Il signore a sinistra nella foto, poveraccio, si è perso. E’ comprensibile: da vent’anni gira solo con l’autista e l’auto blu e adesso per la campagna elettorale l’hanno improvvisamente messo su un autobus.
Il signore a sinistra nella foto chiede quindi e alla signora a destra le indicazioni per il Campidoglio, ma quella gli parla di altri autobus da prendere che il signore a sinistra non conosce, e di qui la sua espressione così spaesata.
Ma lo stupore raggiunge l’attonimento quando la signora a destra spiega al signore a sinistra che per viaggiare in autobus bisogna pagare, e lui che da vent’anni non paga alcunchè non capisce che cosa significhi.
Fortunatamente, alla prima fermata lo fanno scendere e lo rimettono sull’auto blu, tanto la foto per la campagna elettorale è stata scattata.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
Anche uomini politici in quell'elenco di Visco
Massimo Giannini
la Repubblica
«Qui ormai si è scatenato il Terrore...». La Fiscopoli del Liechtenstein lambisce i santuari della politica e fa tremare le fondamenta dei Palazzi romani.
E Vincenzo Visco, che ha in cassaforte la black list con i 150 nomi eccellenti con patrimoni occultati nelle banche del Principato, registra il terremoto con un misto di soddisfazione, ma anche di preoccupazione: «Questa vicenda è la conferma che noi, in questi due anni di governo, abbiamo cominciato a fare la cosa giusta. La lotta all´evasione ha dato e sta dando i suoi frutti. Ora la novità clamorosa è che si sta muovendo l´Europa. L´inchiesta avviata dalla Germania segna una svolta politico-culturale: un Paese serio queste battaglie le fa, con tutto il peso del suo sistema politico e del suo apparato istituzionale. Anche noi avevamo cominciato. Ma ora, se con le elezioni cambia il quadro politico, che fine farà questo nostro impegno per la legalità fiscale?».
L´aria è quella di sempre: mefitica, quando in Italia si parla di soldi e politica. Oggi è la famigerata «lista dei 150» che hanno nascosto i depositi nel Principato, e che l´Amministrazione finanziaria tiene custodita nei suoi computer, in attesa di decrittarla. Nel ´77 fu la misteriosa «lista dei 500» che esportarono 37 milioni di dollari all´estero, e che Michele Sindona fece rimbalzare sulle scrivanie dei potenti della Prima Repubblica per ricattarli, ma senza mai renderla pubblica. Circolano i soliti veleni, aleggiano i soliti sospetti. Anche per questo il viceministro dell´Economia se ne sta chiuso nel suo ufficio al Demanio. E mai come stavolta il palazzo delle Finanze sembra trasformato, non solo simbolicamente ma anche fisicamente, in una trincea. I centralini sono in tilt. E il telefono dello stesso Visco squilla in continuazione. Chiamate bipartisan, che ruotano tutte intorno a una sola domanda: in quella lista ci sono politici? Il viceministro risponde con cautela. Sa di manovrare una bomba innescata, che può trasformare la campagna elettorale in una crociata esattoriale. E non ha nessuna intenzione di speculare politicamente su questo ipotetico scandalo: «Io - chiarisce subito - mi sto muovendo con la massima correttezza istituzionale. La lista che abbiamo ricevuto dalle autorità tedesche va esaminata con attenzione, da parte dei nostri uffici e da parte della magistratura. Stiamo verificando se questi contribuenti hanno dichiarato i loro conti a Vaduz, e in questo caso non c´è nulla da addebitargli, oppure se non li hanno dichiarati, e in questo caso scatta invece l´ipotesi di reato e l´accertamento fiscale automatico. Stiamo incrociando i dati su queste posizioni estere con le dichiarazioni fiscali effettuate in Italia. Insomma, stiamo facendo tutte le verifiche necessarie su questi elenchi, che oltre tutto potrebbero essere anche parziali e incompleti. Finito questo lavoro, manderemo i fascicoli sugli eventuali illeciti alle procure, e a quel punto i nomi saranno di pubblico dominio». Questa è la procedura adottata dall´Agenzia delle Entrate, che sta resistendo faticosamente a tutte le pressioni esterne.
Il centrodestra grida «fuori i nomi», anche attraverso la bocca di fuoco dei giornali vicini a Berlusconi. Rocco Buttiglione, con un gesto che gli fa onore, annuncia di avere un conto regolarmente aperto in Liechtenstein, poco più di 4 mila euro, sul quale sono transitati i suoi modesti compensi da docente in una prestigiosa università del Principato. Il centrosinistra chiede trasparenza, da Di Pietro a Fassino. Fausto Bertinotti, con una modica quantità di giustizialismo di classe, invoca il «pubblico ludibrio» per questi evasori che impediscono all´Italia di avere «più asili nido». Il clima si incarognisce. E le sane esigenze di equità tributaria si mescolano all´insana passione per la gogna mediatica. La disciplina fiscale rischia di venire inquinata dall´invidia sociale.
Proprio per non alimentare questo clima da caccia alle streghe, e per non trasformare un elenco di nomi in una lista di proscrizione, Visco si muove con grande prudenza. E alla domanda cruciale sui politici risponde sdrammatizzando: «Politici? Niente di particolare. Stiamo verificando le singole posizioni. Ma non aspettatevi cose esplosive...». Dunque, par di capire, se qualche nome c´è non si tratta di pezzi da novanta. E in nessun caso, da parte dell´Amministrazione finanziaria, si farà un «uso politico» degli accertamenti. Quello che invece il viceministro conferma, è il profilo composito degli evasori in lista. C´è qualche «grosso nome», del pianeta dell´industria e anche del mondo dello spettacolo. Ci sono medi imprenditori, manager d´azienda, professionisti, intere famiglie «con lo stesso cognome» e con conti intestati a genitori, figli e nipoti. Ci sono «somme modeste», poche centinaia di migliaia di euro». Ma anche «cifre più grosse», e poi persino qualche «cifra grossissima, da diversi milioni di euro». Non ci sono conti cifrati o intestati a società di comodo, non ci sono i miliardi della provvista estero-su-estero dei grandi gruppi finanziari, non ci sono i fondi neri di qualche partito. «Questa roba - osserva il viceministro - in genere finisce sui conti in Svizzera o a Montecarlo, che sono ancora più blindati...». Si tratta invece di movimenti di capitale «quasi» normali, se non fosse che sono stati nascosti nel Principato per evitare di pagarci le tasse in Italia.
Ma è proprio su filoni come questo che si è concentrata in questi mesi l´attenzione delle Finanze. I «nomi eccellenti» finiti nella rete dell´Amministrazione, dal principe delle moto Valentino Rossi al re degli occhiali Leonardo Delvecchio, sono serviti per far capire all´opinione pubblica che nessuno può e deve sfuggire ai suoi doveri fiscali. E ora gli accertamenti partiti in ben dieci paesi sugli oltre 1.400 conti segreti del Liechtenstein dimostrano che questa «missione» non è più solo italiana. La Merkel che incontra il principe Alberto, il prossimo vertice dell´Ecofin dedicato al tema dei «paradisi fiscali», la riunione già convocata dall´Ocse tra le Amministrazioni finanziarie di tutte le nazioni coinvolte: è quella che Visco chiama «la svolta politico-culturale delle grandi democrazie occidentali». E non solo quelle che, come Italia, Francia o Germania, hanno il più alto livello di tassazione diretta, e quindi vedono con preoccupazione crescente la nuova ondata di capitali in fuga verso le piazze offshore. Ma anche quelle più liberali e liberiste, come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, dove la pressione fiscale è molto più bassa, ma l´evasione e l´elusione sono comunque in crescita costante. Non è un caso se persino Linda Stiff, la potente responsabile dell´Agenzia fiscale americana, abbia appena lanciato il suo anatema contro le stiftung, le fondazioni create al di fuori del circuito bancario e usate nei paradisi fiscali come schermo giuridico contro le investigazioni tributarie.
Senza voler vestire i soliti panni del Torquemada delle tasse, Visco considera questi primi esperimenti di collaborazione fiscale transnazionale come la positiva conferma del lavoro avviato in Italia in questi due anni. «Checchè ne dicano i critici, abbiamo recuperato 20 miliardi di evasione fiscale. E le ultime operazioni, come l´inchiesta su un´importante società di consulenza di Milano che proprio in queste ore ha portato a 30 arresti con accuse che vanno dalla frode fiscale all´associazione a delinquere, dimostrano che la "macchina" funziona e dà risultati». Ma dimostrano anche che il lavoro da fare, per combattere l´evasione, è ancora tanto. Ed è proprio su quest´ultimo aspetto che il sorriso di Visco si incrina, e il suo sigaro smette di sbuffare: «Ho solo un rammarico: che ne sarà di tutto questo lavoro che abbiamo impostato, nei prossimi mesi?». Se vincerà il centrodestra, la risposta è già scritta. Ma se vincesse il centrosinistra, secondo il viceministro, la risposta non è ancora chiara.
Per uscire dal berlusconismo non basta non nominare Berlusconi. Il berlusconismo è un Truman Show in cui siamo tutti immersi da 14 anni: noi siamo le comparse, lui è il regista, lo sceneggiatore, l’autore, il produttore, il tecnico delle luci e del suono, il costumista, la colonna sonora. Due casi recenti. Primo: la promessa di Uolter di una legge sul conflitto d’interessi «non punitiva». Concetto bizzarro: ogni legge prevede una punizione per chi la infrange, altrimenti, se uno la può infrangere, non si vede perché non dovrebbe infrangerla. A nessuno, per dire, verrebbe in mente di fare una legge contro la pirateria stradale «non punitiva» per i pirati della strada. E allora, se chi è in conflitto d’interessi non viene punito, il conflitto d’interessi permane. Tanto vale non fare alcuna legge e lasciare le cose come stanno. Il risultato è uguale. Secondo: il caso della castrazione chimica dei pedofili. L’ottimo Calderoni, detto «Pota», la lanciò per primo, con eleganti accenni a «un bel taglio netto», e giustamente ne rivendica il copyright. Uolter, pur non sposando la proposta Calderoni, ha detto di non poterla escludere a priori, nel caso in cui la ricerca scientifica ne dimostrerà l’efficacia. Ma a che cosa si deve questa improvvisa enfatizzazione della pedofilia? Siamo forse un paese con più pedofili degli altri? Macchè. Semplicemente un professore condannato per pedopornografia è tornato in cattedra e un condannato in primo grado per molestie pedofile è stato scarcerato in Sicilia per decorrenza dei termini di custodia. Rispondere, sull’onda dell’emozione, che «bisogna inasprire le pene» significa essere immersi nel Truman Show. Perché il guaio non è che le pene siano troppo basse o che i condannati subiscano pene troppo lievi. Il guaio è che è difficilissimo arrivare a condanne perché la giustizia è stata sfasciata da decine di leggi antigiudici, per cui non si riesce più a celebrare un processo in tempi decenti. Parlare di pene più severe in un paese dove la sentenza definitiva non arriva mai è come parlare di limiti di velocità più severi in un paese senza strade e senz’auto. Basta leggere «Toghe rotte» del procuratore Tinti e «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella per capire dove sta il problema. I pochi processi che riescono ad arrivare in porto sono «virtuali», nel senso che quasi sempre i reati sono ormai caduti in prescrizione o, se il fattore tempo non li ha ancora falcidiati, la condanna è coperta da indulto, dunque è scritta sulla carta ma non verrà mai eseguita. Tanto per essere chiari: il pedopornografo non sarebbe tornato a insegnare se la Pubblica amministrazione potesse sospendere i rinviati a giudizio e licenziare in tronco i condannati per tutti i reati e a tutte le pene, alte o basse che siano, automaticamente. Il presunto pedofilo (è condannato solo in primo grado: la presunzione di non colpevolezza vale anche perlui) non è uscito perché le pene sono troppo basse, ma perché i termini di custodia cautelare sono troppo brevi rispetto ai tempi medi dei processi. Per evitare che un condannato in primo grado esca prima della sentenza definitiva, alzare le pene non serve a nulla. Delle due l’una: o si allunga la custodia cautelare, o si accorcia il processo. Visto che la custodia è già piuttosto lunga, forse è meglio accorciare il processo. Come? Azzerando le leggi vergogna (a cominciare dalla Cirielli, che ha dimezzato i termini di prescrizione). Aumentando gli stanziamenti e il personale agli uffici giudiziari. Tagliando i cavilli da azzeccagarbugli che non aggiungono nulla ai diritti di difesa, ma consentono manovre dilatorie di avvocati senza scrupoli. Portando i gradi di giudizio da 4 (udienza preliminare, tribunale, appello e Cassazione) a 2, come nei paesi seri. Perché nessuno lo propone? Un’altra soluzione, suggerita da Di Pietro, è fermare la prescrizione all’udienza preliminare: dopo il rinvio a giudizio, cascasse il mondo, il processo arriva in fondo. Così persa ogni speranza di prescrizione - l’innocente e il colpevole hanno tutto l’interesse a fare presto, senza pagare l’avvocato per anni e anni. Naturalmente cacciare i dipendenti pubblici condannati e dimezzare i tempi del processo non conviene ai colpevoli in cerca d’impunità. Infatti Berlusconi non l’ha mai proposto e non lo proporrà mai, né potrà accusare di copiarlo chi lo propone. Sarebbe un bel modo di uscire dal Truman Show e presentarsi agli elettori con un’idea concreta, popolare e soprattutto originale. Perché non provarci?
L'invettiva di Baudo è forte e chiara. “Vogliono che fottiamo il pubblico”. Arriva dopo che l'Auditel ha decretato che per questo Sanremo, fratellini di Gravina o no, non c'è nulla da fare. Ascolti in discesa, e amen.Dall'altra parte dell'Oceano, uno studio americano ha stabilito che uno dei più diffusi antidepressivi, il Prozac, non antideprime per nulla. Il solo effetto che provoca è che uno si sente meglio per averlo preso,ovvero ciò che è definito come “ placebo”.
Conoscendo da anni l'inattendibilità dell'Auditel, la considerazione che si può fare connettendo queste due notizie è curiosa: ovvero l'Auditel è come il Prozac, serve per tenersi su, ma solo per un autoconvincimento, mica perché sia reale. Quando svanisce l'effetto Prozac/ Auditel, la realtà torna quella che è. Nel caso di Baudo, la depressione dei finti numeri dell'audience, che lo porta a una reazione mai avuta prima.
Eppure fa un po' strano pensare che lo dica lui, uno che il piccolo schermo lo conosce bene. Uno che le regole le ha introitate, e che ha vinto molte volte con quelle regole. E però c'è qualcosa di più del re che non vuole cedere lo scettro, nell'invettiva di Baudo. C'è, forse, in controluce, lo smarrimento di chi solo ora si rende conto che l'imbarbarimento di questa Tv è una discesa senza fine, dove non esiste un freno al peggio. Perchè questa è la dura legge dell'Auditel. Il peggio paga.
Averla accettata tutti questi anni , senza aver fatto nulla per correggerla almeno un po', aver delegato alle “famiglie campione” ( peraltro scelte con criteri contestati da molti statistici e prigioniere di un sistema difettoso come il meter ) le scelte del palinsesto, dà oggi i risultati che Baudo contesta. “ Vogliono che fottiamo il pubblico”. Già, è proprio così.
Come Giuliano Ferrara quando non vuole incontrare Pannella in Tv, ( “perché la Tv è antiveritativa” come dixit l'Otto e mezzo ), Baudo denuncia il meccanismo appena lo stesso minaccia di stritolarlo.
E allora, per riprendere una proposta de L'Elefantino, perché non lanciare una bella moratoria sull'Auditel ? Primi firmatari, Pippo Baudo e Giuliano Ferrara. Tanto per far capire che nessuno vuole fottere i telespettatori. Giusto?
*autore del libro “ L'arbitro è il venduto” – Auditel, Audiradio,Hit Parades, Audiweb, Audisat – Editori Riuniti
Michele Salvati: Idee alla Blair, la rottura c'è
Giovanni Cocconi - Europa
«Un programma largamente blairiano per un paese che non ha conosciuto la Thatcher».
A lui, Michele Salvati, il programma del Partito democratico piace parecchio. Dice che è un «mix tra socialdemocrazia moderna e impostazione liberale, due polarità che oggi sono molto più strette di quanto non fossero nell’Unione».
Certo, poi le trenta cartelle messe insieme da Enrico Morando da sole non bastano, ma per ora Veltroni «non sta sbagliando un colpo.Io non avrei fatto accordi né con Di Pietro né con i radicali, avrei presentato il partito duro e puro agli elettori ma lui sa fare i calcoli certamente meglio di me».
L’economista milanese non si scompone nemmeno di fronte alle smagliature tra laici e cattolici. «I temi etici o bioetici sono bandiere che la gran parte degli elettori non sentono come priorità, strumenti per battaglie sulle quali giustamente Veltroni smorza i toni, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Nessun grande partito può essere costruito solo sulla base delle convinzioni religiose».
Sì, perché Salvati il grande partito lo ha in mente. «Una sorta di catch all party, un partito di massa. I vecchi blocchi sociali non esistono più: se uno analizza i dati elettorali il primo partito operaio in molte regioni del Nord è la Lega... Il Pd deve diventare un grande partito interclassista, ragionevole, che combatte la sua partita verso il centro».
Le premesse ci sono tutte. «Mi ha colpito il fatto che quando si è trattato di votare per il rifinanziamento della missione in Afghanistan lo si è fatto senza preoccupazioni e senza sorprese. A pensarci bene questo è un fatto politico enorme».
Come per lui, esponente di spicco della sinistra liberale raccolta nell’associazione Libertà Eguale, è un fatto enorme vedere un amico come Morando nel ruolo di responsabile del programma. «Un uomo di straordinaria competenza a lungo sottovalutato, di una coerenza che lo ha spinto verso la marginalità, e che oggi rappresenta è una delle figure di spicco del Pd, uno dei pochi insieme ai Bersani e ai Letta in grado di occupare, nell’eventuale nuovo governo, un dicastero economico».
E non vanno dimenticati neppure «i Vassallo e i Ceccanti che entrano in politica a pieno titolo e con la forza dei loro 40 anni. Un segno di grande rinnovamento così come l’aver offerto una candidatura a un simbolo come Pietro Ichino, e di averlo scelto senza prendere le distanze, senza chiedere abiure, ma proprio per la forza delle sue idee».
Sì, perché il programma conta, ma contano ancora di più le persone. «Per esempio nel campo che conosco meglio, quello dell’università, il programma del Pd è del tutto condivisibile, segna una robusta svolta rispetto al passato, ma io spero di vedere ministro uno come Walter Tocci che è in grado di spazzare via privilegi e rendite di posizione».
Anche la pubblica amministrazione avrebbe bisogno di una cura da cavallo per arrivare agli standard di quella francese o tedesca, ma non sarà facile. «Sarà un po’ come l’ultima fatica di Ercole, come ripulire le stalle di Augia. Le idee di base sono quelle del programma, un po’ come quelle che si trovano nel rapporto francese di Attali. Però poi bisogna andare avanti come dei treni, tenendo ferma la barra, resistendo alle sacche di conservazione che si incontrano, anche a quelle tradizionalmente vicine alla sinistra moderata come il sindacato. Nessuna sinistra europeo- continentale può fare un’operazione alla Thatcher, ma è importante favorire nel sindacato dei processi di modernizzazione, di conversione al nuovo».
L’importante, per ora, è che il programma faccia coincidere modernizzazione e solidarietà, «due elementi tra i quali non c’è nessuna contraddizione. Forse si poteva essere ancora più scabrosi, su parecchi punti è comprensibilmente sfumato, e alcune cifre farebbero la gioia del cattivissimo Luca Ricolfi. Si prevedono risparmi di spesa un po’ ottimistici e molte cose scritte si potranno ottenere solo con risparmi di spesa spaventosi come quelli che si otterrebbero spostando in avanti l’età pensionabile ». Ma per ora – ripete Salvati – «va già benissimo così».
Il nostro inviato ha incontrato l’attrice al Festival di Berlino, dove è stata scelta come una delle otto Shooting Star, una delle grandi promesse del cinema europeo. Marinca ci racconta la sua storia e il nuovo cinema romeno
Trent’anni il prossimo primo aprile, nata a Iasi, figlia di una violinista e di un professore di teatro, Anamaria Marinca dal vivo è molto diversa da come ce la si aspetta. Appare più minuta e indifesa, ma basta che parli per far affiorare l’energia che le permette di lasciare il segno anche con ruoli da poche inquadrature. Abbiamo incontrato l’attrice al Festival di Berlino, dove è stata scelta come una delle otto Shooting Star, una delle grandi promesse del cinema europeo.
Il suo esordio sullo schermo avviene nel 2004 con “Sex Traffic” di David Yates, premiatissimo film per la tv dove c’era anche Maria Popistasu, un’altra delle giovani rampanti rumene. Poi “4 mesi, tre settimane, 2 giorni” di Cristian Mungiu che la fa conoscere al mondo nel ruolo di Otilia, la giovane che assiste l’amica che abortisce clandestinamente in piena epoca Ceausescu. Poi un ruolo piccolo ma significativo, alla reception di un albergo, in “Un’altra giovinezza” di Francis Ford Coppola. Presto la vedremo in “Boogie”, nuovo lavoro di Radu Muntean, il regista di “Paper Will Be Blue”.
Anamaria Marinca, il cinema rumeno sta vivendo un periodo d’oro. C’è un’onda di registi giovani che si sta affermando.
Non la definirei una vera e propria onda. Ci sono registi diversi tra loro, con stili diversi nel raccontare storie. L’unica cosa in comune è che sono della stessa generazione. Ma oltre ai registi ci sono anche tanti attori bravi. Ed essere parte di tutto questo è eccitante. Ne sono orgogliosa.
Quali sono per lei le ragioni di questa fioritura di cineasti?
Il nostro sistema è simile a quello francese. C’è un centro nazionale per il cinema che ogni anno apre un bando e sceglie e sostiene dieci sceneggiature. In questo modo una parte del budget di questi film è statale e non c’è bisogno di cercare troppi soldi all’estero. In questo modo vengono premiati i migliori. E si realizzano cose molto diverse tra loro.
La Romania viene scelta come location da diverse produzioni straniere. Penso a “Cold Mountain” o all’ultimo film di Coppola. Questo ha ripercussioni sulla produzione nazionale?
Sono due discorsi diversi. Ci sono gli Studios dove vengono girate le grandi produzioni straniere ma il loro impatto sul cinema rumeno è molto basso, si può dire che quasi non influenzano le nostre produzioni. Gli stranieri vengono perché è molto conveniente economicamente e anche come logistica. In più ci sono tecnici fantastici in tutti i settori e location per tutte le richieste: le città, anche con edifici del passato, le foreste, il mare, le montagne, persino il deserto se vogliono…
Com’è stato il suo approdo al cinema?
Ho cominciato come attrice di teatro. Andai a Londra per una tournée, non pensavo al cinema, ma fui invitata a un’audizione e alla fine venni scelta per “Sex Traffic” di Yates. Fu così che ho cominciato.
E “4 mesi”?
Avevo trovato molto interessante il tema. All’epoca stavo già a Londra, la mia prospettiva sulla vita stava cambiando. Da lontano vedevo il mio Paese, vedevo meglio i problemi ma anche quello che serviva. Il film di Mungiu era un’opportunità che non potevo perdere, far avverare un sogno. Fu il mio primo film in Romania e ne sono felice.
Poi è arrivato Coppola per “Un’altra giovinezza”.
Con Coppola è stato un incontro incredibile, è una delle creature più straordinarie del mondo del cinema. Era importante essere in quel film perché era tratto dal libro di Eliade ed era un pezzo di storia rumena.
Ora ha appena terminato il film di Radu Muntean, un altro dei registi di punta di oggi.
“Boogie” è un film su una famiglia giovane nella Romania di oggi. È un film sulla maternità, questa volta ho un figlio e uno in arrivo. È sul prendersi le responsabilità all’interno di una coppia. Tutti i compromessi che bisogna fare per vivere, anzi per sopravvivere, per lavorare, per stare in coppia.
Nei mesi scorsi in Italia c’era stata una sorta di “caccia al rumeno”. Un rumeno aveva rapinato e ucciso una donna di Roma ed era partita una campagna che sembrava indicare tutti i sui connazionali in Italia come dei delinquenti. Ha seguito questa faccenda? Che ne pensa?
Non ho seguito la cosa, ormai vivo a Londra… Certo, mi spiace molto. Trovo stupido generalizzare. Poteva essere stato chiunque, anche un italiano, bisogna guardare come si comportano gli individui. Cosa sarebbe successo se fosse stato un italiano a uccidere un rumeno? Probabilmente nessuno avrebbe detto nulla…http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9074/1/51/
Domenica si vota. Cambia il presidente, ma tutto resta com'è
Tutto cambi perchè nulla cambi. Il Gattopardo russo porta in scena domenica la sua commedia, con un copione all'insegna della stabilità e della continuità. Oltre cento milioni di persone si recheranno alle urne per scegliere il terzo presidente nella storia della Federazione russa.
Il solito noto. Ma da scegliere c'è ben poco: lo dimostrano le apparizioni televisive dei candidati e la spesa per la campagna elettorale del futuro presidente. Dimitry Medvedev ha utilizzato solo 10 milioni di rubli (3,5 milioni di euro), su un budget di 181 milioni (65 milioni di euro). Il bisogno di una campagna elettorale non è stato quasi avvertito: il delfino di Putin ha persino rinunciato a confrontarsi con gli altri candidati nei dibattiti in tv. La scusa addotta è stata la 'mancanza di tempo', dato che - secondo i suoi portavoce - era sempre in giro a incontrare il popolo, nei quattro angoli del Paese. La probabile ragione è che Medvedev non ha bisogno di faccia a faccia. La sua, di faccia, è apparsa 17,3 volte più di quella degli altri candidati (conteggiati tutti insieme), nei cinque canali della televisione russa, nella fascia oraria 'prime time', dalle sei di sera a mezzanotte. Lo ha accertato uno studio del Centro per il giornalismo in situazioni estreme, istituto che monitora la libertà di stampa e la situazione nei Paesi in cui questa è minacciata. E in Russia è un dato di fatto che gli omicidi di giornalisti non trovino un colpevole, che i media indipendenti vengano imbavagliati, che la polizia attacchi i leader dell'opposizione.
Regali e lotterie. Lo dice anche Amnesty International, in un rapporto uscito tre giorni fa: è probabile che ogni manifestazione dell'opposizione, nei prossimi giorni, subisca il trattamento che prima, durante e dopo le politiche del 2 dicembre scorso, è stato riservato a Kasyanov e Kasparov: il primo escluso dalla corsa alle presidenziali perchè accusato dalla Commissione elettorale di aver falsificato buona parte delle firme per la presentazione della sua candidatura: il secondo malmenato e arrestato per aver deviato dal percorso fissato dalle autorità durante la manifestazione del suo movimento, 'Altra Russia'. Tuttavia, domani la gente andrà a votare lo stesso. Perchè costretta, perchè incoraggiata da premi, regali e lotterie, o semplicemente perchè desiderosa di farlo.
Bogdanov, chi era costui? Gli altri candidati sono Gennady Zyuganov, Vladimir Zhirinovsky, Andrei Bogdanov. Zyuganov, 63 anni, è il leader del Partito comunista. Ha perduto parecchi consensi da quando, nel 1996, riuscì ad arrivare al ballottaggio contro Boris Eltsin, e attualmente i sondaggi lo danno al 12 percento. Zhirinovsky, fondatore del Partito liberaldemocratico, è un eccentrico ultra-nazionalista, antisemita e antioccidentale. La sua politica si fonda sulla difesa della Russia da parte di nemici esterni e sull'appoggio incondizionato alle gerarchie militari. Andrei Bogdanov, 37enne, massone, semisconosciuto agli elettori russi, è il leader del Partito Democratico, che ha ottenuto alle elezioni parlamentari 900 mila voti. A favore della pena di morte, almeno per i pedofili, sono in molti a credere che sia una pedina del Cremlino, introdotta nell'agone
Spirito di emulazione. Medvedev, che ha promesso di continuare la politica del suo predecessore, ha mutuato da Putin l'assertività, lo stile e la mimica. Nelle sue apparizioni pubbliche, riporta chi lo ha osservato, la cadenza della voce e l'accento sulle prime sillabe di ogni parola ricordano il modo di esprimersi del suo mentore. L'ex capo dell'amministrazione presidenziale ha cominciato solo da poco a studiare da presidente, e i primi passi del suo tirocinio comportano l'imitazione. "Fa come fanno i bambini con gli adulti", precisava ieri l'analista politico Yury Korgunyuk in un'intervista al 'Moscow Times'.
Libertà io vo cercando... In ogni sua apparizione, in ogni suo discorso, Medvedev ha sempre cercato di rassicurare gli elettori che non si discosterà dalla politica di Putin, che proseguirà sulla strada della lotta alla corruzione e agli sprechi amministrativi, della creazione di una classe media sempre più vasta, della stabilizzazione economica, della modernizzazione istituzionale, promettendo addirittura, come ha dichiarato la scorsa settimana, "libertà di manifestare, libertà individuale e libertà di espressione". Anche se fosse vero, nei sondaggi pre-elettorali Medvedev ha tra il 62 e il 75 per cento dei consensi: ciò dimostra che la popolazione russa, in linea con l'attuale tendenza, è più che mai disposta a barattare le proprie libertà civili con la garanzia della sicurezza e della stabilità, prediligendo in molti casi l'autoritarismo alla democrazia. Sei mesi di inverno russo hanno lo stesso effetto sugli uomini quanto la lunga e tetra estate siciliana, diceva Tomasi di Lampedusa. "...Rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori".
Dopo le elezioni di Amburgo, il gioco preferito dei politici tedeschi sembra essere quello dei colori. Verde-nero, rosso-rosso-verde o rosso-nero; sono queste le combinazioni più gettonate. Intanto, però, Ole von Beust, il borgomastro della Cdu, simpatizza sempre più per i verdi e, probabilmente, per la prima volta nella storia tedesca si formerà un governo verde-nero nella metrropoli portuale.
Persino la cancelliera Angela Merkel ha dato il suo consenso all’eventuale formazione di un governo eco-conservatore, e von Beust ha annunciato che sonderà «con calma» le possibilità per formare una coalizione di governo alternativa ma stabile.
Anche ai verdi l’idea di una coalizione verde-nera piace sempre di più: per Alexander Poschke, membro della lista alternativa dei verdi ed ex-senatore dell’ambiente, «sarebbe un peccato non provare tutte le alternative ». Poi aggiunge: «Noi verdi abbiamo conquistato il centro della società. È ora di posizionarci diversamente». Suonano, però, strane queste parole se si pensa che lo stesso Poschke, solo due mesi fa, considerava un governo verdenero un’«opera del diavolo». Altrettanto eloquente è l’ex senatore per lo sviluppo negli anni novanta Willfried Maier: «Abbiamo la possibilità di formare un governo e solo così si possono cambiare le cose».
Ma le reazioni all’interno dei verdi non sono affatto omogenee. Soprattutto l’ala sinistra del partito non riesce a familiarizzare con questa strana combinazione e trova ingiusto che il vertice del partito escluda un’alleanza con la Spd e con i massimalisti Die Linke, che con poco più di sei punti sono riusciti a entrare anche nella camera regionale d’Amburgo.
Anche Claudia Roth, leader dei verdi, dopo una seduta del suo partito a Berlino ha detto che solo il quaranta per cento dei verdi ad Amburgo vorrebbero collaborare con la Cdu. Inoltre ha tenuto a precisare che il suo partito avrebbe preferito una coalizione con la Spd e che una probabile alleanza con i cristianodemocratici non vuol dire una rottura con i socialdemocratici a livello federale.
Per Werner Schulz, deputato verde dal 1990 al 2005 nel Bundestag, l’esperimento verde-nero potrebbe costare caro al suo partito. Difatti, i verdi rischiano di perdere la fiducia degli elettori e della Spd se prima escludono una coalizione con la Cdu e dopo le elezioni si rimangiano le parole pur di governare.
Un governo verde-nero ad Amburgo sarà solo possibile, se entrambi i partiti decideranno di fare un passo indietro: la Cdu dovrà rinunciare all’ambizioso progetto di estendere il porto della città.
Inoltre, come ha ribadito l’ex ministro dell’ambiente Jürgen Trittin, la Cdu dovrà mettere al bando la costruzione della centrale elettrica a carbone. I verdi, dal canto loro, dovranno rinunciare al loro progetto politico più rivoluzionario: con lo slogan «nove fa intelligenti» la candidata per i verdi Christa Goetsch si era battuta durante la campagna elettorale per una riforma del sistema scolastico. L’idea era quella di abolire la divisione tra scuola secondaria inferiore, superiore e ginnasio per formare una scuola unitaria, dando in questo modo anche ai figli degli immigrati la possibilità di fare la maturità. Infatti, in Germania, solo l’otto per cento degli stranieri riesce a frequentare l’università.
Una situazione, questa, che anche dagli osservatori della Ocse definiscono «discriminante».
Le elezioni di Amburgo hanno nuovamente confermato il cambiamento del panorama partitico tedesco. Die Linke è ormai diventata una presenza costante, i partiti che si contendono i voti a livello nazionale sono ormai cinque e il sistema tradizionale di formare una coalizione di governo – un partito popolare si allea con uno più piccolo – non regge più.
A parte le timide aperture del leader della Spd, Kurt Beck, nei confronti dei massimalisti di Gysi e Lafontaine – scelta che forse permetterà ai socialdemocratici di governare in Assia – anche i conservatori si guardano intorno. L’ipotesi verde-nera potrebbe sbloccare una volta per tutte la situazione ingarbugliata nella politica tedesca, divenuta più grave da quando soprattutto i liberali rifiutano un’alleanza con la Spd. Anche a livello federale, come sostiene la leader dei verdi Renate Künast, un progetto verde-nero potrebbe funzionare se anche i liberali saranno pronti a rimescolare le proprie carte. A rendere possibile questa combinazione giamaicana non è uno spostamento a destra dei verdi, ma piuttosto l’apertura da parte della destra tedesca verso i temi che riguardano l’ambiente. http://politicatedesca.blog.de/
DIRITTI: Con la fine delle guerre civili, diminuisce il numero di bambini soldato Intervista con Radhika Coomaraswamy
Radhika Coomaraswamy, Inviata Speciale ONU per i Bambini e i Conflitti Armati
Foto: ONU
NAZIONI UNITE, (IPS) - Si abbassa il numero di bambini soldato costretti a combattere nei conflitti di tutto il mondo: da circa 300 mila nel 1997 ai 250 mila attuali, rivela il Sottosegretario generale dell’Onu Radhika Coomaraswamy.
L’alto funzionario sottolinea che la ragione fondamentale di questo calo è la fine delle guerre civili in Liberia e Sierra Leone, dove i bambini soldato venivano pesantemente schierati in prima linea.
”Le Nazioni Unite sono arrivate, e hanno aalontanato i bambini dagli eserciti, inserendoli nei programmi di riabilitazione”, ha riferito Coomaraswamy, Rappresentante speciale dell’Onu per i bambini nei conflitti armati, in un’intervista con il corrispondente dell’IPS Nergui Manalsuren.
Secondo Coomaraswamy, le organizzazioni religiose hanno avuto un ruolo decisivo nella riabilitazione e istruzione degli oltre 50 mila bambini dimessi dagli eserciti.
IPS: Human Rights Watch sostiene che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe imporre sanzioni contro governi e forze ribelli che insistono nell’utilizzo di bambini soldato. Tuttavia, nel dibattito aperto del Consiglio di Sicurezza, la Cina – membro permanente con diritto di veto – insieme a Libia, Indonesia, e Vietnam si oppone alle sanzioni. In simili circostanze, le sanzioni sono realmente attuabili?
Radhika Coomaraswamy: La risoluzione 1612 del Consiglio di Sicurezza, parla di misure mirate da imporre a chi viola costantemente le norme al riguardo … La Cina e gli altri concordano su questo punto. Ritengo che per chi continuerà a insistere, senza garantire alcuna contromisura negli anni futuri, esiste la possibilità di sanzioni. Tuttavia, dobbiamo riuscire a convincere i paesi a imporre le sanzioni. Si ricordi che si tratta di stati membri e che le sanzioni sono le misure più estreme che l’Onu possa applicare; per i paesi sottoposti a controllo un’unica volta, il sentimento diffuso è che si potrebbero creare ulteriori opportunità per rientrare in piani d’azione, un genere di misure che dovrebbe essere sperimentato prima di applicare le sanzioni.
IPS: In un recente rapporto, il Segretario Generale Ban Ki-moon si è detto preoccupato per l’uso crescente di bambini negli attacchi suicidi in Iraq e in Afghanistan. L’Onu può fare qualcosa per prevenire o eliminare questa pratica?
RC: Penso sia un’area molto difficile, perché richiederebbe l’accesso dell’Onu a soggetti non ufficiali, per indurli a non partecipare a questo genere di azioni. È molto complicato. Innanzitutto, è difficile incontrare questi attori non ufficiali, considerati spesso gruppi terroristi. In secondo luogo, sono soggetti che hanno una considerazione estremamente negativa dell’Onu dovuta alla loro particolare storia. Si tratta quindi di circostanze estremamente complesse. Non credo che indicare un nome o denunciarlo sia sufficiente, perché l’Onu non viene considerato come un sistema di condanna, e questi gruppi hanno una visione diversa del mondo. Credo dunque che si debba continuare a lavorare a livello della società civile, far sì che le comunità esercitino pressione su di loro, tentare di fermarli così. Al momento, bisogna lavorare attraverso le comunità locali.
IPS: In che misura l’Onu è riuscita a riabilitare e reintegrare i bambini soldato? Esistono programmi specifici al riguardo? L’Onu dispone di fondi sufficienti?
RC: Questo è un tema importante, perché i programmi di reinserimento vengono generalmente sottovalutati. Fondamentalmente, UNICEF [il Fondo Onu per l’infanzia] e altre organizzazioni che si occupano di questo tipo di programmi sanno che non basta smilitarizzare un bambino, e rimandarlo a casa, o sistemarlo in un orfanotrofio quando ha perso i genitori. Bisogna certamente riportarlo a casa, ma si ha anche il dovere di formare la comunità che lo dovrà accogliere. È un processo più complesso.
Nel mondo dei finanziamenti esistono gli aiuti per le emergenze e gli aiuti per lo sviluppo, due componenti che appartengono a categorie diverse. Nel caso dei bambini soldato, la smilitarizzazione è una questione di emergenza, ma la reintegrazione deve essere riconosciuta come un problema legato allo sviluppo. Quindi spesso c’è il denaro per smilitarizzare, ma le agenzie di sviluppo non vengono coinvolte abbastanza rapidamente per reintegrare i bambini soldato con successo. Su simili questioni, dovremmo pensare in maniera più olistica a quale sia la soluzione migliore per il bambino.
IPS: Si può dire che gli interventi siano sotto-finanziati?
RC: Sì, il reinserimento a lungo termine è scarsamente finanziato, al contrario della smilitarizzazione. IPS: Nella conferenza internazionale che si terrà a maggio a Hiroshima, la Global Network of Religions for Children con sede a Tokyo si occuperà dell’infanzia sotto assedio, compresi i bambini soldato, con particolare attenzione al ruolo dell'educazione, dell'etica e della religione nella riabilitazione dei bambini. Cosa ne pensa? Il dialogo inter-religioso può aiutare?
RC: Le organizzazioni religiose hanno un ruolo molto importante per quanto possono dire e fare, e l’UNICEF alla fine finanzia gruppi locali per la riabilitazione. L’UNICEF non fa la riabilitazione, quindi i gruppi locali coinvolti in questi programmi – molti dei quali sono religiosi – comprendono gente realmente dedicata alla causa. Per questo motivo, le Ong religiose sono molto importanti, anche se ritengo fondamentale l’istruzione. Stiamo cercando di creare delle aree di sicurezza in modo che anche nelle zone di guerra i bambini possano continuare a studiare e a giocare. Tutte le fedi sono contrarie alla guerra. La questione non riguarda tanto il dialogo religioso, ma il fatto che le tante organizzazioni religiose che operano con i bambini soldato e hanno fatto un buon lavoro, siano sostenute.
IPS: Secondo lei, quali sono le cause reali dell’arruolamento dei bambini? Quanti di loro si offrono volontariamente, e quanti sono costretti a combattere negli eserciti?
RC: Questo è un tema estremamente interessante. In alcune guerre venivano colpiti in testa e rapiti, portati via con la forza - come è successo alla maggior parte di loro in Sierra Leone e Liberia. Si tratta di reclutamento con sequestro. Ma in molte parti del mondo i bambini si uniscono volontariamente a questi gruppi. Sono state fatte delle ricerche, e una ragione naturale sembra essere che alcuni di loro sono orfani nella povertà estrema, e in questi gruppi possono trovare una casa e un pasto sicuro. Inoltre, molti iniziano a combattere perché si tratta di conflitti etnici, e le loro famiglie e comunità considerano nobile lottare per una simile causa anche per un bambino – a volte è la conseguenza di un’ideologia politica, come in Colombia. Altre volte, questi uomini con le pistole sono modelli esistenziali per i più piccoli, che vogliono anche loro armi e occhiali da sole, una sorta di modello di virilità.
Ci sono tante ragioni per cui i bambini possono unirsi a questi gruppi in maniera cosiddetta “volontaria”. Ma come sappiamo, non sono mai scelte realmente volontarie: a volte è solo l’unica scelta possibile, il duro prodotto della guerra.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1124
Africa: la visita del presidente statunitense Bush
Si è conclusa giovedi la visita di George Bush in Africa
Durante i cinque giorni in Benin, Tanzania, Ruanda, Ghana e Liberia il leader americano ha confermato gli aiuti per combattere la povertà e garantire lo sviluppo dei paesi visitati, garantendo che l’impegno di Washington continuerà nel tempo. Il presidente Bush ha tenuto a precisare che non verranno costruite nuove basi militari in Africa dopo le perplessità espresse in merito alla questione del Comando militare statunitense denominato Africom da parte di Libia, Nigeria e Sudafrica. La settimana passata ha permesso al leader statunitense di riaffermare il ruolo degli Usa nel continente, messo sempre più in discussione dall’avanzata cinese in una regione ricca di risorse naturali ma continuamente caratterizzata da guerre e situazioni di instabilità. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31876
Un giovedì mattina dell'aprile 2003, il dr. Said Hakki si svegliò nella sua casa di Tampa, in Florida, e andò in macchina all'ospedale in cui lavorava da anni per fare un intervento di routine alla prostata. Dopo essersi lavato, guidò fino all'aeroporto, prese un volo per Washington, e poi un altro per Baghdad, la sua città natale che non vedeva da 20 anni.
"E' stato come tornare indietro di secoli — non di decenni", dice il dr. Hakki delle sue prime impressioni. Adesso, come presidente della Iraqi Red Crescent Organization, la maggiore organizzazione umanitaria del Paese, si lamenta della mancanza di aiuti umanitari in Iraq. "Curavo pazienti dall'Iran, dall'Arabia Saudita, e dal Kuwait — ma adesso siamo noi che mandiamo [lì] i nostri pazienti. E' ironico. E' molto peggio di quando me ne sono andato".
Quando il dr. Hakki è tornato in Iraq, nel 2003, gli ostacoli principali che lui e gli altri operatori umanitari si trovavano ad affrontare erano di tipo organizzativo e di infrastrutture, non gli attentati e le decapitazioni. Ricorda molte volte in cui tornava in macchina a tarda notte senza problemi lungo Haifa Street, una arteria centrale di Baghdad, più tardi diventata un rifugio sicuro per insorti e cecchini. Allora, quando c'era maggiore sicurezza, il dr. Hakki doveva guidare dalla parte sbagliata della strada, perchè i Marines Usa erano occupati a utilizzare l'altro lato per partite di calcio notturne con i ragazzini del quartiere. Come pali, dice il dr. Hakki, usavano i loro elmetti e i giubbotti antiproiettile. Di questi tempi, nessun soldato si farebbe trovare per strada senza l'elmetto o il giubbotto antiproiettile.
Oggi, il dr. Hakki non fa sempre la stessa strada per andare al lavoro, venendo e andando a orari diversi per evitare di essere un facile obiettivo di assassinio. Come precauzione, non dice ai colleghi quando arriverà o quando se ne andrà, e vive nella superprotetta Green Zone, da cui non esce mai dopo che fa buio.
"Hanno paura – la sicurezza è ancora fragile", dice degli operatori umanitari stranieri espatriati, che supplica di tornare a Baghdad durante i suoi viaggi fuori dal Paese. "Dicono — sono molto educati nel rispondere — dicono che non hanno ancora il via libera. Le Nazioni Unite sicono che stanno subendo molte pressioni. Non vogliono assumersi la responsabilità— temono per le loro vite, il che è vero". Da quando è iniziato il conflitto, 11 dipendenti della Iraqi Red Crescent sono stati sequestrati, 6 uccisi, e 8 feriti, sei dei quali in modo grave, dice il dr. Hakki.
Il pericolo è sia reale che percepito, e la visione che dell'Iraq ha qualunque operatore umanitario esparto è caratterizzata dal brutale sequestro e dalla decapitazione, avvenuti nel 2004, di Margaret Hassan, l'operatrice umanitaria irlandese di CARE International che viveva in Iraq dal 1972.
Mohammed Alomari, un direttore di LIFE for Relief and Development, organizzazione con sede a Southfield, in Michigan, dice che la sua organizzazione ha mandato a casa dall'Iraq l'ultimo dei membri espatriati del suo staff nel 2005. Nel 2006, un responsabile di programma locale è stato ucciso. "Altri sono stati minacciati. Altri hanno lasciato e sono fuggiti dal Paese", dice Alomari. Trovare personale qualificato per sostituire quelli che sono scappati, dice, è una grossa sfida.
"Siamo tutti limitati dalla mancanza di risorse per i trasporti", dice Chris Crowley, capo missione di USAID. "E' uno dei problemi principali che ci troviamo ad affrontare come donatori — il fatto di non avere quel conforto complessivo di sapere quanto siano efficaci le risorse".
Durante una visita recente, fatta assieme ad alcuni colleghi delle Nazioni Unite, Crowley è stato in una zona di A'adhamiya, un quartiere della parte nord di Baghdad in prevalenza sunnita, pieno di sfollati, o IDP, nel gergo umanitario. Per alcuni dei suoi colleghi che erano nel Paese da un anno si trattava di una delle prime visite di questo tipo. Attraverso il vetro spesso, è riuscito a vedere i diversi modi in cui si erano sistemati gli IDP, alcuni dei quali vivevano in abitazioni da classe media, altri in edifici malandati in cemento, in legno, o in tende dell'Onu. Tuttavia, dice Crowley, "non sono potuto uscire dall'auto blindata".
La British airport authority tenta le vie legali contro gli ecologisti
Si moltiplicano le proteste degli ambientalisti inglesi contro l’ampliamento dell’aereoporto di Heatrow. Ieri cinque attivisti del gruppo Plane Stupid sono saliti sul tetto del Parlamento per invitare i parlamentari a non votare l’autorizzazione per l’allargamento dell’aereoporto. Ma la British airport authorithy [Baa], che gestisc Heatrow, sta avviando una serie di provvedimenti legali per prevenire le proteste ambientaliste. Lunedì alcuni attivisti dei gruppi Plane Stpid, No third runway action group e Airport Watch [un coordinamento di 10 organizzazioni], che raccolgono circa 5 milioni di aderenti, hanno ricevuto un’ingiunzione che li diffida dall’accamparsi nei dintorni di Heatrow e dal portarvi oggetti come corde, palloni, bombolette per l’aereosol. Il prossimo agosto [dal 14 al 21] è, infatti, prevista una nuova edizione del Camp for climate action. Per prevenire azioni dirette la Baa ha intenzione di sottoporre all’Alta Corte britannica un’ingiunzione che potrebbe esporre tutti gli attivisti di 15 organizzazioni ambientaliste all’arresto in caso di mancato avviso di una protesta nelle 24 ore precedenti la mobilitazione. La cosa più preoccupante è che l’arresto potrebbe avvenire per il semplice transito su alcune linee della metro, sulla banchina del treno espresso che conduce a Heatrow, su alcune zone della superstrada, oltre che in varie aree dell’aereoporto. L’organizzazione per i diritti umani Liberty, criticando l’iniziativa della Baa, ha affermato che «La propensione delle grandi corporation a minare il diritto di protestare pacificamente dovrebbe essere preso molto seriamente dai tribunali». http://www.carta.org/campagne/ambiente/ecomostri/13015
Più che l’indipendenza del Kosovo è la questione del riconoscimento che mi interessa. Su quali principi si fonderà il riconoscimento del Kosovo? Quale sarà la sovranità dei kosovari? Per capire meglio ho intervistato Barbara Delcourt*, autrice di “Droits et souvranités. Analyse critique du discours européen sur la Yougoslavie”, edizioni PIE/Peter Lang.
Snejana Jovanovic: In cosa consiste il principio del ”riconoscimento condizionato”?
Barbara Delcourt: Il riconoscimento condizionato era un meccanismo creato agli inizi degli anni 90 per i paesi europei in seguito alla disgregazione della ex- Iugoslavia. Consisteva nell’imporre alle entità politiche che volevano essere riconosciute, essenzialmente la Slovenia e la Croazia all’epoca, il rispetto di un certo numero di principi di diritto internazionale, di principi politici, il dover essere insomma democrazie chiaramenterispettose del principio dello Stato di diritto, dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali; dovevano, inoltre, rispettare quello che veniva allora definito Diritto delle minoranze. L’idea di fondo era che si potesse, grazie alla legittimità dei progetti, garantire una certa stabilità nei Balcani in virtù del fatto che venivano rispettate un certo numero di regole riconosciute da tutti.
S.J: Questo tipo di riconoscimento si può applicare al caso del Kosovo?
B.D.: Il caso del Kosovo è diverso. Questa tecnica non è stata in realtà chiamata in causa per giustificare il riconoscimento del Kosovo. All’epoca del riconoscimento delle repubbliche iugoslave erano due i principi utilizzati per giustificare le decisioni degli europei: il principio dell’effettività e il principio di legittimità. Il principio dell’effettività consiste nel fatto che, di norma, si riconosce uno Stato quando si verificano determinate condizioni. Condizioni che non hanno nullaa che vedere con i principi del riconoscimento condizionale. Semplicemente è necessario che le entità politiche con cui si ha a che fare abbiano un certo numero di caratteristiche. Deve trattarsi di un’entità politica capace di essere indipendente e autonoma rispetto all’esterno. Deve esserci sia un governo sovrano che un territorio ben delimitato e il governo deve essere in grado di esercitare la propria autoritàsu tutto il territorio e su tutta la popolazione. Si tratta fondamentalmente dei criteri che definiscono uno Stato nel Diritto internazionale e che ne condizionano il riconoscimento. Dunque il riconoscimento si basa essenzialmente sull’esistenza di un potere effettivo. In alcuni casi, sempre in riferimento alla situazione iugoslava agli inizi degli anni 90, questa effettività non era sempre palese, penso, in particolare, al caso della Bosnia Erzegovina. In quei casi c’era la tendenza a riferirsi piuttosto al principio di legittimità e, in particolare, al diritto all’autodeterminazione. L’idea era questa: riconosciamo l’indipendenza delle repubbliche che lo desiderano perchè le popolazioni che si trovano su quei territori hanno diritto all’autodeterminazione. Questi erano i due registri utilizzati per giustificare la politica europea all’epoca.
S.J: E oggi?
B.D: Questi due registri non sono stati di fatto utilizzati oggi nel caso del Kosovo perchè non si può in realtà fare riferimento nè al principio dell’effettività nè a quello di legittimità. Sappiamo che il Kosovo è sotto un’amministrazione internazionale del territorio per cui non è presente un reale governo autonomo e indipendente capace di far rispettare la propria autorità su tutto il territorio e, d’altra parte, non è stato ugualmente invocato il diritto all’autodeterminazione perchè non si vuole che altre minoranze situate in Stati vicini, ma anche più lontani, possano rivendicare tale diritto per giustificare dei tentativi di secessione.
S.J: Come definire allora il riconoscimento del Kosovo?
B.D: E’ un riconoscimento che si fonda più su una dichiarazione di futura indipendenza che sul riconoscimento di uno Stato dal momento che ciò che prevedono sia il piano Ahtissari sia i responsabili europei non è di fatto il riconoscimento di uno Stato sovrano quanto piuttosto di un’entità politica con poteri limitati dall’intervento di attori esterni, l’ONU prima attraverso la Missione per l'amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (MINUK) e la gestione dell’Unione Europea poi, a partire dalla dichiarazione d’indipendenza. Dunque, in conclusione, si riconosce la separazione dalla Serbia, non uno Stato indipendente, e d’altra parte si parla di riconoscimento di sovanità, ma di una sovranità che sarà limitata, controllata. Non si tratta di un vero e proprio riconoscimento di uno Stato sovrano. Si parla anche, in inglese, di Earned Sovereignty cioè di una sovranità che dovrà essere meritata, attraverso la condotta delle autorità kosovare.
S.J: Che cambiamenti comporta questo riconoscimento per la politica europea?
E’ interessante notare che negli anni 90 la Comunità europea e i suoi Stati membri (l’UE non esisteva ancora) hanno cercato di giustificare la loro posizione politica utilizzando il diritto internazionale. Certo un diritto internazionale interpretato, anche in maniera fantasiosa bisogna dirlo, ma comunque si faceva riferimento al diritto internazionale. Oggi questo non si può dire. Ed è un po’ paradossale perchè contemporaneamente si cerca di dimostrare che l’Unione Europea sta acquisendo uno status di attore internazionale di primo piano che si differenzia dagli attori tradizionali proprio perchè fa riferimento alla Carta delle Nazioni Unite, all’adesione ai principi del multilateralismo, al diritto internazionale mentre vediamo che, nel caso del Kosovo, si sta autorizzando un’operazione senza avere ottenuto l’avallo del Consiglio di sicurezza. Per cui non si sta facendo del multilateralismo. Non si fa affatto riferimento al diritto internazionale perchè questo non permetterebbe di giustificare nè la secessione dalla Serbia, nè il fatto che non venga rispettatala possibilità per i kosovari di avere una sovranità dal momento che ci sarà una forma di protettorato internazionale. Ci sono delle giustificazioni che hanno a che vedere più con i registri dell’etica e della morale, o della politica e della geopolitica.
* Barbara Delcourt è professore alla Facoltà di Scienze Politiche dellaFaculté libre di Bruxelles e membro dell’Institut d’études européennes.
Pechino ora dice che sono stati i giapponesi ad avvelenare i suoi ravioli Migliaia di persone si sentirono male e si accusarono resti di pesticidi presenti nel famoso piatto della cucina cinese. Ma ora Pechino sostiene che le sue indagini escludono l’ipotesi e che l’avvelenamento non è avvenuto in Cina.
Pechino (AsiaNews/agenzie) – Tutta colpa dei giapponesi l’avvelenamento dei ravioli cinesi che hanno fatto star male più di tremila nippponici appassionati di uno dei piatti più noti della cucina cinese e ne hanno mandati parecchi in ospedale. E’ la strabiliante affermazione fatta oggi da Wei Chuanzhon, direttore aggiunt dell’ufficio cinese per il controllo della qualità.
“L’incidente dei ravioli avvelenati – ha sostenuto – non è un problema di sicurezza alimeentare causato da residui di pesticidi, ma un crimine isolato e deliberato” ed “è altamente improbabile che sia avvenuto in Cina”.
Secondo Chuanzhon, le indagini compiute dai ricercatori cinesi non hanno evdenziato alcuna traccia di pesticidi nei ravioli, neppure in quelli rimandati indietro dal Giappone.
I giapponesi, da parte loro, non hanno presa bene le affermazioni dei cinesi. “Vogliamo – ha replicato Hiroto Yoshimura, capo dell’agenzia giapponese di polizia – chi ci portino delle prove scientifiche”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11644&size=A
Martedi’ la moglie e’ attesa a un esame decisivo, quello dei voti in Texas e Ohio, e anche per Bill Clinton e’ un momento chiave. Le difficolta’ di Hillary sembrano segnare il crepuscolo di una delle carriere politiche piu’ fenomenali degli ultimi decenni, con l’ex presidente degli Stati Uniti tenuto al guinzaglio dallo staff della senatrice, che ne teme gli scatti d’ira. Bill in questi giorni e’ impegnato in comizi di basso profilo ed e’ nei guai anche per le attivita’ della propria fondazione. […]
Con un micidiale uno-due, i piu’ importanti quotidiani degli Usa, New York Times e Washington Post, hanno tracciato una dettagliata mappa dei guai dell’ex presidente, che vanno a complicare i gia’ molti problemi della corsa alla Casa Bianca della moglie. Il quotidiano newyorchese ha offerto un impietoso racconto degli eventi pubblici sotto tono e spesso semideserti a cui partecipa Bill in Ohio, con la sua celebre retorica tenuta a freno per evitare di danneggiare Hillary. Il compito di controllare la lingua sciolta e i nervi di Bill e’ affidato a un discreto braccio destro, fino a oggi rimasto fuori dai riflettori: si chiama Douglas Band, ha 35 anni, e’ una sorta di baby-sitter presidenziale, ma e’ anche coinvolto in un grosso imbarazzo che da mesi tormenta lo staff clintoniano.
Band, racconta il Washington Post, e’ stato l’artefice del contatto tra Bill Clinton e l’imprenditore italiano Raffaello Follieri, le cui attivita’ immobiliari su beni della Chiesa cattolica negli Usa sono finite al centro di una battaglia giudiziaria. L’ex presidente si e’ trovato nel mezzo dello scontro legale tra Follieri e il suo ex socio Ron Burkle, un milionario californiano stretto amico dei Clinton. La ‘Clinton Global Initiative’, il progetto planetario creato da Band per l’ex presidente, ha raccolto fondi da Burkle e la coppia Clinton-Band ha ricevuto centinaia di migliaia di dollari in consulenze dalla societa’ dell’imprenditore, Yucaipa, dalla quale adesso Bill Clinton sta prendendo le distanze. Un passo che serve per allontanarsi anche da Follieri, introdotto in passato da Band ai Clinton come possibile ‘facilitatore’ per aiutare l’ex First Lady a raccogliere voti cattolici.
A Band viene ora rimproverato, dentro il circolo clintoniano, non solo di non aver svolto bene il ruolo di baby-sitter per frenare gli scatti dell’ex presidente (che ha creato imbarazzi alla moglie soprattutto nelle primarie in South Carolina), ma anche di aver messo in contatto Bill Clinton con Follieri. Ma e’ stato lo stesso ex presidente, parlando con il Washington Post, a scagionare il braccio destro parlando del giovane imprenditore italiano: Band si e’ lasciato coinvolgere, ha detto Bill Clinton, perche’ ‘’quel tizio aveva una lettera del Vaticano'’.
Nonostante i riflettori che l’ex presidente si porta da sempre dietro, Douglas Band finora era riuscito in modo sorprendente a restare nell’ombra. Quello del quotidiano di Washington e’ il primo ritratto di un personaggio che entro’ alla Casa Bianca nel 1995, come stagista, e da allora e’ sempre rimasto nell’orbita clintoniana. Anche l’essere stato in passato uno dei molti fidanzati della top model Naomi Campbell non lo porto’ nel radar dei media. Adesso sono state le immagini dei suoi tentativi recenti di placare alcune sfuriate di Bill Clinton con i giornalisti, ad aver fatto diventare famoso - suo malgrado - il discreto consigliere presidenziale.
Il lavoro di Band sembra comunque piu’ semplice di quanto non fosse nelle settimane scorse, quando Bill si lanciava in attacchi contro Barack Obama che non sembrano aver aiutato ne’ Hillary, ne’ la stessa immagine del predecessore di George W. Bush. Adesso un Clinton sotto tono gira le palestre con frasi sommesse che cominciano con ‘’Hillary mi ha detto di dirvi'’, o ‘’Hillary ha un piano per voi'’. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/02/28/bill-clinton-crepuscolo-triste/#more-509
Presidenziali USA e industria informatica : chi finanzia chi
di Rico Guillermo*
Flusso di fondi elettorali da lobby e gruppi economici per sostenere le campagne per le primarie dei vari candidai USA. Il 'Centro per i politici riconoscibili', un gruppo di ricerca no-profit che esegue il tracciamento dei finanziamenti alla politica, e il sito 'segreti svelati' hanno messo in piazza alcuni retroscena riguardanti soprattutto il settore dell'informtica.
La Bill & Melinda Gates Foundation e' ad esempio piena di fan dei Clinton. Molti dei massimi dirigenti della fondazione hanno effettuato donazioni in favore della campagna presidenziale della senatrice Hillary Rodham Clinton. Peraltro Sylvia Burwell Mathews, il capo del programma globale di sviluppo della Gates Foundation, e' stata vice capo dello staff del marito Bill Clinton quando era presidente ed ha donato 1000 dollari l'anno scorso per la campagna di Hillary.
Altri donatori appartenenti alla Fondazione hanno donato ancor di piu', e cosi' pure la madre del magnate della Micosoft, mentre il padre di Bill Gates, Bill Gates Sr., ha agito in controtendenza, avendo donato 2300 dollari al senatore Barack Obama, come pochi altri dipendenti della Gates Foundation. In definitiva i membri della Fondazione sostengono i candidati democratici, e sono pochi dipendenti hanno donato piccole somme ai candidati repubblicani.
In ogni caso il sostegno del mondo tecnologico per i Democratici non e' una novita'. Se i Repubblicani si aggiudicano industria del petrolio, della difesa e farmaceutica, il settore dell'elettronica e comunicazioni si rivolge a sinistra, anche se con diverse preferenze. Mentre tra i principali candidati i dipendenti di Microsoft (54%) favoriscono Clinton contro il 41% per Obama, infatti, quelli di Google propendono per Obama (71%), con percentuali inferiori al 5% per McCain.
Pende sempre in favore di Obama (70%) il sostegno dei dipendenti di Yahoo!, che hanno donato alla Clinton solo nella misura del 26%, mentre solo un dipendente dell'azienda ha effettuato una donazione in favore di un candidato repubblicano. Nel panorama delle altre imprese dell'informatica, solo l'amministratore delegato della Starbucks, Howard Schultz, ha dato pari opportunita' ai tre candidati democratici, donando 2300 dollari a testa a John Edwards, Barack Obama e Hillary Clinton.
2300 dollari e' la somma massima che la legge consente di donare ad un candidato ad ogni tornata elettorale, e i donatori devono indicare i loro impiegati. Tuttavia le primarie e le elezioni presidenziali sono considerati come periodi distinti. Alcuni sostenitori hanno peraltro aggirato i limiti donando ai comitati di azione politica o ad altri gruppi vicini ai candidati.
Vecchi politici e nuovi blogger. Gustavo Selva apre un blog.
L’Onorevole Gustavo Selva, ad onta della non più verde età, è uno che dà prova, nel suo piccolo, di voler sperimentare quali siano le nuove frontiere della democrazia. E così, quatto quatto, ha aperto un blog su blogger, a dimostrazione che non c’è solo il giovane Adinolfi a sapere come si smanetta in internet: anche i vecchi leoni, anzi, le vecchie belve, sanno il fatto loro, non appena il nipotino gli spiega come si apre un pc.
Il blog è un nuovo nato in rete, ma, come dire, si segnala per la pressante attualità dei post presenti: ce n’è infatti solo uno, in cui il buon Gustavo pone ai suoi visitatori una sola, ma, converrete con me, esiziale domanda: Devo candidarmi ancora? O debbo ritirarmi? E Perché? E nel caso i visitatori non avessero capito appieno quanto all’onorevole la questione stia a cuore, di lato all’unico post vi è anche un sondaggio: Volete che mi ricandidi alle prossime elezioni?
Per ora, va detto, che la risposta dei visitatori del sito è inequivocabile: il 93% ha detto no nel sondaggio, e sui nove commenti lasciati al post solo tre sono favorevoli alla ricandidatura, mentre gli altri lo invitano cortesemente ma fermamente a rimanere a casa (il migliore: Onorevole, stia pure a casa... tanto la pensione d'oro se l'e' guadagnata. ) Non propriamente un successo, verrebbe da rilevare.
Vabbè, bisogna capirlo, povero Gustavo: per lui i nuovi mezzi della politica sono ancora tutti da sperimentare. Per ora ha aperto un blog. Dategli tempo un paio di settimane ed imparerà anche a taroccare commenti e sondaggi. http://ilmondodigalatea.ilcannocchiale.it/
I black-out elettrici in Sudafrica rischiano di colpire l'intero continente
scritto per noi da
Benedetta Piola Caselli
Tutto è cominciato con qualche sporadico black-out alla sera, che i sudafricani hanno accettato con bonomia dedicandolo, come incoraggiavano a fare le radio, a fini romantici. Poi i black-out sono diventati la norma. Dalla scorsa settimana le industrie minerarie sono ferme per la paura di non poter assicurare la ventilazione ai lavoratori sottoterra.
Il Sudafrica è sull’orlo di una crisi energetica che minaccia il benessere acquisito e quello in corso di acquisizione, la crescita economica, le speranze di diminuire il tasso di disoccupazione (ormai al 25 percento secondo i dati ufficiali) e –come notano gli sportivi- anche i mondiali del 2010. Minaccia il prestigio del paese, rimasto l’unico sviluppato dell’area dopo il crollo economico dello Zimbabwe.
Minaccia, soprattutto, i paesi confinanti che importano dall’Africa del Sud energia elettrica a 11 centesimi di rand (circa 0, 015 dollari) per kilowatt-ora, un prezzo estremamente favorevole praticato per stabilizzare le loro economie. Nel 1998, uno studio della Eskom – la società sudafricana che produce e vende il 95 percento dell’elettricità del paese- aveva prospettato seri problemi nella fornitura di energia entro il 2007, se non si fosse provveduto all’ espansione della produzione interna. Le richieste di finanziamento del colosso, però, erano stare respinte dal governo Mbeki, che puntava sull’entrata nel mercato di nuovi operatori privati. Si sperava così di far aumentare la produzione fino al 30 percento. Questa aspettativa è andata delusa, perché gli investitori hanno ritenuto che i prezzi praticati dalla Eskom non avrebbero consentito un profitto adeguato.
Il Sudafrica è infatti uno dei paesi con il costo dell’energia elettrica più basso al mondo. L’elettricità costa 41.7 centesimi di rand (circa 0, 058 dollari) al kilowatt-ora per i consumatori, con forti sconti per le industrie e le municipalità. Per i paesi confinanti il prezzo scende del 33 percento. Questi prezzi sono conseguenza del tradizionale eccesso di produzione degli anni settanta e ottanta; ma già negli anni novanta si prospettavano insostenibili. Il rapido aumento della richiesta di energia non era stato infatti seguito da una produzione aggiuntiva sufficiente a ripristinare l’equilibrio fra domanda e offerta; e, mentre l’eccedenza produttiva diminuiva, i prezzi contenuti limitavano i proventi da reinvestire. Il monopolio della Eskom e gli investimenti mancati vengono ora additati come fattori determinanti della crisi. L’aumento della richiesta di energia, a sua volta, è dipeso sia dalla crescita economica che dal maggiore accesso all’elettricità della popolazione nera con la fine dell’apartheid. Dall’avvento al potere dell’ ANC (African National Congress) nel 1994, infatti, l’ energia elettrica ha raggiunto il 70 percento della popolazione. E’ cresciuta inoltre l’ esportazione internazionale netta, che è passata dal 3 al 6 percento negli ultimi dieci anni.
Per soddisfare il fabbisogno interno di energia si stanno proponendo misure alternative - dai generatori privati agli impianti solari - che però appaiono all’opinione pubblica come semplici palliativi.
In questo quadro sta prendendo piede la proposta avanzata da Democratic Alliance e da The Trade Union Solidarity di tagliare le esportazioni di elettricità verso Mozambico, Namibia, Swaziland, Lesotho, Botzwana e Zambia. Le mancate esportazioni coprirebbero infatti, almeno parzialmente, la cresciuta richiesta interna. L’ipotesi viene per ora smentita dal governo e dalla Eskom sulla base di motivazioni etiche e di rispetto degli accordi contrattuali. Dietro questi argomenti c’è il timore che una eventuale crisi dei paesi vicini possa risolversi in una ulteriore pressione ai confini sudafricani, già assaliti dai profughi dello Zimbabwe.
Tuttavia la preoccupazione resta alta. Trovare fonti alternative di approvvigionamento sarebbe quasi impossibile nel breve periodo e- mentre i governi discutono sulle possibili soluzioni- chi può fa incetta di generatori. Chi non può si prepara a rimanere al buio.
Lo scorso 6 febbraio l'avaria e l'incendio di una nave turca di fronte alla costa istriana. E il rischio di un disastro ecologico. Le autorità croate - denunciano le associazioni ecologiste - erano del tutto impreparate
La Croazia non era preparata ad affrontare l’incidente della nave turca “Und Adriyatik”, andata in fiamme lo scorso 6 febbraio di fronte alla costa istriana, a 13 miglia a ovest di Rovigno.
Fortunatamente l’avaria della nave turca si è conclusa senza gravi conseguenze ecologiche e senza un considerevole inquinamento del mare. Questo grazie soprattutto alla concomitanza di circostanze favorevoli più che al successo dell’intervento di soccorso. L’impreparazione della Croazia si è mostrata non solo nella mancanza di equipaggiamento e la scarsa preparazione delle squadre dei vigili del fuoco a spegnere incendi in mare aperto, ma anche per l’incredibile ritardo con cui hanno raggiunto il luogo dell’incidente. C’è voluto più di qualche ora dalle prime segnalazioni dell’incidente (l’incendio è scoppiato attorno alle 4 di mattina del 6 febbraio) perché le prime unità di soccorso arrivassero dalla Croazia. Per giorni si è tenuto nascosto che un aereo dlla guardia costiera italiana, qualche ora prima che la segnalazione arrivasse alla guardia costiera croata, era già informato dell’avaria della nave turca.
Tale sconcertante valutazione, del tutto diversa da quelle rilasciate dalle autorità croate sull’avaria della “Und Adriyatika”, è stata resa nota dall’organizzazione non governativa “Eko-Kvarner”. Il suo presidente, Vjeran Piršić, ha scritto una lettera aperta al premier croato Ivo Sanader, in quanto ritiene che la Croazia deve essere decisamente più preparata per poter affrontare tali avarie marittime nell'Adriatico. Questa volta si è trattato di una nave turca di 193 metri proveniente da Istanbul e diretta a Trieste che trasportava 200 camion, due tonnellate di fiammiferi e alcune tonnellate di lubrificante, e nei cui serbatoi vi erano circa 800 tonnellate di combustibile; l'episodio è avvenuto al confine tra le acque territoriali croate e la zona ittico-ecologica di protezione (ZERP).
Le autorità croate hanno voluto usare questo dato per confermare l'importanza di una decisione sulla ZERP. Così il giorno successivo all'incidente, mentre la barca ancora bruciava a poca distanza dalla costa, il ministro per il Mare e il Traffico Božidar Kalmeta ha dichiarato: "Questa volta abbiamo dimostrato di saper controllare la zona ittico-ecologica di protezione. La nave è ancorata e abbiamo adottato le misure necessarie. Il proprietario verrà risarcito. Nel caso di inquinamento ecologico, ma speriamo che così non sia, la Croazia si farà carico anche di questo".
Le autorità hanno subito rigettato le affermazioni sul fatto che siano state necessarie sette ore prima che si chiamassero in aiuto i rimorchiatori. Secondo le spiegazioni di Branko Bačić, segretario al ministero per il Mare e il Traffico, dal momento in cui alle 5,04 è arrivata la richiesta di aiuto inviata dalla nave turca, la Centrale nazionale per il recupero e le ricerche in mare alle 5,25 aveva già trasmesso l'informazione a tutti i rimorchiatori e al Servizio navale pubblico (JPS), l'unico in Croazia equipaggiato per questo tipo di interventi. La prima nave da rimorchio ha raggiunto la nave turca alle 7,45, e alle 8,15 è uscito dal porto anche il rimorchiatore, che alle 10,20 era sul posto per domare le fiamme. A causa delle condizioni metereologiche, l'aereo è potuto intervenire per spegnere il fuoco solo alle 12,15. Due navi rimorchio del Servizio navale pubblico hanno ricevuto la richiesta alle 11 e sono arrivate da Fiume alle 18,45.
Rappresentanti dell'impresa Servizio navale adriatico, che hanno inviato tre delle loro navi per domare l'incendio, affermano che al Comando di intervento della regione istriana hanno valutato per ore se chiamare le navi da rimorchio italiane o croate, fino a decidersi per quelle croate, ma solo alle 11,42. Si è constatato anche in tutta la Croazia non è stato possibile trovare 2 km di eco- boe con cui si sarebbe dovuto circondare la nave per prevenire l'inquinamento in caso di fuoriuscita di nafta.
Le associazioni ecologiche che costantemente mettono in guardia su possibili avarie nell'Adriatico, viste le centinaia di navi che vi navigano quotidianamente e le 1800 navi cisterna che ogni anno approdano nei porti croati, sostengono che la Croazia non è preparata ad intervenire in simili incidenti, tantomeno se una tale avaria avesse conseguenze imprevedibili.
Gli esperti fanno notare che la Croazia, invece di insistere sull'approvazione della ZERP, a causa della quale è entrata in serio conflitto con Bruxelles al punto di vedersi bloccare i negoziati di adesione all'Unione Europea, dovrebbe insistere sulla protezione ecologica dell'Adriatico e sul proprio equipaggiamento per situazioni come quella della nave turca Und Adriyatik. Per questo, affermano, potrebbe ottenere significativi finanziamenti da parte dell'UE.
Una simile constatazione, mentre la nave turca ormai fuori pericolo era pronta per essere trainata dai rimorchiatori nel porto italiano di Trieste, è stata rilasciata anche dal presidente croato Stjepan Mesić. Questi ha dichiarato che l'insistenza di Zagabria per l'approvazione della zona ittico-ecologica di protezione ZERP potrebbe avere delle "conseguenze rovinose" per la prospettiva europea della Croazia.
"Non si tratta della parte ecologica della ZERP, questa parte può continuare a funzionare", ha detto Mesić. "Riguardo alla pesca, è nostra regolamentazione vedere se e a chi applicare la ZERP. Possiamo impegnarci su questo punto oppure diremo: approveremo la ZERP così com'è e dell'UE non ci interessa".
Così, l'avaria della nave turca a poca distanza dalle coste croate ha aperto una polemica non soltanto sulla preparazione del paese ad affrontare possibili incidenti ecologici, ma anche su quanto sia intelligente l'insistere di Zagabria sull'approvazione della zona ittico-ecologica, quando è evidente che le possibilità che la ZERP venga approvata sono davvero limitate. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9081/1/51/
Ue preme su Tehran: no alla morte per chi abbandona l'islam L’Unione europea chiede all’Iran di abbandonare il progetto di legge che per la prima volta nella storia del Paese introduce nel codice penale la pena di morte per chi abbandona l’islam. La bozza è in discussione al Parlamento.
Bruxelles (AsiaNews/Agenzie) - L’Unione europea chiede all’Iran di abbandonare il progetto di legge, che, per la prima volta nella storia del Paese, introdurrebbe nel codice penale la sentenza capitale per il reato di apostasia. Il testo è in discussione al Parlamento e stabilisce la stessa pena anche per eresia e stregoneria.
In un comunicato, la presidenza slovena dell’Unione denuncia che il progetto “viola chiaramente gli impegni della Repubblica islamica dell’Iran a rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani”. La Ue si appella alle autorità iraniane, governo e parlamento, “per modificare il disegno di legge”. Il documento spiega poi che in passato la condanna a morte è stata emessa ed eseguita in alcuni casi di apostasia, ma mai era stata inserita nella legislazione del Paese. L’Ue - conclude la dichiarazione - guarda con “forte preoccupazione” la notizia del disegno di legge. Di solito l’Iran respinge al mittente critiche di questo tipo, su diritti umani e soprattutto sul suo programma nucleare.
L’Istituto sulle politiche religiose e pubbliche, con sede a Washington, che ha reso noto giorni fa l’iniziativa, spiega che il testo in esame stabilisce la morte per l’apostata-uomo e il carcere per l’apostata-donna. Verranno poi individuati due tipi di apostasia: innata o di origine parentale. Nel primo caso, l’apostata ha genitori musulmani, si dichiara musulmano e da adulto abbandona la sue fede di origine; nel secondo, l’apostata ha genitori non musulmani, diventa musulmano da adulto e poi abbandona la fede. La punizione nel caso di apostasia innata è la morte; nel caso parentale la punizione è sempre la morte, ma è previsto che dopo la sentenza finale, il condannato ha tre giorni per “riabbracciare l’islam” e sarà incoraggiato a ritrattare. In caso di rifiuto, la condanna a morte verrà eseguita.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11629&size=A
L’economia brasiliana è tra le dieci più grandi al mondo, superando Corea del Sud, Taiwan, Russia ed affiancandosi a Canada ed Italia
Le istituzioni democratiche si stanno rafforzando e l’economia ha raggiunto la stabilità dopo circa 40 anni di inflazione. Sono in atto profondi cambiamenti politici, economici e sociali, ma sono ancora molti gli ostacoli che il Brasile deve superare. Circa 35 milioni di persone si trovano in condizione di povertà ed il problema dell’esclusione sociale continua ad essere molto presente, gravando su una diversa partecipazione alla vita politica ed economica del paese. L’obiettivo di costruire un Brasil para todos, rilanciando la crescita economica attraverso una maggiore inclusione sociale ed una più equa distribuzione delle risorse, è lo strumento per una migliore governance del paese e la sua proiezione nel sistema-mondo. La nuova politica estera ambiziosa ed una diplomazia commerciale offensiva si sviluppa in cerchi concentrici: il Mercosul, la Comunità Sud Americana delle Nazioni, il partenariato Sud-Sud. In questo nuovo anno, il Brasile sembra quindi ancora puntare ad una sua leadership tra i paesi in via di sviluppo, mirando alla conquista di un protagonismo in qualità di elemento stabilizzatore nel nuovo sistema politico ed economico mondiale.
A mudança da ordem dentro da ordem
Ogni riforma strutturale interna al paese necessita di una mudança lenta e graduale, ma inarrestabile e sistematica. Il futuro prospettato per il Brasile prevede un modello di transizione che garantisca il passaggio dalla dipendenza economica all’autonomia. La linea politica di Lula si muove su quattro fili conduttori al fine di garantire una maggiore stabilità al paese: continuità trasformatrice in economia, riforme in politica, azione partecipativa nella società e ricerca di alleanze internazionali. Con una politica fiscale e monetaria conservatrice, Lula punta nel 2008 ad un’efficiente e rivoluzionaria politica sociale di lotta alla povertà. L’importanza della propensione ridistribuiva delle ricchezze del paese come base per la stabilità interna riflette gli obiettivi di avviare il Brasile su un sentiero di crescita politica. Il piano pluriennale Programa de Aceleração do Crescimento (PAC) si caratterizza per una spiccata attenzione ai problemi sociali, come la riduzione della disuguaglianza e la promozione di una maggiore partecipazione popolare alla vita politica ed economica del paese. Non si tratta di uno strumento di assistenza alle famiglie, ma punta piuttosto ad un loro inserimento all’interno della società per rendere quanto prima i beneficiari indipendenti dal programma e capaci di generare un reddito sufficiente al sostentamento della propria famiglia.
Vi ricorderete senz'altro Tanija Nijmeijer, la ragazza olandese che combatteva con le FARC: i suoi diari tennero banco per diversi giorni, coi media colombiani che volevano usarli come prova della misoginia delle FARC eccetera eccetera.
Secondo me, molta gente ha interpretato la "storia" in un altro modo, chiedendosi cosa portava una ragazza "che ha tutto" a vivere nella selva ed a rischiare la vita per... per... Oddio, alcuni magari avranno completato la frase con "un ideale"!
Era naturalmente inaccettabile che la cosa finisse così. Erano i primi di Settembre dell'anno scorso, ed io mi posso immaginare i fini strateghi delle PR di palazzo che si lambiccavano il cervello per trovare l'antidoto a quella velenosa interpretazione; e mi viene facile anche immaginare il momento de "l'idea": ma sì! Troviamo un altro straniero, ma che stia combattendo per l'Esercito Colombiano!!!
Grandi pacche sulle spalle, grandi festeggiamenti ed un briefing preciso al Generale Montoya. Pochi giorni dopo (nell'edizione del 24 Settembre di Semana) ecco il pezzo: "Il soldato olandese".
É la storia di David Bohn, di padre olandese e madre colombiana, che sceglie di lasciare le comoditá della vita di Haarlem per arruolarsi nell'esercito colombiano e contribuire col suo "ganito de arena" - cosí dice Semana, ma non si capisce bene da quali fonti (probabilmente una velina del Ministero della Difesa). David combatte contro la guerriglia per 6 anni, poi si ritira e non si sa piú nulla di lui.
Neanche dell'articolo di Semana si sa piú nulla, né della foto molto professionale (quella che ho postato qui), né della storia - che sparisce persino da Internet. Ma - se volete - ho l'articolo scannerizzato e ve lo posso mandare...http://bogotalia.blogspot.com/
Il commercio delle armi da fuoco non è mai in declino. Tuttaltro. Organizzazioni non governative hanno rivelato in questi giorni che in Messico circolano almeno quindici milioni di armi, di cui l’85% illegali. Inoltre, di questi quindici milioni, il 25% è composto da AK-47, AR-15 e P90, tutte capaci di un alto potere di distruzione.
Il contrabbando è costante e segue ogni tipo di rotta. La maggior parte delle armi arriva però attraverso la frontiera terrestre con gli Stati Uniti. Si tratta di una situazione scabrosa, già che mentre gli Usa operano controlli severissimi in materia di immigrazione clandestina, chiudono invece tutti e due gli occhi quando si tratta dei carichi di armi che vengono riversati sul Messico. Lungo la frontiera, secondo uno studio condotto da Small Arms Survey (http://www.smallarmssurvey.org), esistono almeno dodicimila posti di smistamento delle armi, con negozietti improvvisati che vendono pistole e fucili a chiunque.
Comprare armi negli Usa è estremamente facile. È sufficiente presentare una patente d’auto e un certificato di fedina penale pulita per poter acquistare un paio di pistole o un fucile ad alta precisione al giorno. Gli intermediari messicani utilizzano cittadini statunitensi per l’acquisto massiccio -soprattutto durante i “gunshow”, frequenti in Texas e California (qui la lista per tutto l’anno: http://www.gunshows-usa.com/)- per poi passare il confine con i carichi che vengono smerciati sottobanco nelle drogherie e nei piccoli supermercati di paese.
La situazione è esplosiva anche in Centroamerica. Narcotraffico e delinquenza organizzata hanno aumentato il loro potere delittivo grazie all’impunità con cui le armi viaggiano da una frontiera all´altra della regione. La grande offerta ha abbattuto i costi, al punto che un AK-47 può essere comperato al prezzo risibile di 60 dollari. Si tratta di uno dei pochi prodotti al mondo il cui prezzo diminuisce con il passare del tempo invece di aumentare. Le campagne per smilitarizzare i paesi colpiti dai conflitti non hanno dato i frutti sperati. La maggior parte della gente ha conservato le proprie armi ed oggi ne compra di nuove. Si reputa che nel Salvador esistano almeno mezzo milione di armi, mentre in Nicaragua sono almeno 300.000, ma si tratta di dati ufficiosi. I governi non hanno fatto nulla per scoraggiare la tenenza d’armi. Il Guatemala, per esempio, che soffre di un alto indice di criminalità, permette fino a dodici armi per persona. http://luiro.blogspot.com/
ARRESTATO IN FRANCIA RUANDESE ACCUSATO DI GENOCIDIO
La procura generale di Kigali ha presentato domanda alla Francia per l’estradizione di un cittadino ruandese accusato di genocidio, e arrestato a Annecy, sulle alpi francesi. Clavere Kamana è stato fermato oggi, sulla base di un mandato internazionale di cattura emesso dalla procura di Kigali con l’accusa di “genocidio e complicità in genocidio”, commessi tra l’ottobre del 1990 e il dicembre 1994. L’indagato dovrà comparire entro sette giorni davanti al procuratore generale e alla corte d’appello di Chambery, che emetteranno un ‘parere’ sulla sua estradizione. “Questa cattura fa sperare che anche altre persone accusate di genocidio, che cercano asilo in Occidente, siano presto arrestate” ha detto il portavoce della procura di Kigali, Jean Bosco Mutangana, apprendendo la notizia dell’arresto. Kamana figura sulla lista dei 96 principali pianificatori del genocidio, ricercati dalla giustizia ruandese.
Le elezioni municipali del 9 marzo si annunciano pericolose per Sarkozy, già allo stremo nei sondaggi. Così ha deciso di tirare fuori il suo vecchio cavallo di battaglia, la sicurezza. E mentre ieri è stata pubblicata nella gazetta ufficiale la legge sulla detenzione di sicurezza, il presidente francese ribadisce l’intento di applicare la legge anche in modo retroattivo, nonostante il parere negativo del Consiglio costituzionale. Che ha tuttavia approvato la creazione di centri di chiusura a vita per i criminali pericolosi, ma ha specifificato che la detenzione di sicurezza «non potrà essere apllicata a persone condannate prima della pubblicazione della legge» o «per fatti commessi prima». Ma Nicolas Sarkozy è pronto a dare battaglia, anche perché, secondo un sondaggio di Le Figaro, il 64 per cento dei francesi è favorevole all’applicazione immediata della legge. Per anticipare l’applicazione della legge è necessaria una modifica della Costituzione. D’altronde, la retorica securitaria con applicazione fra 15 anni, rischia di non portare molti voti al partito di Sarkozy, l’Ump, che deve fare i conti con una scadenza ben più vicina: le elezioni.http://www.carta.org/articoli
Iraq : tiepide reazioni dell'Occidente all'attacco turco , il commento
di Shorsh Surme*
Mentre gli Stati Uniti d'America riconoscono l'indipendenza del Kosovo, lasciano la carta bianca alla Turchia di fare quello che vuole.
Oggi è il sesto giorno che l'esercito della Turchia ha invaso il territorio del Kurdistan dell'Iraq spingendosi per 15 km in profondità, violando il diritto internazionale, quel diritto per cui l'America di George Bush padre aveva combattuto il regime di Saddam per l'occupazione del Kuwait.
Ora, nei confronti della Turchia, membro della Nato, membro del Consiglio d'Europa, partner importante dal punto di vista economico di tutto l'occidente nelle sue due componenti - l'America e l'Europa - nessuna protesta se non un timido avvertimento ai generali turchi, cioe' quello di ritirarsi dal territorio dell'Iraq.
I Curdi hanno sempre appoggiato l'iniziativa della Turchia di diventare il membro dell'Unione Europea con la speranza che questo paese possa cambiare radicalmente i suoi comportamenti nei confronti della minoranza curda e che possa applicare i criteri dei paesi democratici dell'Unione.
Cosa che è impossibile - conoscendo la cultura della maggioranza della popolazione turca che è fondata sul nazionalismo - possa cambiare in breve tempo. Potra' cambiare magari nei prossimi cinquant'anni.
I Curdi sono persuasi del fatto che una penetrazione militare non possa contribuire a risolvere i problemi politici, ma soltanto a complicarli ed a gettare ulteriore benzina sul fuoco.
La cosa più utile per tutti è cercare soluzioni pacifiche attraverso il dialogo e le trattative politiche, come è avvenuto con gli ultimi negoziati turco-iracheni svoltisi ad Ankara. Tuttavia, il problema degli ultimi negoziati risiede nel fatto che essi si sono svolti in assenza dei curdi, e ciò potrebbe ostacolare l'applicazione dell'accordo.
AFGHANISTAN: Cacciati dall’Iran, i profughi afgani devono sopravvivere in patria Anand Gopal
Hoden Makhtab, espulsa da Tehran sei mesi fa, ora vive in un campo prifughi a Kabul
Foto: Anand Gopal/IPS
KABUL, (IPS) - Costretti al rimpatrio dall’Iran, migliaia di profughi afgani devono ora sopravvivere nei tanti campi di fortuna sparsi per l’Afghanistan.
Molti degli sfollati, fuggiti dall’invasione sovietica e dalla guerra civile, sono tornati in patria per ritrovare una situazione di grave penuria di posti di lavoro, alloggi e programmi di reinserimento governativi.
Hoden Makhtab, 40 anni, una madre deportata da Teheran, racconta: “Prima vivevamo in una casa, ma abbiamo lasciato tutto ciò che avevamo quando il governo (iraniano) ci ha rimandati qua. Siamo otto in famiglia. Siamo tornati sei mesi fa, ma il governo afgano non ci ha dato nessun aiuto”.
Makhtab ha parlato con l’IPS fuori della sua nuova casa, una piccola tenda di tela sostenuta da paletti in legno che ondeggiano al vento. Vive con altre 400 famiglie in mezzo ai cantieri del campo Chamany Babrak di Kabul, dove un ammasso di tende è immerso in pozze di fango alte fino alle caviglie. Non c’è acqua corrente né elettricità, ma solo adulti nella sporcizia e bambini mezzi nudi.
Il campo che si estende in modo irregolare ospita i rifugiati dai paesi vicini e altre città dell’Afghanistan. Alcuni spiegano di essere stati deportati dal Pakistan, dove hanno vissuto e lavorato durante gli anni della guerra. Ci sono anche dei rifugiati pakistani, sfuggiti alle aspre temperature e al conflitto civile nel loro paese.
Ma la parte del leone l’ha avuta l’Iran, dove negli ultimi mesi le autorità hanno espulso migliaia di afgani. La maggior parte dei residenti sono arrivati dall’Iran e hanno messo su le loro tende solo sei mesi fa, come parte di uno stesso processo che ha coinvolto altre grandi città afgane. Secondo le agenzie di aiuti ci sono migliaia di campi come Chamany Babrak sparsi in tutto l’Afghanistan, che ospitano migliaia di deportati e sembrano indicare l’insorgere di una vera e propria crisi umanitaria. Sadaf Ismat, deportata dall’Iran sei mesi fa, racconta tremante: “Mio genero è rimasto ucciso in un terremoto in Iran. Pensavamo che il governo ci avrebbe aiutati, e invece ci hanno costretti a venire qua”.
”Sono malata e non riesco a mangiare”, racconta, mostrando ai visitatori la lingua gialla per un’infezione non curata. “Siamo una famiglia numerosa ma non so cosa sarà di noi. Non c’è lavoro per nessuno e io sono talmente malata che non posso neanche chiedere l’elemosina”.
In un paese che lotta per superare decenni di guerra e disordini, il lavoro scarseggia. Alcuni residenti riescono a rimediare occasionalmente degli impieghi giornalieri, ma la maggior parte è costretta a chiedere la carità. Ai profughi rimpatriati manca persino la legna per scaldarsi dal freddo pungente di Kabul - che porta al diffondersi di malattie - e a causa dell’alto costo del cibo, molti devono andare a letto digiuni.
L’Alta Commissione Onu per i rifugiati (Unhcr) e il governo afgano hanno dei programmi in atto per gli sfollati rimpatriati volontariamente, ma non è previsto nulla per le persone espulse da altri paesi.
Come Makhtab, anche altri qui accusano il governo iraniano di averli mandati via con la forza. “Sono partito per Sheraz, Iran, 20 anni fa”, racconta Fazel Ghrias all’IPS, mentre mostra una carta d’identità di rifugiato rilasciata da Teheran. “In Iran vivevamo in una tenda, ma il governo ci ha aiutati. Poi un giorno (sei mesi fa) ci hanno detto ‘il vostro paese adesso è libero, potete tornare’”. Secondo Ghrias, i soldati iraniani hanno costretto i rifugiati a salire su dei camion col fucile puntato, e poi hanno rovistato nelle loro tende, prendendo tutto il denaro che trovavano. ”I soldati - ha proseguito - ci hanno detto “se non volete tornare in Afghanistan, vi uccideremo. Poi hanno bruciato le case di chi si rifiutava di partire”.
L’Unhcr stima che circa un milione di afgani siano tornati dall’Iran dal 2001, e che nell’ultimo anno l’Iran avrebbe deportato 360mila persone. Secondo il Ministero afgano dei rifugiati e dei rimpatri (MRRA), nei primi due mesi di quest’anno sarebbero stati espulsi 17mila afgani, nonostante un accordo firmato tra Kabul e Teheran per limitare le espulsioni durante i mesi invernali.
Secondo l’Unhcr e il governo iraniano, le persone espulse erano afgani non registrati che cercavano illegalmente lavoro nel paese e che dovrebbero essere considerati “migranti economici”, e non rifugiati. Ma nei campi di Chamany Babrak, quasi tutti gli abitanti sono in grado di produrre carte d’identità di rifugiati rilasciate da Teheran, che dimostrano il loro status regolare.
Per di più, stando ai rapporti di alcune Ong, spesso i soldati iraniani smantellano gli insediamenti dei rifugiati in modo indiscriminato, senza verificare se sono irregolari.
Muzafar Khoram, 54 anni, residente di un campo profughi, deportato sei mesi fa da Sheraz, ricorda: “Un giorno mentre lavoravo vicino casa sono arrivati dei soldati iraniani, senza preavviso. Avevamo le carte d’identità, ma il governo non le ha neanche guardate. Non volevamo ripartire, ma ci hanno costretti, mentre ci gridavano ‘via dall’Iran!’. Non abbiamo neanche potuto prendere le nostre cose, ci hanno costretti a salire sui camion, prima gli uomini, poi donne e bambini”.
Secondo il portavoce dell’Unhcr Ahmed Nader Farhad, la sua agenzia considera rifugiati solo le persone rimpatriate volontariamente. Quelli espulsi, perciò, non rientrano nel mandato dell’Unhcr e non ricevono nessun aiuto significativo.
“Non è colpa dell’Iran né del nostro governo”, ha detto all’IPS Abdul Qader Zazai, capo consigliere di Mohammed Etibari, ministro del MRRA. Etibari ha dichiarato di recente che il governo afgano non ha la capacità né le risorse per assorbire le migliaia di deportati, e ha chiesto alle autorità iraniane di frenare l’ondata di espulsioni.
Ma questo non sembra essere di grande conforto per i residenti del campo di Chamany Babrak. “Siamo molto poveri e abbiamo bisogno di aiuto - è questo il nostro problema principale”, sostiene Khoram. Mentre parla, un’autocisterna si fa strada nel fango denso - i residenti mettono insieme i loro guadagni giornalieri per comprare dell’acqua - mentre i bambini si scansano al passaggio del mezzo pesante. “Abbiamo bisogno di cibo e di legna”, prosegue.”Soprattutto in inverno, non abbiamo ciò che ci serve. Non abbiamo ricevuto né olio, né farina o pane. Siamo 10 persone in casa. Tutte m alate. Non so più che fare”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1123
Silvio Berlusconi
Berlusconi si è molto risentito, nei giorni scorsi, contro il PD e i giornali di sinistra. I quali farebbero, a suo avviso, informazione scorretta perché presentano sondaggi diversi da quelli di cui lui, personalmente, dispone. Che lui personalmente commissiona, visiona e divulga. E i sondaggi che Berlusconi personalmente commissiona, visiona e divulga danno il PdL sopra il PD di 10 punti percentuali. Non 6, come invece indicano i sondaggi artefatti commissionati dal PD e dai giornali di sinistra. (Sospettiamo che in questo giudizio c'entri, in qualche misura, l'Atlante Politico che abbiamo pubblicato su "la Repubblica" lunedì scorso).
In effetti, tutti sanno che Berlusconi non ha mai bluffato, con i sondaggi. Non li ha mai usati come strumenti di campagna elettorale, come profezie che si autoavverano. In fondo, due anni fa, ha avuto ragione lui. I suoi sondaggi "personali", commissionati a una nota agenzia americana, davano la CdL in parità già a metà febbraio. Quando tutti gli altri, invece, la stimavano in svantaggio di 5-6 punti. Come oggi il PD.
Effettivamente, due mesi dopo, fu sostanziale pareggio. Aveva ragione lui, quindi. Ne siamo davvero certi? Aveva ragione lui? Oppure quel sondaggio "profetizzava" ciò che sarebbe avvenuto due mesi dopo? Anche grazie all'incertezza che avrebbe suscitato, riaprendo una competizione considerata, dagli elettori, già chiusa? Chissà... Certo che, dopo il voto, il Cavaliere continuò a polemizzare duramente con gli alleati. Che non gli avevano creduto e non l'avevano sostenuto. (Magari per scelta consapevole). Aveva rimontato da solo, sostenne. Bastava una settimana di campagna elettorale, qualche trasmissione ancora: avrebbe completato la rimonta e realizzato il sorpasso.
Curiosa recriminazione, visto che i "suoi" sondaggi avevano registrato il pareggio due mesi prima del voto. Evidentemente il suo attivismo feroce nelle ultime settimane di marzo, compresa la grande performance all'assemblea degli industriali di Vicenza, l'ultimo faccia-a-faccia televisivo con Prodi, a pochi giorni dal voto (quando aveva scandito: "E infine toglieremo l'ICI. E forse anche la tassa dei rifiuti"). Non gli avevano fatto recuperare nulla. Ma, perfino, perdere qualcosa. In fondo era sul pari già due mesi prima...
Così, nei giorni scorsi, si è indignato. Perché i "suoi" sondaggi lo danno in vantaggio di dieci punti, non di 6 e mezzo. Il che genera, comunque, qualche dubbio. Visto che sabato scorso, al convegno degli amici di Giovanardi, usciti dall'Udc per confluire del PdL, Berlusconi aveva sostenuto che il vantaggio del PdL era di "12 punti". Due punti persi in due giorni. Il rischio è che, fra un paio di settimane, le stime del Cavaliere decretino il pareggio...
Il problema è che il Cavaliere interpreta sempre in modo creativo i "suoi" sondaggi. Che nel 1994 stimavano FI al 30%. Ottenne il 20%, ma pazienza: vinse egualmente. Nel 1996 assicuravano il successo del Polo delle Libertà. Si affermò l'Ulivo. Ma, sappiamo, a volte sbagliano gli elettori, non i (suoi) sondaggi. Nel 2001, invece, prevedevano il trionfo della CdL sull'Ulivo. Con oltre 10 punti percentuali di vantaggio.
Vinse sul serio. Ma con un punto in più, alla Camera.
Non importa. Perché il "senno di poi", nei sondaggi, non conta. Importa il "senno di prima". Le stime in tempi di campagna elettorale. Perché, effettivamente, entrano in campagna elettorale. Condizionano i sentimenti e gli atteggiamenti. Così oggi il Cavaliere si irrita se i sondaggi lasciano intendere che la partita è ancora aperta. Se fanno dubitare agli elettori che "la festa appena cominciata è già finita". Meglio discutere subito dei ministeri e degli incarichi istituzionali, così non perdiamo tempo... Per cui impone la verità dei "suoi" sondaggi. Contro tutti gli altri. Tutti. Non solo quelli del PD e dei giornali della sinistra. Perché Ipsos attribuisce al PD (e ai suoi alleati) 7 punti in più del PD (e liste collegate). Lo stesso, SWG. Peraltro, il Corriere della Sera aveva proposto, nei giorni scorsi, stime elettorali di Demoskopea che davano ragione al Cavaliere: 9 punti di vantaggio per il PdL. Ma la nuova rilevazione di Demoskopea per Sky Tg 24, di oggi, si allinea a sua volta: 7 punti di distacco.
Infine, vediamo il sondaggio di "fiducia" a cui fa riferimento il Cavaliere. La direttrice di Euromedia Research rivela in esclusiva al quotidiano on-line "Affari Italiani" che il distacco fra i due maggiori competitors è "compreso tra gli 8 e i 10 punti percentuali, in quanto è tra il 44 e il 46% la coalizione che indica Berlusconi premier e tra il 36 e il 38% quella che indica Veltroni" ("Affari Italiani", Martedì 26.02.2008, 14:32). Insomma: fra 10 e "8 punti". A metà: tra i sondaggi del Pd e quelli "personali" - nell'interpretazione "personale" - di Berlusconi.
Il problema è che i sondaggi non pre-vedono: vedono e misurano il presente. O, almeno, ci provano. Chi meglio, chi peggio. Possono servire a rilevare la distribuzione dei consensi in un determinato momento. Indicare quanti e chi sono gli incerti. Cosa pensano, cosa potrebbero decidere in seguito. Ma poi, alla fine, contano le elezioni. E, da qui alle elezioni, contano i comportamenti degli attori politici. La campagna elettorale. I media. Naturalmente, gli attori politici e la campagna elettorale occupano principalmente i media. Inoltre, i sondaggi contribuiscono allo spettacolo della campagna elettorale. Quindi, a definire e a modificare l'opinione pubblica. Per cui, quando sono resi pubblici, diventano - anzi, sono - strumenti di campagna elettorale. Indipendentemente dalla volontà e dalla qualità. Per questo suscitano tanta attenzione e tanta reazione. Rischiano di apparire profezie che si auto-avverano.
Berlusconi lo sa bene. Ne è stato, dal 1994, l'interprete più creativo. I sondaggi come forma di "pre-visione". Un modo per orientare "preventivamente" la "visione" e quindi le scelte degli elettori. Per questo è insofferente verso i dilettanti che pretendono di sfidarlo sullo stesso terreno. Verso gli analisti e gli istituti demoscopici che pensano, poverini, che i sondaggi servano solo a "vedere". No. Servono a "pre-vedere". Per cui vanno contrastati, se offrono "pre-visioni" moleste. Sgradevoli e sgradite. Se insinuano il dubbio che la partita non sia ancora chiusa. Se mobilitano gli elettori delusi e scoraggiati. Incerti se votare. Perché, al contrario di due anni fa, sono perlopiù di centrosinistra. Ma lo irritano, soprattutto, se ipotizzano che l'UdC (e la Rosa Bianca) non siano ancora scomparsi. Che abbiano ancora uno spazio elettorale. Anche il 6-7% - stimato dai sondaggi di sinistra e dai complici - è troppo. Perché si tratta di voti sottratti al PdL. L'unico bacino da cui il PdL possa ancora attingere. (A destra è rimasto poco). I suoi sondaggi non lo pre-vedono. In altri termini: alle elezioni "dovrà" ridursi a metà. E Casini sparire del tutto. Per cui, chi oggi vede e pre-vede diversamente: o è in malafede o è un comunista. Pardon: un "casinista". http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/sondaggio-profezia/sondaggio-profezia.html?ref=hprub
Marianna Madia ha un anno in più di mia figlia e questo, conoscendo la determinata serietà con cui mia figlia affronta la vita, mi rassicura.
Mi rassicura la “straordinaria incompetenza”, che si accompagna quasi sempre a una straordinaria volontà di capire le cose; e, per meglio comprenderle, posare su di loro uno sguardo di occhi appena aperti, pronti a cogliere prospettive originali. Si accompagna, la straordinaria incompetenza, anche a quella straordinaria incoscienza da cui nascono soluzioni, da sempre a portata di mano e ancora mai viste, quelle cose così facili quando qualcuno ci ha pensato, qualcuno indifferente ai secoli di incrostazioni che non hanno permesso di vederle prima.
Poi naturalmente ci sono le lamentazioni, sul modo come è stata scelta, e i sospetti sul perché è stata scelta – un’altra “figlia di”, stavolta di un amico di Veltroni – e allora perché non mia figlia, tua , sua figlia, una delle altrettanto brave e straordinariamente incompetenti ragazze che popolano questo paese? E si invocano le “primarie” – quelli che per tanti anni ci hanno detto che “non c’erano le condizioni”, e adesso le usano per ammantare di consenso popolare scelte di conservazione.
Il fatto è che non credo ci fosse un altro modo, per cominciare, che chiamare questo e quello, uno per uno, nome per nome. Una scelta dirigistica e poco democratica, forse, e indispensabile per incominciare a rinnovare una classe politica per lo meno imbolsita.
Intanto, facendo seguito all’intervento di Paola, invece di giovani donne, le “primariette” di Ravenna hanno confermato, provate a indovinare?...l’indicazione di ricandidare i parlamentari uscenti. Uno di loro è famoso per aver dichiarato, che, come parlamentare, fa “una vita di merda, niente cene o feste, solo lavoro fino a tardi e prendo seimila euro netti al mese, perché ne verso la metà al mio partito, guadagno meno del mio medico di base…”. E, poiché la legge elettorale è quella che è, mi toccherà pure votarlo.
E adesso ci tocca sentire le geremiadi di chi è turbato dall’incompetenza politica, dallo scarso radicamento nel territorio, dall’inesperienza. Come se non fossero politici di lungo corso, radicati nel territorio e pieni di esperienza, quelli che ci hanno condotto in questa bella situazione!http://selvaticoblog.go.ilcannocchiale.it/
La politica delle mance e la sanità riformabile
Massimo Mucchetti
la Repubblica
C'è un rischio sanità nei conti pubblici analogo a quello pensionistico? E così, dopo i fondi pensione, avremo i fondi sanitari? I dati dell'oggi ancora non autorizzano a ritenere insostenibile il Servizio sanitario nazionale. Certo, i difetti sono molti. Il sistema italiano offre livelli di assistenza eccellenti in ampie zone del centro-nord per i problemi seri e livelli del tutto insufficienti nel Mezzogiorno. Le liste d'attesa per gli esami sono ovunque estenuanti. Gli sprechi persistono. E però, quando si tirano le somme dei costi e dei benefici, si scopre che, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il nostro sistema è il secondo al mondo dopo quello francese. In Italia, dove il Servizio sanitario nazionale copre il 76% della spesa, l'onere pro capite è pari a 2.392 dollari mentre negli Usa, dove l'assistenza pubblica non arriva al 45%, siamo a 6.102 dollari a testa e al trentasettesimo posto in classifica, triste sintesi tra l'altissima qualità assicurata agli abbienti e l'indecenza lasciata agli ultimi. Da noi la vita media sfiora gli 80 anni, negli Usa supera di poco i 77. Qui muoiono 4,3 neonati ogni mille, là 7.
Nel 2004, anno al quale risalgono i più aggiornati confronti internazionali, la sanità italiana assorbe l'8,4% del prodotto interno lordo, un po' meno della media europea e molto meno della quota americana, ormai arrivata al 15,3%. Il Servizio sanitario nazionale, in particolare, prende il 6,4% del Pil. E mostra una dinamica assai meno pronunciata di quella americana.
Rispetto al 1990, la quota di spesa pubblica dedicata alla sanità è aumentata in Italia del 16,4, negli Usa del 47,6%. Ma proprio su questo punto affiorano i primi dubbi.
In un libro di prossima pubblicazione per il Mulino, gli economisti Fabio Pammolli e Nicola Salerno avvertono che la dinamica reale della spesa pubblica sanitaria può far saltare le previsioni dell'Unione europea ai fini dei Programmi di stabilità, con negative conseguenze sulle prestazioni. In base all'andamento demografico, la Ue prevede che, per l'Italia, la spesa pubblica sanitaria possa crescere da 1,1 a 4,9 punti percentuali del prodotto interno lordo entro il 2050.
Il Cerm, centro studi presieduto dallo stesso Pammolli, considerando anche l'elasticità della spesa sanitaria rispetto al reddito disponibile (più si è ricchi e più si spende per la salute), ipotizza una spesa sanitaria che sale al 12,55% del Pil con un grado di copertura da parte del Servizio sanitario nazionale che, in costanza di contribuzione, si ridurrebbe al 51% nel giro di 40 anni.
L'Osce prende in considerazione anche altre variabili, tra cui le nuove offerte derivanti dallo sviluppo tecnologico, e immagina un incremento fino a 9,4 punti di Pil. Il modesto incremento tra il 1990 e il 2004 sembrerebbe smentire tali allarmi, ma il contenimento della spesa sarebbe un fenomeno esaurito, dovuto com'era alle restrizioni eccezionali in vista dell'euro poi superate dalla riforma federalista e dai suoi costi.
Basta l'esperienza, d'altra parte, per capire che sarà sempre più difficile garantire tutto a tutti e che insistere nella copertura universale, dei poveri e dei ricchi, rischia di determinare un'eterogenesi dei fini tale per cui i primi troveranno un servizio pubblico tendenzialmente più scadente e i secondi avranno sempre modo di ricorrere al meglio in Italia e all'estero. Che fare, dunque? Una corrente di pensiero, interpretata da Pammolli e Salerno, propone fondi sanitari a integrazione di un Servizio sanitario nazionale che definisca i livelli minimi di assistenza: fondi la cui sottoscrizione andrebbe agevolata fiscalmente in misura inversamente proporzionale al reddito del sottoscrittore. Come per le pensioni, accanto al pilastro pubblico della sanità, che funziona a ripartizione, sorgerebbe così un pilastro privato a capitalizzazione. Una rivoluzione. Ma che cosa escludere dalla lista dell'assistenza minima garantita senza accorciare la vita ai più poveri? E quale integrazione sanitaria può costruirsi chi parte da 800 euro al mese e, dopo 40 anni di lavoro, arriva a 1.600 e deve già risparmiare per la pensione integrativa? Di qui l'idea riformista di accogliere l'allarme di Pammolli e Salerno come argomento per rafforzare chi vuol rendere più efficiente il modello a ripartizione, tagliando gli sprechi vecchi ed evitando i nuovi, derivanti dalla tendenza dei fornitori privati del Servizio nazionale a concentrarsi sulle procedure più remunerative, versione nuova e sofisticata dei rimborsi a piè di lista che fecero la fortuna dei vecchi baroni delle cliniche. Ma come riformare la sanità se i partiti vi impongono la politica delle mance?
Recentemente, in alcuni circoli culturali, si e’ riproposto la lettura e discussione del noto e stimolante saggio di Pascal Bruckner “il singhiozzo dell’uomo bianco” sui pericoli del terzomondismo sfrenato. Quando fu pubblicato nella Francia degli anni ‘80 provoco’ un certo clamore: un intellettuale di sinistra si scagliava contro la propensione acritica del ridurre tutti i mali del cosidetto Terzo Mondo all’influenza e la storia coloniale occidentale. Riflessione nata dopo la delusione seguita alla conquista dell’indipendenza e successivi disastri della Cina, del Vietnam, della Cambogia, dell’Etiopia, dell’Angola, dell’Iran.
Questo saggio mi ha portato a riflettere su una declinazione di questo fenomeno in versione italica, ovvero il Mezzogiornismo. Durante questa campagna elettorale che sembra avere i toni pacati e dove ogni schieramento vuole indurre l’opinione pubblica alla responsabilita’ (soprattutto in ambito economico) non promettendo miracoli, c’e’ una sola eccezione a questa tendenza: i problemi del Mezzogiorno d’Italia.
In campagna elettorale, ogni candidato adotta una sorta di terzomondismo verso il Sud, perpetua ancora in modo mal celato quel senso di superiorita’ che fa si che si continui a considerare i cittadini del Sud dei soggetti a responsabilita’ limitata, degli eterni minorenni incapaci di realizzare qualcosa di positivo solo a motivo del male subito da parte dello Stato centrale. Sono tutti pronti a promettere piu’ soldi, maggiori investimenti ed infrastrutture ma nessuno punta l’indice verso le responsabilita’ dei meridionali dicendo: “Sei stato trattato male in passato, ma poi hai continuato a sbagliare da solo per decenni”.
Alla domanda, di chi e’ la colpa dei problemi del SUD? La maggior parte dei meridionali dice che e’ dell’assenza dello Stato. Ma anche la maggior parte della politica non meridionale concorda e preferisce adottare questo vittimismo come modo privilegiato per trattare con il Sud.
A Bassolino e Loiero non si chiedono le dimissioni perche’ la Campania e la Calabria sono regioni di frontiera, dove si sospende il buon senso e la pratica comune. C’e’ bisogno di un trattamento speciale. I politici del Sud non vengono giudicati come quelli del Nord nelle segreterie dei partiti, anche per loro vige il regime di responsabilita’ limitata, non e’ colpa loro se sono cosi’ “diversi”. L’alimentare gli alibi del vittimismo piu’ estremo diventa il processo con cui si normalizza l’anomalia. Il Sud e’ fatto cosi’, pazienza. Si concede ai meridionali di essere vittime e allo stesso tempo non si deve prendere l’impegno di un vero e radicale cambiamento.
Significa chiedere che il mezzogiorno venga trattato come il resto d’Italia nell’individuazione delle responsabilita’. Bisogna dire al cittadino meridionale che lui e’ anche responsabile di quello che accade, che lui e’ parte del problema del Sud, che e’ un problema soprattutto culturale. E non puo’ essere facilmente etichettato come un qualcosa di esotico, una societa pre-moderna clientelare che ci teniamo come riserva indiana per avere del folklore in casa.
Aspetto ancora di sentire queste parole da un politico illuminato…ma il mio ragionamento va nella direzione opposta rispetto a questo di Beppe Grillo.
PS. Se Veltroni, Berlusconi, Bertinotti, Casini, la Santache’ ecc. leggessero con attenzione la relazione sulla ‘ndragheta della Commissione Antimafia, avrebbero maggiore consapevolezza di quello di cui sto parlando. La fusione tra impreditoria, politica e criminalita’ che aveva brillantamente individuato Saviano nel suo ‘Gomorra’ sta avvenendo in modo iper accelerato in Calabria, dove le voci di denuncia e critica (la cosidetta societa’ civile) sono assenti.http://www.giuseppeveltri.it/blog/?p=250
La scelta di andare da soli o, meglio, liberi, era già stato un bell’anticipo di programma. Le idee ben articolate che si trovano nel testo sono coerenti con quella scelta che ha terremotato la campagna e che ha anche semplificato la sua redazione: niente più frasi di compromesso che spostano in avanti le scelte reali o di resa a veti di alleati. E’ per questo, come eravamo stati i primi a fare quella scelta, che siamo stati anche i primi a presentare il programma, battendo non solo il Pdl (che al momento è più una lista elettorale che un partito vero e proprio), ma anche gli altri partiti identitari, di sinistra, di centro e di destra. Quale idea forte vuole trasmettere il programma è presto detto: quello di una politica che si rialza e corre, che aiuta il Paese a crescere anziché soffocarlo in una spirale di veti. In effetti i lunghi anni di una transizione strabica, in cui il frutto positivo del bipolarismo si è accompagnato al male della frammentazione, tranne alcuni momenti forti, in particolare il primo biennio del Governo Prodi I, hanno trasmesso al Paese l’immagine di una politica strutturalmente incapace di decidere, come chiusa in un sepolcro di autoreferenzialità. Una politica come Lazzaro, in attesa di essere richiamata alla vita, alla propria dignità. I primi commenti si sono in gran parte incentrati soprattutto sulle novità in ambito economico-sociale. Qui mi limito, su questi aspetti, a segnalare un’importantissima novità culturale. La disciplina dei conflitti di interesse è inserita al punto 8, quello delle “imprese più forti,per competere meglio” dove si afferma: “I conflitti di interesse vanno rimossi nella nuova logica dell'intervento pubblico: li elimina uno Stato che fa meno gestione diretta, concentrandosi su leggi antitrust.” Vedremo se altri programmi saranno in grado di affermare in modo così netto una logica pienamente liberaldemocratica, ispirata alla libera concorrenza, senza cadere in una difesa dei propri interessi ed equilibri o, all’opposto, in una logica meramente antiberlusconiana. Mi soffermo poi su altre due questioni, quella istituzionale e quella relativa all’espansione dei diritti civili. Sulle istituzioni quasi tutto era già stato chiarito nei mesi scorsi e andava semplicemente ribadito, a partire dall’opzione fondamentale di “un bipolarismo fondato su grandi partiti a vocazione maggioritaria”. La politica può rialzarsi e correre anche in Italia solo con gli standards di tutta Europa: uno snello Governo di legislatura con corsia preferenziale sulle proprie proposte, una sola Camera che prevale nelle leggi, il divieto di costruire gruppi parlamentari non corrispondenti a forze che si siano già presentate col proprio nome e simbolo, un quadro aggiornato di garanzie e contrappesi. Sul nodo del sistema elettorale il testo ribadisce che lo strumento privilegiato, anche per rispondere ai referendum che sono semplicemente rinviati e che pendono di nuovo positivamente anche sulla prossima legislatura, sarebbe il collegio uninominale a doppio turno di tipo francese. Non vi è una stretta necessità di associarvi anche l’elezione del Presidente perché l’evoluzione di questi mesi, in cui tutte le principali forze politiche nazionali hanno rimarcato con forza la scelta di un proprio candidato Premier, dimostra che in realtà vi è già una bipolarizzazione nazionale su leaders Presidenti del Consiglio. Anche in Italia, come quasi ovunque in Europa, sembra bastare un’unica competizione, un’unica scheda, per scegliere bene deputato e Governo. Trattandosi di regole, su cui l’intesa con le forze più rappresentative è necessaria senza forzature unilaterali, “Il PD è disponibile anche ad esaminare ipotesi di sistemi elettorali diversi, a condizione che possano corrispondere alla medesima finalità”, cioè quella di chiudere la transizione fondandola sui grandi partiti a vocazione maggioritaria, senza quindi concessioni a restaurazioni proporzionalistiche più o meno aggiornate. Per ciò che concerne i diritti il programma adotta un approccio al tempo stesso efficace e pragmatico: non ne fa un capitolo a parte perché non li concepisce al di fuori di una visione complessiva della crescita del Paese e perché un elenco ulteriore di diritti rispetto a quello, pur aperto, della Costituzione, avrebbe un senso prevalentemente ideologico. Li segnala però con precisione, avendo cura di tutelare tutti i principi in gioco, nei punti in cui ciò appare più coerente con l’effettiva tutela della persona. Per limitarci ad alcuni esempi, rispetto alle questioni potenzialmente più conflittuali, fanno parte di esigenze di giustizia fin qui disconosciute sia il testamento biologico la cui funzione è di”prevenire l’accanimento terapeutico” sia il riconoscimento “dei diritti, prerogative e facoltà delle persone stabilmente conviventi indipendentemente dal loro orientamento sessuale”, come si era cercato di fare da parte dei ministri Pollastrini e Bindi con l’equilibrato compromesso che aveva portato ai Dico e rispetto al quale non sono comunque apparse finora proposte più condivise e convincenti. Rientra nello Stato sociale e nella tutela della salute l’impegno ad attuare la 194 “anche alla luce delle nuove possibilità offerte dalla scienza, in tutte le sue parti” (allusione evidente sia per un verso alle possibilità di auto alle nascite premature sia alla Ru-486 che può e deve essere inserita nel rispetto formale e sostanziale della 194): quanto più si eviteranno polemiche ideologiche tanto più sarà possibile lavorare insieme per la prevenzione, con l’obiettivo condiviso di “un’ulteriore riduzione del numero degli aborti”. Questo si richiede ad una politica non ideologica, tipica dei grandi partiti a vocazione maggioritaria: non di scegliere unilateralmente un unico principio o interesse, come se in una decisione politica se ne dovesse considerare uno e uno solo, in un gioco a somma zero, ma di equilibrarli, con ragionevolezza e ponderazione. Altre realtà sociali, culturali, confessionali possono, e talora debbono, rappresentare ottiche più parziali, esporre le proprie motivazioni in un modo più assertivo anche per lanciare messaggi di riconoscimento e di carattere educativo ai propri aderenti e nella società, ma la politica che vuol fare alzare e camminare un Paese ha un dovere in più, quello di costruire ponti, sapendo per questo di non poter accontentare tutti. I ponti culturali su cui il Paese può correre.
Gli indipendentisti del Terai tengono in ostaggio il Paese
L’onda lunga dell’effetto Kosovo è arrivata anche alle falde dell’Himalaya e ora rischia di far saltare il processo di pace nepalese e lo storico voto costituente del prossimo 10 aprile.
Da due settimane il Nepal è paralizzato da un bandh, uno sciopero generale, indetto dai separatisti madhesi che chiedono l’indipendenza del Terai: la regione pedemontana dove si concentrano tutte le attività produttive, commerciali e tutte le vie di comunicazione del Paese.
Dal 12 febbraio il Fronte Unito Democratico Madhese (Umdf) ha fermato le attività commerciali e i trasporti. La capitale Kathmandu è a corto di viveri e carburante, i benzinai sono assediati e l’erogazione della corrente elettrica è interrotta per otto ore al giorno. “Se lo sciopero continua – ha dichiarato Sanjeev Kumar Kafley, della Croce Rossa nepalese – si profila il rischio di una crisi umanitaria”. L’imposizione del coprifuoco non riesce a fermare le manifestazioni separatiste, che sempre più spesso degenerano in scontri con la polizia già costati diversi morti e centinaia di feriti.
Trattative in corso. Guardando al successo del modello kosovaro, i valligiani di lingua hindi – storicamente emarginati dalla popolazione degli altipiani, che controlla la politica e l’economia del Paese – chiedono al governo di unità nazionale del premier Girija Prasad Koirala il riconoscimento immediato di una larga autonomia al Terai e del suo diritto all’autodeterminazione. In caso di rifiuto, promettono sciopero a oltranza e boicottaggio delle elezioni dell’Assemblea Costituente previste per il prossimo 10 aprile, delle quali comunque chiedono il rinvio a giugno.
Ieri, dopo una lunghissima trattativa, pareva che governo e Umdf avessero raggiunto un vago compromesso, che però già in serata era però stato rigettato dalle fazioni separatiste più radicali legate agli ex combattenti del Fronte di Liberazione Democratico del Terai (Jtmm, Janatantrik Terai Mukti Morcha).
Se la trattativa in corso dovesse fallire, rischia di saltare il voto di aprile e il processo costituente – che dove sancire il passaggio da monarchia e repubblica – mettendo a rischio lo stesso processo di pace tra governo e guerriglia maoista – che nel 2006 ha posto fine a una guerra civile durata dieci anni e costata 13mila morti.
L’India soffia sul fuoco. A sostenere, da dietro le quinte, la causa indipendentista dei madhesi del Terai c’è la casa regnante degli Shah che spera di bloccare elezioni e processo costituente per salvare in extremis l’antica monarchia nepalese. Ma c’è soprattutto l’India che, tramite la sua ambasciata a Kayhmandu, intrattiene stretti e continui rapporti con i dirigenti dell’Umdf. Per Nuova Delhi il successo della transizione politica in Nepal sarebbe un grave problema perché esso rappresenterebbe una grande vittoria politica per il movimento maoista nepalese e quindi un incoraggiante esempio per il collegato movimento maoista indiano dei Naxaliti, sempre più forte e sempre più una minaccia per il governo indiano, che ormai teme più i naxaliti dei separatisti kashmiri.
Una repubblica nepalese con i maoisti filo-cinesi al governo non va già a Nuova Delhi non solo per motivi di politica interna, ma anche nell’ottica della competizione regionale India-Cina. Dal punto di vista della politica di contenimento dell’influenza regionale cinese, anche Washington, secondo il leader dei maoisti nepalesi Prachanda, ha tutto l’interesse nel boicottare la svolta politica del Nepal.
Al ballottaggio per le presidenziali della Cipro greca vince il primo presidente comunista dell’Unione europea, Dimitris Christofias. Subito il rilancio di una strategia per la riunificazione dell’isola
E’ il primo presidente comunista (non pentito) dell’Unione europea. Dal quartiere generale del suo partito, l’Akel, non sono mai spariti le bandiere rosse e i busti di Lenin. Eppure, nonostante l’allarme rosso lanciato dalla chiesa ortodossa locale e nonostante una campagna condotta dall’avversario conservatore Ioannis Kossulidis anche a colpi di sms e di email che riproducevano le immagini di soldati sovietici e la scritta “Non vorrete essere rappresentati da loro a Bruxelles? Votate Kassulidis”, Dimitris Christofias, 62 anni, ex borsista a Mosca in epoca sovietica, dove ha studiato Scienze politiche, ha vinto domenica 24 febbraio le elezioni per il nuovo capo dello Stato nella Repubblica di Cipro, a maggioranza greco cipriota, l’unica riconosciuta dall’Onu e dall’euroclub di cui fa parte dal 2004.
L’hanno preferito il 53,36 percento del mezzo milione di elettori, contro solo il 46,64 percento che hanno votato l’avversario Kossulidis, l’altro leader arrivato al ballottaggio dopo il primo turno del 17 febbraio, che aveva eliminato, a sorpresa, l’ex presidente Thassos Papadopulos.
“A partire da domani, uniremo le nostre forze per arrivare alla riunificazione della nostra patria”, è stato il suo saluto alla folla festante nelle strade di Nicosia. Christofias si è subito pronunciato per l’apertura dei negoziati con la controparte turcocipriota sotto l’egida dell’Onu. “Lancio un messaggio di amicizia ai turco-ciprioti. Li chiamo a una battaglia comune per riunificare la nostra terra e per gestire i nostri problemi senza interventi stranieri” ha dichiarato, con chiaro riferimento all’onnipresente ingerenza di Ankara.
Cipro è infatti divisa dopo l’invasione di un terzo dell’isola da parte dei militari turchi nel 1974, in seguito a un tentativo di golpe dell’allora dittatura dei colonnelli di Atene: il piccolo lembo di terra nell’estremo Mediterraneo orientale, al largo delle coste turche e libanesi, rischia infatti ora di incamminarsi verso una spartizione definitiva fra l’autoproclamata Cipro nord, a maggioranza turco-cipriota e riconosciuta solo da Ankara, e la Repubblica di Cipro. “Ma io voglio andare avanti per trovare un accordo e delle regole giuste: è una necessità assoluta” ha ribadito Christofias, che sale al potere proprio una settimana dopo la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, che ha aperto la strada a un preoccupante precedente. Non a caso, la diplomazia di Belgrado ha parlato dell’apertura di un “vaso di Pandora” da parte dei leader di Pristina: l’effetto Kosovo potrebbe estendersi dai Balcani a Cipro fino al Caucaso.
Insomma nell’isola di Afrodite bisogna trovare in fretta un accordo con gli scomodi vicini al di là della linea verde, pattugliata dai caschi blu, che ancora taglia in due da 33 anni l’isola e la sua capitale Nicosia. In questo l’avversario politico di Christofias, Kassulidis, ha già promesso pieno appoggio: “Assicuro al neopresidente di essere al suo fianco nel tentativo di trovare una soluzione alla nostra questione nazionale”.
Anche i turco-ciprioti, e il loro premier Talat, hanno accolto con favore i risultati delle urne dall’altra parte dell’”ultimo muro d’Europa” che attraversa con tratti di filo spinato il pieno centro di Nicosia. “Consideriamo questo cambio della guardia al vertice come un’opportunità. Ci auguriamo che i negoziati comincino subito, senza inutili preliminari”. Più tiepida la reazione di Ankara: “Siamo prudenti, aspettiamo a esprimere un giudizio” dicono al ministero degli Affari Esteri turco, “dobbiamo vedere se Chistofias ha promesso una contropartita al premier uscente Papadopulos, in cambio del suo appoggio al ballottaggio”.
Dopo la prima tornata del 17 febbraio, infatti, Papadopulos è stato messo fuori gara di misura, dopo avere ottenuto circa il 30 per cento dei voti. Era stato lui, nel 2004, a suggerire ai suoi compatrioti di bocciare il referendum sulla riunificazione dell’isola basata sul piano Onu presentato da Kofi Annan, referendum approvato invece dai turco-ciprioti. Un piano che, a parere di Papadopulos e di molti analisti, prevedeva un ritiro troppo lento e graduale (minimo tre anni) dei 30mila militari anatolici che sono ancora di stanza a Cipro nord con il pretesto di proteggere la comunità turcocipriota, che prima del 1974 contava il 12 per cento del totale della popolazione e che da allora è stata concentrata nelle zone occupate. Altro punto dolente, nel piano Kofi Annan, era la mancata presa in dovuta considerazione della presenza, aumentata negli anni, di oltre 100mila immigrati dall’Anatolia, che nulla avevano a che fare con i nativi turcociprioti.
Lo stesso Christofias, nel 2004, aveva appoggiato la politica del “no” al referendum, ma l’anno scorso si è ritirato dall’alleanza con il partito democratico di Papadopulos al potere denunciando, come del resto ha sempre fatto il conservatore Kassulidis, le lungaggini della tattica di Papadopulos, troppo adagiata sullo status quo.
Ora lo status quo è troppo traballante e a rischio. A marzo arriveranno a Cipro i mediatori internazionali. Christofias, nato nel 1946 a Kyrenia, di fronte alla Turchia, nella zona poi occupata dai militari di Ankara, è pronto ad accoglierli.
Amburgo e Berlino, i laboratori per uscire dalla crisi dal nostro corrispondente PIERLUIGI MENNITTI
Berlino chiama e Amburgo risponde. Passa dai laboratori politici di queste due città il tentativo di offrire alla politica tedesca strade nuove che facciano uscire il Paese intero dallo stallo politico nel quale pare caduto. Berlino è la città della svolta a sinistra, socialdemocratici più sinistra radicale, benedetta dal sindaco in carica Klaus Wowereit. Amburgo può diventare la prima città a dare vita a un esecutivo tra Cdu e verdi, un’alleanza insolita che può aprire la strada a nuove alternative per il versante conservatore, finora relegato solo all’opzione liberale. Cristianodemocratici e verdi insieme, il partito fondato da Adenauer su solide radici tradizionaliste e cristiane e l’allegra e variopinta brigata dei verdi, gli ex sessantottini che immisero vivacità e trasgressione nella politica tedesca proprio in opposizione alla rigidità dello schema conservatore della Repubblica di Bonn. Oggi, per la prima volta in una grande città, questi due partiti hanno la possibilità di aprire una nuova era nella irrequieta Repubblica di Berlino che non si riconosce più nel paludato ma stabile cliché della tradizione tedesca.
Come Wowereit ha scongelato nella capitale i voti della sinistra radicale e mostra il progetto di un governo tutto a sinistra capace di gestire le contraddizioni di una complessa metropoli europea, Ole von Beust, il borgomastro di Amburgo cui i cittadini hanno confermato il sostegno popolare, può scongelare lo schema delle alleanze ereditato dagli anni di Bonn e dare corpo a un progetto che tenga assieme le ragioni dell’economia di mercato così forti in una realtà portuale globale come Amburgo e quelle di uno sviluppo equilibrato e attento all’ambiente e alla qualità della vita. Di questo si discute nella politica tedesca già da qualche settimana, quando i sondaggi per le elezioni comunali di Amburgo avevano evidenziato il rischio di un ennesimo risultato nullo. Amburgo come Berlino e Brema è città-Stato nel complesso meccanismo del federalismo tedesco. Il voto comunale dunque assume, proprio come nelle altre due città, un valore politico più generale. E le urne hanno confermato i sondaggi: come era accaduto tre settimane prima in Assia, nessuna coalizione tradizionale è possibile: né cristiano-democratici e liberali, né socialdemocratici e verdi hanno la maggioranza.
Rispetto a Wiesbaden, tuttavia, dove ancora si attende che i politici protagonisti di una campagna elettorale insolitamente accesa depongano i risentimenti e diano vita a un esecutivo in grado di amministrare la regione, il voto di domenica ad Amburgo ha anche fatto giustizia di un’altra illusione che serpeggiava in Germania. E cioè che la ragione della sopravvenuta instabilità fosse un mero problema di numeri, del fatto che una quinta forza politica fosse stabilmente entrata nel panorama nazionale. Nella città anseatica entrano in parlamento solo quattro forze, come ai vecchi tempi, ma l’instabilità resta la stessa. Perché è entrata la sinistra radicale e sono rimasti fuori i liberali. Il problema dunque non sta nel dato numerico (cinque partiti invece di quattro fanno saltare lo schema della stabilità tedesca) ma in quello qualitativo. E’ nell’ingresso della Linke a livello federale. In una parola l’ingresso dell’Est (si potrebbe dire la vendetta dell’Est) nella vita politica dell’Ovest, attraverso il sostegno a quella forza politica che più di ogni altra sembra in grado di raccogliere delusioni e rabbia per le conseguenze della riunificazione. Quella che la Sueddeutsche Zeitung chiama con un eufemismo “turbolenta stabilità” non è altro che una sorta di “fattore K” piombato sulla politica tedesca con cinquanta anni di ritardo. Sulle risposte da dare a questa irruzione si intrecciano ad un tempo i destini generali del sistema politico tedesco e le guerre per la leadership all’interno dei singoli partiti.http://www.ideazione.com/new_2008/articoli/2008/febbraio/2008_02_26_p_mennitti.htm
Ormai i tempi sono davvero maturi per una svolta. Il sistema politico tedesco così come lo abbiamo conosciuto è prossimo all’implosione e il 2008 sarà probabilmente ricordato come l’anno di una piccola-grande rivoluzione politica.
Ad imprimere un’accelerazione in questo senso, è stato il crescente successo riscosso da una formazione di estrema sinistra, Die Linke, nata nel 2005 dalle ceneri della SED (il partito socialista della DDR) e da una scissione interna all’SPD. Abile nel catalizzare il malcontento sociale sempre più diffuso e a far presa su quella porzione di elettorato indispettita per le crescenti ingiustizie sociali, il movimento guidato da Oskar Lafontaine ha inizialmente macinato voti nell’Est della Germania, zona nella quale si concentra effettivamente gran parte del suo naturale bacino elettorale fattodi disoccupati, giovani di belle speranze ed anziani. In seguito alle ultime elezioni regionali tenutesi prima in Assia e in Bassa Sassonia e poi nella libera città-Stato di Amburgo, Die Linke ha però dimostrato di poter gareggiare ad armi pari anche ad Ovest, ponendo così le basi per un superamento delle alleanze tradizionali.
Fino ad oggi, infatti, il sistema si bilanciava su due principali blocchi al vertice dei quali stavano i due grandi partiti popolari, la CDU da una parte e l’SPD dall’altra. I democristiani hanno storicamente cercato l’accordo con i liberali dell’FDP, mentre i socialdemocratici quello con i Verdi. La comparsa di una quinta forza ha perciò creato instabilità impedendo la formazione di maggioranze stabili (in Assia, ad esempio, non si è ancora sciolta la riserva sul futuro del governo regionale) costringendo i partiti a soluzioni di emergenza (si veda il caso della cosiddetta Grosse Koalition) o a coalizioni inedite (quella tra Verdi e democristiani ad esempio). A quest’ultimo proposito va detto che se Ole von Beust, il borgomastro uscente in quel di Amburgo, dovesse riuscire a trovare l’accordo con gli ecologisti, ebbene, si tratterebbe di una “prima volta” di portata storica. CDU e Verdi, infatti, governano insieme soltanto a livello locale giacché mai prima d’ora si erano poste le condizioni per una convergenza tra due partiti la cui cultura politica è sempre stata radicalmente diversa, se non opposta. Con la comparsa di Die Linke, tuttavia, i Verdi hanno parzialmente rinunciato al loro originario profilo sociale presentandosi sempre più come formazione lib-lab, in grado di coniugare meno problematicamente Stato e Mercato. Uguale e contrario il riposizionamento della CDU, la cui agenda, checché ne dica il presidente della CEI tedesca, Robert Zollitsch, non è affatto liberista, ma, anzi, sempre più legata alle dinamiche del welfare state. Verdi e CDU si sono quindi, per così dire, incontrati al “centro” e, benché le posizioni su determinati temi (in primis quello ambientale) non collimino del tutto, il compromesso è oggi concretamente possibile. L’SPD, dal canto suo, da forza di centro-sinistra quale diventò grazie a GerhardSchröder, si è da poco messa in moto verso sinistra nella speranza di riuscire a contendere con più facilità i voti a Die Linke, sua principale e diretta concorrente. Quest’ultima soffre però di una solitudine tutta particolare se è vero che gli altri quattro grandi attori della politica tedesca si sono per ora rifiutati di riconoscerle pari dignità politica. Prima o poi comunque qualcuno cederà decidendo finalmente di scendere a patti con una forza politica pur oggettivamente scomoda. E quando questo avverrà, al più tardi in occasione delle elezioni federali del 2009, anche la stessa Die Linke ne risentirà in termini di consensi. La grande fiducia riposta dall’elettorato in questo soggetto politico è infatti anche dovuta alla sua parziale alterità e lontananza dai meccanismi di governo, Die Linke soddisfa cioè quella brulicante ondata di insoddisfazione, meglio conosciuta agli occhi degli osservatori italiani con il termine di “anti-politica”. Una volta che da partito di lotta dovesse trasformarsi in partito di governo, sarebbe lei stessa a perderci, in fascino e consensi. Di qui la malcelata volontà dei suoi vertici di rimanere senza se e senza ma all’opposizione.
Va detto tuttavia che, proprio in questi ultimi giorni, si sono effettivamente riscontrati i primi passi nel senso di una distensione e di un'apertura nei confronti di Die Linke. Ad averci provato è stato il presidente del partito socialdemocratico Kurt Beck, il quale ha maldestramente lanciato l’idea di saldare, in un futuro neanche troppo lontano, la sua SPD alla nuova sinistra radicale. Inevitabile la ridda di mugugni ee contestazioni tanto all’interno dell’SPD quanto tra gli alleati della CDU. La signora Merkel ha neanche troppo velatamente minacciato le elezioni anticipate, accusando i compagni di viaggio di tradire gli impegni presi e bollandoli severamente come “inaffidabili”. A ben vedere, d'altronde, stringere patti con Die Linke in questo momento non avrebbe altro effetto se non quello di destabilizzare il già precario equilibrio del Gabinetto di larghe intese e aprire le porte al voto in autunno. La situazione è quindi più tesa che mai, complice anche il recente scandalo finanziario che ha ulteriormente esasperato un dibattito politico già di per sè incandescente. Eppure non è che l’inizio, la burrasca arriverà a breve.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
L'arte su Second Life? Performance, installazioni, provocazioni. Sempre al confine, ma in pixel.
Second Life è il mondo virtuale lanciato dalla californiana Linden Lab nel 2003. I suoi abitanti costruiscono città, lavorano sul proprio look, commerciano in Linden Dollars, la moneta locale, fondano comunità e amicizie. E producono arte, trasportando quella reale nei mondi sintetici. Grazie agli strumenti offerti dal programma, possiamo trovarci di fronte a diversi tipi di "creazioni", date dal grado di interazione e sperimentazione dell'artista con il programma.
Liz Solo: versioni virtuali di eventi reali
Nella vita, come su Second Life, Liz Solo è tante cose insieme: musicista, cantante, performer. Vive in Canada, a St. John's, città di Newfoundland, un’isola a nord-est della costa nordamericana. Da poco ha inaugurato I AM COOP, dove propone le versioni virtuali di eventi locali: performance, esposizioni, installazioni. Il tutto si trova sull’isola Odyssey, un simulatore che fornisce spazi, supporto tecnico e servizi agli artisti che lavorano su Second Life.
Liz è gentile e disponibile, e ha acconsentito a che assistessi alla nascita di questo suo progetto: per alcuni giorni questo personaggio dalle lunghe ali da insetto ha spostato pareti, piantato e tolto alberi, provato i video in streaming.
Il giorno dell’inaugurazione sono in ritardo. Mi dispiace, ma in Italia è quasi l’alba. Liz ha già letto il suo lavoro Revenge ed è il turno di Anthony Brenton, poeta, che recita alcuni brani da Daybreak Saint City, fresco di stampa. Nella sala alcuni avatar sono seduti di fronte al suo alter ego virtuale, dietro ad una scrivania. Sopra la sua testa un video in streaming trasmette lo stesso Anthony mentre legge le sue poesie.
«Second Life è solo un’estensione della vita reale, due posti diversi che rappresentano la medesima realtà», sostiene Liz Solo. «Mi piace l’idea di fondere i due mondi, reale e virtuale», aggiunge.
Il progetto I AM COOP è appena partito e prevede appuntamenti mensili regolari. Sempre su Second Life Liz ha presentato il nuovo album, alien, il primo da solista.
Amazing di Liz Solo
Gazira Babeli: performance e codici di programmazione
Segnatevi questo nome: Locusolus. È in quest’angolo di mondo sintetico che trovate gran parte del lavoro di Gazira Babeli, artista attiva su Second Life, e solo qui, dalla primavera del 2006. Produce quella che è definita “arte residente”, utilizzando gli strumenti offerti dal programma. «Le performance utilizzano codici di comportamento così come l'ambiente digitale utilizza codici di programmazione», spiega Gazira. Così facendo misura non tanto i limiti delle possibilità creative offerte da Second Life, ma dell’immaginazione umana all’interno di questo mondo sintetico.
A Locusolus potrete interagire con gran parte dei suoi lavori. La vostra identità, così faticosamente costruita, sarà messa in discussione da Come Together dove gli avatar sono fusi in un unico ammasso; oppure, se vi sedete su Avatar on Canvas, diventerete una scultura surrealista vivente, condannati alla deformità finché non uscite dal programma. Non fidatevi nemmeno dei teletrasporti delle installazioni U are here, che mette in crisi una delle certezze di questo mondo: saltare qua e là per terre virtuali semplicemente spingendo un pulsante. Amanti o no dell’arte, Locusolus è un posto speciale.
Come Together di Gazira Babeli
Second Front: “supereroi” sintetici
I lavori di Gazira sono stati segnalati da Liberazione, La Stampa, Spiegel On Line ed El País. È stata presente con le sue opere in diversi festival come il Dutch Eletronic Art Festival di Rotterdam, la Venice Video Art Fair e la newyorkese Performa insieme al gruppo Second Front.
Quest’ultimo manipolo di “supereroi” sintetici chiude il cerchio: un gruppo d’avanguardia che sperimenta le arti performative nel mondo virtuale e che oggi conta otto elementi, Gazira e Liz Solo compresi. Apparso pubblicamente per la prima volta nel novembre 2006 con l’assalto alla sede virtuale dell'agenzia di stampa Reuters (la prima ad avere aperto una redazione su Second Life, ndr), è approdato a New York per Performa07, la biennale delle arti visive e performative. Qui hanno battagliato contro il gorilla Kong in un divertente remake di King Kong sfidato secondo lo stile dell’indimenticabile videogioco anni ottanta Donkey Kong.
Ma anche per Second Front qualcosa potrebbe cambiare. Come annunciato sul blog ufficiale, il lavoro di squadra in futuro potrebbe ridursi: molti di loro sono sempre più impegnati in esibizioni nel mondo reale dei lavori realizzati su Second Life. Le cose si fanno più serie e anche questo spazio popolato da codici e intelligenze ha prodotto la sua dose di arte contemporanea.
COMMERCIO-AFRICA: Appello internazionale contro gli EPA Miriam Mannak
CITTÀ DEL CAPO, (IPS) - Le organizzazioni della società civile africane e internazionali hanno lanciato una “call to action”, per chiedere al resto del mondo di raddoppiare gli sforzi per fermare la spinta dell’Unione Europea verso l’istituzione degli accordi di partenariato economico (EPA).
L’appello è stato promosso durante un incontro di Africa Trade Network, tenutosi a Città del Capo (20-22 feb) e ospitato dall'Economic Justice Network (EJN). L’EJN si batte per regole economiche eque nell'ambito del commercio, del debito e della sicurezza alimentare.
La rete rappresenta le organizzazioni della società civile di tutto il continente e l’incontro ha riunito funzionari del commercio africani e delegati delle organizzazioni non governative (Ong) regionali e internazionali.
Il documento verrà diffuso tra le organizzazioni della società civile di tutto il mondo, sollecitandole a sostenere in modo attivo e a partecipare alla crociata contro gli EPA.
“I membri della società civile - soprattutto quelli delle regioni ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) - devono mobilitarsi e sviluppare una strategia forte per fermare gli EPA”, ha detto Tetteh Hormeku della sezione africana di Third World Network (TWN), una rete di organizzazioni internazionale che si occupa dei temi dello sviluppo e della finanza globale.
”Hanno il potere di informare e mobilitare la popolazione, e di influenzare i politici”.
Gli EPA sono accordi commerciali che l’Unione europea (Ue) vuole firmare con gli ACP. Secondo l’Ue, i patti hanno lo scopo di aiutare l’integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale, promuovendo al tempo stesso il loro sviluppo sostenibile e contribuendo allo sradicamento della povertà.
“Soprattutto”, si legge sul sito web dell’Ue, “sono uno strumento per lo sviluppo”.
Sono 35 i paesi che si sono impegnati a firmare un accordo provvisorio che potrebbe alla fine trasformarsi in un accordo a tutti gli effetti durante i negoziati di quest’anno. Circa 41 le nazioni che hanno rifiutato di aderire.
Gli EPA vengono respinti per diverse ragioni. “Gli EPA non servono ad aiutare le regioni ACP, quanto piuttosto a salvaguardare le economie europee. Le pressioni dell’Ue sui paesi africani per firmare l’accordo lo dimostrano”, sostiene Hormeku, riferendosi alla minaccia avanzata dall’Ue lo scorso anno di imporre maggiori tariffe sulle importazioni ai paesi che avessero rifiutato di firmare gli EPA:
Sarebbe fondamentale nella strategia contro gli EPA influenzare i livelli decisionali e, ancora più importante, i capi di stato, secondo Jacob Kotcho, della Associazione dei cittadini per la difesa degli interessi collettivi (Acdic), che guarda alla cittadinanza, qualità della vita, interessi collettivi, impegno morale ed etico e questioni relative all’uguaglianza.
”I ministri ci hanno ascoltati ma alla fine sarà il presidente a decidere se firmare o meno”, ha spiegato Kotcho. “Per questo dovremmo rivolgerci direttamente ai nostri capi di stato”.
Billy Maseti dell’Alternative Information and Development Centre in Sud Africa concorda, e aggiunge: “I governi tendono a pensare in funzione della popolazione. Perciò la società civile deve intervenire e informare i governi su ciò che la popolazione pensa e desidera. In più, possono avere un ruolo importante nell’organizzare e mobilitare i popoli”.
Jane Nalunga dell’Eastern African Trade Information and Negotiations Institute in Uganda ha parlato dell’importanza che i diversi movimenti e le organizzazioni coinvolte nella campagna contro gli EPA uniscano le loro forze. “Dobbiamo mobilitarci in tutto il continente”, ha detto.
Secondo Brid Brennon, del Transnational Institute, le campagne contro gli EPA nel Sud dovrebbero riunirsi portando avanti un impegno analogo in Europa. “È importante che le organizzazioni europee sappiano cosa sta succedendo in Africa”, ha sostenuto.
Queste ed altre opinioni sui modi in cui la società civile potrebbe potenziare il proprio ruolo nella campagna contro gli EPA sono state condivise e sostenute dai funzionari presenti all’incontro.
La società civile potrebbe avere un ruolo più forte nel sensibilizzare le persone come anche i politici sul continente africano circa l’impatto negativo degli EPA sul nostro sostentamento, tra le altre cose”, ha detto Dorothy Tembo, direttrice del commercio estero del ministero di commercio, scambi e industria dello Zambia.
“Le Ong e gli altri membri della società civile hanno il potere di influenzare (il dialogo) e perciò dovrebbero rafforzarsi ed essere più coinvolti nei dibattiti con i funzionari”, ha aggiunto.
Rob Davies, vice ministro di commercio e industria del Sud Africa, concorda: “La maggior parte delle persone non conosce gli EPA né è consapevole del loro impatto negativo. La società civile dovrebbe essere più forte. Più sarà forte la loro voce, meglio sarà”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1122
FILIPPINE L’esercito in piazza manifesta il no a un colpo di Stato I vertici delle forze armate hanno sfilato insieme a migliaia di soldati per smentire la preparazione di un colpo di Stato. Da inizio mese, ogni giorno migliaia di persone chiedono la caduta del governo, accusato di corruzione, violenza e compravendita di voti.
Manila (AsiaNews) – Le forze armate delle Filippine sostengono il governo guidato da Gloria Macapagal Arroyo, nonostante le diverse accuse di corruzione mosse contro di lei e le manifestazioni che da giorni si svolgono per tutto il Paese per chiedere le sue dimissioni. Lo confermano i vertici militari filippini, che ieri hanno sfilato insieme a migliaia di soldati per le vie della capitale.
Avelino Razon, capo della polizia, dice: “Siamo qui per smentire le voci che ci vogliono impegnati a preparare un colpo di Stato. Con i militari siamo solidali, uniti ed a favore del governo”. La dichiarazione fa riferimento a diversi messaggi, inviati sui cellulari di buona parte della popolazione, che chiedono di sostenere l’esercito nella sua lotta contro la Arroyo.
Questo è il quarto tentativo, in 4 anni, di rovesciare il governo Arroyo: il mandato scade nel 2010, ma l’opposizione accusa il presidente di aver preso tangenti, comprato voti ed essere ricorsa alla violenza elettorale per essere rieletta nel corso delle consultazioni del 2005. All’inizio del mese, oltre 10mila persone hanno sfilato per le strade di Manila chiedendo la caduta del governo, e da allora ogni giorno migliaia di persone in punti diversi del Paese ripetono la richiesta.
La Chiesa cattolica, molto influente nel Paese, non ha preso posizione: i vescovi, in una dichiarazione pubblicata a metà mese, chiedono “chiare linee guida dal governo in carica”, ma non appoggiano le proteste anti-Arroyo. Un missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere a Zamboanga, p. Giulio Mariani, spiega ad AsiaNews che “i vescovi chiedono un’azione comune per la preghiera ed il discernimento, non la caduta del governo”.
Proprio per questo, continua p. Mariani, “era prevista per il 29 una veglia di preghiera di tutte le scuole della diocesi. Il nostro vescovo ci ha chiesto di trasformarla in una ‘assemblea’, senza alcun carattere politico”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11616&size=A
New York. Gli strateghi conservatori del Partito repubblicano hanno due svantaggi e un vantaggio rispetto ai colleghi democratici nel preparare un piano elettorale per far eleggere John McCain e portare per la terza volta consecutiva un presidente di destra alla Casa Bianca. Il primo svantaggio è il clima politico nettamente favorevole al Partito democratico, a causa della guerra in Iraq, dell’insicurezza economica e, in generale, della fisiologica stanchezza nei confronti di un presidente come George W. Bush che ha governato otto anni e diviso a metà il paese. Il secondo elemento sfavorevole è l’entusiasmo dei democratici per i loro due candidati, Barack Obama e Hillary Clinton, due leader liberal che, a differenza di John Kerry nel 2004, ma anche di Al Gore nel 2000, riempiono di orgoglio la base elettorale e fanno sognare a occhi aperti il ritorno a ere di progresso e di giustizia sociale. Il fenomeno si è visto in questa stagione di primarie, dove gli elettori democratici si sono presentati alle urne quasi sempre in numero doppio rispetto ai repubblicani, anche in stati solidamente conservatori.
Gli strateghi repubblicani, però, hanno un vantaggio: il partito ha già scelto un candidato, John McCain, anche se lo ha fatto turandosi il naso, e sa che a meno di una clamorosa rimonta di Hillary Clinton, l’avversario democratico sarà Barack Obama. Gli advisor di Obama, invece, probabilmente dovranno occuparsi di Hillary fino al 7 giugno, la data delle ultime primarie a Portorico, se non oltre, fino alla convention di agosto a Denver, anche se circolano voci di un possibile ritiro dei clintoniani la sera del 4 marzo in caso di sconfitta in Texas e Ohio.
La squadra di McCain sta preparando il piano strategico per la conquista della Casa Bianca intorno a cinque punti: mobilitare la base conservatrice, scegliere un vicepresidente che completi il profilo del candidato, prendere le misure all’avversario, valutare i suoi punti deboli ed essere competitivi anche in quegli stati della costa orientale e occidentale tradizionalmente liberal. I vertici della Right Nation sono ancora scettici nei confronti di McCain, continuano a guardare con sospetto la sua indipendenza di giudizio, il suo cattivo carattere e le sue posizioni poco ortodosse su immigrazione, finanziamento della politica, surriscaldamento terrestre eccetera. Il partito, dopo i dubbi iniziali, s’è schierato in modo abbastanza compatto con lui, ma resta ancora aperta la questione della base elettorale. Se McCain non riuscirà a coinvolgerla, a motivarla e a galvanizzarla, difficilmente il 4 novembre potrà vincere le elezioni.
Secondo Karl Rove, l’architetto delle vittorie elettorali di Bush, McCain dovrà occuparsi subito, già a marzo, di quest’aspetto decisivo e di elaborare una strategia complessiva anti Obama. Un aiutino a McCain è arrivato dal New York Times e dalla sua inchiesta su una presunta e smentita storia sentimentale del senatore con una lobbista, giudicata impubblicabile dallo stesso garante dei lettori del Times, che ha avuto l’effetto opposto di ricompattare il mondo conservatore contro la solita egemonia editoriale della sinistra.
(segue dalla prima pagina) La scelta del vicepresidente è altrettanto importante, più del solito. Al suo primo giorno da presidente, il 20 gennaio 2009, se McCain fosse eletto, avrebbe 72 anni, uno in più di quanti ne aveva Ronald Reagan all’inizio del suo secondo mandato. McCain scherza e ricorda che quel vecchietto è riuscito nella bazzecola di vincere la Guerra fredda, ma dovrà scegliersi un vicepresidente con un coerente curriculum conservatore per confortare la Right Nation, con una solida esperienza amministrativa per ovviare al principale dei suoi punti deboli, con uno spiccato interesse alle questioni economiche e di politica interna per bilanciare la sua predisposizione alla sicurezza nazionale, e infine sufficientemente giovane e carismatico da poter rappresentare già adesso il futuro del Partito repubblicano nel 2012. La scelta non sarà facile, ma gli analisti di Washington non parlano d’altro che delle liste dei papabili vice McCain che circolano di mano in mano in questi giorni di assestamento della sua candidatura.
Non meno decisiva è la questione Obama. Il team McCain sta cominciando a testare gli argomenti da usare contro il senatore nero alle elezioni di novembre, con l’avvertenza di stare molto attenti a non mettersi nella situazione di poter essere accusati di razzismo (o misoginia, se dovesse farcela Hillary). McCain corre meno rischi di qualsiasi altro repubblicano, perché non è il tipo che si trova a suo agio con gli attacchi personali, ma direttamente o no sarà costretto a ricorrervi. Il Comitato nazionale del Partito repubblicano ha commissionato in questi giorni una serie di sondaggi e di focus group per capire quali siano i limiti di una campagna politica contro un candidato di colore (o donna). “Giusto o no la realtà sarà questa – ha detto un consigliere di McCain a The Politico – La polizia del politicamente corretto sarà di pattuglia e i criteri saranno strettissimi”. C’è però chi, a destra, teme un approccio soffice e vittima del politicamente corretto: “Se McCain è preoccupato o timido nell’affrontare di petto Obama, vorrà dire che ha già perso la battaglia senza neanche cominciare”.
McCain sa quali sono i punti deboli di Obama e già adesso comincia a esporli nei suoi discorsi. E’ vero che l’Obamania è contagiosa, ma col passare del tempo pare mostrare i primi segni di stanchezza anche tra i suoi stessi sostenitori. Il primo editoriale del New York Times di domenica lo ha accusato, per la prima volta, di sostenere politiche economiche populiste e conservatrici. Lo stesso giorno, il Washington Post ha prima spiegato nel dettaglio statistico che non è vero che Obama avrà grandi speranze di vincere negli stati conservatori, poi lo ha accusato di essere “enigmatico” e di non aver ancora fatto capire che tipo di presidente sarà.
La vaghezza propositiva di Obama e la sua politica basata sul sogno più che sulla realtà sono dunque il punto centrale della strategia di McCain, come di Hillary. La Clinton non è riuscita a convincere gli elettori democratici che va bene fare campagna elettorale in modo poetico, ma che poi per governare c’è bisogno della prosa. McCain però ha qualche argomento in più. Intanto può attaccarlo da destra, poi può usare con maggiore naturalezza e competenza la carta della sicurezza nazionale, del patriottismo, del valore e finanche la questione della guerra in Iraq, essendo l’unico ad aver sostenuto la strategia di David Petraeus che in questi mesi ha cambiato l’inerzia della situazione sul campo. A differenza di Hillary, ha scritto Mark Halperin di Time, McCain può giocare sporco senza ripercussioni negative nel suo partito e può anche avvantaggiarsi da una campagna anti Obama senza censure, e non imbarazzata e a mezza bocca, come quella elaborata dai Clinton, sull’uso di cocaina, sul secondo nome “Hussein”, sulle amicizie radicali e sui ruvidi e potenzialmente imbarazzanti commenti di sua moglie Michelle sulle questioni razziali. Hillary ci sta ancora provando, come si intuisce dalla foto di Obama con turbante e in abiti da musulmano pubblicata da Drudge Report e fatta circolare dal suo staff. Hillary in questi giorni dice frasi tipo “vergognati, Barack Obama”, che prima o poi saranno usate negli spot repubblicani, così come non resterà clandestina la notizia che secondo il National Journal Obama è il senatore più di sinistra di Washington.
Un altro punto d’attacco dei conservatori, anche se avrà minore efficacia rispetto a come funzionò nel 2004 contro Kerry, sarà quello del flip flop, cioè della sua tendenza a cambiare posizione, dalla sanità alle questioni di politica estera, in particolare su Israele. Ralph Nader, l’uomo che candidandosi da indipendente nel 2000 fece perdere Al Gore, ha annunciato la sua candidatura, stavolta ancora meno influente del 2004 quando prese lo 0,4 per cento. Nader si è detto insoddisfatto di Obama proprio su Israele: “Fino a pochi anni fa era filo palestinese, ora è filo israeliano”.
Christian Rocca
Turchia : Consiglio d'Europa verifica rispetto delle minoranze
di Gabriella Mira Marq
Il Consiglio d'Europa non demorde sulla situazione delle autonomie locali in Turchia, chiedendo ad Ankara il rispetto della Carta europea per l'autonomia locale negli Stati membri. A tal fine una delegazione europea e' in visita ufficiale in Turchia dal 25 al 27 febbraio.
Va tenuto conto che per la Turchia, rispetto delle autonomie locali significa anche rispetto delle minoranze, dato che diversi enti locali riguardano comunita' di etnia curda e che le ingerenza governative rappresentano una forma di pressione sui Curdi. Gia' nella sessione autunnale della Camera degli enti locali del Consiglio d'Europa i delegati avevano chiesto una maggiore democrazia e spazio per le minoranze in Turchia. In quella occasione, l'ex sindaco di Sur, Abdullah Demirbas, e il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, descrissero la pressione politica e la persecuzione giudiziaria a cui sindaci e consigli comunali della regione sono stati sottoposti da parte delle autorita', a motivo principalmente dell'uso della lingua curda negli affari pubblici.
Secondo una relazione presentata allora all'assemblea, l'attuale legge turca, "sia negli aspetti sostanziali che procedurali e' cosi' viziata da essere insostenibile. C'è una rigida distinzione tra lingue 'internazionale' ed 'etnica'; vi e' confusione su che cosa costituisca un abuso di potere 'politico' da parte delle autorita' pubbliche; vi e' incertezza circa la distinzione tra le cose fatte per autorita' di un funzionario pubblico e quelle fatte per prassi amministrativa; vi e' incertezza, evidenziata proprio dal caso di Sur, circa la procedura di garanzia per il sindaco e i consiglieri giuridici, quando vengono adottate misure contro di loro" e, soprattutto, "il modo apparentemente arbitrario con cui il diritto pu' essere fatto valere ed usare in casi diversi di violazione della legge".
Nella sua raccomandazione al comitato dei ministri, la Camera delle autorita' locali aveva chiesto che le autorita' di Ankara permettessero ai consigli comunali di utilizzare le lingue diverse da quella turca in materia di fornitura di servizi pubblici, riformassero la legge sui Comuni per consentire sindaci e consigli comunali di prendere decisioni "politiche" senza timore di un procedimento contro di loro, firmassero e ratificassero la Convenzione quadro del Consiglio d'Europa per la protezione delle minoranze nazionali e la Carta europea per le lingue regionali o di minoranza.
Scopo della visita odierna e' quindi proprio verificare se gli impegni presi sottoscrivendo la Carta europea e le raccomandazioni siano stati seguiti e ci siano stati miglioramenti nella situazione locale. I relatori incontreranno fra gli altri i rappresentanti dell'Unione dei Comuni turchi e la delegazione turca del Congresso, sindaci ed altre autorita' locali e nazionali turche.
Fratello del defunto presidente della Jugoslavia ed ex ambasciatore a Mosca dal 1998 al 2001, Borislav Milosevic oggi fa il businessman in Russia. Ma segue con un occhio di riguardo le vicende serbe
Lucia Sgueglia
MOSCA – “Se ora Italia e Russia, per ipotesi, proponessero la spartizione del Kosovo, sono sicuro che a Belgrado questo sarebbe considerato con attenzione. Ma si tratterebbe di un’infrazione al diritto”. Si attiene strettamente alle norme internazionali ma guarda già al futuro Borislav Milosevic, fratello del defunto presidente di Jugoslavia morto in carcere all’Aja mentre era incriminato per crimini di guerra e contro l’umanità. Lo incontriamo a Mosca, dove dal 1998 al 2001 è stato ambasciatore jugoslavo, l’ultimo (anche durante la guerra in Kosovo), e oggi fa il businessman. Nel paese che ha appena concesso lo status di rifugiati a sua cognata e suo nipote.
Quali i sentimenti dopo la dichiarazione di Pristina del 17 e i disordini di questi giorni in Serbia?
Tutto questo fa molto male a ogni serbo. Senso di umiliazione, di profonda ingiustizia, di sprezzo del diritto internazionale, impotenza dell’Onu. L’idea che passa è questa: se voi avete le risorse, la forza per difendere i vostri diritti nei rapporti internazionali, allora potete mantenerli. Se invece queste risorse vi mancano, allora anche il diritto non c’è. Ma io ritengo che gli Usa e la Ue compiano un profondo, si può dire criminoso errore, che a lungo avrà conseguenze negative per la vita internazionale.
Pensate che il destino di Mitrovica nord sia con Belgrado? Ora anche la Republika Srpska di Bosnia ed Erzegovina minaccia la secessione…
Io non ho il diritto di dividere il Kosovo. Questa regione è interamente serba. I serbi sono il popolo costitutivo dello Stato, gli albanesi, costituiscono una minoranza nazionale, malgrado la loro quantità. Hanno un loro stato nazionale – l’Albania – ma parti di questo popolo, in qualità di minoranza nazionale, vivono nei paesi vicini. Se si concede alle minoranze nazionali, etniche, il diritto all’autodeterminazione, allora nel mondo ci sarà un oceano di sangue. Sono i popoli che possono avere il diritto all’autodeterminazione. Ma se, supponiamo, l’Italia e la Russia proponessero a questo punto la spartizione del Kosovo, sono sicuro che a Belgrado questo sarebbe considerato con attenzione. La Republika Srpska, certo, ha pieno diritto di separarsi dalla Bosnia ed Erzegovina, ma indipendentemente da ciò che succede in Kosovo. Perché si tratta di un popolo costitutivo dello Stato, secondo la costituzione di quel paese. Nessuno può negar il loro diritto all’autodeterminazione.
A suo avviso nella situazione attuale è possible il ricorso alle armi?
Penso di no. Il governo serbo ha dichiarato di voler impiegare solo mezzi pacifici, non la forza militare, nella sua opposizione ai separatisti albanesi. Personalmente penso, che non si debba e non sia opportuno rinunciare a priori a ogni mezzo legittimo per difendere il proprio popolo. Tanto più che i kosovaro-albanesi non si sono mai assunti questo impegno. Al contrario, hanno minacciato che se non avessero ottenuto l’indipendenza, non avrebbero potuto tenere a freno la “furia” dei propri e che poteva esserci un conflitto. Questo, peraltro, figura anche tra le “argomentazioni” dei paesi occidentali.
Se continuerà a non riconoscere il Kosovo e interromperà, come sta parzialmente facendo, i rapporti diplomatici con i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza, che futuro avrà la Serbia?
Lei pensa che dovrebbe rassegnarsi al riconoscimento degli stati occidentali? In questo caso credo che non avrebbe alcun futuro. Penso che I serbi non si rassegneranno mai alla separazione dalla terra materna kosovara. Per quanto riguarda il futuro, credo che l’ingresso nella Ue e nella Nato non costituisca per la Serbia “l’unica opzione” e che sia “senza alternative” come affermano molti nostri politici. Credo sia possible tenere una stretta collaborazione con l’Europa e l’America e, parallelamente, avere una partnership strategica, per esempio, con la Russia, in particolare nella sfera economica. Così come con Cina, India e altri paesi. Per me non occorre che la Serbia faccia parte della Nato, dopo la bella lezione storica che ci ha offerto l’Alleanza. Credo che l’attuale formula della Partnership for Peace sia sufficiente. Questo lo pensano in molti da noi, non solo io.
Oggi Belgrado è alleata di Mosca. Un’amicizia senza problemi?
I popoli e le persone fanno amicizia, gli stati non provano emozioni. Hanno solo interessi. Oggi i nostri rapporti con la Russia sono eccellenti, praticamente in tutti gli ambiti e ritengo, che la nostra cooperazione fruttuosa e reciprocamente vantaggiosa continuerà a rafforzarsi e crescere. Poi ci sono le tradizione e la affinità spirituale di due paesi multinazionali. La politica della Russia verso il Kosovo segue fedelmente il diritto e gli accordi internazionali. I serbi hanno molto rispetto e gratitudine verso questo politica e verso Putin.
La Serbia manterrà il suo orientamento verso l’Europa?
Senza dubbio. Ha sempre fatto parte dell’Europa, noi siamo europei. Ma la Serbia deve entrare nell’Unione non deprivata (derubata), bensì integra nei suoi confini riconosciuti internazionalmente. Deve entrarvi con gli stessi diritti degli altri paesi della regione, senza ricatti. Non solo quello del Kosovo, ma quello del Tribunale ad hoc dell’Aja.
Allo stato delle cose, erano possibili altre soluzioni al problema dello status?
Si. Continuare le trattative e cercare una soluzione politica di compromesso. Ma lo hanno impedito le grandi potenze. Veri negoziati non ci sono stati tra Belgrado e Pristina. Gli albanesi ai colloqui di Vienna e a Bruxelles de facto hanno solo testato fino a che punto la parte serba era pronta a far concessioni. E ne faceva. Ma gli albanesi del Kosovo sedevano con le mani in mano, perché gli Usa e le potenze europee gli avevano già promesso l’indipendenza e non avevano bisogno di muovere un dito, ma solo aspettare la fine dello spettacolo e ottenere l’indipendenza dai loro padroni. Cosa che è successa.
Vostro fratello non commise qualche errore sul Kosovo?
No certo, non c’è nessun uomo di stato che non abbia mai commesso un errore. Slobodan ha difeso il territorio del suo paese dai separatisti e il suo popolo dai terroristi. Doveva farlo. Era il suo dovere costituzionale. Non c’è stato nessun genocidio contro gli albanesi. È una falsificazione, una bugia. Cercava una soluzione politica. Conduceva negoziati con Rugova e gli altri partiti albanesi-kosovari. Ma l’Occidente non gliel’ha permesso, sostenendo l’Uck terrorista. La Nato ha scatenato un’aggressione contro la Jugoslavia nel 1999. Oggi è chiaro a tutto il mondo, non è stata un’operazione umanitaria, ma di conquista. Perché la Nato avanzasse verso Est e Sud Est, verso le risorse. Così usano il terrorismo per raggiungere obiettivi geopolitici. E la Nato ha creato un ‘falso stato’ in cui regna la criminalità organizzata. In un’intervista recente ho fatto un commento ironico riguardo all’autodichiarazione di indipendenza del Kosovo: l’unico vantaggio per l’Europa sarà un miglior approvvigionamento di eroina.
L'intervista è uscita oggi, in forma ridotta, anche su Il Messaggero
Esiste «un´antropologia di riferimento» per l´elettorato cattolico? Quali siano i parametri di questa inconsueta definizione di campo, ne è escluso il professor Veronesi, la cui candidatura nel Pd è stata utilizzata dal quotidiano dei vescovi per mettere ulteriormente in guardia gli elettori cattolici attratti dal partito di Veltroni.
Per non dire del nutrito drappello di cattolici democratici che di quel partito sono tra i costituenti.
Non bastasse l´indicazione di Veronesi tra gli antropologicamente scorretti, ieri Famiglia cristiana, settimanale molto diffuso e con una solida (ma evidentemente defunta) tradizione "neutralista" in materia politica, ha definito "pasticcio in salsa pannelliana" i punti programmatici di Veltroni. E il ricco assortimento delle esternazioni curiali in materia politico-elettorale non esclude preziosi tecnicismi, come il consiglio all´amico Ferrara di non presentare liste di lodevole intento, ma ad alto rischio di dispersione dei voti. O il ripudio per vizio di forma del documento dell´Ordine dei medici in difesa della 194, definito dalla Cei "fasullo" su basi, come dire, procedurali. Mentre passa quasi inosservato e inascoltato, per la sua reiterazione ormai quasi quotidiana (insomma, non fa più notizia) il monito papale ai medici di ogni ordine e grado, invitati anche ieri a "difendere la vita" - come se si occupassero prevalentemente d´altro.
In questo clima, le fotonotizie del cordiale incontro tra i due teologi Ratzinger e Ferrara in una chiesa a Testaccio fanno appena colore, e paiono una nota lieve, domenicale e popolare, che evoca il suono delle campane piuttosto che il persistente, agguerrito comiziare che discende dai pulpiti, almeno quelli ufficiali. Una vacanza, insomma, perché domenica è sempre domenica, come diceva molti anni fa il presentatore di sicura antropologia cattolica Mario Riva.
Se non in campagne elettorali molto remote e non rimpiante, quelle del bipolarismo molto arcigno tra Dio e Stalin, non si ha memoria di un eguale protagonismo della Chiesa italiana, con molti suoi vescovi e tutti i suoi giornali, in materia politica e in specie partitica. Con puntute disamine di candidature e programmi, e vis polemica inesausta soprattutto in materia di quei famosi temi "eticamente sensibili" che tutti o quasi i contendenti politici giudicano inopportuno spendere come munizioni elettorali, ma non la Cei, che al contrario continua a far rientrare dalla finestra ciò che è stato appena messo alla porta, saggiamente, dai partiti, spaventati all´idea che argomenti di così fonda e delicata natura (l´interruzione della gravidanza, il testamento biologico, le povere unioni civili ormai finite in fondo al sacco delle urgenze e della questioni) possano sfasciare equilibri politici faticosamente raggiunti. E dare l´innesco a furori e anatemi non precisamente desiderabili in un Paese già carico di problemi e divisioni.
Viene da chiedersi, a questo proposito, con quale umore non solo i cattolici del Pd, ma anche i laici del Pdl accolgano l´oramai chiarissima scelta della Cei di Ruini e Betori di osteggiare il Pd perdutamente "laicista", di conseguenza mettendo il proprio cappello sul partito di Berlusconi e Fini. Che clericale, almeno statutariamente, dovrebbe non essere, e non per la facile e poco elegante obiezione che tutti i suoi leader, a differenza di Veltroni e Franceschini, sono divorziati. Ma perché la laicità dello Stato, e più prosaicamente punti di vista e costumi liberali o libertari o libertini, sono ben presenti in quell´area del Paese che vota per il centrodestra. E a meno che l´editore televisivo Berlusconi, il tombeur des femmes Berlusconi, il multimiliardario Berlusconi sia considerato dai vescovi italiani, a differenza di Veronesi, il prototipo del "cattolico antropologico", si è costretti a concludere che quella della Chiesa è una scelta di campo politica in piena regola. Schietta e inequivoca.
Non è semplice sapere quanto peserà questa così evidente e imbarazzante intrusione nelle scelte dell´elettorato cattolico. Anche perché la definizione stessa di "elettorato cattolico" non è affatto ovvia: va da un vaglio ristretto, che comprende solamente i cattolici politicamente militanti (a destra, al centro e a sinistra), a un vaglio molto ampio, che contiene tutta la vasta e molto secolarizzata massa di italiani che si dicono cattolici ma non paiono disposti a farsene troppo influenzare nelle scelte politiche. E, quel che è peggio per la Cei, neanche nelle scelte etiche e di vita privata.
La sola certezza, in fin dei conti, è che la presenza della Chiesa (certamente quella mediatica) viene intesa ogni giorno di più come una presenza politica, con il continuo richiamo alla spiritualità e all´universalità della missione ecclesiale che appare appena un alibi sfocato, continuamente smentito dal minuzioso, quasi pedante sfoglio dell´agenda politica italiana da parte dei vescovi. Viene da chiedersi perché la Cei, a questo punto, non piazzi i suoi gazebo. Domanda volutamente candida, a fronte di una risposta di evidente e collaudata sagacia: dev´essere fantastico poter fare politica, ma senza rischiare i costi (politici) di un giudizio elettorale. Partecipare alla mischia rimanendone fuori. E´ il sogno di ogni giocatore. Ma non è – come dire – il massimo del fair-play.
Domenica scorsa un editoriale di Piero Sansonetti, sul quotidiano Liberazione, palesava che l’unico argomento utile della sua campagna era denunciare il presunto inciucio, il famoso Veltrusconi.
Quel giorno però il direttore del quotidiano del PRC aveva fatto molto di peggio, facendosi intervistare dal Secolo d’Italia per dire “da comunista”, con una formula analoga a quella usata da Giampaolo Pansa per attaccare la Resistenza, che piuttosto che veder prosperare il Partito Democratico, preferirebbe mille volte rivedere Silvio Berlusconi continuare a sfasciare l’Italia.
Ha elogi per tutti Piero Sansonetti, per Alleanza Nazionale, una destra che (secondo lui) recupera il valore dell’uguaglianza (sic!) e soprattutto per Gianfranco Fini, attento e coraggioso amico del ‘68 e dei movimenti giovanili (come in Questura a Genova durante il G8)!
Ha parole dolci perfino per il sindacatino verticale e corporativo della destra, l’UGL. Per Sansonetti, l’UGL “esprime posizioni originali e culturalmente interessanti”. L’ha letto mai Sansonetti un libro sul corporativismo fascista?
Si interessa poi alla partita interna tra le (presunte) anime della PDL, Sansonetti e, con un ragionamento rosso-bruno, dentro la PDL fa il tifo per gli ex-missini contro Forza Italia. E perfino tra UDC e AN Sansonetti, oramai arruolato nella campagna elettorale di AN, mette il becco stravolgendo la realtà: l’UDC rappresenta una “chiesa neoautoritaria”, laddove invece Fini sarebbe “attento alle spinte di rinnovamento”. Ma si possono raccontare balle così?
INVECE FINI
Ovviamente chi lo intervista, Michele de Feudis, va a nozze. E giù con “Walter Ego” di qua e Veltroni che è solo “l’omologazione liberista” di là. Arriva perfino a difendere Berlusconi: “non ho mai detto che il suo fu un regime, ma il pericolo vero per l’Italia è un accordo tra PD e il leader di Forza Italia”. Invece Fini… gli fa da fraterna sponda (guardare per credere) de Feudis. E il direttore del quotidiano comunista Liberazione non si fa pregare (e non si vergogna) e giù elogi…
Piero Sansonetti è quel sicario informativo che scrisse che la sinistra latinoamericana era l’opposto di quello che lui considera sinistra. Se ha le idee così confuse, da Ushuaia e Tijuana se ne sono fatti una ragione. Adesso sappiamo che la sua sinistra include Gianfranco Fini, che ha appena fatto il partito unico con Berlusconi, ma non il Partito Democratico.
Dal PRC si sono arrampicati sugli specchi per difendere Sansonetti (fino a quando?). Per Gennaro Migliore le affermazioni di Sansonetti sono “giustamente provocatorie”. Per Giovanni Russo Spena “vanno prese come un paradosso”. Per il giornalista Claudio Sabelli Fioretti sono semplicemente una pirlata. Ma farsi titolare dal Secolo d’Italia, in piena campagna elettorale: “Da comunista dico: Fini innova, Veltroni no”, non è una pirlata. E’ una precisa scelta politica. Da una parte Bertinotti parla di competizione senza scontri né coltelli per sconfiggere le destre, dall’altra (siccome l’importante è levar voti al PD) ordina al direttore del suo giornale di giocare al tanto peggio per salvare uno o due seggi.
DA COMUNISTA
Quel “da comunista”, per un sicario informativo, non è un orpello. E’ un indispensabile rafforzativo per potersi permettere di dire una boiata che un comunista vero non direbbe mai. Ci ricorda da vicino un altro noto sicario della pubblicistica italiana, Giampaolo Pansa, che nel demonizzare la Resistenza e riabilitare i repubblichini non manca mai di premettere “se lo dico io che sono di sinistra…”. Sostituite i repubblichini con AN e la Resistenza col PD ed ecco che Piero Sansonetti fa un’operazione identica a quella di Giampaolo Pansa: “se ve lo dico io che sono comunista che Fini è meglio di Veltroni…”.
Se il vero nemico è il Partito Democratico, con tutte le sue insipienze e difetti, Piero Sansonetti, e chi lo manovra, stanno prendendo la più sciagurata delle vie in questa campagna elettorale, giocando al tanto peggio sulle spalle dei lavoratori che a parole sostengono di rappresentare. Immaginatevi la scena quando la sera del 13 aprile sapremo che Berlusconi tornerà a sfasciare l’Italia. In milioni di italiani saremo disperati. Piero Sansonetti, tra una comparsata televisiva e l’altra che Berlusconi certo non gli negherà mai, invece brinderà allo scampato pericolo di vedere Veltroni al governo. Magari farà anche una telefonata di congratulazioni. Al compagno Fini.http://www.gennarocarotenuto.it/1938-sicariato-informativo-piero-sansonetti-sul-secolo-ditalia-preferisce-gianfranco-fini-a-walter-veltroni#more-1938
SONDAGGIO SWG 4 I PUNTI DI DISTACCO PER BERLUSCONI
25 Feb. - Secondo gli ultimi dati della SWG sarebbero circa 4 i punti di scarto tra il Pdl e il Pd. Secondo le stime elaborate dall'istituto, infatti, il Partito Democratico registrerebbe un'oscillazione di preferenze tra il 31 e il 33%.
A questa percentuale deve essere aggiunta quella portata in dote da Italia dei Valori (tra il 4 e il 4,5%) e quella (quotata tra l'1% e l'1,5%) dei Radicali di Emma Bonino, attestandosi così da un minimo del 36% delle preferenze degli italiani e un massimo del 39%.Il Pdl di Silvio Berlusconi, da solo, può contare su una forchetta compresa tra il 36,5% e il 37,5% a cui va sommata la quota di preferenze della Lega Nord (5,5-6%) che porta il range di coalizione (senza però la 'dote' dell'Mpa di Lombardo non rilevato dall'istituto triestino) compreso tra un minimo di 42 e un massimo di 43,5% delle intenzioni di voto. Il sondaggio, effettuato il 18 febbraio, registra poi la conferma della Sinistra-Arcobaleno guidata da Bertinotti (7,5%-8,5%) e una 'tenuta' dell'Udc di Casini che quota tra il 5,5% e il 6%.
Tra l'1 e il 2%, invece, si attesta la forbice di preferenze per la Rosa Bianca, mentre ancora da 'zero virgola' sono il Partito comunista dei lavoratori di Ferrando (0,5%), l'Udeur di Mastella (0,5%), il prolife di Ferrara (0,1%) e il Partito socialista di Boselli (0,5%-1%). Meglio va a La Destra di Storace che può contare su preferenze comprese tra l'1,5 e il 2%. (mps)http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/sondaggio-swg-4-i-punti-di-distacco-per-berlu-2.html
Il 2008 passerà alla storia come l'anno in cui un premio Nobel per la fisica è costretto a rispondere alle frasi di Gabriella Carlucci sulla nomina di Maiani al CNR. Ovvero come l'anno in cui la stessa risponde alla risposta. Oppure come quello in cui il premio Nobel in questione è costretto a tornare sull'argomento, con parole definitive: Italy should be very proud of its many scientific heroes, and not malign them.http://carlettodarwin.blogspot.com/
Gli schemi sono ormai chiari, abbiamo capito come verrà giocata la campagna elettorale. Veltroni a fare la lepre, nonostante che debba tecnicamente rimontare: è lui che politicamente e tatticamente corre davanti a tutti, anticipando le mosse degli altri (l’ha fatto sul simbolo, sulle alleanze, sul programma, sui primi capilista). Non ha mai esplicitato il concetto di voto utile: non ha neanche bisogno, va da sé. A un certo punto però gli converrà drammatizzare un po’, per polarizzare u l t e r i o rmente fra sé e Berlusconi, cioè fra sé e «la destra».
Alla sua sinistra, Bertinotti non può che farsi trascinare – malvolentieri, non è il suo stile né era la sua strategia – nell’attacco che i rossoverdi sferrano al Pd. Tema: Veltroni e Berlusconi sono uguali; dicono e propongono le stesse cose; domani vogliono governare l’Italia insieme. Boselli usa gli stessi argomenti, esasperandoli. l’autodifesa di chi si vede già adesso prosciugato nei sondaggi dalla centralità veltroniana. La vicenda Cgil ne è conferma, drammatica per la sinistra rimasta fuori dal Pd.
Così però Ps e Sinistra arcobaleno si consegnano al ruolo sgradevole di Nader italiani, quelli che fanno il gioco della destra.
Per ora Berlusconi non fa contro il Pd che una campagna blanda, limitandosi al tema fiacco dei programmi copiati. Pare già aver rinunciato a trascinare strumentalmente sul proscenio Prodi: checché ne dica Fini, gli elettori non voteranno sul governo uscente, ed è già un primo successo di Veltroni. Pareva impensabile solo trenta giorni fa.
Anche Berlusconi drammatizzerà la campagna contro il Pd, è ovvio, ma fra un mese. Per ora deve soprattutto far passare presso il proprio elettorato l’idea che Casini è il cavallo di Troia della sinistra.
Nella fase attuale, questo duello è il più arroventato: centristi che lottano per lo spazio vitale, il Cavaliere che vuole soffocarli da piccoli. Il Pd non deve parteggiare fra destra, centro, Ferrara o Storace.
Siamo ancora nella fase iniziale.
Sono i gironi eliminatori di un torneo che avrà due soli finalisti.
Le elezioni di Amburgo hanno nuovamente confermato (non che ce ne fosse bisogno) il cambiamento del panorama partitico tedesco. La Linkspartei è ormai diventata una presenza costante, i partiti che si contendono i voti a livello nazionale sono ormai cinque e il sistema tradizionale di formare una coalizione di governo (un partito grosso si allea con uno più piccolo) non regge più. Unregierbarkeit, questo vocabolo che prima era noto ai tedeschi solo come traduzione del termine italiano "ingovernabilità", ha ora trovato ingresso a pieno titolo nel dizionario di lingua tedesca.
Nella città anseatica la CDU raggiunge il 42,6% (-4,6%), la SPD 34,1% (+3,6%), i Verdi 9,6% (-2,7%), la Linkspartei esordisce nel parlamento anseatico con il 6,4% dei voti mentre i liberali della FDP non riescono a superare la soglia di sbarramento ottenendo un magro 4,7%. I numeri parlano chiaro: CDU+FDP non esiste, SPD+Verdi non basta. Bisogna quindi inventarsi qualcosa. Indipendentemente dalle timide aperture di Beck (vedi post precedente), la SPD di Amburgo ha escluso qualsivoglia collaborazione con la Linke, scelta che permetterebbe ai socialdemocratici di governare solamente in una grosse Koalition con la CDU. I conservatori si stanno però guardando intorno, e stanno concretamente vagliando l'ipotesi di formare un esecutivo assieme ai Verdi, combinazione che rappresenterebbe un'assoluta novità nella storia tedesca.
Non si fermano le proteste dell’opposizione contro i risultai del voto presidenziale
Sale la tensione in Armenia, dove l’opposizione continua a contestare in piazza il risultato delle elezioni presidenziali del 19 febbraio. Ieri sono stati annunciati i risultati definitivi del voto: Serge Sarkisian, il ‘delfino’ del presidente uscente Robert Kocharyan, ha vinto con il 53 per cento dei voti e Levon Ter-Petrosian, il candidato dell’opposizione, si è fermato al 21,5 per cento.
I suoi sostenitori, in tutta risposta, hanno invaso per il quinto giorno le strade della capitale Yerevan: in 20mila hanno sfilato per viale Mashtots e piazza Libertà, dove da giorni hanno allestito una piccola tendopoli, urlando “Serzhik vattene!”, “Levon presidente”, “Lottiamo, lottiamo fino alla fine!”.
Le accuse di brogli. Nonostante gli osservatori dell’Osce abbiano certificato la sostanziale regolarità del voto, l’opposizione continua a denunciare pesanti brogli chiedendo nuove elezioni. I partiti pro Ter-Petrosian sostengono che i votanti sono stati 1,1 milioni, non 1,67 come dice il governo: uno scarto dovuto – dicono loro – a mezzo milione di schede false. A riprova di questo portano numerose denunce di urne piene di schede prenotate per Sarkisian e soprattutto i risultati degli exit-poll indipendenti, che davano il candidato dell’opposizione in lieve vantaggio sul candidato governativo.
Inoltre, le opposizioni hanno denunciato casi di elettori pagati per votare Sarkisian, elettori che hanno votato più di una volta e ‘osservatori’ dell’opposizione ai seggi aggrediti e picchiati – secondo le autorità si è trattato di risse scatenate ad arte da provocatori dell’opposizione.
Oppositori arrestati. Per ora la polizia armena non è intervenuta contro i manifestanti in piazza. In compenso, i servizi di sicurezza stanno colpendo in maniera mirata gli organizzatori e i personaggi chiave delle proteste.
La notte scorsa uno dei leader più radicali dell’opposizione, Aram Karpetian, è stato arrestato per strada da agenti con il volto coperto che hanno aggredito le sue guardie del corpo costringendo il politico a salire su un’auto.
Poche ore prima, l’ex procuratore generale Gagik Dzhangirian, che aveva dato il suo autorevole sostegno alle proteste dell’opposizione, è stato arrestato dalla polizia assieme a suo fratello: gli agenti hanno fermato al sua auto fuori città e pare vi sia stato anche uno scontro a fuoco.
Molti altri politici e attivisti dell’opposizione, denunciano le opposizioni, sono finiti in carcere negli ultimi giorni.
Un’altra rivoluzione colorata? Ma non è detto che questo basi a fermare una protesta che ricorda tanto le rivolte colorate di Tbilisi e Kiev: non solo per le tendopoli, ma soprattutto perché l’Armenia è l’unico Paese ancora alleato della Russia nello strategico scacchiere caucasico.
Il Texas si prepara a un voto decisivo nella corsa alla Casa Bianca e una manina maliziosa, forse legata a Hillary Clinton, fa girare una foto di Barack Obama con in testa un turbante. Il tentativo evidente e’ quello di dipingerlo come un personaggio esotico e poco americano, agli occhi di elettori che indossano cappelli da cowboy. Ma tra i veleni di una campagna elettorale sempre piu’ tesa e urlata, a far notizia sono anche sussurri insistenti di chi teme per l’ incolumita’ del primo nero con serie aspirazioni presidenziali. […] In vista delle primarie texane del 4 marzo, Obama in questi giorni ha fatto tappa piu’ volte a Dallas, scenario tragico nel 1963 dell’assassinio di John F.Kennedy. Il senatore nero gira accompagnato da esponenti del clan kennedyano e la campagna sta per incrociare il 40mo anniversario della primavera di sangue del 1968, quando l’America vide uccidere due ‘profeti della speranza’ come Martin Luther King e Robert Kennedy. Ce n’e’ abbastanza per alimentare le preoccupazioni intorno a un candidato che gira attorniato da agenti del Secret Service, il corpo speciale che vigila anche sul presidente.
‘’Ho la migliore protezione al mondo, quindi smettete di preoccuparvi'’, ha detto Obama a sostenitori che gli hanno espresso timori a Dallas, incontrandolo poco dopo che la sua auto con scorta aveva attraversato Dealay Plaza, il teatro dell’ assassinio di Jfk. ‘’Ne’ Bobby Kennedy, ne’ Martin Luther King avevano la protezione del Secret Service'’, ha ripetuto ‘Renegade’ (il nome in codice che la scorta ha assegnato a Obama), aggiungendo che venir fatto fuori ‘’non e’ qualcosa su cui spreco molto tempo a riflettere'’. Eppure, secondo il New York Times, tra i fan del senatore nero crescono l’inquietudine e la percezione che la straordinaria ascesa politica del senatore 46enne possa finire nel sangue.
Le percezioni non vengono mai sottovalutate nella corsa alla Casa Bianca. Lo sa bene chi ha fatto arrivare al sito di gossip politici Drudgereport una foto di Obama in turbante bianco e avvolto in vesti tradizionali africane, scattata nel 2006 durante una visita a Wajir, in Kenya, vicino al confine somalo. Il padre di Obama proveniva dal Kenya e il senatore visito’ i luoghi paterni seguito da migliaia di persone. Far riemergere la foto adesso puo’ essere un gioco politico sporco, dopo giorni di critiche alla moglie di Obama, Michelle, per frasi ritenute poco patriottiche. Il senatore nero ha dovuto difendersi da accuse di essere un esotico snob, un intellettuale lontano dall’americano medio. L’immagine con il turbante puo’ avere un potente effetto mediatico in questo senso, nonostante sia un’abitudine normale per i politici americani quella di indossare abiti tradizionali. La foto inoltre serve a far riemergere le voci sulle presunte simpatie islamiche di Obama, legate solo al fatto che da bambino viveva in Indonesia, una nazione musulmana.
David Plouffe, il manager della campagna di Obama, ha preso per buone le insinuazioni di Drudgereport sulla matrice clintoniana del gesto e ha attaccato a testa bassa la Clinton, accusandola di aver dato vita ‘’al piu’ vergognoso e offensivo gesto da strategia della paura che abbiamo visto in entrambi i partiti in queste elezioni'’. Susan Rice, consigliere di politica estera di Obama, ha rincarato la dose, sostenendo che far girare la foto e’ un gesto mirato a provocare divisioni e a suggerire ‘’che abitudini e cultura di altre parti del mondo meritano di venir ridicolizzati e condannati'’.
L’ex First Lady, esplosa nel fine settimana contro Obama invitandolo a ‘’vergognarsi'’ per volantini che diffonde su di lei, ha fatto rispondere per le rime alla manager Maggie Williams. ‘’Ne abbiamo abbastanza'’, ha tuonato la Williams. ‘’Se vogliono suggerire che una foto che lo ritrae in indumenti tradizionali somali crea divisione - ha aggiunto - dovrebbero vergognarsi. Non e’ altro che un tentativo ovvio e trasparente di distrarre dalle questioni serie con cui il paese deve fare i conti e creare proprio quella divisione contro cui gridano'’.
In effetti, la polemica ha distratto l’attenzione da un discorso di politica estera che la Clinton ha pronunciato a Washington. Ma la senatrice, pur esprimendo tutto lo sdegno per le accuse di Obama, non ha smentito di essere all’origine della diffusione della foto.http://marcobardazzi.com/blog7/2008/02/25/obama-in-turbante-crescono-i-veleni-tra-timori-dattentato/#more-505
DIRITTI: Nell’oceano dei fondi, una goccia per la parità di genere Thalif Deen
NAZIONI UNITE, 25 febbraio 2008 (IPS) - Le Nazioni Unite non hanno mai smesso di produrre dati a sostegno delle loro tesi contro uno dei problemi più preoccupanti nel mondo: la discriminazione di genere.
Solo la regione Asia-Pacifico sta perdendo tra i 42 e i 47 miliardi di dollari l’anno a causa dell’accesso limitato delle donne al lavoro, secondo uno studio dell’Onu, e tra i 16 e i 30 miliardi l’anno come risultato del divario di genere nell’educazione.
Secondo l’organizzazione mondiale, una donna su tre nel mondo potrebbe subire violenze nel corso della sua vita.
E secondo la Banca mondiale, le donne tra i 15 e i 44 anni sono più a rischio di stupro e violenza domestica rispetto al rischio di cancro, incidenti su veicoli a motore, guerra e malaria.
Il Fondo Onu di sviluppo per le donne (Unifem), dall’altra parte, sottolinea che le donne rappresentano circa il 70 per cento della popolazione povera, e il 67 per cento delle persone analfabete nel mondo.
Elizabeth Mataka, inviato speciale Onu per l’Hiv/Aids in Africa, calcola che circa la metà degli adulti che vivono con l’Hiv nel mondo sono donne.
E forse uno dei problemi legati al genere più trascurati riguarda il sottofinanziamento per le attività delle donne nel mondo - anche all’interno delle stesse Nazioni Unite.
Tutti questi temi verranno discussi in una sessione di due settimane della Commissione Onu sullo status delle donne (CSW), 25 feb-7 marzo, che dovrebbe riunire oltre 5mila partecipanti provenienti da governi, società civile e organizzazioni internazionali.
Si prevedono anche oltre 240 eventi laterali, sia dentro che fuori la sede dell’Onu di New York.
”Dove sono i soldi per sostenere i movimenti delle donne per la giustizia e l’empowerment”, chiede la Ong Committee on the Status of Women.
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon lamenta che gli impegni globali per la parità di genere e l’empowerment femminile - dopo la Quarta conferenza mondiale sulle donne di Pechino (1995) e la Conferenza internazionale sui fondi per lo sviluppo (FfD) di Monterrey, Messico (2002) - “devono ancora essere concretizzati”.
”Nonostante le prove sempre più evidenti sul fatto che l’uguaglianza di genere sarebbe sensata economicamente, e gli appelli per il gender mainstreaming [strategia per le pari opportunità] nelle politiche economiche e nella gestione delle finanze pubbliche, non sono ancora state stanziate risorse adeguate”, ha detto in un rapporto di 21 pagine che verrà discusso nella sessione della CSW.
Tra le altre cose, lo studio chiede una maggiore distribuzione degli aiuti allo sviluppo specificamente diretti alla parità di genere e all’empowerment delle donne.
Secondo un altro studio del Commonwealth Policy Studies Unit di Londra, dei 69 miliardi di dollari stanziati per l’aiuto pubblico allo sviluppo nel 2003, solo 2,5 miliardi di dollari sono andati all’uguaglianza di genere come principale obiettivo. Da allora, la situazione non è cambiata in modo significativo.
Nel suo rapporto, il segretario generale sollecita poi le istituzioni finanziarie internazionali a prendere in considerazione la prospettiva di genere nella concessione dei prestiti, servizi del debito e sgravio del debito, relativamente agli impegni sull'uguaglianza di genere.
Un follow-up alla conferenza FfD, che dovrebbe tenersi alla fine di novembre in Qatar, prevede finanziamenti per le attività di genere. Il segretario generale ha chiesto al CSW di assicurare che i preparativi, e i risultati, della conferenza in Qatar “incorporino a pieno le prospettive di genere”.
Intanto, le organizzazioni delle donne hanno anche accusato l’Onu di non essere riuscita a fornire i fondi necessari per le attività legate al genere, anche dentro la sua stessa sede. Il budget complessivo di tutti gli enti dell’Onu per le donne - tra cui Unifem, la Divisione per il progresso delle donne (DAW), l’Ufficio del consigliere speciale sulle questioni di genere (Osagi) e l’Istituto internazionale di ricerca e formazione per l’empowerment delle donne (Instraw) - ha totalizzato appena 65 milioni di dollari circa nel 2006, e il doppio nel 2007.
Il che appare ancora più misero, se rapportato al budget annuale dell’agenzia Onu per l’infanzia (Unicef), di 2,34 miliardi di dollari.
Charlotte Bunch, direttrice esecutiva del Centre for Women's Global Leadership presso la Rutgers University, ha detto all’IPS che le sessioni della CSW saranno un’occasione importante per discutere del potenziamento delle risorse per i diritti delle donne alle Nazioni Unite.
E' un’opportunità per la CSW di affrontare la grave questione del sottofinanziamento per i diritti delle donne e la parità di genere alle Nazioni Unite, che i gruppi delle donne hanno sollevato sin dalla Conferenza di Pechino del 1995.
All’epoca, così come in occasione delle revisioni a cinque e dieci anni dalla conferenza, i gruppi delle donne avevano evidenziato che l’unico modo per avvicinarsi alla realizzazione della Piattaforma d’azione di Pechino è aumentare in modo consistente i finanziamenti per i diritti delle donne a livello nazionale e globale.
“Ci auguriamo che la CSW affronti seriamente questo tema e raccomandi all’Assemblea generale delle iniziative che possano colmare queste lacune”, ha detto Bunch.
Il fatto di creare un ente dell’Onu consolidato e rafforzato per le donne può essere considerato un passo importante che permetterebbe alle Nazioni Unite di affrontare il problema, fornendo un metodo per lavorare all’uguaglianza di genere organizzato in modo più efficace e con maggiori finanziamenti, ha aggiunto l’esperta.
La proposta di una nuova agenzia Onu per le donne - guidata da un sottosegretario generale, il terzo ruolo di maggior rilievo nell’ente mondiale - è rimasta in sospeso, nonostante il sostegno del segretario generale.
La proposta può diventare realtà solo se alla fine verrà approvata dall’Assemblea generale di 192 membri. Ma gli Stati membri stanno tergiversando, sia per ragioni politiche sia finanziarie.
Secondo Bunch, il tema è ancora aperto con le Ong e con molti governi, “e speriamo che la CSW darà maggiore slancio all’appello dello scorso anno della commissione di alto livello dei leader mondiali per avviare la riforma dell’Onu, sostenuta sia dall’ex segretario generale che dall’attuale segretariato”.
Certo, ha proseguito, la CSW dovrebbe anche sostenere il rafforzamento degli accordi istituzionali dell’Onu per la parità di genere nelle sue conclusioni condivise.
”Ci sono diversi possibili scenari per realizzarlo, ma la CSW, come ente politico dell’Onu incaricato di risolvere questo tema, dovrebbe aprire il cammino per l’avanzamento di questi programmi”, ha dichiarato Bunch. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1121
Tre (o quattro) lingue, 42% di professori stranieri e 30% di studenti non italiani. L’università del capoluogo altoatesino gioca la carta del multilinguismo.
Nella biblioteca dell'Università di Bolzano si ascolta un mix di lingue
Passeggiando per le strade di Bolzano, ci sentiamo un po’ come gli studenti di un corso di lingue. Tutti i segnali stradali sembrano un test sui vocaboli. Non c’è solo la polizia a stilare le contravvenzioni ma anche la Polizei; mentre il turista accaldato può scegliere tra un gelato e un Eis. Se sei studente puoi iscriverti all’universität o all’università.
Il nome stesso della città è bilingue: si può arrivare nella SüdtirolerBozen oppure a Bolzano, in Alto Adige.
Questa eredità arriva alla Provincia autonoma italiana dalla confusione storica della città. Nel corso del Ventesimo secolo l’emigrazione tedesca, unita a quella degli italiani che arrivavano dal Sud, ha dato vita a questa terra pittoresca, che si allunga tra l’Austria e l’Italia, e che approfitta di entrambe le culture.
«Just capisco Bahnhof»
Fin dalla sua istituzione nel 1997 la Libera Università di Bolzano vive di questa ricchezza linguistica: basta dire «Just capisco Bahnhof» (letteralmente: “non capisco una stazione”, espressione che fa il verso al tedesco “Ich verstehe nur Bahnhof”, “non capisco nulla”, ndr), e tutti sanno cosa significa, senza bisogno di profonde
conoscenze linguistiche. L'insegnamento è trilingue: tedesco, inglese e italiano che, nel caso di Scienze della Formazione, vengono affiancati dal ladino (lingua che fa parte del gruppo retoromanzo parlata da alcune comunità dell'arco alpino, ndr).
L’università vive di questo suo respiro europeo, e lo si intuisce guardando le biografie di chi ci lavora: in base alle statistiche ufficiali dell’istituto il 42% dei 62 tra docenti e ricercatori viene chiamato dall’estero, fino in Australia; il 30% degli studenti è straniero: su 3.053 studenti complessivi si possono contare 51 nazionalità diverse.
Non c’è da meravigliarsi, dunque, che il multilinguismo sia la leva principale per chi sceglie la Libera Università di Bolzano. «È un grande vantaggio per il mondo del lavoro», afferma Ann-Christin Gerlach, laureanda in economia. «I corsi sono piuttosto esigenti, si va dal diritto pubblico dell'economia, in inglese, a corsi serali di Public Economics in tedesco. In questo contesto è fondamentale la flessibilità».
Gli italiani? Si riconoscono per lo stile
Il valore aggiunto di questo tipo di insegnamento è evidente: «Bisogna essere un po’ pazzi per riuscire a cambiare lingua a questa velocità», racconta Franzisca Pritzl, studentessa Erasmus di economia. Dicendo questo ci indica alcuni compagni che ordinano il caffè in italiano, salutano un professore in inglese e sfogliano un quotidiano tedeco. «Gestire questo groviglio di lingue è necessario, ma allo stesso tempo è un gioco», afferma la professoressa Baroncelli, che ci confessa anche che, oltre che per la lingua, gli italiani si riconoscono per lo stile nel vestire.
Ovviamente non esistono solo i vantaggi. Qual è l’identità della Libera Università di Bolzano? A quale cultura si richiama? La piattaforma neutra in cui si svolgono lezioni intensive in lingua non rischia di diventare un luogo dove molti si incrociano, ma dove nessuno si incontra davvero? I pregiudizi e le divisioni fra gruppi sono inevitabili in qualunque ambiente. Qui si creano soprattutto sulla base dell'appartenenza linguistica, arrivando persino ad essere un criterio di selezione.
«Alle volte ci si dimentica di essere in Italia»
Chi non allarga immediatamente il suo giro di amicizie viene automaticamente catalogato: gli italiani con gli italiani, i sudtirolesi con i sudtirolesi, i tedeschi con i tedeschi e gli studenti Erasmus fra di loro. Nei rapporti di lavoro il comportamento delle persone viene subito identificato come “tipicamente italiano” se non c’è qualcosa che non va, e “tipicamente tedesco” se tutto fila liscio. E infatti ogni giorno, di fronte alla mensa, troviamo gruppi di puntalissimi tedeschi.
«Credo che sia normale aver voglia, la sera, di bere una birra con qualcuno che parla la tua stessa lingua», dice Ann-Christin. Ma allo stesso tempo è la lingua materna che determina la formazione di gruppi ristretti. «È quasi possibile, alle volte, dimenticare di essere in Italia», continua Ann-Christin, pensando a quanto è facile passare del tempo solo con dei connazionali.
Per il rettore, Rita Franceschini, il multilinguismo è un’arma vincente. Da tempo l’Istituto ha abbandonato l’idea di voler perfezionare gli studenti in tre lingue: l'obiettivo è, invece, quello di prepararli al mondo del lavoro con un multilinguismo funzionale, che offra cioè le basi per migliorarsi, ma allo stesso tempo per integrarsi.
«Naturalmente è doveroso coltivare le proprie competenze linguistiche», continua. «Ma non è sbagliato mantenere le proprie particolarità. Le persone non sono cartoni di latte identici. Ciascuno diverso, e il latte del singolo cartone non ha sempre ha lo stesso sapore degli altri, anche se ha lo stesso colore».
Foto nel testo: Linas Sinkunas. Foto in homepage: mzellebiscotte/flickr
Dubai: sei mesi di prigione e l’espulsione per uno sciopero "illegale" La corte di giustizia di Dubai ha condannato 45 operai indiani a sei mesi di carcere ed espulsione dal Paese a seguito delle proteste dei lavoratori che chiedono condizioni di lavoro migliori.
Dubai (AsiaNews/Agenzie) – In un Paese dove sono vietati i sindacati, la sentenza emessa dalla corte di Misdemeanour a Dubai contro i lavoratori indiani sembra perfettamente in linea con il clima coercitivo che regna nel Paese.
Gli scioperanti, coinvolti in violente proteste avvenute l’anno scorso, sono stati condannati a sei mesi di prigione con conseguente espulsione dal Paese. Gli operai indiani impiegati nel settore edile scesero in piazza nel 2007 per rivendicare i loro diritti, e chiedevano migliori condizioni di vita e un aumento dei salari. La corte li ha trovati colpevoli di associazione illegale, vandalismo e minaccia alla sicurezza pubblica.
Il settore edile negli Emirati Arabi è in continua espansione e gli stranieri che vi lavorano sono un numero crescente. Sono molte le organizzazioni in difesa dei diritti umani che fanno pressione sul governo denunciando gli abusi e le violazioni sugli stranieri nella regione. Il governo ha di recente rettificato una legge sul lavoro che ora garantisce ai dipendenti immigrati le spese di viaggio, servizio sanitario e contratti di lavoro regolari. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11612&size=A
Pakistan chiude You Tube per contenuti blasfemi
di Mauro W. Giannini
Le autorita' pachistane hanno ordinato il blocco dell'accesso Internet a YouTube a causa dei contenuti. L'ordine ai provider pachistani sara' mantenuto fino a nuovo avviso.
Secondo il giornale belga Le Soir la decisione sarebbe stata presa a causa di generici "documenti e video blasfemi". Secondo lo spagnolo El Mundo, fra i contenuti 'caldi' del popolare sito ci sarebbero in particolare alcune caricature del profeta Maometto, quelle danesi che generarono tante contestazioni in gran parte del mondo musulmano.
Per The Guardian, invece, la proibizione deriverebbe dal trailer di un film di Gert Wilders, rinvenibile su YouTube, che ritrae l'Islam come una religione fascista che incita alla violenza contro le donne e gli omosessuali.
Cercando di connettersi a YouTube da Islamabad, quindi, gia' domenica si otteneva il messaggio "sito irraggiungibile". Molti utenti hanno indirizzato proteste all'associazione pachistana dei provide, la quale pero' ha fatto sapere di non poter far nulla, per via della proibizione governativa.
Il Pakistan non e' l'unico Paese in cui e' stato proibito YouTube. Lo scorso mese di gennaio, un tribunale turco si mosse contro il portale per presunti isulti al fondatore del Paese, Kemal Ataturk, mentre l'anno scorso la Tailandia chiuse il web per i video che offendevano il monarca e in Marocco l'accesso alla pagina e' stato reso difficile a causa dei contenuti riguardanti il dissenso della popolazione del Sahara occidentale.
Il Cavaliere spiazzato
Patrizia Rettori,
Diciamoci la verità: quando è caduto il governo Prodi nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla possibilità del Pd di diventare almeno competitivo nei confronti delle caricatissime legioni del centro destra. E invece quello che sta accadendo è uno sconvolgimento del tutto inatteso, che ha azzerato gli scenari a cui eravamo abituati, ha spazzato via i vecchi punti di riferimento, e ha reso di nuovo imprevedibile l’esito della contesa.
Certo, i sondaggi continuano a dare per vincente l’armata berlusconiana. Ma al Senato i conti sono difficili, perché i conti andrebbero fatti regione per regione, calcolando l’impatto perverso del “Porcellum” che punisce chi vince bene negandogli il premio di maggioranza e lo regala invece a chi vince di poco. E alla Camera, dove il Cavaliere sembra inarrestabile, resta l’incognita delle nuove liste, da quella centrista alla destra di Storace, che proprio perché nuove sono difficilmente quantificabili, come ben sanno gli esperti di statistica.
A questo punto è evidente che la campagna elettorale sarà determinante, ed è proprio su questo terreno che si manifestano le novità più inattese. Walter Veltroni è partito prima e, come molti commentatori hanno notato, è riuscito a costringere Berlusconi all’inseguimento. Con conseguenze sorprendenti. Prima di tutto quella dei toni: abbassando i decibel del dibattito, il segretario del Pd ha privato il Cavaliere della sua arma più sperimentata, quella di presentarsi come vittima dell’aggressione altrui. Naturalmente questa tattica richiede un attento dosaggio. Infatti per mobilitare i propri elettori una certa quantità di polemica ci vuole, ma questa polemica non va spinta oltre il livello di guardia per non regalare armi all’avversario. Per ora ha funzionato, ma bisogna vedere se il Pd riuscirà a mantenersi in equilibrio fino in fondo.
Poi c’è il discorso della compattezza, essenziale dopo lo spettacolo miserando offerto dall’ex Unione di centro sinistra. Bene: era lecito attendersi che l’onere di questa prova spettasse quasi interamente al fronte veltroniano. E invece è accaduto tutto il contrario. Il Pd si è mosso quasi come un sol uomo, mentre a destra c’è stato il finimondo. L’addio di Storace prima e di Casini poi, pur sottraendo consensi preziosi, avrebbero potuto essere l’occasione per serrare i ranghi del neonato Popolo della Libertà. Non è stato così. Il primo episodio, scarsamente sottolineato, è accaduto in occasione dell’”election day”. Ricordate? Il centro sinistra lo voleva, Berlusconi no. Il governo aveva minacciato di farlo anche contro l’attuale opposizione, e Napolitano lo aveva bruscamente stoppato. Brutta storia per il Pd, se a salvarlo non fossero arrivati Bossi e Fini che, ignorando tranquillamente l’anatema del loro leader, hanno detto sì. E l’election day si è fatto, con buona pace del Cavaliere.
Un campanello d’allarme trasformato in una sirena lacerante dalla vicenda Sicilia, che ha squadernato davanti all’elettorato un centro destra avvelenato da mille veti contrapposti, sgambetti reciproci e regolamenti di conti perfino dentro il nocciolo duro di Forza Italia. Ora la storia sembra finita, ma basta un’occhiata al blog dello sconfitto (ma futuro ministro) Micciché per capire quanti strascichi mefitici si lasci dietro la pacificazione forzata del Popolo siciliano della Libertà.
A tutto questo si aggiunge l’incertezza di Berlusconi. Fa uno strano effetto vedere il Cavaliere, tentennante e spiazzato, ripetere come una giaculatoria il vantaggio garantitogli dai sondaggi, e allo stesso tempo ipotizzare (smentendosi successivamente) il possibile pareggio al Senato con conseguente governo delle larghe intese. E fa effetto vedere Fini che, dopo essere entrato senza batter ciglio nel Popolo della Libertà, si comporta come un leader più forte di prima, proponendo l’operazione “liste pulite”, con Bondi che gli va dietro e Berlusconi che inorridisce.
Ora si parla di qualche avance nei confronti di Storace, per ottenerne l’apparentamente almeno in qualche regione a rischio per la destra. Si può scommettere che Fini lo impedirà, come ha impedito l’accordo con Mastella, che pure Berlusconi avrebbe voluto.
A questo punto è lecita una domanda: ma chi glielo ha fatto fare al Cavaliere di inseguire Veltroni e di smantellare la formula sperimentata della Casa delle Libertà? Certo, temeva la novità rappresentata dal nuovo e dinamico avversario, ma se davvero i sondaggi gli assicuravano un vantaggio stellare poteva ben permettersi di amministrarlo senza troppi affanni. Berlusconi, si sa, cerca di non lasciare niente al caso. Perciò se ha deciso di percorrere questa strada vuol dire che aveva le sue buone ragioni. In altre parole, vuol dire che quei sondaggi lusinghieri non erano poi così credibili. Il che ci porta dritti ad un’ipotesi da enunciare con la massima prudenza: forse la missione di Veltroni non è poi così impossibile come poteva sembrare. http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1846&id_titoli_primo_piano=1
Ichino: contro il precariato un nuovo diritto del lavoro
Rinaldo Gianola
l' Unità
Le idee e le proposte di Pietro Ichino sul mondo del lavoro non passano mai inosservate. I suoi articoli e i suoi libri sono fonte di discussioni e polemiche. E non poteva passare sotto silenzio la sua scelta di candidarsi nel Partito democratico.
Appena è stata resa nota la tua candidatura nel Pd, la sinistra radicale ti ha attaccato come il teorico della precarietà, quello che ha l’ossessione dell’articolo 18, fino all’epiteto classico di "servo del padrone". Te l’aspettatevi?
«A me pare che l’ossessione dell’articolo 18 ce l’abbiano loro. La mia ossessione, se ne ho una, è diversa: è la preoccupazione per un diritto del lavoro che si applica soltanto a metà dei lavoratori dipendenti, lasciando fuori tutti gli altri».
I diritti attuali sono vecchi?
«Lo Statuto dei lavoratori del 1970 nella sua interezza, compreso l’articolo 18 e il titolo III sui diritti sindacali, si applica soltanto a 3,6 milioni di dipendenti pubblici e 5,8 milioni di dipendenti di aziende private sopra i 15. In tutto, circa 9 milioni e mezzo, su di una forza-lavoro di oltre 22. Restano fuori quasi altrettanti lavoratori in posizione di dipendenza: non solo quelli delle piccole imprese, ma anche i collaboratori autonomi, i lavoratori a progetto, gli irregolari. Questo dualismo, questo regime di apartheid è la grande ingiustizia del nostro sistema attuale di protezione. Poi ci sono gli esclusi totali».
Chi sono?
«Il nostro tasso di occupazione è di 10 punti inferiore rispetto a quello che potrebbe essere: se il mercato del lavoro funzionasse come quello britannico, avremmo 5 milioni di italiani in più al lavoro, soprattutto donne».
Il Pd che cosa propone per combattere questa carenza?
«Al primo posto nel programma c’è un’azione molto incisiva volta ad aumentare drasticamente il tasso di occupazione femminile, incrementando i servizi e agendo sulla leva fiscale. E poi la lotta alla piaga del precariato permanente».
Come?
«Il Pd è un grande partito laico, nel quale militano tanti giuslavoristi, sindacalisti, lavoratori, imprenditori, uniti su questo obiettivo e sull’assumere come punto di riferimento le migliori esperienze europee di flexicurity, ma con idee e proposte diverse sul come. Condurle a una sintesi operativa sarà l’impegno dei prossimi mesi. La novità rispetto alla vecchia sinistra, però, è che il dibattito su questo punto sarà laico, pragmatico, senza tabù, aperto al contributo delle scienze sociali».
Qual è la tua proposta.
«Un’intesa fra lavoratori e imprenditori: si abolisce la giungla dei contratti "atipici"; salvo il lavoro stagionale o puramente occasionale, tutti i nuovi rapporti si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che prevede una protezione della stabilità crescente con il crescere dell’anzianità di servizio».
E l’articolo 18?
«Continua ad applicarsi, fin dall’inizio, per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione o di rappresaglia. Se invece il motivo è economico od organizzativo, la protezione del lavoratore è costituita da un congruo indennizzo commisurato all’anzianità e da un’assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo, con contributo interamente a carico dell’azienda, secondo il criterio bonus/malus: l’imprenditore meno capace di praticare il manpower planning, a ogni licenziamento vede aumentare i costi aziendali».
Il direttore di Liberazione sostiene che, invece, superare il dualismo del mercato del lavoro si può estendendo l’art. 18 a tutta la forza lavoro esclusa.
«La grande maggioranza degli italiani, e del movimento sindacale, sa bene che questa ricetta è impraticabile.Oggi la metà non protetta dei lavoratori - dipendenti di piccole imprese appaltatrici o "terziste", co.co.co., lavoratori a progetto, "associati in partecipazione", false partite Iva, irregolari - porta sulle spalle tutta la flessibilità di cui il sistema ha bisogno; mentre nella metà protetta l’inamovibilità genera inefficienze gravi e anche posizioni di rendita inaccettabili. Il precariato permanente è l’altra faccia dell’inamovibilità dei "lavoratori regolari"».
La rinuncia a riformare il vecchio diritto del lavoro ci condanna al precariato?
«È così. Se accettiamo la politica dei tabù, rischiamo di allinearci al programma della destra: il p.d.l. Sacconi riconferma il dualismo, limitandosi a promettere agli "atipici" la garanzia dei diritti costituzionali di libertà, dignità e sicurezza: ma sarebbe una pura ripetizione dell’articolo 41 della Costituzione. Se vogliamo dare concretezza all’obiettivo della lotta al precariato permanente, dobbiamo discutere quale debba essere il nuovo equilibrio tra flessibilità e sicurezza nel nuovo contratto di lavoro; ma dobbiamo trovare un equilibrio che sia applicabile a tutti i nuovi contratti che si stipuleranno d’ora in poi».
Non ti pare che la difesa dell’art. 18 da parte di molti sia un’adesione ideale e morale a una stagione di alto valore, mentre oggi navighiamo nel vuoto?
«Per molti, a sinistra e a destra, l’articolo 18 rappresenta il valore della sicurezza e il benessere dei lavoratori. È un valore importantissimo: la civiltà di una nazione si misura dalla sicurezza e dal benessere che essa sa garantire ai propri membri più deboli. I problemi sono essenzialmente due. Il primo è quello che ho detto: il nostro diritto attuale, articolo 18 compreso, esclude metà dei lavoratori».
E il secondo?
«Impedire alle aziende gli aggiustamenti necessari, la possibilità di ristrutturarsi, di aprirsi rapidamente all’innovazione, finisce coll’indebolirle, riducendo la sicurezza di tutti i loro dipendenti. Guardiamo all’esperienza Alitalia, di cui si è impedita la ristrutturazione per tanti anni: forse che i suoi dipendenti oggi possono considerarsi sicuri?»
Il 14 aprile il Pd vince le elezioni. Da dove s’inizia?
«Occorre una iniziativa forte per far crescere stabilmente le retribuzioni: per questo è necessario, oltre allo sgravio fiscale a cominciare dai salari più bassi, aumentare la domanda di lavoro, imparando ad attirare in Italia il meglio dell’imprenditoria mondiale; il che significa anche aprire il sistema all’innovazione e dare più spazio alla contrattazione aziendale, sia sulla struttura delle retribuzioni, sia sull’organizzazione del lavoro. Solo dall’innovazione può derivare un aumento della produttività del lavoro, che è anch’esso indispensabile per una crescita stabile delle retribuzioni».
Negli ultimi anni ti sei impegnato anche nelle amministrazioni pubbliche. Perchè?
«Perchè è un punto centrale per il risanamento del Paese. Nelle amministrazioni occorre diffondere e radicare la cultura della trasparenza totale, della valutazione, della misurazione, anche per poter retribuire meglio chi lavora bene e sanzionare chi non fa il proprio dovere, incominciando dai dirigenti. E bandire in modo drastico le interferenze indebite dei politici. Su questo fronte sono impegnato con il presidente Marrazzo in un progetto operativo per la Regione Lazio».
Qual è il Paese a cui il Pd dovrebbe ispirare le politiche del welfare?
«Il programma indica la direzione di marcia della "migliore flexicurity europea". I buoni modelli sono tanti. E l’unico aspetto positivo dell’essere un Paese arretrato sta nella possibilità di bruciare le tappe sfruttando le esperienze migliori. In un mio libro del 1996 indicavo come il modello danese, dove i più deboli sono infinitamente più "sicuri" di quanto sarebbero in Italia. Da allora in molti, anche nella vecchia sinistra, hanno iniziato a studiare e apprezzare quel modello».
Gli studiosi come te sono bravissimi a denunciare le resistenze del mondo del lavoro, soprattutto sulle pagine del Corriere, ma assai più indulgenti quando bisogna indicare le responsabilità delle imprese. La Confindustria non è un cenacolo di anime belle...
«Non ho mai mancato di denunciare il conservatorismo dell’apparato confindustriale: per esempio sulla questione della struttura centralizzata della contrattazione collettiva. Oppure il silenzio degli imprenditori nella battaglia contro il dualismo del mercato del lavoro: solo in questi giorni, la Confindustria ha manifestato un’apertura sul "contratto unico" a stabilità progressiva. Ma il sistema di relazioni industriali è un gioco sistemico: i ritardi della Confindustria sono lo specchio dei ritardi del sindacato, e viceversa».
Sul Sole 24 Ore D’Alema, pur parlando bene di te, ha detto però che una cosa è fare lo studioso, altra il politico.
«La mia scommessa - che Veltroni ha accettato - è di riuscire a mantenere, pur nel ruolo di parlamentare, la stessa schiettezza e libertà di giudizio su cui si è costruita negli ultimi 25 anni la fiducia nei miei confronti di centinaia di migliaia di lettori e studenti. Conservare, anzi accrescere questa fiducia è comunque la cosa a cui tengo di più».
Vivi ancora sotto scorta?
«Sì, da sei anni. E la tensione creatasi intorno alla mia candidatura in questi giorni, per qualche uscita sconsiderata di esponenti della vecchia sinistra, al di là delle loro intenzioni, rende la scorta oggi più necessaria di prima».
Odio mettermi in cattedra. E' un mestiere che fa mia moglie, e so quanto sia difficile.
E non è il mio.
Però, così come fanno Corrado, Luca e GG, forse c'è bisogno di fare il punto sulla rete come mezzo di partecipazione alla Repubblica.
E anche per testare le affermazioni, che ritengo un po' enfatiche, di Beppe Grillo sulla rete stessa, come sorgente di una prossima catarsi politica positiva (saranno i giovani della rete che spazzeranno via la vecchia classe politica.....).
Vediamo. E' da un po' di tempo che ci sto, in rete, e ho materia per dire la mia. Come sempre, in maniera un po' tranchant.
Faccio alcune osservazioni:
1) Per pochissimi servizi (robotizzati) l'internet è un sistema universale (motori di ricerca, Youtube, p2p...), generalmente è una rete di reti umane, e queste comunicano tra di loro parzialmente.
(Internet è un sistema puntiforme interconnesso, che parte e arriva alla persona, basato su alcune leggi empiriche. Una persona in media non riesce a relazionarsi stabilmente con più di 200 persone. Soltanto il 20% di una popolazione umana è portato a esprimersi, la maggioranza legge e interviene più raramente....)
2) Finora, e non solo in Italia, non ha pienamente funzionato nessuna iniziativa politica esclusivamente centrata sulla rete immateriale. Le campagne spontaneamente nate in rete (no-tut, decreto urbani....) sono sempre state connesse a esigenze pressanti degli utenti della rete stessa, avvertite a livello individuale. Ma, in oltre quindici anni, non è stato partorito alcun obbiettivo di tipo politico generale vincente.
3) La rete internet non è esclusiva, ma complementare. Ma, nella sua complementarietà, mostra almeno due attributi nuovi: è un sistema (almeno potenziale) di controllo sociale da parte dei cittadini sui politici e sulla politica, ed è un sistema capace di moltiplicare informazioni, idee, progetti e iniziative, attraverso la sua rete puntiforme attiva. Non è per niente poco. E' una complementarietà, perciò, straordinaria e epocale (vedi commento).
4) Internet non è, nè spero sarà mai, luogo di decisione politica generale. Il voto elettronico è di per sè falsificabile (non esiste sicurezza assoluta nel digitale attuale, nè mai credo esisterà). L'assemblearismo è una forma degradata e caotica di democrazia (anche se per alcuni affascinante) e la rappresentanza può essere facilmente distorta da fenomeni mediatici e spurii (temporanei, magari, ma sempre distorcenti).
5) Le migliori comunità di rete, come Wikipedia o Slashdot, sono sistemi a moderazione e selezione multipla ma convergenti. Wikipedia converge sulle nozioni e fatti assodati, pubblicabili in un'enciclopedia. Slashdot seleziona le notizie in base a votazioni continue e ponderate.
Comunità di discussione politiche generali convergenti sono di per sè impossibili. Non vi è un criterio univoco accettato da tutti. L'ho imparato sulla mia pelle, avendovi partecipato a diverse.
Possono esistere comunità politiche focalizzate (su un tema, su un partito, su un progetto...) in cui l'arbitro (o il sistema di arbitri) non è comunque endogeno alla rete stessa.
La rete è quindi per sua natura facilmente consultiva (e pungente), ma ben difficilmente deliberante.
----------------------
Faccio queste cinque proposizioni e passo a illustrare un esempio, almeno come lo vedo io.
L'esempio è, ovviamente, il maggiore fenomeno politico nato (in parte) sulla rete negli ultimi tre anni: Beppe Grillo e connessi.
Beppe Grillo è un sistema di reti e di comunità.
Per anni Beppe ha lavorato così: uno staff redazionale gli forniva notizie, spunti, analisi originali. E lui, insieme a loro, ci lavorava per sviluppare i suoi spettacoli. Credo faccia ancora così da oltre vent'anni. E fuori dalla rete.
A questa comunità oggi se ne sono aggiunte almeno altre due. Un network di intellettuali e personaggi pubblici (da Travaglio a Fo) e il nascente netwok dei meetup.
Lui continua a nutrirsi di questi input provenienti dalle sotto-reti e li elabora con la sua arte (e passione) e li riversa sul sistema mediatico diffusivo dei suoi spettacoli (di massa) e ora dei suoi eventi di piazza. Il suo blog è solo una parte del fenomeno.
Il suo ruolo chiave è quello di catalizzatore, e di moltiplicatore di idee, concetti e critiche ben al di là della rete digitale internet.
Il fenomeno Grillo, con la sua pluralità di reti in cooperazione e il suo sbocco catalizzato personalmente su più reti, mostra chiaramente perchè un movimento politico "tutto digitale" non può (almeno allo stato attuale della rete) generare una massa critica comparabile.
Il "partito di internet", in senso tecnico, è a mio avviso un sogno fuorviante.
Un movimento politico innovativo, o un partito che voglia rinnovarsi usando (anche) la rete farebbe anche bene a capire e misurarsi con questa realtà. Che fonde iniziative sul territorio, inchieste, analisi, a spettacoli, musica, personaggi di rilievo e di senso, e ora anche forte esposizione sui media giornalistici e non.
Il pianeta Grillo è, in un certo senso, una filiera integrata. Redazione, esperti, base, vertice catalizzante e diffusivo.
Ma, a mio avviso, non è un modello replicabile per la politica in rete. E' un fatto unico.
(....e spero vivamente che, una volta divenuto movimento politico vero (4-5 anni, secondo lo stesso Grillo), cambi struttura...).
------------------
Beppe Grillo è comunque fisicità, sarcasmo, battuta, analogia, piazza, microfono.....
Ed è bene che la politica sia e resti fisicità, persone, fatti, parole, progetti, microfoni, piazze, facce a facce....
(anche)
------------------
Luca propone una suddivisione della politica in rete su cinque strati. Ciascuno può cooperare e aggiungere valore all'altro. Mi torna di più.
Corrado fa l'elenco di molte iniziative politiche in rete, oggi. Se le osservate bene sono tutte complementari. E nessuna cerca di sostituirsi al sistema democratico o istituzionale in quanto tale.
E' un bene che sia così. Che vi sia un sistema Internet, inter-net (reti in scambio reciproco, alla pari), tra i vari soggetti della politica. Più scambi fruttuosi vi sono (e tra questi metto anche i segnali critici, o di controllo) più ha probabilità anche questo singolo blog individuale di penetrare, per replicazione e viralità, nel sistema delle reti comunicanti. E quindi di generare valore condiviso.
Nel caso invece di un singolo partito di internet, o di un movimento univoco integrato, le probabilità sarebbero minime. Raramente qualche idea o spunto verrebbe accettata, rapidamente verrei emarginato da uno o più capi..... un sistema plurimo inter-reti è di gran lunga preferibile.
Quindi, se ci interessa la nostra rete come moltiplicatore e salvaguardia di democrazia, lavoriamo su queste complementarietà e su questi scambi aperti e fruttuosi tra sotto-reti. E qui mi ritrovo, almeno a grandi linee, con gli argomenti di Corrado. E con la mappa di Luca.
L'inseguitore accelera
l'inseguito perde colpi
di EUGENIO SCALFARI
IL 2 MARZO si concluderà l'inevitabile giostra delle candidature e delle alleanze e la campagna elettorale entrerà nel suo pieno, ma i suoi lineamenti sono già chiari e profilati: Berlusconi conduce nei sondaggi, Veltroni insegue accelerando il recupero. Per la prima volta in questa settimana il recupero dell'inseguitore ha prodotto un regresso nello "share" dell'inseguito. Se i sondaggi rispecchiassero l'effettiva realtà questa novità sarebbe della massima importanza; significherebbe infatti il profilarsi d'un deflusso dal Popolo della libertà verso il Partito democratico e quindi il dimezzamento aritmetico del distacco tra l'inseguito e l'inseguitore.
Sin d'ora comunque si va diffondendo nella pubblica opinione e nei "media" la sensazione del dinamismo di Veltroni e della staticità del suo avversario. In un paese bloccato da decenni che aspira a liberarsi dalle bende e a rinnovarsi, questa sensazione può tradursi in un capovolgimento di tutti i pronostici che fin qui sembravano certi: il Partito democratico, già ora, non ha più come obiettivo massimo quello di pareggiare al Senato, ma addirittura quello di vincere nelle elezioni per la Camera incassando così il premio di maggioranza che la legge elettorale prevede. Chi l'avrebbe mai immaginato appena un mese fa? Naturalmente questi ragionamenti simulano una realtà virtuale e vanno quindi presi con molta cautela.
* * *
I temi dell'economia mordono invece più da vicino la vita quotidiana dei cittadini, lavoratori, consumatori, famiglie, imprese e sono ormai balzati in primissima fila. I prezzi soprattutto perché è con essi che tutti abbiamo a che fare ogni giorno. E di conseguenza i salari e le retribuzioni. L'occupazione, la cui tenuta comincia a suscitare preoccupazioni. L'inflazione. Il livello ufficiale che registra una media si colloca in questo momento al 2,9 per cento, ma l'ultima notizia di due giorni fa indica nel 4,8 l'aumento dei prezzi relativi a generi di larga diffusione.
Non è una sorpresa, l'inflazione infatti è la peggiore delle imposte perché ha carattere regressivo, colpisce i redditi più bassi in misura nettamente maggiore di quelli più elevati, risparmia i ricchi e deruba i poveri, falcidia i percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) consentendo qualche recupero ai lavoratori autonomi, ai professionisti, ai settori che operano su mercati protetti rispetto alla concorrenza. Ecco, la situazione dell'economia occidentale e quindi anche dell'Europa e in particolare dell'Italia si trova a questo punto. Gli Usa sono in piena recessione.
L'Europa registra un sensibile rallentamento e l'Italia è il fanale di coda. Le previsioni delle agenzie internazionali danno il nostro prodotto interno lordo allo 0,7 per cento nell'anno in corso con una tendenza ad appiattirsi ancora.
In queste condizioni la politica economica dovrebbe reagire adottando misure anticicliche. La teoria suggerisce infatti che, quando la congiuntura rallenta e addirittura volge verso lo zero, la domanda venga sostenuta con acconci interventi di spesa. In questo senso si muovono i programmi presentati dai partiti nei giorni scorsi; le differenze riguardano le modalità ma non la sostanza. Tutti infatti hanno in animo di sostenere i salari, i giovani, le famiglie, gli investimenti in infrastrutture.
Il problema è quello della copertura finanziaria e reale di queste politiche: dove trovare le risorse necessarie? Dove concentrare lo sforzo? Come evitare ricaschi dannosi sull'inflazione? Come impedire contraccolpi sul deficit? Infine, a quanto deve ammontare il complesso dei provvedimenti di sostegno per esercitare un effetto sensibile sulla domanda interna e sulla crescita reale?
* * *
Comincio da quest'ultima domanda: a quanto ammontano le risorse da mobilitare per ottenere risultati apprezzabili? Direi: non meno di un punto del Pil, cioè in cifra tonda 15 miliardi di euro da investire entro e non oltre l'esercizio in corso e dei quali almeno un terzo entro il prossimo giugno.
Da questo punto di vista è grave il rifiuto di Berlusconi di inserire i provvedimenti a favore dei salari nel decreto definito "mille proroghe" che sarà approvato dal Parlamento entro il 29 febbraio prossimo. Se avesse accettato, quelle misure valutate a circa 2 miliardi, avrebbero potuto beneficiare i salari fin dal prossimo aprile dando un sensibile sollievo ai redditi medio - inferiori e sostenendo il consumo.
L'autore di quel provvedimento era il famigerato governo Prodi e questa è la sola ragione per cui il leader del centrodestra ha opposto il suo rifiuto. Così tutta la politica destinata alla crescita viene spostata in avanti di almeno quattro mesi se non di più, con effetti negativi che è difficile sottovalutare. Il governo (quale che sia) che uscirà dalle urne il 14 aprile, sarà operativo al più presto ai primi di maggio.
Anche se i leader dei due maggiori partiti si sono impegnati a far partire la propria politica fin dal primo Consiglio dei ministri, gli effetti richiederanno un tempo tecnico di almeno due mesi per farsi sentire. Se ne parlerà dunque ai primi di luglio per le misure di più pronto impiego. Il danno di questo scriteriato comportamento è evidente e dispiace che l'ottimo Mentana, che ha lungamente intervistato a Matrix dell'altro ieri il principale azionista di Mediaset, non gli abbia posto questa elementare domanda.
Resta comunque il problema di dove reperire risorse da destinare alla crescita per un ammontare pari a 15 miliardi. Ebbene, ci sono spese in attesa di copertura già previste entro il 2008, pari a 7 miliardi. Gli stanziamenti sono già stati indicati da Padoa-Schioppa. Una parte delle destinazioni sono coerenti con il sostegno della crescita; quelle che non lo sono possono esser rinviate e il loro ammontare utilizzato diversamente.
Le risorse restanti vanno, a mio avviso, mobilitate lasciando lievitare il deficit dal 2,2 preventivato dal governo Prodi al 2,8. Il commissario europeo Joaquin Almunia manderà alti lai, poiché una politica del genere allontana inevitabilmente il pareggio del nostro bilancio che Padoa-Schioppa aveva previsto per il 2010. Resteremmo tuttavia al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento.
L'obiezione, lo so bene, riguarda gli effetti negativi sullo stock del debito pubblico. A questo riguardo però si potrebbe (a mio parere si dovrà) mettere in pista una robusta operazione di vendita del patrimonio mobiliare posseduto dallo Stato. Il Tesoro detiene ancora un largo pacco di partecipazioni mobiliari che possono essere collocate dal sistema bancario gradualmente sul mercato quando esso sarà uscito dalle attuali difficoltà.
Le partecipazioni in mano al Tesoro riguardano aziende di prim'ordine che fruttano anche cospicui dividendi. La loro privatizzazione rientra nei progetti dei due maggiori partiti. Del resto l'operazione potrebbe essere contenuta entro i limiti richiesti dai maggiori oneri sul debito pubblico derivanti dall'aumento del disavanzo. In pratica: un "deficit spending" neutralizzato da alienazioni di patrimonio, con l'obiettivo di imprimere uno scatto anti - recessivo che potrebbe fruttare almeno mezzo punto di Pil dal previsto 0,7 a qualche decimale al di sopra dell'1 per cento. Freno e acceleratore, appunto.
* * *
Dove concentrare lo sforzo. Capisco la necessità sociale di un piano per gli asili nido. Capisco e condivido i maggiori investimenti per la ricerca, indispensabili per riqualificare le Università. Capisco i fondi per la scuola superiore, punto nero anzi nerissimo del nostro sistema scolastico. Qui necessitano piani di riforma che si estendono su un arco di tempo pluriannuale. Si tratta di mettere in moto i processi che esulano però da interventi anticiclici di immediato impiego.
A mio avviso il grosso del "deficit spending" ipotizzato dovrà esser destinato al potere d'acquisto delle fasce deboli, allo stipendio minimo del lavoro a tempo determinato e alle infrastrutture. Lo Stato si deve far carico d'un piano di investimenti pubblici che inneschi processi virtuosi di collaborazione con il capitale privato, superi le lentezze burocratiche, riduca al minimo il tempo delle gare d'appalto.
Questo tipo di investimento rappresenta un braccio di leva o meglio un motore d'avviamento con un elevato moltiplicatore; sostiene l'occupazione, accresce le dotazioni infrastrutturali e migliora per questa via la produttività di tutto il sistema.
Berlusconi, che anche lui ha formulato alcune proposte, ha indicato un programma informatico a vasto raggio per snellire e ridurre i costi della pubblica amministrazione. Credo sia una strada da seguire con l'avvertenza però che anche questo è un intervento che richiede un arco di tempo per dare frutti concreti.
* * *
Insomma "si può fare". La crisi internazionale è purtroppo fuori dal controllo dei singoli governi nazionali, ognuno dei quali tuttavia ha la possibilità anzi il dovere di attivare tutte le risorse disponibili per migliorare la propria economia e contribuire per questa via al rilancio complessivo del ciclo.
Larghe intese? Berlusconi le propone in caso di parità elettorale. Veltroni ne ha delineato rigorosamente il campo. La maggioranza, quella che uscirà dalle urne, deve avere il diritto e la responsabilità di governare. D'altra parte, per quanto riguarda la Camera, basta un solo voto elettorale in più per far scattare il premio di maggioranza. Quanto al Senato, una maggioranza comunque ci sarà e sarebbe sufficiente che l'opposizione avesse il "fair play" di non perseguire la politica delle "spallate" voluta da Berlusconi per tutta la durata del governo Prodi e nel frattempo varasse le riforme costituzionali, queste sì "bipartisan", tra le quali la nuova legge del Senato regionale. L'obiettivo si sposta dunque su chi si aggiudicherà un voto in più alla Camera. "Si può fare".
Post scriptum. Ancora una volta voglio dare lode a Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Pier Luigi Bersani, Vincenzo Visco, per il positivo lavoro sui conti pubblici e sul programma di rilancio di cui la loro politica ha posto le necessarie premesse. Tre di loro hanno passato la mano in obbedienza ai propositi di rinnovamento da essi stessi condivisi. Ma meritano di essere salutati con onore. Gli aspetti negativi non sono dipesi dalla loro azione ma da una coalizione discorde e rissosa che Veltroni ha il merito d'aver finalmente e definitivamente liquidato. http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/politica/scalfari-24-febbraio/scalfari-24-febbraio/scalfari-24-febbraio.html
Nuovo stop ai colloqui di pace tra governo e ribelli
Sono passati due anni e mezzo dall'inizio dei colloqui di pace, ma il tira-e-molla tra governo ugandese e ribelli del Lord's Resistance Army continua: ieri, la delegazione dei ribelli a Juba, in sud Sudan, dove sono in corso le trattative, ha sospeso i lavori per protesta contro le autorità ugandesi, le quali non avrebbero accettato di includere i ribelli nel governo. Per l'ennesima volta, i colloqui per porre fine a un conflitto costato la vita a decine di migliaia di persone segnano il passo.
E pensare che la settimana era partita in maniera incoraggiante, con le due delegazioni che si erano accordate sul giudicare i crimini commessi dai ribelli attraverso il sistema giudiziario ugandese. Un accordo che, in prospettiva, potrebbe risolvere l'annosa questione dei mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale (Cpi) dell'Aja nei confronti dei vertici del Lra, accusati di crimini di guerra e contro l'umanità. Il governo ugandese si starebbe infatti impegnando per convincere la Cpi a bloccare il processo, una delle condizioni richieste dal leader ribelle Joseph Kony per siglare un accordo di pace definitivo.
Anche per questo la decisione dei ribelli è giunta inaspettata. Secondo quanto riferito da entrambe le parti, il Lra avrebbe chiesto l'inclusione di alcuni suoi uomini nel governo e nell'amministrazione, oltre che la protezione e il rimpatrio gratuito per i vertici del gruppo in esilio. Richieste che il governo non intende accettare perché contrarie alla Costituzione, e perché le stesse autorità non avrebbero alcun diritto di concedere quei posti senza che gli elettori vengano consultati.
Una posizione che ha fatto arrabbiare la delegazione del Lra, la quale sostiene di avere in mano un documento, siglato assieme al governo ugandese lo scorso anno, che promette ai ribelli il power-sharing nell'esecutivo e nell'esercito. Il Lra si è appellato ai mediatori sudanesi, annunciando che non farà ritorno al tavolo delle trattative finché la questione non verrà risolta. Secondo la delegazione governativa, inoltre, i ribelli avrebbero chiesto degli indennizzi in denaro per la loro partecipazione ai colloqui. Il portavoce del Lra ha però smentito la notizia.
Non è la prima volta che i ribelli decidono di abbandonare temporaneamente i colloqui, anzi, è successo spesso dall'inizio delle trattative, avviate a metà 2006. Recentemente, il governo ugandese aveva dato tempo fino a fine febbraio per arrivare a un accordo di pace, in caso contrario avrebbe ripreso le attività militari.
Attività che, secondo le fonti sudanesi, non si sarebbero mai interrotte. Gli uomini del Lra, stanziati nel sud Sudan e nella vicina Repubblica Democratica del Congo, sono stati più volte accusati di attacchi indiscriminati contro i civili. Accuse che i ribelli ritorcono contro l'esercito ugandese, responsabile di numerose violazione della tregua in vigore da circa un anno, e che tradiscono la profonda sfiducia che contraddistingue ancora i colloqui tra le due parti. Una sfiducia che non viene meno nonostante le due delegazioni si siano già accordate su buona parte dei punti controversi. La popolazione ugandese, in particolare quella del nord, la più colpita dal conflitto, ha comunque fiducia in una conclusione positiva dei colloqui, visto il ritorno di buona parte dei quasi due milioni tra profughi e sfollati. La ricostruzione nel nord è già cominciata. In anticipo, per una volta, sugli sviluppi politici.
L’artigliere ventenne Mingolla combatte «all’interno di una zona che le cartine geografiche più recenti chiamano Libero Guatemala Occupato». Commenterebbe il sub-comandante Marcos che siamo di fronte a un ossimoro. Mingolla, al servizio degli Usa, sedicente impero del bene, pensa di essere intrappolato, come i popoli dell’America centrale «tra i due poli della magia e della ragione, la vita governata dalla politica dell’ultra-reale, lo spirito dominato dai miti e dalle leggende, col massiccio rettangolo computerizzato del Nord America sopra di loro e il mistero continentale del Sud America a forma di conchiglia».
«Realismo magico» è una definizione che fa pensare soprattutto al grande Manuel Scorza ed altri scrittori-scrittrici dell’America latina. Ma con una lieve modifica–«realismo fantascientifico»–può definire molti libri e racconti dello statunitense Lucius Shepard.
Un autore non particolarmente prolifico ma assai interessante che in Italia è da sempre trascurato. Godetevi dunque il breve ma pregnante «Piste di guerra»: grazie a Delos Book che di Shepard già aveva offerto – stessa collana, a prezzi accettabili – un interessante «Solitaire Station».
America centrale dunque: gli Usa infognati in un Vietnam bis con una tecnologia assolutamente superiore che non riesce a piegare in un conflitto assai strano. «In una guerra dove si distribuivano droghe per il combattimento e in cui gli occultisti predicevano le mosse del nemico, tutto era possibile, persino micro-circuiti per potenziare la vista». Tutte e tre queste stranezze sono veritiere: drogare i soldati è antica abitudine, occhi o lenti speciali sono nel bagaglio dei soldati d’oggi e quanto all’occultismo beh l’ex attore che divenne presidente, tal Ronald Reagan, aveva una maga come principale consigliere per la politica estera.
Bella la prefazione di Salvatore Proietti che ci guida nei meandri delle fanta-guerre e di passaggio lamenta che il titolo originale di questo libro [«R & R»] sia pressoché intraducibile.
Verso la fine del libro l’incontro con Tio Moses apre a chi legge nuove prospettive per capire gli intrecci perversi fra guerra ed economia in quello che si fa chiamare impero del bene. Del resto in questi giorni, il film «American Gangster» ci ricorda che durante la guerra del Vietnam l’eroina asiatica arrivava negli Stati Uniti dentro le bare dei soldati caduti in Vietnam. Verità sconcertante nonché metafora straordinaria.
Se questa «mescolanza di orrido e banale», di guerre e droghe quasi del presente ma un po’ già del futuro prossimo vi ha affascinato e cercate altri libri di Shepard guardate su qualche bancarella se trovate il romanzo «Settore Giada» [del 1987]. Ma è corretto avvisarvi che delle 5 parti che costituiscono il libro… la prima l’avete già letta, appunto è «Piste di guerra».http://www.carta.org/ozio/12926
INDONESIA - ONU Aviaria: Jakarta collabora con Oms, prima accusata di “sfruttamento” di Mathias Hariyadi Dopo oltre un anno, il ministero della Sanità invia all’Oms 12 campioni di sangue, previa garanzia di diritti sugli eventuali vaccini prodotti. Il ministro della Sanità Supari accusa Usa e Oms di manipolare il virus per produrre armi chimiche e vaccini inaccessibili ai Paesi poveri. Ed è polemica.
Jakarta (AsiaNews) – L’Indonesia ha inviato 12 campioni di sangue infetto da influenza aviaria all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dopo aver ricevuto garanzie sui diritti di ogni vaccino che da questi sarà prodotto. Lo ha riferito il ministro della Sanità Siti Fadilah Supari, di recente in dura polemica con l’organismo delle Nazioni Unite.
L’arcipelago indonesiano è il Paese più colpito dal virus H5N1, con 105 decessi. Da gennaio 2007, il governo si è rifiutato di mandare i campioni infetti all’Oms, accusando l’organizzazione e le compagnie farmaceutiche di arricchirsi elaborando vaccini troppo costosi per i Paesi in via di sviluppo. Ancora non sono chiari modalità e tempi con cui riprende la collaborazione con l’Oms: Gli esperti si augurano che la decisione permetta di superare un ostacolo che ha minato la ricerca per combattere il virus a livello globale. l’influenza aviaria in Indonesia è ormai endemica tra gli uccelli e le autorità non riescono a controllarne la diffusione. Finora non si registrano casi di contagio uomo-uomo, ma gli esperti non ne escludono la possibilità, qualora il virus subisse una mutazione.
Le tensioni del ministro Supari con l’Oms hanno registrato un picco ai primi di febbraio, con l’uscita del suo libro sull’influenza aviaria: It’s Time for the World to Change. Il volume accusa Stati Uniti e Organizzazione mondiale della sanità di “manipolare” i campioni del virus per produrre armi chimiche e vaccini da rivendere a prezzi inaccessibili per le nazioni in via di sviluppo. La tesi della Supari è stata subito respinta dall’Oms e gli Usa l’hanno definita “infondata”. Probabilmente le proteste sono state anche maggiori di quelle espresse pubblicamente e il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono ha ordinato il ritiro della versione in inglese del volume. “Deve essere riscritto” si è limitato a spiegare. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11597&size=A
Con una provincia che si estende per 572 km² e circa mezzo milione di abitanti, è la città più popolosa del Kosovo. Ma non solo. È anche il suo centro amministrativo, politico, economico e culturale più importante.
GUARDA LE IMMAGINI GIRATE PER LE STRADE DI PRISTINA, SUONI INCLUSI
Clicca su "play" per gustare le immagini e i suoni esclusivi di Pristina.
Fai attenzione
Intrappolata dal 1999 nel ruolo indefinito di base delle rappresentanze estere in Kosovo, Pristina è diventata rapidamente un interessante fulcro di scambio per l'intera regione e l'inglese oggi può essere considerata la lingua corrente in tutto il centro città. Ma oltre alla brillante superficie del moderno Parlamento ed i volti sorridenti dei rappresentanti internazionali e dei boss locali, esiste un'altra realtà. Dietro l'angolo, e non del tutto inaspettata. Ma iniziamo con ordine. Innanzitutto bisogna sapere che a Pristina, ma forse in tutto il Kosovo, oltre alle questioni etniche e di status ci sono tre concetti principali da tenere a mente:
1. fai attenzione quando attraversi la strada
2. fai attenzione quando cammini per la strada
3. e se hai finito le sigarette, vuoi ricaricare il tuo cellulare o acquistare una villa, la risposta è il mercato nero.
Mercato nero
Al di là dei cliché, la mentalità del mercato nero è una magnifica rappresentazione del meccanismo di sopravvivenza attuato da una società quando incorre in una grave mancanza di beni primari.
Dopo il conflitto del 1999, l'enorme afflusso di persone provenienti da altre parti del Kosovo ha determinato una grande pressione sulle infrastrutture esistenti ed ha portato Pristina ad un rapido collasso dei servizi pubblici e ad una forte crisi degli alloggi. Il Comune, ha anche dovuto affrontare serie difficoltà nell'approvvigionamento e ad oggi diversi problemi sono ancora presenti con frequenti interruzioni nell'erogazione di acqua ed elettricità. Al contrario la situazione nelle telecomunicazioni è piuttosto buona con un sistema di rete fissa aggiornato ed un servizio cellulare operativo.
Oggi, malgrado a Pristina vi sia una vasta gamma di attività economiche, con circa 9000 attività registrate e 75mila impiegati regolari, la povertà rimane uno dei problemi principali e probabilmente il punto di inizio di una generalizzata inefficienza pubblica.
A causa di una debole fiscalità locale e un utilizzo selvaggio delle risorse pubbliche come l'elettricità e l'acqua, la maggior parte dei progetti di miglioramento dei servizi viene affidata alla comunità internazionale e ai donatori con ovvie conseguenze sullo sviluppo. Il risultato è una città disarmonica e in costruzione permanente che combina la sua stratificazione storica con un cuore multi-culturale sempre più appassionato, giustamente o meno, da nazioni aliene.
Davanti al Grand Hotel, il monumento di Zahir Pajaziti, ex combattente dell'UCK (Foto Andrea Decovich)http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=2953
Belgrado in rivolta, torna l'incubo dei Balcani diDomenico Naso
Un morto e settanta feriti. Con questo bilancio, si può considerare conclusa la fase di nervoso stallo seguita alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Centinaia di migliaia di persone, infatti, hanno sfilato per le vie di Belgrado per protestare contro la secessione di Pristina e soprattutto contro l'appoggio internazionale alle ragioni dell'ex regione serba. L'imponente manifestazione si è presto trasformata in una vera e propria rivolta, con alcune centinaia di giovani che si sono accaniti sugli edifici che ospitano le ambasciate di alcuni Paesi che hanno appoggiato la causa kosovara. Si tratta delle sedi diplomatiche di Turchia, Bosnia, Croazia, Belgio, Canada e, ovviamente, Stati Uniti. Proprio l'ambasciata americana è stata oggetto di un vero e proprio assalto. Centinaia di hooligans serbi hanno distrutto porte e finestre dell’edificio con bastoni e spranghe, riuscendo anche ad irrompere all’interno. Il tutto aggravato dall’assoluto disinteresse della polizia, che ha sedato la rivolta in altre zone della città, disinteressandosi della situazione di tensione creatasi intorno all’ambasciata Usa.
Anche questo, ovviamente, è un messaggio che la Serbia ha voluto recapitare a Washington, quasi come ritorsione per l’appoggio incondizionato (ancorché atteso e prevedibile) dato dagli Stati Uniti all’indipendenza del Kosovo. Ma la manifestazione di ieri sera è stata la dimostrazione che la reazione ferma e inamovibile del popolo serbo si sarebbe potuta trasformare da un momento all’altro in guerriglia urbana. Proprio oggi, intanto, è arrivato anche il riconoscimento ufficiale italiano al governo di Pristina. A spiegare la decisione del governo c’ha pensato il ministro degli Esteri Massimo D’Alema: “Manderemo un incaricato d’affari e poi un ambasciatore. L’Italia riconosce il Kosovo. L’Italia non è ostile alla Serbia, ma vuole essere un fattore di equilibrio nei Balcani”. Sono frasi significative, soprattutto se pronunciate da chi nel 1999, in qualità di presidente del Consiglio, partecipò attivamente alla guerra contro Belgrado, innescata proprio dalla terribile situazione in cui viveva la maggioranza albanese del Kosovo. Ma anche all’interno del governo italiano si è levata qualche voce di dissenso: Romano Prodi, infatti, ha precisato che la decisione di riconoscere la sovranità nazionale del Kosovo è stata presa dal consiglio dei ministri a larghissima maggioranza, con la sola eccezione del ministro di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero.
La reazione serba al nostro riconoscimento è stata repentina, con il richiamo in patria dell’ambasciatore nel nostro Paese. E non è un caso, forse, che una delle due filiali bancarie assaltate dagli hooligans di Belgrado sia proprio uno sportello dell’UniCredit. L’Italia in questa circostanza sembra aver preso una decisione piuttosto netta. In un primo momento il nostro governo aveva tentato di mediare all’interno dell’Ue tra chi premeva per un riconoscimento immediato e chi invece era fermamente contrario. Quando, però, si è capito che l’accordo non era possibile, Roma ha deciso di adeguarsi all’andazzo da “ordine sparso” venuto fuori dalla riunione di Bruxelles.
Ma se le questioni diplomatiche, seppur fondamentali e indicative del clima di tensione venutosi a creare, interessano forse soltanto agli addetti ai lavori, la rivolta per le vie di Belgrado pone un problema ben più reale ed allarmante: è possibile che la Serbia esploda di nuovo? Si tratta di un quesito fondamentale per il futuro dei Balcani e soprattutto di un Paese che solo da pochi anni era riuscito a cominciare un cammino di democratizzazione. La recente vittoria elettorale dell’europeista e filo-occidentale Tadic, aveva forse illuso molte cancellerie al di qua e al di là dell’Atlantico. Sulla questione del Kosovo non c’è infatti differenza tra le posizioni di Tadic e del premier Kostunica e quelle del temusissimo Nikolic, battuto alle ultime presidenziali ma leader di un agguerritissimo partito nazionalista. Il Kosovo è considerata la culla della civiltà serba per ragioni culturali, storiche e religiose. Nessuno, dalle parti di Belgrado, ha la minima intenzione di cedere di un passo. Eppure l’indipendenza del Kosovo non può essere considerata un gesto illegittimo, un golpe filooccidentale. La storia recente della martoriata regione è lì a mostrare al mondo l’inevitabilità di un passo del genere. Se persino il pur cauto Athisaari aveva previso l’indipendenza come ultimo passo, significa davvero che non c’era altra via d’uscita.
Il mondo occidentale, dunque, non deve rinnegare la scelta di Pristina e tornare sui propri passi. Ha davanti a sé, invece, un compito ben più arduo e difficoltoso: da un lato ammansire Mosca, sempre più decisa a sostenere il fermo no di Belgrado; dall’altro far capire agli stessi serbi che la definitiva stabilità dei Balcani passava inevitabilmente dall’indipendenza del Kosovo. Non sarà un’impresa facile, lo dimostrano i numeri degli scontri di questa notte. Nonostante tutte le evidenti difficoltà la diplomazia si deve attivare immediatamente. Questa doveva e deve essere l’occasione per una pacificazione definitiva della regione, non per la riesplosione di conflitti che già in passato hanno mostrato al mondo tutta la loro terribile ferocia.http://www.ideazione.com/Sito_nuovo_2008/articoli/2008_02_22_naso.htm
Turchia - Iraq : preoccupazione di Ban Ki-moon
di Mauro W. Giannini
Il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, ha detto ieri sera di essere "preoccupato per il recente crescendo di tensioni alla frontiera fra la Turchia e l'Iraq, chiedendo la massima calma.
In un messaggio trasmesso dal suo portavoce, Ban ha detto che, "pur essendo cosciente delle preoccupazioni della Turchia", egli ripete in suo appello al rispetto delle frontiere internazionali fra l'Iraq e la Turchia. Ban Ki-moon ha anche reiterato il suo precedente appello a "mettere fine immediatamente alle incursioni degli elementi del PKK volti a fare attentati terroristici in Turchia partendo dal nord dell'Iraq".
Il segretario generale ONU ha ricordato che "La protezione della vita dei civili di entrambi i lati della frontiera resta la prima priorita'" ed ha quindi chiesto ai governi dei due Paesi di "lavorare insieme per promuovere la pace e la stabilita' lungo la frontiera".
Una delle due frontiere in questione e' quella del Kurdistan dell'Iraq, un'area fortemente a rischio in quanto abitata per lo piu' da Curdi, popolo una cui minoranza viene emarginata e oppressa in Turchia. Il governo della provincia curdo-irachena nega il suo sostegno al partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che da anni compiono attentati in Turchia e che piu' di rcente hanno valicato il confine con l'Iraq curdo per lanciare da li' le proprie offensive.
A dicembre 2007 Ankara ha compiuto bombardamenti nel Kurdistan dell'Iraq, con la motivazione di colpire i terroristi, suscitando molte reazioni di condanna.
La memoria storica della DDR è probabilmente ancor meno “condivisa” di quella già abbastanza controversa della Germania nazista. Lo dimostra non soltanto la presenza sullo scacchiere politico di un partito come Die Linke, che si richiama neanche troppo velatamente a certi ideali propri del socialismo reale, ma anche la recente polemica sollevata dal Ministerpräsident della Sassonia-Anhalt Wolfgang Böhmer, il quale, forse un po’ troppo grossolanamente, ha addossato le colpe dell’alto numero di infanticidi verificatisi lo scorso anno nella sua regione, ad una mai sopita mentalità tipica della Repubblica democratica.
Intervistato dalla rivista Focus il governatore cristiano-democratico ,ha infatti ammesso che certe cose possono succedere oggi solo ad Est, dove l’ambiente è ancora impregnato di una cultura di impronta socialista. Infatti, continua l’ex Presidente del Bundestag, che è stato per lungo tempo ginecologo negli ospedali dell’Est, è incredibile pensare che ancora oggi ci sia qualcuno che voglia portare alle sue estreme conseguenze il principio dell’autodeterminazione della donna, così come accadeva una trentina di anni fa nella DDR, dove l’aborto legalizzato nel 1972 era consentito fino alla dodicesima settimana. Nel solo 1989, fatto un milione il numero di abitanti, nella repubblica federale si contavano 1200 aborti, in quella democratica 4500. “Accadeva- racconta ancora il presidente della Sassonia-Anhalt - che le donne si recavano all’ospedale per abortire adducendo come motivazione un impegno improrogabile, quale ad esempio una vacanza al mare”. Eppure- conclude- quest’idea della scelta della donna come “mezzo di pianificazione familiare” è ancora tristemente presente oggigiorno. E a conferma della sua tesi mostra i dati sui neonati uccisi nel Land da lui governato. Unanime la condanna dal mondo politico, che ha invitato Böhmer a dimettersi e a prendere atto del fallimento delle sue politiche, anziché criminalizzare le donne dell’Est cimentandosi in improbabili paragoni. Forte irritazione arriva anche dagli ambienti della CDU, il cui quartier generale ha chiesto al Ministerpräsident di scusarsi. La polemica è comunque tutt’altro che nuova. Già qualche tempo fa il Ministro degli Interni del Brandeburgo, Jörg Schönbohm, era finito nell’orda del ciclone per aver identificato nella violenza e nello stato d’abbandono del suo Land, una risorgente “proletarizzazione” e “collettivizzazione forzata”. http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Due ricerche pubblicate dal Corriere della Sera online suggeriscono la necessità di un ricambio nella classe dirigente italiana.
Guardando stamattina la home page del sito Corriere.it, la mia attenzione è caduta sul curioso accostamento di due titoli di spalla. L'immagine qui a destra mostra i due lanci, così come sono apparsi online. Il primo riporta tra virgolette il seguente allarme: "La classe dirigente non legge più". Il secondo avvisa: "Le squillo italiane? Sempre più colte".
Andando a spulciare nel testo dei due articoli, nel primo, quello dedicato alla classe dirigenziale, trovo la seguente impietosa analisi:
(...) È Pierfrancesco Attanasio a rivelare che la nuova classe dirigente italiana considera superfluo l'aggiornamento professionale. E chiarisce che siamo in piena tendenza al peggioramento. I dati globali: nel 2000 soltanto un occupato su quattro leggeva un libro l'anno per ragioni di lavoro, un dirigente o libero professionista o imprenditore su due e, addirittura, un ragazzo in cerca d'occupazione su dieci. Includendo quest'ultimo sconcertante dato, il nuovo millennio si apriva con soltanto sei milioni fra gli appartenenti alla popolazione attiva — impiegati e in attesa di impiego — che leggevano per aggiornarsi. Nel 2006 il loro numero è ulteriormente sceso. In cinque anni l'Italia si è ritrovata con un milione di lavoratori informati in meno: cinque milioni in tutto su 25 milioni e quattrocentomila occupati o in cerca d'occupazione.
Per venti milioni di italiani, insomma, libri e lavoro non hanno nessuna attinenza. La classe dirigente non riserva sorprese meno incresciose, visto che nel 2006 la sua percentuale di lettori per motivi professionali è scesa del 7,6 rispetto ai già magri risultati del 2000. In cifre: soltanto 1.067.000 dirigenti, liberi professionisti o imprenditori leggono almeno un libro l'anno che sia collegato al loro lavoro. In compenso, durante questo lustro, il numero dei dirigenti è aumentato, passando da 2.325.000 a 2.779.000. Ciò significa che un milione e settecentomila esponenti della classe dirigente non sono neppure sfiorati dal proposito di leggere un libro per ragioni professionali. Non è il motivo che li porta in libreria neanche una volta l'anno. Incrociando tutte le tabelle Istat relative al 2000 e al 2006, Attanasio scopre che quasi nulla è mutato nelle abitudini della vecchia guardia, piuttosto, è la nuova classe dirigente a considerare superfluo leggere per tenersi al passo con le novità del proprio lavoro. Il mantenimento dello status quo è più che sufficiente. La disillusione sul futuro è servita. Soprattutto se si paragonano le nostre percentuali a quelle estere.
L'altro articolo, invece, ci informa di un'altra realtà, che, a seconda del lato da cui la si guarda, può comunicarci ottimismo o pessimismo:
La conferma arriva da uno studio condotto dall'Associazione Sessuologi su un campione di 386 giovani prostitute a domicilio, contattate telefonicamente in forma anonima. Spesso laureate (una su quattro, poco meno delle diplomate, che rappresentano il 34% del totale), talvolta poliglotte (l'11% dichiara di parlare correntemente una lingua straniera), sono sempre più delle entraineuse a trecentosessanta gradi.
IDENTIKIT - (...) Sempre più colte (si pensi che il 17% dichiara di «fare la vita» per pagarsi gli studi), le prostitute per scelta sfatano il mito della bella senza cervello. Anzi, la maggior parte dei casi studiati ammette di leggere tra i 5 e i 6 libri all'anno (sono, per la precisione, il 29% del totale, dato significativo se si pensa che, negli ultimi 12 mesi, il 62% degli adulti italiani hanno ammesso di non aver letto neppure un libro; fonte: rilevazione Mondadori-Ipsos dell'ottobre 2007) e almeno un quotidiano al giorno (38%). Il fatto di aver ormai del tutto abbandonato la strada, insomma, facilita la fruizione dei mezzi di comunicazione da parte delle prostitute. Ecco, quindi, che le nuove leve non sono affatto digiune di Internet (ben il 32% del campione si collegano alla Rete almeno tre volte al giorno per le più svariate esigenze) e, soprattutto, guardano molta tv (almeno 2 ore al giorno per il 37%).
PROFESSIONE - Ma che cosa fanno nella vita le squillo quando non esercitano? Il nucleo più consistente delle prostitute a tempo parziale è rappresentato per lo più da studentesse, meglio se fuorisede. Questo è quanto riportato sulle carte d'identità del 27% delle intervistate, che trascorrono gran parte della giornata all'università e, avendo più dimestichezza con Internet, si avvalgono principalmente di questo mezzo per procacciarsi clienti da invitare a casa una volta chiusi i libri. Seguono, a ruota, le casalinghe (18%), che possono scegliere l'orario a loro più congeniale per consumare i rapporti clandestini. Non manca chi fa lavori part-time e pensa di arrotondare lo stipendio offrendo prestazioni sessuali a pagamento tra le mura di casa propria, tra un turno e l'altro. Le più attive in tal senso? Sicuramente le operatrici dei call center (14%). Si difendono bene anche le operaie (12%) e le impiegate (11%). Se la strada (vi lavora il 65% delle circa 70.000 persone che in Italia si prostituiscono fonte: Forum Internazionale ed Europeo di ricerche sull'immigrazione, 14 maggio 2005) resta il luogo privilegiato per il sesso a pagamento, è anche vero che la tranquillità delle mura domestiche fa sempre più proseliti. L'inasprimento delle sanzioni per chi esercita il mestiere più antico del mondo e il giro di vite delle forze dell'ordine c'entrano sì, ma fino a un certo punto. Infatti le prostitute «casalinghe», che rappresentano ormai il 50% del mercato, non sono le immigrate, ridotte in schiavitù e costrette a vendere il proprio corpo perchè prive di alternative, bensì donne per lo più italiane, magari impegnate e culturalmente preparate, che vendono le loro grazie in Internet e accolgono i clienti nei ritagli di tempo per avere una ulteriore fonte di reddito.
Facendo due più due, a me la soluzione sembra semplice. Avere una classe dirigente di alto livello è fondamentale per il progresso generale del paese. Visto che le nuove leve della classe dirigente italiana non amano aggiornarsi professionalmente, io suggerirei di mandare in blocco costoro sulla strada e assumere al loro posto le squillo che, invece, amano leggere e documentarsi. Ne trarrebbe vantaggio l'asfittica economia italiana e - ne sono sicuro - le relazioni professionali tra dirigenti e dipendenti diventerebbero di gran lunga più divertenti...http://pesanervi.diodati.org/pn/?a=362
Isabella Mazzitelli intervista Michela Vittoria Brambilla per Vanity Fair (8/2008, pag.66): Ora, io non so se il paradosso di Michela Vittoria Brambilla vi abbia fatto capire la posizione di Forza Italia sulla 194. A me no. A me pare insultante, e basta. Sarebbe fuori discussione “la libertà ultima della donna a proseguire o meno la gravidanza”, ma questa deciderebbe di abortire perché “non viene affatto messa in grado di valutare tutti gli elementi”: gli elementi che le fornirebbe “il ginecologo che farà l’interruzione” sarebbero solo quelli relativi al fatto che il feto sia “maschio o femmina, biondo o bruno”.
È davvero così? Per Michela Vittoria Brambilla è così, basta fare “un giro nei consultori”. Incredibile, a cominciare dal fatto che è impossibile stabilire se un feto sia biondo o bruno, e che 194 non consente affatto l’interruzione di una gravidanza se il sesso del feto non è di gradimento della gravida.
Incredibile e insultante: la signora parla a vanvera, la signora non sa nemmeno cosa sia un consultorio e come funzioni. L’effetto è tragicomico come sarebbe quello che potrebbe trarsi da un’intervista fatta a me su come siano stati formati gli attuali quadri dirigenti di Forza Italia.
Lei è contraria alla 194? «La verità è che è stata – e continua a essere – applicata in modo spesso assai parziale e anche maldestro. Si faccia un giro nei consultori, scoprirà che alle donne si chiede solo di scegliere se lo vogliono maschio o femmina, biondo o bruno». Chi, scusi? «Il ginecologo che farà l’interruzione». Non capisco. «Il mio è evidentemente un paradosso per farmi capire che, ferma restando la libertà ultima della donna a proseguire o meno la gravidanza, non viene affatto messa in grado di valutare tutti gli elementi».
Lei pensa che i quadri dirigenti di Forza Italia siano delle merde? «La verità è che sono sempre stati scelti – e continuano ad esserlo – solo in virtù della loro abilità a fare pompini a Silvio Berlusconi. Legga per esempio l’intervista di Michela Vittoria Brambilla a Vanity Fair, scoprirà che una che ragiona a quel modo può essere arrivata tanto in alto solo a forza di pompini». Come, scusi? «Pompini, pompini a Silvio Berlusconi». Non capisco. «Il mio è evidentemente un paradosso per farmi capire che, ferma restando la libertà ultima di Silvio Berlusconi di scegliere i quadri dirigenti di Forza Italia come gli pare, i pompini non sono un parametro affidabile per scegliere chi mandare ad illustrare all’opinione pubblica la posizione di un partito politico sulla 194».
Incredibile e insultante? E io che vi dicevo? Però mi dovete scusare, non ho mai fatto un giro nelle stanze dove si fanno quei pompini. http://malvino.ilcannocchiale.it/
Se il voto ai partiti andasse di pari passo con la fiducia accordata ai loro leader, tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi non ci sarebbe partita: vincerebbe il primo 51 a 39. Questo è l'esito del sondaggio Swg, che ha intervistato mille persone ponendo una domanda semplice-semplice: quanta fiducia hai nei confronti di Veltroni e Berlusconi?
Il divario tra i due contendenti, in termini di capacità di conquistare fiducia, è sempre stato netto, a vantaggio del leader del Pd, a partire dal settembre 2006, quando Veltroni era attestato al 52% (sommando le risposte di chi gli accordava “molta fiducia” e “abbastanza fiducia”), mentre Berlusconi non andava oltre il 31 per cento.
Una forbice che si è ristretta e poi ancora allargata, con andamento discendente e risalente per entrambi, con Veltroni che non è mai sceso al di sotto del 44% nella fiducia degli eventuali elettori e con Berlusconi che solo una volta (nel luglio scorso) ha varcato il 40%, toccando il massimo: 41%. Il distacco meno consistente c'è stato nell'ottobre scorso, quanto la fiducia in Berlusconi riscuoteva il 39% e Veltroni era sceso al 44%.
Ma poi tra dicembre dell'anno scorso e gennaio di quest'anno il gap si è nuovamente allargato, con Berlusconi sceso al 34% e Veltroni che oscillava tra il 45 e il 44%. E da gennaio Veltroni, in termini di fiducia riscossa, ha ripreso il volo, portandosi prima al 46% e poi all'attuale 51%, mentre Berlusconi è fermo al 39%.
L’allargamento del divario tra i due leader riguardo alla fiducia che i cittadini ripongono nei loro confronti corrisponde alla crescita dei consensi verso il Pd riscontrata da tutti i sondaggi delle ultime settimane. “Sotto il profilo della dimensione comunicativa – afferma il presidente dell’Swg Roberto Weber, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it – c’è stata un’accelerazione del Partito democratico. Questa settimana, dal 13 al 19 febbraio, il Pd ha guadagnato almeno un punto percentuale”.
Secondo il sondaggista “i punti di distacco tra le due principali coalizioni (Pdl+Lega e Pd+Idv) sono circa 6-7. Nel centrodestra c'è una fase di stallo e indubbiamente lo strappo di Casini è erosivo per il Popolo della Libertà. Quelli del Pd, invece, sono entrati in un ottimo treno di comunicazione, dettano i tempi e i ritmi della campagna elettorale. Gli altri attori, in questa fase, fanno molta fatica”.
Weber evidenzia come negli ultimi mesi la rimonta del Pd sia stata fortissima, e il trend sembra poter continuare con il passare delle settimane. “Il Pd – afferma – ormai non è molto lontano dal Popolo della Libertà. A settembre il Partito democratico stava sul 22-23%, adesso ha tra 10 e 13 punti di più. Ha recuperato credibilità nell'elettorato in un mese. C'è una progressione costante. Credo che adesso sia già oltre la percentuale che prese l'Ulivo”.
Veltroni, insomma, sembra che stia “consolidando un patrimonio che fino a cinque mesi fa era esiguo. Costringe gli altri sempre a inseguire, anche sulle candidature pulite. All'interno del serbatoio del centrosinistra il Pd sta facendo il pieno, portando via qualcosa anche alla Sinistra Arcobaleno”. L’analisi di Weber sul centrodestra è abbastanza critica, soprattutto alla luce dello “strappo” dell’Udc, della confusione legata ai motivi di contrasto tra Fini e Berlusconi, e della litigiosità mostrata dalla coalizione per la designazione dei candidati alle amministrative in Sicilia e a Roma. L’unica nota positiva per il centrodestra, in questo periodo, è rappresentata “dall’ottimo andamento della Lega Nord: si può dire – conclude Weber – che stanno su grazie al Carroccio”. http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=45051
Socialisti incazzati? Forse perché rischiano di sparire, visto che alle elezioni andranno in solitaria. Intanto spendono un po' di soldini su tutti i giornali per propagandare un sito che non c'è.http://stamparassegnata.splinder.com/
Nella giornata di domani un milione e duecentomila persone saranno chiamate a rinnovare il piccolo parlamentino della città-stato di Amburgo. Come era accaduto un mese fa per l’Assia, anche questa volta una consultazione di livello regionale rischia di essere profondamente condizionata da fattori esogeni che poco hanno a che vedere con i problemi della realtà locale. La battaglia, quindi, non avverrà tanto tra chi ha proposto il migliore programma di governo per il minuscolo, ma popoloso Land, bensì tra diverse concezioni di società. All’ordine del giorno dell’agenda politica tedesca continua infatti a tenere banco il gigantesco Steuerskandal, ossia lo scandalo fiscale che ha violentemente investito la Germania il 14 Febbraio scorso, quando Klaus Zumwinkel, ad di Deutsche Post, è stato arrestato con l’accusa di aver eluso il fisco per circa un milione di euro. L’inchiesta si è poi allargata ad altri soggetti fino a coinvolgere, sembra, un migliaio di persone. Il Governo di Grosse Koalition ha promesso la tolleranza zero contro gli evasori, benché, secondo la Berliner Zeitung, persino alcuni deputati socialdemocratici e cristiano democratici possano essere invischiati nella faccenda. Ecco allora che la severità e il rigore annunciati da CDU ed SPD non sarebbero più affatto credibili agli occhi di un elettorato sempre più spostato a sinistra. Ad approfittare della rabbia di centinaia di persone, scese in piazza negli scorsi giorni per chiedere sanzioni contro il Liechtenstein, colpevole di garantire il segreto bancario e favorire l’evasione, potrebbe perciò essere Die Linke, il movimento di estrema sinistra che vuole un aumento drastico della pressione fiscale sui redditi più alti e tetti massimi per gli stipendi dei super-manager. Al momento il partito di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi è dato dai sondaggi a cavallo tra il 9 e il 10% nella sola regione di Amburgo. Il consenso però potrebbe vertiginosamente aumentare nelle prossime ore se si pensa che nelle zone più disagiate dell’Est, die Linke raggiunge picchi del 30% superando addirittura i due più grandi partiti popolari. E’ per questo che entrambi gli schieramenti della regione di Amburgo hanno optato per una campagna elettorale fortemente incentrata sui temi del sociale. Michael Naumann, lo sfidante socialdemocratico, promette più posti gratuiti negli asili nido, un maggior numero di insegnanti e mense calde per gli studenti delle scuole. La china pare però essere troppo ripida da risalire giacché la situazione economica di Amburgo non è mai stata così favorevole: i traffici legati al porto fanno registrare proprio quest’anno un boom, la disoccupazione cala e la città attrae sempre più nuovi cittadini. Per questa ragione il popolarissimo Ole von Beust (CDU) dovrebbe essere agevolmente riconfermato per la terza volta alla presidenza. Il problema sta nello stabilire con chi. I liberali dell’FDP oscillano infatti pericolosamente intorno alla soglia di sbarramento del 5% e, anche qualora dovessero superarla, essa non sarebbe comunque sufficiente a garantire un governo stabile con i democratico-cristiani, dati poco sopra al 40%. Neanche socialdemocratici e verdi sarebbero però in grado di formare un’alleanza vincente, a meno che non scendano a patti con Die Linke, ipotesi finora esclusa dallo stesso Naumann. Von Beust sembra invece ammiccare compiacente ai Verdi, con i quali la CDU vede per la prima volta possibile un’intesa. http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Il Pakistan è da sempre considerato un paese chiave, dal punto di vista geopolitico, nell’ambito della critica regione centro-asiatica
Sin dalle sue travagliate origini, la componente tribale e religiosa ha giocato e gioca un ruolo rilevante nelle dinamiche di politica interna che, attesa l’attuale situazione internazionale, hanno un inevitabile riflesso anche su quelle di politica estera. In tale articolato e complesso contesto, le spinte fondamentaliste hanno avuto considerevole peso sugli assetti decisionali del paese, sovente determinando, anche a seguito di drammatiche azioni da parte di movimenti militanti di ispirazione jihadista, il sostanziale condizionamento delle scelte del governo in carica. Il ruolo del Pakistan in seno al 1° conflitto afgano e soprattutto l’allineamento, quantomeno formale, alle attuali politiche di democratizzazione dell’amministrazione statunitense nell’ambito della GWOT (Global War on Terror), hanno posto le basi per una nuova fase di incertezza circa il reale ruolo ed effettivo schieramento del paese nella guerra all’insorgenza jihadista globale. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31824
L’ex presidente sloveno è morto sabato mattina in seguito ad una lunga e grave malattia. Negli ultimi mesi Drnovšek si era ritirato nella sua casa di campagna dove si dedicava a scrivere libri e a meditare, abbandonando di fatto la politica attiva
L'ex presidente della Slovenia Janez Drnovšek è deceduto sabato mattina in seguito ad una lunga e grave malattia. La notizia era attesa da tempo considerate le precarie condizioni in cui si trovava Drnovšek, visibili pure in occasione dell'investitura del nuovo presidente sloveno Danilo Türk a cui non aveva voluto mancare malgrado il suo critico stato di salute.
Nato nel 1950 Drnovšek rimane un figura centrale nella breve storia dello stato sloveno. La sua ascesa politica ha inizio nel 1989, quando - da candidato alternativo a quello del partito di potere e da illustre sconosciuto, con l'appoggio dell'allora Lega della gioventù socialista - Drnovšek vince le elezioni per la rappresentanza slovena nella presidenza collettiva jugoslava. I suoi modi pragmatici e moderati riuscirono a smussare l'irritazione dell'esercito per le svolte democratiche e anche tendenzialmente separatiste in Slovenia e ad evitare un intervento dell'armata che ponesse fine ai cambiamenti di Lubiana.
L'indipendenza della Slovenia, nel 1991, lo trovò su posizioni di mediatore: in quanto tale favorì, con l'appoggio della comunità internazionale, l'accordo di Brioni con cui si evitò un'escalation militare in Slovenia dopo dieci giorni di tensione e di scontri armati, seguiti alla dichiarazione di indipendenza che costarono 76 vite umane. Ma già nel 1992 Drnovšek entrò nella politica nazionale come nuovo presidente del Partito democratico liberale (Lds), una compagine di centrosinistra, non nazionalista, allora all'opposizione.
Lo stesso anno, per la crisi e le scissioni nella coalizione nazionalista di governo, il Demos, Drnovšek assunse il mandato di premier, che venne riconfermato l'anno successivo in seguito alla vittoria del Lds alle elezioni politiche. Rimarrà premier anche per i successivi mandati, fino al 2002, quando - resa pubblica la malattia che lo affligge, un cancro al rene - sceglie di candidarsi alla presidenza del paese e vince.
Janez Drnovšek ha il merito di aver portato il paese sui binari di una transizione soft, attenta a non intaccare alcune conquiste sociali e restia alle chimere del neoliberalismo fatte proprie da altri paesi ex socialisti. Prudente, realista ma anche caparbio, ha mantenuto sempre posizioni equilibrate tessendo coalizioni e alleanze che sembravano impossibili ma che hanno mantenuto la stabilità politica ed economica del piccolo paese ex jugoslavo e lo hanno portato, senza scossoni, nell'Unione Europea e nella Nato.
Durante il mandato presidenziale Drnovšek ha vissuto una radicale svolta, non solo politica, ma anche e soprattutto personale. Da pragmatico calcolatore politico di un tempo si è trasformato – a detta degli osservatori per la sua malattia ed una nuova filosofia di vita ispirata alla new age – in politico impegnato a promuovere istanze ecologiste, di giustizia sociale e della società civile, entrando spesso in conflitto diretto con il governo di Janez Janša.
Sorprendendo tutti fu l'unico presidente europeo e occidentale a partecipare, in Bolivia, all'investitura di Evo Morales. Tentò inoltre delle iniziative per la pace nel Darfur, proponendo una propria mediazione, rifiutata però dalle grandi potenze. Negli ultimi mesi Drnovšek si era ritirato nella sua casa di campagna dove si dedicava a scrivere libri e a meditare, abbandonando di fatto la politica attiva. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9054/1/50/
C’è qualcosa di metafisico nel vedere delle donne pachistane, completamente velate, che mostrano il loro documento di identità per poter votare.
Eppure il sistema deve aver funzionato, visto che le elezioni in Pakistan si sono svolte regolarmente, e non ci sono state proteste nè accuse di frode elettorale da nessuna delle parti coinvolte.
Il risultato diventa quindi ancora più significativo, in quanto la sconfitta di Parvez Musharraf è andata ben oltre la peggiore delle aspettative. Il presidente in carica ha perduto a nord e a sud, nelle campagne e nelle città, fra i ceti alti e in quelli meno abbienti: il rifiuto del Pakistan per la sua sfacciata politica pro-americana degli ultimi anni è qualcosa con cui ora gli Stati Uniti dovranno confrontarsi in maniera seria e ponderata.
Mentre nessuno cita l’assassinio di Benazir Buttho fra i possibili motivi della sconfitta del presidente in carica (non sono pochi a pensare che ci sia stata la sua mano alle spalle dell’omicidio), sembra che i pachistani abbiano voluto punire soprattutto l’amministrazione Bush ...
... per aver continuato ad appoggiare Musharraf nonostante questi avesse dovuto rinunciare al comando dell’esercito, qualche mese fa. I pachistani inoltre non hanno gradito che Washington abbia del tutto ignorato la rimozione improvvisa da parte di Musharraf del presidente della Corte Suprema, Mohammed Chaudhry, che aveva denunciato la scomparsa anomala di troppi personaggi scomodi sotto l'egida della "guerra al terrorismo".
Anche le restrizioni che ha dovuto subire Aitzaz Ahsan, il presidente della associazioni degli avvocati che si era schierato contro Musharraf, sono state del tutto ignorate da parte degli americani, che sono maestri nell’impicciarsi degli affari altrui quando gli fa comodo, solo per lavarsene elegantemente le mani quando si tratta di “faccende interne del paese amico”.
Ma soprattutto, sono chiaramente mancate le proteste di Washington nel momento in cui Musharraf ha calcato la mano con la repressione poliziesca, qualche mese fa, e tutto questo evidentemente si è tradotto nel voto pesantemente negativo che ha decretato la fine politica del burattino di Washington.
In alte parole, i pachistani sembrano propensi ad accettare un aiuto americano, ma solo fino a quando gli USA sappiano mostrare di comprendere i segnali interni di cambiamento e di protesta, mentre una politica cieca e ostinata da parte di Bush – per la quale peraltro il presidente americano sta già passando alla storia - si traduce per loro in un rifiuto compatto dell’alleanza con i padroni del mondo.
Aiutateci capendoci – sembrano dire i pachistani – ma se volete solo aiutarci per comandare, allora state a casa vostra.
Pare infatti che il presidente in carica stia già preparando un C-130 con il quale raggiungere al più presto la Turchia, paese in cui ha trascorso alcuni anni di gioventù.
Quello che lascia alle spalle non è certo un paese che ha trovato il proprio equilibrio, ma sicuramente un paese che ha trovato la forza di far sentire la propria voce.
A furia di parlare di “esportazione della democrazia”, rischi anche che qualcuno ti prenda sul serio, e finisca per farti pagare proprio con un voto le tue incongruenze più vistose.
"SOGNI E DELITTI" (CASSANDRA'S DREAM) di Woody Allen (2007) di Rossella Valdrè
"Siamo tutti assassini. Percio' siamo tutti colpevoli. Siamo tutti assassini colpevoli. Non c'e' niente da fare. Non possiamo evitarlo. Uccidiamo per vivere. Ci uccidiamo l'un l'altro per vivere"
(Michael Eigen)
In questa fase avanzata della sua carriera, Woddy Allen esplora, descrive, maneggia e rimaneggia un tema che gli e' caro, che e' entrato prepotentemente 'di moda' nelle cronache, ma che da sempre appartiene all'umanita': qual'e' il limite oltre il quale non possiamo spingerci per esaudire i nostri desideri? Esiste, questo punto di non ritorno? Ogni ostacolo sul nostro cammino, e' lecito eliminarlo? Siamo davvero tutti assassini?
"Cassandra's dream" (assai piu' bello della traduzione in Sogni e delitti), e' un ulteriore esplorazione intorno al tema del crimine, dell'avidita', del conflitto, della colpa e della punizione. Dopo "Crimini e misfatti", dopo "Match point" che ne fu la versione elegantemente aggiornata, dopo la deliziosa piccola favola di "Scoop", in "Cassandra's dream" le carte vengono sparse sul tavolo in modo diverso. Qui abbiamo la storia di due fratelli londinesi, Ian e Terry, di famiglia proletaria, ma entrambi ambiziosi e un po' sfaccendati, sebbene in modo diverso. Terry, il piu' semplice tra i due, lavora come meccanico in un'autofficina, ama la sua fidanzata con cui cerca casa, ma non riesce a fare a meno di bere e giocare, per arrivare a 'quel tanto in piu' che gli permetta di pagare i suoi debiti e, forse, essere alla pari del fratello. Ian, infatti, bellissimo e dall'aria scanzonata, coltiva il sogno di far soldi facili con improbabili affari immobiliari, trascurando cosi' il lavoro nel ristorante del padre, e ponendosi come meta ideale diventare come il ricco zio Howard, fratello della madre, uomo d'affari spregiudicato alla cui ombra i due ragazzi sono comunque cresciuti, sotto la spinta idealizzante della madre.
Ian e Terry si vogliono bene, sono solidali l'uno con l'altro nei loro reciproci fallimenti, ma non riescono a vivere nei panni stretti della loro condizione sociale. Come in molte famiglie che capita oggi (e forse anche ieri) di incontrare, abbiamo un padre onesto e svalutato da una madre insoddisfatta ed ambiziosa che pone lo zio, e non il proprio marito, a modello identificatorio dei figli. Ian e Terry crescono cosi' con il mito dello zio, del denaro facile anche se non e' chiaro da dove provenga, non paghi di quello che hanno - soprattutto Ian - ma nel contempo incapaci di costruirsi una valida e credibile alternativa.
La loro tragica e breve storia comincia con l'acquisto di Cassandra's dream, la barca che a tutti i costi vogliono possedere, e termina nello stesso porticciolo da cui era partita questa illusione, Terry a causa di un debito di gioco, Ian per tentare i suoi progetti speculativi, si trovano costretti a chiedere aiuto allo zio Howard, di passaggio in visita a Londra. Questi e' disposto ad aiutarli, ma in cambio di un reciproco favore: eliminare per lui un suo pericoloso concorrente, ex socio in affari che potrebbe rovinarlo se denunciasse tutti i suoi illeciti. Lo zio Howard, fino ad allora personificazione di una specie di fortunato benefattore, rivela cosi' la sua natura criiminale, quella che in fondo il padre ha sempre sospettato, e la necessita' del delitto irrompe improvvisamente sulla scena. In una sorta di banalita' del male, tutto si svolge in modo estramamente quotidiano: lo zio propone il crimine ai giardinetti, in una breve e sciatta conversazione, priva di ogni grandiosita' e senza l'alibi dei grandi scopi o della passioni, bisogna semplicemente eliminare un ostacolo, qualcuno che s'e' messo fra i piedi, non ci devono essere freni alla scalata economica, Tutto li'. Non vi e' nulla di epico, nulla che richiami alle ragioni degli ideali (uccidere per onore), o delle passioni (uccidere per gelosia), ma come In Crimini e misfatti e Match point, si uccide per non avere fastidiosi ostacoli sul proprio cammino. La' erano amanti diventate ingestibili da parte di ricchi mariti dell'alta borghesia che, ad un certo punto, decidono impunemente di disfarsene, qui e' un collaboratore diventato pericoloso; c'e' sempre un Altro, un'alterita' da eliminare quando diventa scomoda, non serve piu'.
Nel suo recente "Eta' di psicopatia"(2007, Franco Angeli ed.), lo psicoanalista americano Michael Eigen sostiene una testi suggestiva, ancorche' forse un po' semplicistica: e' la psicopatia la patologia sociale del nostro tempo, cosi' come lo era l'isteria al tempo di Freud. Se la psicoanalisi e' nata in un'epoca in cui era necessario curare, ammorbidire le storture di un Super-Io patologico, eccessivo, cosi' come lo si vede spesso nel nevrotico, oggi assistiamo, al contrario, ad una tragica scomparsa del senso di colpa, ad una sorta di psicopatia generalizzata da caranza del Super-Io, per cui l'atto criminoso diventa qualcosa di immediatamente a portata di mano non appena si ha da proteggere qualche scopo personale, "Siamo nel mezzo di un'eta' di psicopatia - scrive Eigen - e gli anni attuali sono uno dei suoi momenti culminanti. In termini genetici, uno psicopatico e' qualcuno con una coscienza deficitaria. Qualcuno per il quale colpa e' una parola sconveniente o inappropriata, eccetto che come strumento per manipolare gli altri. Il senso di colpa per aver ferito gli altri non sembra essere sufficiente per fermare lo psicopatico dal cercare di ottenere quallo che vuole" (corsivo mio). E oltre: "la psicoanalisi e' spesso satiregguiata come una forma di licenziosita', Essa cerca di far sentire le persone meno colpevoli per la sessualita', l'auto-rivendicazione, l'auto-affermazione. Meno colpevoli per il fatto di vivere. (….) Allo stesso tempo, la colpa ha una funzione sociale utile. Aiuta a unire le persone. Pone dei freni all'omicidio. (….) Segnala che siamo andati troppo oltre o che stiamo andando troppo oltre. Ci aiuta a modulare il modo in cui ci trattiamo a vicenda. Senza di essa staremmo peggio. Abbiamo un certo numero di emozioni modulatrici che contribuiscono a inibire l'aggressivita': vergogna, colpa e ansia, tra le altre. (…..) All'altro capo dello spettro, ci sono persone che si sentono troppo poco colpevoli. Persone che sono prive di senso di colpa quando dovrebbero sentirsi colpevoli"
Anche lo psichiatra Vittorino Andreoli propone, nei suoi testi ed interviste piu' recenti, una lettura analoga, derivata anche dall'esperienza psichiatrico forense ("Luomo di vetro" e "Dietro allo specchio. Realta' e sogni dell'uomo di oggi", Rizzoli ed., 2008). La psichiatria, lo sappiamo, da sempre conosce la categoria della psicopatia, ma la riservava a casi particolari, circoscritti. La differenza e' che oggi, sottolinea Andreoli, e' una categoria diffusa, socialmente approvata e culturalmene supportata. Alla scomparsa del senso di colpa, modulatore essenziale del limite delle nostre azioni, si associa e si sostituisce il senso di vergogna, molto piu' labile ed effimero perche' affidato al giudizio esterno ("gli altri mi vedono"), laddove invece il senso di colpa proviene dall'interno, "sono io che mi vedo". L'Ideale dell'Io si sostuisce pericolosamente al Super-Io (dal quale, sappiamo da Freud, pur originariamente dipende), se ne distacca e prende il suo posto, potremmo dire, esponendo cosi' la coscienza personale, sottratta alle pene elaborative del conflitto interno, alla fragilita' del narcisismo.
I nostri Ian e Terry, pero', non sono uguali. Compiono insieme il delitto, ma Terry non ce la fara' a sopportare, appunto, il senso di colpa, sentira' la necessita' di costituirsi, di fare qualcosa per liberarsi del peso. Lo zio, vera personificazione del Male psicopatico, suggerisce a Ian di uccidere anche lui, diventato a sua volta un ostacolo. La catena rischia di non arrestarsi, il fiume e' uscito dal letto che lo conteneva….dov'e' finito il limite? Terry comprende, confusamente, che hanno superato un guado, che "prima era prima e adesso e' adesso", un 'adesso' dilatato ad eterno presente, dove tutto si gioca qui ed ora, senza passato, senza memoria. Lo zio Howard rappresenta la psicopatia contemporanea di Eigen, e' l'uomo di successo che piace alla gente, a cui si crede e a cui i giovani si ispirano, non importa cosa c'e' dietro la scalata sociale, mentre Ian si ferma, suo malgrado, di fronte al dover uccidere il fratello, e Terry, lo abbiamo gia' visto in difficolta….I due ragazzi inciampano per strada, sono solo 'due falliti' come dice lo stesso Ian, non veri psicopatici. E' il loro sciocco arrivismo a trascinarli, il non riuscire a vivere nei loro panni, stimolati da un oggetto materno (e da un contesto sociale) che ha posto lo zio ad ideale, squalificando il padre.
Un assetto familiare piuttosto comune, quello che Allen gioca, con la consueta profonda leggerezza, sotto il grigio cielo di Londra: non il patinato ambiente di "Match point", dove tutto sembra lecito, ma quella lower class i cui figli vivono nel miraggio del lusso e del successo, senza passare attraverso la fatica degli studi o l'opportunita' del talento. Ian e Terry (ottimi Colin Farwell ed Ewan Mc Gregor) ci sono simpatici, ci immedesiamo in loro, nelle loro debolezze, nelle loro ingénue e facili speranze, sono tipologie frequenti fra i ragazzi di oggi, le loro fantasie si ritrovano in molti giovani pazienti, insidiose fantasie grandiose di un'auto-affermazione senza costrutto.
Diversamente dai precedenti film citati, qui la vicenda non finisce impunita. Casualmente, appunto per l'inciampo nel senso di colpa, finira' tragicamente, sulla stessa Cassandra's dream in cui era iniziata, breve parabola del sogno di due ragazzi il cui esito e' scritto gia' nelle fragili premesse. Cassandra conosce il futuro, non si scappa. "Temo che viviamo in un periodo in cui le conseguenze delle nostre azioni non vengono percepite vivamente - scrive Eigen - La prima psicoanalisi si concentro' su un Super-Io troppo rigido. (…) Se oggi usassi termini come Io, Super-Io, Es, parterei di un Io psicopatico".
La cinematografia di Woody Allen, ha saputo percorrere come nessun altro autore, a mio avviso, questo delicato passaggio tra le tematiche del nostro tempo, dagli anni del conflitto nevrotico e delle crisi coniugali, alla desolata psicopatia diffusa dei nostri giorni. Ai conflittuali protagonisti di Io e Annie, Manhattan e molti altri, dibattuti tra desiderio e punizione, tradimenti e nevrosi, si sostuiscono soggettivita' in cui il conflitto e' negato nel corto circuito dell'azione, coloro che, come scrive Racamier, bisognosi di una continua "immunita' conflittuale (….) lasciano sempre agli altri il conto da pagare" (Il genio delle origini, ed Cortina, 1992). Costoro non praticano i nostri studi, continua Racamier, se non raramente, ma li troviamo diffusi nella societa', mascherati nelle figure degli impostori, degli scrocconi, dei mistificatori…
Ian e Terry, cosi' come i loro stanchi genitori e le loro ingenue fidanzate, ci sono simpatici in quanto in fondo vittime del contesto psicopatico, per dirla con Michael Eigen, o della perversione narcististica dello zio, se seguiamo Racamier. Essi non sono gli artefici, non i burattinai, ma povere pedine dell'illusione psicopatica,i non riescono a "farla franca con l'omicidio" (Eigen), ne' a "far pagare il prezzo ad altri", restano invece intrappolati nell'effimero guscio, Cassandra's dream, del loro sogno. http://www.pol-it.org/ital/sognidelitti.htm
Invece di portare a termine l’opera intrapresa nel Paese dei talebani, la Coalizione ha deciso di attaccare Saddam. Aggiungendo nuovi problemi a quelli non ancora risolti.
Scampato agli attentati di Nassiriya per finire assassinato a 60 chilometri da Kabul, il maresciallo Giovanni Pezzulo aveva in realtà cominciato a morire in Irak. E come lui, anche gli altri 11 soldati italiani finora caduti in Afghanistan. È inevitabile chiedersi perché, a quasi sei anni dall’attacco contro i talebani, è ancora così facile essere uccisi distribuendo aiuti o inaugurando un ponte, com’è successo appunto ai nostri, in zone che dovrebbero essere tranquille e vicine alla capitale. (foto AP/La Presse).
Come sia possibile che un Paese circondato da montagne e da Paesi solidali con la Nato, come Pakistan e Tagikistan, oppure da Paesi come la Cina, che teme il contagio islamico, o l’Iran, che aveva combattuto i talebani, sia ancora fuori controllo: nei giorni in cui è morto il maresciallo Pezzulo, tre soldati afghani sono stati uccisi, un kamikaze si è lanciato contro un convoglio, un altro ha provocato la morte di oltre 80 persone a Kandahar, l’ambasciatore del Pakistan è scomparso e due tecnici nucleari dello stesso Paese sono stati rapiti sul territorio pakistano ma lungo il confine con l’Afghanistan.
La ragione di tutto questo si chiama Irak. La logica politica e quella militare, oltre al sempre sottostimato buonsenso, avrebbero suggerito di portare fino in fondo la strategia decisa per l’Afghanistan. Che prevedeva la sconfitta sul campo dei talebani, ma anche una vasta opera di nation building, cioè la ricostruzione del regime politico su basi democratiche e il risanamento di un Paese disastrato da decenni di guerra ininterrotta. Un Paese in cui ancora oggi, secondo i dati dell’Unicef, ogni 27 minuti una giovane madre muore per le conseguenze del parto.
Il maresciallo Giovanni Pezzulo, 45 anni
Una strategia che aveva senso nel 2001, perché abbandonato ai talebani l’Afghanistan era diventato una gigantesca base di addestramento per il terrorismo internazionale, che da lì colpiva in Europa, negli Stati Uniti, nel Caucaso e in Asia. E ha senso anche oggi, come conferma un recente rapporto dell’Istituto di studi strategici e suggerisce la stessa realtà dei fatti, per esempio la pericolosa disgregazione in forma autoritaria del vicino Pakistan.
Invece di portare a termine l’opera, però, nel 2003 la "Coalizione dei volonterosi dilettanti" pensò bene
Risultato: l’industria della droga vale oggi il 30 per cento del Prodotto interno lordo dell’Afghanistan e il 93 per cento della produzione mondiale di oppio, mentre con i talebani la produzione era stata quasi azzerata. Scarso anche il coordinamento tra la missione militare Usa e quella degli altri Paesi.
Non si può dire, peraltro, che il prezzo pagato in Afghanistan abbia prodotto buoni frutti in Irak: l’aumento delle truppe ha reso un po’ più calme le acque, ma stiamo sempre parlando di un Paese dove in gennaio sono morti 36 soldati americani e centinaia di civili.
Così, sia qua sia là, eccoci alle prese con due mezze vittorie che sanno di sconfitta. In Irak e in Afghanistan abbiamo costruito il simulacro della democrazia: si vota e si muore per strada, si riuniscono i Parlamenti e poi ogni tribù decide per sé. Si onorano capi di Stato che hanno forti problemi a uscire dalla propria capitale.
E se provassimo, questa volta, con un minimo di autocritica?
di rivolgersi all’Irak, sottraendo all’Afghanistan forze decisive. Non solo soldati (42.500 in Afghanistan; gli Stati Uniti da soli ne impiegano 170.000 in Irak), ma anche intelligenza e capacità decisionale. In Afghanistan, per esempio, rimane ancora del tutto aperta la questione delle coltivazioni di papavero da oppio. Gli americani ogni tanto le distruggono, gli altri lasciano fare, pensando che un contadino affamato è comunque un contadino più incline a imbracciare il kalashnikov.
PAKISTAN, LE INCOGNITE DELLA FRONTIERA Nella provincia occidentale del Pakistan i partiti radicali islamisti escono a pezzi dalle elezioni (la maggior parte fra loro non si è neppure presentata). Ma la situazione di conflitto (in Waziristan non si è neppure votato), con origini molto lontane e alimentato dalla guerra in Afghanistan, non promette una risoluzione a breve. Un'analisi
Emanuele Giordana
Il 29 gennaio scorso un “predator” americano, aereo telecomandato senza pilota, ha infilato due missili nella città di Mir Ali, in territorio pachistano, uccidendo Abu Laith al-Libi. Missione compiuta e nuova tacca sull’agenda dei ricercati di Al Qaida. Ma quella missione, riportava ieri il Washington Post, non era stata fatta d’accordo con i pachistani. O meglio, era stata condotta in porto violando lo spazio aereo di un paese sovrano, senza chiedere il permesso.
Stando al quotidiano americano sempre ben informato (la Cia ha negato il suo coinvolgimento), le fonti militari che raccontano quella storia spiegano che le missioni di questo genere sono tanto piu’ di successo quanto sono segrete. “Coperte”, si dice in gergo. Evitano insomma tanti tira e molla imbarazzanti che hanno a che vedere con l’autonomia e il diritto sovrano dei singoli paesi. Ecco un sistema che funziona, scrive il WP, e che per i militari americani potrebbe essere la nuova frontiera: acuti spioni in Afghanistan, dove le truppe Usa hanno libera circolazione, e sapienti informatori in Pakistan (magari dell’intelligence locale “amica”) e via con lo “strike”, il colpo d’ala chirurgico che centra l’obiettivo. Il malizioso giornalista del Post chiosava però con una riga che spiega molte cose, non solo della guerra al terrore in Pakistan, retrovia di quella condotta in Afghanistan (o viceversa visto che i qaedisti stanno soprattutto in territorio pachistano) ma anche di una rabbia crescente che è andata maturando verso l’alleato stellestrisce di Musharraf: “quando le operazioni americane in Pakistan condotte in autonomia hanno successo, il sostegno di Washington per queste azioni cresce. Probabilmente nella stessa misura con cui aumenta in Pakistan il risentimento (verso gli Usa).
La guerra al terrorismo ha risvegliato in Pakistan il mostro dell’estremismo radicale islamico che per la verità è sempre vissuto in uno stato di dormiveglia, cullato dalle braccia amorevoli dei servizi segreti locali o dai vari premier, da Nawaz Sharif a Benazir Bhutto, che nell’ultima stagione sono diventati i paladini dell’opposizione liberale a Musharraf, a essere onesti l’unico che una battaglia contro l’islam radicale l’ha fatta veramente. Accusato dagli americani di essere troppo morbido con gli islamisti, l’ex “re” pachistano si è dovuto barcamenare tra gli strali dei suoi alleati miliardari e il risentimento crescente di un paese dove l’islam, grazie al generale Zia, è religione di stato. Mai come adesso però l’islam radicale aveva preso piede. Pur restando, come conferma in parte il voto, un fatto di minoranze, per quanto agguerrite, sonore e soprattutto armate.
Il mostro dell’islam radicale è cresciuto clamorosamente con la guerra d’Afghanistan che grazie a quel pluridecennale conflitto ha nutrito, nella cintura tribale della Provincia della frontiera, un sempre maggior potere dei mullah a discapito di quello tradizionale dei malik: i capo clan, disposti a inginocchiarsi verso la Mecca ma solo dopo aver fatto i loro affari.
La guerra al terrore ha poi finito per alimentarlo definitivamente facendo fare a Musharraf diversi passi falsi. Prima il presidente-generale ha mandato l’esercito: 80mila uomini (il doppio di quanto la Nato impegna in Afghanistan) per controllare le sette agenzie che compongono la tribal belt. Poi Musharraf ha capito che la sola opzione militare non bastava e ha negoziato. Anche recentemente. Ma ormai il mostro era uscito dal sonno, sfruttando un risentimento contro Islamabad che data dall’indipendenza dal Regno Unito. Le tribal belt (o Fata) sono l’area piu’ povera del paese e anche questo ha finito per contare. La cosa ha poi tracimato nella valle di Swat, fuori dalla cintura tribale, e ha rischiato di saldarsi ai fermenti sempre vivi nel corpus sociale di grandi città come Lahore, Pindi o Karachi dove il livello di violenza politica, anche questo con cause remote, offre terreno fertile a facili arruolamenti.
Se la ricetta sia bombardare meglio violando la sovranità pachistana e l’autonomia delle terre pashtun, alimentando il senso atavico di frustrazione delle aree tribali, il lettore può giudicarlo da se’. E’ su questi sentimenti che hanno giocato i bin Laden o gli Abu Laith al-Libi. Il secondo l’han preso. Ma il primo, ammesso che non sia morto per cause naturali, i predator non l’hanno ancora fermato.http://www.lettera22.it/showart.php?id=8543&rubrica=74
"Non ci sarà nessuna collaborazione attiva…", è questa la risposta di Kurt Beck alle speculazioni sui piani ormai non più segreti di Andrea Ypsilanti di farsi nominare primo ministro dell'Assia anche con il sostegno della Linkspartei. Non c'è bisogno di essere cultori del politichese per capire che questa formula esclude solo la creazione di una coalizione di governo, mentre lascia tutta aperta l'ipotesi di un appoggio esterno della Linke ad un governo regionale rosso-verde.
Mentre la FDP continua a rifiutare qualsivoglia tipo di collaborazione, bloccando di fatto il sistema politico, i socialdemocratici sembrano quindi orientati ad abbandonare anche nei Länder occidentali la conventio ad excludendum nei confronti del partito di Lafontaine e Gysi. Inevitabile. http://www.politicagermania.net/
Kurdistan dell'Iraq : attacco turco , il commento
di Shorsh Surme*
Pochi giorni fa il ministro degli Esteri turco, Ali Babacan aveva dichiarato che l'esercito turco avrebbe oltrepassato il confine con il Kurdistan dell'Iraq con la scusa di distruggere le basi del PKK il partito dei lavoratori del Kurdistan.
Detto e fatto. Infatti, da due giorni le artiglierie turche bombardano i villaggi curdi del Kurdistan dell'Iraq, violando per l'ennesima volta sia il diritto internazionale sia l'integrità territoriale dell'Iraq.
La Turchia non si smentisce mai, mentre riconosce l'indipendenza del Kosovo massacra una popolazione di 17 milioni di Curdi che vivono nel Kurdistan della Turchia e non solo, i dirigenti Turchi non hanno mai digerito la libertà di cui godono i Curdi in Iraq, specialmente dopo la caduta del regime di Saddam nel 2003.
L'attacco terrestre da parte dell'esercito turco nel territorio del Kurdistan è stato subito criticato da Gran Bretagna, Germania e dall'Unione europea. Da Bruxelles è venuto l'invito alla moderazione e a non impiegare una "sproporzionata forza militare". "L'Ue comprende la necessità della Turchia di proteggersi" ha detto Javier Solana, "ma crediamo che questa azione non sia la risposta migliore. L'integrità territoriale dell'Iraq è per noi molto importante".
La popolazione che vive al confine tra la Turchia e l'Iraq è molto spaventata. I cacciabombardieri hanno distrutto diversi ponti e strade tra i villaggi di Barwari Bala, Sidan, costringendo la popolazione a fuggire verso l'interno del paese, abbandonando le loro case che con molta fatica avevano ricostruito dopo che il regime di Saddam le aveva rase al suolo.
TIBET - CINA La lingua del Tibet a rischio di estinzione di Nirmala Carvalho Le autorità cinesi che occupano il Tibet sono una seria minaccia per la sopravvivenza della lingua locale e rendono la vita “impossibile” ai tibetani che non parlano il cinese mandarino.
Pechino (AsiaNews) – Una dichiarazione scritta da Acharya Yeshi Phuntsok, membro del Parlamento tibetano in esilio, denuncia la “pre-potenza” cinese come un pericolo per la sopravvivenza della lingua tibetana nella sua forma scritta e parlata.
Il report è stato presentato in occasione dell’annuale giornata internazionale per la lingua madre (Intrenational Mother Language Day) promossa dall’UNESCO dal 2000 e celebrata ogni anno il 21 febbraio.
“I tibetani hanno il diritto di esprimere se stessi nella loro lingua madre, e hanno il diritto ad un’educazione che rispetti la loro identità culturale specifica”. È con queste parole tratte dall’articolo 5 della Dichiarazione universale sulla diversità culturale che Yeshi Phuntsok introduce il rapporto in cui espone quello che in realtà sta accadendo in Tibet, cioè che il governo cinese sembra intenzionato a sabotare il tibetano.
Secondo l’Associazione Free Tibet, le autorità cinesi presenti nella regione stanno passando leggi per ridurre l’insegnamento del tibetano nelle scuole e rimpiazzarlo con il cinese mandarino.
Anna Holems, leader della Campagna per il Tibet libero ha detto: “Le autorità cinesi, per riuscire nel loro intento di istituire il mandarino come lingua franca, promuovono migrazioni di massa dei membri dell’etnia Han che non hanno necessità o desiderio di imparare il tibetano (gli Han sono il gruppo etnico più numeroso al mondo, che costituisce oltre il 90% della popolazione cinese). I genitori tibetani ora sono costretti a scegliere tra il preservare l’unicità della loro cultura e il futuro dei figli”.
Dati dell’UNESCO mostrano che nel mondo oggi ci sono tra le 6000 e le 7000 lingue parlate ma, paradossalmente, il tibetano non è menzionato dall’agenzia ONU né come lingua indipendente né tra le lingue cinesi. Alcuni esponenti dell’Associazione Free Tibet hanno più volte chiesto spiegazioni a riguardo ma non hanno ancora ottenuto una risposta.
Una domanda è sorta spontanea: “È molto bello che L’UNESCO abbia una giornata internazionale per la lingua madre, ma come può questo proteggere il tibetano?”, ha chiesto Tsering Dorje, ex insegnante di Ando che ora vive in India.
L’associazione Free Tibet chiede alla Cina di approvare - e rendere esecutiva - una legge che istituisca il tibetano come la lingua ufficiale della Regione Autonoma del Tibet (TAR).
Tsering Dorje ha confermato che tale legge è “l’unico modo di proteggere il tibetano e garantire uguaglianza e pari opportunità per gli abitanti del Tibet”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11595&size=A
ACCORDI COMMERCIALI CON EUROPA , “CATASTROFICI” SECONDO JEAN ZIEGLER
Sarebbe "catastrofica" per i paesi del blocco Africa-Caraibi-Pacifico (Acp) l’accettazione degli Accordi di partenariato economico con l’Europa (Ape o Epa, secondo l’acronimo inglese): lo ha detto Jean Ziegler, relatore speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione, in un’intervista pubblicata sul portale d’informazione senegalese ‘Sud online’. “Gli Ape – continua - nascono dal diktat dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che pratica un liberalismo irresponsabile. L’Omc aveva dato all’Unione Europea (UE) fino al 31 dicembre scorso per instaurare la liberalizzazione totale. È assurdo, anche perché i negoziati si svolgono in condizioni odiose” aggiunge il sociologo svizzero, riferendosi in parte al ricatto dell’UE, che minaccia di rompere la cooperazione con i non firmatari. Ziegler sostiene che gli Ape, rompendo i precedenti accordi commerciali di Cotonou nei quali era contemplata l’asimmetria tra i due blocchi e autorizzata la gestione di tasse sulle importazioni agricole dal Nord, non permetteranno più tale elasticità e “impoveriranno drammaticamente” i paesi del Sud, mettendo in concorrenza diretta produttori che non possono competere: “sarebbe come assistere a un’incontro di pugilato tra Myke Tyson e un povero ragazzo di una periferia di Abidjan. È follia” sottolinea Ziegler . “C’è un disprezzo incredibile da parte degli europei, perché stanno praticando dumping agricolo in Senegal, in Mali e ovunque. L’anno scorso - aggiunge – i paesi industrializzati del Nord hanno pagato 349 miliardi di dollari in sovvenzioni all’esportazione e alla produzione dei loro contadini”. Risultato, sui mercati africani “si trovano frutta e verdura portoghesi, francesi, spagnole, italiane, greche e altri a metà prezzo o a un terzo del prezzo degli stessi produttori locali. A pochi chilometri, sotto un sole cocente, il contadino wolof lavora 15 ore al giorno con moglie e figli senza la minima possibilità di guadagnare uno stipendio decente” dice ancora Ziegler, ricordando che la base dell’economia di sussistenza per 37 su 53 paesi africani viene dall’agricoltura.
Ho seguito in questi giorni da lontano (ero in Italia) il clamore suscitato negli USA dalle presunte rivelazioni del New York Times su John McCain e l’amica lobbista. La storia raccontata dal NYT sembra deboluccia. Si sapeva da mesi che ci lavoravano e se questo e’ tutto cio’ che hanno trovato, non e’ poi sconvolgente. Ma la tesi dell’ottimo Christian Rocca che tutto cio’, alla fine, favorisca McCain, mi lascia perplesso. Mi convince di piu’ l’analisi di David Brooks, che si conferma uno dei migliori columnist d’America, sul fatto che il problema non sono tanto le rivelazioni in se’, quanto i veleni all’interno dello staff del candidato che sono all’origine dell’articolo del NYT.
Il tutto credo sia un’ennesima conferma alla mia tesi. John McCain e’ un candidato in grado di battere Hillary Clinton, perche’ in fin dei conti sono protagonisti dello stesso mondo washingtoniano, non c’e’ tra loro un divario enorme generazionale e quanto a scandali…McCain in confronto ai Clinton resta un dilettante! Ma contro Barack Obama, la sua giovinezza, la novita’ che porta, l’ondata di entusiasmo che sta suscitando, McCain e’ spacciato. http://www.marcobardazzi.com/blog7/
All’anteprima di “Juno”, l’altra sera, c’era un robusto parterre di anziani politici cattolici, casiniani disperati e ammastellati dispersi, rosabianchisti agguerriti e amici del Pro Life.
All’uscita il mio amico R., che per lavoro frequenta da una vita Montecitorio e dintorni, mi ha sgomitato ghignante: «Scommettiamo che lo fanno uscire dieci giorni prima delle elezioni? Questo film rischia di diventare il nuovo manifesto degli antiabortisti».
Oggi ho pensato che forse R. ha ragione, perché ho scoperto che nelle sale italiane uscirà il 4 aprile e perché subito al film ha dedicato il suo entusiasmo Giuliano Ferrara, che ormai parla solo di aborto anche quando gli chiedi che ore sono.
Che cos’è “Juno”?
E’ una storia molto divertente e abbastanza postmoderna di una sedicenne sboccata che resta incinta per sbaglio e poi provvede per dare in adozione il bimbo - anzi “il fagiolo”, come lo chiama lei.
Detta così, sembrerebbe che abbiano ragione Giuliano Ferrara e gli anziani deputati che ho incontrato io, viva i valori eccetera eccetera.
Balle.
Juno è figlia di una coppia divorziata, vive (benissimo) con il padre, la nuova moglie di lui e la sorellastra nata dalla seconda unione.
Juno scopa allegramente a sedici anni, non se ne pente e non si mette a piangere nemmeno un momento quando si scopre incinta.
Juno trova ridicola e cretina l’amica che manifesta fuori dal consultorio strillando che Dio è grato a chi non abortisce.
Juno decide di non abortire proprio perchè non gliene frega niente della famiglia tradizionale e soprattutto della genitorialità tradizionale, biologica e santificata da Dio.
Juno alla fine offre in dono il suo bambino a una donna single e torna a copulare felicemente con il suo simpatico fidanzato.
“Juno” non è un film né a favore né contro il diritto a interrompere la gravidanza ma è un bel film sulla famiglia non tradizionale e sulle nuove relazioni affettive e famigliari proprie della società liquida, in cui vale comunque la pena di amare, di divertirsi, di fare sesso e anche di riprodursi.
“Juno” ci dice che la vecchia genitorialità non è più l’unica esistente ma che ce ne sono mille, che la vecchia famiglia non è più l’unica esistente ma che ce ne sono mille, e che comunque questo non toglie la possibilità di essere felici, di volersi bene e anche di fare figli.
“Juno” nasce dalla penna affilata di una giovane blogger ex spogliarellista che è un miliardo di volte più vicina alla modernità di uno Zapatero che ai sepolcri imbiancati del Family Day (e infatti qui si dichiara a favore del diritto di aborto).
Ridurre questo film a un manifesto contro l’aborto, magari buono per la campagna elettorale, è strumentale, stupido e provinciale - anche se gli attempati onorevoli accanto a me forse non lo hanno capito e non lo capiranno mai.
Dispiace che non lo abbia capito o abbia finto di non capirlo - accecato dalla sua crociata - neppure un uomo intelligente come Giuliano Ferrara.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/02/22/il-film-della-blogger-e-la-campagna-pro-life/#more-1328
anno la faccia come Katia Noventa - aka La deriva “gangsta” della destra italiana
Questa è meravigliosa.
Il PD annuncia regole chiare per la composizione delle liste elettorali: niente criminali o persone accusate per reati contro la cosa pubblica, anche solo in primo grado.
E’ la prima volta che un partito si impegna materialmente a fare estrema attenzione a chi candida.
Una risposta nei fatti a chi - talvolta, come i grilliani, in modo volgare e distruttivo - chiedeva una politica più pulita.
Un bel colpo da parte di Veltroni.
Ovvio che gli avversari non possono incassare questo colpo senza reagire.
Il centro, tra Mastella, Cuffaro, ecc. è alle strette: se non candidano i condannati e quelli sotto processo penale, ecc. finiscono con le liste elettorali completamente vuote.
Anzi, mi chiedo: c’è qualcuno, nell’UDC e nell’Udeur che abbia la fedina penale immacolata?
Brutto problema anche per la destra, cioè il PDL.
Da un lato Fini, mettendo ingenuamente il proprio partito nei guai, si è messo a chiedere di fare attenzione a chi si mette in lista, visto che finora la destra ha candidato gente condannata per mafia come Dell’Utri, il protagonista del più grande atto di corruzione in Europa, cioè Previti, numerosi iscritti alla Loggia P2, vari tangentari vecchi e nuovi e - su tutti - un pluricondannato come presidente del consiglio. Dall’altro gli italiani chiedono - almeno a parole - pulizia nella cosa pubblica.
Il problema è che anche nel PDL se si mettono a non candidare i condannati e gli accusati di corruzione, truffa, ecc. si mettono nei guai. E si troverebbero pure senza “capo”.
Che fare?
Semplice: si prende Bondi (che o è il più grande attore del mondo dopo Mastroianni o è uno che ci crede davvero, quando dice certe cose ci crede) e gli si fa dire col suo candore pretesco che il PDL non candiderà chi ha processi penali in corso, salvo quelli “di carattere politico”.
Dico, avete mai visto uno dei tanti condannati di Forza Italia o AN dichiarare, al momento dell’avviso di garanzia o della condanna, qualcosa di diverso da “è un complotto politico delle toghe rosse, mi perseguitano!”?
Davvero, c’è mai stato uno di questi signori della destra che ha mai detto, alla Macchianera, ”Ok, mi avete beccato, ma la prossima volta la farò franca, maledetto Topolino!“o anche più banalmente “Ritengo di essere innocente e ho fiducia nei giudici”?
Per loro sono tutti processi politici, anche se - come nei casi Cuffaro, Previti, Dell’Utri - i giudici hanno esibito prove materiali (foto, intercettazioni, ecc.) dei loro reati.
Quindi alla fine il PDL candida gli stessi del 2006, che poi erano gli stessi del 1994. Il panorama berlusconiano-finiano è tutto un brulicare di rottami del pentapartito con delle fedine penali king-size, qualche fascio ripulito qua e là, un bel po’ di devoti manganellatori di donne negli ospedali e - per rendere il tutto presentabile - l’ormai proverbiale benniana “Grande Gnocca della destra”, messa lì a manciate, per lustrare il tutto.
Guarnizioni di silicone per rendere appetibile una torta stantia.
Alla fine, dando un’occhiata ai rumors sulle liste elettorali berlusconiane, lo scenario è prevalentemente composto da gente con problemi legali, soldi che girano a palate (tipo quelli pagati da Berlusconi al movimento politico di De Gregorio) e gnocca siliconata del genere strappone.
Sembra un video gangsta rap. Ci mancano solo i macchinoni*.
*Peccato abbiano perso Storace, ché lui in quanto a retorica del ghetto (anzi, della borgata) non aveva rivali.http://www.suzukimaruti.it/
Marianna Madia, 27 anni, capolista in Lazio 1 per il Pd. Sarà demagogia, populismo, piacionismo, paraculismo veltroniano e tutti gli ismi che volete, però vedere una come lei in politica un po' rallegra. Non è neanche una velina, pensa un po', nulla a che vedere con le Yespiche (che peraltro ora vorrebbe anche lei candidarsi con Veltroni, pare...). Il curriculum dice che è nata nel 1980, è laureata con lode, ha un'esperienza alle spalle all'Arel e alla presidenza del Consiglio a fianco di Enrico Letta, ha pubblicato alcuni libri sul Welfare, ha condotto Ecubo, programma minoliano su Raitre su energia ed economia. Mettendoci insieme che in Sicilia il duello sarà tra Finocchiaro e Prestigiacomo qualche segnale di cambiamento, anche per le donne, si intravede. Che poi sia tutta un'operazione d'immagine è probabile e le prime dichiarazioni un po' veltroneggianti della Madia su giovani e futuro non è che siano proprio esaltanti. Ma vedere la Marianna e non vedere più Ciriaco per ora ci conforta. Ci sarà tempo per pentirsene e rimpiangere gli intellettuali della Magna Grecia.http://stamparassegnata.splinder.com/
- E' guerra a botte di sondaggi, oggi è stato pubblicato sul sito Affari Italiani.it, la meta analisi dei sondaggi apparsi in questi giorni e quindi raffrontando i dati di Ipso, SWG, Crespi e Coesis. Il Pdl diminuisce il suo vantaggio sul Pd di ben 5 punti percentuali, ed il Pd si attesta comprendendo Italia dei Valori e Radicali al 39%
E' sceso al 5% il vantaggio della coalizione guidata da Silvio Berlusconi sullo schieramento che candida alla presidenza del Consiglio Walter Veltroni.
E' quanto emerge dalla rilevazione sulle intenzioni di voto 'Febbraio 2008' di Coesis Research, pubblicata dal quotidiano online 'Affaritaliani.it'.
Il Popolo della Liberta' e' al 39% e la Lega Nord al 5, somma 44%.
Il Partito Democratico si attesta al 34%, piu' un punto dei Radicali. L'Italia dei Valori e' al 4%, somma 39%.
Quindi, meno cinque rispetto a Pdl+Carroccio.
Il totale delle forze di Centro e' all'8%: Udc 5, Rosa Bianca e Udeur 1.
La Sinistra Arcobaleno di Fausto Bertinotti e' ferma al 7%. La Destra di Storace e i Socialisti raccolgono l'1%.
La tecnica ormai è chiara, ed è quella giusta. Ogni giorno Walter Veltroni spara una cartuccia, o un paio di cartucce, molto rumorose. Occupa la scena.
Parla e fa parlare, di sé, delle sue proposte e – in questa fase – soprattutto dei suoi nomi. In un confronto impari con le esitazioni di Berlusconi, che non può annunciare nulla per due motivi: il programma è quello del 2001, di nomi non può farne perché troppi ostacoli e veti gli impediscono un autentico rinnovamento.
Fin qui la campagna elettorale, ha notato Luigi Crespi, la fa solo il Pd.
Questo vale in particolare per due luoghi che potranno essere decisivi ai fini del risultato elettorale: la Sicilia e Roma.
Dal loft ogni giorno parte qualche fuoco d’artificio. Ieri sono stati “sparati” una giovane esordiente capolista a Roma e un non più giovane Umberto Veronesi in Lombardia: un colpo, nel cuore dell’orgoglio milanese.
Un’altra sterzata laica, nel giorno della conferma del patto con i radicali: talmente netta da rendere obbligatori prossimi bilanciamenti. Altrimenti nel Pd il mal di pancia cattolico diventa una colica, e anche Veltroni rischia di sentire le fitte.
Una cosa va detta sulla rinuncia di Marco Pannella. Sarebbe sbagliato confrontarla con altri casi analoghi od opposti, perché Pannella ha già rinunciato (magari per forza) altre volte, ed è l’esempio di come si possa essere leader fuori dal Palazzo.
Il massimo ora sarebbe se alla rinuncia personale si accompagnasse la presa d’atto collettiva della fine di una alterità che ha resistito a tutto, anche alle molte occasioni nelle quali i radicali si sono “mischiati”. In un paese che ha superato perfino il mito della diversità comunista, il simbolo gandhiano può benissimo portare via con sé anche il mito della diversità radicale. E il molto che c’era di buono può essere finalmente consegnato da un gruppo di iniziati a un grande partito maggioritario.
Elezioni spagnole: Izquierda unida decisiva per il futuro di Zapatero
Favoriti
2
• STEFANO IANNACONE– Il ruolo di Izquierda unida diventa fondamentale nelle prossime elezioni in Spagna, programmate per il 9 marzo. La federazione di sinistra, guidata da Gaspar Llamazares, può decretare il successo del premier uscente, grazie ai seggi che riuscirà a ottenere.
L’ecopacifismo di Iu garantisce un bacino elettorale del 5% su scala nazionale, da ripartire in base al sistema elettorale nella varie circoscrizioni. Il peso politico della forza di Llamazares si attesta tra i 5 e gli 8 parlamentari, che potranno rivelarsi fondamentali nella formazione della nuova maggioranza nel Congreso. In questi giorni, dunque, Izquierda unida sta rilanciando i suoi temi forti: pacifismo ed ecologia, ossia i pilastri su cui il leader della federazione ha conquistato maggiore consenso, affrancandosi dalle posizione del Pce (il partito comunista spagnolo confluito nel nuovo soggetto di sinistra) da cui proviene lo stesso Llamazares.
Sulle elezioni del 9 marzo grava una pesante incertezza riguardo all’esito finale: i sondaggi delle ultime settimane confermano l’annunciato testa a testa tra socialisti e popolari. Sul clima di opinione, peraltro, si avverte l’influenza della clamorosa gaffe di Zapatero, che fuori onda, in un programma tv, ha confidato al giornalista: “La tensione ci conviene” nell’ottica della campagna elettorale. Una ingenuità grave che scalfisce l’immagine di politico sincero, riconosciuta da gran parte degli elettori al premier uscente. La frase “opportunista” sulla drammatizzazione dello scontro ha avuto immediate ripercussioni nei sondaggi.
I numeri sono esemplari: i socialisti sono al 40,2%, mentre i popolari si attestano al 38,7%; Izquierda unida conferma il suo 5 %. Nell’attribuzione dei seggi, inoltre, la “forchetta” individuata dal sondaggio è tra uno e dieci in favore del Psoe: un margine molto risicato che rende fondamentale il ruolo di Iu dopo le elezioni, senza tralasciare la consistente quota di “elettori incerti” che potrebbero smentire i rilevamenti pre-elettorali. Tuttavia, in merito alle alleanze politiche, gli analisti spagnoli sottolineano come Llamazares abbia già sostenuto il primo governo Zapatero: per tale motivo appare scontata la riconferma della sua linea dopo il 9 marzo, anche per non spalancare le porte della Moncloa al leader dei conservatori, Mariano Rajoy.
Intervista esclusiva con Milan Ivanovic, segretario generale del Consiglio serbo del Kosovo del nord, uno dei leader più influenti del Kosovo settentrionale, incontrato dal nostro inviato alla vigilia della manifestazione di Belgrado
Oggi (ieri per chi legge) Belgrado e la Serbia intera, manifesta contro l’indipendenza del Kosovo dichiarata lo scorso 17 febbraio da Pristina. Cosa si aspettano i serbi del Kosovo da questa manifestazione?
Si è reso evidente che la Serbia non intende accettare supinamente la decisione che le venga sottratta una parte del paese. Siamo all’inizio di una nuova resistenza contro le forze internazionali che ci vogliono portar via il 15% del nostro territorio, e quelli che a Belgrado hanno provato a anestetizzare la situazione, promettendo all’Occidente che la Serbia non avrebbe tremato, che avrebbe accettato la situazione, non hanno avuto ragione. Noi non accetteremo mai né una dichiarazione unilaterale di indipendenza, né il riconoscimento che giunge soprattutto dai paesi occidentali. Oggi inizia una lotta per far tornare il Kosovo all’interno della cornice legale dello stato serbo, una lotta che sarà naturalmente portata avanti con metodi legittimi e democratici, con proteste e manifestazioni. La Serbia si sta svegliando, così che le pedine che l’Occidente ha piazzato a Belgrado non possono impedire questo grande movimento serbo per la libertà.
Ma come giudica la reazione di Belgrado alla dichiarazione di indipendenza?
Credo che il governo di Belgrado non abbia reagito in modo sufficientemente energico. Questo, però, era in parte prevedibile, visto che dopo la caduta di Milosevic alcuni dei ministri del DOS avevano promesso ripetutamente all’Occidente che non ci sarebbero state vere reazioni, sostenendo di comprendere che il Kosovo era in realtà già perso. Sono le stesse persone che allora l’Occidente aveva messo al potere. Oggi però le cose stanno cambiando, e anche quelli che all’epoca hanno puntato all’ingresso nell’Ue, a prescindere dal destino del Kosovo, devono fare i conti con il popolo serbo, e soprattutto con i giovani, ed io credo che saranno presto politicamente marginalizzati e scompariranno, mentre la Serbia sarà compatta nella lotta per conservare la propria integrità territoriale.
Si manifesta, ormai ogni giorno, anche a Mitrovica. Ci sono stati anche vari incidenti, tra cui la distruzione di due punti di frontiera. Come giudica la situazione?
Le reazioni avute nei giorni scorsi nel Kosovo settentrionale sono un segno evidente che i serbi non accetteranno l’indipendenza di una nazione albanese su questo territorio, né le sue istituzioni. Noi siamo in Serbia, vogliamo le nostre istituzioni, una richiesta al tempo stesso legale e legittima. Venendo ai fatti di due giorni fa, la distruzione dei container delle dogane sul confine amministrativo tra il Kosovo e il resto della Serbia, messa in atto da migliaia di persone, mostra chiaramente che non vogliamo, alcun confine tra Kosovo e Serbia, perché noi siamo in Serbia. Dopo le illazioni che il controllo delle dogane sarebbe stato preso da poliziotti albanesi del Kosovo Police Service e del Kosovo Protection Force (TMK), migliaia di persone si sono mosse per impedire che questo avvenisse. Comunque alla fine non ci sono state conseguenze più serie, oltre alla distruzione dei container, e nessuno dei poliziotti dell’Unmik è rimasto ferito, perché la frustrazione e la rabbia non erano diretti contro di loro.
Nei giorni scorsi erano circolate voci sul possibile abbandono del servizio da parte dei poliziotti serbi del KPS, dopo la dichiarazione di indipendenza, ma questo non è avvenuto. Cosa succede?
Gli ufficiali di polizia non hanno abbandonato il loro posto di lavoro, ma sono ormai tagliate tutte le relazioni dei nostri poliziotti con Pristina, perché i serbi, e tra loro anche i poliziotti serbi del KPS, non riconoscono questo stato fasullo sul proprio territorio. Oggi i nostri uomini non sono più sotto il comando degli albanesi di Pristina, ma agiscono in collaborazione con la polizia dell’Unmik e delle forze della Kfor. Questo perché noi non neghiamo il valore della risoluzione 1244, e la rispettiamo, al contrario di quanto fa l’Unione Europea ed anche l’Italia, che oggi (ieri per chi legge N.d.A) riconoscerà il Kosovo: senza una nuova risoluzione questo è un atto di violenza, un’aggressione. Noi siamo pronti a collaborare con chi rispetta la 1244, non con una falsa missione europea, che non sarà mai la benvenuta sul territorio serbo.
Da parte serba è stata già presa chiaramente posizione contro l’arrivo della missione europea in Kosovo. Quali mezzi pensate di utilizzare per contrastarla? Saranno mezzi pacifici?
E’ evidente che negli anni passati sono stati gli albanesi a far ricorso alla violenza, e non i serbi. Noi lottiamo con mezzi democratici. Impediremo l’arrivo dei funzionari della missione europea con manifestazioni e proteste, bloccando le strade, con i metodi della disobbedienza civile. Lo impediremo perché non hanno la base legale per venire qui, e rappresentano soltanto una spedizione punitiva, una vera occupazione. Noi non permetteremo l’occupazione del nostro territorio, ed io credo che gli europei comprenderanno la situazione, e che rinunceranno a presentarsi a nord dell’Ibar. E’ chiaro che potrebbe esserci un tentativo di forzare la situazione con le forze della Kfor, che potrebbe abdicare agli impegni presi con la 1244, e passare dalla parte di una missione europea illegittima e illegale. La violenza, quindi, può venire soltanto da parte dell’Ue, ma il tentativo di implementare con la forza la missione porterà ad un allargamento della destabilizzazione non solo in Kosovo, ma anche nella regione. Questa destabilizzazione sarebbe di lungo termine, perché la Serbia non rinuncerà mai al Kosovo.
Crede che dopo la dichiarazione di indipendenza di Pristina, la prospettiva di divisione del Kosovo sia divenuta più reale?
La decisione di Pristina di dichiarare l’indipendenza, con l’appoggio di Washington, e purtroppo anche di Bruxelles, interrompendo i negoziati dopo pochi mesi mentre, ad esempio, in Palestina e a Cipro vengono portati avanti da decenni, è la causa prima della situazione di conflitto latente e di divisione. Gli albanesi affermano di non poter vivere con i serbi, all’interno dello stato serbo. Come possono allora costringere i serbi a vivere con loro, se portano avanti una politica di pulizia etnica nei nostri confronti? Ripeto: solo attraverso veri negoziati si può arrivare alla pace e alla stabilità, e non con la violenze e la violazione del diritto internazionale.
Ma nella situazione attuale, lo scenario della spartizione sarebbe per lei accettabile?
Oggi la possibilità di una spartizione è una della possibilità sul tavolo. Sarebbe una soluzione meno buona sia per gli albanesi che per i serbi, ma in ogni caso meno disastrosa che permettere la creazione di uno stato albanese sulla nostra terra, che ci costringerebbe ad abbandonare definitivamente il Kosovo. In ogni caso, di questa idea si può parlare, ma sarebbe illusorio limitarla solo a Mitrovica e al Kosovo settentrionale. I serbi vivono anche in altre parti della regione, e quindi bisognerebbe discutere degli interessi serbi e albanesi nel loro complesso.
Non sempre le posizioni politiche dei serbi del Kosovo che vivono a nord e a sud dell’Ibar sono state sulla stessa lunghezza d’onda. La dichiarazione di indipendenza porterà a iniziative coordinate?
Tra noi c’è un alto grado di unità. La differenza è che i serbi a sud dell’Ibar vivono in condizioni più difficili, circondati da un ambiente ostile, mentre noi abbiamo la libertà di comunicare direttamente con la Serbia. Esiste poi un piccolissimo gruppo di serbi, pagati da Pristina e dai suoi mentori, che fanno gli interessi degli albanesi. Parlo di quelli eletti al parlamento di Pristina, sulla base di un’affluenza alle urne insignificante. C’è il tentativo dell’Unmik e della Kfor di far passare questi personaggi come rappresentanti legittimi dei serbi, come era successo quattro anni fa con la “lista virtuale” serba, che aveva ottenuto lo 0,3% dei voti. E’ proprio la difficoltà di muoversi liberamente che ha impedito fino ad ora una sincronizzazione migliore delle nostre iniziative. Tra i serbi a nord e a sud dell’Ibar, però, c’è unità d’intenti e di obiettivi. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9044/1/51/
Libano: scenari aperti dopo l’assassinio di Imad Moghniyeh
L'autorità siriane si starebbero concentrando su alcuni membri di nazionalità araba di non meglio precisati “apparati di sicurezza”
Imad Moghniyeh, uno degli esponenti di punta di Hezbollah considerato da molti analisti come il responsabile dei servizi di sicurezza del partito, è rimasto ucciso martedì notte a Damasco, apparentemente a causa dell’esplosione di un’autobomba. Secondo il quotidiano libanese Al-Akhbar, le indagini in corso da parte delle autorità siriane si starebbero concentrando su alcuni membri di nazionalità araba di non meglio precisati “apparati di sicurezza”.
Durante i funerali di Moghniyeh, che si sono svolti giovedì nella periferia meridionale di Beirut (peraltro quasi contemporaneamente alla manifestazione dell’Alleanza del 14 Marzo nel terzo anniversario dell’assassinio di Rafiq al-Hariri), il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha usato toni molto duri, prospettando di rispondere al “martirio” di Moghniyeh attraverso la “guerra aperta” a Israele. Secondo il quotidiano libanese As-Safir, circa cinquantamila effettivi del Partito di Dio sarebbero stati posti in stato di allerta nella prospettiva di una possibile mobilitazione; e, benché da parte israeliana la cifra venga ritenuta eccessiva ed usata a fini propagandistici, la possibilità di una rapida escalation del confronto di forza tra Hezbollah e Israele non viene esclusa né da parte libanese né da parte israeliana, come dimostra l’immediata attivazione del livello di allerta presso numerosi “obiettivi sensibili”.
Come ha scritto Shmuel Roshner su Haaretz, una definizione dei possibili scenari di risposta non è tuttavia possibile in mancanza di informazioni attendibili riguardo ai responsabili dell’eliminazione di Moghniyeh. In proposito, sono state avanzate diverse ipotesi, tra cui quella del coinvolgimento dei servizi segreti siriani (apparentemente allo scopo di segnalare una possibile disponibilità di Damasco a riprendere le trattative con gli Stati Uniti) o, in alternativa, dei servizi segreti israeliani. In quest’ultimo caso, rimane del tutto aperta la domanda se la morte di Moghniyeh rappresenti un’azione di successo contro un militante considerato a livello internazionale come un pericoloso terrorista, oppure se sia destinata a produrre nuovi rischi in termini di sicurezza e nuovi motivi di conflitto.
Continua l'offensiva turca nel kurdistan iracheno, sfiorato incidente con soldati di Baghdad
I vertici dell'esercito turco valutavano l'opzione da giorni: un'offensiva preventiva contro le basi del Pkk nel nord dell'Iraq, per anticipare gli attacchi dei miliziani curdi, che generalmente si intrensificano con l'avvicinarsi della primavera. “Penso che serva a mantenere alta la pressione sul Pkk prima che i miliziani del gruppo inizino a infiltrarsi in Turchia” ha spiegato all'Associated Press l'analista militare Nihat Ali Ozan, secondo cui quella in corso “Non sarà un'operazione su larga scala”. Ankara conferma che sarà limitata nel tempo e i militari rientreranno in Turchia “al più presto, dopo che gli obiettivi saranno stati raggiunti”. I bombardamenti sul nord dell'Iraq sono iniziati giovedì, contro i villaggi curdi della zona di Sedafan, senza causare vittime. Ma questa mattina sembra essere iniziata la temuta offensiva terrestre.
Sembra. Fonti dell'esercito turco confermano che l'offensiva di terra è partita, appoggiata dall'aviazione, per colpire le basi del Pkk sulle montagne innevate nel nord dell'Iraq. La televisione turca Ntv ha riportato la notizia, specificando che le truppe di terra impegnate nell'operazione sono diecimila. Fonti del Pkk però hanno smentito l'incursione terrestre, confermando solo i bombardamenti. Anche il governo autonomo del Kurdistan nega che l'offensiva sia in corso e, questa mattina, persino il ministro degli Esteri iracheno, Hoshiyar Zebari, sosteneva di non essere al corrente di alcuna operazione terrestre dell'esercito turco in territorio iracheno. “Non abbiamo ricevuto alcun rapporto dalla guardie al confine che riderisca di militari turchi che abbiano attraversato il confine internazionale”. “Un'operazione di terra costituisce un nuovo livello d'attacco”, ha commentato con preoccupazione il vice assistente segretario di stato Usa, Matthew Bryza, secondo cui la nuova operazione militare turca “Non è la migliore delle notizie”. Secondo Bryza, l'intelligence di Washington è impegnata dallo scorso novembre nel rintracciare le basi del Pkk nel Krdistan iracheno, allo scopo di prevenire attacchi contro le forze armate turche.
Incidente sfiorato. I bombardamenti aerei sono iniziati nella serata di ieri, contro alcune aree montane nella provincia di Dahuk, vicino al confine internazionale. Alcune installazioni militari dei ribelli sono state colpite e almeno due ponti sul fiume Zab sono stati distrutti. A quanto rieriscono fonti locali, dopo i bombardamenti le forze armate turche hanno ordinato ad alcuni tank, che si trovavano in una della cinque basi turche presenti sul territorio iracheno, di uscire dal compound e prendere il conrtollo delle strade principali della città di Dahouk. La mossa, al limite della violazione della sovranità nazionale di Bagdhad, ha provocato la reazione delle forze armate del Kurdistan iracheno, le milizie Peshmerga. Il portavoce delle milizie curde dell'esercito iracheno, Jabbar Yawar, conferma che i Peshemerga sono intervenuti per bloccare i tank turchi, circondandoli. Militari iracheni e turchi, formalmente alleati contro il Pkk, si sono fronteggiati faccia a faccia per un ora e mezza, senza sparare un colpo, finché i blindati di Ankara hanno infilato la retromarcia e sono rientrati nella loro base, che si trova pochi chilometri a nord di Dahouk.
Tensioni. Il governo di Baghdad collabora con le forze Turche per sconfiggere i ribelli curdi del Pkk, ma tra questi ultimi e i miliziani Peshmerga i rapporti sono molto stretti, quasi parentali. La stessa azione di caccia alle milizie da parte delle autorità di Baghdad si scontra con le resistenze dell'autonomia curda del nord, che invece di smantellarne le basi le tollera sul suo territorio. La diplomazia però riesce a volte a conciliare posizioni opposte, così il premier iracheno Al Maliki, ieri sera, ha voluto ribadire al suo omologo Erdogan che “il governo iracheno sostiene la sicurezza della Turchia e che il Pkk è una minaccia per entrambi i paesi”. Poi però ha anche invitato il premier turco a “rispettare la sovranità irachena e la sua integrità territoriale, evitando quanto possibile le soluzioni militari e gli scontri con i soldati iracheni”. La tensione tra Baghdad e Ankara mette inevitabilmente nel mezzo gli Stati Uniti, che sono alleati di entrambi i governi e lo scorso ottobre avevano sostenuto l'intenzione delle forze armate turche di attaccare le basi del Pkk in territorio iracheno, anche con una limitata invasione terrestre. Il governo di Baghdad, per un verso non può però ignorare il sostegno che il Pkk riceve dalla popolazione curda del nord, per l'altro non può permettere che quei miliziani compromettano la stabilità regonale aprendo un fronte di istabilità con la Turchia. Secondo fonti turche, il governo di Bagdhad era stato avvisato dell'imminente offensiva via terra, ragion per cui Ankara ritiene che non ci saranno ripercussioni nei rapporti tra i due paesi.
Lavorare all'estero: aumenta la mobilità in Europa
A forza di incoraggiare i giovani studenti a percorrere il mondo bisognava aspettarselo: sono numerosi coloro, che presi dalla sindrome del viaggio, decidono di trasferirsi a lavorare all’estero.
Quali sono le caratteristiche del fenomeno?
Il portale europeo della mobilità sul lavoro fornisce informazioni sui Paesi che offrono possibilità di impiego e mette in contatto con consiglieri specializzati (Sito Internet dell'Eures)
«La mobilità del lavoro in Europa stenta a decollare, ma cresce il numero di giovani che cercano il primo impiego al di fuori dei loro paesi d’origine», dichiara Jimmy Jamar, responsabile per la mobilità lavorativa alla Commissione Europea. Negli ultimi anni giovani lituani, lettoni e polacchi sono partiti in Europa occidentale, a fare la loro prima esperienza professionale. Destinazione: Regno Unito, Irlanda o Svezia. Sono questi i paesi più accoglienti d’Europa nonché i più interessati ai giovani freschi di diploma. Dal 2004, più di un milione di lavoratori di tutte le età sono partiti all'estero. Ma in questo caso non si tratta di brain drain, la fuga di cervelli, dato che lo spostamento è temporaneo. Questi spostamenti non nuociono al paese d’origine anzi: «Se fino a ieri le nazioni dell’Est sono state un po' private della loro manodopera qualificata, dal 2006 si nota un’inversione di tendenza: i giovani ritornano. Con una valigia di esperienze positive e gli strumenti per reintegrarsi nel mercato del lavoro nazionale».
Arricchirsi professionalmente significa arricchire il proprio paese. Non desta dunque stupore che gli stati europei si facciano in quattro per mettere in comune le loro offerte di lavoro e i loro lavoratori. Su sedici milioni di disoccupati all'interno dell'Ue, sono disponibili tre milioni di posti di lavoro. Per incoraggiare la mobilità dei lavoratori la Commissione ha creato un sito internet che fornisce tutte le infomazioni sugli impieghi e sui differenti codici del lavoro nei paesi europei. Si tratta di Eures, il portale europeo per la mobilità del lavoro: un milione e mezzo di offerte e 300.000 curricula online. Uno strumento impressionante, che però non permette ancora di eliminare gli ostacoli legati ad una carriera transnazionale.
Più facile per chi ha fatto l'Erasmus?
Sì, perché l’espatrio come si dice spesso è sempre un rompicapo: «Le persone non si muovono perché non sono molto informate. Le numerose formalità amministrative rappresentano ancora un problema », continua Jimmy Jamar.
Veronica Gonzalez de la Rosa è una spagnola di 23 anni. Lavora come traduttrice in una ditta francese vicino Lione. Ha trovato questo contratto a tempo indeterminato in soli due mesi: « Ho avuto parecchia fortuna. Persino i francesi faticano all’inizio a trovare un lavoro qui in Francia. Ovviamente all’inizio non capivo tutto, ma poi mi sono fatta spiegare come funziona il mercato del lavoro locale. Devo ammettere che ci ho messo un po' di tempo a capire il sistema della previdenza sociale e delle mutuelles (sistemi integrativi di protezione sanitaria, ndr)», ricorda. «Soprattutto perché in Spagna le cose funzionano in maniera completamente diversa: quando si va dal medico, ad esempio, non si pensa a prendere la carta di credito o il libretto degli assegni per pagare» (molti servizi erogati sono gratuiti, ndr).
Senza partner, senza figli, il cammino sembra essere in discesa per i giovani professionisti. In particolar modo per coloro che hanno fatto l’Erasmus. Dopo un anno passato a studiare ad Edimburgo, Susanne Velke, tedesca di 25 anni, è appena stata assunta come consulente junior in una impresa che lavora nel campo energetico: «La cosa principale è dimostrarsi dinamici e in grado di prendere decisioni. Ho sempre voluto vivere e lavorare all’estero. Dopo il master ho spedito una candidatura in seguito a un’offerta di lavoro disponibile sul sito dell’impresa, giusto per vedere cosa succedeva. Mi hanno chiamato per un colloquio e mi hanno offerto il posto!».
I consigli degli esperti: «Bisogna saper ritornare»
Per rendere più agili le assunzioni in Europa la Commissione ha creato il Cv europeoNella hall del Centro Internazionale per l’Impiego, vicino alla Colonna di Giugno, sulla piazza della Bastiglia a Parigi, i consiglieri francesi accolgono tutti coloro desiderosi di trovare un lavoro all’estero: «In genere i datori di lavoro chiedono almeno due anni di esperienza lavorativa, e questo significa quindi che i giovani diplomati non sono i più richiesti», avverte Laure Detalle-Moreau, addetto stampa. Tuttavia precisa: «Alcune imprese straniere, francofone o interessate al mercato francese, possono essere comunque interessate a certi profili. Qui subentrano le candidature spontanee. E la cosa funziona».
Prima di partire è essenziale prepararsi bene: «Un progetto deve essere coerente. Noi mettiamo in guardia i visitatori, spieghiamo che la mobilità è un progetto di vita. E bisogna pensare al ritorno: sapere quanto tempo si vuole restare all'estero, e mantenere legami professionali, se possibile, in vista del ritorno». Sì, perché bisogna saper ritornare. Secondo Jimmy Jamar, dovrebbero essere gli Stati a fornire degli aiuti che vadano in quella direzione. Culturalmente parlando, il salto da un mercato ad un altro è un passo gigante: «Ho fatto un colloquio in Germania», ricorda Suzanne, tedesca. «Dato che vivevo all’estero già da un po' di tempo avevo delle difficoltà col vocabolario tecnico tedesco. È stata dura. Detto questo, preferisco continuare a lavorare all’estero».
«L’esperienza professionale all’estero è diversa da un anno di Erasmus. Qui in Francia ho dei contatti esclusivamente con gente del posto», conclude Veronica Gonzalez de la Rosa. «Questo stato di cose mi ha davvero permesso di integrarmi in una società estera, di “essere francese”, e al tempo stesso di mantenere le mie radici e la mia cultura. Personalmente mi ha arricchito molto».
Ancora lontane, invece, sembrano le opportunità per i giovani lavoratori non qualificati.
Il rischio di creare un'Europa a due velocità è sempre in agguato.
Paese che accoglie, lavoratore che parte
Secondo il responsabile alla mobilità della Commissione Europea, Jimmy Jamar, i giovani degli stati dell’Europa del Sud sarebbero in generale i meno propensi all’idea di partire a lavorare all’estero. La Germania e l’Austria sembrano essere tra i paesi psicologicamente meno preparati ad accogliere dei lavoratori stranieri. In compenso Regno Unito, Irlanda e Svezia vantano le leggi meno restrittive, come ci conferma Laure Detalle-Moreau: «In ogni caso per la gioventù francese, l’Irlanda e il Regno Unito sono le due destinazioni più frequenti. Gli impieghi più comuni sono spesso nel campo della ristorazione e nel settore alberghiero. La mentalità è diversa: assumono e licenziano con estrema facilità. I datori di lavoro fanno crescere gli impiegati e favoriscono il merito e le capacità piuttosto che i titoli di studio».
TAGIKISTAN La popolazione è alla fame, arrivano i primi aiuti Dopo l’appello Onu (250 persone alla fame, 2 milioni presto in difficoltà) la comunità internazionale manda aiuti. Ma i raccolti sono distrutti, l’economia bloccata e la fine del freddo (anche -30 gradi) non basterà a risolvere i problemi.
Dushanbe (AsiaNews/Agenzie) – Arrivano i primi aiuti al Tagikistan, dopo che il 18 febbraio le Nazioni Unite hanno chiesto alla comunità internazionale aiuti per almeno 25,1 milioni di dollari subito. L’eccezionale freddo invernale, la scarsità di energia e gli elevati aumenti del prezzo di alimenti essenziali hanno stremato il Paese ed è alto il rischio di pestilenze. “Almeno 260mila persone – diceva l’appello delle Nu – hanno bisogno di immediati aiuti alimentari”, mentre “il governo prevede che fino a 2 milioni di persone abbiano bisogno di aiuti alimentari prima della fine dell’inverno”. Gran parte della popolazione può fareun solo pasto al giorno. Si tratta di un terzo dei 7 milioni di abitanti.
Nelle settimane scorse ci sono state temperature minime anche di 30 gradi sotto zero. La superficie di molti fiumi è ghiacciata e le decrepite centrali idroelettriche, pure essenziali, lavorano al 40% delle possibilità. L’Uzbekistan ha pure tagliato le forniture di energia e nell’intero Paese mancano elettricità e gas, anche se dopo l’appello Onu il Turkmenistan ha portato la fornitura di elettricità da 3,5 a 6 milioni di kilowatt orari. Nella capitale Dushanbe l’elettricità è erogata solo per 10 ore al giorno, mentre nel resto del Paese lo è per 4 e alcuni distretti ne sono privi. L’energia è riservata ai servizi essenziali, come i generatori degli ospedali: ma molti ospedali sono senza riscaldamento e usano le candele, per ridurre il consumo al minimo. Persino le fabbriche si sono fermate. E’ stato ordinato a ristoranti, caffé e negozi di usare solo candele. L’acqua si è ghiacciata negli acquedotti e non arriva nelle case, così che anche i bagni sono inagibili .
Il ministro per lo Sviluppo economico e il commercio Gulomjon Bobozoda ha ammesso il 18 febbraio che questa carenza cronica d’energia ha un “effetto cumulativo” sull’economia. La Banca centrale stima perdite per 250 milioni di dollari solo a gennaio e febbraio: l’intero budget statale annuale è di circa 610 milioni. Le perdite nel settore minerario, per la penuria di energia, sono stimate già pari a 40 milioni di somonis (circa 11,5 milioni di dollari). Si prevede che la produzione di latte e uova diminuisca di almeno del 50%. L’inflazione ha colpito già nel 2007 i generi alimentari essenziali: il grano, ad esempio, è aumentato del 70%. Ma si prevedono aumenti maggiori nei prossimi mesi per i gravi danni all’agricoltura: distrutti i raccolti di cotone e fiori, ghiacciati i campi di patate, danneggiata ogni coltivazione.
Intanto cresce il malcontento nella popolazione, che vede sorgere nella capitale palazzi nuovi e alberghi a 5 stelle e circolare auto di lusso, mentre – come dice l’esperto Onu Michael Jones - il 64% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e il 41% è privo di acqua potabile. Molte famiglie “tirano avanti” grazie alle rimesse degli emigranti. La primavera è attesa con speranza, ma anche con timore, perché lo scioglimento di neve e ghiaccio causa ogni anno inondazioni. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11600&size=A
MAROCCO: Insieme ai prezzi, cresce la rabbia Abderrahim El Ouali
Ovunque è scoppiata la rabbia. A settembre dello scorso anno, nella città di Sefrou a est di Casablanca, le proteste di folti gruppi di residenti contro l'aumento dei prezzi hanno provocato scontri sanguinosi con la polizia. Sono stati incendiati diversi edifici governativi, e danneggiate le attrezzature locali.
Da allora i prezzi hanno continuato a salire, e la situazione a peggiorare.
Non è rimasto più niente di accessibile economicamente per i più poveri e per le famiglie a basso reddito, ha detto all'IPS il fotografo freelance Abdellah Bourahi. "È diventato tutto caro".
"Lo stato vuole recuperare ciò che ha perso dalle entrate doganali, imponendo tasse più alte sui beni di consumo primari", ha commentato all'IPS Abdessalam Adib, economista e membro della Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH). "Questo porta dritto verso un aumento dei prezzi".
Gli accordi di libero scambio con Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Usa) hanno senz'altro contribuito all'aumento dei prezzi. Il Marocco ha accordi di libero scambio con l'Ue, e un accordo analogo ratificato con gli Usa nel 2006. Una ulteriore liberalizzazione è prevista per il 2010.
Entrambi gli accordi obbligano lo stato del Marocco a deregolamentare i prezzi, "il che significa aumentarli allo stesso livello dei prezzi internazionali, nonostante le circostanze interne non prevedano tali misure", ha detto Adib.
"Non dovrebbero dimenticare che il salario minimo mensile dei lavoratori è di soli 1800 dirham (circa 163 euro), e che la grande maggioranza dei cittadini vive al di sotto della soglia di povertà", ha segnalato all'IPS il giornalista marocchino Loubna Goual.
Secondo i dati ufficiali, più di sei milioni di marocchini - su 32 milioni di abitanti - vivono sotto la soglia della povertà.
I prezzi dei beni di prima necessità hanno continuato ad aumentare dal 2005. Lo zucchero è salito a 6,5 dirham (0,59 euro) al chilo, dai 5 dirham del 2005. Il manzo è passato a 65 dirham al chilo (5,90 euro), dai 50 dirham (circa 4,50 euro) precedenti.
Alcuni gruppi, chiamati 'coordinamenti', stanno organizzando proteste in diverse parti del paese.
"Chi protesta è la popolazione che soffre per l'alto costo della vita", segnala Abid. "I coordinamenti si limitano a sovrintendere alle diverse forme della protesta".
Il nuovo governo, formatosi dopo le elezioni del 7 settembre, che ha suscitato una debole partecipazione da parte di un popolo disilluso, non ha proposto nessuna soluzione significativa. Al governo viene data scarsa legittimità, poiché la maggioranza della popolazione ha boicottato le ultime elezioni, dove ha votato solo il 27 per cento dell'elettorato.
I partiti politici non sono riusciti a prendere in mano la situazione. Solo le Ong hanno alzato la voce contro l'aumento dei prezzi. "Ma l'impegno per i diritti non può sostituire l'azione politica, e viceversa", secondo Abid.
"La scena politica in Marocco è ormai piena di partiti politici la cui preoccupazione principale è servire lo stato", ha proseguito. "La politica economica e sociale che è stata seguita per decenni nel nostro paese adesso serve solo gli interessi dell'imperialismo e le fasce più alte, e sta impoverendo enormemente le classi medie e basse".
La stessa economia potrebbe risentirne, poiché "aumentare i prezzi senza che a questo segua nessuna misura preventiva porta all'inflazione, e ciò significa che la moneta perde il suo valore", ha sostenuto Abid.
CASABLANCA, (IPS) - I primi passi del Marocco verso l'adozione di un'economia di libero scambio hanno portato ad un brusco aumento dei prezzi dei beni di prima necessità nel paese, causando privazioni e minacciando la stabilità sociale.
Sei anni ostaggio, sei anni nella foresta in mano alle Farc. Ingrid Betancourt compie oggi questo infausto anniversario lontana dalla sua famiglia e con poche speranze riguardo il proprio futuro. Attorno a lei e alla sua figura, si è montato uno spettacolo della miseria umana dove le parti coinvolte, le Farc ed il governo di Álvaro Uribe, fanno a gara per dimostrare a chi fa peggio. Entrambe sono impegnate a speculare e a cercare di trarre qualche vantaggio chi pratico (le Farc, che chiedono la liberazione di 500 prigionieri in cambio della Betancourt e delle altre decine di sequestrati in loro mano) chi di immagine (il governo, che promuove marce assolutamente faziose come quella del 4 febbraio scorso).
Quello della Betancourt sembra doversi trasformare in un sequestro infinito. In questi giorni c’è di nuovo un grande fermento di politici e mediatori e questo fa almeno sperare, a confronto degli anni passati, trascorsi nella maggior parte in assoluto silenzio. Ma l’essenza non cambia. Sono sei anni trascorsi nel limbo, in una morte in vita provocata a un agente di pace da chi trova interessi e vantaggi solo dalla guerra.
Una cronologia del sequestro: http://www.univision.com/contentroot/wirefeeds/noticias/7413401.html Agnoletto e il viaggio dei rappresentanti dell’UE in Colombia, con il commento sulla manifestazione del 4 febbraio: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10063 Sito di sostegno a Ingrid in Italia: http://www.betancourt.info/indexIt.htm
Russia rifiuta visto d'ingresso a difensore diritti umani
di Gabriella Mira Marq
La Russia garantisca i visti di viaggio ai difensori dei diritti umani. E' questa la richiesta giunta dal relatore per gli attivisti dei diritti umani della commissione giuridica e per i diritti dell'uomo dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, di cui la Russia fa parte.
Le autorita' russe hanno infatti deciso di rifiutare il rilascio di un visto d'ingresso a Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, che voleva visitare Mosca a presentare una relazione sulle restrizioni legali riguardanti la societa' civile in Russia.
"Sono sconvolto da questa decisione", ha detto Holger Haibach "I difensori dei diritti umani svolgono un ruolo fondamentale nella nostra societa', e sono partner importanti per noi qui in Assemblea. Essi dovrebbero essere liberi di svolgere il loro lavoro". Il relatore del Consiglio d'Europa ha chiesto alle autorita' russe di riconsiderare la loro decisione.
Egli ha aggiunto che Roth e' molto rispettato dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, davanti alla quale e' intervenuto lo scorso anno e che la sua organizzazione e' stata recentemente encomiata dal Presidente dell'Assemblea per il suo ruolo nelle indagini sulle detenzioni segrete della CIA. "Vorrei chiedere alle autorita' russe di lasciarlo entrare e fare il suo legittimo lavoro - anche nell'interesse dei Russi che sono vittime di violazioni dei diritti umani", ha concluso Haibach.
La commissione giuridica e per i diritti umani del Consiglio d'Europa sta attualmente preparando una relazione sulla situazione degli attivisti dei diritti umani in Europa, e il Consiglio del Comitato dei Ministri ha recentemente adottato una dichiarazione sul miglioramento della loro protezione.
La decisione russa di rifiutare il visto al rappresentante dell'organizzazione americana di difesa dei diritti umani va pero' vista nel quadro delle misure prese dal Cremlino in vista delle elezioni presidenziali. Limiti severi sono stati imposti anche agli osservatori istituzionali stranieri, tanto che l'OSCE - di cui pure la Russia fa parte - ha annullato la sua missione di osservazione elettorale.
Veltroni: Emma ci fa crescere
di Fabio Martini, La Stampa -Alle sette della sera in piazza Cavour, uno slargone a pentagono affollato da quattromila persone, Walter Veltroni ha appena esaurito la sua performance oratoria e, a quel punto - secondo la consueta scaletta voluta dal leader - una banda inizia a suonare a tutto volume l’Inno di Mameli.
Veltroni in cima al palco si avvia a sussurrare: «Fra-tel-li d’Ita-lia...». Ed è a questo punto che scatta la sorpresa: dalla piazza almeno un migliaio di persone, soprattutto donne, cantano a tutta gola l’inno nazionale. Nei comizi precedenti la novità era stata accompagnata con una certa pruderie da parte della gente di Pescara, Teramo, L’Aquila, Campobasso, Isernia, Barletta. Tante bocche che si muovevano ma senza cantare. Ora davanti a quella piazza che asseconda, lassù sul palco anche Veltroni alza il volume della sua voce, è visibilmente soddisfatto, sente di avere fatto "centro" anche con questa nota patriottica, con questo "scippo" dell’Inno alla destra.
Da due settimane - come racconta chi ci vive accanto - Walter Veltroni è gasatissimo, è convinto di averle azzeccate tutte e alla fin fine è stato proprio questo stato di grazia del leader a "piegare" i notabili del partito attorno ad una scelta che molti non condividono: quella di inserire i radicali nelle liste del Partito democratico. In queste ore pochissimi escono allo scoperto ma sotto traccia i malumori sono stati seri e trasversali, in via privata dubbi hanno espresso personaggi tra loro diversi come Piero Fassino e Francesco Rutelli, mentre dall’area degli ex popolari sono arrivati alle orecchie del leader anche dei rotondi no. Ma è stato Walter Veltroni che ha fortemente voluto l’accordo. E’ stato Walter Veltroni che due giorni fa ha dato il via libera all’offerta poi avanzata ai radicali, un "pacchetto" politico ed economico al quale era difficile dire di no. Un’offerta allettante perché Veltroni era convinto che fosse giusto farlo l’accordo.
Per tre motivi: «Perché Emma Bonino è una donna apprezzata non soltanto per le battaglie laiche, ma perché è stata un ottimo ministro come sanno tutti gli imprenditori italiani»; «perché dobbiamo essere un partito inclusivo e che non cerca esclusioni pretestuose». Ma alla fin fine - questo Veltroni lo ha spiegato soltanto ai suoi - il motivo più profondo della scelta è che «sul tema della laicità, il Pd deve avere un suo profilo e una sua coerenza», non deve scoprire il fianco (e dunque perdere voti) su questo versante, ma senza cavalcare tigri laiciste, perché nella concezione veltroniana il nuovo partito deve saper accogliere al suo interno sia Emma Bonino che Paola Binetti, proprio come fanno i grandi partiti anglosassoni, capaci di "contenere" confessioni, etnie e pulsioni spesso contrastanti. E a chi gli ha obiettato con forza - i radicali ci faranno perdere voti - Veltroni ha risposto anzitutto con un sondaggio che dimostra il contrario: con la Bonino in lista il Pd ha un valore aggiunto dell’1 per cento, mentre nel caso di un apparentamento o di una corsa solitaria del Pr, per il partito democratico il saldo non sarebbe mai positivo. Anche se alla fin fine il ragionamento - più subliminale che esplicito - da parte di Veltroni, è stato una sorta di "fidatevi di me". Dice il ministro della Pubblica Istruzione Beppe Fioroni, uno dei capofila della corrente cattolica nel Pd: «Il rapporto di forza e di presenza tra i cattolici e i radicali in lista è di uno a dieci, come dimostrerà il convegno che abbiamo organizzato per mercoledì prossimo e che vedrà la presenza di autorevoli personalità del mondo cattolico».
E a vedere le reazioni della folla, Veltroni si deve esser convinto di aver fatto la cosa giusta anche nella esclusione dalle liste di Ciriaco De Mita. Sia a Barletta che a Foggia, i boati più fragorosi sono quelli che hanno "commentato" le parole del leader su questo caso: «Mi preoccupa e fa tristezza - ha detto Veltroni - il gesto di chi sta in un partito soltanto se è candidato», provando a restare ancora in Parlamento «ad occupare una poltrona che si è occupata per troppo tempo!».
- Le regole devono valere per tutti. Dunque, il Pd ha fatto bene a non ricandidare Ciariaco De Mita, il quale ha sbagliato a dire addio al Pd perche' non si lascia un partito solo perche' non si viene ricandidati.
E' questo l'esito di un sondaggio commissionato dal Partito democratico a Swg e realizzato telefonicamente ed on line su un campione di 600 soggetti maggiorenni.
L'83 per cento degli intervistati (senza distinzione tra elettorato di centrodestra o centrosinistra) da' un "giudizio positivo" sulla scelta del Pd di non ricandidare chi ha gia' fatto tre legislature. Il 10 per cento attribuisce alla regola, invece, un "giudizio negativo", mentre il 7 per cento "non sa".
La percentuale dei giudizi positivi sale notevolmente tra l'elettorato di centrosinistra che ha risposto al sondaggio, pari al 94 per cento, mentre sono il 77 per cento gli elettori di centrodestra intervistati che giudicano positivamente questa scelta.
Per il 76 per cento degli intervistati questa regola dovrebbe essere adotatta da tutte le forze politiche: percentuale che sale all'98 per cento tra gli elettori del centrosinistra, mentre scende al 62 per cento tra gli intervistati elettori del centrodestra.
Il sondaggio, poi, si e' concentrato su un singolo caso, che ha suscitato alcune polemiche: la decisione assunta ieri da De Mita di lasciare il partito perche' non ricandidato. Ebbene, l'84 per cento degli intervistati e' d'accordo con la decisione di non ricandidare l'ex presidente del Consiglio, mentre il 9 per cento e' in disaccordo e il 7 per cento non sa.
Andando a vedere il dato relativo agli elettori del centrosinistra, quelli d'accordo arrivano al 93 per cento, mentre nel centrodestra la percentuale e' del 78. Ma il dato piu' significativo e' quello che emerge alla domanda se il Pd "ha fatto bene ad escludere De Mita perche' le regole devono valere per tutti": il dato medio (senza distinzione di elettorato) e' del 59 per cento a favore, cioe' il Pd ha fatto bene; per il 25 per cento "ha fatto bene perche' De Mita e' da troppi anni in politica"; solo per l'8 per cento degli intervistati "ha fatto male perche' il Pd perdera' consensi"; ancora piu' bassa la percentuale, il 4, di quelli che ritengono che il Pd abbia "fatto male ad escludere De Mita perche' cosi' si e' privato di un politico intelligente".
Infine, per il 76 per cento degli intervistati De Mita "ha fatto male" a dire addio al Pd "perche' non si lascia un partito solo perche' non si viene ricandidati", mentre il 17 per cento ritiene che De Mita abbia fatto bene perche' e' stato umiliato. (AGI)
Ho conosciuto una vera Dem
Scritto da Nando dalla Chiesa
(Europa, ) - Signore & Signori, l'aria è cambiata. Si presteranno pure a cento suggestioni le candidature vere o sussurrate dei rampolli di premiate dinastie imprenditoriali. Saranno soprattutto mediatiche le candidature di giovani ricercatori di vaglia. Però la brezza c'è sul serio. Però si avverte davvero un vento nuovo spirare dalla società dei meriti e dei talenti, dei giovani e delle donne. Lo si fiuta se solo si ha un minimo di allenamento alle profondità e alle superfici del paese. Lo scorso sabato mattina all'assemblea del Partito democratico lo si coglieva nelle facce e nelle biografie delle persone che si incontravano, dentro un luogo della politica che finalmente non sembra più una caserma o un convento ma (e sembra incredibile doverlo registrare come un fatto nuovo...) rappresenta e mescola i generi maschile e femminile proprio come accade nella società. E, a distanza di giorni, di una biografia in particolare vorrei parlare, di una biografia non mediatica. Incontrata per caso. Giusto perché si possa tutti capire meglio le opportunità che nascono dalla nuova impresa politica.
Ero dunque sistemato su un gradone di una tribuna laterale quando poco prima dell'inizio si è seduta accanto a me una giovane signora. Che non avevo mai visto. E con cui abbiamo iniziato a scambiare qualche commento dopo le prime battute di Prodi. Di cui lei si è dichiarata un'estimatrice. Ma dal quale, ha confessato, avrebbe voluto ascoltare una frase. Un ringraziamento per chi è stato colpito dagli aumenti Irpef sulle fasce alte e nulla ha detto per il semplice fatto che condivideva il programma di giustizia sociale del governo. Per chi ha taciuto per lealtà verso i valori votati due anni fa. Vengono ringraziati in tanti, mi ha detto. Ma le fasce alte del lavoro dipendente hanno avuto davvero le tasse più salate. Io ho pagato centoventotto euro in più al mese, tutto l'aumento che ho avuto con la promozione in azienda. Ma ho creduto che fosse giusto così, e ho taciuto, come abbiamo taciuto in tanti, mentre invece protestavano quelli che poi le tasse non le pagano. Ecco, sarebbe stato bello sentirsi dire "grazie a chi ha sostenuto questo governo anche se economicamente ci ha perso un po'". Sa, avere una gratificazione morale se si rinuncia ai propri interessi...
Non era la prima volta che sentivo fare questo ragionamento. Però era la prima volta che lo sentivo fare con quell'accoramento, con quella passione civica. Le ho chiesto dunque che lavoro facesse, anche perché nel frattempo la signora aveva iniziato a sottolineare con una certa competenza i passaggi del discorso di Veltroni sugli scenari economici internazionali. Mi ha risposto offrendomi, una notizia via l'altra, un ritratto fedele dell' Italia che il Partito democratico vorrebbe chiamare all'assunzione di responsabilità politiche. Laureata in economia a Lecce, poi a Milano e in Inghilterra per master e corsi di specializzazione. Un passaggio professionale a Ivrea dall'ultima Olivetti e quindi l'approdo a una multinazionale leader nel settore della consulenza aziendale in campo informatico. Una visibilissima cultura da alta consulenza e formazione ("ecco, qui Veltroni avrebbe dovuto anticipare i dodici punti, come si fa nei master"). Abituata a viaggiare per lavoro in tutto il mondo, come anche il marito. Due figlie, di tre e due anni. Ma come fate a tenerle?, mi è venuto di chiedere, memore di lontane ansie familiari. Ha forse i nonni a casa? No, mi ha risposto. Ho una ragazza straniera che sta da noi. E che le accudisce benissimo. Anzi, con lei ho fatto un accordo: che le do una percentuale dei miei incrementi di stipendio, perché se posso fare carriera in fondo lo devo a lei. Ecco: questa, invece, non l'avevo mai sentita. E mi sono meravigliato, anzi sono rimasto ammirato per questa onestà nel riconoscere i meriti delle persone che ci stanno vicine. Ho pensato che sarebbe bello se il Partito democratico fosse capace di costruire una società dove tra i datori di lavoro e i lavoratori circolasse questa atmosfera di generosità, altro che il lavoro in nero.
Senonché il discorso di Veltroni, a quel punto, ha subito spinto a parlare ad ampio raggio dei meriti. Del pubblico impiego, della faticosa esperienza che il sottoscritto ha fatto dei ministeri stando al governo, dell'assenteismo, delle ragioni di Ichino (se non l'ho nominato l'ho comunque sempre tenuto sulla punta della lingua). Mentre la mia vicina mi ha parlato della sua esperienza in azienda, dove sono quasi tutti dirigenti, e dove chi non raggiunge gli obiettivi dell'anno viene quasi automaticamente licenziato. Con qualche fondamento, ha detto lei, visto il livello degli stipendi. E, nel dirlo, mi ha fatto notare come sia paradossale che proprio l'Italia, il paese occidentale che in economia e nella società più rifiuta -in nome del solidarismo- di riconoscere il valore dell'individuo, sia anche quello in cui si è meno capaci di lavorare in gruppo, in cui il lavoro è più individualista. Per gelosie e per chiusure mentali. Mentre i paesi che esaltano l'individuo, gli Stati Uniti soprattutto, sono quelli in cui c'è la maggiore propensione a lavorare in gruppo, team o equipe che sia, dentro l'azienda e fuori.
Ecco, ho pensato, ecco le riflessioni che ci servirebbero per mandare all'aria le nostre muffe organizzative, i nostri mostri burocratici, la nostra primitiva adorazione del "potere di firma". Mi sono così detto che la giovane signora (con la quale abbiamo rigorosamente continuato a darci del lei fino alla fine) rappresentava per la sua storia, per la sua freschezza di idee, la classe dirigente di cui questo paese ha bisogno in politica. E, mentre me lo dicevo, pensavo pure che una volta un colloquio così con il mio vicino in una riunione di partito non mi sarebbe capitato neanche a pagarlo, che c'è voluto il Partito democratico per renderlo possibile. Per fare entrare in queste riunioni gente colta, interessata alla politica, generosa, autentica società civile. Non si trattava infatti, come si sarà potuto capire, di una militante o simpatizzante stretta di partito. Notavo che aveva il senso della politica (mi ha raccontato alla fine di avere avuto il fratello di una nonna deputato democristiano e un padre candidato del Pci), ma anche che era laicamente sobria negli applausi e attenta piuttosto alla qualità dei contenuti. Poi, arrivata l'ora di pranzo, la signora se ne è andata. Doveva vedere le figlie e poi partire per Liverpool. Ma prima, con una punta di timidezza mi ha chiesto una cosa. Se potevo proporre una sua candidatura; e, a sostegno, mi ha consegnato un curriculum, già pronto e che evidentemente sperava di potere affidare a qualche esponente del partito nella mattinata.
Bene. Mi sono domandato quale spinta possa portare una donna in carriera e piena di soddisfazioni professionali e affettive a dare la sua disponibilità a candidarsi per un partito che i sondaggi danno perdente. Di più, e forse soprattutto. Mi sono chiesto che cosa le abbia potuto fare pensare che questo partito sia, a sua volta, così aperto da potere giungere alla sua assemblea nazionale e lì consegnare un curriculum con la fondata speranza che venga preso in considerazione per essere candidata al parlamento. Anche senza potere contare su appartenenze e protezioni politiche o su un cognome altisonante. Domanda: ma non è grandioso? Datemi retta: qui sta cambiando qualcosa. La brezza c'è. E può trasformarsi in vento. http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&task=view&id=795&Itemid=123
Una risposta all´antipolitica
Curzio Maltese
la Repubblica
La paura dev´essere molta se la politica di colpo riscopre la questione morale. A Palazzo non se ne parlava tanto dai tempi di Berlinguer e poi di Mani Pulite. Derisa per quindici anni dalla casta politico-giornalistica nella categoria «giustizialismo», ma non dimenticata dai cittadini, come testimoniano il successo del libro di Rizzo-Stella e delle iniziative di Beppe Grillo.
Il Partito democratico ha accolto per primo e migliorato le proposte dei "grillini". Veltroni ha deciso di escludere dalle liste elettorali non soltanto i condannati in via definitiva, ma anche (un "ma anche" coraggioso, questo) gli inquisiti e i condannati in primo grado. Saranno esclusi, con le deroghe del caso, pure i parlamentari con tre legislature alle spalle. Fra le vittime, più o meno consenzienti, della regola ci sono nomi illustri, da Romano Prodi a Giuliano Amato, e poi Violante, Visco, De Mita. Tre legislature, vista la durata media, è più sensato di due. Ma soprattutto è un sollievo democratico che a non candidare pregiudicati e inquisiti siano i partiti stessi, come avviene nelle democrazie mature, e non leggi più populiste che popolari, peraltro di dubbia costituzionalità.
È un modo per dare una risposta seria all´antipolitica. Che in realtà è voglia di una buona politica. Esiste poi un modo molto meno serio ed è quello del centrodestra. Stretto ancora una volta nell´angolo da un´inziativa dell´avversario, Berlusconi ha deciso di vestire i panni del moralizzatore con l´affanno con cui si ripesca nella naftalina del guardaroba un abito di cerimonia di vent´anni e venti chili prima e si prova a indossarlo trattenendo il fiato. Berlusconi, che per sua fortuna dispone di molti maggiordomi, ha delegato la fatica all´ottimo Bondi. Il portavoce ha annunciato che anche il Pdl non candiderà condannati o inquisiti con procedimento in corso. Subito si è sparso il panico nelle fila berlusconiane. Il portavoce ha allora precisato che non si terrà conto dei processi di natura politica. Nella visione del berlusconismo, tutti. L´intero codice penale. Un caso esemplare di procedimenti di «natura politica» sono, ovviamente, i tre che riguardano il capo. Nell´ordine: corruzione giudiziaria (caso Mills), appropriazione indebita e frode fiscale (diritti televisivi) e corruzione (caso Saccà). Un altro caso di processi politici, giunti addirittura a condanna per le trame delle toghe rosse, riguardano le tre condanne di Marcello Dell´Utri. Una in primo grado a nove anni per mafia, una in appello per estorsione e la terza in Cassazione per frode fiscale. Si badi che Dell´Utri, attraverso il ventriloquo Miccichè, è colui che ha sollevato la questione morale nei confronti di Totò Cuffaro.
Il caso Cuffaro introduce il delicato problema della questione morale fra i centristi. Sulla quale stranamente il cardinale Ruini, stratega riconosciuto del fronte politico cattolico, non si è ancora pronunciato. La percentuale di condannati e inquisiti fra i centristi, pure così attenti ai temi etici, è assai elevata. In particolare all´ex ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, inquisito, si pone un problema ulteriore. Se escludere dalle liste non tanto gli inquisiti quanto i detenuti attualmente agli arresti. Nell´Udeur, a conti fatti, si tratta di quasi la metà del gruppo dirigente.
Nel Parlamento uscente i condannati in via definitiva erano venticinque, diciassette nell´attuale alleanza Pdl-Lega, quattro centristi e quattro nel Pd. Oltre a Cesare Previti, decaduto. Con i condannati in primo e secondo grado e gli inquisiti si arrivava a ottantacinque nomi. Quasi il nove per cento dei parlamentari, un indice di criminalità equivalente o superiore al quartiere di Scampia. Vero è che non tutti i reati sono uguali né tantomeno i percorsi umani. Il percorso di Sergio D´Elia, ex terrorista che ha scontato lunghi anni in carcere, è per esempio fra i più rispettabili. Questo non toglie che il suo reato sia il più orrendo, concorso in omicidio. D´Elia è uno dei candidati dei radicali proposti nelle liste del Pd. Nello statuto dei democratici nulla vieta che una persona, scontata la pena, possa essere candidato. Nulla, se non una legge morale profonda e superiore agli statuti di partito. Nessuno tocchi Caino ma nessuno lo candidi a rappresentare il popolo. Non qui, non oggi, non davanti alle famiglie delle sue vittime.
Com’è finita la storia dello “scandalo” Telekom Serbia? Provate a porre questa domanda al bar, all’università o sul lavoro nella pausa caffè. La gran parte degli interlocutori dirà di non ricordare. Alcuni invece diranno che è una vergogna della sinistra ladra e impunita. Pochi altri ricorderano giusto: cioé che si è trattato di un’operazione (riuscita, nonostante tutto) di calunnia politica e depistaggio mediatico ai danni dei principali dirigenti del centrosinistra durante il secondo governo Berlusconi. A quell’operazione - che ha sfruttato le zone d’ombra di una transazione commerciale fra Telecom Italia e governo serbo, degne sì di una seria inchiesta giudiziaria - hanno concorso un’apposita commissione parlamentare e la grancassa dei media berlusconiani, il Giornale di Belpietro in prima fila, con annessa Raiset, che ripeteva il segnale. La commissione parlamentare accreditava come testimoni personaggi da farsa e avanzi di galera, la grancassa dei media amplificava le calunnie e le trasformava, ripetendole, in senso comune. Risultato? L’opposizione è stata costretta per mesi a difendersi, proprio nel momento in cui il capobanda - guai a “demonizzarlo”, sia ben chiaro! - celebrava per legge l’impunità sua e degli amici. Nel corso degli anni le inchieste della magistratura hanno accertato l’infondatezza delle accuse del “supertestimone” Igor Marini e degli altri gentiluomini. Ma la giustizia ha tempi diversi dallo squadrismo mediatico-politico: non molti, abbassatosi il polverone, hanno saputo che era tutta una bufala. E - tranne le fungibilissime pedine, il cui silenzio non è difficile da comprare - nessuno ha pagato, né sul piano politico né sul piano professionale, per quell’operazione. Anzi, il buon Belpietro - che non s’è mai scusato con i propri lettori, e questo fa capire quanto li stimi - è stato recentemente promosso alla direzione di Panorama, mentre i parlamentari più attivi in quella commissione sono tutti autorevoli esponenti del partito-azienda. Insomma: dove la memoria dura un giorno, nessuna bassezza è imperdonabile e più fai ribrezzo più hai successo. Teniamo a mente questi metodi: manca poco al ritorno della Banda.
Ho intervistato sul tema Sandro Orlando, autore per l’editrice Chiarelettere del saggio “La Repubblica del ricatto”. La trovate QUI.
Da quando è iniziata la campagna elettorale, e Uòlter ha detto: Corriamo da soli!, ho una strana sensazione.
Mi sembra di aver mangiato fino a pochi giorni fa in un ristorante di bassa qualità, ma a cui mi ero abituata. Brontolavo per la sciatteria del servizio, per i cibi poco curati, per il prezzo troppo alto, e ogni volta giuravo che era l'ultima volta che ci tornavo. Poi qualcuno mi ha detto che la gestione era cambiata; a me non pareva che fosse tanto diverso, giusto una mano di bianco alle pareti, ma per il resto... tutto come al solito. Ma quel qualcuno ha tanto insistito, che sono entrata.
Adesso è come se fossi qui, col piatto davanti. L'antipasto non era male, e il servizio sembra più accurato. Ma ad ogni sorso di vino mi chiedo se avrà lo stesso sapore acido del passato; e sono felicemente sorpresa quando invece lo trovo gradevole. Ma ancora assaggio ogni boccone con sospetto, aspettandomi di trovarlo immangiabile; ancora non mi sono rilassata sulla sedia, decisa a fidarmi dello chef.
E allora, non è quello che succede a tutti quelli che non si fanno prendere dai facili entusiasmi? Non stiamo tutti a pesare e soppesare ogni mossa, temendo l'inciampo, la delusione, un piede messo in fallo, una dichiarazione avventata, una reazione sopra le righe? E' troppo fresco il ricordo delle passerelle di leaderini in tv a beccarsi come i capponi di Renzo , dei ministri ai cortei contro il governo, degli uomini buoni per tutte le stagioni, dei personaggi imposti ad un elettorato con la molletta al naso, per poter starcene tranquilli. Basta un'esternazione di Di Pietro, per precipitare anche voi nel panico, confessate!
Adesso c'è la questione delle liste. Assieme al programma, che ho trovato una pietanza più gradevole del previsto (treforchette, per intenderci), i candidati saranno l'altro piatto forte del menu.
Lo chef ci ha già ammannito un paio di bocconi che ho trovato molto appetibili: persone giovani, finalmente, che non possono essere accusati degli errori del passato. "Figli di", ci dicono, storcendo il naso, ma trovo più digeribili i figli dei padri, a prescindere.
Qualche altro boccone ci è stato risparmiato, per fair play o per dispetto. Non ci saranno alcuni grandi vecchi, da Prodi a De Mita (mutatis mutandis). Non ci sarà Visco, e la campagna elettorale sarà più facile, non ci sarà Amato. Non ci sarà Violante.
Aspetto con trepidazione di vedere cosa uscirà dalla cucina. Ma, soprattutto, cosa "non" ne uscirà. Se non ne usciranno bocconi decisamente impresentabili, che già puzzano di rancido (o è l'odore del pattume che gli si è attaccato addosso?, e non è difficile indovinare a chi penso), o quella schiera di personaggi dalla faccia più che tosta, che porta su di sé un fallimento lungo quasi 20 anni; quelli che hanno attraversato tutte le stagioni, dicendo tutto e il contrario di tutto, e ancora pensano che gli crediamo. So che qualche boccone, mi piaccia o no, dovrò ingoiarlo: ci saranno i massimidalema, le rosybindi, i fassiniefassine... dovrò berci su abbondanti sorsate di acqua fresca, ma pazienza. Speriamo almeno che i contorni siano freschi.
Insomma, me ne sto qui ad aspettare, facendo palline col pane, e girando insistentemente la testa verso la cucina. Borbotto fra me e me che finora il nuovo chef non ha cucinato male, speriamo che i sottocuochi non gli rovinino le prossime pietanze. http://selvaticoblog.go.ilcannocchiale.it/
Un’immagine della campagna elettorale del PSOE spagnolo a Buenos Aires per le elezioni del 9 marzo ci dà una notizia e ci ricorda un problema. I 260.000 gallegos (così vengono chiamati tutti gli spagnoli d’Argentina, anche se vengono dall’Andalucia o dal Levante) sono molto coccolati tanto da José Luís Rodríguez Zapatero come da Mariano Rajoy (il candidato del PP) e potrebbero essere decisivi su chi governerà la “madre patria” per i prossimi quattro anni.
Decisivi? Vi ricorda qualcosa?
A due anni dalla vittoria elettorale consegnata al centro sinistra proprio dai voti dei 200.000 tanos (così vengono chiamati gli italiani d’Argentina) e di tutti i nostri connazionali all’estero, l’argomento non è oggetto di campagna. Dimenticati.
La pubblicistica italiana ha sempre irriso alle loro storie, e la sinistra ha storicamente sempre cercato di impedire loro di esercitare il diritto di voto. Battaglia perduta e gli italiani hanno votato e torneranno a votare. Ne scrissi sul Manifesto all’indomani della vittoria elettorale e da allora sembra non essere cambiato niente.
Si è preferito irridere al senatore Pallaro presumendo che fosse peggiore di Dini, Mastella o Turigliatto.
Non lo era. Ma anche se lo fosse stato, la sostanza non sarebbe cambiata. Los tanos, e con loro gli italiani d’Australia, Svizzera, Germania e di tutto il mondo, il 13 aprile torneranno a votare ed eleggeranno parlamentari esercitando il loro diritto democratico in quanto cittadini italiani. Che piaccia o no alla sinistra italiana (che chissà perché aveva il pregiudizio scandaloso che fossero tutti nostalgici fascisti), nel 2006 hanno votato per l’Unione in grande maggioranza. Cosa è stato fatto per loro in questi due anni e cosa verrà fatto in questa campagna elettorale perché confermino il loro voto? E se il 13 aprile voltassero le spalle alle sinistre potremmo biasimarli?http://www.gennarocarotenuto.it/1920-zapatero-punta-sullargentina-e-tu-walter-veltroni#more-1920
Pattuglia macedone al confine tra Macedonia e Kosovo
Prima o poi il riconoscimento arriverà, ma non subito. La Macedonia guarda all'indipendenza del Kosovo in modo ambivalente: festeggia solo la comunità albanese. La corrispondenza da Skopje
Nei giorni seguenti alla dichiarazione d'indipendenza del Kosovo la Macedonia resta calma. Ma per quanto tempo? Il 17 febbraio è stato salutato in modo diverso dalle due principali comunità del paese. Mentre i macedoni si sono contenuti, gli albanesi hanno gioito. Le più grandi celebrazioni sono state organizzate nella nuova piazza “Skenderberg” di Skopje (la vecchia area del bazar) e nel centro di Tetovo. Discorsi, danze, e inevitabili spari in aria, ma niente fuori dall'ordinario. Alcune macchine sono state colpite dai proiettili (probabilmente da quelli sparati in aria), ma in ogni caso ci sono stati meno danni rispetto ad una partita di calcio o a capodanno.
Le notizie sul Kosovo occupano le pagine dei giornali, ma il governo mantiene il silenzio stampa. “Il governo sta osservando attentamente la situazione e agirà nell'interesse della nazione”, le uniche concessioni dei portavoce.
Ma quand'è che la Macedonia riconoscerà il Kosovo? Perché di questo si tratta: anche se il governo (probabilmente a ragione) non mette le carte in tavola, la domanda “la Macedonia riconoscerà il Kosovo?” ha perso di valore. E' indubbio che la Macedonia dovrà fare come gli altri e ad un certo punto riconoscere il nuovo vicino. Il governo ha sempre dichiarato che avrebbe seguito la comunità internazionale. Gli USA e i principali stati europei hanno già riconosciuto la provincia divenuta indipendente.
Ad ogni modo si teme la possibile reazione della Serbia. Anche nel caso quest'ultima non intervenga con sanzioni dirette – e per ora difficile individuarne la possibile gamma - la Macedonia potrebbe esserne colpita in molti modi. Gli imprenditori sono tra i più preoccupati, temendo che la Serbia possa applicare sanzioni indirette contro le relazioni commerciali con la Macedonia nel caso in cui il Kosovo venga riconosciuto. Basterebbe iniziare a fermare i camion al confine, con qualsiasi pretesto, e potrebbe essere soltanto l'inizio.
Per ora il governo, come fa notare instancabilmente, si limita ad “osservare attentamente”. Il ministro della Difesa Lazar Elenovski ha dichiarato l'altro giorno che la “posizione della Macedonia sulla questione è chiara ed è disposta a riconoscere l'indipendenza”. Il portavoce del governo, Ivica Bocevski, si è affrettato a dichiarare che “le parole di Elenovski esprimono la sua personale posizione a riguardo”.
Il pomeriggio prima del “D-day”, il primo ministro del Kosovo Hashim Thaci ha fatto una veloce visita a Skopje, definita dal governo macedone “visita informale”. Un giorno prima, il primo ministro macedone Nikola Gruevski aveva parlato al telefono col presidente serbo Boris Tadic. Nonostante non siano stati emessi altri comunicati ufficiali dopo questi contatti, si può facilmente supporre l'argomento dei colloqui.
Sicuramente, la considerevole comunità albanese in Macedonia vuole che il Kosovo venga riconosciuto. I partiti politici albanesi insisteranno per un riconoscimento immediato. Mentre il partito albanese alleato del governo, il DPA di Menduh Thaci, potrebbe essere più paziente, il partito dell'opposizione DUI userebbe la questione del riconoscimento come strumento politico.
Il DPA di Thaci ha affermato che la Macedonia avrebbe seguito gli altri paesi: “Non saremo gli ultimi a a farlo”, ha detto Iliaz Halimi, ministro della Difesa. L'altro principale partito albanese, il DUI all'opposizione, ha accolto l'indipendenza e ha invitato il governo al riconoscimento. Il suo leader Ali Ahmeti ha visitato le tombe dei guerriglieri caduti nel conflitto del 2001 in Macedonia.dichiarando nell’occasione: "È un grande giorno, il nostro sogno si è avverato”.
Nel frattempo il partito dei serbi di Macedonia ha fortemente condannato la dichiarazione d’indipendenza. I suoi leader sono andati in Kosovo domenica 17 febbraio per dimostrare il loro sostegno ai serbi del nord della provincia.
La questione riemersa in Macedonia esattamente dopo la dichiarazione d’indipendenza è quella del confine tra Kosovo e Macedonia. Si tratta di un confine rimasto in sospeso per anni per l’indefinito status del Kosovo (la Serbia insisteva perché fosse un suo confine), che ha creato spesso tensioni.
Il maggiore partito macedone di opposizione, il partito socialdemocratico (SDSM), ha invitato il governo a porre la demarcazione del confine come condizione per il riconoscimento.
“Il confine può costituire un effettivo fattore d’insicurezza se noi riconosciamo il Kosovo senza una demarcazione”, ha dichiarato l’ex premier socialdemocratico Vlado Buckovski.
Per i partiti albanesi il confine è una questione puramente tecnica che verrà facilmente risolta. Secondo il DUI, dopo il riconoscimento.
Un punto critico sulla linea di confine è sempre stato il villaggio di Tanusevci, dove nel 2001 è scoppiato il conflitto in Macedonia. Il villaggio, situato proprio sul confine, è stato dichiarato libero da un ex guerrigliero, il comandante Hoxha, il quale lo tiene sotto il suo comando. Ha annunciato di voler proporre un referendum per l’annessione del villaggio al Kosovo. La polizia macedone, dice, non può accedere al villaggio.
Ci sono già preoccupazioni sulle conseguenze che l’indipendenza del Kosovo avrà in Macedonia. A soli tre giorni dall’indipendenza, si è già iniziato a dire frasi quali “Adesso tocca alla Macedonia”. Le quotidiane previsioni degli analisti stranieri avvertono dei rischi per la Macedonia di una possibile divisione de facto del Kosovo.
Questi rischi sono già stati analizzati e documentati in passato. Non è un segreto che il conflitto in Macedonia è stato un riflesso di quello del Kosovo. Allo stesso modo, inutile negare che l’indipendenza della provincia avrà un forte impatto in Macedonia.
Questo dovrebbe dipendere sicuramente da quanto avviene sul territorio, in particolare nella parte settentrionale del Kosovo. Secondo alcuni, la divisione è una realtà che sta già venendo a galla. Ieri i serbi infuriati hanno dato fuoco ai posti di controllo della KFOR sul confine tra il Kosovo settentrionale e la Serbia. Hanno detto di volersi muovere liberamente nel loro paese.
Non è esagerato discutere sui possibili rischi di lungo termine, anche se in questo momento è prematuro. E’ necessario aspettare di vedere come evolveranno le cose sul territorio. E per ora il governo macedone “osserva attentamente la situazione”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9040/1/51/
Gordon Brown condanna le etraordinary renditions della Cia
Non deve accadere mai più. Il premier britannico Gordon Brown ha preso decisamente le distanze dalla pratica delle extraordinary renditions della Cia, le operazioni segrete che trasferivano presunti terroristi in basi statunitensi al di fuori del territorio americano per sottoporli a interrogatori in cui venivano utilizzati metodi di tortura. Brown ha criticato anche l'utilizzo da parte della Cia, nel 2002, della base britannica di Diego Garcia per il trasferimento di presunti terroristi. “E' un fatto grave – ha detto - adesso bisognerà prendere misure affinchè cose del genere non possano tornare a ripetersi”.Le frasi del premier sono arrivati dopo le ammissioni del suo ministro degli Esteri David Milliband sulla base situata nell'Oceano Indiano, utilizzata in segreto per le cosiddette 'extraordinary renditions'. «È chiaramente una questione molto seria - ha detto Brown a Bruxelles, al termine di un incontro con il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Durao Barroso - siamo stati appena informati dagli Stati Uniti su che cosa è realmente accaduto, gli Usa hanno espresso rammarico per il fatto che non ne fossimo a conoscenza». Brown ha detto di condivididere la delusione di tutti per quel che è accaduto
«MY LOVE», IL PRIMO AMORE NELLA VECCHIA MOSCA IN CORSA PER L'OSCAR
Nuova candidatura all'Oscar per Alekander Petrov, il regista che ha rilanciato l'animazione in Russia. Mentre si celebra il cinema nazionale, in corsa anche con Mikhalkov
Lucia Sgueglia
“Non ho mai pensato di stabilirmi all’estero come tanti miei compatrioti, ho sempre saputo di voler tornare. E se sono qui ora, significa che c’è qualcosa verso cui tornare”. Schivo, antistar, pose da artista-artigiano, “vecchiorusso” con la sua lunga barba Alekander Petrov, alla quarta nomination all’Oscar (per il miglior corto d’animazione) con Moja Ljubov (My Love, 2007). Un record assoluto per un regista russo. Ma anche consapevole del momento di svolta per chi fa il suo lavoro nel suo paese. Lui, che di statuetta dorata ne ha già vinta una, nel 2000 con Il vecchio e il mare: premiato lo stesso giorno in cui Vladimir Putin fu eletto presidente per la prima volta. Ma realizzato fuori dalla Russia, nel Canada che sul film decise di scommettere molto: lanciato in formato Imax, un unicum per un film animato (70mm, 29mila immagini), costo 2,2 milioni di dollari elargiti da Pascal Blais di Montreal. Tratto dalla letteratura (Hemingway) come tutti i sui lavori: il primo Korova (The cow) del 1990 (ispirato a Platonov, per molti il suo migliore), Il sogno di un uomo ridicolo da Dostoevskj nel 1992.
Oggi Petrov è chiamato a celebrare a Mosca la sua parabola di figliol prodigo davanti a un’affollatissima platea di giornalisti. A convocarlo, nella conferenza stampa organizzata nella sede dell’agenzia Interfax a fine gennaio, è Konstantin Ernst, patron del primo Canale della tv di Stato e il più famoso produttore del paese, finanziatore del film insieme a Dmitri Jurkov di Dago-film Studio e alla nipponica Dentsu-Tec (quella di T. Yoshimura). Che ne approfitta, dopo anni di magra assoluta per il cinema russo (gli oscuri ’90), per tessere le lodi della rinata industria cinematografica nazionale. Tre anni ci ha messo Petrov per realizzare, nella natia Yaroslav, stretti collaboratori figlio e moglie, un lavoro di 27 minuti, e usare il milione di dollari dei tre produttori insieme ai fondi arrivati (per la prima volta) dall’Agenzia Federale per la Cinematografia. Con quei soldi ha aperto anche i suoi studios Panorama, sempre a Yaroslav; ora sogna una scuola per professionisti dell’animazione: “Non ho bisogno di lavorare a Mosca, il mio metodo richiede tempo, meticolosità e cura infinita”. La Casa del Cinema della capitale lo ha festeggiato, tra i toni trionfanti di Nikita Mikhalkov, l’altro russo aspirante all’Oscar di quest’anno, e gli onori di un telegramma da Putin. Ernst annuncia futuri incentivi all’animazione russa, “perché torni ai gloriosi livelli sovietici”; e presto una retrospettiva tv dedicata al regista.
Lui che regista non è, ma nasce illustratore, cresciuto alla prestigiosa Vgik come discepolo di Yuri Norstein, legato all’animazione vecchia maniera: dipinto a olio su lastre di plastica trasparente con le dita My Love come i precedenti, poi illuminate da dietro e sovrapposte (20 per ogni fotogramma) a creare un effetto di incredibile movimento e intensità; la grande lezione degli impressionisti russi (Serebrjakova, Boris-Musatov, Chegodar) e non (Monet), uso della rotoscopia. La storia è tratta da una novella di Ivan Shmeliov del 1927: nella Mosca pre-rivoluzionaria dell’Ottocento, poco più di un villaggio, un ragazzino alle prese coi primi palpiti e tormenti amorosi, diviso tra una matura donna-vampira e una dolce coetanea. Grandi gesti, romanticismo, lirismo, stile onirico, metamorfosi, psicologismo ma anche ironia. Nostalgia della vecchia Russia? “E’ un film melodrammatico, pieno di cultura russa e vita russa, ma soprattutto la storia del primo amore, universale” dice Petrov. Già, un ticket che potrebbe risultar vincente il 24. Ombre politiche in uno degli ‘attori’ e voce del protagonista (tutti i personaggi di Petrov sono ispirati alla realtà): “Per me la cosa più importante è che in occidente si sappia che in Russia parliamo d’amore. Che per la nostra cultura resta un tema importantissimo”.
Non mancano i critici. Proprio Norstein, maestro di Petrov, ha giudicato il film troppo perfetto e virtuosistico, pur elogiandone la maestria: “Mi sarei aspettato più profondità. Economia. E in alcune occasioni, umiltà… quando il virtuosismo lascia spazio a qualcosa di più importante”. Ricordando che l’originale tecnica usata fu inventata da Caroline Lift con The street (1978), tratto da Mordechai Richler. All’epoca, un evento.
Unione Europea: la gestione del caso Kosovo comporta rischi diplomatici e strategici
Come previsto (cfr: Serbia: Falliti i negoziati, verso l'indipendenza a tutti i costi), il Kosovo ha dichiarato l'indipendenza dalla Serbia
Per l'Unione Europea ciò ha implicazioni diplomatiche, politiche, economiche e strategiche. Sul piano diplomatico l'UE deve ricucire velocemente con Belgrado, se non vuole creare un buco nero nel cuore dei Balcani occidentali, ma dovrà anche riuscire a ricucire con Mosca senza mostrarsi cedevole. Sul piano politico l'UE si trova a dover governare una situazione instabile, data la non accettazione serba della secessione, ma soprattutto dovrà giustificare, anche in sede ONU, per quale motivo è stato permesso a una provincia di dichiarare l'indipendenza quando la stessa UE non appoggia le rivendicazioni basche in Spagna, corse in Francia, abkhaze e ossete in Georgia (che pur non facente parte dell'UE, è parte essenziale della sua politica nell'area del Mar Nero). Tale contraddizione verrà messa in evidenza da Russia e Cina, che sanno bene quanto Spagna, Grecia, Romania, Macedonia temano il precedente kosovaro, alla luce delle proprie difficoltà con minoranze etniche entro i propri confini.L'UE dovrà anche prepararsi ad accompagnare il processo di nation building kosovaro sul piano politico-istituzionale per tempi difficili da prevedere.
Sul piano economico per l'UE si tratta ora sia di sostenere il nuovo stato kosovaro, sia di limitarne l'uso territoriale a scopi di traffici illeciti, come purtroppo già avviene da parte di gruppi criminali organizzati. Infine sul piano strategico dovrà prestare attenzione particolare alle rivendicazioni di gruppi etnici albanesi in Serbia, Macedonia, Grecia e Montenegro, così come a quelle dei Serbi di Bosnia e del Kosovo. E' prevedibile che lo sforzo di peacekeeping dovrà essere prolungato, il che, in prospettiva, comporta costi umani e finanziari, nonché responsabilità tali da far prevedere che l'UE troverà difficoltà supplementari nell'occuparsi di altri teatri, quali Ciad, Sudan, Somalia. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=31805
PALESTINA Crea dubbi tra i palestinesi l’indipendenza stile Kosovo Le affermazioni del segretario generale dell’Olp che affermano la possibilità di seguire la strada presa da Pristina hanno provocato reazioni contrastanti, ma che appaiono soprattutto possibiliste tra i dirigenti palestinesi.
Gerusalemme (AsiaNews) - Comprensibile attenzione hanno suscitato in Israele le parole del segretario generale del’Olp, Abed Rabbo, secondo il quale la Palestina potrebbe seguire l’esempio del Kosovo e dichiarare unilateralmente la propria indipendenza. La stampa israeliana oggi sottolinea soprattutto la “immediata” replica del presidente palestinese Mahmoud Abbas, che, scrive il Jerusalem Post, ha respinto le affermazioni di Rabbo. Per un minuto, afferma dal canto suo Haaretz, è sembrato che i negoziati si fossero svegliati, quando Rabbo “ha cercato di portare un po’ di animazione”.
Il segretario generale dell’Olp, all’indomani dell’ennesimo infruttuoso incontro tra Abbas ed il premier israeliano Ehud Olmert, aveva sostenuto che “il Kosovo non è migliore di noi. Noi ci meritiamo l’indipendenza anche prima del Kosovo e chiediamo agli Stati Uniti ed all’Unione europea sostegno per la nostra indipendenza”. “Se la situazione non dovesse segnare progressi – aveva specificato a Radio Palestina – noi potremmo intraprendere passi simili a quelli del Kosovo e dichiarare unilateralmente l’indipendenza”
Interrogato su tali affermazioni, Abbas ha risposto che i palestinesi sono impegnati a negoziare per trovare entro l’anno un accordo di pace. “Se non ci riusciremo – ha aggiunto – torneremo dai nostri fratelli arabi per prendere decisioni appropriate”. Frase, in realtà, abbastanza sibillina ed aperta ad opposte interpretazioni. La stampa israeliana la legge alla luce delle parole di un altro negoziatore palestinese, Saeb Erekat, il quale ha affermato che la dichiarazione di indipendenza è stata fatta dall’Olp fin dal 1988. “Abbiamo bisogno – ha proseguito – di una reale indipendenza, non di dichiarazioni. Ci serve una vera indipendenza attraverso la fine dell’occupazione”. Frase tranquillizzante, che però si accompagna a quella, invece possibilista, del capo negoziatore palestinese Ahmed Qureia: “le decisioni andrebbero prima prese e poi dichiarate, non dichiarate e poi prese”. (PD)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11587&size=A
In termini di Pil pro capite c'era stato il controverso "sorpasso" della Spagna sull'Italia. Ma ora l'ombra della crisi economica si allunga sulle elezioni del 9 marzo.
La Spagna: i suoi castelli, il sole...e un miracolo: il Paese è salito dal sedicesimo all'ottavo posto nella classifica mondiale del Pil dal 1994, grazie ad una crescita pari a quella degli Stati Uniti.
E non basta: il paese iberico è passato dal 22° al 13° posto nella classifica dell'indice di sviluppo umano dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu). Tutto questo coronato da un avanzo di bilancio da far sbavare d'invidia i suoi vicini europei. Italia in primis.
Ma la crisi finanziaria è in agguato. E mentre la questione economica entra prepotentemente nella campagna, il Presidente del Governo uscente, Zapatero, si gioca il posto.
New Deal alla spagnola
Da una decina d'anni tutto sembra andare a gonfie vele per l'economia spagnola: una forte crescita e un minore deficit monetario. La ricetta del "miracolo spagnolo" si basa essenzialmente su una forte domanda interna, una grande immigrazione, e l'accesso al consumo. Questi fattori, insieme, hanno permesso agli spagnoli di conquistare lo stesso tenore di vita degli altri paesi europei. Le banche hanno largamente amplificato il fenomeno con una politica monetaria espansionistica – ci vuole denaro per consumare e investire – e gli spagnoli si sono indebitati con tassi che sfiorano la truffa. Che dire di mutui a 50 anni a tasso variabile?
Casa dolce casa. Cosa c'è di meglio di avere un tetto sicuro? Il Partito Popolare spagnolo ha coltivato il culto della proprietà immobiliare almeno per una decina d'anni, qualcuno lo ha ascoltato, e il mercato immobiliare si è infammato. Ma per comprare una casa bisogna indebitarsi, e queste due tendenze - l'acquisto e il credito - hanno contribuito al "miracolo spagnolo", trascinando con sé anche il resto dell'economia.
Il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe), al governo dal 2004, aveva promesso di calmare le acque, ma c'è riuscito solo in parte: il peso dell'edilizia nel Pil è passato dal 14 al 9%, cioè il suo tasso attuale. Ma non basta.
L'ambizioso Zapatero
Poiché ogni miracolo ha un prezzo, quello che paga la Spagna si chiama inflazione. Il denaro, a forza di essere messo in circolazione, inizia a girare a vuoto e non riesce più ad uscire. Il risultato? L'aumento dei prezzi.
Il consumo interno si sgretola, le esportazioni sono difficili e di conseguenza il Paese si indebita con l'estero. Ma può andare ancora peggio: la produttività stagna, e la conseguenza è che il paradiso non può durare per sempre. Se si vive al di sopra dei propri mezzi prima o poi si cade, basta guardare gli Stati Uniti e la crisi dei subprime per rendersene conto.
Il settore immobiliare è scoppiato nel 2007. Metà delle agenzie immobiliari hanno chiuso e, per complicare la situazione, è arrivata la crisi finanziaria mondiale.
La crescita è scesa dal 4,3% nel 2006 al 3,8% nel 2007 mentre, nello stesso periodo, la disoccupazione è passata dall’8,1 all' 8,6%. La prima reazione di Zapatero? Il capo del governo, forse perché preso di sorpresa durante la campagna elettorale, ha annunciato una serie di aiuti economici che, se applicati, si espliciterrebbero in un'investimento di 400 euro per ogni cittadino spagnolo. Ambizioso.
Per fortuna, la prudente politica monetaria attuata negli ultimi anni, ha permesso di economizzare una bella cifra: 50 miliardi di euro, da utilizzare in caso di grave crisi.
I salari non crescono
La Spagna però non può reggere questo ritmo senza fare progetti che assorbano la crisi nel lungo periodo. Apertura, flessibilità, educazione: è meglio dare l'illusione della ricchezza o perderla per poi riconquistarla? Questa sembra essere la domanda posta agli elettori per il prossimo scrutinio.
Inoltre la Spagna è l'unico paese dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che ha visto i salari medi scendere tra il 1995 e il 2005. Non si può certo basare la propria crescita economica su una politica di salari bassi.
In questa storia il Paese sembra a volte completamente solo. Pedro Solbes, che ha incoraggiato la riforma dell'economia spagnola quando è entrato al Ministero delle finanze nel 1993, non è riuscito a portarla anche in Europa quando è diventato Commissario europeo alle Finanze. Di nuovo ministro in Spagna, oggi si scusa di «non aver previsto il crollo immobiliare». È questo il motivo per cui la Spagna non è stata invitata a partecipare alla riunione di crisi sull'economia tra Brown, Prodi e Sarkozy organizzata a Downing Street alla fine di gennaio?
Dovrà trovare in se stessa le risorse per prepararsi al futuro, visto che, a partire dal 2012, sarà contribuente "netto" (un paese che versa nelle casse di Bruxelles più di quanto non riceva in aiuti, ndr) al bilancio dell'Unione Europea.
Foto: Zapatero (Jaime D'Urgell/Flickr); La Spagna è una foresta di gru(anroir/Flickr); Pedro Solbes è stato il fautore dell'entrata nella moneta unica e del Patto di Stabilità all'interno della zona euro(Foto, jmlage/Flickr
New York. Dieci a zero per il senatore nero, metà americano e metà africano. In due settimane Barack Obama ha sconfitto dieci volte in dieci diversi stati Hillary Clinton nella corsa alla nomination del Partito democratico. Ciascuna di queste vittorie obamiane è stata netta, con uno scarto almeno del 17 per cento. Obama è nato alle Hawaii da madre bianca del Kansas e da padre nero del Kenya. Cresciuto dai nonni bianchi secondo i tipici valori della famiglia tradizionale del midwest, Obama ha trascorso la sua adolescenza alla ricerca delle radici africane del padre, trovando un surrogato alla figura paterna nell’orgoglio nero e nelle lotte della comunità afroamericana di Chicago di cui non faceva parte, ma dove ha scelto di vivere e di frequentare la chiesa più radicale, più nera e più africanocentrica del paese. Eppure Obama non è il candidato afroamericano, ma il politico che prova finalmente a superare le divisioni razziali. Così, dal giorno del supertuesday, Obama ha vinto ovunque, in stati a maggioranza nera e in stati bianchi, tra i giovani e gli anziani, tra i maschi bianchi, i più ricchi e i più istruiti. Ora ha cominciato a sconfinare nei territori clintoniani, tra la middle e la working class americana, meno impressionabile dal messaggio di sogno, speranza e cambiamento offerto da Obama. Hillary continua a essere preferita soltanto tra le donne anziane e a mantenere una solida base tra l’elettorato femminile, ma non è più sufficiente. Ieri Obama ha vinto nettamente anche in Wisconsin e alle Hawaii, il primo uno stato demograficamente favorevole a Hillary, il secondo la sua isola natale. Il “momentum”, cioè il vento favorevole, è alle spalle di Obama. I suoi successi sono accompagnati da una raccolta di fondi che non ha paragoni nella storia politica americana. A gennaio, Obama ha raccolto 36 milioni di dollari, 28 dei quali online, provenienti da 300 mila donatori diversi che hanno al 90 per cento versato meno di 100 dollari a testa, quindi in teoria ancora ricontattabili per ulteriori donazioni, visto che il limite federale è di 2.300 dollari l’anno. Hillary s’è fermata a tredici milioni e mezzo di dollari (dodici per John McCain), con un numero di donatori infinitamente minore.
La partita, però, non è sul numero di stati vinti né sulla raccolta fondi, è sul numero dei delegati che ciascuno dei due candidati sarà in grado di schierare alla convention di Denver di fine agosto. I conti non sono chiarissimi, ma Obama è in vantaggio di un soffio su Hillary e ancora a poco più di metà del cammino. C’è la questione dei 796 superdelegati, cioè i maggiorenti e gli eletti del partito, in leggera maggioranza pro Hillary, ma sempre più attratti da Obama. Lo scarto tra i due concorrenti è molto probabile che resti ridotto, a causa di un sistema elettorale che, a differenza di quello usato dai repubblicani, non concede al vincitore delle primarie nei singoli stati tutti i delegati in palio, ma li assegna in base alla percentuale di voto ottenuta nelle singole circoscrizioni in cui è diviso lo stato. A Hillary, quindi, non è servito vincere in modo solido negli stati più popolosi, e più liberal, come California, New York, New Jersey, Massachusetts, ma con il sistema elettorale “winner takes all” dei repubblicani oggi sarebbe a un passo dalla nomination. Potranno decidere i cosiddetti superdelegati, magari ribaltando il risultato ottenuto sul campo, come successe nel 1984 con Walter Mondale, scelto dall’establishment del partito per affrontare Ronald Reagan, malgrado Gary Hart avesse ottenuto più delegati.
Il 4 marzo Hillary ha la possibilità di riscattarsi in Texas e Ohio. Poco dopo ci sarà la Pennsylvania. I delegati in palio saranno moltissimi, ma per recuperare Hillary dovrà vincerli tutti e tre e, possibilmente, con un ampio margine. I sondaggi, fino alla settimana scorsa, la davano avanti in modo netto in tutti e tre gli stati, ma negli ultimi giorni il vantaggio del Texas è quasi sparito.
Hillary sta provando a rimodulare la sua strategia anti Obama, in modo da far comprendere agli elettori che lei, a differenza del giovane senatore nero, sarebbe pronta a esercitare il ruolo di comandante in capo fin dal primo giorno di lavoro. Obama però ha un grande vantaggio: la percezione molto diffusa tra gli elettori democratici, sostenuta da quasi tutti i sondaggi, secondo cui avrebbe molte più possibilità di battere il repubblicano indipendente McCain.
Christian Rocca
Guatemala : impunito il 98% dei delitti contro attivisti per i diritti
di Mauro W. Giannini
Il 98% dei crimini commessi ai danni dei difnsori dei diritti umani in Guatemala resta impunito. E' una delle conclusioni del rapporto con cui Hina Jilani, rappresentante speciale del Segretario generale ONU sulla situazione dei difensori dei diritti umani, ha emesso raccomandazioni preliminari a seguito della sua visita nel Paese, dove, nonostante la creazione di meccanismi istituzionali, gli attacchi contro gli attivisti dei diritti dell'uomo sono in aumento e l'impunita' Rimane ad un livello allarmante.
"Il numero e l'intensità degli attacchi contro i difensori dei diritti umani e' all'incirca raddoppiata negli ultimi 5 anni, con una media di un attacco contro gli attivisti ogni due giorni", ha detto ieri in un comunicato Jilani, che e' a sua volta un avvocatessa (pakistana) per i diritti umani. La nota spiega che fra il luglio 2002 e il dicembre 2007, sono stati uccisi nel paese 50 attivisti in tutti i settori, ma soprattutto nell'ambito della difesa dei diritti dei lavoratori.
Inoltre, nota la Rappresentante speciale ONU, l'impunita' raggiunge un tasso del 98%, un livello "allarmante". Jilani chiama in causa la polizia e l'Ufficio del procuratore generale. La protezione della polizia e' "selettiva, inefficienti e talvolta e' anche un ulteriore rischio", perché alcuni membri della polizia possono restare coinvolti essi stessi in tali attacchi. L'Ufficio del Procuratore generale, che dovrebbe facilitare le indagini sugli attentati, mostra una inazione "deludente".
Hina Jilani riconosce che l'aumento della criminalità e la violenza nel paese contribuiscono al deterioramento dell'ambiente in cui operano i difensori dei diritti umani, ma ha detto che la "continua campagna di stigmatizzazione e la criminalizzazione degli attivisti da parte dei mezzi di comunicazione e di taluni settori dell'`establishment´ politico apriranno la strada per ulteriori minacce e attacchi". Queste campagne dimostrano la mancanza di volonta' politica anche se il nuovo governo ha espresso un impegno per affrontare, tra le altre cose, la questione della violenza e dell'impunita', impegno definito "incoraggiante" da Jilani.
Il Relatore speciale, che presentera' la sua relazione al Consiglio sui Diritti Umani a Ginevra, ha riconosciuto alcuni passi fatti dalla sua precedente visita nel 2002 - tra cui l'istituzione della Commissione contro l'impunita' e altri organi istituzionali - ma ha deplorato la mancanza di progressi sul terreno. Pertanto ha presentato alcune raccomandazioni invitando le autorita' guatemalteche a "prendere misure concrete e visibili" per dare legittimita' e riconoscimento al lavoro svolto dai difensori dei diritti umani e la Comunità internazionale a continuare a valutare la situazione dei diritti umani in Guatemala.
In Guatemala ci sono oggi piu' uccisioni al giorno di quante ce ne fossero durante i giorni del conflitto civile, per un totale annuo di oltre 5.000. Nel mirino le donne (135 negli ultimi cinque mesi e oltre 2.600 dal 2001), elementi selezionati fra la polizia ed i militari, uccisioni di gruppo e omicidi correlati al mondo della criminalita', atti di pulizia sociale e atti di violenza casuale per i quali si deve registrare una diffusa impunità.
Nell'agosto 2007 il parlamento del Guatemala ha approvato la commissione internazionale indipendente contro l'impunita' (CICIG), con il compito di indagare sulla presenza e le attivita' dei gruppi armati illegali nel Paese che conducono a diverse uccisioni. Il professor Philip Alston, relatore speciale dell'ONU sulle esecuzioni estragiudiziali, sommarie o arbitrarie, aveva pero' messo in guardia sul fatto che non e' sufficiente un'azione parlamentare, necessitando invece un impegno di tutta la società civile guatemalteca che 'deve decidere che tipo di futuro vuole'.
L’AVANA, (IPS) - Privo del carisma di suo fratello Fidel ma con una personalità molto più prossima al cittadino medio, il probabile prossimo presidente di Cuba, Raúl Castro, dovrà promuovere importanti trasformazioni economiche e politiche, se vorrà garantire la sopravvivenza del socialismo nel paese.
'Cambiamento' sembra essere la parola d’ordine in quest’isola caraibica dopo che l’anno scorso il presidente facente funzioni Raúl Castro aveva chiamato la popolazione ad esaminare in dettaglio i vari problemi, con il suo discorso del 26 luglio, in cui affermava che tutto può essere cambiato, e che ciò che era valido ieri non deve esserlo necessariamente anche oggi.
La nuova Assemblea del potere popolare dovrà affrontare “una tappa complessa” e “grandi decisioni, in modo graduale”, ha ammesso il fratello minore di Fidel Castro appena un mese fa, poco dopo aver espresso il suo voto alle elezioni quel giorno per il rinnovo del parlamento unicamerale e gli organi provinciali di governo.
Ovviamente, i cambiamenti promossi dalle più alte sfere di governo hanno dei limiti che, per il momento, si ritrovano in ciò che dovrebbe essere la costruzione di un modello socialista cubano, che comprenderebbe riforme strutturali, economiche, legali, e addirittura della sfera politica.
”Raúl percepisce bene il bisogno di cambiamento. Ci sono molte cose che non possono andare avanti come prima”, ha commentato all’IPS una donna di 52 anni, pensionata del settore dell’istruzione. Altri, meno ottimisti, associano il presidente in carica ad alcune delle politiche più dure del passato, ma anche con l’impulso alle riforme economiche.
Mentre la tendenza sull’isola è quella di aspettare pacificamente “ciò che verrà”, gli esiliati cubani negli Stati Uniti si interrogano sulla natura delle trasformazioni che potrebbero prodursi con il mandato di Raúl Castro. “Non ci si possono aspettare cambiamenti reali e strutturali”, ha detto alla stampa Jaime Suchlicki, docente dell’Università di Miami.
Ministro delle Forze Armate, primo vicepresidente di Cuba e secondo segretario del Partito comunista al governo, questo generale dell’esercito sembra essere l’unico candidato possibile per le elezioni del presidente del Consiglio di Stato, previste per domenica prossima nella prima sessione del parlamento eletto lo scorso gennaio.
Molto vicino a lui, l’attuale vicepresidente Carlos Lage, un medico di 56 anni ed ex dirigente dell’Unione dei giovani comunisti, che è stato molto legato alle riforme economiche dello scorso decennio e, in diverse occasioni, ha sostituito Fidel Castro nei forum internazionali.
Costretto dal 31 luglio 2006 a delegare le sue responsabilità alla guida del paese per ragioni di salute, il leader maximo della Rivoluzione cubana ha annunciato questo martedì 19 che non avrebbe accettato la rielezione a presidente del Consiglio di Stato, e che rinuncerà al suo mandato di Comandante in capo dell’esercito.
Senza menzionare il suo incarico come primo segretario del Partito comunista, Fidel Castro ha assicurato che desidera solo “combattere come un soldato delle idee”, e per questo continuerà a pubblicare il suo editoriale sulla stampa cubana. “Sarà un’arma in più dell’arsenale su cui si potrà contare. Forse la mia voce verrà ascoltata. Starò attento”, ha affermato.
Dopo la rinuncia, le scommesse sono passate dalla ormai classica formula “Fidel o Raúl”, ai possibili cambiamenti in un sistema di dirigenza che finora ha concentrato in una sola persona le responsabilità di leadership dello Stato, del governo e del Partito comunista.
La separazione dei poteri, per cui sarebbe addirittura necessaria una riforma costituzionale, sarebbe una prima trasformazione importante per Cuba, e una dimostrazione della presa d’atto da parte dell’attuale dirigenza del paese del bisogno di una guida più collettiva; una scommessa di Raúl Castro da quando ha preso il comando del governo ad interim dopo il ritiro per problemi di salute del fratello Fidel.
Secondo alcuni analisti si tratterebbe, in sostanza, di raggiungere una formula di governo che cerchi, da una parte, equilibrio e consenso, tanto all’interno dell’attuale classe dirigente - dove confluiscono diverse generazioni e diverse visioni politiche sulla realtà cubana - quanto rispetto alle aspirazioni della popolazione.
Sono state raccolte più di 1,3 milioni di proposte durante le assemblee organizzate a Cuba l’anno scorso, in seguito all’appello di Raúl Castro nel suo discorso del 26 luglio.
Le diverse inquietudini, secondo diverse fonti, vanno da temi come il ‘dualismo’ monetario e il valore reale dei salari, ai problemi della casa e a tutte le limitazioni legate alle permute, vendite di proprietà e costruzioni in proprio, crisi del trasporto pubblico, qualità dell’educazione e servizi sanitari.
Nell’“inventario formale” dei dibattiti figurano i limiti all’esercizio del lavoro in proprio e all’iniziativa privata, il fatto che i cubani non possono più alloggiare negli hotel destinati al turismo internazionale , e tutte le restrizioni imposte al diritto di viaggiare all’estero.
Ci sarebbe poi la ristrutturazione del sistema agricolo, riforma già avviata dal governo, la ripresa di alcune misure di apertura dello scorso decennio e l’inversione di tendenza rispetto al ritorno ad un’eccessiva centralizzazione statale, di fronte alla centralizzazione promossa come alternativa per uscire dalla crisi economica degli anni ’90.
La maggior parte delle proposte ha favorito la realizzazione di “determinati cambiamenti”, ma “che possano aiutare a sostenere questo progetto sociale”, ha assicurato all’IPS Mariela Castro, direttrice del Centro nazionale di educazione sessuale, dicendosi favorevole al fatto che esperienze come questa si trasformino in “meccanismi permanenti”.
Gli incontri, convocati ufficialmente, hanno integrato i diversi dibattiti sul web, blog e spazi su siti Internet che, l’anno scorso, hanno raccolto le idee di non poche persone che a Cuba promuovono trasformazioni all’interno dell’attuale sistema politico.
Per il reverendo battista Raimundo García, direttore esecutivo del Centro cristiano di riflessione e dialogo, un’altra sfida importante sarebbe la promozione di spazi di dialogo e una partecipazione più effettiva nel dibattito e nella ricerca di soluzioni da parte dei diversi settori della società civile.
Si imporrebbe, poi, la convocazione il più presto possibile del sesto congresso del Partito comunista, un incontro rimandato dal 2002, e che deve partire dalle nuove condizioni storiche per approvare le linee principali che seguirà il paese, tanto nella sfera politica quanto in quella economica.
E tutto questo in un anno di elezioni per gli Stati Uniti, una congiuntura che determina sempre la politica e persino la vita quotidiana dell’isola, contraddistinta da un conflitto bilaterale che risale al 1960.
“Ci sono settori del governo che si rendono conto che Cuba deve modernizzarsi”, ha detto all’IPS il rappresentante dell’opposizione Manuel Cuesta Morúa, che ha parlato della necessità di attuare dei cambiamenti, che ha giudicato “di buon senso” in settori come “gli alloggi, l’alimentazione e i salari, tutti legati al benessere sociale”.
Quanto all’annuncio di martedì, secondo il portavoce della coalizione Arco Progresista, di tendenza moderata, Fidel Castro ha preso “la giusta decisione al momento giusto”. È una decisione “coraggiosa”, e che apre la strada alla promozione dei “cambiamenti di cui il paese ha bisogno, e che il paese sta chiedendo”, ha affermato.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1119
Lo strappo di Ciriaco rilancia la piccola Dc
Fabio Martini
La Stampa
Con la gigioneria del capo decaduto, qualche giorno fa Ciriaco De Mita aveva confidato al banchiere Pellegrino Capaldo: «Bruno non mi vuole...». Come dire: se sbatto la porta del Pd, vedi un po’ cosa ne pensa il mio ex colonnello Bruno Tabacci, da qualche giorno uomo di punta della «Rosa bianca». Ovviamente Capaldo (che della Rosa è il puntello finanziario) aveva subito organizzato una rimpatriata e in quella occasione De Mita aveva anticipato ai «rosabianchisti»: «Prenderò la parola durante la riunione dell’Esecutivo del Pd e me ne andrò anche se mi offriranno la candidatura!». De Mita aveva suggellato le confidenze con una promessa: «Lascio loro e sono pronto ad unirmi a voi». Don Ciri’ sarà di parola e, trascorso qualche giorno, il patriarca irpino rifiorirà sotto i petali della Rosa Bianca. Certo, il rinsaldarsi dell’antico triangolo De Mita-Tabacci-Capaldo sembra l’ennesimo remake di «Vent’anni dopo»: nel 1987 De Mita era il potentissimo segretario della Dc, il demitiano Bruno Tabacci era presidente della Regione Lombardia, l’avellinese Pellegrino Capaldo era un banchiere andreottiano di rito demitiano.
L’abbraccio ha certamente un sapore nostalgico. Ma Ciriaco De Mita non è Clemente Mastella. Pur con i suoi 80 anni. Pur col peso di un gesto che stride con gli addii di Prodi, Amato, Visco. Pur con tutti questi handicap, «don Ciri»’ può essere ancora un punto di riferimento per una parte dei democristiani di sinistra degli Anni Ottanta. Tanto è vero che ieri a mezzogiorno, nell’etere si è consumato un colloquio sorprendente: le agenzie avevano battuto da poco la notizia dello strappo di De Mita e qualcuno ha sussurrato all’orecchio di Tabacci: «Perché non fai una telefonata a Castagnetti, dicono che sia combattuto...». Tabacci ha cercato Castagnetti, un altro dei ragazzi dell’«Area Zac», e la sua risposta ha stupito: «Dai Bruno, lascia stare, non mi tentare...». Castagnetti è un dossettiano, uno per il quale il Partito democratico ha un senso culturale oltreché politico e non lascerà il Pd, ma la sua risposta ha eccitato Tabacci: «Lo strappo di De Mita può provocare un’emorragia nel mondo della Margherita...». Naturalmente Tabacci, da candidato-premier - vive in una bolla di adrenalina. Ma è pur vero che in queste ore - e questa è la vera novità - è iniziato un lavorìo per provare a ricomporre tasselli per ora casuali (Casini, Tabacci-Pezzotta, De Mita), ma che una volta riaccostati, potrebbero far spuntare qualcosa che dal 1993 è sempre fallito: una «piccola Dc» autonoma dalla sinistra e dalla destra.
Il primo ponte si sta provando a costruirlo tra l’Udc di Casini e quelli della Rosa bianca. Un primo incontro (Casini-Pezzotta) si è svolto ieri nello studio di Capaldo in via Parigi e in questa occasione per la prima volta il bel Pier ha confidato che lui sarebbe disposto a modificare il simbolo dell’Udc. Concessione importante, ma non sufficiente. I «rosabianchisti» continuano a dire - con Pezzotta - che «Tabacci deve restare il candidato premier», ma in cuor loro sono pronti ad un accordo. Ma per farlo, Casini deve essere pronto a sacrificare Lorenzo Cesa, che dell’Udc è il segretario. In altre parole: Pier può diventare il candidato premier di tutta la «Cosa bianca», ma la guida del nuovo soggetto deve cambiare di mano, magari secondo uno schema che preveda Tabacci segretario e Pezzotta presidente. Dice Tabacci: «Noi non proporremo nessun organigramma, ci mancherebbe altro. Sono loro che devono chiamarci, fare delle proposte. Ascolteremo...». Sono ancora tante le rivalità personali che ingombrano la nascita della «piccola Dc». Tra i fondatori della “Rosa bianca” per esempio c’è Gerardo Bianco. Dopo aver combattuto per 30 anni De Mita con le armi del galantuomo, il vecchio Jerry White ha confidato: «Pensate, Ciriaco non mi ha nemmeno invitato per il suo compleanno...». E quanto a De Mita, non sembra avere alcuna intenzione di bussare alla porta del «giovane» Casini. Ma a chi gli ha parlato, il vecchio «Ciri’» lo ha promesso: «Lavorerò per ricomporre».
Oggi ho scoperto che le verità dipendono anche da chi le afferma. L'ho scoperto leggendo la seguente affermazione di un politico italiano:
Beh, che dire - sacrosanto. Il problema è che il politico in questione è Ciriaco De Mita, che in 45 anni di onorato servizio in Parlamento tutti questi problemi non è che li abbia proprio risolti, eh.
La lettura dell'episodio in chiave "nuove speranze vs vecchie cariatidi" potete farvela su qualche altro blog, o al limite da soli. Io ne propongo un'altra, giusto per variare un po': la deriva protestante del PD.
Cosa significa protestante? Banalmente, significa che al concetto cattolico di "perdono dei peccati", che rende gli italiani quei lagnosi peccatori sempre pronti a pentirsi, sostituisce il concetto protestante di "grazia". Per Lutero l'uomo non si salva in virtù delle opere buone che può commettere (e che comunque sono una goccia nell'oceano della malvagità universale), ma solo perché Dio gli dona la Fede. Se hai la Fede, sei salvo. Incollo da un vecchio pezzo mio:
Quando andai in Scozia, mi capitò di andare a un paio di liturgie della locale chiesa protestante. Solo un paio di volte, per cui sarò costretto a generalizzare.
In quella situazione caso quel che mi ha stupito di più sono le parole degli Inni. In quella chiesa non facevano che cantare: Dio è grande, Dio è con me, ho trovato la via, wow. Una cosa entusiasmante, sul serio. E il sermone del pastore era sullo stesso tono.
Ora, non so se avete presente le canzoni che si cantano in una qualunque chiesa cattolica la domenica, ma vi garantisco che all'80% sono variazioni sul tema: Dio mio, che razza di povero piccolo peccatore che sono. Quando poi il prete attacca l'omelia, non fa che ribadire il concetto: ragazzi, quanti stupidi peccati avete fatto questa settimana? Perché non date più retta a quel che dice Gesù, eh, non avete sentito il Vangelo?
Una liturgia piuttosto demoralizzante, specie se ripetuta per tutte le domeniche di una vita. Ma i cattolici sono fatti così: hanno bisogno di sentirsi nel Peccato, è parte della loro quotidianità. Quello che li spinge a migliorarsi, e nei casi peggiori a tormentarsi, è l'idea di doversi liberare dal Peccato.
Come i cattolici vivono nel Peccato, i Protestanti vivono nella Grazia. Loro, se vanno in chiesa la domenica, è per sentirsi parlare della Grazia. Quanto al Peccato, non è più così difficile da individuare. È Peccato tutto quello a cui hanno rinunciato da quando vivono nella Grazia. Può essere il sesso, la droga, l'alcol, o qualsiasi altro impedimento che è stato superato, è stato vinto.
La mia ipotesi è che il PD - anche a causa dell'americanofilìa del suo segretario - stia scivolando in una deriva protestante, oltremodo favorita dalla marcia trionfale di Barack Obama, il personaggio più messianico in circolazione (via Gilioli). Tutto ciò che dice Veltroni mi sembra che suoni semplicemente: "Io sono ok, voi siete ok, se abbiamo fede ce la possiamo fare!"
Sì, ma perché "deriva"? Che problema c'è ad essere protestanti? Beh, se dovete farvi eleggere in una nazione di cultura cattolica, qualche problema c'è. Per questo lo scetticismo di De Mita nei confronti del nuovo corso non è liquidabile tanto alla leggera. De M. rappresenta un tipo di elettore insofferente alle promesse a lungo termine, più incline al do ut des immediato, verificabile entro i confini della propria circoscrizione elettorale: il fedele cattolico che a Dio non si permette di chiedere niente, ma è continuamente affaccendato a mercanteggiare davanti all'altare del Santo del Paese: se mi fai questo favore t'accendo la candela, se mi fai questa grazia ti faccio un regalino... Molto prima di andare al voto, l'Italia era la terra degli ex voto. Una riforma nel senso protestante del termine potrebbe essere un po' prematura.
Non che non ci abbiano già provato. Forse che Berlusconi non si presentava già come Uomo della Provvidenza? Forse che non ostentava i segni del suo successo, da bravo calvinista? Sì, giusto. Però Berlusconi temperava questo americanismo alla Mike Bongiorno con sane dosi di pragmatismo cattolico. Per esempio, l'enfasi sulle opere. Sapete che i cattolici, a differenza dei protestanti, credono nell'importanza delle Opere. Pur essendo gocce nel famoso oceano di malvagità, esse sono l'unica espressione della nostra fede. Questo punto di vista è bene illustrato dalla breve Lettera di San Giacomo (2,14-18):
A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: "Andate in pace, scaldatevi e saziatevi", ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: "Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede".
Berlusconi ha capito abbastanza presto che gli italiani, più che alla Fede, guardano alle Opere, o meglio: a chi gli chiede di avere Fede, rispondono "mostraci le Opere". Così l'enfasi sul Nuovo Miracolo Italiano si è sempre accompagnata a proposte concretissime: "un milione di posti di lavoro!" "Abolirò l'ICI!", ecc.. Che poi queste promesse non fossero sempre esaudibili, ha un'importanza relativa: diciamo che gli italiani non si lasciano convincere dalle visioni a lungo termine, ma amano essere coglionati con proposte il più possibile concrete. Spero che al PD ne tengano conto, mentre rifiniscono il programma.http://leonardo.blogspot.com/
"Il trasferimento in Italia di un modello statunitense si fonda più sull'indicazione del nuovo come speranza che sulla politica come soluzione dei problemi"
Un premier nero anche da noi? Forse i tempi non sono propriamente maturi, ma il Partito degli immigrati ci prova lo stesso e lancia il senegalese Aly Baba. Per i 40 ladroni non c'è problema: in Parlamento ne troverà anche di più. http://stamparassegnata.splinder.com/
Ricordate The Blair Witch Project, film culto del 1999? Riprese in soggettiva, fittiziamente amatoriali, effetto reality per una pellicola invece studiata dal primo all’ultimo fotogramma. Ma quel film non era solo un angosciante e geniale horror (oltre che una colossale operazione mediatica): era anche (e forse soprattutto) il manifesto degli anni Novanta. Gli anni del brusco risveglio dopo la sbronza del decennio precedente. Giovani risucchiati dall’incomunicabilità, dal disagio sociale, vittime di una crisi economica di proporzioni globali. E The Blair Witch Project ci presentava proprio quel mood, seppur mascherato in una cupa storia di streghe e spiriti malvagi: tre ragazzi americani un po’ sfigati, stralunati, disimpegnati e strafottenti che affrontano le loro evidenti fragilità, prima ancora che la diabolica strega del Maryland.
Ebbene, quasi un decennio dopo un’operazione simile presenta il manifesto del Duemila. E’ Cloverfield, pellicola americana del genere catastrofico ma per nulla scontata né banale. La trama è semplicissima: un gruppo di ragazzi newyorkesi organizza una festa d’addio in un loft di Manhattan per un giovane manager che si trasferirà in Giappone. Proprio durante il party arriva la catastrofe che innesca una serie di peripezie da mozzare il fiato. Ma perché paragonare questo film a The Blair Witch Project? Innanzitutto perché anche Cloverfield è girato in soggettiva, con una telecamera digitale sempre nella mano di uno dei protagonisti. E poi perché, come dicevamo, è anche questo il manifesto di una generazione. Via i complessi e il disagio, si fa largo il rampantismo dei giovani del Terzo Millennio, alle prese con carriere invidiabili, mobilità lavorativa cosmopolita e trendy appartamenti nel cuore della downtown newyorkese.. Ma c’è un altro disagio che ha fatto capolino nella società. Non più un malessere individuale, bensì una paura collettiva: la paura innescata dall’11 settembre, il terrore dell’altro da sé, di universi paralleli e inconciliabili (fantascientifici o politico-religiosi che siano). Ed ecco che la ripresa in soggettiva questa volta è frenetica come i ritmi dell’epoca; lo scenario è una New York affollata e terrorizzata e non i silenziosi e deserti boschi del Maryland. E poco importa se la minaccia è una mostruosa creatura venuta da chissà dove; poco importa se non ci sono aerei che si schiantano sui grattacieli. E’ il mood che è diretto discendente di quel terribile giorno di settembre.
E la frenesia delle riprese sconvolgono, agitano lo stomaco dello spettatore. A differenza della “strega di Blair”, con i suoi ritmi più soporiferi e angoscianti, questo film sembra portarci dentro una galleria del vento senza dotarci di appigli o cinture di sicurezza. Lo sguardo attonito degli spettatori all’uscita è eloquente: niente scene di panico né conati di vomito come ammoniva la stampa, per carità, ma uno smarrimento tipico di questa generazione. Un film riuscito, dunque, nonostante il timore più che giustificato che si trattasse solo dell’ennesima, immensa operazione commerciale. Cloverfield da oggi entra di diritto nello scaffale delle pellicole simbolo di un decennio, raggiungendo Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (del 1981 ma ambientato negli anni ’70), Wall Street (anni ’80), The Blair Witch Project (anni ’90).http://www.ideazione.com/Sito_nuovo_2008/rubrica_naso/2008_02_18_naso.htm
Il caso Zumwinkel rafforzerà la voglia di welfare state
La vicenda di evasione fiscale che sta scuotendo la Germania da alcuni giorni non poteva giungere in un momento più delicato del dibattito politico tedesco, tutto incentrato sul crescente divario tra i redditi e sul desiderio di introdurre un salario minimo nell'economia. Stando a quanto è emerso, il caso di Klaus Zumwinkel, il presidente della Deutsche Post indagato per evasione fiscale, sarebbe solo la punta di un iceberg (nella foto tratta dal sito della Frankfurter Allgemeine Zeitung il dirigente d'azienda torna a casa dopo essere stato interrogato dalla polizia il 14 febbraio scorso). Le autorità giudiziarie tedesche avrebbero in mano una lista di 600 potenziali evasori che negli anni avrebbero sottratto denaro al fisco tedesco, aprendo conti bancari nel Liechtenstein. Nessun partito politico è rimasto indifferente, tutti consapevoli di come la vicenda possa essere facilmente strumentalizzata, per di più in un anno di elezioni regionali.
I democristiani del cancelliere Angela Merkel hanno messo l'accento sui valori dell'economia sociale di mercato, sottolineando l'aggettivo "sociale" e ricordando alla Germania le tradizioni cristiane della CDU. I socialdemocratici dell'SPD hanno subito presentato un progetto di legge per rafforzare le sanzioni penali ai danni degli evasori fiscali. Liberali e Verdi hanno criticato chi più chi meno alcune abitudini della comunità degli affari. In un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, il leader di Die Linke, Oskar Lafontaine, ha spiegato che lo scandalo mostra come il Paese "abbia bisogno" del suo partito. Come è possibile, si chiede la sinistra radicale, chiedere sacrifici alla gente comune sul fronte del welfare state quando i più ricchi non esitano a evadere le tasse? Non è ancora chiaro quale sarà il reale impatto dello Steuerskandal tedesco; l'impressione oggi è che possa rafforzare la posizione di coloro che rigettano l'ondata di liberalismo della prima parte del decennio e che chiedono un tetto ai salari dei managers così come più welfare state in Germania.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/02/il-caso-zumwink.html#more
Il nuovo capo dei vescovi tedeschi soprende su celibato, gay e politica
Avendo il tempo per un solo post e volendo trattare due temi (l'altro è questo), mi ritrovo davanti alla classica domanda della torre: chi butto giù?
Per la sorpresa che ha destato ho deciso di tenere Zollitsch, il nuovo capo della conferenza episcopale tedesca, eletto pochi giorni fa per sostituire il cardianl Lehmann, che lascia questa carica dopo quasi due decenni per motivi di salute.
Robert Zollitsch, nato nel 1938 nel territorio dell'attuale Serbia, è dal 2003 arcivescovo della diocesi di Freiburg. Da sempre su posizioni meno conservatrici rispetto a quelle dominanti in Vaticano, la scelta dei vescovi tedeschi di preferire Zollitsch è stata valutata da tutti i commentatori come una scelta di rimandare la guerra. Il suo avversario era infatti il vescovo Marx, fresco di nomina nella diocesi di Monaco di Baviera, che, a dispetto del nome e del modo di fare, si presenta come un difensore strenuo dei valori della parte più conservatrice del cattolicesimo tedesco. La scelta di Marx avrebbe comportato una rottura con il passato, traccando una linea diversa da quella del cardinal Lehmann, oppositore di Ratzinger anche nell'ultimo conclave.
Quella di Zollitsch è stata allora vista da tutti come una scelta di transizione. Zollitsch è infatti già abbastanza anziano (oltre tre lustri in più di Marx), e ha un profilo mediatico meno "ingombrante" di quello del suo predecessore (il Cardinal Lehmann era infatti ben conosciuto e molto apprezzato anche fuori dai circoli degli addetti ai lavori).
Quello che doveva quindi essere un Übergangshirte [pastore di transizione, come lo ha definito appena una settimana fa lo Spiegel], fa capire invece di non essere disposto ad assumere questo ruolo. Nella prima intervista rilasciata dopo la nomina a capo dei vescovi tedeschi (in edicola da domani, 18 febbraio, con lo Spiegel) e che va considerata un po' come la sua dichiarazione programmatica, Zollitsch parla di celibato dei preti, affermando la sua disponibilità a metterlo in discussione e negandone di fatto la validità teologica. Inoltre il vescovo di Friburgo apre sulle unioni omosessuali e schiera politicamente la chiesa tedesca, spostandola dall'alleanza con la CDU-CSU.
Aspettando di leggere l'intervista completa, stando a quanto trapelato fino ad ora Zollitsch si rivelerebbe un abile giocatore sulla scacchiera dei giochi di potere. Per la caduta dell'obbligo di celibato propone un concilio, sfidando così il papa a concedere il diritto di discutere di questo tema nel modo più democratico che la Chiesa Cattolica conosca. In quanto rappresentante dei vescovi tedeschi la sua richiesta non può essere semplicemente fatta passare sotto silenzio. Contemporaneamente questa mossa apre sul discorso ecumenico, un cammino che negli ultimi anni di Giovanni Paolo II e nei primi di Benedetto XVI ha subito, di fatto, una lunga pausa. Questa uscita gli ha inoltre consentito di presentarsi al popolo che ancora noon lo conosceva, il popolo che vede di buon occhio questi temi e capisce sempre meno certi irrigidimenti della gerarchia cattolica, in poche parole, il popolo che sta abbandonando in massa la chiesa tedesca.
Ma non è tutto. Scagliandosi contro mons. Mixa, vescovo di Augsburg, che aveva criticato gli sforzi del ministro per la famiglia Ursula von der Leyen, rivolti soprattutto ad aiutare le famiglie con bambini piccoli, Zollitsch di fatto dichiara di opporsi fermamente a quella parte di Chiesa Cattolica che si riconosce in una società ormai obsoleta, fondata sulla divisione dei ruoli tra uomo e donna (il padre a lavorare, la madre a casa ad educare i figli) e di voler giocare, anche in previsione delle elezioni del prossimo anno, un ruolo non da comprimario, ma da protagonista nel dibattito politico, insistendo sull'accento sociale dello stato e sconfessando quella che lui considera la deriva liberale dei cristiano sociali.
Insomma, quello che doveva essere un pastore di transito entra in carica con un botto che non può lasciare indifferenti. I guanti di sfida sono stati lanciati. Tutti e tutti insieme.http://1poddanubio.blogspot.com/
Il nodo fiscale influenzerà le elezioni ad Amburgo?
Nel giorno in cui circa 85.000 metalmeccanici tedeschi, rappresentati dall’IG Metall, giungono ad un accordo per un aumento del salario pari al 5,2% annuo, la temperatura dello scontro politico sul capitolo fiscale cresce. Da un lato sindacati e partiti politici di sinistra chiedono a gran voce l’inasprimento delle pene per gli evasori, l’introduzione del salario minimo garantito e tetti agli stipendi dei manager, dall’altro lega dei contribuenti e Paul Kirchoff denunciano l’oppressione fiscale e premono per una radicale riforma del sistema di tassazione. Kirchoff, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Heidelberg e consigliere economico di Angela Merkel ai tempi della campagna elettorale del 2005, spinge, oggi come allora, per l’introduzione della flat tax, che semplificherebbe enormemente un sistema fiscale, recentemente valutato dal World Economic Forum come il più ingarbugliato e meno chiaro tra quelli di 102 paesi presi in considerazione. A risentire degli sconvolgimenti di una settimana alquanto turbolenta potrebbe in primis essere l’esito delle elezioni nel Land di Amburgo, per le quali si vota domenica prossima. A sfidarsi per la poltrona di primo cittadino, saranno il borgomastro uscente, Ole Von Beust (CDU) e Michael Naumann (SPD). Il duello televisivo tra i due è avvenuto in un’atmosfera quasi conviviale con entrambi i candidati dimostratisi così pacati e gioviali l’uno verso l’atro che alcuni telespettatori confessano di essersi addormentati per la noia. Insomma, dopo il palpitante confronto elettorale tra Roland Koch e Andrea Ypsilanti in Assia, con questa tornata elettorale si ritorna a standard che si confanno molto di più alle regole della maison politicatedesca. Tant’è che alcuni analisti non escludono l’ipotesi di una Grosse Koalition locale se il risultato dovesse rivelarsi, così come sembra, incerto. Per ora infatti Von Beust, con il 41% dei è chiaramente davanti al suo avversario socialdemocratico, fermo al 34% dei consensi stimati. I Verdi e l'estrema sinistra dovrebbero toccare il 10%. Appena sopra la soglia di sbarramento sarebbe invece l’FDP. Il quadro è quindi tutt’altro che chiaro, giacché, stando così le cose, liberali e cristiano-democratici, così come socialdemocratici e verdi, non potrebbero formare alcuna coalizione in grado di ottenere la maggioranza del piccolo parlamentino. Ancora una volta la rottura degli equilibri si deve a Die Linke, il partito di estrema sinistra che, secondo i sondaggi, a livello nazionale sarebbe sopra l'11%, mentre in alcune regioni dell’Est avrebbe già sorpassato CDU ed SPD. La stagione del revival sociale è appena incominciata.http://germanynews.ilcannocchiale.it/
Dubbi sulle cause “naturali” della colata di fango bollente a Porong di Mathias Hariyadhi I risultati della commissione speciale voluta dal parlamento sollevano la Lapindo Brantas da ogni responsabilità dal disastro che nel 2006 ha colpito 10mila persone. La rabbia delle vittime che aspettano i risarcimenti e dei deputati che parlano di “interessi politici”. Uno dei soci della ditta è il ministro degli Affari sociali.
Jakarta (AsiaNews) – Si accende il dibattito politico e la protesta dei cittadini sui risultati del rapporto di una speciale commissione parlamentare, in cui si definisce al 100 per cento “disastro naturale” la colata di fango bollente che nel 2006 ha ricoperto interi villaggi a Porong, nella provincia di Java est. Sollevando da ogni responsabilità la ditta Lapindo Brantas dal cui pozzo di perforazione per la ricerca di gas naturale è fuoriuscita la colata.
Oggi numerosi parlamentari hanno accusato gli esperti chiamati dalla commissione speciale di essere “gli addetti stampa” della Lapindo e di non aver condotto un lavoro scientifico. Il sospetto è che in questo modo si voglia scagionare il ministro indonesiano degli Affari sociali, Aburizal Bakrie. Stretto amico del vice presidente Jusuf Kalla e tra i più ricchi uomini del Paese, è anche proprietario di una quota di controllo della ditta sotto accusa.
Da fine maggio 2006 per mesi fango bollente è fuoriuscito dalla faglia, creatasi nel pozzo di perforazione della Lapindo Brantas a Porong. Il fango ha inondato otto villaggi e ricoperto almeno 1.810 case e 20 fattorie, campi di riso, 18 scuole e 12 moschee e costretto all'evacuazione più di 10mila persone, private anche del loro lavoro. I danni sono stati di miliardi di dollari.
Numerosi parlamentari hanno protestato in aula al termine della lettura del rapporto e ancora non è noto se riuscirà a passare una dichiarazione che stabilisce definitivamente la colata come “disastro naturale”. Zainal Abidin, dell’Indonesian Legal Aid Foundation, denuncia che se il Camera dei rappresentanti si esprimerà in questi termini, entrerà in contraddizione con la sentenza della Corte distrettuale di Jakarta centrale, la quale il 27 novembre 2007 stabiliva che la Lapindo aveva attuato procedure di trivellazione sbagliate.
E a Porong è esplosa la rabbia delle vittime della colata che ancora attendono i risarcimenti. Oltre 3mila persone sono scese in piazza, ci sono state barricate e cortei. I responsabili della ditta hanno chiarito che la dichiarazione di “disastro naturale” non cancellerà le responsabilità morali della Lapindo, che si impegna a portare avanti il programma di risarcimenti per oltre 2,83 trilioni di rupie.
Dradjad Wibowo, del National Mandate Party, fa notare però che “se il disastro di Porong diventa un ‘fenomeno naturale’, la Lapindo potrà fare causa allo Stato e chiedere la restituzione degli 1,3 trilioni di rupie già sborsati per le vittime”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11575&size=A
Thailandia: Samak presenta i principali punti della politica economica del governo
In particolare Samak ha promesso riduzioni delle tasse per i più poveri, assistenza sanitaria a basso costo, edilizia popolare e prestiti per le piccole e medie imprese
Il neoinsediato Primo Ministro Samak Sundaravej ha annunciato l'intenzione di reintrodurre una serie di politiche populiste, già adottate dall'amminisitrazione di Thaksin Shinawatra terminata con il colpo di stato del 2006. In particolare Samak ha promesso riduzioni delle tasse per i più poveri, assistenza sanitaria a basso costo, edilizia popolare e prestiti per le piccole e medie imprese.
Il programma prevede anche importanti investimenti nelle infrastrutture, tra cui l'aggiunta di nove linee nel sistema di trasporti di massa di Bangkok, l'ammodernamento della rete ferroviaria nazionale e l'ampliamento di porti e aeroporti. Particolare attenzione sarà rivolta ai contadini che beneficieranno della realizzazione di nuovi progetti di irrigazione, prestiti per le comunità rurali, aiuti per l'acquisto di macchine agricole e maggiore protezione contro i disastri naturali. Il Primo Ministro non ha reso noto il costo di questo programma poiché il governo ha da poco iniziato a lavorare sulla pianificazione finanziaria.
Samak ha messo in guardia il paese sul rischio che l'economia nazionale, incentrata sulle esportazioni, possa presto trovarsi ad attraversare un periodo gravi difficoltà a causa della imminente recessione degli Stati Uniti, il principale partner commerciale della Thailandia, e dell'inflazione globale dovuta al costante incremento del prezzo del petrolio. Il leader ha poi rassicurato i thailandesi dichiarando che l'obiettivo del governo è quello di creare un'economia bilanciata e immune a questi problemi, assicurando una crescita sostenibile e facendo in modo che gli invstitori locali e stranieri ritrovino fiducia nel paese.
Samak ha infine sollevato la necessità di una maggiore unità nazionale, ma ricalcare le politiche populiste del disciolto partito Thai Rak Thai, non è forse la via più indicata per riconquistare la fiducia della classe media che, convinta della corruzione di Thaksin Shinawatra, ne ha sostenuto la destituzione da parte dei militari.
Perwez Musharraf non intende lasciare la carica di presidente del Pakistan, malgrado la sconfitta del partito che lo sostiene alle elezioni legislative dello scorso lunedì. «Dobbiamo andare avanti in modo da dare al Pakistan un governo stabile e democratico», ha dichiarato nell’intervista pubblicata oggi sul Wall street Journal. Oggi si incontreranno a Islamabad Nawaz Sharif e Asif Ali Zarfari, i leader della Lega musulmana e del Partito popolare pachistano [Ppp], vincitori di queste elezioni, rispettivamente con 66 seggi e 87 dei 272 dell’Assemblea nazionale. L’ex generale, arrivato al potere con un colpo di Stato, ha ribadito: «Resto al mio posto», spiegando che il Pakistan deve «dar vita a un governo stabile» e «armonioso».
E’ poco probabile però che il presidente riesca a convincere i due leader dell’opposizione, l’ex premier Nawaz al Sharif e il vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, a non chiedere le sue dimissioni. Asif Ali Zerdari riceverà presto l’incarico di formare il nuovo governo del Pakistan. Il Ppp e la Lega musulmana di Sharif hanno già annunciato che formeranno una coalizione per governare insieme.
Sharif ha ribadito la sua richiesta che vengano reinsediati i giudici della Corte suprema cacciati da Musharraf in modo che possano pronunciarsi sulla legittimità della sua rielezione a presidente, nell’ottobre scorso. L’ex premier chiede anche l’annullamento di tutte le decisioni assunte da Musharraf a fine 2007, durante le sei settimane di stato d’emergenza. http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/12897
L'esperto: «Troppi i curriculum che non valorizzano le esperienze all'estero»
Il professor Daniel Porot, che si occupa di gestione della carriera e di lavoro, è convito che « la partenza all’estero per lavoro non è una fuga», ma un valore aggiunto.
Daniel Porot (DR)
Quali sono i vantaggi di una prima esperienza professionale all’estero?
I datori di lavoro considerano i candidati con questo tipo di esperienze dotati di più flessibilità, curiosità di spirito e – per così dire – di una doppia cultura. Il giovane, quando parte, apre una porta, anche se si tratta di un lavoro di breve durata, per esempio di soli tre mesi. Potrà, in seguito, allargare le proprie competenze ispirandosi a diverse culture d'impresa con le quali è entrato in contatto all'estero.
Ci sono degli inconvenienti?
Il problema è che i giovani non sanno valorizzare queste qualità sul curriculum. Bisogna saper presentare quest’esperienza come qualcosa che sia immediatamente spendibile in azienda. Facciamo un esempio. Ho incontrato un giovane italiano che ha lavorato per la Nokia, in Finlandia, e che ha saputo adattare la sua conoscenza della tecnologia alla produzione di sugo italiano! Ogni esperienza che ha fatto gli ha permesso di progredire.
Esiste il rischio di non ritrovare un lavoro una volta ritornati nel proprio paese ?
No, perché la partenza all’estero per lavoro non è una fuga. La principale fuga è spesso quella degli studenti che moltiplicano i diplomi. Questa ricerca di sapere è bella, ma probabilmente rimanda anche alla paura di confrontarsi con la realtà. Partire all’estero è un passo difficile. Soprattutto quando si parte senza aver già trovato un lavoro. Ma – ripeto – questo coraggio e questo valore aggiunto devono essere evidenziati, cosa che spesso non viene fatta.
Come fare per trarre profitto da quest’esperienza professionale?
Bisogna saperla valorizzare in un curriculum, riassumendo in tre parole la competenza acquisita. Ma anche durante un colloquio d’assunzione. Tutto dipende dal datore di lavoro: se le competenze offerte sono buone il colloquio andrà a buon fine. È per questo motivo che bisogna individuare bene le imprese cui rivolgersi, e da questo punto di vista credo che sia importante non limitarsi ai soli siti di offerte di lavoro. Sicuramente è un metodo più semplice e dà più sicurezza, ma è concorrenziale. Bisogna soprattutto avvicinarsi al mercato nascosto. Penso in particolare alle candidature spontanee.
L'indipendenza del Kosovo chiude in maniera disastrosa la questione nazionale serba. Un progetto di espansione territoriale nato a metà del XIX secolo che la politica di Milosevic ha condotto in un vicolo cieco.
“Tutto è iniziato in Kosovo tutto finirà in Kosovo”. Se negli anni ’90 questa frase sembrava l’espressione di un fatalismo balcanico minaccioso, oggi tutti si augurano che sia davvero cosi. Il disfacimento jugoslavo è iniziato con l’abolizione dell’autonomia della provincia serba a maggioranza albanese. L’occidente accettando che linee amministrative di confine diventassero frontiere tra Stati, era già avvenuto con la scissione tra Slovacchia e repubblica Ceca, permetteva alle sei repubbliche della federazione degli slavi del sud Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia e Serbia, di diventare Stati sovrani.
Con il Kosovo lo scenario è diverso. La provincia autonoma si è separata dalla Serbia contro la volontà di Belgrado e senza il consenso dell’Onu, bloccato dall’ostruzionismo russo. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale si modificano le frontiere tra Stati. Per la prima volta dal crollo jugoslavo cambiano le frontiere nei Balcani.
Prescindendo dalle accuse di immoralità fatte dal presidente russo alla politica occidentale – le relazioni internazionali come Putin non si stanca di affermare si basano sui rapporti di forza e non sul concetto di bene – alcuni interrogativi si pongono.
È stato lungimirante porre il diritto di autodeterminazione degli albanesi del Kosovo davanti all’integrità territoriale della Serbia? La secessione di Pristina viola il diritto internazionale e crea un precedente pericoloso? L’indipendenza kosovara danneggerà le relazioni tra Russia e comunità occidentale?
Inutile discutere questioni che ognuno può rigirare come meglio crede. La forza dei fatti è quella che conta. Quanto detto dal ministro degli esteri russo Kozyrev nel 1999, “la crisi è sprofondata in un vicolo cieco, l’escalation tra governo centrale e minoranza albanese non è più risolvibile”, è la chiave per comprendere la strategia indipendentista kosovara e la simpatia occidentale che l’ha accompagnata.
L’indipendenza non rappresenterà la bacchetta magica per i problemi del Kosovo. Di fatto la provincia era già uno Stato al contrario della sua parte occidentale, di fatto parte della Serbia. Quasi tutto continuerà cosi. Da un protettorato Onu Pristina diventerà, come la Bosnia, un protettorato Ue governato da un inviato speciale che disporrà di larghi poteri. In un territorio non ancora completamente sovrano, difficile dire quale spazio di manovra avranno i politici locali.
La risoluzione 1244 dell’Onu che nel 1999 ha posto il Kosovo sotto mandato internazionale partiva dal presupposto del carattere unico del conflitto. Altrettanto ha fatto l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Marrti Ahtisaari, quando ha chiesto una soluzione ad hoc per la regione che non creerebbe un precedente per altri territori a sovranità indefinita come la Transnistria, l’Abkhazia, l’Ossezia del sud e il Nagorno Karabach.
E la Serbia? Cosa avverrà quando Belgrado capirà che Milosevic ha risolto in modo catastrofico la questione nazionale serba? Del progetto che dalla metà del XIX secolo è al centro della politica del paese, unificazione di tutti i territori abitati dai serbi sia sotto forma di Stato nazionale sia nella cornice di una unione guidata da Belgrado di tutti gli slavi del sud, non è rimasto granché.
A questo punto la perdita di Pristina dovrebbe simbolizzare l’inizio di una nuova storia per Belgrado. Il Kosovo è sempre stato un peso e un corpo estraneo per lo Stato serbo. Emancipandosi dalla fissazione nazionale, Belgrado romperebbe definitivamente con l’era Milosevic per concentrare le proprie forze sui problemi economici e sociali. Questo processo, insieme alle indispensabili riforme democratiche e costituzionali, dovrà svolgersi nonostante le conseguenze morali e militari della guerra non siano ancora superate. Se Belgrado invece volesse evitare questi scogli, si avvierebbe verso un isolamento insostenibile. Per la Serbia e per l’Europa.
(IPS) - Con una decisione quasi inaspettata, dopo essere rimasto al potere per quasi 50 anni, Fidel Castro ha annunciato la sua rinuncia alla presidenza di Cuba, e la consegna del mandato al fratello Raúl, ministro delle Forze Armate, il candidato più votato alle elezioni dello scorso 20 gennaio.
“Non desidererò né accetterò - ribadisco - non desidererò né accetterò, l'incarico di presidente del Consiglio di Stato e Comandante in Capo”, ha dichiarato Fidel Castro nel suo messaggio firmato il 18 febbraio alle 17.30 ora locale e apparso sulla versione elettronica del quotidiano ufficiale Granma all’alba di martedì.
Tradirebbe “la mia coscienza mantenere delle responsabilità che richiedono mobilità e una dedizione totale che non sono nella condizione fisica di poter offrire. Lo spiego senza drammi”, ha aggiunto Castro, più di 6 mesi dopo una malattia improvvisa che lo aveva fatto rinunciare “provvisoriamente” a tutti i suoi obblighi alla guida del paese.
Da allora, aggiunge, preparare il popolo “alla mia assenza, psicologicamente e politicamente, era il mio primo obbligo dopo tanti anni di lotta. Non ho mai smesso di dire che si trattava di un recupero ‘non esente da rischi’. Ho sempre desiderato compiere il mio dovere fino all’ultimo respiro. È ciò che posso offrire”.
“Non vi sto dicendo addio. Voglio solo combattere come un soldato delle idee. Continuerò a scrivere le ‘Riflessioni del compagno Fidel’. Sarà un’arma in più dell’arsenale su cui si potrà contare. Forse la mia voce verrà ascoltata. Starò attento”, ha promesso.
Cedendo il suo incarico alla guida del governo e dell’esercito, e cambiando il titolo del suo attuale editoriale “Riflessioni del Comandante in Capo”, il leader della Rivoluzione cubana non ha accennato alla sua responsabilità come primo segretario del Partito comunista al governo, carica che occupa dal 1965 e a cui potrebbe rinunciare nel prossimo congresso.
Le reazioni non si sono fatte attendere. “Credo che il cambiamento di Fidel Castro dovrebbe dare inizio a un periodo di transizione democratica”, ha detto il presidente degli Stati Uniti George W Bush in una conferenza stampa in Ruanda, dove si trova per un tour in cinque paesi africani.
Intanto, un portavoce dell’Unione europea (Ue) ha ribadito, da Bruxelles, l’offerta di un dialogo politico con Cuba per un processo pacifico di transizione verso una democrazia pluralista.
Mentre le idee più diverse si accumulavano su Internet, dopo la pubblicazione del messaggio all’alba, Cuba si è svegliata tranquilla, come tutti gli altri giorni, e le poche persone informate dei fatti avevano appreso la notizia come parte di un processo naturale, al quale erano già pronte da diversi mesi.
“Se abbiamo capito qualcosa in questi mesi è che non lui non può continuare a mantenere il suo incarico. È una decisione saggia e degna”, ha detto all’IPS una donna di 52 anni, militante del Partito comunista, che era uscita presto di casa per andare al lavoro e non aveva potuto apprendere la notizia alla radio o alla televisione, né dai giornali.
Un funzionario del governo cubano che ha preferito restare anonimo ha confessato che la notizia lo aveva sorpreso, “ma non tanto”.
“È la cosa migliore per il paese. Con questo Fidel ha dimostrato molta lucidità mentale”, ha affermato, dicendosi fiducioso verso le generazioni più giovani. “La cosiddetta generazione storica trascinerà con sé coloro che sono nati durante la crisi economica, il cui impegno politico nel progetto socialista sembra meno forte”, ha aggiunto.
Il messaggio ha svelato l’incognita sull’istituzione, domenica prossima, dell’Assemblea nazionale del potere popolare (parlamento unicamerale) e l’elezione da parte dei deputati dei membri del Consiglio di Stato, organo massimo di governo che sostituisce l’assemblea tra le sessioni, come anche il suo presidente, vicepresidente e segretario.
Secondo alcuni osservatori locali il parlamento, che verrà costituito questo mese, avrà la responsabilità di promuovere un gruppo per i cambiamenti che la popolazione sta chiedendo negli ultimi mesi e che, in qualche modo, sono vincolati all’attuale presidente in carica Raúl Castro.
Il dibattito nei centri di lavoro e organizzazioni di massa e politiche, seguito all’appello alla critica del ministro delle Forze Armate, lo scorso 26 luglio, ha prodotto un rapporto con 1,3 milioni di proposte che, secondo fonti ufficiali, sono in fase di esame.
C'è chi assicura che i cittadini di Cuba, con 11,2 milioni di abitanti, potrebbero aspettarsi misure importanti nella sfera economica, ma anche risposte ad altre vecchie inquietudini come la necessaria flessibilità dei meccanismi stabiliti per i viaggi all’estero e la rimozione di non pochi divieti.
La rinuncia di Fidel Castro “aumenta le possibilità che Raúl Castro possa adempiere alle promesse pronunciate nel suo discorso del 26 luglio, e ciò che ha detto in seguito sulla necessità di eliminare divieti dannosi”, ha detto all’IPS l’economista Oscar Espinosa Chepe, uno dei 75 oppositori detenuti nel 2003 e poi liberato con un permesso extra-penale.
Espinosa Chepe ha assicurato che l’attuale situazione significa che il “consolidamento” di Raúl Castro alla guida del paese “apre speranze di cambiamento favorevoli al popolo di Cuba” e “accresce le aspettative”.
Dall’opposizione “ci aspettiamo, soprattutto, la liberazione dei prigionieri politici”, ha sottolineato. “Noi abbiamo messo all’erta sui problemi della società cubana. È stata l’opposizione a richiamare l’attenzione su molte delle cose che si dicono oggi sui salari, l’agricoltura, l’economia in generale”, ha proseguito.
“Non stiamo chiedendo scontri, ma rispetto e riconciliazione”, ha aggiunto.
L’appello segue l’annuncio, da parte del cancelliere spagnolo Miguel Ángel Moratinos, che il governo cubano avrebbe messo in libertà, per motivi di salute, sette oppositori, membri di un gruppo di 75 persone detenute nel 2003.
Quattro dei sette oppositori sono già liberi e si sono immediatamente recati in Spagna domenica scorsa. (Alejandro González, Omar Pernet, José Gabriel Ramón Castillo e Pedro Pablo Álvarez).
Negli ultimi mesi, anche Cuba ha annunciato la decisione di firmare due patti internazionali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) in materia di diritti umani, ha aperto le sue porte ai meccanismi di revisione periodica stabiliti dall’organizzazione e ha stabilito un meccanismo di dialogo su questi temi con la Spagna.
Queste decisioni sono state interpretate il 13 di questo mese dal cancelliere Felipe Pérez Roque come ciò che il governo è disposto a fare quando non è sottoposto a pressioni né a manipolazioni di nessun tipo, come generalmente accadeva nella oggi scomparsa Commissione dei diritti umani dell’Onu, con sede a Ginevra, e sostituita dal Consiglio dei diritti umani.
Sulla partecipazione di Fidel Castro a tutte le decisioni importanti che sono state prese nel paese negli ultimi mesi, il ministro delle Forze Armate ha assicurato, a dicembre, che non veniva importunato “per piccoli problemi, ma lo abbiamo consultato su tutte le questioni principali”.
Adesso, al momento della consegna del mandato, Castro si è mostrato fiducioso sulla continuità del processo rivoluzionario.
Ci sono ancora i “quadri della vecchia guardia”, altri che “erano molto giovani quando è iniziata la prima tappa della Rivoluzione”, e “la generazione intermedia, che ha appreso insieme a noi gli elementi della complessa e quasi inaccessibile arte di organizzare e dirigere una Rivoluzione”, ha assicurato.
A suo giudizio, “il cammino sarà sempre difficile e richiederà lo sforzo intelligente di tutti”. Allo stesso modo, ha ammesso di diffidare delle “strade apparentemente facili dell’apologetica o l’autoflagellazione come antitesi”, e ha chiesto di “essere sempre pronti alla peggiore delle possibilità”.
“Essere tanto prudenti nel successo quanto fermi nelle avversità è un principio che non può essere dimenticato. L’avversario da sconfiggere è estremamente forte, ma siamo riusciti a contenerlo per mezzo secolo”, ha avvertito, con un evidente riferimento al suo nemico storico, il governo degli Stati Uniti.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1117
Darfur : nuovi scontri mettono in pericolo i negoziati
di Tara Fernandez
Il segretario generale dell'ONU ha espresso preoccupazione per il ritorno della violenza nel Darfur occidentale. Ban ha definito in particolare "inaccettabili" i bombardamenti del 18 e 19 febbraio ad Aro Sharow, un campo per profughi interni che e' stato raso al suolo durante le ostilita' degli ultimi giorni.
Ulteriori rapporti indicano che l'esercito governativo del Darfur e le forze della milizia si stanno spostando nella zona di Jebel Moon, un segno preoccupante che ci sara' un aumento delle ostilita' nella zona.
Oltre a mettere la vita di civili innocenti a rischio, la violenza riduce significativamente l'accesso dei convogli con gli aiuti umanitari per le persone che necessitano di assistenza.
Il Segretario generale ONU ha invitato tutte le parti a cessare le ostilita' e ad impegnarsi al piu' presto per il processo politico guidato dagli inviati Speciali delle Nazioni Unite e dell'Unione africana, dato che una soluzione negoziata al conflitto del Darfur non puo' aver luogo tra continue violenze e il massiccio spostamento di civili.
Il conflitto del Darfur ha indotto oltre 2 milioni di persone a fuggire all'interno del Darfur, 400.000 sono sfollate in campi profughi nel vicino Ciad. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, oltre il 20% dei bambini sotto i cinque anni sono affetti da grave malnutrizione e molti muoiono ogni giorno, mentre solo il 50%delle persone in stato di bisogno stanno ricevendo assistenza alimentare.
Dopo mesi di trattative al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - con gli USA da un lato e Cina e Russia dall'altro (tutti membri permanenti con diritto di veto) - e' stata varata l'anno scorso la piu' grande missione di peacekeeping della storia del corpo mondiale (in collaborazione con l'Unione Africana), inizialmente osteggiata da Khartoum.
Grazie Fiorello, ma votare si deve
Romano Prodi
la Repubblica
Caro direttore, la vicenda dei rifiuti in Campania è stato lo spunto per un ironico – ma non per questo meno graffiante – monito radiofonico di Fiorello sul diritto-dovere dei cittadini a presentarsi alle urne il 13 aprile.
Le immagini di Napoli nella morsa della spazzatura hanno moltiplicato la sensazione di impotenza davanti agli intrecci affaristici e al degrado non solo ambientale di una delle terre più belle del Paese. Sarebbe tuttavia sbagliato, a mio avviso, reagire seguendo la provocazione del bravo Fiorello, perché anche votando si possono cambiare le cose. E per votare in modo consapevole è giusto anche sapere come sono andate veramente le cose, parlando con franchezza di colpe e meriti.
I motivi che hanno determinato il precipitare dell´emergenza rifiuti in Campania sono racchiusi in una parola sola: irresponsabilità. Il mio Governo ha invece avuto come punto di riferimento l´assunzione di responsabilità: in politica estera, in quella economica, nelle scelte infrastrutturali. Da 14 anni, ripeto 14 anni, Napoli e la Campania hanno visto sottratta alla responsabilità naturale degli enti elettivi la gestione dei rifiuti con l´alternarsi di Commissari straordinari e un fiorire di ipotesi di soluzione spesso più propagandistiche che operative tanto che non è neppure decollata nei comportamenti e nella coscienza collettiva l´importanza della raccolta differenziata. Dall´11 febbraio del ´94 Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino e Corrado Catenacci sono stati chiamati dai vari governi di centrodestra e centrosinistra a gestire la situazione. Hanno fallito.
Che il problema dei rifiuti in Campania fosse drammatico ce ne siamo resi conto da subito e per questo il Governo ha affidato al Capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e poi al prefetto Alessandro Pansa il compito di affrontare l´emergenza. Le difficoltà incontrate dai due commissari ci hanno fatto capire che bisognava avere il coraggio di andare oltre, di superare per sempre l´emergenza. Abbiamo dunque deciso di affidare poteri speciali al prefetto Gianni De Gennaro, scelto con plauso unanime. Parallelamente si è deciso che fosse arrivato il momento di chiudere definitivamente l´era geologica dei commissari straordinari, affidando al prefetto Goffredo Sottile il compito di liquidare amministrativamente le gestioni precedenti. E´ chiaro che questo ha alzato il livello di conflittualità con tutti coloro che in questi 14 anni hanno succhiato miliardi dal disastro lasciando debiti per oltre 650 milioni di euro, una posizione debitoria dei Comuni campani di 250 milioni e un contenzioso che si aggira su una cifra non inferiore a 2 miliardi di euro.
Non scrivo queste righe per rivendicare, quanto per spiegare. Spiegare che abbiamo trovato una Campania senza termovalorizzatori, che le discariche diventano "misteriosamente" utilizzabili un giorno e vietate quello successivo. Non ci siamo arresi e abbiamo imposto che si procedesse con l´individuazione di nuove aree e di strumenti più rapidi per l´apertura degli impianti. Anche qui, come in un film, in un brutto film, abbiamo assistito a un intreccio di posizioni politiche e di speculazioni territoriali – interne anche alla maggioranza – che hanno finito per diventare parte integrante del problema.
Abbiamo aperto un dialogo con le Regioni affinché questa emergenza venisse affrontata con quel senso di solidarietà necessario quando un problema diventa nazionale ed è quindi l´immagine stessa del Paese a essere compromessa. Abbiamo ricevuto aiuti concreti da pochissimi, promesse da altri e sostanziali dinieghi dalla maggior parte, anche dalle regioni che hanno capacità di smaltimento in eccesso. E questo mentre la Germania ben volentieri mette a disposizione, naturalmente a pagamento, i suoi impianti. Ma nonostante tutto questo, anche grazie alla mobilitazione dell´esercito, la spazzatura quotidiana oggi non è più un problema. Smaltiamo quotidianamente oltre alle 7000 tonnellate giornaliere anche 3000 tonnellate di quelle che si sono accumulate nel tempo lungo le strade della Campania. E´ sufficiente? No, affatto. Restano per terra ancora 200mila tonnellate di rifiuti. Tonnellate che giustamente scandalizzano tutti, ma non coloro che scendono per strada con alla testa sindaci, medici, sacerdoti, in una parola i punti di riferimento di una collettività che, certamente in buona fede, sembrano tuttavia preferire i rifiuti per strada a una discarica sia pur temporanea. Mi chiedo e vi chiedo se questo sia senso delle istituzioni e del bene comune.
La crisi ha origini lontane e plurime: il ruolo primario della camorra, la produzione di ecoballe non a norma, l´opaca gestione dei consorzi, i ritardi nella costruzione degli impianti anche a causa della mancata autorizzazione delle agevolazioni Cip6, le inchieste giudiziarie e i processi, il finto ecologismo. Potrei continuare a lungo nell´elencare tutti i protagonisti di questa vicenda. Ma non sarei onesto fino in fondo se non citassi la politica, quella nazionale e quella locale. Faccio un solo esempio: in dicembre, a fronte della prevista chiusura del sito di stoccaggio di Taverna del Re, il commissario Pansa decise, d´accordo con i Presidenti delle Province (che, lo ricordo, erano i subcommissari per l´emergenza) di costruire cinque nuove piazzole per lo stoccaggio delle ecoballe sparse nella Regione. Per l´individuazione dei siti fu espressamente richiesta la loro collaborazione. Ebbene, i presidenti delle Province a loro volta hanno lasciato la palla ai sindaci. E questi si sono rifiutati di affrontare in modo collaborativo il problema.
La relazione commissariale di fine anno evidenziava con chiarezza che man mano che si maturava la sensazione di andare verso l´uscita dalla precarietà, si diffondeva una serie di comportamenti tesi a mantenere, invece, lo stato d´emergenza e commissariale, con gli interessi convergenti anche di amministrazioni locali che percepiscono la tassa sui rifiuti solidi urbani e non li smaltiscono, nonché una serie di interessi assai poco nobili da parte di strutture collegate al ciclo di smaltimento e gestione.
E´ questa la politica che i cittadini vogliono? E´ questa l´amministrazione del bene comune? Sono domande retoriche, è ovvio. Ma la risposta non deve essere solo l´indignazione. Per questo abbiamo preparato un piano operativo che entro il 7 maggio porti alla pulizia delle strade, all´apertura di discariche temporanee e definitive (quelle indicate dalla legge n. 87 del 2007), al ripristino della responsabilità del ciclo di smaltimento dei rifiuti in capo agli enti locali e infine alla creazione di almeno tre termovalorizzatori (Acerra, Santa Maria La Fossa e Salerno). La situazione attuale, anche a causa degli ostacoli quotidianamente frapposti all´azione del Commissario, è però ancora gravissima. Non solo perché la raccolta differenziata è ben lontana dalla sufficienza e non solo per i blocchi stradali o la mobilitazione della malavita. Ma anche per l´ostinata e cocciuta idea che l´ambientalismo sia una cultura di proprietà di alcuni politici e che sia Roma a dover risolvere i problemi e non Napoli a rimboccarsi le maniche. In un certo senso ringrazio Fiorello. Ha riportato sulle prime pagine un tema che sembrava dimenticato e che invece continuava – non è un gioco di parole – a puzzare di marcio. Ma quello che è accaduto in questi 14 anni a Roma e a Napoli, e che continua ad accadere, non deve essere una fuga dalla politica o un inno all´antipolitica. Ci sono responsabilità precise. Spetta all´elettore valutarle e ai singoli esponenti politici farsene carico.
Di Pietro non ha ancora risposto. Diamogli tempo, dev’essere molto preso in questi giorni. Gli state inviando tantissime mail, grazie! Alcuni amici ieri sera l’hanno interpellato a Bologna e lui ha risposto - così mi è stato riferito - che non ne sa ancora nulla, che mi stima e che terrà conto della proposta… Ho visto che alcuni non approvano la sortita. Ribadisco: ho offerto ad Antonio Di Pietro la possibilità di portare in Parlamento uno come me. Se accetta, continuerò a fare dentro le istituzioni quel che ho fatto in strada. Se non accetta, amici come prima. E insieme ai miei compagni di viaggio proseguirò a fare quel che ritengo giusto con i soliti strumenti. Punto e basta. A una curiosità rispondo volentieri: che cosa faresti dello stipendio parlamentare? Presto detto: al netto delle spese terrei mille euro al mese per me e il resto lo userei per tenere in piedi un team di informazione e ricerca.
Vi aggiorno ora sulla questione multe. Mi sono informato: salvo sorprese, le denunce che pendono sul mio capo sono cinque. Tutte per “riunione non autorizzata” (articolo 18 regio decreto 1931 sulla pubblica sicurezza). Due sono relative a iniziative spontanee contro l’indulto, due a iniziative di informazione sulla corruzione Mondadori e una - la più pazzesca - alla contestazione al nano inceronato a piazzale Lagosta, il giorno in cui - insieme al partito Pensionati - regalava pacchi di pasta agli indigenti.
In nessun caso la polizia ci ha intimato di sciogliere la riunione, come vuole la legge. Né sono risuonati i tre squilli di tromba prima della carica, sempre come vuole la legge. In nessun caso c’è stata turbativa dell’ordine pubblico. Non solo: vengo denunciato io come promotore anche quando non c’è alcuna verifica diretta di tale supposizione. In tre casi il numero di partecipanti alle “riunioni non autorizzate” non supera le cinque unità. In un caso l’iniziativa contro l’indulto vedeva coinvolta la delegazione di un partito con tanto di bandiere, ma il reo da colpire sono sempre io, che non ho mai avuto tessera di alcun partito.
L’elemento che ritorna è la volontà di usare la legge (e il potere nei fatti discrezionale di denuncia) con finalità edificante se non punitiva. Il dirigente di polizia con il quale ho conferito me l’ha detto chiaramente: “a un certo punto sembra che il problema a Milano sia diventato Piero Ricca, abbiamo ricevuto molte pressioni dall’esterno”. Dal loro punto di vista pensano di essere stati magnanimi, di aver chiuso fin troppe volte gli occhi.
A questo punto sono curioso di vedere quante di queste denunce avranno seguito. Il primo e fino ad ora unico provvedimento è stato il decreto che mi ha condannato a una multa di settecento e passa euro. Tra parentesi, una volta decisa la multa (a mia insaputa) ci hanno messo un anno esatto per notificarmela (con la sospensione della prescrizione), mentre io ho tempo quindici giorni per fare opposizione chiedendo di annullare il decreto e andare a processo, come farò domani. Divertente vero?
Sono intenzionato a difendermi con meticolosa ostinazione in regolari processi, fino alla Cassazione e alla Corte Europea. Coglierò l’occasione per chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la costituzionalità del famoso regio decreto. Chiederò sempre di poter filmare i dibattimenti. Mi riservo di denunciare singoli esponenti della polizia di Milano per minacce e abuso di potere. Vogliono in sostanza punirmi per abuso di libertà di parola. E gliela farò sudare.
Perché in fondo anche questa è Italietta: il legislatore che dopo tante depenalizzazioni tiene in vita come reato penale la “riunione non autorizzata”, residuo dell’era fascista, senza adeguare la norma, con precise articolazioni, al dettato costituzionale che ci vuole liberi con ogni mezzo di esprimere le nostre idee; il funzionario Digos che avverte il clima e fa rapporto quando potrebbe non farlo visto che in teoria lavora al servizio del cittadino e nessuna azione sovversiva o malvagia si è consumata sotto i suoi occhi; il pubblico ministero di turno che non lascia morire tra milioni di altre scartoffie (compreso il mio esposto contro la Digos di Milano per sequestro di persona) la denuncia per “riunione non autorizzata”; il giudice che emette il decreto sulla fiducia, senza premurarsi di approfondire il fatto, non scegliendo nemmeno il minimo della pena.
E poi dicono che i tribunali sono intasati e la gran parte dei reati resta impunita…
Post scriptum
Sono arrivati altri contributi: dalla notizia della multa 3500 euro! Ne faremo buon uso. Grazie! http://www.pieroricca.org/
La lingua bugiarda di Ferrara: che significa antiveritativo?
Già nella sua prima esternazione sulla cosiddetta 'moratoria' dell'aborto, Giuliano Ferrara aveva sfoderato un aggettivo impervio: 'veritativo'. Si poteva pensare ad un piccolo vezzo linguistico, una veniale civetteria. Ma ecco Ferrara tornare su una forma derivata del raro lessema: 'antiveritativo':
non discuterò della vita umana come se fosse un'opinione, con alcun candidato in tv. La tv è antiveritativa (via Rainews24)
Stavolta la cosa non è passata inosservata, e non può più essere ritenuta casuale. Si tratta senza dubbio, a mio avviso, di un atto di intimidazione linguistica, del genere reso celebre dal manzoniano Azzeccagarbugli: tu, interlocutore, non conosci le parole che uso, quindi non conosci le cose che io conosco, quindi devi credermi qualsiasi cosa io dica. Ma l'Italia non è più quella del '600, i fisici tengono testa ai papi, gli azzeccagarbugli sono incalzati dalle enciclopedie online, e un blog qualsiasi come questo può farsi beffe della magniloquenza di chiunque.
Ma veniamo al lessema in questione. Il De Mauro online non riporta l'aggettivo 'veritativo', e, fino alle esternazioni di Ferrara, nessuno deve averne sentito la mancanza. Per trovare la definizione di De Mauro, bisogna ricorrere al suo Grande Dizionario Italiano dell'Uso (GRADIT):
veritativoagg: che si manifesta immediatamente vero
'Antiveritativo', invece, non c'è neanche tra le 270.000 parole degli otto volumi del GRADIT, ma si può ricavare col prefisso 'anti-' che, sugli aggettivi, forma, in genere, il senso di 'opposizione' (es. progressista\antiprogressista), diverso, si badi, da quello di 'contrario' (es. progressista\conservatore).
Anche in logica il prefisso anti- ha un preciso significato. Data una proprietà P, ad es. la simmetria per le relazioni binarie (aRb -> bRa), con anti-P si caratterizza la necessità della sua negazione: antisimmetrica è una relazione che esclude ogni possibile disposizione simmetrica, come ad esempio 'minore di' (a è minore di b implica che b non può essere minore di a). Anche qui si noti come l'alfa privativo a- esprima invece, più debolmente, la non necessità della proprietà, pur ammettendo il caso che si verifichi: asimmetrica è ad esempio 'ama' (a ama b non implica b ama a, con buona pace degli stilnovisti, anche se questo caso, per fortuna, non è escluso).
Dunque, antiveritativo è l'opposto di veritativo, cioè si dice di qualcosa che necessariamente non si manifesta immediatamente vero. Il lettore attento a questo punto già sa che questo non equivale a non necessariamente si manifesta immediatamente vero, che si dovrebbe piuttosto dire 'averitativo', ma deve dirsi solo di ciò che, sempre e comunque, offusca la propria verità.
Insomma, se Giuliano Ferrara sa quello che dice, allora egli dice che la televisione offusca necessariamente le verità di cui si occupa. Orbene, egli è conduttore televisivo e supporter di Sivio Berlusconi: forse è il caso che, prima di parlare, si metta d'accordo almeno con sé stesso e con i suoi referenti. Altrimenti, se non sa quello che dice, forse farebbe bene a tacere del tutto, come suggerì un noto filosofo.http://guidovetere.nova100.ilsole24ore.com/2008/02/la-lingua-bugia.html
Uno dei peggiori clientelisti del mondo, tal Lombardo, si è appena aggregato al cosiddetto Partito del popolo della Libertà.
Lombardo è corresponsabile, insieme a Scapagnini (medico personale di Berlusconi) dello stato di fallimento del comune di Catania, costretto persino a spegnere i lampioni di notte per debiti inevasi con l'Enel.
Gli è stata garantita la presidenza sicura, al limone (e persino in alleanza con il condannato Cuffaro dell'Udc, partito oggi avverso a Berlusconi), della povera e disgraziata Sicilia.
Berlusconi, per Lombardo e Cuffaro ha quindi fatto un'eccezione, da uomini d'onore.
-------------------------
(chiedere a un qualsiasi tassista catanese per sapere chi è Lombardo, e non spaventarsi se ne intesse le lodi causa sua licenza, pagare con mancia lo stesso...)www.caravita.biz
Referendum: a Consulta ricorso promotori, domani ammissibilità
ANSA -
(ANSA) - ROMA, - Il comitato promotore dei referendum elettorali, presieduto da Giovanni Guzzetta e da Mariotto Segni, ha depositato alla Corte Costituzionale l'annunciato conflitto di attribuzione sollevato contro il governo, il Senato e la Camera per chiedere, con i 'necessari provvedimenti d'urgenza', che la consultazione sui tre quesiti referendari si tenga il 18 maggio oppure entro il 15 giugno 2008, e non nel maggio del 2009. Il comitato sostiene che non spettava al governo deliberare la data dello svolgimento dei referendum prima dello scioglimento anticipato delle Camere con l'effetto di determinarne la sospensione di un anno.
L'ammissibilita' del ricorso - secondo quanto si e' appreso - sara' discussa domani mattina dai giudici costituzionali in una camera di consiglio convocata d'urgenza (quella in corso, infatti, non e' una settimana lavorativa per la Corte). La causa e' stata affidata al giudice costituzionale Alfonso Quaranta. Se il conflitto superera' il primo ostacolo dell'ammissibilita', la decisione nel merito avverra' in un secondo momento, presumibilmente prima dei consueti 40 giorni generalmente concessi per la notifica del ricorso alla controparte e dunque prima delle elezioni del 13 e 14 aprile.
Muoiono 24 minatori, 5 all'ospedale in una cava clandestina al nord, camuffata da porcile. Al giorno muoiono in media 13 minatori
Ennesimo incidente in miniera in Cina; morti 24 lavoratori. Altri cinque all'ospedale, gravi. Domenica scorsa nella provincia settentrionale di Hebei, vicino la città di Wuhan, un ordigno è brillato all'ingresso di una cava di carbone, dissimilata daporcile abbandonato. L'agenzia governativa, Xinhua, riferisce che gli ispettori del lavoro locali non hanno saputo della tragedia fino al lunedì, quando hanno avvisato il ministero.
Tunnel e truogoli Trenta lavoratori erano stati intrappolati dall'esplosione, ma mezza dozzina si sono salvati; cinque in condizioni gravi ma stabili all'ospedale di Wuhan, capoluogo di quella che viene chiamata 'Rust Belt', la Fascia della ruggine, dai sinologi: un vasto territorio a nord di Pechino, verso il confine coreano, dove si concentrano le miniere di carbone e le industrie pesanti degli anni '70 in via di smantellamento. Terre di alta disoccupazione, fabbriche che chiudono e povertà diffusa, al contrario del caotico sviluppo che avvolge la fascia costiera più a meridione, da Shangai a Canton. Il ministero del lavoro ha aperto un'inchiesta; il proprietario della miniera, abusiva, si è dato alla macchia. Pare che la miniera fosse veramente nascosta dietro una cava in cui era stato installato un porcile, per non dare nell'occhio. Gli ingressi dei tunnel sembra fossero nascosti dietro enormi truogoli Un nuovo incidente in una industria che finora, secondo il ministero del Lavoro, uccide in media 13 lavoratori ogni giorno; circa 4.700 morti l'anno. Ma l'organizzazione internazionale del Lavoro – agenzia Onu – in ottobre aveva emanato un comunicato per dire che si teme come “i morti possano essere almeno il triplo”.
Quattro o 15mila Domenica il ministero dell'Industria aveva annunciato la creazione di una agenzia con un budget annuale di 280 milioni di euro, per ridurre la mortalità nelle miniere. Le accuse colpiscono per la mancata sicurezza i proprietari che non installano dispositivi anti incendio, uscite in sicurezza e ventilazione, contro le fuoruscite di grisou. Mentre i funzionari presentavano questa agenzia, 18 minatori morivano schiacciati da un tunnel a Chong Qing, vicino la Diga delle tre gole, per una esplosione. Intanto la domanda di carbone sale, sia per i prezzi del petrolio, sia per le temperature insolitamente rigide, anche al sud, dove il consumo di carbone serve al riscaldamento domestico. Nel nord il carbone costituisce primaria fonte di energia elettrica. A dicembre Pechino ha lanciato un piano per l'approvvigionamento energetico: per i prossimi tre anni si creerà una centrale a carbone. Ogni settimana. Intanto, la nuova agenzia rivalutava il totale di morti annuali: 6mila. Secondo siti indipendenti sarebbero almeno 15mila. Secondo l'agenzia per la sicurezza, l'ammodernamento delle miniere non è ritardabile, perché la domanda è cresciuta enormemente in queste settimana, soprattutto dalle aree bloccate dalla neve alta. Il rischio, dopo che l'80 percento delle miniere cinesi è rimasto chiuso a gennaio e febbraio, è che alla riapertura ci siano decine di inondazioni dei tunnel.
Al lavoro! Intanto il ministero dell'Energia ha chiesto che quasi tutte le miniere tornino a lavorare a pieno regime, per rifornire le centrali. “Abbiamo riportato l'energia nelle case di 23 milioni di cinesi, il 90 percento delle case colpite da blackout durante la crisi energetica”, recita il comunicato. Ma già si contano 600 casi di miniere inondate (non si sa di eventuali morti) e di 1.800 miniere chiuse per esondazioni di gas tra il Sud e il centro, dallo Yunnan a Jiangxi, Hunan e Guizhou. Per ora i danni provocati dal maltempo fin dalle vacanze del Capodanno lunare ammontano a 15 miliardi di dollari
ARABIA SAUDITA La polizia religiosa saudita difende l'arresto della donna al bar con un collega La notizia dell’arresto di Yara, donna d’affari americana, avvenuto agli inizi di febbraio ha fatto il giro del mondo e anche i quotidiani sauditi hanno sorprendentemente criticato la polizia. Ma la Commissione per la promozione della virtù e prevenzione del vizio sostiene con forza le ragioni che hanno portato alla sua incarcerazione.
Riyadh (AsiaNews/Agenzie) – Sono granitiche le posizioni della Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, nome ufficiale della muttawa, la polizia religiosa saudita, che sembra non sentire le accuse mosse da organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani e persino da giornalisti di testate saudite ed anzi, difende il suo operato e contrattacca.
Yara, figlia di genitori giordani e cresciuta a Salt Lake City negli Stai Uniti, è madre di tre figli e moglie di un importante imprenditore con cui vivono e lavorano a Jeddah da otto anni. Il giorno dell’arresto, la donna era in visita di routine a Riyadh dove la compagnia finanziaria per cui lavora ha aperto un nuovo ufficio. Un blackout elettrico ha fatto sì che il personale si trasferisse temporaneamente al vicino internet caffé, uno Starbucks, dove Yara si è premunita per una questione di ‘buoncostume’ di sedersi con il collega nell’area riservata alle famiglie, l’unico posto in cui uomini e donne possono condividere lo spazio.
Precauzione inutile dato che alcuni uomini della muttawa si sono avvicinati e l’hanno accusata di commettere un grave peccato a sedere con un collega non suo parente, e dopo averle confiscato il cellulare l’hanno arrestata e portata nella prigione di Malaz a Riyadh.
Con metodi brutali la polizia l’ha perquisita e le ha strappato confessioni di colpevolezza. “Mi hanno portato in un bagno sudicio. Mi hanno fatto togliere i vestiti e rannicchiare a terra. Dopo averli gettati nella melma me li hanno fatti indossare di nuovo” ha dichiarato Yara in un’intervista riportata sul Times online.
La polizia le ha negato il diritto di informare il marito Hatim dell’accaduto, ma è proprio grazie a lui e ad alcuni politici influenti che Yara è stata rilasciata.
L’Associazione nazionale per i diritti umani ha garantito di prendere il caso in seria considerazione e di chiarire la posizione della Commissione e riguardo.
Sotto attacco per la vicenda, ieri un portavoce della commissione ha dichiarato: “Il Ministro del lavoro non approva che uomini e donne abbiano contatti nei luoghi di lavoro. È una violazione sia delle leggi del Paese che della Shar’ia”. La Commisione inoltre minaccia azioni legali, con l’accusa di sostenere posizioni anti-islamiche e illegali, contro gli opinionisti Al-Alami del Al-Watan e Abdullah Abou Alsamh dell’Okaz che hanno aspramente criticato l’arresto di Yara.
Sono molte le donne arrestate in Arabia Saudita e purtroppo le loro storie non ottengono sempre la stessa copertura che i media hanno conferito a Yara. Ben poche hanno la possibilità di essere ascoltate e liberate e per chi rimane in carcere l’incubo continua. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11563&size=A
SARKOZY, IL CIAD E IL TRAFFICO DI BAMBINI DELL' ARCA DI ZOE'
A CURA DI RADIO COULEUR 3
Testo diffuso domenica 25/11/07 dalle 12 alle 13, nell’eccellente trasmissione “Il Pianeta azzurro” sul canale radio svizzero “Couleur 3” che è un programma radio affidabile a tutti i livelli.
Quando è scoppiato l’ormai famoso caso dell’Arca di Zoè, curiosamente, il Presidente Sarkozy non è corso in aiuto né dei bambini che erano le vittime e né delle loro famiglie, ma dei rapitori.
Perché? Per protegger chi? Perché Nicolas Sarkozy è andato in Ciad a cercare i giornalisti francesi e le hostess di volo spagnole? Perché il Presidente francese ha annunciato, alto e forte, che sarebbe andato a cercare lui stesso i membri dell’Associazione “Arca di Zoè”, qualsiasi cosa abbiano fatto, alimentando un fuoco che non aveva bisogno della sua arroganza per ardere già bene?
Si tratta di un gesto maldestro dovuto alla precipitazione, o il caso degli illuminati dell’Arca di Zoè ne nasconde uno ben più grave che avrebbe portato il presidente francese a una figuraccia internazionale?
Ci sono implicazioni tra il trasferimento di bambini del Ciad verso l’Europa, l’industria farmaceutica e il mondo degli affari?
Ogni giorno che passa vede nascere nuove domande. Come e perché l’Associazione Arca di Zoè ha beneficiato di agevolazioni legali dal ministero degli Esteri, ministero della Difesa e, probabilmente, dal ministero degli Interni?
Come e perché l’Associazione Arca di Zoè ha potuto organizzare gli aerei Transal dell’esercito per trasportare materiali da N’Djaména a Abéché? Perché i servizi del ministero della Difesa conoscevano il piano di volo del Boeing richiesto da Eric Breteau, il presidente dell’Arca di Zoè? Il Boeing atterrò ad Abéché, in un aeroporto sotto controllo militare da parte del Ciad…..e della Francia, e alcuni ufficiali erano presenti al giro di controllo. Era da Abéché che i bambini, travestiti come feriti, si imbarcavano nell’aereo alla fine della pista.
I mezzi non indifferenti che ha avuto a disposizione l’Arca di Zoè e la precipitazione maldestra del presidente Sarkozy, a impegnarsi in prima persona nell’assunto, avranno un rapporto con i finanziamenti poco chiari donati all’Arca di Zoè? Questa storia, che non è un racconto della Banda Bassotti, solleva talmente tante questioni, che molti si domandano ora se dietro la facciata umanitaria non si nasconda un affare di tutt’altre dimensioni, un affare di sperimentazioni terapeutiche su dei pazienti tutt’altro che volontari.
L’Associazione Arca di Zoè è un’iniziativa dell’organismo francese Paris Biotech Santé, che è finanziata dalla società di sviluppo di prodotti farmaceutici Bio Alliance Pharma, di cui lo stesso fratello del presidente, François Sarkozy, è vicepresidente del consiglio di sorveglianza. Alcuni si domandano se Bio Alliance Pharma, che gestisce ricerche sull’AIDS e propone test terapeutici, non abbia un legame con la storia delle infermiere bulgare, la cui liberazione era già stata amministrata dalla famiglia Sarkozy. Quali sono le reali attività della Bio Alliance Pharma di cui fa parte il fratello del presidente Sarkozy?
La compagnia sviluppa medicamenti per trattare malattie descritte come 1000 volte più virulente nel Sud-Est Asiatico e nell’Africa Sub-sahariana che da noi. Per sviluppare questi trattamenti la società pratica esperimenti su dei pazienti, come per esempio nel caso del Loramie: 540 pazienti, divisi in 40 diversi angoli del mondo. Stephanie Lefèvre, la segretaria generale dell’Arca di Zoè, è direttrice aggiunta della Paris Biotech Santé e François Sarkozy figura con lei tra i membri di valutazione di questo organismo specializzato nella ricerca biomedicale. Per questo le domande in rete si moltiplicano. E ci sarebbe un rapporto fra queste case farmaceutiche e l'intervento del presidente Sarkozy in Ciad. E’ come l’Alzheimer , divenuto grande causa nazionale francese giusto dopo l’elezione di Nicolas Sarkozy. Questa dichiarazione a sorpresa avrebbe un rapporto con il fatto che sempre il fratello del presidente, François Sarkozy, fa parte partners dell’AEC, di cui il principale cliente è l’americana Pfeizer, leader mondiale dell’industria farmaceutica e specialista nel trattamento… dell’Alzheimer.
La scorsa primavera la Nigeria ha attaccato di fronte alla giustizia internazionale il gigante Pfeizer che avrebbe, cito, “effettuato nel 1996, in maniera illegale, test chimici di un medicamento, il Trovan, su 200 bambini”, fine citazione. L’inventore del Viagra avrebbe segretamente utilizzato dei bambini come cavie, per testare nuove molecole sotto copertura di aiuti umanitari. 11 bambini sarebbero morti in questi test o avrebbero riportato gravi conseguenze: sordità, paralisi, lesioni cerebrali e cecità. La Nigeria reclama 10 miliardi di dollari dalla Pfeizer. E’ il Washington Post che ha rivelato lo scandalo.
Anche il giornale belga “Sept sur Sept” si interroga sul ruolo della Paris Biotech Santé, dove lavora Stephanie Lefèvre, la segretaria generale dell’Arca di Zoè, e di François Sarkozy. Cito, “L’Arca di Zoè non è un caso di dilettanti. Sono professionalmente organizzati e non gli mancano fonti di finanziamento di tutti i generi. La cosiddetta “piccola” organizzazione sembra aver preparato questa operazione nel Ciad con molte relazioni influenti, mezzi tecnici e finanziari”, fine citazione.
Perché il presidente Sarkozy vuole andare a recuperare i militanti dellArca di Zoè in Ciad? Perché ha voluto recuperare le infermiere bulgare in Libia? E’ solo una scusa per vantarsi, per comparire davanti alle telecamere di tutto il mondo, o tutto lo Stato Maggiore francese aveva paura che certe cose si finiscono per dire nelle carceri africane. Si sta parlando di esperimenti su esseri umani finanziati da potenti laboratori di biotecnologia sotto la maschera di aiuti umanitari.
No, no… chiaramente questa sarebbe solo science fiction!
Fonte:http://www.larevolutionencharentaises.com/ Link
02.02.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EPICUREO
SARKOZY RICATTA IL GOVERNO DEL CIAD A RILASCIARE I RAPITORI DEI BAMBINI IN CAMBIO DI AIUTI MILITARI
DI WAYNE MADSEN Wayne Madsen Report
Ancora una volta, il presidente francese neocon Nicolas Sarkozy ha messo gli interessi di un losco gruppo francese di rapitori di bambini, conosciuto come l’Arca di Zoè davanti a tutti gli altri interessi francesi nelle politiche estere.
Dopo che il presidente ha mandato il suo ministro della difesa Hervé Morin in Ciad per dimostrare il suo appoggio al presidente Idriss Deby che ha fronteggiato un attacco dei ribelli a N’Djamena, la capitale, che quasi lo fanno cadere, lo stesso Deby ha dichiarato di considerare il perdono per i 6 “operatori umanitari” dell’Arca di Zoè colpevoli di aver provato a rapire dei bambini dalla zona est del Ciad per portarli in Francia. WMR ha riportato che il fratello del presidente Sarkozy, un pediatra, è legato sia all’Arca di Zoè sia ad organizzazioni che conducono esperimenti medici sulle persone.
Il 31 dicembre del 2007 WMR scrive “Fonti francesi riportano una stretta relazione tra il numero 2 dell’Arca di Zoè, Stephanie Dahinault-Lefèvre, della Paris Biotech Santé una impresa semipubblica di ricerca medica, e François Sarkozy che è un pediatra e direttore della Paris Biotech Santé. François Sarkozy è il fratello di Nicolas. François Sarkozy è implicato in sperimentazioni di biofarmaci su esseri umani. Trattamenti contro l’Aids e il cancro sono di particolare interesse per François Sarkozy e la Paris Biotech Santé”
Nicolas Sarkozy, che espresse simpatie per i pedofili durante l’ultimo anno nella campagna delle presidenziali, volò in Ciad per appellarsi al presidente Deby per rilasciare i membri dell’Arca di Zoè dal carcere appena prima di volare a Washington dal presidente George W. Bush. Il Ciad rilasciò i 6 membri dell’Arca di Zoè per permettergli di scontare la pena nelle carceri francesi. Con Deby sotto pressione e la Francia inizialmente imparziale nella lotta tra il presidente e i ribelli, Sarkozy e Morin ricambiarono questo rimpatrio con assistenza militare a favore del presidente.
L’Arca di Zoè è stata anche collegata alle adozioni di bambini cambogiani.
WMR ha appreso che il traffico e la prostituzione di bambini è molto inflazionato in Cambogia sotto il benestare di agenzie francesi e americane che operano al di fuori delle ambasciate.
Una recente visita del direttore dell’FBI Robert Mueller a Phnom Penh in coincidenza con l’apertura di un ufficio dell’FBI nella capitale cambogiana ha agitato la cooperazione cambogiana nella “guerra al terrore”. Non si è parlato di traffico di bambini. Infatti la controparte cambogiana di Mueller, Hok Lundy, il capo della polizia nazionale, è stato accusato di essere implicato in traffici di persone, compresi bambini. A Lundy è stato concesso un visto dal Dipartimento di Stato americano per visitare Washington nonostante gli era già stato negato in precedenza proprio per queste accusa pendenti su di lui.
Il Dipartimento di Stato americano ha un grande conflitto di interessi nel traffico di persone, sia in Cambogia e in Ciad sia da altre parti, specialmente nel sud-est asiatico, il Segretario di Stato e direttore dell’intelligence nazionale John Negroponte in particolare, ed in aggiunta egli è accusato anche di aver chiuso un occhio sul coinvolgimenti di vari diplomatici americani coinvolti in abusi sessuali su minori sempre nel sud-est asiatico.
Mueller non ha discusso questi problemi proprio perché queste pratiche sono conosciute e supportate dalla CIA a Phnom Penh, Bangkok e Tokio.
Titolo originale: "Sarkozy blackmails Chad government to pardon child abductors in return for military aid"
Fonte: http://www.waynemadsenreport.com/ Link
07.02.2008
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EPICUREO
Sono ormai praticamente definitivi i risultati delle elezioni in Pakistan: la Lega musulmana di Musharraf ne esce sconfitta. Il Partito popolare del Pakistan, guidato da Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, risulta essere il primo partito, con 87 seggi su 252. Lo segue, con 67 seggi, la Lega musulmana Nawaz, dell’ex presidente Sharif. Rimane da capire con chi sceglierà di governare il Ppp. Il partito di Musharraf, preso atto della sconfitta, si dichiara disponibile per un governo di «unità nazionale». Se il Ppp dovesse decidersi per questa opzione si dimostrerebbe fedele all’accordo informale raggiunto a Dubai tra Musharraf e Bhutto con il beneplacito degli Usa, che prevedeva una spartizione dei poteri tra i due partiti: la Lega musulmana proseguirebbe la guerra contro i «talebani pakistani», mentre il Ppp darebbe un volto democratico al governo. Nel caso in cui il Ppp scegliesse di governare con gli altri partiti fino ad oggi all’opposizione si potrebbe verificare un ritorno all’ordine costituzionale. Questa opzione potrebbe mettere in forse l’appoggio agli Usa in Afghanistan. Sharif ha dichirato che incontrerà Ali Zardari sabato per proporgli di collaborare, http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/12886
Impossibile sfuggire al suo ruolo di primo attore: Jérôme Kerviel. L’uomo che é costato 5 miliardi di euro alla Société Générale é diventato in una settimana l’icona nazionale. La sua storia richiama alla mente altre simili.
Nick Leeson ha conosciuto dieci anni fa la stessa sorte facendo colare a picco la Barings, banca britannica allora tra le più prestigiose. Diventava cosi’ il primo « rogue trader » della storia. Cosa ci insegnano questi giovani speculatori in erba sullo stato della finanza mondiale ?
Leeson e Kerviel, intrappolati nella stessa spirale
Nel 1995, Nick Leeson operava a Singapore sul mercato giapponese per la prestigiosa Barings Bank. Aveva messo a punto sui mercati a basso rischio una maxifrode che avrebbe potuto essere riassorbita se il terremoto d Kobe non avesse fatto crollare l’indice nipponico, facendo aumentare le perdite già di per se’ collossali. L’esposizione della Barings ammontava a oltre un miliardo di dollari. La « Banca della Regina » non ce l’ha fatta a sopravvivere.
Interrogato dalla BBC il giorno stesso in cui scoppiava il caso Kerviel, Leeson ha ammesso che, pur sorpreso dall’ammontare delle perdite, il percorso del francese era « del tutto simile al suo ». Cercava semplicemente « il successo ». Avvinti in una spirale, « non ci si rende conto che la partita é chiusa ». Jérôme Kerviel sembra in effetti per il momento raccontare la stessa storia, quella del trader preso al laccio dal gioco della competizione e che ha dovuto sfavillare per farsi un nome.
Leeson tuttavia si deresponsabilizza durante l’intervista ; in molti, « al back office, non hanno fatto il loro lavoro correttamente ». In altri termini, l’ebbrezza speculativa avrebbe dovuto essere intercettata dai sistemi di controllo. « Gli addetti ai controlli, in realtà, non sanno come il sistema funziona ».
Vittima del sistema
In Francia alcuni considerano Kerviel come la vittima di un meccanismo impazzito. Ségolène Royal, ad esempio, ha di recente affermato che é difficile attribuire « tutta la responsabilità a una sola persona ». Tale indulgenza ha fatto sorridere i giornalisti britannici secondo cui i francesi si nascondono dietro la personalità del trader per non guardare in faccia la realtà dello scandalo.
Gli inglesi, tuttavia, fanno prova di empatia in egual modo verso il loro “rogue trader”. Questi appare spesso sui tabloids e sui cosiddetti giornali di qualità. Tutti sono al corrente del suo nuovo matrimonio e della sua nuova vita come manager della squadra di calcio Galway FC. E’ un vip come puo’ diventarlo Kerviel.
Implicitamente si finisce col perdonare questi irresponsabili poiché hanno barato in un gioco che non capiamo. Conquistano la nostra ammirazione nonostante le terribili conseguenze delle loro scommesse.
La partita di poker mondiale
La Société Générale oggi, come la Barings a suo tempo, rischia l’acquisizione. Ci si attiva all’interno del governo francese per far si’ che la banca rimanga francese.
La Barings era un’istituzione venerabile che aveva legami molto stretti con la monarchia. Faceva parte della storia del Regno Unito. Acquistata, in seguito alla mossa di poker di Leeson, dal gruppo olandese ING, il suo logo non esiste più.
La Société Générale é allo stesso modo una delle più antiche e importanti banche francesi.
Le prime mosse delle autorità francesi hanno come scopo quello di evitare il riprodursi dello scenario inglese. In una simile ipotesi, i politici francesi favorirebbero l’acquisizione della Société Générale da parte della BNP, la più grande banca francese. Ironia della sorte, qualche anno fa, la SG ha rifiutato l’offerta di pubblico acquisto fatta dalla …BNP.
La nuova ondata di patriottismo economico preoccupa Bruxelles che rievoca la posizione assunta da Parigi quando un gruppo italiano aveva cercato di acquisire Suez.
In effetti, quando le banche giocano e perdono ad una partita di poker mondiale, non é urgente ripensare il loro rapporto verso il profitto e il loro funzionamento interno ?
Difficile da mettere in pratica in un sistema globalizzato e soprattutto meno popolare di una dose di sciovinismo economico. Un problema da orticaria in più per la Commissone Europea.
Bruxelles: via il dente, via il dolore
Da Bruxelles, scrive Tomas Miglierina
Riconoscimento in ordine sparso. L'unanimità in seno Ue raggiunta solo sul fatto che il Kosovo rappresenta un caso ''suis generis'' e a sovranità limitata. Un'Europa divisa si prepara a sostituire la presenza Onu in Kosovo con la missione EULEX (vedi scheda interna). Un commento da Bruxelles
I ventisette paesi dell’ Unione europea procederanno in ordine sparso al riconoscimento diplomatico del Kosovo, “in accordo con le loro pratiche nazionali ed il diritto internazionale”, come recitano le conclusioni del Consiglio dei ministri degli esteri tenutosi ieri a Bruxelles. Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania –membri del gruppo di contatto - sono tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza di Pristina, insieme alla presidenza slovena. Altri procederanno in tempi brevi, inserendosi nella scia dei primi: tra loro Danimarca, Finlandia, Austria. Alcuni un po’ più legalisti, come i Paesi Bassi, si prenderanno qualche giorno “per esaminare in dettaglio la Costituzione del Kosovo” ma la loro intenzione è il riconoscimento. Entro un mese, ha detto il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, i riconoscimenti dei paesi UE dovrebbero essere circa 19.
La posizione più netta contro il riconoscimento è stata espressa da Cipro: “Ho detto oggi in Consiglio che non riconosceremo mai”, ha spiegato ai giornalisti la ministra degli esteri dell’isola, Erato Marcoullis. Posizione analoga per la Romania: per il presidente Traian Basescu “la secessione del Kosovo è un atto illegale”. “Non riconosceremo il Kosovo, per noi è una questione di legalità internazionale”, ha dichiarato ancor prima dell’ inizio della riunione il ministro degli esteri di Madrid Miguel Angel Moratinos, ricordando che un nuovo Stato può nascere o per accordo delle parti interessate o con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Grecia, Bulgaria e Slovacchia non sono pronte a riconoscere il nuovo status, ma non hanno chiuso la porta ad eventuali cambiamenti di posizione in futuro.
I ministri europei sono invece unanimi nel definire il Kosovo un caso sui generis che non costituisce un precedente per altre crisi internazionali e non mette in discussione principi come quelli fissati nella carta dell’ ONU o nell’ atto finale della conferenza di Helsinki. L’indipendenza del Kosovo sarà sotto sorveglianza internazionale, la missione civile EULEX – a guida europea ma con partecipazione di altri stati extra-UE – sarà chiamata ad assumere col tempo un ruolo guida sul terreno.
Il commento da Bruxelles
La missione EULEX
Sarà la più grande missione nella storia della politica estera e di sicurezza comune europea, ma la decisione di lanciarla è stata formalizzata con una procedura di silenzio-assenso, particolarmente di basso profilo, conclusasi sabato 16 febbraio. EULEX KOSOVO sta per EU Rule of Law mission in Kosovo; “rule of law” è l’espressione che in inglese traduce il concetto di Stato di diritto.
La successione degli eventi è molto importante: alcuni governi europei hanno insistito affinché la missione venisse lanciata formalmente prima della dichiarazione di indipendenza. Nella realtà al momento sul campo si trovano solo poche persone del cosiddetto “preparation team”, che da oltre un anno lavorava alle operazioni preparatorie.
L’obbiettivo della missione è di “sostenere le autorità del Kosovo monitorando, consigliando e agendo da mentori in tutte le aree relative allo stato di diritto, in particolare la polizia, la magistratura le dogane e il sistema correzionale. L’UE vuole che le istituzioni del Kosovo siano sostenibili e rispondano del loro operato, che i servizi di polizia e doganali siano multietnici e che la magistratura sia indipendente. La protezione delle minoranze, la lotta alla corruzione e al crimine organizzato sono le priorità.
Il dispiegamento di circa 1900 tra poliziotti, giudici, procuratori, doganieri (assistiti da oltre mille persone dello staff locale) avverrà in un periodo di 120 giorni durante i quali l’attuale missione ONU (UNMIK) continuerà ad esercitare le proprie responsabilità, che dovrebbero essere poi gradualmente trasferite ad EULEX. In mancanza di una risoluzione del Consiglio di sicurezza, per via del veto russo, gli europei avrebbero apprezzato almeno un invito da parte del Segretario generale, ma per ora Ban-Ki Moon è rimasto silenzioso. Nel frattempo Bruxelles si è resa conto che probabilmente i funzionari previsti non basteranno. Una riserva di 300 tra poliziotti e addetti alle dogane sarà mantenuta in stand-by nelle capitali europee, ma forse anche questa sarà insufficiente.
Il capo della missione EULEX sarà il francese Yves de Kermabon, ma il numero uno “politico” sarà il rappresentante speciale dell’ Unione in Kosovo, l’olandese Peter Feith. Mente il team di magistrati sarà guidato dal magistrato italiano Alberto Perduca. Il mandato iniziale della missione è di due anni, ma tutti sanno che occorrerà restare più a lungo. Per i primi sedici mesi di lavoro sono stati stanziati 205 milioni di euro. Se a ciò si aggiungono le centinaia di milioni di aiuti europei (una conferenza dei donatori sarà organizzata in giungo) e contributi europei alle altre organizzazioni internazionali presenti, il costo del Kosovo per il contribuente europeo supererà il miliardo di euro.
Per mettere in pratica il suo mandato EULEX disporrà poteri esecutivi, come previsto dal piano Ahtisaari, per intervenire in caso di necessità. Secondo fonti diplomatiche europee, essi saranno però meno intrusivi di quelli a suo tempo conferiti all’alto rappresentante per la Bosnia (i cosiddetti 'poteri di Bonn').
Ammettiamolo: la maggioranza dei paesi dell’Unione europea sta riconoscendo il Kosovo con lo stesso entusiasmo con cui solitamente si va dal dentista. Quasi nessuno si è preso la pena di felicitare le autorità di Pristina o di inviare propri rappresentanti alla storica proclamazione. Tra i pochi punti su cui i ventisette si sono ritrovati unanimemente concordi c’è il carattere eccezionale del caso kosovaro, che non dovrà costituire un precedente per delle situazioni future. Infine, tutti hanno ribadito di considerare quella kosovara una sovranità limitata, nelle forme e nei modi stabiliti dal piano Ahtisaari: l’ex provincia serba a maggioranza albanese rimarrà per un periodo lungo – oggi è impossibile stabilire quanto – un protettorato. Cambierà solo il protettore: all’ONU dovrebbero gradualmente sostituirsi l’Unione europea e una autorità civile internazionale ad hoc.
Il riconoscimento americano non è diverso nella sostanza, ma almeno George Bush si è preso la briga di fare i complimenti e di parlare di “legami di amicizia”. Tra politici e diplomatici europei, invece, l’aggettivo che ricorre più spesso a proposito dell’indipendenza kosovara è: inevitabile. Persino gli sloveni, che sedici anni fa non erano in una situazione molto diversa, si sono guardati bene dal manifestare entusiasmo. E Bratislava (affrancatasi da Praga nel 1992) è tra le capitali non riconosceranno, almeno per i prossimi quattro mesi, i nuovi arrivati. Quanto all’ Italia “è impossibile pensare che il Kosovo torni sotto l’autorità della Serbia, anche perché il 90 percento della popolazione non lo vuole e non si capisce quale forza dovrebbe costringerli a restare”, ha spiegato ieri pomeriggio a Bruxelles il ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, aggiungendo senza mezzi termini che “il Kosovo non sarà uno Stato normale”.
La freddezza con cui l’ Europa ha accolto la nascita del 193mo stato del mondo è nota agli interessati e in buona parte ricambiata. Accanto alle onnipresenti bandiere albanesi per le strade del Kosovo domenica c’erano soprattutto vessilli americani, e addirittura qualche bandiera svizzera. Il vessillo dell’ Europa era molto più raro. “Un po’ è perché la gente non sa nemmeno dove comprarselo” – ci ha spiegato un collega kosovaro – “ma soprattutto la gente sa benissimo che deve soprattutto agli americani la raggiunta indipendenza”. Quando il Kosovo diventerà un paese normale probabilmente se lo ricorderà, e nelle sue scelte geopolitiche agirà di conseguenza.
Eppure è l’Europa che si è impegnata a finanziare, più di chiunque altro, il consolidamento dello stato kosovaro. Tra stanziamenti per lo sviluppo, spese di funzionamento della missione civile EULEX e contributi vari alle istituzioni internazionali nei prossimi sedici mesi il conto già oggi supera il miliardo di euro. Una conferenza dei donatori è prevista per il mese di giugno e in quell’ occasione i governi europei dovranno allargare ulteriormente i cordoni della borsa. Il Kosovo è uno stato fragile, che importa quasi tutto ciò di cui ha bisogno ed esporta poco o nulla; il PIL è in decrescita e le rimesse della diaspora sono la principale fonte di sostentamento. Se la Serbia dovesse mettere in atto misure di ritorsione contro l’indipendenza la situazione potrebbe peggiorare ancora un po’, e il carico ricadrebbe ancora sugli europei.
Parallelamente l’Europa sta facendo di tutto per cercare di convincere Belgrado che l’accettazione dell’ indipendenza kosovara non significa spalle voltate alla Serbia. “Un giorno serbi e kosovari si ritroveranno insieme in Europa”, ha esclamato il capo della diplomazia francese, Bernard Kouchner, che del Kosovo fu tra l’altro il primo governatore ONU. La realtà è un po’ meno poetica: nella marcia verso Bruxelles il Kosovo dovrà sempre restare davanti alla Serbia, o quanto meno affiancarla, perché se Belgrado dovesse entrare prima di Pristina potrebbe porre il proprio veto all’ adesione di quella che considera una sua provincia ribelle.
Ma la Serbia non sembra avere la minima fretta di accettare i ramoscelli d’ulivo che Bruxelles le tende. Di certo non quella che si riconosce nel premier Kostunica, nei radicali o nelle formazioni nazionaliste minori. Il capo del governo serbo per la verità ha concentrato il proprio livore più sugli americani che sugli europei. Ma gli hooligans belgradesi nello sfogare la loro rabbia domenica sera non hanno fatto troppa differenza tra l’ambasciata slovena e quella degli Stati Uniti.
Non si vede quale altra politica potrebbe perseguire l’Europa, se non una di buon senso e di mediazione. Ma per ora fa pensare a quei passanti che, essendosi trovati coinvolti in una rissa, volendo tentare di mettere pace finiscono invece per prenderle da tutti e – quando poi i litiganti si stancano e rientrano a casa - vengono lasciati moribondi sul selciato. I kosovari inneggiano a Washington, Belgrado ha fiducia solo in Mosca, gli insulti sono tutti per Bruxelles. Peggio: i due litiganti potrebbero tentare di migliorare le loro sorti proprio seminando zizzania in casa europea. La Serbia potrebbe avere interesse a imbarazzare l’Europa, facendo leva sulle divergenze tra i ventisette. Quanto ai kosovari, forse è solo questione di tempo prima che la supervisione europea cominci a stare loro stretta. Per la politica estera dell’ Unione difficile immaginare un test più arduo.
MEDIO ORIENTE: Tanti i morti, insieme al leader nel mirino degli attentatori Mohammed Omer
CITTÀ DI GAZA, (IPS) - Resti umani si confondono tra le macerie dopo l’ultimo attacco israeliano di venerdì scorso nel campo profughi di Bureij, striscia di Gaza. Si parla di nove morti e più di 50 feriti.
Un leader che era già stato preso di mira è stato ucciso, ma con lui sono morte anche tante altre persone.
”È molto difficile per noi liberare o addirittura individuare i corpi sepolti dalle macerie”, ha spiegato un operatore medico umanitario dall’ospedale di Bureij.
Israele non ha confermato le proprie responsabilità nell’attacco missilistico compiuto da un velivolo F-16.
”È un feroce atto criminale”, ha detto Hassan Khalaf, il medico a capo dell’ospedale locale di al-Shifa. “Hanno bombardato zone residenziali, mentre la gente dormiva nelle proprie case”.
L’attacco avrebbe colpito la casa di un alto esponente delle Brigate al-Quds, l’ala militare della Jihad islamica, Ayman al-Fayed, 42 anni, rimasto ucciso insieme a due figli e alla moglie. Le altre vittime provenivano dal campo di Bureij.
Secondo fonti palestinesi, sette case sono state distrutte e altre 100 danneggiate. Fonti ospedaliere riferiscono che molte vittime erano bambini di meno di 12 anni, compreso un neonato di pochi mesi.
Vigili del fuoco e personale di soccorso hanno cercato spegnere i diversi incendi scoppiati dopo il bombardamento. In gergo militare, le perdite di vite civili sono i “collateral damage” (danni collaterali). E non è stata la prima volta.
Nell’assassinio del leader di Hamas Nabil Aby Salmiya, nel luglio 2006, un attacco aereo israeliano aveva ucciso la moglie e altri otto familiari, e ferito molte altre persone, compresi i vicini di casa.
“L’occupazione israeliana ha perso la bussola”, ha detto il portavoce della Jihad islamica Abu Ahmed. “Bombardare una casa nel mezzo di un quartiere residenziale, inevitabilmente uccidendo e ferendo donne e bambini… questa è la prova dei loro fallimenti”. Secondo Abu Ahmed, gli israeliani pagheranno a caro prezzo questo attacco. “È un terremoto provocato dagli israeliani”, ha detto un residente di Gaza. “I combattenti della resistenza palestinese dovrebbero lanciare i loro razzi, così gli israeliani rimarrebbero colpiti e capirebbero ciò che stiamo soffrendo a causa dei loro missili”.
I residenti del campo di Bureij afflitti si sono incontrati fuori dall’ospedale locale, per chiedere giustizia. “È un crimine di guerra bombardare un intero quartiere per uccidere una sola persona”, ha detto Abu Fuad, un abitante del campo.
L’attacco aereo israeliano è arrivato appena qualche ora dopo la visita a Gaza di John Holmes, sottosegretario generale Onu per gli affari umanitari. Holmes ha sollecitato la riapertura delle frontiere di Gaza per alleviare le pene di un milione e mezzo di civili. Holmes è il più alto funzionario dell’Onu ad aver visitato Gaza dopo che Hamas ha preso il controllo dell’area il 14 giugno dell’anno scorso. Da quel giorno, il blocco israeliano è stato ulteriormente inasprito. Holmes ha riferito ai giornalisti nella città di Gaza che il lungo embargo imposto “crea una situazione umana e umanitaria molto triste qui a Gaza; questo significa che le persone non possono vivere nella dignità cui avrebbero diritto. Sono rimasto scioccato dalle cose tristi e penose che ho visto e sentito in questa giornata”.
Pochi giorni prima dell’attacco, il ministro degli Interni israeliano Meir Sheetrit aveva dichiarato ai membri del cabinet che le loro forze avrebbero potuto prendere di mira un quartiere di Gaza, dando agli abitanti 24 ore di tempo per lasciare il posto, per poi “spazzarlo via”, ha riportato la BBC.
Ma di questo attacco l'esercito israeliano non ha dato nessun avvertimento.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1113
Stati Uniti: il viaggio del presidente Bush in Africa
E’ iniziato sabato all’arrivo in Benin il viaggio di George W. Bush in Africa
Dopo la prima tappa a Cotonou il presidente visiterà nel corso della settimana 5 paesi nel continente per dimostrare il sostegno statunitense per combattere le epidemie come l’Aids e la malaria e sostenere al contempo i programmi volti a sconfiggere la povertà. Arrivato in Benin Bush ha assicurato al presidente Yayi Boni il sostegno statunitense, accordando al governo dello Stato africano un aiuto pari a 307 milioni di dollari per il periodo 2006-2011.
Nelle dichiarazioni alla stampa Bush ha fatto inoltre sapere che gli Stati Uniti auspicano una risoluzione rapida della crisi keniota con la firma di un accordo che possa definire la divisione del potere nel paese per mettere fine ai sanguinosi scontri che lo infiammano, nati all’indomani del voto per le elezioni presidenziali. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha già raggiunto il Kenia, dopo essere arrivata in Benin con il presidente, con il preciso compito di sostenere la mediazione tra il governo e l’opposizione, proposta e pianificata dall’ex Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan. Bush ha dichiarato che lo scopo della visita della Rice in Kenya è di portare ai leader che si contendono il potere il messaggio degli Stati Uniti, che desiderano la fine delle violenze e un accordo che possa aiutare il paese a risolvere le sue difficoltà. Successivamente giunto in Tanzania, il presidente americano ha firmato un importante accordo con il presidente Kilwete: gli Stati Uniti verseranno infatti al paese una cifra pari a 698 milioni di dollari per contribuire alla riduzione della povertà e la lotta all'AIDS.
La visita del presidente statunitense in Africa si protrarrà fino a giovedì e vedrà Bush impegnato oltre che in Benin e Tanzania anche in Ruanda, Ghana e Liberia. Bush ha dichiarato che le Nazioni Unite dovranno presto rinforzare le unità presenti in Darfur assicurando che ci sarà pieno supporto statunitense alla missione di pace nella provincia occidentale del Sudan. Nel frattempo, il presidente statunitense è stato inoltre raggiunto dall’appello del leader del Mend, il movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, che ha chiesto la mediazione di Washington per porre fine allo scontro, che lo contrappone al governo nigeriano, riguardante la redistribuzione dei proventi ricavati dalla vendita del petrolio estratto nel paese.
Dunque, apprendiamo dall’intervista con Aldo Cazzullo che per 14 anni Casini ha dovuto stancamente ascoltare da Berlusconi «gli stessi slogan, le medesime promesse vane, la solita litania di numeri, di spese miliardarie senza coperture, di frasi pensate per compiacere la gente anziché dirle la verità».
E’ perfino troppo facile adesso fare presente a Casini che poteva facilmente evitare di allearcisi, con uno così, poteva evitare di salire sorridente sui palchi dove Silvio pronunciava quelle litanie di bugie demagogiche, di prendersi gli applausi di risulta del popolo festante e sbandierante che quelle balle si beveva come verità.
E’ perfino troppo facile, appunto, e forse per chi ha condiviso quella marea di menzogne è stata sufficiente punizione sapere che erano tali, sorridere in pubblico e star male in privato, non godersi davvero nemmeno un secondo del potere e della popolarità che aveva, sapendo che era tutto fondato su un inganno colossale.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/
La mia eredità
di Romano Prodi, La Stampa - Caro direttore,
l’editoriale di Luca Ricolfi, apparso ieri sul suo giornale, mi impone di intervenire in quanto - pur di sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale - l’editorialista non si fa scrupolo di usare in modo strumentale e scorretto molte cifre che si riferiscono all’azione del mio governo. Per evitare ulteriori «incomprensioni», mi permetterà di far seguire a ogni considerazione «virgolettata» di Ricolfi, la valutazione ufficiale mia e del governo, confidando di evitare un successivo rimpallo di dichiarazioni.
«Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia migliore stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi)».
La stima del recupero di evasione per oltre 20 miliardi di euro è robusta ed ampiamente documentata dai documenti ufficiali presentati dal governo al Parlamento. A sostegno della credibilità della stima è l’andamento dell’elasticità delle entrate tributarie al Pil.
Dal 2001 al 2005 è stata pari allo 0,75 per cento. Nel 2006 è stata pari al 2,6 per cento; nel 2007 è stimata all’1,6 per cento. È vero che nel corso del 2006 anche altre economie sviluppate hanno avuto un aumento dell’elasticità, tuttavia laddove essa è aumentata di più (Spagna), l’incremento è stato inferiore alla metà di quello raggiunto in Italia.
Più in dettaglio, l’imposta maggiormente sensibile alla lotta all’evasione è l’Iva da scambi interni, la quale ha un termine di confronto molto chiaro per misurare l’emersione di base imponibile: i consumi interni. A partire da maggio 2006, il gettito Iva da scambi interni è aumentato a tassi più che doppi rispetto alla crescita dei consumi interni. Anche nel 2007, il gettito Iva da scambi interni ha superato nettamente l’incremento dei consumi interni. In sintesi, è emersa senza alcun dubbio nuova base imponibile.
In ogni caso, la discussione sulla quantità di risorse recuperate non può offuscare un punto politico incontrovertibile, sottolineato innanzitutto nella letteratura economica: i condoni favoriscono l’evasione. I 20 condoni realizzati dal governo che ci ha preceduti hanno sicuramente determinato l’ampliamento dell’irregolarità fiscale. E non a caso, l’Italia ha ancora un procedimento in corso presso la Corte di Giustizia Europea per il condono Iva del 2003, proprio per l’effetto di tale condono sull’evasione e quindi sul gettito Iva per il Bilancio della Commissione Europea (alimentato dall’imposta raccolta nei Paesi membri). La discontinuità nella politica fiscale con il governo da me presieduto ha certamente innalzato la correttezza nel comportamento dei contribuenti.
«Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari “tesoretti”». Innanzitutto, oltre che nell’extragettito non previsto, i risultati della lotta all’evasione sono presenti nel gettito previsto in conseguenza di precise misure di intervento contenute nel decreto di luglio 2006 e nella legge finanziaria per il 2007. La quantificazione di tali misure ha avuto il vaglio della Ragioneria Generale dello Stato e dei Servizi competenti di Camera e Senato. In particolare, il decreto del luglio 2006 conteneva misure antievasione quantificate in quasi 3 miliardi euro, mentre la legge finanziaria per il 2007 associava agli interventi antievasione quasi 6 miliardi di euro. In sintesi, quasi la metà degli oltre 20 miliardi di recupero di evasione sono frutto di un ventaglio di interventi dall’impatto finanziario ufficialmente previsto e «bollinato».
E comunque, a proposito di previsioni «tenute basse», va sottolineato che le previsioni devono soddisfare precisi criteri di contabilità pubblica. Il ministero dell’Economia e delle Finanze poteva incorporare nelle previsioni soltanto l’effetto di misure direttamente quantificabili. Il miglioramento della regolarità dei comportamenti è per definizione non quantificabile ex ante, in quanto dovuto al clima fiscale promosso dal governo: dalla credibile eliminazione dei condoni, al riavvio dell’attività dell’Agenzia delle Entrate, anche con iniziative esemplari su grandi evasori. I risultati del clima fiscale si misurano ex post, in particolare attraverso l’elasticità di specifiche imposte rispetto a specifiche basi imponibili.
Si aggiunga poi un’altra circostanza: per un Paese ancora fortemente indebitato come l’Italia mancare di prudenza con le previsioni finanziarie - come ad esempio capitò al governo Berlusconi nei Dpef 2003-2006 - può essere molto dannoso. Costruire quadri finanziari poco realistici significa esporsi al rischio di entrate più basse rispetto a quanto stimato e di spese pubbliche destinate a crescere, proprio a causa di una programmazione «lassista», ben più di quanto sia consentito dall’andamento dell’economia. Atteggiamenti prudenziali non solo sono giustificati, ma costituiscono la base onesta per una buona e corretta programmazione finanziaria.
«Uso dell’extragettito. Quale che sia l’origine del cosiddetto extragettito (gettito non previsto dal governo), è incontrovertibile che i contribuenti non hanno visto sgravi fiscali per 20 miliardi di euro (la lotta all’evasione fiscale non doveva servire a ridurre le tasse ai contribuenti onesti?). Essi hanno invece assistito, nel corso del 2007 a una sistematica opera di dissipazione del gettito non previsto. Visco metteva i soldini nel salvadanaio, i “ministri di spesa” lo rompevano tutte le volte che si accorgevano che era pieno (Dl 81, Dl 159, Finanziaria 2008)».
Se quello che scrive il professor Ricolfi fosse vero, nel 2007 avremmo dovuto assistere a un aumento delle spese di pari entità rispetto ai guadagni ottenuti in termini di gettito con la migliore crescita economica e con la lotta all’evasione. Ma così non è stato. Non abbiamo ancora i dati definitivi, ma le informazioni ufficiali a disposizione ci consentono di affermare che:
il disavanzo pubblico sarà con grande probabilità sotto il 2% del Pil, ben al di sotto del 2006 e degli anni precedenti;
il fabbisogno di cassa delle Amministrazioni Pubbliche potrebbe essere risultato nel 2007 «prossimo per l’intero anno a 38 miliardi, circa il 2,5% del Pil (il valore più basso degli ultimi quattro decenni)» (p. 28, Bollettino Economico Bankitalia, gennaio 2008);
Sulla base di elaborazioni dei dati Bankitalia resi noti l’11 febbraio 2008, l’andamento delle spese di cassa del bilancio statale riferito all’intero 2007 mostra rispetto al 2006 che le spese correnti al netto degli interessi passivi (questi ultimi aumentati tra il 2006 e il 2007 di circa 7 miliardi di euro) sono praticamente rimaste invariate in termini nominali (e quindi calate in termini reali di circa il 2%);
mentre le spese in conto capitale, così come tutti ci chiedevano, sono aumentate di poco più di 8 miliardi di euro; e, di conseguenza, che le spese totali al netto degli interessi sono aumentate del 2,1%, restando sostanzialmente invariate in termini reali. Ricordo solo che il tasso di crescita delle spese negli anni precedenti era ben superiore, quasi il doppio, di quanto realizzato dal mio governo.
Aggiungo anche che nei miei 20 mesi di governo l’aumento delle entrate e il controllo delle spese - a cominciare da quelle rientranti nei «costi della politica» - hanno consentito di ridurre il cuneo fiscale di cinque punti percentuali sulle imprese e sui lavoratori; di riformare l’imposta sulle imprese con un abbassamento dell’aliquota di cinque punti e mezzo; di introdurre semplificazioni e facilitazioni («forfettone») per le piccole imprese; di ridurre l’aliquota Irap, di abbassare la pressione fiscale sui redditi medio-bassi. Certo - ma ne sono orgoglioso - abbiamo aumentato le risorse destinate ai più poveri (pensionati e incapienti), ai precari (introduzione dell’indennità di maternità, dell’indennità malattie, migliori condizioni per le pensioni future, facilitazioni per il riscatto ai fini pensionistici della laurea), alle giovani coppie in affitto e l’elenco potrebbe continuare.
«Morale. Il governo Prodi consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntare fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messe in bilancio dalla Finanziaria 2008».
In sintesi, quando il governo che ho avuto l’onore di guidare si è insediato, l’Italia era ancora sotto la procedura per disavanzo eccessivo da parte dell’Unione Europea. Proprio in questi giorni il Commissario Almunia ha annunciato che dal prossimo aprile la procedura sarà cancellata. Al tempo stesso, spese pubbliche, evasione fiscale e disavanzo pubblico erano in forte crescita, il debito pubblico rispetto al Pil aveva ripreso a salire. Oggi siamo in una situazione nella quale le spese sono tornate nell’alveo delle necessità del risanamento, l’area dell’evasione fiscale è stata visibilmente ridotta, il disavanzo pubblico è solidamente sotto il 3% del Pil, il debito rispetto al Pil è nuovamente e significativamente in discesa. I grandi obiettivi del pareggio di bilancio e di un debito pubblico sotto il 100% del Pil non sono più dei miraggi, ma delle mete realistiche che è diventato possibile raggiungere negli anni a noi più prossimi. E si tratta di mete che la nuova situazione del bilancio consente di accompagnare alle misure, altrettanto necessarie, di riduzione del carico fiscale.
Come detto più volte, saranno i prossimi dati di consuntivo 2007 e la prossima Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica a certificare il buon andamento delle finanze pubbliche e a aggiornare le previsioni sul 2008. Mi limito solo a ricordare quanto da altri già scritto è cioè che il governo che verrà farà bene a preservare la buona eredità che noi lasciamo sia sul fronte dell’aumento del gettito da evasione sia della gestione delle spese pubbliche.
Mi scuso per la lunghezza della risposta e per l’elencazione di cifre, percentuali e dati economici. Ma credo si tratti di una precisazione doverosa al fine di evitare che tali e tante imprecisioni possano diventare strumento di mistificazione elettoralistica.
Consorte restituirà dodici milioni al fisco
Luigi Ferrarella
Corriere della Sera
MILANO — Dodici milioni di euro al fisco, ma qualche milione forse ancora anche per sé. Si difende strenuamente, e continuerà a farlo fino in fondo dall'accusa di aver concorso come presidente di Unipol all'aggiotaggio di Fiorani nella scalata alla banca Antonveneta nel 2005, come pure di aver commesso aggiotaggio nella fallita scalata della sua Unipol alla Bnl. Ma sui suoi affari personali, e valsigli i famosi 46 milioni di euro sequestrati poi dai pm di Milano a lui e al suo vice Ivano Sacchetti, Giovanni Consorte mette a punto un complicato accordo con la Procura per patteggiare due imputazioni minori. Un'intesa nella quale, alla fine, tutti perderanno un po' e tutti vinceranno un po'. Soldi compresi. All'insegna della «tattica del samurai», scherza Consorte in tribunale: «Quando in guerra ci si ritrova abbandonati da quasi tutti gli amici, mentre i nemici sono superiori per numero e qualità di mezzi in forze, è saggio ritirarsi su fronti difendibili».
Se la trattativa andrà in porto nei termini attuali pattuiti tra i difensori Giovanni Dedola e Filippo Sgubbi, i pm Giulia Perrotti e Eugenio Fusco, e l'avvocato dello Stato Gabriella Vanadia per l'Agenzia delle Entrate, Consorte non dovrà più guardarsi dall'accusa di riciclaggio di 20 dei miliardi di lire avuti all'estero dalla galassia Gnutti, e sempre motivati come il compenso dovutogli per la sua attività pro-Gnutti nella fase finale dell'affare Telecom.
I pm rinunciano a sostenere in giudizio questa imputazione di riciclaggio, tecnicamente non agevole da tenere in piedi, e mantengono invece l'appropriazione indebita (già formulata per altre operazioni finanziarie). Per parte sua, Consorte accetta di patteggiare sia queste appropriazioni indebite sia la truffa allo Stato, determinata dall'aver utilizzato lo scudo fiscale per far rientrare dall'estero parte dei soldi senza che ci fossero tutti i presupposti.
Il punto di equilibrio si situerà a 11 mesi di pena patteggiata per Consorte e per Sacchetti, e soprattutto in 12 milioni e 600mila euro che i due verseranno all'Agenzia delle Entrate (soldi in più rispetto ai condoni già pagati dall'ex tandem di Unipol).
Tuttavia Consorte e Sacchetti, almeno in prospettiva, potrebbero non restare a boccia asciutta. In una prima fase, infatti, i loro restanti 34 milioni di euro, essendo stati sequestrati ai due nell'ipotesi che fossero soldi presi indebitamente dalle casse di Hopa e Gpp International, verranno restituiti in questa chiave appunto alla galassia Gnutti (oggi, però, in Hopa sono presenti non più solo i soci bresciani ma ad esempio anche il Montepaschi Siena). E a questo punto, in questa seconda fase nella quale uscirà dal gioco la magistratura, saranno le assemblee delle società a valutare i termini della transazione tra ex amministratori che Consorte punta a raggiungere, forte dell'argomento (da egli sempre rivendicato) secondo il quale quei soldi corrispondevano al premio per la sua attività svolta, da consulente, sempre nell'interesse delle due società.
E la Procura? Oltre ai 12 milioni e 600mila euro da aggiungere ai 98 del patteggiamento della ex Bpi e ai 150 messi sul piatto dalla trentina di imputati che patteggeranno a fine marzo, porta a casa un processo più snello sull'aggiotaggio Antonveneta: solo una dozzina di imputati, tra i quali quasi tutti i big da Fiorani a Fazio, da Grillo allo stesso Consorte.
La Littizzetto entra in modo informale nello studio correndo o saltellando, perchè è FUORI DAGLI SCHEMI, e non la si può CONTROLLARE. Si siede e si tocca le TETTE o apre le GAMBE e parla di SCOPATE con uomini FUORI DALLA SUA PORTATA.
Fazio, o un fantoccio qualsiasi, cerca di cambiare discorso perchè è SCONVENIENTE.
(La gente ride perchè lei è un cesso.)
La Littizzetto comincia a parlare di una storia di COSTUME di cui hanno parlato tutti la settimana precedente usando le parole CAZZO e FIGA, ma solo con ALLUSIONI.
Fazio, o un fantoccio qualsiasi, è IMBARAZZATO e le chiede di CONTENERSI.
(Non lo fa)
(La gente ride perchè le ALLUSIONI agli organi genitali non si possono fare in televisione)
La Littizzetto si rivolge ad una figura autorevole storpiando il suo nome in modo SIMPATICO ed INAPPROPRIATO.
Fazio, o un fantoccio qualsiasi, è IMBARAZZATO e le chiede di CONTENERSI.
(Non lo fa)
(La gente ride perchè rivolgersi in modo INFORMALE a persone autorevoli non si può fare in televisione)
La Litizzetto si rivolge a Fazio, o un fantoccio qualsiasi, ed usa una ELABORATA metafora basata sulle SCORREGGE per dileggiarlo.
Fazio, o un fantoccio qualsiasi, è IMBARAZZATO e le chiede di CONTENERSI.
(Non lo fa)
(La gente ride perchè le scorregge FANNO RIDERE)
La Littizzetto si rivolge ad una figura politica storpiando il suo nome in modo SIMPATICO ed INAPPROPRIATO, e poi lo fa con la figura politica dello schieramento OPPOSTO senza prendere POSIZIONE perchè SONO TUTTI STRONZI.
Fazio, o un fantoccio qualsiasi, è IMBARAZZATO e le chiede di CONTENERSI.
(Non lo fa)
(La gente ride perchè rivolgersi in modo INFORMALE ai politici non si può fare in televisione ed è SATIRA)
“Sono sempre i soliti. Non combinano mai niente. Sono solo bravi nel far discorsi e ruberie.
Ma questa volta non mi lascio incantare, io non voto!”
Ok.
La scheda bianca o nulla è un tuo sacrosanto diritto (al contrario di non presentarti alle urne, quello è un tuo dovere), ma sei sicuro che recepiscano il messaggio? Non lo hanno fatto finora…
L’arte dello struzzo, cioè quella di quando le cose non vanno come vorremmo, ci giriamo dall’altra parte (o infiliamo direttamente la testa sottoterra), non sembra essere la soluzione migliore, anche perché, ripeto, fino ad oggi non ha portato grandi risultati.
E allora?
Allora è tempo di interessarsi e partecipare. Perché in democrazia ci sono delle regole, rispettiamole, ma soprattutto utilizziamole.
Se non siamo noi i primi a voler esporre i nostri problemi, dubbi ed eventuali soluzioni, beh, non crediate che altri ne siano più capaci.
Oggi più di ieri sembrano fiorire le condizioni per una politica centrata sul cittadino-elettore, non sprechiamo questa occasione.
Svegliamoci dormienti.http://forum-democratico.blogspot.com/
Incredibile, ma vero: il Partito democratico corre il rischio di vincere le elezioni. Senza Udc, con La Destra di Storace che corre da sola, il Pdl di Silvio Berlusconi appare in difficoltà. La forbice tra i due schieramenti si riduce di giorno in giorno. Il clima nel Paese, ma mano che ci si avvicina ad aprile, cambia e il ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi non può più essere dato per scontato. A questo punto Walter Veltroni e il suo alleato Antonio Di Pietro devono compiere altri due passi per tentare di completare la rimonta. Il primo riguarda le liste elettorali: i candidati, o meglio i nominati, devono davvero essere nuovi e competenti. In Parlamento devono sedere molte donne, molti tecnici e molti amministratori locali che abbiano dato buona prova di sé. In assenza di primarie solo così il Pd potrà recuperare un po' di credibilità.
Il secondo passo riguarda invece la squadra dei ministri: finora sappiamo che saranno dodici. A metà marzo sarà anche utile conoscerne i nomi e i curricula in modo di dare la possibilità agli Italiani di sapere che cosa scelgono.
Restano invece le perplessità sul programma elettorale: ridurre le tasse, aumentare i salari è un bella cosa. Ma sarebbe anche il caso che qualcuno spiegasse chiaramente quali spese verranno tagliate. Il buco nei bilanci dello Stato, lasciato ormai negli anni '80 dagli uomini del vecchio pentapartito, ci dice infatti che i soldi non ci sono. E la lotta all'evasione, che pure sotto il governo Prodi ha dato risultati apprezzabili, da sola non basta: ci vorranno anni, anzi almeno un decennio o due, prima che in Italia tutti paghino le imposte come nel resto d'Europa.
Inoltre Veltroni traballa pericolosamente quando si parla di libertà di stampa. La sua intenzione di vietare la pubblicazione non solo delle intercettazioni telefoniche, ma anche del contenuto delle ordinanze di custodia cautelare e delle richieste, è sbagliata (per i motivi più volte proposti su questo blog) ed inutile. È infatti prevedibile che una legge del genere finisca per essere dichiarata in conflitto con la Costituzione.
Alla stampa, che lavora nell'interesse dei governati e non dei governanti, si può tentare d'impedire di scrivere (solitamente con poco successo) ciò che è segreto, non quello che è pubblico. E gli atti che finiscono sui giornali sono quasi sempre pubblici, perché depositati a disposizione delle parti. Se la legge immaginata da Veltroni un giorno entrasse in vigore ci troveremmo dunque davanti a una situazione paradossale: avvocati e indagati potranno avere copie delle carte, potranno farle leggere in privato a chiunque, potranno persino fotocopiarle e distribuirle senza commettere nessun reato. Giornali e tv dovranno invece far finta che non esistano anche se, come è più che prevedibile, intorno a quei documenti ormai in circolazione verranno imbastiti ricatti politici ed economico-finanziari. Impensabile dunque che dopo il primo atto di disubbidienza civile alle norme (cioè un gruppo di giornalisti che le viola dichiaratamente e volutamente) la Corte Costituzionale non intervenga.
Detto questo è giusto ricordare che la mordacchia alla libertà di informare ed essere informati è prevista da più o meno tutti gli schieramenti, come dimostrato dal voto alla Camera, plebiscitario ed unanime (sette astenuti), sulla legge Mastella sulle intercettazioni. C'è poco da stupirsi: la nostra classe politica è quello che è. E anche se resto convinto che tra Veltroni e Berlusconi sia meglio il primo che il secondo, non dimentico come l'eventuale vittoria del centrosinistra alle politiche, sarà gioco forza una vittoria di Pirro. Il governo in carica resterà a Palazzo Chigi solo pochi mesi. Il 18 maggio del 2009, a meno che le norme non vengano modificate prima, si terrà il referendum sulla legge elettorale. E in ogni caso con una nuova legge una nuova chiamata alle urne è di fatto obbligatoria. Prepariamoci dunque alle elezioni: ma non a queste, a quelle del 2010. La partita vera si gioca lì. Sempre che l'Italia, per quella data, respiri ancora. http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1793385
Per dare ragione a chi ritiene che il Pdl ormai si possa pacificamente definire un partito di destra, svuotato dal bari-centro cattolico, Gianfranco Fini dice finalmente (finalmente per gli aennini, s'intende) una cosa di destra, già cavallo di battaglia di Calderoli: "Contro i pedofili serve la castrazione chimica". Magari così riesce a recuperare uno o due dei molti voti in uscita verso l'altra Destra, quella di Storace. http://stamparassegnata.splinder.com/
Ho letto l’editoriale di Piero Sansonetti su Liberazione di oggi e ne ho ricavato un’impressione desolante. L’UNICO argomento messo in campo è che siccome il PD poi si alleerebbe con Berlusconi, cosa che Sansonetti dà per sicura al 100%, allora bisogna votare per la Sinistra arcobaleno.
Ora io mi sforzo di credere, ma magari ho torto, che per evitare di avere Giuliano Ferrara Ministro della Sanità (Salute in italiano corrente), sarebbe più utile dare addosso a Ferrara che non a Rosi Bindi. E soprattutto vorrei che la Sinistra arcobaleno competesse col Partito Democratico sui programmi e non sulle illazioni.
La campagna elettorale, come la rivoluzione, “non è un pranzo di gala”, ma sarebbero meglio le idee che le illazioni, posto che le idee, supponiamo, a sinistra non latitino.
Maurizio Guiducci pubblica su Giornalismo partecipativo Tutti contro il Pd, o la sinistra muore di Giulietto Chiesa. L’ottimo Giulietto parte come Sansonetti, elencando una serie di motivi (spesso condivisibili) per non votare il PD dei quali il più importante è però di nuovo il (presunto) inciucio.
Poi, siccome Chiesa è più onesto intellettualmente di Sansonetti, ragiona anche su SA (SA mi suona Sturm Abteilungen, putsch di Monaco e lunghi coltelli, ma capisco che sia una deformazione professionale mia) e conclude: “se la SA sarà la sommatoria di quattro apparati io non andrò a votare”.
Oggi Alfonso Pecoraro Scanio ha nominato Grazia Francescato “garante dei Verdi nella Sinistra arcobaleno”. Che nel linguaggio politico vuol dire: la Francescato è il commissario politico dei Verdi che tratterà il Manuale Cencelli con le altre componenti della coalizione.
Cito questo episodio per evidenziare che la Sinistra arcobaleno è la sommatoria di quattro apparati, checché ne vogliano gli elettori. La Sinistra arcobaleno è un accordo tecnico tra quattro apparati (con i lunghi coltelli tra i denti l’un contro l’altro) per sopravvivere alla contingenza del Porcellum senza più la comoda ala protettiva dell’Unione. E se SA è la sommatoria di quattro apparati, quello di Giulietto Chiesa finisce per essere un appello all’astensione. Ovvero, pur partendo dalla stessa distanza dal PD, Sansonetti si ferma alla critica di questo per giungere alla conclusione che votare SA sia una soluzione. Mentre Chiesa, che volge uno sguardo critico anche alla Sinistra arcobaleno, giunge alla triste conclusione dell’astensione.
Nonostante i limiti del PD, è bene avere uno sguardo critico anche verso ciò che si muove alla sua sinistra. E sarà meglio avere un piano B che non sia l’astensione o il trattare Veltroni come se fosse un Facta o un Kerenskij al contrario.
Nuova Zelanda, si apre la conferenza per la messa al bando delle bombe a grappolo
E' una tappa intermedia tra il sorgere dell'iniziativa e l'obiettivo finale della completa messa al bando. Ma la conferenza di cinque giorni sulle bombe a grappolo, apertasi oggi in Nuova Zelanda, rappresenta un appuntamento dove un consenso generale per l'abolizione di questi ordigni è tutto da costruire. A Wellington sono presenti circa 500 delegati di 122 Paesi, ma non ci sono i maggiori produttori e manca anche quasi la metà degli Stati che possiedono ancora questi strumenti di morte e di mutilazione, spesso della popolazione civile. Si lavora per arrivare a un accordo il prossimo maggio a Dublino. Quale tipo di intesa si raggiungerà, però, non è ancora chiaro.
Il processo di Oslo. L'iniziativa per vietare le cluster bomb – ordigni che prima di toccare il suolo si dividono in migliaia di piccole munizioni, molte delle quali rimangono però inesplose – è partita l'anno scorso per merito di Austria, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Perù e Vaticano, dando vita al cosiddetto “processo di Oslo”. Finora i Paesi aderenti sono 83. Ma tra questi non figurano Stati Uniti, Russia, Cina, Israele o Pakistan, cioè alcuni dei più grandi tra i 34 Paesi produttori. E in Nuova Zelanda, alla conferenza organizzata dall'organizzazione-ombrello Cluster Munitions Coalition (Cmc), sono arrivati rappresentanti di 41 Paesi sui 76 di quelli che hanno le bombe a grappolo nei loro arsenali. “Questo è il momento della verità, in cui i Paesi devono mostrare la loro risolutezza e il loro impegno verso la negoziazione di un nuovo trattato”, ha detto a Wellington il coordinatore della Cmc, Thomas Nash.
Le vittime civili. Nessuno mette in dubbio la potenza distruttiva di questi ordigni, né il fatto che la maggior parte delle sue vittime non siano militari. Non ci sono rapporti ufficiali sul numero di persone uccise o mutilate. Ma secondo l'organizzazione Handicap International, il 98 percento delle vittime sono civili, mentre l'Unicef ha calcolato che il 40 percento delle persone colpite sono bambini, che raccolgono gli ordigni inesplosi per giocarci. Sono almeno 25 gli Stati ancora infestati dalle cluster. Le munizioni inesplose rimangono sul terreno per decenni: in Laos, si stima siano presenti ancora 270 milioni di munizioni dagli anni Sessanta e Settanta. E nel conflitto tra Israele e Hezbollah dell'estate 2006, quando lo Stato ebraico lanciò circa un milione di cluster bomb, nell'anno successivo alla fine delle ostilità sono state circa 200 le persone che hanno perso la vita per colpa di questi ordigni.
Pressioni per annacquare il trattato. “Stiamo cercando di proibire le munizioni a grappolo che causano un danno inaccettabile ai civili”, ha detto il presidente del convegno, l'ambasciatore neozelandese al disarmo Don Mackay. Ma, anche tra i rappresentanti delle nazioni presenti a Wellington, le posizioni sono diverse. Secondo la Cmc, Paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone stanno facendo pressioni diplomatiche per annacquare il trattato finale, escludendo alcuni tipi di bombe a grappolo dalla messa al bando o istituendo un periodo di transizione per la sua applicazione. Un primo effetto, comunque, il “processo di Oslo” l'ha già raggiunto. Nell'attesa di vedere come si svilupperanno i negoziati, in molti Paesi la produzione di cluster bomb è stata sospesa.
Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka
La Bosnia Erzegovina ha seguito con preoccupazione ma in un'atmosfera di sostanziale calma la proclamazione di indipendenza del Kosovo e gli eventi che ne sono seguiti a Pristina, Mitrovica e Belgrado. Nelle loro prime dichiarazioni, i politici serbo bosn