ulivo velletri


giugno 30 2008

Vita da cana

 



Vita da cana

di Massimo Marnetto



Io sono una dalmata, anziana (13 anni) ma ancora discretamente arzilla. E quindi, potrei vivere tranquilla e serena la mia vecchiaia, ma purtroppo sono... la cana di Massimo.

Sì, mi ha sempre chiamato cana e non cagna, perché gli sembrava brutto; ma questa è l'unica premura che mi abbia mai usato.

Invece, vado molto più d'accordo con la moglie e le figlie, che spesso mi riservano i grassetti del prosciutto, facendoli scivolare sotto il tavolo con mossa da prestigiatore, senza che il ciccione (Massimo) se ne accorga.

Adesso che si avvicina l'estate, poi, mi toccherà viaggiare schiacciata tra loro, nella vecchia Micra di oltre 10 anni, che le figlie - fin da bambine - chiamavano "gnosa", per poter poi dire tutto d'un fiato al padre: hai la Micra-gnosa!

Ora non vomito più, ma la cosa che mi scoccia sempre è vedere quei due là davanti discutere sulla strada da fare.
Sì perché il ciccione è un "chiedista" - uno che chiederebbe informazioni a tutti - mentre la mia pricipessa (la moglie) è una "non-chiedista". E spesso litigano perché alla fine lei - per farlo contento - abbassa il finestrino e chiede, ma quando poi deve riferire all'equipaggio, farfuglia "... beh, ero troppo agitata e non ho capito niente, ma comunque giriamo qui a destra..."

"Ma come non hai capito... - fa il ciccione - allora la prossima volta mi sporgo e parlo io..." E così continuano per chilometri.

Se le macchie non ce le avessi avute dalla nascita, mi sarebbero venute lo stesso...http://habanera-nonblog.blogspot.com/2008_06_01_archive.html

Guerra ai fannulloni il feroce Brunetta rischia di fare solo ‘ammuina’



DI ALBERTO STATERA




«Facite `a faccia feroce» gridava il nostromo alla ciurma sui vascelli del Regno delle Due Sicilie. Renato Brunetta, come altri ministri del Berlusconi IV, non ha esitato ad applicare l'editto di Franceschiello, facendo la faccia feroce e annunciando, a dispetto del sorriso bonario, terribili ritorsioni nei confronti dei pubblici dipendenti fannulloni. «Colpirne uno per educarne cento», ha gridato plagiando Mao appena arrivato sulla tolda del ministero della Funzione Pubblica, dove deve governare una pubblica amministrazione dai tratti napoleonici, statocentrica in uno Stato debole.
Ma la faccia feroce di Brunetta, uomo capace anche di imprevedibili dolcezze come ha dimostrato giorni fa presentandosi al Quirinale mano nella mano con la nuova fidanzata, non ha per nulla intimorito l'esercito dei giovani italiani alla ricerca del posto fisso e tutelato, in un paese che qualcuno ormai considera americanizzante, tutto autonomia e flessibilità. Il fascino della scrivania ministeriale magari non sarà più quello dell'Italietta di Monsù Travet, ma è sufficiente a richiamare decine di migliaia di giovani da ogni parte d'Italia. Come è avvenuto la settimana scorsa per il concorso indetto dall'ex direttore generale dell'Agenzia delle Entrate Massimo Romano, appena decapitato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti che non ha bisogno di atteggiare la faccia feroce, per l'assunzione di 1.180 funzionari della "terza area funzionale" soprattutto nelle regioni del centronord, dal Lazio in su. Alla prima prova si sono presentati in 15.147, tutti laureati, molti già avvocati, commercialisti o ricercatori universitari, residenti in buona parte nel Sud.
Interessante vedere la localizzazione del maggior numero di domande: al primo posto il Lazio con 4.075 concorrenti per 120 posti, contro i 3.491 della Lombardia per il quadruplo dei posti.
Ma anche le Marche (1.271 per 45 posti), la Toscana (1.722 per 90) e il Veneto (1.054 per 115) sono stati ben gettonati. Il paradosso è Bolzano, il paradiso altoatesino ai vertici nazionali per qualità della vita, la ricca provincia autonoma del potente "governatore" Luis Durnwaldner, dove per 15 posti in palio si sono presentati soltanto 7 concorrenti. A riprova che più ci si allontana dalle zone d'origine meridionali dei giovani alla ricerca del posto fisso statale, più scema il numero dei concorrenti.
Ciò che nei decenni passati, quando l'industrializzazione lasciò ai giovani del Sud solo l'impiego pubblico, ha causato una sindrome grave almeno quanto quella dell'assenteismo, che il professor Sabino Cassese, uno dei più autorevoli predecessori di Brunetta al ministero di Palazzo Vidoni, sintetizzò in una cifra paradossale: per fare lo stesso lavoro furono censiti 15 ferrovieri a Udine e 15 mila a Reggio Calabria.
I quindicimila giovani che aspirano oggi a fare gli 007 del fisco non sono fannulloni, sono probabilmente per la maggior parte animati dai migliori propositi, oltre che dal miraggio del posto fisso, e i 1.180 che ci riusciranno si spera sappiano che sono passati i tempi in cui bastava rivolgersi al potente democristiano di turno per tornare a lavorare nel paesello d'origine. Il loro ingresso rinfrescante sarà tanto più utile se servirà ad aumentare di 110 mila i controlli e le verifiche, come previsto dalla manovra appena varata da Tremonti, con un gettito aggiuntivo di oltre 6 miliardi nel prossimo triennio. Di certo saranno più utili loro del Secit, il Servizio consultivo ed ispettivo tributario, che il ministro ha soppresso e di cui nessuno sentirà la mancanza.
A patto che, con la faccia feroce di Franceschiello, sia archiviato per sempre l'altro parallelo e più noto editto: «Facite ammuina».
a.statera@repubblica.it

La strana cura della democrazia
di Giuseppe D'Avanzo, Repubblica

Ai livelli infimi, il tempo non passa. Lo sapevamo. Berlusconi ci aveva ricordato presto come fosse un´illusione ottica la metamorfosi in homme d´Etat. Insofferente delle regole (etica, legalità, grammatica politica, sintassi istituzionale), il magnate di Arcore vuole ieri come oggi ridisegnare lo Stato sulle sue misure e interessi liberando il proprio potere – "unto" dal consenso popolare – da ogni contrappeso. Il Corriere della Sera, pulpito liberale, ne dovrebbe essere raccapricciato o almeno impensierito. Accade quel che è già accaduto in passato: da quei pulpiti soi-disants liberali si odono argomenti che tolgono il fiato.
La chiave è la consueta, è musica vecchia. Oltre ogni ragionevolezza, non si vede e nulla si dice del fatto più scomodo: l´interesse privatissimo del capo del governo, padrone di un Parlamento obbediente, a legiferare per proteggere se stesso a prezzo della distruzione del processo penale, dell´indebolimento della sicurezza nazionale, dell´incostituzionalità delle norme che gli garantiscono una impunità perpetua. Si chiudono gli occhi dinanzi allo "scandalo" berlusconiano: gli affari privati del presidente del Consiglio sono la sola voce nell´agenda di un governo alle prese con un Paese impoverito, stagnante, in declino, impaurito da una crisi di cui non avverte né la fine né le vie d´uscita. L´oratore non sembra interessato a capire che cosa avviene e che cosa può avvenire. Non gl´importa. Il suo bersaglio è concreto. Vuole indicare all´opinione pubblica dov´è «la patologia»; da chi e che cosa deve guardarsi il Paese; chi minaccia con passi eversivi la legittimità del potere politico. Non ci sono «i bolscevichi» oggi alle porte, come nel 1919/1924 quando Luigi Albertini, direttore e comproprietario del Corriere, applaudì l´"anticorpo fascista" salvando l´Italia da «gorghi del comunismo» (possono avere delle costanti le storie collettive). Oggi, per l´oratore pseudo-equanime, l´orda barbarica che minaccia il Paese e la democrazia, è nientedimeno che la magistratura. Sono quelle toghe nere che con «l´arbitrio dell´azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità dei pubblici ministeri», imbrigliano Berlusconi «con un´immane mole di procedimenti giudiziari».
Lasciamo perdere che all´oratore sfugge come la plastica dimostrazione della terzietà dei giudici italiani sia proprio la storia giudiziaria dell´uomo di Arcore, assolto e liberato dalla prescrizione, mai condannato. Dimentichiamo che, se di Berlusconi si sono dovuti occupare centinaia di giudici in migliaia di udienze, è per la scelta dell´imputato di fuggire dal processo e dai suoi "giudici naturali" verso altri giudici, verso altri tribunali e Corti in attesa di manipolare a suo beneficio codice penale (i reati), codice di procedura penale (i processi), Costituzione (i poteri, il loro equilibrio). Andiamo al sodo. L´idea che trapela dal sermone è che c´è una sola cura, e necessaria: fine dell´obbligatorietà dell´azione penale; separazione della funzione requirente da quella giudicante; ridimensionamento del Consiglio superiore della magistratura. Osserviamo il mostro che questa "terapia" partorisce. Carriere distinte, dunque. I pubblici ministeri diventano, come nel codice napoleonico, procureurs impériaux o avvocati dell´accusa scelti, istruiti, promossi, puniti dal ministro perché stanno al guardasigilli come il prefetto al ministro dell´Interno (soltanto per pudicizia, forse, l´oratore non lo spiega). L´azione penale non è più obbligatoria. Il pubblico ministero sceglie a mano libera i suoi oggetti, guidato e consigliato dal potere esecutivo. Difficile credere a qualche processo molesto che scuota l´alveare o affondi il bisturi nella diffusa corruzione nazionale. Più facile immaginare che i «non conformi», le teste storte, gli «erranti» rischino qualcosa, magari soltanto vivere con un bastone a poca distanza dalla testa.
Naturalmente, in teoria, anche il modello che prevede il pubblico ministero diretto dall´esecutivo ha delle virtù (può bluffare il pubblico ministero indipendente come essere ineccepibile il requirente che risponde al ministro), ma ogni disegno normativo non nasce nel vuoto pneumatico. Quello che si augura l´oratore pseudo-neutrale dovrebbe prendere forma nell´Italia 2008 dove un uomo, che viene dal capitalismo d´avventura, governa una signoria populista: possiede direttamente – e direttamente controlla, come s´è visto nell´affare Saccà – l´intero sistema televisivo, un arsenale che gli permette di "creare" la realtà, inoculare affetti o fobie, insufflare o determinare la necessità di improrogabili decisioni. È l´uomo che, alla prima occasione (1994), propone come ministro di giustizia un suo avvocato e sodale (Cesare Previti), barattiere giudiziario, condannato poi per aver corrotto un giudice regalando la più grande impresa editoriale del Paese (la Mondadori) al suo Capo. È il presidente del consiglio che, nel suo quarto governo, sceglie come guardasigilli non Giustiniano o Tommaso Moro, ma un ragazzo che gli è stato segretario (Angelino Alfano). Ora, da quel pulpito liberale, si vorrebbe sapere se questo conflitto d´interessi, che scarnifica l´ordinata architettura dei quattro poteri (governo, Parlamento, magistratura, informazione), rende possibile mettere in discussione l´autonomia e indipendenza della magistratura liquidando tre norme costituzionali: 104 («La magistratura», pubblico ministero incluso, «costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»); 107 (inamovibilità dal grado e dalla sede); 112 (obbligo d´agire). Come è ovvio e legittimo, lo si può pensare. Lo si dovrebbe dire in trasparenza, però. Il Corriere della Sera, come il Luigi Albertini del discorso alla Corona, Palazzo Madama, 18 giugno 1921, dovrebbe dire ai suoi lettori: noi qui, in via Solferino, tempio della cultura liberale, crediamo che per migliorare la qualità della nostra democrazia, e «salvare l´Italia», i pubblici ministeri debbano essere diretti dall´esecutivo. Cioè, oggi, da Silvio Berlusconi. Sono le parole che non si ascoltano nel sermone finto neutrale. Con un paradosso guignolesco, l´oratore chiede che a dire questa affabile bestialità da mondo sublunare debba essere la «sinistra riformista»: dovrebbe «mettere una buona volta fine alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario».
Già incapace a tempo debito di risolvere il conflitto d´interessi, dovrebbe dunque essere la sinistra, il Partito democratico, a sacrificare all´Egoarca anche l´autonomia della magistratura perché la politica – questa politica, già monca del Parlamento ridotto a rifugio di statue di gesso – viene prima del feticcio legalistico. È proprio vero che «i maghi ingrassano dove esistono le anime fioche».


Legittimità e legalità
di Barbara Spinelli, La Stampa -
Se, come ha scritto Carlo Federico Grosso su questo giornale, «il barometro della legalità in Italia segna tempesta», vuol dire che qualcosa di grave sta succedendo, nel governo e nella coscienza dei cittadini: qualcosa che guasta il rapporto che ambedue hanno con il diritto e la giustizia, che li rende indifferenti alle continue capricciose riscritture di leggi e competenze. Qualcosa che inquina non solo il nostro rapporto con la democrazia ma anche la domanda, diffusa, di stabilità e sicurezza delle istituzioni. Piano piano ci stiamo abituando all'idea, ingannevole, che un governo durevole con vasta maggioranza sia sinonimo di stabilità. Che un esecutivo capace di decidere (o decisionista) sia possibile solo indebolendo istituzioni e fonti di diritto altrettanto centrali per lo Stato (Csm, magistratura).

Ma soprattutto, ci stiamo abituando a un'idea scivolosa: che sopra la legalità e separata da essa possa sussistere una categoria superiore: la legittimità. La legittimità non trarrebbe la sua forza da leggi preesistenti, che prescindono da sconquassi contingenti. Essa poggerebbe su una sorta di consacrazione extralegale, che consente di accentrare in una persona o in un unico corpo i poteri di far legge. Grosso evoca le tappe di Berlusconi su questa strada. La prima consiste nel dire che «quando incombono grandi emergenze, rispettare la legge diventa opinabile» (discorso sui rifiuti a Napoli). La seconda, più grave, consiste nel dire che «quando un Governo ha ricevuto un mandato forte dagli elettori e governa direttamente in nome del popolo, ha diritto di gestire il potere senza intralci o impedimenti», lasciando «poco spazio ai controlli in corso d'opera».

L'idea che sussista una legittimità preminente sulla legalità non è tuttavia una novità e neppure è tirannide classica. È una malattia della democrazia, una sua estremizzazione: è quel che le accade quando il peso del potere (esecutivo o legislativo) non è corretto da contrappesi egualmente autonomi, forti (da un sistema di check and balance). È un'escrescenza democratica basata su convinzioni sbadate: che il liberalismo sia un prodotto della democrazia e non una sua premessa (un prius, dice Sartori). Che la rule of law nasca con la democrazia anziché precederla. L'unzione del capo può discendere da Dio, da antiche dinastie. Può anche esser democratica e in tal caso chi unge è il popolo liberato dal tiranno, è la «volontà generale» teorizzata nella Rivoluzione francese (non è molto diverso nell'Antico Testamento: la legittimità d'Israele unge tutto un popolo nell'esodo-liberazione).
Lo Stato democratico unto dalla volontà popolare rischia l'assolutismo non meno dei re antichi: Carl Schmitt descrivendo Weimar lo chiamava Stato legislativo parlamentare e lo riteneva rovinoso perché contrapposto allo Stato giurisdizionale e al suo «durevole, generale» imperio della legge. In una democrazia siffatta il popolo è un'entità non eterogenea ma omogenea, monolitica, e in quanto tale conferisce al principe il diritto esclusivo di legiferare. La maggioranza parlamentare pretende di coincidere con tale popolo indifferenziato ed è in suo nome che il legislatore reclama il monopolio sulla legalità.
Minoranze, opposizioni, autorità di garanzia e regolamentazione sono d'intralcio coi loro «controlli in corso d'opera», e la democrazia sfocia nell'autoritarismo. Quel che per strada si perde è la liberale separazione dei poteri: la persuasione di Montesquieu secondo cui «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere freni il potere». Se Luigi XIV diceva «lo Stato sono io», Berlusconi democraticamente dice: io, unto dal démos, sono la Legge. Berlusconi è figlio della Rivoluzione francese, non del liberalismo e di Montesquieu. I motivi che spingono a estremizzare la democrazia possono essere molti. Schmitt ricorda che chi monopolizza la legalità e mette in concorrenza il legittimo col legale invoca generalmente «concetti indeterminati» come sicurezza e ordine pubblico, pericoli nazionali e stati di necessità, emergenze, interessi vitali e infine guerre.

Anche lo «spirito di conciliazione» tra governo e opposizione viene invocato in tempi di torbidi, usando la chimera del popolo uniforme e buono per corrompere la democrazia esasperandola. La corrompe a tal punto che lo scopo spesso viene mancato. Infrangere rule of law e separazione dei poteri non dà più sicurezza, ma riduce il senso del dovere degli italiani. Non dà più pace civile, perché acuisce le tensioni e perché l'immunità per le alte cariche non rende queste ultime più autorevoli. All'origine di simili distorsioni c'è il convincimento che il mandato popolare sia tutto, e chi l'incarna sia legibus solutus: sciolto da leggi, immune da sanzioni. Che sia esso stesso la legge, la legge del più forte.

Che il mandato conferisca non solo speciali diritti ma un premio supplementare di legittimità al legislatore e all'esecutivo. «In una democrazia legge è la volontà del popolo così come questo si presenta, cioè praticamente la volontà della momentanea maggioranza dei cittadini che hanno diritto di voto: lex est, quod populus iubet» (è legge quel che ordina il popolo - Schmitt, Legalità e legittimità, 1932): «Il 51 per cento dei voti popolari dà la maggioranza in Parlamento; il 51 per cento dei voti parlamentari dà il diritto e la legalità; il 51 per cento di fiducia del parlamento al governo dà il governo parlamentare legale».

Tale è la democrazia senza imperio della legge: un male ricorrente da secoli, cui le sinistre non sono affatto estranee. La linea di separazione non è infatti fra destra e sinistra, né fra democratici e antidemocratici, ma fra democrazia liberale e estremismo democratico: per la prima la questione centrale è come si esercitano i poteri per evitarne gli abusi, mentre per l'estremismo democratico la cosa cruciale è chi li esercita. Quando non è contaminata dallo Stato giurisdizionale, la democrazia scivola nella tirannide e riconoscerlo è difficile non solo a destra. Figlia del democraticismo giacobino, la sinistra non sempre è attrezzata per il dilemma legalità-legittimità, e per far proprio quel che scrisse Bobbio nell'84: «Lo Stato liberale è il presupposto non solo storico ma giuridico dello Stato democratico».

La preminenza data alla legittimità delle maggioranze è una tentazione costante, così come costante è l'appello alle emergenze nazionali. L'ininterrotta guerra al terrorismo ha spinto Bush a sprezzare le convenzioni di Ginevra su tortura e prigionieri di guerra. Ma lo stesso avvenne per motivi nobili con De Gaulle, che due volte mise in primo piano la legittimità. Prima nel 1940, quando da Londra denunciò - in nome della Resistenza - la legalità di Pétain. Poi nel 1958, quando impose una nuova Costituzione per sormontare l'immobilizzante partitocrazia della Quarta Repubblica. Il passato antifascista lo aiutò a tacitare chi lo accusò, nel '58, di golpismo.

L'esempio di De Gaulle è importante perché dimostra la natura anfibia (nobile o pericolosa) del concetto di legittimità. Ci si riferisce a essa anche per il diritto alla resistenza. Anche Antigone contrappone la propria legittimità al legalismo del re Creonte. Non è per pignoleria che occorre approfondire il dilemma legalità-legittimità. Proprio perché l'Italia ha bisogno di una discontinuità che finalmente dia allo Stato l'autorevolezza che non ha, urgono concetti non manomessi, chiari. Proprio perché i torbidi esistono, urge al tempo stesso aver memoria e accortezza nell'azione.

La memoria conferma che le più grandi catastrofi storiche son spesso costruite su cose mal pensate. L'accortezza insegna che le rotture possono esser benefiche (fu il caso di De Gaulle) ma a una condizione: che rompendo non si curi il male con dosi ancor più massicce del male di ieri.


Rosy Bindi: "Il dialogo non c'è mai stato"

La Stampa


Adesso sono tutti lì a dirlo che il dialogo è finito, da Veltroni in giù, a destra e a manca. C’è rimasto il presidente Napolitano a ripetere agli uni e agli altri di fare i bravi, che bisogna parlarsi: una voce nel deserto. Se la luna di miele possiamo considerarla già in archivio, bisognerebbe capire che cosa può cambiare da qui in avanti, dentro e fuori al governo e dentro e fuori al Pd. «Un’opposizione di qualità», come chiede Rosy Bindi, leader del Pd, e vicepresidente alla Camera. E poi? La verità è che la prima cosa che sappiamo è quello che non cambia: il partito democratico, e il suo segretario, perché nonostante tutti gli spifferi e i malumori, qualche ciambella di salvataggio è già arrivata. Anche Rosy Bindi gliene lancia una: niente congresso a novembre. Con buona pace di Arturo Parisi, che era fra quelli che lo chiedeva per ridiscutere tutto.
Però, Rosy Bindi, tra Parisi e Veltroni, sembra aver già scelto...
«Io non ho risparmiato critiche all’operato del segretario e non ho fatto mancare neppure la mia proposta sul partito plurale e sulla qualità dell’opposizione che dobbiamo fare. Dobbiamo ricostruire un nuovo centrosinistra. Aspetto Veltroni all’appuntamento dell’assemblea programmatica anche per declinare diversamente la linea politica sin qui fatta. Fra l’altro, mi sembra sia stato sollecitato in questo senso pure da D’Alema. E devo dire che posso condividere i dubbi espressi da Parisi su una certa mancanza di democrazia all’interno del partito. Però, è giusto fare una verifica forte, ma niente Congresso. Quello lo faremo nel 2009 dopo le europee e le amministrative. Nel frattempo dobbiamo impiantare il partito dove non c’è ancora, nel Sud».
Niente congresso e niente dialogo. Si riparte da qui?
«Penso che non sia neanche cominciato il dialogo. Abbiamo fatto l’impossibile per aprirlo, pagando anche dei prezzi salatissimi. Berlusconi non è diventato uno statista, e ci troviamo di fronte alle solite leggi ad personam e a un Parlamento umiliato, completamente invaso da decreti legge, nonostante la forte maggioranza mentre noi che ci prodigavamo a sottolineare ciò che condividevamo. Ora basta, si cambia musica».
Perché fino adesso l’unica opposizione è stata quella di Di Pietro...
«Non si può affidare una opposizione così importante solo a Di Pietro e ai suoi comportamenti così sguaiati».
Si riferisce al magnaccia, a come Di Pietro ha apostrofato il capo del governo dopo le intercettazioni?
«Quella è stata una caduta di stile che non serve a far capire la gravità della situazione».
Forse Di Pietro grida così perché si sente una voce nel deserto. Adesso voi cambiate opposizione e cambia anche Di Pietro?
«Noi dobbiamo fare una opposizione riformista, che avanza delle proposte. E che non fa sconti. Dobbiamo spiegare tutto ciò che non va, con un programma alternativo».
Senta, a proposito di intercettazioni, lei cosa ne pensa?
«Io sono perché vengano fatte tutte quelle che servono. Poi sono d’accordo che non possono essere l’unico strumento di indagine e non possono essere usate a fini impropri. La privacy va tutelata. Ma questo non vuol dire che nella privacy tutto sia consentito. Va rispettata, non può diventare il regno dell’inconfessabile. Questo invocare il rispetto della privacy come una sorta di scudo dell’impunità non va bene. E se viene fuori un quadro preoccupante del privato di chi ci governa, gli italiani lo devono sapere».
Pure in questo cominciate a fare opposizione. Vi vedremo presto anche in piazza?
«In autunno ci andremo».
Di Pietro però ci va adesso...
«Se noi cominceremo a fare opposizione seriamente, incideremo su Di Pietro e intercetteremo anche l’Udc e Casini, che non mi sembra si stia comportando male».
Scusi, ma tutto questo suona come una critica alla linea del vostro segretario. Eppure, le sue sembrano dichiarazioni molto assolutorie nei confronti di Veltroni.
«Il termine assoluzione non va bene. Non ci sono imputati e non c’è nessun processo. La sconfitta è seria, e va analizzata. Ma questo lo deve fare il segretario in carica, con tutto il consenso che nessuno gli ha tolto fino adesso».
Non c’è stato lo stesso trattamento verso Prodi, non crede?
«Proprio per questo ho chiesto al partito di respingere le sue dimissioni. Io non ho fatto una campagna elettorale con il capo cosparso di ceneri. Sono ancora convinta che quel governo ha fatto cose buone e che gli italiani se ne accorgeranno presto».
Però, non c’è anche chi l’ha fatto cadere quel governo, annunciando in anticipo che voleva correre da solo?
«No, il governo Prodi ci ricordiamo tutti com’è caduto. Anche se, in effetti, sarebbe meglio annunciare la linea politica in campagna elettorale. Non prima. Di solito si fa così».
Senta, siete stati 2 giorni a pregare a Bose. Ma che contributo devono dare i cattolici?
«Mi preoccupa la diffusa assuefazione a questa nuova stagione del berlusconismo. I cattolici devono diventare coscienza critica e abbandonare silenzi e timidezze per essere profetici e educare alla legalità. Di fronte alle proposte di impronte digitali per i rom, all’esercito nelle città e alle crescenti disuguaglianze dobbiamo risvegliare l’indignazione morale del paese».


"Succede che una ragazzina si riprende seminuda col suo cellulare..."

“È successo al tempo in cui la polizia
cercava in tutti i modi di farsi amare dalla gente”

Luis Buñuel,
Il fascino discreto della borghesia,
1972

 


Il fratello del premier ha un giornale – il Giornale – che oggi dava una notizia con un più d’ansia, come se la notizia fosse il sintomo di un preoccupante malessere sociale, di tipo morale, quindi assai grave. Comprensibile: lì, la moralità è di famiglia.

“Succede che [a Treviso] una ragazzina si riprende seminuda col suo cellulare. Foto sexy, pose ammiccanti. Poi vende le immagini ai compagni. Pochi euro. Tre, cinque, al massimo dieci per ogni scatto, raccontano gli studenti. Ed è subito putiferio. Anche perché la dodicenne in questione avrebbe fatto tutto per qualche abito firmato”.

Risparmio al lettore quanto segue, tralascio l’analisi dello strumento retorico col quale il Giornale mi porge l’ansia, e mi fermo a considerare l’accaduto.
Inizierei col dire che, se pure la condotta della ragazzina sia da ritenere immorale, la società non corre rischi, perché ha mostrato di avere efficaci anticorpi morali: “subito putiferio”, il biasimo pubblico non ha avuto indugi e non è stato blando, il Giornale farebbe bene a moderare l’ansia, per non adulterare – come ultimamente fa sempre più spesso – la percezione di un fatto isolato in problema, allo scopo di costruire emergenze. Viene il sospetto che il Giornale usi la cronaca come diversivo, inutile dire da cosa.

Discorso a parte è se la condotta della ragazzina sia da ritenere immorale. Io penso che sia impropria, non immorale. Impropria perché il soggetto è un minore: disporre del proprio corpo a piacimento è una libertà che – come tutte le libertà – implica responsabilità, e questa responsabilità non può stare nella disponibilità di un minore.
D’altra parte, può dirsi condotta immorale quella di una maggiorenne che tragga guadagno dal commercio di sue foto sexy in pose ammiccanti? Personalmente penso di no, arrivo a pensare che un/una maggiorenne possa disporre del proprio corpo come meglio creda, e qui anche il Giornale dovrebbe essere d’accordo con me: per non trovarsi in contraddizione con gli argomenti usati quando ha preso le difese del ministro Mara Carfagna dal biasimo morale di chi le rinfacciava d’essersi fatta ritrarre in pose ammiccanti, per certe foto sexy, d’uso non privato.

Ora, si sa come sono le ragazzine, mettono i tacchi a spillo della mamma, rubano i reggiseni alle sorelle maggiori, cercano di imitare quelle più grandi di loro, chissà, forse illudendosi di arrivare a ottenere una particina in una fiction o addirittura arrivare a reggere un dicastero. Se a Treviso è imputata la società, insomma, una parte della colpa sta pure a carico di chi difende certi modelli, quando fa comodo a lui.
Non si può essere indulgenti con la ragazzina che fa certe cose, solo quando quelle cose la portano a diventare “uomo di fiducia” del proprio fratello, e nel frattempo biasimarla, perché prevalgono le possibilità che diventi una semplice puttanella. Datele tempo.




Postilla
A dodici anni il fratello del proprietario de il Giornale vendeva ai compagni di classe zucconi e svogliati dei compitini personalizzati. Immorale? Chissà.http://malvino.ilcannocchiale.it/


 

riflessioni sul Governo

Vincenzo ci invia alcune riflessioni che ha pubblicato sul blog del Circolo Montagnola e noi le pubblichiamo auspicando una sempre maggior circolazione di idee tra i circoli (e non solo).


RIFLESSIONI SULLE DECISIONI DEL NUOVO GOVERNO
(In continuo aggiornamento: una bufala al giorno)

Insicurezza percepita che si traduce in voglia di decisionismo. Nove minuti per prendere più di 100 decisioni: il capolavoro mediatico del berlusconismo. La gente ammira, ha trovato un nuovo santo Protettore … Non importa se molte di queste decisioni si riveleranno eccezionali bufale … Questo modo di governare ci fa diventare un po' massimalisti, un po' giustizialisti, un po' "girotondini", comunque decisi a chiarire le "furbate" di questo Governo.

Le bufale del PDL

Il dialogo fra maggioranza e opposizione non è venuto meno per colpa di quest'ultima, ma perchè i soliti conflitti di interessi di Berlusconi, tv e giustizia, irrompono puntualmente nell'agenda politica con assoluta priorità, minando le azioni e la credibilità del capo del Governo.
Oggi le emergenze non sono più la sicurezza, i rifiuti, i salari bassi, l'Alitalia, come promesso in campagna elettorale, ma bloccare i processi e proteggere dalla magistratura le alte cariche dello stato.Ancora un volta il PDL ha dimostrato di voler privilegiare gli interessi del proprio capo, ha mentito in campagna elettorale, prendendo in giro i cittadini di questo paese.
Gli ultimi avvenimenti (pubblicazione da parte dell'Espresso delle intercettazioni su Saccà) rivelano ancora una volta la natura del Capo del Governo, i suoi metodi e di che pasta sono fatti gli uomini che lo circondano, ma dimostrano quanto sia dannoso e deleterio questo continuo conflitto.

Le bufale di Tremonti:

1) Tassa sui petrolieri che toglie ai ricchi per dare ai poveri
Proposta molto accattivante, ma bassamente demagogica in quanto questa tassa colpirà soprattutto la distribuzione , ma finirà per gravare sulle famiglie con l'aumento dei prezzi del carburante e dell'energia elettrica. Tremonti lo sa e aggiunge una norma che dovrebbe impedire questa situazione, ma in pratica, non essendo il mercato energetico ( prezzi) regolamentato, questo divieto è carta straccia! Meno della metà di queste entrate andrà ai più poveri, tramite carte prepagate (è l'ideologia della compassione che s'inventa una tessera di povertà e che decreta che non tutti i cittadini saranno d'ora in poi uguali nelle opportunità sociali). Non si sa l'identità dei beneficiari (e quindi la quantità), ma l'incertezza forse è voluta per poter contenere l'esborso e destinarlo ad altri fini.
In ogni caso una proposta più seria e meno propagandistica poteva essere quella di destinare ai redditi più bassi una parte dei ricavi (due miliardi) che lo Stato incassa dall'Eni, sotto forma di Dividendi, per l'aumento del prezzo del petrolio
Infine ogni tassa straordinaria da l'dea di un fisco arbitrario e illiberale a uso e consumo del politico di turno: In poche parole Tremonti non è Robin Hood, ma il suo acerrimo nemico, lo sceriffo di Nottingham.
2) Stabilisce l'Inflazione programmata 2008 all'1,7% (quella reale è 3,6%, oltre il 5% per gli acquisti più frequenti)
Si utilizza la legge che dal 1993 regola gli aumenti salariali , ma essendo in questo caso abbondantemente al di sotto dell'inflazione reale, il rischio è di ridurre ulteriormente il poter di acquisto dei lavoratori e dei pensionati. Il Governo, Confindustria e i sindacati trovino un altro modello contrattuale!

Le bufale di Scajola:

1)E' facile rilanciare il nucleare senza discutere e approfondire, ma lo è molto meno indicare, in linea di massima, i siti interessati . Si fa del tutto per non interrompere la luna di miele!

Le bufale di La Russa:

1) I soldati nelle strade. Le nostre forze dell'ordine sono circa 350.000. Le più numerose della UE. Il contributo dei soldati sarà circa dell'0,80% : non si affronta così un ' emergenza. I militari serviranno soprattutto per motivi di immagine e propaganda!

Le bufale di Alemanno e Berlusconi:

L'agenzia internazionale S&P:"Nono esistono buchi nascosti nel Comune di Roma"
Veltroni: "Buco di Roma: bufala mediatica e politica; A Roma il debito è cresciuto dal 2001 al 2007 del 14,4%, a Milano del 18,2%. Il debito per abitante a Roma è di 2540 euro, a Milano 2840".

Le bufale di Berlusconi:

1) Si è inventato un ministro ombra, Alfano, per coprire le trovate interessate del suo penalista e azzeccagarbugli Ghedini, vero ministro della Giustizia
2) Ha rispolverato come ministri la pattuglia dei reduci del decisionismo craxiano (Tremonti, Brunetta, Sacconi (è di ieri il suo "vaffa" alla platea Cisl), Frattini) per manipolare e pescare nelle incertezze del centrosinistra. Sono politici eclettici e spregiudicati e se necessario ricorreranno al loro cavallo di battaglia degli anni 80: l'aumento del debito pubblico
3) Selezionando e riducendo drasticamente le intercettazioni e i processi impedisce ai cittadini di conoscere e alla magistratura di processare i suoi eventuali poco dignitosi coinvolgimenti e, fra gli altri, quelli degli alti responsabili delle inefficienze e degli sperperi della Pubblica Amministrazione (che saranno tutti addossati ai "fannuloni" di Brunetta).


La reazione dell'opinione pubblica a questo modo di governare è sempre più debole: il Governo continua a godere di un consenso molto elevato. In quest'ultimi decenni il populismo berlusconiano , attraverso i suoi molteplici strumenti, ha seminato bene e ormai ha invaso la maggior parte di questo paese (ci sono segni di cedimento anche nelle regioni centrali). La società civile da pochi segni di vitalità. La maggior parte dei media non di proprietà è tiepida,se non complice.

Occorre una partecipazione che si traduca in idee e azioni molto forti. Visibili e frequenti. Il PD la smetta con le faide interne! Scelga cosa accettare e cosa respingere delle proposte del governo, proponga programmi e progetti alternativi credibili, basati sull'efficienza e l'equità. Solo così possiamo sperare di svegliare l'opinione pubblica veramente democratica da questo torpore!

Vincenzo P. http://romanordxilpd.blogspot.com/2008_06_01_archive.html

Leggendo Repubblica

di Francesca Pollastrini

Poco fa ho letto di D'Alema che fa non so cosa, di Veltroni che incontra Claudio Fava (e io, donna di sinistra che vota piddì, non posso che essere curiosa e interessata). La giornalista Claudia Fusani di Repubblica termina il pezzo scrivendo "Platee del passato. O forse anche di un futuro prossimo. Qualcosa si muove." E mi metto a riflettere, anche se dovrei lavorare, e molto. Ecco, ho capito cosa voglio io da costoro: vorrei dicessero che ebbene sì, loro vogliono solo restare dove sono, anche se sanno che ci sono altri probabilmente più giovani che potrebbero fare qualcosa di buono al posto loro. Vorrei ammettessero, riconoscessero che è proprio perché non se ne vogliono andare che non se ne vanno. Sarebbe una prova di intelligenza e un primo passo verso il cambiamento. Come si dice a chi riconosce il bisogno di andare dal medico: è un primo passo; ammettere di aver bisogno di un medico, o di qualcuno che aiuti ad andare oltre, è il primo passo necessario per la sopravvivenza. E poi, dopo la sofferenza iniziale della terapia, staremmo tutti meglio: loro perché avrebbero salvato tutto l'ambaradam dal collasso; noi, o chi per noi, perché potremmo davvero esprimere il nostro talento, perché potremmo leggere la realtà attuale in modo, appunto, più attuale e moderno.http://www.imille.org/

“Il Corriere delle Sera”, ovvero due pesi e due misure

di Paolo Flores d'Arcais

Il Corriere della Sera spara in prima pagina un titolo a cinque colonne: "Berlusconi, l'insulto di Di Pietro". Sottotitolo, la frase incriminata in virgolettato: "Il premier fa un lavoro più da magnaccia che da statista". Occhiello: Il Pdl contro il leader Idv: linguaggio da osteria, agiremo in giudizio. Alla frase di Di Pietro è dedicato l'intera seconda pagina. Ma il giorno prima i leader che avevano fatto dichiarazioni a proposito dell'affare politici/veline erano stati due: Di Pietro e Bossi. Quest'ultimo aveva detto: "meglio noi del centro-destra che andiamo con le donne, che quelli del centro-sinistra che vanno con i culattoni". Il Corriere dedica a questo "commento" del capo leghista un riquadrato quasi francobollo, dieci righe dieci, su una colonna, con il titolo manipolato, poichè fra virgolette - il che impone di riportare la frase alla lettera - viene scritto in modo edulcorato "gay" anzichè "culattoni".

Eppure, la frase di Bossi era un crocevia di insulti: alla sinistra e ai gay (ed era anche falsa: purtroppo nelle telefonate di raccomandazioni etero indecenti non c'era solo la destra), mentre la frase di Di Pietro, nella sua integrità ("le intercettazioni che vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista") aveva le caratteristiche di una proposizione descrittiva e niente altro. Un magnaccia è infatti colui che si fa mediatore, in vista di un vantaggio, di episodi di prostituzione, caratterizzati dallo scambio di favori sessuali in cambio di denaro o altra utilità. Proprio quanto alcune delle intercettazioni lasciano intendere.
Eppure, Il Corriere della Sera monta lo scandalo-Di Pietro e minimizza a colore locale il vero insulto, quello di Bossi. Alla faccia del giornalismo imparziale (imparzialità un tempo umiliata a equidistanza, oggi neppure quella).

Del resto, l'editoriale che affianca la "notizia del giorno" si occupa dei rapporti giustizia-politica, per la penna di Ernesto Galli della Loggia. Il problema, manco a dirlo, è lo strapotere dei magistrati. Sfugge a Galli della Loggia (e ad Ostellino, e a Panebianco) che negli Stati Uniti un Presidente (Nixon) è stato costretto alle dimissioni per aver coperto attività di spioni che ai Pio Pompa tanto amati da Berlusconi non avevano nulla da insegnare, mentre con mesi di intercettazioni legali (quelle che Berlusconi vuole ora abolire) i magistrati americani hanno fatto una retata di top manager che ha messo in ginocchio la borsa di New York. Al Corriere, insomma, insieme all'imparzialità latita anche la logica.http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-corriere-delle-sera-ovvero-due-pesi-e-due-misure/

Torture di Stato
Un rapporto accusa l'India di abusi sistematici nelle carceri, con migliaia di morti in cinque anni
Detenuti che si suicidano a poche ore dall'arresto impiccandosi con asciugamani e mutande, ingoiando veleno, toccando fili elettrici esposti. Oppure morti in ospedale dopo improvvisi attacchi di cuore, o per le conseguenze della rissa per cui sono stati arrestati. A leggere i rapporti della polizia, nelle carceri indiane si morirebbe così. Ma secondo l'Asian Centre for Human Rights (Achr), dietro le versioni ufficiali si nascondo in realtà migliaia di casi di torture nei penitenziari del Paese, che spesso finiscono con la morte del detenuto. E nel rapporto “Tortura in India 2008: uno stato di negazione”, l'organizzazione accusa le autorità indiane di coprire sempre le forze dell'ordine, creando un clima di impunità che a sua volte favorisce la continuazione degli abusi.
 
I dati. Tra il 2002 e il 2007, secondo il gruppo per i diritti umani, nelle carceri indiane sono morte o sono state uccise 7.468 persone, ossia quattro al giorno. Nei centri gestiti dalle forze armate e paramilitari, impegnate contro i vari movimenti ribelli ancora attivi in particolare nel nord-est, si stima che il numero dei decessi sia uguale o addirittura superiore. Il ministro degli interni ha attribuito queste morti in prigionia a “malattia o decessi naturali, tentativi di fuga, suicidi, attacchi da parte di altri criminali, rivolte, incidenti o insufficienti cure ospedaliere”, si legge nel rapporto.
 
Torture diffuse. In realtà, la ricerca dell'Achr ha portato allo scoperto decine di casi documentati di torture, passate sotto silenzio dalle autorità. Detenuti immobilizzati e picchiati, seviziati con shock elettrici, portati al limite dell'annegamento, frustati con gambi di rose, o sottoposti a pratiche crudeli come l'inserimento di puntine sotto le unghie. Nel caso di donne arrestate, in particolare se appartenenti alle caste inferiori, sono stati segnalati stupri di gruppo da parte degli agenti. Secondo l'Achr, nell'insabbiare gli abusi è fondamentale anche il ruolo dei medici carcerari, che si rendono complici non denunciando le anomalie riscontrate nelle autopsie dei detenuti morti durante la prigionia.
 
Impunità. Nel rapporto, l'Achr definisce un “pervasivo regime di impunità” come il fattore più importante nel rendere istituzionale il diffuso utilizzo della tortura. “Centinaia di persone vengono uccise, decine ricevono dei risarcimenti, ma solo tre o quattro persone sono condannate ogni anno”, ha affermato Suhas Chakma, il direttore dell'organizzazione. Nel combattere gli abusi, sostiene l'Achr, la magistratura “ha avuto un ruolo lodevole, ma il lavoro dei tribunali è ostacolato dalla mancanza di una legislazione specifica contro la tortura, dalle immunità garantite al personale delle forze dell'ordine e dalle leggi di sicurezza nazionale, oltre che dal problema più generale dei ritardi nella giustizia”, si legge nel rapporto.
 
Mancata adesione ai trattati internazionali. Sulla tortura, Nuova Delhi è indietro anche per quanto riguarda l'adesione alle leggi internazionali. L'India si è rifiutata di invitare l'osservatore speciale dell'Onu sulla tortura dal 1993, al contrario di altri Stati asiatici sospettati di violazioni dei diritti umani – come Pakistan, Cina, Sri Lanka, Nepal. Non è neanche stata mai ratificata la Convenzione contro la tortura firmata nel 1997. “Il comportamento dell'India sulla questione della lotta alla tortura e la cooperazione con gli organi dell'Onu non corrobora la sua rivendicazione di essere la più grande democrazia, né la sua aspirazione a diventare membro del Consiglio di sicurezza dell'Onu”, ha aggiunto Chakma.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11465

MYANMAR
Cancellato dai libri scolastici l’eroe dell’indipendenza Aung San
Le autorità birmane dicono di voler adeguare i manuali agli standard internazionali. Ma l’intento è politico: indebolire l’influenza del movimento democratico sui giovani. Il generale è padre della “Signora” Aung San Suu Kyi.

Yangon (AsiaNews) – Scritti e discorsi dell’eroe dell’indipendenza, il generale Aung San, scompaiono dai libri di testo delle scuole superiori in Myanmar. Lo denuncia l’agenzia Democratic Voice of Burma. Più che per scopi didattici, però, l’iniziativa sembra mossa dal chiaro intento politico di indebolire l’influenza del movimento democratico sui giovani.
 
Aung San - rispettato e ricordato in tutto il Paese per il ruolo svolto nella conquista dell’indipendenza - è anche padre della leader democratica Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari. Insieme ai discorsi del generale saranno banditi dalle classi anche i poemi di Thakhin Kodaw Hmaing, conosciuto come l’“architetto della pace”.
 
Ufficialmente il regime militare giustifica l’iniziativa con l’adeguamento dei curricula agli standard internazionali. M. Nyein Khet Khet, ex dottore di ricerca all’università di Yangon, sostiene che la giunta vuole contenere l’influenza sulle nuove generazioni del movimento democratico della Suu Kyi. “Le parole del gen. Aung San e di Thakhin Kodaw Hmaing – spiega l’ex insegnante – parlano di pace, libertà, diritti, patriottismo”. Concetti troppo “pericolosi” per l’oligarchia militare che da più di 40 anni regge e vuole continuare a reggere il Myanmar.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12625&size=A

Nepal: i maoisti lasciano il tavolo del dialogo e minacciano di ricorrere alla "lotta di popolo"

Domenica scorsa il Partito Comunista del Nepal - Maoista (CPN-M) ha lasciato il tavolo di negoziazione che riunisce i sette partiti del paese e ha minacciato di ricorrere alla lotta di popolo

Il CPN-M ha accusato il partito del Congresso Nepalese (NC) di ritardare intenzionalmente la formazione di un nuovo governo per mantenere in carica quanto più tempo possibile l'attuale esecutivo guidato dal primo ministo Girija Prasad Koirala. Il punto sul quale il CPN-M ha deciso di abbandonare le negoziazioni riguarda la richiesta avanzata dal NC per la presenza di un esponente dell'opposizione nel Consiglio di Sicurezza (CS) nazionale. Secondo il CPN-M l'inserimento di un leader dell'opposizione nel CS comporterebbe dei problemi di funzionalità del consiglio stesso e, dunque, metterebbe a rischio la sicurezza nazionale. Il NC ritiene invece che l'opposizione debba partecipare al CS, almeno finché è in vigore la Costituzione ad Interim, soprattutto considerato il fatto che, in base al risultato delle elezioni, con il nuovo governo il CPN-M controllerà sia il vertice dell'Esercito Nepalese, sia, ovviamente, quello dell'Esercito di Liberazione del Popolo (il potente braccio armato dello stesso CPN-M).

L'abbandono dei negoziati da parte del CPN-M segna un passo in dietro rispetto all'incontro di giovedì scorso tra CPN-M, NC e Partito Comunista del Nepal - Unificato Marxista-Leninista (CPN-UML), cioè le tre principali formazioni poitiche del paese, dove era stato raggiunto il consenso per l'integrazione delle milizie maoiste nell'esercito e per un importante emendamento alla Costituzione ad Interim riguardo alla formazione del governo. Quest'ultimo, se approvato, consentirà la formazione e lo scioglimento dell'esecutivo con la maggioranza semplice, anziché con con la maggioranza di due terzi.Riguardo alle forze armate, i tre partiti si erano accordati per formare un comitato speciale per preparare un piano dettagliato per l'integrazione dell'Esercito Nepalese con l'Esercito di Liberazione del Popolo. Secondo l'accordo i soldati maoisti dovrebbero entrare a far parte dell'Esercito Nepalese individualmente dopo aver superato una prova attitudinale standard, mentre a coloro che non entreranno nell'Esercito nazionale dovrebbero essere offerte altre opprtunità d'impiego.

Una data per la ripresa dei colloqui non è stata ancora fissata ma, nonostante le minacce di riprendere la lotta popolare, è difficile ipotizzare che il CPN-M lasci realmente cadere l'opportunità di prendere il potere senza ricorrere alla violenza. È dunque probabile che dopo un periodo di sospensione i colloqui riprendano e che il NC debba abbandonare la propria idea di vedere Girija Prasad Koirala diventare il primo presidente della Repubblica del Nepal. CPN-M e CPN-UML hanno infatti già raggiunto un accordo sul nome del nuovo premier che, secondo fonti non confermate, sarebbe l'ex Ministro degli Esteri, signora Sahana Pradhan, dell'CPN-UML.

Desk Asia e Pacifico

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33085


Il voto latino

Considerati i fischi per McCain e le ovazioni per Obama alla "National Association of Latino Electted and Appointed Officials" è probabile che il problema "voto ispanico" lo abbiano i repubblicani e non i democratici. E comunque la geografia politica degli Stati Uniti sta cambiando.  Intanto il vecchietto ha problemi con il cellulare.
Political Radar, Washington Post, Crook and Liars

http://giornalismoparma.typepad.com/


La protesta di San Juan Sacatepéquez

Dodici comunità rurali vicino a Città del Guatemala si oppongono alla costruzione di un cementificio che, con la promessa dello «sviluppo», minaccia di distruggere i villaggi. Il governo risponde con lo stato d'emergenza e con decine di arresti.

Nuovi scontri nella comunità di San Juan Sacatepéquez, vicino alla capitale del Guatemala, dove la popolazione vive da mesi una situazione di controllo e repressione da parte delle forze dell’ordine. Da oltre un anno la notizia della decisione di stabilire qui una industria di cemento ha causato una escalation di violenza contro le dodici comunità interessate dal progetto, che si oppongono alla sua realizzazione. La produzione di cemento è un’attività altamente inquinante, che produce considerevoli quantità di residui di lavorazione e mette a rischio le falde acquifere e i terreni circostanti. Il progetto per la costruzione della fabbrica è stato presentato dalla Cementos Progreso, di proprietà della famiglia Novella, tra le più influenti della zona.
Le comunità di San Juan Sacatepèquez hanno manifestato la loro opposizione al progetto già in occasione della consultazione comunitaria realizzata nel maggio del 2007 e conclusasi con lo schiacciante risultato di 8,936 voti contrari e 4 a favore. Il diritto alla consultazione preventiva delle comunità, e soprattutto al rispetto dei risultati dei referendum, è sancita dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro e anche nell’attuale Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei Popoli indigeni, recepita e ratificata dal governo del Guatemala. Nonostante l’esito del plebiscito, le negoziazioni per l’avvio del progetto e gli studi preparatori non si sono interrotti. Contro il mancato rispetto della decisione popolare, le comunità hanno continuato ad organizzare l’opposizione a quella che vivono ormai come una vera e propria prevaricazione. Il 21 giugno scorso, senza preavviso e senza alcun dialogo con gli abitanti, i macchinari della Cementos Progreso hanno fatto il loro ingresso in dieci delle comunità interessate, provocando la reazione dei cittadini e causando un clima di aspra tensione.
Secondo il governo: «Non si può permettere che la maggioranza del popolo di San Juan Sacatepéquez rinunci ad una occasione di sviluppo a causa della manipolazione di una piccola minoranza». In realtà, come dimostrato dal voto popolare del maggio scorso, delle 12 comunità che vivono attorno al rione San Josè Ocaña, non una è d’accordo con la costruzione dell’impianto. L’unica grande pressione in tal senso è esercitata dai potenti interessi economici della famiglia che è dietro al progetto. Per risolvere in maniera coercitiva la questione, il governo ha dichiarato lo «stato di allerta preventivo», favorendo il ricorso a metodi repressivi e violenti da parte delle forze armate di fronte alle proteste legittime e pacifiche della popolazione. In vigore dal 22 di giugno scorso, questa misura ha portato sino ad ora alla detenzione di oltre 40 persone e all’uccisione di un membro delle comunità.
Secondo i portavoce delle comunità «questo ricorso alla violenza è inaccettabile e configura una evidente violazione non solo dei diritti di cui siamo titolari come comunità indigene e rurali, ma anche dei più elementari diritti umani». «La difesa della terra e del territorio–aggiungono–è per noi abitanti di San Juan Sacatepequez, una lotta in difesa della stessa vita, della sicurezza dei nostri figli e della società in generale. Siamo consapevoli che se l’industria del cemento sarà costruita non ne andrà solo dell’ecosistema della zona, ma anche della salute dei suoi abitanti e del futuro delle nostre comunità».
Per queste ragioni, le comunità hanno chiesto l’interruzione dello stato di allerta e il rispetto dei risultati della consultazione dell’anno scorso e hanno annunciato nuove mobilitazioni per i prossimi giorni, chiedendo alle organizzazioni in difesa dei diritti umani e alla comunità internazionale di intervenire per garantire il loro diritto all’autodeterminazione.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/14441


Iraq, Il ritorno delle major petrolifere
di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq,

Adesso finalmente se n’è accorto il New York Times, e quindi la vicenda è diventata una notizia. Trentasei anni dopo essere state estromesse dall’Iraq – dalla nazionalizzazione del settore petrolifero decisa da Baghdad nel 1972 – Shell, Exxon Mobil, BP, e Total stanno per firmare accordi che le riporteranno nel Paese.

Anche se all’inizio non in modo trionfale.

Perché i contratti che riguardano le quattro major del petrolio sono i cosiddetti Technical Service Agreements (TSA) – o accordi tecnici di servizio, ai quali il governo iracheno ha deciso di ricorrere come misura temporanea, per aumentare la produzione di 100.000 barili al giorno in cinque – o sei - dei maggiori giacimenti del Paese, per un totale di 500.000-600.000 barili.

In verità delle trattative in corso fra le compagnie internazionali e il ministero iracheno del Petrolio si sapeva da tempo, ma la notizia era rimasta finora confinata alle maggiori agenzie di stampa internazionali – Reuters, Dow Jones, United Press International, e i grandi media non l’avevano ripresa.

Adesso è arrivato il New York Times, e tutti improvvisamente l’hanno scoperto.

L’articolo del quotidiano newyorkese in realtà è a tratti pasticciato, e contiene diverse imprecisioni.

Non è vero, ad esempio, che Shell, Exxon Mobil, BP, e Total sarebbero state preferite a più di 40 altre compagnie petrolifere internazionali, alcune delle quali russe, cinesi, e indiane.

Non è così perché i TSA che cinque major petrolifere firmeranno (c’è anche la Chevron), e che Baghdad ha voluto assegnare con trattative dirette, senza gare d’appalto, sono distinti da un’altra tranche di contratti, che dovrebbero anch’essi essere annunciati a fine giugno, e per i quali sono in lizza 35 compagnie petrolifere internazionali, preselezionate dal ministero iracheno del Petrolio su oltre un centinaio. Fra queste c’è anche l’italiana ENI.

Dunque, due cose diverse.

Rapporti privilegiati

E’ vero invece che i contratti assegnati a Royal Dutch-Shell, Exxon Mobil, BP, Total, e Chevron sono una sorta di “premio” che il governo di Baghdad ha voluto dare alle compagnie che da due anni offrono – a titolo gratuito – i loro servizi al ministero del Petrolio – attraverso dei “memorandum di intesa” – per consulenze, studi sui giacimenti, e formazione.

Dunque, un rapporto privilegiato. Che adesso inizia a dare i suoi frutti.

Anche se si tratta di contratti di servizio – di breve durata (due anni, rinnovabili per un altro anno), e dunque molto meno appetibili per le compagnie, che in genere preferiscono accordi a lungo termine, che diano la possibilità di trarre profitti dallo sfruttamento dei giacimenti. Mentre nel caso dei contratti di servizio, le compagnie vengono pagate per il lavoro che fanno.

Comunque, è un primo passo.

E non c’è dubbio che sia una opportunità assai vantaggiosa, se è vero che una clausola contenuta nei contratti permetterà alle compagnie di conservare la loro posizione, anche quando saranno bandite le gare d’appalto per i giacimenti, con una offerta pari a quella dei loro concorrenti. Come ha detto al New York Times il country manager per l’Iraq di una importante società petrolifera che non ha voluto essere citato pubblicamente.

Per tutti i giacimenti (tranne uno) la compagnia che firmerà il contratto di servizio è la stessa che negli ultimi due anni ha offerto consulenza al ministero del Petrolio per lo stesso giacimento.

Ed è per questo che i nomi dei giacimenti, che il governo di Baghdad tuttora si rifiuta di fare, sono da tempo un segreto di Pulcinella.

Si sa infatti che alla Royal Dutch-Shell verrà assegnato Kirkuk (nel nord), alla BP Rumaila (nel sud), e alla Exxon Mobil Zubair (sempre nel sud).

L’eccezione è rappresentata da West Qurna, uno dei maggiori giacimenti iracheni. Qui la russa LUKOIL aveva firmato un contratto a fine anni ’90, ai tempi di Saddam Hussein, che però era stato annullato dal governo iracheno nel dicembre 2002, poco prima dell’invasione statunitense.

Successivamente, le autorità di Baghdad hanno ribadito che il contratto è nullo, anche se i russi non si sono ancora dati per vinti.

Tant’è, per il momento West Qurna – che si trova anch’esso nel sud - verrà assegnato alla Chevron e alla Total, che ci lavoreranno insieme.

Inoltre, Subha- Luhais, un altro giacimento nel sud, andrebbe a un consorzio guidato dalla statunitense Anadarko.

Per Shell, BP, ExxonMobil, e Total si tratta di un ritorno in Iraq.

Le quattro major petrolifere – eredi delle famose “sette sorelle” che nel secolo scorso hanno fatto la parte del leone nel settore dell’energia - formavano infatti la Iraq Petroleum Company, il consorzio anglo-francese-americano che per oltre 40 anni ebbe il controllo del petrolio iracheno fino alla nazionalizzazione del 1972.

Dopo tutto, l’invasione dell’Iraq del 2003 forse qualcosa a che fare con il petrolio ce l’aveva.

I CANDIDATI GIRAMONDO, LA CAMPAGNA DIVENTA GLOBALE

Il candidato repubblicano John McCain Il candidato repubblicano John McCain

di Marco Bardazzi
 
WASHINGTON - Gli elettori americani nei prossimi giorni vedranno in Tv John McCain che parla loro di immigrazione non dalla solita palestra di una scuola negli Usa, ma da Colombia e Messico. I fans di Barack Obama presto dovranno rassegnarsi a vederlo volar via, verso Europa e Medio Oriente, con tappe in Iraq e Afghanistan. La corsa alla Casa Bianca diventa globale e i suoi protagonisti, oltre alle valigie, devono ora tenere a portata di mano anche il passaporto.

Lo scenario è insolito, perché l'estate prima del voto è normalmente dedicata dai candidati a consolidare le loro posizioni nei 50 stati dell'Unione, senza 'distrazioni'. Ma la campagna 2008 si è già rivelata innovativa da un gran numero di punti di vista e la sua internazionalizzazione ne è un segnale ulteriore. Non è un caso che anche uno studio condotto da una società specializzata su chi sia il candidato migliore alla vicepresidenza, si sia concluso indicando l'ex segretario di Stato Colin Powell - un esperto di politica estera - come il numero due ideale sia per McCain, sia per Obama (e Condoleezza Rice come seconda opzione repubblicana).

McCain ha incontrato ieri a Washington il presidente iracheno Jalal Talabani e la filippina Gloria Arroyo e sarà da martedì a giovedì in Colombia e Messico. Parlerà di libero scambio e cercherà anche di mandare messaggi di apertura sull'immigrazione alla comunità ispanica negli Usa, che controlla una fetta importante del voto. Obama ha appena annunciato che a metà luglio visiterà Gran Bretagna, Francia, Germania, Giordania e Israele, ed è atteso anche a Baghdad e Kabul. Per la prima volta girano anche progetti di un dibattito presidenziale all'estero: il Dubai si è fatto avanti per proporlo.

"Gli Usa sono poco popolari all'estero di questi tempi - ha scritto sul Washington Post l'opinionista di politica estera David Ignatius, coinvolto nel progetto di Dubai - in parte perché siamo percepiti come arroganti che non si curano di ciò che pensa il mondo. Un dibattito all'estero aiuterebbe a cambiare questa percezione". Che si realizzi o meno l'improbabile idea degli emiri, è certo che è in corso un fenomeno nuovo, con varie motivazioni.

E' McCain che spinge per mettere la politica estera al centro del dibattito, ritenendo di avere un curriculum più solido dell'avversario. Obama ha programmato i viaggi all'estero quasi come mossa difensiva e controvoglia, dovendo rinunciare a molti giorni preziosi di campagna elettorale e di raccolta fondi negli Usa. Al senatore dell'Illinois il tour globale serve per rassicurare sulle credenziali in politica estera e, nel caso in particolare della tappa in Iraq, per cercare di mettere a tacere le accuse dei repubblicani. Il partito di McCain sta attaccando Obama perché dal gennaio 2006 non visita Baghdad e perché promuove un ritiro delle truppe senza avere - ad avviso dei repubblicani - un'adeguata conoscenza dei progressi recenti.

Ma tra molti strateghi di George W.Bush e dei repubblicani c'é preoccupazione per la strategia di McCain di puntare sui temi internazionali. I sondaggi mostrano che quest'anno agli americani, Iraq a parte, interessano soprattutto le faccende di casa: la crisi del credito, i mutui per la casa, lo stato dell'economia, il prezzo della benzina. McCain sembra voler remare controcorrente. Invece di rispondere alle preoccupazioni degli elettori, è impegnato a portare la politica estera in cima ai loro pensieri in un momento in cui, a differenza degli anni post-11 settembre, gli americani pensano ad altro. Una strategia rischiosa, che qualcuno ha già paragonato a quella che costò la rielezione a George Bush padre: nel 1992 gareggiò rivendicando i propri successi internazionali e fu sconfitto da Bill Clinton, che parlò agli americani soprattutto d'economia.

Ma McCain replica che il mondo globalizzato è uno scenario nuovo e che non si può parlare di alcun tema interno, senza legarlo alla prospettiva internazionale. E' il caso, per il senatore, dei dibattiti sull'immigrazione, sull'energia o sulla tutela dell'ambiente.

marco.bardazzi@ansa.it

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_104701256.html


Mediaspree: Berlino non è abbastanza sexy?

Uno sguardo su Berlino (Foto: una cierta mirada/Flickr)

Uno sguardo su Berlino (Foto: una cierta mirada/Flickr)

Un progetto di urbanizzazione sulla Sprea, il fiume che attraversa la capitale tedesca, fa polemica. Il quartiere di Kreuzberg, abitato da artisti, famiglie e squat, rischia di diventare un centro commerciale.

REPORTAGE

di Natalia Sosin. Traduzione Claudia Monaldi

Mediaspree è un progetto di costruzione sulla Sprea, il fiume che attraversa la capitale tedesca. Ma è anche un nome che in molti abitanti di Berlino provoca ira. Mediaspree è un’associazione d’imprenditori, proprietari terrieri e investitori, che hanno deciso di trasformare l’aspetto un po’ selvaggio e preindustriale di Berlino Est, la zona caratterizzata, tra l’altro dai prezzi bassi degli affitti.
Proprio qui accanto, dove si trova il più lungo frammento del Muro, s’innalza già l’Arena O2 World costata 165 milioni di euro, uno dei complessi sportivi più moderni del mondo con una capacità di diciassette mila spettatori.

Energie Forum, il quartier generale di Mediaspree (Foto: N.S)Energie Forum, il quartier generale di Mediaspree (Foto: N.S)

Mtv e Universal nel progetto

Christian Meyer, portavoce di Mediaspree, è chiaro riguardo agli scopi dell’associazione: «Facciamo molto per promuovere il quartiere. Tra i nostri clienti c’è già Mtv, che ha preso il posto di un negozio e l’Universal, che ha oggi i suoi uffici in un vecchio magazzino di uova». E non ci sono dubbi sui clienti ai quali si rivolgono: «Vogliamo inquilini attraenti, giovani, come Mtv o Viva!, aziende che possono essere definite “sexy”».
Il problema è che Kreuzberg è stato per lungo tempo un quartiere “non appetibile”. Dopo la Seconda Guerra mondiale era fortemente danneggiato e l’amministrazione cittadina, per invogliarne l’urbanizzazione, ha cercato di calmierare i prezzi. L’offerta ha attirato soprattutto gli immigrati (secondo i dati del 2006, il 31,6% dei residenti del quartiere non è di cittadinanza tedesca), gli studenti e gli artisti. Inoltre, squatter e punk, hanno occupato gli edifici vuoti.
Con la caduta del Muro, Kreuzberg si è visto catapultare nel centro della città e l’afflusso di gente è aumentato: dal 1989 il numero degli abitanti del quartiere è raddoppiato e la periferia è diventata “di moda”. L’esplosione del quartiere ha attirato anche l’attenzione degli imprenditori, che non vogliono lasciarsi scappare l’occasione di un “boom” del quartiere, che stava diventando un posto ideale per gli investimenti.

Referendum dallo squat

Kreuzberg, suat. (Foto: N.S.)Kreuzberg, suat. (Foto: N.S.)A questa situazione si oppongono gli abitanti di uno dei più antichi squat di Berlino, New Yorck in Betania (il nome deriva dal vecchio ospedale di Betania che si trovava in via Yorck, 59). Proprio qui è nata l’iniziativa Media spree versenken (Affondare Mediaspree), che si oppone alla privatizzazione del quartiere. «Abbiamo iniziato nel 2005 e la protesta e continuiamo tuttora», dice un attivista dell’organizzazione, Carsten Joost. «Stimo cercando di raccogliere le firme per chiedere un referendum sulla questione. Mediaspree cambia il volto della città. Questa pianificazione urbanistica tiene conto solo dell’interesse delle grandi aziende, non considerando affatto gli abitanti». L’attività di Mediaspree versenken non si limita alle proteste: «Cerchiamo il modo per informare i cittadini su quello che sta succedendo al loro quartiere».
Carsten è preoccupato soprattutto per gli abitanti della zona: «Gli artisti possono sempre trovare un accordo con le aziende, ma cosa devono fare gli immigrati, la gente comune? Di loro non si curerà nessuno». Il ragazzo è comunque disilluso: «Non possiamo vincere, viviamo in una società capitalista, dove l’interesse economico è il solo che conta. Tentiamo comunque di guadagnarci un po’ di spazio». Quale spazio? Cinquanta metri di cintura verde sul fiume, un posto dove secondo gli attivisti locali non devono esserci uffici, ma piste ciclabili e “spazi sociali”. 

Un cintura verde sulla Sprea

«Non possiamo impedirlo», dice Ortwin Rau, proprietario di un bar sulla Sprea, Yaam. Nel locale si organizzano incontri culturali, un mercatino africano, feste hip-hop e laboratori. Dalla spiaggetta artificiale si può ammirare il panorama sul fiume, l’edificio dello stadio Area O2 e gli uffici dell’Energie Forum, sede di Mediaspre. «Sono persone simpatiche, non è colpa loro se fanno questo lavoro. Ma hanno una vita e una visione completamente diversa dalla nostra», dice Ortwin dei suoi vicini. Racconta con calma anche della prossima distruzione dello Yaam: «Che fare? Hanno tutte le autorizzazioni. Possiamo solo tentare di coinvolgere i politici locali», visto che al momento solo il 40% della zona è stata acquistata. 

C'è chi si oppone a Mediaspree. (Foto: N.S.)C'è chi si oppone a Mediaspree. (Foto: N.S.)Molto più scettica sul progetto è Kristien Ring, direttrice del DAZ, il Centro Tedesco di Architettura. «È uno dei luoghi che si stanno sviluppando più intensamente, e si trova proprio nel centro della città, praticamente accanto ad Alexanderplatz. Ha un grosso potenziale. Mediaspree non è il miglior progetto possibile». Inoltre il quartiere ha una grossa valenza simbolica, continua la donna: «Si tratta dell’incrocio geografico tra Est e Ovest. Bisognerebbe considerare gli abitanti. Ma il quartiere purtroppo piace troppo agli investitori che non lasceranno posto a qualcosa di creativo».
Secondo la Ring, inoltre, Mediaspree non ha chiarito i suoi progetti: «I piani non menzionano le questioni in discussione, ad esempio il fatto che gli edifici devono essere divisi tra alcuni proprietari. E poi la mancanza di spazi verdi lungo il fiume». L’amministrazione di Berlino, inoltre, vorrebbe ripulire,entro il 2011, la Sprea, in modo da potervisi bagnare. Ma come si fa a nuotare sotto gli uffici? Secondo Kristien Ring, «È necessario un equilibrio tra sviluppo e conservazione degli spazi, e il Governo deve intervenire. Immagina un quartiere dove si viene a lavorare, ma che è completamente vuoto la sera. Il progetto è una contraddizione sotto ogni aspetto, com’è tipico di Berlino».http://www.cafebabel.com/ita/article/25249/mediaspree-berlino-urbanizzazione-sprea.html


USA e UE : presto accordo sul trasferimento dei dati personali
di R. Guillermo e G. M. Marq

Gli Stati Uniti e l'Unione europea sono in via di completamento di un accordo che consenta l'applicazione della legge e agenzie per la sicurezza di ottenere informazioni private - tra cui transazioni con carta di credito, storie di viaggio e le abitudini di navigazione Internet - riguardnti persone dall'altra parte dell'Atlantico. Lo afferma il New York Times, che ha avuto la possibilita' di leggere in anteprima la bozza di documento che dovrebbe concludere una trattativa che dura da febbraio 2007.

Lo scopo ufficiale della maggior condivisione delle informazioni e' il migliormento della lotta contro la criminalità e il terrorismo, ed infatti il dibattito sulla questione e' cresciuto dagli attacchi dell'11 settembre 2001, ma la privacy ne sara' certamente sacrificata, come avevano gia' paventato i Garanti europei. Infatti l'UE ha leggi piu' severe che limitano l'acquisizione e il trasferimento dei dati personali da parte di governi e imprese ed e' proprio questo che gia' in passato ha portato a controversie con gli USA, ma anche all'interno della stessa UE sulle richieste di tali informazioni.

Infatti se gli organismi politici europei (Consiglio e Commissione) sono stati piu' aperti alle richieste di Washington, il parlamento UE e in un'occasione anche la Corte europea si sono posti di traverso al progetto di monitoraggio sui liberi cittadini in viaggio fra le due sponde dell'Atlantico. Gli USA hanno anche cercato di porre rimedio alla situazione agendo sulle compagnie aeree o negoziando accordi bilaterali con singoli Paesi UE, il che ha ovviamente comportato un richiamo da parte di Bruxelles agli Stati membri.

Ora sembra che i negoziatori abbiano ampiamente approvato un progetto sulle 12 grandi questioni che sono al centro di un "accordo internazionale vincolante" per rendere chiaro che e' legittimo per i governi europei e le imprese trasferir i dati personali negli Stati Uniti, e viceversa. Ma le due parti sono ancora in disaccordo su vari altri aspetti, ad esempio se i cittadini europei possano citare il governo degli Stati Uniti per un abuso nel trattamento dei loro dati personali o per aver vietato l'ingresso negli USA in base ai dati sensibili.

Il governo americano ha chiesto anche l'accesso ai dati dei clienti detenuti da parte delle compagnie aeree e del consorzio Swift, che tiene traccia globale trasferimenti bancari (m prima della richiesta ufficiale vi era gia' stato uno scandalo sulla divulgazione degli USA di tali dati coperti da riservatezza). Ma diversi paesi europei si sono opposti, citando le violazioni delle loro leggi sulla privacy.

Secondo gli esperti, "La globalizzazione significa che sempre piu' aziende stanno rischiando di restare intrappolate tra gli Stati Uniti e il diritto europeo", ma la prospettiva che l'accordo potrebbe ridurre le barriere per l'invio di informazioni personali verso il governo degli Stati Uniti ha allarmato i sostenitori del diritto alla privacy in Europa. Mentre alcuni lodano i principi stabiliti nel progetto di testo, che stabilisce le regole, altri hanno sottolineato che' e' difficile dire se l'accordo consentirebbe grandi eccezioni a tali limiti.

Ad esempio, le due parti hanno convenuto che le informazioni che rivelano razza, religione, opinioni politiche, salute o vita sessuale "non possono essere utilizzate da un governo" a meno che la legislazione interna preveda adeguate garanzie", ma l'accordo non precisa quali siano queste garanzie, suggerendo che ogni governo possa decidere autonomamente se e' conforme alla regola. Anche diversi parlamentari europei hanno espresso le loro preoccupazioni "sul fatto che questo accordo - una volta adottato - possa servire come pretesto per condividere i dati personali con chiunque. Essi percio' richiedono chiarezza e precisione sui dettagli.

L'amministrazione Bush e la Commissione europea non hanno pubblicizzato i colloqui, limitandosi a salutare i progressi ottenuti in una piccola nota congiunta a seguito di un incontro al vertice tra il presidente George W. Bush e leader europei in Slovenia questo mese. Il 10 giugno infatti essi hnno dichiarato che "la lotta contro la criminalita' transnazionale e il terrorismo richiede la capacità di condividere i dati personali per l'applicazione della legge" e ha sollecitato la creazione di un "accordo internazionale vincolante" per facilitare tali trasferimenti assicurando che la privacy dei cittadini e' "pienamente" protetta.

Ma i punti oscuri sono molti: ad esempio, la legge europea stabilisce delle Authority indipendenti che controllino se i dati personali vengono utilizzati legalmente e per aiutare i cittadini che sono preoccupati per le invasioni della loro vita privata. Gli Stati Uniti non hanno tale agenzia indipendente, ma in una concessione i negoziatori europei hanno convenuto che il sistema interno del governo americano possa essere sufficiente a fornire la garanzie agli europei su come 'i dati sono utilizzati. Ma va considerato che solo pochi giorni fa il congresso USA ha affrontato l'annosa questione delle intercettazioni segrete dell'amministrazione Bush ai danni di Americani, quindi nella realta' non c'e' molto da fidarsi.

Inoltre in Europa la legge stabilisce che i cittadini possano denunciare un uso scorretto dei propri dati da parte dei privati o delle mministrazioni pubbliche e ottenere informazioni e correzioni sui dati. Anche i cittadini americani e i residenti permanenti possono in genere fare ricorso su questioni simili a norma della legge sulla privacy del 1974, ma questa non si estende agli stranieri.

L'amministrazione Bush sta cercando di convincere gli Europei che gli altri punti sospesi sono soddisfacenti, mentre l'Unione europea sta richiedono la possibilita' di portare chiunque nei tribunali statunitensi - in virtu' della legge sulla privacy - per raggiungere un accordo su un eventuale risarcimento. Ma l'amministrazione Bush non desidera fare una tale concessione, anche perche' richiederebbe una nuova legislazione. E Bush vorrebbe risolvere il problema prima di lasciare l'incarico nel gennaio prossimo.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 29 2008

 

 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/una-tranquilla-giornata-criminale/


Il Dolo Berlusconi



Vignetta di Molly Bezzl'Unità,
Quando il Lodo Schifani-bis, anzi il Lodo Alfano, anzi il Dolo Berlusconi sarà sulla Gazzetta Ufficiale, l’Italia sarà l’unica democrazia al mondo in cui quattro cittadini sono “più uguali degli altri” di fronte alla legge. Un privilegio che George Orwell, nella “Fattoria degli animali”, riservava non a caso ai maiali. E che, nell’Italia del 2008, diventa appannaggio dei presidenti della Repubblica, del Senato (lo stesso Schifani), della Camera e soprattutto del Consiglio. I massimi rappresentanti delle istituzioni, che nelle altre democrazie devono dare il buon esempio e dunque mostrarsi più trasparenti degli altri, in Italia diventano immuni da qualunque processo penale durante tutto il mandato, qualunque reato commettano dopo averlo assunto o abbiano commesso prima di assumerlo. Compresi i reati comuni, “extrafunzionali”, cioè svincolati dalla carica e persino dall’attività politica. Anche strangolare la moglie, anche arrotare con l’auto un pedone sulle strisce, anche stuprare la colf o molestare una segretaria. O magari corrompere un testimone perché menta sotto giuramento in tribunale facendo assolvere un colpevole. Che poi è proprio il caso nostro, anzi Suo. Come scrisse il grande Claudio Rinaldi sull'Espresso a proposito del primo Lodo, "un'autorizzazione a delinquere".

La suprema porcata cancella, con legge ordinaria - votata in un paio di minuti dal collegio difensivo allargato del premier imputato, che ha nome “Consiglio dei ministri” - l’articolo 3 della Costituzione repubblicana. Che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”. La questione è tutta qui. Le chiacchiere, come si dice a Roma, stanno a zero. Se tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, non ne possono esistere quattro che non rispondono in nessun caso alla legge per un certo numero di anni in base alle loro “condizioni personali e sociali”, cioè alle cariche che occupano. Se la Costituzione dice una cosa e una legge ordinaria dice il contrario, la legge ordinaria è incostituzionale. A meno, si capisce, di sostenere che è incostituzionale la Costituzione (magari prima o poi si arriverà anche a questo).

Ora, quando in una democrazia governo e parlamento varano una legge incostituzionale, a parte farsi un’idea della qualità del governo e del parlamento che hanno eletto, i cittadini non si preoccupano. Sanno, infatti, che le leggi incostituzionali sono come le bugie: hanno le gambe corte. Il capo dello Stato non le firma, il governo e il parlamento le ritirano oppure, se non accade nessuna delle due cose, la Corte costituzionale le spazza via. Ma purtroppo siamo in Italia, dove le leggi incostituzionali, come le bugie, hanno gambe lunghissime. Non è affatto scontato che il presidente della Repubblica o la Consulta se la sentano di bocciare la suprema porcata. A furia di strappi, minacce, ricatti, vere e proprie estorsioni politiche, il terrore serpeggia nelle alte sfere (che preferiscono chiamarlo “dialogo”). E anche la Costituzione è divenuta flessibile, anzi trattabile.

Un mese fa è passata con tutte le firme e le controfirme una legge razziale (per solennizzare il 70° anniversario di quelle mussoliniane) denominata “decreto sicurezza”: quella che istituisce un’aggravante speciale per gli immigrati irregolari. Se fai una rapina e sei di razza ariana e di cittadinanza italiana, ti becchi X anni; se fai una rapina e sei extracomunitario, ti becchi X+Y anni. Vuoi mettere, infatti, la soddisfazione di essere rapinato da un italiano anziché da uno straniero. E il principio di uguaglianza? Caduto in prescrizione. Stavolta è ancora peggio, perchè non è in ballo il destino di qualche vuccumpra’, ma l’incolumità giudiziaria del noto tangentaro (vedi ultima sentenza della Cassazione sul caso Sme-Ariosto) che siede a Palazzo Chigi. Infatti è già tutto un distinguo, a destra come nella cosiddetta opposizione, sulle differenze che farebbero del Lodo-bis una versione “migliore” del Lodo primigenio. Il ministro ad personam Angelino Jolie assicura che, bontà sua, “la sospensione dei processi non impedisce al giudice l'assunzione delle prove non rinviabili, la prescrizione è sospesa, l'imputato vi può rinunciare. La sospensione non è reiterabile e la parte civile può trasferire in sede civile la propria pretesa”. Il che, ad avviso suo e di tutti i turiferari arcoriani sparsi nei palazzi, nelle tv e nei giornali, basterebbe a rendere costituzionale la porcata.

Noi, che non siamo costituzionalisti, preferiamo affidarci a chi lo è davvero (con tutto il rispetto per Angelino e il suo gemellino Ostellino), e cioè all’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida. Il quale, interpellato il 18 giugno da Liana Milella su la Repubblica, ha spiegato come e qualmente chi cita la sentenza della Consulta che nel 2004 bocciò il primo Lodo e sostiene che questo secondo la recepisce, non ha capito nulla: “La prerogativa di rendere temporaneamente improcedibili i giudizi per i reati commessi al di fuori dalle funzioni istituzionali dai titolari delle più alte cariche potrebbe eventualmente essere introdotta solo con una legge costituzionale, proprio come quelle che riguardano parlamentari e ministri… La bocciatura del vecchio lodo nel 2004 da parte della Consulta è motivata dalla violazione del principio di uguaglianza dei cittadini quanto alla sottoposizione alla giurisdizione penale”. L’unica soluzione per derogare all’articolo 3 è modificare eventualmente la Costituzione (con doppia lettura alla Camera e doppia lettura al Senato, e referendum confermativo in mancanza di una maggioranza dei due terzi). E non con una legge che sospenda automaticamente i processi alle alte cariche: sarebbe troppo. Ma, al massimo, con una norma che - spiega Onida - “introduca una forma di autorizzazione a procedere che consentirebbe di valutare la concretezza dei singoli casi. Ragiono su ipotesi, perché gli ‘scudi’ sono da guardare sempre con molta prudenza… La sospensione non dovrebbe essere automatica, ma conseguire al diniego di una autorizzazione a procedere. E comunque la legge costituzionale resta imprescindibile”.

Insomma, quando Angelino Jolie sbandiera la “piena coincidenza del Lodo con le indicazioni della Consulta”, non sa quel che dice. La rinunciabilità del Lodo non significa nulla (comunque Berlusconi, l’unico ad averne bisogno, non vi rinuncerà mai: altrimenti non l’avrebbe fatto). E la possibilità della vittima di ricorrere subito in sede civile contro l’alta carica che le ha causato il danno, se non fosse tragica, sarebbe ridicola: uno dei quattro presidenti si mette a violentare ragazze o a sparare all’impazzata, ma i giudici non lo possono arrestare (nemmeno in flagranza di reato), nè destituire dall’incarico fino al termine della legislatura; in compenso le vittime, se sopravvivono, possono andare dal giudice civile a chiedere qualche euro di risarcimento… Che cos’è: uno scherzo? L’unica differenza sostanziale tra il vecchio e il nuovo Lodo è che stavolta vale per una sola legislatura: non per un premier che viene rieletto, nè per un premier (uno a caso) che passa da Palazzo Chigi al Quirinale. Ma ciò vale fino al termine di questa legislatura. Dopodichè Berlusconi, una volta rieletto o asceso al Colle, potrà agevolmente far emendare il Lodo, sempre per legge ordinaria, e concedersi un’altra proroga di 5 o di 7 anni.

A questo punto si spera che il capo dello Stato non voglia cacciarsi nell’imbarazzante situazione in cui si trovò nel 2004 Carlo Azeglio Ciampi: il quale firmò (e secondo alcuni addirittura ispirò tramite l’amico Antonio Maccanico) il Lodo, e sei mesi dopo fu platealmente smentito dalla Corte costituzionale. Uno smacco che, se si dovesse ripetere, danneggerebbe la credibilità di una delle pochissime istituzioni ancora riconosciute dai cittadini: quella del Garante della Costituzione. Quando una legge è manifestamente, ictu oculi, illegittima, il capo dello Stato ha non solo la possibilità, ma il dovere di rinviarla al mittente prima che lo faccia la Consulta.

In ogni caso, oltre al doppio filtro del Quirinale e della Consulta, c’è anche quello dei cittadini. Che, tanto per cominciare, scenderanno in piazza a Roma l’8 luglio contro questa e le altre leggi-canaglia. Dopodichè potranno raderle al suolo con un referendum, già preannunciato da Grillo e Di Pietro. Si spera che anche il Pd - se non gli eletti, almeno gli elettori - vi aderirà. Si attendono smentite al commento più scombiccherato della drammatica giornata di ieri: quello della signora Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, secondo la quale “il Lodo deve valere dalla prossima legislatura”. Così il Caimano si porta dietro lo scudo spaziale anche al Quirinale. Non sarebbe meraviglioso?http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

In merito alle leggende metropolitane...

In merito alla “leggenda” di sondaggi che mostrerebbero un vantaggio del Centro-Destra a Follonica contrapponiamo tre fatti incontrovertibili.
Primo, dai dati delle ultime elezioni politiche di soli 70 giorni fa, che sono più trasparenti di qualunque sondaggio, il Partito Democratico di Follonica è di gran lunga il primo partito cittadino con più del 45% dei voti totali ed è il partito che ha guadagnato più voti rispetto alle
elezioni del 2006.
Secondo, accanto a questa incomparabile “dote” di voti, il Partito Democratico di Follonica offre un capitale umano e di competenze che è l’unico in grado di garantire una concretezza e continuità amministrativa. Tanti giovani e donne come in nessun altro partito.
Terzo e più importante: crediamo nella voglia delle persone di partecipare attivamente. E lo vediamo, non da ipotetici sondaggi, ma dalla pazienza dei 1600 cittadini che hanno atteso in fila votando alle primarie nazionali del 14 ottobre, o dall’entusiasmo dei 1000 e più follonichesi che hanno partecipato alle primarie cittadine di gennaio; o dall’interesse di coloro che con passione intervengono agli incontri di quartiere ed ai gruppi tematici da noi organizzati. Sarà un processo inclusivo e coinvolgente, che abbiamo appena iniziato, a darci ulteriore forza per vincere le prossime elezioni amministrative. Noi crediamo in questo, e non in ipotetici sondaggi, e in questo risiedono le nostre convinzioni.

La stessa scelta di Rutelli a Roma è apparsa contraddittoria con lo spirito innovativo proclamato dal Pd, sia nel “merito” che nei “metodi”. Per quanto riguarda il primo: ricordiamo tutti il “bel guaglione” tra i frenatori più appassionati di quel processo; per quanto riguarda i secondi: l’averlo calato dall’alto per una soluzione di “prestigioso ripiego”, con le solite logiche da ufficio di collocamento di Palazzo (o di loft), rinunciando alle Primarie, è stato decisamente un handicap. Monito utile per le prossime elezioni amministrative del 2009.

Nelle primarie per la selezione del candidato sindaco ci credo davvero. In Primarie serie e regolamentate. Nessuno in politica può pensare di avere il “posto garantito”, o che se va male da un parte c’è sempre la soluzione pronta dall’altra. La politica oligarchica della cooptazione, che tende a riprodurre se stessa in eterno, va messa in soffitta definitivamente.

Andrea Benini
Segrteraio Pd Follonica

Carnevalate

 

Al Gay Pride di Bologna s’è visto di tutto, sorrisi ambigui, abiti bizzarri, affettuosità esibite, parodie sessuali. Sembrava un meeting della Pontificie Opere Missionarie, via.http://malvino.ilcannocchiale.it/


La monnezza e la Padania solidale


napoli.jpgEvviva! Umberto Bossi si è ricordato di avere una moglie siciliana e ha dato il via libera allo smaltimento dei rifiuti campani, anche in Lombardia. Pazienza se il capogruppo leghista in regione, Davide Boni, si trova un po’ spiazzato: nessuno se lo ricorda più quando prometteva di occupare personalmente il Pirellone nel caso venisse accolta la richiesta del governo Prodi di dare una mano per risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli.
Sono gente di principi saldi, questi nordisti che giuravano mai più aiuti ai terroni. E’ bastato che Silvio Berlusconi si rendesse conto che non bastava qualche visita a Napoli, e neppure lo spettacolo televisivo dell’esercito nelle strade, perchè scattasse il contrordine. Quel che si negò al governo Prodi sia concesso al governo di centrodestra, e pazienza se nel frattempo la situazione peggiorava: l’importante era vincere le elezioni, mica risolvere i problemi dell’Italia. Del resto sono stati stanziati alla chetichella 500 milioni aggiuntivi per il Comune di Roma (quasi il doppio del prestito ponte Alitalia) senza che si oda alcuno strepito secessionista.
Sono appena ritornato da Napoli, dove mi sono ulteriormente confermato nell’opinione che Bassolino ha fatto benissimo a non dimettersi. Il tempo galantuomo sta incaricandosi di confermare quanto fosse strumentale e demagogico addossare su di lui l’intera responsbailità dell’emergenza rifiuti. Lui di errori ne ha commessi, certo. E li pagherà politicamente. Ma intanto è rimasto al suo scomodo posto e sta facendo il suo dovere. Vi dirò di più: il nuovo capo del governo ha trovato in lui l’unico interlocutore affidabile. Provate a chiedere a Berlusconi se oggi si augurerebbe una crisi politica alla regione Campania, e se pensa che si troverebbe meglio con Mara Carfagna o chi per essa al posto di Antonio Bassolino.
Ho letto lo sfogo di Mercedes Bresso, presidente del Piemonte che nei mesi scorsi fu tra le poche regioni disposte a fare la loro parte nella condivisione dell’emergenza campana. Ha detto che ora aspetta solo che il nuovo governo venga a chiederle ciò che dall’opposizione fingeva di considerare scandaloso, cioè la solidarietà fra regioni. “Gli riderò in faccia e gli dirò che si prendano la spazzatura in Lombardia, Veneto e Sicilia”. Capisco lo stato d’animo della Bresso, ma sono sicuro che da persona responsabile, dopo avere denunciato il cinismo altrui, manterrà la linea razionale di chi vuole risolvere i problemi, non aggravarli sulla pelle dei cittadini per lucrarne vantaggi di potere.http://www.gadlerner.it/index.php/2008/06/28/la-monnezza-e-la-padania-solidale.html#more-568


Lo status dei potenti come la cocaina

Onestamente, ma  che vita di merda era quella di Agostino Saccà? E, soprattutto, che vita di merda fanno, nelle mille corporation pubbliche e private, questi manager da un milione di euro l’anno? No dico, è questo il senso del loro esistere? Vale la pena spendere la propria unica vita così, per avere l’auto blu, rombare sulla preferenziale, farsi fotografare nei Cafonal di Dagospia e saltare la fila a Fiumicino? Il potere e lo status diventati come la cocaina, che non ne puoi piu’ fare a meno anche se lo capisci - da qualche parte in fondo alla coscienza - che non ti fanno per nulla felice, che ne sei prigioniero. E ti salta addosso l’angoscia la prima volta che al Bolognese non ti hanno tenuto il tavolo migliore.

Quanta gente vive così, attaccata come koala ai propri Rolex e ai presunti privilegi? E non gli viene mai, a questi sfigati cosmici,  un istinto di ribellione? Possibile che un giorno - magari un giorno che l’aria condizionata è rotta, il telefono squilla più del solito e la cravatta di Marinella stringe troppo - possibile che non gli venga una voglia improvvisa di mollare tutto, di mandare a cagare il  loro mondo e scappare in una vita un po’ più decente, appagante e piacevole per la loro anima?http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/


Shock consociativo

Non fare di me un idolo, mi brucerò
se divento un megafono, mi incepperò
cosa fare non fare, non lo so
quando dove perchè, riguarda solo me
io so solo che tutto va, ma non va
non va non va non va

C.S.I. - "A Tratti"

In questi giorni sto leggendo 'Shock Economy' di Naomi Klein. Bel libro, davvero. Forse addirittura meglio di No Logo, sicuramente più d'impatto, con riferimenti a fatti e cose e persone molto puntuali. Si parla di come, negli Stati Uniti, fin dagli anni 50, la CIA ha studiato tattiche di tortura per far parlare più facilmente gli interrogati. Si parla di condizionamento psicologico, di elettroshock, di privazioni sensoriali e temporali. Gli esperimenti vennero fatti in Canada - perché non si potevano torturare, per prova, cittadini americani - e poi le tecniche sono state applicate in tutto il Mondo. Guatemala, Honduras, Panama, Nicaragua, Iraq 1, Iraq 2, Afghanistan, Guantanamo ecc. ecc. La Scuola di Chicago, il cui esponente di maggior spicco era Milton Friedman, riprese la teoria dello shock e l'applicò all'economia. Nei momenti di maggiore shock, provocati direttamente con la guerra o indotti da catastrofi naturali quali terremoti, tsunami, valanghe, incendi megagalattici e qualsiasi altra cosa vi possa venire in mente, pare che a poter essere condizionata - proprio come il prigioniero nelle mani delle spie statunitensi - possa essere una intera Nazione.

Dice: "Porca mignotta" e poi sgrana gli occhi perché a questo punto, data la realtà attuale del Paese, fare due più due non è poi così difficile. Perché se uno ci riflette viviamo ormai in un mondo che viene sottoposto a continui shock. Adesso pensate alla criminalità, oppure all'immondizia. Basta pensare a quante volte viene detta la parola allarme nei TG, quante volte abbiamo avuto il disastro siccità, il disastro ghiaccio, il disastro piogge, il disastro aviaria, il disastro Ebola, il disastro AIDS, il disastro nonsouncazzo, il disastro dei ragazzini che toccavano il culo alle Prof - magari aver avuto prof del genere -, il disastro dell'ambiente, l'apocalisse della giustizia e vai col tango. E allora vengono giustificati provvedimenti che in periodi normali non avrebbero senso. Guarda quello delle intercettazioni oppure quello riguardante la sospensione di 100 mila processi per poter permettere, al Presidente del Consiglio, di salvare il proprio culetto. Mao diceva che bisognava punirne uno per educarne 100. Il principio è inverso. Fai passare impuniti 100 mila per salvarne uno. E poi si potrebbe continuare all'infinito. L'esercito nelle strade, la reintroduzione del ticket, la legge che istituisce l'immigrazione come un reato, Schifani presidente del Senato, Bondi ministro della Cultura.

LATINA CALLING

Ma veniamo a noi, che l'orrore non è così tanto lontano. Qui in palude - perché piano piano questa classe dirigente sta vanificando la Bonifica - non c'è nemmeno bisogno degli allarmi. Anzi. Tutto sembra filare inaspettatamente liscio. Eppure, a meno che io non viva in una città differente, qui abbiamo una centrale nucleare che riattiveranno, una discarica che non ce la fa più a reggere la monnezza che ci buttiamo, un'economia allo sfascio con aziende che scappano il più lontano possibile, una classe dirigente che fa ridere, le tasse aumentano, diminuiscono i servizi, c'è un branco di lupi che ormai si è impossessata del Palazzo Comunale, chiamano un'architetto francese per distruggere la giovane storia che ci ritroviamo, le speculazioni edilizie fanno fu. L'opposizione, tranne qualche coraggioso, rimane in silenzio.
Mentre l'assessore Creo impacchetta il mondo della cultura in un gioco di potere interno al PDL, Visari, membro della commissione cultura, non dice nulla ma si limita a dichiarazioni sul Polo Culturale. Nessuna osservazione sulla gestione del Teatro, sulla Fondazione - ci sono stati 4 giorni di dibattito e il nostro 'compagno', non s'è manco presentato -, sullo scandalo del Museo Cambellotti, sulla vicenda del Tavolo della Cultura, sulla questione degli spazi sociali che mancano, dell'impoverimento culturale complessivo della città. Visari ormai s'è arreso, noi siamo destinati a morire tra Amici di Maria De Filippi e tronisti di Maria De Filippi, con il classico Califano d'annata, con Chiazzetta onnipresente - possibile che non ci sia nessun altro gruppo da chiamare? me lo ricordo che suonava con un gruppetto punk inascoltabile e già allora, per i concerti in piazza, chiamavano lui - con qualche sfilata di moda, con Foderaro a presentare, con l'orchestra del marito di Maria De Filippi in piazza.

E Mansutti? Che dire del capogruppo del PD? Prima il gruppo presenta 500 emendamenti, si dimostra cazzuto e pare fare un culo a striscie. Addirittura il Prefetto dice al Sindaco: "guarda che se non ce la fai entro il 26 Giugno ad approvare il bilancio, io sciolgo il consiglio comunale". E invece di insistere, invece di liberarci di questa cricca di potere, di fare l'alleanza con Cirilli, di tentare ancora una volta la lotteria delle elezioni, cosa fa? Ritira tutto, tenta un accordo per far passare qualche misura 'amica', ma non lo trova, e vede il buon Cirilli che intanto porta a casa 3,2 milioni di euro di ristoro per la centrale nucleare in quel di Sabotino, suo feudo. E non è finita qui. A Latina la battaglia fondamentale si gioca sull'urbanistica. Lì c'è la vera guerra, quella cicciotta, quella coi missili, quella coi morti. C'è una persona dalla quale passa tutto: il dirigente del settore. Chi difende Mansutti? Proprio lui, Monti. E lo fa nel momento in cui il centrodestra sembra implodere, scoppia la vicenda Di Matteo, non ci si capisce più niente, Fazzone ne chiede l'allontanamento, qualcuno lo vuole far rimanere.

In due dei momenti di maggiore difficoltà del centrodestra, il centrosinistra, o almeno qualche suo elemento, fa da stampella. Arrivano i nostri. E questa volta i nostri sono proprio i nostri, quelli che abbiamo votato, quelli che abbiamo sostenuto, quelli che abbiamo fatto le due per andare ad attaccare i manifesti, quelli che siamo andati in giro a convincere la gente per farli votare. E la stessa gente oggi ti dice: "ma chi cazzo m'hai fatto votare?". E cosa gli vai a dire?

Ragazzi, questo è shock consociativo. Questi ci vogliono come mummie. Ci vogliono silenti, arrabbiati sì ma silenti. Lì in un angolo che bofonchiamo, protestiamo, ci strappiamo i capelli ma che comunque restiamo zitti. Che poi quando loro chiamano noi dovremmo rispondere, nella loro logica. Credevo che un'altra città fosse all'orizzonte. In realtà ha la stessa identica faccia di questa che stiamo vivendo già ora.

OPPOSIZIONE FAI DA TE

Dice che stanno tutti d'accordo? Non lo so, ve lo giuro. So solo che non si mozzicano. E qui a Latina di motivi per mozzicare ce ne sarebbero. Prima che lo shock ci impossessi di noi facciamo qualcosa. Niente più spazio alle mediazioni, niente più spazio per i piccoli passi in avanti, niente più margine per la convergenza verso il centro. Non so a livello nazionale, ma qui la situazione è ben peggiore di quello che credessimo. In pochi giorni tutto s'è manifestato come all'improvviso. E non ci resta che essere realisti: dobbiamo pretendere quello che a Latina viene giudicato impossibile. Una opposizione che faccia il suo mestiere. Se non ce la vogliono dare, ce la facciamo da noi. Purtroppo sono rimasti in pochi a rappresentarci sul serio. Basiamoci su quelli e andiamo avanti. Testa bassa fino all'obiettivo.
Iniziamo con un po' di democrazia dal basso: comitati spontanei, gruppi d'acquisto, associazioni, singoli cittadini interessati alla cosa pubblica. Iniziamo a denunciare tutto quello che ci passa per la testa, tutto quello che ci preme di più. Dalla buca sotto casa al grande intrallazzo urbanistico, dalla Tavola della Cultura - che cazzo de nome, dà proprio il senso di grande abbuffata - alle Officine Culturali. Senza impuniti. Questo blog è a disposizione, basta che vi prendiate la briga di fare una inchiesta. Non è detto che non si possa aprire anche un Forum.
La nuova città, una nuova città sul serio, sarà all'orizzonte soltanto ce la costruiamo da soli. E chi si lamenta, oggi, della situazione, non può che rimboccarsi le maniche. Se non lo fa, vuol dire che lo stato di shock potrebbe essere irreversibile. http://latinariformista.splinder.com/

Ehi, Cabras, da skipper a pirata?
Primarie-truffa con i voti di Oppi
Pdl e zombi Pd per fottere Soru:
non riprovarci, la Regione è nostra

di Giorgio Melis

Altro che cardinale felpato, stiletto cesellato nel fodero, parlare forbito, trame da curia, gocce di curaro per alternare veleno a pugnale. Antonello Cabras ha gettato la maschera e la porpora. Si muove come un pretoriano. Usa lo sciabolone e la clava, adopera una sintassi politica da osteria, ricorre alla greve, volgare stricnina. Se si agita senza l'acume e l'esprit de finesse politico che tutti gli riconoscevano, cade nell'ineleganza, nella spregiudicatezza e cinismo verso i limiti della brutalità. Vuol dire che è alla canna del gas, se minge sul ruolo che non è suo ma degli iscritti ed elettori del Pd. Si atteggia non da skypper ma da pirata. Bisogna proprio dire che questi nuovi partiti non sono davvero quelli di una volta. Altro che salamelecchi ipocriti, minuetti, sorrisini del cavolo. Quando ci sono dissensi forti, vanno portati alla luce, in pubblico. Perché i cittadini possano capire e regolarsi. Proprio domenica, contemporaneamente, Sergio Romano sul Corriere e Barbara Spinelli sulla Stampa (personaggi diversi per cultura e visione) contestavano questo clima mieloso e quasi obbligato, il new deal del finto pappa e ciccia tra Pdl e Pd mentre Berlusconi fotte tutti col sorriso da squalo per i suoi fattacci. Non esiste, anzi è rigettato e deriso in tutte le democrazie occidentali.

I mollaccioni e Cabras: da processare per secessione dal partito.

Per la Sardegna, la vergogna è che questi mollaccioni del centrosinistra non abbiano messo sotto processo e chiesto le dimissione del segretario a porte chiuse. L'unico che non abbia subìto ma attuato una vergognosa secessione dal partito di cui dovrebbe garantire l'unità: ne persegue invece la spaccatura. Impossibile perfino immaginare un Berlinguer, un D'Alema o un Craxi, ma anche un Marini o un Martinazzoli che riuniscono alla coatta la loro corrente all'insaputa del resto del partito. Per decidere chi segare per questo o quel ruolo. Col retropensiero che i voti per imporre il golpe saranno versati all'ammasso dai partiti avversari stuprando le urne del proprio. Come è avvenuto nelle primarie d'autunno che hanno consegnato la segreteria a Cabras grazie alla ricettazione consapevole, palese e documentata (solo dal nostro giornale: ma gli atti ci sono tutti in 15 articoli con nomi, cognomi, soprannomi, luoghi, circostanze e testimoni) del soccorso di Udc, An, Uds, Forza italia e varie salmerie di rifornimento. Anche i grandi personaggi del passato sarebbero stati messo sotto impeachment: non si vede perché Cabras debba passarla liscia.

A porte chiuse, il gruppo dei pugnalatori: ritorno a su connottu.

L'incontro ad Ala Birdi è un ritorno a su connottu volgare, da pugnalatori, sperimentato anche due anni fa. Per segare Pietro Maturandi, deputato uscente alla prima legislatura e richiesto dal gruppo parlamentare perché aveva fatto molto bene, il glorioso Ds non si espresse nella segreteria o assemblea regionale. Decise che poteva decidere - grazie a un malfidato parere legale da azzeccagarbugli di cui Francesco Macis dovrebbe ancora arrossire - che lo sgarrettamento potesse avvenire nella corrente di Maurandi. Di cui era a capo il suo miglior amico e sostenitore, Emanuele Sanna (lo aveva perfino sostituito come commissario nella segreteria per un periodo di malattia). Il quale, dopo 25 anni alla Regione, voleva fortissimamente andare alla Camera. Come, se il posto era già occupato dal suo principale sostenitore? Facendolo far fuori dalla corrente che dominava (pare anche con uno sciagurato voto aggiuntivo di Tore Cherchi), con un pronunciamento blindato e forse illegittimo mentre il partito pilatescamente girava la faccia dall'altra parte. L'incontro di Arborea è stato un replay diversamente finalizzato. A porte chiuse (sempre, quando si devono fare le porcherie) non per vergogna ma per poter chiudere intra moenia una trama in corso da tempo e che abbiamo più volte denunciato. Allora, Cabras e i nomenklati non rivogliono Soru e nessuno può obbiettare niente: se non si bara al gioco. La prima opzione pubblica di Cabras dopo le politiche era stata: la sinistra se vuole si accodi altrimenti ciccia, noi dobbiamo puntare all'accordo con l'Udc. Ora in grande spolvero col Psd'az ridotto al lumicino e usato come sgabello da Paolo Maninchedda, ex Comunione e Liberazione, ex Dc, ex Popolari che l'avevano proprio cacciato, risuscitato alla politica da Soru di cui ora - con i voti del sanlurese - è il peggior avversario in Consiglio e fuori.

La pelosa alleanza con Udc-Maninchedda in cambio della testa di Soru.

Questo era, sembra ancora lo schema. C'è di mezzo un incomodo, appunto Soru. Bisogna segarlo. Come? Con le primarie, alle quali lui ha sempre detto d'essere disponibile e ci mancherebbe il contrario. Ma le primarie si fanno con trasparenza e onestà. Chi può fidarsi di un gruppo del Pd e del suo segretario che tessono la tela fuori dal partito e hanno zero affidabilità? Non accadrà ma tutti, proprio tutti, sono convinti che ci sarebbe la recidiva dell'ottobre scorso. Alle primarie andrebbero a votare i sostenitori di Soru e di Tore Cherchi, La differenza a favore del secondo la farebbero gli oppiacei dell'Udc e di tutto il centrodestra: come in autunno. Stavolta senza esporre con impudenza dirigenti, notabili e amministratori: solo militanti poco noti. Et voilà, Soru fottuto e sfottuto, non potrebbe ricusare il responso delle sante primarie. Cherchi candidato, fuori Soru. Probabilmente o sicuramente vincerebbe la destra ma che importa! Più facile accordarsi, la spartizione sempre praticata e ancora in atto (metti al Casic) annulla le differenze e poi, diamine, c'è il nuovo clima idillico. C'è Paolo Fadda che teorizza con tutti: meglio Mauro Pili che un Soru-bis: puro patriottismo e solidarismo di partito e alleanza.

Il trappolone da smontare, in dieci sono da 300 anni in politica e al potere.

Può o deve Soru e il resto del Pd accettare questo trappolone parato? Se ha voglia di suicidare se stesso, il resto del centrosinistra e la Regione, si accomodi. Altrimenti mandi a quel paese i congiurati. Tenete presente anche l'anagrafe. La decina di nomenklati ex Ds e Margherita a capo della trama (da Tore Ladu a Emanuele Sanna, Paolo Fadda e Cherchi, Spissu, Biancu, Giagu, lo stesso Graziano Milia più alcuni altri di rincalzo tipo Oppi&company: escluso Antonello Soro che è contro, seguito tardivamente dall'abatino pentito Gian Piero Scanu) sono la linea verde, la nouvelle vague della politica sarda. In una decina, sommandone l'anzianità di servizio, sono in totale da circa 300 anni (tre secoli, per meglio intendersi) al comando della politica sarda e del potere. Non gli basta mai: vogliono mantenerlo. Come fanno nei Consorzi industriali e specie al Casic. Dove ora regna in continuità col settantino Sandro Usai il cinquantino abbondante Graziano Milia, presidente anche dalla Provincia e nel Tecnocasic (a proposito dovrebbe sostituire Usai anche alla presidenza dell'Associazione nazionale dei conzorzi: altri appannaggi, magari lucrose consulenze). Renato Soru è da quattro anni in politica e va segato. Curioso, neanche nella destra. Per dirne una, Mauro Pli è alla ribalta regionale-nazionale da 15 anni: venti considerando quelli da sindaco di Iglesias. Allora, notabili con 25-35 anni di potere che ha trasformato leaders un tempo di qualità in personaggi di cinismo totale, Pili con 20 di servizio, possono rimanere o comunque comandare: Soru dopo quattro anni andrebbe di fatto cacciato. Non è un'oscenità? Eppure la si sostiene come fosse la migliore politica possibile.

Come contrastare l'intrigo? Primarie sicure o Soru annunci che si candiderà comunque contro Cherchi.

Si risponde ricusando innanzitutto il segretario che ha divorziato dal partito (non gli venga più somministrata neanche la comunione laica) e andando a un confronto a tappeto con i cittadini in ogni città e paese, nelle piazze. Porte aperte e ovunque: tranne i luoghi decentrati o centrali dove vanno solo gli addetti ai lavori e gli appassionati sfegatati. Davanti al rischio di primarie incontrollabili da brogli e intrusioni pilotate o “subite” (ma l'alta volta ben accette, lucrate senza battere ciglio, per una vittoria inesistente usata come una clava), Renato Soru ha il diritto, anzi l'obbligo di annunciare che si presenterà comunque anche contro Tore Cherchi. Ma così spacca il partito, si obbietterà. Vero. Infatti cosa ha fatto e fa Cabras con gli amici e alleati ad ala variabile? Potrebbe perdere. Vero, anche se l'aria non è affatto quella che si dice per intorbidire le acque. Perché, Cherchi vincerebbe, con i sostenitori di Soru che senza lui candidato non andrebbero alle urne o voterebbero a dispetto? D'altro canto, la sconfitta sembra l'obbiettivo dichiarato e sarebbe il sicuro effetto dello sgarrettamento di Soru perseguito dalla minoranza di notabili senza credibilità, pochi voti di apparato, molto potere residuale, scarsissimo consenso e stima. C'è una variabile da includere. Non è affatto detto che la sinistra e Italia dei valori, oltre a moltissimi cittadini stufi di questi giochi sporchi di partito, seguano il Pd: è più facile che cerchino un'intesa con Soru.

La sporca guerra dei sondaggi e la realtà vera delle urne.

Chissacome, casualmente, circola un sondaggio che dà Soru sempre davanti a ogni altro candidato del centrosinistra. La ricerca anonima, non ufficializzata, è finita in mano solo all'Unione Sarda: il giornale notoriamente pro Soru e contro Cabras, Fadda, Sanna e Milia. Nella versione data senza fornire numeri e fonti, si sostiene che Soru e il Pd sarebbero sotto di dieci punti rispetto alla destra. Miracolosa moltiplicazione dei dati. Al 13 aprile, nelle politiche, il Pd era sotto solo del 2,8 per cento. Ha quadruplicato in un mese lo svantaggio? Effetto Berlusconi, si replica. Già, ma fra sei o dieci mesi, l'effetto-Cavaliere non sarà svanito o ribaltato, mentre in Sadegna partono e si concludono grandi opere, riforme ed eventi?

Sconfitta in vista. Come nel 1994? Un mese dopo il trionfo nazionale, Berlusconi fu sconfitto alle regionali?

Tutti smemorati quelli dei sondaggi col pollice verso per Soru. Nel marzo del 1994, dopo la scesa in campo, Berlusconi trionfò ovunque e in Sardegna superò di molto il 50 per cento. Un mese dopo, trenta giorni a seguire, elezioni regionali: già assegnate al Polo. Il centrosinistra presentava non uno ma quattro candidati: Palomba (Pds e Rifondazione), Selis (Popolari), Fantola (Riformatori), Lina Crobu (Psd'az). Il Polo d'attacco, col Cavaliere onnipresente nella sua futura colonia-canile, perse malamente con Ovidio Marras. Il centrosinistra vinse bene. S salvo poi assassinare lentamente in Consiglio Palomba: come una parte vuol fare ora con Soru. Questi sono fatti veri e grandi, non sondaggi oscuri e di comodo. Se poi si vuole prevedere la rotta a tutti i costi, si accomodino. Ma dicano che in realtà la auspicano contro i loro elettori e i sardi: già massacrati dai cinque anni del Polo di malgoverno alla Regione.http://www.altravoce.net/2008/06/25/pd.html


Faccia da sederino.

Paolo Bonaiuti ha la faccia ideale per uno spot di pannolini. Lui fa una dichiarazione, e subito dopo arriva Pippo, l'ippopotamo testimonial di una nota marca, che dice: "Anche dopo le pupù più difficili, anche per i culetti più irritati, i nostri pannolini sono quello che ci vuole", e detto questo gli mette un bel pannolino in faccia.
Sì, perché ci vuole una faccia da sederino notevole per lamentarsi del "linguaggio da osteria" di Di Pietro (che comunque poteva essere un filino più delicatuccio), dopo la diffusione delle chiacchiere telefoniche del suo capo e nostro amato premier.
In quel caso più che linguaggio da osteria, a tratti sembrava un linguaggio da casa di tolleranza.http://poverobucharin.ilcannocchiale.it/


Pd: Parisi, Veltroni denuncia correnti e fa partito di correnti
Adnkronos Roma, . (Adnkronos) - ' Vedo che Veltroni denuncia come uno sport che si va diffondendo nel Pd il moltiplicarsi di correnti.
Peccato lo faccia proprio nel salutare l'Assemblea degli Ecodem, l'ennesima corrente costituita da parte del suo Ministro ombra dell'Ambiente, quasi si trattasse di una struttura ministeriale ombra del partito invece di una banale iniziativa di parte'. Lo afferma Arturo Parisi, tra i primi promotori del Pd.

"Sembra che secondo Veltroni la garanzia sia rappresentata in questo caso dalla semplice dichiarazione dei promotori di non voler essere una corrente. Ridicolo! Se bastasse l'autocertificazione nel Pd di correnti non ne esiste nessuna', continua l'esponente ulivista.

" Ne' i Red, ne' i Quartifasisti dei popolari, ne' i bindiani Democraticidavvero, ne' i lettiani riuniti oggi a Piacenza ne' le miriadi di sigle e siglette gia' scese in campo. E' bene che Veltroni si metta d'accordo con se stesso. Non puo' con procedure antistatutarie sostituire una settimana gli organismi ufficiali unitari eletti dalle primarie, con organismi costruiti da accordi tra capicorrente, e la settimana dopo denunciare correnti e capicorrente", conclude Parisi.

Tonino, il sublime

Io non mi butterò su Di Pietro - come una volta Totò invitava a buttarsi a sinistra - però Tonino stavolta c’azzecca. Il suo commento definisce con un guizzo d’ingegno il luogo e l’uomo (e con lui, gli uomini) coinvolti nella superba vicenda intercettatoria. Se questa sarà l’ultima intercettazione che ascolteremo, essa potrebbe diventare la tomba di chi vi compare come protagonista. Una definizione potrebbe seppellire carriere e memorie (inutili, in fin dei conti, da ricordare).
Eppure si tratterebbe di una chiusura con ignominia.
Magnaccia è titolo quasi onorifico ed è uno dei pochi che mancava alla ricca serie di epiteti più o meno veritieri o coloriti collezionati in questi anni dal premier.
Non è come dire ladro, fascista o delinquente.
Magnaccia è l’alter ego della puttana. Ma non svolge un lavoro squalificato al pari di quello della signorina. Magnaccia incute timore. Magnaccia è uomo misterioso, dal dato anagrafico incerto. (Conoscete il nome e il cognome di un magnaccia?)
Il cumulo di rifiuti tossici accatastato nelle telefonate svolte tra Saccà, Berlusconi & co.  passa in secondo piano sublimato da uan definizione inedita e mascalzona.
Ci si concentra sull’immagine del post-prostatico più sedicentemente godereccio del mondo e si pensa a come calza il nuovo ruolo.
Quella vecchia scopa laccata di Bonaiuti lo considera linguaggio da osteria ma così dicendo nobilita il commento di Di Pietro e qualifica il romanzo d’appendice compilato in ammucchiata e via cavo dal suo leader.
Magnaccia è un’altra cosa. Un  premier magnaccia in Italia non si è mai dato. Abbiamo avuto premier puttanieri, oscuri, tramaioli, mafiosi, ladri e opachi, ma capi banda di mignotte in fiore, mai.  Magnaccia è oggi la miglior definizione che sia mai stata compulsata per Berlusconi.
Un inedito che piomba come un fulmine a ciel sereno. Piccolo, vecchio (bavoso no, ma sbavante sì), dotato una classe posticcia (quella che secondo lui piace agli italiani), il magnaccia Silvio non potrebbe stare dentro una canzone di Gaber, De Andrè o Iannacci. Nulla di poetico o dissacrante si potrebbe trovare nel suo profilo. Siamo agli antipodi della “vittima” cui la società assegna un ruolo da carnefice.
Siamo al patetico di un premier di una nazione europea, membro del G8, pronta a bombardare l’iran, che piazza ballerine e nani bipartisan e fa la vittima lacrimosa quando lo si becca con le mani nella marmellata.
Ma a dire il vero, al capo di un inedito governo di un paese ormai avviato sul sentiero del Terzo Mondo, Bonaiuti dovrebbe dire che certa disinvoltura pure in molti paesi tropicali sta diventando impossibile.http://www.insolitacommedia.it/?p=1077


Attualità.


IMMIGRATI
STORIE DI APPRODI DISPERATI SULLE NOSTRE COSTE


L’ODISSEA DEI CLANDESTINI

Partono a migliaia, inseguendo la speranza di una vita meno amara. Ma molti di loro, troppi, non ce la fanno, e muoiono prima di coronare il loro sogno.

Douz (Sahara tunisino), giugno

Amin Azouasi

Amin aveva 25 anni quando la vita nel suo villaggio gli sembrò troppo piccola, ma contrariamente a tutte le altre storie di immigrazione, per Amin il problema non è stata mai la povertà: «La mia famiglia è benestante», sottolinea, «abbiamo potuto studiare, non ci è mai mancato nulla. Un giorno ho detto a mio padre che la mia curiosità era troppo grande per i confini della mia cittadina, avevo fame di vedere, sapere, respirare l’aria del mondo, istruirmi in qualche grande università straniera, parlare con i miei coetanei di razze e religioni diverse. L’Italia mi sembrava un buon posto per incominciare una nuova vita. Per noi rappresenta la porta dell’Europa, solo che per le vie legali attualmente raggiungerla è un sogno».

L'approdo su un gommone.
L’approdo su un gommone

Evitare gli sbarchi in Sicilia

Amin fece quello che aveva sentito dai racconti di coloro che ci avevano provato prima di lui: evitare assolutamente gli imbarchi clandestini per la Sicilia, troppo pericolosi.

«Salii su un aereo per Istanbul con 180 euro. Da lì mi imbarcai su un peschereccio per la Grecia, costo del trasporto 700 dollari. A Kyos sbarco e prendo per 20 euro un normalissimo traghetto per Atene, dove per un certo periodo vivo facendo lavoretti saltuari. Dai racconti dei compagni di viaggio, perlopiù egiziani, iracheni, tunisini, capisco che debbo raggiungere il porto greco di Ygoumenitza, dove arrivo e pago 100 dollari per entrare clandestinamente nell’area portuale».

«I controlli sono rigidi», continua Amin, «ma io riesco a nascondermi sotto la pancia di un autotreno, stipato nello spazio fra le ruote di scorta e il cassone del mezzo. Non era comodo, ma ero molto magro. L’unico problema serio era il fumo di scarico del camion, però avevo calcolato che, tranne l’ingresso nella nave e il momento dello sbarco fino al punto più propizio per scivolare fuori, il fumo da respirare non era molto. Mi faccio 24 ore di viaggio da Ygoumenitza a Venezia, dove imparo che il Nord non fa per noi perché alla dogana le guardie dispongono di un apparecchio con raggi infrarossi che individua tutto, me compreso».

E Amin deve ricominciare tutto daccapo: «Vengo rispedito a Ygoumenitza, ma questa volta ho diritto a cappuccino, pasto gratis e notte in sala cinema. Dopo due mesi sborso altri 200 dollari, entro nuovamente nell’area portuale, ma questo volta mi scelgo una destinazione più a sud di Venezia. Individuo un autotreno per Ancona, mi infilo nella cuccia solita perché ho fatto molta attenzione a non ingrassare, anzi. Finalmente sbarco ad Ancona ma, mentre mi sveglio nella mia cuccetta di gomma, sento i cani latrare e mi rendo conto che Ancona non è ancora abbastanza a sud. E infatti vengo preso e rispedito in sala cinema. A Ygoumenitza decido finalmente di apprendere qualche lezione di geografia e di informarmi sui giorni feriali e festivi in Italia, e così, dopo quasi un anno dalla partenza, scelgo Bari e scopro con piacere che non sono ingrassato di un solo etto».

A Bari Amin trova finalmente il suo passaggio a meridione: «Sbarco a Bari di domenica, guardie poche e distratte e, se non sono distratte, hanno occhi più dolci. Finalmente l’autotreno scivola via sull’autostrada Bari-Bologna. Al primo rifornimento scivolo via gonfio di fumi di scarico. Vago un po’ per la campagna, fino a che trovo i binari del treno. Cinque ore di marcia e finalmente c’è una stazione».

Regolare domanda di ingresso

Amin a quel punto raggiunge Roma, e nella capitale si mette sulle tracce di un suo amico tunisino, che lavora nella parrocchia della Natività, dove don Pietro Sigurani assiste e trova sistemazione agli immigrati.

Amin lavora con don Pietro un anno e mezzo, clandestinamente, ma nel frattempo gli viene data un’istruzione professionale, fino a che don Sigurani, dopo l’apertura dei flussi, lo convince a tornare in Tunisia per fare da lì regolare domanda di ingresso nel nostro Paese, questa volta con una richiesta di lavoro già predisposta.

Amin, che nel periodo di soggiorno in Italia ha già rubato gli occhi o il cuore a tante italiane, adesso si è fermato di nuovo in Tunisia; vive e lavora nelle comunità nel Sud del Paese, dove don Pietro Sigurani e i suoi parrocchiani hanno costituito numerosi centri di qualificazione professionale per coloro che vogliono emigrare.

«Sto aspettando», sorride, «il mio passaggio a settentrione. E spero che questa volta possa essere definitivo».

Guglielmo Nardocci
   
   
MEDITERRANEO, CIMITERO NOSTRO
(Le vittime stimate dal 1988 ad oggi)

Nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate almeno 8.637 persone. Metà delle salme (4.490) non sono mai state recuperate.

Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia, le vittime sono 2.791, tra cui 1.749 dispersi.

Altre 70 persone sono morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna.

Nell’Egeo, tra la Turchia e la Grecia, hanno perso la vita 896 migranti, tra i quali si contano 461 dispersi.

Nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro e l’Italia, sono morte 603 persone, delle quali 220 sono disperse.

Almeno 597 migranti sono annegati sulle rotte per l’isola francese di Mayotte, nell’Oceano Indiano.

(Fonte: Fortess Europe)

, 28 anni, originario di una località del Sud della Tunisia, vicina al grande deserto del Sahara, ha capito a sue spese che per arrivare nel luogo dei propri desideri bisogna cercare un passaggio a meridione e a meridione tornarci per ripartire. Vediamo come.
(foto AP/La Presse).

di Guglielmo Nardocci
http://www.sanpaolo.org/fc/0826fc/0826fc24.htm

Il gusto di Peggy
Una mostra a Lugano
 
«È innegabile che alcuni di questi pezzi siano esempi di grande scultura - ancora più grande, credo, di qualunque altra [tradizione europea] abbia prodotto, persino nel Medioevo. Sono dotati di una reale e totale libertà plastica» Così si poteva trovare scritto in un volume posseduto da Peggy Guggenheim, la grande collezionista alla cui memoria è dedicata una fondazione veneziana che ospita la sua collezione e che è gestita dalla Solomon Guggenheim Foundation. Questa affermazione ci viene presentata a pagina 6 del catalogo che accompagna la mostra proposta alla galleria della Banca del Gottardo di Lugano e frutto di una collaborazione tra la Fondazione Guggenheim di Venezia e il Museo delle Culture di Lugano. I testi che costruiscono il catalogo discutono questa affermazione. Viene discusso l’atteggiamento della collezionista nei confronti delle opere acquistate e viene discusso il modo in cui una gran quantità di categorie di oggetti prodotti da culture non europee sia diventata bacino di interesse per un particolare tipo di colonialismo estetico e culturale: l’esotismo e il desiderio di appropriarsi di oggetti che sono stati definiti “manufatti esotici” o anche “arte primitiva” (sulla base del quale possiamo tradurre “esotismo” in “primitivismo”). Un atteggiamento del quale molti artisti sono stati protagonisti (i testi del catalogo non ne parlano ma è interessante per esempio l’atteggiamento di Picasso nei confronti di alcune riproduzioni di nudo africano, nel periodo di preparazione delle Demoiselles d’Avignon), soprattutto per nutrire una fame di nuovi codici linguistici ed espressivi.
 
E un atteggiamento che ha coinvolto molti operatori, tra i quali collezionisti e quindi Peggy Guggenheim. Se quindi la mostra di Lugano è essenzialmente una vetrina di magnifici soggetti visivi che ci presenta il frutto del gusto di Peggy Guggenheim, il volume pubblicato da Mazzotta è uno strumento di conoscenza più stimolante che aumenta l’interesse e il senso della mostra. Innanzi tutto indica alcune piste possibili per approfondire la fruizione di queste opere. In secondo luogo i soggetti esposti sono presentati con schede analitiche che tentano di estrometterli dall’area della semplice fruizione egoistica (qualcuno per definire il desiderio di appagamento immediato, soggettivistico, userebbe il termine “estetico”) e di collocarli in un’area più problematica e complessa. Si tratta infatti di oggetti prodotti in culture diverse dalla nostra (o dalle nostre) e la stessa definizione in termini di oggetti d’arte è stata messa in discussione.
Un altro elemento di interesse è la storia della relazione tra la Guggenheim e questo tipo di prodotto, collegata alla relazione che ci fu tra la collezionista e Max Ernst e la passione di lui per questo genere di produzione.
Insomma, sulla base di una collezione non numerosa ma sicuramente attraente e affascinante di prodotti che esprimono significati culturali ancora non pienamente definibili (come lo sono tutti i significati culturali, del resto, anche quelli proposti dalle Demoiselles d’Avignon e così è vero per la Flagellazione di Piero della Francesca), la mostra di Lugano ci presenta una buona vetrina e il catalogo una serie di spunti per riflettere di più.

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11477

11 settembre : Il Morbo di Ashcroft arriva in parlamento

 

 

Finchè si tratta di complottisti “smandrappati” come noi, nessuno si preoccupa più di tanto di dare il giusto peso alle nostre proteste, ma quando a lamentare le bugie dell’undici settembre è una senatrice americana – e pure repubblicana – la cosa si fa davvero grave.

Non capita tutti i giorni di sentire un personaggio del genere parlare – addirittura – di “prove inconfutabili” sulle demolizioni delle Torri gemelle, e quello che è accaduto al senato dell’Arizona lo scorso 10 giugno può significare soltanto due cose: o il morbo di Ashcroft sta dilagando in maniera ormai incontrollabile, andando a colpire anche le anziane signore perbene, oppure qualcosa di decisamente serio sta per accadere sul palcoscenico politico americano.



Segue la traduzione dell’intervento completo.

“Chiedo che i miei commenti di oltre 200 parole siano messi a verbale.

Colleghi, vorrei presentarvi un ospite molto particolare, che oggi è accompagnato da molti dei suoi migliori amici. Lassù in galleria, abbiamo un numero consistente di membri del Movimento per la verità sull'11 settembre, persone che chiedono una nuova indagine indipendente sugli attacchi dell'11 settembre 2001. In particolare, vorrei presentarvi una persona molto, molto coraggiosa, ...



... di nome Blair Gadsby. Chiedo ai ragazzi che sono venuti con Blair di aiutarlo ad alzarsi, mentre vi parlo brevemente di Lui. Blair è molto debole, perchè digiuna da più di 2 settimane, per richiamare l'attenzione sulla causa del Movimento per la verità sull'11 settembre.

Oggi è il sedicesimo giorno di digiuno per Blair, che ha trascorso questi giorni davanti all'ufficio del Senatore John McCain, pregandolo di prendere visione di nuove prove relative ai crimini dell'11 settembre.

Abbiamo una persona che sta sacrificando i propri bisogni e desideri personali per chiedere con coraggio al mondo intero di prendere atto, di porre domande, di informarsi invece di mettere la loro vita in mano a qualche spezzone del telegiornale, di pensare con la propria testa, in modo critico e consapevole.

Blair è un educatore, e questo è, secondo me, ciò che fanno i grandi educatori. Migliaia di persone in tutto il paese, ed in realtà di tutto il mondo, stanno seguendo in Internet gli sviluppi di questo sciopero della fame, qui a Phoenix. Voglio che Blair sappia che io sono la sua più grande ammiratrice, e che le brave persone di tutto il mondo ammirano il suo coraggio e la sua determinazione. Vi prego di dare un caloroso benvenuto a Blair Gadsby e alla sezione di Phoenix del Movimento per la verità sull’11 settembre.

Il mese scorso ho iniziato ad esporre pubblicamente i miei dubbi sull'attentato dell’11 settembre 2001, che ha causato il crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center, e dell'edificio numero 7. Se avete seguito la copertura mediatica da quando ho iniziato a parlare apertamente, avrete notato come sia stata feroce ed irrazionale nei miei confronti. I mezzi di informazione hanno lavorato sodo per cercare di far sembrare sciocco anche solo dubitare del Rapporto della Commissione sull’11 settembre, nonostante lo abbiano fatto alcuni degli stessi autori, inclusi i due co-presidenti della Commissione, i signori Hamilton e Kean.

In realtà, il Rapporto della Commissione sull’11 settembre rappresenta una semplice teoria: la teoria che il fuoco e il danno causato dall'impatto di 2 aerei abbia fatto crollare i 3 edifici. Questa teoria non spiega però nessuna delle caratteristiche delle demolizioni a cui abbiamo assistito quel giorno, e che possiamo osservare anche oggi, grazie a centinaia di video. Non spiega come, in quattro casi su quattro, nessun codice di dirottamento sia stato trasmesso dagli aerei di linea sequestrati, nè come, in quattro casi su quattro, nessun caccia sia riuscito ad affiancare uno qualsiasi degli aerei di linea dirottati.

Gli ufficiali militari che hanno mentito al Congresso sulla loro incapacità di proteggere l'America sarebbero stati mandati a giudizio da alcuni dei Commissari, ma a questi Commissari fu detto che non avevano l’autorità per farlo.

Gli eventi di quel giorno sono stati un crimine atroce contro la nostra nazione e contro i nostri cittadini, e il senso di giustizia che esiste in ciascuno di noi impone di sapere che cosa sia realmente accaduto, e come i responsabili verranno trovati e puniti. Le teorie e le ipotesi non finiranno mai, fino a quando non vi sarà un'indagine approfondita e trasparente, libera da conflitti di interessi.

Tra le molte teorie che si possono trovare in Internet ce n'è una che spicca su tutte le altre. E' inattaccabile, supportata da prove inconfutabili, e sostenuta da centinaia di studiosi, architetti, ingegneri e altri professionisti che hanno l'istruzione, la formazione e l'esperienza per sapere di che cosa stiano parlando. Questa teoria sostiene che siano state delle demolizioni con esplosivi a far crollare le Torri Gemelle e l'edificio 7.

Ho messo un foglio su ciascuna delle vostre scrivanie, in una cartelletta gialla, con la foto di una delle torri che comincia a crollare. Vorrei che deste un'occhiata alla foto, perfavore. Notate le travi d'acciaio che vengono sparate fuori della costruzione, e le enormi nuvole di polvere, che sono in realtà cemento polverizzato. Un edificio che crolla non si polverizza nella caduta.

Immaginate di far cadere un blocco di cemento da un'altezza di circa 10 metri, o anche di più. Secondo voi si polverizza? No. Tuttavia, il cemento delle tre torri è esploso in una polvere che ha ricoperto tutta Manhattan. Potete vedere la polvere che comincia a formarsi molto prima che il blocco superiore sia crollato di pochi piani. Guardate la foto, e chiedetevi "è questo un edificio che crolla, o un edificio che esplode?"



Un edificio che crolla può lanciare lateralmente le proprie travi in acciaio fino a 200 metri? Un edificio che è appena all'inizio del crollo può veramente sparare il proprio contenuto verso l'esterno in una massiccia nuvola di polvere? Che cosa vedete in quella foto? Io vedo un'esplosione. E lo stesso fanno milioni di altre persone che esigono una vera e propria inchiesta.

Più importante della semplice osservazione di una foto, è il fatto che ingegneri, architetti e scienziati abbiano analizzato le macerie di Ground Zero ed altri aspetti degli edifici, riscontrando la presenza di almeno 15 diverse caratteristiche tipiche delle esplosioni. Queste 15 caratteristiche sono anch'esse elencate sul foglio che vi ho consegnato.

Nonostante gli attacchi vergognosi dei media sulla mia sanità mentale, sulla mia intelligenza e sul mio patriottismo, il 95% delle telefonate e delle e-mail giunte al mio ufficio sono state di sostegno alla mia richiesta di una nuova inchiesta. Sono rimasta stupita, veramente, nel vedere come la stragrande maggioranza del pubblico rifiuti la versione ufficiale dei fatti, non solo quella della Commissione sull’11 settembre, ma anche quelle di FEMA e NIST (il nostro Istituto Nazionale della Scienza e della Tecnologia).

Io credevo che esprimere scetticismo sulla versione ufficiale dell’11 settembre sarebbe stato dannoso per un parlamentare, ma devo constatare che invece è esattamente il contrario. La gente vuole che i propri leader si alzino in piedi e si uniscano di fronte a qualcosa che non sembra giusto. "La verità vi renderà liberi". Blair Gadsby ed i miei ospiti di oggi vogliono la verità su quanto accaduto l'11 settembre. Gli americani vogliono la verità sull'11 settembre, vogliono una nuova inchiesta indipendente, e la voglio anch’io.

Ho fornito a ciascuno di voi un DVD dal titolo "Collasso Improbabile". Sono fiduciosa che lo guarderete con una mente aperta e che anche voi studierete alcuni dei meravigliosi e ben documentati articoli su Internet. Nel foglio ho incluso un elenco dei siti web più credibili.

Non dovete sposare ogni singola teoria sull'11 settembre. Ve ne sono alcune che dovrebbero anzi essere respinte con decisione.

Ma se vi convincerete - come ne sono convinti questi scienziati, architetti e ingegneri - che gli edifici siano stati demoliti con degli esplosivi, dovrete anche concordare sul fatto che sia necessaria una nuova inchiesta.

Non ho preconcetti su chi possa essere stato, e non punto il dito contro nessuno. Ma credo che il peggior attacco nella storia americana, avvenuto sul suolo degli Stati Uniti, meriti la migliore inchiesta possibile, e questo non accadrà fino a quando persone come noi non cominceranno a farsi sentire.

Le famiglie delle quasi tremila persone che morirono l'11 settembre, e le famiglie di coloro che sono stati avvelenati e sono morti a causa dei residui tossici dispersi nell'aria nelle settimane successive, durante le operazioni di rimozione, meritano di sapere come siano morti i loro cari.

Se qualcun altro è stato coinvolto nella pianificazione e nell'attuazione dell'attentato, deve essere portato davanti a un tribunale.

Vi chiedo di studiare il materiale che vi ho fornito e poi di unirvi a me nella richiesta per una nuova inchiesta indipendente."

(Traduzione di fabster64 per luogocomune.net)

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2608


Sul ponte sventola bandiera falsa


ARD e ZDF, i due canali pubblici federali della Germania, sono fra le televisioni migliori d'Europa, per qualità dei programmi, completezza e obiettività dei notiziari giornalistici, competenza dei tecnici e operatori. Durante il blackout di Germania-Turchia, i tecnici degli studi di Mainz hanno in pochi secondi trovato il modo per riportare sugli schermi le immagini della partita organizzando un velocissimo scambio di trasmissione da Vienna (luogo dell'oscuramento) alla Svizzera. La tv svizzera, infatti, aveva continuato a trasmettere la partita perché la sua area non era stata interessata dal nubifragio. Senza neppure attendere burocratiche autorizzazioni, i tecnici a Mainz hanno immesso sul circuito tedesco le immagini provenienti dalla Svizzera appena in tempo per far vedere ai tifosi tedeschi il secondo gol di Klose. Qui l'avventuroso cartello "Ci scusiamo per l'interruzione" è durato pochi minuti. Poi - sino al ritorno definitivo delle immagini da Vienna - si è sopperito con quelle dalla Svizzera. Unico inconveniente: l'audio arrivava tre secondi prima delle immagini, per cui mentre dallo stadio già esultavano per il temporaneo 2-1, Klose stava ancora scattando per colpire di testa. Poco male e un bravo agli operatori a Mainz, il giorno dopo celebrati come eroi al pari della truppa di Jogi Löwe. Peccato che in mattinata, negli studi della ARD, i tecnici del telegiornale avevano rovinato tutto, ponendo alle spalle del mezzobusto una bandiera tedesca sbagliata a corredo della presentazione della partita (come testimoniato dal video di You Tube). http://walkingclass.blogspot.com/

+1% della domanda, +20% del prezzo!

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Pubblicato da Debora Billi in Current Affairs


Urgh.

Inquietantissima questa affermazione del Segretario USA per l'Energia, riportata da Reuters:

In assenza di aumenti di produzione, per ogni punto percentuale di aumento della domanda possiamo aspettarci una crescita di prezzo del 20% per bilanciare il mercato. 

E poi ci chiediamo come mai il petrolio è aumentato tanto, signora mia...

 http://petrolio.blogosfere.it/


Culto della memoria: la Germania si dà un manuale

In Italia il culto della memoria è per molti versi un esercizio disordinato nel quale sovente prevale la faziosità politica e loDenkmal_in_berlin scontro tra partiti. Scuole e vie sono spesso dedicate a personaggi controversi del XX secolo e in molti casi stranieri. Per i comuni, piccoli e grandi, il nome di una strada è l'occasione per piantare bandierine ideologiche nella speranza che il sindaco successivo non modifichi drasticamente la toponomastica della città. Anche la Germania rischia spesso di cadere nello stesso tranello, tanto che il tema della memoria è stato oggetto negli scorsi giorni di una discussione nel Consiglio dei ministri. Il Governo di grande coalizione democristiano-socialdemocratico ha varato un rapporto di 20 pagine (intitolato Verantwortung wahrnehmen, Aufarbeitung verstärken, Gedenken vertiefen), dandosi così una strategia per i prossimi anni. La questione è delicata per un Paese dilaniato da due "guerre civili" provocate prima dal Nazismo e poi dalla Guerra Fredda. La relazione, messa a punto dal Segretario di Stato alla Cultura, il democristiano Bernd Neumann, stabilisce che il Governo debba coltivare la memoria non solo dell'epoca hitleriana, ma anche della dittatura comunista della ex DDR.

Nel testo questa decisione è stata annacquata per evitare un parallelo netto tra i due periodi storici. L'Olocausto ha il sopravvento rispetto a un regime politico, quello tedesco-orientale, definito pudicamente "ingiusto". Il tentativo della CDU di parificare i due avvenimenti è fallito, anche per l'opposizione dell'SPD: per molti ex cittadini della DDR, educati a considerare la Shoah una responsabilità dei tedeschi dell'Ovest, il parallelo è incomprensibile. Oggi si calcola che vi siano in Germania 3.500 monumenti al genocidio ebraico e 350 dedicati alle vittime del regime tedesco-orientale. Impressionante è l'investimento deciso dal Governo: dai 22 milioni del 2007, la spesa annua sale, dal 2009 in poi, a 35 milioni di euro. Un terzo del denaro sarà usato per commemorare le vittime del regime comunista, il resto andrà a finanziare memoriali all'Olocausto (nella foto tratta da Internet il monumento berlinese in memoria della Shoah). Quattro campi di concentramento - Dachau, Flossenbürg, Neuengamme e Bergen-Belsen - passano sotto l'egida dello Stato federale. Gli altri Lager restano responsabilità delle regioni, ma con l'impegno a coordinare iniziative e progetti. I Länder potranno chiedere un aiuto economico al Governo, ma l'eventuale memoriale dovrà essere di qualità, ricordare un evento esemplare ed essere situato in una posizione appropriata. Alcune scelte introdotte nel libro bianco varato dalla grande coalizione possono non piacere, ma è probabilmente meritorio che la Germania si sia data un libretto d'istruzioni in un ambito tanto delicato, troppo spesso strumentalizzato.http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2008/06/in-italia-la-cu.html#more


Nell'inferno saudita

di Roberto Dicorato - da aroughride.blogspot.com

Nell'inconscio subliminare l'Arabia evoca cammelli, mercati di ambre e spezie, palme e datteri, raffinati profumi. Che ci fosse qualcosa di drammaticamente storto, cominciai a rendermene conto all'arrivo: una coda di piccoli giovani bengalesi si tenevano per mano, tutti in divisa della ditta di pulizie che li mandava come schiavi moderni a servizio dei padroni sauditi. I loro volti parlavano di una vita di poverta' e sacrifici, l'unico sogno loro era barattare la propria vita per una manciata di dollari da mandare alla famiglia in Bangladesh.

Un ispettore della polizia mi individua nella coda, unico bianco, e mi fa passare davanti; protesto sommessamente, poi lascio fare per non causare guai. Imparai ben presto che in Saudi devi lavorare, rigare dritto e chiudere il becco; tutto e' blindato e nessun saudita vuole mettere in discussione il loro modello di sviluppo e la loro dipendenza dal petrolio. Di fatto, nessun saudita vuol sapere quello che pensi, vogliono solo che tu li assecondi e soddisfi i loro desideri.

E' un popolo che ha sempre tenuto schiavi, il 20% della popolazione lo era, una volta erano eritrei e sudanesi, poi nel 1962 la schiavitu venne abolita e sostituita con l'importazione di lavoratori poco qualificati soprattutto da India, Bangladesh, Pakistan e Filippine. Circolano bruttissime storie di ragazzine indiane "comprate" e sparite per sempre, di filippine scappate dal loro "padrone" e che vivono - e tremano - in clandestinità; quanto siano vere, non so; ma è chiaro che qui, in una società fortissimamente machista, le donne immigrate sono di gran lunga le più vulnerabili.

Immigrati sono tutti i lavoratori dei servizi; tassisti sauditi sono pochissimi, e in breve imparo che sono da evitare; cercano spesso di fregarti sul prezzo, guidano come al grand prix, avverto in loro violenza e arroganza. La storia dietro questi immigrati e' quasi sempre la stessa: famiglia numerosa, necessita' di mantenere figli o fratelli all'universita', sogno di tornare un giorno a casa e comprare una casa, un ritorno a casa ogni 3 anni, quasi tutti hanno lasciato la moglie al paese perchè una donna in Arabia fa una vita da talpa. Uno si vende un pezzo di vita - quasi come vendersi un rene - per una illusione di un futuro migliore, per un dovere verso la famiglia.

Belli più di tutti sono i Pashtun, vengono dalle zone del Pakistan verso la frontiera con l'Afghanistan, da luoghi resi celebri dai racconti di Gino Strada... Peshawar... sono alti, forti, fieri nelle loro barbe curate e nei loro costumi, sembrano tutti il ritratto del comandante Massoud, sono calmi e gentili, odorano ancora di una civiltà di nomadi e pastori, fatta di mucche e di solidarietà di villaggio. Come fanno a sopravvivere in questo inferno di cemento. Come fa chi non era già stato prima globalizzato, violentato, piallato, brutalizzato, ad accettare così la distruzione di ogni vincolo con la comunità e con l'ambiente. Forse solo la religione e una piccola comunità di immigrati dallo stesso paese li tiene lontani dal suicidio.

L'idea che la vita serva ad essere felici, a realizzare i propri sogni, non li sfiora neanche. Quando chiedo loro di parlarmi della loro terra, evitano l'argomento, e imparo a non fare piu questo tipo di domanda; il dolore della nostalgia sarebbe terribile, meglio cicatrizzare la ferita dello sradicamento con una ciste di oblio. Fare domande sulla terra e' come grattare la crosta, fa sanguinare. Meglio domandare della famiglia, questo riconferma il significato del proprio sacrificio e anima i cuori. Qualcuno ha pure pagato ingenti somme per ottenere un visto per l'Arabia, la famiglia si è indebitata per mandare la vittima al sacrificio. E sono fortunati quelli che ce la fanno.

Quasi sempre i filippini quando sanno che sono Italiano mi implorano di aiutarli a trovare un lavoro in Italia, o ottenere un visto per l'Italia. Implorare e' la parola adatta, esplorano tutte le possibilita, non mollano finche ho risposto piu e piu volte negativamente a tutte le domande. si vede che sognano l'Italia giorno e notte, quasi tutti hanno familiari in Italia e tutti felicemente sistemati in un paese libero e tollerante - si fa per dire, tutto è relativo - mentre loro sono prigionieri di un paese fascista. Faccio uno sforzo per restare indifferente, ma il loro dolore e struggimento entra dentro e lascia il segno. E' come visitare una prigione e le mani dei condannati da dietro le sbarre si aggrappano a te perchè li porti via con loro, verso il sole e la libertà, una felicità lontana e impossibile quasi dimenticata nel logorarsi quotidiano della prigionia. Ricordo di una poesia studiata a scuola, Paul Eluard... Sur la jungle et le désert, Sur les nids sur les genêts, Sur l'écho de mon enfance, J'écris ton nom... Liberté. A pochi e' dato di vivere una vita normale, alzarsi ogni giorno in un paese libero, in pace, con la pancia piena e' una cosa di per se straordinaria che non dovremmo dare per scontata.

Le filippine danno una caccia spudorata ai maschi europei, basta che respiri e che ci sia una anche solo remota possibilita che ti porti via di la. E' un triste spettacolo ma probabilmente farei anch'io lo stesso al loro posto. Queste donne sono eroiche, la vita di una donna in Arabia e' drammatica, sono continuamente soggette ad assedio sessuale da tutti, perche fare sesso con una saudita e' estremamente pericoloso per cui tutti, locali e immigrati, si rivolgono alle filippine che comunque hanno fama di preda facile, il tiro al piccione. Le infermiere confessano di non avventurarsi mai fuori dalle mura dell'ospedale, mi mormorano storie di donne rapite, violate e sepolte nel deserto. Ricordano gli Eloi della Macchina del Tempo di H.G. Wells, mangiati dai Morlocks.

Viviamo in una nazione in cui una donna sorpresa in adulterio viene pubblicamente lapidata a morte. In generale le condanne a morte vengono condotte in pubblico, e i pochi arabi con cui ho ragionato sul tema ne sembrano entusiasti - bisogna dare il buon esempio, dicono, punirne uno per educarne cento. Ricordo un giorno in cui in Ciad tre ladroni vennero fucilati in pubblico da un plotone di soldatini ubriachi, la citta intera si riverso in piazza ad ubriacarsi del sangue e della disgrazia altrui, anestetico per le proprie sofferenze. Anche i miei colleghi laureati erano estasiati dallo spettacolo. Mi raccontano di un occidentale che venne trascinato in prima fila ad assistere ad una esecuzione per decapitazione, e si trovò inondato di sangue: per fare in modo che il condannato prima di morire vedesse la faccia di un infedele, supremo affronto. Un pensiero molto carino.

I gatti sauditi sono una cartina tornasole del mondo saudita. Cani non ce ne sono, i musulmani li considerano impuri perche si leccano i genitali. Ma gatti in giro ce ne sono, sono magri ispidi e spiritati,sporchissimi e arruffati, scappano terrorizzati quando si avvicina un umano, sembrano tutti usciti da un girone dantesco, come afflitti da un post traumatic stress disorder cronico. Uno ha la coda mozzata, dopo molti Kitekat riesco a vincere il suo orrore per gli umani, ma ogni volta che lo accarezzo freme di paura. Un altro si trascina sulle zampe davanti, la schiena spezzata, gli arti posteriori paralizzati probabilmente da una automobile che gli è passata sopra: caro amico gatto, hai pagato cara la tua avventura saudita, per te non c'e' ritorno; volevo dargli un po' di Kitecat per lenire l'estremo affronto, fargli capire che almeno da qualche parte esiste l'amore, e che forse la luce di quell'amore lo può accompagnare nella sua strisciante esistenza ed illuminare i suoi più bui momenti; che c'e' qualcuno che partecipa del suo dolore, che non e' completamente solo nel suo dramma, che esiste un dio minore misericordioso anche verso i gatti... ma al momento l'avevo finito. Disdetta. Quando arrivai in Egitto, mi colpirono i gatti del Cairo, pasciuti, sicuri di sè, ti passano vicino con nonchalance, segno che l'umanità attorno gli è benevola e tollerante.

Riyadh e' un perfetto esperimento di laboratorio di coltivazione in vitro del batterio consumistico ed energivoro americano: si prenda un popolo nomade, quindi con scarse difese immunitarie alla demenza urbanistica moderna. Lo si inondi improvvisamente di energia e denaro, e si usi come catalizzatore il modello di vita americano. Si vedra come questo popolo, prima fluido, cristallizzerà sedentario riproducendo all'infinito lo schema del DNA urbanistico americano: shopping centers, parking lots, highways, uguali all'infinito, sempre ugualmente orrido e becero, un oceano di automobili in un mare di cemento. Le gambe ridotte a goffe appendici per il controllo di freno e acceleratore, la camminata si fa dondolante per mancanza di coordinamento motorio. Gli umani si circonderanno di una nuvola di gadgets elettronici, secerneranno corazze di automobili di lusso, di camions da 2 tonnellate, tanto la benzina e' quasi gratis. Non esistono attraversamenti pedonali, nessuno cammina per strada tranne qualche buon selvaggio indiano - grande India, ultimo baluardo di civiltà contro la marea del consumismo.

I sauditi sono il popolo al mondo che fa piu incidenti stradali mortali - nell'eccitazione causata dall'eccesso di energia, si dimenticano dei limiti che madre natura ci ha dato. E', comunque, molto evidente il ruolo dominante che gli Americani hanno avuto nel forgiare questo paese, sia dal punto di vista politico che economico e urbanistico. Penso che peggio di così non potevano fare. O forse si, ma ci arriveremo, dategli tempo. Dal punto di vista democratico, tutti dicono "questo è un paese libero, puoi fare quello che vuoi, basta che non parli male del re". E in genere di politica non si parla, tranne deprecare genericamente la guerra in Iraq e l'arroganza americana, ma parlare di come la CIA influenza i paesi arabi è assolutamente tabù.

Gli asiatici si adattano a vivere nel deserto metropolitano, dimostrando una filosofia di vita piu aperta ai cambiamenti e più adattabile all'ambiente della nostra. Gli Occidentali invece si asserragliano dentro delle specie di caserme dette Compound, circondati di filo spinato, cingolati con mitragliatrice, guardie di sicurezza che non servono a nulla. E' una prigione dentro all'immenso carcere a cielo aperto che è questo paese, e ci si sente ancora più dolorosamente isolati, segregati e lontani dalla societa civile. Non bastano i comforts tipo piscina e palestra a renderlo un luogo piacevole; siamo tutti comunque mercenari sradicati. Anche noi abbiamo venduto un pezzo della nostra vita per denaro.

I muezzin alle 5 di mattina iniziano una litania incessante di preghiere, ogni minareto ha un décalage di qualche minuto da quelli adiacenti, per cui la litania dura in eterno. Parlerei più a lungo della religione, ma ho francamente paura di ritorsioni per cui dico l'essenziale. Quant'era più bello l'induismo, con la sua glorificazione del creato e delle creature, i loro riti varipinti e fantastici, i loro templi una orgia di sensualità. Come sono geometrici e freddi i templi islamici, dove ogni rappresentazione della natura e degli animali è bandita; tutto è geometria, o complicati arabeschi. Peccato, ero venuto con la ferma intenzione di imparare l'arabo e di conoscere l'Islam, ma dopo un pò lascio perdere. Alcune cose le ho conservate, tipo dire "as salam aleikum" (la pace sia con te) e "Inshallah" (se dio vuole), le trovo cose belle.

I miei colleghi mi dicono "ma guarda che l'Islam è un parente stretto del Cristianesimo, noi riconosciamo in Gesù un profeta", e io gli chiedo "ma allora se siete tanto ecumenici perchè chiamate 'infedele' chi non è musulmano?", e lì balbettano qualche scusa poco convincente. Al lavoro ci sono frequenti pause per la preghiera, precedute da un richiamo degli altoparlanti. Ci vanno tutti a pregare, sospendendo ogni attività. A me la cosa non dispiace, in fondo fa un bel contrasto con il modo occidentale di vivere, strenuamente volto alla produzione e al consumo, e poi le preghiere islamiche fanno molto bene alla schiena, aumentano la flessibilità dei giunti. Peccato che a pregare ci sono solo uomini, anzi in tutta l'azienda, 30mila dipendenti, non c'è nemmeno una donna.

Le donne vivono una vita di semi-prigionia dorata, assistite da una serva filippina nelle faccende di casa; non possono guidare, che vuol dire che non possono andare da nessuna parte dato che non esistono neanche mezzi pubblici in Riyadh. La sera le portano a... direi a pascolare se non suonasse offensivo...nei centri commerciali, dove godono di un paio d'ore di aria, sempre chiaramente sotto stretta sorveglianza. Sono creature affascinanti, di cui si intravedono solo gli occhi e le mani curate; un pò mi fanno pena, un pò rabbia perchè si sono rassegnate a vivere in un carcere dorato, e comunque sono tremendamente razziste verso le donne non arabe, soprattutto verso le asiatiche che considerano bestie da soma. Vittime, e carnefici a loro volta; ma in fondo lo siamo tutti. Io sto accuratamente alla larga da loro, quando si avvicina una io scappo, l'ultima cosa che voglio per me è essere accusato di tentare di adescare una donna e passare 5 anni in carcere, qui la giustizia è amministrata da un tribunale religioso. L'immagine della donna è rigorosamente censurata, anche in farmacia sui prodotti di importazione che ritraggono il viso di una donna è apposto un bollino di censura; in TV i volti femminili vengono sfuocati; in genere a volto scoperto, ma pur sempre coperte di mantelloni neri, vanno sono le adolescenti o le straniere. Arrivato in Egitto, rimasi sconvolto al vedere ragazze in blue-jeans - pur coperti i capelli da un velo: in Arabia quei jeans sarebbero costati loro il carcere.

Dal lavoro mi buttano fuori presto, credo più che altro perchè non tollero l'autoritarismo del capo progetto - che sembra voler condurre il team come in una scuola coranica dove lui è il maestro - con licenza di fustigare pubblicamente gli allievi sorpresi in difetto. Ricordo le scuole coraniche in Ciad, un gruppo di ragazzini impauriti, rapati a zero, che recitano tutti assieme in un'assordante confusione i versetti del Corano; mentre il maestro va in giro con un frustino e picchia i meno zelanti - o forse picchia tutti, indistintamente. Io educato all'individualismo anarchico, alla creatività e al libero pensiero proprio non mi adatto al fare sottomesso dei miei colleghi.

Arrivato all'aeroporto, risulta che il visto era scaduto... altri 5 giorni di passione, correndo da un commissariato a un ufficio per farmi rinnovare il visto... una interminabile serie di intoppi burocratici, di gente che non vuole stare ad ascoltarmi... per un attimo penso che non riuscirò mai ad andarmene di lì... bravissimi al consolato Italiano che mi offrono conforto spirituale, altro non possono fare... ma mi consola moltissimo il pensiero che, male che vada, posso sempre gettarmi dalla cima del Kingdom Tower, il grattacielo più alto dell'Arabia, per riconquistare la liberta... che alla fine, a meno che mi incatenino e mi nutrano con flebo, nessuno può costringermi a vivere in una prigione. Qualcuno disse che puoi togliere a un uomo la libertà del corpo, chiudendolo in una prigione, ma la libertà dell'anima, del pensiero non gliela toglierai mai. Io, valdostano, nato libero di correre sulle montagne sospeso fra cielo e terra, attraversando foreste e valicando torrenti, non potrei mai tollerare la prigionia nè del corpo nè dell'anima. Come sa la volpe che, presa in una trappola, si trancia la zampa a morsi pur di sfuggire, pur sapendo che senza zampa non potrà mai sopravvivere: libertà ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Ora sono di nuovo in terra d'Occidente, la preghiera delle 5 non mi sveglia più al mattino.... un pò mi vengono in mente le ultime parole de "La tregua" di Primo Levi....paura che la libertà sia solo un sogno, e che domattina mi risveglierò al solito grido....

L'ARTE RUSSA VERSO LE STELLE. INTERVISTA Il sogno di rendere la fotografia popolare tra le masse, i giovani artisti russi che oggi segnano record nelle aste e sul mercato mondiale. Grazie ai soldi degli oligarchi, ma anche al fiuto di chi non dimentica i tempi dell'underground sovietico. A colloquio con Olga Sviblova, madrina dell'arte contemporanea russa d'oggi, e del passato recente.

Lucia Sgueglia


MOSCA- All’appuntamento arriva trafelata, con quasi tre ore di ritardo. Si scusa ripetutamente in francese, nel frattempo risponde in inglese a uno dei suoi cellulari, strigliando i custodi perché all’ingresso mancano i programmi pieghevoli. Poi sorride: "Il catalogo non è pronto, i biglietti sono andati esauriti il primo giorno…". Piccola e magrissima, abbigliamento minimal-chic, se non fosse per le sigarette accese una dopo l’altra non parrebbe russa, Olga Sviblova. "Odio i cliché sui russi - ci dirà poi - sono molti di più di quelli che costruiamo noi sugli europei. Ma so che abbiamo un debito storico da pagare".
Domenica pomeriggio a Mosca, nello storico Maneggio a fianco del Cremlino, sede centrale della Fotobiennale. Una folla di famiglie, bambini, coppiette, teenager sciama tra le immagini dei maestri della fotografia mondiale di oggi e di ieri. I giovani scattano foto col cellulare alle opere, e con un sms possono votare l’artista preferito. Era questo che sognava madame Olga quattordici anni fa quando dal nulla organizzò a Mosca la prima biennale, rendere la fotografia popolare? "Sì. Da noi i fotografi sono sempre esistiti, bravissimi. Ma occorreva creare un pubblico. L’ultimo festival ha avuto 768mila visitatori. Il 70 per cento sui trent’anni: chi arriva in Porsche e chi ha diritto all’ingresso omaggio". Quasi cento mostre quest’anno, lavori di Alex Webb, William Gibson, Lise Sarfati, Andreas Gursky, autocromie dei fratelli Lumiere, i 60 anni della Magnum, Fontana e Giacomelli, e tanti nomi russi. Gli autori fanno a gara per esserci, incontrano il pubblico e tengono workshop ambitissimi. Decine gli spazi espositivi per la città, dalle piccole gallerie all’ex fabbrica Winzavod, luoghi simbolo della rinascita della scena artistica russa. Di cui Sviblova, 54 anni, è considerata artefice. A partire dalla Casa della Fotografia di Mosca (MDF), che fonda e dirige dal 1996.
Non aveva altro a cui pensare dopo il crollo dell’Urss, nella crisi nera degli anni Novanta? "Per me la fotografia è parte dell’infanzia" racconta. Il nonno ingegnere, prigionero di Stalin negli anni Trenta, poi riabilitato con Krusciov, ricevette come “ricompensa” un apparecchio fotografico, con cui trascorse gli anni della pensione, fissando paesaggi e "tutto il suo mondo". "Grazie a lui conosco un po’ meglio la mia storia familiare. In epoca sovietica la fotografia era documento, il privato inesistente. Per me è sempre stata arte. A sei anni vidi una foto sconvolgente, Krusciov che ballava e mangiava popcorn. Molto tempo dopo seppi che era firmata Dmitri Baltermants", uno dei grossi nomi della fotografia sovietica, riscoperto proprio da Sviblova.
Laurea in psicologia, sei dei suoi primi vent’anni li passa in strada lavorando come spazzina: "Il periodo più felice della mia vita". Alla fine dei Settanta si avvicina al mondo dell’arte underground russa, il controllo dello Stato si sta allentando. Nel 1987, con la perestrojka, organizza la prima esposizione ufficiale di giovani artisti, l’anno dopo un suo documentario sull’arte sovietica non ufficiale va a Cannes. In quegli anni molti artisti passano alla fotografia, da Goldin a Sherman e Boltansky. Nel 1991 Olga è in Francia, mecca dei fotoamatori, a guardar mostre. A Parigi si imbatte in una delegazione del ministero della Cultura russo. "Fu un caso. Mi chiesero di organizzare un evento fotografico a Mosca. Eravamo in tre a far tutto, due stanze in affitto in una kommunalka. Col fax regalatomi da mio marito (il secondo, francese) mandammo trecento comunicati alle compagnie citate nelle pagine gialle per cercar fondi. Prima a rispondere fu Philip Morris: va bene, cosa volete?". Dopo la Fotobiennale il sindaco di Mosca la incarica di aprire il museo. Da lì, mentre il Paese si risolleva, nasce nel 2000 una scuola per fotografi e fioriscono iniziative, spesso sul crinale con l’arte contemporanea. Sviblova ha organizzato 1.500 mostre di fotografi russi all’estero e nel 2007 ha curato il padiglione del suo Paese alla Biennale di Venezia. Tutti i maggiori artisti russi contemporanei le devono qualcosa, da Ilya Kabakov ai giovani Kulik, Mamyshev-Monro, il collettivo AES+F. Fondamentale il rapporto con il mondo degli affari. Tra i suoi finanziatori conta società del calibro di Novatek Gas e Roman Abramovich, grazie al quale Sviblova ha portato a Londra le foto del rivoluzionario avanguardista Rodchenko, i pittorialisti anni Venti-Trenta e Max Penson. Come ha fatto a convincerlo? "Gli abbiamo spedito un catalogo, era interessato. Poi l’ho incontrato due minuti a Venezia, gli era piaciuta Sam Taylor-Wood, una dei miei artisti preferiti".
Qualcuno sostiene che l’arte russa oggi è soprattutto glamour, mercato e mondanità, un mondo dominato dalle mogli degli oligarchi… "Sa che le dico? Me ne frego, se serve a sviluppare la cultura. La sensibilità sta cambiando anche per la nostra élite. Molte di quelle signore hanno creato ottime collezioni familiari, fondazioni che sostengono giovani artisti. Meglio che comprare jet privati placcati d’oro no? All’inizio del secolo scorso, i musei Pushkin ed Ermitage nacquero grazie a grandi mecenati russi… forse stiamo tornando a quel clima". A giugno 2007 è stato inaugurato il primo museo privato di arte contemporanea a Mosca: Art4.ru per iniziativa del businessman Igor Markin, che si ispira dichiaratamente ai mecenati russi del primo 900. Atri apriranno a breve, come quello della fidanzata di Abramovich. Ormai siamo nella globalizzazione, dice Olga. "È un momento d’oro per le quotazioni dell’arte russa. Ma il mercato può crollare in un attimo. Per questo occorre creare basi culturali indipendenti".
Oggi Dom Fotografii (la Casa della fotografia) vanta una collezione di 80mila pezzi. Nomi salvati dall’oblio o dalla censura sovietica come i “reazionari” Alexander Grinberg, Anatolj Jegorov, Juri Rybchinskiy; gli avanguardisti El Lisitskij e Boris Ignatovich; artisti che lavorano con le immagini: "Finita l’Urss avevamo bisogno di recuperare la nostra storia non scritta. La fotografia la mostra così com’è". Nei prossimi mesi gli artisti russi approderanno a Istanbul e Miami. A Mosca nascerà (a breve nello spazio “Rigroup” di Winzavod, creato coi fondi di una grossa società immobiliare Usa, a capo una imprenditrice russa) un Incubatore per Giovani talenti. Un sogno? "Che l’arte contemporanea diventi comprensibile. Dieci anni fa qui nessuno conosceva Cartier Bresson o Sarah Moon, oggi sono patrimonio comune. Ora serve un museo d’arte contemporanea internazionale: per impararne l’alfabeto".
Ma Olga è fortemente ancorata al presente. Nove anni fa si è persino avvicinata al mondo della moda lanciando un festival tematico, “Moda e stile nella fotografia”. Concessione a un linguaggio più commerciale? "No, discutere lo stile di un’epoca significa riflettere sulla storia. Le minigonne anni Sessanta ritratte da Klein sono un intero mondo, un modo di presentarsi, spirito del tempo". E il luogo comune sul cattivo gusto dei nuovi russi? "Sciocchezze. Oggi se all’estero vedo una donna ben vestita, è russa. Impariamo molto in fretta: è lontano il kitsch orribile degli anni Novanta, sale la qualità della vita e le nuove generazioni conoscono i designer mondiali".
Amatissima o destestata, Olga per i suoi detrattori fa troppo a scapito della qualità. Di certo ignorarla è impossibile per chi lavora con l’arte in Russia. Mondana e nottambula, al party dove l’abbiamo conosciuta una lunga fila di questuanti attendeva di parlarle. La chiamano zarina, papessa dell’arte russa…, che ne pensa? "Solo comunicazione utile ai progetti – replica - niente a che fare con la mia anima". Non si stanca mai? "Non so cosa sia il tempo libero. Ma ho un rifugio segreto in Camargue, dove mi rilasso dormendo dieci giorni di seguito, là tengo anche degli animali…". Tutto fuorché snob. E in questo, tipicamente russa.

Leggilo anche su Ventiquattro, mensile del Sole24ore

http://www.lettera22.it/showart.php?id=9343&rubrica=148


IL NUOVO VOLTO DEI NERI, OTTIMISTI E ONLINE

Barack Obama Barack Obama

di Marco Bardazzi

WASHINGTON - Gli stereotipi che li vogliono ribelli a ritmo di hip-hop, o passivi e rancorosi, stanno rapidamente scomparendo. Nell'anno che segna la prima volta di un nero pronto a giocarsi la Casa Bianca a novembre, un ampio studio sugli afroamericani mostra il loro nuovo volto: ottimisti, sempre più connessi tramite il web, con un forte senso della famiglia e in crescita sulla scala sociale.

Sarà l'effetto di Barack Obama, il candidato presidente divenuto un simbolo del loro riscatto, ma i 39 milioni di neri d'America appaiono un popolo assai più in forma di quanto non venga di solito descritto. E nei prossimi mesi faranno sentire tutto il loro peso anche nella campagna elettorale, nella quale si presentano come un'imponente 'macchina da guerra' per Obama. Il network radiofonico Radio One, la principale emittente rivolta agli afroamericani, ha voluto cercare di tracciare una mappa aggiornata di chi siano oggi i neri d'America, per cogliere le caratteristiche nuove che emergono in quella che era fino a poco tempo fa la principale minoranza razziale statunitense (ora superata dagli ispanici).

Un vasto studio eseguito dalla società Yankelovich, e pubblicato da Usa Today, racconta una realtà nella quale i neri risultano appartenere ad almeno 11 tribù sociali diverse. La più attiva - e una delle più interessanti per gli strateghi di Obama, a caccia di attivisti per la loro campagna - é rappresentata dai 'connected black teens', gli adolescenti neri costantemente connessi sul web, tecnologicamente esperti e sempre più integrati nel mondo dei coetanei di ogni colore. La discriminazione subita dai padri e nonni li tocca meno e mostrano un grande ottimismo sul futuro. Sono in buona parte loro a far crescere al 68% la percentuale dei neri che usano Internet con regolarità, arrivata ormai vicina a chiudere il gap digitale che li separava dal resto del paese: la media nazionale è infatti del 70% e sale al 72% per i bianchi non ispanici.

Quasi un terzo dei neri ha un reddito annuo di oltre 50.000 dollari e il 47% possiede una casa. Anche in questo caso si tratta di cifre in crescita sensibile rispetto al recente passato. Una delle categorie individuate dallo studio, denominata 'New Middle Class', è rappresentata proprio dall' emergente classe media dei neri dei sobborghi, con un buon tenore di vita, che hanno messo da parte la protesta contro il governo o le lamentele del passato, per diventare protagonisti del cambiamento. Decenni di musica ribelle, a ritmo di rap e hip-hop, non sembra stiano alimentando una generazione arrabbiata. I trentenni neri magari ascoltano i rapper sull'iPod, ma puntano sempre più a integrarsi nei luoghi di lavoro e negli ambienti sociali. Quanto ai giovanissimi, ben l'84% degli adolescenti interpellati nel sondaggio ha sostenuto di avere "un enorme rispetto" per le opinioni e i desideri dei genitori e dei nonni.http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_103961074.html


Un incubo, una nuova ossessione

 


Argomenti: Pensare l'Europa

 

 

Questo artico è stato ubblicato sul quotidiano Il Secolo XIX

La sera di sabato scorso a Parigi alle 19 mentre per le strade si festeggia la festa per il solstizio alcuni giovani vedono un loro coetaneo, lo picchiano selvaggiamente, lo lasciano sul marciapiede e se ne vanno. Il giovane ferito – ora in coma – si chiama Rudy Haddad, ha 17 anni. Che cosa abbia fatto di concreto ancora non è dato sapere. In ogni caso non sembra che sia un dato importante. Importante per i suoi aggressori, invece, era la sua identità. Rudy Haddad, infatti, ha in testa una Kippà – ovvero un copricapo religioso che lo identifica inequivocabilmente come ebreo. I suoi aggressori alle prime indagini risultato appartenenti a una banda di arabo–musulmani, in un quartiere - il XIX arrondissement – collocato nella zona nord-est di Parigi tra Montmartre e il Museo della scienza La Villette che oggi molti dichiarano a rischio, caratterizzato da forti tensioni tra bande a carattere confessionale o etnico, come ha dichiarato Jean-Christoph Cambadélis, deputato socialista eletto in quella circoscrizione.

Un dato che è confermato dalla cronaca di quel giorno. Sono le 13.30 quando si verificano alcuni incidenti intorno agli uffici della municipalità dello stesso XIX arrondissement. Passano poche ore e ancora alle 16.30 un altro giovane ebreo di 20 anni viene aggredito e poi ferito mentre si sta recando a casa di amici. Da domenica la Francia ha ufficialmente riconosciuto che di nuovo in forma plateale l’antisemitismo corre per le strade di Parigi come nei giorni caldi tra 2002 e 2003. La condanna è stata unanime, ma rimane egualmente il problema di dare un volto a quel fenomeno che molti chiamano della “violenza giovanile” e, in specifico, dell’antisemitismo come fenomeno collettivo. Perché l’antisemitismo non è solo la conseguenza di colpire degli ebrei.

L’antisemitismo prima ancora che un indicatore delle vittime che sceglie di colpire, è il sintomo di un malessere che attraversa la società contemporanea e, nello specifico la Francia moderna, un paese e una società che a ondate diverse a partire dagli anni ’90 dell’Ottocento ha conosciuto fenomeni di antisemitismo popolare. Fenomeni che hanno coinvolto alternativamente il mondo rurale, il sottoproletariato urbano, i ceti medi, e ora in gran parte sembra coinvolgere la seconda generazione emigrata. Ogni volta l’antisemitismo ha un contenuto ed è il contenuto a farlo diverso (anche se talora appare sempre identico a se stesso) e a comunicarci in maniera diretta quale sia il malessere in corso. L’antisemitismo, prima ancora, di essere l’individuazione di un nemico dato è la storia di un’ossessione e di un incubo. Come tutti gli incubi non si risolve, “facendo luce”, con dei “corsi di recupero”, ma nominando le cose per ciò che sono, per il meccanismo mentale che indicano.

Se a lungo l’antisemitismo che colpiva gli ebrei è stato l’ossessione per un complotto che non c’era, ovvero la disperazione di ingenui venerdì che temevano di essere turlupinati da perfidi Robinson in agguato a tramare nell’ombra contro la loro ingenuità (un’ossessione che ha avuto particolare fortuna nel cattolicesimo popolare), ora sembra che esso abbia acquistato nuovo valore. Esso rinvia così all’odio non per il diverso (quest’odio rimane in gran parte, ma deviato verso gli islamici nelle nostre società e di solito non coinvolge gli ebrei che invece vengono accolti come “integrati”, il che sia detto di passata non rende inesistente l’antisemitismo, semplicemente trasferisce quel meccanismo persecutorio su qualcun altro), bensì a quello nei confronti dell’emancipato. L’ odio etnico, che si presenta in nome della rivolta dei “dannati della terra” che colpiscono perché pensano di essere i militanti di un esercito che fa dell’atto “audace” un’ icona. In altri tempi avremo detto la rivolta della rabbia delle periferie contro il proprio prossimo percepito come nemico. Oppure la violenza riversata su individui trasformati i “pupazzi” su cui esercitare la propria rivalsa in nome dell’emancipazione dalla propria disperazione sociale. In breve il “Socialismo degli imbecilli”. E’ una definizione efficace. Può bastare?http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=2,168

David Bidussa


Domani un voto decisivo per il futuro della Mongolia
Si rinnova il Parlamento e si teme perduri l’attuale frammentazione della maggioranza. Ma il Paese affronta inflazione al 15,1% e disoccupazione e deve decidere lo sfruttamento di immense risorse minerarie, ambite da ditte e da potenti vicini.

Ulaan Baatar (AsiaNews/Agenzie) – Si vota domani per rinnovare il parlamento della Mongolia, ma anche per sceglierne il futuro in modo forse decisivo. I 2 maggiori gruppi, il Partito rivoluzionario del popolo mongolo erede di chi ha guidato il Paese quando era un satellite sovietico, al governo e favorito, e il Partito democratico, sono entrambi fiduciosi di avere un’ampia maggioranza per governare da soli.

Ma alla competizione partecipano altri 13 partiti minori e si applica un nuovo sistema elettorale più rappresentativo, per cui si potrebbe ripetere l’instabilità seguita alle elezioni del 2004, con il voto determinante di piccoli gruppi. Il nuovo governo dovrà affrontare la forte inflazione e trattare con ditte estere ansiose di sfruttare le grandi risorse minerarie, dopo che i 3 premier succedutisi nella precedente legislatura non hanno avuto sufficiente forza per ratificare importanti accordi minerari.

L’economia è cresciuta del 9,9% nel 2007 e del 7,5% nel 2006 (ma soprattutto per l’aumento del prezzo dei minerali), ma l’inflazione nel 2007 è stata del 15,1%. Il Paese è stretto tra Russia e Cina e dipende da Mosca per gas, petrolio e derivati e da entrambi per grano, generi alimentari e vari prodotti. Anche se crescono rapporti e scambi con Stati Uniti, Giappone ed altri Stati. Il rischio è che una crescita incontrollata di prezzi e disoccupazione favoriscano una svolta autoritaria, magari tornando a essere un satellite di un vicino potente. La siccità e un inverno molto freddo e nevoso hanno decimato gli allevamenti e impoverito migliaia di famiglie.

Ma è un Paese immenso con soli 3 milioni di persone, di cui la metà circa vive ancora da nomade nelle steppe, e giovane, con due terzi della popolazione sotto i 30 anni e circa il 30% sotto i 14. E’ ricco di minerali: rame, oro, carbone, ferro, stagno, zinco, molibdeno, uranio e  altro ancora. Il nuovo governo dovrà decidere o confermare accordi, come per i giacimenti di rame e d’oro di Oyu Tolgoi nel deserto del Gobi, che da soli si stima faranno crescere il prodotto interno lordo del 34%. (PB)http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12629&size=A


La Capitale dai mille volti: viaggio nella nuova Berlino

La cupola del Parlamento tedesco (Foto: European Citizen/Flickr)

La cupola del Parlamento tedesco (Foto: European Citizen/Flickr)

Come vive la politica Berlino, capitale della Germania riunificata, con alle spalle una delle storie più travagliate d'Europa? Oggi motore pulsante di rinascita nazionale, è polo d’attrazione di studenti, artisti e lavoratori di mezzo continente.

OPINIONE

di claudio tocchi.

 

«Se i dipendenti delle ferrovie decidessero di occupare i binari, prima da bravi tedeschi comprerebbero tutti il biglietto». Così Karl Marx descriveva, a metà Ottocento, le abitudine politiche dei suoi connazionali. Una politica non umorale, senza slanci o passioni ma fatta di regole e ragionamento. È cambiato qualcosa nell'ultimo, turbolento, secolo e mezzo?
A prima vista la politica a Berlino non si sente. Forse la città è troppo ariosa, troppo larga, troppo grande per accorgersene. I palazzi dirigenziali se ne stanno infrattati a Mitte, zona del centro storico, mentre già nei quartieri limitrofi quasi non ci si accorge se il Dalai Lama parla alla Porta di Brandeburgo o se qualche Presidente straniero è in visita in città. Niente blocchi, niente ripercussioni sul traffico. I tram viaggiano con regolare, teutonica puntualità.

«In fondo qui tutto funziona»

«Probabilmente è una questione culturale» ci dice Bekir Yilmaz, presidente della Türkische Gemeinde zu Berlin (la comunità turca più importante della città). «La comunità turca, ad esempio, vive la politica con più identificazione, in modo più comunitario. I tedeschi hanno una visione più individualistica. Forse anche perché, in fondo, tutto funziona».
In effetti stiamo parlando della quarta potenza economica del mondo, di una democrazia stabile e di un Paese con standard qualitativi di vita altissimi e servizi dall'eccellenza proverbiale. Di motivi per scendere nelle strade e manifestare non ce ne sono molti.
«È anche una questione di necessità», conferma Yilmaz. «La comunità turca ha dovuto impegnarsi di più politicamente perché partivamo da una posizione minoritaria. Per i tedeschi è diverso».

La capitale giovane

Il nuovo Parlamento a Berlino (Foto: vladislav.bezrukov / Flickr)Il nuovo Parlamento a Berlino (Foto: vladislav.bezrukov / Flickr)

Sarà. Ma la sensazione che qui la politica manchi di qualcosa rimane. Certo, Berlino non è il centro economico della Germania: Monaco è la città più ricca, Amburgo la più industriosa e la Bce ha sede a Francoforte. E molti ministeri sono ancora a Bonn. Forse la città ha avuto poco tempo per riabituarsi al suo ruolo di capitale: in fondo Parlamento e Cancelleria sono a Berlino da meno di dieci anni.
Eppure la politica qui è stata molto attiva già negli anni Sessanta e Settanta, quando Berlino Ovest era “città di confine”. Qui le battaglie del Sessantotto sono state fondamentali, e qui ha sede quella che, a detta di molti, è l'università più politicizzata del Paese, la Freie Universität Berlin (l'Università della allora Berlino Ovest).
«Ma l'impegno politico sta scemando. Gli eletti dell'AStA (Allgemeinen Studierendenausschusse, il Comitato Generale degli Studenti) sono quasi tutti a sinistra, ma la percentuale dei votanti è così bassa che non possiamo definirci "rappresentanti". Siamo, piuttosto, un network che offre sevizi e possibilità agli studenti», racconta Bastian, membro del Comitato.
Alla domanda sul ruolo di Berlino come capitale, il giovane risponde: «La Germania, al contrario di Italia e Francia, ad esempio, ha una struttura federale, per cui i cittadini fanno più spesso riferimento alle autorità locali. Ciononostante quando si manifesta contro qualcosa di rilievo (come la guerra in Irak o l’introduzione delle tasse universitarie) è Berlino che assume un ruolo centrale nella protesta».
La Berlino politica dunque esiste: la presenza non solo del Parlamento e del Cancellierato ma anche delle sedi dei ministeri e di tutti gli altri enti statali assicura buone possibilità di accesso alla politica “alta”.

Berlino: laboratorio per l'Europa di domani?

La sede della Cancelleria Federale (Foto: Gerrit van Aaken/Flickr)La sede della Cancelleria Federale (Foto: Gerrit van Aaken/Flickr)Ce lo racconta Anna-Lena After, collaboratrice della PolitikFabrik. Il suo è un ufficio di consulenze che si occupa di progetti che avvicinino la gente alla politica, finanziato da fondazioni e istituzioni e rivolto a studenti e giovani di tutta Europa: «Questa è probabilmente la città più multiculturale e più interessante non solo della Germania, ma di tutta l'Europa. La politica non è affatto lontana da Berlino, ma non la occupa interamente. È un aspetto come gli altri e questo le permette di lavorare meglio. Berlino è una città che ha non due volti, ma mille».
Una città vitale, avanzata, sperimentale, pulsante e multiculturale: la “nuova capitale d’Europa” – come si sente dire da ogni parte, per il suo dinamismo e la sua accessibilità, anche economica – si gode i privilegi della nuova dimensione (infrastrutture, opportunità) senza assilli e senza disturbo. E forse anche senza un pizzico di quella grandeur (vera, passata o presunta) che aleggia nell'aria di capitali come Londra, Roma o Parigi.

Magari la città ci perde in fascino e in autoconsapevolezza, ma ci guadagna in organizzazione e in tranquillità. La città dei mille volti si parla e si confronta ogni giorno, ma senza che uno prevalga sugli altri. Ce lo conferma anche l'Onorevole Ströbele, deputato al Bundestag eletto nei Verdi nella circoscrizione Kreuzberg-Friedrichshain. «Non tutte le strade portano a Berlino, parafrasando un famoso detto. E Berlino è una città che ha mille centri. Ed è giusto che sia così: essere policentrici può essere la soluzione giusta per i problemi e le necessità del mondo moderno» .
Una risposta interessante alle sfide dell'Europa di domani: il laboratorio berlinese è in funzione e la città si candida seriamente ad essere la capitale non solo di una Germania ormai dotata di unità ed identità, ma anche di un'Europa che cerca oggi di guadagnarsi sia la prima che la seconda.http://www.cafebabel.com/ita/article/25138/berlino-politica-parlamento.html


Niger, scontri esercito-Tuareg
Almeno 17 morti

di Fabio Pireddu

Continuano gli scontri nel Niger tra l'esercito e un gruppo di ribelli Tuareg. Almeno 17 persone, riferisce la Bbc, sarebbero morte vicino a Tezirzait, nel nord del Paese. Secondo fonti governative le vittime farebbero tutte parte del gruppo dei ribelli.


Il gruppo ribelle Movimento per la giustizia nigerino (MNJ), invece, sostiene che almeno 26 soldati delle truppe ufficiali sarebbero morti, mentre da parte loro le vittime arriverebbero a 7. Il MNJ combatte da tempo per lo sfruttamento delle ricchezze minerali del nord del Niger, guidato dai Tuareg che abitano nella zona.


Le popolazioni delle regioni settentrionali del Paese chiedono una maggiore partecipazione ai ricavi dovuti alle numerose miniere, tra cui ci sono anche diversi giacimenti di uranio. Il governo, però, non ha mai considerato i Tuareg come una controparte politica valida, accusandoli di pratiche illegali come traffico di droga e di armi e banditismo.

Fabio Pireddu - Anna Toro

http://www.ecodelmondo.com/niger-scontri-esercito-tuareg-br-almeno-17-morti.htm


Colpi di mortaio sulla tahdiyya

Vacilla la «sospensione» delle ostilità decisa pochi giorni fa da Hamas e Israele, con la mediazione egiziana. Dopo alcuni giorni di quiete, negli ultimi tre giorni i valichi tra la Striscia di Gaza e Israele e l’Egitto sono stati chiusi di nuovo dal governo di Tel Aviv, come ritorsione a presunte violazioni della tregua da parte delle milizie palestinesi. Alcuni colpi di mortaio sono caduti venerdì mattina in territorio israeliano, senza causare vittime o danni, ma tanto è bastato per prolungare di un giorno il blocco dei valichi, senza lasciar passare né beni di prima necessità, né aiuti umanitari. Israele sarebbe pronta a consentire–secondo un funzionario europeo citato dall’agenzia di stampa Reuters–solo il rifornimento di carburante, 600 mila litri di gasolio industriale attraverso il valico di Nahal Oz per far andare per qualche giorno l’unica centrale elettrica della Striscia. Nei giorni scorsi due azioni, una delle brigate Martiri di al Aqsa e una della Jihad islamica avevano spinto Israele a chiudere i valichi, anche se secondo i palestinesi, le azioni [lanci di razzi, senza vittime] erano una risposta all’incursione israeliana avvenuta mercoledì in Cisgiordania. Secondo i palestinesi, inoltre, gli israeliani avrebbero sparato contro contadini e pescatori della Striscia e violato i termini dell’accordo bloccando alcuni carichi per la Striscia. Nonostante le scosse, comunque, la tregua nel complesso regge tanto che si sta aprendo anche il canale, sempre indiretto, che dovrebbe portare alla liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit in cambio di 450 prigionieri palestinesi. http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/14446

 

 

PRESIDENTE DEL RUANDA SCELTO A CAPO DELLA COMUNITÀ DELL'AFRICA ORIENTALE



Paul Kagame, presidente del Ruanda, è il nuovo presidente della Comunità dell’Africa orientale (Eac): lo hanno deciso i capi di stato dei cinque paesi membri dell’Eac riuniti a Kigali per il IX vertice annuale dell’organizzazione regionale. Tra gli argomenti discussi dai rappresentanti di Burundi, Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda, la necessità di creare un mercato unico regionale e di sviluppare un protocollo per facilitare la libertà di movimento per persone, merci e servizi. “Sono felice di constatare che sono iniziati i negoziati sul mercato comune” ha detto il presidente keniano Mwai Kibaki, ricordando che l’Africa orientale è la regione del continente con le migliori previsioni di crescita economica per l’anno in corso. In contemporanea con il vertice dell’Eac a Kigali si svolge anche la prima conferenza est-africana sugli investimenti, a cui partecipano oltre 1000 persone provenienti da tutto il mondo per discutere le possibilità di investimento nella regione: a questo proposito, il presidente ugandese Yoweri Musuweni, che era il precedente presidente dell’Eac, ha detto: “Dobbiamo concentrare la nostra attenzione sul settore privato e sugli investitori: ora è tempo di mettere in pratica quello che abbiamo discusso negli ultimi 40 anni”. [MV]

http://www.misna.org/


CORRUZIONE: Le tangenti minacciano preziose risorse idriche
Erkan Kaptan


NAZIONI UNITE, (IPS) - La crescente crisi idrica mondiale - con quasi 1.2 miliardi di persone prive di forniture d'acqua regolari e più di 2.6 miliardi senza adeguate misure sanitarie - è fondamentalmente una crisi di governance. Fra le cause determinanti, la corruzione, secondo un nuovo rapporto di Transparency International.




Secondo il Rapporto sulla Corruzione Globale 2008, l'abuso e l'inquinamento hanno minato gli ecosistemi basati sull'acqua fino a renderla la risorsa naturale più degradata del mondo, ed entro il 2025 più di 3 miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a vivere in paesi sottoposti a tensioni per l'acqua.

Le conseguenze umane della crisi idrica sono devastanti, e si ripercuotono soprattutto sulle donne e sui poveri.

Il rapporto afferma che l'80 percento circa dei problemi di salute si può ricondurre a misure sanitarie e servizi idrici inadeguati, che costano la vita a quasi 1.8 milioni di bambini ogni anno e portano alla perdita stimata di 443 milioni di giorni di scuola per i bambini che soffrono di disturbi legati alla carenza d'acqua.

Gli Obiettivi per lo Sviluppo del Millennio (MDG, Millennium Development Goals) delle Nazioni Uniti chiedono una riduzione del 50 percento entro il 2015 del numero di persone che vivono senza servizi igienico-sanitari adeguati, ma gli esperti sostengono che quell'obiettivo verrà mancato se si continua a non affrontare la questione della corruzione.

"La corruzione, per quanto riguarda l'acqua, non si ripercuote soltanto sull'aspetto igienico-sanitario degli OSM, ma anche su elementi come il tasso di alfabetizzazione", afferma Hakan Tropp, del Water Integrity Network.

"Le bambine che devono fare 10 chilometri a piedi per prendere l'acqua perdono tempo che potrebbero usare per la scuola", ha affermato Tropp mercoled, durante la conferenza di presentazione del rapporto.

Il rapporto di Transparency International si concentra su diversi sottosettori chiave. Il primo la gestione delle risorse idriche, che comporta la salvaguardia della sostenibilità e dell'uso equo di una risorsa che non ha sostituti. Il rapporto rileva che la corruzione nel settore idrico rimasta spesso impunita per la collusione tra privati ed elite di potere.

"[Solo] 15 anni fa, in molti paesi era assolutamente legale che una grande impresa deducesse dalle tasse il costo delle tangenti pagate per vincere un appalto", afferma il Dr. Donald O'Leary, senior adviser di TI.

In Cina, stando a quanto viene riferito, il ricorso alla corruzione per evitare l'applicazione di norme ambientali ha contribuito a creare una situazione in cui le falde acquifere del 90 percento delle città cinesi sono inquinate e più del 75 percento dell'acqua dei fiumi che scorrono nelle aree urbane viene considerata non adatta n per pescare n per bere.

Il rapporto nota che in generale, la corruzione si può trovare in qualsiasi punto della filiera, dalle linee programmatiche e lo stanziamento di budget alle operazioni e ai sistemi di fatturazione. Poveri o ricchi che siano, la corruzione danneggia tutti i paesi e colpisce i servizi idrici pubblici e privati.

Nei paesi pi ricchi, il grosso della corruzione circonda l'assegnazione degli appalti per la costruzione e la gestione delle infrastrutture idriche municipali, un mercato da 210 miliardi di dollari all'anno solo tra Europa Occidentale, Nord America e Giappone.

Nei paesi in via di sviluppo, si valuta che la corruzione contribuisca ad aumentare quasi del 30 percento i costi di allacciamento alla rete idrica "Con la corruzione nel settore idrico e [i costi associati al] cambiamento climatico, si stima che gli OSM verranno a costare 50 miliardi di dollari in più", afferma Huguette Labelle, presidente di Transparency International.

Il terzo sotto-settore idrico esaminato nel rapporto l'irrigazione, che rappresenta il 70 percento del consumo idrico globale. A loro volta, i terreni irrigati contribuiscono a produrre il 40 percento del cibo mondiale.

Eppure, i sistemi di irrigazione possono essere monopolizzati da grandi utenti. In Messico, la fascia di coltivatori più ricchi, pari al 20 percento, raccoglie pi del 70 percento dei sussidi all'irrigazione. Inoltre, la corruzione nell'irrigazione aggrava l'insicurezza alimentare e la povertà.

Il quarto sotto-settore coperto dal rapporto è l'energia idrica che, per i massicci volumi di investimento (stimati intorno ai 50-60 miliardi di dollari all'anno per i prossimi decenni) e la tecnologia ad alta complessità necessaria, può essere terreno fertile per la corruzione nella progettazione e nella realizzazione di grandi dighe in tutto il mondo.

Secondo il rapporto, anche se le politiche idriche si spandono su varie agenzie, nella gran parte dei paesi la gestione dell'acqua è considerata una questione prevalentemente tecnica. E comporta anche ampi flussi di denaro pubblico, che espongono il settore a elevati rischi di corruzione.

L'investimento privato nell'acqua sta crescendo in paesi già noti per essere ad alto rischio di corruzione. I fornitori non a norma di legge continuano a giocare un ruolo chiave nella distribuzione dell'acqua ai poveri, e la corruzione in questo servizio essenziale si percuote soprattutto su chi non ha voce.

Tuttavia, quando i governi creano meccanismi di responsabilità, la situazione può migliorare. "Nella città indiana di Bangalore, negli ultimi 10 anni, i cittadini hanno ricevuto dei moduli di valutazione", spiega Tropp. "Servono ad esprimere giudizi e dare una pagella ai servizi forniti dall'ente pubblico. Una volta che l'iniziativa ha preso corpo, abbiamo notato varie migliorie nei servizi igienico-sanitari. Questo dimostra che i cittadini possono fare qualcosa. Possono agire a livello locale".

Il rapporto mette in guardia affinché la lotta alla corruzione non si ripercuota in negativo sulla vita dei poveri: per esempio, un giro di vite sui fornitori di servizi non a norma potrebbe eliminare un sistema che garantisce ai poveri un minimo di accesso all'acqua.

Si raccomanda, invece, di rafforzare il controllo normativo dell'uso e della gestione dell'acqua, assicurando un'equa concorrenza e un'attuazione responsabile degli appalti idrici, e adottando trasparenza e partecipazione come criteri guida di tutte le politiche idriche.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1229

COLOMBIA: ÁLVARO URIBE E' UN PRESIDENTE ILLEGALE?

 

Gennaro Carotenuto

Dai media e dai governi occidentali è il più coccolato dirigente politico latinoamericano. Ma la rielezione di Álvaro Uribe nel 2006 in Colombia, generata da una riforma costituzionale approvata solo per voto di scambio, potrebbe perfino essere annullata. Lui, come un suo collega di Arcore, lungi dal volersi fare processare, prova ad uscirne nella più bonapartista delle maniere: con un plebiscito.
Nel 2005 Álvaro Uribe non poteva essere immediatamente rieletto e avrebbe dovuto aspettare il giro successivo per ricandidarsi. La scappatoia che gli si offrì fu una riforma costituzionale che gli permise di ricandidarsi e di essere rieletto (e adesso sta tentando la stessa manovra per un terzo mandato nel silenzio di quelli che si stracciano le vesti in altri casi).
Adesso sappiamo, il tutto sanzionato da una condanna passata in giudicato a quattro anni di carcere, che almeno il voto del deputato Yidis Medina è stato comprato da Sabas Pretelt, uomo di Uribe, all’epoca ministro degli interni e attualmente ambasciatore di Colombia a Roma (in attesa che un governo italiano decente, di destra o di sinistra, lo dichiari persona non grata). E’ un processo, che in Colombia viene chiamato Yidispolitica, che coinvolge ministri e deputati del più stretto giro del presidente e che ne mette in dubbio seriamente la legittimità in carica.
Infatti, per la Corte Suprema colombiana, che si è espressa in merito ieri giovedì, la condanna di Medina fa cadere il castello e dimostra che la riforma costituzionale che permise al presidente di ricandidarsi sia “viziata da una chiara deviazione operata dal potere” e quindi si apre adesso un processo di riesame che in ultima analisi potrebbe portare perfino all’annullamento delle elezioni di due anni fa e alla conclusione che in questi due anni la Colombia ha avuto un “presidente di fatto”, ma illegale per diritto.
E la risposta di Álvaro Uribe non si è fatta attendere.
Senza mettere in dubbio il proprio diritto (divino?) a candidarsi, invece di attendere l’evoluzione del processo, vuole chiamare il popolo colombiano ad un referendum per ripetere o meno le elezioni del 2006. Anche se i media internazionali non insorgono, quella di Uribe è la più sfacciata, demagogica, populista delle proposte da parte di un presidente probabilmente illegale, che al momento ha una sessantina dei suoi tra carcere e immediate vicinanze per essere organicamente paramilitari.
Come il capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, anche Uribe considera il potere esecutivo al di sopra di quello giudiziario e vuole usare il voto popolare come passaporto per l’impunità. Ma la democrazia, in Italia come in Colombia, è un’altra cosa.

 www.gennarocarotenuto.it



NOVE ANNI DOPO SEATTLE


Una nuova strategia, anzi due. Per le donne e per gli uomini che non accettano la schiavitù e la guerra

DI BIFO
Rekombinant

Nel 1999 a Seattle cominciò una rivolta morale. Dopo l'attacco contro il summit del WTO milioni di persone in tutto il mondo dichiararono che il globalismo capitalista è un fattore di devastazione psichica e ambientale. Per due anni il movimento globale attivò un efficace processo di critica delle politiche neo-liberiste, aprendo la strada alla speranza di un cambiamento radicale.

Poi, dopo la battaglia di Genova cambiò lo scenario narrativo di fondo e la guerra conquistò il posto centrale della scena. Il movimento non fermò allora la sua azione, ma la sua efficacia fu rapidamente ridotta a zero, come dimostrò l'immensa manifestazione mondiale del 15 febbraio del 2003, che non riuscì a fermare la guerra criminale lanciata dai peggiori assassini che la storia umana conosca. Il movimento non riuscì a diffondersi allora nella vita quotidiana della società di tutto il mondo, non riuscì a dar vita a un processo di autorganizzazione del lavoro tecnico-scientifico.

Sapporo e il fallimento delle politiche neoliberiste

Oggi, nove anni dopo Seattle, mentre i padroni del mondo si riuniscono a Sapporo per prendere atto di un fallimento colossale delle loro politiche, ma anche per ribadirle nonostante tutto, dobbiamo inventare una nuova strategia per il movimento, anzi forse due.
Una strategia (anzi forse due) che parta dalla consapevolezza che il potere globale è oggi fondato sulla guerra, e che una dittatura militare sta prendendo forma nel mondo: una dittatura le cui radici sono profonde nei processi di produzione, nella cultura razzista e nell'odio interetnico e inter-religioso che i papi e gli ayatollah hanno seminato nella mente spaventata e ignorante della maggioranza dell'umanità.

La politica neoliberista ha distrutto l'idea stessa di una sfera pubblica nel campo dell'economia e in quello dei media. Ha privatizzato ogni frammento della produzione, della comunicazione, del linguaggio e perfino dell'affettività. La competizione ha preso il posto della solidarietà in ogni aspetto della vita e il crimine è divenuto la forma prevalente della relazione economica. La guerra globale è il compimento naturale di questa mutazione criminale del modo di produzione capitalista. E la devastazione sistematica dell'ambiente fisico e psichico è l'effetto naturale di questa mutazione.

l'impero del Caos

Le forze democratiche si aspettano qualche sollievo dalla possibile vittoria di Barack Obama alle prossime elezioni americane. Ma vediamo bene il paradosso della situazione. Gli Stati Uniti d'America hanno perduto la loro egemonia militare, perché il fanatismo religioso, il fondamentalismo islamico, il nazionalismo russo risorgente, e il terrore sono strategicamente vincenti nel territorio euro-asiatico. Dall'Afghanistan al Pakistan dall'Iraq all'Iran al Libano, dal Caucaso all'Ucraina, l'egemonia occidentale sta perdendo terreno. Inoltre, la crisi finanziaria apre la strada a un collasso del potere americano, e la recessione inflattiva che si sta diffondendo dovunque produce disordine e sfiducia nelle società occidentali, e queste, prive di una prospettiva egualitaria, si trasformano in razzismo.

Nel decennio della presidenza Clinton era possibile parlare (seppure mai in maniera molto convincente) di un Impero americano, ma dopo l'inizio della guerra infinita, coloro che avevano parlato di impero americano hanno dovuto parlare di un colpo di stato all'interno dell'impero. Se le cose sono così dobbiamo ammettere che questo colpo di stato ha ottenuto il suo scopo. I guerrafondai hanno perso le loro guerre (la guerra in Iraq è stata un fallimento completo, la guerra in Afghanistan si trascina verso la sconfitta, la guerra in Iran non si vincerà mai). Cionostante hanno vinto la guerra per il profitto da petrolio e per un aumento della spesa militare, e quel che è peggio hanno vinto la loro guerra contro la pace e contro l'umanità.

Oggi, mentre alla Casa Bianca si può attendere che entri una persona di sentimenti democratici, l'Impero americano cade a pezzi e il Caos è l'unico Imperatore del mondo.


una strategia del monastero felice

Che possiamo fare in un panorama distopico di questo tipo? Quale strategia possono elaborare le donne e gli uomini che vogliono la pace e la giustizia? Forse non una strategia è quello che ci occorre, ma due. Nessuna speranza è in vista, dal momento che la svolta criminale del capitalismo sta producendo effetti irreversibili nella cultura e nel comportamento della società planetaria, dividendola in tre sezioni prive di ogni universalità e di ogni sentimento solidale.

Un terzo dell'umanità è un pericolo di vita: la fame si sta diffondendo come mai prima. La crisi energetica diffonde aggressività e inflazione. La guerra devasta le case e le terre.

Un terzo dell'umanità vive in condizioni di sfruttamento semi-schiavistico, con orari di lavoro che non hanno più limiti e con salari decisi unilateralmente dai capitalisti. Ma sono talmente terrorizzati dalla precarietà e dalla paura di finire nell'abisso della fame e dell'emarginazione che sono costretti ad accettare qualsiasi ricatto.

Un terzo dell'umanità è armata fino ai denti per difendere i suoi livelli di vita e di consumo contro l'esercito dei migranti che premono ai confini della società occidentale.
Io penso che dobbiamo ritirarci ed evitare ogni scontro, ogni conflitto che sarebbe oggi inevitabilmente perdente. Dobbiamo creare una sfera autonoma e sicura per quella piccola minoranza della popolazione del mondo che vuole salvare l'eredità della civilità umanista e le potenzialità dell'Intelletto generale, che sono in serio pericolo di una militarizzazione definitiva.

Dobbiamo preparaci a una lunga fase di barbarizzazione e di violenza. Nel primo decennio del secolo siamo entrati in un'era che assomiglia a quella che in Europa chiamiamo Medio Evo. Mentre il territorio era devastato da invasioni e l'eredità delle civiltà antiche era distrutta, gruppi di monaci salvarono la memoria del passato e soprattutto i semi di un possibile futuro.

Noi non possiamo sapere se l'epoca barbarica durerà per decenni o per secoli, nè possiamo dire se l'ambiente fisico e psichico del pianeta sopravviverà all'attuale devastazione criminal-capitalista. Ma sappiamo di sicuro che non abbiamo né le armi per affrontare i distruttori, e dunque dobbiamo salvare noi stessi e la possibilità di un futuro umano.

l'imprevedibile

Questa è la strategia che io propongo. Ma una sola strategia non è sufficiente quando le cose sono caratterizzate da un indeterminismo profondo e le prospettive sono così imprevedibili come nel momento attuale. Non possiamo al momento dire quali conseguenze produrrà la fine dell'egemonia americana, nè quali sviluppi avrà la guerra che si svolge dal Pakistan alla striscia di Gaza. E non possiamo immaginare quali effetti produrrà la guerra civile a bassa intensità che si sta combattendo in Europa per motivi etnici, né quali conseguenze produrrà la recessione che corrode l'economia e la sopravvivenza dei lavoratori occidentali. Per il momento abbiamo assistito ad un'evoluzione razzista e fascista della cultura operaia in Europa, ma domani chi lo sa.

Bene, io penso che mentre ci ritiriamo nei nostri monasteri non dovremmo dimenticare di prepararci per un improvviso rovesciamento delle prospettive.

Dobbiamo essere pronti alla prospettiva di un lungo periodo di sottrazione monastica, ma anche alla prospettiva di un improvviso rovesciamento del panorama politico globale.

Provate a immaginarvi la rivolta degli operai cinesi contro il capitalismo nazional-socialista, o l'esplosione di una aperta guerra razziale in Europa, il collasso del sistema militare americano incapace di far fronte a una nuova ondata di terrorismo. Provate a immaginare il collasso apocalittico degli eco-sistemi di zone nevralgiche del mondo.

Questi scenari sono perfettamente realistici nel prossimo futuro e potrebbero provocare un mutamento radicale dell'atteggiamento politico della maggioranza della popolazione mondiale. Dobbiamo essere preparati a questo, dobbiamo preparare la narrazione per un simile rovesciamento, e soprattutto dobbiamo creare l'esempio vivente di un altro stile di vita che non sia basato sul consumismo e sull'ossessione della crescita e sulla nevrosi della competizione.

Il nostro compito centrale nel prossimo futuro è la ridefinizione dell'idea stessa di benessere, di ricchezza e di felicità. Il nostro compito è la creazione di monasteri in cui si sperimenti il benessere frugale. Critica della naturalizzazione del paradigma della crescita, elaborazione culturale di un nuovo paradigma basato sull'abbandono dell'ossessione della crescita, finalizzato alla frugalità, alla produzione ad alta intensità di sapere, alla solidarietà, e alla pigrizia, e al rifiuto della competizione.

Il capitalismo ha identificato il benessere e l'accumulazione, la felicità e il consumismo la ricchezza e lo spreco delle risorse naturali e psichiche.

Dobbiamo diventare l'esempio vivente di uno stile di vita in cui il benessere sia unita alla frugalità, la felicità alla generosità, e la produzione sia unita con la pigrizia e il dolce far niente.

La ricchezza non ha nulla a che fare con il consumo compulsivo e con l'accumulazione ossessiva.

Bifo
Fonte: http://www.rekombinant.org/
Link: http://liste.rekombinant.org/wws/arc/rekombinant/2008-06/msg00065.html


Kosovo, obiettivo energia

    Da Pristina, scrive V. Kasapolli
Il Kosovo soffre di cronica mancanza di energia. Il governo ha puntato tutte le sue carte sul controverso progetto "Kosovo C", una centrale a carbone che non vedrà la luce prima del 2015. Quello che manca, però, sono un ampio dibattito pubblico e una chiara strategia di sviluppo del settore
Fiumi di denaro non sembrano sufficienti per risolvere la cronica mancanza di energia che il Kosovo deve affrontare ormai da un decennio. Le due centrali a carbone oggi attive, “Kosovo A” e “Kosovo B”, hanno inghiottito in questi anni milioni di euro di investimenti, che si sono rivelati però incapaci di garantire il necessario rinnovamento di infrastrutture ormai arretrate.

Risultato: i cittadini devono affrontare, senza possibilità di scampo, i problemi provocati dai frequenti black-out provocati dal razionamento delle risorse messo in atto dalla KEK (Kosovo Energy Corporation), l'azienda energetica pubblica. Black-out improvvisi e imprevedibili, nonostante un fantomatico schema basato sul livello di pagamento delle bollette arretrate. Ad essere maggiormente penalizzate, poi, sono sopratutto le zone rurali.

Nel tentativo di cercare soluzioni, varie organizzazioni non governative stanno esplorando strade nuove. L'idea, semplice, ma innovativa e promettente, è quella di lanciare un vasto dibattito all'interno della società, per discutere le possibili alternative in grado di traghettare il Kosovo fuori dall'attuale palude energetica.

Secondo l'istituto GAP, un think-tank con sede a Pristina, è necessario focalizzare l'attenzione innanzitutto sul breve termine. Per ora la sola strategia esistente punta al lungo periodo, con la costruzione di una centrale da 2100 megawatt che dovrebbe cominciare a funzionare a partire dal 2015. “E cosa faremo per i prossimi sette anni, fino all'ultimazione della centrale?”, chiede Shpend Ahmeti, direttore del GAP. Per poi concludere, “la questione va affrontata subito”.

L'istituto GAP ha condotto analisi sulla situazione energetica nella regione per fare una mappatura del consumo e delle perdite nella rete. Col contributo di trenta esperti del settore, GAP sta lavorando per identificare ed eliminare gli ostacoli a quello che ritiene l'obiettivo più importante: far partire la crescita economica.

“Il settore privato è considerato il principale catalizzatore della crescita, ma più dell'80% degli operatori del campo, secondo varie ricerche e sondaggi, identificano nella mancanza di energia il principale ostacolo allo sviluppo, ancor prima dei problemi relativi alla tassazione e alla corruzione”, sostiene Ahmeti.

Questo spiega perché all'istituto siano convinti che il Kosovo abbia bisogno di un confronto vero di idee, di una politica unitaria nell'elaborazione delle strategie degna di una società che punti a sviluppare una democrazia piena.

La KEK, come impresa pubblica, sta lottando per rendersi economicamente sostenibile, obiettivo reso difficile dalla difficoltà di obbligare gli utenti a pagare le bollette. Kosovo ed Albania rappresentano le uniche realtà nella regione balcanica ancora incapaci di affrontare decisamente il problema. Dati ufficiali mostrano che la KEK riesce a raccogliere solo il 30% circa del valore dell'energia erogata, il resto viene perso in bollette evase, perdite della rete e connessioni illegali alla stessa.

Tra le varie raccomandazioni, GAP ha consigliato la creazione di unità di “polizia energetica”, visto che nel passato vari dipendenti della KEK sono stati malmenati mentre tentavano di riscuotere bollette evase, e molti dei processi intentati procedono con lentezza esasperante.

Al momento, sono allo studio vari progetti di privatizzazione della rete di distribuzione. Questo settore è responsabile del 18% delle perdite della KEK. Per cambiare la situazione, trasporto e distribuzione dell'energia devono essere modernizzati, il che in soldoni significa almeno 500 milioni di euro di investimenti.

Alternative

La strategia di lungo termine su cui punta la leadership di Pristina per risolvere la cronica mancanza di energia si basa sul progetto di costruzione di una nuova centrale a carbone, il cosiddetto progetto “Kosovo C”. La costruzione della centrale, che dovrebbe avere una capacità di produzione di circa 2100 megawatt, è caldamente raccomandata dal Lignite Power Technical Assistance Project (LPTAP), un organo del ministero dell'Energia e delle Miniere creato grazie al supporto finanziario della Banca Mondiale.

Il principale compito di “Kosovo C” sarà soddisfare il fabbisogno locale, che cresce a vista d'occhio e che, secondo le previsioni, dovrebbe assestarsi intorno ai 1000 megawatt. Il resto della produzione sarebbe invece esportato verso gli altri paesi della regione, attirando capitali necessari a stimolare la crescita economica.

Lo LPTAP lavora al complesso processo di preparazione dei bandi di gara necessari a creare la centrale e la nuova miniera di lignite necessaria ad alimentarla, ma anche a riabilitare alcune unità di produzione della centrale “Kosovo A”. Un progetto complessivo del valore di quattro miliardi di euro. L'organo sta inoltre scrivendo dal nulla la legislazione necessaria, in accordo con gli standard dell'UE, visto che il Kosovo implementerà per la prima volta un progetto di questa portata.

La riserva di lignite del Kosovo è ritenuta tra le più ricche al mondo. Secondo una recente stima della commissione indipendente kosovara sulle miniere e le risorse minerarie, oscillerebbe tra gli 11,5 e i 14 miliardi di tonnellate di materiale.

Proprio le dimensioni del progetto, che ne fanno l'opera più impegnativa mai progettata in Kosovo, ha attirato l'interesse di varie compagnie internazionali. Quattro di queste sono state ammesse al bando per la futura costruzione della centrale: la EnBW/WGI (Germania), la CEZ/AES (Repubblica Ceca-USA), la ENEL/SENCAP (Italia/Grecia-USA) e la RWE (Germania).

“Siamo in attesa di poter lanciare la seconda fase del progetto. Aspettiamo che le decisioni politiche necessarie vengano prese dal Project Steering Committee per poter aprire il bando di gara vero e proprio”, dice Lorik Haxhiu, project manager dello LPTAP. Secondo Haxhiu in questa seconda fase verranno definita la cornice attuativa del bando, con la scelta dei parametri tecnici, della locazione e della potenza della centrale e della pianificazione temporale della costruzione della centrale.

“Tra i possibili criteri del bando potrebbero includere la scelta di una compagnia in grado di portare il massimo grado di profitto al Kosovo, il prezzo del carbone utilizzato come carburante dalla centrale, le dimensioni dello stabilimento e il suo impatto ambientale, e la garanzia che il vincitore fornisca energia ai consumatori locali al miglior prezzo possibile”, aggiunge Haxhiu, ricordando poi che il surplus energetico prodotto verrebbe poi venduto sui mercati della regione.

La maggior parte dei dubbi, però, si addensano sugli “effetti collaterali” del progetto “Kosovo C”. E' previsto, infatti, che le strutture della centrale, così come della miniera di carbone destinata a rifornirla, si espanderanno fino alla periferia di Pristina, penetrando all'interno dell'area abitata. La centrale “consumerà” terreni agricoli e risorse idriche in abbondanza.

Lo LPTAP è però convinto della bontà del progetto, e risponde alle critiche. “La costruzione di 'Kosovo C' contribuirà a risolvere il problema dell'inquinamento atmosferico, visto che, tra i criteri per procedere all'investimento, stiamo discutendo la possibilità di chiudere o rinnovare le unità ormai obsolete della centrale 'Kosovo A'”, dichiara convinto Haxhiu.

Oggi, a rendere irrespirabile l'aria di Pristina, oltre alle particelle sospese provenienti dalle ciminiere di “Kosovo A” e “Kosovo B”, contribuiscono anche ondate di polvere sollevate dal processo di estrazione del carbone. Se una nuova centrale da 2100 megawatt possa avere un impatto positivo o negativo sull'attuale situazione è oggetto di una discussione aperta.

Nel frattempo, un gruppo di esperti kosovari del settore, riunitisi intorno al progetto “Forum 2015”, ha pubblicato nel maggio del 2008 un rapporto in cui vengono sottolineati tutti i punti critici relativi al progetto “Kosovo C”.

Il rapporto parla di mancata analisi sia a livello economico che sociale ed ambientale. Nei primi anni dopo il lancio del progetto è stata assente qualsiasi forma di discussione pubblica, in aperta violazione della convenzione di Aarhus, che stabilisce il principio del libero accesso alle informazioni al pubblico durante il processo decisionale. “Forum 2015” ha espresso timori relativi alle scarse riserve idriche della regione, necessarie a soddisfare contemporaneamente le necessità della centrale e della produzione agricola.

Una delle questioni centrali sollevate riguarda poi le ricadute complessive del progetto sul Kosovo, sul grado di controllo che verrà assicurato alla compagnia vincitrice dell'appalto sulle riserve di carbone, e sulla trasparenza sui futuri profitti realizzati esportando energia fuori dai confini del Kosovo. “ 'Kosovo C? È un progetto nazionale oppure internazionale?”, si chiede provocatoriamente nel rapporto.

Aprire il dibattito

La grandezza del progetto “Kosovo C” e la complessità della questione energetica hanno trovato la società kosovara impreparata, anche per la mancanza di una tradizione della cultura del dibattito. Ad insistere sugli effetti benefici di un dibattito di largo respiro è anche l'istituto per la ricerca politica e lo sviluppo KIPRED.

KIPRED, specializzato nell'analizzare i trend economici e nel proporre politiche nel campo macro-economico, ha pubblicato una serie di raccomandazioni ad uso e consumo dei più alti livelli politici ed amministrativi.

“Stiamo parlando di un progetto che avrà un profondissimo impatto sulla nostra società, ma fino ad ora è mancata qualsiasi forma di dibattito sulle priorità e l'interesse pubblico”, sostiene Genc Krasniqi, ricercatore di KIPRED, ponendo così una questione sostanziale a chi spinge per la realizzazione di nuovi impianti di produzione energetica.

KIPRED ha raccomandato al parlamento di Pristina di ratificare il Trattato sulla Carta Energetica, il Protocollo di Kyoto, la Convenzione di Aarhus e l'Extractive Industries Transparency Initiative prima di intraprendere la privatizzazione del settore dell'energia.

Il coinvolgimento dei cittadini è essenziale, soprattutto di quelli che potrebbero essere costretti a spostare la propria residenza in seguito alla costruzione della centrale, perché abbiano pieno accesso alle informazioni su progetti, sfide, problemi ed impatto ambientale.

Parlando di rischi ambientali, Krasniqi ritiene che “un vero dibattito aiuterebbe a far emergere i veri pericoli che minacciano il Kosovo. All'inquinamento prodotto dalle centrali attualmente attive, oggi dobbiamo aggiungere quello dei generatori messi in moto durante i black-out, il cui effetto inquinante, secondo le nostre stime, è pari a quello di 700mila automobili non catalizzate. Quindi sono molti i fattori che andrebbero messi sul piatto della bilancia quando parliamo della costruzione della nuova centrale".

L'attuale governo sta spingendo per la privatizzazione di alcuni settori della KEK, nella convinzione che questo possa portare ad una maggiore efficienza da parte della compagnia. Nello scorso gennaio è stato anche deciso di bloccare tutti i bandi e i progetti della KEK sospettati di infrangere i regolamenti. Il governo, poi, ha deciso di rimandare ogni decisione politica riguardo al progetto “Kosovo C”. Evidente il mutato atteggiamento rispetto al precedente esecutivo, impegnato a bruciare le tappe anche se questo significava ignorare accordi internazionali lungo la strada.

Trattandosi del più grande investimento privato mai intrapreso in Kosovo, gli esperti sottolineano la necessità di implementare le leggi già esistenti, ma anche di modificare la legislazione in accordo con gli standard dell'UE, oltre a raggiungere un livello accettabile di rispetto della legge sul territorio.

Le dimensioni del controverso impianto, così come il suo impatto sociale, economico ed ambientale, dipendono dalle proposte che lo Steering Committee deciderà di approvare. L'intero investimento, però, avrebbe di certo avuto vita meno travagliata se il Kosovo avesse una chiara strategia di lungo termine in campo energetico. Una strategia che, forse, avrebbe permesso un utilizzo più assennato degli almeno 700 milioni di euro spesi a partire dal 1999 nelle vecchie centrali, senza che questo portasse a miglioramenti sensibili.

Fino ad oggi, non ci sono però segnali di cambiamenti in positivo da parte del nuovo governo. Il piano di lavoro elaborato per il periodo 2008-2011 può essere descritto come un'insieme di speranze più che un programma concreto di sviluppo del settore in grado di fornire ai consumatori energia 24 ore su 24.

Le potenzialità energetiche del Kosovo rimarranno inespresse finché il governo, il parlamento e la società nel suo complesso non saranno in grado di elaborare una strategia sul proprio futuro economico, di concordare sui mezzi e cominciare ad implementarla, aprendo così la strada ad investimenti esteri in grado di fornire l'energia necessaria a modernizzare il Kosovo. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9713/1/45/

LA CULTURA DELLA PAURA

 

DI SEETH FREEDMAN
The Guardian

La storia ha servito al popolo ebraico la paura del proprio annientamento su di un piatto d’argento ma, mentre la paura esiste, ciò che si teme potrebbe non essere altrettanto reale.

Questa mattina sono stato invitato a parlare ad un gruppo di anziani operatori nell’assistenza che erano entusiasti di avvicinarsi sia alle comunità israeliane sia a quelle della diaspora ebraica con la loro ultima campagna. Sono, comprensibilmente, preoccupati riguardo il modo migliore di procedere, soprattutto a causa del campo minato che giace sotto i piedi di chiunque cerchi di criticare elementi della politica di Israele. Abbiamo parlato del modo migliore per aprire gli occhi della gente riguardo la realtà dell’occupazione al fine di svelare la verità di ciò che è stato compiuto nel nome della sicurezza di Israele. A causa del voltafaccia che mi è stato attribuito in quanto mi sono trasferito in Israele quattro anni fa, mi venne chiesto di descrivere l’esperienza che più mi aveva influenzato fino ad allora, soprattutto riguardo la possibilità di fornire un catalizzatore al viaggio politico sul quale mi ero imbarcato.



Senza esitazione ho risposto che era stato un viaggio illegale che feci a Betlemme durante un fine settimana in licenza dall’esercito. La nostra unità operava in città in quel periodo e, fino ad allora, ero stato condizionato a vedere i residenti come potenziali terroristi che dovevano essere gestiti e allontanati in quanto erano una minaccia mortale per la nostra sicurezza.

Senza imbracciare un M-16 o portare granate nello zaino, passai attraverso il check-point, mettendo i primi incerti passi sul cosiddetto territorio nemico. In jeans e t-shirt ho camminato per le stesse strade del campo profughi di Aida che il giorno prima avevo pattugliato armato fino ai denti con altri cinque soldati che mi guardavano le spalle.

Guardai casualmente le stesse finestre e porte che precedentemente dovevo squadrare quasi come un falco, nell’eventualità che un uomo armato o un attentatore apparisse all’improvviso o attaccasse la nostra squadra. Guardai con calma gli stessi gruppi di ragazzi che, quando ero in uniforme, dovevo definire in un istante se fossero ben intenzionati o desiderosi del mio sangue.

La paura che l’esercito mi aveva trasmesso scomparve non appena mi trasformai in un semplice turista che vagava per la città. Al contrario, più armi e attrezzatura protettiva portavo, più il luogo diventava terrificante; questo, mi apparve chiaro, era il punto principale del paradosso centrale ed eterno che ha perseguitato Israele dal momento della sua fondazione.

Per giustificare l’esistenza di Israele, deve necessariamente esserci una minaccia esistente per il popolo ebraico. E la storia ci ha servito su un piatto d’argento questa paura di essere annientati, ma, sebbene la paura sia reale, non ne consegue necessariamente che ciò che si teme esista davvero.

Un’importante episodio della tradizione ebraica riguarda, in ogni generazione, la manifestazione di Amalek che tenta di annientare il popolo ebreo proprio come nel caso del primo saccheggio che lo stesso Amalek perpetrò durante l’esodo degli Israeliti dall’Egitto. I Romani, i Babilonesi, i Greci, i Sovietici e i Nazisti, comprensibilmente, sono stati tutti battezzati Amalekites dei giorni nostri – ed ora l’Iran è descritto come la testimonianza più attuale di questa nefasta dinastia millenaria.

La paura dello sterminio è l’asso nella manica del sentire e percepire ebraico ed è stato capitalizzato nella virulenta tensione nazionalistica incorporata dall’odierno Sionismo. Occupare un intero popolo e distruggere le loro speranze e sogni per 40 anni? Un male necessario che, se non teniamo sotto controllo, ci ucciderà. Andare contro il diritto internazionale, contro i valori basilari della morale e anche contro i dogmi centrali della nostra largamente compassionevole religione? Scusate ma dovete capire che tutti “loro” ci vogliono morti; è una scelta tra noi e loro, da ora per l’eternità.

È abbastanza irrilevante chi siano “loro”. Un giorno sono i Palestinesi poiché osano cercare di ribellarsi dal giogo dell’oppressione; il prossimo è l’Europeo per avere il coraggio di intercedere nell’interesse della giustizia e della decenza. “Loro” sono solitari banditi, proprio come Norman Finkelstein, o “loro” possono essere un popolo di milioni di persone, come l’intera popolazione musulmana, compattata per convenienza in un unico gruppo omogeneo basato sul principio di un illegittimo profilo razziale.

Muri di cemento vengono costruiti tra “noi” e ”loro”; vengono dati ordini che proibiscono agli Israeliani di valicare il confine ed entrare nel territorio dell'Autorità Palestinese - il tutto sotto lo slogan di proteggere la sicurezza degli stessi Israeliani. In realtà questi sono dei semplici e insidiosi mezzi per sigillare ermeticamente Israele dal mondo esterno e convincere gli Israeliani che questa misura deve essere presa inevitabilmente.

Quelli di noi che hanno riconosciuto e vinto i pregiudizi della strada palestinese, sanno molto bene che le frottole raccontate sono semplicemente ridicole. Certo, ci sono militanti molto arrabbiati e molto violenti nella popolazione palestinese ma in uguale misura ci sono elementi pericolosi nella società israeliana proprio come in ogni gruppo etnico sparso nel mondo.

La reazione dei miei amici israeliani quando sanno dei miei viaggi a Jenin, Ramallah o Betlemme è solitamente di spregevole orrore per il fatto che ho messo piede nelle città, che ho incontrato da solo la gente locale e ho fatto loro visita nelle loro case. “Ti avrebbero ucciso se avessero saputo che eri Ebreo” esclamavano assolutamente convinti che un lupo palestinese aspetti alla porta d’ingresso di ogni campo profughi. La verità è parecchio diversa, ovviamente; quasi tutti quelli che ho conosciuto sanno che io sono sia ebreo sia israeliano ma non sono mai stato picchiato, decapitato né minacciato di morte.

È totalmente comprensibile il motivo per cui la mitologia e i malintesi prosperano incontrollati tra la gente israeliana nelle strade o nelle comunità interessate dalla diaspora. Nel vuoto lasciato dalla separazione imposta tra Ebrei e Palestinesi, le montature dilaganti conducono alla ribellione e la finzione diventa realtà nella mente delle masse. È anche comprensibile che il governo incoraggi e promuova questi racconti di fantasia per ottenere supporto per la loro infinita politica irredentista e soggiogatrice.

Ma il fatto che questo sia comprensibile, non lo rende accettabile in alcun modo. La morale e l’etica sono sottomesse alla forza e alla potenza del nazionalismo e ciò che sarebbe totalmente inammissibile in altre circostanze diventa non solo tollerato dalla società ma attivamente incoraggiato dall’elettorato israeliano e dai suoi sostenitori nel mondo.

Continuando a provocare e opprimere i Palestinesi, creano ciò di cui hanno paura. Un’altra generazione rievoca gli Amalekites: un’altra ragione per gli Israeliani per serrare i ranghi, chiudere i boccaporti con l’esterno e convincere se stessi che è semplicemente il loro destino quello di essere eternamente odiati e oltraggiati. E nessuna pressione, sia essa ben intenzionata, può essere sufficiente per penetrare lo strato calcificato di diffidenza tra il popolo ebraico e il mondo esterno.

Seeth Freedman
Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/jun/22/israelandthepalestinians.fear
22.06.08

Traduzione per www.comedonchisciotte.oeg a cura di DENIS BOZZI



giugno 28 2008


Intanto non c'è alcuno scandalo, va detto*. Tutti i cinquanta-sessantenni che comandano oggi nei partiti italiani hanno politicamente ucciso il padre (chi per davvero, vedi D'Alema vs. Occhetto, chi col gentile concorso della storia, vedi Casini e Forlani, o Fini e Almirante, e si potrebbe continuare).
È del tutto normale. Il ricambio può funzionare per cooptazione, oppure per successione, o per pugnalata alle spalle... Alle volte persino perché qualcuno ti vota.

Però, insomma, ci vuole anche un po' di cattiveria, questo sì. Il problema dei quarantenni del Pd mi pare sia stato finora un crampo mentale che li blocca a metà, tra la loro anima superdemocratica, che in qualche caso si spinge fino all'ingenuità, e il fatto che i partiti sono, almeno in Italia, strutture in cui il potere circola in modo che non ha molto a che fare con la democrazia, in cui il potere va più che altro conquistato e poi esercitato con un certo cinismo e disinteresse per le "sovrane istanze della base" (che guarda caso tutti i neodirigenti apprezzano finché coincidono con il necessario rinnovamento cioè il proprio desiderio di accedere al potere, e poi ignorano in seguito, sostituendone l'ascolto con l'espressione di un più o meno grande carisma personale).

Un partito che organizza la rappresentanza per accedere al governo, del resto, non può che funzionare strutturalmente secondo un principio di "riduzione all'unità", e questo è un problema forse insuperabile: deve dotarsi di una dirigenza ristretta, di una struttura in qualche modo verticale, di una burocrazia interna. I partiti proprio non esistono senza vertici, burocrazie, gente eletta, professionisti eccetera, e il rapporto con la base è sempre alquanto strumentale. Naturalmente è sempre possibile immaginare qualcosa di un po' meno imbarazzante di certe votazioni bulgare su liste uniche cui abbiamo assistito pochi giorni orsono proprio nel Pd, ma anche questo sarebbe poca cosa rispetto all'ideale utopico di una fluidità totale e continua tra i livelli e di una permeabilità assoluta tra dirigente e militante, come tra rappresentato e rappresentante, che in qualche modo alberga nella testa di molti, lì dentro. Un ideale che mi pare avere più a che fare con l'invenzione di una gestione creativa della molteplicità che non con la sua consueta riduzione all'unità.

In questo scenario, sperare di prendere il potere e in più essere dalla parte giusta è un po' troppo, almeno per una politica a livello umano. Chi vuole il proprio Midas insomma se lo deve confezionare, mettendo le mani nella cacca (nella propria, ovviamente). I casi di scuola sono noti.


E dunque veniamo a noi. Come fanno i quarantenni del Pd a prendere il potere? È presto detto. Potete prendere appunti.

Un gruppo di quarantenni di belle speranze, in politica, deve fare le solite cose, calate ovviamente nella specificità della propria situazione.

1. Individuare tra i propri membri un nucleo ristretto e rappresentativo di front men e tra loro un leader carismatico, e a costoro delegare buona parte delle decisioni tattiche sciogliendoli da vincoli di tipo "democratico";

2. dotarsi di una piattaforma politica originale, ma non troppo (nel nostro caso vanno benissimo le istanze già presenti: modernizzazione spinta ma dolce del Paese, lib-lab, coloritura progressista, laica, aperta, attenta alla riforma della democrazia e della rappresentanza, per il rinnovamento, l'ambiente eccetera eccetera. È necessario isolare anche qualche elemento di rottura col passato del partito: per dire, una
forte critica della stagione delle privatizzazioni gestita in passato dal centrosinistra, che ha svuotato l'economia e ha spinto la rendita parassitaria, può avere un buon appeal);

3. tradire i propri referenti e padri, soprattutto se troppo deboli, e allearsi con le correnti maggiori, quelle che contano davvero nel partito (fare i supporter di Veltroni, segretario fin dall'inizio sotto tutela e senza effettivo controllo della struttura del partito, è stata una scelta pessima, al di là degli aspetti ideali. Ma c'è ancora tempo per rimediare).


4. entrare negli organismi dirigenti grazie all'appoggio dei vecchi oppure dei nuovi alleati, anche per cooptazione o per vie non proprio limpide, alla faccia dei meriti da vantare in politica e del necessario rinnovamento democratico (e a questo ci siamo vicini, mi pare);


5. contribuire alla destabilizzazione interna, denunciare il pessimo stato del partito, indebolirne i vertici;


6. quando la situazione è matura, cioè dopo l'ennesima stangata elettorale (cioè tra un anno), spingere per la convocazione del congresso, e lì farsi indicare dalle correnti maggioritarie come alternativa giovane, di svolta, o anche solo di transizione, al debole segretario ed ex-padre cui vanno accollate ingenerosamente tutte le sconfitte. Dare ai propri "grandi elettori" un'impressione di  disponibilità ad essere manovrati, passare ai loro occhi come una soluzione debole e poco autonoma che possono usare contro il segretario senza esporsi personalmente;


7. una volta al potere, occuparne tutti gli spazi, esautorare immediatamente tutti i dirigenti delle correnti maggiori che hanno contribuito alla elezione ed eliminarli politicamente dagli organi decisionali in nome di una rivoluzione democratica che spazzi via la nomenklatura, ripescando invece come padre nobile in carica onorifica qualche dirigente della segreteria appena sostituita. In seguito consolidare il potere nei dirigenti locali e nella base.


Et voilà!


Ora, in tutto ciò, che ne è delle tensioni iperdemocratiche di cui si diceva prima, dello spirito di innovazione della rappresentanza, della "spinta costituente" che pareva molto confusamente aspirare a un nuovo e più fluido rapporto tra alto e basso, forse addirittura una nuova governance generale, a nuovi dispositivi di democrazia della decisione, che ha agitato l'esordio del Pd ma che forse scorre sotto traccia in una miriade di piccoli e grandi movimenti anche distanti tra loro degli ultimi venti anni, dai democratici referendari ai girotondi, dai social forum alle primarie, dagli esperimenti di bilancio partecipativo al no/new global? Ammesso che esistano, non era un'ingenuità e un errore pensare che quelle tensioni potessero trovare soddisfazione in un partito classicamente inteso, per quanto di onesti padri come Prodi o deboli figliastri come Veltroni?
Pace alle anime belle se la talpa scava ancora.http://falsoidillio.splinder.com/

Lodo Alfano

Adesso vi potrà pure stuprare mamma e non potrete fargli niente.http://malvino.ilcannocchiale.it/


Angelino Jolie & Nosferatu



Vignetta di Molly BezzOra d'Aria
l'Unità,
Il ministro Raffaele Fitto, imputato di corruzione e per giunta scampato all’arresto grazie all’immunità parlamentare (che per le manette esiste ancora), può capire Al Tappone meglio di chiunque altro. Tra imputati ci s’intende. Ieri dichiarava alla Stampa: «I magistrati ti rispettano solo se fai il lupo e non l’agnello». Ecco: se sei imputato devi aggredire, minacciare, sbranare il tuo giudice. Così si spaventa e magari ti assolve anche se sei colpevole. O trova il modo di salvarti (attenuanti, prescrizione, insufficienza di prove) per salvare se stesso. In termine tecnico, si chiama estorsione. Nel Sud la praticano le mafie. Ma di nascosto, con lettere o telefonate anonime: «Ma che bei bambini, signor giudice, che bella moglie…».

Il Cainano e la sua fairy band stan facendo la stessa cosa, ma non si devono nascondere. Né ricorrere agli avvertimenti anonimi. Al Tappone minaccia ogni giorno i giudici a reti unificate, con la bandana o col panama o col bitume in testa, in Europa o alla Fao o in chiesa o alla Confindustria o alla Confesercenti (a proposito: anche i commercianti si sono già rotti di sentirgli parlare dei fatti suoi e l’hanno fischiato). Negli Usa, dove non c’è immunità né per le alte cariche né per le basse, l’avrebbero arrestato già per oltraggio alla Corte. Perché lì attaccare il proprio giudice è reato grave. In Italia è la linea difensiva della classe politica. Gl’insulti di certi Ds a Clementina Forleo e quelli italoforzuti a Nicoletta Gandus sarebbero puniti in ogni democrazia del mondo. In Italia vengono punite Forleo e Gandus: l’estorsione come linea difensiva paga.

Funziona così. Al Tappone ha 4 processi e vuol farli sparire. Allora fa una legge che toglie ai magistrati il primo arnese del mestiere: le intercettazioni. Come vietare il bisturi ai chirurghi. La morte delle indagini. Poi ne fa un’altra per ammazzare i processi: quelli in corso per reati commessi fino al 2002 e puniti sotto i 10 anni (100 mila, a occhio e croce) si sospendono; ma non per sempre: solo per un anno. Così si impiega più tempo a rinviarli e poi e a rimetterli in ruolo, con relative notifiche, che a celebrarli subito. Risultato: paralisi dei tribunali. Le toghe, con la pistola puntata alla tempia, il coltello alla gola e il cappio al collo, implorano pietà. A quel punto si presentano i riscossori del pizzo, che offrono adeguata protezione con tariffe modiche. In Sicilia, Calabria e Campania si chiamano estorsori. In politica, «dialoganti».

Il sottosegretario Castelli propone «una tregua»: Lodo Schifani in cambio del ritiro del blocca-processi. La stessa cosa fa dire il giornalista-estintore D’Avanzo al presidente dell’Anm Cascini: sì al Lodo salva-Silvio se ci lasciano processare almeno gli altri. Tanto Al Tappone dei processi degli altri se ne infischia: si accontenta di bloccare i suoi. E infatti s’avanza il duo Disgrazia & Ingiustizia: il ministro ad personam Angelino Jolie, nei panni del poliziotto buono, e il suo badante personale Nosferatu Ghedini,il poliziotto cattivo. Hanno pronto il nuovo Lodo cotto e mangiato: «Sarà breve, razionale, inattaccabile, in linea con le norme europee», annuncia Angelino Jolie senza sapere quel che dice, tanto poi qualcuno glielo spiega. Non sa che non esiste «norma europea» che garantisca l’immunità a un premier.

Ma anche la signora Finocchiaro abbocca, farfugliando di imprecisati «altri paesi europei». Poteva mancare una buona parola del pompiere-capo Antonio Maccanico? Sul Corriere le dà tutte vinte al Cainano («per superare questa crisi»), ma con l’aria di imporgli condizioni giugulatorie. Queste: 1) «immunità rinunciabile»; 2) «sospensione della prescrizione»; 3) «divieto di ripresentarsi alle elezioni finchè non s’è celebrato il processo». Condizioni ridicole. 1) L’immunità sarà pure rinunciabile, ma Al Tappone non è mica scemo e non rinuncia. 2) La prescrizione è sospesa, ma se nel 2013 Al Tappone salta da Palazzo Chigi al Quirinale, il processo non si farà mai più, anche perché quando lui scenderà dal Colle avrà 84 anni e intanto i suoi giudici saranno defunti o in pensione. 3) Il divieto di ricandidarsi non serve a nulla, perché si può fare il presidente del Consiglio o della Repubblica (con scudo spaziale incorporato) anche se non si è parlamentari. Anzichè arzigogolare, tanto varrebbe ammetterlo: «Signori, ce la facciamo sotto. Quello mena». Almeno qualcuno capirebbe.

Leggi anche l'Ora d'aria di oggi: La costituzione? Top secret

Veltroni, troppo Veltroni

 

abile quando deve lanciare sfide immaginifiche e un po' vacue ma piuttosto scarso come leader di contenuto e organizzativo, [dà] oggi l'impressione di un fresco divorziato un po' stordito dai daiquiri all'uscita di un bar per single. (Falsoidillio)

Un anno di W
  • Mentre oggi è un giorno come gli altri, domani è l'anniversario del Discorso Per L'Italia. Sì. Un anno fa, Veltroni si candidava alle primarie del Partito Democratico. È passato solo un anno, pensate. Prodi era al governo, Bertinotti presidente della Camera: ora sono pensionati e senza partito tutti e due. È bastato così poco.

  • Lo ripeto: questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no non esiste, veramente. Veltroni non sarà più il candidato premier del centrosinistra. Storicamente, chi perde un'elezione contro Berlusconi non ha seconde possibilità: i precedenti (Occhetto e Rutelli) parlano da soli. Lo stesso ruolo di Presidente del Consiglio Ombra ha già l'aria di un'onorevole buonuscita. Se nel frattempo Veltroni resta nominalmente segretario del PD, è giusto per dare il tempo alle famose non-correnti di organizzarsi. Il tempo però potrebbe essere lungo, perché a Roma non sanno cosa sia la fretta: sicuramente pensano già di contarsi alle Europee. Nel frattempo a me, povero elettore di sinistra, tocca di accendere la tv e vedere Veltroni che fa finta di essere il mio leader. Ma non va, dico sul serio, non va. Dopo una batosta del genere nemmeno Wiston Churchill sarebbe credibile. Così accendo il Pc e mi sfogo scrivendo un pezzo il cui senso è: Tiratelo Via il Prima Possibile: nel mio, nel vostro, nel suo interesse. O credete che io possa davvero dar retta a Franceschini?

  • È così: non mi sono ancora riavuto dell'intervista a Franceschini di qualche giorno fa, là dove spiegava che bisogna dar tempo al tempo, che Aznar non ha vinto le sue prime elezioni, né Cameron, né Zapatero, né la Merkel, insomma nessuno (a parte Berlusconi e Prodi, sì, dettagli). Ora il punto è: ci crede veramente, o sono solo chiacchiere per il parco buoi? Spero la seconda, ma è comunque avvilente. Voglio dire, fino a tre mesi fa mi stavano vendendo il Veltroni-Obama, in grado di sovvertire i pronostici, liberarci dal male, moltiplicare pani pesci e voti; e adesso mi devo pure comprare il Veltroni-Zapatero, che perde sempre ma trionferà domani? E cosa posso farci se là dove voi mi puntate Obama, Zapatero, la Merkel, io continuo a vedere sempre solo Veltroni, il povero Veltroni?

  • A proposito: per indulgere a certi paragoni bisognava avere veramente fede. Obama è un outsider, persino fisiognomicamente; Veltroni ha la faccia tipo del notabile DS non troppo sveglio. Obama due anni fa non lo conosceva nessuno, Veltroni nessuno si ricorda la prima volta che ne ha sentito parlare. Obama può risvegliare dal torpore ampie fasce della popolazione che a votare non ci vanno; Veltroni era convinto di dover puntare a una fascia di “indecisi” che alla prova dei fatti si è dimostrata irrilevante.

  • Ma soprattutto: Obama è un grande oratore; Veltroni no. Quante volte, quest'anno, vi siete rivisti il filmato del Discorso Per L'Italia? Sì, lo so, vi eravate totalmente dimenticati che il 27 giugno 2007 Veltroni avesse fatto un discorso per l'Italia. Ecco, il punto è questo: Berlusconi nel '94 registrò una vhs di mezz'ora, e da quel giorno “scendere in campo” ha avuto un significato in più. L'anno scorso Veltroni ha parlato a una platea plaudente per due ore filate, e dopo venti giorni nessuno se ne ricordava. A rivederlo oggi dà lo stesso effetto di certe lettere di vecchie fiamme: Come Ho Potuto Perder Tempo Con Uno Così?http://leonardo.blogspot.com/


Matteo Salvini

lega_nord MATTEOSALVINI Ho appreso con sincera preoccupazione che l’Onorevole Matteo Salvini, della Lega Nord, dichiari di essere padre di un bambino di cinque anni. Salvini, per capirci, è quel ragazzotto esagitato che strepita in un italiano incerto e che va in giro in maglietta anche a Natale perchè evidentemente trasuda odio bollente da tutti i pori.

Salvini, per difendere la schedatura su base etnica dei bambini rom, ha detto che quello del razzismo è un alibi e quindi domattina stesso porterà il suo bambino in Questura a fargli prendere le impronte digitali.

Sono contrario alla schedatura su base etnica dei bambini padani (anche perché penso che non esistano né razze né etnie) ma sul passo successivo del decreto Maroni non ho un approccio così negativo: forse solo togliere la patria potestà a Matteo Salvini potrebbe salvare quel bimbetto innocente da un destino infame di odio, pregiudizio e superstizione.http://www.gennarocarotenuto.it/


Furio Colombo: M.V.S.N.

E' la sigla di Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, la polizia personale di Mussolini. Il nome perfetto per il progetto di militarizzazione di Roma annunciato da Alemanno I.

di Furio Colombo


Roma sotto Alemanno I è una città di guarnigioni e di orde armate annunciato come “un contingente straordinario di personale armato” (Il Corriere della Sera, pagina di Roma, 27 giugno).
Invano il prefetto Serra (ora deputato Pd) noto per avere mantenuto condizioni di vita civili e normali nelle città di Milano, Firenze e Roma solo pochi anni fa senza “straordinarii contingenti armati” ha detto che “militarizzare Roma è un oltraggio”.
Fra poco infatti i turisti troveranno “contingenti straordinari armati” alla fermata “Colosseo” della metropolitano e passeranno parola. Anche il resto d’Europa è bello. Non ci sarà il Colosseo, ma senza la profonda tristezza che Alemanno I e i suoi pretoriani armati stanno riversando su Roma, si troveranno un po’ meno angosciati. E non correranno il rischio di confrontarsi con una cultura monomaniaca. Persino l’ambasciatore cinese esprime la sua sorpresa: “Da noi i vostri studenti non devono per prima cosa presentarsi a un posto di polizia. Hanno il visto e basta. Voi siete ossessionati dalla sicurezza”. (Sum Yuxi, ambasciatore Repubblica Popolare Cinese, Il Corriere della Sera. 26 giugno)

PICCOLO RICORDO STORICO
La polizia personale di Mussolini si chiamava M.V.S.N. E’ la sigla di Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Come vedete è perfetto per dare un nome al progetto di Alemanno I : Polizia più soldati più vigili con la pistola più vigilantes e volontari, non sono una Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale? Le due parole-chiave sono “paura” e “sicurezza”. Come allora. Che non si parli di incoerenza e di voltagabbana. Qui non si sono cambiati neppure la camicia.http://temi.repubblica.it/micromega-online/28-giugno-2008-furio-colombo-mvsn/

USA 2008 La politica estera del candidato democratico
Il nuovo mondo di Obama

MARIO DEL PERO


La politica estera rappresenta una potenziale arma a doppio taglio per Barack Obama. Le tematiche internazionali offrono infatti opportunità, che, se colte, potrebbero facilitare un successo democratico alle presidenziali di novembre. Ma presentano anche dei rischi che, qualora si concretizzassero, potrebbero travolgere Obama. La politica estera e di sicurezza dell’amministrazione Bush è oggi immensamente impopolare e costituisce un pesante fardello dal quale difficilmente McCain, che di tale politica ha appoggiato molte scelte, potrà liberarsi. Ma i temi della sicurezza rappresentano da sempre un elemento critico per i democratici: ancora oggi, con una chiara maggioranza del paese che contesta l’intervento in Iraq e si mostra favorevole al ritiro delle truppe, il 53 per cento degli americani ritiene McCain più credibile di Obama sulla National Security (solo il 31 per cento degli intervistati pensa il contrario). Ed è infatti sulle questioni internazionali che McCain conta di sfruttare la propria lunga esperienza e il proprio passato militare, facendo risaltare una delle principali, supposte debolezze di Obama: l’inesperienza, per l’appunto.
Obama deve muoversi entro questo quadro, decisamente contraddittorio e ambivalente, sfruttando le opportunità e contenendo le vulnerabilità. Ha cercato di farlo da subito, enfatizzando la necessità di una discontinuità forte con la linea tracciata da Bush, ma facendo al contempo sfoggio di fermezza e intransigenza, come quando assunse una posizione molto dura nei confronti del Pakistan, di cui denunciò la scarsa collaborazione nella campagna contro i talebani.
Fino all’inizio delle primarie, questo tentativo è stato non di rado goffo e ha dato l’impressione di essere catalizzato più dalla volontà di distinguersi che da una strategia di politica estera solida e coerente.
Col procedere delle primarie e la conquista della nomination la linea si è andata chiarendo e, almeno in parte, moderando, come evidenziato dalla cooptazione di una serie di esperti che già avevano collaborato con le amministrazioni di Bill Clinton (tra questi vi sono oggi Susan Rice, Anthony Lake e Richard Danzig).
Quali sono gli elementi chiave del programma di politica estera di Obama per come questo si sta delineando? In termini generali, possiamo affermare che Obama propone un multilateralismo temperato e liberale simile a quello di Clinton. Lo fa però in un contesto profondamente mutato, con una fiducia nei meccanismi integrativi della globalizzazione e dell’interdipendenza pesantemente scossa e con un’invocazione forte da parte dell’opinione pubblica statunitense a ripensare l’apertura commerciale degli ultimi quindici anni e ad assumere una posizione di maggiore fermezza nei confronti del partneravversario cinese. Questa invocazione viene in parte recepita nel programma di Obama, sia laddove si sottolinea l’importanza di tutelare i diritti umani – elemento ancor oggi nodale nel discorso pubblico statunitense – sia quando si sollecita un ripensamento delle pratiche di libero scambio, a partire da quelle in Nord America (il famoso, e tanto vituperato Nafta). Qui il contrasto tra retorica elettorale, proposta politica e scelte immaginabili è però particolarmente stridente.
Già nel programma, il discorso populista e protezionista adottato durante le primarie è stato ampiamente attenuato. Difficile, inoltre, immaginare che un presidente Obama vorrà davvero mettere in discussione la linea di apertura perseguita dai suoi predecessori, e da Clinton in particolare. Sosterrà dei provvedimenti ad alto contenuto simbolico su forme di commercio più equo, ma sarà costretto a muoversi entro costrizioni molto vincolanti.
Più probabile, invece, immaginare uno sforzo presente già nel programma di ripensare le pratiche della governance globale alla luce di un quadro che ormai sembra sfuggire dal controllo di organizzazioni internazionali obsolete nei loro meccanismi di funzionamento e spesso screditate di fronte agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Costrizioni parimenti forti saranno lasciate in eredità da otto anni di George Bush. Obama propone un ritiro a ritmi accelerati dall’Iraq. Che avverrà, in caso di sua presidenza, ma con tempi e forme assai più graduali di quanto promesso, condizionati come saranno dalla situazione effettiva che si verrà a determinare sul campo e ancor più dal tipo di accordi che si riuscirà a negoziare con l’Iran per giungere a una qualche consolidamento del quadro mediorientale, pesantemente destabilizzato dal ciclone Bush-Cheney- Rumsfeld.
Se vincoli e costrizioni limitano la libertà d’azione di Obama in materia di politica estera, va però sottolineato come alcune sue caratteristiche gli offrano, in caso di vittoria, uno straordinario capitale politico spendibile anche in ambito internazionale.
Lo si vede bene dalla sua popolarità fuori dagli Usa.
Una vittoria di Obama migliorerebbe l’immagine, appannata, degli Usa nel mondo e offrirebbe uno strumento per il rilancio di una egemonia, quella americana, che si fonda anche sulla forza mitopoetica della democrazia statunitense e della sua perenne capacità di risollevarsi e rinascere. E una vittoria democratica in autunno metterebbe al timone, a Washington, un uomo che non ha appoggiato l’intervento in Iraq e che ha contestato le forme e i metodi più controversi (e per gran parte del mondo inaccettabili) della campagna contro il terrorismo promossa da Bush.
Talora ingenuo e incerto sui temi della politica estera, Obama è agli occhi del mondo anche un candidato credibile e il simbolo di un’America migliore di quella che si è vista all’opera in questi ultimi anni. Non è una risorsa da poco, qualora dovesse guidare gli Usa nei prossimi anni.

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

Filippine, torna la guerra dei Mori
Vacilla la tregua tra governo e Milf. Il portavoce dei ribelli a PeaceReporter
Dopo un anno di tregua e mesi di inutili tentativi di riavviare un negoziato di pace, nei giorni scorsi i Marines dell’esercito filippino e i guerriglieri indipendentisti del Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf) sono tornati a combattersi. E’ accaduto a Maitum, nella provincia di Sarangani, sull’isola meridionale di Mindanao: una battaglia durata tutta la giornata, con il coinvolgimento di centinaia di uomini e l’impiego di lanciarazzi, artiglieria e aviazione. Alla fine, sul terreno sono rimasti quattro soldati e dieci ribelli. Centinaia di civili che abitavano nei villaggi della zona sono fuggiti.
 
Eid Kabalu“E’ l’effetto della frustrazione per lo stallo negoziale”. La frustrazione Contrariamente a quanto accaduto in occasione di altre battaglie scoppiate in passato, questa volta la dinamica dei fatti è stata subito chiara. All’alba di mercoledì i ribelli hanno ucciso un paramilitare, attirando in zona centinaia di soldati. Una sorta di trappola, insomma, scattata quando un blindato dei Marines è stato colpito da un razzo. “I comandanti locali del Milf hanno ammesso di aver agito di loro inziativa, non per ordine del nostro comando supremo – ha dichiarato a PeaceReporter il portavoce del Milf, Eid Kabalu. “Quello che è successo l’altro ieri e Sarangani è l’effetto della crescente frustrazione che si sta diffondendo tra i nostri comandanti locali a causa dello stallo negoziale deliberatamente provocato dal governo”.
 
MappaIl negoziato fermo da mesi per questioni procedurali. Le trattative tra Manila e il Milf, riprese in Malesia lo scorso dicembre, si sono arenate prima sull’estensione del territorio di cui i ribelli rivendicano l’indipendenza e sulle modalità di spartizione delle risorse naturali, per poi incagliarsi definitivamente sulla procedura legale da adottare per introdurre formalmente questi cambiamenti di assetto istituzionale: il governo presieduto da Gloria Arroyo sostiene che qualunque accordo dovrà comportare una modifica della Costituzione, quindi un referendum nazionale, che il Milf invece rifiuta. All’inizio della crisi, a gennaio, Ronaldo Puno, stretto collaboratore della Arroyo, aveva dichiarato: “Se il Milf non vuole il nostro accordo, se non vogliono rispettare la nostra Costituzione, allora lasciateci interrompere i negoziati e continuare la guerra”. 
 
Una guerra che in trent’anni ha ucciso 70mila persone. La frustrazione dilagante tra i comandanti del Milf e la ferma opposizione al negoziato dei vertici militari filippini rischiano di far riesplodere una guerra che in trent’anni ha provocato 70mila morti e centinaia di migliaia di profughi. La battaglia di Sarangani è stata un preoccupante campanello d’allarme.  
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11479

Unity e la corsa verso il centro

Barack Obama e Hillary Rodham Clinton - definiti gli aspetti economici (Obama pagherà parte dei debiti di HRC, cioè restituirà a Hillary i soldi da lei impiegati per smerdarlo) - hanno fatto il tanto atteso comizio assieme. Intanto il senatore nero dell'Illinois sterza verso il centro. Ma non è solo per opportunismo (o almeno ha cominciato le manovre da un bel po' di tempo).
The Caucus, Andrew Sullivan

http://giornalismoparma.typepad.com/


OBAMA A UNITY, HO BISOGNO DI HILLARY E BILL

Hillary Clinton e Barack Obama Hillary Clinton e Barack Obama

di Alessandra Baldini

NEW YORK - Insieme sul palco di Unity, davanti a migliaia di persone, in nome dell'armonia ritrovata del partito democratico dopo la lacerante battaglia delle primarie. Barack Obama e Hillary Clinton hanno fuso oggi le loro campagne e sincronizzato il messaggio con un unico obiettivo: eleggere Obama prossimo presidente degli Stati Uniti. "Abbiamo davvero bisogno di lei, abbiamo bisogno di Bill Clinton, non solo la mia campagna ma il nostro Paese, per far rivivere il sogno americano in ogni angolo di America", ha detto Obama, che ieri aveva staccato un assegno da 2.300 dollari per aiutare l'ex rivale a pagare i debiti e oggi l'ha cavallerescamente ospitata sull'aereo della sua campagna a beneficio delle telecamere e dei giornalisti.

In una giornata torrida (almeno due spettatori sono svenuti) il primo comizio congiunto dele due star del partito democratico nel bucolico villaggio del New Hampshire era stato attentamente coreografato fin nei minimi dettagli: la cravatta azzurra di lui in tinta con l'abito pantaloni color pervinca di lei. "La strada che parte da Unity porta ai gradini del Campidoglio, quando Barack Obama giurerà da presidente", ha proclamato l'ex First Lady scherzando sul "dialogo vivace" degli ultimi mesi di "testa a testa" ma soprattutto lanciando un appello ai suoi sostenitori che minacciano di disertare le urne a novembre o peggio, di votare per il candidato repubblicano John McCain: "Non lo fate". 1.715 abitanti, Unity è un simbolo, e non solo nel nome: alle primarie del 12 gennaio, vinte da Hillary dopo la batosta dell'Iowa, 107 elettori avevano votato per lei, 107 per lui.

E' un simbolo della volontà del partito di ritrovare l'unità dopo la lacerante contesa dei mesi scorsi ma anche dell'anima divisa di un partito che non può correre il rischio di non ritrovare coesione. Oggi sono usciti nuovi dati sugli umori elettorali del'America: secondo un sondaggio di Time, se si votasse oggi, il senatore dell'Illinois batterebbe McCain 43 a 38 (margine di errore 3,5 per cento). Obama è dunque in vantaggio, ma non è affatto imprendibile. E a questo scopo negli ultimi giorni il senatore catalogato qualche mese fa come uno dei più liberal a Capitol Hill, ha fatto una brusca sterzata a destra avvicinandosi a quello che Bill Clinton amava definire "il centro vitale" della politica americana.

Obama ieri ha abbracciato la decisione della Corte Suprema sul diritto di privati a portare pistole. Altrettanto misurate erano state le prese di posizione dell'ultima settimana sulla pena di morte per i violentatori di minori, il finanziamento della campagna elettorale, le intercettazioni senza mandato: "E' un segnale di pragmatismo", ha commentato lo storico dei presidenti Robert Dallek al New York Times.

Dietro le quinte continuano intanto le trattative per garantire alla Clinton un ruolo nella campagna e poi in una futura amministrazione democratica se Obama sarà eletto. Hillary farà aggressivamente campagna anche se lui non la sceglierà come vice, ha assicurato alla Cnn Terry McAuliffe, il presidente della campagna della senatrice. E' ancora in dubbio quale presenza avrà Bill Clinton nella campagna di Obama, ma McAuliffe ha detto che l'ex presidente è pronto a contribuire "24 ore su 24, sette giorni alla settimana su sette" alla causa della vittoria democratica a novembre. http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/elezioniusanews/visualizza_new.html_103963025.html


Hillary e Barack per la prima volta insieme a Unity, in New Hampshire.http://blog.marcobardazzi.com/


Stati Uniti: la missione in Afghanistan e il peggioramento dei rapporti con il Pakistan

le difficoltà delle truppe in Afghanistan sarebbero dovute alle infiltrazioni di Talebani

Secondo le stime presentate dal Dipartimento della Difesa statunitense nel mese di giugno sarebbero 451 i soldati statunitensi caduti in Afghanistan dall’inizio della missione Enduring Freedom nel 2001. Di questi sarebbero 314 i morti in missioni contro le milizie talebane mentre al computo totale sarebbero da aggiungere 65 caduti nel corso di missioni antiterrorismo.

Da alcuni rapporti statunitensi si è appreso che le difficoltà delle truppe in Afghanistan sarebbero dovute alle infiltrazioni di Talebani tra le fila delle unità pakistane che presidiano la frontiera tra i due Stati. Secondo i comandi della NATO nel paese, negli ultimi dodici mesi, si sarebbe assistito ad un incremento degli incidenti nelle zone di confine e alcuni documenti riferirebbero infatti di truppe di frontiera pakistane coinvolte negli scontri contro l’esercito afghano. Secondo gli analisti militari sarebbero attive cellule ostili tra gli effettivi impegnati nel controllo della frontiera pakistana, pronte a partecipare attivamente agli attacchi contro gli effettivi afghani e i militari della forza ISAF impegnati nelle zone al confine col Pakistan. I recenti attacchi a colpi di mortaio provenienti dai territori di confine e il coinvolgimento di truppe pakistane negli scontri vicino alla frontiera potrebbero inasprire i già difficili rapporti diplomatici tra Washington ed Islamabad, peggiorati a seguito di un raid dell’aviazione statunitense in cui sono stati uccisi alcuni soldati pakistani.

Gli Stati Uniti saranno impegnati nel prossimo biennio a guidare i piani di ricostruzione del paese devastato dalla guerra alle milizie talebane. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice ha infatti reso noto alla vigilia della Conferenza dei paesi donatori per l’Afghanistan che il contributo di Washington per la ricostruzione raggiungerà i 10 miliardi di dollari. La Rice ha sottolineato che aiuti così ingenti sono un segnale di come gli Stati Uniti siano impegnati per la sicurezza e la prosperità dei cittadini afghani e per il funzionamento del Governo di Kabul. Le dichiarazioni del Segretario di Stato sembrano essere un chiaro monito a Islamabad, volto a sottolineare l’importanza che avrebbe per Washington una stabilizzazione della situazione in Afghanistan. Non sono quindi da escludersi ulteriori peggioramenti nelle relazioni tra gli Stati Uniti e il Pakistan nel caso in cui non si giunga in tempi brevi ad una diminuzione degli attacchi alle truppe afghane e della coalizione provenienti dalle regioni pakistane al confine con l’Afghanistan.

Simone Comi

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33084


USA : intercettazioni segrete , nuovo ddl presto legge
di Rico Guillermo*

Dopo il voto positivo della Camera dei Rappresentanti al progetto di legge che regolamenta i poteri del presidente sulle intercettazioni ma protegge anche dalle cause legali le compagnie di comunicazione che hanno collaborato con il governo, anche il Senato USA ha votato per iniziare a discutere la vasta revisione delle disposizioni legislative sull'intelligence.

Con un voto di 80 a 15, il Senato ha iniziato ufficialmente il dibattito per riscrivere il Foreign Intelligence Surveillance Act del 1978. Il margine sul voto ha dimostrato che gli oppositori al disegno di legge - l'Unione americana per le liberta' civili e le altre organizzazioni per i diritti di privacy - non hanno un sostegno sufficiente a creare un nocciolo duro di senatori che si oppongano alla misura come pure invece alcuni senatori avevano minacciato.

Si presume pertanto che l'approvazione difinitiva avverra' a breve. Peraltro sia il presidente del Congresso Nancy Pelosi, sia il candidato presidenziale democratico, senatore Barack Obama, hanno detto che la modifica della legge e' un rifiuto della posizione del Presidente Bush secondo cui la guerra gli ha dato l'autorita' di approvare a suo tempo il programma segreto di intercettazioni senza autorizzazione del giudice.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org

 


L''Eccezione' che Belgrado non ha visto

scrive André Cunha
Sono pochi gli scambi tra Belgrado e Pristina. A febbraio "Exception", una retrospettiva di giovani artisti kosovari ha rappresentato uno dei pochi tentativi di rompere l'isolamento, ma l'inaugurazione a Belgrado è stata bloccata da un gruppo di estremisti. Un nostro reportage
Sono davvero pochi gli scambi di esperienze tra Belgrado e Pristina. Uno dei rari tentativi fatti di recente di rompere l'isolamento è stato rappresentato da un progetto dal nome significativo “Exception”, una retrospettiva della scena dell'arte contemporanea a Pristina. La mostra è stata tenuta a Novi Sad, ma non a Belgrado, dove un gruppo di estremisti ha bloccato la sua apertura manifestando violentemente durante i giorni “caldi” del febbraio 2008. Osservatorio ha incontrato alcuni dei principali organizzatori di “Exception”. Le loro conclusioni: una forma di “razzismo culturale” ha impedito l'apertura della mostra, l'arte può essere l'unico forum davvero aperto per una comunicazione vera tra Pristina e Belgrado ma, nonostante la convinzione degli sforzi messi in campo, è ancora difficile superare i pregiudizi.

Volevano essere “un'eccezione contro i pregiudizi dominanti, e contro silenzi e tabù esistenti tra serbi ed albanesi. Un'eccezione rispetto a tutto quanto sta succedendo. Parliamo in continuazione di confini e territori, ma mai di storia e di persone”, racconta ad Osservatorio Vida Knezevic, 28 anni, curatrice di eventi artistici, mentre parliamo all'interno della galleria “Kontekst”, a Belgrado. Lo scorso febbraio, la galleria non ha potuto inaugurare una mostra intitolata “Exception” ( “Odstupanje”, in serbo), una retrospettiva a lungo programmata sulla scena dell'arte contemporanea a Pristina. I pensieri di Vida somigliano a quelli di Dren Maliqi, 27 anni, uno degli undici artisti selezionati a prendere parte al progetto. In uno dei tanti nuovi bar di Pristina, Dren sostiene che “il problema dei politici serbi, quando parlano di Kosovo, è che si concentrano sempre sul territorio, e mai sulle persone”. Quando chiedo a Dren: “Ma ascoltando i politici di Pristina, non si ha forse la sensazione di ascoltare lo stesso ritornello, solo in direzione opposta?”, il giovane artista sintetizza così il suo pensiero: “Thaci è un prodotto dello stato serbo. Se non ci fosse stato Milosevic, allora non sarebbe comparso nemmeno Thaci”.

Due anni fa, Vida e i suoi colleghi della piccola galleria “Kontekst” si sono chiesti: “Abbiamo mai incontrato qualcuno di Pristina? Conosciamo anche un solo artista in quella città? No!” Oggi, Vida ancora si chiede: “ma perché no? Eppure il Kosovo era ancora parte della Serbia?! Nel 2006 ci siamo resi conto che non sapevamo niente di quanto succedeva a Pristina, dal punto di vista artistico. Noi facciamo parte della generazione che negli anni '80 e nei primi '90 era ancora troppo giovane per essere davvero politicamente cosciente. Abbiamo dovuto scavare per andare a conoscere quanto prodotto allora”. Dopo due viaggi di ricerca sul terreno a Pristina, e diciotto mesi di lavoro, il progetto “Exception” è stato mostrato al Museo di Arte Contemporanea di Novi Sad, e avrebbe dovuto poi trasferirsi a Belgrado, dove l'apertura era prevista per il 7 febbraio 2008. La mostra avrebbe dovuto essere poi accompagnata da una serie di altre iniziative, come tavole rotonde sia a Belgrado che a Novi Sad (insieme alla galleria “Kontekst”, il progetto è stato promosso anche dall'Istituto per le Culture e Tecnologie Flessibili, con sede nel capoluogo della Vojvodina). Poi, come alcuni lettori sicuramente ricorderanno, l' “eccezione”, per così dire, è tornata nella norma, quando circa 300 manifestanti, che B92 ha identificato "quali membri del movimento nazionalista 'Obraz' (in serbo 'faccia', 'onore' ”, hanno impedito l'apertura della mostra nella sede belgradese della galleria “Kontekst”.

Due dei manifestanti hanno parzialmente distrutto l'opera “Face-to-Face”, nella quale Maliqi ha messo di fronte alla famosa riproduzione di Andy Warhol di Elvis che stringe una pistola, con quella di Adem Jashari in uniforme militare. Jashari viene considerato un eroe di guerra dalla stragrande maggioranza degli albanesi del Kosovo, mentre per molti serbi non è altro che un terrorista. Lo scopo dell'opera, secondo Maliqi, era quello di voler confrontare due icone provenienti da due mondi diversi, l'Occidente da una parte e il Kosovo dall'altra, una pop star e un eroe di guerra perché nel 2003, anno in cui l'artista ha pensato e realizzato l'opera “l'icona più forte in Kosovo era proprio Jashari”. Maliqi riconosce che “a Belgrado quest'opera può essere percepita in modo diverso, e alcuni possono pensare che il mio scopo fosse quello di provocare. Io, però, in forma quasi giornalistica, volevo rappresentate cosa sta succedendo nella società in cui vivo, confrontandomi col significato che Elvis ha avuto in un'altra società in un diverso momento storico”.

In ogni caso, "Face-to-Face" era soltanto una delle molte opere riunite all'interno di “Exception”. Lo stesso Dren poteva vantare un'altra opera all'interno del progetto: la proiezione della parola “speranza”, in lettere bianche, su un muro completamente bianco...Vida non sembra volere che la sua speranza svanisca lentamente, ma le sue parole sono venate di pessimismo quando ci dice che “dopo questo incidente, una certa ideologia clerico-fascista è venuta alla luce in modo molto evidente”.

“Siamo stati molto ingenui a credere che la polizia avrebbe garantito l'apertura della mostra e difeso la nostra incolumità personale”, aggiunge la giovane curatrice, per poi domandare: “Perché la polizia non ci ha suggerito di aprire in un giorno diverso? Come è possibile che la stessa polizia non sia stata in grado di proteggere una galleria tanto piccola come la nostra? Perché hanno mostrato tanto interesse a sapere quando avremmo spostato le opere altrove, se queste, per il 70%, sono rappresentate da DVD? Perché nessuno ha risposto alla nostra lettera, nella quale chiedevamo chi ha distrutto l'opera di Maliqi?”. Vida sottolinea quanto la polizia sia stata ugualmente inefficiente durante gli scontri del 21 febbraio a Belgrado, che hanno coinvolto alcune ambasciate, mentre “durante il festival 'Eurovision' la polizia se l'è cavata alla grande! E' un semplice esempio del fatto che questa è in grado di mantenere l'ordine. Correva voce che durante l'evento musicale, a Belgrado, avrebbero potuto esserci aggressioni a gay o lesbiche. Fortunatamente, però, non è successo niente. Se la polizia avesse voluto, avrebbe potuto tranquillamente proteggere la nostra galleria”. E adesso? “Forse non esistono le condizioni per aprire la mostra a Belgrado quest'anno. Forse... Nel frattempo, alcune gallerie fuori dalla Serbia ci hanno invitato a mostrare lì le opere di 'Exception'. Noi, però, abbiamo deciso di declinare l'invito. Il progetto è stato pensato proprio per il nostro contesto”, racconta Vida.

Borka Pavicevic, 61 anni, autrice e drammaturga, era uno degli ospiti più importanti invitati all'apertura di “Exception”. Nel 1997, nel Centro di Decontaminazione Culturale, Borka ha ospitato una mostra intitolata “Pertej” (in albanese “oltre”, “più in là”), l'ultima retrospettiva di arte contemporanea del Kosovo presentata a Belgrado. Undici anni dopo, l'autrice racconta all'Osservatorio che quanto successo all'inaugurazione di “Exception” lo scorso febbraio è “razzismo culturale. Il riciclaggio di un nazionalismo schizofrenico. Alcuni stereotipi tornano ad emergere”, sostiene Borka, “e i media, in generale, si comportano in modo irresponsabile, visto che contribuiscono alla polarizzazione del discorso pubblico tra 'noi' e 'gli altri', creando odio, paura e tensione”.

Dren Maliqi concorda che “anche i cosiddetti 'media indipendenti', sia a Pristina che a Belgrado, presentano la società come totalmente schiacciate sulla propria identità nazionale e sulle posizioni della propria gerarchia politica”. Vida Knezevic porta ad esempio quanto successo sul caso di “Exception”. “La manipolazione mediatica è iniziata già quando la mostra ha aperto i battenti a Novi Sad. Questa, probabilmente, è una delle ragioni degli incidenti avvenuti a Belgrado. Molti organi d'informazione, ma anche il Partito Radicale, hanno utilizzato la retrospettiva a scopo politico, sia durante la campagna elettorale per le presidenziali che alla vigilia della dichiarazione di indipendenza di Pristina. Hanno isolato l'opera di Dren su Jashari dal contesto della mostra”. Vida poi aggiunge: “Non abbiamo voluto imporci alcun tipo di autocensura. Abbiamo lavorato a questo progetto per diciotto mesi, e la decisione di inaugurarla tra il gennaio e il febbraio 2008 è stata presa molto prima che venissero indette le presidenziali, o che si avesse sentore di altri avvenimenti importanti”.

Dopo aver finito il nostro thè, a Pristina, Dren osserva che lui, Vida e Borka (tra gli altri) fanno parte “di una minoranza davvero piccola, che prova a rompere il confine immaginario venutosi a creare tra le due comunità. Lo facciamo nel campo artistico, perché a livello governativo o dei media non c'è quasi alcun tipo di comunicazione, che esiste solo nel mondo degli affari, soprattutto quelli di natura criminale”.

Dopo aver acceso l'ennesima sigaretta nel suo ufficio al Centro di Decontaminazione Culturale, dove una mappa che rappresenta le guerre nell'ex Jugoslavia campeggia su una delle pareti, Borka ricorda che “le élites culturali devono comunicare per far diminuire il livello di isteria presente nelle proprie società, oggi come negli anni '90. Gli artisti devono saper criticare anche i propri stati, per poter fare dei passi avanti”. Borka parteciperebbe volentieri ad un progetto artistico a Pristina, come ha già fatto a Sarajevo, perché “gli assedi continuano ancora”. Vida Knezevic, da parte sua, ci dice di non essere interessata all'idea di “presentare artisti serbi, a Pristina così come altrove. Non mi piace l'associazione per cui un artista debba rappresentare una nazione”.

Sul “telefono rosso” tra Belgrado e Pristina non sono in molti a parlare, come fanno Vida, Dren o Borka. Loro, intanto, vogliono essere delle “eccezioni”, in grado di guardare oltre il presente, superando assedi che pesano ancora sulle città in cui vivono. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9778/1/51/


giugno 27 2008

Manifesto dell'Italia che "non ci sta"

 Enzo Marzo,  

Manifesto dell'Italia che L'iniziativa     Critica liberale promuove un "manifesto" e si rivolge soprattutto alla società civile preoccupata della crisi del paese, dello stato della democrazia, della nostra rappresentanza politica



1. C'è un'Italia che non ci sta.
C'è un'Italia che non si rassegna né allo sconfortante quadro politico nazionale né al tracollo civile né al conseguente disastro economico e sociale.
È un'Italia democratica, laica, europea, riformatrice, in varie forme da liberale a socialista, senza la cui voce si è destinati ai margini della modernità. Un'Italia che vuole la restituzione delle effettive condizioni di democrazia, un Parlamento davvero rappresentativo, la riaffermazione dei diritti civili e sociali, la costruzione di una libera economia di mercato non disgiunta da politiche di equità sociale, la costruzione di una società aperta.

2. Questa Italia è ormai da decenni priva di un riferimento politico organizzato. Ma ora la situazione è diventata drammatica.
Il Paese è in mano a una coalizione di partiti espressione di una destra populista che in ogni altro paese occidentale sarebbe limitata a frange marginali perché profondamente illiberale, col culto primordiale del Capo e del Padrone, allergica alla democrazia, affarista, clericale, corporativa, protezionista, euroscettica, xenofoba e omofoba, in alcuni settori dichiaratamente fascista. Una destra particolarmente pericolosa perché contesta apertamente l'identità di un'Italia unita e fondata sulla resistenza ai totalitarismi; perché vuole imporre la cancellazione o l'adulterazione della memoria storica nonché l'affermazione di uno Stato etico che prevarichi la sfera delle libere scelte private dei singoli.

A questa destra affastellata e unita dal potere non si oppone con la necessaria forza un partito che si autodefinisce democratico, ma in effetti è monocratico e senza pratica di vita democratica, senza riferimenti internazionali, privo d'una cultura politica con qualche omogeneità, carente di valori, di ideali, di progetto, perfino di radicamento. Un partito che dal berlusconismo sta mutuando linguaggio, mentalità, pratica del potere, ormai anche programmi e strategia.
Queste due formazioni, composte perlopiù da un mediocre personale politico, - ove non vi sia una sempre auspicabile inversione di tendenza nel Pd - corrono il rischio di fondersi definitivamente, nell'immagine pubblica come nella concreta dialettica parlamentare, in un cartello di interessi antidemocratici finalizzato al rafforzamento e all'estensione degli aspetti truffaldini del sistema elettorale, alla distruzione forzosa per legge di ogni competitore politico, all'illegale mantenimento del pieno controllo politico delle televisioni, alla pretesa e all'accondiscendenza verso i conflitti d'interesse. Tra inverosimili riverenze reciproche, questo accordo rischia di sancire la rovina del paese e il suo definitivo distacco dall'Europa liberaldemocratica. Fuori dal Parlamento, ma ancora con una significativa forza organizzativa, si agita una inutilizzabile sinistra ottocentesca, che sogna la rivoluzione comunista e coltiva il residuo orticello massimalista, estranea com'è alla concezione che considera prioritarie la democrazia e la nonviolenza, lontanissima da una moderna teoria dell'economia di mercato, incline al laicismo ma troppo spesso disposta al suo accantonamento.

3. Eppure, in un Paese che si mostra corrivo a questo desolante panorama, in assenza di minime condizioni di libera informazione, nonostante un dibattito pubblico drogato, in un sistema economico corporativo e familista, nel crescente degrado della legalità e dei costumi civili, resiste un'Italia che non ci sta.
Un'Italia che crede nel valore e nella pratica delle libertà, nelle virtù civiche, nei diritti umani, nel pluralismo culturale ed esistenziale, nella convivenza civile, in un'Europa che si è costruita nella lotta all'intolleranza e al dogmatismo.
Un'Italia che esige l'affermazione della cultura delle regole e il ristabilimento dello Stato di diritto. Che persegue l'indirizzo d'una sempre maggiore divisione tra il potere politico, il potere economico e il potere mediatico. Che non tollera che gli individui siano sottoposti a imposizioni o a forme di rappresentanza comunitaristico-religiosa.
Un'Italia che crede nella necessità dell'Europa e vuole il rilancio del processo d'integrazione federale.
Un'Italia che pretende l'instaurazione di una vera libertà di coscienza e di vita contro le pretese e i privilegi clericali, con la ferma difesa del principio della laicità delle istituzioni.
Un'Italia che reclama un sistema di informazione libero da condizionamenti padronali, dal monopolio berlusconiano e dalla lottizzazione.
Un'Italia che esige trasparenza e certezza di regole nell'economia e nel diritto societario, e una seria disciplina antimonopolistica.
Un'Italia che vuole le sanzioni penali strettamente limitate a fattispecie inequivocabilmente definite e davvero uguali per tutti, ma che vuole anche finirla con l'incertezza del diritto e con l'eterna sequela di condoni, indulti e deroghe.
Un'Italia che intende garantire indipendenza ai magistrati e liberare l'amministrazione pubblica dalla colonizzazione partitica, pretendendone però efficienza, autorevolezza e responsabilità.
Un'Italia che chiede il rispetto di un'etica pubblica esigente, fatta di trasparenza e cultura del servizio da parte di una classe dirigente radicalmente rinnovata.
Un'Italia che sente il bisogno di liberare le energie della società riattivando la mobilità sociale, riconoscendo il merito, costruendo un quadro di eguaglianza delle opportunità.

4. Questa "Italia che non ci sta" delinea di fatto uno spazio in cui la sinistra si ridefinisce finalmente sulla base dell'incontro delle esperienze liberali, democratiche e socialiste europee. Uno spazio lib-lab, che in passato è stato rappresentato in maniera insoddisfacente e parziale da una somma di partitini che hanno avuto i loro meriti, ma anche le loro colpe, e che comunque non esistono più e non vale la pena di rimpiangere e di riesumare.
Non è guardando indietro che questa Italia avrà finalmente voce. Ma puntando in prospettiva a una nuova rappresentanza politica nel centrosinistra e operando fin da adesso in queste battaglie, delle quali i firmatari del Manifesto sottolineano la necessità e l'urgenza.
Questa Italia è ancora determinata a "non mollare".

 

Ci appelliamo agli individui, alle associazioni, ai siti, ai blog, a tutto il web. Ci aspettiamo da voi la firma sotto questo Manifesto, ma soprattutto una partecipazione attiva. Per prima cosa cercate di moltiplicate la diffusione di questo testo, inviatelo alle vostre mailing list, ai vostri amici, mettetelo sui vostri siti e sui vostri blog.
FATELO VOSTRO. Per sottoscriverlo e per avere una registrazione automatica della firma, è preferibile che voi usiate il modulo presente nella home page di http://www.criticaliberale.it Oppure inviate una email con i vostri dati (cognome, nome, professione, email, città, regione) ad appello@criticaliberale.it
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Zingari
Furio Colombo
l' Unità

Uno strano errore è stato commesso e ripetuto dai diversi schieramenti che, nel corso di 15 anni, si sono opposti, spesso con tollerante mitezza all’impero di Berlusconi (nel senso di tutti i soldi e tutte le televisioni con cui fa politica). È stato l’errore di dire e pensare che Roberto Maroni fosse il più umano e normale dei leghisti, niente a che fare con vergognose figure come Borghezio e Gentilini.
Un errore grande. Non c’è alcuna differenza fra Maroni e Borghezio o Gentilini. Il ministro degli Interni di un Paese democratico che ordina di prendere le impronte digitali di migliaia di bambini italiani o ospiti dell’Italia, solo perché quei bambini sono Rom, è fuori dalla nostra storia di paese libero. È estraneo allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione, è ignaro del fascismo da cui ci siamo liberati e di cui ricordiamo con disgusto, fra i delitti più gravi, l’espulsione dei bambini italiani ebrei dalle scuole italiane.
È stato uno dei peggiori delitti perché quella umiliazione spaventosa a cui sono stati sottoposti i più piccoli fra i nostri concittadini ebrei, alla fine ha generato lo sterminio. Il ministro degli Interni non è così giovane e così ignaro, per quanto la sua formazione sia immersa nella barbara e claustrofobica visione leghista. Il ministro dell’Interno sa, e non può fingere di non sapere che obbligare i bambini di un gruppo etnico (molti radicati in Italia da decenni, alcuni da secoli) alle impronte digitali vuol dire lacerare la nostra vita, spaccare e isolare dal resto del Paese una parte di coloro che vivono e abitano con noi. Vuol dire indicare a tanti, che hanno più o meno la sensibilità morale del ministro, “gli zingari” compresi “i bambini zingari” come estranei, reietti e degni di espulsione. Chi è indicato come “da escludere” diventa per forza qualcuno da perseguitare.
Si noti un particolare davvero disgustoso e non accettabile: l’impronta verrà presa prima di tutto e più facilmente ai bambini che vanno a scuola e verranno che marchiati di fronte ai compagni. E sarà una umiliazione grave per la Polizia italiana. L’ideologia conta poco e nessuno, salvo xenofobia e razzismo, conosce uno straccio di ideologia della Lega. Ma la decisione di sottoporre i bambini di un gruppo selezionato come nemico all’umiliazione delle impronte digitali è una decisione fascista.
Mi impegno a tentare con le mie prerogative di parlamentare di impedirlo. Chiedo ai colleghi Deputati e Senatori che si riconoscono nella Costituzione di volersi unire per difendere i bambini Rom, l’onore della nostra Polizia, ciò che resta della nostra civiltà democratica.


"Sta cambiando la Costituzione
E l'opposizione cosa aspetta?"
Intervista a Carlo Federico Grosso, di red leg,
"Assistiamo a un'escalation continua. E' sotto ai nostri occhi: sono state progressivamente programmate limitazioni delle intercettazioni, meno notizie sui giornali in materia di indagini penali, sospensione dei processi, nuovo lodo Schifani a copertura delle alte cariche dello Stato, in grado di eludere, se possibile, le vecchie censure della Corte costituzionale. Chissà quant'altro ancora, a questo punto, verrà progettato. E l'opposizione, mi chiedo, che fa? Cosa aspetta a dire la sua?".
Quasi perde il proverbiale aplomb Carlo Federico Grosso. Quando parla di questo governo Berlusconi e della Giustizia, l'avvocato che nel '94 è stato eletto tra i laici del Csm è poi ne ha retto la vicepresidenza fino al '98, non può fare a meno di sottolineare l'evidenza: "qui s'è fatta avanti una nuova idea della legalità, si vuole un nuovo sistema di governo sostanzialmente senza regole e controlli, si punta a introdurre una nuova Costituzione materiale".
Fino a quando, professore, potremo continuare a essere pazientemente democratici?
La pazienza è sentimento personale, c'è chi ne ha di più e chi meno. In materia di Giustizia, la pazienza potrebbe già essere colma; se si va oltre, la reazione dovrebbe essere molto forte. Abbiamo assistito a una improvvisa accelerata. Se si rispettava il programma del Pdl, era un altro conto. Fatta eccezione per alcune cose, per esempio le intercettazioni, quel programma poteva essere parzialmente condiviso. Del resto, fin dalla campagna elettorale, mi ero insospettito: in materia di giustizia i programmi tra i due principali sfidanti, Pdl e Pd erano sostanzialmente uguali. Mi ero detto: se Berlusconi vince a mani basse, finisce che fa scempio di tutto".
Neppi Modona, in un recente articolo sul Sole 24 Ore, scrive che nemmeno il fascismo che istituì il Tribunale speciale sottopose l’intera magistratura “a un totalitario controllo politico e disciplinare, e venne mai emessa alcuna legge per imporre ai giudici di non procedere per determinate categorie di reati”. Condivide?
In linea di principio condivido. Ma vorrei aggiungere che il fascismo ha risolto altrimenti i suoi problemi: non ha toccato magistratura ordinaria, o l'ha fatto solo marginalmente. Per i reati cui teneva di più e cioè quelli politici ha istituito appunto il Tribunale speciale dello Stato, sottraendo così i temi caldi alla magistratura ordinaria. Sono ottimista, spero proprio che nell'Italia del 2008 non si possa tornare al Tribunale speciale.
Limitare la libertà di stampa, sospendere i processi, accusare i magistrati di essere metastasi della democrazia: non è già troppo?
Lo ribadisco: Berlusconi sta modificando la Costituzione materiale, perché cambiando gli aspetti su cui si fonda la legalità conformata nel '47, di fatto, operativamente, si snatura la Costituzione. Si tolgono controlli e contrappesi il che rappresenta un pericolo. Al momento non direi che la democrazia è sovvertita, ci sono però tutte le spie che ci devono fare alzare il livello di guardia. Non ci si può distrarre. Se l'escalation non dovesse fermarsi, abiamo l'obbligo di intervenire, di fare qualcosa. Ma sono preoccupato non tanto per il presidente del Consiglio, quanto perché altri esponenti della sua maggioranza hanno dichiarato che bisogna cambiare il Csm, che il Csm deve limitarsi ai temi strettamente relativi ai giudici. Si sa: il Csm è forte, se riesce a operare sul terreno della garanzia dei poteri. Perché è vero che la magistratura si conquista il terreno giorno per giorno, con le sentenze, ma ha bisogno di capisaldi di democrazia. E guai a togliere quei capisaldi".
Quanto al Lodo Alfano, anche i costituzionalisti sono divisi: c'è chi sostiene che un capo di Governo abbia bisogno di immunità, che vada solo limitata e circoscritta ma che in tutta Europa poi di fatto esisterebbe l'immunità per il premier.
Questo problema è viziato politicamente. Il presidente del Consiglio ha bisogno di copertura? Beh, ecco i costituzionalisti dicono: vediamo se possiamo trovare il terreno giuridico e tecnico per trovare la quadra. Da un lato c'è però la sentenza della Corte costituzionale, quella del 2004, che ha già bocciato il lodo Schiafani; dall'altro la tesi dei sostenitori del premier che vorrebbero tutelare la figura del capo del Governo dall'attacco di un qualsiasi magistrato pazzo. Esiste un diritto di difesa che viene leso dal fatto che automaticità e indeterminatezza della copertura immunitaria violano il giusto processo previsto dalla Costituzione e che, s'intende, deve essere giusto nel senso di ragionevole e rigoroso, non giusto per una sola persona; poi si viola il principio dell'uguaglianza. In ogni caso, quando ci sarà una proposta, una nuova legge per i processi alle alte cariche, valuterà la Corte. Immagino che verrà sollevato il dubbio, comunque: pensano di circoscrivere l'immunità al periodo dell'incarico istituzionale, ma che succede se poi uno diventa da capo del Governo, capo della Repubblica? E' un problema giuridico non marginale. Ma il confronto con l'Europa è impossibile, la Francia è una repubblica presidenziale, a Londra c'è una monarchia parlamentare, sono istituzioni completamente diverse dalle nostre. A ben vedere, anche il nostro Presidente della Repubblica è coperto, nei limiti del suo mandato.
http://www.libertaegiustizia.it/primopiano/pp_leggi_articolo.php?id=2110&id_titoli_primo_piano=2

Ovunque



Vignetta di Molly BezzVanity Fair,

Si potrebbe persino provare a ignorarlo. Ma come si fa? Ovunque ti volti il Cavaliere spunta dentro alla nuvola nera della sua scorta. E’ quello più piccolo, l’unico senza cravatta, il più abbronzato. Attraversa in diagonale tutte le ore della giornata, comprese quelle domenicali. Capace pure, durante una festa paesana a Porto Rotondo, tra anziani accaldati e bimbi e limonate, di chiedere una raccomandazione al vescovo per fare la comunione, lui che da divorziato non potrebbe, e di farlo sapere ai giornalisti, alle tv, al Paese.

Non passa giorno senza che Silvio Berlusconi si prenda la sua scena. Deve disfarsi di un processo per corruzione: pretende di bloccarne altri centomila. Usa il Senato per farsi una legge apposita, raggira il Quirinale, insulta la magistratura (“sovversivi!”) e intanto sovverte il Diritto e la Costituzione.

Deve incenerire una manciata di intercettazioni telefoniche di attrici e faccendieri (anzi specialmente attrici) che lo riguardano e lo metterebbero nei guai con il Paese e con Veronica (anzi specialmente Veronica) per calcoli complessi d’eredità, battaglie legali e naturalmente immagine (“la cosa che ognuno ha di più prezioso”, dixit). E per farlo pretende una nuova legge che le impedisca quasi tutte, le intercettazioni, e che sanzioni con il carcere i giornalisti che le pubblicano. Distruggendo quel dettaglio di  gni democrazia liberale che si chiama libertà di stampa.

E l’opposizione? Se ci fosse e desse anche deboli impulsi cardiaci al monitor, dal suo letto di stordimento, uno potrebbe persino occuparsene. Tanto per cambiare. Ma non so se avete notato: ultimamente persino in quel monitor - che poi sarebbe anche quello roba del Cavaliere -l’opposizione compare solo qualche volta. E sempre di spalle.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/


Reati finanziari

A volte si può vedere la differenza tra gli approcci ai reati finanziari come una cartina di tornasole dell'importanza dell'economia all'interno dei processi sociali. In Italia sono stati depenalizzati (tra falso in bilancio e leggine varie), negli Stati Uniti sono stati inaspriti.
Ovviamente, quando poi tutti parlano di declino, nessuno fa riferimento alla struttura legislativa in cui si muove il mercato.http://carlettodarwin.blogspot.com/


Miserere

“Quello che accade è ormai evidente a tutti:
tra un Csm ispirato anche da magistrati in conflitto di interessi,
intercettazioni juke-box sulla linea Napoli-Espresso,
e le solite inchieste a orologeria,
si sta tentando una complessiva e concertata
aggressione giudiziaria contro Silvio Berlusconi,
il suo Governo e la maggioranza politica
liberamente scelta dagli elettori il 13-14 aprile.
Ma gli italiani non ci cascano:
e la maggioranza andrà avanti,
con il consenso dei cittadini”

Daniele Capezzone, 26.6.2008


È un vero peccato che il dibattito politico italiano, appena dopo le elezioni, si sia così subito involgarito e abbrutito su questioni vili, poc’affatto edificanti, in pratica sugli interessi privati del premier, quelli che il premier si ostina a volerci presentare come interessi istituzionali, come se fossero state le istituzioni, poi, a chiedere al massimo dirigente Rai di sistemare la tal quale attricetta, cara a ignoto senatore dell’opposizione, per simpatico scambio di favori. È l’Italia, hai voglia a dire che non siamo attaccati alla Patria.
Ma quello che fa soffrire di più è lo spettacolo del povero Daniele Capezzone. Stava caricatissimo, preparatissimo, prontissimo. Nucleare? Informatissimo: tu gli dicevi quanti kW ti servivano e lui subito a dirti quanto uranio ti era necessario e da quale paese ti conveniva comprarlo e dove potevi stoccarlo. Welfare? Idee a mille a mille: mobilità, mobilità, mobilità. E plasticità. Lavoro? Progetti e progetti, studiati e ristudiati, con molta bibliografia anglosassone in appendice. E invece? Conflitto di interessi, che sfiga.
Da possibile astro nascente di un pragmatismo liberista agile e snello, cantieri di qua e cantieri di là – a portavoce di un signorotto feudale asserragliato nella pretesa d’impunità. Sarebbe stato un fiume in piena di conoscenza e studio e intelligenza – e adesso fa l’acqua stagna del fossato, a ponte levatoio alzato – insomma, fa il coccodrillo da guardia. http://malvino.ilcannocchiale.it/


Autoconvocatevi !

tribunale Lecco

Chi sognava la conversione dell’affarista in statista s’è dovuto ricredere. L’estate sarà dedicata al Lodo Schifani bis: l’immunità per le alte cariche. Una priorità per la sicurezza nazionale. La legge è già stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Ma non importa, questa volta andrà meglio.

I reggicoda dello statista affarista ripetono che l’immunità esiste già in Francia ed è una norma democratica, volta a tutelare il verdetto delle urne. Il capo ci mette del suo e tira fuori l’argomento decisivo: toghe rosse, metastasi dell’Italia. Lo ha ripetuto così tante volte in tv che in milioni ormai gli credono. Il problema è che in nessuna democrazia un personaggio imputato per gravi reati potrebbe candidarsi a capo di governo. Non lo consentirebbero l’opinione pubblica, i mass media, il sistema dei partiti. In Italia è stato possibile l’esatto contrario: manipolare le leggi per evitare la galera.

Lo statista affarista ha un’urgenza: mettersi al riparo dagli ultimi procedimenti rimasti aperti. Non vuole rischiare una condanna, sia pure destinata alla prescrizione. Punta al Quirinale, possibilmente con poteri riformati, e vuole arrivarci pulito. Sa di contare su alleati superfedeli, Gianfranco Fini in testa. Era camerata, ora è cameriere. I leghisti si adeguano: erano forcaioli, ora immunizzano il padrone.

Vedremo cosa decideranno i Veltroni boys. La tentazione della “tregua”, sotto sotto, è sempre viva. In nome del dialogo sulle riforme, non c’è dubbio. Non che i voti democratici siano indispensabili. Con i numeri che hanno in parlamento gli alfieri del “popolo della libertà” possono fare quel che vogliono. Il consenso della sinistra morigerata servirebbe però a indorare la pillola, a chiudere la bocca ai dissidenti.

Quel che resta delle istituzioni prova a dire la sua, con la prudenza del caso. Oggi si è espresso il Csm e ha dato parere sfavorevole sulla norma blocca-processi: “un’amnistia occulta”. Vedremo come si comporterà il presidente Napolitano.
Nel giornalismo e tra gli intellettuali non va meglio: sono sempre meno gli arditi che fanno sentire la propria voce. Prevale la sfiducia, la rassegnazione, l’opportunismo, la “voglia di accomodamento”, come dice Nando Dalla Chiesa.

E poi ci siamo noi cittadini. Che cosa possiamo fare? La risposta è quella di sempre: rendere visibile il dissenso informato. Non è molto, ma è meglio di niente. Occorre una grande forza per non rassegnarsi, per rifiutare di delegare sempre ad altri. Ci vogliono silenti, assuefatti, passivi. Ci vorrebbero far vergognare di avere ancora degli ideali. In questi momenti viene fuori chi non ha il carattere del suddito.

Propongo di convocare presidi di dissenso in tante città, per esempio davanti ai tribunali. Contro le ultime porcate, certo. Ma più in generale, per tenere in vita e rivendicare senza paura due idee in via di estinzione: 1 la politica va fatta esclusivamente per l’interesse generale; 2 la Costituzione non è materia disponibile nelle mani della maggioranza politica del momento.
Vedo che il nostro amico Duccio ha già fissato un appuntamento per il 27 giugno a Lecco. Altri ne hanno organizzato uno a Vercelli.
Coraggio ragazzi, seguite il loro esempio! Basta poco. Una richiesta alla questura, un gruppo di amici, un volantino, un megafono, uno striscione, dei cartelli, un comunicato alla stampa, una convocazione via mail. E la manifestazione è fatta.

Forza amici, uscite dai blog e scendete in piazza!

Dall’estero: Articolo dal britannico The Guardian sul B. Silvio (chediconodinoi) http://www.pieroricca.org/


Se il Pd calpesta le sue stesse regole


pd1.jpgQuesto articolo è uscito su “Vanity fair”.
E’ passato poco più di un anno da quando la nomenklatura dei Ds e della Margherita riuscì a convincere Walter Veltroni a fare il segretario del nuovo Partito Democratico, lasciando la confortevole poltrona di sindaco di Roma. Marini, D’Alema, Rutelli, Fassino and company non erano animati da speciale predilezione per Veltroni, ma la situazione del governo Prodi appariva loro disperata dopo un pessimo risultato elettorale nelle amministrative della primavera 2007. Consideravano “bollito” il presidente del consiglio e fallita la coalizione di governo. Su tutto il resto si dividevano: dalle ricette economiche al sistema elettorale, dai rapporti con l’establishment a quelli con la Chiesa. Convennero, però, che nonostante la sua leggerezza Veltroni fosse il miglior sostituto possibile di Prodi, in quanto avrebbe colmato il deficit di comunicazione con l’avversario Berlusconi.
Proprio così: Veltroni fu scelto nella tenue speranza di rivincere le elezioni (o più probabilmente di perderle “bene”) grazie alla sua abilità nella comunicazione, comparabile se non superiore a quella di Berlusconi.
Il sindaco di Roma sapeva che l’impresa era disperata, e si negava. Ce l’aveva con Prodi per la sua pretesa di ricandidarsi nel 2006: lui era sicuro che avrebbe fatto meglio, se Prodi gli avesse ceduto il passo. Infine cambiò idea e accettò l’incarico quando verificò che la richiesta di sostituire Prodi veniva da tutte le correnti della nomenklatura: fu allora che Bersani ritirò la sua candidatura e venne confezionato un astruso regolamento delle primarie per consentire che tutti quanti potessero accomodarsi sulla scialuppa Veltroni anche se la pensavano diversamente (lì c’ero anch’io, votai contro quel regolamento e poi appoggiai Rosy Bindi rimasta fuori dal pateracchio).
Quello a mio parere fu il primo errore di Veltroni: pensare che l’unità del nuovo partito richiedesse il pateracchio dei soliti noti, e che lui al massimo avrebbe potuto affiancare loro qualche “giovane”. Un anno dopo, gli stessi che lo prescelsero organizzano correnti con cui prendono le distanze in vista della sua successione, perché scommettono sulla sua prossima sconfitta alle europee del 2009.
Sepolto anzitempo il governo Prodi, e dunque incoraggiata pure la sinistra di Bertinotti a una separazione consensuale ma suicida, il progetto di Veltroni si è caratterizzato per un anno di inseguimento della destra sul suo stesso terreno. Si è convinto che il veltronismo rappresentasse di per sé un valore aggiunto, come e più del berlusconismo, dimenticando che il veltronismo è solo un fenomeno mediatico mentre il berlusconismo rappresenta un pezzo della società italiana. Sulle tasse, sulla sicurezza, sui romeni, perfino sulla Card destinata ai più poveri, ha trasmesso il messaggio: io saprò fare, meglio di lui, quel che Berlusconi vi promette. Quest’ultimo ha sorriso, ringraziato, perfino accennando una specie di dialogo. Poi, sulle ceneri del governo Prodi, ha calato il suo asse pigliatutto. Veltroni a un certo punto si era generosamente illuso di vincere, invece ha vissuto uno sconfitta di quelle in cui oltre che perdere la sinistra italiana rischia anche di perdersi.
Io non credo che il Partito Democratico sia destinato alla scomparsa: è l’unico progetto sensato di modernizzazione riformista per un paese come l’Italia. Ma oggi vedo i suoi dirigenti perseverare nell’errore. Si dividono fra chi vuole il sistema proporzionale per allearsi con l’Udc e/o la sinistra radicale; e chi vuole il maggioritario da consolidare facendo le riforme con il Pdl. Nel frattempo votano tutti insieme la nuova direzione, evitando accuratamente di confrontare le diverse opzioni e di contarsi. Calpestano l’idea-guida del nuovo partito, che dovrebbe essere un partito fondato sulla sovranità dei cittadini attraverso le primarie: perché l’opacità delle trattative di vertice può reggersi solo sulla trasgressione delle procedure democratiche. Esattamente come gli altri partiti italiani, oggi il Pd non supererebbe una verifica di regolarità dei suoi deliberati di fronte a nessun tribunale civile. Con l’aggravante che il Pd, a differenza degli altri, si era giustamente proposto come partito della cittadinanza attiva e come antidoto alla crisi della democrazia.
Archiviato il dialogo con Berlusconi; offuscate le differenze con la destra su questioni fondamentali come l’immigrazione, la sicurezza, le politiche sociali; calpestate le sue stesse regole innovative: il Partito democratico passa di sconfitta in sconfitta. E continuerà così finchè non riuscirà a liberarsi di una classe dirigente rivelatasi drammaticamente inadeguata. http://www.gadlerner.it/index.php/2008/06/26/se-il-pd-calpesta-le-sue-stesse-regole.html#more-566


Zimbabwe, one man election
Mugabe unico candidato nelle elezioni-farsa di domani
Per Sua Maestà britannica, da ieri Mugabe non è più 'sir'. Ma la revoca del titolo di cavaliere onorario, decisa da Londra in segno di 'disgusto per le violazioni dei diritti umani', non è che uno dei numerosi - e sinora sterili - atti formali di denuncia da parte della comunità occidentale per le violenze e gli abusi che hanno contraddistinto il clima pre-ballottaggio in Zimbabwe, dopo le presidenziali del 29 maggio scorso.
 
Mugabe alla FaoFarsa. Le elezioni saranno una messinscena: illegali, in quanto l'oppositore Morgan Tsvangirai del Movement for Democratic Change si è ritirato, e Mugabe correrà da solo; insanguinate, dato che la campagna è stata macchiata da oltre 90 omicidi di membri del Mdc da parte dei militari fedeli allo Zanu-Pf di Mugabe; illegittime, poichè non contempleranno osservatori (ai 500 inizialmente approvati dal governo, contro gli 8 mila del 29 marzo scorso, non è stato approvato l'accredito, e gli osservatori indipendenti non parteciperanno perchè non esistono adeguate condizioni di sicurezza); farsesche, secondo gli Stati Uniti; né libere, né eque, secondo le Nazioni Unite; fallimentari, secondo Nelson Mandela, che ha riconosciuto il 'tragico destino di un Paese'.
 
Il presidente OdingaIl ruolo della Sadc. Alle dichiarazioni d'intenti, alle condanne formali, al biasimo ufficiale che accomuna le dichiarazioni delle Cancellerie occidentali, si uniscono le pressioni della Sadc (Comunità per lo sviluppo dei Paesi dell'Africa meridionale), che in un comunicato firmato dal presidente Tomaz Augusto Salomao, parla di 'una situazione corrente che mina la credibilità e la legittimità del risultato elettorale', esortando Harare a rimandare il voto. Secondo i commentatori della stampa internazionale, i 14 Stati australi del continente stanno 'facendo il vuoto' intorno a Mugabe, che sarebbe 'sempre più isolato' anche dopo l'atteggiamento, meno compiacente che in passato, di un suo sostenitore storico, il presidente sudafricano Thabo Mbeki. Ma la mediazione della Sadc, ha finora prodotto risultati nulli. I mediatori, o 'facilitatori' dell'organizzazione hanno continuato per mesi, negli anni seguiti alle elezioni del 2003, a organizzare incontri tra le parti, sapendo di non avere alcun potere per risolvere la crisi politica interna.
 
Morgan TsvangiraiOmissioni. Anzi, la Sadc ha tacitamente 'approvato' la politica di Mugabe, a cominciare dalla riforma terriera, facendo appello, lo scorso anno, alla rimozione di tutte le sanzioni da parte della comunità internazionale e mantenendo un atteggiamento di totale disinteresse di fronte alle violazioni dei diritti umani. Difficilmente l'opera di 'mediazione' di questi giorni da parte della Sadc, lacerata anche da lotte intestine riguardo una linea comune da tenere nei confronti di Mugabe, servirà a qualcosa. Se le scorse tornate elettorali (2000, 2002, 2005) hanno significato la sospensione del sostegno finanziario, degli aiuti allo sviluppo e di sanzioni mirate al Paese da parte della comunità internazionale, la percezione che si ha oggi è che la crisi sia irreversibile, e che la situazione nel Paese abbia raggiunto un livello tale, secondo quanto sostiene il premier kenyano Raila Odinga, da far prefigurare scenari da guerra civile.
 
Baracche a HarareVerso il peggio. Mentre l'Australia suggerisce ai suoi cittadini di non recarsi nel Paese, Morgan Tsvangirai continua a far appello al dialogo, ma solo se arriverà un'offerta da Mugabe prima del voto. "Ogni ipotesi di negoziato è esclusa se Mugabe si dichiara il vincitore delle elezioni e riconferma se stesso presidente", ha detto Tsvangirai. Il numero due del Mdc, Tendai Biti, è stato oggi liberato su cauzione. Un gesto che, tuttavia, sembra non preludere a possibili aperture da parte di Mugabe, la cui campagna elettorale è terminata ieri sera. Oggi si vota. Il presidente-padrone rimarrà al suo posto. La peggiore crisi umanitaria dai tempi dell'indipendenza si aggraverà ulteriormente. Il Paese continuerà nel suo inarrestabile, catastrofico declino. Ma, almeno, la comunità internazionale 'non riconoscerà il risultato del voto'.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11469

Salvador Allende, a cento anni dalla nascita

allende

Da tutta la vita rifuggo le definizioni, le tessere, gli inscatolamenti, che piacciono tanto soprattutto a sinistra, per bollare, etichettare, ghettizzare e autoghettizzarsi e smettere di pensare.

Faccio però un’eccezione: sono da sempre e sarò sempre allendista. Mi riconosco tuttora pienamente nel progetto di socialismo umanista del presidente Salvador Allende e dell’Unidad Popular.

Oggi 26 giugno 2008, ricorrono i cent’anni della nascita di questo cileno universale, un rivoluzionario, un socialista e un militante della Patria grande latinoamericana che lo annovera tra i propri padri come il più umano. In un giorno come questo, dedicato alla vita di Don Salvador, una vita di militante instancabile nel rispetto fino alla morte del proprio mandato e del popolo che lo elesse, non è il caso di parlare dei suoi lugubri carnefici, di Henry Kissinger e del suo ascaro Augusto Pinochet.

Da allendista voglio dedicare al mio Don Salvador, quello con il quale, come Tomás Moulián, da sempre mantengo una conversazione ininterrotta sul destino del Cile e dell’America latina, una mia traduzione di una poesia di Don Mario Benedetti a lui dedicata.

Allende

di Mario Benedetti (tr. it. Gennaro Carotenuto)

 

Per uccidere l’uomo della pace

per colpire la sua fronte limpida d’incubi

dovettero convertirsi in incubi

per vincere l’uomo della pace

dovettero congregare tutti gli odi

e di più gli aerei i carrarmati

per battere l’uomo della pace

dovettero bombardarlo dargli fuoco

perché l’uomo della pace era una fortezza

per uccidere l’uomo della pace

dovettero scatenare la guerra più turpe

per vincere l’uomo della pace

e zittire la sua voce modesta e martellante

dovettero spingere il terrore fino all’abisso

ed ammazzare di più per seguire ammazzando

per battere l’uomo della pace

dovettero assassinarlo molte volte

perché l’uomo della pace era una fortezza

per uccidere l’uomo della pace

dovettero immaginare fosse truppa

un’armata una banda una brigata

dovettero credere fosse altro esercito

però l’uomo della pace era soltanto un popolo

e teneva tra le mani un fucile e un mandato

ed erano necessarie più armi più rancori

più bombe più aereoplani più obbrobri

perché l’uomo della pace era una fortezza

para matar al hombre de la paz

para golpear su frente limpia de pesadillas

tuvieron que convertirse en pesadilla

para vencer al hombre de la paz

tuvieron que afiliarse para siempre a la muerte

matar y matar más para seguir matando

y condenarse a la blindada soledad

para matar al hombre que era un pueblo

tuvieron que quedarse sin el pueblo

per uccidere l’uomo della pace

per colpire la sua fronte limpida d’incubi

dovettero convertirsi in incubi

per vincere l’uomo della pace

dovettero affiliarsi per sempre alla morte

uccidere e uccidere per continuare uccidendo

e condannarsi alla solitudine blindata

per uccidere l’uomo che era un popolo

dovettero restare senza il popolo.http://www.gennarocarotenuto.it/2565-salvador-allende-a-cento-anni-dalla-nascita#more-2565


Una vacanza a Scheveningen

Da Trieste, scrive Azra Nuhefendić

La spiaggia di Scheveningen
Il carcere speciale delle Nazioni Unite a Scheveningen ospita tutti i detenuti ex jugoslavi in attesa di giudizio all'Aja. Tra di loro c'è ora anche il croato Ante Gotovina, accusato per i crimini commessi durante l'operazione Tempesta ma considerato un eroe da molti suoi connazionali
“Un Club Mediterranée sul Mare del Nord...(1)”, così l'ex Procuratore Capo del Tribunale dell’Aia, Carla del Ponte, descrive il carcere di Scheveningen.

La compagnia della prigione è composta da rappresentanti di quasi tutti i popoli della ex Jugoslavia. A parte la provenienza, i detenuti di Scheveningen hanno varie cose in comune. Il male, ad esempio.

Memore di quello che avevano fatto durante la guerra in ex Jugoslavia, mi immaginavo che questi carcerati speciali si picchiassero tra di loro, si tagliassero la gola, si torturassero, si violentassero, si cavassero gli occhi, insomma che ci facessero tutto quello che incoraggiavano e istigavano gli altri a fare.

Niente affatto. Tra di loro, dicono, regna un'atmosfera molto civile. Mantengono le amicizie, si rispettano e si chiamano con i titoli “presidente”, “generale”, “ministro”, "professore".

Da tre anni il Club se lo gode anche il generale croato Ante Gotovina, accusato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità compiuti durante l'operazione Tempesta (così fu chiamata la vasta operazione militare condotta in Croazia nel 1995).

Nel 2003 il nome di Ante Gotovina è apparso, insieme a infami altri latitanti, criminali di guerra, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, nella Risoluzione numero 1503 delle Nazioni Unite.

Le rare indiscrezioni che arrivano dal carcere dell'Aja indicano che il generale Gotovina si distingue tra i compagni detenuti per essere un ottimo cuoco (specialità pesce). Poi, pare, dipinge anche. Non ci sono conferme ufficiali di queste curiosità.

Si sa però con certezza che tra il generale Gotovina e Slobodan Milosevic, il “boia dei Balcani” (cosi la stampa occidentale chiamava regolarmente l'ex presidente serbo) c'era qualcosa di più di una semplice cortesia. Quando è morto Milosevic, il generale Gotovina ha pubblicato su un quotidiano belgradese le sue condoglianze alla famiglia del “boia”.

Manifesti inneggianti a Gotovina
Bello, alto, seducente nella sua uniforme militare, con gli occhi azzurri pungenti, la reputazione di un Don Giovanni, il generale Ante Gotovina, ahimé, possedeva tutti gli ingredienti per spezzare i cuori. E il generale spezzava davvero. Ma a quanto pare non solo i cuori.

Davanti al Tribunale dell'Aja proprio in questi giorni va in scena il suo processo. L’accusa sostiene che il generale Ante Gotovina sapeva, o aveva modo di sapere, che suoi subordinati stavano per commettere, o avevano commesso, crimini come la persecuzione politica, razziale e religiosa; la deportazione; il trasferimento forzato; il saccheggio di proprietà pubblica e private; la distruzione di cittadine e villaggi non giustificata da necessità militari; l'omicidio; atti disumani e trattamenti crudeli.

Durante l'operazione Tempesta, in soli tre giorni l'esercito croato ha recuperato il 25 per cento del territorio che per quattro anni era stato sotto il controllo dei ribelli serbi della Krajina.

Alla vigila della Tempesta, l'ex presidente croato Franjo Tudjman ha istruito i propri vertici politico-militari in questo modo: "Dobbiamo colpire i serbi (della Krajina) in modo tale che praticamente scompaiano (2)”.

Le sue parole si sono avverate.

Nella Tempesta quasi tutti i serbi della Krajina, circa 200.000, sono fuggiti. Presi dal panico, i serbi lasciavano tutto. Scappavano cercando soltanto di salvare la vita. Tanti hanno perso anche quella. L'esercito croato bombardava le colonne dei profughi lunghe decine di chilometri. I serbi fuggivano ammassati nei trattori, su carri trainati da animali, e alla fine arrivavano anche quelli che scappavano a piedi.

"La più efficace pulizia etnica compiuta nei Balcani", così il Rappresentante speciale dell'Unione Europea per l'ex Jugoslavia, Carl Bilt, ha definito la Tempesta.

Pochi serbi della Krajina, di solito vecchi, che erano rimasti pensando “non ho fatto male a nessuno”, sono stati uccisi, massacrati, dati alle fiamme. Il giornalista olandese Edmond Vanderostjan ha testimoniato che "tra le città di Gospic e Gracac tutta la zona serba era stata incendiata, ogni casa, ogni edificio, ogni stalla, il bestiame, tutto bruciava… Il saccheggio fu organizzato e la partecipazione era di massa".

Nell'agosto del '95 hanno interpellato il generale Ante Gotovina chiedendogli di fermare le uccisioni e il saccheggio, ed egli "ha minacciato di uccidere il portavoce della missione UNCRO, Aluna Roberts (3)”.

Il saccheggio è continuato per mesi dopo la Tempesta. Di questo scrive Giacomo Scotti, giornalista e scrittore. Il titolo del suo libro parla da sé: "Croazia, operazione Tempesta: la liberazione della Krajina ed il genocidio del popolo serbo", (Gamberetti, 1996).

Il generale Gotovina uscì dalla Tempesta nella veste di eroe nazionale: gli dedicavano canzoni, su di lui venivano scritti libri, fiorivano i club dei suoi tifosi. Nessuno poteva resistergli. Neanche il Papa Giovanni Paolo II, che lo benedì durante la sua visita in Croazia.

La celebrità, il generale Gotovina, non l'ha ottenuta all'improvviso, da un giorno all'altro, come quando si diventa ricchi vincendo la lotteria. Prima di diventare la leggenda nazionale, il generale Gotovina ha fatto una lunga carriera. Ma ben poco eroica.

A diciotto anni si è unito alla Legione Straniera francese. Dopo ha fatto l'istruttore a vari gruppi paramilitari di destra, tra l'Africa e il Sud America. In Francia, invece, faceva lavori più delicati: rubava gioielli, si occupava di estorsione, rapine, sequestro e detenzione illegale di persone.

In Croazia è tornato soltanto nel 1991, ma giusto in tempo per fare una rapida carriera militare. In due anni da caporale è diventato generale dell'esercito croato.

Quando il Tribunale dell'Aja rese pubblica l'accusa contro il generale Gotovina, tanti croati l'hanno presa come un insulto personale: ci sono state dimostrazioni, proteste, minacce alla comunità internazionale. Quando Gotovina fuggì, perché non se la sentiva di affrontare il Tribunale, molti sostenevano la sua latitanza; addirittura le suore di Medjugorje si sono impegnate per raccogliere un po' di denaro per il fuggiasco generale Gotovina.

"Da dove proviene questa diabolica complicità con il male, questa infernale identificazione con i criminali, questa difesa del proprio popolo sostenendo il male", si chiedeva il noto scrittore serbo Radomir Konstantinovic, riferendosi ai numerosi criminali di guerra considerati eroi in Serbia (Arkan, Vojislav Seselj, Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Goran Hadzic etc).

Ma questa patologia è abbastanza diffusa. L'infame comandante dell'esercito bosniaco Musan Topalovic Caco, colpevole per le uccisioni dei serbi di Sarajevo, e non solo dei serbi, durante la guerra, fu sepolto da eroe, malgrado prima di morire avesse ucciso una ventina di giovani poliziotti mandati ad arrestarlo!

Come è possibile che persone comuni e buone, quelli che normalmente sono disgustati dal crimine, cambino a tal punto da accettarlo, da consentire che il crimine venga commesso anche nel loro nome?

C'è solo una spiegazione: il nazionalismo, spesso considerato il cancro di una nazione.

Nella Stanford Encyclopedia of Philosophy è scritto che "il nazionalismo fu a lungo tempo ignorato… Si considerava un relitto dei tempi passati. Recentemente è tornato ad essere al centro dei dibattiti, in parte come conseguenza degli spettacolari e violenti conflitti nazionalistici in Jugoslavia e Ruanda".

Per i nazionalisti il processo a uno “nostro”, a un membro del nostro popolo, è il processo all'intera nazione. Da questo ragionamento si evince che nel nome del nostro popolo, o della nostra patria, tutto è consentito: uccidere, espellere, rubare, fare la pulizia etnica, violentare.

Il caso più esplicito di questo tipo di ragionamento sono le parole del generale serbo Ratko Mladic: dopo aver svuotato e distrutto Srebrenica, dopo averne sterminato gli abitanti musulmani, ha dichiarato di "regalare la città al popolo serbo".

Questo particolare distorto della coscienza nazionale è stato colto anche dai paramilitari serbi del gruppo degli Skorpioni. Sono quelli che si sono filmati mentre uccidevano i bosniaci di Srebrenica. Alla domanda perché si fossero filmati, uno di loro ha detto: "Perché eravamo sicuri che dopo la guerra saremo diventati eroi"(4).

(1) Carla del Ponte, “La caccia: io e i criminali di guerra", p.322
(2) Trascrizioni della seduta dei vertici politici e militari della Croazia tenutasi a Brioni il 31 luglio 1995
(3) Testimonianza davanti al tribunale dell'Aja del comandante delle Nazioni Unite, Settore Sud, generale Alen Foran
(4) Zivko Kosanovic, membro degli Skorpioni, (Dani, 17.06.2005)
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9758/1/51/

Tenere la pistola sotto il cuscino, e usarla se serve per difendersi, e’ un diritto che la Costituzione americana sancisce come individuale e intoccabile, al pari di quelli della liberta’ di espressione o del voto. Dopo 217 anni di interrogativi su come interpretare le parole dei padri fondatori degli Usa, la Corte Suprema ha fatto chiarezza con una sentenza storica, arrivata giusto in tempo per diventare un tema rovente nella corsa alla Casa Bianca. […]

Divisi per 5-4 lungo la faglia ideologica che separa l’ala conservatrice da quella progressista, i giudici di Washington hanno annullato una legge che da 32 anni vietava nel Distretto di Columbia - dove sorge la capitale federale - di possedere una pistola per legittima difesa. La sentenza pero’ ha un peso che va ben oltre i confini di Washington, perche’ per la prima volta ha sciolto un interrogativo su cui per due secoli si erano scervellati i costituzionalisti. Il massimo organo giudiziario ha infatti l’interpretazione autentica delle 27 parole che costituiscono il Secondo emendamento alla Costituzione, ratificato nel 1791. Finora la Corte non aveva chiarito se il diritto a girare armati fosse limitato solo ai membri di quelle che l’emendamento definisce ”milizie” (intese oggi come forze armate o di polizia), o se sia da considerare un diritto costituzionale individuale.
La Corte ha ora scelto quest’ultima direzione, grazie alla decisione del giudice moderato Anthony Kennedy - un ago della bilancia tra i nove togati - di spostarsi con i conservatori. Nelle motivazioni della sentenza, scritte da Antonin Scalia, si afferma che la Costituzione ”non permette divieti assoluti nel possesso di pistole a casa e nel loro uso per legittima difesa”. Per questo i giudici hanno dato una vittoria a Dick Anthony Heller, una guardia giurata di 65 anni che vive in un quartiere pericoloso di Washington e che rivendicava il diritto a difendere armato la propria abitazione.
La sentenza, per Scalia, non intacca i divieti di vendere armi a pregiudicati o malati di mente, o le limitazioni all’ ingresso delle armi in scuole ed edifici pubblici. I giudici della maggioranza ‘’sono consapevoli - ha scritto Scalia - del problema della violenza a mano armata in questo paese”, ma ritengono che ci siano strumenti per combatterla senza intaccare il diritto costituzionale a proteggersi. Una riflessione che non frenera’ le polemiche contro la sentenza da parte di chi vuole limitare la diffusione delle armi per evitare stragi come Columbine o il Virginia Tech.
La decisione nel caso ‘Distretto di Columbia contro Heller’, accolta con ‘’soddisfazione” dalla Casa Bianca, e’ subito piombata nella campagna presidenziale. Le armi sono un tema caldo e la sentenza ha dato un’opportunita’ al repubblicano John McCain per attaccare Barack Obama. McCain era sceso in campo in modo netto a favore del riconoscimento del diritto alle armi, presentando anche una propria memoria alla Corte Suprema.
Salutando con entusiasmo la ”decisione storica”, McCain ha immediatamente usato la sentenza come una clava contro Obama, accusandolo di essersi comportato su questo tema da ”voltagabbana” cambiando piu’ volte parere e di non capire come la pensi la maggioranza degli americani. Per McCain, la sentenza e’ una sconfitta del ”punto di vista elitista di chi crede che gli americani si aggrappino alle armi per amarezza, e non perche’ e’ un loro diritto costituzionale”.
Il senatore democratico, che sa di non potersi inimicare troppi elettori in un paese dove girano 283 milioni di armi possedute da privati, ha scelto la prudenza. La decisione e’ sostanzialmente giusta, ha detto Obama, promettendo che da presidente difendera’ ”i diritti costituzionali di proprietari di armi e cacciatori che rispettano la legge”. Nello stesso tempo, pero’, ha sottolineato la necessita’ di varare ”leggi di buonsenso” che frenino la proliferazioni di armi in America e non le facciano finire nelle mani dei criminali.http://marcobardazzi.com/blog8/2008/06/26/la-corte-suprema-e-la-pistola-facile/


L'orgoglio glbtq minacciato
Olivia Fiorilli

La notizia quest’anno è che il Pride di Gerusalemme non sarà contestato dagli attivisti di Edah Haredit, il gruppo-ombrello ultra-ortodosso, che per questa edizione ha deciso di ignorare l’evento. Almeno ufficialmente. «Non diremo a nessuno di non protestare [contro il pride, n.d.r.], ma non diciamo nemmeno di farlo», è la pilatesca presa di posizione di Edah Haredit. Certo, all’organizzazione resta il «timore» che qualche giovane integralista, contestando il Pride, esponga la propria «fragile personalità a influenze sessuali negative». Ad ogni modo la manifestazione dell’orgoglio glbtq non ha mai avuto vita facile a Gerusalemme, città contesa da tre monoteismi. Nel 2005 tre manifestanti erano stati accoltellati da un integralista heredi. Nel 2006, quando quello di Gerusalemme doveva essere il World Pride, gli sforzi della comunità ebraica ortodossa erano riusciti a spingere le autorità a «confinare» la manifestazione – non più mondiale – dentro lo stadio dell’Università Ebraica. Chi aveva provato a manifestare per le strade era stato fermato dalle forze dell’ordine. Anche quest’anno, però, le cose non sono andate lisce. La «Jerusalem parade and tolerance march for infinite love»–come recita il «titolo» della manifestazione per intero – organizzata dall’associazione Open House, sarà una manifestazione blindata. Duemila poliziotti presidieranno il percorso del corteo, che partirà dal Parco dell’Indipendenza per arrivare al Liberty Bell Park. Ieri il consigliere comunale Sa’ar Netanel, gay dichiarato, ha ricevuto una busta contenente polvere bianca accompagnata da un articolo sul pride. «Sono abituato a questo tipo di minacce», ha commentato l’interessato.
Il sindaco di Gerusalemme, Uri Lupolianski, ha indirizzato una lettera alla Corte di Giustizia, che lunedì ha autorizzato il corteo. «Le passate esperienze – si legge nella lettera–dimostrano che l’evento offende deliberatamente e inutilmente i sentimenti di ebrei, musulmani e cristiani che lo considerano, anche per il mondo in cui viene svolto, un’offesa alla città santa e ai valori in cui credono». E pare che gli organizzatori abbiano promesso un evento «moderato e sobrio». Il leit motiv della sobrietà ha evidentemente attraversato le invalicabili frontiere italiane, al «di qua» delle quali la ministra delle pari opportunità e il sindaco di Roma si sono affannati, alcune settimane fa, a deplorare «l’esibizionismo» e «l’ostentazione» dei Pride. Sabato sarà il turno di quello nazionale, ospitato quest’anno a Bologna. Intanto sono cominciate le iniziative «collaterali» alla manifestazione. Questo pomeriggio l’appuntamento è nell’aula magna di Santa Caterina, per la presentazione degli atti del convegno «La storia che non c’era. Il movimento delle lesbiche in Italia», organizzato la scorsa estate da Arcilesbica. Domani, invece, presso l’aula magra Santa Cristina, il Movimento identità transessuali propone il convegno «elementi di critica trans», ovvero l’esperienza della transizione nel racconto di chi la vive in prima persona. Ancora domani, questa volta presso Atlantide, a Porta Santo Stefano, antagonismo gay invita a parlare di intersessualità.
Sabato sarà anche il turno del primo pride in Bulgaria, ma il suo svolgimento è minacciato da gruppi nazionalisti. Sul pride di Sofia, organizzato dal gruppo Gemini e dedicato alla famiglia, pesa la minaccia della concomitante «settimana dell’intolleranza», organizzata dall’Unione nazionale bulgara, una formazione nazionalista. Motto della settimana: «sii intollerante, sii normale». «Invito le autorità della Bulgaria a sostenere il Pride e, se necessario, a garantirne la sicurezza. Sofia, la città dove si svolgerà il Pride, ha l’opportunità di dare un esempio di tolleranza e diversità in Europa», ha dichiarato la parlamentare europea Sophie Veld, vice-presidente dell’intergruppo per i diritti gay e lesbici. Anche nella Repubblica ceca quello di sabato sarà il primo pride. Si terrà a Brno e anche lì le minacce non sono mancate. La polizia ha vietato due manifestazione omofobiche che si dovevano tenere lungo il percorso del corteo. Le contro-manifestazioni erano state organizzate dal Partito nazionale e dal movimento di estrema destra Azione di rinascita nazionale 99
Gravi minacce sono arrivate anche all’indirizzo dei partecipanti al pride di Budapest, che si terrà il 5 luglio. Gyorgy Budahazy e Laszlo Toroczkay, leader dell’estrema destra ungherese, hanno diramato via internet un comunicato in cui si invitano «i patrioti ungheresi» a «proteggere l’onore dell’Ungheria» recandosi il 5 luglio a Budapest. Il timore è quello di attacchi organizzati al corteo. La polizia ha chiarito che si potrebbe trattare di attacchi più gravi di quelli avvenuti lo scorso anno, quando, in occasione del pride, una decina di persone sono state aggredite in varie parti della città. D’altra parte due settimane fa la polizia aveva tentato di vietare la manifestazione sostenendo che avrebbe provocato problemi al traffico.
http://www.carta.org/campagne/diritti+civili/14434

DIRITTI: La tortura giudicata da molti “immorale”
Mirela Xanthaki


NAZIONI UNITE, (IPS) - Un nuovo sondaggio sulla pratica istituzionale della tortura mostra che il mondo si oppone a questa prassi, ma più di un terzo della popolazione mondiale sostiene anche che si dovrebbe fare un’eccezione, se può servire ad ottenere informazioni dai “terroristi” e “salvare vite innocenti”.




Mentre il 35 per cento ha concordato su questa eccezione, solo il nove per cento si è detta favorevole alla pratica della tortura in generale da parte dei governi.

I risultati dei sondaggi sono stati diffusi dal Programme on International Policy Attitudes (PIPA) dell’Università del Maryland, in collaborazione con una rete internazionale di centri di ricerca, in occasione della Giornata mondiale a sostegno delle vittime di tortura (26 giugno). L’inchiesta è stata condotta in 19 paesi, con 19mila persone intervistate su quesiti come l’accettazione dell’uso della tortura, o la possibilità di continuare a mantenere questa pratica in tutto il mondo.

I paesi esaminati: Cina, India, Stati Uniti, Indonesia, Nigeria e Russia, Messico, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Spagna, Azerbaijan, Ucraina, Egitto, territori palestinesi, Iran, Turchia, Tailandia e Corea del Sud, che nell’insieme rappresentano il 60 per cento della popolazione mondiale.

Agli intervistati è stata presentata un’argomentazione a favore della pratica della tortura contro potenziali terroristi che minacciano la popolazione civile: “I terroristi rappresentano una minaccia talmente estrema che ai governi dovrebbe essere consentito di utilizzare la tortura in una certa misura, se ciò può servire ad ottenere informazioni che salverebbero vite innocenti”.

In 14 paesi, la maggioranza o un cospicuo numero di persone ha respinto questo argomento a favore di un’altra prospettiva inequivocabile: “Si dovrebbero mantenere delle regole chiare contro la tortura, poiché qualsiasi uso della tortura è immorale e rischia di indebolire gli standard dei diritti umani internazionali contro la tortura”.

Alle persone favorevoli a prevedere un’eccezione nel caso dei terroristi è stato anche chiesto se ai governi dovrebbe in generale essere consentito l’uso della tortura. In media, in tutte le nazioni esaminate, solo il 9 per cento ha detto che non dovrebbero esistere delle regole contro la tortura.

In Cina e Turchia si sono registrate le percentuali più alte (il 18 per cento in entrambi i paesi) di persone favorevoli all’idea che ai governi si dovrebbe in generale consentire l’uso della tortura, mentre le percentuali minori sono state in Francia e Gran Bretagna (4 per cento entrambi).

In 14 delle 19 nazioni intervistate, la maggioranza delle persone era a favore di una normativa inequivocabile contro la tortura, anche nel caso di terroristi in possesso di informazioni che potrebbero salvare vite innocenti. In media, in tutti i paesi esaminati, il 57 per cento ha optato per una normativa inequivocabile contro la tortura. Il consenso maggiore in questo senso è stato riscontrato in Spagna (82 per cento), Gran Bretagna (82) e Francia (82), seguiti da Messico (73 per cento), Cina (66), territori palestinesi (66), Polonia (62), Indonesia (61) e Ucraina (59 per cento).

Quattro paesi si sono orientati verso un’eccezione nel caso dei terroristi - India (59 per cento), Nigeria (54), Turchia (51), e Tailandia (44 per cento).

Ma l’ampia maggioranza in tutti i 19 paesi si è detta favorevole ad un divieto generale contro la tortura. In tutti i paesi oggetto dell'indagine, il numero delle persone secondo cui il governo dovrebbe in generale poter utilizzare la tortura è inferiore a uno su cinque.

In Azerbaijan (il 54 per cento), Egitto (54), Stati Uniti (53), Russia (49), e Iran (43 per cento), una maggioranza o pluralità di persone ha appoggiato il divieto di ogni forma di tortura.

Il World Report 2007 di Amnesty International elenca una serie di governi che si ritiene facciano uso della tortura. “L’idea che la tortura come metodo istituzionale sia fondamentalmente sbagliata è ampiamente condivisa in tutti gli angoli del mondo. Anche lo scenario presentato, di terroristi in possesso di informazioni in grado di salvare vite innocenti, viene respinto per giustificare la tortura nella maggior parte dei paesi”, ci dice Steven Kull, direttore di WorldPublicOpinion.org.

”Per di più”, aggiunge Kull, “visto che un simile scenario è estremamente raro, questo sondaggio suggerisce che potenzialmente ogni forma di tortura utilizzata dai governi è in contrasto con il volere della gente”.

Come ha osservato martedì scorso la rappresentante Onu di Amnesty International Yvonne Terlingen in conferenza stampa, “solo la scorsa settimana, il consiglio dei Diritti umani ha adottato una risoluzione di consenso a Ginevra che ribadisce il divieto assoluto di tortura”.

Nessuna circostanza può giustificare la tortura, e nessun paese si dice apertamente favorevole a questa pratica, ha affermato. Simili risultati erano emersi anche da un sondaggio del 2006 condotto da PIPA, anche se in alcuni paesi ci sono poi stati dei cambiamenti importanti. Mentre nel 2006 solo l’India aveva un certo numero di persone favorevoli all’eccezione sui terroristi, oggi anche Nigeria, Turchia e Tailandia concordano su questo punto.

Un maggiore sostegno sostanziale all’impiego della tortura nella domanda sui terroristi si è riscontrato anche in Egitto (dal 25 al 46 per cento) e negli Usa (dal 36 al 44 per cento).

Allo stesso tempo, è aumentata la percentuale delle persone favorevoli a un divieto assoluto della tortura in paesi come Messico, Spagna, Cina, Indonesia, Gran Bretagna e Russia.

Il sondaggio di WorldPublicOpinion.org fa parte di uno studio più ampio sul tema dei diritti umani, condotto in coincidenza con il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Lo studio comprende altri sondaggi su argomenti come discriminazione razziale, diritti femminili, libertà di stampa, democrazia e governance.

Nonostante la scarsa fiducia nel fatto che i governi stiano davvero rispettando il volere della popolazione e nonostante la convinzione diffusa che gli interessi dei più forti stiano vincendo sul volere della gente, Craig Mokhiber dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani ha parlato dell’“enorme valore strategico di questo sondaggio”.

“Ci permette di capire dove stiamo sbagliando, dove è necessaria una maggiore attenzione in termini di responsabilizzazione dei governi e di minacce emergenti”, ha dichiarato.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1228

Seoul rimuove il bando sulla carne Usa, al via la vendita
Il governo permette lo scongelamento di 5.300 tonnellate di carne bovina, in attesa sin dallo scorso ottobre. In risposta, annunciati picchetti di presidio da parte della popolazione, che teme il virus della mucca pazza. Scontri nelle città portuali tra polizia e manifestanti, più di 120 arresti.

Seoul (AsiaNews) – Il governo sudcoreano ha formalmente rimosso il bando sull’importazione di manzo statunitense, in vigore sin dall’epidemia di mucca pazza che ha colpito le mandrie americane nel 2003. La decisione di permettere di nuovo l’ingresso della carne sul mercato, ed il patto di libero commercio siglato da Washington e Seoul, hanno scatenato sin dallo scorso aprile le proteste della popolazione, che teme ripercussioni economiche e soprattutto problemi di tipo sanitario.
 
Nel corso della giornata, centinaia di manifestanti contrari alla decisione si sono riuniti nelle città portuali della Corea – Busan, Incheon e Suwon – per cercare di bloccare l’arrivo della carne. La polizia si è scontrata con i dimostranti, e ne ha arrestati più di 120. Scontri violenti anche a Seoul, durante una marcia contro il governo.
 
Tuttavia, la rimozione del bando permette di sbloccare le 5.300 tonnellate di manzo americano, congelate lo scorso ottobre e già sul suolo coreano, che ora saranno ispezionate e vendute. Secondo il ministero sudcoreano dell’Agricoltura, i primi stock saranno in vendita già dal pomeriggio di oggi. In risposta, alcuni gruppi contrari alla liberalizzazione del commercio della carne hanno annunciato picchetti di presidio in tutti i siti di stoccaggio del Paese.
 
La violenta protesta ha colpito con forza il nuovo governo di Seoul, guidato dal conservatore Lee Myung-bak. Dopo le numerose manifestazioni, Lee è stato costretto ad effettuare un rimpasto di governo ed è arrivato a scusarsi pubblicamente per la decisione. Il patto è stato rinegoziato con gli Stati Uniti, che hanno accettato di non inviare carne proveniente da animali con più di 30 mesi, il limite in cui è più probabile il contagio del virus della mucca pazza.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12607&size=A

Siria

l’IAEA ispeziona i siti sospettati di ospitare il programma nucleare

La missione, guidata dal capo-ispettore finlandese Olli Heinonen, è arrivata a Damasco domenica e durerà tre giorni. Lo scopo è quello di visitare alcune strutture sospettate di servire per la messa a punto di un programma nucleare. La vicenda si ricollega direttamente al bombardamento effettuato dalle Forze Aeree israeliane (IAF) nel settembre scorso. In quell’occasione, sebbene non vi fu nessuna conferma da una parte e dall’altra, Israele rase al suolo un edificio che, secondo alcune fonti, era parte di un progetto per l’avvio di un programma nucleare siriano, con il supporto di tecnologia da parte della Corea del Nord.

Due mesi fa gli Stati Uniti dichiararono ufficialmente di essere in possesso di informazioni che davano per certo lo scopo nucleare della struttura. L’IAEA non ha approvato l’azione israeliana, commessa probabilmente con il beneplacito di Washington, sostenendo che se le accuse fossero state fondate, l’IAEA avrebbe dovuto essere informata in modo da poter verificare. In questo modo, invece, le uniche prove del piano nucleare consisterebbero nelle immagini satellitari fornite dagli Stati Uniti. Il Presidente siriano Bashar al-Assad ha negato qualsiasi accusa mossa a Damasco, non opponendosi alle ispezioni dell’IAEA.

In questo modo la Siria, che tra l’altro ha aderito al Trattato di non proliferazione (TNP), mostra nuovamente un atteggiamento costruttivo e aperto alla collaborazione con la Comunità Internazionale. Ciò rientra in un quadro più ampio che vede Damasco coinvolta in trattative a tutto campo, dai colloqui con Israele (con la mediazione della Turchia), alla stabilizzazione del Libano, fino alla recente tregua firmata da Hamas ed Israele. Damasco potrebbe parzialmente prendere le distanze dalle posizioni intransigenti dell’Iran ed essere coinvolta a pieno titolo nel processo di pacificazione del Medio Oriente. Un segnale della fine dell’isolamento siriano arriva anche dalla Francia, il cui Presidente Sarkozy, in questi giorni in visita ufficiale in Medio Oriente, ha dichiarato che il coinvolgimento siriano è imprescindibile per qualsiasi trattativa nell’area.

 

 

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33075


UE in difesa dei prigionieri per reato di opinione
di Gabriella Mira Marq

I 27 Stati membri dell'Unione europea hanno sponsorizzato, con 37 paesi in tutto il mondo, una dichiarazione sui prigionieri per il reato di opinione, che e' stato divulgata a tutti gli Stati membri dell'ONU il 17 Giugno 2008.

Nella dichiarazione, presentata in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è ribadito che ognuno ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, libertà di riunione e di associazione pacifica, nonche' alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione.

L'Unione europea e gli altri paesi che sponsorizzano questa dichiarazione si impegnano ad agire per ottenere la liberazione dei prigionieri di coscienza e di rendere questo rilascio una delle loro priorità nelle loro relazioni con altri Stati.

L'Unione europea si rammarica profondamente del fatto che, di fronte ad avversari politici o ad attivisti dei diritti umani, molti governi continuino a ricorrere al carcere. In molti casi, i prigionieri di coscienza sono detenuti, spesso in condizioni deplorevoli, per lunghi periodi, al fine di impedire loro di parlare con altre persone o di incontrarsi con loro.

L'Unione europea invita tutti gli Stati membri dell'ONU ad unire i loro sforzi per ottenere la liberazione di tutti i prigionieri di coscienza.


www.osservatoriosullalegalita.org



giugno 26 2008

Pancho Pardi: Sua Impunità, metastasi della democrazia

di Pancho Pardi

Negli Stati Uniti il presidente Clinton è stato messo sotto accusa e portato ai limiti dell'impeachment per una vicenda di esclusivo carattere privato. E' stato tormentato da un inquisitore implacabile, che, parteggiando manifestamente per i Repubblicani, lo ha sottoposto a una sequenza inesorabile di contraddittori al fine di dimostrare il suo comportamento menzognero e di conseguenza la sua inaffidabilità.
Quanto partigiana fosse l'iniziativa lo dimostra la timidezza esercitata in seguito nei confronti di Bush che non solo aveva vinto con i brogli in Florida (stato governato da suo fratello) ma ha poi manifestamente mentito al popolo e al Congresso sui motivi, inesistenti, della guerra in Iraq.
Clinton, il più intelligente e capace dei presidenti americani degli ultimi decenni, non ha mai rifiutato la legittimità dell'inchiesta, non si è mai sognato di ostacolare il corso della giustizia, non ha mai lamentato il fatto di dover sottrarre tempo prezioso alla conduzione della sua politica e alla risoluzione di affari di importanza mondiale.
Al contrario in Italia Berlusconi non solo si è sottratto a lungo ai processi ricorrendo al lavoro duplice di avvocati che erano allo stesso tempo deputati del suo partito (nel centrodestra chi non ha un conflitto d'interessi non ha diritto di parola) ma grazie agli avvocati deputati è sfuggito a numerosi processi tramite la prescrizione (e una volta ha avuto le attenuanti generiche solo perché era presidente del consiglio!). Altre volte è stato assolto solo perché la sua maggioranza aveva modificato la legge in merito.
Non contento di questa evasione dagli obblighi della giustizia, Berlusconi si permette ancora una volta di giungere alle offese più volgari, che un'opinione pubblica ormai drogata gusta come manifestazione naturale della sua spontaneità: tavola della serie "Si sa, lui è fatto così".
Con quello che i suoi apologeti della carta stampata chiamano "linguaggio del corpo" si è presentato alla Confesercenti dicendo che non ha abbastanza poteri e che i suoi avversari lo vorrebbero con le mani legate e a quel punto ha unito i polsi nel gesto figurativo dell'ammanettato.
Poi ha aggiunto che i magistrati che lo perseguono sono una metastasi della democrazia. In qualsiasi altro paese la stampa sarebbe insorta e le testate giornalistiche più autorevoli non avrebbero risparmiato le critiche più allarmate e sferzanti. In Italia invece prevale un atteggiamento corrivo. Pochi hanno ribattuto l'obiezione elementare: il voto non scioglie in nessun caso l'eletto dal vincolo delle leggi.
Troppo pochi si preoccupano per un atteggiamento che nega il fondamento intimo della democrazia rappresentativa: sono stato scelto dal popolo e quindi faccio quello che mi pare. Questo rapporto diretto, e distorto, tra popolo e capo, dove il popolo consegna la propria sovranità al capo, sta precisamente alla base della concezione fascista: il popolo che si invera nella persona del capo. Ne consegue che qualsiasi ostacolo alla sua azione si configura come impedimento illegittimo ed eversivo alle sue prerogative. Da qui l'appello del capo al popolo contro i poteri che si frappongono all'estrinsecazione della sua libertà, ormai sacra dato che riassume in sé la volontà popolare.
E' evidente che in questo schema le assemblee elettive e la loro sovranità finiranno un giorno per apparire come una miserabile superfetazione che impedisce e rallenta la libera manifestazione dell'unica volontà di capo e popolo fuse insieme nella persona del capo.
Ma non basta. In italia il capo è l'unico che può usare appieno lo strumento del suo impero mediatico mentre tutti i suoi competitori ne sono privi. Gli alleati possono solo mendicare una partecipazione secondaria e subordinata, gli avversari possono contare solo sulle particelle di una lottizzazione partitica a sua volta inghiottita dal monopolio.
Il protagonismo civile si deve scuotere dal letargo dell'impotenza. Solo la libera cittadinanza può porre un limite invalicabile all'unica vera metastasi che affligge la democrazia italiana.http://temi.repubblica.it/micromega-online/26-giugno-2008-pancho-pardi-sua-impunita-metastasi-della-democrazia/

Bandiere sì e bandiere no    
Scritto da Nando dalla Chiesa   
 

Le bandiere di partito, dunque. Bel tema. C’è chi ne ha criticato la presenza alla manifestazione dell’altro ieri. Capisco. Altre volte anch’io ho provato insofferenza per la voglia di appropriarsi, come partito-i, di iniziative civili o politiche indette da gruppi di cittadini o da movimenti. Solo che stavolta avevamo invitato noi, proprio noi, a portare quelle bandiere. E per una ragione ben precisa.  Per dire ai partiti che devono svegliarsi, che i loro militanti, con le loro identità, rifiutano l’immobilismo a cui l’opposizione si è auto-condannata. Dire di portarle è stata una sfida, non una resa all’invadenza dei partiti. Tanto che dei parlamentari non se n’è vista l’ombra (ed era lunedì…, parlamento inoperoso…), altro che strumentalizzazione. Stare alla larga, era la parola d’odine, conosco i miei polli.

 

Se poi la presenza delle bandiere abbia potuto fare apparire il tutto una “robetta” (voce di un passante) o un’adunata per mandare B. in galera, be’ ho i miei dubbi, attenzione a non rimanere succubi dei pregiudizi altrui. Ho sentito fare le stesse accuse ad altre manifestazioni, rigorosamente senza bandiere di partito. Per chi vota dall’altra parte (o per la maggioranza di quegli elettori) nulla va mai bene, neanche se è per difendere la Costituzione. Perché per loro: a) noi non siamo preoccupati della Costituzione, noi (come i magistrati rossi) vogliamo solo “rovesciare il risultato elettorale”; b) la Costituzione è qualcosa di immaginario, non un complesso di principi ben ordinato, e dunque secondo loro non viene mai attaccata finché non siamo sulle montagne; c) la Costituzione è roba vecchia, fatta dai partiti della Prima Repubblica e hai visto dove ci ha portato…

 

Insomma, giusto, giustissimo stare attenti a tutti i risvolti simbolici di quel che facciamo. Ma senza troppi  complessi di colpa, o rischiamo di morirne. Mi pare che il giudizio più felice sul presidio lo abbia dato Radio Popolare, che sa non essere tenera. C’era aria fresca e sana, perfino un po’ naif,  non certo aria da B. in galera. Alla prossima (si daranno notizie).

http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php

Ritorno al girotondo

Questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no è paradossale. Veltroni ha già smesso di essere il leader del centrosinistra: e vi piaccia o no in questo momento la carica è esercitata da Antonio Di Pietro. Una ragione in più per sbrigarsi a eleggere un nuovo segretario del PD al posto di quello che già non c'è. Se siete d'accordo su questo non c'è neanche bisogno di continuare a leggere qui.

Cascasse il mondo

Non mi ricordo più chi (non era un blog) scrisse qualche mese fa che dietro a Berlusconi III non c'è soltanto la solita accozzaglia, ma un nuovo blocco sociale. È una tesi che mi convince, e mi spaventa insieme.
In questo blocco c'è l'operaio frustrato del nord che ha votato Lega e il sottoccupato siciliano che ha votato Autonomista; i tassinari romani e gli industrialotti, tutti, giovani e vecchi. È un patto sociale verticale che mi ricorda terribilmente il fascismo (forse perché alla fin fine io solo il fascismo ho studiato; forse avrei dovuto dare un occhio anche a Peron o a Napoleone III: troppo tardi). Tiene insieme una certa aristocrazia, una certa borghesia con un certo proletariato... ai danni, ovviamente, di altre aristocrazie, di altre borghesie, di altri proletari, che però sono talmente disuniti da non aver ancora capito che hanno perso, e cosa hanno perso.

C'è capitato a tutti di criticare il PD perché dietro alla somma aritmetica di un partito di sinistra con un partito democratico cristiano non scorgevamo nessun progetto. E magari eravamo ingiusti, magari un progetto c'era: il problema è che siamo in una fase di recessione, in cui ai progetti non crede nessuno, la gente crede agli scontrini della spesa. Ecco, non si è mai capito quali classi, quali categorie si sarebbero avvantaggiate da un governo PD – e non vale dire “tutte”, perché non ci crede nessuno: i tassisti che fecero i caroselli la notte della vittoria di Alemanno sapevano bene di aver vinto a scapito di un'altra categoria (gli utenti); allo stesso modo il lunedì delle elezioni io sapevo benissimo di aver perso in quanto insegnante statale, mentre i miei colleghi delle scuole private avevano vinto. Ora il punto è: se quel lunedì avesse vinto Veltroni, chi avrebbe fatto i caroselli? Quali categorie, quali classi sociali avrebbero dovuto sentirsi avvantaggiate? Non si sa, non si capisce, nessun dirigente del PD ha mai avuto il coraggio di dirlo. Invece di scommettere su alcune fasce, alcune categorie, hanno cercato di prendere qualche rappresentante di tutte: l'industriale veneto, l'ambientalista, la tipa giovane, il tipo radicale. Con la pretesa di mettere d'accordo tutti a scapito di nessuno. La stessa pretesa, a ben vedere, che aveva logorato l'Ulivo: la grande idea nuova era sostituire i piccoli cespugli ancorati alle loro nicchie geografiche e sociali con una cooptazione mirata dall'alto. Solo che in alto non avevano neppure tutta questa mira, come s'è visto (tutti quei radicali, per esempio, che parte del Paese reale dovrebbero rappresentare?)

In realtà ci sono delle fasce più sensibili al messaggio del PD, ma Veltroni & co. si sono guardati bene dallo scommettere su di loro. Tra queste, vale la pena di sottolinearlo, non ci sono gli operai, che non hanno iniziato a votar Lega in aprile, sono anni che lo fanno. Ma per esempio i migranti (che però non votano, o votano quando ormai lavorano da quindici anni e la priorità è tenere le distanze con quelli che sono arrivati dopo di loro, per cui passano direttamente alla Lega). E ancora, i quadri intermedi. Gli impiegati, non solo statali. E poi tutto quel mondo che stiamo cominciando a chiamare cognitariato, nome brutto ma efficace: i proletari avevano solo la prole, i cognitari hanno solo... no, non i cognati, tranne in qualche caso fortunato.

Ora io mi rendo perfettamente conto che un'alleanza più solida con questa classe media non avrebbe fatto vincere il PD; però almeno poteva essere la solida pietra sulla quale costruire un blocco sociale alternativo. Quest'alleanza avrebbe avuto come suggello l'antiberlusconismo, perché l'antiberlusconismo storicamente è stato per anni la bandiera di quella precisa categoria sociale. Dietro a quella bandiera, poi, ci sarebbero state molte altre cose: un certo rigore giustizialista (l'impiegato medio va fiero della sua fedina penale immacolata), la lotta all'evasione (lui le tasse non può evaderle, e festeggia ogni scandalo finanziario con soddisfazione apolitica), più soldi alle strutture pubbliche e alla ricerca. Però sulla bandiera, già da anni, c'è la belva Berlus in manette: sarebbe lunga spiegare il perché, ma quello è il vitello d'oro intorno al quale abbiamo danzato in girotondo dal '94. Il fatto che Veltroni abbia voluto rinunciarvi non l'abbiamo mandato giù tanto bene, ma se era per vincere le elezioni... però le elezioni alla fine le ha perse, e male, e adesso il vitello lo rivogliamo. Altrimenti votiamo Di Pietro, che è già lì bello comodo.http://leonardo.blogspot.com/



Udienza

 

“Più di 1.000 persone sorde di almeno 30 paesi hanno partecipato, questo mercoledì, all’udienza generale concessa da Benedetto XVI in Piazza San Pietro in Vaticano”. Che altro si può concedere ai sordi? Una bella udienza. “Salutando in italiano i sordomuti…”, la regia di Luis Buñuel sarebbe stata perfetta. Come titolo andrebbe bene quello che zenit.org dà alla notizia: “Sordi di tutto il mondo con il Papa”. http://malvino.ilcannocchiale.it/


 

Indietro, come i gamberi

Dopo avervi lasciato in pace per un paio di settimane, torno a tediarvi con le mie esternazioni. E con il mio accresciuto senso di disagio.
Già, perché ogni volta che mi capita di andare fuori dai confini nazionali, il confronto risulta sempre più penoso. A tutto svantaggio del nostro Paese, ovviamente.
Ho ormai una lunghissima frequentazione con l'estero. Praticamente da quando sono nato, prima per ragioni di lavoro di mio padre, poi per le mie e adesso per quelle di mia figlia. E ricordo bene che una volta, fatta la dovuta eccezione delle nazioni europee più evolute e degli immancabili Stati Uniti, il confronto, anche con alcuni Stati europei (per non parlare poi del resto del mondo), era a noi decisamente favorevole. E tale ci appariva. Paesi come la Spagna e il Portogallo, per non parlare della Grecia, ma anche della stessa Irlanda, venivano visti da noi con esibita sufficienza.

Ritorno da un giro in macchina di due settimane di una parte della Spagna: Barcellona, Saragozza, Madrid, Toledo, Segovia, Escorial, Avila, Salamanca. Con un interesse particolare per l'architettura romanica e gotica e per le pinacoteche di Madrid. Ma anche con attenzione agli standard di vita, ai comportamenti e alle infrastrutture.
Proprio a proposito di infrastrutture, colpisce subito la quantità e qualità delle infrastrutture per la mobilità: rete viaria e autostradale, in tutto il paese (almeno quello visto), attorno alle principali città, in modo particolare poi a Madrid e a Barcellona, circondate non da un raccordo anulare o da una tangenziale, ma da una fitta rete di superstrade, e con un traffico interno intenso e scorrevole. Ma anche sistemi di trasporto pubblico numerosi ed efficaci (non ho dati sulla loro efficienza e sul loro peso sui conti pubblici): rete di metropolitane, di bus, di treni ad alta velocità, numerose e moderne stazioni ferroviarie a Madrid. Sensazione generale di efficacia, nonostante in quegli stessi giorni si stesse verificando una vasta azione di protesta degli autotrasportatori, che in Italia avrebbe portato alla paralisi dell'intero Paese.
Estremamente positiva l'impressione che destano da un lato l'estrema pulizia e dall'altro i civili comportamenti degli automobilisti. La pulizia, quasi maniacale, mantenuta in tutti i luoghi pubblici (strade, metropolitane, musei, toilette) indica una particolare attenzione delle autorità, ma anche un forte senso civico della popolazione. Il rispetto del codice della strada, degli altri automobilisti e dei pedoni sarà forse dovuto alla massiccia presenza di forze dell'ordine (anche la polizia municipale è armata), ma riflette un diffuso livello di educazione.
Insomma, l'impressione di un paese che dalla fine del franchismo si è perfettamente allineato agli standard delle comunità più evolute d'Europa, quasi nordico, clima a parte, vivo, in crescita, rivolto al futuro. Complessivamente ben diretto dai diversi governi di vario colore che si sono succeduti in questi ultimi 33 anni.

Ne discutevamo con altri italiani incontrati per strada a Madrid. Anche loro meravigliati e sorpresi. Anche loro consapevoli che il nostro è invece un Paese bloccato nella crescita e sbragato nei costumi. Un Paese che invece di andare avanti, cammina indietro, come i gamberi. Con un processo che ha tutta l'aria di essere ormai irreversibile.
E questi, scusate se sono pochi, sono i motivi del mio crescente disagio, della mia demoralizzazione, del mio scetticismo.

Al ritorno, aprendo la numerosa posta (per lo più spam), ho trovato questa lettera di un amico di Genova:
Ciao Nando, le notizie sulla militarizzazione del Paese e la galera per le intercettazioni, che peraltro si ridurranno assai, almeno per la criminalità politica, sono notizie molto pesanti. Ma ciò che mi ha colpito è che l’opposizione si esprime o a favore o col silenzio, con l’eccezione di Di Pietro.
Che succede, che cosa vedi dal tuo osservatorio ?
Collusione PD-PDL o Veltroni-Berlusconi o che altro ? interessi personali ? Ho sentito la moglie di Fassino pluridecorata (ossia pluri eletta) a favore della legge fascista sulle intercettazioni, liberi tutti di rubare ed uccidere, purchè la pena sia inferiore a 10 anni.
Sto sognando ? A quando la chiusura coatta del mio blog e l’arresto a “stellette” da parte dell’esercito ?
Ciao.
Renzo


Altri amici, che vivono all'estero, mi hanno fatto trovare raccolte di articoli sconsolanti comparsi in quelle due settimane di mia assenza. In uno, tratto da un articolo di Travaglio, si legge:
... Giovanni Sartori ha messo in guardia sulla Stampa dai «dittatori democratici» e ha spiegato: «Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perché non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno».«Si impacchetta la Corte costituzionale, si paralizza la magistratura. si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere 'transitivo' che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo». ...

Un bel benvenuto. Non c'è che dire. Ho forse torto a essere preoccupato?

Nando

P.S.: Le ragioni del degrado non sono imputabili solo a Berlusconi. Certamente la presenza di Berlusconi in 15 anni ha bloccato ogni processo decisionale costruttivo, anche quando eravamo al governo. Ma come è potuto accadere che un'intera classe politica abbia consentito che tutto ciò si verificasse? Gli anticorpi del sistema non hanno funzionato? Ancora accettabile un'intera classe politica che nonostante i ripetuti errori continua a soppravvivere? Possibile che a pagare sia stato solo colui che ha provato seriamente a contrastare Berlusconi?
Se non si compie un'approfondita analisi e non si traggono le dovute conseguenze non se ne esce fuori.http://romanordxilpd.blogspot.com/2008_06_01_archive.html

Dame gasolina
Dammi benzina. Con il prezzo raddoppiato i gringos Usa vanno a fare il pieno in Messico
Trafficanti che lucrano facendo la spola da una parte all'altra del confine, spesso con merce nascosta alle autorità, sfidando in alcuni casi il pericolo di venire aggrediti; per una vita migliore, d'altronde, questo ed altro. La lunga frontiera tra Stati Uniti e Messico torna ad essere calda, ma stavolta ad attraversarla sono i gringos, non i latinos clandestini. Con un prezzo della benzina raddoppiato in poco più di un anno, sempre più statunitensi vanno a fare il pieno alle loro automobili in Messico, dove il carburante costa meno perché sussidiato dal governo. E il fenomeno, nato negli ultimi mesi, sta già provocando i primi problemi.

Risparmio del 40 percento. Con alcune differenze tra i vari Stati, il prezzo della benzina negli Usa si colloca tra i 4 e i 4,50 dollari al gallone. Un record per gli Stati Uniti e uno sproposito per la gran parte degli americani, anche se il costo rimane dimezzato rispetto a quelli europei, per merito dell'assenza di tasse statali. Ma a inizio 2007 si pagava poco più di 2 dollari. Così, ora i 2,6 dollari al gallone applicati dai distributori dalla parte messicana della frontiera fanno gola a molti residenti lungo gli oltre tremila chilometri di confine. Compiere la traversata ha i suoi svantaggi: a parte i chilometri e i tempi d'attesa alla pompa e al confine, nelle grandi città messicane di frontiera i cartelli della droga si danno battaglia da tempo, e la violenza è elevata. A Ciudad Juarez, per esempio, si contano ormai tre omicidi al giorno. Il carburante messicano, più ricco di zolfo, è inoltre considerato di peggiore qualità sia per l'aria sia per i motori.

Primi problemi. Ma il risparmio è assicurato, e le prime conseguenze si stanno già facendo vedere. Molte stazioni di servizio messicane vicine al confine, ha scoperto il New York Times, parlano di un giro d'affari cresciuto del 50 percento, mentre a pochi chilometri di distanza i distributori Usa lamentano un calo netto delle vendite di carburante, con casi di dipendenti licenziati. Il grande afflusso di automobilisti statunitensi sta però provocando una carenza di carburante in alcune stazioni di servizio, e a Tijuana si segnalano casi di distributori che rifiutano di servire gli americani. Quelli che hanno un rivenditore di fiducia, in compenso, spesso si organizzano installando un serbatoio supplementare nel retro del pick-up, con il rischio di essere ricacciati indietro al confine perché tale pratica è illegale.

La coda al valico di Ciudad JuarezLa beffa per il governo. Fino a poco tempo fa, alcuni messicani più benestanti facevano il percorso inverso, in quanto disposti a pagare leggermente di più pur di far viaggiare la macchina a carburante americano. La nuova tratta della benzina preoccupa intanto il governo messicano, che spende 20 miliardi di dollari all'anno per calmierare il prezzo, con l'obiettivo di restringere l'inflazione e favorire i più poveri. Pur essendo un Paese esportatore di petrolio, il Messico non ha infatti una sufficiente capacità di raffinazione e per questo è costretto a importare carburante dagli Usa. Così, rivendendo agli americani un loro prodotto a prezzi inferiori a quelli di mercato, i messicani ci perdono due volte.
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11461

E poi fa vendere...

Pare che avere Barack Obama in copertina faccia abbastanza bene alle vendite (ma non per i maschili. Ovvio: non ha le tette). Forse è per questo che quelli di Rolling Stones lo trattano meglio di vecchio Mick Jagger.http://giornalismoparma.typepad.com/


Perfida, insopportabile e necessaria

New York. Maureen Dowd è “la più pericolosa delle editorialiste americane”, definizione del New York Magazine, la più cattiva e brillante penna degli Stati Uniti. Le sue due rubriche settimanali sul New York Times, il mercoledì e la domenica, fanno male e fanno ridere, spesso fanno ridere da star male. George W. Bush, da lei immancabilmente chiamato soltanto “W” e descritto come un bambino viziato, pensa che la Dowd sia velenosa come “un cobra”, ma quando l’anno scorso l’opinionista s’è presa una brutta infezione alimentare durante un viaggio presidenziale in Arabia Saudita, Bush le ha fornito il suo medico personale e le ha anche trovato posto sull’Air Force One per farla stare accanto al dottore nel viaggio di ritorno. Lei ha ringraziato sul Times, ma ha anche scritto di aver rifiutato una cura intravenosa, “così almeno ho evitato il rischio dell’avvelenamento”.
La rossa cinquantaseienne della vecchia signora in grigio, cioè del New York Times, scrive di politica al ritmo di una puntata di “Sex & the city”, con stile abrasivo e perfido sarcasmo femminile. Fa gruppo con le sue amiche giornaliste del cuore, tutte cattivissime come lei: la critica tv Alessandra Stanley e la mammasantissima delle recensioni letterarie Michiko Kakutani. Per tutte le altre sono dolori, ammesso che le prenda in considerazione. Spesso, anzi, fa finta di non riconoscere le colleghe più giovani.
Domenica, MaDo è stata criticata dal Public Editor del suo stesso giornale per aver usato toni sessisti contro Hillary Clinton. Non è una grande novità. MaDo è criticata spesso dal garante dei lettori del Times perché scrive sempre cose terribili e oltraggiose, anche contro gli uomini. Ma è proprio questo il motivo per cui le sue column sono imperdibili, perché mischia in modo irriverente temi seri e frivolezze, assieme a una straordinaria capacità di inventarsi neologismi e nomignoli che poi restano nel linguaggio politico: il vicepresidente Dick Cheney è “Vice”, che in inglese vuol dire anche vizio, ma anche “Darth”, il cattivo di Guerre Stellari. Donald Rumsfeld lo chiama “Rummy”, Paul Wolfowitz “Wolfie”, George Bush senior “Poppy”, mentre il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è “I’m-a-Dinner-Jacket”.
I toni sessisti li usa sempre. MaDo non fa altro che leggere la politica come una gigantesca battaglia dei sessi, dove il vero scontro è tra chi ha il cervello e chi usa il sesso. Nel tritacarne di MaDo ci sono finiti tutti: Clinton e il suo accusatore Ken Starr perché ossessionati dal sesso, Al Gore perché totalmente privo di mascolinità e Barack Obama, detto “Obambi”, perché si fa comandare a bacchetta da sua moglie e mostra troppi lati femminili della sua personalità. La sua ex collega Judith Miller, definita “donna di distruzione di massa”, è stata oggetto di un editoriale di una ferocia senza precedenti, forse anche perché la Miller era la giornalista che con i suoi scoop sulle armi di sterminio di Saddam che poi non si sono trovate ha fatto fare varie figuracce al Times diretto dal suo ex fidanzato Howell Raines. Anche la mascolinità di Michelle Obama è sotto tiro costante, così come l’eccessiva femminilità di Carla Bruni in Sarkozy.
Difficile che parli bene di qualcuno e che badi alle conseguenze. Christopher Hitchens ricorda che MaDo costrinse Salman Rushdie alla fuga, svelando sul Times che lo scrittore colpito dalla fatwa di Khomeini era l’ospite segreto di casa Hitchens.
MaDo è stata fidanzata con Michael Douglas, prima che l’attore si sposasse con Catherine Zeta-Jones, ma non è stata l’ultima volta in cui è finita sulla pagina dei gossip del New York Post. Ai tempi in cui usciva con il geniale sceneggiatore di “The West Wing”, Aaron Sorkin, MaDo gli scrisse una e-mail privata e intima che per sbaglio ha inviato a un collega della cronaca che si chiamava Sorkin come lo sceneggiatore.
A un certo punto un suo ex fidanzato, John Tierney, è diventato editorialista del Times come lei e i due si sono ritrovati con l’ufficio accanto all’altro: “Usiamo lo stesso bagno – ha commentato Dowd – più o meno la stessa cosa che sarebbe successa se ci fossimo sposati”. Con gli anni, MaDo si è convinta che gli uomini siano pappamolle terrorizzati dal successo e soprattutto dal cervello delle ragazze. Su questo ha scritto un libro, “Gli uomini sono necessari?”, e non perde occasione per tornarci. Quando MaDo ha vinto il Pulitzer, naturalmente per i suoi fantastici articoli sul Sexgate, ha temuto che a causa di quel premio non avrebbe mai più trovato un fidanzato. (chr.ro)


COMMERCIO: I sussidi agricoli Usa potrebbero sopravvivere al Doha Round
Aileen Kwa


GINEVRA, (IPS) - Secondo Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) i negoziati commerciali sui prodotti agricoli “sono a buon punto”. I delegati la pensano diversamente.





All’inizio di questo mese Lamy ha osservato che “siamo a buon punto sul tema dell’agricoltura, ma non altrettanto sull’accesso al mercato per i beni industriali”. Le stesse considerazioni erano state ripetute anche in altri forum.

Alcuni delegati dei paesi in via di sviluppo si sono opposti con forza a queste affermazioni.

Un delegato africano ha spiegato all’IPS in condizioni di anonimato che “sta circolando l’idea che in agricoltura si starebbero facendo dei progressi. Che la situazione sarebbe più stabile, e che dovremmo concentrarci sul NAMA (accesso al mercato dei prodotti non agricoli). Ma noi siamo preoccupati. L’agricoltura ha fatto sì dei progressi negli ultimi mesi, ma non è vero che ‘siamo a buon punto’, né che ci siamo vicini”.

Ha poi detto che i delegati sono preoccupati degli aiuti nazionali Usa. La recente legge agraria (Farm Bill), anche in questi tempi di prezzi estremamente alti, serve solo ad aumentare il sostegno agli agricoltori Usa.

Anche un altro delegato di un paese in via di sviluppo ha osservato che “non è vero ciò che si dice, che ci siano stati progressi importanti nelle consultazioni sulle politiche agrarie. Stiamo sottovalutando il lavoro che c’è ancora da fare in questo campo. Siamo molto lontani da un accordo sul SSM (meccanismo di protezione speciale)”. L’SSM dovrebbe essere uno strumento per permettere ai paesi in via di sviluppo di tutelare i propri mercati”:

Secondo il delegato, la sessione speciale sull’SSM guidata da Crawford Falconer, che presiede i negoziati sull’agricoltura, sembrava “una passeggiata nel bosco”: alla fine della scorsa settimana non ha prodotto nessun risultato.

Il problema in parte è che gli Usa non hanno ancora detto che accetteranno la proposta di una riduzione negli aiuti nazionali contenuta nell’ultimo testo negoziale di Falconer. Oggi gli Usa forniscono 7,5 miliardi di dollari in aiuti nazionali “che distorcono il mercato”.

La bozza del documento consentirebbe agli Usa di continuare a fornire tali aiuti per un valore che varia tra i 13 e i 16 miliardi di dollari, proprio la cifra da negoziare. Anche la variabile più bassa significherebbe raddoppiare gli attuali sussidi Usa ai propri agricoltori.

Alla fine della scorsa settimana, la stampa riportava le dichiarazioni del ministro indiano del commercio e industria Kamal Nath: “Ciò che propongo agli Usa è di ridurre i loro sussidi di un solo dollaro, e concludiamo l’affare. (Ma) loro dicono ‘dimenticatevi di ridurre i sussidi anche di un solo dollaro, vogliamo avere il diritto di raddoppiarli nei prossimi 10 anni’”.

Anche i colloqui sulle preferenze e i prodotti tropicali sono bloccati. L’Unione europea sembra puntare a liberalizzare dei prodotti che i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) vogliono proteggere, per preservare il loro accesso al mercato Ue.

Zucchero e banane sarebbero le produzioni più a rischio, ma ci sono anche altri prodotti che sono importanti per gli ACP, tra cui un’ampia varietà di frutta fresca e secca; diversi tipi di olio (di arachide e di cacao); oltre alla vaniglia e ad altri estratti, essenze e concentrati.

Questi ultimi sono spesso i più ignorati, per via del loro scarso volume commerciale. Ma ciò che le grandi economie potrebbero non vedere come un prodotto d’esportazione significativo dei paesi ACP, può essere invece importante per i piccoli agricoltori ACP.

I colloqui NAMA sono a un punto fermo. Ci sono diverse questioni importanti in gioco che rischiano di compromettere l’accordo.

Prima di tutto, i paesi in via di sviluppo che dovrebbero applicare grossi tagli sulle formule tariffarie si oppongono alle cifre proposte nel testo attuale, che chiede di ridurre le loro tariffe su percentuali più alte persino dei paesi sviluppati. Questi paesi formano la coalizione dei paesi in via di sviluppo NAMA 11, che comprende Sud Africa, Namibia, Egitto, Tunisia, Brasile, Argentina e India.

In base all’analisi dell’organizzazione non governativa di ricerca South Centre, i paesi in via di sviluppo del NAMA 11 dovranno ridurre le loro tariffe tra il 54 e il 60 per cento, mentre i paesi sviluppati solo del 30 per cento.

I sindacati dei paesi NAMA 11 hanno mandato una lettera ai ministri del commercio all’inizio di questo mese, dichiarando che le cifre menzionate nella bozza porterebbero a “una perdita di posti di lavoro in molti settori, ostacolando il futuro sviluppo delle industrie dei nostri paesi”.

Il testo di NAMA consente ai paesi alcune “flessibilità”, riferite al numero limitato di linee tariffarie che possono subire minori tagli rispetto a quelli richiesti nella formula generale.

Ma il grosso problema per il Mercosur (il Mercato comune dell’America del Sud che comprende Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è che il testo avrebbe introdotto delle restrizioni nel volume degli scambi per merci che godono di questo trattamento “flessibile”. E su questo punto hanno giocato le pressioni di Usa e Ue.

Per i paesi del Mercosur, ciò significa che pur ottenendo queste “flessibilità”, loro non saranno in grado di utilizzarle in pieno. Come ha spiegato un mediatore: “Prendiamo un’economia come quella argentina: anche se ottenesse flessibilità per il 12-14 per cento delle sue linee tariffarie, verrebbero compromessi i limiti del volume di scambi, dopo aver utilizzato la flessibilità su appena il sette per cento delle sue linee tariffarie”.

Il gruppo del Mercosur ha proposto di applicare un trattamento flessibile sul 16 per cento delle linee tariffarie della sua unione doganale, senza nessuna restrizione al volume degli scambi. Un delegato del Mercosur ha avvertito che “su questo tema, è così o niente. Senza queste condizioni, non verremo neanche a sederci al tavolo nei negoziati”.

L’altro tema fortemente criticato dai paesi del NAMA 11 è la clausola sull’“anticoncentrazione”. Donald Stephenson, presidente dei negoziati NAMA, ha introdotto testi negoziali che secondo i delegati dei paesi in via di sviluppo ridurrebbero considerevolmente la loro capacità di proteggere alcuni settori vulnerabili.

Questi testi, dicono i delegati all’IPS, vanno oltre il mandato dei negoziati NAMA. Secondo il mandato originario, questi paesi non dovrebbero utilizzare le loro flessibilità per tutelare intere categorie di prodotti. Il testo dice adesso che le flessibilità non possono essere usate per proteggere intere sottocategorie di prodotti.

Come ha osservato un delegato, “perché dovremmo essere d’accordo? Per noi sarà la stessa cosa sui prodotti sensibili?”; riferendosi alla clausola per cui l’Ue e altri paesi sviluppati godono di certe flessibilità, e sono in grado di proteggere alcuni settori agricoli. ”Allora noi dovremmo dire che loro non possono avere delle flessibilità concentrate su un intero gruppo di prodotti? Loro sarebbero d’accordo? È contro il mandato”.http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1227

Tortura , giornata mondiale : impunita' e violenze alle donne
di Tara Fernandez

In occasione della giornala mondiale dell'ONU a sostegno delle vittime della tortura, che si celebra domani, le Nazioni Unite hanno sottolineato l'attualita' del problema e la necessita' di una maggior protezione delle donne contro la tortura.

Nonostante un forte quadro giuridico internazionale che proibisce la tortura, infatti, molto resta ancora da fare per porre fine a questa piaga. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che celebra quest'anno il suo 60 ° anniversario, prevede il divieto di tortura, e i successivi trattati sui diritti dell'uomo sono stati costruiti su tale disposizione. Ma in realta' - oltre al fatto che non si riesce a garantire la prevenzione di questa piaga dei diritti umani - molti dei responsabili delle torture restano impuniti.

Quanto alle donne, il Segretario generale Ban Ki-moon ha sottolineato - in occasione del lancio della campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne, nel febbraio di quest'anno - che esse sono vittime di tortura in modi diversi.

Un documento dell'ONU sottoscritto dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Louise Arbour, dal Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, dalla sottocommissione per la prevenzione della tortura, dal relatore speciale sulla tortura e altri trattamenti crudeli, disumani o degradanti, dal relatore speciale sulla violenza contro le le donne, le sue cause e conseguenze, e dal consiglio di fondazione del Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura lancia un appello sulla questione.

In esso si sottolinea che la violenza sessuale rientra nella definizione di tortura nella Convenzione contro la tortura e si chiede il rafforzamento della campagna globale per porre fine alla violenza contro le donne, garantendo un piu' ampio campo di prevenzione, protezione, giustizia e risarcimento per le vittime, compreso l'accesso agli aiuti internazionali, attualmente esistente.

Inoltre, il documento fa appello per un maggiore contributo al Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura - che distribuisce fondi a favore di organizzazioni non governative (ONG) e centri di trattamento per aiutare quelli sottoposti a questa orribile pratica e le loro famiglie - in modo tale che le vittime di torture ricevano il maggiore aiuto possibile: "Chiediamo a tutti i membri, in particolare quelli che sono stati trovati responsabili della diffusione sistematica o di pratiche di tortura, a contribuire al Fondo volontario come parte di un impegno universale per la riabilitazione delle vittime della tortura" conclude il documento.


www.osservatoriosullalegalita.org

 



giugno 25 2008

Ricolfi, Chiamparino e la destra che si fa passare per sinistra
di Furio Colombo

“Esiste ancora nella sinistra il complesso di superiorità, la certezza di una abissale distanza estetica, morale, politica che la dividerebbe dal centrodestra? Eccome se esiste. Nel ripubblicare il suo saggio “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori” il sociologo Luca Ricolfi da l’impressione di essersi divertito. Scrive: “La sinistra perde colpi perché non capisce la società, non sa guardare il mondo senza filtri ideologici, non sa stare fra la gente, ha perso la capacità di ascoltare e la voglia di intendere”. Professore si rende conto? Il lettore di sinistra arriva in fondo al libro in preda al panico, al terrore”. (Panorama, 26 giugno)

L’appello è caloroso, motivato e pieno di buoni argomenti e, vicino com’è agli interessi dei cittadini, “Panorama “ gli da il debito risalto.
Ma di che cosa parlano? Qualcuno ha visto una sinistra in giro? E’ come se alla periferia di San Pietroburgo si andasse ancora, col fucile, a sparare ai lupi per dissuaderli dall’aggredire. E poi è inevitabile una nota di stupore. Ricolfi, popolare autore di quella rispettabile minoranza che è la parte colta della destra italiana, che si fa passare per sinistra, vive a Torino. A Torino, la città del sindaco Chiamparino! Possibile che Ricolfi non si senta garantito da una distanza così netta e clamorosa da ogni cosa chiamata “sinistra” e impersonata dal popolare sindaco di Torino?

LA FRASE DEL GIORNO
“E’ una patologia italiana quella di ritenere che l’opposizione debba ogni volta affermare il contrario rispetto a quello che dice il Governo. Prendiamo, per esempio, il “Pacchetto Sicurezza””.
Monsignore Rino Fisichella. Vescovo e Rettore - Pontificia Università

Monsignore, se lei ha ragione, dobbiamo buttarci tutti alla ricerca e cattura dei clandestini per consegnarli alle ospedali prigioni italiane. Chi se ne frega della fame e della persecuzione dei più deboli. Se sono crollate tutte le ideologie, perché dovremmo guardare alla realtà con i filtri ideologici del Vangelo? Andiamo dritti al punto: chi è più debole paga la traversata migliaia di dollari, rischia di affogare e, se sopravvive, pensiamo noi a catturarlo e tenerlo in prigione finché verrà il gran giorno di rimandarlo a morire di fame a casa sua.
C’è qualcosa di più evangelico?
http://temi.repubblica.it/micromega-online/25-giugno-2008-furio-colombo-ricolfi-chiamparino-e-la-destra-che-si-fa-passare-per-sinistra/

La passione, l'orgoglio, la determinazione
Soru, fiume in piena, “Chi punta a perdere
è troppo in politica: lasci. Noi vinceremo”

di Cinzia Isola

«Qualcuno ha scordato il ruolo della politica: forse perché fa politica da troppo tempo. E allora, è meglio che lasci»: la stoccata arriva alla fine, quando da Arborea arrivano notizie che sollevano più di un mugugno. La riunione della corrente legata al segretario Antonello Cabras si è appena conclusa. Con risultati che non lasciano spazio alle interpretazioni: dalla serenità alla preoccupazione il passo è stato breve. Dall'ottimismo ispirato all'unità, al pessimismo legato al senso di solitudine. Renato Soru, del resto, lo ha ammesso: è confuso. A modo suo incarna quella voglia di riscossa e rinnovamento imbrigliato dal senso di smarrimento che accomuna i più sinceri sostenitori del Partito democratico.

A Tramatza ci sono i suoi sostenitori a fare quadrato intorno alla sua naturale candidatura. Ad incoraggiare il suo operato e la sua prosecuzione. Ma come ignorare che a pochi chilometri di distanza, il segretario regionale del suo partito ha chiamato alle armi i suoi fedelissimi per sabotare quella candidatura che sarà pure naturale ma palesemente indigesta alla componente più reazionaria del partito. Quella che dietro le primarie senza se e senza ma, provoca irrimediabilmente l'ennesima frattura di un partito- germoglio: che non riesce a fiorire in un campo disseminato di vecchie erbacce. Incapaci di perdere terreno davanti al rinnovamento. Perché diciamolo: le primarie ad ogni costo hanno messo in conto un prezzo salato, che ha il sapore di un'ipoteca sulla sconfitta alle prossime regionali.

La guerriglia interna sulle persone e non sui programmi presenterà agli elettori l'immagine di un partito inaffidabile e concentrato su se stesso. Sull'esercizio del suo potere: distante anni luce dai reali bisogni della gente. «Serenità, costruttività, volontà di stare tutti assieme, arrivare uniti e coesi alla fine di questi nove mesi e fargliela vedere, alla fine, chi governerà la Regione». Con queste parole il presidente Soru ha aperto l'affollata assemblea di Tramatza. Ma dopo il dibattito, i toni erano più accesi e meno accomodanti: «C'è una parte del partito che non vuole vincere: io vedo che c'è tanta gente che vuole perdere per riportare indietro la Sardegna. Per loro l'importante è tenere il potere dentro il partito: sbarazzarsi di quell'autoritario che è sulla scena - sottolinea - da quattro e non da quarant'anni».

La fierezza del proprio pensiero ha radici profonde. Con tono pacato ma deciso, prova a riesumarle: «Il consociativismo, l'arroganza, la spartizione del potere hanno fatto crescere il debito pubblico: noi abbiamo cercato di fare qualcosa di diverso». Ammette i suoi limiti quando riconosce la scarsa conoscenza della macchina amministrativa al momento della sua elezione: «Quello che capivo è che tutto il bilancio della Regione era impegnato: per fare politica non c'era un euro». Paragona l'Italia degli anni '70 alla Sardegna degli anni '90: vent'anni di differenza per raggiungere lo stesso risultato: un disastro finanziario provocato dall'indebitamento. «Abbiamo avuto subito un approccio differente, portando il rigore all'interno della pubblica amministrazione».

Si sa, il rigore non può andare a braccetto con il consenso: il vantaggio personale, l'interesse individuale, mal si sposa con l'interesse generale, con quello della collettività. Allungare lo sguardo, oltre il proprio orticello, per consentire un futuro migliore a tutti è un'impresa coraggiosa. Quasi una rivoluzione: etica più che politica. Perché non è la politica ad essere statica, clientelare, ingessata. Sono i politicanti che la praticano a deviarne l'identità. La gente è stanca dei politici, non della politica: le caste sono fatte di persone non di categorie astratte. E la collegialità non può diventare la parola pulita per nascondere gli intrallazzi, la spartizione del potere. Anche da questa rottura, dipende il mito dell'uomo solo al comando: «Infatti: non è mai venuto nessuno a sostenermi».

La politica del rigore aveva più nemici interni che esterni: «Nessuno andava a spiegare alla gente come stavano le cose, a spiegare quello che stavamo cercando di fare». A questo punto è un fiume in piena. I fatti si fondono con le parole: le auto blu sono passate da 750 a 50. Ma i tagli hanno riguardato i consorzi industriali, formazione professionale, comunità montane, pulizie, personale. La politica della scure, come prevedibile, non poteva portare consenso. Ma il consenso non può essere costruito sulla clientela:è quello il taglio che ha pesato di più. E non sui cittadini, ma su chi li manovra facendo leva sui loro bisogni primari, spesso di sopravvivenza. Bisogni che alimentano il potere, il suo radicamento antidemocratico e viziato. «Oggi, un terzo del bilancio è disponibile per fare politica: oggi abbiamo i soldi perché non abbiamo cercato il consenso».

Ma chi lo dice alla gente? «Aspettiamo che glielo dica l'Unione sarda? Che glielo dica Alleanza nazionale?». Confusione, smarrimento e rabbia sembrano animare le battute finali. Ma non c'è difetto di determinazione nelle parole che chiudono un accorato intervento: «È vero, avevo promesso che sarei andato via dopo cinque anni. Ma mi preme dare un contributo radicale alla percezione che i sardi hanno di se stessi, del loro rapporto con lo Stato». Con la politica che esce dalle stanze dei bottoni: «Il compito della politica è quello di registrare il consenso o di crearlo? Dobbiamo parlare alla pancia o alla testa delle persone?». Fila tutto liscio, come la stoccata finale: «Evidentemente qualcuno ha scordato il ruolo della politica: forse perché fa politica da troppo tempo. E allora, è meglio che lasci».http://www.altravoce.net/2008/06/24/soru.html


Presidio a Milano. Chi ben comincia, oh yes      
Scritto da Nando dalla Chiesa   
 

Che bello che è stato il presidio di ieri, amici blogghisti. Raramente nella storia quindicennale di queste manifestazioni milanesi c’è stata tanta partecipazione, per giunta con un caldo equatoriale e in orario praticamente di ufficio (ma era il modo migliore per comunicare indirettamente con le migliaia di passanti dell’ora di punta). Non so se fossero seicento cittadini, o ottocento (propendo) o addirittura duemila come ha detto qualcuno. So che c’era tanta gente e che è stata mobilitata in tre giorni di blog senza strutture di partito o associative dietro, se non quella -che mi diverte e intenerisce insieme- del “comitato milanese per la legalità”, nato in quattro e quattr’otto lo scorso giovedì mattina (ah, com’è utile certe volte avere fatto il ’68…). Allora, cerchiamo di descrivere: cartelli e striscioni autoprodotti, con un classico “resistere” (Simona Ravera, ha mantenuto l’impegno preso su questo Blog) e alcuni più freschi di stagione (Alfano ecc) dovuti alla creatività di Paolo Guerra. Presenze politiche: plurali, esponenti di tutti i partiti, due consiglieri comunali piddì (ecco i nomi, a futura memoria: Ettore Martinelli e David Gentili), uno arcobaleno (il mitico Basilio Rizzo), il segretario provinciale piddì (bravo Giovanni Bianchi!), l’ex segretario Cgil e senatore Antonio Pizzinato. E altri esponenti istituzionali della Provincia. E Carlo Monguzzi, consigliere regionale verde. E Vittorio Agnoletto (uffa, ‘sto computer con l’Agnolotto…), che ha spiegato come la legge blocca-processi farà presumibilmente saltare i processi Diaz e Bolzaneto. Ah, i parlamentari, dite? Ohibò, generosamente alla larga, loro fiutano l’aria, da quando li nominano le segreterie romane stanno ben allineati. Poi: bandiere. Be’, c’erano tutte, quella di Rifonda sopra di me, a farmi quasi da aureola, sicché a un certo punto ho chiesto soccorso a una bandiera Piddì, mi venisse dietro accidenti,  sembravo uno straniero tra Italia dei Valori, comunisti, verdi ecc. Testimonial d’eccezione: Salvatore Borsellino, che ha parlato ed è stato applauditissimo, e Ottavia Piccolo, che ha preferito non parlare. E Gianni Barbacetto, metà testimonial metà fondatore del comitato. Grande numero dal palco di Piero Ricca, quello del “Puffone”, a conferma che sui palchi possono e dovrebbero coesistere tante anime, senza danno per nessuno, anzi. Con lui un folto gruppo di grillini. C’erano perfino, ma sì, un po’ di studenti universitari.

 

Infine il clima: per nulla resistenziale o da antiberlusconismo stantio. Molta indignazione civile ma soprattutto la consapevolezza -questa mi è sembrata la novità- che mugugnare non serve a niente e bisogna prendersi nelle mani il proprio destino di cittadini. In certe circostanze chi fa da sé fa per tre. Ottobre verrà, con la sua adunata oceanica. Ma intanto la gente si faccia sentire. I movimenti democratici e civili, in fondo, sono nati anche con dieci persone-sandwich che andavano su e giù per le vie centrali di Londra, Washington o Praga.

 

“Lui”, infine. Ossia il microfono, totem malefico, croce e delizia dei miei comizi. Ma ci credereste che funzionava da cani, e che dall’altra parte della strada continuavano a urlare “voce”? Tanto che poi due signore mi han detto che non avevano sentito praticamente niente ma erano contente di esserci state comunque? Che ci volete fare… C’è sempre un microfono sabotatore nella vita della sinistra…

 

Insomma: presidio fresco, artigianale, combattivo. Voto: 27. E tanto ci basti. Come inizio va bene così. Ora scusate ma devo studiare. Devo ripassare Bruce in attesa del concerto di domani, il settimo della mia vita. L’America di Bruce è proprio un’altra cosa…

http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php

Una volta tanto, bisogna dire, la Santa Sede ha ragioni da vendere, e d’altra parte le illazioni su monsignor Paul Marcinkus circolate in questi giorni erano inverosimili, sicché sono destituite d’ogni fondamento alla prima verifica.
Un unico appunto, quello relativo alle accuse infamanti rivolte al prelato “morto da tempo e impossibilitato a difendersi”: (1) non è morto poi da tanto tempo, appena del 2006; (2) è morto con la qualifica di quarto – quarto – parroco di una diocesina sperduta negli Usa, dopo aver maneggiato tanto denaro da poterci comprare le indulgenze per tutte le anime del purgatorio – perché?
http://malvino.ilcannocchiale.it/

IL PARTITO OMBRA
Basta accordi riservati Ci vuole trasparenza
«Il gruppo dirigente calpesta le regole interne, un brutto segnale». L'ex uomo macchina del Professore difende Parisi: «Il finto unanimismo è un riflesso da vecchio Pci» Il prodiano Barbi: «Nel Pd c'è un problema di leadership Serve il coraggio di affrontare le questioni apertamente»
Daniela Preziosi
ROMA


«Parisi un picconatore? Macché, è un costruttore. E negli ultimi quindici anni lo ha dimostrato contribuendo a costruire una coalizione che poi è andata al governo. E oggi più che mai Arturo è costruttore, visto che di fronte a tanto conformismo e accordo di facciata ha il coraggio di uscire dal coro e di dire che ci sono tante cose che nel Pd non vanno». Ex uomo macchina dei prodiani, oggi parlamentare, Mario Barbi difende Parisi e affonda contro la leadership di Veltroni.

Tante cose non vanno, onorevole?
Guardi, io mi auguro che il Pd trovi la strada di una ripartenza. Ma intanto dobbiamo smetterla con le narrazioni consolatorie. Del tipo 'non si poteva non correre soli': no, è stato un errore colossale, abbiamo giocato per giocare, non per vincere. Oppure: 'la sconfitta del 13 e 14 aprile ha messo le basi per una futura vittoria'. Io non sono d'accordo, ho sentito analisi diverse. C'è dell'onestà in Enrico Morando quando ammette che nel gruppo dirigente emergono due linee. E basta questo a fare crollare il castello su cui si è costruito il compattamento dei capicorrente dopo la sconfitta elettorale.

Due linee, forse persino tre.
Intanto ne bastano due per dire che non è una. D'Alema ha detto, in successione: 'i congressi si fanno quando ci sono linee diverse'. Poi: 'il segretario non è in discussione'. Poi: 'la linea va corretta'. Infine: 'il congresso non serve'. Manca di logica, ed io ho un certo apprezzamento per il principio di non contraddizione.

Franceschini dice che Parisi, con le sue critiche, logora il segretario.
Le critiche coperte logorano il segretario e il partito. Quelle aperte aiutano il segretario e il partito, e comunque il partito. Faccio un esempio? La collocazione europea del Pd era un tema che poteva essere affrontato in maniera limpida alla costituente. Invece si è fatto un 'caminetto', organismo che non esiste nello statuto, di cui Lapo Pistelli ha riferito in una conferenza stampa, ma poi si è scoperto che aveva anche sbagliato intepretazione. Si sfuggono i problemi, anziché porli sul tavolo apertamente li discute in modo riservato pensando che solo così si possono trovare gli equilibri che permettono al partito di resistere alle tensioni. Un'impostazione che nasconde una profonda sfiducia nel partito stesso. L'unità va trovata, ma il 'come' trovarla è già un contenuto. E gli accordi nelle segrete stanze sono un pessimo contenuto.

Un riflesso dirigista?
Un riflesso verticistico di un gruppo che si arrocca e che non ha il coraggio del confronto. Questo è uno dei nostri problemi più grandi. E' l'espressione di una cultura politica unanimistica, che ha la sua radice nella tradizione comunista, che prima fa l'unità e poi va al confronto con i militanti. Roba da lasciarci alle spalle quanto prima.

Onorevole, quando se n'è accorto?
La stavamo superando dicendo che non volevamo fare una 'fusione fredda' dei due partiti fondatori, ma un processo aperto a tutti i cittadini. Mi sono ricreduto 36 ore dopo, quando abbiamo deciso la candidatura di Veltroni presentandola agli elettori come unitaria di uno dei partiti con l'appoggio anche dei 'big' dell'altro partito.

Il Pd ha un problema di leadership?
Ormai sì. Guardi il modo in cui si è reagito alla sconfitta elettorale, senza ammetterla né riconoscere che è stata una sconfitta politica profonda. Nell'analisi, in due mesi siamo passati dalla 'quasi vittoria', alla 'mezza vittoria' al 'risultato ambivalente'. Sì: c'è un problema di limpidezza politica, persino di esemplarità del comportamento.

Il suo collega Bressa dice: come Parisi la pensano in pochissimi.
I 'pochissimi', semmai, sono quelli che la pensano come il segretario. Venerdì alla costituente c'erano scarsi 500 delegati su 2800. Ed erano così in pochi, secondo me, perché tutti hanno pensato: è inutile andare a Roma se hanno già deciso tutto. Che non è il modo migliore per motivare l'ossatura del partito. Poi nella conduzione dell'assemblea, si è mancato di rispetto all'intelligenza dei presenti. Il testo di una modifica fondamentale allo statuto, la rinuncia dell'assemblea ai propri poteri a favore della direzione, è stato diffuso lì per lì e subito messo ai voti, in spregio dell'assenza del numero necessario ad approvare le modifiche allo statuto. E ce ne sarebbe, da dire.

Ma non è che quando Parisi ha denunciato tutto questo, venerdì scorso, abbia raccolto grandi consensi...
I valori fondamentali non diventano meno fondamentali se la maggioranza li ignora. Anzi, direi che questo è ancora più preoccupante.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Giugno-2008/art23.html

Il sistema tedesco mette a rischio il Pd

STEFANO CECCANTI


L’editoriale su Europa di ieri di Roberto Gualtieri presenta il sistema tedesco in un modo non realistico e non descrive in modo corretto gli effetti che avrebbe in Italia. Partiamo dalla Germania.
Com’è noto, l’unico efficace correttivo alla proporzionalità, è l’esclusione delle forze che prendano meno del 5 per cento. Chi prende di più o vince almeno 3 collegi, ha la garanzia di una pressoché perfetta fotografia dei voti in seggi. I collegi non esercitano un’influenza disproporzionale.
Il buon funzionamento originario era dovuto più alla proibizione dei partiti anti-sistema (sia nazisti sia comunisti) che alla soglia.
Tant’è che dopo l’unificazione, col partito di estrema sinistra non coalizzabile, si è dovuti ricorrere alla Grande coalizione.
Se vi è qualche speranza che non sia ripetuta è solo perché il bilancio positivo è attribuito dagli elettori alla cancelliera in carica, che potrebbe trainare il suo partito e punire seccamente il secondo, la Spd, che rischia di finire vari punti sotto il risultato del nostro Pd.
Cdu e Liberali potrebbero arrivare oltre al 50 per cento dei voti e quindi dei seggi; altrimenti la Spd dovrebbe continuare a dare il suo sangue a un nuovo governo Merkel.
Arriviamo all’Italia.
Non volendo mettere fuorilegge nessuno, con un sistema fotografico, gli elettori non sarebbero incentivati a pensare in termini di scelta di governo.
Non ci sarebbe quindi la spinta a stabilizzare l’esperienza recente di partiti a vocazione maggioritaria; ne scatterebbe una opposta.
Né il Pd né il Pdl sarebbero arrivati ai risultati odierni: una parte degli elettori avrebbe ragionato in termini di voto identitario a partiti più estremi, non ci sarebbe stato nessun incentivo a far nascere il Pdl e il partito perdente sarebbe spinto a frammentarsi.
Un sistema del genere non disincentiva affatto le scissioni (a differenza delle formule selettive), purché gli scissionisti siano in grado di costruire spezzoni di almeno il 5 per cento. Chiedere a Lafontaine in caso di dubbi. Inserire oggi questo sistema significa quindi, oggettivamente, mettere in discussione l’esistenza dell’attuale Pd come partito a vocazione maggioritaria e puntare invece su un Pd più piccolo, in grado di stipulare coalizioni post-elettorali.
La vocazione maggioritaria c’è quando il sistema funziona da trasformatore, non da macchina fotografica.
Del resto non sembra casuale che il sistema tedesco venga rilanciato insieme a vari elementi simbolici, quali la sigla “Red”, che identificano il richiamo regressivo a identità separate e lo sbarramento alla costruzione di una comune, dentro un’impostazione culturale di sfiducia nei confronti del corpo elettorale.
Non è solo la proposta di un sistema, che come tale potrebbe anche non avere esiti deterministici, è l’approccio complessivo da democrazia mediata pre-1993 che induce a valutarla in modo preoccupante. Anche nel caso migliore, in cui le dinamiche disgreganti non si realizzassero, il riflusso verso i voti identitari obbligherebbe con tutta probabilità, come ha denunciato per primo Giuliano Amato, alla stabile Grande coalizione del Pd attuale col Pdl, con l’Udc come sensale.
Il sistema tenderebbe a ruotare non più intorno alle scelte degli elettori di centro, ma sulle intese postelettorali tra partiti al centro del sistema.
Per questo, la proposta del sistema tedesco rappresenta di fatto, un invito a Berlusconi a sbarazzarsi della Lega per una grande coalizione col Pd. Le coalizioni preventive sarebbero archiviate, ma in favore di coalizioni successive ancor più eterogenee nonché bloccate al centro. Può anche darsi che chi propone il sistema tedesco speri in un accordo post-elettorale con l’Udc, che nasconderemmo prima agli elettori, magari in cambio della presidenza del consiglio a tale partito. Uno scenario velleitario, sempre escluso dalla leadership dell’Udc.
Né si dica che le norme costituzionali sarebbero risolutive.
Se il sistema elettorale resta selettivo (perfezionando quello attuale nella sua interpretazione data da Pd e Pdl che anticipa il quesito referendario o col francese o con altri), le norme costituzionali tedesche nel loro complesso, funzionano: l’articolo 63 con la fiducia al solo cancelliere, ma anche l’articolo 67 più per la maggioranza assoluta richiesta che non per il carattere costruttivo della mozione e soprattutto l’articolo 68, la norma più importante, che consente al cancelliere di chiedere le elezioni anticipate quando è battuto sulla fiducia.
Se invece, al di sotto di quelle norme, il sistema elettorale indebolisce la coerenza del sistema dei partiti, esse risultano impotenti. Non a caso la IV repubblica francese aveva norme costituzionali del tutto simili, ma votando con la proporzionale in presenza di significative forze antisistema non servivano a granché.
Quanto poi al “presidenzialismo di fatto” bisogna distinguere due fenomeni.
Il primo, positivo, che conduce all’unità nella stessa persona della leadership del partito a vocazione maggioritaria e del governo (e specularmente del leader dell’opposizione con quella del secondo partito) è propria di tutte le grandi democrazie parlamentari, per un’esigenza democratica di identificazione delle responsabilità contro obsoleti modelli oligarchici, secondo quanto Duverger ha descritto sin dal 1973 con La monarchia repubblicana. Il secondo fenomeno, patologico, è legato alle lunghe liste bloccate che sbilanciano il sistema perché rendono scarso il ruolo dei singoli eletti. Ciò può essere risolto con i collegi uninominali o con liste corte: gli unici due sistemi praticati nelle grandi democrazie, opportunamente integrati da primarie.
Per questo insieme di motivi, Tonini e Morando hanno richiamato il senso del programma elettorale del Pd in cui si afferma che il sistema elettorale francese «ben si presterebbe a stabilizzare un bipolarismo fondato su grandi partiti a vocazione maggioritaria. Il Pd è disponibile anche ad esaminare ipotesi di sistemi elettorali diversi, a condizione che possano corrispondere alla medesima finalità».
Questa impostazione, confermata anche nella relazione di Veltroni, che certo include oltre al sistema francese anche molti altri ma non quello tedesco, può essere modificata. Non però in convegni culturali. Trattandosi di un aspetto significativo del programma elettorale, e che mette anche a rischio l’esistenza dell’attuale Pd, questa svolta radicale richiederebbe un passaggio congressuale che i suoi sostenitori avrebbero pertanto il dovere di chiedere

http://www.europaquotidiano.com/site/engine.asp

Ben Alì e l'assalto ai forni
Amnesty accusa la Tunisia di torturare i prigionieri, ma sono carovita e disoccupazione a far tremare il regime
La Tunisia non ci sta e replica duramente alle accuse mosse al governo del presidente Ben Alì da Amnesty International, organizzazione non governativa che lunedì ha accusato le forze dell'ordine tunisine di fare uso sistematico della tortura.

Rapporto controverso. ''Il rapporto è soggettivo e privo di credibilità. Amnesty lo ha reso pubblico senza alcuna verifica, prendendo per buone le accuse di organizzazioni e individui conosciuti per la loro parzialità e per il loro pregiudizio contro la Tunisia'', ha replicato un portavoce dell'esecutivo di Tunisi.
Le accuse di Amnesty, però, sono molto circostanziate. L'organizzazione, lunedì scorso, aveva accusato la Tunisia di dare al mondo ''un'immagine positiva sul rispetto dei diritti umani, mentre le forze di sicurezza continuano a commettere violazioni con regolarità e impunita''. Amnesty, in particolare, punta il dito contro le leggi speciali per la lotta al terrorismo, che con la scusa di prevenire la formazione di quelle che vengono chiamate 'cellule terroristiche', autorizza le autorità tunisine a rendersi responsabili di arresti e detenzioni arbitrarie, di sparizioni forzate di detenuti, torture e altri maltrattamenti e, infine, di condanne emesse al termine di procedimenti iniqui, in cui imputati civili vengono processati da corti marziali che utilizzano elementi di prova scarsamente circostanziati. ''È davvero arrivato il momento che le autorità cessino di rispettare i diritti umani solo a parole e adottino misure concrete per porre fine alle violazioni'', ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. ''Come primo passo, devono riconoscere i preoccupanti fatti denunciati nel nostro rapporto, impegnarsi ad aprire indagini e portare i responsabili davanti alla giustizia. Le autorità tunisine hanno l'obbligo di proteggere la popolazione e combattere il terrorismo ma, nel farlo, devono rispettare gli obblighi assunti nei confronti del diritto internazionale dei diritti umani'', ha concluso la Sahraoui.

ben alì e colin powellRivolta popolare. La denuncia di Amnesty mette in imbarazzo più le grandi potenze occidentali che l'ineffabile Ben Alì, al potere in Tunisia dal 1987, quando depose per 'senilità' il presidente Bourguiba che l'aveva nominato primo ministro.
Ben Alì non è m ai andato per il sottile, nella repressione di ogni dissenso interno e in particolare dei movimenti d'ispirazione islamista. Questo non ha mai impedito, anzi ha favorito, le eccellenti relazioni del rais di Tunisi con gli Stati Uniti e l'Unione europea. Critiche internazionali a parte, dalle quali Ben Alì si sente tutelato grazie alle ottime relazioni con Washington e Bruxelles, il problema vero sembra essere il malcontento popolare che in Tunisia da segnali mai visti prima.
Ad aprile scorso, tre giorni di violente manifestazioni si sono tenute nella città tunisina di Redeyef, nella provincia centrale di Gasfa, per protestare contro il carovita. Scontri tra dimostranti e polizia e l'arresto di cinquanta persone, secondo fonti sindacali. La protesta, appunto, ha avuto il suo epicentro nel bacino minerario di Gafsa, dove nel gennaio scorso un gruppo di disoccupati contestavano il sistema di assunzioni nella società di fosfati con sit-in, cortei, manifestazioni. A loro si è unita la popolazione locale e il principale bersaglio della mobilitazione è diventato il carovita. Alle proteste il presidente Ben Alì ha risposto con l'invio dei reparti antisommossa e la repressione. Stessa risposta, il 7 giugno scorso, a una nuova manifestazione di protesta. Un ragazzo di 25 anni è stato ucciso da un proiettile che lo ha raggiunto alla schiena e altre diciotto persone sono state ferite nel corso degli scontri con la polizia ancora Redeyef. La denuncia di Amnesty è grave, ma forse dove i diritti umani s'infrangono contro le protezioni delle quali gode Ben Alì, potranno ottenere di più la rabbia popolare per un regime che tortura e non è in grado di dare alla popolazione pane e lavoro.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11449

Ankara arcobaleno


Duecento persone, nella capitale turca, hanno fatto il loro pezzettino di storia: il primo corteo per il diritto alla libera scelta del proprio orientamento sessuale e contro le discriminazioni che spingono gay, lesbiche e trans nella clandestinità. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Di Michela Chimenti, pubblicato sul settimanale Carta, 13 giugno 2008

«Un giorno mia sorella piombò in camera mia e chiuse la porta a chiave dietro di sé. Ero spaventato. Lei mi guardò dritto negli occhi e intimò: ´Dimmi che non fai parte della mafia´. Non potei far altro che sorridere e confessare: ´No, sono omosessuale´». Onur ha 25 anni e dall’età di 14 sa di essere gay. La depressione lo ha portato ad isolarsi dal mondo e dalla sua stessa famiglia, provandolo anche nel fisico. Dopo otto anni passati fra casa e scuola, e dopo aver confessato alla sorella il motivo della sua asocialità, ha deciso di cominciare un percorso di psicoterapia. Oggi Onur parla tranquillamente di ciò che era e di ciò che è diventato.

Storia di Mehmet, anarchico e gay

Sarà per i 51 giorni di sciopero della fame fatti nel 2005 o sarà perché essere perseguitati dal governo non concilia il sonno, ma Mehmet Tarhan, dissidente politico curdo, dimostra ben più dei suoi trent’anni.

Omosessuale, anarchico e obiettore di coscienza, Mehmet è stato arrestato nel 2005 per insubordinazione, e condannato a quattro anni di carcere, la pena più alta mai comminata in Turchia per questo “reato”. «In realtà la chiamata è arrivata nel 2001 – dice Mehmet - Sapevo che prima o poi sarebbero venuti a cercarmi». Mehmet è sempre stato un attivista per i diritti umani, ma stavolta, è stato lui stesso a diventare un caso internazionale. La Turchia non prevede un’alternativa al servizio militare e il caso di Mehmet è anche più complicato.

In Turchia tutti gli uomini sono obbligati a prestare servizio nell’esercito fino a quindici mesi. L’omosessualità è considerata una malattia, e pertanto si può essere esonerati, previa dimostrazione di quanto si è dichiarato. Oltre a visite mediche e psichiatriche, sono specificatamente richieste testimonianze di familiari, ma anche fotografie e video in cui sia evidente l’atto sessuale. «Avrei fatto la stessa cosa se fossi stato etero. Non sono malato. Sono anarchico e antimilitarista, e a prescindere dal mio orientamento sessuale non avrei mai potuto sopportare il perpetrarsi di una simile violenza».

Mehmet è stato rilasciato nel 2006 grazie alle pressioni internazionali, dopo aver subito mesi in isolamento, aggressioni e torture. Spiega come siano stati quei cinque anni di attesa: «Mia madre e mia sorella sapevano già che ero gay, ma in quegli anni di limbo, in attesa dell’arrivo dell’esercito, si sono preparate ad ogni eventualità. Hanno fatto una campagna a favore dell’obiezione di coscienza, mi hanno supportato in tutto e per tutto, così che quando sono stato arrestato, in molti conoscevano già il mio caso e si sono uniti alla battaglia, specialmente nei mesi in cui sono stato lontano». Mesi non certo facili per le due donne, non sempre ben accette nella loro stessa comunità.

Mehmet racconta quanto fosse faticoso per lui vederle arrivare, dopo 14 ore di pullman, ed essere umiliate dalle guardie. Non sembra nemmeno un caso che la piccola agenzia pubblicitaria della sorella sia fallita proprio in quel periodo, e che molti suoi amici attivisti abbiano perso il lavoro. E, sebbene il governo lo abbia rilasciato, non ha annullato la pena che gli resta da scontare: «Tra un paio di mesi ci dovrebbe essere il processo per capire cosa fare con i 24 mesi rimasti. Nel frattempo sono, di fatto, un ricercato. Non mi hanno ancora restituito la carta d’identità. Mi sembra evidente come non sia troppo difficile scovarmi».

Purtroppo in pochi finora hanno deciso di seguire le sue orme. Mehmet, in attesa di aprire un bar, lavora per Lambdaistanbul, associazione anarchica ed antimilitarista che ha iniziato ad occuparsi di lotta alla discriminazione sessuale proprio grazie a lui. Purtroppo il 29 maggio è arrivata la condanna alla chiusura per Lambda, a causa di presunte violazioni della legge sulla moralità pubblica, sebbene non siano state portate prove a sostenere l’accusa.

Sabato 7 giugno i membri di Lambda hanno organizzato una manifestazione per far capire al governo che non hanno intenzione di arrendersi, e stanno facendo pressioni affinché la sentenza d’appello smentisca la precedente. Mehmet, con la sua irreale pacatezza, sorride e dice «supereremo anche questo».

Ride dell’ultima domanda: «Sono molto più utile qui che altrove. Continuo a dar fastidio a chi mi non mi vorrebbe più in mezzo ai piedi e, soprattutto, continuo ad aiutare chi è nelle mie stesse condizioni. Certo che mi viene voglia di scappare, ma solo quando sono imbottigliato nel traffico o quando leggo gli articoli di qualche giornalista nazionalista. Dopo tre minuti mi passa. Nonostante tutto, io amo il mio Paese».

Michela Chimenti
La consapevolezza di essere gay in Turchia non lo spaventa più come una volta: «Sono stato a studiare un anno in Spagna e ho capito che ero più normale di quanto non mi facessero credere nel mio paese». Onur, con la sua fragilità, è riuscito a tenersi dentro per anni quella che lo stato turco considera una “malattia”. La sua voce e il suo corpo sottili non reggono il confronto con la durezza della sua storia: «Stavo in casa, sul divano, ad aspettare che quello che provavo passasse. Ma non se ne andava».

Erkan, invece, ha 23 anni, si è appena laureato ed è sempre stato determinato: «I miei genitori non sapranno mai che sono gay». Ultimo di quattro figli, Erkan sente il peso delle aspettative della sua famiglia, ma è anche profondamente ansioso di raccontarsi, come un bambino che non riesce a nascondere un grande segreto. Davanti all’ipotesi di un incontro fra un futuro fidanzato e la sua famiglia scoppia a ridere: «Il massimo che possono fare è costringermi a fidanzarmi con una ragazza, ma non lo sopporterei. Tenterò di evitare il matrimonio finché potrò, poi si vedrà. Non posso stare in questo paese ancora a lungo».

La Terza Conferenza Internazionale contro l’Omofobia, che si è tenuta a fine maggio nelle Università e in un centro culturale di Ankara, è stata organizzata da Kaos Gl, una delle due maggiori organizzazioni turche di gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e travestiti [Glbtt]. I campus universitari avrebbero dovuto essere il luogo migliore per attirare la partecipazione sia dei giovani che della gente comune. Non è stato così. I campus sono a decine di chilometri dalla città, su colline circondate dal nulla, è necessario lasciare i documenti alla polizia armata all’ingresso e per raggiungere le prime aule bisogna prendere un bus per altri dieci minuti. Non certo il luogo migliore in cui imbucarsi di soppiatto. Essere universitari significa vivere in un mondo parallelo. Nonostante ciò, ogni giorno alla Conferenza hanno attivamente partecipato una cinquantina di persone.

Paradossalmente, in questa settimana di incontri i dibattiti più infuocati sono stati quelli sul tema della “visibilità”. I gay vorrebbero avere la stessa fortuna delle lesbiche, libere di camminare per strada mano nella mano senza creare scompiglio. Le lesbiche, invece, vorrebbero creare scompiglio e mostrare a tutti che quella a cui tengono la mano non è la compagna di studi.

Le transessuali vorrebbero sparire: devono affrontare ogni giorno la discriminazione più bassa e violenta e spesso non sono accolte nemmeno dalle associazioni femministe. Busè racconta, con voce stanca e rabbiosa, cosa significhi per lei andare a fare shopping o la spesa, costantemente additata dalle altre donne; andare al ristorante, e vedere quelli attorno a sé lasciare il posto e andarsene, o peggio, essere invitata a cambiare locale; cosa voglia dire provare a fare amicizia su internet e poi essere cacciata dal webmaster se invia una sua foto; dover fare una denuncia alla polizia, quando spesso le maggiori violenze derivano proprio dalle forze dell’ordine.

Le transessuali sono state costrette ad adeguarsi a certi taciti usi, fra i quali non passare davanti a determinate caserme perché si rischia l’arresto per “provocazione”. «Vorrei poter cambiare sesso di nuovo, tornare indietro -dice Busè - Lo dico agli indecisi: fatelo solo se sapete di avere la forza di reggere tutto quello che vi cadrà addosso, se avrete la forza di reggere lo sguardo schifato che ogni persona vi rivolgerà ogni giorno della vostra vita».

L’altro grave dramma che vivono le trans è l’impossibilità pratica di trovare un lavoro alternativo alla prostituzione. Sebbene gay e lesbiche possano essere licenziati in quanto tali, e sebbene ci sia una legislazione che tenti di regolamentare i lavori sessuali, le trans sono relegate a questo, senza possibilità di alternativa. In Turchia come in tanti altri Paesi.

I racconti e le storie dei partecipanti alla Conferenza si sono mescolati, differenti, se non per un punto in comune: il primo pensiero, alla scoperta di questa - da loro stessi definita - “diversità”, è stato la solitudine. Mancando modelli da imitare o qualcuno con cui confidarsi, la sola cosa che resta da fare è chiudersi in se stessi. E aspettare. Una solitudine paralizzante da cui tutti sono passati, e da cui non tutti sono usciti. Istanbul è sicuramente una città più vivace ed aperta, grazie anche al turismo, ma ad Ankara c’è un solo locale gay e uscire allo scoperto non è un gioco.

I primi rapporti nascono nella paura, ma il vero terrore è che siano inganni per “stanarli”. Internet è si un tesoro per lo scambio di informazioni e le denunce, ma ha anche dato via libera a siti in cui si cerca la storia di una notte. Nulla di male, ovvio. Ma il rischio è molto alto. Il caso di Baki Kosar è diventato un triste monito.

Kosar, giornalista 41enne turco, è stato ucciso nel febbraio 2006 con 32 coltellate. Il suo assassino, Serhat Raglan, che scappò subito dopo l’omicidio, ha confessato e raccontato i fatti. I due si erano incontrati per fare sesso, ma di fronte alle richieste di Kosar, Raglan ha risposto con il coltello. Se per l’omicidio il codice penale turco prevede l’ergastolo, esistono delle attenuanti, tra cui la “provocazione”. Serhat Raglan è stato condannato a 18 anni, scesi poi a 15 per buona condotta, perché avrebbe solo tentato di difendersi. Gli omicidi come quelli di Kosar sono stati almeno 15 nel 2007. Il dramma è che di tutti gli altri non si saprà mai nulla. Tutte le storie e i dati che sono stati raccolti durante la Conferenza vengono dalla città, da Ankara o da Istanbul, da persone che hanno studiato e che hanno trovato il coraggio di esporsi. Nel resto del Paese vige la clausura.

Il 17 maggio, Giornata Internazionale contro l’Omofobia, nell’ambito della Conferenza si è tenuta la prima manifestazione Glbtt nella storia di Ankara. La polizia non aveva mai dato il permesso, dato che non è concesso a nessuno manifestare sulla strada che porta al Parlamento. I timori non sono mancati, ma alla fine, nonostante l’ingente schieramento di forze dell’ordine, non ci sono stati momenti di tensione.

La manifestazione non è stata però una passeggiata silenziosa, come la polizia aveva auspicato. Slogan, bandiere arcobaleno, applausi e anche un tamburo hanno dato forza al corteo composto da circa duecento persone [meglio di ogni previsione] che ha svegliato le strade di Kizilay, al centro di Ankara, e attirato curiosi in strada e alle finestre. Dietro lo striscione di apertura c’erano alcuni membri di Kaos Gl e Lambdaistanbul [l’altra importante associazione di Glbtt], la scrittrice olandese bisessuale Anja Muelenbelt, il giornalista turco Kursad Kahramanoglu e Michael Cashman, difensore dei diritti Glbtt al Parlamento Europeo. In molti si sono chiesti se non sia stata proprio la loro presenza ad evitare incidenti.

La marcia ha attirato non solo la polizia, ma anche tutti i maggiori media turchi i quali, però, non hanno dato all’evento il risalto che meritava. Fare “coming out”, dichiararsi, non è facile, e nonostante le telecamere il corteo non si è mai fermato. A parte le prime file, qualcuno ha camminato a testa bassa e nascosto dietro un cappello o una sciarpa. «Far scoprire a tua madre che sei gay al telegiornale della sera non è un’ottima idea, ridacchia Erkan. Semih, di Kaos Gl, come qualcuno che dopo un brutto spavento torna a rilassarsi: «Per noi che in piazza ci fossero 200 persone è un successo. Ci inorgoglisce e ci dà la forza per continuare non solo a fare quello che facciamo ma per cercare sempre nuovi appoggi. Oggi abbiamo fatto il nostro pezzetto di storia».

La Turchia non ha una legge contro l’omosessualità o la sodomia, come altri paesi al mondo [sodomylaws.org], ma non ha neppure una legge che punisca le discriminazioni in base all’orientamento sessuale. Il provvedimento che ha fatto allontanare la Turchia dall’Europa e dall’affermazione del diritto alla libera scelta del proprio orientamento sessuale è stato l’entrata in vigore nel 2005 del kabahatler kanunu - legge sulla morale pubblica - alla quale è seguita, nel 2007, un’altra legge che amplia quasi all’infinito i poteri della polizia. La definizione di morale pubblica è molto vaga e si può essere puniti - a discrezione dei poliziotti - per accattonaggio, detenzione di arma non registrata, per una gonna troppo corta o per aver mangiato la minestra troppo rumorosamente. A fare le spese di questi provvedimenti sono stati proprio i membri di Lambdaistanbul, i quali hanno ricevuto il 29 maggio scorso l’ordine di chiudere, per la presunta violazione del kabahatler kanunu .

Il lavoro di associazioni come Lambdaistanbul o Kaos Gl è indispensabile, farle chiudere significa privare dell’unico aiuto chi è discriminato e non sa a chi dirlo o non sa come comportarsi. Significa chiudere l’unico canale che parli di Hiv/Aids, prevenzione e preservativi. Significa bloccare un lungo e faticoso percorso di emancipazione e affermazione di diritti, e condannare Onur ed Erkan ad una vita più clandestina di quella di un criminale. http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9735/1/51/

Il potere del Kebab

(Foto _alef_/Flickr)

(Foto _alef_/Flickr)

Se la Turchia stenta ad avvicinarsi all’Europa, i paesi europei sono sempre più aperti alle influenze turche. Il Bosforo è più vicino di quanto si pensi.

di Martin Hablitzel. Traduzione Ottavio Di Bella

 

Durante gli anni d’oro del miracolo economico tedesco, migliaia di operai turchi vennero assunti nelle fabbriche della Germania occidentale. Oggi i turchi rappresentano la più grande minoranza stranieratedesca: ben 2,6 milioni secondo il censimento del 2002. Di cui solo 120.000 a Berlino. Ma la Germania non è la sola. In Francia i cittadini d’origine turca sono 370.000, nei Paesi Bassi 270.000 ed in Austria 200.000. In tutta l’UE, si parla ormai di qualcosa come 3,7 milioni di turchi. Praticamente quanto la popolazione dell'Irlanda.

Ma in Germania le opinioni sull’adesione della Turchia all’UE sono contrastanti, sebbene rappresenti proprio il paese che meno paure degli altri dovrebbe mostrare davanti alla possibilità che la Turchia entri a far parte della famiglia europea. Anzitutto perché proprio a Berlino ormai si realizza una reale simbiosi dei turchi con la popolazione tedesca. Il quartiere Kreuzberg è ormai l’equivalente di Little Italy o China Town a New York. E’ lì che vive e lavora un’importante comunità turca. Senza che si formi un vero e proprio ghetto. Una gran parte della vita di tutti i giorni è di matrice turca, fatto positivamente salutato dalla cittadinanza non-turca di questo quartiere. Anche la popolazione turca mostra una grande volontà d’integrarsi con Berlino. Così si esprime uno Studio realizzato sugli stranieri di Berlino secondo cui il 95% della popolazione turca segue degli impegnativi corsi linguistici. Il 97% degli intervistati sostiene la necessità di una pari educazione per ragazzi e ragazze e si dichiara chiaramente a favore della parità dei diritti fra i sessi.

Molti spazi della vita culturale e politica sono di matrice turca. Ed ecco che anche nelle cose più semplici del quotidiano le influenze turche sono estremamente presenti.

Dal Kebab a Sex Bomb

Il fast-food praticamente più amato di Berlino ed in altre parti della Germania è il Döner Kebab (focaccia farcita di carne di agnello e insalata). Di venerdì o di sabato notte, quando la Berlino giovane è in cerca di divertimento, i Döner turchi sono gettonatissimi per allentare la fame prima di recarsi nei bar o nei club a passare la notte. Nei quartieri tipo il Kreuzberg o Friedrichshain se ne trovano a frotte, mentre già un McDonald’s è più difficile da trovare.

In Germania la gioia fu grande quando finalmente nel febbraio di quest’anno un film tedesco vinse l’Orso d’oro assicurandosi così il riconoscimento più importante della Berlinale, una delle più rinomate manifestazioni cinematografiche d’Europa. Con un film tedesco? Macchè. Il regista del film è il più che turco Fatih Akin nato 30 anni fa ad Amburgo. Il suo film Contro il muro fa sfoggio delle contraddizioni tra il tradizionalismo della vecchia generazione dei genitori turchi e gli impulsi di libertà dei loro figli.

I Big Points turco-tedeschi sono riproposti in un tutt’uno anche nel palcoscenico della musica internazionale. Così Mustafa Güngogdu di Hagen ha aiutato come Mousse T. la "tigre" Tom Jones ad un ritorno alla notorietà in tutto il mondo. La canzonetta di successo come “Sex bomb” è ormai un evergreen.

Da extra-comunitario a manager

Le influenze evidentemente turche sono rintracciabili anche nella politica federale. L’uomo politico Cem Özdemir dei verdi, rappresenta il pioniere dei politici turco-tedeschi da quando è stato eletto al Bundestag nel 1994. A lui hanno fatto seguito altri come Lale Akgün e Deligöz Ekin (deputati) e Ozan Ceyhun (eurodeputato). L'imprenditore turistico di successo Vural Öger della ÖgerTours è il candidato di punta della lista dell’SPD per il Parlamento Europeo nella regione di Amburgo. E’ così che la seconda e terza generazione di immigrati turchi possiedono ormai una forte percezione delle loro responsabilità politiche.

Gli imprenditori turchi sono nel frattempo un importante

fattore economico per l’UE. E Vural Öger rappresenta solo la punta dell'iceberg. Nel 2002, ci sono stati ben 82.300 imprenditori turchi che hanno creato 411.000 posti di lavoro nell'Unione. La stragrande maggioranza si trova sempre qui in Germania. Poco meno di tre quarti delle imprese turche danno impiego agli stessi turchi. Dinnanzi a questi numeri, si smonta tutta l’argomentazione per cui gli stranieri porterebbero via posti di lavoro alle popolazioni autoctone. A ciò segue il fatto che quasi il 2,3% del PIL in Germania è realizzato da imprese turche (in Austria circa l’1,8%). In tutta l'UE appena lo 0,8%. Che si traduce in 68,9 miliardi euro. Le imprese turche, da rintracciare prevalentemente nella gastronomia e nel piccolo commercio, danno un contributo significativo alla cultura economica dell'Unione europea.

Troppo forti per il calcio asiatico

Si può aprire il dibattito: la Turchia è o no europea? Per rispondere potrebbe esser sufficiente affermare: la Turchia deve essere europea poiché la sua nazionale di calcio è troppo forte per i team asiatici. In tutta Europa, i turchi giocano ad alti livelli e concorrono a rafforzare i maggiori club europei, come ad esempio Emre dell’Inter o Yildiray Bastürk del Bayer Leverkusen. Nel 2000 il Galatasaray di Istanbul ha vinto la coppa UEFA ed alcuni anni fa, il turco Mustafa Dogan venne naturalizzato tedesco per far parte della selezione nazionale. L’allenatore tedesco Christoph Daum, nelle previsioni futuribile allenatore della nazionale tedesca, che ha dovuto lasciare in favore di Rudi Völler dopo una losca vicenda di droga, è oggi un eroe festeggiato perché allenatore magistrale del Fenerbahce Istanbul in Turchia.

La Turchia impregna ormai l’Europa della sua presenza ed ancor più la Germania. Che non può non esserne consapevole. La cultura turca, la sua imprenditorialità e la sua gente sono arrivati già da parechio tempo in Europa. Oggi aspettiamo soltanto che arrivi anche la Turchia. Come stato membro.http://www.cafebabel.com/ita/article/11813/il-potere-del-kebab.html


IL COMPUTER DI SINISTRA E IL COMPUTER DI DESTRA

 

 

DI ROMAIN MIGUS
Réseau Voltaire

Gli organi d stampa anglosassoni hanno dato una vasta eco al direttore generale dell’Interpol che avrebbe confermato i legami segreti tra il presidente Hugo Chavez e le FARC [Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia]. Invece, osserva Romain Migus, il rapporto dell’Interpol dice il contrario di quello che le agenzie di stampa hanno trasmesso: l’agenzia internazionale per la cooperazione di polizia ha constatato che il computer di un capo ribelle, entrato in possesso dell’esercito colombiano, è stato da questi profondamente manipolato in maniera tale che è impossibile autenticare i documenti che si pretende di averci trovato. Strano: nello stesso momento, il testimone chiave di un’altra inchiesta veniva estradato dalla Colombia con i documenti, questa volta autentici, di un altro computer. Documenti che coinvolgono gravemente il presidente colombiano Alvaro Uribe.


Il 1 marzo 2008, 10 bombe GBU 12 Paveway da 227 chilogrammi l’una esplodevano in piena giungla ecuadoregna radendo la vegetazione tutt’intorno e lasciando crateri di 2,40 metri di diametro e 1,80 metri di profondità [1]. La Colombia aveva violato la sovranità dell’Ecuador ed assassinato Paul Reyes, il principale negoziatore per la liberazione di Ingrid Bétancourt e degli altri ostaggi prigionieri della guerriglia.

A terra i combattenti delle FARC e alcuni studenti dell’Università del Messico non poterono resistere ad un bombardamento di una tale intensità. In compenso, nel bel mezzo dei crateri, giaceva un computer indistruttibile che contiene, secondo Bogotà, informazioni cruciali sulle alleanze nella regione.

Questo computer, la cui marca è sfortunatamente sconosciuta, era di Paul Reyes. E’ il computer di sinistra.

Rammentiamo, prima di proseguire oltre, che le relazioni con le FARC sono del tutto normali per i vicini della Colombia. L’ex vice-presidente venezuelano, José Vicente Rangel, ricordava poco tempo fa, che prima dell’avvento di Chavez al potere un responsabile delle FARC disponeva di un ufficio al Ministero degli Affari Esteri venezuelano, soprattutto per trattare dei danni collaterali del conflitto colombiano in Venezuela. Immaginate che un esercito di 15.000 uomini in guerra con il governo svizzero stazioni nei pressi del lago di Lemano. Si può scommettere che il governo francese, ma anche le autorità regionali e locali, intratterrebbero relazioni con i responsabili di questo esercito per evitare slittamenti in Francia.

Il Venezuela e l’Ecuador: bersagli per accuse

Il 3 marzo, ossia solo due giorni dopo l’aggressione all’Ecuador da parte della Colombia, il governo di Alvaro Uribe comincia a svelare una parte del contenuto del computer di sinistra. Abbonderebbero le prove a testimonianza di un’alleanza regionale tra l’Ecuador, il Venezuela e le FARC.

Nel caso del Venezuela, Chavez è accusato di aver ricevuto dalla guerriglia 100 milioni di pesos (circa 35.000 euro) al tempo in cui si trovava in prigione (1992-94) e, viceversa, di aver finanziato la guerriglia con 300 milioni di dollari. Ancora, il Venezuela è accusato di favorire il traffico di armi per conto delle FARC, ossia di armare i ribelli colombiani.

Per quanto riguarda l’Ecuador, le autorità colombiane accusano il Ministro dell’Interno ecuadoregno, Gustavo Larrea, di connivenza con le FARC. Una fotografia che si dice trovata nel computer di sinistra mostra Paul Reyes mentre conversa, secondo le autorità colombiane, con il Ministro ecuadoregno. La notizia fa il giro del mondo fino a quando Patricio Echegaray, segretario generale del Partito Comunista Argentino, dichiara di essere lui quello che appare nella foto. Che importa, ormai il danno è fatto. Inoltre, altri documenti proverebbero la connivenza di Quito con le FARC.

I governi ecuadoregno e venezuelano respingono le accuse, sottolineando l’inverosimile indistruttibilità del computer e il fatto che Bogotà avrebbe potuto fabbricare false prove.

Alvaro Uribe fa dunque appello all’Interpol per dare risonanza mediatica mondiale alle sue accuse.

Una unità di crisi viene inviata a Bogotà. E’ diretta da un ex direttore del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e già funzionario del Dipartimento della Giustizia di quel paese: Ronald Kenneth Noble, attualmente segretario generale dell’Interpol. Immaginiamo un istante che un ex funzionario cubano, bielorusso o iraniano fosse stato nominato capo della missione e che il suo rapporto fosse decisamente favorevole al Venezuela. Si può legittimamente pensare che la macchina mediatica avrebbe gridato all’inganno. Ma è risaputo che gli Stati Uniti non ingannano mai…



Firma dell'accordo tra l'Interpol e la Colombia che istituisce un'équipe di esperti per analizzare i computers delle FARC di cui è venuta in possesso la Colombia (12 marzo 2008)


Cosa dice il rapporto dell’Interpol

- Che i files dei computers, dei dischi rigidi esterni e della chiavi USB pesano 609,6 Gigabites, pari a 39,5 milioni di pagine Word.

In sede di conferenza stampa, Ronald Kenneth Noble, ha sottolineato che vista la grandezza dei files ci volevano più di “mille anni per verificarne il contenuto” e che l’Interpol non aveva verificato l’autenticità del contenuto delle prove. Detto altrimenti, quello che l’Interpol può fare in mille anni, i Colombiani l’hanno realizzato in 48 ore, dal 1 marzo data del bombardamento, al 3 marzo data della prima dichiarazione sulle presunte prove contenute nel computer di sinistra. Notiamo di passaggio che gli esperti informatici colombiani uniscono la fortuna alla rapidità poiché hanno aperto solamente i files che incriminano il Venezuela e l’Ecuador. Nulla sulle relazioni delle FARC con la Francia o il Brasile, per esempio.

Cosa è dunque successo in quelle 48 ore? Il rapporto dell’Interpol è limpido:

- “L’accesso ai dati contenuti negli otto elementi di prova informatici provenienti dalle FARC tra il 1 marzo 2008, data nella quale sono entrati in possesso delle autorità colombiane, e le ore 11 e 45 del 3 marzo 2008, quando sono stati consegnati al Grupo Investigativo de Delitos Informaticos della polizia giudiziaria colombiana, non è stato effettuato conformemente ai principi riconosciuti a livello internazionale [il grassetto è nostro] in materia di trattamento degli elementi di prova elettronici (…) In altri termini, invece di darsi il tempo di creare delle immagini dei contenuti di ciascuno degli otto elementi di prova acquisiti e di proteggerli contro la scrittura prima di aprirli, si è acceduto direttamente ai dati in questione.

Bizzarramente, è esattamente durante questo lasso di tempo in cui la polizia giudiziaria colombiana attende i computers che vengono rivelate le supposte prove. Sarebbe a dire che tali presunte prove non sono il lavoro scientifico degli informatici della polizia ma di un laboratorio dell’esercito colombiano che non ha avuto l’accortezza di creare una copia dei contenuti dei documenti prima di aprirli.

- Inoltre, secondo il rapporto dell’Interpol, dopo il bombardamento del campo dei guerriglieri sono stati creati o modificati alcuni files di sistema:

83. L’esame dell’elemento di prova n. 26 – un computer portatile – ha rivelato le seguenti incidenze sui files il 1 marzo 2008 o successivamente a questa data: 273 files di sistema sono stati creati; 373 files di sistema e di uso sono stati oggetto di accessi; 786 files di sistema sono stati modificati; 488 files di sistema sono stati cancellati.

” (La situazione si ripete identica per tutti gli elementi di prova: si vedano i punti 84, 85, 86, 87, 88, 89, 90 del rapporto).

- Certamente, il rapporto afferma che i files d’uso (testi word, foto, ecc.) non sono stati né modificati né creati dopo il 1 marzo. Ma nella stessa conclusione, l’Interpol sottolinea che in tutti gli elementi di prova esistono migliaia di files datati 2009 o 2010. Riguardo ad essi, l’Interpol conclude “che essi sono stati creati ad una data anteriore al 1 marzo 2008 su una o più macchine i cui parametri di data e di ora del sistema erano inesatti.

” Ora, come attestare l’autenticità dei files se è così semplice cambiare la data di creazione di un documento? In altre parole, il laboratorio dell’esercito colombiano che ha avuto per 48 ore gli elementi di prova avrebbe potuto benissimo creare un documento e pre-datarlo. Soprattutto se come rivela l’Interpol i files di sistema sono stati modificati.

Come si vede, il rapporto dell’Interpol solleva più domande sulla validità dei documenti del computer di sinistra di quante risposte fornisca. Poco importa, lo tsunami mediatico si è già abbattuto sul Venezuela (ma non sull’Ecuador, vai a sapere perché …). Marie Delcas di Le Monde, confondendo il lavoro di giudice con quello di giornalista, riprende dal canto suo le accuse del governo colombiano, quando, ricordiamolo, da una parte l’Interpol non si è pronunciata sui contenuti dei documenti, e dall’altra il rapporto getta forti dubbi sull’autentica origine degli stessi.

Ci piacerebbe che Marie Delcas potesse rispondere all’invito lanciato dal presidente ecuadoregno Rafael Correa da Parigi il 13 maggio scorso: “Noi non attribuiamo alcuna credibilità a questi computers, ma chi lo fa dovrebbe anche accordare credibilità quando le FARC accusano Uribe di essere un paramilitare e un narcotrafficante.” Finora, neanche una riga da parte di Le Monde o altri media su questo tema …

Eppure …

Il computer di destra

Nel computer di destra, acquisito nel 2006, sono state rinvenute le prove di oltre 50 omicidi perpetrati dai paramilitari [3] contro leader sindacali e di movimenti sociali nel 2005 e 2006.

In più, sta venendo alla luce una lista di eletti colombiani (senatori, deputati, sindaci, governatori regionali) sostenuti dai paramilitari. Decine di eletti beneficiano della protezione, del finanziamento, dei contatti e dei mezzi di pressione dei paramilitari. E, più grave ancora, il computer di destra contiene anche delle prove di brogli elettorali organizzati dai paramilitari in diverse elezioni tra cui quella del presidente Alvaro Uribe.

Il computer di destra sta diventando il detonatore dello scandalo della parapolitica in Colombia. Questo neologismo allude al legame che unisce certi uomini politici, membri dei servizi segreti e uomini d’affari con i gruppi mafiosi paramilitari, noti tra l’altro per fare a pezzi le loro vittime con la motosega e giocare a calcio con la loro testa.

C’è stato bisogno dell’Interpol per provare l’autenticità dei documenti trovati nel computer di destra? No, perché il suo proprietario, “Jorge 40”, ne ha successivamente confermato l’autenticità.

Ma “Jorge 40” non si ferma a questa testimonianza. Conferma l’esistenza degli Accordi di Ralito. Una alleanza ufficiale, sostenuta da documenti firmati, tra quattro capi paramilitari e 29 personalità politiche (deputati, senatori, sindaci, governatori di regioni), un giornalista e due proprietari terrieri per “rifondare la Patria” e “proteggere la proprietà privata”. Al momento della firma di questi accordi è stato notata la presenza del consigliere di Nicolas Sarkozy, il boia argentino Mario Sandoval [4].

Lo scandalo della parapolitica tocca ormai dei ministri e l’attuale vice-presidente, la cui famiglia è proprietaria dell’unico quotidiano a diffusione nazionale. Il cerchio si stringe intorno a Alvaro Uribe.

Malgrado ciò, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’estradizione per “Jorge 40” e altri 12 capi paramilitari. “Jorge 40” e il suo computer non devono più rendere conto alla giustizia e al popolo colombiano. Il computer di destra era un problema e lo si è fatto discretamente sparire mentre tutti i media parlavano del computer di sinistra. Paul Reyes, lui, non c’è più a testimoniare sull’autenticità dei documenti del suo computer indistruttibile …



Paul Reyes


DOCUMENTI ALLEGATI

Rapporto peritale dell’Interpol sui computers e il materiale informatico delle FARC acquisiti dalla Colombia (PDF) in francese

NOTE

[1] Rapport des Forces Armées Equatoriennes [Rapporto delle Forze Armate Ecuadoregne], citato da El Commercio.

[2] Marie Delcas, « Le Venezuela est accusé d’avoir fourni armes et argent aux FARC » [Il Venezuela è accusato di aver fornito armi e denaro alle FARC], Le Monde, 16 maggio 2008.

[3] Per saperne di più sulle pratiche dei gruppi paramilitari colombiani, si legga l’eccellente articolo di Jorge Chavez Morales, «Offensive paramilitaire au Venezuela »[Offensiva paramilitare in Venezuela], Bellaciao.org, 10 agosto 2006.

[4] « Ingrid Betancourt : le double jeu de Nicolas Sarkozy » [Ingrid Betancourt : il doppio gioco di Nicolas Sarkozy], Réseau Voltaire, 24 marzo 2008.

Titolo originale: L’ordinateur de Gauche et l’ordinateur de Droite
Fonte : Voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article157085.html
17.05.2008

Scelto e tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

Germania-Turchia, molto più di una partita di calcio

Deutsche und türkische Fahne auf einem Autodach. Quelle: dpa

di Giovanni Boggero per Il Riformista

Kai Diekemann l’aveva solennemente annunciato qualche giorno fa: fino a mercoledì anche il suo giornale, la celebre Bild Zeitung, sempre così incline a soffiare sul fuoco delle ansie sociali, si sarebbe impegnata a garantire un clima più disteso tra tedeschi e turchi in vista della semifinale che si giocherà domani a Basilea. Un proposito certamente condivisibile, ma che alla luce dei recenti trascorsi, fa quasi pensare ad una sorta di temporaneo “patto di desistenza”. Nel dicembre scorso, infatti, il tabloid era uscito sfoggiando una prima pagina nel cui titolo di apertura, a caratteri cubitali, si riprendeva il severo monito rivolto dal premier regionale dell’Assia, Roland Koch agli immigrati di stanza nel paese: “Chi viene a vivere in Germania, deve tenere le mani a posto. Così funziona in un paese civile”, aveva gridato il falco della CDU nel pieno della campagna elettorale per le regionali, a margine di un grave episodio di cronaca che aveva sconvolto l’intera opinione pubblica tedesca. In una stazione della sotterranea di Monaco di Baviera, infatti, un anziano pensionato era stato brutalmente ridotto in fin di vita da due giovani stranieri, rispettivamente di nazionalità greca e turca. Nella giornata di oggi, a sei mesi da quel tragico accaduto ripreso dalle telecamere a circuito chiuso della metropolitana, contro i neo-ribattezzati “picchiatori della U-Bahn”, il primo dei quali è minorenne, è stato aperto un procedimento con le accuse di tentato omicidio, lesioni e furto. La notizia, apparsa fin dalla mattinata di ieri sulle versioni online dei principali quotidiani tedeschi, non si è però prestata a nuove “considerazioni sociologiche” sui rischi e le opportunità presentati dal fenomeno migratorio. A non consentirlo è, come detto, l’aura di grande tensione che in vista dello storico match di domani sera aleggia su tutto il territorio tedesco, nel quale vivono circa tre milioni di turchi, gran parte dei quali ancora fortemente legati alla madrepatria. A tal proposito, qualche mese fa, in occasione di un incontro ufficiale avuto con la Cancelliera Angela Merkel, il primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, scatenando inevitabili polemiche, non aveva esitato a definire l’“assimilazione” dei turchi di Germania “un vero e proprio crimine contro l’umanità”. Nulla di strano dunque se perfino all’interno della formazione allenata da Fatih Terim alcuni giocatori dispongono di doppio passaporto: uno di questi, Hamit Altintop, terzino destro del Bayern München e considerato la punta di diamante dei “Leoni del Bosforo”, parlando ai microfoni dell’emittente televisiva ZDF si è detto tranquillo, perché –ha chiarito- “non c’è alcun motivo di essere nervosi e questo a prescindere dal nome dell’avversario”. In realtà tra i turchi si respira aria di grande preoccupazione, dal momento che la nazionale scenderà in campo decimata dagli infortuni e dalle diffide: solo quattordici giocatori su ventitré, tra cui si conta anche il secondo portiere, saranno effettivamente a disposizione dell’allenatore. Nella conferenza stampa di lunedì, il cinquantaquattrenne Terim sembra però averci scherzato su, ipotizzando addirittura un improbabile impiego come centravanti del suo estremo difensore: “Verso la fine della partita potrei mandarlo in campo. D’altronde non possiamo affatto concederci il lusso di far giocare ciascuno nel ruolo prescelto”, soggiunge divertito. Nel frattempo il quotidiano di Istanbul “Sabeh”, in un suo editoriale pieno di pathos uscito nei giorni scorsi, suona la carica e annuncia trionfante: “Noi generiamo miracoli. Ai tedeschi e alla finale mandiamo un messaggio: Arrivano i turchi!”. Dello stesso Erdogan, che domani sera sarà allo stadio St.Jakob, si dice che, dopo la sfida vinta in extremis contro la Croazia ai rigori, sia stato visto sulle gradinate piangere dalla commozione: mai il calcio turco aveva emozionato così tanto da far luccicare gli occhi persino ad un capo di Stato! In realtà, però, c’è anche chi, tra i più maligni, nelle spettacolari peripezie “ottomane”, scorge soltanto l’aiuto benevolo della provvidenza: “Qualora i turchi dovessero continuare ad aver così tanta fortuna- sostiene Ivan Klasnic, veterano della squadra croata appena uscita dal torneo- la Germania deve fare attenzione, potrebbe perdere!”. Se dunque la dea bendata sembra aver già premiato l’undici di Terim, anche il bilancio degli incontri fin qui disputati con la nazionale tedesca non è poi così favorevole alla Germania, che dal 1992 non porta a casa una vittoria contro le “furie rosse”. I tedeschi, però, per scaramanzia, preferiscono leggere i dati in altro modo: la prima partita nella quale le due nazionali si affrontarono risale infatti ai Mondiali del 1954, quando, proprio in Svizzera, a Zurigo prima e a Berna successivamente, la squadra che in seguito si sarebbe aggiudicata il titolo mondiale fece capitolare gli avversari per ben sette reti a due e poi per quattro ad una. Che sia di buon auspicio?


 

Nepal

i maoisti lasciano il tavolo del dialogo e minacciano di ricorrere alla "lotta di popolo"

Domenica scorsa il Partito Comunista del Nepal - Maoista (CPN-M) ha lasciato il tavolo di negoziazione che riunisce i sette partiti del paese e ha minacciato di ricorrere alla lotta di popolo. Il CPN-M ha accusato il partito del Congresso Nepalese (NC) di ritardare intenzionalmente la formazione di un nuovo governo per mantenere in carica quanto più tempo possibile l'attuale esecutivo guidato dal primo ministo Girija Prasad Koirala. Il punto sul quale il CPN-M ha deciso di abbandonare le negoziazioni riguarda la richiesta avanzata dal NC per la presenza di un esponente dell'opposizione nel Consiglio di Sicurezza (CS) nazionale. Secondo il CPN-M l'inserimento di un leader dell'opposizione nel CS comporterebbe dei problemi di funzionalità del consiglio stesso e, dunque, metterebbe a rischio la sicurezza nazionale. Il NC ritiene invece che l'opposizione debba partecipare al CS, almeno finché è in vigore la Costituzione ad Interim, soprattutto considerato il fatto che, in base al risultato delle elezioni, con il nuovo governo il CPN-M controllerà sia il vertice dell'Esercito Nepalese, sia, ovviamente, quello dell'Esercito di Liberazione del Popolo (il potente braccio armato dello stesso CPN-M).

L'abbandono dei negoziati da parte del CPN-M segna un passo in dietro rispetto all'incontro di giovedì scorso tra CPN-M, NC e Partito Comunista del Nepal - Unificato Marxista-Leninista (CPN-UML), cioè le tre principali formazioni poitiche del paese, dove era stato raggiunto il consenso per l'integrazione delle milizie maoiste nell'esercito e per un importante emendamento alla Costituzione ad Interim riguardo alla formazione del governo. Quest'ultimo, se approvato, consentirà la formazione e lo scioglimento dell'esecutivo con la maggioranza semplice, anziché con con la maggioranza di due terzi.Riguardo alle forze armate, i tre partiti si erano accordati per formare un comitato speciale per preparare un piano dettagliato per l'integrazione dell'Esercito Nepalese con l'Esercito di Liberazione del Popolo. Secondo l'accordo i soldati maoisti dovrebbero entrare a far parte dell'Esercito Nepalese individualmente dopo aver superato una prova attitudinale standard, mentre a coloro che non entreranno nell'Esercito nazionale dovrebbero essere offerte altre opprtunità d'impiego.

Una data per la ripresa dei colloqui non è stata ancora fissata ma, nonostante le minacce di riprendere la lotta popolare, è difficile ipotizzare che il CPN-M lasci realmente cadere l'opportunità di prendere il potere senza ricorrere alla violenza. È dunque probabile che dopo un periodo di sospensione i colloqui riprendano e che il NC debba abbandonare la propria idea di vedere Girija Prasad Koirala diventare il primo presidente della Repubblica del Nepal. CPN-M e CPN-UML hanno infatti già raggiunto un accordo sul nome del nuovo premier che, secondo fonti non confermate, sarebbe l'ex Ministro degli Esteri, signora Sahana Pradhan, dell'CPN-UML.

 

http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33058


USA : sfida Obama McCain , fattore razziale importante secondo sondaggio
di Rico Guillermo*

Mentre Barack Obama apre la sua campagna quale primo candidato nero alle presidenziali USA, quasi la meta' degli Americani ammettono che la questione della razza nel Paese e' critica e tre cittadini su dieci riconoscono sentimenti di pregiudizio razziale. E' il dato che emerge da un nuovo sondaggio Washington Post-ABC News.

Il perdurare dei pregiudizi razziali influenzera' in negativo la scelta di molti votanti, ma l'eta' aanzata di John McCain potrebbe essere un fattore piu' rilevante nel determinare il prossimo occupante della Casa Bianca e spiega il vantaggio di Obama nel gradimento del pubblico. Ovviamente, come per ogni sondaggio, i risultati hanno un margine di errore di qualche punto pecentuale.

Nel complesso, il 51% degli intervistati definisce l'attuale stato delle relazioni razza "eccellente" o "buona", come in una indagine di cinque anni fa, ma mentre per oltre sei afroamericani su dieci le relazioni razziali sono "non molto buone" o "scadenti", il 53% dei bianchi ha una visione piu' positiva della questione. Quanto al pregiudizio razziale, il 30% dei bianchi e il 34% dei neri ammettere questi sentimenti. Nonostante cio' vi e' una eccezionale apertura all'idea di eleggere un afroamericano alla Presidenza.

Il un sondaggio Post-ABC News del mese scorso, quasi nove bianchi su dieci hanno detto che si sentirebbe a suo agio con un presidente nero, mentre circa i due terzi dei bianchi ha detto che si sentirebbe "del tutto a suo agio". Un percentuale piu' che doppia rispetto agli Americani che si sono dichiarati a proprio agio all'idea di avere un presidente che enga eletto per l prima volta in quell'incarico a 72 anni.

Anche con questi dati, poco piu' della meta' dei bianchi nel nuovo sondaggio ritiene Obama una scelta "rischiosa" per la Casa Bianca, mentre i due terzi ritengono McCain una scelta "sicura". Fra i bianchi che vanno a votare McCain e' al 48 per cento e Obama al 47 per cento, mentre quest'ultimo incontra maggiore entusiasmo tra gli afroamericani e' sbilanceranno paradossalmente proprio l'sito elettorle dei grandi Stati conservatori, che hanno una significativa popolazione nera. Tuttavia i bianchi costituivano il 77% di tutti gli elettori nel 2004 e i neri solo l'11 per cento.

Molti pensano Obama ha il potenziale per trasformare l'attuale questione politica razziale. Lo credono 6 Americani su 10, mentre il 75% fra questi ritiene che la candidatura di Obama produrra' un impatto positivo. Ma questo non significa necessariamente una vittoria del candidato nero. In ogni caso, oltre al fattore dell'eta', nella valutzione degli elettori conteranno anche altri aspetti. Ad esempio molti Americani sono preoccupati piu' per il fatto che McCain da' troppo spazio agli interessi delle grandi imprese che Obama possa dare importanza agli interessi dei neri.

* si ringrazia Claudio Giusti


www.osservatoriosullalegalita.org


CAMBOGIA
Mancano i fondi: a rischio i processi contro i leader Khmer rossi
Il budget originario risulta insufficiente per coprire le spese processuali; alla sbarra cinque fra i principali esponenti del regime di Pol Pot, che ha sterminato oltre un milione di cambogiani durante il quinquennio al potere. Eventuali sentenze di condanna potrebbe avere solo un mero “valore simbolico”.


Phnom Penh (AsiaNews/Agenzie) – Il tribunale speciale preposto a giudicare i Khmer Rossi attraversa una crisi finanziaria senza precedenti; essa rischia di vanificare gli sforzi fatti sinora per mettere alla sbarra gli esponenti del regime guidato dal sanguinario Pol Pot che, negli anni ’70, ha causato lo sterminio di oltre un milione di cambogiani.

Il fondo originario di 56 milioni di dollari stanziato per i primi tre anni è risultato insufficiente, perché i costi sono lievitati a causa delle numerose udienze preliminari volute dai giudici. Ad oggi vi sono 5 dei principali esponenti del regime in attesa di processo, accusati di crimini di guerra e genocidio. Fra di essi, Nuon Chea, braccio destro di Pol Pot chiamato familiarmente “il fratello numero due”; Khieu Samphan, il capo di Stato e Ieng Sary, ministro degli Esteri. Gli altri due esponenti in attesa di processo sono Ieng Thirith, moglie di Ieng Sary e ministro del Welfare e Kaing Khek Eav, altrimenti noto come “l’olandese”, capo della polizia segreta e direttore della caserma di Tuol Sleng, dove venivano torturati gli oppositori del regime.

Il leader dei Khmer Rossi, Pol Pot, conosciuto con l’appellativo di “fratello numero uno”, è morto il 15 aprile del 1998 nel suo nascondiglio nella giungla cambogiana, senza affrontare alcun tribunale per i crimini commessi.

Secondo fonti ufficiali il processo contro i leader khmer dovrebbe durare almeno sino al 2011. La lunga durata del dibattimento potrebbe quindi comportare l’impunità per gli accusati, ormai in età avanzata e con problemi di salute; ragion per cui un eventuale sentenza di condanna non avrebbe che un mero “valore simbolico”.    

 

 

 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12593&size=A


“McCain è un bugiardo”. Parola di carceriere.

 

 

Pensavamo (e speravamo) che sarebbe successo, ma molto più avanti, nel cuore della competizione presidenziale del prossimo autunno. Invece qualcuno ha pensato bene di anticipare i tempi, svelando al mondo già da adesso il “piccolo sporco segreto” di John McCain che molti in rete già conoscono: il candidato repubblicano non è affatto l’eroe di guerra che lui stesso si è andato dipingendo per decenni, “torturato e tenuto in isolamento” dai feroci Vietcong per oltre 5 anni, ma un fortunato figlio di papà che ha portato a casa la pelle proprio grazie al cognome importante, dopo essere stato trattato – a quanto pare – come un ospite di tutto riguardo.

A smentirlo pubblicamente non è un giornalista qualunque, e nemmeno un veterano di guerra che possa avere il dente avvelenato contro di lui, ma il suo stesso ex-carceriere, che in un’intervista alla BBC non ha esitato a definirsi – addirittura - “suo amico”.

McCain fu fatto prigioniero quando il suo bombardiere fu colpito dalla contraerea vietnamita, obbligando l’equipaggio a paracadutarsi sopra il centro di Hanoi.

Caduto in un laghetto della città, Mc Cain fu catturato dai locali ...



... e riempito di botte, prima di essere portato via dai militari.

Con gambe e braccia spezzate, fu sbattuto in una cella a marcire. Ma la sua sorte cambiò di colpo, quando il giovane aviatore fece sapere ai vietnamiti di essere il figlio dell’Ammiraglio McCain, ovvero colui che era in procinto di prendere il comando di tutta la marina americana nel Pacifico.

A quel punto, pur di salvarlo, fu fatto addirittura venire dalla Russia un medico specialista, che riuscì in qualche modo a rimetterlo in piedi.

Qui la ”storia ufficiale” si interrompe, ed iniziano gli anni “bui” della prigionia di McCain, nella quale lui sostiene di essere stato ripetutamente torturato e tenuto in isolamento, nella prigione di Hoa Lo, nota fra i Marines come “Hanoi Hilton”.

A sentire invece Tran Trong Duyet, che allora dirigeva la prigione stessa, McCain non fu mai torturato. “Anzi – dice – lo invitavo spesso nel mio ufficio, dove discutevamo apertamente della guerra, e di cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato”.

“Ricordo fosse un repubblicano di ferro, fortemente convinto delle sue idee”.

Riguardo alle torture, Duyet dice chiaramente che McCain “non ha detto la verità”.

Naturalmente, è possibile che sia Duyet a mentire, per ovvii motivi di “immagine”: a nessuna nazione piace ammettere di avere torturato i propri prigionieri. Non si comprende però, in quel caso, perchè dovrebbe uscirsene proprio adesso con queste dichiarazioni, visto che sotto giudizio, alle elezioni di Novembre, ci va McCain e non certo il Vietnam.

Le dichiarazioni di Duyet inoltre si riconciliano perfettamente con l’inspiegabile riluttanza di McCain a riaprire gli archivi di guerra sul Vietnam (vedi articolo linkato in coda). E’ questo il suo vero tallone di Achille, che gli renderebbe molto difficile sostenere che Duyet mente, se per caso si ritrovasse costretto a farlo (per ora la notizia non è stata ripresa, negli Stati Uniti).

Addirittura – ha aggiunto Duyet nell’intervista – “McCain mi insegnava l’inglese, e mi correggeva la pronuncia quando sbagliavo”.

Di certo sembra un modo molto curioso per ripagare chi ti tortura.

Massimo Mazzucco

Fonte BBC

Il piccolo sporco segreto di John McCain

 

http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2601


Obamoney/3

La cosa straordinaria della formidabile campagna di autofinanziamento di Barack Obama non è soltanto il dato in sé, 287 milioni di dollari, anche perché a maggio John McCain ha raccolto quanto lui e, considerate le spese delle primarie e i soldi raccolti direttamente dai partiti, al momento il candidato repubblicano è più liquido del senatore democratico. Non è nemmeno la scelta di rinunciare al finanziamento pubblico di quasi 85 milioni per evitare i rigidi limiti di spesa negli ultimi due mesi di campagna, né di averlo fatto senza curarsi delle critiche dei giornali e sbarazzandosi sbrigativamente di una solenne promessa contraria.
La cosa straordinaria è la sua capacità di mobilitare (e tesorizzare) un’America che va oltre le tradizionali divisioni tra sinistra e destra, tra liberal e conservatori. Obama riesce a raccogliere soldi sia quando critica l’Amministrazione Bush sull’Iraq sia quando elogia la saggezza di una politica estera tradizionalmente di destra come quella di Bush senior. Obama appassiona l’America illuminista, ma come portafortuna tiene in tasca due medagliette raffiguranti una Madonna, di cui una con Bambin Gesù. In ogni caso arrivano altri soldi, potenzialmente mezzo miliardo di dollari. Obama sostiene il diritto assoluto ad abortire, ma parla ispirato come soltanto un leader religioso sarebbe capace di fare. Non importa, perché la gente corre a casa, accende il computer, si collega e versa venti dollari. A questo esercito di volenterosi piccoli contribuenti si aggiungeranno, a cominciare da questa settimana, i grandi finanziatori clintoniani.
Obama è il candidato contrario alle lobby, ma anche quello che con la rinuncia al “public financing” fa tornare i soldi più importanti che mai e più vicini alla politica dai tempi del Watergate. E’ quello che invita i suoi contribuenti a non finanziare i gruppi esterni alla sua campagna, come quelli a cui nel 2004 George Soros ha versato 30 milioni di tasca propria, ma poi ha assunto uno dei principali architetti di quell’operazione. Obama è il candidato che piace alla gente che piace, ma è anche il politico che pronuncia il più fiero e conservatore discorso sulla necessità sociale della famiglia e sulle responsabilità dei genitori nei confronti dei figli, al cui cospetto il Family day italiano pare organizzato da Franco Grillini.
L’uno e l’altro stanno insieme appassionatamente, grazie al messaggio ottimista e unitario centrato sulla speranza e il cambiamento. Ma non bisogna confondere la speranza con l’ingenuità, l’idealismo con l’inesperienza, anche perché Obama è un candidato nato, formato ed eletto a Chicago, la Gomorra della politica americana. Il fenomeno Obama e il suo tesoro sono, piuttosto, la quintessenza degli Stati Uniti d’America.


NELLA BOLIVIA AL BIVIO LE DESTRE NON VOGLIONO PIU' IL REFERENDUM REVOCATORIO

 

Gennaro Carotenuto

Anche il dipartimento di Tarija ha da domenica un illegale statuto di autonomia che lo renderebbe semi-indipendente da La Paz. La partita adesso si sposta sul referendum revocatorio del 10 agosto che adesso le destre neoliberali temono e stanno cercando di sabotare.
Dietro l’apparenza del successo dei cinque referendum dell’autonomia, venduto dai media internazionali come la cifra del fallimento del “narcoindio Evo Morales”, c’è una realtà ben diversa: in tutti i casi tra astensioni e voti contrari i SÌ agli statuti di autonomia superano di poco il 50% dei voti e sono minoranza nelle zone isolate, al di fuori dai centri urbani.
In questo contesto il referendum revocatorio del prossimo 10 agosto assume sta assumendo ben altra tinta. Invenzione della Costituzione partecipativa della Repubblica Bolivariana del Venezuela, l’idea di sottoporre il mandato degli eletti agli elettori a metà mandato sta facendo scuola in molte democrazie, prima tra tutte quella boliviana.
Addirittura nel caso boliviano ha il senso dell’unica svolta che sembra in grado di sbloccare una partita politica bloccata, tra il governo che ha approvato una nuova Costituzione, che nasce però senza la legittimazione dell’opposizione che non solo non l’ha votata, ma l’ha boicottata duramente, e l’opposizione che, soprattutto nelle regioni ricche e bianche, ha preso su consiglio di Washington e delle multinazionali, la via eversiva del separatismo.
In questo contesto il revocatorio fissato per il prossimo 10 agosto decide tutto: decide il mandato di Evo Morales, decide della Costituzione e mette in gioco anche il mandato dei prefetti (governatori) che sono alla testa dell’opposizione. E così un referendum che in teoria dovrebbe espellere dal governo l’indio, potrebbe concludersi in maniera opposta da come vorrebbero che andasse le destre, i latifondisti, l’ambasciata statunitense: legittimare Morales e la sua Costituzione e delegittimare i prefetti e gli statuti d’autonomia da loro pretesi.
Secondo i sondaggi infatti non solo Evo dovrebbe vincere in maniera chiara, ma almeno un paio di prefetti, in particolare quelli di Beni, Tarija e Cochabamba potrebbero essere revocati dal voto popolare dimostrando allo stesso tempo l’illegalità e la non rappresentatività dei referendum sull’autonomia organizzati in queste settimane. Sono proprio quei prefetti a chiedere oggi la sospensione del referendum che a parole dovrebbe rimuovere l’odiato indio.
In questo contesto si sta scatenando una guerra sporca di incidenti piccoli e grandi e di rumori di sciabole che hanno come obbiettivo la non effettuazione del revocatorio: meglio lo stallo che una nuova e più forte legittimazione del governo popolare.

fonte www.gennarocarotenuto.it


L'Onu condanna la campagna di violenza del governo in Zimbabwe

 

I membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno condannato oggi all’unanimità il governo dello Zimbabwe, per la «campagna di violenza» contro i suoi oppositori, e considera «impossibile» lo svolgimento di una elezione presidenziale trasparente, il 27 giugno. Il Consiglio, composta da 15 stati membri, «condanna la campagna dell’elezione presidenziale» che si è conclusa con l’assassinio di decine di militanti dell’opposizione e di cittadini. L’ambasciatore dello Zimbabwe presso le Nazioni unite, Boniface Chidyausiku ha tuttavia annunciato che l’elezione di svolgerà venerdì malgrado tutto. Le potenze occidentali non sono riuscite a mettersi d’accordo sull’introduzione nel documento di una dichiarazione che riconosca nel capo dell’opposizione Morgan Tsvangirai il presidente legittimo fino a quando non sarà tenuta una elezione regolare.
Tsvangirai, rifugiato da quasi due giorni all’ambasciata olandese di Harare, ha dichiarato: «Non appena mi riterrò soddisfatto della sicurezza nell’allontanarmi, allora me ne andrò. Nessuno intende scacciarmi, e miei ospiti mi hanno confermato che potrò restare finché non riterrò di essere in grado di uscire senza correre rischi. Probabilmente andrò via entro i prossimi due giorni». Frattanto il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha denunciato che domenica sera Tsvangirai si è rifugiato nell’ambasciata per sfuggire a militari fedeli al regime che erano andati a cercarlo per portarlo via: «E’ salvo soltanto perché, avvertito da amici, scappò di gran fretta appena pochi minuti prima che arrivassero», ha precisato Wade.http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/14396


PERU: Secondo paese al mondo fra i produttori di coca
Ángel Páez


LIMA, (IPS) - Il traffico di droga è ancora un business redditizio in Perù, il secondo paese produttore al mondo di coca e di cocaina per il nono anno consecutivo, secondo l’ultimo rapporto dell'ufficio per la lotta contro la droga ed il crimine delle Nazioni Unite (Unodc). 






Dal 1998, le piantagioni di coca illegali sono cresciute in modo costante. Nel 2007 la loro estensione era del quattro per cento in più rispetto al 2006, passando da 51.400 a 53.700 ettari, secondo l’inchiesta dell’Unodc “Coltivazione della coca nella regione andina”, pubblicata la scorsa settimana.

Le statistiche indicano un aumento nella produzione potenziale di cocaina, confermando la tendenza al rialzo cominciata 10 anni fa.

La produzione mondiale effettiva di cocaina, secondo le stime dell’Onu, è cresciuta di appena 10 tonnellate, da 984 tonnellate nel 2006 a 994 nel 2007.

Non ci sono stati cambiamenti significativi nelle forniture del mercato della cocaina. La Colombia produce il 60,3 per cento della cocaina che si consuma in tutto il mondo, mentre il Perù fornisce il 29,1 per cento, e la Bolivia contribuisce per il 10,4 per cento.

Secondo Flavio Mirella, rappresentante Unodc per il Perù e l’Ecuador, la produzione potenziale di cocaina è scesa del due per cento in Colombia, ed è salita dell’11 per cento in Bolivia.

Ma curiosamente, lo studio riporta un’espansione del 27 per cento nelle piantagioni di coca colombiane, che definisce sorprendenti, mentre per la Bolivia si parla di una crescita delle piantagioni di coca del cinque per cento.

Secondo Rómulo Pizarro, capo della “Commissione nazionale per lo sviluppo e la vita senza droghe” (Devida), questi dati riflettono “le forti pressioni dei trafficanti di droga per aumentare la produzione di cocaina, per via della forte domanda”.

Pizarro sottolinea che il 50 per cento della coca viene coltivata nelle valli dei fiumi Apurimac e Ene, a sud del paese, una delle regioni più povere, nota con l’acronimo di Vrae. “Ciò significa che per combattere il narcotraffico, anche la povertà deve essere sradicata in modo decisivo”, ha commentato.

E proprio nella regione del Vrae, dove si trovano i maggiori laboratori di cocaina peruviani, avrebbero trovato rifugio circa duecento appartenenti alla guerriglia maoista Sendero Luminoso. Il governo del presidente Alan García ha inviato 5mila soldati per reprimere i ribelli, che sembra si siano rafforzati grazie all’alleanza con i trafficanti di droga.

Secondo Mirella, la coltivazione della coca sarebbe cresciuta meno nel 2007 rispetto all'ano prima, quando era cresciuta del sette per cento.

Ma lo stesso Mirella ha richiamato l’attenzione sull’aspetto o l’espansione delle piantagioni in aree come Marañón-Putumayo, al confine con l’Ecuador, Inambari-Tambopata, vicino al confine col Brasile, e nelle valli del fiume Palcazú-Pichis-Pachitea, dove le piantagioni sono aumentate del 169 per cento. In sostanza, sostiene Mirella, la repressione non avrebbe fatto altro che spostare le coltivazioni verso nuove aree.

Il rapporto Unodc segnala che nel 2007 le autorità hanno estirpato con la forza 11.056 ettari di coca, mentre altri 1.016 ettari sarebbero stati sradicati volontariamente, con la collaborazione o il consenso degli agricoltori.

L’ottanta per cento della cocaina peruviana è diretta al mercato europeo.

”Ma il 95 per cento degli aiuti esteri per la lotta alla produzione di cocaina viene dagli Stati Uniti, mentre l’Europa contribuisce solo per il cinque per cento”, dice Pizarro, secondo cui questo fatto sarebbe “inspiegabile”.

”Tra il 2006 e il 2007, il numero degli europei che hanno assunto per la prima volta una droga a base di cocaina è salito da 3,5 a 4,5 milioni. I paesi consumatori evadono le loro responsabilità in questo campo”, ha lamentato.

”È indubbio che servirebbero maggiori aiuti, perché i programmi per sradicare la coca e altre coltivazioni sostitutive che sono legali e altrettanto redditizie hanno dato risultati soddisfacenti”, segnala Mirella.

“I piccoli agricoltori che sono passati dalla coca al caffè, cacao e olio di palma hanno esportato prodotti del valore di 39 milioni di dollari nel 2005, che sono arrivati a 70 milioni nel 2007”, ha spiegato.

Pizarro segnala che l’attuazione del “Piano di impatto rapido” - investimenti diretti e veloci nelle aree in cui i piccoli agricoltori accettano di sostituire le colture - comincia a dare risultati significativi. L’esecutivo ha già stanziato 15,8 milioni di dollari per il programma.

Nel 2006, ogni mese le autorità hanno confiscato in media 426 chilogrammi di cocaina; nel 2007, la media è stata di 522 chilogrammi al mese, mentre solo nei primi cinque mesi di quest’anno, circa 556 chilogrammi. La Direzione nazionale antidroga prevede per il 2008 un nuovo record nei sequestri di cocaina.

Il Perù sta combattendo e resistendo a una vera e propria offensiva messa in atto dal narcotraffico internazionale”, ha detto Pizarro, di Devida.

“I nuovi mercati, soprattutto in Europa e Asia, fanno pressioni sui paesi produttori, e questi rispondono aumentando la coltivazione della coca, migliorando la produzione con nuove tecnologie, diversificando i propri metodi di esportazione e aprendo nuove strade per far uscire la cocaina dal Perù”, ha detto.

I miglioramenti tecnici sono confermati dalla qualità delle droghe prodotte in Perù. Nel 2003, l’idroclorito di cocaina era puro all’84,5 per cento, mentre nel 2007 il suo grado di purezza è salito all’88,9 per cento. In Bolivia, quest’anno, la cocaina era pura al 60,9 per cento, mentre in Colombia all’84,7 per cento.

E proprio per questa ragione il prezzo della cocaina peruviana è aumentato.

Nel 2006, il prezzo medio all’ingrosso della cocaina nelle regioni di produzione era di 825 dollari al chilo, mentre nel 2007 di 851 dollari al chilo, producendo un totale stimato di 247 miliardi di dollari dalle vendite di cocaina nel paese d’origine. Ma i prezzi in Europa sono molto più alti, e perciò quello della cocaina diventa un commercio estremamente redditizio.

 

 

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1225



giugno 24 2008

Furio Colombo: una domanda ai giudici democratici

di Furio Colombo

Domanda ai giuristi anche marginalmente democratici: può impunemente un’alta carica dello Stato che ha giurato fedeltà alla Costituzione dichiarare che i giudici del suo Paese sono “eversivi”? Non c’è un reato per il quale un cittadino possa presentare denuncia alla Procura della Repubblica? E perché i giudici se lo lasciano dire rispondendo con protesta sindacale ma non istituzionale? Urge risposta perché, se si osserva attentamente il comportamento di personaggi di vario livello politico di questo governo, c’è da domandarsi perché facilmente e impunemente dicono ciò che altrimenti sarebbe reato?
Un esempio: il nuovo sindaco di Roma copre la città di manifesti per avvertire che ha trovato la città “in rosso”, con un buco di trenta milioni. I media esaltano. Ma la Corte dei Conti? Dov’è il suo parere e la sua denuncia. E se il buco, come quello mai dimenticato di Tremonti, non c’è, non esiste più il reato di notizia falsa e tendenziosa che può generare disordine, o almeno di calunnia?

LA FRASE DEL GIORNO:
“VAFFANCULO” (Il ministro Sacconi ai partecipanti di un convegno della CISL, come modo di esprimere il suo dissenso).

L’EVENTO DEL GIORNO
Berlusconi esibisce un cappello di Panama nelle foto di domenica dalla Sardegna (per la verità aveva detto che andava a “raddrizzare l’Europa”). Attenzione: niente di ciò che fa Berlusconi è casuale. Meno che mai lo sarebbe quel tipo di cappello che ricorda ingloriosi governanti sudamericani o la macchietta del compianto comico Nino Taranto. Ci deve essere una ragione. Lo ha morso un calabrone? La “ricrescita” (che certo lui incoraggia con il suo slogan di combattimento “alzati capello” ) ha avuto una fase di stagnazione o recessione? Certa rappresenta, annuncia o nasconde qualcosa. E’ il suo m.o. (modus operandi). Ci aiuterà Minzolini, che incontra per caso Berlusconi ogni giorno, dovendo compilare il suo “retroscena”, a decifrare l’evento? Per esempio Putin potrebbe avergli detto: questo è l’offerta (parliamo di cosette di valore in cambio di cosette di valore): “Se accetti, fatti fotografare con un Panama in testa”. Oppure… Ma aspettiamo risposte.http://temi.repubblica.it/micromega-online/23-giugno-2008-furio-colombo-una-domanda-ai-giudici-democratici/


Rivoluzione d'ottobre? Meglio un uovo oggi...      
Scritto da Nando dalla Chiesa   
 

Questo è il testo dell'articolo scritto per Articolo 21 sulla mobilitazione di domani a MIlano . La scadenza veltroniana di ottobre (o novembre?), devo dire la verità, un po' mi inquieta. Forse che i moti contro Tambroni non furono in luglio? E il G8 genovese (300mila persone) non fu in luglio? Siamo ridotti a dovere mettere in preventivo due mesi di estate, e poi le feste di partito di settembre prima di potere reagire e dare battaglia politica sui temi più urgenti? Amici, se siamo conciati così, ce ne meritiamo dieci, non uno, di B.

"E perché mai ottobre? Perché l’opposizione dovrebbe attendere più di tre mesi a manifestare quando il capo del governo annuncia, qui e ora, che non consentirà ai magistrati della Repubblica di esercitare un controllo di legalità sul proprio operato? Sembra, qui a sinistra, di vivere in un mondo alla moviola, dove tutto succede lentamente, dove i ritmi della vita vengono artificialmente imbrigliati in un tempo che non scorre mai. No, occorre reagire subito. Perché nessuno pensi di avere davanti un popolo di sinistra (di centro-sinistra...) al cloroformio, balbettante, vergognoso della sua identità, così come lo hanno rappresentato per mesi gli stati maggiori del Pd. Quegli stati maggiori che, ancora pochi giorni fa, ancora poche ore prima del fatidico annuncio veltroniano della “piazza” autunnale, giuravano che non si sarebbe mai -orrore!-tornati al 2001.

 

Il fatto è che l’opposizione, quando è fornita di una sua identità, decide il proprio “che fare” in base all’avversario che ha davanti, al governo in carne e ossa, non a un governo immaginario. Senza proiettarsi il film di un Berlusconi che a settantadue anni cambia fulmineamente l’ idea dello Stato e dei rapporti tra interessi personali e logiche istituzionali che lo ha guidato -ossessivamente- prima come imprenditore e poi come leader politico. Per fortuna qualcuno di noi non ha aspettato il “via libera” di Veltroni (per l’autunno...) per decidere che fosse il momento di reagire. E ha scelto la protesta (la proposta è la Costituzione...) invece del silenzio complice. Per questo abbiamo deciso, con Gianni Barbacetto, con alcuni professionisti senza bandiera, con alcuni militanti del Pd da sempre impegnati nelle battaglie legalitarie, di dar vita alla mobilitazione di lunedì pomeriggio, ore 18, davanti al Palazzo di Giustizia di Milano. E di dar vita al “Comitato milanese per la legalità”.

 

Per dire che se Berlusconi è sempre lui, come ci attendevamo, e continua a usare lo Stato come uno zimbello personale, anche noi manteniamo la nostra coerenza di difensori dello spirito repubblicano e dello spirito delle leggi. Che anche noi non ci stanchiamo di essere noi stessi. Ci piacerebbe parlare d’altro e pensare ad altro, lo confessiamo  (il 25 ci sarà Bruce a Milano...). Ma questi sono i tempi che ci è stato dato di vivere. E dobbiamo viverli senza voltarci dall’altra parte. Nessuno dovrà poter dire, in futuro, che un giorno alzammo bandiera bianca.

 

P.S. Alla manifestazione hanno intanto aderito, tra gli altri, “Le girandole” (Palavobis, per intendersi), diversi circoli del Pd milanese, art.21 (grazie!), Moni Ovadia, Fulvio Scaparro, Guido Martinotti, Carlo Monguzzi, Ottavia Piccolo, Basilio Rizzo."http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php


Purtroppo ha ragione Parisi

parisi.jpgCari amici del blog,
innanzitutto mi scuso di non essere intervenuto tempestivamente nei giorni scorsi, ma faccio anche il padre e ho accompagnato Giacomino al suo primo Intercampus. Ringrazio coloro che mi hanno espresso consenso, come l’ottimo Giovanni Guzzetta presidente del Comitato referendum elettorale. E naturalmente anche coloro che invece dissentono.
Devo dare (purtroppo) ragione a Arturo Parisi, l’architetto delle diverse operazioni politiche che dall’Ulivo alla lista unitaria delle europee, dalle primarie al Partito Democratico, negli anni scorsi avevano portato il centrosinistra italiano a candidarsi credibilmente al cambiamento del paese. Nonostante le sue evidenti inadeguatezze.
Oggi il gruppo dirigente del Pd che sceglie di calpestare le regole democratiche per preservare l’opacità dei suoi assetti di potere si macchia di una colpa grave. Perchè solo rispettando la cittadinanza attiva, la sovranità del cittadino elettore, la partecipazione dal basso alla costruzione del partito, si può costruire un antidoto alla degenerazione della democrazia e offrire un’alternativa di contenuti alla destra di governo. E’ un’illusione vecchia, certo in buona fede ma poco lungimirante, quella di chi pensa di condizionare Veltroni e i suoi finti alleati interni partecipando alla direzione pateracchio frutto dell’ennesimo compromesso.
Non credo che il Pd sia destinato a morire, ma il suo rilancio politico passerà da un drastico ricambio del suo attuale gruppo dirigente che ormai ha fatto il suo tempo. Lo dico serenamente, senza astio: gli attuali dirigenti si dividono in silenzio sul sistema elettorale (proporzionale o maggioritario?) e sulle alleanze (con l’Udc? con la sinistra extraparlamentare? varando una riforma bipartitica insieme al Pdl?). Ma appaiono muti e subalterni alla destra su questioni fondamentali come le politiche sociali, la sicurezza, l’immigrazione. L’indifferenza con cui hanno sorvolato sulle norme statutarie, sulla raffica di sconfitte elettorali e sulla disaffezione dei militanti rivela una concezione della politica oligarchica con cui non si va lontano nell’Italia di Berlusconi.
Vi debbo ancora un paio di risposte. Sul deficit di bilancio del Comune di Roma: credo che Veltroni dovrebbe rispondere in prima persona, senza delegare ai suoi ex collaboratori. Molti enti locali, di destra e di sinistra hanno “buchi” enormi. Probabilmente l’abolizione dell’Ici è stato un provvedimento demagogico. Ma la sconfitta elettorale al Campidoglio rivela una fragilità di fondo del veltronismo come politica dell’apparire più che del fare. Bisognerebbe rifletterci onestamente.
Mi spiacerebbe, poi, se il Pd rilanciasse la sua opposizione al governo Berlusconi solo a partire dalla denuncia della norma bloccaprocessi. Stasera alle 18 a Milano ci sarà una manifestazione di fronte al Palazzo di Giustizia, indetta da Nando Dalla Chiesa e Gianni Barbacetto. Va bene, ci sarò. Ma il decreto sicurezza è profondamente sbagliato nell’insieme della sua impostazione -per quanto insegua un diffuso umore popolare- e non solo perchè vi hanno appiccicato una scandalosa norma “ad personam”. Finchè non recupereremo la nostra diversità culturale, sfuggendo alla tentazione del pensiero unico dominante, anche ripristinando le regole di una politica democratica, potremo anche alzare voci di protesta ma resteremo balbuzienti.http://www.gadlerner.it/index.php/2008/06/23/purtroppo-ha-ragione-parisi.html#more-559


Rohingya, figli di nessuno
Una delle tante minoranze birmane senza terra e senza diritti
Siamo a Sittwe, stato di Aarakan, sulla costa nord-occidentale birmana, vicino al confine con il Bangladesh. Questa era la terra dei Rohingya, popolazione musulmana emigrata qui secoli fa dal regno del Bengala, oggi vittima di discriminazioni, abusi e violenze da parte della giunta militare – come tutte le altre minoranze di questo Paese.
 
Profughi Rohingya (Foto G.Marletta)Vittime della giunta e della gente locale. Un giovane Rohingya del posto che ci fa da guida ci mostra vaste distese di terreni, ora disabitati e incolti, usurpati negli anni dai militari del governo birmano ai contadini calà.  “Ci chiamano calà, vuol dire immigrato, colui venuto di recente, ci chiamano così con disdegno”. Poco più avanti passiamo dinnanzi a una bella moschea di pietra bianca. “Questa moschea fu costruita quasi duecento anni fa: come fanno a dire che siamo venuti di recente?”.
Quei terreni furono strappati con la violenza e poi abbandonati. Perfino i cimiteri vennero loro sottratti e ora le sepolture devono avvenire in piccoli riquadri di terra circostanti alle moschee, sovraffollati di tombe e cadaveri. La nostra giovane guida racconta delle torture dei soldati governativi e delle discriminazioni degli Arakaneese gli abitanti “originari” e buddisti dello stato Arakan. “Se andiamo all’ospedale dobbiamo pagare di più, se andiamo a scuola dobbiamo pagare di più. E a proposito di scuola – aggiunge – a noi non è concesso studiare l’inglese né laurearci in medicina e ingegneria”.
Il governo proibisce loro diplomi che potrebbero portarli a mestieri altolocati. “Questa è anche la nostra terra, e noi chiediamo solo di vivere in pace”.
 
Profughi Rohingya (Foto G.Marletta)Il campo profughi di Tal, in Bangladesh. A soli cento chilometri a nord di Sittwe, un tratto di strada però inaccessibile per un occidentale, scorre la linea di confine tra Myanmar e Bangladesh. Una linea di speranza che in realtà divide semplicemente la padella dalla brace. Un confine che ai Rohingya offre poco, anzi pochissimo, in cui tutti coloro che lo hanno varcato hanno trovato ulteriore miseria e ingiustizia. Moltissimi di questi sono stati catturati da artigli invisibili e inghiottiti nelle viscere di Tal. Tal, in territorio bengalese, è un campo profughi, un ammasso disumano di devastazione e disperazione. Un ammasso di baracche con tetti fatti da teloni di plastica nera appoggiati su ‘muri’ composti da sacchi di patate inchiodati a rami di legno impalati nel fango. Qui sopravvivono 10mila persone: accampate, rannicchiate, malate, sovraffollate, disperate, accaldate, affamate e assetate.
Oggi non ha piovuto ed il termometro segnava trentacinque gradi sotto un sole cocente. Il pavimento all’interno delle abitazioni è lo stesso di quello all’esterno, terra, che durante i sei mesi di monsoni diventa prima fango e poi torrente.
 
Profugo Rohingya (Foto G.Marletta)Le voci dei rifugiati e le loro storie. Un uomo che abita in uno scheletro di baracca, perché non può permettersi nemmeno i teli di plastica per il rivestimento esterno, ci racconta com’è finito qui. “Il governo del Myanmar mi ha confiscato la terra, mi ha arrestato, torturato e costretto ai lavori forzati. La mia colpa, secondo il governo, è quella di essere un Rohingya e quindi immigrato. Ma il padre di mio nonno è nato in Birmania!”.
Un profugo barbuto con la pelle del viso incollata alle ossa, seduto sull’uscio della sua baracca, ci invita a entrare. Ha lo sguardo opaco, perso. La ‘casa’ misura due metri per due, e stando seduti dobbiamo rimanere ricurvi per non sbattere la testa sui teli di plastica. Qui ci vivono in quattro. “L’aria non passa – si lamenta una donna – ma l’acqua piovana eccome!”. Perché sei qui? “Mio figlio si è sposato segretamente ma il governo militare è venuto a saperlo e prima che lo arrestassero siamo scappati tutti in Bangladesh. Perchè si è dovuto sposare segretamente? “Noi Rohingya non abbiamo documenti e per fare ogni cosa abbiamo bisogno di comprare dei permessi, che però costano troppo per noi”. Nel 1991 il dittatore Ne Win iniziò una dura campagna contro questi musulmani indesiderati, imponendo loro di consegnare le carte di identità. Quella vicenda causò la prima grande ondata di oltre 250mila profughi. Una volta privi di documenti, i Rohingya e tutti i loro averi divennero presto bottino del governo birmano e della popolazione locale. Il primo li arresta, li obbliga ai lavori forzati e confisca loro la casa e il terreno, i secondi li umiliano e li discriminano.
Una signora scarta dallo scialle in cui è avvolta una piccola creatura fatta di ossa ricoperte da un fino strato di pelle. E’ una bambina di due anni, ma sembra nata da poche settimane. Uno cenno di vita, il pigro tentativo di tenere gli occhi aperti: occhi malati, spenti.
Gianrigo Marletta
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11415


KATRINA AL RALLENTATORE

Lo "Status Quo-oh"

Mentre la campagna presidenziale si muove verso il suo round finale, gli Americani potrebbero rimanere a corto sia di generi alimentari che di benzina. Sulla scena petrolifera, la prossima novità all’orizzonte non sarà soltanto quella dei prezzi più elevati, ma delle carenze.

Una catastrofe per gli agricoltori dello Iowa non sarà solamente una catastrofe per gli Americani del Midwest. Nell’inondazione dello Iowa [avvenuta in questi giorni, vedi foto accanto al titolo n.d.r.] vedremo un’ulteriore prova di come i problemi della stranezza metereologica (cambiamento climatico) combinino e ramifichino i problemi associati al picco del petrolio. In questo caso particolare portano ad un punto di flessione pressappoco intorno alla stagione della raccolta del 2008, che sarà anche il nostro momento di raccolta politica.

Queste non sono le inondazioni di tuo padre o di tuo nonno. Queste sono inondazioni [con frequenza] di 500 anni, eventi non visti prima che le popolazioni non indiane iniziassero a vivere su quella distesa di terra della prateria nordamericana.

La stragrande maggioranza dei proprietari di immobili dello Iowa orientale non possedeva un’assicurazione contro le alluvioni perché le probabilità di esserne colpiti al di sopra della linea dei 500 anni erano così minime che i loro agenti assicurativi gliel’hanno effettivamente sconsigliata. La rovina personale lì sarà completa e profonda, una versione bagnata del “Dust Bowl” degli anni ‘30, con famiglie che dovranno far fronte alla perdita totale e che forse migreranno altrove nella nazione perché non avranno più una casa dove ritornare.

Lo Iowa nel 2008 sarà un disastro ancora più al rallentatore dell’uragano Katrina del 2005. Oltre ai problemi di 25 000 persone che hanno perso tutti i loro possedimenti materiali c’è un mondo le cui riserve di cereali sono a livelli minimi da record. Le perdite dei raccolti nello Iowa esacerberanno quella che già è una situazione piuttosto grave. Per ora il pubblico americano ha constatato la situazione mondiale [di scarsità] dei cereali prevalentemente con l’aumento dei prezzi nei supermercati. Il granoturco a buon mercato è il segreto della magia dell’industria americana del cibo trattato industrialmente -- tutte quelle pizzette e quei brik di succhi di frutta cui gli Americani fanno ricorso freneticamente perché non hanno tempo di cucinare, divisi tra due lavori e i doveri di autista di famiglia (nota bene: riscaldare non vuol dire cucinare).Dietro questa magia c’è un modello agroindustriale di agricoltura pompata con gli steroidi del petrolio a buon mercato e dei fertilizzanti basati su gas naturale a buon mercato. Entrambi questi “apporti” sono recentemente entrati nella sfera del ‘non a buon mercato’. L’agricoltura basata su petrolio e gas aveva già raggiunto un punto di crisi prima dell’alluvione nello Iowa. Il diesel costa un dollaro per gallone più della benzina. I prezzi del gas naturale sono raddoppiati durante lo scorso anno, facendo salire i prezzi dei fertilizzanti. Gli agricoltori americani sono in una posizione difficile per modificare le proprie pratiche. Tutto quel combustibile fossile a buon mercato maschera lo spaventoso declino delle abilità agricole. L’agricoltura delle future decadi sarà molto più complicata del mero acquisto di un tot di “apporti” (a credito) da sbattere su un suolo sterile alla crescita per poi spanderle intorno con gigantesche macchine alimentate a diesel.

Come molte altre attività nella vita americana di questi tempi, l’agroindustria non è riformabile sulle sue linee odierne. Ci vorrà una convulsione per cambiarla, e in quella convulsione sarà trascinata a calci e a pugni in una nuova realtà. Mentre avverrà questo, il pubblico americano dovrà fare i conti con più del semplice aumento dei prezzi di patatine di mais. Ci stiamo dirigendo nella Valle di Malthus -- Thomas Robert Malthus, filosofo ed economista inglese che introdusse la nozione che a un certo punto la popolazione mondiale avrebbe superato la capacità produttiva mondiale di cibo. Malthus è stato disprezzato e ridicolizzato nelle recenti decadi, quando l’agricoltura gonfiata dai combustibili fossili ha permesso alla popolazione globale di andare in verticale. Gli osservatori tecno-trionfalistici che avrebbero dovuto andarci più cauti, hanno attribuito questo alla “rivoluzione verde” della bio-ingegneria. Malthus è tornato adesso, scortato da carestia, pestilenza e guerra.

Si preannuncia a quanto pare, un autunno cruciale non scandito dal suono di croccantini al formaggio e patatine di mais consumati sui divani d’America. Penso che ci stiamo dirigendo verso una stagione di incetta. Mentre la campagna presidenziale si muove verso il suo round finale, gli Americani potrebbero rimanere a corto sia di generi alimentari che di benzina. Sulla scena petrolifera, la prossima novità all’orizzonte non sarà soltanto quella dei prezzi più elevati, ma delle carenze. Con buona probabilità si verificheranno prima negli stati sud-orientali perché le esportazioni di petrolio dal Messico e dal Venezuela che alimentano le raffinerie del Golfo del Messico sono diminuite di più del 30 per cento nel 2007.

Forse è più sinistro lo scontento sul fronte degli autotrasporti. Gli autotrasportatori vanno in fallimento a frotte, incapaci di continuare la loro attività mentre vengono pagati $2000 dollari per carichi che gli costano $3000 dollari da consegnare. In Europa la settimana scorsa gli autotrasportatori infuriati hanno paralizzato le reti di distribuzione dei generi alimentari della Spagna e del Portogallo. La passività degli autotrasportatori statunitensi fino ad ora è stato un tratto impressionante della zombificazione generale della vita americana. Potranno continuare a trascinarsi via arrancando uno dopo l’altro fino a morire. Ma è anche possibile che ad un certo punto sferrino un’offensiva del tipo ‘La Notte dei Morti Viventi’ e che si vendichino contro il “sistema” che li ha portati alla rovina. L’America ha scorte di generi alimentari di solo tre giorni circa in tutti i suoi supermercati.


[La protesta degli autotrasportatori in Spagna]

La cosa ancora più sinistra qui è che le scarsità di cibo e petrolio sono due fallimenti che sono proprio chiaramente prevedibili per la seconda parte dell’anno. Ed è [un quadro] già abbastanza negativo senza pensare alle “incognite” che potrebbero aggravare le difficoltà dell’America di qualche tacca in più. La stagione degli uragani è appena iniziata -- messa in ombra per il momento dalla storia più eclatante del tempo nello Iowa. Il destino delle banche è un incidente ferroviario che aspetta di succedere. Per come stanno le cose -- e con l’avvento dell’alta stagione della politica e degli uragani -- potremmo ritrovarci non solo come una nazione bagnata, affamata e senza benzina, ma anche completamente al verde. Mi dispiace che non ci sia qui Tim Russert per parlarcene.

Titolo originale: "Status Quo-oh"

Fonte: http://jameshowardkunstler.typepad.com/
Link
16.06.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Una breccia nel muro

Strano: l'isolamento diplomatico di Hamas non è stato rotto dopo che il movimento islamista ha accettato le condizioni poste dal Quartetto nella primavera del 2006. No, è stato rotto nel più classico dei modi: quando i due attori in campo (Israele e Hamas) hanno dimostrato la rispettiva forza (militare), ed è apparso chiaro che nessuno dei due avrebbe ottenuto quello che voleva. Un gioco di guerra, insomma, come sempre. Sarebbe stato dirompente, invece, rompere quell'isolamento con le sole armi della diplomazia. E non, come invece è stato, con le armi della diplomazia piegate soltanto a evitare uno scontro (armato) dalle conseguenze molto, molto sanguinose. Leggi anche Joshua Mitnick sul Christian Science Monitor, e Haaretz sulle indiscrezioni riguardanti la seconda parte del negoziato, quello sullo scambio dei prigionieri. Anche queste indiscrezioni descrivono la più classica delle trattative: le due delegazioni nello stesso albergo, e i mediatori egiziani a far da spola.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Germania: il Presidente della Repubblica chiede meno tasse

 
Klimaschutz. [M] Quelle: dpa,ap,ZDFAmbiente L’altro ieri la Germania ha varato la seconda parte dell’ormai universalmente noto pacchetto per combattere il surriscaldamento globale. Il primo, di cui ho parlato la scorsa settimana in un articolo pubblicato da Ideazione e dalla rivista L’Arengo, riguardava la modifica alla normativa sulle energie rinnovabili, con forti incentivi a sole e vento; il secondo si inserisce più specificamente nel contesto della lotta al cambiamento climatico e, in prospettiva di un taglio radicale delle emissioni nocive, prevede un incremento dei pedaggi per gli auto-articolati (Lkw-Maut) e standard più rigidi per l'isolamento e l'efficienza energetica degli edifici (i costi per i tedeschi ammontano a cifre da capogiro). Intanto, però, la Merkel, ormai in piena campagna elettorale, spinge per non abbandonare il nucleare già nel 2020...

 

Steuerkonzept - CSU und SPD.Politica interna. Nel suo tradizionale discorso annuale nella sua residenza (Schloss Bellevue) il Presidente della Repubblica Horst Koehler, che si è da poco candidato per un secondo mandato, ha chiesto a governo e parlamento di fissare un nuovo calendario di riforme. Dopo l'Agenda 2010 del gabinetto Schroeder, che, ha detto Koehler, ha aiutato "la nostra economia a ripartire e a ridurre la disoccupazione", è necessario ora stabilire gli Eckpunkte (i punti chiave) per una Agenda 2020. I primi suggerimenti vengono dal presidente in persona: meno tasse, meno prestazioni sociali e riforme istituzionali per snellire e velocizzare gli organi di governo. D'accordo la CDU-CSU, che da qualche settimana è alle prese con un dibattito interno sulla questione del taglio alle tasse. Molto meno l'SPD che, afflitta da una crisi senza precedenti, chiede di rivedere la riforma che prevede l'innalzamento dell'età pensionabile a 67 anni già a partire dal 2009.

 

Maul einer Kuh. Quelle: dpaQuote-latte. In seguito allo sciopero del latte degli allevatori tedeschi, che dopo dieci giorni di stop hanno finalmente ottenuto l'aumento richiesto, l'Antitrust ha deciso di aprire un'inchiesta per verificare la trasparenza lungo tutta la filiera, "dalla mucca allo scaffale". Il Ministro delle politiche agricole Horst Seehofer, a chi gli chiedeva una revisione del meccanismo delle quote latte a livello europeo, ha risposto additando il cartello dei produttori al reale problema per gli agricoltori e i consumatori.http://germanynews.ilcannocchiale.it/


Petr Uhl: «I servizi segreti mi hanno proposto di lasciare il Paese»

Petr Uhl (Foto:Boris Svartzman)

Petr Uhl (Foto:Boris Svartzman)

Incontro con uno dei fondatori, insieme a Václav Havel, della Charta 77 . Sostenitore della Primavera di Praga e oppositore della Normalizzazione, ingegnere, scrittore e giornalista. E trozkista. Nove anni in prigione perché ha rifiutato l’esilio, oggi questo 66enne guarda all’Europa senza frontiere.

INTERVISTA

di Katharina Kloss. Traduzione federica campoli

 

«Il trotzkista con un’enorme tv al plasma». Queste le parole con cui un giovane giornalista francese che lavora a Praga ci ha parlato di Petr Uhl. Nella Repubblica Ceca il sessantaseienne dissidente, difensore dei diritti umani e pubblicista, è famosissimo. Oggi editorialista per il quotidiano Pravo, ci accoglie sulla porta della sua casa a Vinohrady, quartiere chic di Praga. Sua moglie Anna Sabatová, anche lei cofondatrice della Charta 77, non è ancora rientrata. Nel piccolo appartamento profumo di lenzuola fresche. In un francese perfetto, con un’ombra di tedesco, Uhl si scusa per gli attaccapanni appesi alle porte. La sua asciugatrice si è rotta oggi.
Attraverso il corridoio stretto, ci invita in salotto e ci mostra il libro Mai 68 expliqué à Sarkozy (Il Maggio Sessantotto spiegato a Sarkozy) del filosofo francese André Glucksmann, regalatogli da un amico giornalista. Poi si siede nel salotto buio e alle spalle l’enorme e sottile schermo al plasma, così diverso dal resto dell’appartamento.

Primavera di Praga o Primavera cecoslovacca?

Di storie potrebbe raccontarne per ore. Soprattutto quest’anno. Ricorrono i quarant’anni della Primavera di Praga. Pardon, «La primavera cecoslovacca», Uhl ci tiene molto. Nel 1965 si trovava a Parigi, studente in Ingegneria meccanica. Insieme agli studenti della Sorbonne sondava l’odore della rivoluzione parigina nell’aria, criticando lo stalinismo. «Ero emozionato e stupito di scoprire che a Praga, in piazza Venceslao, si poteva comprare Le Monde per tre corone», ricorda sorridendo. Il 21 agosto, quando le truppe del Patto di Varsavia marciarono a Praga, Uhl era ancora nella capitale francese, mentre a casa sua le speranze del Socialismo dal volto umano di Dubček venivano soffocate. La Normalizzazione prendeva piede.

Petr Uhl (Foto:Boris Svartzman)Petr Uhl (Foto:Boris Svartzman)

Giovani rivoluzionari

Qualche mese dopo è a Praga e riunisce gli studenti universitari fondando il movimento dei giovani rivoluzionari (Hnutí revolucní mládeze). «Gli attivisti, in quel periodo, erano soprattutto gli studenti di Lettere e Filosofia. Nel dicembre Sessantotto la gioventù rivoluzionaria (Hrm) appese i suoi manifesti nelle aule della Facoltà». Purtroppo, continua Uhl, «il gruppo è entrato in clandestinità già nell’aprile del Sessantanove. Ero tra i fondatori dei giovani rivoluzionari e avevo un ruolo che molti – purtroppo anche dei servizi segreti – stimavano come fondamentale. E così passai quattro anni in prigione». Uhl ricorda con grande naturalezza quei giorni passati, pregni di storia. Anche Sibylle Plogstedt, studentessa di Berlino ovest, al suo fianco nella lotta e nella vita all’epoca, venne processata nel 1971 e condannata a due anni e mezzo di prigione. Lei non resse al terrorismo psicologico e venne rimpatriata. Lui espiò fino alla fine.

Nove anni in prigione

In tutto Uhl ha passato in prigione nove anni. Con sua moglie Anna Sabatová, sposata dopo il primo arresto, Václav Havel, Jirí Dienstbier e altri artisti, politici, dissidenti e religiosi hanno redatto la Charta 77, un manifesto contro la violazione ripetuta dei diritti umani nel periodo della Normalizzazione in Cecoslovacchia. La petizione è stata sottoscritta da 241 persone. Un anno dopo creano il Comitato di Difesa per coloro che sono stati accusati ingiustamente (Vons) con esiti prevedibili: «Sono stato giudicato recidivo a causa del mio trotzkismo, e accusato di essere “pericoloso per la Repubblica”. Ho preso cinque anni, Havel quattro e mezzo. Quando sono tornato a casa, i bambini erano di colpo un diventati più grandi», scherza Uhl.

Nel periodo della prigionia non ha mai pensato a emigrare? «I servizi segreti mi hanno offerto di lasciare il Paese. Io ho delegato la decisione a mia moglie. Insieme alla Charta 77, lei era la cosa più importante della mia vita. Lei decise di restare e ne fui felice. Nessuno del nostro gruppo ha scelto di emigrare». La famiglia di Uhl all’epoca era sotto sorveglianza poliziesca permanente: un’auto sempre appostata davanti casa. Nonostante questo dalla sua casa in via dell’Anglická riusciva a comunicare e a mandare informazioni all’estero. Solo più tardi Uhl scoprì dov’erano nascoste le microspie. «Ovunque, tranne che in cucina, proprio là dove discutevamo».
Con Jirí Dienstbier lavorò durante gli anni Ottanta per un’azienda di gas e carbone. Nessuno voleva assumerlo come ingegnere. «Riuscivamo a battere a macchina tutta la notte e al mattino lui mi dava i suoi manoscritti. Dovevamo fare attenzione, nessuno doveva sapere cosa fabbricavamo là dentro».
Con la Rivoluzione di velluto, nel 1989 la svolta. Dopo la fine del regime comunista Dienstbier divenne il Ministro degli Esteri, Uhl divenne direttore dell’agenzia giornalistica Ctk.

Eurotrotter

Tanti anni d’impegno, la malattia e molti riconoscimenti. L’ultimo nel maggio scorso: il Karlspreis europeo dalla comunità dei Sudeti tedeschi per il suo impegno in nome dei diritti dell’uomo. Il suo discorso di ringraziamento recita: «Questo riconoscimento aiuta a cancellare le macchie sulla nostra storia comune, aiutando la coabitazione all’interno dell’Unione Europea. Mai più fondare la propria storia sulla segretezza o sull’occultamento del passato».

E nel suo salotto conferma: «L’Europa senza frontiere mi rende felice». Un esempio? «Con mia moglie siamo andati a una conferenza su Maggio Sessantotto di Cohn Bendit a Varsavia. Io arrivavo da Praga, lei da Strasburgo. Abbiamo preso il treno notturno e abbiamo viaggiato senza che polizia e doganieri ci disturbassero. Siamo tornati a Praga senza bisogno di mostrare documenti».http://www.cafebabel.com/ita/article/25206/petr-uhl-primavera-praga-charta-77-havel.html


Tutti contro MoDo

Secondo Clark Hoyt , il "public editor" del NYT, Maureen Dowd ha usato stereotipi sessisti nel parlare di Hillary Clinton. Dopo l'attacco di Hoyt, Andy Rosenthal, l'editor delle pagine dei commenti, ha difeso MoDo  dicendo appunto che i suoi sono commenti, per cui è difficile che non siano "opinionated". Ma ora arrivano siluri da tutte le parte. Io ho una passionaccia per la scrittura di Dowd per cui non sono obiettivo, ma continuo a pensare che l'equivalente italiano del "public editor" sia il Moige.
New York Times, TPM

http://giornalismoparma.typepad.com/


CACCIA ALLE BALENE: LA MORATORIA IN DISCUSSIONE?



Creare almeno un santuario per le balene al largo dell’Atlantico del sud dove la caccia dei cetacei sia proibita per sempre: è la proposta del cosiddetto Gruppo di Buenos Aires, che associa 13 paesi sudamericani, alla Commissione baleniera internazionale (Iwc) che si riunisce questa settimana a Santiago del Cile per discutere della protezione di questi mammiferi marini. Il nodo principale della sessantesima riunione annuale dell’Iwc ruota intorno all'opportunitàdi mantenere o meno la moratoria internazionale decisa nel 1986 sulla caccia alle balene: per modificare la moratoria sono necessari i tre quarti dei voti dei 78 paesi membri della Commissione, percentuale difficile da raggiungere per le divisioni tra "tutelanti" e “cacciatori”. Tra i paesi favorevoli alla protezione dei cetacei e alla promozione di un “turismo responsabile”, accanto al Gruppo di Buenos Aires, anche gran parte degli stati europei; Giappone, Islanda e Norvegia premono, invece, per una sospensione della moratoria, sostenendo che le balene “rubano” i pesci ai paesi in via di sviluppo, intaccando le risorse ittiche dei mari: pronta la risposta delle associazioni ambientaliste che fanno notare che l’unico responsabile dell’eccessivo sfruttamento delle risorse attraverso la pesca è l’uomo. Messico, Costa Rica, Panama, Argentina e Brasile, intanto, hanno già dichiarato le proprie acque territori liberi dalla caccia di balene, posizione alla quale dovrebbe aderire presto anche il Cile. [MV]

 

http://www.misna.org/


Gli europei di Mostar

Da Mostar, scrive Dario Terzić

Incidenti a Mostar per la partita Croazia-Turchia agli europei 2008. La città si divide nuovamente lungo la linea del Bulevar, la polizia interviene in forze per evitare gli scontri. La cronaca del nostro corrispondente
I titoli dei giornali facevano paura: “Mostar blindata”, “Mostar assediata dalla polizia”. Siamo nel giugno del 2008, non nel dopoguerra... Ma di cosa si tratta? Di nuovo scontri tra croati e bosgnacchi (bosniaco musulmani). Problemi con il famoso processo di riconciliazione o altro? Sì, si tratta di altro. Lo sanno tutti, si tratta di Euro 2008, della partita Croazia-Turchia. Da Sarajevo sono arrivati centinaia di poliziotti ben preparati e armati. C’è lo stato di allerta. Si attendono disordini.

Una persona che conosca anche solo un pochino la recente storia di Mostar si perderà per l’ennesima volta: ma cosa c’entra Mostar con la partita Croazia-Turchia? Eh sì, è un po’ difficile da spiegare. Ma possiamo provarci.

Da quando è finita la guerra tra croati e musulmani nel 1994, Mostar ha avuto periodi molto difficili. Il ritorno dei profughi, l’amministrazione divisa… Grazie anche al sostegno della comunità internazionale, col tempo la situazione diventava più tranquilla, e la vita in città più sicura. Ma Mostar in realtà non è mai stata riunita. Due città vivono una accanto all’altra: Mostar est, a maggioranza musulmana, e Mostar ovest, a maggioranza croata. La gente si è abituata a questo strano stato di tregua. Ma rimangono i momenti di rischio. Questi momenti sono quasi sempre legati alle partite di calcio. Soprattutto al derby fra le due squadre di Mostar, il Velež (est) e lo Zrinski (ovest).

Ogni volta ci sono disordini, vetri spaccati sul Bulevar, la via che (non) unisce le due parti, spari dappertutto, feriti… Niente di strano, dirà qualcuno, capita sempre, anche nella capitale italiana quando si scontrano Lazio e Roma. Sono quindi i tradizionali "malintesi" tra due squadre di calcio. Sì, solo che a Mostar riappare anche quell’elemento etnico… La situazione è questa quando si tratta del campionato nazionale. Quando poi c’è di mezzo un campionato internazionale, cambia tutto.

La parte ovest della città segue con grande entusiasmo tutte le partite della nazionale croata, i cosiddetti “Vatreni” (Focosi). E le segue in modo poco raffinato. Mentre in Croazia le partite vengono seguite in modo tranquillo, dignitoso, senza pistole e fucili, nella zona croata della Bosnia Erzegovina succede di tutto. I tifosi assomigliano sempre più a bande di giovani delinquenti che non hanno rispetto per nessuno. In Bosnia c’è un proverbio: “Essere cattolici più del Papa”. La stessa cosa vale anche in questo caso: per passare come “veri croati”, i tifosi oltrepassano ogni limite.

Invece di celebrare le partite della “propria” nazionale in modo civile, spesso si finisce con grandi provocazioni dirette verso l’altra parte. Quindi si va sul Bulevar, nella zona di nessuno, e si comincia a "festeggiare" lì, davanti agli occhi della popolazione musulmana.

A Mostar ricordano ancora i pesanti scontri avvenuti due anni fa, dopo la partita dei mondiali tra Croazia e Brasile. I tifosi croati durante una manifestazione molto aggressiva sono arrivati fino al Bulevar. E’ finita con spari, scontri con gli abitanti della Mostar musulmana, con la polizia, vetri spaccati. Nel rapporto della polizia, poco intelligente, c’era scritto che “si trattava di scontri tra i tifosi della Croazia e quelli del Brasile”.

Quella giornata era stata terribile per Mostar, ma era anche stata una lezione. Forse solo lì, molti hanno capito che la storia della convivenza e unificazione di Mostar era solo un’illusione. Almeno, quel giorno si è visto quanto odio e rabbia ci sono ancora in questa città. Si è capito che Mostar aveva solo rimosso le vecchie paure e incertezze, e che la guarigione era ancora molto lontana.

E così, anche Euro 2008 ha portato nella Mostar croata un nuova ondata di entusiasmo. Mentre questa parte della città era diventata una grande scacchiera biancorossa (come la bandiera croata), dalla parte musulmana, almeno nei primi giorni del campionato, si viveva in modo normalissimo.

Dato che la nazionale della Bosnia Erzegovina non era riuscita a qualificarsi per gli europei, qui non c’era grande euforia. E’ vero che alcune partite sono state seguite con più interesse, come quella tra Turchia e Repubblica Ceca, quando in alcuni bar di Mostar est si sono viste sventolare bandiere turche. Poi uno si chiede: “Come mai le bandiere turche? Cosa c’entrano i mostarini con la Turchia?” La solidarietà e la fratellanza musulmana, direbbe qualcuno. Un sentimento che c’è, e che c’è sempre stato, ma mai esagerato. Ma il peggio arriva con la notizia che la Turchia affronterà la Croazia. E’ lì che inizia l’inferno. E non si capisce più qual è la cosa più importante: che vinca la Turchia, oppure che perda la Croazia. Così molti, nella parte musulmana, stanchi delle provocazioni dei tifosi croati, per dispetto hanno cominciato a fare il tifo per l’avversario della nazionale croata.

Per evitare la brutta situazione di due anni fa, dopo la partita Brasile-Croazia, a Mostar si è fatto di tutto per assicurare la massima sicurezza per i cittadini e ridurre i rischi di scontro. La polizia questa volta era pronta a fare il proprio dovere. E l’ha fatto. Per fortuna, infatti, i disordini sono stati messi sotto controllo, e i tifosi non sono riusciti a passare da una parte all’altra della città. E’ tutto finito con sporadici scontri tra tifosi e polizia.

I Vatreni, dopo la sconfitta croata, hanno cercato di scaricare la loro rabbia sui poliziotti nel centro della Mostar croata. Dalla parte est, la polizia ha reagito dopo alcune bottiglie lanciate verso di loro dai bar della piazza centrale (Musala).

E poi, finalmente, un sospiro di sollievo per i mostarini. E’ finita. La squadra croata è stata eliminata, e quindi i loro tifosi si ritireranno in casa per seguire le partite degli altri. I tifosi della Turchia, almeno così si pensa, non dovrebbero creare altri problemi. A loro basta che agli europei non ci sia più la Croazia.

Fra qualche giorno, anche Euro 2008 finirà. E Mostar tornerà alla sua vita normale. Qualunque cosa sia, questa normalità.
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9769/1/51/

Le molte non-verità sul crollo in Sichuan di un dormitorio su 300 studenti
I genitori dei quasi 9mila studenti seppelliti dal terremoto sotto le scuole chiedono di sapere la verità, ma le autorità locali non vogliono dare risposte chiare. Intanto Pechino dice che combattere la corruzione è essenziale per il futuro del Partito ma non parla di indagini sulle scuole crollate.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Costruiremo scuole e ospedali “più robusti, più sani e più sicuri”, è la promessa del premier cinese Wen Jiabao in visita oggi in zone terremotate. Ma intanto non risulta che lo Stato cerchi davvero la verità sulle scuole crollate su migliaia di studenti.

Nella scuola secondaria di Muyu, nella montagnosa contea di Qingchuan, un dormitorio di tre piani è crollato seppellendo gli studenti durante il sonnellino pomeridiano. I genitori, che dal 12 maggio vengono qui ogni giorno a ricordare i figli, protestano che l’edificio aveva solo due uscite e una era chiusa al momento del sisma e che l’edificio – una ex fabbrica costruita da circa 40 anni - non era antisismico: fatto di mattoni e pannelli prefabbricati, senza pilastri di cemento armato, è crollato su stesso. Ma il 9 giugno una lettera del Comando centrale di Qinchuan per il terremoto ha annunciato che le indagini sono terminate, che “il dormitorio non era pericoloso” e che “entrambe le porte erano aperte al momento del terremoto”.

Peccato che fonti locali raccontino che la porta principale era chiusa, che lo studente Hou Bin (che ora pare introvabile) è corso ad aprirla e che già 40-50 persone erano là davanti senza poter uscire, che la ressa ha impedito a molti di uscire nel breve tempo prima del crollo. Peccato che Tang Shufa  abbia trovato tra le macerie, mentre cercava inutilmente il figlio di 14 anni, un documento ufficiale con data 24 febbraio 2006 che spiega che l’edificio non era sicuro e doveva essere demolito. Ma la scuola – prosegue il documento – “ha debiti per un milione di yuan e non può proprio pagare il costo di una ricostruzione”. Anche se ora un gruppo di indagine ha detto che il dormitorio non è compreso tra gli edifici indicati come pericolanti in questo rapporto.

Li Haosheng, segretario del Partito comunista della contea, si rifiuta di ricevere i genitori, che sono andati almeno 10 volte in gruppo fuori dei suoi uffici. Ora il Pc offre ai genitori oltre 10mila yuan (1.000 euro) per ogni figlio morto e li invita a desistere dal fare petizioni alle autorità superiori.

“Non vogliamo denaro, ma giustizia. Vogliamo risposte”, insiste Tang. “Io mi sono diplomato a questa scuola nel 1989 e già allora le mura di mattoni erano deteriorate”.

Dopo oltre un mese nemmeno è certo il numero delle vittime: le autorità parlano di 287 studenti, ma i genitori parlano di almeno 300. C’è ancora incertezza sull’esatto numero dei dispersi, che oggi nei dati ufficiali sono cresciuti a 18.522, 1.125 più di ieri, dopo che parenti angosciati hanno denunciato la scomparsa dei loro cari, lavoratori migranti nella zona del sisma.

Oggi un rapporto ufficiale del Pc indica che la lotta alla corruzione è essenziale per la sopravvivenza stessa del Partito e annuncia più stretti controlli specie sui funzionari locali. Intanto i genitori di Muyu parlano di corruzione: dal 1996 era stata loro promessa una nuova scuola e si chiedono dove siano finiti i fondi stanziati. Chiedono che parta da qui la nuova lotta alla corruzione.http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12582&size=A



giugno 23 2008

Claudio W. Scajola il grande trivellatore del Mare Adriatico



DI ALBERTO STATERA




«Trivellare, trivellare, trivellare», è il grido che George W. Bush ha lanciato al paese di fronte al carogreggio, chiedendo di abrogare la moratoria di 27 anni sulle ricerche di gas naturale e petrolio al largo delle coste americane. Lesto lesto, da Imperia, suo feudo elettorale sul Tirreno, gli ha fatto eco Claudio Scajola, neoministro italiano dello Sviluppo economico, che sulla falsariga del "collega" statista presidente degli Usa ha invocato la ripresa delle trivellazioni anche in Italia per ridurre i prezzi della benzina alla pompa.
«Lo sfruttamento delle risorse nazionali di idrocarburi, stimabili in 100 miliardi di euro ha trovato finora s'è indignato il nostro ministro un formidabile ostacolo sia nella complessità delle procedure di autorizzazione, sia nelle opposizioni a livello locale, come dimostrano le vicende dei giacimenti dell'Alto Adriatico, del Delta del Po e della Basilicata». Situazioni che, con la benzina alle stelle, il ministro dice di non «poter più tollerare». Così Claudio W. Scajola, come George W. per l'Atlantico, proporrà al prossimo Consiglio dei ministri, nell'ambito della «Strategia energetica nazionale», di ricominciare a bucare l'Adriatico.
Che meravigliosa, stimolante avventura nazionale. Sembra quasi farci tornare indietro ai tempi eroici di una sessantina d'anni fa, alla bella Italietta democristiana uscita dalla guerra, quando Enrico Mattei, per lanciare mediaticamente e politicamente l'Agip con i partiti e i giornali, sosteneva di aver trovato infiniti giacimenti di petrolio a Cortemaggiore, nella Val Padana, che sarebbe diventata l'inesauribile «cassaforte del paese».
George W. non avrà vita facile nel sostenere il progetto di bucare l'offshore, visto che non solo gli avversari democratici, ma anche un'icona repubblicana come Arnold Schwarzenegger, governatore della California, non permetterà mai di fare un buchino petrolifero sotto il mare, neanche se fosse la condizione per far vincere il candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain.
Scajola, per sua fortuna, non ha contro un governatore muscoloso come Schwarzenegger. Ma la statura fisica del governatore del Veneto Giancarlo Galan, pur assai meno tonicamente muscolosa, si avvicina per dimensioni a quella del collega californiano, rispetto alla costituzione piuttosto brevilinea del ministro ligure. Così, sarà interessante, dopo gli europei di calcio, seguire da una parte la sfida George W.Arnold, dall'altra quella ClaudioGiancarlo.
A Scajola il governatore che sta fondando il suo partito regionale "Forza Veneto", non l'ha mandata a dire. In modo «sommesso e pacato», come si usa dire quando uno è molto incazzato, gli ha fatto rilevare che i giacimenti di idrocarburi dell'Alto Adriatico sono stati per lunghi anni al centro di ricerche assai approfondite, che hanno dimostrato come un eventuale sfruttamento di quei giacimenti metterebbe a rischio la sopravvivenza fisica di Venezia, della sua laguna e di quella del Delta del Po.
Magari il nostro Schwarzenegger lagunare esagera, come molti suoi concittadini veneziani a cominciare da Arrigo Cipriani, ma è un fatto che soltanto nel 2002 il Parlamento nazionale approvò una legge, la 179, che vietò l'estrazione di idrocarburi in Alto Adriatico. «Se non ricordo male ironizza Galan il governo era presieduto da Silvio Berlusconi e ricordo invece benissimo che furono i parlamentari veneti di centrodestra a volere quella legge, per evitare fenomeni fatali a Venezia, a Chioggia e al Polesine».
Galan non ricorda male, ma avendo anche lavorato a Publitalia, sa quanto sia di memoria corta non tanto l'inclito Scajola, che ha un infinito album di ricordi democristiani, ma soprattutto il suo leader Silvio Berlusconi.
a.statera@repubblica.it

L'opposizione anomala
di Barbara Spinelli, La Stampa -
Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata.

Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria.

Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno.

Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione.

In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera.

Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest.

Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto.

I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.

Il parricidio rimandato


Norma incostituzionale, ecco perché
Vittorio Grevi, Corriere della Sera,

I due emendamenti Berselli- Vizzini, approvati dal Senato, in sede di conversione del decreto legge sulla «sicurezza pubblica», imboccano una strada gravida di conseguenze di assai dubbia legittimità costituzionale, sul piano dei rapporti tra potere politico e giustizia. Anche se il problema riguarda specialmente il secondo dei due emendamenti.
Il primo di essi, infatti, si limita a prescrivere una sorta di corsia privilegiata, soprattutto per i processi concernenti i reati di maggiore allarme sociale, ovvero con imputati detenuti, stabilendo che il giudice debba assegnare loro «precedenza assoluta». Sicché, in sostanza, tutto si risolve in una prescrizione di tipo organizzativo, ispirata al buon senso, e del resto già dettata in situazioni analoghe. L'altro emendamento, invece, impone una sospensione obbligatoria per legge, della durata di un anno, rispetto a tutti i processi (purché relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002) già pervenuti alla fase dell'udienza preliminare o del dibattimento, con la sola eccezione di quelli per i quali è prevista la suddetta regola della priorità di trattazione.
E' proprio questo meccanismo di sospensione automatica dei processi per numerosi reati anche gravi (dalle rapine alle estorsioni, dai sequestri di persona a varie forme di associazione per delinquere, quasi tutti i reati contro la pubblica amministrazione, a molti altri) ciò che suscita le maggiori perplessità. Perché, così, con un tratto di penna e in modo meccanico, il legislatore finirebbe per bloccare l'esercizio della funzione giurisdizionale, anche con riferimento a processi magari già pervenuti a conclusione. E tale sospensione dovrebbe operare indipendentemente dalla circostanza che, in concreto, di fronte a quel certo organo giudicante, vi sia la necessità di assicurare «priorità assoluta» ad altri processi ritenuti in astratto meritevoli di precedenza (con il risultato che, anche nell'assenza di una siffatta necessità, tutti i processi diversi da questi ultimi dovrebbero comunque rimanere fermi per un anno).
Si tratta di una conseguenza davvero paradossale, che appare fortemente sospetta di incostituzionalità. Sia in rapporto al principio di obbligatorietà dell'azione penale (che vuol dire anche obbligo di celebrare i processi già avviati); sia in rapporto all'esigenza di «ragionevole durata» dei tempi processuali; sia, ancora, in rapporto al principio di eguaglianza (a causa dell'arbitrarietà della scelta legislativa riguardante i processi da sospendere). Nello stesso senso, del resto, si sono già espressi non solo l'Anm, ma anche gli avvocati delle Camere penali, ed è probabile che non sarà molto dissimile l'atteso parere del Csm.
Inutile aggiungere che queste conclusioni discendono dall'irragionevolezza in sé del congegno di «blocco» radicale che si vorrebbe introdurre rispetto a determinati processi, e quindi prescindendo della constatazione che fra i processi destinati a essere sospesi rientrerebbe anche quello per corruzione giudiziaria nell'«affare Mills-Berlusconi». La circostanza che il premier Berlusconi abbia voluto sottolineare, anche in sedi istituzionali, una sorta di collegamento tra le due vicende (parlando in veste di presidente del Consiglio, ma usando anche gli argomenti tipici di un imputato) non fa che sottolineare una grave anomalia dei tempi che stiamo vivendo. Poiché molti non hanno ancora compreso che anche gli uomini politici sono sottoposti alla giustizia (soprattutto per i reati comuni) e devono, ove occorra, tutelare i loro diritti, con ogni più ampia garanzia, esclusivamente nelle aule giudiziarie. Non, dunque, attraverso nuove leggi.


Furio Colombo: Quell’opposizione spaventata dall’antiberlusconismo più che da Berlusconi

di Furio Colombo

Dici “berlusconismo” e ti guardano come un ossessionato e magari anche uno indispettito dal successo del padrone-primo ministro d’Italia. Dici “anti-berlusconismo” e subito, da quella che dovrebbe essere la tua parte e dovrebbe fare l’opposizione ti dicono: non cadremo nella trappola dell’anti-berlusconismo.

Si vede che non hanno letto lo storico Enrico Gentile quando dice: “Il totalitarismo è una tecnica politica che può essere applicata continuamente in una società di massa. Può accadere anche oggi. Una tecnica che punta a uniformare l’individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo della informazione”. Vi ricorda niente? Non saranno le ronde leghiste, i sindaci e notabili del Pd che a uno a uno si arrendono alle ronde (i vigilantes sono fuori legge in ogni altra democrazia) ed esigono incostituzionali poteri di arresto e di espulsione, (non si tratta di malavita che avanza al Nord, si tratta di perseguitare zingari e immigrati)? Non sarà la militarizzazione del territorio italiano, misura estrema annunciata con l’aria di un normale provvedimento amministrativo e accettata con disciplina militare da chi dovrebbe denunciare la grave decisione in Europa? Non sarà l’aumento improvviso dei morti in mare (significa che si fa mancare il soccorso), e l’aumento disinvolto e festoso dei luoghi e dei tempi di detenzione degli immigrati, e il fallimento reso possibile e anzi inevitabile da Berlusconi in persona, dell’Alitalia e delle sue migliaia di lavoratori? Non dovrebbe tutto ciò preoccupare i cauti oppositori più dei “girotondi” e delle continue denunce, come di una vergogna, dell'anti-berlusconismo?

LA FRASE DEL GIORNO
“Furio Colombo, già presidente della Fiat Usa, e poi direttore e di ispirazione girotondina, ha questo di forte: il tono di voce, che gli viene raffinato, chic”.
Fabrizio Roncone, Corriere della Sera, 21 giugno

LA NOTIZIA DEL GIORNO
Durante l’intervallo di “Gomorra”, al cinema Metropolitan di Roma, Furio Colombo ha attraversato la sala per recarsi in bagno. Furio Colombo alla moglie Alice: “Mi scappa, non ce la faccio più”. (Foto U. Pizzi)
www.dagospia.com. 26 maggio

IL CRIMINE DEL GIORNO
“C’è un imputato a Roma. Ma stavolta è Travaglio. Il Gandhi del giornalismo italiano è stato rinviato a giudizio non per uno scoop scomodo. Dovrà essere processato per il reato di diffamazione a mezzo stampa”. (Si tratta di una querela di parte, e il querelato è Fabrizio Del Noce, offeso dal giudizio di Travaglio, sul suo lavoro. NdR)
www.dagospia.com, 17 giugno

Note semiserie sullo sfinimento del bravo democraticobarra articolo

di Maria Rita Rendeù

Contrordine compagni, in autunno si torna in piazza.
In piazzaaa?! Oddio, a parte la scomodità di stare in piedi a piazza San Giovanni, magari con i tacchi a spillo per le donne e in giacca e cravatta per gli uomini, che rottura questi antichi riti di una sinistra che ormai avevamo data per archiviata! E poi con chi ci andiamo? Mamma mia, speriamo di non ritrovarci accanto quelli che hanno organizzato per anni qualche Festa dell’Unità. Te li immagini? Ancora magari con la bandiera rossa, stavolta nascosta sotto la giacca per non farsi vedere dal locale dirigente del Pd, che avrà dato, ci auguriamo, disposizioni per evitare qualsiasi vessillo sia della gauche che della laïcité, ammesso e non concesso che i locali dirigenti del Pd si siano tutti uniformati al modello della religious freedom (a latere: Luca Diotallevi, sei unico e mi piace da morire contestarti un po’, ma stavolta solo di sfuggita perché qui parlo d’altro…).
Ma come, da bravi democratici avevamo imparato a prendere sul serio un partito il cui capo gode nel dire barzellette che non fanno ridere così come gode nel fare dello spazio pubblico il cortile di casa propria, avevamo superato lo choc di Fini invitato ai grandi meeting dell’Azione cattolica (choc solo per alcuni perché per molti era la logica e giusta conseguenza del bipolarismo), avevamo capito che i neri in fondo altro non sono che i bravi figli degli altrettanto bravissimi ragazzi-che sbagliano di Salò, avevamo accettato e legittimato Fini come riformatore referendario, avevamo metabolizzato quel certo imbarazzo provato nell’apprendere che un boss della mafia era di casa ad Arcore e abbiamo pure girato le orecchie da un’altra parte quando lo abbiamo sentito definire un eroe da parte del principale esponente dello schieramento avversario (sì, qualcuno ha protestato, ma nessuno si è sognato di interrompere per questo il progetto di una ‘legislatura costituente’), avevamo finalmente smesso di indignarci per le donne usa e getta consumate sui divani di qualche ministero o di qualche rete televisiva, avevamo smesso di “demonizzare” ogni volgarità e ogni scempio istituzionale consci che il vero nostro obiettivo epocale era uno straccio di riforma elettorale e costituzionale, avevamo pure smesso di “mitizzare” la Costituzione perché con qualcuno la devi pure concordare sta riforma e pazienza se questo qualcuno non rientra nell’arco costituzionale o comunque non si ispira ai principi dei padri costituzionali ma a quelli di qualche loggia massonica di gelliana memoria, per non parlare anche di noi catto-democratici che avevamo pure smesso di “mitizzare” il Concilio per non essere troppo ‘di sinistra’ (anche perché, diciamocelo, come lo concili sto Concilio con la Chiesa contro-riformata in veste di lobby di parte e lobby ‘in sintonia’ con il nuovo clima come Ratzinger, nonché ‘rassicurata’ dal nuovo governo come Boffo?), avevamo….
e ora dopo aver imparato, capito, de-demonizzato, demitizzato che facciamo? Torniamo in piazza? Non ne abbiamo più né la stoffa né la forza. Avevamo ragione a contestare con durezza i vertici della sinistra estrema forgiati più dal cachemire e dai salotti che dalla lungimiranza politica, o i vertici che galleggiano in un mare di ‘monnezza’ o di ‘nomenklatura’ (e che comunque nel ‘nuovo’ Pd continuano a galleggiare). Ma la strada era quella dello ‘scivolo’ per la caduta del governo Prodi? Nessuna simpatia per l’idea tecnocrate della politica e dell’economia, ma eravamo avvertiti della posta in gioco? Era pensabile una alleanza per una riforma che non partisse da una alleanza per una idea di società, di democrazia, di stato di diritto, di moralità istituzionale o che addirittura covasse in sé il ‘non detto’ di una contro-alleanza in vista di un totalmente divergente ethos pubblico, nel senso Martiniano del termine? (pardon, dimenticavo che dovevamo pure “demitizzare” il cardinal Martini, troppo ‘spiritualista’).
Se sapevamo che chi avevamo di fronte ci avrebbe “addirittura” costretto a tornare in piazza, nonostante la nostra nuova allure moderna e modernizzante, il nostro bon ton bipolare e il fastidio verso le ‘liturgie della sinistra’, come ci è venuto in mente di lavorare strenuamente da tempo (da ben prima della discesa in campo di Veltroni) per legittimarlo come interlocutore istituzionale? Guardate che mancava poco perché lo ‘digerissimo’ pure come possibile Presidente della Repubblica: in fondo, perché no? Non sarebbe stato irresistibilmente moderno e modernizzante, irresistibilmente bipolare e ‘da riformisti’ far diventare ‘anglosassone’ la nostra Italia fornendola di un Presidente della Repubblica che tanto anglosassone veramente non è, non capisce bene il problema del conflitto di interessi, ma che comunque è l’avversario da non “demonizzare”? Un Presidente della Repubblica magari eletto direttamente dal popolo dopo opportuna ‘riforma’ (probabilmente senza contrappesi parlamentari perché le riforme non si fanno mai completamente democratiche in Italia, o comunque si interrompono sulla soglia del divenire democratico nonostante la buona fede e le più che ottime intenzioni dei riformisti che conosciamo e stimiamo, e che stimiamo davvero tanto, senza alcuna ironia). Diremmo, ironicamente, che tale e tanto sforzo di legittimazione di chi rema contro la propria idea di democrazia è più di matrice francese che anglosassone (povero Voltaire…). Diremmo altresì, stavolta più seriamente, che è più di matrice cattolico-secolare che protestante (la tentazione del cattolicesimo secolare di ricomprendere in sé tutto, di metabolizzare-benedire-governare tutto e di non scegliere da che parte stare, scordando che l’universale, cattolica ‘assunzione’ del mondo è in Dio, è nel Verbo del Padre e non già nel potere degli uomini, sia pure potere ‘cattolico’).
Si dirà: ma adesso dobbiamo scendere in piazza perché “stavolta” si è superato ogni limite: attacco alla Costituzione attraverso l’attacco all’obbligatorietà dell’azione penale, stravolgimento dell’ordine democratico attraverso l’attacco frontale e generalizzato alla magistratura, messa in discussione della legge stessa e dello stato di diritto, interesse privato in atto pubblico ecc. ecc.
… “STAVOLTAAA”?! A parte il fatto che gli estremi di tutto ciò si ravvisano anche in molte altre esternazioni e provvedimenti del nostro, non ce ne facciamo niente delle grida a singhiozzo intervallate da lunghi periodi di operoso ‘riformismo’ dottorale e distaccato.
O in autunno scendiamo in piazza per arrivare poi all’inverno in cui … “a prescindere che lo proponga il Pdl, in fondo va rivista l’obbligatorietà dell’azione penale, in fondo è vero che ‘in America’ i pm sono separatissimi dalla funzione giudicante, in fondo è vero che il liberismo chiede flessibilità e pazienza se intere generazioni ‘non-vivono’ nel precariato più devastante, in fondo.. in fondo.. perché non tentare un ‘patto col diavolo’ pur di salvare l’Italia”?
Ma qui non c’è più nemmeno il diavolo! Lo abbiamo ‘de-demonizzato’ da tempo, abbiamo supinamente accettato la sua logica, Mammona è nostro fratello da una vita, abbiamo bevuto l’acqua dei pozzi avvelenati e non ci siamo neppure accorti di essere stati intossicati (guai a dire che la cultura di fondo del nostro tempo pagano e veicolata dai media è da contrastare, si rischia di essere tacciati di radicalismo sinistrese anche se Bertinotti non l’hai mai votato). Abbiamo imparato e insegnato a “fare gli americani” in salsa italica (già perché là, “in America”, si va invece in galera per truffa o corruzione, spesso anche se si è potenti), scordandoci che da noi “tu vo’ fa l’americano” non si traduce mai nella parte buona del kennedysmo, ma nella macchietta del guerrafondaismo dei ministri del centro-destra o al massimo nella spregiudicatezza del kissengerismo tradotta nelle nostrane trame occulte di realissimi poteri e soggetti.
E poi, suvvia. Con l’acqua sporca abbiamo buttato via anche il bambino. In nome del riformismo democratico abbiamo con snobismo dilapidato la riserva aurea di risorse umane e politiche, di un umano sentire, di umane passioni e istanze democratiche che certamente il riformismo democratico volevano e non la Rivoluzione d’ottobre, solo che lo volevano con alcune chiare discriminanti sociali e culturali, non ultima la chiara scelta di campo contro il ritorno della guerra come mezzo per la risoluzione di determinati conflitti internazionali. Li abbiamo sbrigativamente bollati come ‘sinistra da abbattere’ - e certi vertici se lo meritavano pure - ma poi abbiamo preteso di trasformare la sinistra in una liberal dependance del riformismo, magari del riformismo di matrice cattolico-popolare, e siamo arrivati a considerare loro ‘il nemico’, dopo aver predicato la fine della cultura del nemico a vantaggio di Berlusconi. Questa riserva aurea di partecipazione democratica (comprese, sissignori, anche le feste dell’Unità e chi scrive non si è mai sentita di appartenere a quel mondo ma era democraticamente sollevata dal fatto che quel mondo, quella tradizione esistesse. In mezzo c’erano mescolati opportunismi e rendite di posizione, parassitiche ‘consorterie’ partitiche e sindacalesi? Bene, queste cose andavano eliminate, e non l’idea stessa di una partecipazione sociale radicata nella storia del movimento operaio prima e nella sinistra italiana poi), questa riserva aurea, dicevamo, l’abbiamo in larga parte umiliata, annichilita e dispersa, non siamo stati capaci di traghettarla verso il riformismo democratico, e questa, se permettete, è quanto meno una amara sconfitta di tutti, sulla quale almeno riflettere senza una sbrigativa alzata di spalle.
Contro chi manifestiamo in autunno? Contro noi stessi? Protestare rischia di essere una pantomima se abbiamo smesso da tempo di essere capaci di ”indignazione”, nel senso profondo e non episodicamente effimero insegnatoci da Mounier, ma non addentriamoci nelle cose serie. Perché la questione democratica è una cosa seria in Italia, così come la questione morale, o la questione cattolica o la questione meridionale-mafie. Il sistema Italia vive di queste questioni, ci “convive”. Il problema è se qualche schieramento politico le voglia non diciamo risolvere ma quantomeno affrontare. Qualcuno ci ha provato, ma nessuno schieramento ha tradotto questo conato eroico in sistema-Paese. E a noi democratici occorrerebbe un disegno capace di cultura politica, capace di ridare animo ai soggetti reali che ancora cercano, magari inconsciamente, non un “contrordine compagni” in preda al momento, ma un contro-ordine del mondo capace di convivenza umana e quindi capace di società. Riformismo non vuol dire moderatismo e accettazione dell’ordine mondiale esistente, ci insegna il cardinal Martini (accidenti, ci ricasco sempre). D’altra parte noi quando andiamo a Messa non ascoltiamo quel Nazareno che un giorno disse, e ancora ci dice: “Sta scritto, ma io vi dico…”?

P.S. Leggo la notizia circa la messa in discussione esplicita della leadership di Veltroni. Non mi ‘iscrivo’ al partito di quelli che lo vogliono far cadere, non mi interessa. Le cose che ho scritto non hanno a che vedere con le beghe di nomenklatura, e soprattutto non vedono leader ‘innocenti’, compresi quelli di derivazione demo-catto-popolar-prodiana o quelli della casta di matrice diessina.
http://www.landino.it/articoli.php?id=210

“Una priorità è incrementare il dato della natalità”, rieccoci, stavolta è Giorgia Meloni, 31 anni, nessun figlio. È che lei deve fare il ministro, non c’ha tempo. Ma, visto che mica tutte le donne possono fare il ministro, quelle che non reggono un dicastero facciano figli.
Anche se sei donna, quando appartieni una certa area culturale, ti viene istintivo usare l’utero altrui.



Postilla Devo portare in homepage un commento che Rolli ha lasciato al post, perché è un gioellino tassonomico: “Non hanno fatto un giorno di naja e ti mandano in Iraq; hanno scopato una vita con pillole e preservativi e li considerano viatico dello stupro; abortiscono al settimo mese e poi finanziano Il Foglio; garantiscono le loro concubine in Parlamento, e poi si oppongono ai pacs; divorziano, convivono, si risposano e poi fanno il Family Day; passano metà della loro vita a fare calendari nude e provini da veline, e poi con lo sguardo vuoto invitano i gay alla sobrietà; non sanno una parola di greco, latino o inglese, e poi decidono le prove d’esame”. Be’, da applauso. http://malvino.ilcannocchiale.it/


Parisi e la crisi del Pd: a questo punto va cambiato leader
di Maria Teresa Meli, Corriere della Sera -

Arturo Parisi va avanti nella sua battaglia. Anche dopo il diverbio con Veltroni. Dopo le accuse che gli hanno lanciato, eccezion fatta per Marini che lo ha riconosciuto come un avversario interno autorevole e leale nonchè ruvido. Quindi Parisi non lascia. Anzi raddoppia e chiede le dimissioni del segretario.
Professore, la vicenda dell'altro ieri è chiusa?
«Quel che è avvenuto è gravissimo, ma era esattamente quello che purtroppo mi attendevo, però, per "tranquillizzarli", voglio dire che non mi arrenderò: continuerò la mia battaglia per la legalità nel partito. Il Partito Democratico è stato attraverso l'Ulivo l'obiettivo della mia vita. No. Non facciano conto sulla mia resa ».
Pare di capire che non sia solo un problema di legalità, ma anche politico. Che cosa avrebbe voluto sentire da Veltroni?
«Mi auguravo che, invece di assumere nientimeno che a spartiacque la lettera di Berlusconi a Schifani, confermando la subalternità del Governo ombra al calendario e all'agenda del Governo sole, ci annunciasse che la campagna elettorale era finita e con essa l'inevitabile menzogna che è implicita nella propaganda, e che era iniziata finalmente la stagione della verità, il momento di prendere sul serio la risposta degli elettori.
E invece niente.
«Dicono che seppure dopo due mesi questa volta Veltroni abbia riconosciuto la sconfitta. Quale riconoscimento? Al massimo la sua è stata l'inevitabile presa d'atto della sconfitta elettorale. Nulla ci ha detto invece sulla sconfitta politica, niente su Roma, sulla Sicilia, sulle altre amministrative, che dalla Sardegna alla Val d'Aosta sono state anch'esse un disastro: ci ha detto di più sulla sconfitta delle amministrative del 2007. Mi sembrava di essere nella gag di Totò».
Scusi!?
«Si quella in cui un signore schiaffeggia Totò chiamandolo Pasquale, e più lo schiaffeggia e più Totò ride. Tanto che quello gli chiede: "Ma come, più io ti meno più tu ridi?" E Totò gli risponde: "E che sò Pasquale io? Volevo vedere dove andavi a finire". Veltroni è così: pensa che gli schiaffi che gli han dato gli elettori siano sempre diretti al governo Prodi. E in questo modo siamo arrivati al ridicolo di un Pd che continua a presentarsi come partito a vocazione maggioritaria, mentre in Sicilia prende il 12,5 per cento».
Ma lei, onorevole Parisi, che avrebbe detto se avesse preso la parola all'Assemblea?
«Avrei detto che il problema non è la sconfitta elettorale. Quella era inevitabile. E' stata scelta a tavolino nel momento in cui abbiamo deciso di alleggerirci dall'ossessione della quantità delle risposte. Ma il fatto è che non l'abbiamo sostituita con la qualità della proposta».
Si riferisce alla separazione dal Prc?
«Si, per la quantità, alla separazione consensuale con Bertinotti. Ma senza la qualità Veltroni non ha vinto e non vincerà domani nè dopodomani. E' questo che fa delle elezioni sono state un fallimento totale».
Non le sembra di essere troppo duro, Professore?
«Serio, non duro. Sì. Lo riconosco. Ho difficoltà a riconoscermi nel clima zuccheroso, buonista e sorridente che ha da sempre caratterizzato la leadership veltroniana. Non avevamo bisogno di Tremonti per riconoscere che il tempo presente è dominato dalla paura. Questo Veltroni ieri lo ha riconosciuto. Quello che tarda a capire sono gli elettori che quando ci vedono sorridere non riescono proprio a capire cosa abbiamo da ridere. Ci sono state stagioni nella quali "pensare positivo" era di moda, e bastava copiare alla lettera gli slogan e le forme della propaganda americana. Questa è invece una stagione nella quale c'è bisogno di una guida e di un pensiero che sia almeno serio, se non forte, e comunque nostro».
E quale pensiero serio formulerebbe su questo Pd che stenta a crescere?
«Diciamo che questa è la premessa che mi costringe a riconoscere che purtroppo la formula che finora ho usato non è più sufficiente».
Ossia?
«Mi illudevo di poter distinguere la leadership dal leader e perciò chiedevo a Veltroni di cambiare linea. Sono passati due mesi pieni e di fronte ai ripetuti avvertimenti che ci vengono dagli elettori e dall'interno del partito la linea non è cambiata. E' evidente allora che a questo punto bisogna cambiare leader».
Perchè lo chiede, visto che dicono che sta per andarsene dal Pd e che formerà un nuovo movimento?
«Si illudono: devono provare a cacciarmi. Non sarò io ad andarmene. So che è questo il loro sogno. Troverò il modo di tenerli svegli. E' bene che ricordino che il Partito democratico è stato per me come per molti il mio partito molto prima che per loro».
Quindi, cambiare leader. Non lo chiede nessuno, però.
« La passione per il Pd mi impone come dovere morale di dire in pubblico quello che quasi tutti dicono in privato. Anche a costo di fare la parte del bambino che dice "il re è nudo". Quella che mi scandalizza di più è la slealtà verso Veltroni: preferiscono tutti tirare di fioretto, ferirlo di punta, mettendo nel conto che l'avversario si dissangui a poco a poco. Ma così si dissangua anche il Pd e la democrazia italiana. E' per questo che son stato d'accordo con Veltroni che voleva aprire la fase congressuale. Apriamola, dissi, per capire chi siamo e dove andiamo. Purtoppo, però, il rifiuto è stato corale. In molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità. Più tempo passa, più credo nella regola secondo la quale chi perde va via, senza tragedie, per evitare che la crisi di una leadership si trasformi nella crisi del partito».


Soldi buttati
Afghanistan, il fallimento dell’esercito ‘made in Usa’
Oltre sette milioni e mezzo di dollari – soldi prelevati dalle tasche dei cittadini statunitensi – sono stati spesi ogni giorno, per sei anni, dal loro governo per addestrare e armare le forze di sicurezza che devono combattere i talebani in Afghanistan. Con quale risultato? Nessuno! E’ questo il succo del lungo e dettagliato rapporto pubblicato mercoledì scorso dal Government Accountability Office (Gao), l’organo del parlamento statunitense che vigila su come il governo di Washington spende il denaro pubblico.
 
Reclute afganeEsercito e polizia afgani quasi inutilizzabili. Nel rapporto del Gao si legge che dal 2002 a oggi l’amministrazione Bush ha speso 16,5 miliardi di dollari per costruire in Afghanistan un esercito (10,3 miliardi) e una polizia (6,2 miliardi) che fossero in grado di combattere da soli la guerra contro i talebani entro il 2011-20012 e di garantire autonomamente la sicurezza e l’ordine nel Paese asiatico.
Il risultato, ad oggi, è che solo due unità dell’esercito afgano sulle centocinque esistenti sono in grado di operare in autonomia, una quarantina sono capaci di combattere solo in affiancamento alle forze Nato. Tutte le altre unità sono ancora completamente inutilizzabili.
Ancor più drammatica la situazione per le forze di polizia: nessuna delle 433 unità costituite è ancora pienamente in grado di lavorare autonomamente sul territorio, solo il sette percento lo è solo parzialmente e con il sostegno Nato. Il resto delle forze di polizia sono assolutamente non in grado di svolgere i loro compiti.   
 
Humvee per l'esercito afganoUna fregatura per molti, un affare per pochi. Il contribuente statunitense, che difficilmente leggerà mai questo rapporto – citato solo di striscio in un editoriale del New York Times di venerdì, non sarebbe certo felice si sapere che il suo governo da una parte taglia la spesa pubblica sanitaria e scolastica, dall’altra spende sette milioni e mezzo di suoi dollari al giorno per la guerra in Afghanistan alla voce ‘addestramento e armamento forze locali’.
Ma la vera domanda è: a chi vanno questi soldi? Agli afgani? No, vanno a chi viene pagato per addestrare e armare gli afgani, ovvero all’esercito Usa, alle aziende private Usa che collaborano con esso e chiaramente ai fabbricanti di armi e mezzi militari statunitensi. Un esempio: l’amministrazione Bush ha speso dal 2002 a oggi 3,7 miliardi di dollari (quasi due milioni di dollari al giorno) per equipaggiare l’esercito afgano. Guardacaso, le armi in questione (migliaia di fucili M-16, centinaia di blindati Humvee) sono tutti di fabbricazione Usa. Si sa: la guerra è una fregatura per molti e un grande affare per pochi.
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=11423

Fermiamoci

di Mikhail Sergeyevich Gorbachev

iraqguerraLeggo che la guerra in Iraq è già costata 3 trilioni di dollari. Qualcuno dice 5. Tre mila o cinquemila miliardi di dollari.

Leggo che, se continuiamo  a vomitare nell'atmosfera terrestre, ai ritmi attuali, milioni di tonnellate di anidride carbonica per altri dieci anni ( ma è bene che si sappia che in realtà noi stiamo aumentando questo flusso)non riusciremo più a contenere, in questo secolo,l'aumento della temperatura dell'atmosfera entro i due gradi centigradi.

SICCIT--550x342Il che a sua volta provocherà catastrofi climatiche, ambientali, agricole,alimentari che produrranno- dicono gli esperti delle Nazioni Unite- migrazioni di massa di centinaia di milioni di individui, che saranno costretti a fuggure dalle loro regioni inondate dal mareche crescerà di livello o desertificate dal sole, verso aree dove sarà ancora possibile bere acqua potabile e mangiare qualcosa.

Leggo che la domanda di energia stà già ora sopravanzando le nostre capacità di estrarla dalla terra e che tra cinque o sei anni il petrolio che la sola Cina cercherà spasmodicamente sul mercato sarà superiore alla quantità che il mercato offre.

kokeshi_siryouLeggo, e so, che la spesa per produrre nuove armi, incluse quelle atomiche, si sta moltiplicando e si sta moltiplicando a ritmi superiori a quelli della guerra fredda, dalla quale tentai di far uscire il mondo.

Alla luce di queste cifre mi è moolto chiaro a cosa potrebbero servire quelle armi. I più forti pensano di prepararsi alla guerra per consentire a se stessi e ai più ricchi (le due categorie sono in realtà una sola) di mantenere le loro ricchezze e continuare a bere, a mangiare, a esistere.

muroRicordo che, quando cominciai il tentativo di riformare l'Unione Sovietica, pensai che la perestrojka ( parola russa che in italiano significa " ricostruzione" )dell'Urss non sarebbe bastata: pensai che sarebbe stata necessaria una perestrojka per il mondo intero.

Invece non c'è stata nessuna perestrojka. Gli Stati Uniti hanno pensato di aver vinto e si sono considerati i padroni. Sono trascorsi 23 anni e il mondo ha continuato a correre verso la distruzione, facendo guerra alla natura. Questo significa che abbiamo proseguito una guerra contro noi stessi, alimentando uno sviluppo insensato che, ormai, è diventato palesemente impossibile a mantenersi.

seeschlossl_velden_breakfastNel 1972 il Club di Roma avvertì il mondo che la politica e la scienza avevano quarant'anni di tempo per porre rimedio. Ma nessun rimedio è stato affrontato. E non abbiamo neppure pensato di costruire istituzioni internazionali in grado di prendere le decisioni necessarie mediante consenso e con procedure democratiche.

Leggo che basterebbe una piccola parte di quei tremila miliardi di dollari per salvare milioni di individui dalla morte certa nei prossimi decenni. Ed è evidente che non ci potrà essere pace nemmeno per noi, che ancora possiamo mangiare e bere, se questo diritto vale- il primo dei diritti umani- sarà loro negato. E' per questo dico: fermiamoci. Almeno un attimo, a riflettere.

 Gorbachev § Foundation

http://www.thejournalist.splinder.com/


Disagi copti

A intervalli regolare, la condizione dei copti in Egitto passa da uno stato di equilibrio precario a scossoni che hanno poi bisogno di tempo per essere riassorbiti. Dopo molti anni di (sostanziale) quiete, queste sono settimane un po' complicate. L'ormai molto anziano pope Shenhouda è negli Stati Uniti per curarsi, e intanto in quello che è sempre il luogo in cui le scosse telluriche interreligiose avvengono - e cioè il governatorato di Minya - sono avvenuti episodi che rischiano di intaccare il precario equilibrio dell'ultimo decennio. Al centro di tutto, una disputa sui terreni che ha portato alla morte di due monaci. Ora la situazione sta degenerando, visto che Shenhouda e il governatore di Minya sono venuti ai ferri corti.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


Mai così alta dal 1995 l’inflazione in India
In India indice dei prezzi a +11,05% dopo un piccolo aumento del carburante. Per anni India e Cina hanno dato sussidi per energia e materie prime. Ora non possono più sostenerne il prezzo, ma rischiano contraccolpi inflattivi. La ricerca di contromisure.

New Delhi (AsiaNews/Agenzie) – Inflazione all’11,05% in India per la settimana conclusa il 7 giugno, record dal 1995, spinta dall’aumento del prezzo del carburante deciso il 4 giugno. L'analoga misura presa ieri in Cina suscita a Pechino il timore di una spinta in alto i prezzi, soprattutto per i trasporti.

La scorsa settimana la banca centrale indiana ha aumentato i tassi di interesse, per la prima volta da 15 mesi. Sono allo studio altre immediate azioni per frenare l’inflazione che, tra l’altro, sta demolendo la popolarità dell’attuale premier Manmohan Singh, in vista delle elezioni politiche del 2009.

I due Paesi  da anni praticano una politica di sussidi sui prezzi, ma il forte aumento mondiale del costo del petrolio e delle materie prime provoca esborsi sempre più gravi per le finanze statali e costringe le ditte pubbliche di carburanti ed energia a produrre in perdita. L’Indian Oil, maggiore raffineria del Paese, ha avuto nel primo trimestre 2008 perdite per 4,14 miliardi di rupie (circa 62 milioni di euro). In Cina molte piccole raffineria hanno cessato l’attività e, con il prezzo fisso del carbone, le miniere non hanno incentivi ad aumentare la produzione.

Da New York Zhou Xiaochuan, governatore della Banca centrale del popolo di Cina, ha confermato che “gli aumenti dei prezzi dell’energia metteranno sotto pressione l’indice dei prezzi, così dobbiamo avere una politica più forte contro l’inflazione”.

Xu Kulin, viceresponsabile del dipartimento per i prezzi della Commissione nazionale per la riforma e lo sviluppo, prevede una crescita inflativa di un altro punto percentuale, ma altri esperti dicono che il contraccolpo sui prezzi non può essere previsto con certezza. Anche perché nonostante l’aumento di ieri di circa il 16%, il prezzo del carburante rimane tra il 30 e il 38% inferiore a quelli mondiali, per cui non si escludono nuovi aumenti. (PB)

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12572&size=A

Unione Europea: il referendum irlandese può complicare i piani della presidenza francese UE

Unione Europea: il referendum irlandese può complicare i piani della presidenza francese UE

Sia il premier irlandese, Cowen, sia il presidente della Commissione europea, Barroso, sono stati attaccati da più parti per “non aver saputo comunicare con i cittadini”. Sotto accusa è la natura stessa dell'UE, percepita da molti come troppo burocratica, tecnocratica e lontana dai cittadini dei paesi che la compongono. Nelle prossime settimane, i decisori europei dovranno cercare di superare il più velocemente possibile questa nuova crisi. Il semestre francese, che si apre il 1 luglio, rischia di dover fare i conti col dilemma del “che fare” per superare l'impasse, mentre le ambizioni di Parigi erano altre, e precisamente procedere spediti verso il rafforzamento della politica europea di sicurezza e difesa, una politica comune per l'immigrazione, e l'accelerazione per il lancio dell'Unione Euro-Mediterranea.

I prossimi giorni si annunciano importanti, perché nel caso in cui non emergano chiare indicazioni su come agire per aggirare l'ostacolo del “no” irlandese, le forze più critiche nei confronti dell'approfondimento dell'integrazione politica torneranno a farsi sentire anche in Francia, in Italia e in altri paesi-chiave dell'Unione. Dato che uno degli obiettivi di Nicolas Sarkozy è quello di coinvolgere Italia, Polonia, Regno Unito e Spagna in una sorta di allargamento dell'ormai superato asse franco-tedesco, è presumibile che Parigi cerchi di lavorare con tali partner a una posizione forte e condivisa sulla questione Lisbona, già in settimana.
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33025


ZIMBABWE, TSVANGIRAI SI RITIRA

Morgan Tsvangirai, il leader dell'opposizione zimbabwana, si è ritirato dal secondo turno delle presidenziali, in programma per il 27 giugno

Irene Panozzo

La notizia del ritiro di Tsvangirai, nell'aria da giorni, è diventata ufficiale oggi pomeriggio. Quando in una conferenza stampa convocata in fretta, il candidato dell'opposizione, in testa nella corsa per le presidenziali contro il presidente Robert Mugabe, ha annunciato che il clima politico del paese e le violenze organizzate dal regime nelle ultime settimane rendono impossibile che le elezioni di venerdì prossimo siano libere e democratiche.
A dettare una scelta così drastica da parte di Tsvangirai, dopo mesi di lotta prima per veder riconosciuta la sua presunta vittoria al primo turno delle presidenziali, svoltosi il 29 marzo, e poi per la campagna elettorale del secondo turno, sarebbe stato l'intensificarsi di violenze e intimidazioni contro i suoi sostenitori. Secondo i numeri forniti dallo stesso Mdc, almeno 70 attivisti dell'opposizione hanno perso la vita nelle ultime settimane. Sempre l'opposizione ha accusato la milizia giovanile che sostenie Mugabe di aver attaccato oggi un comizio pre-elettorale del Mdc ad Harare "con barre di ferro, legni e altre armi, attaccando i giornalisti e forzando le squadre degli osservatori elettorali a scappare".
"Abbiamo deciso", ha detto Tsvangirai, "di non prendere più parte a questa violenta e illegittima farsa di processo elettorale". Così, dopo tre mesi di stallo politico, seguito alla prima tornata elettorale del 29 marzo in cui il Mdc ha conquistato la maggioranza in Parlamento e Mugabe si è piazzato dietro a Tsvangirai nella corsa presidenziale, il padre-padrone dello Zimbabwe, al potere dall'indipendenza nel 1980, rimarrà ancora al potere.
Cosa succederà poi è tutto da vedere, visto il clima politico incandescente, l'economia a pezzi e le tensioni interne alla Zanu-Pf, il partito di Mugabe, e le preoccupazioni dei paesi vicini. Che, dopo aver adottato per anni una linea tenera nei confronti di Mugabe, vecchio alleato di molti dei presidenti della regione, negli ultimi giorni hanno preso posizioni più dure contro il governo dello Zimbabwe, chiedendo a Mugabe di rinunciare alla violenza e accettare i risultati delle urne. Non ce ne sarà bisogno.
http://www.lettera22.it/showart.php?id=9330&rubrica=140


 

OLTRE L’AMAZZONIA…IL LAGO COCIBOLCA E VIEQUES




-Otto organizzazioni ambientaliste del Nicaragua hanno unito le forze creando un Fondo nazionale per la tutela del Lago Cocibolca (conosciuto anche come Lago Nicaragua o Lago Granada), il cosiddetto ‘Mare di acqua dolce’ – in lingua indigena Nahuatl - già usato, prima della costruzione del Canale di Panama (1903-1914), come ‘ponte’ tra l’Atlantico e il Pacifico. Nonostante con i suoi 8624 chilometri quadrati di estensione sia il secondo bacino lacustre più grande dell’intera America Latina – superato, di poco, solo dal Titicaca – “non esiste ancora nessun progetto per salvare il Lago Cocibolca dai rifiuti che quotidianamente vengono riversati nelle sue acque” ha detto il geografo nicaraguense Jaime Incer Barquero, tra i promotori dell’iniziativa; si stima che ogni giorno vengano gettate nel bacino oltre 30 tonnellate di scarti liquidi, solidi e organici, provenienti in larga parte dalle industrie della città di Granada. “Per questo abbiamo deciso di mobilitarci creando un Fondo che possa mettere a disposizione le risorse necessarie” ha aggiunto Incer, ex-ministro dell’Ambiente, secondo cui, una volta bonificato, il Lago Cocibolca potrebbe fornire acqua sufficiente a irrigare i terreni destinati all’agricoltura in una cinquantina di località del Pacifico nicaraguense colpite dalla scarsità di risorse idriche. Il progetto potrebbe avere benefici anche per le popolazioni del nord della Costa Rica, del sud dell’Honduras e del Salvador: “Deve essere uno sforzo a carattere nazionale” ha evidenziato Incer che propone al contempo un piano di riforestazione per fermare l’erosione del suolo causata dal disboscamento selvaggio.

-Spiagge candide e lagune circondate da acque cristalline cosparse di centinaia di ordigni inesplosi e reperti bellici, da quelli utilizzati durante la II Guerra Mondiale ai più recenti e contaminanti: appare così oggi alla vista l’isolotto di Vieques, poco meno di 350 chilometri quadrati di superficie separati da dieci chilometri di mare dalla costa orientale di Portorico, utilizzato per le esercitazioni dalla Marina da guerra statunitense dal 1948 e fino all’aprile 2003, quando le proteste dei 9000 abitanti costrinsero i militari americani a chiudere la loro base. Un reporter e un fotografo dell’agenzia statunitense 'Associated Press' (Ap), i primi giornalisti autorizzati a entrare nell’ex-poligono di tiro americano, hanno descritto un panorama “tanto meraviglioso quanto mortale” che sta mettendo a dura prova i 110 sminatori assoldati per bonificare il territorio. La tabella di marcia prevedeva la bonifica di 160 ettari – su un totale di 5.800 – in sette mesi, ma l’inizio delle operazioni, fissato all’agosto 2005, ha subito un rinvio di oltre un anno e mezzo e attualmente sono appena 95 gli ettari ripuliti. Finora gli artificieri hanno fatto brillare oltre 3.400 munizioni per un totale di 10,6 tonnellate di esplosivo e raccolto 175.000 reperti, inclusi resti di ordigni come le bombe a frammentazione Blu-97, utilizzati nella guerra in Afghanistan; fortunatamente per il momento non si sono verificati incidenti. Per la pulizia completa del territorio, oggi Rifugio del servizio per la pesca e la vita silvestre degli Stati Uniti, ci vorranno almeno dieci anni, secondo fonti ufficiali. La Us Navy aveva iniziato le manovre 59 anni fa dopo aver espropriato i terreni con una contropartita di appena 53 dollari l’acro (pari a 0,4 ettari). Le proteste degli abitanti erano dilagate nel 1999 dopo che un caccia americano aveva mancato il bersaglio uccidendo un agente della sicurezza portoricano.

-Il parlamento di Lima ha approvato una norma che autorizza lo spostamento e la ricollocazione della città andina di Cerro de Pasco, situata in una regione povera ma ricca di risorse del sottosuolo, a causa della contaminazione provocata dalla massiccia attività mineraria da parte dell’azienda ‘Volcan Cía Minera’. I legislatori hanno stabilito che le estensioni delle miniere a cielo aperto promosse dall’azienda favoriranno una crescita urbana “disordinata e instabile” in un centro di 70.000 abitanti situato a 4338 metri di altitudine nella ‘sierra central’ peruviana in cui la popolazione già convive con fenomeni come le “piogge acide”, le continue esplosioni dovute all’estrazione dei minerali, la presenza di particelle metalliche nella rete idrica. Principale responsabile è la miniera ‘Volcan’, una voragine, circondata da case fatiscenti in mezzo alla città, larga due chilometri per uno e profonda 500 metri, che produce tonnellate di residui di rame, ferro e piombo: secondo uno studio del 2006 dell’Istituto nazionale della Sanità, l’84,7% dei bambini da uno a dieci anni ha livelli di piombo nel sangue superiori ai limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). “Il 25 maggio 1971 il generale Juan Velasco Alvarado, presidente-dittatore, e i suoi ministri firmarono un decreto legge che dichiarava di necessità e interesse sociale il ‘rimodellamento’ della città di Cerro de Pasco e la costruzione della zona di allargamento che avrebbe dovuto ospitare la popolazione vittima dell'avanzata dell'attività mineraria.

 

http://www.misna.org/


Energia nucleare: il ritorno. È davvero il male minore?

Centrale nucleare in Francia. (Foto: huntz/Flickr)

Centrale nucleare in Francia. (Foto: huntz/Flickr)

La dipendenza dal petrolio sta mettendo l'Europa in ginocchio. Nonostante il recente incidente in Slovenia, molti Paesi europei hanno riproposto il nucleare come "alternativa necessaria". Un panorama dei disastri nel continente: da Chernobyl a Krsko, da Windscale a Seveso.

PANORAMA

di María Concha Hierro del Hoyo. Traduzione gelsomina sampaolo

Dal vertice franco-britannico del marzo 2008, tra i due Paesi europei– che ospitano il maggior numero di centrali sul proprio territorio – è nata una sorta di intesa per il nucleare. L'Italia, con in testa Berlusconi, abbandona la moratoria che per vent'anni aveva impedito la creazione di nuove centrali. E l'allarme scattato il 4 giugno scorso alla centrale slovena di Krsko, non lontano da Trieste, non basta a frenare tali propositi.

Gli incidenti più gravi in Europa: Spagna, Inghilterra, Francia e Italia

L'incidente nucleare più grave, prima di Chernobyl, risale al 1954, in Inghilterra, quando si incendiò uno dei reattori gemelli della centrale di Windscale, oggi Sellafield, nella parte nord-occidentale dell’isola. E non rimase un caso isolato. Nel 1974, alla centrale di Flixborough, un'esplosione uccise 28 lavoratori e ferì gravemente altre 89 persone, anche se in questo caso non si trattava di un sito nucleare.
La Francia ambisce a diventare la punta di diamante dell'alternativa energetica. Il 50% del suo fabbisogno è infatti prodotto dalle 56 centrali nucleari presenti nel Paese. L'incidente più grave è avvenuto nel 1992, quando tre operai sono morti perché sono entrati in un acceleratore di particelle senza protezione.

In Spagna, invece, lo scandalo più grosso si è verificato nella centrale catalana di Ascò. L'incidente che è stato tenuto nascosto fino ad aprile, si è verificato alla fine del 2007, contaminando una superficie di 30 chilometri di diametro intorno alla zona. Pare che la fuga radioattiva non abbia provocato vittime, almeno direttamente.

Seveso, paesino di 17.000 anime alle porte di Milano. Qui avvenne il disastro chimico più violento della storia italiana causato da un reattore difettoso, in questo caso non di tipo nucleare. Nonostante questi trascorsi il Governo Berlusconi vuole riaprire il dibattito sul nucleare nel Paese.

Il monito di Chernobyl

Edificio abbandonato vicino a Chernobyl. (Foto, Stuck in Custom / Flickr)Edificio abbandonato vicino a Chernobyl. (Foto, Stuck in Custom / Flickr)A ventidue anni di distanza, l'incidente alla centrale ucraina, nel 1986, continua a provocare dubbi sul tema del nucleare nell'opinione pubblica. Al momento dell'incidente morirono 31 persone, ma la cifra delle vittime della nube radioattiva è decisamente più elevato. Secondo Greenpeace circa 200.000 persone ne hanno subito gli effetti.

Mappa delle attuali centrali nucleari europee.

Los puntos rojos son centrales nucleares en EuropaLos puntos rojos son centrales nucleares en Europa | Foto, International Nuclear Safety Center / Flickr

http://www.cafebabel.com/ita/article/25136/incidenti-nucleare-centrali-europa.html



giugno 22 2008

Spero che la Costituente del Partito democratico non si chiuda prima di aver nominato una o un giovane siciliano sui venticinque anni – anche ventisei, o ventisette – responsabile del partito per la Sicilia, con poteri pieni, un po’ come Bixio l’altra volta, ma di sinistra, e democratico, per un paio d’anni, libero di invitare a essere della partita tutti i suoi coetanei siciliani e del resto d’Italia, così, con la bella prospettiva di scrivere una pagina nuova e di raccogliere il racconto dei vecchi, e col vantaggio di non occuparsi di perdere o recuperare voti. Sono stati perduti tutti, dunque si può sentirsi leggeri. Quanto a trovarne di nuovi, c’è tempo. Basta riempirlo occupandosi di cose belle, intelligenti e giuste. E’ fantastico, per dei siciliani sui ventiquattro andare missionari a casa loro, e riscoprirla. Per farlo, vale perfino la pena di tornare da Londra, o da Pisa.

dihttp://www.ilfoglio.it/piccolaposta/43 Adriano Sofri


Eravamo in 570, a parlare del Pd


veltroni.jpgEravamo in 570, ieri alla Fiera di Roma, a parlare del Pd. Mancavano dunque circa 2200 delegati eletti alle primarie del 14 ottobre 2007. Sono salito sul palco per farlo notare, quando Anna Finocchiaro ha affermato che non era richiesto alcun quorum per votare delle modifiche allo statuto. Falso, lo statuto prevede espressamente che eventuali modifiche siano approvate dalla maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea costituente. Mi sono sentito rispondere che sono cavilli, che in tutti i partiti si fa così. E allora mi sono arrabbiato molto perchè l’unica chance di efficacia del partito nato con le primarie sarebbe quella di differenziarsi per la democraticità delle sue strutture. Ad arrabbiarci siamo stati in molti, a protestare in pochi: Arturo Parisi, Mario Barbi, Mario Lettieri. Brutto segno. Tanti altri, compresa Rosy Bindi che alle primarie si era proposta come alternativa al falso unanimismo veltroniano, si sono accontentati di trovare uno spazio nella nuova direzione. Ho declinato gentili proposte di farne parte perchè considero l’opacità di queste intese di vertice fra leader che si guardano in cagnesco la conseguenza inevitabile, e deleteria, dell’indifferenza alle regole democratiche.
A Walter Veltroni voglio dare atto di avere pronunciato parole nette contro la deriva xenofoba in cui è avvolto il decreto sicurezza. Farà piacere a Daniele Sensi sapere che ha denunciato la comprensione per i lager e la “derattizzazione” anti-rom, cioè il linguaggio dell’odio che su questo blog lui ci ha segnalato. Spero che alle parole di Veltroni segua un atteggiamento diverso dell’insieme del Pd, finita l’ubriacatura con i braccialetti antistupro di Rutelli e le ronde democratiche di Penati. Lo considererei un passo avanti importante.
Sul resto, sul futuro del Pd e di una politica capace di rispettare le regole della partecipazione democratica, credo che dobbiamo essere intransigenti. Lo considero l’unico saggio investimento su un futuro che implicherà il profondo ricambio della classe dirigente democratica.http://www.gadlerner.it/index.php/2008/06/21/eravamo-in-570-a-parlare-del-pd.html#more-557


Berlusconi alla messa per l'inaugurazione del nuovo campanile. Berlusconi che "rifiuta cortesemente la comunione" al vescovo manco fosse una tartina ("ostia, signori?" - "no, grazie: ne avete champagne?"). Berlusconi che chiede al vescovo di cambiare la regola sui divorziati (l'ennesima legge ad personam nascosta sotto l'interesse collettivo, Walter, digli qualcosa), realizzando quello che i più consideravano impossibile, ovvero l'ingerenza dello Stato Italiano sul diritto canonico. Il vescovo che gli risponde "lei che ha potere, si rivolga a chi è più in alto di me" - un po' come nella famosa barzelletta - confermando quello che i più avevano già intuito, ovvero la fusione delle gerarchie vaticane e statali in un'unico grande intreccio in cui il Presidente del Consiglio è al di sopra dei vescovi ma al di sotto del Papa. Un senatore sarà più o meno importante di un cardinale? Aboliremo il canone 915 con un decreto legge? Berlusconi Papa? Dov'è Francesco D'Agostino quando serve? http://aiorosblog.splinder.com/post/17556187/Ingerire+per+ingerire

Vogliamo una gauche da '68

di Ferdinando Imposimato - da la Voce della Campania

Le ultime elezioni, mentre hanno lasciato sopravvivere i vari Gianfranco Rotondi (Democrazia Cristiana), Lamberto Dini (liberal democratici), Pierferdinando Casini e i lamalfiani, hanno cancellato dal Parlamento la sinistra storica, di ben altra consistenza. Walter Veltroni si e' liberato di un soggetto scomodo alla sua sinistra ma non ha guadagnato quei voti, che sono finiti al PDL e alla Lega.

E subito dopo a Roma, grazie alle scelte veltroniane, ha trionfato il postfascista Gianni Alemanno sull'impresentabile Francesco Rutelli. Per Veltroni e' stato un totale fallimento strategico: un politico si valuta per le sue capacita' di diagnosi e di prognosi, come erano in grado di fare Temistocle e Pericle, e non per la sua simpatia nel presentarsi agli elettori. Cessato l'effetto mediatico del buonismo, ci troviamo di fronte al “nulla politico” del PD. Gli incontri clandestini Veltroni - Belusconi sono pericolosi, ma solo per il centrosinistra. Il Cavaliere ne trae vantaggi: ha dimostrato di potere distruggere personaggi del calibro di Achille Occhetto, Massimo D'Alema, Fausto Bertinotti, Fabio Mussi, Cesare Salvi, Alfonso Pecoraro Scanio e Francesco Rutelli, che si ostinano a riproporsi come alfieri di una improbabile riscossa. Sta cuocendo a fuoco lento anche Veltroni, di cui il Premier si vuole servire per le riforme costituzionali, che gli convengono per governare per cinque anni indisturbato e preparare la sua scalata alla presidenza della Repubblica. Le bordate contro l'inciucio da parte di Antonio Di Pietro - che conduce una gestione privatistica del partito e fa in modo che i finanziamenti affluiscano ad una societa' composta da lui, sua moglie e la tesoriera, Silvana Mura - rispondono al calcolo di trarre vantaggio dai limiti e dalle contraddizioni della sinistra e del PD. E non sara' certamente un Di Pietro colui che puo' fermare l'avanzata del Cavaliere. Di questo passo, per Veltroni si prepara un'altra sconfitta alle elezioni europee.

UNA PSEUDO DEMOCRAZIA

La cosa grave e' che Veltroni ha definitivamente rinunziato a battaglie decisive sgradite al Cavaliere, come la legge sul conflitto di interessi, la legge sui partiti e la legge elettorale. In tal modo l'opposizione non diventera' mai maggioranza. Si pongono le premesse di una pseudo democrazia a guida della destra. Una di quelle democrazie che mascherano regimi tirannici, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa come strumenti di disinformazione e di stravolgimento delle