ulivo velletri


maggio 31 2008

E vai: siamo alle retate sui tram!

Per Ratzinger è un vero motivo di gioia il nuovo clima che si è creato nel Paese.

D’altro canto, a un vecchio ex nazista chissà quali fremiti deve provocare l’idea di un plotone di vigili con manganelli e pistole che si diverte a fare retate sui tram, sequestrare gli indesiderabili e trasportarli su un pullman blindato in questura.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


A piazza Montecitorio


Il 7 giugno alle 12 ci ritroveremo a piazza Montecitorio, due anni un mese e un giorno dopo quel 6 maggio 2006 in cui prese il via in un inaspettato bagno di folla la storia di Generazione U. Cominciano a uscire delle indiscrezioni di stampa su quel che sarà il nostro raduno, che ha come principale novità quella di vedere tra i protagonisti dell'iniziativa alcuni nomi che portano Gu oltre i propri confini stabiliti alle ultime primarie: penso a Lorenza Bonaccorsi, a Francesco Soro, a Paolo Zocchi, ai blogger di Marioemario, tutti esponenti di primo piano del mondo democratico under 40, che alle primarie hanno preferito sostenere la candidatura di Walter Veltroni. La simpatia con cui ci siamo ritrovati attorno al tavolo per dirci in pochi minuti che eravamo d'accordo nell'esprimere in forma comune una linea contundente rispetto all'immobilismo del Pd, è la prima garanzia di verità e di forza di un percorso. Se si sorride insieme, si è sempre un passo avanti.

Così è nata l'iniziativa del 7 giugno, così ne è nato il titolo: "Per un nuovo Pd".

A piazza Montecitorio ripeteremo quel che sui nostri blog leggete ormai da settimane. Mi sembra di poter sintetizzare le questioni in tre punti.

1. Il Partito democratico ha perso le elezioni, la sua dirigenza ha accelerato il percorso verso lo showdown delle urne rivitalizzando un Berlusconi alla frutta: sia l'accelerazione che la sconfitta, con l'aggravante pesante del tracollo romano, ricadono come responsabilità politica sul gruppo che ha guidato il Pd. Come dicemmo già il 6 maggio 2006 facendo eco ad altri, con questi dirigenti non vinceremo mai. Noi vogliamo un nuovo Pd, che faccia marciare le idee nuove su gambe nuove adeguate, sul modello del New Labour blairiano, che riportò al successo il centrosinistra britannico pensionando un personale politico inadeguato ai tempi e con radici indigeste a giovani e ceti moderati.

2. Il rinnovamento, non solo generazionale, promesso da questo gruppo dirigente è stato insufficiente e costruito con il meccanismo della cooptazione pura, provocando risultati grotteschi. Noi siamo contrari a ogni percorso cooptativo e ci impegniamo a valutare la nostra forza solo nel confronto democratico e nel conflitto delle idee che genera consenso. Non ci interessa compiacere alcuno dei potenti attuali del Pd, abbiamo delle idee diverse sul rinnovamento e le faremo valere nelle sedi proprie. Chiediamo, ovviamente, regole certe e aperte per il confronto vero e non basato sui soliti pacchetti di tessere dei capibastone. Chiediamo democrazia diretta, siamo direttisti.

3. Siamo nettamente contrari al neoconsociativismo con Berlusconi e con le destre, pensiamo che il Pd debba concentrarsi sulla creazione di una propria identità ideale, valoriale, programmatica, cogliendo la grande occasione dell'opposizione per andare in battaglia con qualche libro in mano. Riteniamo che liberalizzazioni vere, investimenti in ricerca e opposizione, tutela dei diritti del lavoratore precario, lotta contro ogni discriminazione, denuncia della creazione di un clima di paura, riforme istituzionali per garantire più e non meno democrazia, siano un territorio dove caratterizzare le ragioni di esistenza del Partito democratico, senza cercare una legittimazione da Berlusconi che avrà come corollario ulteriormente negativo di consegnarci a una sconfitta elettorale certa e potenzialmente fatale per l'esistenza stessa del Pd tra un anno alle europee.

Per questi tre semplici motivi il 7 giugno ci incontreremo per avviare la creazione di una nuova classe dirigente, di un'alternativa possibile per un nuovo Pd. Porteremo le idee elaborate a piazza Montecitorio all'assemblea costituente del 20 e 21 giugno, le preciseremo nel contrasto e nel dialogo con le idee altrui, ma a chi pensa a ennesime operazioni di finto rinnovamento calate dall'alto e gradite al Loft (penso alla solita operazione dei Mille che si affidano di nuovo a Giovanna Melandri, ma che davvero, ma allora non volete capire?) opporremo un rifiuto ancora più forte di quelli del passato: l'alternativa si costruisce nella lotta politica, facendo maratona e non prendendo l'autobus. E' più faticoso? Sì, forse. Ma è l'unico modo.

Forza, il futuro c'è. http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/

L'ingordigia delle banche sta distruggendo i fondi

I fondi comuni hanno fallito, in Italia, il loro compito istituzionale. La fuga dei sottoscrittori da questi importanti strumenti d'investimento è l'effetto più evidente di questo fallimento. In aprile i riscatti avevano raggiunto gli 8,4 miliardi di euro e la massa gestita era scesa a quasi 508 miliardi di euro contro i 612 dello stesso periodo dell'anno precedente. Ed è una crisi che non ha confronti in Europa, dove l'industria del risparmio gestito continua ad avanzare.

Nata per assicurare un rendimento di medio-lungo periodo al risparmio delle famiglie e per sostenere l'espansione del mercato azionario, essa ha finito per mancare entrambi gli obiettivi. I grandi guadagni, sotto forma di commissioni, sono andati quasi tutti alle banche, che controllano la quasi totalità dei fondi. Nel nostro Paese, infatti, le Società di gestione del risparmio sono emanazione quasi esclusiva dei grandi gruppi creditizi come UniCredit e Intesa Sanpaolo.

Dall'attività di gestione dei fondi e dalla loro vendita agli sportelli, le banche hanno ricavato utili a palate in questi anni; lo stesso non si può dire dei risparmiatori, cui sono andate le perdite o nel migliore dei casi miseri utili.

Questo stato di cose ha impedito qualsiasi forma di concorrenza. Una banca, oggi, vende allo sportello solo i suoi fondi di proprietà, non anche i fondi delle altre banche.

Peraltro su questa crisi i grandi istituti ci hanno doppiamente marciato, dimostrando tutta la loro ingordigia. Essi hanno colto al volo l'insoddisfazione e l'irritazione dei risparmiatori per dirottarli su altri prodotti, come le polizze vita e le obbligazioni strutturate, su cui il guadagno della banca è addirittura superiore. Il piccolo investitore è così caduto dalla padella nella brace, anche se la pacchia sta per finire: il recente calo di raccolta delle banche nel settore Vita è un segnale eloquente in questa direzione (nel caso di Intesa Sanpaolo vi è stato addirittura un crollo del 51% nel primo trimestre).

Il risanamento del sistema bancario e gli utili spettacolari accumulati in questi anni da primari gruppi come Intesa - con le stock options che ne sono seguite per il top management - hanno prevalentemente questa origine.

La disastrosa situazione dei fondi preoccupa non poco Banca d'Italia, anche perché si aggiunge al problema del caro-mutui che rischia di mandare in default migliaia di famiglie. Il governatore, Mario Draghi, è deciso ad intervenire in modo drastico e ha già parlato dell'opportunità di separare la "fabbrica" del prodotto dalla sua "distribuzione": ossia sdoppiare il canale di vendita dei fondi da quello di produzione e gestione, in modo da favorire la concorrenza e riconquistare la fiducia dei risparmaitori.

La Consob ha addirittura ipotizzato la possibilità di quotare in Borsa i fondi.

Il Governatore dovrebbe lanciare un messagio forte e chiaro in occasione dell'assemblea di Banca d'Italia, che si svolgerà sabato; i cui azionisti - è bene ricordarlo - sono quelle stesse banche responsabili del declino dell'industria dei fondi.http://oddo.blog.ilsole24ore.com/finanza_e_potere/2008/05/lingordigia-del.html#more


Alitalia, regalo di stato

MARCO PONTI


Chi ha detto che c’è scarsità di fondi pubblici ed eccessiva pressione fiscale? Le vicende del prestito Alitalia e della “liberazioni da lacci e laccioli” dei pedaggi autostradali suonano come smentite clamorose. Il governo ha dichiarato che il prestito ponte (purtroppo avallato dal governo precedente) non è un aiuto di stato.
Infatti non si tratta nemmeno di un prestito, ma addirittura di un regalo tradottosi in 300 milioni di aumento di capitale. Se la Commissione europea non lo giudica aiuto di stato, si fa un po’ fatica a capire cosa sia un aiuto di stato. E, si noti, la generosa erogazione fatta coi soldi dei contribuenti non è a fronte di un piano di rilancio (ma comunque chi ci crederebbe?), ma per tutelare l’italianità dell’impresa.
Perché deve valere per questa, e non per tutte le imprese italiane in difficoltà? Questa impresa, poi, non produce aerei, ma servizi di trasporto, e nel peggiore dei modi. Che perdita di know-how industriale vi sarebbe? Ma così si potrà fare la cordata italiana, forse con un forte partner industriale, AirOne, in difficoltà economiche pure lui, e con esperienza internazionale pressoché inesistente.
La soluzione sarà fatta pagare agli italiani, ma nel modo meno trasparente possibile: più monopolio (cioè peggiori servizi e tariffe più alte), e “favori triangolari” ad alcune grandi imprese di altri settori (anche quello bancario), che saranno chiamate a investire, quali aumenti tariffari concessi in varia forma, ovviamente alla fine pagati dallo stato o direttamente dagli utenti.
Non si turberanno invece i concessionari autostradali, che finalmente si vedono liberare da ogni fastidioso controllo da parte di Cipe e Nars, l’organismo tecnico che dovrebbe tutelare gli utenti da rendite monopolistiche.
Era già successo col precedente governo Berlusconi, e i monopolisti avevano visto i loro profitti crescere mirabilmente. Peccato che non di profitti si tratta, ma di rendite, cioè di denari indebitamente sottratti agli utenti. Tecnicamente non si tratta di tasse. Occorre imparare a mettere meglio le mani nelle tasche degli italiani, in modo che non se ne accorgano troppo.
http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

Roma, Anno Zero


Intervista di Stefano Corradino con Claudio Lazzaro, regista del film Nazirock - da www.articolo21.info

Poche settimane fa Verona e Viterbo. Negli ultimi giorni Roma: dal Pigneto all'Università La Sapienza. Gli episodi di intolleranza dilagano. “Quando una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto”. Lo afferma ad Articolo21 il giornalista regista Claudio Lazzaro, autore del film Nazirock, che le sale cinematografiche non hanno proiettato per paura di ritorsioni.

E che anche le librerie nascondono. Ieri sera ha proiettato la pellicola nel quartiere Garbatella di Roma di fronte ad una platea gremita di giovani. Nel suo film, tra i personaggi descritti c'è Martin Avaro, uno dei protagonisti del grave episodio di ieri all'Università La Sapienza.

Ieri sera sera hai proiettato nel quartiere della Garbatella di Roma il tuo film Nazirock. Da Verona a Viterbo, dal Pigneto agli scontri di ieri all'Università La Sapienza. C'è un fil rouge, anzi un fil noir che lega questi avvenimenti?
C'è un clima preoccupante. E le aggressioni continue di questo periodo trovano purtroppo un terreno fertile anche da un punto di vista politico. Che viene da lontano e riguarda varie città nel nord e nel sud e nel Paese. Pensiamo a Verona: ero lì a proiettare il mio film. Tre proiezioni in un giorno in una città in cui il sindaco, Tosi, voleva mettere nell'Istituto Storico per la Resistenza un personaggio come Andrea Miglioranzi, ultrà dello stadio condannato a tre mesi di galera per istigazione razziale e tra i leader del gruppo “Nazirock”. In un posto dove il leghismo più estremista si intreccia con la destra più radicale tutto purtroppo diventa possibile....

C'è una latente accondiscendenza politica dietro queste forme di intolleranza?
Nessun esponente politico dell'attuale governo ha spinto i giovani in questa direzione. E molti a cominciare dal neo sindaco di Roma hanno preso formalmente le distanze, stigmatizzando ad esempio l'episodio del Pigneto. Ma non ci dimentichiamo che, sebbene abbia fatto ammenda lo stesso Alemanno ha una storia giovanile di militanza in ambienti non propriamente pacifici e tolleranti… Con ciò non voglio dire che siano stati "aizzati" ma che nel momento in cui una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e vengono allo scoperto e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto.

Un clima che impensierisce gli stessi distributori del film. Nazirock ha avuto seri problemi a passare nelle sale…
Non è stato praticamente possibile diffonderlo al cinema per le diffide arrivate da Forza Nuova. D'altronde quando un esercente riceve una diffida legale da qualcuno che è stato condannato a sei anni e mezzo per banda armata capisco che si preoccupi. Fortunatamente il film ha avuto anche una distribuzione in libreria ma io volevo raggiungere un gruppo di giovani meno preparati, che magari le librerie non le frequentano. Quelli che possono essere vittima di queste trappole ideologiche che dovrebbero essere pattumiere della storia. In ogni caso perfino le librerie hanno paura di esibire Nazirock e lo nascondono. C'è gente che ha dovuto chiedere per dieci minuti il film prima di vederselo consegnare…

Uno dei giovani di Forza Nuova responsabile delle aggressioni all'università di Roma era uno dei protagonisti del tuo film.
Sì, è il federale di Roma est Martin Avaro, già coinvolto lo scorso anno nell'inchiesta sul raid avvenuto nel parco di Villa Ada a giugno.

Hai scritto un editoriale sul nostro giornale on line dal titolo “Come piazzare un giornalista nel mirino delle squadre fasciste”. Sei preoccupato?
Mi preoccupa molto. Tre giorni fa è apparso su YouTube un video che si presenta e si firma col marchio di Forza Nuova. Boicotta Nazirock, è il titolo di testa, su sfondo blu brillante. Poi, con un montaggio di testi e immagini, si cerca di smontare il complotto che avrei ordito contro Forza Nuova. Secondo il video, il grande striscione che si vede nel mio film, sventolato da un gruppo di giovani a braccio teso nel corso del raduno di Forza Nuova, sarebbe un falso: sarei stato io a modificarlo in sede di montaggio per diffamare e infangare il partito di Roberto Fiore. Darmi del falsario, dipingermi come un infame in un clima come questo ti fa diventare un bersaglio. Nella migliore delle ipotesi è un atteggiamento irresponsabile. Nella peggiore un atto di squadrismo.

Articolo21, nella sua campagna contro la mafia ha lanciato il tema della “scorta mediatica”, come uno degli strumenti principali da adottare per isolare la criminalità. Vale solo per chi combatte la mafia o pensi che sia fondamentale che i media diano più voce anche a coloro che contrastano fenomeni di recludescenza neofascista?
La cosa più importante è che i media rappresentino questi fenomeni senza minimizzare . Non per fare antifascismo ma per fare informazione onesta. Per questo dalla stampa non mi sento né protetto né abbandonato. E non chiedo che si discuta di più del mio film. Vorrei che si parlasse di questo contesto sociale dove stanno dilagando intolleranza e aggressività. Purtroppo devo constatare che la tv ha scarsa attenzione su questi temi.

Se di fascismo si può parlare quali sono i caratteri che lo caratterizzano rispetto a quello “storico”?
Non ha molto a che fare con l'originale. Per i giovani sono solo mitologie "orecchiate": questi ragazzi non hanno conoscenza della storia, sono giovani reclutati spesso negli stadi che poi trovano in Forza Nuova o nella Fiamma un partito per incanalare energie. Ma non hanno conoscenza alcuna dei fenomeni storici. Non c'è coerenza ideologica, ma continue contraddizioni.

Magari non solo nei giovani. C'è chi sbandiera l'antiglobalizzazione per poi allearsi con Berlusconi…
E' il caso di Roberto Fiore. I suoi discorsi appassionati contro la globalizzazione e lo sfruttamento della manodopera, il suo antiamericanismo viscerale e poi l'apertura in campagna elettorale all'attuale presidente del Consiglio che è il più filo americano di tutti. In effetti le contraddizioni sono a più livelli.

E la sinistra che responsabilità ha in questo contesto? Non è riuscita a intercettare il degrado culturale o la rabbia dei giovani?
Ha innanzitutto un difetto di comunicazione, non ha avuto la capacità di intervenire e creare un radicamento. Forse se la sinistra avesse avuto un linguaggio diverso capace di entusiasmare i giovani attraverso i suoi valori, del tutto differenti, di eguaglianza e solidarietà magari a quest'ora quei giovani avrebbero pulsioni più positive.

Una responsabilità che parte da lontano…
Pasolini nel '74 contestava il fatto che la sinistra vedeva i giovani di destra come l'inevitabile raffigurazione del male. E non andava oltre. Forse sarebbe il caso di ripartire da lui…

Gomorra, film importante di denuncia sociale, tratto dal libro di Saviano, ha conquistato un premio molto ambito al festival di Cannes aprendo un dibattito vivo sul tema della criminalità, della delinquenza giovanile, del racket dei rifiuti... Il cinema può essere uno strumento per aprire degli squarci? Per farci riflettere?
Il cinema è lo strumento principale per fare ciò. Due giorni fa ero nella città di Acquapendente a presentare il film. Una sala piena di persone che hanno visto Nazirock e sono rimaste due ore a parlarne. Non è vero che film di questo tipo non possono avere mercato: la gente ha voglia di vedere rappresentata la realtà in cui vivono. Sono le istituzioni della comunicazione a pensare che la gente abbia solo voglia di soap opera e di lucchetti dell'amore.

To see if i'm still smiling
Si è conclusa da qualche giorno la quindicesima edizione di Hot Docs, festival del documentario di Toronto, in Canada. Il Premio speciale della giuria è andato al documentario To see if i'm smiling, scritto, diretto e prodotto da Tamar Yarom, regista israeliana.

Le testimonianze di sei donne soldato israeliane, impegnate nella Striscia di Gaza, portaa riflettere sulla brutalità del conflitto israelo – palestinese e sulla militarizzazione della società israeliana, mobilitata in modo permanente nell'ossessione securitaria e nell'occupazione dei Territori palestinesi. Le donne, come tutti i cittadini d'Israele, prestano servizio militare per due anni, non risparmiandosi nei compiti più duri. E disumanizzanti. Con immagini mai mostrate prima, Raccontando una violenza mai mostrata prima, To see if i'm smiling documenta la lenta contaminazione della vita e del quotidiano operata dal conflitto e il trasformarsi profondo ed inesorabilmente degli esseri umani. Che allo stesso tempo restano loro stessi, anche nella peggiore condizione.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11221

“Abitare in roulotte? Fantastico!”-


di Rowenna Davis - da The Guardian. Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini

La scuola dell'obbligo St Joseph nel Nottinghamshire non ha una normale casa di bambola. Ha invece un modello di rimorchio abitabile con cucina estraibile e tre bambole di zingari. Quel rimorchio è il simbolo dell'atteggiamento della scuola verso il suo dieci per cento di alunni nomadi di etnia Rom. Alla St Joseph eguaglianza significa riconoscere la differenza, anziché ignorarla.

“Vogliamo che i bambini possano essere fieri di dire “Sono un nomade, questa è la mia cultura" spiega l'insegnante responsabile Anita Blake con entusiasmo. "Dobbiamo far loro capire che aggiungono valore alla scuola, come tutti gli altri bambini".

Far sentire inseriti alunni Rom non è una cosa semplice. Il Department for Children, Schools and Families stima che a livello di scuola media solo il 15%-20% dei ragazzi nomadi frequenti. Fra loro, soltanto il 15% dei nomadi irlandesi e il 13% dei Rom arriva al titolo con qualificazioni medio-alte, contro una media nazionale del 60%. Questo giugno è il primo mese della comunità nomade Rom, a sottolineare queste sfide e evidenziare il profilo degli studenti della comunità.
Si tratta di una popolazione che comprende un caleidoscopio di gruppi, tra cui Rom, nomadi di origine irlandese e inglese. Anche se vengono classificato come un solo gruppo etnico, il legame più forte per la popolazione nomade sembra essere quella di una condivisa esperienza di discriminazione. In una indagine su oltre 200 bambini della comunità da parte della Children's Society l'anno scorso, il 63% rispondeva di aver subito aggressioni fisiche, l'86% attacchi verbali, per la propria origine. Il rapporto indicava come la scarsa frequenza e risultati scolastici potessero derivare da questi elevati livelli di discriminazione, anziché da problemi culturali.

Dragica Felja è mediatrice per il Roma Support Group, e la sua esperienza rafforza la tesi del rapporto. “La gran maggioranza della popolazione nomade vorrebbe fortemente appartenere alla mainstream sociale” spiega. “C'è un pericolo nell'affermare che non si vogliono integrare: scarica il problema sulle vittime”.

Un rapporto di fiducia

L'esperienza della scuola dell'obbligo St Joseph indica come con un po' di sostegno i bambini nomadi possano andare benissimo in classe. Alison Welsch, di origine Rom, ha deciso di mandare a scuola il figlio di cinque anni, Alfie. Esibisce sorridendo un attestato arancione che ha cavato dalla borsa: “95% di frequenza. Quando Alfie non va a scuola chiede: ma perché? mentre la maggior parte dei ragazzini troverebbe qualunque scusa per non entrare in classe. Lui adora la scuola, che l'ha cambiato in modo incredibile”.

Il successo alla St Joseph non si basa su grandi progetti, ma sull'atmosfera di accessibilità. Per usare le parole della signora Blake: “Siamo molto impegnati a verificare che i genitori Rom sappiano quanto badiamo ai loro figli, alla loro cultura. Li aiutiamo a compilare le domande scolastiche, li lasciamo venire a visitare la scuola se hanno qualche perplessità: si tratta di costruire rapporti di relazione e fiducia”.

Molti genitori nomadi hanno avuto brutte esperienze con le scuole, e si stima che l'80% degli adulti sia analfabeta. Molti decidono di non iscrivere i figli e non dargli una normale istruzione per il timore che possano ripetere le proprie esperienze. La mamma di Alfie, che ricorda come la sua insegnante la chiamava “sporca zingara”, spiega: “Sono andata in un sacco di scuole diverse mentre ci spostavamo. Era tremendo: tutti sapevano che venivamo dai campi, e ci si sentiva estranei in classe. Adesso invece ai miei figli dicono, 'Abiti davvero in una roulotte? Fantastico, e com'è?' Tutte le mamme concordano che adesso le cose sono diverse a scuola, i bambini non hanno paura di imparare, vanno benissimo”.


Alla St Joseph si è lavorato molto per costruire questo rapporto di fiducia coi genitori della comunità. La scuola cerca di adattarsi ai loro modi di vita, e prepara dei compiti a casa per quando si spostano, fra aprile e ottobre. La visibilità della comunità nomade aiuta gli alunni a sentirsi inseriti quando tornano, e ci sono libri come Wilma's Wagon o Zippo's Circus mescolati sugli scaffali insieme ad altre storie.

Un altro segreto nel successo della scuola sono gli stretti rapporti con l'amministrazione locale. Ci sono rappresentanti del comune che spesso visitano i campi nomadi prima che i bambini abbiano l'età per iscriversi a scuola, e che contribuiscono a introdurli al sistema educativo “sul loro terreno”.

Nonostante questo sostegno dell'amministrazione locale col suo servizio nomadi, non esistono finanziamenti diretti per una scuola che vuole sviluppare questi programmi. Felja racconta che parecchie delle scuole con cui collabora hanno difficoltà a organizzarsi. “I bambini svantaggiati vengono trascurati dalle scuole semplicemente perché non ci sono risorse a sufficienza per il loro sostegno. Si tratta di una evidente contraddizione col programma Every Child Matters ”. Incapaci di comprendere ciò che gli si sta insegnando, molti alunni sviluppano problemi di comportamento: “Iniziano a litigare, a diventare distruttivi, perché non vogliono che gli altri si accorgano che non riescono a seguire i programmi”.

Un circolo vizioso

Le scuole che offrono un sostegno alla comunità nomade spesso pagano un pegno per farlo. La decisione della St Joseph di mantenere iscritti anche gli alunni che sono in viaggio certo assicura una continuità per loro, ma devasta le statistiche della frequenza.
E le cose non cambieranno finché la comunità nomade non avrà fiducia a sufficienza per registrarsi come etnia nei sondaggi e rapporti. Felja sostiene che molti giovani sono ancora troppo spaventati per ammettere la propria identità. Senza identificazione, non ci sono finanziamenti. Inizia un circolo vizioso perché senza sostegni mirati è piuttosto improbabile che aumenti la fiducia della comunità. E i problemi sono destinati ad aumentare con l'ampliamento dell'Unione Europea e della sua popolazione nomade.

Come avviene nella maggior parte dei casi di esclusione sociale, le cose si fanno più evidenti man mano si amplia la prospettiva di osservazione. Nonostante siano molti i bambini della comunità nomade che ora entrano nella scuola dell'obbligo, sono pochi quelli che proseguono. Fra quelli studiati per il rapporto Children's Society, un terzo aveva abbandonato prima dei dieci anni, te quarti prima dei tredici.
Forse ci saranno altre scuole a seguire questo piccolo esempio del Nottinghamshire. Le iniziative alla St Joseph stanno costruendo un'atmosfera di reciproca comprensione, e offrono a tutti I bambini un'occasione per imparare, indipendentemente dai confini culturali.

Nota: su un piano completamente diverso, ma certo complementare, si veda il recentissimo documento del ministero delle Aree Urbane britannico per le linee guida di progettazione degli insediamenti destinati ai nomadi, che li considera assimilati agli altri interventi abitativi, comprese le forme di partecipazione e decisione urbanistica. Il documento è scaricabile a questa pagina del sito ministeriale. Il testo originale dell'articolo dal Guardian anche sul mio sito Mall_int sezione Society (f.b.)

Viaggio a Mostar

Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

Massimo Zamboni
Massimo Zamboni, musicista e scrittore, già chitarrista dei CCCP/CSI, ritorna a Mostar, dove i CSI suonarono nel primo concerto dell'inquieto dopoguerra bosniaco. Dopo 10 anni, dal nuovo incontro con le persone conosciute allora, nasce “L'inerme è l'imbattibile”: musica, testi e immagini sul tema dell'inermità e della nonviolenza
Con evidenza, il mondo nostro contemporaneo impone l’armarsi. In ogni campo: religioso, sociale, etnico, non ultimo quello intimo, personale. Giornali e televisioni sostengono e dilatano lo stato d’assedio, instillando l’insediarsi del regno della paura. Certo, ci sono interessi concreti, dietro quelle scelte. Ma ci sono più spesso volti e nomi, dietro quei giornali, quelle televisioni, uomini e donne che operano scelte di campo e di opinioni in nome collettivo. E ci siamo noi, i nostri nomi e volti, che a volte in maniera incredibilmente inconsapevole accettiamo e diffondiamo le barricate come luogo di intesa tra gli uomini

L'inerme è l'imbattibile è il nuovo CD/DVD di Massimo Zamboni, prodotto da Pulsemedia – Castagneda – Vivo film e distribuito dalle edizioni musicali de “Il manifesto”. I testi, le musiche e le immagini proseguono la personale ricerca di Massimo Zamboni
sui temi del conflitto e della memoria. Al centro del ragionamento c'è il dopoguerra di Mostar, dove le nozioni di vittoria e sconfitta si trasformano, perdendo contorni definiti. Nello straordinario documentario contenuto nel cofanetto, “Il tuffo della rondine”, tre persone raccontano a Zamboni e al regista Stefano Savona le conseguenze della loro scelta di non imbracciare le armi nella primavera del '92.

Come nasce il progetto “L'inerme è l'imbattibile”?

Arriva a completamento di una serie di pensieri che vengono da molto lontano, addirittura dai CCCP degli anni '80, passano attraverso i CSI e prendono una svolta decisa dopo il primo viaggio a Mostar, dove abbiamo suonato nel 1998. Quella città ci ha messo alla prova. Io ho deciso di cominciare il mio percorso solista in quel momento, avevo bisogno di approfondire temi che con un gruppo fai fatica ad affrontare.

Da questo percorso è nato prima l'album “Sorella Sconfitta”, che già contiene una serie di ragionamenti sviluppati a Mostar sulla forza della sconfitta, e sulla disperazione di chi vince. Poi ho scritto “Il mio primo dopoguerra”, e alla fine ho sentito il bisogno di sviluppare questo tema dell'inermità. In quest'ultimo lavoro ho cercato di mantenere due registri: quello personale, perchè se parli di inermità e di sconfitte devi essere disponibile ad accettare ed esporre le tue, cosa che avviene nelle canzoni del CD, e uno invece più universale, tornando a Mostar. Mostar è una città piccola, è molto facile conoscere tutti, è molto facile non farsi confondere, lì i segni sono ancora molto evidenti. Città come Sarajevo sono più complesse, a Mostar è tutto a portata di mano, inclusi i pensieri.

Oltre al CD, “L'inerme è l'imbattibile” è anche una raccolta di testi e il documentario “Il tuffo della rondine”, in cui incontri persone conosciute dieci anni fa che raccontano le conseguenze del non aver combattuto, tracciando un bilancio del loro personale dopoguerra. Perchè un documentario?

Mostar ti mostra il senso di assedio e la disperazione dei vincitori, e al tempo stesso la forza dell'inermità
Per inseguire un pensiero, un pensiero che lega insieme l'inermità e l'imbattibilità, verificarlo nelle storie e nei volti delle persone che avevo conosciuto a Mostar e che sapevo non avevano preso le armi. Per tanti motivi, o perchè non le trovavano o perchè non avevano fatto in tempo o proprio perchè non le volevano prendere. Dieci anni dopo, volevo capire come la loro vita era stata determinata da quel non prendere le armi allora.

In un passaggio del documentario il regista teatrale Nedzad Maksumic, intervistato, svela il ragionamento sulla sconfitta parlando dell'incrocio di sguardi con il proprio vicino attuale, suo aggressore durante la guerra, e dei giochi dei loro bambini. L'inerme diviene l'imbattibile?

Non si possono fare proclami su queste questioni, dall'altra parte di questo ragionamento ci sono persone che hanno patito duramente la propria inermità. Però Mostar ti può insegnare, e le storie delle persone che compaiono nel documentario ne sono un esempio, quanta forza c'è nell'aver dovuto subire l'inermità allora. E sempre Mostar ti insegna quanta disperazione c'è nell'essere stati vincitori. Una cosa che risulta evidente quando giri per la città, nelle case, nelle chiese, nei campanili, nelle croci disseminate ovunque, è il senso di assedio che provano i vincitori. Questo è paradossale, perchè sono loro che hanno vinto, sono loro che dovrebbero detenere le redini della città. Invece è una situazione da assediati, senza assedianti però. Sembra quasi che la vittoria si sia impadronita dei loro cuori, e questa non credo sia un'esternazione romantica ma un dato di fatto molto concreto.

Per me sarebbe stato più semplice mettere al centro del progetto l'inerme e l'imbattibile, queste due entità come due poli separati, così come ce le mostrano la televisione e i giornali, così come il mondo si sforza di farci credere. Credo invece sia necessario dire con forza che l'inermità è l'imbattibilità, questo dona un senso diverso alle cose.

Questo progetto nasce dall'Emilia, con il sostegno di numerosi enti locali della tua zona. Nelle didascalie che ricordano chi ha contribuito al progetto, però, non ci sono i soliti ringraziamenti. Parli dell'orgoglio di appartenere alla regione Emilia, un'area forte, capace di farsi carico. Che vuol dire?

Quando parti devi sapere da dove inizia il tuo viaggio. Io sono andato a Mostar perchè lì ci sono dei legami molto forti non solo tra me e la città ma anche tra la regione da cui provengo e quella città, perchè ci sono molti progetti di cooperazione in corso, perchè siamo andati lì per la prima volta grazie all'aiuto della regione Emilia Romagna e della regione Marche. Il tuo punto di arrivo è determinato da un punto di partenza, e anche tutte le località che vorrei toccare nel successivo sviluppo di questo progetto sono luoghi che hanno avuto o hanno a che fare fortemente con l'Emilia, o addirittura con Reggio. Come scrivo nel libro, per me è stato motivo d'orgoglio apporre i logo delle istituzioni che hanno fatto proprio questo progetto, patrocinandolo o sostenendolo, e in particolare, oltre alla Regione Emilia Romagna, la Provincia di Forlì-Cesena, il Comune di Forlì e il consorzio di cooperative BOREA di Reggio Emilia.

Sono cambiate le cose rispetto all'Emilia paranoica dei CCCP?

Non è cambiato granchè sai, perchè in realtà l'Emilia paranoica conteneva già in sé tutti questi segni. Diciamo che la solidarietà emiliana è una caratteristica costitutiva dei suoi abitanti, senza voler rivendicare nulla, non c'è nessuna superiorità in questo, però è una cosa che respiri, che pratichi, che vedi praticare, bene, male, questo verrà stabilito da altri, io penso bene, penso che qui esista un senso civico che costituisce il capitale civile d'Italia, è il luogo dove l'Italia tiene. Questo bisogna sottolinearlo, poi possiamo anche chiamarla paranoica, possiamo viverci male, come si può vivere male dappertutto, ma la sostanza non cambia.

Quindi il rapporto con gli enti locali non è stato di solo sostegno formale?

Le istituzioni possono essere molto più intelligenti e accorte che non le case discografiche, i giornali musicali o a volte il pubblico stesso. La musica in quanto disciplina artistica è fortemente in ribasso, in Italia in particolare direi che è allo sfacelo per la mancanza di temi che non siano il girare continuamente intorno al proprio ombelico o a degli stereotipi rocckettari di cui non se ne può più. Quando un Paese non è più di moda, come la Bosnia ad esempio, non c'è nessun musicista che ci pensi, che consideri questi luoghi come parte integrante della propria formazione non solo intellettuale ma proprio umana. E' importante invece rivendicare alla musica questi luoghi e questi avvenimenti, e presentarli anche istituzionalmente. Ho trovato una sensibilità forte su questi temi, e questo mi ha stupito ma ha anche rincuorato, devo dire la verità.

Quali sono le prospettive future di questo progetto?

Sicuramente il concerto, quello è un momento che resta fondamentale, in cui quello che fai arriva direttamente al pubblico. Insieme al concerto naturalmente le immagini e le letture. Questa è la cosa cui vorremmo dedicare tutto questo inverno e la prossima primavera. Vorrei poi proseguire a scavare sul tema dell'inermità, mi sembra una delle questioni centrali del nostro tempo, allargando lo sguardo da Mostar ad altri luoghi. Il Sudafrica e poi Beirut, che è un altro posto cui sono molto legato, poi l'India e forse il Tibet. In questo momento però sto componendo le canzoni per un nuovo CD, che vorrei suonare sulla chitarra acustica.

Come mai?

E' un CD di protesta, e i CD di protesta vanno fatti sulle chitarre acustiche. Vorrei parlasse del nostro Paese.

L'Italia?

Sì. Ho composto una canzone per il film di Vicari “Il mio Paese”, che si chiama “La mia patria attuale”, cantata da Nada. Patria, perchè qui siamo nati e qui vogliamo vivere, ma attuale perchè una patria non può pretendere sentimenti eterni dai suoi cittadini. C'è un forte sentimento di appartenenza ma a volte anche una grande tristezza e voglia di scappare.

Per il momento possiamo dire che in ottobre sarai di nuovo qui in Bosnia, a Banja Luka e poi forse anche Sarajevo e Mostar...

Sì, non so come sia successo ma ormai mi sono preso l'impegno e quindi possiamo già confermarlo. E' stato come per Sorella Sconfitta o per Ortodossia dei CCCP, quando prendi un impegno non puoi più tirarti indietro.

L'inerme è l'imbattibile, di Massimo Zamboni, Castagneda/Pulsemedia/Vivo film (2008). Distribuzione Il manifesto

Il documentario di Osservatorio sui Balcani “Il cerchio del ricordo” contiene come colonna sonora i brani “Santa Maria Elettrica”, “Sorella Sconfitta” e “Stralòv”, tratti dall'album di Massimo Zamboni “Sorella Sconfitta”http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9646/1/51/

Stati Uniti: approvato dal Senato il disegno di legge contro il narcotraffico

Prevede aiuti per 450 milioni di dollari e assistenza militare nella lotta al narcotraffico e al crimine organizzato in Messico e nel Centro America

E’ stato approvato dal Senato con 75 voti favorevoli e 22 contrari il progetto di legge denominato Iniciativa Merida, che prevede aiuti per 450 milioni di dollari e assistenza militare nella lotta al narcotraffico e al crimine organizzato in Messico e nel Centro America. Nella proposta approvata dal Senato statunitense sono stati inclusi 100 milioni di dollari destinati ad Haiti e alla Repubblica Dominicana affinchè i due Stati possano provvedere ad intensificare il controllo e la lotta alle attività di quei narcotrafficanti che potrebbero cercare canali alternativi a quelli normalmente usati in Messico per far giungere sostanze stupefacenti entro i confini statunitensi.

I 350 milioni di dollari destinati al Messico saranno vincolati ai risultati dell’indagine del Dipartimento di Stato che dovrà accertare l’esistenza di meccanismi per assicurare ricerche approfondite sui precedenti di coloro che riceveranno l’aiuto statunitense. La clausola è stata posta come criterio fondamentale per l’assegnazione degli aiuti a causa della diffusa corruzione in seno alle forze militari e di polizia messicane. Il Comitato Affari Esteri del Senato ha diffuso inoltre una nota in cui si chiede la creazione di un’ampia banca dati da parte dell’ambasciata statunitense di Città del Messico per poter effettuare più celermente le indagini sui membri delle Forze Armate e della Polizia messicana che parteciperanno ai programmi di Iniciativa Merida.

Da tempo il Messico e gli Stati caraibici vicini agli Stati Uniti sono il punto di transito ideale per far giungere le sostanze stupefacenti prodotte in Sudamerica nelle città statunitensi (Cfr. Stati Uniti: il mercato della droga e le ripercussioni sugli accordi politici dell’area nordamericana).In una nota ufficiale la Casa Bianca ha fatto sapere che è pronta a sostenere l’Iniciativa Merida ma si è appreso che il presidente George W. Bush potrebbere porre il veto sul progetto di legge poiché inserito in un pacchetto di programmi di carattere nazionale che prevedono tra l’altro l’aumento di aiuti per la formazione e l’impiego dei reduci di guerra. Il pacchetto, che dovrà comunque essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti per entrare in vigore, è appoggiato da molti senatori Repubblicani e non è da escludersi che se anche il presidente dovesse decidere di porre il veto la proposta potrebbe essere approvata grazie al voto favorevole dei due terzi dei componenti del Congresso, che renderebbe operative le disposizioni contenute nel progetto di legge.

Simone Comi

Il girello: un piccolo viaggio nell'anima tedesca

Qualche giorno fa un articolo pubblicato da un settimanale tedesco mi ha fatto fare tre riflessioni, in qualche modo un piccolo viaggio nell'anima tedesca. Il tema era il girello per anziani (Rollator in tedesco). Il pezzo non era pubblicato su una rivista specializzata, bensì sul settimanale domenicale del più noto giornale generalista tedesco: la Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung. Già questa circostanza mi ha indotto a una prima riflessione. Quanti quotidiani italiani, francesi o spagnoli avrebbero deciso di occupare un'intera pagina per trattare in lungo e in largo un argomento probabilmente di attualità, ma certo a prima vista né leggero né sfizioso? La FaS non si è fatta problemi. Il settimanale segue con attenzione il problema dell'invecchiamento della popolazione e ha deciso di dedicare al girello un intero articolo, scritto peraltro in modo garbato e divertente. Poco importa se l'argomento non è dei più allegri: i suoi lettori privilegiano l'informazione all'intrattenimento, anche di domenica.

La seconda considerazione riguarda la capacità dei tedeschi a rimanere concreti. Mentre in molti Paesi l'invecchiamento della popolazione è considerato solo negativamente, in Germania è anche l'occasione per cogliere nuove opportunità economiche. Nello stesso modo in cui il Paese ha deciso di prepararsi a questo fenomeno, modernizzando gli ospedali, costruendo nuove case di riposo e formando nuove infermiere, ormai i tedeschi sono diventati tra i maggiori produttori di girelli al mondo. Alla fine degli anni 90 la società Bischoff & Bischoff ne vendeva circa 18mila all'anno. Nel 2007, ne ha prodotti 100mila, di cui oltre 30mila per l'esportazione. Infine l'articolo della FaS mi ha fatto fare una terza riflessione. L'amore dei tedeschi per la tecnologia è noto: non per altro costruiscono probabilmente le migliori auto del mondo. E l'articolo della FaS me lo ha confermato. Ormai, spiega il settimanale tedesco, i girelli sono diventati delle piccole automobili: muniti di ombrello, seggiolino, clacson e retrovisore. I più cari, oltre 400 euro, hanno anche un sistema di navigazione satellitare. E sono chiamati Oma-Porsche: la Porsche della Nonna.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/05/il-girello-picc.html#more


Antropologia dell'islam


E' uscito il nuovo libro di Gabriele Marranci, The Anthropology of Islam. Marranci, che mi sembra sia un emigrante del terzo tipo come me, è un antropologo laureato a Bologna, con un curriculum di tutto rispetto, e una carriera - mi sembra - ormai tutta nelle università del mondo anglosassone. L'indice dice già molto del libro, che mi piacerebbe leggere: Introduction * 2. Islam, Beliefs, History and Rituals * 3. From Studying Islam to Studying Muslims * 4. Studying Muslims in the West: Before and After September 11th * 5. From the Exotic to the Familiar: Anamneses of Fieldwork among Muslims * 6. Beyond the Stereotype: Challenges in Understanding Muslim Identities * 7. The Ummah Paradox * 8. The Dynamics of Genders in Islam * 9. Conclusion.


Dice che è necessario il lavoro sul campo (e questo sarebbe pleonastico, ma a giudicare dal molto che esce sugli scaffali delle librerie italiane, forse è meglio ricordarlo). E dice che chi se ne intende continua a battere sul tasto più interessante e pericoloso: lo stereotipo con il quale il "nostro" mondo guarda i musulmani. Con tutto ciò che ne consegue: islamofobia compresa. E dice anche che nell'emigrazione del terzo tipo siamo in molti a pensarla in modo simile, forse perché il mondo (nostro) lo guardiamo da altre prospettive. http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

La giunta: non servono aiuti stranieri, i superstiti di Nargis possono nutrirsi di rane
Così i media di Stato in Myanmar tornano ad attaccare i Paesi occidentali: non hanno spirito umanitario, se continuano a legare gli aiuti economici al pieno accesso dei soccorritori alle zone colpite dal ciclone. Censura governativa sulle notizie relative a Nargis.

Yangon (AsiaNews) – Per sopravvivere le vittime del ciclone Nargis in Myanmar “non hanno bisogno degli aiuti alimentari dall’estero, possono mangiare le rane e i pesci, che si trovano in abbondanza nelle zone colpite”. È la tesi pubblicata oggi dall’organo di stampa della giunta birmana, The New Light of Myanmar, che torna ad attaccare i Paesi donatori, colpevoli di “legare gli aiuti economici con il pieno accesso alle regioni del delta dell’Irrawaddy”.
 
Dopo alcuni giorni in cui i media di Stato hanno elogiato il lavoro delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie, oggi tornano i toni della solita propaganda anti-occidentale: “I birmani sono in grado di risollevarsi da soli da questo disastro naturale, anche senza l’assistenza internazionale”. Probabilmente il regime militare non ha gradito i risultati “esigui” ottenuti alla conferenza dei Paesi donatori svoltasi a Yangon il 25maggio. Degli 11 miliardi di dollari chiesti dal governo, le 52 nazioni e 25 organizzazioni partecipanti hanno stanziato “appena” 100 milioni di dollari, esigendo trasparenza dai militari, che di solito intascano le donazioni destinate alla popolazione. I Paesi occidentali dicono che la maggior parte del denaro sarà consegnato solo se il regime di Naypydaw concederà accesso alla regione del Delta, per lo più off limits a media e soccorsi.
 
Gli strali del New Light of Myanmar hanno colpito anche i Paesi che continuano a mantenere sanzioni economiche contro il regime, nonostante la distruzione causata dal ciclone. “Queste nazioni – si chiede il quotidiano – hanno veramente uno spirito umanitario?”. Il chiaro riferimento è agli Stati Uniti, il più critico nei confronti della giunta birmana.
 
La macchina della propaganda di regime aziona di nuovo uno dei suo strumenti preferiti: l’Ufficio della censura nazionale, riferisce l’agenzia Mizzima News, ha vietato ad alcuni settimanali di Yangon di pubblicare storie sulla devastazione nelle zone di Nargis e sulla seguente crisi dei prezzi del riso dovuta alla distruzione dei raccolti nel Delta. Secondo il direttore di uno dei settimanali, si possono coprire solo notizie “sulla ricostruzione portata avanti dal governo”.
 
Nonostante ciò, le agenzie umanitarie riferiscono che in questi giorni sono stati rilasciati numerosi visti di ingresso a soccorritori  stranieri. Finora, a più di tre settimane da Nargis, per lo staff internazionale Onu sono stati rilasciati 137 visti. Al momento su 2,4 milioni di sfollati bisognosi di aiuto, solo un milione è stato raggiunto. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12386&size=A

L’accordo di Doha, un altro capitolo nella storia di Hizbollah

di Sami Moubayed
Asia Times,

Lo statista inglese Winston Churchill una volta disse: “La storia sarà gentile con me, poiché intendo scriverla”. In un’altra occasione affermò: “Sebbene fossi preparato al martirio, ho preferito rinviarlo”.

Queste due affermazioni mi sono tornate in mente mentre immaginavo Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hizbollah, seduto da qualche parte a Beirut, mentre i suoi alleati ed i suoi oppositori elaboravano un accordo (a suo vantaggio) a Doha, in Qatar.

Nasrallah deve essere stato molto felice, perché tutte le risoluzioni di Doha sembrano fatte quasi su misura per i suoi gusti. Egli ha finalmente ottenuto ciò che chiedeva: essenzialmente, maggior voce in capitolo per l’opposizione all’interno del governo libanese, e la possibilità di porre il veto su qualsiasi risoluzione che sia contro gli interessi di Hizbollah.

È vero, non vi saranno elezioni anticipate (come aveva chiesto il partito sciita) per estromettere la maggioranza parlamentare di Saad Hariri, ma l’intera questione di Hizbollah e delle sue armi è passata sotto silenzio all’incontro di Doha.

Pur essendo un combattente che ha spesso affermato di cercare il martirio nella sua guerra con Israele, Nasrallah, come Churchill, sembra certamente preferire che questo martirio sia rinviato. Egli ha bisogno di tempo per godere dei frutti della vittoria ottenuta da Hizbollah in Qatar. Nasrallah può essere idolatrato da milioni di arabi, visto come un eroe di guerra e come un leader carismatico e onesto; può essere odiato oltre ogni immaginazione dai suoi oppositori, visto come un terrorista e come una marionetta nelle mani dell’Iran. Ma al di là delle emozioni – che non contano realmente in politica – quest’uomo ha dimostrato in ogni senso la sua intenzione di scrivere la storia, e a suo modo vi è riuscito.

Quando Israele si ritirò dal Sud del Libano nel 2000, i suoi oppositori sostennero che Nasrallah era finito. Il giovane leader si era legittimato per circa 10 anni come un combattente per la libertà, uno di cui c’era bisogno per combattere l’occupazione israeliana. Ora che il Libano era libero, teoricamente, che bisogno c’era di Nasrallah o delle armi di Hizbollah? Egli non poteva continuare a portare le armi, a combattere gli israeliani, e ad appellarsi ai propri sostenitori, ora che gli israeliani avevano lasciato il Libano.

Eppure, egli sopravvisse. Quando il presidente siriano Hafez al-Assad morì nel giugno del 2000, lo stesso argomento riemerse. Si sosteneva che la nuova Siria non sarebbe stata in grado di mantenere le sue promesse a Hizbollah. Ma egli sopravvisse ugualmente. Nel 2004, le Nazioni Unite approvarono la risoluzione 1559, che invitava al disarmo di Hizbollah. Un anno più tardi, molte voci risuonarono in tutta la comunità internazionale, chiedendo che Hizbollah deponesse le armi.

Il giovane leader libanese – pensava la gente – non sarebbe stato in grado di opporsi agli Stati Uniti, alla Francia e all’Onu. Quattro anni più tardi, la risoluzione 1559 è ormai archiviata, almeno per quanto riguarda l’applicazione della parte relativa al disarmo di Hizbollah. Le stesse armi vennero usate contro Nasrallah nel 2005, quando fu ucciso l’ex primo ministro Rafiq Hariri, e poi di nuovo nel 2006, quando Israele lanciò la sua guerra contro il Libano con l’intenzione di distruggere Hizbollah. La guerra finì, e fu approvata la risoluzione 1701, che allontanò Hizbollah dal suo teatro di scontro sul confine con Israele. Ma anche allora, Nasrallah sopravvisse.

Diciotto mesi fa, Nasrallah insediò i suoi sostenitori nel centro di Beirut, in una dimostrazione di protesta a tempo indeterminato che aveva l’obiettivo di far cadere il governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dai sauditi. Il leader di Hizbollah si era impegnato in una guerra verbale con il governo libanese filo-occidentale, accusandolo di aver cospirato con gli americani e con gli israeliani durante la guerra dell’estate del 2006.

Fra le altre cose, egli biasimò il governo per la risoluzione 1559, e disse che esso aveva chiesto a Israele di estendere la guerra, cosicché le forze filo-governative potessero sbarazzarsi di Hizbollah. Più tardi, nel novembre 2006, i ministri sciiti che rappresentavano Hizbollah e il partito “Amal”, uscirono dal governo Siniora. Nasrallah affermò che il governo era incostituzionale perché gli sciiti non ne facevano più parte.

Tuttavia, la coalizione “del 14 Marzo”, appoggiata dai sauditi e dagli americani, rifiutò di piegarsi alle pressioni, e tenne duro su Siniora. Si trattò di una guerra per procura fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita da un lato, e l’Iran e la Siria dall’altro. Gli americani semplicemente non avrebbero permesso che l’Iran avesse avuto la meglio. Gli osservatori sostennero che questa volta Nasrallah aveva fatto il passo più lungo della gamba.

Diciotto mesi sono passati, e nessuna soluzione è stata trovata. Nasrallah ancora rifiutava di fare una passo indietro, insistendo sul fatto che Siniora non era più il Primo Ministro del Libano, e bloccava qualsiasi negoziato riguardante le armi di Hizbollah. Il partito avrebbe deposto le armi, sosteneva, soltanto dopo la liberazione delle Fattorie di Shebaa occupate da Israele.

La scorsa settimana, il confronto è scivolato in uno scontro violento, quando i miliziani di Hezbollah hanno affrontato i miliziani leali a Saad Hariri, uno dei leader della maggioranza parlamentare. Le violenze erano scoppiate dopo che il governo libanese aveva minacciato di smantellare la rete telefonica di Hizbollah, sostenendo che era illegale, ed aveva destituito il responsabile della sicurezza dell’aeroporto di Beirut, vicino a Hizbollah.

Una volta ottenuto il controllo di Beirut (in appena 6 ore), Hizbollah lo cedette all’esercito libanese. La coalizione “del 14 Marzo” gridò al “gioco sleale”, e lo stesso fece l’Arabia Saudita, affermando che Hizbollah aveva compiuto un colpo di stato occupando Beirut. Il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal tracciò un parallelo tra l’invasione israeliana della capitale libanese nel 1982 e l’offensiva di Hezbollah del 2008, sostenendo che Nasrallah era un altro Ariel Sharon.

Tutti pensarono che, usando le proprie armi sul fronte interno, Nasrallah aveva sparato le sue ultime cartucce. Alcuni scrissero di una imminente guerra civile fra sunniti e sciiti. Altri ipotizzarono che adesso sarebbe stato più facile per la comunità internazionale e per lo Stato libanese aprire un caso sulle armi di Hezbollah, ora che esse erano state utilizzate sul fronte interno. Molti dissero che questo era stato un errore fatale per Nasrallah.

A seguito delle forti pressioni della Lega Araba, degli Stati Uniti, della Francia, e di importanti Paesi del Golfo come il Qatar, tutte le parti in causa si imbarcarono su un aereo diretto a Doha, lasciandosi alle spalle 82 vittime civili a Beirut. I residenti di Beirut li salutarono con grandi cartelli su cui era scritto: “Se non vi mettete d’accordo, non tornate”.

I presenti alla Conferenza di Doha includevano il leader cristiano Michel Aoun ed il presidente del parlamento Nabih Berri (due alleati di Hizbollah), personaggi di tendenze filo-americane come Samir Geagea e Walid Jumblatt, e personaggi indipendenti come il giornalista e parlamentare Ghassan Tweni – oltre a Hariri e Siniora.

L’unico assente era Nasrallah, che non poté compiere il viaggio in Qatar per ragioni di sicurezza. Per cinque giorni i leader riunitisi a Doha si sono incontrati sotto gli auspici delle autorità del Qatar (e ad un certo punto sotto la supervisione dello stesso Sheikh Hamad, l’emiro del Qatar). Si sono consultati di continuo con americani, francesi, sauditi, siriani, e iraniani. Il 21 maggio, alla fine hanno raggiunto un accordo che sembrava far felici tutti.

L’accordo di Doha stabilisce che:

1) Tutte le parti coinvolte si incontreranno entro domenica per eleggere il presidente del Libano. La carica presidenziale è stata vacante a partire dal novembre 2007, e sebbene tutte le parti fossero concordi nell’idea di eleggere l’attuale comandante dell’esercito Michel Suleiman, nessuno sembrava sapere come raggiungere quest’obiettivo nella pratica attraverso il parlamento. Il generale Suleiman, nato filo-siriano e filo-Hizbollah, non è mai stato un favorito della coalizione “del 14 Marzo”, né dell’ex comandante dell’esercito Michel Aoun, il quale mirava anch’egli alla vacante carica presidenziale.

Lo scorso novembre, Aoun aveva accettato un compromesso: se non poteva essere “re”, sarebbe stato “incoronatore di re”. I siriani appoggiavano l’elezione di Suleiman, poiché avevano sempre nutrito sospetti nei confronti di Aoun, che era stato anti-siriano durante il suo lungo esilio a Parigi, nel periodo aureo dell’egemonia siriana in Libano.

2) Un nuovo gabinetto di 30 ministri sarà costituito entro la prossima settimana da un Primo Ministro designato fra i membri della coalizione “del 14 Marzo”. Non vi saranno elezioni anticipate, e il raggruppamento di Hariri continuerà a dominare il parlamento fino al 2009. Ciò significa che esso continuerà ad avere il controllo della carica di Primo Ministro. Siniora, che ha definito l’accordo “un grande successo nella storia della nazione araba”, cederà il proprio incarico, o allo stesso Hariri, o al deputato Mohammad al-Safadi, molto vicino a quest’ultimo.

Il nuovo Consiglio dei ministri sarà composto da 16 membri della maggioranza di Hariri, da 11 membri dell’opposizione guidata da Hezbollah, e da 3 ministri nominati dal presidente. Siccome Suleiman è in buoni rapporti con Hizbollah, ciò significa che i 3 ministri nominati da lui saranno più o meno alleati degli 11 appartenenti all’opposizione guidata da Hizbollah. Ciò porta il numero complessivo dei membri della squadra anti-Hariri a 14. Essi avranno diritto di veto su qualsiasi provvedimento che la squadra di Hariri vorrà approvare.

Il veto sarà posto nel caso in cui il fronte di Hariri cercherà di far passare qualsiasi decreto relativo al tribunale internazionale, approvato sulla base del capitolo VII della Carta dell’Onu, e legato all’assassinio di Rafiq Hariri. Questo nuovo governo porrà un problema immediato agli Stati Uniti, che avevano appoggiato il governo Siniora e che certamente daranno il loro appoggio incondizionato a qualsiasi nuovo primo ministro espresso dal fronte “del 14 Marzo”.

Tuttavia, Washington in che modo tratterà con gli 11 ministri del nuovo governo leali (o addirittura affiliati) a Hizbollah? Li ignoreranno – agendo come se non esistessero – come fecero con Hamas in Palestina? Oppure ritratteranno i loro grandi proclami e li considereranno come un fattore stabilizzante, come fecero con i sadristi che furono membri del governo di Nuri al-Maliki in Iraq?

3) Tutte le parti coinvolte promettono di non dimettersi dal governo e di non ostacolare il suo lavoro. Questa condizione ha lo scopo di garantire che Hizbollah non esca dal governo, come fece con il governo Siniora nel novembre 2006.

4) Il Libano adotterà la legge elettorale del 1960 per le elezioni parlamentari del 2009, con alcuni emendamenti per quanto riguarda il distretto di Beirut.

5) Tutte le parti promettono di astenersi dal fare uso delle armi per risolvere le controversie politiche.

6) La sicurezza rimane sotto lo stretto monopolio dello Stato, e non può esservi uno Stato nello Stato in Libano.

7) Per dimostrare la propria buona volontà, l’opposizione guidata da Hizbollah smantellerà le tende che aveva eretto nel centro di Beirut (nel cuore del “regno” di Hariri) riportando il distretto commerciale della capitale libanese alla vita normale.

Chi ha vinto attualmente nel panorama politico di Beirut? Per il fatto di aver evitato un’altra guerra civile, vincono tutti, e soprattutto vince il popolo libanese. Certamente Hizbollah ne viene fuori vittorioso. Lo stesso vale per la Siria e per l’Iran. I siriani, in particolare sembrano al settimo cielo, visto che subito dopo l’accordo annunciato a Doha, un’altra dichiarazione è stata emessa, questa volta da Damasco, Tel Aviv e Ankara, secondo la quale colloqui indiretti hanno avuto inizio fra la Siria ed Israele, con la mediazione della Turchia.

L’unica parte che potrebbe non essere troppo felice per ciò che è accaduto a Doha è l’Arabia Saudita. L’accordo è stato mediato dal Qatar e non dai sauditi, sebbene furono i sauditi a supervisionare gli accordi di Taif che portarono alla fine della guerra civile nel 1990.

I siriani, che i sauditi avevano cercato di emarginare a Beirut dando potere al fronte “del 14 Marzo”, hanno dimostrato di avere ancora molto peso in Libano, sebbene non abbiano più una presenza militare nel Paese dei cedri dal 2005. Gli alleati libanesi dell’Arabia Saudita sono stati sconfitti militarmente nei combattimenti di strada della scorsa settimana, e politicamente a Doha. Dopotutto, nonostante gli aspri toni verbali, alla fine essi hanno accettato le richieste dell’opposizione. Hezbollah ed i suoi alleati hanno ottenuto il diritto di veto che avevano tanto desiderato, hanno mantenuto le proprie armi, ed hanno ottenuto un presidente libanese che non è membro della coalizione “del 14 Marzo”.

Nasrallah sta scrivendo la storia, proprio come Churchill, ma forse con una penna differente e con una diversa calligrafia.

(Traduzione a cura di Arabnews)

L’articolo in lingua originale


*Sami Moubayed è un analista politico siriano; risiede a Damasco

  
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=Editorials&rop=showcontent&id=16

 

E’ la demografia, bellezza

L’eccezionale corsa di Barack Obama verso la Casa Bianca deve fare i conti non soltanto con gli avversari, prima i Clinton e poi il repubblicano John McCain, ma anche con la demografia e la storia recente della politica americana. C’è chi dice che l’America sia pronta ad eleggere un presidente nero, altri sostengono il contrario. I primi pensano che un candidato dai tratti postrazziali come Obama possa finalmente chiudere la ferita inflitta dalla segregazione. Ma gli altri, senza per questo adoperare la carta razzista, forniscono a sostegno della propria tesi numeri inoppugnabili: in America gli afroamericani sono soltanto il 13,8 per cento della popolazione, circa 40 milioni. Gli ispanici sono quattro milioni in più, il 14,8 per cento, e nemmeno loro hanno mai visto un latino alla Casa Bianca. Stessa cosa gli italoamericani (sei per cento) e gli ebrei (il due). I cattolici sono il 24 per cento, ma hanno avuto un solo presidente: John Fitzgerald Kennedy. I presidenti americani fin qui sono sempre stati maschi, bianchi e protestanti.
Non solo non c’è mai stato un presidente nero, ma dai tempi della Guerra civile a oggi sono stati soltanto tre i senatori afroamericani eletti popolarmente. Nella storia americana i senatori neri sono stati cinque ma i primi due, entrambi repubblicani, risalgono alla seconda metà dell’Ottocento quando i rappresentanti degli stati venivano scelti dalle assemblee legislative dei singoli stati. Nell’epoca moderna il primo nero eletto al Senato è stato Edward W. Brooke, repubblicano del Massachusetts (1967-1979), poi la democratica Carol Moseley-Braun (1993-1999) eletta nello stesso stato, l’Illinois, che nel 2004 ha votato Obama contro il repubblicano nero Alan Keyes. Gli ispanici non sono molti di più: cinque, tre dei quali in carica. Cinque, in tutta la storia del Senato, anche gli americani di origine asiatica, quattro dei quali delle Hawaii. Soltanto tre gli indiani americani, nessuno dei quali oggi è in carica.
Alla Camera è diverso: i rappresentanti afroamericani sono molti di più, non soltanto perché i deputati sono 435 contro i cento senatori, ma soprattutto perché non sono eletti su base statale, ma in circoscrizioni piccole, molte delle quali corrispondenti a zone o quartieri a stragrande maggioranza afroamericana. Da quando è stata abolita la schiavitù sono stati eletti (più volte) 116 deputati neri, 41 dei quali sono attualmente in carica. Dal 1971 gli afroamericani hanno un loro gruppo organizzativo, il Congressional Black Caucus, in teoria bipartisan, in pratica soltanto democratico. Oggi il majority whip della Camera, cioè il capogruppo e numero tre del Partito democratico, è l’afroamericano James Clyburn della Carolina del sud. I governatori, come i senatori, sono eletti in un collegio unico statale e i numeri tornano di nuovo a una cifra: nella storia americana sono stati quattro i governatori neri, due dei quali sono in carica. Il primo è il prototipo obamiano Deval Patrick in Massachusetts, l’altro è il neogovernatore di New York, David Paterson, subentrato a Eliot Spitzer dopo lo scandalo di qualche mese fa.
Obama non è il primo politico afroamericano a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Quest’anno, fra i repubblicani, c’era Alan Keyes, il conservatore sociale che Obama aveva ampiamente battuto quattro anni fa alle elezioni senatoriali dell’Illinois. Nel 2004, inoltre, alle primarie democratiche c’erano due candidati neri alla presidenza, l’ex senatrice Carol Moseley Braun, eletta come Obama in Illinois, e il reverendo newyorchese Al Sharpton. Nessuno dei due aveva alcuna speranza di vincere la nomination. L’unico che ha sfiorato la vittoria è stato, nel 1988, il reverendo Jesse Jackson. Anche lui di Chicago, vera capitale politica degli afroamericani, in quell’occasione Jackson ha conquistato sette milioni di voti ed è arrivato primo o secondo in 46 delle 54 primarie o caucus. Ma Jackson, al contrario di  Obama, era un candidato troppo radicale ed è stato sconfitto da Mike Dukakis.
Obama non è affatto spacciato, anche se i sondaggi indicano che a novembre Hillary Clinton avrebbe più chance di battere John McCain. Il senatore dell’Illinois è un candidato diverso dai suoi più divisivi predecessori e col suo messaggio di speranza e unità è capace di emozionare e mobilitare bianchi e neri. Inoltre oggi è quasi normale vedere un nero ai vertici della politica americana e il paradosso è che la strada gli è stata spianata dai Bush. Nel 1991 Bush senior nominò Clarence Thomas alla Corte suprema (il secondo nero dopo Thurgood Marshall, scelto da Lyndon Johnson) e Colin Powell a capo dell’esercito ai tempi della prima guerra in Iraq. Infine è stato l’attuale Bush a nominare Powell alla guida della diplomazia e Condi Rice prima consigliere per la Sicurezza nazionale e poi segretario di stato.
    Christian Rocca


Grandi autostrade, lunghe code di auto, un gran numero di Suv: e’ l’immagine che di solito accompagna Los Angeles, una metropoli dove le quattro ruote dominano lo scenario. Ma a sorpresa la citta’ della California si scopre ora la seconda piu’ ‘verde’ degli Usa: solo Honolulu, alle Hawaii, scarica nell’aria meno anidride carbonica. A pochi giorni dall’avvio, di fronte al Congresso degli Usa, di un complesso dibattito sulle soluzioni del futuro nella lotta alle emissioni, uno studio dell’influente centro studi Brookings disegna una mappa inattesa delle ‘impronte di carbonio’, i livelli dell’impatto che le citta’ hanno nel rilasciare nell’atmosfera gas effetto serra. Il fiume Mississippi si rivela una sorta di confine tra l’America ‘verde’ a Ovest e quella degli inquinatori a Est. […]
La California, dove il governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger ha lanciato iniziative ambientali spesso in contrasto con l’amministrazione Bush, ha ben quattro citta’ nella top ten delle metropoli con meno emissioni: oltre a Los Angeles, ci sono San Jose, l’eco-fanatica San Francisco e San Diego. Sono invece le aree rurali del Midwest e i centri abitati piu’ piccoli a produrre quantita’ maggiori di anidride carbonica pro-capite. Lexington in Kentucky e Indianapolis in Indiana sono le peggiori da questo punto di vista.
Dopo la scelta negli anni scorsi dell’amministrazione Bush di sganciarsi dal Trattato di Kyoto, le citta’ hanno preso l’iniziativa di ridurre le emissioni da sole. Oltre 800 sindaci hanno firmato un patto che prevede di tagliare i gas del 7% sotto i livelli del 1990, come prevede Kyoto. Ma lo studio della Brookings ha evidenziato come ”le aree metropolitane da sole non possano fare la differenza o risolvere un problema cosi’ vasto”, ha sottolineato Mark Muro, che ha guidato lo studio.
E’ per questo che c’e’ attesa, e tensione politica, in vista del dibattito che si aprira’ la settimana prossima in Senato su una proposta di legge per limitare le emissioni a livello nazionale, che prevede tra l’altro l’istituzione di un sistema di ‘crediti di carbonio’ e l’obbligo di produrre una certa percentuale di energia da fonti alternative. Il candidato dei repubblicani alla Casa Bianca, il senatore John McCain, e’ tra i sostenitori della legge e sul tema delle emissioni ha preso una posizione che si distanzia dall’amministrazione Bush. McCain rischia l’appoggio del mondo imprenditoriale, ma potrebbe guadagnare consensi preziosi tra gli elettori indipendenti e indecisi al centro.
La Brookings, pur mettendo in guardia sul fatto che le classifiche sono basate su dati spesso controversi o poco omogenei, ha voluto usare la provocazione della lista dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’ per indicare la propria ricetta per il futuro. Secondo il centro studi, a livello federale e’ necessario che la prossima amministrazione promuova una politica che punti a privilegiare il trasporto pubblico e obblighi a scelte di efficienza energetica nel realizzare impianti e abitazioni.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/05/30/los-angeles-invasa-dalle-auto-ma-e-citta-verde/#more-66


DIRITTI: Gli Usa fissano gli standard, e poi non li rispettano
Sanjay Suri


LONDRA, (IPS) - Il rapporto annuale di Amnesty International (AI) pubblicato mercoledì attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di aver fissato degli standard mondiali sui diritti umani - e di aver poi fallito nel rispettarli.





“In quanto stato più potente del mondo, gli Usa stabiliscono gli standard di comportamento dei governi a livello globale, ma a loro volta negli ultimi anni si sono distinti per le violazioni del diritto internazionale”.

Come lo scorso anno, l’attenzione era puntata sulle detenzioni americane a Guantanamo Bay. Secondo il rapporto, centinaia di persone sarebbero ancora recluse nel centro Usa, mentre l’anno scorso oltre 100 persone erano state trasferite fuori dal centro.

Il dossier regista anche un fallimento degli Usa a livello nazionale. “I soldati che si sono rifiutati di prestare servizio in Iraq per motivi di coscienza sono stati arrestati. I detenuti hanno continuato a subire maltrattamenti per mano dei funzionari di polizia e delle guardie carcerarie. Decine di persone sono morte dopo essere state colpite dai ‘taser’ (armi elettroniche a elettroshock), utilizzati dalla polizia contro di loro”:

Ma oltre a criticare l’atteggiamento Usa su accuse specifiche, AI ritiene che gli Stati Uniti rappresenterebbero un esempio per il resto del mondo.

Dal rapporto emergono soprattutto alcuni episodi riguardanti i diritti umani nel 2007 riportati in diversi studi nazionali. Amnesty evidenzia in particolare la situazione di Usa, Cina, Russia e Unione europea (Ue).

E avanza alcune richieste in particolare:

- La Cina deve rispettare le promesse sui diritti umani fatte in vista delle Olimpiadi e concedere la libertà di espressione e di stampa, oltre ad abolire la “rieducazione attraverso il lavoro”. - Gli Usa devono chiudere il campo di detenzione di Guantanamo e i centri di detenzione segreti, rispettare il principio del giusto processo per i detenuti oppure rilasciarli, e rifiutare in modo inequivocabile l’uso della tortura e dei maltrattamenti.

- La Russia deve mostrare maggiore tolleranza per il dissenso politico, e tolleranza zero verso l’impunità per gli abusi dei diritti umani in Cecenia.

- l’Unione europea deve indagare sulle complicità dei suoi stati membri nei casi di “rendition” (i trasferimenti illegali) dei presunti terroristi e stabilire per i propri stati membri gli stessi requisiti sui diritti umani imposti ad altri paesi. “Il più forte deve servire da esempio”, ha affermato la segretaria generale Irene Khan al lancio del rapporto.

Ma il dossier punta il dito anche sulle gravi violazioni commesse in altre regioni. “I focolai di minaccia ai diritti umani in Darfur, Zimbabwe, Gaza, Iraq e Myanmar richiedono un’azione immediata”, sostiene Khan.

Secondo il rapporto di Amnesty, a 60 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, si pratica ancora la tortura in almeno 81 paesi, processi arbitrari in almeno 54 paesi, e limitazioni alla libertà di espressione in almeno 77 paesi.

Il documento sottolinea i trend del 2007: - Civili presi di mira impunemente da gruppi armati e forze di governo; - Violenza dilagante contro le donne; - Incoraggiamento alla tortura e ai maltrattamenti come sistemi accettati di raccolta informazioni; - Repressione del dissenso e attacchi contro giornalisti e attivisti; - Mancanza di protezione per i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti; - Negazione dei diritti economici e sociali; e - Elusione delle responsabilità delle aziende nei casi di abuso dei diritti umani.

Come in passato, gran parte del rapporto di Amnesty è ancora basato sulle notizie di stampa e altri rapporti. È il caso in particolare della Cina.

”Stando alle cifre ufficiali, Amnesty International stima che nel 2007 almeno 470 persone siano state giustiziate e 1.860 persone condannate a morte (in Cina), ma si ritiene che le cifre reali siano molto più alte”, si legge nel rapporto, che segnala anche la situazione del Tibet, e altri casi di violazioni denunciati pubblicamente.

Nella sezione dedicata all’Iraq emergono sostanzialmente i limiti nelle sue indagini sul campo. Il rapporto è di fatto un compendio delle opinioni più diffuse, e di quelle riportate solo dai media principali.

Il rapporto osserva che “migliaia di civili, compresi bambini, sono stati uccisi o feriti dalle continue violenze settarie e di altro tipo. Tutte le parti coinvolte nei combattimenti hanno commesso evidenti violazioni dei diritti umani, in alcuni casi equivalenti a veri e propri crimini di guerra contro l’umanità”.

Sul Pakistan, il rapporto parla dei fatti politici riguardanti gli attriti con il presidente Pervez Musharraf, ma accusa anche gli Usa di sostenerlo. “Le falsità degli appelli dell’amministrazione Usa per la democrazia e la libertà fuori dal paese si è rivelata attraverso il continuo sostegno al presidente Pervez Musharraf negli arresti di migliaia di avvocati, giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti politici”, dice Khan. Ma oltre a mettere in luce gli abusi dei diritti umani, il rapporto parla anche delle crescenti proteste contro queste violazioni.

“Avvocati in abito scuro in Pakistan, monaci dalle tuniche color zafferano in Myanmar, 43,7 milioni di individui che si sono alzati in piedi il 17 ottobre 2007 per chiedere più azione contro la povertà, sono stati tutti esempi forti di una cittadinanza globale determinata a manifestare per i diritti umani e richiamare al dovere i propri leader”. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1209

Paesi arabi e pena di morte : unica legge la Sharia ?
di Rico Guillermo*

La legge islamica - la Sharia - e' oggi l'unico strumento giuridico che disciplina la pena di morte nei Paesei arabi e musulmani? In un'intervista al giornalista Baher Kamal, Tahar Boumedra, direttore regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Penal Reform International spiega che non e' cosi': "La pena di morte nella maggior parte dei Paesi Arabi e musulmani e' regolamentata e applicata secondo leggi positive" e non in base alla Sharia.

In ambito ONU, dei 22 paesi arabi, 15 hanno votato contro la risoluzione di moratoria delle Nazioni Unite (Bahrein, Comore, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Libia, Mauritania, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria e Yemen), quattro si sono astenuti (Gibuti, Libano, Marocco e gli EAU) ed uno e' stato assente al momento del voto (Tunisia).

Boumedra spiega come la questione e' stata discussa nel corso di una tre giorni regionale sulla pena di morte, che si e' conclusa ad Alessandria il giorno 14 Maggio, fra delegati venuti da nove paesi arabi (Algeria, Egitto, Giordania, Iraq, Libano, Marocco, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen). Hanno partecipato anche organizzazioni internazionali come la Lega araba, la Commissione europea e la Commissione ONU per i diritti umani.

La Turchia ha portato la sua esperienza di paese musulmano che ha abolito la pena di morte. Alcuni dei presenti hanno spiegato come si sia cercato di usare la legge islamica per argomentare contro l'abolizione della pena di morte, ma il professor Hamdi Mourad, uno studioso giordano, ha ricordato che la pena di morte nel mondo arabo e' prescritta da leggi dello Stato che non hanno nulla a che fare con la legge islamica - e, in alcuni casi, sono in realta' una violazione della legge islamica.

Boumedra spiega come in una certa misura, la discussione ad Alessandria abbia riflettuto la diversita' di opinioni sulla pena di morte espresse nel terzo comitato dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite durante l'elaborazione della risoluzione per la moratoria. Alla fine delle discussioni si e' concordato nella dichiarazione che la pena di morte e' una "violazione dei piu' fondamentali diritti umani, il diritto alla vita" e si e' convenuto che tale sanzione non e' riuscita ad essere dissuasiva in nessun luogo o a prevenire la criminalita'.

La conferenza, organizzata congiuntamente dal PRI e dall'Istituto svedese di Alessandria, ha rilasciato la "Dichiarazione di Alessandria", chiedendo una moratoria sulle esecuzioni come passo verso l'abolizione della pena di morte nella regione araba. Nella Dichiarazione di Alessandria compare un appello a tutti i giudici arabi affinche' non ricorrano alla pena di morte scegliendo alternative piu' umane, e li si invita ad aderire agli standard internazionali. D'altra parte il fatto che la maggior parte dei sistemi giudiziari arabi siano attualmente in fase di grandi riforme riconosce implicitamente le gravi difficolta' con cui essi impartiscono la giustizia.

Alla conferenza e' stato anche discusso l'articolo 7 della Carta araba dei diritti umani, che sembra consentire la possibilità di applicare la pena di morte nei confronti di minori. I delegati hanno espresso stupore a questo articolo ed hanno sollecitato la Lega Araba e i suoi Stati membri a considerare una modifica dell'articolo per eliminare qualsiasi possibilita' di applicare la pena di morte per i minori di 18 anni.

Infatti la ratifica della Carta araba dei diritti umani senza una riserva su questo articolo costituirebbe una violazione del diritto internazionale. Il divieto di utilizzare della pena di morte nei confronti dei bambini - sottolinea Boumedra - e' una regola perentoria che non consente alcuna deroga (purtroppo all'incontro manava l'Iran, in cui alcuni minori sono stati giustiziati o condannati a morte anche in anni recenti).

A giudizio dell'esperto arabo, ci sara' un giorno in cui il Medio Oriente e Nord Africa si schiereranno contro la pena di morte, ma quel giorno e' strettamente legato al progresso e ai risultati raggiunti nel campo dei diritti umani in generale.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



maggio 30 2008

Le case vietate

di sabino patruno,

 

Uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi è stata l'emanazione del "pacchetto sicurezza", che contiene tra l'altro, un robusto giro di vite contro gli immigrati clandestini.

Tra le varie norme previste dal Decreto Legge n. 92/2008, è stato inserito il comma 5-bis all'art. 12 D. Lgs. 25/7/1998 n. 286, ossia le disposizioni concernenti l'immigrazione.

Tale comma prevede che:

«5-bis. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque cede a titolo oneroso un immobile di cui abbia la disponibilità ad un cittadino straniero irregolarmente soggiornante nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La condanna con provvedimento irrevocabile comporta la confisca dell'immobile, salvo che appartenga a persona estranea al reato. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni vigenti in materia di gestione e destinazione dei beni confiscati. Le somme di denaro ricavate dalla vendita, ove disposta, dei beni confiscati sono destinate al potenziamento delle attività di prevenzione e repressione dei reati in tema di immigrazione clandestina.».”

Questa norma è stata subito enfatizzata come uno degli elementi portanti del nuovo corso governativo e della sua volontà di fare terra bruciata ai clandestini, tanto da arrivare addirittura alla confisca dell'appartamento oggetto di questo nuovo reato che potremmo chiamare "locazione ad irregolare". Leggendo il testo del decreto, ci si rende però conto che le cose sono molto più complicate di come i giornali le hanno dipinte.

Continuando infatti in una pratica alla quale il legislatore ci ha abituato negli ultimi anni, il testo del decreto legge sembra scritto da persone con scarsa dimestichezza di termini giuridici. In primo luogo, nonostante la cosa sia stata presentata come "divieto di affittare le case ai clandestini", la norma, per come è scritta, non sembra riguardare tanto le locazioni, quanto le compravendite (ma non - curiosamente - le donazioni). È con la vendita (e i contratti ad essa assimilati) che infatti si cede a titolo oneroso un immobile, mentre con la locazione se ne cede solo il godimento.

La questione non è fine a sè stessa e non riguarda solo gli esteti del diritto (ammesso che ce ne siano), ma poichè stiamo parlando di un'ipotesi di reato, l'interpretazione della legge dovrebbe essere restrittiva. Diciamo tuttavia, per amor di patria, che il più contiene comunque il meno ed ammettiamo che la nuova normativa attenga sia alle locazioni che alle compravendite. Trattandosi anche di vendite, entrano in scena i notai.

Ora, in base all'art. 27 della legge notarile

"Il notaro è obbligato a prestare il suo ministero ogni volta che ne è richiesto."

senonchè, in base all'art. 28 della stessa legge,

"Il notaro non può ricevere o autenticare atti: se essi sono espressamente proibiti dalla legge, o manifestamente contrari al buon costume o all'ordine pubblico"

È evidente che l'acquisto da parte di uno straniero "non regolarmente soggiornante", così come ora configurato, diventa un atto contrario all'ordine pubblico ed il notaio deve rifiuatarsi di predisporre gli atti relativi e, probabilmente, anche denunciare il fatto alla polizia. In sostanza, secondo la nuova legge, i notai diventano uno dei filtri alla presenza dei clandestini sul suolo patrio, dovendosi rifiutare di stipulare gli atti di acquisto da parte di stranieri non regolarmente soggiornanti, pena la sospensione dall'attività da sei mesi ad un anno, oltre al rischio di vedersi contestare la complicità nel reato.

Sino ad oggi, per la stipula di un atto di compravendita con uno straniero extra-comunitario (non per i comunitari che sono equiparati agli italiani) le uniche questioni da porsi erano:

a) c'è il permesso di soggiorno?

b) se non c'è il permesso di soggiorno c'è la condizione di reciprocità?
 
Verificata una delle due condizioni l'atto si stipulava.
 
La condizione di reciprocità, per chi non ha infarinatura di diritto, è prevista dall'art. 16 delle preleggi al codice civile, per il quale
"Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità e salve le disposizioni contenute in leggi speciali"
Detto in termini pratici, se un italiano può comprare casa in un determinato paese, allora anche il cittadino di quel paese può farlo in Italia. Oggi, invece, in base al nuovo DL, per non finire complici di un reato, occorre verificare se lo straniero (presumo solo extra-comunitario, anche se il DL non lo dice) sia o meno "regolarmente soggiornante in Italia". Mai frase fu più evanescente.
 
Con quali poteri il notaio o il locatore verificano che lo straniero è regolarmente soggiornante? Come possono materialmente saperlo? Anche perchè non dobbiamo dimenticare una considerazione di carattere generale: da quando in qua, per acquistare o prendere in locazione un immobile occorre soggiornare nella nazione dove si procede all'acquisto o dove si prende in locazione il bene? Come a tutti ovvio, ricordo infatti che è possibile comprare un bene anche solo per puro scopo di investimento, senza che magari in quell'appartamento il proprietario ci metta mai piede o che si prenda in locazione un appartamento che magari sarà occupato solo saltuariamente e per brevi periodi.
 
Ora, alla luce del DL anti-clandestini, i casi sono due:
 
A) in Italia è cambiata la normativa e quindi lo straniero può comprare un'abitazione o prenderla in locazione solo se ha il permesso di soggiorno, ergo sono vietati tutti gli altri casi di acquisto e/locazione e di conseguenza non esiste più il principio di reciprocità (il ché mi pare aberrante);
 
B) la norma è di assai difficile attuazione (come mi pare probabile).
 
Facciamo due casi concreti. Entra nello studio del notaio Nicola Nicolai di Bari il segretario del sultano dell'Oman (cittadino extracomunitario), residente in Oman e privo di qualsiasi domicilio ufficiale in Italia, il quale chiede di procedere all'acquisto di alcuni trulli in Valle d'Itria. L'amministratore delegato della IBM - cittadino USA, privo di domicilio in Italia - vuole acquistare un casale nel Chianti. Che si fa? Questi atti si stipulano oppure no? E se si stipulano questi atti, si può stipulare l'atto col quale Alì ben Mabruk, cittadino marocchino, privo di qualsiasi domicilio in Italia, vuol comprarsi due vani in un casermone di periferia? A meno che non si voglia trasformare i notai ed i cittadini che vendono o locano case in ausiliari di PS, la verifica della irregolarità del soggiorno è, per un comune cittadino o un professionista, di assai difficile attuazione.
 
Per la legge italiana, infatti, il cittadino straniero che entra in Italia deve presentare all'autorità di pubblica sicurezza la "dichiarazione di presenza" entro 8 giorni dal suo ingresso, quindi teoricamente, può sempre dire al notaio o al locatore di essere appena arrivato da noi e, di conseguenza, di non essere irregolarmente soggiornante e ciò ammesso e non concesso che il notaio e il venditore o il locatore abbiano tale potere e capacità di verifica.
 
Tra l'altro, poiché stiamo parlando di reati, non dimentichiamoci che perchè ci sia reato occorre il dolo, occorre cioè che chi vende o dà in locazione l'immobile sia cosciente della condizione di irregolarità dello straniero e volontariamente proceda alla vendita o alla locazione. Insomma il nuovo reato mi pare di difficile punibilità: prevedo molto lavoro per i PM, ma anche molte assoluzioni.
 
Un classico caso di montagna che rischia di partorire un topolino, ma che in compenso renderà più complicato il lavoro dei notai (il che può interessare a pochi) e molto più rigido il mercato degli affitti, perchè nel dubbio molti smetteranno semplicemente di affittare agli stranieri (il che dovrebbe interessare a molti). http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/Le_case_vietate#body


Qualche giorno ci si chiedeva - ne davo conto qui - dove mai Tremonti avrebbe trovato i soldi per finanziare il taglio dell'ICI e la detassazione degli straordinari (interventi peraltro secondo alcuni maldestri e criticabili, come lì si sosteneva).
Sembra che ora l'Ineffabile li abbia trovati. Nelle nostre tasche.
(Fantastico poi che una parte di quei tagli servirà per preservare per un altro annetto la fondamentale italianità di Alitalia. E del resto che ci frega del fondo per l'inclusione degli immigrati? Per quelli stiamo preparando le caserme).http://falsoidillio.splinder.com/

Che va cercando?

 

“Con la dovuta considerazione e il dovuto rispetto per gli organi della giustizia, non posso negare di essere molto preoccupato”, dichiara Daniele Capezzone (Il Tempo, 29.5.2008). Il perché è presto detto. Venticinque persone dello staff tecnico e amministrativo cui Berlusconi aveva affidato un segmento di commissariamento governativo dell’emergenza rifiuti a Napoli, la scorsa volta ch’era al governo, sono oggi agli arresti domiciliari, indagate per gli illeciti che avrebbero commesso allora; persone “tra le più attrezzate per risolvere questa situazione difficile”, dice Daniele Capezzone, lo dimostra il fatto che Berlusconi le aveva riconfermate nei loro ruoli, anche stavolta; puzza la coincidenza temporale, come se certi gip e certi pm non accennassero a perdere il vizio di perseguitare Berlusconi ogni volta che vince le elezioni, per sabotargli il lavoro, per fargli fare brutta figura (o dargli una buona scusa per averla fatta), con la scusa dell’obbligatorietà dell’azione penale. Togacce.
Sicché Daniele Capezzone afferma: “Mi piacerebbe che tutti seguissero il monito del presidente della Repubblica, contribuendo a creare un clima cooperativo con il nuovo governo al fine di fronteggiare l’emergenza”. Quale dovrebbe essere il contributo del gip? L’archiviazione? No, “è evidente che occorre andare fino in fondo con l’inchiesta e bisogna perseguire eventuali reati”, concede Daniele Capezzone, ma ci tiene a precisare che “molte di queste vicende risalgono ad anni addietro”. Sono andate in prescrizione? Non pare.
Pare che la non imputabilità debbano trarla dall’essere persone “notoriamente stimate e apprezzate e ritenute le più credibili per risolvere l’emergenza”. Da chi? E come è possibile crederlo per tutti gli altri? Non l’hanno risolta la volta scorsa, se siamo ancora nell’emergenza; e il loro tentativo di risolverla – questa l’ipotesi della magistratura – è rilevante solo penalmente. E allora, Daniele Capezzone, che cosa va cercando?
“Mi limito a constatare che, oggettivamente, i tempi e le modalità dell’inchiesta rischiano di riverberarsi in modo pesante sulla nuova fase in corso. Voglio ricordare che molte volte c’è stato un filo che ha legato l’intervento della magistratura alla vicenda dei rifiuti in Campania. E queste non sono mie opinioni, sono fatti”. Sarà, ma esattamente che significa? Che dietro non c’è la camorra, ma la magistratura? Che ci sono entrambe, e in combutta?http://malvino.ilcannocchiale.it/


Si prega di non disturbare
di Marco Travaglio, l'Unità -
L’altra sera il Tg1 aveva l’imbarazzo della scelta, per la notizia di apertura: il governo Berlusconi battuto alla Camera sul decreto che contiene pure la porcata salva-Rete4; il pestaggio di alcuni studenti di sinistra alla Sapienza da parte di una squadraccia fascista; i 25 arresti a Napoli per la monnezza. Non sapendo quale scegliere, l’anglosassone Johnny Raiotta ha optato per la vera notizia del giorno, forse dell’anno: i pirati nel Mar Rosso. Servizio di apertura e intervista a un esperto di alta strategia, per spiegare al cittadino come evitare l’assalto dei corsari, che può capitare a chiunque. Poi, con comodo, le notizie. Peccato avere sprecato un servizio sui 50 anni dell’orso Yoghi la sera prima, altrimenti per nascondere i primi disastri del Cainano III andava bene anche quello. È il «ritorno alla realtà» annunciato qualche giorno fa da Alberoni.
Qualche ora più tardi, Vespa tornava per la centoventesima volta sul luogo del delitto, cioè a Cogne, con un appassionante dibattito sulla grazia alla Franzoni. Che è in galera da ben cinque giorni per aver assassinato il figlio di tre anni, dunque va prontamente scarcerata (tesi sostenuta dalla vicepalombelli Ritanna Armeni).
Intanto, a Matrix, Mentana occultava i primi guai del governo con un puntatone sull’Inter: ospite il terzino Materazzi. Roba forte, questa sì è informazione. Tant’è che i vertici Rai non si sono scusati, i direttori di rete non han preso le distanze, l’Authority non ha minacciato multe. Va tutto bene.
Poi per completare l’opera sono usciti i giornali. Che, sia detto a loro onore, non hanno apprezzato lo scoop del Tg1 sui pirati del Mar Rosso. Ma hanno comunque trovato il modo di coprirsi di vergogna. Il primo premio spetta al fu Giornale. Prima pagina: «Proibito parlare alla Sapienza». Sommario: «Dopo la gazzarra che impedì l’intervento del Papa, salta anche il dibattito sulle foibe. Scontri tra studenti di sinistra e militanti di Forza Nuova: quattro feriti, sei arrestati». Il fatto che quelli di sinistra stessero incollando manifesti armati di pennello e quelli di destra siano scesi da un’auto armati di spranghe e manganelli è del tutto secondario. Come il fatto che, a suo tempo, nessuno abbia mai impedito al Papa di parlare (fu il Vaticano a rinunciare all’invito per evitare contestazioni). Ma che cosa contano i fatti? Nulla. Si scrive «scontri», «gazzarra», e così quel poveretto ricoverato con una svastica stampata nella carne è servito.
Anche il Corriere fa pari e patta: «rissa», «opposti estremismi». Ma il meglio lo dà Pierluigi Battista sugli arresti di Napoli nell’entourage di Bertolaso e nelle solite Fibe e Fisia del gruppo Impregilo che, quando vinsero l’appalto per non smaltire la monnezza, era della famiglia Romiti (presidente e poi presidente onorario del Corriere). Ora dalle intercettazioni si scopre che questa bella gente trafficava illegalmente in pattume, nascondeva monnezza non trattata («mucchi di merdaccia») nelle discariche e nei vagoni per la Germania, tentava di mascherarla sotto rari strati di roba bonificata o di profumarla con «polverine magiche», mentre la vice-Bertolaso chiedeva aiuto per «truccare la discarica» e Bertolaso si dedicava a «sputtanare i tecnici del ministero dell’ Ambiente» che pretendevano il rispetto delle leggi. Ora Bertolaso, l’ex-commissario che non risolse nulla, torna come sottosegretario-commissario-salvatore della Patria. Come chiamare Calisto Tanzi a risanare la Parmalat.
Di fronte a questo quadro devastante, anziché complimentarsi con gli autori delle indagini, Battista che fa? Se la prende con i magistrati. Non una parola su Impregilo. Non una sillaba su Bertolaso & his friends. E giù botte ai giudici che han dato «una frustata dall’impatto micidiale» (e allora? Non era proprio il Corriere ad accusare la Procura di Napoli di occuparsi troppo di Berlusconi e Saccà e poco della monnezza, tra l’altro dimenticando il processo a Bassolino+30, compresi i soliti vertici Impregilo?). Giudici che immaginano financo «una consorteria delittuosa ramificata e pervasiva nei gangli vitali degli apparati che hanno gestito l’intera vicenda dell’immondizia napoletana» (ma va? chi l’avrebbe mai detto). Giudici che hanno organizzato «addirittura una retata con la coreografia degli arresti di massa» (e che dovevano fare per arrestare 25 persone: andarle a prendere una alla settimana per non dar troppo nell’occhio?). Arresti per giunta «eseguiti con grande clamore» (forse che i poliziotti urlavano? le manette non eran bene oliate?). E «proprio adesso vengono eseguiti arresti chiesti dai pm a fine gennaio» (ma lo sa Battista quanto tempo occorre a un gip per leggere migliaia di pagine, più le perizie allegate? non ricorda le polemiche sul gip di S. Maria Capua Vetere per aver disposto «troppo presto» gli arresti in casa Mastella?).
In realtà il «proprio adesso» ha un senso ben preciso: non disturbare il Nuovo Manovratore. Finchè c’era Prodi, manette a manetta. Ma ora che c’è Lui, caro lei… Il vicedirettore del Corriere denuncia (senza prove e senza contraddittorio) «una tempistica perfetta… per delegittimare chi sta conducendo una battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli». Le toghe rosse han pianificato «l’azzoppamento preventivo delle istituzioni a cui gli italiani (ma quali? ma quando mai? ndr) stanno affidando il compito di risolvere la situazione», e financo la «demolizione delle strutture chiamate a eliminare le montagne di immondizia».
In realtà, secondo le indagini, quelle istituzioni e strutture le montagne di immondizia le hanno create. Ma Battista, che non ha mai messo piede a Napoli, ne sa più degl’inquirenti: ora che c’è il Cainano, «lo Stato sembra aver imboccato la strada per la soluzione dell’ emergenza». Ecco perché si muove la magistratura: per sabotare il governo. Ed ecco di chi sarà la colpa se il governo non risolverà l’emergenza: della magistratura.
La logica non fa una grinza. Non arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu. Arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu.


Qui si fa l’Alitalia o si muore

Alitalia, Palazzo Chigi:

“Col prestito 12 mesi di vita”

ROMA - Le misure di urgenza per Alitalia, varate dal governo servono a “salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale”, evitando così per un anno la liquidazione della compagnia. Lo indica il governo nella Relazione Tecnica che accompagna il decreto fiscale.

http://www.repubblica.it/2008/04/sez…-alitalia.html

Sbaglio io, oppure Silvio Berlusconi aveva in mente UNA CORDATA CERTA E SICURA che avrebbe risanato i conti della compagnia di bandiera?

Sarò io a sbagliarmi, ma se lo faccio io, lo fanno anche TUTTI I QUOTIDIANI italiani. Vediamo

PRESSING DELLA LOMBARDIA: STOP AD ALITALIA - AIR FRANCE (VITETTA BENEDETTA) a pag. 11

IL NORD INSISTE: “CONGELATE LA TRATTATIVA SU ALITALIA a pag. 43

BERLUSCONI SU ALITALIA “PENSIAMOCI BENE” (W.G.) a pag. 25

BERLUSCONI: ALITALIA DEVE RESTARE ITALIANA (LA MATTINA AMEDEO) a pag. 2

ALITALIA, RETROMARCIA DI BERLUSCONI (CILLIS LUCIO) a pag. 26

ALITALIA, BERLUSCONI RIAPRE AI FRANCESI (TONDELLI JACOPO) a pag. 41

BERLUSCONI:”PRESTITO PONTE PER DARE ALITALIA AD AIR ONE” (IEZZI LUCA) a pag. 2/3

BERLUSCONI: C’E’ LA CORDATA ALITALIA PRONTI IN TRE-QUATTRO SETTIMANE (CILLIS LUCIO) a pag. 2

LA CORDATA ALITALIA E IL RUOLO DI BERLUSCONI - LETTERA (ANNUNZIATA LUCIA) a pag. 36

ALITALIA, BERLUSCONI RILANCIA: “A GIORNI I NOMI DELLA CORDATA” (CONTI MARCO) a pag. 2

ALITALIA, PIOGGIA DI SMENTITE SULLA CORDATA DI BERLUSCONI (ARDU’ BARBARA) a pag. 2/3

BERLUSCONI: ALITALIA? SOLUZIONE ITALIANA ENTRO UN MESE (BACCARO ANTONELLA) a pag. 21

ALITALIA, BERLUSCONI APRE A AIR FRANCE (BARBERA ALESSANDRO) a pag. 31

ALITALIA, BERLUSCONI APRE A PUTIN “AEROFLOT PARTNER DI PRESTIGIO” (SIGNORE ADALBERTO) a pag. 3

BERLUSCONI: PER ALITALIA UN FUTURO ITALIANO MA CON TAGLI DOLOROSI (RAVONI FABRIZIO) a pag. 2/3

UE: SOSPENDETE IL PRESTITO ALITALIA BERLUSCONI: NON CI CREATE DIFFICOLTA’ (D’ARGENIO ALBERTO) a pag. 26

ALITALIA, STOP UE. BERLUSCONI: BASTA DIFFICOLTA’ (OFFEDDU LUIGI) a pag. 5

BERLUSCONI: SE LA UE CI OSTACOLA ALITALIA LA COMPRERA’ LO STATO (GRION LUISA) a pag. 14/15

BERLUSCONI RILANCIA SUL PRESTITO ALITALIA (IACOMETTI SANDRO) a pag. 1

ALITALIA, BERLUSCONI INSISTE: “NON CI SARA’ UNA SVENDITA” (STEFANATO PAOLO) a pag. 25

ALITALIA, BERLUSCONI PENSA AD EMIRATES. AIR FRANCE: PER NOI PARTITA CHIUSA (MANCINI UMBERTO) a pag. 21

A’ Berluscò, ‘ndo cazzo sta la Cordata?http://termometropolitico.wordpress.com/


Cluster, accordo raggiunto
A Dublino 111 Paesi firmano per la messa al bando
I delegati di 111 Paesi hanno raggiunto ieri a Dublino un accordo storico per la messa al bando delle cluster bomb. Dopo dieci giorni di intensi e spesso confusi negoziati, la notizia dell'accordo è arrivata a sorpresa, preceduta dalle dichiarazioni della Gran Bretagna che aveva anticipato ieri mattina la decisione di smantellare le cluster dal proprio territorio. "La Convenzione sulle armi a grappolo prevede  - ha annunciato il ministro degli Esteri irlandese Micheal Martin - che ogni stato firmatario si impegni in modo solenne a non utilizzare, produrre o acquistare" qualsiasi tipo di munizione cluster. Il testo, concordato con due giorni di anticipo rispetto alla fine dei lavori, verrà votato e approvato venerdi in seduta plenaria e firmato definitivamente il 3 dicembre a Oslo.
 
SpoletteBoicottaggio. Proprio a Oslo era infatti iniziato, nel febbraio 2007, il processo che ha portato alla decisione attuale. Attraverso alcune tappe intermedie (Wellington, Lima, Vienna), è stata elaborato un accordo che obbliga ogni Paese firmatario a non: usare munizioni cluster; produrre, acquistare, commercializzare, stoccare, trasferire direttamente o indirettamente munizioni cluster; assistere o incoraggiare chiunque a intrattenere attività proibite dall'accordo con un altro Stato membro della convenzione. Secondo gli accordi, i Paesi dovranno procedere alla distruzione dei loro arsenali di munizioni cluster entro otto anni dalla firma dell'accordo. Secondo i detrattori del processo di Oslo, questo lascerà il tempo per la costruzione di nuove munizioni, sempre più sofisticate e sempre più precise, in grado di produrre danni minori alle popolazioni civili e aggirare eventuali restrizioni.  I maggiori Paesi produttori di cluster bomb hanno boicottato la conferenza di Dublino. Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele e Pakistan erano infatti assenti, e come tali non rientrano nella convenzione.

No alle clusterLa posizione dell'Italia. Il Senato ha votato ieri sera all'unanimità (con 271 voti) un ordine del giorno bipartisan per la messa al bando delle cluster bomb, le cosiddette bombe a grappolo. L'ordine del giorno è il frutto di un'intesa raggiunta all'ultimo momento tra la maggioranza e l'opposizione. L'odg impegna il governo "ad assumere nell'ambito della Conferenza di Dublino, a seguito della dichiarazione di Oslo, nel rispetto degli impegni internazionali e delle operazioni di pace delle Nazioni Unite dell'Ue e dell'Alleanza Atlantica, anche in relazione alle esigenze di integrazione reciproca, una decisa posizione a favore della messa al bando delle cluster bomb".
 
Il nostro Paese era presente alla conferenza di Dublino con un cartello di organizzazioni, riunite nella 'Campagna italiana contro le mine', il cui coordinatore, Giuseppe Schiavello, è stato raggiunto telefonicamente da PeaceReporter.
 
Schiavello, come giudica la posizione del nostro Paese?
E' una posizione che cerca di tutelare anche l'interesse degli Usa. Impossibile pensare il contrario, con la presenza delle basi Nato. A differenza delle mine anti-persona, gli Usa tengono moltissimo a mantenere lo stock di munizioni cluster nelle loro basi anche in Gran Bretagna, Germania. Gli Usa hanno fatto pressioni diplomatiche fortissime per evitare il divieto di operazioni congiunte, ovvero l'interoperabilità, che avrebbe sancito la possibilità per gli Stati firmatari di usare le cluster bombs nelle operazioni congiunte o nel caso di intervento in supporto ad altre nazioni. Uno degli altri articoli dibattuti è stato quello sulla transizione, e fortunatamente non è stato approvato. Si chiedeva che trascorressero dai 10 ai 15 anni per l'entrata in vigore del trattato.
 
Qual'è il prossimo passo?
La firma del Trattato a Oslo, a dicembre, poi una legge nazionale di ratifica. Con la ratifica di trenta Paesi, il Trattato entrerà ufficialmente in vigore.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11207

amministrazione Bush : Portavoce non porta pena
 

NOTIZIA BREVE - Bomba a Washington, poche ore fa: l’ex-portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan, sta per pubblicare un libro nel quale dichiara che “la guerra in Iraq è stata costruita sulla base di false informazioni alimentate dalla propaganda” e, in senso più generale, che Bush era attorniato da consiglieri che mentivano sistematicamente, pur di portare avanti l’agenda neocons.

Resta da chiarire come mai Scott McClellan si sia accorto di tutto questo soltanto dopo tre anni di onorato servizio agli ordini dei suddetti personaggi, specialmente in luce del fatto che il tramite stesso di tutte quelle menzogne era proprio lui.

Sarebbe come se Emilio Fede accusasse Berlusconi di aver mentito per anni agli italiani tramite i suoi telegiornali.

Massimo Mazzuccohttp://www.luogocomune.net/site/modules/news/


Capitalismo, agro-industria e alternative per la sovranità alimentare


di Ian Angus - da Socialist Voice (Traduzione di Curzio Bettio)

In nessun luogo al mondo, in nessuna azione di genocidio, in nessuna guerra, vi sono stati tanti ammazzati per minuto, per ora e per giorno come quelli che sono ammazzati dalla fame e dalla povertà nel nostro pianeta.” — Fidel Castro, 1998
Quando sono scoppiati i tumulti per la fame ad Haiti il mese scorso, il primo paese a rispondere è stato il Venezuela. In pochi giorni, sono partiti da Caracas, diretti ad Haiti, aerei da trasporto con 364 tonnellate di derrate alimentari di prima necessità. Il Presidente del Venezuela Ugo Chavez dichiarava: “Il popolo di Haiti sta soffrendo per le aggressioni del capitalismo globale imperialista. Tutti noi siamo chiamati ad una genuina e profonda solidarietà. È il minimo che possiamo fare per Haiti."

L'azione del Venezuela rientra nella più pura tradizione della solidarietà umana. Quando la gente è affamata, dobbiamo fare del nostro meglio per nutrirla. Dovremmo applaudire l'esempio del Venezuela ed emularlo.

Ma gli aiuti, comunque necessari, servono solo per tappare i buchi. Per indirizzare in modo giusto la problematica della fame nel mondo, dobbiamo capire e quindi cambiare il sistema che la provoca.

Nessuna carenza di cibo

Il punto di partenza della nostra analisi deve essere questo: attualmente non esiste alcuna carenza di cibo nel mondo.

Contrariamente agli avvertimenti del 18.esimo secolo di Thomas Malthus e dei suoi moderni seguaci, tutta una serie di studi dimostrano che la produzione globale di cibo ha superato in modo consistente l'aumento della popolazione e che vi è cibo più che sufficiente per dare da mangiare a tutti. Secondo l'Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite, nel mondo viene prodotto tanto cibo da fornire più di 2000 calorie al giorno per persona — in buona sostanza più del minimo richiesto per una buona salute, ed un numero di calorie per persona superiore del 18% rispetto agli anni Sessanta, malgrado una crescita significativa nella popolazione locale.[1]

Come fa rilevare il Primario Istituto sull'Alimentazione, “è l'abbondanza, non la scarsità, che meglio descrive attualmente la disponibilità di cibo nel mondo.” [2]

Malgrado ciò, la soluzione più comunemente proposta per risolvere il problema della fame nel mondo sta nelle nuove tecnologie per accrescere la produzione di derrate.

L'“Alleanza per una Rivoluzione Verde in Africa”, creata dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e dalla Fondazione Rockefeller, punta allo sviluppo “di varietà più produttive e resistenti di colture essenziali all'alimentazione in Africa…per consentire ai coltivatori Africani su piccola scala di produrre raccolti più considerevoli, diversificati e più affidabili.”[3]

Parimenti, l'Istituto Internazione di Ricerche sul Riso, con sede a Manila, ha dato corso ad una collaborazione pubblico-privato “per aumentare la produzione di riso in tutta l'Asia attraverso lo sviluppo accelerato del riso e l'introduzione di tecnologie sugli ibridi.” [4]

E il Presidente della Banca Mondiale promette di favorire i paesi in via di sviluppo nell'“accedere a tecnologie e conoscenze per incrementare i rendimenti.”[5]

La ricerca scientifica è di vitale importanza per lo sviluppo in agricoltura, ma le iniziative che vengono assunte per preparare il terreno al fatto che siano necessarie nuove sementi e nuovi prodotti chimici non sono ne' credibili e nemmeno tanto scientifiche. Il fatto che ci sia già abbastanza cibo per alimentare il mondo dimostra che la crisi alimentare non è un problema tecnico — invece è un problema sociale e politico.

Piuttosto di chiederci come aumentare la produzione, la nostra prima domanda dovrebbe essere perché, visto che tanto cibo è disponibile, esistono più di 850 milioni di persone affamate e malnutrite? Perché muoiono di fame 18.000 bambini ogni giorno? Perché l'industria alimentare globale non può fornire cibo agli affamati?

Il sistema dei profitti

La risposta può essere condensata in un'unica frase. L'industria alimentare globale non è organizzata per fornire cibo agli affamati; è organizzata per generare profitti per le imprese del settore agro-alimentare. Ed infatti, i giganti del settore agro-alimentare stanno acquisendo il loro obiettivo. Quest'anno, i profitti delle compagnie agro-alimentari hanno svettato ben sopra ai livelli dell'ultimo anno, mentre la gente affamata, da Haiti all'Egitto e al Senegal, è scesa per le strade per protestare contro l'aumento dei prezzi degli alimenti. I dati seguenti si riferiscono ai primi tre mesi del 2008.[ 6]

Commercio delle granaglie

- Archer Daniels Midland (ADM). Profitto lordo: 1.15 miliardi di dollari, più del 55% rispetto allo scorso anno

- Cargill : Guadagni al netto: 1.03 miliardi di dollari, più dell'86%

- Bunge . Profitto lordo consolidato: 867 milioni di dollari, più del 189%.

Sementi & erbicidi

- Monsanto . Profitto lordo: 2.23 miliardi di dollari, più del 54%.

- Dupont Agriculture and Nutrition . Reddito di esercizio al lordo di imposta: 786 milioni di dollari, più del 21%

Fertilizzanti

- Potash Corporation . Reddito netto: 66 milioni di dollari, più del 185.9%

- Mosaic . Guadagni al netto: 520.8 milioni di dollari, più del 1200%

Le compagnie citate, più poche altre, vendono e comprano prodotti per l'agricoltura in tutto il mondo in regime di monopolio e di quasi-monopolio. Sei imprese controllano l'85% del commercio mondiale di granaglie; tre controllano l'83% del cacao; tre controllano l'80% del commercio della banana.[7] Sicuramente ADM, Cargill e Bunge controllano il mercato mondiale del grano, il che significa che loro, da sole, decidono quanto raccolto annuale deve essere destinato alla produzione di etanolo, di dolcificanti, di mangimi per animali o di cibo per gli uomini.

Gli autori di “ Hungry for Profit – La fame di profitti” scrivono: “L'enorme potere esercitato dalle più importanti corporations per la produzione di cibo dall'agro-alimentare consente loro essenzialmente di controllare i costi delle materie prime acquistate dagli agricoltori, ed allo stesso tempo di mantenere i prezzi degli alimenti di uso generale a livelli abbastanza elevati da assicurare loro larghi profitti.” [8]

Durante il corso degli ultimi tre decenni, le compagnie agro-alimentari transnazionali hanno progettato una massiccia ristrutturazione dell'agricoltura mondiale. Direttamente attraverso il loro potere sui mercati, ed indirettamente mediante i governi, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l'Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno cambiato le modalità di produzione dei raccolti ad uso alimentare e la loro distribuzione in tutto il mondo. Questi cambiamenti hanno procurato effetti meravigliosi sui loro profitti, mentre nel contempo sono stati la causa della fame peggiore al mondo e dell'inevitabile crisi alimentare.

L'assalto all'agricoltura tradizionale

L'odierna crisi alimentare non si regge da sola: è una manifestazione di una crisi dell'agricoltura che è stata organizzata da decenni. Come abbiamo analizzato nel precedente articolo, negli ultimi tre decenni i paesi ricchi del Nord del mondo hanno costretto i paesi poveri ad aprire i loro mercati, quindi hanno inondato questi mercati di derrate sovvenzionate, con devastanti risultati per l'agricoltura del Terzo Mondo.

Ma la ristrutturazione dell'agricoltura mondiale a vantaggio delle imprese giganti dell'agro-alimentare non si ferma qui. Nello stesso periodo, i paesi del Sud del mondo sono stati convinti, persuasi con lusinghe, costretti con la prepotenza, ad adottare politiche agricole che promuovevano colture di prodotti da esportazione, più che per ottenere cibo per il consumo interno, e favorivano una agricoltura su larga scala industriale, che obbliga a produzioni di monocoltura, ad un pesante uso di acqua, e a quantitativi massicci di fertilizzanti e pesticidi. Per di più, l'agricoltura tradizionale, organizzata da e per comunità e nuclei famigliari, è stata spazzata via da una agricoltura industriale organizzata da e per gli interessi delle imprese agro-alimentari.

Questa trasformazione costituisce l'ostacolo principale ad una agricoltura razionale che possa eliminare la fame.

L'interesse per una agricoltura di prodotti da esportazione ha causato l'assurdo e tragico risultato che milioni di esseri umani stanno patendo la fame nei paesi che esportano derrate alimentari.

In India, ad esempio, oltre un quinto della popolazione è cronicamente affamato e il 48% dei bambini sotto i cinque anni sono malnutriti. Ciò nondimeno, nel 2004 l'India ha esportato negli Stati Uniti 1.5 miliardi di dollari di riso brillato e 322 milioni di dollari di grano.[9]

In altri paesi, le terre da coltivare che erano utilizzate per far crescere cibo per uso domestico ora servono per coltivare prodotti rari e squisiti per il Nord. La Colombia, dove il13% della popolazione è malnutrita, produce ed esporta il 62% di tutti i fiori recisi venduti negli Stati Uniti.

In molti casi, il risultato della conversione a prodotti da esportazione rasenterebbe il ridicolo, se non fosse la causa di disastri. Il Kenya aveva una auto-sufficienza alimentare fino a circa 25 anni fa. Oggi importa l'80% del suo bisogno alimentare — e l'80% delle sue esportazioni consiste in prodotti agricoli diversi. [10]

Lo spostamento ad una agricoltura industriale ha allontanato dalla terra milioni di esseri umani e li ha gettati nella disoccupazione e nella povertà in immense baraccopoli che attualmente circondano molte delle città del mondo. La gente che aveva un buon rapporto con la terra è stata separata da essa; i suoi contadini sono rinchiusi in gigantesche industrie all'aperto, che producono solo per esportare. Centinaia di milioni di persone ora devono dipendere da cibo che viene prodotto migliaia di miglia lontano, visto che la loro agricoltura casalinga è stata trasformata per incontrare le necessità delle grandi compagnie dell'agro-alimentare.

Come è stato dimostrato negli ultimi mesi, l'intero sistema è fragile: la decisione dell'India di ricostituire le sue riserve di riso ha fatto in modo che milioni di persone di mezzo mondo non possano permettersi di mangiare.

Se lo scopo dell'agricoltura è quello di dar da mangiare alla gente, i cambiamenti nell'agricoltura mondiale degli ultimi 30 anni sono privi di senso. Le coltivazioni industriali nel Terzo Mondo hanno prodotto quantitativi di cibo sempre crescenti, ma al costo di allontanare milioni di individui dalla terra e di portarli a vivere perennemente affamati — e al costo di avvelenare aria e acqua, e di far diminuire in modo costante le potenzialità del suolo ad erogare il nutrimento di cui abbiamo necessità.

Contrariamente alle assicurazioni delle imprese agro-industiali, le più recenti ricerche in agricoltura, comprese quelle in corso da un decennio di esperienze concrete a Cuba, provano che piccole e medie aziende agricole, utilizzando metodi agro-ecologici sostenibili, sono molto più produttive e di gran lunga meno inquinanti dell'ambiente, rispetto alle gigantesche aziende agricole di natura industriale.[11]

L'agricoltura industriale continua non perché è più produttiva, ma perché, fino ad ora, è stata in grado di fornire prodotti uniformi in quantità prevedibili, condizionati nello specifico a resistere al deterioramento durante il trasporto verso mercati lontani. È questo che genera il profitto, ed è il profitto quello che conta, non contano gli effetti sulla terra, aria ed acqua — o tanto meno quello di affamare i popoli.

Lottare per la sovranità alimentare

I cambiamenti imposti dalle imprese transnazionali dell'agro-alimentare e dalle loro agenzie non sono rimasti privi di sfide. Uno dei più importanti sviluppi negli ultimi 15 anni è stato l'emergere della “Via Campesina” (Peasant Way), una struttura di difesa che comprende più di 120 organizzazioni di agricoltori e contadini di 56 paesi, e che allinea dal Landless Rural Workers Movement – Movimento dei Lavoratori Rurali Non Proprietari (MST) del Brasile alla National Farmers Union – Unione Nazionale dei Coltivatori in Canada.

All'inizio, la “Via Campesina” aveva presentato il suo programma nel 1996, come una sfida al “World Food Summit – Congresso Mondiale sull'Alimentazione”, una conferenza organizzata dall'ONU sulla fame nel mondo, che vedeva la partecipazione di Rappresentative ufficiali di 185 paesi. I partecipanti a questo incontro si ripromettevano (comunque, in seguito, non fecero nulla per conseguire questo obiettivo!) di eliminare la fame e la malnutrizione, assicurando “la sostenibile piena disponibilità di cibo per tutti i popoli.” [12]

Come è tipico di questi eventi, la gente che lavora, che dovrebbe effettivamente essere coinvolta, veniva esclusa dalle discussioni. All'esterno del convegno, la “Via Campesina” proponeva la sovranità alimentare come alternativa alla sicurezza alimentare, ed argomentava: “Non è sufficiente il solo accesso al cibo, quello che è necessario è l'accesso alla terra, all'acqua e alle materie prime e la gente interessata a queste problematiche deve avere il diritto di sapere e di decidere sulle politiche alimentari. Il cibo è troppo importante per essere lasciato ai condizionamenti del mercato globale e alle manipolazioni delle imprese del settore agro-industriale: la fame nel mondo può avere termine solo con il reinsediamento di piccole e medie aziende a conduzione famigliare, come elementi chiave della produzione di derrate alimentari.” [13]

La richiesta centrale del movimento per la sovranità alimentare è che le derrate devono essere considerate prima di tutto come una fonte nutrizionale per le comunità e le regioni dove sono coltivate. In opposizione al libero mercato e alle politiche delle agro-esportazioni, è urgente focalizzare l'impegno sui consumi interni e sull'autosufficienza alimentare.

Contrariamente alle asserzioni di molti critici, la sovranità alimentare non fa appello all'isolazionismo economico o al ritorno ad un passato contadino idealizzato. Piuttosto, si tratta di un programma per la difesa e l'estensione di diritti umani, per riforme agrarie, e per la protezione della terra contro il capitalismo ecocida, distruttore dell'ambiente. Inoltre, nel proclamare l'autosufficienza alimentare e il rafforzamento delle aziende agricole a conduzione famigliare, nell'appello originale della “Via Campesina” per la sovranità alimentare venivano sottolineati i seguenti punti:

- Garantire ad ognuno l'accesso al cibo sicuro, nutriente, e culturalmente appropriato, in quantità e qualità sufficiente a sostenere una vita salubre in piena dignità umana.

- Fornire alle persone contadine e senza proprietà terriera — specialmente alle donne — la proprietà e il controllo della terra che loro lavorano ed assicurare il ritorno alla terra ai popoli indigeni.

- Assicurare la protezione e l'uso delle risorse naturali, specialmente della terra, dell'acqua e delle sementi. Mettere fine alla dipendenza dai prodotti chimici, alle monoculture di prodotti agricoli destinati ai mercati e alla produzione intensiva ed industrializzata.

- Fare opposizione alle politiche dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), della Banca Mondiale (World Bank) e del Fondo Monetario Internazionale (IMF), che agevolano il controllo delle imprese multinazionali sull'agricoltura.

- Regolare e tassare il capitale speculativo e rafforzare un rigido Codice di Condotta per le corporations transnazionali.

- Cessare l'uso del cibo come arma. Mettere termine allo spostamento, all'urbanizzazione forzata, e alla repressione dei contadini.

- Garantire ai contadini e ai piccoli coltivatori, e in particolare alle donne lavoratrici della terra, l'accesso diretto alla formulazione delle politiche agricole a tutti i livelli.[14]

La richiesta della “Via Campesina” per la sovranità alimentare costituisce un potente programma agrario per il Ventunesimo secolo. I movimenti sindacali e di sinistra di tutto il mondo dovrebbero fornire tutto l'appoggio a questo programma e alle campagne dei contadini e dei lavoratori della terra per le riforme agrarie e contro l'industrializzazione e la globalizzazione del cibo e dell'agricoltura.

Basta con la guerra ai contadini del Terzo Mondo

All'interno di questo progetto strutturato, noi del Nord del mondo possiamo e dobbiamo domandare che i nostri governi mettano fine a tutte le attività che indeboliscono o pregiudicano l'agricoltura del Terzo Mondo.

Basta usare cibo come carburante.

La “Via Campesina” ha affermato semplicemente e con chiarezza: “Gli agrocombustibili industriali sono un nonsenso economico, sociale ed ambientale. Il loro sviluppo dovrebbe essere bloccato e la produzione agricola per la produzione alimentare dovrebbe costituire l'oggetto primario dell'attenzione.” [15]

Cancellare il debito del Terzo Mondo.

Il 30 aprile, il Canada ha annunciato un contributo speciale di 10 milioni di dollari Canadesi per soccorrere Haiti dal punto di vista alimentare.[16] Questo è positivo – ma nel corso del 2008 Haiti pagherà cinque volte di più in interessi relativi al suo debito estero, pari a 1,5 miliardi di dollari, la maggior parte del quale contratta durante la dittatura di Duvalier, appoggiata dall'imperialismo. La situazione di Haiti non è unica, e non è nemmeno un caso estremo. Il debito estero complessivo dei paesi del Terzo Mondo nel 2005 era di 2,7 mila miliardi di dollari, e quell'anno i loro pagamenti del debito totalizzavano 513 miliardi di dollari.[17] Mettendo fine a questo drenaggio di cassa, immediatamente e senza porre condizioni, verrebbero fornite risorse indispensabili, ora, per alimentare gli affamati, ed in seguito per ricostruire una agricoltura di natura domestica.

Impedire al WTO di interessarsi di agricoltura.

Le politiche alimentari regressive, che sono state imposte ai paesi poveri dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, sono state codificate ed applicate in modo forzoso dall'Accordo sull'Agricoltura dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. L'Accordo sull'Agricoltura, come scrive Afsar Jafri su Focus on the Global South – Centro di Attenzione sul Sud del Mondo, è “predisposto in favore di una agricoltura intensiva di tipo capitalistico, manovrata dalle imprese del settore agro-industriale ed orientata verso le esportazioni.” [18] Questo non fa sorpresa, dato che il funzionario Statunitense che ha congegnato e quindi negoziato questo Accordo è stato un ex vice-presidente del gigante del settore agro-industriale Cargill.

L'Accordo sull'Agricoltura dovrebbe essere abolito, e i paesi del Terzo Mondo dovrebbero avere il diritto di cancellare unilateralmente le politiche di liberalizzazione imposte attraverso la Banca Mondiale, l'IMF e il WTO, ed attraverso accordi bilaterali di libero commercio come il NAFTA e il CAFTA.

Autodeterminazione per il Sud del Mondo.

Gli attuali tentativi da parte degli Stati Uniti di destabilizzare e di rovesciare i governi del gruppo ALBA — Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Grenada — proseguono una lunga storia di azioni da parte dei paesi del Nord ad impedire ai paesi del Terzo Mondo di rivendicare il controllo sui loro propri destini. Organizzarsi contro tali interventi “nella pancia del mostro” è allora una componente cruciale della lotta per conquistare la sovranità alimentare in tutto il mondo.

* * *

Più di un secolo fa, Karl Marx scriveva che, malgrado il suo contributo al progresso tecnologico, “il sistema capitalistico lavora contro una agricoltura razionale…una agricoltura razionale è incompatibile con il sistema capitalista.” [19]

Le attuali crisi alimentari ed agricole confermano in pieno questo giudizio. Un sistema che pone il profitto al di sopra dei bisogni delle persone ha spinto milioni di coltivatori e produttori lontano dalla terra, ha indebolito la produttività dei terreni, ha avvelenato aria ed acqua, e ha condannato quasi un miliardo di persone alla fame cronica e alla malnutrizione.

Le crisi alimentari ed agricole hanno messo le radici in un sistema irrazionale, anti-umano. Per nutrire il mondo, i lavoratori delle città e delle campagne devono stringere le loro mani, unire le loro forze per spazzare via questo sistema.

Note

[1] Frederic Mousseau, Food Aid or Food Sovereignty? Ending World Hunger in Our Time Sussidi alimentari o Sovranità alimentare? Oakland Institute, 2005. http://www.oaklandinstitute.org/pdfs/fasr.pdf.
International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (Valutazione internazionale su conoscenza, scienza e tecnologia in agricoltura). Global Summary for Decision Makers – Sommario globale per i produttori di decisioni . http://www.agassessment.org/docs/Global_SDM_210408_FINAL.pdf

[2] Francis Moore Lappe, Joseph Collins, Peter Rosset. World Hunger: Twelve Myths – La fame nel mondo: dodici miti . (Grove Press, New York, 1998) p. 8

[3] “About the Alliance for a Green Revolution in Africa – Intorno all'alleanza per una rivoluzione verde in Africa.”http://www.agra-alliance.org/about/about_more.html

[4] Comunicato stampa IRRI, 4 aprile 2008. http://www.irri.org/media/press/press.asp?id=171

[5] “Il Presidente della Banca Mondiale chiede un piano per combattere la fame.” Comunicato stampa, 2 aprile 2008

[6] Questi dati sono rilevati da rapporti trimestrali più recenti delle compagnie, rilevati dai loro siti web.

[7] Shawn Hattingh. “Il liberismo del commercio alimentare alla fine.” MRzine , 6 maggio 2008. http://mrzine.monthlyreview.org/hattingh060508.html

[8] Fred Magdoff, John B. Foster e Frederick H. Buttel. Hungry for Profit: The Agribusiness Threat to Farmers, Food, and the Environment – La fame di profitti: la minaccia del sistema industriale agro-alimentare ai coltivatori, al nutrimento, all'ambiente . Monthly Review Press, New York, 2000. p. 11

[9] Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) dell'ONU. Dati statistici fondamentali sul commercio estero di alimenti e prodotti agricoli. http://www.fao.org/es/ess/toptrade/trade.asp?lang=EN&dir=exp&country=100

[10] J. Madeley. Hungry for Trade: How the poor pay for free trade – La fame di traffici: come i paesi poveri pagano per il libero mercato . Cited in Ibid

[11] Jahi Campbell, “Shattering Myths: Can sustainable agriculture feed the world? – Infrangere i miti: può l'agricoltura sostenibile alimentare il mondo?” e “Editorial. Lessons from the Green Revolution – Editoriale. Lezioni dalla Rivoluzione Verde.” Food First Institute. www.foodfirst.org

[12] Congresso Mondiale sull'Alimentazione. http://www.fao.org/wfs/index_en.htm

[13] La Via Campesina. “Food Sovereignty: A Future Without Hunger – La sovranità alimentare: un futuro senza fame.” (1996) http://www.voiceoftheturtle.org/library/1996%20Declaration%20of%20Food%20Sovereignty.pdf

[14] Parafrasi e compendio da Ibid

[15] La Via Campesina. “A response to the Global Food Prices Crisis: Sustainable family farming can feed the world. – Una risposta alla crisi mondiale dei prezzi alimentari: le coltivazioni sostenibili a conduzione famigliare possono dar da mangiare al mondo.” http://www.viacampesina.org/main_en/index.php?option=com_content&task=view&id=483&Itemid=38

[16] A titolo di confronto, quest'anno il Canada spenderà 1 miliardo di dollari per l'occupazione e la guerra illegale in Afghanistan.

[17] Jubilee Debt Campaign. “I fondamentali sul debito” http://www.jubileedebtcampaign.org.uk/?lid=98

[18] Afsar H. Jafri. “WTO: l'agricoltura alla mercè delle nazioni ricche.” Focus on the Global South , 7 novembre 2005. http://www.focusweb.org/india/content/view/733/30/

[19] Il Capitale, Volume III . Karl Marx & Frederick Engels, Opera Omnia , Volume 37, p. 123

Ian Angus è collaboratore assiduo di Global Research. Global Research Articles by Ian Angus

© Copyright Ian Angus, The Bullet, Socialist Project , 2008

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Tamanrasset

di Merzak Allouache

Il Sahara tra speranza e disperazione

Il lungo viaggio degli africani che intraprendono il pericoloso cammino della via del deserto per raggiungere clandestinamente le coste del mediterraneo ha come snodo fondamentale il confine sud dell’Algeria con quelli del Mail e del Niger. La città di Tamanrasset che si trova all’estremo sud dell’Algeria è una tappa di scambio del percorso che sfrutta l’ostilità del deserto per aggirare i controlli alle frontiere. Il regista algerino Merzak Alloauche, dopo aver affrontato il tema dell’immigrazione clandestina a Parigi con Chouchou (2002), film campione d’incassi in Francia, ha scelto con Tamanrasset (2007) di tornare nella sua Algeria e di far incontrare gli occhi distratti degli europei con quelli disperati e impauriti dei clandestini durante il viaggio della speranza.

Tamanrasset è un film per la tv co-prodotto da ARTE France e Studio International che l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE (visibile sul canale Sky 544) ha proposto a maggio. Un tema scottante sul quale è necessario riflettere in particolare in Italia in questi mesi di discussione e ripensamento della politica verso l’immigrazione clandestina.
Il regista di Omar Gatlato (1976), Bab el Oued City (1993) e Salut Cousin! (1996) scende nel profondo sud dell’Algeria, tra le forze dirompenti del sole e del vento per svelare i segreti che nasconde il deserto. Tamanresset segue il viaggio di lavoro di una piccola equipe di un’agenzia pubblicitaria che ha scelto la città algerina come location per una nuova campagna. Tre bellissime modelle delle quali una ha origini africane e un’altra è curda, accompagnate dalla direttrice dell’agenzia, la sua assistente, un truccatore e un famoso fotografo interpretato da un tormentato Denis Levant. Tra isterie, litigi e ricerca del luogo esotico e con la luce adatta, le vite dell’equipe francese s’incrociano con i passaggi e i destini dei clandestini che si nascondono nella città in attesa del passaggio verso il nord. In particolare Philippe si lascia coinvolgere dal mondo nascosto che si muove silenzioso nella città e nel deserto circostante e inizia a maturare un rifiuto per la campagna pubblicitaria, frivola e in netta contraddizione con la realtà del luogo.

Allouache sfrutta la netta alternanza tra la luce accecante del deserto e buio inquietante e freddo delle notti sahariane per accompagnare l’evoluzione e la presa di coscienza di Philippe e i turbamenti di tutti i protagonisti che nei pochi giorni nel deserto mettono in luce i loro punti deboli. Il regista mostra tutta la sofferenza del tragico e drammatico destino dei clandestini ma attraverso gli occhi carichi di orrore, ma anche di necessità di agire per un senso di colpa insanabile del fotografo. Alla storia di Philippe si contrappone quella del poliziotto Hakim interpretato dal Abdelhafid Metalsi di Un Roman Policier (Stéphanie Duvivier, 2007) e Michou d’Auber (Thomas Gilou, 2006), un uomo duro che collabora al traffico dei clandestini mentre controlla e critica ogni movimento e comportamento dell’equipe europea.

Tamanrasset è un viaggio verso la montagna dei clandestini, così chiamano un massiccio vicino alla città nel deserto e nel quale si nascondono i clandestini in attesa di partire con i camion. Un viaggio che vuole alzare il velo su una realtà sommersa, nascosta, ma non riesce a farlo senza lasciare fuori dalla sceneggiatura e anche da alcune scelte di regia, uno sguardo troppo carico di pietas.

Alice Casalini

http://www.cinemafrica.org/spip.php?article619


Gaza : missione indipendente ONU indaga su attacco Beit Hanoun
di Tara Fernandez

La missione indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite costituita dall'Arcivescovo africano Desmond Tutu e dalla professoressa Christine Chinkin della London School di Economia è in visita a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

La missione ad alto livello è stata istituita dal Consiglio per i diritti umani dell'ONU nel novembre 2006 a seguito di un attacco israeliano che ha portato alla morte di 19 persone, tra cui 7 bambini.

La missione dura due giorni - 27 e 28 maggio - e l'arcivescovo Tutu e la prof. Chinkin sono giunti a Gaza dall'Egitto. Il loro programma prevede una serie di riunioni a Gaza, anche con i sopravvissuti e testimoni degli attentati dell'8 Novembre 2006. La missione presenterà una relazione finale alla sessione di settembre del Consiglio.

Nel giugno scorso la missione ha già presentato al Consiglio una relazione in cui si dice che si sono verificate "significative" violazioni dei diritti umani e chiede l'istituzione di un'inchiesta indipendente dalle autorità nazionali.

La relazione osserva infatti che "è chiaro che significative violazioni dei diritti umani sono state realizzate a Beit Hanoun per le attività della Forza di Difesa di Israele intorno all'8 novembre" e che tali eventi devono essere investigati da un esperto indipendente, imparziale e trasparente, preferibilmente a livello nazionale.


www.osservatoriosullalegalita.org

 


DIRITTI-ETIOPIA: Libertà di stampa ancora sotto attacco
Najum Mushtaq


NAIROBI, (IPS) - A maggio, la popolare rivista mensile etiope di intrattenimento Enku non è uscita nelle edicole come ogni mese. La polizia etiope ha sequestrato tutte le 10mila copie prima che venissero distribuite; Alemayehu Mahtemework, editore e vice redattore della rivista, è stato accusato di minacciare l’ordine pubblico e condannato a cinque giorni di detenzione, insieme ad altri tre colleghi.






Secondo Serkalem Fasil, una giornalista arrestata dal governo di Meles Zenawi nel 2005 per aver criticato la condotta delle elezioni parlamentari, l’azione di polizia contro la rivista Enku sarebbe in realtà un messaggio rivolto a tutti i media.

“La soppressione della libertà di stampa in Etiopia è forse tra le realtà più ignorate di tutta l’Africa”, ha detto Fasil, che per i suoi articoli sui presunti brogli elettorali era stata arrestata nel novembre 2005 insieme al fratello, al marito e ad altre persone accusate di genocidio e tradimento. Incinta all’epoca dell’arresto, e dopo aver dato alla luce suo figlio in cella, è stata rilasciata solo dopo 18 mesi di carcere.

Le accuse contro Alemayehu risalgono alla storia di copertina dell’edizione di Enku di maggio: un servizio speciale sull’arresto e il processo di uno dei cantanti più popolari del paese, Tewodros Kassahun. Meglio noto agli etiopi come Teddy Afro, il cantante è stato convocato in tribunale il 23 aprile, dove si è dichiarato non colpevole di omissione di soccorso in un incidente avvenuto nel novembre 2006.

Secondo Razak Adam, di un'agenzia per lo sviluppo etiope con sede a Nairobi, mentre in qualsiasi altra parte del mondo il processo a Kassahun sarebbe stata semplicemente una storia sui misfatti di un personaggio famoso, in Etiopia si pensa possa avere motivazioni politiche.

La sua musica e le sue dichiarazioni pubbliche criticano le politiche di governo, e la sua comparsa in tribunale ad aprile ha suscitato le improvvise proteste nella capitale di migliaia di suoi fan, soprattutto adolescenti. Proteste che non sono certo frequenti, in una capitale etiope sottoposta a stretti controlli.

Il 4 maggio era divampata una protesta analoga nello stadio di Addis Abeba, quando molti dei 35mila fan presenti ai XVI Campionati africani di atletica hanno cominciato a cantare lo slogan “liberate Teddy”, dopo la vittoria ai 5mila metri del corridore etiope Kenenisa Bekele.

“In Etiopia, questa storia è profondamente politica e complessa, in quanto non solo riflette l’estrema precarietà della libertà di stampa, ma solleva anche delle questioni fondamentali e finora ignorate, che stanno dividendo la società etiope”, ha detto Adam all’IPS.

Questi temi scottanti percorrono come un filo rosso il passato dell’Etiopia, ma anche il suo presente. Kassahun canta musiche e motivi che sfidano le divisioni etniche e religiose della società. Il suo successo del 2005, Yasteseryal (“redenzione” in lingua amarica) è stata usata dai partiti dell’opposizione come un inno per incitare la popolazione contro il governo del primo ministro Meles Zenawi.

Il videoclip mostra le immagini dell’imperatore etiope Haile Selassie, del Derg - il regime militare repressivo succeduto all’imperatore - e dell’attuale leadership di Zenawi; mentre i testi suggeriscono che i regimi cambiano, ma la gente continua a soffrire. Da allora, la musica di Kassahun è stata bandita da tutti i media controllati dallo stato.

Per la maggior parte dei suoi ascoltatori, tuttavia, Kassahun è un eroe. Parlando del suo processo, Mahtemework e la sua rivista dichiaratamente non politica si è attirata l’ostilità del governo.

Mahtemework spiega che Enku è stata regolarmente censurata dal suo editore, di proprietà del governo, sin da quando ha cominciato a occuparsi della musica di Teddy Afro a dicembre; ma non aveva previsto il suo arresto, né il sequestro della rivista. “Sin dal terzo numero della rivista, abbiamo subito la censura da parte dell'editore. Eravamo pronti a sentirci dire che la storia del processo a Tewodros Kassahun non avrebbe attraversato le maglie della censura, ma la confisca era totalmente inaspettata”.

Il caso di Enku fa parte di un’azione repressiva che aveva già colpito altri media indipendenti. Serkalem Fasil - arrestata nel 2005 - è stata rilasciata solo nell’aprile 2007, dopo essere stata assolta da ogni accusa. Ma tre quotidiani pubblicati dalla sua impresa, la Serkalem Publishing House, avevano già subito delle forti sanzioni, e alla fine sono stati chiusi. Seppure senza alcuna motivazione legale, il governo si rifiuta di concederle i permessi per dare vita a nuove pubblicazioni.

L’Associazione etiope dei giornalisti della stampa libera, insieme a Fasil, hanno guidato una campagna per la liberazione del redattore di Enku. Anche le organizzazioni internazionali che vigilano sulla libertà di stampa hanno subito condannato le azioni del governo contro Enku e il suo staff.

Il Comitato per la tutela dei giornalisti (CPJ) con sede a New York ha condannato l’arresto di Mahtemework; e Reporters Without Borders, un’organizzazione internazionale che combatte la censura e difende i giornalisti, ha diffuso la seguente dichiarazione: “Le autorità etiopi hanno dato un segnale molto negativo, scegliendo proprio la vigilia… della Giornata mondiale della libertà di stampa per arrestare e sequestrare l’edizione di una rivista indipendente”.

L’organizzazione ha minacciato di reinserire il primo ministro etiope Meles Zenawi nella sua lista dei “predatori della libertà di stampa”; Zenawi era stato rimosso dalla lista nel 2007, quando erano stati riscontrati alcuni miglioramenti nella libertà di stampa in Etiopia.

Nonostante il suo arresto e le accuse contro di lui, Mahtemework si dice ottimista: “Il mio umore è buono. Vogliamo continuare con le pubblicazioni, ma tutto il nostro capitale è stato investito nell’edizione mensile che ci è stata sequestrata… abbiamo le mani legate”.

L’offensiva contro Enku non può essere slegata dai più ampi problemi politici e culturali dell’Etiopia. La storia di Teddy Afro e il caso di Enku sono sintomi dell’avversione del governo anche al minimo cenno di dissenso.
http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1208

John McCainLa corrente dei ‘realisti’ sembra tornare a dominare la politica estera americana, dopo gli anni dell’influenza neocon sul presidente George W.Bush.
John McCain, consigliato tra gli altri dall’ex segretario di Stato Henry Kissinger, ha preso le distanze da Bush sul tema del nucleare e dei rapporti con la Russia, aprendo la porta a un maggior dialogo con Mosca sul disarmo e ipotizzando anche l’eliminazione delle armi nucleari tattiche dall’Europa. […]
”La Russia e gli Stati Uniti non sono piu’ nemici mortali”, ha sottolineato McCain in un discorso di politica estera dedicato al tema del nucleare. Il senatore dell’Arizona, che ha in tasca la nomination dei repubblicani per la Casa Bianca, si e’ detto disponibile a discutere con i russi nuovi accordi per il controllo degli armamenti e anche un trattato vincolante per la riduzione delle testate da entrambe le parti, che prenda il posto dello Start che scade nel 2009. Un’ipotesi, quest’ultima, sempre respinta in questi anni dall’amministrazione Bush.
McCain ha suggerito di rafforzare il Trattato di non proliferazione, aumentare il finanziamento all’Aiea, l’agenzia atomica dell’Onu e valutare la possibilita’ di smantellare i missili nucleari a corto raggio ancora presenti in Europa. Inolte, il senatore repubblicano si e’ detto disponibile a rivedere la propria opposizione a un trattato che vieti i test nucleari a livello globale, appoggiato da entrambi i candidati democratici alla Casa Bianca, Barack Obama e Hillary Clinton.
La presa di posizione di McCain e’ un ulteriore segnale della sua necessita’ di sganciarsi da un presidente ai minimi di popolarita’. Bush ha partecipato ieri e oggi a eventi per la raccolta di fondi per la campagna di McCain, ma lo staff del senatore ha fatto di tutto per limitare al massimo i momenti in cui i due apparivano insieme. Il sostegno senza esitazioni di McCain alla guerra in Iraq viene usato dai democratici per dipingere la sua eventuale elezione come ”un terzo mandato a Bush” ed e’ un’ immagine dalla quale gli strateghi del candidato repubblicano cercano di distanziarlo.
Obama ha accolto con favore la presa di posizione di McCain sul nucleare, soprattutto perche’ molte proposte sono sembrate in linea con una legge antiproliferazione promossa nel 2007 dallo stesso senatore nero. ”Nell’abbracciare molti aspetti dell’agenda di Barack Obama sulla non proliferazione - ha detto un portavoce del candidato democratico, Bill Burton - McCain ha evidenziato la leadership di Obama sulle armi nucleari”.
Tra gli autori del discorso di McCain figura Kissinger, un ‘realista’ che negli ultimi tempi e’ tornato a pronunciarsi pubblicamente per iniziative a favore di ”un mondo libero dal nucleare”. La scuola di pensiero realista aveva avuto un peso importante non solo ai tempi in cui Kissinger era segretario di Stato, nelle amministrazioni Nixon e Ford, ma anche negli anni della presidenza di George Bush padre. Negli ultimi anni i suoi esponenti sono tornati a riacquistare voce in capitolo: tra loro c’e’ per esempio il capo del Pentagono, Robert Gates.
Ma McCain e’ attento anche a non alienare l’ala neocon del partito. Sul tema del nucleare ha avuto cosi’ parole dure sull’ Iran e si e’ mostrato assai meno disponibile di Bush nel dialogo con la Corea del Nord. E il senatore ha avvolto la sua intera visione sulla politica nucleare dei prossimi anni nel mantello protettivo di Ronald Reagan, il presidente piu’ amato dai repubblicani negli ultimi decenni.
”Un quarto di secolo fa - ha detto McCain - il presidente Reagan dichiaro’: ‘Il nostro sogno e’ vedere il giorno in cui le armi nucleari saranno bandite dalla faccia della Terra’. E’ anche il mio sogno, ed e’ l’ora per gli Stati Uniti di mostrare il tipo di leadership che il mondo si aspetta da noi, nella tradizione dei presidente che hanno lavorato per ridurre la minaccia nucleare per l’umanita”’. (marco.bardazzi@ansa.it) (ANSA).


responsabilità dell'Europa

Paul Klee, Flora on the sand
L'Europa deve riprendere l'iniziativa nei Balcani occidentali, definendo una chiara strategia regionale e un quadro certo per l'integrazione dei diversi Paesi nell'Unione. Il rischio di una nuova crisi, di vaste dimensioni, non è scomparso. L'editoriale di Courrier des Balkans
Di Jean-Arnault Dérens, per Le Courrier des Balkans, 26 maggio 2008

Traduzione di Carlo Dall’Asta per Osservatorio Balcani (tit. orig.: «Balkans occidentaux: les responsabilités de l’Union européenne»)


Ora che siamo giunti alla metà di questo 2008 il peggio, che molti temevano, è stato evitato? Il Kosovo ha proclamato la propria indipendenza il 17 febbraio, senza che ciò abbia provocato una burrasca nella regione. La Serbia ha votato l'11 maggio, dando un netto vantaggio alle forze europeiste. Certo, il governo serbo non è ancora stato formato, le elezioni macedoni del primo giugno si stanno preparando in un contesto di estrema tensione, e la missione europea Eulex in Kosovo non si svolgerà a partire dal 15 giugno come previsto. Forse il peggio è stato evitato, ma i Balcani si trovano sempre in mezzo al guado. E solo l’Unione Europea può formulare un progetto politico capace di orientare la regione verso una duratura uscita dalla crisi.

La strategia europea ha pagato. Siglando il 29 aprile un Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA) con la Serbia, l’UE ha incontestabilmente dato una decisiva «spintarella» alle forze democratiche in Serbia. Anche se a Belgrado prosegue ancora un oscuro teatro politico, il significato del voto dell'11 maggio è chiaro e senza appello. È una buona notizia per la Serbia. Soprattutto è una buona notizia per l'Europa.

Questo voto ha mostrato che, malgrado gli errori accumulati dagli europei in tutti questi ultimi anni, malgrado le loro politiche spesso esitanti, contraddittorie e pusillanimi, la prospettiva europea continua a mobilitare i serbi. La «carota europea» non ha perduto la sua attrattiva.

Tuttavia come giustificare, in Bosnia-Erzegovina o in Macedonia, la decisione europea sulla Serbia? I dirigenti europei non si vergognano di gioire di una «riforma» della polizia in Bosnia Erzegovina, una riforma strappata con le pinze e che non cambia nulla, e il Paese dovrebbe firmare l'Accordo di Associazione e Stabilizzazione il 16 giugno – il ritardo viene ufficialmente spiegato con dei problemi di traduzione! Ma la Bosnia continua a macerare in una interminabile crisi sociale e politica.

Javier Solana tornerà a Skopje

La Macedonia, che aveva fatto degli importanti passi in avanti – gli accordi di pace di Ohrid e la concessione dello status ufficiale di candidato all'UE – ha appena subìto un grave scacco al summit della NATO a Bucarest, col veto opposto dalla Grecia al suo ingresso nell'Alleanza atlantica.

Mentre in questo Paese si organizzano le cruciali elezioni legislative del primo giugno, questo scacco non può che condurre a una nuova radicalizzazione. Il Primo ministro Gruevski conta di assicurare la vittoria del suo partito, la VMRO-DPMNE, rinsaldando l’elettorato macedone attorno ad una affermazione identitaria e nazionalista, cosa che non può che radicalizzare ancora di più, specularmente, l’elettorato albanese, mentre già i due principali partiti albanesi, il Partito democratico degli albanesi (PDSH/DPA) e l’Unione democratica per l’integrazione (BDI/DUI), si fanno una violenta concorrenza.

Oggi la Macedonia va peggio che mai e l'ipotesi di una ripresa dei confronti armati non può più essere scartata, sia che l'iniziativa parta dai simpatizzanti del BDI, che da quelli del PDSH. Se questo scenario catastrofico si verificasse, si vedrebbe allora Javier Solana tornare d'urgenza a Skopje e tutti i leader europei chinarsi nuovamente su quel dossier macedone che hanno lasciato a marcire per anni, e in particolare rifiutandosi di richiamare Atene alla serietà ed alla responsabilità.

Come comprendere la politica condotta per anni dall'Unione Europea nei Balcani? Il suo principio è semplice: affrontare le crisi solo quando divampano, tentare di spegnere le micce più vicine al barile di polvere, senza tentare mai di definire una strategia regionale.

Già negli anni '90 la politica europea poggiava su un principio ed una credenza. Un principio, tentare di separare i problemi, di isolarli gli uni dagli altri. Ed una credenza, quella che il tempo, da solo, magicamente, sarebbe stato sufficiente ad attenuare le tensioni
Già negli anni '90, la politica europea poggiava su due principi, o piuttosto su un principio ed una credenza. Un principio, tentare di separare i problemi, di isolarli gli uni dagli altri, mentre evidentemente il processo di disintegrazione dell'ex Iugoslavia doveva essere afferrato nella sua totalità. Ed una credenza, quella che il tempo, da solo, magicamente, sarebbe stato sufficiente ad attenuare le tensioni.

Dodik, un partner così «responsabile»

L'esempio della Bosnia-Erzegovina, che ha perso dodici anni dopo che nel 1995 è tornata la pace, prova invece che il tempo da solo non può aggiustare nulla. Ed in otto anni, dal 1999, si sono perdute numerose opportunità di dare impulso ad una vera regolamentazione della situazione nel Kosovo, che richiedeva di impegnarsi in un compromesso storico serbo-albanese, a causa dell'indecisione degli attori internazionali, e specialmente dell'Unione Europea. Alla fine, nel caso del Kosovo, si scelse di agire con precipitazione per mettere in opera una soluzione che ha ben poche speranze di garantire una durevole ricostruzione democratica dei Balcani.

L'Europa temeva l'impazienza degli albanesi del Kosovo? Bisognava dunque accettare l'indipendenza, senza avere mai cercato di aprire la strada ad un vero compromesso, che avrebbe richiesto di trovare formule e soluzioni politiche inedite.

L’Europa aveva paura delle reazioni serbe dopo la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo? Ecco aprire d'urgenza le porte che per anni erano rimaste chiuse alla Serbia, a costo di «relativizzare» le esigenze che l'Unione stessa aveva formulato, quali la piena cooperazione col Tribunale dell'Aja e l’arresto degli ultimi latitanti.

La Bosnia e la Macedonia, all'opposto, non fanno molto parlare di sé? Ebbene, che le si dimentichi intanto che ci si occupa dei dossier più roventi… In Bosnia-Erzegovina, la «strategia» europea si può riassumere in una parola sola, la «stabilità», o piuttosto l’illusione della stabilità: che nulla si muova finché il Kosovo e la Serbia restano dei barili di polvere pronti a esplodere. In queste condizioni tutti si accontentano della riforma-bidone della polizia, tutti si adeguano alla deriva autocratica di Milorad Dodik, l'onnipotente padrone della Republika Srpska che, al di là delle sue rodomontate demagogiche, da dietro le quinte rassicura gli europei, sussurrandogli quello che essi vogliono sentire: che con lui nulla si muoverà, lo status quo sarà mantenuto… E tanto peggio se questo status quo è mortifero per il Paese, che i giovani e i diplomati abbandonano in massa!

Albania, Kosovo, Bosnia, Macedonia: dei trascurabili «margini»?

Secondo gli scenari più ottimisti, la Croazia dovrebbe raggiungere l’Unione a partire dal 2011 al più tardi, e la Serbia potrebbe seguirla rapidamente. Il piccolo Montenegro potrebbe forse intrufolarsi e saltare sul treno… Ma per quanto riguarda gli altri Paesi?

Che ne sarà della Macedonia, se ricadrà in nuovi conflitti, e specialmente se la Grecia persisterà nell'opporre il proprio veto a tutti i processi che riguardano l'integrazione di questo Paese? Cosa della Bosnia-Erzegovina? Cosa del Kosovo? Cosa dell'Albania?

Il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina potranno sempre dirsi che l'aver «beneficiato» dei costosi sforzi di «state building» e di «democratizzazione», di una tutela internazionale, è il modo più sicuro per rimanere a lungo esclusi dall'integrazione europea.

Per evitare una nuova grave crisi regionale, la cui ombra non è scomparsa, è necessario che l'Europa riprenda l'iniziativa, convocando un grande summit regionale, elaborando un calendario preciso di integrazione per l'intera regione, probabilmente inventando anche nuovi specifici strumenti di pre-adesione
L'integrazione della Croazia e della Serbia saranno sufficienti per «stabilizzare» definitivamente la regione, pur lasciandosi a lato dei «margini» condannati alla miseria e al sottosviluppo? Si può dimenticare la bomba sociale che il Kosovo sempre rappresenta? Si possono dimenticare i pericoli potenziali di una «questione nazionale albanese» irrisolta? Dell'emergere - fino ad ora sempre rimandato, ma la cui minaccia non è tuttavia sparita – di un islamismo radicale che troverebbe nutrimento nell'humus delle frustrazioni sociali e politiche?

Si può, al contrario, integrare in blocco, fin da domani, dal 2010 o dal 2011, l'insieme dei Paesi dei Balcani occidentali? Probabilmente no, ma è urgente ridare un senso alla promessa di integrazione formulata in occasione del summit europeo del giugno 2003 a Tessalonica. È urgente rompere con certi dogmi ipocriti dell'Europa, come quello dei criteri di convergenza e dell'approccio caso per caso ai differenti Paesi.

Per evitare una nuova grave crisi regionale, la cui ombra non è scomparsa nonostante il bilancio «globalmente positivo» di questo inizio d'anno, è necessario che l'Europa riprenda l'iniziativa, convocando un grande summit regionale, elaborando un calendario preciso e contrattuale di integrazione per l'intera regione, probabilmente inventando anche nuovi specifici strumenti di pre-adesione.

Di fronte alle crisi che minacciano di scoppiare, l’Unione europea non può sfuggire alle proprie responsabilità.


maggio 29 2008

L'idea condivisa di nazione

 

Si dicesse: “Era un brav’uomo”, capirei. Capirei e non avrei alcuna perplessità, direi: ma sì, intitoliamogli una piazza. Non era una carogna, via, non più di quel democristiano levantino e un pochetto viscido o di quel comunista sardo, mezzo nobile e simpaticamente melanconico; e poi, come loro, è morto – non siamo il paese dove bisogna morire per essere un poco apprezzati? – un caro pensiero al morto, via.
Ma venirmi a dire – con una cera sempre più mummificata (Gianfra’, troppe lampade fanno male), un sillabare stentoreo come da scalpellatore, una cravatta rosa che-Dio-ti-fulmini, insomma, con l’idea di presidente della Camera che sta in testa a un impiegato del catasto – venirmi a dire che gli si intitola una piazza perché fu uno dei padri di una “idea condivisa di nazione”, be’, Gianfra’, le troppe lampade non ti hanno fatto male solo alla pelle.http://malvino.ilcannocchiale.it/


PornoGeoPolitica

Verso il Romistan

Se poi mi chiedete del mio amico Arci – in effetti è parecchio che non se ne sente parlare – beh, se la passa alla grande. Una qualche agenzia interinale ha mandato per sbaglio il suo curriculum di inventore pazzo e psicotico all'Ufficio del Personale di una superpotenza mondiale, una a caso, e adesso è da qualche parte in un ufficio con l'aria condizionata a cospirare contro la Pace Universale. Valà che sotto sotto lo invidiate.

“Signori, bando ai preamboli. L'oggetto di questa riunione è il solito: si tratta di scatenare un conflitto regionale che faccia perdere tempo e risorse ai nostri competitori, magari attraverso la strumentalizzazione di qualche minoranza etnica indifesa. Mi pare che tocchi al sig. Arci”.
“Signori, signore, grazie sin d'ora per l'attenzione. La mia proposta di azione prevede il coinvolgimento dei Rom, un'etnia di origine indiana che vive in molti Paesi europei, talvolta ancora in stato seminomade. Vedi slide. I Rom sono stati oggetto di vari tentativi di assimilizzazione forzata e veri e propri pogrom, dal medioevo fino alla seconda guerra mondiale, quando i nazisti ne sterminarono mezzo milione. Oggi sono un'etnia in via di integrazione in tutti i Paesi dell'Europa occidentale, tranne l'Italia”.
“L'Italia è in Europa Occidentale?”
“Ancora per qualche tempo, sì. In Italia vive una cospicua minoranza Rom, che non ha i diritti civili e vive in condizioni di miseria senza paragoni. La loro aspettativa media di vita è quasi la metà di quella degli italiani autoctoni. Gran parte dei bambini non frequenta la scuola”.
“Ma chi l'avrebbe detto... voglio dire... gli italiani sembrano brave persone”.
“L'errore storico è precisamente questo: fare affidamento su un'astratta idea di “bontà” invece che su normative concrete. Gli italiani non sono un popolo feroce, ma non si sono mai preoccupati di dare la cittadinanza a chi vive sul proprio suolo. Ci sono Rom di terza o quarta generazione che non sono ancora cittadini: non hanno diritti, e nemmeno doveri. Il sospetto è che siano più utili come capri espiatori che come cittadini”.
“Ho capito: quando c'è crisi si fa la caccia al Rom. Come da noi, giù in....”
“In effetti i tempi sembrano maturi. Man mano che l'Italia scivola in una crisi strutturale, le leggende urbane sui Rom aumentano, propalate ad arte anche dalla stampa. Qualche campo nomadi brucia già e a Bruxelles qualche eurodeputato ha proposto di creare il reato di associazione famigliare Rom – o qualcosa del genere. Le mie proiezioni danno i primi pogrom seri tra 14 mesi solari”.
“Va bene, ma noi cosa c'entriamo? Mica operiamo per salvare i derelitti, noi”.
“Ci stavo giusto arrivando. Il problema dei Rom in Italia presenta connotati molto interessanti. I Rom si definiscono una nazione, ma in pratica sono apolidi. Alcuni dei loro rappresentanti si battono per trasformare questo paradosso in uno status giuridico. La mia proposta è di lanciare sul tavolo della trattativa una proposta ben più radicale: il Focolare Nazionale Rom”.
“FNR suona malissimo”.
“La sigla la possiamo cambiare. Ma insomma, la sostanza è la seguente: dopo le prime vere stragi, previste più o meno per l'estate '09, alcuni intellettuali Rom – opportunamente istruiti da noi – dovrebbero cominciare a diffondere l'idea che i Rom abbiano il diritto a un loro Stato, come tutti gli altri popoli sovrani”.
“Comincio a capire”.
“Questa idea affascinerà molti italiani, specie se hanno ancora le mani sporche di sangue dello zingaro sottocasa. In un colpo solo si liberano sia dei superstiti che dei sensi di colpa”.
“Geniale. Bisognava pensarci prima. Però...”
“Dove la mettiamo questa nazione? Ci ho pensato già io. In Italia assolutamente no, ci mancherebbe. Più lontano è meglio è”.
“Eh, ma non è mica tanto semplice. Bisogna cercare un posto con acqua e terra per milioni di persone, ma disabitato... non credo ce ne siano”.
“Signori, a volte mi pare che dimentichiate di essere persone fondamentalmente malvagie. Chi ha detto che occorre trovare un posto fertile? Una distesa di sassi andrà bene ugualmente, basta vendergliela come terra del latte e del miele”.
“Già, giusto”.
“E non è nemmeno necessario che sia disabitata – basta spazzare via quelli che ci abitano già. Ovviamente venderemo armi sia ai Rom che ai loro ospiti, per fair play”.
“Mi piace, mi piace”.
“Insomma, l'ideale è una terra aspra, già contesa tra qualche nazione importante, e con qualche risorsa che potrebbe interessare anche a noi che possiamo pagare in armi. Una terra così, concorderete, non è così difficile da trovare. Ma non bisogna dimenticare l'aspetto culturale – dev'essere un posto in cui i Rom siano già stati, magari qualche migliaio di anni fa, di modo che possa essere venduta come “la culla dei Rom”. Anche questo non è così difficile, visto che sono stati praticamente dappertutto. La mia proposta, comunque, è il Kashmir. Per almeno quattro motivi”.
“Numero uno...”
“I Rom provengono dall'India settentrionale. Pare che Rom derivi dal sanscrito ड़ोमब, pensate. Il Kashmir è più o meno da quelle parti. Qualche ritocco alle enciclopedie on line e ai libri sacri, e vedrete che non sarà difficile ribattezzare i Rom come “Popolo dei Kashmir”. Oppure potremmo ribattezzare il Kashmir: che ne dite di Romistan? Vabbè, a questi dettagli ci pensiamo dopo”.
“Numero due...”
“Risorse naturali. La seconda riserva d'acqua dolce mondiale. Non c'è bisogno che vi dica quanto sarà importante l'acqua nei prossimi cinquant'anni. Se la nazione che rappresentiamo diventa l'avvocato dei Rom in sede internazionale, buona parte di quell'acqua sarà nostra”.
“Per tacere della lana pregiata. Numero Tre...”
“Proprio a causa dell'acqua, e per patetiche beghe di irredentismo e rivincite a cricket, il Kashmir è oggi una terra già contesa da due potenze regionali nostre concorrenti, l'India e il Pakistan. Entrambe sono potenze nucleari, quindi sarà un atto umanitario offrire alla Nazione Rom del Kashmir la bomba atomica. Et voilà, ecco che per motivi umanitari abbiamo piazzato una nostra piazzaforte atomica in mezzo all'Asia”.
“Ma insomma, davvero lei si aspetta che India e Pakistan ci diano una striscia di Kashmir per un'altra etnia?”
“Bisognerà operare con una certa prudenza, all'inizio. Per esempio: si va dai pakistani (o dagli indiani, a scelta) con la proposta di ottenere dal Consiglio di Sicurezza Onu tutto il Kashmir... se accettano di ospitare il Focolare Nazionale Rom (capite anche voi che all'inizio “focolare” suona meglio). I pakistani, che al momento ne occupano solo 1/3, accettano, sperando di ottenere dall'Onu che l'India ceda gli altri 2/3. Questo potrebbe anche non accadere mai, ma nel frattempo cominciano ad arrivare i Rom, armati da noi e dagli italiani che hanno tanti sensi di colpa e armi da vendere”.
“Ma non hanno l'aria di un popolo bellicoso”.
“Gli insegneremo. Insomma, da cosa nasce cosa, a un dato momento i Rom iniziano a sparacchiare agli autoctoni. Gli autoctoni rispondono – è guerriglia. A questo punto i Rom dichiarano unilateralmente lo Stato del Romistan, noi lo riconosciamo, gli italiani pure... il gioco è fatto”.
“Ma non è un po' temerario... voglio dire... creando una piccola nazione su base etnica in una regione schiacciata tra due potenze regionali... non rischiamo di creare uno stato di guerriglia permanente?”
“Questa era il Motivo Numero Quattro, appunto”.
“Rimane da risolvere il problema di quelli che nel Kashmir ci abitano già”.
“Ma signori, noi non siamo qui per risolvere i problemi, noi siamo qui per trasformarli in problemi nuovi, più adatti al Nuovo Millennio. Gli abitanti del Kashmir oggi si sentono un po' indiani un po' pakistani – quando il Romistan avrà firmato la pace separata con entrambe le nazioni, non saranno né paki né indù. Non saranno più nulla. Potranno essere assimilati dai Rom”.
“E sei Rom non volessero?”
“Nascerà un altro minuscolo movimento nazionalista, per la gioia dei venditori di spillette, di foulard e di armi. Continueranno a fare la loro guerricciola per 60 anni, emozionando qualche intellettuale europeo, e alla fine magari otterranno qualche striscia di terra anche loro. Oppure li trapiantiamo tutti in un'altra regione ricca di risorse interessanti – non so, la Cecenia – e il gioco continua. Che ne dite?”
“Mah. Non credo di avere mai sentito una proposta geopolitica più insensata e criminale di questa. Dico, è incredibile”.
“Troppo buono”.
“Voglio dire, com'è che nessuno ci ha mai pensato prima?”http://leonardo.blogspot.com/


 Altra colossale vaccata di Gianfranco Fini.

Dopo aver condannato apertamente Giorgio Almirante, suo mentore e guida, per le frasi razziste che Almirante disse tra gli anni ‘40 e ‘50, oggi il buon Gianfranco Fini, l’uomo politico più comico del panorama Istituzionale Italiano ne ha combinata un’altra.

Traggo a spizzichi e bocconi da Repubblica

In discussione c’è l’emendamento sulla concessione tra Anas e Autostrade per uscire dalle secche dell’ostruzionismo messo in campo dall’opposizione sul decreto salva-infrazioni (che contiene anche la famosa norma salva-Rete4, contestata dall’opposizione)

Il presidente della Camera riprende la parola, invita il governo “per opportunità di chiarezza” a riformulare la norma, “così va incontro alle obiezioni interpretative”. Come? Lo stesso Fini fini ha il suggerimento pronto, basterebbe retrodatare all’8 aprile (ossia all’entrata in vigore del decreto, e non della legge di conversione del decreto) la ratifica delle convenzioni già sottoscritte da anas e concessionarie autostradali. Il ministro Ronchi prende la palla al balzo: “Credo che la sua riformulazione- dice sorridente al numero uno di Montecitorio possa essere approvata dal governo”.

Ma ora arriva il colpo di scena Shakespeariano

Il presidente non nasconde il suo imbarazzo, Ronchi si giustifica: “Mi sono espresso male. Volevo dire che il governo pensa di poter recepire questa riformulazione”. Il democratico Antonello Soro e il centrista Luca Volontè rinfacciano al governo “poca attenzione”, attaccano: “Non può permettersi di attribuire riformulazioni di propri testi al presidente della Camera”. Si placano gli animi, ma Fini sospende la seduta e la aggiorna al pomeriggio. L’incidente “istituzionale” ormai si è consumato.

Ricordiamo agli smemorati che Gianfranco Fini ha una grandissima capacità nello scegliersi il portavoce migliore sulla piazza: chi si ricorda del caso Salvatore Sottile e del magnaccio del Savoia?

Domiciliari per il portavoce di Fini

Disposti gli arresti domiciliari anche per il sindaco di Campione d’Italia (Como) Roberto Salmoiraghi.
L’ex ministro degli Esteri si dice «semplicemente esterrefatto»: «Non dubito in alcun modo della totale estraneità del mio portavoce, cui esprimo amicizia e solidarietà. Ribadisco piena fiducia nella magistratura, anche perché altri precedenti provvedimenti, altrettanto clamorosi del dottor Woodcock si sono sempre rivelati del tutto 13 inconsistenti. Non dubito che accadrà anche stavolta».
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Non c’è che dire, Gianfranco Fini è semplicemente il più comico Presidente della Camera mai apparso su questa Repubblica delle Banane. E la cosa divertente sapete qual’è? E’ passato appena un mese.http://termometropolitico.wordpress.com/

Commissione toponomastica

A  Roma pensavano  di votare per il Rudy Giuliani der raccordo anulare -  ordine, disciplina, e basta finestre rotte (o erano le buche nelle strade?)  - e si sono ritrovati con un sindaco la cui massima aspirazione è intitolare una via a Giorgio Almirante. Non è neppure più divertente. E' triste.
paferrobyday

http://giornalismoparma.typepad.com/


Usa, un esercito di malati
Stress post-traumatico: le vittime aumentano del 50 per cento in un anno
Balza alle stelle il numero di militari statunitensi trattati per disordini da stress post-traumatico (Ptsd). Il numero dei pazienti in cura al ritorno da missioni sempre frequenti e durature nei teatri di guerra in Afghanistan e Iraq ha subito un aumento del 50 percento nel 2007, rispetto al 2006. L'incremento ha portato a 40 mila il numero dei soldati ai quali è stata diagnosticata tale forma di stress a seguito di uno dei due conflitti.
 
Militare Usa in IraqLa punta di un iceberg. La maggior parte di loro ha prestato servizio nell'esercito, il corpo che ha il più alto numero di vittime di Ptsd, 28.365, diecimila dei quali solo lo scorso anno. Tra i Marines, i malati sono 5.581 (2.114 lo scorso anno). Aeronautica e Marina annoverano meno di un migliaio di casi. I dati sono stati rilasciati dal Ufficio sanitario del Pentagono. Le autorità militari Usa hanno anche riferito che le cifre rese note rappresentano solo una piccola frazione di tutti i dipendenti del Pentagono malati di Ptsd. Tra loro, infatti, non sarebbero stati inclusi quelli presi in carico dal Dipartimento degli affari per i veterani, o gli operatori civili, così come coloro che non denunciano la malattia per paura di essere stigmatizzati o di perdere il lavoro.
 
Disordini psichiciGli incubi della guerra. "Se dovessimo descrivere il livello di conoscenza del problema, direi che siamo ad uno stadio... infantile", ha detto il medico generale dell'esercito, Generale Eric Shoomaker. I malati da stress post-traumatico si sentono costantemente sotto minaccia, fanno continuamente incubi o sono soggetti a pensieri ossessivi nei quali rivivono gli orrori della guerra, dalla perdita di un compagno, delle ferite subite in combattimento. Molti diventano emotivamente insensibili. L'esercito soffre di croniche carenze di personale di fronte al costante aumento dei malati psichici. Trecento nuovi medici verranno assunti nei prossimi mesi. Dovranno sottoporre a cure adeguate i militari che tornano dai teatri di guerra in Iraq e Afghanistan, che hanno raggiunto, rispettivamente, le 170 mila e le 27 mila unità.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11201

Documentare la guerra


Sarajevo, la biblioteca (foto Christian Penocchio)
Il cinema bosniaco dalla guerra alla ricerca di nuovi temi. La fine del sostegno statale alla cinematografia e l'apertura al mercato. Intervista a Sead Kresevljaković, autore e regista, esponente dell'associazione sarajevese Video Arhiv
Di: Dejan Kozul

Quando è entrato nel mondo del cinema?

Nel 1993, come dilettante, cosa che sostanzialmente sono anche oggi. Avevamo l’esigenza di documentare quello che succedeva intorno a noi. Da questa esigenza è nata la nostra associazione, che si occupa di fare ricerca sul periodo delle guerre attraverso l’utilizzo di filmati amatoriali. Una prima fase è stata caratterizzata dall’attrazione per le granate: chi aveva una telecamera filmava le granate che trovava. Poi è arrivato il periodo della video-lettera. Questa nuova forma di comunicazione veniva indirizzata ad amici e parenti in forme più o meno creative, e rappresenta uno dei materiali più interessanti del periodo bellico, anche perché accessibili ai comuni cittadini.

A metà del 1993 abbiamo organizzato il primo festival di cinema alternativo, con una retrospettiva sui film di guerra. In quell’occasione sono stati presentati molti lavori interessanti, in primo luogo il nostro “Sjećam se Sarajeva”, ovvero il primo documentario bosniaco a raccogliere 20.000 spettatori e a rimanere in cartellone per oltre un mese.

In tutto questo è stata importantissima la collaborazione con Haris Pašović, che ha visto in noi qualcosa di serio, a dispetto del carattere amatoriale del nostro lavoro.

Cosa è successo con la transizione all’economia di mercato?

Vai al dossier
Le cose sono cambiate in modo spaventoso. Da un lato, i nostri capitalisti e nuovi ricchi direbbero che il mercato si è normalizzato. Dall’altro, il settore si è trovato completamente privo di sostegno statale. Io penso che sia stata una catastrofe, perché il cinema potrebbe avere un’importanza strategica per il paese. Dovrebbe essere lo Stato a sostenere l’arte, non dovrebbe lasciare questo compito ai grandi miliardari, che quando ci finanziano ci dicono anche che cosa fare. Questo succede già in televisione, dove non si riesce a trovare mezz’ora di programma che non sia puro istupidimento troglodita. Credo anche che serva una misura di buon gusto nei budget e nei finanziamenti: se hai Danis Tanović, vanno bene anche un paio di milioni, altrimenti è sproporzionato e di cattivo gusto. Per fare un buon film artistico basta anche molto meno, non dobbiamo certo diventare Hollywood. Sarebbe non solo impossibile, ma anche stupido.

In che modo avveniva la promozione e la distribuzione dei film negli anni del regime? E come funzionano le cose ora?

Prima della guerra avevamo “Sutjeska film”, lo studio Avala e la “Jadran film” in Croazia. La Sutjeska era un gigante delle co-produzioni sulla Resistenza, ma ha prodotto anche i film di Kusturica. Ovviamente si trattava di un’organizzazione di regime e non aveva piena libertà nella scelta dei film da produrre. Molti funzionari erano degli incompetenti, scelti per ragioni politiche. Non esiste una generazione preparata in questo settore. La tragedia della Bosnia è che non ha strutture, ha sempre bisogno di appoggiarsi a Belgrado, a Zagabria, è tragicomico.

Negli anni Novanta le condizioni erano talmente catastrofiche che in alcuni cinema si proiettavano i film dalle videocassette. Ora non sono rimaste che le rovine di quello che è esistito e che non abbiamo più. La distribuzione avviene principalmente attraverso televisione e DVD pirata. Ad esempio “Grbavica” non ha venduto niente in originale, la pirateria ha bruciato completamente le vendite. Lo stesso succede con la musica. Le persone che dovrebbero occuparsi di politica culturale sono assenti. Il Ministero della Cultura dovrebbe correggere questo sistema o almeno creare dei meccanismi di compensazione per far sì che le persone possano vivere del proprio lavoro.

Quali erano i temi che aveva più a cuore il regime?

Non posso spiegare molto del periodo pre-bellico, non mi occupavo ancora di cinema.
Con la guerra si sono girati pochissimi film, e tutti a tema bellico. Ora si tende ad allontanarsi un po’ da questo tema, c’è il desiderio di dimostrare che si può fare anche altro. Ma il tema della guerra è ancora dominante, e penso sia inevitabile. È inevitabile voler trasporre in arte quello a cui siamo sopravvissuti, e credo ci siano ancora molti aspetti da esplorare. Finché non saranno stati sviscerati, sarà difficile uscire da questa tematica.
Dopo la guerra avremo avuto una decina di film, non di più, quindi non si può parlare di una cinematografia, solo di successi sporadici.
Ci sono esempi di censura, sia prima della guerra che dopo. Nel periodo post-bellico si tratta soprattutto dell’ideologia nazionalistica che tenta di sopprimere ogni “cattiva influenza”. Ma penso che questi siano auto-gol. È un problema di identità, e del resto metà del paese non si riconosce in queste ideologie. E non credo che un film possa nascere con una funzione educativa, al massimo può diventarlo in seguito, con il tempo.

In che cosa consiste, secondo lei, il carattere "nazionale" della cinematografia bosniaca rispetto a quella dei vicini?

Credo non sia altro che una definizione geografica. In passato si poteva parlare di cinema jugoslavo, oggi non si può definire che bosniaco. Credo che a Danis sia venuta la nausea a furia di sentirsi chiedere se “No Man’s Land” fosse un film bosniaco. Se guardiamo ai finanziamenti non lo era, hanno partecipato Slovenia, Italia, Francia… Si può definire bosniaco come qualsiasi film girato in terra bosniaca.

Il nuovo cinema balcanico ha mantenuto una sua centralità per il cinema mondiale. Come se lo spiega?

Il cinema rumeno è in espansione, ma solo perché sono usciti dei buoni film. Non è una questione geografica, servono semplicemente buoni film. Poi certo, la moda o la politica possono pesare nella scelta all’interno di una rosa di buoni film, ma non possono portare al successo dei film che non hanno un valore intrinseco.

Ci sono nuove tendenze, ad esempio film neo-jugoslavi come “Karaul”. Lo sceneggiatore è croato, gli attori bosniaci… E' un buon modello. Per questo va ringraziato il fondo bosniaco per la cinematografia, che ha reso possibili queste co-produzioni, positive anche perché sono film fruibili in tutto il territorio ex-jugoslavo, Bosnia, Serbia e Croazia.

Che importanza ha l'UE per il cinema balcanico? E gli Stati Uniti? Ed il resto del mondo?

Non sono sicuro di saper rispondere a questa domanda. So che il Sarajevo Film Festival ha avuto un ruolo molto importante nel portare attenzione e finanziamenti al cinema locale, permettendo di instaurare contatti importanti a livello internazionale.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, in tempo di guerra i media hanno familiarizzato il pubblico con la Bosnia, che così non suona come un luogo astruso o esotico alle orecchie del pubblico americano. L’America rimane comunque un mercato troppo chiuso all’esterno, per noi è più importante avere successo in Europa.

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9580/1/51/

Repubblica Democratica del Congo: arrestato l’ex vice-Presidente Bemba

L’ordine di arresto è arrivato dalla Corte Penale Internazionale, per richiesta del Procuratore Moreno-Ocampo

Jean-Pierre Bemba Gombo, ex vice-Presidente congolese e maggiore leader dell’opposizione dopo le ultime elezioni del 2006, che consegnarono il Paese all’attuale Presidente Joseph Kabila, è stato arrestato a Bruxelles sabato notte. L’ordine di arresto è arrivato dalla Corte Penale Internazionale, per richiesta del Procuratore Moreno-Ocampo. L’ex leader del Movimento per la Liberazione del Congo (MLC) è accusato di aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità nella Repubblica Centrafricana tra l’ottobre del 2002 ed il marzo del 2003. Nello specifico le accuse sono di stupro e tortura per quanto riguarda i crimini contro l’umanità, cui si aggiungono quelle che riguardano i crimini di guerra: oltre i due reati precedenti, vi è l’offesa alla dignità umana (trattamenti umilianti e degradanti) e il saccheggio di villaggi.

Bemba aveva lasciato la Repubblica Democratica del Congo l’anno scorso, temendo per la sua vita dopo che le sue milizie erano state coinvolte in violenti scontri interni, e si era rifugiato con la sua famiglia in Portogallo. Attualmente l’ex Comandante del MLC è il primo arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Corte Penale Internazionale sui crimini di guerra nella Repubblica Centrafricana, iniziata nel 2007. Lo stesso Tribunale Internazionale, con sede all’Aja, sta indagando anche su altri fatti di guerra in Paesi africani, come l’Uganda, la stessa Repubblica Democratica del Congo e il Sudan (per i crimini legati al conflitto in Darfur).

L’arresto di Jean-Pierre Bemba a Bruxelles, per ordine di autorità belghe, pone nuovamente il dibattito sulla responsabilità dei processi penali per crimini di guerra. Il Tribunale Penale Internazionale, attivo dal 2002, dovrebbe essere l’organo preposto dalle Nazioni Unite a giudicare questo tipo di reati, ma più volte si è posta la questione della riluttanza di alcuni Paesi a consegnare propri concittadini al Tribunale olandese. Si ripropone anche la questione dei rapporti dei Paesi africani con quelli europei, in particolar modo gli ex colonizzatori. Al momento il governo di Kinshasa ha richiamato il proprio ambasciatore a Bruxelles, creando i presupposti per una crisi diplomatica. Crisi, peraltro, già aperta recentemente, da quando il Ministro degli Esteri belga Karel De Gucht ha accusato la RDC di corruzione e violazione dei diritti umani, oltre che dei suoi rapporti con la Cina. Proprio il gigante asiatico sta diventando il partner privilegiato dei governi dell’Africa centrale, a discapito degli alleati storici, come Francia e Belgio. L’arresto di Bemba pone infatti l’accento su una distinzione fondamentale tra l’Europa e la Cina nei confronti dei Paesi africani, dal momento che Pechino, almeno fino ad ora, non ha mai vincolato i legami politico-economici al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

Stefano Torelli

 http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32831


Libano, raggiunto l’accordo tra maggioranza e opposizione. E Hizbollah si rafforza

di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq,
Da una settimana sulla strada che porta all’aeroporto internazionale di Beirut campeggiava la scritta “Se non vi mettete d’accordo, non tornate”. E stamattina la maggioranza e l’opposizione libanese (i destinatari dell’avvertimento) hanno raggiunto l’intesa a Doha, nell’emirato del Qatar

Il testo è stato sottoscritto dalla due parti al termine di sei giorni di intense trattative promosse dalla Lega Araba e, almeno per il momento, mette fine alla più grave crisi politica libanese dai tempi della guerra civile (1975-1990), iniziata alla fine del 2006 con l’uscita dei membri dell’opposizione dal precedente governo di unità nazionale e culminata nei violenti scontri della scorsa settimana.

Contenuto dell’accordo

Sono tre i punti principali dell’intesa raggiunta a Doha.

Innanzitutto la maggioranza filo-Occidentale e l’opposizione guidata da Hizbollah e legata a Siria e Iran si impegnano all’elezione "immediata di un presidente della Repubblica", che con ogni probabilità sarà il generale Michel Sleiman.

L’attuale capo delle forze armate, sulla cui candidatura già esisteva un consenso di massima delle due parti, dovrà essere eletto dal parlamento “entro 24 ore”, e andrà a occupare la massima carica istituzionale, scoperta dal novembre scorso, quando è scaduto il mandato di Emile Lahoud..

In secondo luogo, l’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale, composto da 30 membri, che dovrà guidare il Paese fino alle prossime elezioni, previste per la primavera prossima.

Del gabinetto entreranno a far parte 16 ministri della maggioranza, 11 dell’opposizione e tre di nomina presidenziale. In questo modo la coalizione del “14 marzo”, guidata da Saad Hariri, avrà la maggioranza in consiglio dei ministri e la possibilità di eleggere il premier, ma all’attuale opposizione (con un terzo più uno dei membri) spetterà quel diritto di veto che rivendicava da mesi, e il cui mancato accoglimento aveva finora impedito ogni intesa.

Infine, il punto più controverso dell’accordo, su cui si sono duramente scontrate a Doha le due parti, e cioè la nuova legge elettorale che dovrà regolare le prossime elezioni politiche.

Alla fine è stata recuperata una legge precedente, risalente al 1960. Di fatto, saranno create circoscrizioni più piccole, in modo da garantire una migliore rappresentanza di tutte le confessioni nazionali.

Nel testo di Doha sono incluse altre questioni “minori” - dal divieto dell’utilizzo delle armi per la risoluzione dei contrasti interni, fino allo smantellamento (già in corso) della tendopoli messa in piedi in segno di protesta da Hizbollah nel centro di Beirut alla fine del 2006 – ma si fa cenno anche all’importanza del "rafforzamento dell’autorità dello Stato sulla totalità del territorio e dei suoi rapporti con le diverse organizzazioni, in modo da garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini".

Argomenti particolarmente sentiti dopo le violenze della scorsa settimana, che hanno rischiato di far precipitare il Libano in una nuova guerra civile, e che saranno affrontati nell’ambito di una nuova conferenza che si riunirà nella capitale libanese sotto l’egida della presidenza della Repubblica e "con la partecipazione della Lega Araba".

“Trionfo di Hizbollah”

Intervenendo in una conferenza stampa a Doha, il leader dalla maggioranza parlamentare di Beirut, Saad Hariri, ha dichiarato che oggi si apre "una nuova pagina per il Libano", mentre il ministro delle Telecomunicazioni, Marwan Hamadeh, ha tenuto a precisare che, in base all’intesa raggiunta, "non ci sono sconfitti".

Eppure, diversi analisti già parlano di un trionfo di Hizbollah, che dopo aver ottenuto la scorsa settimana il ritiro dei contestati provvedimenti del governo, adesso si è vista accogliere tutte le sue principali richieste in campo istituzionale, a partire dalla possibilità di bloccare le leggi del futuro governo, fino alla riforma della legge elettorale in chiave confessionale.

Secondo il corrispondente della Bbc, Jonathan Marcus, l’accordo di Doha ha evitato una grossa calamità tramite il riconoscimento di un più forte ruolo politico di Hizbollah.

Parere analogo esprime l’esperto del Partito di dio Amal Saad-Ghorayeb, secondo cui “l’accordo è un prodotto degli scontri, che chiaramente hanno rovesciato l’equilibrio politico a favore dell’opposizione”.

Il direttore del Daily Star, Rami Khouri prevede invece un anno o due di relativa calma, ma avverte che restano aperte le questioni sensibili, come quella dell’arsenale di Hizbollah e del condizionamento delle potenze internazionali sul Libano.

Sostegno unanime della comunità internazionale

Intanto dalla comunità internazionale arriva un consenso pressoché unanime per il testo sottoscritto in Qatar.

Il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Mouallem, ha sottolineato "l'importanza dell’intesa a cui sono pervenuti i fratelli libanesi" e si augura che essa "rappresenti un preludio a un regolamento della crisi politica del Libano".

Anche l’Iran (altro alleato internazionale dell’opposizione libanese) "accoglie con favore l’accordo dei partiti libanesi”, come ha spiegato il suo ministro degli esteri Mohammad Ali Hossei.

E consensi di massima arrivano dalle potenze legate alla maggioranza di Beirut.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy si è detto "particolarmente felice per l’accordo’’ per cui la Francia stessa si è a lungo impegnata, mentre l’ambasciatore dell’Arabia saudita in Libano, Abdel Aziz Khoja, ha espresso “il sostegno e l’appoggio” del Regno arabo.

(fonte: Osservatorio Iraq con Bbc News, Le Monde, Reuters, Ansa)



Obama, il candidato Facebook

It’s the network, stupid. Ma anche Internet. E soprattutto i soldi. Sono questi tre elementi, intimamente legati, a spiegare lo straordinario successo di Barack Obama, il senatore afroamericano a un passo dalla nomination presidenziale del Partito democratico. La storia della campagna di Obama è molto simile a quella di una start-up della Silicon Valley – raccontano una lunga inchiesta dell’Atlantic Monthly e vari articoli ed editoriali sul New York Times, sul Chicago Tribune e su The Politico. C’è l’idea (il candidato), c’è la tecnologia (Internet), ci sono gli azionisti (i militanti). Obama è riuscito a sconfiggere la formidabile macchina organizzativa dei Clinton, la migliore mai vista nella storia del Partito democratico, quella che ha raccolto più soldi e coagulato il più affidabile gruppo di cervelli e strateghi. Ma Obama si è messo alla guida di una macchina politico-elettorale di nuova generazione, relegando l’apparato clintoniano al ruolo di reperto archeologico.
L’Atlantic spiega così l’evoluzione impressa da Obama al delicato processo di raccolta fondi della politica americana: nel 2000 Al Gore partecipava a riunioni con 20 finanziatori che, alla fine, gli firmavano assegni a sei cifre. Quattro anni dopo, con le nuove regole McCain-Feingold che limitivano a duemila dollari il contributo individuale, John Kerry partecipava a eventi con duemila persone che, alla fine, versavano alla sua campagna assegni a quattro cifre. Oggi Obama raduna ventimila o più persone in uno stadio, settanticinquemila in Oregon. Nessuno paga, ma quando i partecipanti rientrano a casa, si collegano a Internet e contribuiscono online con pochi dollari, impegnandosi anche ad aiutare localmente la campagna.
Il risultato è clamoroso: Obama ha raccolto 268 milioni di dollari, la gran parte attraverso Internet. Hillary Clinton ne ha raccolti 241, mai nessuno aveva fatto quanto lei. John McCain 90. Non solo Obama ha raccolto più soldi, ma a differenza dei suoi avversari può contare su oltre un milione e mezzo di piccoli donatori che avendo contribuito con poche decine o centinaia di dollari potranno continuare a versare fino al raggiungimento del tetto di 2.300 dollari. Hillary è stata costretta a prestare circa 11 milioni di tasca sua (e di Bill) alla sua campagna, a cercare nuovi contribuenti e nonostante ciò ha dieci milioni di dollari di debiti. Per le presidenziali, McCain pare intenzionato ad accettare i finanziamenti federali, circa 85 milioni di dollari, rinunciando a raccoglierne di ulteriori, anche perché pensa di non poter fare di meglio. Obama, ha scritto Joshua Green sull’Atlantic, invece fa pensare a “Zio Paperone che si tuffa gioiosamente sulla sua montagna di soldi”.
Un milione e mezzo di piccoli contributi è un evento mai visto, al punto che la Commissione di controllo dei finanziamenti, la Fec, ha dovuto cambiare il software per leggere i dati forniti dagli obamiani, perché l’Excel 2003 a sua disposizione non era in grado di aprire file con più di 65.536 caselle o 256 colonne. Soltanto a marzo, Obama ha raccolto 55 milioni, quasi due milioni al giorno, 45 dei quali online. Per fare un paragone, il fenomenale uso di Internet di Howard Dean nel 2003 aveva portato soltanto 27 milioni di dollari. Ad aprile Obama ha incassato quasi 32 milioni e ha aggiunto 200 mila nuovi finanziatori. Il 93 per cento dei contributi è inferiore ai 100 dollari.
I soldi sono serviti a costruire l’organizzazione territoriale, decisiva nei caucus iniziali, ma soprattutto a chiudere la partita con Hillary nella seconda parte della campagna, quando dopo il supertuesday di marzo la Clinton è rimasta senza un dollaro e Obama ha vinto undici stati consecutivi grazie a un intervento massiccio di spot televisivi.
Il fenomeno si spiega con la biografia, il messaggio e il sogno offerti da Obama, ma anche con una sua mossa geniale: aver affidato la strategia online a uno dei cofondatori di Facebook, il sito di social networking che insieme con MySpace in questi anni ha dominato la rete. Chris Hughes ha costruito il sito internet di Obama in modo rivoluzionario rispetto anche ai più sofisticati prodotti degli altri candidati presidenziali: accanto al più tradizionale sito di informazione sul candidato, con le sue proposte eccetera, è nato My.BarackObama.com.
Obama è diventato un candidato Facebook, ha scritto Andrew Sullivan, il collante di un nuovo social network politico che consente a milioni di persone di connettersi e scambiarsi informazioni con lo stesso spirito alla base del successo di Facebook e MySpace. L’idea è che la gente si fidi più degli amici che dei giornalisti, degli esperti o di altre autorità distanti che non conosce. Grazie a MyBarackObama.com ciascun seguace di Obama può creare una propria comunità tematica o locale, organizzare eventi, telefonare agli elettori indecisi del proprio rione o paese, grazie ai numeri che il quartier generale della campagna è lieto di fornire. Poi ci sono i blog, le suonerie con Obama che parla di sanità per tutti e, soprattutto, un’applicazione che non solo consente facilmente di fare le donazioni e di sottoscrivere piani di versamenti mensili, ma che rende divertente, quasi un gioco, coinvolgere gli amici nella raccolta fondi per Obama. “C’è una tendenza a controllare in modo stretto le campagne elettorali – ha detto il manager di Obama David Plouffe – noi abbiamo accettato il rischio di aprirci perché siamo convinti che il contatto personale sia importante”. L’idea è di fornire ai militanti gli strumenti per diffondere le idee di Obama e per raccogliere soldi, ma che poi se la sbrighino loro. In questo modo Obama si è anche creato un esercito di 750 mila militanti attivi, ottomila gruppi tematici, oltre 30 mila eventi e quartier generali in ogni stato a costo zero per la sua campagna.
    Christian Rocca


QUALE FUTURO PER LE FARC DOPO MARULANDA?

 

Gennaro Carotenuto

La nomina immediata di Alfonso Cano come successore di Manuel Marulanda va nella linea della continuità per le FARC. Ma per la sorte del più importante esercito guerrigliero del continente, e per i suoi 700 sequestrati tra i quali c’è Ingrid Betancourt, contano più le condizioni oggettive.
Alfonso Cano, un antropologo che si è addestrato militarmente ed ha studiato marxismo in Unione Sovietica, è il nuovo capo delle FARC dopo la morte del dirigente storico Manuel Marulanda lo scorso 26 marzo e ammessa, con un video indirizzato a Telesur nello scorso fine settimana.
Il nuovo capo è stato in passato delegato a trattare in vari processi di pace, soprattutto condotti al di fuori del territorio colombiano, in Messico e in Venezuela. Pertanto, nonostante tali trattative siano infine tutte fallite, è considerato un uomo capace di intavolare negoziati. La successione giunge in un momento nel quale le FARC, che hanno perduto in due mesi tre dei setti membri del segretariato, il massimo organismo dell’organizzazione, appaiono oggettivamente indebolite di fronte alla guerra senza quartiere condotta da Álvaro Uribe. Tuttavia, i 12-15.000 uomini che resterebbero alle FARC, sono comunque una forza considerevole in grado di resistere tuttora per anni nella selva, pur senza possibilità alcuna di controffensiva.
Dalla Colombia si specula in queste ore sulla possibilità di una scissione tra un’ala oltranzista ed un’ala che cercherebbe un accordo di pace in vista di una smilitarizzazione. E’ una voce che nella migliore delle ipotesi deve coniugarsi con una realtà per la quale, anche chi desidera lasciare la lotta armata, conosce bene la sorte dalla quale è atteso. La realtà infatti non è solo o semplicemente quella della presidenza Uribe, una presidenza che è il trionfo insieme del paramilitarismo che leva la terra ai contadini (la ragione principale per la quale le FARC sono nate ed esistono), ma anche quella oggettiva colombiana, nella quale l’ultima volta che le FARC uscirono dalla selva negli anni ‘80, il partito legale che ne sortì, l’Unión Patriótica, fu metodicamente sterminato.
Centinaia di dirigenti e almeno 5.000 militanti di quel partito furono assassinati senza pietà in pochi anni. Tuttora sopravvissuti della UP continuano a essere assassinati in una Colombia dove il paramilitarismo trionfante continuerebbe a condividere con l’esercito un duopolio della violenza.
Sullo sfondo, anche se è la prima preoccupazione dei media internazionali, resta la sorte di Ingrid Betancourt e degli altri 700 sequestrati delle FARC. In questo caso la situazione potrebbe davvero mutare rapidamente. E’ possibile che continui il sequestro per ottenere infine la zona smilitarizzata che era obbiettivo di Marulanda. Ma chi li controlla materialmente potrebbe usarli, anche in breve tempo, come merce di scambio. Ed è a ciò che punta Uribe, offrendo una via d’uscita verso la Francia a chi li consegnerà.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Nepal, ancora attesa per la proclamazione della Repubblica
di Kalpit Parajuli
Slitta di qualche ora il voto dell’Assemblea Costituente che oggi deve annunciare la fine della monarchia indù. Probabilmente si stanno concludendo gli accordi tra i partiti politici sulla distribuzione dei poteri tra le cariche di presidente e primo ministro. Ultimatum di 15 giorni al re per lasciare il palazzo.

Kathmandu (AsiaNews) – Slitta di qualche ora il voto dell’Assemblea costituente nepalese che oggi si dovrebbe pronunciare su quello che è stato il punto centrale degli accordi di pace con gli ex ribelli maoisti: la fine della monarchia. La gente riunita per strada attende con entusiasmo la proclamazione del Nepal a Repubblica democratica federale. Migliaia di nepalesi hanno marciato, cantato e danzato e hanno in programma di continuare stasera i festeggiamenti. Il governo ha dichiarato la data di oggi festa nazionale. Le misure di sicurezza nella capitale sono particolarmente severe, con il coprifuoco ancora in vigore in alcune zone sensibili.
 
Il re Gyanendra, i cui poteri sono già stati revocati, potrebbe essere cacciato a forza se rifiutasse di lasciare il palazzo reale nel centro della capitale, Kathmandu. Ad AsiaNews lo speaker dell’Assemblea, Subas Nemwang, spiega che un’ulteriore permanenza del sovrano a palazzo verrà considerato “un atto illegale da perseguire”. Secondo fonti dei partiti politici, il re avrebbe 15 giorni per lasciare il palazzo a partire dall’annuncio della repubblica. Mohan Bidhya aka Kiran, esponente dei maoisti, ha detto che Gyanendra “si deve ritirare nella sua residenza privata, il Nirmal Niwas, per iniziare una vita da normale cittadino”.
 
Da 240 anni il piccolo Paese himalayano è retto da quella che è l’unica monarchia indù del mondo. Al momento il sovrano vive ancora a palazzo reale. Il National Democratic Party Nepal, partito presente nell’Assemblea e filo monarchico, ha presentato la proposta per l’istituzione di una monarchia costituzionale, mantenendo la forma di regno indù. Ma le speranze che questa ipotesi venga anche solo presa in considerazione dal resto della Costituente sono praticamente vane. La fine della monarchia è una scelta obbligata, dopo gli accordi di pace e soprattutto dopo le elezioni di aprile, vinte ampiamente dai maoisti, ora il primo partito del Paese.
Gli analisti ritengono che lo slittamento del voto di oggi sia dovuto alle discussioni interne all’Assemblea circa la spartizione dei poteri tra il futuro presidente e il primo ministro. Al momento pare ci sia accordo tra i partiti politici su due punti: attribuire al capo di Stato il ruolo di comandante supremo dell’esercito, come era per il re; e conferire un maggior potere esecutivo al premier. http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12372&size=A

Il Sud Africa e il liberismo razzista dell'Anc
Filippo Mondini missionario comboniano in Sud Africa
Dall’inizio delle violenze contro i migranti in Sud Africa, cioè dal 12 maggio, sono state uccise almeno 42 persone, 27.000 sono i profughi, tra i 12 e i 15.000 [mozambicani] hanno riattraversato il confine per tornare nelle loro case. La polizia ha arrestato più di 400 persone coinvolte negli attacchi xenofobi. Gli scontri più violenti si sono verificati nell’accampamento informale Ramaphosa. Solo in questo pezzo di terra sudafricano, quello che gli «esperti» chiamano slum o «informal settlemet», sono stati uccisi circa trenta stranieri. La violenza si è concentrata soprattutto in Gauteng, Johannesburg ma si sta rapidamente espandendo in altre aree del paese, come Cape Town, Mpumalanga e Kwa Zulu Natal.
Per capire quello che sta succedendo occorre cominciare dall’informal settlement Ramaphosa, diventato il simbolo del tradimento del «nuovo Sud Africa». Il nome che gli abitanti hanno scelto per la loro comunità è infatti emblematico: Cyrill Ramaphosa, una volta leader rivoluzionario e nemico numero uno del governo dell’Apartheid è oggi uno delle persone più ricche del paese. Ramaphosa era tra i canditati alla successione di Nelson Mandela ma ha poi preferito la carriera economica, dimenticandosi, dicono i poveri degli slum, degli ideali di lotta con cui era nato Anc [l’African natoinal congresso il partito di Mandela].
Forse sta proprio qui il paradosso di questo paese che sta esplodendo. L’Anc si è semplicemente dimenticato dei poveri, ha fatto altre scelte. Che ora mostrano il conto. Il risultato delle politiche liberiste adottate dal partito-stato è disastroso. Nell’ultimo anno si sono persi circa un milione di posti di lavoro; Cosatu, il principale sindacato del Sud Africa, stima la percentule di disoccupazione attorno al 45 per cento. Nell’area di Cape Town due famiglie «nere» su tre non hanno abbastanza cibo per sopravvivere; il salario reale dei lavoratori si è ridotto del 10 per cento mentre quello dei manager è stato aumentato del 42 per cento. Il dato più allarmante è che negli ultimi anni a dieci milioni di persone è stato inetterrotto il servizio di acqua e luce e a più di due milioni è stato eseguito uno sfratto. La disparità tra ricchi e poveri èè tremenda: il Sud Africa dopo il Brasile, è il paese più ineguale del mondo.
Dietro quei dati ci sono strorie e persone. Persone comuni come Andrada, fuggito dalla Republica democratica del Congo ed arrivato in Sud Africa sperando in una vita migliore. Ora vive con la paura di essere attaccato e dorme ogni notte in una chiesa con la sua famiglia. «Non si può ridurre quello che sta accadendo a un problema di ordine pubblico – dice Andrada–Questa non e vita». Il governo, in grave difficoltà, per ora si è «limitato» a inviare l’esercito a pattugliare le strade di alcuni slums. Intanto, i politici si attaccano l’un l’altro per capire qual è la mano che sta muovendo le violenze. Una soluzione molto più facile, dicono negli slums, se confrontata con quella di assumersi la responsabilità politica per avere ammassato i poveri in fazzoletti di terra.
Abahlali baseMjondolo, il più grande movimento dei baraccati del paese, sta cercando altri tipi di risposte. Zodwa, una delle promotrici storiche del movimento dice: «Gli analisti politici stanno dicendo che i poveri devono essere educati circa gli attacchi xenofobici. La loro soluzione è sempre quella: educare i poveri. Così come quando prendiamo il colera, dobbiamo essere educati a lavarci le mani, mentre invece quello di cui abbiamo davvero bisogno è acqua pulita. E ancora: bruciamo nelle baracche? Allora dobbiamo essere educati a come prevenire gli incendi, mentre abbiamo bisogno solo di elettricità. Loro sanno solo insultare i poveri. Noi vogliamo terra, case, vogliamo studiare all’università, non vogliamo essere educati su come sopravvivere nella nostra povertà. La stessa cosa accade sugli attacchi xenofobici».
Per David, un’altro dei promotori di Abahlali, «la soluzione è dare ai poveri quello di cui hanno bisogno per sopravvivere così che diventerà normale essere accoglienti e generosi. La soluzione è bloccare la xenofobia strutturale della nostra società. Certo la polizia deve arrestare il povero che diventa un assassino, ma allo stesso tempo bisogna anche ritenere responsabili quelli che affamano i poveri e li costringono a vivere in situazioni subumane».
La rabbia dei poveri, dicono i movimenti dei baraccati, può andare in diverse direzioni e quando le persone sono ridotte a vivere in baracche sempre esposte al rischio di demolizioni, incendi e alla violenza della polizia, situazioni come quella a cui si assiste in questi giorni diventano prevedibili.
«Perchè il denaro e i ricchi possono muoversi liberamente intorno al mondo mentre i poveri devono affrontare i fili spinati, la violenza degli eserciti, le file e le deportazioni?», si chiede Andrada. Già, perché? Difficilmente qualcuno darà una risposta. Di certo non l’Anc. Sibongile, parlando a un gruppo di migranti dice: «Se tu vivi nel mio stesso campo occupato sei una persona, un vicino e un compagno». Forse occorre ricominciare da quelle parole.
http://www.carta.org/campagne/migranti/14068

Lo slogan della ‘guerra globale al terrorismo’ ha i giorni contati. Basta con i riferimenti ai musulmani ‘moderati’, cosi’ come all’uso in negativo della jihad o di aggettivi come islamista e salafita. E l’America non deve esportare ‘liberta”, ma solo ‘progresso’. Parola del ministero per la Sicurezza Interna, che ha diffuso un manuale di bon ton linguistico a uso di Washington, per non offendere i musulmani.
Non e’ chiaro quale sorte sia riservata a termini usati piu’ volte dal presidente George W.Bush, come ‘islamofascismo’. Ma le raccomandazioni dell’ ufficio per i diritti civili del ministero che si occupa di proteggere l’America hanno gia’ avuto l’effetto di irritare il mondo conservatore. […]
Il manuale, un testo di nove pagine che doveva restare riservato e ad uso interno dell’ amministrazione, e’ stato invece messo online da Wall Street Journal e Fox News - due testate dell’impero di Rupert Murdoch -, accompagnato da articoli di commento di fuoco.
Sul Journal, l’opinionista Bret Stephens ha paragonato l’ iniziativa al linguaggio unico imposto dal regime autoritario in ‘1984′ di George Orwell. La Fox ha invece messo in campo Oliver North, l’ex colonnello dell’epoca dello scandalo Iran-contra, che ora lavora come esperto militare del network, che se la prende con gli anonimi burocrati del ministero e la mania del linguaggio ‘politically correct’ che da anni domina negli Usa.
Le direttive non hanno un valore vincolante e sono solo raccomandazioni, ma sarebbero state gia’ recepite in particolare dal Dipartimento di Stato. Si tratta di linee guida sviluppate dopo una consultazione con quelli che vengono definiti ”influenti musulmani americani”. Gli esperti hanno esortato il governo a evitare o usare il meno possibile definizioni come jihadista, terrorista islamico o islamista, sostenendo che sono parole che finiscono per aiutare i terroristi a rivendicare un ruolo di portavoce dell’intero Islam. Meglio lasciar perdere anche ‘jihad’, perche’ a prescindere dalle discussioni sul suo reale significato, ”rende affascinante l’immagine dei terroristi, li riveste di un’autorita’ religiosa che non hanno, e danneggia le relazioni con i musulmani in tutto il mondo”.
Il manuale esorta a evitare anche riferimenti al ’salafismo’ che possono offendere pacifici seguaci di questo credo islamico. Ma e’ pericoloso, per gli esperti, anche riferirsi in positivo ai ‘musulmani moderati’, una definizione alla quale e’ meglio preferire musulmani ‘tradizionali’, ‘ordinari’ o ‘comuni’.
A mandare su tutte le furie i commentatori conservatori, tra le altre cose, e’ stata l’esortazione a mettere da parte la definizione di guerra globale al terrorismo, per sostituirla con una formula piu’ generica come ‘lotta globale per la sicurezza e il progresso’. La sfida in corso, secondo il manuale, ”e’ per il ‘progresso’, sul quale nessuno nazione ha un monopolio. Per questo, gli esperti che abbiamo consultato hanno respinto la parola ‘liberta”, perche’ per molti in giro per il mondo e’ un termine in codice che significa egemonia americana”.
”Agli autori di questo testo - ha scritto Stephens - sembra sfuggire che il piu’ potente movimento totalitario del 20mo secolo, il comunismo, definiva se stesso ‘progressista’. Sembra che sfugga loro che l’essenza di un sistema totalitario e’ la negazione della liberta’ (spesso in nome del progresso)”.
La polemica si e’ trasferita anche su chi siano gli esperti interpellati dal ministero per le proprie raccomandazioni linguistiche. Secondo il Journal, tra loro figurano i responsabili dell’Islamic Society of North America, un’ organizzazione di cui il Wsj non ha mancato di ricordare i legami con Hamas, emersi in un’inchiesta giudiziaria su finanziamenti dall’America all’organizzazione che gli Usa etichettano come terrorista.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/05/28/washington-si-censura-manuale-per-non-offendere-lislam/#more-62


INTERVISTA: La scarsità alimentare è un "mito persistente"
Intervista con Michel Pimbert, scienziato dell'IIED*


L'esperto di sviluppo Michel Pimbert propone il ritorno alla produzione e alla distribuzione alimentare locale




LONDRA, (IPS) - La crisi alimentare in corso ha rinvigorito il mito per cui il mondo non produrrebbe cibo a sufficienza per i sei miliardi di persone che lo abitano, secondo Michel Pimbert, autore di una nuova ricerca che mette l'accento sulla produzione locale come potenziale soluzione del problema.




Si tratta di una "crisi fabbricata", esito di un sistema alimentare globale guidato dal mercato, sostiene Pimbert, direttore del programma di agricoltura e biodiversità presso l'International Institute for Environment and Development (IIED) di Londra.

Il sistema deve evolvere verso una produzione alimentare localizzata che consenta di migliorare l'alimentazione, il reddito e le economie, a partire dalle unità familiari per arrivare al livello regionale, afferma lo scienziato.

"Towards Food Sovereignty", lo studio di Pimbert, è disponibile sul web, insieme a link e file audio e video con testimonianze di coltivatori, indigeni e consumatori. I primi tre capitoli si possono leggere sul sito Internet dell'IIED (www.iied.org).

Pimbert non è il solo a invocare un cambiamento radicale delle politiche agricole.

Il 15 aprile, l'International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD) ha reso noti i risultati di tre anni di ricerche. La conclusione è che senza un "cambio di rotta" l'agricoltura rischia di andare incontro al disastro.

Benché non sia direttamente coinvolto nell'IAASTD, Pimbert spiega che la sua ricerca va nella stessa direzione, e lavora direttamente con contadini e pastori tradizionali per includere il punto di vista degli emarginati di tutto il mondo.

Stephen Leahy, corrispondente di Tierramérica lo ha intervistato nel suo ufficio londinese.

TIERRAMÉRICA: Molti dirigenti pubblici e molte istituzioni chiedono di aumentare la produzione di alimenti per risolvere la crisi in corso. Cosa ne pensa?

MICHEL PIMBERT: L'idea che non ci sia cibo a sufficienza per sfamare tutti è un mito persistente. C'è ancora cibo a sufficienza per sfamare tutti. Le vere questioni in gioco sono la distribuzione degli alimenti e la disparità di reddito.

La FAO (Food and Agricultural Organisation), il CGIAR (Consultative Group on International Agriculture and Research) e altri centri di ricerca sull'agricoltura chiedono più ricerche per incrementare i prodotti di coltura. È sempre la stessa solfa. Nessuno prende in considerazione l'accesso al cibo e alla terra. È molto più facile parlare delle difficoltà tecniche che concentrarsi sul quadro generale. Ormai è tempo di riflettere a fondo e con attenzione sui guasti del sistema alimentare globale per trovare il modo di farlo funzionare meglio, soprattutto per le comunità povere ed emarginate. Dobbiamo ampliare le nostre vedute, altrimenti i problemi che abbiamo di fronte non faranno altro che aumentare.

TA: Cosa sono i sistemi alimentari locali?

MP: I sistemi alimentari locali iniziano a livello di unità familiare e si estendono a livelli di quartiere, municipali e regionali. Oltre alla produzione alimentare, comprendono anche la lavorazione, la distribuzione, l'accesso, l'uso, il riciclo e lo smaltimento. I sistemi alimentari locali variano considerevolmente e sono la base del sostentamento, della cultura e del benessere di centinaia di milioni di persone, per la maggior parte nelle nazioni in via di sviluppo.

TA: Quali sono i vantaggi della produzione alimentare locale?

MP: Sono molto più democratici, permettono un maggior controllo da parte dei cittadini. Dal punto di vista ecologico sono più sostenibili e si adattano meglio a condizioni variabili. Inoltre mantengono i capitali nella comunità e generano maggior reddito locale. E altrettanto importante è il fatto che la produzione alimentare locale valorizzi la diversità culturale, rispecchiando la storia e le condizioni del luogo. In fondo, il cibo è cultura.

TA: Cosa bisogna fare per creare o potenziare sistemi alimentari locali?

MP: I governi, le grandi imprese internazionali e altre élite emarginano o minacciano direttamente questi sistemi diversi e le ecologie da cui dipendono. Trent'anni di politiche neoliberiste hanno devastato i sistemi alimentari locali vendendo sottocosto alle nazioni povere alimenti fortemente sussidiati provenienti da quelle ricche.

TA: Come si potrebbero ricostruire dei sistemi alimentari locali in un posto come Haiti, poniamo, dove ci sono state rivolte per il cibo?

MP: Innanzitutto bisogna considerare le politiche che impediscono od ostacolano lo sviluppo di sistemi alimentari locali. Un primo passo potrebbe essere quello di bloccare le importazioni di alimenti sussidiati a basso costo. I sistemi alimentari possono diventare equi e sostenibili, ma affinché questo si realizzi c'è bisogno di politiche nazionali e internazionali che promuovano la sovranità alimentare, insieme al rafforzamento delle federazioni tra organizzazioni locali.

La protezione dell'agricoltura interna è assolutamente necessaria in molti paesi poveri. La cosa interessante è che molte nazioni stanno facendo esattamente questo, adesso. L'India, per esempio, ha cominciato a respingere il mantra dei mercati aperti ripetuto dalla World Trade Organisation, per assumere in prima persona il controllo della sicurezza alimentare.

TA: Cosa intende, quando parla di sovranità alimentare?

MP: La sovranità alimentare è il diritto dei popoli di determinare la propria alimentazione e la propria agricoltura. Si tratta di rigenerare una pluralità di sistemi alimentari autonomi basati sull'equità, la giustizia sociale e la sostenibilità ecologica.

TA: Che impatto avrà l'aumento dei prezzi del petrolio e dell'energia sull'agricoltura?

MP: Il sistema dell'agricoltura industrializzata globale dipende completamente dall'energia a basso costo. In quel sistema si usano da dieci a quindici unità di energia per produrre un'unità energetica di cibo. I sistemi di produzione alimentare locale sono molto più efficienti, a livello energetico, e l'aumento dei costi dell'energia può spingere governi e altri a riconoscerlo.

Come conclude la ricerca dell'IAASTD, il nostro sistema alimentare ha bisogno di una trasformazione completa per poter rispondere alle sfide dei prossimi decenni. Ci arrabatteremo ai margini del sistema insostenibile esistente, o realizzeremo la profonda trasformazione che integra cibo, ecologia, sostentamento e cultura?

TA: Quali risultati spera di conseguire con il suo libro?

MP: Spero che dia vita a un dibattito su questi temi importanti e serva ad aumentare la consapevolezza che c'è bisogno di una trasformazione a tutti i livelli. Spero davvero che le persone riflettano a fondo e premano per un cambiamento.

(*Originariamente pubblicato dai quotidiani affiliati al network di Tierramérica. Tierramérica è un servizio di informazione specializzata della IPS ,con il sostegno del Programma Sviluppo delle Nazioni Unite e il Programma Ambiente delle Nazioni Unite). http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1207

Buda-sex

I club di streap tease sono un'attrazione per turisti a Budapest (Foto: Gonzalo Ovejero)

I club di streap tease sono un'attrazione per turisti a Budapest (Foto: Gonzalo Ovejero)

Budapest continua ad avere la fama di capitale mondiale del sesso. Pornografia, turismo sessuale e prostituzione: viaggio nella capitale ungherese a luci rosse. Perché il porno è un favola.

 

«Le modelle ungheresi sono le migliori». Con questa sintetica affermazione István Kovács, alias Kovi, proprietario della più importante casa di produzione di film porno – che lui preferisce chiamare film per adulti – d’Ungheria, la Luxx, spiega perché Budapest è diventata una delle capitali mondiali del porno. «Si girano film porno anche in altri Paesi, nella Repubblica Ceca ad esempio, però si ingaggiano modelle ungheresi, perché sono le migliori», sostiene il patron di questa impresa dai suoi uffici appena fuori Buda (storicamente la città nasce dall’unione di Buda, sulla sponda occidentale del Danubio, con Pest, su quella orientale, ndr).
Conta comunque anche il fattore economico: «Realizzare un film in Ungheria è meno costoso e il Paese offre moltissime location che si prestano allo scopo».

Kovi mostra uno dei premi che ha vinto per il suo lavoro (Foto: Gonzalo Ovejero)Kovi mostra uno dei premi che ha vinto per il suo lavoro (Foto: Gonzalo Ovejero)

L’industria del porno in Ungheria dà lavoro a molti professionisti, ma è difficile fare una stima esatta, perché molti lavorano solo saltuariamente. Kovi pensa che le attrici siano all’incirca un centinaio, mentre gli attori non sarebbero più di trenta o quaranta. Non nasconde una certa preoccupazione per la crisi che sta attraversando il settore. «Internet è un problema per noi: si producono molti più film di quanti ne possa produrre il mercato. Il risultato? I guadagni si abbassano e siamo obbligati a girare pellicole sempre più estreme». Nonostante la crisi, però, i film per adulti continuano a generare un importante giro d’affari: l’industria del porno produce in Ungheria circa 1000 milioni di dollari l’anno, circa lo 0,5% del Pil del Paese.


Diventare una stella del porno

Mya Diamond è una delle promesse del cinema per adulti ungherese. È approdata qui per bisogno di soldi: «Vengo da un piccolo villaggio e volevo fuggire dalla miseria per aiutare mia madre e i miei fratelli». Secondo lei, sono i soldi a determinare la qualità di un’attrice: «Le modelle dell’Est di solito sono migliori perché vengono da ambienti poveri e sono disposte a tutto per rimanere in questa industria il più a lungo possibile».

«Per essere una stella del porno non basta avere un bel corpo, ci vuole anche classe», ci spiega Kovi mentre chiede la nostra opinione sulle foto di una nuova aspirante attrice: «Che ve ne pare? È carina, però si muove come un pezzo di legno!», commenta questo fotografo convertitosi in magnate del porno dopo un incidente che lo ha reso zoppo.


Il porno? Una favola

Club di streap tease (Foto: Gonzalo Ovejero)Club di streap tease (Foto: Gonzalo Ovejero)«Il porno è come una favola per adulti. È vietato ai minori di 18 anni, ma superata questa età la sessualità si è già formata, per cui la salute mentale delle persone non può più risentirne», risponde Kovi ai detrattori di questo tipo di film.
Come Vilmos Szilágyi, psicologo e sessuologo ungherese. Ha 79 anni, ha scritto più di 26 libri di sessuologia e cura una pagina web di psicologia sessuale. Szilágyi ci riceve nel suo appartamento a nord di Buda. Nei suoi cinquanta anni di carriera, ha curato molti pazienti con problemi legati alla pornografia, soprattutto alla dipendenza che questa può indurre. La sua opinione del porno? «Assolutamente negativa». «Nella pornografia non c’è nessuna cultura sessuale, è solo tecnica», afferma. Lo preoccupa in particolare l’effetto che la pornografia esercita sugli attori, perchè, secondo lui, «svilisce la loro individualità e banalizza il sesso».

Il fatto che la fama dell’Ungheria sia legata all’industria pornografica danneggia anche la popolazione. Hajnalka Györi è una giovane giornalista di Budapest che lavora a Bruxelles per Eyp (European Youth Press). Quando le chiedo quale sia l’immagine che la Budapest dà di sé all’estero mi risponde rassegnata che accetta che l’Ungheria sia famosa per questo, ma che preferirebbe si conoscessero anche altri aspetti della cultura del suo Paese. Mi dice di esserne toccata anche personalmente: «A volte le persone di altri Paesi pensano che, per il fatto di essere ungherese sia più “libera” e mi approcciano di conseguenza». Mi racconta poi di una sua conoscente che ha avuto problemi con la famiglia del marito, straniero: «La famiglia di lui pensava che volesse sposarsi solo per i soldi e che fosse una star di film a luci rosse. E solo perché è ungherese».


Il sottile confine fra pornografia e prostituzione

Pornografia non equivale a prostituzione, anche se esiste una connessione fra le due realtà. Ágnes Földi Presidentessa dell’Associazione delle prostitute ungheresi, ha le idee molto chiare: «Ci sono dei legami reciproci. I produttori cercano le prostitute e le attrici arrotondano facendo anche quest’altro mestiere». Inoltre la prostituzione si sta internazionalizzando: «C’è molta gente che viene in Ungheria per fare turismo sessuale, e con un calendario abbastanza preciso: a Natale, ad esempio, vengono più italiani. La Formula Uno attira molti tedeschi e noi ne approfittiamo per tenere l’assemblea generale dell’associazione, in concomitanza con le corse», commenta Ágnes con grande naturalezza. Inoltre, le prostitute si spostano per alcune settimane in Italia, in Grecia o in Inghilterra, anche per motivi legali.

Ágnes si batte per i diritti delle prostitute ungheresi e precisa che il fattore economico è una delle ragioni principali che spinge tante ragazze ad esercitare la professione. Esistono vari tipi di prostitute, dalle più povere, che stanno sulla strada, alle squillo di alto bordo, che hanno clienti facoltosi.

E la legge? In questo campo è confusa. È un’attività legale, sebbene le restrizioni siano molto severe. Sono vietati i bordelli, ma proliferano gli appartamenti privati che fungono da case di appuntamento: nel 1999 ne esistevano solo tre, ora ce ne sono 150 nella sola Budapest, dove il numero delle prostitute si aggira fra 7000 e 9000, con un incremento anche della presenza maschile.


Il traffico di esseri umani, la parte più oscura del business del sesso


 Il 90% del traffico di esseri umani in Ungheria ha a che fare con la prostiJózsef Pöltl (Foto: PP)József Pöltl (Foto: PP)tuzione. Lo afferma József Pöltl, capo del Dipartimento per la lotta al traffico di esseri umani della polizia ungherese. Secondo lui, l’industria del porno non è una causa diretta del traffico di esseri umani, anche se incrementa il fenomeno: «Non si verificano più in Ungheria casi di tratta di donne bianche a causa del porno, ma tra le due cose esiste una relazione ». Ci porta l’esempio di R. Tamás: «Questa persona pubblicava annunci per una casa di produzione di film per adulti, promettendo di pagare le sue “impiegate”. In realtà si trattava di una copertura: le ragazze che rispondevano venivano obbligate a prostituirsi». I casi di traffico di esseri umani attualmente aperti in Ungheria si aggira intorno a 450.

L’ingresso dell’Ungheria nell’area di Schengen ha, per Pöltl, i suoi pro e i suoi contro. Da un lato, le frontiere esterne sono state rinforzate e ci sono più controlli. Ma la scomparsa di quelle interne fra gli Stati membri permette ai delinquenti di circolare liberamente, una volta varcati i confini dell’Unione.

Grazie a Lóránt Havas per l’aiuto

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di Pedro Picón. Traduzione Laura Bortoluzzi http://www.cafebabel.com/ita/article/24902/porno-budapest-cinema-prostituzione.html


Iraq : guerra frutto di propaganda di Bush , scrive ex consigliere
di Rico Guillermo*

La guerra in Iraq è stata venduta al popolo americano con una sofisticata "campagna di propaganda politica", guidata dal Presidente Bush e volta a "manipolare le fonti di opinione pubblica" e "sminuire la ragione principale per andare alla guerra".

Lo scrive l'ex addetto stampa della Casa Bianca Scott McClellan nel suo nuovo libro "Cosa accadde: dentro la Casa Bianca di Bush a Washington e la cultura dell'inganno", che riporta i tanti restriscena vissuti nella sua decennale esperienza accanto a Bush.

McClellan afferma che l'amministrazione Bush ha operato in una "campagna permanente" orchestrata dal suo consigliere Karl Rove e fra gli altri episodi ammette di essere stato ingannato da alcuni collaboratori del presidente circa la divulgazione del nome di un operativo della CIA, Valerie Plame, da cui e' nato uno scandalo giudiziario che ha coinvolto lo staff di Bush e portato alla condanna del principale collaboratore di Cheney.

McClellan ha parole dure per molti dei suoi colleghi passati, accusa l'ex consigliere della Casa Bianca Rove di averlo fuorviato sul suo ruolo nel caso Plame, chiama il vicepresidente Cheney "il magiauomini" - che guida la politica dietro le quinte non lasciando impronte digitali - e descrive ferocemente anche il Segretario di Stato Condoleezza Rice.

"Il Presidente si era ripromesso di realizzare cio' che a suo padre non era riuscito di fare vincendo un secondo mandato", egli scrive. "E questo significava operare continuamente nella modalita' campagna: mai spiegare, mai scusarsi, mai in ritirata. Purtroppo, questa strategia ha avuto anche ripercussioni meno giustificabili: mai riflettere, mai riconsiderare, mai scendere a compromessi. Specialmente non per quello che riguardava l'Iraq". Un editoriale del Washington Post osserva che le critiche di McClellan stupiscono, data la lunga e stretta collaborazione con Bush che lo aveva indotto a seguirlo dal Texas alla Casa Bianca.

Peraltro l'ex addetto stampa non dice chiaramente che Bush ha appositamente mentito sulle sue ragioni per invadere l'Iraq, ma in un capitolo intitolato "Vendere guerra", egli sostiene che l'amministrazione ha ripetutamente adombrato la verita' e che Bush "ha gestito la crisi in un modo che ha quasi garantito che l'uso della forza sarebbe stata l'unica opzione possibile", manipolando le fonti di opinione pubblica.

McClellan conclude che "la guerra deve essere condotta solo quando necessario, e la guerra in Iraq non e' stata necessaria".

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 



maggio 28 2008

La nuova aria che si respira
Conchita De Gregorio
la Repubblica
Una macchia di sangue sull´asfalto, una piccola macchia scura potrebbe anche essere olio ma invece no è sangue, lì accanto per terra c´è un bastone chiazzato di rosso, un pezzo di volantino sporco: è sangue. Due sedie di quelle di scuola senza il sedile, un megafono, un foglio scritto a penna, tre bastoni. Una monovolume grigia col vetro sfondato: dentro, sul sedile posteriore, un cappellino degli hooligans e un pacchetto di Gauloises.
Alle due del pomeriggio, mezz´ora dopo le botte, davanti alla Sapienza questo è quello che resta. La cameriera del bar lì vicino, Gloria, dice che era uscita a fumare una sigaretta: "C´era un gruppo di ragazzi che attaccavano manifesti, parecchi, saranno stati una ventina. A un certo punto sono arrivate due macchine. Una si è fermata, quella grigia, e sono scesi mi sembra in quattro. Avevano in mano delle mazze, uno agitava in mano un oggetto piccolo, ho sentito gridare "che fai col coltello", poi un altro ha detto "avanti camerati", dopo un secondo erano tutti uno addosso all´altro, una violenza pazzesca, delle botte da pensare qui qualcuno ci resta secco. Sono corsa subito dentro ad avvisare, quando mi sono riaffacciata fuori erano ancora lì, qualcuno steso a terra. Uno non si muoveva, sembrava morto".
No, morti no. Solo una spalla rotta, teste spaccate, ferite di coltello alle braccia. Solo "codici gialli", diranno poi al Policlinico, ferite non gravi. Sei arrestati, la sera: due studenti dei collettivi di sinistra e quattro militanti di Forza Nuova. Fra questi Martin Avaro, un trentenne coordinatore provinciale del gruppo di estrema destra: in questura è schedato. C´era anche lui l´estate scorsa fra i venti del raid a villa Ada: quelli che col casco in testa e i bastoni fecero irruzione al concerto della ?Banda Bassotti´, manifestazione multietnica "Roma incontra il mondo", e aggredirono il pubblico ritenuto, evidentemente, di sinistra. C´è anche lui nel film "Nazirock" di Claudio Lazzaro, documentario la cui proiezione è stata sempre impedita dalle proteste dei neofascisti: vi si racconta tra l´altro dei meeting di Forza Nuova in cui si vendono decalcomanie filonaziste, stemmi con la faccia di Hitler da applicare alle felpe, testi negazionisti che sfoggiano in copertina titoli tipo "Auschwitz: fine di una leggenda". Non è uno studente, Martin Avaro. E´ un militante della destra estrema con precedenti per episodi di violenza.
Quindi uno, più uno, più uno fa tre: l´aggressione xenofoba al Pigneto, l´omosessuale di Deegay. it - Cristian Floris - aspettato e aggredito sottocasa, la spedizione all´Università. Dice Floris: "E´ una questione di clima quella che fa la differenza: è l´aria che si respira in questi ultimi tempi". Non che non sia mai successo prima: è che ora chi picchia si sente legittimato e non conta molto per gli studenti che nel pomeriggio manifestano per strada che Alemanno il nuovo sindaco abbia detto "sono quattro imbecilli, non facciamo teoremi politici, sono criminali isolati che vanno isolati". Non conta per i ragazzi in corteo perché come dice Vanessa, che è andata in questura a rilasciare "spontanea dichiarazione", "erano grossi, avevano i capelli rasati e ci hanno aggrediti a freddo, con tranquillità, come se non avessero paura di essere visti come se stessero facendo una cosa normale". Come se fosse normale. Come se non avessero paura.
Ora tutta la questione sembra essere chi abbia aggredito chi, perché Roberto Fiore segretario di Forza Nuova e deputato europeo dice "sono stati loro, i nostri stavano attaccando manifesti e loro li strappavano e ci hanno assalito in moltissimi", mentre i giovani dei collettivi studenteschi raccontano il contrario: "Noi stavamo attaccando i nostri manifesti, loro sono arrivati in macchina, uno aveva una croce celtica sul braccio, ci hanno accusati di aver strappato i loro volantini, avevano spranghe e coltelli, ci siamo difesi". I dati di fatto sono che la macchina è dei militanti di Forza nuova, chi era in auto "è arrivato". I manifesti strappati sono quelli del convegno sulle foibe a cui avrebbe dovuto partecipare Fiore. Tra gli arrestati i militanti di centrodestra sono quattro, quelli dei collettivi di sinistra due. Poi ci sono i testimoni: una persona che vive nel quartiere, sentita dalla polizia, G. N.: "Ho visto un uomo alto e robusto colpire con una spranga un ragazzo e fuggire a piedi". Giorgio, studente di Lettere, uno degli aggrediti: "Sono scesi dalla macchina ed hanno iniziato a picchiare. Noi ci siamo difesi e abbiamo aspettato la polizia". Davide, un altro studente: "Eravamo poco più di una decina fra cui molte ragazze. Loro sono scesi dalla macchina avevano le mazze". Un giovane al pronto soccorso estraneo agli scontri: "Ero lì che aspettavo il mio turno quando quello seduto davanti a me, ferito, mi ha detto ?ve la siete meritata´, era uno di destra, l´ho capito dai tatuaggi sul braccio".
Nel pomeriggio, all´assemblea autoconvocata a Lettere gli studenti chiedono le dimissioni del preside della Facoltà, del pro-rettore. "E´ andata come andò per Ratzinger - dice Susanna, 21 anni - prima gli hanno chiesto di venire poi ci hanno ripensato dicendo che non c´erano le condizioni di sicurezza. Una balla, perché le condizioni c´erano noi volevamo solo manifestare il nostro dissenso. Anche oggi: volevamo solo dire che Fiore a parlare delle Foibe in università non lo vogliamo". Per la mancata visita del Papa a manifestare davanti alla facoltà alla fine erano poco più di un centinaio. La conferenza che avrebbe dovuto svolgersi oggi aveva come titolo "Foibe, l´unica verità contro il negazionismo dei collettivi antifascisti". Il rettorato l´ha prima autorizzata, poi negata. "Preoccupazione di disordini" dice il prorettore Luigi Frati che aggiunge: "Ho visto i manifesti del convegno, non è possibile mettere un pugnale nel proprio simbolo: chi lo fa non ha cittadinanza alla Sapienza". Ci ha ripensato, insomma, e ne è soddisfatto.
I feriti sono sette. Il ministro dell´Università Gelmini ha chiesto "una relazione sui fatti" al Rettore. Anche Storace si rivolge al Rettore: "E´ incapace di garantire lo svolgimento di un convegno su una tragedia storica. Chi incendia il clima siede al vertice dell´Università".
In corteo nel pomeriggio gli studenti sono almeno cinquecento. Aprono con uno slogan che dice "fuori i fascisti dalla Sapienza". Scandiscono al ritmo di coro: "Alemanno, sono i tuoi amici, li conosci bene". I cordoni di polizia fanno barriera. La macchina col cappellino degli hooligans è ancora lì, in mezzo alla strada.


Il padre padrone
Giovanni Valentini
la Repubblica 


È una corsa contro il tempo quella che si sta svolgendo alla Camera, nel braccio di ferro parlamentare tra maggioranza e opposizione: non per gli aiuti alle famiglie o per l´emergenza rifiuti, come hanno auspicato anche i vescovi italiani, bensì per salvare Retequattro.
O meglio, per impedire che venga trasferita sul satellite in forza della normativa antitrust e della sentenza con cui la Corte europea di giustizia ha già censurato la (quantomai) famigerata legge Gasparri. Contro il tempo, ma a favore di Mediaset, dell´azienda che fa capo al presidente del Consiglio e quindi dei suoi interessi strettamente privati.
Il conto alla rovescia, per l´approvazione del decreto con cui il governo Prodi aveva disposto l´attuazione di alcuni adempimenti comunitari, è destinato a finire l´8 giugno, termine ultimo per la conversione definitiva. Ma la scadenza, per quanto riguarda in particolare la contestata disciplina sulla televisione, potrebbe anche essere più ravvicinata se è vero che la commissaria europea alla Concorrenza, l´olandese Neelie Kroes, è intenzionata a mettere in mora l´Italia e a deferirla alla Corte già la prossima settimana.
Al di là dell´aspetto cronologico, però, ciò che più conta è la sostanza della vicenda. Ancora una volta, appena tornato al governo, il centrodestra si schiera in difesa degli affari personali di Berlusconi, premettendoli a tutto il resto: a un assetto del sistema televisivo più equilibrato e pluralista, ma ancor più alle emergenze grandi e piccole che affliggono in questo momento il Paese. È la vecchia logica proprietaria della politica che riemerge come gli "animal spirits" di una maggioranza subordinata al suo padre-padrone, prevalendo perfino sulle questioni istituzionali, sugli annunci di dialogo e le promesse di confronto costruttivo.
Da questo punto di vista, lo stesso tentativo di riformulare il testo dell´emendamento per ottenere un via libera dell´opposizione, è stato tanto maldestro quanto vano. L´espediente lessicale di sostituire il termine "modifica" delle licenze individuali per il digitale terrestre con quello di "conversione", per garantire che non vengano permutate in autorizzazioni, risulta in realtà un palliativo, se non proprio un inganno o un raggiro. Fortunatamente, il "bluff" non ha retto al confronto parlamentare ed è stata innanzitutto una vittoria personale del ministro-ombra della Comunicazione, Giovanna Melandri, che finora è riuscita a tenere compatto il suo gruppo su questa linea.
L´ostruzionismo, come insegna la tradizione del "filibustering" in Gran Bretagna, è un´arma in mano alla minoranza e uno strumento della democrazia. A condizione, naturalmente, che venga esercitato nell´ambito dei regolamenti parlamentari. Ma in questo caso l´interpretazione accreditata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, considerando presenti i deputati che si erano iscritti a parlare ma poi al momento della votazione erano fuori dall´aula, in modo da proclamare comunque il numero legale, è apparsa francamente troppo discrezionale per essere considerata "super partes".
Tant´è che nella stessa seduta il quarto governo Berlusconi ha dovuto accusare il primo scivolone, finendo sotto di due voti su un altro emendamento che riguardava la caccia e la fauna selvatica. Alla conta, nei banchi di Montecitorio mancavano un´ottantina di esponenti della maggioranza. Evidentemente, i "fannulloni" non militano solo nelle file della pubblica amministrazione, tra i maestri di scuola o negli ospedali pubblici.
Non è certamente un esordio felice per la nuova legislatura. Chi aveva già celebrato la metamorfosi di Berlusconi, registrando un nuovo clima nei rapporti tra maggioranza e opposizione, deve ridimensionare le sue aspettative e i suoi entusiasmi. Quando si tratta di televisione, cioè di interessi concreti, di affari personali e familiari, diciamo pure di denaro, non c´è "ragion di Stato" che tenga. Vale solo la ragion di Arcore, il bilancio o la quotazione in Borsa di Mediaset, la mitica salvezza di Retequattro.
Nessuno venga a dire, allora, che il responso elettorale ha sanato ormai il conflitto di interessi. Forse, l´ha accantonato, l´ha rimosso. Ma purtroppo quel muro invisibile continua a incombere sulla strada della democrazia italiana, come la montagna di spazzatura nelle vie di Napoli e dintorni.


C’è una parola inglese breve e precisa che si chiama bias. Indiaca fra le altre cose il modo di raccontare le cose vedendole solo da una parte. Parecchi giornalisti italiani lo sanno fare molto bene, soprattutto quando parlano delle colpe della sinistra. Funziona semplicemente così: metti in fila gli errori compiuti del PCI o dalla sinistra quelli nell’arco di qualche decennio; solo gli errori. E sembra che la sinistra sbagli sempre.

Stiamo al gioco e rispondiamo per le rime, così magari si può capire che la storia non si fa solo scrivendo le pagine dispari:

1. La TV a colori non la voleva nessuno in Italia, nè la destra, nè la sinistra. La Malfa Sr., uno di destra destra, fece filippiche per anni bloccando tutti I progetti e abdicò solo alla fine. Chi ritardò il tutto, se permettete, è stata la compagine governativa, che si alternava tra centro destra e centro sinistra. Ma della quale il PCI non faceva parte. La nascita della TV a colori è datata 1. Febbraio 1977, durante gli anni in cui il PCI era al governo, con appoggio esterno (governo meglio conosciuto come la formula della “non sfiducia”).

2. Le autostrade furono costruite con buon impegno per evitare le zone produttive rosse. Il PCI era così contrario che le regioni rosse costruirono le bretelle che attraversano Umbria ed Emilia. Trattasi di statali a 4 corsie, equivalenti negli anni ’70 alle autostrade. Senza pedaggio. Perchè il PCI era contrario ai pedaggi. Un scelta lungimirante, se consideriamo quanto le autostrade senza peage hanno giovato alle economie dei paesi dove non si paga al casello.

3. Il PCI era così contrario alle metropolitane che concluse, durante la gestione Petroselli-Vetere, l’opera della Metro A romana dopo che le giunte di destra l’avevano tirata per le lunghe per più di vent’anni.

4. La destra è così innovativa nel campo delle energie che propone nel 2008 un investimento ventennale sul nucleare, tralasciando l’eolico e il solare termodinamico sul quale stanno investendo in tutto il mondo. La stessa destra che ha licenziato Carlo Rubbia, reo di aver sviluppato un sistema di centrali solari termodinamiche da urlo. Sistema che il nostro premio Nobel sta mettendo in opera adesso in Spagna. Già mi immagino il Berlusconi di turno proporre nella campagna elettorale del 2028 un investimento strategico sulle centrali offshore eoliche. Ovviamente a beneficiarne saranno le aziende tedesche e olandesi.

5. Per tornare alle TV, la destra ha boicottato in tutti i modi il referendum sulla concentrazione delle TV; non ve lo dicono, ma in tutti i paesi europei il numero dei canali nazionali in chiaro è aumentato costantemente ed è di gran lunga superiore a quello italiano. In Italia siamo fermi a 6 più una piccolina e un paio di canali musicali. Un’arretratezza che causerà prima o poi l’effetto pesce-grande-mangia-pesce-piccolo e che è costata migliaia di posti di lavoro.

6. Finiamo la lista degli esempi con l’Alfa Romeo, venduta a prezzo di favore alla FIAT per mantenerla italiana, rinunciando ad un’offerta della FORD decisamente migliore sul piano industriale. La decisione è degli anni ’80, di nuovo presa dalla destra allora al governo, appoggiata dal PSI. Per l’Alfa ha significato la scomparsa di una tradizione motoristica enorme e l’accorpamento in un gruppo che non ha avuto più concorrenza interna. Insomma, la stessa cosa che la destra sta facendo per l’Alitalia.

Fine del giochino, volutamente esagerato.

Fuori dale righe vi verrei scrivere un mio parere spassionato, scritto da chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con le scelte progressiste fatte all’estero: in Italia purtroppo manca la percezione del futuro e degli investimenti decennali o ancora più a lungo termine. A destra come a sinistra; a destra però in modo becero ed arrogante.

Quello di cui invece abbondiamo è una classe giornalistica che certamente ci delizia permettendoci di passare belle giornate in compagnia di un quotidiano. Ma niente di più. Una classe giornalistica che, se un giorno maturasse e uscisse dagli schemi destra-sinistra-comunisti-fascisti, aiuterebbe la stessa classe dirigente politica a fare quel salto intellettuale che le è mancato dal dopoguerra ad oggi.http://www.macchianera.net/2008/05/28/chi_e_senza_peccato.html


 

Pareto ribaltato e la realtà percepita

L'ingegnere, economista e sociologo italiano Vilfredo Pareto, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo e affermatosi a Losanna, formulò un principio empirico, noto come principio di Pareto o legge 80/20 (o 20/80, se si preferisce). Secondo questo principio, per farla molto semplice, se 100 sono le cause che determinano effetti di un certo tipo, 20 di queste cause, da sole, determinano l'80% degli effetti. Per esempio, il 20% della popolazione possiede l'80% della ricchezza, oppure, solo il 20% dei possibili tipi di guasti in una linea di produzione genera l'80% dei pezzi difettosi (mentre gli altri 80% di guasti produce appena il 20% degli scarti), o ancora, il 20% dei clienti di una banca genera l'80% delle transazioni.


Ovviamente la legge è empirica e non è assolutamente detto che sia sempre 20/80. Magari in alcuni casi l'80% degli effetti sarà dovuto a 25 cause, e in altri a 15. L'esperienza ha dimostrato che 20/80 si avvicina molto alla realtà in moltissimi casi. Quello che il principio vuole affermare è che nel caso di grandi numeri, la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause.

Questo principio si è mostrato molto utile nella pratica in molti settori. Per esempio, se si vuole migliorare in maniera significativa un processo produttivo risulta molto più conveniente individuare (almeno inizialmente) quel 20% di guasti che provoca l'80% dei pezzi difettosi e concentrarsi sulla loro eliminazione, piuttosto che pretendere da subito di risolvere il 100% dei problemi. Così si risolve l'80% dei problemi agendo solo sul 20% delle cause. Se poi avanzano tempo e risorse si può passare all'esame delle altre cause (sempre applicando lo stesso principio).

Prendendo a caso, senza alcuna malizia, un altro problema, quello della sicurezza, sono pronto a scommettere una cena nel miglior ristorante della capitale che la maggior parte delle azioni criminose (dove conta la gravità e non il solo numero) è dovuto a poche cause (alcune centinaia di clan mafiosi e di criminalità organizzata contro le decine di migliaia di piccoli delinquenti, tra cui anche, ma non solo, dei non italiani). Se questo è vero, allora mi aspetto che le iniziative strategiche di un governo si concentrino prevalentemente sull'eliminazione dei fenomeni mafiosi e della criminalità organizzata.

Mi sembra di capire, invece, che questo governo si sia dato altre priorità, ribaltando l'applicazione del principo di Pareto.

Il risultato più significativo che si raggiungerà è espresso benissimo da questa vignetta di Staino.
Ma, si obietterà, occorre rispettare le promesse elettorali. Promesse fatte per rispondere alla domanda di sicurezza da parte dei cittadini. Vox populi, vox dei. Non si può dire di no.
E da dove scaturisce questa domanda? La situazione è forse degenerata a tal punto che ogni elettore ha subito una qualche forma di violenza da parte di extra-comunitari (in particolare di rom)? Ma se le statistiche ci collocano ancora tra i paesi più sicuri!
Si vede proprio che siamo superati. La politica non si deve più basare su fatti, ma su percezioni! Non sulla realtà reale, ma su quella virtuale! Televisiva (e, ma meno, sulle prime pagine dei giornali).
Scrive Al Gore nel capitolo "La politica della paura" del suo ultimo libro ("L'assalto alla ragione"):
... Le persone che guardano regolarmente i telegiornali hanno l'impressione che le città in cui vivono siano molto più pericolose del reale. Inoltre i ricercatori hanno scoperto che la paura del crimine tende ad aumentare laddove la televisione trasmette l'idea che i crimini siano in aumento, anche quando in realtà le statistiche dimostrano una loro netta diminuzione. ...
E chi controlla di fatto i nostri telegiornali (sia RAI che Mediaset)? E perché anche i giornali cosiddetti amici soffiavano sul fuoco con notizie a caratteri cubitali? Perché non smentivamo vivacemente quei signori dell'allora opposizione, ai quali anche la TV pubblica dava enormi spazi nei TG e non solo?
Ferdinando Longoni

Italia-Germania: l'ennesima tappa di un rapporto tormentato

Nel poco tempo a disposizione abbiamo citato nei giorni scorsi due articoli che mettono in evidenza quello che la stampa tedesca pensa dell'Italia. Ora arriva la risposta, sempre sulla Süddeutsche Zeitung, ad opera del nostro ambasciatore a Berlino, Antonio Puri Purini.

Nel lungo articolo di risposta, Purini si ritrova in pochi mesi a dover prendere per la seconda volta posizione in un dibattito nell'opinione pubblica sul ruolo e la figura dell'Italia. E a dire quello che una persona nel suo ruolo direbbe.
In contemporanea scoppia la polemica, soprattutto in Italia e guarda caso poco prima di un appuntamento importante come gli europei di calcio, sugli stereotipi più biechi a cui fa ricorso Media Markt in una serie di spot.
Sui video vorrei dire solo che il loro scopo è quello di far parlare di sé, di aiutare a vendere, non di creare una cultura della tolleranza. Non sono un trattato accademico. Possono dare fastidio, come a qualcuno ha dato fastidio lo spot lavazza di Bonolis e Laurentis in cui un personaggio maccheronicamente tedesco condensa in pochi secondi gli stereotipi più triti sui crucchi. Cose del genere vanno giudicate per quanto riescono a far vendere un prodotto, non per il loro valore didattico e didascalico. 
Capisco che qualcuno si sia arrabbiato, ma il problema va cercato altrove. Proprio là dove si impantana Puri Purini. Che sottolinea giustamente i forti rapporti commerciali tra l'Italia e la Germania, ma si perde quando arriva a trattare quello che tutti possono toccare con mano: la cultura e il modo di vivere dell'Italia e degli italiani. Puri Purini si attacca, come facciamo un po' tutti quando i tempi present sono bui, alla luce dei tempi passati. Citare la traduzione del Vasari tra le opere italiane letterarie in corso di pubblicazione non è certo un complimento alla nostra produzione odierna. Chi ha letto il libro in originale sa di cosa parlo. 
Dire che ci sono quasi 300 mila tedeschi che studiano l'italiano è dire una mezza verità presentandola dal suo lato migliore: la maggior parte di loro sono anziani. I giovani non sono attirati dall'italiano. E così, sparita la generazione dei facoltosi pensionati di oggi, la parabola inizierà la sua curva discendente. E mentre la Germania, "paese di Wagner", come dice Puri Purini, è riuscito a produrre un fenomeno musicale giovane come i Tokio Hotel, in Germania la musica italiana è ferma a Verdi e Puccini. E per lo scudetto del Bayern Monaco il pezzo più moderno che si può dedicare a Luca Toni è "Azzurro". Niente contro Celentano, per carità. Ma è minestra cotta quarant'anni fa.
Quest'anno abbiamo centenari importanti come quello di Pavese e di Guareschi. Gli Istituti Italiani di Cultura in Germania brillano per assenza, disorganizzazione, miopia e programmi imbastiti controvoglia e senza il becco di un quattrino. Risultato: non fosse per i tedeschi, che ci hanno pensato in proprio, uno dei più grandi scrittori del '900 e lo scrittore italiano più venduto nel mondo  sarebbero passati sotto silenzio. 
Insomma, i soliti temi. I soliti problemi. Le solite risposte. Sbagliate, signor Puri Purini. Sbagliate.http://1poddanubio.blogspot.com/

Aspettando il vero Toni

E ora chi glielo dice a Pasquale Ametrano, l’immigrato lucano interpretato da Carlo Verdone in Bianco, Rosso e Verdone, che un suo omologo, quasi trent’anni dopo, impazza nelle tv e sui giornali tedeschi per pubblicizzare televisori al plasma della catena Media Markt per gustare i campionati europei di calcio? Almeno il copyright al buon Ametrano glielo dovrebbero pagare. Pasquale, taciturno operaio, si faceva duemila chilometri di fila da Monaco di Baviera a Matera per adempiere al suo dovere elettorale di cittadino italiano residente all’estero. A quei tempi Mirko Tremaglia non pensava mai che un giorno sarebbe diventato ministro e agli italiani non era permesso di votare per posta o nelle ambasciate. Così, dopo una robusta colazione a base di Weißwurst (che ovviamente solo qualche temerario in Baviera mangia appena svegliato), si infilava la canotta e con una Alfasud rosso fiammante imboccava l’autostrada in direzione Sud. Chilometro dopo chilometro, al povero Ametrano la macchina gliela smontano pezzo dopo pezzo. Non è più l’Italia spensierata lasciata tanti anni prima. Patria ingrata. E voto annullato: una volta giunto al seggio elettorale di Matera, Ametrano ritrova la parola tutta d’un colpo e scarica su scrutatori e presidente una filippica in strettissimo dialetto lucano che nessuno comprende. 

Oggi il suo omologo si chiama Toni. Di nome. Come il cognome del giocatore più famoso e più amato della Bundesliga, che di nome però fa Luca. Stessa canotta bianca ma con lo scudetto tricolore stampato sul petto, felpetta azzurra come i colori della Nazionale. Toni gironzola per i corridoi di una delle tante filiali di Media Markt e in un tedesco dall’accento un po’ troppo latino (ma con una fluenza che ogni straniero vorrebbe possedere) importuna commessi e soprattutto commesse solleticando i luoghi comuni più consumati che in Germania girano sugli italiani (qui una ampia selezione degli spot da You Tube). Un Borat in versione nostrana, creato apposta per divertire il consumatore di casa ma che, come spesso avviene in questi casi, rischia di mandare in bestia il consumatore italiano: nonostante l’ascesa di nuove comunità di immigrati, gli italiani rappresentano ancora oggi la seconda comunità straniera presente nel Paese dopo i turchi. Con una ripresa del flusso migratorio che annovera però una composizione sociale assai diversa da quella degli anni Cinquanta e Sessanta: molti giovani, studenti o spesso già laureati, magari in grado di parlare correntemente il tedesco imparato in università o con i corsi privati, alla ricerca non di un semplice posto di lavoro ma delle opportunità che la Germania offre di valorizzare talenti e passioni. Si chiama fuga dei cervelli.

Chissà come la prenderanno, vecchi e nuovi italiani di Germania, braccia e cervelli fuggiti in questi decenni dal Belpaese, un tempo superando confini e faticose barriere culturali, oggi trasferendosi nell’odierna Europa di Schengen come se ci si spostasse da Roma a Milano. Probabilmente con filosofia. Nonostante (o proprio a causa delle) massicce dosi di politicamente corretto che tv e stampa riversano nel dibattito pubblico tedesco, i comici spesso prendono benevolmente di mira alcuni difetti delle comunità straniere: basti pensare alle caricature dei polacchi o dei russi negli anni della massiccia immigrazione da est. E la cosa è reciproca, direbbe un altro personaggio di Verdone: chi non ricorda il funambolico Professor Kranz di Paolo Villaggio o la straordinaria saga delle Sturmtruppen inventate da quel genio delle striscie che era Flavio Bonvicini e riportate sul grande schermo dalla coppia Cochi e Renato? O ancora, ma questa volta la Germania non c’entra, l’irriverente (verso gli albanesi) Striscia la Berisha di Greggio e Iacchetti di qualche anno fa?

Tanto più che il ricorso al Toni attuale sembra davvero sollevare un nervo scoperto degli appassionati di calcio tedeschi: quello della semifinale di Dortmund di due anni fa, quando gli azzurri eliminarono ai supplementari i padroni di casa per andare a vincere poi in finale la coppa del mondo che i tedeschi sentivano ormai loro. E’ una ferita non ancora rimarginata: lo scorso anno i giornali tedeschi ricordarono con servizi e immagini il primo anniversario di quella sconfitta come nessun media italiano. E il Toni un po’ truffaldino che si aggira tra gli scaffali dei televisori serve ad esorcizzare quello vero che gli appassionati della Bundesliga hanno imparato ad ammirare da vicino e che adesso temono possa frapporsi fra loro e una coppa che di nuovo pensano già loro.

Da campioni del mondo dovremmo riuscire a sorridere di questa debolezza, ricordando che con Pasquale Ametrano riuscimmo noi per primi a ridere di noi stessi ed evitando di riaprire la scontata (e poi non veritiera) polemica fra tedeschi e italiani, nazisti e mafiosi, mangiatori di würstel e spaghettifresser che solletica competizioni che non ci sono più. E se poi qualcuno proprio si arrabbia, allora basterà far scattare l’effetto boomerang. Invece di attendere la vendetta del Toni vero e tenendo conto che Media Markt è diffusa anche in Italia con il marchio Media World, basterà andare a comprare i televisori da un’altra parte.http://www.ideazione.com/new_2008/rubrica_p_mennitti/2008_maggio/2008_05_27_p_mennitti.htm

L'eredità di Tirofijo
Il governo tasta il terreno intorno alle Farc post Marulanda
Bogotá, dopo la morte del capo storico delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Manuel Marulanda Veléz, sta prendendo le misure alla nuova cupola di comando rivoluzionaria e tenta di rinnovare la sua faccia conciliatrice e non-violenta, inoltrando un invito a un accordo di pace. Ma la situazione resta complessa e fino a che Alvaro Uribe resterà a capo del governo, le Farc rimarranno scettiche e diffidenti.

marulandaDa parte del governo. Il ministro dell'Interno, Carlos Holguín Sardi, ha inviato al nuovo leader fariano, Alfonso Cano, un messaggio da parte dell'Esecutivo: Cano ha la porta aperta se deciderà di seguire l'opzione della pace, ma se il suo atteggiamento sarà lo stesso del suo predecessore, le autorità resteranno sul piede di guerra. In dichiarazioni rilasciate ai vari mass media, Holguín ha voluto essere prudente nel dirsi speranzoso, riservandosi il tempo per vedere la nuova direzione che prenderanno le Farc. Per ora infatti le informazioni sul nuovo leader sono abbastanza contraddittorie. Alcuni lo descrivono con attitudini filosofiche e politiche, altri come un uomo dal pugno di ferro, con il quale è difficile negoziare per le sue idee radicali. Nel frattempo, è certo che Uribe proseguirà nel suo piano di sicurezza democratica, che consiste in un paese militarizzato e in guerra aperta.

Raul ReyesDa parte delle Farc. Intanto, il nuovo Segretariato partirà, senza dubbio, dalle ultime volontà di Tirofijo, il quale, secondo i documenti ritrovati nel computer del numero due delle Farc, Raul Reyes, si sarebbe espresso in una lettera indirizzata ai suoi fedelissimi. In particolare, sembra si riferisca all'incontro avvenuto a Caracas tra Ivan Marquez e Hugo Chavez, sotto la supervisione della senatrice liberale Piedad Cordoba. L'invito è infatti a coltivare le relazioni di buon vicinato. Quel summit si verificò in occasione della mediazione che il capo di Stato venezuelano portò avanti con le Farc, su mandato del governo colombiano, riportando a casa ben sei ostaggi politici. E per Tirofijo è stata un'occasione fondamentale per il gruppo guerrigliero, al fine di ottenere il tanto agognato status di belligeranza, ossia la cancellazione dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche e l'assunzione a uno status di parte in guerra.

Piedad CordobaUltimi consigli. Lo scambio umanitario per Marulanda, dunque, serviva per riconquistare credito politico a livello internazionale, che “per colpa del governo Patrana”, il quale intavolò trattative di pace poi miseramente franate, “è andato perduto”. E giocare la carta della mediazione di Chavez per screditare il governo Uribe era per il grande leader indispensabile. Le prove in vita, che la guerriglia ha fatto avere di buona parte degli ostaggi nelle sue mani, erano pedina fondamentale in questo gioco strategico. Un piano che prevedeva anche il solleticare l'interesse dei cosiddetti paesi amici dello scambio (Francia, Spagna e Svizzera) e dei familiari, in modo che “se anche non raggiungiamo l'obiettivo con questo governo, gli creeremo seri problemi con l'opinione pubblica”. Dimostrare dunque tutta la buona volontà delle Farc allo scambio umanitario, in modo da smascherare la falsa predisposizione di un governo Uribe, che non ha mai materialmente fatto nulla per arrivare alla felice conclusione dell'accordo. Anzi, per tutta risposta alle aperture concretamente dimostrate dalle Farc, pochissimi giorni dopo il rilascio degli ultimi quattro dei sei liberati, ha ordinato l'uccisione del numero due della guerriglia, nonché portavoce e braccio destro di Marulanda, Raul Reyes, contatto privilegiato di Parigi nelle trattative per Ingrid Betancourt.
Nella lettera, infine, un appello di Tirofijo a continuare in azioni di disturbo su scala nazionale, per rendere il paese ingovernabile, e un monito a mantenere attivo il lavoro degli infiltrati nella società civile e nei fronti militari.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11193

Le due Moldavie

Da Chisinau, scrive Iulia Postica

A Chisinau, il 9 maggio, si potevano vedere, nello stesso momento, due Moldavie che guardano in direzioni lontane ed opposte. Quella che ricorda la vittoria dell'URSS nella II Guerra mondiale, e quella dei giovani che festeggiano il "Giorno dell'Europa"
Nel calendario delle feste ufficiali della Repubblica di Moldavia, il 9 maggio rappresenta il “Giorno della Vittoria”, celebrazione che, dopo un decennio di oblio, è tornata in auge col ritorno del partito comunista al potere. Ma se per molti nostalgici questa data è indissolubilmente legata alla vittoria dell'Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale, molti giovani moldavi preferiscono festeggiare il 9 maggio come “Giorno dell'Europa”.

Quest'anno, ufficialmente, il “Giorno dell'Europa” è stato festeggiato in Moldavia con un giorno di anticipo, l'8 maggio. La decisione di anticipare di un giorno questa ricorrenza è stata presa dalla Delegazione dell'Unione europea in Moldavia, insieme alla municipalità di Chisinau, proprio per la coincidenza della data con quella della festa del “Giorno della Vittoria”.

E' la prima volta che, in Moldavia, il “Giorno dell'Europa” viene festeggiato in pompa magna. L'inaugurazione delle cerimonie ha preso lungo nel cuore di Chisinau, all'ingresso del giardino pubblico “Stefan cel Mare”, dove una bandiera dell'Ue è stata dispiegata al vento, mentre altre due, fatte di fiori gialli e sassi blu, venivano inaugurate all'interno del parco.

Autorità locali, rappresentanti dell'Unione e ambasciatori accreditati a Chisinau erano presenti all'evento. Nel suo discorso d'apertura, il sindaco di Chisinau, Dorin Chirtoaca, ha detto di credere che l'integrazione europea della Moldavia avverrà in un futuro non lontano.

Tra i presenti anche Cesare De Montis, capo delegazione della Commissione Europea in Moldavia. “Vedo speranza negli occhi di chi è qui oggi. In altri paesi, la bandiera europea significa protezione. L'Ue non significa politica di potenza, ma democrazia, prosperità, diritti umani e libertà. La Moldavia ha fatto il suo primo passo verso l'Unione europea tre anni fa. Oggi vediamo i primi risultati di quello sforzo politico. Da oggi in poi, chiunque passeggi in questo giardino pubblico, vedendo questa bandiera, saprà che un giorno essa apparterrà anche alla Moldavia”, ha dichiarato De Montis.

La cerimonia, però, non è stata esente da polemiche. Dopo i due discorsi di apertura, il palco è stata lasciato a Valerii Klimenko, assessore del comune di Chisinau e presidente del partito Patria-Rodina Ravnopravie (Patria e Parità di diritti) formazione pro-russa e anti-Nato, che ha espresso il desiderio di prendere la parola.

L'intervento di Klimenko ha scioccato non pochi presenti, visto il suo carattere fortemente anti-Ue. Secondo Klimenko, la maggioranza dei cittadini di Chisinau, in realtà, non ha alcun desiderio di vedere spiegata la bandiera dell'Unione. “Qualcuno ha forse chiesto ai moldavi se vogliono essere alleati con chi uccide persone innocenti in Iraq?”, ha chiesto alla folla Klimenko.

Le parole di Klimenko, però, sembrano essere smentite da sondaggi secondo i quali più del 70% dei moldavi è a favore dell'integrazione europea del loro paese. Lo stesso Klimenko è stato interrotto dall'intervento rabbioso di alcuni presenti, che l'hanno colpito con un ombrello. Solo l'intervento del sindaco è riuscito ad impedire che la lite degenerasse ulteriormente.

“Se non gli avessimo lasciato esprimere le sue opinioni, non ci saremmo comportati in modo democratico, né europeo. Ognuno ha diritto a pensarla come vuole. In fondo non rappresenta che l'1-2% dei cittadini moldavi”, ha detto poi Dorin Chirtoaca.

Nonostante l'incidente, le cerimonie del “Giorno dell'Europa” sono proseguite in serata con un evento dal titolo “I colori dell'Europa”, organizzata dagli studenti dell'Università della Musica, Teatro ed Arte, a cui è seguita la cerimonia di assegnazione dello Europe Prize Award.

La celebrazione del “Giorno dell'Europa” non ha riguardato solo la capitale, ma anche le città di Balti e Cahul. Alunni e studenti di più di 150 tra scuole elementari, superiori ed università di queste città hanno partecipato al concorso “Messaggio per l'Europa”, partito all'inizio del 2008. Al liceo rumeno-inglese “Ion Creanga” di Chisinau è stato assegnato il primo premio della sezione “Scuola europea dell'anno”, seguito dal liceo “Ioan Voda” di Cahul e dal “Mihai Eminescu” di Balti.

Il 9 maggio, mentre i leader politici e istituzionali moldavi prendevano parte alle cerimonie del “Giorno della Vittoria”, alcuni partiti del campo liberale hanno organizzato una manifestazione dedicata al “Giorno dell'Europa”. Nella piazza antistante il Teatro dell'Opera si sono dati appuntamento simpatizzanti di quattro formazioni politiche: il Partito Liberaldemocratico Moldavo, il movimento “Azione Europea”, il partito “Alleanza per la Nostra Moldavia”, e il Partito Nazional Liberale, principale organizzatore della manifestazione.

Diana Crudu, presidente dell'organizzazione giovanile dei nazional-liberali, ha detto di vedere nel processo di integrazione europea non una possibilità di emigrazione verso occidente, ma un desiderio di successo e impegno nella vita politico-sociale del paese. “Vogliamo viaggiare in Europa senza visti, avere scuole di livello europeo e vivere in un paese che non intimorisca gli investitori stranieri. Non siamo diversi dagli altri giovani europei, ma abbiamo avuto la sfortuna di vivere in un paese che ha dimenticato di uscire dal tunnel della transizione”, ha detto la Crudu.

Soltanto il boulevard “Stefan cel Mare” divideva i giovani riuniti a festeggiare il “Giorno dell'Europa” dai veterani della Seconda guerra mondiale, che ricordavano il “Giorno della Vittoria”. A Chisinau, il 9 maggio, si potevano vedere, nello stesso momento, due Moldavie che guardano in direzioni lontane ed opposte.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9620/1/358/

L’Italia che fa il tifo per McCain

GUIDO MOLTEDO


Obama o McCain? Vuoi per realismo (uno come Barack, è il refrain, non riuscirà mai a diventare presidente degli Usa), vuoi per un’affinità ideologica e politica col personaggio, una parte importante dell’establishment intellettuale e mediatico italiano, anche di sinistra, scommette sul candidato repubblicano. Anzi, s’atteggia come se il senatore dell’Arizona avesse già un piede nella sala ovale della Casa Bianca. Giornali come il Corriere e la Stampa tradiscono antipatia o scetticismo verso il candidato democratico.
Così il Foglio. Così il Riformista.
Prima era Hillary la loro candidata “ineluttabile”.
Oggi è il vecchio eroe del Vietnam. Ma anche nelle discussioni informali con dirigenti politici del centrosinistra il ragionamento prevalente che si ascolta è questo: inutile sognare Obama alla Casa Bianca, meglio cominciare a fare i conti con il vero, prossimo inquilino della Casa Bianca.
Di qui a novembre il gioco delle scommesse su chi prenderà il posto di Bush continuerà via via che i sondaggi manderanno avanti il candidato repubblicano o quello democratico. Gli ultimi, dell’insospettabile Karl Rove, vedono ora Obama in testa nell’attribuzione probabile dei collegi elettorali.
Il punto, ovviamente, non è la fondatezza o la legittimità delle previsioni sulla vittoria di McCain.
Il tema si fa rilevante quando un certo tipo di schieramento intende condizionare il nostro discorso politico e influenzare le presenti scelte strategiche dell’Italia. La scommessa su McCain implica evidentemente una previsione di continuità ideologica e politica rispetto all’amministrazione Bush, con variazioni tutto sommato irrilevanti.
Lo “schema McCain”, peraltro, è anche intellettualmente più comodo. Tutte le posizioni che hanno caratterizzato in questi anni il dibattito italiano nei confronti dell’America e il suo ruolo nel mondo rimarrebbero pressoché invariate, per i filoamericani senza se e senza ma e per gli antiamericani. Uno scenario diverso implicherebbe ragionamenti e posizionamenti in cui, almeno al momento, nessuno sembra aver voglia d’infilarsi.
Sintomatica, da questo punto di vista, la scelta del Corriere della Sera di pubblicare un intervento di Robert Kagan, neoconservatore non pentito, tra i principali consiglieri di politica internazionale di McCain, a cui è seguito un dibattito. La nuova sortita di Kagan, che in America ha registrato peraltro scarse reazioni e tiepide, coincide con la pubblicazione, proprio in questi giorni, di un libro – che invece anima la discussione negli Usa – scritto da Fareed Zakaria, “The Post-American World”, a cui Barack Obama ha offerto un involontario spot in una foto in cui lo tiene tra le mani come un volume prezioso.
Sono due mondi diversi, davvero Venere e Marte, solo che questa volta i due pianeti non sono l’America e l’Europa, ma convivono entrambi in America In quello di Kagan la guerra in Iraq, quel che è ed è stato e purtroppo sarà ancora, è semplicemente omessa, e si ripropone l’approccio che risale ai tempi reaganiani – già allora Kagan era un intellettuale ascoltato dalla destra – secondo il quale le organizzazioni internazionali come l’Onu sono strumenti farraginosi e inservibili e nel quale tutto ruota intorno a un rigido dualismo, ereditato dalla guerra fredda, amico-nemico, buoni-cattivi, democratici-totalitari, Occidente-resto del mondo.
In Zakaria non si parla esplicitamente di declino americano, è sullo sfondo, ma si ragiona a partire dalla presa d’atto che, nel mondo policentrico di oggi, l’America, pur conservando la leadership morale mondiale e pur mantenendo il primato in diversi campi strategici deve misurarsi con altre potenze e con una pluralità di protagonisti.
Lo strumento-chiave diventa dunque il dialogo, la ricerca del consenso più ampio possibile. La politica e la diplomazia. Quando Barack Obama allude alla possibilità di dialogare anche con il nemico più efferato, per esempio con Ahmadinejad, non è certamente un cedimento – anche se così lo dipinge la propaganda repubblicana – ma un metodo che ha le sue ragioni in una radicata tradizione a cui la stessa amministrazione Bush ha dovuto richiamarsi. Parlare con la Corea del nord è servito di più che ostracizzare Teheran. E poi, sarà pure stucchevole ricordare l’Iraq, ma la filosofia interventista è ancora lì a ricordarci che danni produce e quali onde d’urto suscita nella regione.
Qualche tempo fa, su Newsweek, Zakaria ironizzava sul pericolo dell’Iran, accostato dai neconservatori a quel che fu l’Urss di Stalin o la Cina di Mao o la Germania di Hitler. Davvero ha questa capacità un paese con il Pil della Finlandia, un budget per la difesa di 4.8 miliardi di dollari, che non hai mai invaso un paese dalla fine del diciottesimo secolo, mentre gli Usa hanno un Pil 68 volte superiore e una bilancio per la difesa 110 volte più grande e mentre il grosso dei paesi mediorientali considera Teheran un nemico, davvero un paese così rappresenta una minaccia paragonabile a quella delle grandi dittature? Non è che elevando Ahamdinejad alla stregua dei grandi dittatori non si rafforza la sua statura nel Terzo Mondo proprio dove è già intenso il sentimento anti-occidentale e dove l’uomo forte di Teheran gode putroppo della fama di un loro paladino? Il bello della fase attuale, con un presidente ridotto a anatra zoppa e con una campagna elettorale caratterizzata da un’acuta dialettica, è che anche in Italia potrebbe aprirsi una discussione più libera, meno condizionata da assilli di schieramento, con l’apertura mentale necessaria a fare i conti sia con un’America decisa a continuare sulla strada segnata da Bush, sia con un’America ansiosa di voltare pagina e dar vita a un profondo cambiamento.
Fecondo anche per tutto l’Occidente.

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

 

Candidata Spd alla presidenza, colpo fatale alla Grosse Koalition

Il partito di Kurt Beck designa Gesine Schwan, in competizione con il presidente uscente Horst Köhler ricandidato dalla Cdu. La sinistra promette i suoi voti.

Il partito della sinistra radicale Die Linke, dopo la decisione della Spd di indicare Gesine Schwan come candidata per la sinistra alla carica di presidente federale, potrebbe provocare la rottura della Große Koalition, costringendo il governo ad anticipare le elezioni politiche previste nel 2009.
All’interno dell’assemblea federale, che il 23 maggio del 2009 dovrà nominare il nuovo presidente, la Cdu/Csu e la Fdp hanno ancora la maggioranza.

L’assemblea, però, è costituita in parte dai membri del Bundestag e in parte dai deputati dei parlamenti regionali, cosicché nei prossimi mesi la destra, stando a quanto dicono i recenti sondaggi, potrebbe perdere la maggioranza. Difatti, il partito Die Linke prossimamente potrebbe addirittura festeggiare il suo ingresso nel parlamento regionale in Baviera. Nella roccaforte della Csu i massimalisti potrebbero raggiungere il 5 per cento dei consensi, privando così della maggioranza assoluta al partito di Erwin Huber, il successore di Edmund Stoiber alla presidenza della Csu.

Il partito di Lothar Bisky e Oskar Lafontaine, però, potrà non solo mettere fine alla maggioranza di destra nell’assemblea federale, ma, oltretutto, mettere in serie difficoltà il Partito socialdemocratico di Kurt Beck. Il leader della Spd, infatti, sarà costretto al più tardi dopo le elezioni per la carica di presidente federale il 23 maggio del 2009 – vale a dire a pochi mesi delle politiche –, a prendere una decisione per quanto riguarda una coalizione con Die Linke. Beck, tuttavia, continua imperterrito a escludere una coalizione con i massimalisti. Ma da circa una settimana a Berlino si vocifera che un’eventuale nomina di Gesine Schwan con l’aiuto dei voti dei massimalisti vorrebbe dire la rottura definitiva della Grande Coalizione, perché a quel punto la fiducia nei rapporti tra Cdu/Csu e Spd si deteriorerebbe. La Schwan, stando a quanto riferisce il settimanale Der Spiegel, gode di un’ottima reputazione anche all’interno del partito Die Linke.

La sessantacinquenne Schwan, è attualmente rettore dell’università Viadrina a Francoforte sull’Oder, nell’est della Germania, ed è stata candidata della Spd a presidente federale già nel 2004. Allora fu battuta di un soffio dall’attuale presidente federale, Horst Köhler, che secondo gli ultimi sondaggi è in assoluto il politico più amato dai tedeschi. Per la prima volta nella storia della repubblica federale tedesca si assisterà, dunque, a una vera e propria campagna elettorale per la carica alla presidenza della repubblica.
Ieri, poco dopo aver reso pubblica la sua candidatura, la Schwan ha, infatti, annunciato di voler raccogliere consensi non solo a sinistra, ma anche a destra, sfidando così apertamente l’attuale presidente Già nel 2004 la Schwan ha potuto contare sui voti dell’allora Pds – poi trasformatosi in Die Linkspartei e dopo le elezioni del 2005 divenuta Die Linke. Allora, però, a causa della maggioranza rosso-verde nel Bundestag che durava dal 1998, a nessuno interessava sapere chi votassero i deputati della Pds, perché quattro anni fa i massimalisti erano in crisi e raccoglievano consensi solo nell’est della Germania.
Oggi la situazione si è capovolta: il partito Die Linke, grazie alla sua politica a favore delle classi sociali più deboli e a causa della crisi perenne della socialdemocrazia tedesca, è in ascesa anche nell’ovest del paese.

Negli ultimi anni sono riusciti a entrare nei parlamenti regionali dell’Assia, d’Amburgo e della Bassa Sassonia.
Mentre il leader della Spd continua a perdere colpi, secondo un sondaggio del settimanale Stern il 40 per cento considera giuste le richieste di Lafontaine, che comprendono il ritiro immediato dell’esercito tedesco dall’Afghanistan, l’introduzione del salario minimo, la cancellazione dell’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e la riforma del lavoro.
Al di là dei sondaggi, però, il peso politico dei massimalisti si è potuto osservare soprattutto la scorsa settimana nel Bundesrat, dove i delegati dei singoli Bundesländer dovevano votare il trattato europeo di Lisbona.

L’unico Land che ha votato contro è stato Berlino, dove il sindaco socialdemocratico Klaus Wowereit governa con i massimalisti. A causa della pressione esercitata da parte dei vertici del partito Die Linke – contrari alla riforma del trattato europeo, perché considerano la politica dell’Ue imperialista –, Wowereit ha dovuto cedere astenendosi al voto, altrimenti la coalizione rossa nella capitale tedesca sarebbe finita.http://politicatedesca.blog.de/


La finanza islamica guarda a oriente

A dire il vero, a oriente si è sempre rivolta, la finanza islamica. Lo sguardo che parte dal Golfo è più spesso interessato a subcontinente indiano, sud-est asiatico e oriente estremo, di quanto sia attratto dalle prospettive economiche occidentali. E così, non deve sorprendere più di tanto la notizia, di ieri, dell'accordo tra la Hong Kong Monetary Authority (HKMA) e la Dubai International Financial Centre Authority (DIFC), per lo sviluppo della finanza islamica dalle parti di Hong Kong, che rimane sempre una delle porte della Cina.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Libano, Suleiman eletto presidente

di Fabio Pireddu

 

Il parlamento libanese ha eletto presidente del Paese il generale Michel Suleiman. La carica era vacante da novembre e si spera che possa porre fine alla situazione di instabilità nella regione. Il nome di Suleiman è frutto di un compromesso tra il governo filo occidentale e l'opposizione guidata da Hezbollah. Già durante gli scontri delle ultime settimane l'esercito guidato da Suleiman era intervenuto nelle zone interessate dagli scontri tra Hezbollah e fazioni filo governative.

Il nuovo presidente ha subito dichiarato che lavorerà perchè si apra una «nuova fase» nel paese e si riprenda il dialogo tra tutte le fazioni. «Questo è un inizio per la nazione – ha detto Suleiman – che sta cominciando a svegliarsi dall'autodistruzione».

Il generale Suleiman sembra non abbia nessuna opposizione, visto che la sua elezione è stata sancita da 118 voti su 127 membri del parlamento. È visto da tutti come una figura imparziale e al di sopra delle parti che ha lavorato per mantenere la neutralità dell'esercito durante gli scontri tra fazioni.http://www.ecodelmondo.com/libano-suleiman-eletto-presidente.htm


Pakistan

riforme costituzionali limiteranno il potere di Musharraf

Sabato 24 maggio il Pakistan People's Party (PPP), il partito che guida la coalizione di governo, ha proposto degli emendamenti alla Costituzione che porterebbero al reinsediamento dei giudici deposti da Musharraf e limitazioni all'autorità del presidente stesso. In particolare gli emendamenti limiterebbero il potere presidenziale aumentando l'autorità del parlamento e conferendo al primo ministro il potere di scegliere i governatori provinciali e alcuni ministri importanti incluso, a quanto pare, anche quello della difesa. La proposta include anche la limitazione del mandato presidenziale a due termini e a tre anni il mantenimento della carica di giudica capo della Corte Suprema. Il PPP ha inoltre proposto lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale, la cancellazione del potere presidenziale di deporre ufficiali governativi regolarmente eletti e il diritto di mantenere due posizioni governative allo stesso tempo.

Per essere approvate queste riforme dovranno avere il favore di due terzi del parlamento. Secondo quanto affermato da Asif Ali Zardari, co-presidente del Central Executive Committee del PPP, nonché leader del partito da quando sua moglie Benazir Bhutto e stata uccisa lo scorso dicembre, il pacchetto di riforme dovrebbe essere votato entro giugno, ma è probabile che si verificheranno dei rinvii. Intanto continuano le proteste di piazza organizzate dai gruppi che si oppongono a Musharraf, primi fra tutti i giudici che si battono per il reinsediamento di Iftikhar Mohammed Chaudhry, il quale venne destituito, insieme a molti altri giudici, da Musharraf, poco prima che la stessa Corte Suprema potesse pronunciarsi sulla legittimità dell'elezione che ha conferito il secondo mandato al presidente.La politica adottata dal PPP nei confronti del presidente sembra quella di limitarne gradualmente i poteri, evitando azioni radicali che potrebbero aggravare la già instabile situazione politica in cui versa il paese. Lo stesso Zardari ha dichiarato di preferire che Musharraf se ne vada di sua volontà, piuttosto che attuare una procedure d'impeachment. Al contrario l'ex-presidente Nawaz Sharif, leader della Pakistan Muslim League - Nawaz, il secondo partito della coalizione al governo, promuove la linea della destituzione presidente.

Cavalcando l'onda della crescente opposizione a Musharraf, Nawaz Sharif ha visto crescere la propria popolarità e non sembra intenzionato ad adottare la linea morbida nei confronti di Musharraf. La situazione è osservata con grande apprensione da Washington, dove si teme che una destituzione o anche solo una forte marginalizzazione del presidente possa portare ad un mancato supporto da parte del Pakistan nella guerra al terrorismo. In effetti il nuovo governo sembra intenzionato a seguire la via del dialogo con i ribelli islamici attivi nel paese, come testimoniato dall'accordo di cessate il fuoco nella Swat Valley siglato con i talilbani guidati dal Maulana Fazlullah. Secondo i termini dell'accordo il governo avrebbe acconsentito a ritirare le truppe e accettato l'imposizione della legge islamica.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32826


Lo Sri Lanka affonda nella guerra e nella crisi economica
di Melani Manel Perera
All’indomani dell’attentato, che alla periferia di Colombo ha fatto 9 morti, gli abitanti della capitale testimoniano grande contrarietà ad una soluzione militare del conflitto civile ed esprimono grave preoccupazione per il futuro del Paese.

Colombo (AsiaNews) - Lo Sri Lanka si muove verso una fase molto critica della sua storia, la guerra civile e gli attentati tolgono il fiato alla gente, che non si sente neppure più libera di respirare, mentre la crisi economica strangola intere famiglie e i giovani non vedono un futuro. Sono le impressioni raccolte da AsiaNews tra gli abitanti di Colombo, all’indomani della bomba alla stazione ferroviaria di Dehiwela, nella periferia della capitale.
 
L’esplosione, avvenuta ieri pomeriggio nell’ora di punta, ha ucciso 9 persone e ferite oltre 70. Tra i morti ci sono diverse donne, di cui una incinta. L'esercito accusa i ribelli delle Tigri Tamil (Ltte), che dal canto loro non hanno diffuso alcuna dichiarazione. Le forze governative e le Ltte vivono un nuovo cruento capitolo della guerra civile, che dura da 25 anni e in cui sono morte oltre 70mila persone. Quest'ultima esplosione giunge mentre l'esercito è impegnato in un'offensiva per riconquistare l’ultima roccaforte delle Tigri, nel nord del Paese. Secondo alcune ipotesi, l’attentato di ieri sarebbe una rappresaglia contro l’uccisione di 16 civili ad opera delle forze cingalesi, avvenuto a Kilinochi lo scorso 23 maggio.
 
“Uccidersi a vicenda – lamenta Gajadheera Sirimewan, 57 anni, buddista – servirà solo a non raggiungere mai la pace. Governo e ribelli devono capirlo”. “Serve una soluzione politica – suggerisce Thimbiriagama Mahindapala, 50 anni – e non militare altrimenti nessuno potrà mettere fine a questo massacro di innocenti”. L’uomo aggiunge che “ormai la gente non si sente più sicura in tutto il Paese, indistintamente, molte persone soffrono per la crisi dei prezzi dei generi alimentari e la situazione è ad un punto insostenibile per la popolazione. Il governo deve fermare la guerra”.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12361&size=A

 

AGIRE DI FRONTE AL COLLASSO. COSA FARE? COSA FARE?

 

DI CAROLYN BAKER
carolynbaker.net

Ogni volta che scrivo un articolo sul collasso in atto, ad esempio il recentissimo "Happy Independence Day; You Have No Government", vengo bombardata da email che mi chiedono "cosa posso fare?". Per tutti quelli che hanno appena scoperto il mio sito si tratta di una domanda legittima, perché per loro quella del collasso potrebbe essere una realtà ignota. Quelli che invece mi seguono da tempo hanno già ricevuto numerosi suggerimenti su come agire, ma in quest'articolo fornirò di nuovo i miei consigli, in una forma più chiara e concisa di quanto non abbia mai fatto in passato. L'urgenza che percepirete nel testo dipende dall'urgenza che io e i miei colleghi percepiamo in questo momento. In tutta sincerità, è ora di smetterla di prenderci in giro con discorsi sul collasso e cominciare ad agire. Il dado è tratto, e stiamo vivendo in un'atmosfera molto simile a quella della Germania alla vigilia della II guerra mondiale. Muovetevi e smettetela di speculare e teorizzare. Lo spettacolo ha inizio.

La prima cosa che non sono disposta a dirvi è che il collasso può essere evitato, o che l'ingegnosità umana e la tecnologia troveranno la strada per liberarcene. Non vi dirò che un qualche movimento di massa, un qualche magico http://www.collapse.org/, indurrà i progressisti a protestare in coro, a scrivere lettere al Congresso, a creare blog e siti web, a sostenere il "giusto" candidato, a sollecitare donazioni. Decisamente no, quello che voglio dirvi è che come nazione e come pianeta siamo fregati, fottuti, nei guai fino al collo, o, se preferite sentirvelo dire in spagnolo, estamos jodidos.

La seconda cosa che non sono disposta a dirvi è quel che vi piacerebbe sentire: che potete continuare nel vostro attuale stile di vita e che in qualche modo riuscirete a evitare il collasso. Non vi dirò che potete continuare ad avere rapporti bancari con la Wells Fargo, la Bank of America, la Citibank, o con uno qualsiasi degli altri diabolici mostri finanziari, tanto la cosa non avrà la minima importanza per voi o per qualcun altro. Non vi dirò che potete continuare a comprare i vostri alimenti nel supermercato locale o da Walmart, perché tutto è in ordine. Non vi dirò di andare a votare per un candidato alle presidenziali 2008, dato che anche se c'è un'elezione chiunque venga selezionato dal sistema di voto elettronico del complesso industriale non sarà altro che un uomo (o una donna) che apparterranno interamente – corpo, cervello e anima - al complesso. Non vi dirò di comprare un'auto ibrida o di piazzare pannelli solari sul tetto. In effetti, prima di dirvi di fare qualsiasi cosa v'inviterò ad impegnarvi a non fare niente.

Tim Bennett e Sally Erickson, creatori del documentario "What A Way To Go: Life At The End Of Empire", hanno elencato cinque cose che potete fare, e io partirò proprio da qui.

A differenza delle antiche culture, l'America è una società di maniaci amanti dell'azione. Prima ancora di aver capito un problema già ci stiamo agitando freneticamente per trovare una soluzione. Allora, io per prima cosa vi chiederò di fermarvi dove siete e di non fare nulla. In effetti vi suggerisco di uscire all'aperto, di sedervi su un tronco, un ceppo, una roccia, o sull'erba, e di non fare e dire niente. Osservate il fiume o la corrente, esaminate un filo d'erba, prendete una manciata di terra, studiate una colonia di formiche: qualsiasi cosa facciate fatelo con la massima attenzione. Guardate, ascoltate, odorate, e soprattutto cercate di percepire le vostre stesse emozioni nel momento in cui:

1) "rendetevi perfettamente conto e internalizzate che la cultura dell'Impero sta distruggendo il sistema di sostegno da cui dipende l'insieme della vita, e sta rubandoci l'essenza stessa dell'umanità".

Rendetevi conto che, per quanti sforzi facciate voi e quelli che conoscete e amate, niente potrà evitare il collasso. Prestate inoltre attenzione al senso d'impotenza, vulnerabilità e disperazione che nel contempo s'impadronisce di voi e al sentimento di perdita definitiva del fiume, erba, suolo o animali che state osservando. Tutto quello che state osservando e ha dato un senso alla vostra vita presto sparirà. Che cosa provate? Si, lo so. Tristezza, orrore, rabbia: e ora vi sentite ancora più persi. Va tutto bene. Abbandonatevi a questa sensazione; sul serio, lasciatevi completamente andare. È un momento magico, è il momento della verità: è la vostra meditazione o giù di lì, e non potete fare niente altro di concreto, di efficace, fino a quando provate questo senso di frustrazione. In altre parole, abituatevi all'idea del collasso. Smettetela di girarci intorno, pensateci, abituatevici. Quanto più pensate a cosa fare tanto meno vi concentrate sulle sensazioni, e le vostre azioni non serviranno a niente fino a quando non proverete le sensazioni alla base delle vostre azioni. E ora che avete sperimentato questi momenti estremamente preziosi e necessari di sacra illuminazione, entrate in sintonia con coloro che amate e cominciate a discutere.

2) "Parlate delle vostre paure con tutti quelli che conoscete. Trasformate il picco petrolifero, il cambio climatico, l'estinzione di massa e la sovrappopolazione in termini familiari". Ci saranno molti coi quali non sarà possibile discutere simili argomenti. Cercate quelli con cui potete farlo. È l'inizio della "ricerca della vostra tribù": individuare le persone che hanno capito il problema, che sentono quello che voi sentite e che non cercano più d'ignorare il collasso. Probabilmente hanno cercato persone come voi con lo stesso senso di urgenza con cui lo state facendo voi. Non limitatevi a parlare di fatti, ricerche, segni del collasso, parlate anche, e forse è ancora più importante, dei sentimenti che destano in voi. Non è difficile. Se avete figli, pensate al loro futuro. Cosa sentite?

Lo so, volete sapere cosa fare, ma prendete il vostro tempo. Vi state muovendo troppo velocemente. Assorbite sensazioni e parlate.

La prima cosa da fare riguarda voi e il vostro mondo interiore. Dovete pensare a come volete posizionarvi di fronte all'imminente collasso. Che tipo di lavoro volete veramente fare?

3) "Cerca il tuo posto nel mondo per preservare la vita, cambia l'attuale cultura e/o crea approcci positivi affinché singoli e comunità possano vivere in armonia tra loro e con il mondo non umano". La vostra attuale attività aiuta a preservare la vita? Dovete trasferirvi in un'altra parte del paese o del mondo in modo che voi e i vostri cari possiate adottare uno stile di vita che vi prepari al collasso? Come vi state preparando ad assumervi la responsabilità delle vostre esigenze alimentari? E come pensate di vivere in un mondo postpetrolifero? Riuscite a immaginare cosa ciò significherà? Cambi così drammatici non avvengono dall'oggi al domani; c'è una transizione, ma ricordatevi che non avete dinanzi a voi un tempo infinito. Mentre leggevate quest'articolo si sono estinte varie decine di specie.

4) "Valuta di cosa hai veramente bisogno per vivere e lavorare in questo periodo di transizione. Compra solo quello che veramente ti serve, e compralo da fonti locali, in modo da sostenere lo sviluppo di economie locali". E adesso arriviamo a un esercizio di estrema importanza: di cosa ho bisogno e di cosa posso fare a meno? Prepararsi al collasso richiederà tanti adattamenti nella vostra vita quanto il collasso stesso. Ogni passo nei preparativi significa mediare, eliminare qualcosa, mettere insieme, sempre guidati dal principio "Chi voglio essere? Che cosa è veramente importante? Di cosa ho veramente bisogno e di cosa posso fare a meno?".

Penso che uno dei motivi per cui l'idea stessa del collasso risulta impensabile per molti individui è che costoro non dispongono di basi spirituali (non intendo dire religiose) per assimilarla. D'altra parte, alcuni possono elaborare a fondo il concetto e capirne la scoraggiante realtà, e ciononostante trattarlo con cinismo e amarezza. Tutte le domande che vi ho suggerito di porre a voi stessi sono domande essenzialmente spirituali perché coinvolgono l'anima.

5) Quindi "cercate o rafforzate il vostro collegamento spirituale con ciò che per voi è preminente. Chiedete e poi ascoltate i consigli su come vivere con gioia e creatività in questi tempi senza precedenti".

Uno dei miei mantra favoriti è una citazione di Derrick Jensen: "Siamo fottuti, e la vita è veramente, ma veramente, bella". In tempi calamitosi abbiamo bisogno di divertimenti, gioia, giochi, un cuore leggero, arte, musica, poesia, canzoni, racconti, e di una creatività multiforme. Lo so, è una sfida enorme riunire queste emozioni contrastanti in uno stesso corpo, ma è il nostro dovere di fronte alla fine del mondo che abbiamo conosciuto. Ricordate le parole di Morpheus in "The Matrix": "Non dico che sarà facile, dico solo che è vero".

Dal 14 al 28 luglio [2007 n.d.r.] non userò il computer e non mi collegherò a Truth To Power. Non solo ho bisogno di staccare per due settimane, ma ho anche bisogno di riunirmi con la mia "tribù" e passare giorni e notti a condividere le nostre sensazioni e a pianificare come possiamo creare e mantenere in vita un gruppo capace di muoversi nel collasso. Spesso la gente mi chiede cosa sto facendo per prepararmi e dove mi stabilirò. Anche se fossi in grado di dirvelo, le mie parole non sarebbero necessariamente un'utile indicazione su quello che voi dovreste fare o su dove dovreste collocarvi. Siete i soli in grado di scoprirlo. Mi auguro solamente che userete queste due settimane per riflettere sul vostro futuro, su dove dovrete essere e su quello che bisognerà fare.

Ricordate. Mentre l'impero fascista si manifesta tutto intorno a noi, non esistono "soluzioni", ma solo opzioni. Una parte dei piani dell'impero prevede di lasciarvi cercare soluzioni, come un cane che si morde la coda, e di farvi evitare coloro che non ve ne offrono ma vi dicono invece la verità: che il futuro vostro e dei vostri cari è interamente nelle vostre mani, e non in quelle di qualcun altro. Quanto più presto abbandonerete l'illusione di poter evitare il collasso e che esista qualcosa o qualcuno in grado di evitarlo, tante più energie sarete in grado di liberare per agire nell'interesse vostro e della vostra tribù.

Bene, adesso vi ho detto cosa fare. Se non volete o rifiutate di agire in questo senso, non chiamatemi "deprimente", "negativa" o "uccello del malaugurio". Guardatevi allo specchio e chiedetevi come mai dopo tutto questo tempo, e nonostante tutte le informazioni in vostro possesso, siete ancora a quel punto. Qualcuno ha detto "Affrontate la realtà o la realtà affronterà voi". Volete affrontare la realtà quando vi troverete di fronte al collasso, o volete agire adesso per prepararvi ad affrontarlo? Prendete coscienza dei vostri autentici sentimenti su questo mondo che collassa, poi unitevi alla vostra tribù per costruire le scialuppe di salvataggio. Per due settimane il sito sarà in "ibernazione": potrebbe essere un periodo prezioso per riflettere, sentire, agire prima che il tempo scada.

Titolo originale: "WHAT TO DO? WHAT TO DO? Taking Action In The Face Of Collapse"

Fonte: http://carolynbaker.net/
Link
10.07.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO


La giunta birmana proroga i domiciliari per Suu Kyi

La giunta militare birmana ha prorogato per l’ennesima volta gli arresti domiciliari a carico di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione. Lo hanno riferito fonti governative, secondo cui la 62enne militante è stata informata della decisione nel corso di un breve colloquio avvenuto a casa sua, una modesta villetta in cui è segregata continuativamente dal 2003, e ove ha trascorso dodici degli ultimi diciotto anni. Questa mattina, una ventina di attivisti della Lega nazionale per la democrazia erano stati fermati e portati via dalle forze di sicurezza per aver tentato di raggiungere la residenza di Suu Kyi alla periferia di Rangoon: la casa però era stata isolata con barricate di filo spinato. Proprio come la sede della Lnd, dove era prevista oggi la commemorazione del diciottesimo anniversario delle elezioni politiche del ‘90, vinte in modo schiacciante proprio dalla Lega: un successo tuttavia mai riconosciuto dal regime.
Intanto l’Organizzazione mondiale della sanità annuncia di aver ricevuto segnalazioni di casi di colera a Yangon. La situazione nel paese è molto critica: a 25 giorni dal passaggio del ciclone Nargis, meno della metà della popolazione colpita ha ricevuto gli aiuti inviati dall’estero: secondo l’Onu 1 milione di persone sono state finora soccorse, mentre 1 milione e 400 mila quelle aspettano ancora e la stagione delle monsoni è alle porte.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/14053

UE : mediatore , Commissione non discrimini lingue europee
di Gabriella Mira Marq

Le organizzazioni debbono poter presentare progetti alla UE in una qualsiasi delle lingue ufficiali europee. Lo ha detto il Mediatore europeo, P. Nikiforos Diamandouros, criticando la Commissione europea per discriminazione linguistica.

La presa di posizione del mediatore consegue una denuncia da una ONG tedesca del fatto che l'invito della Commissione a presentare proposte relativamente a progetti per l'aiuto alle vittime di torture e' stato limitato a inglese, francese o spagnolo.

La Commissione ha rifiutato di accettare una raccomandazione del Mediatore che esortava ad accettare qualsiasi lingua dell'UE. Secondo la Commissione, l'uso di tutte le lingue dell'Unione europea non sarebbe pratico nel settore dell'assistenza esterna.

Diamandouros ha commentato: "La tesi della Commissione non sono convincenti. Le ONG hanno il diritto di utilizzare una qualsiasi delle lingue dell'Unione europea durante l'invio di documenti alle istituzioni dell'UE. Il rifiuto della Commissione di conformarsi a questo obbligo giuridico costituisce cattiva amministrazione".


www.osservatoriosullalegalita.org


Le tensioni razziali sotterranee che accompagnano la sfida presidenziale tra la bianca Hillary Clinton e il nero Barack Obama, non sono le sole a creare problemi al partito democratico negli Usa. I ‘bloggers’ afroamericani e ispanici sono in rivolta, perche’ ritengono di essere stati discriminati nell’assegnazione dei posti alla prossima convention del partito, in agosto a Denver. […]
Quattro anni fa, la convention che incorono’ John Kerry come sfidante di George W.Bush per la Casa Bianca segno’ anche una svolta nel mondo dei media, riconoscendo ufficialmente la nascita della blogosfera come categoria giornalistica e creando un pool di 30 bloggers accreditati a seguire i lavori. Stavolta oltre 400 bloggers hanno fatto domanda di essere accreditati e i responsabili della convention li hanno divisi in due gruppi. Ci saranno gli ‘State Blogger Corps’, un nucleo privilegiato di 55 curatori di blog che potranno stare in platea tra i delegati dei loro stati, e un ‘General Blogger Pool’ che ospitera’ invece tutti gli altri, con meno liberta’ di movimento.
La grana, per il partito democratico, e’ scoppiata per una rivolta lanciata online da vari blog dell’ ‘Afrosfera’ - la blogsfera d’impronta afroamericana - e di etnia e lingua ispanica. I bloggers neri sono particolarmente furiosi, racconta il Washington Post, perche’ ritengono di essere stati discriminati rispetto ai bianchi nell’assegnazione dei posti migliori. ”Non c’e’ niente di ‘democratico’ - ha scritto uno di loro, Francis Holland - in una convention nazionale democratica dove i Blogger Corps sono tutti bianchi”. Il tutto, sottolinea Holland, in quella che probabilmente sara’ la prima convention nella storia a incoronare un candidato nero, Barack Obama.
I responsabili della convention hanno replicato che la scelta viene fatta sulla base della popolarita’ dei blog, del numero dei lettori, del loro ‘rating’ online e del focus che hanno sui rispettivi stati. Ma questo non ha placato gli animi della blogosfera, che minaccia barricate virtuali per protestare contro le presunte discriminazioni razziali.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/05/27/la-rivolta-dei-bloggers-neri/#more-60


VIETNAM: Bambini abbandonati e adozioni truffa, cos'è peggio?
Helen Clark



HANOI, (IPS) - Mentre il Vietnam blocca l'accordo di regolamentazione delle adozioni con gli Stati Uniti, a seguito di un rapporto Usa che denunciava episodi di corruzione, vendita di bambini e allontanamento forzato delle madri naturali, il problema dei bambini abbandonati rimane irrisolto.



Il blocco delle adozioni Usa in Vietnam a partire da luglio pone una drastica fine a una tendenza positiva che aveva visto l’adozione di 1.200 bambini vietnamiti nei 18 mesi precedenti al 31 marzo. Nel 2007, erano stati adottati 828 bambini vietnamiti, circa il 400 per cento in più rispetto al 2006, secondo le stime ufficiali.

Secondo il rapporto redatto dall’ambasciata americana, pubblicato a fine aprile, l’85 per cento dei bambini adottati era considerato “abbandonato”. Prima del 2002 (quando gli Usa avevano sospeso le adozioni a causa dei timori di corruzione, prima di una ripresa nel 2006), solo nel 20 per cento dei casi erano considerati tali.

I casi fraudolenti citati nel rapporto comprendevano quello di una nonna che aveva ceduto la nipotina mentre la nuora lavorava in un’altra provincia, e di un bambino portato via dall’ospedale perché la madre non poteva pagare il conto.

Secondo il rapporto dell’ambasciata, le truffe hanno origine dalla legge vietnamita sulle adozioni straniere, che richiede l’intervento di agenzie internazionali per finanziare gli orfanotrofi, prima di occuparsi delle adozioni.

Malgrado sia difficile raccogliere cifre esatte, risulta che in Vietnam i bambini vengano regolarmente abbandonati a causa di gravidanze fuori dal matrimonio considerate socialmente sconvenienti.

”I dati disponibili non sono affidabili”, ha detto all’IPS Caroline den Dulk, portavoce delle Nazioni Unite, che parla a nome dell’agenzia Onu per l’infanzia (UNICEF).

L’UNICEF lavora insieme al ministero del lavoro, degli invalidi di guerra e degli affari sociali (MOLISA), e al ministero della giustizia in aree in cui la politica e la legislazione che regolamentano orfanotrofi e abbandono dei minori sono una in fase di transizione. “Sarebbe necessario migliorare il sistema di raccolta delle informazioni”, ha detto den Dulk.

Come accade in tante situazioni tragiche, i casi individuali commuovono più dei tanti senza nome. Ad aprile, i quotidiani locali hanno raccontato la storia di Phung Thien Nhan, abbandonato alla nascita su una collina fuori dal suo villaggio impoverito. A soli 21 mesi, ha perso la gamba destra e i genitali dopo l’attacco di un animale selvatico, prima di essere ritrovato e portato in ospedale sul sellino di una motocicletta.

La gente andava a visitare il piccolo sopravvissuto miracolosamente, portando doni e qualche volta i propri bambini. Dopo due mesi di cure il piccolo era stato restituito alla sua famiglia, dove però aveva ritrovato una situazione di malnutrizione e complicazioni mediche per mancanza di cure adeguate.

Adottato dalla giornalista vietnamita Tran Mai Anh e dalla sua famiglia, la storia del bambino è tornata al centro delle cronache grazie soprattutto alla campagna di informazione di una scrittrice canadese, Elke Ray, amica della madre adottiva. La gente fa regolarmente visita alla famiglia portando doni e i propri bambini per giocare con lui. "Il paragone con i tanti bambini suoi coetanei emoziona tutti", ha detto Mai Anh, rispondendo alla domanda sul perché questo caso particolare avesse colpito tanto l’opinione pubblica.

”(Una simile attenzione) penso sia da attribuire all’entità delle sue ferite”, ha detto Ray. “Qui i bambini vengono abbandonati continuamente, e la gente preferisce non parlarne... non piace a nessuno pensare a certe cose”. Secondo Mai Anh, questa situazione è conseguenza della condanna diffusa delle madri non sposate, e dell’assenza di servizi sociali. “Le donne che abbandonano questi bambini di solito sono veramente povere”.

Paul Philips, responsabile di Charity Tuesday, organizzazione che fornisce cibo, medicine e trasporto a orfanotrofi privati (le cosiddette “case dell’amore”), è d’accordo con Ray. “I valori tradizionali sono ancora molto forti in diverse parti del paese, ed è da lì che arrivano la maggior parte dei casi di abbandono. È la disperazione assoluta, le donne non sanno a chi rivolgersi, non hanno nessuna assistenza sociale”.

L’8 aprile, il quotidiano “Thanh Ninen” ha raccontato la storia su “La fossa comune dei bambini abbandonati”, nella provincia centrale di Thua Thien-Hue. I due uomini di cui parla l’articolo avrebbero sepolto circa 30mila neonati indesiderati in 16 anni di straziante lavoro volontario.

Trong Viet Hieu ha detto al quotidiano di aver iniziato nel 1992, dopo il ritrovamento del cadavere di un neonato in una busta di plastica. Quando è stato intervistato, insieme al suo amico Truong Van Nang avevano appena scavato 40 tombe per la settimana successiva.

”Non capisco, leggere una cosa simile è terribile”, ha detto Leah Fitzgerald, operatrice volontaria australiana che vive in Vietnam da circa dieci anni. Negli ultimi 14 mesi ha cercato di adottare un bambino vietnamita, ma l’Australia non ha un accordo con il Vietnam sulle adozioni, e quindi non può passare attraverso un’agenzia ufficiale.

”Loro (il ministero della giustizia) non sono interessati”, ha raccontato Fitzgerald all’IPS. “Non ne traggono alcun vantaggio, io sono una sola persona”. Le hanno detto diverse volte che non ci sono bambini disponibili, raccomandandole di “arrivare a un accordo” personale con qualche famiglia, per poi fare richiesta scritta.

La gente spera che le cose migliorino. “È evidente che l’attenzione dei media sta crescendo e anche la preoccupazione dell’opinione pubblica”, ha detto den Dulkhttp://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1206


maggio 27 2008

Questo è, non vi agitate

 

Alessandro D’Amato ha fatto un giro al Pigneto, dove tre negozi gestiti da immigrati del Bangladesh sono stati devastati, nei giorni scorsi, da un gruppo di violenti che è lecito chiamare gang, pare, ma non squadraccia. Non è violenza politica, e che al governo del paese ci sia un centrodestra che ha saputo al meglio intercettare paure xenofobe per piazzare speranze da stato di polizia, be’, è cosa che non c’entra niente, anzi, è cosa opinabile già nella premessa.
Anzi, se ci si vuol vedere a tutti i costi un nesso, si è capziosi. Si tratta di pervertiti apolitici; teppa da stadio, forse; che a casa hanno un busto di bronzo uguale a quello che ha Ciarrapico, ma è per puro caso, per coincidenza di gusti artistici.

Solo un caso che “il Pigneto [sia] un quartiere speciale, un modello per l’integrazione rispetto agli altri romani”: vederci una strategia senza mandante sarebbe comunque dietrologia, nessuno s’azzardi, sarebbe patetico e pericoloso fare la parodia di Pasolini.
E poi lo sanno tutti: i fascisti (ma oggi fa più chic chiamarle “frange estreme”, di cosa non si sa) i fascisti, dicevo, puntano i clandestini; e i titolari dei negozi devastati erano perfettamente in regola; ergo, gli aggressori non erano fascisti; forse nemmeno “frange estreme”; saranno stati bidonati dai commercianti del Bangladesh – chissà che sola! – e avranno esposto reclamo in modo intemperante. Questo è, non vi agitate.
http://malvino.ilcannocchiale.it/


l'erba del vicino è sempre più verde fluorescente

Ogni volta che mi viene un attacco di nostalgia guardo repubblica e corriere.it e mi passa. L'escalation di questi giorni è impressionante: prima la simpatica moda di bruciare indistintamente rom e munnezza, poi la ministra bond girl rivela al mondo intero di essere stata in realtà creata da una costola della Binetti, poi, visto che gli emigrati sono brutti e cattivi, li facciamo diventare ancora più cattivi inventandoci il reato di clandestinità e adesso la riapertura anzi la nuova costruzione di centrali nucleari. In Italia l'ecologia è di sinistra (almeno è così quello che ci hanno sempre detto) e quindi non si è fatto nulla. Vuoi rovinare i nostri bei palazzi con i pannelli solari? Meglio una nebbia nera e file chilometriche di macchine in entrata e in uscita dalle grandi città perché non ci sono i soldi per i mezzi pubblici, questa sì che è una vera bellezza! Qui quella frikkettona della Merkel ha annunciato che il Reichstag di Berlino da questa estate sarà alimentato interamente con fonti energetiche rinnovabili, il grattacielo di vetro delle poste tedesche a Bonn è bio bio, Colonia si dichiara "Low Emission Zone" e insomma non continuo con l'elenco conscia anche del fatto che questa sia pubblicità ma la pubblicità la si fa utilizzando un qualcosa che passa come valore positivo (inquinamento = cattivo, ecologia = buona). Meno male che Veltroni farà dura opposizione alla legge "salva Rete 4". Ora sono più serena. http://tuttincolonia.splinder.com/

Chiaiano, Italia

 

Su googlevideo è visibile “Vietato Respirare”, il video che abbiamo realizzato in tre giorni a fine gennaio con gli amici Ric Farina, Diego e Pietro. Sarà proiettato a Napoli il 13 giugno a Castel Sant’Elmo. Lo trovate QUI.

Pubblico di seguito una lettera da Chiaiano.

Caro Piero,

il consiglio dei ministri del 21 maggio ha varato un decreto che indica Chiaiano come uno dei luoghi che ospiterà una discarica. La discarica dovrebbe essere aperta nelle cave di tufo della Selva di Chiaiano, una delle poche aree verdi della periferia Nord di Napoli. Diversi esperti in materia, come il prof. Franco Ortolani, geologo, direttore del dipartimento di Geologia dell’ Università Federico II di Napoli, hanno più volte ribadito che il sito non è adatto per essere adibito a discarica. Nella fattispecie, il prof. Ortolani ha più volte sottolineato che l’area che dovrebbe ospitare i rifiuti è situata in prossimità di una falda acquifera (trovi tutta la documentazione QUI). In un paese normale basterebbe questo per accantonare l’idea e trovare una soluzione più civile e razionale. Oltre a ciò, le cave distano pochi chilometri dai maggiori ospedali della città, ad esempio distano solo 1600 metri dall’ospedale Monaldi e 2000 metri dal secondo Policlinico.

Lo stesso decreto contiene altri elementi a dir poco allarmanti per un paese democratico. Te ne elenco due:

- l’ equiparazione delle discariche alle aree di interesse strategico nazionale (una sorta di militarizzazione). Saranno presidiate dalle forze armate
- l’arresto per chi blocca i siti che dovranno ospitare una discarica. “Non saranno accettate azioni di minoranze organizzate”

Queste misure imposte con la forza si definiscono fasciste. Sono un classico esempio della prepotenza del potere. Ieri, prima che il decreto fosse pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ci sono state le prime cariche delle forze dell’ordine. Ho raccolto alcune testimonianze di presenti (trovi il video sul sito) che mi hanno raccontato che la polizia non ha risparmiato donne e anziani. I poliziotti hanno circondato il “presidio”, cioè il luogo che immette nelle cave. Questa mattina ci sono state delle nuove cariche della polizia. Un ragazzo coinvolto negli scontri è caduto da una scarpata, un volo di circa 5 metri, si è fratturato le gambe. I tg parlano di una caduta accidentate, invece, il ragazzo è caduto a causa di una carica della polizia.

Ti ringrazio per l’attenzione, desidero tenerti aggiornato sull’argomento.
Grazie, un forte abbraccio.

Santolo Felaco http://www.pieroricca.org/


India, fame di risorse
Delhi corre in Africa in cerca di uranio. In ritardo su Pechino
Scritto per noi da
Veronica Fernandes
 
Picozza per esplorazioniHa bisogno di uranio, l’India. Entro il 2050 vuole produrre il 25 per cento della sua energia elettrica totale (il consumo annuo è di 600 miliardi di Kilowatt/ora) tramite reattori nucleari. Ma sul territorio nazionale l’uranio scarseggia e lo sfruttamento delle riserve di torio sta diventando insufficiente. Esclusa – perché ha rifiutato di aderire al Trattato di Non Proliferazione – dall’acquisto di materie prime (e di tutto quello che concerne lo sviluppo di energia nucleare) dai 45 Paesi del Nsg (Nuclear Supplier Group), che controllano questo tipo di commercio, ha deciso di puntare all’Africa.

Il presidente namibiano Nahas AngulaObiettivo: Namibia e Niger. In attesa che la firma del trattato nucleare con gli Usa porti all’acquisizione di uno “status speciale” – e quindi all’apertura commerciale con i Paesi membri del Nsg – Delhi ha dato il via a missioni esplorative in Namibia, che ospita il 10 percento delle riserve mondiali, e Niger. Insieme all’Uzbekistan sono i tre maggiori produttori di uranio fuori dalla cerchia del Nsg. Il premier della Namibia, Nahas Angula, dopo un meeting con il ministro indiano per il Commercio, Jairam Ramesh, ha fatto sapere alla stampa locale che “l’India potrebbe ricambiare lo sfruttamento dei giacimenti di uranio con assistenza in ambito di telecomunicazioni e infrastrutture”. Il Dae, Dipartimento Indiano per l’Energia Atomica, sta già lavorando a progetti di esplorazione e trasporto dell’uranio verso l’India. Con il Niger, Delhi ha adottato la stessa tecnica: una missione commerciale e, pare, una bozza di accordi per l’esplorazione da parte di un’impresa indiana.
 
Vignetta sulla visita di BushLa cornice africana. I due accordi sono parte di un piano. Il mutuo soccorso tra ex colonie inglesi, come l’ha definito il premier Manmohan Singh durante il Summit India-Africa dell’inizio di maggio. Dopo la cooperazione nella lotta al terrorismo e l’allarme clima, la delegazione di Delhi ha puntato sull’economia. Aprirà una linea di credito di 5,4 miliardi di dollari per i 34 Paesi africani che entreranno nella sua orbita commerciale. Una mossa per tentare di arginare la Cina, che ha iniziato anni fa la sua penetrazione economica in Africa, dal turismo al settore minerario. E, anche sul nucleare, Pechino ha battuto Delhi sul tempo. “Già nel 1998, infatti, il Marocco ha costruito il suo primo reattore grazie ai capitali e al know how cinesi”, spiega Antonio Picasso, analista del Centro Studi Internazionali di Roma. “Il progetto, nato con la cooperazione della statunitense General Atomics, stava per fallire dopo le tensioni con Washington – continua Picasso – ma è subentrata la Cina. Un do ut des, naturalmente, grazie al quale ha ottenuto di avere una voce di preminenza nelle questioni del Nord Africa”. E, di conseguenza, anche in un settore del mondo islamico. Secondo Picasso “l’India dovrà faticare molto per eguagliare i traguardi di una potenza come la Cina, che adesso può permettersi di sfidare anche le ex potenze europee sui loro territori privilegiati”. Basta pensare al caso algerino: “Con le nuove necessità economiche dovute alle Olimpiadi, Pechino punta alla firma di accordi commerciali con Algeri, da sempre feudo francese”. Nell’immediato futuro, a questo proposito, il presidente cinese Hu Jintao ha promesso l’apertura di un fondo di cinque miliardi per le imprese cinesi che vogliono investire in Africa e, per i Paesi del continente, una linea di credito da tre. Molto più di quanto stanziato da Delhi. Come a dire: l’India, nella colonizzazione africana, è arrivata terza.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11174

Il benefattore di Bir Zeit


L'assegno per il Wolf Prize, uno dei più prestigiosi premi israeliani, in matematica è di 100mila dollari. L'ha vinto David Mumford, matematico dell'americana Brown University, assieme ad altri due colleghi di Princeton. Mumford, un nome nella geometria algebrica, aveva partecipato a Roma al festival della Matematica, ed è possibile vedersi la sua lectio magistralis su "Matematica, arte e Zeitgeist" del marzo scorso sul sito dell'Auditorium. Lui ha già deciso a chi donarli, i soldi del Wolf Prize, dice oggi Haaretz. All'università di Bir Zeit, la regina delle università palestinesi, a Ramallah, una delle fucine in cui nacque l'èlite interna che diede vita alla prima intifada. E a Gisha, un'associazione israeliana che si occupa di difendere la libertà di movimento dei palestinesi. Bir Zeit ha accettato la donazione.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

La sai l'ultima? Bin Laden è sul K2


di Enrico Sabatino - Megachip

La notizia del giorno arriva dalla Tv satellitare Al Arabiya, secondo cui Osama Bin Laden si nasconde nel nord del Pakistan nei pressi del K2. Secondo l'emittente che trasmette da Dubai, nei giorni scorsi i responsabili della sicurezza e dell'esercito americano si sono riuniti in una base militare USA di Doha, nel Qatar, per fare il punto della situazione sulla caccia a Bin Laden.

A questo summit avrebbe partecipato anche l'ambasciatore USA a Islamabad, Anne Peterson perchè la Cia lo ha localizzato in quella zona del Pakistan che confina con l'Afghanistan a ovest e a nord con la Cina. Un'area dove comandano le tribù filo-taliban.

A questa riunione di Doha era presente anche il generale David Petreaus, comandante delle forze Usa in Iraq, che proprio quattro giorni fa aveva parlato davanti al senato americano e in particolare alla commissione degli affari militari affermando che dalle zone tribali pakistane "Al Qaeda" starebbe pianificando un nuovo 11 Settembre servendosi di cittadini arabi ma anche di europei convertiti all'islam.

Siamo veramente alle comiche, anzi alle tragicomiche visto che se si continua a parlare di un nuovo attentato stile 11/9 c'è da preoccuparsi seriamente anche per il timing scelto - mancano pochi mesi alla fine del mandato presidenziale di Bush, calo inarrestabile negli USA dell'ondata patriottica e della "paura" post 11/9 e persistenza della ferma volontà di creare un "qualcosa" per giustificare anche un eventuale attacco all'Iran a ridosso delle elezioni presidenziali del novembre prossimo.

Il jolly-Bin Laden è sempre lì, nella stessa manica.


Prende corpo un nuovo ordine regionale, e il Libano se ne avvantaggia
di Fady Noun
Nel suo discorso di investitura, il nuovo capo dello Stato ha affrontato tutte le questioni cocenti che agitano la coscienza dei libanesi, dal rispetto per gli accordi di Taef alla nazionalità per gli immigrati, dalle armi della Resistenza al tribunale internazionale. Senza false promesse e senza sotterfugi.

Beirut (AsiaNews) – Simbolo dell’unità del Libano, mosaico di confessioni religiose, l’esercito libanese ha, ancora una volta, salvato il Paese dalla disintegrazione. Già due volte, nel 1958 e nel 1988, è stato il suo comandante supremo ad essere stato investito della funzione presidenziale. Da domenica Michel Sleiman è il 12mo presidente del Libano indipendente, trionfalmente eletto da una Camera ricostruita, con 118 voti su 127 presenti.
 
Il discorso di investitura del nuovo capo dello Stato non ha tralasciato alcuna delle questioni cocenti che agitano la coscienza dei libanesi e che sono state oggetto di polemiche durante gli ultimi tre anni. Dal rispetto degli accordi di Taef, che stabiliscono la parità tra cristiani e musulmani nel governo e nelle alte cariche dello Stato, alla necessità di concedere la nazionalità (e quindi il diritto di voto) agli emigrati che lo desiderano, passando attraverso le armi della Resistenza e la necessità di non “sprecare le carte”, senza dimenticare né il tribunale internazionale destinato a giudicare gli assassini dell’ex premier Rafic Hariri, né le “relazioni privilegiate” con la Siria, così cruciali per la stabilità del Libano: tutto è stato detto sobriamente, senza toni oratori, senza false promesse, ma anche senza sotterfugi.
 
Il ministro siriano degli esteri, Walid Moallem, primo esponente governativo di Damasco a venire in Libano dopo il ritiro delle truppe siriane, nell’aprile 2005, sul quale le telecamere di sono puntate in quel momento, non ha applaudito quando il presidente eletto ha sollevato la questione dello scambio di ambasciatori tra i due Paesi. Contrariamente al capo della diplomazia iraniana, Manuchehr Mottaki, che gli era seduto accanto ed al suo omologo saudita Saud al Faisal, pure presente alla seduta.
 
D’altro canto c’era qualcosa di stupefacente, e al limite di incomprensibile nell’eccezionale areopago di invitati stranieri che hanno assistito alla seduta. Nell’emiciclo del parlamento libanese si sono ritrovato gli Stati Uniti, sotto forma di una delegazione di dieci deputati di origine libanese,la Francia, nella persona del suo ministro degli esteri, l’effervescente Bernard Kouchner, l’Europa, con Javier Solana, la Spagna, punta di lancia della Forza internazionale per il mantenimento della pace dell’Onu spiegata nel Sud del Libano, come anche quelle grandi potenze regionali che sono l’Iran e la Turchia, rappresentata dal primo ministro Tayyip Erdogan, l’Arabia Saudita, l’Egitto, senza dimenticare il Qatar, mediatore dell’accordo di Doha, del quale si stava applicando la prima clausola e l’emiro del quale Hamad bin Khalifa Al-Thani, ha simbolicamente co-presieduto la seduta di voto, sedendosi alla sinistra del presidente della Camera.
 
C’è una Yalta mediorientale dietro l’accordo di Doha e l’elezione di Michel Sleiman? Si è tentati di crederlo, a guardare i sostegni dei quali gode il nuovo regime che si inastalla. Il presidente ha anche ricevuto, gesto fortemente simbolico, una telefonata di felicitazioni dal capo dello Stato siriano. Da parte sua, indicando un legame diretto tra il Libano ed il suo ambiente arabo, il ministro iraniano ha pronunciato una frase sorprendente: “il mantenimento della pace e della calma in questo Paese significa il mantenimento della pace e della calma nell’insieme della regione”. Niente di meno.
 
Vuol dire che per comprendere ciò che accade in Libano bisogna stare attenti a ciò che succede nell’insieme della regione, compresi Palestina, Iran e Turchia. Per i libanesi, non c’è dubbio che l’accordo di Doha, che ha posto fine ad una crisi di governo di 18 mesi, è legato alle legato ai colloqui indiretti di pace che si tengono, con la mediazione turca, Tra Israele e Siria.
 
Gli scettici coloni del Golan e della Cisgiordania hanno un bel dire che ne hanno viste altre, il tono adottato dal quotidiano siriano Teshreen, secondo il quale i colloqui autorizzano “un prudente ottimismo”, dice il contrario. Conferma indiretta di questo ottimismo viene dall’affermazione dell’ex capo di stato maggiore israeliano, Ehud Barak, secondo il quale nel caso dei una restituzione alla Siria del Golan, Israele “saprà sbrigarsela” per difendere le sue frontiere.
 
Damasco però afferma che i legami della Siria con l’Iran “non sono negoziabili”, rispondendo così alle sollecitazioni su tale questione venute da Tel Aviv. Ciò dà un’idea delle difficoltà che ancora aspettano i negoziati tra Israele e Siria, alleata incondizionata di un regime iraniano, il presidente del quale non smette di predire ai quattro venti la prossima “fine di Israele”.
 
Sapendo anche che per Washington e Tel Aviv non è possibile permettere a Teheran di entrare in possesso dell’arma atomica.
 
Questa divagazione sul’Iran può sembrare inutile. Non lo è. Dei colloqui di pace tra Israele e Siria avranno certamente delle ripercussioni sulla posizione di Hezbollah, il suo posto ed il suo ruolo sullo scacchiere interno libanese e quindi sulla stabilità del Libano. Di fatto, queste ripercussioni hanno cominciato a farsi sentire attraverso ciò che accade. Senza dubbio, sta nascendo un nuovo ordine regionale, dal quale il Libano ha tratto vantaggio.
 
Sapranno i libanesi consolidare queste occasiono per immunizzare la loro democrazia ? Sapranno intraprendere le riforme politiche, economiche e militari necessarie ad assicurare la stabilità del loro Paese, quando scoppierà la prossima tempesta regionale? Sapranno affrontare serenamente, per cominciare, i punti successivi dell’accordo di Doha? Questo prevede la formazione di un governo di unità nazionale ed elezioni politiche nella primavera prossima. Il presidente ha chiaramente ricordato, nel suo discorso di nomina, il principio dell’alternanza, ala base di ogni democrazia. Un conforto per l’attuale maggioranza, della quale l’opposizione contesta la rappresentatività. Ma una sfida lanciata a tutti in vista delle prossime legislative, in maggio 2009 ed in prospettiva del futuro. Il Libano si avvia a doversi dotare, sotto il mandato del nuovo presidente, di istituzioni che riflettano ad un tempo la sua diversità e la sua unità, attraverso una legge elettorale moderna e la promozione di una cultura dell’unità nazionale.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12352&size=A
 

Morto Pedro Antonio Marín, Manuel Marulanda Vélez, Tirofijo

Lo confermano le stesse FARC, con un video (parte 1 e parte 2) inviato dal Secretariado a TeleSur. La data é quella anticipata da Juan Manuel Santos nella sua intervista a Semana: il 26 di Marzo scorso. Le FARC nel loro comunicato segnalano Alfonso Cano - al secolo Guillermo León Sáenz Vargas - come "nuovo comandante dell'EMC (Estado Mayor Central)".

L'annuncio (e le modalitá con cui viene dato) segna il lancio "ufficioso" della candidatura di Juan Manuel Santos alla presidenza nel 2010. Resta da vedere se il tutto avviene d'accordo o alle spalle di Uribe. Di certo, il Ministro della Difesa va bene agli USA: antichavista, politico ed oligarca tradizionale, il fatto che venga ora associato alla "sconfittta delle FARC" non puó che far comodo.http://bogotalia.blogspot.com/


Dopo Marulanda, Cano

 

Tirofijo era lo pseudonimo con cui era conosciuto Manuel Marulanda, che però non si chiamava così –nome che aveva adottato in ricordo di un sindacalista morto ammazzato- ma Pedro Antonio Marín. È proprio morto, lo confermano le Farc, il 26 marzo, data in cui morì anche Beethoven, e la sua dipartita si somma a una lunga serie di disfatte.
Tutti si chiedono ora cosa faranno le Farc. La scelta di Alfonso Cano a sostituire Marulanda è già un´indicazione. Cano –il cui vero nome è Guillermo León Saenz- è l´ideologo del gruppo, e sarebbe su posizioni più moderate di Jorge Briceño Suárez, capo militare e irriducibile, proposto anche lui per succedere a Marulanda.
Chi è Cano? Di Bogotá, 60 anni, figlio di una maestra e di un agronomo conservatore, attivista del Partito Comunista colombiano, entrò nella clandestinità negli anni Ottanta. Sulla sua testa c´è una taglia da 5 milioni di dollari da parte del governo Usa, che lo accusa di narcotraffico, mentre la giustizia colombiana gli ha propinato 40 anni di carcere in contumacia per l´esecuzione di vari effettivi delle Farc accusati di voler disertare. L´impressione generale è che con Cano, che comanda le operazioni nell´oriente del Cauca, si possa trattare. Trattare, però, non significa la rinuncia delle Farc alle operazioni militari. Il governo colombiano lo sa e, per il momento, invece di avviare negoziati, manda le bombe, approfittando del momento di crisi delle Farc.
Una delle ultime interviste con Cano risale al 2001:

http://www.lainsignia.org/2001/febrero/ibe_072.htm
http://luiro.blogspot.com/

 

VERTICE DI KOBE: MOLTE PAROLE E POCHI FATTI PER IL G8 SULL’AMBIENTE




Si sono limitati a promettere di arrivare al raggiungimento di un’intesa sul dopo 2012, anno di scadenza del Protocollo di Kyotom, i ministri dell’Ambiente degli otto paesi più industrializzati (G8) riuniti in questi giorni a Kobe, in Giappone, nell’ambito della lotta internazionale al riscaldamento climatico. Molte divergenze tra i partecipanti non hanno permesso di adottare provvedimenti concreti a breve termine, anche se si è discusso di ridurre l’emissione dei gas serra della metà entro il 2050, quando sarà forse già troppo tardi per contrastare gli effetti del surriscaldamento planetario. Se sul piano degli impegni concreti per ridurre l’inquinamento dell’atmosfera nessun passo avanti è stato fatto, i partecipanti hanno tuttavia adottato un programma, chiamato ‘Piano Kobe di azione 3R’ per incentivare il riciclo dei rifiuti; si è poi deciso di creazione di una rete internazionale per studiare le società che stanno sperimentando modi per abbassare le emissioni di anidride carbonica, e altre indagini su come mitigare i danni dei gas nocivi e come promuove la collaborazione tra nazioni industrializzate e paesi emergenti

 

http://www.misna.org/


Unione Europea: le difficoltà del Nabucco

Scopo principale della sua costruzione è garantire la diversificazione energetica in Europa

Benita Ferrero-Waldner, responsabile delle relazioni estere della Commissione Europea, ha incontrato lo scorso 5 maggio i responsabili energetici della Turchia e di alcuni paesi mediorientali al fine di discutere sulla possibilità che questi ultimi forniscano la materia prima per il funzionamento del nuovo gasdotto Nabucco. L’infrastruttura dovrebbe entrare in funzione nel 2010, anche se la data più probabile per la sua inaugurazione sembra essere il 2012. Il gasdotto fungerà da collegamento tra la Turchia e l’Austria. Scopo principale della sua costruzione è garantire la diversificazione energetica in Europa allentando, seppur in maniera limitata, la dipendenza di Bruxelles dal gas russo. I giacimenti del Mar Caspio dovrebbero, quindi, garantire la diversificazione energetica in Europa. In realtà, però, il progetto presenta ancora una serie di incognite. A tutt’oggi non si conosce, infatti, la reale capacità produttiva dell’Azerbaijan e i 10 miliardi di metri cubi garantiti dal Turkmenistan difficilmente potranno garantire il funzionamento di lungo periodo del gasdotto.

Del progetto dovrebbe essere parte integrante anche l’Iraq che ha già garantito una fornitura annuale pari a 5 miliardi di metri cubi, ma la situazione interna del paese rende difficile organizzare un piano di lungo periodo. Un altro possibile partner del Nabucco potrebbe essere l’Iran, ma come per l’Iraq, è al momento difficile poter contare appieno sull’appoggio degli Ayatollah al progetto, per non parlare delle riserve americane su un partenariato energetico euro-iraniano.

Oltre ai problemi legati all’individuazione del gas necessario al suo pieno funzionamento il Nabucco deve anche far fronte alla concorrenza di un altro progetto sponsorizzato da Mosca, il South Stream che collegherà il Mar Nero al Mediterraneo e che a differenza del progetto di Bruxelles non deve far fronte a problemi di approvvigionamento vista l’enorme disponibilità energetica russa. Se nel lungo periodo, anche a fronte di una crescente domanda europea, i due gasdotti potrebbero essere entrambi vantaggiosi e garantire un ritorno economico, nel breve periodo la presenza di South Stream rischia di penalizzare fortemente il Nabucco. Il nuovo progetto di Bruxelles rappresenta sì un passo in avanti nella diversificazione energetica ma non è ancora sufficiente a garantire un’indipendenza significativa dalle forniture russe. Un’alternativa potrebbe essere rappresentata dagli idrocarburi algerini che però non sembrano essere in grado di sostituirsi a quelli russi. Il futuro energetico dell’UE dipenderà molto probabilmente anche dall’evoluzione dei rapporti con l’Iran e dalla stabilità della situazione irachena ma sembra destinato almeno nel breve–medio periodo ad essere legato a doppio filo alla Russia e alla compagnia di bandiera Gazprom. http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32816

Felice Di Leo

Quando il coraggio premia

 

Drago Hedl durante l'assegnazione del premio Knight (2006)
La Central European Initiative (CEI) e la South East Europe Media Organisation (SEEMO) hanno nominato Drago Hedl, nostro corrispondente da Osijek, e redattore del settimanale croato “Feral Tribune”, come il miglior giornalista investigativo dell’anno
Una giuria internazionale - composta da Norbert Mappes Niediek (Austria), Zlatko Dizdarevic (Bosnia-Erzegovina), Carlo Muscatello (Italia), Jacek Pawlicki (Polonia) e Paul Radu (Romania) - con Hari Stajner (Serbia), ex presidente del CEI Working Group on Information and Media, insieme con Oliver Vujovic (SEEMO) – ha esaminato le 23 candidature di 10 stati membri del CEI. La giuria si è incontrata a Trieste presso la sede della CEI, ed è stata presieduta dall’ambasciatore Herald Kreid, Segretario generale della CEI-ES.

I giurati hanno deciso all’unanimità di assegnare il premio al candidato di Osservatorio sui Balcani Drago Hedl. Il premio verrà consegnato in occasione del “CEI Forum for Journalists” che si terrà a Wroclaw, in Polonia, il 2 e 3 giugno prossimi.

“Ci sono parecchi paesi che concorrono a questo premio, e i candidati sono tutti giornalisti di ottimo livello. Non pensavo che sarei stato proprio io il vincitore, anche se non nascondo di averci creduto fino in fondo”, ha precisato Drago al telefono.

La decisione della giuria è stata fondata sull’integrità morale e il coraggio dimostrato da Drago Hedl nelle sue inchieste sui crimini di guerra commessi contro i civili nella città di Osijek nel 1991. Secondo quanto comunicato dalla giuria, “scrivere sui crimini di guerra non è solo qualcosa che fa diventare famoso un giornalista. La gente non è ben disposta a guardare in faccia il lato oscuro della guerra, e spesso giudica chi scrive di queste cose come un traditore. Con questa immagine impopolare Drago Hedl deve continuare a vivere in Croazia”.

Ricordiamo che Drago è stato più volte minacciato di morte e che ha trascorso giornate intere in tribunale per difendersi dagli attacchi delle persone che ha denunciato nei suoi articoli. Il suo lavoro è stato fondamentale non solo per la ricostruzione dei conflitti recenti della ex Jugoslavia, ma soprattutto per la presa di coscienza da parte delle diverse opinioni pubbliche dei crimini commessi dai “propri” rappresentanti. Come in tutte le situazioni di post conflitto, il problema nei Balcani oggi non è infatti parlare dei crimini degli “altri”, ma di quelli commessi nel proprio nome.

Drago Hedl (1950) è redattore e giornalista del settimanale di Spalato “Feral Tribune”, dal 2002 corrispondente fisso da Osijek per Osservatorio sui Balcani. Ha lavorato per il quotidiano di Fiume “Novi List”, per “Slobodna Dalmacija”, per “Glas Salvonije”, per la rivista letteraria “Revija”. Ha collaborato con l’Institute for War and Peace Reporting di Londra. Molti dei suoi articoli sono stati pubblicati sui principali media di Gran Bretagna, Germania, Svizzera, USA e Repubblica Ceca.

Oltre a varie pubblicazioni, Drago è stato coautore del film “Vukovar: atto finale”, diretto dal belgradese Janko Baljak e prodotto dalla TV B92 di Belgrado. Il documentario, unica coproduzione serbo-croata sulla guerra a Vukovar nel 1991, ha vinto lo Human Rights Award al 12° Festival di Sarajevo (2006). Sempre nel 2006, Drago aveva vinto il premio internazionale Knight per meriti giornalistici.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9628/1/44/

In Brasile 5 milioni in piazza contro l'omofobia.

 

Sabato notte è stato il turno di Christian Floris, il conduttore di una trasmissione radiofonica dell’emittente Radio Deegay. Il conduttore è stato aggredito sotto casa da due sconosciuti che, sbattendogli la testa contro il muro, gli hanno intimato di smettere di condurre trasmissioni legate all’omosessualità.
Questa mattina, a Palermo, un uomo di 53 anni ha accoltellato il figlio perché gay. Il ragazzo è rimasto ferito al braccio e alla mano destra, suo padre, arrestato dai carabinieri, ha dichiarato che si trattava di una questione di «onore e vergogna». Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, parla di «un intero paese in preda ad un raptus di omofobia, alimentata negli ultimi anni soprattutto dalla gerarchia cattolica e da alcuni settori della destra politica e sociale italiana», e ricorda anche il raid contro le trans al prenestino.
Contro la violenza omo/lesbo/trans-fobica e le discriminazioni nei confronti delle persone glbtq San Paolo, la capitale economica del Brasile, è stata pacificamente invasa ieri da ben cinque milioni persone. Il Pride glbtq brasiliano, alla sua dodicesima edizione, è stata la più grande manifestazione al mondo di questo tipo. Al ritmo di samba e tecno la manifestazione è partita dall’Avenida Paulista e si è dipanata per il centro della città. L’imponente manifestazione ha avuto il patrocinio del comune di San Paolo. Il sindaco, Gilberto Kassab, la ha definita «uno degli eventi più importanti della città». Nulla a che vedere con l’Italia, dove la neo-ministra per le pari opportunità ha già negato il proprio patrocinio al Pride nazionale di Bologna.http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/14033



maggio 26 2008

Rutelli e Alemanno per noi pari sono

Non ce la estorcerete, un'opinione. Perché, come è ovvio, non ne abbiamo. Non avrebbe senso averne. Non sappiamo se la vittoria di Alemmano è cosa buona o cosa poco buona. Noi siamo interessati all'educazione, al rispetto delle regole, alla pulizia, al decoro, alla modernizzazione della città. Per fare questo è meglio Rutelli o Alemanno? Chi lo sa, vedremo. Le e-mail che arrivano all'indirizzo di Degrado Esquilino e che ci spronano a prendere posizione non avranno grandi soddisfazione. Attendiamo i provvedimenti del nuovo sindaco -cui facciamo il nostro più cordiale in bocca al lupo- e si vedrà...

Siamo convinti, come detto più volte, che il problema di Roma non sia la presenza al Campidoglio di questo o di quest'altro individuo. Il problema di Roma sono i romani. Ne trovedete una subumana gen¡e nei blog che alla capitale sono dedicati. Uno spettacolo inverecondo. Indecente. Lordo. D'altro canto la democrazia ci ha regalato il diritto di esprimerci e dunque ciascuno può farlo. Anche gli ultimi. Anche chi è meno intellettualmente dotato di una Colombina De Longhi.

Ci distacchiamo dalla selva dei blog che considerano disdicevole, vergognoso, orrendo avere un sindaco di destra. Madrid -da dove scriviamo in questo momento- ha un sindaco di destra ed è semplicemente impeccabile. Una città salotto. Anche troppo. New York ha un sindaco di destra ed è la capitale del mondo. Milano ha un sindaco di destra ed è una città che funziona. Dunque di che stiamo parlando?
Ci distacchiamo con ancor più forza dai blog schierati a favore del nuovo Primo Cittadino. Non in quanto schierati, ma in quanto burini, cafoni, bifolchi alla potenza ennesima. La vittoria di un sindaco destrorso ha evidemente dato la stura a tutto il cattivo gusto presente tra i tenutari delle pagine web dedicate alla città. C'è chi ha parlato di nuova Liberazione, chi ha inneggiato alla Pasqua di Roma, chi ha proposto di ricordare la data nei calendari. Hanno messo in dubbio financo l'appartenenza al genere umano di Rutelli, con la bava alla bocca e con un odio che mai avevo intravisto in una campagna elettorale e che mi fa, letteralmente, paura. Ci sono coloro che hanno giustificato i saluti romani. C'è chi ha mandato affanculo (testuale) più e più volte tutti gli elettori di Francesco Rutelli assieme a Rutelli stesso considerato insieme a Veltroni un tiranno che ha segnato gli anni più bui di Roma. Con un livore e un veleno tali che verrebbe da chiedersi perché in questi quindici anni di tormenti e sofferenze non abbiano pensato loro di andarsene magari non proprio a fanculo, ma se non altro a vivere in qualche altra cittá. C'è chi, naturalmente, ha parlato di caroselli in auto, non sapendo che in tutti i paesi civili le vittorie si festeggiano in piazza, a piedi, non bloccando la città con l'amato pezzo di lamiera.

Questi romani sono e saranno il primo problema di Alemanno. E da loro si dovrà guardare il nuovo sindaco. Sono, per capirci, gli esponenti del generone, sono coloro che possono trasformare la città -magari aiutati da un pizzico di lassismo sulle multe e i controlli, lassismo prefigurato da Alemanno durante la campagna elettorale- in una capitale nordafricana. Sono quelli col suv parcheggiato sullo scivolo per gli handicappati, sono quelli che scendono in piazza contro le piste ciclabili, quelli che non ti chiedono mai scusa neppure se hanno torto marcio, sono quelli col furgone nell'isola pedonale che "aho un attimino, mica me sto a divert¡...", sono i romani che lottano contro la ztl, che non vogliono il parcheggio sotterraneo perché sennò crollano i palazzi, sono i romani che non vogliono la metropolitana, sono i romani che detestano i nuovi marciapiedi perché non gli permettono di posteggiare in curva, sono i romani che considerano da sfigati muoversi coi mezzi, per non dire in bici, sono i romani che sono quattro in famiglie e c'hanno cinque macchine e poi si lamentano che non c'é posto, sono quelli che ti considerano snob solo perché sai parlare in italiano, solo perché leggi qualcosa di diverso dal Corriere dello Sport, solo perché ogni tanto vai a teatro o per musei, sono quei tassinari che non vogliono essere disturbati nella loro quotidiana azione di fottere il prossimo. E che hanno offerto all'Europa la prima deprimente immagine di un sindaco festeggiato forsennatamente da una corporazione tra le più inqualificabili.

Crediamo che sul decoro e la pulizia della città peggio non si possa fare. Dunque Alemanno, salvo disastri, probabilmente farà meglio. Siamo molto preoccupati riguardo alla vita culturale della città, ma vedremo poi alla resa dei fatti se davvero -come ha dichiarato- il sindaco vorrà affossare musei, strutture e manifestazioni internazionali. Per il resto giudicheremo quando vedremo e leggeremo i provvedimenti. Non avremmo esultato per la vittoria di Rutelli, non esultiamo ne ci disperiamo per quella di Alemanno.

Con l'intento di regalare ai lettori un urban blog dedicato a Roma che sia deburinizzato. Non è facile, ma ci proviamo.http://www.degradoesquilino.com/2008/04/rutelli-e-alemanno-per-noi-pari-sono.html


Il governo cancella l’Ici e i sindaci veneti vogliono il 20% dell’Irpef



DI ALBERTO STATERA




Il Piave mormora, mentre stamane a Roma, al ministero dell'Economia, si discute su come fare per restituire i soldi sottratti con l'abolizione dell'Ici sulla prima casa ai comuni, che perdono il 25 per cento delle loro entrate. E' sulle rive del fiume fatale, nell'oratorio di Ponte della Priula, che 61 sindaci veneti di destra e di sinistra che non riescono più a gestire finanziariamente neanche il giorno per giorno, si sono riuniti e hanno sottoscritto un manifesto che, più che chiedere, pretende dal governo una legge immediata che consenta di trattenere in loco il 20 per cento dell'Irpef a partire dal primo gennaio 2009.
Il manifesto contiene persino in tre articoli il testo della proposta di legge. «In attesa del riassetto organico del sistema di finanziamento degli enti locali in attuazione del titolo V della Costituzione recita l'articolo chiave è istituita in favore dei comuni delle regioni a statuto ordinario una compartecipazione del 20 per cento del gettito dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, efficace a decorrere dal primo gennaio 2009. Entro il 31 dicembre 2008 il governo è delegato ad adottare un decreto legislativo avente per oggetto l'istituzione e l'applicazione del fondo perequativo di cui all'articolo 119 comma 4 della Costituzione».
Meglio l'uovo oggi che la gallina domani, hanno deciso i sindaci del Piave che che con questo "minifederalismo" puntano a correggere subito il paradossale criterio della "spesa storica".
Oggi lo Stato spedisce ad ogni singolo municipio somme calcolate sulla base di quanto spendeva prima. Ciò che di fatto premia i sindaci spendaccioni e punisce i virtuosi, che secondo uno studio della Bocconi sono proprio quelli del Veneto.
Stavolta i rivoltosi, in larga maggioranza della Lega e del Pdl, fanno sul serio: «Se non ci daranno ascolto hanno proclamato partiranno proteste forti: il governo sappia che non scioperano soltanto i tassisti». E dall'oratorio di Ponte della Priula venerdì scorso si sono trasferiti in massa nel Palazzo della Ragione a Padova, invitati dal sindaco del Partito democratico Flavio Zanonato, in un'inedita riunione supertrasversale con il sottosegretario all'Economia Alberto Giorgetti.
«Qui non si tratta di destra o di sinistra ha detto Zanonato ma di un provvedimento necessario per la sopravvivenza delle nostre città, al quale dobbiamo lavorare tutti insieme senza distinzione di partito». E, calcolatrice alla mano, ha già fatto due conti per la sua città: se la proposta di legge diventerà norma, Padova tratterrà 240 milioni di Irpef, circa 50 milioni in più rispetto ai trasferimenti che arrivano oggi da Roma, il doppio rispetto ai 26 milioni di euro perduti con l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Con Zanonato hanno già aderito al manifesto del Piave anche Achille Variati, il sindaco che in aprile ha strappato Vicenza alla destra, e Massimo Cacciari, che a metà degli anni Novanta era stato il promotore del cosidetto «Partito dei sindaci».
Su tutti, lo sguardo benevolo del governatore Giancarlo Galan, che vede nell'iniziativa bipartisan il primo passo verso «Forza Veneto», il partito territoriale che ha annunciato di voler creare senza preclusioni a sinistra, aperto ai veneti di ogni fede. Alle parole ha fatto seguire il primo fatto, favorendo la nomina a presidente del porto di Venezia dell'ex ministro prodiano Paolo Costa.
Ora cavalca i mormorii del Piave. Giulio Tremonti è avvertito.
a.statera@repubblica.it

La super-arma anticlandestini non funziona
Bruno Tinti*
La Stampa


Piombiamo in un incubo quando leggiamo della nuova arma decisiva per la lotta all'immigrazione clandestina, dello strumento che risolleverà le patrie sorti e libererà l'Italia dalla piaga endemica dei clandestini: il nuovo reato di immigrazione clandestina, punito da 6 mesi a 4 anni. Chi dunque è immigrato clandestinamente in Italia, secondo i nostri Solone (trattasi di un celebre legislatore dell'antichità) commette reato.
Come ogni imputato, anche questo, che da adesso chiamiamo Alì Ben Mohamed, deve essere iscritto nel registro degli indagati. In verità è anche detenuto, perché Solone ha pensato di prevedere che l'immigrato clandestino deve essere obbligatoriamente arrestato. Siccome Solone ha anche pensato che Alì Ben Mohamed deve essere giudicato con rito direttissimo, nelle 48 ore il nostro viene portato in Tribunale.
Per giudicarlo hanno lavorato un pm, un giudice, due segretari (uno del pm e uno del giudice), un cancelliere per l'udienza, un numero variabile di poliziotti (chi lo ha arrestato, chi ha fatto il rapporto, chi lo ha portato in carcere ecc.), la Polizia penitenziaria della scorta, un interprete e un funzionario amministrativo che gli ha liquidato il compenso che gli tocca. Tempo medio complessivo (senza considerare il lavoro di poliziotti & C) ore 2. In realtà quasi sempre il processo per direttissima non si farà; perché quel giorno di direttissime ce ne sono 15 o 20; non c'è solo l'immigrazione clandestina che prevede il rito direttissimo. Ancora si commettono reati di porto d'armi e ancora ci sono casi di direttissima per reati piuttosto gravi (per esempio traffico di droga); poi ci sono gli altri reati della Bossi-Fini che fanno concorrenza a questo nuovo arrivato. Insomma, nel 70% dei casi (ma sono ottimista) il processo sarà rinviato. A quando? Mah, da un mese a sei mesi.
Ma soprattutto ci saranno un sacco di motivi per i quale in realtà Alì Ben Mohamed sarà prosciolto. Il punto è che il Codice Penale prevede una scriminante (sarebbe una causa di giustificazione): lo stato di necessità, ad esempio (art. 54 del Codice Penale). Forse Solone non lo sa, ma si tratta di una cosa che vale per tutti, anche per i clandestini. In ogni modo, anche se condannato, Alì Ben Mohamed rarissimamente resterà in carcere. E, se anche ci resta, dopo 9 mesi deve essere buttato fuori per espressa disposizione di legge (sono le norme sui termini di carcerazione preventiva, questa cosa orribile che viene sempre vituperata, tranne, pare, per Alì Ben Mohamed).
Ma, e qui la cosa si fa interessante, in realtà Alì Ben Mohamed non deve stare in carcere, deve essere espulso; Solone ha deciso che il giudice, con la condanna, ordina l'espulsione. Questa cosa è bellissima; Solone proprio non sa o non ha capito niente di quello che succede.
Dunque, ordine di espulsione, si avvia il procedimento amministrativo per l'espulsione di Alì Ben Mohamed. In soldoni il questore gli notifica un provvedimento che dice che lui deve andare via. Ovviamente Alì Ben Mohamed se ne frega e non va via. Resta a fare il clandestino che a questo punto ha commesso anche un altro reato, quello previsto dall'art. 14 comma 5 ter della Bossi-Fini. Sicché, quando lo prendono di nuovo, lo denunciano anche per questo nuovo reato.
Anche per questo reato si fa la direttissima; e quindi si riapre tutto quello scenario descritto più sopra, un sacco di gente lavora su Alì Ben Mohamed. Qui Solone dovrebbe sapere che l'assoluzione è la norma; e non perché i giudici sono una manica di incapaci, lassisti, comunisti. Ma perché la situazione (vera, verissima) che Alì Ben Mohamed racconta è la seguente.
Cari giudici io ho provato a ottemperare all'ordine di espulsione e, a mie spese, mi sono recato alla frontiera con la Spagna; però lì, quando gli ho fatto vedere l'ordine di espulsione (non i miei documenti perché io non li ho, me li hanno rubati – come si dice, se non è vera è ben trovata), mi hanno detto che non se ne parlava nemmeno e che loro non mi facevano entrare. Quindi ho provato, nell'ordine e sempre a mie spese, in Francia, in Svizzera, in Austria e in Croazia; ma anche lì mi hanno cacciato via.
Alì Ben Mohamed probabilmente finirà in un Cpt (questa è bellissima, il nuovo pacchetto sicurezza contiene una norma decisiva per la lotta alla criminalità in genere e a quella degli immigrati clandestini e no in particolare: i centri di permanenza temporanea non si chiameranno più così, si chiameranno da adesso in poi Centri di identificazione ed espulsione). Magari il giudice che giudica Alì Ben Mohamed per una volta non è né incapace, né lassista né comunista, e lo condanna.
Così anche qui Alì Ben Mohamed fa appello, ricorso per Cassazione e intanto gira in strada dove fa danni. Eh sì, perché siccome è clandestino e pregiudicato, non trova lavoro. Sicché cosa fa? Spaccia, probabilmente, oppure fa contrabbando di sigarette o vende cd taroccati. Tutto questo scenario, secondo il Solone di adesso, dovrebbe essere moltiplicato per 650.000. Magari 650.000 proprio no, forse 500.000, forse 400.000. Chi lo sa? Tanto la magistratura deve solo attrezzarsi e ottemperare ai suoi compiti istituzionali, senza sterili e incostituzionali lotte con il potere politico. È ridicolo solo a pensarsi, figuriamo a dirlo o a scriverlo.
Cinquecentomila processi per questo nuovo reato non potrebbero mai essere fatti. È vero che non si può peggiorare un sistema penale come il nostro. È già morto del tutto. Ma, forse, non c'è motivo di essere così pessimisti. Forse non succederà niente di tutto questo. Nel testo del decreto sicurezza questo nuovo reato è previsto così: «Lo straniero che fa ingresso nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente Testo Unico (sarebbero le norme sull'immigrazione) è punito ecc.». Significa che il reato viene commesso nel momento in cui lo straniero fa ingresso nel territorio dello Stato.
Siccome anche Solone sa (lo sa?) che c'è l'art. 2 del Codice Penale secondo il quale nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato; e siccome questa nuova legge non c'era (proprio perché è nuova) quando i 650.000 sono entrati; ecco che i nostri clandestini possono stare tranquilli. Loro sono entrati clandestinamente quando la cosa non era reato. Certo, possono essere espulsi, ripescati, denunciati perché non hanno obbedito all'ordine di espulsione, tutto come prima. Però per il reato di immigrazione clandestina non possono essere processati.
I nuovi, quelli che entreranno dopo l'entrata in vigore della legge, questi sì, dovranno essere sottoposti a processo. E siccome non dovrebbero essere del tutto cretini, o comunque i loro difensori qualcosa gli suggeriranno, certamente ci diranno che è vero che sono clandestini, ma sono entrati nel 2007 (a fare tanto) e da allora mai nessuno li ha fermati. Speriamo che siano pochi.
Ma se Solone gli immigrati non li vuole proprio, perché non se li espelle da solo con tanti bei provvedimenti amministrativi fatti da questori, prefetti, sindaci e compagnia cantante; e non lascia i magistrati in pace a fare il loro lavoro?
*Procuratore aggiunto
della Repubblica di Torino


Chi semina vento
Antonio Padellaro
l' Unità


A proposito del doppio pestaggio di un immigrato bengalese e di un cittadino italiano conduttore di una radio gay, il sindaco di Roma Alemanno parla di «xenofobia di quartiere ma senza movente politico». Un curioso gioco di parole visto che nulla è più politico del vento fetido della violenza di strada che si organizza in giustizieri della notte e bande di energumeni dediti alla pulizia etnica e di ogni altra diversità dalla pura razza ariana. Quanto alla dimensione territoriale, diamo tempo al tempo e presto i picchiatori di quartiere potranno confluire nella guardia nazionale targata Lega di governo, che provvederà ad armarli di pistole e fucili come da disegno di legge. La frase di Alemanno è un maldestro tentativo di salvare capra e cavoli perché se le svastiche del Pigneto non c’entrano niente con la croce celtica che egli porta al collo, esiste eccome un robusto nesso tra l’ondata di raid nazifascisti con morti (Verona) e feriti e l’incessante straparlare di fermezza da parte della destra. Ecco quindi, caro Alemanno, che la politica, la vostra politica della paura e della insicurezza, sparsa irresponsabilmente a piene mani sta producendo gli inevitabili effetti come i bacilli di un morbo ormai fuori controllo. È comprensibile che, vinte le elezioni, per gli apprendisti stregoni in doppiopetto comporti un qualche imbarazzo correre di qua e di là a constatare tra teste rotte e negozi devastati i risultati di tante parole fuori luogo. Invece di minimizzare o di scaricare sul presunto lassismo di chi c’era prima i vari Alemanno farebbero bene a fronteggiare con la massima urgenza questa offensiva dell’odio, immersa nella subcultura del menare le mani oltre che in nuvole di cocaina. Prima che il combinato disposto di teste rasate e bravi padri di famiglia bastonatori venga a presentare il conto anche a loro.


 

Analisi e sintesi

 

Abituato a riunioni di

lavoro in cui si interagisce continuamente e non ci si lascia se non prima di aver deciso come portare avanti le cose di cui si è discusso (i famosi "next steps"), soffro di una certa insofferenza durante le riunioni politiche che invece sono strutturate in modo rigorosamente sequenziale, dove si parla assolutamente tutti e rigorosamente uno per volta (che se ti sei scordato una cosa magari importante sono affari tuoi), l'interazione è considerata il massimo insulto ("Mi lasci finire!") e il turno di parola di ciascuno è considerato mlto più importante delle decisioni da prendere. 


Così quando sabato a Roma partecipando ad una una riunione sentivo il dodicesmo oratore che ci raccontava quello che pensava incurante di tutto quello che era stato detto prima e di tutto quello che sarebbe stato detto dopo, ho scritto su un biglietto che ho passato ad un mio vicino che pure mi sembrava scalpitare: "La politica italiana è tutta analisi e niente sintesi". Il mio vicino - evidentemente anche più sofferente di me - ha letto, ha preso la penna e con aria compunta ha aggiunto: "... e, naturalmente, niente azione". http://www.ivanscalfarotto.it/2008/05/analisi_e_sintesi.html#more

Cannes premia il cinema italiano. Ma a qualcuno da fastidio.

Gomorra di Matteo Garrone ha ottenuto il Grand Prix e Il divo di Paolo Sorrentino il premio della giuria.

Fonte: Repubblica

Afef, nota intellettuale del panorama internazionale, in forza alla Tronchetti S.P.A., ritiene che il film di Garrone, ispirato all’omonimo libro di Roberto Saviano possa fare del male all’Italia

Giulio Andreotti sostiene che del film “Il Divo” ne avrebbe fatto volentieri a meno

Il Cinema Italiano, quello che poche passarelle ottiene su Mediaset e Rai, ottiene plausi a Cannes. In realtà passerelle in TV Saviano ed il suo libro ne hanno avute tante. Qualcuno può iniziare a storcere il naso, sospettando che se ne stia approfittando per vendere più copie (siamo in Italia, ad essere maliziosi ci si prende quasi sempre).
Tuttavia, essendo in Italia, tra Saviano che mi parla del suo libro e Bruno Vespa che mi parla di quante caccole dal naso si sia tolta la Franzoni, 1000 Gomorra in più.
Siamo arrivati al paradosso più assurdo in questa pazza penisola: dobbiamo iniziare a dubitare anche di chi parla di Camorra, perchè siamo talmente abituati a dubitare di chiunque, che forse neanche di noi stessi ci fidiamo più.

Il prossimo anno proporremo una petizione per far entrare in giuria Afef e Giulio Andreotti, oltre a Mara Carfagna e Marcello Dell’Utri, le sorelle Carlucci e Totò Cuffaro, Nilla Pizzi ed Emilio Fede.

Cosicchè il nostro Cinema Italiano potrà “non fare male” ed essere visto “ben volentieri” da tutti.http://termometropolitico.wordpress.com/


Inconfutabili falsità
Gli Usa accusano l'Iran di armare i miliziani sciiti, ma poi le prove non vengono esibite
Fin da prima del suo inizio, la guerra in Iraq si è combattuta anche sui grandi media occidentali che, più o meno colpevolmente, hanno dato risalto alle notizie confortanti per la Coalizione a guida Usa e omesso tanti dettagli scomodi. Da qualche anno, inoltre, la guerra in Iraq si combatte anche pensando all'Iran, contro il quale sono già stati preparati diversi piani di attacco. Sul fronte dell'informazione si è tentato di preparare il terreno per un nuovo ipotetico conflitto, martellando l'opinione pubblica con le accuse al regime di Teheran. La principale imputazione, lanciata a più riprese dagli ufficiali delle forze armate Usa, è stata quella secondo cui i miliziani sciiti ricevono armi, finanziamenti e formazione dal regime degli ayatollah, allo scopo di destabilizzare il paese. Recentemente, però, la campagna di accuse all'Iran ha subito due duri colpi.

Alla fine di aprile, il generale David Petraeus, al comando delle truppe Usa in Iraq, annunciava la prossima divulgazione di un dossier sull'ingerenza iraniana nel paese. Secondo le indiscrezioni filtrate più o meno intenzionalmente, il rapporto conteneva fotografie delle armi made in Iran, mortai, razzi ed esplosivi, tra cui si diceva ve ne fossero alcuni con data di fabbricazione 2008. Inoltre il documento conteneva verbali di interrogatori a miliziani sciiti che ammettevano di avere ricevuto addestramento in una base non lontana da Teheran, gestita dall'Hezbollah. Sembrava insomma che l'amministrazione Bush stesse per fornire elementi di prova inequivocabili, a dimostrazione delle proprie teorie che, è bene ricordarlo, puntano a fare accettare al Congresso Usa l'idea che un conflitto con l'Iran sia inevitabile. Il documento è stato consegnato alle autorità irachene le quali, dopo averlo analizzato, avrebbero dovuto renderlo pubblico. Pochi giorni dopo, il 3 maggio, il generale Raied Shaker, un comandante dell'esercito iracheno della zona di Kerbala, annunciava la scoperta di un grosso arsenale di armi di provenienza iraniana nella città santa sciita. Petraeus non si lasciò scappare quello che pareva un assist per ricarare la dose contro Teheran, e annunciò lo scoop ai media: verranno mostrate le armi che l'Iran manda ai miliziani sciiti iracheni e poi verranno distrutte.

Le cose però non sono andate come Petraeus si aspettava. Il 4 maggio, la delegazione mandata in Iran dal premier iracheno Al Maliki tornava a Baghdad e, poco dopo, il portavoce del premier Ali al Dabbagh dichiarava alla stampa la formazione di una commissione di indagine per verificare le accuse statunitensi. Un altro consigliere di Al Maliki, Haider Abadi, spiegava che il governo iraniano aveva mostrato delle prove a discarico, e che pertanto l'inchiesta era necessaria: “Vogliamo informazioni tangibili, non basate su speculazioni” concludeva Dabbagh. Da allora la pubblicazione del rapporto di Petraeus è stata più volte rimandata. Altre fonti militari, sostengono che il dossier non viene pubblicato perché il governo iracheno ne starebbe facendo un uso diplomatico, per spingere Teheran a fermare il flusso di armi verso i miliziani sciiti. Rimaneva aperto il caso delle armi made in Iran scoperte a Kerbala, ma anche qui gli ufficiali statunitensi hanno dovuto fare marcia indietro. Pare infatti che una delegazione di esperti si sia recata a Kerbala per prendere visione delle armi sequestrate e non abbia trovato nulla che potesse essere collegato all'Iran. Nel corso dell'ultimo anno, Kerbala è stata teatro di grandi scontri tra gli eserciti Usa e iracheno, contro i miliziani sciiti dell'esercito del Mahdi, quelli che secondo le accuse statunitensi sarebbero armati dall'Iran. Le armi scoperte appartenevano quasi certamente a loro.

Nell'arsenale scoperto gli esperti Usa hanno trovato 800 razzi Rpg e 570 ordigni esplosivi, di quelli che vengono fatti esplodere a margine delle strade. Lo stesso tipo di armi trovate anche negli arsenali delle milizie sunnite di Al Qaeda. Non solo, secondo le dichiarazioni del generale iracheno Shaker, tra le armi scoperte c'erano anche 150 delle cosiddette Efp (Explosively formed penterators), bombe capaci di perforare le armature dei tank, che da oltre un anno gli Usa sostengono essere di fabbricazione iraniana. Anche quelle, però, dopo le analisi degli esperti Usa, si sono rivelate di costruzione irachena. Queste scoperte lasciano pensare che i miliziani attivi in Iraq, sia gli sciiti che i sunniti, si riforniscano di armi sullo stesso mercato nero, e che le armi di provenienza iraniana ci siano, ma siano solo una minima parte di quelle a disposizione dell'esercito del Mahdi. Il 7 maggio, il generale Kevin Bergner avrebbe dovuto mostrare alla stampa gli armamenti sequestrati a Karbala, ma l'esibizione è stata annullata. Al suo posto una conferenza stampa in cui, stando al resoconto di Tina Susman per il blog del Los Angeles Times -l'unico grande quotidiano a riportare la notizia, o meglio, la mancata notizia- “c'è stata una interessante assenza in tutto il discorso di Bergner: non ha pronunciato nemmeno una volta la parola Iran”.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11160

Perché Clinton ha perso

Mentre riparte il tormentone sul dream ticket, si possono provare a tirare le prime somme di queste interminabili primarie democratiche. Soprattutto, si può cercare di capire perché Clinton abbia perso, a dispetto della sua forza politica, delle sue risorse, delle sue indubbie capacità e del fatto, forse non sufficientemente sottolineato, che i programmi dei due candidati fossero alla fine assai simili. La sfortuna, gli errori, la sorprendente abilità di Obama: tutti questi fattori hanno concorso nel determinare l'esito finale. Ma hanno agito anche trasformazioni più ampie, che rendono l'America di oggi assai diversa da quella clintoniana degli anni Novanta. Provo, in sintesi, a ricapitolare le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton (ognuno dei punti di cui sotto è ovviamente passibile di vari approfondimenti e specificazioni):

 

a)   I clintoniani hanno completamente sbagliato la strategia elettorale. Pensavano di replicare il modello del 2004: vittorie in Iowa e in New Hamsphire, domino conseguente e partita chiusa il supermartedì. È bastata la sconfitta in Iowa per far saltare tutto. A quel punto la maggior organizzazione sul campo di Obama ha fatto la differenza nei caucus, la cui importanza è stata a sua volta sottovalutata dai Clinton (tanto per intenderci: nei caucus del solo stato di Washington, dove erano in palio 78 delegati, Obama ha ottenuto 26 delegati in più di Clinton, che ne ha recuperati appena 19 nelle due larghe vittoria in Ohio e in Pennsylvania, dove i delegati n palio erano 300)

b) Obama è stato a lungo trattato con i quanti di velluto dai media

c)  Clinton e il suo team hanno sottovalutato Obama. Non si spiega altrimenti l'incapacità di sfruttare prima la vicenda del reverendo Wright, che se sollevata in tempo avrebbe potuto modificare l'esito del voto a partire, appunto, dai caucus dell'Iowa

d)   Obama ha sfruttato appieno la blogosfera: la sua capacità di mobilitazione, cruciale nella creazione di un movimento attivo sul campo, e, ancor più, quella di fundraising, che ha dotato Obama di straordinarie risorse, rivelatisi decisive nel limitare i danni negli stati - di nuovo Pennsylvania e Ohio - dove Clinton era decisamente più forte.

e)   Maturato il distacco decisivo tra il supermartedì (5 febbraio) e il voto in Texas e Ohio (4 marzo), Clinton ha deciso di alzare il tono della polemica e di ricorrere spesso a una campagna negativa. Difficile dire se ciò le abbia giovato elettoralmente, ad esempio tra una parte dell'elettorato bianco, ma è certo che ciò abbia finito per compattare il fronte obamiano e, ancor più, l'elettorato afroamericano. A quel punto è divenuto impossibile per Clinton conquistare la nomination senza alienare quell'elettorato, spaccare il partito e pregiudicare le possibilità di successo in novembre. E in modo inarrestabile, i superdelegati - tra i quali Clinton aveva un ampio vantaggio - hanno cominciato a schierarsi con Obama per evitare questo esito.

f)    Fattore Bill. Di nuovo difficile da misurare in termini elettorali, anche se ha fatto una certa impressione vedere un ex presidente scendere nella contesa in questo modo (lo si confronti con l'atteggiamento di George Bush Sr. nel 2000, ad esempio). Ma le critiche ricevute da molti superdelegati e la profonda irritazione di alcuni dei più influenti politici afroamericani hanno finito per contribuire al processo di cui al punto d).

g)   E questo ci riporta al fatto che l'America di oggi non è quella degli anni Novanta. E che il messaggio tecnocratico, ma algido, della Clinton ha rivelato una debole capacità di mobilitazione, anche perché non bilanciato in alcun modo dal carisma e dal fascino che Bill sapeva proiettare

h)    Molto più importante della competenza e, anche, dei programmi è stato il giudizio sul comportamento di Obama e Clinton negli ultimi sei anni e, in particolare, la loro posizione rispetto alla politica estera di Bush. Obama è riuscito a sfruttare l'ostilità alla guerra e la richiesta forte della maggioranza dei militanti democratici di uscire quanto prima dall'Iraq, anche se la sua posizione non è stata sempre lineare e coerente su questo (si vedano le dichiarazioni, e ancor più i silenzi, del periodo 2002-2004). Hillary ha pagato il suo sostegno alla guerra e la sua incapacità di emanciparsi da un'immagine di falco, ampiamente coltivata negli anni passati e confermata in alcune decisioni recenti (ad esempio il suo voto a favore della risoluzione che dichiara la Guardia Rivoluzionaria Iraniana una organizzazione terroristica)

 

Per questi motivi Clinton ha perso. Resta ora da capire se l'America sia cambiata a sufficienza, se Obama sia abile abbastanza e se McCain sia debole quanto sembra.http://mariodelpero.italianieuropei.it/2008/05/perche-clinton-ha-perso.html


Premio Nobel Nucleare -


di Alessandro Cisilin, Megachip – da Galatea

Per gli ucraini fu la “Č ornobyl's'ka katastrofa”. In Russia, che allora li governava, si preferisce invece il più simpatico termine avarija . Allo scadere del ventiduesimo anniversario della strage, comunque, a trionfare è un interessato silenzio globale. “Il ritorno dell'era nucleare”, titolava qualche settimana fa l'inglese Independent, ed è un ritorno che non scaturisce dagli ultimi accordi franco-britannici per il rilancio dell'energia atomica, né dai mesi di escalation del prezzo del petrolio, né tantomeno dalle presunte preoccupazioni dei governi (europei, in primis) per i gas serra. L'omertà sulle conseguenze ancora attuali del fatto risale alla consegna tre anni fa del Premio Nobel per la Pace a Mohammed El-Baradei.


“Il mondo deve abbandonare le armi nucleari se vuole sopravvivere”, commentò il direttore dell'Agenzia Onu per l'Energia Atomica (Aiea) nell'accogliere il riconoscimento. Nulla disse però sulle conseguenze del nucleare civile, a partire dai caduti di quel “guasto”. Sono almeno duecentomila, secondo organizzazioni indipendenti come Greenpeace, e la stima sembra ottimistica considerando che, da testimonianze di singoli ministri, ricercatori e funzionari di governi ed enti internazionali come l'Onu, l'esplosione nel reattore espose immediatamente l'intera popolazione ucraina allo iodio 131 e alla contaminazione dell'acqua, facendo raddoppiare i cancri alla tiroide nei bambini e le malformazioni congenite anche in Russia. Il danno è peraltro ancora attivo, perfino nel lontano Regno Unito dove si stimano a centinaia i terreni agricoli a tutt'oggi radioattivi sui quali pascolano allegramente centinaia di migliaia di capi di bestiame. Si sa di Londra perché a Londra la ricerca si fa, del resto d'Europa quasi nulla, perché la scienza costa e, nella fattispecie, è poco profittevole al di fuori della certificazione degli allarmi.

E' stato proprio El-Baradei a decidere che bisogna “fermare” le statistiche, dando certezza alle stime e stoppando le analisi in divenire. “R ilasciare un unico e chiaro messaggio agli abitanti della regione ed in generale all'opinione pubblica […] in vista della normalizzazione della situazione degli individui e delle comunità ” è stato il suo messaggio all'uscita da un vertice col premier bielorusso. Era il 2001, l'anno della catastrofe delle Due Torri che ha aperto la stagione internazionale dei conflitti e delle tensioni sul petrolio. Parola d'ordine, “normalizzazione”, da realizzarsi attraverso un apposito Forum Chernobyl . I risultati di quella Conferenza di esperti dei governi e delle organizzazioni internazionali sono stati resi noti nel settembre del 2005. Il bilancio ridimensionò seccamente tutte le stime precedenti. I morti sarebbero solo i due operai caduti sul colpo nell'esplosione, una trentina di colleghi e pompieri deceduti poi per le radiazioni, e un'altra quindicina di vittime di tumori dovuti allo iodio. La malattia è stata contratta da altre quattromila persone, quasi tutte però guarite. Altrettante, e non una di più, risultano a rischio per i danni di lungo periodo, cifra che si riconosce solitamente agli operai di qualche fabbrichetta che abbia usato dell'amianto. Punto. E basta. Le conseguenze peggiori sembrano essere quelle dello “stress”, che consegnerebbe agli ucraini un disagio di natura puramente psicologica, peggiorandone la produttività e alimentandone le richieste risarcitorie.

Il rapporto sembra una barzelletta ma non lo è. A siglarlo, a fianco dell'Aiea, fu anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che sarebbe l'agenzia super partes per definizione. Falso. L'articolo 3 di un accordo siglato mezzo secolo fa consegna all'Agenzia Atomica il potere di censura sull'Oms, qualora la sua divulgazione “comprometta in un qualunque modo il buon andamento dei suoi lavori”. Detto fatto. E quasi tutta la stampa si è adeguata. Il ventiduesimo anniversario della strage è passato sotto silenzio. I morti son quelli, pochi tutto sommato, paragonati a certe calamità naturali. Fu un'avaria, come la chiamano i russi, anzi un “ errore umano ” come cominciano a ripetere in molti. La tecnologia nucleare era dunque affidabile perfino a Chernobyl, figuriamoci oggi. Pronti a ripartire.

acisilin@yahoo.it


LA VERITA' SUI SUICIDI DEI VETERANI

 

 

AARON GLANTZ
Foreign Policy In Focus

In media, ben diciotto veterani si suicidano in America ogni giorno, e circa un migliaio tentano il suicidio ogni mese tra gli ex-soldati che ricevono assistenza dal “Department of Veterans Affaires” (VA). Sono piu' i veterani che muoiono suicidi che i soldati che muoiono in combattimento.

Si tratta di statistiche che la maggior parte degli americani non conosce poiché l’amministrazione Bush si rifiuta di diffonderle. Dall’inizio della guerra Iraq, il governo ha cercato di presentarla come una “guerra senza vittime”.

Di fatto, non sarebbero mai venute alla luce se non fosse per la class action avviata congiuntamente dall’Associazione “Veterans for Common Sense” e “Veterans United for Truth” per conto di 1,7 milioni di Americani i quali hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. I due gruppi accusano il VA di aver sistematicamente negato l’assistenza psicologica e gli indennizzi per l’invalidità ai veterani rientrati dalle aree di conflitto.

La causa, nota ufficialmente sotto il nome di Veterans for Common Sense vs. Peake, è stata rinviata in giudizio il mese scorso alla Corte federale di San Francisco. In attesa di sentenza prevista il 19 maggio p.v. da parte del Giudice, Samuel Conti, la causa sembra già avere un fortissimo impatto [ad oggi, 21 maggio, ne' il sito ufficiale della class action Veterans for Common Sense vs. Peake ne' quelli degli organizzatori Veterans for Common Sense e Veterans United for Truth riportavano aggiornamenti. N.d.r.].

“Shh!”

Ecco perché durante le due settimane del processo, il VA è stato obbligato a produrre una serie di documenti i quali mostrano l’entità della crisi che colpisce i soldati rimasti feriti.

“Shh!” è l’espressione con cui inizia una e-mail di monito da parte del Dr. Ira Katz - Direttore della VA Mental Health Division - nella quale suggeriva ad un portavoce di non dire alla CBS News che ogni mese circa 1000 veterani in cura presso il VA tentano il suicidio.

“I coordinatori che si occupano della prevenzione al suicidio identificano circa 1.000 tentativi al mese tra i veterani che visitano la struttura. Forse è ora di affrontare la questione con attenzione, prima che qualcuno ci si imbatti”, concludeva nella sua mail.

Sono state immediatamente richieste le dimissioni di Katz. Il 6 maggio scorso il Presidente del Comitato Nazionale VA, Bob Filner (D-CA), ha convocato un’udienza dal titolo “The Truth About Veteran’s Suicides” ed ha richiesto il confronto tra Katz e James Peake (Segretario VA).

“Quella mail, povera nei toni, è parte di un dialogo sul tipo di informazione che da oggi in poi siamo chiamati a dare” ha asserito Katz in risposta ad alcuni membri dello staff sul momento più opportuno ed appropriato per diffondere e rendere pubbliche le informazioni.”

Filner era piuttosto sbalordito ed ha accusato Katz and Peake di “occultamento”.

“Un simile accaduto dovrebbe suscitare rabbia in ognuno di noi” ha dichiarato Filner “Si tratta di una questione di vita o di morte per i veterani dei quali siamo responsabili e, a mio parere, c’è stata una negligenza criminale nell’affrontare la questione. Se non lo si ammette, per ipotesi o reale consapevolezza, allora il problema continuerà a sussistere e le persone moriranno. Se questa non è negligenza criminale, allora non so davvero come chiamarla”.

Un modello.

Fa parte anche di un modello. L’elevato numero di veterani suicidi non è l’unica statistica che L’Amministrazione Bush è stata obbligata a rivelare in virtù di una causa legale.

Una serie di documenti presentati alla corte ha dimostrato che in sei mesi (fino al 31 marzo), un totale di 1.647 veterani sono deceduti in attesa che il governo approvasse la loro domanda di invalidità. Secondo altri documenti ancora, i veterani che si appellano alle sentenze del VA sull’approvazione o meno della loro domanda di invalidità attendono in media 1.608 giorni prima di avere una risposta.

Ci sono inoltre altre statistiche non nascoste ma nemmeno rivelate come quelle effettuate dal Pentagono su base mensile circa il numero dei soldati americani “feriti” in Iraq (attualmente pari a 10.180) e di quelli “malati” (28.451). Tutte e tre le categorie rappresentano i soldati che hanno pertanto subito danni fisici e che devono essere trasportati in Germania per una adeguata assistenza.

Altra cifra della quale non sentiamo parlare tanto spesso: 287.790. Vale a dire i veterani della guerra in Iraq ed Afganistan che al 25 Marzo 2008, hanno fatto richiesta per il riconoscimento dell’invalidità. Questo dato non è di pubblico dominio, ma rivelato dall’Associazione Veterans for Common Sense rifacendosi a quanto predisposto dal Freedom of Information Act.

Perché tanta segretezza? Perché è così difficile fornire dei dati precisi sulle vittime? Perché l’Amministrazione Bush sa che se gli Americani all’improvviso si svegliassero, il prezzo pagato per questa guerra sarebbe estremamente difficile da mandare giù.

Una “passeggiata”…

Torniamo indietro al 2002, prima dell’invasione dell’Iraq, quando i neo-conservatori Ken Adelman e Donald Rumsfeld predicevano che la guerra sarebbe stata una “passeggiata”.

Oppure prendiamo in esame l’affermazione del Vice-Presidente Dick Cheney. Due giorni prima dell’invasione, Cheney aveva detto a Tim Russert della NBC che la guerra sarebbe stata “piuttosto rapida… una fine prevista nel giro di settimane…piuttosto che mesi”

Oggi, simili commenti vanno a farsi friggere ma la soggiacente motivazione resta e si consolida. Ecco perché il portavoce del VA ammonisce con un “Shh!” un portavoce che sta rispondendo ad un giornalista che sta facendo l’inchiesta.

Eppure, tutti gli “shhh” del mondo non riusciranno ad attenuare il terribile dolore che aumenta dopo cinque anni di conflitto in Iraq e quasi sette in Afghanistan.

Fatti spiacevoli

Secondo uno studio condotto dalla Rand Corporation il mese di aprile scorso, circa 300.000 veterani di Iraq e Afghanistan soffrono di disturbi mentali o stati di grave depressione. Altri 320.000 riportano danni cerebrali e fisici molto seri. La maggioranza non riceve sostegno di alcun tipo da parte del Pentagono e dal sistema VA, i quali sembrano ben più preoccupati a celare i fatti spiacevoli piuttosto che a prestare la dovuta assistenza.

La RAND Corporation, nel suo studio, sostiene che il governo federale non presta assistenza ai veterani, a suo rischio e pericolo – sottolineando il fatto che i disturbi e i danni post-traumatici “potrebbero avere effetti e conseguenze ben lungi da ogni immaginazione”.

“I soggetti affetti da simili condizioni affrontano rischi più elevati rispetto ad eventuali problematiche psicologiche e tentativi di suicidio. La percentuale di comportamenti malsani (quali per es. fumo, obesità, promiscuità sessuale) per loro raggiunge dei livelli molto alti”. “Simili condizioni compromettono naturalmente i rapporti con gli altri, distruggono i matrimoni, aggravano ulteriormente eventuali difficoltà con le famiglie e causano problemi nei figli i quali si portano dietro le conseguenze per generazioni e generazioni”.

“Il che, in termini economici, si traduce in costi molto alti,” spiega RAND. “Tuttavia la maggior parte dei tentativi atti a misurare l’entità di tali costi si focalizza soltanto sui costi medici affrontati dal governo. Ed i costi diretti delle cure prestate costituiscono soltanto una frazione dei costi totali collegati alla salute mentale e alle condizioni cognitive. Ancora più alti sono i costi individuali e sociali a lungo termine derivanti dalla bassa produttività, da una minore qualità di vita, un aumento dei senzatetto, degli episodi di violenza domestica e dei suicidi. Una efficiente ed efficace assistenza ai veterani significherebbe una drastica riduzione di tali costi nel più lungo termine”.

Bush e il Congresso hanno la facoltà ed il potere di far sì che la situazione non peggiori. Non è tardi per aiutare i nostri veterani che tornano dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Non è tardi per iniziare un monitoraggio adeguato al fine di assistere tutti quegli uomini e donne che hanno subito dei danni di tipo traumatico. Così come non è tardi per snellire un iter burocratico troppo complicato per l’ottenimento dell’indennizzo di invalidità. Come dimostra lo studio condotto dalla Rand, tutto questo non è soltanto nel migliore interesse dei veterani ma piuttosto, nel lungo termine, è nel migliore interesse di tutto il paese.

E per cominciare, basterebbe che l’Amministrazione Bush fornisse informazioni oneste e veritiere circa i costi in termini umani della guerra in Iraq.

Aaron Glantz, collaboratore di Foreign Policy In Focus, e' autore di due libri sull'Iraq di prossima uscita: “The War Comes Home: Washington's Battle Against America's Veterans” (UC Press) e “Winter Soldier Iraq and Afghanistan: Eyewitness Accounts of the Occupations” (Haymarket). Cura il sito web WarComesHome.org.

Titolo originale: "The Truth About Veteran Suicides "

Fonte: http://www.fpif.org/
Link
11.05.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA POMPEI

VEDI ANCHE: GUERRA IN IRAQ: PIU’ DI 15000 LE VITTIME USA?


Il Nader dei repubblicani

Quest'anno i libertarian hanno scelto un candidato - l'ex deputato repubblicano Bob Barr - che è abbastanza mainstream per rubare qualche voto a John McCain. Del genere di quelli che fanno perdere le elezioni.
New York Times, Economist

http://giornalismoparma.typepad.com/


elezioni Usa : Il sogno di Obama può diventare una realtà
 

All’inizio delle primarie americane, qualche mese fa, i favoriti erano Rudolph Giuliani per i repubblicani e Hillary Clinton per i democratici.

Era però prevedibile che Giuliani, con il suo pesante fardello di ambiguità, sia politiche che personali, non facesse troppa strada in direzione della Casa Bianca. Ed infatti la sua candidatura è durata poco più di una settimana: giusto il tempo di rendersi conto di quanto facile fosse impallinare l’ex-sindaco di New York (è bastato l’arresto di Bernard Kerik, senza nemmeno bisogno di scomodare le bugie di Giuliani sull’undici settembre), e i repubblicani lo hanno subito abbandonato alla deriva, rifugiandosi sul più moderato ma apparentemente più difendibile John McCain.

A quel punto non ci voleva molto a immaginare che anche la candidatura di Hillary Clinton, costruita su misura per contrastare quella di Giuliani (una democratica moderata era perfetta contro un falco “spumeggiante” come lui), avrebbe perso molto del suo appeal contro il già moderato McCain, aprendo invece la strada al più “liberal” e combattivo Barak Obama.

Anche in quel caso i democratici hanno capito l’antifona, ed hanno chiaramente scelto Obama, il cui grande vantaggio, rispetto alla Clinton, è di aver votato contro il rifinanziamento della guerra in Iraq. Questo offre al senatore dell’Illinois un’arma di primaria importanza, nella battaglia elettorale del prossimo autunno, che Hillary invece non potrebbe utilizzare.

Ma c’è un’altra grossa differenza fra Barak e Hillary, che non solo depone a favore del primo, ma permette legittimamente di sperare ...

... in una sua vittoria finale contro McCain. Nei pochi mesi di campagna elettorale a cui abbiamo assistito, Obama ha dimostrato di saper letteralmente trascinare le masse come in America non accadeva dai tempi di Robert Kennedy, “tirando fuori” decine di migliaia di giovani che a novembre voteranno per la prima volta “solo perchè c’è lui”.

Come molti sanno infatti, il problema principale in America non è convincere la gente a votare per te, ma convincerla a votare e basta. Nel paese in cui è nata la moderna democrazia, ironicamente, vota di solito meno della metà degli aventi diritto, ed è quindi chiaro che ogni nuova “sacca sociale” che si riesca a conquistare significa un immediato salto in avanti per chi sia riuscito a farlo.

Questo significa che Obama è teoricamente in grado di ribaltare a proprio favore il voto di novembre nei cosiddetti “swing states” – gli “stati che oscillano”, fra una maggioranza democratica e una repubblicana – che sono quelli che normalmente determinano l’esito finale delle presidenziali. Oltre alla famigerata Florida, che vale da sola metà della posta ancora in dubbio, oggi i nuovi stati “in bilico” sono il Colorado, l’Ohio, la Pennsylvania, il Missouri, il Nevada e qualche altro. Ce n’è a sufficienza per far sentire McCain tutt’altro che tranquillo.

Ma forse è ancora presto per fare questo tipo di ragionamenti, perchè da oggi a novembre possono arrivare delle sorprese – intese come “rivelazioni” negative sui candidati - capaci di ribaltare in qualunque momento la situazione esistente. Anche in questo caso però sembra che Obama sia in netto vantaggio: mentre lui in fondo ha già pagato il suo scotto, con la storia del prete nero “antiamericano” della sua parrocchia, per McCain potrebbe anche covare la più grande e devastante di tutte le sorprese.

Ricordate la faccenda del “vero eroismo” di McCain, che fa curiosamente a cazzotti con la sua politica oscurantista sul passato del Vietnam? Ebbene, a quanto pare non siamo solo “noi di Internet” ad essere al corrente di questo suo piccolo scheletro nell’armadio: poche sere fa Keith Olbermann, in una delle sue classiche “tirate” antirepubblicane sulla MSNBC, ha criticato McCain per aver accusato Obama di “inesperienza militare”, ed ha concluso dicendo: “Bisogna stare molto attenti a fare questo tipo di discorso, specialmente se si ha un passato da Manchurian Candidate, nel quale per cinque anni ti sei fatto fare il lavaggio del cervello in qualche lontano paese dell’Indocina“.

Se Olbermann già si preoccupa di farci sapere che “lo sa”, secondo voi a nessuno verrà voglia, al momento giusto, di tirare fuori questa storia?

In ogni caso, a tutti coloro che dicono che “tanto è lo stesso, i candidati sono tutti uguali”, si può rispondere che sarà anche vero, ma che è comunque preferibile vedere alla Casa Bianca uno “uguale” come Obama che uno “uguale” come McCain. Quelli come il primo normalmente danno più soldi alle scuole pubbliche e agli ospedali, mentre gli altri li danno ai militari per combattere in Iraq. Non è che sia proprio la stessa cosa.

Massimo Mazzucco

VEDI ANCHE:

Il piccolo sporco segreto di John McCain

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2530

Non si scappa...


Oltre duecento dignitari per una seduta parlamentare decisamente eccezionale, quella di domani a Beirut, convocata per eleggere il nuovo presidente libanese, Michel Suleyman (i poster con la sua immagine, come si vede nella foto ripresa da A Diamond's Eye, tappezzano già le strade della capitale). E tra i nomi eccellenti, ci sono tutti i patron della crisi libanese, da oriente così come da occidente. Ministri degli esteri di Siria, Iran, Francia, Spagna, Italia, delegazione del Congresso americano, Ban Ki Moon, Amr Moussa. E poi l'emiro del Qatar Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani , il grande manovratore dell'accordo di Doha assieme al fidatissimo premier e ministro degli esteri, Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabor al-Thani. Caso unico, l'emiro del Qatar parlerà ai deputati libanesi nella seconda parte della seduta, dopo l'elezione di Michel Suleyman. A prima vista, sembrerebbe un'occasione per vip, che si riuniscono a Beirut semplicemente per sancire l'accordo di Doha. Nella sostanza, sembra molto di più una blindatura della politica libanese, del tutto ostaggio - a questo punto - della politica internazionale. Alla stregua di quello che successe con gli accordi di Taif, che misero fine alla guerra civile. Conclusione: a intervalli regolari, la politica internazionale decide come ricomporre il delicato equilibrio libanese, a seconda di quello che succede nel più ampio quadro geopolitico regionale. E i libanesi, ancora una volta, rivestono il ruolo delle pedine da muovere: come se l'èlite politica del Paese dei Cedri fosse, ormai da tanto tempo, incapace a comporre il mosaico nazionale da sola.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/

Myanmar: la giunta invita il Segretario Generale dell'ONU

Per discutere riguardo alla disastrosa situazione in cui versa dopo il passaggio del ciclone Nargis

La giunta militare che governa il Myanmar ha invitato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, a recarsi in visita nel paese per discutere riguardo alla disastrosa situazione in cui versa dopo il passaggio del ciclone Nargis. La visita avrà luogo entro questa settimana, nonostante le recenti tensioni tra Ban Ki-moon e il leader della giunta, il generale Than Shwe, il quale si era rifiutato di rispondere alle telefonate e alle lettere del Segretario Generale che, all'indomani del disastro, chiedeva il via libera all'ingresso dei team di soccorso dell'ONU. Ban arriverà a Yangon mercoledì e successivamente dovrebbe visitare l'area del delta dell'Irrawaddi, la più colpita dal ciclone.

Motivo di questa recente apertura della giunta è la necessità di ottenere al più presto nuovi aiuti per i milioni di sopravvissuti, senza però correre i presunti rischi alla sicurezza rappresentati, ad esempio, dall'ingresso di personale straniero (in particolare occidentale) o dall'impiego di sistemi di raccolta informazioni e comunicazione da parte dei team di soccorso. È evidente che la giunta teme che le operazioni di soccorso possano essere sfruttate da paesi stranieri come copertura per operazioni di intelligence o per altre attività ostili (propaganda contro il governo, organizzazione di ribellioni ecc.).

La principale speranza per uno sblocco della situazione è riposta sul meeting di oggi dell'ASEAN (Association of South East Asia Nations) con il quale l'organizzazione, di cui fa parte anche il Myanmar, sta cercando di trovare un accordo per l'avvio di una missione di soccorso in collaborazione con le Nazioni Unite. L'occasione è di quelle da non perdere per il governo del Myanmar, visto che la crisi umanitaria si sta rapidamente trasformando in crisi politica, con i paesi dell'Unione Europea che hanno già avvisato la giunta che il blocco degli aiuti internazionali potrebbe essere considerato come un crimine contro l'umanità. Secondo i dati forniti da Pyinmana sarebbero 78.000 le vittime accertate, alle quali si devono aggiungere 56.000 dispersi e 19.000 feriti. Le persone che necessitano immediati soccorsi sarebbero circa 2,5 milioni.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32805

Africa : arrestato ricercato internazionale per crimini di guerra
di Carla Amato

E' stato arrestato ieri in Belgio Jean-Pierre Bemba Gombo, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra commessi nella Repubblica centrafricana. Sul capo di Gombo, Presidente e Comandante in Capo del Movimento di liberazione del Congo (Repubblica democratica del Congo) pendono quattro capi d'accusa per crimini di guerra e due per crimini contro l'umanità commessi dal 25 ottobre 2002 al 15 marzo 2003.

Il Tribunale preliminare ha infatti stabilito vi siano fondati motivi di ritenere che, nel contesto di un prolungato conflitto armato nella Repubblica centrafricana, le forze MLC di Jean-Pierre Bemba Gombo abbiano effettuato un diffuso e sistematico attacco contro la popolazione civile durante i quali sono stati impiegati lo stupro, la tortura, la violazione della dignita' delle persone e di saccheggio.

Dall'analisi del tribunale sono emersi fondati motivi per ritenere che Jean-Pierre Bemba Gombo, in qualità di Presidente e Comandante in Capo del MLC, avrebbe la responsabilita' di tutte le decisioni politiche e militari.

Il 21 dicembre 2004, la Repubblica centrafricana, che e' uno Stato membro dello Statuto di Roma fondativo della Corte Internazionale, si e' rivolta al Procuratore della Corte. Il 22 maggio 2007, a seguito di una approfondita analisi delle informazioni relative ai presunti crimini, il procuratore ha annunciato la sua decisione di avviare l'inchiesta nella Repubblica centrafricana.

Il mandato d'arresto per Jean-Pierre Bemba Gombo e' il primo ordine d'arresto del Tribunale internazionale indipendente per la situazione nella Repubblica centrafricana, mentre gli altri Stati nel mirino della Corte attualmente sono Uganda, Repubblica democratica del Congo e Sudan (Darfur).

Purtroppo la Repubblica centrafricana non trova pace. E' di ieri la notizia dell'aumento, dall'inizio dell'anno, del numero di attacchi di banditi armati in tutto il nord del Paese. Secondo l'ONU, gruppi di 10 - 30 uomini armati - conosciuti localmente come "tagliatori di strada" o "zaraguinas" - stanno razziando la regione uccidendo o assaltando i viaggiatori e gli abitanti dei villaggi, rapendo bambini e adulti, saccheggiando le proprietà e radendo al suolo le case. I banditi hanno bruciato interi villaggi, spesso come punizione per la resistenza dei gruppi di autodifesa locali.

La situazione sta costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le loro case e sta facendo collassare la gia' provata economia della regione nel paese dilaniato dai conflitti, mortificando anche l'impegno delle famiglie per l'istruzione dei figli, dato che l'emergenza costringe a spostarsi in massa in cerca di rifugio e non esporsi quotidianamente per strada.


www.osservatoriosullalegalita.org


SALVADOR: I prezzi aumentano, i poveri mangiano ancora meno
Raúl Gutiérrez


SAN SALVADOR, IPS) - Mangiare meno è l’unica opzione rimasta ai più poveri dei poveri del Salvador, di fronte al continuo aumento dei prezzi globali del cibo, che ha avuto un impatto decisivo sul costo di prodotti come riso, fagioli, tortillas, latte, uova e pane.




La crisi alimentare seria nel Salvador, avvertono esperti stranieri, attivisti per la tutela dei consumatori e il difensore civico per i diritti umani, Oscar Humberto Luna, che ha definito “tetro” il panorama di questa nazione impoverita dell’America Centrale.

Francisco García, impiegato ventinovenne, racconta: “Quello che riuscivo a comprare con 200 dollari, adesso costa 300”. ”Il denaro che serviva per un litro di latte, ora basta per comprare mezzo litro...dobbiamo mangiare meno rispetto a prima”, ha aggiunto García, aspettando l’autobus nel centro di San Salvador.

Gabriela Ortiz, casalinga di 22 anni, ha detto che il suo budget è salito “da 60 a 80 dollari al mese” dall’inizio di quest’anno.

Carlo Scaramella, rappresentante del Programma Alimentare Mondiale (PAM) in Salvador, ha riferito all’IPS che l’agenzia delle Nazioni Unite sta realizzando uno studio sull’impatto dell’inflazione alimentare previsto per le fasce più povere della popolazione in Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua.

Malgrado i risultati non si vedano ancora, ovvero “gli effetti non possano essere descritti in dettaglio”, è possibile parlare di quello che sta accadendo, in un paese dove le famiglie hanno iniziato a riorganizzare le loro entrate, ha aggiunto il funzionario.

”Le persone cominciano ad avere un accesso ridotto al cibo”, e la qualità della loro dieta si è abbassata, come conseguenza di un minore potere d’acquisto, riferisce Scaramella.

Il funzionario evidenzia inoltre la gravità della situazione soprattutto nelle aree rurali, dove ogni famiglia povera oggi è “molto più povera”. ”Oggi la popolazione può permettersi solo la metà di ciò che poteva acquistare un anno fa”, soprattutto mais, fagioli e riso, il cui costo è raddoppiato, avverte Scaramella.

Le statistiche del Centro di difesa del consumatore (CDC), basate su informazioni provenienti da fonti governative e dal Consiglio regionale per la cooperazione agricola (CORECA), indicano una crescita mensile nel costo dei prodotti di base per un nucleo di quattro persone da 101 a 123 dollari, tra aprile 2007 e marzo 2008, mentre nelle aree urbane il costo del paniere di base è salito da 140,5 a 160 dollari al mese.

Il CDC riferisce inoltre che l’anno scorso, il prezzo di mezzo chilo di fagioli è salito da 50 a 84 centesimi, il riso è aumentato da 32 a 50 centesimi, e il mais da 16 a 22 centesimi, mentre il prezzo del latte è aumentato da 95 centesimi a 1,03 dollari.

Questo rappresenta il trauma più grave per il bilancio familiare, perché il cibo assorbe oltre la metà del reddito nelle famiglie più povere, come riferisce la Fondazione salvadoregna per lo sviluppo economico e sociale (FUSADES).

Gli esperti imputano l’attuale scarsità globale del cibo all’utilizzo dei raccolti – soprattutto di mais – per la produzione di biocombustibili, al prezzo record di petrolio e fertilizzanti, e alla crescente domanda di prodotti alimentari delle potenze emergenti come Cina e India.

Questi fattori esterni hanno ulteriormente aggravato i problemi causati dalla liberalizzazione del commercio e dallo smantellamento del settore agricolo – politiche avviate in Salvador nel 1990, durante l’amministrazione dell’allora presidente Alfredo Cristiani (1989-1994), che reputò più economico importare cibo anziché produrlo.

Queste politiche hanno distrutto l’industria agricola nazionale, facendo fiorire le aziende di importazione del grano, ha detto all’IPS l’economista Raúl Moreno. “È stato un errore capitale”, ha aggiunto.

Il difensore civico Luna ha detto di aver assistito a un “forte deterioramento” degli standard di vita e della sovranità e sicurezza alimentare per i salvadoregni, esprimendo la sua “profonda preoccupazione”.

Luna chiede che il governo “dichiari lo stato di emergenza nazionale” e “prenda le misure necessarie per affrontare la crisi”, con la creazione di una commissione nazionale che sostenga il settore agricolo e prepari un disegno di legge sulla sicurezza alimentare.

Due settimane fa, il governo di destra di Antonio Saca ha istituito una commissione multi-disciplinare per la formulazione di un piano che fronteggi la crisi.

Saca ha dichiarato di voler lasciare i sussidi per il gas propano da cucina e l’elettricità, e favorire la produzione alimentare, ma ha chiesto comunque alla popolazione di “stringere la cinghia”.

Il commissario presidenziale per l’agricoltura, Carmen Elena Díaz, ha confermato all’IPS che il governo avrebbe investito circa 115 milioni di dollari in “incentivi per piccoli agricoltori”, sostenendoli anche con la distribuzione gratuita di 350 mila sacchi di fertilizzanti e semi di mais migliorati per espandere i raccolti.

Secondo molti analisti, queste misure mirano a guadagnare il sostegno al partito di governo dell’Alleanza repubblicana nazionalista, con uno sguardo alle elezioni del prossimo anno.

L’Arcivescovo ausiliario di San Salvador, Gregorio Rosa Chávez, critica le dichiarazioni del presidente, che fanno riferimento solo a “fattori esterni” per la crisi in atto, evitando di citare “le politiche avviate nel paese”, che secondo il prelato sono concausa di “queste malattie”.

”Un’analisi obiettiva evidenzia proprio il contrario: i problemi più gravi sono dentro il paese, per questo le politiche interne devono essere modificate; anche il resto ha le sue conseguenze, ma non può certo considerarsi il fattore chiave”, ha ribadito il vescovo.

Chávez ha inoltre criticato l’assenza di una rappresentanza di agricoltori nella commissione multi-disciplinare.

Di nuovo sulla strada, un operaio in pensione di un’azienda che produce pane, Max Flores, 62 anni, ha detto che i negozianti stanno “speculando e approfittando dei loro clienti”, perché non vi è una correlazione tra l’aumento dei prezzi delle merci e i prezzi del cibo.

Secondo Giorgina Díaz, 30 anni, al nono mese di gravidanza, è “assurdo” che Saca chieda alla popolazione di “mangiare meno”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1205


maggio 25 2008

Dacci oggi il nostro Spazio Azzurro quotidiano

Il lavoro rende liberi

"SONO STATO SEMPRE CONTRRIO ALL'ESISTENZA DEL CARCERE CHIUSO E NULLAFACENTE.PER CHI DELINQUE SI CREINO CAMPI DI LAVORO ALMENO,SI IMPARANO A LAVORARE E SI PAGANO LA SPE"

Tappi d'acqua
bisogna trovare di utilizzare l'immondizia tritandola come si fà con i tappi d'acqua, poter costruire dei mattoni per l'edilizia verranno dei mattoni tipo fortiss

Costretto
Il bagnino al naufrago in panico dà un pugno in testa MA LO SALVA. È costretto a farlo. Grazie PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SILVIO BERLUSCONI !!!

Sputano
Amici mi segnalano che a Prato è aumentata la salmonellosi perchè i cinesi sputano dappertutto (ho visto anche io scene tremende alla posta). Noi ci si ammala per loro

Le villette
Vi prego, includete anche le villette nell'esenzione ici, costate tantissimi sacrifici

Usciamone
Finora l'Europa è stata essenzialmente il perverso garante dell'invasione esponenziale di: kriminali, klandestini, farabutti, prostitute, topi d'appartamento, borse

Lo dicono anche i medici
Comunque sono anche convinta che l'epidemia di morbillo, meningite, scabbia, tubercolosi siano portate dagli extracom. lo dicono anche i medici. Siamo tutti a rischi

http://mirumir.blogspot.com/


Qi denuncia chi

L'anno della Tigre di Carta

“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
“Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria età”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Qi Demei. Q, i, staccato Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Qi”.
“Qi Qi Demei?”
“No, solo Qi staccato Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma con tutti questi cognomi stranieri uno non ci capisce più…”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Qi Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che...”
“Sì, confesso, sono anch’io del 1974. Dunque, Qi Demei, nato il tredici luglio 1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Se fossi un turista e mi rubassero il portafogli…”
“Giusto. Allora: Qi Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di-”.
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Qi Demei”.
“Cognome?”
“Qi”.
“Kikidemei?”
“No, Qi staccato Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Qi Demei”.
“Non lo nego”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche venire prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
“Si bloccherebbero tutti i tribunali italiani!”
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo – ah, e siccome lavorando io reitero il mio reato, perché rubo il lavoro ai commercianti italiani, credo che mi dovrete mantenere voi, in una prigione o altrove. Le vostre prigioni le ho viste, e confrontate al sottoscala dove dormo non sono male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, e a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che cinque, sei anni di vitto e lavoro assicurati non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Qi Demei... segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di...
“Qi Demei. Faccia copia incolla”.
…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti...”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, è satira, non ti arresto”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.
...http://www.leonardo.blogspot.com/



Vedo che WV, dopo giorni passati allo specchio a cercare di capire chi era quel tizio con la pappagorgia che lo fissava un po' intontito, ha battuto un colpo dichiarando che introdurre il reato di immigrazione clandestina non è una soluzione credibile ai problemi dell'immigrazione. Può darsi che ciò preluda a un cambio di strategia nel PD: inseguire la Lega non paga, perché non provare a dire qualcosa di sinistra? (O di centrosinistra, almeno). Ehi, aspetta un momento: ma io ce l'ho! Altroché se ce l'ho!

Ecco qua.

Solo a Milano gli immigrati clandestini che lavorano in nero sono 130.000 (stima approssimativa - nota che se lavori in nero, se non hai un contratto di lavoro, non puoi chiedere il permesso di soggiorno: norma introdotta dalla Bossi Fini, che secondo gli estensori avrebbe dato un durissimo colpo alla clandestinità. Ehilà, che bel successo!). In edilizia un manovale in nero guadagna 3 euro all'ora (21 secondo il contratto nazionale). Una badante prende 5 ero all'ora. Il 42% dei lavori edili a Milano è svolto da stranieri e la percentuale di lavoro nero è al 50%. I lavoratori in nero sono i più esposti agli incidenti sul lavoro - peraltro consueti in edilizia a causa del bassissimo rispetto delle norme - e quando un fatto del genere accade non è infrequente che vengano letteralmente abbandonati sulla strada dai capo-cantiere per timore di controlli. Le aziende e i mediatori che sfruttano il lavoro nero lucrano utili altissimi, evasi ed esentasse, che spesso - spessissimo in alcune regioni d'Italia - si collocano in una zona grigia tra legalità e grande criminalità.


Ora, caro WV, ecco la mia ideona.
Seguimi: essendo piuttosto assodato che se puntiamo sulla paura vince la destra, che ne possiede il marchio, perché non riprendi in mano l'agenda politica e cerchi di dettare tu qualche tema ogni tanto, come fa un leader politico qualunque? Puoi cominciare ad esempio dal fatto che l'immigrazione è una risorsa, ma che la legalità è un dovere di tutti, e i ricchi devono pagare le tasse e non evaderle facendo oltretutto rischiare la pelle alla povera gente. Perché, insomma, invece di riempire le pagine di Repubblica con il tuo incontro al vertice con la Sd (hai capito, addirittura la Sd! Mica uno Zapatero qualunque) di cui non può fregare niente a nessuno, perché non lanci una campagna in grande stile, con tanto di gazebo nei quartieri come fa la Lega, contro il lavoro nero che sfrutta italiani e stranieri e contro le connesse multinazionali del crimine che rendono insicuro il territorio oltre a devastarlo di orribili e inutili costruzioni? Puoi proporre pure un inasprimento delle pene e controlli a tappeto, persino un libertario garantista come me ti seguirà volentieri. Oppure fatti consigliare da qualche esperto su qualche strumento efficace di contrasto, che c'è di sicuro.
Mettila pure sul populista, ti perdono per questa volta. Perché è così, battendo all'infinito su un certo tasto, che si è formata la "diffusa percezione di insicurezza degli italiani" (che ha saputo trasformare il degrado visivo, il fastidio e un tutto sommato modesto incremento di reati minori in una tragedia nazionale). Ma è anche così che la si può cambiare: smettendo di andare a ruota.

Dai VW, ce la puoi fare. Basta giocare in difesa, passa al contrattacco. Pensa al grande Bearzot. Colpisci dove fa male. Non dico che questa sia una soluzione a tutti i mali, ci mancherebbe, è solo un inizio. Giusto per farci capire che esisti. Eh?


(... dormiva, cazzo!)http://falsoidillio.splinder.com/

Ma che bella cittadina ina ina oh

Colonia è una bella cittadina (più o meno 1 milione di abitanti), ci sono un bel Duomo, un bellissimo fiume e una quantità di verde che a Milano ce la sognamo. Quando il sole splende i coloniesi si muovono in branchi verso i parchi in canottiera e infradito e organizzano dei gran barbecue.
Io vivo a sud, per la precisione nel quartiere Neustadt-Süd, mi sposto con la bicicletta -  anche se mi devo abituare al freno a pedale - e se devo percorrere tragitti più lunghi o trasportare cose pesanti e ingombranti mi sposto con l'auto perché mi sono iscritta al car sharing che è esattamente a 35 mt. da casa mia. Il car sharing mi costa 2 euro al mese perché sono stata "invitata" dal mio moroso (lui paga 15 euro al mese) ovviamente si paga un tot per chilometro e un tot per ora. Al momento dell'iscrizione se non si ha l'abbonamento ai mezzi pubblici cittadini si deve sganciare l'obolo di 30 euro che Cambio, la società di car sharing,  gira all'azienda dei trasporti coloniese.
Anche qui c'è l'ecopass che però è in vigore dal primo millimetro della città. Ma una delle cose che più mi ha stupita è che sul sito ufficiale della città governata dalla CDU - www.stadt-koeln.de- c'è tutta una sezione dedicata alla scena gay, allora penso alla Letizia e alla Mara, alle polemiche e ai tailleur che fanno tanto politico intransigente e mi stupisco che ci possano esserci luoghi molto più sereni a patto che le regole (per esempio il pagamento delle tasse) siano rispettate da tutti, poi quello che fai sotto le lenzuola sono un po' affari tuoi. http://tuttincolonia.splinder.com/post/17189778/Ma+che+bella+cittadina+ina+ina

La scuola, vera emergenza dimenticata

Alcuni problemi italiani si spiegano con le ultime statistiche dell’Istat sul livello culturale del paese. L’Italia è in fondo alle classifiche dei 27 paesi europei per scolarizzazione, rendimento scolastico, investimenti nella pubblica istruzione, consumi culturali delle famiglie, conoscenza delle lingue straniere, ma anche della lingua madre. Siamo in testa invece per abbandono scolastico e ore trascorse davanti alla televisione. Altre ricerche provano che il sessanta per cento degli italiani non è in grado di leggere e capire un articolo breve.

Dati come questi dovrebbero aprire un grande dibattito sul fallimento del sistema scolastico e sulle preoccupanti prospettive di una nazione così arretrata. Naturalmente non è avvenuto nulla di tutto questo. Il giorno dopo le statistiche erano dimenticate. Il nuovo ministro dell’Istruzione, una simpatica giovane bresciana, certa Mariastella Gelmini, ha promesso una rivoluzione meritocratica nel sistema scolastico. L’ha detto mentre posava per la foto ricordo accanto a Mara Carfagna, ieri soubrette, oggi ministro: un modello (o una modella?) per le giovani ricercatrici. Per la verità, non credo che la signora Gelmini, con tutta la buona volontà, riuscirà a fare peggio dei suoi predecessori, di destra e di sinistra. L’ultimo ministro della Pubblica istruzione, Beppe Fioroni, mi aveva fatto riflettere sulla possibilità di non mandare mio figlio alla scuola dell’obbligo.

I dati dell’Istat certificano che il sistema scolastico italiano è fallimentare. Non stiamo ora a discutere di chi sia la colpa, se dei pessimi ministri, degli insegnanti o degli studenti, dei sindacati o della tv o del clima. La realtà è che la scuola è fallita e bisognerebbe porvi rimedio. Almeno bisognerebbe cominciare a pensarci. Ma qualcuno lo considera un problema? Nell’ultima campagna elettorale l’istruzione non era neppure fra i primi dieci o venti temi di discussione.

Per non addossare sempre la responsabilità al ceto politico, occorre ammettere che non figurava neppure fra i primi problemi segnalati dall’opinione pubblica. Qualcuno potrebbe obiettare che se l’istruzione fosse un problema avvertito dall’opinione pubblica, forse non saremmo da 14 anni in balia del padrone delle televisioni. Eppure questa è la prima questione che un serio riformismo dovrebbe porre all’attenzione generale. Non saranno la microcriminalità, l’immigrazione, la burocrazia, la pressione fiscale, la Cina o l’India a renderci più poveri nei prossimi anni. Saranno quei dati sull’istruzione, la più importante delle cento statistiche presentate dell’Istat, la meno considerata.

CURZIO MALTESE

http://www.pourparler.ilcannocchiale.it/


Economie

Esportano in tutto il mondo e ci colonizzano coi loro prodotti. Il loro modo di fare e di produrre ormai li ha resi invisi a tutti gli economisti. Non si riesce a batterli e neanche altri colossi scalfiscono il loro potere.
Quest'anno si parlava di scalzarli dal loro predominio mondiale dell'export, e invece niente. Qual'è il segreto? Se prendiamo la bibbia dell'economia del 2008, la pauva e la spevanza, potremmo capirlo subito: può essere solo costo del lavoro basso e mancanza di rispetto del copyright.
Fine della presa in giro: non si parla della Cina, ma della Germania, che anche quest'anno manterrà il record mondiale di export e non verrà superata dalla Cina (e si parla di valori assoluti, non pro capite). Però della Germania non ve ne parlano, non vi instillano sentimenti autarchici contro i prodotti tedeschi. E neanche vi spiegano il pevchè. Pevchè il paese con i salari più alti, con i sindacati dentro le fabbriche, con una politica monetaria che non segue le banderuole, con una burocrazia soffocante, con tasse altissime e che invece di svalutare rivaluta in continuazione, riesce ad avere una produttività altissima, prodotti innovativi e il Made In più forte del mondo.
Vi vaccontano sempve il contvavio, e non vi pavlano di come si possa diventave un paese modevno e vicco pagando un sacco di tasse. Sappiate che vi spingono verso il basso, a diventare come la Cina, invece di spingervi verso l'alto a diventare come la Germania: perchè questo vorrebbe dire tasse, tassi di interesse bassi, tassi di crescita costanti (al netto dell'Est), enormi investimenti in tecnologia, inflazione sempre bassa. Parole che nell'avena politica italiana suonano come bestemmie.
Quelli smart se ne sono accorti. Chissà se tutti gli altri capiranno che l'economia non ha una dinamica mensile, ma decennale. Che non ha senso parlare in continuazione di tassi e svalutazioni. Ma che c'è bisogno di costanza e non di esseve bvavi e di aveve la visposta pvonta nell'intevista da Flovis.
Ed il motivo per cui ci vuole costanza è umano: i fattori macroeconomici impattano continuamente nella vita delle persone e delle famiglie, che però hanno i "fondamentali" economici sul lungo periodo; i fondamentali si chiamano casa, famiglia, figli, lavoro e sono fattori che si evolvono in decenni, e non nei secondi di una visposta di un talk show.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Nucleare

Terremoto in Cina
rischio radiazioni
danneggiate le centrali nucleari
( Repubblica, 19/5/08 )

Ooooh! Chi poteva mai immaginare che un terremoto riuscisse a danneggiare delle centrali nucleari? Questa è davvero una piega inaspettata degli eventi. Sapete una cosa? D'ora in poi costruiamole solo in posti dove non ci sono terremoti. Ad esempio qua in Italia.http://www.danieleluttazzi.it/


MARCIRE AL PASSO DELL'OCA
Appunti dal Paese Semplice

Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la "demonizzazione" dell'avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con link l'appello "Il Triangolo Nero" non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l'avere intuito che etc.
Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei? Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell'estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta? Ti cancello e ti butto in un pozzo.
Semplificare.
L'immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni. La contingenza non può più essere la priorità.
L'emergenza è finita.

La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, "No alla pedonalizzazione".
L'altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l'avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?

Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.

Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, - dice con il tono di chi fa una concessione - però gli zingari sono zingari.

Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.

reductio ad hitlerumAscolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch'io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro:link non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E' una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un'altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo - taglia corto - e noi andremo avanti.

Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.

A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.

Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.

Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Piccolo spazio pubblicitàCi sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap22_VIIIa.htm#editoriale


Silvio perde il pelo ma non la rete
di Antonello Tomanelli

Decreto “salva Rete4”: Berlusconi spernacchia ancora una volta l'Unione Europea




L’attività di fuorilegge (dell’etere) di Berlusconi incomincia nell’ottobre del 1984. Le tv del Cavaliere sono a diffusione locale, ma sparse su quasi tutto il territorio nazionale. Berlusconi già da anni ha escogitato uno stratagemma: mandare in onda simultaneamente in tutta Italia videocassette del medesimo contenuto. E’ il sistema della interconnessione funzionale. Una palese violazione della L. n. 103/1975, che consente solo alla Rai di trasmettere a livello nazionale. Così la pensano pure i pretori di Pescara e Roma, che gli oscurano le tv nei rispettivi ambiti regionali. Sarà poi Berlusconi a spegnerle tutte, dicendo che si tratta di una decisione della magistratura.

E’ il governo Craxi a inaugurare la pratica dei decreti legge che permettono alle reti Mediaset di continuare a trasmettere “provvisoriamente” a livello nazionale. Fino alla L. n. 223/1990 (Legge Mammì), che legittima lo stato di fatto esistente ma limitandone la validità a 3 anni, nell’attesa di una legge che disciplini un piano nazionale di assegnazione delle frequenze. Quei 3 anni, poi, diventano 6 grazie al decreto legge n. 323/1993, che protrae la validità delle concessioni fino all’agosto 1996.

Ma nella legge Mammì c’è qualcosa che non va. L’art. 15 consente ad un solo soggetto di detenere fino a 3 reti televisive nazionali. Troppe, secondo la Corte Costituzionale, che con sentenza n. 420/1994 lo dichiara illegittimo per contrasto con l’art. 21 Cost., perché “il diritto alla informazione implica il pluralismo delle fonti e comporta il vincolo al legislatore di impedire la formazione di posizioni dominanti e di favorire l’accesso nel sistema radiotelevisivo del massimo numero possibile di voci diverse”. In sostanza, Berlusconi deve cedere Rete4, il cui acquisto, avvenuto nel 1984, ha costituito la posizione dominante.

La Corte lascia comunque salvo il termine (agosto 1996) previsto dal decreto legge n. 323/1993, ma impone al legislatore di emanare al più presto una legge organica che riduca “il limite numerico delle reti concedibili ad uno stesso soggetto”.

Infatti, ci pensa la L. n. 249/1997 ad impedire ad un singolo soggetto di detenere più del 20 per cento delle reti televisive nazionali (art. 2, comma 6°). Limite che farebbe fuori Rete4. Ma prevede pure che le emittenti possedute oltre quel 20 per cento possono continuare “in via transitoria” a trasmettere fino al termine (da stabilirsi da parte dell’Authority per le Comunicazioni) a partire dal quale le emittenti “eccedenti” (ossia Rete4) dovranno trasmettere “esclusivamente via satellite o via cavo” (art. 2, comma 7°). Ennesimo regime transitorio, dunque, varato senza nemmeno fissare il termine finale.

Per la Corte Costituzionale quella norma è una beffa. E con sentenza n. 466/2002 la dichiara incostituzionale, fissando nel contempo il 31 dicembre 2003 quale termine inderogabile a partire dal quale le emittenti eccedenti i nuovi limiti antitrust del 20 per cento (ossia Rete4) dovranno andare sul satellite. Questa è una buona notizia per Europa7 di Francesco di Stefano, che nel frattempo (1999) ha vinto la gara per il rilascio di nuove concessioni televisive nazionali. Dal 1° gennaio 2004 Rete4, che forma la posizione dominante Mediaset, dovrà lasciare le sue frequenze a Europa7.

E invece no, perché la L. n. 112/2004 (Legge Gasparri) crea l’ennesimo regime transitorio. Conferma il tetto antitrust del 20 per cento. Ma lo rende operativo soltanto “all’atto della completa attuazione del piano nazionale di assegnazione delle frequenze radiofoniche e televisive in tecnica digitale” (art. 15, comma 1°). Fino ad allora, chi ha trasmesso in analogico potrà continuare a farlo. In breve, Rete4 non si tocca.

E non si toccherà per un bel pezzo. Perché il termine per la cessazione delle trasmissioni in via analogica (e l’inizio di quelle in via digitale), inizialmente fissato al 31 dicembre 2006, ufficialmente a causa della scarsa diffusione del digitale viene rinviato dapprima al 31 dicembre 2008, poi al 31 dicembre 2012. Sempre con lo strumento del decreto legge. E niente potrà impedire ulteriori rinvii.

Ma gli sforzi profusi da Di Stefano per ottenere le frequenze occupate da Rete4 vengono premiati. Il 31 gennaio 2008 la Corte di Giustizia delle Comunità Europee risponde ai quesiti posti dal Consiglio di Stato, davanti al quale Di Stefano ha trascinato ministero delle Comunicazioni e Agcom chiedendo le frequenze e miliardi di Euro di risarcimento, circa la compatibilità della normativa italiana in materia radiotelevisiva con il diritto comunitario. La Corte è categorica. Le norme comunitarie “ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”.

In sostanza, secondo la Corte di Giustizia, che ha l’ultima parola sulla conformità del diritto nazionale a quello comunitario, il Consiglio di Stato deve disapplicare tutte quelle leggi (da ultime, la legge Gasparri e il Testo unico del 2005, un copiaeincolla della Gasparri) che hanno consentito l’occupazione delle frequenze da parte di Rete4, e ordinare allo Stato italiano di assegnarle a Europa7.

Il governo Berlusconi risponde così. Per fare in fretta, prende il decreto legge 8 aprile 2008 n. 59, emanato dal governo Prodi per adeguare l’Italia ad alcune decisioni della Corte di Giustizia delle Comunità Europee in materia di commissioni tributarie, corpi idrici, guardie giurate e pesca marittima, e vi inserisce l’art. 8bis. Questo, nel proclamare la necessità di uniformare “la disciplina per l’attività di operatore di rete su frequenze terrestri in tecnica digitale” ai principi comunitari, fra le varie cose stabilisce che “fermo restando quanto stabilito dalla vigente normativa in materia di radiodiffusione televisiva […] la prosecuzione nell’esercizio degli impianti di trasmissione è consentita a tutti i soggetti che ne hanno titolo, fino alla scadenza del termine previsto dalla legge per la conversione definitiva delle trasmissioni televisive in tecnica digitale”. Cioè fino al 2012 (termine che potrebbe ancora slittare). In pratica, ha riprodotto un pezzo della legge Gasparri, quella che la Corte di Giustizia ha appena dichiarato essere palesemente contraria al diritto comunitario.

Dire che con quel decreto il governo Berlusconi ha aggirato la sentenza della Corte europea è il più classico degli eufemismi. In realtà, ci è passato sopra. Tecnicamente, quel decreto rappresenta il più clamoroso caso di abuso d’ufficio che si sia mai verificato dal 1930, anno in cui è entrato in vigore il codice penale. Il reato, previsto e punito dall’art. 323 c.p., si ha quando “il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto”. Dove per legge deve necessariamente intendersi anche il diritto comunitario, così come interpretato dal massimo organo giudiziario europeo, per la sua prevalenza sul diritto nazionale.

Ma ciò solo sulla carta. Per chi è parlamentare, l’art. 68 Cost. è categorico: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.

Tuttavia, dati i rapporti tra diritto comunitario e diritto nazionale, il Consiglio di Stato, la cui sentenza sul caso Europa7 è attesa entro qualche mese, ha il potere di non tenere conto minimamente di questo decreto. Qui non siamo nell’ipotesi della legge in contrasto con la Costituzione, dove cioè il giudice deve necessariamente attendere un intervento della Corte Costituzionale che la dichiari illegittima. Per giurisprudenza costante, sia nazionale che comunitaria, può disapplicare quel decreto, che formalmente rimane in vigore, ma non può disciplinare la controversia tra Stato e Europa7, proprio perché contrario al diritto comunitario. Con la conseguenza che lo Stato dovrà togliere le frequenze a Rete4 e darle a Europa7, anche con l’intervento della polizia se necessario.

C’è da augurarsi, quindi, che il Consiglio di Stato applichi scrupolosamente il diritto comunitario, quindi non tenga conto di questo ulteriore decreto legge. Non solo per evitare ulteriori procedure di infrazione, in aggiunta a quelle già annunciate per il settore radiotelevisivo, che alla fine potrebbero costarci miliardi di Euro. Ma anche per evitare che all’interno dell’Unione Europea il nostro finisca per essere considerato una sorta di Stato canaglia.

Antonello Tomanelli

Nota: Antonello Tomanelli è un avvocato bolognese, che cura il sito www.difesadellinformazione.com. Da consultare quando volete farvi un'opinione fredda su argomenti caldi. Gli diamo il benvenuto con questo pezzo di stringente attualità. Bds
http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=16838

La fine della preistoria
Scritto per noi da
Paolo Lezziero 
 
 
In questo libro Tomàs Hirsch, scrittore e saggista cileno tra i fondatori del Partito Umanista, ambasciatore del suo paese, dopo la dittatura Pinochet, in Nuova Zelanda, e in seguito amico per appoggio politico di Evo Morales), esamina un pianeta la cui situazione non consente più di pensare in termini isolazionisti o campanilisti. L’autore definisce la situazione mondiale come la crisi terminale legata alla fine dell’attuale civiltà materialista ed elabora proposte per evitare un collasso che potrebbe assumere caratteristiche traumatiche, soprattutto per i gruppi sociali più svantaggiati.
I popoli devono riprendersi il potere che troppo a lungo ( globalizzazione o modello neoliberista cambia poco) è stato delegato a capi e leader che non rappresentano la base.
L’ autore indaga anche sulle radici della violenza , fisica, razziale, religiosa, psicologica sessuale e soprattutto economica, derivata dall’ingiustizia sociale e dalla disuguaglianza di diritti e opportunità.
Il volume è prefatto da Evo Morales, presidente della Bolivia, che lo ha conosciuto nel 2005 a Mar del Plata al Vertice dei Popoli, per opporsi al progetto Alca ( libero commercio delle americhe) che Gli Stati Uniti volevano imporre. “…ci unisce una profonda valorizzazione dell’essere umano e del suo destino”, scrive Morales,” Per questo sono lieto del fatto che si levino voci critiche ma cariche di speranze come la sua; voci che ci aiutano a disegnare il futuro del nostro continente…”
Il lavoro di Hirsch è diviso un due parti. La prima , titolata “ E’ tornato Sisifo””, entra nelle tematiche ciniche e dure dei “ Signori del denaro”, della “ Globalizzazione come vicolo cieco”, dell' Assurdo economico”, del “ Tradimento dei vertici”.
 
thomas hirschLa seconda parte ,titolata “ La Trasformazione sociale”, fa un’analisi storica e psicologica su l’”Essere umano, questo sconosciuto”, su “ La fine della preistoria”, pagine che analizzano il paternalismo e l’auto organizzazione, le lotte delle nuove generazioni, la lotta per la soggettività.
Viene poi proposta la soluzione per “una società realmente umana”, viene affrontato “Il motore del cambiamento”con i capitoletti della “ Crescita contro sviluppo” e “ L’impresa di proprietà dei lavoratori” e “ Il recupero delle risorse naturale ed energetiche”
E una ultima riflessione sull’ America Latina come “ Crogiolo del futuro” E il “Nuovo” sta lì, perché”nella testa degli abitanti dell’America Latina sta succedendo qualcosa di nuovo. Sembra che qualcosa di nuovo impregni l’atmosfera sociale….Si sta assistendo ai primi tentativi compiuti dai popoli del continente per trovare una via d’uscita in un momento molto angoscioso della loro vita sociale…”
Perché, “ che lo sappiamo o no, il nostro destino dipende dal destino del sistema di cui facciamo parte e non il contrario..E’ come se fossimo a bordo di un treno diretto verso un precipizio ; non è spostando i sedili all’interno dei vagoni che eviteremo l’incidente. Per questo dobbiamo arrestare il convoglio o cambiare la sua direzione di marcia.”
Le riflessioni dell’autore forse nemmeno potranno sfiorare gli squali dei paesi ricchi, ma su quel treno ci siamo tutti, Europa compresa.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11143

In Germania parte la sfida per la Presidenza della Repubblica
Thema Gesine Schwan spaltet Große Koalition. [M] Quelle: ap,ZDFIn Germania le candidature alla Presidenza della Repubblica si annunciano con notevole anticipo, senza intrighi e sotterfugi dell’ultimo momento. Ecco perché, quando il Bundespräsident in carica Horst Köhler ha detto pubblicamente di essere pronto a correre per un secondo mandato, nessuno si è scandalizzato del fatto che l’iniziativa sia partita proprio da lui.
Köhler, democristiano, 65 anni, nono presidente tedesco dal dopoguerra, è succeduto a Johannes Rau nel 2004 dopo essere stato a lungo direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ora, forte della sua grande popolarità, si appresta a chiedere una nuova investitura al Parlamento, che si riunirà “in seduta comune” il 23 Maggio 2009. Eppure, se fino a qualche tempo fa il suo nome era considerato fonte sicura di convergenza tra i due più grandi partiti popolari, ora le cose paiono complicarsi. Nonostante le recenti esternazioni di Köhler sui mali del capitalismo siano state apprezzate a sinistra, l’SPD appoggerà molto probabilmente un candidato diverso rispetto a quello espresso da cristiano-democratici, cristiano-sociali e liberali. Se non ci saranno sorprese dovrebbe trattarsi di Gesine Schwan, sessantacinquenne rettore dell’Università europea di Francoforte sull’Oder, già aspirante al soglio presidenziale nella tornata scorsa. Insomma la sfida non sarebbe altro che una riproposizione della precedente. Sennonché, nello scrutinio segreto con cui si svolge la procedura di elezione, sarebbero pronti a sostenere la signora Schwan anche l’estrema sinistra (Die Linke) e i Verdi. A questo punto l’elezione di Köhler, dato finora come favorito, vacillerebbe. E non poco. Qualora le consultazioni di Settembre in Baviera dovessero infatti consegnare un risultato imbarazzante alla CSU, l’SPD ne uscirebbe chiaramente rinvigorita e avrebbe quindi qualche diritto in più per rivendicare anche la poltrona per il Capo dello Stato. Staremo a vedere.http://germanynews.ilcannocchiale.it/

Sotto il cielo della Vojvodina II

Da Novi Sad, scrive Francesco Martino

Novi Sad, veduta del centro
Messa in ombra dal Kosovo, l'autonomia della Vojvodina continua ad essere discussa, soprattutto in vista del secondo turno delle regionali. Novi Sad, intanto, saluta Maja Gojkovic che, dopo aver portato i radicali al governo, ha rotto col partito. Seconda puntata del nostro reportage
Vai alla prima parte

L'11 maggio, assieme alle elezioni parlamentari si è tenuto anche il primo turno di quelle per il parlamento regionale della Provincia Autonoma di Vojvodina (Autonomna Pokrajina Vojvodina).

Dal 2004, queste si tengono con un complicato sistema a due turni. Nel primo, la metà dei rappresentanti (60) viene scelta col sistema proporzionale, nel secondo l'altra metà viene invece eletta in 60 circoscrizioni con sistema maggioritario, una sorta di ballottaggio tra i due candidati che, in ogni circoscrizione, hanno raccolto il maggior numero di voti alla prima tornata.

Al primo turno, la coalizione “Per una Vojvodina europea” ha ottenuto 23 seggi. “Insieme per la Vojvodina”, coalizione guidata dalla Lega dei Socialdemocratici della Vojvodina (Lsv) di Nenad Canak, che a livello regionale ha deciso di presentarsi separatamente dai democratici, ne ha avuto cinque, lo stesso numero ottenuto dalla “Coalizione Ungherese”, che rappresenta la più numerosa delle tante comunità etniche presenti in Vojvodina.

Nel campo dei partiti “nazionali”, i radicali hanno avuto 20 seggi, i socialisti tre, il partito di Kostunica quattro. Ora le tre formazioni si presenteranno unite al secondo turno, riproponendo a livello regionale la “lista unica”, per tentare di rovesciare il pronostico che vuole una vittoria piuttosto agevole delle forze pro-europeiste, che rischiano di fare cappotto.

Milos Gagic, presidente del comitato esecutivo del Partito Democratico in Vojvodina, è impegnato anima e corpo per la campagna del secondo turno, prevista per il 25 maggio. Parlare con lui non è facile, ad una riunione ne segue subito un'altra, e quando infine riusciamo a sedere allo stesso tavolo, siamo spesso interrotti da persone diverse, che chiedono aiuto, consiglio, o aspettano indicazioni.

Parlamento della provincia autonoma di Vojvodina, Novi Sad
“Queste elezioni, per noi, rappresentano un risultato storico, di grande importanza”. Gagic non usa mezzi termini. “Oltre ai candidati già eletti, la coalizione guidata dai Ds ha 51 candidati presenti al secondo turno. Di questi, 27 partono in prima posizione, avendo ricevuto la maggior parte dei consensi al primo turno. 24 sono invece secondi”. Per i democratici, e per i loro alleati, non sembra impossibile poter puntare alla maggioranza assoluta al parlamento regionale di Novi Sad.

A spiegare il successo, secondo Gagic, concorrono vari fattori, da una parte lo spirito pro-europeo della Vojvodina, che “vuole essere la locomotiva che può trainare il paese verso l'Ue”, dall'altra la capacità di riportare risorse nella regione. “Abbiamo fatto in modo che la Vojvodina possa gestire il 7% dell'intero budget statale”, dice.

Su questo punto, però, i tradizionali alleati dell'Lsv sembrano tutt'altro che soddisfatti. “E' vero, alla Vojvodina è stato riservato il 7% del budget”, replica Aleksandra Jerkov, giovanissima deputato della formazione politica autonomista, “ma la regione rappresenta il 30% del territorio e il 27% della popolazione, oltre a contribuire per una proporzione che va dal 35 al 50% dell’economia nazionale.”

“Questo 7%”, precisa ancora la Jerkov, “comprende i fondi con cui vengono pagati pensioni, stipendi nel settore della sanità, della scuola, il personale militare ecc. Sotto il controllo del governo regionale, alla fine non rimangono che 45 miliardi di dinari”.

Più che una guerra di cifre, alla base del dissenso sembra esserci un'idea diversa del grado di autonomia sostanziale da garantire alla provincia, ma anche l'equilibrio su cui costruire i rapporti tra Belgrado e Novi Sad.

Secondo molti, da queste parti, oggi questo è fortemente squilibrato, e tutto a vantaggio della capitale, e non solo nel settore della politica.

“In Vojvodina il settore dell'informazione è dominato dai media di Belgrado”, sostiene Nedim Sejdinovic, giornalista che ha a lungo collaborato col settimanale belgradese "Vreme" e col quotidiano locale "Gradjanski List". “Molti dei giornali più letti a livello nazionale, come ‘Blic’, escono in Vojvodina con una pagina dedicata alla questioni locali, e sopravanzano nettamente nelle vendite i due quotidiani di Novi Sad, il ‘Dnevnik’ (12mila copie stampate) e il ‘Gradanski List’(6-7 mila)”.

“Anche se esiste un servizio televisivo pubblico locale, la RTV (Radio e Televisione della Vojvodina)”, prosegue ancora Sejdinovic, “i suoi programmi sono poco visti e di bassa qualità. Il paradosso è che il servizio televisivo della Vojvodina trasmette forse più servizi sul Kosovo che sulla Vojvodina stessa.”

La situazione nell'informazione, secondo il giornalista, non è però che lo specchio della struttura centralizzata dello stato serbo. “Il potere economico è a Belgrado, e non c’è alcuna intenzione di permettere la nascita di una massa critica alternativa in Vojvodina”, conclude.

Ad interpretare il risentimento verso la presunta "voracità" di Belgrado è soprattutto l'Lsv che, tanto per essere chiari, in campagna elettorale ha utilizzato, tra gli altri, lo slogan “Vojvodina nije krava muzara” (“la Vojvodina non è una vacca da mungere”).

La polemica centro-periferia ha raggiunto il suo apice soprattutto in due casi divenuti simbolo: la problematica concessione dell'autostrada Horgos-Pozega, e la vendita ai russi della Nis (Naftna Industrija Srbije), con sede a Novi Sad, nell'ambito dell'accordo energetico con il gigante Gazprom.

“La NIS è stata creata accorpando varie aziende, tra cui le maggiori sono la Nafta Gas e la Azotate Pancevo, ditte della Vojvodina.”, accusa la Jerkov. “Il prezzo per cui viene ceduta, 400 milioni di euro, è semplicemente ridicolo, se si pensa che soltanto il palazzo della sede è stato stimato sui 300 milioni. Possiamo dire che viene firmato un accordo politico con la Russia utilizzando le risorse economiche della Vojvodina, e senza nemmeno degnarsi di interpellare i suoi rappresentanti”.

Se l'Lsv chiede una profonda riorganizzazione dell'intera struttura statale, basata su unità regionali, e dai democratici si sente parlare, con sfumature più prudenti “di implementare un progetto di decentralizzazione che non riguardi solo la Vojvodina, ma tutto il paese”, la posizione dei radicali sembra essere agli antipodi.

“Sul grado di autonomia della Vojvodina”, mi dice Milorad Mircic, vice presidente del radicali e "uomo forte" del partito in Vojvodina, “tutto quanto è scritto nella costituzione. Noi non ci distanziamo da quello che è scritto lì, anche se questa è frutto di un compromesso, e forse non è l’ideale”.

L'impressione, è che il leader radicale resti piuttosto vago sull’argomento. In campagna elettorale, sostiene, “non abbiamo concentrato più di tanto l’attenzione sulla Vojvodina, perché al momento la priorità per il paese è il Kosovo”.

Per Mircic l'identità stessa della Vojvodina non è basata su fattori storici e politici, ma è semplicemente un riflesso della presenza di minoranze etniche sul suo territorio. Minoranze, che, sostiene, “vengono manipolate per ricreare, in sostanza, l'impero austro-ungarico, sotto il nome moderno di Unione Europea”.

All'ombra della fortezza di Petrovaradin, il nemico evocato non è il turco della battaglia di Kosovo Polje, ma l'altro nemico storico dell'indipendenza serba, l'impero di Vienna andato a pezzi, in fondo, appena novant'anni fa.

Municipali a Novi Sad, ascesa e caduta di “nasa Maja”

Oltre alle parlamentari e alle regionali, l'11 maggio, in Vojvodina, così nel resto della Serbia, si sono svolte anche le elezioni amministrative. A Novi Sad queste hanno assunto un particolare valore simbolico dopo che, quattro anni fa, i radicali erano riusciti a vincere in quella che era sempre stata considerata una “roccaforte democratica”, soprattutto grazie al loro candidato a sindaco, Maja Gojkovic.

Il segreto della vittoria Gojkovic nel 2004, una vittoria di misura, giocata su 5-600 voti, secondo alcuni analisti, si è basato soprattutto sulla sua capacità di presentarsi come una radicale “di città”, moderata e di cultura urbana, “nasa Maja”, la “nostra Maja”, figlia di figure note e conosciuta da tutti in città, a cui va aggiunto lo scarso appeal del suo avversario democratico di allora.

Il 'ponte della Libertà', a Novi Sad, ricostruito dopo i bombardamenti Nato del1999
Dopo la vittoria, però, il rapporto tra la Gojkovic e il suo partito si è incrinato rapidamente, fino a spezzarsi definitivamente all'inizio di quest'anno quando, dopo aver dichiarato di considerare la possibilità di candidarsi alle presidenziali di febbraio, in quella che è stata interpretata come una possibile alternativa politica a Tomislav Nikolic, attuale leader del partito, si è tirata fuori dalle strutture dei radicali.

Sui motivi reali che hanno portato al divorzio politico, però, nessuna delle due parti in causa ha voluto dare eccessiva pubblicità. A portare allo scontro, secondo alcuni, sarebbe stata soprattutto la gestione economica di Novi Sad, anche se nella sede dei radicali si fa soprattutto riferimento ad una “deriva personalistica”, che sarebbe stata presa dal sindaco.

“La Gojkovic, pur essendo sindaco, ha svolto un ruolo soprattutto simbolico, mentre i radicali hanno gestito la città, con sistemi spesso familistici e corrotti”, è l'opinione di Nedim Sejdinovic. “La Gojkovic ha iniziato ad allontanarsi quando ha capito che questa gestione l’avrebbe danneggiata. Lo scontro, prima sotterraneo, è poi venuto alla luce con l’affare della nuova stazione degli autobus, costruita da un privato con chiari intenti speculativi, e oggi quasi inutilizzata”.

A queste elezioni il sindaco ha deciso di presentarsi con una sua lista civica “Iniziativa civile Maja Gojkovic”, con la quale è riuscita a conquistare un significativo 7,5%.

Il futuro politico della sua formazione ancora è poco chiaro. Durante la campagna elettorale la Gojkovic ha mostrato non pochi segnali di avvicinamento al blocco pro-europeista, e nei corridoi della politica cittadina era girata voce che, in caso di necessità, si sarebbe anche potuti arrivare ad un inaspettato accordo di coalizione.

La spaccatura nel partito radicale, però, ha avvantaggiato a tal punto il blocco pro-europeista, che questo dovrebbe riuscire a formare un'ampia maggioranza nel consiglio comunale senza troppi problemi.

Vista la maggioranza democratica in consiglio, l'opzione di un accordo con la Gojkovic, se mai esistita, è però tramontata. Ora, l'ormai ex sindaco può scegliere due strade, quella dell'opposizione dura o, più probabilmente, quella dell'“opposizione costruttiva”, che lascia aperti canali di comunicazione politica con la futura amministrazione.

“I radicali, in questi anni al governo, non hanno fatto nulla di serio per rispondere ai problemi della città”, mi racconta al margine della festa per ringraziare gli attivisti per il lavoro fatto in campagna elettorale Boris Bajraktarovic, professione ingegnere, segretario della sezione cittadina del G17+, che anche qui si è presentato in coalizione con il Partito Democratico.

“Novi Sad in questi anni è diventata sempre più grande e sempre più costosa, tanto da scoraggiare gli investimenti produttivi, che puntano ai centri minori della Vojvodina, dove i prezzi di terreni e immobili sono più accessibili. Oggi, con l'arrivo di moltissime catene di distribuzione, Novi Sad diventa sempre più un luogo di consumo, e sempre meno di produzione di ricchezza”.

Sui problemi che la prossima amministrazione, di cui si prepara a prendere parte, dovrà affrontare subito, Bajraktarovic mette al primo posto quello della viabilità cittadina, “oggi abbiamo solo due ponti sul Danubio, dopo i bombardamenti della Nato del 1999”, e la ristrutturazione dei servizi pubblici. “Al momento esistono ben 16 società pubbliche cittadine, che sono lo strumento attraverso cui vengono tenuti in piedi gli schemi di corruzione. Queste dovrebbero essere trasformate al più presto in direzioni e riorganizzate”.

Prima di lasciarlo alla sua festa, chiedo a Bajraktarovic se si aspettava questo risultato elettorale. “Non sono affatto sorpreso. Novi Sad non ha mai smesso di essere una città dal cuore democratico, e lo ha dimostrato alla prima occasione”. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9608/1/49/

L'ASSE MOSCA-BERLINO

"Dalla fine della guerra fredda, e soprattutto dopo l’avvento di Putin, le relazioni russo-tedesche sono diventate talmente intime e reciprocamente vantaggiose da suscitare reazioni e invidie. Le strutture di una partnership senza eguali, destinata a durare.

Nell'agosto 2009 cadrà il settantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop, con cui alla Germania di Hitler si garantiva la neutralità dell’Unione Sovietica staliniana in caso di contrasti con la Polonia e le potenze occidentali e a Mosca la possibilità di recuperare i territori persi dopo la prima guerra mondiale. Con l’inizio dell’Operazione Barbarossa, nel maggio 1941, le due potenze continentali divennero avversarie. Dopo la catastrofe
del Terzo Reich (1945) e la divisione della Germania (1949), Repubblica Federale e Urss rimasero di fatto su fronti opposti sino al novembre 1989, quando crollò il Muro di Berlino.

Il XX secolo è stato quello della dittatura nazista e del totalitarismo comunista, della Germania divisa e della contrapposizione ideologica e militare tra due blocchi. Nel nuovo millennio la carta dell’Europa è stata ridisegnata e negli ultimi vent’anni i rapporti russo-tedeschi sono passati rapidamente a una nuova fase, contrassegnata dall’ottimismo e dalla collaborazione a 360 gradi. Con nessun altro paese europeo occidentale la Russia ha rapporti migliori di quelli consolidati con la Germania. Ciò suscita qualche preoccupazione, specie nei paesi che si trovano stretti tra Mosca e Berlino. Il gasdotto Nord Stream in costruzione sotto il Mar Baltico, ad esempio, che collegherà direttamente la russa Vyborg alla tedesca Greifswald, scavalcando così Polonia e repubbliche baltiche, è stato definito più volte da Varsavia e da Vilnius come una riedizione del patto Molotov-Ribbentrop. Esagerazioni populiste? Deviazioni mediatiche? Qual è in realtà lo stato delle relazioni tra Russia e Germania? E soprattutto: qualcuno deve temerle?

Non è naturalmente solo una questione di gas e di rapporti privilegiati tra l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder e l’ex presidente russo e nuovo primo ministro Vladimir Putin. Mosca e Berlino vanno a braccetto ormai da tempo, non solo a fare acquisti. Le relazioni sono molto intense a livello politico ed economico e si estrinsecano sia negli incontri governativi e negli scambi commerciali sia nell’ambito di innumerevoli istituzioni, organizzazioni e piattaforme bilaterali. Si va dalle regolari consultazioni intergovernative ai gruppi di lavoro per la sicurezza e per le questioni strategiche della cooperazione economica e finanziaria, dalla Camera di commercio russo-tedesca a quella per gli affari esteri, dal Petersburger Dialog al Forum russo-tedesco, con la presenza dei think tank politici, al Bund Deutscher West-Ost Gesellschaften, confederazione che comprende oltre settanta organizzazioni della società civile e cinquecento partnership tra scolastiche e universitarie.

SU LIMES:

Leggi lo Speciale Progetto Russia 2.0,
(la continuazione on line del
volume su carta).
Leggi anche lo
Speciale Elezioni Russia

Se ai rapporti istituzionalizzati si aggiunge il fatto che in Germania vivono oltre due milioni e mezzo di persone provenienti da Stati dell’ex Unione Sovietica e che in Russia quasi quattro milioni sono coloro che studiano il tedesco – oltre alla presenza di ancora circa ottocentomila russi di etnia tedesca – si può ben capire quale sia l’entità e l’intensità del dialogo tra gli ex nemici. 

«La Russia è e rimane un partner strategico irrinunciabile, se vogliamo costruire un unico ordine pacifico europeo. Abbiamo bisogno della Russia nella comune responsabilità per la sicurezza e la stabilità, nelle questioni energetiche e in quelle degli armamenti o nella lotta al terrorismo. Abbiamo anche bisogno della Russia se vogliamo rapporti stabili e durevoli in Medio Oriente o nei Balcani. Ma non siamo solo noi ad aver bisogno della Russia. La Russia ha bisogno di noi. È un paese che si trova di fronte a giganteschi compiti di modernizzazione: infrastrutture decadenti, grande bisogno di investimenti, enorme dipendenza dall’export di energia, pericolo della deindustrializzazione e incombente catastrofe demografica. In tutti questi settori c’è urgente bisogno di agire. E in Russia la politica lo sa: l’Europa è il partner naturale per questa modernizzazione ». Così Frank-Walter Steinmeier, ministro degli Esteri tedesco, nel discorso «Sulla via di una Ostpolitik europea. I rapporti della Germania e dell’Unione Europea con la Russia e i vicini orientali», pronunciato alla Willy-Brandt-Stiftung di Berlino il 4 marzo 2008.

Leggi tutto l'articolo scaricandolo in formato pdf (67Kb)" (DA LIMES)

http://poganka.splinder.com/


Messico: l’escalation della violenza

Ad un anno e mezzo dalla sua elezione a presidente, Felipe Calderon deve affrontare il momento probabilmente più critico del suo mandato

Lo stallo della riforma energetica (Cfr. Messico: si apre il dibattito nazionale sulla riforma energetica) è fonte di forti tensioni con l’opposizione, il consenso popolare è in calo e, nonostante l’impegno governativo e delle forze di polizia, il paese è sconvolto dall’ondata di violenza causata dai vari cartelli della droga.

Negli ultimi anni i gruppi narcotrafficanti sono riusciti a prendere possesso di alcune aree del paese, approfittando della debole presenza statale. I tentativi governativi di riacquistare il controllo dispiegando nelle zone interessate un numero sempre maggiore di truppe (27.000 dal 2007) sta per ora avendo, come principale conseguenza, una vera escalation della violenza. Quest’anno sono già circa 1.100 le vittime provocate dagli scontri tra i diversi gruppi in concorrenza fra loro e dalla derivante risposta repressiva statale. Ad oggi il potere di cartelli come quello di Joaquin "Shorty" Guzman, nello stato di Sinaloa, o di Arellano Felix a Tijuana, non è stato scalfito in modo sostanziale, permettendo così loro di continuare a lottare per assicurarsi il monopolio dei traffici indirizzati verso il mercato statunitense. Gli effetti negativi si concretizzano anche in ambito economico in quanto la violenza criminale e il rischio di essere oggetti di estorsioni, prassi comune per il finanziamento dei gruppi narcotrafficanti, stanno portando alla chiusura di molte attività nel nord del paese. La criticità della situazione si va infatti ad intensificare lungo il confine con gli USA, luogo di 362 assalti agli ufficiali di frontiera solo nei primi quattro mesi del 2008 e principale passaggio delle sostanze stupefacenti in arrivo dai diversi paesi caraibica.

L’amministrazione Bush appare fermamente decisa nel combattere i cartelli della droga che stanno insanguinando la regione: dal 2001 il contingente degli agenti di confine è stato aumentato da 9.000 a 14.000 unità e l’iniziativa “Merida” proposta ad ottobre dal Presidente, dovrebbe dotare i paesi interessati dei mezzi tecnici (elicotteri, armi, formazione alle forze di polizia) per contrastare i vari gruppi all’interno per un totale di 1.4 miliardi USD. In particolare il sostegno previsto per il Messico in seguito al voto della Camera dei Rappresentanti, è stato ridotto a 400 milioni dai 500 inizialmente previsti.

Alberto Grossetti

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=32804


Impatto aereo
Le emissioni dei trasporti aerei cresceranno più del previsto, lo rivela uno studio divulgato recentemente. Intanto si propone di creare un'autorità Onu che imponga l'emission trading al trasporto internazionale.
Il settore dell’aviazione non sta tagliando le emissioni, anzi, da qui al 2025 la quantità di CO2 rilasciata dagli aerei potrebbe raddoppiare, con le connesse conseguenze per il riscaldamnto climatico. A rivelarlo uno studio internazionale presentato lo scorso anno ad un seminario per addetti ai lavori, "USA/Europe Air Traffic Management Seminar", a Barcellona. Documento la cui divulgazione era stata negata dagli organizzatori dell’incontro, ma che è stato reso pubblico nei giorni scorsi dall’associazione ambientalista inglese Aviation Environment Federation.

Nel report - realizzato dal Dipartimento dei trasporti americano, dall’Agenzia europea per il controllo del traffico aereo (Eurocontrol) e dalla Manchester Metropolitan University - si legge che dal 2000 al 2025 aumenterà il numero di persone esposte all’inquinamento acustico da aerei e l’ossido di azoto rilasciato in alta quota triplicherà, ma ciò che impressiona sono soprattutto le stime sulle emissioni di CO2.
Secondo “Trends in Global Noise and Emissions From Commercial Aviation for 2000 through 2025” – questo il titolo del documento – l’anidride carbonica emessa dal trasporto aereo passerà dai 572 milioni di tonnellate annue del 2000 a una cifra tra gli 1,2 e gli 1,4 miliardi di tonnellate nel 2025: questo significa che si avvereranno o addirittura saranno superate le stime del “peggior scenario” previsto dall’International Panel on Climate Change (Ipcc) riguardo alle emissioni per il settore aereo.

Per Jeff Gazzard di Aviation Environment Federation, l’organizzazione che ha portato il report all’attenzione del pubblico, queste cifre dimostrano che le emissioni del settore aereo rischiano di vanificare tutti gli obiettivi di riduzione della CO2 di tutti gli altri settori, anche perché i gas serra rilasciati ad alta quota hanno un potere climalterante doppio rispetto a quelli prodotti al livello del mare.

E le emissioni del trasporto internazionale, alle quali proprio nell’ultimo grande incontro sui cambiamenti climatici, a Bali, si era proposto di imporre limiti da rispettare, sono entrate decisamente nel dibattito sulla lotta al global warming.
L’International Scientific and Business Congress on Protecting the Climate, un gruppo di scienziati e altre personalità impegnante nei negoziati sulla lotta al riscaldamento globale, hanno suggerito che le Nazioni Unite istituiscano un’autorità apposita con il compito di imporre uno schema di emission trading al settore. L’agenzia, proposta dall’associazione in una lettera aperta a Rajendra Pachauri, presidente dell’ Ipcc, e a Björn Stigson, presidente del World Business Council for Sustainable Development, sarebbe chiamata World Carbon Authority e regolerebbe le emissioni di navi e aerei oltre i confini degli Stati nazionali.

La nuova autorità andrebbe ad aggiugersi agli sforzi delle due agenzie Onu già esistenti, la ICAO, che si occupa di aviazione e la IMAO, che invece regola il trasporto marittimo; agenzie, che per i fautori della nuova proposta non stanno facendo abbastanza per ridurre le emissioni. Di provvedimenti concreti per tagliare i gas serra, infatti, dalle due agenzie ancora non se ne sono visti, anche se l’ICAO lo scorso settembre ha approvato una risoluzione per sviluppare uno schema di emission trading in vista del prossimo summit sui cambiamenti climatici di Copenhagen 2009.

Per ora l’unico meccanismo proposto per mitigare l’impatto sul clima dei trasporti internazionali è quello avanzato dall’Unione europea che però non è stato adottato da altre nazioni: prevede che le compagnie aeree europee aderiscano allo schema di emission trading comunitario nel 2012. Se altre nazioni aderissero all’iniziativa, le loro line aeree dovrebbero comperare “carbon credits” per i voli da e per l’Unione europea, pena sanzioni.

GM


LIBANO
LE COMUNITÀ SI SCONTRANO, IL PAESE RISCHIA


CRISTIANI E SCIITI
FINALE DI PARTITA?


Anticipiamo un capitolo del libro I Cristiani e il Medio Oriente, che il vicedirettore di Famiglia Cristiana, Fulvio Scaglione, ha dedicato alle comunità di Irak, Libano, Israele e Palestina e ai loro problemi.

Tra le conseguenze della guerra 1975-1990 vi fu anche la consacrazione di Hezbollah. Fondato proprio per rispondere all’invasione israeliana, l’Esercito di Dio uscì dal conflitto come il primo artefice del ritiro delle truppe di Israele... tanto che le milizie di Hezbollah furono le uniche a non essere disarmate nel 1990. L’occupazione militare israeliana era però durata 18 anni, dal 1982 al definitivo ritiro del 2000, e in quel lasso di tempo la comunità sciita aveva affrontato e superato una serie di importanti trasformazioni. Quelli che un tempo erano braccianti e piccoli agricoltori erano diventati anche commercianti e professionisti... Un gruppo povero e chiuso aveva imparato ad aprirsi al mondo e aveva recuperato molte posizioni nel campo dell’istruzione.

Militanti di Hezbollah giocano a pallone a un posto di blocco.
Militanti di Hezbollah giocano a pallone a un posto di blocco.


Ma soprattutto, grazie anche alla resistenza all’occupazione, Hezbollah (che non ha mai ufficialmente rinunciato al proposito di distruggere lo Stato ebraico) ha potuto presentarsi davanti ai libanesi in una veste diversa: non più il movimento finanziato e diretto dall’Iran allo scopo di instaurare una Repubblica islamica anche nel Paese dei cedri, ma un movimento libanese, disposto ad accettare le regole della democrazia di stile occidentale, a rispettare gli interessi e le abitudini delle altre comunità, addirittura a sacrificarsi per proteggere l’indipendenza del Paese. Così, superata con fatica e con un adeguato numero di compromessi la stagione del panarabismo e sopravvissuti a stento a quella dell’irredentismo palestinese, i cristiani del Libano si sono trovati alle prese con una sfida se non imprevista, certo improvvisa: l’ascesa degli sciiti.

Ma per affrontare l’inedita dimensione del problema, e in un certo senso anche la sorpresa dei cristiani, ci trasferiamo nel Sud del Libano, a Tiro, la città dove, secondo la leggenda, fu inventata la porpora, da dove la regina Didone partì per fondare Cartagine, dove i Romani lasciarono imponenti segni della loro presenza. E dove oggi si allunga l’ombra di Hezbollah... Il sole è già caldo, il mare e il cielo scintillano e la cattedrale maronita, affacciata sul porto, è anche un’oasi di frescura per tante persone accaldate negli abiti della festa. Oggi, infatti, monsignor Shukrallah Nabil Hage, arcivescovo di Tiro, celebra le Cresime in un tripudio di famiglie festanti e di colori vivaci che si estendono ai dolcetti che lo stesso prelato vorrà distribuire a cerimonia conclusa.

Un corteo a favore della maggioranza di Governo guidata da Saad Hariri.
Un corteo a favore della maggioranza di Governo guidata da Saad Hariri.

Ho sentito parlare di lui con ammirazione per il fatto che fu l’unico, insieme con il metropolita melkita Georges Bakuni, a rimanere a Tiro, ovvero al fronte, per tutti i 34 giorni della guerra contro Israele del 2006. È responsabile di una diocesi che, da un punto di vista strettamente militare, va da un punto strategico all’altro: dalla raffineria di Zahrani, poco a sud di Sidone, impianto fondamentale per l’economia del Libano, al confine con Israele. Lo osservo: prega con i ragazzi ma sa anche farli ridere. Riesce a tenerli concentrati e riflessivi durante un’omelia lunga e proposta anche con una certa grinta.

«Tra noi capi religiosi», dice monsignor Hage, « i rapporti sono buoni, cordiali nonostante le inevitabili divergenze d’opinione. Fino a qualche tempo fa, anzi, il metropolita melkita, il vescovo greco-ortodosso e io ci incontravamo regolarmente, una volta al mese, con il muftì sunnita e con quello sciita».

  • Perché "fino a qualche tempo fa"?
  • «Abbiamo dovuto sospendere gli incontri. Il muftì sciita, Sayed Ali al Amin, ha preso posizione contro Hezbollah, criticando il movimento per la sua condotta durante la guerra con Israele del 2006 e dicendo che non si poteva parlare di vittoria dopo le perdite subite dal Libano. Poco dopo Ali al Amin ha difeso papa Benedetto XVI per le tesi proposte nel discorso di Ratisbona. Opinioni molto controcorrente rispetto ai sentimenti degli sciiti, che hanno isolato il muftì. Così, per non essere accusati di prendere una posizione politica, noi vescovi cristiani abbiamo dovuto sospendere gli incontri. Tutto, per noi, è complicato dal fatto che qui al Sud i cristiani non hanno una vera rappresentanza, non ci sono parlamentari cristiani ma solo musulmani. Quando hanno un problema, che si tratti del lavoro, della salute o del denaro, si rivolgono al loro vescovo, che diventa agli occhi di tutti il capo della comunità. Dai nostri atteggiamenti dipendono in larga parte i rapporti tra i diversi gruppi».

    Abbas Musawi, Hasan Nasrallah e Imad Mughniyeh, gli eroi di Hezbollah.
    Abbas Musawi, Hasan Nasrallah e Imad Mughniyeh, gli eroi di Hezbollah.

    • Ma non è una sconfitta dover rinunciare a dialogare con una personalità che non piacerà ai suoi ma fa ragionamenti tutt’altro che privi di logica?
    • «È un dilemma con cui, proprio a causa di quanto dicevo prima, ci confrontiamo ogni giorno, qui in Libano. Siamo chiamati a scegliere: conservarci, sopravvivere, o diffondere il Vangelo? Difendere la comunità anche lavorando in politica e gestendo un certo potere o testimoniare la fede? La realtà è che stiamo ancora cercando la strada giusta. Nel frattempo è inevitabile mantenere una posizione di forza: vi sono correnti dell’islam che vorrebbero negarci ogni diritto, anche quelli politici».

      • Qual è, oggi, la situazione dei cristiani della sua diocesi?
      • «I cristiani della diocesi maronita di Tiro erano 50 mila fino a pochi anni fa, ma oggi sono ridotti a 20 mila. Il problema vero non è il confronto con i musulmani ma la situazione economica. Fino al 2000, cioè fino a quando Israele occupava il Sud del Libano, si poteva attraversare la frontiera, andare in Galilea a trovare lavoro. In quegli anni, infatti, avevamo una media di 250 matrimoni l’anno, adesso siamo scesi a 60».

        • C’è stata una nuova ondata migratoria dopo la guerra del 2006?
        • «Non in termini quantitativi. Ma in termini qualitativi sì: se ne vanno i giovani, cioè le persone più dinamiche e preparate. Se ne vanno in punta di piedi, quindi il vuoto provocato dalla loro partenza si nota tardi, con il tempo».

          Un soldato dell'esercito libanese si affaccia alla garitta del suo posto di guardia.
          Un soldato dell’esercito libanese si affaccia alla garitta
          del suo posto di guardia.

          • Colpa di Hezbollah?
          • «Anche Hezbollah va inserito nel quadro generale, i nostri mali sono più antichi delle fortune dello sceicco Nasrallah. L’equilibrio del Libano può resistere solo se si trova una soluzione al problema dei palestinesi. Ma se invece pensiamo ai cristiani del Medio Oriente, il problema è che noi non esistiamo per coloro che tracciano le grandi strategie. Per gli Usa contano solo il petrolio e Israele, non capiscono che la nostra presenza qui è importante perché ha una funzione moderatrice sull’islam. Non è certo un caso se i fondamentalisti islamici prevalgono laddove mancano i cristiani, per esempio in Arabia Saudita. E ancor meno casuale è il fatto che i Paesi dove i cristiani comunque potevano esercitare una certa influenza, cioè Libano, Irak e Palestina, siano in uno stato di guerra permanente. Ci sono forze che lavorano per cacciarci dalla regione».

Fulvio Scaglione
   
    
HEZBOLLAH HA PAURA. DEL CENSIMENTO

Se le crisi del Libano sono le mosse dell’infinita partita a scacchi tra le comunità, il pezzo decisivo, quello che nessuno ha il coraggio di muovere, si chiama censimento. L’ultimo computo della popolazione risale al 1932: in quell’anno, i cristiani erano il 51,3% e i musulmani il 48,2% (con i sunniti al 22,2% e gli sciiti al 19%). Oggi si presume che la situazione sia rovesciata: i cristiani al 39%, i musulmani al 60%, con gli sciiti ormai verso il 35%.

Il problema è che, appunto, si presume. Nessun altro censimento è stato fatto. Ma, soprattutto: nessuno vuole farlo, meno di tutti gli sciiti che, in teoria, dovrebbero voler riconosciuta l’ormai evidente supremazia demografica. La ragione è semplice: organizzare un censimento sarebbe il modo più rapido per mandare in pezzi il Libano. I sunniti minacciano di chiedere la naturalizzazione dei 350 mila profughi palestinesi, molti dei quali ormai nati e cresciuti in Libano. I cristiani, a loro volta, fanno notare che ci sono 6 milioni di libanesi emigrati nel mondo, il 65% dei quali è cristiano: perché i palestinesi dovrebbero avere la cittadinanza e loro, che sono carne e sangue del Libano, invece no?

Al fondo, però, la paura del censimento rivela questo: nessuno ha interesse a "certificare" che i cristiani sono ormai minoranza. Equivale a riconoscere che senza di loro il Libano non sarebbe più tale. Sunniti e sciiti vogliono il Libano, ma come lo hanno costruito i cristiani maroniti.

Fulvio Scaglione

http://www.sanpaolo.org/fc/0821fc/0821fc64.htm

I libri al rogo a Or Yehouda
L’edizione del 20 maggio del quotidiano israeliano Maariv, uno dei più diffusi inIsraele, riferiva che centinaia di copie del Nuovo testamento [la parte della Bibbia composta dai vangeli canonici, atti degli apostoli e apocalisse e non riconosciuta come testo sacro dagli ebrei] sono state bruciate in strada a Or Yehouda, non lontano da Tel Aviv: «Per iniziativa del vice sindaco–scrive Maariv–esponente del partito ultra ortodosso Shas [nella coalizione di governo di Olmert, ndr] centinaia di copie del Nuovo testamento sono state date alle fiamme. L’evento ha avuto luogo lo scorso giovedì, nella piazza antistante la sinagoga di Matslawi, nel quartiere di Neve Rabin. Assieme al vicesindaco, l’avvocato Uzi Aharon, c’erano centinaia di studenti della scuola ultra ortodossa Michtav Eliyahu, che hanno ballato attorno ai roghi. Aharon ha detto che il rogo è stato una risposta ’all’intensa attività missionaria cristiana nella zona’…» L’articolo prosegue spiegando che copie del nuovo testamento erano state distribuite nelle case del quartiere da «missionari cristiani» che avrebbero anche portato in autobus in chiesa alcuni ebrei di origine etiope [falascià]. Gli studenti ultraortodossi hanno raccolto le copie «incriminate» casa per casa. Secondo Maariv, Aharon vorrebbe chiedere alla Knesset di modificare la legge sulle conversioni per proibire l’attività dei missionari cristiani.
http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/13988

SOMALIA/ESSERCI O ANDAR VIA? RIFLESSIONI DOPO IL SEQUESTRO

Parlano gli operatori umanitari. Dove è giusto fare cooperazione e quali rischi correre

Theo Guzman



A Intersos, una delle Ong presenti in Somalia, hanno un diavolo per capello. Nella sede di Via Nizza è arrivata la notizia che la convenzione che la Cooperazione italiana doveva firmare con loro per sostenere l'ospedale di Johwar è saltata. Sospesa appena si è saputo del sequestro dei tre cooperanti. Un accordo preparato da due anni e adesso bloccato sine die. Niente fondi. Problemi di sicurezza. Nel rapporto di amore-odio che lega l'associazionismo italiano al ministero degli Esteri e alla sua borsa, indispensabile per mantenere progetti di emergenza o di sviluppo in molti paesi del globo, si insinua quella dannata ossessione che, dalle Torri gemelle ai campi Rom delle periferie italiane, è ormai un leit motiv: la sicurezza. Questa volta degli operatori umanitari.
Un problema reale in un mondo diventato sempre più pericoloso e con sempre meno regole certe, ma un'ossessione appunto che ha come minimo l'effetto di rallentare le cose se non di bloccarle del tutto. Taglia corto il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica se gli si chiede se effettivamente i richiami usciti dalla Farnesina, sul fatto che in certi luoghi non bisognerebbe proprio esserci, siano l'anticamera di una polemica: “non mi pare proprio il momento di affrontare questo problema. Prima portiamoli a casa, poi si vedrà”. Eppure anche lui, nell'audizione alla Camera di ieri pomeriggio, ricorda che “il ministero degli Esteri sconsiglia da tempo la presenza di connazionali in Somalia”, un paese che presenta in questo momento “altissimi rischi”.
Sulla sicurezza, sull'esserci o non esserci, sugli allerta che le ambasciate sparano ormai con solerzia quotidiana sui cellulari dei connazionali all'estero nelle aree calde, le polemiche, o il tentativo di evitarle, datano ben prima del sequestro di ieri o dell'insediamento del centro destra al governo. Correva ancora l'era D'Alema quando le Ong e l'Unità di crisi del ministero decisero che bisognava sedersi a un tavolo e affrontare l'argomento. Il tavolo si è aperto ma, come è chiaro (lo stesso vale spesso per i giornalisti), il ministero non può esimersi dal mettere in guardia. E le Ong (così come i giornalisti) non possono non reiterare che, nelle aree di crisi bisogna esserci. L'emergenza o la cooperazione nelle Bahamas o a Montecarlo non ha molto senso. Così come per i cronisti sono le cattive notizie quelle di cui corre obbligo occuparsi. Possibilmente sul posto.
Kostas Moschochoritis, direttore di MsfItalia, spiega perché bisogna esserci: “in contesti così complessi la presenza internazionale è fondamentale non solo per l'azione umanitaria in sé ma anche per garantire indipendenza a questa azione aiutando lo stesso staff locale a difendersi dalle pressioni fortissime che vengono esercitate. Senza contare che molti medici e professionisti somali se ne sono andati dal paese. Ma c'è anche un altro fatto: pur se i rischi vanno soppesati esiste un dovere di testimonianza e non si può chiedere ai somali di svolgere questo compito da soli, abbandonati a se stessi”.
Eppure non tutti sono di questa idea. Giulio Albanese, fondatore della Misna e profondo conoscitore dell'Africa, sostiene che “gli operatori umanitari spesso o sono eroi o sono incoscienti. In Somalia il rischio è altissimo e inoltre le attività di emergenza, perché di questo si tratta, non arrivano che a toccare una percentuale minima della popolazione”. Non è d'accordo Nino Sergi di Intersos anche se conviene sul fatto che l'equilibrio tra le necessità della popolazione locale, cui l'intervento umanitario deve rispondere, e le garanzie di sicurezza, responsabilità primaria verso gli operatori, è difficile “e può rompersi com'è successo ieri in Somalia. Ma è anche vero che la nostra opera è necessaria lì dove ci sono sette milioni di abitanti abbandonati in un buco nero senza servizi, scuole, ospedali. Quel poco che funziona, o è privato, e quindi per pochissimi, o si deve all'intervento umanitario che qualche minimo servizio riesce a dare. Inoltre – aggiunge - noi e molte altre Ong lavoriamo con i somali. Se per noi il terreno diventa un problema possiamo anche andare e lo abbiamo appena fatto in maggio quando l'Onu ha chiuso l'ultimo volo. Ma in Somalia ci sono i somali che lavorano con noi. E loro devono andare avanti e devono essere nella condizione di poterlo fare”.

il manifesto


 

“DIRITTI MORALI” O COLONIALI? AMBASCIATORE LASCIA BELGIO



Il governo di Kinshasa ha richiamato oggi il suo ambasciatore a Bruxelles e ha predisposto la chiusura del proprio consolato ad Anversa in segno di protesta contro le recenti dichiarazioni, dal sapore coloniale, del ministro degli Esteri del Belgio, Karel De Gutch. Dopo le "recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri belga che attribuisce al governo belga un diritto morale sulla Rdc e i suoi dirigenti", Kinshasa "indirizza una viva protesta contro il governo belga" si legge nel resoconto del Consiglio dei ministri tenuto ieri sera. Dopo aver ricordato che la Repubblica democratica del Congo “è un paese indipendente, sovrano" e "non riconosce quindi a nessun altro paese alcun presunto diritto morale, il Consiglio dei ministri "ha deciso di procedere al riesame dei termini della cooperazione tra i due paesi".

 

http://www.misna.org/


Cluster bombs: proteste delle Ong per le pressioni degli Usa

Manifestazione degli attivisti della CMC a Dublino - foto CMC
Manifestazione degli attivisti della CMC a Dublino - foto CMC
Gli Stati Uniti stanno diffondendo "interventi fuorvianti nell’ovvio tentativo di intimidire i partecipanti ed indebolire il Trattato per mettere al bando le cluster bombs" in discussione in questi giorni alla Conferenza di Dublino. E' la chiara denuncia della 'Stop Cluster Munition Coalition' (CMC) che ha protestato oggi davanti all’Ambasciata Americana insieme con le vittime delle cluster e attivisti da tutto il mondo capeggiati dal Premio Nobel per la Pace Jody Williams.

Pur non partecipando alla Conferenza di Dublino al pari di altri paesi tra i maggiori produttori di ‘bombe a grappolo’ – come Russia, Israele, Cina e Pakistan – gli Stati Uniti stanno facendo intendere che la proibizione all’impiego di cluster bombs possa comportare l’impossibilità di partecipare anche a missioni umanitarie congiunte. “E' un cinico tentativo per cercare di intimidire i Paesi che in questi giorni stanno negoziando un Trattato per mettere al bando queste armi" - ha dichiarato Simon Conway di CMC.

Una norma della bozza del Trattato prevede infatti, in ambito di missioni umanitarie congiunte, la non assistenza operativa degli Stati firmatari verso gli Stati non firmatari del Trattato. In realtà – spiega la CMC – identici provvedimenti contenuti nel Trattato di Messa al Bando delle Mine antipersona non hanno avuto questo effetto malgrado il Trattato di Ottawa sia entrato in vigore da 9 anni e 156 Stati l’abbiano già sottoscritto. "Siamo qui per mettere al bando le munizioni cluster, non per creare scappatoie per facilitare l’uso di queste armi da parte degli Stati Uniti: chiediamo agli alleati degli Usa di resistere alle pressioni che provengono da Washington” – ha commentato Steve Goose, co-direttore di CMC.

La posizione di Washington preoccupa anche gli attivisti italiani. “Siamo un paese alleato degli Stati Uniti, ma questo non deve e non può condizionare strumentalmente la capacità di giudizio e di collaborazione costruttiva che l’Italia può offrire al processo verso il Trattato” – afferma Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine. “Non basta fare dichiarazioni di buona volontà: l’Italia non può sostenere una posizione strumentale ai soli interessi degli Stati Uniti che non partecipano al Processo di discussione ma che pretendono di influenzarne il risultato in un modo così negativo. Collegare un possibile impedimento di partecipazione alle missioni umanitarie al concetto di inter-operabilità e al possesso delle cluster bombs è un’aberrazione che rende palpabile lo spessore e il vero scopo di queste pressioni” – conclude Schiavello.

La Conferenza di Dublino dovrebbe rappresentare l'ultima e cruciale tappa del "processo di Oslo" iniziato nel 2007 che nel febbraio 2008 ha portato 81 Paesi, tra cui l’Italia, alla "Dichiarazione di Wellington", una bozza soddisfacente del testo del Trattato vincolante per la messa al bando delle munizioni cluster, l’assistenza alle vittime e la bonifica dei territori contaminati.

La campagna 'Stop Cluster Munitions' chiede che il Trattato preveda il "divieto dell'uso, produzione, trasferimento e stoccaggio delle munizioni a grappolo". A Wellington (Nuova Zelanda) 500 delegati, compresi i rappresentanti di 122 governi, esponenti della società civile e vittime delle munizioni cluster provenienti da 38 Paesi hanno raggiunto un accordo su una dichiarazione che però non è stata firmata da Giappone, Romania e Polonia mentre all'iniziativa di Oslo non hanno partecipato alcuni tra i maggiori produttori di cluster bombs come Stati Uniti, Russia, Israele, Cina, India e Pakistan. [GB]
http://www.unimondo.org/article/view/159316/1/

La battaglia di Neva ultima dei Rockefeller "Voglio la Exxon verde" IL PERSONAGGIO/ NEVA ROCKEFELLER GOODWIN/ E’ LA PORTAVOCE DELLA FAMIGLIA DEL FONDATORE, HA SOLO L’1% DEL CAPITALE: ORA ESIGE UNA SVOLTA DALLA MAGGIORE DELLE SETTE SORELLE


EUGENIO OCCORSIO

La ExxonMobil, nata nel novembre 1999 dall’unione delle prime due compagnie petrolifere del pianeta, è in assoluto la più grande azienda mondiale per fatturato con 404,5 miliardi di dollari nel 2007. E’ anche la maggiore per capitalizzazione di mercato con 504,6 miliardi di dollari (il 4 maggio 2008). Come se non bastasse, grazie ai superprezzi del petrolio nel primo quarter di quest’anno ha battuto tutti i record di utile netto in qualsiasi settore con 10,8 miliardi di net income trimestrale. Ritrovarsi in casa azioni di una società del genere dovrebbe essere una benedizione di cui ringraziare ogni giorno il Signore. Macché: c’è a chi non va bene. E non è un azionista qualunque: è nientemeno che Neva Rockefeller Goodwin, discendente della mitica famiglia che aveva creato appunto sia la Exxon che la Mobil.
Correva l’anno 1870 quando John D.Rockefeller, 31 anni, nato a New York, mercante di sementi ma soprattutto intraprendente e spregiudicato uomo d’affari, si ritrovò a Cleveland nell’Ohio, già allora il principale campo petrolifero degli States. Ebbe un’intuizione che doveva cambiare la storia sua, della sua famiglia e anche del mondo, comprò i primi pozzi e fondò la Standard Oil Company con un paio di soci, presto liquidati. Attraversò da vincitore assoluto tutta la rivoluzione industriale americana, il boom del petrolio come fonte energetica, la grande espansione che poi doveva culminare nella crisi del ’29: ma fino ad allora ebbe il tempo di accumulare una fortuna immensa, la più grande mai concentratasi nelle mani di una sola persona, appena scalfita (anzi forse moltiplicata) dalla sentenza con cui il 15 maggio 1911 la Corte Suprema ordinò il primo breakup della storia, appunto quello della Standard Oil.
Rockefeller era arrivato a controllare il 91% del mercato petrolifero degli Stati Uniti, e proprio la reazione popolare contro il suo regime di monopolio aveva provocato nel 1890 la promulgazione dello Sherman Act, la madre di tutte le leggi antitrust. Sono seguiti anni di cause, ricorsi, polemiche, e infine la suddivisione del gruppo in sette società: Exxon, Mobil, Amoco, Chevron, Arco, Conoco e Marathon. Le sette sorelle, tutte "figlie" dello stesso padre. In tutte, Rockefeller mantenne una posizione di maggioranza fino alla sua morte il 23 maggio 1937, a 97 anni, in un buen retiro della Florida dove già da un bel po’ si era rifugiato. Il figlio, John Jr., non fu altrettanto fortunato: incontrò gli anni della crisi, gestire sette società era molto più complicato che condurne una, e alla fine fra gli anni ’40 e i ’50 i Rockefeller pian piano uscirono dal business originario. Non del tutto, intendiamoci, né questo minò le fortune di una famiglia che intanto si era ampliata a dismisura. Ognuno, grazie a quei primi pozzi nell’Ohio, ebbe la sua infanzia dorata fra nannies, studi nelle migliori università, battute di pesca nel Maine, derby di galoppo, ovviamente ubriacature solenni. Ma anche tantissima beneficenza, come testimoniano le decine di facoltà universitarie, biblioteche, ali d’ospedale, persino il corpo centrale del Museo d’Arte Moderna di New York (ricavato dalla storica casa di famiglia all’angolo fra la Quinta Avenue e la 52esima strada) che portano il loro nome. Comprarono e vendettero società in mille settori: uno dei figli di John Junior, David, l’unico ancora vivente (in famiglia sono longevi, lui ha 93 anni) è stato dal 1969 al 1981 presidente della Chase Manhattan Bank, suo fratello Nelson invece si è gettato in politica diventando Governatore di New York e poi vicepresidente Usa con Gerald Ford fra il 1974 e il ’77. E un’infinità di altri figli, nipoti e discendenti hanno avviato mille diverse e tutte fruttuose attività. Una per tutte, l’immobiliare, con la costruzione fra il 1945 e il ’58 del Rockefeller Center a Manhattan.
E il petrolio? Intanto, ogni azione che hanno venduto ha comportato inimmaginabili profitti. E poi ognuno, in silenzio, si è tenuto un pacchetto ora di questa ora dell’altra società per tutti questi anni, senza però dire più una parola sulla gestione. Tradizionalmente, la compagnia che più di ogni altra porta il marchio Rockefeller è proprio la maggiore, la Exxon (comprensiva di Mobil dopo l’acquisizione). E proprio da lì inizia la seconda parte della storia, che comincia la mattina del 30 aprile 2008 al Parker Meridien Hotel di New York (ovviamente di fronte al Rockefeller Center ma questo forse è un caso). Quel giorno, gli incuriositi reporter finanziari convocati in tutta fretta senza neanche sapere bene perché, si sono trovati di fronte Neva Rockefeller Goodwin. Erano anni che non appariva più in pubblico, eppure è la portavoce ufficiale della famiglia. Classe 1944, figlia di David e quindi pronipote del patriarca John Senior, è una stimata economista dell’università di Boston, e si pensava che avesse rinunciato per sempre alle luci della ribalta. E invece questa donna minuta con i capelli ravviati alla bell’e meglio, un maglioncino blu semplice semplice ma evidentemente una grinta di ferro, ha dichiarato guerra proprio alla Exxon, la compagniasimbolo del capitalismo industriale americano targato Rockefeller, fondata dal bisnonno.
La signora Goodwin (come si fa chiamare all’università) ha preannunciato che presenterà all’assemblea degli azionisti, convocata per il 28 maggio a Dallas, due mozioni. Con la prima, chiederà che la Exxon avvii una massiccia fase di investimenti nelle nuove fonti, nelle energie rinnovabili dal solare all’idrogeno, in tutto quello che possa far superare la dipendenza dal greggio e soprattutto possa limitarne la sua portata inquinante, «perché ha spiegato la nostra famiglia è passata alla storia per aver colto l’inizio dell’era petrolifera, e ora non deve farsi sfuggire la sua fine». Con la seconda mozione, coerentemente, chiederà lo sdoppiamento delle cariche di presidente e amministratore delegato, oggi riunite nella figura di Rex Tillerson, che peraltro sta ottenendo risultati strabilianti anche se il merito non è suo ma va al fatto che il petrolio costa quasi 130 dollari al barile. Mrs. Goodwin propone che resti a fare il Ceo, mentre alla presidenza vuole «un personaggio di grande spessore culturale e carisma manageriale, che sappia individuare le vere tendenze nel mercato energetico in vista dell’esaurimento del petrolio che comunque non tarderà che pochissimi decenni». E tanto per non lasciare equivoci la combattiva signora ha concluso: «Anche se gli Stati Uniti non hanno ratificato il protocollo di Kyoto, è tempo che la nostra azienda intraprenda autonomamente le misure per abbattere drasticamente le emissioni di Co2 responsabili dell’effetto serra e di tante devastazioni ambientali».
Ce n’era abbastanza per far scattare la reazione della grande corporation, le cui azioni in Borsa hanno avuto un sussulto proprio nel momento in cui il prezzo del petrolio toccava i massimi storici. Il capo del public affairs, Ken Cohen, ha emesso un gelido comunicato in cui notava che «la famiglia Rockefeller non possiede più dell’1% delle azioni». Il Wall Street Journal ha pubblicato uno degli editoriali più duri degli ultimi anni: «La missione di un Ceo è di massimizzare il profitto per gli azionisti, e Tillerton lo sta facendo benissimo. Interromperne l’azione in questo momento sarebbe suicida. La Exxon deve continuare a vendere il bene di cui oggi c’è domanda sul mercato, il petrolio». E poi la più velenosa delle notazioni: «Non è mai successo nella storia che il passaggio da un’epoca all’altra l’abbia segnato chi deteneva una posizione di forza: a farci entrare nell’epoca del petrolio è stato un mercante di semi, non certo un commerciante di olio di balena del New England (era la fonte energetica più diffusa prima del greggio, ndr)». Infine, martedì scorso, 13 maggio, l’affondo inequivocabile della stessa Exxon: con un altro comunicato ufficiale, la compagnia ha raccomandato ai soci di votare contro le mozioni presentate dai rappresentanti dei Rockefeller in assemblea.
Il problema, per l’establishment attuale della Exxon, è che l’iniziativa della coraggiosa economista non è passata inosservata, e come avrebbe potuto? Anche in America è vero che come diceva Cuccia «le azioni non si contano ma si pesano», e la quota Rockefeller vale evidentemente moltissimo di più di quell’1% che rappresenta. Non a caso, intorno alle mozioni si sta coagulando un interesse che cresce di giorno in giorno. Per primo l’ha fatto la Shareholder Services, poi uno dopo l’altro un numero sempre maggiore dei fondi d’investimento che hanno quote della Exxon hanno dichiarato che la mozione della Rockefeller l’appoggeranno, eccome. Anche perché, hanno rilevato subito gli analisti di Wall Street, se una Rockefeller decide di andare in una certa direzione, è sicuro che il business vero si sta spostando in quella direzione. http://www.repubblica.it/supplementi/af/2008/05/19/personaggio/009korbezzoli.html


ARABIA SAUDITA
Un festival cinematografico nel Paese senza cinema
La manifestazione è significativa in Arabia Saudita, dove le sale sono vietate e i film in dvd censurati. Del tutto inusuale la presenza in sala di uomini e donne, seppure divisi da un vetro.

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) – Un festival cinematografico in un Paese nel quale i cinema sono chiusi dal 1980 ed i film – brutalmente censurati - si possono vedere, legalmente, oltre che in casa, in ristretti circoli culturali contro i quali, di tanto in tanto, si scaglia qualche esponente religioso.
 
Per questo il primo Festival cinematografico saudita, che si è chiuso il 20 a Dammam, principale città dell’oriente del Regno, va ritenuto un segno del pur cautissimo impegno di modernizzazione che sta faticosamente portando avanti re Abdullah. Lo stesso svolgimento della rassegna ne è in qualche modo una conferma: ingressi separati per uomini e donne (per loro quella posteriore), ugualmente separate le sale e un intervento della occhiuta muttawa (la polizia religiosa), la sera dell’apertura, per contestare la presenza in sala di quattro giornaliste. Che però non sono state allontanate, ma costrette a sedersi nei posti laterali della prima fila. Nei giorni successivi, poi, la sala è stata divisa da un pannello di vetro dietro al quale si sono potute sedere donne e bambini, mentre la parte anteriore era riservata agli uomini. Fatto del tutto inusuale per un Paese nel quale persino molte attività commerciali – oltre ai locali pubblici – sono separate per sesso.
 
Significativa, in questo quadro, la presenza al festival del ministro dell’informazione Eyad Madani, che non solo ha dato un senso di ufficialità alla manifestazione, ma ha anche rivolto un saluto per sostenere l’opportunità che continui il dibattito in corso nel Paese su cinema e film. Auspicio non di facile attuazione: solo pochi giorni fa, ad Hayel, nel nord, un importante esponente religioso ha emesso una condanna contro un circolo culturale che aveva proiettato un film indiano. L’accusa contro i film è di propagandare modelli empi: gente che beve alcolici, nessuna divisione tra uomini e donne e via così. Nulla di tutto ciò, ovviamente al festival. Ad essere mostrati, 48 film, in realtà “corti”, documentari e cartoni animati: 19 di produzione saudita, 18 di Paesi del Golfo, nove giapponesi e due russi.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12339&size=A

PAKISTAN: Acqua – aprire il rubinetto è un lusso per pochi
Zofeen Ebrahim


KARACHI, (IPS) - KARACHI,(IPS) – Per i profani, è una scena surreale: nel cuore della notte, prima dell'alba, uomini e ragazzi escono di casa e si infilano nei vicoli stretti e disselciati dello slum di Korangi Dhai, armati di tubi di plastica colorata arrotolati e pesanti pompe elettriche.






Da più di quindici anni l'unico modo in cui le famiglie che vivono nelle baraccopoli di Nursery Town, Francis Town e Joseph Gill Town, all'interno della zona industriale e commerciale di Korangi, riescono ad avere accesso all'acqua per i bisogni quotidiani è quello di spillarla illegalmente dalle condutture.

Oltre il 60 percento dei 16 milioni di abitanti di questa città portuale vive in alloggi di fortuna, secondo l'urbanista Arif Hasan. In assenza di infrastrutture appropriate, molte comunità hanno improvvisato impianti fognari e sistemi di approvvigionamento idrico.

Nel libro 'Understanding Karachi', di cui Hasan è l'autore, si legge che il 90 percento di queste case "sono allacciate abusivamente agli impianti pubblici".

Shaid Gill, un abitante del luogo, respinge l'accusa. "Ogni casa paga 2500 Rs (36 dollari) allo union council (l'unità amministrativa più piccola), come si fa a dire che sono abusive?", dice il ventottenne, impiegato come fattorino per un'organizzazione non governativa (ONG).

I punti di allaccio abusivo si presentano come piccole sporgenze di gomma ed è facile vedere i tubi lungo i canali di scolo dell'acqua piovana che corrono paralleli alle condutture principali. È da questi allacci che l'acqua viene travasata nelle case usando pompe aspiranti alimentate da collegamenti elettrici abusivi.

Questa infrastruttura di fortuna non ha un riconoscimento ufficiale, e pertanto non può essere integrata nei progetti di impianti idrici e fognari messi in cantiere dal governo.

"Karachi, con una popolazione di 16 milioni di abitanti e un fabbisogno minimo di 75 litri d'acqua al giorno a persona, ha bisogno di almeno 1 miliardo e 200 milioni di litri al giorno", dice Perween Rehman, direttrice del reparto tecnico e di ricerca dell'Orangi Pilot Project. Le industrie hanno bisogno di ulteriori 460 milioni di litri al giorno, aggiunge.

A Karachi le fonti principali di approvvigionamento idrico sono due: il fiume Indus, che fornisce 2.441.583.000 litri al giorno, e la diga Hub che ne fornisce circa 190 milioni.

Tra gli altri fattori, circa il 15 percento dell'acqua va sprecata a causa di perdite tecniche e un altro 41 percento (circa 1 miliardo di litri al giorno) viene travasato e distribuito tramite autocisterne. "E questa è una stima molto prudente", dice la Rehman, parlando con l'IPS.

Di conseguenza, le 18 divisioni amministrative di Karachi che sulla carta dovrebbero avere un totale di 1.580.972.310 di litri al giorno dal Karachi Water and Sewerage Board (KW&SB) di proprietà statale, ne ricevono soltanto 1.109.122.200.

Peraltro la distribuzione non è neanche equa, con le zone ricche come il Cantonment che ricevono il 100 o addirittura il 133 percento del loro fabbisogno (nella Defence Housing Authority), mentre le altre devono accontentarsi di un minimo che va dal 30 al 57 percento.

Tra gli altri consigli, come ad esempio dotare gli impianti di pompaggio di alimentatori elettrici autonomi per tamponare le interruzioni, la Rehman sostiene che le autorità dovrebbero concentrarsi sulle misure di assistenza per garantire che tutte le zone abbiano la quota d'acqua necessaria.

Secondo fonti del KW&SB, a Karachi ci sono 1,17 milioni di consumatori d'acqua (quelli che ricevono l'acqua direttamente dall'ente erogatore), dei quali 758.500 sono nei registri di fatturazione, ma soltanto 163mila pagano regolarmente.

"Contro i debitori morosi non viene preso nessun provvedimento e la KW&SB è perennemente in perdita", specifica l'edizione del 2002 del libro di Hasan. La situazione non è cambiata affatto, dice la Rehman.

Anche chi abita negli slum di Korangi non paga l'acqua e l'elettricità, ma deve faticare parecchio per allacciarsi abusivamente ai servizi pubblici.

"La prima cosa da fare è attaccare il filo elettrico con l'aiuto di un kunda (un gancio di metallo) agganciato a un cavo dell'alta tensione", spiega Asif Ayub, 17 anni.

"Non è un lavoro facile nel cuore della notte, specialmente per chi è ancora intontito dal sonno". Una volta preparati gli allacci, l'acqua viene pompata nelle cisterne all'interno delle abitazioni.

Con un tale groviglio di tubi e cavi, anche la sicurezza è a rischio. "Capita spesso di prendere scosse elettriche", dice il ventottenne Shakil Gill, che ha svolto questo ingrato compito per sei anni. Ma adesso, dopo il matrimonio, è stato dispensato e gli è subentrato il fratello minore.

"Di solito tocca al maschio più giovane della famiglia, basta che sia abbastanza grande per riuscire a portare l'attrezzatura pesante e sistemare i cavi", interviene Kashif Naeem, diciotto anni, in servizio da quando ne aveva quattordici.

"L'ideale è qualcuno che non deve alzarsi presto per andare al lavoro", dice Naeem, che ha abbandonato gli studi dopo la prima media.

Non c'è sosta per il sedicenne Shahin Waris, impegnato negli esami di ammissione all'università. "Sono tre anni che lo faccio". Quando gli si chiede se può sostituirlo qualcun altro, in modo che possa prepararsi all'esame e riposare anche un po', lui spiega: "Ho un fratello più grande, ma fa il secondo anno di medicina e quindi…".

Nelle case dove gli uomini non sono disponibili per i doveri idrici, intervengono le donne.

Nella condotta principale dell'area di Nursery Town l'acqua viene erogata dalle quattro alle sei del mattino ogni due giorni. "Una volta era dalle due alle sei e con la fornitura ridotta qui è come stare in guerra. Ogni due o tre giorni a qualcuno saltano i nervi", dice Lawrence, un operatore ecologico municipale che deve presentarsi al lavoro alle otto del mattino.

Poi ci sono giorni in cui le condotte restano a secco. Oppure manca l'elettricità.

"Ci mettiamo quasi un'ora per montare l'attrezzatura. T'immagini che frustrazione? E il peso in più che dobbiamo sostenere comprando l'acqua per la giornata?" dice Jamaluddin, tappandosi la bocca e trattenendo la rabbia.

Gli occupanti di case più intraprendenti hanno approfittato dell'erogazione a singhiozzo e sono entrati nel business dell'approvvigionamento idrico. Possiedono diverse pompe aspiranti e grandi cisterne. "Quando l'acqua non arriva dalle condutture, la compriamo da loro", dice Gill.

Gli occupanti possono comprare l'acqua anche dalle autobotti, a 250 Rs (3,73 dollari) per 3785 litri, anche se è salmastra e non è potabile, oppure da fornitori privati che girano nelle stradine con l'acqua caricata su carretti trainati da asini, a 100 Rs (1, 49 dollari) per 95 litri.
http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1204

Iraq : raid arei USA fanno vittime civili , anche bambini
di Rico Guillermo*

Mercoledi' scorso, otto persone, tra cui due bambini, sono stati uccisi quando un elicottero USA ha aperto il fuoco su un gruppo di iracheni diretti ad un centro americano di detenzione per salutare un uomo che era stato liberato dalla custodia. Lo hanno detto funzionari iracheni. L'esercito statunitense ha detto in una dichiarazione che aveva mirato agli uomini legati a una rete di attentati suicidi e "Purtroppo, due bambini sono stati uccisi quando gli altri occupanti del veicolo in cui essi viaggiavano, hanno mostrato intenti ostili".

Molti residenti hanno descritto le recenti operazioni militari a Sadr City come attacchi indiscriminati, con morte di civili e i danni alle abitazioni. I piloti che devono effettuare i raid usano una potente lente di ingrandimento su piccola sagome, cercando di individuare le persone con "intenti ostili" tra centinaia di comuni cittadini di Baghdad. Nelle ultime settimane, pero', i piloti hanno notevolmente aumentato la loro uso di fuoco dagli elicotteri contro il "nemico combattente", spesso in aree densamente popolate. Dalla fine di marzo, i militari hanno sparato più di 200 missili Hellfire nella capitale, rispetto a solo sei missili sparati nei precedenti tre mesi e si giustificano dicendo che la tattica ha salvato la vita di truppe di terra e impedito attacchi.

Gli Americani dicono di fare di tutto per evitare di ferire i civili dagli aerei, anche se, come ha commentato al Washington Post un comandante parlando della propria unita' di raid aerei, "Non e' di Hollywood e non e' perfetta 110 per cento", anche perche' "Questi criminali non operano in uno spazio di battaglia pulito. E' occupato da civili iracheni rispettosi della legge". Civili come i bambini uccisi mercoledi' o come la piccola Zahara, dieci anni, ferita al volto e alle gambe da un missile ufficialmente destinato ad alcuni uomini che sarebbero stati visti caricare razzi in una berlina ed il comandante ha detto di essersi preoccupato per i danni collaterali ai civili innocenti. La nonna di Zahara, uno zio e un vicino sono pero' rimasti uccisi.

Ma il Washington Post riporta anche commenti inquietanti da parte di qualche pilota: "Ti sei preparato per questo per tre anni e ora si vuole arrivare a fare ci' che si e' stati formati a fare. Provate questo pizzico di eccitatazione, come prima di uscire dallo spogliatoio prima di una partita. Ci siamo messi in elicottero e abbiamo iniziato a volare e iniziato a guardare verso il basso e abbiamo pensato - wow, ora sono in Iraq. Non e' come ritornare in Texas dove c'e' stata solo la formazione. La gente laggiu' intende provare a spararmi. Questa' e' realta'. Game".

Sparare missili su carri armati in una base in Texas nel corso di formazione è stato emozionante, egli ha detto, descrivendo al quotidiano USA con eccitazione la sua esperienza: "C'è questo grande ruggente suono sibilante, un missile che esplode e c'e' un lampo di luce. Poi si vede questa grande nube di fumo di fronte a voi. E poi diventa veramente tranquilla per un po'. Pensate - Oh, oh, spero di non perdere, spero di non perdere.... Quindi wack! Colpisce l'obiettivo. E 'una terribile sensazione colpire il bersaglio".

Ma sparare il suo primo missile a Baghdad e' stato deludente. "So che posso farlo" ha detto a se' stesso il pilota. L'obiettivo era in vista e le autorizzazioni dal comando a terra erano state concesse. "L'avevo gia' fatto prima. Ma qui meglio non sbagliare. Se la mancate la gente reagisce male". I piloti di tanto in tanto hanno relazioni di cio' che e' accaduto sul terreno dopo che hanno fatto fuoco. Dopo di che non abbiamo piu' sentito nulla di nuovo" raconta il pilota. "È una sorta di sensazione di distacco...".

La gente protesta "siamo tutti disarmati" e chiede che i soldati USA tornino a casa. Su striscioni neri appesi fuori dalle case per onorare i morti e' stato scritto: "Essi sono stati uccisi a causa dei vili bombardamenti americani".

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org



maggio 24 2008

Riunione di famiglia

La famiglia si riunisce a festeggiare il compleanno della zia novantenne. Attorno al tavolo si sgranano le generazioni, disegnando inconsapevoli un ritratto dell’Italia del primo decennio di questo secolo. Una manciata di vecchi, vecchi in modo imbarazzante, sono accuditi da una generazione di figli ormai anziana anch’essa. In fondo al tavolo si aggruma la terza generazione, fra i 30 e i 40: uomini e donne definiti “ragazzi”, perfettamente incistati nel nido che la generazione di mezzo ha amorevolmente imbottito per loro, così da impedirgli di volar via. Non sono sposati, non hanno figli, abitano in casa con i genitori, o nell’appartamento a fianco. Per pigra scelta, o per assenza di ali, poiché non possono nemmeno attribuire la loro condizione ad un precariato che qui - fra la Via Emilia e il West - li ha solo sfiorati, per piombare aggressivo piuttosto sulle generazioni successive, quella delle mie figlie, per intenderci.

Subito la conversazione attacca il tema del giorno, la sicurezza, i clandestini, gli stranieri, gli zingari. Si agita, la famiglia, contro lo straniero, in un coro unanime di riprovazione e paure, senza dissonanze e nemmeno toni diversi fra vecchi e giovani, laureati e semianalfabeti, donne e uomini; tutti certissimamente convinti che degli stranieri ci si deve liberare, per difendere la nostra vita, i nostri figli, il nostro benessere. La categoria degli stranieri è naturalmente una semplificazione, poiché nessuno pensa al pittore americano che abita tre portoni più in là, o alla moglie belga del direttore di banca, una donna tanto fine… Gli stranieri hanno un colore, o forse un odore, o anche un ghigno che li fa subito riconoscere, assiomaticamente delinquenti.

Timidamente chiedo se qualcuno di loro ha subito qualche torto, che so, un’aggressione, o uno scippo, o anche solo uno spintone, da parte di qualche straniero: un’esitazione, l’ombra di un pensiero che sfugge subito, poi… beh, non proprio io, ma la cognata della mia vicina ha detto che… e il figlio del vicino di casa racconta che a New York… e la nonna, ricordate la nonna (e qui i visi si distendono e si vede che il terreno è ritornato ben solido sotto i piedi), ah la nonna, che paura aveva degli zingari! ricordate quella volta che le stavano portando via quei pochi spiccioli che aveva in tasca e per fortuna che arrivò il nonno…

Mi chiedo in quale momento quella tranquilla famiglia di lavoratori emiliani – brave persone, quasi tutte di sinistra, o al più un po’ democristiane, come la zia là in fondo, tutta casa e chiesa ma che poi ha votato a favore del divorzio, e per un po’ fu trattata da eroina; mi chiedo in quale momento sia diventata così… oddio, come si può dire? Così….fascista? No, non esageriamo, mi sgrido dentro di me….Ma insomma, quale paura, quale profondo pregiudizio mai divelto ma sempre tenuto sopito, quali arcaiche angosce sono state, da cosa e perché, resuscitate? La paura di perdere il benessere duramente conquistato col lavoro, la globalizzazione, l’allentamento delle relazioni sociali e familiari, tutte cose vere, bastano a spiegare questo disperato (e inutile) rinchiudersi di fronte all’altro? Bastano a spiegare che si sia dimenticato tutto quello che, teoricamente, sembrava acquisito: l’uguaglianza di ogni uomo, di fronte alla storia o di fronte a Dio, cosa che metteva d’accordo - in una prefigurazione del partito democratico – i comunisti e i democristiani della famiglia?

La ragione e le ragioni che potrei portare, che sono tentata di portare, mi sembrano un fragilissimo castello elfico, del tutto inadatto a sopportare l’urto del pregiudizio lasciato finalmente scorrere, liberato dal tabù e diventato cultura comune, diffusa e dominante.

Così non parlo, finisco i tortellini, e aspetto che passi. http://selvaticoblog.go.ilcannocchiale.it/


Diversamente altruista

commenti


Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità,
Berlusconi che fa una legge per salvare un’altra volta Rete4: chi l’avrebbe mai detto. Lo stupore e la costernazione serpeggiano in Parlamento e tra gli osservatori più accreditati, di pari passo con l’incredulità per il tentativo di mandare in prescrizione con un emendamento al pacchetto sicurezza il processo Mills, per ora sfumato grazie alla fiera resistenza di Bobo Maroni (il nuovo capo dell’opposizione). Non può essere, dev’esserci un equivoco. Ma come: lo statista che vuole passare alla Storia, il De Gaulle reincarnato, il gigante della politica che due giorni fa risolveva nel breve spazio di una conferenza stampa le annose piaghe della monnezza e dell’insicurezza, il campione del dialogo delle riforme, il Cavaliere trasformato, anzi trasfigurato col quale avviare una nuova era, anzi una Terza Repubblica, il protagonista del “ritorno dello Stato” che dà una “scossa benefica” alla “politica intesa come iniziativa di governo” e al “ripristino dell’autorità politica di pari passo con il principio di legalità e di responsabilità” (Stefano Folli, Sole-24 ore), il decisionista che “rompe col passato” e incarna la “voglia di Stato” e “non ammette neppure l’apparenza di cedimenti” (Massimo Franco, Corriere della Sera), ecco: vi pare possibile che un pezzo d’uomo così si abbassi a firmare una leggina, anzi un codicillo per salvare i propri vili interessi di bottega, mettendo fra l’altro a repentaglio il proficuo dialogo con la fu opposizione?
 
Impossibile. Ci dev’essere una spiegazione alternativa. Del resto, ha ben poco da dire chi ha governato negli ultimi due anni infischiandosene delle due sentenze della Corte costituzionale che impongono a Mediaset di scendere da tre reti a due, e poi fregandosene della sentenza della Corte di giustizia europea che il 31 gennaio 2008 ha dichiarato illegittime le leggi italiane (Maccanico e Gasparri) che consentono a Rete4 di seguitare a trasmettere senza concessione, in un eterno regime transitorio fino all’avvento della mirabolante Era Digitale, cioè fino al 2012-2015, in barba ai diritti acquisiti da Europa7. Il bello è che il governo del Ritorno dello Stato e della Legalità dice di voler approvare la nuova norma per evitare all’Italia una procedura europea d’infrazione. E poi fa di tutto per beccarsene due o tre di nuove. Infatti, se la Maccanico e la Gasparri violavano “solo” le norme europee in materia di concorrenza sul libero mercato, la nuova Salva-Rete4 calpesta anche la sentenza della Corte di Lussemburgo, già fatta propria dalla Commissione europea presieduta dal noto bolscevico democristiano Barroso. Dunque è praticamente lettera morta, visto che la Corte europea ha già messo nero su bianco che le leggi nazionali in contrasto con quelle comunitarie vanno disapplicate (per esempio, dal Consiglio di Stato che dovrà presto pronunciarsi sui diritti violati di Europa7). Infatti “il diritto nazionale” va “rapidamente adeguato al diritto comunitario” e non viceversa. Invece il governo del Ritorno alla Legalità fa esattamente il contrario: pretende di adeguare il diritto comunitario a quello italiano. Cioè alla nobile corrente di pensiero giurisprudenziale sorta anni fa nel cenacolo di Mediaset, grazie a giureconsulti del calibro di Fedele Confalonieri e Maurizio Gasparri.

Oltre alla sicura condanna a pagare multe salatissime (300 mila euro al giorno), per l’ennesimo sfregio ai diritti acquisiti dall’editore Francesco Di Stefano, il nuovo Salva-Rete4 ce ne garantisce almeno un’altra: quella, già minacciata dalla messa in mora del giugno 2006, perché la Gasparri chiude le porte del digitale terrestre a tutte le emittenti assenti dall’analogico. Che fa il governo? assicura a chi trasmette in analogico l’esclusiva sul digitale, tagliando fuori chi non è ancora entrato, e dunque non entrerà mai, nemmeno con l’avvento della nuova, avveniristica tecnologia: le aziende già operanti in analogico potranno convertire in digitale il doppio delle reti già accese. Cioè Rai e Mediaset passeranno da tre a sei per ciascuna. E gli altri? Ciccia.

Questo dice il testo della norma che rischia di minare il dialogo tra maggioranza e opposizione. Ma non si parli, per favore, di legge ad personam. E non si dica che Berlusconi bada solo agli affari suoi. Questi sono termini fuori moda, legati a una stagione - quella dell’ antiberlusconismo - fortunatamente superata e consegnata al passato. Se proprio si vuole polemizzare, si dica pacatamente che il Cavaliere è un “diversamente altruista” e, per favore, si continui a dialogare.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

Primarie sempre /2

Daniele Mazzini, promotore della campagna "Primarie sempre" - e membro dei Mille - tira una somma delle adesioni avute fino a ora: «Per chi non ha grandi sponsor lanciare una campagna politica non è facile. Questa è la nostra prima volta, e dopo poco più di una settimana i risultati iniziali sono molto incoraggianti. Il sito www.primariesempre.org ha appena superato le mille visite (per l'esattezza 1064), abbiamo avuto l'adesione di 145 persone (ma altre 15 attendono solo la conferma della mail), il banner della nostra campagna è stato pubblicato da 21 blogger. Ma soprattutto, già 5 circoli territoriali (più due online) hanno dato l'adesione ufficiale: il sostegno dei circoli è un segnale importante per il partito. In altri circoli la discussione sull'adesione è in calendario nei prossimi giorni, e la nostra instancabile Luisa sta cercando di allargare sempre di più i contatti».

«Per ora siamo ancora troppo "piccoli" per andare a bussare alla porta delle alte sfere, ma i primi sondaggi con coordinatori di zona - avvenuti per ora in Toscana - lasciano ben sperare. Ora che abbiamo una piccola base da cui partire, è importante che l'impegno non scenda: al contrario, dobbiamo iniziare a fare di più. Sul web abbiamo appena pubblicato le prime quattro videoadesioni, ma contiamo sul fatto che molti altri coraggiosi presto ci mettano la faccia. In una o due settimane vogliamo realizzare un primo video promozionale per la campagna, e poi diffonderlo. Dopo aver contattato soprattutto i nostri amici, grazie alla Mappa Democratica di Giacomo Dorigo ci apprestiamo a contattare anche i democratici che ancora non conosciamo, anche con l'obiettivo di allargare le nostre relazioni virtuali».

«Ma è soprattutto nel mondo "reale" che dobbiamo acquisire la capacità di muoverci meglio. I contatti con i circoli territoriali sono già avviati, ma vorremmo trovare più volontari che si facciano portatori della nostra idea presso il loro circolo. Anche chi non può ottenere l'adesione ufficiale può portare il modulo che trova sul sito e raccogliere almeno quella dei compagni/amici che condividono le primarie. Ancora più importante sarebbe trovare nuovi volontari disposti a diffondere a loro volta l'idea: fare rete è anche questo. Intanto, a Roma, si sta pensando ad organizzare, insieme ai Mille romani, un evento collegato alla richiesta di maggior coinvolgimento della base nella costruzione del PD locale. Su cui vi terremo aggiornati».

«In conclusione, stiamo iniziando a farci conoscere da un pubblico più ampio, ma la cosa richiede tempo ed energie. Abbiamo detto tante volte che dobbiamo uscire dal ghetto del web: è ora di darsi tutti da fare, chi può si unisca al nostro gruppo per dare una mano!»

Daniele ci terrà aggiornati.http://www.imille.org/2008/05/la_campagna_primarie_sempre_pr.html#more

Miiiiitico, direbbe Homer (di Giannino della Palla)
L'avvocato e la corsa. Forse di qui, forse di là. Premio al merito. Leadership e programmi. Le radici medioevali.

Dalla stampa locale stanno arrivando suffragi affinchè "scenda in campo" nella corsa a Sindaco della città.
Sono rivolti all'avvocato Giovanni Ripa (Ripa di Peana o peana per Ripa?).
Dicono che sia intercambiabile: potrebbe correre per di qua e per di là, per di giù o per di su.
Miiiiitico, direbbe Homer.

Correre con la destra non sarà poi così difficile.
Dovrà passare al vaglio dei cacciatori di teste del Cavaliere.
Suggerisco cravatta blu a petits pois bianchi e, mi raccomando, ben sbarbato e sorriso da copertina!

Correre per il PD la vedo più complicata. Ma anche più aperta, se si vuole.

Qui, oltre l'immagine, ci vuole "il pacco, intinto dentro al secchio" direbbe Jannacci.
Occorre mostrar la faccia, saper rischiare. Avere idee, saperle sostenere, dimostrare leadership e carisma. E provare un amore disinterassato per Cremona ed i cremonesi.
Il PD ha infatti dichiarato che vuole premiare il merito.
Ed ha deciso di utilizzare lo strumento delle Primarie per far selezionare dai cittadini i candidati a Sindaco ed a Presidente di Provincia.
Lo dice lo Statuto (basta leggerlo, sul sito del PD nazionale) che lo definisce in maniera nettissima, senza alcuna possibilità di interpretazione diversa.
Certo, nel caso ci sia un solo concorrente, ovviamente, non si fanno ....ça va sans dire!

Un (possibile) candidato naturale alle Primarie c'é già, ed ha tutte quelle caratteristiche, ed altre ancora.
L'avvocato - o altri - se la sentiranno di "accettare la sfida"?
Sarebbe un piacere, finalmente, vedere confrontarsi idea ad idea, progetto a progetto, leadership a leadership. In maniera aperta, limpida, democratica.

Per la nostra amata città un impareggiabile impulso di vivacità e modernizzazione. E di democrazia.
Una innovazione che, però, ha radici profonde, medioevali: basti pensare che Cremona deve la sua libertà proprio ad una sfida, uno contro uno.

L'é vera, aluura l'era n'alter par de maneghe. E me en soo vergutina! Ma, insoma, biseugna cuntentaase

Giannino della Palla
http://www.welfarecremona.it/wmview.php?ArtID=9400


Italy is disregarding the principles of the Union

Gli zingari sono sporchi, brutti e furtivi: però non ho visto sui giornali di oggi una riga dedicata a questo documento firmato da Amnesty International europea.http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Con un buon aspirapolvere conquisterai il Paese


di Luigi Irdi - da ilbarbieredellasera.com

Ogni giorno è più chiaro l'errore commesso dalla sinistra nelle sue scelte di comunicazione.
Se doveste sequestrare un bimbo per i vostri turpi scopi, andreste a prelevarlo tra la folla di un centro commerciale cercando di sfilarlo alla mamma che fa la spesa? Certo che no. A maggior ragione se foste veri professionisti del rapimento di bambini come la maligna tradizione popolare considera gli zingari. Eppure, senza un battito di ciglia, senza il minimo dubbio, nei circuiti dell'informazione è in pieno fermento la notizia di due Rom arrestati a Catania per aver tentato di rapire una bambina dal carrello della spesa.


I siti internet dei maggiori quotidiani (Corriere della Sera, Repubblica) riportano la notizia tra i titoli di testa. Sul sito del Corsera, l'operaio morto schiacciato dai tubi nell'azienda Marcegaglia occupa l'ottavo posto mentre il decimo tocca a ventitré (proprio ventitre') adolescenti che avrebbero violentato una quattordicenne (una). La storia dei due Rom è invece nel sommario del titolo di apertura.

Ce ne fosse uno che si è chiesto se la notizia poteva essere verosimile. Zero. Un normale esempio di come l'informazione possa reagire a determinati stimoli con riflessi di trionfante emotività e ignoranza. Una sorta di schiavitù (e non certo di rispetto) nei confronti del lettore.

Cosa infatti preferireste sentirvi dire? Che gli zingari rapiscono i bambini o che questa è una volgare credenza popolare senza fondamento? La versione della credenza popolare dura a morire è più faticosa da digerire, esige una qualche riflessione, impone domande critiche e dubbi, è, insomma terribilmente più fastidiosa. Meglio crederci.

Quando ci si accorge che questo meccanismo avanza a grandi passi anche nelle fonti di informazione più serie (lo scrivesse solo il Giornale di Mario Giordano o Libero uno se ne farebbe presto una ragione. Osservate oggi il titolo garantista scelto da Mario Giordano per la prima pagina: "Rom tenta di rapire bimba strappandola alla madre". Bisognerebbe regalare un buon avvocato ai due incarcerati) viene sul serio da chiedersi se non sia in atto una disegno programmato per seminare nel paese panico e indirizzare il disagio diffuso verso i sicuri canali del razzismo, dell'intolleranza nei confronti degli stranieri, insomma nei confronti degli untori.

Continuando così, tra poco i Rom e gli immigrati saranno colpevoli anche dell'aumento della bolletta della luce. Poi arriva Berlusconi e mette tutto a posto come un re taumaturgo.

Questo pericolosissimo cerino è stato acceso molto tempo fa e ora è rimasto solo un ultimo pezzetto di miccia da bruciare. E del resto, quando un partito a vocazione xenofoba che predica e organizza le ronde cittadine conquista il ministero dell'Interno, è anche abbastanza naturale che qualche zelante cittadino se la sbrighi da solo con le molotov aspettandosi perfino un ringraziamento.

E' significativo che dell'assalto al campo nomadi di Ponticelli non sia emerso un solo responsabile. La polizia li sta cercando? Il ministro Maroni sta incalzando le forze dell'ordine affinché arrestino i bombaroli di Ponticelli? Onestamente non sembra.

Il problema degli insediamenti Rom, del loro modo di vivere, dei comportamenti spesso inaccettabili, della microcriminalità organizzata che alligna nei campi, è un problema antico e da sempre malgestito.

Ma anche qui, non è tollerabile pensare di mettere all'indice un intero popolo nutrendo feroci mitologie (il sequestro di bambini, specialità zingara) come fossero verità rivelate. Perché non radere al suolo Niscemi e tutti i suoi abitanti dopo l'orrendo assassinio della giovane Lorena da parte dei tre amichetti? Non sono forse i nisseni noti strangolatori di adolescenti?

L'irragionevolezza regna incontrastata perché la ragionevolezza fa perdere voti e consenso. Non c'è ragionevolezza che tenga quando si innescano i processi di condanna del capro espiatorio. Oggi (e non è la prima volta, i Rom sono la seconda etnia, dopo gli ebrei, sterminata nella Shoah) tocca ai Rom e agli immigrati.

Per esempio, applicare criteri di ragionevolezza alla proposta di introdurre il reato di ingresso clandestino è una scelta politicamente perdente, l'ennesima del partito democratico di Walter Veltroni.

Puoi anche sostenere con mille ottime ragioni che ne deriverebbe una situazione giudiziaria da manicomio, tale sarebbe in breve la quantità di immigrati da trascinare in ceppi nelle galere nostrane e che si tratta di un reato ingestibile. E che non è affatto verosimile che il reato penale di ingresso clandestino scoraggi decine di migliaia di affamati che premono dal Sud del mondo.

Ma un gesto repressivo quale che sia, a fronte di un diffuso panico anti Rom, e anti immigrati è ciò che serve per soddisfare gli appetiti correnti. E il governo lo mette sul tavolo.

Complicare con qualche domanda la percezione popolare di un fenomeno, qualunque fenomeno, rende antipatici, ti guardano come il solito precisino rompiballe, ti dicono che di questo buonismo che ostacola l'azione e la cultura del fare, non se ne può più e ti ripetono che le elezioni le hai perse proprio su questo e che continuerai a perderle.

E' capitato a me qualche giorno fa, a cena sul mare a un tavolo della borghesia pescarese, al quale cercavo di spiegare che naturalmente è giusto mettere in galera i delinquenti ma non è che i romeni sono nati più delinquenti di noi.

Mi sono perfino permesso di ricordare che gli assalitori di Ponticelli sono ogni giorno immersi in un humus camorristico che uccide, spaccia e stupra, cosette forse più gravi dell'immigrazione clandestina. Mi hanno guardato come un intruso, un guastafeste.

Sono uno di sinistra e, per la mia infinitesima parte, ho perso le elezioni. Ogni giorno mi è più chiaro l'errore commesso in questi ultimi anni dalla sinistra nelle sue scelte di comunicazione. E' il non aver capito in tempo che l'Italia è diventata una società con un passo solo.

In genere, nell'approccio con un fenomeno si compiono due passi. Il primo è la percezione del fenomeno medesimo: mi fermo al semaforo e c'è un lavavetri che mi rompe le palle.

Le rompe anche a me, uomo di sinistra, antropologicamente problematico. Poi si compie il secondo passo: “Sì questo lavavetri non lo sopporto, ma quello viene qui perché a casa sua muore di fame con tutta la famiglia e dunque il problema va un po' oltre il mio fastidio”.

Ecco, questo secondo passo è scomparso da tempo dalla capacità o almeno dalla disponibilità di troppe menti.

E' questa la mutazione avvenuta nel Paese? E' rimasto però il fastidio e dunque la necessità di risolvere la questione, possibilmente passando l'aspirapolvere.

Trova uno in grado di vendere un buon aspirapolvere e il Paese sarà tuo.



La Istanbul zingara e il quartiere dei panni stesi


di Ennio Remondino - Megachip  da www.dnews.eu

Ad aprile, nell'antico quartiere Rom di Istanbul, sono arrivate le ruspe con la mezzaluna. Ho avuto l'ultima occasione per vederlo. Sorgeva tra le mura bizantine erette da Teodosio 400 anni dopo la morte di Cristo e la Moschea costruita in onore della figlia di Solimano il Magnifico, accanto alla porta attraverso cui l'esercito turco del sultano Fatih si impossessò di Contantinopoli. Prima di quei conquistatori, attraverso l'Anatolia, giunse in riva al Bosforo il popolo degli zingari, tzigani o gitani, o gipsi. Dal greco athinganoi, gli intoccabili.

Forse per spregio, forse intoccabili per il loro mistero. Venivano dalla lontana India. Un popolo antico quanto le mura che li circondano. Ricordo di aver incontrato un vecchio signore, elegante, barbuto e colto: “Siamo qui del 1054. C'erano i bizantini ellenici e la città si chiamava ancora Costantinopoli. Poi abbiamo visto arrivate gli ottomani, e noi eravamo sempre qui. Ora i turchi del terzo millennio parlano di riassetto urbano. Sotto le nostre povere case si sono salvati i resti di Costantinopoli. Sotto il cemento armato saremo sepolti tutti”.

Restano le pietre attorno e partono i Rom. L'antichità dei monumenti fa la storia e produce turismo. L'antichità degli zingari è soltanto storia orale, dispersa per il mondo, e la loro presenza produce ovunque diffidenza o paura. Nella Istanbul che si fa metropoli europea non c'è più posto per l'antico quartiere di Sulukulé, dove, sino a 15 anni fa era tutto un fiorire di piccoli locali che, assieme alle musiche gitane, offrivano danze esotiche e spesso le grazie delle loro ballerine. Ora fioriscono soltanto bambini che vediamo spendere tra le macerie il loro tempo infinito. Lo sviluppo e le marginalità, l'integrazione e le differenze, la mia sicurezza contro la tua libertà con regole diverse dalle mie. Contraddizioni per ognuno di noi. Sotto le mura di Teodosio, alle porte della “Seconda Roma”, crescono gli alberi dei panni stesi. “Alle porte della città aspetto un sorriso -dice una poesia zigana- alle porte della città aspetto una mano, alle porte della città aspettano con me molti zingari.

Sempre sul tema, passo alla cronaca italiana. Un'osservazione a margine. Nelle cronache quotidiane che esaltano, tra qualche voce afona di dissenso, il pacchetto “Sicurezza” del nuovo governo, annoto un dettaglio. L'ignoranza abissale di chi, cronaca e politica a braccetto, identifica i migranti che qualche volta delinquono. Rumeni, albanesi, kosovari, slavi. Faccio un esempio cretino per aiutarli: forse capiscono anche loro. Un mio prezioso collaboratore di Rai Balcani, un caro amico che più serbo di lui non si può, viaggia con un passaporto rilasciato dalla Repubblica Federale Yugoslava. La Yugoslavia non c'è più, ma i passaporti si. Un altro mio collaboratore saltuario in Kosovo, albanese che più non si può, viaggia anche lui con passaporto jugoslavo. Con l'altro, quello rilasciato dall'Onu, al massimo può andare a far spese nella Skopje macedone. Passi pure un po' di razzismo, ma l'ignoranza e l'imbecillità No. Salvo che le due cose non vadano a braccetto.

 


Analisti a convegno sul futuro dei Balcani
d
al nostro corrispondente da Berlino PIERLUIGI MENNITTI

[] La Slovenia sta concludendo con buon successo la prima presidenza europea affidata a un Paese che apparteneva al blocco orientale. La Croazia muove speditamente i suoi passi verso Bruxelles. La situazione in Kosovo si è sbloccata e, per quanto restino ancora dubbi sia sull’efficacia dell’indipendenza riconosciuta che sulla futura stabilità del Paese, i primi passi appaiono tuttavia incoraggianti. La Bosnia sembra essersi riappropriata, dopo lunghi anni bui, del suo passato multietnico e Sarajevo torna sulle prime pagine dei giornali per la sua vitalità culturale. Il Montenegro è la nuova mecca del turismo estivo. L’Albania non è più la piccola Cenerentola d’Europa che spediva profughi su imbarcazioni di fortuna. E soprattutto la Serbia, perno infuocato di tutta l’area, sembra muoversi con maggior decisione verso l’Europa e le sue istituzioni. Basterebbero le novità degli ultimi anni a rendere il convegno che si apre giovedì a Gorizia sul futuro dell’Europa sud-orientale degno di interesse e attenzione.

In più c’è il fatto che proprio questa area, i famigerati Balcani, è da sempre una regione di interesse strategico per l’Italia. Il convegno è organizzato dall’Associazione italo-tedesca dei giornalisti (Ditjv, qui il sito italiano), fondata nel 1994 e oggi presieduta da Ulrich Ritter, storico capo della redazione italiana della Deutsche Welle. Ha il patrocinio dell’Allianz-Kulturstiftung, da sempre attenta all’analisi dei trend europei, della regione Friuli Venezia Giulia, del Comune di Gorizia e della locale Camera di commercio. Si svolgerà tra giovedì e venerdì nell’aula magna dell’Università di Gorizia, con una serie di relatori di primo piano, fra politici, ambasciatori, esperti e studiosi dei Balcani e giornalisti che seguono da tempo le vicende di questa area turbolenta e decisiva del nostro continente. Ci sarà anche Ideazione.

La scelta di Gorizia è simbolica. Città di frontiera sino a pochi anni fa, divisa in due tra la parte italiana e la Nova Gorica jugoslava durante gli anni della guerra fredda (tanto da guadagnarsi l’appellativo di piccola Berlino, mentre il muro che divideva le due parti veniva ironicamente chiamato il muretto di Gorizia), è tornata a respirare l’aria della Mitteleuropa dopo la caduta dei muri più grandi e il rilancio del progetto di integrazione europea. Gorizia ha vissuto nel cortile di casa lo sgretolarsi del contenitore jugoslavo, quindi la nascita di una nuova nazione di confine, la Slovenia. Ne ha osservato da vicino i rapidi progressi ed è stata il centro dei doppi festeggiamenti del 2004 e del 2007: l’ingresso dei vicini ritrovati nell’Unione prima, nell’area Schengen poi. Sono saltate le barriere e anche il muretto. Nel frattempo Lubiana ha anche adottato l’euro e oggi si passa da una parte all’altra della città doppia senza quasi neppure accorgersi del limes di un tempo. Il polo universitario goriziano, che è collegato a quello di Trieste, ospita una prestigiosa scuola diplomatica che corrisponde al meglio le esigenze di studio e analisi così come la formazione di professionisti in grado di comprendere cosa accade al di là del Carso.

Il Friuli Venezia Giulia è regione da sempre attenta agli sviluppi dell’Europa sud-orientale, come e più delle altre regioni costiere adriatiche, giù dal Veneto sino alla Puglia. L’asse adriatico punta molto sullo sviluppo definitivo di tutta l’area, dalla quale non possono essere estromesse altre nazioni decisive come la Romania e la Bulgaria e, più a sud, la Grecia e la Turchia. Sono in gioco i rapporti commerciali e politici come quelli culturali, fortemente cresciuti negli ultimi anni. E soprattutto le questioni dei trasporti, con la necessità di rivitalizzare i progetti dei corridoi pan-europei: il 5, più a nord, che si muove lungo la direttrice Trieste, Slovenia, Pannonia, e l’8 a sud, dalla Puglia al Mar Nero, passando per Albania, Macedonia e Bulgaria sul tracciato dell’antica via Egnatia dei romani, ideale prolungamento della via Appia. Lo chiamano Mare Stretto, l’Adriatico, e non è solo una suggestione, semmai talvolta un mondo a parte.

Le vicende più recenti degli Stati balcanici sono, come detto, interlocutorie. A osservare la situazione con il distacco di due decenni, il giudizio può essere nel complesso positivo e indurre alla speranza. Più sfilacciata invece appare la transizione se si analizzano i mesi più prossimi. Oltre alle incognite che ancora agitano il Kosovo e all’instabilità del nuovo corso serbo, ci sono da aggiungere i rallentamenti di due Paesi che pure avevano compiuto grandi sforzi per entrare nell’Ue: la Romania e soprattutto la Bulgaria, teatro recente di fatti di cronaca criminale che inquietano. Così come la presenza sempre diffusa delle mafie balcaniche e i contrasti fra Macedonia e Grecia per la questione del nome. E da buon’ultima proprio la Grecia, pilastro essenziale della struttura balcanica, terminale meridionale del volume di traffico e commerci che si muove da nord a sud e che sfocia nel porto di Salonicco (e che dovrebbe essere presumibilmente integrato con i citati corridoi ovest-est). Atene sta vivendo una accentuata quanto inattesa crisi economica – il caso Olympic Airlines ricorda troppo da vicino quello Alitalia – che ne scopre antichi e mai risolti difetti strutturali e rischia di aggiungere ulteriore instabilità e incertezza.

I giornalisti di due nazioni come Germania e Italia che a quest’area dedicano spazio e interesse discuteranno di tutti questi temi e, con l’aiuto degli esperti, proveranno a farsi un’idea del percorso che i Balcani compiranno nei prossimi anni. C’è sempre un bivio da qualche parte in questa regione. C’è sempre un esame da sostenere per gettarsi alle spalle la fama dell’ingovernabilità. Ma alla fine di bivi ed esami, per i Balcani si potrebbe aprire una storia di normale benessere all’ombra dell’Unione Europea. La politica estera italiana dovrebbe tornare a guardare con rinnovato interesse questo percorso. E a spingere perché i bivi presi siano quelli giusti.http://www.ideazione.com/new_2008/articoli/2008/maggio/2008_05_22_p_mennitti.htm

STAFF DI CLINTON E OBAMA
Hillary chiede la vicepresidenza. Per poter dire di no?

(m.p.)


Pare che il principale sponsor dell’operazione sia Bill. Mentre Hillary continua, in modo un po’ surreale, a fare campagna per la nomination democratica, fonti del suo staff hanno fatto sapere alla Cnn di essere in contatto con gli uomini di Obama per studiare l’exit strategy della senatrice. Una via di uscita che potrebbe portare direttamente alla vicepresidenza. La notizia è stata seccamente smentita dai portavoce dei candidati, ma non c’è dubbio che le due campagne si stiano parlando. Più difficile è che l’accordo per consegnare a Obama la candidatura e il partito preveda un posto per l’ex first lady nel ticket.
Barack, si sa, non ama molto la sua rivale, e la moglie Michelle farebbe carte false per impedire che i Billary pesino sulla corsa del marito. L’antipatia sembrava reciproca, ma secondo il Time e il New York Times sarebbe l’ex presidente ad aver cambiato idea: in un modo o nell’altro, Bill vuole tornare alla Casa Bianca. Hillary però potrebbe non essere d’accordo e forse chiede che le sia offerta sì la vicepresidenza, ma solo per poter dire di no. L’invito da parte di Obama sarebbe un gesto distensivo, una forma di cavalleria per non offendere le donne, accese sostenitrici della senatrice, ed evitare la guerra civile nel partito, come ha detto ieri il principale fundraiser di Hillary.
Il nodo vero è invece cosa l’ex first lady otterrà per farsi da parte senza portare lo scontro fino alla Convention di Denver.
In ballo ci sono i debiti della campagna della Clinton, che Obama potrebbe pagare, il prestigio e il futuro politico della senatrice: c’è chi la vedrebbe bene come leader della maggioranza al senato, chi come giudice della Corte suprema.
Le voci sulla vicepresidenza potrebbero essere quindi solo un modo per alzare la posta, a meno che Billary non abbia in mente un perfido scherzetto.

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

IN BOLIVIA SI CONSOLIDA IL CONSENSO PER EVO MORALES

ASPETTANDO IL REVOCATORIO DEL 10 AGOSTO

Gennaro Carotenuto

In attesa del referendum revocatorio del prossimo 10 agosto, un sondaggio della Gallup, pubblicato il 20 maggio, smentisce le campagne di disinformazione contro Evo Morales. Non solo non spacca il paese ma il suo consenso è interclassista.
Il 10 agosto il nuovo corso boliviano sarà sottoposto ad un referendum revocatorio (democraticissima invenzione latinoamericana) che potrebbe segnarne la fine o rafforzarne il processo presieduto da Evo Morales e dove le grandi masse di esclusi sono per la prima volta governo. I media di destra, soprattutto dopo l’illegale referendum sull’autonomia di Santa Cruz, la regione più ricca del paese, descrivono un paese dove il governo spacca il paese e lo porta allo scontro o perfino alla guerra civile.
I dati di vari sondaggi pubblicati negli ultimi giorni confermano che questa visione è una manipolazione propagandistica voluta da chi controlla i media. Non solo infatti Evo Morales ha il consenso dei due terzi delle classi popolari ma anche ben il 40% delle classi medio alte del paese continuano ad appoggiare il progetto di modernizzazione includente della Bolivia voluto dal “Movimento Al Socialismo” (MAS), il partito di maggioranza.
La situazione in Bolivia, secondo i sondaggi, sia della Gallup che di Latinobarometro, sarebbe quindi molto più coesa di quanto i media vogliano mostrare. Soprattutto i boliviani si sentirebbero sempre più solidali con la democrazia come sistema di governo. Prima di Evo, solo il 49% appoggiava il sistema democratico, oggi è il 67% a farlo e addirittura l’81% (+20%) considera tale sistema come il più desiderabile. E’ un risultato straordinario che si spiega con due dati, uno sociale e l’altro economico. Da una parte il modello di democrazia partecipativa fa sì che la maggioranza della popolazione boliviana per la prima volta si senta parte e non esclusa dal sistema. Dall’altro il governo popolare ha già prodotto risultati sensibili. In particolare la disoccupazione si è già ridotta dal 24 al 15% e le famiglie che hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese si sono ridotte di un quinto. Se molto resta da fare, e il golpismo strisciante delle destre non smette di tramare, Evo Morales può guardare al difficile passaggio del revocatorio del 10 agosto cosciente di stare compiendo il proprio mandato.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Immagini di dolore

Una mostra per mettere in discussione lo sguardo dei media sull'attualità (Foto : Olivier Lopez)

Una mostra per mettere in discussione lo sguardo dei media sull'attualità (Foto : Olivier Lopez)

Médecins du Monde sta attraversando l’Europa per rilanciare il dibattito sulle crisi umanitarie dimenticate dalla società e divorate dall’attualità. Con una mostra fotografica: 34 vues contre l’oubli.

REPORT

di olivier lopez. Traduzione Yuri Felicetti

 

«Médecins du monde ritorna alla sua missione iniziale: essere testimone di crisi umanitarie dimenticate, cominciando con foto rifiutate dalla stampa perché non attuali», spiega Noëlle Rodembourg, responsabile comunicazioni per l’Ong in Belgio. Si tratta di crisi che si protraggono da troppo tempo, ma che la gente ignora: Mongolia, Liberia, Niger, Uganda, e la stessa Francia, dov’è necessario affrontare il problema alloggio per il popolo rom. Perché sì, le bidonvilles esistono anche in Francia. La mostra 34 vues contre l’oubli (Trentaquattro immagini per non dimenticare) fa parte di un percorso itinerante iniziato a Perpignan nell’ottobre 2007, e che si protrarrà in tutta Europa fino a novembre 2008. La sua “passeggiata” ha toccato, e toccherà Francia, Spagna, Portogallo e Inghilterra. «I fotoreporter hanno attivamente partecipato, attraverso le loro testimonianze, a questo lavoro», continua Noëlle Rodembourg.

Dentro la camera oscura

DarFoto di Olivier LopezFoto di Olivier Lopeze il tempo allo spettatore per provare delle sensazioni, creare dei legami tra pubblico e vittime: questo lo scopo della mostra. Per questo, il visitatore entra in una grande camera oscura dove le foto vengono esposte e accompagnate da un commento realizzato dal fotografo stesso, che riporta la sua esperienza personale: ecco la professionalità del tecnico e la sensibilità dell’essere umano.
È quello che sottolinea Norbert Musset, un visitatore, uscendo dalla camera oscura: «Si è costantemente esposti alle immagini, con il rischio che perdano poi di senso. È per questo che i commenti che le accompagnano sono fondamentali: permettono di riflettere su una situazione».

Tsunami: aiuti contro immagini

Immagini, emozioni: il contrasto tra ribellione e impotenza di fronte alla sofferenza umana tocca profondamente il visitatore. Lo scopo della mostra è proprio quello di far comprendere a che punto la politica non agisce, e quanto le informazioni passate attraverso i media sono parziali. La sensibilizzazione della popolazione è la sola chiave del successo di un’azione umanitaria. Se gli aiuti francesi alle vittime dello tsunami del dicembre 2004 hanno raggiunto i 60 milioni di euro, il terremoto verificatosi in Pakistan dieci mesi dopo, nonostante sia stato ugualmente disastroso, ha mobilitato aiuti internazionali che hanno appena raggiunto un totale di 50 milioni di euro, ossia 10 in meno rispetto ai soli contributi francesi per lo tsunami... questo perché non c'erano né turisti né immagini.  È fondamentale il rapporto media-audience: i giornali dipendono dai loro lettori, quindi il tema più ”redditizio” è prioritario. Ma paradossalmente, maggiori sono le vendite, maggiori saranno i mezzi di cui il giornale potrà disporre per coprire in maniera più completa l’attualità, di cui fanno parte ovviamente le crisi umanitarie.

E come comunicare? Fame, disperazione, paura, impotenza. È facile affibbiare questi termini a ogni crisi umanitaria: compito del giornalista è evitare la banalizzazione. «La stampa è prigioniera di questa contraddizione: l’attualità ci viene imposta senza che il giornalista si trovi sul posto. Bisogna quindi lottare e resistere, cercando di capire gli eventi che il lettore – già informato al riguardo attraverso altri mezzi – è impaziente di leggere sul giornale. E allo stesso tempo bisogna non farsi sopraffare da questa dittatura dell’imformazione che si sta imponendo. Siamo vittime della debolezza dei nostri stessi mezzi», commenta al riguardo Pierre Laurent, direttore de L’Humanité, il quotidiano del Partito Comunista Francese.

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di olivier lopez. Traduzione Yuri Felicetti http://www.cafebabel.com/ita/article/24855/mostra-fotografica-crisi-umanitaria.html


Edgar Paz dev'essere molto nervoso quando entra in quell'ufficio: ha una bomba a mano nascosta nella giacca di pelle. Me lo immagino sudato ma determinato, tant'é che riesce a prendere 20 ostaggi e ad esigere la presenza dei media. Arriva City TV, un canale locale di Bogotá (che peró si puó vedere via cavo in tutto il Paese), ed inizia a trasmettere in diretta.

Edgar Paz é un sottoufficiale dell'Esercito in pensione; vuole andare in Messico, ma anche che gli paghino la pensione. Costringe allora una signora tra i suoi ostaggi a leggere un comunicato di di 17 pagine - City TVcontinua a trasmettere.

La signora - che non sembra troppo impaurita: qui la registrazione - comincia a snocciolare nomi e cognomi: tanti alias, ma anche tanti militari che all'epoca erano giovani ufficiali (si riferisce ai primi anni '80) e che oggi sono Generali. Gli episodi narrati sono omicidi, massacri, addestramenti coi paramilitari, alleanze col narcotraffico. Parla persino di Uribe - qui un articolo che sarebbe apparso su El Heraldo di Barranquilla con un riassunto dei temi trattati...

Scena due: una funzionaria della CNTV (un ente governativo che controlla l'industria televisiva) chiama il direttore di CityTV; quest'ultimo dá ordine di sospendere la trasmissione. Ciao ciao, finito lo show.

Come dá la notizia la pagina web di El Tiempo?

Provate ad indovinare, vi dó tre opzioni:
a) Inaccettabile censura della CNTV a City TV (che poi farebbe comodo a El Tiempo come pubblicitá, visto che City TV é di sua proprietá)
b) 30 ostaggi un diretta, la CNTV censura (piú drammatico)
o
c) Dibattito giornalistico su trasmissione in diretta di sequestro di 30 persone a Bogotá?




Un ranking per la pace

 

Cile, Uruguay e Costa Rica sono i paesi più sicuri dell’America Latina. Questo risulta dalla classifica stilata dal Global Peace Index, che mantiene la tendenza già registrata l´anno scorso. Parlare per percentuali risulta sempre relativo, già che non si tiene in conto la percezione che la popolazione ha della sicurezza del proprio paese, ma la classifica è comunque quanto di più si avvicina alla realtà.
L´indice in questione –voluto dall´Economist Intelligence Unit- (http://www.eiu.com/index.asp?rf=0) prende in considerazione ventiquattro differenti variabili, che vanno dalla criminalità, ai reati di varia indole, le spese militari, la penetrazione del terrorismo e così via. È scientifico, quindi, ma non umano. Quanti di voi vorrebbero vivere in Islanda, il paese che viene indicato come il più sicuro del mondo? Isolamento, freddo, oscurità per otto mesi all´anno. Meglio rischiare un poco di più, ma sentirsi a proprio agio. Per curiosità, comunque, qui il link: http://www.visionofhumanity.org/gpi/results/rankings/2008/http://luiro.blogspot.com/

Sciopero della fame per sete di giustizia

Articoli di Sabine Masson - Sociologa
e Manuel Torres Calderón



Traduzione di Arianna Ghetti e revisione di Liliana Piastra - http://www.traduttoriperlapace.org



Le foto di questo servizio sono tratte dal blog di Jordi Menéndez



Maggio 2008

:: Cica ::
CICA - Collettivo Italia Centro America, offre numerose notizie e aggiornamenti sulle nazioni centroamericane, oltre a sostenere importanti progetti di solidarietà con le popolazioni, i movimenti sociali e indigeni locali.

Uno sciopero della fame di quattro magistrati che protestano contro la corruzione e in favore della giustizia. Questa azione, cominciata dapprima da associazioni di giudici e avvocati “democratici”, in un mese ha assunto le proporzioni di un ampio movimento sociale.

Si è venuto a creare un fronte cittadino, che riunisce sia persone indignate per l’impunità del crimine dei colletti bianchi, sia settori organizzati, tra cui organizzazioni indigene e afro-discendenti, organizzazioni femministe, sindacati operai e di insegnanti, associazioni di artisti, organizzazioni contadine. Una ventina di persone del movimento hanno cominciato lo sciopero della fame in segno di solidarietà con i magistrati.

Si stanno svolgendo azioni di supporto in diverse regioni del paese, soprattutto al Nord: scioperi della fame, blocchi stradali della superstrada Panamericana e occupazione della sede del Ministero Pubblico di San Pedro Sula.
A Tocoa, il movimento sta portando avanti da cinque giorni un blocco stradale che ha causato la perdita di centinaia di milioni di dollari alle multinazionali del settore ortofrutticolo.


Una prima vittoria del movimento è stata l’adozione di un decreto da parte del Congresso, che ha introdotto una riforma dell’articolo 25 della Legge riguardante il Pubblico Ministero. Il Procuratore Generale può d’ora in poi essere oggetto di indagine (penale o amministrativa).
Questa spaccatura ha permesso a gruppi della società civile di presentare diverse querele. Tuttavia, affinché si ponga in essere la sospensione del PM, deve costituirsi una commissione di deputati che ordini un’indagine.

Inoltre, come precisa Tirza Flores dell’Associazione dei Giudici Democratici, al suo sedicesimo giorno di sciopero della fame, il movimento non si fermerà con la sospensione del PM. Se tale sospensione verrà realizzata, sarà il primo passo per ottenere un’indagine di tutti i processi bloccati che vedono giudici, deputati, sindaci e ministri implicati in vicende di corruzione.

Il movimento revocherà lo sciopero solo a fronte di un chiaro segnale da parte del Congresso della propria volontà di dialogo, attraverso l’istituzione di una commissione di legali e avvocati indipendenti con facoltà di intervenire in merito alla Procura Generale. Dall’altra parte, sindacati operai e di insegnanti continuano a fare pressioni e annunciano per mercoledì uno sciopero nazionale.

Allo stato attuale, le discussioni sono ferme. Nel corso del conflitto, l’atteggiamento del Congresso è stato, secondo Tirza Flores, “autoritario, dilatorio, sleale e chiuso”.
Ciò si spiega facilmente dal fatto che il movimento sta colpendo gli interessi potentissimi riguardanti l’autorità della Procura Generale e della classe politica: il Procuratore Generale è azionista del quotidiano La Tribuna e il suo studio difende gli interessi del suo proprietario (Carlos Flores Facussé, uno dei membri della più potente oligarchia honduregna), così come quelli delle compagnie minerarie e dell’industria tessile.



Un ulteriore freno al negoziato è la prospettiva della rielezione della Corte Suprema di Giustizia nel gennaio del 2009. Secondo l’ultima riforma costituzionale, la società civile può presentare una lista di 15 avvocati e avvocati candidati. Ovviamente, il timore della classe politica oggi è che si crei un precedente, portando il movimento a reiterare la propria pressione sociale durante l’elezione della Corte.

Nel frattempo, l’“Ampio movimento per la dignità e la giustizia contro la corruzione dell’Honduras” esorta alla disobbedienza civile e viene mantenuto in sessione permanente il suo organo deliberatore di coordinamento nei piani bassi del Congresso Nazionale.
Nel suo “Manifesto Pubblico”, il movimento incita la popolazione a “indignarsi ed esercitare il proprio diritto civico a ribellarsi contro le autorità (...) con una proposta alternativa al bipolarismo storicamente responsabile della situazione di crisi in cui vivono le principali istituzioni honduregne. Tale crisi si manifesta negli elevati livelli di povertà, nella delinquenza comune e dei colletti bianchi, nel crimine organizzato, nella distruzione della natura e delle risorse del paese”.

Chiedere che venga rispettata la giustizia in Honduras è di fatto un atto di ribellione. L’impunità è un elemento strutturale dello Stato, che da molto tempo i movimenti femministi accusano di occultare la violenza femminicida. La corruzione è un altro aspetto strutturale, prodotto di istituzioni oligarchiche, eredi del potere coloniale e alleate del capitale straniero.

Osservatori e osservatrici nonché partecipanti del movimento dichiarano: “Era dal 1954 che non vedevamo niente di simile!”. L’Honduras è stata testimone in quel periodo di uno sciopero della fame di massa (“la comuna hondureña”) del settore operaio della “United Fruit Company”. In seguito, il paese è affondato nel clima di guerre centro-americane.

La Contra ha installato uno dei propri centri operativi in questo paese (la base di Palmerola, a un’ora dalla capitale, è attiva), i movimenti studenteschi e rivoluzionari sono stati sistematicamente repressi, la colonna guerrigliera honduregna è stata massacrata…

Alla fine sono arrivate le varie riforme neoliberali. Ma i movimenti hanno sempre fatto sentire la propria voce. Tutti ricordano la rivolta studentesca del 1988 e più recentemente le peregrinazioni indigene del 1994, che segnano il consolidamento nazionale degli attori politici indigeni e neri. Oggigiorno, attraverso la lotta sociale a favore della giustizia, continuano a rinnovarsi in Honduras la speranza e la dignità.


Il governo francese non si ferma di fronte a 700 mila manifestanti

 

700 mila persone hanno sfilato ieri in Francia contro il progetto di legge che prevede 41 anni di contributi per le pensioni. Già da ieri però il ministro del lavoro Xavier Bertrand ha fatto sapere che il ruolo del governo «non è di contare le migliaia di manifestanti» ma «di proteggere le pensioni di tutti i francesi». Per il segretario generale del sindacato Force ouvrière Jean.Claude Mailly, «non tenere conto di questa mobilitazione sarebbe una forma di disprezzo e di diniego di democrazia». E, aggiunge Mailly, «se il governo non risponde, altre azioni saranno necessarie a breve».
Anche i pescatori hanno deciso di continuare i blocchi di raffinerie e gli scioperi, di fronte ad annunci insufficienti da parte del governo: una decisione che va contro quella dei loro rappresentanti sindacali. E si profila una mobilitazione europea dei pescatori. Oggi si è svolta anche una riunione dei pescatori del Guilvinec, in Bretagna, con gli agricoltori e i camionisti per decidere di azioni comuni contro il caro gasolio. Il ministro dell’agricoltura e della pesca Michel Barnier ha dichiarato che «l’aiuto eccezioni di sostegno al reddito, che ammonta a 40 milioni di euro» verrà distribuita a partire del 15 giugno, «sulla base di richieste consegnate».http://www.carta.org/campagne/precariato+e+lavoro/14010


Sudafrica. Disordini e saccheggi anche a Città del capo
www.misna.org

Si sono estese, per la prima volta, anche nella zona del Capo, nel sud-ovest del Sudafrica, le violenze contro i cittadini stranieri verificatesi negli ultimi 12 giorni nelle baraccopoli di Johannesburg e di Durban. Lo riferisce la polizia precisando che aggressioni e saccheggi sono avvenuti tra ieri e oggi nella baraccopoli di Du Noon, 20 chilometri a nord di Città del Capo. «La situazione resta tesa, anche se i disordini si sono placati dopo l’arresto di 12 persone» ha detto Billy Jones, portavoce delle forze dell’ordine, aggiungendo che «alcune bande hanno iniziato a saccheggiare negozi di proprietà di cittadini dello Zimbabwe, della Somalia del Bangladesh e di altri stranieri». Un uomo, di nazionalità somala è morto durante la notte, «ma non possiamo ancora dire se la sua morte è collegata alle violenze», ha aggiunto Jones. Circa 500 immigrati sarebbero fuggiti dalla baraccopoli, cercando rifugio in uffici pubblici, mentre la polizia pattuglia a piedi le strade nei dintorni del sobborgo. Almeno 44 immigrati hanno perso la vita negli attacchi dei giorni scorsi a Johannesburg e più di 16 mila sono stati costretti ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in stazioni di polizia, chiese e uffici pubblici. Le forze dell’ordine hanno fermato 500 persone in tutto il paese, mentre il governo ha autorizzato l’impiego delle forze armate. Oggi, nell’università di Pretoria gli studenti hanno organizzato un sit-in per manifestare contro le violenze e chiedere assistenza per le vittime delle aggressioni dei giorni scorsi.

Pena di morte : il caso Kennedy alla Corte Suprema
di Claudio Giusti*

A giorni la Corte Suprema deciderà, in Kennedy contro Louisiana, la costituzionalità della pena capitale per il reato di stupro di un bambino.

Non ho dubbi che la Scotus dichiarerà la legge incostituzionale, per via della sua stupida pericolosità e della intrinseca impossibilità di valutazione oggettiva del crimine (cosa già impossibile con l’omicidio).

Ma se anche accadesse l’inverso questo non sarebbe segno di vitalità della pena di morte americana. Anzi: tutto il contrario.

La pena capitale è in crisi e in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una sostanziale diminuzione delle condanne a morte e delle esecuzioni (passate da 300 a 100 e da 98 a 60). L’allargamento del numero di reati capitali è il tentativo di non far morire il boia di morte naturale.

Le violenze sui bambini c’erano anche 30 anni fa, ma non servivano alla trionfante macchina della morte americana. Ora invece il patibolo ha sempre più bisogno di giustificare la sua esistenza.

Fra dieci anni la pena capitale Usa sarà finita.

* membro del Comitato scientifico dell'Osservatorio


www.osservatoriosullalegalita.org

 



maggio 23 2008

LE MODIFICHE SBAGLIATE ALLA LEGGE ELETTORALE EUROPEA
Stanno favorendo i grandi partiti
di Giovanni Guzzetta
Corriere della Sera
La legislatura sembra nata all' insegna di un nuovo clima politico e di una disponibilità al dialogo tra maggioranza e opposizione sulle questioni istituzionali. Un primo banco di prova della serietà di questo dialogo e, soprattutto, della sua utilità per il Paese sarà la possibile modifica della legge elettorale per le elezioni europee. In principio appare senz' altro condivisibile l' idea di un allineamento della legislazione elettorale alle novità prodottesi sotto la spinta del movimento referendario in occasione delle ultime elezioni. La semplificazione politica è una conquista che va difesa, perché è una condizione per una maggiore stabilità di governo e chiarezza della competizione politica. Ma essa è appunto una condizione. Accanto alla semplificazione del quadro è necessario che i soggetti politici maggioritari siano spinti ad aprirsi al controllo democratico, le leadership siano effettivamente contendibili (cioè sfidabili dal basso e non scelte dall' alto), che i cittadini abbiano un ruolo decisivo nella scelta non solo dei partiti e delle maggioranze, ma anche delle persone (ciò che, com' è noto, non è avvenuto affatto alle recenti elezioni politiche). Altrimenti la semplificazione è insufficiente e di essa resta solo la punizione verso i partiti più piccoli senza l' offerta di concreti vantaggi ai cittadini. Una politica chiusa e sorda alla società non è meno oligarchica se i partiti anziché trentatré sono due. Anzi in questo caso l' oligarchia rischia di trasformarsi in duopolio e, come accade in tutti i mercati, spingere verso intese collusive. Questo è anche il motivo per cui con il referendum si vogliono colpire le candidature multiple, che sono il simbolo e lo strumento di una politica chiusa che sottrae ai cittadini ogni potere di scelta. Se ciò è vero le scelte che verranno compiute sulla legge europea sono delicatissime. I partiti maggiori debbono infatti dar prova che il loro intento non è puramente punitivo verso i quelli minori (e il loro elettorato), ma è sinceramente rivolto a consolidare la democrazia bipolare. E dunque alla mannaia della semplificazione deve corrispondere una chiara apertura delle istituzioni e dei partiti stessi verso i cittadini elettori. L' attuale legge elettorale per le europee è un esempio da manuale di legge d' apparato, funzionale ai soli interessi consolidati dei partiti esistenti. Per presentare le candidature è sufficiente che un partito abbia un solo eletto (o un eletto che si faccia partito) al Parlamento europeo o italiano che non c' è alcun bisogno di raccogliere alcuna sottoscrizione. Per i comuni cittadini ne sono necessarie almeno 150 mila (un terzo di quante ce ne vogliano per promuovere un referendum!). E poi, le circoscrizioni elettorali sono enormi, con buona pace del rapporto tra candidati e territori, e sono gestibili solo grazie a macchine organizzative gigantesche ed a finanziamenti miliardari. Anche il sistema delle preferenze, operando su circoscrizioni così ampie, favorisce esclusivamente le star, i politici facoltosi e i leader già noti. Insomma, l' allineamento del sistema elettorale in direzione bipolare va fatto. Ma è molto importante il segnale che si darà attraverso le scelte concrete. Altrimenti il dibattito sull' innalzamento dello sbarramento rischia di esprimere solo un accordo collusivo che configura un abuso di posizione dominante dei grandi partiti. Per evitarlo si possono avanzare varie proposte: riduzione delle sottoscrizioni per la presentazione delle liste, primarie disciplinate per legge, circoscrizioni piccole o addirittura uninominali, ecc. Soprattutto si può rendere virtuosa e non solo punitiva la logica del «voto utile». Si preveda allora pure una soglia di sbarramento, ma nello stesso tempo si consenta all' elettore di indicare a chi destinare il proprio voto nel caso in cui il partito preferito non sia eletto. Si chiama voto alternativo trasferibile ed è uno dei due modelli previsti dalla Decisione del Consiglio Europeo (2002/772/CE), che stabilisce i principi per le elezioni del Parlamento di Strasburgo, e già in uso in alcuni Paesi. Così, anche l' elettore il cui «partito del cuore» non abbia raggiunto lo sbarramento avrà il suo voto utile e non si sentirà rigettato dal sistema.

Guzzetta Giovanni

L'eterno Ricucci e i misteri della scalata al "Corriere"

Le offerte d'acquisto taroccate pervenute dall'estero alla Magiste di Stefano Ricucci e alla Tikal di Danilo Coppola hanno suscitato grande interesse tra i lettori di questo  blog. A due anni e mezzo dalle scalate bancarie del 2005, il fenomeno degli immobiliaristi d'assalto continua dunque a tenere banco tra il grande pubblico. Per quale motivo?

La prima risposta che viene in mente è che le vicende collegate alle scalate di AntonVeneta e Bnl e al rastrellamento in Borsa di azioni Rcs necessitano di ulteriori approfondimenti.

Per quanto riguarda in particolare Ricucci, le ragioni che lo indussero a tentare la scalata alla Rcs, che controlla il "Corrire della sera", restano tuttora - a mio avviso -non chiarite. Massimo Mucchetti, ne Il baco del Corriere (Feltrinelli, 2006), ha provato a dimostrare che alle spalle di Ricucci c'era Ricucci medesimo: che l'uomo venuto da Zagarolo non avesse un mandante.

Secondo Mucchetti, per lanciare l'Opa su Via Solferino mancavano almeno due condizioni: 1) nessuna banca avrebbe mai prestato a Ricucci i 5 miliardi di euro necessari per lanciare l'Opa totalitaria sulla Rcs, per il semplice fatto che una società editoriale non ha una generazione di cassa sufficiente a rimborsare i debiti di una scalata; 2) il Gotha del capitalismo italiano, azionista del "Corriere", non si sarebbe mai fatto mettere nel sacco dal promesso sposo di Anna Falchi, tant'è che provvedette a blindare il patto di sindacato della Rcs con il famoso "codicillo Marchetti", proprio allo scopo di evitare diserzioni dalla compagine di controllo in caso di scalata.

Ora, tralasciamo il fatto che di recente l'editore Rupert Murdoch ha lanciato un'Opa su "The Wall Street Journal", e chiediamoci: come mai la Banca Popolare di Lodi guidata da Gianpiero Fiorani finanziò Ricucci per circa 800 milioni di euro, consentendogli di acquistare in Borsa un consistente pacco di titoli Rcs: solo per tenere sotto scacco i grandi azionisti di Mediobanca che erano ostili alla scalata ad AntonVeneta? E come mai lo stesso Ricucci ricevette dalla Deutsche Bank di Londra un'altra linea di credito di circa 900 milioni di euro?

L'idea che il pacco azionario rastrellato in Borsa da Ricucci potesse avere uno o più "rilevatari" finali - ossia qualcuno che dall'alto ammiccava al finanziere, che guardava con simpatia alla sua azione corsara ed era pronto ad uscire allo scoperto se le cose fossero andate per il verso giusto - è tutt'altro che campata in aria. L'uomo aveva mietuto simpatie nei due schieramenti politici (una copertina del settimanale "Diario" era stata dedicata al "Compagno Ricucci") e s'era scelto come consiglieri due noti banchieri d'affari: uno notoriamente legato a Silvio Berlusconi, l'altro notoriamente vicino a Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, che per il "Corriere" ha combattuto molte battaglie.

Di certo Ricucci ci avrà messo del suo nella scalata; certamente subiva l'influenza di uomini come Fiorani, Emilio Gnutti e Giovanni Consorte, che in quel momento sembrava tenessero in pugno l'Italia. Da qui, però, a credere che un personaggio così astuto e navigato pensasse di appropriarsi della Rcs facendo conto esclusivamente su Fiorani, ce ne corre.

Ricucci era riuscito a ottenere  dalle banche credito in abbondanza, cedendo loro in garanzia immobili iscritti a bilancio a valori eccezionalmente elevati; credito che poi utilizzava per speculare in Borsa. Questo mestiere si può fare soltanto se si hanno grandi coperture bancarie, e Ricucci di coperture ne ha avute tante.

E' possibile che un uomo così furbo sia stato poi così spovveduto nel dare l'assalto al "Corriere"?

La verità è che Ricucci continua a rilascire interviste ai giornali, ad apparire in tv, a godere della benevolenza di politici e banchieri, come se nulla fosse successo. Ai magistrati ha raccontato tante cose, ma altrettante le ha taciute. La Magiste International è fallita, ma è ancora lì; le altre sue società sono in bonis; i suoi immobili sembrano sfidare la caduta dei prezzi. L'uomo ha ancora ambizioni da grande finanziere e lo dichiara ai quattro venti. Perché chi ha orecchi per intendere intenda.http://oddo.blog.ilsole24ore.com/finanza_e_potere/2008/05/leterno-ricucci.html#more


di rectoscopy

Il Berlusconi IV nasce all'insegna dell'iperattività.

Eliminazione dell'ICI sulla prima casa.
Detassazione degli straordinari.

Salvataggio di Rete 4.
Discariche stabilite a livello centrale e imposte agli enti locali.
Nuove centrali nucleari.

Il Paese insomma è ripartito.
Nella direzione sbagliata.http://educazionecinica.splinder.com/


Antonio Ricci


Abbiamo realizzato un video con Antonio Ricci. Lo offriamo gratis a “Striscia la notizia”. Il video è uno scambio di battute con l’uomo di “Drive In”, il gran visir della tv spazzatura, il celebrato maestro del genere infotainment. Emilio Fede ha querelato me, ma non lui, per il filmato della nostra contestazione alla informazione servile del Tg4, altra declinazione del medesimo genere. Un filmato che nella versione trasmessa dal gran visir non proponeva l’antefatto, cioè la nostra domanda a Fede sull’ abusivismo di Rete 4. Da oltre vent’anni attendevo l’incontro con Antonio Ricci: da quando, tornando a scuola dopo la domenica sera di “Drive In”, constatavo allibito che quasi tutti i miei compagni di seconda media ripetevano in coro i versi e le battute dell’avanspettacolo trash. Intuivo in quell’appiattimento del linguaggio, in quell’omologazione dell’immaginario la violenza del regime mediatico. Un regime affabile e spensierato che ha prodotto la platea del partito padronale della libertà. La famosa “audience”: masse desideranti attirate a milioni con barzellette quiz e tettone, i generi trainanti. Sguardi di persone venduti agli investitori pubblicitari. Minuto per minuto, tutti i giorni, per trent’ anni. Ricordatevi che lo spettatore tipo mentalmente ha undici anni e non è sveglio, insegnava l’impresario agli addetti ai contenuti, tra un bonifico a Craxi e un inchino a Gelli. A quella linea si sono attenuti, con il consenso degli undicenni. Il vero processo a Berlusconi (e a chi gli ha messo in mano, per criminale incoscienza, la lanterna magica) dovrebbe essere celebrato per corruzione morale del popolo italiano, come vide Fellini e scrisse l’ultimo Montanelli. Zeppe di pubblicità e disvalori, veicolate in concessione governativa di un bene pubblico come l’etere, le “sue” tv hanno trasformato l’Italia in un reality show, una sterminata periferia di consumatori passivi, di guardoni senza memoria, di piccoli egoisti. Le adolescenti italiane oggi sognano di fare la velina. Che male c’è, dice il gran visir del trash, è come voler fare il giornalista. Il suo impresario prese la Mondadori con la corruzione e governa: è’ normale? Certo che è normale, anzi io sono favorevole, risponde l’addetto ai circensens dal pizzo bianco. L’aspettavo per sfogare su di lui, mero esecutore, un lungo disgusto alla dittatura del trash. Lui ha risposto dandomi della velina barbuta. Buttate il televisore! Se non l’avete già fatto, fatelo subito. http://www.pieroricca.org/


La favola del Gelataio: ad essere sempre maliziosi…

In un solo giorno, con un solo Consiglio dei Ministri, il Governo Berlusconi sembra aver, se non risolto, quantomeno arginato il problema rifiuti in Campania. Sul prossimo Gazzettino Ufficiale verrano ufficializzati i siti ove costruire le nuove discariche. Bertolaso è stato richiamato in fretta e furia per coordinare l’emergenza.

Tutto molto bello, nevvero?

Io però sono malizioso, molto malizioso, talmente malizioso che ho un po’ di timore ad esplicitare le mie riflessioni. Vi do solo qualche indizio

  1. Bertolaso ha sempre fatto fiasco. E’ stato insignito di mille onorificenze, ma non ha mai risolto un’emergenza. Esempio di come per essere al centro dell’attenzione non serve necessariamente saper svolgere il proprio mestiere
  2. Quando il Governo Prodi tentò di promuovere nuovi stoccaggi per i rifiuti campani, un’orgia, malebolgia ed accozzaglia di individui “particolari” si riversò per le strade campane, insorgendo con una veemenza spaventosa alle proposte di quel Governo. Questa volta, Berlusconi ne propone addirittura 5 di siti di smaltimento, e la popolazione lo osanna come se fosse il Re Mida della spazzatura. Strano.
  3. Stessa cosa è avvenuta con gli incendi appiccatti ai campi Rom: è stato scoperto che dietro vi fosse la criminalità campana, la quale sfruttava e sfrutta tuttora gli zingari.
  4. E’ assodato da reportage giornalistici di qualunque sorta che la spazzatura campana abbia sempre fatto gola alla Camorra. Laddove c’è un sacchetto della “munnezza”, si allargano a piovra le manine sudice dell’organizzazione criminale campana. Non ho i numeri sotto mano, ma immagino che la Camorra ottenga da quel traffico milioni di euro, riciclati poi in chissà quale banca o istituto di credito.

Cosa voglio dire con questo? Nulla. Volevo scrivere qualche parolina una dietro l’altra e vedere come suonavano insieme.

Sig.re Rossi: “vorrei per favore un gelato”

Gelataio: “no, a lei no”

Sig.re Rossi: “e perchè? Glielo pago ovviamente”

Gelataio: “niente da fare, mi sta sul culo. Se ne vada ora.”

Sig.re Bianchi: “ehi tu, dammi un gelato e fallo subito”

Gelataio: “ecco, a lei glielo do volentieri, è così garbato… Anzi, glielo regalo”

Morale: non è importante se ti possa o meno permettere un gelato, l’importante è che tu non stia sul culo al Gelataio di turno.http://termometropolitico.wordpress.com/


Per un nuovo Prodi
di Massimo Leoni,
 
Ho riascoltato su you tube in questi giorni il discorso di nanni moretti fatto apiazza navona il 2 febbraio 2002.

l'intervento è sicuramente profetico visto che i soggetto tuttora in campo sono gli stessi del 2002: veltroni, fassino, d'alema, rutelli, marini, ecc. con la sola differenza che oggi sono tutti asserviti al nuovo berlusconi, lo stesso berlusconi che nemmeno 40 giorni fa diceva che in italia le elezioni erano a rischio, ci sarebbero stati sicuramente i brogli ed aveva rinnovato tutto il suo spettacolo di comunisti e professionisti della politica per gli avversari, mentre i berluscones erano tutti nuovi immacolati ed in odore di santità.

cos'è cambiato lo vedremo nei prossimi giorni, ma quest'inizio per la gran parte del popolo ulivista, che ha voluto in modo forte e più di tutti il partito democratico, è qualcosa di più che sconcertante lascia allibiti e confusi e sicuramente disorientati.

la dirigenza del partito democratico che non arretra di fronte alla cocente sconfitta, la dirigenza del partito che si chiude a riccio e tiene botta, il partito democratico che fa un governo ombra legittimando in questo modo il re sole ed allo stesso tempo rende ombra l'intero partito non credo sia quello che voleva il popolo delle primarie non di stretta osservanza ds o margherita.

gli oligarchi (ex-pci) del pd fanno a gara a riposizionarsi, il modello (o disastro) roma ha avuto tra i suoi artefici chicco testa e lui che fa: a ballarò del 29 aprile (il giorno dopo la vittoria di alemanno) si propone allo stesso con una sfilza di elogi sulla capacità del nuovo sindaco di entrare in sintonia con la capitale; peggio ancora il presidente della rai petruccioli, uno degli artefici del degrado culturale della tv pubblica: dapprima per compiacere i nuovi padroni propone l'eliminazione di "primo piano" di raitre (forse per troppa concorrenza a "porta a porta" di vespa) e poi credendo di non essere sufficientemente allineato al nuovo corso con un'intervista vuole che la rai sia come la bbc con un unico direttore ovvero con un unico pensiero nel paese.
risposte del ceto politico a tali provocazioni: difesa strenua di petruccioli da parte dei dirigenti del pd; rigetto di simili "stronzate" da parte dei berluscones (forse perchè il pensiero unico può far paura anche a loro) ma non al veltrusconi.

veltroni e soprattutto bettini stanno portando il pd, dopo la sconfitta delle politiche e soprattutto della perdita di roma, ad un nuovo pds chiuso a riccio in cui la voce grossa spetta agli ex-comunisti ed a qualche loro accodato mentre gli ex-popolari vengono relegati al ruolo di quelli che una volta (nel pds) si chiamavano cristiano sociali, con l'aggravante di voler cancellare completamente gli ulivisti (peggio ancora se prodiani) perche possono in ogni dove ed in ogni occasione rinfacciare a questo gruppo dirigente (che come diceva nanni moretti nel 2002 non vinceranno mai!!!) che l'unico che ha sconfitto berlusconi in ogni elezione in cui si è presentato è stato romano prodi, non per il collante dell'antiberlusconismo ma per la fiducia che gli italiani avevano riposto nella sua persona e nella sua competenza di statista (meno come leader).

oggi tutto questo non c'è più, questa classe dirigente è inadeguata soprattutto in virtù della pesante sconfitta subita, ma mi rendo conto che grazie al sistema elettorale questa classe dirigente è anche inamovibile quindi è necessario far ripartire la politica veramente dal basso, dai cittadini, dalla necessità che un uomo nuovo (come fu romano prodi nel 1995) prenda in mano la forza delle idee uliviste e la politica vera dei democratici italiani (e non con gli inciuci e i sottobanco con berlusconi) e da nuovi comitati per la nuova italia si possa ripartire per riportare a vincere il centro sinistra.

questo subito prima che la debacle di oggi non crei un effetto domino anche sulle prossime elezioni europee ed amministrative del 2009.

il popolo ulivista e democratico ha voglia di discutere e confrontarsi, se il pd sarà nei prossimi giorni in grado di capire ciò nelle sue organizzazioni a tutti i livelli, e se tutto quanto si voglia fare verrà rimandato a dopo l'estate in modo da far dimenticare quanto accaduto e soprattutto i principali responsabili, credo che si creeranno meccanismi nello stesso elettorato attivo del pd che non potrà non avere conseguenze nei prossimi appuntamenti elettorali e quindi il partito solido che si vorrà realizzare sarà a questo punto solamente e veramente il ritorno del pds e del suo governo ombra.

massimo leoni
http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&sid=24&doc=12571

L'uguaglianza calpestata
di Stefano Rodotà, Repubblica -
Il caso ha voluto che l´annuncio del "pacchetto sicurezza" coincidesse con la discussione al Parlamento europeo sugli immigrati in Italia, alla quale la maggioranza ha reagito condannandola come una manovra contro il Governo. Brutto segno, perché rivela che non v´è consapevolezza della gravità di quel che è accaduto a Ponticelli, con un assalto razzista che la dice lunga sulle responsabilità dei molti "imprenditori della paura" all´opera in Italia.
Invece di riflettere su un caso che ha turbato l´Europa, ci si rifugia nella creazione di un nemico "esterno" dopo aver individuato il nemico "interno" nell´immigrato clandestino, nell´etnia rom. Ma l´iniziativa europea non è pretestuosa, perché i trattati sono stati modificati per prevedere un obbligo dell´Unione di controllare se gli Stati membri rispettano i diritti fondamentali.
Una prima valutazione del "pacchetto" mette in evidenza, accanto all´opportunità di alcune singole misure (come quelle relative all´accattonaggio e ai matrimoni di convenienza), una scelta marcata verso la creazione di un vero e proprio "diritto penal-amministrativo della disuguaglianza". Vengono affidati a sindaci e prefetti poteri che incidono sulla libertà personale e sul diritto di soggiorno delle persone, con una forte caduta delle garanzie che pone problemi di costituzionalità e di rispetto delle direttive comunitarie. Il diritto della disuguaglianza può manifestarsi anche attraverso le norme che prevedono la confisca degli immobili affittati a stranieri irregolari e disciplinano il trasferimento di denaro all´estero. Infatti, può determinarsi una spinta verso un ulteriore degrado urbano, visto che gli irregolari saranno obbligati a cercare insediamenti di fortuna. E la stretta sulle rimesse degli irregolari potrebbe far nascere forme odiose di sfruttamento da parte di intermediari.
Lo spirito del pacchetto si coglie con nettezza considerando il reato di immigrazione clandestina. A nulla sono servite le perplessità all´interno della maggioranza, i moniti del mondo cattolico (da ascoltare solo quando invitano ad opporsi alle unioni di fatto e al testamento biologico?), le osservazioni degli studiosi. Si fa diventare reato una semplice condizione personale, l´essere straniero, in contrasto con quanto la Costituzione stabilisce in materia di eguaglianza. Si prevedono aggravanti per i reati commessi da stranieri, incrinando la parità di trattamento con riferimento alla responsabilità personale.
È inquietante la totale disattenzione per quel che ha già stabilito la Corte costituzionale, in particolare con la sentenza n. 22 del 2007 che ha messo in guardia il legislatore dal prendere provvedimenti che prescindano «da una accertata o presunta pericolosità dei soggetti responsabili», introducendo sanzioni penali «tali da rendere problematica la verifica di compatibilità con i principi di eguaglianza e proporzionalità». Questa logica va oltre il reato di immigrazione clandestina, impregna l´intero pacchetto, ignorando che «lo strumento penale, e in particolare la pena detentiva, non sono, in uno Stato democratico, utilizzabili ad libitum dal legislatore».
Dopo aver annunciato una sorta di secessione dall´Unione europea, accusata di faziosità, il Governo prende congedo dalla legalità costituzionale? Il Governo dovrebbe sapere che i suoi provvedimenti possono essere cancellati da una dichiarazione di incostituzionalità. Rimarrebbe, allora, solo l´"effetto annuncio" per gli elettori del centrodestra.
Così, neppure l´efficienza è assicurata. Un solo esempio. Tutti sanno che sono state presentate 728.917 domande di permesso di soggiorno (411.776 vengono da colf e badanti). I posti disponibili sono 170.000. Una volta esaurite le pratiche burocratiche, dunque, rimarranno fuori 558.917 persone. Che cosa si vuole farne? Che senso ha, di fronte a questa situazione, parlare di reato e abbandonarsi a proclamazioni «mai più sanatorie»?
Ora i governanti parlano di una attenzione particolare per le badanti, ma la soluzione non sta nella ridicola procedura della legge Bossi-Fini, che subordina l´ingresso in Italia alla preventiva chiamata di un datore di lavoro. Chi farebbe arrivare una badante, alla quale affidare funzioni di cura, senza averla vista in faccia? Ed è inaccettabi