblicitari che protesta contro la mercificazione del mondo e delle menti), o di associazioni che denunciano la situazione degli stagisti, come il sito Génération Précaire (Generazione precaria), o la difficile situazione degli alloggi, come Jeudi Noir (Giovedì nero) e Les Enfants de Don Quichotte (I bambini di Don Quichotte), questi giovani militanti hanno un punto in comune: sanno “mettere in scena” le loro azioni e sono abili con le nuove tecnologie. Quale sarà il futuro dell'attivismo giovanile? Difficile a dirsi. Una cosa è sicura: hanno saputo attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su argomenti trascurati dai media.

Un impegno sociale su misura

Le photographe JR affiche ses photos sur les murs de Paris(Photo,e-chan/Flickr) Ma cos'è che spinge un giovane ad impegnarsi? Può bastare semplicemente un avvenimento sconvolgente, come il terremoto in Algeria nella primavera del 2003. Molti giovani, soprattutto di origine algerina, hanno partecipato ad iniziative di solidarietà in favore delle vittime.
Ma l’impegno nel sociale dipende anche dalla coincidenza con gli interessi personali o professionali: costruzione di se stessi, precarietà, il bisogno di trovare la propria “utilità sociale”
La creatività, collettiva o individuale, consente ai giovani di testimoniare il proprio impegno in favore di una causa. Un esempio interessante è quello del fotografo JR, i cui scatti di giovani “delle cité” (i grandi agglomerati di palazzi che spesso si trovano nelle banlieues parigine e francesi, ndr) mentre fanno delle smorfie, sono stati esposti nello spiazzo antistante l’Hotel de Ville (il municipio di Parigi,ndr). Il loro scopo? Interrogare lo spettatore e il passante sullo sguardo che rivolgono a queste realtà.

Agire, sì…ma poi?

I giovani hanno buona volontà, ma sono anche tormentati. Spesso si sentono impotenti e si perdono in un’ideologia rinunciataria, come denuncia un saggio della sociologa Anne Muxel.
Lamentano il fatto di essere sottoimpiegati rispetto alle loro capacità. Poca pazienza, o piuttosto mancanza di fiducia degli adulti verso i giovani? Per Elisa Braley della Federazione delle associazioni studentesche frances (Fage): « Sono poche le associazioni che tengono conto delle competenze che i giovani hanno acquisito, che propongono loro modalità interessanti di apportare il loro contributo.»



Il motore dell'impegno in Francia? Le associazioni

Secondo le inchieste condotte in Francia nel 2006 dall’osservatorio sulla vita studentesca (Ove) e dall’istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee), 4 studenti su 10 sarebbero impegnati all’interno delle associazioni di volontariato. In circa la metà dei casi si tratta di attività sportive, mentre il 23% degli studenti indica altri tipi di attività, in particolare nel campo della cultura o della solidarietà.
L’attivismo associativo degli studenti in Francia si divide tra: rappresentanza studentesca (13%); attività sociale a livello locale (12%); solidarietà internazionale (9%) e attività di tutoraggio pedagogico e scolastico (6%). Fatto sorprendente, nonostante l’importanza della comunicazione e del dibattito pubblico sull’argomento, le tematiche ambientali attirano solo il 3,5% degli attivisti, ossia meno dell’1% del totale degli studenti.










Frédérique Taubenhaus - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13632

Dopo Chuck Norris per Huckabee, Rocky/Rambo per McCain

 

Mike Huckabee puo’ contare su Chuck Norris (’Walker, Texas Ranger’), ma d’ora in poi John McCain, suo avversario nella corsa alla Casa Bianca, e’ in grado di rispondergli con Rocky e Rambo. L’attore Silvester Stallone e’ sceso in campo al fianco del senatore dell’Arizona, che guida i sondaggi per la nomination presidenziale in vista delle primarie in Florida del 29 gennaio. 

‘’La realta’ e’ brutale, e’ un duro film d’azione, e c’e’ bisogno di qualcuno che ci sappia fare perche’ questa realta’ l’ ha gia’ vissuta'’, ha detto Stallone a Fox News (GUARDA IL VIDEO), annunciando di schierarsi al fianco dell’ex prigioniero del Vietnam McCain.

‘’Sono pronto a correre sui gradini di Filadelfia!'’, ha esclamato un entusiasta McCain, riferendosi a una celebre scena cinematografica della serie dedicata alle avventure del pugile Rocky. Ieri il senatore aveva ricevuto l’appoggio di un altro ‘duro’, l’ex generale Norman Schwarzkopf, il vincitore della prima Guerra del Golfo: ‘’Con Rambo e Schwarzkopf, chi puo’ fermarmi?'’, ha scherzato il candidato. http://www.marcobardazzi.com/blog7/



gennaio 24 2008

IL RUOLO DEI FALSI COMUNICATI - A buon intenditor ...

 

Oggi 18 aprile 1978, si conclude il periodo "dittatoriale" della DC che per ben trent'anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l'avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante "suicidio". Consentiamo il recupero della salma, fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa località Cartore (RI) zona confinante tra Abruzzo e Lazio.
(Falso comunicato delle Brigate Rosse, 18 aprile 1978)

La possibilita' che il premier Romano Prodi, dopo il voto di oggi alla Camera, non aspetti quello del Senato, ma si dimetta prima di esso, è una ipotesi che il Partito democratico sta considerando.
(Falso comunicato del Partito Democratico, 23 gennaio 2008) http://titollo.ilcannocchiale.it/

Incontriamoci davvero
Noi crediamo che il governo Prodi sia un buon governo. Noi crediamo che Prodi sia un ottimo presidente del consiglio. Noi crediamo che sia riuscito ad ottenere risultati eccezionali per l'Italia, considerata la maggioranza litigiosa e la sciagurata presenza, in questa stessa maggioranza, di parlamentari che hanno tradito, da subito ed ora in modo clamoroso e gravissimo, il programma sottoscritto e il mandato affidato loro dagli elettori.
Noi confidiamo che gli italiani siano capaci, per una volta, di distinguere, e di punire duramente questi parlamentari, e in primo luogo Clemente Mastella e il suo partito personale, perché non sia possibile per politici così irresponsabili continuare a fare danni al Paese intero.
Noi vogliamo infine ricordare a tutti gli italiani - perché questo non sia un paese di smemorati - che i cinque anni di governo di Berlusconi sono stati uno dei periodi più infausti della storia repubblicana, con l'esplosione del debito, dell'evasione fiscale, dell'irresponsabilità civica, dell'ingiustizia sociale. Tornare indietro non si deve.

Per tutti questi motivi, noi intendiamo testimoniare da subito la nostra solidarietà a Romano Prodi e ci ritroveremo domani, 24 gennaio, alle ore 20, quando inizierà la votazione della fiducia, sotto il Senato della Repubblica.
http://prodiraduno.ilcannocchiale.it/

L'intenditore.

Vincenzo: Allora Nikolaj Ivanovic, ti pare avvincente questa crisi di Governo o quello che è?

Bucharin: Mah, carina, ma senza fucilate che gusto c'è? Mica posso essere io l'unico fesso a cui sparano...

V: Tranquillo, che forse Bossi stavolta qualche petardo lo spara.

B: E poi la polizia segreta che cavolo fa? Ai miei tempi la faccenda si serebbe risolta subito, con un paio di telefonate, una vacanza per qualcuno, e una sostituzione di quadri alle pareti.

V: La dialettica della storia, vero?

B: Beh, sempre meglio del dialetto di alcuni ministri.http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


Prodi in linea con i Padri costituenti.
di Francesco de Notaris,
Sessanta anni fa gli italiani realizzarono la speranza coltivata nei tristi anni del regime fascista.

La nuova Costituzione entrava in vigore e ' la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione' (art.1) iniziava a diventare sangue in una nazione devastata da una guerra subita.

A sessanta anni di distanza il Parlamento, eletto per la prima volta su liste bloccate, per cui il popolo, a parer mio, ha visto dimezzata la sua sovranità, almeno nella espressione del consenso all'atto del voto, è alle prese con una crisi di difficile risoluzione.

Un partito di Governo annuncia il ritiro della fiducia e quindi si sfila dall'alleanza e poi dal patto sottoscritto dai partiti dell'Unione il 20 Giugno del 2005.

Le più nobili e rispettabili motivazioni che hanno determinato tale decisione non giustificano il danno che noi dovremo subire nell'immediato con il rallentamento della normale azione di governo ed il grave rischio di involuzione del quadro politico che l'interruzione della legislatura con le elezioni anticipate potrebbe produrre.

I cittadini più avvertiti sono sconfortati per comportamenti poco comprensibili in una democrazia matura, che vanno letti anche alla luce della legge elettorale che rende i parlamentari sudditi e dipendenti da decisioni di oligarchie che compilano le liste elettorali.

In qualche modo si opera un condizionamento sulla volontà del parlamentare che, in definitiva, sembra non sia più chiamato a rispondere dei propri comportamenti alla coscienza e agli elettori, ma anche a individui che istituzionalmente e a norma della Costituzione non sono legittimati al ruolo di soggetti di riferimento.

Prodi opera bene quando si presenta in Aula e nella sede nella quale si esercita la sovranità popolare si rivolge ai Parlamentari.

Il corretto comportamento sul piano istituzionale è in linea con la Costituzione, con la Carta scritta dai Padri.

I contenuti del discorso sono tutti condivisibili e il Presidente del Consiglio ha elencato le realizzazioni di un Governo che tra mille difficoltà ha superato gli ostacoli posti da chi cammina con la testa rivolta all'indietro.

Vecchi arnesi espressione di corporazioni parassitarie, nemici dell'equità e della giustizia sociale, moralisti bigotti frequentatori di sacrestie e lontani dalla Chiesa comunità e dal Popolo di Dio continuano a imperversare e a porre ostacoli di ogni tipo sul percorso di quanti, tra difficoltà di ogni tipo ed in maniera neanche dirompente ma con pazienza e passo determinato del passista, tentano di modernizzare questo Paese, nel rispetto della sua storia e facendo leva su ogni virtuosa capacità.

Sessanta anni fa la Costituzione rappresentò innovazione. Oggi ancora non la abbiamo realizzata ed in troppi si mettono di traverso perchè la democrazia compiuta sia un sogno e resti tale.

Quali sono le idealità di chi oggi vuol far cadere il Governo?

Quale amore costoro hanno per ogni singolo cittadino di questo Paese?

Dinanzi alla politica così come appare sugli schermi televisivi, alla caricatura che su di essa operano pseudo artisti da TV commerciali, dinanzi ad una speranza che pare affievolirsi e a politici ripiegati su se stessi e su polemiche da bar possiamo chiedere ai giovani fiducia, possiamo pensare che essi siano felici, ci scandalizzeremo se si dedicheranno alla droga, guardando alla società degli adulti come si osserva una discarica?

La tenacia di Prodi sta per schiantarsi su muri di egoismo e su interessi di pochi.

Spero contro ogni speranza che qualcuno rinsavisca e si riprenda il cammino e il Parlamento dia fiducia a questo esecutivo.

Si mostra la forza delle idee quando si è capaci di non reagire alla violenza di chi colpisce in attesa della reazione che gli fa gioco.

L'on.Mastella ha una storia e qualità per poter battere chi lo sospinge all'angolo di quello che è ormai non più un campo verde, ma un angusto ring.

Altre considerazioni le lascio alla fantasia, alla responsabilità, alla capacità di quanti hanno a cuore il presente e il futuro delle persone singole che abitano questa Italia.

Vorrei che i nostri Parlamentari stiano con la schiena dritta e permettano che la maggioranza che ha vinto le elezioni possa governare, riaffermando l'impegno assunto dinanzi agli elettori.

Siamo grati a Prodi che a sessanta anni dalla Costituzione collega il proprio servizio politico a quello che i Padri Costituenti, formatisi nelle università e nelle prigioni fasciste, nelle lotte, nella preghiera, con ideali di libertà, eguaglianza, tolleranza, laicità, rispetto delle idee, svolsero con alto senso di responsabilità, offrendo alle generazioni future una Costituzione che in Europa non ha uguali.

Ogni cittadino italiano non merita di restare vittima di beghe, che, se beghe non sono, possono essere superate in questa legislatura, con questo Governo, che deve accelerare il passo. http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=10896


Microfisiologia partigiana della crisi
di Ilvo Diamanti, Repubblica -
L'analista cinico e disilluso, abituato a trattare in modo cinico e disilluso la nostra democrazia cinica e disillusa potrebbe riassumere in modo cinico e disilluso l'esito di questa legislatura - ansiogena e convulsa. Usando, come approccio la "fisiologia partigiana". La patologia partitica, dettata dalla dipendenza del nostro sistema da una pletora di formazioni piccole e piccolissime. Partiti minuscoli, senza ideologia e senza programma. Perlopiù, riconducibili al solo leader. Alimentati e riprodotti da un sistema elettorale che impone le coalizioni preventive. E da una distribuzione del voto che divide gli italiani in due. Antiberlusconiani contro anticomunisti. Partiti che valgono poche centinaia di migliaia di voti. Per riferirsi all'ultimo punto di crisi: l'Udeur ha raccolto circa mezzo milione di voti, nel 2006. L'1,4% dei voti validi, ottenuti perlopiù in Campania. Determinanti, dato l'equilibrio delle forze in campo. Non solo fra gli elettori, ma anche in Parlamento. E soprattutto in Senato. Dove, infatti, numerosi "soggetti politici" sono in grado di condizionare le scelte della "maggioranza". Partiti individuali - o quasi - e individui senza partito. Pallaro, Di Gregorio, i Liberal-Democratici (LD: come Lamberto Dini), Turigliatto. E altri ancora, la cui visibilità dipende dal momento. Ovvio che ogni partito con basi elettorali limitate e tanto più i partiti individuali, presenti solo in Senato, temano ogni legge che ne metta a rischio l'esistenza. Ma anche l'influenza. Leggi maggioritarie veramente maggioritarie? No grazie. Proporzionali? A condizione che non pongano vincoli troppo esigenti. L'ideale: un proporzionale con soglia di sbarramento allo 0,5%. Oppure, in alternativa: una legge elettorale che "costringa" tutti a indicare le alleanze "prima" del voto. Così che, in un clima di incertezza tanto elevata, nessuno possa rinunciare a nessuno, se vuol vincere le elezioni. Leghe locali, pensionati, casalinghe, consumatori; e domani, immaginiamo, tassisti, professionisti e nimby di ogni genere, tipo e latitudine. Nessun Vassallum e nessuna bozza Bianco; ma neppure il sistema tedesco (5% di sbarramento? Entrerebbero solo 5-6 partiti). Unica soluzione? Il "nanarellum". Un sistema elettorale che garantisca esistenza e influenza ai "nanetti", come li chiama Giovanni Sartori. Per questo, l'analista cinico e disilluso vede nel collasso di questi giorni un esito annunciato da tempo. A prescindere dalle inchieste dei magistrati. Qualcuno l'aveva pure detto, nei mesi scorsi. Ci pare Mastella, ma non vorremmo sbagliarci. (Anche perché non è il solo ad aver detto cose simili). Recitiamo a memoria: "Se si va al referendum, se questa maggioranza pensa di sostenerlo o di permetterlo; se accetterà "derive" maggioritarie, si sappia che il governo non durerà un minuto di più". Sarà un caso, ma la defezione di Mastella e dell'Udeur è venuta all'indomani della decisione della Corte Costituzionale, che ha decretato la legittimità del referendum elettorale; dopo il sostanziale stallo (fallimento) del negoziato (fra interessi impossibili da comporre) sulla legge elettorale, promosso da Veltroni e sostenuto, a parole, da Berlusconi; dopo la volontà, dichiarata da Veltroni, di far procedere il PD "da solo". Oggi, in sede negoziale. Ma anche domani, alle elezioni. Sembra la cronaca di una fine annunciata. Colpisce una legislatura che, superato questo cupo gennaio, scivolerebbe, inevitabilmente, verso la prova del referendum. Una questione di "fisiologia politica": è l'istinto di sopravvivenza dei partiti minimi (e non solo il loro) che sembra spingere alle elezioni, al più presto possibile. Per votare con il vituperato "porcellum". Meglio "porcelli" ma vivi, insomma. E' una lettura cinica e disillusa, da analista cinico e disilluso. Banale e qualunquista: ce ne rendiamo conto. Utilizza argomenti mediocri. Fa riferimento agli istinti politici più elementari invece che agli accesi dibattiti dei giorni scorsi. Svaluta le polemiche aspre riguardo al rapporto fra magistratura e politica, Chiesa e Stato, cattolici e laici, Nord e Sud. I temi, gravi, della politica economica, finanziaria, internazionale, la sicurezza, l'occupazione, le morti sul lavoro. Trascura perfino la contrapposizione - a suo modo passionale - fra antiberlusconiani e anticomunisti. Dedica attenzione massima a cose minime, insomma. Lo stesso approccio, cinico e disilluso, tuttavia, suggerisce pensieri diversi e quasi opposti. Che sollevano qualche dubbio sulla fine anticipata - anzi: immediata - della legislatura. Sulle elezioni subito: ad aprile. Contro queste prospettive congiura l'istinto di conservazione dei parlamentari. Molti dei quali, se legislatura non arrivasse a metà percorso - se finisse prima di ottobre, insomma - perderebbero il diritto alla pensione. Rinuncerebbero ai numerosi benefit offerti loro dall'attuale carica. Senza alcuna garanzia di venire ricandidati e rieletti. Perché ogni seggio lasciato rischia di essere perso. Perché la concorrenza cresce sempre di più (se Mastella e l'Udeur, putacaso, confluissero nel centrodestra, a chi leverebbero posto? Posti?). Osservazioni venali e veniali di fronte alla gravità del momento e alla serietà dei motivi gridati dagli attori politici che interpretano la crisi attuale. Temi etici, estetici, programmatici, economici, deontologici, istituzionali, costituzionali e altro ancora. Sbaglia sicuramente l'analista cinico e disilluso, quando descrive una "democrazia minima", i cui destini si decidono a Ceppaloni. Quando racconta farse che finiscono in tragedia.


Il giorno più lungo degli amici-nemici
Concita De Gregorio
la Repubblica


E´ la giornata dei risentimenti. Personali prima che politici o tutte e due le cose insieme che ormai è lo stesso in una crisi di governo originata da una questione di famiglia.
Mastella, sua moglie incriminata, la vita politica che salta per aria per "amor coniugale", per così dire. Risentimenti antichi e recenti, fra amici e fra nemici: il più vistoso di tutti oggi è quello fra Prodi e Veltroni, seguono quello di Dini verso gli alleati ingrati, quello di Diliberto inascoltato, Fisichella sottovalutato, Casini troppo a lungo isolato. Il più risentito di tutti è Mastella, ovviamente: Mastella devoto al Papa a Bagnasco, ora che pareva che il signore di Ceppaloni tornasse nella casa a centrodestra Berlusconi e Casini se lo rimpallano come un invitato inatteso: prendilo tu, no grazie tu. C´è da innervosirsi, effettivamente.
Se stentate a seguire, se non riuscite a capire quel che sta succedendo nelle nebbie dei Palazzi state sereni, per una volta: siete in numerosa se non buona compagnia. Alle nove di sera, ieri sera, nemmeno i ministri lo sapevano. Mussi, Fioroni, Bindi, il vice di Padoa Schioppa Vincenzo Visco interrogati dai cronisti sul senso della giornata e sulle intenzioni di Prodi allargavano le braccia dando ciascuno una risposta diversa: Prodi agirà secondo coscienza, no secondo convenienza, no secondo le indicazioni di Napolitano il Presidente. Santagata, il più prodiano dei ministri, si domandava "che convenienza avrebbe il presidente a dimettersi dopo aver incassato 51 voti di maggioranza alla Camera: per dare soddisfazione a chi?". A Veltroni, forse? A chi vuole sostituirlo? Ecco: a chi conviene?
Bisogna allora ripartire dalla cronaca di una giornata infinita che comincia con Napolitano e con Napolitano finisce. Isolare qualche fotogramma: vediamo. La mattina il capo dello Stato celebra a Montecitorio i 60 anni della Costituzione. Seduta solenne, aula imbadierata. Ci sono tutti: Giulio Andreotti ed Emilio Colombo col bastone, Scalfaro Ciampi e Cossiga, Rita Levi Montalcini accolta in aula da un applauso. Le mogli dei presidenti Napolitano Marini e Bertinotti nel palco sopra i mariti. Veltroni in quello di fronte, fra le autorità ospiti. Il discorso è solenne come si conviene all´occasione. La settima parola è "crisi", la sesta "acuta". Il paese vive un momento di "acuta crisi" e "incertezza politica". Berlusconi sui banchi invia un messaggio col telefonino, Giuliano Amato candidato (con Marini) a guidare il governo istituzionale eventualmente prossimo venturo lo guarda in viso, unico dei ministri voltato verso di lui. Napolitano dice che bisogna fare le riforme, farle con un "concorso di volontà" fuori "dallo spirito di parte". I governi e le alleanze passano, la Costituzione resta. Applausi, compostezza e condivisione come a Montecitorio non si vede mai. Scena seconda: al Quirinale, all´ora di pranzo, sale Prodi. Napolitano invita il presidente del Consiglio a dimettersi prima di essere sfiduciato al Senato, riferisce chi è informato del colloquio. Prodi risponde che vuole prima vedere cosa succede alla Camera. Scena terza, la Camera. Finirà con 51 voti a favore del governo, inizia con le dichiarazioni di voto.
Per l´Udeur di Mastella parla Antonio Satta. Contrariamente all´annuncio della vigilia non chiede la sfiducia né annuncia voto contrario: i deputati assenteranno, annuncia. E´ molto diverso: non è un no. Il discorso di Satta è pieno di omaggi al Papa e al Vaticano, dice che "la linea moderata dell´Udeur è stata mortificata dagli alleati", fa lui per primo riferimento a Veltroni e all´ormai celebre discorso di Orvieto in cui il leader Pd ha annunciato che alle prossime elezioni correrà da solo, senza i "piccoli". Prodi prende appunti. Seguono, in diretta tv così che gli italiani sappiano, altri cinque interventi che indicano in Veltroni il responsabile della decisione di Mastella di uscire dal governo: Diliberto, esplicito. Maroni: i suoi inalberano ad uso dei fotografi la Padania che dice "Elezioni". Casini ("il segno del fallimento del suo governo l´ha dato Veltroni"), Fini. Il clima è tale che Soru capogruppo dell´Unione è costretto a dire che "non ci sono agenzie di stampa" che confermino che il Pd sia contrario all´alleanza di governo. Ilarità fra i banchi di centrodestra. Quando parte il voto per chiamata nominale in Transatlantico è già in fase avanzata la conta (il mercato) dei voti per l´indomani al Senato. Bordon voterà sì, Pallaro l´argentino non viene. Fisichella vota no ("Forse memore del suo passato", commenta Fini). La Svp sì ma resta "fuori dai blocchi". Andreotti dice che Prodi ce la farà (vota sì) e così pure Cossiga, che attribuisce il possibile successo a "un virus di walterveltronite" tra i banchi di Forza Italia. Dini vota no anche perché spera che un possibile incarico nel nuovo governo tocchi a lui. Il diniano D´Amico dice sì, invece. Conta e riconta i voti non è certo che ci siano, anzi. D´Alema oggi non sarà in aula col governo, va ai funerali di Boldrini a pronunciare l´orazione funebre. Gli uomini di Fassino riassumono: la maggioranza al Senato è quanto mai incerta meglio sarebbe se Prodi rinunciasse alla prova in aula e si dimettesse prima. Nessuno lo dice, tutti lo mormorano. Fioroni il ministro commenta che "con una maggioranza di 51 voti alla Camera è difficile dimettersi", Prodi che convenienza avrebbe, a questo punto meglio giocarsi il tutto per tutto. Bindi osserva che "sarebbe uno sgarbo per il Senato non sottoporsi al voto". I prodiani vogliono andare fino in fondo. Bossi dice che Prodi "ha chiesto il voto a Maroni e Calderoli", non è credibile, tutt´al più l´ha chiesto, e ad alta voce, a Bruno Tabacci che allargando le braccia gli ha risposto di no. Casini aspetta di capire quale legge elettorale sia eventualmente proposta: se una che conviene all´Udc o meno. Gianni Letta, come sempre, si incarica delle trattative riservate: un governo Prodi per fare le riforme e voto a giugno. Il presidente del Consiglio si prende la notte per averne consiglio. Sarà stamattina da Napolitano, di nuovo: un passaggio al Colle prima di andare in aula coi conti aggiornati al minuto. Berlusconi gongola. Se non fosse per la madre così malata (domani il compleanno, 97) sarebbe davvero un giorno di gloria.


Diciotto anni

unghie nere 


Viola mi guarda con i suoi occhi bistrati di nero, le mani con le unghie dipinte di nero a reggere il mento, che emerge da uno sconfinato collo a ciambella del maglione. Nero.

«Cazzo, ma per chi voto? - mi chiede – Insomma, Mari, dai: quest’anno faccio i diciotto! E sono qui che mi dico: per favore, cazzo, non far cadere il Governo, cazzo, che non so per chi cazzo votare. Perché, cazzo, qui non è neppure da votare il meno peggio, perché, cazzo, sono tutti peggio uguale!»

La guardo, perplessa pure io. Perché, con diciott’anni in più e qualche “cazzo” in meno nel lessico, mi sa che direi anche io uguale.http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/

È perplessa, perplessa forte, e, per una volta tanto, non è Tucidide la fonte della sua perplessità.

Volontà di potenza
Esercitazioni aero-navali nell'Atlantico, si dispiega la propaganda russa
Mosca mostra i muscoli e lancia 'la più grande operazione aeronavale' dal crollo dell'Unione Sovietica. Da lunedì, al largo dell'Oceano Atlantico, è impegnata una task force composta dalla portaerei Kutsnezov (la più grande nave da guerra mai costruita in Unione Sovietica), due fregate e numerosi altri natanti, seguiti da due bombardieri strategici Tupolev e altri caccia. I due aerei hanno sorvolato ieri il Golfo di Biscaglia per condurre un lancio simulato di missili Cruise, affiancati da apparecchi anti-sottomarino e 'monitorati' a distanza da caccia norvegesi e francesi. L'esercitazione di fronte alle coste di due Paesi alleati della Nato è l'ultima dimostrazione di forza del Cremlino, giudicata da alcuni come mera propaganda politica in vista delle elezioni presidenziali del 2 marzo prossimo.
 
Portaerei KutsnezovControbilanciare l'espansione della Nato. Per anni, dal collasso dell'Unione Sovietica, i generali hanno lamentato una flotta aerea e navale incapace di prendere il largo o di volare per mancanza di carburante o di pezzi di ricambio. Durante i due mandati da presidente, Putin ha lavorato molto per ricostituire quello che un tempo era il vanto sovietico, in vista non solo delle elezioni, ma soprattutto della costruzione di uno scudo anti-missile che gli Stati Uniti stanno progettando nella Repubblica Ceca e in Polonia. Uno spettro, quest'ultimo - il Premier polacco deciderà a febbraio se dare l'ok alle richieste di Washington - che ha portato Putin alla decisione di ripristinare le missioni a lungo raggio dei bombardieri, ordinando l'aggiornamento dei mezzi a propulsione nucleare, necessario - secondo il presidente russo - per 'controbilanciare l'allargamento dell'Alleanza Atlantica nell'Europa dell'Est'.
 
Parata del Giorno della vittoriaEstetica della paura. Nell'ambito di tale sfoggio simbolico di potenza militare, le autorità russe hanno anche deciso di riprendere le parate militari nella Piazza Rossa, una consuetudine interrotta nel 1990. Nel prossimo anniversario del giorno della vittoria, che si celebra il 9 maggio, è prevista infatti una grande sfilata militare nella quale verranno esibiti anche gli armamenti più recenti, i carri armati T-90 e i missili balistici a lunga gittata Topol-M. L'ultima parata risale al 9 maggio 1995, quando soldati e mezzi militari sfilarono nella Prospettiva Kutuzovsky, anzichè nella Piazza Rossa. Un'attivista per i diritti umani citata dalla Bbc, Valeria Novodvorskaya, ha spiegato che tale operazione è in linea con l'ideologia e la filosofia sovietica. "Quali progressi mostrare - si chiede la Novodvorskaya - in una società semi-totalitaria? Poichè non si possono far sfilare oleodotti, si mostra al mondo la potenza militare, nel pieno rispetto di quella 'estetica della paura' tanto cara ai leader sovietici. E tuttavia, tale dimostrazione di forza non è che simbolica, in quanto si cerca di nascondere il fatto che non siamo più una superpotenza militare".
 
L'opinione è condivisa da alcuni analisti militari, come Alexander Golts, che spiega come la Russia stia compiendo sì alcuni passi, ma modesti, nel campo dell'ammodernamento militare. "In termini assoluti, le spese militari russe sono inferiori a quelle cinesi, francesi e britanniche, e solo un decimo rispetto a quelle statunitensi", spiega Golts, secondo il quale i progressi tecnologici vengono utilizzati come propaganda. "Una propaganda inappropriata, e per un consumo esclusivamente interno".
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9907

La “Clinton machine” 

New York. Hillary Clinton aveva cominciato la sua campagna elettorale presidenziale in modo “nice”, gentile, puntando sulla sua esperienza, sulle sue capacità, sulla sua organizzazione e costruendo intorno alla sua candidatura un’aura di inevitabilità, quasi fosse il presidente uscente più che il candidato del cambiamento di regime. Il messaggio era chiaro: c’è da chiudere la parentesi di George W. Bush e nessuno meglio di un altro Clinton è in grado di farlo. Hillary era l’unica che non criticava gli avversari democratici, che invitava all’unità, che smussava le differenze politiche tra i candidati e ogni volta che gli altri colleghi la attaccavano non rispondeva, quasi a voler sottolineare la sua superiorità e a ricordare di essere dotata di una corazza politica che negli ultimi sedici anni è riuscita a tenere testa alla “vast right-wing conspiracy” dei repubblicani.
Senonché in Iowa è stata malamente battuta da Barack Obama. Da quel momento in poi è cambiata la sua strategia. Hillary ha mostrato un lato più umano della sua personalità, ha fatto scendere in campo suo marito Bill e, soprattutto, ha adottato i metodi della “Clinton Machine”, il più formidabile e temibile apparato politico americano insieme con l’armata dei Bush.
Barack Obama è rimasto tramortito dall’impatto, non solo perché ha perso le primarie in New Hampshire e i caucus in Nevada, ma perché ormai ogni cosa che dice gli viene distorta e rinfacciata ed è sempre costretto sulla difensiva. L’ex stratega dei Clinton Dick Morris, ora loro acerrimo nemico, ci aveva visto giusto, quando subito dopo la sconfitta in Iowa aveva pronosticato che Hillary avrebbe cominciato a usare la carta razziale contro Obama, suggerendo sotto voce che un nero non avrebbe alcuna chance di essere eletto presidente degli Stati Uniti. Ovviamente Hillary e Bill non l’hanno detto apertamente – anche perché non lo pensano, semmai lo temono – ma sono riusciti ugualmente a sollevare un polverone sul tema della razza, da farlo diventare centrale nel dibattito politico delle ultime tre settimane. I Clinton, insomma, hanno ricordato all’America che Obama è nero.
Un’operazione politica geniale e cinica, con qualche rischio di potersi alienare le simpatie dell’elettorato afro-americano. Il controllo del danno potenziale è stato affidato a Bill Clinton, il quale ha trascorso intere mattinate al telefono dello show radiofonico di Al Sharpton, uno dei capi della comunità nera d’America, a testimoniare la sua piena fedeltà alla causa degli afro-americani. Del resto Clinton se lo può permettere, visto che è stato “il primo presidente nero” secondo la celebre definizione del premio Nobel Toni Morrison (lunedì sera Obama ha detto che prima di poterlo chiamare “fratello” avrebbe bisogno di “investigare un po’ di più sulle capacità danzanti di Bill”. “Possiamo organizzare”, ha risposto Hillary).
Lunedì, in diretta televisiva, al dibattito presidenziale della South Carolina, dove si vota sabato, lo scontro è stato durissimo. Hillary e Obama erano così vicini e arrabbiati da essere stati sul punto di venire alle mani. “Si sono saltati alla gola” era ieri il titolo di apertura del giornale The State di Columbia, in South Carolina, in seguito al più violento e cattivo dibattito di questo ciclo elettorale.
Hillary ha accusato Obama di aver espresso ammirazione per le idee repubblicane degli ultimi venti anni, ma il senatore dell’Illinois ha smentito spiegando che, semmai, in quegli anni di politiche reaganiane lui lavorava come volontario nei quartieri malfamati di Chicago: “Mentre io lavoravo per strada e assistevo questa gente che vedeva il proprio lavoro andare all’estero, tu Hillary eri invece un avvocato d’affari membro del consiglio di amministrazione di Wal-Mart”, la società nota per i prezzi bassi e odiata dalla sinistra perché paga poco i suoi dipendenti. Hillary ha risposto con un’ulteriore accusa: “Io mi battevo contro queste idee, mentre tu facevi il praticantato e rappresentavi il tuo finanziatore Rezko nel business di palazzinaro di ghetti nelle periferie di Chicago”.
I due avevano studiato le debolezze dell’avversario. Hillary, in particolare, ha criticato il record legislativo di Obama in Illinois e i suoi voti a favore delle lobby delle carte di credito al Congresso. Obama è rimasto in difesa, lamentandosi che Hillary continua a falsificare le sue posizioni e in particolare a manipolare un suo elogio a Reagan. “Non ho mai citato Reagan”, ha detto Hillary. “L’ha fatto tuo marito”, ha risposto Obama. “Be’, qui ci sono io, non lui”, ha ribattuto Hillary. “Molte volte non sono in grado di dire chi è il mio avversario”, ha detto Obama.
    Christian Rocca


Spara al candidato, il videogame della battaglia per la Casa Bianca

 

La battaglia verbale e’ intensa nelle elezioni americane, ma per chi non si accontenta della guerra di parole e’ pronta un’alternativa sul web: un videogame gratuito su un popolare sito per ragazzi, che permette di sparare ai candidati. Una sorta di ‘mezzogiorno di fuoco’, ambientato nelle stanze della Casa Bianca, che nonostante le armi caricate a vernice ha suscitato perplessita’ negli Usa.

‘Presidential Paintball’, disponibile sul sito miniclip.com, offre la possibilita’ di calarsi nei panni di uno degli aspiranti presidenti e sfogarsi a colpi di proiettile di vernice contro uno degli avversari. Epiche battaglie di Barack Obama contro Hillary Clinton, o di John McCain contro Mitt Romney, possono andare avanti a lungo in vari scenari di una Casa Bianca virtuale, compreso lo Studio Ovale.

Per il sito Internet ‘The Smoking Gun’, che ha segnalato la popolarita’ del videogioco tra gli adolescenti, e’ una simulazione inquietante, in un momento in cui candidati come Obama sono sotto stretta sorveglianza del Secret Service per possibili rischi di attentati. Ma Newsweek ha invitato a non esagerare con l’allarmismo, definendolo un gioco da ragazzi come tanti altri, senza particolari violenze. http://www.marcobardazzi.com/blog7/



gennaio 23 2008

Veltroni contro i velociraptor

Quale dovesse essere la posizione ufficiale sul Pd è stato evidente ieri all’ora di pranzo, quando mi ha telefonato il pregiato direttore della pregiata qui presente fanzine e – dopo rapidi convenevoli di buona educazione – mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul solipsismo veltroniano. Alla mia obiezione: “Direttore, non è che sia il mio genere” (che voleva dire: “Fuori c’è il sole, amerei passare svagata le prossime ore”), lui ha risposto che invece proprio sì: “Sei tu quella che si occupa di costume” (che voleva dire: “Abbi pazienza, davvero io non so più cosa dire”).
Il punto è che Walter è abituato a confrontarsi con storie di ampio respiro e per sé immagina il destino dell’eroe, senza macchia né paura, che a mani nude salva il mondo, la sua bella e un asilo per bambini a vario titolo svantaggiati. Sfortunatamente, qui la realtà è più simile a un film dell’orrore, nemmeno troppo originale. E le regole del genere non lasciano speranza. Avrete certo presente il momento in cui il gruppo di sprovveduti avventurieri (destinati in larga parte a morte certa, ma non è questo il punto) decide che bisogna entrare nella caverna maledetta e bisogna dal pertugio, bendati, in fila indiana, saltellando su un piede al ritmo de “La canzone del sole”. Avrete presente che c’è sempre, in quel momento, un piccolo genio con lo sguardo saccente che dice che a lui, ecco, sembrerebbe più sensato passare di là: è asfaltato e c’è pure un autogrill. Il gruppo lo snobba ma l’ostinato insiste, si incammina da solo baldanzoso e dopo tre passi viene portato via da uno stormo di velociraptor radioattivi. Perché anche quando sembri ragionevole – financo coraggioso – preferire al passo sbilenco dell’armata brancaleone lo sprint in solitaria, quella dell’individualismo spaccone è sempre una pessima idea. Il pubblico lo sa – ecco che muore – e non si mette paura, non versa una lacrima, soltanto dichiara ufficialmente aperta l’ecatombe per cui ha pagato il biglietto.
Posso immaginare senza difficoltà il brivido che ha attraversato le schiene di sinistra alla notizia che Walter ha tutta l’intenzione di ballare da solo, fosse anche una quadriglia. E perché no: ballare subito. Sostiene D’Alema che l’uscita è “curiosa” (voleva dire: “L’Orvieto Classico da solo non giustifica”); Prodi sperava di aver capito male (voleva dire: “Non l’ha detto sul serio, vero?”); Giordano ha accusato il Pd di essere “il più potente fattore d’instabilità” (voleva dire: “Ma che fa, questo, ci ruba il lavoro?”) e senza esitazioni ha raccolto la sfida: facciamo a chi è più soggetto unitario? Ma Veltroni – come tutti i primi a morire nei film dell’orrore – ha un piano. Che consisterebbe sostanzialmente nell’andare (solo e disarmato) davanti al nido dei velociraptor radioattivi e minacciarne il capo: “Io lo so che non sono solo anche quando sono solo, perché la forza è con me, quindi se sei un uomo – o un velociraptor – d’onore adesso esci da solo anche tu e risolviamo questa questione una volta per tutte”. Purtroppo nel film lo ammazzano dopo tre passi, quindi non sapremo mai cosa avrebbe potuto rispondere il Gran Velociraptor Radioattivo. Nella realtà, Berlusconi ha risposto: “Vedremo” (voleva dire: “Vabbè, però se vi arrendete non c’è gusto”).http://www.leftwing.it/politica/112/veltroni-contro-i-velociraptor


Da Vespasiano a Water Veltroni

Scusate, ma di prendermela con Mastella non me la sento proprio.
Mastella, come le isterie di Dini e Di Pietro,
è il sintomo di una malattia che si chiama Partito democratico. Il leader di questo partito, il Clintonblair de' no'antri, è stato capace, per liberarsi di ogni riferimento politico alla Sinistra, di dare inizio ad una devastante guerra per bande, di togliere dall'isolamento Silvio Berlusconi e di anticipare la caduta del governo Prodi, governo già nato zoppo e progressivamente privato di agganci con il suo stesso programma elettorale.



Fa niente che si faccia un governissimo Dini o che trionfi Berlusconi. La parola d'ordine è semplificare (sempre che la realtà di adatti agli schemi del Water nazionale) ed egemonizzare l'opposizione al prossimo governo di centro-destra. Poi si dice che la politica del tanto peggio tanto meglio sia prerogativa della Sinistra radicale.
Vespasiano era un imperatore ed è diventato un cesso pubblico. Water da cesso diventerà, come nelle migliori favole, un uomo politico ? I primi passi non sono incoraggianti.
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/


Perchè Veltroni vuol salvare Berlusconi dalla sua porcata regalandoci un governo dittatoriale?
 

Ceppaloni Scrofolo

Sia chiaro,
il mio cuore sanguina dolore in queste ore in direzione sud,
ma a più meridione di Roma e il quirinale,
verso Gaza stretta d'assedio,
dove proprio in questo momento più di 1,5 milioni di palestinesi sono costretti al buio.
 
Però una cosa la vorrei dire su Mastella che ha staccato la spina ad un governo malato terminale.
Mastella che è già stato pure ministro berlusconiano, si prepara a tornare all'ovile,
e Berlusconi lo accoglierà come un figliol prodigo,
sacrificando il vitello grasso (si scommette più su Bondi che Ferrara, impegnato a scoparsi il papa)
 
Quello che mi preme far sapere e che non sento circolare nel vortice di ipotesi per il dopo caduta Prodi, imminente,
è il mio non capire questa urgenza del partito democratico a voler cambiare la legge elettorale,
imponendo un premierato forte,
quando si sa già che Berlusconi sarà il vincitore delle prossime elezioni.
 
Si sono fatti la porcata per rendere ingovernabile il paese in mano alla sinistra?
Ebbene, ora sarebbe il caso di farli accomodare sul maiale di legge elettorale che hanno disegnato.
 
Non sono esperto di sondaggi e proiezioni,
ma mi è chiaro che si votasse oggi alla camera il centrodestra avrebbe una fortissima maggioranza,
mentre al senato sarebbe tale e quale la situazione odierna del centrosinistra (più o meno).
 
Chissenefotte della responsabilità politica di lasciare un paese ingovernabile,
meglio una nave in naufragio piuttosto che condotta da una destra che possiamo solo immaginare quanto sarà rozza,
fascista, clericale. 
Decisamente molto più dura dell'ultimo incubo di dittatura berlusconiana.
 
Veltroni lo sa? ci è?
o ci fa???
 
guerrilla radio.
ps.
ascoltando l'inno dell'udeur è doveroso imprecare.
http://guerrillaradio.iobloggo.com/

l'onore delle armi

Non sarò breve, perdonatemi.

Estratto dal discorso odierno di Romano Prodi in Parlamento (le parti in rosso le ho aggiunte io). Ah, en passant, complimenti al Prof per aver portato la crisi nel luogo in cui è giusto che si consumi. Grazie da chi ancora si ostina a ritenere che il Parlamento non sia un luogo che fa perdere un sacco di tempo.

«Questo è un governo che ha saputo rimettere in piedi il Paese e gli ha permesso di riprendere il cammino facendolo uscire dalle emergenze».

Il deficit si è attestato nei primi 9 mesi dell'anno scorso all'1,3% del Pil (4% nello stesso periodo 2006).
Si tratta del risultato migliore dal 1999.
Lo comunica l'Istat.
Nel terzo trimestre l'incidenza sul Pil dell'avanzo primario è stata pari al 4,4%, contro -1,7% dello stesso periodo del 2006. Nello stesso periodo il saldo corrente (risparmio) è risultato positivo e pari a 10.411 milioni di euro, contro il valore positivo di 5.105 milioni di euro nel corrispondente trimestre dell'anno precedente, con una incidenza positiva sul Pil pari al 2,7% (più 1,4% nel corrispondente trimestre del 2006).

«Questo è un governo che ha riconquistato la fiducia in Europa come ha espressamente certificato il commissario Almunia, che ha riconquistato credibilità sui mercati e nelle istituzioni istituzionali, che ha saputo riconquistare all'Italia il posto che le spetta nello scenario internazionale, che ha saputo chiudere senza sbavature l'avventura in Iraq, che ha guidato il processo per la missione Libano, ed è presente con determinazione e umanità ovunque nel mondo la pace è in pericolo».

Le esportazioni sono aumentate del 12,1%. I nostri militari continuano a servire in Libano, in Afghanistan e altrove. Dall'Iraq non siamo scappati a la Zapatero, ma abbiamo proceduto a un ritiro scaglionato, che peraltro era lo stesso che la destra al governo in precedenza aveva annunciato avrebbe fatto.

 «Un governo che ha saputo combattere la criminalità organizzata, diffondere la cultura del rispetto, e far condannare nel mondo la pena di morte». E ancora: «Questo è un governo che ha cominciato a far pagare le tasse a chi non lo faceva, che ha combattuto la precarietà, la disoccupazione, che ha investito sui giovani. Un governo che ha saputo liberalizzare i servizi, combattere le corporazioni, che ha messo la casa al centro delle politiche tagliando l'Ici e agevolando gli affitti».

Misure Finanziaria 2008: ICI: ulteriore detrazione fino a 200 euro, che si aggiunge alla detrazione già in vigore (quella base e' di 103 euro).
SGRAVI PER GLI INQUILINI: detrazione Irpef per chi è in affitto, pari a 300 euro per i redditi sotto i 15.493 euro e a 150 euro per chi ha un reddito maggiore. I giovani tra 20 e 30 anni che vanno a vivere per conto proprio godranno per i primi tre anni di una detrazione più alta, pari a 991,60 euro
*****
Domani farò la ricarica al telefonino. Pagherò 25 euro e avrò 25 euro di telefonate. Il governo "delle libertà" non si era sognato di permettermelo. E quando ho assicurato la nuova auto, l'impiegata della mia assicurazione mi ha detto "facciamo la Bersani?". E mi sono sorpreso a pagare la metà di quel che mi aspettavo.
Io non ho quasi mai parlato di Prodi sul mio blog o qui,  quando ho parlato del governo spesso l'ho fatto criticando.
Criticando una maggioranza omnibus che metteva tutto dentro e che rimaneva prigioniera spesso e volentieri di veti incrociati. Colpa anche del "prodismo" e del tutti dentro, certo. Ma con quel popò di porcata di legge elettorale votata dalla destra, era impossibile cercare rimedi. Tutti dentro per forza.
Eppure, malgrado tutto questo, malgrado una maggioranza numerica quasi inesistente, il governo Prodi ha fatto le cose sopracitate. Carta canta. Numeri, non chiacchiere. Tante, tantissme sono le cose che non ha fatto. Diverse sono quelle che ha fatto e che potevano farsi meglio. Epperò, mi chiedo cosa avrebbe potuto realizzare in cinque anni Prodi contando su una maggioranza numerica analoga a quella che il Cavaliere ha avuto nei cnque anni precedenti.
Ricordo la legislatura precedente blindata per due anni a votar leggi fino a notte fonda per salvare il premier dai suoi processi. Speriamo che nella prossima, i valvassini del Cavaliere abiano smaltito le pratiche, e possano dedicarsi ad altro, se, come probabile, saranno nuovamente maggioranza.
Però oggi, proprio oggi, voglio dire quello che non mi pare di avere mai detto. E che forse un po' mi pesa pure dire. Questo professor Romano Prodi, quest'uomo bruttino, quasi incomprensibile quando parla, a volte vagamente inquietante, resta l'uomo che per due volte ha battuto il Grande Venditore. E' l'uomo che contro ogni pronostico ci ha portato in Europa, ancorandoci a un euro che (malgrado le speculazioni dei furbi non controllati dai propri padrini politici allora al governo, e qui certo Prodi non c'entra) ha salvato il sistema da burrasche peggiori. Oggi, sopravvissuto a due anni di trappole, si apprestava ad affronatre quella che è la prima emergenza di questo paese, cioè l'annientamento del ceto medio di questo Paese, conseguente al crollo del potere d'acquisto dei redditi. Non gli viene concesso per una ripicca legata a una faccenda personalissima da parte di un patentato voltagabbana, nei cui confronti, siamo certi, non mancherà gratitudine sui nuovi lidi a cui approderà. Insomma, concludendo, mi sento di sottorscrivere una volta tanto una cosa che ho inteso dire ieri sera in tv a Marco Travaglio e cioè che questo professor Romano Prodi, che salvo miracoli dell'ultima ora si appresta a togliere il disturbo da Palazzo Chifi, è uno dei politici più sottovalutati di sempre in questo povera, malconcia repubblica delle banane. http://esagono.splinder.com/

Scalfaro: passare solo grazie a noi lo indebolirebbe
Marzio Breda
Corriere della Sera


ROMA — Presidente Scalfaro, come giudica la strategia di Prodi? Ha fatto bene a imboccare la strada della fiducia nelle aule di Camera e Senato? O avrebbe dovuto arrendersi subito dopo che Mastella aveva annunciato lo strappo?
«Ha scelto il percorso più trasparente, parlamentarizzando la crisi, come si dice. Dunque ha fatto benissimo, perché così costringe i partner della coalizione a esprimere in maniera definitiva da che parte intendono stare, con una pubblica assunzione di responsabilità. E' un mio vecchio cruccio, quello delle crisi extraparlamentari. Nel '91, durante uno dei tanti governi Andreotti, presentai un disegno di legge "in difesa dei diritti e delle prerogative del Parlamento", perché mi sembrava mortificante che vita e morte degli esecutivi fossero decise nel chiuso delle segreterie dei partiti, con deputati e senatori chiamati a ratificare giochi di cui ignoravano tutto o quasi. La Camera approvò il disegno di legge a larga maggioranza, salvo metterla poi a "dormire" a Palazzo Madama ».
A proposito di Senato, lei sarà presente alla seduta di domani? E voterà la fiducia?
«Certo che ci sarò. E certo che voterò la fiducia a Prodi. Se non altro per una considerazione discriminante: è impensabile andare alle urne con l'attuale legge elettorale. Non è un caso che chi l'ha voluta, mentre la legislatura stava per chiudersi, l'abbia battezzata "una porcata". Infatti espropria i cittadini del diritto di scegliersi i propri rappresentanti. Così, si può affermare che nessuno dei deputati e senatori di oggi sia stato eletto consapevolmente dagli italiani. Una scostumatezza politica e giuridica».
Ma se Prodi sopravvivesse solo per l'appoggio dei senatori a vita, non si aprirebbe una questione politico- istituzionale? Un conto è varare un provvedimento grazie ai vostri voti, un altro conto è superare lo scoglio della fiducia esclusivamente grazie a questo soccorso...
«Sul piano costituzionale il problema non si pone. Nessuno, a partire dal capo dello Stato, può fare distinzioni tra voto dei senatori eletti e voto dei senatori "di diritto". Certo, il problema si porrebbe sul piano politico. Nel senso che un risultato del genere costituirebbe un'indiscutibile certificazione di debolezza e di tensioni».
Qualora Prodi esca battuto a Palazzo Madama, non sareste sconfitti un po' anche voi, «padri della Patria »?
«Non mi sentirei sconfitto. Assolutamente. Credo di aver appoggiato un governo che è uscito dalle urne con una sua maggioranza. Scarsissima, ma chiaramente esistente. Per il resto, l'esigenza è sempre la stessa: bisogna fare sia la nuova legge elettorale, sia qualche altro ritocco costituzionale. Una base su cui mettersi all'opera esiste già, basta leggere gli atti delle commissioni affari costituzionali di Montecitorio e Palazzo Madama. E su tale base è finora maturato un consenso quasi universale. Serve la buona volontà ».
Qualcuno sostiene che Prodi, con la sua sfida in Parlamento rende di fatto impossibile lavorare al già difficile scenario di riserva: quello di un governo tecnico-istituzionale.
«Non sono di questo parere. L'approdo in aula permetterà a tutti, e in primo luogo al Quirinale, di avere elementi chiari e precisi sullo stato delle cose. Poi saranno tirate le somme. Profezie non voglio azzardarne, ma a mio avviso nessuna ipotesi può essere esclusa a priori. Almeno tenendo conto che prima di dichiarare finita la legislatura c'è lo scoglio di una legge elettorale che è una vergogna, perché sovverte un elementare principio democratico ».
Un ultimo punto. Accanto alla sicura fiducia di oggi alla Camera, Prodi rischia domani una concreta sfiducia al Senato. C'è chi ragiona sulle possibilità che, se mancassero i numeri, sia sciolta soltanto l'assemblea di Palazzo Madama. E' un'ipotesi percorribile?


"Troppe tensioni nel Pd, così si è indebolito il Governo"
di Goffredo De Marchis, Repubblica -
Parisi: "Percorso rigorosamente parlamentare alla luce del sole, se non c´è la fiducia alle Camere, Romano chiederà di tornare alle urne"

ROMA - «Se Prodi viene sfiduciato in Parlamento si va a votare, poco ma sicuro», dice Rosy Bindi appena uscita dal vertice del Partito democratico con il presidente del Consiglio. Arturo Parisi parla di «un percorso rigorosamente parlamentare alla luce del sole e se non c´è un voto favorevole alle Camere, beh al quel punto Prodi chiederà di tornare alle urne». Su questa linea si è conclusa la riunione con i vertici del Pd, una riunione in cui proprio Walter Veltroni e Francesco Rutelli sono stati i più convinti e appassionati sostenitori della strada indicata dal Professore. Ma l´insistenza degli ulivisti sull´unica subordinata alla fiducia parlamentare, il voto anticipato, fa capire che nel nuovo partito del centrosinistra ci si prepara anche al dopo Prodi. E gli ulivisti mettono subito dei paletti che valgono per tutta l´Unione ma anche per il Pd. Perché qualcun altro, in caso di un definitivo show down, non vuole chiudere tutte le porte per altre soluzioni.
Nel vertice della sera nessuno, tra i molti presenti, ha voluto aprire polemiche su come Veltroni ha gestito i primi passi del Partito democratico dalla poltrona di segretario. «Non ne abbiamo parlato - dice la Bindi -. Ma si sa cosa penso delle ultime mosse dei vertici del mio partito». Ossia che non bisognava fare annunci sul cammino solitario del Pd proprio in questa fase e invece Veltroni ad Orvieto ha urlato ai quattro venti che il partito non farà alleanze e si presenterà agli elettori con il suo simbolo e basta. «Vogliamo continuare con i personalismi?», era stata la domanda polemica del ministro della Difesa dopo l´uscita di sabato del sindaco. Adesso che Mastella ha fatto la frittata, le bocche sono abbastanza cucite e non si riaprono vecchie ferite, almeno nelle stanze di Palazzo Chigi con quasi tutti i ministri del Pd presenti. Però il confronto nel Pd sul futuro ci sarà eccome, a prescindere da come finirà la vicenda del governo Prodi.
Veltroni certo non torna indietro rispetto alla sua posizione di partenza, che è quella del Pd a vocazione maggioritaria, che va da solo alle elezioni, che rifiuta le coalizioni-ammucchiate. «Tutto quello che sta accadendo adesso - spiegava ieri - non fa altro che confermare la buona causa della mia battaglia. Ridurre la frammentazione, non lasciare il potere di vita o di morte di un governo a partiti veramente piccoli è un principio sacrosanto. E basta leggere tutti i sondaggi per vedere che la gente sta dalla nostra parte». Ma i prodiani non condividono questa analisi. Contestano soprattutto i tempi: non si fanno certi annunci mentre si governa con tanti partiti, molti piccoli. Veltroni, secondo i fedelissimi del premier, ha cercato più il dialogo con Berlusconi che la compattezza della maggioranza sulle riforme. E questo non ha giovato alla salute di Prodi e della sua squadra. Prima che la situazione precipitasse, Parisi aveva criticato la condotta del vertice del Pd sulla legge elettorale. «Dobbiamo parlare con il partito di quale riforma vogliamo - era stato l´appello del ministro della Difesa -. Abbiamo concluso l´assemblea costituente di Milano con un´alzata di mano e non va bene. Adesso però è arrivato il momento di discutere davvero».
Ma questa discussione ora è più lontana. Le urgenze sono altre. C´è una crisi esplosiva in corso e gli interrogativi sul dopo. Per gli ulivisti doc non ci sono dubbi: senza Prodi a Palazzo Chigi l´alternativa è solo il voto. Ed è chiaro che se nel partito dovessero nascere posizioni diverse su questo esito, la discussione stavolta non potrà essere rimandata.

Governo: Bindi, Pd assuma iniziativa con alleati per Senato
ANSA -
(ANSA) - - Il Pd dovrebbe 'assumere una forte iniziativa nei confronti degli alleati facendo loro capire che non li considera una zavorra'. E' l'auspicio espresso dal ministro per la Famiglia Rosy Bindi, parlando con i giornalisti alla Camera.
I cronisti hanno ricordato alla Bindi le sue critiche decise sabato a Veltroni, dopo il suo annuncio fatto ad Orvieto che il Pd correra' da solo: 'Avete visto che avevo ragione', ha risposto Bindi.
'Io ho condiviso la scelta di Prodi di parlamentarizzare la crisi - ha riferito Bindi - ora pero' tocca al Pd fare qualcosa.
Se c'e' stato qualcuno che ha dato a Mastella un pretesto per rompere, ora deve muoversi. In questo caso io non dispero che in Senato le cose possano raddrizzarsi'.
Bindi ha quindi spiegato che 'occorre che il Pd assuma una forte iniziativa nei confronti degli alleati facendo loro capire che non li considera una zavorra, ma appunto alleati'.

Governo/ Monaco: Prodi tostissimo. Un monito ai trasformisti
Apc -
Roma, . (Apcom) - "L'intervento di Prodi alla Camera, intervento tostissimo. Un monito contro leggerezza, trasformismi, furberie, manovre di palazzo. Ciascuno si deve assumere pubblicamente e in parlamento le proprie responsabilita'. Mettendoci la faccia. Prodi lo ha fatto come lerader e garante della maggioranza". Lo dice il parlamentare prodiano del Pd Franco Monaco.
A suo giudizio, il discorsso "si segnala per tre elementi: trasparente e rigoroso rispetto per le regole e le procedure costituzionali; orgogliosa rivendicazione dei risultati dell'azione di governo; severo richiamo alla responsabilita' e alla coerenza con il patto solenne siglato con i cittadini da parte dei gruppi e dei singoli parlamentari della maggioranza".

Solo il Parlamento decide sul Governo"

Discorso del Presidente del Consiglio Romano Prodi alla Camera dei Deputati
22 Gennaio 2008
Signor Presidente, Onorevoli colleghi,
intervengo in quest’Aula a seguito della crisi venutasi a creare nella
maggioranza dopo la decisione dell’Udeur di non farne più parte. Sicuramente
sulla scelta del partito del senatore Clemente Mastella ha influito la
vicenda giudiziaria che lo ha investito sul piano personale e politico,
episodio per il quale gli ho espresso personalmente e a nome del governo
piena solidarietà assumendo l’interim del Ministero della Giustizia.
Solidarietà che gli ho in più occasioni rinnovato, così come è stato fatto
da tutti i partiti della coalizione. Clemente Mastella non è stato lasciato
solo, né come esponente politico, né come Ministro della Repubblica, né
tanto meno come uomo.
Oggi era previsto che io dovessi esporre qui la relazione annuale sullo
stato della giustizia. Impegno al quale, sia pure brevemente, intendo fare
onore.
Il nostro è uno Stato nel quale proprio al potere giudiziario è affidato il
compito di affermare e tutelare sempre la sovranità della legge. Una
sovranità che si impone ovviamente anche ai giudici e che chiede ad essi di
essere i primi a sottoporsi con lealtà e, permettetemi di dire, purezza di
cuore e serenità di intenti, al rispetto pieno delle nostre regole
giuridiche.
Riguardo alla relazione a cui oggi mi riferisco, è dovuto al senatore
Mastella un sincero apprezzamento. Per il lavoro fatto come Ministro che,
dopo aver operato con passione non solo per portare a compimento la più
ampia riforma dell’ordinamento giudiziario che il nostro Paese abbia avuto,
ma anche per avviare molte e importanti interventi di cui vi è ampia traccia
nella relazione che è stata depositata al Parlamento a nome dell’intero
Governo.
Una relazione ricca non solo di dati e di bilanci ma anche di problemi e di
interrogativi; di riflessioni critiche e di chiari inviti al Parlamento
affinché le tante iniziative già avviate possano trovare presto piena
approvazione.
Una relazione che riflette con rigore le luci e le ombre della giustizia
italiana nella difficile fase storica che stiamo vivendo; che dà forte
sostegno ai giudici, ai quali come potere e come ordine va l’apprezzamento e
la riconoscenza del Paese. Una relazione che chiede alla classe politica e
al Parlamento un eccezionale impegno.
Una relazione, voglio ancora sottolinearlo, che è stata approvata da tutto
il Consiglio dei Ministri e che dunque costituisce, in ogni sua parte, la
posizione dell’intero Governo.
Gli ultimi quindici anni sono stati contrassegnati da una situazione, a
volte palese e a volte nascosta, di tensioni tra politica e magistratura;
tensioni rese più drammatiche dalla crisi di fiducia che ha purtroppo
interessato entrambi i settori.
La politica – occorre ricordarlo – ha per definizione la finalità di
realizzare aggregazioni del consenso dirette a risolvere i problemi del
Paese, e deve poter operare nel libero esercizio delle proprie funzioni,
senza con questo ambire ad una sorta di irresponsabilità. Netta e precisa è
la sua primazia nei confronti di ogni altra istituzione allorché concorre,
nelle sedi parlamentari e in rappresentanza del popolo sovrano, alla
formazione delle leggi.
La magistratura ha il compito di assicurare la legalità in rapporto a
singole fattispecie e situazioni demandate al suo giudizio. Nell’esercizio
delle funzioni ogni magistrato è soggetto soltanto alla legge, “sempre e
costantemente alla maestà della legge”, nel senso che deve mantenersi
nell’ambito della legittimazione assegnatagli dalla Costituzione e dalle
norme processuali. Senza che in questo ambito vi siano differenziazioni, in
coerenza con l’art. 3 della Carta costituzionale. Né la magistratura deve o
può cercare il consenso sulle proprie decisioni, in quanto esse sono
conseguenti all’applicazione della legge e, dunque, “vincolate”.
D’altra parte il controllo di legalità è il contrappeso dell’ampia libertà
di cui, in uno stato democratico, gode l’autorità politica per la
realizzazione dei suoi fini. Esso deve essere soltanto un rimedio
nell’equilibrio delle istituzioni. Le categorie dalla politica hanno come
contrappeso non tanto il principio esterno della responsabilità penale, che
vale certo anche per i rappresentanti politici, bensì, soprattutto, quello
interno di una responsabilità che è e resta di tipo politico.
Una responsabilità che spetta direttamente ai cittadini far valere non
soltanto nell’occasione elettorale ma attraverso una costante relazione tra
politica e collettività che assicuri una reale e continua capacità di
partecipazione e di controllo.
Per altro verso, autonomia e indipendenza della magistratura, intesa come
organizzazione indipendente da ogni altro potere dello Stato, devono trovare
il proprio contrappeso nella professionalità, nella responsabilità e
nell’adesione alla legge cui ogni magistrato è sottoposto. Perché – è bene
ribadirlo – autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario hanno come
presupposto necessario e imprescindibile la professionalità, l’imparzialità,
la neutralità politica, la responsabilità, e il rigido rispetto della legge.
Tuttavia non è solo di giustizia che si può parlare oggi in quest’Aula, ma
anche di quanto accaduto nelle ultime ore sul piano politico e
istituzionale, dopo le dichiarazioni rilasciate ieri dal Senatore Mastella.
Per il rispetto che nutro nei confronti del Parlamento e per abbreviare i
tempi di una crisi che rischia di generare tensioni di cui il Paese non ha
bisogno, ho quindi deciso di presentarmi immediatamente per riferire sulla
situazione. Perché è dal Parlamento che un Governo trae la sua legittimità
ed è nel Parlamento che deve verificare l’esistenza della fiducia.
Onorevoli colleghi,
sono convinto che nei momenti di decisione sia bene e salutare assumere
comportamenti che implichino l’assunzione di responsabilità limpide da parte
delle istituzioni preposte al governo del paese, a partire dal Parlamento.
In un paese legato allo stato di diritto non sono le agenzie di stampa e
neppure i dibattiti televisivi che determinano le sorti di un governo. Siete
voi, colleghi deputati che dovrete decidere e assumere limpidamente e
pubblicamente le responsabilità per cui siete stati eletti. E’ nel
Parlamento e solo nel Parlamento che si può decidere la sorte del Governo.
Ho assunto l’interim del Ministero della Giustizia e, come ho già ripetuto,
il governo condivide la relazione dell’ex Ministro Mastella. Se poi entrano
in discussione in modo opaco preoccupazioni di riforma elettorale o di altro
genere è bene che tutto venga alla luce in questa sede, nelle aule
parlamentari. Esse sono la sede fondamentale della democrazia.
Questo è un Governo che, nato su un patto di legislatura sottoscritto da
tutti i partiti dell’Unione il 20 giugno del 2005, si era ripromesso, cito
testualmente, “un’alleanza destinata a durare per l’intero arco della
legislatura”. Questo è un Governo che, nato sulla base di un Programma
elettorale firmato e condiviso da tutti i partiti dell’Unione l’11 febbraio
del 2006, ha avuto il mandato di guidare il Paese per cinque anni dopo una
vittoria elettorale tanto difficile quanto attesa dalla maggioranza degli
italiani.
Questo è un Governo che ha saputo rimettere in piedi il Paese e gli ha
permesso di riprendere il cammino, facendolo uscire dalle emergenze. Da due
anni la nostra crescita si attesta sui livelli massimi dell’ultimo decennio.
Abbiamo ripristinato l’avanzo primario, il debito cala costantemente. E
abbiamo cominciato, in modo onesto e responsabile, a redistribuire risorse
alle famiglie, ai lavoratori e ai pensionati.
Questo è un Governo che ha riconquistato fiducia in Europa, (come proprio
ieri sera ha certificato il commissario Almunia). Ha riconquistato
credibilità nei mercati e nelle istituzioni internazionali.
Un governo che, con la sua politica estera e di sicurezza, ha saputo
riconquistare all’Italia il posto che le spetta sullo scenario
internazionale. Che ha saputo chiudere senza sbavature l’avventura in Iraq;
che ha guidato il processo che ha portato alla missione di pace in Libano;
che è presente con determinazione, professionalità e umanità ovunque la pace
è in pericolo.
Un governo che ha saputo combattere la criminalità organizzata, diffondere
la cultura del rispetto e lottare nel mondo con successo per far trionfare
la pace e condannare la pena di morte.
Questo è un Governo che ha cominciato a far pagare le tasse a chi non lo
faceva, ha combattuto la precarietà, abbattuto la disoccupazione, abolito le
ingiustizie sociali e investito sui giovani, sul loro essere il futuro
dell’Italia. Un lavoro che sta producendo ogni giorno frutti e che sono
certo continuerà a darne.
Questo è un Governo che ha saputo liberalizzare servizi e combattere
corporazioni, che ha ridato certezze sul senso di equità e di giustizia, che
ha messo la casa al centro delle sue politiche, tagliando l’Ici, facendo
costruire nuove abitazioni per i giovani, agevolando gli affitti per le
coppie e gli universitari.
Questo è un Governo che ha creduto e crede nell’ambiente e nella sua tutela.
Non operando con politiche cieche e immobilistiche, ma con la consapevolezza
che solo investendo sull’ambiente si investe sul futuro. E anche quando ci
siamo trovati di fronte ad emergenze come quella dei rifiuti non abbiamo
gridato allo scandalo, non abbiamo cercato di addossare ad altri
responsabilità storiche: ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cominciato
ad affrontare concretamente il problema.
Ecco, questa è la sintesi dell’attività di Governo che oggi presento con
orgoglio a questo Parlamento. Un Governo che ha combattuto i privilegi e
tagliato i costi della politica non sull’onda di polemiche demagogiche, ma
perché fermamente convinto che solo dando l’esempio si ottengono risultati
per tutti.
Con questi risultati e con questi principi ci apprestiamo ad affrontare
questo delicato momento. Le priorità che hanno accompagnato e guidano il
nostro cammino si chiamano riforme, efficienza, equità. Per ottenere questi
risultati ci vogliono coerenza e coraggio. Ci vuole continuità di azione.
Soprattutto in un momento in cui l’economia mondiale è di fronte a
un’evoluzione negativa della quale non riusciamo ancora a comprendere le
conseguenze ultime.
Dopo i sacrifici della prima Finanziaria, obbligata dalla gestione
dissennata di chi ci ha preceduto, abbiamo risanato i conti pubblici e
tagliato la spesa.
Ora, con la legge Finanziaria 2008 e dopo il grande accordo sul welfare
votato da cinque milioni di lavoratori e di pensionati, siamo pronti a
diminuire le tasse e aumentare i redditi dei lavoratori garantendo anche un
aumento della produttività, come testimonia il recentissimo accordo per il
contratto di lavoro dei metalmeccanici.
Ci aspettano progetti importanti che responsabilmente abbiamo avviato senza
pensare che decisioni solitarie ed episodiche potessero metterli in forse.
Abbiamo preso con gli elettori e con il Paese impegni che intendiamo
rispettare, secondo quanto stabilito dalle regole parlamentari e
costituzionali.
Proprio domani, in quest’Aula, il Presidente della Repubblica celebrerà il
sessantesimo anniversario della Carta fondante la nostra democrazia.
Mai come oggi siamo chiamati a dimostrare coi nostri comportamenti, con le
nostre decisioni e con atti formali che ci impegnamo tutti di fronte al
Paese, la fedeltà e il rispetto per la nostra Carta fondamentale.
Alla Costituzione mi richiamo dunque per chiedere a voi, onorevoli deputati,
e, in seguito ai vostri colleghi senatori, di esprimere con un voto di
fiducia il vostro giudizio sulle dichiarazioni che avete ascoltato.

Il maratoneta

C'è un bel sotto-titolo su questa settimana dell'Espresso che recita: "perchè non riusciamo ad essere un paese normale".
Mah, magari visto da fuori una rispostina si può dare: semplicemente perchè siamo scarsi. Scarsi nel volere che un governo duri meno di quello che debba durare; che ci ci capisca di economia governi, che un tizio che non capisce niente possa per anni influenzare la vita politica.
Suggerimento: tirare dritti, fregarsene dei cretini, lavorare con competenza. Come Romano Prodi.http://carlettodarwin.blogspot.com/


ECONOMIA-AFRICA:
Proposte controverse per il Forum Economico Mondiale
David Cronin


BRUXELLES, (IPS) - La presenza apparentemente contraddittoria di Bono, cantante pop che raramente viene sorpreso senza i suoi avvolgenti occhiali da sole, tra i completi scuri dei businessmen e dei leader politici presenti al Forum Economico Mondiale (FEM), dovrebbe assicurare che il problema di come porre fine alla povertà in Africa troverà ampio spazio tra i media che seguiranno il meeting del 23-27 gennaio.

Per diversi anni consecutivi, il cantante degli U2 è stato senza dubbio l’ospite più illustre di Davos, la località sciistica svizzera che ospita l’incontro dei “ricconi nella neve”, come lui stesso ha definito una volta il forum.

Nel 2005, è apparso al fianco di Tony Blair, il primo ministro britannico, al presidente del Sud Africa Thabo Mbeki e all’ex presidente Usa Bill Clinton, per dichiarare che dedicarsi ai problemi dell’Africa non è una causa ma un’emergenza.

Eppure, benché gli obiettivi di eliminare il debito che affligge i paesi poveri e di promuovere la partecipazione dell’Africa al commercio mondiale, siano ampiamente sostenuti dagli attivisti contro la povertà, alcune delle ricette proposte dalla gran parte dei partecipanti al forum sono piuttosto controverse. Quest’anno, ad esempio, il forum esaminerà uno studio per migliorare l’agricoltura africana, redatto dalla Business Alliance Against Chronic Hunger (Alleanza delle imprese contro la fame nel mondo, BAACH).

Secondo la BAACH, che riunisce il gigante alimentare Unilever, l’azienda di abbigliamento sportivo Nike e l’impresa di corriere espresso TNT, l’Africa è “finalmente pronta a portare avanti la sua Rivoluzione verde”, alludendo all’aumento della produzione agricola registrato in Messico e in India tra gli anni ’40 e ’60.

Le imprese che promuovono biocarburanti e biotecnologia potrebbero, secondo la BAACH, avere un ruolo guida in questa possibile “rivoluzione”. Con uno specifico progetto pilota espressamente menzionato, la Monsanto, principale produttore di sementi geneticamente modificate (GM), sta tentando di aumentare i raccolti di mais nel distretto keniano di Siaya.

Sono coinvolte nel progetto anche due imprese produttrici di biofuel: la Spectre e la Technoserve. Uno dei principali settori della Spectre è la produzione di jatropha, un arbusto molto resistente dai semi oleosi che può essere usato come fonte d’energia. Lo scorso agosto, sono scoppiati dei tumulti in India perché alcuni contadini erano stati cacciati dalle loro terre per lasciare spazio alle piantagioni di jatropha.

Secondo Mohammed Issah, della Fondazione Social Enterprise Develoment (SEND) del Ghana, le multinazionali “stanno cercando di impadronirsi del settore agricolo sostenendo di avere in mano la soluzione al problema della fame in Africa”.

Né i biocarburanti né la biotecnologia beneficeranno i piccoli agricoltori in Africa, ha chiosato.

”Se le imprese si assumeranno la responsabilità di fornire i semi GM, il controllo dei sementi da semina si sposterà dagli agricoltori alle multinazionali”, ha detto all’IPS. “Certo, l’obiettivo delle imprese che si inseriscono in questi settori è fondamentalmente fare profitto”.

”Gli agricoltori stanno già usando le conoscenze indigene per seminare un materiale che è adatto all’ambiente in cui questi tradizionalmente producono. Ciò di cui hanno bisogno è un sostegno per migliorare le pratiche che già usano, e non l’introduzione di semi geneticamente modificati”.

Klaus Schwab, l’accademico di origine tedesca fondatore del FEM, riconosce che l’aumento improvviso nella produzione di biofuel è una delle questioni chiave con cui i politici dovranno confrontarsi.

”I biocarburanti hanno un impatto sulla gestione dell’acqua”, ha detto il 16 gennaio scorso. “Hanno un impatto sull’uso che facciamo della terra arabile; hanno un impatto sulla sicurezza alimentare. Abbiamo visto i prezzi del cibo aumentare in modo notevole, il che ha comportato problemi sociali fondamentali, perché le popolazioni povere sono più colpite di quelle con redditi alti”. L’anno scorso, i governi dell’Unione europea hanno raccomandato che i biocarburanti arrivino a rappresentare almeno il 10 per cento dei carburanti utilizzati per i trasporti nel blocco composto da 27 paesi, entro il 2020.

Ma il commissario europeo per lo sviluppo, Louis Michel, ha di recente messo in dubbio questo obiettivo. In un’intervista con l’IPS, Michel ha avvertito dei possibili danni all’agricoltura tradizionale dell’Africa, se i biofuel vengono coltivati su terreni precedentemente utilizzati per coltivare prodotti alimentari.

Secondo Gertrude Falk, di FoodFirst Information and Action Network (FIAN), in Uganda sono stati sfrattati dei contadini per permettere la produzione di olio di palma dalle foreste. L’olio di palma è il principale biocarburante utilizzato in Europa.

“I biocarburanti sono un grosso rischio", ha sottolineato Falk. “Riducono l’area disponibile per la produzione alimentare e a lungo andare fanno salire i prezzi del cibo”.

Considerato uno degli eventi più influenti nel delineare l’agenda politica internazionale, il FEM è dominato dalle massime figure del mondo imprenditoriale. Per l’incontro di quest’anno si prevede la presenza di oltre 900 dirigenti d’azienda, tra cui quelli provenienti da circa 75 delle imprese più ricche del pianeta. Invece, ci saranno solo dieci leader dei sindacati.

Tra i politici di spicco che dovrebbero partecipare, il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice; il primo ministro britannico Gordon Brown; il presidente colombiano Alvaro Uribe; il vincitore del Premio Nobel per la pace ed ex vicepresidente Usa Al Gore; e il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick.

Anche la Commissione europea, esecutivo dell’Ue, avrà una rappresentanza considerevole: è prevista la partecipazione di Peter Mandelson e Günter Verheugen, commissari europei di commercio e industria.

Secondo un gruppo di monitoraggio delle attività delle lobby commerciali, non c’è da stupirsi se gli individui più potenti d’Europa verranno condotti in questo rifugio svizzero. “Davos non è solo un luogo confortevole; è un posto dove è impossibile manifestare, perché si trova tra le montagne”, ha spiegato Olivier Hoedeman, del Corporate Europe Observatory.

“La presenza di numerosi commissari in questi incontri dimostra come di fatto siano intesi a promuovere gli interessi della elite economica, piuttosto che ad approfondire il legame con i cittadini europei”, ha aggiunto Hoedeman.

È piuttosto ironico, ha proseguito, che i paladini della lotta contro la fame siano proprio le stesse imprese note per voler liberalizzare il commercio mondiale in modo che vada contro gli interessi dell’Africa.

“Le imprese dell’agro-business, negli ultimi decenni, si sono date da fare più di chiunque altro per distruggere i sistemi di sicurezza alimentare nel continente africano”, ha osservato Hoedeman, definendo la Business Alliance Against Chronic Hunger un “esercizio di alto cinismo”, poiché “promuove alcune iniziative molto dannose, come l’ingegneria genetica e i biocarburanti”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1090

"Un esempio per il mondo arabo"

 

[ EN ]
Hussain Haqqani, ex consigliere di Benazir Bhutto, intervistato da Daniele Castellani Perelli

 

“Il popolo pachistano aspira da sempre alla democrazia. Per questo ha affidato a una donna il ruolo di premier, nonostante le accuse e lo scherno dei mullah e dell’esercito del paese. Il Pakistan può indicare al mondo la via da seguire con la costruzione di una democrazia musulmana, e diventare un modello per altri paesi islamici e del mondo arabo. C’è solo un interrogativo da sciogliere: l’esercito pachistano e i suoi spalleggiatori americani permetteranno la transizione democratica?”. Hussain Haqqani, ex consigliere di Benazir Bhutto, direttore del Center for International Relations e professore all’università di Boston, esprime in questa intervista il suo cauto ottimismo per il futuro del suo paese: “Le probabilità che il Partito del Popolo e la Lega musulmana di Sharif vincano le elezioni, purché si svolgano in una cornice di libertà e giustizia, sono molto alte – dice Haqqani, commentatore anche per Cnn e Bbc – E sono anche convinto che possano governare assieme”.


Qualche settimana fa, l’Economist ha definito il Pakistan “il paese più pericoloso al mondo”. Condivide questo giudizio?

Il Pakistan è un paese estremamente instabile, poiché ignora il principio di legalità ed è soggetto a imprevedibili crisi di governo. Ma anche perché possiede un arsenale nucleare, che ne fa il paese più instabile e vulnerabile tra quelli dotati di tali tecnologie. Tutto ciò alimenta la sensazione, tra la comunità internazionale, che il Pakistan sia un paese estremamente pericoloso. A mio parere, tuttavia, occorre anzitutto capire che esso rischia di diventarlo ancora di più, se il suo governo non verrà ripristinato attraverso un processo costituzionale.

L’analisi dei media internazionali riguardo al Pakistan è corretta o influenzata da pregiudizi?

Esistono numerosi pregiudizi sul Pakistan, così come nei riguardi di molti altri paesi. A mio parere, tuttavia, i media internazionali non colgono la vera natura del problema. Si fermano alla superficie delle questioni più controverse, senza andare alla loro radice. E il nodo cruciale, in Pakistan, è che l’unità del paese non è stata ispirata dalla legge e dalla Costituzione, ma si è affermata grazie all’aiuto dell’esercito e della comunità internazionale. Se si iniziasse a capire qual è il vero problema del Pakistan, forse i pregiudizi sparirebbero. Le faccio un esempio. Si fa un gran parlare della corruzione dei politici pachistani, giusto? Ebbene, chi vive in Italia sa che le accuse di corruzione abbondano anche nel suo paese. Forse che, per tale ragione, si auspica e legittima una presa di potere dell’esercito? No, ovviamente. Nel caso del Pakistan, quel che manca è una profonda comprensione di quanto sta avvenendo nel paese. Non si contano, in compenso, le analisi e i commenti su questo o quell’evento. Così facendo, a mio parere, si tratteggia un paese ben peggiore di quanto si direbbe se il popolo pachistano si impegnasse in prima persona per traghettarlo, con il beneplacito della comunità internazionale, verso la democrazia.

In passato il Pakistan ha affidato a una donna il ruolo di premier e, fino a qualche mese fa, i media nazionali sembravano godere di una certa libertà. Ciò dimostra che Islam e democrazia possono essere compatibili?

Il popolo pachistano aspira da sempre alla democrazia. Sì, ha insediato una donna alla poltrona di premier, nonostante le accuse e lo scherno dei mullah e dell’esercito. Una donna che ha sempre goduto di una certa popolarità. Per questo ritengo che il Pakistan, attraverso la costruzione di una democrazia musulmana, possa indicare al resto del mondo la via da seguire. C’è solo un interrogativo da sciogliere: l’esercito pachistano e i suoi spalleggiatori americani consentiranno la transizione democratica? In ogni caso, il Pakistan può diventare un modello per altri paesi islamici e del mondo arabo.

Quali sono le peculiarità dell’Islam pachistano?

Da un punto di vista storico, l’Islam praticato in Pakistan è sempre stato estremamente eterogeneo e pluralista. L’influsso culturale della Persia e dell’India ha contribuito ad arricchirlo. Oggi, va da sé, il Pakistan subisce anche l’influenza dell’Islam wahabita, una corrente più puritana che trae origine dall’Arabia Saudita. Con la sua tradizionale eterogeneità e il suo pluralismo, quella pachistana è sicuramente la versione più “soft” dell’Islam.

I paesi arabi, dunque, dovrebbero seguire le orme del Pakistan. Il quale, al contrario, deve evitare il rischio di un’“arabizzazione”.

Proprio così. Credo che i paesi arabi debbano ispirarsi alla cultura dell’India e del Pakistan, e seguire l’esempio della popolazione musulmana di questi due paesi.

I fondamentalisti musulmani godono di popolarità in Pakistan?

No, i fondamentalisti non hanno mai goduto di significativa popolarità in Pakistan. Alle elezioni non hanno mai ottenuto più del 4-5 per cento dei suffragi totali. Nel 2002, complice la scarsa affluenza alle urne, hanno portato a casa l’11 per cento dei consensi. Ma le percentuali in valore assoluto non sono aumentate. Il loro vero potere viene dalle armi, dal denaro e dalla capacità organizzativa.

Le prossime elezioni potranno segnare una svolta per il Pakistan?

Sì, se rispetteranno il principio di giustizia e libertà – ciò che al momento appare alquanto improbabile, dato che il presidente Pervez Musharraf sta facendo di tutto per manipolare il processo elettorale e assicurare la vittoria per sé e il suo partito – potrebbero segnare una svolta e trasformare il Pakistan in una democrazia parlamentare stabile e matura. All’inizio, probabilmente, dovremo affrontare gli stessi problemi che incontrò l’Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale: una molteplicità di coalizioni e altrettanti compromessi. Soltanto con una ventata di democrazia e di libertà – anziché con il fondamentalismo –, però, saremo in grado di riportare unità nella nazione.

Il Partito del Popolo di Benazir Bhutto e la Lega musulmana di Sharif hanno qualche probabilità di vincere le elezioni e governare assieme?

Le probabilità che questi due partiti vincano le elezioni – purché in una cornice di libertà e giustizia – sono, a mio parere, molto alte. E sono anche convinto che possano governare assieme, nel rispetto della “Carta della Democrazia” sottoscritta a Londra, non molto tempo fa, da Nawaz Sharif e Benazir Bhutto.

Numerosi osservatori sostengono che le dinastie politiche, tra cui figura la famiglia Bhutto, siano antidemocratiche.

Alla base di tutto, secondo me, c’è un grosso malinteso. Occorre distinguere, infatti, quella che io chiamo la “politica del retaggio famigliare” dalla “politica delle dinastie”. In molti paesi, determinate famiglie vengono identificate con particolari cause o ideali. In Grecia, ad esempio, i due principali schieramenti politici sono stati a lungo guidati rispettivamente dalle famiglie Papandreou e Karamanlis. Discorso analogo in India, dove il partito del Congresso è capeggiato dalle famiglie Nehru e Gandhi. Tutti esempi, a mio parere, di “politica del raggio famigliare” anziché “dinastica”. In ogni caso, fintantoché i leader politici godano del sostegno della popolazione, che può confermarli al potere o destituirli attraverso il voto, una soluzione del genere è di gran lunga preferibile alla dittatura militare.

Barack Obama ha dichiarato di non escludere l’eventualità di un attacco Usa contro obiettivi di Al Qaeda in Pakistan. Qual è il suo giudizio a tale proposito?

Penso che il popolo pachistano non desideri la presenza di forze straniere sul proprio territorio, e che debba affrontare da sé la minaccia terroristica. Se non lo farà, infatti, le potenze straniere saranno sempre più tentate a interferire e intromettersi negli affari del Pakistan. Spetta agli stessi pachistani, dunque, far sì che altre nazioni non pianifichino alcun attacco nel loro paese.

Traduzione di Enrico Del Sero

resetdoc.org


L'età media dei leader europei? 55 anni

Dall'82enne Presidente lituano al 42enne premier svedese radiografia di un continente non tanto “vecchio”.
L'età media dei leader europei è 55 anni, con un divario massimo di 39 anni fra il più anziano, l'82enne Presidente lituano Vladas Adamkus, e il più giovane, il 42enne Primo Ministro svedese Frederik Reifeldt. Soltanto cinque i Capi di Stato Ue sulla quarantina. Ben sedici sui 27 Stati Ue sono ultra 50enni e sette sono over 60. Due domande sorgono quindi spontanee. È lecito affermare che la capacità di governare è direttamente proporzionale all'età? Esiste un'età ideale per diventare leader?

Popolari: Spagna, Svezia e Cipro. Impopolari: Ungheria e Italia

Il Primo Ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero aveva quarantaquattro anni quando fu eletto, nel 2004. Il suo mandato è stato caratterizzato dall'approvazione di misure progressiste: la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, la riforma del sistema scolastico e la regolarizzazione di massa degli immigrati illegali. Socialista di vedute liberali, Zapatero ha modificato gran parte delle politiche conservatrici messe in atto dai suoi predecessori.


44 e 41 anni: Lo spagnolo Rodriguez Zapatero e lo svedese Frederik Reinfeldt (Foto guillaumepaumier/ Flickr/ Mattias Olsson/ Wikimedia)



I leader politici più giovani sembrano più inclini al liberismo. Il Primo Ministro svedese, Frederik Reinfeldt, eletto nel 2006, a 41 anni, ha alleggerito il carico fiscale per il ceto medio-basso, mantenendo invariato il livello di tassazione delle classi a reddito elevato. Conservatore liberale, appartiene al Partito Moderato svedese.
Tuttavia il fatto di essere più giovane non implica automaticamente più popolarità. Il Primo Ministro ungherese Ferenc Gyurcsány, 46 anni, è stato duramente attaccato per le menzogne diffuse dal suo governo. La cosa ha anche causato numerosi scontri. The Economist, fra gli altri, lo ha accusato di «chiudere un occhio sulla brutalità della polizia».


I 68enni: Il premier italiano Romano Prodi e il presidente portoghese Aníbal Cavaco Silva (Foto laurentius87/ Flickr / Ricardo Stuckert/PR/ Agencia Brasil/ Wikimedia)



Il Primo Ministro italiano Romano Prodi e il Presidente portoghese Aníbal Cavaco Silva hanno entrambi 68 anni, un'età nella quale la maggior parte degli uomini politici è già in pensione. Prodi, presidente del Partito Democratico di centro-sinistra, fu obbligato a rendere le sue dimissioni il 21 febbraio 2007, dopo aver perso la fiducia del suo governo sul voto in politca estera per il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Un successivo ricorso al voto di fiducia gli permise di conservare il posto.
Il Presidente cipriota Tassos Papadopoulos, 74 anni, sembra invece più popolare. Fra i suoi meriti, l'enorme contributo dato all'ingresso di Cipro nell'Unione Europea nel 2004 e la fissazione dei criteri per l'introduzione dell'Euro avvenuta il 1° gennaio 2008 in contemporanea con Malta. Papadopoulos ha anche dato il via ai negoziati per l'unificazione di Cipro.



Brown contro Sarkozy

I più importanti leader di mezz'età dell'Ue, il 56enne Primo Ministro inglese Gordon Brown e il 52enne Presidente francese Nicolas Sarkozy, hanno modi di governare molto diversi fra loro. Il leader del Partito laburista inglese si è fatto notare per i suoi tentativi di modernizzazione del Regno Unito. Interessante soprattutto la sua proposta di dare finalmente forma scritta alla Costituizione inglese, cosa che il paese non aveva mai avuto, e dall'altra messo in atto una politica di sradicamento della corruzione.


56 e 52 anni: il premier inglese James Gordon Brown e il Presidente francese Nicolas Sarkozy (Foto: david_terrar/ Fr@nçois/ Flickr)


Sarkozy, leader dell'Unione per un Movimento Popolare (Ump), è spesso accusato di essere un egoista, e di censurare i mezzi di comunicazione che parlano di lui e della sua vita privata in un modo che “lui” ritiene inappropiato. Tuttavia, ultimamente, Sarkozy non ha avuto alcun problema a sfoggiare la sua relazione con la modella e cantante italiana Carla Bruni. Il Presidente francese sta anche pensando di dare dei sussidi alle varie chiese. Tale decisione, se attuata, modificherebbe radicalmente il tradizionale laicismo francese. Nonostante le sue invettive contro gli immigrati illegali, il programma politico di Sarkozy contiene punti innovativi. Fra questi, un piano per far fronte al problema del surriscaldamento del pianeta e la modifica della legge sulla tassa di successione, che in Francia ammonta al 50%.

Gli europei sembrano preferire i leader sulla cinquantina. Per i più anziani, l'elezione sembra impossibile, ad eccezione di quelli che sono diventati famosi occupando delle cariche prestigiose. È il caso, ad esempio, di Aníbal Silva, che occupò il ruolo di Primo Ministro per dieci anni, prima di diventare Presidente del Portogallo. O di Romano Prodi, che era già Primo Ministro, e poi Presidente della Commissione Europea.

Quanto agli under 50 hanno spesso cominciato la loro carriera politica da giovanissimi. Zapatero entrò in politica nel 1976, a 16 anni. Non dimentichiamoci poi dell'ex Premier portoghese, e attuale Presidente della Commissione Europea, José Manuel Durão Barroso, ex premier di centrodestra. E già militante comunista alla fine degli anni Settanta.


Quanti anni ha il tuo leader?



(Clicca sulle stelline per vedere quanti anni ha premier del tuo paese e poi confrontalo con il resto dell'Europa)

Foto nel testo: Quando Barroso era comunista (sopo.pt)
Akli Hadid - Seoul, South Korea http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=13570

Quelli che ad Annapolis non c'erano
A Damasco il vertice tra tutte le fazioni che non si riconoscono nella linea politica del Fatah
Comincia oggi a Damasco la Conferenza nazionale palestinese, un vertice tra tutte le fazioni che non si riconoscono nella linea politica del Fatah del presidente dell'Autorità Nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas.

olmert, bush e abbas ad annapolisIl controvertice. Anche se gli organizzatori hanno scelto un nome diverso, per molti osservatori il summit in Siria è una sorta di contro-vertice di Annapolis, in contrapposizione alla conferenza internazionale svoltasi a fine novembre negli Stati Uniti. A organizzare il vertice è infatti il movimento di Hamas, legittimo vincitore delle elezioni svoltesi in Palestina, ma non invitati ad Annapolis e che ormai comanda solo sulla Striscia di Gaza. Oltre ad Hamas vi saranno i delegati del Fronte democratico di liberazione della Palestina (Dflp), del Fronte Popolare di liberazione della Palestina- Comando Generale (Pflp-Gc) e dal Fronte Popolare di liberazione della Palestina (Pflp). Sarà presente anche una delegazione del governo iraniano. In vista di Annapolis, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva aspramente criticato i paesi arabi che avevano accettato l'invito di Washington, offrendo Teheran come sede di un eventuale 'vertice degli esclusi'. Dopo molti rinvii, alla fine il meeting comincia oggi, con prospettive più simboliche che pratiche.

haniyeh di hamas e abbasPoche speranze. La conferenza viene infatti boicottata da Fatah, iritenuta oggi l'unica controparte credibile dalle grandi potenze. Con una decisione perlomeno originale, visto che secondo le regole democratiche delle quali le stesse potenze si fanno garanti, è il movimento di Hamas che aveva vinto libere elezioni e ha subito una sorta di 'colpo di Stato' da parte della nomenklatura di Fatah.
Oltre 900 palestinesi e 300 ospiti parteciperanno alla conferenza di Damasco, che durerà due giorni e che doveva svolgersi in novembre, ma era stata poi rinviata quando la Siria aveva accettato di partecipare al summit di Annapolis. Il regime di Assad, accusato a novembre di tradimento da Ahmadinejad, preferisce da tempo muoversi su più tavoli, non chiudendo le porte alla diplomazia occidentale, ma continuando a strizzare l'occhio ai movimenti ritenuti indesiderabili dalle cancellerie dei paesi più potenti del mondo. Non a caso proprio a Damasco vivono al sicuro leader palestinesi che sarebbero obiettivi certi degli omicidi mirati d’Israele. Un nome su tutti: Khaled Meshaal, capo dell’ufficio politico di Hamas.

Controparte divisa. Alla conferenza non mancheranno anche le tensioni tra i gruppi palestinesi. Le tragiche conseguenze del lancio dei razzi Qassam, con il blocco-ritorsione delle forniture mediche, alimentari ed energetiche provenienti da Israele, appena alleggerite ieri, fanno infuriare molti leader palestinesi. Hamas insomma, pur ritenuta vittima di una congiura internazionale appoggiata da Fatah, deve anche saper dimostrare di trovare una via d'uscita politica da questa situazione. Soluzione che non è certo rappresentata dai Qassam, i quali oltre a colpire solo obiettivi civili innocenti, dimostrano un'utilità strategica risibile, in particolare se paragonata alle terribili conseguenze che hanno sulla popolazione civile le rappresaglie israeliane. Allo stesso tempo però, a Damasco si riunisce una parte della società palestinese e non si potrà parlare davvero di un negoziato di pace senza che, prima o poi, non si rganizzi un tavolo dove ci sia posto davvero per tutti.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9890

Florida, emerge asse McCain-Huckabee contro Romney

 

Non e’ ancora un patto ufficiale e la corsa alla Casa Bianca 2008 ha gia’ insegnato a diffidare delle previsioni. Ma in vista del voto in Florida del 29 gennaio, una tappa importante nelle primarie per la nomination dei repubblicani, in America emerge un possibile nuovo asse che puo’ diventare un ‘ticket’ presidenziale: la coppia John McCain-Mike Huckabee e’ impegnata in un’alleanza di fatto per far fuori Mitt Romney e neutralizzare Rudy Giuliani. […]

L’incertezza che domina nel partito del presidente George W. Bush, dopo che nessun chiaro favorito e’ emerso dalla prima tornata di voti, spinge gli osservatori a mettere sotto il microscopio le piu’ piccole mosse dei candidati. Per questo, hanno fatto rumore le parole gentili rivolte da Huckabee a McCain, dopo la vittoria di quest’ultimo in South Carolina. Lo sconfitto si e’ congratulato con il vincitore per ‘’aver condotto una campagna civile e positiva'’. L’ennesimo segnale di un flirt politico nell’aria da tempo, che vede sempre piu’ vicini il moderato McCain e il conservatore sociale Huckabee.

Se McCain conquistasse la nomination, l’ex governatore dell’ Arkansas ed ex pastore battista potrebbe venir ripagato con l’ offerta della candidatura alla vicepresidenza. Per il senatore dell’Arizona sarebbe l’opportunita’ di rafforzarsi con la destra religiosa, che non lo ama. E il cinquantadueenne Huckabee svecchierebbe l’immagine di McCain, che a 71 anni punta a diventare il piu’ vecchio presidente mai eletto in America (se si esclude il secondo mandato di Ronald Reagan).

A prescindere dagli sviluppi futuri, gli effetti immediati del patto non dichiarato possono essere visibili in Florida. Per l’ex governatore del Massachusetts Romney, le migliori speranze di successo adesso sono legate alla possibilita’ di trasformare la corsa alla nomination in una lotta a due contro McCain. Il terzo incomodo Huckabee, sottraendo voti conservatori a Romney, ‘’sa di star aiutando McCain a vincere'’, ha spiegato il politologo Larry Sabato. ‘’La gratitudine di McCain arrivera’ - ha aggiunto - e ora tutti si interrogano se non possa essere la vicepresidenza'’ per Huckabee.

All’interno del piccolo club dei candidati presidenti repubblicani, Romney si e’ guadagnato la fama di piu’ antipatico per la mole di soldi che investe - attingendo anche ai 250 milioni di dollari del patrimonio personale - e per i duri attacchi personali che rivolge agli avversari. Con Huckabee attivo in chiave anti-Romney, ‘’per McCain e’ come giocare con un uomo in piu’ in campo nella propria squadra'’, ha commentato lo stratega repubblicano Greg Mueller. Ma l’ex governatore del Massachusetts e’ pronto a rispondere e punta con decisione sulla struttura nazionale della propria campagna, per conquistare piu’ delegati possibili nel Super Martedi’ 5 febbraio, quando vanno al voto una ventina di stati. Uno, in particolare, sembra interessare sempre piu’ a Romney: la California. ‘’Sara’ una campagna lunga e divertente - ha ammonito - non avevo idea di quanto sarebbe stata lunga'’.

I repubblicani stanno disegnando in queste elezioni il futuro dell’intero pensiero politico conservatore post-reaganiano, dopo che l’ideologia ‘neocon’ e’ entrata in crisi negli anni di Bush. Bill Kristol, esponente di punta del mondo neoconservatore, dalle colonne del ‘Weekly Standard’ ha esortato i commentatori amici a smetterla di ‘’cercare un nuovo Ronald Reagan'’, a non schierarsi tra McCain, Romney e Huckabee e a rispettare il giudizio di primare ancora tutte aperte.

Lo stratega politico Patrick Ruffini ha tentato una prima sintesi del complesso scenario della rivoluzione in corso. A suo avviso, linee di demarcazione stanno emergendo tra moderati (che guardano a McCain), conservatori metropolitani (Romney) e conservatori rurali (Huckabee). McCain, ad avviso di Ruffini, starebbe convincendo i moderati a puntare su di lui, invece che su un altro moderato come Giuliani. Ma la Florida, lo stato su cui l’ex sindaco di New York punta tutto, potrebbe rimescolare di nuovo le carte. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/01/22/florida-emerge-asse-mccain-huckabee-contro-romney/#more-468



gennaio 22 2008

Last day (open post)

23.30 - Mentre Mastella dava il meglio di sè a Porta a porta, la parola d’ordine doo il vertice di maggioranza è “parlamentarizzare la crisi”. Ok, e dopo? Prodi domani va alla Camera, incassa la fiducia (anche se l’Udeur votasse contro, i numeri ci sono) e poi?

21.33 - Federico Punzi ipotizza: referendum il 20 Aprile, politiche il 18 Maggio.

21.28 - Berlusconi vuole votare. Premesso che Berlusconi è Berlusconi e potrebbe dire il contrario tra dieci minuti, in questo momento un singolare destino accomuna D’Alema e Veltroni: entrambi hanno inseguito Berlusconi sperando di coinvolgerlo per fare le riforme, entrambi sono stati fregati a un passo dall’accordo.

21.20 - Anche Nullo liveblogga la fine della maggioranza e le imminenti dimissioni di Prodi. Io mi consolo guardando Piroso

20.08 - Cose positive della fine della maggioranza: adesso il Pd può sfanculare la Binetti

20.07 - Dini: “Questa legislatura non vada perduta”. Tradotto: vorrei tanto fare il Presidente del Consiglio.

20.05 - Considerato che Napolitano ripete dall’inizio del suo mandato che non farà votare nuovamente gli italiani col porcellum, è ragionevole prevedere che durante le consultazioni esplorerà ogni strada per creare una maggioranza alternativa. Il nodo è sullo scopo: governo istituzionale a larghe intese per fare le riforme costituzionali (riforma elettorale compresa) o governo tecnico per stabilire la data dei referendum?

20.01 - Apprendiamo che Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani vogliono che gli italiani vadano a votare di nuovo col porcellum, ossia il sistema che ha generato questo parlamento mostruoso.http://www.francescocosta.net/


Il cappotto rivoltato

ombrello2.jpeg

Se cade il governo, e sottolineo se, domani vado in ufficio coi baffi finti e un colbacco a pelo lungo per la vergogna. Sono anni che ad una maggioranza incapace e litigiosa succede un’altra maggioranza incapace e litigiosa senza che nessuno si preoccupi minimamente del disastro, dello sfacelo, delle macerie e – fisicamente – dell’immondizia che ne resta.


Se, come pare, andremo a votare torneranno con ogni probabilità a governare gli stessi Berlusconi, Fini, Casini e Storace che abbiamo lasciato perdere senza rimpianti nemmeno due anni fa. Come se nulla fosse stato, come un disco rotto, come la decima volta che vedi “Pretty Woman” in televisione, come un cappotto rivoltato o una minestra riscaldata troppe volte: se per cinque anni Berlusconi e compagni hanno governato l’Italia peggiorandola, per quale motivo questo povero paese è adesso condannato a riprenderseli (con magari Mastella alla Giustizia) senza alcuna speranza che le cose migliorino, posto che abbiamo le prove evidenti dell’incapacità di questa gente? In virtù di quale miracolo Berlusconi & c. dovrebbero fare meglio di quello che hanno fatto dal 1994 al 1996 e dal 2001 al 2006?

E se i nostri cadono e andiamo a votare, sapendo che probabilmente perderemo, non sarà forse il caso che Veltroni si presenti al paese con 40, 50, 100 facce nuove che si preparino e siano pronte per quando – tra pochi mesi – Storace, Fini, Casini, Calderoli e Sandro Bondi staranno azzannandosi esattamente come i nostri in queste ore? Avremmo forse il coraggio (e la faccia tosta) di ripresentarci al paese tra due, tre o cinque anni ancora con gli stessi Pecoraro, D’Alema, Rutelli, Dini, Marini, Diliberto e Bertinotti? http://www.ivanscalfarotto.it/2008/01/il_cappotto_rivoltato.html#more


La paura di un’America che ha paura

ALBERTO FORCHIELLI


Stiamo rotolando verso una crisi come quella del ’29? Il crollo di tutte le piazze finanziarie di ieri fa pensare al peggio. Lo spettro della recessione americana è concreto, anche se non tutti gli indicatori sono univoci. E se l’America piange, pochi possono sorridere. Questo lunedì nero sembra dimostrare che in economia ormai tutto il pianeta si tiene. Nessuno può considerarsi autosufficiente, soprattutto fino a quando la crescita m o n d i a l e continua a dipendere dalla domanda americana.
La novità delle ultime settimane, però, è che dopo la crisi dei mutui subprime, sono in flessione anche i consumi privati, che rappresentano il 75 per cento dell’economia americana e trainano buona parte della produzione mondiale.
Gli americani non sono più così sicuri di poter continuare a spendere. Non sono nemmeno tanto tranquilli da continuare a indebitarsi.
Per la prima volta dopo molti anni (in fondo anche la crisi del 2001 è stata leggera) si scoprono più poveri e più pessimisti.
La crisi delle Borse di queste ore sembra riportare l’economia con i piedi per terra. Anche il prezzo del petrolio torna a scendere, com’è fisiologico che accada. L’economia americana ha bisogno di rifiatare dopo anni di boom, gonfiato da un debito pubblico record.
D’altra parte era impossibile pensare che la locomotiva del mondo potesse continuare a trascinare le economie mondiali, indebitandosi e spendendo. Ma pensare a una replica del crack del ’29 è prematuro: rispetto al passato, oggi istituzioni finanziarie come le banche centrali si parlano, comunicano, si scambiano informazioni per evitare l’effetto-contagio. Le Borse potrebbero scendere ancora, il mondo dovrà abituarsi a un nuovo equilibrio, ma non ci sarà nessuna catastrofe.
Ancora una volta a sorridere dei guai americani (ed europei) è soprattutto la Cina. La crisi americana le consente di raffreddare un’economia che scoppia di salute, con i consumi che crescono del 17 per cento all’anno. Troppo. Anche per lei.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

Presidenziali in Serbia: le reazioni dei politici

Da Belgrado, scrive Francesco Martino

Al primo turno delle presidenziali in Serbia in testa il candidato dei Radicali Tomislav Nikolic, 39.4%, contro il 35.4% del presidente uscente Boris Tadic. Saranno loro a sfidarsi al ballottaggio. Le reazioni sul campo raccolte dal nostro inviato
Tutto, o quasi, secondo le previsioni. Il primo turno delle elezioni presidenziali, tenute ieri in Serbia, disegna una nuova sfida tra l’attuale presidente, Boris Tadic, candidato del Partito Democratico (DS), e Tomislav Nikolic, leader del Partito Radicale Serbo (SRS). Adesso tutto verrà deciso al secondo turno, previsto per il prossimo 3 febbraio, in quello che, secondo molti analisti, sarà un vero referendum sul futuro europeo del paese, tenuto proprio mentre la questione dello status del Kosovo sembra vicina a una brusca accelerazione.

Come già accaduto nel 2004, Nikolic, secondo le proiezioni rese note ieri sera intorno alle ore 21, è risultato il candidato più votato al primo turno, stavolta col 39,4% dei voti, mentre Tadic, con il 35,4% si è di nuovo assestato in seconda posizione. L’attuale presidente però, grazie al suo maggior potenziale di attrazione sugli elettori degli altri candidati, spera chiaramente di poter ripetere il recupero che, nelle elezioni di quattro anni fa, gli permise di superare Nikolic e di vincere in modo piuttosto netto.

Tutti gli altri candidati, come ampiamente previsto, sono rimasti a distanza. Terzo il candidato di Nova Srbija, Velimir Ilic, appoggiato ufficialmente dal Partito Democratico Serbo (DSS) del premier Voijslav Kostunica che ha raggiunto il 7,6% dei voti. Milutin Mrkonjic, del Partito Socialista Serbo (SPS) ha ottenuto il 6%, mentre Cedomir Jovanovic, del Partito Liberal-Democratico (LDP) si è fermato al 5,6%. I candidati minori hanno ottenuto percentuali dallo 0,3 al 2,2%.

In linea generale, i risultati non si discostano molto dalle previsioni. Quello che invece ha sorpreso politici ed analisti, è stata l’alta affluenza alle urne, intorno al 61%, che risulta essere la più alta dal 2000, nonostante ieri si festeggiasse in Serbia la ricorrenza religiosa e familiare di “Jovanovdan”, una delle più sentite nel paese. Sia Tadic che Nikolic sono riusciti a mobilitare fino in fondo le proprie basi elettorali, tanto che entrambi i candidati hanno ricevuto circa 500mila voti in più rispetto a quelli ottenuti dai propri partiti nelle elezioni parlamentari di un anno fa.

I primi commenti sono arrivati subito dopo l’annuncio delle proiezioni. “Abbiamo costruito le basi per la vittoria al secondo turno, e non siamo mai stati tanto vicini ad un possibile cambiamento”, ha dichiarato Nikolic nella sede dei radicali, a Zemun, complimentandosi poi con gli altri candidati “per il fair-play”, e confermando così la propria scelta di un vocabolario politico molto più moderato rispetto al passato. “Voglio unire la Serbia”, ha detto ancora Nikolic, promettendo che da parte sua, nelle prossime settimane, non si udiranno attacchi e accuse violente verso nessuno.

“Andiamo al secondo turno con ottimismo, convinti della vittoria. Oggi si è giocato il primo tempo, ma i giochi continuano” ha replicato Tadic dal centro dirigenziale di Usce, a Novi Beograd, dove i democratici hanno organizzato la propria serata elettorale. “Mi aspetto che tutti coloro che non sono andati a votare oggi, decideranno di farlo tra due settimane, per mostrare la loro fiducia nella strada europea della Serbia”.

Da parte democratica, si insiste sul significato di importante spartiacque rappresentato da queste elezioni. “Come previsto, ci sarà un secondo turno, tra due candidati che non potrebbero essere più diversi, soprattutto per quanto riguarda la scelta europea della Serbia”, ha dichiarato ad Osservatorio Vuk Jeremic, ministro degli Esteri nell’attuale governo. “Credo che per i cittadini serbi il secondo turno rappresenterà un vero referendum sul futuro del paese nell’Ue, e io credo che faranno la scelta giusta”.

“Queste elezioni sono molto importanti. La vittoria di Nikolic rappresenterebbe un grande problema per lo sviluppo democratico del nostro paese”, ci ha detto Branka Prpa, moglie del giornalista Slavko Curuvija, direttore del quotidiano Dnevni Telegraph, ucciso in un agguato durante i bombardamenti della Nato, nel 1999, in uno dei tanti ed irrisolti “omicidi di stato” del regime di Milosevic.

Tra le file dei democratici, in vista del secondo turno viene data la massima importanza alla firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione della Serbia all’Ue, decisione che potrebbe essere presa da Bruxelles il prossimo 28 gennaio, proprio a cavallo del ballottaggio. “Nelle prossime due settimane, faremo tutto il possibile per mobilitare chi crede in una Serbia aperta ed europea. Spero, al tempo stesso, che l’Italia ed i nostri amici europei faranno la loro parte, sottoscrivendo l’Accordo il 28 gennaio”, ha dichiarato ai nostri microfoni Bozidar Djelic, vice premier nell'attuale esecutivo. “Sarebbe il segno più chiaro che in Europa ci aspettano a braccia aperte, che siamo i benvenuti”.

Per i radicali, invece, descrivere le elezioni come un referendum sull’Europa è fuorviante, e fa parte della strategia politica dei propri oppositori. “Penso si tratti di un chiaro tentativo di confondere gli elettori serbi, per far loro credere che il voto a Tomislav Nikolic sia pericoloso per la Serbia”, ha dichiarato ad Osservatorio Dragan Todorovic, vice presidente del partito. “Io credo, però, che i cittadini non si siano fatti fuorviare da questo chiaro tentativo di Europa e Stati Uniti di dare una mano a Tadic”, ha aggiunto Todorovic, ribadendo la posizione del partito secondo cui la Serbia è interessata all’Europa solo nel caso in cui l’Unione è pronta ad accettare il paese nella propria piena integrità territoriale, Kosovo incluso.

Ed è proprio la questione kosovara l’altro punto caldo di queste elezioni presidenziali. Se Jeremic è convinto che il Kosovo non sia al momento in cima ai pensieri degli elettori, e non sarà decisivo per il risultato finale, Djelic ha dichiarato che “il Kosovo è centrale, e se la comunità avesse ascoltato le proposte, davvero flessibili, fatte dalle forze democratiche serbe per la possibile soluzione della questione, oggi Nikolic non avrebbe raggiunto un risultato tanto importante”.

Per i radicali, la posizione sul Kosovo è chiara. “Per noi è fondamentale la forte e chiara posizione presa dalla Russia: nessuna decisione sul futuro del Kosovo può essere presa al di fuori del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, ha sottolineato ancora Todorovic.

Adesso si aprono i giochi per il secondo turno. Né i democratici né i radicali parlano di intese con le altre forze dello spettro politico serbo. “Non credo che l’appoggio di altri partiti sarà decisivo, quello che sarà decisivo è la scelta degli elettori tra due figure che rappresentano due scelte diametralmente opposte”, ha detto Jeremic, che poi ha aggiunto: “Sarà una gara al fotofinish, ma sono convinto che alla fine il presidente Tadic risulterà ancora una volta vittorioso”.

Sicuro della vittoria finale si è dichiarato anche Todorovic, nonostante Nikolic sia già stato battuto da Tadic al ballottaggio, quattro anni fa. “Allora eravamo in un momento politico diverso. Adesso l’attuale regime è al potere da ben otto anni, e niente è cambiato: nessuno crede più alle loro promesse. Spero che la sconfitta di oggi demoralizzerà gli elettori di Tadic. Questa volta la vittoria sarà nostra”.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/8858/1/49/

Indonesia, dalla tavola al motore
Il biodiesel miete vittime anche nell'altro emisfero, facendo aumentare il prezzo della soja. Migliaia di ditte indonesiane al collasso
Un ministro indonesiano definisce “crisi internazionale senza soluzione al momento” il rialzo subitaneo delle ultime settimane del prezzo della soja, bene di prima necessità nel Paese asiatico. Mentre quasi tutte le industrie interessate in Indonesia hanno indetto uno sciopero di tre giorni lo scorso fine settimana, per far conoscere la crisi del settore. Così come in europa il consumatore medio ha subito il contraccolpo nei prezzi di pasta e pane dall'aumento del costo del grano, così anche gli indonesiani al supermercato si ritrovano con un prezzo sugli scaffali raddoppiato rispetto a fine 2007, per uno degli alimenti principali della loro dieta. L'aumento del prezzo sul mercato asiatico deriva dalla mancata produzione negli Usa, dove i 'farmers' oramai puntano in massa sul grano come combustibile.

proteste nella capitale nei giorni passatiUltimi quattro mesi Il prezzo della materia prima è raddoppiato sui mercati internazionali, a causa dell'aumento di richiesta del bene 'grano' negli Stati uniti. Il grano è un ottimo materiale per la produzione di biodiesel, e da settembre anche la Casa Bianca del conservatore Bush ha deciso di puntare sulle energie alternative ai combustibili fossili, ma con una priorità: non smantellare l'attuale sistema energetico, basato sul carburante. Gli Usa stanno così puntando dal 2007 sulla produzione di biocombustibili, (principalmente etanolo), il che ha spinto molti agricoltori americani a sostituire nei propri campi la soja con il grano. Diminuendone l'offerta. E aumentandone di parecchio il prezzo. Se in europa avvertiamo come problema l'aumento del prezzo del grano, nei paesi asiatici si soffre per il raddoppio del costo della soja, alimento finora a buon mercato per le famiglie. Il marchio 'Tukino' è un'abitudine da quasi 40 anni sulle tavole indonesiane, per la rinomata purea di soja, alimento trasversale gradito a ricchi e meno abbienti. Ma nelle ultime settimane anche la confezione di purea ha segnato un aumento del costo, parallelo a quello della materia prima. La quotazione internazionale per moggio (unità di misura dei cereali) della soja è aumentato sul mercato internazionale del 90 percento dal gennaio 2007, arrivando a 13 dollari 20 centesimi.

campo di soia in argentinaL'amministratore Tukino Ha dichiarato che in azienda “facciamo i salti mortali per non andare in rosso a fine mese” ed ha ammonito che tra poche settimane, per non dover chiudere, dovrà ”licenziare almeno metà dei dipendenti”; che sono in tutto oltre tre migliaia. La ditta Tukino ha lanciato la serrata dei produttori di generi alimentari a base di soja, che ha ricevuto adesioni dai due terzi delle tre mila aziende dell'indotto, concentrato nella regione della capitale Giacarta. Solo dopo tre giorni l'agitazione ha visto la fine, su intervento della confindustria locale. A breve sugli scaffali dei supermercati tornerà la purea (conosciuta dai giapponesi ed europei col nome di 'tofu') e il tempeh, un budino di soja molto simile; alimenti che hanno giocato un ruolo fondamentale nella transizione indonesiana dal sottosviluppo a paese in via di sviluppo, per il loro costo basso e l'alto valore nutrizionale. I prezzi indonesiani sono a loro volta più che raddoppiati, passando dalle tre mila rupie del gennaio 2007 alle 7.400 al chilo della settimana passata. All'inizio i produttori avevano dimezzato la capienza delle confezioni da supermercato, finché non hanno dovuto chiudere i battenti.

soja in graniI produttori Asep Hydarat, rappresentante dei produttori riuniti nel ''Communication forum Tangerang”, ha dichiarato a Radio Singapore international che “almeno metà dei produttori di tofu e tempeh ha chiuso le fabbriche in gennaio, per incapacità di produrre a costi redditizi”. Hydarat ha fatto notare come “se i guadagni dei produttori si fermano a un costo di produzione di 900mila rupie al chilo, e adesso produciamo a 950mila rupie, è comprensibile che la maggior parte di noi non trovi più conveniente produrre”. Hydarat ha anche puntato il dito contro il governo, che ha limitato il numero di importatori di soja con una politica molto severa nelle concessioni. Anche Hiranto Kristianto, della commissione parlamentare per l'agricoltura,a ha messo all'indice la politica governativa del numero chiuso all'import, come causa primaria per i prezzi alle stelle, suggerendo che il governo liberalizzi gli importatori.

Gli agricoltori Ma la confagricoltori indonesiana ha comunicato per bocca del suo presidente Henry Saragih che sarebbe invece ora “di recuperare l'autonomia alimentare, almeno per quanto riguarda la produzione nazionale di soja. Questa crisi alimentare porterà anche a casi di fame e malnutrizione”. Al momento il ministero di Giacarta ha informato come i due terzi del rifornimento nazionale di soja vengano dall'import. Tanto che il presidente Susilo Bambang Yudoyhono si è visto costretto il 16 gennaio passato a contingentare la produzione nazionale per soddisfare il mercato interno.Soluzioni drastiche che fanno venire in mente altre recenti crisi alimentari dovute all'aumento dei prezzi per la maggiore richiesta di beni alimentari per il biodiesel, come la crisi del dicembre passato in Egitto. Con una stretta all'export decisa dal Cairo per soddisfare la richiesta interna a prezzi calmierati. “Comunque la causa dell'aumento dei prezzi non è mai univoca – ha detto a PeaceReporter Richard Braun della 'European federation for Biotechnology' da Basilea – e non va attribuita esclusivamente all'utilizzo di alcuni cereali per la produzione di bioetanolo. Come ha insegnato il caso messicano della 'crisi delle tortillas', l'improvvisa maggiore richiesta da parte di un solo paese molto popoloso può condizionare il prezzo mondiale di un bene primario”.Un funzionario del ministero dell'Agricoltura esperto nel mercato della soja, ha ricette dal sapore antico: “Avremmo dovuto adottare un regime protezionista per i nostri agricoltori. Saremo credo, l'unico paese al mondo a non tutelare con leggi e sovvenzioni i propri agricoltori”.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=9870

Kenya

si riaccendono gli scontri

Nell’ultima settimana si è verificata una nuova escalation delle violenze nel Paese, a seguito del risultato elettorale che ha riconfermato il Presidente Kibaki alla guida del Kenya, nonostante le accuse di brogli elettorali da parte dell’opposizione e degli osservatori dell’Unione Europea. Diverse fonti riferiscono di decine di persone morte, soprattutto appartenenti all’etnia Kikuyu, l’etnia di Kibaki.

Gli scontri sono avvenuti principalmente nella Rift Valley, dove il controllo del territorio da parte del governo centrale sembra essere più scarso, e nelle slums intorno a Nairobi. Oltre alle violenze interetniche si riportano casi di manifestanti a favore di Odinga uccisi dalle forze di polizia durante le loro proteste contro l’attuale esecutivo, giudicato illegittimo. Dopo le prime due settimane di scontri, che hanno provocato più di 600 morti, sembrava che i due rivali potessero arrivare ad un accordo per ristabilire l’ordine e l’unità nazionale. Kibaki ha però presentato il proprio governo senza Odinga, ma con l’appoggio di Musyoko, terzo candidato presidenziale e precedente rappresentante dell’opposizione insieme all’ODM. Odinga ha rigettato l’ipotesi di portare avanti trattative con Musyoko, apostrofato come “traditore”, così come Kibaki ha manifestato la ferma intenzione di portare avanti il suo mandato e non tornare alle urne, così come chiesto dall’opposizione.

Da parte della Comunità Internazionale si ripetono i moniti e le condanne contro l’unilateralismo di Kibaki. La Gran Bretagna, attraverso le parole del Vice-ministro degli Affari Esteri, avrebbe affermato di non riconoscere la legittimità del governo Kibaki, mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno minacciato di tagliare gli aiuti internazionali al Paese. Le violenze di questi giorni, così come quelle scoppiate subito dopo l’annuncio dell’esito elettorale, sembrano non essere del tutto spontanee, ma vi sarebbero testimonianze di coinvolgimenti da parte di membri parlamentari. Allo stesso modo l’opposizione attacca Kibaki, il quale avrebbe ordinato alle forze di polizia di reprimere le manifestazioni anche violentemente. Nel breve termine, dato l’arroccamento degli attori politici sulle rispettive posizioni, non sembra delinearsi uno scenario di unità nazionale. In settimana sono attesi altri raduni di protesta da parte dell’ODM e, nonostante gli appelli alla calma rivolti da Odinga, il clima rimane infuocato e potrebbero verificarsi nuovi episodi di violenza.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31523


UE: liberate Hu Jia, le Olimpiadi non siano un pretesto per arresti illegali
Il parlamento europeo condanna l’arresto illegale dell’attivista per i diritti umani Hu Jia e della moglie e ne chiede il rilascio. Duro monito a Pechino a rispettare gli impegni internazionali, nell’anno olimpico. Intanto in Cina cresce la solidarietà verso Hu, anche se Pechino oscura i siti che ne parlano.

Strasburgo (AsiaNews) – Il Parlamento europeo “condanna con forza la detenzione di Hu Jia e chiede [a Pechino] l’immediata liberazione di lui e di tutti i dissidenti detenuti per delitti d’opinione”. “La Cina – prosegue la risoluzione, votata a maggioranza il 17 gennaio - non deve usare i Giochi Olimpici come un pretesto per arrestare e detenere in modo illegale dissidenti, giornalisti e attivisti per i diritti umani” e “deve porre fine alle persecuzioni contro i difensori dei diritti umani, per dimostrare l’impegno a rispettarli nel suo anno Olimpico”.

Hu Jia, noto in tutta la Cina per il suo impegno contro l’Aids e per i diritti umani, già agli arresti domiciliari da 2 anni, è in carcere dal 27 dicembre con l’accusa di “sovversione contro lo Stato”. C’è grande timore per la sua salute, perché è malato di fegato e necessita di cure specialistiche. Sua moglie Zeng Jinyan è ora agli arresti domiciliari.

Il parlamento europeo richiama Pechino a onorare gli impegni internazionali assunti sul rispetto dei diritti e della libertà di opinione, a chiudere le cosiddette “prigioni nascoste” dove è confinato chi crea problemi nell’anno olimpico,  e a liberare tutti i dissidenti tra cui Hu e l’avvocato Gao Zhisheng.

Intanto anche in Cina cresce la protesta contro l'arresto di H Jia e numerosi cinesi hanno inviato su internet messaggi di solidarietà per lui e la moglie.

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