ulivo velletri


aprile 30 2008

Tra Vicenza e Roma
Ilvo Diamanti
la Repubblica

Il risultato di Roma è troppo significativo, rilevante, netto. E, per il Centrosinistra, traumatico. Perché è la capitale d´Italia. E, fino a ieri, del Centrosinistra. Appunto: fino a ieri. Oggi la geografia politica italiana è cambiata. Soprattutto per il centrosinistra. Due settimane fa aveva riscoperto la "questione settentrionale", ieri, dopo il ballottaggio delle elezioni amministrative, ha riaperto la "questione romana". Quella "meridionale" si era già consumata, visti i risultati delle politiche.
Visto l´esito delle elezioni regionali in Sicilia. Così, si è spezzato anche il bipolarismo metropolitano che aveva caratterizzato la prima Repubblica. Milano e Roma. Capitali delle due Italie. Rispettivamente: di Destra e Sinistra. Oggi il Paese è unito. Milano e Roma, sotto il segno di Berlusconi. Collante e cornice, capace di far coabitare Lega e An. Fino a quando e come non si sa. Ma, intanto, per la prima volta dai tempi della prima Repubblica, le due capitali hanno un governo di segno coerente. Il centrosinistra, rinnovato e riformato, dopo la fine dell´Unione e la "fondazione" del Pd, invece, appare "spaesato". Sperduto. Non ha più casa. A meno che non si consideri tale il rifugio tradizionale e storico delle "regioni rosse" del centro. (Dove, peraltro, qualche scricchiolio si avverte). Gli stessi confini, le stesse roccaforti del Pci, fin dalle origini. Quasi una cittadella assediata. Il Pd, in fondo, era nato per superarne i confini. Per andare "oltre". Per diventare un partito nazionale. In grado di governare l´Italia. Come la Dc nella prima repubblica. Come il cartello PdL-Lega, oggi. Il processo di "sterritorializzazione" che ha colpito il centrosinistra, in questa fase, è ben descritto dal bilancio dei comuni oltre i 15mila abitanti, in cui si è votato in queste settimane. Fino a due settimane fa il Centrosinistra ne governava 47, il Centrodestra 22. Altri 2 erano amministrati da liste civiche. Oggi, il rapporto si è letteralmente rovesciato. Il Centrodestra ne governa 46 e il Centrosinistra 24. Sta cambiando la geografia politica del Paese. Radicalmente. In senso letterale. Perché intacca il rapporto fra partiti e società "alle radici". E dunque: sul territorio. Dovunque. Per questo, anche i risultati in controtendenza, come la vittoria del centrosinistra in alcuni capoluoghi di provincia del profondo Nord e del Nordest (Sondrio, Vicenza, Udine), rischiano di finire sullo sfondo. Un "pannicello caldo", l´ha definita, ieri, Massimo Giannini, su Repubblica.it. Visto che le elezioni politiche di due settimane fa hanno celebrato l´eterno ritorno del Nord e della Lega. Tuttavia, non conviene svalutare Vicenza. Dove Achille Variati, candidato del Pd, si è imposto di misura, risalendo, al ballottaggio, di quasi 20 punti percentuali e di 6000 voti. Mentre la candidata del Centrodestra, Lia Sartori, ha recuperato solo 150 voti. Perdendo non solo gli otto punti di vantaggio precedenti. Ma soprattutto le elezioni. Certo, il successo di Vicenza non può lenire la ferita di Roma, che è profonda e non rimarginabile. Né può mascherare il rapido logoramento dei legami locali del Centrosinistra e del Pd subito in questa occasione. Tuttavia, può servire. Anzitutto, a capire il Nord, senza attendere la prossima ondata leghista. E poi a cogliere il senso delle difficoltà incontrate dal Pd, non solo a livello locale. Ma più in generale: come modello di partito.
D´altronde, nel suo piccolo, anche Vicenza è diventata (suo malgrado) una capitale: del "forza-leghismo". Sede del Parlamento Padano. Il luogo da cui Silvio Berlusconi, nel marzo 2006, in occasione dell´Assemblea nazionale di Confindustria, lanciò la rincorsa a Prodi. Da dieci anni governata da un sindaco (ner)azzurro. Logica la tentazione di spiegare questo risultato come un accidente. O, più semplicemente, di rimuoverlo. Come ogni evento lontano dal "caput mundi". Eppure, un po´ di riflessione servirebbe a capire che il "caso", come ovunque, c´entra (tanto più quando si vince di 500 voti). Ma contano di più altre ragionevoli ragioni.
1. Anzitutto, il pregiudizio che disegna il Nord come un porto avvolto nella nebbia. Verdeazzurra. E´ un pregiudizio. Per limitarci al Nordest, considerata una "Vandea", il centrosinistra amministra molte realtà fra le più importanti. Da Venezia a Padova. A Udine. Senza dimenticare Trento e Bolzano (province autonome comprese). Fino all´anno scorso anche a Verona. Fino a due settimane fa il Friuli-Venezia Giulia. Quanto a Vicenza, capitale forza-leghista, non è mai stata forza-leghista. Due anni fa, al referendum sulla devolution, la maggioranza dei cittadini ha votato contro. Cinque anni fa Vincenzo Riboni, candidato dell´Ulivo, al ballottaggio ottenne il 47% dei voti. Gli stessi sondaggi condotti negli ultimi sei mesi a Vicenza, con regolarità (da Ipsos e Demos), delineavano una situazione di incertezza. Perfino una settimana fa (Demos, 17-18 aprile, 1000 casi) i due candidati apparivano perfettamente alla pari. Considerarla perduta a priori era un pregiudizio infondato.
2. L´importanza del candidato e del sistema di selezione. Lia Sartori è stata scelta dall´alto. Tra conflitti e mediazioni che hanno opposto Lega e Forza Italia, anche al loro interno. Un tempo figura d´apparato della sinistra socialista. Oggi "donna forte di Forza Italia". Vicina al governatore Giancarlo Galan. "Una di Thiene", ricca cittadina commerciale, a poca distanza da Vicenza. Lo stesso che candidare a sindaco di Malo "uno di Isola", direbbe Luigi Meneghello. Invece Variati, cinquantenne, è un candidato vicentino, con una storia vicentina. Già sindaco fra il 1990 e il 1995. Di provenienza democristiana. Allievo di Rumor. Oggi PD. Legittimato, a inizio marzo, dalle primarie, con grande partecipazione popolare e un ampio consenso personale.
3. Il clima d´opinione attraversato da un´insicurezza sociale che riflette ragioni diverse dalla criminalità comune e dall´immigrazione. Piuttosto: dalla vicenda Dal Molin. La nuova base militare americana, concessa dal governo di centrosinistra, con l´accordo preventivo (taciuto per anni) della giunta e del governo precedenti. Ancora oggi "rifiutata" dalla maggioranza della popolazione (contrario il 53 % dei vicentini, sondaggio Demos). Non a caso, una lista ispirata da alcuni comitati contrari alla base ha conquistato il 5% al primo turno. Variati, sindaco neo eletto, ha sempre espresso dissenso nei confronti della decisione – e del centrosinistra nazionale. Per ragioni di metodo, più che di principio. La mancata consultazione dei cittadini, il deficit di confronto con il governo.
4. Infine, Variati e il Pd hanno fatto una campagna elettorale vera, vecchio stile. Porta a porta. Tutti i giorni nei quartieri, nei mercati, insieme a decine di militanti e volontari, giovani e giovanissimi, a volantinare dappertutto, in centro e in periferia. Mentre la sua avversaria quasi non si è vista.
La vittoria di Variati, dunque, è avvenuta per ragionevoli ragioni. Al contrario della sua avversaria – ma anche di Rutelli a Roma – la sua candidatura è stata espressa direttamente dagli elettori, con le primarie. Ha fatto una campagna elettorale vera, mobilitando sul territorio un Pd vero. Ha comunicato messaggi condivisi. Egli stesso è apparso, ai cittadini, competente e credibile. Anche agli elettori della sinistra e ai comitati No dal Molin. Che lo hanno sostenuto, nel ballottaggio. Senza accordi. La candidatura di Calearo, inoltre, per quanto controversa, ha aperto una fessura nel rapporto con i settori imprenditoriali e del lavoro autonomo. Così, Variati ha fatto il pieno dei voti di centrosinistra e di sinistra. Intercettando anche molti voti di centrodestra, soprattutto della Lega.
Due settimane fa Ezio Mauro ha scritto che occorre "costruire un Pd del Nord. Per vivere, o almeno per capire". Forzando l´equazione, potremmo sostenere che, per sfidare il centrodestra, occorre costruire il Pd, ma "dovunque". Senza imitare il "modello Berlusconi". E´ inimitabile. Più che un "partito personale", a questo fine, serve un "partito di persone", che si radichi sul territorio e nella società. Non solo sui media. Ora che Roma è caduta, può risultare (forse) più facile, al Pd, guardare a Nord senza occhiali deformanti. E, con umiltà, ripartire (anche) da Vicenza.


Obama, stufo di Hillary e inguaiato dal suo reverendo strambo

Posted in Taccuino at by spiritofamerica

Barack Obama e’ annoiato, vorrebbe archiviare il ‘dossier Hillary’ e lanciarsi all’assalto del repubblicano John McCain. Cosi’ sostengono le indiscrezioni dallo staff del candidato alla nomination dei democratici per la Casa Bianca. Ma quello di Obama appare ancora un sogno: tra le sparate pubbliche dello scomodo amico reverendo Jeremiah Wright e le accuse di elitismo che lo perseguitano, la sua campagna e’ in uno dei momenti piu’ delicati degli ultimi mesi. […]  

E’ stato il New York Times a riportare le voci dei collaboratori che descrivono Obama stufo della lunga lotta contro la senatrice Hillary Clinton. E non pare essere il solo, viste le continue esortazioni del presidente del Partito democratico, Howard Dean, a chiudere la partita entro giugno.

Dopo la sconfitta del 22 aprile nelle primarie in Pennsylvania e in vista del voto in Indiana e North Carolina del 6 maggio, gli strateghi del senatore cercano di aiutarlo a ‘rinfrescare’ il messaggio. La Clinton e’ riuscita nelle ultime settimane a dipingere Obama come uno snob, un intellettuale distaccato dai problemi della gente comune. McCain ha raccolto lo spunto degli attacchi clintoniani e a sua volta da giorni ritrae Obama come un’anomalia nel panorama americano.

Un’immagine contro la quale il senatore ha ora lanciato un ‘restyling’, mettendo da parte i grandi eventi pubblici che caratterizzano la sua campagna e lanciandosi in una miriade di piccoli incontri faccia a faccia con la gente nell’Indiana rurale. In maniche di camicia arrotolate, o in calzoncini corti sul parquet del basket nelle palestre delle scuole, Obama gira lo stato ‘’bussando a piu’ porte e lavorando piu’ duro che in passato - ha spiegato lui stesso alla Fox - perche’ la gente mi conosce meno di quanto conosce lei'’.

Ma mentre il senatore nero cerca di connettersi con l’elettorato bianco e della classe medio-bassa del Midwest - con il quale appare in difficolta’ - il pastore della chiesa afroamericana di Chicago che Obama ha frequentato per 20 anni continua a creargli guai. Il reverendo Wright e’ stato protagonista di un vero e proprio show di fronte alla stampa internazionale al National Press Club di Washington, in un confronto con i giornalisti che si e’ trasformato in un sermone, accompagnato dalle grida di incitamento di una folla di suoi seguaci arrivati per l’occasione.

Obama e’ stato costretto negli ultimi tempi a prendere le distanze dalle parole di Wright, senza rinnegare l’amicizia per il pastore, dopo che i media hanno proposto vari sermoni del passato nei quali accusava tra l’altro gli Usa di essersi andati a cercare l’11 settembre con la loro politica estera. ‘’Non puoi comportanti da terrorista con gli altri - ha ribadito oggi Wright - e non aspettarti che questo ti si ritorca contro. E a chi mi accusa di non essere un patriota, replico: Io ho servito sei anni nelle forze armate, quanti anni ha servito Cheney?'’.

A complicare la vita del senatore e’ il fatto che il pastore della Trinity United Church of Christ di Chicago propone una visione a forti tinte razziale dei rapporti sociali in America, mentre Obama sta cercando di sostenere che la questione razziale non e’ al centro di questa campagna elettorale.

‘’Gli attacchi a me sono attacchi alla chiesa dei neri in questo paese'’, ha tuonato Wright, aggiungendo di augurarsi che questo serva a rendere ‘’mano invisibile la chiesa degli afro-americani, che e’ malintesa dalla cultura dominante americana'’. Il pastore si e’ lanciato su molteplici terreni minati, evitando per esempio di ritrattare la sua teoria che il virus dell’Aids sia stato creato dal governo americano per uccidere i neri: ‘’Visto cio’ che e’ accaduto agli africani in questo paese, credo che il nostro governo sia capace di tutto'’.

Gli elogi di Wright alla Teoria della liberazione dei neri di James Cone e le lodi all’attivista nero musulmano Louis Farrakhan, con ogni probabilita’ daranno altre munizioni ai repubblicani (e alla Clinton) per continuare a sostenere che Obama, come il suo pastore, e’ un’anomalia per l’americano medio. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/04/29/obama-stufo-di-hillary-e-inguaiato-dal-suo-reverendo-strambo/#more-555



aprile 29 2008

Va bene anche di plastica, il vassoio

In seguito non mancherà il tempo per l'analisi serena e spassionata, e perché no, per l'autocritica: perché qualcosa di male l'avrò fatto pure io, non ne dubito, e in seguito avrò il tempo per chiedervene scusa, affezionati lettori.
E ci sarà anche il tempo per riconoscere che in mezzo a tanti torti c'era pure qualche ragione. Tempo al tempo, ce ne sarà per qualsiasi cosa. Ma stanotte no. Stanotte voglio solo la testa di Francesco Rutelli su un vassoio d'argento.

In realtà scherzo, come sempre. Mi basterebbe non vederlo più in circolazione: in un'altra nazione perdere le elezioni come le ha perse lui, cascando a piedi pari nel più banale tranello sulla sicurezza, equivarrebbe alla morte politica. Mi fanno sapere, invece, che Rutelli ha comunque un seggio pronto in Senato, capolista in Umbria. Che gli elettori umbri fossero consapevoli o no di votare per lui, mentre mettevano la croce sulla scheda, non ha naturalmente la minima importanza: né avevano importanza le rilevazioni che qualche mese prima delle primarie lo davano all'1% di popolarità tra gli elettori del neonato PD. Ripeto, l'1% del suo bacino elettorale. Un dato tra tanti che avrebbe dovuto far riflettere, ma non c'era tempo. Al loft erano troppo occupati a ventilare riforme costituzionali alla cacchio, ispirarsi al superbowl, svenarsi per acquistare quattro radicali che una volta eletti stanno già meditando di rimettersi sul mercato.

In questi giorni riapre il Parlamento, e per la prima volta non mi rappresenta. Non solo manca la Sinistra, che qualcosa di me avrebbe potuto rappresentarlo; ma il PD che ne ha preso il posto è composto da personaggi politicamente finiti come Francesco Rutelli. O come Massimo D'Alema, che comincia a mandare i suoi in ricognizione tra le le macerie del loft. E allora mi tocca scriverlo una volta in più, su questo sito di nessuna importanza: a un certo livello di professionalità, imprenditoriale o politica, non possono esistere seconde possibilità. Rutelli ha perso (male)? Rutelli fuori. Veltroni ha perso? Veltroni fuori. Bettini ha perso? Bettini chi? Il mio grado di attaccamento a questo catastrofico Partito Democratico, da qui in poi, sarà direttamente proporzionale al numero di teste che cadranno, pagando per i loro innumerevoli errori. Il fatto che Rutelli & co. abbiano ancora cinque anni di indennità parlamentare garantita deve scivolare nell'oblio: vadano pure a Palazzo Madama o a Montecitorio, votino e intaschino i gettoni secondo coscienza, ma non si facciano più vedere davanti a una telecamera; ne va della nostra residua capacità di immaginarci un'Italia migliore.http://leonardo.blogspot.com/


Viterbo



Sposetti, un altro dalemiano (fatto in serie). Un altro disastro, peggiore di Rutelli a Roma.

I viterbesi di sinistra, in massa, si sono semplicemente rifiutati di votarlo. A ragione.


L'immagine �http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif� non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.  Voi l'avreste votato un sindaco così?

(la vendetta dei traditi)www.caravita.biz

 


LEZIONI DI ... TEDESCO

da Pennarossa

rutelliridemeno.jpgPiù che ai tempi supplementari, il ballottaggio romano mi ha fatto subito pensare ad uno "spareggio salvezza".
Dopo la batosta alle politiche, non perdere a Roma significava salvare almeno il campionato, porre un argine - neanche tanto simbolico - alla straordinaria avanzata di Berlusconi & C.

L'esito finale con Alemanno sindaco ha il sapore di un tracollo, di una disfatta che porterà inevitabilmente ad una stagione di lotte cruente, sia all'interno del neonato PD, sia tra il nuovo partito e la Sinistra Arcobaleno, uscita umiliata dalle elezioni politiche e con il dente avvelenato nei confronti del mancato alleato.

A "botta calda", credo che le cause della sconfitta di Rutelli siano da ricercare in primo luogo nella generale avanzata della destra, dovuta anche alla esasperazione con cui in molti hanno rappresentato (sicuramente ad arte) il "problema sicurezza", con eventi sulla cui limpidezza si comincia a insinuare più di un sospetto.

Ma poi c'è anche la dichiarata inaccettabilità del candidato da parte di molti elettori della sinistra e del mondo "laico", spazientiti dalle continue strizzate d'occhio di Rutelli nei confronti di ambienti clericali (leggi Ruini). Erano evidenti i segnali che provenivano da sinistra e l'insofferenza di dovere per l'ennesima volta votare turandosi il naso. I più benevoli promettevano un "ultimo voto" pur di non portare un fascista al Campidoglio, ma l'onda lunga degli scontenti stava montando e l'aspirante sindaco non ha fatto niente per dare un segnale a costoro.

Un altro motivo della sconfitta è da individuare nel senso di frustrazione che i simpatizzanti della SA hanno subìto dopo le elezioni. Invece di rivolgersi a loro, invece di interessarsi all'anima più di sinistra del PD (e del Paese), Rutelli ha dato l'impressione di interessarsi e ricercare unicamente i voti di Casini.

Il ballottaggio invece ha confermato quello che era già emerso con il voto nazionale: il PD non ha sfondato al centro, l'erosione nei confronti dell'UDC è stata scarsa e sicuramente non a favore del centrosinistra.

Tutta la sinistra e il PD escono dalla tornata elettorale con le ossa rotte. Sicuramente verrà rimesso in discussione tutto: dirigenza, metodi, strutture, alleanze, strategie.

Io spero che, esaurito il momento dello sconforto e della rabbia, si abbia la forza di mettere mano alla moviola e rivedere tutta la partita.

Una cosa è certa: ora non c'è più la scusa dell'emergenza, ora si ha l'obbligo di fare scorrere i fotogrammi degli ultimi mesi e rivedere tutte le azioni di gioco, cercando di isolare i tanti errori senza però ignorare quanto di buono il nuovo partito ha mostrato di potere realizzare.http://www.imille.org/2008/04/lezioni_di_tedesco.html#more


In queste facce non crediamo più


Il progetto era quello giusto. Il progetto è quello giusto. Costruire un moderno partito popolare e di progresso, opposto al campo conservatore, agganciato sul piano internazionale alle esperienze di stampo anglosassone che vanno dal New Labour ai Democrats americani. Il progetto resta valido, anni luce più avanti del partito della reazione conservatrice e protezionista, guidato senza democrazia interna da un padrone arguto ma non particolarmente illuminato, che ha come ideologo un noglobal di ritorno e fuori tempo massimo.

Risultato: nord ai federalsecessionisti della Lega, sud all'ambiguo Raffaele Lombardo, Roma alla vecchia guardia ex missina, l'Italia a Berlusconi.

Ci si può chiedere, ora, come possa il gruppo dirigente del Partito democratico far finta che nulla sia accaduto, trincerarsi dietro una generica "amarezza" e un'altrettanta generica necessità di "tenere botta"? Si può perdere di dieci punti le elezioni politiche, consegnare ad Alleanza nazionale il Campidoglio, gettare nello sconforto milioni di italiani e restare al proprio posto, disprezzando così la regola prima della democrazia che è quella per cui si "rende conto" delle sconfitte?



La sconfitta è colpa loro, di questa pattuglia di oligarchi tra i cinquanta e i sessant'anni che stanno provando a perpetuarsi anche davanti a questo disastro. Io chiedo conto a Goffredo Bettini, che ha affermato testualmente che se il Pd non avesse toccato l'asticella del 35% avrebbe tratto le conseguenze. Il Pd è al 33,1%, cosa aspetta Bettini? Io chiedo conto a Massimo D'Alema, che ride sotto i baffi, pronto all'ennesima riedizione di una resa dei conti stucchevole e ormai anche un po' patetica. Io chiedo conto a Francesco Rutelli, che ha prima avvelenato i pozzi della democrazia con gli imbrogli sulle tessere della Margherita per tenere stretto il proprio potere e ora chiede addirittura come "premio" la vicepresidenza del Senato o persino la presidenza del gruppo Pd a Palazzo Madama. Io chiedo conto a Piero Fassino, che con la moglie ora fa undici legislature e mi pare che possa bastare così. Io chiedo conto a Giuseppe Fioroni che ha avuto l'impudenza, in nome del rinnovamento al femminile, di far diventare parlamentare della Repubblica la propria segretaria personale e la figlia ignara dell'amico ex ministro. Io chiedo conto a Arturo Parisi che ha sempre la solita spocchia da diversità antropologica, anche quando piazza l'assistente personale alla Camera con la solita logica di cui sopra. Io chiedo conto a Rosy Bindi che ora spera tanto che il disastro la trasformi in presidente del Pd, così, nella logica secondo cui tutto si deve tenere altrimenti tutto crolla.

Io chiedo conto a Walter Veltroni, il migliore tra noi, che ha cambiato la politica italiana prima battendosi per far nascere il Pd e poi con il passaggio dello strappo dalla sinistra radicale. Ma Veltroni è ormai logoro, è responsabile di aver provocato un'accelerazione del quadro politico per arrivare precipitosamente a queste elezioni, ancor di più è responsabile per aver barattato la poltrona in Campidoglio con il silenzio rutelliano nella delicata fase delle primarie. Gli chiedo conto perché la sua sconfitta è in tutto simile alla sconfitta di Lionel Jospin in Francia, costretto a cedere il passo alla destra più destra e la dignità vuole che dopo una sconfitta così, come minimo, ci si dimette. In qualsiasi paese del mondo sarebbe già accaduto.

Mi si fa notare: ma come facciamo senza Veltroni? "Non c'e alternativa a Walter". Finché si asseconderà l'oligarchia che non vuole alternative a se stessa, questo è senz'altro vero. E per lo stesso motivo, è ora il momento di aprire un fronte di battaglia politica interna al Pd per creare questa alternativa.

Walter Veltroni ha fatto nascere il Partito democratico e gli organismi dirigenti di Ds e Margherita che l'hanno accompagnato nella guida di questo processo sono stati gratificati con un altro quinquennio di privilegi e onori sul piano parlamentare. Ultimo giro di giostra. Ora deve partire il rinnovamento vero, non il rinnovamento costruito su brave ragazze obbedienti e figli di papà.

Veltroni ha fatto nascere il Partito democratico, ora devono nascere i democratici. Veltroni e il gruppo dirigente del Pd convochino subito l'assemblea costituente, si presentino a quell'organo dimissionari e non ricandidati. Si elegga un comitato di reggenza e si vada a un congresso straordinario a ottobre.

Il loft non ascolterà questo grido, si chiuderà e si farà qualche altro caminetto perché l'oligarchia sa che se apre una crepa crolla tutto, Non vedono che è già crollato tutto. In questa cecità irresponsabile sta tutta la condanna per il loro comportamento e sta il motivo per cui noi in queste facce non crediamo più.

Il progetto è quello giusto, ma un progetto nuovo cammina su gambe nuove. Una stagione si è chiusa, si è chiusa comunque. Il mio appello va a tutte le democratiche e i democratici di buona volontà affinché facciano sentire la loro voce senza paura, immaginando che l'alternativa che sembra impossibile è nella loro voce, nella loro energia, nella loro ansia di mettersi alle spalle la pagina politicamente più triste del passato recente.

Autoconvochiamoci, anzi, autoconvocatevi. Io verrò volentieri ad ascoltare, in silenzio, che per la mia parte mi sento responsabile di questa sconfitta e dunque sono unfit to lead change, inadatto a guidare qualsiasi cambiamento, anche perché in quel che mi veniva raccontato ho in fondo creduto e fatto credere, come sotto ipnosi. Ma cambiamento, ora, deve essere.

Perché cos'altro deve ancora accadere perché l'oligarchia del centrosinistra arrivi a comprendere che nelle loro facce l'Italia non crede più?

Cambiamento, ora. Anche perché è ora o mai più. Fatto il Partito democratico, facciamo i democratici.

Forza, il futuro c'è. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/

Il dopo elezioni
Farla finita con la Realpolitik 

di Paolo Flores d'Arcais

Il nostro torto è di non credere alle nostre analisi. Quando Nanni gridò a piazza Navona oltre sei anni fa che “con questi dirigenti non vinceremo mai più”, in tanti trovammo che quel grido di indignazione e rabbia era la migliore sintesi di anni di riflessioni (anche su MicroMega, anzi quasi solo su MicroMega), e che la rabbia poteva diventare azione, e quindi speranza. Pochi giorni dopo, infatti, realizzammo il Palavobis, a cui stavamo già lavorando, e pochi mesi dopo il milione e più di auto-organizzati a piazza san Giovanni.
Ma a quel punto cominciammo a non prendere più sul serio le nostre analisi, a sostituirle con le illusioni. Le solite illusioni: che quei dirigenti sarebbero cambiati (nel duplice senso: di imparare loro stessi, o di rinnovare parzialmente i gruppi dirigenti dall’interno).
Illusioni o meno, abbiamo fatto fino in fondo, e anzi oltre, il nostro dovere secondo la “disciplina repubblicana”, votando chi non ci convinceva affatto (o peggio) pur di evitare la vittoria del peronismo-videocratico-clerico-fascista. Non è servito a nulla. Le colpe, le ignominie, le dissipazioni, le mediocrità, accumulate e stratificate negli anni dalla nomenklatura variegata del centro-sinistra, sono state più forti di ogni generosità e di ogni impegno: masse di cittadini democratici hanno detto chiaramente, con il loro non-voto, che non sono più disponibili per un “meno peggio” che evidentemente sentono sempre meno distinguibile dal peggio-peggio berlusconiano, leghista e post-fascista.
A questo punto, e dentro una catastrofe che abbiamo fatto di tutto per evitare e di cui solo le nomenklature del centro sinistra (tutte, vecchie e nuove) portano l’intera responsabilità, è lo stesso realismo che impone di farla finita con ogni Realpolitik. L’unica strada che ancora non è stata percorsa è quella della coerenza intransigente e radicale con i valori che si dichiarano. E’ l’unica, perciò, che abbia senso percorrere.
Lungo tale strada il primo equivoco da spazzar via è che ci fossero due sinistre. Ve ne era ed è una sola: PARTITOCRATICA, anche se poi variegata in apparenze più o meno moderate o radicali. Ma i Bertinotti e i D’Alema non sono né moderati né radicali: sono autoreferenziali, sono CASTA.
Ora ci aspettano anni in cui sarà necessario fare politica direttamente, auto-organizzandosi, in mille club, tematici, territoriali, telematici, senza la pretesa di una “linea generale” onnicomprensiva da condividere, ma anche senza più l’illusione che il momento elettorale possa esser delegato alla casta medesima.
Cominciamo subito, perciò, a proporre esperienze di azione politica nuova, a praticarle, a raccontarle, in coerenza con i valori del Palavobis e di san Giovanni. Senza la pretesa di “coordinarle”, ma di comunicarle e moltiplicarle. Del resto, la "democrazia presa sul serio" ha almeno un suo rappresentante in Parlamento: Pancho Pardi.
Non perdiamoci di vista e non limitiamoci alla geremiade. Il sito di MicroMega cercherà di servire anche a questo.www.micromega.net

 


Lezione capitale
Ezio Mauro
la Repubblica
Mancava soltanto Roma. Ieri è stata conquistata direttamente da An, che con Alemanno porta per la prima volta nel dopoguerra un suo uomo in Campidoglio, da dove si affaccerà non solo sul passato imperiale e sui simboli del ventennio, ma sul nuovo paesaggio politico italiano disegnato dagli elettori. Roma infatti non è soltanto la capitale che ha cambiato segno politico consegnandosi alla destra, mai salita su quel colle, nemmeno all´epoca del trionfale avvento berlusconiano. È, in più, una roccaforte storica della sinistra che l´ha governata ininterrottamente da quindici anni, e che proprio con Roma – come ha spiegato Ilvo Diamanti – usciva dalla tradizionale riserva delle regioni rosse, presentando una geografia politica più articolata e complessa, con la più grande città italiana fiore all´occhiello di una "sinistra dei sindaci" moderna e sperimentale, capace di coniugare buona amministrazione e nuovi linguaggi culturali, sviluppo e comunità, sotto gli occhi di tutto il mondo.
Tutto questo è saltato ieri, completando invece lo scenario politico berlusconiano, che teneva in mano il nord forza-leghista e il sud autonomista e clientelare come due spinte popolari alleate ma separate, senza un centro unificatore che non fosse l´autorità negoziale e politica del Cavaliere. Ora c´è anche il baricentro politico per questa alleanza che ha conquistato l´Italia: la capitale diventata di destra, con un sindaco di Alleanza Nazionale, come ha subito rivendicato Fini, archiviando per una notte il Pdl. Il risultato è chiaro: il Nord alla Lega, il Sud a Lombardo, Roma ad An, e l´Italia a Berlusconi.
Per la potenza dei simboli, che richiamerà a Roma giornalisti da tutto il mondo, il rovesciamento non poteva essere più radicale. Non solo arriva in Campidoglio per la prima volta un uomo venuto dal post-fascismo: ma ci arriva dopo sette anni di governo di un sindaco ex comunista, con un cambio dunque che non è una semplice alternanza ma un cortocircuito a fortissima intensità, che ha appena incominciato a bruciare. Aggiungiamo che Alemanno ha battuto il vicepresidente del Consiglio uscente, che era stato sindaco – e un ottimo sindaco, giovane e innovatore – per due mandati. Ricordiamo ancora che il vincitore fino a quindici giorni fa era dato per sicuro ministro del governo Berlusconi, nella convinzione generale (anche sua) che la battaglia per il Campidoglio sarebbe stata solo di bandiera. Tutto questo può dare l´idea dello spostamento d´aria della bomba capitolina, una bomba di portata nazionale: che tuttavia farà morti e feriti soltanto nel campo del Pd.
Il voto affonda con Rutelli uno dei padri fondatori del nuovo partito, ma colpisce direttamente lo stesso Veltroni, perché al giudizio degli elettori si è presentata anche la sua lunga sindacatura, che pure aveva ottenuto un larghissimo consenso due anni fa, dopo il primo mandato. Già questo dato testimonia l´inclinazione a destra del Paese, che dura da quindici anni, ma che è diventata un precipizio negli ultimi mesi, travolgendo persone, gruppi dirigenti, governi nazionali e locali. C´è nel voto di Roma un dato di "destra reale" così netto, addirittura biografico, fisico, concreto, che deve far riflettere. I moderni pasticceri delle intese più o meno larghe, per i quali tutto è uguale, Alemanno e Rutelli, Veltroni e Berlusconi, assicuravano da settimane che si trattava solo di un voto amministrativo, dove contavano i programmi, e nient´altro. Con ogni evidenza non è così. Non è per il programma che è stato scelto Alemanno, ma perché la sua alterità di post-fascista incarnava fino ad esasperarla in un urlo quella discontinuità di cui i cittadini sentivano il bisogno, e che il Pd non ha avvertito: fino al punto di decidere in una stanza chiusa per pochi intimi – il Pd, partito che ha fatto un mito delle primarie – il cambio di poltrona tra Veltroni e Rutelli. Senza capire che ciò che funziona in termini di esperienza e di attitudine può sembrare all´opinione pubblica, più che mai oggi, un´autogaranzia castale, un´autotutela collettiva, da "classe eterna", nomenklatura, più che da partito aperto.
E tuttavia, c´è un ideologismo pragmatico, sottaciuto ma praticato, ricercato come scelta radicale di cambiamento nella scelta di Alemanno: come uomo di An, e non "nonostante" An. Il nuovo sindaco, che ha subito dichiarato di voler governare a nome di tutti i cittadini, ha conquistato nel ballottaggio centomila voti in più rispetto ai 677 mila del primo turno. Certo, la forza della vittoria nazionale di Berlusconi, così netta, ha trascinato con sé quel pezzo di città indecisa, flottante, al vento, che negli anni precedenti ha votato Veltroni ed è pronta a stare con chi vince. Ma il farsi destra della capitale è impressionante, come i 7 punti e rotti che separano Alemanno da Rutelli. Viene da chiedersi che cosa i cittadini vedano e vogliano da questa classe dirigente finiana che è stata scongelata nel ´94, ha rotto con il fascismo e con i padri missini a Fiuggi, ma poi si è fermata, trasformata d´incanto da Berlusconi da post-fascista a statista: anche perché la cultura liberale italiana non l´ha mai stimolata a quei passi avanti e a quel rendiconto a cui invece ha giustamente richiamato per decenni gli ex comunisti.
Certamente i cittadini vedono in questa destra una rottura, più ancora un sovvertimento, quella "modernizzazione conservatrice" di cui parla Berselli: che a Roma diventa subito ribellismo corporativo, con i taxisti che accompagnano col coro dei clacson contro le liberalizzazioni l´ascesa di Alemanno al palazzo senatorio, con la folla che chiede a Veltroni "dacce le chiavi", mentre urla "Roma libera", tra le braccia tese nel saluto romano. E altrettanto certamente, questa rottura a destra ha un significato anti-establishment, plebeo nel senso politico del termine, dunque popolare. È come se il "rimandiamoli a casa" gridato dal leghismo xenofobo al Nord contro gli immigrati funzionasse anche nella capitale, ma contro il ceto politico di centrosinistra, concepito come forestiero. Il cuore del vero meccanismo politico inossidabile del quindicennio – Berlusconi e il suo sistema – riesce a fuoriuscire da questa maledizione, perché il populismo è esattamente questo: establishment ed outsider nello stesso tempo, ribellismo e professionismo, antipolitica e casta. Un miracolo dell´inganno, ma un miracolo che funziona.
La sinistra, d´altra parte, deve temere soprattutto se stessa. Di fronte alla spinta di destra "realizzata" che ha dato centomila voti in più ad Alemanno, Rutelli ne ha persi 85 mila. In più l´astensionismo ha galoppato a sinistra, favorendo la destra. Non solo. C´è un dato più inquietante, che lacererà la sinistra italiana per mesi e peserà sul futuro: Rutelli al Comune ha preso 55 mila voti in meno di quanti ne ha conquistati sul territorio cittadino Nicola Zingaretti, neopresidente eletto della Provincia di Roma. Poiché le schede bianche e nulle per Rutelli sono la metà di quelle per Zingaretti, questo significa che decine di migliaia di cittadini – di sinistra, evidentemente – hanno votato per Zingaretti alla Provincia e contro Rutelli (dunque per Alemanno) al Comune. Un voto, bisogna dirlo con chiarezza e subito, del tutto ideologico, che viene in gran parte dalla sinistra radicale, così convinta dalla tesi autoassolutoria che vede nel Pd la colpa della sua scomparsa dal Parlamento, da far pagare al Pd la battaglia di Roma, lavorando contro Rutelli. Per questi cannibali fratricidi, grillisti e antagonisti, Rutelli era il bersaglio ideale, come anche per qualche estremista del Pd: troppo cattolico, importatore della Binetti, amico dei vescovi, come se la scommessa fondativa e perenne del Pd non fosse quella di tenere insieme, a sinistra, cattolici ed ex comunisti. Un ideologismo a senso unico: che serve ad azzoppare la sinistra, facendola perdere, mentre non scatta per bloccare l´uomo di An in marcia verso il Campidoglio. Anzi.
È da qui, oggi, che deve partire Veltroni. Guardando in faccia questo problema grande come una casa, la sindrome minoritaria della sinistra. Con il vantaggio che Roma dimostra – sommando il fuoco amico su Rutelli e le astensioni – come con la sinistra radicale e il suo ideologismo suicida non si possano ipotizzare alleanze, se non per perdere. Ma nello stesso tempo, quel voto reclama una copertura politica dello spazio vuoto a sinistra: cominciando dalla pronuncia di quella parola, l´unica che il dizionario politico veltroniano ha evitato per tutta la campagna elettorale, e tuttavia l´unica che può mobilitare – coniugata con la modernità, con il cambiamento, con l´innovazione, con la capacità di parlare al centro – quella fetta di apolidi messi in libertà dal fallimento dell´Arcobaleno. Cittadini che esistono, che sono una forza potenziale di alternativa al berlusconismo, solo che qualcuno sappia convertire in politica spendibile il loro peso senza rappresentanza.
Veltroni ha incassato due sconfitte pesanti, e tuttavia ha varato un vascello che può andare lontano, un partito della sinistra di governo, che l´Italia non ha mai avuto. Eviti di negare la realtà, come talvolta fa, usi le parole di chi sa di aver perso, ma sa anche dove vuole andare. A cominciare dalla navigazione interna del partito. Un leader ammaccato, depotenziato, frastornato e commissariato non serve a nessuno, se non agli oligarchi. La discussione interna deve essere all´altezza di un partito che è democratico davvero, vuole essere nuovo e non può più accettare procedure d´altri tempi. Valuti Veltroni se non è il caso di strappare di nuovo, per andare avanti, oppure rinunciare. Ci sono sempre quei tre milioni e mezzo delle primarie, pronti a contare nei momenti che contano. Se qualcuno si ricorda di loro.


Massa. La vittoria di Roberto Pucci la sconfitta del P.D.
 
Il turno elettorale del ballottaggio di oggi ha certificato lo spostamento a destra avvenuto già quindici giorni fa, in tutto il Paese. Roma città è l’esempio più eclatante, “la ciliegina sulla torta”, di questo andamento: la netta vittoria del PdL, la sconfitta del P.D. e della sinistra. Su questo si eserciteranno commentatori nazionali domani e nei prossimi giorni, vi torneremo, nel nostro piccolo anche noi, ma questa notte, la cosa che mi interessa (questo è o non è un blog di provincia!) è ciò che è accaduto a Massa: la netta vittoria di Roberto Pucci che diventa anche più importante della bella affermazione di Osvaldo Angeli.
Immaginiamo domattina la faccia di un lettore di un qualsiasi quotidiano, a Milano come a Palermo, a Torino come a Viterbo, che, per caso, getti l’occhio sui risultati di Massa…
In questo comune, uno dei 110 capoluoghi di provincia, di questa Italia che è andata a destra, accade che il PdL si trovi all’opposizione, assieme al P.D. ed ai suoi alleati (Socialisti ed Italia dei Valori), in compagnia de La Destra di Storace, mentre sindaco è diventato un signore appoggiato da alcune liste civiche, dall’Arcobaleno, apparentatosi al secondo turno con il Centro!!!
Un caso da tesi di laurea in scienze politiche!
Non solo, questo avvenimento ha determinato, certo nella maggioranza della città, un entusiasmo simile a quello suscitato dalla conquista di uno scudetto o dalla vittoria della nazionale di calcio.
Abbiamo assistito a diverse vittorie elettorali, ultima quella di Angelo Zubbani a Carrara, ma il clima euforico che si respirava oggi a Massa, non era paragonabile neppure a quello gioioso di un anno fa a Carrara. L’impressione era quella di una cappa che si squarciava. Eppure il P.D. come partito ha perso ed ugualmente il Popolo delle Libertà.
La storia di questa vittoria o di questa sconfitta va ripercorsa con freddezza, soprattutto dal P.D.. Sgombriamo il campo da una balla, quella che sarà raccontata domani da alcuni dirigenti del Partito Democratico (ci scommettiamo, ancor prima di leggere i quotidiani!) è che su Pucci sarebbero confluiti i voti della destra. Certo, c’è anche questo elemento, ma non è quello determinante, basta osservare i valori assoluti dei numeri, dei voti. E poi, nel caso, non sarebbe un merito?
Il fatto è che contano in una elezione, i partiti, i consiglieri, cioè le liste forti, ma anche i candidati. Neri era un candidato debole e lo sapevano tutti, in primo luogo i suoi sostenitori nel P.D. che, non a caso, hanno pervicacemente rifiutato le primarie ed hanno puntato tutto sulle liste forti.
Tant’è che il ballottaggio era già vissuto come una sconfitta, l’unica speranza era di vincere al primo turno, perché al secondo, quando lo scontro diventa più personale, Pucci era senza dubbio il favorito.
Se possiamo fare un paragone, Pucci ha fatto la stessa operazione di Angelo Zubbani, la creazione di un nuovo blocco sociale, spostato però sul centro-sinistra/sinistra radicale.
Quindi, ha vinto Pucci, ma ha perso il P.D. e Andrea Rigoni.
Ha perso un vecchio modo di far politica che ha escluso dalle scelte fondamentali i cittadini, ha perso la politica dei capipopolo e dei signori delle preferenze.
Hanno perso anche i dirigenti regionali del P.D. che forse non hanno avuto chiara la percezione di ciò che stava accadendo a Massa (possibile che 16.000 soci fondatori del P.D. in provincia, 7.000 nella sola Massa, 2.000 in più di tutta la città di Firenze, non hanno fatto dirizzare le orecchie a nessuno in quel di Firenze?).
Da dove si ricomincia?
Afferma Veltroni:
Io voglio un partito che stia dentro la società e che vada avanti nel rinnovamento. C’è una nuova generazione di dirigenti del Pd, persone che hanno 40 anni e che devono assumere responsabilità di primo livello. Penso al ruolo fondamentale che devono avere i segretari regionali in una struttura federale. Ci sono energie enormi, che non possono essere soffocate da un gruppo dirigente indisponibile a questa operazione di allargamento e rinnovamento. Radicamento nella società significa anche gruppi dirigenti selezionati sulla base di una relazione con la vita reale dei cittadini. Quindi meno gruppi di potere, meno presunzione, meno auto-referenzialità e più capacità di esprimere la ricchezza della vita. Un partito deve avere organismi dirigenti forti, autorevoli e rappresentativi. Dobbiamo essere in grado di approfondire l’analisi sulla società italiana, anche in relazione a quello che sta succedendo in Europa. Ci tengo a questo raffronto con la dimensione europea perché i problemi con cui facciamo i conti sono legati alle profonde mutazioni sociali di un continente che sta invecchiando.Un partito nuovo deve avere un sistema di studi, di fondazioni, come Italiani Europei, la Nes, Astrid, serve una rete di centri di ricerca che allarghi e arricchisca l’elaborazione del pensiero critico del Pd. Ci vuole una grande battaglia culturale».
Si ricomincia da qui.
postato da: ottopassi alle

Due padri per una sconfitta

di MASSIMO GIANNINI


<B>Due padri per una sconfitta</B>

Lo tsunami del 13 aprile sommerge la Capitale. Com'era prevedibile, l'onda lunga della destra italiana travolge anche l'ultima, flebile "resistenza" romana. La vittoria a Sondrio o a Vicenza è un pannicello caldo, che non lenisce ma semmai acuisce la ferita profonda patita dal centrosinistra, prima a livello nazionale e poi, dopo i ballottaggi, a livello locale. Con la trionfale marcia su Roma di Alemanno la sconfitta del Pd diventa disfatta. Una disfatta che non è orfana, ma stavolta ha almeno due padri.

C'è un padre, sul piano della proiezione politica romana. Si chiama Francesco Rutelli. Nonostante l'ottimo passato da sindaco negli ormai lontanissimi anni '90, stavolta Rutelli è stato un handicap, non una risorsa. Non è un giudizio politico, ma numerico. Il candidato alla provincia del Pd Zingaretti, nelle stesse circoscrizioni in cui si votava anche per le comunali, ha ottenuto 731 mila voti contro i 676 mila ottenuti da Rutelli. Vuol dire che quasi 60 mila elettori di centrosinistra, con un ragionato ancorché masochistico calcolo politico, hanno votato "secondo natura" alla provincia, mentre hanno fatto il contrario per il Campidoglio.

Piuttosto che votare l'ex vicepremier del governo Prodi, hanno annullato o lasciato bianca la scheda. In molti casi hanno addirittura votato Alemanno. Dunque, a far montare la "marea nera" della Capitale che ha portato alla vittoria il candidato sindaco del Pdl ha contribuito un'evidente "pregiudiziale Rutelli" a sinistra. Soprattutto nelle aree più radicali. Che magari non ne hanno mai apprezzato "l'equivicinanza" tra le disposizioni della Curia vaticana e le posizioni della cultura laica. E che forse, punendo Rutelli, hanno deciso di dare una lezione al Pd, colpevole di aver "cannibalizzato" la sinistra nel voto nazionale di due settimane fa. Con una campagna elettorale imperniata su un principio giusto (l'autosufficienza dei riformisti) ma declinato nel modo sbagliato (il principale "nemico" è la sinistra). Così Veltroni, salvo che negli ultimissimi giorni, ha finito per perdere di vista il vero avversario, cioè Berlusconi. Adottando nei confronti del Cavaliere una forma di parossistica "pubblicità involontaria", con la trovata non proprio geniale del "principale esponente dello schieramento a noi avverso", ripetuta ossessivamente, fino all'assurdo, e così trasformata in un boomerang .

Di questa disfatta, quindi, c'è un padre anche sul piano della dimensione politica nazionale. Quel padre si chiama Walter Veltroni. Il leader del Pd ha scontato un deficit oggettivo: nella partita sulla sicurezza, determinante nel giudizio degli elettori in tutta Italia e nelle singole città, ha dovuto inseguire il Pdl. E da sempre, in quello che Barbara Spinelli sulla Stampa definisce il "populismo penale", la destra eccelle storicamente sulla sinistra. Semplicemente perché, nella percezione dei cittadini impauriti (giusta o sbagliata che sia) "does it better": può farlo meglio. Ma il leader del Pd ha pagato anche un errore soggettivo: non ha capito che la sfida su Roma avrebbe richiesto un altro "metodo di selezione", più consono all'idea del Partito democratico costruito "dal basso", che gli elettori avevano iniziato a conoscere e ad apprezzare con le primarie.

La candidatura di Rutelli, al contrario, è il frutto dell'ennesima alchimia di laboratorio (o di loft). Una collocazione di "prestigioso ripiego", per un dirigente che è già stato sindaco due volte, che ha corso e perso un'elezione politica nel 2001, che è stato vicepremier nel 2006 e che ora, nel nuovo organigramma del Pd sconfitto il 13 aprile, rischiava di ritrovarsi senza un "posto di lavoro". L'opinione pubblica, di sinistra ma anche di centro e di destra, ne ha tratto la sgradevolissima impressione di una nomenklatura che usa le istituzioni come "sliding doors". Porte girevoli, dalle quali si entra e si esce secondo opportunità pratica personale, e non secondo utilità politica generale.

Ora, sul terreno di questa incipiente Terza Repubblica, per il centrodestra si aprono le verdi vallate del governo nazionale e locale, da Milano a Roma, con la fine di quello che Ilvo Diamanti definisce il "bipolarismo metropolitano". Per il centrosinistra, al contrario, non restano che macerie. Risultati alla mano, è difficile contestare l'irridente sberleffo di uno striscione della destra che, in serata, inneggiava a "Veltroni santo subito", lungo la scalinata del Campidoglio: "Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma".

L'analisi è rozza, ma ha un suo fondamento. Ora il Pd corre un rischio mortale. All'indomani della disfatta, un regolamento di conti al vertice sarà inevitabile. Ma a un anno dalle elezioni europee, nelle quali si voterà con il proporzionale, un possibile ritorno al passato (cioè alla vecchia e agonizzante divisione Ds-Margherita) sarebbe imperdonabile. http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-sei/giannini-roma/giannini-roma.html

AFGHANISTAN: L’emergenza mondiale infiamma le rivolte per il cibo
Anand Gopal



“Qualcosa deve cambiare… la mia vita è orribile”, dice Zahir, che per vivere raccoglie rifiuti. Zahir è qui per comprare della farina per la sua famiglia di 11 persone, un semplice atto che negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile per gli afgani. “Non possiamo mangiare altro perché i prezzi sono diventati troppo alti”.

“Mio figlio piccolo piange ogni giorno per un po’ di pane”, prosegue. “Guarda queste persone intorno a me”, dice, indicando un gruppo di lavoratori dall'aspetto trasandato. “Ormai non possono più permettersi di mangiare tutti i giorni”.

Gli afgani in tutto il paese si sentono frustrati davanti ai forti aumenti nei prezzi del cibo, che rispecchiano la tendenza diffusa in tutto il mondo. Gli osservatori temono che la persistente insicurezza alimentare spingerà milioni di persone alla fame aumentando l'instabilità.

Il prezzo della farina è salito di quasi il 100 per cento nei primi mesi di quest’anno. Lo scorso anno, i prezzi del riso sono aumentati di circa il 38 per cento, ma anche i prezzi di altri alimenti di base hanno visto aumenti analoghi, secondo le notizie locali.

Gli aumenti dei prezzi hanno scatenato rivolte e saccheggi in diverse città dell’Afghanistan. Nella città orientale di Jalalabad, questa settimana i dimostranti hanno bloccato una delle autostrade principali di collegamento con Kabul chiedendo al governo di imporre un controllo dei prezzi dei generi alimentari. Nei mercati della città settentrionale di Kunduz e alla periferia di Kabul, i commercianti denunciano che la popolazione locale comincia a rubare sacchi di farina.

Per molti, sono i politici i responsabili di questi forti aumenti. “I parlamentari ricevono centinaia di migliaia di dollari dai donatori, ma non si preoccupano minimamente di risolvere questo problema”, protesta Zahir. Mentre grida, una folla indignata si raccoglie intorno a lui. Tutti accusano il governo e lamentano che i prezzi del cibo stanno strangolando le loro vite.

“Guarda le mie gambe”, dice uno dei presenti, indicando le gambe mutilate. “Non posso permettermi le medicine perché devo spendere tutto per comprare il pane”.

Anche se i funzionari di governo dovrebbero darsi da fare per risolvere il problema, il problema dell’insicurezza alimentare è dovuto a molti fattori, che vanno al di là delle politiche del governo afgano, sostengono gli esperti. Ci sono cause sia locali che globali dietro l’insicurezza alimentare, dice Haroun Mir, ricercatore politico dell’Afghanistan Centre for Research and Policy Studies.

L’Afghanistan non ha una grande varietà di fonti alimentari, spiega Mir. Nonostante gli sforzi di rianimare l’agricoltura locale, la maggior parte del cibo viene importato dai paesi vicini come Pakistan e Iran. E questo rende il mercato alimentare molto sensibile a fluttuazioni nelle forniture. Per esempio, “l’Iran compra le eccedenze alimentari regionali per assicurarsi le proprie scorte alimentari, causando un’impennata dei prezzi regionali”, segnala Mir.

Quando il Pakistan ha deciso recentemente di limitare le esportazioni per proteggere il proprio mercato, i prezzi sono ulteriormente saliti, alimentando un diffuso risentimento tra gli afgani nei confronti del loro vicino. Durante le proteste a Jalalabad la scorsa settimana, i dimostranti hanno cantato “abbasso il Pakistan”, oltre ad altri slogan contro il governo.

Anche la guerra e gli stupefacenti riducono le forniture alimentari nazionali, contribuendo all’aumento dei prezzi, dicono gli esperti. La terra più fertile del paese viene spesso destinata alla coltivazione dell’oppio - una coltura molto più redditizia del grano - e i campi minati impediscono che altre zone altrimenti fertili vengano usate per coltivare generi alimentari. E poi ci sono i tanti anni di guerra, che hanno provocato un’emigrazione forzata dalle aree fertili.

Ma gli analisti attribuiscono a fattori globali le cause principali della situazione attuale. Secondo un nuovo rapporto dell’International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD), che riunisce più di 400 scienziati, l’insicurezza alimentare non è causata da una riduzione globale delle forniture, ma piuttosto dalla distribuzione iniqua.

“L’agricoltura moderna ha portato aumenti significativi nella produzione alimentare. Ma i benefici sono stati distribuiti in modo ineguale, raggiungendo prezzi sempre più insostenibili, che sono i piccoli agricoltori e i lavoratori a pagare… oltre all’ambiente”, si legge nel rapporto.

Il rapporto critica poi i paesi più ricchi, “che si oppongono con forza a qualsiasi cambiamento nei regimi commerciali o nei sistemi dei sussidi. Senza le riforme, qui molti paesi più poveri dovranno affrontare tempi duri”. L’Afghanistan è tra questi, sempre in fondo a quasi tutti gli indici di sviluppo, e con più della metà della popolazione al di sotto della soglia di povertà.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) stima che l’Afghanistan avrebbe bisogno di importare oltre 500mila tonnellate di grano, per soddisfare i bisogni dell’attuale crisi. Ma il direttore del Programma alimentare mondiale dell'Onu per l’Afghanistan Rick Corsino si dice pessimista sulla possibilità che la situazione si risolva presto. “Pochissime persone, credo, pensano che i fattori che hanno causato questo aumento record nel prezzo del grano nella prima parte di quest’anno scompariranno”, ha detto di recente ai giornalisti. “Nessuno crede, per esempio, che potremo tornare ai prezzi di 12 o 18 mesi fa”.

Il governo afgano ha annunciato la settimana scorsa che stanzierà 50 milioni di dollari per comprare cibo dai paesi vicini. Ma per molti afgani, questa notizia non basta per rispondere alla richiesta principale: il controllo dei prezzi, qualcosa che i più anziani ricordano dai tempi dell’occupazione sovietica.

“Il governo tassa i negozianti, ma non ci aiuta mentre moriamo di fame”, dice Zahir. La folla si è riunita qui al mercato della farina - una zona conosciuta come Baghe Qazi, o Giardino della giustizia - facendo cenni di assenso per incoraggiare l’uomo. “Se il governo non risolve questo problema, moriremo”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1171

Trapianto d’organi: verso una lista europea?

Ratifica del Trattato di Lisbona, aiuti alimentari al programma dell'Onu e monitoraggio dei videogiochi violenti. Le ultime da Bruxelles.
Foto:alibaba0/Flickr
E dodici: il Trattato di Lisbona avanza

Danesi e portoghesi, tramite voto parlamentare, hanno approvato il Trattato di Lisbona. Il Bundesrat tedesco, invece, si pronuncerà il 23 maggio, ma non ci sono dubbi sul risultato di voto. Il solo Paese che procederà tramite referendum è l’Irlanda, che chiederà il parere dei suoi cittadini nel giugno prossimo. Il Trattato deve essere ratificato da tutti i 27 membri dell’Ue prima del gennaio 2009, in modo da essere pronto ad entrare in vigore a questa data.

Dono d’organi: una lista europea?

Hanna Olson, svedese, ha appena beneficiato di un trapianto di organi (Photo, SGFsoccer/flickr) Nell’Ue ogni giorno muoiono dieci persone in attesa di un trapianto d’organi e circa 60.000 sono iscritte su una lista di attesa per trovare un donatore compatibile. Il Parlamento europeo, giovedì 24 aprile, ha proposto una serie di misure per ovviare alla scarsità dei donatori. Tra le iniziative: una lista europea dei donatori che sia complementare a quelle nazionali e una intensificazione della cooperazione tra gli Stati membri. I Parlamento invita anche i vari Paesi a lottare contro il traffico e il turismo alla ricerca di organi.


Fondi per gli aiuti alimentari

(Photo, chuchuyd03/flickr)La Commissione europea prevede di devolvere 117 milioni di euro supplementari al programma alimentare delle Nazioni Unite (Pam) per fare fronte al rialzo mondiale dei prezzi alimentari. A cosa è dovuto? All’aumento dei prezzi del petrolio e dell’energia, alla crescita della domanda di risorse alimentari, ai cattivi raccolti e alla concorrenza tra produzione alimentare e biocarburanti. Le conseguenze? Le recenti rivolte in Cameroun, Burkina Faso e Senegal, perché proprio i Paesi più poveri si ritrovano con maggiori difficoltà nel comprare derrate alimentari, anche se queste non scarseggiano.

Videogiochi: violenza e volgarità

(Photo, hachimaki/flickr)Il settore europeo dei videogiochi, in piena espansione, genera già più entrate del mercato delle sale cinematografiche. L’opinione pubblica, però, si preoccupa dei comportamenti aggressivi che questi giochi possono indurre e alcuni Paesi hanno già iniziato a vietare alcuni giochi ritenuti particolarmente violenti. Secondo un’inchiesta della Commissione già venti Stati membri applicano un sistema paneuropeo di classificazione dei videogiochi (Pegi), messo in atto con il sostegno dell’Ue. Adottato nel 2003, il Pegi non è applicato in Romania, a Cipro, in Lussemburgo e Slovenia.

Foto: Hanna Olson, svedese, ha appena beneficiato di un trapianto di organi(Photo, SGFsoccer/flickr); Planète pain (Foto, chuchuyd03/flickr); Statua di un personaggio di Word of Warcraft (Foto, hachimaki/flickr); foto in homepage hachimaki/Flickr
Graziella Jost - Paris http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14615


aprile 28 2008

Il linguaggio dei vincitori
Stefano Rodotà
la Repubblica

SONO francamente ammirato dall´impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell´emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D´Avanzo.
Non giriamo la testa dall´altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l´autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L´elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima.
Si cominciò da pulpiti altissimi con l´aggressività verbale eretta a comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo, sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il linguaggio non è solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici internazionali e si è mangiata mortadella in Senato, si continuano a disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a rappresentante della cultura nazionale. Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha tolto all´Italia le competenze in materia di libertà, sicurezza e giustizia, si è detto che è meglio così, che è preferibile occuparsi di trasporti piuttosto che di "omosessualità". Per fortuna non si è parlato di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di nuovo, il linguaggio è rivelatore, anche perché rende palese una cultura incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei documenti. Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da invidiare ai suoi più noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la nuova maggioranza, all´interno della quale si fa sentire sempre più forte la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall´Onu.
Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche.
Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando l´Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le responsabilità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità "predatoria" e ancor più dall´insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione può forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle cose senza riconoscerle per quello che davvero sono? La reazione può essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida? Doppiamente suicida, anzi. Perché non si compete efficacemente quando si parte dalla premessa che la ragione di fondo sta dall´altra parte: l´imitazione servile, in politica, non rende. E, soprattutto, perché si consoliderebbe proprio il modello che, in nome della civiltà, dev´essere rifiutato e combattuto. Le possibilità di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla piena consapevolezza della necessità di una immediata messa a punto di una strategia diversa.
Aggiungo che vi è un elemento meno appariscente di quel modello che ha lavorato nel profondo, che può apparire meno insidioso e che, quindi, può non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunità chiusa, che coltiva distanza e ostilità; che spinge a chiudersi nei ghetti; che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa è una lunga storia, perché molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri". Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza che in questi anni si è trasformata in accettazione dell´altro alla sola condizione che faccia ciò che ci serve e che i nostri concittadini rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di più, isolandosi nelle loro comunità, lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da ogni inquietudine umana e sociale. Dobbiamo affrancarci dalle suggestioni del comunitarismo, che presero Tony Blair, solleticarono anche qualche politico della nostra sinistra e, ora, rischiano di tornare alla ribalta per chi si fa abbagliare dall´esempio leghista.
Di tutto questo non basta parlare. È questa diversa cultura, che ha tanto giocato anche nell´esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti, le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse proiezioni nella dimensione istituzionali saranno distorte. Non è solo un doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il degrado culturale lo è al massimo grado, bisogna essere chiari e necessariamente polemici. Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione che induca a mettere tra parentesi le questioni più scottanti. Bisogna rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si può negoziare. Solo così può nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da un clima che si è fatto irrespirabile.
Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l´aeroporto e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.


Made in Tremonti

Cominciarono copiando i prodotti ma con poca qualità. Ed esportandoli a prezzi molto bassi. Questo causò consequenze economiche molto forti nei paesi occidentali, che arrivarono a obbligare un marchio su tutti questi prodotti, di modo tale che le persone fossero informate sia del fatto di trovarsi di fronte a prodotti importati di bassa qualità.
Pensate che stiamo parlando della Cina? No, è l'incredibile storia (la pagina è in tedesco) della nascita del marchio "Made in", divenuto obbligatorio per una legge britannica, il "Merchandise Marks Act", nel 1862; e il paese che faceva dumping era la Germania della fine del secolo XIX; nacque così il "Made in Germany", un simbolo poi diventato poi sinonimo di qualità e prezzi diciamo non proprio bassi.
Se a quella persona che si professa economista e che sta per insediarsi a via XX Settembre fischieranno le orecchie, magari gli verrà il dubbio che, invece di un protezionismo da quattro soldi, la soluzione potrebbe essere quella di far presentare in modo trasparente il rapporto prezzo-qualità ai consumatori.
Più di un secolo fa i legislatori inglesi pensarono che il marchio "Made in Germany" fosse sufficiente a far capire ai concittadini che si trovavano di fronte ad un marchio di pessima qualità. Oggi ci sono strumenti molto più raffinati, certificazioni di qualità, certificazioni di impatto ambientale, certificazioni sulla qualità del lavoro dietro ai prodotti, associazioni di consumatori; niente di draconiano e di scorretto: semplicemente la trasparenza per chi compra di sapere esattamente la qualità del prodotto e della sua lavorazione.
Magari, lavorando di fino su mercato e acquirenti, potrebbe capire che la soluzione sarebbe molto più vantaggiosa per entrambi. Chi fa dumping sarebbe costretto ad aumentare la qualità, ad avere forza lavoro più qualificata e meglio pagata. Chi subisce il dumping vedrebbe una concorrenza corretta e alla fin fine minori differenze tra i prezzi dei prodotti. E la qualità si rifletterebbe anche sui cicli di produzione nazionale.
La Germania dell'impero precedente alla Prima Guerra Mondiale reagì esattamente così; creando poi il mitico marchio "Made in Germany" e allevando la classe operaia e dirigenziale meglio salariata al mondo. Al Giappone del dopoguerra successe la stessa cosa.
Se siamo furbi, potremmo farlo accadere anche in Cina. Visto che le manifestazioni per la fiaccola olimpica e i prospettati boicottaggi della cerimonia di apertura dei prossimi giochi olimpici non cambieranno assolutamente nulla. Servirebbero molto di più etichette sui prodotti riguardo alle sostanze usate per verniciare; oppure una sfilza di marchi di qualità; o magari una certificazione sul processo lavorativo e sulla sua correttezza sociale (quante persone con meno di 15 anni hanno lavorato al prodotto). Eviterebbe così di prendere le decisioni per noi e ci aiuterebbe a prendere le decisioni da soli.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Il villaggio della paura
di Barbara Spinelli, La Stampa
Non è la prima volta nella storia d'Europa che la cronaca nera prende uno spazio abnorme e simbolico: nelle scelte governative, nelle campagne elettorali, nel farsi delle carriere politiche, nelle strategie dei mezzi di comunicazione. Accadde già una volta nella belle époque: tempo smanioso d'impazienza e di risse, che Thomas Mann chiamò epoca della Grande Nervosità. Nel 1907, il giornale La Petite République, fondato dal socialista Jaurès, titolò in prima pagina: «L'insicurezza è alla moda, questo è un fatto». Il clima era assai simile al nostro: analogo fascino del crimine, analoghe illusioni di rese dei conti. Insicurezza e cronaca nera vennero politicizzate, in Francia, sullo sfondo di vaste dispute sulla pena di morte. Facevano paura le bande di giovani nei quartieri difficili, proprio come oggi: Apache era il loro nome. Proprio come oggi s'invocava una rottura. Categoria che Foucault ebbe a definire, in un'intervista a Telos dell'83, deleteria: «Una delle più dannose abitudini del pensiero moderno è di parlare dell'oggi come di un presente di rottura». Buona parte degli Apache scomparve nella carneficina del '14-'18.

Oggi il fantasma riappare, con forza speciale dopo l'11 settembre e lo svanire dell'Urss. È la tesi dello studioso Laurent Mucchielli, che ha pubblicato una raccolta di testi sul ruolo che l'insicurezza ha svolto nell'ascesa di Sarkozy. In realtà la sicurezza s'era fatta invadente da tempo, con l'espandersi delle estreme destre in Europa. Già negli Anni 90 la figura del nemico cambia («Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico», disse Georgij Arbatov, in Urss).

Divenuto meno visibile il nemico esterno, si scopre l'Islam non solo fuori ma dentro casa, si escogitano nuovi reati (tra essi la mendicità), e ai cittadini viene offerto il nemico interno, il capro espiatorio da abbattere. I disordini nelle periferie son descritti come guerre civili ­ Los Angeles '92, Francia 2005 e 2007 ­ e la controffensiva si militarizza. La paura diventa lievito della politica: in Usa, Francia, e ora Italia. Il libro di Mucchielli s'intitola: La Frenesia della Sicurezza (La Découverte).

La frenesia risponde a bisogni concreti, soprattutto in zone di non-diritto, dove l'urbanistica ha fatto scempi: zone grigie, le chiamano i consulenti privati cui si rivolgono i governi, di «guerriglia degenerata».

La società Pellegrini, cui spesso ricorre Sarkozy, parla di guerra civile. È quest'esagerazione che desta dubbi, negli esperti di banlieue. Nelle teorie del nemico interno l'insicurezza non è un male da sanare, riformando giustizia, prevenzione, controllo. L'età nervosa trasforma l'insicurezza da problema, che era, in soluzione, in occasione sfruttabile. Anche la paura cessa d'esser problema e diventa soluzione, investimento politico. I giornali fanno la loro parte, un po' per vendere un po' per conformismo. Quasi non sembrano accorgersi della manipolazione che subiscono, dei profitti che politici e imprese private traggono dalla paura.

L'emozione che prende il posto della comunicazione, l'ossessione delle cifre, il linguaggio bellico, le «lunghe scie di sangue»: la stampa imita il politico, perde autonomia, invece di registrare e interpretare escogita titoli-arpioni. È quello che i politici vogliono: «Il silenzio mediatico è un errore», disse il ministro dell'Interno Sarkozy in un discorso ai prefetti del 2003. Così da noi: i telegiornali aprono su un delitto, per poi allacciarsi senza soluzione di continuità a duelli elettorali. E lo spettatore è trascinato nel vortice, diventa attore teleguidato di quella che David Garland, in un libro del 2002, chiama società penale: con il suo voto e la sua rabbia s'immagina demiurgo di nuovi ordini (La Cultura del Controllo, Saggiatore 2004).

La frenesia è passione disperata e panica, non fiduciosa nel progresso sociale ma dominata dal catastrofismo, dall'idea che il criminale sia un individuo predeterminato geneticamente, immutabile. Sono le convinzioni di Sarkozy: non ha più senso la polizia di prossimità, che provava a integrare i giovani in banlieue. «La migliore prevenzione è la sanzione». Decenni di lavoro sulle radici della violenza vengono liquidati, giudicati buonisti, sociologici. Quando paura e insicurezza diventano la Soluzione, il problema svanisce. Il populismo penale straripa, imponendo non riforme di lungo respiro ma pletoriche leggi ad hoc, e politiche dichiarative, simboliche, dettate da permanente indignazione.

In Francia, che per l'Italia è oggi paese laboratorio, il vocabolario bellico adattato all'ordine pubblico è preso in prestito dall'epoca coloniale. Lo spiega Mathieu Rigouste, studioso di scienze sociali: i consulenti più apprezzati dai politici, sulle banlieue, combinano dottrine della contro-insurrezione elaborate nella battaglia d'Algeri con l'odierna lotta al terrore. Così vien cancellato il confine tra sfera civile e militare, tempo di pace e di guerra, interno e esterno. Certo è presto per valutare conclusivamente i risultati di queste politiche, ma un primo bilancio è possibile. L'ossessione delle cifre, della rapidità, della cronica drammatizzazione non ha dato per ora veri risultati.

Il poliziotto-giustiziere appare ancora più illegittimo, nelle banlieue. Le carceri si riempiono, aprendo la via a indulti precipitosi. Soprattutto non funziona la panacea tecnologico-militare (videosorveglianza, biometria): il terrorista non teme la morte né l'occhio altrui. La rapidità è proficua solo in parte: impedisce analisi accurate, corre al risultato-show. È in Inghilterra, dove Blair ha inasprito la repressione, che la percentuale dei minorenni delinquenti è la più forte (20 per cento sulla criminalità globale). In Norvegia, dove perdura il modello «sociologico-protezionista», la percentuale è inferiore al 5 per cento. Mucchielli cita poi una distorsione che conosciamo bene: lo slogan Tolleranza Zero vale per tutti i crimini, «tranne per quelli economici e finanziari: contrariamente ad altri tipi di delinquenza, il governo (francese) cerca, in nome della “modernizzazione” del diritto degli affari, di depenalizzare i comportamenti delinquenti». È la società duale descritta da Garland: da un lato chi s'avvantaggia della deregolamentazione liberista, dall'altra una società disciplinata da regole morali più tradizionali e inasprite.

La politica della paura si concilia male con il pragmatismo che Sarkozy incarna agli occhi di molti. Pragmatismo sempre più incensato, e sempre più equivoco: perché una politica sia efficace, non basta dire che essa «non è di destra né di sinistra». Non c'è nulla di pragmatico nell'ossessione delle cifre, nel disprezzo dei poliziotti di prossimità, nel correre affrettato verso il risultato spettacolare, qualunque esso sia. Non sono pragmatiche le pene minime ai recidivi, che riducono l'autonomia dei giudici. O la carcerazione preventiva che tocca a chi ha già purgato la pena ma viene giudicato tuttora potenzialmente pericoloso (da una commissione di esperti, come voluto dal presidente Sarkozy).

Le ronde proposte dalla Lega possono aver senso: alcuni cittadini partecipano al controllo del territorio, «armati solo di telefonini». Ma non deve significare che Stato e polizia abbassano le braccia. Che la società non solo si autocontrolla ma reprime (salvaguardando ampie zone d'impunità economica, come s'è visto). È per evitare il linciaggio che abbiamo giudici e polizia separati dalla società. Quando ciascuno spia, denuncia, reprime il diverso, il mondo rischia di farsi villaggio, letteralmente: non ordine cosmopolita, ma borgo natio dove il controllo sociale protegge senza freni, e il cittadino perde l'anonimato garantito dalla metropoli, non sfugge agli sguardi, e impara a vivere nel sospetto, senza più lasciar vivere.

Addio alle armi
Gran successo per il Programma nazionale di consegna volontaria delle armi
Il 10 luglio dello scorso anno, il Brasile lanciò un piano molto ambizioso: convincere i brasiliani a consegnare le armi in cambio di un incentivo economico. Il Programma nazionale di consegna volontaria delle armi aveva l'intento di ridurre l'enorme numero di pistole e fucili in circolazione nel paese e quindi abbassare gli spaventosi indici di violenza e incidenti che piagano il gigante sudamericano. E oggi, contro ogni aspettativa, si sta rivelando un vero successo. Se il governo stimava di racimolare circa 36mila armi in un anno, la cifra, ora che sono passati solo dieci mesi, ha già toccato le 81.581 consegne. Così, l'iniziativa è stata prolungata e anzi la Camera dei deputati ha anche approvato una Misura provvisoria che concede un'amnistia generale a tutti coloro che possiedono un'arma illegalmente.

Armi consegnate per essere distrutteAnonimi. L'intento è favorire la registrazione di tutte le armi al Registro nazionale (Renar), quindi stimolare anche chi non ha la minima intenzione di rinunciarci quantomeno a registrarla, senza per questo dover pagare una multa. Prima, l'arma sarebbe stata distrutta.
Ciò che più ha stimolato la gente a partecipare a questo Programma, secondo gli addetti del Renar, è il fatto che la consegna sia anonima e quindi che ogni problema legale sia scongiurato. Non si ha il porto d'armi? Niente paura, nessuno ti chiede nemmeno la carta d'identità. E se a questo si aggiunge la ricompensa, il quadro è chiaro. Da cento a 450 pesos, dipendentemente dal calibro dell'arma consegnata. E persino un minore può presentarsi con l'arma da consegnare, purché accompagnato da un adulto, chiunque esso sia, dato che nessuno controllerà mai i documenti.

Armi consegnate per essere distrutteContro la violenza. La decisione di dare soldi in cambio di armi è stata presa considerando prioritario diminuire la violenza armata brasiliana, prodotto della proliferazione delle armi da fuoco sia nel mercato legale che in quello nero. È dunque vista come una ricompensa destinata a quei cittadini che, coscienti del pericolo implicito nel possesso di un'arma, ci rinunciano con il solo fine di contribuire a questo proposito di costruire una società più sicura e pacifica.

In beneficenza. Le armi, una volta consegnate vengono registrate in base al numero di serie e alla marca, al tipo e al calibro, informazioni importanti da archiviare. L'intento è, infatti, realizzare un documento finale di carattere pubblico con la lista del materiale consegnato e distrutto. Una volta raggruppate, le armi vengono distrutte e fuse. Quindi il metallo viene venduto e il ricavato investito in opere di bene. Ogni zona sceglie come e cosa farne. In Paraná, per esempio, è stato deciso di devolvere i soldi alla Fondazione di un ospedale.

Armi consegnate per essere distrutteUn successo. Secondo la Direzione nazionale della polizia criminale, prima del luglio 2007, solo 1.123.059 persone aveva il porto d'armi, quando una stima sul numero reale ne individuava 4 milioni. E dei 2052 omicidi dolosi registrati nel 2006, il 50 percento è stato commesso con un arma da fuoco. Di questi, solo un terzo era accaduto durante un altro delitto, come una rapina. Diminuire morti, suicidi e omicidi era diventato dunque un imperativo per il Governo: “Un'arma in meno in circolazione è un'arma in meno che spara”, dichiarano al Renar. E a quanto pare, i crimini da arma da fuoco in Brasile sono già scesi dell'8 percento.

 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10871

L’Austria ricorda ad Ankara la necessità di piena libertà religiosa
di NAT da Polis
Il ministro austriaco degli Esteri in visita in Turchia esprime il suo sostegno al Patriarca ecumenico e apprezzamento per il suo impegno nella convivenza interreligiosa. Sottolinea poi che l’adesione all’UE non è socntata. Le radici della riluttanza delle nazioni di lingua tedesca all’ingresso di Ankara.

Ankara (AsiaNews) - Continuano le sollecitazioni  dell’Unione Europea su Ankara per accelerare le riforme sulla strada della sua integrazione in Europa. Allo stesso tempo l’UE non abbandona il suo sostegno indiretto al premier Erdogan nel timore di ripercussioni negative sul Paese in seguito al possibile bando del suo partito AKP.
 
Durante il forum di Istanbul 2008, il rappresentante del Parlamento Europeo, Vural Öger, ha dichiarato che sicuramente l’interdizione dell’AKP porrebbe fine al sogno europeo della Turchia. Lo stesso Commissario europeo per l’allargamento, Oli Rehn, in una recente intervista al giornale tedesco Die Welt ha dichiarato: “Se la Turchia continuerà sulla strada delle riforme, ritengo che entro 10, massimo 15 anni, diventerà pieno membro dell’UE ed un eventuale chiusura dell’AKP nuocerebbe a questo processo di integrazione”.
Il ministro austriaco degli Esteri, Ursula Plassnik, ha colto l’occasione di una sua visita in Turchia per rendere omaggio al patriarca ecumenico Bartolomeo I e dichiarargli il suo sostegno: il Patriarca, ha sostenuto, contribuisce, instancabilmente, sia personalmente sia attraverso la sua funzione, alla promozione del dialogo interreligioso, al consolidamento di una  migliore comprensione tra gli esseri umani nel suo sforzo di formare un mondo, dove ciascuno potrà vivere senza paure, praticare liberamente la propria religione oppure vivere anche senza alcun credo religioso. “Così, penso, vada interpretata la concezione della liberta religiosa, che dovrà essere garantita nella vita sociale dell’UE. La libertà religiosa è uno dei presupposti dell’insieme dei valori ed ideali dell’Europa. Essa fa parte degli argomenti  delle  trattative per i Paesi che chiedono l’adesione”.
 
Poco prima il ministro Plassnik nella conferenza congiunta con il ministro degli Esteri turco, Babacan, aveva dichiarato che l’ingresso della Turchia nell’UE non sarà automatico. Dal canto suo Babacan ha insistito soltanto sulla piena adesione.  Lo stesso Patriarca, in una intervista al giornalista cipriota A. Viketos, ha ribadito che il Patriarcato ecumenico è favorevole alla piena adesione della Turchia all’UE.
 
Da una parte, quindi, è visibile un sostegno al tentativo di riforme promosso da Erdogan,  ma dall’altra anche una certa riluttanza sull’entrata della Turchia nell’UE. Riluttanza che affonda le sue radici soprattutto tra i Paesi europei di lingua tedesca, spiegabile anche con la resistenza ad integrarsi mostrata dalle comunità immigrate turche.
 
Questo atteggiamento, stando anche a studi sociologici e a considerazioni di fonti diplomatiche e giornalistiche, è dovuto in parte a manipolazioni subite da queste comunità ad opera delle istituzioni turche, legate strettamente al derin devlet (lo Stato profondo) e che utilizzano a questo scopo varie associazioni. Si impedisce così la loro emancipazione e la possiilità che essa sia riportata nel Paese di origine. Questa comporterebbe ripercussioni benefiche all’interno della società e delle istituzioni turche, plasmandole così sul reale modello europeo.
 
Fondamentale ruolo in questo in questo processo ha avuto la figura dell’imam. Quella figura, insomma, tanto vituperata dallo Stato laico all’interno della Turchia, ma che nelle sue mani à diventato un ottimo strumento di controllo delle comunità turche all’estero. D’altronde nella tradizione turca si festeggia e si dà più enfasi al concetto della conquista che a quello della liberalizzazione e della libertà. Al concetto, insomma, di saper concedere.
 
Foto: Nikos Manginas

Sri-lanka: i ribelli bombardano basi militari
Bomba sul bus: presi 9 presunti responsabili

di Anna Toro

Le Tigri del Tamil si sono serviti di due aerei per bombardare obiettivi militari in Sri-Lanka, dando un duro colpo alle forze di sicurezza, mentre le due parti combattevano una pesante battaglia di terra. Lo riferisce un ufficiale della difesa all’agenzia Afp. I ribelli del Tamil hanno fatto volare due ultraleggeri per colpire due basi nel nordest della regione di Weli Oya, dove le forze di difesa avevano lanciato ieri un nuovo attacco contro i ribelli.

“Hanno sganciato tre bombe su due bersagli e poi sono volati via – ha detto l’ufficiale della difesa, che ha preferito rimanere anonimo – Il danno causato è lieve, non ha causato morti ma è simbolico. Mostra che hanno le coordinate delle nostre installazioni militari”. Ha aggiunto che un soldato è rimasto ferito. Il ministro della difesa ha detto che la forza aerea non è riuscita a intercettare gli aerei, ma che i guerriglieri che stavano combattendo la battaglia principale nel nord dell’isola si sono ritirati. Ha anche riferito che le truppe governative hanno respinto sabato due assalti delle Tigri a Weli Oya. I guerriglieri, si legge sempre sull’agenzia Afp, hanno invece detto che a lanciare l’attacco sono stati i soldati. Il ministro della difesa ha detto che ieri, in due scontri separati, sono stati uccisi in tutto 54 ribelli, mentre dalla parte dell’esercito i morti sarebbero stati sette. Ancora nessuna replica è arrivata dalle Tigri.

Afp racconta di come sia impossibile verificare l’esatto numero delle vittime e la versa dinamica degli eventi, perché Colombo ha vietato ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie l’accesso alle aree dove si combatte.

Venerdì invece, almeno ventiquattro persone sono rimaste uccise e altre 64 ferite nell'esplosione di una bomba di forte potenza in un autobus affollato all'interno di una stazione nei pressi Piliyandala , un sobborgo della capitale Colombo. Tra i morti c’erano dei monaci buddisti e un bambino di 10 anni. Il veicolo ha immediatamente preso fuoco dopo l'esplosione. Il presunto attentato non è stato rivendicato, ma queste azioni sono frequenti in Sri Lanka e hanno riguardato recentemente pullman di civili. Le autorità governative hanno subito ritenuto responsabili i ribelli Tamil e oggi la polizia ha arrestato 9 persone considerate sospette, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Lo rende noto l’Ap.http://www.ecodelmondo.com/sri-lanka-ancora-battaglie-tra-esercito-e-ribellibrarrestati-9-presunti-responsabili-della-bomba-al-bus.htm


Tempelhof, l'ultimo volo è atterrato

Il referendum è fallito, Tempelhof può chiudere. Qui funziona così: i sì al salvataggio avrebbero dovuto raggiungere il 25 per cento degli aventi diritto (poco meno di due milioni e mezzo di elettori). Alla fine dello scrutinio la percentuale si è fermata al 21,7 per cento, tre virgola tre punti sotto il "quorum". In cifre assolute, 609.509 "sì".

Il referendumaveva valore consultivo, dunque coloro che hanno perso promettono ancora battaglia, forti del 60 per cento di "sì" tra coloro che si sono recati a votare. Tuttavia il risultato generale è chiaro (referendum fallito) e si somma alla decisione già presa dal Senato cittadino di chiudere lo storico aeroporto. Difficilmente Wowereit sarebbe tornato indietro, anche in caso di vittoria dei sì. Sarà impossibile che lo faccia adesso. Con molta probabilità, ad ottobre si chiude. Saranno invece da valutare le conseguenze del fallimento referendario per la Cdu, che negli ultimi tempi si era schierata a favore del mantenimento e soprattutto per Angela Merkel che si era spesa direttamente per il sì. E sarà interessante osservare il voto dei quartieri, e quello tra Est e Ovest. L'aeroporto di Tempelhof era atato quello del ponte aereo. Una vicenda che Est e Ovest aveva vissuto sotto opposte propagande e punti di vista. Oggi era visibile la differenza tra le due metà della città: seggi affollati nei quartieri occidentali, praticamente il deserto nei seggi orientali. Berlino resta una città spaccata a metà, diciotto anni dopo la caduta del Muro. Ne parleremo nei prossimi post.http://walkingclass.blogspot.com/


IRAN/USA, MISTERO NEL GOLFO Secondo la rete televisiva Fox, da sempre vicina agli interessi della Casa Bianca, una nave da trasporto militare americana ha sparato alcuni colpi contro due vascelli iraniani che si erano avvicinati troppo alla sua fiancata. La marina iraniana smentisce

Gianna Pontecorboli



New York - Che cosa e' successo davvero ieri nel Golfo Persico a ottanta chilometri dall'Iran?? Secondo la rete televisiva Fox, da sempre vicina agli interessi della Casa Bianca, una nave da trasporto militare americana ha sparato alcuni colpi contro due vascelli iraniani che si erano avvicinati troppo alla sua fiancata. La marina iraniana, attraverso la rete televisiva Al Al-Alam, ha smentito che ci sia stata alcuna scaramuccia.
Il racconto della Fox, che e' solitamente ben informata sulle questioni militari, e' stato in realta' molto preciso. Secondo il canale televisivo, lo scontro sarebbe avvenuto tra la Westland Venture, una nave da trasporto noleggiata dal US Military Sealift Command per trasportare mezzi militari pesanti in Kuwait, quando due imbarcazioni iraniane hanno mancato di rispondere agli avvertimenti della nave di non avvicinarsi. Quando i due vascelli hanno superato la distanza di sicurezza, cosi, i militari americani a bordo della nave da trasporto, che sono armati con fucili M6 e mitragliatrici pesanti avrebbero sparato alcuni colpi. Lo scontro, sempre secondo la Fox, non avrebbe provocato vittime.
''Non e' successo assolutamente nulla'', hanno invece fatto sapere da Teheran i responsabili della marina iraniana.
Se la piccola scaramuccia sia avvenuta effettivamente o meno, e' probabilmente poco importante. Gia' altre volte nel passato le imbarcazioni americane e iraniane hanno infatti avuto piccoli scontri nelle acque del Golfo Persico. Quello che e' significativo, tuttavia, e' il fatto che la rivelazione della Fox sia coincisa con una aggressiva conferenza stampa del capo dello staff americano Mike Mullen a Washington.
''Sono sempre piu' preoccupato dell'attivita' dell'Iran non soltanto in Irak ma in tutta la regione,'' ha detto Mullen. L'uscita e' stata evidentemente soltanto un passo in una strategia precisa di aumento della pressione nei confronti di Teheran, che combina da una parte gli sforzi diplomatici al Consiglio di Sicurezza e dall'altra la minaccia velata di una possibile futura azione militare.
''Abbiamo avuto una risoluzione del consiglio di Sicurezza , poi una seconda risoluzione votata anche del piu' popoloso paese mussulmano, l'Indonesia'', dice al Riformista l'ambasciatore israeliano all'Onu, Dan Gillerman, che ovviamente segue la questione iraniana da vicino,'' la pressione diplomatica ha un effetto, gli iraniani non sono indifferenti.. Ma la diplomazia e' anche lenta, e non e' detto che ci sia abbastanza tempo''.
Per il momento, l'alto militare americano si e' limitato a denunciare il crescente appoggio che gli iraniani danno alla resistenza in Irak e ha raccontato che sono state recentemente trovare nelle mani degli insorti delle armi iraniane'' di recente fattura''..''Dobbiamo aumentare la pressione'', ha spiegato Mullen,''Non ci sono aspettative per un conflitto nell'immediato futuro., ma penso che la pressione continuera' a aumentare nel futuro, come ha fatto negli ultimi anni . Gli iraniuani non rispondono e hanno anzi aumentato la loro attivita'''.
Di fatto, pur ammettendo che un terzo conflitto nella regione a tempi brevi sarebbe difficile per le gia' insufficienti forze militari americane, Mike Mullen non neppure escluso del tutto la possibilita'. ''Sarebbe un errore pensare che non ne abbiamo le capacita' militari'', ha lasciato cadere minaccioso.
Adesso, quello che e' veramente accaduto nel Golfo Persico rimarra' probabilmente in contestazione, magari attorno al tavolo a ferro di cavallo del consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ma quello che il Pentagono ha mandato a dire e' assolutamente chiaro.http://www.lettera22.it/showart.php?id=8960&rubrica=67


La torcia in Australia accolta da manifestazione pro-Cina

 

La torcia olimpica passa per l’Australia senza alzare troppa polvere. Intanto le mobilitazioni internazionali pro-Tibet sembrano aver risvegliato tutto l’orgoglio ed il nazionalismo del popolo cinese: dopo il diffondersi sui blog asiatici di petizioni di boicottaggio di prodotti occidentali [in specie francesi], arriva oggi la notizia che a Camberra, ad aspettare il passaggio del teodoforo non c’erano solo manifestanti filo-tibetani, ma un corteo di ben oltre dieci mila cinesi australiani. Un mare di bandiere rosse al canto «Una sola Cina», ha così oscurato le rimostranze degli attivisti anti-Pechino 2008. A favorire il regolare svolgersi della manifestazione, inoltre, un largo impiego di forze dell’ordine, numerosi blocchi stradali e larghi viali ipercontrollati, che hanno permesso di mantenere i due schieramenti separati tra loro. Il bilancio finale è comunque di sette arresti, tra cui un manifestante che ha bruciato la bandiera asiatica. La polizia ha inoltre allontanato con la forza anche agenti paramilitari cinesi. La fiaccola è partita ora alla volta del Giappone.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13716


Abu Ghraib revisited


E' uscito ieri il nuovo film di Errol Morris, uno dei più importanti registi di documentari. Si chiama Standard Operating Procedure, ed è sulla vergogna di Abu Ghraib, sulle torture, sugli aguzzini della prigione irachena di Abu Ghraib. Ho visto più di qualche immagine che intercalava una bella intervista a Morris sul Fabulous Picture Show di Al Jazeera English Channel (che consiglio di vedere): un pugno nello stomaco, e questo è il dato più scontato. Meno scontato è che ancora una volta ci sia la banalità del male che ricorre nella nostra storia.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

India: Le prospettive nel settore della difesa

Il contesto geopolitico

La volontà dell'India di continuare a primeggiare nel teatro dell'Asia meridionale e di consolidare il proprio ruolo nel contesto internazionale comporta come conseguenza anche la necessità di uno sviluppo costante delle sue capacità di intervento militare. Per soddisfare tale esigenza finora gli indiani si sono rivolti principalmente alla Russia, ma sembrano emergere sulla scena alcuni paesi in grado di mettere in discussione il primato di Mosca. Questa dinamica potrebbe avere rilevanti ricadute dal punto di vista geopolitico.
Il quadro geopolitico all'interno del quale è situata l'India è notevolmente problematico per quanto riguarda la sicurezza. All'esigenza di vigilare i confini con Pakistan e Cina (due paesi impegnati nella corsa agli armamenti, dotati di bombe atomiche e alleati fra loro) si aggiunge per gli indiani la necessità di vigilare sulle crisi che stanno interessando lo Sri Lanka e le Maldive. Senza contare che le dinamiche politiche di Nepal, Bangladesh e Myanmar potrebbero avere ricadute sull'ordine interno indiano. Le Forze Armate indiane si trovano a dover affrontare poi una serie di situazioni di crisi interne, come la lotta al terrorismo di matrice islamica nello Jammu e Kashmir. Se le relazioni col Pakistan e la Cina attraversano una fase di apparente distensione, sono aumentate le esigenze di contrasto delle insurrezioni attive entro i confini della nazione. Non è poi opportuno dimenticare il bisogno di garantire i flussi energetici e di materie prime necessari per alimentare lo sviluppo economico del paese. Tale complesso di esigenze richiede di avere a disposizione tecnologie di punta, che consentano ai militari di Nuova Delhi di affrontare situazioni di crisi diversificate fra loro.Per questo motivo, l'India è stata nell'ultimo periodo uno dei principali acquirenti di armi al mondo, e continuerà ad esserlo. Secondo alcune stime, nei prossimi anni, la spesa militare indiana potrebbe raggiungere i 40 miliardi di dollari. Altre valutazioni parlano di 30 miliardi da spendere entro il 2012 per rimpiazzare gli attuali armamenti, in buona parte di produzione sovietica, con sistemi aggiornati. Indubbiamente l'India intende ammodernare la propria flotta navale e quella aerea, nonché acquistare nuovi sistemi terrestri. Visti i progressi nel campo missilistico di Pechino, Nuova Delhi sembra essere al momento interessata anche ad espandere le proprie capacità nel settore spaziale. Nel budget presentato dal Governo di Manmohan Singh per l'anno fiscale 2008-2009 il bilancio militare sarà di 1.056 miliardi di rupie (circa 16,6 miliardi di euro). Per la ricerca e lo sviluppo verranno spesi 6,60 miliardi di rupie.http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32522

Turchia : morti rifugiati iraniani deportati . ONU chiede spiegazioni
di Mauro W. Giannini

L'Agenzia per i rifugiati dell'ONU ha chiesto ieri chiarimenti alla Turchia dopo che 18 rifugiati sono stati costretti ad attraversare un fiume rapido che scorre sulla frontiera turco-irachena, provocando la morte di 4 di loro per annegamento.

L'incidente ha avuto luogo mercoledi' in un tratto non pattugliato di confine nella provincia di Sirnak nel sud-est della Turchia. Secondo testimoni intervistati dal Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiat, le autorita' turche avevano tentato di deportare con la forza 60 persone di diverse nazionalita' in Iraq ad un passaggio ufficiale di frontiera. Le autorita' i confine irachene hanno ammesso l'ingresso di 42 iracheni ma hanno rifiutato di ammettere 18 cittadini iraniani e siriani.

La polizia turca avrebbe quindi portato i 18, di cui cinque iraniani il cui status di rifugiati e' stato riconosciuto dall'ONU, in una zona in cui un fiume scorre lungo la frontiera, e li ha obbligati a tuffarsi I testimoni hanno detto che quattro persone, tra cui un rifugiato dell'Iran, sono state spazzate via dalla forte corrente del fiume e sono annegate. I loro corpi non potevano essere recuperati.

Il Commissariato ONU per i rifugiati e' in contatto con i sopravvissuti attraverso il suo ufficio di Erbil, nel nord dell'Iraq e le notizie li descrivono come profondamente traumatizzati. L'UNHCR aveva già chiesto al governo turco di non deportare i cinque Iraniani rifugiati, che erano stati arrestati tutti dopo il tentativo di attraversare in Grecia in modo irregolare. L'agenzia dell'ONU per i rifugiati aveva detto di non prendere in considerazione l'Iraq come Paese sicuro come asilo per i rifugiati.


www.osservatoriosullalegalita.org

 


HILLARY-OBAMA, SFIDA SU DIBATTITO ALLA LINCOLN
di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Lei lo vuole su un palcoscenico solo per loro due, senza i giornalisti con le loro domande insidiose o video di YouTube a fare da moderatori. Lui risponde che non ci pensa neppure, esponendosi al rischio di apparire intimorito dall'ex First Lady. Nella sfida infinita tra Hillary Clinton e Barack Obama per la nomination dei democratici per la Casa Bianca, il nuovo litigio scaturisce dall'idea clintoniana di un dibattito 'in stile Lincoln'. Caricata dalla recente vittoria in Pennsylvania, ma ancora indietro nel conto dei delegati e alla ricerca di buoni risultati nelle primarie del 6 maggio in Indiana e North Carolina, la senatrice di New York ha tirato fuori dal cilindro l'idea di un confronto dal sapore storico. "Ciò che offro al senatore Obama - ha detto - è la possibilità di confrontarsi con me faccia a faccia, senza moderatori. Solo noi due, per 90 minuti, facendo domande e rispondendo, dopo aver stabilito le regole che riteniamo corrette. Ricordiamo cosa accadde con i dibattiti tra Lincoln e Douglas". La citazione è una frecciata al senatore nero, che è un ammiratore di Lincoln e lanciò la candidatura da Springfield, la città dell'Illinois dove decollò la carriera del presidente che abolì la schiavitù in America. Nei libri di storia di ogni studente americano delle medie o delle superiori, pagine intere sono dedicate alla celebre serie di sette dibattiti sul tema della schiavitù che il repubblicano Lincoln e il democratico Stephen Douglas ebbero nel 1858, alla vigilia della guerra civile, quando entrambi erano in corsa per il seggio di senatore dell'Illinois. La sfida dialettica fu seguita con passione in tutta l'America. Gli strateghi dell'ex First Lady, con in testa il sempre più attivo ex presidente Bill Clinton, contano di mettere in cattiva luce Obama se rifiuta un dibattito senza guantoni, per di più ispirato alla memoria di Lincoln. Dopo aver accusato il senatore nero nelle ultime settimane di essere elitario, distaccato dalla gente comune e in sostanza 'anomalo' rispetto all'esperienza dell'americano medio, adesso i Clinton vogliono anche farlo passare per codardo. La risposta non si è fatta attendere ed è arrivata quando il senatore è comparso sul network conservatore FoxNews, per un'intervista domenicale che gli veniva chiesta da tempo (Chris Wallace, il conduttore del programma, ha tenuto pubblicamente il conto della sua attesa per Obama: 772 giorni). "Non mi sto nascondendo - ha detto Obama - ma abbiamo già avuto 21 dibattiti. Adesso è l'ora di dedicare il tempo a incontrare più persone possibile e rispondere alle domande degli elettori". Quindi niente dibattiti prima del voto del 6 maggio. I due candidati continueranno così a lanciarsi frecciate a distanza e la Clinton, con ogni probabilità, non mancherà di sottolineare che Obama sfugge al confronto diretto con lei. La campagna dei democratici del resto diventa sempre più virulenta, senza uno sbocco chiaro in vista. Il settimanale Newsweek dedica la copertina del prossimo numero a come gli attacchi della Clinton abbiano fatto riemergere la questione razziale e sfruttato "le paure degli americani per 'l'altrò", cioé per un personaggio che è diverso dal solito. Obama viene dipinto sia dalla Clinton, sia dal repubblicano John McCain come uno snob e un'anomalia nella politica americana, con l'implicito messaggio agli elettori a non fidarsi di lui. Nella sua intervista domenicale, il senatore nero dell' Illinois ha respinto l'idea che la questione razziale sia decisiva nel voto 2008. "La razza è ancora un fattore presente nella nostra società - ha detto Obama - ma non sarà un fattore determinante nelle elezioni. La gente cerca qualcuno che risolva i loro problemi. Se perdo, non sarà per la razza, ma perché ho fatto errori nella campagna elettorale, o non ho comunicato in modo efficace le mie idee".

marco.bardazzi@ansa.it


aprile 27 2008

Conti alla mano. Walter è una sola.

Facciamo un po' di conti..
Magari potrebbero un giorno servire al Leader Massimo per affondare lo stiletto sulla leaderschip di gommapiuma dello sconfitto Veltroni.

Il Fattore W

Allora:

Elezioni Poltiche 2006: La lista L'Ulivo che candida il vituperato Prodi alla Presidenza del Consiglio composta da DS, Margherita e Repubblicani Europei prende il 31, 3 % dei voti.

Elezioni Politiche 2008: Dopo due anni di rottura di coglioni con i congressi di DS e Margherita. Dopo aver organizzato le primarie del Partito Democratico con 4 milioni di votanti. Dopo aver rotto l'accordo di governo con la sinistra radicale e di conseguenza affossato l'esecutivo di Romano Prodi. Dopo la svolta kennedyana del partito imposta da Veltroni. Dopo aver candidato al Parlamento tutte le categorie sociali possibili. Dopo Marianna Madia, Calearo, l'operario della Thyssen, Pina Picerno, la cacciata di De Mita, i discorsi in mezzo agli ulivi, il pulman e cippe varie... Il Partito Democratico prende il 33,17% dei voti.

33,17 - 31,3 =
1,87 %

A voler proprio cercare il pelo nell'uovo si potrebbe dire che a differeza dell'Ulivo, il Partito Democratico ha imbarcato anche la pattuglia dei Radicali Italiani, che a parte episodici exploit un 1% scarso ad elezione riescono a raccimolarlo sempre.

Fatta la sottrazione si ha la dimensione elettorale della
"novità Veltroni".

Un po' pochino per proporsi come rinnovatore della politica italiana, no?http://vinland.ilcannocchiale.it/post/1885390.html


Bamboccioni in cabina elettorale


Caro elettore di sinistra,
che continua ad andare a votare e a prendersela con coloro che non lo fanno, oltre a quello che già ti dissi a suo tempo sai cosa ti aggiungo? Che sei un bamboccione. Non ti offendere, mi ci metto anch’io, sono andato a votare anch’io questa volta. E anche la scorsa, nel 2006. Quindi dal tuo punto di vista sono in regola: ho fatto quanto era nelle mie possibilità per evitare la vittoria del cattivo Berlusconi e adesso mi devi stare a sentire.

Il problema ovviamente non è B, il problema è quel sistema chiamato democrazia. Lo vuoi sapere cosa è la vera democrazia? La vera democrazia è quel razionamento del riso che si sta verificando in alcuni supermercati americani. Il governo legittimamente eletto ha sovvenzionato la trasformazione del mais in carburante, sì? Ok, adesso però il Paese sta rimanendo senza riso. Per favore, ora non venirmi a dire che la questione è più complessa di come l’ho messa giù in una riga. Non venirmi a dire che forse è un fenomeno passeggero che riguarda solo alcune realtà ecc. Non concentrarti sul dito, guarda la Luna per una volta. La Luna è che la democrazia, ovvero il governo del popolo, questo dovrebbe essere: delitto e castigo. Il popolo fa una cazzata, il popolo la paga. Ma la democrazia che tu difendi è l’esatto contrario di questo. La storia degli Stati Uniti, la più grande democrazia del mondo si dice di solito per amor di retorica, in questi ultimi di amministrazione Bush è emblematica: il governo fa una guerra ma la fa con soldati volontari e a spese del debito pubblico, quindi le conseguenze per l’uomo della strada di fatto non si vedono (forse adesso si stanno cominciando a vedere). Se le sobbarcherà, almeno per quanto riguarda le conseguenze finanziarie, il prossimo Presidente. Che però le scaricherà su quello passato (“guardate il buco che ci ha lasciato”). Ma quello passato, avendo già sgombrato il campo, non sarà più responsabile di nulla.

Alla fine qualcuno pagherà ma quando questo avverrà - lo sappiamo benissimo - oltre ad essere irrimediabilmente compiuto il danno, non ci si concentrerà sulle responsabilità di chi l’ha provocato ma solo su quali saranno le minori prestazioni che lo stato potrà offrirti di conseguenza, su quanti saranno gli anni in più da lavorare per avere una pensione etc. E inoltre, ingiustizia nell’ingiustizia, pagheranno tanto coloro che elessero Bush per il secondo mandato quanto quelli che l’avevano avversato intuendo le cazzate che stava facendo. La democrazia che tu difendi, caro elettore fondamentalista, è semplicemente il luogo del delitto perfetto.

Ma veniamo alle cose di casa nostra, caro il mio rosicone: il problema non è che la Lega Nord abbia vinto le elezioni promettendo di cacciare a pedate i clandestini (era l’espressione preferita della Santanchè a dire il vero, ma sono sicuro che la condividono appieno). Magari lo facesse: sarebbe la volta che finalmente si fermerebbe questo cazzo di paese. Per mancanza di manodopera, di poliziotti, di Cpt, per ingolfamento dei tribunali. Il problema è che sappiamo tutti che non lo farà mai (prima di tutto perché non è possibile) e sappiamo tutti che nessuno gliene chiederà mai conto. Perché il voto è una cosa da bamboccioni: anonimo come le scritte sui cessi, anche questo già una volta te lo dissi. Il voto è l’irresponsabilità eletta a sistema di governo: nessuno può chiedertene conto e tu elettore, a tua volta, a nessun rappresentante eletto puoi chiedere conto per davvero, cioè in modo concreto, tipo portandolo in tribunale per i danni che ti ha provocato. Certo puoi non eleggerlo più la prossima volta. Sei libero di mettere al suo posto un altro cialtrone. Poi sei libero di eleggerlo nuovamente due volte dopo, quando i danni te li avrà fatti dimenticare la tv.

Il voto che tanto invochi, caro crocettaro appassionato, è una cosa talmente poco seria che pare che il 6% degli elettori (più di 1 su 20) decida cosa votare in cabina elettorale o nel tragitto tra casa e il seggio. Ti rendi conto?
Se vuoi provare a limitare i danni, o mio buon elettore sinistorso, oltre a batterti per il voto nominale anziché anonimo la devi smettere di fare chiamate alle urne. Devi fare l’esatto contrario: lasciare a casa più cialtroni possibile. Pretendere che l’atto del votare diventi più difficile. Forse dovrebbe essere a pagamento - una cifra modica per carità – previo superamento di un esame. Poi i seggi dovrebbero essere pochi e scomodissimi, tipo dislocati solo in baite di montagna da raggiungere a piedi dopo 2 ore di cammino, portandosi il pranzo al sacco nello zaino.
Si dice che il principio guida della democrazia moderna sia “una testa, un voto” . Ecco, appunto. Cerchiamo di applicarlo.http://piste.blogspot.com/2008_04_01_archive.html


La Lega Nord vista da “Il Lurido”


Settecentocinquantamila

E' il numero delle gravidanze di ragazze minorenni negli States. E' una delle più alte nel mondo industrializzato. Tanto per chiarire il contesto di "Juno". Ed è anche uno dei motivi per cui si pensa di dare un po' meno soldi federali ai programmi che predicano l'astinenza sessuale e un po' di più a quelli che spiegano come funziona la cosa.
BBC

http://giornalismoparma.typepad.com/

 


Spy-story in Germania: gelo con l'Afghanistan

Außenminister Steinmeier bedauert Bespitzelung des afghanischen Ministers Far...E’ davvero molto singolare il modo di fare giornalismo del Corriere della Sera. Sulla versione online del quotidiano compare oggi un articolo sugli accordi bilaterali tra Germania e Stati Uniti circa lo scambio di informazioni riservate, concernenti aspetti molto intimi delle rispettive cittadinanze. Benché il summit abbia avuto luogo quasi due mesi fa, il Corriere della Sera, rifacendosi ad un reportage pubblicato questo pomeriggio sulla versione online del settimanale Der Spiegel, finge che la notizia sia nuova di zecca. Anzi, la proietta persino nel futuro, in un ipotetico e non meglio specificato 11 maggio! In realtà il patto tra i due paesi risale all’11 marzo scorso e fin da subito si è saputo che i sospettati di terrorismo sarebbero stati analiticamente schedati in modo tale da monitorarne anche le attitudini sessuali, gli orientamenti politici e le scelte religiose. Insomma, nulla di nuovo. Tanto più che il trattato entrerà in vigore soltanto dopo l’ok del Bundesrat e del Presidente della Repubblica. Noi comunque ne parliamo da mesi. Prendiamo atto che il Corriere della Sera si è svegliato soltanto oggi. E forse il risveglio è stato addirittura casuale giacché senza la pappa pronta di Der Spiegel, dubitiamo fortemente che ne avremmo avuto altrimenti notizia.

Già che ci siamo cogliamo l’occasione per documentare la telefonata intercorsa stamane tra il Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e il suo collega afgano, Rangin Dadfar Spanta, al quale il diplomatico tedesco ha porto le scuse sue e dell’intero governo di Große Koalition a causa delle indebite ingerenze perpetrate dai propri servizi segreti (BND) a danno del ministro del commercio locale, tal Amin Farhang, spiato nella sua corrispondenza telematica con una giornalista del settimanale Der Spiegel. L’esecutivo di Kabul ha apprezzato le intenzioni di Steinmeier, ma ha altresì lanciato un appello all’alleato affinché in uno Stato di diritto simili aberrazioni non si ripetano più. Non conoscendosi ancora i motivi che fanno da retroscena alla spy-story, secondo fonti ufficiali, all’interno del gabinetto afgano regnerebbe comunque una qual certa irritazione. Non per nulla le delegazioni ministeriali dei due paesi torneranno ad incontrarsi nelle prossime settimane per discutere degli eventuali aggiornamenti sul caso.
Intanto a Berlino la polemica continua ad infiammare il dibattito politico: mentre gli interrogatori al capo del BND languono e alcuni deputati denunciano la totale incrinatura dei rapporti tra l’ente investigativo federale (“diventato ormai uno stato nello stato” secondo le parole del liberale Max Stadler) e le istituzioni parlamentari, il Cancelliere Merkel ha a gran voce richiesto al Bundestag di adottare determinate misure volte a restringere il campo d’azione degli 007. Per tutta risposta è intervenuto il Ministro degli Interni Wolfgang Schäuble, il quale ha al contrario invitato maggioranza ed opposizione ad astenersi dal tentativo di depotenziare il ruolo del BND, che- ha detto- “deve invece essere messo nelle condizioni per operare al meglio nelle sue missioni all’estero”. Insomma, l’esecutivo rosso-nero è lungi dall’avere una posizione comune su un tema che di giorno in giorno si fa sempre più caldo.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Una democrazia incapace di crescere

 



Argomenti: Pensare l'Europa

 

In pratica è sempre la solita storia. Due parti di un Paese in perenne contrasto, che sembra geneticamente connaturato e insanabile e di mezzo una nazione che dovrebbe avvicinarsi sempre di più alle porte dell’Europa e che invece rischia di rimanerne inevitabilmente fuori. Il Paese in questione è la Turchia. Un mese fa la Yargitay, la Procura della Repubblica, ha presentato alla Corte Costituzionale un ricorso per cancellare l’Akp, il partito di maggioranza, islamico-moderato, per attività anti-islamiche. Ha chiesto anche che 71 suoi esponenti vengano allontanati per 5 anni dalla vita politica del Paese. La Corte Costituzionale ha accettato di prendere in esame il fascicolo, aprendo così un procedimento destinato a durare mesi e a gettare il Paese in un nuovo caos politico, proprio adesso invece che la Turchia avrebbe avuto bisogno di grande stabilità per il processo di riforme che deve ultimare e per la congiuntura economica internazionale, che è negativa e che sta avendo le prime ripercussioni per il futuro. Erol Özkoray, giornalista e scrittore, collaboratore di molti media francesi e storico dei golpe militari in Turchia, ci spiega quali sono state le premesse e quali le possibile conseguenze di questa situazione.

Erol Özkoray, il premier Erdogan e alcune testate turche e straniere, fra cui il Financial Times e il Newsweek, parlano di golpe giudiziario. Lei aveva da tempo previsto un irrigidimento e nuovi contrasti fra parte laica e filo islamica dello Stato. Che analisi fa della situazione attuale?


L’analisi purtroppo è sempre la stessa. La Turchia non riesce a trovare la sua strada pienamente democratica. Anche questa volta c’è di fatto la volontà di chiudere un partito che è stato eletto regolarmente dal popolo.

Quindi secondo lei alla fine la Corte Costituzionale deciderà di chiudere il partito di maggioranza?


Su una scala da 1 a 100 direi di sì al 90. Credo anche che il presidente della Repubblica Abdullah Gül alla fine sarà escluso dal provvedimento ma sarà anche costretto alle dimissioni.

Ma scusi l’Akp è un partito che alle ultime elezioni ha preso il 47% dei voti. Lei ritiene che possa veramente essere sciolto?


Sì. La chiusura dell’Akp fa parte di un meccanismo di difesa dello status quo. Vede come ben si sa ci sono due Turchie. Una tende verso il nazionalismo e il laicismo esasperato, l’altra verso una matrice islamica dello Stato. Questa due componenti sono da sempre presenti nell’anima del Paese, con una prevalenza alternata ora dell’una ora dell’altra. Il problema è che la componente laica e kemalista negli ultimi anni si è sempre imposta o con colpi di Stato militari o con azioni di forza, come questa volta quella della magistratura.

Perché ritiene che abbiano agito proprio adesso?


Molti hanno dato la colpa alla legge sulla liberalizzazione del velo nelle università, che secondo me in realtà è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le motivazioni sono da ricercare secondo me nella riforma della Costituzione, datata 1982 e figlia del colpo di Stato del 1980. Erdogan aveva in mente di emendarla largamente, ridimensionando i poteri dei militari, della magistratura e del Presidente della Repubblica. In sintesi, così facendo renderebbe inoffensivi gli apparati dello Stato che più gli possono dare fastidio. La magistratura e i militari lo sanno fin troppo bene e hanno pensato bene di fermarlo prima che fosse troppo tardi.

Ed è scattato il ricorso della Yargitay alla Corte Costituzionale. Tutto chiaro. Ma allora seguendo il suo ragionamento sembrerebbe che la Turchia, nonostante le riforme, sia ancora incapace di autoregolarsi democraticamente.


Il problema è proprio questo. Anni di golpe militari hanno portato alla scomparsa di un’opposizione di centro sinistra in parlamento. La conseguenza adesso è che l’unico alter ego di Erdogan e del suo partito sono i militari e la magistratura. Il Chp (Partito Repubblicano del Popolo di orientamento laico e principale voce dell’opposizione) sta perdendo consensi vertiginosamente. L’unica cosa che riesce a fare ormai è portare le leggi varate dal governo Erdogan alla Corte Costituzionale perché le annulli. Il risultato è che poi la gente vota i candidati indipendenti, che non entrano in Parlamento e che quindi sono voti a favore del premier.

Erdogan però sapeva con chi ha a che fare. Gli hanno già chiuso due partiti (il Refah e il Fazilet ndr) dove militava. Perché è andato avanti con i suoi propositi?


Essenzialmente per due motivi. Primo pensava che la maggioranza parlamentare di cui dispone e l’appoggio dell’Europa lo avrebbe salvato una nuova contrapposizione con la parte laica dello Stato e si sbagliava perché alla magistratura e ai militari com’è noto importa poco. Comunque credo, e qui siamo al secondo punto, che abbia un’alternativa. L’ex vicepremier Abdullahtif Şener, attualmente docente universitario, potrebbe tornare in politica, e fondare un partito che si presenterebbe alle elezioni politiche anticipate del 2009.

Insomma, da una parte criptoislamici con l’agenda segreta, dall’altra nazionalisti e kemalisti ortodossi chiusi rispetto alle questioni curdi, Cipro e in generale Europa. Sembrano la padella e la brace, mi scusi.


Come le ho detto per quanto mi riguarda la democrazia turca si è sviluppata in maniera monca. Hanno represso le forze comuniste e socialiste, ma non sono riusciti a estirpare la matrice islamica in politica e adesso si ritrovano con il risultato che nessuno, se non i militari e la magistratura con atti comunque di forza, può contrastare un partito che ha saputo attirarsi le simpatie di molti, anche di gente che non ha nulla a che vedere con la sua linea politica.

Il premier ci sa fare quindi.


Sicuramente. A me non piace ma sa il fatto suo. Bisogna però sottolineare una cosa: non ha avuto davanti una reale opposizione. Deniz Baykal e il suo Chp ormai sono un partito svuotato di contenuti, destinato a essere votato da una sempre più esigua minoranza.

Però Erdogan sta per portare a casa un risultato importante. A giorni dovrebbe essere votato l’emendamento all’articolo 301 del codice penale turco, che punisce l’offesa all’identità nazionale.


Questo è un gran risultato solo in parte. Quell’articolo andrebbe rimosso integralmente dal codice penale, non emendato. Limita la libertà di pensiero, ma Erdogan per primo sa che non lo può fare, altrimenti le conseguenze potrebbero essere molto serie.

Un'ultima domanda: l’Europa si è resa conto di quello che sta succedendo?


Credo che solo adesso abbia compreso appieno quanto complessa sia la situazione turca. Sarà interessante capire che fine farà il processo negoziale.http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=2,150

Erol Özkoray con Marta Federica Ottaviani


Roger Woolger: «Jung, gli sciamani e le nostre vite passate»

Incontro con lo psicoterapeuta 63enne inglese che coniuga la teoria junghiana con la filosofia orientale. Così le vite passate ci aiutano a risolvere le nostre nevrosi.
(Foto: Elisa Marengo)
Parigi, metà marzo. Mi trovo in una casa d’inizio Cinquecento nel cuore del Marais, il quartiere ebraico. L’orologio della cucina segna le quattro. È l’ora dell’appuntamento con Roger Woolger. La sua consueta tazza di the bollente è pronta, ma non sento passi in arrivo. Aspetto, tanto non è stato complicato incontrarlo. Non ho dovuto fare telefonate, né prendere la metropolitana per attraversare la città. A farci incontrare è stato il destino, alcuni mesi fa, quando ho varcato la soglia di questa casa. Roger ed io viviamo insieme e, decisamente, non è il tipo di coinquilino che mi aspettavo di incontrare. È un distinto signore inglese di mezza età, con le gote rosse e un fare gentile che ricorda il capofamiglia dei telefilm americani degli anni Ottanta.
A dispetto delle apparenze Roger Woolger è uno psicoterapeuta junghiano, che basa il suo lavoro sulla ricerca di “vite passate” che, sostiene, influenzano il nostro presente.

In una gabbia, nuda e incatenata

Woolger ha studiato psicologia e storia delle religioni a Oxford e a Londra. Ha iniziato la sua carriera con una pratica allo Jung Institut di Zurigo per passare, con gli anni, alla fusione della psicologia occidentale con la reincarnazione. Come? La nostra vita ha memoria di quelle passate, che imprimono sull’oggi i traumi di ieri. Questo metodo, Deep Memory Process, aiuta pazienti che soffrono di ansie immotivate, insicurezze e anche disturbi fisici. Permette, infatti, di visualizzare i dolori sopportati nelle vite passate e di farli rivivere sotto forma di psicodramma. Molti soffrono di fobie. Fobia dell’abbandono, degli spazi aperti, del fuoco, di volare.
«Una volta è venuta da me una donna che aveva paura di uscire di casa. Era talmente terrorizzata dalla gente che si faceva consegnare la spesa a domicilio», mi spiega. «In apparenza può sembrare una psicosi, ma nel mio mestiere si cercano nelle immagini irrazionali le radici delle storie che abitano l’inconscio». All’inizio di ogni seduta Roger utilizza delle frasi per accompagnare il paziente nella focalizzazione della sua paura. Non si tratta di una vera ipnosi, ma di una regressione che permette di visualizzare le vite anteriori. «In questo caso», continua «la mia paziente si è ritrovata essere una schiava nera. Era in una gabbia di legno in un mercato, completamente nuda e incatenata. Poi la scena si sposta in una piantagione, dove veniva regolarmente violentata dai padroni». La vera ragione della sua paura non era la folla, ma lo sguardo della gente. Una volta visualizzata l’origine della fobia, il dottor Woolger cerca di far assumere al paziente la consapevolezza che il vissuto che lo traumatizza appartiene al passato, non al presente, e intraprende con lui un percorso per ristabilire l’autostima.

La Shoah e il college

Tra i problemi affrontati da Woolger c’è anche la depressione, un male che nel Vecchio Continente, secondo la Commissione Europea colpirebbe il 4,5% della popolazione. Mi racconta di una donna inglese che ne soffriva da sempre, senza che nella sua vita ci fossero motivi che giustificassero tale malessere: «Alcune volte per arrivare alle cause scatenanti bisogna scendere in profondità e soffermarsi su dettagli insignificanti», dice mentre gioca con il cucchiaino. «Ho iniziato a farla parlare della sua vita, finché mi ha raccontato della partenza di suo figlio per il college. Non c’era nessuna particolare emozione nella sua voce, ma l’ho invitata ugualmente a rivivere quel giorno, tenendo gli occhi chiusi». L’arrivo alla stazione, le valigie sul treno, il finestrino abbassato e il figlio che la saluta dicendole che si rivedranno a Natale. Poi i singhiozzi. Che succede? «Sento che non lo rivedrò mai più», dice la donna in lacrime. E adesso viaggia lontano. Il treno è pieno di ebrei ed è diretto verso i campi di concentramento. Madri e figli vengono divisi, e lei non rivedrà mai più il suo. Morirà due settimane dopo e questo dolore, essendosi impresso nella sua anima alla morte, si ripresenta nella vita attuale sotto forma di depressione.

Con gli sciamani in America Latina

Roger parla a ruota libera. È affascinante seguirlo nelle sue avventure nell’aldilà. Ma non vuole convincermi di niente. È una persona che crede profondamente in quello che fa, e questo cattura l’attenzione. Mi racconta di problemi che si possono risolvere in una sola seduta. Quando, invece, si colpiscono l’ego e la stima in se stessi, ci vuole più tempo. In ogni caso non lavora più di sei mesi con un paziente.
Ha sviluppato la sua attività anche in America Latina, dove è fondatore e direttore del Istituto Para O Psique e as Tradicoes Espirtuais a Salvador, in Brasile. Quando gli chiedo quale storia l’ha colpito di più non ha un attimo di esitazione. Mi racconta di una giovane brasiliana che lavorava come ostetrica in un ospedale ma, ironia della sorte, aveva già avuto due aborti spontanei. In seguito aveva subito un’operazione all’utero a causa di alcuni fibromi. Possibilità di rimanere incinta? Pochissime. «Attraverso la regressione abbiamo esplorato il suo corpo. E si è rivista, giovane, in una tribù nella quale le donne venivano sacrificate e, nel suo caso, avevano offerto l’utero. Durante la seduta abbiamo chiamato degli sciamani per aiutarla a ricostruire le parti più ferite dell’utero». Subito dopo la terapia dice di sentirsi meglio e, dopo sei mesi, tornò per annunciare che aspettava un bambino. Quindi lavora anche con gli sciamani? «Sì, soprattutto in America Latina. Per me sono gli psicoterapeuti del mondo tribale e hanno un buon contatto con il mondo dello spirito. Grazie a loro ho imparato a lavorare con l’aura, il nostro campo energetico».


È passata più di un’ora. Domani Roger parte per Londra e deve ancora finire una relazione. Lo ringrazio, ma prima che sparisca dietro la sua porta voglio una dedica sul suo libro che ho comprato nella versione italiana (Il segreto di altre vite, Sperling & Kupfer, 2007). E lui, con un sorriso, si congeda: «Per Elisa, ti auguro una vita meravigliosa, questa volta».

Photo homepage: (2007, The Crossings/ rogerwoolger.com)
Elisa Marengo - Parigi http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=A&Id=3208

Terrorismo mediatico e quarto potere in America Latina
Di Annalisa manifestazione a Caracas in ocacsione del primo incontro contro il terrorismo mediatico

Foto: Luigino Bracci

A Caracas, nell’ultima settimana di marzo, si sono svolti contemporaneamente due incontri   di significato diametralmente  opposto e che hanno avuto come tema centrale la libertà di stampa e l’influenza che  i media hanno nella vita sociale e politica dell’America Latina.
Si è tenuta infatti sia la riunione semestrale della  Sociedad  Interamericana de Prensa (SIP), che raggruppa editori  e rappresentanti dei maggiori mezzi di comunicazione degli Stati Uniti e dell’ America Latina,  fortemente critica con i governi progressisti  della regione, e  particolarmente  con quello venezuelano, sia il primo  convegno “latinoamericano contro il terrorismo mediatico”  che questi governi subiscono da parte dei mezzi privati di comunicazione in un contesto più ampio di strategia  al servizio delle grandi potenze e dei poteri economici  organizzato dal Foro Latinoamericano e dall’Agenzia Bolivariana de Noticias (ABP) al quale hanno partecipato  operatori della comunicazione e giornalisti di  oltre 14 paesi.
La Sociedad Interamericana de Prensa, “il braccio giornalistico del governo americano” come la definisce il giornalista cileno e segretario esecutivo della Federación Latinoamericana de Periodistas (FELAP),  Ernesto Carmona,   ha  ovviamente denunciato  in questa  riunione,   come fa da tempo ormai, le presunte  violazioni alla libertà di stampa commesse da parte del governo di Hugo Chávez.
Un paradosso, come lo stesso Chávez ha tenuto a sottolinerare: “condannano il Venezuela  per le violazioni della libertà d’espressione dalla stessa Caracas dove affermano che si vive sotto dittatura”.
Ricordiamo che la stessa SIP lo scorso anno, consegnò il Premio alla libertà di Stampa , a Marcel Granier, l’imprenditore venezuelano proprietario dell’emittente RCTV alla quale il Venezuela non rinnovò la licenza alla sua scadenza e che ebbe parte attiva nel golpe dell’aprile 2002 contro il presidente  Chávez.
Il quarto potere è esercitato dagli Stati Uniti e dalle grandi multinazionali che controllano i mezzi di comunicazione  in America latina proprio attraverso  la Sociedad Interamericana de Prensa  alla quale sono legati gruppi oligarchici della regione che a loro volta controllano la stampa nei loro rispettivi paesi.
Come riferisce Ernesto Carmona, “uno sguardo ai nomi che compongono il direttivo della SIP” semplifica la comprensione di quanto sopra affermato.
La direzione amministrativa della società è in mano a sette persone, di cui cinque sono  proprietari di quotidiani statunitensi e solo due sono  latinoamericani, dei quali uno, il direttore esecutivo, con scarsa voce in capitolo  è un cileno, Julio  Muñoz Mellado,  l’altro, che invece occupa la vicepresidenza della SIP,  è un nome noto. Si tratta  infatti del colombiano    Enrique Santos Calderón . La sua famiglia,  oltre ad essere proprietaria di El Tiempo, il quotidiano più diffuso in Colombia,  ha due rappresentanti anche nel governo, che sono Francisco Santos Calderón, cugino di Enrique  e Juan Manuel Santos Calderón, il fratello di Enrique ,  rispettivamente vicepresidente e ministro della Difesa del paese.
La Sociedad Interamericana de Prensa, si avvale nella regione  dell’appoggio  di gruppi locali imprenditoriali, legati al mondo della comunicazione, spesso vincolati alla destra più conservatrice e reazionaria dei singoli paesi, la quale a sua volta mantiene stretti legami con la destra europea, particolarmente quella spagnola.
Il caso di Marcel Granier è emblematico in questo senso. Può ancora nel suo paese, in Venezuela, dove ha apertamente appoggiato un colpo di Stato, applicando tecniche di terrorismo mediatico dalla sua emittente RCTV,  prendere parte alle riunioni della SIP dove esprimere quanto appreso  al convegno dei neo-con ultraliberisti che si era tenuto qualche giorno prima a Rosario in Argentina presieduto da Mario Vargas Llosa e dove hanno preso parte ovviamente José María  Aznar e quasi tutti gli ex presidenti latinoamericani legati alla destra e al neo-liberismo, dal messicano Vicente Fox al salvadoreño Francisco Flores, dall’ecuadoriano Osvaldo Hurtado al boliviano Jorge “Tuto”  Quiroga.
Contro il terrorismo mediatico, portato avanti dalla  SIP in America Latina, secondo questa direttrice che, dagli Stati Uniti  non casualmente  passa attraverso la famiglia Santos e quindi la Colombia, ha avuto grande successo a Caracas,  nel Centro de Estudios Latinoamericanos Rómulo Gallegos (Celarg),  ad appena un isolato di distanza dal grande Hotel Caracas Palace,  dove era riunita la SIP, la denuncia che è stata fatta contro quello che Freddy Fernández direttore di ABN ha definito “l’uso dei mezzi di comunicazione come armi politiche contro alcuni governi della regione”. Una denuncia quindi, contro il tentativo,  da parte di potenti gruppi economici e finanziari,  di destabilizzare, nella logica di un conflitto a bassa intensità, i governi dei paesi che si stanno lentamente affrancando dal dominio economico, politico e militare del Nord.
Nella Dichiarazione di Caracas che è scaturita da questa denuncia, viene chiesto a  tutti i capi di Stato dell’America Latina e dei Caraibi di includere il tema del terrorismo mediatico nei vertici internazionali, dal momento che, è segnalato nel testo “il terrorismo mediatico è la prima espressione e condizione necessaria del terrorismo militare ed economico che il Nord industrializzato utilizza per imporre all’Umanità la sua egemonia imperiale e il suo dominio neocoloniale”.
La condanna, oltre che  alla Sociedad Interamericana de Prensa  è stata estesa  anche a quei gruppi come Reporter senza frontiere  che  “rispondono ai dettami di Washington  nella falsificazione della realtà e nella diffamazione globalizzata” (e che ammette apertamente di essere finanziata dal governo statunitense a questo scopo)  ma anche però all’Unione Europea, che compie questo ruolo rispondendo a vecchie alleanze e nuove egemonie economiche nella regione.http://www.annalisamelandri.it/dblog/articolo.asp?articolo=516

USA : caso Bell , assolti poliziotti che uccisero un innocente . Le reazioni
di Rico Guillermo*

L'assoluzione di tre poliziotti di New York autori di una sparatoria che ha ucciso (con 51 colpi) il giovane nero Sean Bell e ferito alcuni suoi amici ha generato costernazione, commozione e proteste nella comunita' nera americana e non solo.

Sean, 23 anni, ucciso a novembre 2006 nel quartiere di Queens mentre usciva da un locale dove aveva festeggiato l'addio al celibato, doveva sposarsi il giorno dopo. Ne' cui ne' i suoi amici portavano un'arma o potevano avervi accesso, come hanno verificato le indagini. I tre agenti che hanno sparato erano parte di un gruppo di cinque detective in borghese (per via di un'indagine su denunce relative al locale in merito a prostituzione e detenzione di armi e droga), quindi i giovani hanno temuto un'aggressione quando questi si sono avvicinati. Viceversa i poliziotti affermano di aver temuto per le proprie vite quando i ragazzi sono entrati nell'auto con Bell alla guida, perche' temevano vi si potesse nascondere un'arma.

I testimoni affermano che i poliziotti non si sono qualificati. Ma il giudice ha avuto dubbi su alcuni testimoni, rilevando i loro precedenti penali e notando contraddizioni nelle loro dichiarazioni (come ha scritto in un comunicato stampa) e l'atteggiamento aggressivo nei confronti di poliziotti e procuratori (come notano alcuni commentatori americani). I detective Michael Oliver (dalla cui pistola sono partiti 30 dei 51 colpi che hanno ucciso Bell), Gescard Isnora e Marc Cooper sono stati quindi assolti ieri dalle accuse di omicidio, aggressione e rischio sconsiderato per la vita di Sean Bell. Il processo si e' svolto davanti ad un giudice monocratico e non ad una giuria per via del forte impatto emotivo avuto sulla collettivita' dai fatti di sangue.

Alcune ore dopo il verdetto, Cooper ha detto: "Alla famiglia di Bell voglio dire che mi dispiace per la tragedia". Isnora hanno lodato il giudice "per la sua equa e giusta decisione". Patrick Lynch, presidente di una associazione vicina alla polizia di New York, ha dichiarato: "non ci sono vincitori, non ci sono perdenti... "Abbiamo ancora una morte che si e' verificata. Abbiamo ancora agenti di polizia che devono convivere con il fatto che vi e' stata una morte in cui sono stati coinvolti", ma il verdetto - a datto - rassicura gli agenti di polizia che essi sono trattati in modo equo nei tribunali di New York.

Alle critiche sulla decisione degli agenti di sparare e sul fatto che siano stati sparati cosi' tanti colpi, risponde indirettamente un ex detective di Queens spiegando che il tutto e' accaduto, probabilmente in meno di due minuti: "Potrei far fuoco con la mia arma in un caso come questo in 20 a 30 secondi" e che sono decisioni prese, nel bene e nel male, molto rapidamente.

Il Sindaco Michael Bloomberg ha detto in una dichiarazione che: "Un uomo innocente ha perso la vita, una sposa ha perso il suo sposo, due figlie hanno perso il loro padre e una madre e un padre hanno perso il loro figlio. Nessun verdetto porrebbe mai fine al dolore che coloro che conoscevano e amavano Sean Bell soffrono". Tuttavia, egli ha detto, il sistema giuridico deve essere rispettato "e anche se non tutti saranno d'accordo con le sentenze e pareri emessi dai tribunali, accettiamo la loro autorita'". Bloomberg ha anche detto di aver parlato brevemente con Paultre Bell e concordato con lei sulla necessita' di garantire che simili episodi non si verifichino in futuro.

L'esperto legale della CNN, Sunny Hostin, spiega che il verdetto e' sereno ed equanime. Il giudice Arthur Cooperman, spiega l'esperto, e' un magistrato di lungo corso che ha dato prova di equanimita' nella sua carriera, ha esperienza in casi di brutalita' della polizia ed in un caso ha condannato dei poliziotti. L'esperto della rete afferma che effettivamente alcuni testimoni non sono apparsi sereni, ed uno di questi ha gridato al procuratore: "Questo dovrebbe accadere per la vostra famiglia", inficiando la propria attendibilita' con l'animosita' del comportamento. Secondo l'esperto, l'opinione pubblica per la maggior parte e' convinta che i poliziotti siano stati giustificati a sparare e che sembrava essere una normale procedura di polizia. Ma la comunita' concorda sul fatto che si tratti di un terribile caso per tutti, visto che anche i tre poliziotti dovranno fare i conti per tutta la vita con l'omicidio di un uomo innocente.

Ben altri reazioni e commenti, dicevamo, sono venuti dalla comunita' nera di New York e non solo. La giovane Nicole Paultre Bell, la sposa mancata, si e' sentita male alla lettura del verdetto. Molti neri riuniti fuori dal tribunale hanno pianto o protestato, rivolgendosi soprattutto ai poliziotti neri presenti, con l'invito a lasciare la divisa ed il servizio per i "padroni".

Il Reverendo Al Sharpton, molto vicino alla famiglia e che aveva invitato alla calma la comunita' nera, ha dichiarato durante il suo programma radiofonico che non si e' trattato di errore giudiziario: "Cio' che abbiamo visto in tribunale oggi e' stato un aborto spontaneo della giustizia... la giustizia e' stata interrotta". Leroy Gadsden, presidente del Comitato Giamaica di relazioni con le forze di polizia, ha detto alla stampa USA che "Questo caso non e' stato sulla giustizia... e' stato sul fatto se le forze di polizia abbiano il diritto di essere al di sopra della legge. Se la legge fosse stata in effetti qui, se il giudice avesse seguito la legge veramente, questi agenti sarebbero stati riconosciuti colpevoli. ... Questo tribunale, purtroppo, e' fallito quando si tratta di giustizia per le persone di colore".

Alcuni giornali statunitensi titolano significativamente: "Quando i poliziotti uccidono un innocente e' legale". Un blog nero nota la disparita' di trattamento riservata a Wesley Snipes, il popolare attore condannato a tre anni di reclusione per non aver pagato le imposte per tre anni. Un reato non violento, nota il blog, mentre al nero Michael Vick e' stato comminato il carcere per aver ucciso un cane. Invece i funzionari di polizia nel caso Bell (due dei quali, va notato, sono afroamericani) saranno liberi e godranno del sole e della vita pur avendo ucciso un uomo completamente innocente e tolto il padre a due bambini. Con una amara ma ovvia deduzione un altro blog suggerisce: da oggi in poi restatevene chiusi in casa "per evitare di essere un Sean Bell".

I pubblici ministeri federali condurranno comunque una revisione del processo per determinare se vi siano state violazioni dei diritti civili.

* si ringraziano Claudio Giusti ed Elisa Mabrito


www.osservatoriosullalegalita.org

 


Mille palloncini per un'utopia

 

L’America Latina è da sempre la terra dell’impossibile fatto possibile. La fantasia, però, a volte riserva un finale amaro. Il sacerdote Adelir Antonio De Carli voleva volare sopra il Brasile, o almeno sopra il Paraná, attaccato a mille palloncini colorati, i classici palloncini da festa. Una piccola, trasognata, utopia che sarebbe servita anche per raccogliere fondi per le famiglie dei camionisti in sciopero a Paranaguá. Lo aveva già fatto una volta, per quattro ore, ed era arrivato fino in Argentina.
Questa volta De Carli è decollato sotto la pioggia, ma poi di lui non si è più saputo niente.
I palloncini sono stati ritrovati sull’Atlantico, mentre del sacerdote non c’è traccia. Secondo la famiglia è disperso nella giungla, ma i soccorritori, dopo aver passato al tappeto 5000 chilometri quadrati in cinque giorni, hanno ora abbandonato le ricerche.
http://es.youtube.com/watch?=12JUGvwA6Gc&feature=related
http://luiro.blogspot.com/


aprile 26 2008

Le sfide per i sindaci e per gli stakeholder PDF Stampa E-mail
Scritto da Enzo Risso
 

Il momento presente è quello in cui la storia finisce e noi non siamo affatto capaci di guardare nel futuro con l’idea di poterlo anticipare seguendo la corrente”, diceva il filosofo K. Popper  e il problema si presenta in tutta la sua vastità se pensiamo al futuro delle nostre città.

 

 

I cittadini chiedono ai sindaci, alla classe politica e ai leader della società civile di agire per il loro benessere quotidiano. Vogliono amministratori in grado di rispondere ai problemi del day by day. E attendono risposte concrete ai temi reali e concreti che vivono quotidianamente e che incidono tutti i giorni sulla percezione di ben vivere.

 

 

Tutto ciò apre ed alimenta l’ansia dell’opinione pubblica verso  la qualità della civis e della polis.

Il malessere urbano radica, come abbiamo visto, nel decadimento del senso civico urbano, nella valutazione di incapacità della classe dirigente cittadina allargata (non solo quella politica), di superare le parcellizzazioni e di trovare terreni comuni di azione e intervento.

 

 

A giudizio non si ritrovano solo gli amministratori, con in testa i sindaci, ma gli stakeholder.

Il senso di disaffezione, di distacco dalla politica locale che è cresciuto negli ultimi due anni, non è esclusivamente il frutto della debolezza e della litigiosità delle compagini politiche, è anche il prodotto di un generale disincanto nei confronti dei vertici della società civile.

 

 

Sotto accusa non c’è solo questo o quel partito, questa o quella classe politica. Sotto accusa c’è la classe dirigente dei commercianti, degli artigiani, dei sindacati, degli industriali, del volontariato, del mondo culturale.

Tutti questi segmenti, che formano nel loro insieme il tessuto della società civile urbana,  appaiono all’opinione pubblica incapaci di ritessere un senso unitario di città. Appaiono avvolti in una spirale di conflitto permanente, di delegittimazione reciproca.

Tutto ciò ha un effetto chiaro: si sta delineando una forma di distacco tra i cittadini e la civis. I cittadini attendono risposte concrete nel quotidiano e non difesa ad oltranza di interessi di parte. Il loro termine di giudizio non è più solo l’ideologia e l’appartenenza, ma la qualità delle persone.

 

 

Ciò non significa che il rapporto con i sindaci si è rotto. Anzi, i sindaci restano l’unico baluardo cui i cittadini si affidano. Ciò significa che le sfide per i sindaci sono cambiate.

 

 

I dati dell’indagine 2007 disegnano il permanere, pur con un certo indebolimento, del ruolo centrale dei sindaci nella società italiana, mentre in calo netto appaiono le altre istituzioni (regioni, in primis). Il fronte del rapporto tra cittadini e sindaci, tuttavia, vede delinearsi un quadro di sfide complesse.

 

 

1.       Il primo fattore è quello della sicurezza, o meglio di combattere il senso di insicurezza. La guerra all’insicurezza, ai pericoli e ai rischi si combatte, dice Bauman, dentro le città ed è “qui che si delimitano i campi di battaglia e si tracciano i fronti”[1].  Il problema di fondo, ingenerato dal bombardamento sulla sicurezza e sul senso di insicurezza, ha ottenuto, comunque, in questi anni, una prima vittoria: ha ridotto la capacità di attrazione delle città. Ha ridotto il valore della città come ambito e spazio che rende “libere” le persone.  Ma questa potrebbe essere solo un vittoria momentanea. La voglia di spontaneità, di relazionalità, di occasioni per stare insieme e per vivere emozioni. La voglia di luce e vivacità della città, è anche una risposta ai tanti anni bui della paura di uscire e di senso di insicurezza.

 

 

2.       Il secondo tema è quello della rete per lo sviluppo. I comuni e i sindaci sono il vero sistema reticolare in grado di garantire che i processi di sviluppo messi in atto e le scelte programmate possano essere realizzate. Ritorna con nuova valenza, la funzione dei sindaci quali motori dello sviluppo regionale, quali protagonisti non solo delle realizzazioni delle politiche e delle scelte di programmazione, ma anche quali attori dei processi decisionali che portano a tali scelte e politiche.

 

3.        Il terzo fattore è quello della democrazia civica. I sindaci e i comuni sono l’asset fondamentale di una nuova ripresa civica del nostro paese. Una stagione che non va  intesa solo come un mera maggior relazione tra i cittadini e le istituzioni, ma anche come una reale ciclo di governo partecipato delle scelte, in cui gli abitanti del nostro paese possono incidere, in relazione e rapporto e con la rappresentanza dei sindaci,  maggiormente e concretamente sulle dinamiche complessive di trasformazione e crescita dei territori e del nostro paese.

 

 

4.       Il quarto fattore  è, se vogliamo, più politico, ma assolutamente precipuo per una democrazia rappresentativa viva e vitale. Si tratta della spirale del consenso. I sindaci sono sempre di più uno dei fattori determinanti nella costruzione del consenso alle coalizioni e ai singoli partiti. Non si tratta di quello che un tempo fu il partito dei sindaci. Si tratta, bensì, della funzione determinante che ha, nella personalizzazione della politica e nell’incedere della crisi dei partiti, la figura di persone che hanno dimostrato, concretamente e nei fatti, di stare dalla parte della gente.

 

 

5.       Il quinto fattore è quello che possiamo definire l’archetipo identitario. I processi di trasformazione globale spingono verso il basso, verso i territori, verso le realtà urbane. I nuovi processi identitari, nelle realtà multietniche e multiculturali cui è destinato il nostro paese, si giocheranno tutti nelle città, nei centri urbani, negli agglomerati locali. In questi ambiti avranno gioco i ruoli di distanza, di confini, di interazione e comunanza. Una sfida che solo con guide locali forti, capaci di intervenire sul senso identitario locale, potrà essere giocata e vinta senza eccessivi contrasti o contrapposizioni.

 

 

6.       Il sesto tema è l’archetipo comunitario. Nei centri urbani, grandi e piccoli che siano, si muove il ridisegno delle relazioni tra moderno e tradizione, tra bisogni e possibilità, tra dinamismo e regressione, tra sviluppo economico e stagnazione. I diversi processi in atto negli ambiti urbani, i processi di ridisegno delle singole entità (in termini economici, sociali, ambientali e culturali),  incidono non tanto e non solo sulle nuove identità sociali, quanto sulle identità individuali e i modi di considerare gli altri. Nelle città si giocherà la partita della nuova Italia, della nuova comunità nazionale, intesa come articolato composito delle tante identità locali, delle tante Italie. I sindaci saranno i protagonisti di questo processo. Le loro scelte, le loro vision, la loro capacità di governo e interazione con le realtà locali determinerà, almeno in parte (ma una parte consistente) il colore dei paradigmi futuri del nostro paese.

 

 

7.       Infine, il settimo elemento, lo potremmo definire di “peso politico nel governo del paese”. I comuni e i sindaci sono il crocevia del consenso e della relazione tra il paese e il suo sistema di governo. Non sono solo i mattoni della nostra Repubblica, sono anche la sua anima e la sua coscienza più viva. Come tale, si apre un problema sul peso e sul ruolo che, in relazione diretta con il Governo e con le Regioni, debbano avere i comuni nelle scelte per la nazione e per i territori. E la partita del peso politico dei sindaci non è solo formale, non si situa solo nei processi di riforma costituzionale, si svolge, soprattutto, sul piano sostanziale, della capacità di incisione e determinazione delle scelte, delle risorse finanziarie e umane di cui possono disporre.

 

 

 

 

Nel loro complesso questi sette punti, sembrano determinare un nuovo ruolo per i sindaci nel futuro del paese.

Non si tratta più del ruolo di rivitalizzatori della società, che gli era stato assegnato all’inizio del ’93 e che ha portato a un risveglio della società locale. 

Oggi la prova è più alta, è la sfida del governo del paese, della sua identità, delle sue traiettorie di sviluppo, del senso di solidità. E questa partita ha bisogno di risorse: umane, economiche, ma anche legislative, politiche e culturali.
http://www.postpoll.it/bimestrale/osservatorio_programmatico/le_sfide_per_i_sindaci_e_per_gli_stakeholder.html

GALLERIA DEI MARCIATORI SU ROMA. CON ROMAGNOLI GUIDA LA FIAMMA TRICOLORE
Gianluca Iannone, da Mussolini ad Alemanno

(g.d.v.)


Non rinnega il fascismo ma ne va anzi orgoglioso. Ha un tatuaggio sul collo con scritto “me ne frego” e considera Mussolini «il più grande italiano del Novecento». È il punto di riferimento a Roma di tutta il fronte neo-squadrista. Stiamo parlando di Gianluca Iannone, teorico dell’occupazione abusiva delle case e del mutuo sociale. Uno che non fa mistero di aver coniugato violenza e politica, il cui motto è «Nel dubbio mena». Cantante del gruppo hardcore Zetazeroalfa, fa proseliti grazie a una radio, Radio Bandiera Nera, un centro sociale occupato, Casa Pound, e una libreria “orientata” dal nome più che evocativo, Testa di ferro. Insomma, un militante tipo di quella destra estrema, che ancora affonda le radici culturali in Evola, Marinetti e D’Annunzio.
E che, in fin dei conti, non preoccuperebbe più di tanto, visto che rappresenta comunque aree marginali della società. Peccato però che i suoi voti corrano il rischio di essere determinanti nella corsa a due per il Campidoglio fra Rutelli e Alemanno.
Iannone infatti non solo è reduce dell’ultima competizione elettorale, visto che si è candidato alle politiche nelle liste della Santanché. Ma soprattutto è dirigente nazionale di Fiamma tricolore, il movimento guidato da Luca Romagnoli e federato con la Destra di Storace, che ha fatto sapere nei giorni scorsi di voler appoggiare attivamente l’ex ministro dell’agricoltura. E che proprio alla vigilia del 25 aprile, per bocca di Romagnoli, ha reso noto uno dei suoi cavalli di battaglia: «Rimuoviamo un falso storico: l’Italia non è stata liberata dalla Resistenza». (g.d.v.)

http://www.europaquotidiano.it/

 

SCOMMESSE

Non è il punto più importante, ma mi pare giusto cominciare con un apprezzamento per il lavoro di Nando, la sua fatica per il blog, la generosità con cui lo ha messo a disposizione di tutti.

E vengo al dibattito sui rapporti Veltroni –Prodi.

Trovo eccessive le critiche di Giovanni Bachelet a Veltroni. Veltroni si è trovato a gestire una situazione dominata dalla convinzione di un governo Prodi rovinoso per l’economia. Le elezioni gli imponevano una scelta: cercare di ribaltare questa opinione o abbandonare Prodi. Ha scommesso sulla seconda alternativa; una scelta poco generosa ma pragmatica: l’opinione negativa sul governo non si poteva correggere in quattro mesi. Il divario tra PDL e PD è passato dal 20% dei sondaggi al 4% del voto. Forse non si poteva fare di più.

Condivido le critiche di molti alle carenze di comunicazione del governo. Io ho preparato e diffuso un volantino artigianale con i pareri del Financial Times e del Wall Street J. ricavati da La Repubblica sull’azione di Prodi e di Berlusconi. Fatica ovviamente ingenua e tardiva. Bisognava fare qualcosa prima. Ricordo che Visco, tempo fa, disse che preferiva agire piuttosto che parlare. Forse è supponenza, come dice qualcuno, forse è solo l’ingenua convinzione che i fatti possano superare la barriera mediatica.

Non ci sono stati sforzi per contrastare l’opinione corrente, con i dati del bilancio e le opinioni, da fonti istituzionali e non, che venivano dall’estero,. Come elemento accessorio, non si è difeso l’Euro; non si è ricordato che Berlusconi affossò il comitato nominato dal governo Prodi per controllare il passaggio, non impose l’obbligo di esporre il doppio prezzo, e diede un bel segnale portando da mille lire a 1€ la giocata minima al lotto. E come mai non viene mai riportato il prezzo del petrolio in Euro? Farebbe toccare con mano i vantaggi dell’Euro.

Quanto a Prodi, secondo me, ha fatto un errore solo, ma determinante. Avrebbe dovuto dire chiaramente che intendeva portare avanti un programma, a che si sarebbe dimesso appena glielo avessero impedito. Credo che avrebbe realizzato di più di quello che ha fatto, e comunque se si fosse dimesso lo scenario non era molto negativo. Certamente era enormemente migliore della situazione che si sono trovati davanti gli elettori. Ha scelto invece di scommettere sulla possibilità che ragionevolezza e pragmatismo riuscissero a comporre i contrasti nella maggioranza. Era una scelta su cui molti erano d’accordo. Ora, col senno di poi, si può dire che la scommessa era troppo azzardata. Dobbiamo a Prodi molta riconoscenza per il tanto che ha fatto; questo risultato non può cancellarla.

Anche a me l’intervento di Paolo Forti sembra eccessivo, per i motivi presentati in diversi interventi. Aggiungo, a quanto detto da molti, che secondo me la reazione del “mondo professionale” non ha avuto un grande impatto sul voto: la categoria era già indirizzata negativamente, e non era facile orientarla diversamente. E c’erano tutti gli altri. Pensate che i meno abbienti abbiano abbandonato il centrosinistra perché tartassava professionisti e commercianti?

Giorgio Dall’Aglio
Comitato delle Vittorie per l’Ulivo

Basta braccialetti
Mentana è bravo, Alemanno è interessante, Rutelli sarà sindaco, Roma va salvata, la casa è un’emergenza, la sicurezza un diritto. Ma se stasera ritirano fuori il braccialetto, giro sulle bocce.
http://www.stefanomenichini.it/

Fabricas

Fabbriche recuperate, Argentina. Un movimento che vive oggi, nato qualche tempo prima del tremendo argentinazo, il dicembre del 2001, il fallimento dello Stato argentino, lo shock neoliberista della privatizzazione selvaggia che ridusse in polvere la classe media, sprofondando quella dei più poveri: il collasso.
Si tornò al baratto. A economie di sussistenza, 26 bambini al giorno che morivano di fame e stenti, intere famiglie che piombavano in un tunnel disperante. Pare lontano, sono solo sette ani fa.
Le fabbriche recuperate sono uno dei più bei simboli di una capacità di reazione, dell'individuo e del collettivo. Collettivo di lavoro, prima ancora che politico. Sfrondiamo questa storia dalle ideologie, dai falsi romanticismi. Ma soprattutto andiamo a conoscerla dentro i suoi dettagli. Sono stati scritti libri su un movimento, quello delle fabricas, che resiste, esiste e si sviluppa. Non senza difficoltà. Sono stati girati documentari e film.
Oggi raccontiamo di come una compagnia teatrale, Alma Rosé, abbia studiato quei fatti, con viaggi e interviste, per arrivare a costruire uno spettacolo fatto di drammaturgia della testimonianza, corpo e musica. Una rielaborazione del vissuto dentro una chiave di un teatro che fa domande, e che lascia allo spettatore il compito di rispondere agli interrogativi che si accendono nello spazio dell'azione scenica.
Fabricas è l'ultima produzione di Alma Rosè, di cui PeaceReporter è media partner. Una scelta fatta all'insegna di una maniera diversa di vivere il teatro come strumento di analisi, denuncia, di indagine e riflessione. Alma Rosé, a Milano, struttura la sua stagione in un Giro della città, che porta in posti inconsueti, animando spazi – e ovviamente persone – in una sfida allo stereotipo del teatro come luogo chiuso e monumentale.
Il giro va per la città, incrocia energie diverse, si moltiplica nel passaparola. E questa volta ci invita a riflettere, come in uno specchio, sulle fabbriche. Anche la nostra fabbrica, a partire da esperienze diverse e lontane. Ma non così tanto, se ci pensiamo fino in fondo.

Il video di presentazione di  Fabricas, tratto dal viaggio della compagnia nel corso della fase di inchiesta per lo spettacolo.
 
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10885

Georgia: botta e risposta Mosca – Washington sul futuro del paese caucasico

Altre due repubbliche ex sovietiche che Washington vorrebbe nella NATO, contrariamente ai progetti di Mosca.

Nonostante il fallimento del tentativo di Washington di avviare subito le trattative per l’ingresso di Tblisi nella Nato, anche a fronte dell’opposizione degli alleati europei, lo scontro con Mosca sul futuro della Georgia sembra tutt’altro che essersi ridimensionato. Il 16 di aprile, infatti, gli USA hanno annunciato che “Immediate Response” l’esercitazione militare annuale che solitamente si tiene con paesi membri della NATO quest’anno si terra in Georgia e coinvolgerà gli eserciti di Azerbaijan ed Ucraina. Altre due repubbliche ex sovietiche che Washington vorrebbe nella NATO, contrariamente ai progetti di Mosca.

La bocciatura della proposta americana di apertura immediata all’ingresso nella NATO per le repubbliche ex-sovietiche aveva consentito di evitare l’acuirsi della crisi Washington-Mosca, riaprendo addirittura la possibilità di un miglioramento delle relazioni fra i due paesi. La realtà si è però dimostrata da subito ben diversa. In realtà l’ultimo vertice dei due presidenti uscenti Bush e Putin ha confermato che le posizioni dei due paesi sul futuro di Georgia ed Ucraina, come sullo scudo spaziale sono molto distanti. Premesse queste che seppur negative non sembravano essere il preludio degli eventi che si sono verificati negli ultimi giorni. Pur incassando la sconfitta del vertice di Bucarest, infatti, Bush ha proseguito nel suo intento di avvicinare il più possibile la Georgia alla NATO e le modalità con cui è stata presentata l’esercitazione militare Immediate Response confermano che anche a fronte della cautela di alcuni alleati europei l’intenzione è di andare avanti, se necessario anche da soli, su questa strada. A costo di pregiudicare ulteriormente i rapporti con Mosca. A meno di 24 ore dall’annuncio americano, infatti, è giunta la dichiarazione del governo russo, sollecitata dallo stesso presidente Putin, di voler stabilire rapporti ufficiali con le due repubbliche separatiste dell’Abhkazia e dell’Ossetia del Sud. Rapporti che non implicano anche l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra le parti ma che evidenziano la volontà russa di bloccare qualsiasi ingerenza americana nello spazio ex sovietico.

L’indipendenza del Kosovo è, infatti, una ferita ancora aperta nelle relazioni tra USA e Russia e le questioni delle repubbliche indipendentiste della Georgia è sempre stata legata a doppio filo alle vicende serbe. Il dipartimento di stato americano ha reagito alla contromossa russa chiedendo spiegazioni e rassicurazioni ufficiali, appoggiato anche dal segretario della NATO Jaap de Hoop Scheffer, e il governo di Tblisi ha convocato il consiglio di sicurezza nazionale accusando Mosca di voler annettere le due repubbliche indipendentiste. In realtà la stessa Russia non sembra almeno per il momento interessata ad un peggioramento della crisi con la Georgia ma al contrario le sue azioni dimostrative sembrano avere come destinatario il governo americano. Molto dipenderà quindi da quella che sarà la futura politica di Washington nell’area e su questioni quali lo scudo spaziale.

Felice Di Leo

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32520


UE-NATO: la difesa europea dopo Bucarest

Quest’anno, il vertice della NATO si è tenuto in Romania, dal 2 al 4 aprile. Messi da parte i negoziati d’adesione che hanno finalmente portato all’ingresso della Croazia e dell’Albania e al rifiuto della candidatura della Georgia e dell’Ucraina, doveva essere un momento di alta politica internazionale. All’indomani delle dichiarazioni del presidente Sarkozy riguardo, da un lato, la reintroduzione delle strutture integrate di comando dell’Alleanza Nord-Atlantica da parte della Francia e, dall’altro,  al destino incrociato della NATO e dell’Unione Europea, ci attendevamo degli annunci rivoluzionari…ma “rivoluzionario” non fa parte del vocabolario internazionale.


Un falso vertice europeo

Dai discorsi tenuti dall’Ambasciatrice americana alla NATO, Victoria Nuland, il 22 e il 25 febbraio alla London School of Economics, i rappresentanti americani non avevano mai considerato l’Europa della difesa un soggetto abbastanza serio da poter essere trattato a livello internazionale. L’Ambasciatrice stessa l’aveva ammesso a Londra: “ Vi sembrerà strano, se non sospetto – che un’Ambasciatrice americana alla NATO venga qui davanti a voi e vi faccia delle pressioni – a voi, leader britannici e internazionali del futuro , affinché costruiate un’Europa più forte” . Eppure, sembra che la strada sia stata tracciata. Insomma, osiamo credere all’esistenza di un’altra organizzazione internazionale capace di assicurare la sicurezza dei cittadini di tutto il mondo… No! Vorrebbe dire spingersi un  po’ troppo in là. Certo, l’Europa della difesa esiste – difficile ignorare la realtà istituzionale e operativa di questa organizzazione con la quale la NATO ha del resto siglato una partnership strategica nel 2003. Ma da qui a far dire agli americani che l’Unione Europea è in grado di assicurare la sicurezza mondiale, c’è di mezzo un ostacolo epistemologico insormontabile. Non meno avventuroso della sua Ambasciatrice, il presidente Bush non si è mai arrischiato a parlare di « European security and defense policy », se non a livello di aneddoti.

La PESD: una legittimità riconosciuta

A giudicare dalle affermazioni dei leader americani, sebbene non ancora pienamente concretizzata tanto da poter essere considerata a pari livello della NATO, la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) ha tuttavia rafforzato la presenza militare europea in tutto il mondo – non soltanto nei Balcani. Di conseguenza, la UE è divenuta un interlocutore politico e strategico determinante. Determinante per il futuro stesso dell’Alleanza che deve imperativamente ridefinire le sue priorità e la sua finalità a fronte delle nuove “minacce globali”; e determinante anche da un punto di vista strutturale perché oggi, 21 Stati membri della NATO su 28 fanno anche parte della UE. Gli USA che, come tutti sanno, tengono le redini dell’Alleanza, in termini di risorse finanziarie e di capacità, non possono più legittimamente ignorare la realtà di una difesa europea a cui contribuiscono gli 8/10 dei suoi membri.
Cosa che ha portato Bush a dire, per la prima volta, che “ La costruzione di un’Alleanza Atlantica forte ha bisogno anche di una grande capacità di difesa europea”.  Ma attenzione, di nuovo! Non mettiamo in bocca al presidente americano parole che non ha detto, perché alla fine ha parlato di rafforzare la “capacità di difesa europea” e non della difesa europea vera e propria. Se da un lato Bush incoraggia gli alleati europei ad aumentare il budget destinato alla difesa, dall’altro non invoca il rafforzamento né istituzionale né politico degli organi della difesa europea – ossia, l’Agenzia Europea di Difesa, il Centro d’operazione o lo Stato Maggiore della UE, per citarne solo alcuni. E’ lodevole, invero, voler consolidare le risorse materiali degli Stati membri – e Dio sa se c’è un abisso fra la dichiarazione di intenti e il mettere a disposizione forze e crediti – ma se i dispositivi operativi e di coordinamento di questi mezzi rimangono minimi, allora è come riempire i un paniere bucato.

Quella che avrebbe allora potuto sembrare una rivoluzione concettuale da parte degli Stati Uniti non è altro, a ben vedere, che l’ennesima espressione della loro ingerenza: “ In questo vertice, incoraggio i nostri partner europei ad aumentare gli investimenti per la difesa a sostegno delle operazioni sia della NATO che della UE. L’America crede che se gli europei investiranno nella loro difesa, saranno più forti e meglio capaci d’agire quando schiereremo le nostre truppe insieme” . In altri termini, è fuori discussione che la PESD possa giocare da libero. Vi esortiamo a svilupparvi, ma solo se questo può portare un vantaggio anche a noi.


Una difesa europea autonoma…ma non indipendente

Quanto a Sarkozy, i discorsi che ha fatto a Bucarest sono sulla scia di quello che ripete dalla conferenza con gli Ambasciatori del 27 agosto scorso. “Questo vertice è estremamente importante. Consente di rinsaldare l’Alleanza e di rinforzare l’Europa della difesa. […] Vorrei ringraziare il presidente Bush per le sue parole. Abbiamo bisogno della NATO e di una difesa europea. Abbiamo bisogno degli Stati Uniti e gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati forti”. Quest’ultima è frase molto eloquente: le due istituzioni sono indissolubilmente legate. Quindi, anche se il presidente francese ripete di volere un’Europa “autonoma” e “più forte”, ammette anche che dipende sempre dagli americani. Gli Stati Uniti hanno le chiavi dell’economia della difesa , anche se diventa offensivo parlare di “ombrello della NATO ” – il termine di “perfusione delle capacità” è più adatto.

E’ ammirevole, quindi, sostenere l’idea di un’Europa autonoma, ma finché gli interessi della difesa degli Stati europei rimarranno determinati dagli accordi economici e industriali fatti con gli Stati Uniti, non ci sarà mai una vera indipendenza. E se non ci sarà autodeterminazione nell’economia della difesa europea, la PESD rimarrà ostaggio di una mano invisibile chiamata NATO.


Traduzione: Laura Bortoluzzi

http://paris.cafebabel.com/it/post/2008/04/22/UE-NATO:-la-difesa-europea-dopo-Bucarest


Hillary-Obama, tre scenari per chiudere la gara

 

Tre possibili date di scadenza per la corsa alla nomination dei democratici alla Casa Bianca sembrano emergere dalle nebbie della sfida infinita tra Hillary Clinton e Barack Obama: 6 maggio, 3 giugno o 28 agosto. Il partito che sogna di riprendersi la presidenza dopo otto anni di amministrazione Bush, guarda a ciascuna delle tre scadenze con un livello di ansia che cresce con l’allungarsi del calendario. […]

La vittoria nelle primarie in Pennsylvania ha dato una boccata d’ossigeno all’ex First Lady. Ma per strateghi e osservatori Obama resta il favorito, sia pur indebolito. Nel complesso scenario che si e’ aperto in casa democratica, una prima occasione di svolta viene ritenuta quella del voto del 6 maggio in Indiana: una sconfitta di Hillary nello stato del Midwest potrebbe spingerla a mollare.

Se pero’ il 6 maggio non diventasse la stazione d’arrivo - si vota quel giorno anche in North Carolina, dove Obama e’ favorito -, la sosta successiva e’ quella del 3 giugno, quando South Dakota e Montana chiuderanno la serie dei voti. A quel punto, prevedono gli esperti, i ’saggi’ del partito scenderanno in campo per intimare ai superdelegati ancora incerti di prendere una decisione. L’ex vicepresidente Al Gore, il presidente del partito Howard Dean e i leader delle due camere, Nancy Pelosi e Harry Reid, in quest’ottica avrebbero un ruolo decisivo.

I superdelegati sono esponenti di partito che alla convention di agosto a Denver non sono vincolati nel voto. In uno scenario in cui ne’ Obama, ne’ la Clinton sono piu’ in grado di agguantare la nomination solo con i delegati eletti nelle primarie, saranno questi ‘grandi elettori’ a fare la differenza. Circa 300 dei poco meno di 800 superdelegati sono ancora indecisi ed e’ possibile che i boss del partito, finita la serie dei voti, si preparino a esortarli a una scelta di campo. Il ruolo della ’speaker’ Pelosi sara’ particolarmente importante in questo caso, visto che 70 superdelegati ancora non schierati sono deputati della Camera, di cui lei e’ la leader.

Lo scenario che i democratici temono di piu’ invece, e’ quello di arrivare alla convention di agosto senza un candidato designato, per la prima volta dal 1972, con il rischio di un bagno di sangue che favorirebbe il repubblicano John McCain.

L’incertezza sull’esito finale della battaglia Obama-Clinton e’ documentata, negli Usa, anche dalle valutazioni di taglio diametralmente opposto che circolano sui loro risultati. Un esempio lo ha dato la pagina degli editoriali del Wall Street Journal, di orientamento conservatore. Nello stesso giorno Karl Rove, l’ex stratega di George W.Bush, si e’ detto convinto che Obama abbia perso buona parte del vantaggio e sia in crisi, mentre Daniel Henninger, vicedirettore degli editorialisti del quotidiano controllato da Rupert Murdoch, ha sancito che il senatore nero ha gia’ vinto la nomination.

La tesi di Rove e’ che Obama stia dimostrando di non essere pronto per le elezioni generali di novembre e di essere stato costretto da Hillary a scendere su un terreno di scontro personale che danneggia la sua immagine di candidato che ‘vola alto’. Henninger, invece, considera altri fattori. Tra questi, la mole di soldi che Obama ha a disposizione, ma anche la scesa in campo al suo fianco di due superdelegati con ampio seguito nel partito, gli ex senatori Sam Nunn e David Boren. Si tratta di due esponenti centristi del partito, che a rigor di logica, secondo Henninger, dovrebbero stare con la Clinton. Invece hanno concluso che Obama sara’ il vincitore e ‘’i superdelegati ancora indecisi - secondo Henninger - ne prenderanno nota'’.

Obama che riceve l’imprimatur di Nunn e Boren, per l’editorialista del Wsj, ‘’equivale a immaginare Roosevelt, Kennedy e Johnson che escono dalle tombe e annunciano: ‘Ora basta, quest’uomo e’ il vostro candidato, adesso seguitelo e andate a combattere i repubblicani”’. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/04/25/hillary-obama-tre-scenari-per-chiudere-la-gara/#more-552


Minori , videogiochi e violenza : intervento Commissione UE
di osservatoriosullalegalita.org

Quello dei videogiochi è un settore europeo in piena espansione: per la fine del 2008 si prevedono introiti pari a 7,3 miliardi di euro. Tuttavia, il timore avvertito dal pubblico che i videogiochi possano causare comportamenti aggressivi, timore reso più acuto da casi di sparatorie a scuola, come quella di Helsinki (Finlandia, novembre 2007) e acuito dal fatto che i videogiochi sono sempre più spesso accessibili via Internet e telefoni cellulari, ha indotto varie autorità nazionali a vietare o bloccare i videogiochi come "Manhunt 2".

In risposta a queste preoccupazioni la Commissione europea ha censito le misure di protezione dei minorenni dai videogiochi dannosi in vigore nei 27 Stati membri dell’UE. 20 Stati membri applicano attualmente il PEGI (Pan European Games Information – Informazioni paneuropee sui giochi), un sistema di classificazione in base all’età messo a punto dal settore, con l’appoggio dell’UE, dal 2003.

A giudizio della Commissione il settore dovrà effettuare maggiori investimenti per rafforzare e, in particolare, tenere regolarmente aggiornato il sistema PEGI così da farne uno strumento paneuropeo veramente efficace. Il settore e le pubbliche autorità dovranno inoltre collaborare più strettamente per dare più ampia pubblicità ai sistemi di classificazione in base all’età e ad altri criteri ed evitare la confusione dovuta all'esistenza di sistemi paralleli. Entro due anni dovrà essere elaborato un codice di condotta per i dettaglianti per la vendita dei videogiochi ai minorenni.

"I videogiochi sono diventati una colonna portante dell’industria europea dei contenuti, con un boom delle vendite in tutta Europa. Si tratta di un fatto positivo, che comporta però per il settore una più grande responsabilità di informazione nei confronti dei genitori, così che questi sappiano a quale tipo di giochi si dedicano i loro figli", ha dichiarato Viviane Reding, commissario UE responsabile per la Società dell’informazione e i media.

"Il PEGI, in quanto esempio di autoregolamentazione responsabile dell’industria e unico sistema di questo genere con ambito di applicazione quasi paneuropeo, rappresenta certamente un ottimo primo passo, ma ritengo che possa essere notevolmente migliorato, in Europa e altrove, sensibilizzando maggiormente il pubblico alla sua esistenza e dando piena attuazione a PEGI Online - ha detto ancora Reding - Faccio inoltre appello agli Stati membri e al settore affinché disciplinino la vendita dei videogiochi nei negozi in modo da far rispettare l’esigenza fondamentale di protezione dei minorenni.".

"Tutti i consumatori hanno bisogno di informazioni chiare e veridiche per scegliere in cognizione di causa, ma in questo caso particolare si tratta dei bambini, che sono tra i consumatori più vulnerabili che esistano nella società. E il nostro messaggio chiaro, oggi, è che l’industria e le autorità nazionali devono fare di più per dare a tutti i genitori il potere di decidere correttamente per sé stessi e per i loro figli", ha aggiunto Meglena Kuneva, commissario UE responsabile per la tutela dei consumatori.

Secondo l’indagine effettuata dalla Commissione, attualmente il sistema PEGI è applicato da 20 Stati membri. Due paesi (Germania e Lituania) dispongono di leggi specifiche vincolanti in materia, mentre Malta fa appello alla normativa generale. In 4 Stati membri (Cipro, Lussemburgo, Romania e Slovenia) non si applica però alcun sistema; in 15 Stati membri sono in vigore leggi sulla vendita nei negozi di videogiochi dal contenuto dannoso per i minorenni ma l’ambito di applicazione della legge varia da uno Stato membro all’altro. Finora 4 paesi (Germania, Irlanda, Italia e Regno Unito) hanno vietato certi videogiochi violenti.

Adottate nel 2003, le etichette PEGI forniscono una classificazione in base all’età e contengono avvertimenti riguardanti, ad esempio, la violenza o il turpiloquio, dando così modo sia ai genitori di decidere quale gioco sia adatto ai loro figli, che agli adulti di scegliere meglio i giochi da acquistare per il proprio uso. PEGI ha l'appoggio dei principali produttori di console in Europa. PEGI Online è stato lanciato nel 2007, cofinanziato dal programma per l’uso sicuro di Internet della Commissione (IP/08/310), in risposta alla rapida crescita dei videogiochi on-line.

  • La Commissione ha sollecitato varie misure destinate a realizzare la convergenza delle strategie nel mercato unico:
  • Periodico miglioramento e più efficace pubblicità di PEGI e PEGI Online da parte dell’industria dei videogiochi.
  • Gli Stati membri dovrebbero integrare PEGI nei propri sistemi di classificazione e sensibilizzare particolarmente i genitori e i figli all’esistenza di questo sistema.
  • Cooperazione in materia di soluzioni innovative per la verifica dell’età fra Stati membri, organismi di classificazione ed altre parti interessate.
  • Codice deontologico paneuropeo sulla vendita dei giochi ai minorenni entro due anni, concordato da tutte le parti interessate.

La Commissione sostiene già l’autoregolamentazione a livello europeo per proteggere i minorenni che usano i cellulari (IP/07/139). È stata inoltre perseguita l’autoregolamentazione, rafforzata dalla cooperazione transfrontaliera, per i servizi audiovisivi nel quadro della direttiva "Televisione senza frontiere" (IP/07/138).



aprile 25 2008

La fede è quella roba lì

 

Stasera, il Tg5 di Clemente Mimun dedica ben tre servizi all’ostensione della salma di Padre Pio, per un totale di oltre dieci minuti, quasi un terzo della durata dell’intero notiziario della sera. E così, seppure attraverso il vetro di una teca, finalmente l’abbiamo visto, il santo. Cioè, non l’abbiamo visto: i piedi erano coperti da babbucce, le mani da guanti, il corpo da un saio, il capo da un cappuccio, la faccia da una maschera.
Non c’è stata ostensione di un solo centimetro quadrato del santo cadavere, ma i pellegrini erano comunque eccitatissimi, bastava guardarne le facce, bastava sentirne le frasi. La fede è quella roba lì, non si scappa: più li tratti da bestie e più lo diventano.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Il declivio del capitalismo italiano

 Il padronato si lamenta, batte i piedi in terra, ed egli dovrà sempre più spesso accorrere, rassicurare e promettere. E' questo in fondo il prezzo da pagare per diventare il delfino di quei centri del capitalismo italiano che poco si fidano di Berlusconi, e che tuttora puntano su un sostanziale pareggio elettorale e sulla grande coalizione per sperare di rovesciare l'Italia come un calzino. Ma perché mai i capitalisti italiani stanno così insistentemente alzando la posta? Come si spiega questa fretta, questa specie di voglia sessantottesca al contrario, che li spinge a "volere tutto", persino magari l'impossibile? Verrebbe immediato rispondere che si sentono forti, blanditi e vezzeggiati, e che di conseguenza intendono battere il ferro della politica finché è caldo. Questa spiegazione è in parte corretta, ma coglie solo aspetti superficiali del comportamento padronale, senza indagare sulle sue determinanti profonde. E' pur vero infatti che Confindustria si trova oggi più che mai al centro della scena politica nazionale. Ma il punto chiave è che questa centralità politica si verifica in contemporanea con una palese marginalizzazione economica del capitalismo italiano all'interno del quadro europeo e mondiale. I padroni nostrani non sono certo in braghe di tela, beninteso: molti di essi continuano a macinare ingenti profitti. Ma la distanza relativa tra i loro guadagni e quelli medi del capitale internazionale cresce a vista d'occhio.
Basti guardare all'andamento dei costi per unità di prodotto all'interno dell'Unione monetaria europea. Essi vistosamente divergono tra loro, con l'Italia e gli altri paesi del Sud Europa sempre più in affanno rispetto alla Germania e alle altre economie trainanti. I nostri capitalisti vedono quindi sempre più deteriorarsi le loro quote di mercato e questo, a lungo andare, comporterà la loro uscita dal mercato o il loro assorbimento tramite acquisizioni estere. Col risultato, in questo caso, che nella catena europea del valore aggiunto ai lavoratori italiani spetterà sempre di più la parte della fatica e delle briciole. E' bene chiarire che qualche indizio rilevante, in questo senso, ci è dato persino dall'assetto bancario, che al fondo delle cose riflette i limiti dell'industria sottostante: nonostante le poderose centralizzazioni dei capitali avvenute in Italia negli ultimi anni, il rischio di take-over esteri rimane elevato per più di un gruppo nazionale. E c'è da scommettere che Draghi non muoverà un dito per mantenere la testa pensante del capitale finanziario entro i confini nazionali.



Lo strabismo del Pd....


Questo ed altri segnali indicano in sostanza che i capitalisti italiani stanno progressivamente scivolando dal vecchio ruolo di capitani d'industria a quello molto meno edificante di modesti rentiers, possessori di quote di minoranza del capitale globale. Il che in fin dei conti non può meravigliare. Questa tendenza riflette l'arretratezza del nostro sistema produttivo, caratterizzato soprattutto da capitali piccoli, frammentati e polverizzati, contraddistinti da una bassa produttività e da un infimo potere di mercato rispetto ai giganti europei. Altro che "piccolo è bello, dunque". La lezione di Marx è sempre valida: il capitale tende a concentrarsi e a centralizzarsi, e i proprietari minori e periferici sono destinati a farsi da parte. Ovviamente, una così poco gradevole prospettiva dipende anche dalla inadeguata risposta che si è data nel tempo a questi problemi. Per anni i capitalisti nostrani hanno preteso di tamponare le loro debolezze strutturali esigendo dalla politica mani libere al fine di ridurre al minimo le retribuzioni e di intensificare al massimo gli sforzi produttivi dei lavoratori. Ebbene, il risultato di questa greve linea di indirizzo è oggi sotto i nostri occhi. Ci ritroviamo infatti con dei salari tra i più bassi d'Europa e con un numero di vittime per unità prodotta tra i più alti del continente. Eppure, nonostante l'elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, registriamo in ogni caso una perdita sistematica di quote di mercato e una tendenza inarrestabile al deficit con l'estero. I padroni italiani insomma hanno fallito, e con essi la politica che li ha assecondati. Verrebbe a questo punto naturale attendersi un cambio di rotta, ed invece ci ritroviamo alle prese nientemeno che con Waltindustria, vale a dire con una simbiosi ancor più stringente tra capitale e politica, per lo più finalizzata a reiterare la vecchia strategia del passato. Il professor Giavazzi del resto dovrebbe saperlo: le evidenze empiriche di cui disponiamo ci dicono chiaramente che l'eventuale abolizione dell'articolo 18 - o addirittura di tutto lo Statuto dei lavoratori - non avrebbe alcun effetto di rilevo sui tassi di disoccupazione o sulla dinamica della produttività nazionale, mentre darebbe luogo a un ulteriore indebolimento della capacità contrattuale dei dipendenti e quindi a una ancor più vistosa compressione dei salari. La solita minestra di sempre, insomma.

(Emiliano Brancaccio)
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/


Meno male che Silvio c’è
Ha funzionato. La chiamata a raccolta, l’«adunata» dei popoli intorno alle proprie bandiere e motivazioni, ha funzionato in queste elezioni. Lo schieramento, la polarizzazione hanno funzionato. Come in ogni elezione, ha giocato un meccanismo utilitario – il «voto di scambio» fra la delega e il ritorno delle promesse in termini di fatti e provvedimenti –, ma come in ogni mobilitazione, e questa elezione è stata caratterizzata dalla mobilitazione, ha giocato soprattutto un meccanismo identitario. Che è a doppia valenza: l’evidenza di ciò che si è e si vuole, il contrasto con ciò che non si è e non si vuole. Asciugate le simpatie, le possibilità, le curiosità, eliminati gli investimenti, i voti sono andati a incasellarsi e disporsi soprattutto sul principio della «forza».
Ora, ci sono più netti e delineati un popolo di sinistra, un popolo riformista, un popolo di destra. I numeri sono lì.
Ora, il popolo di sinistra – qualunque cosa possa significare quest’espressione –, dopo la batosta elettorale, sembra migliore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano feccia, ma il popolo di sinistra, quel che è numericamente rimasto, mostra ancora maggiore generosità e disponibilità. Quelli contano e si ricontano le anime morte, questo è sbandato e ridotto al lumicino, ma il suo cuore malato batte ancora di fede. Coi rischi che questo comporta.
Ora, il popolo di destra – qualunque cosa debba significare quest’espressione –, dopo il successo elettorale, sembra invece peggiore dei suoi rappresentanti. Non che i suoi rappresentanti siano paste d’uomo e persone per bene, ma il popolo di destra, quel che è numericamente diventato, mostra ancora maggiore crudeltà e rancore. Quelli contano e si ricontano gli interessi, questo è aggressivo e ha voglia di sentire il sapore del sangue. Coi rischi che questo comporta.
Qualunque teoria, sociologica, economica, antropologica abbia provato a spiegare e raccontare i fenomeni strutturali, ideologici e di comportamento che hanno motivato in questi ultimi dieci-quindici anni lo slittamento a destra di questo paese – che repubblicano, democratico e di sinistra lo è stato davvero a fatica, diciamo così: a forza –, politicizzatisi nel sostegno incondizionato al berlusconismo e alla Lega di Bossi e al permanere di un rilevante elettorato missino e fascista, non ha mai voluto fare i conti col dato più reale, vero e concreto: una pancia e una testa apertamente conservatori, sconciamente reazionari, scompostamente e merdosamente cattivi. L’eclisse dello scontro tra classi, il crollo dei muri ideologici, le epocali trasformazioni produttive, la globalizzazione e e la finanziarizzazione e l’americanizzazione, tutto quel che volete, la società «liquida» pure, hanno lasciato e sedimentato soltanto una enorme massa di detriti in poltiglia fangosa: una plebe. La «rude razza pagana» che nella semplificazione dello scontro sapeva come spingere, valorizzare, ottenere i propri elementari interessi [salario, diritti, migliorie, cose], come «governare», si è sperduta nella complessità. Si è ritrovata plebe in una semplificazione rovesciata, il paradosso di chi contrasta i propri interessi in nome dello schieramento. Non vuole più di più, vuole solo mantenere quel meno che ha: è la propria risposta alla «crisi»: il trionfo della miseria.
Berlusconi, i suoi soldi, il suo potere, il suo idiota carisma, le sue tv, il suo partito del predellino, il suo trapianto, le sue gag e il suo cabaret, e quant’altro; Bossi e le sue sparate del cazzo, i suoi fucili e le sue pallottole di poco prezzo, le sue ampolle e la sua secessione, i suoi eroi della serenissima e la roma ladrona, e quant’altro; ecco, loro non hanno «inventato» il popolo di destra. Questo, c’era di suo.
Il popolo di destra sta qui e lì, sta ovunque, montante come una marea assatanata.
Da dove venga, da chi sia formato [e i pensionati insicuri, e le villette dei brianzoli assaltate, e i commercianti rapinati, e i tassisti e i tabaccai, e i giovani che cercano sangue e terra, e gli operai che aspirano a diventare padroncini, e gli imprenditori tartassati, e i guidatori dei suv, e le cinture delle ex-città industriali inzeppate di immigrati meridionali assimilatisi ai padani, e le periferie delle grandi e medie città sempre più in degrado, e i nuovi immigrati che difendono la soglia acquisita e e e], davvero, chi cazzo se ne frega? Qualcuno, a sinistra, pensa di poterlo intercettare, neutralizzare? E come?
Come i sindaci di centrosinistra, che, dove reggono, hanno «tenuto» per aver governato con prassi amministrative ispirate alle richieste di questa plebe dal rutilante nome di «cittadini»?
Questo popolo di destra ha intercettato i suoi interlocutori e rappresentanti, ha dato loro mandato pieno. Se ne sente adesso autorizzato. Autorizzato al proprio odio. Pronto a tracimare.
Il ciclo di quest’odio non sarà breve. E non ha argini.
Perché schiantino, perché schiattino – popolo e rappresentanti di destra – ci vorrà un impatto durissimo. Come sempre è stato. Ma non so dire se è dietro l’angolo.
http://www.lanfranco.org/articoli.php?id=372

I prodiani non esistono
di Romano Prodi, La Stampa

Caro direttore,

anche se non mi sfuggono le regole che governano il mercato dei media, per cui bisogna sempre andare alla ricerca di notizie forti, di risse e di litigi perché altrimenti le vendite calano (poi, stranamente le vendite calano lo stesso, ma questo è un altro discorso…), rilevo che il «clamoroso» articolo di Geremicca sulle tensioni tra i «prodiani» e il sindaco di Bologna pubblicato ieri dal suo giornale torna su notizie più volte smentite.
Perché sia definitivamente chiaro, ribadisco ancora una volta - e spero sia l’ultima - che l’ipotesi di candidarmi a primo cittadino della mia città è del tutto lontana dai miei progetti e dai miei pensieri.

Così come mi fa piacere confermare ancora in questa occasione la mia stima per Sergio Cofferati, con il quale, a dispetto di quanti vanno sostenendo il contrario, continuo ad intrattenere rapporti improntati alla massima lealtà ed amicizia.
Colgo inoltre l’opportunità di questa lettera per una breve dissertazione. Non sono mai intervenuto, in tutti questi anni, per correggere un vezzo giornalistico che, purtroppo, ha dilagato: quello di ricorrere, in mancanza di mie prese di posizione o di mie indicazioni su determinati argomenti, alla categoria dei cosiddetti «prodiani». Ebbene credo che sia giunto il momento, viste anche le mie recenti decisioni, che sia io oggi a dare una notizia agli amici giornalisti: i prodiani non esistono! E non esistono per il semplice motivo che io non ho voluto, quando in tanti mi esortavano a farlo, fondare un mio partito, così come non ho mai voluto che in mio nome sorgessero correnti. Ho sempre chiesto a chi lavorava con me, ai miei più stretti collaboratori lealtà e coerenza su un solo progetto: quello del Partito Democratico. Credo di esprimere un sentimento comune a tutti quelli che, a seconda dei momenti e delle stagioni, si sono sentiti etichettare come prodiani, chiedendovi: per favore, chiamateci semplicemente «democratici».



■ GALLERIA DEI MARCIATORI SU ROMA. COLLABORATORE DI FINI E GRANDE “SMISTATORE”
Checchino Proietti e l’arte di raccomandare

(g.d.v.)


«Le anime belle si rassegnino, faccio raccomandazioni.
Del resto la politica è anche questo e non c’è nulla di illegale». Così parlò, appena due anni fa, Francesco Proietti Cosimi, neo deputato del Pdl eletto nella circoscrizione Lazio uno.
Del resto non poté fare altro: sui giornali c’erano pagine e pagine di intercettazioni, pescate dai faldoni delle inchieste lucane del pm Woodcock, da cui veniva fuori il suo particolare talento da “smistatore”. Se c’era qualche amico da piazzare in qualche società o cda, lui non si perdeva d’animo. E lo stesso avveniva quando qualche suo caro doveva superare un concorso pubblico, fosse per la forestale o la polizia.
“Checchino”, come lo chiamano ancora oggi i suo vecchi compagni di partito di Alleanza nazionale, spediva bigliettini e segnalazioni da una posizione privilegiata: insieme a Salvatore Sottile è stato per ventanni il più stretto collaboratore di Gianfranco Fini. Ma mentre il suo amico è stato travolto dallo scandalo di vallettopoli, Proietti Cosimi è stato invece premiato con un seggio alla camera.
Il lungo sodalizio con il presidente di An, insieme all’attitudine a intessere relazioni a cavallo fra il personale e gli affari, è però anche la causa del suo coinvolgimento in un’altra inchiesta giudiziaria. Stavolta i compagni di viaggio sono l’ex moglie di Fini e Francesco Storace: insieme a Daniela Di Sotto avrebbe infatti ottenuto dall’ex presidente della regione costose convenzioni sanitarie a favore di Panigea, la struttura diagnostica di proprietà sua e della ex di Fini. Con tanti saluti alle anime belle.
http://www.europaquotidiano.it/

Non so quali sarebbero state le mie reazioni se il PD avesse vinto. Sapevo che avrei festeggiato, ma non avevo deciso il modo.
Di una cosa ero sicura però, che se avesse vinto la destra oggi invece di andare al lavoro avrei preso un giorno di ferie. Per depressione.

ERO sicura, perchè invece ho avuto una strana reazione. Stranissima. Nè depressione nè rabbia. Quella che mi ha accolta al risveglio era come un'allegria, una specie di euforia o qualcosa di simile.
Strano, ho pensato.

Poi sono uscita di casa e ho visto le solite scene: mamme con quegli abbigliamenti televisivi un po' allusivi, un po' tristi; menu di sguardi umani per lo più dimessi o vuoti; rari i sorrisi; soliti comportamenti automobilisitici arroganti e pericolosi... e mi sono detta: "Oh cavolo, ma che bella la chiarezza!".
Sì, chiarezza. Comportamenti di destra, idee di destra, quindi voto di destra.
Dovrebbe essere semplice e invece qui in Italia non è mai stato scontato.

L'istantanea scattata al popolo italiano dal voto elettorale potrà non piacermi, potrò non condividere l'ingenuo ottimismo e la pura ignoranza che la caratterizza, ma ha il pregio di essere finalmente realistica e di toglierci da quella palude di ambiguità che ci sommerge da sempre, che ci toglie l'aria e che nessuna elezione aveva finora mai scalfito.

Sì, visti in foto siamo brutti. Siamo i parenti sporchi e ignoranti che durante i riti familiari si mettono a litigare, o a ruttare, o che mettono la mano in c... alla padrona di casa. Siamo quelli per cui l'espressione 'regole di convivenza' non ha significato, quelli a cui la parola 'cittadino' non evoca nulla di sensato o che li riguardi in qualche modo.

Siamo feudali. La mano del pardone ci attira e ci fa paura, ma se si gira di spalle potremmo anche ucciderlo per invidia e dissipare i suoi beni per ignoranza. Odiamo il potere ma solo perchè ne siamo invidiosi, tant'è che è appena ne abbiamo un pochino non lo sappiamo gestire responsabilmente e ne abusiamo (mai visto una pantera della polizia sfrecciare nel traffico?). Basta dire che anche per questioni ataviche ed elementari come pregare gli dei abbiamo necessità di intermediari e garanti(i santi)!

Ma siamo proprio così. Non altro.
Tolte le coperture religiose e quelle ideologiche eccoci qua: vittime inconsapevoli della nostra ignoranza diffusa e profonda, incapaci di capire i processi politici più elementari, inadeguati a qualunque altro tipo di logica sociale che non sia quello clientelare, di destra e di sinistra (vi sembra un'eresia? non guardate agli esiti, quelli possono essere anche differenti, guardate alla logica di fondo).

Per anni, e anche durante questa campagna elettorale, mi sono confrontata con i miei vicini di foto facendo finta che fossero altra cosa da quello che esprimevano.
Che errore! E che dire di tutto il tempo speso in qui-pro-quo infiniti, in dialoghi che si sviluppavano regolarmente come circoli viziosi di un dialogo tra sordi??

Ecco la causa del mio disagio ed ecco quindi la ragione, oggi, di questo incredibile senso di liberazione: la consapevolezza di aver sprecato tanto tempo ed energie in modo velleitario e stupido, e la determinazione a non volerlo fare più. Non così ciecamente, almeno.

Forse hanno ragione gli psicologi, trovata la causa del disagio la risalita è possibile.

Ieri un inviato della BBC a Roma aveva un sorrisetto beffardo, mentre ci raccontava la goliardica notizia (p.s. intanto la RAI trasmetteva 1. giochi, 2. telenovela, 3. chi l'ha visto).
Forse aveva un virus contagioso, perchè oggi, signori, a me mi scappa proprio da ridere.

Sì, si può fare. Si può cambiare modo di rapportarsi al vicino, si può cambiare modo di dialogare o anche scegliere di non farlo. Si può anche cambiare scenario o nazionalità, se lo si desidera. Perchè no?
Si può fare tutto. Tutto ciò che ad un cittadino europeo, prima ancora che italiano, è concesso fare. E noi lo siamo. Europei, intendo.

Quindi buona prosecuzione, morale allegro e
sguardo alto. La strada è migliore e più ampia di quel che appare vista dalla nostra TV.http://massimousai.blog.espresso.repubblica.it/londra/2008/04/third.html#comments


Chi mi ha preso alle palle.

IL POPOLO DELLA LIBERTA'        39,65    -
PARTITO DEMOCRATICO            35,73    -
DI PIETRO ITALIA DEI VALORI    10,51    -
LA SINISTRA L'ARCOBALENO        4,62    -
UDC                                           2,85    -
LA DESTRA - FIAMMA TRICOLORI 2,29    -
L'ALTRA SICILIA PER IL SUD         1,51    -
PARTITO SOCIALISTA                  1,16    -
SINISTRA CRITICA                        1,1    -

I numeri che state leggendo non sono frutto della mia fantasia. Veltroni + Di Pietro al 46% non e’ il risultato dei sogni, ma semplicemente come in Inghilterra i tanti italiani hanno votato. Certo, un risultato inferiore a quello generale europeo, dove Veltroni + Di Pietro raggiungono il 49,5% …si, proprio cosi.
Questi sono i dati dei votanti italiani che non subiscono il rincoglionimento televisivo, dei media italiani in generale e delle chiacchere da Bar. Italiani che vivono in Paesi migliori dell’Italia sotto tutti i punti di vista. Specie per quelli per cui uno e’ chiamato a votare.
Ed allora ponetevi la domanda da soli, chiedetevi perche’, guardate bene allo stato culturale in cui vivete, i vostri vicini, i vostri amici, parenti….quanti di loro sono oramai solo esseri umani che servono solo per votare. Utili coglioni di un Italia dove la gente comune si sente “vicina ai ricchi” e amirante di chi “evade le tasse”, va in Tv a “fare a velina” ed e’ convinta che quello sia il mondo reale.
Anzi, sogna i propri figli in TV e "gli va bene" anche il Grande Fratello e vuole evadere le tasse, fottersene di chi ha bisogno ma anche di beni normali, coem la sanita' o la scuola. Tanto per la Sanita' ha comunque l'amico in Ospedale e per la scuola...eheheh, chi se ne frega della scuola se sogni di far fare la velina a tua figlia e il rincoglionito a tuo figlio?
Ho letto una decina di riflessioni “importanti” sulla stampa italiana da ieri a oggi sul “perche’ ha vinto Berlusconi”, ma nessuno se la sente di affrontare il vero problema di questo Paese "fascista e razzista", quello culturale. Non se la sentono o forse non ci arrivano. Oppure non vogliono offendere o prendere in mano seriamente la questione. Oppure (alla fin fine) questa situazione  porta vantaggi anche a loro.
Vanno bene I Berlusconi o I Beppe Grillo, che sono identici, uguali, demagogici e falsi. Gente che ride sempre e che vuole l’alta visibilita’ del nulla assoluto che sono. E se sei il nulla ecco che hai bisogno di un popolo “vicino al nulla”. Che si esalti per le partite di calcio della Nazionale e che metta le bandiere al balcone per ogni soldato che muore in guerra.
Mi hanno stancato gli astensionisti che lo fanno con il motivo “esatto di veder perdere per cambiare le cose”. Mi hanno stancato I Grillo e I Del Papa. Faciel demagogia che sanno incazzarsi per anni per poi non prendere decisioni o decidere che “la decisione sia non prenderla”. In uno sforzo di “puzza sotto il naso” che fa venire il voltastomaco a ogni lettura dei loro pezzi scritti con buona grammatical ma con sostanza vicina allo zero. Esercizi di stile che stanno contribuendo, pari agli amanti delle veline e delle “strisce le notizie”, a rovinare un Paese europeo.
Mi hanno preso alle palle, credo si capisca. Potrei tenerlo per me, invece mi piace esprimerlo.
                                                      Ho bisogno di esprimerlo. 
Intanto ringrazio per I tanti interventi di ieri sul post precedente e quello di Paola e’ stato, senza ombra di dubbio, di altissimo livello.
Per protesta contro i tanti "virtuosi della penna" e le loro ire e inviti al "non-voto", posto il mio intervento scritto con tutti gli errori gramaticali possibili e gli errori di battute che mi sono venute. per sottolineare che delle vostre parole 'gonfiate" e 'ricercate" me ne sbatto le palle e che avrei preferito parole normali ma un impegno civile anche epr raggiungere quelloc he per anni avete professato.
Ma forse sono io che non ho capito ed e' proprio questo stato delle cose che  volevate" Forse e' questo Paese in questo stato "politico e culturale" che vi soddisfa e vi da da mangiare? http://massimousai.blog.espresso.repubblica.it/londra/


Un Berlusconi di sinistra


Su Comment is Free qualche giorno fa c'era un bell'articolo di Sunny Hundal, che spiegava con più chiarezza di quel che potrei fare io perchè non solo io darò il mio secondo voto a Ken Livingstone (1), ma trovo che un Livingstone italiano sia la miglior cosa che potrebbe mai capitare alla sinistra.

Ken Livingstone è, alla base, un Berlusconi di sinistra. Non nel senso che è un ladro, un mafioso e un corruttore che usa metodi spesso illegali per arrivare al potere attraverso l'istupidimento degli elettori, ma nel senso che è riuscito a compiere, a Londra, un operazione uguale ed opposta a quella compiuta da Berlusconi in Italia: ha spostato a sinistra la mentalità, la percezione, la dialettica politica, ad un punto tale che oggi qui vince il candidato che si propone come più progressista.

Ken Livingstone non avrà il mio primo voto, perchè onestamente non sono d'accordo con lui semplicemente su troppe cose (che Sunny elenca sapientemente nel suo articolo): l'amicizia con Al Qaradawi e Tamimi, la diffamazione sistematica di attivisti come Peter Thatchell, il malaffare rappresentato da Lee Jasper, la campagna di diffamazione, pagata oltretutto con fondi pubblici, ai danni di Trevor Philips. Ciononostante, Ken ha causato una rivoluzione copernicana nel pensiero dei londinesi, fino a costringere Boris Johnson a rimangiarsi, nel corso della campagna elettorale, praticamente ognuna delle posizioni espresse in passato come parlamentare e giornalista: sullo Spectator ha scritto e commissionato i soliti articoli paraleghisti sulla "minaccia" dell'immigrazione, per poi dichiarare in campagna elettorale una sanatoria per tutti gli immigrati irregolari nel territorio della Greater London; ha scritto dopo il 7/7 che "l'Islam è il problema" per poi rimangiarsi tutto e proclamare di avere un nonno musulmano; il multiculturalismo era uno dei problemi di Londra e magicamente è diventato un punto chiave del suo programma.

Red Ken ha in meno di dieci anni alterato radicalmente il panorama politico londinese, spostando l'intera discussione a sinistra in una maniera che in Italia, ad esempio, sarebbe inconcepibile: perchè in Italia è successo l'esatto opposto, il discorso si è spostato a destra in maniera visibilissima, i progressisti sono paralizzati e da almeno dieci anni a questa parte non fanno che concedere alla detsra la scelta del terreno dello scontro, legittimandone implicitamente le campagne in maniera inconcepibile in altri Paesi, dove chi ci prova viene esposto sistematicamente al pubblico ludibrio. Quando un immigrato commette un reato la stampa conservatrice e quella progressista non discutono di emarginazione, di abbandono del territorio, di povertà: discutono se elettrificare (Lega) o no (PD) il filo spinato intorno ai CPT; e poi Vartere si stupisce che si perdano le elezioni. Caro Vartere, se fai a gara con i leghisti a chi è più razzista, vincono loro: perchè sono più bravi e c'hanno più esperienza, e se convinci la gente che il razzismo e la chiusura contro gli immigrati è la risposta, quelli voteranno per i professionisti, non per gli ultimi arrivati.

P.S. Il troll che alligna da queste parti può consolarsi col fatto che probabilmente i suoi camerati del BNP prenderanno un consigliere a Barking. Con un po' di culo gli mandano due skin a casa a sprangarlo, così lo fanno felice.

(1) La scheda elettorale per il sindaco della Greater London permette di esprimere due voti. Se nessun candidato (contando solo il primo voto espresso sulle schede) raggiunge il 50%+1, i due candidati più votati ricevono i secondi voti espressi dagli elettori degli altri candidati (che a questo punto vengono esclusi dalla corsa). In questa maniera è possibile votare per un candidato con poche possibilità di successo senza il timore di sprecare il proprio voto.http://inminoranza.blogspot.com/


Untapped Arabia: "Dal 2009, basta esplorazioni".

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Pubblicato da Debora Billi


Qualcuno avverta i sauditi che Scaroni resterà molto deluso. Il CEO dell'ENI qualche giorno fa ha fatto sorridere tutti affermando che nel giro di 3 anni il petrolio tornerà a 60 $ al barile. Qualche anno fa aveva previsto 30$, non è nuovo a simili profezie (immagino la faccia di Maugeri, ogni volta...). Il motivo di tanto ottimismo? La fiducia "nella massa di investimenti che tutto il settore sta facendo".

L'Arabia Saudita, invece, va nella direzione opposta a quella auspicata dal nostrano Nostradamus. Una bella doccia fredda. Dopo l'annuncio di qualche giorno fa, secondo cui il petrolio è meglio lasciarlo sotto la sabbia per le future generazioni, il Wall Street Journal riporta che i sauditi hanno deciso di fermare le esplorazioni petrolifere a partire dal 2009.

Ricordate? L'Arabia è nel corso di un piano strategico per aggiungere 2 milioni di barili al giorno alla propria produzione, piano che avrà termine proprio nel 2009. Ebbene, dopo tale anno non si procederà più né a nuove esplorazioni né ad ulteriori aumenti di produzione. La motivazione ufficiale è che il regno vuole essere certo della domanda sul mercato, cosa stranissima perché le proiezioni prevedono un aumento del 30%.

Le interpretazioni, come sempre variano. Chi sostiene che abbiano da un pezzo raggiunto il picco e non sappiano più come nasconderlo, chi invece che temano un rallentamento dell'economia (cinese e USA) e quindi un calo della richiesta di greggio, chi ancora che l'economia è in crisi proprio per il prezzo del petrolio e se i produttori ne pompassero di più il prezzo calerebbe.

Qualcuno menziona il prudential plateau, ovvero una produzione "piatta" indotta artificialmente onde preservare le riserve. Il messaggio è che non si può più contare sull'Arabia Saudita per inondare il mercato secondo necessità. E che, probabilmente, Emirati Arabi e Qatar stanno per seguirne l'esempio. Staremo a vedere.http://petrolio.blogosfere.it/


I tedeschi con un "salario basso" sono 6,5 milioni

Per decenni i tedeschi hanno potuto affermare che la distribuzione del reddito nella ricca Germania era  giusta ed equilibrata. Questa sicurezza, in parte radicata nel miracolo economico degli anni 50 e 60, sta Manifestazione_contro_i_salari_bass venendo meno. Uno studio messo a punto dall'istituto IAQ (Institut Arbeit und Qualifikation) ha spiegato nei giorni scorsi che ormai il 22% dei tedeschi occupati--6,5 milioni di persone--guadagna meno di due terzi del salario mediano (a fianco la foto tratta da Internet di una manifestazione contro i salari bassi). Addirittura, sarebbero due milioni coloro con salari estremamente bassi. In 10 anni, ha spiegato il direttore del centro di ricerca dell'Università di Duisburg-Essen Gerhard Bosch, la percentuale di tedeschi con "salari bassi" è passata dal 15 al 22% degli occupati. "Non ci aspettavamo per la Germania risultati così negativi", ha ammesso il ricercatore. Il dato è sorprendente, soprattutto se messo a confronto con quello di altri Paesi: nella fascia dei salari bassi sono il 25% degli americani, il 21,7% dei inglesi, il 17,6% degli olandesi, l'11,1% dei francesi e l'8,5% dei danesi.

Le cifre confermano per molti versi l'impressione di un assottigliamento della classe media nella Repubblica federale (si veda il post del 5 marzo 2008). Gli studiosi attribuiscono il fenomeno alla crescente concorrenza salariale, alle riforme del mercato del lavoro volute dal cancelliere Gerhard Schroeder che ha abolito molti aiuti del welfare state, alla moderazione degli stipendi nella prima metà del decennio. Le cifre hanno scatenato un dibattito tra economisti: c'è chi si aspetta una crescita dei "salari bassi", chi invece già nota una loro riduzione, complice la disoccupazione in calo. A 18 mesi dalle prossime elezioni federali questi dati contribuiranno certamente al dibattito politico-economico: si capisce come la sinistra radicale di Die Linke possa avere nei sondaggi il 13% delle intenzioni di voto. Già oggi i due grandi partiti popolari, i democristiani e i socialdemocratici, stanno valutando se introdurre un salario minimo. Il governo del cancelliere Angela Merkel poi sta lavorando a un progetto di legge per consentire ai dipendenti di partecipare agli utili delle imprese. In questo contesto, è importante soprattutto facilitare la mobilità sociale che nonostante tutto negli ultimi decenni in Europa è stata spesso troppo rigida.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/04/i-tedeschi-con.html#more


Ombre nel tempo

Da Sofia, scrive Francesco Martino

"Senki" (Ombre)
Rapporto con il tempo e con l'industria cinematografica, pomodori e "morti viventi". Milcho Manchevski ha da poco visto uscire nelle sale "Senki" (Ombre), definito dai critici "il suo progetto più ambizioso". Il nostro corrispondente lo ha incontrato durante l'ultimo "Sofia Film Fest"
Nato a Skopje nel 1959, Milcho Manchevski, dopo molti anni trascorsi negli Stati Uniti, dove si è fatto notare soprattutto nella produzione di video-clip musicali, è diventato noto al grande pubblico nel 1994, quando vinse il "Leone d'oro" a Venezia col suo film d'esordio, "Pred dozdot" (Prima della pioggia), seguito nel 2001 da "Prah" (Polvere).

Nell'autunno del 2007 è uscito sul grande schermo il suo terzo lavoro, "Senki" (Ombre) film definito dai critici "il suo progetto più ambizioso", e con Fabio Cianchetti direttore della fotografia. Il film, ambientato nella Macedonia di oggi, parla del rapporto tra la vita e la morte, delle paure dell'uomo di fronte all'ignoto e del difficile e tortuoso percorso che porta alla liberazione dell'anima.

Il nostro corrispondente ha incontrato Manchevski subito dopo la proiezione del film durante la dodicesima edizione del "Sofia Film Fest", tenutosi nella capitale bulgara nella prima metà di marzo.



Con “Senki” sembra tornare a galla un suo particolare legame artistico col tema del tempo, che se in “Pred dezdot” era circolare, nel suo nuovo lavoro è a tratti sospeso e immobile. Qual è il suo personale rapporto col tempo?

Credo che il cinema sia lo strumento migliore per esplorare il tempo. La stessa natura di questa forma di espressione rende possibile trasformare il tempo in spazio, in pellicola, al ritmo di ventiquattro fotogrammi al secondo. Di conseguenza, muovendo avanti e indietro la pellicola si può, in un certo senso, viaggiare nel tempo. Personalmente, attraverso il cinema, ho tentato di riflettere su come la società nel suo complesso abbia elaborato un'idea lineare del tempo, un'idea che si rivela in molte occasioni soltanto illusoria.

Anche in “Senki”, come negli altri suoi lungometraggi, appare un pomodoro. Qual è il significato simbolico che contiene, per lei, questo ortaggio semplice e solare?

Milcho Manchevski
Quando lavoravo a “Pred dezdot”, ho pensato a quale oggetto potesse simboleggiare la Macedonia e dare insieme il tono complessivo al film. All'inizio ho pensato all'uva, visto che i macedoni si vantano spesso di avere un buon vino. Io, però, non ne sono molto convinto, e alla fine ho scelto il pomodoro, che nella sua rotondità richiamava a perfezione proprio la circolarità del tempo nel film. Da allora, visto il successo ottenuto dalla pellicola, ho deciso, un po' per gioco, di inserire un pomodoro in ogni mia opera. In “Prah”i pomodori sono in mostra in un piccolo negozio. In “Senki” ho fatto un ulteriore passo avanti: i pomodori sono virtuali, e compaiono sullo schermo di un computer. Questo perché tutto il mondo di cui parla il film è, in qualche modo, artificiale.

Tornando al tema del tempo: nel suo film sono presenti il passato ed il presente. Dov'é il futuro?

L'embrione del futuro è presente in quanto succede alla fine della storia, è racchiuso in quanto si percepisce potrà accadere dopo l'ultima scena del film. Il senso di futuro emerge dal processo di liberazione del protagonista, dalla sua capacità di rompere le catene che lo tengono imbrigliato al passato. In senso metaforico è nell'immagine di attraversare un lungo tunnel per poi tornare alla luce.

Lei vive parte della sua vita in America e parte in Europa. Perché, secondo lei, gli americani non hanno problemi a creare film che parlano della modernità, mentre in Europa si tende a cercare storie che affondino le proprie radici nel passato?

Ci sono infiniti modi di guardare alle differenze tra Europa ed America, anche se sono convinto che le persone in fondo siano le stesse in ogni parte del mondo. Le sfumature che rendono l'America particolare, hanno però spesso proprio a che fare con l'assenza di ossessione verso il passato, sia personale che collettivo. Dall'altra parte dell'Atlantico c'è un senso di eccitazione verso il presente, che può essere paragonato all'eccitazione di un teenager nei confronti dell'attimo che vive. Gli americani, più che dal passato, sono ossessionati dal proprio dal presente, e da se stessi. Tutto questo, naturalmente si riflette sulla cultura americana in genere, e quindi anche nella loro cinematografia. Questa vitalità è per me davvero interessante, e non nascondo di esserne affascinato.

L'ossessione verso il passato è un tema che emerge spesso nei Balcani. Secondo lo storico greco Erodoto, nella vita ognuno di noi paga in qualche modo i debiti contratti dai propri progenitori. Un tema molto vicino a quello di “Senki”...

In realtà questo tema è presente in molte culture. Ad esempio è parte del concetto legato alla reincarnazione, o a quello del peccato originale presente nella Bibbia. E' probabilmente un modo attraverso il quale le società hanno tentato di responsabilizzare gli individui rispetto alle proprie azioni in senso più ampio, insegnando loro che le nostre azioni non riguardano solo noi stessi, ma anche i nostri figli e nipoti. In qualche modo io lotto con questo concetto, e non sono davvero sicuro che sia reale, anche perché lo percepisco come ingiusto. La vita però, non sempre è giusta, e quindi probabilmente le cose stanno proprio così.

Nel suo film i morti sembrano personaggi più caldi e presenti rispetto ai vivi. Sono davvero loro le “ombre” a cui fa riferimento il titolo?

Prima di iniziare a girare il film ho mostrato la sceneggiatura ad alcuni amici, tra cui anche un “vladika”, un vescovo ortodosso, molto giovane ed esperto di arte moderna. Mi ha fatto notare che ogni personaggio che ruota attorno al protagonista ha un riflesso negli spiriti che aleggiano nel film. Non intenzionalmente, ma forse proprio per questo in modo più vero, durante la lavorazione le anime dei morti sono emerse come personaggi più compassionevoli, consapevoli, umani, mentre i vivi sono egoisti, affamati di potere, di denaro. I vivi diventano “morti viventi”, perché non sono mai pronti a donare, ma solo a ricevere.

Pensa di essere percepito come un regista “balcanico”? Se sì, cosa significa questo per lei?

Credo di essere percepito innanzitutto come un outsider, ma in seconda battuta anche come regista “balcanico”. Questo non mi piace, perché credo che i registi non si dividano in “balcanici”, “francesi” o “americani”, ma soltanto in bravi e incompetenti. Io non voglio parlare esclusivamente di una cultura, né di un particolare gruppo di persone. Credo sia un approccio razzista, e lo rifiuto. Mi sforzo affinché i miei film abbiano un linguaggio comprensibile a tutti, al di là delle frontiere politiche e culturali.

Quali sono gli autori che hanno influenzato maggiormente il suo modo di fare cinema?

Vai al dossier
Più che autori, sono stati singoli film ad esercitare su di me un fascino particolare. Ci ho riflettuto parecchio: più che l'intera filmografia di autori come Milos Forman, Todd Solondz, Martin Scorsese, Nagisa Oshima, Ingmar Bergman, sono solo alcuni film di questi autori che mi hanno davvero colpito. Alla fine ogni film è un oggetto unico, un momento irripetibile una storia a sé.

Nonostante trascorra buona parte della sua vita negli Stati Uniti, i suoi produttori sono sempre europei. Questo è frutto di una scelta, oppure non c'è interesse in America a sostenere le sue idee?

Io rifiuto il sistema in cui produttore, distributore e soldi contano di più del film prodotto artistico e della proprietà intellettuale. Fare film in America significa sottostare proprio a questo sistema. Ecco perché finisco sempre per cercare la collaborazione di produttori europei.

Quanto è difficile trovare le risorse artistiche necessarie a fare un film che vuole parlare un linguaggio universale in un piccolo paese come la Macedonia?

Riuscire a portare a termine un film è sempre un'impresa maledettamente difficile. E' un inferno senza redenzione, ma è il prezzo da pagare per creare quel piccolo oggetto, fatto di tempo e spazio, chiamato film. Le difficoltà sono di certo rese maggiori dal mio rifiuto di scendere a compromessi col sistema che produttori e distributori vogliono importi.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9285/1/233/

CINA
La Cina prevede un’altra estate con frequenti black-out
Secondo dati ufficiali, la mancanza di energia sarà di 10 gigawatt, pari a diversi milioni di utenze domestiche. Ma esperti ritengono che sarà maggiore. Il basso costo “politico” dell’elettricità costringe gli impianti a operare in perdita e con poche riserve, con rischio di rimanere al buio.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La richiesta di energia da parte della Cina potrebbe quest’anno superare le scorte disponibili di circa 10 gigawatt (Gw), pari a circa 3,5 milioni di utenze domestiche al momento di massimo utilizzo. L’eccesso provocherà interruzioni di emissione energetica in diversi punti del Paese durante l’estate, uno dei periodi più sensibili dell’anno. A lanciare l’allarme è Wang Yeping, vice-presidente della Commissione statale di controllo dell’energia.
 
Per soddisfare la crescente fame di energia la Cina costruisce sempre nuove centrali energetiche alimentate a carbone, ma i crescenti costi del minerale, la sua grande richiesta e la congestione dei trasporti causano una sistematica scarsità di riserve, ora in genere sufficienti per appena 12 giorni o anche meno. Questo ha causato gravi problemi lo scorso febbraio, quando le grandi nevicate hanno bloccato strade e ferrovie e distrutto le linee elettriche e molti impianti hanno rischiato di dover chiudere per mancanza di carbone. Da allora il prezzo del carbone è diminuito, ma è rimasto comunque superiore del 37% rispetto a un anno fa.
 
Lo Stato vende l’energia elettrica a basso prezzo, ma questo costringe molti impianti a lavorare in perdita e li induce a mantenere riserve di carbone minime. Peraltro la forte inflazione rende difficile un aumento del prezzo dell’energia. Esperti ritengono la previsione di Wang persino ottimistica, osservando che a marzo il Guangdong ha previsto carenze di energia, per se solo, per almeno 10 Gw.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12106&size=A

Sri-Lanka: scontro tra esercito e tigri Tamil
si parla di almeno 100 morti e 400 feriti

di Anna Toro

Una nuova cruenta battaglia si è svolta oggi nel nord dello Sri-Lanka tra i ribelli delle Tigri del Tamil e i soldati regolari di Colombo: l’agenzia Afp parla di almeno 100 morti e centinaia di feriti, ma non c’è nessuna conferma ufficiale e le due parti danno cifre contrastanti. Le Tigri del Tamil parlano di “100 morti e oltre 400 feriti tra le file dell’esercito regolare” e di soli 16 ribelli uccisi, l’esercito afferma invece di aver perso solo 38 soldati e di aver ucciso almeno 52 Tigri. In ogni caso si è trattato di una delle battaglie più sanguinose degli ultimi anni, definita da fonti della Difesa una “copia della battaglia dell’ottobre 2006, che vide 129 soldati governativi uccisi e 515 feriti”.

I combattimenti sono avvenuti questa notte nell'area di Muhamali, nella penisola di Jaffna, roccaforte dei ribelli in lotta dagli anni Settanta per l’indipendenza del nord e dell’est del Paese. La causa sarebbe stata l’entrata dei militari del Governo nella penisola di Jaffna, che avrebbero oltrepassato il confine detto “linea Mihamalai”: sarebbero così entrati nella zona sotto il controllo delle Tigri che lottano per la liberazione del Tamil Eelam. Quest’ultimi hanno opposto resistenza e si è generata una violenta guerriglia durata fino alle 12, ora locale.Diversa è invece la versione del Governo: "I terroristi del Ltte sono venuti e hanno attaccato il nostro gruppo questa mattina, noi abbiamo risposto e catturato circa 400-500 metri della zona Ltte a Muhamalai", ha detto il portavoce dell'esercito, il brigadiere Udaya Nanayakkara. Lo riferisce la Reuters.

E’ dal 1972 che nello Sri-Lanka si contrappongono da una parte i Tamil, induisti, e dall’altra l’esercito regolare del Paese, a maggioranza cingalese-buddhista. La vera guerra civile tra Governo e Tigri Tamil è però iniziata nel 1983, e ha provocato circa 73mila vittime, per la maggior parte ribelli, anche se non è possibile ottenere cifre e notizie esatte poiché il Governo di Colombo non permette l’entrata né ai mass media né alle organizzazioni per i diritti civili nei territori interessati dalla guerriglia.http://www.ecodelmondo.com/sri-lanka-scontro-tra-esercito-e-tigri-tamilbrsi-parla-di-almeno-100-morti.htm


Ritardi e costi dell'atomo finlandese
centrale nucleare La costruzione del reattore nucleare di Olkinuoto 3 in Finlandia è in forte ritardo con un conseguente aumento dei costi di investimento che cresceranno, secondo diverse ipotesi, da 700 milioni a oltre un miliardo e mezzo di euro.

Doveva essere pronto per il 2009 ma il reattore nucleare “Olkinuoto 3” non sarà completato prima del 2011. La centrale nucleare che il gruppo Siemens, in collaborazione con il consorzio francese Areva, sta costruendo sulla costa occidentale della Finlandia sta accumulando un notevole ritardo che costerà, secondo quanto riporta l’agenzia Forbes, non meno di 700 milioni di euro nella stima più ottimistica e oltre un miliardo e mezzo secondo le ipotesi peggiori. Perdite che gli stessi vertici del gruppo Siemens ammettono al Frankfurter Allgemeine Zeitung essere “non insignificanti”.

Non è la prima volta che il progetto da oltre 3 miliardi euro viene posticipato. In seguito a problemi di controllo sulla qualità dei materiali per la costruzione aveva già subito uno stop temporaneo nel maggio 2006. Nel giugno 2007 l’Autorità finlandese per il nucleare aveva rilevato, invece, diverse mancanze riguardo alla sicurezza del progetto, annunciando così nell’agosto dello stesso anno un ulteriore ritardo

Il  reattore Olkiuto 3, sarebbe il quinto per la Finlandia e svilupperebbe una potenza di 1.600 MW. Sarà l’unico impianto che si prevede entri in funzione nell’Europa occidentale nei prossimi dieci anni ed è per questo guardato come un test sul futuro del nucleare europeo. Un esempio sul campo che però si sta dimostrando moltopiù costoso del previsto,http://qualenergia.it/view.php?id=575&contenuto=Articolo


Il cerchio si stringe

Con l'arresto del cugino Mario, coinvolto nello scandalo della parapolitica, il Presidente Uribe deve cominciare a temere per la propria ri-rielezione.

L'appoggio degli USA alla Colombia é garantito dalla situazione geopolitica della regione; ma quello personale ad Uribe dipende (a) dalla relazione personale e dalla sintonia con Bush e (b) dalla possibilità di mantenere un minimo di facciata. La prima condizione é a termine (ma potrebbe rinnovarsi in caso di vittoria di McCain), mentre la seconda dipende dalla distanza che Uribe riesce a mantenere dalle decine di parlamentari della sua coalizione arrestati o latitanti per associazione a delinquere coi paramilitari. Appena questa "distanza di sicurezza" scenderà sotto un certo livello, gli USA si muoveranno per identificare il sostituto.

Il segnale lo dará El Tiempo. Appena il quotidiano dei Santos comincerà a non coprire Uribe, vorrà dire che la successione é già cominciata e che l'ambasciata ha già segnalato a Washington il nome del prossimo Presidente.http://bogotalia.blogspot.com/


amministrazione Bush : Il New York Times scopre che la terra è rotonda

 

 



In America cominciano ad accorgersi che qualcosa deve essere andato storto, fra l’11 settembre del 2001 ed oggi. E naturalmente è il New York Times, punto fisso di riferimento di qualunque altro giornale al mondo, a guidare questa crociata di “risveglio” collettivo.

Al centro dell’attenzione, come molti già sanno, lo “scoop del secolo” di David Barstow, apparso sul NYT del 20 Aprile scorso, nel quale il giornalista americano rivelava al mondo quello che nessuno avrebbe mai osato sospettare prima di oggi: il Pentagono aveva allenato una squadra di “opinionisti militari” – pescandoli naturalmente nel laghetto dietro casa dei pensionati a 5 stelle – per influenzare i media nazionali sull’andamento della guerra in Iraq.

Roba da restare sbalorditi. Il Pentagono che decide addiritura di mentire al mondo, pur di portare avanti la propria strategia di conquista militare! (Strategia che nessuno conosce, fra l’altro, visto che sta stampata nero su bianco su un documento del PNAC del tutto anonimo e insignificante, intitolato semplicemente “La creazione di una futura forza dominante”).

Che sarebbe come stupirsi che Hitler vuole conquistare il mondo, dopo che Mein Kampf te lo trovi ormai anche in omaggio nel fustino del Dixan.

Ma tant’è: l’ipocrisia americana prevede anche questo rituale, nel complesso meccanismo “a pendolo”, che porta prima a calpestare i diritti del mondo per farsi i propri porci comodi, e poi a lavarsene vigorosamente le mani, come se tutto il male che è stato fatto fosse opera di perfetti sconosciuti. Lo hanno fatto con Norimberga, e non si vede perchè non debbano farlo anche con il Medio Oriente.

Eccoci quindi alla fase della “sorprendente e dolorosa scoperta del peccato”, con il dito che va comodamente a puntare su una persona - Donald Rumsfeld – che ormai ha dato le dimissioni da quasi un anno.

Naturalmente, dove fossero tutti i giornalisti del “migliore quotidiano del mondo”, mentre i cattivi generali ci mentivano dagli schermi dei telegiornali, ...

... non se lo domanda nessuno.

Quella che segue è la traduzione dei passaggi più interessanti del lungo articolo di Barstow, fattaci pervenire da Pino Cabras, autore del libro “Strategie per una guerra mondiale. Dall'11 settembre al delitto Bhutto” di cui abbiamo parlato di recente.

MESSAGE MACHINE; Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand

LA MACCHINA DEL MESSAGGIO. Dietro agli analisti TV, la lunga mano del Pentagono.


di David Barstow – NYT - 20 aprile 2008

Nell’estate del 2005 l’amministrazione Bush doveva far fronte a una nuova ondata di critiche su Guantanamo: Il centro di detenzione era stato appena definito da Amnesty International come "il gulag dei nostri tempi", c’erano nuove accuse da parte degli esperti di diritti umani dell’Onu su degli abusi, mentre si estendevano gli appelli per farlo chiudere.

Gli esperti di comunicazione dell’Amministrazione risposero prontamente: un venerdì mattina presto caricarono un gruppo di ufficiali militari in pensione su uno dei jet solitamente usati dal vicepresidente Dick Cheney e li spedirono a Cuba farsi un giro, meticolosamente programmato, del campo di Guantanamo.

All’opinione pubblica questi personaggi risultano molto familiari perché comparsi decine di migliaia di volte in TV e alla radio in qualità di "analisti militari", il cui lungo periodo di servizio li ha investiti di capacità di giudizio autorevoli e attendibili sulle questioni del mondo post-11 settembre.

Tuttavia, come ha scoperto un attento esame di «The New Tork Times», ben celato dietro questa apparente imparzialità, esiste un apparato informativo del Pentagono che ha usato questi analisti per una campagna mirante a generare una copertura mediatica favorevole alle performance dell’Amministrazione in tempo di guerra.

La manovra - iniziata nel periodo di preparazione alla guerra in Iraq e ancora oggi in corso - ha cercato di sfruttare intese ideologiche e militari, oltre a far conto su una potente carta finanziaria: la maggior parte di questi analisti ha legami con i contractor militari, con interessi precisi proprio in quelle strategie di guerra che erano chiamati a commentare via etere.

Questi rapporti d’affari non sono mai stati divulgati al pubblico e talvolta nemmeno agli stessi network, ma nell'insieme gli uomini a bordo di quell’aereo per Guantanamo rappresentano più di 150 contractor militari, sia come lobbisti, dirigenti di alto rango, membri dei consigli di amministrazione, sia come consulenti. Tra le società sono ricomprese le più importanti del settore della Difesa, ma anche società più piccole, tutte parti di quel vasto agglomerato di contractor che si azzuffano tra loro per rastrellare centinaia di miliardi di dollari in commesse generate dalla guerra al terrorismo condotta dall’Amministrazione. E’ una concorrenza accanita, nella quale le informazioni riservate e un facile accesso agli alti ufficiali sono cose assai apprezzate.

Registrazioni e interviste mostrano in che modo l’amministrazione Bush abbia fatto uso del suo potere di controllo sull’accesso a tali informazioni cercando di trasformare gli analisti in una sorta di cavalli di Troia mediatici: uno strumento inteso a modellare la copertura dall’interno delle notizie sul terrorismo dei principali network radiotelevisivi.

I documenti dimostrano che gli analisti sono stati blanditi in centinaia di incontri riservati con i leader militari di più alto grado, compresi ufficiali con influenza decisiva in materia di contratti e bilanci. Sono stati portati in visita in Iraq e hanno avuto accesso a notizie d’intelligence classificate top-secret. Sono stati informati da funzionari di Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Dipartimento di Giustizia, inclusi Dick Cheney, Alberto R. Gonzales e Stephen J. Hadley.

In cambio,i membri di questa compagine hanno fato da cassa di risonanza ai punti su cui si imperniava il messaggio dell’Amministrazione, talvolta anche quando sospettavano che le informazioni ricevute fossero false o gonfiate. Alcuni analisti hanno poi ammesso di aver messo a tacere i propri dubbi perché temevano di mettere in pericolo il loro accesso.

Taluni hanno anche espresso il rimorso per aver partecipato a quello che essi stessi ritengono uno sforzo volto a ingannare l’opinione pubblica americana con una propaganda travestita da "analisi militare indipendente".

«È come se ci avessero detto: "Noi abbiamo bisogno che vi leghiamo le vostre mani dietro la schiena e muoveremo la vostra bocca per voi"» racconta Robert S. Bevelacqua, un "berretto verde" a riposo, ex analista di Fox News.

Kenneth Allard, un ex analista militare della NBC che ha insegnato informazione di guerra alla National Defense University, ha dichiarato che la campagna corrispondeva esattamente a una sofisticata operazione di informazione: «questa era una precisa politica coerente e attiva».

Al deteriorarsi delle condizioni dell’Iraq, ha ricordato Allard, vide una distanza abissale fra quanto veniva detto riservatamente agli analisti e quanto è stato rivelato da inchieste e libri successivi.

«Notte e giorno», si è lamentato Allard, «ho avuto la sensazione che fossimo stati turlupinati»

Il Pentagono, da parte sua, difende i suoi rapporti con gli analisti militari, e sostiene di aver passato loro soltanto dati oggettivi sulla guerra.

Un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, ha detto che «lo scopo di tutto ciò non era altro che un onesto tentativo di informare il popolo americano».

Whitman ha aggiunto che era “abbastanza incredibile” pensare che dei militari in pensione potessero essere allenati e trasformati in «burattini del Dipartimento della Difesa». [...]

Molti analisti hanno negato con forza di essere stati cooptati o di aver consentito che i loro interessi economici esterni condizionassero i loro commenti via etere, e alcuni hanno usato la loro tribuna per criticare lo svolgimento della guerra. Diversi, come Jeffrey D. McCausland, un analista militare della CBS nonché lobbista dell’industria della difesa, hanno detto di aver puntualmente informato i loro network circa il loro lavoro esterno e si sono astenuti da trasmissioni che andassero a interferire con i loro interessi d’affari.

«Non sono qui per rappresentare l’Amministrazione», ha detto Mc Causland.

Alcuni funzionari dei network, nel frattempo, hanno ammesso solo una limitata consapevolezza delle interazioni dei loro analisti con l’Amministrazione. Hanno dichiarato che sebbene fossero sensibili rispetto a potenziali conflitti d’interesse, non applicarono tuttavia ai loro analisti gli stessi parametri etici cui sottostanno i loro dipendenti in merito agli interessi finanziari esterni. Hanno sostenuto che l’onere di rivelare i conflitti spettasse ai loro analisti. E hanno inoltre fatto notare che, qualunque fosse il contributo degli esperti militari, i molti giornalisti dei network hanno dato copertura alle notizie di guerra per anni in tutta la loro complessità.

A cinque anni di distanza dall’inizio della guerra in Iraq, la maggior parte dei dettagli di questa architettura e organizzazione della campagna del Pentagono non erano ancora stati rivelati, ma «The New York Times» è avuto successo nel far causa a carico del Dipartimento della Difesa per ottenere l’accesso a 8.000 pagine di messaggi e-mail, trascrizioni e documentazioni varie, che descrivono anni di riunioni riservate, viaggi in Iraq e a Guantanamo e una massiccia operazione del Pentagono sui temi chiave.

Questi documenti svelano un rapporto simbiotico nel quale le normali linee di demarcazione tra governo e giornalismo sono state travolte.

I documenti interni del Pentagono si riferiscono spesso agli analisti militari definendoli come "moltiplicatori della forza del messaggio", "surrogati" sui quali è possibile contare per dispensare gli "argomenti e i messaggi" dell’Amministrazione a milioni di americani "sotto forma di opinioni strettamente personali".

Dai documenti si ricava che nonostante molti analisti siano consulenti pagati dai network, con gettoni da 500 a 1000 dollari per ogni comparsata, durante gli incontri del Pentagono parlavano alle volte come se stessero operando dietro le linee nemiche. Alcuni suggerirono al Pentagono dei trucchi per aver la meglio sui network [...].

Alcuni avvisarono di storie in programmazione o spedirono al Pentagono copie della loro corrispondenza con i direttori dei notiziari. Molti – anche se certamente non tutti – ripeterono in buona fede i temi chiave tesi a replicare alle critiche. [...]

In svariate occasioni risulta dai documenti che l’Amministrazione ha reclutato gli analisti quasi fossero una forza di intervento rapido volta a smentire colpo su colpo quel che veniva considerato come una copertura mediatica negativa dei fatti, tra cui certi servizi degli stessi corrispondenti dei network dal Pentagono. Ad esempio, quando alcuni articoli rivelarono che i soldati in Iraq stavano morendo a causa dell’inadeguatezza delle loro protezioni personali, un alto funzionario del Pentagono scrisse ai colleghi: «Credo che i nostri analisti, opportunamente preparati, possano controbattere in questa arena».

I documenti rilasciati dal Pentagono non mostrano alcun do ut des in tema di commenti e contratti. Ma alcuni analisti hanno detto che hanno usato l’accesso speciale come un’opportunità di marketing e di relazioni o per affacciarsi a future possibilità d’affari.

John C. Garrett è un colonnello dei Marine in pensione e analista non retribuito per i canali TV e radio di Fox News. È anche un lobbista alla Patton Boggs, un’impresa che aiuta le aziende a vincere contratti con il Pentagono, anche in Iraq. Nei suoi materiali promozionali, dichiara di essere «aggiornato a cadenza settimanale con accessi e incontri con il segretario della difesa, il presidente dei Joints Chiefs of Staff (gli stati maggiori riuniti delle varie armi, NdT) nonché di altre importanti figure decisionali ad alto livello dell’Amministrazione.» Un cliente riferì agli investitori che gli accessi speciali e i decenni di esperienza di Garrett lo hanno aiutato «a sapere in anticipo – e in dettaglio – il modo migliore di soddisfare i bisogni» del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie.

Nelle interviste Garrett ha detto che c’era un inevitabile sovrapposizione nel suo duplice ruolo. Ha ammesso di aver ottenuto «informazioni che altrimenti non otterresti» grazie agli incontri e ai tre viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono. Ha altresì riconosciuto di aver usato il suo accesso e le sue informazioni per identificare opportunità per i clienti [...].

Allo stesso tempo, in una e-mail al Pentagono, Garrett esibì un grande zelo nel voler essere d’aiuto con i suoi commenti per TV e radio. «Per favore fatemi sapere se avete qualsiasi punto specifico che intendete affrontare o che preferite minimizzare», scrisse nel gennaio 2007, prima che il presidente Bush andasse in TV a descrivere la strategia di ripresa (surge) in Iraq.

Per contro, molti analisti hanno detto che l’Amministrazione ha dimostrato che c’è un prezzo da pagare nel sostenere le critiche. «Perderete ogni accesso» ha detto uno di loro, McCausland. [...]

Già all’inizio del 2002 era in corso una pianificazione dettagliata per una possibile invasione dell’Iraq, ma si evidenziava ancora un ostacolo. Molti americani, come risultava dai sondaggi, erano poco inclini a invadere un Paese senza alcuna chiara connessione con gli attentati dell’11 settembre. I funzionari del Pentagono e della Casa Bianca ritennero che gli analisti militari avrebbero potuto avere un ruolo cruciale per aiutare a prendere il sopravvento su tale resistenza.

Torie Clarke, l’ex sottosegretaria alla Difesa per gli affari pubblici che sovrintendeva alle pubbliche relazioni e ai rapporti del Pentagono con gli analisti, giunse al suo incarico con idee precise sul modo in cui si doveva ottenere quel che lei chiamava “dominanza informativa”. In una cultura mediatica satura di persuasioni occulte, l’opinione viene influenzata per lo più dalla voce di chi sia percepito come figura autorevole e del tutto indipendente.

Così, ancora prima dell’11 settembre, aveva costruito all’interno del Pentagono un sistema volto a reclutare "persone con influenza cruciale", in procinto di congedarsi o di cambiare attività, che con un’assistenza adeguata avrebbero potuto divenire elementi su cui far conto per far sorgere un sostegno popolare alle priorità dettate da Rumsfeld.

Nei mesi che seguirono l’11 settembre, quando ogni network si precipitava per accaparrarsi la propria squadra all-star di ufficiali militari in pensione, la signora Clarke e i suoi collaboratori intuirono una nuova opportunità. Per la squadra della Clarke, gli analisti militari erano il massimo quanto a "persone con influenza cruciale": autorevoli, e in maggioranza decorati come eroi di guerra, tutti in grado di raggiungere una vasta audience.

Gli analisti, notavano, spesso catturavano per più tempo gli spettatori rispetto ai corrispondenti dei network, e non stavano semplicemente spiegando le capacità degli elicotteri Apache. Stavano strutturando il modo in cui gli spettatori dovevano interpretare gli eventi. Inoltre, mentre gli analisti erano dentro i media delle notizie, non ne facevano parte. Erano uomini militari, molti dei quali sintonizzati ideologicamente con la squadra di cervelli neoconservatori dell’Amministrazione, dei quali molti avevano un ruolo chiave presso un’industria militare che si attendeva grandi incrementi nel bilancio in vista di una guerra in Iraq. [...]

Un po’ alla volta il Pentagono è arrivato a reclutare più di 75 ufficiali in pensione, sebbene alcuni abbiano partecipato solo brevemente e occasionalmente. Il contingente più numeroso è stato affiliato a Fox News, seguito dalla NBC e dalla CNN. Ma furono inclusi anche gli analisti della CBS e dell’ABC. Alcuni di loro, anche se non erano sul libro paga di alcun network, riuscivano a essere influenti in altri modi, sia perché ospiti di trasmissioni radiofoniche, sia perché spesso scrivevano editoriali o perché venivano citati da riviste, siti web e giornali. Almeno nove di loro hanno scritto articoli di commento per il «New York Times».

Fonte NYT

Traduzione di Pino Cabras.

Sul sito di Cabras trovate tutti i link relativi all’articolo in questione.

QUI potete scaricare tutti i documenti originali che stanno al cuore dello scoop di Barstow. Segnaliamo soprattutto il file “transcript.pdf”, una trascrizione completa dell’incontro fra Rumsreld e i suoi “analisti militari”, da cui si evince la chiara intenzione, da parte di tutti, di ingannare il pubblico americano – che nel documento viene spregevolmente chiamato “Joe America” - tramite i network nazionali.

Chi non riuscisse ad accedere all’articolo originale del NYT, può scaricarlo QUI.http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2503


Nepal: re Gyanendra nega l'ipotesi di un suo prossimo esilio

Gyanendra ha decisamente respinto queste ipotesi e ha riconfermato con forza la propria intenzione di rimanere in Nepal

In vista della cospicua vittoria dei maoisti che si prospetta nelle recenti elezioni per l'assemblea costituente, negli ultimi giorni i media nepalesi hanno presentato con sempre maggiore enfasi la possibilità di un esilio del re, probabilmente in India.

Gyanendra ha decisamente respinto queste ipotesi e ha riconfermato con forza la propria intenzione di rimanere in Nepal. La rigida posizione del re in merito risulta scontata, soprattutto in un periodo di incertezza come quello attuale in cui non si è ancora completamente delineato l'equilibrio tra le forze che dovranno riscrivere la costituzione del paese. Resta però il fatto che i maoisti si apprestano ad occupare circa 240 seggi sui 601 che costituiranno l'assemblea costituente e che non sembrano inclini ad accettare la permanenza del re in Nepal.

Il “compagno Prachanda”, leader del movimento maoista, ha dichiarato di voler parlare con Gyanendra per convincerlo a lasciare il paese pacificamente. “Nella storia i monarchi sono stati decapitati o sono stati costretti a fuggire. Faccia in modo che ciò non debba ripetersi in Nepal”, ha affermato Prachanda rivolgendosi al re. Krishna Bahadur Mahara, portavoce del partito maoista ha dichiarato che non importa se il re intende vivere in India o in Nepal, ciò che conta è che accetti di perdere i suoi privilegi contestualmente alla dichiarazione della repubblica. In realtà, se Gyanendra rifiuterà l'esilio difficilmente eviterà un processo e una condanna molto pesante. Il re potrebbe però tentare di mobilitare a sua difesa quei settori delle forze armate a lui ancora fedeli e alcuni gruppi di fondamentalisti indù che non vedono certo di buon occhio la detronizzazione dell'incarnazione del dio Vishnu e l'ascesa al potere di atei maoisti.
Desk Asia e Pacifico
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32519


DARFUR, NUOVE STIME E VECCHIE CRISI

Il sottosegretario per gli affari umanitari dell'Onu ha detto ieri al Consiglio di Sicurezza che i morti del conflitto in Darfur potrebbero essere 300mila, 50% in più dell'ultimo dato ufficiale di due anni fa

Irene Panozzo


Il conflitto che da cinque anni insanguina il Darfur, nell'ovest del Sudan, potrebbe aver causato la morte di 300mila persone. A dirlo, ieri durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è stato John Holmes, il sottosegretario generale per gli affari umanitari. Una cifra che, ammette lo stesso Holmes, non si basa su un nuovo studio dell'impatto che la guerra ha avuto sulla popolazione, ma su "un'estrapolazione" del precedente numero di 200mila vittime, risultato di uno studio del 2006 dell'Organizzazione mondiale della Sanità.
Il presunto totale delle vittime dato da Holmes è stato però duramente sconfessato dall'ambasciatore sudanese alle Nazioni Unite, Abdul Mahmoud Abdel-Halim, che ha invece detto che secondo il governo di Khartoum i morti in Darfur non sarebbero più di 10mila. Una cifra molto diversa da quella fatta da Holmes, che non può essere spiegata solo dal fatto che il calcolo del governo comprende solo i morti in battaglia mentre quello originale dell'Oms teneva conto anche di tutti coloro che sono morti per malattie e malnutrizione che la guerra ha favorito.
Nel contestare la cifra menzionata da Holmes, Abdel-Halim ha anche attaccato le organizzazioni non governative che operano in Darfur, dicendo che "per alcuni gruppi, il giorno più triste sarà quello della fine del conflitto perchè ne traggono vantaggio".
Lo sterile scontro sulle cifre dice però molto poco di quella che è la situazione in Darfur. Dove per il momento non sembrano esserci grandi prospettive di miglioramento, nè dal punto di vista della sicurezza nè per quel che riguarda gli sforzi negoziali. Alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha preso la parola anche il rappresentante speciale congiunto di Onu e Unione Africana per il Darfur, Rodolphe Adada. Che ha detto senza tanti giri di parole che Unamid, la missione di peacekeeping "ibrida" Onu-Ua, sta lavorando in condizioni "eccezionalmente difficili" e che ha ancora "una lunga strada da fare" prima di poter dire di aver adempiuto ai compiti che le sono stati affidati.
Da Parigi, dove vive in esilio, è arrivato pronto il commento di Abdel Wahid al-Nur, fondatore e leader di una delle fazioni del Movimento/Esercito per la liberazione del Sudan (Slm/a), uno dei movimento ribelli del Darfur. Che all'Associated Press ha ripetuto la sua contrarietà a nuovi negoziati, che se avviati su basi sbagliate potrebbero solo complicare ulteriormente la situazione, avvertendo anche che un fallimento nell'azione di peacekeeping potrebbe scatenare nuova violenza.
Intanto, mentre in tutto il paese ieri iniziava il censimento generale previsto dal trattato di pace tra Nord e Sud Sudan del 2005, gli sfollati del Darfur che vivono nei campi sparsi per la regione si sono rifiutati di essere contati, opponendo resistenza al personale addetto al censimento e chiedendo prima la fine del conflitto e la possibilità di tornare ai loro villaggi di origine. L'opposizione degli sfollati, annunciata da tempo, e l'impossibilità per il governo di accedere alle aree del Darfur controllate dai vari gruppi ribelli ridurrà di molto la portata del censimento nella vasta regione occidentale. Un dato anche politico, che spetterà poi ai partiti di Khartoum tenere nella giusta considerazione.


http://www.lettera22.it/showart.php?id=8946&rubrica=82


Soldato Hillary

 

In Pennsylvanya Hillary Clinton ha giocato la carta iraniana. In affanno nonostante l’ottimismo ostentato, Clinton ha risposto minacciosa alla domanda di un giornalista: «Che succede se l’Iran attacca con armi nucleari Israele?» «Se fossi presidente, attaccheremmo l’Iran e saremmo in grado di annichilirlo completamente». Il verbo annichilire evoca immediatamente una ritorsione nucleare. Non c’era alcun bisogno di una tale dichiarazione di guerra preventiva, se non per corteggiare l’elettorato ebraico più di destra, che sembra propendere, in caso d’emergenza, per McCain proprio per le maggiori «garanzie» sul piano internazionale offerte dal candidato repubblicano. Che, in effetti, non avrebbe potuto dire di peggio a proposito dell’Iran, se non che mai e poi mai, da presidente, avrebbe consentito a Teheran di arrivare ad avere armi nucleari.
Secondo questa linea di ragionamento, Obama, che ha votato contro la guerra in Iraq, sarebbe un presidente troppo debole in caso di escalation. La domanda del giornalista–e la risposta di Clinton–indicano peraltro che in una parte dei democratici ha fatto breccia la retorica di Bush sull’Iran, anche se è tutt’altro che certo che Teheran si stia dotando o voglia dotarsi di armi nucleari. Sarà pure retorica da campagna elettorale, ma è preoccupante. Perché segnala che in fondo–oltre l’iperbole della risposta assurda a una domanda strumentale–che nella verve presidenziale di Hillary si annida lo stesso spirito di Bill, quello della guerra contro la Serbia, delle no-fly zones, dell’embargo e dei bombardamenti di Desert fox contro l’Iraq. Per un eventuale cambiamento di rotta della politica estera statunitense, Obama offre qualche speranza in più. Clinton e McCain hanno già l’elmetto.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13700


Bentornata Evelyn

na01fo01 Susana Beatriz Pegoraro aveva 18 anni ed era incinta di cinque mesi quando fu sequestrata nella stazione di Constitución a Buenos Aires nel giugno del 1977.

Rubén Santiago Bauer, del quale Susana era incinta, fu sequestrato lo stesso giorno nella città di La Plata.

Furono portati all’ESMA, dove prima che anche Susana fosse assassinata, nacque Evelyn. Erano gli anni della dittatura fondomonetarista di Jorge Videla, dei 30.000 desaparecidos e dei 500 bambini appropriati.

Evelyn non fu assassinata ma la prese una famiglia di marinai che dopo averle ucciso i genitori le ha rubato l’identità fino a convincerla di non volerla conoscere.

Oggi, annunciano le Abuelas de Plaza de Mayo, che l’esame del DNA ha confermato che Evelyn, che ha vissuto per trent’anni appropriata dal marinaio Policarpio Vázquez e da sua moglie Ana María Ferra, è proprio figlia di Susana e Rubén.

La storia di Evelyn è più complicata di storie simili alla sua. Nel 1999 Vázquez dovette ammettere di non essere il padre biologico di Evelyn e che i documenti furono falsificati. Per anni però Evelyn rifiutò di fare l’esame del DNA perchè non voleva che fosse usato come prova contro i suoi appropriatori.

Finalmente nel 2006 questi furono incriminati per appropiazione di minore. Il giudice a quel punto ha obbligato Evelyn ad effettuare la prova del DNA. Questa, nelle motivazioni, cessava di essere un esame complementare atto a stabilire, per volontà dell’interessato l’identità, ma una prova decisiva per un processo per violazione dei diritti umani. Questa a quel punto fu ottenuta con una perquisizione nella casa dove Evelyn viveva.

Non è la prima volta che l’accertamento dell’identità di figli di desaparecidos avviene dopo contenziosi legali ma è la prima volta che la motivazione che obbliga all’accertamento è l’acquisizione di prove per processare gli appropriatori.

Comunque sia, bentornata Evelyn.http://www.gennarocarotenuto.it/2265-bentornata-evelyn#more-2265


MEDIO ORIENTE: Israele rafforza Hamas
Mohammed Omer





Negli ultimi tre mesi, il sostegno ad Haniyeh ha superato quello per il presidente palestinese Mahmoud Abbas, del partito di Fatah; mentre Fatah governa la West Bank, Hamas controlla Gaza, i due principali territori palestinesi.

Un sondaggio condotto lo scorso marzo dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research mostra che negli ultimi tre mesi Abbas avrebbe perso il vantaggio del 19 per cento su Haniyeh. Adesso, secondo i sondaggi Haniyeh otterrebbe il 47 per cento dei voti dei palestinesi, mentre Abbas il 46 per cento.

Il sondaggio è stato condotto tra oltre 1.270 adulti, di cui 830 nella West Bank e 440 nella striscia di Gaza, in 127 diverse località scelte a caso.

La popolarità per Haniyeh è aumentata dopo la violazione del confine a Rafah tra Gaza e Egitto, ha spiegato Khalil Shikaki, a capo del centro sondaggi. Si pensa che lo sfondamento sia stato opera di Hamas, e avrebbe aiutato i palestinesi a far entrare delle forniture strettamente necessarie, frenate dal blocco israeliano.

I continui attacchi di Israele, che hanno causato moltissime vittime nelle ultime settimane, hanno anche aumentato le simpatie e il supporto verso Haniyeh, ha detto Shikaki all’IPS.

Il movimento di Hamas è stato rapidamente etichettato come “terrorista” dai governi occidentali. Israele dice di non poter negoziare con Haniyeh perché il primo ministro si rifiuta di riconoscere Israele. È stato accusato di violare gli accordi di Oslo del 1993, firmati tra Mahmoud Abbas per la parte palestinese, e dal presidente israeliano Shimon Peres: il primo riconoscimento da parte dei palestinesi del diritto ad esistere di Israele, oltre che un accordo per la creazione di uno Stato palestinese.

Anche la posizione di Haniyeh su questi temi gli ha procurato maggiori consensi tra i palestinesi. “Gli accordi di Oslo dicevano che entro il 1999 sarebbe stato istituito uno Stato palestinese”, ha ricordato Haniyeh in un’intervista all’IPS. “Dov’è questo Stato palestinese? Oslo ha forse concesso ad Israele il diritto di tornare ad occupare la West Bank, di costruire il muro e di espandere i suoi insediamenti, oltre che di “giudaizzare” Gerusalemme facendola diventare totalmente ebraica?

”Ad Israele è stato forse concesso il diritto di distruggere i lavori per il porto e l’aeroporto di Gaza? Oslo ha forse dato ad Israele il diritto di assediare Gaza, e di interrompere ogni rimborso fiscale ai palestinesi?”.

Haniyeh è stato evasivo sulle condizioni imposte ad Hamas. Israele e gran parte della comunità internazionale, con l’appoggio di Abbas, hanno detto di voler trattare con il governo di Hamas solo a condizione che questo riconosca Israele, che rispetti gli attuali accordi, e che rinunci alla violenza.

”Ci stupisce che ci vengano imposte queste condizioni”, ha detto Haniyeh. “Perché non impongono le stesse condizioni e le stesse richieste ad Israele? Israele ha rispettato i suoi patti? Israele ha praticamente ignorato ogni accordo. Noi diciamo che Israele deve prima di tutto riconoscere il diritto legittimo dei palestinesi, e poi noi prenderemo una posizione al riguardo. Quale Israele dovremmo riconoscere?”.

Hamas ha vinto le elezioni tenutesi a Gaza il 25 gennaio 2006, ottenendo 76 seggi all’assemblea contro i 43 di Fatah. Ma Fatah ha rifiutato di cedere il pieno controllo ad Hamas, e allora Hamas ha preso il comando dell’amministrazione di Gaza con la forza, nel giugno 2007.

Si è venuta dunque a creare una strana situazione. Gli ex prigionieri politici di Hamas, imprigionati da Fatah su suggerimento dell’Occidente, oggi occupano il potere, in alcuni casi accanto agli stessi uomini che allora erano i loro carcerieri.

E tra loro, anche Haniyeh guadagna ogni giorno più sostegno. Al contrario dei leader di Fatah, Haniyeh si muove senza scorta, e si mescola liberamente alla gente in strada. Ha rifiutato l’offerta di 4mila dollari di stipendio al mese, accettandone solo 1.500, che è ciò di cui ha bisogno, dice, per la sua famiglia, composta da 13 figli. E vive ancora nella sua vecchia abitazione di Shati Camp, uno dei campi profughi più poveri ad est della Città di Gaza.

Ismail Haniyeh è nato nel 1963 da una famiglia di rifugiati originaria del villaggio di al-Jouar, oggi in Israele. Si è laureato in studi arabi all’Università islamica della città di Gaza. Ai tempi dell'università era membro del Blocco islamico, l’ala studentesca dei Fratelli musulmani che sarebbero poi diventati Hamas. Anche in quel periodo, negli anni ’80, era spesso ai ferri corti con i membri di Fatah. Haniyeh è poi diventato dirigente dell’Università Islamica.

L’esercito israeliano lo ha arrestato quattro volte, costringendolo all’esilio (in Libano) nel dicembre 1992 insieme ad altri circa 400 membri di Hamas e della Jihad islamica. È poi tornato al suo lavoro di amministratore nel 1994, ma è stato schedato come terrorista. Ha lavorato da vicino con l’allora leader di Hamas Ahmed Yassin, ottenendo un ruolo pubblico di rilievo solo dopo che un missile israeliano ha ucciso Sheikh Yassin, costretto su una sedia a rotelle, il 21 marzo 2004.

Da allora, Haniyeh si è dimostrato un efficace oratore - e un paziente ascoltatore. Questo, insieme alle tante attività sociali in cui è impegnato, come il sostegno agli orfani e agli ospedali, ha messo Hamas in una buona luce. Tra i suoi principali impegni, la visita ai cristiani di Gaza e alle loro chiese; e i suoi sostenitori negano che possa essere un leader dei Talebani.

Ma ha anche attirato nuove opposizioni: “Non ha portato nessuno sviluppo dell’area, ma solo ulteriori problemi”, ha detto un residente di Gaza che preferisce rimanere anonimo. “Ha aiutato Israele e l’America nei loro piani contro il popolo palestinese. È un predicatore, non un politico; se fosse un politico, la situazione oggi non sarebbe così insostenibile”.

Haniyeh è scampato per poco a un attacco israeliano nel dicembre 2003. E molti abitanti di Gaza hanno paura di ciò che potrebbe accadere se Israele lo assassinasse, insieme ad altri leader politici di Hamas, mentre se ne vanno in giro liberamente. “Poi chi si occuperebbe degli 1,5 milioni di palestinesi di Gaza”, dice un residente. Israele ha detto di voler continuare a perseguire la sua politica di omicidi politici.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1169

Le strane piramidi del MIT di Boston

 

Una piccola piramide e’ sorta a migliaia di chilometri dal Nilo, negli asettici laboratori del Mit di Boston, e fara’ irritare egiziani ed egittologi di mezzo mondo. Un team di ricercatori americani l’ha costruita per provare una teoria scomoda: quella secondo la quale il cemento fu usato in Egitto duemila anni prima dei romani ed e’ il segreto delle gigantesche tombe dei faraoni. […]

Gli scienziati dei materiali del Massachusetts Institute of Technology sono convinti che la teoria tradizionale sulla costruzione delle piramidi, quella che racconta di giganteschi blocchi di pietra trascinati da migliaia di schiavi, sia solo parte della storia. Una percentuale consistente dei blocchi, pari al 10 o 20%, potrebbe in realta’ essere stata realizzata con colate di un cemento ricavato da materiali locali, impastato fino a ottenere un primitivo calcestruzzo. Il tutto secoli prima che i romani dimostrassero le doti del cemento innalzando edifici come il Pantheon.

La teoria era circolata gia’ negli anni Ottanta e aveva sollevato reazioni furiose da parte di archeologi ed esperti di ingegneria antica, in larga parte convinti che le piramidi di Giza siano interamente realizzate con blocchi provenienti da cave di pietra. Gli scienziati del Mit sembrano destinati ad andare incontro allo stesso trattamento, a giudicare dalla prima reazione che il quotidiano Boston Globe ha raccolto da un portavoce di Zahi Hawass, il capo del Consiglio superiore delle antichita’ al Cairo e il custode dei tesori dell’antico Egitto: ‘’E’ un’idea estremamente stupida - ha detto il portavoce -, le piramidi sono fatte di blocchi di calcare di cava e indicare che possa trattarsi di qualcos’altro e’ un’ idiozia e un insulto'’.

Parole che non sembrano scoraggiare gli ingegneri americani, che a Cambridge, nella sede del Mit, hanno gia’ costruito una minipiramide di 280 blocchi (un modellino, rispetto ai 2,3 milioni di blocchi della Grande Piramide di Giza), usando un particolare calcestruzzo. ‘’E’ possibile - ha detto Linn Hobbs, professore di scienza dei materiali al Mit, che guida il progetto - che gli egiziani abbiano usato meno sudore e piu’ intelligenza. E’ possibile che ci abbiano lasciato in eredita’ non solo monumenti e mummie misteriosi, ma che abbiano inventato il cemento 2000 anni prima che i romani cominciassero a usarlo per i loro edifici'’.

Gli studiosi del Mit lavorano alla ricerca insieme a un team di Filadelfia e all’ingegnere chimico francese Joseph Davidovits che per primo vent’anni fa lancio’ l’idea. Il calcestruzzo prodotto nei laboratori del Mit e’ fatto con materiali che si ritiene fossero disponibili lungo il Nilo. In particolare, i blocchi sono stati realizzati con colate di un mix fatto di calcare frantumato, tenuto insieme da un collante a base di argilla, silice e di soda, un sale naturale presente nel deserto che gli egiziani usavano per i processi di mummificazione.

Analisi di frammenti delle piramidi fatte con raggi X, microscopio e soluzioni chimiche indicano, secondo gli studiosi americani, che ci sono indizi a favore della tesi che alcuni blocchi siano il prodotto di colate, non di attivita’ di cava.

Ma il team avra’ vita dura a convincere un ambiente accademico dove intere carriere sono state costruite sul presupposto che le piramidi siano composte da blocchi di pietra. Michael Barsoum, un ingegnere della Drexel University di Filadelfia che partecipa allo studio, fu assalito verbalmente da ogni parte del mondo quando, nel 2006, sostenne che parti dei blocchi di una piramide di Giza sono microstrutturalmente diversi da blocchi di calcare e potrebbero essere il prodotto di colate. ‘’Mi trattarono come se avessi sostenuto che le piramidi sono state tagliate con il laser'’, ha ricordato Barsoum.

Nella stessa Boston, lo scetticismo per la ricerca del Mit si e’ gia’ fatto sentire. ‘’I blocchi provenivano da cave e furono trascinati sul posto, non ci sono indizi per sostenere il contrario'’, ha sentenziato Kathryn Bard, egittologa della Boston University. http://marcobardazzi.com/blog7/2008/04/24/le-strane-piramidi-del-mit-di-boston/#more-550


Pena di morte in Palestina : coalizione chiede moratoria
di Mauro W. Giannini*

La Coalizione Mondiale contro la pena di morte ha invitato il Presidente dell'ANP Abu Mazen a dichiarare ufficialmente la moratoria sulla pena di morte in linea con la risoluzione ONU e a non ratificare la condanna a morte di Tha’er Mahmoud Husni Rmailat, un ufficiale del servizio di intelligence condannato a morte per fucilazione il 6 aprile scorso dall'Alto Tribunale militare palestinese a Jenin per l'omicidio di un membro delle forze di sicurezza nazionali palestinesi.

La Coalizione Mondiale contro la pena di morte si e' detta preoccupata per il fatto che a Rmailat non e' stata fornita la garanzia di un processo equo. In particolare, il suo avvocato ha indicato che gli e' stato dato un solo giorno prima dell'udienza, quando la legislazione dell'Autorita' palestinese richiede che una comunicazione scritta sia inviata 72 ore prima. Ha inoltre detto che al suo cliente e' stata negata la possibilita' di una valutazione psicologica.

L'Autorità palestinese ha emanato un decreto il 22 giugno 2005, chiedendo che tutte le sentenze pronunciate da Corti di Sicurezza dello Stato, tra cui condanne a morte, fossero rivalutate in tribunali civili in quanto i procedimenti corrispondenti sono stati considerati al di sotto degli standard internazionali in materia di processo equo e giusto processo. Peraltro nessuna esecuzione ha avuto luogo dal mese di luglio 2005.

Tuttavia, condanne a morte continuano ad essere pronunciate in condizioni processuali in contrasto con le norme internazionali e la legislazione nazionale.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 


Nojoud

02In Yemen c'è un giornalista coraggioso che si chiama Hamed Thabet(a sinistra nella foto) .Vi chiederete cosa ha fatto di tanto eccezionale. Ha raccolto la testimonianza di una bambina di otto anni che voleva divorziare da suo marito. Ha fatto conoscere la sua storia al mondo e ha mobilitato i lettori che hanno contribuito a raccogliere 100.000 rial, circa 316 Euro, la dote pagata dal marito e da restituirgli in caso di divorzio. C'è anche un giudice coraggioso Muhamed Al-Qadhi che in applicazione della sharia ha annullato il matrimonio stabilendo che gli abusi subiti e il fatto che non fosse ancora matura per il matrimonio fossero condizioni sufficenti per l'annullamento."khol’e" è detto l'annullamento su richiesta della donna ed è previsto dalla sharia e dalla legge yemenita, ma ci vogliono uomini che la applichino. Ora la bambina è stata affidata all'associazione Dar Al-Rahama un' associazione non governativa che lavora con i bambini e provvederà alla sua istruzione.8 Molti giornali occidentali si sono occupati dell'avvenimento e una cosa è senz'altro singolare. Mentre da noi il viso della bimba viene cancellato digitalmente e quello del marito no, in Yemen avviene il contrario, probabilmente per proteggerlo da eventuali reazioni. Questo caso non è certo isolato a parte l'eccezionale sentenza. Secondo uno studio del 2006 circa il 50% delle spose sono bambine tra gli otto e i dieci anni date in mogli dalle famiglie troppo povere per mantenerle. Diverse associazioni e alcuni parlamentari del parlamento yemenita hanno presentato un piano di legge che alzi dai 15 ai 18 anni l'età per il matrimonio ma la Commissione Giustizia non ritiene sufficienti le basi per modificare la legge. La povertà, la mancanza di istruione, l' alta mortalità infantile di queste spose bambine, sono tutte situazioni collegate che influenzano pesantemente la vita in questo piccolo stato unico regime repubblicano della penisola Araba uno dei più antichi centri di civilizzazione del mondo, uno stato giovane dove il 46 % della popolazione ha meno di 15 anni. http://www.thejournalist.splinder.com/


NORD-KIVU: RIBADITO CESSATE-IL-FUOCO MA LE ARMI NON TACCIONO



Scambi di fuoco fra due gruppi ribelli si sono verificati stanotte a Kirotshe, una quarantina di chilometri da Goma nel Nord-Kivu (nord-est), all’indomani di una dichiarazione pubblica nella quale avevano ribadito il loro impegno a cessare le ostilità tutti i gruppi armati attivi nel Nord e Sud-Kivu - incluso l’esercito regolare (Fardc) - firmatari dell’intesa per un cessate-il-fuoco raggiunta il 26 gennaio scorso. Anche alla vigilia della dichiarazione, l’emittente Radio Okapi riferiva di scontri avvenuti nella notte di mercoledì a Kamandi, nel territorio di Lubero, a 150 chilometri a sud di Butembo, fra le Fardc e miliziani Mayi-Mayi del gruppo Pareco (Patrioti resistenti congolesi); secondo alcune fonti, i militari avrebbero incendiato due villaggi accusando la popolazione di connivenza coi miliziani, costringendo la popolazione alla fuga. “Il problema della sicurezza è ancora intero e i civili continuano a farne le spese” commenta alla MISNA Jason Luneno, presidente della società civile del Nord-Kivu. “Nonostante le intese firmate a gennaio – continua – sul terreno prevale una mancanza di fiducia fra le Fardc e i gruppi armati e fra gli stessi gruppi armati. Siamo ancora lontani dal disarmo, dall’accantonamento e dall’integrazione, anche perché alle Fardc non hanno ricevuto le consegne necessarie né hanno ricevuto mezzi adeguati”. L’esponente della società civile solleva anche la questione del gruppo armato Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), essenzialmente formato da hutu accusati di coinvolgimento nel genocidio rwandese del 1994, non coinvolto in questo processo di pace, ma al centro dell’accordo di Nairobi nel quale Kinshasa s’impegna a neutralizzare la milizia. “La società civile è preoccupata – ha concluso Luneno – delle modalità in cui le Fardc interverranno. Una recente offensiva lanciata dai militari contro le Fdlr, che in molti casi sono in mezzo alla popolazione, si è conclusa con messa in fuga di numerosi civili”. http://www.misna.org/



aprile 24 2008

Mamma mia


Quali sono le ragioni del successo di Berlusconi? Vediamo cosa dicono gli snob dell'Economist. La prima la riassumo, intanto è aria fritta: il centro sinistra non ha fatto le riforme.

Ma la seconda va citata per esteso, perchè qualche volta gli snob sanno essere più sagaci dei riformisti.

"La seconda spiegazione per il successo di Mr Berlusconi è, come sempre, la sua presa sui media italiani. Attraverso il suo impero Mediaset egli controlla la gran parte della teelvisione privata italiana. Ora che è di nuovo al governo controllerà anche, indirettamente, la televisione di stato, e ciò gli consentirà di influenzxare all'incirca il 90% di tutta la tv in Italia. Va assegnato a imperituro discredito del centro sinistra il fatto che, nel corso delle due fasi recenti in cui è stato al governo, non ha fatto nulla per affrontare il conflitto d'interessi di Berlusconi nel campo mediatico. Né ha fatto alcunchè per rovesciare il pasticcio di leggi e procedure che Berlusconi ha promosso per evitare condanne nella miriade di processi che i magistrati italiani hanno aperto contro di lui"

Tenere a portata di mente la citazione, incluse le righe in grassetto. Servirà a rispondere ai quaqquaraqquà, ai proprietari di media e ai loro servitorelli, che continuano a sostenere che le televisioni non contano per decidere chi vince e chi perde.

I più furbi, o i meno scemi, tirano fuori i dati di qualche sconfitta berlusconiana. Come se non sapessero che non si vince in una serata. Si vince con gli anni, attraverso la sedimentazione di immagini e concetti. Berlusconi ha vinto negli anni, e ha abbattuto a terra l'intellingeza di milioni. Tra i quali possiamo annoverare i quaqquaraqquà di cui sopra, molti dei quali sono per giunta di sinistra. http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=6609

Eurotassa

Ma mi ricordo male o fine del millennio scorso la sedicente destra liberista italiana fece un bailamme tanto contro il prestito ponte fatto per entrare nell'Euro, detto Eurotassa, mentre oggi fa mari e monti a favore di un'operazione analoga? Peraltro limitata ad un'azienda in stato pre-fallimentare e senza acquirenti.
Mi mancano tanto quelle frasi a effetto, tipo dividere il costo del prestito per il numero delle famiglie e affermare "vi succhiano 15 Euro a famiglia". Oppure "ogni bambino nato dovrà dare 5 Euro". Mi mancano tanto.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Che razza di destra contro Rutelli




Storace che riporta gli estremisti di destra ad abbracciare Alemanno. Storace che si scontra duramente con la comunità ebraica romana. Storace che costringe Alemanno a una imbarazzata difesa televisiva delle illegalità compiute dalla sua Regione Lazio.
Storace che torna sulla scena capitolina con tutto il suo peso, infrangendo l’immagine di affidabilità del candidato sindaco. E non perché ce l ’ a b b i a strumentalmente richiamato il centrosinistra, ma perché i voti della destra postfascista r o m a n a sono indispensabili per Alemanno, fino al punto di costringerlo a compromettersi: del faccia a faccia televisivo di martedì, il momento più sudato del candidato del Pdl è stato proprio quello in cui Storace è entrato nel confronto.
Eccezion fatta forse per il solo Alemanno, il ceto politico della destra romana, dissanguato da quindici anni di sconfitte, è il più scarso del paese. La storia di Forza Italia è disseminata di mezze figure rissose fra loro. Il fatto che An abbia qui tutti i suoi colonnelli spiega molto della sua estinzione.
Senza più potersi considerare fascista, il nocciolo militante e “affidabile” viene comunque dal Msi, gente che ai cortei preferisce ora un mix fra politica nel territorio e affari. Ma l’animus è quello profondo di Fini, che dà a Rutelli della «salma». Assistere a questo ritorno (potremmo parlare di morti viventi, ma non vogliamo togliere a Fini certi preziosismi) spiega forse perché il centrosinistra e Rutelli sono così determinati nello scontro.
Perché tutta la sinistra romana è stata chiamata a raccolta, compresi i gruppi più critici verso la svolta riformista. E perché Rutelli, prima di sciogliersi e vincere il duello, sia apparso martedì sera contratto e anche nervoso.
Non gioca per sé, o non solo, né certo per il Pd o per Veltroni, che qui non c’entrano niente. Gioca per difendere quindici anni di lavoro onesto e serio, pur con tante cose migliorabili, dal ritorno al potere di un ceto politico che Roma, quando gli è capitato di governarla, se l’è più che altro mangiata.
Nel 2000, nel pieno di un’altra stagione negativa del centrosinistra, proprio Storace vinse il Lazio: s’è visto con quali esiti. Sono rimasti quelli lì, quelli di una volta.
http://www.europaquotidiano.it/

Nepal, il futuro è rosso
I dati quasi definitivi confermano il trionfo dei maoisti
Scritto per noi
da Donatella Malfitano
 
Il conteggio dei voti si è quasi concluso e i risultati pressoché definitivi delle elezioni dell'Assemblea Costituente confermano la valanga di preferenze riversata sul partito maoista del leader Prachanda.
Le ultime proiezioni confermano un’ampia maggioranza al Partito comunista nepalese-maoista (Cpn-m), che avrà circa 220 seggi su 601. Prima del voto del 10 aprile tutti erano convinti che i maoisti si sarebbero piazzati bene, ma comunque dietro i due partiti storici, il Congresso nepalese (Nc) e i Marxisti-leninisti unificati (Uml), che invece finiranno con l’avere rispettivamente circa 107 e 100 seggi. Seguono i due partiti autonomisti del Terai: il Forum per i diritti del popolo madhese (Mjf), con circa 50 seggi, e il Partito democratico madhese del Terai (Tmlp), con circa 30 rappresentanti.
 
PrachandaVerso la formazione di un governo rosso. Passata la sorpresa iniziale, sia tra gli osservatori internazionali che tra i Nepalesi stessi, il Nepal inizia ora una nuova fase. E i Maoisti non perdono tempo.
Mentre gli Stati Uniti hanno annunciato che presto toglieranno il partito vittorioso Cpn-m dalla lista dei movimenti terroristici, dicendosi pronti a collaborare con il nuovo governo, Prachanda si candida come leader dell'esecutivo che verrà presto formato, proponendo un programma di sviluppo che parte da una riforma agraria, e chiede a gran voce al destituito re Gyanendra di lasciare il palazzo reale prima che il Paese venga ufficialmente dichiarato Repubblica Federale.
Rimangiandosi i propositi pre-elettorali di accettazione dei risultati e di collaborazione fatti da tutti i partiti, gli sconfitti dell’Nc e dell’Uml dichiarano che non si uniranno al nuovo governo guidato dai maoisti. Consultazioni sono comunque in corso da parte di Prachanda per convincere i due ex grandi partiti, senza dimenticare che anche i due partiti vittoriosi nel Terai dovranno essere accomodati.
 
FesteggiamentiLe ragioni della vittoria elettorale dei maoisti. Qui a Kathmandu i supporter maoisti continuano a celebrare la vittoria. Altri, non maoisti che però hanno votato per loro, continuano a dire “Cos'altro avremmo potuto fare?”.
La schiacciante vittoria di Prachanda può essere infatti letta come un insieme di diversi fattori.
A parte chi ha voluto chiaramente e indipendentemente votare per gli ex ribelli, a cui ha sempre creduto negli anni, molti elettori hanno scelto condizionati dalla violenza della campagna elettorale e dalle minacciose dichiarazioni dei maoisti (“ritorno alla guerriglia in caso di sconfitta”). Dieci anni di guerra pesano ancora come un macigno sulla memoria dei nepalesi. Molti altri, pur non seguendo necessariamente la filosofia maoista, hanno invece semplicemente voluto chiudere con anni di inefficienza degli altri due partiti forti, sperando nel cambiamento tanto pubblicizzato dagli uomini di Prachanda.
 
Combattenti maoistiGli ex ribelli dovranno essere integrati nell’esercito. Nella capitale nepalese, la gente si incolla davanti alla televisione ad ascoltare le dichiarazioni di Prachanda e i programmi del suo vittorioso partito. Tutti comunque guardano speranzosi a un futuro di sviluppo e di cambiamenti, mentre si accelerano anche le trattative per un’integrazione rapida dell’ex esercito ‘rosso’ in quello regolare nepalese, svuotando definitivamente i siti monitorati dall’Onu.
Qualcuno si chiede anche se ora, nel nuovo scenario politico, si potrà ancora decidere per l’istituzione di una commissione per investigare sui crimini commessi durante gli anni di guerriglia o se si dovrà chiudere la porta della memoria anche su questo.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10866

Lontano dagli occhi

Il campo profughi di Deheishe non è uno dei posti più conosciuti del Medio Oriente. Eppure è a Betlemme, mèta di pellegrini che però - spesso - pensano più alle sacre pietre che agli uomini che ci vivono accanto. Con qualche illustre eccezione, perché proprio Deheishe fa da sfondo in una immagine celebre: Giovanni Paolo II e Yasser Arafat che si tengono per mano durante la visita che il pontefice compì in Terrasanta nella primavera del 2000, proprio nel campo di rifugiati alla periferia di Betlemme. I profughi di Deheishe furono molto colpiti dalla visita del papa, tanto che compirono un gesto poco noto, quando seppero della morte di Karol Wojtyla. Si recarono in processione, loro musulmani, alla chiesa della Natività di Betlemme, con questa motivazione: lui era venuto a incontrarci, sino a Deheishe, ora tocca a noi - in segno di rispetto - andare da lui.
Ieri sera, cinque adolescenti sono stati feriti dai soldati israeliani, proprio a Deheishe. La ricostruzione dell'agenzia di stampa palestinese, Maannews, dice che una decina di ragazzi hanno cominciato a tirare pietre a tre camionette dell'esercito israeliano che stavano percorrendo di pattuglia la strada vicino al campo profughi. Dall'ultima camionetta, un soldato a cominciato a sparare, colpendo cinque ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Chi ha visto la prima intifada, potrebbe dire che una dinamica di questo genere ricorda la rivolta delle pietre cominciata il 9 dicembre 1987. Forse è così, forse (ancora) no.
Resta il fatto che eventi di questo tipo (magari meno sanguinosi di quello che è successo ieri sera alla periferia di Betlemme) si succedono quasi ogni giorno in Cisgiordania. Pietre tirate contro gli autobus dei coloni, molotov contro i soldati israeliani. Lontano dai nostri occhi, i piccoli episodi di una frustrazione crescente tra i palestinesi si allineano, come in un pallottoliere. Anche Jimmy Carter, due giorni fa a Gerusalemme, aveva speso più di una parola sulla mancanza di speranza che colpisce molti, in Cisgiordania: dai ragazzi delle scuole agli stessi esponenti del governo di Ramallah. Se e quando frustrazione e mancanza di speranza si congiungeranno con una precisa agenda politica, forse ci troveremo a raccontare dei ragazzi di Deheishe.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Critiche sulla transizione

Da Pristina, scrive André Cunha
Truppe portoghesi in Kosovo
L'Onu ancora a lungo in Kosovo? Eulex poteva essere implementata all'interno dell'Unmik? L'Ue spende senza risultati concreti? Il portoghese Raul Cunha, militare di massimo grado nella struttura Unmik, non risparmia le critiche verso la transizione gestita dall'Ue
Il generale di brigata Raul Cunha, portoghese, classe 1952, da tre anni è Chief Military Liaison Officer dell'Unmik e consigliere militare del capo-missione Joachim Rücker. Dal 1991 ha operato in diversi conflitti nella regione balcanica. Oggi, militare di grado più alto all'interno della struttura dell'Unmik, Cunha non risparmia critiche verso “l'incoerenza della comunità internazionale occidentale”. In questa intervista per l'Osservatorio sui Balcani, il generale di divisione parla del suo scetticismo sulle modalità con cui la missione europea Eulex si prepara ad essere implementata, e della sua convinzione che il processo di transizione andava sviluppato in modo diverso. Secondo Cunha, l'Onu dovrebbe rimanere ancora in Kosovo, in quanto unica autorità riconosciuta come legittima, almeno nelle aree popolate dai serbi.

Recentemente il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt ha dichiarato: “L'Onu dovrà rimanere in Kosovo come struttura 'cuscinetto' tra le nazioni che ne riconoscono l'indipendenza e quelle che si rifiutano di farlo”. Cosa pensa al riguardo?

Io non parlerei tanto del ruolo di “cuscinetto”, quanto del fatto che l'Unmik è l'unica autorità riconosciuta dalla minoranza serba, almeno nelle aree in cui questa minoranza detiene quasi in toto il potere esecutivo, di quelle municipalità, cioè, rette da un amministratore serbo che non riconosce l'autorità di Pristina.

In queste aree, l'Unmik deve funzionare come cornice legale all'investitura di questi amministratori, e provvedere al controllo delle loro attività. Senza l'Unmik, questi diverrebbero di fatto i presidenti di piccoli territori autonomi all'interno del Kosovo, cosa che a me sembra illogica. Credo, quindi, che Bildt abbia probabilmente ragione.

L'Onu potrebbe dover restare, almeno in alcune parti del territorio kosovaro, fino a quando la transizione verrà accettata dai serbi, cosa che a me pare piuttosto improbabile se non impossibile, oppure l'Eldorado promesso dall'Unione Europea non diverrà una realtà. Solo allora, forse, la comunità serba potrebbe finalmente accettare la presenza dell'Ue. Ma per realizzare questo Eldorado, se mai sarà realizzato, ci vorrà parecchio tempo.

La situazione sul campo è tutt'altro che rosea, e credo che noi, la "comunità internazionale occidentale", abbiamo molte cose da rimproverarci. Credo che in Kosovo si sia investito nel peggior modo possibile, senza troppa attenzione ai soldi spesi. Se guardiamo alle cifre, salta agli occhi il fatto che l'80% delle risorse sono state investite in consulenze e capacity building, senza conseguire alcun risultato tangibile.

Quei soldi sono stati spesi male. Se li avessimo usati per costruire una centrale elettrica, scuole e buone università, forse avremmo potuto gettare le basi per una struttura produttiva funzionante.

Il settore (pillar) della ricostruzione e dello sviluppo economico all'interno dell'Unmik è sempre stato responsabilità degli europei, ed è inutile nascondersi che oggi in Kosovo non esiste alcuna struttura produttiva.

Cosa ha fatto in tutti questi anni l'Unione Europea in questo settore, se non privatizzare alcune aziende e metterle nelle mani di persone dal curriculum non sempre limpido? Nulla! L'Ue ha speso in tutto in Kosovo quattro miliardi di euro. Di questi, come dicevo, l'80% è stato speso in consulenze e capacity building: questo significa che 3,2 miliardi sono tornati direttamente da dove erano venuti.

O meglio, nelle tasche di due o tre paesi. E' l'Ue nel suo complesso a pagare il conto, ma sono solo due o tre i paesi europei che traggono profitto dal Kosovo. Fare in modo che le cose restino così, quindi, forse è nei loro interessi.

Non si può nascondere, poi, che all'interno dell'Unmik ci siano molti comportamenti scorretti. Quando si parla di corruzione in grande stile, credo che i casi più gravi accadano proprio nel settore economico, responsabilità dell'Ue.

Tornando alla transizione Unmik-Eulex, crede che la comunità serba possa mai accettare la presenza della missione Ue in Kosovo?

Credo che sarà molto difficile. Non so perché, ma tutti erano convinti che, la “carota” dell'Ue avrebbe convinto i serbi ad accettare qualsiasi cosa, anche a rinunciare al Kosovo. Solo questa convinzione può aver portato all'ottimismo esagerato che ora si dimostra infondato.

Ci vorranno molto tempo e molti risultati concreti dell'Ue sul campo per convincere i serbi ad accettare l'autorità europea. Forse saranno necessari anni, e forse non avverrà mai. O meglio, la presenza dell'Ue potrebbe essergli imposta in qualche modo con la forza.

Tempo addietro, il comandante della Kfor ha fatto una dichiarazione bollata come politically incorrect, e cioè che la questione kosovara sarà risolta solo dal fattore biologico. Forse intendeva dire che la maggior parte dei serbi rimasti a vivere in Kosovo sono anziani, e che la loro morte porterà alla scomparsa della questione posta dalla presenza della minoranza serba in Kosovo.

Chi lavora sul campo sa che il concetto di un Kosovo multietnico è bello sulla carta, ed in teoria rimane auspicabile, ma quello che accade oggi, con due gruppi etnici che vivono uno accanto all'altro, totalmente separati, non ha nulla a che fare con quel modello.

Recentemente lei ha affermato che Eulex avrebbe potuto essere integrata all'interno della struttura dell'Unmik, come responsabile del settore polizia e giustizia. Ne è ancora convinto?

Sì. Quando è divenuto chiaro che non ci sarebbe stato un accordo nel Consiglio di Sicurezza, né una nuova risoluzione, e che quindi la 1244 sarebbe rimasta in vigore, una delle strade per implementare l'Eulex poteva essere quella di realizzarla come struttura responsabile della polizia e della giustizia, che già esiste nell'Unmik. In fondo Eulex è proprio questo: polizia e giustizia. La figura che non avrebbe potuto essere integrata nell'Unmik è invece quella dell'International Civilian Representative (ICR) europeo. L'unico modo per risolvere questo ostacolo sarebbe stato quello di concentrare sulla stessa persona il ruolo di ICR e quello di Special Representative of the Secretary General (SRSG) dell'Unmik.

Ma questo non avrebbe rappresentato, di fatto, una formula per introdurre dalla porta di servizio il piano Ahtisaari all'interno delle strutture già esistenti dell'Onu in Kosovo?

Se non altro sarebbe stata una soluzione più rispettosa della legalità internazionale. Guardiamo ai fatti, l'SRSG è un europeo, e lo è sempre stato. Al tempo stesso una parte consistente dei dipendenti dell'Unmik è formata da europei.

Sicuramente, una delle conseguenze del processo attualmente in atto è il discredito e la debolezza del ruolo dell'Onu. Il discredito del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale accumulato sulla questione kosovara, si rifletterà sull'Onu su scala globale.

Javier Solana insiste nell'affermare che stiamo creando stabilità nei Balcani. Io non polemizzo sull'indipendenza del Kosovo, ma la modalità con cui questo processo è stato pilotato non va nella direzione della stabilità, ma in quella opposta.

Quando diciamo che il Kosovo è un caso unico e che non rappresenta un precedente, sappiamo di mentire, o almeno di essere ipocriti. E' lapalissiano affermare che non ci siano due casi identici, e che ogni caso sia unico in sé, ma tutti hanno un elemento in comune: la volontà di un gruppo di separarsi da un altro e di creare uno stato indipendente. Questo elemento è identico in tutti i casi a cui facciamo riferimento.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9461/1/45/

L'Europa senza tasse

Dopo lo scandalo che ha colpito il Liechtenstein l'Europa deve pensare a una legislazione di tutela comunitaria. Cipro, Malta e Lussemburgo: ecco la mappa dei paradisi fiscali targati Ue.
Il Ministro tedesco dell’Economia e della Finanza, Peer Steinbrück, sta spronando, da febbraio 2008, la Commissione europea per «irrigidire le sanzioni contro l’evasione e i paradisi fiscali». E proprio nello stesso mese, nel principato del Liechtenstein, si sono registrati i casi di evasione più gravi della storia della Germania. Che ha di particolare questo piccolo Stato? Solo 35.000 abitanti, 70.000 fondazioni, 110.000 milioni di euro depositati in conti bancari da titolari che restano anonimi, e uno scandalo basato su lista di nomi, principalmente tedeschi, che utilizzavano conti cifrati per occultare il denaro non dichiarato al fisco. E compariva anche l’Eta.

La notizia non ha, però, sorpreso il comune cittadino ormai rassegnato all’esistenza di territori nei quali i potenti d’Europa hanno la possibilità di vivere senza pagare le tasse, o aprire conti segreti che sfuggono ai controlli. Casi come quello della Svizzera, vero cavallo di Troia nell’ambito del dumping fiscale europeo, sono difficili da accettare da parte dell’opinione pubblica. Haig Simonian e Nikki Tait, due esperti del settore, denunciavano sul Financial Times del 10 aprile 2007 che la nazione transalpina «concentra un terzo della ricchezza mondiale offshore», cioè del capitale esportato da un paese all’altro per sfuggire alle tasse. Tale cifra, secondo le stime dell’Ong Tax Justice Network (Rete per la Giustizia Fiscale), aumenta di cinque miliardi di euro ogni anno.

Cos’è un paradiso fiscale?

Quello che più colpisce i cittadini europei è la passività delle autorità politiche di fronte a situazioni che sono sotto gli occhi di tutti. L’organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo (Ocse) ha dato una definizione di quello che si considera il paradiso fiscale. «Si tratta di un territorio nel quale non esistono tasse sul reddito, o dove sono poco più che nominali. Inoltre, non esiste lo scambio di informazioni con gli altri Paesi a causa, anche, dell’esistenza del segreto bancario di privati e imprese. Non si richiede un’attività reale da parte di imprese e privati sul territorio e, infine, non c’è trasparenza legislativa. A tal proposito esiste una cosiddetta “lista nera” dei paradisi fiscali nel mondo».

Vista de Luxemburgo



Paisaje urbano chipriota


Casas rurales en Malta

Il Lusemburo, Cipro e Malta sono paradisi fiscalie e membri a pieno titolo dell'Ue(Foto: Wolfgang Staudt/flickr, MikiAnn/Flickr, Elkab/Flickr)


Ciononostante, nel 2001, i membri dell’Unione europea hanno ottenuto che nella lista nera non comparissero i Paesi considerati paradisi fiscali, ma che collaborano allo scambio di informazioni con paesi terzi. È il caso di Svizzera, Lussemburgo, Malta o Cipro, gli ultimi tre membri a pieno diritto dell’Ue.

Mappa dei paradisi fiscali in Europa



Clicca sull’icona per conoscere i paradisi fiscali d’Europa

Il mercato comune europeo proibisce restrizioni a movimenti di capitali verso altri paesi. Anche se un solo membro dell’Ue cercasse di evitare movimenti di capitali verso i paradisi fiscali, non servirebbe a nulla, poiché provocherebbe la fuga degli stessi verso altre nazioni. Soltanto una volontà politica e corale dell’Ue può consentire la creazione di una legislazione efficace che ponga fine al fascino dei paradisi europei e del dumping fiscale.

Fernando Navarro Sordo - París http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14579

Stati Uniti: bloccata la ratifica del Trattato di libero commercio con la Colombia

E' stato inviato al Senato affinché si possa giungere in tempi brevi alla ratifica

Firmato nei giorni scorsi dal Presidente Bush, il testo del Trattato di libero commercio con la Colombia è stato inviato al Senato affinché si possa giungere in tempi brevi alla ratifica. L’accordo tra Washington e Bogotà era stato sottoscritto già nel 2006 ma il Senato statunitense si oppose alla ratifica chiedendo che venissero effettuate alcune modifiche, ora poste in essere, rispetto a parametri ambientali e di legislazione sul lavoro.

La possibile ratifica dell’accordo ha aperto dure polemiche data l’attuale crisi dell’economia statunitense, che potrebbe aggravarsi nel caso in cui, come già successo dopo la ratifica del NAFTA, si verificasse una delocalizzazione di posti di lavoro o di unità produttive verso il paese sudamericano. Sia Hillary Clinton che Barack Obama si sono detti contrari all’accordo temendo che i risultati ottenuti dall’apertura commerciale delle frontiere possano ripercuotersi sui posti di lavoro delle classi sociali più disagiate come è stato in passato anche in Pennsylvania, prossimo Stato interessato dalle primarie del Partito. Differente la posizione del candidato repubblicano John McCain che ha invece sottolineato come l’accordo, aprendo le frontiere colombiane ai prodotti delle industrie statunitensi, potrebbe rivelarsi uno stimolo fondamentale per far ripartire la stagnante economia americana. La Casa Bianca attende ora la ratifica dal Congresso per poter presentare l’accordo con Bogotà come dimostrazione della serietà dell’impegno statunitense non solo in America Latina ma anche in campo internazionale. Dalla Camera dei Deputati sono però giunte voci secondo cui non si arriverà ad un accordo sulla ratifica entro l’anno in corso, rimandando la decisione a seguito dell’entrata in carica della prossima amministrazione statunitense.

L’attuale strategia statunitense per il Sudamerica è volta a favorire i rapporti con i paesi guidati da governi di sinistra moderata come Brasile e Cile che intrattengono relazioni economiche con Washington nel tentativo di isolare i Governi più ostili come quello venezuelano, boliviano e cubano. La mancata ratifica dell’accordo con la Colombia e una possibile revisione del NAFTA, nel caso in cui la prossima amministrazione fosse guidata da un Presidente Democratico, potrebbero però modificare profondamente nei prossimi anni sia la strategia statunitense che le alleanze con i paesi della regione.

Simone Comi

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32495


Il presidente sud-coreano in Giappone: l'alba di una nuova era
di Pino Cazzaniga
Si riaccendono le relazioni politiche, economiche e turistiche fra i due popoli, dopo anni di abbandono e una storia travagliata. La Corea parteciperà al G8 nell'Hokkaido. Seoul e Tokyo insieme per l'Africa.

Tokyo (AsiaNews) – È l’inizio di una nuova epoca nelle relazioni tra i due paesi: così molti analisti hanno definito la visita di stato che il nuovo presidente sud-coreano, Lee Myung-bak, ha compiuto in Giappone il 20 e 21 aprile.

Il fatto che essa sia avvenuta durante il ritorno di Lee dalla sua prima visita di stato negli Stati Uniti può farla apparire una sosta di cortesia con poco rilevanza politica. In realtà gli accordi politici stipulati durante l’incontro di Lee con il primo ministro giapponese Yasuo Fukuda, hanno avuto maggior peso politico di quelli ottenuti durante la visita di 4 giorni dal presidente George W. Bush.

Dall’esterno l’accoglienza offerta da Bush a Lee è stata gloriosa tanto da essere ospitato per due giorni nella villa presidenziale di Camp David, onore che non è stato offerto a nessun altro presidente della Corea del sud. Ma i risultati ottenuti, almeno in favore della Corea, sono stati così poveri che l’editorialista del quotidiano coreano The Korea Times l’ha definita “vuota ospitalità”  (Empty hospitality).

A Tokyo, Lee in poco più di 24 ore ha avuto un lungo colloquio politico con il primo ministro; un incontro con l’imperatore Akihito al palazzo imperiale; un dialogo con i giovani giapponesi alla televisione nazionale; un incontro con la comunità dei coreani residenti in Giappone.

Due mesi prima, il 25 febbraio, giorno dell’inizio del suo mandato, Lee in un colloquio con Fukuda, che ha voluto incontrare prima di ogni altro diplomatico, gli ha espresso la determinazione di visitare presto il Giappone. Da allora gli ufficiali dei due governi hanno lavorato febbrilmente perchè il summit risultasse l’inizio di una nuova epoca. La sintonia politica e diplomatica dei due leader sono alla base del successo.

Nella conferenza stampa congiunta Lee ha paragonato le nuove relazioni a “un albero dalle profonde radici che non si lascia facilmente scuotere da forti venti” (Lee compared the new ties to a "deep-rooted tree which is not easily shaken by strong winds")mentre Fukuda ha parlato di rafforzamento di cooperazione per la pace e la prosperità dell’Asia nord-orientale e del mondo (while Fukuda spoke of the strengthened cooperation for the peace and prosperity of Northeast Asia and the world).

Lee, pur dando la precedenza alla politica pragmatica, nelle relazioni con il Giappone non dimentica il passato negativo, ma allo stesso tempo non vi si lascia dominare. Parlando accanto a Fukuda ha detto “Non possiamo dimenticare la storia passata. Tuttavia non dobbiamo creare delle barriere verso il futuro lasciandoci consumare da quella storia” "We cannot forget past history. However, we must not create barriers to the future by becoming consumed by that history.".

Per iniziare ad approfondire le radici i due leader hanno concluso subito accordi concreti. Tre riguardano i rapporti tra le due nazioni. Il più importante è quello economico. La Corea del sud pur essendo al 14o posto nelle economie a livello mondiale e al quarto posto in quelle asiatiche, dal punto di vista economico non si trova in buone acque. Il deficit più alto nella bilancia dei pagamenti è con il Giappone: 30 miliardi di dollari. Gran parte della responsabilità è dell’amministrazione del suo predecessore che, per motivi politici, ha interrotto i colloqui economici bilaterali tra le due nazioni. L’accordo appena stipulato ne prevede l’immediata ripresa.

Il secondo accordo riguarda la ripresa della cosiddetta “diplomazia a navetta” (shuttle diplomacy,) cioè regolari e reciproci incontri al vertice a scadenza ravvicinata, anch’essi interrotti unilateralmente da Roh Moo-yung per puntellare la sua vacillante popolarità sfruttando l’animosità anti-nipponica di buona parte della popolazione.

Infine l’accordo di favorire il rilascio di visa a migliaia di giovani dell’una e dell’altra nazione in occasione delle feste nazionali. La conoscenza reciproca a livello di giovani generazioni è una diplomazia di grande efficacia

A livello internazionale le due nazioni si impegnano a lavorare assieme per risolvere problemi globali come il degrado ambientale e lo sviluppo delle nazioni povere, specialmente quelle dell’Africa. Lee è già stato invitato a partecipare come osservatore al G8, che si terrà quest’estate nell’isola dell’Hokkaido(Giappone), e che avrà come tema il degrado dell’ambiente naturale (global warming)

Durante la visita al palazzo imperiale il presidente sud-coreano, seguendo una tradizione iniziata nel 1990, ha invitato l’imperatore a visitare la Corea, Tuttavia questa volta l’incontro ha assunto un tono nuovo non solo per l’atmosfera cordiale ma molto più per il fatto che il presidente sud-coreano ha indicato anche il tempo della visita: “quest’anno”. Come sempre l’imperatore ha risposto che l’accettare era di competenza del governo. E in effetti nel passato non vi ha mai risposto.

Ma ora le condizioni sono favorevoli, per tre motivi. Primo: perchè, grazie alla personalità del primo ministro Fukuda le relazioni governative sono ottime. Secondo: perchè dal tempo della coppa del mondo 2002,  i coreani e i giapponesi che ogni anno visitano le rispettive nazioni sono diventati milioni. Da ultimo: perchè quest’anno ricorre il 60mo anniversario della fondazione della ROK (Repubblica della Corea). Partecipando alla celebrazione, l’imperatore riparerebbe le responsabilità del padre Hirohito.

Nel 1992 l’imperatore Akihito ha visitato la Cina in occasione del 20mo anniversario della normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi. “L’ambiente sociale e politico della Corea nel 2008, scrive l’editorialista del The Korea Herald, è molto più favorevole di quello della Cina di 26 anni fa”. L’invito non dovrebbe essere lasciato cadere, pena una dilazione a lungo termine. Infatti il 2010 è l’anno centenario dell’accessione della penisola coreana al Giappone. E si prevede un riaccendersi delle animosità..

Nell’intenzione dei due leader il vertice del 21 aprile è stato il primo passo del cammino verso la maturità diplomatica. Purtroppo le emotività di alcune correnti nazionaliste, nell’uno e nell’altro paese, gettano un’ombra sulla luminosa visione.

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12091&size=A

AFRICA: Dimenticati i bisogni di milioni di bambini
Thalif Deen


NAZIONI UNITE, (IPS) - Una parte consistente dei 2,2 miliardi di bambini nel mondo -- molti dei quali vittime di violenze, abusi sessuali, sfruttamento sul lavoro e malattie prevenibili -- proviene dal continente africano lacerato dalla crisi.




Secondo le Nazioni Unite, troppi bambini nel mondo, soprattutto africani, vengono “comprati e venduti, sfruttati e maltrattati, feriti e resi orfani”.

Degli 11 paesi dove almeno il 20 per cento dei bambini muore prima di compiere i cinque anni, 10 sono in Africa: Angola, Burkina Faso, Ciad, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Guinea equatoriale, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger e Sierra Leone. Il solo paese non africano della lista è l’Afghanistan.

“Le condizioni in molti paesi africani, soprattutto per i bambini, sono molto gravi”, ha spiegato all’IPS Mustafa Ali, segretario generale del Consiglio africano dei leader religiosi (African Council of Religious Leaders), con sede in Kenya.

Dopo un recente tour in diversi paesi africani, tra cui Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio, il funzionario ha lamentato il fatto che “in alcuni paesi, la situazione peggiora di giorno in giorno”.

Il numero dei bambini affetti da Hiv/Aids è passato da 1,5 milioni nel 2001 a 2,5 milioni nel 2007. E quasi il 90 per cento di tutti i bambini positivi all’Hiv si trovano nell’Africa sub-sahariana, secondo i dati delle Nazioni Unite.

Secondo Ali, “la povertà crescente ha cospirato con l’implacabile ma prevenibile Hiv/Aids, così come con il flagello della malaria, per distruggere quasi tutto ciò che era rimasto delle strutture sociali che tradizionalmente si prendevano cura dell’infanzia”.

“È soprattutto a causa della povertà che questi bambini vengono ridotti in schiavitù per procurarsi cibo, mentre altri finiscono vittime del traffico di bambini di fronte alla promessa di una vita migliore”, ha segnalato Ali, che è anche coordinatore in Africa per la Global Network of Religions for Children (GNRC), con sede a Tokyo.

L’agenzia Onu per l’infanzia Unicef ha avvertito di recente che circa 90mila bambini in una Somalia devastata dalla guerra potrebbero morire, senza un intervento alimentare supplementare e un’alimentazione terapeutica.

Christian Balslev-Olesen dell’Unicef ha osservato che “se non riusciremo a portare avanti le attività che abbiamo sostenuto finora, si rischia una grossa crisi”.

L’agenzia dell’Onu, che ha chiesto 10 milioni di dollari per i suoi programmi alimentari, sanitari e per l’acqua, ha avvertito che potrebbe ritrovarsi costretta a chiudere alcuni dei suoi centri in Somalia, se non arriveranno i finanziamenti necessari.

Mentre in Somalia continuano i combattimenti, il Consiglio di sicurezza dell’Onu sta discutendo una proposta per la creazione di una nuova forza di peacekeeping nel paese.

Secondo Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale dell’Onu per l’infanzia e i conflitti armati, solo nella RDC migliaia di bambini sono vittime dell’arruolamento militare forzato e della violenza sessuale.

A suo parere, la notizia positiva che arriva dall’Africa è che con la fine delle guerre in Liberia e Sierra Leone, potrebbe essersi ridotto il numero dei bambini soldato: da circa 300mila a 250mila.

Ma secondo le stime dell’Onu, c’è ancora un numero inaccettabile di bambini costretti alla leva militare - quasi sempre forzata, e soprattutto in Africa.

Alla domanda su quale responsabilità abbiano i paesi africani per questa situazione, Ali ha risposto che “quasi tutti i leader e i burocrati africani sono responsabili del caos in cui si ritrovano i bambini oggi. Devono assumersi le loro responsabilità”.

Ha poi aggiunto che anche altri avrebbero direttamente causato le terribili sofferenze che affliggono l’infanzia, reclutando i bambini alla barbarie, facendoli diventare macchine da guerra.

“Non li si dovrebbe mai più lasciare liberi di andarsene a spasso indisturbati”, ha detto. “Sono appena tornato dalla Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio, dove ho visto con i miei occhi ciò che il conflitto ha fatto ai bambini di questi paesi”.

Charles Taylor (ex presidente della Libera, oggi sotto processo davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aia), e tutti gli altri signori della guerra, compresi alcuni che sono tuttora ministri e parlamentari in paesi come la Liberia e la Sierra Leone, devono essere ritenuti responsabili a tutti gli effetti dei loro crimini contro i bambini e contro l’umanità, ha aggiunto Ali.

Il funzionario ha poi sottolineato che “moralmente ed eticamente, i paesi occidentali devono interrompere la vendita di armi ai paesi africani”.

”Non c’è nessuna giustificazione alla vendita di armi alle nazioni africane, i cui popoli muoiono di fame e non possono permettersi di prendersi cura dei propri bambini”, ha proseguito.

Alla domanda sul ruolo della religione e dell’educazione etica nell'affrontare il problema dell’infanzia in Africa, e in particolare sul ruolo della Global Network of Religions for Children, Ali ha risposto che lo specifico approccio multireligioso della GNRC può fare molto “per educare i nostri popoli al bisogno di cambiare il nostro stesso ambiente e quello altrui - in meglio”.

Ha poi aggiunto che questo è in linea con la filosofia tradizionale africana accreditata dell’”ubuntu” - che significa “dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro perché tutti possano sentirsi più sicuri”. Gli importanti valori spirituali, morali e sociali delle religioni possono far sì che la maggior parte dei problemi che colpiscono l’infanzia vengano risolti, se si lavora insieme”; ha sostenuto. Alla domanda se le Nazioni Unite e la comunità internazionale stanno facendo abbastanza per aiutare l’infanzia africana, Ali ha risposto che “l’Onu, le sue agenzie e la comunità internazionale hanno fatto molto poco per alleviare le sofferenze di questi bambini”.

”Ci sono troppi sprechi e processi burocratici”, ha lamentato Ali. “In Africa, non serve organizzare workshop sulla povertà e lo sviluppo, sprecando soldi in ricerche costose e inchieste sui livelli della povertà”. Piuttosto, ha sostenuto, questi fondi dovrebbero essere reindirizzati a salvare la vita della gente in Africa, dove ogni tre secondi una persona muore per una qualche causa che sarebbe prevenibile o curabile.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1168

IL PARAGUAY ENTRA NELL’ASSE DEL MALE

 

Gennaro Carotenuto

Ad Asunción è bastato eleggere presidente Fernando Lugo, un tranquillo “curato di campagna”, perché anche il Paraguay fosse iscritto d’ufficio nell’ “asse del male latinoamericano”. Lo hanno accusato di tutto, dall’essere delle FARC colombiane, all’essere un burattino nelle mani del venezuelano Hugo Chávez e del cubano Fidel Castro, ma il vescovo, che entrando in politica ha disgustato Joseph Ratzinger, è solo un tassello in più di una foto di famiglia che si ricompone.
A due giorni dal voto di Asunción che ha messo fine a decenni di dominio del Partito Colorado, possono farsi alcune riflessioni importanti.
La prima è che la Teologia della Liberazione, quella che a partire dal Concilio Vaticano II e dal Congresso Eucaristico di Medellin nel 1968, non solo non è stata sconfitta dal feroce wojtylismo degli anni ’80, ma è più che mai un tassello fondamentale di un’idea di America latina dove la chiesa cattolica è in comunione con il proprio popolo, quello dei diseredati e degli esclusi.
La seconda è che il “vento del Sud”, quello dell’integrazione latinoamericana, appare inarrestabile. Dopo il cambio di segno politico in Paraguay, solo la Colombia in maniera netta e Perù e Cile in maniera più sfumata, non guardano all’integrazione latinoamericana come il motore dello sviluppo e della giustizia sociale.
La terza considerazione è quella sull’eterogeneità e fragilità del blocco sociale che ha eletto Fernando Lugo. La macchina dello stato continuerà a stare a lungo nelle mani di una burocrazia nelle mani del Partito stato, quello Colorado, gli appetiti degli “amici di Lugo” da una parte e i bisogni sempre più urgenti di una popolazione alla quale Lugo deve ora concretizzare la speranza, rendono la luna di miele con l’ex-vescovo quanto mai breve.
Quindi –ed è la quarta considerazione- Fernando Lugo, ha bisogno immediato di ottenere risposte dall’integrazione regionale che gli permettano la governabilità di un progetto, il suo, appena abbozzato, nonostante l’ampio successo elettorale. Sta alla lungimiranza di Lula e di Cristina, rispettivamente presidenti del Brasile e dell’Argentina, una rinegoziazione generosa dei patti leonini tracciati tra dittature quarant’anni fa per le due grandi dighe di Itaipù e Yaciretá che possono fornire a Lugo le risorse per iniziare a cambiare un paese preistorico nei rapporti di produzione e futuribile nella modernità neoliberale.
Si conferma così –è la quinta e ultima considerazione- che è nel controllo delle risorse, il gas, il petrolio, l’acqua, il rame, la biodiversità, “la ricchezza della Nazione” e la chiave dell’unico sviluppo possibile, quello giusto ed equilibrato. E’ il ribaltamento di tutti i paradigmi neoliberali imposti dalla modernità occidentale e per questo la modernità occidentale continuerà ad essere nemica giurata del modello di sviluppo integrazionista latinoamericano.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Turchia e diritti : commissione parlamento UE spinge per riforme
di Gabriella Mira Marq

La commissione per gli affari esteri del parlamento UE ha adottato ieri sera una relazione in cui esorta la Turchia ad effettuare cambiamenti significativi, pur avendo riscontrato alcuni progressi nella legislazione turca.

La relazione "accoglie con favore l'impegno del Primo Ministro Erdogan che il 2008 sarà l'anno delle riforme" e "invita il governo turco a rispettare le sue promesse", mettendole in pratica, sottolineando che "la modernizzazione e' in primo luogo nell'interesse della Turchia" e che "ulteriori ritardi nuoceranno gravemente al ritmo dei negoziati" con la UE.

La relazione spinge a modificare l'art. 301 che mina la liberta' di espressione nel Paese (ad esempio permettendo la condanna penale degli scrittori e giornalisti che parlino del genocidio armeno) e un emendamento del quale e' stato inviato dal governo di Ankara al Parlamento, ritenenfolo solo un primo passo verso una riforma radicale di questo articolo. Gli eurodeputati fanno riferimento anche ad "altri articoli" ed esortano il Governo e il Parlamento turchi "a svolgere questa riforma senza indugio, in modo che nessuno di questi articoli possono essere utilizzato per la limitazione arbitraria della liberta' di espressione."

La commissione e' "preoccupata per le implicazioni della chiusura del partito AK", e che "si attende che la Corte costituzionale turca rispetti i principi dello Stato di diritto, le norme europee e gli orientamenti della Commissione di Venezia sul divieto dei partiti politici."

La relazione "accoglie con favore il fatto che nel 2007 la democrazia abbia prevalso sui tentativi da parte dei militari di interferire nel processo politico", e incoraggia il governo a "compiere ulteriori sforzi sistematici per garantire che la leadership politica democraticamente eletta porti la piena responsabilita'" sulla politica interna, la sicurezza e la politica estera" e che "le forze armate rispettino pienamente tale responsabilita' riconoscendo pienamente e in modo inequivocabile il controllo civile".

La relazione esorta il governo turco a lanciare un'iniziativa politica a favorire una soluzione duratura della questione curda comprendendo un "piano globale per rafforzare la situazione socio-economica e lo sviluppo culturale del sud-est della Turchia". Essa chiede inoltre una "reale possibilita' di imparare la lingua curda all'interno del sistema scolastico pubblico e privato", e il suo utilizzo nella comunicazione, nella vita pubblica e nei servizi pubblici.

Viceversa, pur considerando che un eventuale divieto di esistenza del partito turco DTP sarebbe "controproducente per una soluzione politica", e deplorando le condanne ai politici e sindaci per l'utilizzo di lingua curda, come la recente condanna di Leyla Zana, la relazione "esorta il partito DTP, i membri del parlamento e i sindaci a prendere le distanze nettamente dal PKK", mentre invita il PKK a un cessate il fuoco immediato.

Quanto alle donne, la commissione dell'europarlamento sottolinea che e' necessario "garantire la parita' tra i sessi, evitare l'uso di criteri morali vaghi, astenersi da percepire le donne soprattutto come membri della famiglia o della comunita' e riaffermare i diritti umani delle donne". Nella relazione si rileva inoltre "la delusione e la preoccupazione di una parte della popolazione che la revoca del divieto di indossare il velo nelle universita' non sia parte di un piu' ampio pacchetto di riforme sulla base di una vasta consultazione della societa' civile.".


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 23 2008

Grande e piccolo

Avviso preventivo: questo sarà un ragionamento assai complicato. Per me, innanzitutto. Provo ad andare per punti, in genere si sbrogliano anche i pensieri e le teorie più ardite e complesse.

1. Parto dai seguenti fatti: la sfida romana fra Rutelli e Alemanno, e il dibattito di ieri sera fra i due a Ballarò, sintesi abbastanza efficace della campagna elettorale fatta qui in città.
POI: la dimensione territoriale e la rappresentanza politica.
INFINE: la gestione dei grandi fatti epocali nella dimensione territoriale.

2. Più che in altri dibattiti, è chiarissima la differenza fra il modello cittadino del centro sinistra e quello del centro destra, perlomeno per quanto riguarda Roma. Lo scontro è fra "città aperta" (alla società -comprese le contraddizioni-, all'economia, all'europeismo, all'incontro di culture che non è sempre o immediatamente tale), e "città chiusa", più sicura, più piccola, più "vicinale", un pò meno ricca, di certo meno colta.

3. Si dia atto che non lo dico perchè Alemanno mi sta cordialmente antipatico, ma perchè tutte e due le cose a Roma sono già accadute nel passato. Un esempio per tutti: le politiche culturali di Nicolini (nel buono e nel cattivo, ed era di più il buono), immediatamente negate e cancellate da una giunta "tardodestrodemocristiana" successiva decisamente più buia, così buia chè manco mi ricordo esattamente chi la guidasse.

4. E d'altra parte mi sovviene che la cosa non si avverte solo a Roma. Quest'estate sono passata per Lucca, che è una città splendida, ma chiusa e buia: mi pare di ricordare che st'estate il sindaco di Lucca fosse uno di centro destra.

5. Della rappresentanza politica nella dimensione territoriale mi è già capitato di dire. Ecco, io ho la sensazione che esista un limite nella dimensione rappresentata -come nell'analisi matematica, per X che tende a zero, che fa Y?- oltre il quale, o, meglio: prima del quale, si rischi una mancanza di reale democrazia e di una azione politica che guardi al futuro oltre che al presente. Ovvero che per dimensioni più piccole, o per "visioni della realtà rimpicciolite" aumenti il piccolo cabotaggio, la decisione contingente, l'interesse del singolo a scapito di quelli collettivi e più generali.

6. Vengo ai fatti epocali. L'immigrazione -le immigrazioni nella storia- sono fatti epocali. In genere portatori, alla lunga, di migliorie. E, comunque, inarrestabili. Ma non per forza ingestibili.
Così come è un fatto epocale il come l'economia -in questo caso: la globalizzazione, il valore delle aree, il valore delle merci- cambi profondamente i rapporti sociali e quindi il rapporto fra "città e campagna", per dirla facile, e fra parti della città.
Questo succede a Bombay, New York, Shangai, Parigi e Roma.

7. E quindi: come si rapporta la rappresentanza a dimensione territoriale con i fatti epocali anzidetti, e altri analoghi. Può decidere due cose antitetiche, 'sta rappresentanza: chiudersi, tentare di creare un'enclave felice (a breve. Se ci riesce). Oppure accompagnare il cambiamento per gestirlo e provare a cambiarlo a sua volta. In entrambi i casi servono strumenti legislativi, e culturali.

7. bis Io non credo che la soluzione stia nella chiusura. Ma sono convinta che le soluzioni debbano essere nelle decisioni da prendere ora e non fra dieci anni dopo lunghi dibattiti.

8. Chiudo con la tolleranza zero e la sinistra. La mia tolleranza zero si intende nel rispetto delle regole comuni. TUTTE. E quindi, lo ripeto, se si vuole evitare che ci siano persone frustrate e asociali, che potrebbero infrangere, e infrangono, regole comuni, tolleranza zero per chi ne sfrutta il lavoro, per chi fa i soldi affittando una stanza a trenta persone, eccetera. E, contemporaneamente, tolleranza zero per chi pensa che lo stato generale di illeicità garantisca qualsiasi comportamento. Io non dico nemmeno che c'è un prima e un dopo, prima quelli e poi questi: no, no. Io dico: tutto insieme. Perchè una cosa dà alibi all'altra. Qualcuno mi dimostri che sta roba non è di sinistra. E' il contrario che è "di destra" (forti con i deboli e deboli con i forti).

9. Buona giornata. http://bolledaorbi.ilcannocchiale.it/


non grattarti le corna, disse all'asino il bue

Che se uno ci pensa a mente fredda, Veltroni che chiede a Prodi di non dimettersi dalla presidenza del PD è il Paradosso Definitivo.http://piste.blogspot.com/2008_04_01_archive.html


Il tavolo vuoto del Cavaliere
di Massimo Riva, Repubblica - Dalle tasche degli italiani, già pesantemente prosciugate dal dissesto senza fine di Alitalia, vengono ora prelevati altri 300 milioni – dovevano essere 150, ma è stato Berlusconi a chiederne il doppio – per quello che soltanto con cinica ipocrisia può essere chiamato un prestito-ponte.
Ponte verso che cosa, infatti? Di certo non verso la soluzione dei guai della disastrata compagnia. L´unica strada realmente aperta al riguardo, quella di Air France, è stata chiusa da Parigi con un comunicato che gronda irritazione e disprezzo per il teatrino politico-sindacale italiano. Per il resto all´orizzonte non vi è niente altro di concreto: nell´aria c´è sempre il fantasma di un´iniziativa patriottica, ma la sua sostanza è solo quella delle parole di chi evoca cordate imprenditorial-bancarie al momento del tutto latitanti. Tanto che lo stesso Corrado Passera – amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo, la banca indicata dai sedicenti salvatori come il pilastro finanziario dell´operazione nazionale – ha liquidato ogni fantasticheria in proposito con parole eloquenti e lapidarie: «Oggi sul tavolo non c´è niente».
E allora, ponte verso che cosa? La risposta è amara: ragioni politiche assai prima che finanziarie sono all´origine di questo prestito. La cui finalità principale, infatti, è quella di tenere la testa di Alitalia fuori dall´acqua per il tempo necessario al passaggio di consegne fra il governo di Romano Prodi e quello di Silvio Berlusconi. Su questo punto davvero non vi possono essere dubbi dato che ieri è stato il portavoce ufficiale del Cavaliere a sollecitare il decreto, bollando come «condotta irresponsabile» un´eventuale scelta diversa da parte del governo ancora in carica. Al quale non è rimasto altro che fare quello che gli veniva richiesto.
In altre parole: se per la forma il decreto reca la firma del premier uscente, il suo vero proponente e responsabile si chiama Silvio Berlusconi. Altro, dunque, che la promessa di non mettere le mani nelle tasche degli italiani: al Cavaliere è riuscito in proposito un vero capolavoro acrobatico, quello di smentire se stesso perfino in anticipo sul suo ingresso a Palazzo Chigi. Come, in fondo, era scritto che avvenisse visto che proprio Berlusconi in prima persona ha fatto il possibile e l´impossibile, nel corso della recente campagna elettorale, per chiudere l´unica strada aperta, quella della trattativa con Air France. Dapprima si è avvolto nel tricolore demonizzando l´accordo con Parigi come una colonizzazione dell´Italia che il suo futuro governo non avrebbe mai potuto accettare. Poi si è spinto, con qualche eccesso di tracotanza, a rievocare la sua prima e non proprio limpida battaglia contro Prodi ai tempi dell´operazione Sme. Infine, sotto la spinta pressante del trio Bossi-Formigoni-Moratti, si è prodigato nel difendere gli interessi di quella Malpensa che è stata l´ultima esiziale sanguisuga del bilancio Alitalia. Non pago di aver così turbato pesantemente i corsi di Borsa del titolo e la trattativa in atto coi francesi, il Cavaliere ha lanciato nell´aria l´amo di una cordata italiana, al quale le corporazioni sindacali del settore si sono aggrappati con la disperata spregiudicatezza di chi è disposto a tutto pur di evitare la resa dei conti con la lunga catena di errori commessi in anni e anni di follie.
Ora, una volta ottenuto l´ampio successo elettorale che si sa, Berlusconi non ha fatto altro che rincarare la dose della sua offensiva contro Air France. Da un lato, ha proclamato che l´accordo coi francesi si poteva fare ma soltanto a condizioni di pari dignità: belle parole da comizio, ma che suonano del tutto comiche nel caso specifico di negoziato fra un´azienda ormai provinciale e moribonda e un´altra che macina profitti sui mercati di tutto il mondo. Dall´altro lato, ha scelto la sontuosa cornice della sua villa in Sardegna per un ennesimo colpo di teatro: la richiesta al suo grande amico, Vladimir Putin, di tenergli bordone nel prospettare l´entrata in scena niente meno che della russa Aeroflot come alternativa all´accordo coi francesi. Così disinvoltamente trascurando anche il piccolo particolare che l´ingresso di un´azienda di uno Stato extra-comunitario comporterebbe per Alitalia la tragedia finale della perdita dei diritti di volo non solo nelle rotte interne all´Unione, ma anche in quelle intercontinentali.
In queste condizioni il ritiro dei francesi dalla partita era il minimo che ci si potesse attendere da chi è abituato a stare sul mercato in base alle regole più elementari del medesimo. Su questo punto critico Silvio Berlusconi ha giocato le sue carte ed ha avuto una volta di più successo, mettendo in campo una determinazione spudorata e a tratti feroce. Tanto spudorata e feroce da infilare le mani nelle tasche degli italiani a pochi giorni dalla chiusura di una campagna elettorale nella quale si era sbattezzato a proclamare che non l´avrebbe mai fatto. Se il buon governo si vede dal mattino...

La città dei liberi (di non parlare)

Oggi si fa fatica a cercare all'interno dell'aggregatore TocqueVille un commento sulla notizia del giorno, il casino Alitalia. Eppure è un caso di economia global-liberale, un caso in cui il capo del centro-dx si è già buttato nella mischia.
Insomma, da neanche un giorno al governo e comincia quel sentimento diffuso di vergogna per una combriccola di persone poco preparate ad affrontare tematiche complesse.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Misteri del Campidoglio

Leggo strane cose tra le dida della Repubblica. Alle elezioni per il comune di Roma, Giuliano Ferrara voterà per Francesco Rutelli mentre Mario Capanna simpatizza per Gianni Alemanno.http://blog.debiase.com/

Ho conosciuto Laura Parisini nel giugno del 2007 in occasione della
costituzione del Comitato Promotore del PD del Quartiere Porto. Abbiamo
fatto parte di questo Comitato fino alla costituzione dei circoli del PD
(Passepartout, Gramsci e II Agosto) nel quartiere Porto.

Lei nella vita insegna e anche oggi ha dato a tutti noi una bellissima
lezione. Una lezione di vita e di politica con la sua lettera (pubblicata
fra i commenti sul Sito del PD di Bologna (www.pdbologna.org), sotto
l'articolo più letto del momento: la dichiarazione di Raffaele Donini sul
testo di Luca Foresti.

Si le primarie le ha descritte bene dall'unico punto di vista che conta:
fare politica, discutere di idee e progetti, selezionare (una testa ed un
voto) i migliori candidati.

Laura, per la lucidità, per la passione e per la voglia di cambiare in
meglio questa politica, ti diciamo GRAZIE!

p. COMITATO PROMOTORE NAZIONALE PER LE PRIMARIE
Il Coordinatore (Paolo Orioli)



PS Va però riferito che ieri sera (Laura non era presente) alla Sala
Passepartout a Bologna il segretario provinciale Andrea De Maria ha
annunciato che sarà l'Assemblea Cittadina (come da statuto nazionale del PD)
a prevedere le modalità per la convocazione delle Primarie. E su questo
tutti si è d'accordo. Spetta agli oltre 400 delegati darsi da fare su questo
tema e su tutto il resto.
Comunque al Segretario del PD il coordinatore dell'associazione Bologna per
l'Ulivo ha chiesto l'immediata costituzione di un gruppo di lavoro per
affrontare per tempo la materia. E questo dovrà valere non solo per il
Comune Capoluogo, ma anche per i Quartieri (9 a Bologna), ma anche per gli
oltre 60 Comuni della periferia (Imolese compreso).




LETTERA APERTA

Questa polemica è indice a mio avviso di una visione gestionale del PD che
non preannuncia niente di buono, e che merita di essere espressa chiaramente
nelle sedi appropriate (e certo anche il sito è una di queste, ma anche e
soprattutto le assemblee pubbliche lo sono, se si ha il coraggio di voler
far sapere ai militanti e agli elettori questo tipo di posizioni!), per poi
poterla valutare, ed eventualmente contestare, contrastare o prenderne atto.
Tutti gli iscritti devono sapere come stanno realmente le cose per
accettarle o rifiutarle, ritenendole incompatibili con lo spirito
sbandierato dal partito, con le aspettative suscitate e le promesse
annunciate in precedenza.

Nel metodo, ho giudicato contestabile l’operazione di spostamento
dell’articolo di Foresti, articolo che portava, anche in home page, la sua
firma, e dunque riconducibile a lui e lui solo, che se ne è assunto la
responsabilità, e non era impegnativa per nessun altro del gruppo dirigente.
E’ quindi fuorviante l’accusa che Donini fa a Foresti sull’eventuale
coinvolgimento della dirigenza cittadina, essendo questo un equivoco
infondato ma creato strumentalmente.
Una volta nel PCI vigeva, contestualizzato in un panorama politico diverso
dall’attuale ed oggi assurdo da reiterare, il famoso centralismo
democratico: le critiche si potevano pensare, anche dire sottovoce, ma non
sbandierare in pubblico.
Oggi, nel democratico PD bolognese, si possono anche dire, e pure scrivere,
ma stando bene attenti a relegarli nei mille rivoli del web, non in prima
pagina, col “rischio” che qualcuno possa leggerle!

Quanto al merito, mi sento di condividere appieno le preoccupazioni e gli
stimoli che provengono da Foresti.
E sono convinta di non essere l’unica, né fra i navigatori web, né fra gli
iscritti.

Mi sembra lampante che una campagna elettorale così importante e dall’esito
per nulla scontato, come il rinnovo dell’Amministrazione del prossimo anno,
debba essere avviata con congruo anticipo. Dunque è naturale che il sindaco
Cofferati debba sciogliere le sue riserve sulla ricandidatura entro
l’estate, per permettere al Partito di operare affinché a settembre il PD
abbia un candidato o una serie di candidati sindaci su cui il popolo del Pd
si possa esprimere, con la forma delle primarie, che viene sbandierata come
la nostra cifra culturale che ci dovrebbe differenziare da altri partiti la
cui gestione è verticistica.

Non vorrei però, e leggendo Donini il dubbio monta, che questa cifra sia
solo uno specchietto per allodole, una parola vuota. Se così fosse sarebbe
davvero uno spreco di energie, ed io, come tanti altri lavoratori, tempo da
perdere, da buttare, non ne ho.

Donini si appella nella sua nota a tempistica e modalità già delineate dal
segretario De Maria, ma il richiamo è generico e i dettagli non esplicitati.
Aiutateci a ricordarle e spiegateci bene dove sarebbe la falla nel
ragionamento di Foresti, diversamente potremmo pensare che il gruppo
dirigente sia terrorizzato dalla novità delle primarie, dalla possibilità
che la partecipazione tanto auspicata e propagandata possa realmente essere
tale e giungere ad una presa di posizione che magari non collimi con le
aspettative dei vari notabili o presunti tali.

Ma qui, cari amici, è bene precisare una cosa fondamentale, che forse sfugge
ai nostri dirigenti.

Le primarie, quelle vere, quelle serie, non di prassi o di legittimazione
leaderistica come furono quelle per Prodi prima e per Veltroni poi, SONO uno
scontro fra posizioni diverse. E il confronto leale, anche quello interno al
partito, è il sale della democrazia. È quello che avviene ad esempio negli
Stati Uniti, con la battaglia, dura, fra Obama e Hillary. È ciò che è sempre
avvenuto anche in passato, sia fra i democratici che i repubblicani.
Una volta che la base ha scelto il competitor, gli avversari interni
ammainano la bandiera di parte ed impugnano quella dell’unità per lottare
assieme e con lealtà per la vittoria elettorale contro il vero avversario,
nel nostro caso la destra, di Guazzaloca o di chi per lui.

C’è qualcuno che ha forse paura che questo, nel nostro PD cittadino, possa
non avvenire? Sarebbe terribile, sarebbe ammettere che questo non è un
partito unico, unito e leale, ma la sommatoria di DS e Margherita con tanto
di correnti interne riportate sotto l’insegna illusoria del Pd.
Non voglio crederci.

Dunque cosa frena lo slancio per le primarie? Dove sta la paura del gruppo
dirigente o di parte di esso di vedere partecipare la propria base? Il fatto
che la sintesi dei vertici non sarebbe proiettata nella volontà popolare?
Se anche risultasse così, il problema sarebbe dei vertici da cambiare, non
della base! La base non si può prendere in giro, ingannare, fuorviare. Sono
finiti i tempi dei bolognesi che seguivano a prescindere le direttive del
Partito. Bologna l’abbiamo già persa, nel ‘99, consegnandola alla destra,
proprio perché tanti elettori di centrosinistra hanno rifiutato le direttive
verticistiche rivelatasi inappropriate.

Dunque Cofferati, come qualunque altro autocandidato, dovrà passare per la
legittimazione popolare, quella dei militanti del PD: non accetteremo (di
certo non io ma sono sicura di parlare anche a nome di tanti militanti, in
primis quelli nuovi, convinti dalla novità democratica delle primarie)
decisioni verticistiche che vanno contro non solo la cultura della
partecipazione ed il nuovo corso che il PD vuole (SE lo vuole davvero...)
inaugurare, ma anche le norme statutarie, come fa bene a ricordare Luca
Foresti.

Il mio vuole essere un invito, un appello, assolutamente non polemico ma
certamente rigoroso ed impegnativo, all’assunzione di responsabilità da
parte di tutti, dirigenti e militanti del Pd, affinché ci sia la massima
limpidezza nel processo decisionale che ci porterà ad esprimere un candidato
sindaco veramente l’Amministrazione.

Altrimenti, qualsiasi tentativo di fare i furbi o di presumere di poter
avere a che fare con una massa di pecoroni, porterà tanti ad abbandonare
questo progetto democratico che si vedrebbe tradito nei fatti, e così
facendo si rischierebbe seriamente di perdere la guida della città.
E in questo caso, anche le piccole e spesso meschine rendite di posizione
personale di qualche dirigente si vedrebbe a rischio...sarebbe dunque
interesse di tutti agire nella massima democrazia.
Non solo per etica politica, se ancora conta qualcosa e per me conta
tantissimo, ma anche, se non altro, per non rischiare di ritrovarsi col
sedere per terra, e qui mi rivolgo a chi in nome del partito, e quindi
grazie al nostro lavoro e alla nostra passione, occupa qualche carica.

Resto fiduciosa che ogni equivoco ed illazione vengano ben presto chiarite e
sventate, per poter iniziare a lavorare con fiducia ed orgoglio alla
campagna elettorale della primavera prossima.

Laura Parisini, circolo Pd Antonio Gramsci, quartiere Porto.

GALLERIA DEI MARCIATORI SU ROMA. TRE PROCESSI IN CORSO PER CORRUZIONE
Giorgio Simeoni, la politica è una slot machine

(g.d.v.)


Strenuo difensore della famiglia naturale e paladino della morale cattolica.
Su questi valori, insieme a qualche amicizia dalle parti del Vaticano, costruisce la sua carriera politica Giorgio Simeoni, vecchia conoscenza del centrodestra romano.
Vicepresidente della giunta Storace e assessore alla formazione in regione, è stato premiato per la sua attività, prima da Forza Italia e poi dal Pdl, con l’elezione alla camera sia nel 2006 che nel 2008.
Peccato però che tutta questa fiducia Simeoni se la sia meritata in modo alquanto discutibile, visto che non è stato né un buon cattolico né un bravo amministratore, almeno stando alle accuse avanzate dalla magistratura.
È infatti di qualche giorno fa la notizia del suo rinvio a giudizio per associazione a delinquere e corruzione aggravata: secondo la procura di Roma Simeoni, insieme ad altri funzionari, avrebbe sottratto fondi europei e regionali per corsi di formazione autorizzati ma mai sostenuti quando era assessore. Questo rinvio a giudizio però è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ne vanno aggiunti altri due: uno per un’altra tranche dell’inchiesta sui corsi-fantasma e uno per il coinvolgimento nello scandalo sulla sanità laziale, noto come “Lady Asl”. In particolare, racconta nel suo memoriale Anna Giuseppina Iannuzzi, la donna che dispensava tangenti e mazzette a politici e direttori di Asl e ospedali, Simeoni l’avrebbe utilizzata «come una slot machine», ricordando come «si fosse addirittura inginocchiato davanti a me per ottenere 600mila euro». Denaro che sarebbe servito a Simeoni, secondo la procura, per assicurare la conferma di un manager di sua fiducia in un’Asl della capitale. Insomma, Simeoni sarà cattolico ma sicuramente col passare degli anni qualche comandamento se l’è dimenticato.

http://www.europaquotidiano.it/

Dopo la Pennsylvania

Hillary Rodham Clinton  ha vinto, come pronosticato,  le primarie della Pennsylvania. Ma il suo margine - che rimane a una cifra (ora è 53% a 47%) -  su Obama non è abbastanza ampio, visto il sistema proporzionale di allocazione dei delegati,  per darle quella spinta che a questo punto della gara le  sarebbe necessaria. Il tempo, i prossimi stati e i soldi,  come dimostra, questa analisi  di Christhoper Beam sono  a favore di Obama. Ma resta il fatto che  HRC è ancora in gara e pare decisa a restarci.
Huffington Post, Slate, Twitter

http://giornalismoparma.typepad.com/

 


Kenya: i primi passi del nuovo esecutivo

Il leader dell’opposizione Raila Odinga ha prestato giuramento davanti al Presidente Mwai Kibaki per guidare il nuovo governo di unità nazionale

La soluzione dello stallo istituzionale, che andava avanti da quasi 4 mesi (subito dopo il voto di fine dicembre), è arrivata grazie alla mediazione dell’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Si è resa anche necessaria l’introduzione della figura del Primo Ministro, così come era stato proposto già nei primi giorni dopo le violenze di dicembre. Questo tipo di soluzione rappresenta così un compromesso accettabile per i due contendenti al potere, permettendo una divisione del potere.

Se da un lato, grazie all’azione diplomatica di Annan e al dialogo interno, si è arrivati alla formazione di un governo che potrebbe riportare la stabilità nel Paese, dall’altro permangono alcuni dubbi. La lotta alla corruzione, individuata quale causa primaria della difficile situazione interna, è stata dichiarata una priorità dal nuovo Primo Ministro; d’altro canto non risultano esservi nomi nuovi tra i membri dell’esecutivo. Ciò sembra mettere in dubbio una reale redistribuzione del potere non più basata su meccanismi di affiliazione clientelare ed etnica. In questo senso è bene notare che la spesa per il nuovo governo sarà molto onerosa per le casse statali. In tutto vi saranno 40 ministri e 52 vice-ministri, ognuno con 5 uomini della sicurezza e due macchine a disposizione, e con uno stipendio mensile stimato tra i 15 mila ed i 18 mila dollari. Solo il Primo Ministro Odinga ha nominato ben 45 uomini responsabili della sua sicurezza personale.

In prospettiva il Paese potrà riprendere a far crescere l’economia, soprattutto grazie alle entrate che verranno dal settore turistico, vista la stabilizzazione che si profila. Appare meno rosea la situazione politica, dal momento che il sistema è rimasto sostanzialmente inalterato e gli interessi degli attori in gioco difficilmente potranno far sì che la corruzione venga sconfitta. Non si può, infine, prescindere dal constatare come altri Paesi africani si trovino in una situazione di instabilità molto delicata, primo tra tutti lo Zimbabwe. La soluzione keniota potrebbe offrire delle alternative al collasso istituzionale di Stati limitrofi, al costo però di mantenere lo status quo e non portare avanti delle effettive riforme.

Stefano Torelli

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32494



LA GUERRA INFINITA PER LE RISORSE DEL CONGO

 

 

DI ANDREW G. MARSHALL
geopoliticalmonitor.com

Questo articolo esamina il genocidio e la guerra attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo, iniziati a metà anni 90, sottolineando in particolare il ruolo di operazioni segrete e di aziende occidentali, e il saccheggio di risorse che ne è risultato.

Guerra in Congo

La guerra di re Leopoldo per la gomma

Quasi 125 anni fa, durante l'inizio dello “slancio verso l'Africa” europeo, gli imperi europei entrarono in competizione l'uno con l'altro per impadronirsi dell'Africa e saccheggiarne le risorse. Il re del Belgio di allora, re Leopoldo II, cercò di ottenere il controllo del Congo, dal momento che allora, “la richiesta di gomma era aumentata drammaticamente”, e il “Congo conteneva alberi della gomma selvatici che potevano essere immediatamente sfruttati per andare incontro alla crescente domanda” [1].

Si ottenne ciò forzando i maschi africani a lavorare “prendendo le loro famiglie in ostaggio fino a che non fosse statoa raccolta una certa quantità di gomma”, sarebbero state “tagliate le mani di quegli africani che non fossero riusciti a raggiungere la loro quantità o che avessero opposto resistenza alla richiesta europea di più gomma”. Tutto ciò risultò nella morte di “10 milioni di persone tramite una combinazione di omicidi, fame, esaurimento fisico, malattia e crollo delle nascite” [2].

La guerra civile nel Congo: 1996-1998

Nel 1996, due anni dopo gli omicidi di massa avvenuti in Rwanda, sorse un nuovo conflitto che è tuttora in corso e che ha portato in questi ultimi 12 anni a milioni di morti. Il Congo, che precedentemente portava il nome di Zaire, fu invaso nel 1996 dalle truppe ruandesi agli ordini del presidente Tutsi Paul Kagame. Egli disse che “gli Hutu oltre confine ponevano una minaccia alla sicurezza ruandese” [3]. L'esercito di Kagame “massacrò migliaia di Hutu non combattenti che avevano preso rifugio in Congo quando Kagame era salito al potere” in Rwanda. Il Burundi, che anche aveva un governo Tutsi, e l'Uganda, mandarono nel 1997 truppe per aiutare il gruppo ribelle congolese di Laurent Kabila, che stava cercando di rovesciare il dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko [4].

L'installazione di un nuovo fantoccio

Mobutu fu rovesciato nel 1997, e ciò portò Kabila, convinto alleato degli Usa, a diventare il nuovo leader dal pugno di ferro. Nel 1998, Kabila ottenne che le truppe ruandesi e ugandesi lasciassero il Congo, poi però il Rwanda “compì una nuova invasione affermando di avere bisogno di inseguire gli Hutu che minacciavano la sua sicurezza” e anche l'Uganda invase con la motivazione di dover combattere i gruppi ribelli ugandesi che avevano le loro basi nel Congo [5]. L'Uganda e il Rwanda volevano controllare l'area del Congo orientale lungo i confini dei loro paesi, mentre Kabila cercava l'aiuto di altre nazioni africane per assumere il controllo dell'intero paese.

L'Occidente e la Guerra

Finanziare entrambe le parti

Fu in quel momento che gli Stati Uniti iniziarono a finanziare entrambe le parti in conflitto dando denaro sia all'esercito congolese del presidente Kabila che agli avversari della Adunanza Congolese per la Democrazia [Congolese Rally for Democracy]. La crescita del conflitto destabilizzò il paese rendendolo più suscettibile all'influenza e al controllo straniero [6].

Coinvolgimento militare occidentale segreto

Le forze speciali Usa che avevano addestrato Kagame e il RPF sin dal 1994 [Fronte Patriottico Ruandese, vedi l’articolo "IL COINVOLGIMENTO OCCIDENTALE NEL GENOCIDIO RUANDESE" n.d.t.] intrapresero il compito di addestrare l' “Esercito Patriottico Ruandese” (RPA) di Kagame in tattiche quali “il combattimento, le operazioni anti insurrezionali, operazioni psicologiche e diedero istruzioni su come combattere in Zaire” [7]. Venne rivelato che “ in agosto, prima di ordinare l'invasione del 1996, Kagame fece visita al Pentagono per ottenere l'approvazione Usa”, e che, “ soldati ruandesi e ugandesi che erano stati addestrati a Fort Bragg negli Stati Uniti [quartier generale delle forze speciali Usa] parteciparono nell'invasione del 1996-97 per rovesciare Mobutu” [8]. Fu pure riferito che “ soldati Usa (probabilmente delle forze speciali) furono avvistati in compagnia di truppe ruandesi in Congo il 23 e 24 luglio 1998--circa una settimana prima della seconda ‘ ufficiale’ invasione ruandese del Congo” [9].


[Re Leopoldo II in una illustrazione al pamphlet di denuncia di Mark Twain “Solilquio di Re Leopoldo” (1905) che contribuì a far conoscere la barbarie del regime colonialista belga]

King Leopold, Inc.

Durante il saccheggio del Congo da parte di re Leopoldo, “agenti della gomma” che agivano per conto tanto dell'impero belga che degli interessi dell'industria della gomma, si impegnarono attivamente in omicidi di massa, tortura e abusi sugli africani [10]. Esistono ancora agenti della gomma in versione moderna. “La ditta appaltatrice militare [Kellogg] Brown & Root, una sussidiaria della Halliburton, avrebbe costruito una base militare sul confine tra Congo e Rwanda dove è stato addestrato l'esercito ruandese. Similmente la Bechtel Corporation ha fornito mappe satellitari e foto di ricognizione a Kabila in modo che potesse monitorare i movimenti delle truppe di Mobutu”.

La Bechtel è una ditta appaltatrice estremamente riservata con individui come il segretario di Stato di Reagan George Schultz nel suo consiglio di amministrazione, e l'ex segretario alla difesa Caspar Weinberger come consigliere legale [11]. Si dovrebbe notare che, durante quel periodo, Dick Cheney era amministratore delegato della Halliburton, proprietaria della KBR. È stato ulteriormente corroborato, da un investigatore indipendente per i diritti umani, che “nel periodo 1996-1998, il Pentagono è stato direttamente coinvolto, insieme alle aziende militari private Usa Military Professional Resources Incorporated e Kellogg, Brown and Root (Halliburton)” [12].

Il saccheggio delle risorse

Approfittare del genocidio

Il Congo è estremamente ricco di risorse naturali. Il Rwanda, l'Uganda e l'Occidente hanno tutti lottato, in parte con campagne di destabilizzazione, per approfittare della ricchezza del paese.

Il fratello del presidente ugandese Yoweri Museveni, Salim Saleh, ha prestato tre velivoli “all'esercito ugandese per trasportare truppe e rifornimenti in Congo. Con la collaborazione di ufficiali dell'esercito ugandese, di gruppi ribelli congolesi e di imprenditori privati, Saleh si assicurò che gli aerei ritornassero in Uganda carichi di oro, legname e caffè”. Durante lo stesso periodo, sebbene il Rwanda non abbia miniere di diamanti, “le sue esportazioni in diamanti aumentarono da 166 carati nel 1998 a 30.500 carati nel 2000” [13].

Corteggiare le Corporation

Il leader ribelle congolese Kabila, prima di diventare presidente, “mandò un rappresentante a Toronto all'inizio del 1997 perché parlasse alle aziende minerarie sulle ‘ opportunità di investimento’”, e, “ nel maggio 1997 la American Mineral Fields (AMF) stipulò un accordo da 1 miliardo di dollari con Kabila subito dopo che le sue forze catturarono Goma”. I negoziati furono intrapresi “dal ministro delle finanze di Kabila, addestrato negli Usa”, che, “ concesse alla AMF diritti esclusivi di esplorazione per le miniere di zinco, rame e cobalto in quell'area. Mike McMurrough, amico del presidente Usa Bill Clinton era il presidente della AMF” [14]. Un'altra grande azienda occidentale con interessi minerari nella zona è la Barrick Gold Corporation,1'azienda mineraria canadese il cui consiglio dei direttori comprende individui come l'ex primo ministro canadese Brian Mulroney, il consigliere di Clinton Vernon Jordan, e che ha avuto come consigliere George Herbert Walker Bush [15].

Tra le altre aziende che ne traggono profitti ci sono la Heritage Oil and Gas canadese, che “arrivò con le truppe ugandesi e ruandesi quando invasero il Congo nel 1998”, la Citibank NY che diede un prestito di $ 5 milioni “al braccio finanziario della RCD-Goma (la milizia congolese alleata del Rwanda),” e, “ mentre Rwanda e Uganda continuavano ad arricchirsi con il saccheggio ricevettero le congratulazioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale per aver incrementato il loro prodotto interno lordo” [16]. Genocidio nel Congo

Keith Harmon Snow, un investigatore indipendente per i diritti umani e corrispondente di guerra per le organizzazioni Survivors Rights International e Genocide Watch e per le Nazioni Unite, ha recentemente riferito che nell'ottobre del 1996 ci sono stati almeno 1,5 milioni di rifugiati ruandesi e del Burundi nello Zaire orientale [Congo]. L'invasione a tutta scala è iniziata più formalmente quando le forze delegate dalla Rwandan Patriotic Army e dalla Ugandan Patriotic Defense bombardarono con l'artiglieria i campi profughi, uccidendo centinaia di migliaia di persone in un “chiaro caso di genocidio” [18].

Il medesimo rapporto faceva anche notare che il numero di morti in Congo ha raggiunto livelli paragonabili a quelli del genocidio voluto dal re belga Leopoldo in Congo più di 100 anni prima, con “oltre 10 milioni di morti in Congo dal 1996, e milioni in più in Uganda e Rwanda”. Esso ha definito le morti come “ prodotti delle amministrazioni Bush-Clinton-Bush” [19].

Considerazioni conclusive

Nell'aprile del 2001 il membro del congresso Cynthia McKinney tenne un'udienza sul coinvolgimento occidentale nel saccheggio dell'Africa, in cui affermava che “al cuore della sofferenza dell'Africa c'è il desiderio dell'Occidente, e soprattutto degli Stati Uniti, di accedere ai diamanti, al petrolio, al gas naturale e ad altre preziose risorse africane... l'Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, hanno messo in moto una politica di oppressione, destabilizzazione motivata, non da principi morali, ma da uno spietato desiderio di arricchirsi con le favolose ricchezze dell'Africa” [20]. Sembrerebbe quasi che re Leopoldo II sia tornato in Congo, ma se ne era mai andato?

Note

[1] Robert O’Brien and Marc Williams, Global Political Economy: Evolution and Dynamics. Palgrave MacMillan: New York, 2007: page 94

[2] Ibid, page 95

[3] Steven Hiatt, ed., A Game As Old As Empire: The Secret World of Economic Hit Men and the Web of Global Corruption. Berrett-Koehler Publishers, Inc: 2007, page 94

[4-5] Ibid

[6] Ibid, page 98

[7-9] Ibid, page 99

[10] Robert O’Brien and Marc Williams, Global Political Economy: Evolution and Dynamics. Palgrave MacMillan: New York, 2007: pages 94-95

[11] Steven Hiatt, Op cit, page 99

[12] Keith Harmon Snow, The War that did not make the Headlines: Over Five Million Dead in Congo? Global Research: January 31, 2008:
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7957

[13] Steven Hiatt, Op cit, page 95

[14] Ibid, page 99

[15] Ibid, pages 99-100

[16] Ibid, page 100

[17-19] Keith Harmon Snow, Op cit.

[20] John Perkins, The Secret History of the American Empire. Penguin Group: New York, 2007: page 257-258

Titolo originale: " Congo Resource Wars"

Fonte: http://geopoliticalmonitor.com/
Link
01.03.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Fiori d’arancio per Putin?

Il 21 aprile il giornale russo Moskovsky Korrespondent ha annunciato le nozze di Putin con la sportiva Alina Kabaeva. Effetto Sarkozy?
Qualcuno ha fatto notare la somiglianza dell'ex-Presidente russo con Giovanni Arnolfini, mercante italiano ritratto da Jan van Eyck nel 1434 (Foto: geekulr/ Flickr)

Quattro giorni prima delle elezioni di Vladimir Putin, dalla Presidenza del partito Russia Unita il giornale Moskovsky Korrespondent ha svelato che dopo il divorzio, avvenuto in febbraio dall’ex moglie Ludmilla, l’ex-Presidente stava per risposarsi. La prescelta? La ventiquattrenne ginnasta Alina Kabaeva. vincitrice alle Olimpiadi di Atene del 2004 e, da dicembre dello scorso anno, deputato alla Duma del partito Russia Unita. Sia Putin, che il portavoce della Kabaeva, hanno negato duramente.
Gli altri quotidiani di Mosca non ripreso la notizia, forse sospettando un pesce d’aprile.






Una canzone dedicata ad Alina Kabaeva dal gruppo Igra Slov


Taschkent, Uzbekistan: sulle tracce della verità

Nel frattempo, il corrispondente del Moskowski ha continuato le ricerche. Poiché non si riusciva a capire quale ambiente frequentasse Alina a Mosca, si è andati a cercare nella lontana Taschkent, la capitale dell’Uzbekistan, per cercare ulteriori indizi. Alina aveva dichiarato, in uno show televisivo, di essere alla ricerca di un uomo che somigliasse al padre. Quest’ultimo, un ex-calciatore e allenatore di Taschkent, è uno sportivo proprio come Putin. Ecco quindi il primo indizio. Quando il quotidiano ha messo papà Marat Kabaev di fronte alle novità da Mosca, si è scoperto che lui non ne sapeva nulla. Dopo aver fatto alcune domande, si è comunque detto felice.
«Se sposa un uomo del genere, può essere solo un bene», dice il Blatt, aggiungendo, però, che Alina si deve prendere «con le pinze». Che Putin non sia esattamente un tenerone, è noto fino a Taschkent. La prova? Quando l’ex Presidente israeliano, Mosche Katvaz, ha dovuto dare le dimissioni per molestie sessuali, si dice che, lontano dalle telecamere, abbia ricevuto i complimenti di Putin. Un omaggio alla virilità. Queste affermazioni sono state carpite, e poi diffuse, da un giornalista del Kommersant al Cremlino. E sono costati a Vladimir i rimprovero dei suoi colleghi occidentali.

Alina: indipendente e diligente

Alina ai Giochi Olimpici di Atene del 2004


Alina Kabaeva non è solamente bella ed elegante, ma pure famosa. In un’intervista per la Rossiskaja Gaseta ha raccontato che vorrebbe avere due bambini, e che suo marito dovrebbe occuparsene con lei. Ma aggiunto che vuole anche essere indipendente. Putin riuscirebbe a gestire queste richieste di libertà? Ancora non è dato saperlo. La signora Ludmilla ha fedelmente e silenziosamente sostenuto il marito per venticinque anni. Mentre Putin faceva la spia a Dresda lei ha cresciuto due figlie e mandato avanti la casa. «E senza avere niente in cambio», come ha ammesso lei stessa.
Ma Alina è un altro tipo di donna. È nata a Taschkent nel 1983. Nel 1995, accompagnata dalla madre, giocatrice della nazionale uzbeca di basket, è andata a Mosca per iniziare la sua carriera da sportiva. «Avevamo solamente 85 dollari in tasca», ricorda in un’intervista alla Rossiskaja Gaseta. Purtroppo, un incidente ad un ginocchio le è costato la fine della carriera.
E così è entrata in politica, e pare che non sia stato difficile. Questo anche perché ad Alina piace stare sotto i riflettori: già conduttrice di un programma di sport, è stata scelta da Glamour nel 2006 come donna dell’anno, e si è spogliata per Maxim.

Matrimonio al Konstantin-Palast?

Il corrispondente del Moskowski sostiene di aver avuto le informazioni sul matrimonio da qualcuno all’interno della società incaricata di organizzare l’evento. Pare che la cerimonia sia prevista per il 15 giugno al Konstantin-Palast, ristrutturato da poco, che si trova alle porte di St. Pietroburgo.

Un altro indizio del Moskovski: Putin, da sempre, tiene divisa la sua vita privata da quella pubblica. Per cui le smentite sono assolutamente comprensibili. L’ultima prova? Una foto di Alina con lo sguardo languido rivolto al Cremlino. Ma potrebbe anche essere amore platonico.

Putin nega i pettegolezzi sulla sua relazione il 18 aprile in Sardegna, in compagnia di Silvio Berlusconi

«Mi ha sempre dato molto fastidio l'atteggiamento di chi, pieno di rancore, si intromette nella vita degli altri», ha dichiarato Putin in visita in Italia


L'autore è corrispondente della rete n-ost


(Foto: http://alina.no.sapo.pt/fotos002c.htm/ Wikipedia, 2005)
Ulrich Heyden - Moskau http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14570

COMMERCIO:
Lamy va avanti nella liberalizzazione dei servizi
Analisi di Aileen Kwa*

GINEVRA, (IPS) - Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) Pascal Lamy, ha annunciato alla fine della settimana scorsa che presiederà una conferenza ministeriale “di segnale” sul commercio dei servizi.

La data non è stata ancora stabilita, ma il 19 maggio dovrebbe tenersi un mini-incontro ministeriale sui problemi agricoli e sull’accesso al mercato dei prodotti non agricoli (NAMA). Lamy ha precisato che i funzionari inizieranno i negoziati a Ginevra il 5 maggio. Ma a Ginevra, nessuno crede che la scadenza sarà rispettata.

La conferenza affronterà in particolare l’accesso al mercato: i partecipanti dovranno “segnalarsi” reciprocamente la disponibilità a liberalizzare i propri settori di servizio.

Secondo Lamy, “qualunque decisione sull’accesso al mercato tra i partecipanti al processo pluri-laterale sarà automaticamente estesa a tutti i membri secondo la logica delle nazioni maggiormente favorite (MFN, most favoured nation)”. Questo commento ha destato preoccupazione tra i negoziatori di molti paesi in via di sviluppo.

Il termine ”plurilaterale” si riferisce ai negoziati svolti fra un sottinsieme di membri dell’OMC, e i risultati di queste consultazioni in teoria sono vincolanti solo per quei membri. Lo status di MFN viene acquisito da ciascun membro che garantisce benefici commerciali in maniera egualitaria a tutti i partner commerciali. Lamy ha inoltre dichiarato che “la partecipazione alla conferenza ‘di segnale’ si estenderebbe in linea di massima ai membri che partecipano alla richiesta plurilaterale e offrono negoziati, ma riguarderebbe anche rappresentanti di organizzazioni regionali, secondo un modello simile a quello della Green Room ministeriale”.

In questi termini, solo i paesi sviluppati, i paesi emergenti in via di sviluppo e pochi altri sarebbero coinvolti negli incontri, ovvero, quei paesi che forniscono la maggior parte dei servizi commerciali in tutto il mondo. Tuttavia, la maggior parte dei membri dell’OMC non parteciperà.

Come presidente della conferenza, Lamy ha detto che il comitato dei negoziati commerciali riceverà un rapporto verbale, e il 17 aprile ha già rilasciato una dichiarazione per lo stesso comitato.

Tra i punti principali, il rapporto prevede “una descrizione di settori e modalità di distribuzione, e dei segnali intercorsi su impegni nuovi o potenziati che i partecipanti dovrebbero essere pronti a intraprendere”. La conferenza durerà probabilmente un giorno. Nei corridoi dell’OMC vi è grande malcontento tra gli esclusi dalla conferenza, e molti temono le conseguenze dell’esclusione per il proprio paese.

Un delegato africano, la cui delegazione non è stata coinvolta, ha parlato con l’IPS chiedendo l’anonimato, data la natura delicata della questione. Il funzionario ha detto che “la conferenza è voluta dai paesi sviluppati. Pur non essendo coinvolti, il nostro timore è che le loro decisioni avranno un impatto su di noi.

”Questo può succedere in due modi. Innanzitutto, il risultato può rappresentare uno standard di riferimento anche per gli stati membri che non partecipano alla conferenza. Secondo, noi non possiamo impedire che gli altri membri si riuniscano. Cosa significa parlare di implicazioni in termini di processo multilaterale, se il segretariato è direttamente coinvolto? Quando è il direttore generale (DG) a presiedere l’incontro, viene minacciata la neutralità prevista per il segretariato”.

E poi, cosa accadrà quando “il DG dirà che il gruppo plurilaterale è giunto a una conclusione? A chi non ha partecipato sarà chiesto di raggiungere i due terzi di quanto concordato?”

Il commercio dei servizi è una questione di fondamentale interesse sia per gli Usa che per l’Unione Europea (Ue). Nelle ultime settimane, la pressione da parte dei gruppi di interesse Usa e Ue a Ginevra è stata molto forte.

Ciò che potrebbe accadere – circostanza estremamente pericolosa per tutti i paesi, compresi quelli che non partecipano – è che la conferenza diventi il punto di partenza per negoziati “settoriali”. I negoziati settoriali rappresentano la formalizzazione nell’ambito di specifici settori di servizio.

È la situazione che si presenta quando vi è una “massa critica” di paesi coinvolti, come è successo con l’Uruguay Round per i servizi di telecomunicazione e finanziari. La “massa critica” si riferisce ai paesi che forniscono la maggior parte degli scambi in quel settore. L’esito finale è un modello comune di liberalizzazione in ciascun settore stabilito secondo i negoziati.

Questo modello o schema regolatorio tende a privilegiare liberalizzazione, obiettivi “pro-competitivi” e diritti delle imprese straniere rispetto agli obiettivi nazionali, per esempio in termini di fornitura universale dei servizi. In questo caso, gli interessi dei paesi in via di sviluppo passano in secondo piano.

Nel 2004, nel panel di discussione dell’OMC si è deliberato contro il Messico, nell'ambito di un caso presentato all’OMC dagli Usa. Gli Stati Uniti hanno denunciato alcune norme anti-competitive del Messico, evidenziando una presunta violazione della Carta di riferimento per le telecomunicazioni (Telecoms Reference Paper), lo schema normativo frutto dei negoziati settoriali per le telecomunicazioni.

Il panel ha deliberato che il Messico non aveva garantito ai fornitori di telecomunicazione americani un accesso e un utilizzo equo delle reti e dei servizi pubblici di telecomunicazione; di fatto, la compagnia messicana Telmex aveva applicato al fornitore Usa tariffe di interconnessione più elevate.

Il Messico ha cercato di difendere la propria posizione, motivata da norme tracciate appositamente per includere i costi di estensione delle infrastrutture, esigenza di molti paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, il panel ha accettato le argomentazioni degli Usa, stabilendo che le tariffe applicate dovrebbero basarsi esclusivamente sui servizi specifici richiesti dalla compagnia estera, senza prevedere alcun contributo alla realizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione del Messico, paese che aveva aderito al Reference Paper.

Anche se gli stati membri possono scegliere di non ratificare un certo modello normativo, una volta adottato questo modello da una “massa critica” di paesi, si entra in uno schema multilaterale e si crea de facto un obbligo implicito per tutti.

In teoria, i paesi non-firmatari possono ignorare questo standard di riferimento, ma in pratica, la norma è delimitata dalla legge internazionale, e diventa un criterio minimo di valutazione dei paesi utilizzato dagli investitori stranieri e dai partner commerciali, trasformandosi in garanzia minima per proteggere i loro interessi.

*Aileen Kwa è analista indipendente in tema di politiche commerciali. Ha lavorato per Focus on the Global South, organizzazione non governativa che si occupa di ricerca e attivismo politico per realizzare analisi critiche sulla globalizzazione e il neo-liberismo.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1167

Zimbabwe : leader opposizione incontra Ban Ki-moon
di Carla Amato

Il Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon ha incontrato ieri sera il leader dell'opposizione dello Zimbabwe e candidato presidenziale Morgan Tsvangirai per discutere sul protrarsi della crisi post-elettorale.

Nel paese australe, infatti, il partito del presidente uscente Robert Mugabe e' uscito sconfitto alle elezioni politiche ma la Commissione elettorale nominata dal partito del presidente uscente non ha ancora divulgato i risultati delle presidenziali (tenutesi nello stesso giorno) parlando di riconteggio delle schede.

Ban e Tsvangirai si sono incontrati per mezz'ora ad Accra, in Ghana, su richiesta del leader africano, come ha spiegato il segretario ONU ai giornalisti dopo il tête-à-tête. Tsvangirai si e' lamentato per la situazione di impasse in Zimbabwe, dove i risultati delle elezioni presidenziali svoltesi il 29 marzo non sono ancora stati resi noti e contemporaneamente si deteriora la situazione politica ed umanitaria.

Ban ha spiegato che (confermando le denunce di Human Rights Watch) Tsvangirai gli aveva detto che i militari sono stati dispiegati in tutto il paese terrorizzando la gente, e quindi molte persone stanno fuggendo dalle loro case e si stanno nascondendo da qualche parte, il che, a sua volta, ha creato una grave situazione umanitaria.

Il Segretario generale ha aggiunto che Tsvangirai - che rappresenta il Movimento per il Cambiamento Democratico - for Democratic Change (MDC) - ha anche fatto appello alle Nazioni Unite e all'Unione Africana affinche' intervenga, in quanto egli pensa che non vi sia stato alcun progresso con la Comunita' di sviluppo dell'Africa australe, che ha tenuto un Vertice sulla crisi all'inizio di questo mese.

"Appresa la sua denuncia e le informazioni sulla situazione, ho espresso la mia profonda preoccupazione per la situazione post-elettorale" e per le violenze, ha detto Ban, che ha chiesto al leader dell'MDC di ricorrere a mezzi pacifici per risolvere questo problema, attraverso il dialogo. Ban ha tuttavia aggiunto che sarebbe anche ora di consultare la leadership dell'Unione africana sui possibili modi di procedere.

Due giorni fa Human Rights Watch aveva denunciato che il partito di Mugabe, lo ZANU-PF, avrebbe creato e starebbe utilizzando una rete di centri di detenzione informale per picchiare, torturare ed intimidire gli attivisti dell'opposizione e persone sospettate di aver votato per la MDC alle elezioni del mese scorso. Lo scopo di tale azione non sarebbe solo punitivo, ma mirerebbe a creare un clima di terrore nel Paese al fine di indurre gli elettori a cambiare il proprio voto in favore di Mugabe in caso di eventuale ballottaggio pre le presidenziali.


www.osservatoriosullalegalita.org



aprile 22 2008

i gelati sono buoni, ma

Caro Astensionista,
ti scrivo per rassicurarti (so che in fondo ci tieni): non mi ero scordato di te.

Se in questi mesi di campagna ho evitato di scriverti – rompendo una tradizione semidecennale – non è stato per dimenticanza o negligenza. No. L’ho proprio fatto apposta. Perché ti conosco, ormai. Più tutti ti scrivono, invitandoti ad esprimere una volontà qualsiasi, più tu ti arrocchi nella difesa del tuo incompromettibile gusto personale. Intanto passano gli anni, ma la scena non smette di apparire infantile: per quanto nobili siano i tuoi ideali e i tuoi intenti, l’effetto è quello del bambino che pesta in piedi al centro di una folla di parenti che gli supplica di collaborare. Ogni volta che penso a te mi viene in mente un vecchio pezzo di Gianluca Neri che – non me ne voglia – riassumeva così la sua astensione: se voglio un gelato al pistacchio, e il gelataio insiste per mescolarlo con la crema, io non lo compro, perché il mio ideale era il puro pistacchio. Il fatto che con tutte le metafore al mondo, Neri avesse scelto proprio quella del gelato, mi si è conficcata per sempre in un angolo della memoria fissa. Perché vedi, in fondo nella vita facciamo tutti dei compromessi. Vorremmo quella casa, quel lavoro, quel partito, quel parcheggio, ma non sempre li troviamo disponibili: e allora ci arrangiamo con una casa che costa un po' meno, un lavoro che è meglio di niente, un parcheggio un po' più lontano. Tutti compromessi più o meno dolorosi, ma necessari. Per l'Astensionista invece la scelta più dolorosa della vita fin qui pare sia stata la rinuncia ad un gelato.

Insomma, Caro Astensionista, nel momento in cui tutti guardano a te e ti supplicano di lappare il loro cono scadente, io questa soddisfazione non ho voluto dartela. Anche perché stavolta non mi sembravi così determinante: e questa era una buona notizia sia per me che per te.
Anche ora devo dirti che non ho molta voglia di farmi i fatti tuoi. Volevo invece raccontarti un po' di cose su di me. Mi sono accorto che sono cambiato, sai? Proprio rileggendo le vecchie letterine che ti scrivevo. Non ti dirò che sette anni fa ero più ingenuo: sarebbe banale, e poi no, non ero ingenuo: avevo ragione, già allora. Forse più allora che adesso, perché vedevo le cose più da lontano. Per esempio, alla vigilia delle elezioni 2001 ti supplicavo:

Non cerco di convincerti. Cerco di commuoverti. Vedi, se tu sei forte, io sono debole, e ho paura. Ho paura di cosa può fare Berlusconi, indisturbato, in cinque anni. Ho paura di come potrà conciare la scuola (non soltanto pubblica), l'assistenza sanitaria, la giustizia, in breve l'intera società. Ho paura di svegliarmi, tra breve, in un Paese dove sarò cittadino di serie B, condannato a usufruire di servizi statali o parastatali di serie B e a inquadrarmi nel target che una qualche tv commerciale avrà stabilito per me.

Quant'ero tenero, col cuore in mano: “ho paura, ti prego aiutami..” Eppure tutte le mie paure erano fantasmi vaghi, parole astratte: Scuola, Assistenza Sanitaria, Giustizia, Società... problemi enormi che sorvolavo da lontano. Ecco, Astensionista, io non sono più così. Man mano che gli anni passavano io calavo, calavo sempre più. Oggi non sarei più in grado di preoccuparmi di parole astratte, tipo, che so, la Scuola. Oggi la scuola è un edificio polveroso in cui lavoro, e la mia principale preoccupazione è un bambino (italiano, normodotato) che arriva dalla quinta elementare con buono in pagella e non sa leggere; un altro che avrebbe bisogno del sostegno ma è fuori budget; e un genitore a cui ho spiegato una cosa un mese prima che una circolare del ministro la cambiasse; e il mese dopo è cambiato anche il ministro. Oggi non penso più alla Sanità, penso alla mia colecisti e a quanto mi costerà nei prossimi mesi. E poi penso alla casa. Sette anni fa non la mettevo neanche in elenco. E alle spese, alle tasse. Qualche tempo fa ho scoperto di appartenere a una delle fasce che ha perso il maggior potere d'acquisto, e la cosa mi ha fatto una rabbia che non ti dico. È stato come... svegliarsi cittadino di Serie B. Sì, me lo aspettavo, eppure quando ti ci trovi dentro è sempre diverso da come te lo figuravi. Insomma, è come nell'atroce racconto di Buzzati: man mano che il paziente scende da un piano all'altro dell'ospedale, vede sempre meno cielo dalle finestre, e si concentra sempre di più su sé stesso e i suoi dolori. Questo sta succedendo a me, Astensionista. Sette anni fa mi preoccupavo dell'Italia, se non del Mondo. Adesso mi preoccupo del prezzo di un singolo metro quadro in periferia. Sto diventando sempre più piccolo, e forse meschino.

Che sia questo il vero motivo per cui non ti scrivo più? Sette anni fa ti supplicavo di salvare l'Italia, oggi avanzerei richieste meno nobili. Oggi vorrei essere salvato, io, da qualsiasi folle piano di costruire un ponte di Messina o un Hub varesotto a spese mie; non temo per la sorte di un martire per la libertà stile Biagi o Santoro, ma per le mie tasche, perché se aboliranno l'ICI i comuni dovranno ben rifarsi sulle tasche di qualcuno: e indovina chi sarà. C'è da vergognarsi, caro Astensionista, a venirti a disturbare con preoccupazioni così grette che tu, evidentemente, non condividi. Ecco, questo è curioso. Perché non le condividi?
Probabilmente possiedi una casa. Magari hai un'attività, e detassando gli straordinari riuscirai anche a metter da parte qualche soldino in più. Insomma, probabilmente per te Berlusconi è una gran rottura di palle, ma senza vere conseguenze per il portafogli. Ecco, dovevo capirlo subito. Io e te siamo diversi.

Forse sette anni fa non era ancora così, ma oggi sì. Io sono scivolato in serie B, tu no. Per me un Veltroni al posto di Berlusconi avrebbe fatto una grande differenza. Una differenza non astratta, ma economica, sostanziale. Non era il mio tipo, i suoi discorsi mi annoiavano, le sue strategie mi lasciavano interdetto, ma sapevo che avrebbe provato a fare qualcosa per me. Come so benissimo che Berlusconi non ci proverà nemmeno, e giustamente: lui rappresenta altre classi e altre categorie, che hanno vinto le elezioni, mentre io le ho perse. Le ho perse e pagherò per loro.

Capisci, Astensionista? Qui dalle mie parti chi perde paga. Da voi non è così.
Da voi in serie A ho sentito fare dei discorsi preoccupanti, non solo dagli astensionisti – anche da quelli che votavano PD. Il senso generale è: abbiamo perso, beh, pazienza. Pazienza? Almeno adesso ci sarà un governo stabile. Stabile? Da quando in qua una persona caduta in un pozzo di merda si rallegra di aver raggiunto una posizione stabile? Tra cinque anni, chissà... Tra cinque anni? Ma sul serio voi avete altri cinque anni da aspettare? Io tra cinque anni ne avrò già troppi: e non so nemmeno se posso permettermi un figlio o no. E poi una gran voglia di divertimento: finalmente è terminata la noiosa campagna elettorale, ora spassiamocela, andiamo ai concerti, conosciamo gente nuova... Astensionista, ti rendi conto? Questa è gente che ha la nostra età, va per i quaranta. Per di più la congiuntura economica non promette nulla di buono. Tutta questa leggerezza che senso ha? Non è un po' la stessa leggerezza con cui due mesi fa hanno mandato a casa Prodi e si sono inventati una gioiosa macchinina di guerra? E ora che vi siete giocati altri cinque anni della mia vita, non dico che mi aspetto una scusa da parte vostra, ma non potreste tenere la faccia contrita ancora per un po'? No? Beh, capisco, è primavera. E va bene, andate, divertitevi. E vai anche tu, Astensionista, secondo me troverai chioschi con tutti i gusti di gelato che vuoi. C'è solo un'ultima cosa che vorrei confessarti.

Per molti anni, anche se ti blandivo, ho pensato che tu fossi un utile idiota, inconsapevolmente alleato del nemico. Lentamente mi sono accorto di sbagliarmi. Vista da qui sotto, in serie B, la tua posizione è molto più chiara. Il nemico sei tu. La buona notizia è che hai vinto anche stavolta. E anche stavolta senza sporcarti le mani – neanche di gelato alla crema. Che eleganza, beato te.http://leonardo.blogspot.com/

L'esodo dei poveri da sinistra a destra
di Barbara Spinelli, La Stampa -
 
Il passaggio da sinistra a destra di numerosi elettori popolari ha prodotto in Italia stupore triste o divina sorpresa, ma è un fenomeno non nuovo nelle democrazie e come spesso succede è in America che s'è manifestato negli ultimi decenni, estendendosi poi all'Europa. In realtà è fenomeno antico ­ la Germania prehitleriana conobbe analoghe saldature tra sinistre e destre estreme ­ e se oggi si ripropone con forza è perché alcune componenti riappaiono. Tra esse c'è il risentimento, questa passione che dà immenso ardimento all'individuo che si sente abbandonato e solo nella società, e che il massimo della potenza la raggiunge quando diventa risentimento territoriale, tribale, di classe. Nietzsche dà a tale passione il nome di morale dello schiavo, perché l'uomo del risentimento ha l'impressione quasi fiera di non poter mai raggiungere il benessere o il potere cui aspira. «Il No ­ spiega nella Genealogia della Morale ­ è la sua azione creatrice». Il no è opposto a tutto quello che è «fuori», «altro», che è «non io».

Una prima risposta all'esodo dei poveri verso destra è venuta in queste settimane da Barack Obama. È accaduto il 6 aprile a San Francisco, quando il candidato democratico alle primarie presidenziali ha spiegato alcuni tratti di tale esodo. Nelle piccole città colpite dalla crisi, ha detto, l'amarezza è tale che la persona si sente perduta, ed è a quel punto che s'aggrappa non a reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita sostitutivi, culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero.

Amarezza e frustrazione sono varianti del risentimento descritto da Nietzsche, e negarne la realtà vuol dire fuggirla. Sono decenni che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici. Obama è stato giudicato ingenuo, imprudente: avrebbe offeso gli operai, guardandoli dall'alto e comportandosi come uno snob, un elitario (in Italia si dice anche: antipatico). Non è detto che siano critiche errate, ed è vero che Obama rischia molto, sin dalle primarie di martedì in Pennsylvania.

Ma perdere le battaglie non significa aver torto, e i numeri delle urne non ti danno automaticamente ragione: cosa spesso trascurata da commentatori improvvisamente dimentichi di quel che il prosindaco leghista di Treviso Gentilini dice a proposito del ventennio fascista («il ricordo di una maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere, ubbidiva alle leggi») o delle parole proferite dall'onorevole leghista Salvini («i topi sono più facili da debellare degli zingari. Perché sono più piccoli»). Quel che vince è piuttosto un malinteso, sui valori come sulla povertà: lo stesso malinteso che affligge oggi Obama. L'amarezza di cui ha parlato il candidato è cosa tangibile, dopo le tante promesse non mantenute di Bush, ma d'un tratto è lui ad aver offeso i poveri, la gente comune non beneficata da regali fiscali, il lavoratore autentico che fatica a sbarcare il lunario.

Da parecchi decenni la destra americana si è fatta paladina dei poveri e delle classi medie declassate, e con Bush junior la vocazione s'è ancor più sdoppiata: impoverire i deboli, e scaricare su altri la responsabilità dell'impoverimento. Nel 2004 hanno votato per lui numerose regioni immiserite. Il risentimento che generalmente appartiene alle sinistre è passato a destra, e proprio questo ha voluto dire Obama parlando di quei valori divisivi (le cosiddette wedge questions con cui i repubblicani svuotano l'elettorato democratico: religione politicizzata, aborto, matrimoni gay, controllo delle armi). In Francia sono valori divisivi il nazionalismo, e il rancore contro una sinistra sospettata di transigere su immigrati, sicurezza, ed erede di quel terribile Sessantotto ripetutamente denunciato in America, Francia e Italia.

Il malinteso su valori e povertà è acutamente analizzato da Thomas Frank, in un libro pubblicato in concomitanza con la seconda vittoria di Bush (What's the Matter With Kansas? How conservatives won the heart of America, 2004). Obama ha forse sbagliato a usarne gli argomenti, ma le cose narrate nel libro restano importanti e valgono anche in Europa. Il risentimento ha infatti bisogno, per continuare a infiammare, di un'indignazione che non scema e anzi si dilata, indipendentemente dai risultati elettorali. L'uomo del risentimento rinasce contemplando se stesso, e il se stesso che contempla è non solo insoddisfatto ma eternamente marginale, minoritario, vittima di un'élite dominante che lo tiranneggia e l'imbavaglia. Dell'élite fanno parte i liberal americani (le sinistre europee) e il loro potere è considerato enorme, soffocante, invincibile. Essi agiscono attraverso i giudici, gli universitari, i giornalisti, gli intellettuali, anche quando questi ultimi si spostano a destra.

Qui è la menzogna, che occulta la realtà per istinto e strategia. La conquista dei ceti popolari avviene fingendo che la maggioranza conservatrice, anche quando ha tutti i poteri come in America (parlamento, Corte suprema), anche quando regna su affari ed economia, sia una maggioranza perseguitata. Gli uomini di sinistra, ai suoi occhi, sono al potere comunque, poco importa se eletti o no: il progressismo liberal domina anche se i Repubblicani hanno vinto sei elezioni presidenziali su nove dal 1968; anche quando i Repubblicani controllavano tutti i poteri dello Stato. «Al di là della politica, il liberalismo è un tiranno che domina la nostra esistenza nei modi più svariati e rovesciarlo è praticamente impossibile». L'oppressore e il prepotente quasi sempre s'atteggiano a vittima.

L'ideologia del ressentiment è questo: ritenersi in ogni caso e sempre un outsider, un emarginato, anche quando si hanno le leve del potere. È un dispositivo centrale dei successi di Bush, Sarkozy, Berlusconi: per vincere, occorre che l'indignazione non si raffreddi mai, dunque che la realtà sia a intervalli regolari falsata. Se un giornalista come Marco Travaglio scrive che in Italia permangono conflitti d'interessi e corruzione è considerato subito non un outsider, come irrefutabilmente è, ma un nemico straordinariamente forte e minaccioso. Basta un solo dissidente, basta un giornale minoritario come l'Unità, e gli outsider vincitori si sentono assediati da orde vastissime. Nelle dittature basta l'1 per cento di dissenso ed è panico.

Frank racconta come questo risentimento populista abbia fatto presa nell'800 sulla sinistra ­ in Texas ad esempio ­ e sia stato poi disinvoltamente catturato dalla destra. Perché ciò avvenisse sono cambiate le antiche linee divisorie: la lotta di classe contrapponeva operai e padroni, poveri e ricchi, sopra e sotto, mentre oggi ci si divide tra assistiti o parassiti e salariati, tra bianchi e neri, tra chi è fuori e chi dentro, tra chi si sveglia all'alba ­ dice Sarkozy ­ e chi dopo. Ma soprattutto ci si divide culturalmente: tra snob e autentici, tra antipatrioti come Obama (non porta la spilla con la bandiera Usa sulla giacca) e nazionalisti, tra relativisti e devoti, magari calcolatori ma pur sempre devoti.

La sinistra ha molto da fare, se vuol arrestare la parte menzognera dell'esodo e convincere i fuggitivi che ha perduto per propria insipienza, per propria incapacità di dar risposte razionali alle nuove povertà, ai nuovi bisogni popolari. Si tratta di ricominciare a parlare di economia, di malaffare, di legalità, obbedendo inflessibilmente al principio di realtà. Si tratta di denunciare il potere dove realmente si esercita. Si tratta di rivalutare la sicurezza, senza criminalizzare i giudici ma rendendoli più rapidi e presenti in un settore ­ l'immigrazione ­ che sarà sanato dalla legge uguale per tutti oltre che dall'ordine. Si tratta di dire le cose come stanno: è la più appassionante delle avventure, se solo si designa l'avversario senza aver paura della falsa paura che si incute.

PD anglosassone

Quante volte abbiamo sentito riferire alle democrazie anglosassoni come il modello da seguire per migliorare la nostra democrazia italica, ma tale ammirazione trova spazio soprattutto verbalmente piuttosto che nella azioni politiche.

Ad esempio, in UK in tutte le elezioni, dopo una sconfitta elettorale, il leader del Labour o del Conservative Party, in quanto candidati premier, si dimettono e lasciano spazio ad un altro segretario.Con lui solitamente se ne va anche qualche pezzo grosso della segreteria che ricopre qualche carica nel partito da molto tempo.

Da noi Veltroni, che ammira molto il modello anglosassone, e’ rimasto al suo posto e con lui tutti i pezzi da novanta dell’establishment di partito ad eccezione di Romano Prodi. Ora, visto che Veltroni è li’ da poco tempo, posso anche comprendere il suo ignorare il modello che tanto ammira, ma questa giustificazione non si applica agli altri dirigenti del PD.

Lo dico chiaramente, sarebbe ora che Fassino, D’Alema, Marini, Visco, Chiti ed altri simili si facessero da parte. Sarebbe un bel gesto “anglosassone”. Si chiedeva un rinnovamento già da molto tempo, una sconfitta è il suo contesto più naturale per avere una logica dell’alternanza anche dentro la democrazia interna dei partiti. Come possibile che si vinca l’elezioni o le si perda non abbia alcun effetto sul rinnovo dei gruppi dirigenti? Quale credibilità ha la democrazia di un partito che non rispetti al suo interno la logica dell’alternanza che predica al suo di fuori?

Certo rimane un problema rispetto al modello anglosassone, dove gli sconfitti tornano a fare le loro precedenti professioni cessando la politica attiva. Cosa andrebbero a fare gli ex-dirigenti del PD?http://www.giuseppeveltri.it/blog/


Agli inimitabili Ulivisti DOC
di Francesca Veraldi, Molti sono i responsabili della dissipazione di un patrimonio culturale prima che politico, validissimo, quale era il Progetto dell'Ulivo originario, quello, per intenderci, dei grandi proff. Andreatta, Parisi e Prodi.

Ora che stiamo appena raccattando "i cocci" della severa sconfitta elettorale, continuano pervicacemente nello smantellamento e nello stravolgimento del progetto ancora in itinere i vari sindaci-sceriffo(leggi Cofferati), i sindaci-cosiddetti intellettuali(leggi Massimo Cacciari) e quelli votati ai grandi eventi(leggi Chiamparino), che nella generale e continua mutazione genetica all'italiana, hanno smarrito i valori, le idee, le ragioni che differenziano il Centro-Sinistra nettamente dal Centro-Destra.

Essi "farneticano", addirittura, su un Pd del Nord, con alleanze variabili e flessibili e con libertà e autonomia di scelte, cavalcando un Federalismo che tenda a scavalcare addirittura la Lega o comunque a farne una sicura alleata.

Per favore, liberateci da questi "sfasciatori" che invece di governare e dirigere il cambiamento, intendono assecondarne tutti i movimenti delle viscere e della pancia provenienti da quei settori della società che hanno una terribile paura del nuovo e chiedono solo protrezione e privilegi(il tema della sicurezza è anch'esso strumentale). http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=12145

Sono inorridita dall'aver seguito fin qui e sopportato con infinita pazienza tutti questi "falsi profeti" e queste "Cassandre" vaticinanti che, a ruota libera, senza essere richiesti e a tambur battente, propongono ricette ritenute bontà loro salvifiche.

Ma non siamo, ormai, nel pieno del post-Pensiero debole o siamo ritornati, senza che me ne accorgessi, vertiginosoamente, indietro?

Onore e ringraziamenti a quelli cui, perfidamente, si attribuisce la sonora sconfitta, agli Andreatta, ai Parisi e ai Prodi, magari ce ne fossero come loro!!!

Agli inimitabili Ulivisti DOC un solidale saluto.
Francesca Veraldi


"La paura e la speranza" di Giulio Tremonti
Tremonti e Naomi Klein scrivono libri simili: il libero mercato è contro l'ambiente, fa aumentare i prezzi, il livello degli oceani (non è dato per certo, Tremonti almeno non è Al Gore), causa povertà... e ci vuole un politico che guidi la società contro il pensiero unico liberale, accettato senza condizioni sia a Destra che a Sinistra (nel mondo di Tremonti, che non è quello in cui viviamo noi altri)... Poi c'è però l'elogio della civiltà contadina e la ormai di moda critica del relativismo, con tanto di turisti che affollano le cattedrali al posto dei fedeli (Anch'io! Ho fatto migliaia di foto di chiese da quando ho la digitale!).

Mettere dei fatti assieme senza una teoria è un ottimo modo per trasformare la lettura svogliata dei giornali in una visione globale. Una visione purtroppo priva di fondamenti. E così, se il petrolio aumenta, e c'è la crisi subprime, il lettore viene esposto ad una tale sequela di associazioni di idee (l'alternativa a buon mercato del ragionamento) che potrebbe convincersi di aver capito qualcosa di profondo sugli eventi economici degli ultimi venti anni.

Pazienza se si dà la colpa della bassa natalità alla globalizzazione, o se la tecno-finanza sembra uscire fuori dal nulla (abbinata alla globalizzazione) senza che si percepisca anche solo un tenuo legame con la politica monetaria dei governi (che viene nominata, ma parrebbe abbiano un ruolo puramente reattivo e mai attivo rispetto alle crisi), del cui abuso Tremonti scrive entusiasticamente... fortuna che l'euro l'ha privato dello strumento. Tremonti, che due anni fa diceva che l'economia USA si era rimessa in moto dopo la crisi dell'e-economy come se niente fosse, si è reso conto che qualcosa in realtà non andava.

Tremonti è una collezione di contraddizioni: non solo perchè definisce l'euroburocrazia l'apice del libero mercato, ma anche perchè dice che il mercato ha bisogno di regole e contemporaneamente che l'UE ne fa troppe, o che abbiamo, a detta di Tremonti, uno stato sociale che funziona benissimo, ma non abbiamo una politica sociale. Le contraddizioni sono apparenti: in realtà Tremonti dice "il potere come lo si è usato finora fa schifo, ma io sono tutta un'altra cosa, fidatemi di me; se non vi fidate, siete dei mercatisti" (che non so cosa significa).

E poi, orrore su orrore, in un delirio costruttivista, propone una sfilza di politiche: politiche demografiche (come nella Cina comunista), politiche culturali (la Rivoluzione culturale?)... tutto controllato dalla classe politica illuminata dal suo "pensiero", ovviamente. Mi viene in mente, quando leggo che "per difendere i valori serve un potere politico", lo Stato Etico.

La spesa pubblica: non tagliarla, ma ridirigerla. Il potere: non ce n'è abbastanza (tanto "il popolo fa la legge", roba da Rousseau). Il protezionismo: no, ma ci vogliono i "social clause" sul libero commercio.

Le soluzioni che propone Tremonti? Valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo... non sono del tutto contrario a tutte, e sono favorevole ad affiancare lo stato con attività private (ma non finanziate dal settore pubblico). Ma è inutile discuterle: Tremonti è un politico interventista, che usa molta retorica per avere seguito, e la cui unica preoccupazione è che i politici come lui potrebbero perdere potere e controllo sulla società.

Avrei potuto fare una recensione in cui analizzo gli argomenti di Tremonti. Ma Tremonti non argomenta, non ragiona, non dimostra, non analizza. Tremonti afferma. E quello che afferma non ha il minimo fondamento. C'è chi dice che il sarcasmo è l'ultima risorsa di una mente povera: non ci credo, perchè il sarcasmo mi piace. Ma in questo libro non c'è nulla oltre al sarcasmo.http://2909.splinder.com/post/16813988/%22La+paura+e+la+speranza%22+di+Gi

L'esercizio del dubbio
Nuova propaganda di guerra e consigli per resistere
Indirizzare l'opinione pubblica, creare consenso, coprire la verità. Non stiamo parlando di un genere nuovo nell'informazione che riguarda guerre e conflitti. Le veline non sono scomparse, ma si sono adeguate, come le tecniche di cooptazione da parte di chi ha bisogno di disegnare semplici schemi che creino affezione alla macchina bellica, alle esigenze dei 'falchi'.
 
gli analisti manovrati dal pentagonoLa notizia pubblicata nelle scorse ore dal New York Times ci racconta di una schiera di analisti militari, tutti graduati in pensione, utilizzati dai grandi network televisivi statunitensi, al servizio diretto di Donald Rumsfeld. Gli analisti, tutti legati all'industria bellica, venivano ammaestrati sul messaggio da propagandare, in cambio di informazioni riservate utili per i loro affari di consulenti per l'industria bellica, a vario titolo. Quando l'informazione sui conflitti voluti dagli Usa rischiava di prendere una cattiva piega, Rumsfeld riuniva il pool, impartiva la linea editoriale, che veniva trasmessa nelle case di milioni di telespettatori. Dall'inchiesta del NYT apprendiamo anche virgolettati che legittimano innumerevoli analisi, dando loro non più l'aura di un'opinione, ma il valore dei fatti. Dice, Rumsfeld, di insistere sul concetto di guerra al terrore, ma senza limitare questa espressione solo all'Iraq, o all'Afghanistan. Il concetto deve essere esteso temporalmente e geograficamente. E soprattutto l'Iraq deve essere legato sempre di più all'Iran.
Si era detto e scritto, penserà più di uno, ma il valore aggiuntivo di questa notizia sta proprio nel virgolettato, la riprova di una strategia visibile nei fatti adesso ha anche una sorta di prova inconfutabile.

A leggere l'inchiesta del NYT viene da pensare a una tecnica di disinformazione che ha sostituito la manipolazione della verità. Il caso degli analisti militari è un caso flagrante di omissione e di deformazione. Ma c'è un altro tipo di diffusione delle notizie che non ha confini nitidi, o parametri assoluti. E che risulta, proprio per questo, più difficile da individuare, o dalla quale è più difficile difendersi.
Sono quelle notizie che sono false, ma create e veicolate come se fossero vere e nei canali di quelle vere. Sono le campagne di immagine, il marketing applicato alla guerra, o ai conflitti.

E così non deve stupire se il Plan Colombia, nel quale gli Usa gettano milioni e milioni di dollari, abbia un agguerrito team di esperti in comunicazione, al soldo del Dipartimento di Stato.
Molti Stati, non solo Washington, decidono di avvalersi di esperti delle agenzie di immagine per orchestrare vere e proprie campagne che cercano di influenzare l'opinione pubblica o attutire le critiche. Il caso Pinochet, per esempio: una agenzia di immagine statunitense era incaricata di curare l'immagine del suo cliente, quando questi era stato arrestato a Londra. Il caso della Exxon Vladez, la petroliera colata a picco nei ghiacci. O, forse i più ricorderanno, il cormorano incatramato della prima guerra del Golfo. Quel cormorano non aveva mai respirato l'aria o le nubi tossiche nei pressi dei pozzi di petrolio manomessi da Saddam Hussein. Fu semplicemente una chiave emotiva per creare consenso, un'immagine che serviva a far leva sulle emozioni di un povero volatile moribondo, incapace di muoversi per la massa oleosa che ricopriva piume e penne.
 
john rendonUno degli attori principali di questa informazione di propaganda è la Rendon Group, fondata da John Rendon. È sempre il New York Times a sostenere che, dopo l’11 settembre 2001, l’agenzia ha ricevuto un incarico da circa 100.000 dollari al mese per aiutare il Pentagono nella realizzazione di una nuova macchina di propaganda: l’Office of Strategic Influence. Un ufficio che avrebbe avuto il compito di fornire elementi informativi, eventualmente anche falsi, alle organizzazioni dei media stranieri nel quadro di un nuovo sforzo per influenzare gli umori del pubblico e i policy makers sia nei paesi alleati che in quelli avversari.

Ce n'è abbastanza per cercare di abbozzare almeno una qualche cautela, ogni volta che leggiamo dichiarazioni o slogan di una semplicità, e semplificazione, aberranti. Bene e Male, Bianco o Nero, sfumature ormai inesistenti. O indirizzate, se vogliamo seguire una delle poche dichiarazioni che John Rendon ha dato di sé, da quanto riportato nell'articolo di J. Stein “When Things Turn Weird, the Weird Turn Pro. Propaganda, the Pentagon and the Rendon Group” nella rivista elettronica TomPaine.common sense. Rendon, durante un incontro all’Air Force Academy,si definì un guerriero dell’informazione e organizzatore delle percezioni.
In tante, e siffatte, certezze, davanti a uno schermo tv o a un foglio di giornale forse è necessario rivalutare l'esercizio del dubbio.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10851

Nudi alla meta

scrive Massimo Moratti

Sarajevo, marzo 2008 (foto M. Fontasch)
Dopo l'approvazione della riforma della polizia, la Bosnia Erzegovina si avvia a firmare l'Accordo di Associazione con Bruxelles. I contenuti della riforma sono stati però sacrificati di fronte al rischio di instabilità regionale dopo l'indipendenza del Kosovo. Nostro commento
Luce verde per la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA) per la Bosnia ed Erzegovina. L’accordo sarà firmato molto probabilmente il 28 aprile prossimo, o in alternativa il 26 maggio, ma di fatto oramai la strada è stata spianata. Lo ha confermato Olli Rehn il 16 aprile scorso, immediatamente dopo che entrambe le camere del Parlamento della Bosnia ed Erzegovina avevano approvato le leggi necessarie per la riforma della polizia. Tali provvedimenti consistono nella legge sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e nella legge sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”, che prevede la creazione di una serie di istituti volti a coadiuvare il lavoro delle agenzie di polizia nel Paese.

In sospeso fino all’ultimo

L’adozione di queste leggi dà attuazione alla “dichiarazione di Mostar”, il documento multipartito che era stato firmato dai rappresentanti delle maggiori forze politiche bosniache lo scorso novembre, e che aveva consentito la parafatura dell’ASA. L’adozione della “dichiarazione di Mostar” era giunta al termine di una crisi istituzionale che per lungo tempo era sembrata senza via d’uscita.

La “dichiarazione di Mostar” aveva stabilito che ulteriori riforme della polizia sarebbero state adottate solamente dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Il percorso di adozione di queste due importanti leggi non è stato dunque facile e, ad un certo punto, l’accordo raggiunto con la “dichiarazione di Mostar” era sembrato in pericolo. A metà febbraio l'SDA (Partito di Azione Democratica) e l'SBIH (Partito per la Bosnia Erzegovina) avevano praticamente ritirato il proprio sostegno alla dichiarazione annunciando che avrebbero votato contro la bozza delle leggi approvate in Parlamento. Secondo questi partiti infatti i principi contenuti nella dichiarazione di Mostar non presentavano garanzie sufficienti per la creazione di una polizia centralizzata. L'SDA aveva anche ribadito che la riforma della polizia non era necessaria per la firma dell’ASA.

L'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) a quel punto era intervenuto con un comunicato stampa, precisando che non c’era altra soluzione per la firma dell’ASA e che la riforma della polizia doveva essere adottata così come previsto dalla “Dichiarazione di Mostar”.

Alla resa dei conti, quando si è arrivati al voto nelle due camere del Parlamento, nessuno dei partiti politici bosniaci si è voluto assumere la responsabilità di rimandare ulteriormente la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, e si sono quindi o astenuti o non hanno sollevato la questione degli interessi vitali che può bloccare l’intero procedimento.

La controversa riforma della polizia

L’adozione delle leggi sulla riforma della polizia è avvenuta solo dopo che l’Unione Europea aveva progressivamente ridotto i requisiti richiesti alla Bosnia ed Erzegovina per la conclusione dell’ASA. Inizialmente il modello di riforma della polizia, auspicato a suo tempo da Paddy Ashdown, era molto più ambizioso e controverso: si prevedeva infatti la creazione di un’unica struttura di polizia sotto la guida del Consiglio dei Ministri della Bosnia ed Erzegovina, e la creazione di regioni di polizia che non tenessero conto della linea di separazione tra le due entità (IEBL). Tale proposta aveva da sempre incontrato l’opposizione dei vari governi della Republika Srpska, ultimo tra i quali quello di Dodik, che della riforma della polizia aveva fatto uno dei punti principali della propria linea politica.

La proposta di Ashdown era già stata criticata dallo European Stability Initiative (ESI) che, in un recente rapporto (“The worst in class: How the international protectorate hurts the European future of Bosnia and Herzegovina”), aveva illustrato come la proposta Ashdown proponesse un modello di polizia centralizzato che rifletteva più una scelta di Ashdown che il risultato di un’attenta analisi della situazione. Il team di esperti dell’Unione Europea che si era occupato della possibile revisione delle forze di polizia, nel rapporto “Financial, Organisational And Administrative Assessment of The Bih Police Forces And The State Border Service: Final Assessment Report”, non aveva poi riscontrato che la presenza di un così gran numero di forze di polizia fosse una debolezza istituzionale di per sé: tale situazione era infatti compatibile con gli standard già esistenti in Europa (per esempio sia in Svizzera che nei Paesi Bassi vi sono circa 20 forze di polizia locali). Il problema, secondo loro, sussisteva nella mancanza di coordinamento tra queste forze di polizia.

Secondo quanto raccomandato dagli esperti UE, tra i criteri da prendere in considerazione per la riforma della polizia vi era quello di privilegiare un processo di consultazioni locali rispetto a quello di una riforma imposta dall’alto. Alquanto polemicamente, ESI faceva del resto notare che agli altri Paesi dell’ex Jugoslavia non erano state imposte condizioni così rigide per la firma dell’ASA e che, nel caso ad esempio della Macedonia, l’ASA era stato firmato addirittura quando il Paese era sull’orlo di una guerra civile. In sostanza, il processo di adesione all’Unione Europea della Bosnia ed Erzegovina era prigioniero della decisione unilaterale di Ashdown di favorire un certo modello di riforma della polizia, centralizzato e a scapito delle entità.

Cambio di rotta

Favorire la centralità a scapito delle entità, tradotto nella logica della competizione politica bosniaca, significa favorire i partiti che più di altri aspirano a centralizzare la Bosnia ed Erzegovina e cioè l'SDA e l'SBIH, i principali partiti bosgnacchi. Ciò crea una reazione uguale e contraria nei partiti della Republika Srpska (RS) che mirano a preservare le prerogative di quella entità, e la sua relativa autonomia. Non solo. Milorad Dodik, molto più dell'SDS (Partito Democratico Serbo), ha come obiettivo quello di resistere a tale centralizzazione, e di riprendersi le competenze che la RS ha trasferito a livello centrale nel corso di questi anni. Fondato o meno, questo timore blocca le possibilità di dialogo e rafforza le posizioni dell’uomo forte di Laktasi all’interno della RS.

Consapevole della potenziale pericolosità di questa situazione, nell’agosto del 2007 l'OHR ha fatto circolare tra i maggiori partiti politici della Bosnia ed Erzegovina un Protocollo sulla riforma della polizia. Il testo non è stato reso pubblico, ma è facile ritenere che sia stato alla base della “dichiarazione di Mostar”. Tale dichiarazione infatti prevedeva che inizialmente si dovessero adottare solamente le leggi sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”. Per quanto riguardava la creazione di una futura forza di polizia unica e le relazioni tra questa e le forze di polizia locali, il discorso veniva rimandato alla riforma costituzionale e all’assetto che avrà il Paese dopo tale riforma.

Di fatto, l’ambiziosa riforma voluta da Ashdown è stata, nel migliore dei casi, posticipata, e il modello di riforma che è stato ora approvato mira più a soddisfare le condizioni per la firma dell’ASA che a centralizzare le forze di polizia. Ciò ha provocato le reazioni negative dell'SDA, SBIH e anche dell'SDP (partito socialdemocratico), che hanno visto questa riforma come un successo dei partiti della RS. Ciò nonostante, questi partiti non se la sono sentita di bloccare il processo di adesione. Nel corso di questi mesi, la UE ha infatti dato chiaramente ad intendere che una volta passata la riforma non ci sarebbero stati altri ostacoli verso la firma dell’Accordo, aumentando di fatto la pressione su coloro che non erano d’accordo con le riforme proposte.

La situazione vista da Bruxelles

L'Unione Europea non poteva permettersi di mantenere la situazione in sospeso. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, lungi dal portare stabilità alla regione, favorisce e rafforza le opzioni secessioniste nella RS. La UE si è presentata divisa sul Kosovo e si è preoccupata più volte di sottolineare (in modo alquanto contraddittorio) che l’indipendenza della provincia “non rappresenta un precedente”. Allo stesso tempo, però, la UE ha una posizione comune sulla Bosnia, dove secessioni unilaterali non verrebbero riconosciute. In questo senso, la UE si è preoccupata di mandare dei segnali precisi alla Bosnia e soprattutto di rendere possibile l’accesso all’UE anche allo scopo di evitare future tendenze separatiste. Lajcak stesso ha ricordato come una volta firmato l’ASA nessun Paese ha poi mancato l’ingresso nell'Unione. In questo senso, la firma dell'ASA diventa anche un modo per scongiurare una futura instabilità e per togliere tentazioni secessioniste ai leader serbo-bosniaci. Questo approccio potrebbe rendere più semplice anche la riforma costituzionale, rimuovendo dalla discussione alcuni punti controversi quali per esempio l’eventuale diritto alla secessione delle componenti della BiH. Ciò contribuirebbe a far scendere la temperatura del dibattito costituzionale all’interno del Paese, rendendo più facili le riforme sulla struttura interna dello Stato.

La preoccupazione, dopo le tensioni politiche del 2006 e 2007, è stata quindi quella di porre la Bosnia ed Erzegovina irreversibilmente sulla strada dell’Unione Europea. La riforma della polizia, così come unilateralmente suggerita da Ashdown, è stata parzialmente sacrificata e via via spogliata degli aspetti più controversi. Vista la posta in gioco, e i rischi associati all’indipendenza del Kosovo, questo approccio pragmatico sembra essere quello che più facilmente permetterà di sbloccare la situazione. Ancora una volta però, nonostante il compito fosse stato facilitato dalla UE, i partiti politici della BiH hanno rischiato di fallire l’obiettivo, più per ragioni parrocchiali che per vere e proprie questioni di principio. Un ennesimo segnale della necessità di un ricambio di contenuti nel dibattito politico in Bosnia Erzegovina. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9448/1/245/

Fra le minacce di Delhi e Kathmandu, riprende la marcia verso il Tibet
di Nirmala Carvalho
Sono oltre 250 i tibetani in esilio in marcia verso il confine tibetano, nonostante il Nepal minacci di sparare contro chi metterà a rischio il passaggio della torcia sull’Himalaya. Attivista tibetano: il Paese stia attento, rischia di fare la nostra stessa fine.

Dharamsala (AsiaNews) – Sono oltre 250 i tibetani in esilio impegnati al momento nella “Marcia di ritorno a casa”, che si propone di arrivare alla frontiera con la Cina e varcarla durante il periodo olimpico per affermare il diritto degli esuli a tornare in patria. Tuttavia, le minacce del governo nepalese e l’ostilità delle autorità indiane la rendono sempre più difficile.
 
Tenzin Choeying, direttore del gruppo “Studenti per un Tibet libero”, dice ad AsiaNews: “Nonostante l’atteggiamento repressivo del governo indiano, che non ci ha permesso di manifestare al passaggio della fiaccola olimpica, siamo molto felici di aver ricevuto la stima di migliaia di indiani, cittadini comuni che come noi non hanno potuto far sentire la loro voce”.
 
Per quanto riguarda il Nepal, “le dichiarazioni di Kathmandu [che si dice pronta a sparare contro chi manifesterà durante il passaggio della torcia sull’Himalaya] sono vergognose. Noi tibetani siamo molto vicini ai nepalesi, da un punto di vista sociale e storico. Il fatto che vengano agitati i fucili davanti a dei manifestanti pacifici dà l’immagine del punto a cui siamo arrivati. Inoltre, conclude l’attivista, “Kathmandu deve stare molto attenta alle concessioni che fa a Pechino, perché in futuro il Nepal potrebbe subire lo stesso fato del Tibet. In ogni caso, noi continueremo a protestare: chiediamo al mondo soltanto di poter avere i nostri diritti, tornare a casa e vedere a Lhasa il Dalai Lama”. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12072&size=A

Dopo 61 anni consecutivi di governo “colorado”, l’ex vescovo e la sinistra paraguayana festeggiano la vittoria elettorale. 10% di vantaggio per Lugo sulla candidata del partito Colorado, Blanca Ovelar, con più dell’92% delle schede scrutinate.

Grandi festeggiamenti per le strade di Assunción. Il cambio era nell’aria e Fernando Lugo ha incarnato la voglia di lasciare alle spalle la “dittatura” del partito “colorado” in carica al governo gli ultimi 61 anni. Tutte le proiezioni, le organizzazioni internazionali e lo scrutinio ufficiale del Tribunal Superior de Justicia Electoral (TSJE) vedono sicura la vittoria all’ex vescovo, leader della Alianza Patriótica para el Cambio (APC). Con più del 92% delle schede scrutinate Fernando Lugo ha ricevuto il 40% delle preferenze mentre la principale rivale, Blanca Ovelar è staccata con il 30.72%.

Buona anche l’affluenza alle urne (65,77%) e la tranquillità con cui si è portati a termine la giornata elettorale, che si pronosticava difficile.

A caldo il nuovo presidente ha dichiarato: “Oggi si è chiusa un tappa, e ne sta per cominciare una nuova: quella di un nuovo Paraguay, un paese che lascerà alle spalle il clientelismo che lo ha caratterizzato in questi anni”.

Il leader di sinistra, studioso della teologia della liberazione, riesce a mettere fine ai decenni dominati dal partito “colorado”, al governo dal 1989, anno in cui si concluse la dittatura di Alfredo Stroessner, anche lui “colorado”, che aveva tenuto il potere per 35 anni.

Lugo è riuscito a conquistare “gli esclusi” della società paraguayana, i suoi discorsi in favore di un cambio, di una rottura con il passato, sono riusciti a fare breccia anche nella base elettorale del partito “ufficiale”, ormai stanca e asfissiata dalla estrema povertà e dalla corruzione diffusa.

Tutti gli altri candidati hanno sportivamente accettato la vittoria di Lugo.

http://www.verosudamerica.com/2008/04/in-paraguay-vince-lugo.html

Laura Cesana: «Non esiste il rischio che le culture si uniformino in Europa»

Viaggiatrice e poliglotta, la pittrice italiana ha trasportato le sue origini ebraiche dagli Stati Uniti al Portogallo, dove oggi espone le sue molteplici identità. Benché senza maestri si richiama a Jenkins e a Pessoa. E ricorda Chagall.
(Foto: Irene Cevlovsky)
Cascais, stazione balneare ad ovest di Lisbona. Sotto il sole, onde impetuose s’infrangono contro le falesie: l’inverno è veramente cominciato. Durante la notte, Laura Cesana sembra aver ritrovato l’uso del francese, ed è nella lingua di Molière che comincia, a ritmo serrato, la conversazione che eravamo d’accordo di sostenere in inglese.
«La mia nazionalità è italiana, ma la lingua delle mie emozioni è l’inglese», esordisce, «secondo me, nessuno è al cento per cento qualcosa». Laura è nata a Roma, durante il periodo oscuro della storia italiana. A soli due anni, quando la famiglia d’origine ebraica dovette fuggire dal Paese, fu imbarcata per l’America. Dieci anni più tardi, Laura intraprende il tragitto contrario, direzione Italia, dove completa i suoi studi primari e si specializza in Scienze Economiche. Perché? «Por o caso», come dice in portoghese, o «così». Fin dalla sua giovinezza, trascorsa fra Stati Uniti e Italia, ha cominciato a coltivare la sua identità molteplice.

La rivoluzione dei garofani, Jenkins e Pessoa

Infine, l’incontro con il suo primo marito. È lui che la porta a vivere in Portogallo. Durante la rivoluzione dei garofani (quella che, nel 1974, pose fine alla dittatura di Salazar, ndr), e le infinite riunioni che l’accompagnano, lei prepara dei racconti per i suoi amici rimasti negli Stati Uniti ma, soprattutto, disegna su dei quadernetti che non l’abbandoneranno più. Segue suo marito nel suo lavoro, in Finlandia, Svezia e Brasile. E si impregna di tutte queste culture, cercando di conoscerne la letteratura.
Impossibile comunque farsi dire quali siano gli autori o i pittori che hanno influenzato le sue opera: Laura non si definisce discepola di nessuno. Preferisce che siano i critici a parlare: «Alcuni hanno fatto riferimento a Matisse, Klee o Bonnard». Altri hanno evocato Paul Jenkins, riferimento che lei stessa riconosce. Ama infatti vedere nel parallelismo con il pittore statunitense l’espressione della sua parte americana.

I Laura Cesana sono attualmente esposti in Portogallo, Lussemburgo e Italia


Bouquet di fiori dai lunghi steli verdi, strumenti musicali che rimangono in equilibrio in balia del vento lungo un filo sottile, e collage densi di foglie o di spartiti, pagine di libri cariche di nostalgia. Difficile non vedere, nelle tavole di Laura Cesana, un legame molto forte con l’onirismo cromatico di Marc Chagall. Del resto, sempre con un certo distacco, lei stessa non nega questa influenza.

Vestigia ebraico-portoghesi

L’inverno passato il Centro culturale di Cascais ha presentato una retrospettiva delle sue opere con una serie consacrata al mare e alla musica, due elementi dell’identità di questa cittadina costiera. Il suo famoso festival jazz è stato per altro inaugurato nel 1971, da Miles Davis e Dizzy Gillespie, nonostante l’opposizione del regime autoritario allora insediatosi. Vent’anni di opere di Laura Cesana hanno dato luogo a più di duecento esposizioni.
Ogni opera racconta una storia. Le tecniche sono cambiate, cosi come i materiali: a volte ha usato persino il cemento. Ogni tavola della Cesana mette in scena qualche cosa della sua vita: le note di uno spartito evocano, per esempio, la madre, violinista, scomparsa molto giovane. Molte tele sono consacrate a Fernando Pessoa, il più celebre poeta portoghese. Un’altra serie di lavori testimonia le ricerche fatte con il sostegno della Fondazione Gulbenkian, sulle vestigia ebraico-portoghesi. Si tratta di rari simboli iconografici per questo Paese del sud dell’Europa, al quale Laura ha persino dedicato un libro.

«L'Erasmus anche per i professori»

Laura non si è mai allontanata dall’universo letterario. Ha studiato e insegnato in importanti università portoghesi e americane ma, nonostante ciò, non si è mai considerata una ricercatrice, ma solo un’artista. Ogni tanto la nostra chiacchierata si interrompe: Laura è molto attenta alle domande dei visitatori e spiega il suo lavoro con grande trasporto. Parla portoghese e ogni tanto prende appunti, in italiano, in uno dei suoi numerosi quaderni.
La Cesana rivendica l’apertura al mondo, caratteristica che permette di capire e vivere la sua identità. Ha fiducia nel futuro dell’Europa: «Non esiste il rischio che le culture si uniformino», dice. Ma considera essenziale la conoscenza reciproca: «È molto importante costruire dei ponti tra i paesi. Abbiamo molte differenze per quanto riguarda le esperienze politiche e sociali e questa è una situazione che durerà ancora a lungo». Secondo lei, l’educazione dovrebbe giocare un ruolo maggiore: «Le iniziative come l’Erasmus sono fonte di molte speranze, e cose del genere andrebbero moltiplicate, anche per i professori».
Scende la notte, i visitatori del centro culturale di Cascais tornano a casa. Laura mi promette di scrivermi, ma non so ancora in quale lingua.

Foto in homepage: (lauracesana.com), nel testo (Laura Cesana)
Irene Cevlovsky - Cascais, Portugal http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14561

POLITICA-RDC:
Una calma prudente nell'Ituri tormentata dalla guerra
Michael Deibert

Ossa umane appena fuori Bogoro, nella Repubblica democratica del Congo
Foto: Michael Deibert/IPS

BOGORO, (IPS) - Muovendosi lentamente in mezzo all’erba alta appena fuori da questo villaggio nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, Mathieu Nyakufa indica le ossa sbiancate dal sole dei tanti che hanno perso la vita nei conflitti di questo paese.

”Io vivevo proprio qui nella vallata”, racconta l’agricoltore di 52 anni, ricordando una terribile giornata del febbraio 2003. “Uccidevano con le pistole, i machete, con lance e frecce. Sono scappato perché ho visto gente che correva nella mia direzione. Tre dei miei bambini sono stati uccisi nella mia stessa casa”.

Circa 200 sono i civili assassinati a Bogoro, villaggio nel cuore della regione Ituri; i combattenti delle Forces de Résistance Patriotique d'Ituri (FRPI), miliziani guidati dai gruppi etnici Ngiti e Lendu, hanno attaccato questo rado gruppo di capanne fatte di fango e paglia. In quel periodo, Bogoro era la roccaforte dell’Union des Patriotes Congolais (UPC), gruppo armato vicino alle tribù Gegere e Hema.

”L’UPC mi ha detto, 'Papa, scappa, non aspettare, i Lendu stanno uccidendo la tua gente”, prosegue Nyakufa.

Il massacro di Bogoro è una delle tante carneficine dell’Ituri, regione che ospita alcuni dei più consistenti depositi di oro e riserve di legname nel mondo. Diramazione brutale della guerra civile che ha afflitto questa grande nazione africana dal 1998 al 2003, il conflitto nell’Ituri ha coinvolto i vicini Uganda e Ruanda, con le loro milizie armate, in una rete piuttosto instabile di alleanze, dovute peraltro alle velleità di pochi per le risorse naturali del Congo, piuttosto che al desiderio reale di una qualche solidarietà politica con i congolesi.

Il conflitto ha inizialmente schierato i Lendu, tribù di agricoltori arrivati dal Sudan meridionale centinaia di anni fa, contro gli Hema, gruppo nilotico giunto nell’area più di recente. Le ostilità si sono diffuse rapidamente, coinvolgendo l’intera popolazione della regione, e facendo salire le perdite a circa 60 mila persone.

L’UPC ha dato il proprio contributo agli stermini di massa, con un assedio al villaggio di Kilo, dove nel dicembre 2002 hanno perso la vita oltre 100 civili.

Spesso dipinto come una faida esclusivamente etnica, il conflitto Hema-Lendu è di fatto molto più complesso. Per diversi aspetti, è conseguenza di politiche che hanno contribuito ad avvelenare le relazioni tra le due comunità, le quali, nonostante le difficoltà, avevano convissuto per anni.

Prima del regime coloniale, gli agricoltori Lendu avevano ceduto vasti territori ai pastori Hema, ma tutto è cambiato nel XIX secolo, dopo l’arrivo dei belgi. Proprio come la politica promossa in Ruanda, dove il gruppo etnico dei Tutsi era stato favorito a discapito degli Hutu in tema di amministrazione, istruzione e commercio, i belgi nel Congo privilegiarono l’etnia pastorale Hema rispetto agli agricoltori Lendu, lasciando gli esclusi carichi di risentimento.

Scarsi sono stati i progressi dall’epoca dell’indipendenza.

Dopo la partenza dei belgi nel 1960, il dittatore Mobutu Sese Seko – in carica dal 1965 fino al 1997 – ha lanciato una campagna nazionalista per ridurre al massimo l’influenza europea, ribattezzando il Congo come Zaire e nazionalizzando molte imprese di proprietà straniera. È significativo che il controllo sulla regione agricola dell’Ituri, già esclusiva degli europei, sia passato al ministro dell’agricoltura del regime di Mobutu, Zbo Kalogi, di etnia Hema. Kalogi favorì il suo gruppo etnico nella riassegnazione della terra, rinforzando tra i Lendu il sentimento di emarginazione.

E adesso?

Oggi le armi nell’Ituri non risuonano più.

Il conflitto, esploso nel 1999 come combattimento in larga scala e proseguito a singhiozzi fino allo scorso anno, è stato momentaneamente domato attraverso un processo di disarmo, smobilitazione e reintegrazione che ha visto arruolare gli ex miliziani nell’esercito nazionale, e coinvolgere le fazioni in guerra nella politica elettorale.

”Vogliamo ripristinare l’armonia nell’Ituri e portare un nuovo ordine politico attraverso pace, uguaglianza e unità”, ha detto Jean-Claude Ndjela Konga, membro dell’FNI, parlando dal modesto quartier generale del gruppo a Bunia, capitale della regione.

Alcuni osservatori nutrono motivate speranze.

”Riconoscono di essere stati manipolati e usati per gli interessi di pochi, compresi i loro leader, e oggi capiscono che tutti sono usciti perdenti da questa situazione”, ha detto Alfred Buju, un prete cattolico tra i combattenti della regione.

”Non sono pronti a intraprendere di nuovo quell’avventura”, ha aggiunto. Buju è anche responsabile della Commission Justice et Paix a Bunia, gruppo locale istituito per rimarginare le ferite del conflitto.

Anche da Olamide Adedeji, direttore dell’ufficio di Bunia della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, trapela una nota di ottimismo.

”La missione ora contiene solo un frammento minimo dei gruppi delle milizie, e questo è un ottimo sviluppo”, afferma. “I membri non sono più miliziani, ma tassisti che una volta erano miliziani, rappresentanti della società civile, gruppi di studenti”:

Nota con il suo acronimo francese MONUC, la missione è attualmente la più grande forza di pace nel mondo, e conta circa 17 mila uomini.

Oggi alcuni degli autori degli eccessi più terrificanti del conflitto devono finalmente affrontare la giustizia.

Nell’ottobre 2007 Germain Katanga, ex leader dell’FRPI, è stato arrestato; sarà giudicato dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per gli omicidi a Bogoro, oltre che per altri crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Anche altri due importanti leader delle milizie - Mathieu Ngudjolo del Front nationaliste et intégrationniste (FNI) che fa capo ai Lendu, e Thomas Lubanga dell’UPC – sono in attesa di processo di fronte al Tribunale dell’Aia. Un quarto leader dei miliziani, Floribert Njabu dell’FNI, è attualmente detenuto a Kinshasa, capitale della RDC.

Intanto, gli arresti rivelano la loro natura controversa.

”È importante che il lavoro della giustizia non riaccenda i conflitti, o la rivoluzione, tra la popolazione locale”, ha detto il coordinatore politico dell’FNI Sylvestre Sombo, citando il fatto che Lubanga, diversamente da Katanga e Ngudjolo, è stato accusato solo di crimini di guerra – e non di crimini contro l’umanità.

”Se oggi nell’Ituri abbiamo la pace, non è certo per la giustizia internazionale o locale, ma perché i bambini dell’Ituri hanno deciso di creare da sé i presupposti per la riconciliazione”.

È preoccupante che le forze dell’FRPI continuino a ingaggiare schermaglie occasionali con l’esercito nazionale. Attraverso dichiarazioni ufficiose, alcuni funzionari hanno espresso il loro timore perché pare che elementi dell’establishment politico ed economico in Uganda stiano armando le fazioni nell’Ituri, forse per continuare a sfruttare le risorse naturali della regione.

Tuttavia, la popolazione di questo dilaniato angolo del paese, risorta dopo circa un decennio di massacri, sembra soprattutto impegnata ad evitare che si torni a un conflitto armato in larga scala.

”A volte sto malissimo per quello che è successo ai miei bambini”, dice Mathieu Nyakufa a Bogoro, accendendo una sigaretta, mentre guarda nei campi i resti delle tante vittime. “Ma adesso che è tornata la pace, che cosa posso fare?".http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1166

Due giorni di battaglia nelle strade di Mogadiscio

 

Per il secondo giorno consecutivo, i guerriglieri islamisti somali hanno dato battagli alle truppe etiopi che appoggiano il fragilissimo governo nazionale somalo di transizione. Almeno tredici persone, secondo quanto riferiscono testimoni locali, sono state uccise oggi. Da ieri, le vittime sono più trenta, di cui almeno quattro sono civili. I corpi dei caduti, dicono le fonti locali, rimangono sulla strada. I combattimenti sarebbero concentrati nella zona nord orientale della capitale somala Mogadiscio, e l’esercito etiope, che ha invaso la Somalia nel 2006 con il consenso della comuità internazionale, ha fatto ricorso ad artiglieria pesante e carriarmati. Almeno cento civili sono rimasti feriti. Le agenzie umanitarie internazionali ancora presenti nel paese africano avvisano che i nuovi scontri potrebbero essere l’inizio di una nuova, e più cruenta, fase dello scontro tra i guerriglieri islamisti fedeli all’Unione delle corti islamiche e l’esercito dell’Etiopia, poco gradito ai somali.http://www.carta.org/articoli


Gli "esperti" di America latina, ovvero l’arte di arrangiarsi a spese di chi ascolta o legge

Per parlare del Paraguay e di Fernando Lugo, il GR1 delle 13 ha intervistato tale Aldo Pigoli, vicedirettore di Equilibri. Il nostro ha detto una serie di cose che mi sembrava di aver già letto stamane da Pierino, il bar all’angolo del mio Dipartimento, sulla Gazzetta dello Sport o sul Resto del Carlino. Pazienza, del resto apprezzo lo spazio dedicato dai vari GR alle elezioni in Paraguay. Insomma era accettabile fino a che Pigoli non ha calato l’asso, proprio alla fine, quando ha nominato il “Venezuela di Sciavèzzz“. E qui casca l’asino nel senso letterale del termine.

Chi dice Sciavèzzz invece di Chávez, non solo non conosce lo spagnolo ma non ha mai sentito pronunciare il nome del presidente Hugo Chávez da qualcuno che conosce lo spagnolo, né l’ha neanche visto scritto bene (con l’accento); ergo è un sedicente esperto di America latina che si spaccia come tale ai microfoni del servizio pubblico.

Intendiamoci, il servizio pubblico è in buona compagnia quando si tratta di spacciare per competente chi competente non è. Perfino il migliore dei quotidiani italiani per quanto concerne l’America latina, Il Manifesto, a fianco dell’eccellente Maurizio Matteuzzi, fa scrivere una simpatica signora (il nome non lo fo) che dichiara allegramente e pubblicamente di non conoscere lo spagnolo, e considera il più grande quotidiano di sinistra al mondo, La Jornada di Città del Messico, che evidentemente non ha mai letto, come i “fratellini minori del Manifesto, dai quali non abbiamo nulla da imparare”. Potrei fare altri esempi di sedicenti esperti, ma tanto basta.

E’ necessario denunciare la gravità di queste situazioni. In Italia esistono almeno tre grandi vecchi, prestigiosi e scrupolosissimi giornalisti, che possono commentare con proprietà qualunque notizia sull’America latina. Italo Moretti e Maurizio Chierici vengono sentiti molto saltuariamente e sul nome di Gianni Minà, direttore della più importante rivista sull’America latina, esiste un veto e una damnatio memoriae criminale e peggiore, perchè non dichiarata, dell’editto bulgaro di Silvio Berluconi contro Biagi, Santoro, Luttazzi.

Ma anche a non voler guardare ai patriarchi, ci sono giovani che stanno crescendo in maniera eccellente. Studiosi giovani, ma già strutturati nelle nostre Università, come Benedetta Calandra o Pier Francesco Galgani, sono totalmente ignorati per preferire loro un Pigoli qualsiasi e giornaliste giovani, ma che hanno affrontato durissime gavette su e giù per le Ande dalle quali cominciano a cogliere meritati frutti, penso a Diletta Varlese che proprio il Manifesto fa scrivere rarissimamente, meriterebbero ben altre opportunità rispetto a chi non sa neanche la lingua. Del resto, la generazione dei sessantenni, quelli del ‘68 per capirci, ha avuto opportunità molto al di là dei propri meriti. Adesso sono gli stessi che le negano ai giovani.http://www.gennarocarotenuto.it/2255-gli-esperti-di-america-latina-ovvero-larte-di-arrangiarsi-a-spese-di-chi-ascolta-o-legge#more-2255


Zimbabwe : creati centri di torture per militanti opposizione
di Carla Amato

Mentre e' stato annunciato il rinvio del riconteggio delle schede elettorali delle elezioni presidenziali, partito di Robert Mugabe starebbe utilizzando una rete di centri di detenzione informale per picchiare, torturare e intimidire gli attivisti dell'opposizione. Questa denuncia e' giunta da Human Rights Watch.

Vittime e testimoni oculari avrebbero detto all'organizzazione per i diritti umani che ZANU-PF ha creato dei centri di detenzione nelle circoscrizioni di Nord Mutoko, Sud Mutoko, Mudzi e Bikita Ovest, per instillare la paura nei sospetti oppositori politici. Secondo il HRW, "Nello Zimbabwe stanno nascenso tortura e violenza. I membri dello ZANU-PF stanno creando campi di tortura sistematica per detenere, picchiare e torturare persone sospettate di aver votato per la MDC alle elezioni del mese scorso.

Durante il giorno, i membri dello ZANU-PF e i loro alleati (i cosiddetti "veterani di guerra", milizie e di giovani uomini armati in uniforme militare) si raccoglierebbero in questi campi per decidere i loro obiettivi, quelli generalmente noti o presunti sostenitori del Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC). Secondo testimoni, gli obiettivi sono presi e portati nei campi di notte, e li' vengono picchiati per ore con bastoni di legno e manganelli dell'esercito. Human Rights Watch ha reso noto di aver intervistato oltre 30 persone in due giorni che hanno subito lesioni gravi - compresi gli arti spezzati - come risultato di questi pestaggi.

Le elezioni parlamentari dello Zimbabwe del 29 marzo 2008 hanno determinato una sconfitta decisiva per il partito di Robert Mugabe. Eppure, quasi tre settimane piu' tardi, la Commissione elettorale nominata dalllo ZANU-PF non ha ancora annunciato i risultati delle elezioni presidenziali che hanno avuto luogo contemporaneamente. Gli obiettivi della violenza organizzata sembrano dunque due: punire le persone per aver votato a favore della MDC e intimidire la popolazione per indurre a votare a favore dello ZANU - PF qualora vi fosse un ballottaggio presidenziale.

Human Rights Watch conosce un solo caso in cui la polizia ha arrestato le persone responsabili dei pestaggi. In tutti gli altri casi, la polizia si sarebbe rifiutata di intervenire, dicendo che essi sono incaricati di non interferire in questioni politiche. HRW ha detto che i campi non potrebbe funzionare senza la complicita' di alti funzionari delle forze di sicurezza e ministri del governo.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 21 2008

Il Grande Nord e quella voglia matta dell’uomo forte



DI ALBERTO STATERA




Per l'ennesima volta i sondaggi si sono rivelati utili soprattutto per i sondaggisti. Ma quando non pretendono di preconizzare quanti voteranno per chi nell'imminenza delle elezioni, limitandosi a scandagliare le opinioni prevalenti nella società, possono non essere superflui. Ne è prova la ricerca curata da Paolo Natale, docente di Metodologia e sociologia politica a Milano, appena pubblicata dall'Arel, l'Agenzia di ricerche e legislazione fondata da Beniamino Andreatta e di cui è segretario generale Enrico Letta. Se non fosse arrivata tardi e i leader dei partiti, Letta compreso, l'avessero ben compulsata avrebbero previsto meglio l'esito elettorale, con l'esplosione della Lega Nord persino nelle regioni rosse, e avrebbero scoperto che la cosiddetta antipolitica è ormai endemica, sull'orlo di travolgere il sistema, come sostiene Giuliano Amato. Quasi una «febbre» che la ricerca stima pari al 38,2 del termometro.
«Le critiche nei confronti della classe politica a suo parere sono giuste e meritate?» è stato chiesto agli intervistati. Il 53% ha risposto di sì, che sono meritate. Ma il 14% ha detto che sono addirittura troppo blande, il 63 che la classe politica non è in grado di riformarsi da sola e che bisognerebbe azzerarla totalmente, perché «nessun partito pensa davvero alla gente, ma solo a conservare il potere» (81%). Ergo, «l'Italia ha bisogno di un uomo forte che sappia decidere quali sono i problemi» per il 71%, che sale al 90 tra gli elettori del centrodestra. Un misero 15% dà ancora fiducia ai partiti, contro il 60% che salva le regioni e i comuni e il 75% che rigetta l'immigrazione.
Come si vede, temi tradizionali della Lega localismo, paura del diverso e di perdere il benessere che non sono più solo dei leghisti ma della maggior parte del paese a nord e non solo a nord. L'unica "istituzione" che gode di una fiducia quasi totale (89%) è la famiglia giudicata come «principale responsabilità della persona», in una deriva individualista crescente. Ma si può contrapporre così nettamente la famiglia ai valori collettivi?
Il professor Natale, impietoso, riafferma una verità già nota: il senso dello Stato degli italiani è alquanto carente, con una forte tendenza al tornaconto personale riassunto nell'antico detto «Franza o Spagna purché se magna». Ciò che configura una condizione di «familismo amorale» che cancella qualunque cosa ricordi la politica passionale e ideologica del passato. Tanto che circa la metà del campione consultato vorrebbe «governi tecnici», non composti da politici, che vuol dire esecutivi asettici, capaci di capire i bisogni e risolvere le necessità considerate basilari: la sicurezza, le tasse, il salario, l'esclusione dello straniero che s'impossessa del territorio e toglie ricchezza. Se questo è il quadro, se ne deve ricavare pessimisticamente che la demagogia è l'unica moneta spendibile, come mostrano di credere Berlusconi e Bossi.
Ma che fare per cambiare una classe politica più o meno speculare rispetto al paese in termini di senso dello Stato?
Concretamente, il professor Franco Grassini, con altri soci dell'Arel, propone di operare una sorta di selezione darwiniana, di cancellare il professionismo politico perché qualunque professionista tende a migliorare la sua posizione almeno fino al pensionamento. Ma come si fa? Prevedendo che non ci siano compensi per tutte le funzioni pubbliche che non richiedano il tempo pieno, abolendo il sistema di tutele, garanzie e privilegi e ponendo un limite di tre volte alle rielezioni. Bel sogno. Ma chi lo realizzerà se ha ragione quella maggioranza di italiani che ritiene la politica incapace di autoriformarsi? Forse l'uomo forte evocato dal 71%?
a.statera@repubblica.it

Era meglio morire democristiani?
Sandra Bonsanti,
C’è chi, nella ex area di centro sinistra, meditando su una vittoria che non c’è stata, si sente in qualche modo alleggerito nei suoi pensieri, meno pessimista del prevedibile, perché insegue una riflessione spesso sottolineata in questi giorni: è finita, uccisa da Berlusconi a cui di questo va dato atto, quella seconda Repubblica, così vicina alla prima e dunque così ancora prigioniera di vecchi schemi ideologici. E’ finita l’Italia della Dc e del Pci, dei socialisti, dei liberali, dei repubblicani, dei missini. E’ tramontata l’Italia della memoria che costringeva, limitava, “obbligava”. Gli italiani hanno finalmente conquistato uno status di cittadini senza vincoli passati né futuri.

In un certo senso è come se fossimo tutti allo stesso nastro di partenza: il Paese si muove verso un nuovo traguardo, senza vincoli, e la marcia avviene su un terreno che vede la giornalista ebrea e israeliana accanto a Fini e Alemanno, l’operaio ex Cgil diventato leghista; insieme i cattolici integrali e i laici convinti, europeisti e antieuropeisti, marketisti e antimarketisti, islamici e antislamici. E così via.

Un bel rimescolamento, insomma. C’è chi si chiede come potrà funzionare un parlamento senza ideologie e prevede l’avvento di una politica dolce ma forse più vuota.

Ci si chiede se era meglio morire democristiani piuttosto che berlusconiani. http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=1974&id_titoli_primo_piano=1

Uno storico come Gian Enrico Rusconi, esaminando il crollo della sinistra, afferma che “Sono esplosi i problemi della piccola gente che ha perso fiducia nella sinistra e nel sindacato…il vero problema è la fine dell’universalismo democratico di sinistra che teneva insieme borghesia imprenditoriale e ceti subalterni”. E altri inneggiano alla fine della stagione delle zavorre: ora saremmo tutti più liberi di guardare al futuro con occhi pragmatici, e magari anche di giudicare meglio la storia che ci stava alle spalle.

Competenza, età anagrafica, concorrenza: ecco i nuovi valori che si predicano a sinistra e che sono destinati a rimpiazzare un’anticaglia velocemente scartata, dall’antifascismo alla Resistenza, dalla lotta di classe al lavoro per tutti, alla giustizia uguale per tutti .

Cercando di dire questa cosa così complicata in parole povere: finiti i “riferimenti” a qualcosa o qualcuno che ti faceva uscire dai tuoi privatissimi e fortissimi bisogni in nome di qualche altra cosa, cancellati i partiti storici e i leader storici ormai un flebile ricordo, vincer la parola più semplice, il motto più diretto, il bisogno più forte. Vince, se vogliamo adoprare ancora questa distinzione, la destra. Ed è così naturale che vinca Berlusconi, che da uomo di destra ha studiato, si è comportato e ha guidato la sua politica da molto di più di 15 anni, da quando capì e gli spiegarono che non con la tattica si poteva in un paese come l’Italia vincere il comunismo e la Dc amica dei comunisti, ma con la strategia della pazienza e della comunicazione. Con la strategia dell’educare un paese, piano piano ad essere senza ideologie e senza educazione. Fino al giorno in cui un intero Parlamento sarebbe stato all’insegna dell’assenza di ideologie.

Il problema adesso per chi come noi pensa che l’Italia di oggi sia più povera della vecchia Italia, che non siamo stati capaci di cambiare senza appunto, impoverire, è come tener vivo il patrimonio di conoscenze e punti di riferimento per il futuro. Come far vivere le idee, nell’era della fine delle ideologie. Come non morire berlusconiani, dopo aver evitato di morire democristiani. Come fare della cultura e della formazione qualcosa in cui credere e far credere i più giovani.

Come affrontare la marcia nel grande deserto senza apparire un’armata di reduci.


Provvisioria (e poco allegra) conclusione
Eccomi di ritorno dalle elezioni. Domani racconterò del Municipio. Per ora accontentatevi dell'ennesima analisi del voto nazionale. Ne avrete lette già decine, come ho fatto anch'io. Non credo di essere granché originale, ma qualcosa ci tengo a dirlo comunque....

La sconfitta della Sinistra narcisista e le colpe immaginarie di Veltroni

La sconfitta della sinistra massimalista non è dovuta solo al voto utile. Il motivo vero è la perdita di credibilità di quel mondo. Pochi hanno notato il 470.000 voti alla camera (1,4) e il 420.000 al senato (1,2) a Sinistra critica, PCDL e Bene Comune, tolti a SA e quindi causa del mancato raggiungimento del quorum. Se ci aggiungiamo una quota degli astensionisti grillini (poco rilevanti, certo), se ne deduce che il "voto utile" ha contato poco nella debacle di SA. Semplicemente, offrivano una prospettiva ridicola, e la gente li ha abbandonati da una parte (ultrasinistra e non voto), dall'altra (voto convinto al PD, unica sinistra possibile), e soprattutto, come sembrano dimostrare le prime analisi dei flussi, direttamente verso destra e verso la Lega. Quelli che accusano Veltroni di aver distrutto la sinistra non sanno di che parlano. Dovrebbero piuttosto chiedersi perché e come si sono suicidati, perdendo completamente il contatto con la realtà. Erano ridicoli nell'assassinare il governo Prodi senza volere farlo cadere (meglio Ferrando e Turigliatto, allora), erano ancora più ridicoli nell'urlare contro il protocollo welfare restando impallinati dalla schiacciante maggioranza dei sì al referendum, e poi facendo finta di niente, sono stati ridicoli ora nell'offerta di una sinistra di pura testimonianza in un paese che non ne può più di ingovernabilità, e che non ha più una classe operaia distingubile dai propri mille padroncini con cui si identifica.

E poi, semplicemente, il governo Prodi è stato peggiore del governo Berlusconi nella percezione degli italiani, perché un governo non è solo mettere a posto i conti. Qui in rete dovremmo sapere quanto è importante la credibilità. Di un blogger che non conosci personalmente, ti fidi se verifichi la sua credibilità tramite l'intreccio delle voci, quello che ti dice qualcuno altro di cui ti fidi, ecc. E così dai credito a quel che scrive, alle valutazioni che da. Se non lo ritieni credibile, per te non esiste. E ogni volta che Ferrero o Pecoraro Scanio scendevano in piazza, o che Mastella minacciava le dimissioni, o Padoa Schioppa era costretto a correggere la dichiarazione di qualche ministro, o Damiano diceva una cosa e Ferrero l'opposta, noi stessi militanti (figurati gli altri) davamo meno credibilità a quel governo.
Questa perdita di credibilità ha travolto il governo, tutti i suoi partiti ma, giustamente, soprattutto i partiti maggiormente responsabili di questa deriva di irresponsabilità narcisistica: la sinistra massimalista e il centro sfascista di Mastella che però, grazie alla mossa di Veltroni, è stato eliminato prima della corsa.
Veltroni ha fatto quindi l'unica cosa possibile, rompendo un'alleanza senza alcuna credibilità e tentando di disgiungere i risultati di governo dal governo stesso. Ma era pur sempre un'operazione difensiva, complessivamente difficilissima. Che infatti ha fruttato un consistente recupero da una situazione disperata, ma poteva fruttare la vittoria solo con un vero miracolo.
Anche perché la credibilità perduta dal governo si associava con l'evidenza di un Prodi ostaggio e debole, e con l'ansia generata da un governo che dura pochi mesi. L'offerta di Berlusconi, niente miracoli ma un capo identificabile e una lunga stabilità, era infinitamente più credibile della nostra, per un popolo elettore che ha una memoria dei fatti politici che in genere non arriva ai sei mesi e, quindi, esclude automaticamente una valutazione di più lungo periodo.

Per concludere su questo punto, vi consiglio vivamente di leggere Quartieri che sul tema è molto più efficace di me, e inoltre copio qui un semplice calcolo di mio fratello e qualche sua considerazione:


A proposito della colpa di Veltroni di aver cancellato la sinistra (intesa come rifondazione e alleati) e dei dubbi che ho raccolto in proposito vi faccio solo 2 semplici calcoli:

3,1+1,5=4,6  ovvero sinistra arcobaleno + sinistra critica + partito comunista dei lavoratori = quorum

33+4+3+1=41 ovvero tutti i partiti rimasti nel perimetro dell'ex Unione (mai nome fu più lontano dalla realtù dei fatti e dei comportamenti) ovvero PD + IdV + SA + PSI  è sempre molto al di sotto del 50 (con gli arrotondamenti e i voti dispersi qui e là dovrebbe arrivare al 43 al massimo)
 
quiindi:
1) La sinistra arcobaleno ha preso più voti quando si presentava assieme a Mastella rispetto ad ora che andava da sola
2) qualsiasi fossero le alleanze il tetto sarebbe stato intorno al 41-43 per cento, non possiamo certo credere che una riedizione dell'unione avrebbe trattenuto i voti che sono andati all'UDC alla Lega o al PdL, avremmo quindi perso comunque
3) certo in questo modo SA avrebbe superato il 2% e sarebbe ancora in parlamanto
ma:
4) va bè che Veltroni è buono, ma il compito che aveva non era quello di salvare Rifondazione comunista
5) non credo che i 4 partiti si sarebbero presentati assieme come sinistra arcobaleno, sarebbero andati da soli e 3 su 4 o 4 su 4, non avrebbero raggiunto il quorum lo stesso

Infine, non posso fare a meno di citare questa incredibile dichiarazione di Gasparri, che si infila nella ridicola lamentela colpevolista degli orfani della sinistra massimalista:
dalla "diretta" di Repubblica on line del 17 aprile 2008:

11:35 Gasparri: "Sinistra non voti Pd, il suo carnefice"

"Veltroni e il partito democratico hanno spazzato via dal Parlamento la sinistra comunista. Mi auguro che adesso chi è stato abilmente cancellato si mobiliterà a sostegno del popolo della libertà. Un voto dato al Pd, e a Roma a Rutelli, sarebbe un sostegno verso il proprio carnefice". Lo dichiara Maurizio Gasparri.


Se chi ha votato Sinistra Arcobaleno abbocca a simili idiozie, dandosi la zappa sui piedi (visto che al comune SONO nella coalizione ed ELEGGONO un buon numero di presidenti di municipio, avranno assessori ecc.), siamo messi proprio male...

Il declino italiano

Ma allontaniamoci da queste piccinerie e da questi problemi, che mi sembrano ormai del passato, e proviamo ad avere una prospettiva di più lungo periodo. Perché da una prospettiva di lungo periodo si vedono cose ben più gravi e preoccupanti della scomparsa della sinistra narcisista.
Nel lungo periodo, l'Italia è destinata al declino. Tutta l'Europa, in vario modo, corre questo rischio su scala globale, o perché è vecchia, perché non è il cuore dell'innovazione né del commercio mondiale. Ma altri paesi si sono ben attrezzati almeno a resistere e, forse, a trovare il modo di invertire la tendenza: la Francia con le sue azzeccate politiche demografiche e con il mantenimento di alcuni fondamentali asset strategici industriali e nella distribuzione, la Spagna con il suo nuovo dinamismo e l'apertura sociale, la Germania con una capacità di esportazione e di innovazione tecnologica notevoli.
Il sistema produttivo italiano non è ancora tutto da buttare, ed anzi alcune piccole inversioni di tendenza si sono viste. E tuttavia il quadro generale testimonia sia della perdurante difficoltà del nord, sia sopratutto della zavorra criminale meridionale.
(Detto per inciso, la vittoria al sud con Lombardo e le frasi di Dell'Utri e Berlusconi su Mangano, vero e proprio invito al voto mafioso, è l'aspetto più terrificante di tutta la faccenda, perché dice che non solo ha vionto la destra protezionista, identitaria e sicuritaria, ma che c'è anche una specificità criminale italiana da cui non ci si riesce proprio a liberare).

Questi due anni di governo Prodi, al di là degli eccezionali risultati macroeconomici e dei piccoli segnali di ripresa dell'export in certi settori, hanno trasmesso un'immagine di declino e di mancanza di speranza e di futuro. La politica della paura di Berlusconi e Tremonti (paura concreta dell'immigrato e della criminalità, paura globale dell'economia cinese emergente, paura del nuovo, del diverso e del mischiarsi con l'altro), ha trovato un terreno fertilissimo per affermarsi. Sopratutto fra i giovani e i lavoratori del nord. I giovani che percepiscono la nuova precarietà come un destino ineluttabile, e non credono all'esistenza di soluzioni. Danno per scontato che così sarà sempre, ed anzi in fondo ringraziano per qualche scampolo di reddito e di lavoro, perché sono certi che ci sarà sempre qualcun altro in Romania o in Cina, disposto a lavorare al posto loro in condizioni anche peggiori.
Per quale motivo questi giovani e questi lavoratori con scarsa forza contrattuale, poco formati, avrebbero dovuto affidarsi al sogno veltroniano della nuova crescita, dello sviluppo basato sulle nuove tecnologie e della speranza di futuro? Molto più realistica ed affidabile, dal loro punto di vista, la promessa di pura protezione offerta dalla Lega e/o da Berlusconi. Una promessa buona anche per gli imprenditori e i professionisti e per i commercianti, quando sapientemente unita a quella, solita e ben collaudata nell'anarcoide Italia, di meno stato, meno lacci e lacciuoli e meno tasse.
In sostanza, un paese vecchio va in trincea, si chiude in se stesso, si affida a un capo sicuro, potente, che trasmette tranquillità perché "è un uomo di successo".
E quindi, se è vera come è vera la teoria secondo la quale il cuore dello sviluppo di un paese sta nella capacità di attrarre una classe creativa aprendosi verso l'esterno, integrando idee, forze e capitali da fuori, un paese vecchio che si chiude in se stesso non fa che accelerare il proprio declino.

Purtroppo, però, un tale discorso sulla crescita - che in fondo non è altro che il discorso del PD di Veltroni - non è comprensibile, non è vendibile come lo è invece la politica della paura. O, per meglio dire, è vendibile solo a quella parte della popolazione che dispone di sufficienti strumenti e risorse per potersi permettere di rischiare. E che, ovviamente, vuole farlo. Vecchi innovatori immaginari come me, giovani ricercatori, o comunque persone che in fondo si sentono le spalle coperte. E questo spiega il paradosso di una politica pensata per convincere i più deboli e i più precari, che finisce per avere maggior appeal proprio sui più (variamente) garantiti.


Come si prendono i voti?

Se la Sinistra Arcobaleno ha perso totalmente il contatto con la realtà e con il paese reale, anche il PD infatti ha i suoi problemi. Il giro delle 110 province di Veltroni in campagna elettorale è la metafora della difficoltà: la parte attiva, innovativa, cosmopolita del paese, anche al nord, si aggrappa alla speranza e riempie le piazze e si attiva entusiasta. La parte profonda, quella che semplicemente non esce di casa, o che se esce va altrove, nel chiuso delle microcomunità dove dovresti riuscire a infilarti, e dove i leghisti, ad esempio, si trovano benissimo, quella parte proprio non si accorge che esisti. Veltroni, per costoro, è al massimo un ex comunista o il sindaco di Roma ladrona. O uno che spreca soldi per le notti bianche (chi è che sa che quell'iniziativa è pagata dagli sponsor e frutta a Roma una montagna di reddito?).
Il PD primo  partito a Treviso città con il 32%, in una Provincia trevigiana che gli da in tutto il 24% spiega molto bene la situazione.

E allora, come si prendono i voti? Non avendo le famose TV, che costruiscono il senso comune ma non bastano nemmeno a Berlusconi, altrimenti i voti del nord non sarebbero migrati anche dal PDL alla Lega, l'unico modo di prendere i voti della parte diciamo così "non cosmopolita" del paese, della provincia, delle periferie, è quello di essere capillarmente capaci di dare risposte concrete a piccoli problemi concreti territoriali. L'hanno detto e scritto ormai un po' tutti, che la lega ha ormai una classe dirigente diffusa in grado di sentire le persone e offrire risposte magari semplici ma a volte perfino sensate, nel breve periodo. Mentre, tralasciando per carità di patria gli astratti furori ideologici della SA, il PD semplicemente non c'è, perché non ha risposte da dare alle esigenze delle microcomunità.

L'illusione del PD del Nord (e del Sud)

La soluzione che sento proporre con grande convinzione un po' dovunque è quella del PD del Nord (magari corretta dall'esigenza, speculare, di fare anche un PD del sud, dove pure i problemi non sono pochi).
Permettetemi di dire che, purtroppo, a me sembra una soluzione illusoria o, per meglio dire, una soluzione impossibile, salvo che si accetti di perdere il significato stesso e l'idea di fondo del Partito Democratico.
Mi spiego.
Cosa dovrebbe fare questo PD del Nord? Si dice: essere più presente sul territorio, dare ascolto alle esigenze dei cittadini, avere un approccio più attento ai bisogni del territorio, autonomista. Ma:
  1. Per raggiungere questi risultati non serve un PD del Nord ma concreti militanti distribuiti nelle cento città e nei cento paesi, che oggi non si vedono proprio. Nel 1948 mia madre e mio padre, novelli sposi cresciuti alla politica nella resistenza e nel PCI di Reggio Emilia, furono mandati dal partito ad "evangelizzare" Novara, nota plaga democristiana. E per questo io sono nato e ho passato i miei primi anni in quella città. Pensiamo forse sia possibile riprendere quel modello, e trovare persone disposte a trasferirsi sulla ormai celeberrima fascia pedemontana per convincere il popolo leghista a cambiare casacca?
  2. Soprattutto, resta il problema di fondo di quali sarebbero queste famose risposte ai bisogni del territorio. Se si tratta di scimiottare la Lega, di chiedere più sicurezza, di cacciare qualche immigrato (salvo richiamarli in fabbrica o a fare le colf, ma l'importante è che fuori dell'orario di lavoro miracolosamente spariscano), allora semplicemente si negherebbe la ragione sociale del PD. Un partito aperto, innovatore, riformista ed inclusivo non può proporre la pura repressione come soluzione al problema della sicurezza, e non può proporre il puro protezionismo economico al problema della concorrenza, della produttività e della globalizzazione. Deve necessariamente fare discorsi più complessi, proporre assieme inclusione e lavoro capillare per la legalità ed il controllo, magari inventarsi soluzioni di alta tecnologia come quelle proposte nel programma di Rutelli. Deve continuare a puntare sulla liberalizzazione, contro il corporativismo, e quindi anche sul rischio e sul merito. E perciò non solo sulla protezione. 
  3. In queste condizioni, si tratta di una battaglia persa. O le persone a cui ti rivolgi sono in grado di fare almeno un passettino verso una visione non inchiodata al presente e ai 100 metri quadri attorno a sé, oppure non potremo mai proporgli soluzioni credibili per loro. Perché se sei inchiodato sul presente, l'unica soluzione che vedi è l'immediata repressione ed "abolizione" del problema, e non riuscirai mai a capire che tanto l'onda dei migranti non si fermerà, e che quindi la strategia migliore per subirne meno il danno è proprio l'inclusione l'integrazione più rapida e più aperta possibile.

L'irrilevanza della rete

C'è un'altra cosa importante da dire in un blog. Ancora una volta, qui in Italia si dimostra la sostanziale irrilevanza della rete e del suo pubblico attivo. Certo, i partiti e i candidati cominciano ad utilizzare la rete. Certo, l'organizzazione degli eventi, la comunicazione, la notizia, passa sempre più spesso per la rete e la posta elettronica, che moltiplicano e velocizzano. Certo, tutti noi ci siamo appassionati al Circolo Obama del PD o abbiamo consultato ansiosi o incuriositi netmonitor per vedere se venivamo citati ed entravamo così in relazione con il giornalismo "vero".
Ma la discussione in rete continua ad essere irrilevante. Irrilevante per la definizione dell'agenda dei problemi. Irrilevante per la sostanziale incapacità di modificare le opinioni nel mondo reale. Irrilevante perché nessuno che non sia già parte della tua conversazione riesce davvero a conversare con te. Gli esempi di osmosi, di dialogo vero fra qualcuno di destra e qualcuno di sinistra, sono l'eccezione che conferma una regola di sostanziale incomunicabilità.
Sarà per la prossima volta?

Provvisoria (e poco allegra) conclusione

Veltroni deve continuare così, nessuno deve gambizzarlo perché questa è l'unica strada giusta e possibile. Continuare a coltivare il progetto del futuro, migliorandolo con meno giovanilismo e più merito, meno retorica e più sostanza di progetto rivoluzionario per il paese: rottamazione del petrolio, infrastrutture, giustizia sociale vera, produttività, ricerca e istruzione, Europa, laicità ed apertura all'esterno e al diverso, lotta costante alla politica della paura. Un progetto basato su quella che mi piacerebbe chiamare "crescita ecologica", capace anche, doverosamente, di integrare e rappresentare le opinioni della parte migliore di quelli che, da sinistra, gli hanno assicurato un po' di "voto utile".
Ma per avere chance di vittoria che non siano legate solo alle eventuali disgrazie dell'avversario (insomma, al fatto che Berlusconi si riveli ancora una volta davvero inadatto e incapace a governare, come nel 2001), dovrebbe anche riuscire a rifondare un partito capace di integrarsi capillarmente nella società locale, nelle microcomunità, di dare risposte ai singoli piccoli interessi.
Peccato che una simile quadratura del cerchio sia sostanzialmente impossibile, perché avere lo sguardo lungo del futuro è in contraddizione, oggi, con il dare risposte al micropresente degli interessi locali. Campania, Tav, Malpensa, ma anche le infinite discussioni sul cosette come il Parco delle Mura Aureliane, stanno lì a dimostrarlo.http://corradoinblog.ilcannocchiale.it/post/1878583.html

L'atollo Scandinavo


di Flavio Serra

Negli anni '70 in uno sperduto atollo del Pacifico venne trovato un soldato giapponese, credeva che la seconda guerra mondiale fosse ancora in corso; tutto sommato la sua era una valutazione razionale, dato che spesso vedeva passare sulla sua testa i bombardieri americani, li immaginava diretti contro il Giappone e non poteva sapere che volavano verso il Vietnam.

Quando si guarda ai risultati delle elezioni politiche 2008 prendendo in considerazione il voto degli Italiani in Europa e soprattutto in Scandinavia, il paragone viene spontaneo. Votiamo sulla base delle nostre esperienze, che ci danno anche la chiave di interpretazione della realtà, e forse ormai siamo condizionati dalla (social)democrazia scandinava anche quando pensiamo all'Italia. Come interpretare altrimenti i risultati, in cui le forze "riformiste" e "di sinistra" superano i due terzi dei voti in Danimarca Norvegia e Svezia?

Camera Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,2% 40,2% 43,4% 51,4% 50,5%
Italia dei Valori 4,4% 8,2% 10,6% 7,7% 7,1%
Sinistra Arcobaleno 3,1% 4,2% 9,3% 9,4% 6,9%
Partito Socialista 1,0% 3,2% 1,5% 1,7% 2,0%
Sinistra Critica 0,5% 1,2% 2,1% 3,3% 1,2%
Totale 42,1% 56,9% 66,9% 73,5% 67,7%

Eletti: Laura Garavini, Franco Narducci, Giovanni Farina (per il PD) e Antonio Razzi (per IdV)

Senato Italia Europa Danimarca Norvegia Svezia
Partito Democratico 33,7% 41,1% 45,6% 50,3% 50,8%
Italia dei Valori 4,3% 8,2% 11,1% 8,7% 7,7%
Sinistra Arcobaleno 3,2% 4,1% 7,4% 8,7% 7,0%
Partito Socialista 0,9% 3,2% 1,2% 1,5% 1,1%
Sinistra Critica 0,4% 1,3% 2,3% 3,3% 2,1%
Totale 42,5% 57,8% 67,6% 72,6% 68,5%

Eletto: Claudio Micheloni (PD)

Se l'Europa complessivamente è "a sinistra", ancora di più lo è la Scandinavia. La Sinistra Arcobaleno qui raccoglie il doppio dei voti rispetto all'Europa, ed anche Sinistra Critica, la formazione più radicale, allo 0,4% in Italia ed all'1% in Europa, è sempre sopra il 2%.

Ma forse, come alcuni hanno commentato altrove nel sito, ormai è sbagliato (in Italia) parlare di "destra" e "sinistra". L'Italia politicamente esce da queste elezioni molto più simile agli USA che all'Europa. Veltroni, "americano" da sempre, pur lontano dai numeri per governare, ha coronato il suo progetto strategico. Molti di noi in Europa faticano a capire.http://scandinaria.blog.com/

Tutti i santi di Silvio

commenti



Il ritorno dell'ora legale...Signornò
l'Espresso, 18 aprile 2008


Una notizia di 21 righe sul Corriere e una candidatura nel Pdl passata inosservata gettano nuova luce su un’affaire dimenticata da tutti fuorchè da Silvio Berlusconi, che seguita a citarla come prova dell’”uso politico della giustizia”: le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, peraltro accertate dalla Cassazione che ha condannato gli ufficiali corrotti e il manager corruttore, Salvatore Sciascia, arrestato nel ’94 e reo confesso di tre mazzette da 100 milioni di lire per ammorbidire verifiche fiscali a Videotime, Mondadori e Mediolanum. Chi gli diede l’ok e il denaro? Lui dice: Paolo Berlusconi. Questi conferma, ma il Tribunale l’assolve e condanna Silvio. Che pure per i giudici d’appello (reato commesso, ma prescritto) è il vero mandante. Poi la Cassazione assolve pure lui per “insufficienza probatoria”, sostenendo che potrebbe esser stato Paolo, ormai improcessabile.

Strano: è per proteggere Silvio - allora presidente del Consiglio - che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti, l’8 giugno ’94, manda il maresciallo Alberto Corrado a suggerire al colonnello Angelo Tanca di non far parola con i giudici della mazzetta Mondadori. Berruti finisce in carcere, subito dopo Sciascia e Paolo. Dalle sue carte salta fuori il “pass” che prova come quella sera, poco prima di chiamare Corrado, Berruti fosse a Palazzo Chigi per incontrare il premier. Giunto apposta da Milano, salì da lui alle 20.45, uscì alle 21.30 e chiamò Corrado. Per questo il Pool invia a Berlusconi il famoso invito a comparire: per interrogare lui e Berruti, separatamente, su quella sera fatidica. Mossa azzeccata: il premier si dice contrario alle mazzette; precisa di non sapere nulla di quelle alla Finanza; ma aggiunge che i suoi manager erano concussi. Strano: se non sa nulla, come sa che è concussione? Poi rievoca dettagliatamente l’incontro con Berruti (“parlammo della campagna in Sicilia”). Ma Berruti nell’altra stanza nega che sia avvenuto: “Il consiglio dei ministri finì tardi e me ne andai prima”. L’indomani Berlusconi scopre la contraddizione e telefona in Procura per ritrattare: “Mi sono sbagliato, l’incontro non ci fu per il protrarsi del consiglio dei ministri”. I suoi due segretari, Marinella Brambilla e Niccolò Querci, confermano. Ma il verbale ufficiale indica che il Cdm finì alle 21: Berruti ebbe tutto il tempo di vedere il premier, ottenere l’ok al depistaggio e metterlo in atto.

Il mese scorso Brambilla e Querci sono stati ricondannati in appello a 16 mesi per falsa testimonianza (21 righe sul Corriere, non una parola sugli altri giornali e in tv). Berruti, condannato a 8 mesi per favoreggiamento, è deputato dal 1996. Ora, a Montecitorio, lo raggiunge Sciascia, condannato a 2 anni e 6 mesi per corruzione. Strano: Berlusconi è contrario alle mazzette e poi promuove chi le paga e chi le copre? E come poteva Berruti favoreggiare un innocente? E perché mai i due segretari avrebbero mentito per proteggere un innocente? Se Vittorio Mangano, per la sua omertà a tenuta stagna, è un “eroe”, questi sono perlomeno martiri. Santi subito.

Segnalazioni
Dopo 15 anni, per non dimenticare: il
manifesto inviatomi dall'Associazione tra i familiari delle Vittime di via dei Georgofili

Tengofamiglia: esercizio per tentare di comprendere i risultati dei recenti governi italiani
(fonte: tengofamiglia.com)
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Un divorzio che non s'ha da fare
Negli Usa molte coppie gay, una volte unite davanti alla legge, trovano ostacoli per separarsi
Dopo aver lottato per conquistare il diritto di sposarsi, o almeno di stare insieme all'interno di una “unione civile”, negli Stati Uniti le coppie gay stanno scoprendo che, in alcuni casi, divorziare è più difficile che giurarsi fedeltà eterna. Perché, a voler farlo, ci si scontra con leggi e procedure democratiche che non sono ancora state modificate in tal senso.

La procedura. Dal 1997, in America nove Stati  - dalla California al Maine - più il Distretto di Columbia (dove c'è la capitale Washington) hanno introdotto la possibilità di contrarre un'unione civile per i gay, con una formula che garantisce molti diritti del matrimonio; il Massachusetts, nel 2004, è stato l'unico a legalizzare i matrimoni omosessuali. Per separarsi serve andare in tribunale, e per le coppie che vivono nello stesso Stato dove si sono unite civilmente la procedura è analoga a quella per le coppie etero. Ma per chi risiede in un altro Stato, e magari all'epoca si spostò solo per sposarsi, cominciano le complicazioni.

Le complicazioni. Il Massachusetts, per esempio, quattro anni fa aprì le sue porte a qualsiasi coppia gay volesse sposarsi, e dal 2004 sono stati celebrati oltre 10.000 matrimoni. Ma per dare valore legale al divorzio, serve avere la residenza da almeno un anno nello Stato. Va male anche per chi volesse separarsi nel suo Stato di residenza, se le autorità locali hanno esplicitamente messo al bando i matrimoni o comunque posto limiti alle unioni tra omosessuali. L'Alta corte del Rhode Island, per esempio, ha stabilito in dicembre che i gay sposatisi nel Massachusetts non possono divorziare, perché le leggi statali definiscono il matrimonio come l'unione tra un uomo e una donna, senza eccezioni.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=10800

Senza carte né pregiudizi

Da Sofia, scrive Tanya Mangalakova
Iliya Troyanov
Il noto scrittore di origine bulgara Iliya Troyanov, a Sofia per la presentazione del film "Il mondo è grande, e la salvezza è in agguato ad ogni angolo”, tratto dal suo romanzo autobiografico, ci parla di false rivoluzioni, servizi segreti di regime e dell'importanza di viaggiare liberi
Iliya Troyanov, scrittore e giornalista, è nato in Bulgaria nel 1965. Nel 1971 è emigrato con i genitori in Germania, dove insieme alla famiglia riceve lo status di rifugiato politico. Troyanov ha poi vissuto a Nairobi, ha studiato a Parigi, per laurearsi poi in legge ed etnologia a Monaco di Baviera. Nel 2001 attraversa a piedi la Tanzania, sulle orme dell'esploratore inglese Richard Burton.

Scrive in tedesco, ed è autore dei libri “Sulle origini sacre dell'Islam”, “Il collezionista di mondi”, “Nomade su quattro continenti”, che l'hanno posto alla ribalta della letteratura europea contemporanea. E' vincitore dei premi letterari “Bertelsman” (1997), “Adalbert Von Shamiso” (2000), “Città di Marburgo” (1996), del premio artistico della fiera del libro di Lipsia (2006), e del premio “Città di Berlino” (2007).

Intorno alla metà di marzo, Troyanov è arrivato in Bulgaria per assistere alla presentazione del film “Il mondo è grande, e la salvezza è in agguato ad ogni angolo”, una coproduzione Bulgaria-Germania-Slovenia-Ungheria del regista Stefan Komandarev (e con Miki Majnolovic nel ruolo principale) tratto dal suo romanzo autobiografico.Troyanov ha poi incontrato i propri lettori per promuovere il suo libro di viaggi “Sulla strada di Gang”, e del romanzo “Tempi da cani”.

In un'intervista per l'Osservatorio sui Balcani Troyanov ci ha parlato della falsa rivoluzione dell'89 in Bulgaria, degli agenti della Darzhavna Sigurnost e del viaggiare a piedi senza carte né pregiudizi.


Lei scrive i suoi libri in tedesco. Come ha fatto a conservare un bulgaro così vivo e ricco, nonostante i tantissimi anni vissuti lontano dalla Bulgaria?

Con i miei genitori, a casa, ho sempre parlato in bulgaro. Io sono cresciuto in un ambiente multilingue. Ad un certo punto, quando abitavamo in Kenya, parlavo ogni giorno tre o quattro lingue: a scuola il tedesco, per strada l'inglese e lo swahili, a casa il bulgaro. A sedici anni ho deciso che volevo imparare anche a leggere in bulgaro, e allora mia nonna mi spedì un sussidiario per la prima elementare. Ho letto moltissimi romanzi degli autori classici bulgari.

A sei anni ha lasciato la Bulgaria, per vivere in diversi continenti. Cosa l'ha aiutata a comprendere così profondamente la natura della società bulgara, che descrive così bene nelle sue opere?

La cosa più importante, per uno scrittore, è saper ascoltare, riuscire ad incontrare gli altri, accumulare esperienze ed emozioni per non basare la propria scrittura su pregiudizi, ma mantenere aperta la propria anima. Su un autore di romanzi non è in grado di mettersi nei panni di altre persone, che magari hanno una vita diversissima dalla sua, penso sia meglio che cambi mestiere. Senza che io ne sia pienamente consapevole, ci sono moltissimi elementi della mia infanzia che continuano ad avere su di me grande influenza, e che forse mi permettono di capire la realtà bulgara meglio di quanto possa fare uno scrittore o giornalista occidentale.

Subito dopo la caduta del comunismo lei è tornato con la sua famiglia in Bulgaria, dove ha vissuto fino al 1990. Da allora torna almeno due volte l'anno. Cosa le fece maggiormente impressione la prima volta che ha rimesso piede in Bulgaria? E' d'accordo con quanti sostengono che la transizione sia finita?

Il dicembre 1989 era forse il momento più drammatico per tornare. Allora provai a dare una mano all'opposizione bulgara: misi su una mia casa editrice, attraverso la quale poteva utilizzare fax, computer ecc. Dopo qualche settimana, rimasi colpito dal fatto che anche gli esponenti dell'opposizione dipendevano dallo stato o dalla nomenclatura, e che molti avevano avuto posizioni di potere prima dell'89. Non capivo come qualcuno potesse cambiare la propria morale e le proprie convinzioni politiche dalla sera alla mattina. Mancava totalmente l'idea che fossero necessari grandi sforzi per liberarsi dell'eredità della dittatura comunista. Quando decisi di scrivere un libro e cominciai a raccogliere articoli, a viaggiare per il paese, a confrontare la transizione bulgara con quella di altri paesi dell'Europa orientale, i miei dubbi ne uscirono rafforzati. Decisi quindi di descrivere questa falsa rivoluzione. Ai miei occhi divenne chiaro che per raccontarla non si poteva limitarsi a cominciare dall'89, ma bisognava andare indietro di almeno dieci anni. Allora non sapevamo che la nomenclatura aveva da tempo cominciato a cercare contatti con il mondo capitalista, che enormi capitali erano stati portati fuori dalla Bulgaria, con grandi investimenti nei paesi occidentali. Chi era al potere, chiaramente, aveva capito che il sistema stava andando incontro al fallimento e allo sfascio. Negli anni '80, il debito estero della Bulgaria è cresciuto vertiginosamente, e dalle élite occidentali sono stati concessi grossi prestiti. Io credo che in Bulgaria non ci sia stata alcuna transizione nel senso positivo del termine, né nel campo del potere né in quello dei privilegi economici.

Come giudica il clima di nostalgia verso il comunismo, che si può avvertire al momento?

Esiste una nostalgia generazionale verso la propria infanzia, la propria giovinezza. In tutta l'Europa dell'est, basata su mezze verità. Ieri ero con i miei genitori in casa di alcuni loro amici. C'erano tre donne, tutte nate intorno alla metà degli anni '60. Una ha raccontato di come ha partorito nei corridoi di un ospedale, in condizioni miserevoli. Si dice spesso che al tempo del comunismo la sanità era gratuita, ma non si parla della qualità dei servizi forniti allora. Si tirano fuori fatti isolati, che appaiono attraenti, ma che sono citati al di fuori del contesto.

Durante la dodicesima edizione del “Sofia Film Fest” è stato proiettato il suo documentario “Avanti e non dimenticare! Una ballata per gli eroi bulgari”, trasmesso nel 2007 in tv sia da “3sat” che da “ZDF”. Il film racconta la storia di alcuni prigionieri politici rinchiusi nei lager comunisti, come Gergi Saraivanov, condannato per tre volte alla pena capitale, Georgi Konstantinov, autore dell'attentato al monumento a Stalin, poi marginalizzato ed escluso dalla Commissione sui Dossier, e Yanko Yankov, uno degli ultimi prigionieri del regime. Oggi i dossier vengono tirati fuori su commissione, e coloro il cui passato di agente della Darzhavna Sigurnost (i servizi segreti di regime) viene portato alla luce, si dichiarano patrioti, vantandosi di quanto hanno fatto. Lei come giudica la questione dei dossier?

E' in atto un ribaltamento dei ruoli tra vittime e carnefici. Questo è dovuto al fatto che non cìè mai stato un processo complessivo al passato regime. Parlando con gli studenti, ho capito che i giovani in Bulgaria non comprendono la natura del regime comunista. Nei libri di scuola non c'è alcuna informazione rispetto a questo periodo storico. La storia recente non viene insegnata, né a scuola né all'università. Non viene minimamente posta la domanda: come puoi considerarti un patriota, se hai servito uno stato straniero? Tutti gli agenti della Darzhavna Sigurnost erano al servizio dell'Unione Sovietica, e in ogni sua sezione c'era un colonnello del Kgb, a cui venivano inoltrate le informazioni raccolte. Se il signor Parvanov (il presidente della Repubblica) sostiene di aver raccolto informazioni per la difesa della patria, dovrebbe spiegarci perché queste informazioni sono state cedute ad uno stato terzo. In realtà queste persone potrebbero essere giudicate per tradimento.

Il suo romanzo “Il collezionista di mondi” somiglia alle novelle delle “Mille e una notte”. Il protagonista, sir Richard Burton, è un ufficiale inglese, spia, antropologo, geografo, traduttore in viaggio attraverso India, Arabia, Africa orientale. In India diventa Burton Saheb e conversa con hindi, beluci e panjabi di ogni classe. In seguito, in Arabia si converte all'islam e fa il viaggio alla Mecca come Mirza Abdullah. In Africa è conosciuto come Buana Burton. Sul suo letto di morte, il prete accorso per l'estrema unzione ha seri dubbi sulla sua religiosità. Qual è la vera confessione religiosa di Burton?

Burton è un "No man's land" riguardo al rapporto con la religione. Lo scopo del romanzo è mostrare l'impossibilità di forzarlo all'interno di un'unica categoria.

Shaih Abdullah descrive la felicità come un viaggio, all'interno della carovana. Anche lei viaggia spesso in vari continenti. Come?

Mi sforzo di viaggiare lentamente, ed amo soprattutto viaggiare a piedi, anche sulle lunghe distanze. Sono convinto che viaggiare a piedi è il modo migliore di conoscere il mondo. Mi sforzo anche di portarmi dietro un bagaglio leggero, per partire senza pregiudizi e per permettere alle persone che incontro di lasciare il loro segno sulla mia coscienza e sul mio modo di pensare.

Quali carte utilizza durante i suoi viaggi?

Cerco di non usare carte di alcun genere, perché queste mostrano la realtà in modo univoco. Non è poi così difficile trovare la strada, basta guardarsi intorno e chiedere alla gente che si incontra. Questo rende più facile anche conoscere le persone dei luoghi visitati. D'altra parte, però, sono affascinato dalla storia delle carte. Anche le carte rappresentano un dogma, un assioma ideologico. La cosiddetta “proiezione di Mercatore” mostra il continente europeo di dimensioni molto più grandi di quanto non sia in realtà, mentre l'Africa diventa tre o quattro volte più piccola. Bisogna abituarsi a guardare con spirito critico anche alle carte.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9281/1/51/

Sulla strada per il post Kyoto
Nell'incontro UNFCC di Bangkok, fissato il calendario per discutere delle strategie post Kyoto. Resterà centrale l'emissions trading e si conteranno anche quelle di navi e aerei. La proposta giapponese di un approccio settoriale non piace ai Pvs.
Si sono conclusi venerdì 4 aprile i “Climate Change Talks” di Bangkok, la conferenza organizzata dalle Nazioni Unite per discutere di cambiamenti climatici, in cui hanno partecipato 162 paesi. Il primo incontro dopo quello di Bali del dicembre scorso. Un piccolo passo avanti per decidere cosa fare nel dopo Kyoto. L’incontro ha affrontato la complessa tematica per “decidere come decidere”. Risultato, un accordo sul programma di lavoro dei negoziati, che dovranno concludersi per la fine del 2009 con un incontro finale a Copenhagen.

Oltre a fissare il calendario delle discussioni, l’incontro UNFCC di Bangkok ha comunque lanciato qualche segnale su come sarà il post Kyoto: il mercato mondiale delle emissioni sarà un punto fermo che resterà anche dopo il 2012 e rimarrà anche il Clean Development Mechanism, ossia la possibilità per le nazioni che devono rispettare limiti di emissioni di compensarle con investimenti volti a ridurle in paesi in via di sviluppo.

Novità rispetto agli accordi legati al Protocollo di Kyoto, invece, la volontà di includere nel conteggio delle emissioni anche il settore dei trasporti internazionali. Aerei e navi, che incidono per il 3% sulle emissioni mondiali, non erano considerati nel protocollo di Kyoto e ora, entro il 2009, si dovranno stabilire specifiche regole per far pagare alle nazioni i gas serra che i trasporti producono.

Ha fatto discutere poi la proposta avanzata dal Giappone di affrontare il problema delle emissioni ragionando per settori produttivi, anziché solamente per nazioni, stabilendo degli standard di efficienza energetica che ogni comparto produttivo, in ciascun paese, è tenuto a rispettare. Un’idea, quella giapponese, che è stata contestata duramente dalle associazioni ambientaliste e dal blocco dei paesi in via di sviluppo che vi hanno visto un tentativo di scaricare sui paesi emergenti il peso della lotta al global warming, una sorta di protezionismo volto a penalizzare le nazioni con tecnologia meno avanzata.

All’orizzonte, dunque, il maggiore contrasto che si delinea è tra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo, che secondo il protocollo di Kyoto per ora non sono tenuti a rispettare limiti nelle emissioni e che temono che eventuali restrizioni decise per il post 2012 possano compromettere la loro crescita economica.
Di tutto ciò e di altro ci sarà occasione di discutere nei prossimi tre appuntamenti del 2008, che sono stati fissati proprio nell’incontro di Bangkok: in giugno a Bonn si parlerà di finanza e tecnologia e degli aiuti che i paesi più ricchi dovranno dare a quelli in via di sviluppo per combattere il cambiamento climatico; ad agosto in Ghana si affronterà il tema della deforestazione (ritenuta responsabile del 20% delle emissioni globali); in questa sede si discuterà anche la proposta giapponese dell’approccio settoriale alla riduzione delle emissioni; l’ultimo incontro dell’anno sarà a Poznan, in Polonia, dove si parlerà oltre che di strategie a lungo termine, anche di gestione e riduzione del rischio.

GM
http://qualenergia.it/view.php?id=583&contenuto=Articolo

 

Oltre 20 anni dopo il primo accordo di coalizione, che nel 1985 li portò a compiere la loro prima esperienza di governo a livello di Land in Assia assieme alla SPD, i Grünen scrivono una nuova pagina della storia dei partiti tedeschi e si aprono un nuovo orizzonte politico: ieri gli ambientalisti di Amburgo hanno stipulato l'accordo che li porterà a governare la città insieme ai conservatori della CDU in un'inedita coalizione nero-verde.

L'accordo, che consta di ben 65 pagine, dimostra la capacità dei due partiti di essere in grado di arrivare a compromessi per assicurare alla città la governabilità dopo che il risultato elettorale di oltre 3 mesi fa aveva reso impossibile - con la scomparsa della FDP e l'insufficienza numerica di un'eventuale coalizione rosso-verde - la formazione di una maggioranza secondo gli schemi tradizionali tedeschi.

Oltre ai soliti giornalisti, opinionisti e commentatori politici, l'accordo raggiunto tra CDU e Grünen avrà un'ulteriore osservatore speciale: la cancelliera Angela Merkel. Il successo dell'esperimento, oltre ad avere una valenza per le sorti della città anseatica, potrebbe infatti offrire alla cancelliera una nuova opzione politica per le elezioni federali del 2009.  http://www.politicagermania.net/


Continuano gli ingorghi in Europa

Più della metà della popolazione mondiale vive in città e il congestionamento urbano in Europa è responsabile del 40% delle emissioni di Co2. Un panorama, tra Est e Ovest.
Un normale ingorgo inglese (Foto: prepice/ Flickr)
Come investono le città europee in trasporti e infrastrutture per ridurre il traffico nei centri urbani? Nell’estremo sud della Svezia, nella regione di Skåne, sono stati creati dei siti web dove è possibile consultare orari dei mezzi pubblici secondo una tabella che ci consiglia quali percorsi minimizzano le emissioni di Co2, come avviene in Inghilterra con il programma Act on Co2. Dopo che Londra ha dato l’esempio, nelfebbraio 2003, introducendo una tassa per entrare in auto in centro, Milano ha imposto un pedaggio a partire da gennaio 2008.
Intanto Berlino vorrebbe lanciare, in centro città, il City Maut environmental zone, e alcune città, ad esempio Firenze, hanno pensato di trasformare i centri storici in oasi per biciclette e pedoni. Londra ora vuole introdurre un sistema di noleggio biciclette, simile al Velib parigino.

I nuovi Stati membri: il caso di Vilnius


Parigi negli anni Settanta: non cambia nulla? (Foto: osbornb/ Flickr)


Vilnius è un esempio di città dove molto si è investito per l’ampliamento delle infrastrutture, in modo da evitare l’incremento del traffico. I fondi strutturali sono stati impiegati per lo sviluppo sostenibile del Paese, ma il significato di questo concetto è scarsamente compreso, tanto meno messo in pratica.
I Paesi del centro e dell’est Europa hanno ereditato un sistema di trasporto pubblico ben sviluppato sin dai tempi dall’Unione Sovietica, che lo considerava una priorità perché i veicoli privati rappresentavano un lusso.
Durante la fase di transizione, venendo meno i fondi pubblici, le automobili private hanno rapidamente preso il sopravvento. Ora i Governi locali non sono né disposti a sostenere gli investimenti né pronti a regolamentare la scelta del trasporto attraverso politiche apposite. Spendono invece soldi per sviluppare infrastrutture che a loro volta incoraggiano l’acquisto di mezzi privati.

Muoversi di meno, lavorare da casa


Naturalmente ci sono delle eccezioni. A Budapest si sta costruendo le quarta linea della metropolitana, mentre Sofia ha sistematicamente ampliato, negli ultimi anni, la sua rete metropolitana.
Ma mentre in alcune città europee come Londra il trasporto pubblico è sviluppato, la domanda è comunque in continua crescita. Questo fa lievitare significativamente la spesa pubblica. Come possono fare gli specialisti che si occupano di trasporti ed ecologia a ridurre la domanda di mezzi di trasporto? Si potrebbe incentivare la gente a lavorare da casa, usando la tecnologia Internet per evitare gli spostamenti (video conferenze, Skype) e pensando una ridistribuzione a livello regionale di infrastrutture e servizi pubblici.


Tradotto dal lituano da Vytautas Povilas Jurgaitis

Foto nel testo: Parigi (osbornb/ Flickr), Madrid (_lev_/ Flickr)
Nora Mžavanadze - Vilnius - 16http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14521

Zimbawe. Mugabe celebra l'indipendenza nel mezzo della crisi politica

 

Non migliora la crisi politica in Zimbabwe, fallite le trattative con il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai, per la costituzione di un governo comune, il presidente Robert Mugabe si prepara oggi per tenere il discorso di celebrazione per il 28esimo anniversario della conquista dell’indipendenza, il primo del leader dopo le elezioni del 29 marzo scorso.
Secondo voci ufficiali a sabotare le trattative di una conciliazione sarebbero stati i ‘falchi’ dello Zanu-Pf, il partito del presidente, spalleggiati dai militari, pronti ad attuare un colpo di stato per riprendere il potere.
I risultati delle elezioni parlamentari hanno dato netta la vittoria al partito d’opposizione, il Movimento per il cambiamento democratico [Mdc] di Tsvangirai, mentre i dati definitivi delle presidenziali non sono ancora stati resi noti a causa delle operazioni di riconteggio delle schede.
Intanto Mugabe si prepara per il primo discorso dopo le elezioni, oggi allo stadio Gwanzura, nel quartiere di Highfield. «Il più triste giorno dell’indipendenza», secondo il leader dell’opposizione «quello che lo Zimbabwe festeggerà oggi».
La situazione ieri è uteriormente peggiorata con l’arrivo nel porto di Durban in sud Africa di un carico di armi e munizioni proveniente dalla Cina, diretto in Zimbawe. L’ordine sarebbe partito dal ministro della difesa di Harare il 1 aprile, all’indomani delle elezioni. Non è la prima volta che Pechino invia armi a Mugabe, i due sono da tempo ottimi partner commerciali.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13644


COREA DEL SUD
Il rinvio a giudizio dei vertici della Samsung, un “terremoto” per politica ed economia
La magistratura coreana ha considerato attendibili le prove presentate contro il numero uno della compagnia, che da sola rappresenta il 20 % delle esportazioni nazionali, ed altri nove dirigenti. Inizia a sfaldarsi il rapporto fra finanza e politica.

Seoul (AsiaNews) – Un terremoto che rischia di coinvolgere larghi strati della politica nazionale, e che potrebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria di uno dei Paesi asiatici più solidi dal punto di vista economico. È il commento pubblicato oggi dal Chosun Ilbo, uno dei più influenti quotidiani sudcoreani, sul rinvio a giudizio ordinato ieri dalla magistratura nei confronti del numero uno della Samsung, Lee Kun-hee, e di altri nove dirigenti della compagnia.
 
Questi, secondo i giudici, avrebbero nascosto al fisco circa 118 milioni di euro. Ma l’amministratore delegato, uno degli uomini più ricchi della Corea del Sud, dovrà rendere conto anche di altre inadempienze, meno gravi dal punto di vista penale, ma in grado di scuotere per sempre la compagnia. Egli, secondo l’accusa, ha causato ingenti perdite al gruppo cercando di favorire la carriera del figlio ed avrebbe finanziato in maniera illecita alcuni uomini politici. Dopo la testimonianza dell'ex avvocato dell'azienda Kim Yong-chul, infatti, i procuratori ritengono che l’amministratore delegato avrebbe utilizzato 202 milioni di dollari per sovvenzionare membri del governo ed altre influenti figure istituzionali.
 
Samsung è il primo produttore di telefoni cellulari e chip per computer in Asia. L’azienda copre da sola il 20% delle esportazioni totali del Paese. In caso di condanna, Lee rischia almeno cinque anni di carcere, ma molti sono convinti che i giudici non useranno la mano pesante. L'incarcerazione di un alto dirigente di una delle maggiori imprese nazionali, infatti, potrebbe causare un grave danno di immagine al Paese.
 
Eppure, scandali finanziari e inchieste giudiziarie hanno colpito negli ultimi anni vari strati dell'imprenditoria coreana, fino a pochi anni fa considerata intoccabile. I potenti gruppi politico-economico-finanziari sono considerati i veri fautori del miracolo economico della Corea del Sud. Il Paese, fino a quarant'anni fa, aveva un reddito pro capite paragonabile agli Stati più poveri dell'Africa e dell'Asia. Oggi è al secondo posto nel continente, dopo il Giappone. Negli ultimi anni, la crescita ha fatto segnare tassi da record. Nel 2007 il Pil coreano è salito del 4,9% e nel 2002 ha raggiunto quota 7%.
 
Le ragioni di questo successo sono molteplici: il basso costo del lavoro, l'inflazione moderata, l'impressionante sviluppo tecnologico, una bilancia commerciale quasi sempre in attivo. Ma soprattutto, come ricordato, i consolidati rapporti tra il governo e i grossi gruppi industriali e finanziari, che il rinvio a giudizio di ieri rischia di smantellare per sempre.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12053&size=A

     

Pentagono : propaganda subdola pro guerra e pro Guantanamo
di Rico Guillermo*

E poi si dice che la TV non conta in politica.

Nell'estate del 2005, l'amministrazione Bush, di fronte ad una nuova ondata di critiche su Guantanamo, cerco' una soluzione per riguadagnare in immagine. Il centro di detenzione era appena stato marchiato come "gulag dei nostri tempi" da Amnesty International, vi erano state nuove denunce di abusi da parte di esperti di diritti umani delle Nazioni Unite, e ne era stata chiesta la chiusura.

Ecco quindi gli esperti della comunicazione in azione in modo rapido ed efficace. Un venerdi' mattina misero un gruppo di ufficiali militari in pensione in uno dei jet normalmente utilizzati dal vice presidente Dick Cheney e li invio' a Cuba per un giro attentamente orchestrato del carcere di Guantanamo. Quei personaggi erano familiari al pubblico, avendo presenziato migliaia di volte in televisione e alla radio come "analisti militari", ed i loro giudizi sulla situazione post 11 settembre nel mondo erano considerati autorevoli a causa del lungo ed onorato servizio.

Tuttavia, non era noto che dietro l'apparente obiettivita', vi era il Pentagono, che usava quegli analisti in una campagna per la generare notizie favorevoli all'amministrazione ed alla sua politica bellica. Lo ha verificato un'inchiesta del New York Times. L'azione e' iniziata con il sostegno alla guerra in Iraq e continua, sfruttando la fedelta' ideologica e militare ed un potente movente finanziario: la maggior parte degli analisti hanno legami con appaltatori militari.

Tali rapporti commerciali non sono quasi mai a conoscenza dei telespettatori, e talvolta neppure delle emittenti. Ma collettivamente, gli uomini inviati a Guantanamo e diverse decine di altri analisti militari rappresentano oltre 150 ditte militari con contratti con la Difesa USA in veste di lobbisti, dirigenti, consulenti o membri del consiglio di amministrazione.

Registrazioni e interviste mostrano come l'amministrazione Bush abbia utilizzato il suo controllo sull'accesso all'informazione, nel tentativo di trasformare gli analisti in una sorta di cavallo di Troia mediatico. Gli analisti sono stati coinvolti in centinaia di briefing privati con gli alti capi militari, tra cui funzionari con un'influenza significativa sugli appalti ai privati e sulle questioni di bilancio. Sono stati invitati a viaggi in Iraq ed e' stato dato loro accesso ad informazioni classificate. A loro volta, i membri di questo gruppo hanno riecheggiato il punto di vista dell'amministrazione quando invitati alle trasmissioni, anche quando vi era il sospetto di informazioni false o gonfiate.

Il Pentagono ha difeso il suo legame con gli analisti militari, dicendo che erano state date loro di fatto solo informazioni circa la guerra. "L'intenzione e lo scopo di questo non e' altro che un serio tentativo di informare il popolo americano", ha detto un portavoce del Pentagono. Diversi analisti hanno fortemente negato sia di essere stati cooptati sia di aver acconsentito ad influenzare le loro osservazioni in TV e radio, mantenendo separati interessi economici e giudizi. Altri hanno sottolineato di aver criticato l'andamento della guerra.

Ma diversi analisti riconoscono che repressero i dubbi perche' temevano di compromettere il loro accredito. Alcuni hanno espresso rammarico per la partecipazione a cio' che considerano come un tentativo di indottrinare il pubblico americano con la propaganda. Ex analisti di Fox News e della NBC hanno ammesso che si e' trattato di una "coerente politica attiva". Alcuni analisti sono risultati sgomenti nell'apprendere di essere stati usati per anni dal Pentagono o comunque di apparire come portavoce di questo piuttosto che come opinionisti indipendenti.

Alcuni funzionari televisivi e radiofonici, nel frattempo, hanno riconosciuto di aver solo in parte compreso le interazioni con l'amministrazione dei loro analisti. Hanno detto che mentre erano sensibili ai potenziali conflitti di interesse, non mantengono per i commenti degli esperti standard etici pari a quelli delle notizie.

In cinque anni di guerra in Iraq, la maggior parte dei dettagli della strategia di comunicazione del Pentagono non sono stati resi noti, ma il New York Times ha denunciato di aver avuto accesso a 8000 pagine di documenti che dimostrano il legame voluto con gli analisti militari, che nei documenti sono ripetutamente definiti "moltiplicatori della forza del messaggio", con la consapevolezza che questi veicolavano le loro opinioni a milioni di Americani.

Risultano contenuti preconfezionati inviati dal Pentagono agli analisti e puntualmente propinati da questi agli spettatori e ascoltatori (c'e' pure il messaggio di un analista militare che ringrazia il Pentagono per le informazioni e promette di utilizzarle), anche se questi poi ricevevano i compensi dalle reti TV e non dalla Difesa. Ci sono memorandum della Difesa che spiegano come gli analisti militari sapranno ben veicolare determinati messaggi atti a dare una versione positiva delle inadeguatezze dell'amministrazione nella gestione della guerra.

Parla per tutti l'azione di Paul Vallely, un analista della Fox News dal 2001 al 2007 e generale in pensione specializzato nella guerra psicologica, coautore nel 1980 di un documento che accusava i notiziari USA si non aver difendeso la nazione dalla propaganda nemica durante il Vietnam. Egli affermava che la guerra era stata persa per inadeguatezza pricologica e suggeriva un approccio radicale alle operazioni psicologiche, per le future guerre, che avesse come obiettivo non solo gli avversari, ma anche il pubblico americano.

Egli ha chiamato il suo approccio "MindWar" (GuerraMentale), uno strumento che usa la radio e la televisione per "rafforzare la nostra volonta' nazionale di vittoria".

www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 20 2008

La colpa è della faccia / 1

 



Il PD cerca di analizzare la sconfitta.  A Veltroni basterebbe guardarsi di fianco...http://aronne.ilcannocchiale.it/

Repulisti

Racconta il Manzoni ne “I Promessi Sposi ” che Renzo Tramaglino, andando a chiedere un parere al dottor Azzecca-garbugli, gli portava in omaggio quattro capponi vivi, legati per i piedi e a testa in giù; e che quelli, ignari di essere affratellati da un comune destino, la pentola, si beccavano fra loro.

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Primo caffè che Silvio deve servire ad Umberto: «La prima iniziativa che prenderemo è il federalismo fiscale. E’ impensabile che tutti i soldi finiscano sempre a Roma. Bisogna smetterla con i sindaci del Nord che vanno a Roma con il cappello in mano come se chiedessero ogni volta l’elemosina».

Stravince la Lega, ancora più forte e determinante. 
Straperde la Sinistra manzoniana, in lite con l'universo mondo.
Si semplifica il sistema politico [5 gruppi parlemantari], distribuendo con chiarezza doveri e responsabilità. Si difende Casini.

Berlusconi, ancora più vulnerabile, condizionato dalla golden share leghista e personalmente incapace di buon governo, si appresta a portare il caffè a letto all’Umberto tutti i giorni che dio manda [il fisco territoriale].
Bertinotti paga lo strappo con Prodi del '98, ma Berlusconi non lo ringrazierà di averlo resuscitato da certa morte politica.

Ora, è necessario costruire un partito post-politico ma veramente democratico [privo di nomenclature autoreferenziali] ed attendere che il fiume dell'incapacità al governo restituisca alla riva il cadavere del IV gabinetto Bossi-Berlusconi.http://ethos.ilcannocchiale.it/


Silvio Berlusconi ai giornalisti: io sparo

iosparoNe “Il padrino”, Marlon Brando non ha bisogno di ordinare un omicidio.

Gli basta far capire che qualcuno gli è scomodo perché qualcun altro tragga le conseguenze ed esegua.

Silvio Berlusconi scherza, è un uomo brillante e sa stare al mondo.

Ma nella schiena di Natalia Melikova, la giornalista contro la quale Silvio nostro ha puntato il suo AK virtuale, è passato un brivido gelido e poi è scoppiata in lacrime.

Un signore elegante non spaventa così una signora, Silvio.

Soprattutto se lei è del paese di Anna Politkovskaya e di 15 giornalisti ammazzati nell’era di Vladimir Putin e tu sei quello dell’editto bulgaro.http://www.gennarocarotenuto.it/


Carter, Hamas, Siria, Israele

Jimmy Carter mantiene le promesse che fa. Ha incontrato al Cairo Mahmoud A-Zahhar e Said Siyyam, in sostanza: Hamas a Gaza. Vola in Siria per incontrare non solo il presidente Bashar al Assad, ma anche Khaled Meshaal. Ha detto, all'American University del Cairo, che non è un negoziatore, ma ha anche detto, francamente, che si sarebbe aspettato un'accoglienza diversa in Israele visto che trent'anni fa aveva negoziato e condotto in porto la pace più difficile per Israele, quella che ha consentito di togliere dalle spalle d'Israele l'incubo di una guerra guerreggiata con gli eserciti arabi. Senza l'Egitto, i paesi arabi non hanno più attaccato Israele. L'accoglienza, ha detto Carter secondo quanto riferito da una blogger che ha assistito al discorso di Carter, è stata invece di diverso tono. Comunque, gli incontri di Carter con dirigenti politici israeliani sono stati interessanti. Eli Yishai, capo dello Shas, ha chiesto a Carter di farsi latore di un suo messaggio a Hamas: vuole incontrare Khaled Meshaal per discutere lo scambio di prigionieri. Il caporale Gilad Shalit scambiato con alcune centinaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane (dove i detenuti palestinesi superano le 11mila unità). Durissime le parole di Carter sulla politica militare israeliana a Gaza e sulle vittime palestinesi.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Dopo cinque anni è scontro sull’eredità di Schröder
di GIOVANNI BOGGERO

 Quando nella primavera del 2003 Gerhard Schröder comparve dinanzi al Bundestag, la Camera bassa del Parlamento tedesco, per presentare ufficialmente il suo ambizioso progetto di riforma sociale, non avrebbe di certo potuto immaginare che di lì a poco, proprio per le proteste suscitate all'interno del partito da quel programma (l’Agenda 2010), avrebbe perso la Cancelleria. A più di cinque anni da quel 14 marzo, la Germania è ancora largamente spaccata a metà nel valutare le conseguenze che quelle misure di ristrutturazione dello Stato sociale e di modernizzazione del mercato del lavoro hanno ingenerato nel sistema economico tedesco. Se Die Linke, il movimento di estrema sinistra nato dalle ceneri della Ddr, ne condanna il carattere implicitamente liberista, nonché gli effetti devastanti sul piano della stabilità sociale, uno studio pubblicato dal Diw, l'Istituto di ricerca sull'economia tedesca, ne mette in luce le geniali intuizioni, nonché le positive ricadute sullo stato dell'occupazione, calata da oltre il 10,5 per cento a poco più dell'8 in appena due anni. Dal canto suo l'Spd, impegnata oggi in prima persona a celebrare questo anniversario, mostra di non aver ancora del tutto digerito la lotta intestina tra riformisti e massimalisti apertasi in quell'occasione. Dopo la brusca sterzata a sinistra ratificata dal Congresso di Amburgo nell'autunno scorso, l'Agenda 2010 pare in effetti essere un capitolo ormai definitivamente superato della storia socialdemocratica.

Lo stesso presidente dell'Spd, Kurt Beck, alle prese attualmente con un netto calo di popolarità dovuto alla sua scarsa chiarezza rispetto ad un'ipotetica alleanza con la sinistra estrema, ne ha sì sottolineato la portata rivoluzionaria, ma ha d'altra parte ravvisato la necessità che a beneficiare di questi successi debbano essere oggi le persone con più difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Non sembra invece alla ricerca di mediazione l'altro papabile alla Cancelleria per le elezioni del 2009, il ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, il quale non ha avuto remore nel ribadire la bontà e la giustizia di riforme che sono state in grado di avvicinare più facilmente i giovani al mercato del lavoro attraverso strutture di assunzione più efficienti e dinamiche. A gettare benzina sul fuoco di un dibattito già di per sé incandescente, è stata, non più tardi di un anno e mezzo fa, la Fondazione Friedrich Ebert, facente capo all'Spd, la quale aveva dipinto un quadro fosco della situazione economica tedesca, dando risalto ad un presunto aumento della disuguaglianza e dell'insicurezza sociale, in particolar modo tra i cittadini dell'est.

 

Più nello specifico, la precarizzazione del lavoro, come esito delle quattro leggi Hartz, che hanno rimodellato l’assegnazione degli assegni e dei sussidi di disoccupazione per contenere l'esplosione della spesa pubblica, continua ad essere motivo di forte scontro anche in Germania. Ampi settori della società civile mostrano di non aver ancora compreso la portata di una rivoluzione paragonata, tanto dai detrattori quanto dagli estimatori della riforma, alla reaganomics e al tatcherismo. A mettere in guardia il mondo politico dall'abbandono di un simile percorso è lo stesso Schröder, intervistato in questi giorni da alcuni importanti media tedeschi: “L'Spd potrà conquistare una maggioranza in Parlamento – ha detto l'ex Cancelliere - se manterrà la barra del timone al centro della società e non si allontanerà da questa posizione”. Nonostante i risultati incoraggianti sui dati dell'occupazione e della bilancia commerciale, non si può certamente dire che le novità dell'Agenda 2010 abbiano definitivamente colmato le carenze e risolto i problemi di un welfare per larga parte ancora molto pesante. Senza contare le resistenze non ancora appianate di una società a forte tendenza corporativa, nella quale la libertà economica è costantemente conculcata da un massiccio interventismo statale. Eppure, alcune indagini sostengono che, anche in Germania, all'origine del progressivo assottigliamento della classe media ci siano proprio la globalizzazione e l'eccessiva flessibilità del mercato del lavoro, fenomeni che - si dice - andrebbero quantomeno contenuti, attraverso una nuova stagione di presenza dello Stato centrale nell'erogazione dei servizi primari e di più generose prestazioni sociali.http://www.ideazione.com/new_2008/articoli/2008/aprile/2008_04_17_boggero.htm

L'Ecuador diventa uno stato plurinazionale

La nuova costituzione del paese andino riconosce il valore e il ruolo dei popoli e della cultura indigeni. Un cambiamento frutto di decenni di lotte dei movimenti indigeni.

E’ di pochi giorni fa la notizia che i parlamentari ecuadoriani di Alleanza Paese, assieme ai parlamentari del Movimento Pachakutik e del Movimento Popolare Democratico, hanno deciso in via definitiva di riconoscere in sede costituente la natura plurinazionale e interculturale dell’Ecuador, che viene definito nella nuova Costituzione del Paese come «stato plurinazionale, unico ed indivisibile».
Si tratta di una lotta che le popolazioni indigene non solo ecuadoriane, ma di tutto il continente americano [che gli indigeni chiamano Abya Yala] portano avanti da decenni, in difesa del proprio diritto all’autodeterminazione ed all’autogoverno. La stessa lotta sostenuta dai movimenti sociali ed indigeni in Bolivia, durante i mesi di trattative in seno all’assemblea costituente. Mesi intensi che hanno prodotto il nuovo testo costituzionale che sarà sottoposto il 4 maggio prossimo all’approvazione del popolo.
Anche in Ecuador uno dei temi centrali dell’assemblea costituente lanciata dal governo del presidente Rafael Correa è stata la definizione del tipo di stato e del suo fondamento sociale, dal quale derivano i distinti sistemi di organizzazione statale, ivi incluso religione, idioma, simboli.
Nel 1986 fu presentata al Congresso ecuadoriano la prima proposta di riforma della costituzione, presentata con la mediazione del Partito socialista, che proponeva di dichiarare l’Ecuador stato plurinazionale, promuoveva l’educazione interculturale bilingue e prevedeva il riconoscimento della medicina e delle autorità indigene e del quichua come lingua ufficiale. Nonostante la non approvazione di questa proposta, i suoi contenuti divennero la piattaforma delle istanze politiche del movimento indigeno.
Nel giugno 1990 la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador [Conaie], organizzò e realizzò le cosiddette mobilitazioni dell’Inti Raymi che misero in subbuglio il paese per diversi giorni. Le mobilitazioni segnarono l’inizio di un nuovo momento storico per i popoli originari ecuadoriani che divennero protagonisti della realtà sociale e politica del Paese e rafforzarono la richiesta di dichiarare il paese stato plurinazionale.
Il tema era strettamente vincolato ad un’altra istanza del movimento indigeno: la necessità di una riforma strutturale del settore agricolo che vada al di là di una semplice riforma agraria, e che coinvolga anche il diritto al territorio, all’acqua, all’accesso a mercato.
La natura plurale del paese si è manifestata con chiarezza nel momento in cui il movimento indigeno è divenuto un attore centrale nella vita politica e sociale. In questo contesto, in riconoscimento dello stato plurinazionale, che non può che essere unitario nella sua diversità, permette di assumere definitivamente questa realtà che coinvolge anche altri popoli dimenticati, come ad esempio gli afrodiscendenti, rafforzando la democrazia partecipativa.

Secondo i movimenti sociali ecuadoriani «lo Stato plurinazionale assume una forma democratica di condivisione e convivenza a tutti i livelli, che si esprime nella interculturalità. Senza Stato plurinazionale e quindi senza il riconoscimento di molti aspetti sociali del paese, la garanzia ed il rispetto del diritto di tutti all’autodeterminazione perde ogni contenuto».
Si è spesso argomentata l’opposizione al riconoscimento della natura plurinazionale dell’Ecuador con l’incompatibilità tra «plurale» e «unitario». In verità tale riconoscimento ha nella cittadinanza ecuadoriana il vincolo fondamentale che rende unitario lo Stato dell’Ecuador. Tutti e tutte sono cittadini ecuadoriani nonostante provengano da diverse realtà e popoli. Le risorse naturali non rinnovabili sono proprietà dello stato e non delle diverse nazionalità, però le comunità danneggiate dall’estrazione delle risorse hanno diritto costituzionale ad essere consultate su ogni attività che comporta conseguenze dirette nella vita degli abitanti.
Si tratta di un passo di fondamentale importanza nella lotta che i movimenti indigeni portano avanti per veder riconosciuti i propri diritti all’autogoverno ed alla difesa dei territori. I movimenti indigeni ecuadoriani, con in testa Ecuarunari e la Conaie, hanno dichiarato: «Questa notizia ci motiva ancora di più a continuare a lottare per la difesa della nostra sovranità e per fermare l’ingerenza del governo nordamericano, del Plan Colombia, dei Trattati di Libero Commercio. Recuperiamo la sovranità economica, politica, militare della nostra terra continuando a difendere le nostre risorse naturali».
Un buon risultato da portare a Lima, dove a maggio i popoli indigeni di Abya Yala si riuniranno per confrontarsi sulle alternative ai Trattati di libero scambio con l’Europa e per concertare le strategie di integrazione continentale. Uno dei punti centrali della discussione sarà appunto quello dei processi costituenti che interessano i paesi dell’America latina e dei principi posti a fondamento delle nuove costituzioni.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13642


IL PARAGUAY VUOLE TORNARE IN AMERICA LATINA

 

Gennaro Carotenuto

Fernando Lugo, 57 anni, ex vescovo della Teologia della liberazione, sfida domenica il partito stato, il Partido Colorado, ad Asunción, in Paraguay. Lo appoggiano la sinistra, i liberali, gli indigeni, i contadini, i movimenti sociali in un contesto tuttora di estrema fragilità e con un partito stato disposto a tutto, dai brogli all’omicidio, per non abbandonare il potere di un paese che considera proprietà privata. Si vota domenica, in un solo turno. La partita è aperta, ma secondo i sondaggi Fernando Lugo ha un vantaggio cospicuo, tra i cinque e i dieci punti, che dovrebbero permettergli di divenire presidente sugli altri due candidati. Sono Blanca Ovelar, la candidata ufficiale del partito Colorado, che in chiusura di campagna ha definito Lugo “un vescovo fallito” e ha promesso “100 anni ancora di governo colorado” e il controverso ex generale Lino Oviedo, considerato il maggior narcotrafficante del paese. In realtà si sa che valore dare ai sondaggi in un paese come il Paraguay, scarso, e non si sa che interpretazione darne. Premierà, come successe in Bolivia, il fatto che nell’interno indigeni e contadini, non consultati nei sondaggi, votarono poi in massa per Evo Morales, o avranno ragione in negativo il fattore brogli, la macchina colorada di controllo dei voti, e il fatto che oggettivamente i movimenti sociali paraguayani sono molto meno strutturati di quelli boliviani? Nel programma di Lugo al primo turno c’è una riforma agraria integrale indispensabile in una paese dove il 70% della terra è nelle mani dell’1.7% della popolazione. Non si tratta solo di decidere di chi è la terra e che questa sia di chi la lavora. Si tratta di far rientrare un intero popolo, quello guaranì che è maggioranza nel paese, nella storia. Si tratta di ricostruire lo Stato, a volte costruendolo da zero, rinnovando la Repubblica nella sua essenza come istituzione, separando poteri da troppo tempo fusi in uno solo e dove la giustizia chiude entrambi gli occhi sulla corruzione politica. Si tratta di recuperare la sovranità del paese, nazionalizzando le risorse energetiche, soprattutto idroelettriche che potranno fornire le risorse per programmi sociali avanzati che toccano tutto quello che doveva esserci da decenni e non c’è mai stato: infrastrutture, educazione, salute, acqua ed elettricità gratuita per gli indigenti. Per tutto questo sarà indispensabile rinegoziare col Brasile e con l’Argentina i contratti delle due enormi dighe e centrali idroelettriche di Itaipù e Yaciretá. La prima, la più grande al mondo, fornisce il 95% dell’energia paraguayana e il 24% di quella brasiliana. La seconda, sul fiume Paraná, sul quale ogni ora passa il consumo di acqua di due giorni dell’intera Buenos Aires, genera il 15% dell’elettricità consumata in Argentina, ma potrebbe produrne i due terzi. Per Lugo la sola negoziazione più onesta dei trattati sulle dighe rispetto a quella fatta dalla dittatura colorada di Alfredo Stroessner e tuttora in vigore, porterà allo stato paraguayano 2 miliardi di dollari in più all’anno con i quali finanziare i suoi programmi sociali e poter iniziare a trasformare il Paraguay in un paese moderno che superi la schiavitù dall’agroexport, praticamente l’unica entrata di un paese tra i più isolati al mondo. E’ un programma ambizioso e la solidarietà integrazionista regionale dei governi di Lula e Cristina Fernández potrebbe fornire a Lugo i cordoni della borsa che consoliderebbero il suo potere che altrimenti potrebbe presto essere dilaniato da una coalizione molto eterogenea nella quale spiccano i partiti liberali (il vicepresidente designato, Fernando Franco è vicinissimo all’ex-capo del governo spagnolo José María Aznar) e perfino l’agroindustria della soia, la più globalizzata, che ha rotto l’alleanza col Partito Colorado troppo avido anche per loro nella pretesa di tangenti.

fonte www.gennarocarotenuto.it



Kenya: insediato nuovo governo, permane l'emergenza sfollati

Stretta di mano tra il Presidente Kibaki e il Primo ministro Odinga - Foto EuroNews
Stretta di mano tra il Presidente Kibaki e il Primo ministro Odinga - Foto EuroNews
"Dobbiamo e possiamo porre fine al circolo della violenza". Con queste parole, ieri, il presidente keniano, Emilio Mwai Kibaki, ha sancito l’insediamento del nuovo governo di coalizione che vede aseegnata la carica di Primo ministro al capo dell'opposizione, Raila Odinga. Quattro mesi dopo le elezioni del dicembre 2007 seguite da proteste e violenze che hanno provocato oltre 1500 morti e 300mila sfollati, l'accordo che ha portato alla spartizione del potere tra il Partito dell’Unità nazionale e il Movimento democratico Orange, è stato possibile grazie alla mediazione di Kofi Annan.

Tutto era iniziato il 27 dicembre scorso con la rielezione del presidente Mwai Kibaki alle elezioni. Uno scrutinio segnato da irregolarità e contestato con forza dall'opposizione guidata da Odinga al quale è seguita una crisi che ha fatto piombare il Kenya - fino a quel momento considerato come un modello di stabilità in Africa - in un violento conflitto tra le due principali etnie dalle quali provengono Odinga e Kibaki. Le pressioni internazionali e la mediazione di Kofi Annan hanno reso possibile la firma - il 28 febbraio scorso - di un accordo tra i due avversari per la creazione di un governo di coalizione. I negoziati tra i due schieramenti sono stati ostacolati da tensioni, diffidenze e accuse reciproche: le trattative si sono arenate in particolare sull'assegnazione di posti chiave all'interno del governo e solo il 13 aprile è stata siglata l'intesa.

"Alle manifestazioni delle ultime settimane contro i ritardi nei negoziati è seguita la gioia dei kenyoti che sperano finalmente di voltare la pagina" - riporta Euronews. Ma la composizione e i costi dell'esecutivo fanno già discutere: 40 ministri con un salario mensile di circa 10mila euro, 2 automobili di rappresentanza e 5 guardie del corpo a testa. E 50 sottosegretari. In totale il governo costerà secondo gli esperti oltre 600milioni di euro, ossia il 5 per cento del prodotto interno lordo del Kenya. "Quanto basta per alimentare la polemica in un Paese dove l'economia di mercato ha generato un benessere sconosciuto ad altri Stati africani, ma dove la crescita è rallentata negli gli ultimi anni" - sottolinea Euronews.

"Nelle ultime settimane la situazione dal punto di vista della sicurezza è comunque migliorata notevolmente, in molte parti del paese e le equipe di MsF stanno riducendo progressivamente le attività di soccorso" - riporta un comunicato di Medici Senza Frontiere (MsF). "Tuttavia poiché sta iniziando la stagione delle piogge e migliaia di persone vivono ancora nei campi per gli sfollati nell’impossibilità di tornare alle proprie case, il personale medico e logistico di Medici Senza Frontiere continua ad assisterli e a fornire loro trattamenti antiretrovirali e medicinali per la tubercolosi e il kala azar. "La gente vuole tornare a casa ma molti hanno ancora paura" - dichiara Donna Canali coordinatore del progetto di Eldoret. "A meno che non si faccia uno sforzo in termini di sostegno e di sicurezza, molti degli sfollati rimarranno in questi campi".

"La calma è tornata in molte parti del paese tuttavia la situazione è ancora tesa nei pressi del Monte Elgon, nel Kenya occidentale, al confine con l'Uganda, dove le annose controversie per il possesso della terra e gli scontri etnici si sono riversate in alcune parti del vicino distretto Trans Nzoia" - riporta sempre MsF. A marzo le forze armate keniote sono state dispiegate nel tentativo di fermare le violenze nella regione; da allora il numero dei feriti è aumentato notevolmente, tra il 10 marzo e 14 aprile scorsi, le equipe di MSF hanno assistito 252 vittime nelle cliniche nella zona. Sebbene le violenze nelle baraccopoli di Nairobi si siano ridotte drasticamente, il centro di primo soccorso che MSF aveva aperto nella baraccopoli di Mathare continua a ricevere pazienti giornalmente. [GB]
http://www.unimondo.org/article/view/159269/1/

Argentina - Unione Europea: una relazione che prosegue verso posizioni di parità

Proseguono sull’onda della cooperazione i rapporti tra Bruxelles e Buenos Aires

Negli ultimi anni il colosso sudamericano ha ricevuto moltissimi aiuti economici; ora che è uscita dalla crisi, le si richiede un ruolo di interlocutore politico nell’intera regione. In vista c’è la V Cumbre Unione Europea, America Latina e Caraibi, importante vertice politico-economico. Possibile la nascita di una special relationship con la Francia?

L’Argentina si conferma un partner importante per l’Unione Europea, specialmente in un’ottica di cooperazione politica. Il colosso sudamericano mantiene buone relazioni con Bruxelles, che proseguono nel solco tracciato dagli accordi bilaterali siglati nel corso degli anni Novanta. Il rapporto tra la UE e Buenos Aires non può tuttavia essere trattato solamente nella sua bilateralità, dato che l’Unione guarda con interesse soprattutto al Mercosur, organizzazione economica di cui l’Argentina fa parte insieme a Brasile, Uruguay e Paraguay (con il Venezuela in veste di principale candidato all’ingresso). Si tratta di un quadro che presenta notevoli fermenti di novità, dal momento che in vista c’è un appuntamento importante come quello della V Cumbre Unione Europea, America Latina e Caraibi, vertice che si terrà a Lima tra poche settimane.

Breve storia dei rapporti tra Bruxelles e Buenos Aires
Ufficialmente i legami tra l’UE e l’Argentina iniziarono nel 1990 con la stipulazione di un Accordo Quadro di Cooperazione Commerciale ed Economica, volto alla crescita economica e sociale del Paese attraverso tutti i suoi principali settori produttivi, vale a dire l’agricoltura, l’allevamento e l’industria. E’ del 1996 invece un Accordo di Cooperazione relativo agli usi pacifici dell’energia nucleare: si tratta di un tema molto sentito anche oggi dalla Casa Rosada, che sta cercando di sviluppare l’energia atomica con un progetto appena iniziato con il Brasile (Cfr. Argentina e Brasile: continua l’amicizia sull’onda dell’interdipendenza energetica), anche in ottica di un deficit energetico che l’Argentina potrebbe accusare nel giro di pochi anni. Sempre agli anni Novanta risale un accordo quadro relativo alla cooperazione in ambito scientifico-tecnologico, rispetto alla quale, come si vedrà in seguito, si iniziano ora a raccogliere i primi frutti.In seguito alla pesante crisi economica degli anni 2001/2002 dovuta all’enorme debito estero accumulato dal Governo di Buenos Aires, l’Argentina è diventata uno Stato ricevente di ingenti somme di aiuto per lo sviluppo e per contrastare la povertà. Per questo la Commissione Europea ha elaborato un documento di Strategia-Paese per lo sviluppo relativo agli anni 2001/2007. Il documento è stato rielaborato e aggiornato per quanto concerne il settennato 2007/2013 e prevede il raggiungimento di obiettivi prioritari quali lo sviluppo delle risorse umane attraverso l’educazione e il miglioramento della competitività economica con riguardo alle piccole e medie imprese. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32447


La crisi alimentaria, pane del futuro

 

La crisi alimentaria c’è, è cominciata da tempo e si tocca con mano. Non solo ad Haiti, dove le recenti proteste contro l’alto prezzo dei commestibili, a cominciare dal riso, hanno scatenato violente manifestazioni di piazza, ma tutta l’America Centrale ed i paesi caraibici risentono di questa contingenza.
L’allarme è stato dato in maniera ufficiale durante il Foro Economico per le Americhe, in svolgimento a Cancún, ma basta dare un’occhiata alle strade delle principali metropoli o alle campagne per rendersi conto di come il continuo aumento del petrolio stia impoverendo velocemente le economie latinoamericane.
E c’è davvero da preoccuparsi se presidenti conservatori, come Antonio Saca e Manuel Zelaya, avvertono che le speculazioni sul prezzo del petrolio stanno riportando il Centroamerica alla povertà di due decenni fa: “Il petrolio è prodotto di una speculazione finanziaria che sta abbattendo le nostre economie”, parole di Saca.
I dirigenti delle banche presenti a Cancún fanno però i sordi e decantano invece le virtù del mercato cinese, come se lo scambio di prodotti con il colosso orientale possa risolvere ogni problema (“la Cina sarà importante per il futuro della regione, l’importante è diversificare le esportazioni”, William Rhodes di Citybank).
Per i presidenti centroamericani la Cina sarà anche importante (senza contare che molti riconoscono ancora Taiwan), ma intanto devono fare i conti con i prezzi degli alimenti: alcuni di quelli importanti sono aumentati nell’ultimo anno dell’80%. Fumo negli occhi, insomma.
Le stesse critiche cadono anche sui biocombustibili. Finalmente, sono stati provati gli alti costi –non solo economici, ma anche del grande dispendio di risorse naturali, acqua compresa- di un’industria che potrebbe affamare definitivamente il mondo del futuro. In Centroamerica, per bilanciare le cose si guarda di nuovo con interesse alle energie alternative. In una regione costellata di vulcani, Honduras, El Salvador e Guatemala hanno annunciato un piano comune per l’estrazione di energia geotermica. Se attuato, sarebbe una buona notizia. In Costa Rica già funzionano quattro impianti, qui il link:(
http://www.grupoice.com/esp/ele/infraest/electric/instalac2.htm).
Le strade sbagliate però, in nome del denaro facile e degli affari, sono ancora molto trafficate. Le soluzioni, per i grandi centri finanziari, passano giocoforza dal petrolio, per cui la crisi alimentara nei prossimi anni stiamone certi, aumenterà.

Intanto, il Banco Mondiale invierà un aiuto ad Haiti per affrontare la crisi degli alimenti. La cifra? Dieci milioni di dollari. Briciole, no?http://luiro.blogspot.com/

Il favorito, l’ex vescovo di sinistra Fernando Lugo, non assiste all’ultimo dibattito degli aspiranti alla presidenza, dove invece gli altri tre candidati, tutti presenti, hanno dedicato la prima parte del dibattito a criticarlo ed insultarlo.

“Ipocrita”, “Commediante”, “Codardo”, “Irresponsabile”, “Imbroglione”, così è stato definito dal conduttore del dibattito, Humberto Robin, il candidato Lugo, mentre la videocamera faceva un primo piano sulla sedia lasciata vuota dall’ex vescovo, seguace della teologia della liberazione. Lugo si è assentato senza avvisare la catena televisiva, facendo un bidone agli atri aspiranti: Blanca Ovelar, del Partito Colorado; il generale Lino Oviedo; e l’indipendente Pedro Fadul.

Lugo ha giustificato poi la sua assenza con un comunicato: “In questo momento non ci sono le condizioni politiche per partecipare ad un dibattito di queste caratteristiche”; che poi continuava: “I paraguayani meritano rispetto, un rispetto che è stato ignorato e violato in questi ultimi giorni”.

Il “vescovo rosso” ha invece chiuso la sua campagna elettorale giovedì sera ad Asunción.

Dure le reazioni degli altri candidati alla presidenza. Lo stesso presidente in carica Duarte, in difesa della Ovelar, ex ministra dell’educazione durante il suo governo, ha duramente criticato l’assenza di Lugo: “Questo sacerdote crudele ha già tradito la Chiesa, come farà a non tradire e voltare le spalle anche al popolo paraguayano?”.

Ricordiamo che Lugo ha lasciato il sacerdozio nel 2006 per competere alla presidenza del paese.

I sondaggi comunque lo danno ancora in testa e favorito con un 34% delle preferenze di voto, seguito dall’ex generale e candidato della destra Lino Oviedo con un 29%. Solo al terzo posto ma non lontana dal vertice, la Ovelar con un 28,5%.

Intanto sale la tensione pre elettorale. Il presidente Duarte ha avvertito a distanza Hugo Chávez, presidente venezuelano, chiedendogli di non mettersi negli assunti interni del Paraguay. La dichiarazione segue le voci che vedono cittadini venezuelani in Paraguay per appoggiare ed aiutare la campagna di Lugo.

Dall’altro lato poi si percepisce il pericolo di “fraude” o brogli elettorali. La coalizione Alianza Patriótica para el Cambio, che appoggia la campagna di Lugo, ha avvisato che non riconoscerà i risultati preliminari di questa domenica.

http://www.verosudamerica.com/2008/04/sale-la-tensione-per-le-elezioni-in.html

Biocarburanti, obiettivo da rivedere
Biocarburanti L'European Environment Agency invita a rivedere l'obiettivo europeo del 10% di biocarburanti in diesel e benzina entro il 2020: occorre pensare alle  conseguenze ambientali.  Le altre voci critiche.

Uno stop provvisorio al programma della Commissione Europea in materia di biocombustibili: a chiedere la moratoria è il comitato scientifico della European Environment Agency alla luce delle considerazioni sull’impatto ambientale dei carburanti di origine agricola. Per l’Eea l’obiettivo comunitario di arrivare, entro il 2020, ad avere nei carburanti per autotrazione il 10% di biocombustibili non va perseguito fino a quando non si siano fatti maggiori studi per valutare i reali impatti ambientali dei carburanti agricoli e va eventualmente rivisto e sostituito con uno meno ambizioso e più a lungo termine.

I biocombustibili ottenuti con tecnologie di prima generazione, sostengono gli scienziati dell’Eea, non usano la biomassa in maniera ottimale, cioè in modo tale da far risparmiare effettivamente combustibili fossili e ridurre le emissioni di gas serra. Ma anche ipotizzando di usare tecnologie di seconda generazione, in Europa, secondo l’Eea, l’intensificazione delle coltivazioni a scopo energetico peserebbe considerevolmente sulla disponibilità d’acqua, l’impoverimento dei suoli e la perdita di biodiversità.

Senza contare che, secondo uno studio fatto nel 2007 dalla stessa Eea, non c’è materialmente abbastanza terra nel vecchio continente da dedicare ai biocombustibili per raggiungere la quota del 10%. A preoccupare il comitato scientifico è la dipendenza dall’importazione da paesi extracomunitari, già adesso forte e che sarà sempre maggiore se si perseguiranno gli obiettivi stabiliti. Importando da paesi terzi, sottolinea l’agenzia ambientale, le possibilità di controllo sull’effettiva sostenibilità dei carburanti acquistati sono molto scarse.

Una voce importante, quella dell’European Environment Agency, che va ad aggiungersi alle molte che in questi ultimi mesi hanno contestato gli obiettivi posti dalla Commissione europea riguardo ai biocarburanti (vedi Qualenergia.it). A fine marzo Rajendra Pachauri, presidente dell' Ipcc (l'organismo scientifico internazionale che studia i cambiamenti climatici) in una conferenza stampa al Parlamento europeo aveva invitato alla cautela suggerendo di “cercare altre soluzioni”. Altra posizione critica quella dei maggiori consulenti scientifici del governo britannico: Robert Watson, ex presidente dell’Ipcc, già consulente scientifico dell’amministrazione Clinton e attualmente consulente del Dipartimento per l’ambiente e l’agricoltura inglese che, sempre a fine marzo, aveva sollevato pubblicamente dubbi sugli obiettivi europei e sull’effettiva sostenibilità ambientale dei biocarburanti: proprio in seguito alle posizioni prese dagli scienziati inglesi il premier Gordon Brown aveva dichiarato che non avrebbe sottoscritto i nuovi obiettivi europei prima che siano compiuti altri studi in materia.

La richiesta di moratoria dell’Eea, dunque, giunge in un momento in cui gli obiettivi comunitari in materia e i biocombustibili in generale sono guardati con sempre minor entusiasmo. È degli ultimi giorni la notizia che la Germania ha deciso di rinunciare all’obiettivo che si era posta a livello nazionale di raggiungere la quota del 10% di biocarburanti entro il 2009.
Dalle associazioni ambientaliste, a quelle umanitarie, ai maggiori rappresentanti dell’industria alimentare le critiche ai biofuels non sono mai mancate. L’ultima in ordine di tempo è quella espressa dalla Banca Mondiale tramite il suo presidente Robert Zoellick che venerdì scorso ha denunciato la responsabilità dei carburanti di origine agricola nell’aumento dei prezzi dei cereali che sta acuendo il problema della fame nel mondo. Proprio la concorrenzialità con le colture alimentari, con conseguente aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, è uno degli effetti collaterali più contestati dei biocarburanti: un tema cui si è mostrato sensibile anche Romano Prodi che in intervento di ieri su Repubblica ha invitato i governi a sospendere qualsiasi incentivazione alle colture energetiche.

GM

 

http://qualenergia.it/view.php?id=591&contenuto=Articolo


Iraq, Inizia nel segreto il procedimento contro Bilal Hussein
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,

Si è svolta a porte chiuse la prima udienza del procedimento che vede coinvolto Bilal Hussein, il fotografo iracheno della Associated Press che le forze Usa tengono in carcere da quasi 20 mesi senza capi di imputazione.

Il 9 dicembre, presso il Tribunale Penale Centrale iracheno, davanti al magistrato Dhia al Kinani, Bilal e i suoi legali hanno potuto ascoltare per quasi 7 ore le accuse che gli vengono rivolte – ed è la prima volta, da quando il fotoreporter è stato arrestato nella sua abitazione di Ramadi, il 12 aprile 2006.

Ma dell'udienza non si sa molto. Perché il magistrato iracheno ha deciso che il procedimento -nonché i materiali presentati – devono rimanere segreti.

E così, perfino l'avvocato di Bilal, Paul Gardaphe, ha potuto vedere – in parte – il materiale, ma non gli è stato permesso di prenderne copia, in modo da potersene servire per preparare la sua difesa.

E sono i materiali che il magistrato iracheno deve esaminare, per poi decidere se l'imputato dovrà essere rinviato a giudizio.

Gardephe ha detto che nei confronti del suo assistito non sono state presentate accuse formali. La cosa è stata confermata anche da Paul Colford, responsabile della Associated Press per i rapporti con i media, in un comunicato nel quale l'agenzia di stampa internazionale sottolinea che, dal momento che il magistrato iracheno ha ordinato che il procedimento giudiziario venga tenuto segreto, non è possibile fornire ulteriori informazioni.

Silenzio anche da parte degli americani. A Baghdad, un portavoce delle forze armate Usa, il capitano di Marina Vic Beck, non ha voluto fornire altri dettagli, dal momento che a condurre l'udienza è il Tribunale Penale Centrale iracheno.

Il legale del fotografo arrestato ha inoltre protestato con forza contro il rifiuto delle forze Usa, che detengono Bilal Hussein a Camp Cropper, una struttura carceraria nei pressi dell'aeroporto internazionale di Baghdad, di fargli incontrare il suo assistito in privato.

Da quando, il 19 novembre scorso, gli americani hanno deciso di passare il caso alla giustizia penale irachena, ogni qualvolta Gardephe ha incontrato Bilal è stato sempre alla presenza di un soldato statunitense e di un interprete militare – il che non consente alcuna privacy per mettere a punto la difesa.

"Non è possibile preparare un imputato a un processo penale con il pubblico ministero nella stanza", ha detto Gardephe, un ex procuratore federale, che ora lavora per lo studio legale Patterson, Belknap, Webb & Tyler.

Il Committee to Protect Journalists ha chiesto che venga tolto il segreto che circonda il procedimento, dato che esso "solleva timori che [Bilal] non abbia un processo equo", ha detto Joel Campagna, coordinatore del programma Medio Oriente per l'organizzazione che ha sede a New York.


Fonte: Associated Press


Firma la petizione internazionale per il rilascio immediato di Bilal Hussein

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=5350

 


Traffico: Rolan Lipp mette Mosca sottosopra

L’ingeniere del Brandeburgo progetta strade che poggiano sui tetti delle case per preservare le città collasso del traffico. Incontro con l'inventore delle Straßenhaus.

Il traffico a Mosca (©Roland Lipp/n-ost)


La giornata di lavoro è finita. Il centro di Mosca si trasforma, come ogni sera, in una giungla. Tutti i giorni si ripete la stessa scena, un concerto di clacson che riempie le vie del centro e i gas di scarico che dipingono le case di grigio. Tre ore, tanto ci impiega Annatoli Kossakow per tornare a casa dal suo ufficio in centro. L’avvocato svolta in una stradina laterale, a bordo della sua Bmw. «Continuo a chiedermi perché ho comprato una macchina così veloce», si lamenta Kossakow. «Nel traffico di Mosca, persino un invalido in sedia a rotelle potrebbe avanzare più velocemente».
Kossakow non ha tutti i torti. L’istituto nazionale di statistica (Irn) ha calcolato che la velocità media nel centro della capitale si aggira intorno ai 16 km/h. Ogni cittadino passa almeno undici ore al mese imbottigliato nel traffico. Questo anche perché il numero dei veicoli negli ultimi anni si è quintuplicato, spiega Igor Lubaschewski dell’Istituto di Fisica dell’Accademia delle Scienze. L’amministrazione teme che nei prossimi quattro anni si possa arrivare al collasso completo.

Mosca sottosopra

C’è qualcuno che crede non solo di poter evitare il collasso, ma addirittura di poter trasformare la città in una zona verde. E ancora di più: in questa zona verde è convinto di poter far circolare il triplo delle auto che ci sono ora. Di chi si tratta? Roland Lipp, professore di Scienze Ingegneristiche del Brandeburgo.
Siede tranquillo in un ristorante del centro città, immerso nei rumori dei clacson degli autisti, e scarabocchia alcune linee su un pezzo di carta. Progetta un capovolgimento di Mosca completo: al primo livello passeggiano i pedoni mentre sui tetti degli edifici e dei centri commerciali viaggiano le macchine. I gas di scarico si dissolvono verso l'alto e l'inquinamento acustico viene attutito dalle apposite barriere. Al di sotto delle strade, ad un livello medio, chilometri e chilometri di parcheggi. Da qui, mediante una rete di ascensori, gli impiegati possono raggiungere i loro uffici situati al livello inferiore. Secondo indicazioni del Ministero dei Trasporti, a Mosca ci vorrebbero 450 km di strade per poter riprendere in mano la situazione.

 


Roland Lipps e il suo progetto per cambiare completamente la città (Fotos: ©Roland Lipp)

Straßenhaus: così Lipp chiama le sue costruzioni. Secondo lui si risparmierebbero circa quindici milioni di euro al giorno: i costi per il carburante diminuirebbero del 44% , così come quelli della manutenzione delle strade e dei motori dei veicoli. E diminuirebbe anche il tasso di anidride carbonica prodotta dai gas di scarico. E infine, gli amanti della velocità come Kossakow potrebbero attraversare la città ad velocità media compresa tra i 40 e gli 80 km/h.
Lipp ha viaggiato in diverse metropoli da New York a Chicago, da Tokio a Shangai e Hong Kong, ma alla fine ha scelto Mosca per realizzare il suo progetto. L’idea gli venne perché per ben due anni è rimasto regolarmente bloccato nel traffico: «Una città del genere non può andare avanti su un unico livello», si è detto.
Quando Lipp cominciò a esporre il progetto all’amministrazione comunale, c'era da mettersi le mani nei capelli: indicò i luoghi esatti per la costruzione di ottantasette parcheggi. Un'impresa audace, se si pensa che Mosca vanta i prezzi immobiliari più alti d'Europa. Con il suo progetto Lipp vorrebbe anche provare a sanare il mercato immobiliare.
Nei prossimi anni potrebbero nascere le Straßenhaus. «Se il comune promuoverà il progetto, gli investitori dovranno mettersi in fila», ammicca Lipp.

La città più inquinata d’Europa



Il caos di Mosca(©Roland Lipp/n-ost)


Anche il sindaco, Yuri Luzkhov, sembra appoggiare il progetto. Negli anni precedenti aveva già accennato ad alcuni gruppi di lavoro del progetto di Lipp. Dopodichè, insieme alle aziende tedesche Siemens e Knauf, presentò il progetto al consiglio comunale. Il giorno seguente, il consigliere Iwan Nowitzki scrisse una lettera al sindaco proponendo di realizzare una piccola costruzione di prova. Lipp attende ora con ansia la decisione.
Il progetto pilota, circa 1,6 km, Lipp ce l'ha già pronto. Si chiama Bayerische Meile (il miglio bavarese) e consiste in una strada posizionata sul tetto di alcuni edifici, con al di sotto gli spazi commerciali. Ai lati degli edifici, ciascuno di cinque piani, a forma di spirale, si trovano una carreggiata per l’entrata ed una per l’uscita dalla Straßenhaus. Dalla via vicina ci si può accedere come in un parcheggio coperto.
Sia la Siemens che la Knauf hanno manifestato l’interesse di voler partecipare al progetto. «Stiamo osservando con grande attenzione tutti gli sviluppi», spiega il portavoce della Knauf, Jörg Lange. La portavoce in Russia della Siemens, Nikita Kuschkin, è invece un po' dubbiosa sull'abitabilità degli edifici, poiché sui tetti passerebbero le macchine. In ogni caso, qualora la città volesse portare avanti il progetto, la Siemens lo sosterrebbe in pieno.
Roland Lipp è più che sicuro: entro otto anni riuscirebbe a trasformare la città più inquinata d'Europa, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in una metropoli con un’altissima qualità di vita. «Ho gli uomini giusti dalla mia parte», sorride compiaciuto l'ingegnere, «si tratta degli stessi cittadini di Mosca».
Lipp osserva la strada attraverso i vetri sporchi delle finestre. Là il traffico è ancora completamente bloccato.


L'autore è corrispondente della rete n-ost
Simone Schlindwein - Moskau
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14525

Russia : sospende pubblicazioni giornale , scrisse di Putin e Kabaeva
di Giulia Alliani

La pubblicazione del quotidiano Moskovsky Korrespondent é stata sospesa per ragioni finanziarie. L'ha comunicato all'agenzia Interfax Artyom Artyomov, direttore generale della casa editrice Natsionalnaya Mediakompaniya.

"Ho deciso la sospensione dei finanziamenti al giornale e, di conseguenza, la sua pubblicazione. La decisione è da mettere in relazione con i forti costi e con divergenze di opinione sulla attuale linea editoriale." ha detto Artyomov.

La Natsionalnaya Mediakompaniya appartiene ad Alexander Lebedev, ex deputato della Duma e importante uomo d'affari russo. Artyomov ha anche annunciato che il direttore del Moskovsky Korrespondent, Grigory Nekhoroshev, ha dato le dimissioni.

Artyomov ha voluto sottolineare che la sospensione delle pubblicazioni del giornale non va posta in relazione con l'articolo, pubblicato pochi giorni fa, recante la presunta notizia del recente divorzio del presidente russo Vladimir Putin che avrebbe intenzione di sposarsi con la famosa campionessa di ginnastica ritmica Alina Kabayeva.

"Non c'è nessun risvolto politico dietro la decisione di sospendere le pubblicazioni del giornale - ha detto Artyomov - é solo una questione di natura commerciale. Nel prossimo futuro decideremo una nuova linea per il giornale e formuleremo un piano di rilancio" (1).

(1) la Kabayeva avrebbe avviato la procedura legale per ottenere i danni dal giornale per la pubblicazione della presunta storia con Putin.


www.osservatoriosullalegalita.org



aprile 19 2008

Bianca-ricordate?- nel film Uccidete la democrazia! l’avevamo data per morta, invece, sorpresa, è ricomparsa nelle urne elettorali


di Beppe Cremagnani


Dal nuovo numero de Il Diario, in edicola dal prossimo 18 aprile

Bianca-ricordate?- nel film Uccidete la democrazia! l’avevamo data per morta, invece, sorpresa, è ricomparsa nelle urne elettorali. Mi riferisco alla schede bianche ovviamente che alle  elezioni del 2006 erano improvvisamente crollate nei numeri elettorali, come se gli italiani da Enna a Tarvisio si fossero passati improvvisamente parola e si fossero convinti a rinunciare a porre nell’urna la scheda immacolata. Il dato nazionale è ancora da ricostruire perché il sito del Viminale pone solo i risultati dei voti validi quelli segnati con un simbolo di partito. Così un po’ via internet, un po’ per telefono abbiamo raccolto i dati di quei comuni, grandi e piccoli che avevano attirato l’attenzione di studiosi e giornalisti.

Partendo da S. Nicandro Garganico, provincia di Foggia dove nel 2006 a fronte di quasi 10.000 votanti non c’era stato nessuna scheda bianca.

Addirittura attorno a quel risultato ruotava parte  del romanzo Il Broglio, il giallo di autore anonimo uscito subito  dopo le elezioni 2006, che per primo ipotizzò trame politiche dietro la scomparsa di schede bianche. Gli elettori del comune pugliese sono tornati alle vecchie abitudini in 316 al Senato e in 306 alla Camera hanno votato bianca.

Da S. Nicandro a Roma: nella capitale dove due hanni fa molte sezioni avevano chiuso lo scrutinio senza neppure una bianca, le schede non votate sono quasi raddoppiate, erano poco più di 9000 nel 2006 sono quasi 16000 oggi. Poi c’è Napoli, dove le bianche sono cresciute ma di poco, qui lievitano le nulle da 4000 a 7000. La stessa cosa succede a Bologna. Infine  pescando a caso nel lungo elenco dei comuni dove la scheda immacolata era quasi sparita scopriamo che torna a moltiplicarsi d  come succede a  certe razze date in estinzione.

Da Dormelletto Olgiata provincia di Novara a Maser ( Treviso), da Fabbrico(Reggio Emilia) a Montecalvo in Puglia gli scontenti della politica tornano a farsi vivi con la più classica delle proteste elettorali. Temo che il giallo di Bianca del 2006  resterà uno dei tanti misteri italiani. Sappiamo che è viva ma non sappiamo dove è finita quando scomparve nella notte fra il 10 e l’11 aprile di due anni fa. Non sappiamo chi l’ha rapita e perché, non sappiamo se c’era di mezzo un ricatto, se è stato pagato un riscatto, chi ci ha guadagnato da tutto ciò. Del resto nessuno ha mai dimostrato molto interesse a far chiarezza. Onore invece al Ministro dell’ Interno Giuliano Amato per come ha diretto le operazioni di voto.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, abbiamo potuto seguire sul computer di casa lo svolgersi dello scrutinio comune per comune. Il ministro è rimasto al Viminale, ha invitato i suoi ex colleghi a controllare passo a passo l’andamento del conteggio,  tutto è filato liscio senza blocchi al cervellone e noi elettori ce ne siamo andati a dormire senza far notte sapendo come erano finite le elezioni. In fondo bastava poco per tener lontano i maleintenzionati   http://www.articolo21.info/editoriale.php?id=3514


La trappola al Nord -


di Fabrizio Bottini – Megachip

18 aprile 2008. Un editoriale non firmato di Repubblica, di ispirazione vagamente neoreazionaria, e un articolo di Orsola Casagrande dal manifesto, convergono in modo inquietante sul tema “territoriale” dei risultati elettorali. Ottimo. Lo si diceva da tempo, e da molte parti: la “questione televisiva” ha certo un peso, e un peso notevole, sullo spostamento dei consensi e la formazione dell'immaginario sociale, ma non riassume di certo l'universo delle sensibilità diffuse. Conta ancora, e in modo massiccio, il “territorio”, meglio ancora se riesce ad entrare in sintonia proprio con quell'immaginario televisivo e in genere mediatico che ne amplifica o orienta tendenze e suggestioni.

Riuscire a riallacciare contatti correnti con le vite quotidiane di chi (la stragrande maggioranza dei cittadini) il territorio nei suoi vari aspetti lo percepisce e sperimenta senza il filtro della grandi categorie dello spirito. Questo l'obiettivo raggiunto dalla Lega, nata esattamente da qui, e questa pare, leggendo l'inquietante editoriale decisamente “marchiato” di Repubblica, anche la tendenza emergente del Pd.

Inquietante non perché scopra il territorio: la cosa è assai positiva, e non da oggi chi se ne occupa in modo più costante e sistematico auspicava una simile svolta della politica. Il motivo della preoccupazione, è che proprio nel momento in cui la sinistra sembra evaporare e/o ingrugnirsi in un dibattito che pare abbastanza autocentrico, il centro pigliatutto se ne esca con la brillante intuizione: casa, famiglia, bottega.

Perché è a questo universo che mira, tutta la congerie di suggestive evocazioni che ascoltiamo ormai da anni, e che ora appaiono sul punto di transustanziarsi in mainstream. Non certo la comunità olivettiana, o le sue antenate del socialismo utopico o dell'autogestione, fondative di tanti approcci progressisti all'intreccio geografia-sviluppo, dall'autarchia rurale di Owen alla rete globale campi-fabbriche-laboratori di Kropotkin . L'unica radice “teorica” di certa pseudosociologia valligiana tanto in voga, è proprio tutto quanto una intera generazione ha imparato freudianamente a odiare, e che ora ci vorrebbero rivendere come nuova frontiera riformista.

Attenzione: dietro a quelle chiacchiere c'è solo ed esclusivamente un mondo “ideale” che sembra uscito direttamente da qualche sconsolata pagina di Massimo Carlotto e dintorni.

[segue l'articolo citato dal manifesto]

La marcia in più dei sindaci leghisti di Orsola Casagrande

Venezia. La parola chiave nel post elezioni sembra essere «territorio». Il successo travolgente della Lega Nord soprattutto in Veneto, Friuli, Lombardia e anche Piemonte è dovuto alla capacità che il partito di Bossi ha dimostrato nel relazionarsi ai territori. In maniera speculare la scomparsa della Sinistra arcobaleno è da attribuirsi in larga parte al suo aver disertato i territori, dove per presenza nel territorio si intende la particolare attenzione che è stata data alle istanze che dal locale provenivano. Addentrandosi maggiormente significa presenza e organizzazione (nebulosa, confusa a volte ma comunque fisica, visibile) nei luoghi di lavoro, le fabbriche in primis. Nelle scuole, nei mercati rionali. E naturalmente nelle amministrazioni pubbliche.

La vittoria della Lega è in tanta parte da ascrivere ai sindaci e amministratori che in questi anni sono riusciti a rendere una immagine efficace, presente, per nulla succube dal potere centrale romano, delle pubbliche amministrazioni, dei comuni, perfino dei quartieri. L'esercito dei sindaci leghisti (oltre duecento) ha lavorato con un obiettivo in mente, radicarsi nel territorio, essere riconosciuti e riconoscibili, dare risposte. Spesso risposte gridate, razziste, troppo velocemente liquidate come «sparate». La Lega Nord è cambiata tanto in questi anni, tra esternazioni xenofobe del Borghezio di turno e un meticoloso lavorio di ascolto del territorio che ha prodotto dirigenti che nei territori sono radicati perché da lì provengono, oggi la Lega può brindare al successo. Le caricaturali e folkloristiche immagini della cerimonia della nascita della Padania (a Venezia) lasciano il posto a un articolato progetto che pure ancora confuso si snoda su punti saldi e chiari. Che vanno al di là del «prendiamo i fucili» di Bossi o «buttiamoli a mare» di Borghezio. E parlano di federalismo, fiscale e non solo, di maggior potere alle amministrazioni locali, di maggiore autonomia.

Certo, le parole d'ordine anche in questa campagna elettorale sono state le stesse di sempre, con tanta violenza vomitata addosso ai migranti, per esempio. Anche se poi Treviso, dove il sindaco Grosso e il prosindaco «sceriffo» Gentilini hanno fatto il bis (dopo la guerra delle panchine), è la città che la Caritas nel suo dossier sull'immigrazione indica come il luogo di maggiore integrazione per i cittadini stranieri. A Cittadella, dove il sindaco locale è salito agli onori delle cronache per la sua ordinanza, ribattezzata «antisbandati», con la quale negava la residenza a chi non aveva un reddito di un certo tipo, la Lega ha sbancato raggiungendo addirittura il 42%. Ma il dato da leggere non è solo l'ordinanza. Bisogna andare a monte: la nuova classe dirigente della Lega è quella che appunto usa le ordinanze, gli strumenti legali di cui dispone l'amministrazione locale.
Molto si discute in questi giorni sul voto operaio in parte dirottato proprio verso i leghisti. Anche in questo caso la lettura da fare non può fermarsi alla superficie. Gli operai, molti, hanno visto nelle parole della Lega una possibilità. Intanto di difesa del posto di lavoro, cosa che, lamentano in tanti, anche il sindacato ormai non considera più la priorità. In fondo, nelle assemblee che in questi mesi ci sono state nelle fabbriche venete si è parlato molto di quello che il governo di centro sinistra avrebbe dovuto fare e non ha fatto, a partire dall'abolizione della legge 30. Insomma se la Lega in queste elezioni ha avuto tre milioni di voti alla Camera e poco meno di due milioni e settecentomila al Senato non è soltanto per «protesta». E' perché in questi anni il partito di Bossi ha puntato al radicamento nel territorio, in questo «aiutata» dall'abbandono dei territori da parte della sinistra (intesa come le forze dell'Arcobaleno) e certamente dalla dismissione totale di ciò che di residuo «sinistroide» era rimasto ai Ds poi Partito democratico. Perché nonostante Veltroni e company abbiano perso le elezioni hanno vinto su un altro fronte da tempo perseguito (peraltro fin dai tempi del vecchio Pci) e cioè l'eliminazione delle fronde «sinistre».

In questo contesto si inseriscono positive e interessanti anomalie, come, per citarne soltanto due, il movimento no Tav, ma anche il popolo no Dal Molin. Ognuno con le sue specificità. A Vicenza il presidio permanente ha deciso di giocare la carta dell'amministrazione locale, proponendo una lista e ottenendo un consenso ampio, il 5% che tradurrà in sperimentazione all'interno del consiglio comunale. Anche per provare a stare nel territorio in maniera differente dalla Lega.


 

I Verdi corrono da soli e guardano a destra per il dopo voto

GERMANIA ■ AL CONGRESSO DI BERLINO IL PARTITO DI BÜTIKOFER DECIDE DI PRESENTARSI SENZA ALLEATI ALLE POLITICHE 2009

I Verdi, dopo il congresso tenutosi a Berlino, hanno dato il via a una svolta politica, quasi in silenzio e con un inconsueto pragmatismo, annunciando che correranno da soli verso le elezioni politiche del 2009.

Non ci sarà, dunque, una coalizione anticipata con la Spd. I Verdi valuteranno solo dopo il risultato elettorale quale sarà il partner più adatto per poter realizzare i loro progetti politici. «I contenuti e non la forma sono decisivi», ha affermato il leader del partito, Rheinhard Bütikofer, aggiungendo che potranno presentare agli elettori il loro vero programma solo in una campagna elettorale indipendente, vale a dire senza dover subire l’influenza altrui. «Del resto – ha concluso Bütikofer – solo in questo modo gli elettori potranno capire le differenze che ci sono tra noi e gli altri partiti». Non meno esplicita è stata la vice-capogruppo parlamentare, Renate Künast: «Al di là di una coalizione rosso-verde, immaginiamo altre opzioni », ha detto, aggiungendo che la divisione dello spettro politico tra sinistra e destra appartiene al passato. I Verdi, dunque, si affacciano a destra.

E se fra un anno e mezzo i seggi non dovessero bastare per una maggioranza nel Bundestag, scatterebbe l’aiuto dei liberali, dando il via a una coalizione giallo-verde-nera – detta per questo anche “giamaicana” –, un novum nel panorama politico tedesco. Un’idea questa che però non piace a tutti: Chritian Ströbele, uno dei Grünen più noti, ha biasimato la scelta del suo partito. «Noi siamo una formazione di sinistra e non posso immaginare che con i partiti di destra si possa realizzare una politica verde, basata sull’ecologia, la pace e i diritti fondamentali dell’uomo».

I nostalgici, tuttavia, sembrano essere in minoranza. Oramai anche Claudia Roth, presidentessa dei Grünen in coppia con Bütikofer, ha cambiato idea. Dopo le elezioni regionali di Amburgo, la Roth si era ancora pronunciata contro una coalizione con la Cdu, ma adesso anche lei è convinta che «bisogna provarle tutte, pur di evitare la costruzione di una centrale nucleare a carbone». Persino Werner Schulz, deputato verde dal 1990 al 2005 nel Bundestag – scettico fino a poche settimane – ha fatto dietrofront, garantendo il suo sostegno per questa nuova mossa strategica.

Intanto la Spd, nel bel mezzo della sua crisi più intensa degli ultimi anni, fa finta di niente. Il suo presidente Kurt Beck ha preferito non commentare la decisione dei Verdi, anche se il suo silenzio è dovuto più alla crisi personale che sta attraversando piuttosto che alla probabile delusione del suo partito. Infatti, durante il congresso della Spd del Nord-Reno-Westfalia, tenutosi a Düsseldorf questo weekend, il sostegno politico che Beck ha cercato – quasi disperatamente – nella base socialista, è venuto a mancare. Beck, oggi, sta facendo i conti con la sua scarsa affinità tattica: con il suo discorso, giudicato dalla maggior parte dei presenti troppo lungo e noioso, non è riuscito a entusiasmare. Ha sorvolato i temi più interessanti – non ha parlato ad esempio della sua probabile candidatura per la cancelleria nelle elezioni del 2009 – e ha perfino taciuto sul fallito tentativo di mettere in piedi una coalizione rosso-rosso-verde in Assia, dove si è votato a fine gennaio e ancora non si sa se ci saranno nuove elezioni. Piuttosto, Beck, ha preferito parlare d’altro e questo ai suoi compagni non è piaciuto. Particolarmente duro è stato con il segretario generale della Cdu, Ronald Pofalla, che in una recente intervista aveva detto che la Spd «si fa a pezzi da sola». Solo in questa occasione, il presidente, è riuscito a raccogliere qualche timido applauso.

La mossa del partito di Bütikofer, tra l’altro, sembra interessare in chiave tattica più ai liberali che all’ex partner di coalizione. Difatti, se finora il leader della Fdp, Guido Westerwelle, ha resistito a qualsiasi tipo di tentazione – ultimamente in Assia ha rinunciato di nuovo con fermezza a un’alleanza con la Spd e i Verdi –, adesso, dopo la svolta improvvisa dei Grünen, non se la sente più di escludere a priori una coalizione “semaforo”.
Questo non vuol dire che i liberali stanno progettando una campagna elettorale senza pensare a una coalizione.

Questo errore, del resto, il liberali lo commisero già nel 2002, incassando una delle più amare sconfitte elettorali nella storia della Fdp. Stando, però, a quanto sostiene il settimanale Der Spiegel, Westerwelle temporeggia: solo se i verdi nei prossimi mesi dovessero sprofondare nei sondaggi, i liberali correranno affianco alla Cdu/Csu. Altrimenti tenteranno anche loro il tutto per tutto pur di tornare al governo, dal quale sono assenti da dieci anni. Come sostiene anche il quotidiano Die Tageszeitung, nel nuovo sistema a cinque, saranno, dunque, proprio i massimalisti di Gregor Gysi a dover trovare presto una nuova soluzione. Altrimenti la Linkspartei sarà destinata a restare ancora più a lungo fra i banchi dell’opposizione.http://politicatedesca.blog.de/


HAITI:
Rabbia e disperazione per la crisi alimentare
Nick Whalen

La popolazione manifesta per le strade di Haiti chiedendo al governo prezzi più bassi per i beni di prima necessità
Foto: Nick Whalen/IPS

PORT-AU-PRINCE, (IPS) - Un ombrello a righe verdi, rosse e gialle è la sola protezione di Hernite Joseph contro il sole cocente, mentre divide con un cacciavite un pollo surgelato, e ne riordina i pezzetti in pile ordinate di tre.

”Molto tempo, fa, quando le cose andavano bene, andavo a lavorare e avevo abbastanza cibo per nutrire i miei due figli più piccoli”, racconta Joseph, che vende parti di pollo importato dagli Stati Uniti.

Ma ultimamente, l’aumento dei prezzi del cibo ha reso quasi impossibile per Joseph sfamare i suoi figli.

”I miei bambini sono degli stecchini”, racconta la donna, seduta a un tavolo di legno ricoperto di carta nel mercato La Saline, uno dei più grandi della capitale. “Non ho abbastanza per farli mangiare”.

”Prima, con un dollaro e venticinque [centesimi], si potevano comprare verdure, un po’ di riso, 10 centesimi di carbone e un po’ d’olio per cucinare”, ha detto. “Adesso, una lattina di riso costa 65 centesimi, e non è nemmeno buono. L’olio costa 25 centesimi. Il carbone 25 centesimi. Con un dollaro e venticinque non si prepara neanche un piatto di riso”.

L’aumento dei prezzi alimentari riguarda tutto il mondo, ma Haiti ne è stata particolarmente colpita. Il paese più povero dell’emisfero importa la maggior parte del cibo che consuma, conseguenza delle politiche liberiste che hanno devastato la produzione nazionale.

Sabato scorso, il presidente Rene Preval ha promesso di ridurre il prezzo del riso e il Senato haitiano ha votato per mandare a casa il primo ministro Jacques-Edouard Alexis, per non aver saputo arrestare l'aumento vertiginoso dei prezzi alimentari.

Tutto questo avviene dopo dieci anni di proteste sul costo elevato della vita, a causa del quale almeno tre haitiani sono morti. Il malcontento è iniziato a Okay, la terza città di Haiti, e si è rapidamente diffuso in tutto il paese.

Secondo i piani di Preval, il riso di importazione sarà sovvenzionato dal governo di Haiti con denaro proveniente dalla comunità internazionale e dal settore privato. Attualmente, gli importatori vendono un sacco di circa 50 chili di riso a 51 dollari.

Il governo taglierà 5 dollari per ogni sacco, e i tre principali importatori di riso toglieranno dai loro guadagni 3 dollari a sacco. Con i nuovi sussidi, il prezzo di un sacco di circa 50 chili dovrebbe costare 43 dollari, diminuendo del 16 per cento circa.

Tuttavia, l’accordo tra il governo e gli importatori durerà solo un mese e non esiste alcuna garanzia che il nuovo prezzo del riso realmente diminuirà del 16 per cento una volta sul mercato.

Il piano segna un’inversione di rotta per Preval, che in passato aveva negato i sussidi per il riso importato al fine di evitare la vendita sottocosto per i produttori locali.

”Il riso importato a buon mercato ha distrutto il riso [coltivato a livello nazionale]”, ha detto. “Oggi, il riso importato è diventato costoso, la nostra produzione nazionale è crollata, e la miseria è aumentata”.

Un consulente del presidente ha dichiarato che il riso coltivato ad Haiti non può essere facilmente sovvenzionato dato l’elevato numero di produttori e distributori.

Con l’aiuto del governo venezuelano, Preval ha anche promesso di dimezzare il prezzo dei fertilizzanti. Il costo di 50 chili di fertilizzante è di circa 43 dollari, e i poveri agricoltori sono costretti a scegliere tra il fertilizzante e la scuola per i figli.

Ora il governo spera di fare scorta di fertilizzanti, in vista della stagione della semina tra giugno e luglio.

Trent’anni fa, Haiti produceva quasi tutto il riso che consumava. Ma alla fine degli anni ‘80, il riso sottocosto importato dagli Usa ha invaso il paese, dopo che la giunta militare aveva iniziato a liberalizzare l’economia con il supporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Le prime partite di riso proveniente dagli Usa venivano scortate da convogli armati nella valle di Artibonite – la principale regione di Haiti per la produzione del riso. I coltivatori consideravano l’importazione dagli Stati Uniti una minaccia alla loro produzione e sostentamento.

I timori si sono rivelati legittimi. Nel 1994, un piano sponsorizzato dall’FMI ha tagliato le tariffe sul riso di importazione dal 35 al 3 per cento, le più basse in tutta la regione. In un anno, l'importazione di riso è raddoppiata.

Mentre il governo Usa sovvenziona i suoi agricoltori, alla controparte haitiana è stato proibito di farlo in base ai termini dell’accordo stipulato con l’FMI. Negli ultimi 20 anni, la produzione del riso ad Haiti è dimezzata, e oggi le importazioni dominano il mercato.

A La Saline, il tanfo di pesce e di pollo impregna l’aria, mentre Hernite Joseph continua a spezzettare il mucchio di polli surgelati di fronte a lei.

Per Hermite e per i suoi tre figli il futuro è incerto e il costo della vita continua a crescere, e la donna pensa di non avere scelta: “Morirò”, conclude. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1165

Pesca in Senegal: «La crisi è colpa dell’Europa»

A causa dell’attività ittica intensiva, il pesce inizia a scarseggiare sulle coste senegalesi. I pescatori, vittime anche di accordi commerciali con l’Ue, tentano la fortuna in Europa. Da clandestini.


Elhadj Bop, pescatore di Vélingara. Come dice lui stesso: è « nato nella pesca» (Foto: José Lavezzi)


«Un partenariato deve poggiare sulla trasparenza e la partecipazione degli attori locali. L’Ue non é stata limpida, né in fase di negoziazione degli accordi né riguardo all’utilizzazione dei proventi della compensazione finanziaria», spiega Souleymane Omar Sarr, pescatore del villaggio senegalese di Fambine. Il giovane è venuto a conoscenza degli accordi tra l’Ue e il Senegal solamente due anni fa, grazie ad un corso di formazione tenuto della Ong ActionAid nella sua comunità che, su seicento abitanti, conta circa trecento pescatori.
A causa dello sfruttamento intensivo del mare il pesce scarseggia, i prezzi salgono e la popolazione locale non lo può più acquistare.
In questo paese dell’Africa occidentale la pesca riveste un’importanza economica, sociale e culturale fondamentale. Si tratta di un settore che impiega 75mila pescatori, e i cui introiti toccano seicento mila persone.

Pesca in Senegal

Clicca sulla "X" in alto a destra per vedere ancora le foto (Fotos: José Lavezzi)


Un mercato per l’Ue

I primi accordi tra Senegal e Unione europea risalgono all’inizio degli anni Ottanta. Il Paese africano aveva bisogno di finanziamenti e l’Europa cercava pesce per soddisfare la domanda del mercato interno, e zone di pesca per i pescherecci europei.
Ma la crisi è iniziata presto, e per molteplici ragioni: la domanda europea cresce costantemente e il Senegal ha stretto accordi di pesca anche con altri paesi. Inoltre, per via dell’esodo rurale, sul litorale africano si riversano sempre più pescatori. Lo stato non è in grado di regolare il settore e la pesca industriale ‘senegalese’, finanziata con capitali europei, ne approfitta.
Souleymane tenta oggi di organizzare la mobilitazione. «Dobbiamo preservare le specie costiere nell’interesse del Senegal e, soprattutto, dei piccoli pescatori. È a rischio la nostra stessa sopravvivenza, dovete ascoltarci e comprendere le nostre ragioni», prosegue. Le risorse ittiche si assottigliano e le piroghe prendono il mare, dirette verso le acque della Guinea Bissau, o addirittura della Guinea.

Viste le difficili condizioni di vita non c’é da stupirsi se i pescatori senegalesi, specialmente quelli del Sine-Saloum, sono i primi a imbarcarsi alla volta dell’Europa. Come racconta Moussa Ndiaye, un pescatore di Fambine, nel 2007 già sei persone hanno già lasciato il villaggio per tentare di raggiungere l’Europa.



(Photo: José Lavezzi)


L’odissea di Ibrahim il pescatore

Anche Ibrahim Sarr ha deciso di partire dal suo villaggio, su una piroga, diretto in Europa. Nato a Ndior nel 1960, Ibrahim, dopo un “soggiorno” nell’esercito tra il 1979 e il 1981, è partito per la Mauritania. Reclutato a bordo di una nave coreana, ha lavorato per due anni nella pesca industriale, affianco di una trentina di asiatici e una ventina, tra senegalesi e mauritani: «La paga era molto alta, soprattutto per quei tempi: 200.000 franchi Cfa (franco delle colonie francesi africane, circa trecento euro, ndr) al mese», ricorda Ibrahim.
In seguito ha lavorato su una nave battente bandiera spagnola. Un’esperienza che non gli ha lasciato un buon ricordo: «Verso gli africani c’erano molti meno riguardi che verso i coreani. Allora non mi rendevo conto delle conseguenze della pesca industriale: guadagnavo 500.000 franchi e la cosa mi bastava a non per non pormi problemi. La mia unica preoccupazione era di risparmiare in vista dell’Europa», spiega Ibrahim, che presto inizierà la sua vita da clandestino.
«Sono arrivato a Las Palmas (comune spagnolo nella comunità autonoma delle Canarie, ndr) per trasferirmi un po’ di tempo in Spagna. Un amico aveva un appoggio in Germania, a Monaco. Purtroppo, la polizia mi ha fermato a Bonn e mi ha rispedito in Senegal». Così si è concluso il primo tentativo di viaggio ma, assicura Ibrahim, «partirò di nuovo. Mi piacerebbe rimanere in Senegal ed investire i miei risparmi, ma purtroppo non ci sono le condizioni per vivere».



(Tutte le foto sono di José Lavezzi)
José Lavezzi - Fambine - Sénégal http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=14549

Violenze alle donne : serie della BBC patrocinata dall'ONU
di Tara Fernandez

La percentuale di donne che hanno subito o rischiato di subire una violenza nella loro vita , sia di tipo sessuale che non, e' altissima.

BBC World cerchera' di spezzare l'indifferenza rispetto a questo fenomeno con un nuovo programma composto da alcuni film, promosso e sostenuto dall'UNFPA (Fondo mondiale per la popolazione) e soprattutto dal suo direttore, Thoraya Ahmed Obaid, che ha evidenziato quanto sia importante lottare per i diritti umani delle donne che "sono a rischio di violenza nelle loro normali funzioni quotidiane".

La serie TV sara' presentata dalla famosa cantante Annie Lennox, che ha voluto sottolineare quanto la violenza contro le donne pesi piu' del cancro e delle guerre e quanto le lasci segnate per la vita. Senza dimenticare le molestie, le mutilazioni genitali, ed altre tristi voci in un elenco troppo lungo e doloroso.

I 7 film della serie riguardano il Nepal, la Turchia, il Marocco, la Repubblica Democratica del Congo, la Colombia, la Mauritania e l'Austria: sette realtà dove si riscontrano problemi di omicidi "d'onore", stupri, guerre, leggi ingiuste, violenze domestiche, torture.

La legge più terribile sullo stupro e' quella che in Mauritania condanna la vittima al carcere, qualora non vi siano prove certe della violenza. Un totale rovesciamento di un sistema corretto, come afferma Zeinabou Mint Taleb Moussa, un avvocato a capo dell'Associazione mauritana per la salute della madre e del bambino.

Qualche settimana fa Ban Ki Moon aveva lanciato una campagna di sensibilizzazione e di lotta alle violenze alle donne.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



aprile 18 2008

Mente fredda

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La scomparsa della Sinistra in Italia avrà almeno un effetto benefico: finalmente la Gardini potrà pisciare in santa pace alla Camera, senza Luxuria che la disturba. 
Questione di coerenza: Berlusconi aveva annunciato che sarebbe andato a Napoli, e lì farà il primo consiglio dei ministri. Veltroni aveva detto che sarebbe andato in Africa: ora dovrà fare il primo consiglio dei ministri ombra a Kinshasa. http://roma2011.blogosfere.it/

Fottiti la cheerleader, fotti il mondo

di bucknasty

Gli ultimi 2 giorni sono stati fra i più emo dalla 2° repubblica ad oggi.  Comunisti 60enni che piangono. Gente che giura che andrà a vivere all’estero. Bruno Vespa. Il livello di pessimismo & fastidio è talmente elevato che qualcuno è arrivato a richiedere ottimistiche parole di conforto — a me.

Molti, infatti, continuano a domandarsi su twitter, sul proprio blog, nei gruppi di facebook, fra le foto con la reflex di flickr, nei party del salone del mobile, come mai il loro messaggio non sia arrivato al ferramenta con 4 figli in Val Camonica.

“Ooh, perchè abbiamo perso? PERCHE’?” si chiedono, fiocinando frustrati la tastiera del proprio macbook da 1800 euro.

Secondo le stime più superficiali la colpa\merito è da attribuire alla Lega Nord, che ha raccolto il “voto di protesta” di una popolazione incazzata, semplice ed operaia — ma nessuno capisce bene come mai. Essendo io un abitante dell’hinterland milanese, non solo posso tastare il polso del paese vero, ma evito anche la merda dei loro pitbull davanti all’ingresso di casa mia.

E’ iniziato tutto alla partenza della campagna elettorale a Pescara, dove Veltroni ha annunciato al popolo del PD, ai giornalisti ed alla nazione tutta, un netto taglio con la vecchia politica del passato fatta di attacchi ai propri avversari, divisioni ideologiche ed odio, riuscendo così ad evitare con successo quella deriva che ha portato molti altri leader in giro per l’Europa a vincere le elezioni.

E così allora Veltroni ha indossato il suo vestito da sposa bianco ed ha iniziato un tour per portare il suo messaggio di pace e speranza, prendendo passaggi da un pulman all’altro, in giro per tutta l’Italia. Da nord e sud, passando da folle di poche centinaia di persone in piccoli paesini ai grandi capoluoghi con migliaia di persone e la presenza di personalità dello spettacolo. “Gli italiani sono stanchi delle divisioni” ripeteva spesso loro “Se non nomino il mio avversario politico e non rispondo mai alle stronzate che dice demolendomi la gente mi voterà IN MASSA!  Me l’ha detto uno che legge Sun Tzu e i manuali dei samurai per vendere detersivi e ora fa il consulente di marketing politico!” Tutto questo è finito in tragedia quando, la sera del 14 aprile, l’ingenuità di Veltroni è stata strangolata e stuprata dal 10% in più del PDL, che ha seppellito crudelmente il suo corpo per almeno i prossimi 5 anni.

“Ooh, perchè abbiamo perso? PERCHE’?”

Il momento più emo di tutti però si è raggiunto subito dopo i risultati certi delle elezioni – verso sera  – quando i politici si sono ritrovati nelle varie trasmissioni politiche per commentare i risultati più o meno positivi che avevano ottenuto. Di solito questa parte, non importa ciò che è accaduto nel pomeriggio, è molto più angosciante della realizzazione di chi dovrà governare la tua vita per il prossimo lustro. Questa volta l’assoluto protagonista di tale fase è stato Bertinotti, che ha trascorso tutto il tempo disponibile da Mentana con gli occhi lucidi a cercare di giustificarsi e a razionalizzare lo shock, come un concorrente di un reality cacciato per una bestemmmia. Ha fatto talmente pena a tutti, che perfino Gasparri ha smesso di sorridere come un insopportabile ghigno arrogante compiaciuto del cazzo per 30 secondi per offrire le sue parole di conforto. Gasparri. Conforto.

“Ooh, perchè abbiamo perso? PERCHE’?”

E’ difficile trovare un punto debole in una campagna che prevedeva, come punto strategico propagandistico di convincimento elettorale, ripetere 380 volte al giorno la brillante parola “Veltrusconi” e tagliare nastri per inaugurare la carta da parati con il logo nuovo nelle vecchie sedi di partito. E’ stato il “Veltrusconi” o i nastri?

— “Uh, Fausto, la Lega ha tappezzato tutto il nord Italia di manifesti che dicono che gli albanegri si scoperanno tutte le figlie bianche e cristiane dopo aver costruito un tempio islamico con mattoni fatti di cocaina spacciata nelle scuole e lavoro rubato agli italiani, cosa facciamo?”
— “Veltrusconi!”

La risposta la troveranno solo i massimi politologi internazionali, quando gli diranno che esisteva un partito dal nome “Sinistra Arcobaleno”.

Rifondazione Comunista era il nome più figo del mondo, perchè cambiarlo? Non era statico, come “Comunisti Italiani”. Non Rifondato, ma Rifondazione. Nel senso che non era mai completo il processo. Tipo un giorno sono in giro a protestare in favore della pace per il Poveribimbinegristan e il giorno dopo – BAM – ti accorgi che c’è un armata sotterranea di LeninZombie pronta a marciare sul Vaticano. Poi, una mattina, ti alzi e la falce ed il martello ed il nome fighissimo sono rimpiazzati con la bandiera del gay pride colorata con i pastelli che ti regala l’insegnante di sostegno alle elementari se sei ritardato. Come puoi vincere le elezioni — o entrare anche solo in parlamento — quando il nome del tuo partito sembra il titolo di un album dei Tiromancino?

Ma Rizzo, sembra aver trovato una risposta alla debacle. “La sinistra cacci salottieri e radical-chic, torni a essere vicino al popolo e agli operai. A questo serve un nuovo partito comunista senza trasformismi e arrampicatori” ha dichiarato oggi, assicurando così il non ritorno dei partiti comunisti nel parlamento italiano per sempre.

L’errore fondamentale del samaritano de sinistra è pensare che per convincere lo straccione fallito che vota Berlusconi a cambiare sponda basti poggiargli una mano sulla spalla e dire “Io ti capisco, fratello sole” elencandogli poi tutte le cose cattive che lo scarafaggio arcoraro ha compiuto e detto. Non comprendono ancora che l’italiano è fondamentalmente un volgare ed ignorante cazzone con il culto della personalità carismatica dominante ed autoritaria per mancanza della propria, e che nel nostro paese l’anti-intellettualismo è uno dei pochi valori in cui tutti si riconoscono. A nessuno frega un cazzo degli operai, perchè gli operai sono ormai tutti albanegri. L’unica cosa che il pizzamandolino odia è la condiscendenza, soprattutto se viene da qualche figlio di papà di sinistra che giura di sentire cosa si prova ad essere nella sua situazione. Il problema non sono i “salottieri”, gli italiani non odiano ciò che disperatamente cercano trivialmente di sembrare senza che se lo possano permettere, ed andando contro i propri interessi. Cos’è Berlusconi, in fondo, se non il nostro iPhone che possiamo agitare in faccia agli altri paesi europei per dimostrare pateticamente che anche noi abbiamo i soldi? Certo dobbiamo vendere il culo, ma HA I TASTI CHE SI TOCCANO!

Gli altri possono pure comprare il loro vestito da sposa. http://www.7yearwinter.com/


Se perdere è brutto vincere non è facile
Sandra Bonsanti
la Repubblica Firenze
Alle 8 di mattina Roma si sveglia sotto il cielo plumbeo di questi giorni e nel centro storico stanno attaccando gli ultimi manifesti sul ballottaggio: " Con 761.126 voti Rutelli è in testa. Il 27 e il 28 aprile fai vincere Roma". E io che vengo da Firenze mi sento un po´ come Kunt, il marziano di Ennio Flaiano, sceso dall´astronave e il cui programma era così semplice e moderno: "Conoscere, vedere, vivere". In via del Plebiscito tutto tace: solo due carabinieri indicano che là c´è qualcuno, il Presidente prossimo venturo che ci accompagna da ben 15 anni e alla fine saranno almeno 20. Un ventennio. Attrezziamoci.
A me che arrivo dal Granducato rosso fanno grandi complimenti del genere: beata te, mi trasferisco in Toscana.
Certo, a Roma boccheggiano con il Popolo della Libertà che col 36,55 è diventato il primo partito e il Pd che nel 2006 (come Ulivo) aveva il 33,84 fermo a un magro 34,02. E stanno cercando di capire dove trovare i voti per vincere il ballottaggio.
Noi invece... da noi il Pd ha più del 50 per cento e ci chiedono come avete fatto. Ma se è brutto, anzi bruttissimo perdere, non è facile nemmeno vincere. Anche perché sei sotto gli occhi di tutti, e ognuno dice la sua su come il Pd non deve perdere questa importante vittoria locale. Ognuno ha un consiglio da dare. Però, da semplice cittadina mi piacerebbe che Firenze e la Toscana si caratterizzassero per scelte chiare, civili, lungimiranti.
Vorrei, intanto che i dirigenti del Pd guardassero alla forza che rappresentano con l´impegno di metterla tutta al servizio della città.
Una forza che serva a governare bene, a fare qualcosa (anzi molto) per gli altri e non ad accumulare un «potere» di autoconservazione, una forza che serva a innovare e non a trasmettere casta e carriera. Una forza che serva a prendere decisioni per il bene comune della città, e una volta prese a portare a compimento il lavoro, ascoltando, confrontandosi ma non destreggiandosi. Una forza che servisse a tutti a fare un passo avanti sulla strada di ciò che noi intendiamo essere «classe dirigente», amministratori locali illuminati e non dediti alla piccola politica. Vorrei che questa forza si realizzasse tutta all´insegna della trasparenza e della legalità: programmi e atti pubblici tutti compiuti davanti alla città e non nelle stanze segrete che oramai anche il segreto di Stato è sul punto di cadere (passati trent´anni). Vorrei una forza che risolvesse la debolezza degli altri. E qui bisogna intendersi.
Oggi i cittadini deboli sono tanti: è debole la donna impaurita, ed è un violento chi la deruba o solo la minaccia. Ma sono deboli anche quelli che vengono qua perché sperano di riuscire a diventare esseri umani e non merce umana.
La forza del Pd dovrebbe non ostacolare ma aiutare la sinistra che oggi non è in Parlamento a capire dove ha sbagliato, perché i suoi «no» non sono stati sempre capiti nemmeno dai compagni che hanno cercato un altro orizzonte con Veltroni. E´ difficile esser «generosi» quando spesso si è diventati matti per i bastoni fra le ruote. E´ difficile essere pazienti, ma aver vinto non significa aver sempre e comunque ragione. Lavorare insieme, per capire anche come mai la Lega sia riuscita a mandare, tra Prato, Arezzo e Montecatini segnali importanti.
Vorrei una forza che a quella parte della maggioranza nazionale che minaccia di intralciare il governo della città ricorrendo a brutali ricatti rispondesse con fermezza civile.
Infine vorrei una forza che ci rendesse la fierezza della nostra cultura: che soffre da anni di poca attenzione, che ha radici così solide che appaiono eterne, ma che vanno coltivate con passione come una assoluta priorità. La nostra priorità.


DIRITTI:
L’Europa deve essere un modello per i diritti umani
Intervista con Irene Khan, Segretario generale di Amnesty International


Foto: Amnesty International

Bruxelles, (IPS) - Quando il cadavere di Stojan Miodrac fu identificato da sua moglie nel 1991, le sue orecchie erano state tagliate e i suoi occhi cavati. L’uomo aveva incontrato la sua morte orribile recandosi all’ufficio di previdenza sociale in Croazia, dove gli avevano chiesto di mostrare un documento di identità. La sua unica colpa, portare un nome di etnia serba.

Miodrac era uno degli oltre 100 civili che vivevano nella cittadina industriale di Sisak, assassinati o non volontariamente scomparsi durante la guerra dell’ex Jugoslavia. Oggi – dopo 17 anni – virtualmente nessuno dei responsabili di quei crimini è stato processato.

La Croazia ha chiesto di entrare nell’Unione Europea, ma Amnesty International ritiene che le istituzioni di Bruxelles abbiano il dovere di assicurare le responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto degli anni ’90, nel quale entrambe le etnie serba e croata furono perseguitate. Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty, ha sollevato la questione durante il suo colloquio il 15 aprile con i massimi leader dell’Ue.

Kahn ha parlato di questo e di altre questioni sui diritti umani con il corrispondente dell’IPS a Bruxelles, David Cronin.

IPS: Negli ultimi giorni avete chiesto la fine dell’impunità dei crimini di guerra in Croazia. Quando incontrer&agr