ulivo velletri


marzo 31 2008

Catastrofe scolastica e cecità politica
Mario Pirani
la Repubblica

Ha avuto un successo di stampa l´iniziativa di un gruppo di insegnanti fiorentini (sostenuti da un manifesto firmato da noti docenti universitari e commentatori) che avevano invitato al liceo Visconti di Roma i rappresentanti dei vari partiti perché s´impegnassero a portare avanti «l´inversione di tendenza impressa dal ministro uscente dopo decenni di lassismo... per una scuola più esigente sul piano dei risultati e del comportamento, ispirata ai criteri di merito e di responsabilità». I partiti, però, nessuno escluso, hanno brillato per la totale assenza. Non c´è da stupirsene, vista la marginalità del tema nei programmi elettorali del PdL e del Pd, che sembrano non percepire neppure il grado di catastrofe in cui versa la scuola italiana. Eppure basta purtroppo a comprovarlo l´onta della ricerca Ocse che attesta come il 50,9% dei ragazzi italiani non sia in grado di capire neppure un minimo del brano di lettura sottopostogli. Questo l´esito di un ventennio di riforme ispirate dalla demagogica sostituzione del principio sacrosanto del diritto allo studio con il diritto al "successo" nello studio, che ha impedito fino a ieri di rimandare o bocciare anche chi riportava tre o quattro insufficienze gravi o aveva trasformato le aule in palestra di bullismo. Ora, per la prima volta dal 1995 quando, con voto unanime, il Parlamento approvò l´abolizione degli esami di riparazione proposta dal primo governo Berlusconi, si è avuta, nell´ultimo biennio, una inversione di rotta ad opera del duo Fioroni-Bastico. Nei programmi dei due partiti maggiori non se ne fa cenno né si prende atto dello sfascio e delle sue cause. Berlusconi nel suo rutilante messaggio affastella un florilegio di banalità culminante nella riproposizione delle tre "I" (inglese, impresa, informatica), accompagnata dalla promessa di «un sostegno alle famiglie per la libertà di scelta tra scuola pubblica e privata», il che, tradotto in italiano, significa più soldi ai preti per i «diplomifici».
Incomparabilmente più serio e articolato il programma Pd, suddiviso in 10 pilastri (cioè, i principi generali) e in 12 «azioni di governo». Fra i primi spicca l´affermazione secondo cui «l´educazione è il principale ascensore sociale», un ascensore, peraltro, da tempo fermo, proprio perché la scuola «riformata», adeguandosi al livello d´ignoranza degli ultimi, ha finito per privilegiare i figli delle famiglie colte e benestanti, in grado persino di perfezionare i loro studi all´estero. La stesura delle «azioni di governo» per la scuola risente, purtroppo, della mano dei pedagogisti che avevano ispirato le passate quanto rovinose riforme: al primo punto si proclama di nuovo l´obbligo di «assicurare il successo educativo a tutti i ragazzi fino ai 16 anni»; si prosegue poi nell´esaltazione della autonomia dei singoli istituti scolastici, e nella devoluzione a questi ultimi della «piena responsabilità nel definire gli specifici contenuti dell´insegnamento», aggiungendo che «le scuole dell´autonomia devono essere più libere, condizione essenziale per essere valutate». Dietro queste frasi si perpetua la concezione che ha portato ad abrogare il ruolo della scuola come matrice dell´unità nazionale, attraverso una formazione eguale e paritaria delle giovani generazioni, imperniata sui programmi unici nazionali. Com´era ai tempi quando l´Italia tentava, almeno, di essere «una di lingua» se non più, «d´arme e d´altare».
Per contro le riforme hanno abolito i programmi nazionali, ribattezzati con perfido scivolamento semantico come "centralistici", esaltando, per contro, il localismo scolastico. Ne è seguito lo scardinamento di ogni criterio di valutazione oggettiva. Come comparare, infatti, istituti con insegnamenti del tutto diversificati e che presentano risultati addirittura paradossali? Vedi, ad esempio, quel giudizio di "ottimo" in matematica attribuito, in base al voto, al 20% dei quindicenni del Sud, contro il 13% del Nord, quando le rilevazioni internazionali su quegli stessi studenti, a parità di voto, risultano nettamente rovesciate, con un divario di 70 punti a sfavore dei ragazzi del Sud, un arretramento pari a 2 anni di frequenza! Per porre un freno alle assurdità della "devolution" scolastica Fioroni al limite del suo mandato ha deciso che il 17 giugno, al termine della terza media, tutti i ragazzi torneranno ad essere sottoposti ad un esame scritto di italiano e matematica, attraverso una prova a carattere nazionale, eguale per tutti. Ma supererà le elezioni il coraggioso tentativo di riportare la serietà, il merito e l´eguaglianza nelle scuole italiane?


D-Day

A proposito di Scalfar08 - Il mio Democratic Day è iniziato con una sveglia che fa confusione con l’ora legale e suona prima troppo presto e poi troppo tardi, complice anche la quantità industriale di sonno arretrato e il conseguente rincoglionimento di chi vi scrive. Quindi esco di casa in fretta e in furia poco prima delle 10, destinazione il circolo del Pd di via Marcona 101. Ora, io non so se era colpa dell’ora legale o del weekend, ma Milano alle 10 del mattino era praticamente deserta e la cosa mi ha fatto un po’ di impressione.

Marcona 101
Arrivo al circolo intorno alle 10,40, trovo Ivan arrivato da pochi minuti: non c’è molta gente se escludiamo i militanti. Si leggono i giornali, si fanno commenti e previsioni, ogni tanto passa qualcuno e ritira un po’ di materiale da andare a spargere in giro per il quartiere. Sul banchetto oltre a vario materiale elettorale ci sono delle magliette in vendita. Sono piuttosto carine: sono nere, c’hanno scritta in arancione una battuta di Corrado Guzzanti (“Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori”) e l’url del sito del circolo. Le guardo e proprio mentre penso alla possibilità di comprarne una un militante di una certa età si avvicina, guarda le magliette e sbotta: “Nere! Chi è che ha fatto fare queste magliette nere?! Togliamole subito!”. Com’è e come non è, in men che non si dica si scatena tutto un dibattito sull’opportunità di fare o no delle magliette di colore nero, sui giovani da intercettare, sul passato da ricordare, eccetera. Al dibattito partecipano solo over 60. Io li guardo tra il sorpreso e il divertito e decido di non comprare la maglietta: qualcuno era proprio incavolato per questa storia e il mio comprare la maglietta sarebbe stato visto come una provocazione e basta. Ma magari ci ritorno prima che finisca la campagna elettorale.

Affori
Alle 12 andiamo via e prendiamo l’autobus in direzione Milano nord, circolo Affori. Arriviamo, facciamo il pieno di volantini e andiamo nel mercato accanto a parlare con un po’ di persone. Considerata la zona di Milano (tradizionalmente in mano alla destra e alla Lega, che aveva anche un gazebo poco distante dal circolo), considerato il luogo (i mercati non sono luoghi tradizionalmente favorevoli al centrosinistra) è andata davvero bene. Fatte 100 le persone fermate, questi i comportamenti: 50 accettano il volantino, dicono che voteranno Pd, si fanno dare altri volantini da dare agli amici, eccetera; 25 non accettano il volantino, quindi escludono di votare Pd o magari di votare e basta; 25 sono indecisi. Li abbiamo visti, noi, gli indecisi: gli abbiamo chiesto perché sono indecisi, per chi hanno votato la volta scorsa, di cosa avrebbero bisogno. E abbiamo scoperto alcune cose. Abbiamo scoperto che sono per lo più persone che la scorsa volta hanno votato noi, e non sono rimaste soddisfatte. Abbiamo scoperto che sono persone poco informate, che non leggono i giornali e quello che sanno lo sanno dall’ascolto distratto dei telegiornali e dalle conversazioni con amici e conoscenti. Abbiamo scoperto che spesso basta dirgli due cose due - che il Pd ha mollato i vari partitini, che il Pdl ha dentro da Dini alla Mussolini ed è alleato con la Lega Nord e la Lega Sud, che se si vota di nuovo con questa legge è per responsabilità del centrodestra - e rimangono lì con la bocca aperta, quasi scusandosi per non aver capito prima chi vale la pena votare a questo giro. Per il resto, pochissimi gli elettori della sinistra estrema, che sono comunque in assoluto i più facili da convincere. Finito il volantinaggio al mercato torniamo al circolo, ci godiamo un bel pranzo stile festa dell’unità e dopo il caffè ci muoviamo di nuovo.

Colturano
Avete mai preso la metropolitana a un capolinea per scendere all’altro capolinea? Io e Ivan lo abbiamo fatto per la prima volta oggi con la metro gialla: da Zara a San Donato. Durante il viaggio mi appisolo con discrezione, pagando un po’ di stanchezza. Arrivati alla stazione di San Donato una Red Bull mi rimette in piedi (io non so cosa c’è di preciso dentro quella roba, ma su di me ha effetti miracolosi), incontriamo Marta Battioni (assessore del Comune di Paullo e membro dell’esecutivo lombardo del Pd) e con lei andiamo a Colturano. Piccolo parco, quaranta persone, alcuni ragazzi fanno dei murales su un muro concesso loro dal Comune, le casse diffondono l’ultimo album di Jovanotti. Ivan e Pippo Civati salutano i presenti e poi tutti a mangiare un gelato democratico. Si fanno le 17,30, tocca scappare di nuovo: Marta ci riporta a San Donato e da lì ci muoviamo verso il gazebo allestito dal circolo Caponnetto in via Paolo Sarpi.

Caponnetto
Per arrivare nel cuore della chinatown milanese prendiamo una metro, un autobus e un tram. Arriviamo in via Sarpi alle 18,30, ci aspettano i militanti del circolo e diversi amici e conoscenti giunti lì per incontrare Ivan. Ci facciamo un aperitivo democratico che offriamo ai passanti, diffondiamo materiale elettorale e ci accapigliamo cordialmente con un elettore della Lega venuto a portare in dono lecca-lecca e accendini col brand del partito di Bossi (ne ho preso uno e uno, li regalo a chi so io). Alle 20 chiudiamo il gazebo e ci salutiamo, dandoci appuntamento a domani: ufficio ore 12. Casa è poco lontana, torno a piedi: il mio Democratic Day è finito. Sono - come dire - un po’ stanchino.http://www.francescocosta.net/2008/03/30/d-day/#more-482


L'Italia della realtà
e quella della tv
di WALTER VELTRONI

CARO direttore, vedere l'Italia. Candidarsi a guidare un Paese implicava per me quest'obbligo e questa grande curiosità. Vedere l'Italia fa bene. Fa bene uscire dal racconto che la televisione ci regala ogni giorno e sul quale - ne ho raggiunto ormai la piena consapevolezza - tutto il dibattito pubblico si è riferito in maniera ossessiva e facile negli ultimi anni. Anche la politica.

Ho visitato più di ottanta province e alla fine del mio viaggio le avrò viste tutte. In Italia, l'Italia della televisione non c'è. C'è un Paese diverso. Un altro programma, migliore. I modelli, i valori, le parole, il linguaggio, non sono quelli che si ascoltano seduti sul divano di casa. La televisione non racconta e non rappresenta con verità quello che siamo.

È un mondo a parte ormai. Fatto di avatar che magari parlano anche italiano, ma che si muovono e interagiscono tra di loro in maniera totalmente innaturale. Reality e realtà non sono la stessa cosa, anzi spesso sono l'opposto. Persino l'innaturale bianco e nero della vecchia tv era più colorato e realistico dei nostri modernissimi e piatti - in tutti sensi - schermi al plasma. Ho cercato, da ministro delle attività culturali e da sindaco di Roma, di praticare un'idea semplice, persino ovvia. La cultura è l'unicità italiana. E la sua irripetibilità è una delle nostre più grandi ricchezze.

Le attività culturali fanno crescere bene i giovani, offrono loro occasioni belle di incontro, ne esaltano la creatività, li avvicinano alle grandi questioni del loro tempo e del futuro. Non dimentichiamoci che l'arte mette in scena il patrimonio delle nostre esperienze vitali, e rivela i nuovi e ancora segreti bisogni degli uomini. La cultura serve alla politica più di quanto la politica serve alla cultura. Nella spinta verso il cambiamento non si può fare a meno di spalancare spazi alle nuove idee, alle nuove arti, all'espressione della nostra contemporaneità, alle ragazze e ai ragazzi curiosi del mondo, e che vogliono raccontarsi con ogni forma di comunicazione.

Non va dimenticato che l'Italia è il regno dell'arte e della bellezza, splende di una cultura antica e nobilissima. Là dove i doni della storia, gli oggetti testamentari dei nostri antenati sono lasciati da parte o poco valorizzati, lo Stato ha il dovere di riportare vita. Gli stranieri che vengono da noi a bearsi delle antiche virtù italiane, devono guardare al nostro presente con lo stesso rispetto e ammirazione. Bisogna lavorare affinché alla cultura, proprio perché testimone vivente della nostra ricchezza artistica, non si faccia la carità, non sia un costo oneroso, ma una risorsa importante, un'opportunità di lavoro e una fonte di orgoglio e benessere per tutti i cittadini, persino una parte di quella strategia di crescita del Pil che è la mia priorità.

Attualmente i vari comparti della cultura e dell'arte, dal cinema alla musica, ai concerti, alla danza, agli spettacoli dal vivo, eccetera non possono agire con scioltezza e velocità perché sono incagliati nelle more di una burocrazia complicata, contraddittoria, farraginosa e frustrante. Molto si può risparmiare, ad esempio, semplificando la vita dei luoghi e delle imprese culturali, liberandoli dai piccoli e grandi ricatti amministrativi. Si dovrà agire affinché il pubblico dei musei, degli spettacoli e i lettori di libri tornino centrali nella politica delle istituzioni culturali, com'è avvenuto all'Auditorium di Roma, fiore all'occhiello della città e del paese.

Solo in questo modo si potrà puntare a una reale produttività della cultura. Così come bisognerà stabilire al più presto i profili professionali di chi vi lavora, affrancandoli da una insopportabile condizione precaria. E anche nell'ambito dei diritti d'autore i democratici vogliono affrontare la materia, considerando l'artista e il creativo lavoratori a tutti gli effetti, con i loro doveri e i loro diritti. E questo perché senza la loro opera non esisterebbero né arte né cultura.

In armonia con le politiche europee, l'Italia deve pensare a difendere e a costruire per il futuro la sua specifica identità. E se è vero che il processo di globalizzazione tende a farci tutti uguali, a valorizzare i grandi numeri e ad abbandonare a se stessi i piccoli (dove spesso c'è il meglio), è anche vero che offre opportunità nuove, che richiedono da parte nostra coraggio, apertura mentale, prontezza creativa e imprenditoriale. Al contrario di ciò che si pensa, il villaggio globale non ha un solo, megagalattico mercato, ma tanti banchi capaci di soddisfare i gusti più lontani e più diversi.

Certo, noi tutti, anche individualmente, sentiamo la necessità di custodire la nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra personalità. La scuola, in proposito, non dovrebbe rendere i ragazzi tutti uguali, ma agire affinché emergano le differenze. La globalizzazione non è un mostro ringhiante, e anche se lo fosse sarebbe vile e sciocco non domarlo. La cultura è fondamentale proprio perché protegge l'integrità etica e spirituale degli esseri umani.

Diceva André Malraux che la cultura è ciò che ha fatto dell'uomo qualcosa di diverso da un accidente del cosmo. Soltanto con una visione ampia, non corporativa della cultura, si è più efficienti e si possono aprire spazi al nuovo, anche sul piano creativo. La coscienza di lavorare tutti per il medesimo scopo, al servizio non solo di noi stessi, ma della comunità e dei nostri figli, è una qualità intrinseca, necessaria a ogni civiltà evoluta.

Oggi "l'impresa" culturale ha urgente bisogno di sveltezza e semplificazione burocratica, di leggi non conflittuali e di un'accorta politica di defiscalizzazione. L'obiettivo è tenere la cultura il più lontano possibile dalle ingerenze dei partiti. E la politica deve sapere che la ricchezza di un paese non si misura soltanto dal Pil. Si può essere desolatamente poveri anche con le tasche piene di soldi. C'è stato qualcuno, nel passato, che quando veniva minacciato dalla spada, rispondeva con l'arma dell'arte. Come dire che con la bellezza si possono anche vincere le guerre. Anzi, non farle proprio. http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/politica/verso-elezioni-14/veltroni-lettera/veltroni-lettera.html

Brogli elettorali ma di destra.

Alla fine Berlusconi ancora una volta ha dimostrato di aver ragione.
Lui le cose le sapeva.
Se parlava di "brogli elettorali" un motivo c'era.
A Palermo,in questi giorni sono stati arrestati due presidenti di seggio che avrebbero falsificato centinaia di schede elettorali durante le amministrative di maggio 2007 (ma non le aveva controllate tutte anche Berlusconi queste schede dopo le elezioni?).
Fonti giudiziarie precisano che la lista "favorita" con i brogli sarebbe stata quella di "Azzurri per Cammarata", apparentata al candidato di Forza Italia poi eletto sindaco.
Il Cavaliere aveva indovinato tutto, tranne i colpevoli.
Non era la solita sinistra coinvolta nei brogli, ma erano uomini legati a filo doppio alla lista di Centrodestra. Peccato....
Consiglierei al Cavaliere di rifarsi accusando il giudice di essere un "comunista".http://ivanmez.blogspot.com/2008/03/alla-fine-berlusconi-ancora-una-volta.html


Thailandia, guerra sporca nel sud
Civili musulmani torturati dall'esercito di Bangkok
Musulmani thailandesi del sudIl 19 marzo, soldati dell’esercito thailandese hanno fatto irruzione in casa di un imam di 56 anni, Yapa Koseng, nel villaggio di Ban Kortor, provincia meridionale musulmana di Narathiwat. Lo hanno arrestato assieme a suo figlio e ad altri quattro familiari. Yapa, accusato dai militari di avere legami con i guerriglieri separatisti islamici malesi, è stato portato in una base dell’esercito e rinchiuso in un camion usato come cella di detenzione e interrogatorio.
Due giorni dopo, Yapa era morto. Il suo cadavere era coperto di lividi e bruciature, aveva diverse costole rotte. Ai suoi familiari è stato suggerito di non sporgere denuncia. 
 
MappaIl pugno di ferro del generale Viroj. Il caso è stato invece denunciato e reso pubblico da Human Rights Watch. “L’esercito sta combattendo una ribellione separatista, ma questo non autorizza i militari a compiere abusi”, ha dichiarato Brad Adams, direttore della sezione asiatica di Hrw. “I musulmani del sud vivono nella paura che arrivino i soldati e si portino via gli uomini per torturarli”.
La situazione della popolazione civile nelle tre province meridionali di Narathiwat, Pattani e Yala –, dal 2004 insanguinate da un’insurrezione costata la vita a oltre tremila persone – è drammaticamente peggiorata da quando l’estate scorsa il governo di Bangkok ha ordinato ai 30mila soldati schierati nel sud, al comando del generale Viroj Buacharoon, di rastrellare tutti i villaggi della regione per fare terra bruciata intorno ai pejuang, i miliziani del Fronte Rivoluzionario Nazionale (Brn) – legati ad Al Qaeda secondo la Cia, che per questo collabora con i militari locali.
 
Soldati thai nel sudLeggi speciali e tortura sistematica. In virtù delle leggi speciali thailandesi che prevedono la carcerazione preventiva senza mandato per 37 giorni, e di un regolamento del generale Viroj che vieta visite dei familiari per i primi tre giorni di detenzione, migliaia di musulmani, maschi di tutte le età che hanno l’unica colpa di vivere in zone dove sono attivi i ribelli, sono stati arrestati e torturati dall’esercito. Secondo Hrw, che ha raccolto le testimonianze di molti medici e avvocati di ex detenuti, questi vengono torturati soprattutto nei primi giorni di detenzione nelle basi locali dell’esercito, ma anche successivamente, quando vengono trasferiti alla prigione militare di Ingkhayuthboriharn, nella provincia di Pattani. I sistemi di tortura adottati sono: pestaggi con bastoni e spranghe, elettroshock, strangolamento, affogamento, soffocamento con buste di plastica, nudità forzata, esposizione a temperature estreme.
 
E da ora in poi pieni poteri all’esercito. Questi abusi sui civili costituiscono la principale ‘giustificazione’ agli attacchi dei ribelli contro i militari governativi e contro i civili non musulmani legati al governo: “Un circolo vizioso assurdo e mortale”, denuncia Adamas.  
Una situazione che sembra destinata solo a peggiorare. Il 25 marzo, infatti, il nuovo primo ministro Samak Sundaravej ha conferito al comandante delle forze armate thailandesi, generale Anupong Phaochinda, i pieni poteri per schiacciare la ribellione.  
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10604

SCAMPAGNATA TRIBALE PER JOHN NEGROPONTE

Il nuovo governo pachistano potrebbe mettere la mordacchia alle incusrioni segrete dei predator americani a caccia di qaedisti in Pakistan. Che finora hanno violato la sovranità aerea del paese col beneplacito di Musharraf

Veduta del Kyber Pass in una foto di Masood Bokhari tratta dal sito www.world66.com

Emanuele Giordana



A Landi Kotal il minimo che possa capitare è che il vostro accompagnatore, di solito un soldato delle Frontier Corps con impeccabile divisa nera che siete obbligati ad associare all'autista e all'auto appena affittata, vi sconsigli di scendere. Da queste parti il Pakistan è solo un attributo geografico di scarso valore benché Landi Kotal si trovi sulla strada che collega il cuore dell'Afghanistan al subcontinente indiano e che costituisca una delle vie maestre tradizionali del commercio interasiatico. Amabili pathan col tradizionale pakol di lana marrone girano per il mercato con la carabina e l'amministrazione della giustizia e delle beghe locali è affidata alle jirga, assemblee tribali dove malik e capi villaggio dettano le regole. La strada che da Peshawar, passando per Landi Kotal, arriva al passo di Kyber, sale accompagnata da enormi fortilizi di cemento senza finestre. E non solo perché non si usa guardare in casa d'altri. In molte di queste dimore trovano rifugio, oltre alle raffinerie d'eroina, qaedisti e talebani.
E' in questo paesaggio, un po' particolare da ben prima della “guerra al terrore”, che il numero due del Pentagono John Negroponte e il suo sottosegretario Richard Boucher, sono andati a far visita a diversi capi tribù. Probabilmente, oltre ai soldati delle Fc, erano ben protetti. La Cia ha avviato da queste parti un intenso programma di spionaggio che si avvale della collaborazione dei servizi pachistani e di un certo numero di spioni. Che riescono, se non a guardare dentro i castelli della tribal belt, l'aera tribale delle sette agenzie speciali che fanno parte della provincia della Frontiera pachistana, almeno a raccontare chi entra e chi esce.
E' abbastanza raro che personaggi di questo calibro si avventurino in un genere di località dove in questa settimana, per dirne una, diverse decine di persone sono state ammazzate per una faida scoppiata tra gli Orakzai e i Katchai, due tribù potenti di un'area turbolenta dove jiadisti e qaedisti, talebani afgani e neo talebani afgano-pachistani hanno organizzato i loro santuari, approfittando di una situazione di sottosviluppo endemico e di grande distanza di questa periferia tribale dai centri amministrativi e della ricchezza “legale” del Pakistan della pianura.
Ma la missione di Negroponte aveva un senso. Ufficialmente gli americani hanno in queste zone una ventina di istruttori militari e un programma di sviluppo quinquennale da 750 milioni di dollari. Ma la rete va ben oltre perché sta servendo, prima che si chiuda la “finestra Musharraf”, a fare il lavoro sporco: omicidi mirati condotti da predator americani in completa quanto tollerata violazione dello spazio aereo nazionale. Questa storia, che ufficialmente viene negata a Islamabad come a Washington, è stata raccontata diffusamente dal Washington Post che anche ieri ricordava ben tre “strike” segreti nel solo 2008: 16 marzo, 28 febbraio, 29 gennaio. In realtà pare che gli aerei senza pilota abbiano colpito anche negli anni precedenti. L'esercito pachistano si assumeva la responsabilità. Ma ora? Con Musharraf in difficoltà e un governo che non sembra proprio quello che gli americani avrebbero voluto, bisogna fare in fretta. Le indiscrezioni dicono che la Cia vorrebbe fare di più: mandare ad esempio truppe di terra. Locuzione che, di questi tempi, fa rabbrividire qualsiasi candidato alla presidenza. Ma poiché la guerra al terrore continuerà quale che sia il prossimo inquilino della Casa Bianca, tutti sembrano d'accordo che bisogna sfruttare la finestra prima che si chiuda. Prima, insomma, che il Pakistan smetta di essere, come ha spiegato a Negroponte Nawaz Sharif – leader del secondo partito pachistano – il “killing field” degli americani. Sia Sharif, sia Zardari, il leader del primo partito pachistano, sia il neo premier Gilani hanno messo la sovranità nazionale e il negoziato al primo posto. E anche se Gilani ha rassicurato sulla continuazione della guerra al terrore, gli inviati americani, pare creando qualche dissapore per patenti violazioni del cerimoniale, hanno preferito andar di persona a vedere quanto ancora, nelle aree tribali, la finestra potrà rimanere aperta.

Anche su Il Riformista

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Un reality show decima una comunità indigena in Perù

 

Nel quindicesimo secolo furono i conquistadores a decimare gli indios del Nuovo mondo con armi e malattie, oggi è la produzione di un reality show britannico ad aver diffuso un’epidemia influenzale in un’aerea isolata del Perù. La Cicada Film è accusata infatti di aver raggiunto una tribù in un’area remota provocando la morte di quattro indiani peruviani. Molti altri sono ammalati, scrive il Guardian.
Due dipendenti della società di produzione hanno visitato questa tribù nonostante fossero stati avvertiti dalle autorità di non addentrarsi in certe aree. La compagnia televisiva stava cercando una location per ambientare il prossimo reality in cui due famosi presentatori, Mark Anstice e Olly Steeds, devono vivere in una tribù remota in cambio di doni. Un’esperienza che hanno già fatto in Nuova Guinea. Secondo il Dipartimento delle aree protette del Perù, a Cicada Films era stato dato il permesso per visitare solo la comunità Yomybato e non quelle più isolate.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13357

Le rinnovabili pronte ad accelerare
Escono i dati sullo sviluppo mondiale delle rinnovabili con la pubblicazione del rapporto “REN21 Renewables 2007 Global Status”. La loro crescita è impressionante, ma riusciranno a salvarci dalle possibili crisi energetiche?
L’impennata del prezzo petrolio, ormai consolidatosi sui 100 dollari e oltre, la forte domanda di gas naturale da parte dei paesi industrializzati (Usa in testa) e, in alcune aree l’emergere di problemi di approvvigionamento, il raddoppio del prezzo del carbone nel corso del 2007 (possibile un picco della produzione di carbone nel prossimo decennio?), fanno pensare alle primissime avvisaglie di una prossima crisi energetica con una domanda che non si preannuncia affatto in calo almeno nel prossimo quinquennio, specialmente in paesi come Cina e India.

Il Presidente del Worldwatch Institute, Chris Flavin, commentando il recente rapporto “REN21 Renewables 2007 Global Status” (vedi in allegato), ha detto che le fonti rinnovabili sono pronte per contribuire in maniera significativa a soddisfare i bisogni mondiali di energia e a ridurre la crescita delle emissioni di anidride carbonica causata dall’utilizzo delle fonti fossili. Flavin spiega che le analisi scientifiche sul clima ci dicono chiaramente che dobbiamo cambiare sistema energetico e ridurre le emissioni di gas serra da subito, ma questo processo va accelerato con politiche molto più incisive che sostengano le fonti rinnovabili.

Non si può non essere d’accordo con lui, ma nelle sue parole si deduce la chiara antinomia tra un settore, ad esempio quello dell’elettricità da fonte rinnovabile, che cresce in maniera impressionante, aumentando del 50% la sua potenza globale dal 2004 al 2007 (nessun comparto industriale ha un tale trend), e l’effettiva quota che questi 240 GW rappresentano sull’offerta di generazione elettrica mondiale, cioè solo il 3,4%.

La massa di investimenti attivata per lo sviluppo delle rinnovabili (71 miliardi di dollari nel 2007, senza considerare i 15-20 miliardi di $ nel grande idroelettrico) e il recente interesse per questi settori da parte delle maggiori banche commerciali e di investimento, dei capital venture e del capitale privato, fanno ritenere che la rampa di lancio sia pronta, ma che se non si deciderà di azionare concretamente i reattori il rischio è che le energie pulite non saranno in grado di scongiurare un lungo periodo di crisi che molti osservatori ritengono possibile entro la metà di questo secolo. Forse, efficienza e rinnovabili (e sicuramente nucleare) non potranno essere l'unica risposta senza che venga rimesso in discussione il fatto che l’unico parametro valido, nell'attuale modello economico, sia l’incremento del prodotto interno lordo, ma questa è un’altra storia che meriterebbe il giusto approfondimento.

Per il momento il “REN21 Renewables 2007 Global Status Report”, presentato alla Washington International Renewable Energy Conference del 4-6 marzo, ci fornisce dati molto interessanti sullo sviluppo e le tendenze delle energie rinnovabili a livello mondiale.
Come detto, viene stimata in 240 GW (240.000 MW) la potenza di impianti per la produzione di elettricità da rinnovabili al 2007: il 5% della potenza totale installata e il 3,4% della produzione totale. Nel 2006 gli impianti alimentati a fonte rinnovabile (escluso il grande idroelettrico) producevano la stessa energia elettrica prodotta dal 25% degli impianti nucleari.
A livello mondiale gli occupati nel 2006 venivano stimati in oltre 2,4 milioni (1,1 milione nella produzione di biocombustibili).

Se passiamo a valutare alcuni dati settoriali, vediamo che l’eolico, che nel 2007 è cresciuto di oltre il 25%, ha raggiunto una potenza installata di 95 GW. Il fotovoltaico, che ha registrato un incremento del 50% sia nel 2006 che nel 2007, conta su una potenza installata superiore ai 10 GW: collegata alla rete 7,7 GW e di 2,7 GW per gli impianti stand-alone. Potremmo traslare questo dato in oltre 2 milioni di abitazioni alimentate da elettricità solare.
Il solare termico ha raggiunto una potenza installata di 105 GW termici (dato 2006): sono quasi 50 milioni le case che dispongono di collettori solari termici.

Sono oltre 2 milioni le pompe di calore geotermiche utilizzate nel mondo e sempre più in crescita l’uso delle biomasse per la produzione di elettricità e calore.
I biocombustibili (etanolo e biodiesel) hanno registrato un incremento del 43% dal 2005; il bioetanolo nel 2007 copre una quota del 4% dei 1.300 miliardi di litri di benzine consumati nel mondo. Le implicazioni ambientali e sociali di un tale boom però non tarderanno a farsi sentire e un attento esame di questi comparti andrà fatto.

Importante è anche il dato sui paesi in via di sviluppo, inclusa la Cina: insieme detengono più del 40% delle potenza di impianti a fonte rinnovabile installati nel mondo, più del 70% della potenza del solare termico e il 45% della produzione di biodiesel. Sono 25 milioni le famiglie che cucinano e illuminano le abitazioni con il biogas e oltre 2,5 milioni le case che usano sistemi fotovoltaici per l’illuminazione.

Mohamed El-Ashry, presidente di REN21, ha dichiarato: “Tantissimo è accaduto negli ultimi 5 anni nel settore delle energie rinnovabili, tanto che le percezioni di alcuni politici e analisti del settore energetico sono rimaste così indietro che non riescono a comprendere i grandi risultati raggiunti oggi dall’industria di questi settori”.

LB


Cappuccetto rosso va dai rom

scrive Franco Juri

Sullo sfondo i fumi di una termocentrale. In primo piano alcuni bambini rom che raccontano la favola di Cappuccetto Rosso. Un modo per raccontare ai più piccoli la difficile vita delle minoranze in Kosovo
Esattamente tre anni fa veniva proiettato a Gorizia il documentario RealitieS Kosova/o di Eva Ciuk, regista e giornalista triestina, di madre lingua slovena, nota per il suo impegno civile e umanitario a favore delle minoranze e delle realtà sociali più emarginate.

A tre anni da quella esperienza che l'aveva portata a conoscere in prima persona le minoranze dimenticate del Kosovo, e che aveva fatto seguito ad un documentario realizzato nel 2002 in Salvador e dedicato alla condizione della donna in America centrale, Eva Ciuk torna sul tema Kosovo, riproponendo un segmento particolare di quanto la coinvolse nel suo viaggio del 2005 nella provincia, quasi a voler affrontare questa volta le pieghe di una società satura di contraddizioni e in continua ebollizione alla vigilia e dopo la sua indipendenza. Per rifletterci su.

Eva lo fa anche questa volta seguendo le tracce di una minoranza perennemente discriminata e ai margini della provincia/stato che a malapena la sopporta: i rom, o meglio, i bambini rom.

Il cortometraggio, combinazione di documentario e cartone animato, dal titolo "Chi è cappuccetto rosso?", ci racconta il modo in cui i bambini rom-kosovari - dimenticati in una baraccopoli all'ombra della mostruosa ciminiera fumante di una termocentrale alla periferia di Priština - vivono la popolare favola.

La novità della proposta è proprio nella rilettura che la sceneggiatrice e regista ne fa, offrendola questa volta anche ad un pubblico molto più giovane, quello delle scuole . L'alito feroce del lupo invade la fiaba e, nonostante la serenità dei piccoli rom, ci ricorda quanto sia lungo e tortuoso il percorso dei diritti umani e minoritari in quelle terre. Ma anche altrove, molto più vicino a noi. Un percorso su cui riflettere attentamente.

“Quando nel 2005 sono stata in Kosovo – scrive Eva Ciuk - per le riprese del documentario “RealitieS KosovA/O – voci di minoranze dimenticate” - produzione della KAIROS, Centro produzione video di Gorizia – mi ha colpito la serenità e l’allegria dei bambini e delle bambine del campo sfollati interni di Plementina/e, vicino a Pristina. Abbiamo stretto amicizia con i rappresentanti del campo ed abbiamo deciso di portare la testimonianza dei bambini del campo nelle scuole della nostra regione. Così abbiamo posizionato la nostra telecamera e sullo sfondo che era tutt'altro che da fiaba i bambini ci hanno raccontato Cappuccetto Rosso.”

La presentazione goriziana del progetto, completato dalla proiezione di fotografie scattate dagli stessi bambini rom e sinti nei campi del Friuli Venezia Giulia dal titolo "Autobiografia dal campo" nonché dal virtuosismo musicale di Alessandro Simonetto e Roberto Daris, è stata organizzata da Osservazione- centro di ricerca azione contro la discriminazione e patrocinato da Kinemax-Transmedia, l' Ufficio per la pace della provincia di Gorizia e l' Unione dei Circoli Culturali Sloveni. Prima di essere presentato nella sua versione slovena a Gorizia, il progetto, nella versione italiana, era stato ospitato a Trieste dal Teatro Miela.

In Slovenia i rom sono trattati meglio che in Italia

A Gorizia si è voluto dire qualcosa di più anche sulle comunità rom e sinti che vivono in Italia e in Slovenia. Il confronto è stato inevitabile quando è intervenuto uno degli ospiti più attesi della serata: Jože Horvat –Muc, presidente dell'Union Romanì Slovenia, una delle principali organizzazioni dei Rom in quel paese. Com'è per i rom la Slovenia del dopo-Strojan? C'è ancora discriminazione e intimidazione, come nei giorni neri di due anni fa, quando una folla minacciosa scacciò, senza che le autorità lo impedissero, la numerosa famiglia rom degli Strojan dalle sue case di legno, sucessivamente rase al suolo, nei boschi di Ambrus?

A sentire Horvat in questi ultimi tempi molti sono i passi che lo stato ha intrapreso non solo per normalizzare la situazione della comunità rom slovena ma anche per offrire a questa possibilità di sviluppo finora inedite. La lezione Strojan - triste per tutti- ha quindi fruttato? Il presidente dell'Union Romaní preferisce non sbilanciarsi e, pur ricordando che la discriminazione esiste ancora, preferisce, optando per il politicamente corretto, sottolineare i tanti progressi fatti.

La Slovenia tutela i rom in base all'articolo 65 della Costituzione, varato già nel 1990, e ad una serie di leggi tra cui anche una apposita votata in parlamento circa un anno fa. La situazione tradizionalmente migliore per i rom sloveni è quella del Prekmurje, regione al confine con l'Ungheria e l'Austria, dove la comunità è ben integrata e organizzata e dove la convivenza multietnica è pressoché esemplare, a differenza di altre regioni slovene più restie ad accettare la convivenza con queste comunità.

In sala a Gorizia c'erano pure i redattori del programma romanì che ora anche la TV pubblica slovena si accinge a trasmettere regolarmente. Sono circa 10 mila i rom e sinti in Slovenia (quelli dichiarati tali molto meno), concentrati soprattutto nel Prekmurje, nella Dolenjska, in Bela Krajina, nella Gorenjska e nella zona di Lubiana. Horvat ha ribadito con orgoglio che il Prekmurje, la regione in cui l'Union Romanì ha sede, è stata considerata anche dall'Unione mondiale dei rom, un esempio per tutta l' Europa.

E l' Italia dove vivono circa 150 mila tra rom e sinti? Nel 1999, quando si varò la legge a favore dei gruppi minoritari, le comunità rom e sinti italiane vennero da essa escluse su esplicita richiesta della Lega Nord. La cosa più triste però – come a Gorizia ha ricordato Lorenzo Monasta di Osservazione - è che il ricatto xenofobo e anti-zingaro leghista ha dato i suoi frutti mentre al governo c'era una coalizione di centrosinistra. L' Italia dovrà imparare dalla vicina Slovenia?http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9290/1/51/

TIBET - CINA - NEPAL
Scorta armata per la torcia olimpica, simbolo di pace e fraternità
In Nepal l’esercito vigilerà contro proteste pro-Tibet. Nel Paese già in carcere centinaia di dimostranti. Il Dalai Lama chiede un “dialogo costruttivo”e denuncia il genocidio in atto. Intanto l’Unione europea non decide alcuna azione contro la repressione e i diplomatici occidentali si lasciano “portare in giro” a Lhasa sotto attento controllo.

Pechino (AsiaNews) – L’esercito nepalese sorveglierà il viaggio della torcia olimpica sull’Everest, “per impedire proteste anti-Cina”. Intanto i governi occidentali confermano la volontà di non prendere vere iniziative per la questione tibetana e si lasciano “portare in giro” da Pechino.

Nessuno sarà ammesso durante il passaggio della torcia (tra 19 e 20 giugno), che salirà fino alla vetta di 8.850 metri che è confine tra Nepal e Cina.  Intanto ieri sono stati arrestati circa 60 dimostranti, mentre un gruppo di studenti di 15-18 anni ha aggirato la polizia e raggiunto la sede delle Nazioni Unite a Kathmandu gridando: “Tibet libero”. Il Nepal sta trattando con estrema durezza le migliaia di esiliati tibetani che lì vivono: sono in carcere centinaia di pacifici dimostranti e la polizia ha caricato e picchiato monaci con violenza. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani ha denunciato arresti in strada di tranquilli passanti, solo perché di chiara etnia tibetana.

A tale “fermezza” si contrappone l’indecisione dell’Unione europea, i cui ministri degli Esteri, riuniti fino a oggi in Slovenia per discutere del Tibet, hanno concordato soltanto una generica condanna della repressione e per la morte di 19 persone (versione di Pechino: il governo tibetano in esilio parla di oltre 140 morti accertati). Molti Paesi, come la Gran Bretagna, hanno già dichiarato che saranno a Pechino per l’inaugurazione dei Giochi. Altri, come la Germania, si sono premurati di chiarire che non ci saranno ma per ragioni indipendenti dal Tibet. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, che per primo ha parlato di disertare la cerimonia, ha detto che nessuno dei 27 Stati ha proposto una simile protesta unitaria e che “si riserva il diritto” di decidere cosa fare.

Ieri il Dalai Lama si è di nuovo appellato a Pechino per aprire un “dialogo costruttivo” per una “pacifica soluzione” della crisi, assicurando che non vuole boicottare le Olimpiadi né chiede l’indipendenza del Tibet, ma soltanto “garanzie per la sopravvivenza della nostra eredità unica, compresi l’ambiente e la lingua”. Ha denunciato “un piano per far immigrare in Tibet un milione di persone di etnia cinese”. Di fatto – ha concluso – “è in corso un genocidio culturale”.

Ma intanto l’Occidente preferisce farsi “portare in giro” dalla Cina: oggi i diplomatici di 17 Nazioni in Cina, tra cui Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna, hanno partecipato a  un viaggio di un giorno a Lhasa, per constatare che tutto è tranquillo. Sotto attento controllo, per ragioni di “sicurezza”. La zona è ancora interdetta a turisti e giornalisti.

Sean McCormack, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha plaudito l’iniziativa come “un passo nella giusta direzione”. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11884&size=A


Depressione post-Erasmus, chi la conosce la evita

Questa settimana Eurogeneration è partner della trasmissione di Radio Uno "In Europa". Tiziana Di Simone ci ha intervistati sul tema: depressione post-Erasmus che trattavamo ampiamente nei seguenti pezzi che vi consiglio:

Ma voglio anche riproporvi quest'inchiesta realizzata dalla mia collega francese, Prune Antoine. Buona lettura (e dibattito tra i commenti)!


Sindrome post-Erasmus: sos depressione
Erasmus = feste no stop + flirt, per di più all’estero. Ma una volta rientrati, la maggior parte degli studenti vive una sorta di depressione, tra la nostalgia e l’apatia. È finita l’età dell’innocenza?

«Chi, alla fine dell’esperienza Erasmus, non sa che una volta rientrato in patria, casa sua gli sembrerà bruttissima, la città tristissima, l’università noiosissima, la tv squallidissima e gli amici scontatissimi?» A dirlo è Fiorella de Nicola, una studentessa italiana che ha dedicato la sua tesi in sociologia all’Antropologia dell’Erasmus. Le sue conclusioni su quella che chiama “la sindrome post-Erasmus” sono eloquenti.

Atterraggio turbolento

«L’anno all’estero è ricco di emozioni, incontri e scoperte continue ed è caratterizzato dalla sensazione di essere un po' "speciale"», spiega Aurélie, una ragazza di Orleans che ha passato un periodo a Newcastle. «A casa tutto torna a essere troppo semplice e vuoto, perché manca la novità, perpetua caratteristica dell’Erasmus». Juliane, partita per studiare lingue a Glasgow, rincara la dose: «Rientriamo a casa e realizziamo che tutto è esattamente uguale a quando siamo partiti. Invece dentro di noi è cambiato tutto.»
Nel 2007 l’Erasmus, il programma di scambio tra università più conosciuto dell’Ue, spegne 20 candeline e brinda al suo successo. Un milione e mezzo gli studenti che sono partiti, le università coinvolte si trovano in tutti i quattro angoli del Continente e finalmente c’è un’effettiva equivalenza dei corsi di studio in tutta Europa. Un solo lato negativo non compare nelle statistiche ufficiali: una volta chiusa la “magica parentesi”, la maggior parte degli studenti rientra triste o addirittura depressa a casa di mamma e papà e alla vita quotidiana. Che è per forza noiosa. Differenze con il proprio ambiente, difficoltà a condividere l’esperienza, idealizzazione del Paese straniero, ripiegamento su sé stessi. Questa fase di atterraggio turbolento, dopo la dolce vita passata tra fiesta e vodka può anche portare alla depressione nei casi più gravi.

«È molto più semplice partire che rientrare»

«L’Erasmus equivale a un rito di passaggio dei giorni nostri», sottolinea Christophe Allanic, psicologo clinico e specialista di espatri. «Lasciare la città d'origine, i genitori e ritrovarsi in una situazione sconosciuta con altri pari è una prova». Che, una volta superata, non deve far dimenticare la necessità di anticipare e di pensare al rientro. «È molto più semplice partire che rientrare», avverte Allanic.
«Tornare nel nido dopo aver scoperto l’indipendenza è molto peggio», dice Domenico, 28 anni, Presidente dell’Associazione studentesca “Planeteramus”. «Ovviamente si deprime di più chi vive in una piccola città e non aveva mai lasciato i genitori», aggiunge. Sono finite le serate a base di “tiramisù, tortilla e quiche lorraine”, le discussioni innaffiate dall’alcool tra polacchi e italiani o gli alloggi in stile appartamento spagnolo!
«Bisogna riabituarsi alla normalità», aggiunge Mina, 21 anni. In pratica bisogna rinunciare all'ottima scusa dell'accento straniero, alla sensazione di essere "diversi" e rassegnarsi a essere di nuovo come tutti gli altri e non più una creatura rara ed esotica.

Stranieri in patria

Lo studente, lasciato solo con la propria esperienza, finisce spesso per sentirsi straniero in patria e non riuscire a condividere l'anno all'estero in ambito famigliare. «Come si fa a raccontare un’esperienza così ricca in poche frasi buttate lì a caso?», si chiede Pauline, 21 anni, di cui uno passato in Irlanda. Per stare un po’ meglio molti studenti si rivolgono alle associazioni di ex-Erasmus, animano gli “International party” o si buttano nell’avventura dell' eurocoppia. La speranza? Quella di ricreare artificialmente un secondo momento d'oro. Agnieszka Elzbieta Dabek, segretaria generale dell’Erasmus Student Network (Esn), ammette: «Molti ex-Erasmus si propongono per partecipare alle nostre attività, per offrire consigli o organizzare serate cosmopolite. È un po' la scusa per mantenere viva la fiamma dell’Erasmus». Domenico giudica «illusoria» questa condivisione di un sentimento comune tra gli ex e i neofiti. «Alla fine, gli stranieri si chiudono nel loro gruppo, invece che aprirsi alla cultura locale».

Comunque, «questa elaborazione del lutto», tra depressione e idealizzazione è «assolutamente normale», secondo Allanic. Sempre che non duri più di qualche settimana. In realtà la malinconia del rientro non fa altro che segnare l’ingresso nell’età adulta e la perdita di un mondo ideale. «Tutto è stato organizzato dettagliatamente e messo in pratica per incoraggiare la mobilità dei giovani europei, ma niente è stato fatto per “il dopo"», lamenta Allanic.
Tocca alle università farsi carico del rientro dei propri studenti, accompagnandoli in questa fase di passaggio, «senza la quale l’esperienza può diventare un disastro. Non dimentichiamoci che il ruolo degli adulti è quello di aiutare i ragazzi a crescere». http://eurogeneration.cafebabel.com/it/post/2008/03/28/Depressione-post-Erasmus-chi-la-conosce-la-evita


Egitto: l’impennata del prezzo del pane

Il presidente Mubarak affronta da oltre due settimane la profonda crisi riguardante l’ aumento del prezzo del pane

La popolazione in rivolta assalta i panifici e l’attuale esecutivo rischia seriamente di dover rassegnare le dimissioni. Per la prima volta anche la storica figura del presidente egiziano comincia a vacillare.

Il sistema di sussidi
Circa la metà della popolazione egiziana sopravvive con 2 dollari al giorno. Il governo del Cairo supporta la popolazione, circa 40 milioni di persone, grazie ad un articolato sistema di sussidi. In particolare sono garantiti quei beni considerati di prima necessità, come ad esempio il pane. Un quinto del debito pubblico copre il suddetto sistema di sovvenzioni e della cifra totale stanziata, il 13% è utilizzato per garantire la produzione di pane. Solo nel 2008 si stima che i sussidi riguardanti tale alimento costeranno al governo 850 milioni di dollari in più rispetto al 2007, toccando la soglia dei 2,67 miliardi di dollari.

Lo stato vende alle panetterie la farina ad un prezzo inferiore a quello di mercato: un sacco da 25 libbre in cambio di 8 lire egiziane, circa 1 dollaro e mezzo. Dunque il primo passo consiste nella vendita, dallo stato al panificatore, di farina sovvenzionata. Il beneficio per la popolazione consta nel fatto che chiunque sia in possesso di un certificato che attesti una condizione di indigenza potrà acquistare il pane a prezzi ridotti: cinque piastre egiziane all’etto, 4 centesimi di euro. Un prezzo basso garantito dallo stato che vende la farina a prezzi ridotti. In base alle statistiche governative da ogni sacco acquistato il panettiere ricaverà all’incirca un guadagno equivalente a 10 dollari. Le cifre citate sono valide se e solo se si ragiona all’interno dei circuiti ufficiali. Se infatti quello stesso sacco di farina viene venduto al mercato nero frutta al panificatore circa 15 dollari. Per frenare il possibile dilagare di compravendita attraverso vie non ufficiali, l’Egitto ha previsto che le panetterie siano controllate mensilmente da ispettori. Il salario di questi ultimi ammonta a soli 42 dollari mensili e di conseguenza i loro servigi si prestano facilmente al diffuso costume della corruzione. Se infatti un ispettore certifica che, dopo tre mesi di controlli, la panetteria ispezionata non abbia conseguito alcuna infrazione ed utilizzi realmente la farina acquistata per farne pane, allora il commerciante riceverà un rimborso di quasi 1 dollaro su ogni sacco acquistato dallo stato a prezzo ridotto. Se ipotizziamo una media di 40 sacchi al giorno, alla fine dei tre mesi il venditore godrà di un indennizzo pari a quasi 3600 dollari, somma da dividere con l’eventuale compiacente controllore.

Il cancro della corruzione insito nel sistema ha permesso che lo stesso abbia collassato con relativa velocità e facilità. Secondo il quotidiano arabo Al Ahram proprio a causa della citata speculazione il prezzo di un chilo di farina è balzato oggi a 260 sterline locali, pari a circa 30 euro. Questo spiega i numerosi episodi di violenza, si contano anche 15 morti, verificatisi in questi giorni nei forni egiziani. Il terrore di perdere l’accesso ad un bene di fondamentale importanza per la propria sopravvivenza ha scatenato le ire delle fasce più povere della società provocando tafferugli e scontri con le forze dell’ordine.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32197



marzo 30 2008

“I sogni e le illusioni aiutano a vivere meglio”

“La realtà che vedo mi fa schifo, è triste e odiosa. Per questo ho rivalutato i sogni e le illusioni che aiutano a vivere meglio: credere in un amore, una donna, un rapporto, avere una fede, magari non vera o sbagliata. L’importante è crederci. Vivi meglio” *

 

Non si riesce a farlo smettere di drogarsi, il Vasco.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Domanda: se vince la destra che fine fanno i 2 miliardi e mezzo per i lavori usuranti?


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Quasi nessuno ne parla, ma un anno fa il governo Prodi propose e si vide accogliere dalle parti sociali un protocollo sul Welfare la cui piena attuazione è stata interrotta dallo scioglimento anticipato delle Camere. In altre parole, i primi a pagare lo scotto di uno squallido assalto al governo sono i lavoratori, i pensionati, gli invalidi. Quasi alla vigilia del voto il Consiglio dei ministri, pur nei limiti dell'ordinaria amministrazione concessagli, ha dato il via libera al decreto che attua una parte socialmente e umanamente rilevante del protocollo, quella sui cosiddetti "lavori usuranti". Si tratta di misure previdenziali in favore di chi svolge lavori pesanti e rischiosi: si abbassa di tre anni l'età di andata in pensione per chi lavora nelle gallerie, nelle cave, nelle miniere, nella rimozione di amianto, nei cassoni ad aria compressa, in ambienti ad alta temperatura. E si prevede un meccanismo analogo per i palombari, i lavoratori in permanente servizio notturno, gli addetti alle catene di montaggio, i conducenti di veicoli con almeno nove posti. Per coloro che lavorano anche di notte, cioè turnisti a orario promiscuo, si applica un sistema graduato secondo i giorni di attività notturna (per esempio, chi ne fa tra i 64 e i 71 all'anno l'anticipo di pensionamento è di un anno mentre chi supera i 77 giorni annui il beneficio è pieno, cioè tre anni di pensionamento anticipato). Queste misure previdenziali nulla tolgono, anzi irrobustiscono la lotta per abbattere la rischiosità di qualsivoglia lavoro, cioè non sono uno scambio ma un risarcimento. Il loro costo è di due miliardi e mezzo a carico dello Stato, soldi questi accumulati dal rigore dei conti certificati dalla Ragioneria Generale.
Ci sono state obiezioni di Confindustria e, come al solito, anche di talune forze della disciolta maggioranza. Ma il ministro del Lavoro ha giustamente replicato che il decreto costituisce un atto di responsabilità verso i lavoratori più gravati e non apre alcuna difficoltà di copertura finanziaria, il che ne fa un "atto dovuto". Insomma il governo non ha violato l'"ordinaria amministrazione", ma ha solo dato attuazione ad un accordo formale che fu approvato, non dimentichiamo mai, dalla stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti. Dov'è dunque il problema? Il problema è nel fatto che, secondo la Costituzione, ogni decreto non delegato deve essere convertito in legge dal Parlamento entro un determinato periodo, pena la decadenza. Trovandoci ormai alla vigilia delle elezioni sembra inevitabile che la conversione (col solito meccanismo Camera-Senato e viceversa) sia rimessa al nuovo Parlamento. Allora sorge la domanda: quale garanzia c'è che il decreto sia convertito dalla nuova maggioranza, e se dovesse decadere, sarà riproposto dai nuovi governanti?
Le risposte non possono essere date con certezza in questo momento perché non si sa chi vincerà il 13 e 14 aprile. Ma si sa che cosa accadrebbe nel caso vinca l'uno o l'altro. Di certo se vince il blocco elettorale del Partito Democratico il decreto sarà attuato secondo la logica programmatica del partito di Veltroni. Ma se vince il PdL? La risposta è incerta ma volge fortemente al negativo. Lo si desume dal fatto che la linea del blocco berlusconiano è stata quella di impedire al governo Prodi di attuare quanto da esso deliberato, a cominciare dalla destinazione del "tesoretto" fiscale a misure sociali particolarmente rivolte alle famiglie a basso reddito e ai giovani affittuari. D'altro canto la logica di tutta la campagna elettorale di Berlusconi è fondata sull'accusa a Prodi di avere "inginocchiato" l'Italia e sulla promessa di farla "rialzare" col ritorno vittorioso del cavaliere di Arcore. Infine, non è immaginabile che il PdL faccia cadere le resistenze di Confindustria contro il decreto. Dunque tutti i possibili beneficiari del protocollo sul Welfare, a iniziare da chi esercita lavori usuranti, sono avvertiti: non date il vostro voto ai vostri avversari sociali e politici!http://www.pontediferro.org/articolo.php?ID=1114


Alitalia ed il familismo amorale
Ricordo ancora la prima volta che ho sentito parlare del familismo amorale di Banfield.
Me ne aveva parlato Andrea ed il concetto era veramente interessante. Banfield aveva studiato la culturale mediterranea e meridionale e ne aveva ricavato uno studio sociologico veramente ampio e complesso.
Da li però si evince una cultura più ampia, non solo meridionale, ma più vasta. L'Italia intera comunque rientra perfettamente nello studio!
L'esempio credo sia la gestione di Alitalia e le dichiarazioni dei piloti di oggi: "piuttosto di venir licenziati meglio far fallire la ditta".
C'è quindi una cosa che non capisco. Piuttosto che perdere le posizioni di privilegio acquisite col tempo (ricordo che per far girare 5 aerei cargo a Malpensa c'erano 180 piloti) questo piccolo sindacato molto potente in Alitalia preferisce il fallimento.
E chi se ne frega se ci rimetteranno gli italiani. Perchè ricordo a tutti che far fallire l'Alitalia non è una cosa da poco.
Ci rimetteremo tutti direttamente ed indirettamente. Ad esempio provate a pensare a quelli che ancora oggi hanno delle azioni di Alitalia. Se Alitalia fallisce le loro azioni le possono buttare al macero. Provate a pensare a chi ha delle obbligazioni, a chi in Alitalia ha investito in questi anni.
Provate a pensare a quanti soldi abbiamo buttato come italiani con i vari governi in Alitalia in questi anni. Provate a pensare a cosa si farà dopo il fallimento, da dove si ripartirà. Perchè per ogni pilota ci sono migliaia di passeggeri che vivrebbero mesi di passione, perchè se è vero che gli aerei volerebbero lo stesso non si saprebbe bene come ne con quali priorità od orari, perchè in gestione straordinaria è vietato fare investimenti, e quindi se ad esempio un aereo si guasta non si può nemmeno riparare!
Insomma, gli interessi del paese vengono sempre dopo i propri interessi. E non solo, i propri interessi devono prevalere anche a scapito degli interessi del paese. Con questa cultura abbiamo raddoppiato il debito pubblico in pochi anni, decidendo di far pagare alle generazioni future (che siamo noi) i debiti delle generazioni passate. Se la medicina va presa ed è amara non ci possiamo far niente, ma meglio la medicina oggi per sapere di poter guarire piuttosto che un'estrema unzione con la speranza della resurrezione. Scusate l'accostamento sacrilego, ma la Pasqua è passata da poco e risento ancora delle influenze divine =)http://democonvinto.ilcannocchiale.it/

Elezioni Politiche 2008 - Re(fusi)

Berlusconi: convinceremo gli indecisi, con una campagna a tappeto ...


La casa del tappetto
Refusi della casa  ....tappeto, tappetto, tappetaro

Berlusconi: convinceremo gli indecisi, con una campagna a tappeto ...
Berlusconi consiglia poi ai suoi "usate il camper, andate porta a porta, cercate il contatto diretto con la gente, andate a parlare con il prete, con il farmacista, con il medico".
[...]  "Mobilitatevi tutti per evitare che non ci vengano sottratti i voti come nel 2006, quando ce ne sottrassero un milione. Dobbiamo evitare che il voto venga manomesso".
Parola di tappetaro!!!http://virtualblog.splinder.com/post/16518346/Elezioni+Politiche+2008+-+Re%28f


Intervista a Simona Milio

milioRID.JPGdi Giuseppe A. Veltri

Per altre informazioni sulla campagna di Simona Milio, cliccate qui per visitare il suo blog.

Credo che sia piuttosto chiaro che chi voglia rappresentare le istanze degli italiani all'estero, si trovi di fronte a due forme di emigrazione diverse con esigenze diverse. Puoi parlarcene?

In queste tre settimane sono entrata in contatto con persone di almeno 4 generazioni diverse di italiani all'estero. Le esigenze di queste 4 generazioni sono profondamente diverse. C'è chi è qui da 70 anni, e vuole solo poter vedere la televisione italiana gratis; c'è chi è qui da 50 anni e vuole un consolato efficiente; c'è chi è nato e cresciuto qui, ed oggi ha 30 anni e non parla italiano, perché, in molte zone non ci sono scuole italiane o istituti di cultura italiana.

Seppur le esigenze sono diverse, tutte queste generazioni hanno una cosa in comune: nel cuore si sentono italiani, vogliono essere fieri di esserlo, ma a volte se ne vergognano, data l'immagine che l'Italia dà di sé. A volte si sentono dimenticati e abbandonati dalla propria patria.

Allora, ti accorgi che non è solo una questione di cervelli in fuga, di nuova e vecchia generazione, ma è una questione di ricreare quelle condizioni che riportino l'Italia ad essere un paese di cui essere fieri. Un Paese che rispetti i propri connazionali, dentro e fuori i suoi confini. Infatti, sotto lo slogan "cervelli in fuga" si racchiude delle varietà di cervelli, da chi fa carriera nella city, a chi fa carriera nella city, a chi fa carriera accademica, a chi partendo da niente crea un impero, diventando un imprenditore (come le storie che racconto sul mio blog).

Un tema a me molto caro è quello dei cosidetti "cervelli in fuga". Credi che esistano dei meccanismi credibili ed implementabili per spingere qualcuna di queste persone a rientrare in Italia?

Ci sono due categorie di cervelli in fuga. La prima, non vuole rientrare in Italia, perché è qui da tempo, qui lavora, qui a casa. La seconda categoria è indecisa. I meccanismi che possono garantire un rientro, sono meccanismi che garantiscano la possibilità di ritrovare in Italia le stesse condizioni dell'estero. Un esempio con riferimento alla carriera accademica, potrebbe essere il rientro a patto che si mantenga la stessa posizione che si ricopre in un’università' straniera, in termini di autonomia e possibilità di avanzamento.

Ho sempre ritenuto il percorso di carriera accademica italiano piuttosto irrazionale e che produce grossi ritardi. Sei d'accordo? e se si quali credi sia il modello che dovrebbe essere adottato?

Si parla tanto della riforma universitaria, che è sicuramente necessaria. Ma in attesa che ciò avvenga a 365 gradi, si potrebbe inserire il semplice meccanismo del "peer revew": ovvero per fare carriera bisogna pubblicare su top journal, chi non pubblica non va avanti. E' un meccanismo semplice che da solo farebbe una selezione meritocratica.

Altri meccanismi, facilmente implementabili potrebbero essere:

a) l'introduzione di una fase preliminare di "shortlisting" ai concorsi universitari locali fatta ESCLUSIVAMENTE da accademici residenti all'estero per spezzare il link vizioso "discepolo-barone" che e' uno dei mali peggiori della universitaria italiana;

b) la creazione di centri di ricerca extrauniversitari speciali finalizzati ad attrarre in Italia scienziati stranieri e italiani con almeno 5 anni di esperienza di ricerca all'estero. Conseguentemente, introdurre un sistema d’incentivi o disincentivi (sotto forma d’incremento o riduzione dei finanziamenti) a seconda della produttività dei centri di ricerca.

c) Legato a questo secondo punto, si dovrebbe promuovere la creazione di dottorati di altissimo profilo e molto competitivi per attrarre studenti anche dall'estero; al fine di cambiare interamente il sistema che spesso predilige lo sviluppo di una ricerca affine al supervisor piuttosto che allo studente/ricercatore. Inoltre si dovrebbe promuovere una cultura del dottorato spendibile sia in accademia sia nel mondo professionale non accademico.

d) Introdurre un sistema di pianificazioni e revisioni periodiche delle attività di ricercatori, professori associati e ordinari e introdurre la possibilità di revisione del contratto di lavoro in caso di lavoro fortemente insoddisfacente rispetto a standard inizialmente stabiliti.

Candidarsi è un grosso passo che richiede un certo coraggio. Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a farlo?

All’inizio ho accettato la candidatura, perché mi è stato chiesto dal mio gruppo e ho sentito fosse mio dovere non tirarmi indietro. Però in queste ultime tre settimane il supporto, e il coinvolgimento di centinaia di persone mi ha fatto capire, che la candidatura non è personale. Quando ti candidi, chiedi fiducia, rappresenti ideali che vanno al di là di te e toccano tante altre persone. Il ruolo di candidato finisce con le elezioni, quello dell'impegno politico, inizia con le elezioni, e si vince o si perde, va avanti finché avrai il desiderio di contribuire a migliorare il nostro Paese.http://www.imille.org/2008/03/intervista_a_simona_milio.html#more


LA CAPITALE HA SMESSO DI CORRERE E RISCHIA DI FERMARSI

LASCIATELA CRESCERE

I due candidati sindaci, Francesco Rutelli e Gianni Alemanno, devono fare i conti con una città dinamica e un’economia vivace, ma ha bisogno di un’amministrazione più moderna.

Se non fosse per il Cavaliere per antonomasia, anche la campagna elettorale romana che vede contrapposti Francesco Rutelli e Gianni Alemanno, sarebbe veramente una somma di sbadigli, parole e cabaret. Tant’è che da Trastevere al Quarticciolo, dal Quadraro a Monte de’ Cocci fino ai Parioli, quando hanno sentito lo slogan capitolino di Berlusconi declinato in formato Tor Pignattara, «Rialzati Roma», hanno pensato si trattasse della campagna pubblicitaria del nuovo Piano regolatore, ultimo gesto amministrativo di Veltroni prima di lanciarsi per le vie d’Italia al grido di se po’ fà. (foto La Presse).

Ma nun se po’ sentì è stato il commento più generoso al «Rialzati Roma», quando hanno capito che la battuta era stata prestata ad Alemanno dal Cavaliere. Un po’ perché dire ai romani di rialzarsi suona proprio male, un po’ perché ormai Roma e la sua cintura producono e viaggiano a un livello di reddito pari a tutte le grandi città industriali del Nord del Paese.

E infatti Alemanno, che torna, a due anni di distanza dalla sfida con Veltroni, s’è guardato bene dal rialzarsi, pure lui preferendo il più comprensibile «Roma cambia», contrapposto al messaggio tranquillo e neoborghese di Rutelli che punta su una città più pulita e sicura, sulla casa e sui taxi; forte del ricordo dei suoi otto anni di amministrazione capitolina che segnarono un punto di svolta rispetto a un passato grigio, indegno di una capitale.

Gianni Alemanno saluta la gente prima di un comizio.
Gianni Alemanno saluta la gente prima di un comizio

Una città che macina record

Una capitale che dopo il Giubileo macina record di presenze turistiche, sviluppo dei servizi, imprenditoria edilizia e industrie tecnologicamente avanzate; progetta nuovi aeroporti, perché Fiumicino e Ciampino non ce la fanno più a reggere l’afflusso dei visitatori, ma proprio per questo suo impetuoso sviluppo comincia ad avere il fiato corto sul versante della sicurezza (nonostante sia fra le città più sicure d’Italia), la pulizia e un piano del traffico e dei trasporti che la liberi dall’obbrobrio quotidiano delle ore in fila sul Lungotevere.

Però è una città viva, ricca di eventi: «Oggi si può veramente dire che Roma dopo gli ultimi quindici anni di amministrazione è diventata una grande capitale al pari delle altre grandi di Europa e, del mondo», riconosce don Pietro Sigurami, uno dei parroci più noti e ascoltati dell’Urbe, impegnato da sempre sulla frontiera dell’accoglienza degli immigrati del Terzo mondo, per i quali attrezza ogni giorno centinaia di pasti, «ma rimangono problemi gravi: nella nostra mensa dei poveri aumenta notevolmente il numero degli italiani, tutto è caro e dispendioso, preoccupa la delinquenza dei nuovi arrivati dall’Est europeo. La legge Fini-Bossi è stata un disastro, ha diffuso l’idea che lo straniero può stare solo se serve. Ma questo non è una forma di nuovo schiavismo?».

Don Pietro non ce lo racconta, ma qualche anno fa il suo bello scontro con la politica ce l’ha avuto. Fu quando la Destra gli attaccò i manifesti nel quartiere chiedendo di cacciare "quella feccia". Lui si presentò alla Messa domenicale e disse: «Dalla quantità di offerte per i poveri di questa domenica io deciderò se smettere o continuare». Il quartiere, in un solo giorno gli mise nelle casse parrocchiali 43 milioni di lire. «Non l’avessero fatto avrei chiuso pure la chiesa», commenta ridendo, «i manifesti sparirono e io ringrazio Dio, perché i miei parrocchiani sono stupendi e ci consentono di aiutare i poveri e persino di aprire in Tunisia tanti centri di formazione».

«Non c’è dubbio, lo sviluppo c’è stato e si vede», commenta Daniele Frontoni, 34 anni, presidente dei Giovani albergatori di Roma, che con la mamma, bella e ferrigna signora, ha iniziato nel 2001 la sua attività in pieno centro, «siamo partiti dopo l’11 settembre, possiamo ben dire che abbiamo dichiarato guerra alla guerra. Il nostro indice produttivo è sempre a due cifre grazie all’immagine che Roma ha nel mondo. Ma adesso è ora di provvedere se non vogliamo perdere i clienti. Roma è sporca, ha bisogno di pulizia e decoro urbano, servizi più efficienti, taxi reperibili e infrastrutture necessarie come i centri congressi, le fiere. E ancor più, di buone misure per fronteggiare la microcriminalità che genera insicurezza».

«Questi svantaggi li sentono anche le imprese dopo lo sviluppo impetuoso degli ultimi quindici anni», commenta Carlo De Giuseppe, docente di Sviluppo di impresa all’Ateneo di Viterbo e titolare di uno studio romano di assistenza alle imprese da dove ha potuto monitorare la crescita della capitale, «le infrastrutture non sono l’unico problema. Il rapporto fra banche e imprese non è buono e limita il necessario accesso al credito. Gli obblighi burocratici sono ancora troppi e complicati e l’imposizione fiscale, giunta al 53 per cento, è asfissiante. In queste condizioni la grande vitalità delle imprese romane rischia di finire».

«È vero, bisogna dare un’altra sterzata», aggiunge Ugo Mastelloni, importante avvocato con studio nel cuore di Roma, che dopo i successi professionali, ha deciso che era il momento di accompagnare al suo impegno cristiano nel sociale anche l’impegno politico nel più problematico dei partiti, quello socialista: «Corro per essere eletto nella prima circoscrizione, e corro da socialista. Di soldi non ne ho più bisogno, di prestigio neanche, ma di mettere la mia esperienza di avvocato al servizio della comunità del centro e anche quel tocco di impegno cristiano che si batte per non far diventare la prima circoscrizione un posto da privilegiati. Cominciando da me».

Ma il centro di Roma è anche il regno dell’odiatissima "casta" politica, quelle migliaia di aiutanti, segretari e, diciamolo pure, portaborse che vivono intorno ai palazzi della politica: «Per dire la verità», osserva Mario Ciampi, 31 anni, ma con un brillante curriculum scolastico e accademico alle spalle, coordinatore della fondazione politica di Destra Farefuturo, «ai cosiddetti portaborse arrivano solo briciole per la sopravvivenza».

Politici? Sì, ma moderni

Visto da fuori, Ciampi potrebbe essere uno di quelli, e invece lui, come i ricercatori dell’Arel, la fondazione creata da Beniamino Andreatta, ora diretta da Enrico Letta, è uno degli apripista di una nuova generazione di operatori della politica forti di lauree, master e specializzazioni: «Lavoriamo sui contenuti, sulla consapevolezza che la politica non può essere né clientela, né vaniloquio. Lavorare con gente come noi è un gesto di coraggio che qualche politico sta facendo. Ma forse questo gesto di generosità che per adesso è di pochi, e che invece in Europa è prassi consolidata, servirà pian piano a invertire la rotta, a creare una classe dirigente di cui il Paese ha bisogno».

E anche dell’esempio della famiglia Montesi, il Paese ha bisogno. Una casa nella periferia romana costruita con tenacia e mutuo, quattro figli, due stipendi piccoli che bastano sì e no, più no che sì: «Ma noi», racconta sereno Gualtiero mentre sua moglie corre dietro ai figli più piccoli, «abbiamo investito sulle relazioni. Siamo tante famiglie amiche che si aiutano l’una con l’altra. In casa abbiamo una regola: ci deve essere di tutto, ma uno solo. Un’automobile, un televisore, un computer. Nessuno spreco ed essere felici del poco: un film offerto dall’estate romana, la sagra. C’è davvero bisogno di avere maggiori esigenze di queste? E, quanto al nuovo sindaco, gli chiediamo di continuare l’opera dei suoi predecessori che non ci è dispiaciuta».


 

I LOCALI ? SEMPRE PIU’ PIENI

 

DI LUCA LOMBROSO
Aspo Italia

A proposito di ristoranti pieni o meno, l'esperienza che fatto un venerdì sera è stata sicuramente eloquente di come nell’era della crisi climatica e del post-picco “lo spettacolo deve continuare”.

L’occasione era uno dei consueti riti del ritrovo "scapoli e ammogliati" della compagnia di gioventù, riservato rigorosamente ai maschi. Gli ultimi appuntamenti li avevo mancati per impegni vari, ieri sera invece sono stato prelevato quasi a forza ma vi assicuro che ne val la pena, apre gli occhi (semmai ce ne fosse bisogno), anche per quanto portiamo avanti come ASPO pensiero.

Il locale è un vecchio ristorante tradizionale, sulle colline modenesi, trasformato in un moderno risto-disco-bar. Si arriva, si entra nel parcheggio fra SUV, Porsche e monovolumi giganti; 3-4 "geometri" in divisa fosforescente, paletta e ricetrasmittente aiutano a parcheggiare. Vista spettacolare del famigerato comprensorio ceramico, quello che consuma quasi 2 miliardi di metri cubi di gas e che pensa che il futuro sia ancora in strade e mattonelle. Si gode di uno splendido panorama sull’inquinamento luminoso straordinario di questa città diffusa, sembra giorno, ma non si vede la "nube grigia" di smog della Valpadana perchè ci siamo probabilmente dentro.



Entrata, col metodo della lista: l'organizzatore della serata aveva intortato tempo fa una “PR” che gli ha tenuto un tavolo, altrimenti si sta in fila fuori, al caldo o freddo, appena riparati dalle intemperie, in attesa che un tizio auricolare nell’orecchio decida se e chi entri. Non c'erano, come in altri casi i funghi riscaldatori: segno del marzo già mite? Ma la prova del global warming sono le pance fuori, con malcelate lamentele del freddo, e i fondoschiena tatuati da cui erge un pezzo di perizoma.

Faccio un passo indietro nel racconto: dei 10-12 soliti ci ritroviamo solo in 5, ma andiamo con 3 auto. sembra Fantozzi, con 12 taxi in 9 persone. Molte quindi defezioni per cause varie: mal di pancia, figli malati, moglie a una analoga cena… e forse il costo, si il costo: nessuno lo ammette ma le ultime volte i mugugni per la spesa giustamente non mancavano. Ho con me un amico carissimo ormai edotto e cosciente della crisi climatica e del picco del petrolio e nel tragitto parliamo di queste cose, del clima, del caldo precoce con le fioriture e del petrolio alle stelle.

Entriamo, tavolate da 20-30 40 persone, ci saranno almeno 300 coperti, forse 400, fra luci, fari, musica ancora soft ma chiaramente pronta ad esplodere. Le cene vanno dal semplice divertimento al compleanno, addio al celibato o nubilato, laurea, e forse pensione... per fortuna comunque senza degenerazioni di altri locali con cene erotiche, lap dance e similari, tutto sommato un posto “tranquillo” per questi tempi.

Il pensiero va subito ai consumi di un mostro simile, stimo che ogni ora faremo fuori almeno 50 kW, o forse il doppio e in una serata il contributo serra supera sicuramente il quintale, ovvero le emissioni annue di un abitante del CIAD o del Burkina Faso.

Decido comunque di rilassarmi un po' e di divertirmi con gli amici, si mangia una pizza fra la musica che sale, le urla, le luci psichedeliche e stroboscopiche, la gente è di tutte le età, non giovanissima ma la fascia va comunque dai 25 ai 50 abbondanti. Mi torno però a chiedere quanti sanno del picco, quanti sono coscienti del problema climatico e della necessità di sobrietà. Non solo energetica ma anche.... alcolica. In bagno infatti ci sono distributori di alcol test a fianco di distributori di profilattici. Al che penso: ma se... soffio l'alcol test col profilattico?

Non credo che nessuno dei presenti abbia problemi a tirare fine mese, o se ce l'ha non lo dà certo a vedere. Anzi in occasioni simili ho provato a intavolare discorsi sui temi ASPO e la risposta andava dal chi se ne frega al, “si, ma non chiedetemi di rinunciare a divertirmi dopo una settimana di lavoro”.
E francamente non mi sento di dargli del tutto torno. Uno dei miei amici è una "razza in via di estinzione" o, come si definisce lui "fa il lavoro più vecchio del mondo". Ovvero, il metalmeccanico. Salda pezzi di ferro tutta la settimana, unico Italiano e ancor più in dettaglio modenese fra immigrati extracomunitari che interrompono la catena di montaggio per pregare nel Ramadah.
Ma conosco anche di persone che di mestiere fanno il taglia-vena a galline in stabilimenti industriali: le galline vive scorrono veloci e con una forbicina viene recisa la vena nel collo, e poi spennate istantaneamente in soffi di acqua bollente e vapore: che prospettiva di vita può avere, che gliene può fregare del picco, che conoscenza può avere uno che taglia il collo a galline tutto il giorno per rinunciare a tutto questo?

Accenno nelle chiacchierate e discussioni a qualche frecciata sul clima, a qualcuna sul costo del petrolio, ma gli argomenti prediletti sono l'oroscopo, l'abbinamento cravatta-camicia dell'amico don Giovanni, e simili. Ovvio. Allora scatto un po' di foto e faccio qualche filmatine pensando a questo.

Continua la festa, arriva la torta di un compleanno, candela gigante con scintille pirotecniche, portata da 5 cameriere succinte ognuna con torta. Spegne la candelona, regalo del locale ai festeggiati: buono sconto per un viaggio a scelta. La PR gli dice: dai, vai a Sharm!!

La musica si alza di volume, cedimento e ormai stufato, vado a casa, decido, ma chiaramente li si va avanti fino alle 4. Conto per una pizza, bevande, fettina torta e caffè 22 Euro: 44000 vecchie lire per una pizza!!!
Con cena si superano tranquillamente i 30 euro per il cibo dei poveri di un tempo, le tigelle.

Usciamo in 2, gli altri restano, anzi arriva gente, in uscita timbrano la DRINK CARD, niente scontrino, e fuori si sta formando la coda all'aperto per entrare con un buttafuori-armadio (a proposito a Modena stanno organizzando un CORSO PER BUTTAFUORI PROFESSIONISTI) che squadra tutti.

Slalom in uscita fra SUV e coupé che entrano, ci saranno 200 auto, 2 conti: incasso non meno di 15-20000 euro, ma quanti scontrini o ricevute fanno non si sa. Non è azzardato stimare che fra auto, consumi, cibo ecc se ne siano andati 4-5 barili e altro che un quintale, forse una tonnellata di gas serra
Locali come questi nascono e chiudono anche in meno di 6 mesi, e infatti in rientro davanti a un altro locale simile, sorto in un capannone industriale, all'una di notte, lunga coda di attesa per entrare. Sempre al rientro a Maranello in centro città mi sorpassa un Ferrari nero con partenza da F1: ma Raikoonen non è al GP di Australia, oggi, penso?

Ma la serata è stata istruttiva: è questa la realtà del mondo, sembrava veramente il Titanic, l'orchestra che suona, tutti si divertono, ma la nave affonda e nessuno lo vuol sentire dire.

Al rientro con l'amico, agricoltore, parliamo di tutto e commentiamo e mi dice che non trova più concimi e che sono aumentati del 30% in un anno. E che il gasolio agricolo è raddoppiato in 2 anni, essendo esente da accise, il costo è aumentato praticamente quanto il petrolio.

E' qui però che bisognerebbe fare conferenze, convegni o perchè no show picco-climatici, forse un po' ci riderebbero su, un po' ci mediterebbero poi dopo.
I missionari vanno dove ci sono i pagani, o no?

Luca Lombroso
Fonte: http://www.aspoitalia.blogspot.com/


Chen Zen, transexperience
La mostra al Mart di Rovereto
                                                                                        Scritto per noi da
                                                                                        Vito Calabretta 
 
 
Il lavoro di Chen Zhen messo in mostra al Mart di Rovereto è uno zefiro fresco e sereno che viene d’oltralpe. Oddio qui si potrebbe iniziare a divagare sul donde viene, d’oltralpe o da oltre oceano?
Chen Zhen è un artista cinese morto nel 2000 a Parigi, dove si era trasferito nel 1986, di anemia emolitica. Cosa è? Una malattia che uccide, pare: purtroppo.
È dunque un artista cinese o un artista francese?
In una autointervista lunga, articolata, autoironica e autocritica che è pubblicata sul volume monografico pubblicato in lingua francese e inglese da Gli Ori di Firenze, Chen Zhen conia il termine Transexperience che è una tecnica di viaggiare e soprattutto spostarsi in un luogo mentale distaccato dall’argomento dello stare.
Eh si, ho appena scritto una frase astratta e complicata ma è complicato semplificarla perché tutto nel pensiero di Chen Zhen appare complicato: «I francesi dicono “parla cinese” per sussumere qualcosa di incomprensibile. Io lo prendo come un grandissimo complimento. Ciò mostra che i Cinesi non affrontano i problemi di petto e che incominciano con non affermare niente».
Possiamo tentare di tradurre la mia maldestra definizione di Transexperiences dicendo che nel lavoro di Chen Zhen sembra importante , quando stai in un luogo mentale, il modo in cui tratti il tuo stesso modo di stare.
Il luogo geografico è quindi relativamente poco importante mentre lo è lo sforzo che tu fai per valorizzare quello che stai facendo.
 
table de diagnostic Proviamo a procedere con un esempio. Prendiamo Table de diagnostic, così introduciamo un altro concetto proprio del lavoro di Chen Zhen: convivendo con la propria malattia Chen Zhen lavora sul concetto del vivere il tempo e lo spazio (se ne parlava a proposito di Transexperiences) e tra le altre cose alla fine degli anni Novanta decide di intraprendere un percorso di autoformazione per diventare medico. Cosa vuole dire diventare medico, studiare medicina? no: significa elaborare delle strategie di attenzione e di azione più ancora che di cura. Perché, come diceva Chen Zhen, «quando sei malato è troppo tardi. Bisogna cercare di non essere malato». Eh già, è fantastico, ma piuttosto complicato soprattutto quando soffri di una malattia che ti sta uccidendo. Quali strategie, dunque? Nel caso di Table de diagnostic si tratta di una superficie bianca che in realtà è una base sorretta da gambe in metallo; nella base sono incastrate delle vaschette in metallo, su due file; in ogni vaschetta c’è del liquido e una barra immersa nel liquido in modo però da sporgere fuori dalla vaschetta. In questo ritmo di vaschette si colloca una superficie bianca con delle incisioni e un’altra barra che riesce, pur essendo una e non due barre, a indicare una croce, un segno. Cosa è Table de diagnostic? La parola che più mi convince è «metrica». È una metrica, cioè un sistema indicatore di relazioni tra elementi spaziali: la superficie, i corpi, i solidi. Attenzione però perché Table de diagnostic non è soltanto un segno (la metrica è un indicatore di segno), è anche una realtà, infatti dà insieme l’emozione che dà un quadro, una installazione, uno strumento scientifico, una scultura, un paesaggio.
 
six rootsQuindi si tratta di una realtà autonoma. Infatti succede con le opere di Chen Zhen che non sembrano delle mere rappresentazioni, ma le vivi come delle normali realtà.Un altro esempio: Six Roots. Una branda rovesciata diventa una culla per campanelle di un rosso ottone. Cosa è? una scultura? una installazione? Sembra piuttosto un sogno e il sogno è una realtà.
Quando si dice quindi che la mostra al Mart è uno zefiro fresco e sereno si vuole dire questo: Chen Zhen è un autore classico.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10603

LA GUERRA DI HARRY: LA SGRADEVOLE VERITA'

 

 

LEO DOCHERTY
The Independent

Il veterano della guerra d’Afghanistan, Leo Docherty, critica la campagna militare Britannica nella provincial di Helmand, dove il Principe stava servendo la patria fino a quando dettagli della sua presenza trapelati in internet hanno interrotto il suo turno in prima linea.

Non si era mai visto nessun giovane felice come il Principe Harry sparando contro le sospette postazioni dei Talebani, vicino la città di Garmsir nella provincial di Helmand la settimana scorsa. Dopo la cocente delusione che soffrì per non aver partecipato alla guerra in Iraq nel 2007, la fortuna finalmente di essere impiegato nelle operazioni in prima linea come controllore di volo (responsabile di guidare via radio aerei da combattimento e elicotteri ai propri obiettivi) arrivò come un elettrizzante opportunità rispetto alla triste monotonia della vita in caserma.

Io so come ci si sente. Anche io sono stato un ufficiale della Divisione Household. Un duro anno di formazione a Sandhurst ti lascia al massimo della preparazione fisica e della motivazione, eccellendo con orgoglio nel proprio reggimento e istruiti dai nobili sacrifici fatti dagli eroi della precedente guerra. La voglia di azione ed avventura è travolgente, combinata dal “senso del dovere”. Il desiderio di servire in Afghnistan è rinforzato anche dal ricordo degli eroi del momento d’oro dell’era coloniale.

Una delle poesie favorite dell’Esercito è di James Elroy Flecker, che riassume tutte le aspirazioni di tutti i giovani ufficiali: "Va come un pellegrino e trova il pericolo … opponi l’essenza della tua anima allo sconosciuto e cerca stimolo nella compagnia dei coraggiosi." Ogni giovane ufficiale vuole fare questo. Le operazioni sono finalmente la possibilità di cercare il pericolo e di vivere l’ideale eroico. Proprio come disse lo stesso Harry quando stava a Garmsir: "E’ più o meno come immaginavo la seconda Guerra Mondiale."

Durante le operazioni, la routine dei doveri del reggimento viene rimpiazzata da un cocktail di eccitazione, frustrazione e terrore. Coraggio, sangue freddo e umorismo volgare sono tutto ciò che conta. Profonde amicizie vengono strette tra i ranghi. I Gurkhas che lavoravano con Harry, con suo grande piacere, lo trattarono come tutti gli altri ufficiali, probabilmente per la prima volta. Come afferma lo stesso Harry: "Tutto è abbastanza normale, così come sono abituato."

Dice normale? Se sganciare bombe sugli afghani e combattere dalla base di Helmand è così vicino a quello che Harry è abituato a vivere come vita normale, allora è una triste accusa sulla sua esistenza in casa. Ma il punto della situazione è che la vita per gli afgani in Garmsir è veramente lontana dall’essere normale proprio da quando noi britannici siamo arrivati.

Nel settembre 2006, le forze britanniche attaccarono e occuparono quella che fino a quel punto era una prosperosa città agricola. Questo significa che i contadini locali, poveri e sfruttati dai baroni dell’oppio, alimentano il commercio del papavero. Ma l’arrivo degli inglesi, come nelle altre città della regione, ha portato niente altro che forza militare – niente segni di sviluppo, niente miglioramento del livello di vita e niente alternative al papavero.

Le necessità di base della contro-insurrezione furono abbandonate per la fretta dell’Esercito di vedere l’azione. Le violenze subite spinsero i coltivatori di papavero e i trafficanti a unirsi ai talebani per appoggiare l’opposizione all’invasore straniero. Appena cadde la prima bomba inglese , uccidendo dei civili afgani, la battaglia per i cuori e le menti è andata persa.

Il livello della battaglia non è diminuito e la produzione di oppio è volata a nuovi massimi. Una travolgente forza di fuoco (quella che coordinava Harry) non può sopperire al fatto che la missione inglese a Helmand è illogica; stiamo cercando di combattare a modo nostro per guadagnare i cuori e le menti e stiamo perdendo la fiducia della popolazione. Numerosi civili sono stati uccisi dalle ordinanze britanniche a Helmand. Nel 2007 almeno 6.000 persone morirono in Afghanistan, dei quali approssimativamente 1.400 erano civili. Almeno 500 di questi morti sono direttamente imputabili alle forze NATO, la maggior parte in bombardamenti aerei; 89 militari inglesi sono morti e 329 feriti.

Come il Generale Richard Dannatt ha precisato, noi siamo lì per il bene degli afghani, però al momento gli effetti sono opposti. I Talebani stanno risorgendo. Finanziati dai milioni di dollari del traffico d’oppio stanno rispondendo alla grande armata Britannica incrementando il numero di attentati suicidi.

L’alto ufficiale dell’intelligence americana, Mike McConnell, constatò la scorsa settimana a Washington che la sicurezza in Afghanistan si sta “deteriorando” visto che il Presidente Karzai controlla solo circa il 30% del territorio, i talebani controllano il 10% e tutto il resto è in mano alle tribù locali. Semplicmente, questo è un disastro militare, non solo una guerra.




[Alcune immagini del principe Harry "in azione"]

Forse il Principe Harry conosce tutto questo. Più probabilmente, però, non si preoccupa troppo di tutto questo perché, per lui come per tutti gli altri giovani ufficiali, vedere l’azione direttamente è più importante di qualsiasi altra considerazione. Questo atteggiamento è inevitabile in un esercito professionale estremamente addestrato dove “spezzarsi la schiena” e fare quello che ti dicono di fare è un requisito istituzionale.

Ma l’Esercito inglese negli ultimi anni di “guerra al terrore” ha già superato se stesso con cieca obbedienza. Prendiamo come esempio la guerra in Iraq. Nel 2003 io e i miei colleghi ufficiali sapevamo che la questione delle armi di distruzione di massa era uno sfacciato stratagemma ma non ce ne importava molto. Annusando l’azione ingnoravamo il fatto che ci stavamo raccontando un sacco di bugie e mettevamo a tacere la coscienza ripetendo che tutto veniva fatto a fin di bene. Desideravamo semplicemente il servizio attivo.

Data la monumentale tragedia umana che ha travolto l’Iraq negli ultimi 5 anni, si pensava che sarebbero state evitate ulteriori avventure militari tratteggiate dal ministero della difesa sul retro di un pacchetto di sigarette, ma poi è arrivata la provincia di Helmand.

Tragicamente, il fatto che molti soldati vengano uccisi in queste operazioni serve soltanto a dare maggior forza al mito dell’eroismo e del sacrificio che l’esercito mette in sempre in primo piano per giustificare le avventure. Questi ideali permettono che le ammirabili qualità personali dei soldati uccisi in battaglia vengano confuse con la vera natura del conflitto. Un meccanismo di difesa psicologica parziale, che permette ai soldati di venire a contatto con la morte dei propri colleghi senza mettere in discussione le ragioni delle loro morti.

Questo tipo di ragionamento funziona approssimativamente così: "Lui amava il suo lavoro e l’esercito; era un uomo rispettabile; quindi la sua morte è senz’altro onorevole e utile alla causa." Seguendo questa linea di ragionamento dopo le morti di amici e colleghi in Iraq e in Afghanistan, io alla fine trovai la risposta che cercavo, divenendo disilluso e andandomene. Ma se qualche ufficiale disilluso abbandona non fa molta differenza per l’esercito; ci sono sempre faccie nuove che arrivano da Sandhurst.

Dunque se l’esercito è abbagliato dalla propria voglia di azione e riceve menzogne dal proprio governo, sicuramente i media saranno presenti per tirar fuori le scomode verità. A questo punto le immagini del Principe Harry sparando raffiche con la propria arma sembrano molto vicine a immagini di propaganda. Mentre il suo coraggio e il suo impegno sono fuori dubbio, le sue 10 settimane a Helmand si sono rivelate un’acrobazia di relazioni pubbliche, preparate dal Ministero della Difesa e diffuse con la complicità dei media.

Piuttosto che mettere in evidenza le terrificanti verità riguardo la Guerra a Helmand, i mezzi di informazione, impressionati dall’ideale eroico che il principe Harry impersonifica perfettamente, perpetuano il mito che questa è una guerra proprio adatta per gli eroi. La frenesia delle prime pagine dei giornali di venerdì [29 febbraio n.d.t.] (con la brillante eccezione di questo giornale) è evidente; “Guardate il Principe Harry combattere a Helmand," titolava uno dei principali siti web.

Questa guerra è ridotta all’intrattenimento, privata volontariamente della verità che giovani uomini come Harry, da entrambe le parti, muoiono violentemente e inutilmente nella provincia di Helmand. Indignazione è l’unica risposta a ciò, non l’intrattenimento.

Il Principe Harry non avrà l’opportunità di farsi una giusta opinione sulla guerra a Helmand. Dopo 10 settimane, 6 in meno del previsto, è tornato a casa, un altro eroe pin-up, un’altra vittima dello sfruttamento da parte dei media che lo portano a trovare la “normalità” primariamente a Helmand. Gli stessi mezzi di informazione che lui stesso incolpava per aver inseguito sua madre conducendola alla morte hanno spogliato della sua raison d'être professionale. "Generalmente l’Inghilterra non è che mi piaccia tanto… è bello stare lontani dalla stampa, i giornali e da tutta la merda che scrivono in generale” disse.

Tornare a casa sarà un brutto colpo. Ma questa è guerra e non terapia. E’ una guerra che vale la pena combattere, ma è anche una guerra dalla quale dobbiamo uscire fuori, cosa che non stiamo facendo al momento. Speriamo che le truppe che hanno servito insieme a Harry e che hanno davanti ancora mesi abbiano la fortuna, come il principe Harry, di tornare a casa.

Titolo originale: "'Harry's War': The ugly truth"

Fonte: http://www.independent.co.uk/
Link
02.03.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EPICUREO

Damasco, bambine e quasi tutte irachene le vittime della prostituzione
La trappola della prostituzione colpisce sempre più giovani ragazze, senza lavoro e con familiari a cui badare, pronte a vendersi per racimolare qualche soldo. La maggior parte sono minorenni e molte di loro sono rifugiate dall’Iraq.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) – Visi di bambine nascosti dietro al trucco e corpi vestiti di niente pronti ad essere venduti per un pugno di dollari. Molte hanno meno di 16 anni, e il 95% vengono dall’Iraq. Ragazzine scappate dalla guerra e spinte nelle mani di ingordi proprietari di club che usano la loro disperazione per fare soldi. 

La prostituzione in Siria è un male dilagante, e il Paese sta diventando una destinazione famosa per il turismo sessuale. I ‘clienti’ vengono dai ricchi Paesi del Golfo - anche dall’ortodossa Arabia Saudita - e pagano dai 300 ai 500 dollari a notte per le prostitute bambine che ne ricavano soltanto 50 dollari. Disoccupate e con famigliari a carico, le giovani irachene sono una preda facile. Zahara, 17 anni e rifugiata di guerra, in un’intervita riportata da AINA ha detto: “Non vorrei prostituirmi, ma che altro posso fare? Devo badare a mia sorella. Spero che la situazione in Iraq migliori perché mi manca il mio Paese e voglio tornare”.

Nonostante sia un fenomeno diffuso, la prostituzione negli Stati arabi rimane un argomento tabù e un atto punibile con la morte. Nei Paesi musulmani infatti le giovani prostitute talvolta finiscono per essere vittime del delitto d’onore. Una ragazza costretta a vendere il proprio corpo è una piaga per il Paese ma, secondo la cultura patriarcale, anche per la famiglia a cui appartiene perché il disonore è tale che ‘contagia’ le altre figlie femmine impedendo loro di potersi sposare. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11883&size=A


Ma cosa succede?

Non sorprende che Arabia Saudita, Egitto, Giordania, e il Bahrein (che ospita la flotta statunitense nell'area) mandino a Damasco una delegazione di basso profilo per il summit della Lega Araba. Le frizioni non si aggiustano in un vertice, e la visita di Dick Cheney nell’area ha portato la pressione americana sugli alleati arabi ai massimi livelli. Il pacchetto è quello libanese-iraniano, ovviamente.
Ma una sorpresa, quella sì che c’è stata nel guardare la lista dei veri invitati giunti nella capitale siriana per il vertice di ieri e oggi. Non c’è il presidente yemenita, c’è solo il suo vice. Ma come, Ali Abdallah Saleh doveva venire a raccogliere i frutti della sua mediazione tra Fatah e Hamas, l’accordo per l’inizio del nuovo dialogo per la riconciliazione palestinese… Cosa è successo, nel frattempo?
Siamo solo alle ipotesi, ai tentativi di comprendere la realtà attraverso le mosse pubbliche. Prima ipotesi: il presidente yemenita non vuole rischiare un fallimento, e sentirsi dire da Mahmoud Abbas – presente al vertice – che quell’accordo non vale più, che sono troppo forti le pressioni per farlo cadere nel dimenticatoio (la prima, americana, sarebbe arrivata da Cheney, dicono le indiscrezioni, che era in riunione proprio con Abbas a Ramallah quando è arrivata al notizia della firma dell’intesa). Corollario: a coronare l’intesa ci sarebbe potuto essere, a Damasco, un incontro tra Khaled Meshaal e lo stesso Abbas. Incontro di cui non si parla: ci sarà? E se non ci sarà, cosa significa?
Arriviamo, così, alla seconda ipotesi: che ci sia maretta non solo dentro Fatah, ma anche dentro Hamas. Negli scorsi giorni, ci sono stati due tavoli su cui si è negoziato. Il primo, tra Fatah e Hamas nello Yemen, con la presenza di una figura di rilievo come Moussa Abu Marzouq, formalmente il numero due, sostanzialmente un dirigente che ha sempre inciso sulle scelte di Hamas da oltre dieci anni. Il secondo tavolo, è quello della tregua tra Hamas e Israele e del controllo di Rafah. Su questo secondo tavolo, le notizie di stampa dicono che stia lavorando anche Ghazi Hamad. Giornalista, dell’ala pragmatica e della generazione dei “giovani” (ha 44 anni), ex portavoce di Ismail Haniyeh quando era premier del primo governo monocolore di Hamas e poi del governo di unità nazionale, Hamad si è dimesso sbattendo la porta nell’ottobre del 2007: contestava profondamente il colpo di mano di giugno, di cui non ha saputo niente in anticipo. Hamad fa parte dell’ala politica partecipativa, dei settori riformatori, così come Abu Marzouq è considerato un pragmatico. Cosa significa, la loro presenza su tavoli paralleli? Che la dialettica tra l’ala militare e quella politica è più intensa di prima? Che la linea dell’ala dura non ha avuto risultati, e i politici – dopo esser stati isolati – son tornati a parlare?
Bisogna attendere, e leggere nella trama dei prossimi eventi.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Chirac era un europeista convinto?

Nel momento in cui Sarkozy riceve una delle batoste più dure della storia politica francese, la sua discesa nei sondaggi è stata tanto veloce quanto la sua rapida ascesa, i dinosauri effettuano il loro ritorno.


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Da qualche settimana, in mancanza di folle di gente e sperando di fare il pieno dei prodotti del territorio, Jacques Chirac, il nostro buon vecchio Jaco, ha appena stretto la mano degli espositori al salone dell’agricoltura. Molto lontano dal disprezzo dimostrato dall’attuale presidente della repubblica qualche giorno prima al quale uno dei visitatori ha rimproverato di essere “sporco”, Jacques Chirac si è visto rivolgere tutti gli onori.
Questa specie di ritorno al passato sarebbe potuto essere semplicemente divertente se la stampa non avesse colto la palla al balzo per indicare il ritorno di Chirac nel cuore dei francesi, e anche in quello degli Europei...

Nostalgici di Chirac

E vero che alcuni rimpiangono il vecchio capo di stato francese sulla scena internazionale e che i nostri partner europei lasciano a volte trasparire una certa nostalgia per la coppia. Sicuramente meno appassionante di quella formata da Nicolas Sarkozi e Angela Merkel – per la serie, “ti amo” “io no”il duo era piuttosto consensuale. I due ponti avevano il merito di portare l’Europa ma non troppo bruscamente.
Ora, nel momento in cui l’attivismo di Sarkozy richiama qualche paura presso i nostri parner europei, lo stile più tradizonale del suo predecessore viene a volte rimpianto. Lo spirito europeista di Chirac, se poteva essere tacciato di minimalismo aveva almeno il merito della sobrietà.


Sarkozy afferma di essere un europeista convinto (e per prova: la bandiera europea è sempre allineata a quella francese );Chirac, da parte sua, non ha mai mostrato tanto entusiasmo.

Senza alcun dubbio questa differenza è legata al contesto molto particolare nel quale si trovano oggi l’Unione Europea e  ovviamente la Francia, un trattato rinegoziato sulla base di un rifiuto francese, dei referendum sospesi in Irlanda e in Slovacchia, una presidenza francese che si caricherà della messa in opera del nuovo testo del trattato. Accanto a questo, un futuro presidente dell’Unione Europea che si agita, seminando dubbi intorno all’Unione per il Mediterraneo e il PAC, e si appresta ad impegnare le spese pubbliche inconcepibili a dispetto del disequlibrio del budget del quale noi siamo responsabili a Bruxelles.

Perchè un tale disamore?Analisi di Valérie Giscard d’Estaing

Da una colonna che le era stata assegnata dal giornale l’Express, Valérie Giscard d’Estaing (VGE per gli amici) minimizza questo disaccordo che si qualifica anche come mancanza di fiducia. Secondo l’iniziatore della convenzione sull’Europa, pigmalione della costituzione europea, “immaginare che questa presidenza permetterà alla Francia di allontanarsi dall’Europa è un contro senso assurdo che rischia di accentuare l’immagine dell’arroganza francese."
Pur restando discreto quanto alla politica europeista di Sarkozy, l’UDF non nasconde il proprio ottimismo in un’intervista rilasciata al giornale “Point”:”Ci auguriamo che i 500 milioni di Europei possano essergli riconoscenti della cura, della moderazione e del savoir-faire con i quali la Francia troverà delle soluzioni comuni ai problemi di competenza dell’Unione Europea”
http://paris.cafebabel.com/it/post/2008/03/28/Chirac-era-un-europeista-convinto


 

LA SOLIDARIETA' DELL'AFRICA


- L'Europa applica un "doppio standard" nei provvedimenti contro lo Zimbabwe ignorando invece gli abusi commessi da dirigenti e capi di stato in altri paesi dello stesso continente: lo sostiene l'ambasciatore dell'Unione africana a Bruxelles, Mahamat Annadif. "Si parla tanto di Mugabe, ma ci sono altri presidenti che invece godono di ampio sostegno e nessuno dice una sola parola su loro" ha sottolineato il rappresentante africano presso l'UE, senza tuttavia nominarli. La sua presa di posizione suona come una risposta alla richiesta del primo ministro inglese di rafforzare le sanzioni contro lo Zimbabwe; a febbraio scorso, l'UE aveva esteso di un anno le misure restrittive contro il governo di Harare, tra cui il divieto di ingresso in Europa per i dirigenti e per lo stesso Mugabe, 83 anni, al potere dal 1980. Il ministro dell'Informazione dello Zimbabwe, Sikhanyiso Ndlovu, ha intanto esortato i paesi africani a "non farsi dividere dall'imperialismo", denunciando la "demonizzazione" di Mugabe da parte di molti mezzi d'informazione occidentali.


Marzo 2007 - "Mi sorprendo quando sento il primo ministro inglese fare il nome di Mugabe, perché è stato Tony Blair a provocare questa situazione e i paesi occidentali non hanno autorità morali per criticare il presidente dello Zimbabwe": lo ha detto oggi Kenneth Kaunda, ex-capo di Stato dello Zambia e considerato 'padre della patria' nel suo paese. Secondo Kaunda, l'attuale grave crisi economica dello Zimbabwe - che negli ultimi mesi è ulteriormente peggiorata - è provocata anche dalle "mancate promesse" degli ex-colonizzatori inglesi. In particolare, ha detto che la Gran Bretagna non ha rispettato l'accordo del 1979 -un anno prima dell'indipendenza dello Zimbabwe - che prevedeva una riforma agraria per la ridistribuzione delle terre tra latifondisti bianchi e agricoltori locali. "Non bisogna demonizzare Mugabe" ha aggiunto Kaunda, affermando che comunque i principali dirigenti africani dovrebbero agire rapidamente per "trovare una risposta" al problema dello Zimbabwe


Marzo 2007 - Il proseguimento "del dialogo e del negoziato" - più che l'embargo o l'uso della forza - sono gli strumenti necessari per risolvere la crisi in Zimbabwe: lo hanno detto – parlando da Oslo, in Norvegia – i ministri degli Esteri di Nigeria e Tanzania. "Per quanto riguarda eventuali sanzioni economiche, è importante che i paesi al di fuori dell'Africa non prendano misure sfavorevoli agli interessi dello Zimbabwe e del continente" ha dichiarato all'agenzia France Presse la responsabile della diplomazia nigeriana Joy Ogwu. Più che la minaccia di adottare misure rigide contro il regime di Robert Mugabe – 83 anni, al potere dal 1980 e accusato di aver portato il paese alla crisi economica risponendo alle proteste dell'opposizione con misure repressive – è necessario "ancora più negoziato" secondo il ministro degli Esteri della Tanzania, Robert Membe.


Marzo 2007 - Un invito al dialogo tra governo e opposizione in Zimbabwe, ma anche la richiesta alla comunità internazionale di ritirare le sanzioni economiche contro il governo di Harare e la promessa dell'Inghilterra di "onorare gli impegni presi in passato riguardo al finanziamento delle riforme agrarie": sono le tre principali richieste contenute nel documento finale messo a punto dai capi di stato della regione dell'Africa australe al termine dei due giorni di vertice speciale della Comunità di sviluppo dell'Africa meridionale (Sadc) tenuto mercoledì e giovedì a Dar es Salaam in Tanzania e dedicato principalmente alla crisi politica ed economica in corso in Zimbabwe. "Lanciamo un appello per il ritiro di tutte le forme di sanzioni prese contro il governo dello Zimbabwe" recita il documento sottoscritto dai 14 capi di Stato della regione, in cui l'organismo "riafferma la sua solidarietà al governo e al popolo" del paese sudafricano". Nel passaggio relativo all'Inghilterra, la nota della Sadc "reitera il suo appello a Londra affinché onori le obbligazioni di compensazione legate alle riforme agrarie", facendo riferimento agli accordi firmati dopo l'indipendenza del paese (nel 1980) che prevedevano fondi (mai erogati) con cui finanziare una necessaria riforma agrararia. Proprio a causa del mancato rispetto degli accordi da parte di Londra, nel 2000 il governo dello Zimbabwe decise di lanciare un controverso piano di riforma agraria che prevedeva, tra l'altro, l'espropriazione delle terre di alcuni 'white farmers' (grandi produttori agricoli bianchi che, sulla base delle proprietà di epoca coloniale, avevano mantenuto il controllo su gran parte dei terreni fertili del paese) e la loro distribuzione a contadini neri. La gestione della redistribuzione delle terre – effettuata in alcuni casi più sulla base di criteri clientelari e politici che produttivi – e le conseguenti sanzioni imposte al paese sarebbero, secondo alcuni, alla base della grave crisi economica che investe lo Zimbabwe e che ha esacerbato anche il confronto politico tra il partito di maggioranza Zanu-Pf del presidente Robert Gabriel Mugabe e quello dell'opposizione Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) capeggiato da Morgan Tsvangirai. Un confronto che nelle ultime settimane è tornato a farsi estremamente duro e che ha visto scontri tra polizia ed esponenti dell'opposizione, oltre al fermo di Tsvangirai in almeno due occasioni.


Agosto 2007 - "Riteniamo che si sia esagerato nel dipingere i problemi dello Zimbabwe e per questo crediamo che il paese saprà risollevarsi dalla crisi economica che attraversa": lo ha detto il presidente dello Zambia e nuovo presidente della Comunità per lo sviluppo dell'Africa australe (Sadc), Levy Mwanawasa, incontrando i giornalisti a margine del vertice dell'organismo regionale sudafricano tenuto giovedì e venerdì scorsi a Lusaka, in Zambia. La crisi dello Zimbabwe era uno dei molti temi in agenda, ma poco o nulla sul contenuto dei due rapporti (uno relativo alla crisi politica e l'altro a quella economica) discussi durante il vertice è trapelato. Il nuovo presidente della Sadc ha espresso soddisfazione per il resoconto fornito dal presidente sudafricano Thabo Mbeki, incaricato lo scorso marzo di fungere da mediatore tra il partito di governo e l'opposizione zimbabwana. Riguardo ai problemi economici dello Zimbabwe – dove, secondo stime internazionali, l'inflazione avrebbe superato il 5000% e il tasso di disoccupazione l'80% - una commissione speciale formata dai ministri delle Finanze di alcuni dei 14 paesi membri è stata incaricata di studiare con la massima urgenza il rapporto sullo stato dell'economia dello Zimbabwe presentato dal segretario generale della Sadc, Tomaz Salomao. Successivamente i ministri discuteranno della questione con il governo di Harare con il quale dovranno mettere a punto una strategia che favorisca la ripresa economica del paese.


 

http://www.misna.org/


Abbiamo troppa energia?
Città di notte Ci si chiede sempre più spesso se in futuro ci sarà abbastanza energia. Ma è proprio l’abbondanza di energia a basso costo ad aver causato molti degli attuali problemi ambientali. Un articolo di Kurt Cobb invita a riflettere sul nostro rapporto con l’energia.
“Di questi tempi c’è un ampio dibattito sulla questione se avremo o meno abbastanza energia per alimentare l’economia mondiale. I pessimisti rispondono: ‘Non questa economia mondiale e con questi livelli di attività’. Gli ottimisti, invece, dicono di non preoccuparsi. Abbiamo ancora combustibili fossili a sufficienza e nel futuro ci saranno tecnologie più intelligenti che ci permetteranno di raccogliere l’energia di cui abbiamo bisogno. Ciò che non ci si chiede è se forse non abbiamo troppa energia e se non sia stata proprio questa abbondanza a rovinarci”.
A scrivere così sul suo blog “Resource Insights” è Kurt Cobb giornalista freelance che si occupa di energie (scrive, fra gli altri, per il Wall Street Journal e per Le Monde Diplomatique) ed è tra i fondatori dell’Association for the Study of Peak Oil and Gas degli Stati Uniti.

Per Cobb i più grandi problemi ambientali che oggi ci troviamo ad affrontare sono legati all’abbondanza di energia a buon mercato di cui la moderna società occidentale ha potuto disporre da sempre. Non solo il global warming, il cui nesso con la disponibilità di combustibili fossili a basso costo è ovvio, ma anche l’impoverimento dei suoli, la scarsità idrica e la perdita di biodiversità sono per lo studioso americano tra le cause della troppa energia che l’uomo ha avuto a disposizione.

Questi tre problemi, spiega Cobbs, sono legati strettamente alla crescita della popolazione, resa possibile dall’incremento della produttività agricola che, a sua volta, è conseguenza dello sviluppo di insetticidi ed erbicidi derivati dal petrolio e fertilizzanti all’azoto ricavati dal gas naturale. Anche la meccanizzazione e il trasporto dei prodotti agricoli su lungo raggio sono figli della disponibilità di carburanti a buon mercato. “La cosiddetta «rivoluzione verde» – fa notare Cobb – fu in realtà una «rivoluzione verde-nera» se si considera il ruolo dei combustibili fossili”. E proprio quella rivoluzione ha portato all’erosione e all’impoverimento dei terreni, così come alla contaminazione delle acque a mezzo di prodotti chimici.

La scarsità idrica, secondo Cobb, sarebbe legata ai bisogni dell’agricoltura e alla crescita della popolazione. Ma anche qui l’energia avrebbe avuto un ruolo fondamentale: i pompaggi d’acqua per soddisfare i sempre maggiori bisogni dell’agricoltura e delle persone non sarebbero stati possibili senza un’energia a buon mercato e anche la costruzione di grandi opere come le dighe non avvenuta senza il petrolio capace alimentare i necessari macchinari.
Anche la perdita di biodiversità sarebbe per lo studioso in qualche modo legata all’abbondanza energetica: i suoi nemici, cioè le monoculture e l’inurbamento, non potrebbero infatti esistere senza economici carburanti utili a far muovere macchine agricole, fare cemento, costruire e far circolare automobili.

Nella visione di Cobb, dunque, l’energia è lo strumento usato dall’uomo per espandersi sul pianeta conquistando aree sempre più grandi della biosfera a spese di altri organismi. “Quello che abbiamo fatto – spiega – è una cosa logica e istintiva per ogni organismo sulla Terra. Che questo avrebbe potuto provocarci guai terribili è solo un pensiero relativamente recente.” Secondo l’autore se anche non ci fossero stati i combustibili fossili, ma altre fonti di energia il risultato non sarebbe cambiato sostanzialmente: certo non ci sarebbe il riscaldamento globale, ma gli altri problemi persisterebbero. Per fare un esempio, spiega, una grande disponibilità di energia elettrica anche da fonti pulite avrebbe permesso di realizzare comunque i fertilizzanti all’azoto per l’agricoltura (ricavando l’idrogeno dall’acqua per elettrolisi e legandolo all’azoto presente nell’aria). Allo stesso modo la meccanizzazione ci sarebbe stata comunque, e con essa le monoculture, i trasporti, l’antropizzazione del territorio e tutto il resto.

“Queste sono solo speculazioni – conclude Cobb – tuttavia in futuro potremmo avere la possibilità di costruire una civiltà senza combustibili fossili, anche se con in più il vantaggio o – secondo altri punti di vista – lo svantaggio di tutta la conoscenza che abbiamo accumulato nel corso degli ultimi 150 anni. Ma c’è una lezione che questa epoca non ci ha insegnato, e che dobbiamo assolutamente imparare: la nostra più grande sfida non è quella di procurarci abbastanza energia, ma capire il nostro rapporto con l’energia e rimodellarlo in modo da poter vivere in maggior armonia con il pianeta”.

GM

Una buona notizia

Non ho letto il libro, non conosco l'autore, non ho letto recensioni né ascoltato interviste, e credo che mi risulterà difficile persino comprarlo, ma il fatto che qualcuno abbia scritto un romanzo (storico) su Rodrigo Lara Bonilla mi pare una buona notizia.

Lara (questo il titolo del libro di Nahum Montt) era ministro della giustizia quando si discuteva sull'estradizione dei narcotrafficanti, nel 1984. Lui era favorevole, Pablo Escobar contrario; finí con un attentato sulla Carrera 7a e con la morte del più debole (il ministro), "colpevole" anche - tra le altre cose - di aver partecipato alla scoperta ed allo smantellamento di decine di laboratori di produzione di cocaina, tra i quali quello immenso (Traquilandia) in cui si ritrovò l'elicottero che fu del papà di Álvaro Uribe (curiosi? leggete l'articolo di Simone Bruno su PeaceReporter, che poi si ricollega direttamente a Lara Bonilla).

Prima o poi - e lo scrivo sapendo che su Internet nulla si cancella - questo signore verrà riconosciuto come uno dei martiri della Colombia, e gli verranno dedicati aeroporti, scuole ed università; ma non - naturalmente - con Uribe presidente.

Per ora accontentiamoci del forte valore simbolico della presentazione del libro, avvenuta il 28 Febbraio scorso in una sede delle Nazioni Unite che fu di proprietà di alias "Don Efra" e che grazie alle leggi di "estinzione di dominio" é stata assegnata all'ufficio ONU contro la droga ed il delitto.

I simboli sono importanti.http://bogotalia.blogspot.com/


La Nato latinoamericana

 

L´idea è stata di Lula, ma a Hugo Chávez è subito piaciuta. Il presidente brasiliano, infatti, dopo aver seguito lo sviluppo della crisi tra la Colombia ed i suoi vicini Venezuela ed Ecuador, ha lanciato la proposta della creazione di un organismo sul tipo della Nato, che riunisca una forza militare regionale.
Le parole di Lula hanno trovato terreno fertile non solo in Venezuela, ma anche in Cile ed Argentina, così che nell’imminente mese di aprile il ministro degli Esteri brasiliano, Nelson Jobim, visiterà le principali capitali sudamericane per proporre la creazione di un Consiglio di difesa regionale.
Sulla carta al nuovo organismo spetterà risolvere questioni come quella recente dell’attacco colombiano alle Farc in Ecuador, ma nelle attese dei suoi ideatori c’è qualcosa di più, già che si prospetta come uno strumento che toglie ingerenza agli Stati Uniti.
Robert Gates, segretario della Difesa Usa, si è già incontrato con Jobim per chiedergli come gli Stati Uniti possano partecipare, ricevendo però un cortese diniego.
Faremo da soli” ha detto il ministro brasiliano.

La crisi militare e politica tra Colombia-Venezeula-Ecuador ha trovato gli Usa isolati all´interno dell´Osa e questo isolamento, ora, sembra destinato ad aumentare.http://luiro.blogspot.com/



Se non fosse un processo per violazione dei diritti umani, ci sarebbe quasi da ridere. Un accusato di atrocità di ogni genere che si mette a dormire in quel modo...Il protagonista è l'ex presidente peruviano, Alberto Fujimori. Il giudice, César San Martín, lo richiama una volta, poi un'altra, poi scampanella...niente. Ripropongo il dialogo:

Giudice: "¡Señor Fujimori!"
Fujimori: "ronf, ronf"
Giudice (tra sé e sé): "Sigue durmiendo"
Fujimori (svegliato dal "trambusto"): "..."
Giudice: "Señor Fujimori, está dormido. ¿Tiene usted un problema de salud o tiene un problema de cansanción y nada más?"
Fujimori: "Estoy agotado, en los últimos días tengo adormecidas mis piernas"

Visto l'andazzo del processo, mi aspetto un giudizio abbastanza "grottesco". Durante la prima fase del processo, lo stesso Fujimori aveva sbottato con una scena "neroniana" - un misto tra pazzia e delirio da onnipotenza - ancora visibile sul Tube. Era il 10 dicembre scorso. Ieri l'ennesima "figuraccia" in aula. La strategia difensiva di Fujimori sembra quella di guardare tutti dall'alto in basso; il che gli avrebbe consentito anche di addormentarsi in aula come a dire "ma che mi importa di questi che parlano". Anche durante la sceneggiata di dicembre, l'ex presidente si era appellato ai suoi "super-poteri" politici: "ho salvato il Perù dall'iperinflazione, dalla disoccupazione, dal terrorismo"...che mi rompete le scatole su questi diritti umani?!
Speriamo non abbia ragione...ma, per ora, se ne sta lì a dormire.
http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/

Il presidente brasiliano commenta ironicamente la crisi finanziaria statunitense e chiede a Bush di risolverla senza dare complicazioni ad altri paesi. Intanto Brasile e Venezuela rafforzano la loro alleanza energetica.

Un tanto ironico quanto incisivo Lula si è rivolto così nei confronti del presidente statunitense: “Bush, figlio mio, il problema è tuo, cerca di risolvere la tua crisi. Siamo stati 30 anni senza crescita economica in Brasile, ed ora che abbiamo iniziato a crescere vuoi complicarci la vita con questa crisi finanziaria?”. Da applaudire la sincerità, ecco la dichiarazione in portoghese: "O problema é o seguinte: nós passamos 30 anos sem crescer e agora que estamos a crescer apareces tu a intrometer-te. O problema é teu, de modo que resolve tu a crise". Non solo, il presidente brasiliano si offre anche in aiuto al collega statunitense: “Noi abbiamo un buon know how per salvare le banche attraverso fondi pubblici, se Bush ne avrà bisogno siamo pronti a inviare la nostra tecnologia”.

Lo stesso presidente Lula da Silva intanto rinnova l’alleanza energetica con il Venezuela di Hugo Chavéz. Nella conferenza stampa nella città di Recife, in Brasile, i due presidenti hanno reso noto un nuovo accordo, definito storico per l’integrazione latinoamericana, raggiunto tra Petrobras e PDVSA per la costruzione di una raffineria petrolifera in Brasile.

E’ una novità storica perché, per la prima volta, PDVSA, che ha sempre esportato il suo petrolio a nord, rivolge il suo sguardo a sud. Questa intesa va a rafforzare inoltre l’importante ruolo di Petrobras per l’integrazione latinoamericana” – ha detto Lula.

Chavéz ha poi aggiunto: “Vogliamo sviluppare una nuova strategia, non ci limiteremo ad associarci con una raffineria in Brasile, ma cercheremo accordi anche con altri paesi latinoamericani”. In progetto ci sono infatti accordi di questo tipo anche con Ecuador, Nicaragua, Cuba, Rep. Dominicana e Giamaica, con l’obiettivo di costruire o ampliare impianti di raffineria. “Non continueremo ad inviare petrolio come greggio al Nord (USA), ora cercheremo di raffinarlo in Venezuela, Brasile ed altri paesi della regione”, ha concluso Hugo Chavéz.

fonte immagine: http://www.telesurtv.net/

http://www.verosudamerica.com/2008/03/lula-bush-figlio-mio-risolvi-la-tua.html

RELIGIONE:
Il vangelo che non libera non è vangelo
Intervista a Leonardo Boff

Leonardo Boff
Foto: Blog di Boff

SAN SALVADOR, (IPS) - Leonardo Boff, teologo nato in Brasile nel 1938, è arrivato in El Salvador la Domenica di Pasqua, alla vigilia del ventottesimo anniversario dell’assassinio di monsignor Oscar Romero, ucciso per mano di un cecchino il 24 marzo 1980, mentre celebrava messa.

Boff ha partecipato alla cerimonia di commemorazione di Romero, noto tra i cattolici salvadoregni come “la voce dei senza voce”.

L’ex sacerdote francescano brasiliano ha definito questa visita alla diocesi di cui Romero era arcivescovo “un debito che aveva con monsignor Romero”.

”Oscar Romero è morto per via del suo amore per i poveri. Ha inaugurato un tipo di martirio per la giustizia che nasce da un impegno di fede. In fondo, richiama ciò che ha fatto Cristo”, ha detto.

Nel 1993, la Commissione per la Verità concluse che il maggiore Roberto d’Abuisson, deceduto, aveva ordinato il suo assassinio. Il Vaticano diede inizio al processo di beatificazione di Romero.

Nel 2000, la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) attribuì allo Stato di El Salvador la responsabilità della “violazione del diritto alla vita” di Romero, e della “assenza di indagini” sull’attentato.

Lo scorso ottobre, il governo ha rifiutato davanti alla CIDH di assumersi le responsabilità dell’attentato e di accettare le sue raccomandazioni.

Boff, che è tra i fondatori della Teologia della Liberazione, è stato oggetto di diverse sanzioni da parte della Chiesa cattolica negli anni ’80 e ’90 a causa delle sue critiche, sintetizzate in “La Chiesa, carisma e potere”, uno dei suoi 60 libri, pubblicato nel 1985.

Fu l’allora direttore della Congregazione per la dottrina della fede del Vaticano, Joseph Ratzinger, l’attuale Papa Benedetto XVI, ad imporgli alcune di quelle sanzioni, tra cui il silenzio forzato, per il quale Boff non poteva ufficiare la messa né fare alcun riferimento pubblico a questioni relative alla dottrina.

Alla fine, Boff lasciò nel 1992 l’ordine dei francescani per dedicarsi completamente all’insegnamento e alla scrittura.

Secondo il teologo brasiliano, Romero era diventato “un punto di riferimento non solo della Chiesa ma anche di un diverso tipo di umanesimo, di ricerca del dialogo, di saper stare dalla parte dei più vulnerabili, e cioè riscattare la dignità dell’essere umano e reclamare dei cambiamenti che la garantiscano”. E questo “è stato visto come qualcosa di sovversivo”, e per questo “è stato sacrificato”, ha affermato.

Riportiamo di seguito un breve dialogo che Boff ha scambiato con Raúl Gutiérrez dell’IPS a San Salvador.

IPS: Quale ritiene sia l’ostacolo principale che ha impedito di fare chiarezza sul delitto di monsignor Romero?

Leonardo Boff: La società deve ripulire la propria memoria. Solo così è possibile fare giustizia. Le relazioni umane non possono essere costruite sulla menzogna e l’impunità.

È fondamentale che sia la società stessa ad esigere l’identificazione dei criminali e l’applicazione delle leggi. Altrimenti, rimarrà sempre una ferita aperta e non cesserà la richiesta di giustizia per il sangue versato.

IPS: Chi è al potere sostiene che questo vorrebbe dire riaprire le ferite del passato.

LB: È una visione profondamente egoistica, poiché coloro che sono morti continuano a far parte dell’umanità. La storia umana è fatta dai morti e dalla loro dignità, dalle loro azioni.

È necessario riscattare la memoria delle vittime, senza la quale la società perde la sua densità umana. I morti hanno un’altra forma di vita e di presenza. Stanno dall’altra parte della vita.

IPS: Monsignor Romero è stato un vescovo apprezzato e amato in tutto il mondo. In diverse cattedrali europee sono state erette statue in suo nome. Perché qui, a El Salvador, non si può ancora fare causa ai responsabili del crimine?

LB: Oscar Romero è un martire singolare. È morto per la giustizia, per il suo amore verso i poveri. È un tipo di santo che non si ritrova spesso nella storia della Chiesa. Inaugura un tipo di martirio per la giustizia che nasce da un compromesso di fede. In fondo, imita ciò che ha fatto Cristo. Per questo credo che il potere religioso abbia difficoltà a leggere questo nuovo segno; non sa come interpretarlo.

IPS: Nei decenni passati si pensava che il legame tra la Chiesa cattolica e i popoli latinoamericani fosse molto intenso, vicino e forte. Come lo percepisce adesso?

LB: Quasi la metà dei cattolici vive in America Latina. Quindi è, di per sé, una forza. Ma la Chiesa cattolica è anche la sua stessa capacità di ricreare un volto nuovo, liturgico, più adattato alle culture. Una Chiesa che raccoglie le memorie della saggezza, delle culture antiche, indigene e nere. È una Chiesa che sta ancora nascendo.

Finora era un’appendice, un riflesso della Chiesa europea. Adesso è sempre di più una Chiesa forte e che sta consolidando la propria identità.

IPS: Altre Chiese non cattoliche hanno guadagnato terreno in America Latina. La Chiesa cattolica ha perso dei fedeli qui. Come spiega questo fenomeno?

LB: La Chiesa perde fedeli per colpa sua, perché è troppo autoritaria, centralizzata. Le mancano ministri perché non vuole che si sposino, e questo è sempre più un elemento di crisi interna permanente.

Questa Chiesa non si apre come hanno fatto le altre. Anche il giudaismo si è aperto alle donne. Se la Chiesa cattolica non si aprirà, il suo gregge andrà riducendosi sempre di più.

Nonostante questo, la Chiesa cattolica si irradia dalla base, centri biblici, pastorali sociali della terra, dei neri, degli indigeni, ed è qui che sta la sua vitalità.

IPS: C’è una relazione tra la fuga dei fedeli e il movimento cattolico della Teologia della Liberazione, che trent’anni fa era molto forte ma ha perso autorità ed è stato decapitato?

LB: Le ricerche mostrano che la Chiesa cresce là dove è presente la Teologia della liberazione. Dove questa manca, prendono piede le chiese carismatiche e le sette. Questo è stato dimostrato statisticamente.

È falso anche che la Teologia della liberazione avrebbe portato alla riduzione nel numero dei fedeli della Chiesa cattolica. Credo ci sia stato un tentativo di scoraggiare e delegittimare la Teologia della liberazione e che, come conseguenza, si siano allontanati molti cristiani che non capiscono come il Papa e i vescovi possano stare dalla parte degli oppressori, dei ricchi, e non dalla parte dei poveri.

IPS: Quali sono le sfide della Teologia della liberazione per riscattare questo spirito, adesso offuscato?

LB: Nel forum mondiale della Teologia della liberazione, tenutosi di recente a Nairobi con rappresentanti di Asia, Africa, America Latina, Europa e Stati Uniti, abbiamo visto la sua immensa vitalità e il suo sviluppo. Ma non è più così visibile né polemica come lo era prima. La Teologia della liberazione è presente là dove le chiese prendono sul serio i poveri e la giustizia.

Il movimento è nato dall’esperienza dell’ascolto dei poveri, gli indigeni, i neri e le donne emarginate, ed è presente esattamente come lo era decenni fa, perché i poveri gridano ancora a Dio perché li ascolti. Il vangelo che non libera non è vangelo.

A me non importano tanto le critiche dei potenti di questo mondo e della Chiesa. Mi importa che ci siano cristiani che prendano sul serio il tema della giustizia.

La Teologia della liberazione non ha fatto dei poveri un oggetto di riflessione. Ha camminato al loro fianco, ha subito le persecuzioni, le calunnie, le torture e gli assassinii che loro hanno subito. Il teologo ha un piede nella miseria e uno nella riflessione, e unendo entrambi arriva la liberazione.

Adesso bisogna aspettarsi il grido dei membri delle bande e dei giovani che non hanno un posto nella società, quelli che sono di troppo, che non hanno politiche pubbliche che li riguardino: i drogati, le persone dedite alla violenza, i condannati della terra.

Ma anche alla Terra, le acque, le foreste e gli animali, minacciati da una cultura senza pietà né sensibilità, che può portare a una crisi del sistema della vita con la scomparsa di centinaia di specie.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1149

Libano : caso Hariri , nuove prove mentre si prepara il tribunale
di Mauro W. Giannini

Secondo la commissione indipendente d'inchiesta dell'ONU, le prove dimostrano che una rete criminale sarebbe responsabile per l'attentato che ha ucciso l'ex primo ministro libanese Rafiq Hariri e altre 22 persone a Beirut nel febbraio 2005.

La portvoce del segretario generale ONU, Michele Montas, ha detto venerdi' che il Segretario generale Ban Ki-moon ha presentato al Consiglio di Sicurezza l'ultima relazione della commissione presieduta da Daniel Bellemare e che da essa emerge appunto l'esistenza di una rete criminale dietro alla morte di Hariri.

Vari individui avrebbero quindi agito di concerto per realizzare l'assassinio dell'ex primo ministro libanese e questa stessa rete, o di parti di essa, e' legata ad alcuni degli altri casi che rientrano nel mandato della commissione, cioe' gli omicidi e attentati di giornalisti, politici ed altri personaggi libanesi uccisi per apparenti motivi politici.

Ban e le Nazioni Unite stanno prendendo iniziative per istituire il Tribunale speciale per il Libano per perseguire i responsabili della morte di Hariri. Un accordo sulla sede e' stato firmato con i Paesi Bassi, e sono stati gia' nominati un pubblico ministero e un cancelliere, nonche' un comitato amministrativo. Contributi finanziari e impegni di finanziamento sono pervenuti da diversi Stati membri ONU.

Una volta che il Tribunale speciale sara' stato formalmente istituito, dovra' verificare speciale per determinare se altri omicidi politici in Libano dal mese di ottobre 2004 erano collegati all'assassinio di Hariri e potrebbero percio' essere trattati dalla stessa Corte.


www.osservatoriosullalegalita



marzo 29 2008

La politica e le torture di Bolzaneto
Stefano Rodotà
la Repubblica

Quando a Bruxelles si scriveva la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, qualcuno osservò che forse non era il caso di fare un riferimento esplicito alla tortura. La prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio, si diceva, doveva guardare al futuro, non attardarsi su anacronismi, certamente nobili, ma che l´Occidente civilizzato si era ormai lasciati alle spalle. Saggiamente si decise di resistere a questa tentazione, e così il divieto, già con forza ribadito dalla Convenzione dell´Onu del 1984, è stato mantenuto nell´articolo 4 della Carta: «Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti». Si era alla fine del 2000. Di lì a poco sarebbero venuti Guantanamo e Abu Ghraib, le deportazioni verso compiacenti paesi torturatori, i suggerimenti del professor Dershowitz per una tortura "legalizzata" e il veto del presidente Bush contro una sia pur limitata legge antitortura. E Bolzaneto, Italia. L´Occidente ha dovuto di nuovo fare i conti con il suo lato più oscuro, rimosso non cancellato.
In Italia tutti sapevano, o comunque si era di fronte ad una vicenda per la quale davvero l´ignoranza non scusa. Voci diverse si erano levate, le testimonianze si moltiplicavano, ricordo tra le tante la narrazione di un noto giornalista sportivo che, con una straordinaria freddezza di cronista, riferiva lo stato in cui aveva ritrovato suo figlio. Ma i fatti della Diaz e di Bolzaneto venivano progressivamente respinti sullo sfondo, sopraffatti dalle violenze dei black block e dall´uccisione di Carlo Giuliani. Sembrava quasi che le violenze dei manifestanti e la reazione mortale d´un carabiniere appartenessero ad una normalità perversa, ma governata da una sorta d´invincibile fatalità; e descrivessero comunque qualcosa che può accadere quando pulsioni e paure si fanno troppo forti.
Bolzaneto no. Da lì si voleva distogliere lo sguardo. In quelle stanze s´era manifestata all´estremo la "degradazione dell´individuo" tante volte ritenuta inammissibile dalla Corte costituzionale. Ufficialità, perbenismo, cattiva coscienza rifiutavano di specchiarsi nella negazione dell´umano.
Proprio quella negazione è svelata dal tremendo catalogo compilato dai magistrati genovesi, e squadernato davanti all´opinione pubblica dall´iniziativa di questo giornale, dagli implacabili reportage di Giuseppe D´Avanzo. Il silenzio istituzionale è stato rotto, la stampa ha ritrovato la sua funzione di ombudsman diffuso, l´opinione pubblica non può più trincerarsi dietro il "non sapevo". E tuttavia la reazione già appare attutita, inadeguata. Non è venuta un´attenzione corale del sistema dell´informazione: rispetto della regola gelosa per cui non si riprendono le notizie lanciate dagli altri? Non è venuta un´attenzione vera e intensa dall´intero sistema politico: l´eterno gioco delle convenienze, l´eterna vocazione a minimizzare? Sta di fatto che, dopo i fuochi dei primi giorni, è tutto un troncare, sopire… Le norme non ci sono – si dice. Al massimo ci saranno stati comportamenti "devianti" di qualche sconsiderato. E ci si acquieta.
Ma i Paesi davvero civili, le democrazie non ancora perdute dietro riti televisivi insensati reagiscono quando scoprono i loro vuoti, le loro inadeguatezze. S´interrogano sulle ragioni, si mettono in discussione. Proprio il trovarsi nel cuore d´una campagna elettorale avrebbe dovuto favorire il parlar chiaro, gli impegni netti, la sfida alle proprie pigrizie. Perché non dire subito che la prima proposta di legge (o la seconda o la terza, non importa) sarebbe stata proprio quella volta a colmare la vergognosa lacuna dell´assenza di una norma sulla tortura, che rende inadempiente l´Italia non di fronte a un trattato tra i tanti, ma di fronte all´umanità intera? Perché, tra le varie iniziative e commissioni annunciate con fragore di trombe, non ne è stata inclusa una incaricata di preparare proprio quel testo? Perché tra gli impegni bipartisan su temi di grande e comune interesse, che dovrebbero vedere dopo le elezioni gli sforzi congiunti di maggioranza e opposizione, non compare la questione della tortura, l´impegno a rendere finalmente operante in Italia la Convenzione dell´Onu dopo un quarto di secolo di disattenzioni e di ritardi?
Non basta tornare sulla proposta di una commissione parlamentare d´inchiesta. Conosciamo, purtroppo, il degrado di questo strumento: non sono più i tempi della Commissione De Martino sul caso Sindona o della Commissione Anselmi sulla P2. E, comunque, si tratta di qualcosa di là da venire, che può assumere il sapore del rinvio. Mentre già oggi, pur con le lacune della legislazione penale, sono possibili impegni istituzionali e politici, vincolanti almeno per il futuro ministro dell´Interno: ricorso a tutti gli strumenti amministrativi disponibili per emarginare chi è stato protagonista di quelle vicende; pubblica condanna, senza troppi distinguo, nel momento stesso dell´assunzione dell´incarico. Una difesa della polizia in quanto tale può essere intesa come una promessa di copertura, la banalizzazione degli atti di violenza assomiglia ad una sorta di annuncio di una loro inevitabile ripetizione. Che cosa dire di fronte all´affermazione di un ex-ministro della Giustizia che, parlando di persone obbligate tra l´altro a stare in piedi per ore, si sente autorizzato a fare battute di pessimo gusto sui metalmeccanici che sono in questa condizione ogni giorno per otto ore? Ma l´irresponsabilità politica viene da lontano. Ricordo un sottosegretario alla Giustizia, poi transitato nelle schiere garantiste quando le inchieste giudiziarie cominciarono a riguardare il ceto politico, che venne alla Camera dei deputati a parlare di violenze carcerarie sostenendo che, avvertiti di un trasferimento, alcuni detenuti si erano «sporcati il viso con vernice rossa».
Giuliano Amato ha sottolineato che «si è strillato molto più per Guantanamo che non per Genova. Siamo più sensibili ai diritti umani nel mondo che al loro rispetto in casa nostra». Chiediamoci perché, allora. E la risposta va cercata proprio nell´eclissi sempre più totale della cultura dei diritti, sopraffatta da un´enfasi sproporzionata e strumentale sul bisogno di sicurezza. I diritti disturbano, possono essere sospesi, com´è appunto accaduto a Bolzaneto. La fabbrica della paura è divenuta parte integrante della fabbrica del consenso. Basta girare per il centro di Roma, dove si circola senza particolari problemi, invaso da manifesti davvero bipartisan che ossessivamente promettono sicurezza, e solo sicurezza. Quale enorme responsabilità assume in questo modo la politica, creando un clima che induce a ritenere giustificata qualsiasi reazione.
E non si insiste, come sarebbe doveroso, sul fatto che la magistratura, una volta di più, è stata l´unica istituzione capace di vera e civile reazione. Si colgono, anzi, atteggiamenti stizziti, dietro i quali non è difficile scorgere il disagio di chi avverte che l´inchiesta di Genova non rivela soltanto comportamenti inqualificabili, ma mette a nudo i limiti della politica. Si celebrano i giudici lontani, com´è giustamente accaduto quando la Corte Suprema degli Stati Uniti condannò le violazioni dei diritti a Guantanamo. Troppi dimenticano di dire che la vergogna di Genova può cominciare ad essere riscattata solo contrapponendo la civiltà giuridica e la lealtà istituzionale dei magistrati genovesi alla violenza contro l´umano e la legalità consumata a Bolzaneto.


Allarme brogli

Attenzione ai brogli grida il cavaliere (anche per le passate elezioni)... poi scopri che gli unici brogli accertati sono quelli del centrodestra relativi alle elezioni a sindaco a Palermo (in cui vinse Cammarata).
Attenzione: questa persona è quella che sta mobilitando i suoi elettori a sorvegliare i seggi elettorali.http://unoenessuno.blogspot.com/


La storia siamo noi
di Giovanni Fontana

Alemanno

Oggi, mentre ero in auto, ho visto - non visto - un signore avvicinarsi circospetto a uno dei cartelloni elettorali di Alemanno ad altezza uomo (di fronte alla metro Ottaviano), tirare fuori un pennarellone nero dalla tasca, guardarsi intorno, e disegnare al candidato del PDL i baffetti à la Hitler.

Valeria, con spirito più pronto del mio assonnato, è subito scesa dalla macchina dirigendosi verso di lui e il cartellone. Io l'ho seguita.

Volevo far luce sulle motivazioni dello sfregio: era mandato da qualcuno (e semmai da chi?) o lo faceva per privato senso d'appartenenza?. Oppure perché era in pensione e non aveva nulla da fare.

Perché gli stava antipatico Alemanno (o perché gli stava simpatico?)? E i motivi erano personali, oppure l'avrebbe fatto con qualunque dei "loro". Che poi c'era sempre da capire chi fossero, per lui, i "noi". E per ogni partito che pensavo, mi veniva in mente un bagaglio di motivazioni credibile: da Ferrando a Storace.

Non ce l'abbiamo fatta, perché appena si è reso conto che la macchina parcheggiata lì davanti conteneva in effetti delle persone, si è allontanato con passo svelto: così non gli ho potuto chiedere quale atavico rimestamento lo stesse spingendo a un gesto che credevo solo uno stereotipo. Che nessuno faceva ancora, e se c'era qualcuno era impossibile incontrarlo; come quelli che scrivono "Amo Costanza, ma senza speranza" sui ponti, sai che esistono, ma non sai come fanno. E ti convinci che sono scritte che resistono lì da vent'anni (e comunque vent'anni fa come hanno fatto?), e che ora non si fanno più. E invece sembra di no.

In pieno centro a Roma, nell'ora di punta, solamente lontano dagli sguardi: c'è ancora qualcuno capace di adoperarsi in una protesta così d'antan. E soprattutto, c'è ancora qualcuno che usa l'espressione "d'antan". Evidentemente sì.

Giovanni Fontana

http://www.pennarossa.splinder.com/


Il crooner della Casbah
E' morto Lili Boniche, simbolo della tradizione musicale giudaico andalusa
scritto per noi da
Attilio de Castris
 
Lili Boniche è morto il 25 marzo scorso, a Parigi, all'età di 87 anni. Il suo nome non dirà molto ai fan di Sanremo, ma se esistesse il Gohta della world music, a Lili spetterebbe un posto d'onore.

Nato nel 1921 in una famiglia di origine giudaica andalusa nella casbah di Algeri, Boniche a soli 10 anni abbandona la sua casa per dedicarsi all'arte di suonare l'oud, il liuto arabo. Il suo maestro fu Saoud l'Oranais, famoso maestro di haouzi, uno stile regionale della musica arabo-andalusa. Boniche divenne in breve tempo un interprete insuperabile di uno stile unico: un cocktail affascinante tra le sonorità del flamenco e della musica arabo-andalusa, frutto di una sintesi della cultura ebraica e di quella araba, in salsa mediterranea.
Lili Boniche diventa così conosciuto in tutto il mondo, con il nomignolo che lo ha accompagnato fino alla sua morte: il ''il crooner della casbah'', iil campione della musica arabo-giudea.
La musica di Lili Boniche fu particolarmente attratta dagli stili dei nightclub degli anni Quaranta (a quei tempi molto diffusi nelle regioni meridionali e orientali della costa mediterranea), dove si sentiva il jazz, il flamenco, il mambo e la rumba insieme ai ritmi più conosciuti del tango e del paso doble.
 
Tutti insieme vennero mescolati e interpretati da Binoche insieme al tradizionale canto algerino chiamato chaabi in una miscela ritmica e sensuale. Alcuni dei suoi grandi successi, altro non sono che rielaborazioni di stili e generi musicali differenti. Come nel caso di "Ana Fil Houb",   trasposizione di "Historia de un Amor", vecchio bolero di Carlos Almarán, mentre "Bambino" è un vecchio mambo portato al successo dall'orchestra di Perez Prado con il titolo "Guaglione". Abbinando questa ricca miscela di stili di diverse culture alle sue personali origini culturali, Boniche elaborò gradualmente uno stile personale che chiamò francarbe, elegante e indipendente forma di musica popolare. Come padre del francarbe, dalla fine degli anni Quaranta e negli anni Cinquanta, Lili Boniche proseguì con la sua carriera, prima in Algeria e poi a Parigi dove incise per la prima volta.
Gli anni Ottanta sembravano aver sancito il tramonto di Boniche e della sua musica, ma all'inizio degli anni Novanta il suo lavoro è stata riscoperto grazie alle colonne sonore di alcuni film.
Lili torna sulla cresta dell'onda; da quel momento si susseguono collaborazioni con Bill Laswell, Smadj, Manou Katche ed altri musicisti per il suo album "Alger, Alger", prodotto da Bill Laswell.
Un tributo dovuto a un grande artista, che meglio di altri ha saputo rappresentare il Mediterraneo nel suo mito fondativo: la coabitazione di culture che si contaminano a vicenda.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=10612

Serbi d'Albania

scrive Marjola Rukaj

Scutari - Il ponte vecchio
In Albania non si parla molto delle minoranze. Il sistema nazional-comunista di Hoxha ha cercato di omologarle e i censimenti non hanno mai fatto chiarezza. Ma quanti sono e dove risiedono i serbi d'Albania?
Non si sa con precisione quanti siano i serbi d'Albania. Per una delle associazioni che li rappresenta si contano all'incirca 30 mila membri sparsi tra Scutari, la città principale abitata dalla minoranza serba e montenegrina, Tirana, Durazzo, Fier e naturalmente tra i paesi dell'Europa Occidentale in cui sono emigrati. Alcuni vivono in queste città da tempo immemore, altri hanno storie più recenti di incessanti migrazioni balcaniche, o sono parte di fenomeni sociologici che hanno motivato flussi continui di spostamenti familiari.

Le statistiche sul numero approssimativo dichiarato sono di pubblicazione dell'associazione Moraca-Rozafa che dagli anni '90 si è presa l'incarico di rappresentare la minoranza serba e montenegrina. Ma dal 2006 esiste anche l'associazione Albamontenegro che dopo l'indipendenza del Montenegro mira a rappresentare coloro che si definiscono montenegrini. Mentre in Albania si ritiene che oggi vi siano tra le minoranze sia serbi che montenegrini, la loro denominazione è variata da un censimento all'altro a seconda del criterio impiegato per la definizione: serba, per quanto riguarda la lingua, o montenegrina basandosi sul fatto che la maggior parte delle abitazioni tradizionali di tale minoranza si trovavano in vicinanza del confine montenegrino.

Ma tra gli appartenenti della minoranza moltissimi si sono trovati a vivere da queste parti a fianco ad altre etnie balcaniche per secoli – come spesso i censimenti riportano, altri sono giunti dalle aree montagnose secoli fa, quando Scutari era un nodo cruciale in questa parte dell'Adriatico, e altri ancora vi si sono trasferiti più di recente, per mimetizzarsi trovando una nuova identità, fuggendo alle faide e alla vendetta.

I censimenti sono tra l'altro un problema constante dei vari sistemi politici albanesi che spesso hanno preferito dichiarare cifre complessive per tutte le minoranze senza rilevare ognuna di esse a parte, oppure risultati di diversi censimenti non sono stati resi pubblici affatto come rileva lo studioso Arqile Berxolli in una sua pubblicazione. Vi sono state inoltre cospicue tendenze a speculare sulla percentuale delle minoranze che già dal regime di re Zogu vanno sempre diminuendosi, per poi subire politiche ancora più ostili durante il nazional-comunismo di Enver Hoxha, e l'idea dominante dello stato-nazione monoetinco. Rimane però molto limitata la possibilità di comparazione con situazioni precedenti all'indipendenza dello Stato albanese, poiché, secondo molti studiosi che hanno anche cercato di sfatare la posizione nazional-comunista sulle minoranze etniche, spesso nelle statistiche o censimenti, veniva incluso uno spazio che andava molto al di là dei confini dell'Albania odierna basandosi sulle unità amministrative ottomane riguardanti la regione.

La minoranza serbofona in Albania si è vista trattare a seconda della piega che prendevano i rapporti con gli stati di riferimento. La politica ostile è iniziata già con il regime di re Zogu che ha chiuso le scuole in lingua serba nelle zone in cui tale minoranza aveva una presenza più massiccia. In seguito quando i rapporti con la Jugoslavia di allora sono migliorati, particolarmente nei primi anni del regime di Hoxha le scuole si sono riaperte e il serbo-croato è stato inserito come seconda lingua obbligatoria anche per gli studenti albanesi in vista del progetto di integrare anche l'Albania nella Federazione Jugoslava.

La rottura tra Hoxha e Tito ha portato invece l'inizio delle politiche nazional-comuniste che hanno imposto i propri canoni di sradicamento e di fomentazione di una identità culturale nazionale decisamente albanese. Si è trattato in realtà dell'ennesimo processo di sradicamento che la società albanese si è trovata a subire nel XX secolo, quando Hoxha, avviò delle politiche volte a formare il “nuovo uomo” albanese secondo i canoni stalinisti del comunismo, e dall'identità culturale che non andasse oltre l'albanità.

Alle minoranze è stato tolto il diritto di dichiarare la propria nazionalità, mentre lo stesso concetto di nazionalità andava uguagliandosi con quello di cittadinanza tanto da risultare molto esotico agli occhi degli albanesi di oggi. Essendo il principio del nazional-comunismo albanese l'omologazione culturale e l'eliminazione di qualsiasi elemento diversivo, i serbi sono stati costretti a modificare i propri cognomi albanizzando le desinenze tipiche serbe, ma anche cambiandoli del tutto e sostituendoli con dei nomi albanesi, o anche con sostantivi non sempre eleganti come Druri (legno), Dritarja (finestra) ecc.

Solo negli anni '90, dopo la caduta del comunismo è stato permesso di presentarsi all'anagrafe per recuperare il cognome precedente alle politiche nazional-comuniste. Ma non è stato concesso lo stesso diritto anche per i nomi, che per i giovani come per tutti gli altri albanesi sono per lo più nomi illirici oppure delle combinazioni acronimiche, introvabili altrove, che per anni sono andati molto di moda in Albania. Non è stato invece menzionato il diritto di esprimere la nazionalità.

Ma l'abrogazione del diritto alla nazionalità ha prodotto, come un vantaggio dell'omologazione, un trattamento paritario con gli altri cittadini dello Stato albanese che ha alleviato significativamente ostacoli e discriminazioni nei vari aspetti della vita nell'Albania comunista. Sono state numerose anche le personalità politiche o culturali che hanno dato enormi cotributi alla società albanese, di cui però quasi sempre non si conosce altra origine oltre quella albanese. Il comunismo di Hoxha, con la sua tendenza a omologare il più possibile la popolazione e l'invito a mescolarsi tra comunisti senza distinzioni culturali religiose o regionali, ha fatto dell'Albania un paese dalla cultura molto promiscua che spesso sta stretta alle definizioni tradizionali.

Anche i serbi si sono trovati spesso in matrimoni misti che continuano a essere all'ordine del giorno e sono, secondo i rappresentanti della minoranza, sempre più tollerati. Ma si sono venute a creare identità plurime, e la serbità si è finiti per affrontarla in modo piuttosto culturale che identificativo in senso etnico, nazionale o religioso. Hanno contribuito a tutto ciò oltre alle politiche di omologazione anche le grandi migrazioni interne che dalla fine della seconda guerra mondiale interessano intensivamente il paese, e in seguito anche quelle degli anni '90 verso l'estero, che tendono a multiculturalizzare diverse generazioni. Per molti infatti l'origine serba rimane una caratteristica secondaria a quella di appartenenza culturale o politica determinata da altri fattori.

Le politiche dello stato albanese nei confronti delle minoranze risentono in parte del nazional-romanticismo che per molti versi rimane un canone del “politicamente corretto” per i media albanesi, ma anche di una conseguenza diretta dell'epoca comunista che ha sradicato il senso della minoranza, tanto che esso è diventato in Albania un concetto di dibattito non solo sulla rilevanza numerica delle varie comunità ma sulla stessa definizione del concetto, lasciando spazio a speculazioni ed estremizzazioni. Le convenzioni sulle minoranze sono state per lo più recepite senza esitazione ma l'atteggiamento dei governi albanesi in materia è piuttosto impacciato non essendo di particolare priorità tra le condizioni che i processi di integrazione euro-atlantica richiedono. Attualmente sono presenti nel parlamento albanese solo 2 greci come rappresentanti delle minoranze, ma secondo il presidente della Moraca-Rozafa, nella riforma elettorale che ha coinvolto la politica albanese da qualche mese, sarà previsto anche la partecipazione di rappresentanti di tutte le minoranze tra cui anche quella serbo-montenegrina.

Un punto debole anche dopo il crollo del comunismo è stato l'insegnamento della lingua serba, che viene conservata solo da una piccola parte degli appartenenti della minoranza nella sua versione ijekaviana, molto vicina alla parlata del vicino Montenegro. Sono in pochi i giovani serbo-albanesi a conoscere adeguatamente la lingua e sono per lo più quelli che abitano nei dintorni di Scutari dove la comunità serba è riuscita a conservarsi più compatta, zona da cui provengono anche la maggior parte degli studenti serbo-abanesi che si iscrivono ai corsi universitari in Serbia. “Ma la conoscenza della lingua rimane un ostacolo che penalizza il buon conseguimento degli studi” osserva Pavlo Jakoja Brahoviq, presidente della Moraca-Rozafa. Solo negli ultimi mesi si è riusciti ad aprire presso l'associazione di Scutari un corso di lingua serba per 40 giovani appartenenti alla minoranza. Mentre per anni, oltre ai finanziamenti, era difficile riuscire a trovare il personale in grado di insegnare la lingua poiché gli studi slavi in Albania attirano veramente poco, e ogni anno vi sono pochissimi laureati. Il problema è stato risolto infatti solo facendo venire a Scutari un docente della vicina Cetinje.

Uno degli obiettivi dell'azione della Moraca-Rozafa è anche la trasmissione nelle lingue delle minoranze etniche attraverso la poco seguita televisione statale albanese, che sembra tra l'altro sia stata accolta senza grandi opposizioni da parte del governo albanese. Mentre per ora i media più seguiti rimangono quelli privati in lingua albanese e quelli di Belgrado.

I legami con la madrepatria rimangono segnati dai rapporti politici turbolenti tra Serbia e Albania, mentre si hanno forti legami con il Montenegro. I rapporti con la Serbia sono per molti versi limitati alla sfera economica. Vige tuttora la forte barriera del visto d'ingresso per i cittadini albanesi, e non fanno eccezione alla regola neanche gli appartenenti alla minoranza serba, che però se iscritti all'associazione Moraca-Rozafa si possono risparmiare i 35 euro del costo del visto. L'ostacolo burocratico che permane tra i due paesi, non aiuta certo l'avvicinamento, mentre scoraggia anche i legami della minoranza con la Serbia specie per i giovani che si trovano a vivere in un'Albania che punta tutto sull'occidente e la cultura d'oltre Adriatico.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9289/1/41/

COREA
Seoul conferma: lanciati missili da Pyongyang
Secondo una fonte governativa, si tratta di “normale amministrazione”. Il lancio avviene il giorno dopo l’espulsione dei civili sudcoreani dal complesso industriale di Kaesong.

Seoul (AsiaNews/Agenzie) – Il governo sudcoreano ha confermato poche ore fa un lancio di missili da parte della Corea del Nord avvenuto nella notte. La mossa, che secondo Seoul fa parte di un’esercitazione militare, è stata decisa un giorno dopo l’espulsione dei civili sudcoreani dal complesso industriale di Kaesong, dove lavorano insieme cittadini di entrambi i Paesi.
 
Una fonte governativa del Sud dice: “La Corea del Nord ha lanciato diversi missili, tutti di corta gittata, nel Mare occidentale. Si tratta di un test, che noi consideriamo normale amministrazione”.
 
Proprio il comandante delle forze armate di Seoul aveva detto ieri di considerare l’ipotesi di un attacco contro le basi militari nordcoreane, il primo accenno ad uno scontro diretto dalla fine della guerra civile.
 
In risposta, Pyongyang ha ordinato l’evacuazione di tutti gli “stranieri sudcoreani” dal complesso industriale di Kaesong: questo gesto viene interpretato come una forte rottura da parte del regime, che cerca di censurare il comportamento del nuovo presidente, il conservatore Lee Myung-bak.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11872&size=A

Cina: il bilancio militare 2008 e le implicazioni regionali

Un bilancio sottostimato

All’inizio di marzo, alla vigilia dell’annuale Congresso Nazionale del Popolo, Pechino ha pubblicato le cifre relative al prossimo bilancio militare, suscitando la consueta attenzione da parte degli osservatori internazionali. La spesa, una volta approvata dal Parlamento cinese, conoscerà un incremento del 17,8% rispetto all’anno scorso, raggiungendo circa 59 miliardi di dollari. Un portavoce del Congresso, Jiang Enzhu, ha giustificato l’aumento con la necessità di coprire i costi per l’addestramento, l’equipaggiamento e la crescita dei salari del personale militare, i rincari dei carburanti e l’acquisizione di tecnologie avanzate.
L’annuncio del bilancio è arrivato un giorno dopo la pubblicazione dell’annuale rapporto del Pentagono sul rafforzamento militare cinese che, sulla falsariga dei precedenti, ha messo in guardia contro la mancanza di trasparenza da parte di Pechino relativamente alle dimensioni reali degli investimenti e, soprattutto, alla destinazione degli stessi, essendo in gioco la stabilità e i rapporti di forze in Asia Orientale e nel mondo. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha fatto sapere di ritenere queste perplessità come il retaggio di “una mentalità da Guerra Fredda”, che potrebbero mettere in serio pericolo le relazioni diplomatiche tra i due paesi. L’incremento della spesa sarebbe “moderato” in un contesto di rapida e sostenuta crescita economica: la media nel periodo 2003-2007 sarebbe solo del 15,8%, contro un aumento medio delle entrate complessive statali del 22,1%. Jiang Enzhu ha anche sottolineato che la spesa cinese per la difesa, in rapporto al PIL, rimane inferiore a quella di USA, Regno Unito, Francia e Russia.Ma ciò che dovrebbe spazzare via ogni timore di una potenziale minaccia cinese è la natura eminentemente difensiva delle capacità belliche che Pechino sta cercando di sviluppare e modernizzare, sintetizzabile nell’acronimo C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione). Questi strumenti sarebbero funzionali unicamente all’obiettivo strategico di salvaguardare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale cinese.

Tuttavia, secondo il Pentagono nel corso del 2007 la Cina avrebbe speso per la Difesa tra 97 e 139 miliardi di dollari, e non i 46 messi a bilancio. Questo non tiene conto di importanti voci di spesa, non includendo quelle per le forze strategiche, le acquisizioni dall’estero, il comparto ricerca e sviluppo e il mantenimento delle forze paramilitari. Perciò, darne una stima accurata risulta essere un esercizio molto complesso e che può dare risultati diversi a secondo del metodo impiegato; ma il dato certo è che Pechino fornisce dati sottodimensionati. A titolo di esempio, il Ministro degli Esteri di Taiwan ha già rivisto in rialzo il bilancio cinese del 2008, correggendo l’entità della spesa tra i 110 e i 170 miliardi di dollari.Per comprendere meglio la misura dell’impegno militare cinese è utile prendere in esame il decennio 1996-2006, periodo seguente alle crisi dello Stretto di Taiwan e che include sia il nono e decimo Piano Quinquennale, che l’ulteriore spinta alla modernizzazione dell’esercito generata dal post-guerra del Golfo Persico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita media annuale della spesa militare è stata dell’11,8%, contro una crescita media del PIL del 9,2% (entrambi i valori aggiustati all’inflazione). Gli ultimi due anni, dunque, confermerebbero il trend che vede il bilancio per la difesa superare la crescita economica.

L’attuale dirigenza cinese intende procedere sulla strada indicata dall’ex leader Deng Xiaoping, che aveva deciso un consistente ridimensionamento dell’Esercito di Liberazione del Popolo (People’s Liberation Army, PLA), passato da 5 a circa 2 milioni di soldati (escludendo le forze di polizia e paramilitari), in favore di una forza più efficiente e moderna. Con Hu Jintao si assiste alla saldatura tra sviluppo economico, progresso tecnico-scientifico e modernizzazione dell’industria della difesa, che diviene prioritaria. Dunque, non stupisce che negli ambienti militari ed accademici, ma anche tra i membri del Congresso, si siano alzate voci di protesta per un livello giudicato insufficiente di allocazione delle risorse per la difesa nazionale. Pechino punta a sviluppare un complesso industriale militare indipendente dall’estero, capace di soddisfare le richieste del PLA e di gareggiare sul mercato globale della vendita di armi, ma, allo stato attuale, deve fare ancora ampio affidamento sull’acquisizione di sistemi e tecnologie, in particolare russi, per colmare le proprie debolezze nel breve termine; così come deve contare sui ritorni degli investimenti diretti stranieri e delle joint-ventures nel settore civile, le professionalità maturate all’estero dagli studenti cinesi e, infine, sullo spionaggio industriale. Coerentemente, la leadership cinese ha dichiarato al recente 17° Congresso del Partito che è fondamentale continuare lo sviluppo di innovative tecnologie dual-use e una piattaforma industriale che consenta di integrare le esigenze militari e civili. I settori della difesa dove questa integrazione si è già verificata, grazie a investimenti elevati e continui in ricerca e sviluppo, sono la cantieristica navale e l’elettronica, in cui la Cina possiede società di livello mondiale. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32182


Export: piccolo confronto tra Est tedesco e Sud italiano

Importexport_tedesco_con_la_cina Sulla ristrutturazione dell'economia tedesca e sulla sua inattesa forza in un momento di evidenti turbolenze internazionali è stato scritto molto, anche in questo blog (per esempio il post del 14 marzo 2008). Le imprese tedesche riescono (per ora) a compensare un calo della domanda americana con un aumento delle vendite nei Paesi emergenti, in Asia e in Medio Oriente. Non sorprende se l'establishment economico tedesco si sia detto contrario a sanzioni contro la Cina per protestare contro la repressione in Tibet (a fianco l'andamento dell'import-export sino-tedesco). E' noto che la Germania è il primo Paese esportatore al mondo, ma alcune cifre pubblicate nei giorni scorsi sottolineano quanto sia stata profonda negli ultimi anni la riconversione dell'economia tedesca, proiettata come non mai verso i mercati internazionali. Ormai la quota dell'export sul prodotto interno lordo è passata dal 40,9% nel 2005 a poco sotto il 48% nel 2007 (in Italia è salita nello stesso periodo dal 26 al 29%). La previsione è che in Germania aumenti al 49,3% del Pil nel 2009.

Il quotidiano Handelsblatt ha pubblicato questa settimana un'interessante cartina del Paese, suddiviso per Länder, dalla quale emerge come ormai tutte le regioni tedesche siano grandi esportatrici. Anche quelle più povere dell'Est. In cima alla classifica sono la città-Stato di Brema e il Land del Baden-Württemberg con il 50,7% e il 48,1% della produzione venduta all'estero. Nella ex DDR, il Mezzogiorno tedesco, la percentuale è naturalmente più bassa, ma anche nella regione che esporta di meno, il Brandeburgo con il 23,6% del Pil locale, la quota rimane relativamente elevata. E' del 31,1% a Berlino e del 25,6% nella Sassonia-Anhalt. Purtroppo, l'ISTAT non pubblica i dati sulla capacità esportativa delle singole regioni italiane. L'unico dato, a titolo di parziale confronto, segnala che le regioni dell'Italia meridionale e insulare rappresentavano nel 2007 appena l'11,5% delle esportazioni totali italiane, in grande ritardo rispetto al 40,1% dell'Italia nord-occidentale e del 31,2% dell'Italia nord-orientale.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/03/in-germania-anc.html#more


E.on su Endesa. Thyssen Krupp in Cina, la Merkel no

 Chinese Premier Wen Jiabao, right, and Germany's Chancellor Angela Merkel in Beijing
Tenere aggiornati i miei venticinque lettori è un compito che ci siamo sempre prefissati. Oggi desidero quindi ritornare brevemente su tre argomenti già trattati negli scorsi giorni.

Il primo attiene ai rapporti tra Germania e Cina. Dal punto di vista economico, le importazioni e le esportazioni verso Pechino sono in grande espansione, come ci ricorda Beda Romano sul suo blog.
Per quanto riguarda i rapporti diplomatici, invece, il Ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier, nel corso di una riunione con i suoi omologhi europei a Lubiana, ha annunciato che né lui, né il Ministro degli Interni con delega allo sport Wolfgang Schäuble, né tantomeno la Cancelliera Angela Merkel prenderanno parte alla Cerimonia di Inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino nell’agosto prossimo. Steinmeier ha poi precisato che non si tratta di una ritorsione verso il Governo cinese, giacché non si possono cancellare appuntamenti che non si erano mai presi. Infine il capo della diplomazia tedesca ha lanciato una piccola frecciata a Sarkozy: “Sono profondamente contrario al dibattito che si è venuto a creare in alcuni stati europei su un possibile boicottaggio dei giochi”. Il Presidente federale Horst Köhler, nel frattempo, ha annunciato la sua disponibilità a presenziare per i Giochi paralimpici di Settembre.
Dopo l’abbandono del progetto per il Transrapid in Baviera, la Thyssen Krupp, stando ad un reportage del quotidiano Die Welt, sarebbe pronta a portare la sua tecnologia in Cina, dalla quale arrivano però forti e nette smentite. Seguiremo gli sviluppi.
Infine, E. on, il colosso energetico di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, rileverà alcune attività di Endesa, leader spagnolo del settore controllato dal tandem Enel-Acciona. Il 2 aprile dello scorso anno, infatti, E.On aveva accettato di ritirare l’offerta pubblica di acquisto sul gruppo madrileno in cambio della possibilità di rilevarne però le attività estere. Grazie a questa operazione, di circa 13,5 miliardi, Enel ridurrà l’indebitamento di circa 8 miliardi.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


AFGHANISTAN:
Civili terrorizzati in fuga dai bombardamenti NATO
Anand Gopal

Famiglie sfollate da Helmand nel campo di Musa Qala, fuori Kabul
Foto: Anand Gopal/IPS

KABUL, 7 marzo 2008 (IPS) - Jumakhan Said Muhammad stava lavorando la sua terra quando ha sentito arrivare gli aerei la prima volta. “Ho guardato su”, ha raccontato l’agricoltore di Musa Qala, nella provincia meridionale di Helmand, “e all’improvviso un aereo è sceso di quota e ho visto del fumo uscire proprio da casa mia, in fondo alla strada”.

Muhammad è corso verso la sua abitazione, dove alcuni abitanti del villaggio cominciavano a radunarsi, urlando il suo nome. “La casa era spaccata in due dalla bomba”, ricorda. “I muri erano crollati e completamente distrutti. Ho visto mio nipote (di sette anni) perdere fiumi di sangue; era stato colpito alla testa e alla pancia dalle granate. Poi ho visto il velo di mia sorella sbucare dalle macerie e mi sono precipitato lì per salvarla. Quando l’ho tirata fuori, il suo corpo era dilaniato. Ho cominciato a gridare”.

La sorella e il nipote di Muhammad sono due dei tanti civili morti a causa del bombardamento delle forze Nato, riferiscono i residenti. Quando il bilancio delle vittime ha cominciato ad aumentare l’anno scorso - la casa di Muhammad è stata distrutta dai bombardamenti a dicembre - le forze della coalizione hanno promesso di cambiare tattica, assicurando che gli attacchi non avrebbero più coinvolto i civili.

Ma gli abitanti di Helmand assicurano che il fuoco incrociato continua a colpirli, e a marzo i combattimenti sono stati particolarmente intensi - secondo i residenti, il bombardamento aereo ha ucciso più di 40 civili solo nelle ultime due settimane.

Secondo i residenti di Helmand, due settimane fa sono stati uccisi 13 civili in un attacco aereo Nato, e la settimana scorsa la parlamentare Nasima Niyazi ha riferito che decine di civili sono rimasti uccisi in un bombardamento delle forze della coalizione su un’aerea pic-nic nel distretto di Sangin. Di recente le forze guidate dagli Usa hanno ammesso di aver ucciso sei civili in un raid contro un’abitazione in Afghanistan orientale, tra cui due bambini.

La settimana scorsa, circa 400 manifestanti si sono riuniti nei pressi di Lashkar Gah, capitale di Helmand, per protestare contro le uccisioni di civili. Secondo i dimostranti, i soldati Nato avrebbero attaccato una casa uccidendo due persone, compreso un bambino. Un manifestante ha chiesto ad un’agenzia stampa locale, “siamo gente povera, e non c’entriamo niente con i militanti. Perché le truppe ci uccidono?”.

I combattimenti hanno imperversato nella provincia di Helmand per oltre due anni, producendo un esodo massiccio di civili feriti e terrorizzati.

Tauskhan Palwesha è arrivato a Kabul tre giorni fa dal distretto di Sangin, dove l’anno scorso è scoppiato un combattimento a fuoco tra le forze della coalizione e i Talebani. “I proiettili volavano sopra la nostra vecchia casa”, ricorda. “Improvvisamente un aereo si è abbassato e ha sganciato una bomba - ho sentito un rumore fortissimo e ogni cosa intorno a me ha cominciato a bruciare. Ho cercato mia moglie e ho visto che un raggio le aveva trapassato la testa, facendole saltare in aria il cervello. Mia figlia, di nove anni, aveva bruciature su tutto il corpo. Quando l’ho presa in braccio mi sono accorto che le mancava un braccio”. Un’importante Ong afgana riferisce che circa 2mila civili sarebbero rimasti uccisi nei combattimenti, di cui un decimo a causa degli attacchi aerei della coalizione. Secondo gli analisti, potrebbero esserci ancora moltissime altre vittime non registrate, a causa della situazione di scarsa sicurezza nelle province meridionali. Le agenzie umanitarie stimano che dall’inizio della guerra nel 2001 sarebbero state uccise più di 12mila persone in totale, di cui almeno un quarto civili.

La Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf), una coalizione composta da oltre 40mila soldati e 40 paesi guidati dalla Nato, sostiene di non prendere mai di mira i civili in modo deliberato. “L’Isaf fa grandi sforzi per evitare perdite di civili, al contrario dei Talebani, che sembrano non avere nessun riguardo né per la vita né per la verità”, ha dichiarato di recente la coalizione in un comunicato.

Ma secondo gli osservatori, che i civili vengano presi di mira deliberatamente o meno, le continue uccisioni di civili rischiano di far allontanare gli afgani, che inizialmente si erano dichiarati neutrali nello scontro tra Isaf e i Talebani. “C’è una rabbia che monta contro la Nato e le forze Usa”, ha osservato il giornalista Hamed Asir. “Questo porterà la popolazione dritta nelle mani dei Talebani”.

“Non ho mai appoggiato i Talebani prima d’ora”, ha detto Palwesha, il viso contratto dalla rabbia. “Ma adesso abbiamo perso tutto. Le truppe straniere hanno ucciso la mia famiglia e distrutto la mia casa”.

Palwesha porta con sé una coperta macchiata di rosso, che dice sia il sangue di sua figlia. Srotolandola, ci mostra un moncherino carbonizzato. “È un pezzo delle sue spoglie”, spiega. “Lo voglio portare a Karzai (il presidente afgano Hamid Karzai) e farglielo vedere. Deve aiutarmi. Se mi ignorerà, andrò dai Talebani. Sono pronto a morire, sono pronto a diventare un attentatore suicida perché non mi è rimasto niente per cui vivere”.

Secondo l’alto funzionario di governo Sadeq Mudaber, Karzai ha incontrato di recente i comandanti in capo dell’Isaf per risolvere la questione. Senza uno sforzo di buona volontà per evitare le perdite di civili, sostiene, la Nato e gli Usa corrono il rischio di allontanare un’ampia percentuale della popolazione.

“Sono furioso”, ha detto Muhammad. “Sono arrabbiato col mondo. La Nato dovrebbe portare la pace e la sicurezza. Se non possono farlo, devono andarsene”.

“Altrimenti”, aggiunge, “diventeranno uguali ai russi”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1148

Damasco. I paesi arabi disertano il vertice

Cominciano ad arrivare a Damasco le prime delegazioni che parteciperanno al disertatissimo vertice della Lega Araba che si aprirà domani. Gli Stati Uniti hanno invitato i paesi arabi a boicottare il vertice ospitato dalla Siria, rea di appoggiare – insieme all’Iran–l’opposizione libanese vicina ad Hezbollah. Il Libano, infatti, diserterà completamente il vertice di Damasco. Altri paesi hanno scelto di inviare in Siria solo delegazioni di «basso profilo». In prima linea nel boicottaggio gli alleati degli Usa nella regione. Il re giordano Abdallah II non andrà in Siria e lo stesso faranno il presidente egiziano Mubarak ed il sovrano saudita Abdullah, a cui ha recentemente fatto visita il vicepresidente Cheney. Delegazioni di secondo piano saranno inviate anche da Iraq, Marocco, Bahrein, Yemen e Oman. A Damasco si dovrebbe discutere della crisi israelo-palestine, dell’Iraq e del Darfur. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani e islamiche hanno inviato una lettera che invita i paesi della Lega ad un maggior impegno per risolvere la crisi nella regione.
http://www.carta.org/campagne/pace+e+guerra/medioriente/13381

Non solo euro. I perché del carovita in Europa

In Europa i prezzi aumentano e il costo della vita sale. La moneta unica, sempre più forte rispetto al dollaro, viene presa di mira. Opec, Bce, grande distribuzione: di chi è la colpa?
I prezzi continuano a salire e l'euro, che ha già oltrepassato la soglia di 1,50 nel cambio col dollaro, continua ad aumentare il suo potere. Nonostante il timore diffuso, la Banca Centrale Europea (Bce) non sembra pronta ad annunciare un abbassamento dei tassi. I politici, per spiegare la crescita debole, accusano l'euro forte, mentre l'Europa, identificata con la Bce, è ritenuta colpevole delle difficoltà economiche. Ma l'aumento dei prezzi è veramente da imputare alla moneta unica?



(Wfabry/Flickr)


I fattori naturali

Prima di puntare il dito sugli effetti anomali dell'euro forte, bisogna tenere conto di un insieme di altri fattori, tra cui alcuni cause strutturali e naturali, che hanno fatto aumentare il costo delle materie prime e delle derrate alimentari. Da questo punto di vista, quindi, l'esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili, come il petrolio, unito al rifiuto dei Paesi Opec di aumentare la loro produzione, è in parte responsabile della vertiginosa impennata del prezzo del barile.
Allo stesso modo, la siccità che ha colpito l'agricoltura australiana nel 2006 ha contribuito a ridurre l'offerta mondiale di cereali, che si è tradotta in un decollo dei prezzi. L'esplosione della domanda dei Paesi emergenti e l'aumento della popolazione mondiale non hanno migliorato le cose. Infine è l'attuale pressione speculativa, in particolare alla Borsa di Chicago, dove sono negoziati i prezzi dei cereali, a completare l'impennata dei prezzi.

Le specificità nazionali: il caso francese

Come si spiega il fatto che i prezzi crescono meno velocemente in Germania che in Francia? Perché, di fronte a un aumento del prezzo del latte del 20%, il prezzo di alcuni prodotti – lo yogurt in particolare – in alcuni supermercati francesi sale del 40%? Questo significa che le strutture economiche nazionali, la grande distribuzione in particolare, influiscono sull'impennata dei prezzi. Sulla base di questi dati, il Primo Ministro francese, François Fillon, ha deciso di aprire un'inchiesta sui prezzi praticati dai commercianti, denunciando nel contempo gli abusi commessi dalla grande distribuzione, che ha particolarmente approfittato della legge Galland, un testo votato nel 1996 con lo scopo di vigilare sui rapporti tra la grande distribuzione e i fornitori, per tutelare sia questi ultimi che i consumatori.
(Photo : armel_rush/Flickr)«Perché il settore alimentare francese è dal 5 al 30% più caro rispetto agli altri mercati europei?», si chiedeva Fillon in un discorso all'Hotel Matignon lo scorso 25 febbraio. Le prime conclusioni di questa inchiesta «rilevano abusi reali» da parte di produttori e distributori, dichiara il premier francese il 29 febbraio.
La Commissione Europea, avendo rilevato questo aumento «ingiustificato» dei prezzi alimentari, ha invitato le autorità nazionali a combattere, se esistono, i cartelli tra i distributori.

I salari stagnanti

L'abbassamento del potere d'acquisto può essere anche dovuto ad un abbassamento, o almeno ad una stagnazione, dei salari. E la moneta unica non è completamente innocente. L'euro forte gioca un ruolo negativo sulle esportazioni: chi vuole comprare dall'Europa deve pagare più caro ed è quindi difficile per le imprese europee imporsi sul mercato estero. Le conseguenze? La crescita diminuisce e i salari pure.
Ma anche in questo caso bisogna tener presente i casi particolari: la Germania continua, infatti, ad esportare e, in generale, non tutti i Paesi europei sono stati colpiti da una crisi economica. L'Irlanda, per esempio, è in una fase di forte dinamismo.

Il dibattito sulla politica monetaria della Bce e i problemi di policy-mix (combinazione delle azioni monetarie e di budget) si apre. Al di là delle questioni sul potere di acquisto, il problema che si pone riguarda la coordinazione e l'uniformità delle politiche economiche e fiscali in Europa.

Foto: in homepage, fragment (wfabry/flickr), in alto nell'articolo (wfabry/flickr), centro commerciale (armel_rush/flickr)
Aurélien Bordet - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14310

USA : la Florida chiede scusa per la schiavitu' dei neri
di Rico Guillermo*

La Florida ha chiesto scusa per il ruolo avuto nella gestione degli schiavi nei secoli passati: A distanza di 140 anni da quando un ex governatore della Florida descrisse gli Africani come "barbari selvaggi da addomesticare e civilizzare", mercoledi' il parlamento dello Stato ha approvato una risoluzione di scuse che esprime "profondo rammarico per la servitu' forzata degli Africani", chiedendo la riconciliazione tra tutti gli abitanti della Florida.

Non vi è stata alcuna discussione prima del voto unanime, ma la lettura della risoluzione - che ha spiegato fra l'altro come le orecchie degli schiavi venissero inchiodate durante la flagellazione ha indotto alle lacrime alcuni deputati. Alla votazione era presente il governatore Charlie Crist, bianco ma affettuosamente soprannominato "il primo governatore nero della Florida" da parte di alcuni parlmentari neri. Anche i due presidenti di Camera e Senato, entrambi repubblicani, erano attivamente presenti.

La risoluzione non ha parlato di riparazioni, anche se il governatore e' sembrato aperto a tale possibilita' ove fosse possibile accertare la discendenza da schiavi, ma un parlamentare nero - pur apprezzando la disponibilita' di Crist - ha detto alla stampa che le riparazioni sono improbabili perche' sono controverse e inoltre il costo sarebbe troppo alto.

Con il voto di mercoledi', la Florida si unisce ad altri cinque Stati - Alabama, Virginia, Maryland, North Carolina e New Jersey - che hanno chiesto scusa per la schiavitu', ma la decisione unanime del parlamento non ha riscosso approvazione unanime nell'opinione pubblica.

Alcuni hanno accusato i parlamentari di "perdere" tempo ed hanno messo in dubbio la necessita' delle scuse quando tutti i proprietari di schiavi sono ormai morti. Altri hanno affermato invece che non era sufficiente e che dovrebbero esserci delle riparazioni. Altri infine hanno elogiato i legislatori, dicendo che sperano questa scelta aiuti la societa' della Florida a superare i conflitti razziali. Alcuni, anche fra i politici, temono che questo possa dare la stura a molte altre richieste di scuse, ad esempio da parte dei nativi americani.

Poco prima della guerra civile, nel 1860, c'erano circa 62.000 schiavi in Florida. Essi costituivano il 44% della popolazione dello Stato, e la loro sottomissione e' stata incorporata nella cultura. Ma gli schiavi neri hanno lavorato in Florida per tre secoli, da quando nel 1500, sotto gli Spagnoli, crescendo in maniera significativa nei primi anni del diciannovesimo secolo. La schiavitù legalizzata e' cessata in Florida dopo la Guerra Civile, con l'approvazione della Costituzione dello Stato, nel 1868, ma fino all'altro giorno non vi erano state scuse ufficiali.

In una lettera del 1861, l'ex governatore territoriale Keith Richard Call descrisse una "persona di discendenza africana", come "animale in forma di uomo, che possiede una grande potenza fisica e senza uno principio della sua natura, una facolta' della mente o un sentimento nel cuore, senza spirito di orgoglio o di carattere che gli consenta di considerare la schiavitù come una degradazione".

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



marzo 28 2008

 

Una mano ... dai contestatori

MicroMega e coloro che scrivono su quella rivista non sono mai stati teneri nei confronti del PD formato Veltroni, men che meno il suo direttore, Paolo Flores d'Arcais. Nell'ultimo numero, che consigliamo a tutti di comprare e leggere, sono espresse alcune dichiarazioni di voto, sorprendentemente in maggioranza per il PD, con tutte le riserve e i distinguo del caso, ma per il PD. Non un voto PER, ma ancora una volta un voto CONTRO. E come può essere diversamente se alla quinta elezione si presenta ancora lo stesso personaggio tanto impresentabile quanto i suoi amici di cordata? Chi non riesce a identificarsi in questo PD, pallido ricordo del sognato ULIVO, ha forse delle alternative che non conducano alla catastrofe berlusconiana? Rifugiarsi nell'Aventino? Abbracciare il subcomandante Fausto? La matematica non lascia scelta e le persone responsabili la risposta l'hanno trovata. Dal loro punto di vista ... turandosi il naso, ma con un pizzico di speranza.
Abbiamo già indicato in un post precedente l'articolo di Paolo Flores d'Arcais. Qui riportiamo integralmente l'indicazione di voto di Lidia Ravera.


VELTRONI È RIFORMABILE, BERLUSCONI NO
LIDIA RAVERA

Ebbene sì, voterò il Partito democratico. Lo voterò perché non voglio che ritorni un governo Berlusconi. Lo voterò perché non credo che Walter Veltroni, con tutti i suoi difetti, possa essere equiparato al suo avversario diretto, né a lui, né a nessuno dei suoi. Lo voterò perché spero che vinca e che, poi, sia lui l’interlocutore delle mie critiche, dato che lui può essere riformato: contestato, aiutato e migliorato. Lui, Walter Veltroni, sì. Silvio Berlusconi no. Silvio Berlusconi può soltanto essere mandato al macero, come i giornali dell’altro ieri.
Voterò il Partito democratico anche se il passaggio dall’Assemblea costituente all’assemblea costituita mi ha delusa un pochino. C’erano due grandi novità: la democrazia di genere e la presenza di una certa quota di « società civile » nella grande assise dei costituenti e, più significativamente, nelle tre commissioni, carta dei valori, codice etico e statuto, fondate al nobile scopo di introdurre qualche novità teorica, metodologica e morale, atta a sostanziare la diversità del nascente partito rispetto a tutti gli altri. Bene (cioè male): la democrazia di genere, cioè il 50 per cento della rappresentanza alle donne (a tutti i livelli, non soltanto, come sempre, piano terra e basement, detto anche cantina), è diventata un 34 per cento che è un passo avanti, ma ci lascia nel limbo del caro vecchio paternalismo: io ti scelgo perché sono buono, ma siccome noi maschi siamo maggioranza e io sono l’esemplare dominante di questa razza maschia, sono e sarò sempre, come del resto sono sempre stato, io che decido.
Quindi: democrazia di genere, rimandata a data da stabilirsi. Quota di società civile?
Scarsina, se per « società civile » si intende quelli che, negli anni del governo Berlusconi, si sono dati da fare nelle piazze e sui giornali e nelle assemblee e nei teatri secondo una concezione etica e passionale della politica, esercitando per vivere, fatto non secondario, un’altra professione.
Non ci ho fatto grande attenzione, ma mi pare sia stato invitato a trascorrere dalla assemblea costituente all’assemblea costituita soltanto Giovanni Bachelet.
Il che è bene (Bachelet è un ottimo compagno di lotta e di governo) ma è un po’ pochino.
Abbondano, invece, imprenditori e «giovani».
Entrambe categorie che si sono viste poco in piazza, nelle assemblee, sui giornali e nei teatri nei cinque anni della nostra «passione», quando al governo c’era Berlusconi.
Mi si è conficcato nel cervello il sospetto che si preferisca, per rinnovare la politica, qualcuno che non l’ha mai fatta, a qualcuno che promette di farla in un modo diverso.
Eppure voterò per il Partito democratico e cercherò di convincere tutti i delusi e tutti i riottosi di sinistra a votare per il Partito democratico.

Primo argomento:
cari compagni, in fondo, che cos’è un voto? Un voto è una piccola cosa. È un minimo democratico gesto che serve a ridurre i danni di una cattiva gestione della cosa pubblica, in un paese già ferito dal debito, dalla generale inefficienza, dalla persistenza del male mafioso, da un sistema di valori corrotto da familismo e individualismo, dalla presenza ingombrante e dall’ingerenza offensiva del Vaticano.
Compito del voto è mettere fuori gioco il centro-destra. Punto e basta.
E banale? Siete stufi di votare turandovi il naso? L’avete fatto troppe volte? Chi se ne frega: fatelo ancora. Preparatevi a rifarlo anche fra cinque anni e anche fra dieci. Il partito buono non esiste. Il partito buono siamo noi, che stiamo fuori, e che facciamo sentire la nostra voce tutte le volte che serve.

Secondo argomento:
cari compagni, voi che avete deciso di non votarli più (gli ex Pci/Pds/Ds, attuali Pd) dopo averli votati, sotto un tot di variabili consonanti, da bravi, chi per 30 chi per 40 anni, per dar loro la lezione che si meritano: la conoscete la storiella di quel signore che, essendo stato tradito da sua moglie e non volendo più farla contenta a letto, si tagliò i coglioni?
Sapete come è finita? Lui morto dissanguato, e lei a letto con un altro.
Vi sembra un lieto fine?

Terzo argomento:
cari compagni, credeteci o no, ma lì dentro, nel Pd, nei mesi in cui mi sono data da fare nella commissione Codice etico, a parte qualche mega trombone e qualche funzionario regionale che interveniva come i cani fanno pipì, per marcare il territorio, ho conosciuto ottime persone. Gente colta intelligente e per bene, conscia dei limiti della politica e consapevole dell’urgenza di cambiare le regole del gioco. Gente capace di ascoltare e di recepire con gratitudine il messaggio di libertà (mentale e materiale) di chi ha sempre fatto politica senza mai chiedere niente in cambio.

P.S. Dice, il caro compagno: ma perché non puoi votare la Sinistra arcobaleno allora? Non preferisci la loro franca retorica comunista alla retorica della mediazione, ai «ma anche», ai buonismi inclusivi eccetera eccetera? No, non la preferisco. Mi pare che riempirsi la bocca di lotta di classe quando, in due anni di governo, non si è riusciti neanche a fare una legge sul conflitto di interessi, sia peggio ancora che leccare il presepe della socialdemocrazia. Mi pare che la sinistra, se non è morta come dice Veltroni, va reinventata, ma non da Bertinotti. Da noi.http://romanordxilpd.blogspot.com/

Marco Travaglio: con Di Pietro, per fare i guastafeste

di Marco Travaglio
Due anni fa votai per l’Italia dei Valori, soprattutto perché nel mio Piemonte candidava Franca Rame, persona straordinaria che sono felice di aver contribuito a mandare al Senato. Credo proprio che anche stavolta tornerò a votare per il partito di Antonio Di Pietro. Conosco le obiezioni dei critici: la gestione padronale e personalistica del partito, da cui molti si sono allontanati; la caduta di stile di far prendere al partito una sede in affitto in uno stabile di proprietà dello stesso Di Pietro; la candidatura di personaggi come Sergio De Gregorio e Federica Rossi Gasparrini, puntualmente usciti dall’Idv dopo pochi mesi dall’elezione; l’adesione di Di Pietro, come ministro delle Infrastrutture, al progetto del Tav per le merci in Valsusa (sia pure dialogando con le popolazioni e discutendo di un possibile nuovo tracciato, alternativo al famigerato «buco» da 54 km a Venaus); la decisione di non chiudere la società Stretto di Messina, pur con la contrarietà ribadita al progetto del ponte; il no alla commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (secondo me sacrosanto, visto che le commissioni parlamentari in Italia servono a confondere le acque e a ostacolare le indagini della magistratura; ma maldestramente motivato con la richiesta di indagare anche sulle violenze dei black bloc, quasi che il parlamento dovesse occuparsi dei reati dei cittadini comuni). Per essere chiari: voterei molto più volentieri per un Einaudi o un De Gasperi redivivi. Ma, in attesa che rinasca qualcuno di simile e riesca a entrare in politica, penso che l’astensione – da cui sono stato a lungo tentato – finisca col fare il gioco della casta, anzi della cosca. Il non voto, anche se massiccio, non viene tenuto in minimo conto dalla partitocrazia: anche se gli elettori fossero tre in tutto, i partiti se li spartirebbero in percentuale per stabilire vincitori e vinti. E infischiandosene degli assenti, che alla fine hanno sempre torto. Dunque penso che si debba essere realisti, votando non il «meno peggio», ma ciò che si sente meno lontano dai propri desideri.
A convincermi a votare per l’Idv sono le liste che ha presentato Di Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione. Ne cito alcuni.C’è Beppe Giulietti, animatore dell’associazione Articolo 21 contro ogni censura ed epurazione, dunque scaricato dal Pd che gli ha preferito addirittura Marco Follini, ex segretario dell’Udc ed ex vicepremier di Berlusconi, come responsabile per l’Informazione: quel Follini che ha votato tutte le leggi vergogna, compresa la Gasparri che è il principale ostacolo alla libertà d’informazione. C’è Pancho Pardi, che ho incontrato la prima volta al Palavobis, poi in tutti i girotondi e che mi auguro di reincontrare quando – se, come temo, rivincerà Berlusconi – ci toccherà tornare in piazza. C’è la baronessa Teresa Cordopatri, simbolo della lotta alla ’ndrangheta in Calabria. C’è, a Napoli, un sindaco anticamorra come Franco Barbato, che ha militato nel progetto di lista civica nazionale insieme a tanti altri amici. C’è Leoluca Orlando, che in quanto ad antimafia non teme confronti. Non ci sono, in compenso, alcuni personaggi discutibili che si erano avvicinati all’Idv, e che sono stati respinti o non ricandidati. E poi ci sarebbero anche Beppe Lumia e Nando Dalla Chiesa, ai quali Di Pietro aveva offerto un posto nella sua lista in Sicilia dopo l’estromissione (nel primo caso provvisoria, nel secondo definitiva) da quelle del Pd, che in compenso ospitano elementi come Mirello Crisafulli, l’amico del boss di Enna: alla fine, grazie anche all’Idv, Lumia è rientrato nel Pd, mentre Nando ha rispettabilmente deciso di declinare l’offerta. E poi c’è Di Pietro che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo pronunciare – da ministro e da leader di partito – una serie di «no» molto pesanti contro le vergogne del centro-sinistra. No all’indulto extralarge salva-Previti, salva-furbetti, salva-corrotti e salva-mafiosi. No al segreto di Stato e al ricorso alla Consulta sul sequestro Abu Omar contro i giudici di Milano. No alla depenalizzazione strisciante della bancarotta tentata da qualche ministro furbetto. No agli attacchi contro De Magistris e Forleo. No al salvataggio di Previti alla Camera (il deputato Idv Belisario, per un anno e mezzo, è stato il solo con il Pdci a chiedere la cacciata del pregiudicato berlusconiano, mentre gli altri facevano i pesci in barile). No al salvataggio di D’Alema e Latorre da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera (lì il dipietrista Palomba s’è pronunciato per autorizzare le intercettazioni Unipol-Antonveneta-Rcs, senza se e senza ma). No all’inciucio mastelliano sulla controriforma dell’ordinamento giudiziario e a tutte le altre porcate del cosiddetto ministro della Giustizia ceppalonico.

Al via il processo a Gotovina

Da Osijek, scrive Drago Hedl

Ante Gotovina
All’Aja è iniziato il processo al generale Gotovina, accusato di crimini di guerra. I media e l’opinione pubblica croata seguono molto attentamente questo evento, vissuto da una parte dei cittadini come un “processo all’intero Paese”
Il tanto atteso inizio del processo al generale croato Ante Gotovina, accusato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per i crimini in ex-Jugoslavia (ICTY), conferma che la portavoce di questo tribunale, Olga Kavran, aveva più che ragione quando alla conferenza stampa di Zagabria, subito prima dell’inizio del processo, aveva fatto delle dichiarazioni apparentemente contraddittorie. Kavran aveva affermato che l’attenzione del pubblico croato per i processi dell’Aja è maggiore quando si processano gli imputati croati rispetto a quando si accusano i responsabili di crimini contro i croati.

L’inizio del processo a Gotovina (insieme a lui sono accusati altri due generali croati, Mladen Markač e Ivan Čermak), è seguito da tutti i mezzi di comunicazione con una pubblicità mai vista, che ha offuscato il modo con cui si è fatta informazione finora su tutti gli altri processi dell’Aja.

Mentre il processo all’ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević era stato seguito sporadicamente, e il processo agli ufficiali dell'ex Esercito jugoslavo (JNA), la cosiddetta «trojka» di Vukovar, (Mrkšić, Šljivančan i Radić) - responsabili del massacro di più di 200 prigionieri croati nell'ospedale di Vukovar – otteneva poca visibilità sui media, l'inizio del processo a Gotovina è diventato il tema mediatico numero uno. I più importanti quotidiani gli hanno dato spazio sulle pagine principali, e alcuni, in particolare i più venduti, «Večernji list» e «Jutarnji list», hanno pubblicato anche degli inserti speciali. La tv nazionale ha trasmesso il processo in diretta dall'Aja, e ha dedicato diverse trasmissioni all'evento.

La pubblicità ottenuta dal processo Gotovina e dei due generali croati per i crimini commessi durante l’operazione di liberazione “Oluja” (tempesta) dell’agosto 1995, è comprensibile se si considera il peso delle accuse a loro carico. In base a queste, i tre generali - Gotovina, Čermak i Markač – erano coinvolti nella impresa criminale congiunta, guidandola insieme al presidente Franjo Tuđman, e l'obiettivo dell'operazione era la definitiva eliminazione della popolazione serba dalla Croazia. Il procuratore rafforza la pesante accusa affermando che, oltre alla legittima liberazione della zona croata occupata dai rivoltosi serbi, l'azione militare servita per la loro espulsione, la distruzione e l'incendio delle loro case e dei loro beni, era parte di un piano studiato affinché i serbi non potessero più fare ritorno in Croazia.

Per la politica ufficiale croata, e per buona parte dei cittadini, questa posizione del procuratore è inaccettabile, in quanto l'operazione «Tempesta» viene considerata non solamente una legittima azione militare che ogni paese ha diritto di intraprendere se una parte del suo territorio è occupata, ma anche una vittoria militare brillante, «pulita», in cui non erano stati pianificati crimini di guerra.
Il generale Gotovina - senza considerare che, dopo l'emissione dell'atto di accusa del Tribunale dell'Aja nel 2001, ha deciso di fuggire e nascondersi fino alla fine del 2005 quando è stato catturato in Spagna e portato nella prigione del Tribunale dell'Aja - per la maggior parte dei croati rappresenta una delle icone nazionali.

L'inizio del processo a Gotovina è vissuto da una parte dei cittadini come un «processo alla Croazia» e al suo «legittimo e giusto sforzo per liberare la sua regione occupata». Il quotidiano “Večernji list”, il giorno seguente all'inizio del processo, è uscito con il titolo «Tuđman sotto accusa», riferendosi alla valutazione del team di avvocati di Gotovina sulle accuse sollevate dal procuratore, l’americano Alan Tieger. E precisamente si tratta di tesi che lo stesso Tuđman aveva diffuso, dopo essere venuto a sapere che il Tribunale dell'Aja indagava i crimini commessi durante l'operazione «Tempesta», e che si interessava anche al suo ruolo in questa operazione (Tuđman in qualità di presidente dello stato era anche a capo delle forze armate), sostenendo che così come è possibile il processo ai generali, al contempo è possibile anche il processo contro di lui, ovvero alla Croazia intera.

Il procuratore Tieger, evidentemente già a conoscenza di tali posizioni dell’opinione pubblica croata, il primo giorno del processo a Gotovina ha dichiarato di non voler in alcun modo incriminare l’intera operazione “Tempesta”, né tanto meno mettere in discussione il diritto della Croazia a riprendersi i propri territori. Se l’è presa con il capo di stato e dell’esercito croato di allora, e con i tre generali accusati, ritenendoli parte dell’impresa criminale congiunta, il cui obiettivo era la pulizia etnica della popolazione serba. Spiegando la sopra citata posizione del capo di stato, Tieger ha affermato che si è trattato di “ vendetta e rappresaglia” per il fatto che i serbi rivoltosi di Croazia, con l’aiuto della JNA, all’inizio della guerra nel 1991 avevano occupato un terzo del territorio croato.

La difesa di Gotovina e degli altri due generali, Markač i Čermak, si oppone decisamente a tali accuse, affermando che non c'è stata alcuna «impresa criminale congiunta», e che l'operazione «Tempesta» è stata un'azione militare legittima e condotta brillantemente, in cui ha perso la vita un numero decisamente inferiore di civili rispetto ad altre operazioni militari dello stesso tipo. Non negano che i crimini siano stati commessi, ma affermano che non erano stati pianificati, e spiegano che in un così vasto territorio liberato non era possibile, in breve tempo, controllare che non avvenisse alcuna vendetta.

Il processo contro Gotovina, che sarà una maratona, con la comparsa di numerosi testimoni, accuse e difese, si troverà a dimostrare e a confutare proprio le premesse presentate i primi giorni da procura e difesa. Questo per la Croazia non sarà solo il processo ai suoi generali, ma anche alla sua storia più recente, e questa storia – come si è spesso potuto sentire finora - non può essere scritta dal Tribunale dell’Aja. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9311/1/44/

Iran: la difficile situazione degli studenti

Così i giovani iraniani d’oggi si presentano, come la generazione che vuole stabilire la democrazia sulla loro terra

Quello della gioventù e degli studenti iraniani è uno degli argomenti maggiormente trattati, essi sono visti dai media come coloro a cui è affidato il compito di compiere una vera e propria rivoluzione.

Nonostante numerossissimi reportage e approfondimenti sul sistema universitario iraniano, sui suoi studenti e in particolare sullo straordinario successo delle giovani donne in ogni campo della cultura e della scienza, le analisi relative alla gioventù iraniana sono per lo più parziali e di parte. Da un lato i pochi dati provenienti dal paese, soprattutto in questo momento particolare, sono spesso artefatti e non sempre facilmente verificabili, dall’altro lato, gli studi condotti dall’esterno comportano un gran numero di approssimazioni e di assimilazioni. Inoltre, oggi, non è sempre possibile condurre sondaggi su questi temi e pretendere di decifrare la società iraniana.

Spesso infatti, quando si parla di studenti iraniani si ha la tendenza ha assimilare comportamenti di un gruppo a tutta la poploazione giovane come se tutti gli studenti iraniani fossero degli attivisti politici contro il regime e sostenitori di un Iran libero e democratico. Quattro anni fa la percentuale dei giovani, sotto i 25 anni, in Iran, era di circa il 60% dei 70 milioni della popolazione totale. Ciò significa che questa larga fetta della popolozione ha conosciuto solo la Repubblica islamica. Pertanto la nostalgia di un paese non teoratico non è così scontata e facile da spiegare. Su 70 milioni di iraniani si contano circa 15 milioni studenti, il numero è notevole se si pensa che è pari al numero degli studenti fracesi ma relativamente basso in rapporto al numero dei giovani in età di studio. Il grande risalto dato dai giornali ai movimenti studenteschi è dunque riferito solo a una parte della popolazione giovane.

Prima dell’avvento al potere di Ahmadinejad, i media occidentali focalizzavano la loro attenzione sui giovani di Teheran, giovani che parlano la stessa lingua dei loro coetanei di Parigi o di New York, la lingua di internet, dei blog e delle manifestazioni, evidenziando la tendenza e il desiderio di questi giovani di distaccarsi da un passato fatto di sofferenze, guerre e sacrifici. Oggi, soprattutto in un contesto più aspro e restrittivo per via delle gravi misure repressive da parte del Governo e del regime, i media focalizzano la loro attenzione sull’impegno dei giovani iraniani per un paese libero e democratico, impegno che, come hanno dimostrato i fatti di dicembre – (quando l’università di Teheran è stato teatro della più grande manifestazione universitaria, con cui gli studenti hanno scosso tutto il mondo accademico e l’opinione pubblica a seguito di una massiccia distribuzione di volantini e manifesti contro il regime e a favore della liberazione degli studenti imprigionati. In questa manifestazione è stata stimata la presenza di circa 1500 studenti, nonostante impositorie misure di sicurezza che hanno bloccato l’accesso all’ateneo circoscrivendo la manifestazione all’interno) - esiste ed è più vivo che mai, ma per comprendere la situazione di questa fetta della popolazione è indispensabile disfarsi dell’effetto “generalizzazione”, secondo cui si attribuiscono a tutti i giovani valori, preoccupazioni e comportamenti propri solo di una minoranza di loro.

Un giovane iraniano oggi è soprattutto una persona cresciuta in un contesto fortemente islamizzato (al contrario dell’epoca dello Shah in cui la religione era offuscata a favore dell’unità iranica) ed è nato o ha trascorso la sua infanzia nel contesto di una guerra, quella contro l’Iraq, durata otto anni, di cui tutt’oggi rimangono piaghe aperte. E’ un paese ancora piuttosto povero, quasi la metà degli iraniani vive sotto la soglia di povertà e una delle principali preoccupazioni per un iraniano è trovare lavoro, inoltre dagli ultimi due anni è suddito e vittima di un efferato regime e suddito di un paese che è doppiamente vittima, dall’interno e dall’esterno, dopo l’inasprimeto dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa a causa della questione del nucleare, dei metodi repressivi e delle dichiarazioni antisioniste di Ahmadinejad.

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32181


I neo-nazisti dell'NPD ancora sotto accusa

Il rinvio a giudizio di Udo Voigt, presidente federale dell’NPD, la piccola formazione che si definisce nazional-democratica, ma che i più bollano come neo-nazista, riaccende il dibattito politico in Germania sull’opportunità di una definitiva messa al bando del partito. I fatti contestati risalgono alla vigilia dei Mondiali di Calcio del 2006, quando Voigt e alcuni suoi collaboratori lanciarono una campagna dai toni inequivocabilmente xenofobi per protestare contro la convocazione di giocatori di colore da parte del commissario tecnico della nazionale. Lo slogan, di per sé non tra i più felici, - “Bianco, non solo il colore della maglia! Per una vera squadra nazionale”- sarebbe probabilmente caduto nel dimenticatoio, se ad esso non si fosse aggiunta la foto della maglia numero 25, indossata allora dal calciatore Patrick Owomoyela, nato da padre nigeriano e madre tedesca. I volantini erano già stati sequestrati dalla polizia tedesca nell’Aprile del 2006, ma Voigt, non contento del polverone suscitato, aveva provveduto a stampare una nuova serie di brochure sulle quali campeggiava a lettere cubitali la domanda che per gli esponenti dell’NPD doveva suonare come una premonizione: “La squadra tedesca nel 2010?” e accanto l’immagine di dieci giocatori con la pelle nera e solo uno di “razza ariana”. Con Voigt compariranno di fronte al giudice penale di I grado di Berlino anche il portavoce del partito Klaus Beier e il presidente del movimento per la Turingia Frank Schwerdt, tutti chiamati a rispondere del reato di Volksverhetzung, qualcosa che suona più o meno come “incitamento all’odio tra i popoli”, reato punito con la reclusione fino a 5 anni dal severissimo Codice penale tedesco. Nulla di cui stupirsi comunque. Il caso in oggetto è soltanto l'ultimo di una lunga serie di procedimenti giudiziari apertisi di recente ai danni di esponenti neo-nazisti. Nel febbraio scorso, il tesoriere dell'NPD, Erwin Kenma era finito dietro le sbarre per essersi indebitamente appropriato di 627.000 Euro dalle casse del partito, mentre il responsabile dell'NPD ad Amburgo, Juergen Rieger, si era visto notificare un avviso di garanzia nel Settembre scorso  per "aver negato l'Olocausto". Insomma la battaglia giudiziaria continua.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Europa, si apre il dibattito sul boicottaggio dei Giochi
di PIERLUIGI MENNITTI

 Se per Pechino sul piano militare appare più difficile del previsto riportare l’ordine a Lahsa, su quello mediatico la partita può considerarsi già perduta. Solo qualche giorno fa sarebbe stato impensabile che i governi occidentali prendessero in considerazione l’ipotesi di una qualche forma di boicottaggio verso i giochi olimpici cinesi del prossimo agosto. Ma la durezza della repressione e la sensibilizzazione di media e opinione pubblica ha aperto in molti paesi un dibattito che ormai occupa stabilmente le prime pagine dei giornali. E’ quanto la Cina temeva più di ogni cosa. La clamorosa protesta dei rappresentanti di Reporter sans Frontieres in occasione dell’accensione della fiaccola ad Olimpia, lascia presagire che i prossimi mesi saranno uno stillicidio per l’immagine mondiale della Cina: per quanto l’autocrazia cinese si dimostri apparentemente ermetica rispetto alle proteste, un Paese ormai immerso nel mercato economico globale è destinato a risentirne, anche pesantemente. Il passo più lungo lo ha compiuto per ora il presidente francese Nicolas Sarkozy, il quale ieri non ha escluso l’ipotesi di una qualche forma di boicottaggio se la Cina dovesse proseguire nella sua azione repressiva contro il Tibet. Sollecitato da un appello pubblicato da Le Monde, Sarkozy ha lasciato intendere che la Francia prende in considerazione tutte le opzioni possibili. Informalmente, il presidente non si è spinto fino all’ipotesi estrema del boicottaggio dei giochi da parte degli atleti francesi ma ha lasciato trapelare la possibilità di non far partecipare la squadra alla cerimonia d’apertura. Sarkozy ha così risposto indirettamente anche a quanti, nel suo stesso partito, avevano considerato troppo morbida la sua posizione: lunedì il presidente aveva invitato il governo cinese alla moderazione. E sprezzante era stato il commento di Alain Juppé sul suo blog: “Insomma, noi chiediamo al potere cinese di uccidere con moderazione”. Le Monde aveva ricordato a Sarkozy l’enfasi mostrata in campagna elettorale sul tema dei diritti dell’uomo, l’ex primo ministro Dominique de Villepin lo aveva invitato a brandire con decisione la minaccia del boicottaggio, il Partito socialista aveva chiesto gesti forti.

Su Sarkozy incombeva anche il confronto con Angela Merkel che, alcuni mesi fa, aveva affrontato le ire del governo cinese e le polemiche dei realisti raccolti attorno al ministro degli Esteri socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier incontrando ufficialmente alla Cancelleria il Dalai Lama. Neppure la comunità economica tedesca, che con la Cina ha avviato da tempo rapporti intensi, aveva apprezzato il gesto simbolico della cancelliera. Sembrava che la Merkel avesse creato il finimondo, sostiene ancora Le Monde, eppure alcune settimane dopo le tensioni sono scemate. Tuttavia la posizione del governo tedesco verso la Cina resta centrale, anche rispetto a Parigi, per misurare il polso della reazione europea, tanto intensi sono i rapporti commerciali fra i due Paesi. Il dibattito in Germania ha preso piede in questi giorni e il tema del boicottaggio è balzato di colpo al centro della discussione. L’esecutivo non ha ancora preso ufficialmente posizione e i ministri si astengono per il momento dal fare dichiarazioni. In verità, nonostante quello che sostiene Le Monde, le polemiche anche interne seguite all’incontro della Merkel con il Dalai Lama non si sono affatto sopite, anche sul piano interno. Ecco perché la prima preoccupazione del portavoce del governo Thomas Steg è stata quella di assicurare che, per la nuova visita del Dalai Lama in Germania il prossimo maggio, non è previsto alcun incontro alla Cancelleria. Ufficialmente perché in quei giorni Angela Merkel sarà in visita all’estero. E diplomatica è al momento anche la posizione di Steinmeier che chiede al governo cinese “trasparenza” nella politica verso il Tibet. Più o meno quello che aveva chiesto lunedì scorso Sarkozy. Mentre il suo portavoce si mantiene sul vago: è saggio non parlare affatto di boicottaggio anche se questa opzione non è del tutto esclusa.

Più vivace è invece il confronto che si agita fra i partiti. A gettare benzina sul fuoco è stata l’intervista concessa alla Frankfurter Allgemeine da Thomas Bach, presidente della Lega olimpica tedesca e vicepresidente del Comitato olimpico internazionale. Bach ha sostenuto con tono piuttosto secco che gli atleti non devono occuparsi di politica e che il loro compito è solo quello di partecipare ai giochi. Possono avere le idee che vogliono ma non hanno il diritto di esprimerle in alcun luogo olimpico: “Le regole prescrivono la neutralità politica e i luoghi olimpici devono restare liberi da ogni dimostrazione politica”. Nessun gesto eclatante durante una premiazione o una conferenza stampa verrà tollerato, insomma. E se la nuotatrice Antje Bushschulte replica con candore che “se si prende come misura il rispetto dei diritti dell’uomo, allora non si sarebbero dovuti concedere i giochi olimpici alla Cina” e “nella nostra società chiunque ha il diritto di esprimersi liberamente e questo deve accadere anche alle Olimpiadi”, i politici accusano Bach di aver invaso un terreno che è competenza della politica e non di un dirigente sportivo. Dai Verdi giungono le critiche più feroci. La leader Claudia Roth ha stigmatizzato la dichiarazione di Bach “come una cambiale in bianco consegnata dalla Germania ai dirigenti cinesi per il proseguimento delle violenze in Tibet”. La Cdu sposa al contrario una linea di una prudente Realpolitik: percorrere tutte le vie del dialogo politico per risolvere le sofferenze e far cessare le violenze. Ma la frazione europarlamentare del partito si spinge fino a ipotizzare sanzioni economiche. Il boicottaggio, per ora, non viene preso in considerazione, “anche se nessuno può dire come evolverà la situazione nelle prossime settimane”, dichiara Eckart von Klaeden, l’esperto di esteri della Cdu. E mentre in Italia il tema non entra nel confronto elettorale fra i partiti, giunge da Lubiana (la Slovenia è presidente di turno dell’Ue) la prima dichiarazione ufficiale dell’Unione Europea: si richiama la Cina al rispetto dei diritti umani. Forse un po’ poco. Ma una posizione comune europea su eventuali ritorsioni verso i giochi olimpici può forse essere la strada giusta per superare timori e timidezze nazionali.http://www.ideazione.com/new_2008/articoli/2008/marzo/2008_03_27_p_mennitti.htm

Bassora: un tentativo di eliminare l'opposizione al governo

 

Questa mattina uno dei principali oleodotti iracheni, nei pressi di Bassora, è stato dato alle fiamme. Un’autobomba è esplosa a Kirkuk. Sale a 44 il bilancio delle vittime dei combattimenti a Kuk. Lo scontro in corso tra forze governative e milizie sciite di Al-Sadr, che ha il suo epicentro a Bassora, continua a mietere vittime. Holland e Jarrer hanno tracciato, sul sito www.alternet.org, un’analisi dello scontro in corso che smentisce l’interpretazione che ne danno i principali media americani. Quello che si sta verificando nel sud dell’Iraq non è, secondo i due giornalisti, uno scontro tra truppe regolari e miliziani locali, ma la punta dell’iceberg di uno conflitto politico di lunga durata, che vede da una parte il governo di coalizione guidato da Maliki, dall’altra i fedeli del leader più carismatico del fronte nazionalista, al Sadr. Quest’ultimo è favorevole ad un governo centrale forte, all’indipendenza del paese rispetto a Usa e Iran ed è contrario alla privatizzazione del settore energetico. Questo programma, che lo oppone al governo Maliki, rende probabile il trionfo del suo schieramento alle elezioni provinciali che si terranno ad ottobre. Sono queste consultazioni, decisive per i futuri equilibri del paese, la chiave di lettura per l’offensiva in corso da parte delle truppe governative: un tentativo di eliminare sul campo un’ingombrante opposizione. In questa situazione l’amministrazione Usa sta apertamente appoggiando un governo minoritario e autoritario, una mossa che toglie credibilità – se ancora ce ne fosse bisogno – alla propaganda governativa e mette a repentaglio il calo della violenza che si era registrato nell’ultimo http://www.carta.org/campagne/pace+e+guerra/medioriente/13363


La tripla crisi globale
Fulmine Un Manifesto che affronta la tripla crisi che il pianeta si trova ad affrontare: cambiamenti climatici, picco del petrolio ed esistinzione delle risorse viventi. Un messaggio ai governi per alternative economiche e di sviluppo.
La “tripla crisi”, relazionata con il cambiamento del clima, la volata del prezzo del petrolio e l’estinzione di massa delle specie viventi, é stata il tema di tre giorni di confronto tenutisi alla George Washington University, Washington, DC, USA nel mese di Settembre 2007 (Confronting the Global "Triple Crisis. Climate Change, Peak Oil, Global Resource Depletion & Extinction").

L’incontro, una sorta di momento di studio collettivo organizzato dall’International Forum on Globalization (www.ifg.org) e dall’Institute for Policy Studies (www.ips-dc.org) era finalizzato a mandare un messaggio non equivoco all’opinione pubblica e ai governi, basato sulla corretta informazione circa i processi ambientali, economici e sociali in corso. L’IFG e lo IPS agiscono da anni come stimolo e portavoce di una miriade di realtà locali in tutto il mondo. Questi gruppi, ONG, istituti di ricerca, sono ben consapevoli dei problemi creati dall’attuale sistema economico mondiale (la Globalizzazione e l’azione delle grandi Corporazioni economiche) e agiscono spontaneamente alla ricerca di alternative, si collegano, le mettono in pratica. E dove le Corporazioni privatizzano i semi c’è chi mette in atto una sistematica tutela del patrimonio biologico locale; dove le Corporazioni privatizzano l’acqua, c’è chi si organizza per difenderla; e così via, in un grande fermento che non appare sui media, ma crea opinione e informazione.

Si ringrazia per la collaborazione il Prof. Sergio Ulgiati dell'Università degli Studi di Napoli Parthenope - Dip.to di Scienze per l'Ambiente
http://qualenergia.it/view.php?id=738&contenuto=Documento

Sudafrica: ActionAid denuncia spostamenti forzati per estrarre platino

Miniere di platino in Sudafrica - foto ©ActionAid
Miniere di platino in Sudafrica - foto ©ActionAid
La compagnia Anglo Platinum apre nuove miniere sudafricane nella regione di Limpopo e "migliaia di persone, specialmente donne, residenti nelle aree rurali hanno perso la loro terra e i principali mezzi di sostentamento per fare posto alle miniere di Anglo Platinum" - denuncia ActionAid in un rapporto. "I dislocati in nuovi insediamenti preparati dall’azienda ricevono soltanto minime compensazioni con poche possibilità quindi di ricominciare a condurre la propria vita". "Gli abitanti delle comunità, soprattutto le donne, hanno perduto i loro principali mezzi di sostentamento, l’accesso alla terra e all’acqua. Questo costituisce una violazione dei loro diritti umani più basilari" - dichiara Zanele Twala, direttrice generale di ActionAid in Sudafrica.

Ieri, alla presentazione del rapporto erano presenti anche i rappresentanti della Anglo Platinum che in un comunicato hanno dichiarato che non solo i risarcimenti sono stati adeguati ma anche la quantità di ettari coltivabili è quasi raddoppiato, mentre sulle accuse di contaminazione i rappresentanti della Anglo Platinum si sono riservati di rispondere durante una conferenza stampa che dovrebbe svolgersi la settimana prossima. Nessuna risposta sulle accuse di aver pagato le forze dell’ordine affinché agissero a loro favore e a quelle di aver effettuato un trasferimento forzato delle popolazioni tagliando acqua e elettricità nei villaggi. La Anglo Platinum ha infine dichiarato che se la Commissione per i Diritti Umani, alla quale ActionAid ha ieri sottoposto il rapporto, vorrà indagare sui risultati presentati, sarà la benvenuta, perché la compagnia ritiene di agire nel rispetto dei diritti umani

La compagnia Anglo Platinum controlla il 40% della produzione mondiale di platino con profitti elevatissimi: solo nel 2007 ha realizzato 1,75 miliardi di dollari. "L’azienda, pur dichiarandosi attore socialmente responsabile, spende in realtà meno dell’1% dei tuoi profitti per promuovere lo sviluppo delle comunità sulle cui aree porta avanti l’attaività estrattiva" - riporta ActionAid. Il platino estratto in tutto il mondo viene utilizzato soprattutto nell’industria automobilistica per la produzione di marmitte catalitiche.

I trasferimenti delle popolazioni nella regione di Limpopo hanno portato ad un incremento non solo del problema della fame e della povertà ma anche la distruzione delle tradizioni popolari delle popolazioni locali sostiene ActionAid. "Ci hanno fatto molte promesse ma nessuna si è rivelata vera" - afferma Isaac Pila, 72 anni, allontanato dal suo villaggio per fare spazio a una miniera e confinato in un’altra zona. "Il terreno qui non è adatto al pascolo e la mia gente non riesce nemmeno a coltivarlo. Ci avevano promesso che avremmo vissuto come nel nostro villaggio, anche meglio. Non è vero. La mia gente ora sta soffrendo la fame".

Esami sulla qualità delle acque effettuati da ActionAid hanno inoltre rilevato gravi livelli di inquinamento in quattro siti vicini alle miniere dell’Anglo Platinum, comprese due scuole. Le attività minerarie molto probabilmente sono la causa
di questo inquinamento, che ha reso il consumo dell’acqua nocivo per le popolazioni locali. Inoltre, molte comunità sono costantemente esposte ai pericoli delle esplosioni minerarie, una vera e propria minaccia per la loro salute. Sono sempre le comunità più povere a pagare il prezzo dello sviluppo senza regole delle multinazionali ed è responsabilità dell’intera filiera produttiva garantire che vengano garantiti e tutelati i diritti di tutti coloro che vi sono coinvolti e in particolare delle comunità più emarginate che subiscono maggiormente l’impatto dei comportamenti non socialmente responsabili da parte di alcune aziende.

ActionAid Italia chiede al governo italiano, uno dei principali importatori mondiali di platino proveniente dal Sudafrica (il 16% di tutto il platino esportato in Europa), di sostenere in sede ONU i processi per lo sviluppo di un sistema normativo internazionale che regoli le attività delle imprese multinazionali, affinché siano rese responsabili del rispetto dei diritti umani nelle zone dove operano. Al governo del Sudafrica di rifiutare la proposta di modifica del Mining Act che indebolirebbe in maniera sostanziale le tutele ambientali e sociali del paese. All’Associazione Nazionale Fra Industrie Automobilistiche (ANFIA) e alle principali aziende automobilistiche Italiane di esercitare la massima pressione sui propri fornitori per assicurare che l’Anglo Platinum operi in modo da non causare danni alle comunità che vivono in prossimità dei propri siti minerari. [GB
http://www.unimondo.org/

Sri Lanka all’avanguardia nella lotta contro la tubercolosi
di Melani Manel Perera
Per la Giornata mondiale contro la Tbc, il ministro della Sanità parla dei risultati ottenuti e dell’impegno futuro. Per debellare il male, sono fondamentali l’impegno e la consapevolezza di tutti.

Colombo (AsiaNews) – Lo Sri Lanka “è all’avanguardia nella lotta contro tubercolosi (Tbc) e Aids”. Il ministro per la Sanità e la nutrizione Nimal Siripala de Silva, intervenendo il 24 marzo a Colombo al convegno “Io fermo la Tbc”, per la Giornata mondiale per la lotta contro la malattia, ha ricordato che il Paese “con una popolazione di 20 milioni ha avuto solo poche migliaia di nuovi casi”.

Secondo dati ufficiali, ci sono stati appena 8.497 nuovi casi nel 2007 e lo Sri Lanka non rientra tra i 5 Stati del sud-est asiatico dove il male è più diffuso, tra cui la vicina India. Si calcola che un terzo della popolazione mondiale sia infettato dal bacillo della Tbc, con 100 milioni di nuovi contagi e oltre 2 milioni di morti l’anno, soprattutto in Africa.

Ma c’è ancora molto da fare, anche considerato che “circa il 7% dei malati del Paese non si cura bene”, quando “6 mesi di cure guariscono completamente il paziente”. Anche perché è una malattia sempre pericolosa “per il suo stretto legame con l’Aids”. I malati di Aids perdono le difese immunitarie e sono facile vittima della Tbc.

Occorre – prosegue de Silva – maggiore educazione e prevenzione nella società e nelle scuole e spiegare ai malati che il male è curabile e non raccoglie più il disfavore sociale del recente passato.

Il 24 marzo anche Papa Benedetto XVI ha ricordato la Giornata Mondiale per la Lotta contro la Tubercolosi e si è detto “particolarmente vicino ai malati e alle loro famiglie. Auspico che cresca l’impegno a livello mondiale per debellare questo flagello. Il mio appello si rivolge soprattutto alle istituzioni cattoliche, affinché quanti soffrono possano riconoscere, attraverso la loro opera, il Signore Risorto che dona ad essi guarigione, conforto e pace”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11869&size=A


Mutuo, ebay e jamón: il carovita made in Spagna

Il caso di due giovani spagnoli alle prese con i conti mensili, in uno dei Paesi più colpiti dal carovita. Massima resa, minima spesa. Come fare?


Lola e Guillermo, due giovani spagnoli

Lola e Guillermo, due giovani spagnoli. Lei divide il suo appartamento di Madrid con altre due persone, è giornalista e lavora per un’agenzia di stampa. Guadagna 800 euro al mese, e quasi la metà serve per l’affitto, le spese e i mezzi di trasporto. Lui vive in una cittadina nel nord del Paese, guadagna 1.300 euro di cui 800 sono destinati al mutuo per la casa in cui vive. Entrambe le loro situazioni sono emblematiche della gioventù spagnola che ha deciso di rendersi indipendente.
«Oltre all’affitto o al mutuo ci sono le spese inevitabili: le bollette della luce, del gas, del telefono, l’abbonamento ai mezzi pubblici. E la lista potrebbe continuare all’infinito», dice Lola. «Quando me ne rendo conto, mi resta più di metà mese davanti ed appena 400 euro per sopravvivere fino allo stipendio successivo». Anche Guillermo, nonostante lo stipendio sia più alto, confessa che spesso il suo conto si chiude in rosso.

Tecniche di sopravvivenza

(Photo: A.L.F)In una capitale come Madrid è possibile far fronte alle spese di un mese con 400 euro? Gran parte dei ragazzi, anche se indipendenti, ci riescono solo grazie all’appoggio economico della propria famiglia. «Vivo vicino ai miei e di solito mangio e faccio la lavatrice da loro per risparmiare energia», afferma Guillermo.
Di fronte alla necessità di tirare la cinghia si sono sviluppate diverse tecniche di sopravvivenza. La soluzione più drastica alle tasche vuote è adottare abitudini più economiche: non fumare, viaggiare con i mezzi pubblici ed evitare le tentazioni della città. In poche parole: non spendere, a meno che non sia strettamente necessario.
Ma è difficile sfuggire al consumismo. Per questo molti si ingegnano alla ricerca di un’opportunità di risparmio: come massimizzare la resa con una spesa minima? Lola ci dice che quando ha bisogno di risparmiare sul cibo va al Museo del Jamón (museo del prosciutto), conosciuto a Madrid per i prezzi economici: «Con due euro puoi mangiare un panino, una bibita in lattina e un frutto. Il menù più economico in un qualsiasi altro bar costa sui sette-otto euro, perciò il risparmio c’è». Un'altra soluzione è il bar a tapas: con una birra ti offrono qualcosa da mangiare. Un classico della notte madrilena per i salvadanai che piangono.
Un’altra opzione è la seconda mano. Il mercato-simbolo di Madrid è quello di El Rastro, dove ogni domenica mattina migliaia di persone si incontrano per le strade del quartiere Latina alla ricerca dei migliori affari. E c'è sempre Internet: Guillermo, appassionato di aste, ci dice che si solito acquista e vende on-line: «Trovo oggetti di qualità migliore e ad un prezzo più conveniente, e posso rivendere quello che non mi serve più».
(Photo: A.L.F)E c'è sempre la condivisione. Secondo le statistiche del portale immobiliare idealista.com l’età media degli utenti che cercano un appartamento da condividere è di 27 anni a Madrid e 28 a Barcellona. Non sono solo studenti, ma anche giovani lavoratori che vedono in questa scelta una valida alternativa. Curioso il fatto che non sia solo lo spazio ad essere condiviso, ma anche beni e servizi, come la lavatrice, la palestra o, addirittura, la macchina.


Foto all'inizio dell'articolo (pieter.morlion/flickr), in home page: Euro (wfabry/flickr)
Alma López Figueiras - Madhttp://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14306rid

Germania : Chiesa cattolica ammette , uso' schiavi ebrei
di Gabriella Mira Marq*

La Chiesa cattolica tedesca ammette di aver sfruttato migliaia di schiavi ebrei durante il regime nazista. La notizia - che e' stata riportata da diversi notiziari tedeschi - e' stata data da un portavoce ecclesiastico tedesco.

Lo studio autocritico sul fenomeno sara' presentato il 4 aprile a Magonza dal Cardinale Karl Lehmann, che fino al febbraio scorso ha presieduto la Conferenza episcopale della Germania, unitamente alle inziaitive intraprese per risarcire le vittime del turpe sfruttamento.

In 700 pagine di documentazione - un progetto storico definito ambizioso - si offre per la prima volta uno studio della situazione dei lavoratori schiavi e dei prigionieri di guerra che dal 1939 al 1945 furono obbligati a svolgere diversi lavori, ovviamente gratuiti, in diverse organizzazioni dipendenti dalla Chiesa.

Mentre i prigionieri e deportati costretti a lavorare nell'industria tedesca furono milioni, nel rapporto della Chiesa tedesca sono documentati i casi di 4.829 lavoratori schiavi e di 1.075 prigionieri di guerra operanti al servizio delle organizzazioni cattoliche.

Per poter finanziare gli indennizzi per i sopravvissuti, la Chiesa ha creato, a partire dal 2000, un fondo di due milioni e mezzo di euro.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



marzo 27 2008

WV e il partito che non c'è

 

Veltroni sta portando avanti una straordinaria campagna elettorale. Chi ha potuto seguirlo nelle tappe in giro per l'Italia parla di un clima straordinario, di grandi entusiasmi, di forte capacità di trascinamento. Entusiasmi e passioni che riescono a contagiare non solo la base del pd ma anche elettori indecisi o curiosi. Per questa ultima parte di campagna elettorale, tuttavia c'è un grande assente: la macchina organizzativa del Partito. L'impressione è che un pezzo di apparato "storico", pure confermato in posizioni importanti (nelle federazioni e nelle regioni il ricambio dei gruppi dirigenti rispetto alla somma ds e margherita è stato molto basso), non si stia muovendo adeguatamente per questa campagna elettorale. E non è una questione organizzativa. http://www.qualcosadiriformista.ilcannocchiale.it/post/1841441.html


I’m PD? Gli errori (e le opportunità) dello spot pro-PD

Quando Internet vuole sa come essere veloce. Tempo di un link e di poche ore e il video SI PUO’ FARE con Walter - I’M PD ha fatto letteralmente il giro del Web italico.

Andata e ritorno in pochi click, tra sberleffi e applausi. Il video girato dal PD di Milano (www.02pd.it) è stato in realtà aggiunto due giorni fa, ma solo oggi il link è finito nel tritatutto conversazionale di Twitter e quindi risputato fuori con accelerazione centripeta di blog (Miic) in blog (Emmebi) in blog (Suzukimaruti) in blog (Pietro Izzo) in blog (Akille: che azzarda un parere positivo), e così via (sembra uno scioglilingua 2.0).

E ovviamente c’è tutta la serie di video animati da Diego Bianchi, alias Zoro.

Questo non è certo il primo video messo on line a favore del Partito Democratico: noi, come molti altri, avevamo segnalato la bella serie opera del Circolo on-line Obama sul confronto PD-PDL sulla falsariga dei famosi video comparativi MAC vs PC. Qui sotto l’ultimo video in ordine di tempo.

Tre considerazioni.

Rispetto ai video geek del Circolo Obama, però, la risposta della Rete al video YMCA è stata - almeno in queste prime ore - più intensa (e anche più negativa).

Prima considerazione. Il successo e il mainstream.

Il contenuto in sé, sul Web odierno, è difficilmente scindibile dai meta-contenuti conversazionali che lo accompagnano.

La prima considerazione è che il video del PD YMCA avrà successo. Diventerà facilmente uno dei video politici più visti su YouTube italico di questo scorcio di fine campagna. E verrà probabilmente ripreso dai media “tradizionali”. La domanda è semmai se vale comunque la logica del “tutto bene purché se ne parli”. E se vale anche per i fenomeni di Rete. Perché talora il giudizio che collettivamente emerge intorno ad un prodotto di questo tipo può facilmente diventare un’aura negativa che ne puntella la visione, definendo di fatto la “situazione comunicativa” (si pensi per esempio ai commenti su YouTube o ai casi di embed con commento ironico).

Seconda considerazione. La chiarezza dell’ingaggio comunicativo.

Apparentemente il video sembra fuoriuscire da ambienti “dentro” il partito (02pd.it). Da cui appunto ci si aspetterebbe qualcosa di meglio. Forse non è così, ma la chiarezza su questo punto è vitale. Deve essere chiaro qual è il livello di “integrazione” ufficiale nella campagna.

Al di là delle condivisibili critiche (sul testo troppo “berlusconiano”, sulla realizzazione filmica o sull’autoironia tarata male) il problema di questo video è anche in parte il modo in cui è stato presentato dai suoi autori (o addirittura non contestualizzato sul sito). Gli autori non si presentano come un gruppo di supporter con telecamerina (non come un UGC in senso stretto). Anche se probabilmente lo sono. L’ingaggio comunicativo è insomma poco chiaro. Ecco infatti come presentano il video (neretto mio): «La risposta democratica a “Meno male che Silvio c’è”. Una produzione “02PD a Milano piace democratico”, interpretata e realizzata da volontari e simpatizzanti del Partito Democratico per sostenere Walter Veltroni nella sfida elettorale». La chiarezza è vitale. Se è un contenuto ufficiale le pretese aumentano, così come le critiche (soprattutto degli elettori d’area). Se è un contenuto “amatoriale” al massimo si fa una risata.

Terza considerazione. Bastava scrivere: è stato fatto con 70 euro di budget.

Quello che è mancato a questo video (cui non manca invece una certa divertita verve) è insomma anche una efficace definizione del contesto comunicativo: chi è che sta dietro la macchina da presa?

E dal punto due si va facile al punto tre. Perché appunto - dal mio punto di vista e mi ripeto - quello che è mancato a questo video è una efficace definizione del contesto comunicativo. La capacità di comunicare prima ancora che si prema il pulsante play cosa si sta andando a vedere: uno spot commissionato da Veltroni? Un video approvato dal PD lombardo o milanese? Una semplice iniziativa di simpatizzanti? Eppure cercando in giro ho trovato il blog di uno dei suoi autori, in cui si scrive «Ecco il video che abbiamo realizzato con i ragazzi di 02PD. 3 settimane di lavoro, 70 euro di budget e tanta passione». Ecco. Era questa esattamente la cosa da scrivere accanto al video su YouTube.

Nota personale.
Non vorrei (e lo dico con timore vero) che questo video sia in parte la prova che l’illusione di una certa internet miracolistica, del “famo er viral come Obama” stia dando il colpo finale alla mai-davvero-nata propensione comunicativa della politica italiana. Il tutto mentre altrove si fanno i conti: e spunta fuori che lo speech di Barack Obama sul razzismo (di cui ho scritto con abbondanza di link su Webgol), ha ora raggiunto quota quattro milioni e passa di visualizzazioni. Ne scrive Ari Melber su TechPresident e dice, in soldoni: il totale delle visualizzazioni del discorso su YouTube nell’ultima settimana ha superato l’audience dello stesso discorso sulla tv (sui tre canali della televisione via cavo).http://www.spindoc.it/2008/03/26/im-pd-gli-errori-e-le-opportunita-dello-spot-pro-pd/


Io voto per il PD - 2°

La cosa più triste, a proposito della crisi, è che il governo è caduto per qualsiasi cosa, eccetto quelle per cui avrebbe meritato di andare sotto con i numeri.

Non è caduto sulla questione delle morti sul lavoro, che da noi sembra ormai Adotta il voto di un immigrato un bollettino di guerra, o sulla precarietà introdotta dalla L. 30 che è diventata una delle colonne portanti del sistema produttivo italiano, un po’ come succedeva nell’anteguerra. Leggetevi l'ottima Lameduck, a questo proposito, come al solito lucidissima e cattivissima.

Non è caduto sul ri-finanziamento delle truppe di occupazione che abbiamo in giro per il mondo, che ha visto la cosiddetta sinistra - che oggi si presenta pacifista e contraria alla guerra per raccattare qualche voto - compatta a votarle per “responsabilità di governo”.

E nemmanco sull’alta velocità, che sarebbe comunque stata imposta da una popolazione che non solo non la vuole, ma sta facendo resistenza con ogni mezzo necessario, e sarebbe stata imposta con l’appoggio della sinistra arcobaleno.

Sarebbe potuto cadere l’ora della grande manifestazione di Vicenza contro l’allargamento della base americana, che invece ha visto la vecchia maggioranza semirossa solidarizzare con “il popolo del no” salvo ribadire l’intenzione di concedere agli USA quello che volevano.

Sarebbe potuto cadere per cose importanti, come la legge sull’immigrazione, tanto annunciata e mai presentata, proprio per non costringere nessuno a mettere in difficoltà il manovratore.

Oppure ancora sulla mancata promessa dei DI.CO per le coppie di fatto, omosessuali o meno, barattate in favore dell’alleanza spuria con la Margherita dei Teo-Dem alla Binetti.

E invece, no.

Il governo è caduto a causa di Mastella, Fisichella e Dini.

Niente di pregnante per la politica italiana, per carità: un paio di mogli tartassate dalla magistratura (e mi dispiace per loro) e un fascista riciclato alla Margherita. Nulla di politico, tutto di personale. Almeno all’apparenza.

Comunque, torniamo a noi, alla fine ci sono arrivata anche io al “meno peggio”, o al “si salvi chi può”.

Certo, mi piacerebbe prendere una posizione fighetta, come faranno alcuni compagni: astenermi.

O magari frichetton-ideologica, come altri compagni che ancora ci credono: votare “La sinistra - L’arcobaleno”.

Mi pare d’aver già scritto che questa legge elettorale è agghiacciante: conosciamo già in anticipo la composizione nominativa del Parlamento, siamo esclusi dalla scelta del nostro candidato, che ci viene imposto da un gruppo di non più di una decina di persone, che di fatto governano l’Italia. E sono cose che sappiamo tutti.

Ma questa legge, che purtroppo in quasi due anni di governo non è stata cambiata – così come nessuno ha messo mano al conflitto d’interesse, anzi, hanno prorogato in finanziaria per altri 5 anni la presenza di Rete4 in chiaro -, ci costringe a fare una scelta in melius, o – meglio detto - alla meno peggio.

Sono arrivata alla conclusione, e ci sono arrivata con il rumour del Ministero ad Allam, che fare i fighetti o i fricchettoni non creerebbe problemi a noi, almeno non quanti ne subirebbero i milioni di immigrati che sono in Italia, e che non hanno diritto di voto né di veto su quello che viene loro affibbiato dai nostri democratici governi, sia di destra sia di sinistra.

Sarebbero davvero senza difesa: una coalizione che in quasi due anni di governo non è riuscita a buttare giù uno straccio di legge decente che tutelasse i diritti civili delle minoranze etniche, non è che susciti grandi aspettative sulla sua capacità di opporsi a quello che questa destra massimalista potrà infliggere alle comunità straniere.

Basti pensare ai “bambini clandestini” e al rifiuto del comune di destra di consentire loro di entrare negli asili di Milano, al programma di Berlusconi e camerati sull’immigrazione, ai rifiuti di spazi per l’esercizio della propria religione che viene opposto da tutti i comuni di destra ai musulmani.

Certo, con il PD non si avanzerà, lo so anche io, ma la questione non sarà così cruenta e crudele. Forse si avranno delle poche e povere opportunità in più. Forse no. Quien sabe. Preferirei non vedere quello che succederebbe nel caso di una vittoria a destra.

Insomma, alla fine ho preso atto di cosa voglia dire “morte delle ideologie”: significa semplicemente assassinio della politica politicizzata. Siamo ormai oltre ogni possibilità di salvezza.

Perché ormai non è più necessario avere uno straccio di visione del futuro, basta avere carisma e una faccia che buca lo schermo, anzi, quanti più schermi si possano bucare.

Molti hanno parlato prima di me, e molto meglio di quanto potrei fare io, di demagogia catodica. Ma a questo siamo, no? Al baratto di una visione responsabile del futuro con un paio di comparsate in qualche programma televisivo che ci dia la visibilità necessaria a rimanere saldi dove siamo. A non fare nulla.

E, francamente, vista l’azione di governo di questi campioni del garantismo per se stessi e dei diritti a senso unico ed in un’unica direzione, non credo che sarebbero efficaci come opposizione.

Ma torniamo al si salvi chi può: abbiamo – forse – un’unica opportunità di evitare la catastrofe, ed è quella di fare il nostro pesante dovere di elettori, e farlo cum grano salis e molletta da bucato applicata alle narici.

Va anche detto che dopo la performance governativa delle donne e uomini de “La Sinistra – L’Arcobaleno", non potrei votarli nemmeno sotto tortura, e dare un voto ai bravi compagni – penso a Malabarba, Cannavò e Turigliatto - che con le loro candidature testimoniano una volontà reale di servire il popolo, sarebbe una asserzione sterile.

Potrei anche decidere di votare per il PDL, in fondo un bel ventennio di dittatura fascista potrebbe – di nuovo – far nascere e crescere una classe politica a sinistra con non sia salottiera, festaiola e inconcludente. Ma pur sforzandomi, fino a lì non riesco ad arrivarci. Magari alle prossime elezioni, che volete che vi dica.

Insomma, voterò PD, soprattutto al Senato – che è li che dobbiamo arrivare almeno al pareggio, cazzo – per molti motivi, troppi per scriverli tutti, oltre a quello già scritto. Anche se il PD non ha candidato nessuno degli splendidi donne e uomini che da anni lavorano nel partito, nell'associazionismo e nel sindacato, come Alyoune Gueye, Maria de Lourdes Jesus, Pap Dyaye, Osaro Osaseri, Ali Baba Faye e Touty Condoul.

Voterò per dei cagasotto un po' bastardi, e amen.

E non mi piacerà farlo. Detesterò farlo. Ma non è detto che le cose giuste siano sempre piacevoli, no? Almeno, per me, non lo sono mai state.

Dacia Valent

http://verbavalent.com/


Al Senato si può vincere ma solo con il voto utile

di Stefano Ceccanti

Partiamo anzitutto da com’è nato il sistema lotteria con cui voteremo al Senato, Regione per Regione. C’era una volta, a differenza delle favole neanche tanto tempo fa, una maggioranza in crisi di consenso che prevedeva di perdere le successive elezioni politiche. Pensò di fare una legge che impantanasse la nuova maggioranza che le sarebbe presto subentrata nelle sabbie mobili di numeri molto ristretti. Nasce così il Porcellum Senato: un sistema complicato per uno scopo semplice. A parte i 6 seggi desinati agli italiani all’estero, la Valle d’Aosta che vota nel suo collegio uninominale, il Molise che ha solo due seggi e che con un sistema proporzionale li vede assegnare uno per ognuna delle sue forze più consistenti e il Trentino Alto Adige, dove per il delicato equilibrio costituzionale tra minoranze e maggioranze si è dovuto lasciare il Mattarellum (sei collegi uninominali e uno di recupero), il sistema del Senato è fatto apposta per evitare che si formino maggioranze consistenti in seggi. Nella grande maggioranza delle Regioni, in cui nessuno è in grado naturalmente, con la proporzionale, di ottenere più del 55% dei seggi, c’è un premio che scatta per portare chi arriva primo a quella soglia. Siccome tutti sappiamo che nel nostro Paese la geografia del voto è molto eterogenea, non accadrà mai che qualcuno vinca ovunque, ottenendo quindi il 55% dei seggi complessivo. Al di là del successo in voti, si fermerà molto probabilmente al 52 o 53%, 5-10 seggi sopra la maggioranza di 158, escludendo dal computo i senatori di diritto e a vita. C’era anche un’ottima scusa per depistare le colpe: i moniti del Quirinale e di vari costituzionalisti che avevano messo in dubbio, tra l’altro, la legittimità di un premio nazionale al Senato. Quelle raccomandazioni sarebbero dovute servire a non approvare nessuna legge del genere a fine legislatura e invece furono strumentalizzate per giustificare un cambiamento in peggio, con una lotteria anti-governabilità di 17 premi indipendenti, che era perfettamente funzionale allo scopo di chi si vedeva perdente. Ciò che non fu previsto allora è che, una volta ottenuti gli effetti sperati sul centrosinistra, la stessa sorte avrebbe potuto anche ripercuotersi in seguito sul centrodestra medesimo. Per di più ci sarebbe stata anche l’occasione di riparare, dando via libera all’incarico del Presidente Marini, ma così non è stato, nell’eccessiva fiducia sullo scarto in voti registrato a inizio campagna a favore del centrodestra. Terminata la ricostruzione storica, veniamo quindi alla situazione attuale. Gli studiosi più prudenti, quelli che con un 30% di persone che questa volta, più del solito, si dichiarano ancora indecise, non se la sentono di fare previsioni troppo certe, danno per aperto, non scontato, l’esito sia alla Camera sia in 11 delle Regioni in cui si vota col premio. Ricordiamoci peraltro che anche il migliore dei sondaggi fotografa realtà in rapido mutamento e ha margini non esigui di errore. Resterebbero comunque fuori dall’incertezza a favore del Pd (e dell’Idv) Emilia, Toscana e Umbria, mentre a favore di Pdl (con Lega e Mpa) vi sarebbero Lombardia, Veneto e Sicilia. Nelle 6 Regioni sicure il voto dell’elettore può essere più libero, ricordando però sempre che se la lista votata è andata da sola, senza coalizioni, come la Sinistra Arcobaleno e l’Udc, quei voti si buttano se la lista non è in grado di arrivare alla significativa soglia dell’8% dei voti validi. Nelle 11 Regioni incerte, così come alla Camera sul piano nazionale, conta chi vince anche solo per un voto: solo il Pd (o il Pdl) coi relativi alleati sono in grado di correre per il premio, determinando in modo decisivo la composizione delle Camere. Il voto utile non è quindi un’invenzione astratta o una ricetta universale, ma è un riflesso ineludibile di questo sistema elettorale, tenendo conto dei comportamenti elettorali prevedibili. Per tutti gli elettori del Paese alla Camera (tranne i valdostani che in modo incostituzionale sono purtroppo esclusi dal conto per il premio), e al Senato per quelli di Piemonte, Liguria, Friuli, Marche, Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna, la responsabilità è particolarmente grave. Scegliere di votare per una forza minore, peraltro quasi sempre a rischio dell’8% di sbarramento o sicuramente al di sotto, significa aprire le porte alla vittoria del partito più grande dello schieramento opposto. E’ bene saperlo e diffonderlo sin da subito: ognuno vota come crede, ma ciascuno deve conoscere bene le conseguenze delle sue scelte per evitare recriminazioni successive. Si tratta di decidere se in quel sistema lotteria, con cui dobbiamo comunque fare i conti, si gioca per il premio massimo o ci si autolimita a un premio di consolazione. Una postilla finale: su vari siti sembra farsi spazio una campagna astensionista, con varie motivazioni e con le più varie ed ingegnose modalità di realizzazione, nonché, soprattutto, con varie leggende metropolitane sui possibili effetti nell’assegnazione dei seggi. E’ bene ribadire una verità semplice: chi si astiene, vota bianco o nullo, chi dichiara nel seggio o fuori l’una o l’altra motivazione a favore della sua scelta di non dare un voto valido, dà vita a una protesta i cui effetti si esauriscono subito. Il 100% dei seggi di Camera e Senato si assegnano coi soli voti validi. Il premio di maggioranza alla Camera e i 17 premi al Senato scattano sempre e comunque, a prescindere da qualunque quantità di astenuti, bianche e nulle. Per quei 18 premi incidono solo i voti validi dati su un versante al Pd (e all’Idv), sull’altro a Pdl (con Lega e Mpa). Il sistema è sì una lotteria, ma chi non dà un voto valido perde subito il biglietto regalandolo agli altri.
http://www.landino.it/articoli.php?id=124

Il battesimo liberale di Walter

STEFANO MENICHINI


Se quest’anno non arriverà l’endorsement di Paolo Mieli, possiamo consolarci con quello del Wall street journal di ieri. Lo scambio non è neanche male: né le opinioni del Corriere né tanto meno quelle dell’house organ dei liberisti americani spostano voti in Italia. Adesso però siamo proprio sicuri (vero, Giuliano Ferrara?) che l’avversione a Berlusconi non è un fenomeno ristretto all’inetto salotto buono della finanza italiana, né a quei comunisti dell’Economist, ma è un sentimento più globalizzato.
Sappiamo da anni quanto sia controproducente farsi belli dei giudizi espressi oltreconfine su Berlusconi.
Infatti ci fermiamo qui, anche perché non c’era bisogno del Wsj per sapere che non c’è nulla di liberale, e neanche di liberista, nella destra berlusconiana, finiana, bossiana.
Il problema che ci pongono gli gnomi di Wall street è un altro, e riguarda casomai il Pd. Perché ieri titolo, foto e articolo encomiastico rappresentavano un autentico battesimo liberale per Walter Veltroni. Un investimento su colui che appare, evidentemente, più credibile nei panni dell’indispensabile innovatore di un paese fermo.
La domanda che ci sale inarrestabile è: diamine, è proprio così? Dopo aver atteso per dieci anni che fosse la sinistra riformista a scatenare la rivoluzione liberale in Italia, il Wsj ci annuncia che essa è possibile? E che Veltroni è davvero il suo profeta? A partire dal Lingotto (e prima, sfogliare le raccolte di Europa per credere) abbiamo scritto che sì, il momento era arrivato e Veltroni era il leader giusto. Lui non ha cambiato linea e su questa ha impostato la rupture col prodismo e poi la campagna elettorale. Conoscendo il nostro mondo meglio del Wsj, vediamo però ancora tante contraddizioni (per esempio nodi non sciolti coi sindacati) e soprattutto sappiamo che una malaugurata sconfitta elettorale potrebbe bastare, per scatenare la reazione e rigettarci indietro nel tempo e nella politica. Ecco allora a cosa serve l’endorsement di Wall street: a capire che per chi ci guarda da fuori il cambio è ormai consumato, e comincia anzi a definirsi una nuova identità (proprio ciò che mancava al Pd). Indietro non si torna, comunque vada il 14 aprile.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

La lezione del 1929 che abbiamo dimenticato
di Paul Crugman, Repubblica - La crisi del sistema bancario degli anni Trenta dimostrò che mercati finanziari privi di normative e di controlli potevano subire fin troppo facilmente un catastrofico fallimento. Col passare dei decenni, tuttavia, abbiamo dimenticato questa importante lezione. Adesso dobbiamo reimpararla, a caro prezzo. Per comprendere meglio il problema, è necessario capire di che cosa si occupano le banche: queste esistono per aiutare a conciliare i desideri in conflitto tra loro dei risparmiatori e di chi usufruisce di prestiti. I risparmiatori vogliono la piena libertà, ovvero l´accesso ai loro soldi previo un minimo preavviso. I mutuatari e sottoscrittori di prestiti vogliono impegno, vogliono non correre il rischio di dover far fronte a improvvise richieste di rimborso. Di norma le banche soddisfano entrambi i desideri: chi ha conti di deposito vi può accedere ogniqualvolta lo desideri, quantunque la maggior parte dei capitali affidati a una banca sia utilizzata per prestiti a lungo termine. La ragione per la quale questo meccanismo funziona è che i prelievi sono di solito più o meno controbilanciati da nuovi depositi, e di conseguenza una banca necessita soltanto di una riserva moderata di contanti per onorare le proprie promesse. Talvolta, però - sulla base di niente più di una semplice diceria - le banche devono far fronte a un vero e proprio assalto agli sportelli da parte di molta gente che cerca di prelevare i propri capitali in uno stesso momento. Se una banca soggetta a un simile assalto da parte dei titolari di conti di deposito dovesse ritrovarsi priva della liquidità necessaria a far fronte alla domanda potrebbe fallire anche se la diceria all´origine di tutto era pretestuosa. Ma c´è di peggio: gli assalti alle banche possono essere contagiosi. Se i titolari di conti di deposito di una banca perdono i loro capitali, è verosimile che anche i correntisti di altre banche diventino nervosi, innescando così una reazione a catena. Possono ovviamente verificarsi effetti economici di ancor più ampia portata: a mano a mano che le banche sopravvissute cercano di mettere insieme liquidità chiedendo il rimborso dei prestiti, può crearsi un circolo vizioso nel quale gli assalti agli sportelli provocano una stretta creditizia, che conduce a un numero maggiore di fallimenti di attività, e quindi a più problemi finanziari per le banche e così via. Questo, in sintesi, è ciò che accadde nel 1930-´31 e che rese la Grande Depressione il grande disastro che fu. Il Congresso cercò di far sì che una cosa del genere non avesse mai più a ripetersi e creò un sistema di regolamentazioni e garanzie che insieme hanno configurato una rete di sicurezza per il sistema finanziario. E vissero tutti felici e contenti. Per poco tempo, però, non per sempre. Wall Street si è molto risentita per le regolamentazioni che limitavano sì i rischi, ma anche gli utili potenziali. Poco alla volta, se ne è affrancata, in parte persuadendo i politici ad allentare le briglie, ma soprattutto creando un "sistema bancario ombra", che si affidava a complessi accordi finanziari per aggirare le regolamentazioni concepite per garantire che le attività bancarie erano sicure. Per esempio, nel vecchio sistema i risparmiatori avevano depositi garantiti a livello federale in banche di deposito e le banche usavano quei capitali per concedere mutui. Col passare del tempo, però, a questo sistema se ne è in parte sostituito un altro, nel quale i risparmiatori investivano i loro capitali in fondi che comperavano obbligazioni asset-backed a breve, da speciali tramiti di investimento che comperavano obbligazioni di debito su garanzia, create da ipoteche garantite. E tutto ciò senza la minima ombra di un regolamento in vista. Col passare degli anni, il sistema bancario ombra ha assunto il controllo su sempre più attività bancarie, perché gli attori non regolamentati di questo sistema parevano offrire condizioni migliori delle banche normali. Nel frattempo, tutti coloro che si preoccupavano del fatto che questo nuovo audace mondo della finanza fosse completamente privo di una rete di protezione sono stati liquidati come inguaribili antiquati. Di fatto, tuttavia, fino a poco fa stavamo spassandocela come se fosse il 1929. Peccato che adesso sia il 1930. La crisi finanziaria attualmente in atto è in sostanza una versione aggiornata dell´ondata di assalti alle banche che tre generazioni fa investì la nazione. La gente non sta più prelevando i soldi dalle banche per nasconderli sotto il materasso, ma sta facendo l´equivalente odierno: sta dunque prelevando i propri capitali dal sistema bancario ombra per metterli in buoni del Tesoro. L´esito di tale operazione è, oggi come allora, un circolo vizioso di contrazione finanziaria. Bernanke e i suoi colleghi della Fed faranno tutto ciò che sarà possibile per arrestare questo circolo vizioso. In quanto a noi, possiamo soltanto augurarci che ci riescano, altrimenti i prossimi anni saranno a dir poco molto poco piacevoli. Non ci sarà una seconda Grande Depressione - come è auspicabile - ma di sicuro il peggior tracollo da decenni a questa parte. Se anche Bernanke riuscirà nel suo intento, nondimeno, questo non è il modo giusto di condurre un´economia. È giunta l´ora di imparare ancora una volta la lezione degli anni Trenta, e di mettere definitivamente sotto controllo il sistema finanziario. © 2008 The New York Times Traduzione di Anna Bissanti


Guai per Morales
Bolivia, ogni scusa dsembra buona per creare difficoltà al governo di Evo Morales
Decine di giovani studenti dell'università di Sucre hanno occupato la prefettura della città come segno di protesta contro il governo di Evo Morales, aggredendo anche alcuni funzionari presenti all'interno dell'edificio. Ore di tensione nella ricca città boliviana. Anche le sedi della radio e della televisione di Stato sono state occupate. Tagliate le trasmissioni. I molti interessi regionali e il disconoscimento del prefetto voluto da Morales al centro delle proteste.

tensione e scontri in Bolivia (immagini di repertorio)I fatti. Il prefetto nominato dal presidente, Ariel Iriarte, è stato costretto ad abbandonare la città e a rifugiarsi in uno dei tanti villaggi rurali della zona da cui ha già fatto sapere che continuerà il suo lavoro nonostante le vibranti proteste dell'opposizione. “Persone che fanno parte del Comitato Interistituzionale hanno preso possesso delle installazioni della prefettura con la violenza hanno percosso alcuni impiegati e ci hanno minacciati. Il discorso delle proteste e delle manifestazioni pacifiche è una vile bugia” ha raccontato subito dopo i fatti il prefetto Iriarte.
Dunque, se lo scopo dei manifestanti era quello di mandare via fisicamente il prefetto, il cui mandato a interim sarebbe scaduto lo scorso 17 marzo, sembrano esserci riusciti, ma la questione non è ancora stata risolta. I ritardi nella nomina di un nuovo governatore regionale, uniti alle continue polemiche legate al ruolo di Sucre come capitale del Paese, e la volontà della popolazione cruceña di staccarsi in tutto e per tutto dalla centralità del governo di Morales, poi, hanno fatto il resto. Sta di fatto che la situazione politico sociale nel paese andino è da qualche mese sull'orlo di una crisi spaventosa. E le forze politiche d'opposizione vogliono di attribuire l'incarico di prefetto a Sabina Cuella, una militante dissidente del Mas (il partito di Morales).

Proteste e manifestazioni in Bolivia (immagini di repertorio)Solidarietà. Considerato che la situazione boliviana non è affatto tranquilla e sapendo che le proteste potrebbero divenire ogni giorno più forti il governo dell'ex leader sindacale cocalero incassa la solidarietà dei leader dei paesi del Sudamerica. “L'ufficio di coordinamento dei paesi non allineati conferma appoggio e solidarietà al popolo e al governo della Bolivia, capeggiato dal presidente Evo Morales”, si legge in una nota rilasciata dall'Assemblea dei Paesi non allineati. Il movimento inoltre, conferma il suo pieno appoggio al processo innovativo in corso in Bolivia, che mira a garantire piena partecipazione politica alla popolazione, senza alcun tipo di discriminazione. Inoltre, i paesi non allineati hanno condannato qualsiasi tentativo che pretenda sovvertire l'ordine nel Paese destabilizzando le istituzioni democraticamente elette. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10567

Fujimori dorme

 

Il processo contro Fujimori continua. Gli interrogatori sono lunghi e il Chino ieri è rimasto addormentato. I diritti umani non sembrano poi interessarlo più di tanto. Nemmeno le scampanate del giudice sono riuscite a svegliarlo.
Il link del video su Youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=2POqAtWnO0c

Col cuore e con la testa

Da Sofia, scrive Francesco Martino

Putin e Parvanov
Membro della Nato e nell'Ue, la Bulgaria intrattiene rapporti privilegiati con Mosca, rafforzati da eredità culturale e storica. Per il politologo Vlado Shopov, però, più che di "cavallo di Troia" russo in Ue, Sofia rischia diventare alleato di Mosca con la propria inattività sul piano regionale
Vlado Shopov, è politologo ed analista per l'agenzia di ricerca "Alpha Research". Diplomato alla "London School of Economics and Political Science" è professore a contratto di Politologia all'università "Sv.Kliment Ohridski" di Sofia. E' uno dei più autorevoli analisti ospitati sulle pagine del quotidiano "Dnevnik".

Ad inizio marzo, in Russia, abbiamo assistito al passaggio di poteri tra Putin e Medvedev attraverso una tornata elettorale dai risultati scontati. Che tipo di interesse c'è stato in Bulgaria verso queste elezioni?

Rispetto alle presidenziali russe, ci sono stati in Bulgaria diversi tipi di interesse, anche se parlando del livello più generale, quello legato all'opinione pubblica, non direi che ci sia stata un'attenzione particolare. Politica ed economia hanno però seguito molto da vicino quanto è accaduto a Mosca. In Bulgaria, alcuni settori dell'élite economica sono strettamente legati al capitale russo. In questi ambienti, l'interesse è stato volto a capire quale sia il prossimo stadio di sviluppo del modello politico russo, e se e come verrà ridistribuito il potere decisionale all'interno delle lobby interne al Cremlino. A livello politico, poi, a seguire con interesse il passaggio guidato tra Putin e Medvedev da una parte ci sono state le forze politiche che mostrano affinità verso quel modello politico, innanzitutto il partito socialista e il presidente Parvanov, dall'altra i settori, raccolti intorno all'attuale opposizione, preoccupati non tanto dal tradizionale carattere autoritario del regime russo, ma dalla possibilità che elementi di questo regime possano essere applicati in Bulgaria. Ultimamente ha preso forza la teoria di una possibile “putinizzazione” del paese. A questo riguardo, però, rimango piuttosto scettico.

Quali sono le reali possibilità di introdurre oggi un sistema simile a quello russo in una Bulgaria membro della Nato e dell'Unione Europea?

Questo rischio non è del tutto assente, ma per analizzarlo bisogna prima analizzare la sua natura. Di solito per farlo si individuano alcune caratteristiche salienti di un caso modello, in questo caso la Russia di Putin, per poi vedere quanti di questi caratteri sono presenti in un contesto diverso. Credo che in questo caso questo modo di procedere, peraltro sensato, ci porti però su una strada sbagliata. E' evidente che una mera replica del “modello Putin” a Sofia sia impossibile. Non si può escludere però che dal modello russo possano essere prese in prestito strategie che, utilizzate nell'ambiente politico e culturale bulgaro, possano introdurre seri ostacoli allo sviluppo della Bulgaria, ed al suo ruolo di membro dell'Ue e della Nato.

Quali sono più in concreto i settori in cui questo rischio è più forte?

Vai allo speciale Russia-balcani-Caucaso
Si è molto parlato del settore energetico, soprattutto dopo la recente firma dell'accordo sul progetto “South Stream”. In questo caso, il fattore preso a prestito dalla Russia, è il modello di sviluppo monopolistico, che non permette la nascita di un mercato aperto a più concorrenti. In questo caso, i sostenitori di questo approccio utilizzano a proprio favore i numerosi vuoti presenti nella legislazione europea, e la mancanza di una strategia complessiva dell'Ue in questo settore strategico. Non a caso, uno degli argomenti principali utilizzati dall'attuale governo socialista per sostenere l'accordo su “South Stream” è stata la mancanza di intese sul progetto alternativo, il “Nabucco”, considerato prioritario da Bruxelles. Il convergere di interessi russi e della cosiddetta “lobby energetica” in Bulgaria, che fa capo a politici come l'ex ministro dell'Energia Rumen Ovcharov, è evidente anche in passaggi politici comunemente sottovalutati. Di recente il governo bulgaro ha rigettato la proposta europea di quote energetiche da fonti rinnovabili da raggiungere entro qualche anno. Il motivo ufficiale è la difficoltà di cambiare in tempi rapidi il sistema di produzione e distribuzione, quello reale, e la volontà di fermare la differenziazione del mercato. Anche perché, per sviluppare fonti alternative, capitali e soprattutto know-how non arriverebbero certo dalla Russia.

Ma la Bulgaria ha reali alternative per quanto riguarda il passaggio di risorse energetiche sul suo territorio?

Nessuno è contro la realizzazione di infrastrutture energetiche. La Bulgaria ha però alternative riguardo ai termini degli accordi che sottoscrive, e al fatto che la sua politica energetica è totalmente sbilanciata nei confronti della Russia, tanto da renderla di fatto del tutto dipendente dalle forniture di Mosca.

Il presidente Parvanov ha sostenuto più volte che la Bulgaria può giocare attivamente il ruolo di ponte tra l'Unione Europea e la Russia. E' questa una prospettiva reale?

Credo che si tratti quasi esclusivamente di una pretesa retorica. Anche perché per giocare il ruolo di “ponte”, c'è bisogno che le varie parti in causa ti riconoscano come tale, e non mi sembra che ci siano attualmente elementi che portino in questa direzione. Tra l'altro la Bulgaria si è proposta come intermediario privilegiato anche verso altre situazioni delicate, come ad esempio quella del Kosovo. Per anni la diplomazia bulgara ha tentato di presentarsi agli occhi dell'Ue come portatrice di una speciale conoscenza dell'area e della sensibilità dei popoli vicini. Quando però si è arrivati al momento decisivo, si è limitata a scivolare timidamente nell'ombra.

Proprio con la questione kosovara la Russia sembra voler riaffermare il suo ruolo di grande potenza nell'area. Alcuni media hanno parlato della Bulgaria come possibile “cavallo di Troia” di Mosca all'interno dell'Ue. Può diventarlo davvero?

Sinceramente non sono sicuro che oggi la Bulgaria abbia le capacità diplomatiche per fare il “doppio gioco”, anche se lo volesse. Escluderei anche che Sofia possa divenire un promotore attivo degli interessi russi a Bruxelles. Il rischio, piuttosto, è un altro, e cioè che la Bulgaria si trasformi in un fattore problematico per l'Ue attraverso la sua passività e ritrosia ad impegnarsi sul piano regionale a contribuire alla politica comune europea. Questo atteggiamento è già percepibile: durante la recente visita di Putin, la controparte bulgara non gli ha posto nemmeno una delle questioni dell'ordine del giorno comune europeo nei confronti di Mosca.

Quanto pesa ancora l'eredità storica del ruolo della Russia quale liberatore della Bulgaria, con la guerra russo-turca del 1878 che portò alla rinascita della statualità bulgara dopo cinque secoli di dominazione ottomana, sugli attuali rapporti tra i due stati?

E' un'eredità che continua ad esercitare influenza, ma non tanto diretta, quanto più contestuale. Molti bulgari continuano ad avere un legame emotivo più forte verso la Russia che verso il resto d'Europa. Per usare una metafora, i bulgari usano il cuore per ascoltare i messaggi di Mosca, e la testa per quelli di Bruxelles. Questa cornice culturale rende possibile la promozione di determinati interessi. Il fenomeno nuovo, negli ultimi anni, è che col rinascere della sensazione di potenza russa, è cresciuta proporzionalmente la sicurezza e l'autostima di chi in Bulgaria si sente vicino ai modelli di sviluppo che vengono dalla Russia.

Esiste ancora in Bulgaria una divisione della società secondo la linea “russofili”-“russofobi”, che tante volte è emersa nella storia moderna del paese?

Sul piano politico e culturale questa divisione continua ad esistere, ma non si attiva in modo costante. Direi, inoltre, che pur essendo una linea di frattura importante, non è quella principale nella definizione dei gruppi socio-politici che si contrappongono oggi in Bulgaria. La divisione “russofili”-“russofobi” ha assunto oggi un carattere più razionale che strettamente emotivo. Chi guarda con sospetto alla Russia lo fa soprattutto perché non ritiene che lì vadano cercati i modelli di sviluppo per il paese. Rimane anche una parte di “russofobi” veri e propri, ma è limitata ad elementi dell'élite urbana che vive nelle città più grandi del paese. Ecco perché, se messi a confronto dal punto di vista numerico, i “russofili” continuano a rappresentare in Bulgaria una maggioranza preponderante. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9286/1/51/

Anti-Empire Report: COME AVREBBERO POTUTO SAPERLO ? NON ERA SU OPRAH O FOX NEWS

 

 

DI WILLIAM BLUM
Killing hope



Hillary Clinton e molti altri membri del Congresso affermano che il loro appoggio all’invasione dell’Iraq era basato su rapporti erronei dell’intelligence. Come potevano contestare la ricerca e l’analisi di tutti quegli esperti, così ben preparati ed esperti nei loro campi?

Beh, a parte il fatto che le agenzie di intelligence americane e i loro rapporti non erano affatto di un’unica opinione (un ben pubblicizzato documento della CIA, ad esempio, prevedeva ogni sorta di conseguenze devastanti che potevano risultare da un’invasione e occupazione)... [1]

A parte il fatto che c’erano diverse dichiarazioni pubbliche, comprese alcune sulla TV americana, del vice primo ministro di Saddam Hussein, e altre dichiarazioni fatte da scienziati iracheni ai media americani e all’intelligence americana che l’Iraq non aveva più alcuna arma di distruzione di massa... [2]



A parte il fatto che gli ispettori nucleari dell’ONU avevano determinato prima della guerra che l’Iraq non aveva un programma per la realizzazione di armi nucleari... [3]

A parte il fatto che Colin Powell, parlando nel febbraio 2001 di sanzioni USA contro l’Iraq, disse: “E francamente hanno funzionato. [Saddam Hussein] Non ha sviluppato alcuna capacità significativa relativa ad armi di distruzione di massa. È incapace di proiettare potenza convenzionale contro i suoi vicini.” [4]

A parte tutto questo, bisogna porre questa domanda: cosa sapevano i milioni di americani che marciarono contro la guerra prima che cominciasse che tutti quei membri del Congresso non sapevano? Per lo meno sapevano che nulla che l’amministrazione Bush avesse detto loro si avvicinava a giustificare il lancio di bombe sull’innocente popolo iracheno. Inoltre sapevano che non ci si poteva fidare di nulla che l’amministrazione Bush avesse detto loro. Tutto quello che ci voleva per raggiungere questo avanzato grado di consapevolezza era non essere nati ieri.

Come ho scritto in precedenza, lo stesso fenomeno accompagnò la guerra del Vietnam. Il movimento contro la guerra del Vietnam partì nell’agosto del 1964, con centinaia di persone che manifestarono a New York. Molti di questi primi dissidenti smontarono ed esaminarono criticamente le dichiarazioni dell’amministrazione sull’origine della guerra, la sua situazione corrente, e il roseo quadro del futuro che veniva dipinto. Scoprirono doppiezza, omissioni e contraddizioni continue, divennero rapidamente e totalmente cinici, e chiesero il ritiro immediato e incondizionato. Questo fu uno stato mentale e di principio per raggiungere il quale ai membri del Congresso e ai media – e anche allora solo a una piccola minoranza – ci vollero gli anni ’70. E perfino allora – perfino oggi – la nostra élite politica e mediatica vedeva il Vietnam solo come un “errore”; era cioè “il modo sbagliato” di combattere il comunismo, non che tanto per cominciare gli Stati Uniti non sarebbero dovuti andare per tutto il globo a vomitare violenza contro qualsiasi cosa venisse etichettata “comunismo”. Essenzialmente l’unica cosa che questi “migliori e più brillanti” hanno imparato dal Vietnam è che non avremmo dovuto combattere in Vietnam. E ho paura che l’attuale generazione di “leader” imparerà pochissimo di più, a parte che non avremmo dovuto invadere l’Iraq.

Una Mecca di ipocrisia, un Vaticano di due pesi e due misure

Il 21 febbraio, in seguito a una dimostrazione contro il ruolo degli Stati Uniti nella dichiarazione di indipendenza del Kosovo, dei dimostranti nella capitale serba Belgrado hanno fatto irruzione nell’ambasciata USA e hanno dato fuoco a un ufficio. L’attacco è stato definito “intollerabile” dal Segretario di stato Condoleezza Rice, [5] e l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Zalmay Khalilzad, ha detto che avrebbe chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di pubblicare una dichiarazione unanime “che esprima l’indignazione del consiglio, condanni l’attacco, e ricordi inoltre al governo serbo la sua responsabilità di proteggere le strutture diplomatiche.” [6]

Naturalmente questo è linguaggio standard per situazioni del genere. Ma quello che i media e i funzionari americani non ci ricordano è che nel maggio 1999, durante il bombardamento USA/NATO della Serbia, allora parte della Jugoslavia, l’ambasciata cinese a Belgrado fu colpita da un missile americano, che causò notevoli danni e uccise tre dipendenti dell’ambasciata. La versione ufficiale di Washington – allora, e ancora oggi – è che sia stato un errore. Ma quasi certamente è una bugia. Secondo un’indagine congiunta dell’Observer di Londra e del quotidiano danese Politiken l’ambasciata fu bombardata perché veniva usata per trasmettere comunicazioni elettroniche per l’esercito jugoslavo dopo che il normale sistema militare era stato messo fuori uso dai bombardamenti. Che il bombardamento dell’ambasciata fu deliberato è stato detto all’Observer da “fonti militari e di intelligence di alto grado in Europa e negli USA”, oltre a essere stato “confermato nei dettagli da altri tre ufficiali della NATO – un controllore di volo che operava a Napoli, un ufficiale dell’intelligence che monitorava il traffico radio jugoslavo dalla Macedonia e un alto ufficiale del quartier generale [NATO] a Bruxelles.” [7]

Inoltre all’epoca il New York Times riferì che il bombardamento aveva distrutto il centro nevralgico di raccolta delle informazioni dell’ambasciata, e che due dei tre cinesi uccisi erano ufficiali dei servizi segreti. “La natura altamente sensibile delle parti dell’ambasciata bombardate suggerisce il perché i cinesi [...] insistono che il bombardamento non è un incidente. [...] ‘È esattamente per questo che non si bevono la nostra spiegazione’,” disse un funzionario del Pentagono.[8] C’erano anche diverse altre buone ragioni per non bersi la storia. [9]

Nell’aprile del 1986, dopo che il governo francese aveva rifiutato l’uso del suo spazio aereo agli aerei militari USA in missione di bombardamento sulla Libia, gli aerei furono costretti a prendere un’altra strada, più lunga. Quando raggiunsero la Libia bombardarono così vicino all’ambasciata francese che l’edificio venne danneggiato e tutti i sistemi di comunicazione messi fuori uso. [10] E nell’aprile 2003 l’ambasciatore americano a Mosca venne convocato al ministero degli esteri russo a causa del fatto che il quartiere residenziale di Baghdad dove l’ambasciata russa era localizzata era stato bombardato diverse volte dagli Stati Uniti durante la loro invasione dell’Iraq. [11] Giravano voci che Saddam Hussein si stesse nascondendo nell’ambasciata. [12]

Così forse possiamo mettere in conto le affermazioni del Dipartimento di stato sull’inviolabilità delle ambasciate come ancora un altro esempio dell’ipocrisia della politica estera USA. Ma penso che ci sia qualche soddisfazione nel fatto che i funzionari degli esteri americani, per quanto debbano essere moralmente bacati, non siano tutti tanto stupidi da non sapere di nuotare in un mare di ipocrisia. Il Los Angeles Times ha riferito nel 2004 che “funzionari USA hanno detto che il Dipartimento di stato progetta di ritardare la pubblicazione di un rapporto sui diritti umani che doveva uscire oggi, in parte per via delle sensibilità sullo scandalo degli abusi carcerari in Iraq. Un funzionario [...] ha detto che la pubblicazione del rapporto, che descrive azioni adottate dal governo USA per incoraggiare il rispetto dei diritti umani da parte di altre nazioni, potrebbe ‘farci apparire ipocriti’.” [13]

E l’anno scorso il Washington Post ci ha informato che Chester Crocker, ex Assistente del Segretario di stato e attuale membro del Comitato consultivo sulla promozione della democrazia del Dipartimento di stato, ha osservato che “dobbiamo essere in grado di fare i conti con l’argomento che gli USA sono incoerenti e ipocriti nella loro promozione della democrazia nel mondo. Questo potrebbe essere vero.” [14]

Come la pornografia, la tortura non richiede una definizione. La riconosci quando la vedi. O la senti.

Con tutta la copertura che i media danno al “waterboarding” e tutte le domande fatte nel Congresso a funzionari del governo sulle loro opinioni al riguardo, immagino che ormai molti pensino che il waterboarding debba essere il peggior tipo di tortura che gli Stati Uniti abbiano praticato e che se il waterboarding in realtà non è tortura, allora il re idiota ha ragione quando dice: “Noi non torturiamo.” È così che nascono i miti, quindi cerchiamo di schiacciare questo qui finché è ancora piccolo.

Ecco in pillole un saggio di alcune delle azioni compiute negli ultimi anni dalle forze militari americane, dai loro dipendenti a contratto e dalla CIA contro detenuti in uno o nell’altro degli edifici del vasto complesso carcerario globale mantenuto dagli Stati Uniti nell’Iraq occupato, nell’Afghanistan occupato, a Cuba occupata, e in varie altre prigioni segrete occupate dalla CIA per il mondo. Potrebbe essere una tortura leggerlo ma questa cosa va detta. Per non dimenticare.

In piedi o in ginocchio o costretti in posizioni contorte e dolorose per molte ore [...] ammanettati e con ceppi alle gambe con occhi, orecchie e bocca coperti, esposti a estremi di caldo e freddo [...] denudati, portati a spasso con un guinzaglio da cani [...] privati del sonno, presi a calci per tenerli svegli per giorni di fila, assoggettati a un bombardamento 24 ore su 24 di luci intense o rumore a tutto volume [...] guardie che organizzano gare di detenuti con le gambe incatenate, punendoli violentemente se cadono [...] negare antidolorifici e altre medicazioni ai feriti [...] deprivazione sensoriale, con esclusione di ogni contatto umano [...] stesi nudi su una lastra di ghiaccio [...] sangue finto spalmato su maschi musulmani quando stanno per pregare, dicendo loro che è sangue mestruale.

Il generale iracheno “è stato messo a testa avanti in un sacco a pelo, avvolto con cavo elettrico e gettato al suolo prima che i soldati si sedessero e si mettessero in piedi su di lui. È stato determinato che la causa della morte è stata soffocamento.”

Incatenati al soffitto, ammanettati tanto stretti da arrestare il flusso sanguigno [...] ammanettati al suolo in posizione fetale per più di 24 ore di seguito, lasciati senza cibo né acqua, e lasciati a defecarsi addosso; un detenuto trovato con un mucchio di capelli accanto; apparentemente se li era letteralmente strappati durante la notte [...] avvolgere un prigioniero in una bandiera israeliana [...] uso di cani senza museruola che ringhiano per spaventare, e che almeno in un caso hanno morso davvero e ferito gravemente un detenuto [...] segni di bruciature sulla loro schiena [...] detenuto lasciato in un ospedale iracheno, comatoso, con trauma cranico massiccio, bruciature sulle piante dei piedi causate da elettricità, lividi sulle braccia [...] oltre cento detenuti sono morti durante interrogatori…

La morte di due prigionieri in Afghanistan: uno da “traumi da corpo contundente alle estremità inferiori che hanno complicato una malattia coronarica”; un’autopsia ha mostrato che le gambe erano tanto danneggiate che sarebbe stata necessaria l’amputazione; l’altro prigioniero soffriva di un trombo polmonare inasprito da un “trauma da corpo contundente”...

Calci all’inguine e alle gambe, detenuti spinti o sbattuti contro muri e tavoli, introduzione di acqua nella loro bocca finché non riuscivano più a respirare... [...] Le sue mani erano state ammanettate dietro la schiena ed era sospeso per i polsi – “Le sue braccia erano estese così malamente che ero sorpreso non saltassero fuori dalle articolazioni.” [...] costretti a masturbarsi mentre venivano fotografati e videoregistrati [...] sette iracheni nudi ammucchiati uno sull’altro in una piramide [...] detenuto picchiato sul petto con tanta violenza da andare quasi in arresto cardiaco [...] detenuti maschi costretti ad indossare biancheria intima femminile.

Il rapporto del generale Taguba ha scoperto che fra ottobre e dicembre 2003 ci sono stati numerosi casi di “abusi criminali sadici, palesi e ingiustificati” nel carcere di Abu Ghraib in Iraq, compreso rompere una lightstick per versarne il liquido fosforico sui detenuti, minacce di stupro a detenuti maschi, sodomia di un detenuto con una lightstick e forse con un manico di scopa, stupro di prigionieri di sesso femminile...

Diciotto giorni nudo e solo in una cella, spesso con le mani e i piedi legati, spesso picchiato [...] “Mi ha agganciato il braccio con il suo e tenendomi per la nuca mi ha sbattuto la testa contro le porte delle celle” [...] Le sue mani e i suoi piedi venivano infilati fra le sbarre di metallo della porta della cella e poi legati insiemi.

Sei settimane dopo la sua liberazione dice di aver perso la voglia di vivere. Si vergogna anche di farsi vedere dai suoi amici e dalla famiglia e non ha visto la sua fidanzata né le ha parlato. Il matrimonio è sospeso. “Prima ero un uomo, ma ora mi hanno tolto la virilità. Da quando mi è successo questo mi considero morto. Sento che la mia vita è finita.”

I prigionieri iracheni sono stati costretti a strisciare attraverso vetri rotti e a indossare assorbenti igienici [...] due addetti all’interrogatorio ubriachi hanno tirato fuori dalla sua cella una prigioniera irachena e l’hanno denudata fino alla cintola [...] una donna irachena di oltre 70 anni è stata bardata e cavalcata come un asino [...] i detenuti venivano spinti a denunciare l’islam, o alimentati forzatamente con maiale o liquori...

Jamadi è morto un’ora dopo il suo arrivo ad Abu Ghraib ai primi di novembre del 2003; era stato picchiato mentre era sotto la custodia della CIA e poi appeso per i polsi, con le braccia incrociate dietro la schiena. Le guardie dell’esercito americano nella prigione poi hanno impacchettato il cadavere nel ghiaccio e hanno posato con il cadavere in fotografie beffarde.

“Ci hanno costretto a camminare come cani sulle mani e sulle ginocchia [...] e dovevamo abbaiare come cani, e se non lo facevamo cominciavano a picchiarci forte sul volto e sul petto senza pietà.” [...] “Non credi in niente?” chiedeva il soldato. “Gli ho detto, ‘Io credo in Allah.’ Allora ha detto, ‘Ma io credo nella tortura e ti torturerò’.”

Portati fuori e legati a un palo, gli sono state sparate contro pallottole di gomma; li hanno fatti inginocchiare nel sole finché non sono crollati [...] “Mi hanno legato le mani con i piedi dietro la schiena. La mano sinistra con il piede destro e la mano destra con il piede sinistro. Ero steso faccia in giù e mi picchiavano così” [...] carcerati tenuti in gabbie di filo di ferro con il pavimento di cemento e nessuna protezione dagli elementi.

“In effetti ci hanno detto: ‘Qui non avete diritti’. Dopo un po’ abbiamo smesso di chiedere i diritti umani – volevamo i diritti degli animali” [...] croci rasate sul cranio o sui peli corporei [...] gli hanno slogato le braccia, lo hanno picchiato sulla gamba con una mazza da baseball, gli hanno schiacciato il naso, e gli hanno messo in bocca una pistola scarica e hanno premuto il grilletto [...] Sei prigionieri kuwaitiani hanno detto di essere stati gravemente picchiati, torturati con scosse elettriche e sodomizzati dalle forze USA in Afghanistan...

Il detenuto afgano è stato catturato in Pakistan insieme a un gruppo di altri afgani. La sua connessione con al Qaeda o il valore delle informazioni che possedeva non è mai stato accertato prima della sua morte. “Probabilmente era collegato con persone che erano collegate con al Qaeda,” ha detto un funzionario del governo americano. [...] numerosi tentativi di suicidio...

Ed ecco George W. nel 2004: “Il mondo sta meglio senza Saddam Hussein al potere. Il mondo sta meglio perché lui è in una cella carceraria. Perché abbiamo agito, le sale di tortura sono chiuse, le sale per gli stupri non esistono più.” [15]

Brian Whitman, portavoce del Dipartimento della difesa USA, 2005: “Gli Stati Uniti trattano tutti i detenuti in loro custodia con dignità e rispetto.” [16]

Andrebbe notato che la CIA fin dalla sua fondazione ha trattato gli oppositori (reali e presunti) dell’imperialismo americano con rispetto e dignità analoghi. [17] Polizia e carcere all’interno degli Stati Uniti torturano da ancora più tempo. [18]

E ora, per le buone notizie: l’amministrazione Bush, cercando di rafforzare l’appoggio per le sue procedure da corte marziale, ha telegrafato alle ambasciate USA istruzioni secondo le quali non saranno ammesse prove ottenute mediante la tortura. Ma prove ottenute mediante un trattamento considerato “crudele, inumano e degradante” devono essere accettate.[19]

George Bernard Shaw usava tre concetti per descrivere le posizioni degli individui nella Germania nazista: intelligenza, decenza, e nazismo. Sosteneva che se una persona era intelligente, e nazista, non era decente. E se era decente e nazista, non era intelligente. E se era decente e intelligente, non era nazista.

Suggerisco al lettore di fare l’ovvia sostituzione: “sostenitore di Bush” al posto di “nazista”.

Quel mondo oh-tanto-prezioso in cui le parole non hanno significato

Nel dicembre del 1989, due giorni dopo aver bombardato e invaso il popolo indifeso di Panama, uccidendo tot migliaia di persone, il presidente George H.W. Bush dichiarò che il suo cuore “va alle famiglie di coloro che sono morti a Panama”. [20] Quando un giornalista gli chiese: “Valeva veramente la pena di mandare alla morte della gente per questo? Per avere [il leader panamense Manuel] Noriega?”, Bush rispose: “Ogni vita umana è preziosa, eppure devo rispondere: sì, ne è valsa la pena.” [21]

Un anno dopo, preparandosi per il suo successivo crimine contro l’umanità, l’invasione dell’Iraq, Bush Sr. disse: “La gente mi dice: ‘Quante vite? Quante vite puoi sacrificare?’ Ognuna è preziosa.” [22]

Alla fine del 2006, con il figlio di Bush ora presidente, il portavoce della Casa Bianca Scott Stanzel, commentando le morti americane in Iraq che hanno raggiunto quota 3.000, ha detto che Bush “crede che ogni vita è preziosa e si addolora per ciascuna di quelle che va perduta.” [23]

Nel febbraio 2008, con i morti americani che stanno per raggiungere i 4.000, e le morti irachene a un milione o più, George W. Bush ha affermato: “Quando eleviamo i nostri cuori a Dio, siamo tutti uguali ai suoi occhi. Siamo tutti ugualmente preziosi. [...] Nella preghiera cresciamo in pietà e compassione. [...] Quando rispondiamo alla chiamata di Dio di amare un prossimo come noi stessi, entriamo in un’amicizia più profonda con il nostro simile.” [24]

Ispirati da così nobili – oserei dire preziosi – discorsi dei nostri leader, alla macchina militare americana piace assumere guerrieri di idee simili. Ecco Erik Prince, fondatore del contractor militare Blackwater, i cui dipendenti in Iraq uccidono la gente come altri schiacciano una zanzara, in una testimonianza di fronte al Congresso: “Ogni vita, americana o irachena, è preziosa.” [25]

William Blum (The Anti-Empire Report n°55)
Fonte: http://www.killinghope.org
Link: http://members.aol.com/bblum6/aer55.htm
3.03.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LUCA TOMBOLESI

NOTE

[1] Central Intelligence Agency, “The Perfect Storm: Planning for Negative Consequences of Invading Iraq”, 13 agosto 2002.
[2] Nell’agosto del 2002 il vice primo ministro iracheno Tariq Aziz disse a Dan Rather: “Non possediamo alcuna arma nucleare o biologica o chimica.”(CBS Evening News, 20 agosto 2002) In dicembre affermò a Ted Koppel: “Il fatto è che non abbiamo armi di distruzione di massa. Non abbiamo armamenti chimici, biologici o nucleari.” (ABC Nightline, 4 dicembre 2002). Il generale Hussein Kamel, ex capo del programma armi segrete iracheno, e genero di Saddam Hussein, disse all’ONU nel 1995 che l’Iraq aveva distrutto le armi chimiche e biologiche e i missili proibiti subito dopo la guerra del Golfo. (Washington Post, 1 marzo 2003, pagina 15).
[3] Washington Post, 11 luglio 2004.
[4] Comunicato stampa del Dipartimento di stato, 24 febbraio 2001.
[5] Washington Post, 22 febbraio 2008.
[6] Associated Press, 21 febbraio 2008.
[7] The Observer, 17 ottobre e 28 novembre 199.
[8] New York Times, 25 giugno 1999.
[9] vedi nota 7.
[10] Associated Press, 15 aprile 1986, “France Confirms It Denied U.S. Jets Air Space, Says Embassy Damaged”.
[11] Agenzia stampa Interfax (Mosca), 2 aprile 2003.
[12] CBS News, 9 aprile 2003.
[13] Los Angeles Times, 5 maggio 2004.
[14] Washington Post, 17 aprile 2007, p. 2.
[15] Comunicato stampa della Casa Bianca, 3 maggio 2004.
[16] Associated Press, 10 febbraio 2005.
[17] Vedi i manuali pubblicati dalla CIA dagli anni ’50 agli anni ’80 su quello che chiamavano “interrogatorio”.
[18] Vedi William Blum, Rogue State [ed. italiana Con la scusa della libertà, marco Tropea editore], capitoli 4, 5 e 27 per esempi e fonti su quanto sopra.
[19] Washington Post, 13 febbraio 2008, p. 3.
[20] New York Times, 22 dicembre 1989, p. 17.
[21] Ibid., p. 16.
[22] Los Angeles Times, 1 dicembre 1990, p. 1.
[23] Washington Post, 1 gennaio 2007, p. 1.
[24] National Prayer Breakfast, Washington, DC, 7 febbraio 2008.
[25] Testimonianza di fronte alla House Committee on Oversight and Government Reform, 2 ottobre 2007.


Il nucleare "usa e getta"
nucleare Suscita apprensione per la sicurezza internazionale il progetto finanziato dalla Casa Bianca tramite il GNEP per realizzare mini reattori “usa e getta” da esportare nei paesi in via di sviluppo. Ne parla il New Scientist.
Entro il 2030 la domanda di energia a livello globale crescerà, secondo alcuni proiezioni, del 50% e questo aumento sarà dovuto per circa il 70% alla richiesta dei paesi in via di sviluppo. Una sfida energetica per cui l’amministrazione Bush ha una soluzione pronta: nucleare per tutti. Questo il senso, segnala il New Scientist in un articolo sull’argomento, dei 20 milioni di dollari messi in bilancio dalla Casa Bianca per il 2009 per la produzione di reattori nucleari di piccole dimensioni da esportare ai paesi in via di sviluppo.

Lo stanziamento è il primo atto concreto nell’ambito Global Nuclear Energy Program (GNEP), il programma internazionale lanciato dalla Casa Bianca nel febbraio 2006 cui hanno aderito finora 21 paesi, tra cui anche l’Italia. Una partnership internazionale per la ricerca sul nucleare di ultima generazione che si pone l’obiettivo di diffondere l’energia dall’atomo ai paesi in via di sviluppo, condividendo il know-how, ma riservando, per motivi di sicurezza, la fornitura del combustibile e le operazioni di riprocessamento ai paesi che già sono leader nel campo.

Obiettivo del GNEP è costruire il primo reattore in un paese, che al momento non dispone di energia nucleare, già nel 2015. I paesi che accetteranno le nuove centrali dovranno impegnarsi a utilizzare il nucleare solo per scopi civili e rinunciare ad approvvigionarsi di uranio per conto proprio o a riprocessare il combustibile una volta esausto.
Una manciata di nazioni tra cui Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Giappone e Australia riciclerebbero così il combustibile usato negli altri paesi avvalendosi di tecnologie che minimizzerebbero la produzione di sottoprodotti come il plutonio e, dunque, il rischio di proliferazione di armi atomiche. Tecnologie che però, sottolinea uno studio dell’US National Academy of Sciences per ora sono tutt’altro che sperimentate. I reattori da realizzare nell’ambito del GNEP, di piccole dimensioni (250-500 megawatt contro i 1.400 dell’ultimo costruito negli USA), sarebbero una sorta di modello “usa e getta”: verrebbero infatti forniti con il combustibile sufficiente all’intero ciclo di vita dell’impianto già sigillato al loro interno.

Il programma non ha mancato di suscitare critiche, come quelle del Centre for Nonproliferation Studies di Monterrey in California: “Al momento non ci sono reattori a prova di proliferazione”, spiega Elena Sokova, ricercatrice del centro studi internazionale e, inoltre, sottolinea: “il combustibile esausto dovrebbe essere stoccato sul posto per diversi anni prima che il livello di radioattività si abbassi a sufficienza perché sia possibile trasportarlo”. Secondo la Sokova i progetti del GNEP caricherebbero i paesi in via di sviluppo di responsabilità che non sono in grado di affrontare: “Molti paesi non sono pronti in termini di personale qualificato, manutenzione e misure di sicurezza contro eventuali attacchi terroristici. Penso che si debba procedere con cautela e valutare prima se esistano veramente ragioni valide per esportare questa tecnologia.” Poche garanzie ci sono inoltre - continua la ricercatrice - sul fatto che i paesi neo-nuclearizzati sopportino il fatto di dover dipendere da altre nazioni per l’approvvigionamento di combustibile e non pensino di fare in proprio il riprocessamento; un aspetto che renderebbe loro possibile anche ricavare il plutonio con cui costruire armi atomiche.

Un programma dunque, quello voluto dagli Stati Uniti con il GNEP, che dovrebbe essere valutato tenendo conto, oltre che degli ingenti costi intrinseci al nucleare, anche delle possibili ricadute in termini di sicurezza internazionale. Valutazione, quella sulla sicurezza, che la Casa Bianca ha sempre dichiarato essere prioritaria nelle sue scelte.

GM
http://qualenergia.it/view.php?id=563&contenuto=Articolo

Stati Uniti: l’endorsement di Bill Richardson e la difficile situazione di Hillary Clinton

La scelta di Richardson, possibile svolta nella campagna Democratica

L’appoggio del Governatore del New Mexico Bill Richardson a favore della candidatura di Barack Obama è giunto inaspettato e potrebbe essere decisivo per consegnare al Senatore dell’Illinois la leadership del ticket Democratico per le elezioni presidenziali di novembre. Considerato finora alleato prezioso per Hillary Clinton, Richardson era uno dei possibili candidati alla vicepresidenza nell’eventualità di una vittoria della ex first lady alle elezioni primarie. La scelta del Governatore di origine ispanica di appoggiare la candidatura del Senatore dell’Illinois potrebbe avvicinare il voto dei Latinos ad Obama, permettendogli di superare uno degli ostacoli verso la conquista della leadership Democratica.

Segretario dell’Energia e ambasciatore statunitense all’Onu durante le presidenze di Bill Clinton, l’attuale Governatore del New Mexico Bill Richardson era finora considerato uno degli alleati più importanti di Hillary Clinton per la corsa alla leadership Democratica e uno tra i possibili candidati alla vicepresidenza nel caso in cui l’ex first lady fosse riuscita ad imporre la sua candidatura alla Convention di fine agosto. La campagna elettorale di Richardson per le primarie del Partito Democratico si è chiusa in New Hampshire dopo la chiara sconfitta maturata al voto e molti analisti consideravano il Governatore ispanico come probabile candidato alla vicepresidenza a supporto della candidatura di Hillary Clinton, appoggiata nel corso di tutta la campagna dagli elettori ispanoamericani. Negli ultimi giorni si è invece assistito ad un cambiamento che potrebbe rivelarsi fondamentale per il futuro equilibrio all’interno del Partito Democratico.

Dalle urne delle elezioni primarie non uscirà probabilmente un’indicazione chiara sulla candidatura per la corsa alle presidenziali di novembre e sembra che solo in sede di Convention verrà assegnata la leadership del Partito e del ticket per la corsa alla Casa Bianca. La candidatura della Senatrice Clinton era quella maggiormente accreditata di vittoria in caso di brokered convention (Cfr. Stati Uniti: le scelte dei superdelegati e la questione razziale in vista delle elezioni presidenzia) poiché sembrava la sola capace di riunire il voto di una minoranza importante, gli ispanici, e di avvicinare elettori Repubblicani moderati non ancora schierati o conservatori delusi dalle proposte ritenute troppo progressiste dell’ex Governatore dell’Arizona. L’ostacolo maggiore per la vittoria di Barack Obama e la conquista della leadership del Partito Democratico sembrava potesse venire proprio dalle perplessità dei superdelegati verso la candidatura del Senatore afroamericano, incapace di avvicinare le minoranze ispaniche, e nei confronti della sua campagna, considerata troppo progressista dalle correnti più conservatrici del Partito. La decisione del Governatore del New Mexico potrebbe avvicinare significativamente Barack Obama alla leadership del ticket per le presidenziali, diventando al contempo la chiave di volta per porre fine allo scontro elettorale che vede impegnati, da molti mesi, il Senatore dell’Illinois e l’ex first lady. La scelta di Richardson potrebbe portare alcuni tra i superdelegati più restii ad appoggiare apertamente la candidatura di Obama, chiudendo così con largo anticipo rispetto alla Convention la questione della leadership per le elezioni presidenziali. Solo i sondaggi a questo punto potrebbero determinare l’effettivo vantaggio che l’endorsement del Governatore del New Mexico ha portato al Senatore dell’Illinois. Giunto infatti qualche mese dopo le votazioni negli Stati a maggior concentrazione ispanica, l’appoggio di Richardson potrebbe rivelarsi poco importante in termini di capacità nel traghettare voti Latinos verso la candidatura di Barack Obama e molti latinoamericani potrebbero continuare ad appoggiare Hillary Clinton decidendo di votare eventualmente John McCain nel caso fosse il Senatore afroamericano il candidato Democratico alla presidenza.Quello che appare evidente è difficilmente si assisterà ad un ritiro da parte di Hillary Clinton e, a meno di risultati clamorosi in Pennsylvania e North Carolina, la Senatrice dello Stato di New York vorrà provare a difendere la sua candidatura fino alla Convention di Denver a fine agosto.

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32162


COREA DEL NORD
Park Doo-ik scelto come tedoforo olimpico: èliminò l’Italia dai Mondiali del ’66
Il calciatore che segnò il gol decisivo contro la nazionale azzurra ai Mondiali inglesi, ha passato dieci anni in un campo di lavoro per la successiva sconfitta contro il Portogallo. È il più anziano di tutti coloro che porteranno la torcia a Pechino.

Seoul (AsiaNews) – Park Doo-ik, autore del gol che costò l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio del 1966, è stato selezionato come il più anziano tedoforo dei prossimi Giochi olimpici, che si apriranno a Pechino il prossimo 8 agosto. Lo comunica il governo nordcoreano: Park, 70 anni, sarà l’ultimo dei 56 nordcoreani a portare la torcia olimpica per il Paese, da cui passerà in Cina. I nomi degli altri selezionati non sono ancora resi noti.
 
Park, nominato nel ’66 “Atleta del popolo”, portò la Corea del Nord ai quarti di finale nei Mondiali inglesi. La sua squadra, che vinceva 3 a 0 contro il Portogallo, venne tuttavia eliminata nello stesso incontro, che si concluse 5 a 3. Tornati in patria, i calciatori nordcoreani vennero accolti come eroi dal regime, che li mise ai vertici governativi per circa un anno. Passata l’euforia, però, caddero tutti in disgrazia.
 
Alcuni dirigenti comunisti aprirono alla fine degli anni ’60 un’inchiesta sull’intera squadra, che venne costretta ad una durissima “rieducazione mentale”: secondo il Partito, infatti, non erano stati in grado di vincere contro il Portogallo per “motivi ideologici”. Alla fine di questo processo, vennero esiliati tutti nelle province.
 
Park finì nel distretto dei lavoratori di Daepyong, dove gli venne assegnato il ruolo di boscaiolo. Rimase nel distretto per 10 anni, fino alla presa di potere di Kim Jong-il. Questi, affascinato dagli “eroi del Mondiale”, richiamò la squadra nella capitale e mise Park alla guida della Commissione atletica Yangkang.
 
Più tardi, divenne l’allenatore della squadra di calcio nordcoreana, ma con scarsi risultati. La storia della sua vita è stata anche il soggetto di un film – “Chollima Soccer Team” – girato dal documentarista inglese Daniel Gordon. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11859&size=A

La Somalia sull'orlo dell'ennesima crisi

 

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu dovrà decidere giovedì se inviare una forza di caschi blu–27 mila soldati–in Somalia al posto della forza di pace schierata, con scarsi risultati, dall’Unione africana. La situazione nel paese africano, però, è di nuovo sul punto di precipitare. Un anno e mezzo di intervento armato etiope non è bastato a consolidare il governo di transizione, che non ha alcun controllo su ampie zone del paese, né la forza di pace dell’Ua è riuscita a spegnere la guerriglia dei movimenti islamisti legati all’Unione delle corti islamiche che un anno e mezzo fa aveva riportato una parvenza di ordine a Mogadiscio. A pochi giorni dalla decisione dell’Onu, un cartello di 40 Ong, agenzie internazionali e associazioni di cooperazione descrive, in un allarme accorato, la situazione in Somalia: almeno 20 mila persone ogni giorno fuggono da Mogadiscio per cercare di salvarsi dagli scontri; un milione di persone sono rifiugiati interni e due milioni di persone hanno bisogno di aiuti internazionali per sopravvivere. Le quaranta organizzazioni che hanno promosso l’appello scrivono che «la situazione continua a peggiorare e i civili ne pagano le conseguenze»http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13346


Qui Bruxelles: cemento e immondizia

Continua il viaggio per le strade che portano il nome Europa. Questa volta siamo nella capitale d'Europa. L'Esplanade de L'Europe a Saint-Gilles: un quartiere di immigrati, tra bidoni e cemento.
Tutte le foto dell'Esplanade de l'Europa sono diJavier Delgado Rivera
L'Esplanade de l'Europe, realizzata per l'Esposizione Universale di Bruxelles del 1958, oggi ha più bidoni della spazzatura che persone. I pochi passanti che transitano lungo questa spianata sono soprattutto gli immigranti che popolano il quartiere, a maggioranza magrebina: siamo nel quartiere di Saint-Gilles. Sull' Esplanade de L'Europe non ci sono negozi, né chioschi, né giardinetti: solo lampioni dall’aspetto industriale e alcune panchine su cui non si siede nessuno. Un luogo di passaggio.



Lavorare solo la domenica

Saint-Gilles è la cornice perfetta per rappresentare i paradossi di Bruxelles. Con un 43% di popolazione immigrata, non si può dire che sia il quartiere favorito degli oltre 15.000 funzionari europei che risiedono in città. Bisogna attendere vari minuti prima che qualcuno si avventuri da queste parti. Abdelbassir è un ventenne marocchino. Provo a estorcergli qualche riflessione sull’Europa, ma lui mi parla del Belgio e di tutto quello che i suoi connazionali «devono a questo piccolo Paese». Per lui «l’Europa è il Belgio», e non c’è niente di strano: forse non è mai uscito dal Paese.
Mentre Abdelbassir continua per la sua strada, mi aggrediscono gli odori della fila di contenitori dell’immondizia che si trovano sulla spianata. Sono gli avanzi del mercatino della domenica, l’unico giorno di attività della “spianata europea”.



Qualcuno esce dalla stazione. Non c’è bisogno che mi avvicini. Il passeggero, con accento britannico – dev’essere appena sceso dall’Eurostar – mi chiede della Tour du Midi, (la torre di Mezzogiorno). È l’edificio più alto di Bruxelles. Forse l’Eurostar e i 150 metri di questa moderna torre sono le uniche ragioni per battezzare “Europa” uno spazio in cui succede qualcosa solo di domenica.
Mi avventuro negli angoli umidi, vicino al ponte che nei giorni di pioggia protegge quanti scelgono di passare il tempo in compagnia di una birra.



Non si vede ancora un’anima e sono le nove del mattino, di un normale lunedì lavorativo. Proprio quando sto per gettare la spugna scorgo un gruppo di giovani che attraversano la strada. Scelgo Eloide, belga, che sta per prendere la metro verso il Comit ato delle Regioni, dove lavora. Qual è il problema principale dell’Europa? «Né la disoccupazione né il terrorismo». Eloide centra la sua risposta sulla «mancanza di informazione, per i cittadini, sul valore delle istituzioni europee. Dobbiamo far sí che la gente vada oltre le sovvenzioni, e si interessi davvero all’Europa». Indiscutibile. Bisogna ricominciare daccapo, dalla comunicazione e dall’immagine. Me ne vado con la sensazione che Bruxelles meriti molto di più dell' Esplanade de L'Europe che si ritrova. Anche l’Europa merita qualcosa in più di questo non-luogo.
Javier Delgado Rivera - Bruselas

 

 

http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14323


Zimbabwe : governo vieta ingresso a CNN e altri media del mondo
di Carla Amato

Il governo dello Zimbabwe ha proibito alla CNN l'ingresso nel Paese per coprire le elezioni parlamentari e presidenziali che avranno luogo questa settimana nel paese africano. Visto negato anche alla tv spagnola ETV ed ai britannici ITV e Sky. Lo hanno comunicato fonti ufficiali del Ministero dell'Informazione.

La rete americana ha lamentato la decisione ed ha espresso la speranza che il governo riconsideri tale decisione e di poter quindi ancora essere in grado di documentare diretamente in loro il voto del prossimo 29 marzo. In caso contrario, la CNN coprira' l'evento dal Sudafrica e dagli altri Stati confinanti con lo Zimbabue.

La decisione dell'esecutivo guidato dal presidente Robert Mugabe di negare l'accesso ai media internazionali si comma ad una situazione di limitazione della liberta' di stampa da tempo denunciata da organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, che ha avvertito di una restrizione della liberta' di espressione e associazione nello Zimbabue prima dell'inizio dei comizi elettorali, oltre che di casi di intimidazione e violenza contro i sostenitori dei candidati dell'opposizione.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



marzo 26 2008

Al voto, al voto! Istruzioni per l’uso

di Paolo Flores d'Arcais
L’unica cosa certa con l’attuale sistema elettorale è che ogni voto in meno a Veltroni-Di Pietro-Bonino fa vincere Berlusconi-Fini-Bossi-Ciarrapico. Questa circostanza matematica ci manda in bestia, moralmente non vogliamo subirla, ma le cose stanno proprio così. L’alternativa è secca: salvarsi l’anima (con Bertinotti) o salvarsi da dodici anni di Berlusconi-Putin (con Veltroni-Di Pietro-Bonino). ‘Io, da buon materialista ed ateo, trascurerò l’anima’

 

 

Torniamo all’essenziale, perciò: un solo voto di meno di Veltroni (e alleati) rispetto al Cavaliere (e sguatteri, Ciarrapico docet), e avremo mandato al potere Berlusconi per almeno dodici anni. Questa circostanza matematica (l’unica che conti per attribuire i seggi) ci manda in bestia, moralmente non vogliamo subirla, ma in realtà le cose stanno proprio così.
Sappiamo tutti che in larghi strati di cittadini democratici, e dunque antiberlusconiani, circolano due tentazioni. Annullare il voto (o non andare proprio), votare la lista arcobaleno di Bertinotti. Tentazioni comprensibili, che hanno dalla loro moltissimi argomenti.
Io stesso sul numero di settembre 2006 di MicroMega, dopo averli certosinamente elencati, concludevo: «Dobbiamo essere conseguenti: rifiutare come ormai indecente ogni ricatto del tipo “finirete per far vincere Berlusconi” e rispedirlo con disprezzo al mittente. Dichiarare anzi esplicitamente, solennemente, collettivamente, che se i partiti di centro-sinistra, attraverso l’azione quotidiana di governo e l’approvazione urgente delle leggi necessarie, non daranno soddisfazione a quel “cahier de doléance” minimalista che sono le richieste stranote in fatto di conflitto d’interessi, giustizia, pluralismo televisivo eccetera, non li voteremo più`. Anche a rischio che in questo modo vinca per una terza volta Berlusconi».
Ho cambiato idea. La nuova coalizione berlusconiana realizza infatti ormai, senza le sbavature e le crepe democristiane di Casini, un disegno populista eversivo di cristallina evidenza. Il fondamento antifascista della nostra Costituzione verrà spazzato via e irriso come un «cane morto», la morsa clericale e oscurantista su corpi, esistenze private e cultura celebrerà fasti medioevali, la libertà sarà intesa solo nel senso di un’inarginabile arroganza del privilegio, la tolleranza zero verso emarginati e senza santi in paradiso si accompagnerà alla impunità totale e opulenta per amici del governo e altri establishment, il controllo totale del sistema televisivo farà concorrenza alle più nere fantasie di Orwell.
Dopo dodici anni (almeno) di Berlusconi al potere, la democrazia italiana sembrerà gemella di quella russa di Putin. Del resto, non è Putin il leader politico con cui Berlusconi vanta la più intima amicizia e di cui canta i più ditirambici elogi? Putin è il suo modello, o forse Berlusconi pensa che sia Putin ad aver realizzato in Russia una «democrazia» sul modello di Berlusconi. Cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Immaginiamo, come possibile, che alla vigilia del voto lo scarto fra i due schieramenti sia minimo: 100 a Berlusconi-Fini-Bossi-Ciarrapico, 99 a Veltroni-Di Pietro-Bonino, cifre inferiori a tutti gli altri. Restano da conteggiare due voti, amico lettore: il tuo e il mio. Tu mi riassumi l’elenco di tutte le magagne (per atti ed omissioni) compiute dal centro-sinistra, e mi chiedi di votare perciò Arcobaleno. Se mi convinci, il risultato sarà dodici anni (almeno) di potere di Berlusconi, ma una decina (forse) di deputati in più per Bertinotti e Pecoraro Scanio. Sei sicuro di volere questo? Se sei sicuro, non c’è da discutere, è una posizione legittima e un voto con essa coerente.

 

 

Io penso invece che per le lotte che comunque dovremo fare (governo Berlusconi o governo Veltroni), su diritti civili ed eguaglianza sociale, informazione libera e pluralista e giustizia eguale per tutti, e via compitando il rosario ben noto, non è indifferente quale sarà il governo. Con dodici anni di potere berlusconiano rischiamo che per lottare democraticamente diventi necessario essere un poco eroi. E ti risparmierò la citazione di Brecht che conosci come me e come me condividi.
Oltretutto, per le lotte che ci stanno a cuore, nello schieramento di Veltroni troveremo degli alleati. Lungi da me fare il peana sul «modo nuovo di fare le liste». In questo stesso numero una donna siciliana, entrata nel Partito democratico con le famose primarie, racconta oltre ogni ragionevole dubbio come il motto del Gattopardo spadroneggi anche nel Pd di Veltroni. Ma alcune novità ci sono, nasconderle sarebbe disonestà e cecità.
L’accordo con Di Pietro, intanto, che entrerà nel Pd (e in parlamento) portando l’istanza della legalità. L’accordo con i radicali, senza pagare il dazio-Pannella, con tutto ciò che di laicità i radicali significano (doppio merito per Goffredo Bettini, dunque). Umberto Veronesi capolista a Milano, uno scienziato al servizio della vita e della libertà delle donne, e della libertà laica tout court (ha difeso, come dovrebbe essere ovvio, il diritto di ciascuno sulla propria vita, la propria sofferenza, la propria morte: il diritto civile all’eutanasia, insomma). La conferma di Ignazio Marino e della sua legge contro l’accanimento terapeutico, bloccata fin qui dall’accanimento teo-dem. Il ripensamento su Giuseppe Lumia, la cui lotta anti-mafia torna capolista in Sicilia (grazie anche a Ignazio Marino). E infine, last but not least, Pancho Pardi capolista al Senato in Toscana per l’Italia dei Valori. Il compagno che a piazza Navona Nanni Moretti indicò come il futuro leader della sinistra e che con Nanni continua a significare, per il milione e passa di cittadini di piazza san Giovanni, 14 settembre 2002, i girotondi, la loro festa di protesta, il loro ossimoro di moderazione intransigente per la libertà e la giustizia.
Il 13 e il 14 aprile non andremo a votare. Andremo a votare con questa legge elettorale. Non saremo liberi di esprimere intenzioni ed emozioni attraverso il segno sulla scheda. Il meccanismo della «porcata» deciderà il significato concreto, cioè vero, del nostro voto. Lo abbiamo discusso a sufficienza. Ciascuno dovrà ora decidere, senza fingere di non sapere.
Potremo salvarci l’anima, o salvarci da dodici anni di potere di Berlusconi-Putin. Io, da buon materialista e ateo, trascurerò l’anima.

Da MicroMega n°2/2008, in edicola dal 25 marzo 2008.


Veltroni, il Cavaliere e la Tv democratica
di Curzio Maltese, Repubblica -

Non esiste un´altra democrazia dove il ruolo della televisione è tanto decisivo quanto in Italia. Il leader che domina la scena da quindici anni deve al mezzo televisivo tutto il suo successo politico. Senza le sue reti, sarebbe uno dei tanti miliardari poco amati dall´opinione pubblica. Eppure nell´orgia del potere televisivo, è negato agli italiani l´unico angolo di autentica democrazia mediatica, il faccia a faccia fra i candidati premier.
Il confronto fra Berlusconi e Veltroni probabilmente non si farà perché Berlusconi, il politico più televisivo del mondo, non lo vuole.
Non è la prima volta. Berlusconi rifiutò nel 2001 di sfidare Francesco Rutelli. La furberia, come spesso capita da noi, fu premiata. Il centrodestra sosteneva di avere dieci punti di vantaggio alla Camera, ma vinse soltanto con il 2,4 sul centrosinistra: meno di quanto avrebbe potuto spostare un confronto diretto in tv. La storia si ripete oggi, con Berlusconi che sbandiera un vantaggio di 8-10 punti e intanto ha paura di giocarsi il 2-3 per cento in un faccia a faccia con l´avversario.
Da quando è in politica, il Cavaliere ha accettato il duello soltanto quando era sicuro di vincerlo, con Achille Occhetto e due volte con Romano Prodi. Quando poteva rischiare, ha preferito ordinare agli studi Rai una scrivania per la messinscena del "contratto con gli italiani". Una trovata più vicina al costume politico di alcune aree dell´Africa sub sahariana che non al modello americano. Negli Stati Uniti uno scoop del genere comporterebbe l´immediata e simultanea fine della carriera per il conduttore e per il politico.
Berlusconi fugge il faccia a faccia con l´avversario per un calcolo egoistico motivato. Il suo punto debole è l´essere vecchio. Un candidato di oltre settant´anni, venti più dell´avversario, che si candida per la quinta volta. L´esperienza dei duelli televisivi americani dice che vince sempre il candidato più giovane, democratico o repubblicano. Dal primo ormai leggendario, protagonisti John Kennedy e Richard Nixon, fino agli ultimi, protagonisti Bill Clinton e Bush senior. Questo però riguarda l´interesse di un candidato. Altro è l´interesse degli elettori.
Il grande sociologo francese Pierre Bourdieu portava come prova di crisi democratica il fatto che le elezioni fossero decise alla fine da una maggioranza di non informati. «Quelli che hanno come unico bagaglio politico l´informazione televisiva, cioè quasi nulla». Nel quasi nulla il «quasi» è però rappresentato dal faccia a faccia. È l´unica forma di informazione politica televisiva con scarsi margini di manipolazione. Proprio per la sua forma rituale, canonizzata dall´esempio americano. I due contendenti, due giornalisti di testate indipendenti che fanno le domande, un conduttore arbitro dei tempi. È rituale anche la stretta di mano finale fra gli avversari. Un bel rito, importante in una democrazia.
Il confronto diretto, personale, diventa ancora più cruciale quando i programmi si assomigliano, come succede nelle moderne democrazie. Perché l´elettore non giudica se votare il «che cosa» ma il «come», non il programma ma la credibilità del leader. L´acceso confronto fra Barack Obama e Hillary Clinton nelle primarie democratiche è quasi esclusivamente fondato sul linguaggio: i programmi sono pressoché identici.
Ora, in Italia siamo sottoposti per 365 giorni l´anno a un´informazione politica manipolata e orientata da pseudo giornalisti che debbono la carriera e la possibilità stessa di lavorare al partito di riferimento o al partito e al padrone, come nel caso dei dipendenti o lottizzati da Berlusconi. A proposito di spazzatura, il caso dell´emergenza rifiuti a Napoli è esemplare. Non passa giorno da un anno che tre, quattro, cinque o tutte le reti nazionali non mostrino le montagne di spazzatura, allegramente rimosse in tutti gli anni precedenti, mentre crescevano fino all´esplosione finale.
Nell´unica occasione in cui la televisione potrebbe funzionare da strumento di conoscenza, appunto il faccia a faccia, lo schermo si oscura. Perché il padrone delle televisioni ha deciso di oscurarlo. Come si comporterebbero i giornalisti delle reti private americane se uno dei due contendenti alla presidenza degli Stati Uniti decidesse di disertare il confronto? Probabilmente inviterebbe l´altro da solo, con una sedia vuota per avversario. Come si comporteranno i giornalisti del servizio pubblico italiano? Lo sappiamo per certo. Faranno trovare al padrone la scrivania commissionata, tirata a lucido coi gomiti.


 

VOTO UTILE, INUTILE, DANNOSO

Sono arciconvinto che il voto inutile non esiste. Anche quando l'elettore si manifesta con il non voto o la scheda bianca o la scheda annullata. Esistono solo espressioni di voto utili ed espressioni di voto dannose. Ovviamente, sempre in relazione a un determinato punto di vista. Quello che a me pare dannoso ad altri può apparire utile, e viceversa. Chi non vota, di fatto è come se votasse per il favorito dai pronostici. Solo che non ha il coraggio di ammetterlo, in primo luogo verso sé stesso. Di fatto quindi il suo voto risulterà utile a uno dei due concorrenti, il favorito, se questi si conferma vincitore, e dannoso al secondo. Viceversa, se il favorito non si conferma vincitore e passa quello pronosticato come secondo, utilità e danno avranno interpretazioni di segno opposto.

Comunque la si rigiri ci sono solo due tipi di voto: quelli utili e quelli dannosi.

Facciamo un caso concreto, tanto per restare ai fatti di casa nostra, ossia alle ormai prossime elezioni politiche. E prendiamo un punto di vista, giusto per esemplificare: quello della pace. Ma se ne potrebbero prendere altri. Questo mi è stato richiamato alla mente da due recenti episodi.

Alcuni giorni addietro è comparsa una dichiarazione di Martino, l'ineffabile Ministro della Guerra (pardon, della Difesa) di Berlusconi, circa l'opportunità e la voglia di riprendere l'azione militare in Iraq.


Benissimo! E bravo Martino. Cos'era un segnale di fumo all'amministrazione Bush? Per chiedere aiuto per Berlusconi oppure per sé? O un segnale agli elettori di destra, nostalgici delle gloriose gesta della seconda guerra mondiale, per non votare per Storace?

Se si trattava di un segnale a Bush, la risposta la si trova in un'intervista al capo militare USA in Iraq, comparsa questa mattina:

Ci aspetta questo se torna Berlusconi? Forse. Molto probabile. Dipende dalle convenienze personali del momento del residente ad Arcore. Senza nessuno scrupolo. Alla faccia dell'articolo 11.

Allora mi viene subito una domanda che alcuni amici e conoscenti dovrebbero porsi:

È meglio tentare di contrastare Berlusconi prima, votando per chi ha realisticamente maggiori chance (e certamente non seguirà certe strade bellicose), oppure accettare a priori la vittoria di Berlusconi, sprecando palesemente il proprio voto per una lista sicuramente perdente (esempio di voto dannoso per il punto di vista adottato) e riservandosi poi di fare tante belle manifestazioni di piazza a favore della pace?

Certo, le manifestazioni sono molto belle e ci mettono la coscienza a posto. Per alcuni sono addirittura delle belle vetrine per mettersi bene in mostra. Basta poi spiegarlo ai diretti interessati e un po' anche ai contribuenti.

Ferdinando Longoni
http://romanordxilpd.blogspot.com/



“Unfit” anche per il Wsj. Ma basterà?

GIOVANNI COCCONI


Il Partito democratico non si freghi troppo le mani. Le pagelle internazionali non hanno mai fatto vincere le elezioni. Però questa volta la bocciatura arriva da uno dei giornali più autorevoli del mondo, liberista- conservatore, bibbia dell’establishment finanziario e non ostile verso i miliardari. Con l’aggravante che il suo editore è un vecchio amico di Silvio Berlusconi, quel Rupert Murdoch che sarebbe bello sapere se condivide quello che il suo Wall Street Journal ha scritto ieri. Pagina 12 dell’edizione europea.
Titolo: «Silvio and A l i t a l i a » .
Svolgimento: «In economia Silvio Berlusconi come premier ha deluso.
A giudicare dalle promesse fatte in vista delle elezioni del mese prossimo la sua terza volta non sarà un incanto».
Segue l’elenco delle promesse fatte da Mr Berlusconi nel 2001 (tagli alle tasse, liberalizzazioni) e lasciate lettera morta. «Durante i suoi cinque anni di governo il Pil è cresciuto in tutto del 3,6 per cento, peggio dell’8,6 francese, o del 4,5 tedesco nello stesso periodo, e molto meno del 17,7 spagnolo o del 13,5 inglese».
Ma cosa c’entra l’Alitalia? C’entra, perché per il quotidiano le vicende di questi giorni rivelano che Berlusconi «è un politico disposto a fare di tutto pur di riprendersi il potere. E questa non è certo una buona notizia, né per l’Alitalia né per l’Italia». Conosciamo già l’obiezione.
Anche l’Economist nel 2001 scrisse che Berlusconi era «unfit » (inadeguato) a guidare l’Italia e sappiamo com’è finita.
Il settimanale britannico ha ripetuto la bocciatura nel 2003 ma Berlusconi è ancora lì, a bordo campo, pronto a rientrare in partita. Anzi, probabilmente certe opinioni, proprio perché “autorevoli”, rafforzano il leader del Pdl nella convinzione di rappresentare davvero un personaggio di rottura, un vero outsider anti-establishment, un autentico leader popolare e populista.
Eppure la stroncatura del Wsj ci dice qualcosa di più e non solo perché arriva da un giornale certamente non ostile verso il Cavaliere e le sue ricchezze.
A non convincere il quotidiano di Wall Street è la gestione imprenditoriale della vicenda Alitalia da parte dell’” imprenditore” Berlusconi.
«L’ultima volta che era stato a palazzo Chigi, fra il 2001 e il 2006, salvatori dell’Alitalia Berlusconi non ne aveva trovati, limitandosi a temporeggiare mentre il debito della compagnia volava, raggiungendo – lo scorso gennaio – quota 1,3 miliardi di euro. Al signor Berlusconi gli elettori italiani potrebbero chiedere perché non abbia venduto la loro quota dell’Alitalia quando ancora valeva qualcosa, visto che negli ultimi due anni il valore delle azioni è crollato circa del 70 per cento». Non solo. Anche per i sindacati oggi «sarebbe molto più difficile adottare una posizione tanto rigida se non fosse per la copertura politica offerta loro dal signor Berlusconi».
Opportunamente il Wsj ricorda le responsabiltà dei sindacati, che oggi «minacciano di far saltare l’accordo» ma che «sono gli stessi che avevano contribuito alle disgrazie dell’Alitalia, coi loro numerosi scioperi, e la loro costante opposizione a una ristrutturazione aziendale.
Farebbero bene a ricordarsi il destino dell’ex compagnia di bandiera belga, la Sabena, i cui lavoratori rifiutarono una concessione dopo l’altra fino a che l’azienda non fallì». Conclusione.
Il leader del Pdl si è dimostrato «un politico molto più legato alle corporazioni che un sostenitore del libero mercato disposto a fare ciò di cui il paese ha bisogno per rivitalizzare la sua economia in declino».
Mr. Berlusconi e il mercato sono due vasi non comunicanti e il mondo degli affari se n’è accorto. Non sappiamo se Mr. Tremonti si fregherà le mani e leggerà le parole del Wsj come un indiretto imprimatur alla sua linea neoprotezionista.
Forse nel piccolo recinto di casa nostra non interessano a nessuno. Certamente non faranno guadagnare voti ai suoi avversari. Ma ai tavoli che tanto interessano al ministro dell’economia in pectore per riformare l’economia mondiale certe opinioni come quelle del Wsj contano. Eccome se contano. http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp


Comore, la festa è finita
L'esercito sbarca ad Anjouan e spodesta il presidente ribelle, il Paese torna unito
L'esercito delle Comore è stato di parola: come più volte annunciato, le Forze Armate hanno chiuso la partita con Mohammed Bacar, il presidente “ribelle” dell'isola di Anjouan, sbarcando oggi sull'isola e sconfiggendo le poche centinaia di miliziani rimasti a difenderlo. A un anno dall'inizio della crisi, le Comore tornano ad essere un Paese unito.

Truppe comoriane sbarcate ad AnjouanCirca 450 truppe sono partite oggi all'alba dalla vicina isola di Moheli, spalleggiate dai contingenti dell'Unione Africana giunti apposta nelle ultime settimane. Il palazzo presidenziale a Mustamudu è stato trovato abbandonato, con Bacar e i suoi più stretti seguaci scomparsi. Sull'isola è già cominciata la caccia all'uomo per assicurare alla giustizia il presidente dissidente, vincitore delle elezioni della scorsa estate, mai riconosciute però dal governo federale comoriano, perché organizzate in violazione della Costituzione. Per il momento non si hanno notizie di morti o feriti, nonostante vi siano stati brevi scontri a fuoco poco dopo lo sbarco. La popolazione avrebbe accolto festosamente le truppe comoriane, che hanno posto fine all'avventura del capo di stato ribelle.

La principale domanda riguarda ora il futuro di Bacar: più volte il governo ha espresso la volontà di mettere sotto processo l'ex-presidente, accusato di aver instaurato una specie di “regno del terrore” sull'isola di Anjouan negli ultimi mesi. Al momento non è chiaro se l'uomo sia riuscito a fuggire dall'isola, o se si stia nascondendo protetto dagli ultimi fedelissimi che ancora lo sostengono. Vittorioso su tutta la linea, il governo potrebbe anche decidere di adottare la linea della clemenza nei confronti dell'avversario.

La folla accoglie i militari per le strade di AnjouanIndipendenti dal 1975, le Comore hanno una storia singolare: detengono il record di colpi di stato tentati (ben 19 in 33 anni di storia), hanno l'Europa a 70 km di distanza pur essendo nel mezzo dell'Oceano Indiano (Mayotte fu l'unica isola dell'arcipelago a decidere di rimanere sotto la Francia al momento dell'indipendenza, e questo l'ha fatta diventare una delle principali rotte dell'immigrazione clandestina) e hanno già vissuto una guerra di secessione, scoppiata nel 1997 nelle isole di Moheli e Anjouan e conclusasi solo nel 2001. Da allora, per preservare l'unità del povero arcipelago, le cui uniche entrate provengono dal turismo e dalle esportazioni di vaniglia, è stato ideato un complesso sistema che concede un presidente a ogni singola isola, più un capo di stato della federazione scelto a rotazione tra le tre isole dell'arcipelago.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=10546

Pakistan: un difficile inizio di legislatura

La nuova coalizione di governo deve ancora superare alcune difficoltà interne

Il Presidente della Repubblica, Pervez Musharraf, è tuttora intenzionato a continuare a guidare il paese, nonostante la sconfitta dei suoi oppositori.

La legislatura nata all'indomani delle elezioni parlamentari del 18 febbraio 2008, in cui hanno prevalso il Pakistan People's Party (PPP) e la Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N), sta muovendo i suoi primi passi in questi giorni. I leader dei due partiti, Asif Ali Sardari (co-Presidente del PPP e vedovo di Benazir Bhutto) e Nawaz Sharif, sono impegnati a porre le basi del nuovo Governo. Tale esecutivo dovrà convivere col Presidente delle Repubblica, Pervez Musharraf intenzionato a conservare il proprio potere anche dopo la sconfitta elettorale del fronte che lo sostiene.
Dalle elezioni il PPP è emerso come il solo partito che disponga di una base di consenso a livello nazionale e ha conquistato la maggiore quota di seggi al parlamento. La formazione che però ha conseguito la vittoria più significativa dal punto di vista politico è stato il PML-N, che ha visto moltiplicato il numero dei suoi parlamentari. L'Awami National Party, che per ordine di grandezza rappresenta la terza componente della coalizione (e che non aveva alcun deputato) ha conquistato dieci seggi. Da rilevare il fatto che il 28 febbraio il PPP ha offerto al partito di ispirazione islamica Jamiat Ulema-i-Islam-Fazlur (guidato dal maulana Fazlur Rehman) di entrare a far parte della compagine governativa.

A far dubitare alcuni della tenuta della nuova alleanza sono i passati contrasti fra Benazir Bhutto (e con lei suo marito) e Nawaz Sharif. Apparentemente, le inimicizie degli anni scorsi sono state superate dopo il successo elettorale. Il 20 febbraio Sardari e Sharif hanno dichiarato di voler mettere da parte le accuse del passato per dar vita a una coalizione di governo. In quell'occasione nessuno dei due ha dichiarato apertamente l'intenzione di cacciare Musharraf, ma hanno fatto capire di non aver intenzione di allearsi con la Pakistan Muslim League-Quaid (PML-Q), il “partito del Presidente”. Il nove marzo i due si sono incontrati nuovamente per concludere un accordo che prevede l'attuazione di una Carta per la Democrazia, che priva il presidente del potere di sciogliere il Parlamento e di quello di nominare i vertici delle Forze Armate (FFAA). PPP e PML-N si sono accordati per discutere entro trenta giorni dall'inizio dei lavori del Parlamento una risoluzione che preveda il reintegro dei giudici esautorati dal Presidente durante lo stato d'emergenza proclamato il 3 novembre 2007. Per quanto riguarda la concreta spartizione dei poteri, l'accordo prevede che PPP guiderà il governo nazionale e il PML-N sarà partner con pari dignità, mentre nel Punjab (la provincia più popolata del paese) sarà il PML-N a governare, con l'appoggio del PPP quale partner alla pari. Secondo gli accordi spetta al PPP scegliere il premier.

La nomina del capo del Governo è il primo grande ostacolo che la coalizione ha superato. Ne' Sardari ne' Sharif avrebbero potuto ricoprire l'incarico di premier visto che (per varie ragioni) non sono parlamentari. Sardari non si è presentato poiché nel periodo della registrazione delle candidature la moglie (leader carismatica del PPP da cui ha in pratica ereditato la carica) era ancora viva. Ora si pensa che intenda concorrere in una elezione suppletiva e diventare premier in un secondo momento.

In quest'ottica andrebbe letta la scelta, resa pubblica il 22 marzo e apparentemente frutto del dibattito interno nel PPP, di presentare come candidato a capo del Governo Yousaf Raza Gillani, esponente non di primo piano del partito eletto dall'Assemblea Nazionale nella riunione di lunedì 24 marzo. Gillani è visto come una figura pronta a dimettersi nel caso in cui Sardari venisse eletto ed è stato preferito a una personalità forte come quella di Makhdoom Amin Fahim (vice Presidente del partito) che gode di notevole prestigio, ma, in quanto legato al clan dei Bhutto, rappresenta l'opposizione interna a Sardari.

Il premier designato dovrà convivere con un Presidente deciso a mantenere le proprie prerogative. Musharraf ha fatto infatti capire, attraverso alcune dichiarazioni, che non ha intenzione di dimettersi, nonostante la sconfitta elettorale dei partiti che l'appoggiavano. Questo potrebbe tradursi nella messa in atto da parte sua di una serie di manovre volte a creare divisioni nel fronte governativo fino a creare una situazione di crisi. Le normative costituzionali (emendate per volere di Musharraf nel 2002) attribuiscono al capo dello stato notevoli poteri, fra cui quello di sciogliere il Parlamento e quello di nominare i vertici dei servizi militari.

Non bisogna poi dimenticare che dal 2003 il Senato è guidato dai sostenitori di Musharraf e le prossime elezioni per tale assemblea avverranno nel 2009. Ciò significa che, dal momento che il PPP e i suoi alleati non hanno la maggioranza dei due terzi di un'assemblea congiunta di Parlamento e Senato per chiedere la messa in stato d'accusa del Presidente, costui è al sicuro dagli attacchi politici della nuova maggioranza. Qualcuno si spinge a prevedere che la coalizione mirerà a creare un clima politicamente invivibile per lui (con proteste e denunce, ad esempio) per spingerlo a dimettersi. Indiscrezioni parlano di una richiesta di impeachment dopo il reintegro dei magistrati. Ma, vista la determinazione di Musharraf, tali ipotesi risultano difficilmente realizzabili.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32161

Tibetani in esilio denunciano: monaci torturati nelle prigioni di Lhasa
di Nirmala Carvalho
Tutti i gruppi tibetani parlano di oltre 100 morti e migliaia di feriti e arrestati, di torture e continue brutalità. Pressanti appelli alla comunità internazionale perché la Cina fermi la repressione e sia disposta un’indagine. Fermata la Marcia pacifica da Dharamsala (India) al Tibet.

Dharamsala (AsiaNews) – “Ogni giorno riceviamo notizie di nuovi morti a Lhasa, monaci e suore sono torturati in modo inumano”. Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia, dice ad AsiaNews che è “sconvolto per la brutalità degli omicidi”. “Per protesta i nostri seguaci si sono tosati il capo, dopo una preghiera il 20 marzo a Dharamsala. Il 22 marzo anche molti membri del Parlamento tibetano in esilio si sono tosati la testa”. Da Dharamsala (India), il governo tibetano in esilio chiede a Pechino l’immediato rilascio dei tibetani arrestati, cure mediche per le migliaia di feriti e l’accesso dei media alle zone delle violenze.

Il Comitato per la solidarietà tibetana, che raccoglie diversi dei maggiori gruppi pro-Tibet, parla di oltre 140 morti accertati e 1.100 arresti, con migliaia di morti e detenuti non conosciuti. Gli arrestati sono portati in prigioni lontane, perché quelle di Lhasa sono piene, e subiscono torture giustificate con le esigenze delle indagini. Oltre 450 feriti non ricevono le cure necessarie. In Cina in molte zone abitate da tibetani la gente si riunisce per pregare tutti insieme, come a Kardze, Chamdo e Golog il 20 e 21 marzo.

Anche Dhondup Dorjee , vicepresidente del Tibetan Youth Congress, parla ad AsiaNews di “oltre 100 tibetani morti accertati e migliaia tra feriti e arrestati. Riceviamo tante fotografie di morti a Lhasa e queste fotografie raccontano la storia di una brutalità senza limiti dei cinesi contro i tibetani”. “Questa brutale violenza del regime cinese dimostra la mancanza di legittimità della dominazione cinese in tutte le 3 province tibetane”. “Siamo grati a Sua Santità il Papa per avere ricordato il Tibet nel messaggio pasquale”.

In Cina le proteste pacifiche iniziate il 10 marzo (anniversario dell’occupazione cinese del 1959), si sono svolte in più di 20 contee, non solo in Tibet ma anche nelle parti tibetane delle province di Gansu, Sichuan e Qinghai. Ora tutti i gruppi pro Tibet invocano un intervento della Nazioni Unite e dei governi per chiedere a Pechino la fine delle violenze e il rilascio dei detenuti, l’accesso della stampa internazionale e una missione che accerti quanto è avvenuto.

Ieri a New Delhi vari gruppi tibetani durante una protesta hanno innalzato 15 bandiere nere, in ricordo dei 15 giorni di repressione. Il Comitato organizzatore della Marcia pro Tibet ne ha disposto la temporanea sospensione, accogliendo gli inviti del Dalai Lama. La marcia, che vuole portare centinaia di tibetani in esilio dall’India alla loro Patria quale richiesta di maggiore libertà, è giunta a Roper nel Punjab.

 http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11846&size=A


Le riforme possono aspettare

Da Chisinau, scrive Iulia Postica

Vasile Tarlev
Il sesto congresso del Partito Comunista Moldavo, oggi al potere, ha portato alle inaspettate dimissioni del premier Vasile Tarlev. Secondo l'opposizione e molti analisti, però, più che di reali riforme nel partito, si tratta dell'inizio della campagna elettorale per le parlamentari del 2009
Mercoledì 19 marzo il presidente della Repubblica di Moldavia, Vladimir Voronin, ha accolto le dimissioni presentate dal primo ministro Vasile Tarlev. Le dimissioni della compagine governativa arrivano quale effetto del sesto congresso del Partito Comunista Moldavo, che ha prodotto uno sforzo verso il rinnovamento della propria piattaforma politica, ed è stato contemporaneamente letto come un tentativo di mettere da parte vecchi quadri ormai troppo impopolari.

Vasile Tarlev è stato alla guida del governo moldavo negli ultimi sette anni, a partire dal 2001. E' la prima volta che in Moldavia l'intero esecutivo rassegna le dimissioni su richiesta del primo ministro. Tarlev ha spiegato il suo gesto con la necessità di cambiamento all'interno delle istituzioni. Secondo l'ormai ex premier, ci sono persone cresciute professionalmente durante il suo mandato che hanno bisogno di poter uscire in primo piano e dimostrare le proprie capacità. Dopo le sue dimissioni, Tarlev è stato premiato col più alto riconoscimento ufficiale in Moldavia, quello dell' “Ordine della Repubblica”.

Vai al sito in inglese del Partito Comunista Moldavo
Giornalisti ed analisti di molti media a Chisinau hanno commentato le dimissioni descrivendole innanzitutto come un sacrificio fatto dal partito in vista delle prossime elezioni parlamentari, previste per l'inizio del 2009, dimissioni che rompono lo schema tradizionale secondo cui un esecutivo non si dimette prima di una tornata elettorale. Quanto successo sembra essere parte di uno scenario deciso a tavolino dai partecipanti al sesto congresso del partito comunista. Tarlev si è dimesso rispondendo ad una richiesta pervenuta da Voronin, causata sia dal preoccupante calo di consensi registrato dal partito che dalle pressioni provenienti da Mosca. Voronin ha deciso di tentare di migliorare l'immagine della propria formazione politica con un certo anticipo rispetto alle prossime elezioni, promuovendo facce nuove e aprendo maggiormente all'Occidente.

“Quanto accaduto è assolutamente inspiegabile. I comunisti hanno già cominciato la campagna elettorale del 2009. Credo che dovremo aspettarci nuovi colpi di scena”, ha dichiarato Dimitru Braghis, presidente del Partito Socialdemocratico Moldavo e primo ministro dal 1999 al 2001. “Esiste la possibilità che in Moldavia venga portata a termine la stessa strategia di passaggio di potere adottata nella Federazione Russa. Abbiamo già visto schemi politici elaborati a Mosca venire applicati anche nella nostra vita politica”.

Intanto, la tanto attesa riforma del partito comunista, una delle condizioni poste dall'opposizione parlamentare prima di contribuire all'elezione di Voronin alla carica di presidente, nel 2005, è rimasta sulla carta.

Al congresso hanno partecipato 412 delegati, in rappresentanza dei circa 20mila iscritti al partito. Erano presenti anche tutti i parlamentari eletti nelle file del partito comunista, e praticamente l'intero esecutivo. Inviti sono stati inviati anche ai rappresentanti dei partiti comunisti di Russia, Ucraina, Cina e Romania.

Il congresso è stato pomposamente tenuto il 15 marzo all'interno del Palazzo della Repubblica, e Voronin è stato eletto per la terza volta consecutiva leader del Partito Comunista Moldavo. Nonostante le voci insistenti che davano per probabile l'adozione della denominazione “socialdemocratico” al posto di “comunista”, il nome del partito è rimasto invariato. Voronin ha spiegato la decisione argomentando che il nome attuale è ancora convincente, e che dopo un'eventuale rinuncia al nome tradizionale, molte formazioni politiche sarebbero pronte ad utilizzarlo.

"I comunisti moldavi stanno agendo sulla base della propria esperienza. Hanno individuato il socialismo come loro obiettivo, ma nel loro programma rimangono alcuni ossimori politici come “centralismo democratico"
Le uniche vere novità emerse dal congresso riguardano l'adozione di un nuovo programma politico. A questo proposito Vasile Butnaru, direttore del Moldavian Bureau of the Free Europe, ha parlato di un programma ormai non più puramente marxista. “I comunisti moldavi stanno agendo sulla base della propria esperienza. Ora c'è un tentativo di produrre riflessioni teoriche dopo sette anni di governo. Hanno individuato il socialismo come loro obiettivo, ma nel loro programma rimangono alcuni ossimori politici come “centralismo democratico”. Se li confrontiamo ai comunisti russi, il rinnovamento portato avanti da quelli moldavi è più profondo, ma rimane ancora grande la distanza rispetto alla sinistra europea o ai comunisti ciprioti”.

Martedì 18 marzo, Voronin ha convocato una conferenza stampa per rendere pubblici i risultati del congresso. Il presidente ha voluto accennare anche alla scarsa copertura mediatica ricevuta, secondo lui, dall'evento. Dopo aver dichiarato che il suo partito non ha bisogno di riforme, nel giro di tre giorni Voronin ha effettuato una conversione su tutta la linea, facendo riferimento a cambiamenti sostanziali. Il presidente ha detto che la gente è stufa di vedere sempre le stesse facce, e che proprio per questo il congresso ha deciso di assegnare a giovani molte delle posizioni chiave del partito. Come risultato, il 49% dei membri del comitato esecutivo sono stati cambiati, ha aggiunto il presidente.

Quando gli è stato chiesto perché buona parte dei lavori del congresso siano stati tenuti in lingua russa, il capo dello stato ha scioccato i giornalisti presenti con una risposta che sfida apertamente la costituzione della repubblica. “Il linguaggio utilizzato nei lavori del congresso è una questione interna al partito. Il russo è una delle lingue ufficiali del paese. Quello che conta non è la lingua che si parla, ma le cose che si dicono”. Ricordiamo che l'articolo 13 della costituzione moldava recita: “La lingua ufficiale della Repubblica di Moldavia è il moldavo, scritto in lettere latine”.

Anche dalla Transnistria sono arrivate reazioni alle dimissioni presentate da Tarlev. Secondo Valerian Tulgara, deputato del parlamento della repubblica secessionista, la decisione di Voronin di chiedere le dimissioni del governo non ha nulla a che vedere con le prossime elezioni del 2009. Tulgara è convinto che gli ultimi eventi accaduti a Chisinau siano piuttosto legati alla volontà del presidente moldavo di non riaprire il processo negoziale con la Transnistria.

Ma chi sarà il prossimo premier moldavo? Nelle proprie dichiarazioni Voronin e Tarlev hanno fatto riferimento ad almeno cinque possibili candidati. I media puntano a Igor Dodon, ministro dell'Economia e Commercio, ai vice premier Zinaida Grecianii, Andrei Stratan e Victor Stepaniuc, e a Marian Lupu, presidente del parlamento. Secondo le ultimissime voci, la scelta di Voronin sarebbe alla fine caduta sulla Grecianii.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9284/1/51/

“La vera riforma? Allontanarsi dai nazionalismi”

 

: Pensare l'Europa

 

La Turchia è in un momento nevralgico della sua storia per l’ennesima frattura fra le schiere laiche e filoislamiche dello Stato. Da una parte la magistratura, fiera custode della laicità dello Stato di Atatürk e dall’altra il governo islamico-moderato di Recep Tayyip Erdogan, che promette riforme e ingresso in Europa, ma è accusato di portare avanti un progetto per islamizzare il Paese. Fra queste riforme c’è anche l’articolo 301 del codice penale, nella versione approvata nel 2004, che doveva essere emendato già due mesi fa. Punisce chi reca offesa all’identità turca e in questi primi tre anni di applicazione ha visto andare alla sbarra decine di intellettuali, giornalisti, liberi pensatori, militanti politici e in qualche caso anche fedeli appartenenti a religioni fuori da quella islamica. Fra loro c’è anche Ragip Zarakolu, fondatore della casa editrice Belge, che da 31 anni pubblica libri poco graditi all’ordine costituito, promuovendo la cultura curda e parlando di quello che in Turchia chiamano il “cosiddetto genocidio armeno”. Dal 2002 è finito davanti al giudice sette volte. Ci è tornato oggi, per aver messo sul mercato il libro di uno storico armeno, che parlava di riconciliazione storica fra le due nazioni e del riconoscimento da parte di Ankara di quanto avvenuto nel 1915. Senza nascondere una vena pessimistica, Zarakolu ha dichiarato di non riporre molta fiducia negli emendamenti studiati dal partito islamico moderato per la Giustizia e lo Sviluppo al potere in Turchia, e affermato che l’unico modo per cambiare qualcosa sarebbe abolirlo e cercare di mutare la mentalità della gente. Impresa impossibile al momento, per il potere ancora esercitato dai militari su larghe fette dell’opinione pubblica, da una stampa che predilige toni violenti e nazionalisti e da problemi annosi che continuano a minare la stabilità del Paese, primo fra tutti quello dei curdi. Una Turchia lontana dall’Europa, che deve ancora compiere molti progressi per raggiungere la piena democrazia, ma che Bruxelles vede solo per il suo potenziale economico, senza una vera volontà di integrazione.

Ragip Zarakolu, lei sta per tornare davanti ai giudici proprio adesso che l’articolo 301 del codice penale sta per essere emendato, come si sente?

Come in un gioco che ogni volta si ripete nello stesso modo. E tranquillo. Sono finito davanti ai tribunali turchi molte volte. Ogni volta è lo stesso rituale.

Molti giornali hanno anticipato la bozza di massima del nuovo articolo 301. Che cosa ne pensa?

Penso, che per quanto impegno possano averci messo, non servirà a nulla. Il testo di questo articolo è già stato cambiato molte volte, portando come risultato sempre nuovi fraintendimenti. Dovrebbe essere abolito, non emendato. Nel 1991 sono stati aboliti articoli che vietavano la pubblicazione e la diffusione di determinate ideologie, come quelle comuniste e socialiste. Ci sono voluti 10 anni ma adesso non ci sono più. Non capisco perché per il 301 non si faccia la stessa cosa.

Però è proprio la maggior parte del popolo turco che non vuole la sua abolizione. Molti si lamentano anche della sola modifica del testo.

Certo, infatti il problema è proprio questo. Ci vorrebbe un cambiamento di cultura da parte del popolo turco, che non è pronto per recepire cambiamenti come l’abolizione dell’articolo 301.

Perché?

Perché il popolo turco è profondamente nazionalista e questo è dovuto al fatto che l’establishment militare ha ancora un grandissimo ascendente sull’opinione pubblica. Poi sono aiutati dai giornali e dall’industria editoriale. Sul mercato turco i libri che inneggiano a teorie nazionaliste si contano a decine. Nascono e crescono inquadrati da generazioni ormai.

In Turchia l’esercito e anche la magistratura vengono spesso visti come l’unica garanzia di laicità dello Stato.

Sarà anche vero ma per decenni hanno fatto cose terribili. Hanno perseguitato persone solo per le loro ideologie, comunisti o curdi che fossero. Il golpe del 1980 spazzò via tutte le forme di associazionismo.

L’anno passato però sono stati forse la forza di opposizione più visibile contro l’esecutivo islamico-moderato di Erdogan e in questi giorni la magistratura ha tirato fuori il pugno di ferro con l’esecutivo.

Il punto è proprio questo. I militari e la magistratura si dovrebbero fare da parte, non intervenire nella vita politica dello Stato e lasciare che si venga democraticamente a creare un centro sinistra che adesso di fatto non esiste perché con il golpe dell’Ottanta hanno spazzato via tutto. E il Chp (il Partito repubblicano del Popolo, di orientamento laico ndr) finché c’è Deniz Baykal alla guida non potrà mai fronteggiare Erdogan. Ma loro continuano a fare politica e adesso stanno usando la questione curda per mettere in difficoltà l’esecutivo.

Parliamo dell’esecutivo. Cosa ne pensa del premier Erdogan? Come sta governando il Paese?

Se imbocca la strada di un Islam moderato credo possa essere un’opportunità per la Turchia. Ma ci vuole anche un’opposizione reale. E poi ripeto, bisogna lavorare sulla mentalità della gente. Le riforme economiche non bastano.

Le schiere laiche del Paese e molti commentatori europei parlano di rischio di deriva islamica

C’è anche questa eventualità.

La Turchia vuole entrare in Europa. Come vede il suo Paese?

Io non credo che il popolo turco sia così ansioso di entrare in Europa e d’altra parte credo che a Bruxelles stessa della Turchia importi poco se non per il potenziale economico.

Ha ricevuto minacce? Ha paura?

In Turchia se dici qualcosa che va contro l’ordine costituito le minacce rientrano nella normalità. Diciamo che sto attento e vado avanti.http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=2,138

Ragip Zarakolu con Marta Federica Ottaviani


 

La Germania si sta "spaghettizzando". Era questo il titolo di un articolo pubblicato dalla Stampa circa due anni fa che raccontava la situazione della comunità italiana in Germania. Le vicende delle ultime settimane e mesi (nascita di nuovi partiti, difficoltà a formare coalizioni di governo, rissosità del dibattito politico tedesco) sembrano confermare questa tendenza.

Pare ora che anche la SPD - o meglio, i suoi iscritti - vogliano "tagliarsi una fetta" (traduzione letterale di "eine Scheibe abschneiden", che indica la volontà di emulare ed imparare dall'esperienza di altri) dal Partito Democratico italiano. Secondo un'indagine dell'istituto demoscopico Emnid, ben il 91% degli aderenti alla SPD chiedono che il prossimo candidato socialdemocratico al cancellierato sia individuato da tutti gli iscritti per il tramite delle Primarie.

"Fino ad ora non è chiaro - spiega il politologo Peter Lösche, dell'università di Gottinga- chi sarà il candidato della SPD. Questo problema potrà essere risolto attraverso una consultazione degli iscritti. La persona che verrà scelta attraverso questa consultazione avrà il grande vantaggio di disporre di una forte legittimazione e di poter far risalire la propria autorità alla volontà degli elettori."

E ci voleva il professor Lösche per capirlo? Bastava guardare un po' al di qua delle Alpi no? http://www.politicagermania.net/


L'ARGENTINA E LA MEMORIA A 32 ANNI DI GOLPE

 

Gennaro Carotenuto

Due manifestazioni grandi e vigorose, due Plaza de Mayo piene, ma irrimediabilmente divise, hanno ricordato i 32 anni dal golpe in Argentina del 24 marzo 1976, quello dei 30.000 desaparecidos, i grandi passi avanti ma anche i ritardi nel compimento della giustizia.


Prima vengono le Madri di Plaza de Mayo con le Abuelas (le nonne che in questi anni hanno continuato a recuperare i nipoti sequestrati). Con loro marciano le associazioni storiche per i diritti umani, il SERPAJ con il premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel, il CELS, HIJOS (i figli dei desaparecidos), figure come il cineasta Pino Solanas. Più tardi viene la marcia dei partiti di sinistra, con le molteplici sigle che uniscono e dividono l’estrema argentina, molti giovani e slogan più radicali.
Al di là delle differenze, entrambe le manifestazioni vogliono le stesse cose: ricordare, reincontrarsi come da sempre fanno, rinnovare la memoria di chi è rimasto vittima del genocidio, esigere giustizia. Questa è la prima volta da molto tempo di un 24 marzo con genocidi in carcere. Genocidi come il sacerdote Christian Von Wernich o il commissario Miguel Etchecolatz, entrambi condannati all’ergastolo quest’anno. Tutti chiedevano la ricomparsa con vita di Julio López, testimone chiave del processo Etchecolaz, considerato il desaparecido n. 30.001 ed esigevano risposte dal governo.
E’ molto, ma non basta, appena 13 sono i genocidi in carcere. Un interminabile cartello, che risplendeva nel dolcissimo inizio autunno di Buenos Aires, chiedeva il carcere per José Alfredo Martínez de Hoz, Ministro dell’economia della dittatura, uomo dell’FMI e del neoliberismo. E alla mattina un grande escratche (manifestazione di denuncia) nel quartiere Palermo ha denunciato la complicità ieri con la dittatura, oggi contro i lavoratori, della “Società Rurale Argentina”, la massima associazione dei latifondisti, che in questo paese continua a contare troppo. Sono questi, quelli del potere economico che guadagnò con il genocidio, il nuovo fronte che la giustizia non può non aprire in Argentina, per ricordare guardando al futuro.

fonte www.gennarocarotenuto.it



Anche quest’anno sono dieci i messicani che la rivista Forbes ha incluso nella lista delle persone più ricche del mondo. Carlos Slim è il primo, ecco chi sono gli altri nove e a quanto ammonta la loro fortuna.

Solo un cambio rispetto alla classifica 2007, María Asunción Aramburuzabala, azionista di “Gruppo Modelo” e impresaria più poderosa messicana è stata esclusa dalla lista Forbes. Lo scorso anno si era collocata al posto 488 mondiale con una fortuna di circa 2mila milioni di dollari. Al suo posto tra i primi 10 messicani è entrato Germán Larrea (3°), presidente esecutivo di “Grupo Modelo”, piazzatosi subito al terzo posto tra i messicani, alle spalle di Carlos Slim (1°) e Alberto Bailleres (2°). Forbes stima in 7,3mila milioni di dollari il capitale di Larrea, che lo colloca al 127 posto tra i 1'125 multimilionari del pianeta.

Ecco i dieci messicani più ricchi:


Carlos Slim (1°), di Telmex e Grupo Carso, sale di una posizione e raggiunge il secondo posto mondiale. La sua fortuna è aumentata 11mila milioni di dollari nell’ultimo anno, il che gli ha permesso di superare Bill Gates, di Microsoft, ed ora è preceduto solo dall’investitore statunitense Warren Buffet.

Alberto Bailleres (2°), di Peñoles e Palacio de Hierro, ha quasi duplicato la sua fortuna negli ultimi 12 mesi, passando da 5mila milioni di dollari a 9,8. Bailleres si mantiene al secondo posto tra i messicani ed è entrato nella top 100 mondiale.

Ricardo Salinas Pliego (4°) ha aumentato il suo capitale di 1,7mila milioni di dollari rispetto al 2007. L’impresario di Grupo Salinas e TV Azteca è sceso pero dal terzo al quarto posto tra i messicani, superato dalla new-entry Larrea (3°).

Isaac Saba Raffoul (6°) di Casa Saba ha visto crescere la sua fortuna di 300 milioni di dollari passando da 1,8mila milioni di dollari agli attuali 2,1.

Roberto Hernández (7°), di Banamex ha invece diminuito il suo patrimonio rispetto al 2007 perdendo circa 300 milioni di dollari perdendo però quasi 300 posizioni nel ranking mondiale.

Emilio Azcárraga Jean (8°), di Televisa, il più giovane tra i primi 10 messicani con i suoi 40 anni, ha visto scendere anche lui il suo capitale, passato da 2,1mila milioni di dollari a 1,6.

Un altro che ha visto diminuire la sua fortuna nell’ultimo anno è stato Lorenzo Zambrano (10°), di Cemex. Forbes ha calcolato una diminuzione da 1,7 a 1,5mila milioni di dollari tra il 2007 e il 2008.

Jerónimo Arango (5°), di Walmex, e Alfredo Harp Helú (9°), di Banamex e Grupo Martí hanno registrato invece la stessa fortuna rispetto all’anno passato. Arango registra una ricchezza pari a 4,3mila milioni di dollari, mentre Harp 1,6mila milioni di dollari.http://www.verosudamerica.com/2008/03/i-dieci-messicani-pi-ricchi-del-mondo.html

ALLARME NAZISKIN IN RUSSIA, AUMENTANO OMICIDI RAZZIALI

È un fenomeno in preoccupante aumento, quello dei gruppi giovanili ultranazionalisti protagonisti di azioni violente contro i “chiorni”, immigrati di pelle scura quasi sempre musulmani dell’ex Urss, ma anche studenti africani, ebrei, omosessuali, giovani di estrema sinistra. 653 le aggressioni a sfondo razzista nel 2007, 73 le vittime. Protagonisti anche gruppi di vera e propria ispirazione nazista. Il potere, per ora, tollera.

Lucia Sgueglia


MOSCA – Una serie di coltellate e poi la gola tagliata, sotto gli occhi di molti passanti inerti, a nord di Mosca. Lei, il nome non è noto e forse mai lo sarà, veniva dal Tagikistan, la più povera tra le ex repubbliche dell’Urss, probabilmente come tante connazionali si occupava dell’immondizia in un condominio della capitale. Parlava il russo imparato a scuola ma, coi suoi occhi allungati e la pelle ambrata, era “straniera” e dunque indesiderata per il gruppo di giovani skinhead che, venerdi notte, l’hanno uccisa brutalmente. Non è passata neppure una settimana da quando a Kitai Gorod, alle spalle del Cremlino, il 21enne Aleksei Krilov è stato colpito mentre faceva la fila per un concerto punk. Russo il nome, meridionali i tratti, ma soprattutto Aleksei era un “antifa”, militante dei gruppi antifascisti che protestano contro la xenofobia dilagante in Russia. L’attacco era stato concepito e pianificato sul forum web dei fan dello Spartak. Una “moda” crescente: darsi appuntamento su internet per la 'caccia allo straniero', e talvolta girare un video dell'aggressione da diffondere sempre per via elettronica.
È un fenomeno in preoccupante aumento, quello dei gruppi giovanili ultranazionalisti protagonisti di azioni violente contro i “chiorni”, immigrati di pelle scura quasi sempre musulmani dell’ex Urss, ma anche studenti africani, ebrei, omosessuali, giovani di estrema sinistra. Lo segnalano i rapporti del Sova Centre: 653 le aggressioni a sfondo razzista nel 2007, 73 le vittime. Nel 2006 erano 62. 40 attacchi nella sola Mosca dall’inizio di quest’anno, oltre 100 in tutta la Russia con 17 morti e 92 feriti. E sarebbero almeno 50mila gli aderenti a gruppi skinhead nella Federazione. Mosca, Pietroburgo dove qualche anno fa a morire fu una bambina tagika di nove anni, ma anche Urali (a Nizhni Novgorod fu presa di mira la sinagoga) e Siberia: a luglio scorso è assaltato un campeggio ecologista ad Angarsk, muore un giovane. Sempre piu impuniti: e quando arrivano in tribunale, vengono qualificati come semplici “atti di teppismo”.
Tra i gruppi più noti c’è l’“ufficiale” Movimento contro l’Immigrazione Illegale, più o meno tollerato dal Cremlino. L’Unione Popolo Russo riunisce monarchici e ultraortodossi. Hanno vera e propria ispirazione nazista l’Unione Slava e la Società Nazional Socialista (NSO) che ogni 20 aprile “festeggia” con raid violenti il compleanno di Hitler, e organizza campi di addestramento. A ottobre hanno sfilato a Mosca in 3mila nella Marcia Russa, tra saluti nazisti e grida “morte agli ebrei”.
Un fine settimana di sangue in Russia, che ha visto cadere anche Ilya Shurpaiev e Gadzhi Abashilov, due giornalisti daghestani uccisi a Mosca e Makachkala. Niente movente razzista, ma un segnale allarmante che la sicurezza nel paese non è precisamente sotto controllo.

Il Messaggero


La lista degli invitati

Dimmi chi viene a cena, e ti dirò come va a finire la storia. Questo è l'oggetto dell'attenzione dei media, quando si parla del summit della Lega Araba, previsto a Damasco per il 29 marzo: chi, dei leader arabi, accetterà l'invito, e chi invece sarà rappresentato dal proprio ministro degli esteri o dal rappresentante permanente alla Lega. Gli israeliani dicono, oggi, che a Damasco andrà solo la metà dei leader invitati. I giornali arabi, però, parlano di cinquemila stanze d'albergo prenotate nella capitale siriana per le delegazioni in arrivo. Come sempre succede nel mondo arabo, conviene aspettare il 29 marzo per sapere chi avrà ragione, perché le cose non sono mai sicure sino all'ultimo momento. E' certo, comunque, che la vexata quaestio del Libano e del suo prossimo, futuro, incerto presidente ha reso ancor più tesi i rapporti tra Siria e Arabia Saudita. Ma gli altri paesi del Golfo sembrano intenzionati ad andare a Damasco, dove - peraltro - molti di loro hanno importanti investimenti in corso.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


PELOSI DA DHARAMSALA:VERITA' SUL TIBET

La presidente del Congresso americano ha incontrato il Dalai Lama e ha chiesto che venga aperta un'inchiesta internazionale per "accenderen la lauce della verità"su quello che la Cina sta facendo in Tibet.

Junko Terao


“Se il mondo non si esprime contro la Cina e contro i cinesi in Tibet, allora vuol dire che abbiamo perso tutta l'autorità morale per parlare di diritti umani”. Accolta da bandiere indiane e americane che sventolano fuori dalla sede del governo tibetano in esilio, la presidente del Congresso americano Nancy Pelosi si è rivolta così alla folla che l'ha accolta al suo arrivo a Dharamsala. Durante l'incontro con il Dalai Lama, il primo di alto livello dallo scoppio delle proteste a Lhasa, Pelosi ha espresso solidarietà al leader tibetano e al suo popolo affermando che “gli Usa condividono grandi sentimenti con il Dalai Lama”. Ricevuta dal capo spirituale buddista, che le ha messo intorno al collo una sciarpa dorata, la speaker democratica ha poi chiesto che venga istituita un'inchiesta internazionale sulla repressione violenta della polizia cinese. “Oggi siamo qui in questo momento triste per accendere la luce della verità” - ha detto Pelosi - Noi insistiamo affinchè il mondo intero sappia la verità su ciò che accade veramente in Tibet”. Il giorno prima il segretario di Stato americano Condoleezza Rice aveva invitato la Cina alla “moderazione”. Nel frattempo, per le strade della città passava un corteo di monaci che urlavano slogan anti-cinesi. Immediate le critiche di Pechino alla visita di Nancy Pelosi. “Ci opponiamo a che qualsiasi paese, organizzazione e persona interferisca con affari interni cinesi” ha detto l'ambasciatore cinese a New Dehli Zhang Yan. “Su questa situazione, noi siamo inflessibili”, ha proseguito Zhang, “il Tibet è un affare interno della Cina. Nessuno dovrebbe fare atti irresponsabili o proferire parole irresponsabili su questa questione. A nessuno sarà permesso di interferire nei nostri affari interni. Ogni tentativo di causare difficoltà alla Cina è condannato a fallire”. Intanto, poco prima dell'arrivo del Dalai Lama a Delhi, dove guiderà delle meditazioni programmate mesi fa, la polizia indiana ha arrestato una ventina di dimostranti davanti all'ambasciata, tra cui alcuni che hanno scavalcato il muro che circonda la sede diplomatica per sostituire la bandiera cinese con quella tibetana. La presenza militare cinese in Tibet, Sichuan, Gansu e Qingha, nel frattempo, si fa sempre più massiccia e ieri si è aperta anche una vera e propria “caccia all'uomo”: la polizia ha fatto circolare sui maggior siti internet cinesi, tra cui yahoo.com, le foto di 19 ricercati, accusati di aver preso parte alle violenze dei giorni scorsi.


quotidiani localin del gruppo l'Espresso


MINE ANTI-PERSONA: PROGRESSI VERSO APPLICAZIONE TRATTATO DI OTTAWA




Negli ultimi sei anni il governo di Santiago del Cile ha bonificato il 13% delle sue regioni di frontiera ancora cosparse di mine anti-persona, per la maggior parte risalenti alla dittatura del defunto Augusto Pinochet (1973-'90): “Progressi lenti, dovuti anche alle difficoltà delle operazioni, ma significativi” li ha definiti il ministro della Difesa José Goñi; il ministro ha spiegato che gli sminatori sono stati costretti a lavorare principalmente in zone montuose oltre i 5000 metri di quota o nelle terre dell'estremo sud del paese dove è possibile operare solo poche settimane l'anno date le avverse condizioni atmosferiche. Aderendo al Trattato di Ottawa, il Cile si è prefissato di bonificare l'intero territorio nazionale dalle mine entro il 2012: un obiettivo “difficile”, ha ammesso il ministro, annunciando che sarà chiesta una proroga proprio a causa degli ostacoli geografici incontrati dagli sminatori: allo stesso tempo, per intensificare le operazioni il governo ha stanziato solo per l'anno in corso l'equivalente di 6,2 milioni di euro in personale e tecnologie più moderne. Attualmente, secondo dati ufficiali, in Cile sono ancora presenti 181 campi minati contenenti oltre 122.000 ordigni.

 

 

http://www.misna.org/



marzo 25 2008

Il PD e il Veneto (e buona Pasqua)

Giornata di Pasqua, oggi niente campagna elettorale. Passeggiata la mattina in centro (quanto è bella Verona...), caffè e giornali, poi il pranzo in famiglia, l'uovo di cioccolata ed un po' di riposo. Il tempo grigio fa sembrare strano questo freddissimo inizio di primavera. Caterina va in giro con la spilletta del PD sul cappottino - qualcuno la guarda divertito, altri decisamente scandalizzati. In fondo, siamo nella città che ha eletto Tosi col 62% e sulle pagine dell'Arena pare che esista solo la Lega, il PdL, Ferrara e l'UDC. 

Eppure, io non mi sento in terra ostile. Sarà perchè è la prima campagna elettorale che faccio qui, e mi pare una sfida da vincere più che una tortura cui sottoporsi. Sarà che sono cresciuta nel quartiere più a destra di Roma (si può discutere a lungo della legittimità del  primato, ma non era un caso che fosse il collegio di Previti), e sono abituata a sentirmi accerchiata. Sarà forse, più semplicemente, che la rabbia che senti qui (verso Roma, verso la politica, verso il governo) è facile capire da cosa nasca, di cosa si alimenti, e di quali risposte chieda.   

C'è chi, mentre fai volantinaggio nel gelo di un pomeriggio festivo, sbircia il volantino incredulo e ti ringrazia felice, complice - come fanno gli italiani quando si incontrano all'estero e per il semplice fatto di parlare la stessa lingua si sentono amici d'infanzia. Credo si sentisse così la signora che, durante il comizio di Veltroni qui a Verona, ha urlato dal fondo della sala un "SALVACI!" liberatorio.

C'è chi non ti guarda neanche (perchè di politica non vuole sentire parlare, o perchè ha già le idee molto chiare), come d'altra parte avviene ovunque in Italia - e nel mondo.

C'è chi pensa che vuole votare a sinistra, che il PD è troppo moderato, che Calearo... "come si fa a votare Calearo...?!" - e poi vede che la Sinistra Arcobaleno qui ha candidato Tranfaglia e Caruso,  che è stato Pecoraro Scanio che ha bloccato Porto Marghera ed ha messo in pericolo i posti di lavoro del Petrolchimico (e Bersani a sbloccarlo) ... allora quale lotta di classe, di cosa stiamo parlando?! Quasi quasi, voto PD...

E poi c'è la sorpresa. C'è chi ti ascolta, magari non ha mai pensato di poter avere qualcosa in comune con qualcuno come te - mai stato comunista, mai stato progressista, democristiano forse ma era un secolo fa, poi magari un po' leghista... Ora non so: stufo, disilluso, tendente all'astensionismo. Di certo molto pragmatico, ben poco statalista (ma se il federalismo si limita a spostare il centro del potere da Roma a Venezia, ed il potere resta quel che è, conta ben poco), convinto che il principale problema dell'Italia sia la burocrazia, la lentezza, i veti incrociati, il fatto che nessuno abbia mai il coraggio di prendersi delle responsabilità. Efficienza, innanzitutto. Hai la sensazione che le tasse non sarebbero neanche un gran problema (se pagarle portasse servizi utili), ma piuttosto che lo sia il tempo (ed il denaro) che si perde tra le mille procedure burocratiche che ti succhiano via la vita -che tu debba iscrivere il figlio a scuola, operarti di appendicite o aprire una pasticceria. 

E con questo Veneto qui - al di là dei valori, gli ideali, le "identità politiche" - io mi sento in sintonia. Parliamo della stessa Italia: veloce, moderna ed efficiente. Per lo meno, ci si capisce. Si parla la stessa lingua. Ci si può riconoscere come simili, darsi fiducia.
Credo sia un processo di avvicinamento reciproco, che forse avrà bisogno di tempo (non so se sarà sufficiente quello che abbiamo, da qui al 13 aprile), ma che è importante stia iniziando.

PS: Mi ha colpito che, durante la diretta televisiva che ho fatto l'altro giorno a TeleArena, tutte le telefonate del pubblico si rivolgessero all'esponente di AN rimproverando a Berlusconi un eccesso di assistenzialismo e statalismo nella vicenda Alitalia (la storia del "prestito ponte" poi li faceva davvero infuriare). Non credo sia per caso che Galan ha immediatamente preso le distanze da Berlusconi, dicendo che il piano di Air France va accettato e che Malpensa non è uno scalo indispensabile per il nord.

PPS: una foto ricordo del viaggio in pullman - questa era proprio la tappa di Porto Marghera


The Italians

 

L’ultimo capitolo – prima delle Conclusioni – è intitolato Il perenne Barocco, e da solo vale l’intero saggio di Luigi Barzini, scritto per il pubblico americano (The ItaliansAtheneum, 1964) e solo molto tempo dopo tradotto nella nostra lingua (Gli Italiani – Rizzoli, 1997).
“La realtà italiana – scrive – è ancora, generalmente, malgrado tutto, una realtà barocca”. Valeva solo per il 1964? Non valeva più già nel 1997? Non vale più affatto oggi?

Bisogna intendersi: “La parola Barocco ha origini sconosciute. Alcuni studiosi (tra i quali Benedetto Croce) ritengono che derivi da una parola artificiosa (baroco) inventata dagli studiosi medievali per mettere in mente ad ottusi allievi una forma particolarmente complessa di ragionamento logico, il quarto modo della seconda figura del sillogismo, per essere precisi. [Le prime tre sono dette cesare, camestres e festino.] Altri pensano provenga dall’antica denominazione commerciale delle perle dalle forme bizzarre e mostruose, le perle barocche. Le due ipotesi non si contraddicono. Il termine può essere impiegato metaforicamente per indicare tutto ciò che è inutilmente complicato, ozioso, capriccioso ed eccentrico, analogo ai sillogismi di cui ci si avvale di rado o a perle dalle forma irregolari […] In seguito esso finì con il definire un intero periodo storico, l’epoca barocca, in cui uomini barocchi pensarono pensieri barocchi, condussero esistenze barocche, circondati da un’arte barocca. È un’epoca che comprendiamo facilmente. Ha somiglianze non del tutto casuali con la nostra”.
Ecco dove sorge il problema: la nostra epoca è ancora quella del 1964? Vediamo.

“Con l’epoca barocca, ogni sorta di cose ch’erano state fluide, spontanee, facili e fortuite, divennero, in tutta Europa, rigide, uniformi e quasi inumane. Monarchi assoluti abbatterono ogni rivale e governarono in pratica senza alcuna opposizione; i grandi re si unirono in vaste, ma mutevoli, alleanze, un lento gioco dinastico di sedie musicali. […] Il pericolo delle piccole guerre diminuì [non scomparve], ma il timore di vasti conflitti che coinvolgessero il mondo intero divenne onnipotente. […] Le piccole libertà consacrate dall’uso, i privilegi dei dignitari, delle corporazioni, delle università, degli ordini religiosi, delle professioni o di ogni cittadino al quale non garbasse essere sempre comandato vennero talmente decurtate che ne rimasero solo le vestigia. Il conformismo dilagò in ogni campo. […] La società sembrava costituita da due strati principali. In lato v’erano i pochi grands seigneurs. In basso le innumerevoli folle, lacere, pittoresche e impotenti. I grands seigneurs derivavano il loro potere soprattutto dai favori del sovrano e dai redditi delle loro terre. Venivano incoraggiati a vivere prodigalmente nelle loro proprietà o a corte, e a non occuparsi di cose serie, di commercio, banche, politica o ricerche erudite. […] I titoli erano ricercatissimi. La nobiltà, esclusa dalle responsabilità, divenne inevitabilmente arrogante, inetta e ottusa. La plebaglia veniva tenuta nell’ignoranza, nella miseria, nella superstizione, ed era perseguitata dagli esattori delle imposte, dalle autorità religiose, dalla burocrazia e dai soldati. A volte i poveri si ribellavano con rivolte sanguinose, ma brevi e inutili. Nella maggior parte dei casi venivano rallegrati e ammansiti nella loro miseria dalla distribuzione di elemosine, dalle vendite di farina a buon mercato, da splendidi spettacoli pubblici e dai bastoni dei poliziotti. Lo spettacolo era la sola cosa che importasse. Ecco perché l’epoca barocca è tuttora insuperata per quanto concerne la bellezza sorprendente degli edifici pubblici, delle chiese, dei parchi, delle abitazioni e delle città. Non a caso i principali architetti del tempo furono anche famosi disegnatori di scene teatrali. Dietro lo splendore, l’agitazione, il vocío, il rullar di tamburi, lo sventolare delle bandiere e il tuonare dei cannoni, sotto l’ordine impeccabilmente razionale dell’epoca, si celava una vasta sensazione di futilità e di tedio. Gli uomini insofferenti dell’età barocca cercavano un rifugio dalla sua tetra noia in distrazioni private che assumevano molte forme: rivolte segrete e bizzarre contro ogni conformismo, lotte aperte o invisibili per la libertà o i suoi surrogati, nuove fedi religiose, la ricerca di una libera espressione dei loro talenti non utilizzati in qualche piccolo settore dimenticato. Uomini irrequieti viaggiavano fino in capo al mondo, combattevano contro i selvaggi, fondavano colonie, coltivavano pericolose teorie politiche, scoprivano continenti, si arruolavano volontari nell’esercito del loro principe o in quelli di altri, aderivano a nuovi culti esoterici, preferendo i più eccentrici e i più perseguitati. Altri conducevano rabbiosamente, al di fuori di tutte le leggi conosciute, esistenze di licenziosità, di violenza, di sregolatezza, di corruzione e di delitti senza precedenti. Questa della stravanga e della disperata rivolta è l’altra faccia del Barocco, l’aspetto più barocco della vita barocca”.
Era barocco, il 1964? E questa – è un’epoca barocca?

Bisogna leggerlo tutto, questo capitolo de Gli Italiani. Chiude così: “La Chiesa si insinuò ovunque perché doveva sostenere responsabilità abbandonate a lei dagli italiani stessi”. http://malvino.ilcannocchiale.it/


 

AGLI INDECISI E AGLI ASTENSIONISTI ...
... la barca è anche vostra

Il partito degli astensionisti cronici è, punto più, punto meno, attestato intorno al 20%. A questi si aggiungono quelli che votano scheda bianca (misteriosamente ridottisi alle ultime elezioni) o che la annullano per sfregio (a chi poi?). Esiste inoltre, secondo tutti i recenti sondaggi, un piccolo esercito (10%?) di indecisi per chi votare, probabili candidati a ingrossare la schiera di coloro che si astengono o votano scheda bianca.

Una cosa accomuna astensionisti e indecisi: la totale sfiducia nei politici e nei partiti, che contribuisce ad alimentare un senso di impotenza e di inutilità: "tanto sono tutti uguali".

Affermazione in parte vera, ma in gran parte falsa. E provo a spiegarmi.

Vero che, nella quasi totalità, i politici hanno assunto sempre di più, con un'accelerazione negli ultimi due decenni, la fisionomia di "casta", percepita come lontana dai cittadini e dalla società e principalmente preoccupata a difendere e ampliare i propri privilegi. Da questo punto di vista diventa difficile dar torto agli scettici e ai delusi. Anche molti di noi, che in questi anni si sono impegnati per un rinnovamento della politica, provano scoramento e delusione di fronte agli sviluppi non certo esaltanti del quadro politico e partitico generale.

Però, superata questa fase, in cui alcuni di noi si sentono traditi negli ideali e altri forse sono più indifferenti, si dovrebbe passare a uno stadio di maggiore consapevolezza della realtà. Con l'abbondanza di informazione che ci bombarda, anche se distorta e manipolata, abbiamo elementi per elaborare un giudizio su come sono andate complessivamente le cose nel nostro Paese negli ultimi 15 anni e per capire che non è affatto irrilevante affidare a una parte o a un'altra la guida del Paese. Su fatti molto concreti e molto importanti per il nostro benessere e per la convivenza democratica, abbiamo toccato con mano gli effetti dei diversi governi. Da questo punto di vista, la frase "tanto sono tutti uguali" è falsa.

Proviamo a fare una rapida rassegna di fatti macroscopici, partendo dal '96.

Il primo governo Prodi (con Ciampi al Tesoro e Visco alle Finanze) riesce a risanare l'economia e a farci ammettere nel club dell'Euro. Con grossi sacrifici per tutti, ma ci riusciamo, mentre l'altra parte manifesta apertamente la propria contrarietà. Sappiamo tutti, oggi, che se non l'avessimo fatto ci saremmo trovati come l'Argentina. Ve la immaginate voi la nostra liretta in balia dei marosi finanziari internazionali e dell'aumento del costo del petrolio!?
E Visco avvia la lotta all'evasione fiscale. Con i primi successi.
Colpe nel periodo '96-2001 da parte del centrosinistra? Certo, ma non nelle cose fatte. Semmai in quelle non fatte, come una legge sul conflitto di interessi.

Diamo ora un'occhiata a quanto combinato da Berlusconi dal 2001 al 2006.
Intanto averci trascinato nell'impresa militare in Iraq, a fianco degli USA, con un costo di vite umane e di soldi pubblici. Poi aver fatto varare ad un Parlamento docile le leggi vergogna per modificare l'esito di processi che riguardavano lui e suoi amici. Quindi aver tentato di stravolgere la Costituzione Italiana con una legge che per fortuna il referendum costituzionale ha respinto (e meno male che non aveva in Parlamento la maggioranza dei due terzi, altrimenti il referendum non si poteva fare). E per ultimo aver portato l'Italia sull'orlo del fallimento economico, dilapidando tutto l'avanzo primario e fatto nuovamente lievitare la spesa pubblica. Unico aspetto positivo: non essere riuscito a realizzare (per fortuna) nemmeno uno dei punti del suo contratto con gli italiani, firmato dal notaio Bruno Vespa.

Il secondo governo Prodi, dal 2006 a oggi, con Padoa Schioppa e Visco, ha rimesso in sesto i conti pubblici e avviato alcune importanti iniziative, rese possibili anche da un gettito fiscale eccezionale, ottenuto grazie alla ripresa della lotta all'evasione dopo la sciagurata stagione dei condoni. Risultati positivi ignorati da una inesistente comunicazione governativa e da una faziosa comunicazione televisiva e giornalistica, intenta solo a dar voce al catastrofismo della destra, e offuscati dalla quotidiana litigiosità della maggioranza e da qualche infelice provvedimento (l'indulto).

Allora è proprio così ininfluente la scelta di chi ci deve governare?

A me sembra di no. Per esempio, se nel 2001 gli elettori avessero scelto il centrosinistra non avremmo avuto la partecipazione alla guerra in Iraq. Non è un fatto marginale. E sarebbe bastata una maggior partecipazione al voto. Ogni voto è utile per determinare la politica nazionale. Soprattutto con questa legge elettorale, per la quale un solo voto di differenza può determinare l'assegnazione alla Camera di 340 seggi a una singola lista (o a una coalizione).

Al di là delle questioni ideologiche e della eventuale sfiducia nella classe politica, ad ogni elezione, che ci piaccia o no, che si sia consapevoli o meno, determiniamo la politica nazionale e il futuro del nostro Paese. Che poi significa il futuro di ciascuno di noi. Anche non votando. O votando per dispetto. Oppure dando un voto solo sulla base di questioni ideologiche.

Perché il nostro non voto, o un voto dato senza valutare tutte le sue conseguenze concrete, può determinare la vittoria di una parte che farà le cose che noi non vorremmo e che causeranno danno a noi e ai nostri figli. Ecco perché quando siamo chiamati a votare è necessario ragionare come un buon padre di famiglia nell'amministrare la propria casa.

***
Voglio concludere riportando una frase di Piero Calamandrei nel suo famoso discorso ai giovani, pronunciato a Milano nel 1955.
... "La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?". Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: "Ma siamo in pericolo?" E questo dice: "Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda". Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: "Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda". Quello dice: "Che me ne importa? Unn'è mica mio!". Questo è l'indifferentismo alla politica. ...

Ferdinando Longoni

 

http://romanordxilpd.blogspot.com/


Il 5 Aprile l'enigma dell'Assia avrà una soluzione

Roland Koch CDU. Quelle: dpaAppena passata la pausa pasquale, il 5 Aprile, conosceremo finalmente il nome di chi, per i prossimi quattro anni, reggerà le sorti dell’Assia, il Land della Germania piombato in una paradossale crisi politica, all’indomani dell’ultima consultazione elettorale di Gennaio. Ad urne chiuse, infatti, nessuno dei due sfidanti maggiori, la socialdemocratica Andrea Ypsilanti e il conservatore Roland Koch, aveva raccolto un numero di consensi sufficiente per poter dar vita ad una maggioranza stabile con i propri alleati tradizionali, i Verdi da un lato e i liberali dell’FDP dall’altro. La situazione di profonda incertezza che ne derivò andava ricondotta alla comparsa sulla scena politica di un quinto raggruppamento, la Linkspartei, formazione di estrema sinistra nata dalle ceneri della DDR, con la quale nessuno aveva intenzione di scendere a patti. Da due mesi a questa parte, dunque, analisti ed osservatori si sono abbondantemente sbizzarriti in fantasiosi pronostici sull’esito di questo palpitante giallo politico, che sta tenendo con gli occhi attaccati al teleschermo milioni di cittadini tedeschi. Con il passare dei giorni, tuttavia, il terremoto che ha avuto per epicentro l’Assia si è pian piano esteso fino a raggiungere il quartier generale dell’SPD, dal momento che il suo presidente, Kurt Beck, è riuscito nell’ardua impresa di trascinare il suo partito nel baratro di una crisi, che solamente qualche giorno prima sembrava impossibile. Nella speranza di poter soffiare il controllo della regione ai cristiano-democratici, infatti, Beck ha inopinatamente concesso un’apertura di credito alla Linke, venendo così meno alle promesse fatte in campagna elettorale. Dal canto suo, Andrea Ypsilanti, forte di una percentuale di suffragi di poco inferiore a quella di Koch, aveva di buon grado accettato questa ipotesi, salvo dovervi poi rinunciare qualche giorno più tardi, quando Dagmar Metzger, deputata eletta nelle file dell’SPD, fece pubblicamente sapere di non essere disposta a votare la fiducia ad un esecutivo stampellato dai comunisti. In seguito alla imbarazzante retromarcia dei socialdemocratici, Roland Koch, tuttora in carica per il disbrigo degli affari correnti, è dunque tornato alla ribalta, intavolando subito trattative per una inedita alleanza con i Verdi e i liberali, la cosiddetta Jamaika Koalition (dai colori con cui vengono solitamente identificati i tre partiti). Se è certamente vero che della collaborazione dei Verdi la CDU si giova già ampiamente in molti comuni della regione, primo fra tutti quello di Francoforte e da qualche settimana anche nel Land di Amburgo, è altrettanto vero che gli ecologisti, per bocca del loro segretario regionale Tarek Al Wazir, hanno fissato dei precisi paletti programmatici come condizione necessaria per un stabile accordo di legislatura. Pur di restare in sella, quindi, la CDU dovrebbe rinunciare a fare la voce grossa su temi molto cari ai Verdi, quali la politica energetica e le tasse scolastiche. Di qui la perplessità di molti imprenditori della zona, che vedono come fumo negli occhi il movimento ecologista. Dopo la pessima figura rimediata dai socialdemocratici, appare invece del tutto improbabile l’ipotesi in voga fino a qualche tempo fa di una Große Koalition anche a livello locale. Afflitti da un’inarrestabile crisi, in vista delle elezioni federali dell’anno venturo, i socialdemocratici potrebbero presto decidersi a sparigliare le carte, rimuovendo dai posti di comando l’ormai bollito Beck  e sostituendovi il Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, l’unico stando ai sondaggi in grado di poter competere con l’amatissima Cancelliera Angela Merkel. http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Russia, Gazprom pigliatutto
Mosca adegua le tariffe del gas: pagare di più per guadagnare di più
Con una mossa a sorpresa, la Russia consolida ulteriormente il proprio controllo sul gas centroasiatico. L'accordo stipulato una settimana fa dalla Gazprom con le compagnie energetiche di Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan prevede un sensibile adeguamento delle tariffe che Mosca paga alle repubbliche centroasiatiche: da 150 a oltre 350 dollari ogni mille metri cubi di gas. 
 
GasdottoContraccolpi. Un'impennata cospicua (rispetto ai 70 dollari del 2006) che avrà seri contraccolpi sui clienti occidentali della Gazprom, Italia compresa. Ma soprattutto, una strategia che rischia di far definitivamente tramontare il progetto di un gasdotto sotto il Mar Caspio (denominato 'Nabucco') concepito per evitare il territorio russo e trasportare direttamente in Europa la materia prima di cui sono ricche le ex-repubbliche sovietiche dell'Asia centrale. La Gazprom prende in contropiede tutti con un'operazione che, dal primo gennaio 2009, giorno in cui entrerà in vigore il nuovo accordo, avrà ripercussioni sui prezzi in tutti i mercati europei.
 
L'Artctic PipelineDipendenza. Per circa un decennio, Mosca, monopolista virtuale nella regione, ha potuto tenere congelati i prezzi grazie ai contratti a lungo termine che hanno legato a doppio filo alla Gazprom le regioni centroasiatiche. La compagnia russa controlla tutti i gasdotti dell'area, eccetto una piccola struttura tra Turkmenistan e Iran e un'altra parzialmente aperta tra Kazakistan e Cina. Questa ulteriore 'fidelizzazione' delle repubbliche della Csi (Comunità degli Stati indipendenti), che costerà nell'immediato alla Gazprom parecchi milioni di dollari, non è tanto il prezzo da pagare per aver 'calmierato' per anni le tariffe in virtù del suo monopolio sulle infrastrutture. E' una precisa strategia che consentirà alla compagnia russa di ricaricare l'attuale esborso sull'Ucraina, che per anni ha beneficiato di un trattamento vantaggioso, e sulla Bielorussia, nazioni verso le quali Mosca esporta più gas di quanto ne importi dalle repubbliche centroasiatiche. L'accordo è uno dei tanti tasselli di un mosaico che vede la Russia sempre più aggressiva e lungimirante, nel consolidare il controllo e gestione delle risorse, a fronte di una Unione Europea divsa, con una politica energetica incapace di pianificare a lungo termine, e per adesso ancora totalmente dipendente dal gas che passa per i 'tubi' russi.

La sede della Gazprom a MoscaL'Opec del gas. Al centro dell'incontro del cancelliere tedesco Angela Merkel con Putin, all'inizio del mese, vi era proprio la discussione riguardante la posizione europea in merito all'Action Plan della Ue. Il piano di sicurezza energetica dell'Unione Europea per diversificare le fonti e le rotte dell'approvigionamento verrà tracciato a fine novembre, e dovrebbe diventare operativo entro il 2009. Un bel po' di tempo, per la Gazprom, per concretizzare i pre-accordi di costruzione dei gasdotti Nord Stream (attraverso il Mar Baltico) e Sud Stream (attraverso il Mar Nero fino al cuore dell'Europa). Infine, a gennaio sono state gettate le basi per la creazione di una 'Opec' del gas, un'organizzazione dei maggiori esportatori all'interno della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), che qualcuno ritiene possa addirittura scegliere, nelle transazioni economiche, l'euro forte, anzichè l'attuale dollaro. La Russia presenterà lo statuto in occasione del Forum della Comunità Economica Eurosiatica che si terrà a Pietroburgo all'inizio del prossimo aprile. Lo scopo è quello di "creare le condizioni adatte per l'equa distribuzione del reddito derivante dall'esportazione di gas all'interno dei Paesi produttori ed esportatori".http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10519

 

Diamo voce al popolo europeo: risposta a Claus Offe

Dopo i referendum in Francia e in Olanda la sinistra europea non ha saputo porre all'attenzione dell'opinione pubblica del vecchio continente nessun piano di rilancio del processo di integrazione europea. Alcuni intellettuali hanno provato a individuare un percorso alternativo per la costruzione dell'altra Europa a cominciare dal filosofo Jurgen Habermas per passare al sociologo Ulrich Beck e per finire a Claus Offe. Il Manifesto ha pubblicato recentemente un'intervista di Offe dal titolo "ll fragile cosmopolitismo del vecchio continente" nel quale lo studioso presenta le sue idee sulla sinistra europea e il suo scetticismo nei confronti del processo di integrazione europea.

Nell'articolo Offe presenta alcune analisi sul ruolo della sinistra europea pienamente condivisibili. In particolare lo studioso tedesco afferma che "la sinistra in Europa è abituata a pensare secondo una logica <<nazionale>>" e che "l'esito negativo dei referendum sulla costituzione europea in Francia e Olanda … dovrebbe essere interpretato come un voto non contro l'Europa ma contro determinate politiche dei governi nazionali". Oltre a criticare giustamente la sinistra per il fatto di non aver proposto nè agende, nè programmi per costituire l'altra Europa e ad affermare che l'Europa non parla con una voce sola nella politica estera, nelle politiche sociali, fiscali e del mercato.

Se da una parte Offe offre un'analisi lucida sulla sinistra europea dall'altra sembra che manchino elementi propositivi per colmare quello che giustamente definisce deficit democratico. Il fatto che i governi nazionali non siano più in grado di controllare problemi globali non spinge Offe a indicare la necessità che l'Ue si doti di un governo democratico che possa dar voce alla cittadinanza europea su questioni di comune interesse e che sia responsabile per le sue decisioni di fronte al Parlamento europeo unica istituzione eletta a suffragio universale.

L'analisi sul processo costituente appare poco realistica. Affermare che "i principi fondativi dell'Unione non le permettono di interferire con la sovranità degli stati membri" è semplicemente falso. Sin dalla sua nascita l'Unione europea si è posta obiettivi ambiziosi. La dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, con la quale si è dato avvio al processo di integrazione europea, ha indicato chiaramente lo scopo della federazione europea ovvero il superamento della sovranità nazionale. La storia dell'integrazione europea è una continua cessione, seppur graduale, di sovranità nazionale. Si pensi, solo per fare un esempio, alla sostituzione delle monete nazionali con l'Euro oppure all'istituzione dell'assemblea di Strasburgo, primo parlamento sovranazionale della storia. E, recentemente, la Carta dei diritti fondamentali che sta diventando un riferimento importante per tutti i giudici e le corti nazionali.

Non convince neanche l'affermazione che "i problemi legati alle politiche del lavoro, la gestione della disoccupazione, la salute, l'immigrazione sono diventati più urgenti e difficili da risolvere a livello nazionale a causa del processo di integrazione europea". Tali problemi non sono, infatti, diventati ingestibili a causa dell'integrazione europea; al contrario la loro soluzione è sempre più difficile perchè la globalizzazione economica ha spostato le decisioni verso luoghi e attori globali dove la democrazia non è di casa. Il processo di integrazione europea, con tutti i suoi limiti, sta cercando di porre un freno alla globalizzazione dei mercati mettendo la politica alla guida dell'economia: si pensi alla multa comminata alla Microsoft per abuso di posizione monopolistica oppure al sostegno unilaterale del protocollo di Kyoto.

L'altra considerazione di Offe che non soddisfa riguarda la sua argomentazione contraria alla proposta di Habermas sul rilancio del processo costituente. Mentre Habermas ritiene "sia importante rafforzare il ruolo degli stati membri più importanti e che una volta che questi avranno adottato una costituzione europea con mandato popolare gli altri si uniranno" Offe, al contrario, afferma che "se si formano alleanze tra stati membri come la Germania e la Francia agli altri mancherà la motivazione di aggiungersi e vorranno al contrario ostruire il processo per punire le presunzioni dirigiste di questi attori." Lo studioso tedesco non vede che la soluzione più probabile per rilanciare il processo costituente è di formare un nucleo d'avanguardia, di cui certamente fanno parte anche Francia e Germania, ma aperto a tutti i paesi grandi e piccoli favorevoli all'integrazione politica dell'Unione europea, che si pone come obiettivo un governo europeo e una Costituzione federale.

Altra affermazione mendace riguarda "il problema che manca una sfera pubblica europea che trascenda i confini tra stati nazionali". A giustificare tale affermazione Offe ricorda che "le manifestazioni di protesta contro la guerra nel 2003 furono più un affare che coinvolse la sola Europa occidentale che un simbolo dell'affermazione dell'identità comune europea". Osservatori esterni ritengono che le manifestazioni del 15 febbraio 2003 siano state le più imponenti del movimento per la pace e diversi commentatorile considerano come i primi passi del popolo europeo. Si ricorda a tal riguardo l'editoriale di Scalfari su Repubblica.

Concludendo possiamo certamente cogliere l'invito di Offe affinchè "La sinistra faccia propria una concezione universalistica delle politiche sociali, legata a un concetto di cittadinanza europea anziché nazionale" ed, anche, a pensare il "reddito minimo come diritto di cittadinanza inteso in senso europeo". E se vogliamo dare un seguito alla proposta di Offe "affinchè la sinistra riesca ad elaborare un programma per la promozione della sicurezza economica come diritto di cittadinanza a livello europeo" occorre inserire queste richieste in un programma di governo europeo e chiedere che le prossime elezioni europee diano voce ai cittadini europei lasciando che siano loro e, non le élite nazionali, a scegliere il presidente della Commissione. Ciò può essere ottenuto se i partiti europei si impegnano sin d'ora a designare un proprio candidato a Presidente della Commissione europea. Tale indicazione potrebbe dare nuovo impulso alle elezioni europee perchè i cittadini oltre a votare il proprio partito possono scegliere chi realizzerà il programma elettorale.

La sinistra europea deve muoversi affinchè ai cittadini europei venga riconosciuto il potere di scegliere chi li governa cosiccome succede ai livelli locale e nazionale. Dopo il trattato di Lisbona la sinistra europea ha il dovere di rilanciare il processo costituente mediante il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei cittadini e delle cittadine europei alla vita economica, sociale e politica dell'Unione europea.http://europefrombelow.cafebabel.com/it/post/2008/03/23/Diamo-voce-al-popolo-europeo:-risposta-a-Claus-Offe


 

Africa: l’istruzione e le sue prospettive di sviluppo

Rendendo operative le potenzialità di ogni essere umano che vive al suo interno

L'istruzione è un parametro chiave ed essenziale per lo sviluppo di un sistema politico, economico e sociale, in quanto ne favorisce il cambiamento offrendo molteplici possibilità d'avanzamento, sviluppando e rendendo operative le potenzialità di ogni essere umano che vive al suo interno.Spostando l’attenzione sul continente africano, l’istruzione assume un'importanza dominante e può essere considerata come lo strumento più appropriato per sconfiggere la povertà e per promuovere la crescita economica dei paesi che lo compongono. Questa consapevolezza sta diventando sempre più radicata negli stati africani e i singoli governi da alcuni anni cercano di investire sempre di più in questo settore, soprattutto in vista del raggiungimento degli Obiettivi del Millennio nel 2015.

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32141




La Cina è differita




Possono provare a reggere, a resistere. Ma sarà molto difficile.
Anche se sono seduti su una montagna di soldi e di buoni rapporti con tutto il mondo che conta, i leader cinesi stanno comprendendo solo ora che cosa hanno fatto, volendo a tutti i costi il grande premio delle Olimpiadi. O i Giochi, o l’autocrazia, si potrebbe dire: nel 2008 non si può sperare che come nel ’36 a Berlino le Olimpiadi possano tenersi in un paese non democratico senza subire i contraccolpi di una persistente, durissima e clamorosa campagna internazionale.
Ieri i dirigenti della tv cinese hanno dovuto ricorrere a un espediente artigianale, nell’era della tecnologia avanzata, per oscurare nel proprio paese le immagini della contestazione filo-tibetana a Olimpia: la sospensione per qualche attimo del segnale, poi la trasmissione differita. Ed era solo il primo di una lunga serie di atti solenni, formali, importanti, connessi alla liturgia olimpica. Seguiranno tappe di avvicinamento della fiaccola, manifestazioni, visite, cerimonie, fino ai Giochi veri e propri che verranno inaugurati l’8 agosto nello stadio Nido d’Uccello: 136 giorni di passione, per gli uomini oggi probabilmente più potenti del mondo.
Quanto potrà essere oscurato, o differito, dei Giochi? Come potranno le autorità cinesi tenere fuori dalla porta la determinazione dei tibetani a farsi sentire? La stessa determinazione che ieri ha causato incidenti e un agente ucciso, nel Sechuan, e che ha trasformato l’accensione della fiaccola in uno show anticinese. Latori del messaggio filo-tibetano si sono fatti alcuni giornalisti accreditati: ulteriore prova che in un grande evento le sorprese possono arrivare da qualsiasi parte.
Il fatto è che il Villaggio globale, tanto più se si trasforma in Villaggio olimpico, non consente differite e oscuramenti.
Benvenuta Cina, ma non puoi giocare con le regole tue.

http://www.europaquotidiano.it/site/engine.asp

SCONTRI RIBELLI-ESERCITO NEL NORD, VENTI SOLDATI RAPITI



Intensi combattimenti e almeno una ventina di soldati governativi: questo il bilancio, ancora preliminare e confuso, dei più gravi incidenti da mesi tra i ribelli tuareg del nord del Mali e l’esercito maliano. Secondo fonti giornalistiche locali e internazionali, l’attacco più grave è avvenuto giovedì scorso quando un gruppo di ribelli ha preso di mira un convoglio militare nei pressi della cittadina di Abeibara, nell’estremo nord est del Paese. Oltre ai 20 soldati, i ribelli avrebbero catturato anche alcuni mezzi dell’esercito. Tra venerdì e sabato, ma qualche tiro sporadico è stato segnalato anche oggi, scontri sporadici sono stati segnalati in varie zone del nord del paese, dove l’esercito ha inviato numerosi rinforzi. Nei giorni scorsi almeno otto persone, tre soldati e cinque civili, sono morte dopo essere saltate su mine interrate in un’area controllata dalla ribellione, non lontano dal confine tra Mali e Algeria. Il 15 marzo scorso, l’Alleanza tuareg per il cambiamento del nord del Mali (Atnmc) aveva lanciato un ultimatum di una settimana all’esercito, chiedendone il ritiro dall’area nord e la sospensione delle attività pena la ripresa del confronto armato. Un accordo di pace era stato siglato nel 2006 ad Algeri dal governo di Bamako e dall’Alleanza democratica per il cambiamento, movimento armato degli ex-ribelli Tuareg tornato in attività nel 2006 (con alcuni attacchi) e chiedendo una speciale autonomia per la regione nord-occidentale, la stessa rivendicazione delle precedenti rivolte tuareg degli Anni ‘60 e ‘90. L’accordo tuttavia è stato respinto da alcune fazioni oltranziste, che solo negli ultimi mesi avevano dato segnali di apertura al dialogo.[

 

 

http://www.misna.org/


In Iraq, cinque anni di troppo

 

Centinaia di persone si sono «bloccate» per cinque minuti nella stazione della metro Union, a Washington, davanti allo sguardo sbigottito dei poliziotti e dei passanti «normali». Un minuto per ogni anno di occupazione statunitense in Iraq. Cinque minuti di silenzio per ricordare le vittime irachene [un milione secondo alcune stime], quelle statunitensi [quasi 4 mila caduti e oltre 30 mila feriti] e gli enormi costi della guerra. La «massa critica» di Union station è stato l’avvio delle mobilitazioni organizzate dalle reti pacifiste statunitensi per «celebrare» il quinto anniversario dell’inizio della guerra in Iraq. O, come scrivono molti di loro, per ricordare che l’occupazione entra nel suo sesto anno e non c’è una via d’uscita a breve ancora in vista.
La mobilitazione «creativa e nonviolenta» a Washington è stata organizzata soprattutto dal network United for peace and justice [Ufpj], il più ampio cartello di associazioni e movimenti pacifisti: oltre 1400 organizzazioni locali, in ogni angolo degli States. Ma ci sono anche altri network e altre organizzazioni che hanno promosso le proprie iniziative, coordinate anche se separate da quelle di Ufpj. Anche se la manifestazione nazionale di oggi a Washington sarà l’evento più grande, nelle ultime settimane è aumentata l’effervescenza pacifista. Il network studentesco «Our spring break», per esempio, ha deciso di trasformare il periodo delle vacanze di primavera che gli studenti dei college dedicano alla sregolatezza «istituzionalizzata» in località turistiche negli Usa e in Messico, in un periodo di mobilitazione [durerà fino al 24 marzo, www.ourspringbreak.org]. Dal 10 al 12 marzo, invece, sono stati quelli di Stop Loss Congress a protestare davanti all’edificio del parlamento federale [in vacanza fino al 30 marzo] contro il rifinanziamento della guerra e contro le misure che tengono i soldati bloccati al fronte. Dal 17 al 21 marzo sono in corso le azioni promosse dalla Students for democratic society [www.newsds.org] nei campus in tutto il paese. Il giorno clou nelle università è il 20 marzo: l’Sds chiama gli studenti a «organizzare azioni nei campus, in qualsiasi forma–sit in, scioperi, azioni dirette–per far arrivare la propria voce fino all’amministrazione Bush». Dai campus il testimone della protesta passerà al festival di poesia e arte contro la guerra Split this rock [www.splitthisrock.org] che si terrà a Washington dal 20 al 23 marzo.
Il 19 marzo di Washington è iniziato molto presto. Con i punti di informazione e di raduno dei manifestanti attivi già dalle 7,30 del mattino. Il calendario è fitto e preciso. Oltre al corteo, sono previste azioni per i «cinque pilastri» della guerra: i reduci si metteranno in marcia alle 9 dalla Settima strada, per denunciare le menzogne della Casa bianca sul costo umano della guerra; un’ora prima, alle 8, ci sarà un’azione presso gli uffici federali delle imposte, per protestare contro il finanziamento pubblico della guerra; contemporaneamente, un altro gruppo di manifestanti andrà a picchettare la sede dell’American petroleum institute, per contestare i profitti di guerra e chiedere «la separazione tra lo stato e il petrolio». Lo «Stato di polizia» che circonda la guerra in Iraq e la guerra globale contro il «terrorismo», il quarto «pilastro», sarà invece oggetto di un’azione all’1,30 ora locale al parco Lafayette: i manifestanti metteranno in scena un interrogatorio stile Guantanamo, con tanto di finta tortura del «waterboarding». Nel parco si concluderà la «marcia dei morti», partita alle 9,30 di mattina dal cimitero militare di Arlington per ricordare le vittime della guerra e delle violazioni dei diritti civili. Il quinto pilastro dello sforzo bellico, i media, saranno presi a sorpresa: i pacifisti annunciano azioni «per tutto il giorno per contestare la compiacenza con cui i media hanno avallato le bugie di Bush».http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13268


USA : la Corte Suprema , le armi da fuoco e le ferite della storia
di Rico Guillermo*

La questione della legge sul controllo delle armi e' attualmente all'esame della Corte Suprema USA. I supremi giudici dovranno stabilire se la Costituzione garantisce un diritto individuale di detenere e di portare armi.

Prima della guerra civile, si presupponeva che le armi da fuoco fossero detenibili non solo dalla milizia di servizio, ma anche agli sceriffi e loro aiutanti e per difesa personale. Ma era un diritto solo per i bianchi. Gli stati meridionali vietavano agli schiavi di possedere armi da fuoco, temendone la rivolta, mentre in alcuni casi era possibile ai neri liberi avere armi, con severe restrizioni.

Successivamente, vennero effettuate modifiche costituzionali per abolire la schiavitù, per concedere la cittadinanza ai neri e per consentire loro di votare. E, fra gli altri diritti stabiliti dal Congresso per i singoli cittadini americani, bianchi e neri, vi e' il diritto di avere le pistole. Dopo la guerra civile, in virtu' delle leggi che hanno parificato i diritti di Americani bianchi e neri il Congresso ha infatti concluso che la parita' di accesso alle armi era una naturale conseguenza del 'nuovo status' degli afroamericani.

La legge del 1866 riguardante gli uomini 'liberati' promise quindi che "libertà personale, la sicurezza personale, e l'acquisizione, il godimento, e la disponibilita' dei diritti reali e personali, compreso il diritto costituzionale di portare armi, devono essere garantiti, e devono goderne tutti i cittadini". La precisazione era necessaria, visto che molti Stati del Sud cercavano di imporre nuovamente leggi con divieti di proprieta' di armi da fuoco ai neri, lasciandoli in balia di membri del KKK e di altri criminali bianchi.

In proposito, il Washington Post ricorda che circa 135 anni fa gli Stati Uniti sperimentarono il piu' grande 'macello' di neri della loro storia, quando il 13 aprile 1873, a Colfax, paramilitari bianchi pesantemente armati e guidati da ex ufficiali confederati attaccarono un gruppo di neri liberati dotati di pocge armi e riunitisi nel tribunale locale. Oltre 60 neri furono sparati, bruciati o picchiati a morte. La maggior parte di loro furono uccisi dopo essersi arresi.

Nessuno è stato mai punito per il massacro di Colfax. Le uniche tre condanne furono in seguito annullate dalla Corte suprema in uno dei peggiori errori giudiziari della storia americana. Questo orribile evento fu per decenni dimenticato dagli storici e solo di recente e' sottoposto a rilettura insieme ad altre vicende che illuminano sul grande costo umano di quel periodo della storia americana chiamato 'Ricostruzione', correlandosi con vicende di estrema attualita' come appunto quella del diritto a portare armi.

Durante l'ultima udienza, i giudici hanno discusso quale fosse l'intento degli autori del secondo emendamento. I membri del tribunale non hanno citato la Ricostruzione, anche se di fatto quei fantasmi e le vicende costituzionali che determinarono la legislazione sulla liberta' di detenere e portare armi per tutti i cittadini sono presenti nelle menti di tutti.

In particolare, Charles Lane, editorialista del Washington Post e autore di "Il Giorno in cui la liberta' mori': il Massacro di Colfax, la Corte Suprema e il Tradimento della Ricostruzione", sottolinea che le armi da fuoco rappresentano oggi minacce agli abitanti dei moderni centri urbani - favorendo criminalita', suicidi, incidenti - che possono superare qualsiasi auto-difesa forniscano, mentre, a differenza degli contadini del 19° secolo e' oggi possibile chiamare in aiuto la polizia professionale.

Nel caso specifico all'esame della Corte Suprema, egli auspica che quest'ultima decida che i governi locali introducano maggiori restrizioni sulle armi pericolose. E ritiene che anche l'interpretazione degli eventi storici correlati alle decisioni del Congresso oltre 100 anni fa e quindi alla nascita del secondo emendamento dovrebbe indicare tale scelta.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



marzo 24 2008

L’uomo che scambiò il suo blog per un ansiolitico

Ho dato una scorsa al manuale di psichiatria di Ema mentre Ema era in bagno e mi sono autodiagnosticato al volo una mezza dozzina di disturbi nemmeno molto preoccupanti. I più simpatici e comuni sono quelli lì: controllare la chiusura del rubinetto del gas prima di uscire di casa. Sei già pronto con la giacca, le scarpe, la porta di casa aperta. Hai spento tutto quello che poteva essere spento. Ma non solo. Hai spento il televisore e poi hai staccato la spina dalla presa di corrente. Perché sei completamente matto, ricordi? E infatti hai anche allontanato la spina staccata dalla presa nel muro e da qualsiasi materiale infiammabile, perché anche se non lo racconti a nessuno e non lo ammetti neppure di fronte a te stesso, sotto sotto pensi che la spina potrebbe aver conservato una scintilla di elettricità che farà contatto un istante dopo (perché dovrebbe? Perché gli oggetti ti odiano) che avrai girato i tacchi sul pianerottolo e farà incendiare il mobiletto di legno del soggiorno e tutto andrà a fuoco, andrà a fuoco e andrà perduto, mentre tu starai guardando il film al cinema, ignaro, e una catena di esplosioni distruggerà la casa e spazzerà via nugoli di vite innocenti e sarà tutta colpa tua, tutta colpa tua, tutta col… Così ti assicuri che il rubinetto sia ben chiuso. Ecco. E poi esci, e prima di uscire dai un’ultima occhiata generica e provi un senso di generale rilassatezza notando che è tutto tranquillo, tutto chiuso, tutto buio e in perfetto silenzio. No, nessuna scimmia impazzita sta sfilando i cavi elettrici dallo scaldabagno. Su, esci tranquillo. Finalmente te ne vai. Sali in macchina, metti in moto, arrivi al semaforo, attendi fischiettando e, quando viene il verde, parti, pensando alla serata, e una curva dopo stai facendo inversione in mezzo a un’aiuola spartitraffico per tornare indietro perché sei convinto di aver lasciato aperto lo sportello del frigorifero.
Stessa cosa per la macchina. Una volta la mia macchina si chiudeva da sola, non so perché, ma io pensavo comunque che fosse una grande conquista tecnologica, soprattutto per quei disgraziati come me che tornano sempre indietro a controllare se l’hanno chiusa (come fanno quelli con le cabrio a possedere una cabrio? Io ci diventerei matto. Avrei continuamente paura che qualcuno la usi come cacatoio pubblico a cielo aperto, ma quando passo vicino a una cabrio incustodita nessuno l’ha usata come cacatoio, e allora non capisco). Poi ha smesso, senza avvertire. Un giorno arrivo e la trovo aperta e fine della tecnologia ansiolitica.
Tralascio l’ipocondria, che, va beh, e tralascio le fobie sociali e gli evitamenti fobici, tutti bei nomi per disturbi molto comuni e attualmente non troppo interessanti. Io ed Ema abbiamo invece riflettuto negli ultimi giorni su quel problema con certe regole che l’individuo si autoimpone per starsene tranquillo o evitare che accadano determinate tragedie, ad esempio, non so, uno che scende dal letto sempre con lo stesso piede perché altrimenti gli viene un cancro. Il disturbo in sé è abbastanza comune, ma sono divertenti i dettagli, le piccole idiozie che ognuno si sceglie per vivere serenamente, e che lo fanno sentire speciale (da eccentrico a malato il passo è molto breve, ma siccome è meno breve del passo da normale a noioso, c’è il caso che uno voglia correre il rischio. Non che sia una scelta, ad ogni modo). Le piccole, irrinunciabili esigenze di una mente inquieta vengono fuori per caso, anche dopo molto tempo che si frequenta un soggetto. Il manuale sottolinea come spesso questi comportamenti siano tenuti nascosti perché provocano un senso di vergogna. Non è il mio caso, a dire il vero. Basti pensare al modo in cui Ema ha scoperto che ho un’idea tutta mia di come dovrebbero essere sistemati gli occhiali, nel momento in cui ha gentilmente chiesto di riporli:

Ema mette gli occhiali su un tavolino, come capita (mi vengono i brividi solo a sentirla, quest’espressione):

Chinaski: potresti raddrizzarli?
Ema: come, così?
Chinaski: no, girali.
Ema: così?
Chinaski: no, apri anche l’altra stanghetta.
Ema: ma…
Chinaski: ecco. Ora tirali un po’ su.
Ema: …
Chinaski:  ruotali.
Ema: per caso ti va di parlarne?

Non sono davvero convinto che mettere gli occhiali come capita possa avere una relazione con il cancro o con un qualsiasi altro evento drammatico. È solo che la voce finirebbe per... beh, non è proprio una voce distinta, è più una… ok. Per oggi basta così.http://www.chinaski77.splinder.com/


Pagare di meno e decidere di più

di Stefano Ceccanti


Non c’è nulla nelle proposte del Pd sui costi della politica, sia quelle già note dal Programma, sia quelle in corso di attenta elaborazione e di quantificazione, che si ispiri a una logica antiparlamentare, demagogica e populistica. Sappiamo bene che quella mentalità svaluta il ruolo delle forze politiche e delle assemblee elettive, ritenendo possibile il solo raccordo diretto tra leaders e platee indistinte: senza mediatori non c’è la costruzione paziente del consenso che è necessaria nelle democrazie contemporanee. Una volta però che si sia rifiutata quella scorciatoia sbagliata, i problemi restano e la risposta di un grande partito non può certo essere quello di una difesa acritica dello status quo, dei pedaggi pagati negli anni scorsi alla frammentazione dei poli, con normative che la confermavano e la incentivavano. Il ruolo di mediatori necessari, anche se non esclusivi, che sta alla base dell’articolo 49 della Costituzione e della logica pluralistica della stessa, va ripensato a fondo e rilegittimato, tenendo conto che per molti aspetti, per quanto possa sembrare paradossale, una politica meno costosa è anche, proprio per questo, una politica potenzialmente più efficiente. Proprio perché siamo andati liberi alle elezioni, rompendo la logica precedente di una politica fatta per vincere le elezioni con sommatorie indistinte e non per governare, possiamo e dobbiamo trarne le conseguenze sul finanziamento della politica. Partiamo da ciò che è già previsto nel Programma. Anzitutto la forte riduzione del numero dei parlamentari a 470 deputati e 100 senatori (di un rinnovato Senato delle autonomie) è in grado di velocizzare in modo più che significativo l’approvazione delle leggi e lo svolgimento delle ulteriori funzioni parlamentari: la politica diventa al tempo stesso meno costosa, ma anche più efficiente, riducendo i poteri di veto. In secondo luogo la scelta di uniformare il metodo di calcolo delle pensioni parlamentari (i cosiddetti vitalizi) appare a questo punto più che doverosa: non si capisce più, dopo le riforme che si sono susseguite per i cittadini non parlamentari, perché solo per deputati e senatori non ci dovrebbe essere una stretta correlazione tra contributi versati e somme da percepire. Queste due innovazioni (riduzione del numero dei parlamentari e modifica del criterio di calcolo), cumulandosi tra di loro e sommandosi all’adozione di parametri europei per gli stipendi, sono in grado di ottenere risparmi quantitativamente significativi e peraltro trasmettono all’insieme della popolazione, in una fase di incertezza economica, la doverosa impressione, corrispondente alla realtà, che tutti sono chiamati a solidarizzare in queste difficoltà. Il programma prevede altresì l’introduzione di limiti tassativi alla formazione dei gruppi parlamentari, che dovrebbero corrispondere alle liste già votate alle elezioni con un grado significativo di consensi, il che per un verso diminuisce le spese giacché la mera creazione di un gruppo produce di per sé determinate spese, in parte indipendente dal numero degli aderenti e rallenta i processi decisionali, ma per di più disincentiva in modo più che significativo il trasformismo politico, la creazione di gruppi dovuti a logiche personalistiche e individualistiche. E’ pensabile che in Spagna, dove alle differenze nazionali si sommano quelle dei sistemi politici regionali, siano considerati più che sufficienti 4 gruppi (Psoe, Pp, regionalisti baschi e catalani) oltre al Misto e che da noi sia considerato normale che alla Camera il numero oscilli tra i 10 e i 15, con la possibilità di moltiplicarsi in corso di legislatura senza alcun requisito politico, oltre al riconoscimento di componenti organizzate nel Gruppo Misto? Negli anni scorsi ciò è stato il prezzo delle coalizioni pigliatutto, come altre scelte di minore costo ma ugualmente sbagliate: dare il finanziamento pubblico a chiunque raccolga l’1% dei voti, definire editoria di partito una quantità di periodici a cui davano copertura solo pochi parlamentari, con sigle mai presentatesi al voto, il mantenimento di numeri eccessivi nella composizione dei consigli comunali e provinciali. Eliminare quegli errori non è una concessione all’antipolitica: è una cura di rimozione delle cause che hanno visto crescere quella tendenza, che non è altro, spesso, che la posizione di un innamorato tradito della politica. L’antiparlamentarismo nasce e cresce quando il parlamentarismo si fa oligarchico. Pensiamo anche agli effetti politici oltre che economici di un’altra norma di stampo oligarchico, ma chiaramente assurda: quella prevede che il finanziamento pubblico sia dato ai partiti per cinque anni, anche se la legislatura si chiude prima. Abbiamo così il paradosso che un partito che non si presenta alle elezioni anticipate, come stavolta l’Udeur, e che magari scompare, continua ad essere finanziato per altri tre anni e che cresca la spinta in tutti i partiti a desiderare lo scioglimento anticipato, dato che per alcuni anni (ad esempio accadrà nel 2009) si riceve sia il rimborso per le elezioni del 2006 sia per quelle del 2008. Anziché essere interessati alla continuità delle legislature, quella norma trasforma i partiti in strutture incentivate a disfare le Camere appena elette, a desiderare uno scioglimento più anticipato possibile. Questa e solo questa è la proposta del Pd: una politica per la quale si paga di meno e che decide di più e, perciò, che è in grado di incrementare il potere di acquisto dei cittadini, avvicinandoli anche in positivo ai redditi dei loro rappresentanti. Si può fare.unita .it

 

http://www.landino.it/articoli.php?id=122


Piersilvio Airways

Marco Travaglio


Quand’erano un filo più giovani, i due figli di primo letto Marina e Piersilvio servivano al Caimano per giurare il falso sulle loro povere teste. Ora che son cresciuti, vengono adibiti agli usi più disparati. C’è da sistemare una precaria? Che problema c’è, se la sposa Piersilvio (il poveretto non viene nemmeno consultato sui suoi gusti sessuali). C’è da salvare l’Alitalia? Ghe pensi mi, «ci sono i miei figli pronti a rilevarla, insieme a Toto e Banca Intesa». Purtroppo Toto ha già perso la sua chance.

Mentre Banca Intesa, non avendo legami di parentela con la famiglia Berlusconi (ma solo cospicui crediti con Forza Italia e con Toto), ha subito smentito. I due incolpevoli pargoli, invece, non osano nemmeno fiatare.

Del resto papà lo conoscono bene: lui le spara così, a raffica, come gli vengono. Infatti, col venir meno della banca, nonno Silvio fa presente che «la cordata è sempre pronta», ma c’è una piccola postilla: bisogna trovare qualcuno che metta i soldi, che sarà mai. Di qui l’idea geniale: il governo Prodi potrebbe lanciare un «prestito ponte», prelevandolo dalle tasche dei contribuenti, per finanziare l’operazione. In Europa si ride di gusto, visto che le regole comunitarie vietano gli aiuti di Stato. Ancora qualche ora e il Cainano dirà di essere stato frainteso dai soliti comunisti.

Peccato, però, che sia finita così. Intanto perché una compagnia aerea denominata «Piersilvio Airways» («Air Marina» avrebbe ingenerato equivoci col trasporto nautico) non avrebbe guastato affatto, in alta quota. Poi perché il conflitto d’interessi berlusconiano languiva da qualche anno sulle solite cosucce tipo tv, giornali, radio, portali internet, banche, assicurazioni, calcio, cinema, processi penali, insomma poca roba. Inglobare anche una compagnia di bandiera nel gruppo del futuro premier avrebbe conferito al conflitto d’interessi un frizzante tocco di novità, al punto che persino Uòlter, forse, avrebbe dovuto occuparsene. Ma l’operazione Piersilvio Airwaiys avrebbe giovato soprattutto per un terzo motivo: avrebbe inaugurato una nuova via tutto italiana al «fare impresa». Un tizio, uno a caso, mettiamo Berlusconi, diventa presidente del Consiglio nel 2001 e si incarica di mandare definitivamente a picco un’azienda pubblica già cagionevole di salute. Per essere sicuro che non ne resterà più traccia, la affida nelle mani sicure della Lega e di An, che ci giochicchiano per l’intera legislatura con i loro leggendari supermanager. Si comincia con l’ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, promosso presidente di Alitalia e rimasto celebre per aver sponsorizzato i mondiali di equitazione indoor salto a ostacoli, ad Assago (Milano), dove lui stesso si esibì in sella al suo cavallo baio. Poi Bonomi viene spedito alla Sea (Linate e Malpensa) e ad Alitalia arriva un fedelissimo di Fini: Marco Zanichelli. Ma subito Tremonti litiga con Fini: «Giù le mani da Alitalia, non c’è più una lira». Zanichelli, preso fra le risse di potere del Cdl, se ne va dopo appena 70 giorni, rimpiazzato dall’ottimo Giancarlo Cimoli, che aveva già fatto così bene alle Ferrovie. Il tempo di scortare la compagnia verso il burrone, poi anche lui leva il disturbo, con una modica liquidazione di 5 milioni di euro.

A quel punto, affondata la flotta, il Caimano se ne va in ferie per un paio d’anni. E al suo posto arriva gente seria, come Prodi e Padoa Schioppa che tentarono di riparare ai guasti suoi. Quando ce la stanno per fare, trovando Airfrance interessata a rilevare un bidone che brucia 1 milione e ha perso 15 miliardi in 15 anni, riecco l’Attila di Arcore che, travestito da Buon Samaritano, tenta di sabotare la trattativa con l’aiuto consapevole di Bobo Formigoni, Bobo Maroni e Morticia Moratti e l’aiuto inconsapevole dei soliti sindacati miopi. Dice che compra tutto lui, anzi «i miei figli», più il celebre Toto, naturalmente coi soldi degli altri: o delle banche, o dello Stato. Perché lui, com’è noto, è un imprenditore che si è fatto da sé, e anche un vero liberale.

Una compagnia della buona morte talmente inguardabile che perfino Bonomi, da Malpensa, prende le distanze e, sotto sotto, si tocca. Basti pensare che ­ come rivelava ieri sulla Stampa Minzolini ­ sul caso Alitalia il consigliere più ascoltato di Berlusconi è il deputato forzista Giampiero Cantoni, già presidente craxiano della Bnl, più volte inquisito e arrestato, dunque titolare delle giuste credenziali per occuparsi della faccenda: per esempio, un patteggiamento di 11 mesi di reclusione per corruzione (con risarcimento di 800 milioni di lire) e un altro di 13 mesi per concorso in bancarotta fraudolenta del gruppo Mandelli. Un esperto. È la via berlusconiana al risanamento. Chi si chiama al capezzale di un’azienda dalla bancarotta? Un bancarottiere. Per dargli un’altra chance.www.unita.it

“L’Onu prenda il controllo dell’Iraq”, chiedono leader e intellettuali iracheni
Osservatorio Iraq,

Un gruppo di leader tribali, ex politici, e intellettuali iracheni ha rivolto oggi un appello alle Nazioni Unite perché assumano il controllo dell’Iraq: una mossa che, a loro avviso, faciliterebbe il ritiro delle truppe Usa.
 
La richiesta, indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, è stata consegnata agli uffici dell’Onu al Cairo.

"Crediamo che l’unica opportunità che resta all’Iraq di essere salvato da un futuro buio, ma non inevitabile, sia quella di coinvolgere la comunità internazionale rappresentata dalle Nazioni Unite", dice la lettera. "Un passo di questo tipo permetterà alle truppe americane di andarsene, e di mettere fine all’occupazione".

Fra i coordinatori del gruppo ci sono Adib al-Jadir, Ahmed al-Habubi, e Nuri Abdel Razak Hussein, politici deposti nel 1968, dal colpo di stato che portò al potere il partito Ba’ath di Saddam Hussein, e membri di lunga data dell’opposizione liberale al regime di Saddam precedente all’invasione guidata dagli Usa del marzo 2003.

Secondo i firmatari dell’appello, l’organizzazione internazionale dovrebbe avere la supervisione di un nuovo piano di sicurezza per ripristinare l’ordine nel Paese, durante un periodo di transizione, e preparare nuove elezioni per un governo che sostituisca quello attuale del premier Nuri al Maliki.

Al-Habubi, che è stato ministro, ha detto che alcuni rappresentanti del gruppo si recheranno al quartier generale dell’Onu, a New York, per chiedere il sostegno degli Stati membri più influenti.

“Siamo pronti anche a discutere le nostre proposte con i funzionari statunitensi”, ha aggiunto.

I coordinatori dicono che la petizione è stata firmata da decine di iracheni importanti, e che il gruppo ha numerosi sostenitori in Iraq, che hanno preferito rimanere anonimi per il momento, per evitare problemi.

[O.S.]

Fonte: Associated Press http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5587


Anniversario invasione dell'Iraq. Proteste in varie città: 200 arresti
Sono scesi nelle strade di molte città degli Stati Uniti, per protestare contro la guerra in Iraq nel quinto anniversario dell'invasione statunitense. Risultato: più di 200 dimostranti sono stati arrestati. A Washington, la manifestazione si è diretta nella zona degli uffici governativi, per impedirne l'accesso: 62 in manette, circa la metà delle quali mentre cercavano di bloccare gli uffici dell'amministrazione fiscale, l'Internal Revenue Service (Irs), per sottolineare i costi del conflitto. Gruppi di manifestanti hanno anche bloccato un incrocio nel quartiere degli affari della capitale, formando picchetti davanti alla sede del Washington Post. E, sull'edificio che ospita sia il giornale The Examiner che la compagnia Bechtel, che si è aggiudicata importanti appalti per la ricostruzione in Iraq, è stata gettata della vernice rossa. A San Francisco, 143 quelli finiti in carcere. A Boston, cinque persone sono state portate via in manette per aver bloccato, con un sit-in sul marciapiede, l'ingresso di un centro di reclutamento militare. In segno di protesta avevano pensato di travestirsi alcuni da civili iracheni uccisi o in lutto, altri da militari Usa uccisi e da cittadini Usa in lutto
http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=49241

Il traffico d'armi del Pentagono passa per l'Albania


Il premier Sali Berisha, nel corso della seduta plenare del Parlamento albanese tenuta lo scorso martedì, smentisce le notizie che cominciano a circolare all'interno dei media sull'esistenza di un traffico di armi tra Albania e Afghanistan. Il Capo del Governo albanese, riferendosi all'articolo che sarà pubblicato entro questa settimana dal “New York Times”, nega che l'Albania gestisca il traffico delle armi verso i guerriglieri Afghani. Attacca duramente le falsità e l'inesattezza dei dati contenuti all'interno del reportage del giornale statunitense e precisa che “il commercio di armi verso l'Afganistan esiste, ma prove e fatti dimostrano che l'appalto è stato sottoscritto dal Pentagono". "L'azienda in questione ha comprato armi per volere di quel governo in diversi Stati, anche quello che ha ispirato questa persona (si tratta del giornalista che ha redatto il reportage per il New York Times). Queste armi sono state poi rivendute in Afghanistan. Ma non c`è nessun commercio, oltre quello legale, potete anche prendere il relativo dossier”.


Questa la dura reazione del Primo Ministro Sali Berisha al reportage del quotidiano americano, denunciando la manipolazione delle informazioni effettuata allo scopo di dipingere l'Albania come "crocevia di un traffico d'armi illecito". “Il commercio delle armi è un monopolio di Stato. Una pallottola non viene venduta all'estero al di fuori di questo monopolio. Non vi è alcun commercio, oltre a quello legale”, dichiara Berisha. Dinanzi al Parlamento Berisha spiega che 4 mesi fa un giornalista - che a suo parere non si trova più presso il “New York Times” - arriva in Albania e incontra il Ministro della Difesa, Fatmir Mediu , motivando tale visita con la sua intenzione di portare a termine un'indagine su di un'azienda della Florida, e dunque non su un traffico di armi. A tal proposito Berisha sottolinea che "l'affare su cui pretendeva di indagare questo giornalista non era come pensava, ma un processo totalmente legale". Infatti - continua Berisha - un' azienda della Florida, la AYE, ha vinto un appalto pubblico presso il Pentagono da 300 milioni di dollari Americani, con la facoltà di acquistare armi in diversi paesi e tra questi anche in Albania. La compagnia contatta il Ministero della Difesa, in particolare la MEICO, che viene messa in contatto con una società con sede a Cipro, la Evdin Ltd. "Nel luglio del 2007 - ha aggiunto Berisha - una persona chiamata Kosta Trebicka ferma mio figlio e lo accusa di averlo ostacolato nei rapporti con un'azienda americana che vuole collaborare con lui. Mio figlio si difende affermando di non averlo mai incontrato, ma che è disposto ad incontrare quel cittadino americano. In un primo momento accetta, ma non lo ha mai portato all'incontro". Secondo Berisha, esiste un'intercettazione fra Kosta Trebicka e Efraim Diveroli, Presidente della società americana della Florida, durante la quale Trebicka afferma che vuole essere lui stesso il subcontractor, e Efraim Diveroli risponde che questo non dipende da lui. All'interno dell'intercettazione Diveroli dice a Trebicka che questo affare dipende da Pinari (direttore di MEICO) che consiglia di "inviargli una prostituta e di corromperlo con 25 mila dollari". “Diveroli ha mentito? Assolutamente no, ma sono convinto che uno di questi mafiosi albanesi ha usato il mio nome come la usa ordinariamente, affermando di avere il sostegno del Primo Ministro”.

Il monologo di Berisha, che sembra essere più uno sfogo contro il tentativo di criminalizzare l'Albania, nasconde un vero e proprio giallo, direttamente collegato alla strage di Gerdec. Infatti, dietro l'improvvisa esplosione del deposito di munizioni nasconde semplicemente una tragedia, che potrebbe far scoprire che l'Albania ha gestito un traffico illecito d'armi. Dalle prove evidenziate è risultato che la società di Stato albanese MEICO ha venduto armi e munizioni, che sono poi giunte in Afghanistan. A comprovare tale versione dei fatti è subito intervenuto il New York Times che ha avvalorato la tesi del coinvolgimento del governo albanese per deviare l'attenzione dalla società statunitense e del Pentagono stesso. È stata così messa su una grande farsa, che ha avuto inizio con il castello di bugie della Southern Ammunition e della Alb Demil - società responsabili della gestione del deposito di Gerdec - sino all'implicazione della Meico nel commercio di armi verso l'estero.
Tuttavia la situazione sta prendendo una piega inaspettata, con il subentro di intercettazioni, strani personaggi, una guerra di povera gente disposta a fare da prestanome per avere belle macchine e due prostituite accanto. La storia delle armi e della vendita clandestina di armi è stata pianificata e attuata da stranieri, tra americani, libanesi con tre passaporti, magari gli stessi che un tempo organizzavano a Rinas quei cargo Sofia-Tirana-Belgrado. Non bisogna tuttavia trascurare che non si può portare a termine questo tipo di affari senza avere un sostegno finanziario da parte delle Banche, che mediante fiduciari mettono in circolazione titoli e lettere di credito, destinati a creare il denaro necessario a finanziare l'operazione. Per organizzare questo sistema così contorto, invisibile e preciso, ci vogliono anni, e occorre la partecipazione di media e organizzazioni per mettere su il grande spettacolo. Ricordiamo infatti che anni fa, fu organizzata dalla UNDP, con la straordinaria partecipazione di Michael Douglas, una campagna di sensibilizzazione sullo smaltimento delle armi , in seguito alla quale sono giunte in Albania una miriade di società statunitensi per risolvere il problema.

In realtà, alla fine di tutto, non è necessario che escano delle armi dall'Albania, ma è fondamentale che risulti che escano da lì: del resto la Cia in Albania può fare tutto quello che vuole, quando l'America chiede l'Albania obbedisce. Un patto politico scellerato tra la destra e la sinistra ha fatto sì che questa storia continuasse, in maniera tale che tutti i contratti maggiormente compromessi siano "made Albanian", coprendo i veri colpevoli e lasciando che sia accusato lo Stato albanese . Peccato che nessuno ha considerato che in Albania neanche il servizio segreto può mantenere un segreto, perchè nel "Paese delle aquile" non esiste il segreto. Ora occorre solo aspettare l'evoluzione degli eventi, perché si giungerà ad una verità che è solo parziale, che condanna i soliti capri espiatori per proteggere gli yankees e i loro sporchi traffici.http://etleboro.blogspot.com/


Negli Usa il mangime bio è contaminato da Ogm

 

Almeno il 30 per cento del mangime biologico diffuso negli Stati uniti sarebbe contaminato da Ogm. A sostenerlo è la Straus Family Creamery, azienda leader del settore biologico del latte e derivati, che ha effettuato numerose analisi sui propri mangimi certificati. L’azienda esegue i test ogni volta riceve una nuova fornitura di mangimi [granoturco e soia] per i propri allevamenti. Le analisi si inseriscono nella campagna promossa dal Nongmproject [www.nongmoproject.org], un progetto di responsabilità che vede impegnate alcune aziende agricole statunitensi nel settore «alimentare ecosostenibile», le quali si sono impegnate a verificare il rischio di contaminazione per i propri prodotti. L’azienda ha denunciato, in particolare, la presenza di tracce superiori al 6 per cento di contaminazione in almeno un terzo delle forniture certificate biologiche di mangimi a base di grano e soia.http://www.carta.org/campagne/ambiente/13296


Egitto. Rivolte per il pane nel "granaio di Roma".

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Pubblicato da Debora Billi


O tempora, o mores. L'Egitto era il "granaio di Roma", Paese da dove partivano le navi di grano per sfamare il milione di persone che popolava la Capitale dell'Impero.

Oggi, in Egitto manca il pane e la gente si rivolta in piazza lasciando morti sull'asfalto. Nelle file per il pane, spuntano le pistole e saltano i nervi.

Secondo il World Food Programme, non un caso isolato, ma parte della situazione globale del cibo. Imputato? Il petrolio, che in seguito ai continui rincari crea problemi all'importazione e all'agricoltura, non ultimo quello dei cereali che finiscono convertiti in biodiesel anziché in pane.

Così gli egiziani si ritrovano a fronteggiare un'emergenza da medioevo, con un pane salito di prezzo del 26% e malgrado le sovvenzioni dello Stato ai più poveri. Mubarak è stato costretto a convocare l'esercito: saranno i forni militari a sfornare pagnotte per la popolazione. http://petrolio.blogosfere.it/


Panama sotto repressione

di Olmedo Carrasquilla II

 

Con questo titolo voglio descrivere la realtà che vivono molti panamensi a causa di un modello di sviluppo escludente che, negli ultimi anni, ha provocato un aumento della diseguaglianza e un’insicurezza che investe tutti i campi. Le organizzazioni sindacali, il movimento studentesco universitario e altre forze sociali continuano ad essere repressi e perseguitati da unità di polizia come in una dittatura a causa delle proteste contro il costo della vita.

Presentiamo come preambolo uno spaccato degli aspetti socio politici di Panama frutto delle contraddizioni economiche che mettono a rischio il benessere di migliaia di famiglie.



Economia. Panama per le sue caratteristiche finanziarie, negli ultimi mesi ha raggiunto il migliore indice economico della regione in quanto paese in auge per gli investimenti stranieri (boom edilizio, concessioni e mega progetti di saccheggio). Questi indici però non rappresentano una piattaforma di entrate e ridistribuzione per una vera politica di equilibrio socioeconomico ma mettono in evidenza i profitti delle multinazionali che godono della protezione giuridica accordata dal governo.

Popolazione. Nonostante la crescita economica, il costo del paniere di base è aumentato, sono diminuiti i servizi rispetto la salute, il prezzo non regolato del combustibile coinvolge il settore dei trasporti con aumento delle tariffe, la disoccupazione è in aumento come l’insicurezza e la criminalità. Nel settore contadino aumenta l’incertezza a causa dello spostamento di migliaia di contadini e indigeni minacciati da imprese minerarie, da impianti idroelettrici e da un turismo senza criterio. Queste continue violazioni non producono alcuna azione di tutela legale.

Governo. Il presidente Martìn Torrijos con la sua mancanza di prese di posizione, dimostra l’assenza di una politica responsabile e di compromesso verso la situazione sociale. Evadendo le richieste popolari che esigono condizioni di vita migliori, il Presidente riafferma di essere un politicante con fini elettorali attraverso i suoi comizi in cui sbandiera incentivi di migliaia di milioni come soluzione per tutti i problemi. A questo si sommano i lauti salari, prebende e uso della propria influenza per coprire corruzione, impunità e privilegi di cui godono i deputati, i ministri e i personaggi che giocano al monopolio e alle speculazioni con i narcotrafficanti e con capi diplomatici con precedenti criminali (caso Rayo Montaño, Josè Urrugo e altri).

Movimenti sociali. La resistenza sociale di una popolazione che non regge più l’egemonia delle autorità nazionali, si può quantificare con più di 700 detenuti, decine di feriti, violazioni dei diritti umani e operazioni clandestine fatte in collaborazione tra servizi di intelligenza e unità repressive.

Gli investimenti che avrebbero potuto essere destinati all’educazione e a politiche di prevenzione verso la crescente criminalità di città del Panama, sono invece stati spesi per acquistare bombe ad alto potere tossico, munizioni pesanti e “pitufos”, camion che sparano acqua ad alta pressione usati dal regime di Noriega.

Sindacati indipendenti, lavoratori del settore della salute, organizzazioni studentesche e popolazione in generale, resistono a tutti i tipi di repressione come dimostra la morte del dirigente sindacale operaio Al Iromi Smith, assassinato il 12 febbraio da un agente della polizia. A questa morte si aggiunge la sparizione di 3 operai ed è evidente la volontà del potere di reprimere qualsiasi movimento si opponga agli interessi della partitocrazia e delle elites del potere economico.

Mezzi di comunicazione. Di fronte a questi episodi, i tradizionali mezzi di comunicazione (televisione, giornali e radio) serrano le fila nascondendo le violazioni e le sparizioni, manipolano e con i loro editoriali cercano di seminare una sorta di psicosi tra la gente che porti a divisioni all’interno della popolazione. Senza nessuna credibilità e giocando a chi ha il maggiore indice di ascolto, questi media mettono a rischio il diritto all’informazione.

Questi sono alcuni dei fatti nascosti dai media ma la pace si costruisce solo in presenza di giustizia sociale ed è finito il tempo di affermare che Panama è solamente turismo, canale di transito marittimo o un mega centro commerciale. Non si possono più nascondere gli indici di povertà, l’insicurezza e la discriminazione culturale.

Facciamo appello alla solidarietà internazionale di fronte al crimine psicologico, economico, sociale, ecologico e umano che isola Panama dal mondo della verità occultando la vita quotidiana di migliaia di donne e uomini che lottano per un vero modello di sviluppo sostenibile, solidale e ecologico.

Tratto e adattato da www.alainet.org

http://www.itanica.org/modules.php?name=News&file=article&sid=511

 


Il lezzo dell'ipocrisia. I Giochi a Pechino non avrebbero mai dovuto essere assegnati. Non c'era bisogno di una nuova repressione per sapere come i cinesi trattavano le minoranze etniche e i loro stessi cittadini. Solo chiudendo occhi, orecchie e bocca si poteva condurre il business as usual senza rimorsi di coscienza. Una volta piegatisi alla logica della superpotenza autoritaria gli inviti al boicottaggio sono subito apparsi fuori tempo massimo: bisognava mobilitarsi prima e in massa se si voleva impedire un altro scempio di diritto e di democrazia. Stupido poi appellarsi al ruolo della Cina all'estero senza premere per un cambiamento al'interno: gli Spielberg e le Farrow sono opportunisti della politica che agiscono in base a riflessi condizionati e a calcoli di visibilità, mai secondo un ragionamento coerente. Ditemi che senso ha guardare al Darfur e a Yangon quando a Pechino continuano gli arresti dei dissidenti e a Lhasa le pulizie etniche. Adesso il Tibet riporta tutti alla realtà. Le Olimpiadi si faranno, chi si sveglia adesso è un ipocrita. E puzza. http://www.1972.splinder.com/

Le rimesse straniere, il "petrolio" dell'economia centramericana   

 

Secondo l'agenzia francese AFP, i centroamericani che vivono delle rimesse provenienti dai familiari emigrati all'estero sarebbero svariati milioni. Le rimesse costituiscono, soprattutto in alcune aree rurali, il vero "petrolio" dell'economia domestica. Alcuni stati messicani, come quello di Oaxaca, si sono praticamente "spopolati" dopo i disordini post-elettorali del 2006. Qui, su un totale di 1,6 milioni di abitanti, almeno un terzo della popolazione è "fuggita" all'estero. Un caso abbastanza simile si registra nello stato messicano del Chiapas. Una tipica zona rurale e campesina che sopravvive proprio grazie all'assistenza esterna di emigrati che fanno affluire moneta forte - come il dollaro - nelle tasche dei propri parenti. Solo nel 2007, il Messico è stato paese destinatario di 24.000 milioni di dollari. Cifra spoglia, ma che assume un significato ben diverso se si pensa che equivale al pil di paesi come il Costa Rica, la Siria o la Repubblica Dominicana. Occhio e croce, il 3-3,5% del pil messicano è fatto di rimesse straniere. Una cifra che fa eco al numero di messicani che vivono in Usa: 12 milioni, di cui almeno la metà sono "indocumentados" e quindi non regolari. Per i paesi meno popolosi (e visibilmente meno ricchi) del Centroamerica, i trasferimenti sono una vera "manna" per risollevare le sorti di fragili economie. In Honduras, le rimesse per il 2007 hanno raggiunto i 2.600 milioni di dollari, un terzo del Pil. Stesso discorso per il Salvador, dove le rimesse rappresentano il 18% del prodotto nazionale. In Guatemala sono arrivati 4.000 milioni di dollari, una percentuale più ridotta del Pil, ma da tenere in considerazione.
In generale, l'intera America Latina beneficia di un trasferimenti di 45.000 milioni di dollari (CEPAL, 2004), molto più del Pil della strabiliante (per performances economiche) Slovenia. Teniamo però in considerazione che queste rimesse fanno sopravvivere almeno 2 milioni e mezzo di persone che vivono in condizioni di indigenza e in economie di sussistenza. In America Latina, almeno 300 milioni di persone vivono in povertà (CEPAL, "Panorama Social 2005"). Gli ultimi effetti della instabilità economica statunitense hanno però avuto anche effetto su questo trasferimento di denaro operato dagli emigrati. Dal Banco Interamericano de Desarrollo (BID) arrivano notizie di uno scarso incremento delle rimesse (verso alcuni paesi) per l'anno 2007. In Messico, l'incremento registrato l'anno scorso fu dell'1% (contro una media del 10% degli anni precedenti); verso il Brasile, il flusso si è ridotto del 4%. Non si tratta di una crisi generalizzata, in quanto i paesi andini e centroamericani aumentarono considerevolmente il flusso dei trasferimenti. Ma è un sintomo di qualcosa...Il BID sostiene che: "La mayor parte de las remesas sigue siendo todavía destinada a gastos corrientes como alimentación, ropa, vivienda y medicinas". Con la recessione americana, anche al sud si tirerà la cinghia!

Segnalo in coda un articolo uscito quest'estate sulla rivista della Cepal (n.92\2007):
"Migraciones internacionales y desarrollo: el impacto socioeconómico de las remesas en Colombia" (scaricabile in .pdf).http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/

La banda

di Eran Kolirin

Welcome to Bet Hatikva

In una quarantina di sale dal 21 marzo per Mikado, La Banda è l’opera prima del giovane regista israeliano Eran Kolirin, accolto come film rivelazione del 60° Festival di Cannes (Un Certain Regard), e premiato con numerosi riconoscimenti, in patria (miglior film agli Oscar israeliani) e nel mondo. Premi ma anche polemiche. Escluso dagli Oscar come miglior film straniero perché girato per oltre il cinquanta per cento in inglese, il film è stato boicottato dai festival arabi, nonostante la presenza di attori palestinesi tra i protagonisti. Anche ad Abu Dhabi, dove il film era stato selezionato, per minaccia di ritorsioni da parte dell’Unione degli attori egiziani e di ritiro dei loro film dal festival, gli organizzatori sono stati costretti a toglierlo dal programma.

Ma eccoci al plot. Ambientato in un paesino sperduto di Israele, il film parla di una banda della polizia egiziana di Alessandria che deve recarsi alla cerimonia di apertura di un centro culturale arabo. Per qualche strano motivo, nessuno va a prenderli al loro arrivo all’aeroporto e devono incamminarsi da soli verso la meta. Per ironia della sorte, si trovano in un paesino dalla pronuncia simile, Bet Hatikva, al posto di Petah Tikva, dove dovevano eseguire un concerto. Gli otto elementi sempre composti e ordinati nella loro divisa, si muovono a tempo con i loro strumenti, prima in quel deserto aeroporto, poi in quel deserto paese. Il timido ufficiale che li dirige è orgoglioso di questa occasione che gli viene data e con il suo inglese forbito ma approssimativo (sacrificato dal doppiaggio italiano) cerca di cavarsela bene in quella terra straniera e nemica.

Accolti da Dina, una giovane proprietaria di bar (Ronit Elkabetz, già in Alila di Amos Gitai e Matrimonio tardivo di Dover Koshashvili), gli orchestrali accettano così con discrezione l’ospitalità che generosamente viene loro offerta. L’imbarazzo è sempre di scena. Dall’attesa di un’accoglienza mancata e la necessità di chiedere aiuto in una terra ostile e in una casa straniera, passando per un’imprevista e rigida cena di compleanno risolta grazie alla musica (un’improvvisata Summertime), fino ai saluti finali tra l’emancipata donna israeliana e il sussiegoso ufficiale.

Due popoli, due culture, due lingue e due religioni che vengono unite da un’unica cosa, da un linguaggio universale che accomuna tutti: la musica. Ma questo elemento può davvero creare la pace tra due popoli che da tempo vivono in guerra? È certamente bello pensarlo, e il giovane regista, in questi 84 minuti ha voluto renderlo possibile. La banda è un apologo dai toni commoventi, che si alterna all’ironia e alla comicità di situazioni assurde. Tutto ciò accentuato da una recitazione trattenuta, minimale, che dà spazio agli sguardi e ad una esilarante e a vote tenera mimica. La regia, molto semplice e lineare, è giocata su sapienti ellissi. L’azzurro delle divise staglia sulla tavolozza in scala di grigi di una cittadina anonima e senza vita. I silenzi, la mimica e la musica animano questo piccolo, delizioso film.

Non resta che aspettare la seconda prova del 35enne Eran Kolirin, già vincitore del premio Lipper per la migliore sceneggiatura al Festival di Gerusalemme nel 1999, e regista nel 2004 del tv movie The Long Journey. Il suo prossimo film, ancora in fase di sceneggiatura, dovrebbe chiamarsi Pathways in the desert.

Francesca Iannantuoni e Leonardo De Franceschi

 

http://www.cinemafrica.org/spip.php?article564


Sudamerica senza ghiacciai

 

I ghiacciai andini hanno il tempo contato. Quindici anni al massimo e si saranno tutti sciolti, per colpa del riscaldamento globale.
La denuncia viene dal Pnuma, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente che fa anche una lista dei ghiacciai prossimi a scomparire: il Chacaltaya in Bolivia (
http://funsolon.civiblog.org/blog/_archives/2007/6/17/3029014.html), l’Antisan dell’Ecuador e Uruashraju, Yanamarey e Broggi in Perù. La degenerazione dei ghiacciai peruviani si può apprezzare in questi link:
http://www.inrena.gob.pe/irh/irh_proy_glaciares_broggi.htm
http://www.inrena.gob.pe/irh/irh_proy_glaciares_yanamarey.htm
http://www.inrena.gob.pe/irh/irh_proy_glaciares_urushraju.htm
Le conseguenze potrebbero essere fatali per l’uomo, giacchè una volta rese aride le fonti d´acqua intere popolazioni (soprattutto indigene) non avrebbero di che sostentarsi.
Il grido d´allarme è valido anche per la Patagonia, dove la velocità con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai si è triplicata negli ultimi sette anni.
Il link del Pnuma:
http://www.pnuma.org/
http://luiro.blogspot.com/

Uribe chiama, i paramilitari rispondono!
Di Annalisa 

 
Le dichiarazioni di José Obdulio Gaviria, consigliere di Álvaro Uribe  rilasciate pochi giorni prima della marcia del 6 marzo scorso  che si è svolta in Colombia e in diverse città del mondo in solidarietà con le vittime del paramilitarismo e dei crimini di Stato, hanno dato i loro frutti.
Questa è una manifestazione organizzata dalle FARC” e il suo messaggio, ampiamente diffuso dai mezzi di comunicazione, stampa e tv, rigorosamente vincolati al governo ha accompagnato come una spada di Damocle sulla testa gli organizzatori, i promotori, gli attivisti sociali  o semplicemente chi ha sfilato per strada con i familiari delle vittime del terrorismo di Stato. Alle dichiarazioni di José Obdulio Gaviria, mai smentite dal governo, nonostante il MOVICE (Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato) lo abbia  richiesto in più occasioni, è seguito un comunicato, come era prevedibile,  delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia), o meglio Aguilas Negras en rearme (Aquile nere in riarmo, il nome nuovo delle AUC smobilitate)  che confermavano quanto detto pubblicamente dal consigliere di Palacio de Nariño.
Uribe chiama e i paramilitari rispondono.
Purtroppo questo scellerato gioco del presidente colombiano  è costato la vita già a quattro sindacalisti,  il sequestro di due dirigenti di associazioni umanitarie che poi sono stati in un  secondo momento rilasciati e circa una quarantina di dirigenti sociali, attivisti politici e membri del MOVICE  sono stati minacciati di morte per aver coordinato l’organizzazione della marcia o soltanto per aver preso parte ad essa.
Già alla vigilia della manifestazione, in questa  intervista,  Iván Cepeda portavoce del MOVICE, aveva segnalato che due organizzatori dell’iniziativa, Adriana Gonzáles e Guillermo Castaño, avevano ricevuto minacce di morte. La leader Adriana Gonzáles, segretaria generale del Comitato Permanente dei Diritti Umani del dipartimento di Risaralda  era  uscita illesa da un attentato  davanti alla sua abitazione. Iván Cepeda aveva affermato che José Obdulio Gaviria  aveva messo a rischio le loro vite con le sue dichiarazioni. Niente di più vero.
Appena due giorni prima della marcia, Carmen Carvajal Ramírez, docente dell’istituto Normal Superior di Ocaña (dipartimento del Norte di Santander) e  dirigente del  sindacato ASINORT viene uccisa con tre colpi di arma da fuoco in testa  mentre si stava recando  al lavoro.
Il 7 marzo, quindi il giorno successivo alla manifestazione, viene ritrovato nel suo appartamento il cadavere di Leonidas Gómez Rozo, dirigente  dell’unione Nazionale degli Impiegati Bancari, appartenente alla CUT (Centrale Unitaria dei Lavoratori) e alla direzione del POLO.
Sempre il 7 marzo viene assassinato a Medellín,  Gildardo Antonio Gómez Alzate del sindacato insegnanti di Antioquia  e membro del Centro Studi e Ricerche Docenti che il giorno precedente aveva guidato il corteo nella sua città.
Il 9 marzo viene sequestrato Carlos Burbano, dirigente sindacale di San Vicente del Cagúan, il suo cadavere verrà ritrovato con il volto sfigurato dall’acido in una discarica il 12 marzo .
E’ stato più fortunato invece Rafael Boada, presidente dell’Unione Nazionale degli Impiegati Bancari (UNEB) di Bucaramanga, sopravvissuto a  un attentato il giorno successivo alla marcia.
Il 12 marzo dall’organizzazione paramilitare denominata Aguilas Negras sono giunte minacce via web  a 28 difensori dei diritti umani.
Il comunicato, firmato da Jairo Alonso Henao Gutierrez, alias Comandante Camilo,  del Comando Centrale Aguilas Negras en rearme, afferma che “saranno implacabili con chi ha partecipato alle iniziative del 6 marzo” e  recita testualmente: “informiamo di un totale riarmo delle forze paramilitari, ....e che tutte quelle organizzazioni, istituzioni, rappresentazioni diplomatiche e persone comuni che riceveranno questo comunicato virtuale, sono dichiarate OBIETTIVO MILITARE DI FASE A (mezzi di comunicazione, ONG, ambasciate, congressisti, cittadinanza in generale di appoggio o di collaborazione logistica della narco guerriglia)". Ma c’è dell’altro che rende ancor più inquietante  il suddetto comunicato ed è il fatto che in esso oltre a dichiarare apertamente la ricostituzione di un fronte paramiliatre,  afferma che è  giunto ”il momento di generare un cambio di atteggiamento, che affronti le conseguenze provocate da questo governo debole, senza indirizzo, e determinazione, inginocchiato davanti a politiche e strategie statunitensi. ÁLVARO URIBE VELEZ rappresenta sottomissione e interesse particolare, inganno, irresponsabilità e ancora peggio è un falso compatriota che con elargizioni offerte in una smobilitazione e porta avanti un  tentativo assurdo di ottenere il riconoscimento internazionale per perpetrare il suo potere”  La rivolta contro il padrone  o soltanto una finzione? Sebbene la seconda ipotesi sia la più verosimile, nel caso fosse vera la prima   si produrrebbe uno scenario inquietante. I paramilitari insoddisfatti di quanto ottenuto con la smobilitazione, di fatto confermano nel comunicato che “il paramilitarismo è stato un metodo di dominazione sociale e politica che ha le sue radici nella dottrina di sicurezza nazionale e democratica. E’ iniziato come una strategia antisovversiva e si converte in un modello di controllo territoriale dove sono confluiti  i settori più conservatori delle forze militari, dei partiti politici e delle imprese private”. Forte di questa formazione e della scuola e dell’appoggio governativo si starebbe “privatizzando” del tutto fino a  diventare di fatto un esercito parallelo a tutti gli effetti.
Qualunque sia lo scenario che si profila all’orizzonte tutto lascia presagire una recrudescenza della violencia.  Da una parte Uribe e il governo sempre più decisi a risolvere militarmente il conflitto sociale in Colombia contro quello che definiscono il  “narcoterrorismo” delle FARC, dall’altro i  riarmati paramilitari che sembrano avere le sue stesse intenzioni. In mezzo il popolo colombiano, i civili, i contadini, i sindacalisti, che vengono uccisi, vestiti con una uniforme della guerriglia e gettati in un fosso.
Il MOVICE chiede al presidente Uribe le dimissioni urgenti di José Obdulio Gaviria preannunciando azioni legali contro di lui. L’istigazione a delinquere è un grave delitto, purtroppo non in Colombia.
...
Leggi anche: Pasqua di sangue contro i diritti umani in Colombia di Gennaro Carotenuto

Messico, Centro America e i Caraibi saranno i paesi più colpiti dalla oramai chiarissima recessione in atto negli Stati Uniti. La alta percentuale di esportazioni con destino Usa ed il calo delle rimesse ne fanno facili vittime della crisi economica, in particolare economie deboli come Honduras, Nicaragua e Rep. Dominicana.

Messico, Centro America e Caraibi sono considerate le zone più a rischio e i paesi più deboli per poter rispondere efficacemente alla crisi economica impulsata dalla recessione in atto negli Stati Uniti. Al contrario nel sud del continente americano l’impatto sarà attenuato da altri fattori, ad esempio il disimpegno dell’economia cinese.

La caduta dell’economia statunitense è ormai innegabile e le conseguenze sull’intero continente latinoamericano saranno inevitabili. Da valutare è invece l’impatto diverso che può avere nei diversi paesi.

La crescita dell’economia USA è stata rivista al ribasso ed è prevista nel 2008 al 1,4/1,5%. Messico e Repubblica Dominicana dovrebbero essere i paesi più a rischio, visto e considerato che entrambi i paesi hanno l’80% delle proprie esportazioni con destino Stati Uniti. Non solo, la stretta dipendenza tra le economie di questi paesi e gli Usa rendono più che concreta la possibilità che la crisi economica nordamericana si possa traslatare rapidamente alle economie interne di questi paesi.

La diminuzione delle rimesse degli emigranti dagli USA può essere uno degli effetti più visibili della crisi, soprattutto per paesi come Messico e Centro America, in particolare per le economie più deboli come Honduras, Nicaragua e Rep. Dominicana, dove le entrate da rimesse rappresentano una buona percentuale del PIL totale. Ancora però non è ben chiaro l’impatto che la diminuzione delle rimesse può avere sul continente, visto e considerato anche che nel passato non si è riscontrata corrispondenza tra crisi economica e diminuzione delle rimesse.

E’ certo però che in questo caso si è già presentata una importante riduzione delle rimesse in paesi come Messico, Guatemala, El Salvador.

Anche Colombia, Cile e Venezuela si potrebbero trovare tra i paesi più esposti alla crisi se si considera la percentuale delle esportazioni destinate agli Stati Uniti sulla percentuale del PIL.

Secondo molti analisti però la dimensione della crisi economica nel continente latinoamericano dipenderà molto dalla variabile “Cina”. La salute dell’economia cinese sarà determinante. Se la Cina infatti resiste economicamente e la sua crescita non subirà una decelerazione importante, sarà un fattore importante per alcune economie latinoamericane. Una Cina in salute può continuare ad essere un mercato talmente grande da evitare la crisi, alimentando le esportazioni di paesi come Cile, Brasile, Argentina ed Uruguay.

Quello che però può essere l’ancora di salvataggio per i paesi del sud del continente può rivelarsi un pericolo aggiunto per il Messico, la Cina è infatti un gran concorrente per soddisfare il mercato statunitense.

Il rischio maggiore per l’intera aerea latinoamericana però sarebbe vedere Cina ed India seriamente affettate dalla recessione, una caduta della domanda in questi paesi infatti potrebbe far cadere il prezzo delle materie prime, affettando tutti i paesi dell’area centro-sudamericana.

Di buono c’è che a differenza del passato molti esperti economici concordano nel considerare America Latina e Caraibi arrivare ad affrontare la recessione in condizioni nettamente migliori: minor indebitamento, migliori conti pubblici, prezzi alti delle materie prime e la assenza, almeno sino ad ora, di un contagio significativo della crisi creditizia statunitense. Non si può comunque rimanere tranquilli, i fattori di rischio più preoccupanti allertano sui problemi d’inflazione, di un apprezzamento del tipo di cambio reale e sull’incremento del credito privato.http://www.verosudamerica.com/2008/03/quali-sono-i-paesi-latinoamericani-pi.html


New York : per le alte cariche indagini più approfondite
di Giulia Alliani

Nel distretto di New York Sud, Boyd M. Johnson III é il magistrato a capo della sezione che si occupa di corruzione pubblica: é lui che sta seguendo il caso dell'Emperor’s Club V.I.P, il giro di prostituzione in cui, secondo le fonti anonime del New York Times, é rimasto coinvolto, come cliente, il governatore di New York, Spitzer. Sarà lui, con il suo capo, il procuratore Michael J. Garcia, a decidere se esistono i presupposti per incriminare l'ex governatore.

L'inchiesta é in corso e si dice che, oltre alla possibilità di un'incriminazione per aver effettuato i pagamenti al club in modo tale da impedire l'identificazione del pagante e dei destinatari, e oltre alla possibile violazione della legge Mann sul traffico interstatale di prostitute, gli inquirenti stiano lavorando anche su altre piste. Per esempio si vuol capire se Spitzer abbia usato i fondi raccolti per la campagna elettorale per pagare delle prostitute, se abbia coinvolto impiegati dello Stato in attività illegali, o abbia compiuto viaggi ingiustificati servendosi del denaro pubblico al solo scopo di facilitare i propri incontri.

Secondo il NYTimes i due magistrati godono della fama di persone severe e oneste, dotate della giusta dose di aggressività e discrezione, e prenderanno una decisione ponderata solo dopo aver sentito gli avvocati che Spitzer ha già nominato, sebbene al momento non sia accusato di nulla. L'equilibrio dimostrato dai procuratori é testimoniato dai pareri di illustri avvocati, anche se esistono a proposito opinioni contrastanti da parte di qualche personaggio che li ha conosciuti in veste di imputato o di condannato.

"I procuratori si esaltano al massimo se vengono coinvolti dei personaggi pubblici - ha dichiarato al NYT uno di questi - Per loro si tratta di un'occasione che aumenta le possibilità di entrare in qualche grosso studio di avvocati nel dipartimento che difende i colletti bianchi. E' qualcosa che li rende più appetibili sul mercato".

Certo l'obiezione che più spesso viene mossa in questi giorni all'indagine sull'Emperor's Club riguarda il livello di aggressività e di intensità, e l'adozione di metodi particolarmente intrusivi (indagini bancarie, intercettazioni, pedinamenti), tutti aspetti inusuali quando si tratta di inchieste sulla prostituzione, soprattutto nei confronti dei clienti. Eppure, anche se attualmente la prostituzione non costituisce una priorità fra quelle del Dipartimento della Giustizia americano, i mezzi impiegati dagli inquirenti sono giustificati da altre considerazioni.

Scrive il NYTimes: "Gli avvocati dell'accusa e gli inquirenti sostengono che il dispiego di risorse nel caso del signor Spitzer e dell'Emperor’s Club V.I.P. é da considerarsi giustificato e necessario perché il caso comportava la possibilità che alcuni reati fossero stati commessi dalla più alta carica elettiva di New York, che in passato era stato procuratore capo dello Stato".

E un ex-procuratore, Bradley D. Simon, ha dichiarato: "Sebbene sia raro che simili mezzi vengano utilizzati per indagare sull'attività di un giro di prostituzione, la presenza fra le persone coinvolte di un politico di livello tanto alto impone di modificare i criteri. Se si scopre qualche elemento che possa provare che un'alta carica é coinvolta in violazioni del codice penale può essere ragionevole proseguire e approfondire".

Così si spiegherebbe anche l'insolita quantità di dettagli, alcuni molto espliciti, riferiti nella dichiarazione giurata dell'FBI a proposito del cliente n. 9, (identificato dal NYT con Spitzer): una quantità nettamente superiore a quella fornita per gli altri 10 clienti. Robert D. Luskin, un ex-procuratore, ora avvocato della difesa spiega: "Se il Governo (in questo caso il ministero del Tesoro che vigila sulle transazioni bancarie, ndr.) riceve un 'Rapporto di Attività Sospetta' su un'alta carica, sarebbe una negligenza non approfondire, anche solo per verificare che non si tratti di un caso di corruzione o di estorsione".

E i funzionari interessati sostengono che, lasciando cadere il caso senza un supplemento di indagini, avrebbero corso il rischio di venire accusati di voler insabbiare il tutto. E, sempre a difesa del proprio operato, sottolineano che gli investigatori non hanno creato situazioni fasulle né hanno teso tranelli a Spitzer per coglierlo in fallo.

Nessuno lo ha spiato nella camera dell'albergo, nessuno ha cercato di ottenere la prova del DNA. Non é stato necessario: Spitzer si é rivelato una preda facile e dunque, par di capire, dovrebbe prendersela solo con se stesso.


www.osservatoriosullalegalita.org


Zhenya Strigalev:«La musica non ha identità nazionale»

Le difficoltà della musica in Russia, tra esercito e censura. Poi il richiamo di Londra. Il 28enne jazzista sta per lanciare il suo nuovo progetto, Findamorale.
(Photo: ZS)
Un uomo pallido, magro, serio, con le occhiaie e i capelli biondicci lunghi fino alle spalle schiacciati sotto un cappello di maglia. Emerge dal buio delle scale di mattoni rossi: «Grandioso che tu sia riuscito a venire stasera, abbiamo una formazione eccezionale», dice sorridendo. Mi fa strada per le scale, nella stanza rossa dei musicisti, proprio sopra la sala dove si terrà il concerto – il Baltic Restaurant – una vecchia officina, elegantemente ristrutturata.

La performance, decisamente eclettica, della sua band include assoli di sax e pezzi corali, un piano melodico, un eccellente trombone e Michael, un cantante in stile reggae, che interviene un paio di volte. «Il colore della fusion che suoniamo dipende totalmente dai musicisti che prendono parte ad ogni progetto», spiega Strigalev. «L’80% sta nel trovare la giusta sintonia, il resto dipende dal bassista, dal batterista e dagli altri musicisti. Posso dare un certo sound a un pezzo che ho scritto, ma non ne ho il controllo completo». Dimostra più dei suoi 28 anni, e ha l'aria seria.

Comprare ance in Russia

«L’influenza dei miei genitori è stata decisiva. A otto anni mi hanno fatto prendere lezioni di piano, praticamente obbligandomi. Non perché volevano che diventassi musicista, volevano solo che avessi un’istruzione a 360 gradi. I miei insegnanti dicevano che avevo talento, così a 14 anni sono passato al sax contralto», ricorda. «Il jazz mi ha sempre affascinato. Mio padre era un grande appassionato della scena swing negli anni Settanta e Ottanta, quando era soprattutto un fenomeno underground. Il nostro giradischi a casa suonava Charlie Parker, Sonny Rollins e Coltrane, e ognuno ha rappresentato per me una fase. Ho cercato di imparare il loro stile e accrescere il mio vocabolario, per poter parlare – musicalemente – come loro».
Dopo il liceo ha studiato musicologia per un anno, poi ha continuato da autodidatta. Ma quando, un paio d'anni dopo, gli si ruppe l’ancia nell’imboccatura del sax, fu dura continuare. In Russia non è così facile trovarne. «Non ho suonato per due mesi. Quando ho chiamato il tizio che mi aveva venduto il sax, lui mi ha urlato: “Non hai bisogno della musica! Rivendimi lo strumento, lo darò a qualcuno migliore di te!”». Allora ho iniziato a esercitarmi tutti i giorni. A diciassette anni ha vinto il premio di “Miglior Sassofonista” in un prestigioso concorso di San Pietroburgo.

Jazz nell'esercito

‘Lo studente universitario di musica si ritrovò a fare il servizio militare obbligatorio come ogni altro ragazzo russo sopra i 18 anni. Lavorava da mattina a sera, finché non ha trovato un posto nella banda dell’esercito, cosa che gli ha permesso di poter spendere i suoi turni suonando. «È stato duro esercitarsi in quegli anni perché dovevi essere anche in servizio. L’unico modo per migliorare era andare in città e partecipare alle jam session notturne». Dopo il servizio militare, Strigalev ha viaggiato fra Mosca e San Pietroburgo, suonando e registrando tre album. A 25 anni ha vinto una borsa di studio per la Royal Academy of Music di Londra. L’Inghilterra chiamava, e lui ha risposto.
«Rispetto a Mosca, la scena londinese è molto più aperta. C’è una vera contaminazione e la gente è preparata ad ascoltare quasi tutto, e questo mi piace». E i suoi connazionali? «Non frequento molto la comunità russa, anche se ho degli amici. Volevo conoscere l’Inghilterra, imparare la lingua, trovare il mio spazio e comprendere la cultura del posto, senza influenze esterne. Molti russi che vivono qui, o si lamentano del Regno Unito ma non vogliono andarsene, oppure amano il Regno Unito e dicono che la Russia sta andando alla malora – cosa che non condivido». Strigalev lavora con artisti inglesi come il pianista Nick Ramm del Fire Collective, che ha scritto tre pezzi per il suo ultimo album. «È difficile parlare di identità nazionali in musica», sostiene. «Ho sicuramente imparato un nuovo approccio e accresciuto il mio vocabolario musicale in Inghilterra. Ma sarebbe difficile dire che un pezzo è più “russo” di un altro».
Vede davanti a sé un futuro ricco di fruttuose collaborazioni. «È divertente suonare la tua musica con gente diversa. Voglio far crescere la scena jazz qui a Londra e Hoxton, facendo venire nuove band europee nel Regno Unito cosa che, a dire il vero, ora non succede». A questo punto, Strigalev si infila il berretto di lana e sorride. «Facciamo delle jam session ogni notte fino alle tre da Charlie Wrights questa settimana, vuoi venire?». Chi sono io per rifiutare?

Vuoi ascoltare Zhenya?

Cd: Uno degli ultimi album, Off the Cut, contiene alcuni dei suoi migliori brani di acoustic jazz, genere che era vietato in Russia tra gli anni Cinquanta e Settanta. Il Cd di Findamorale uscirà nel giugno 2008 (Baltic Music).
Findamorale: Come la sua musica, il titolo è una fusion, una nuova parola in questo caso derivata dall’inglese e dall’italiano. «C’è il termine inglese find (“trovare”) e quello italiano “amorale”, ma si può anche leggere find-a-moral (“trovare una morale”), quindi può essere letto sia come un’affermazione sia come un imperativo. In realtà, il concetto di musica “Findamorale” vuol dire essere un po’ eccentrici e avere ottime maniere, che penso siano due tratti tipici del carattere inglese».
Live: gratis quasi tutti i giovedì e qualche venerdì al Charlie Wrights International Bar a Hoxton dalle 22 alle 3:30 di notte: «Un posto carino dove si sta fino a tardi com’è giusto che sia».
In carne ed ossa: Al Findamorale festival ad Hoxton, a Londra nel giugno 2008. Il festival è pensato per portare band e progetti europei a Londra, dove la scena è più omogenea.
Alison Micklem - London
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14294


marzo 23 2008

"Vincere dipende anche da te"

La lettera di Walter Veltroni al popolo delle primarie

Ci siamo. Siamo arrivati al momento decisivo.

Con la sua nascita, il Partito Democratico ha cominciato a cambiare la politica italiana, lo ha fatto grazie alla tua partecipazione, alla tua passione, che insieme a quella di altri milioni di persone, in una bellissima giornata di ottobre, ha permesso di realizzare il progetto, il sogno, che avevamo nel cuore.
Ora abbiamo, fra poche settimane, l’occasione per dare corpo, per tradurre in atti concreti, quella che è la ragione, la missione, il senso stesso del Partito Democratico: cambiare l’Italia, unirla, liberare le sue energie e farla crescere, restituire agli italiani e soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni, speranza,
fiducia nel futuro, serenità, sicurezza
.
È stata la tua presenza, quel 14 ottobre, ad avviare il tempo del coraggio e del cambiamento, a darci la forza di candidarci da soli alla guida del Paese, finalmente liberi di presentare le nostre idee, le nostre proposte, il nostro programma di governo. Dopo la nostra scelta tutto si è messo in movimento. È diventato chiaro, evidente, che da una parte c’è il passato, dall’altra c’è il futuro. Da una parte c’è la riproposizione di un film già visto, con gli stessi interpreti, con lo stesso copione, tutto esattamente come prima. Dall’altra la possibilità di uscire dal clima di odio e dalle divisioni di questi ultimi quindici anni, di voltare pagina,di cambiare non semplicemente un governo, ma il Paese.
È per questo che io mi sono candidato. Non per ricoprire una carica, ma per contribuire al cambiamento che serve all’Italia.
Gli italiani si stanno accorgendo di quanto sia netta, e decisiva, la scelta che faranno il 13 e il 14 aprile. Me ne rendo conto sempre di più ogni giorno, in ogni tappa del viaggio appassionante che mi sta portando in tutte le province italiane. C’è un’Italia viva, c’è un’Italia che è in piedi, ci sono italiani che faticano e lavorano, che studiano, che hanno idee e investono su se stessi per realizzarle, che si occupano degli altri, che fanno sacrifici per mantenere con onestà la loro famiglia.
È a tutti loro, è a questa Italia vera, che noi vogliamo parlare. La campagna elettorale è difficile, ma è aperta. Molto più di quanto non si pensasse all’inizio. In poche settimane abbiamo recuperato terreno,e moltissime sono le persone ancora indecise. L’esito non è affatto scritto, e dipenderà da quello che ognuno di noi riuscirà a fare da qui al 13 aprile.
Il tuo impegno è fondamentale. Ti chiedo, per questo, di tornare domenica 30 marzo nel circolo, nell’associazione, nella sede dove hai votato alle primarie di ottobre. Lì troverai materiale, opuscoli, vademecum e “istruzioni per l’uso” che ti aiuteranno a partecipare in modo ancora più attivo alle ultime due settimane di campagna elettorale.
Il risultato dipende anche da te. Da te dipende quello che insieme potremo fare. Quello che insieme faremo per l’Italia.


Roma, 10 marzo 2008.
Walter Veltroni

Conosco Roberto Weber da quasi trent’anni. Siamo triestini entrambi ma lui è più colto e poi fa un lavoro “serio”. All’inizio degli anni ottanta con altri due incoscienti ha fondato la SWG, una società specializzata in analisi e indagini di mercato. L’uomo è curioso, sa ascoltare e riprodurre in proprio le buone idee. Ha girato un tantino il mondo (parecchio anche gli States) e si è imbevuto di tecniche e buone letture. Nel fare i sondaggi non ha mai rinunciato a un piglio narrativo. Non è di quelli che snocciolano i dati e poi te li spiegano (esercizio che ho sempre trovato noiosissimo perché se uno non è un deficiente vede i dati e capisce da solo cosa vogliono dire). Roberto tende di suo a “narrarti” la ricerca. A condirla del senso che i dati da soli non trasmettono. Per mille ragioni ho sempre trovato (almeno con lui) la narrazione più interessante delle statistiche. Nel ’94 quando D’Alema divenne segretario del Pds, fui ben contento di proseguire la collaborazione con loro (la SWG intendo). Collaborazione che era iniziata qualche mese prima di quelle elezioni (Roberto era venuto a Botteghe Oscure e aveva spiegato a un gruppetto di noi – c’era pure Fabio Mussi – che avremmo seccamente perso, ma la diplomazia non è mai stata il suo forte). Poi, anni dopo, ci fu l’inciampo delle regionali del 2000. Weber per una fase divenne il capro espiatorio dell’errore generalizzato dei sondaggisti (e della politica) che avevano semplicemente sbagliato la metodologia delle rilevazioni. Resta che D’Alema si dimise da Palazzo Chigi e da quel giorno la prudenza dei miei amici triestini (perché la SWG è a Trieste) è divenuta proverbiale. Bene, questa lunga zuppa per dirvi che oggi mi sperimento nella veste di giornalista e vi propino un’intervista (in esclusiva per il blog!!!!!) col mio amico Roberto Weber (e anche queste sono soddisfazioni).


Senti, non prendiamola troppo alla lontana e dimmi chi vincerà le elezioni?
Berlusconi è ancora avanti.



Sei proprio sicuro?
In questo mestiere non sei mai sicuro di niente. Ma senza un cambio di ritmo nelle prossime settimane è possibile che vinca lui. In particolare mi ha colpito la vicenda di Alitalia che può diventare la madre di tutte le battaglie. Il Pd deve spigare bene cosa è accaduto in questi anni e tenere la barra dritta.



Cosa intendi per barra dritta?
Raccontare i fatti. Loro avevano cinque anni per risolvere l’emergenza Alitalia e non l’hanno fatto. Il centrosinistra, comunque sia, ha avviato una soluzione, certo di emergenza ma per una società che stava fallendo. Allora se tu stai correttamente legato a valori di mercato e tutela della collettività non puoi che tener fede all’operazione che il governo da ultimo ha tentato di fare nel rispetto di una logica liberale. Ma lo devi dire. E incalzare gli altri sul vuoto di iniziativa nei cinque anni del loro governo.




Scusa ma insisto: noi abbiamo clamorosamente ridotto la forbice che ancora a gennaio era molto più larga. E’ così o no?
Certo che è così. Quella forbice è stata ridotta e di molto. Ma siamo ancora tra i cinque e i sei punti di distanza.



Il che però vuol dire che la partita è aperta?
Ma questo è ovvio.



Si dice che ha pagato (parlo del Pd) il coraggio di Veltroni nel dire “andiamo da soli”. E io nel mio piccolo mi accorgo che quel passaggio, quando lo citi nei ragionamenti, effettivamente fa breccia. Ora, secondo te questa rottura entusiasma i nostri o parla anche a una fascia di delusi, arrabbiati e magari pure a qualche elettore dell’altra parte?
Secondo me parla a tutti. Ai nostri e ai delusi o arrabbiati e forse anche a qualcosa dall’altra parte. Ma questo processo avrebbe bisogno di più tempo e invece la campagna da questo punto di vista è breve. Veltroni da parte sua sta facendo tutto quello che è nelle sue umane possibilità E i risultati lo premiano.



La cosa che ti ha colpito di più finora della campagna elettorale (valgono singoli slogan, battute, un manifesto, una gaffe…)?
Dal punto di vista emotivo la cosa più rilevante è la scelta di chiudere tutte le manifestazioni del Pd con l’Inno di Mameli. E’ una rottura col passato e varrà nel tempo. Ho visto il popolo del Pd con le bandiere tricolori nelle piazze e quel popolo aspettava questo messaggio (investire sull’idea del Paese) da almeno cinque anni. Era come più “avanti” delle leadership.



E quella che ti ha indignato, se ce n’è una?
La mossa di Berlusconi su Alitalia e una certa insipienza dei giornali che non vanno a scavare a fondo per vedere cosa c’è dietro, se dietro c’è davvero qualcosa.



Da uno a dieci l’alleanza coi Radicali quanto bene ha fatto al Pd?
Nel breve cinque. Nel medio-lungo sarà il sette.



E la candidatura di Calearo?
Direi un po’ meno (ma non c’entra il valore della persona).



E Ciarrapico con Berlusconi?
Credo influisca poco. Sono dei grandi incassatori. Metabolizzano tutto.



Adesso devi sbilanciarti e dirmi quali mosse secondo te farà Berlusconi dopo la pausa di Pasqua?
Farà cose relativamente modeste. Non vedremo novità eclatanti. Calcherà sul loro patrimonio identitario e programmatico. Se invece gli va bene con Alitalia si giocherà quella carta. Ma questa volta prometterà meno cose del solito. Forse potrebbe cavalcare un po’ di più l’antipolitica e la critica alla Casta. Ma ripeto, niente di nuovo.



Tre cose che dovremmo fare noi nelle ultime due settimane prima del voto?
Intanto sull’Alitalia non cedere a una linea difensiva o imbarazzata. E poi scegliere due punti programmatici forti e picchiare su quelli. Anche in coerenza con la chiave di semplificazione della politica che ha ispirato tutte le mosse finora. Ma eviterei di delegittimare troppo l’azione di governo del centrosinistra di ieri. Una parte degli elettori non capirebbe. che ha ispirato tutte le mosse finora. a. lto ristretta. su quello. re a fondo per vedere cosa c'lle piazze e quel popolo aspeMaMa



Adesso le previsioni sul Senato. La prima è la più secca. Può finire in pareggio?
Pareggio no. Però chiunque vinca avrà una maggioranza ristretta. E questo sarà comunque un problema.



Ci sono “regioni vinte”, ci sono (ahimè) “regioni perse”. Quali sono le vere regioni “incerte”?
Lazio, Liguria, probabilmente la Calabria. Potrebbe essere incerta la Sardegna.



Questo è un blog intellettuale (si fa per dire). Ultimo libro letto?
“Patrimonio” di Philip Roth



Libro preferito degli ultimi anni?
“Non lasciarmi” di Ishiguro Kazuo



Grazie

http://www.giannicuperlo.it/


Giornale, dov'è finito il giornalismo?

Il Tg1 di Gianni Riotta sputtana violentemente il Giornale che oggi, in prima pagina, aveva sparato un'inchiestona dal titolo: "Prodi, dove sono finiti i gioielli?". Due pagine a firma Gian Marco Chiocci, dove si parlava delle reticenze dei funzionari e si faceva capire che i regali arrivati a Prodi erano spariti. Inutili tutte le ricerche di Chiocci. Una valente cronista del Tg1, nelle edizioni delle 20, ha trovato i regali in cinque minuti. Compreso il fucile d'oro da 120 mila euro. Difficile che Romano volesse imboscarselo, proprio lui che aveva firmato, per la prima volta, un decreto che obbliga i ministri a non accettare regali.http://www.stamparassegnata.splinder.com/


Tom se n’è andato via

In America, durante il periodo della schiavitù, i negri venivano separati  in due distinti gruppi: quelli che lavoravano nei campi, e quelli che si occupavano della casa.  Questi ultimi erano i preferiti dal padrone, e per questo motivo molti cercavano di guadagnarsi le sue grazie per raggiungere così tale privilegiata posizione — anche a scapito della propria salute o quella della famiglia di appartenenza.

La dedizione era assoluta. Durante le rivolte, per esempio, gli schiavi di casa raccoglievano informazioni sui piani di fuga per poi diligentemente informare il Padrone, che iniziava così il massacro dei responsabili.

Per dimostrare la fedeltà verso il Padrone spesso si offrivano volontari per torturare gli altri schiavi, come per sottolineare una differenza esistente fra le due posizioni.

Nel caso di un malanno del propria capo, lo schiavo prediletto era solito domandare “Siamo malati, padrone?”

Gli altri schiavi, quelli che lottavano contro l’oppressione e non si piegavano al sistema che li voleva come animali, chiamavano questi negri “Zio Tom”.

In Germania, durante il periodo della seconda guerra mondiale, i prigionieri ebrei venivano separati: chi lavorava nei campi, e chi si occupava di controllarli. Questi ultimi godevano di condizioni leggermente migliori dei loro compagni — invece di morire in 3 mesi, crepavano in 6 — e questo bastava per renderli orgogliosi della posizione a loro assegnata.

Non c’erano divergenze o tradimenti. Durante le rivolte raccoglievano informazioni sui piani di fuga e le andavano a riferire ai nazisti che procedevano ad eliminare i responsabili.

Per dimostrare fedeltà al padrone spesso questi prigionieri ebrei si impegnavano per risultare più crudeli e sadici nei confronti degli altri prigionieri ebrei, come per sottolineare una differenza esistente fra i due gruppi.

Gli altri detenuti, destinati a scomparire in un modo o nell’altro insieme ai loro oppressori, chiamavano questi ebrei “kapò”.

In Italia, durante il periodo della Pasqua, i vicedirettori del Corriere Della Sera si convertono al cattolicesimo. http://www.7yearwinter.com/


Miseria, terrore e morte

Oggi vi dedico un post comico, o forse tragico, dipende da come lo si vede. Ieri mi arriva nella posta una pubblicitá elettorale del nano con il suo partito "Popolo della libertá nel mondo", in quanto io sono iscritto alle liste elettorali estere. A parte che ora li telefono e gli intimo di cancellarmi, ed a parte che voglio capire perché l´Ambasciata rilascia i miei dati a questa gente ignobile... il testo é una delle cose piú comiche abbia mai letto nella mia vita. In corsivo l´originale, dopo i miei commenti. E´un pó lungo, ma vi assicuro nel vale la pena.

Caro amico, cara amica

ma non ti permettere di offendermi, amico tuo non lo sono

il prossimo mese di aprile l´Italia tornerá alle urne per eleggere il nuovo Parlamento della Repubblica dopo venti mesi di governo delle sinistra di Prodi che ha impoverito i contribuenti con una valanga di tasse e che, con la scandalosa e colpevole vicenda dei rifiuti campani, ha gravemente danneggiato l´immagine internazionale del nostro paese.

Ed aggiungerei é colpevole dell´arrivo dei marziani e delle cavallette.

Ora, finalmente, si puó voltare pagina : la prima torna al popolo sovrano di cui anche Tu fai parte pur essendo lontano dall´Italia. A questo proposito rivendichiamo orgogliosamente al nostro governoil mrito di aver fatto approvare, insieme all´istituzione del Ministero per gli italiani nel mondo, (il cui ministro era un fascista dichiarato) la legge che permette a Te di votare ed agli italiani all´estero di eleggere dodici Deputati e sei Senatori, dando cosí voce e rappresentanza agli italiani che con il loro impegno e la loro creativitá sono i primi ambasciatori nel mondo dell´Italia e del suo patrimonio di umanitá e di cultura. (quella che appunto nel vostro partito non sapete nemmeno dove sta di casa)

Nonché dare la cittadinanza ed il passaporto a migliaia di persone in sud-America che non sanno l´italiano, che non sono mai state in Italia, e che cosí possono entrare negli USA senza visto, come mia esperienza personale. Inoltre é assurdo istituire questi colleggi immensi, dove vivono milioni di persone, e dove gente che ormai non vive e non paga le tasse in Italia elegga i proprio rappresentanti.

Per quanto ci riguarda sosterremo con sempre maggiore impegno le comunitá italiane all´estero e cercheremo di intensificare il Vostro legame con la madrepatria affinché siate fieri della Vostra italianitá.


Il problema é che una vostra presenza al governo farebbe di me lo zimbello del mio Istituto, con continue battute sul vostro capo-padrone nano. Quindi, vi prego, affinché io non debba vergognarmi del mio passaporto, cercate di perdere.

Col nostro governo, che ha guidato il Paese per cinque anni fino al maggio del 2006, l´Italia aveva riconquistato un ruolo di preminenza in Europa (certo negli sfottó di tutti gli europei per la ridicolaggine del vostro boss) e nel mondo, con un saldo ancoraggio ai valori della civiltá occidentale (o forse alle dittature dell´America latina), con una convinta adesione all´Unione Europea (ehm , sono io che ricordo male i continui attacchi all´EU, all´euro che ci ha salvati le pacche etc...) e nel mondo (certo, anche gli indiani mi prendevano in giro per il nano al governo) e con la scelta strategica di una leale e chiara allenza con gli Stati Uniti (che io chiamarei uno zerbinaggio e servitú con la peggiore amministrazione USA di sempre, che ci usava per mettere un carrarmato davanti alla colonna in caso di attentati).

Il grande credito conquistato nel consesso internazionale é stato purtroppo dilapidato dal governo delle sinistre che, con le sue divisioni e le sue contraddizioni, ha fatto perdere all´Italia prestigio e credibilitá (infatti tutti quanti quando vinse Prodi mi fecero i complimenti perché finalmente l´Italia tornava un paese civile, con un premier apprezzato, conosciuto ed amato in Europa). Per questo l´Italia deve tornare protagonista e farsi di nuovo valere nel mondo con le sue gradi potenzialitá (che voi fate di tutto per distruggere, per piacere andata a cogliere rafanelli, anche se mi rendo conto che per persone come voi sia complesso)

Come certo saprai, il centrodestra alle prossime elezioni di aprile si presenterá unito sotto il simbolo del Popolo della Libertá
(un nome meno demagogico no? Andava bene anche che so "casa Vianello"), per superare frazionismi e personalismi (invece il vostro vergognoso partito é democratico, non é vero che comanda solo il nano con potere assoluto....) e soprattutto per eliminare quela giungla di simboli che in passato hanno creato confusione agli elettori e permesso alla sinistra, da sempre minoranza tra gli italiani nel mondo, di ottenere piú parlamentari del centrodestra.

Certo siamo tutti fascisti qui su, chi sa come mai non ne trovo uno che non dico vi ami, ma che vi stimi. Un messaggio al nano : siamo tutti comunisti, e qui dove esiste la democrazia mangiamo i bambini, facciamo sesso libero, ci sposiamo, divorziamo, abbiamo bambini con la fecondazione in vitro senza che un prete ci possa dire niente, non siamo in Italia dove per cinque anni avete distrutto una civiltá millenaria, siete peggio dei barbari. Noi italiani all´estero vi odiamo per lo "scuorno" che ci avete fatto provare, per le umiliazioni che ogni volta dovevamo subire con il nano i TV... mettetevelo in testa!

Questa volta non potranno esserci equivoci : tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra potranno votare il grande movimento dei moderati (e dei fasciti, e dei razzisti) e dei liberali (e dei monopolisti) che si é costituito sotto le insegne del "Popolo della libertá" che mi presenta come candidato alla guida del Governo (che il padreterno che ne scampi).

Mi auguro di poter avere anche il Tuo voto per riuscire a vincere questa nuova, esaltante sfida nell´interessa di tutti gli itaiani e della nostra bella Italia (che tu hai distrutto, umiliato, deriso).

Grazie di cuore (non sapevo ne avessi) e un forte abbraccio (ehm, devo passare dal medico per delle vaccinazioni preventive ora?).

Silviuccio (questa firma l´ho aggiunta io)http://gattosolitario.splinder.com/

 

ANDIAMO SUL CONCRETO

La destra, nel silenzio inspiegabile della maggioranza e con la complicità dei mezzi di informazione, ha creato l'immagine di un governo Prodi disastroso per il Paese.
In questa campagna elettorale anche noi diamo l'impressione di voler glissare sulle vicende economiche, dimenticando che per ben due volte il governo Prodi ha risanato i disastri economici aggravati la prima volta e provocati la seconda dai governi Berlusconi.
Parliamo quindi di debito e spesa pubblica, di avanzo primario, di tasse. E facciamolo con Fadi, Marco, Paolo e Salvatore, quattro studenti italiani che stanno prendendo un master in economia alla London School of Economics, che hanno realizzato


(clicca e apri, per vederla subito o salva, se vuoi scaricarla;
clicca su ogni diapositiva per avanzare)


Cari concittadini, vogliamo continuare a farci rifilare delle bufale?!

(vignetta di Maramotti da L'Unità del 22/03/08) http://romanordxilpd.blogspot.com/


Air Trance. La droga di Berlusconi è un veleno per Alitalia.

La situazione di Alitalia richiede senso di responsabilità. Alitalia ha accumulato oltre 1,7 miliardi di debiti finanziari, da dieci anni perde centinaia di milioni di euro l’anno, è a corto di liquidità, ha una flotta vecchia e di difficile gestione perché troppo diversificata e il suo marchio ha un'immagine negativa. Per questo i margini di trattativa con Air France sono ridotti, e il consiglio di amministrazione ne è consapevole. Ma è di questi margini ed entro questi margini che oggi si deve discutere, con responsabilità.

AlitaliaCi sono stati quindici mesi di tempo per fare offerte credibili alternative a quella Air France per acquistare Alitalia. Con una mossa fuori tempo massimo, Berlusconi promette oggi dei "NO" ed evoca fantomatiche cordate che sanno di provincia e familismo, e pretende un "prestito ponte" da parte dei contribuenti in violazione delle regole europee sugli aiuti di stato.

Così facendo, colui che un tempo vendeva sogni e ora si limita a promettere rifiuti, spoglia l'Italia di ogni credibilità. Per rimettere in moto il paese l'Italia ha bisogno di attrarre investimenti diretti esteri. Questi flussi di capitale non solo fanno bene alla nostra economia, ma permettono alle strutture del nostro capitalismo e al governo delle imprese di diventare più europei.

L'esperienza ci faceva temere che Berlusconi al governo danneggiasse l'immagine del paese. Ma già da oggi, le imprese italiane che hanno bisogno di capitali per il proprio sviluppo sono un po' più sole: all'estero si guarderanno bene dall'investire in un paese in cui il rispetto dei patti e delle procedure è così malmenato. Il rispetto delle regole è il primo servizio che un politico deve al suo paese.

Preoccupa anche il conflitto di interessi palese di un politico che promette, una volta al governo, di vendere un'azienda pubblica ai suoi amici e parenti. Per quanto Alitalia sia sull'orlo del fallimento, o forse proprio per questo, è legittimo temere che Berlusconi stia già spartendo con gli stessi amici e parenti i dividendi di un potere ancora da conquistare.http://www.lacittafutura.it/public/blog/index.php?2008/03/22/41-air-trance-la-droga-di-berlusconi-e-un-veleno-per-alitalia


 

L'ORCO

 

DI DANIELE LUTTAZZI
Il Manifesto

Dalla premessa che l'embrione è vita umana, l'Orco inferisce che l'aborto è omicidio e quindi va sospeso in tutto il mondo. A nulla vale ricordargli che l'aborto è moralmente giustificato quando in gioco c'è la salute della madre o l'embrione è gravemente malato; e che comunque spetta alla madre decidere: l'Orco si dice d'accordo con la 194, ma insiste (ci sono le elezioni) con gli effetti truculenti di cui è maestro.

Per persuadere il lettore che la guerra in Iraq era giusta non esitò a pubblicare sul suo Foglio quattro pagine a colori di foto di ostaggi decapitati dai terroristi di Al Qaeda, anche se Saddam e l'Iraq non c'entravano nulla con Al Qaeda, e i terroristi che tagliavano teste erano la conseguenza di quella guerra. Grand Guignol retorico: dice che le donne non sono assassine (e intanto lo implica); accosta la pena di morte all'aborto (un deja vu che ha una sua ironia tragica: all'Onu, questa strumentalizzazione fu usata da sei stati per opporsi alla moratoria della pena di morte.



Erano Egitto, Libia, Iran, Sudan, Usa e Vaticano! ); si augura di avere la sindrome di Klinefelter (e chiede a sua moglie di pregare affinchè gli esami clinici lo confermino, una richiesta che è tutta una poetica); invoca che tale sindrome sia cancellata dalla lista delle malattie che giustificano l'aborto (non c'è mai stata nessuna lista del genere); vuole seppellire i feti abortiti (che però non sono persone, e infatti la Chiesa non li battezza); affigge in tutt'Italia manifesti con la scritta «Abortisce per un reality» (notizia falsa ); si atteggia a convertito (ma un convertito senza carità è solo un inquisitore che sorveglia e punisce); fa una similitudine impropria fra libertà delle donne e demografia coatta in Cina (in realtà questa è contro quella); si supera col paragone osceno fra aborto e Shoah.

Insomma una provocazione continua, un insistente marchiare con infamia. Poi si offende se lo contestano ai comizi, che sono il suo piccolo teatro dell'atroce (l'obbrobrio come anatomia politica: frugare nel corpo delle donne, disarticolarlo, ricomporlo, è al contempo un rituale di supplizio e una tecnica di potere). Infine trabocca: «Sulle porte delle cliniche abortiste dovrebbe esserci lo slogan 'Abort macht frei' così come all'ingresso di Auschwitz c'era scritto 'Arbeit macht frei'». E qui un lettore gli dà del fesso: aborto in tedesco si dice abtreibung. «Abort macht frei» significa «La latrina rende liberi». Lo ritrovo dove l'avevo lasciato.

Daniele Luttazzi
Fonte: www.ilmanifesto.it
Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Marzo-2008/art4.html


Alitalia, delirio elettoral-clientelare

Non mi piace passare da "indignato speciale", ma credo che ormai sulla vicenda Alitalia la politica italiana abbia toccato il fondo. Quella che sembra una svendita di Alitalia ad Air France - ed effettivamente lo è - poteva essere evitata se i gioverni che si sono succeduti dal 1997 ad oggi avessero preso dieci anni fa la decisione che già allora appariva inevitabile. Lo scandalo vero è che i politici non vogliono capire, o fingono di non capire, che trascinando la situazione fanno il gioco degli acquirenti, perché intanto il valore della compagnia crolla e, quando molto presto non sarà più in grado di assicurare i voli, verrà regalata a prezzi ancor più stracciati o fallirà.

Il peggio di sé, in questo momento, lo dà Berlusconi, al quale sarebbe bastato tacere per non trovarsi a gestire la patata bollente dopo le elezioni. Invece no, è pronto a mandare tutto all'aria (o così sembra) lanciando per pura propaganda elettorale quello che mi sembra palesemente uno dei tanti bluff di questi ultimi anni. Una fantomatica cordata costituita da soggetti affidabili (!) come Toto di AirOne, Banca Intesa (ma Passera ha già smentito: «Nulla sul tavolo»), Ligresti, e i figli dello stesso Berlusconi.

C'è da rimanere allibiti: Berlusconi sbatte le porte in faccia ad Air France, che sarebbe certamente in grado di rilanciare Alitalia, anche se oggi viene svenduta, e si fa promotore di una cordata italiota di cui farebbero parte i suoi figli! E già dal Wall Street Journal al Guardian siamo i zimbelli d'Europa.

L'alternativa è tra svendere ad Air France e svendere a una cordata di amici (e figli!) dei politici. Sempre di svendita si tratterebbe, perché il valore della compagnia è quello che è, e Spinetta, seppure con l'arroganza tipica dei francesi, ci ha detto la verità. L'unica differenza è che nel primo caso Alitalia sarebbe inserita nel primo gruppo al mondo con possibilità di sviluppo e prestigio internazionale; nel secondo, gli acquirenti non sarebbero comunque in grado di far competere Alitalia con altri grandi gruppi, ma solo di mantenere un monopolio sulle rotte interne, una beffa per gli utenti. L'esperienza dei "coraggiosi" l'abbiamo provata con D'Alema e oggi Berlusconi ce la ripropone in versione addirittura familista.

Alitalia è costata a ciascun italiano (neonato compreso) 270 euro. Praticamente ciascuno di noi avrebbe diritto a un volo gratis. Peccato però che a fronte dell'aiuto statale per sopravvivere, il prezzo dei voli Alitalia è praticamente off limits per la stragrande maggioranza degli italiani, ai quali dunque dell'italianità e della sopravvivenza della compagnia non frega proprio nulla. Possibile che posizioni così assurde vengano prese per qualche migliaio di dipendenti? No: qui semplicemente siamo al delirio elettoral-clientelare.

Tra Fini e Tremonti, tra Maroni e Formigoni (secondo i quali Alitalia dovrebbe rimanere inchiodata a Malpensa perché tanto le perdite le pagano i contribuenti mentre le loro clientele se la godono), si prepara un governo tutt'altro che liberale e riformatore. E c'è un limite anche alla logica del "meno peggio".http://jimmomo.blogspot.com/2008/03/alitalia-delirio-elettoral-clientelare.html

VELTRONI, BERLUSCONI E LA QUESTIONE SETTENTRIONALE

LA BATTAGLIA DEL NORD

La sfida decisiva in vista delle elezioni si gioca qui, dove gli imprenditori chiedono meno burocrazia e più coraggio. E proprio qui il leader del Pd va all'attacco.

Pensioni, ripresa economica, prezzi e salari. Di tutto, di più. Dai salotti ai comizi, fino ai cenacoli molto "in" come quello che ogni anno la Confcommercio organizza a Cernobbio. Berlusconi e Veltroni giocano nel Nord la battaglia decisiva, con il sindaco di Roma all’attacco nelle zone dove il suo avversario si sente più forte e più tranquillo. Quando, alla fine di questa settimana, il pullman del sindaco di Roma volgerà la prua verso le regioni meridionali, gli indicatori dei vari istituti di sondaggio ci diranno se avrà strappato qualcosa all’avversario, abbastanza da venirne lanciato verso l’ultimo scorcio di campagna elettorale, oppure se le distanze dal Cavaliere di Arcore resteranno immutate in questa Italia che dibatte da anni la questione del Nord, avendo derubricato a semplice problema inesistente il Meridione.

Silvio Berlusconi

«E per forza si parla della questione del Nord, quella del Sud è bella e risolta perché l’intero Meridione è nelle mani delle varie mafie, come ha ben documentato Saviano nel suo libro Gomorra, lì lo Stato non c’è più. Ma attenzione, le mafie hanno capito molto meglio dei nostri governanti che in Europa e nel mondo non si va con il tricolore, ma come italiani. L’internazionalizzazione del sistema criminale è da manuale».

È sempre provocatorio Piero Bassetti - uno dei pochi intellettuali politici italiani ad aver scavato a fondo la questione dell’unità nazionale: «Che non c’è più e sarebbe meglio ce ne rendessimo conto. La spazzatura di Napoli è colpa dello Stato; 150 anni fa Napoli era capitale, faceva le prime ferrovie, grande scuola giuridica, città internazionale. Guardate ora cos’è. Hanno dovuto mandare l’esercito e l’ex capo della polizia. Gli inglesi, sempre avanti a tutti, vanno in Europa e nel mondo in modo articolato: inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi».

momenti dell apertura della campagna elettorale del leader del Popolo della libertà Silvio Berlusconi a Milano.

Una straordinaria creatività

Veneti, lombardi, emiliani, piemontesi. Mariano Magnabosco, vicentino, ex presidente nazionale del Consiglio dei periti industriali, un sospetto che Bassetti abbia ragione ce l’ha, avendo passato più di trent’anni della sua vita a fare il consulente delle imprese che nel Veneto ormai sono migliaia e quasi tutte proiettate su tutti i mercati del mondo: «Quello che c’è qui lo abbiamo creato dal dopoguerra in poi, tirando fuori doti di creatività che neanche noi sapevamo di avere. La maggior parte dei nostri imprenditori è assai diffidente verso la capacità dello Stato di dare risposte. Sarà forse per la grande tradizione cattolica di queste parti che ci ha insegnato che lo Stato organizza le tasse, non le condizioni di lavoro e di impresa. Io non credo che qui il messaggio di Veltroni riuscirà a sedurre più di tanto. C’è molta diffidenza. Un imprenditore che si avvale della mia consulenza stava costruendo il secondo capannone, ma pur avendo avuto le autorizzazioni è fermo da due anni perché non si è fidato del Governo di Centrosinistra».

La tappa di Vicenza nel viaggio del pullman del candidato premier del Partito democratico Walter Veltroni.

Giuseppe Trabucchi

In questa foto e nella precedente la tappa di Vicenza nel viaggio del pullman del candidato premier del Partito democratico Walter Veltroni.
In questa foto e nella precedente la tappa di Vicenza nel viaggio del pullman del candidato premier del Partito democratico Walter Veltroni.

Decisioni più veloci

«Io faccio il sindaco perché la rivoluzione si fa dentro le istituzioni dettando regole che sprovincializzano, fanno capire che la convenienza è altrove da quello che pensavano». Folletto geniale e creativo, Trabucchi ha vinto nel suo Comune con il Centrosinistra, e non gli pare poco. Almeno finché dura.

Arialdo Mecucci, imprenditore.
Arialdo Mecucci, imprenditore.

Arialdo Mecucci

Giuseppe Trabucchi, sindaco di Illasi.
Giuseppe Trabucchi, sindaco di Illasi.

Piero Magliozzi

, quarant’anni, la moglie Stefania direttore finanziario di una grande società di trasporti, è un altro di quelli che è transitato con facilità dal lavoro dipendente a socio di impresa: "Al Nord succede, non c’è uno stress mentale particolare. Io guardo alla politica con attenzione, non eccessiva, ma sono interessato, anche se per la verità non ho ancora deciso da che parte stare. Mi è piaciuto, comunque, il gesto di Veltroni di rischiare da solo senza il condizionamento della sinistra estrema. In un mondo così asfittico, un gesto così qualche significato ce l’ha. Insomma, c’è qualcuno che è disposto a rischiare senza paracadute ed è possibile che dietro uno stimolo così si muova la generazione che fino a ora è rimasta fuori dalle leve di comando".

, 58 anni, la moglie Orazia sindaco di Solferino della Battaglia, il percorso dal Belpaese verso i mercati globali l’ha fatto in due tappe. Prima è emigrato in Lombardia dal Lazio con un diploma di geometra in mano, poi è andato a far la gavetta nelle strade infuocate dell’Arabia Saudita. Ha imparato la lezione e ora è proprietario di tre fabbriche. "Sto qui, in Europa e nel mondo. E se mi dicono italiano, sì sono italiano. Produco segnaletica per strade mica spaghetti e mandolini! Dalla politica mi aspetto decisioni più celeri, meno burocrazia, meno "melina". Questa legge elettorale di certo non aiuta, perché se davvero c’è il rischio di un altro pareggio, sarebbe davvero triste. Ma noi ci siamo, sono i Governi che passano".
, invece, prototipo di un Nord poliedrico essendo al tempo stesso sindaco di Illasi, un centro agricolo del Veronese, avvocato a Padova, professore universitario a Verona e produttore di un Amarone leggendario in Valpolicella, vede in Berlusconi «un politico che alla fine frena perché fa solo l’illusionista. L’abbiamo già provato per cinque anni. La destra non ha il coraggio delle sfide e qui è forte perché trova una sinistra poco incline ad ascoltare la piccola e media impresa. Ma vince pure perché non sfida la pigrizia dei veneti. Il veneto non analizza il problema, guarda i suoi interessi e quando alza la testa dalle cose che fa, perché qualcuno gli dice che c’è criminalità, reagisce così: "Se non siamo sicuri allora votiamo la destra". Io, invece, faccio la rivoluzione; da sindaco vado a spiegare che un fabbricato costruito in sicurezza conviene al proprietario. Ma loro niente. Spingo a investire sulla qualità, perché sennò i cinesi ci vincono».
Guglielmo Nardocci www.famigliacristiana.it
In questa foto e nella precedente due momenti dell'apertura della campagna elettorale del leader del Popolo della libertà Silvio Berlusconi a Milano.

Alitalia, la parabola dei nostri mali

La vicenda è il perfetto esempio del peggio dell'odierna Italia: ci racconta perché ci siamo ridotti così

 

Alitalia è una parabola perfetta del peggio dell'odierna Italia: ci racconta perché ci siamo ridotti così. Nel suo microcosmo ritroviamo i nostri mali: imprevidenza, pressappochismo, frazionismo, scaricabarile, incoerenza, opportunismo. Ci fa vedere come, se i nostri vizi schiacciano le virtù, l'individuale astuzia genera follia collettiva. Imprevidenza anzitutto.

Da lustri Alitalia addossa a piè di lista le sue perdite al contribuente italiano: 15 miliardi in 15 anni, senza che nessuno affronti il drago. Il Cavaliere, che scende in campo a parole alla dodicesima ora, ben si guardò dall'esporsi mentre governava. Quando alfine Prodi e Padoa-Schioppa hanno il coraggio di farlo, la «coalizione degli imprevidenti» si scatena: manager, sindacati, politici, tutti per una volta concordi titillano i nostri vizi contro chi affronta l'idra. Non è il governo imbelle, ma questa coalizione che «ci consegna nudi alla trattativa», come dice uno dei suoi capi, Bonanni della Cisl. Chi sempre elude i problemi ha quel che merita, perché si riduce in uno stato che scoraggia tutti i compratori seri; lungi dal farsi la guerra, essi lasciano il campo solo a uno di loro, il quale può ora chiedere quel che vuole. L'alternativa non è certo l'esangue AirOne, o la strumentale cordata berlusconiana (a proposito, non è uno stunt, un trucco già visto in un film precedente?).

Pressappochismo e scaricabarile poi: si confondono due problemi distinti, Alitalia e Malpensa, e chi ha creato il secondo ne scarica ad Alitalia la colpa, alimentando il polverone. Malpensa soffre dei collegamenti ferroviari scadenti e del proliferare di aeroporti padani: per questo i clienti preferiscono partire da Linate o da Torino. Il problema lo han creato gli enti locali, che ora pretendono che altri suppliscano ai loro errori. La Sea, controllata dal comune di Milano vorrebbe che la boccheggiante Alitalia, in procinto di essere salvata dal solo Cavaliere serio in campo, mantenesse su Malpensa un assetto operativo che oggi costa a lei (quindi a noi tutti pro quota) 250 milioni all'anno: se non lo fa, dice il suo presidente Bonomi, paghi 1200 milioni! Chiedere che Alitalia si dia oggi carico dei buchi che gli enti locali han creato a Malpensa - continuando a godere dei profitti di Linate - più che ricattatorio, è masochistico (equivale a chiedere il fallimento di Alitalia) e incoerente. Che lo faccia proprio quel padano Bonomi che dalla sua poltrona romana di presidente Alitalia condivise questa scelta fallimentare, è surreale, roba da Magritte. Il che ci porta infine a frazionismo, incoerenza, opportunismo. Siccome chi si piega all'unica proposta seria in campo è il mio rivale politico, io mi oppongo, per trarne un dividendo politico. Se Alitalia andrà in procedura, potrò sempre prendermela con chi sta cercando di recidere il bubbone lungamente trascurato. Mors tua, vita mea, non fa una piega! Che poi chi tanto gorgheggia sul liberismo voglia una soluzione politica fuori dalle regole di mercato, cominciando dalla richiesta di soldi a Pantalone, è solo uno dei tanti esempi di incoerenza cui siamo ormai assuefatti, come ad un veleno che ci mina nel fisico.

Davanti a questo, solo un ingenuo può darsi cura del danno a chi compra e vende sul mercato azioni di una società quotata. Colpisce che nessun grande imprenditore osi dire parole di verità, ma il coraggio chi non ce l'ha non se lo può dare: sotto elezioni meglio non rischiare. Il governo si è inutilmente rivolto, nel 2007, proprio agli imprenditori italiani, cui però nessuno, per questo, può rimproverare alcunché: troppo grande è il rischio che si assumerebbero, senza specifiche competenze di settore. Se un'alternativa seria esistesse, avremmo dovuto vederla molto tempo fa; ancora oggi, se davvero stessimo vendendo Alitalia per un piatto di lenticchie, qualcuno offrirebbe una lenticchia in più (Padoa-Schioppa), per avere il gioiello, senza pretendere altri soldi pubblici: infatti, polveroni a parte, non succederà. Per sicurezza, allacciate le cinture, la parabola continua. Forza, Italia.http://www.corriere.it/economia/08_marzo_21/alitalia_parabola_nostri_mali_d14f88de-f710-11dc-b233-0003ba99c667.shtml


Tra Pd e Pdl sfida con 30 milioni di lettere
di Lina Palmerini

La sfida dell'ultimo miglio si gioca con gli indirizzari. Con nomi e cognomi, numeri civici e codici di avviamento postali per raggiungere le persone giuste con il messaggio giusto. Un'operazione a tappeto di scrittura di circa 30 milioni di lettere, da spedire ad altrettanti destinatari-elettori, sta impegnando il Partito democratico e il Popolo della libertà. Non è la prima volta che accade: Silvio Berlusconi fu il primo a sperimentare la via postale per la conquista del consenso. Ora si torna alle urne e si torna a imbustare, spedire e incollare francobolli. Il Pd di Walter Veltroni ha preparato 3 milioni e mezzo di lettere di convocazione per il popolo delle primarie da coinvolgere per il gazebo-day, il prossimo 30 marzo. Ma subito dopo partirà un'altra ondata di missive a circa 10 milioni di italiani selezionati secondo criteri di appartenenza sociale, economica e culturale. Il Pdl invece pensa a una platea più larga: 18 milioni di buste per convincere e motivare al voto e soprattutto per far ri-conoscere il nuovo simbolo del centro-destra.
La differenza è che il Cavaliere – questa volta – ha scelto di personalizzare il messaggio sui territori, sulle aree geografiche: un testo scritto per i residenti in Campania, un altro per quelli in Lombardia o in Veneto. Se il Pdl sceglie di parlare la "lingua" di ciascun luogo è anche perchè deve tenere insieme una coalizione che va da Bossi a Lombardo, dalla questione settentrionale a quella meridionale. Il Partito democratico ha invece puntato sulla diversità di messaggio per categoria sociale: c'è, quindi, l'esigenza di legittimarsi presso alcuni ceti produttivi e riconquistare quelli medio-bassi delusi dal Governo Prodi. A curare l'operazione del Pd è Ermete Realacci che non vuole sbilanciarsi nei particolari e chiarisce solo che «al pensionato si spiegherà in modo semplice e diretto cosa prevede il programma del Pd sulla previdenza; all'artigiano si chiariranno le misure fiscali studiate per sostenere la crescita di piccole e medie aziende. Ma ragioniamo anche su categorie culturali oltre che economiche».
È questa la ragione per cui il "cuore" dell'operazione diventano gli indirizzari. Raggiungere gli indirizzi giusti delle persone giuste è quello che sta impegnando di più gli staff dei partiti. Più facile, per il Pd, è ri-contattare il popolo delle primarie che ha votato il 14 ottobre: quei 3 milioni e mezzo hanno lasciato la loro traccia nei registri del partito.
Ma veniamo ai costi. La legge prevede un contributo pubblico per la spedizione di materiale elettorale di 56 centesimi a lettera mentre 4 centesimi sono a carico di ciascun candidato. Complessivamente, il costo di questa mega-operazione postale costerà 16,8 milioni di euro allo Stato e di 1,2 milioni sarà il totale pagato da entrambi gli schieramenti (i maggiori costi, al momento, sono per il Pdl). C'è da dire, però, che se da un lato i partiti impegnano una parte dei loro soldi, dall'altra ne chiedono. Accade così che nella lettera indirizzata al popolo delle primarie sia allegato anche un conto corrente per ricevere finanziamenti. E non solo. La strategia del tesoriere del Pd, Mauro Agostini, è proprio quella di attivare al massimo il contributo dei privati. Sul sito del Partito democratico si può contribuire pure al viaggio in pullman di Veltroni: 15 euro per ogni chilometro è il "prezzo" del contributo richiesto. E sembra che siano arrivate già 650 donazioni per una media di 70 euro per ciascun versamento on-line. Ed è di ieri la notizia diffusa dal loft che in meno di 48 ore, tramite il sito, siano stati venduti gadget per oltre 20mila euro.http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/elezioni-politiche-2008/articoli/pd-pdl-sfida-lettere.shtml?uuid=47092832-f801-11dc-97c7-00000e25108c&DocRulesView=Libero

La Germania contro Pechino


Bundeskanzlerin Angela Merkel empfängt den Dalai Lama
La repressione messa in atto in questi giorni dalle autorità di Pechino ai danni della popolazione tibetana continua ad imbarazzare profondamente i governi occidentali, poco propensi tuttavia a confermare ufficialmente la generale impressione degli osservatori internazionali, secondo i quali le violenze perpetrate in Tibet sarebbero un grave scacco per la salvaguardia dei diritti umani a livello mondiale. Soltanto la Germania, in rotta di collisione con la Cina fin da quando, nel settembre scorso, il Cancelliere Merkel osò ricevere il Dalai Lama al Bundeskanzleramt, sa di non aver nulla da perdere e alza timidamente la voce. A lanciare un monito per il cessate il fuoco è stata prima di tutto il Ministro per lo Sviluppo Economico, la socialdemocratica Heidemarie Wieczorek-Zeul, la quale, nei giorni scorsi, ha annunciato la sospensione dei negoziati bilaterali che avrebbero dovuto portare Pechino a ridurre le emissioni di gas serra in cambio di speciali incentivi e buoni messi a disposizione dal governo tedesco. Dinanzi alle pesanti accuse rivolte dalle autorità cinesi al leader tibetano in esilio, reo a loro avviso di aver scatenato una vera e propria rivolta, lo stesso commissario tedesco per i diritti umani Günther Nooke, nel corso di un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha severamente rimproverato Pechino per i toni intimidatori “da Rivoluzione culturale”. Dopo la condanna dei soprusi giunta dal Vaticano e la notizia di un incontro prossimo venturo tra il premier inglese Gordon Brown e il Dalai Lama, a tornare sulle tristi vicende del Tibet è stato ieri il vicepremier e Ministro degli Esteri tedesco Frank–Walter Steinmeier, sempre pronto a rintuzzare garbatamente ogni dichiarazione resa dalla Cancelliera in materia di politica estera. Questa volta, tuttavia, l’ex capo di Gabinetto del Governo Schroeder, ha preferito schierarsi, seppur con qualche cautela, sulla linea della signora Merkel, invitando Pechino a fare un passo indietro e a rinunciare all’uso della violenza. In un colloquio con il tabloid popolare Bild, Steinmeier ha chiarito che “il governo tedesco pretende trasparenza: vogliamo sapere che cosa stia realmente accadendo in Tibet (...) La Cina- aggiunge poi il Ministro degli Esteri in vista di un incontro ufficiale nelle prossime ore con il suo omologo cinese- si fa del male da sola se impedisce agli osservatori internazionali di farsi un’idea della situazione (...) Nulla può essere nascosto”. E mentre il capogruppo dei verdi al Bundestag Volker Beck chiede una qualche forma di ricatto economico da parte dell’UE, il presidente dell’Europarlamento Hans-Gert Pöttering (CDU) non esclude l’ipotesi di un boicottaggio dei Giochi olimpici di Agosto, se il Governo di Pechino dovesse rifiutare di incontrarsi con la massima autorità spirituale tibetana.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Chávez, popolarità in calo.

Il presidente bolivariano Hugo Chávez ha toccato il minimo storico nei consensi, il 34%. Lo

afferma uno sondaggio del quotidiano "El Nacional", che ha preso a campione 2.000 cittadini venezuelani. Il risultato è presto detto: il presidente è al peggior livello di popolarità da cinque anni a questa parte ed eguaglia il proprio record negativo del terzo trimestre 2003. Ben il 51% degli intervistati ha risposto di non avere fiducia (o pochissima fiducia) nelle politiche del presidente. Interessanti anche i dati sull'appoggio elettorale a Chávez: se si dovesse votare oggi, il 34% lo voterebbe e il 27% no. I "no", coloro che rifiutano in toto le politiche del presidente sarebbero cresciuti di almeno dieci punti percentuale rispetto ad inizio 2007. Tuttavia, il "partito" più popoloso è quello dei "ni-ni", ovvero di coloro che né rifiutano a priori il presidente né sono innamorati delle sue politiche. La "palude" sarebbe collocata attorno al 37%. Polarizzazione scongiurata? Questi dati - pur presi con le "pinze" - rappresentano un ulteriore elemento della flessione di consensi che stanno vivendo il bolivarismo venezuelano e lo stesso Hugo Chávez. Una flessione che era stata decisiva nel referendum del 2 dicembre scorso. Allora fu una bocciatura della riforma costituzionale. Oggi, Chávez è messo in difficoltà da ex amici e dall'ala social-democratica della sinistra venezuelana. Da un lato, il segretario generale di Podemos, ex alleato di Chávez e oggi stregato dalla "tercera vía", Ismael García ha approfittato della situazione per colpire duro: "il discorso politico chavista si sta esaurendo". Secondo Podemos, il "mago de las emociones" avrebbe esaurito gli effetti speciali...e non starebbe investendo le entrate petrolifere in maniera funzionale allo sviluppo del paese, ma soprattutto gli scaffali sono vuoti. Altra tegola lanciata da parte di AD (Acción Democrática), partito social-democratico, che denuncerà il presidente Chávez di fronte al Congresso dell'Internazionale Socialista (Atene, giugno 2008). AD ha raccolto in un volume di cento pagine in cui si sondano le connessioni del presidente con la "narcoguerrilla colombiana" e le ingerenze nella politica di altri paesi. Un brutta situazione di immagine, molto simile a quella che portò al referendum revocativo del 2004. Allora il presidente seppe rialzarsi...E oggi

http://latinamericaandcaribbeanwatch.blogspot.com/


TIBET
CINA, LA REPRESSIONE DI LHASA RIAPRE UNA VECCHIA FERITA


IL MOMENTO DELLA VERITÀ

«Si avvicinano i Giochi olimpici che saranno un successo economico, ma sul piano della difesa dei diritti umani i conti non tornano», afferma padre Bernardo Cervellera.

Era l’aprile 2001. Liu Jingmin, vice-presidente del Comitato promotore cinese, affermò: «Assegnando a Pechino i Giochi del 2008, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani». A poco più di quattro mesi dall’inizio delle Olimpiadi, la sanguinosa repressione in Tibet tradisce quell’auspicio.

«Forse, in cuor suo, non ci credeva neppure Liu Jingmin; i membri del Comitato olimpico internazionale (Cio), dal canto loro, si lasciarono persuadere perché erano già convinti a scegliere Pechino, spinti da motivi politici ed economici», commenta padre Bernardo Cervellera, missionario del Pime e direttore dell’agenzia di stampa AsiaNews. «Analizzati sul versante del business, i Giochi sono un affare da 30 miliardi di dollari di investimenti, che potrebbe fruttare, secondo gli organizzatori, utili per 3 miliardi di dollari. Un successo, non c’è che dire. Valutati, invece, sotto il profilo dell’allargamento della democrazia e del rispetto delle libertà fondamentali i conti non tornano».

C’è dell’altro, infatti, prima e accanto al Tibet. «Esistono, purtroppo, tanti rovesci delle medaglie, come recita il titolo del libro che ho appena finito di scrivere», prosegue padre Cervellera. «Qualche esempio? Oltre 1.000 cinesi sono stati arrestati nei giorni scorsi per avere cercato di sottoporre al Governo denunce dopo i torti subiti. In vista dell’Assemblea nazionale del popolo, iniziata il 5 marzo, molti si sono recati a Pechino per presentare petizioni e chiedere giustizia, ma sono stati arrestati appena arrivati nella capitale e rispediti poi a casa».

Vuoi giustizia? In carcere

«Tra loro», continua padre Cervellera, «c’era Huang Caipiao del Fujian, un allevatore di gamberi che chiedeva un indennizzo per l’esproprio della sua attività: è stato fermato dalla polizia e portato in un centro di detenzione "non ufficiale" a Majialou, nella parte sud della capitale. "Mi hanno detto che lì c’erano più di 1.000 autori di petizioni, provenienti da tutto il Paese", ha raccontato a Radio Free Asia. Mentre era detenuto ha potuto parlare con il giornalista Han Qing. Huang gli ha confidato d’aver ormai perso ogni speranza: s’è recato 15 volte a Pechino per chiedere giustizia, ma ha "ottenuto" un anno di carcere».

I cinesi s’appellano spesso al Governo centrale contro le autorità locali, accusate di dispotismo e corruzione, ma la polizia – ha spiegato l’attivista per i diritti umani Huang Qi in una dichiarazione rilanciata da AsiaNews – li intercetta appena arrivano e li rimanda indietro. «L’agenzia statale Xinhua (Nuova Cina) dice che in un unico giorno, per la precisione il 5 marzo, ha ricevuto sul suo sito circa 1,5 milioni di messaggi con richieste, domande, commenti rivolti all’Assemblea nazionale del popolo», sottolinea padre Cervellera.

Che aggiunge: «Occorre riflettere su quel che avviene in un’altra regione cinese, lo Xinjiang, al confine con le ex repubbliche sovietiche. Il 9 marzo, il segretario del Partito comunista di quella regione, Wang Lequan, ha promesso di strappare alla radice ogni minaccia "terroristica". Wang si riferiva anzitutto a possibili attacchi da parte dei separatisti dello Xinjiang, ma l’avvertimento suonava come un monito sinistro contro la minoranza uigura, di religione islamica, che abita quella terra e i cui diritti non sono riconosciuti».

La recente tragedia del Tibet matura in questo contesto. «Anche se ha radici antiche», precisa padre Cervellera. «Il Tibet era uno Stato indipendente quando venne invaso dalla Cina a partire dal settembre 1949. L’occupazione inaugurò una politica di assimilazione forzata attuata attraverso flussi mirati d’immigrazione interna. Oggi, secondo l’opposizione, in Tibet i tibetani sono 6 milioni, i cinesi 7,5. Le alte terre himalayane, ricche di minerali, sono disseminate di scienziati cinesi che aprono miniere di rame, uranio e alluminio, mentre agli abitanti originari non resta che abbandonare i loro pascoli e andare a lavorare nelle fabbriche volute da imprenditori cinesi. Il turismo, poi, con il suo corollario di alberghi, karaoke e, purtroppo, di prostituzione, è tutto in mano ai coloni cinesi. Per tacere della morsa anti-buddhista. Il Dalai Lama è stato costretto all’esilio, molti monasteri sono stati distrutti, tante monache e tanti monaci sono stati uccisi o arrestati. Il 10 marzo 1959 s’è registrata una durissima repressione, per ricordare la quale i tibetani, lo scorso 10 marzo, appunto, sono scesi in piazza, a Lhasa. Quel che è accaduto è noto».

«Per la Cina è il momento della verità», conclude padre Cervellera. «Dopo essersi creata l’immagine di un Paese dinamico e moderno, in vista delle Olimpiadi, deve mostrare di essere davvero tale nel risolvere le crisi sociali. Il passo da fare sarebbe aprire un serio dialogo con il Dalai Lama, che – denunciando quello che ha definito un "genocidio culturale" – pure ha ribadito la scelta non violenta della protesta, il rifiuto di opzioni separatistiche e ha invitato la comunità internazionale a non boicottare i Giochi olimpici. Sembra quasi una nemesi storica che a decidere questo debba essere il presidente Hu Jintao. Nel marzo ’89, l’ennesima rivolta in Tibet fu soffocata nel sangue e con la legge marziale, decretata proprio da Hu Jintao, a quel tempo segretario del Partito a Lhasa. Ma dopo quasi 20 anni, Hu Jintao si trova davanti agli stessi problemi. La repressione non ha risolto nulla. È tempo per un altro tipo di soluzione».


La Merkel alla Knesset: difenderemo Israele
dal nostro corrispondente PIERLUIGI MENNITTI 

Se oggi Angela Merkel risulta imbattibile in tutti i sondaggi per le elezioni del prossimo anno, lo deve quasi esclusivamente all’immagine costruita nell’azione in politica estera. La Germania è uno dei pochi Paesi in cui la politica estera conta quasi più di quella interna. La cosa ha un po’ a che fare con il senso di colpa che i tedeschi si portano appresso dalla Seconda guerra mondiale. La considerazione che all’estero si ha della Germania, la fiducia nel senso per la pace e la democrazia che i tedeschi nutrono dopo la grande colpa del nazismo, sono elementi più importanti della crescita economica o dei dati sulla disoccupazione. Figuriamoci quando di mezzo c’è lo Stato di Israele.

Così la visita ufficiale a Gerusalemme della cancelliera è stata la prova del fuoco per decretarne, ufficialmente, la statura di donna di Stato. La Merkel ha superato la prova, a pieni voti. E’ stata il primo capo di governo a parlare alla Knesset, il Parlamento israeliano. Prima di lei, davanti all’assemblea erano stati ammessi solo capi di Stato. Ma al di là dell’evento, quello che ha colpito è stato il discorso ad un tempo emozionato e sereno. Pronunciato in tedesco. Inutile sottolinearne il significato simbolico. Un discorso chiaro e senza fronzoli. Privo di equivoci sia verso il passato che verso il futuro. Eppure non tutto è stato semplice. La cancelliera ha saputo aggirare con grazia le proteste di una pattuglia di deputati irriducibili che ha tentato di impedirle l’ingresso nell’aula. La Merkel è straordinaria in questi frangenti. Non si è offesa. Non s’è scomposta. Ha atteso con garbo che le fosse consentito l’ingresso, poi s’è mossa con determinazione.

La Germania di oggi si inchina di fronte alle vittime. Di fronte ai sopravvissuti. E di fronte a coloro che li hanno aiutati a sopravvivere, i tanti eroi nell’ombra che hanno saputo mantenere umanità e compassione nei momenti terribili in cui era più utile e più semplice seguire la corrente. La Germania prova vergogna: una vergogna aperta, gridata, pubblica. Non la nasconde più come accadeva negli anni del dopoguerra. E’ riuscita a sottrarla alla voglia di dimenticare e ne ha fatto un punto irrinunciabile della sua esistenza: musei, esposizioni, mostre, monumenti commemorativi ovunque mantengono viva la memoria. E siccome la politica è ricordo del passato ma anche impegno per il presente, l’amicizia della Germania con Israele (due Paesi uniti per sempre dal ricordo della Soha, ha detto la Merkel) ha conseguenze ben precise anche nella politica estera tedesca.

Quello che alla fine vale più di tutto è l’impegno della Germania per la difesa del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Non è solo una dichiarazione di principio. Berlino mantiene rapporti cordiali con molti Paesi arabi e ospita sul suo territorio una vasta comunità islamica, che cerca con fatica e tolleranza di integrare, provando a rispettarne usi e costumi, civili e religiosi. Ma nessuna concessione verrà fatta a danno di Israele e soprattutto della comunità ebraica che in questi ultimi anni cerca di rinascere proprio nella terra da cui era stata drammaticamente espulsa. Nessuna indulgenza per i razzi di Hamas. Nessun accomodamento per le furbizie del regime iraniano, verso il quale il governo tedesco non esclude di inasprire le sanzioni. Su questo punto Berlino non transige. Fino al punto di rilanciare una vecchia battaglia caduta in sordina: il futuro ingresso di Israele nell’Unione Europea.http://www.ideazione.com/new_2008/articoli/2008/marzo/2008_03_19_p_mennitti.htm

 

Il tour tedesco di Beck per salvare la Spd. E la sua candidatura

von Italienpolitik
Nel bel mezzo della crisi della Spd, il suo discusso leader Kurt Beck azzarda una contromossa: nei prossimi mesi visiterà oltre quarantacinque sedi del suo partito in tutto il paese. Il tour, iniziato lunedì a Schleswig-Holstein, gli servirà a raccogliere consensi dalla base in vista dell’attesissima candidatura per la cancelleria nelle elezioni federali del 2009. Attualmente, secondo un sondaggio condotto dall’istituto Forsa, solo poco più di un terzo della Spd vorrebbe Beck come cancelliere. Addirittura il 22 per cento dei “Sozi” gli preferirebbe la Merkel: un dato che equivale a uno schiaffo in faccia.

Ma il vento più forte contro il leader Beck proviene dal vertice del suo partito: in un’intervista per la Frankfurter Sonntagszeitung, il capogruppo parlamentare della Spd, Peter Struck, ha sì indicato Beck come «candidato naturale», ma allo stesso tempo ha ricordato che l’attuale ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier sarebbe «più adatto» per ricoprire l’incarico di cancelliere. A Beck l’ex ministro della difesa Struck preferirebbe addirittura l’attuale ministro delle finanze Peer Steinbrück, poco amato dalla base del partito. E così, invece di calmare gli animi bollenti all’interno della Spd, Struck ha scosso ancora di più la leadership, costringendo Beck a reagire. In un talk politico, lunedì sera, Beck ha precisato che continuerà a ricoprire l’incarico di presidente del partito, nonostante le pesanti critiche che ha dovuto sopportare durante la sua assenza durata due settimane a causa di una grave influenza.

Dopo la sua svolta a sinistra, che ha permesso alla neoeletta presidentessa della Spd in Assia Andrea Ypsilanti di discutere con il partito massimalista Die Linke su un’eventuale coalizione rosso-rosso-verde a livello regionale, all’interno della Spd si era scatenata una bufera: in una lettera a Beck l’ex ministro del lavoro Franz Müntefering ha rimproverato al leader di non aver mantenuto la promessa fatta agli elettori. Beck e Ypsilanti, difatti, avevano più volte ribadito di non voler collaborare con la Linke.
L’improvviso cambio di rotta ha fatto risuscitare anche gli anziani della Spd: persino Hans-Jochen Vogel, figura storica del partito socialdemocratico – negli anni ottanta era stato ministro della giustizia sotto Helmuth Schmidt – ha sconsigliato a Beck di aprire le porte ai massimalisti, ancora «troppo vicini agli ideali del comunismo sovietico».

Chi credeva, dunque, che il ritiro di Müntefering avrebbe posto fine alle discussioni sulla linea politica del partito, sbagliava. Dopo il clamoroso dietrofront della Ypsilanti, costretta dalla deputata regionale Dagmar Metzger a mettere al bando i progetti di una coalizione rosso-rosso-verde in Assia, sono riprese le stesse discussioni che hanno tenuto banco negli ultimi mesi su come reagire all’ascesa dei massimalisti. Prontamente il ministro degli esteri Steinmeier ha appoggiato la decisione di Metzger e allo stesso tempo ha elogiato le riforme sociali di Gerhard Schröder, mostrando così ai compagni e alla base che c’è ancora qualcuno che crede in una ripresa della Spd anche senza una collaborazione con la sinistra radicale. L’Agenda 2010 di Schröder – criticata pesantemente dalla Linke di Gregor Gysi e Oskar Lafontaine e dall’ala sinistra della Spd – «non solo è stata necessaria», ammette Steinmeier, «ma è stata la causa dell’attuale ripresa economica».

A Berlino, intanto, c’è chi sospetta che dietro alle parole di Steinmeier si nasconda un piano ben preciso, organizzato dal Netzwerk, vale a dire da quel gruppo all’interno della Spd che attorno all’ex presidente Matthias Platzeck vorrebbe proseguire con le riforme avviate da Schröder, piuttosto che fare un passo a sinistra. E proprio Beck, con le sue ultime affermazioni, conferma almeno indirettamente questa ipotesi: nella stessa intervista di lunedì sera ha, infatti, escluso una collaborazione con la Linke a livello federale, cercando in questo modo di smantellare i piani di coloro che vorrebbero le sue dimissioni.

Ma quest’ultima mossa potrebbe costargli cara: dopo il suo “no” alla Linke a livello federale si sono rifatti vivi coloro che, invece, già sognavano una coalizione rosso-rosso-verde nel 2009. Adesso Beck si ritrova pressato da due lati e di questo passo una ripresa della Spd nei sondaggi – che oramai la danno 15 punti dietro rispetto alla Cdu – si fa sempre più improbabile.http://politicatedesca.blog.de/


VIKTOR BOUT: IL MERCANTE DELLA MORTE

 

 

DI FULVIO B

Una settimana fa la polizia thailandese arresta a Bangkok Viktor Bout di nazionalita’ russa. Le autorita’ orgogliosamente affermano di aver agito sotto il mandato internazionale di arresto emesso qualche anno fa dalle Nazioni Unite e di aver sventato un tentativo di vendere un importante stock di armi al movimento guerrigliero FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). L’arresto e’ stato possibile grazie agli sforzi congiunti della DEA Americana e dell’Interpool di quattro paesi: Thailandia, Olanda, Romania e Danimarca.

Nato a Dushanbe Tajikistan nel 1967 inizia la sua particolare attivita’ economica nel 1992. Ex agente del KGB, Viktor Bout riesce ad accedere agli arsenali dell’ex Unione Sovietiva e di altri paesi dell’est europeo, grazie ai suoi ottimi contatti con le alte sfere del esercito russo.

In brevissimo tempo organizza una complicata rete internazionale per la vendita illegale di armi, costruendosi un impero economico. Nei primi tre anni di attivita’ (dal 1992 al 1995) fornisce armi a diverse milizie afgane compresi i Talebani per un valore di 50 milioni di dollari americani. Dopo di che si orienta sul classico mercato africano ottenendo ottimi risultati. Nel primo biennio di attivita’ (1997 – 1998), riesce a piazzare armi per un valore di 14 milioni di dollari americani.



Viktor Bout concentrera’ le sue attivita’ nel continente africano fino al 2003 per poi rivolgersi al florido mercato offerto dalla guerra in Irak. Il suo catalogo e’ completo. E’ in grado di offrire una vasta gamma di armi e munizioni, dal AK 47 di fabbricazione sovietica o cinese a sofisticati sitemi missilistici terra aria ed elicotteri da combattimento russi MI-24.

Parallelamente costruisce un impero economico legale nel settore dell’aviazione civile arrivando ad avere una flotta di 60 aereoplani per il trasporto di persone e merci registrati sotto una dozzina di compagnie internazionali ed impiegando piu’ di 300 persone.

La sua fama internazionale arriva fino ad Hollywod che gli dedica un film: “Lord of War” interpretato da Nicholas Cage nel ruolo di un trafficante di armi russo Yuri Orlov. Il giornalista Douglas Farah scrive un bestseller sulla vita di Viktor Bout intitolato: “Merchant of Deaht: money, guns, planes and the man who make war possible” (Il Mercante della morte: soldi, armi, aerei e l’uomo che rende possibile la guerra).

Pensare che il macrabo sucesso di Viktor Bout sia stato possibile solo grazie alla complicita’ di degenerati e corrotti generali russi e’ estremamente riduttivo.

Se si analizzano attentamente le sue attivita’ nel continente africano si scopre un filo indissolubile tra il mercante della morte e le mire espansionistiche degli Stati Uniti per il controllo delle materie prime nel continente, causa di orrendi conflitti come quelli del Congo, Liberia, Sierra Leone.

Nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) Viktor Bout diventa il fornitore ufficiale del MLC (Movimento di Liberazione del Congo) guidato dal war lord Jean Pierre Bemba e sostenuto dall’Uganda. E visto che si trova nella zona diventa anche il fornitore princiapale del RCD (Rassemblamento Congolese per la Democrazia) guidato da Wamba Dia Wamba e sostenuto dal Rwanda.

Questi due movimenti imperverseranno nel Nord Kivu e Sud Kivu dal 1997 al 2004 in supporto all’occupazione militare ugandese e rwandese di tutto l’est del Congo. Durante questo periodo, ricordato tra i piu’ tragici della storia del Congo, i due movimenti furono responsabili di atrocita’ inaudite contro la popolazione civile, causando decine di miglia di morti. Il MLC di Bemba arrivera’ addirittura a praticare il cannibalismo e lo stupro di massa come strumenti per terrorizzare la popolazione.

Viktor Bout, associatosi ad un cittadino kenyota di origine asiatica: Sanjivan Ruprah, accede al mercato delle armi in Sierra Leone e Liberia alimentando militarmente in Sierra Leone la sanguinaria guerriglia del RUF (Fronte Rivoluzionario Unito) e l’ex presidente liberiano Charles Taylor attualmente sotto processo presso il Tribunale Internazionale per i Crimini contro l’Umanita’.

Tra i clienti africani di Viktor Bout vi sono soprattutto i stati sattelliti americani: Uganda, Rwanda, Kenya ed Etiopia, utilizzati direttamente o indirettamente dall’amministreazione Clinton e successivamente da quella di Bush, come war dog (mastini di guerra) per consolidare l’espansione americana in Africa basata sulla tattica di destabilizzazione e guerre civili.

Viktor Bout ha fornito all’Uganda vari elicotteri russi MI-24. Olre a questi preziosi elicotteri che permettono all’esercito ugandese di applicare la tattica tedesca della guerra lampo, ha fornito un immenso arsenale di armi leggere e munizioni impiegate dall’Uganda durante l’invazione dell’est del Congo.

Dalla meta’ degli anni ’90 Viktor Bout equipaggia la polizia del Kenya di AK 47 di fabbricazione cinese sostituendo il precedente equipaggiamento composto da fucili automatici belgi G3 e dai uzi israeliani. La sua capacita’ di comprendere le perverse dinamiche dei politici africani gli permettera’ di estendere la vendita dei AK 47 anche alle innumerevoli bande criminali che operano nel paese utilizzate dai politici kenyoti sia del governo che dell’opposizione per rafforzare i loro potere e privilegi. La piu’ famosa di queste bande armate e’ nota sotto il nome di Mungiki.

Grazie agli AK 47 del Mercante della Morte queste bande armate hanno ucciso piu’ di 1.000 civili nei recenti scontri post elettorali, dove il Kenya ha vissuto la violenta contrapposizione tra il presidente Kibaki (di etnia Kikuyo) e il candidato Odinga (di etnia Luo). Accusandosi reciprocamente di frode elettorale i due contendenti hanno utilizzato le bande armate, prima tra tutte i Mungiki, nel tentativo di far scattare la scintilla dello scontro tribale per assicurarsi il potere. Solo grazie alla opposizione civile di entrambi queste due etnie maggioritarie nel paese che hanno rifiutato la logica di odio etnico, i due contendenti non sono riusciti a perpetuare l’orrendo crimine che riporta alla memoria il genocidio del 1994 in Rwanda e sono stati costretti ad accettare un seppur fragile e provvisorio compromesso di coogestione del paese.

Viktor Bout oltre alla vendita di armi si e’ impegnato anche nel saccheggio delle risorse minerarie del Congo durante l’occupazione ugandese e rwandese dell’est del paese dal 1997 al 2004.

Attraverso due compagnie aree: la Bukavu Aviation Tranport e la Air Cess e una societa’ mineraria: la Centrafrican and Great Lakes Business Company, Viktor Bout assume durante il periodo di occupazione un importante ruolo di intermediario nel saccheggio delle ricchezze dell’est del Congo: coltan, diamanti e altri minerali preziosi. I benificiari diretti di questo saccheggio sono l’Uganda, il Rwanda e soprattutto gli Stati Uniti e in misura minore il Canada.

Le sue compagnie aeree nel Kivu sono state addirittura utilizzate per il trasporto di persone e merci da varie Agenzie Umanitarie dell’ONU anche dopo che le Nazioni Unite avevano spiccato contro di lui il mandato d’arresto internazionale per traffico illecito di armi.

Recentemente Viktor Bout ha fondato nel Medio Oriente un’altra compagnia aerea, la Air Bus, diventando dal 2003 un contractor ufficiale del Pentagono incaricato del trasporto di forniture militari USA in Irak.

L’arresto di Viktor Bout rischia di creare forti imbarazzi a molte persone che detengono il potere sia in Africa, nel Congresso Americano e ai vertoco delle Nazioni Unite. Il suo processo rischia di rivelare intrigate complesse e sotterranee reti tra questo mercante di morte e Presidenti Africani, la Casa Bianca e il Pentagono.

Nonostante le prove e i pesanti capi di accusa che gravano su Viktor Bout, il suo recente arresto non ispira fiducia tra gli attivisti internazionali dei diritti umani, convinti che goda di protezioni ad alti livelli nel Congresso Americano.

Questa convinzione e’ legata dal fatto che il suo traffico illegale di armi ha stranamente coinciso con gli obiettivi strategici degli Stati Uniti in Africa e in Irak.

Il rischio e’ che si trovi qualche scappatoia legale per una uscita di scena indolore di questo scomodo personaggio al fine di evitare la denuncia dei suoi complici internazionali.

Non meravigliamoci dunque se tra poco calera’ il silenzio su questo criminale contro l’umanita’. Si sa che cane non morde cane. Inoltre qualcuno dovra’ pure continuare il lavoro sporco perche’, come diceva il grande Alberto Sordi in un suo famoso film: “Finche’ c’e’ guerra c’e’ speranza”...

Fulvio B.
Kampala Uganda
18 marzo 2008

Fonti:
Settimanale di informazione dei Grandi Laghi East African
http://www.nationmedia.com/eastafrican/current/

Fonti dirette nel mondo imprenditoriale dell’est del Kivu (RD Congo) ed Uganda.

Per commenti e scambi di pareri: fulvioblt@yahoo.it


Iraq, Medici di Bassora minacciano esodo di massa contro la violenza
Osservatorio Iraq,

I medici della provincia di Bassora, in sciopero da tre giorni per l'uccisione di un loro collega, hanno minacciato "un esodo collettivo", se le autorità governative non faranno nulla per proteggere la loro categoria, che subisce quotidianamente attacchi da parte di uomini armati sconosciuti.

Lo riferisce oggi il quotidiano al Sharq al Awsat, che cita come fonte il dr. Muaiad Jum’a, presidente dell’Ordine provinciale dei medici.

Il giornale panarabo pubblicato a Londra riferisce che, in seguito alle continue minacce alla vita dei medici, e in particolare dopo il sequestro e l'uccisione del chirurgo Khalid al Mayah ad opera di miliziani armati, l’Ordine ha invitato i medici a fare "un sit-in permanente nei loro ospedali".

Parlando ieri con i giornalisti, Jum’a ha detto che l’Ordine annuncerà la decisione dell’esodo generale dopo un incontro con le autorità locali e i vertici degli apparati di sicurezza.

Il presidente ha detto che un gran numero di medici della provincia ultimamente hanno ottenuto contratti di lavoro nei Paesi del Golfo, e sono pronti ad andarsene per accettare i nuovi posti.

Altri hanno deciso di abbandonare la professione medica e di lavorare in altri settori, e c’è chi preferisce lasciare il lavoro e restare a casa, a causa dei timori per la propria sicurezza.
 

[O.S.] 


L’articolo di al Sharq al Awsat
[in arabo] http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5595


Zapatero seduto su una bomba finanziaria

di Mario Seminerio - © Libero Mercato

Nel suo secondo mandato da premier, José Luis Rodriguez Zapatero si troverà a dover gestire una crisi economica di ampia e profonda portata, mai sperimentata dalla Spagna in epoca moderna, e riconducibile all’implosione del mercato

 

immobiliare, il fattore che negli ultimi anni è stato alla base dell’accumulo di crescenti squilibri macroeconomici del paese iberico. Il primo è più importante dei quali è l’imponente deficit delle partite correnti, che ha ormai raggiunto il 10 per cento del prodotto interno lordo. Analizziamo il quadro macro attuale.

La Spagna ha vissuto, negli ultimi mesi, un rilevante aumento della disoccupazione, passata da poco più di 1,9 milioni a giugno 2007 a 2,5 milioni di febbraio 2008*. Ma mentre pil ed occupazione frenavano, l’inflazione ha continuato ad aumentare, eguagliando a febbraio il tasso tendenziale di gennaio, al 4,4 per cento. Non sorprende quindi che da tale mix di cattive notizie la fiducia dei consumatori abbia subìto duri colpi, posizionandosi ai minimi europei in compagnia della solita Italia e dell’altra economia oggi guidata prevalentemente dalle costruzioni, l’Irlanda. Come noto, la fiducia dei consumatori non si trasforma necessariamente in correlativo andamento delle vendite al dettaglio, ma per la Spagna la regola è stata rispettata: a gennaio è stato toccato il nuovo minimo di una conclamata tendenza ribassista della spesa dei consumatori, a meno 2,4 per cento annuale. Anche il settore manifatturiero e quello dei servizi si trovano in evidente recessione, come mostrato dagli ultimi dati di produzione industriale e dalle indagini condotte presso i direttori acquisti.

Ma il fulcro della crisi, come detto, risiede nel settore delle costruzioni, che da solo ha finito col pesare per circa il 18 per cento del pil spagnolo, contro circa il 10 per cento in Germania e Francia. Gli ultimi dati spagnoli segnalano a marzo uno stock d’invenduto di 500.000 unità immobiliari, pari ad un anno di produzione al vecchio (ed ormai ineguagliabile) passo delle vendite, mentre crollano nuove licenze edilizie e mutui ipotecari, sia in numero che in valore. E veniamo allo stress finanziario. Oggi la Spagna necessita di afflussi di capitale di circa 9 miliardi di euro mensili per finanziare l’enorme deficit commerciale del paese. In un regime di valute nazionali più o meno liberamente fluttuanti, un simile sbilancio di commercio estero si risolverebbe con un forte deprezzamento del cambio. Ma la Spagna non ha una valuta propria, ovviamente. La domanda a questo punto è la seguente: è possibile una crisi bancaria intra-sistemica all’Area Euro per correggere questo squilibrio? Vi sono segnali inquietanti: ogni settimana, all’asta di liquidità della Bce, le banche spagnole raccolgono circa 48 miliardi di euro di finanziamento, importo raddoppiato dalla scorsa estate. Facciamo un passo indietro: dal 2002 alla metà circa del 2007 l’inflazione spagnola è rimasta superiore al tasso-chiave della Banca Centrale Europea ed al tasso euribor a 1 anno. Tassi reali negativi, quindi, che hanno esercitato un potente stimolo su consumi e costruzioni, ed hanno contribuito al forte peggioramento della bilancia commerciale spagnola.

Come detto sopra, un deficit di bilancia commerciale deve essere compensato da afflussi di capitali. Sfortunatamente, gli acquisti netti esteri di titoli obbligazionari spagnoli si sono trasformati, da fine 2007, in vendite nette. Di che titoli si tratta? In larga maggioranza di cedulas hipotecarias, obbligazioni garantite da mutui emesse in quantità industriali dalle banche spagnole, soprattutto le cajas regionales. Tali obbligazioni hanno finora goduto del massimo merito di credito, venendo assimilate ai titoli del Tesoro spagnolo. Circostanza che ha permesso al sistema bancario di raccogliere fondi a costi molto contenuti, e di beneficiare i mutuatari con spread piuttosto ridotti sull’euribor. La crisi creditizia e di solvibilità indotta dalla crisi dei subprime si è rapidamente estesa a tutte le obbligazioni ipotecarie, incluse le cedulas. Fine dei giochi. La liquidità del sistema è evaporata, le banche sono state costrette a ricorrere alle aste della Bce per finanziare i propri attivi patrimoniali e, a livello macro, il deficit commerciale. Ma non è tutto: negli ultimi anni un numero crescente di mutui sono stati stipulati a scadenze cinquantennali, mentre le cedulas hanno durate oscillanti tra i 20 ed i 30 anni. Ciò significa che, quando queste ultime giungeranno a scadenza e dovranno essere rifinanziate, gran parte dei mutui concessi saranno ancora in essere. E’ l’irruzione del premio al rischio nel nirvana degli utili eterni.

Come se ne esce? Un paese con una propria divisa può correggere lo squilibrio delle partite correnti attraverso un mix di svalutazione del cambio e stretta creditizia, per rilanciare l’export e ridurre l’import. La Spagna non può ricorrere alla leva del cambio ed una stretta al credito interno, per correggere un deficit commerciale di tali dimensioni, deve essere di un ordine di magnitudine molto doloroso per l’economia reale. Quali leve utilizzare per riequilibrare questo grave sbilancio evitando un crash dell’economia spagnola resta ad oggi un mistero, né è stato oggetto di dibattito durante la campagna elettorale. Di certo, un pacchetto di stimolo fiscale non appare misura appropriata a sanare un deficit commerciale come quello spagnolo. Mentre nel nostro paese si discetta amabilmente su quale dei nostri contrassegni elettorali (altrimenti definiti partiti) sia l’erede autentico di Zapatero, noi facciamo gli auguri al rieletto premier. Con questo problema sulla testa ne avrà davvero bisogno.

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* Numero di iscritti alle liste di disoccupazione, rilevati dall’INEM l’ultimo giorno lavorativo del mese, a cui vanno aggiunte le persone che cercano impiego part-time sotto le 20 ore settimanali, gli studenti a tempo pieno, i pensionati ed altre categorie che non rientrano nelle elaborazioni INEM. Dato non destagionalizzato.
http://epistemes.org/2008/03/12/zapatero-seduto-su-una-bomba-finanziaria/#more-536

elezioni Usa : Il grande tabù è infranto
 

(Due spezzoni del discorso di Obama, sottotitolati in italiano)




In 24 ore Barak Obama è riuscito a capovolgere una situazione per lui disastrosa, trasformandola nella carta che potrebbe anche permettergli di conquistare la presidenza degli Stati Uniti. Sono due giorni che in America non si parla d’altro.

Tre giorni fa è improvvisamente comparso su tutte le televisioni d’America lo spezzone di una predica in cui il pastore della parrocchia di Obama (nero, cristiano protestante) si lanciava in un violento discorso contro “i ricchi bianchi che controllano l’America“, nel quale non era difficile distinguere toni di “razzismo capovolto”: quello che deriva dell’odio innegabile che buona parte dei neri americani prova per i bianchi loro connazionali.

Per un candidato che sostiene di voler unire neri e bianchi, asiatici e ispanici sotto la stessa bandiera, non era certo un buon biglietto da visita.

Colto alla sprovvista, Obama non ha saputo replicare immediatamente all’attacco ...

... che gli è piovuto da ogni parte d’America, per non essersi preventivamente dissociato dal pastore “incendiario” della sua parrocchia. Intervistato in diretta, Obama ha farfugliato qualcosa del tipo “non ero al corrente di queste dichiarazioni“, oppure “e poi comunque il pastore sta per andare in pensione, quindi non mi era sembrato il caso di cambiare chiesa“.

Ma quel pastore conosce Obama da venti anni, lo ha sposato, ha battezzato i suoi figli, ed è stato definito più volte dallo stesso Obama “il suo mentore spirituale”. Obama non poteva quindi sperare di cavarsela con quelle risposte evasive. Ed infatti, in poche ore l’accusa di essere un “razzista al contrario“ gli si è appiccicata addosso in maniera imbarazzante, e rischiava di compromettere definitivamente le sue possibilità di farsi eleggere come candidato democratico. (Con un’etichetta del genere addosso, non avrebbe mai potuto conquistare la maggioranza degli americani nelle presidenziali del prossimo autunno, e questo avrebbe dato il via libera alla nomination di Hillary Clinton).

Ma Obama ha dimostrato di possedere una delle qualità dei grandi leader, che è quella di saper trasformare le più brucianti sconfitte in vittorie sonanti. Bisogna infatti tenere presente che in America l’argomento razzismo è assolutamente tabù: è quello che gli americani definiscono “the gorilla in the room”, il gorilla nella stanza che tutti fingono di non vedere.

Non a caso, nessun candidato fino ad oggi aveva toccato l’argomento della razza, ben cosciente nel rischio che questo avrebbe comportato. Specialmente da parte dello stesso Obama che, essendo nero, si sarebbe immediatamente alienato la simpatia dei potenziali elettori bianchi - i cosiddetti indecisi - dei quali avrà bisogno chiunque voglia vincere le prossime presidenziali.

Nonostante questo, Obama ha dimostrato ieri un notevole coraggio, e invece di distanziarsi - retroattivamente e tardivamente - dalle posizioni del suo pastore, ha affrontato la questione di petto.

Con un discorso calmo e diretto, senza giri di parole, Obama ha detto che quello è sempre stato il suo pastore, e che non ha mai sentito il bisogno di distanziarsi da lui, nonostante si sia trovato spesso in disaccordo con le sue posizioni. Lo stesso cristianesimo insegna – ha ricordato Obama - che non bisogna rigettare chi non è d’accordo con te, ma bisogna cercare di comprendere i motivi della barriera che ti separa. E il mio pastore – ha proseguito Obama - come la mia parrocchia e moltissime altre parrocchie nere americane, non fanno che riflettere il dramma della popolazione nera, piena di rabbia per l’ingiustizia in cui è costretta a vivere. A mia volta, essendo figlio di padre nero e madre bianca, ho conosciuto da vicino l’avversione e la paura che certi bianchi provano per i neri. Tutto questo deve, e può, finire. Ma sta agli americani, e non soltanto al loro presidente, fare lo sforzo per superare la barriera che li divide.

Con questo discorso, spiazzando tutti, Obama si è conquistato la simpatia dell’intero “arco costituzionale“. Persino i più accaniti conservatori - salvo rare eccezioni - si sono dichiarati favorevolmente colpiti dal suo discorso, che ha improvvisamente “alzato il livello delle presidenziali a una quota degna di questo paese”, e che “per la prima volta ha trattato gli americani come degli adulti, e non come dei bambini”.

A sua volta, questo discorso ha fatto apparire la Clinton improvvisamente piccola e insignificante, aggiungendo un notevole handicap alla sua già sfavorevole posizione all’interno del partito democratico.

E’ tutt’altro che certo Obama diventi presidente, ma se questo accadrà sarà stato in gran parte grazie a questa svolta decisiva, che ha messo l’America di fronte a uno dei suoi problemi più ingombranti, mostrando nel contempo un leader capace di affrontare qualunque argomento senza paure e senza ipocrisia.

Più che di John Kennedy, Obama sembra essere l’erede naturale di Martin Luther King e di Robert Kennedy, il cui discorso congiunto è rimasto in sospeso fin dal 1968, anno in cui i due leader furono assassinati a poche settimane di distanza uno dall’altro.

Massimo Mazzucco


Quello che segue è il discorso che Bob Kennedy improvvisò a Indianapolis, di fronte ad un pubblico interamente di neri, nel dare loro l’annuncio dell’omicidio di M.L.King appena avvenuto a Memphis, nel Tennesse. Non tutti sono in grado di citare Eschilo, in una situazione del genere.


 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2470

MYANMAR
Monaci in esilio invitano a nuove proteste anti-regime
In vista del referendum costituzionale di maggio, la All Burma Monks Association ritiene insufficiente l’astensione o il voto contrario per “boicottare” la giunta. Ad AsiaNews l’appello di alcuni birmani: “Non dobbiamo temere la verità”.

Yangon (AsiaNews) – I monaci birmani all’estero invitano la popolazione e i religiosi in Myanmar e fuori ad unirsi in una nuova ondata di manifestazioni pacifiche contro il regime. Secondo esponenti della All Burma Monks Association (Abma) - l’organizzazione che ha guidato le proteste di settembre represse nel sangue dalla giunta - astenersi o votare “no” al referendum costituzionale, voluto dai generali per maggio prossimo, non basta come forma di protesta. Bisogna tornare in piazza per dimostrare la contrarietà dei birmani alle politiche del governo militare.
 
Il sito Mizzima news riferisce oggi di un comunicato dell’Abma in cui si invitano tutti gli attivisti per la democrazia, i bonzi, la gente comune e gli studenti in tutto il mondo e dentro la Birmania a manifestare il 26 aprile con coraggio per “boicottare il regime e i suoi piani”. La consultazione popolare di maggio deve approvare il testo della nuova Costituzione voluta dai militari e redatta senza un confronto con le forze dell’opposizione.
 
Un appello per non rimanere in silenzio, ma avere “la forza di dire e affrontare la verità”, è arrivato oggi ad AsiaNews da alcuni birmani in forma anonima. Nella mail, raccontano che la situazione interna nel loro Paese va peggiorando e invitano con urgenza i loro connazionali ad alzare di nuovo la voce contro le ingiustizie: “Da gennaio i soldati semplici sono irraggiungibili anche dalle loro famiglie per via delle preparazioni per la festa dell’esercito, il 27 marzo; le caserme sono blindate per non far uscire notizie; i Karen (comunità etnica birmana, tra cui molti cristiani) continuano ad essere sterminati; moltissimi sono i morti in incidenti sul lavoro per costruire nuove città, ponti e strade. Per quanto ancora avremo paura di parlare?”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11834&size=A

Petrobras minaccia la sopravvivenza dei popoli indigeni non contattati
Il caso Yasuni e il territorio Waorani.

Dall'Ecuador, Paola Colleoni (Phd Researcher, Università di Roskilde) - per Selvas.org


Nampay, leader Waorani della comunità Guiyero, osserva un pozzo petrolifero dentro il Parco "Nacional Yasuní"

Tutte le foto di questo servizio si riferiscono alla grave perdita di petrolio all'interno del parco nazionale di Yasunì, da parte della compagnia petrolifera Repsol-Ypf.



Quando Repsol perde in Amazzonia, é l'Amazzonia a perdere

Land Is Life - Ecuador
Traduzione e pubblicazione italiana a cura di Yaku (http://www.yaku.eu)



Lo scorso 24 ottobre 2007 la ministra dell’ambiente Anna Alban ha concesso a Petrobras la licenza ambientale per operare nel blocco 31, in pieno parco Yasuni, dopo che questa era stata sospesa nel giugno del 2005 dal Ministero del Ambiente (MAE) per irregolarità. Però, il comportamento della compagnia Petrobras non si è dimostrato in questi ultimi mesi né socialmente né ambientalmente responsabile, come il suo marketing sociale pretenderebbe dipingere. Petrobras, per aggirare l’obbligo della consulta previa alla popolazione coinvolta nella sua area di operazione, sta dividendo e non rispettando la nazionalità indigena Waorani. Intende operare in un parco nazionale, lo Yasuni, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, anche se nel proprio territorio nazionale, il Brasile, è dato l’obbligo di non operare in aree protette e territori indigeni. Inoltre la concessione del blocco 31, economicamente poco redditizia, pone a repentaglio la proposta di lasciare il petrolio sotto terra nel limitrofo campo ITT, in cambio di aiuti economici internazionali, perché l’ITT rappresenta invece la riserva di crudo più grande del paese.

:: Ecuador: Petrolio e Amazzonia ::
Della rivoluzione alvarista, il petrolio e altri demoni
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INVIATI SPECIALI
Ecuador 2008
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:: (20/05/2007) ECUADOR ::
Innovative proposte del Governo Correa sul debito estero e il petrolio:
Finanza creativa, anzi geniale!
http://www.selvas.org/newsEC0407.html
E se entro giugno il governo non riuscisse a raccogliere i fondi necessari, provvederebbe ad attualizzare la seconda opzione per il campo ITT, ovvero lo sfruttamento con “tecnologie di punta” da parte di Petrobras.

 Fatto ancora più grave, in questa zona dell’Amazzonia, sopravvivono gli ultimi gruppi waorani non contattati in isolamento volontario, i Taromeane-Tagairi. Se Petrobras inizierà le sue operazioni nel bloque 31, in particolare nei pozzi Boya 1, 2 e 3, al limite nord della zona intangibile istituita per la protezione dei Tagaeri-Taromenane, verrà messa in gioco la vita e la sopravvivenza di questi gruppi.

Per il pericolo imminente  di genocidio che le operazioni di Petrobras rappresentano nei confronti dei gruppi Waorani non contattati, il 30 gennaio scorso si è tenuta la prima udienza di un “amparo constitucional” per l’annullamento della licenza ambientale di Petrobras presso il tribunale del “Contenzioso e Amministrativo” di Quito. Azione legale promossa dalla NAWE (Nazionalità Waorani dell’Ecuador), la CONAIE (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador), dalla ONG  Accion Ecologica e da FETRAPEC, il sindacato dei lavoratori di Petroecuador.

 

Petrobras ha negoziato con  la sola comunità waorani presente nel blocco 31, la comunità di Kawimeno. Le ha promesso appoggio, infrastrutture ed altri benefici. Alla dirigenza, ha elargito soldi  che sono stati usati sconsideratamente per fini personali. Questa la strategia dell’impresa per fronteggiare una situazione in cui la maggioranza degli Waorani di Petrobras non ne vuole sapere. E lo stanno dicendo da tempo, con mobiltazioni a Quito e ricorsi al ministero dell’ambiente.




Fluidi che sboccano nel Río Yasuní. Bloque 16 (Repsol YPF)  Ecuador



Lo scorso dicembre, 28  dei 32 presidenti delle comunità waorani si sono riuniti nella comunità di Keweriono per un congresso straordinario. Il congresso ha eletto una nuova direttiva che rispetta le decisioni delle basi, opponendosi alla licenza di Petrobras. Più precisamente, opporsi a nuove licenze petrolifere nel territorio waorani, è il nodo dell’agenda politica della nuova dirigenza. Si tratta di un fatto importante, che significa che il popolo Waorani è stanco delle imprese, della contaminazione prodotta dall’attività estrattiva e della presenza delle compagnie sul proprio territorio.

Fatto sta, che dalla sua elezione, i nuovi dirigenti hanno dovuto subire un calvario per potersi registrare come unici e legittimi rappresentanti del popolo waorani. Motivo? Petrobras, che non ha smesso per un attimo di dare appoggio e soldi alla vecchia dirigenza con l’obiettivo di firmare con questa un convegno definitivo che affermasse la loro legittimità per le operazioni nel blocco 31.

La NAWE, l’organizzazione che rappresenta la nazionalità waorani,  si trova in una complicata posizione di debolezza verso le imprese petrolifere, ma anche verso le sue basi, perché il popolo Waorani ha ancora un lungo cammino da percorrere per  acquisire i nostri sistemi di rappresentazione. Sua debolezza e fortezza, le dinamiche tradizionali fanno si che le comunità si trovino in una situazione di autonomia e autonoma gestione delle proprie relazioni con gli attori esterni che agiscono nel territorio waorani.

Le compagnie con questa situazione ci vanno a nozze. E ciò che è accaduto nell’ultimo mese con la impresa Petrobras ne è un esempio lampante.

 

La lunga storia di violenza delle compagnie petrolifere sul popolo Waorani

L’ ingerenza di Petrobras nel territorio e nelle dinamiche organizzative waorani è ancor più allarmante, se si tiene conto della storia recente del popolo waorani e degli impatti profondi ed irreversibili che l’industria petrolifera ha provocato sul loro territorio e sulla loro cultura.

Senza l’attività di esplorazione ed estrazione petrolifera di Shell  negli anni quaranta e di  Texaco negli anni settanta tra i fiumi Napo e Curaray, antico ed inespugnabile dominio dei selvaggi piedi rossi (gli Waorani), i missionari  evangelici dell’Istituto Linguistico de Verano, (Linguistic Summer Institute,) non si sarebbero dati l’affanno di cercare il contatto con gli Waorani, riubicarli forzosamente in un piccolissimo protettorato e di civilizzarli. Furono i petrolieri che fornirono ai missionari i mezzi per perseguitare i clan waorani con elicotteri e megafoni, stanarli e costringerli a spostarsi nella riduzione di Tiweno. Il tutto con gli ossequi dello stato ecuadoriano, che con l’ILV aveva un convegno per la pacificazione dei selvaggi amazzonici.

Mentre i missionari si occupavano delle anime waorani, i buldozer di Texaco penetravano la selva, aprivano in due, come una lunga ferita, il territorio tradizionale waorani attraverso la costruzione della “via Auca” ( che oggi è un inferno lungo 117 km, fatto di un miscuglio di miseria e petrolio) e istallavano i pozzi del grande boom petrolifero ecuadoriano.

Texaco pioniera, le fecero seguito l’allora Esso-Hispanoil, Arco, Braspetrol, tutte a posizionarsi in un territorio waorani libero, sgomberato dai suoi legittimi abitanti, rinchiusi a dovere per l’opera di redenzione missionaria. Un territorio a dire il vero “quasi liberato”, visto che Braspetrol (attuale Petrobras), lavorando nei sentieri sismici del blocco 17 negli anni 80, fu responsabile di molti incidenti tra i suoi operai e il gruppo waorani non contattato dei Tagaeri. Con tutta probabilità fu una pallottola partita da una canoa di operai petroliferi ad uccidere Taga, il lider del clan Tagaeri. 

 Quando negli anni ottanta cominciarono ad essere messi in discussione i metodi dell’ILV  e questo fu espulso dal paese (1982), gli Waorani iniziarono ad uscire dalla riserva per riprendere gli antichi patterns territoriali.  Però, l’antica ed inespugnabile selva tra il fiume Napo e Curaray era già divisa in vari blocchi di petrolio.

Gli Waorani non avevano neppure un’organizzazione di rappresentazione, a soli 20 anni dal contatto con la società nazionale. Questa fu fondata nel 1990, grazie all’appoggio della Confeniae ( l’organizzazione di rappresentazione delle nazionalità indigene amazzoniche), dei missionari cattolici cappuccini e di altre ONG ambientaliste. Al popolo Waorani fu assegnato un territorio di 620.000 ettari con la condizione di non mettere in discussione e non intralciare l’attività idrocarburifera presente nel loro territorio.

 Erano questi  anche gli anni della battaglia contro la compagnia Conoco, che aveva ottenuto la licenza ambientale per estrarre petrolio nello Yasuni, e in territorio waorani. La prima battaglia tra un popolo indigeno e un impresa petrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana.

 



Tuberie rotte vicine al Pozzo MAdre 1. Blocco 16 (Repsol – YPF) – Ecuador

 


Conoco desistette, ma cedette le sue azioni a Maxus, altra compagnia nordamericana, che mise in opera nuove ed inedite strategie. Prima di tutto fece astutamente pressione sullo stato ecuadoriano affinché una parte del parco nazionale Yasuni venisse dichiarato territorio waorani. Secondo, con la sua équipe di antropologi e relazionatori comunitari, e lo zampino di Rachel Saint, missionaria del ILV che non lasciò fino alla sua morte il territorio waorani, questi furono convinti a firmare un convegno ventennale di “amicizia e rispetto muto”. Agli Waorani fu promessa prosperità e progresso. La firma di questo convegno segnava la nascita di una nuova frontiera delle strategie di controllo delle imprese petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana: quello della “responsabilità sociale d’impresa” e di tutte le inedite tecniche di relazione comunitaria.

Un’altra strada aprì le viscere della selva, altri pozzi si installarono. Oggi la zona del territorio waorani conosciuta come blocco 16 è operata da Repsol -YPF, erede del convegno  di Maxus con gli Waorani.

 

Le altre cinque  compagnie che operano nel territorio waorani, Agip (Italia), Perenco (Francia), Petrobell (Canada), Petroriental (Cina), hanno offerto briciole e fischietti ( come il caso dell’Agip) alle comunit&agrav